    Virgilio.
    ENEIDE.

    INDICE.

    Libro primo.
    Libro secondo.
    Libro terzo.
    Libro quarto.
    Libro quinto.
    Libro sesto.
    Libro settimo.
    Libro ottavo.
    Libro nono.
    Libro decimo.
    Libro undicesimo.
    Libro dodicesimo.

    LIBRO PRIMO.

    Canto le armi e l'uomo che per primo dalle terre di Troia
    raggiunse esule l'Italia per volere del fato e le sponde
    lavinie, molto per forza di dei travagliato in terra
    e in mare, e per la memore ira della crudele Giunone,
    e molto avendo sofferto in guerra, pur di fondare
    la citt, e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la stirpe
    latina, e i padri albani e le mura dell'alta Roma.
    O Musa, dimmi le cause, per quali offese al suo nume,
    di cosa dolendosi, la regina degli dei costrinse un uomo
    insigne per piet a trascorrere tante sventure, ad imbattersi
    in tanti travagli? Tali nell'animo dei celesti le ire?
    Citt antica fu, la tennero coloni tirii,
    Cartagine, lontano di fronte all'Italia e alla foce
    del Tevere, ricca di mezzi, fortissima di ardore guerriero
    che, sola, si dice Giunone prediligesse fra tutte
    le terre, trascurata Samo; qui le sue armi,
    qui il suo carro; che questa regni sui popoli,
    se i fati permettano, la dea fin d'allora si prefigge e medita.
    Tuttavia sapeva che sarebbe discesa da sangue troiano
    una stirpe che un giorno abbatterebbe le rocche tirie;
    di qui un popolo largamente sovrano e superbo in guerra
    verrebbe a rovina della Libia: cos filavano le Parche.
    Temendo ci la Saturnia, e memore della passata guerra
    che aveva fatto per prima a Troia in favore della diletta
    Argo - infatti non le erano ancora cadute dall'animo
    le cause dell'ira e i crudeli dolori: rimane serrato
    nel profondo  del  cuore  il  giudizio  di  Paride  e  l'offesa  della
    spregiata
    bellezza, e l'invisa stirpe, e gli onori a Ganimede rapito -,
    adirata di queste cose teneva lontani dal Lazio,
    travagliati per tutta la distesa delle acque, i Troiani, relitti
    dei Danai e del feroce Achille; e gi da molti anni
    erravano, spinti dai fati, intorno a tutti i mari.
    Tanto costava fondare la gente romana.
    Appena fuori di vista dalla sicuia terra, al largo
    veleggiavano lieti, e col bronzo fendevano la schiuma dei flutti,
    quando Giunone, serbando in cuore l'eterna ferita,
    disse tra s: aIo vinta desistere dall'impresa,
    e non poter sviare dall'Italia il re dei Teucri?
    Certo me lo vietano i fati. Pllade ha potuto
    bruciare la flotta degli Argivi e sommergerli nel fondo,
    per la colpa e la furia del solo Aiace d'Oileo?
    Saettata dalle nubi una rapida folgore di Giove,
    ella distrusse le navi e sconvolse i flutti coi venti,
    e lui che spirava fiamme dal petto trafitto
    afferr in un turbine e confisse su un acuto scoglio;
    ma io, che incedo regina degli dei, e sorella
    e sposa di Giove, conduco per tanti anni
    guerra con un popolo solo. Qualcuno venererebbe ancora
    il nume di Giunone, o supplice porrebbe offerte sulle are?.
    Cos meditando tra s la dea con il cuore ardente
    venne nella patria dei nembi, nei luoghi pregni di austri
    furenti, l'isola eolia. Qui in un vasto antro
    il re Eolo costringe ai suoi ordini i venti
    ribelli e le tempeste sonore, e in carcere e in ceppi li frena.
    Quelli fremono rabbiosi con grande strepito intorno
    alla chiostra del monte; Eolo siede sull'alta
    rocca, tenendo lo scettro, e placa gli animi e tempera
    le ire; se non lo facesse, porterebbero rapidi con s
    e certo trascinerebbero in aria i mari e le terre e il cielo
    profondo. Ma il padre onnipotente, temendo ci, li rinchiuse
    in buie caverne, e sovrappose un massiccio di alti
    monti, e diede un re, il quale con fermo patto
    sapesse, a un comando, tendere o allentare le briglie.
    Allora Giunone supplice gli rivolse queste parole:
    Eolo, poich il padre degli dei e re degli uomini
    ti assegn di placare i flutti o di alzarli col vento,
    una gente a me ostile naviga il mare Tirreno,
    portando Ilio in Italia e i vinti Penati:
    infondi violenza ai venti e subissa e travolgi le navi,
    o incalzali, disperdili, e dissemina i corpi nel mare
    Ho sette e sette Ninfe dal bellissimo corpo,
    delle quali la pi bella di tutte d'aspetto, Deiopea,
    ti unir in stabile connubio e la consacrer come tua,
    affinch per tali tuoi meriti trascorra con te
    l'intera vita e ti renda padre di una bella prole.
    Cos Eolo in risposta: Tua cura, o regina,
    indagare che cosa desideri; mio compito accogliere
    gli ordini. Tu mi concili quanto possiedo di regno,
    e lo scettro di Giove, e mi concedi di sedere ai banchetti
    degli dei, tu fai di me il signore dei nembi e delle tempeste.
    Appena detto ci, capovolta la lancia, percosse
    il cavo monte nel fianco: e i venti, quasi schierati,
    per dove s'apre un varco, si slanciano e spazzano la terra
    in un turbine. Irrompono sul mare e tutto dalle sedi profonde
    insieme l'Euro e il Noto lo sconvolgono e l'Africo denso
    di bufere, e rovesciano vasti flutti sulle rive.
    Segue un clamore di uomini e uno stridore di funi.
    Le nubi d'improvviso strappano alla vista dei Tucri
    il cielo e il giorno; grava una nera notte sul mare.
    Tuona la volta del cielo e l'etere balena di fitte
    folgori, e tutto minaccia agli uomini una morte imminente.
    Subito ad Enea le membra si sciolgono con un brivido;
    geme, e tendendo alle stelle le mani giunte,
    dice cos: O tre e quattro volte beati
    quelli che incontrarono la morte davanti allo sguardo
    dei padri sotto le alte mura di Troia! o fortissimo
    della stirpe dei Danai, Tidide!, non avrei potuto anch'io
    cadere sui campi iliaci, e spirare per tua mano,
    dove il terribile Ettore giace per il colpo dell'Eacide,
    e il grande Sarpedone, e ghermiti sottacqua, il Simoenta
    trascina tanti scudi e elmi e forti corpi di guerrieri!?
    A lui che gridava cos, una stridula raffica d'Aquilone
    squarcia la vela di fronte, e solleva i flutti alle stelle.
    S'infrangono i remi, la prua si rigira ed espone
    il fianco alle onde: incalza un monte d'acqua scosceso.
    Alcune navi pendono sulla cresta del flutto; a quelle l'onda
    spalanca la terra tra i flutti; infuria un ribollire di sabbia.
    Il Noto afferra e travolge tre navi su scogli
    nascosti - rocce tra i flutti, che gli Italici chiamano Are,
    immane dorso a fior d'acqua -; tre l'Euro sospinge
    dal largo nelle secche delle dune, miserevole vista,
    e caccia nei bassifondi e cinge d'un argine di sabbia.
    Una, che trasportava i Lici e il fido Oronte,
    davanti ai suoi occhi un enorme maroso colpisce
    piombando a poppa: il nocchiero  sbalzato e precipita
    a capofitto; L'ondata la fa mulinare tre volte
    nel medesimo luogo, e un rapido vortice la inghiotte
    nel mare. Appaiono pochi naufraghi che nuotano sul vasto gorgo,
    e armi di guerrieri, e tavole, e i tesori troiani sulle onde.
    Gi la tempesta soverchia la robusta nave di Ilioneo,
    e quella del forte Acate, e quella che portava Abante,
    e quella del vecchio Alete; tutte, sconnesse le giunture
    dei fianchi, imbarcano acqua nemica, e si schiudono in fessure.
    Frattanto Nettuno sent, gravemente turbandosi
    sconvolgersi il mare con grande fragore, sfrenata
    la tempesta, e rimescolate le acque dal fondo: ed in alto
    guardando, lev il placido capo dalla sommit delle onde.
    Vede la flotta di Enea dispersa per tutto il mare,
    e i Troiani oppressi dai flutti e dalla rovina del cielo
    n rimasero oscuri al fratello gli inganni e le ire
    di Giunone. Chiama a s l'Euro e lo Zefiro, e dice:
    Vi prese tanta fiducia nella vostra discendenza?
    Osate sconvolgere, o venti, senza mio cenno,
    il cielo e la terra, e sollevare alti marosi? Voi
    che io ! Ma prima plachiamo i flutti agitati.
    Poi mi pagherete il misfatto con ben altra pena.
    Affrettate la fuga, e dite cos al vostro re:
    non tocc in sorte a lui il regno del mare e il terribile
    tridente, ma a me. Egli possiede immani
    rocce, vostra dimora, Euro; si glorii in quella
    reggia, Eolo, e governi nel chiuso carcere dei venti.
    Disse, e pi rapido della parola placa le tumide acque
    fuga le nubi addensate e riporta il sole.
    Cimotoe e insieme Tritone disincagliano con sforzo le navi
    dall'aguzza scogliera; egli le solleva col tridente;
    e apre le vaste dune, e acquieta il mare,
    e trascorre con lievi ruote sulla sommit delle onde.
    E come spesso in un numeroso popolo sorge
    una sommossa, e con gli animi infuria l'oscuro volgo
    e gi volano pietre e tizzoni (il furore fornisce
    le armi); allora, se per caso scorgono un uomo autorevole
    per  piet  e  per meriti,  tacciono,  e stanno quieti con le orecchie
    tese:
    quello con le parole governa gli animi, e placa i cuori:
    cos si calm il fragore del mare, dopo che il padre,
    guardando dall'alto le acque e trasportato nel limpido cielo,
    dirige i cavalli e volando allenta le briglie al docile carro.
