rivista
Promuovere il cambiamento sociale per il superamento della disabilit
Presentazione della prima rivista italiana di  "Disability Studies "


Lorenza Vector su uici-promozione lavoro, 26\07\2011, h. 10.15.

copio/incollo il pezzo che ne tratta; all'interno c' anche il 
link al sito web della rivista, che comunque :
http://www.milieu.it/DisabilityStudiesItalyIT/ItalianJournalofDisabilityStudies/ItalianJournalofDisabilityStudies/Numero%201%20-%20marzo%202011.html
ecco l'articolo tratto, come sempre, da "Superando.it".
LV


  I Disability Studies vogliono trasformare la societ: ora c' la
  rivista italiana

(Intervista a Simona D'Alessio)

All'estero se ne parla gi da un po'. Nel mondo anglosassone addirittura 
da un bel po'. In Italia, invece, i "Disability Studies" non c'erano 
ancora, almeno non con una veste ufficiale. Organizzazioni come la FISH 
(Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) e DPI Italia 
(Disabled Peoples' International) si sono dedicate ad approfondirli, ma 
occorreva un manipolo di liberi ricercatori universitari per fondare, 
svincolati dal mondo accademico baronale, il primo gruppo di studio e la 
prima rivista tutta italiana che se ne occupa

Simona D'Alessio
Simona D'AlessioNel nostro Paese, organizzazioni come la FISH 
<http://www.fishonlus.it/  (Federazione Italiana per il Superamento 
dell'Handicap) e DPI <http://www.dpitalia.org  Italia (Disabled Peoples' 
International) dedicano gi da un po' parte della loro attivit ai 
cosiddetti */Disability Studies/*. Perch hanno capito che si tratta di 
*un'azione politica fondamentale*.
Anche il mondo accademico istituzionale negli ultimi anni ha iniziato ad 
avvicinarsi a questi argomenti - in modo ancora frammentato e quasi 
soltanto dal punto di vista dei diritti umani - e lo ha fatto chiedendo 
la collaborazione proprio alle suddette associazioni. Ma non era ancora 
successo che nascessero *un gruppo di studio e una rivista *a essi dedicata.
Ora, dallo scorso marzo, *c'* (per vederla, cliccare qui 
<http://www.milieu.it/DisabilityStudiesItalyIT/ItalianJournalofDisabilityStudies/ItalianJournalofDisabilityStudies/Numero%201%20-%20marzo%202011.html ) 
e la sua nascita  avvenuta nel modo pi interessante, perch non  
stata concepita negli ambienti "baronali" dei corridoi universitari, ma 
 scaturita *dall'ingegno di un gruppo di giovani ricercatori 
indipendenti*. Tra questi, di donne (per ora) ce n' soltanto una. Si 
chiama *Simona D'Alessio* e tra le sue doti utili al gruppo c' 
senz'altro quella di fare da collante e coordinare l'avanzamento della 
ricerca. La chiamavano "la mamma" prima ancora che mamma lo diventasse 
per davvero. La sua storia  quella di un'insegnante di sostegno che si 
 resa conto che la pratica si pu cambiare *solo dopo che si  cambiata 
la teoria*. Se si vuole che le cose vadano in un certo modo, insomma, 
occorre prima che le persone responsabili siano convinte che quello sia 
il modo in cui debbano andare. Allora Simona ha studiato e si  formata, 
fino a diventare una delle massime esperte italiane di questo settore 
innovativo.
Oggi insegna inglese part-time, fa la neomamma e collabora con 
l'European Agency <http://www.european-agency.org/  *for Development in 
Special Needs Education*. Quest'ultima - ci spieg -  un'organizzazione 
europea indipendente, finanziata sia dai Ministeri dell'Istruzione dei 
*ventisette Paesi membri*, europei o che gravitano attorno all'Unione 
Europea, sia dalla Commissione Europea. Quest'ultima sostiene l'Agenzia 
tramite il */Jean Monnet/*///Programme/ 
<http://ec.europa.eu/education/lifelong-learning-programme/doc88_en.htm , che 
fa parte del Programma /Lifelong Learning Programme /(LLP), lo stesso 
che finanzia ad esempio l'Erasmus, grazie a cui gli studenti 
universitari frequentano per un anno le universit straniere. /(Barbara 
Pianca)/

