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 Il Governo alla prova delle politiche sociali
Il Sole 24 Ore del 07-10-2013

Piaccia o no, le persone pi deboli saranno al centro dell'imminente legge di stabilit. Sono le 
famiglie in povert e gli individui con ridotta autonomia (anziani, disabili, bambini piccoli), 
cio quei soggetti alle cui esigenze si rivolgono le politiche sociali dei Comuni. In base alle 
scelte - o alle non scelte - che compir, il Governo Letta dar la propria risposta a domande 
decisive che li riguardano: quale deve essere la responsabilit pubblica nei loro confronti? Come 
suddividere i compiti tra lo Stato e gli enti locali negli interventi a essi rivolti?
La rinuncia.
Senza un cambio di rotta, le politiche sociali proseguiranno nel peggioramento in atto da anni, 
segnato da un ruolo sempre pi residuale e interamente addossato sulle spalle dei Comuni. Lo 
mostrano i dati, a cominciare da quelli sui fondi nazionali, che nel 2014 ammonteranno a 199 
milioni, con un calo del 92% rispetto ai 2.526 del 2008.
I fondi statali furono attivati a fine anni 90 per rappresentare il primo mattone nella costruzione 
delle riforme nazionali del settore, rese necessarie dalla crescita delle domande indirizzate agli 
enti locali e dalla loro impossibilit di rispondervi da soli. Si tratta di riforme introdotte, 
tranne che in Italia e in Grecia, in tutti i paesi europei assimilabili al nostro e caratterizzate 
ovunque dagli stessi capisaldi. Innanzitutto, lo Stato incrementa i propri finanziamenti, 
assicurandosi anche uno sforzo adeguato degli enti locali. Le risorse vanno aumentate in modo 
virtuoso, evitando che, come accaduto in passato, Regioni e Comuni riducano il loro impegno 
economico quando aumenta quello statale. Grazie ai maggiori stanziamenti si introducono quei 
diritti sociali che mancano. In Italia, per esempio, le famiglie povere sono prive del diritto a un 
sostegno pubblico, diversamente da quanto accade all'estero. Allo stesso modo, mentre vige il 
diritto all'assistenza ospedalie
 ra, cos non  per gli interventi domiciliari rivolti alle persone con disabilit o agli anziani 
non autosufficienti, che possono venir meno a discrezione dell'ente responsabile.
Il sostanziale azzeramento dei fondi statali non solo avrebbe un impatto significativo sulla spesa 
sociale dei Comuni, alla quale nel 2008 assicuravano il 18% (il resto proveniva da risorse proprie 
delle Municipalit), ma trasmetterebbe anche un preciso messaggio sul futuro del welfare. Di 
riforme nazionali, infatti, si  molto discusso in passato senza realizzarle e poi se ne  
progressivamente parlato sempre meno: lasciar morire i fondi che dovrebbero costituirne il tassello 
iniziale significherebbe rinunciarvi definitivamente.
Sul piano degli stanziamenti, all'eliminazione dei fondi dedicati si aggiungono gli ampi tagli ai 
trasferimenti statali indistinti per gli enti locali in atto da tempo e l'imminente innalzamento 
dal 4% al 10% dell'Iva per le cooperative sociali: la riduzione degli interventi forniti dai Comuni 
non potr che continuare. Nel 2010, ultimo anno prima della discesa, la spesa pubblica per le 
politiche sociali era ben al di sotto della media europea: non a caso le ricerche la definiscono da 
tempo la "cenerentola" del welfare italiano. Da allora  cominciata la caduta, i dati disponibili 
si fermano al 2011 (-11% della spesa comunale rispetto al 2010, fonte: Cisl), ma tutti gli addetti 
ai lavori sanno che successivamente la riduzione  aumentata. Nel frattempo, la domanda 
d'interventi cresce costantemente, basti pensare che le persone in povert assoluta tra il 2010 e 
il 2012 sono salite dal 5,2% all'8% della popolazione.
Tutto ci ha profonde conseguenze concrete. In molti territori poveri, anziani e persone con 
disabilit si vedono rifiutare gli interventi, ridurli o aumentare le rette. Nel sociale, a 
differenza di settori come sanit e istruzione, non  stato definito il sistema dei diritti e, 
quindi, l'ente pubblico subordina l'erogazione degli interventi alle disponibilit finanziarie. In 
pratica, a un bambino non si pu dire Ci sono i tagli e non andrai a scuola, a un malato non si 
pu dire Ci sono i tagli e non ti opereremo. A un povero, invece, si pu rispondere Ci sono 
tagli e quindi il Comune non ti potr aiutare. Accade sempre pi spesso.