    I compagni di Enea stremati cercano di raggiungere navigando
    le rive pi vicine e si volgono alle spiagge della Libia.
    V' un luogo in una profonda insenatura della costa:
    un'isola vi forma un porto con la barriera dei fianchi, sui quali
    le onde giungenti dal largo  s'infrangono  e  si  spezzano  in  cerchi
    rifluenti;
    di qua e di l minacciano il cielo vaste rupi,
    una coppia di scogli sotto il cui vertice tacciono
    ampie acque sicure; sopra, uno sfondo di selve
    scintillanti, e in basso un oscuro bosco incombe con orrida ombra;
    di fronte, una grotta formata dagli scogli sporgenti:
    dentro, acque dolci e sedili di vivo sasso,
    dimora di Ninfe: qui nessun ormeggio trattiene
    le navi stanche, n l'ancora con morso adunco le frena.
    Qui entra Enea, raccolte sette navi
    dell'intera flotta; i Troiani, con gran desiderio
    di terra, sbarcati calpestano la riva bramata
    e distendono sul lido le membra madide di sale.
    Prima, battendo una selce, Acate ne sprigion la scintilla
    e nutr il fuoco con foglie e intorno gli diede
    arido alimento e trasse la fiamma da quegli stecchi.
    Allora, sfiniti dagli eventi, estraggono il grano guasto
    dalle onde, e apparecchiano gli arnesi per cuocere le biade,
    e  si  preparano  a  tostare il frumento sulle fiamme e a tritarlo coi
    sassi.
    Enea frattanto s'inerpica sullo scoglio e scruta
    sul mare tutto l'ampio orizzonte, se mai
    scorga qualcuno, Anteo sbattuto dal vento e le frigie biremi,
    o Capi, o in cima alla poppa le armi di Caico.
    Nessuna nave in vista; distingue tre cervi
    erranti sulla riva; L'intero branco li segue
    da tergo, e pascola per le valli la lunga fila.
    Allora si ferm, e strinse nel pugno l'arco
    e le rapide frecce, armi che il fido Acate portava,
    e prima abbatte i tre capi, che ergevano alte
    le teste con corna ramose, poi scompiglia con dardi
    il branco e tutta la turba incalzandola per boschi frondosi
    e non smette, prima di distendere a terra, vincitore,
    sette grandi corpi, e di uguagliare nel numero le navi.
    Allora raggiunge il porto e spartisce fra tutti i compagni.
    Poi divide il vino che l'ottimo Aceste
    aveva versato negli orci sulla riva trinacria, e donato
    ai partenti, L'eroe; e parlando lenisce gli animi afflitti:
    Compagni - poich conosciamo le passate sventure -, voi
    che ne avete sofferte altre peggiori, un dio esaurir anche queste.
    Sfidaste la furia di Scilla e gli scogli dal cupo
    fragore, e provaste le rupi ciclopiche: rinfrancate
    gli animi, scacciate il mesto timore: forse
    un giorno vi sar dolce ricordare le presenti vicende.
    Per vari casi, per tanti rischi di eventi
    tendiamo nel Lazio, laddove i fati ci mostrano
    sedi tranquille; l  stabilito che il regno
    di Troia risorga. Resistete, e serbatevi alla fortuna.
    Dice cos, e affranto da gravi pensieri
    simula speranza in volto, preme in cuore profondo
    dolore. Quelli si accingono alla preda e al pasto imminente:
    strappano le terga dal costato e mettono a nudo le viscere;
    alcuni le tagliano in pezzi e le infiggono tremolanti agli spiedi;
    altri collocano caldaie sulla riva, e provvedono al fuoco.
    Poi ristorano le forze con il vitto, e sparsi per l'erba
    si saziano di vecchio Bacco e di grassa selvaggina.
    Dopo che fu spenta la fame dai cibi, e allontanate
    le mense, con lungo discorrere rievocano i compagni perduti,
    esitanti tra la speranza e il timore, o che li credano in vita,
    o che soffrano la morte, e sebbene chiamati, non odano.
    Soprattutto il pio Enea tra s compiange la perdita
    ora del fiero Oronte, ora di Amico, e il crudele
    fato di Lico, e il forte Ga, e il forte Cloanto.
    E gi erano alla fine, quando Giove dall'alto
    etere, guardando il mare sorvolato da vele e le terre
    estese e le rive e gli ampi popoli, cos sulla vetta
    del cielo ristette e fiss lo sguardo sui regni
    di Libia. A lui che agitava in cuore tali pensieri,
    afflitta e soffusa gli occhi splendenti di lagrime,
    Venere parla: O tu che reggi le sorti degli uomini
    e degli dei con eterni comandi, e atterrisci col fulmine,
    che cosa il mio Enea pot commettere di grave contro di te,
    che cosa i Troiani, ai quali a causa dell'Italia
    si chiude il mondo intero, dopo aver sofferto tante sventure?
    Hai promesso con certezza che un giorno, con il volgere degli anni,
    di qui verranno condottieri romani, dal sangue di Teucro
    tornato all'origine, i quali con pieno dominio terranno
    il mare e la terra: quale intenzione, o padre, ti fa mutare?
    Con ci mi consolavo infatti della caduta di Troia
    e delle tristi rovine, compensando i fati avversi coi fati;
    ora la medesima sorte perseguita uomini travagliati
    da tante sventure. O grande re, quale fine
    assegni ai travagli? Antenore pot, sfuggito agli Achivi,
    penetrare sicuro nei golfi illirici e nei pi interni
    regni dei Liburni, e oltrepassare' la fonte del Timavo,
    di dove per nove bocche con vasto fragore fluisce
    una dirotta marea, e allaga i campi con flutto scrosciante.
    Qui tuttavia fond la citt di Padova, e le sedi
    dei Teucri, e diede nome alla gente e appese le armi
    troiane, e ora riposa composto in tranquilla pace:
    noi, tua progenie, a cui accordi la rocca
    del cielo, perdute le navi, indicibile!, per l'ira di un'unica,
    siamo traditi e respinti dalle rive italiche.
    V' quest'onore della piet? cos ci riponi nel regno?.
    Sorridendole, il padre degli uomini e degli dei,
    con il volto, con cui rasserena il cielo e le tempeste,
    sfior il bacio della figlia, e disse cos:
    Risparmia il timore, Citerea: rimangono immoti
    per te i fati dei tuoi: vedrai la citt e le promesse
    mura di Lavinio, porterai sublime alle stelle
    del cielo il magnanimo Enea; nessuna intenzione mi muta.
    Egli - ti parler poich quest'ansia ti assilla,
    e svolgendoli pi a lungo aprir i segreti dei fati -
    far terribile guerra in Italia e batter popoli
    fieri, e porr costumi e mura alla sua gente,
    finch la terza estate lo vedr regnare nel Lazio,
    e saranno trascorsi tre inverni per i Rutuli domati.
    Ma il piccolo Ascanio, cui ora si aggiunge il nome
    di Iulo - Ilo finch la potenza ilia regn -,
    colmer nel dominio trenta grandi giri
    di anni, volgendosi i mesi, e trasferir il regno dalla sede
    di Lavinio, e con grande forza munir Alba la Lunga.
    Qui sar il regno per trecento anni interi
    sotto la gente ettrea, finch la regina sacerdotessa
    Ilia, gravida di Marte, partorir una duplice prole.
    Allora, lieto del fulvo manto della lupa nutrice,
    Romolo accoglier la gente e fonder marziali
    mura, e dal suo proprio nome li chiamer Romani.
    Ad essi non pongo limiti n durata di potenza
    ho assegnato dominio infinito. Ed anche l'aspra Giunone
    che ora con il terrore travaglia il mare, la terra e il cielo,
    muter in meglio i propositi, e con me sosterr
    i Romani, signori del mondo, stirpe togata.
    Cos  stabilito. Verr un tempo, col volgersi
    dei lustri, che la casa di Assaraco ridurr in schiavit
    la gloriosa Micene, e Ftia, e dominer sulla vinta Argo.
    Nascer troiano da bella origine Cesare,
    che dar per confine all'impero l'Oceano, e alla sua fama
    gli astri, Giulio, disceso dal grande nome di Iulo.
    Un giorno lo accoglierai sicura in cielo, onusto
    delle spoglie d'Oriente; e anch'egli sar invocato nelle
    preghiere.
    Allora, placate le guerre, si ammansiranno i secoli feroci
    l'antica Fede, e Vesta, Quirino col fratello Remo
    daranno leggi; si chiuderanno le funeste porte della Guerra
    con stretti serrami di ferro; dentro, L'empio Furore
    seduto sulle armi crudeli e avvinto a tergo da cento
    nodi di bronzo, ruggir spaventoso con bocca cruenta.
    Cos disse, e invia dall'alto il figlio di Maia,
    affinch in rifugio ai Teucri si aprano le terre
    e le nuove rocche di Cartagine, e ignara del fato Didone
    non li scacci dal suo regno. Quegli vola per il grande
    cielo col remeggio delle ali, e veloce si posa sulle rive
    della Libia. Esegue gli ordini, i Punici depongono gli aspri
    sentimenti, secondo il volere del dio; subito la regina
    accoglie un animo quieto per i Teucri e una mente benigna.
    Ma il pio Enea, nella notte agitando moltissimi pensieri,
    appena torn la luce ristoratrice, decise di uscire,
    e di esplorare i luoghi ignoti, a quali spiagge
    fosse approdato col vento, chi le abitasse - le vede
    incolte -, uomini o fiere, e di riferire i risultati ai compagni.
    Occulta le navi nel cavo d'una rupe, in un arco
    di boschi, protette intorno da alberi e da orride ombre;
    egli s'incammina, accompagnato dal solo Acate,
    ognuno bilanciando in mano due aste di largo
    ferro. Gli si fece incontro la madre tra la selva,
    con volto e aspetto di vergine e armi di vergine
    spartana, o quale sprona i cavalli la tracia
    Arpalice e supera il rapido Ebro nella corsa.
