tracce
Un testamento per cancellare le proprie tracce sulla Rete
Coriere della sera del 10\05\2012

MASSIMO GAGGI.
 NEW YORK - Manoscritti, scatole di foto ingiallite, i riferimenti dei conti bancari, magari la 
chiave di una cassetta di sicurezza. Quando una persona cara scompariva, fino a ieri era questo che 
i parenti cercavano per ricostruirne la memoria, serbarne il patrimonio. Intellettuale e materiale. 
Non pi: nell'era digitale tutto cambia. E diventa caotico. Molti di noi gestiscono i loro rapporti 
bancari e gli investimenti "online", hanno uno o pi "blog", sono utenti di Facebook e, magari, di 
altre reti sociali. Hanno l'"account" di Twitter e gli album delle foto parcheggiati in qualche 
"nuvola" o su Flickr.
Una vita vorticosa, spesa sfruttando le enormi possibilit offerte da Internet. Finendo, a volte, 
prigionieri delle proprie stesse password. Ma cosa succede quando la nostra vita terrena finisce? 
Ricostruire la nostra esistenza digitale per chi rimane  un incubo. Angosce sulle quali in America 
 stata gi costruita un'industria fatta di libri (come "Your Digital Afterlife" di John Romano) 
concepiti come una guida per chi deve ricostruire su Internet pezzi di vita di un caro scomparso e 
di siti - da LegacyLocker a Entrustet a DataInherit - che offrono a chi se ne serve, strumenti di 
ricerca o, addirittura, "casseforti digitali" nelle quali conservare ci che ognuno vuole 
trasmettere ad amici e discendenti. In alcuni casi questi ultimi possono, poi, offrire i loro 
contributi per ricostruire e celebrare la memoria dello scomparso.
Ma gli utenti di questi servizi (peraltro a pagamento: una cassaforte digitale costa 30 dollari 
l'anno) sono una minoranza a fronte di un problema immane. In un anno nei soli Stati Uniti muoiono 
circa mezzo milioni di utenti Facebook. Conti che spesso restano attivi e materiale (post, 
dialoghi, foto, storie) che va perduto anche perch in genere i parenti non sanno cosa e dove 
cercare, mentre le procedure per avere accesso al profilo di una persona scomparsa differiscono da 
sito a sito.
Un problema talmente complesso e, in prospettiva, rilevante da indurre lo stesso governo americano 
a scendere in campo con un post sul blog di USA.gov, il sito attraverso il quale l'Amministrazione 
Obama dialoga coi cittadini. Il governo, in sostanza, invita gli americani attivi sul web ad 
affiancare al testamento tradizionale una dichiarazione delle proprie volont riferita 
esclusivamente alla propria vita elettronica, affidata a un "esecutore digitale" di propria fiducia 
al quale andranno consegnati, tra l'altro, tutti i propri "username", le "password" e l'elenco dei 
siti nei quali si lascia un'impronta, dei blog, dei profili sulle reti sociali. Con l'avvertenza di 
controllare le politiche di "privacy" dei siti web sui quali si  presenti e di fare in modo che, 
quando verr il momento, a questo esecutore venga consegnata una copia del certificato di morte, 
senza il quale nessuno  autorizzato a chiudere un "account" o a far entrare un estraneo nel 
profilo dell'utente.
Consigli saggi ma difficili da attuare, ha commentato subito il pubblico. Anche perch la nostra 
vita digitale non  statica. Cambiano gli interessi, le tecnologie, le password. "L'americano medio 
ha 25 conti protetti da parole-chiave, otto dei quali vengono usati ogni giorno" dice la giurista 
della George Washington University, Naomi Kahn. In Inghilterra un testamento su dieci contiene 
tutte le "password" sensibili di chi lascia le sue volont. "Ma anche su questo bisogna stare 
attenti - aggiunge la Kahn - perch una volta scomparsi il testamento diventa un atto pubblico. Le 
chiavi d'accesso vanno protette in altro modo".
Conservare la memoria di una persona cara, poi, sta diventando sempre pi spesso anche una 
questione di tecnologia: le foto di molti di noi sono disperse tra schede delle fotocamere 
digitali, telefonini, iPad. Magari sono archiviate in un PC il cui "hard disk" si rompe 
all'improvviso. Vale per i comuni mortali come per chi lascia un grande patrimonio economico o 
intellettuale. Poco prima di morire, lo scrittore John Updike ha affidato 50 vecchi "floppy disk" 
pieni di scritti inediti alla Houghton Library di Harvard che, per, non trovando gli strumenti per 
leggere supporti magnetici ormai in disuso da decenni, si  limitata a tramandarli ai posteri, 
conservando i dischi in un ambiente controllato.
Quanto a Steve Jobs, scomparso nell'autunno scorso,  opinione diffusa che il fondatore della 
Apple, pur avendo sfornato per decenni straordinari strumenti elettronici, non si sia mai affidato 
pi di tanto ai supporti digitali. Il creatore dell'iPod amava ascoltare la musica dei dischi di 
vinile, si teneva alla larga da Facebook e dalle altre reti sociali e, prima di scomparire, ha 
sistemato con cura il suo patrimonio familiare e i programmi futuri della Apple. Lasciando tutto 
scritto, nero su bianco.
Massimo Gaggi
