internet
Quello che internet ci nasconde.
Francesco La Mancusa su smanettando, 11\07\2011, h. 14.26.



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*Eli Pariser, The Observer, Gran Bretagna*

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/I motori di ricerca e i social network ci conoscono sempre meglio. 
Grazie alle tracce che lasciamo in rete, sanno cosa ci piace. E 
selezionano i risultati, scegliendo solo i pi adatti a noi. Ma in 
questo modo la nostra visione del mondo rischia di essere distorta/.

Poche persone hanno notato il post apparso sul blog ufficiale di Google 
il 4 dicembre 2009. Non cercava di attirare l'attenzione: nessuna 
dichiarazione sconvolgente n annunci roboanti da Silicon valley, solo 
pochi paragrafi infilati tra la lista delle parole pi cercate e un 
aggiornamento sul software finanziario di Google. Ma non  sfuggito a 
tutti. Il blogger Danny Sullivan analizza sempre con cura i post di 
Google per cercare di capire quali sono i prossimi progetti dell'azienda 
californiana, e lo ha trovato molto interessante. Pi tardi, quel 
giorno, ha scritto che si trattava del "pi grande cambiamento mai 
avvenuto nei motori di ricerca". Bastava il titolo per capirlo: 
"Ricerche personalizzate per tutti".

Oggi Google usa 57 indicatori -- dal luogo in cui siamo al browser che 
stiamo usando al tipo di ricerche che abbiamo fatto in precedenza -- per 
cercare di capire chi siamo e che genere di siti ci piacerebbe visitare. 
Anche quando non siamo collegati, continua a personalizzare i risultati 
e a mostrarci le pagine sulle quali probabilmente cliccheremo. Di solito 
si pensa che facendo una ricerca su Google tutti ottengano gli stessi 
risultati: quelli che secondo il famoso algoritmo dell'azienda, 
PageRank, hanno maggiore rilevanza in relazione ai termini cercati. Ma 
dal dicembre 2009 non  pi cos. Oggi vediamo i risultati che secondo 
PageRank sono pi adatti a noi, mentre altre persone vedono cose 
completamente diverse. In poche parole, Google non  pi uguale per tutti.

Accorgersi della differenza non  difficile. Nella primavera del 2010, 
mentre la piattaforma Deepwater Horizon vomitava petrolio nel golfo del 
Messico, ho chiesto a due mie amiche di fare la stessa ricerca su 
Google. Entrambe vivono nel nordest degli Stati Uniti e sono bianche, 
colte e di sinistra: insomma, due persone abbastanza simili. Entrambe 
hanno cercato "Bp". Ma hanno ottenuto risultati molto diversi. Una ha 
trovato informazioni sugli investimenti legati alla Bp. L'altra le 
notizie. In un caso, la prima pagina dei risultati di Google conteneva i 
link sull'incidente nel golfo, nell'altro non c'era niente del genere, 
solo una pubblicit della compagnia petrolifera. Perfino il numero dei 
risultati era diverso: 180 milioni per una e 139 milioni per l'altra. Se 
le differenze tra due donne di sinistra della costa est erano cos 
grandi, immaginate quanto possono esserlo, per esempio, rispetto a 
quelle di un vecchio repubblicano del Texas o di un uomo d'affari 
giapponese.

Ora che Google  personalizzato, la ricerca di "cellule staminali" 
probabilmente d risultati diametralmente opposti agli scienziati che 
sono favorevoli alla ricerca sulle staminali e a quelli che sono 
contrari. Scrivendo "prove del cambiamento climatico" un ambientalista e 
il dirigente di una compagnia petrolifera troveranno risposte 
contrastanti. La maggioranza di noi crede che i motori di ricerca siano 
neutrali. Ma probabilmente lo pensiamo perch sono impostati in modo da 
assecondare le nostre idee. Lo schermo del computer rispetta sempre pi 
i nostri interessi mentre gli analisti degli algoritmi osservano tutto 
quello che clicchiamo. L'annuncio di Google ha segnato il punto di 
svolta di una rivoluzione importante ma quasi invisibile del nostro modo 
di consumare le informazioni. Potremmo dire che il 4 dicembre 2009  
cominciata l'era della personalizzazione.