    Secondo il costume, cacciatrice, aveva sospeso alle spalle
    un maneggevole arco, e lasciato spargersi la chioma
    al vento, nude le ginocchia, raccolte le fluenti pieghe
    in un nodo. E per prima: O giovani, disse, mostrate se
    forse vedeste aggirarsi qui qualcuna delle mie sorelle,
    cinta di faretra e di pelle di screziata lince,
    o incalzare gridando uno schiumante cinghiale in fuga.
    Cos Venere; e il figlio di Venere comincia:
    Non ho visto n udito nessuna delle tue sorelle;
    come chiamarti, fanciulla? infatti non hai
    volto mortale, e la voce non suona umana: o dea,
    certo; forse sorella di Febo? o una delle Ninfe?
    Vieni propizia, chiunque tu sia, e allevia
    il nostro affanno, e chiarisci sotto che cielo, su quali
    rive siamo gettati; erriamo ignari degli abitanti
    e dei luoghi, sospinti qui dai venti e dai vasti flutti:
    t'immoler di mia mano numerose vittime alle are.
    E Venere: Certo non mi credo degna di tale onore;
     costume delle giovani tirie portare la faretra,
    e allacciare in alto la gamba con purpureo coturno.
    Vedi un regno punico, i Tirii e la citt di Agenore;
    ma la terra  dei Libici, popolo indomabile in guerra;
    ne regge il comando Didone, partita dalla citt di Tiro
    per sfuggire al fratello. Lunga l'offesa, lungo
    l'intreccio: ma seguir i sommi capi degli eventi.
    Le era sposo Sicheo, il pi ricco di terra
    tra i Fenici, diletto alla misera per grande amore;
    a lui il padre l'aveva affidata intatta, e a lui congiunta
    nei primi auspici. Ma regnava su Tiro il fratello
    Pigmalione, efferato pi di ogni altro nel delitto.
    Si lev tra essi il furore. Egli, empio, davanti
    alle are, accecato dalla brama dell'oro, di nascosto prevale
    col ferro sull'indifeso Sicheo, incurante dell'amore
    della sorella; e cel a lungo il misfatto, molto simulando
    malvagio, e con vana speranza illuse la misera amante.
    Ma le venne in sogno l'immagine dello sposo insepolto,
    levando il volto pallido in mirabile modo;
    svel le crudeli are e il petto trafitto dal ferro,
    e tutto scopr il delitto segreto della casa.
    Allora la persuade ad affrettare la fuga e ad uscire dalla patria
    e, in aiuto per il viaggio, dischiude dalla terra gli antichi
    tesori, una quantit ignota d'argento e d'oro.
    Sconvolta da ci, Didone preparava la fuga e i compagni.
    Si raccolgono coloro che avevano un crudele odio
    o un aspro timore del tiranno; s'impadroniscono di navi
    gi allestite per caso; le caricano d'oro; si portano per mare
    le ricchezze dell'avido Pigmalione; a capo dell'impresa una donna.
    Giunsero ai luoghi laddove adesso tu scorgi
    mura possenti, e sorgere la rocca della nuova Cartagine,
    e acquistarono il suolo, dal nome del fatto Birsa,
    quanto potessero recingere con una pelle di toro.
    Ma voi chi siete, da quali terre veniste,
    e dove vi dirigete?. A lei che diceva cos,
    egli sospirando e traendo la voce dal profondo del petto:
    O dea, se io proseguissi rievocando dalla prima origine
    e tu avessi tempo di ascoltare la storia dei nostri travagli
    Vespero prima, chiuso l'Olimpo, seppellirebbe il giorno.
    Noi dall'antica Troia, se giunse ai vostri orecchi
    il nome di Troia, portati per mari diversi,
    la tempesta a suo arbitrio sospinse sulle spiagge libiche.
    Sono il pio Enea, che porto con me sulle navi
    i Penati sottratti al nemico, noto per fama oltre le stelle.
    Cerco la patria Italia, e la culla della mia razza
    discesa dal sommo Giove. M'imbarcai con venti navi sul mare
    frigio, guidato dalla madre dea, seguendo i fati
    prefissi; ne restano appena sette, sconnesse dalle onde
    e da Euro. Ignoto, derelitto, percorro i deserti della Libia,
    respinto dallEuropa e dall'Asia. Venere, non sopportando
    che egli si lamentasse ancora, lo interruppe cos tra il dolore:
    Chiunque tu sia, non credo che inviso ai celesti
    respiri l'aria vitale, poich giungesti alla tiria
    citt prosegui, e rcati di qui alle soglie della regina.
    Infatti ti annuncio superstiti i compagni e la flotta
    tornata e, mutati i venti, sospinta al sicuro,
    se l'augurio non m'insegnarono invano genitori fallaci.
    Guarda, disposti festosi in schiera, dodici cigni
    che l'uccello di Giove, disceso dall'eterea plaga,
    atterriva nell'aperto cielo; ora in lunga fila,
    vedi, si posano in terra, o posati la scrutano:
    simili a superstiti scherzano con ali scroscianti,
    e cingono il cielo in un circolo ed effondono canti;
    in modo non diverso dal loro le tue navi e il nerbo
    dei tuoi tengono il porto, o vi entrano a vele spiegate.
    Prosegui, e per dove ti conduce la via, dirigi il passo.
    Disse, e volgendosi rifulse dal roseo collo,
    le chiome spirarono dal capo un odore divino
    d'ambrosia, la veste flu ai piedi, e nel passo
    si rivel veramente dea. Quando egli riconobbe
    la madre, con tali parole insegu la fuggente:
    Perch, anche tu crudele, sovente deludi il figlio
    con ingannevoli immagini? perch non posso congiungere
    la mano alla mano, e udire e rispondere vere parole?.
    Cos la rimprovera, e dirige il passo alle mura.
    Ma Venere recinse i viandanti di un'aria oscura
    e d'un denso manto di nebbia li circonfuse la dea,
    affinch nessuno potesse vederli, e nessuno toccarli,
    o provocare un indugio, o chiedere le cause dell'andare.
    Ella s'invola altissima a Pafo, e lieta rivede
    la propria dimora, dove un tempio e cento are
    le ardono d'incenso sabeo e olezzano di serti recenti.
    Intanto affrettarono la via, per dove la mostra il sentiero.
    E gi risalivano il colle che ampio sovrasta
    la citt, e guarda dall'alto le opposte rocche.
    Enea ammira le moli, un tempo capanne,
    ammira le porte e lo strepito e i lastrici delle vie.
    I Tirii si affannano ardenti, parte ad erigere le mura
    e a costruire la rocca e a rotolare a braccia macigni,
    parte a scegliere un luogo per la casa e a recingerlo d'un solco;
    scelgono leggi e magistrati e il santo senato;
    qui alcuni scavano il porto, qui altri
    gettano le profonde fondamenta del teatro, e dalle rupi
    tagliano enormi colonne, alto ornamento alle scene future.
    Cos, all'inizio dell'estate, il lavoro
    per i campi fioridi affatica le api nel sole,
    quando guidano fuori i figli adulti della specie,
    o stipano il liquido miele e ricolmano di dolce nettare
    le celle, o ricevono il peso dalle venienti, o fatta una schiera
    scacciano dalle arnie i fuchi, neghittoso sciame:
    ferve l'opera, olezza il fragrante miele di timo.
    O voi fortunati, di cui gi sorgono le mura!
    esclama Enea, e solleva lo sguardo ai fastigi
    della citt. Avanza avvolto di nebbia - mirabile
    a dirsi - e si mescola agli uomini, e nessuno lo vede.
    Vi era, in mezzo alla citt, un bosco rigoglioso
    dombra, dove prima gettati dalle onde e dal turbine
    i Punici scavarono il segno che aveva indicato Giunone
    regale, il teschio d'un cavallo da guerra; cos la stirpe
    sarebbe famosa in guerra e prospera in pace per secoli.
    Qui la sidonia Didone fondava un tempio maestoso
    a Giunone, opulento di offerte e del nume della dea
    a cui sui gradini sorgevano soglie di bronzo,
    e travi connesse di bronzo, e strideva il cardine a bronzei
    battenti. In questo bosco dapprima l'apparire d'un fatto
    inatteso len il timore, ed Enea os sperare
    salvezza e avere migliore fiducia nelle avverse vicende.
    Infatti mentre osserva tutto nel tempio maestoso,
    aspettando la regina, mentre ammira tra s
    la fortuna della citt, e la mano degli artefici e l'industria
    delle opere, vede per ordine le iliache battaglie
    e la guerra gi nota per fama in tutto il mondo,
    gli Atridi, e Priamo, e Achille, a entrambe le parti crudele.
    Ristette e disse in lagrime: Qual luogo ormai, Acate,
    o regione della terra non riempie il nostro travaglio?
    Ecco Priamo. Anche qui il valore si pregia.
    Si compiangono le sventure e gli eventi umani commuovono
    l'animo. Lascia il timore; la fama ti porter salvezza.
    Cos dice, e pasce il cuore nella vana pittura
    molto gemendo, e bagna il volto di largo pianto.
    Infatti da una parte vedeva come lottando intorno
    a Pergamo fuggissero i Greci, li inseguisse la giovent troiana,
    dall'altra come Achille crestato sul carro incalzasse i Frigi.
    Non lontano di qui riconosce piangendo
    le tende dai candidi teli di Reso, che tradite
    nel primo sonno, il Tidide devastavaon grande strage,
    cruento, e riportava gli ardenti cavalli nel campo,
    prima che avessero gustato i pascoli di Troia e bevuto
    allo Xanto. In un'altra parte, fuggente, perdute le armi,
    Troilo, sventurato ragazzo, impari allo scontro con Achille,
     trascinato supino dai cavalli e attaccato al carro
    vuoto, tuttavia tenendo le briglie; la nuca e i capelli
    strisciano in terra, la polvere  rigata dall'asta riversa.
