incubo
Racconto di un incubo informatico per una mail infetta.
Antonio Ferrazza su smanettando, 20\10\2012, h. 22.22.

E s, pu veramente succedere a tutti, dobbiamo far attenzione.

Storie Vere. Eccone una che non avrei proprio mai voluto raccontarvi: un incubo in cui sono entrato 
ieri mattina alle 08.50 e da cui non so se e quando
uscir. Avevo verificato le mail della notte e smaltito un po' di lavoro: poi, colazione, giornali, 
la solita routine. Dovendo partire in missione, verifico
che il portatile sia in ordine: apro la mail principale, che fino a mezz'ora prima funzionava alla 
perfezione, e la trovo completamente vuota; non c'
pi un messaggio, nessuno delle migliaia e migliaia che da anni andavo minuziosamente archiviando 
catalogati in file e sottofile; e non c' pi un contatto
dei miei. Al loro posto, improbabili indirizzi sconosciuti che, dai prefissi telefonici e dai 
suffissi mail, mi paiono turchi e/o afghani.

Di colpo, mi assale l'ansia: sudo freddo: "Ma come, penso-, queste cose succedono sempre e solo 
agli altri". Cerco di capire, ma prima che riesca a raccapezzarmi
incomincio a ricevere telefonate, chat, sms: "Stai bene?", "Hai bisogno d'aiuto"?, "Posso fare 
qualcosa?". Qualcuno  allarmato, qualcuno, pi scafato,
 ironico, tutti sono superficialmente infastiditi. E' successo che qualche gaglioffo, lo stesso 
senza dubbio che  entrato nella mia mail e s' preso
indirizzi e contenuti, ha mandato a tutti i miei contatti, ma proprio a tutti, una mail in cui mi 
dichiaro vittima d'un furto a Edimburgo, dove, senza
soldi n documenti, ho bisogno di prendere un aereo e di rientrare in Italia, E suggerisco di 
mandarmi l una somma cash con una delle agenzie che trasferiscono
fondi istantaneamente.

Capisco che sono caduto dentro un incubo informatico; e non di quelli alla Dylan Dog, che quando 
finisci l'episodio restano chiusi dentro la copertina.
Provo a capire le istruzioni di Google in merito -e mi rendo subito conto che non  roba per me- 
chiamo un tecnico di fiducia, mando da altre mail messaggi
circolari, rassicurando tutti quelli che so raggiungere (sto bene, non ho bisogno di nulla), 
scusandomi per il fastidio, suggerendo operazioni difensive
('killeraggio' della mail 'infetta', cambio della password).

E, con il telefonino bollente, che  nuovo e manco riesco a usarlo bene, parto a denunciare il 
fatto. Lapolizia postale, al telefono, dice che posso farlo
in qualsiasi commissariato, ma al commissariato di quartiere il poliziotto in divisa mi suggerisce 
di andare proprio alla polizia postale. Vado in Viale
Trastevere, per sentirmi dire che occorrono le pezze d'appoggio cartacee della frode informatica;. 
Torno a casa, me le procuro, ritorno in viale Trastevere,
faccio la denuncia. E' pomeriggio inoltrato, rinuncio alla missione ormai compromessa, cerco di 
fare l'inventario dei danni: la mente si rifiuta di andare
a scrutare i contenuti delle mail perdute, fatti miei e fatti d'altri raccontati a me, che non 
dovrebbero interessare nessuno, materiale di lavoro, anni
di amicizie e/o documentazioni.

Non avverto pi ansia, ma un senso di vuoto. Mi sento pi violato dentro di quando mi svaligiarono 
l'appartamento -anzi, ci provarono, riuscendoci molto
parzialmente-: c' pi me nella mia mail che in casa mia. Quasi quasi telefono a un vecchio amico, 
per raccontargli 'sta storiaccia: gi, ma non ho pi
il numero, perch la rubrica del cellulare  sincronizzata con quella del computer e se n' andata 
pure lei; allora, scrivo un post per il blog de Il Fatto.
E ora che sono arrivato all'ultima riga mi accorgo di non sapere pi a che mail spedirlo: al 
massimo, posso mandarlo ad Aarti Dahranjani. Chiss se lo leggerete
mai.

Di Giampiero Gramaglia.