*Qual  il ruolo dell'Agenzia Europea per lo Sviluppo dei Bisogni 
Educativi Speciali?**
*Siamo una piattaforma internazionale di scambio che mette *in contatto 
i vari Paesi membri*,**per avviare confronti sulle politiche dedicate 
alle persone con disabilit nell'ambito dell'educazione. Io 
personalmente mi occupo di educazione inclusiva. Ma la rivista che ho 
fondato insieme agli altri non c'entra con l'Agenzia,  un'iniziativa 
del tutto indipendente.

*La rivista  la prima in Italia dedicata ai "Disability Studies". Cosa 
sono esattamente?**
*Sono una nuova materia interdisciplinare il cui obiettivo  studiare 
la disabilit da una nuova prospettiva e *non pi solo come fenomeno 
medico individuale*. Una materia interdisciplinare perch richiama 
studiosi ed esperti di /storia/, /diritto/, /educazione/, /scienze 
sociali/, /sociologia/, /psicologia /e /filosofia/,//che osservano la 
disabilit intendendola come *una costruzione sociale*.
Una persona vive uno stato di disabilit -  in un certo senso 
'"disabilitato" - perch la societ in cui  inserita ha degli elementi 
di inaccessibilit a vario livello che la opprimono e discriminano. La 
disabilit, insomma,  da intendersi pi che altro come *una forma di 
oppressione sociale *in cui le persone con disabilit sono *costrette a 
vivere a causa del modo in cui  strutturata la societ*.
Ogni studioso cerca nel proprio campo gli ostacoli specifici (povert, 
disoccupazione, politiche educative e sociali disabilitanti, barriere 
architettoniche, nella comunicazione e culturali e atteggiamenti 
sociali) ed esplora le proposte per superarli. Non interessa qui la 
condizione medica. Non interessa riabilitare o assistere. *Interessa 
trasformare*, pensare cio a una societ capace di rispondere alle 
esigenze di tutti, anche a quelle delle persone con disabilit.

*Avete dei riferimenti extranazionali?**
*Certo. Devono essere *extranazionali per forza *perch da noi manca 
una vera e propria tradizione di Disability Studies. Essi nascono a 
partire dagli anni Settanta in ambiente prevalentemente anglosassone: 
Nordeuropa, Inghilterra e Nordamerica. Siamo in contatto soprattutto con 
il movimento britannico, capitanato da *Mike Oliver* e *Len Barton*, che 
hanno teorizzato il modello sociale proposto dall'*UPIAS 
<http://www.leeds.ac.uk/disability-studies/archiveuk/UPIAS/UPIAS.pdf * 
(Union of the Physically Impaired Against Segregation).

*Qual  il ruolo politico dei Disability Studies?**
*Questa domanda  centrale perch i DisabilityStudies nascono con uno 
*scopo esplicitamente politico*, quello cio di promuovere il 
cambiamento sociale verso un mondo in cui le persone con disabilit 
partecipino attivamente alla progettazione collettiva. Vogliamo 
*liberare dall'oppressione chi la subisce*, identificando le barriere 
che lo opprimono e permettendo a chi  stato sempre escluso di 
recuperare un ruolo attivo nella vita sociale.
Angelo Marra
Angelo MarraLe persone con disabilit sono state lungamente escluse dai 
processi decisionali e ancora oggi l'inclusione  spesso pi che altro 
formale. Significa che alle persone con disabilit viene al massimo 
consentito di scegliere tra alcune variabili gi predisposte, ma 
difficilmente esse siedono al tavolo di discussione fin dall'inizio, 
quando le decisioni devono ancora venir prese. La nostra proposta  
invece quella di *capovolgerele relazioni di potere esistenti*, dove i 
professionisti della medicina, del welfare e non solo decidono senza 
consultare chi l'oppressione la vive sulla sua pelle. Questo implica 
investire la ricerca di un ruolo etico, vale a dire assumersi la portata 
sociale e politica della ricerca, intesa come potenziale sorgente di 
cambiamento e responsabilizzazione dei suoi partecipanti alla ricerca.