    Le donne d'Ilio frattanto andavano al tempio
    dell'inclemente Pallade, disciolti i capelli, vestite
    del peplo, supplici, tristi, battendosi il petto con le palme;
    la dea incurante teneva gli occhi fissi al suolo.
    Achille trascinava tre volte Ettore intorno
    alle mura iliache, e vendeva a peso d'oro il corpo esanime.
    Allora emise un grande gemito dal profondo
    del petto, quando vide le spoglie e il carro e il corpo
    dell'amico, e Priamo che tendeva le mani inermi.
    Ravvis anche s stesso, mischiato ai prncipi
    achivi, e le schiere eoe e le armi del nero Memnone.
    Pentesilea furente guida torme di Amazzoni
    dai piccoli scudi lunati, e arde tra le migliaia
    allacciando l'aurea cintura sotto la nuda mammella;
    vergine guerriera, ardisce scontrarsi con uomini.
    Mentre al dardanio Enea appaiono queste cose mirabili,
    mentre stupisce, immobile, fisso nel solo sguardo,
    la regina entr nel tempio, la bellissima Didone,
    stretto intorno a lei un grande stuolo di giovani.
    Quale sulle rive dell'Eurota o per i gioghi del Cinto
    Diana guida le danze, e mille Oreadi seguendola
    da una parte e dall'altra si addensano; ella sorregge la faretra
    alla spalla, e avanzando sovrasta tutte le dee:
    una gioia penetra nel silenzioso cuore di Latona:
    tale era Didone, tale lieta incedeva tra i suoi,
    sorvegliando le opere preparatrici del regno futuro.
    Allora sulle soglie della dea, sotto la volta del tempio,
    cinta d'armati, alta sul trono si assise.
    Dava leggi e diritti agli uomini, divideva la fatica
    delle opere in giuste parti, o la traeva a sorte:
    quando Enea d'improvviso tra un grande accorrere vede
    avvicinarsi Anteo e Sergesto e il forte Cloanto,
    e altri dei Teucri, dispersi in mare dal fosco
    turbine e sviati lontano su altre rive.
    Egli rest stupefatto e Acate con lui
    commosso da letizia e timore; ardevano avidi di stringere
    le destre; ma l'ignota vicenda conturba gli animi.
    Si tengono celati, e spiano, avvolti nella nube
    la sorte degli uomini, in qual lido ormeggino la flotta,
    e la causa della loro venuta;  andavano infatti prescelti da tutte  le
    navi,
    chiedendo grazia, e tra le grida muovevano al tempio.
    Dopo che entrarono e fu data facolt di parlare,
    Ilioneo, il pi autorevole, con animo pacato comincia:
    O regina, cui Giove concesse di fondare una nuova citt,
    e di frenare con giustizia genti superbe,
    noi miseri Troiani, portati per tuttl i mari dai venti,
    ti preghiamo: impedisci il sacrilego incendio delle navi,
    risparmia un popolo pio, considera meglio le nostre vicende.
    Non veniamo a devastare col ferro i Penati
    libici, o a trarre sulle navi ghermite prede;
    i vinti non hanno tale audacia nell'animo, o tanta superbia.
    V' un luogo, i Greci lo chiamano Esperia,
    antica terra, potente d'armi e di fertili zolle;
    la abitarono gli Enotrii, ora si dice che i figli
    abbiano chiamato Italia la gente dal nome di un capo.
    Questa era la rotta;
    quando sorgendo d'improvviso dai flutti il tempestoso Orione
    ci spinse tra cieche secche, e ci disperse con gli austri
    sfrenati per l'onde, sopraffatti dal mare, e su impervie
    scogliere; di qui navigammo in pochi alle vostre rive.
    Che genere d'uomini  questo? che barbara patria
    permette quest'uso? Ci negano il rifugio della spiaggia;
    muovono guerra, vietano di fermarci sul lido.
    Se spregiate il genere umano e le armi dei mortali
    almeno temete gli dei, memori del bene e del male.
    Il nostro re era Enea, del quale nessuno
    vi fu pi giusto per piet o maggiore in guerra
    e nell'armi. Se i fati ci serbano l'eroe, se gode dell'aria
    del cielo, e ancora non giace tra le ombre crudeli,
    nessuna paura; n ti dolga di aver gareggiato
    per prima nel beneficio. Anche nelle sicule terre
    vi sono citt, e armi, e di sangue troiano famoso
    Aceste. Consenti di tirare in secco la flotta
    squassata dai venti, foggiare travi dalle selve
    e sfrondare remi: se  dato dirigersi in Italia,
    riavuti i compagni e il re, tendiamo lieti all'Italia
    e al Lazio; se invece non c' scampo, e, padre
    dei Teucri, ti possiede il mare di Libia, e non resta speranza
    di Iulo, almeno dirigiamoci alle acque sicane e alle sedi
    preparate, di dove venimmo qui, e al re Aceste.
    Cos Ilioneo; tutti insieme fremevano assenso i Dardanidi.
    Allora, con il volto reclino, Didone parla brevemente:
    Liberate il cuore dal timore, o Teucri, e allontanate gli affanni.
    Un duro stato e la novit del regno mi obbligano
    a tali misure, e a vegliare con guardie su tutti i confini.
    Chi ignora la stirpe degli Eneadi e la citt di Troia,
    e le gesta, e gli eroi, e gli incendi di tale guerra?
    Non abbiamo i cuori cos ottusi noi Punici,
    o tanto remoto dalla tiria citt il sole
    aggioga i cavalli. Sia che desideriate la grande Esperia
    e i campi saturni, o le terre di Erice e il re Aceste,
    vi congeder sicuri di aiuto e vi soccorrer di mezzi.
    Volete ugualmente con me risiedere in questo regno?
    La citt che fondo  vostra; tirate in secco
    le navi; troiano o tirio, per me non vi sar differenza.
    E fosse presente, spinto dal medesimo Noto,
    il re Enea! Ma certo invier per le spiagge
    ai confini della Libia, se si aggiri naufrago per citt o per selve.
    Eccitati nell'animo da queste parole, il forte
    Acate e il padre Enea da tempo ardevano di lacerare
    la nube. Per primo Acate si rivolge ad Enea:
    O figlio della dea, quale decisione ti sorge
    nell'animo? vedi tutto sicuro, la flotta e i compagni
    recuperati. Manca uno soltanto, che vedemmo sommerso
    tra i flutti; il resto corrisponde alle parole della madre.
    Aveva appena detto ci, quando d'un tratto
    la nube che li avvolge si squarcia e si dissolve nel cielo aperto.
    Ristette Enea e rifulse in una chiara luce,
    simili il volto e le spalle a un dio; infatti la madre
    aveva ispirato nel figlio la bella chioma
    e il purpureo fiore di giovent e la lieta grazia negli occhi:
    quale aggiunge bellezza all'avorio l'arte, o da biondo
    oro  ravvolto l'argento o il marmo pario.
    Allora saluta cos la regina, e a tutti inatteso
    parla ad un tratto: Ecco, sono io, che cercate,
    il troiano Enea, scampato alle onde libiche.
    O sola pietosa degli indicibili travagli di Troia,
    che noi, relitti dei Danai, ormai stremati da tutte
    le sventure della terra e del mare, bisognosi di tutto,
    associ nella citt e nella casa, renderti giuste grazie
    non  in nostro potere, o Didone, n di alcuno,
    dovunque sia, della gente dardania, dispersa
    nel vasto mondo. Gli dei, se il loro volere tutela i buoni,
    se in un luogo vale giustizia e la mente conscia del giusto,
    ti rendano degni compensi. Quale et fortunata
    ti produsse? quali magnanimi genitori ti crearono tale?
    Finch i fiumi correranno al mare, e le ombre
    esploreranno il cavo dei monti, e il cielo pascer le stelle,
    sempre durer il tuo onore e il nome e la gloria,
    qualunque terra mi chiami. Strinse, detto cos,
    l'amico Ilioneo con la destra, con la sinistra Seresto
    e gli altri, e il forte Ga e il forte Cloanto.
    La sidonia Didone stup anzitutto al vederlo,
    poi della straordinaria sorte dell'eroe, e parl cos:
    Quale destino t'insegue, o figlio della dea, fra tanti
    pericoli? quale mai forza ti spinge su rive selvagge?
    Sei tu il famoso Enea, che la divina Venere
    gener al dardanio Anchise presso l'onda del frigio
    Simoenta? Certo ricordo che Teucro venne a Sidone
    bandito dai patrii confini, cercando un nuovo regno
    con l'aiuto di Belo; allora il padre Belo
    devastava e vincitore teneva in pugno la ricca Cipro.
    Gi da quel tempo conoscevo la caduta della citt
    troiana e il tuo nome e i re pelasgi. Lo stesso
    nemico esaltava i Teucri con grande lode,
    e si vantava sorto da antica stirpe di Teucri.
    Perci avanti, o giovani, entrate nel nostro palazzo.
    Una simile sorte volle che anch'io, agitata
    da molti travagli, mi fermassi infine in questa terra.
    Parla cos, e conduce Enea nel palazzo
    regale, e indice nei templi cerimonie agli dei.
    E frattanto manda venti tori ai compagni
    sulla riva, cento irsute terga di grandi
    maiali, cento grassi agnelli con le madri,
    doni e letizia del giorno.
    La splendida parte interna della casa  imbandita
    con sfarzo regale, e preparano il convito nel cuore della reggia:
    drappi lavorati con arte e con superba porpora,
    argento profuso sulle mense, sbalzate in oro le forti
    gesta dei padri, lunghissima serie di eventi
    protratta per tanti eroi dall'antica origine della stirpe.
    Enea - infatti l'amore paterno non lascia posare
    la mente - manda rapido innanzi Acate alle navi,
    che riferisca tutto ad Ascanio, e lo conduca alle mura.