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*Dimmi cosa voglio *
Il mondo digitale sta cambiando, discretamente e senza fare troppo 
chiasso. Quello che un tempo era un mezzo anonimo in cui tutti potevano 
essere chiunque -- in cui nessuno sa che sei un cane, come diceva una 
famosa vignetta del New Yorker -- ora  un modo per raccogliere e 
analizzare i nostri dati personali. Secondo uno studio del Wall Street 
Journal, i cinquanta siti pi popolari del mondo, dalla Cnn a Yahoo! a 
Msn, installano in media 64 cookie e beacon carichi di dati su di noi. 
Se cerchiamo una parola come "depressione" su un dizionario online, il 
sito installa nel nostro computer fino a 223 cookie e beacon che 
permettono ad altri siti di inviarci pubblicit di antidepressivi. Se 
facciamo una ricerca sulla possibilit che nostra moglie ci tradisca, 
saremo tempestati di annunci sui test del dna per accertare la paternit 
dei figli. Oggi la rete non solo sa che sei un cane, ma anche di che 
razza sei, e vuole venderti una ciotola di cibo.

La gara per sapere il pi possibile su di noi  ormai al centro della 
battaglia del secolo tra colossi come Google, Facebook, Apple e 
Microsoft. Come mi ha spiegato Chris Palmer dell'Electronic frontier 
foundation, "il servizio sembra gratuito, ma lo paghiamo con le 
informazioni su di noi. Informazioni che Google e Facebook sono pronti a 
trasformare in denaro". Anche se sono strumenti utili e gratuiti, Gmail 
e Facebook sono anche efficienti e voracissime macchine per estrarre 
informazioni, in cui noi riversiamo i dettagli pi intimi della nostra 
vita. Il nostro iPhone sa esattamente dove andiamo, chi chiamiamo, cosa 
leggiamo. Con il suo microfono incorporato, il giroscopio e il gps,  in 
grado di capire se stiamo camminando, siamo in macchina o a una festa.

Anche se (finora) Google ha promesso di non divulgare i nostri dati 
personali, altri siti e applicazioni molto popolari non garantiscono 
nulla del genere. Dietro le pagine che visitiamo, si annida un enorme 
mercato di informazioni su quello che facciamo online. Lo controllano 
societ per la raccolta dei dati poco conosciute ma molto redditizie, 
come BlueKai e Acxiom. La sola Acxiom ha accumulato una media di 1.500 
informazioni -- dalla capacit di credito ai farmaci comprati online -- 
su ogni persona nel suo database, che comprende il 96 per cento degli 
americani. E qualsiasi sito web, non solo Google e Facebook, ora pu 
partecipare al banchetto.

Secondo i piazzisti del "mercato dei comportamenti", ogni clic  una 
merce e ogni movimento del nostro mouse pu essere venduto, in pochi 
microsecondi, al miglior offerente. Come strategia di mercato, la 
formula dei colossi di internet  semplice: pi informazioni personali 
sono in grado di offrire, pi spazi pubblicitari possono vendere, e pi 
probabilit ci sono che compriamo i prodotti che ci vengono mostrati.  
una formula che funziona. Amazon vende miliardi di dollari di merce 
provando a prevedere quello che pu interessare a ogni consumatore e 
mettendo i risultati in evidenza nel suo negozio virtuale. Pi del 60 
per cento dei film scaricati o dei dvd affittati su Netflix dipende 
dalle ipotesi che il sito fa sulle preferenze di ciascun cliente.

