albori
C'era una volta un cinesino di nome Mario.
testo proposto da Francesco Melis su smanettando, 02\01\2011, h. 00.27.


Riporto un testo interessante sullo sviluppo dell'informatica in Italia 
agli albori fra gli anni '50 e '60.

Storia di Mario Tchou, figlio di un ex ambasciatore cinese, artefice di 
una rivoluzione poco conosciuta.
Mario Tchou in una fredda mattinata di novembre percorreva la 
Torino-Milano col suo autista. Tutt'e due erano giovani e tutt'e due 
andavano incontro al loro fatidico destino. Di l a poco, un incidente 
li avrebbe travolti, facendo dei loro corpi scempio.
Mario aveva 37 anni e dirigeva il Laboratorio di Ricerche Elettroniche 
della Olivetti, a Borgolombardo, in prossimit di Milano. Correva l'anno 
1961.
Figlio di un diplomatico, ex ambasciatore della Cina imperiale presso il 
Vaticano, intraprese gli studi in Italia, per laurearsi negli Stati 
Uniti al Polytechnic Brooklyn. All'et di 28 anni fu chiamato ad 
insegnare alla Columbia University di New York.
La sua conoscenza dei calcolatori elettronici(in quei tempi c'erano 
pochi specialisti in quel campo) lo fece appetibile agli occhi di 
Adriano Olivetti, imprenditore, il quale lo incontr per un colloquio. 
Vuoi che Mario fosse nato a Roma, vuoi che fosse attratto dal progetto 
che il carismatico Adriano aveva in mente, accett e torn in Italia nel 
1955.
Qui, in un'atmosfera pionieristica, con grande originalit convoc un 
gruppo di giovani (perch Le cose nuove si fanno solo con i giovani. 
Solo i giovani ci si buttano dentro con entusiasmo, e collaborano in 
armonia senza personalismi e senza gli ostacoli derivanti da una 
mentalit consuetudinaria.) fisici, matematici, ingegneri.
Uno di questi giovani  Renato Betti, attuale professore ordinario di 
geometria al Politecnico di Milano:
Ricordo il colloquio/selezione che mi fece, direi nel luglio del 1960, 
nella sede milanese dellOlivetti (che allora era in via Clerici). 
Ricordo lambiente, la persona, ma non i particolari. Una stanza in 
penombra e la sua estrema gentilezza, la mia impressione che non gli 
interessasse affatto quello che avevo imparato e che sapevo, ma quello 
che potevo imparare a fare. Lo stupore di un colloquio cos lungo, ma 
non pesante.
Ricordo qualche domanda: lei ha nel cavo della mano dieci sferette di 
acciaio, di quelle che si usano nei cuscinetti, ciascuna del diametro di 
un millimetro. Quanto pesano in tutto? Una valutazione senza fare conti. 
Credo di avere sbagliato clamorosamente, provate ora voi a rispondere 
distinto, ma, un attimo dopo la risposta, di avere impostato cos 
velocemente il conto, volume della sfera, peso specifico eccetera, ecc. 
da riuscire a correggere al volo la mia valutazione "spontanea". E lui, 
lorientale, sorrideva.
Di altre cose mi faceva discutere, piuttosto che imbarazzarmi con 
domande. Mi spieg le classi di resti e mi chiese di fare qualche conto 
modulo n; mi spieg il calcolo binario e mi chiese di rappresentare 
qualche numero. Non gli interessava proprio niente di quello che sapevo 
gi. E di fatto, come scoprii in seguito, le persone che superavano la 
prova e con le quali ebbi contatto al Laboratorio erano tutte in qualche 
modo originali, direi speciali, se non ci fossi anchio. Fra laltro, 
non importava per niente che non avessero seguito un corso ufficiale di 
studio, oppure che lavessero interrotto per qualche motivo.
L'originalit di Mario, oltre alle sue capacit organizzative, lo 
risalt agli occhi del fratello di Adriano Olivetti: Roberto. I due 
strinsero una profonda amicizia e idee vivaci che portarono a convincere 
Adriano a trasferire la sede Barbaricina vicino Pisa, dove furono 
sfornati l'Elea 9001, l'Elea 9002 e il pi innovativo Elea 9003, 
costruito puntando sui transistor invece che sulle valvole, a 
Borgolombardo, periferia di Milano.
La sede del nuovo laboratorio avrebbe dovuto essere costruita sul 
progetto del grande Charles Edouard Jeanneret, alias Le Corbusier. Ma 
non fu mai costruito.
La fama del Laboratorio, arriv all'apice quando vennero prodotti 
quaranta esemplari di Elea, acquistati successivamente da Monte dei 
Paschi, Cogne, Fiat. Alla presentazione del calcolatore a Milano, il 9 
novembre, venne addirittura il presidente della Repubblica Giovanni 
Gronchi, quest'ultimo noto ai collezionisti filatelici per il 
francobollo raro che porta il suo nome: il Gronchi rosa.
A questa ascesa, corrispose, per controversie stroncanti, una ripida 
discesa per ovvie ragioni: per un progetto simile, ci volevano ingenti 
investimenti, cosa che un'azienda privata difficilmente poteva 
sostenere, senza l'aiuto statale, per lungo tempo.
Suonavano come parole profetiche quelle di Mario Tchou: Attualmente 
possiamo considerarci allo stesso livello (dei concorrenti) dal punto di 
vista qualitativo. Gli altri per ricevono aiuti enormi dallo Stato. Gli 
Stati Uniti stanziano somme ingenti per le ricerche elettroniche, 
specialmente a scopi militari. Anche la Gran Bretagna spende milioni di 
sterline. Lo sforzo della Olivetti  molto notevole, ma gli altri hanno 
un futuro pi sicuro del nostro, essendo aiutati dallo Stato.
Infatti accedde l'inevitabile: nel 1960 muore Adriano Olivetti, seguito 
a un anno di distanza da Mario Tchou, in un misterioso incidente 
stradale. Persi i due punti di riferimento principali, la Divisione 
Elettronica della Olivetti, and allo sbando, nonostante l'impegno di 
Roberto Olivetti nel cercare di salvare il salvabile.
Negli anni successivi, a causa di difficili situazioni finanziarie, 
inevitabilmente la Divisione Elettronica venne ceduta alla General 
Elettric, senza nessuna opposizione dello Stato italiano.
Fu una grande occasione persa dall'Italia per essere all'avanguardia nel 
campo dei calcolatori. E chiss come sarebbe andata la storia con i 
"se". Forse la Silicon Valley si sarebbe chiamata Valle del Silicio? E 
new economy, nuova economia?
E ci immaginiamo Mario Tchou, uno dei pionieri e uno dei primi della 
seconda generazione che ci sorride da qualche parte dell'aldil, con 
l'aria da sapiente cinese.