    Tutti i pensieri del padre affettuoso si volgono
    ad Ascanio. Ordina inoltre di portare doni
    scampati alla iliaca rovina, un manto rigido di figure
    d'oro, e un velo tessuto intorno di croceo acanto,
    ornamenti di Elena argiva, che li aveva portati
    da Micene quando era giunta a Pergamo e agli illeciti
    imenei, regalo mirabile della madre Leda;
    inoltre lo scettro che un giorno aveva impugnato Ilione,
    la maggiore delle figlie di Priamo, e un monile di perle
    da collo, e una doppia corona di gemme e d'oro.
    Affrettandosi agli ordini, Acate si dirigeva alle navi.
    Ma Citerea medita nell'animo nuovi artifici,
    nuovi disegni: venga, mutato d'aspetto e di volto,
    Cupido invece del dolce Ascanio, e accenda con doni
    la regina in delirio, e le avvolga di fuoco le ossa:
    certo essa teme l'ambigua casa e i Tirii ingannevoli;
    la  arde  atroce  Giunone,  e  a sera la sua sollecitudine diventa pi
    viva.
    Dunque parla all'alato Amore con queste parole:
    Figlio, tu solamente mia forza e grande potenza,
    figlio che spregi i dardi tifei del sommo padre,
    mi rifugio in te e supplice imploro il tuo nome.
    Sai che l'odio dell'aspra Giunone perseguita
    per tutte le rive con la furia del mare il tuo fratello Enea,
    e spesso ti dolesti del nostro dolore. Adesso lo tiene
    la fenicia Didone e con blande parole lo attarda;
    temo come si volgano le accoglienze di Giunone;
    non rimarr in ozio in cos grande nodo di eventi.
    Perci penso di prevenire la regina con inganni
    e di cingerla di fuoco, affinch  sia avvinta
    con me da un grande amore di Enea.
    Per intendere come tu possa ottenerlo, accogli il nostro parere:
    chiamato dal caro padre si prepara a recarsi nella citt
    sidonia il regale fanciullo, mia massima cura,
    donando doniscampati al mare e all'incendio
    di Troia; io lo celer, sopito nel sonno,
    sulle alture di Citera o sull'Idalio, nel luogo sacro,
    perch non possa sapere l'inganno o intervenire al banchetto.
    Tu fingi il suo aspetto non pi di un'unica notte,
    e vesti fanciullo il noto volto del fanciullo,
    perch, allorquando Didone ti accoglier felice in grembo
    in mezzo alle mense regali e al liquido Lieo,
    quando dar abbracci e imprimer dolci baci,
    le ispiri il tuo fuoco segreto e la inganni col tuo veleno.
    Amore obbedisce alle parole della cara madre,
    e spoglia le ali, e avanza gioioso con il passo di Iulo.
    Venere infonde nelle membra di Ascanio una placida
    quiete, e stringendolo in grembo la dea lo solleva
    negli alti boschi dell'Idalio, dove la molle maggiorana
    lo avvolge olezzante di fiori e di dolce ombra.
    E gi Cupido andava ubbidiente alle parole, e portava
    i doni del re ai Tirii, lieto della guida di Acate.
    Quando arriva, la regina si adagia sull'aurea
    sponda sotto superbe cortine, sdraiata nel mezzo.
    Gi il padre Enea e la giovent troiana si radunano,
    si distendono ognuno al suo posto su tappeti di porpora.
    I servi versano acqua sulle mani, estraggono dai cesti
    i doni di Cerere, e portano tovaglioli dal vello rasato.
    Dentro, cinquanta ancelle, che hanno l'incarico di disporre
    la lunga imbandigione e di alimentare la fiamma ai Penati;
    altre cento, e altrettanti valletti di pari et,
    che colmino le mense di cibi e vi pongano calici.
    Ed anche i Tirii numerosi si radunano sulle liete
    soglie, invitati a distendersi su istoriati giacigli.
    Ammirano i doni di Enea, ammirano Iulo,
    il volto splendente del dio e le simulate parole
    e il manto e la veste colorata di croceo acanto.
    Specialmente l'infelice Didone, votata alla futura rovina,
    non pu soddisfare la mente e arde nel guardare,
    ed  ugualmente commossa dal fanciullo e dai doni.
    Quando nell'abbraccio, sospeso al collo di Enea,
    egli sazi il grande amore del falso padre,
    si avvicin alla regina. Ella non si stacca con gli occhi
    n con tutto il cuore e lo stringe al seno, Didone
    ignara di quale grande iddio le si posi in grembo,
    sventurata. Quello, memore della madre Acidalia, comincia
    a cancellare lentamente Sicheo, e si appresta a vincere con vivo
    amore l'animo prima inerte e il cuore ormai disavvezzo.
    Dopo la prima pausa del banchetto, e allontanate le mense,
    collocano grandi crateri e coronano i vini.
    Nasce nella sala uno strepito, e fanno echeggiare
    la voce per gli ampi atrii; pendono le lampade accese
    dagli aurei soffitti, e le torce vincono con la fiamma la notte.
    Qui la regina chiese e riemp di vino una coppa
    pesante di gemme e d'oro, che Belo e tutti i discendenti
    di Belo usavano; si fece silenzio nella casa: O Giove
    - dicono infatti che tu di diritti agli ospiti -,
    f che questo giorno sia lieto ai Tirii
    e ai profughi da Troia, e che i nostri nipoti lo ricordino.
    Assista Bacco dispensatore di gioia, e Giunone benigna;
    e voi, o Tirii, affollate giulivi il convegno.
    Disse, e per prima lib sulla mensa l'omaggio
    dei vini e, libato, gust con la superficie delle labbra.
    Poi lo porse a Bizia invitandolo a bere; quegli sollecito
    bevve la coppa spumante, e tuff il viso nel pieno oro;
    poi gli altri nobili. Il chiomato Iopa,
    allievo del grandissimo Atlante, suona l'aurea cetra.
    Canta la luna errabonda e le fatiche del sole;
    L'origine del genere umano e delle bestie, della pioggia e del fuoco;
    Arturo e le Iadi piovose ed entrambe le Orse;
    perch si affrettino tanto a immergersi nell'Oceano i soli
    invernali, o quale indugio ostacoli le lente notti.
    Raddoppiano l'applauso i Tirii, e i Teucri li seguono.
    Cos con vario discorrere protraeva la notte
    l'infelice Didone, e beveva il lungo amore,
    molto chiedendo su Priamo, e molto su Ettore;
    ora con quali armi venne il figlio dell'Aurora,
    ora quali i cavalli di Diomede o quanto era grande
    Achille. Avanti, ospite, narraci fin dalla prima
    origine le insidie dei Danai, e le sventure dei tuoi,
    e il tuo errare; gi infatti la settima estate
    ti porta vagante per tutte le terre e i flutti.








    LIBRO SECONDO.

    Tacquero tutti e tenevano attento lo sguardo.
    Allora dall'alto giaciglio il padre Enea cominci:
    Mi chiedi, o regina, di rinnovare un dolore indicibile,
    il modo tenuto dai Danai nel distruggere la potenza troiana
    e il regno sventurato, tristissimi fatti dei quali
    fui testimone e protagonista. Chi mai a raccontarli,
    mirmidone o dolope o soldato del duro Ulisse,
    frenerebbe le lagrime? E gi l'umida notte discende
    dal cielo e le stelle al tramonto conciliano il sonno.
    Ma se desideri tanto di conoscere le nostre vicende
    e di udire brevemente l'estremo travaglio di Troia,
    sebbene l'animo inorridisca al ricordo e sempre si sia
    abbandonato al pianto, comincer.
    Stremati dalla guerra e respinti dai fati,
    i capi dei Danai, trascorsi ormai tanti anni,
    per divina arte di Pallade costruiscono un cavallo
    a misura di monte e ne intessono i fianchi di abete;
    simulano un voto per il ritorno, la fama si sparge.
    Qui rinchiudono di frodo nel fianco oscuro prescelti
    corpi di eroi designati a sorte, e le vaste
    profonde caverne del ventre riempiono d'uomini armati.
    Davanti  Tenedo in vista, famosa isola,
    florida e ricca durante il regno di Priamo,
    ora soltanto una baia, una sosta malfida alle navi;
    qui, spintisi al largo, si celano nella riva deserta.
    Pensammo che fossero partiti con il vento diretti a Micene.
    Allora tutta la Teucria si scioglie da un lungo dolore.
    Si aprono le porte; piace l'andare, e il dorico
    campo e i luoghi deserti vedere e la libera spiaggia.
    Qui la schiera dei Dolopi, qui di Achille crudele la tenda,
    qui la flotta, qui usavano combattere schierati.
    Parte al dono esiziale per la vergine Minerva stupisce,
    ed ammirano la mole del cavallo; e per primo Timete
    esorta a introdurlo tra le mura e a collocarlo sulla rocca
    si trattasse d'inganno, o gi comportasse cos
    il destino di Troia. Ma Capi e quelli che hanno in mente
    un migliore pensiero, vogliono che si getti in mare il tranello
    dei Danai, il dono sospetto, o si arda appiccandovi fiamme,
    o si forino le cavit del ventre e si esplorino i nascondigli.
    Il popolo incerto si divide in opposti pareri.
    Per primo accorre, davanti a tutti, dall'alto
    della rocca Laocoonte adirato, seguito da una grande turba;
    e di lungi: "Sciagurati cittadini, quale cos grande follia?
    credete partiti i nemici? o stimate alcun dono
    dei Danai privo d'inganni? Cos conoscete Ulisse?
    O chiusi in questo legno si tengono nascosti Achei,
    o questa macchina  fabbricata a danno delle nostre mura,
    per spiare le case e sorprendere dall'alto la citt,
    o cela un'altra insidia: Troiani, non credete al cavallo.
    Di qualunque cosa si tratti, ho timore dei Danai
    anche se recano doni". Disse, e avvent con vigore
    gagliardo la grande asta al fianco della fiera ed al ventre
    dalle curve giunture. Quella s'infisse vibrando e dall'alvo
    percosso risuonarono le cavit e diedero un gemito le caverne.