Secondo la direttrice operativa di Facebook, Sheryl Sandberg, nel giro 
di tre, al massimo cinque anni l'idea di un sito non personalizzato 
sembrer assurda. Uno dei vicepresidenti di Yahoo!, Tapan Bhat,  
d'accordo: "Il futuro del web  la personalizzazione. Ormai il web parla 
con 'me'. La rete deve essere intelligente e fatta su misura per ogni 
utente". L'ex amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, dichiara 
con entusiasmo: "Il prodotto che ho sempre voluto creare"  un codice 
che "indovina quello che sto per scrivere". Google instant, che anticipa 
quello che vogliamo cercare mentre scriviamo,  uscito nell'autunno del 
2010, ed  solo l'inizio. Secondo Schmidt gli utenti vogliono che Google 
"dica cosa devono fare dopo".

Se fosse solo un modo per vendere pubblicit mirata, non sarebbe tanto 
grave. Ma la personalizzazione non condiziona solo quello che compriamo. 
Per una percentuale sempre maggiore di utenti, i siti di notizie 
personalizzate come Facebook stanno diventando fonti di informazione 
fondamentali: il 36 per cento degli americani sotto i trent'anni legge 
le notizie sui social network. Come dice il suo fondatore, Mark 
Zuckerberg, Facebook  forse la pi grande fonte di notizie del mondo 
(almeno per quanto riguarda una certa idea di "notizie"). Ma la 
personalizzazione non sta condizionando il flusso delle informazioni 
solo su Facebook: ormai servizi come Yahoo News e News.me, lanciato dal 
New York Times, adattano i titoli ai nostri particolari interessi e 
desideri.

La personalizzazione interviene anche nella scelta dei video che 
guardiamo su YouTube e sui blog. Influisce sulle email che riceviamo, 
sui potenziali partner che incontriamo su OkCupid, e sui ristoranti che 
ci consiglia Yelp: la personalizzazione pu stabilire non solo con chi 
usciamo, ma anche dove andiamo e di cosa parleremo. Gli algoritmi che 
gestiscono le pubblicit mirate stanno cominciando a gestire la nostra 
vita. Come ha spiegato Eric Schmidt, "sar molto difficile guardare o 
comprare qualcosa che in un certo senso non sia stato creato su misura 
per noi".

Il codice della nuova rete  piuttosto semplice. I filtri di nuova 
generazione guardano le cose che ci piacciano -- basandosi su quello che 
abbiamo fatto o che piace alle persone simili a noi -- e poi estrapolano 
le informazioni. Sono in grado di fare previsioni, di creare e raffinare 
continuamente una teoria su chi siamo, cosa faremo e cosa vorremo. 
Insieme, filtrano un universo di informazioni specifico per ciascuno di 
noi, una "bolla dei filtri", che altera il modo in cui entriamo in 
contatto con le idee e le informazioni. In un modo o nell'altro tutti 
abbiamo sempre scelto cose che ci interessano e ignorato quasi tutto il 
resto. Ma la bolla dei filtri introduce tre nuove dinamiche.

Prima di tutto, al suo interno siamo soli. Un canale via cavo dedicato a 
chi ha un interesse specifico (per esempio il golf), ha altri 
telespettatori che hanno qualcosa in comune tra loro. Nella bolla invece 
siamo soli. In un'epoca in cui le informazioni condivise sono alla base 
di esperienze condivise, la bolla dei filtri  una forza centrifuga che 
ci divide. In secondo luogo, la bolla  invisibile. La maggior parte 
delle persone che consultano fonti di notizie di destra o di sinistra sa 
che quelle informazioni si rivolgono a chi ha un particolare 
orientamento politico. Ma Google non  cos trasparente. Non ci dice chi 
pensa che siamo o perch ci mostra i risultati che vediamo.