*La Convenzione ONU 
<http://www.superando.it/docs/Convenzione%20Definitiva.pdf  sui Diritti 
delle Persone con Disabilit ha contribuito a modificare la situazione 
nel senso auspicato dai Disability Studies?**
*Mi pare pi che altro a livello macro, per ora. Nel piccolo, nel 
concreto, i cambiamenti faticano a emergere. Per si tratta di uno 
stimolo fondamentale che mette in luce i princpi cui ogni Stato 
aderente cercher poi, a suo modo e a seconda dei suoi tempi, di 
conformarsi.

*Qual  il ruolo dell'Universit in tutto questo?**
*Il ruolo dell'Universit dovrebbe essere quello del cosiddetto 
/critical friend/, ossia di osservatore in grado di offrire una *critica 
costruttiva*,**necessaria alla trasformazione culturale e al 
miglioramento delle condizioni di vita delle persone con disabilit e 
non. In generale dovrebbe contribuire a creare una societ pi giusta e 
pi equa da cui tutti possiamo trarre beneficio.
Purtroppo oggi *le Universit non sempre sono un faro *per la guida 
verso il cambiamento, soprattutto in Italia, dove spesso si assiste a 
un'azione conservatrice (dal punto di vista culturale, ma non solo) 
delle relazioni di potere esistenti e quindi a un mantenimento dello 
status quo...  triste ma  cos. Sono per fiduciosa che qualcosa cambi 
nel prossimo futuro, sia grazie al lavoro che stanno facendo le 
organizzazioni delle persone con disabilit come la *FISH*, sia grazie a 
quello di studiosi di stampo internazionale i cui lavori cominciano ad 
entrare nelle nostre biblioteche. Di fatto, per, ad oggi manca ancora 
una sistematizzazione dei DisabilityStudies a livello accademico in 
Italia. A parte due eccezioni, non ho trovato finora *nessun Ateneo 
interessato *a muoversi in questo senso.

*Quali sono le due eccezioni?**
*L'Universit di *Bergamo*, grazie soprattutto al professor *Roberto 
Medeghini*, fondatore della rivista Milieu <http://www.milieu.it , 
dedicata alle culture dell'inclusione, e al professor *Walter Fornasa*, 
ai quali ci appoggiamo per il nostro progetto editoriale. Anche due dei 
fondatori della nostra rivista, *Giuseppe Vadal* ed *Enrico Valtellina* 
(ricercatore con sindrome di Asperger che per si dovrebbe spostare 
nell'Ateneo veneziano), sono ricercatori a Bergamo.
L'altra eccezione  l'Universit di *Reggio Calabria*, dove lavora 
*Angelo Marra*, ricercatore e attivista con disabilit, autore di uno 
dei primi testi italiani dedicati al tema della disabilit da un punto 
di vista giuridico. Marra, che  stato anche lui uno dei primi ideatori 
della nostra rivista,  il creatore di una mailing list nazionale 
chiamata /Disability Studies Italy/.

*Dove inserirebbe i Disability Studies nei percorsi di studio 
universitari?**
*All'interno dei corsi di sociologia dell'educazione, pedagogia 
speciale (che io non chiamerei "speciale" perch secondo me  un termine 
discriminante), scienze della formazione, medicina, filosofia e 
giurisprudenza.

Giuseppe Vadal
Giuseppe Vadal*Com' nata l'idea della rivista?**
*Nasce su iniziativa personale mia e di Giuseppe Vadal. Ci 
incontravamo ai convegni e confrontandoci abbiamo condiviso il desiderio 
di intervenire nella situazione attuale, modificandola. La nostra  
anche una scelta di rottura con il mondo accademico istituzionale che, 
come ho appena spiegato,  lento e conservatore.
Dopo aver parlato con Giuseppe, ho fatto una ricerca in internet per 
trovare altri ricercatori indipendenti nel nostro campo e cos ho 
conosciuto Marra, che si  aggiunto a noi due. Abbiamo cominciato nel 
2009 a scrivere i primi testi, a collaborare, a discutere. In un secondo 
momento ci hanno affiancato anche Valtellina e *Stefano Onnis*, 
etnoantropologo della Sapienza di Roma. Ci abbiamo messo due anni a 
realizzare il primo numero, che ha l'intento di *dare una voce al 
dibattito italiano*. Ora cercheremo di mantenere la cadenza semestrale. 
Stiamo lavorando al secondo numero, che vorremmo incentrare sulla 
*ricerca emancipativa*, ma il fatto  che facciamo tutto questo su base 
volontaria e quindi nei ritagli di tempo. Siamo liberi ricercatori che 
credono in questo progetto, ad oggi *del tutto privo di finanziamenti*.