    E se i fati degli dei, se la nostra mente non era funesta,
    egli ci aveva sospinti a  violare  il  nascondiglio  argolico  con  il
    ferro;
    oggi Troia si ergerebbe, e tu, alta rocca di Priamo, dureresti ancora.
    Intanto dei pastori dardanidi traevano al re
    con grande clamore un giovane,
    con le mani legate sul dorso, che ignoto s'era offerto
    a chi veniva, per tramare proprio questo, aprire
    Iloia agli Achei, risoluto d'animo e pronto ad entrambe
    le sorti, ordire inganni o incontrare sicura morte.
    Per desiderio di vedere, la giovent troiana s'affolla
    ed accorre da tutte le parti, e gareggiano a schernire il prigioniero.
    Ora ascolta le insidie dei Danai e dal crimine di uno solo,
    conoscili tutti.
    Infatti, come ristette in vista nel mezzo, turbato,
    volse intorno lo sguardo sulle schiere frigie:
    "Ahi, quale terra ora  disse, quali mari
    possono accogliermi, e che cosa ormai mi resta,
    sventurato che non ha luogo tra i Danai, e gli stessi
    Dardanidi ostili richiedono una pena di sangue?".
    Al lamento mutano gli animi e tutto l'impeto s'arresta.
    Lo esortiamo a dirci da che sangue nacque,
    e  a  rivelarci  che  cosa  rechi  e  con  quali  speranze si consegn
    prigioniero.
    Egli, deposto infine il timore, parla cos:
    "Ti confesser la verit, o re, qualunque cosa accada
    disse, e non negher di essere di argolica gente;
    questo per primo; e se la sorte fece sventurato Sinone,
    non lo far, malvagia, anche vano e mendace.
    Se per caso, parlando, udisti il nome di Palamede,
    stirpe di Belo, dall'inclita fama, che sotto
    una falsa accusa, poich si opponeva alla guerra,
    i Pelasgi misero a morte, incolpevole, con indegno giudizio,
    ed ora lo piangono spento; saprai che a lui
    mi mand compagno e consanguineo il mio povero padre,
    a combattere in questi luoghi fin dai primi anni.
    Finch Palamede partecipava da pari al potere ed aveva
    influenza nei concili dei re, anch'io ebbi una qualche rinomanza
    ed onore. Dopo che per l'invidia del perfido Ulisse
    - espongo note vicende - scomparve dalle regioni
    terrestri, afflitto traevo la vita nelle tenebre e nel pianto,
    e mi dolevo della sventura dell'amico innocente.
    N tacqui, folle, e se la sorte lo avesse voluto,
    se mai fossi tornato vincitore nella patria Argo,
    mi promisi vendicatore, e con le parole suscitai aspri odii.
    Di qui il principio della mia rovina, di qui sempre
    Ulisse ad atterrirmi con nuove calunnie, a spargere
    ambigue voci tra il popolo, e cercare sagace i mezzi d'offesa,
    finch per opera di Calcante...
    Ma perch ritorno invano a narrare ingrate vicende?
    E perch vi tedio? Se ritenete tutti uguali gli Achei,
    e vi basta sapere che io lo sono, infliggetemi subito la pena;
    ci vorrebbe Ulisse, e a gran prezzo lo pagherebbero gli Atridi".
    Allora noi ardiamo di interrogare e di chiedere le cause,
    ignari di tanti delitti e dell'astuzia pelasga.
    Prosegue timoroso, e con falso animo parla:
    "Spesso i Danai desiderarono di prendere la fuga, lasciata
    Troia, e di allontanarsi, stanchi, dalla lunga guerra
    e lo avessero fatto! -; spesso lo imped loro
    un'aspra tempesta del mare, e l'Austro li atterr nel partire.
    Specialmente, quando gi il cavallo si ergeva contesto
    di tavole d'acero, risuonarono per tutto l'etere nembi.
    Incerti mandiamo Euripilo a consultare l'oracolo di Febo,
    ed egli riporta dal santuario questi tristi responsi:
    Col sangue placaste i venti e con una vergine immolata,
    o Danai, quando voleste venire alle iliache sponde; col sangue
    si deve cercare il ritorno, e fare sacrificio d'una vita
    argolica. Appena questa voce venne agli orecchi
    del popolo, sbigottirono gli animi e gelido corse nel fondo
    delle ossa un tremore, a chi i fati preparino la morte,
    chi Apollo richieda. Allora Ulisse trascina nel mezzo,
    suscitando un grande tumulto, l'indovino Calcante, e reclama
    di conoscere il volere degli dei. Molti mi predicevano
    il crudele misfatto del perfido, o silenziosi prevedevano
    il futuro. Quello per dieci giorni tace, e rinchiuso
    ricusa di rivelare alcuno e di mandarlo a morte.
    A stento infine, spinto dai grandi clamori di Ulisse,
    per segreto accordo erompe a parlare e destina me all'ara.
    Assentirono tutti, e ci che ognuno temeva
    per s, tollerarono mutato nella rovina d'un solo infelice.
    E gi l'orribile giorno si avvicinava; mi si preparava il sacrificio,
    e il salso orzo, e bende intorno alle tempie
    mi strappai, confesso, alla morte, e ruppi i legami,
    e la notte mi nascosi in un lago melmoso, oscuro tra l'erba
    palustre, finch veleggiassero, se pure lo avessero fatto.
    Non avevo pi speranza di rivedere la cara patria
    i dolci figli, il sospirato padre, a cui forse
    quelli faranno scontare la pena per la mia fuga,
    ed espieranno questa colpa con la morte degli sventurati.
    Per i celesti e per i numi consci del vero,
    per la fede intemerata, se ancora ne resta
    ai mortali, di questo ti prego, commisera tali travagli,
    commisera un animo che soffre immeritate sciagure  a compianto".
    Priamo ordina per primo di togliere all'uomo i ceppi
    e gli stretti lacci alle mani, e parla con parole amiche:
    "Chiunque tu sia, da ora dimentica i Greci abbandonati;
    sarai dei nostri; e rispondi il vero alle mie parole:
    perch collocarono la mole dell'enorme cavallo? chi fu
    l'ispiratore? che vogliono?  un segno religioso, o una macchina
    di guerra?". Disse. Quello, esperto negli inganni e nell'astuzia
    pelasga, sollev liberate dai lacci le mani alle stelle:
    "Chiamo a testimoni voi, eterni fuochi, e l'inviolabile
    vostro nume disse, voi are e spade nefande alle quali sfuggii,
    e bende divine che portai in qualit di vittima: posso rivelare
    le occulte decisioni dei Greci, e odiare quegli uomini
    e portare alla luce tutti i loro segreti; non mi vincola legge
    di patria. Purch tu mantenga le promesse, e salvata salvi,
    o Troia, la fede, se dir il vero, se render grande compenso.
    Ogni speranza dei Danai e fiducia della guerra
    intrapresa si fond sempre sull'aiuto di Pallade.
    Da quando l'empio Tidide e l'inventore di misfatti Ulisse,
    accinti a strappare dal sacro tempio il fatale
    Palladio, uccise le sentinelle del sommo della rocca
    rapirono la sacra effigie e con le mani insanguinate
    osarono toccare le virginee bende della dea,
    da allora la speranza dei Danai riflu e si ritrasse
    dileguando, infrante le forze, avversa la mente della dea.
    Per mezzo d'indubbi prodigi la Tritonia ne diede segni.
    Appena posero il simulacro nel campo, arsero fiamme
    corrusche nei suoi occhi sbarrati, e un salso sudore
    corse per le sue membra, e tre volte - mirabile a dirsi -
    sobbalz lampeggiando sul suolo, brandendo lo scudo e
    l'asta vibrante.
    Subito Calcante vaticina che si deve fuggire per mare,
    e che Pergamo non si pu distruggere con armi argoliche,
    non ricerchino auspici ad Argo e riportino il simulacro
    trasportandolo con s sulle acque e sulle curve carene.
    Ed ora, poich veleggiarono alla patria Micene,
    si preparano armi e dei favorevoli, e rivarcato il mare
    giungeranno improvvisi. Cos interpreta gli auspici Calcante;
    di lui collocarono questa effigie in compenso del Palladio,
    in compenso del nume offeso, affinch espiasse l'infausto
    sacrilegio. Tuttavia Calcante ordin di elevare l'immensa
    Eneide, mole con roveri conteste, e di erigerla fino al cielo,
    perch non si potesse accogliere tra le porte o condurre tra le mura,
    n proteggesse il popolo all'ombra dell'antica religione.
    Infatti se la vostra mano violasse i doni offerti a Minerva,
    allora - prima gli dei volgano l'auspicio su Calcante! -
    una grande rovina accadrebbe all'impero di Priamo ed ai Frigi;
    se invece per mano vostra ascendesse alla vostra citt,
    L'Asia verrebbe spontaneamente con grande guerra alle mura
    di Pelope, e questi fati toccherebbero ai nostri nipoti".
    Per queste insidie ed astuzia dello spergiuro Sinone
    la cosa fu creduta, e presi con inganni e forzate lagrime
    coloro che non furono domati dal Tidide
    dal larisseo Achille, da dieci anni, da mille navi.
    Qui un nuovo avvenimento, pi grande
    e molto pi orrendo, si offre agli sventurati, e turba i cuori
    sorpresi. Laocoonte, sacerdote tratto a sorte a Nettuno,
    immolava un grande toro presso le are solenni.
    Ma ecco da Tenedo in coppia per le profonde acque tranquille
    - inorridisco a raccontarlo - due serpenti con immense volute
    incombono sul mare, e parimenti si dirigono alla riva;
    i petti erti tra i flutti e le creste sanguigne
    sovrastano le onde; tutta l'altra parte
    sfiora il mare da tergo e incurva in spire gli enormi dorsi;
    scroscia il gorgo schiumante. E gi approdavano,
    e iniettati di sangue e di fuoco gli occhi che ardevano,
    lambivano con lingue vibrate le bocche sibilanti.