Non sappiamo se sta facendo ipotesi giuste o sbagliate su di noi, non 
sappiamo neanche se le sta facendo. La mia amica che cercava notizie 
sulla Bp non ha idea del perch abbia trovato informazioni sugli 
investimenti, non  un'agente di borsa. Dato che non abbiamo scelto i 
criteri con cui i siti filtrano le informazioni in entrata e in uscita, 
 facile immaginare che quelle che ci arrivano attraverso la bolla siano 
obiettive e neutrali. Ma non  cos. In realt, dall'interno della bolla 
 quasi impossibile accorgersi di quanto quelle informazioni siano 
mirate. Non decidiamo noi quello che ci arriva. E, soprattutto, non 
vediamo quello che esce.

Infine, non scegliamo noi di entrare nella bolla. Quando guardiamo Fox 
News o leggiamo The New Statesman, abbiamo gi deciso che filtro usare 
per interpretare il mondo.  un processo attivo, e come se inforcassimo 
volontariamente un paio di lenti colorate, sappiamo benissimo che le 
opinioni dei giornalisti condizionano la nostra percezione del mondo. Ma 
nel caso dei filtri personalizzati non facciamo lo stesso tipo di 
scelta. Sono loro a venire da noi, e dato che si arricchiscono, sar 
sempre pi difficile sfuggirgli.

*La fine dello spazio pubblico *
La personalizzazione si basa su un accordo economico. In cambio del 
servizio che offrono i filtri, regaliamo alle grandi aziende un'enorme 
quantit di dati sulla nostra vita privata. E queste aziende diventano 
ogni giorno pi brave a usarli per prendere decisioni. Ma non abbiamo 
nessuna garanzia che li trattino con cura, e quando sulla base di questi 
dati vengono prese decisioni che influiscono negativamente su di noi, di 
solito nessuno ce lo dice. La bolla dei filtri pu influire sulla nostra 
capacit di scegliere come vogliamo vivere. Secondo Yochai Benkler, 
professore di legge ad Harvard e studioso della nuova economia della 
rete, per essere artefici della nostra vita dobbiamo essere consapevoli 
di una serie di modi di vivere alternativi.

Quando entriamo in una bolla dei filtri, permettiamo alle aziende che la 
costruiscono di scegliere quali alternative possiamo prendere in 
considerazione. Ci illudiamo di essere padroni del nostro destino, ma la 
personalizzazione pu produrre una sorta di determinismo 
dell'informazione, in cui quello che abbiamo cliccato in passato 
determina quello che vedremo in futuro, una storia destinata a ripetersi 
all'infinito. Rischiamo di restare bloccati in una versione statica e 
sempre pi ridotta di noi stessi, una specie di circolo vizioso. Ci sono 
anche conseguenze pi ampie. Nel suo /Capitale sociale e individualismo. 
<http://www.amazon.it/gp/product/8815101268/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&tag=internazional-21&linkCode=as2&camp=3370&creative=24114&creativeASIN=8815101268 //Descrizione: 
http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=&l=as2&o=29&a=8815101268/, il libro 
sul declino del senso civico in America, Robert Putnam affronta il 
problema dell'assottigliamento del "capitale sociale", cio di quei 
legami di fiducia e lealt reciproca che spingono le persone a 
scambiarsi favori e a collaborare per risolvere problemi comuni.

Putnam individua due tipi di capitale sociale: "Lo spirito di gruppo", 
che per esempio si crea tra gli ex studenti della stessa universit, e 
il "senso della comunit", che per esempio si crea quando persone 
diverse si incontrano in un'assemblea pubblica. Questo secondo tipo di 
capitale  molto potente: se lo accumuliamo, abbiamo pi probabilit di 
trovare un posto di lavoro o qualcuno disposto a investire nella nostra 
impresa, perch ci consente di attingere a tante reti diverse.

