plastica
Una straordinaria storia italiana: la scoperta della plastica pulita.
Art. postato da Francesco Melis su smanettando, 20\06\2012, h. 08.25.

Da "Repubblica" del 20 giugno 2012

La scoperta italiana della plastica pulita
Un computer collegato a internet. E un'idea. Nasce cos la scoperta
fatta da Marco Astorri e Guy Cicognani. E quelle degli altri inventori e
innovatori che provano a "cambiare la vita in meglio" .
di RICCARDO LUNA

La scoperta italiana della plastica pulita
"LA COSA pi buffa di questa storia  che io non sono uno scienziato e
nemmeno un laureato in chimica. Sono soltanto un grafico pubblicitario
che un giorno si  detto che doveva esserci un altro modo per fare la
plastica. Un modo che non inquinasse il pianeta per migliaia di anni.
Allora sono andato su Internet a cercare fino a quando quel modo l'ho
trovato". Questa  la storia di una rivoluzione fatta in casa, scoperta
per caso e destinata forse a cambiare le cose.

Gli oggetti della nostra vita. L'artefice si chiama Marco Astorri, ha 43
anni, tre figli, una pettinatura che lo fa assomigliare al protagonista
muto di The Artist e un'azienda che sta facendo discutere il mondo: la
BioOn sta a Minerbio, a 40 minuti da Bologna. Da qualche mese ogni
settimana c' una processione infinita verso questo misterioso
laboratorio in mezzo ai campi: bussano i capi delle grandi
multinazionali della chimica, ma anche i produttori di telefonini,
personal computer e televisori, componenti per le automobili. Insomma
tutti quelli che fanno prodotti usando la vecchia plastica.

Vengono, ascoltano, guardano le ampolle piene di misture dolciastre, i
fermentatori di metallo riflettente. Poi spalancano gli occhi e la
domanda che si fanno : possibile che questo scienziato-fai-da-te,
questo hacker con la scatola del piccolo chimico sotto il braccio abbia
trovato la formula magica per farci vivere davvero "senza petrolio" (il
petrolio, com' noto,  la base di tutte le plastiche e l'origine dei
problemi a smaltirle dato il suo tasso terribilmente inquinante, vedi la
diossina)?

Ebbene s,  possibile, perch  esattamente quello che sta accadendo.
La storia inizia nel 2006. E inizia naturalmente con un pezzetto di
plastica. Anzi con migliaia di pezzetti di plastica. Sono gli skypass
che gli sciatori lasciano distrattamente in mezzo alle neve a fine
giornata. Solo che poi in primavera la neve si scioglie, gli skypass no:
quei pezzetti di plastica restano a inquinare l'ambiente per una vita,
anzi per migliaia di anni. Marco Astorri e il suo socio francese Guy
Cicognani di quegli skypass sono in un certo senso colpevoli, visto che
li producono. Per la precisione, realizzano le micro-antennine che
aprono i tornelli (Rfid).

Ed  facendo questo lavoro che iniziano a chiedersi se non ci sia un
modo per fare una plastica totalmente biodegradabile. Una plastica che
si sciolga in acqua. Come la neve, appunto. Astorri e Cicognani non sono
i primi a pensarlo ovviamente. Proprio in Italia Catia Bastioli, dal
1990 e negli stabilimenti della Novamont a Terni, ha iniziato a produrre
la MaterBi, plastica a base di amido di mais. Ha avuto un notevole
successo, al punto che alle prossime Olimpiadi di Londra i piatti, i
bicchieri e le posate, in tutto alcune decine di milioni di pezzi,
saranno di bioplastica italiana.

Un grande orgoglio nazionale di cui andare fieri. Il mais per  un
alimento: usarlo per fare la plastica vuol dire farne salire il prezzo e
si  visto con i biocarburanti di prima generazione come questo possa
essere problematico. Inoltre, per quanto riguarda la biodegradabilit,
la provincia di Bolzano ha fatto presente che i sacchetti che dal 1
gennaio la legge ci impone di usare al supermercato creano inciampi agli
impianti di compostaggio dei rifiuti. Insomma, forse si pu fare meglio.