    Fuggiamo esangui a quella vista. I serpenti con marcia sicura
    si dirigono su Laocoonte; e prima l'uno e l'altro
    serpente avvinghiano i piccoli corpi dei due figli
    li serrano, e a morsi si pascono delle misere membra;
    poi afferrano e stringono in grandi spire
    lui che sopraggiunge in aiuto e brandisce le armi;
    avvintolo due volte alla vita, e attortisi al collo
    due volte con le terga squamose sovrastano con il capo
    con l'alte cervici. Egli si sforza di svellere
    i nodi con la forza delle mani, cosparso le bende di sangue
    corrotto e di nero veleno e leva orrendi clamori
    alle stelle: quali i muggiti d'un toro ferito che fugge
    dall'ara, e scuote via dal collo la scure malcerta.
    Strisciando in coppia i due draghi fuggono verso l'alto
    santuario e muovono verso la rocca della crudele Tritonide;
    si acquattano ai piedi della dea e sotto il cerchio dello scudo.
    Allora a tutti s'insinua nei petti tremanti
    un nuovo timore, e dicono che Laocoonte ha pagato
    giustamente il delitto, poich ha violato con la punta
    il legno sacro, e avventato al fianco la lancia delittuosa.
    Gridano che si deve condurre al tempio il simulacro
    e pregare il nume della dea.
    Apriamo una breccia nelle mura e spalanchiamo la cinta della citt.
    Tutti si accingono all'opera e pongono sotto le zampe
    scorrevoli rulli e gettano canapi al collo.
    Sale la fatale macchina i muri, gravida
    d'armi. Giovinetti intorno e intatte fanciulle
    cantano inni e godono di toccare la fune.
    Quella entra e scorre minacciosa in mezzo alla citt.
    O patria, o Ilio, dimora degli dei, e gloriose in guerra
    mura dei Dardanidi! Quattro volte s'arrest sul limitare
    della porta, e quattro volte dal ventre risuonarono le armi.
    Tuttavia insistiamo incuranti, e accecati dalla follia,
    e collochiamo il mostro infausto sulla sacra rocca.
    Anche allora Cassandra dischiude le labbra ai fati
    futuri, per ordine del dio giammai creduta dai Teucri.
    Noi sventurati, nel nostro ultimo giorno,
    per la citt coroniamo i templi degli dei di festosa fronda.
    Ruota frattanto il cielo e dall'Oceano sorge la notte,
    avvolgendo nella vasta ombra la terra e l'etere
    e gli inganni dei Mirmidoni; sparsi per le case i Teucri
    tacquero; il sonno avvince le membra stanche.
    E gi la falange argiva andava a navi schierate
    da Tenedo, per gli amici silenzi della tacita luna
    dirigendosi alle note rive, quando la regia
    nave innalz segnali di fiamma, e protetto dagli iniqui
    fati degli dei, Sinone disserra furtivo
    i Danai rinchiusi nel ventre e il serrame di pino. Il cavallo
    aperto li rende all'aria, ed escono lieti dal concavo
    Alessandro e Stenelo capi e lo spietato Ulisse,
    discese gi per una fune, e Acamante e Toante,
    e il pelide Neottolemo, e per primo Macaone,
    Menelao e lo stesso fabbricatore dell'inganno, Epeo.
    Invadono la citt sepolta nel sonno e nel vino;
    uccidono le sentinelle, accolgono tutti i compagni
    dalle porte spalancate, e congiungono le complici schiere.
    Era il momento nel quale comincia agli affranti mortali
    il primo riposo e s'insinua gratissimo per dono degli dei;
    ed ecco, in sogno, mi sembra di vedere
    davanti agli occhi Ettore angosciato versare largo pianto,
    com'era nel giorno in cui lo trascinava la biga
    nero di polvere cruenta e trafitti dalle redini i piedi enfiati.
    Ahi quale il suo aspetto, quanto mutato dal grande
    Ettore che torn vestito delle spoglie di Achille,
    o dopo avere avventato fuochi frigi alle navi
    dei Danai; con la barba irsuta e i capelli rappresi di sangue,
    e le ferite che ricevette numerose intorno alle patrie mura.
    Sembrava che io piangendo mi rivolgessi per primo
    all'eroe ed esprimessi meste parole:
    "O luce della Dardania, sicura speranza dei Teucri,
    che grandi indugi ti trattennero? da quali regioni,
    o sospirato Ettore, vieni? Come, dopo molte uccisioni
    dei tuoi e molti travagli degli uomini e della citt,
    ti rivediamo stremati! Che indegna causa deturpa
    il volto sereno? e perch mi appaiono queste ferite?".
    Egli non indugia sulle vane domande che pongo,
    ma gravemente traendo un gemito dal profondo del petto,
    "Ah fuggi, figlio della dea" dice, "e scampa alle fiamme.
    Il nemico occupa le mura; Troia precipita dall'alto della rocca.
    Abbiamo dato abbastanza alla patria e a Priamo:
    se un braccio potesse difendere Pergamo, l'avrebbe difesa
    gi il mio. Troia ti affida i sacri arredi
    e i Penati: prendili compagni dei fati e cerca con essi
    grandi mura, che infine fonderai, percorso il mare".
    Disse, e port sulle mani dall'interno del sacrario
    bende e Vesta potente e l'eterno fuoco.
    Frattanto da tutte le parti un terribile pianto sconvolge
    le mura, e sempre di pi, sebbene remota dalle altre
    e protetta da alberi la casa del padre Anchise si apparte,
    i suoni si fanno chiari e incombe il fragore delle armi.
    Mi riscuoto dal sonno e salendo giungo sul colmo
    del tetto e mi fermo con gli orecchi tesi: come
    quando allinfuriare degli austri cade una fiamma
    tra le messi, o un rapace torrente con fiotto montano
    spiana i campi e i floridi seminati e le opere dei buoi,
    e trascina a precipizio le selve: il pastore stupisce
    ignaro ascoltando il rombo da un'alta rupe.
    Allora appare la realt, si svelano le insidie
    dei Danai. Gi l'ampia casa di Deifobo
    crolla nell'incendio che la sovrasta, gi arde il vicino
    Ucalegonte; balenano al fuoco i vasti flutti del Sigeo.
    Sorge un clamore di guerrieri e un clangore di trombe.
    Forsennato prendo le armi, senza un piano d'azione;
    ma l'animo arde di raccogliere una schiera a battaglia
    e di correre con i compagni alla rocca; il furore e l'ira
    sconvolgono la mente, e mi sovviene una bella morte con
    armi.
    Ma ecco Panto, sfuggito ai colpi degli Achei
    Panto, figlio di Otri, sacerdote della rocca di Febo,
    trascina i sacri arredi e i vinti dei e il piccolo
    nipote per mano, e corre forsennato alla mia soglia.
    "Dove  il punto decisivo, o Panto? quale rocca  meglio difendere?".
    Avevo appena parlato, e con un gemito risponde cos:
    "Venne l'estremo giorno e l'ineluttabile ora
    della Dardania. Fummo Troiani, fu Ilio e la grande
    gloria dei Teucri; Giove traspose spietato
    tutto in Argo; i Danai dominano nella citt incendiata.
    Ergendosi alto tra le mura il cavallo rovescia
    armati, e vittorioso Sinone suscita incendi,
    tracotante. Altri irrompono dalle porte spalancate
    quante migliaia vennero mai dalla grande Micene,
    altri occuparono con lance spianate le strette
    vie; una salda schiera di ferro con punte corrusche,
    serrata, pronta ad uccidere; a stento le sentinelle delle porte
    arrischiano per prime lo scontro, e resistono con cieca lotta".
    A tali parole del figlio di Otri, e trascinato dal volere degli
    dei, mi getto tra le fiamme e le armi, dove la triste Erinni
    e il fremito chiama e il clamore levato al cielo.
    Mi si aggiungono compagni Rifeo e grandissimo in armi
    Ifito, apparsi tra la luna, e Ipani e Dimante,
    raggruppatisi al nostro fianco e il giovane Corebo,
    figlio di Migdone, venuto per caso in quei giorni
    a Troia acceso da folle amore per Cassandra:
    in qualit di genero portava aiuto a Priamo
    ed ai Frigi, infelice, che non aveva ascoltato i consigli
    della sposa ispirata.
    Quando li vidi serrati osare battaglia,
    comincio a incitarli: "O giovani, cuori invano fortissimi,
    se avete il fermo desiderio di seguire
    me che oso l'estremo, esaminate la condizione degli eventi:
    gli dei, sui quali si fondava il nostro impero,
    fuggirono tutti, lasciati i sacrari e le are; voi soccorrete
    una citt incendiata; moriamo, e gettiamoci tra le armi.
    Unica salvezza ai vinti, non sperare nessuna salvezza".
    Cos si accrebbe nell'animo di quei giovani il furore.
    Poi, simili a lupi predatori nell'oscura nebbia
    che ciechi spinge una fame furiosa, ed i cuccioli abbandonati
    aspettano con le fauci asciutte, ci avventiamo tra i dardi,
    tra i nemici verso un'indubbia morte e attraversiamo
    la cltt; la nera notte ci avvolge con la cava ombra.
    Chi mai potrebbe esporre con parole la strage e le uccisioni
    di quella notte, e uguagliare con le lagrime gli affanni?
    L'antica citt, dominatrice per tanti anni, precipita;
    moltissimi corpi giacciono qua e l senza vita,
    per le vie, per le case e sulle soglie consacrate degli dei.
    Non solo i Teucri pagano pene di sangue;
    talvolta anche ai vinti ritorna nell'animo il valore
    e cadono i vincitori danai. Crudele ovunque il dolore,
    ovunque il terrore, e molteplice immagine di morte.
    Per primo incontriamo Androgeo, accompagnato
    da una grande turba di Danai, che ignaro ci crede una schiera
    alleata, e per primo ci si rivolge con parole amiche:
    "Affrettatevi, guerrieri. Che lenta pigrizia vi attarda?
    altri fanno saccheggio e bottino di Pergamo; voi
    ora soltanto venite dalle alte navi?".