*Ci pu presentare il primo numero?**
*Nel primo numero ci sono sette articoli (incluso l'editoriale), pi 
una traduzione ed una recensione.Vi ha anche collaborato *Giampiero 
Griffo* del direttivo della FISH. Non esiste un tema monografico per 
questo primo numero, ma poich i DisabilityStudies in Italia ancora non 
esistono in modo strutturato, abbiamo cercato di rendere forte la nostra 
voce, dichiarando che  arrivata l'ora di offrire loro *uno spazio di 
dialogo e di dibattito*.
Siamo in pochi e se non facciamo rete sar difficile contribuire alla 
nascita e diffusione di queste nuove teorie. La nostra  una voce 
alternativa, non per forza migliore o peggiore, ma decisamente diversa e 
nuova.

*Ma perch si  dovuto aspettare cos a lungo per avere una rivista 
italiana dedicata a questa materia, mentre altrove gli studi sono ormai 
strutturati da diversi anni?**
*Intendo scrivere un testo su questo argomento: secondo me -  una mia 
considerazione personale - in Italia l'influenza della Chiesa Cattolica 
e dei professionisti della medicina ha *rallentato i processi di 
emancipazione *delle persone con disabilit. Molte delle associazioni 
storiche, ad esempio quelle raccolte sotto il cappello della*FAND* 
(Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con 
Disabilit), erano associazioni /per le/ e non /delle/ persone con 
disabilit. Il loro scopo era soprattutto di solidariet e assistenza. 
Operavano per ottenere aiuti e finanziamenti.
La qualit innovativa della FISH (Federazione Italiana per il 
Superamento dell'Handicap) *sta proprio nel proporre la capacit di 
autorappresentarsi*. Ma la sua azione  ostacolata da forme diffuse di 
pensiero assistenzialistico di derivazione medica e, in secondo luogo, 
religiosa. La religione, spesso, spiega la disabilit come una "volont 
divina" cui non bisogna opporsi. Propone l'accettazione, che a livello 
sociale ha avuto *un effetto anestetizzante* perch ha impedito alle 
persone di credere nelle proprie potenzialit e nei propri sogni.
Non voglio esagerare, riconosco anche il ruolo positivo della Chiesa. 
Grazie infatti alla sua influenza, le persone con disabilit prima 
rinchiuse in casa sono state portate fuori e hanno ottenuto *una 
dignit*. Ma purtroppo proprio quello stesso approccio caritatevole ha 
poi bloccato il passo successivo, che  quello della rivendicazione 
sociale.

Ultimo aggiornamento (Monday 25 July 2011 09:20)

Fonte http://www.superando.it/index.php?option=content&task=view&id=7536


<P <HR </P Salve, copio/incollo il pezzo che ne tratta; all'interno c' anche il link al sito web della rivista, che comunque :
http://www.milieu.it/DisabilityStudiesItalyIT/ItalianJournalofDisabilityStudies/ItalianJournalofDisabilityStudies/Numero%201%20-%20marzo%202011.html
ecco l'articolo tratto, come sempre, da "Superando.it".
LV

I Disability Studies vogliono trasformare la societ: ora c' la rivista italiana 
(Intervista a Simona D'Alessio) 

All'estero se ne parla gi da un po'. Nel mondo anglosassone addirittura da un bel po'. In Italia, invece, i "Disability Studies" non c'erano ancora, almeno non con una veste ufficiale. Organizzazioni come la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) e DPI Italia (Disabled Peoples' International) si sono dedicate ad approfondirli, ma occorreva un manipolo di liberi ricercatori universitari per fondare, svincolati dal mondo accademico baronale, il primo gruppo di studio e la prima rivista tutta italiana che se ne occupa