Le scelte di Letta.
Questo, dunque,  lo scenario se nella legge di stabilit non s'interverr in direzione contraria. 
La strada alternativa, invece, partirebbe da un maggiore investimento di risorse, attraverso un 
sostanzioso rifinanziamento dei fondi nazionali e l'abolizione dell'incremento dell'Iva per le 
cooperative. Vale la pena di sintetizzare qui i dati sulla spesa pubblica per le politiche sociali: 
nel 2010 era ben al di sotto della media europea; da allora  cominciata una rapida discesa (siamo 
al suo terzo anno), che - a tutt'oggi -  destinata a proseguire; la crisi ha incrementato le 
domande d'interventi; l'investimento dello Stato si  ridotto del 92%; il settore assorbe una quota 
marginale della spesa pubblica totale (pari allo 0,47% del Pil), dunque un miglioramento  
realizzabile con stanziamenti relativamente contenuti rispetto alle poste complessive del bilancio 
pubblico.
Le risorse sono scarse e il nocciolo sono le scelte o, meglio, le visioni sul futuro dell'Italia. 
All'origine dei tagli si trovano le decisioni del ministro del Welfare dell'ultimo Governo 
Berlusconi, Maurizio Sacconi, che aveva una proposta precisa: voleva ridurre ulteriormente la spesa 
pubblica per le politiche sociali e consolidare quel welfare privatistico - peraltro gi dominante 
nel nostro paese - basato sulle famiglie che si prendono cura dei propri cari e sulla beneficenza 
privata. Le sue scelte furono confermate dal Governo Monti (la parziale ripresa dei fondi dedicati 
- per il solo 2013 - fu dovuta all'intervento di alcuni gruppi parlamentari, in particolare quello 
del Pd). Ora la palla passa a Letta e all'attuale ministro del Welfare, Giovannini.
Se la priorit sar quella di sostenere le politiche sociali, l'incremento di risorse dovr 
perseguire due obiettivi. Uno consiste nell'evitare che la situazione peggiori, invertendo il trend 
di riduzione degli interventi rivolti a tutti i destinatari (anziani, persone disabili e altri). 
L'altro  iniziare a colmare i ritardi strutturali laddove oggi sono pi pesanti, avviando una tra 
le molte riforme nazionali mancanti. L'attenzione degli addetti ai lavori e del Governo - come pi 
volte ripetuto da Letta e Giovannini -  concentrata in questa fase storica verso la povert, che 
vede sempre pi famiglie chiedere aiuto senza ottenere risposte.  da qui, dunque, che si pu 
partire.
Interventi non pi parcellizzati.
Negli ultimi anni ci si  mossi con interventi parcellizzati e temporanei - la Social card, la 
Nuova social card e la Carta per l'inclusione sociale - senza un progetto riformatore. Ora 
dovrebbero tutti confluire, invece, in un pi ampio Piano nazionale contro la povert, che 
introduca gradualmente - in un triennio - il diritto di ogni persona in povert assoluta a quella 
misura nazionale che in Europa  patrimonio condiviso da tempo. Si tratta di un contributo 
monetario accompagnato dall'erogazione dei servizi - sociali, educativi, per l'impiego - utili a 
costruire nuove competenze e a organizzare diversamente la propria esistenza. Partendo dalle 
persone in povert pi acuta, si dovrebbe ampliare progressivamente l'utenza fino a raggiungere 
tutta la popolazione target; il Piano dovrebbe specificare i passaggi previsti in ogni annualit. 
Lo Stato stanzia le risorse, definisce le regole fondamentali, indica con chiarezza i passi da 
compiere nel tempo e cos crea le co
 ndizioni affinch, nei territori, enti locali e Terzo settore possano costruire un migliore 
welfare locale. Tutti gli esperti ritengono che questa sia l'unica strada per cambiare.
Assecondare la progressiva rinuncia alla responsabilit pubblica verso i pi deboli oppure 
spendersi per un futuro diverso: non ci sono alternative, il Governo Letta deve decidere da che 
parte stare. Vale la pena di appassionarsi al dibattito sulla legge di stabilit.
di Cristiano Gori