Tutti si aspettavano che internet sarebbe stata una grande fonte di 
capitale del secondo tipo. Al culmine della bolla tecnologica di dieci 
anni fa, Thomas L. Friedman scriveva che internet ci avrebbe resi "tutti 
vicini di casa". Questa idea era alla base del suo libro /Le radici del 
futuro 
<http://www.amazon.it/gp/product/8804481862/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&tag=internazional-21&linkCode=as2&camp=3370&creative=24114&creativeASIN=8804481862 //Descrizione: 
http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=&l=as2&o=29&a=8804481862/: "Internet 
diventer una grande morsa che prender il sistema della globalizzazione 
e continuer a stringerlo intorno a tutti fino a rendere il mondo ogni 
giorno pi piccolo e veloce".

Friedman aveva in mente una sorta di villaggio globale in cui i bambini 
africani e i dirigenti d'azienda di New York avrebbero formato un'unica 
comunit. Ma non  quello che sta succedendo. I nostri vicini virtuali 
somigliano sempre pi a quelli reali, e i nostri vicini reali somigliano 
sempre pi a noi. Abbiamo sempre pi "spirito di gruppo" ma pochissimo 
"senso della comunit". E questo  importante perch dal senso della 
comunit nasce la nostra idea di uno "spazio pubblico" in cui cerchiamo 
di risolvere i problemi che vanno oltre i nostri interessi personali. Di 
solito tendiamo a reagire a una gamma di stimoli molto limitata: 
leggiamo per prima una notizia che riguarda il sesso, il potere, la 
violenza, una persona famosa, oppure che ci fa ridere. Questo  il tipo 
di contenuti che entra pi facilmente nella bolla dei filtri.  facile 
cliccare su "mi piace" e aumentare la visibilit del post di un amico 
che ha partecipato a una maratona o di una ricetta della zuppa di cipolle.

 molto pi difficile cliccare "mi piace" su un articolo intitolato "In 
Darfur  stato il mese pi sanguinoso degli ultimi due anni". In un 
mondo personalizzato, ci sono poche probabilit che questioni 
importanti, ma complesse o sgradevoli, arrivino alla nostra attenzione. 
Tutto questo non  particolarmente preoccupante se le informazioni che 
entrano ed escono nel nostro universo personale riguardano solo prodotti 
di consumo. Ma quando la personalizzazione riguarda anche i nostri 
pensieri, oltre che i nostri acquisti, nascono altri problemi. La 
democrazia dipende dalla capacit dei cittadini di confrontarsi con 
punti di vista diversi. Quando ci offre solo informazioni che riflettono 
le nostre opinioni, internet limita questo confronto. Anche se a volte 
ci fa comodo vedere quello che vogliamo, in altri momenti  importante 
che non sia cos.

Come i vecchi guardiani delle porte della citt, i tecnici che scrivono 
i nuovi codici hanno l'enorme potere di determinare quello che sappiamo 
del mondo. Ma diversamente da quei guardiani, quelli di oggi non si 
sentono i difensori del bene pubblico. Non esiste l'algoritmo dell'etica 
giornalistica. Una volta Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, ha 
detto ai suoi colleghi che per un utente "uno scoiattolo che muore nel 
suo giardino pu essere pi rilevante di tutte le persone che muoiono in 
Africa". Su Facebook la "rilevanza"  praticamente l'unico criterio che 
determina quello che vedono gli utenti. Concentrarsi sulle notizie pi 
rilevanti sul piano personale, come lo scoiattolo che muore,  una 
grande strategia di mercato. Ma ci lascia vedere solo il nostro giardino 
e non le persone che altrove soffrono, muoiono o lottano per la libert.

Non  possibile tornare al vecchio sistema dei guardiani, e non sarebbe 
neanche giusto. Ma se adesso sono gli algoritmi a prendere le decisioni 
e a stabilire quello che vediamo, dobbiamo essere sicuri che le 
variabili di cui tengono conto vadano oltre la stretta "rilevanza" 
personale. Devono farci vedere l'Afghanistan e la Libia, non solo Apple 
e il nostro cantante preferito. Come consumatori, non  difficile 
stabilire quello che per noi  irrilevante o poco interessante. Ma 
quello che va bene per un consumatore non va bene necessariamente anche 
per un cittadino. Non  detto che quello che apparentemente mi piace sia 
quello che voglio veramente, e tantomeno che sia quello che devo sapere 
per essere un cittadino informato di una comunit o di un paese. " 
nostro dovere di cittadini essere informati anche su cose che sembrano 
essere al di fuori dei nostri interessi", mi ha detto l'esperto di 
tecnologia Clive Thompson. Il critico Lee Siegel la mette in un altro 
modo: "I clienti hanno sempre ragione, le persone no".