Simona D'AlessioNel nostro Paese, organizzazioni come la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) e DPI Italia (Disabled Peoples' International) dedicano gi da un po' parte della loro attivit ai cosiddetti Disability Studies. Perch hanno capito che si tratta di un'azione politica fondamentale.
Anche il mondo accademico istituzionale negli ultimi anni ha iniziato ad avvicinarsi a questi argomenti - in modo ancora frammentato e quasi soltanto dal punto di vista dei diritti umani - e lo ha fatto chiedendo la collaborazione proprio alle suddette associazioni. Ma non era ancora successo che nascessero un gruppo di studio e una rivista a essi dedicata.
Ora, dallo scorso marzo, c' (per vederla, cliccare qui) e la sua nascita  avvenuta nel modo pi interessante, perch non  stata concepita negli ambienti "baronali" dei corridoi universitari, ma  scaturita dall'ingegno di un gruppo di giovani ricercatori indipendenti. Tra questi, di donne (per ora) ce n' soltanto una. Si chiama Simona D'Alessio e tra le sue doti utili al gruppo c' senz'altro quella di fare da collante e coordinare l'avanzamento della ricerca. La chiamavano "la mamma" prima ancora che mamma lo diventasse per davvero. La sua storia  quella di un'insegnante di sostegno che si  resa conto che la pratica si pu cambiare solo dopo che si  cambiata la teoria. Se si vuole che le cose vadano in un certo modo, insomma, occorre prima che le persone responsabili siano convinte che quello sia il modo in cui debbano andare. Allora Simona ha studiato e si  formata, fino a diventare una delle massime esperte italiane di questo settore innovativo.
Oggi insegna inglese part-time, fa la neomamma e collabora con l'European Agency for Development in Special Needs Education. Quest'ultima - ci spieg -  un'organizzazione europea indipendente, finanziata sia dai Ministeri dell'Istruzione dei ventisette Paesi membri, europei o che gravitano attorno all'Unione Europea, sia dalla Commissione Europea. Quest'ultima sostiene l'Agenzia tramite il Jean Monnet Programme, che fa parte del Programma Lifelong Learning Programme (LLP), lo stesso che finanzia ad esempio l'Erasmus, grazie a cui gli studenti universitari frequentano per un anno le universit straniere. (Barbara Pianca)

Qual  il ruolo dell'Agenzia Europea per lo Sviluppo dei Bisogni Educativi Speciali?
Siamo una piattaforma internazionale di scambio che mette in contatto i vari Paesi membri, per avviare confronti sulle politiche dedicate alle persone con disabilit nell'ambito dell'educazione. Io personalmente mi occupo di educazione inclusiva. Ma la rivista che ho fondato insieme agli altri non c'entra con l'Agenzia,  un'iniziativa del tutto indipendente.

La rivista  la prima in Italia dedicata ai "Disability Studies". Cosa sono esattamente?
Sono una nuova materia interdisciplinare il cui obiettivo  studiare la disabilit da una nuova prospettiva e non pi solo come fenomeno medico individuale. Una materia interdisciplinare perch richiama studiosi ed esperti di storia, diritto, educazione, scienze sociali, sociologia, psicologia e filosofia, che osservano la disabilit intendendola come una costruzione sociale.
Una persona vive uno stato di disabilit -  in un certo senso '"disabilitato" - perch la societ in cui  inserita ha degli elementi di inaccessibilit a vario livello che la opprimono e discriminano. La disabilit, insomma,  da intendersi pi che altro come una forma di oppressione sociale in cui le persone con disabilit sono costrette a vivere a causa del modo in cui  strutturata la societ.
Ogni studioso cerca nel proprio campo gli ostacoli specifici (povert, disoccupazione, politiche educative e sociali disabilitanti, barriere architettoniche, nella comunicazione e culturali e atteggiamenti sociali) ed esplora le proposte per superarli. Non interessa qui la condizione medica. Non interessa riabilitare o assistere. Interessa trasformare, pensare cio a una societ capace di rispondere alle esigenze di tutti, anche a quelle delle persone con disabilit.