Ma torniamo al 2006. Ricorda Astorri: "Abbiamo chiuso con gli skypass.
Ci siamo comprati un computer, un iMac, l'abbiamo collegato alla Rete e
abbiamo iniziato a cercare qualcosa di nuovo". La caccia al tesoro dura
poco e finisce in un'universit in mezzo all'Oceano Pacifico dove un
gruppo di ricercatori sta sperimentando un modo per produrre la plastica
con gli scarti della lavorazione delle zucchero: il melasso, sostanza
che oggi ha un costo per essere smaltito ma pu diventare invece la
materia prima per una plastica davvero bio.

Astorri e Cicognani intuiscono che quella pista  quella buona, prendono
un aereo, investono la met dei loro risparmi per comprare quel brevetto
(250mila dollari), ne aggiungono una serie di altri sparsi nel mondo e
in un anno sono pronti a realizzare la molecola descritta dal biologo
francese Maurice Lemoigne nel lontanissimo 1926: il PHA.

Di che si tratta? A sentire la spiegazione del capo del laboratorio,
Simone Begotti, un quarantenne che per anni si  occupato di
fermentazione in aziende biofarmaceutiche, la ricetta  un segreto di
Stato ma il procedimento non  complesso: "Si tratta di affamare e poi
far ingrassare dei batteri. In poche ore quel grasso diventa la polvere
con cui facciamo la plastica ". Perch ci sono ci sono voluti pi di 80
anni per ripartire da l? "Perch in quei tempi ci fu il boom del
petrolio: fare plastica in quel modo era facile ed economico, i costi
per l'ambiente non venivano tenuti in considerazione ", sostiene Astorri.

Nel 2007 il nuovo polimero viene battezzato Minerv, in omaggio al posto
dove sorge il laboratorio ma anche a Minerva, dea romana della guerra e
della saggezza "visto che sarebbe saggio fare questa guerra in nome
dell'ambiente". Un anno dopo arriva la certificazione internazionale:
"Il Minerv  biodegradabile in terra, acqua dolce e acqua di mare",
attestano a Bruxelles. Astorri lo spiega cos: "In 10 giorni i granuli
di MinervPHA si dissolvono in acqua senza alcun residuo ". Miracolo. Si
decide cos di fare una startup anche qui cambiando le regole: niente
soldi pubblici e soprattutto niente soldi dalla banche: "Abbiamo fatto
un patto con i contadini", racconta Astorri. L'accordo  con la
cooperativa agricola emiliana CoProB che produce il 50 per cento dello
zucchero italiano. Oltre a tantissimo melasso. Saranno loro, i contadini
emiliani, i titolari del primo impianto BioOn che aprir a fine anno: "
la fabbrica a chilometro zero. Sorge dove stanno le materie prime",
spiega Astorri che con l'aiuto del colosso degli impianti industriali
Techint, punta a replicare il meccanismo in tutto il mondo: la fabbrica
in licenza. Un paio di impianti, a forma di batterio, disegno
dell'architetto bolognese Enrico Iascone, apriranno in Europa, uno negli
Stati Uniti.

La svolta  arrivata un anno fa quando in laboratorio il mago Begotti 
riuscito per la prima volta a realizzare un PHA con propriet molto
simile al policarbonato. Non la classica plastica dei sacchetti della
spesa, quindi, ma la plastica dura e malleabile di cui sono fatti tanti
oggetti della nostra vita quotidiana. Il primo a crederci  stato il
presidente di Floss che ha voluto replicare una celebre lampada del
design italiano firmata Philippe Starck,
Miss Sissi.

Presentazione solenne lo scorso 18 aprile al Salone del Mobile, poi
un'escalation continua: secondo Astorri tra un anno il MinervPHA sar
negli occhiali da sole italiani, nei computer californiani, nei
televisori coreani e persino nelle confezioni di merendine per bambini.
"Tutti mi dicono che sono seduto su una montagna d'oro ma non  cos che
mi sento. Mi sento su una scala di cui non si vede la fine".

L'inizio in compenso si vede benissimo. Era il 1954 e a pochi chilometri
da Minerbio, Ferrara, negli stabilimenti della Montecatini, un grande
chimico italiano scopriva la regina delle plastiche, il polipropilene
isotattico, noto come il Moplen nelle reclame dell'epoca con Gino
Bramieri. Il 12 dicembre 1963 Giulio Natta e il chimico tedesco Karl
Ziegler ricevevano il premio Nobel. Nella motivazione si legge: "Le
conseguenza scientifiche e tecniche della scoperta sono immense e ancora
non possono essere valutate pienamente". Sarebbe la seconda volta che un
italiano reinventa la plastica.

(20 giugno 2012)