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*Lobotomia globale *
L'era della personalizzazione sta ribaltando tutte le nostre previsioni 
su internet. I creatori della rete avevano immaginato qualcosa di pi 
grande e di pi importante di un sistema globale per condividere le foto 
del nostro gatto. Il manifesto dell'Electronic frontier foundation 
all'inizio degli anni novanta parlava di una "civilt della mente nel 
ciberspazio", una sorta di metacervello globale. Ma i filtri 
personalizzati troncano le sinapsi di quel cervello. Senza saperlo, ci 
stiamo facendo una lobotomia globale.

I primi entusiasti di internet, come il creatore del web Tim 
Berners-Lee, speravano che la rete sarebbe stata una nuova piattaforma 
da cui affrontare insieme i problemi del mondo. Io penso che possa 
ancora esserlo, ma prima dobbiamo guardare dietro le quinte, capire 
quali forze stanno spingendo nella direzione attuale. Dobbiamo 
smascherare il codice e i suoi creatori, quelli che ci hanno dato la 
personalizzazione.

Se "il codice  legge", come ha dichiarato il fondatore di Creative 
commons Larry Lessig,  importante capire quello che stanno cercando di 
fare i nuovi legislatori. Dobbiamo sapere in cosa credono i 
programmatori di Google e Facebook. Dobbiamo capire quali forze 
economiche e sociali sono dietro alla personalizzazione, che in parte 
sono inevitabili e in parte no. E dobbiamo capire cosa significa tutto 
questo per la politica, la cultura e il nostro futuro. Le aziende che 
usano gli algoritmi devono assumersi questa responsabilit. Devono 
lasciarci il controllo di quello che vediamo, dicendoci chiaramente 
quando stanno personalizzando e permettendoci di modificare i nostri 
filtri. Ma anche noi cittadini dobbiamo fare la nostra parte, imparare a 
"conoscere i filtri" per usarli bene e chiedere contenuti che allarghino 
i nostri orizzonti anche quando sono sgradevoli.  nel nostro interesse 
collettivo assicurarci che internet esprima tutto il suo potenziale di 
mezzo di connessione rivoluzionario. Ma non potr farlo se resteremo 
chiusi nel nostro mondo online personalizzato.

//

/Traduzione di Bruna Tortorella/

//

/Internazionale numero 904 <http://www.internazionale.it/sommario/904  , 
1 luglio 2011 /

*//*

*/Eli Pariser/*/ nato nel 1980 a Lincolnville, nel Maine.  stato il 
direttore di MoveOn.org <http://front.moveon.org/ , che raggruppa i 
movimenti e la base della sinistra statunitense, e tra i fondatori di 
Avaaz, un'organizzazione che sostiene campagne per l'ambiente e la 
democrazia in tutto il mondo. Nel febbraio del 2011 ha tenuto una Ted 
conference sulle bolle dei filtri 
<http://www.internazionale.it/quello-che-internet-ci-nasconde/ , 
l'argomento del suo libro /The filter bubble 
<http://www.amazon.it/gp/product/1594203008/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&tag=internazional-21&linkCode=as2&camp=3370&creative=24114&creativeASIN=1594203008 Descrizione: 
http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=&l=as2&o=29&a=1594203008.

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http://www.internazionale.it/news/internet/2011/07/06/quello-che-internet-ci-nasconde-2/ 
<http://www.internazionale.it/news/internet/2011/07/06/quello-che-internet-ci-nasconde-2/ 