Avete dei riferimenti extranazionali?
Certo. Devono essere extranazionali per forza perch da noi manca una vera e propria tradizione di Disability Studies. Essi nascono a partire dagli anni Settanta in ambiente prevalentemente anglosassone: Nordeuropa, Inghilterra e Nordamerica. Siamo in contatto soprattutto con il movimento britannico, capitanato da Mike Oliver e Len Barton, che hanno teorizzato il modello sociale proposto dall'UPIAS (Union of the Physically Impaired Against Segregation).

Qual  il ruolo politico dei Disability Studies?
Questa domanda  centrale perch i DisabilityStudies nascono con uno scopo esplicitamente politico, quello cio di promuovere il cambiamento sociale verso un mondo in cui le persone con disabilit partecipino attivamente alla progettazione collettiva. Vogliamo liberare dall'oppressione chi la subisce, identificando le barriere che lo opprimono e permettendo a chi  stato sempre escluso di recuperare un ruolo attivo nella vita sociale.

Angelo MarraLe persone con disabilit sono state lungamente escluse dai processi decisionali e ancora oggi l'inclusione  spesso pi che altro formale. Significa che alle persone con disabilit viene al massimo consentito di scegliere tra alcune variabili gi predisposte, ma difficilmente esse siedono al tavolo di discussione fin dall'inizio, quando le decisioni devono ancora venir prese. La nostra proposta  invece quella di capovolgerele relazioni di potere esistenti, dove i professionisti della medicina, del welfare e non solo decidono senza consultare chi l'oppressione la vive sulla sua pelle. Questo implica investire la ricerca di un ruolo etico, vale a dire assumersi la portata sociale e politica della ricerca, intesa come potenziale sorgente di cambiamento e responsabilizzazione dei suoi partecipanti alla ricerca.

La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilit ha contribuito a modificare la situazione nel senso auspicato dai Disability Studies?
Mi pare pi che altro a livello macro, per ora. Nel piccolo, nel concreto, i cambiamenti faticano a emergere. Per si tratta di uno stimolo fondamentale che mette in luce i princpi cui ogni Stato aderente cercher poi, a suo modo e a seconda dei suoi tempi, di conformarsi.

Qual  il ruolo dell'Universit in tutto questo?
Il ruolo dell'Universit dovrebbe essere quello del cosiddetto critical friend, ossia di osservatore in grado di offrire una critica costruttiva, necessaria alla trasformazione culturale e al miglioramento delle condizioni di vita delle persone con disabilit e non. In generale dovrebbe contribuire a creare una societ pi giusta e pi equa da cui tutti possiamo trarre beneficio.
Purtroppo oggi le Universit non sempre sono un faro per la guida verso il cambiamento, soprattutto in Italia, dove spesso si assiste a un'azione conservatrice (dal punto di vista culturale, ma non solo) delle relazioni di potere esistenti e quindi a un mantenimento dello status quo.  triste ma  cos. Sono per fiduciosa che qualcosa cambi nel prossimo futuro, sia grazie al lavoro che stanno facendo le organizzazioni delle persone con disabilit come la FISH, sia grazie a quello di studiosi di stampo internazionale i cui lavori cominciano ad entrare nelle nostre biblioteche. Di fatto, per, ad oggi manca ancora una sistematizzazione dei DisabilityStudies a livello accademico in Italia. A parte due eccezioni, non ho trovato finora nessun Ateneo interessato a muoversi in questo senso.

Quali sono le due eccezioni?
L'Universit di Bergamo, grazie soprattutto al professor Roberto Medeghini, fondatore della rivista Milieu, dedicata alle culture dell'inclusione, e al professor Walter Fornasa, ai quali ci appoggiamo per il nostro progetto editoriale. Anche due dei fondatori della nostra rivista, Giuseppe Vadal ed Enrico Valtellina (ricercatore con sindrome di Asperger che per si dovrebbe spostare nell'Ateneo veneziano), sono ricercatori a Bergamo.
L'altra eccezione  l'Universit di Reggio Calabria, dove lavora Angelo Marra, ricercatore e attivista con disabilit, autore di uno dei primi testi italiani dedicati al tema della disabilit da un punto di vista giuridico. Marra, che  stato anche lui uno dei primi ideatori della nostra rivista,  il creatore di una mailing list nazionale chiamata Disability Studies Italy.

Dove inserirebbe i Disability Studies nei percorsi di studio universitari?
All'interno dei corsi di sociologia dell'educazione, pedagogia speciale (che io non chiamerei "speciale" perch secondo me  un termine discriminante), scienze della formazione, medicina, filosofia e giurisprudenza.


Giuseppe VadalCom' nata l'idea della rivista?
Nasce su iniziativa personale mia e di Giuseppe Vadal. Ci incontravamo ai convegni e confrontandoci abbiamo condiviso il desiderio di intervenire nella situazione attuale, modificandola. La nostra  anche una scelta di rottura con il mondo accademico istituzionale che, come ho appena spiegato,  lento e conservatore.
Dopo aver parlato con Giuseppe, ho fatto una ricerca in internet per trovare altri ricercatori indipendenti nel nostro campo e cos ho conosciuto Marra, che si  aggiunto a noi due. Abbiamo cominciato nel 2009 a scrivere i primi testi, a collaborare, a discutere. In un secondo momento ci hanno affiancato anche Valtellina e Stefano Onnis, etnoantropologo della Sapienza di Roma. Ci abbiamo messo due anni a realizzare il primo numero, che ha l'intento di dare una voce al dibattito italiano. Ora cercheremo di mantenere la cadenza semestrale. Stiamo lavorando al secondo numero, che vorremmo incentrare sulla ricerca emancipativa, ma il fatto  che facciamo tutto questo su base volontaria e quindi nei ritagli di tempo. Siamo liberi ricercatori che credono in questo progetto, ad oggi del tutto privo di finanziamenti.

Ci pu presentare il primo numero?
Nel primo numero ci sono sette articoli (incluso l'editoriale), pi una traduzione ed una recensione.Vi ha anche collaborato Giampiero Griffo del direttivo della FISH. Non esiste un tema monografico per questo primo numero, ma poich i DisabilityStudies in Italia ancora non esistono in modo strutturato, abbiamo cercato di rendere forte la nostra voce, dichiarando che  arrivata l'ora di offrire loro uno spazio di dialogo e di dibattito.
Siamo in pochi e se non facciamo rete sar difficile contribuire alla nascita e diffusione di queste nuove teorie. La nostra  una voce alternativa, non per forza migliore o peggiore, ma decisamente diversa e nuova.

Ma perch si  dovuto aspettare cos a lungo per avere una rivista italiana dedicata a questa materia, mentre altrove gli studi sono ormai strutturati da diversi anni?
Intendo scrivere un testo su questo argomento: secondo me -  una mia considerazione personale - in Italia l'influenza della Chiesa Cattolica e dei professionisti della medicina ha rallentato i processi di emancipazione delle persone con disabilit. Molte delle associazioni storiche, ad esempio quelle raccolte sotto il cappello della FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilit), erano associazioni per le e non delle persone con disabilit. Il loro scopo era soprattutto di solidariet e assistenza. Operavano per ottenere aiuti e finanziamenti.
La qualit innovativa della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) sta proprio nel proporre la capacit di autorappresentarsi. Ma la sua azione  ostacolata da forme diffuse di pensiero assistenzialistico di derivazione medica e, in secondo luogo, religiosa. La religione, spesso, spiega la disabilit come una "volont divina" cui non bisogna opporsi. Propone l'accettazione, che a livello sociale ha avuto un effetto anestetizzante perch ha impedito alle persone di credere nelle proprie potenzialit e nei propri sogni.
Non voglio esagerare, riconosco anche il ruolo positivo della Chiesa. Grazie infatti alla sua influenza, le persone con disabilit prima rinchiuse in casa sono state portate fuori e hanno ottenuto una dignit. Ma purtroppo proprio quello stesso approccio caritatevole ha poi bloccato il passo successivo, che  quello della rivendicazione sociale.

Ultimo aggiornamento (Monday 25 July 2011 09:20)

Fonte http://www.superando.it/index.php?option=content&task=view&id=7536