    Non avevamo dato risposte e si sent caduto tra nemici.
    Raggel e ritrasse indietro il piede insieme con la voce.
    Come chi ad un tratto calpesta con forza in terra
    un serpe tra aspri rovi, e trepido fugge di scatto
    da quello che deriva l'ira e gonfia il livido collo;
    Irrompiamo all'attacco, li circondiamo con folte armi,
    li abbattiamo inesperti del luogo e presi dal terrore.
    Fu favorevole la sone alla prima impresa.
    Qui esultante del successo e animoso Corebo:
    "Compagni" disse, "per dove la prima sorte
    indica una via di salvezza e si mostra propizia,
    seguiamola: scambiamo gli scudi, e adattiamoci le insegne
    dei Danai. Inganno o valore, chi indagherebbe in un nemico?
    Essi ci daranno le armi". Cos disse e il chiomato
    elmo di Androgeo e la bella insegna dello scudo
    indossa, e si aggiusta al fianco la spada argiva.
    Rifeo, e Dimante e tutti i giovani lieti
    lo imitano; ciascuno si arma delle spoglie recenti.
    Ci slanciamo misti ai Danai avendo avversa la volont degli dei,
    e ingaggiamo molte battaglie, scontrandoci nella cieca notte
    e numerosi Danai facciamo discendere all'Orco.
    Altri fuggono alle navi, e si dirigono correndo alle rive
    sicure; parte con turpe terrore risalgono
    nell'enorme cavallo e si nascondono nel noto ventre.
    Ahi nulla possiamo sperare con gli dei avversi!
    Ecco la vergine priamea Cassandra coi capelli sparsi
    veniva trascinata dal tempio e dal sacrario di Minerva
    alzando invano al cielo gli occhi ardenti,
    gli occhi, poich legami serravano le tenere mani.
    Non sopport la vista Corebo, e con lo spirito infuriato
    si gett in mezzo alla schiera a rischio della morte.
    Lo seguiamo tutti e ci cacciamo tra le folte armi.
    Qui prima dall'alto culmine del tempio
    ci sommergono i dardi dei nostri, e nasce una miserevole
    strage per l'aspetto delle armi e l'errore dei cimieri greci.
    Poi i Danai, con rabbia e ira per la vergine ritolta,
    si radunano da tutte le parti ed assalgono, L'acerrimo Aiace
    e ambedue gli Atridi, e tutto l'esercito dei Dolopi:
    come, squarciatosi talvolta il turbine, avversi venti
    si scontrano, Zefiro e Noto ed Euro lieto dei cavalli;
    stridono le selve e infuria schiumoso Nereo
    e sommuove col tridente le acque dai pi bassi fondali.
    E quelli che avevamo disperso con l'inganno nell'oscura notte
    attraverso le tenebre e inseguiti per tutta la citt,
    riappaiono; per primi riconoscono gli scudi e le mentite
    armi, e notano le lingue differenti di suono.
    Ci sommergono subito col numero; e per primo Corebo
    combe per mano di Peneleo vicino all'ara della dea
    possente nell'armi; cade anche il pi giusto
    dei Teucri, Rifeo, il pi rispettoso dell'equo; agli dei
    parve altrimenti; periscono Ipani e Dimante
    trafitti dai compagni; n la tua grandissima piet,
    Panto, mentre cadevi, n l'infula di Apollo ti protesse.
    Ceneri d'Ilio e tu ultima fiamma dei miei,
    chiamo a testimoni: nella vostra caduta non evitai
    n i dardi n i rischi, e se era destino che cadessi,
    avrei meritato per mano dei Danai. Ci strappiamo
    di l, Ifito e Pelia con me, dei quali Ifito
    ormai carico d'anni, Pelia anche attardato
    da un colpo di Ulisse, subito chiamati dal clamore al palazzo
    di Priamo. Qui una vasta battaglia, come se altrove
    non vi fosse lotta. e nessuno morisse in tutta la citt;
    vediamo Marte indomito e i Danai avventarsi alla reggia,
    e la soglia premuta da una manovra a testuggine.
    Appoggiano le scale alle pareti, proprio sotto la porta,
    s'arrampicano sui gradini, e al coperto oppongono con le sinistre
    gli scudi ai dardi, afferrano con le destre i pinnacoli.
    I Dardanidi di contro divellono le torri e i tetti
    delle case (con questi proiettili, poich vedono la fine,
    tentano di difendersi nell'ora estrema della morte),
    e fanno precipitare le travi dorate e gli eccelsi
    fregi degli antichi avi; altri, brandite le spade,
    presidiano le porte in basso, le proteggono in folta schiera.
    Gli animi si rinfrancano a soccorrere il palazzo del re,
    ad aiutare i guerrieri, a ridare forze ai vinti.
    A tergo v'era una porta, un accesso segreto e un agevole
    passaggio delle case di Priamo tra loro, una porta negletta,
    per dove l'infelice Andromaca, mentre il regno durava,
    soleva recarsi sovente priva di corteggio
    dai suoceri, e conduceva all'avo il fanciullo Astianatte.
    Salgo alla cima del pi alto pinnacolo, di dove
    gli sventurati Teucri scagliavano inutili dardi.
    Una torre che sorgeva a strapiombo, dalla cima dei tetti
    irtosa alle stelle, da cui si soleva guardare
    Troia e le navi dei Danai e il campo acheo
    svellendola intorno col ferro, dove gli alti ripiani
    aveano vacillanti giunture, la sdradichiamo dal fondo,
    e la spingiamo; quella, crollata di schianto, trascina con
    strepito le macerie e cade vastamente sulle schiere dei Danai.
    Ma altri subentrano; non smette frattanto il lancio
    di pietre e d'ogni genere d'armi.
    Proprio davanti al vestibolo e al limitare della soglia,
    Pirro infuria, corrusco di dardi e di bronzeo splendore;
    quale nella luce un serpente pasciuto di male erbe,
    che il freddo inverno copriva gonfio sotto la terra,
    ora, lasciate le spoglie, nuovo e splendente di giovent,
    con il petto levato snoda le viscide terga
    eretto nel sole e vibra in bocca con triplice lingua.
    Con lui il gigantesco Perifante e l'auriga dei cavalli
    di Achille, L'armigero Automedonte; con lui tutti i giovani
    sciri premono alla reggia e lanciano fiamme ai tetti.
    Egli tra i primi, afferrata una scure, fracassa
    la dura porta e svelle dai cardini i battenti
    coperti di bronzo; e gi, troncata la trave, scava il legno
    robusto e produce un vasto squarcio di larga apertura.
    Appare l'interno della casa, e si schiudono i lunghi atrii;
    appaiono le stanze segrete di Priamo e degli antichi re,
    e vedono gli armati sul limite della soglia.
    L'interno del palazzo risuona di gemiti
    e d'un misero tumulto; le ampie stanze remote
    ululano di pianti femminili; il clamore ferisce le auree stelle
    Le donne atterrite errano per le vaste sale,
    tengono abbracciati gli stipiti e v'imprimono baci.
    Pirro incalza con la violenza del padre, n le sbarre
    n le sentinelle riescono a resistere; la porta vacilla
    ai fitti colpi d'ariete, e i battenti crollano schiantati
    dai cardini. La violenza apre la via; irrompono i Danai,
    ed entrati uccidono i primi, e riempiono ogni luogo di soldati.
    Non cos vastamente, rotti gli argini, un fiume schiumante
    straripa e travolge nel gorgo i massi che gli si oppongono,
    in piena trabocca furente nei campi e trascina
    per tutta la pianura le stalle e gli armenti. Vidi
    Neottolemo furente di strage, e sulla soglia i due Atridi,
    e Ecuba e le cento nuore e Priamo tra gli altari
    deturpare col sangue i fuochi da lui consacrati.
    Le cinquanta stanze nuziali, tanta speranza di nipoti,
    stipiti di barbarico oro e superbi di trofei,
    crollarono; i Danai occupano i luoghi che il fuoco risparmia.
    Forse vorrai conoscere anche il destino di Priamo.
    Come vide il disastro della citt conquistata e le soglie
    della reggia infrante e il nemico nelle stanze, invano,
    carico d'anni, circonda le spalle tremanti
    con le armi a lungo desuete, e cinge l'inutile ferro,
    e muove deciso a morire nel folto dei nemici.
    In mezzo al palazzo, sotto l'aperta volta del cielo,
    v'era un altare imponente, e un vetusto alloro
    il quale si protendeva sull'ara e avvolgeva d'ombra i Penati
    Ecuba e le figlie invano intorno agli altari,
    giunte precipitose come colombe nella fosca bufera,
    sedevano strette fra loro e abbracciate alle statue degli dei.
    Come vide Priamo, vestito delle armi dei giovani,
    "Quale funesto pensiero, infelicissimo sposo, t'indusse
    a cingerti di queste armi e dove ti precipiti?" disse;
    "il momento non richiede un simile aiuto, n tali
    difensori, neanche se ora ci fosse il mio Ettore.
    Alfine rifgiati qui; quest'ara protegger
    tutti, o morirai con noi". Avendo parlato cos,
    trasse a s il vegliardo e lo pose sul sacro soglio.
    Ed ecco, scampato alla strage di Pirro, Polite,
    uno dei figli di Priamo, tra i dardi, tra i nemici
    fugge per i lunghi portici, e percorre gli atrii deserti,
    ferlto: Impetuoso lo insegue Pirro con colpi minacciosi
    e gi lo afferra con la mano e lo preme con l'asta:
    come infine giunse davanti allo sguardo dei genitori,
    cadde, ed effuse con molto sngue la vita.
    Allora Priamo, sebbene gi nella stretta della morte,
    tuttavia non si contenne, e non risparmi la voce e l'ira:
    "Per tale delitto e prodezza, esclama, gli dei,
    se v' nel cielo piet che di questo si curi,
    ripaghino degne grazie e rendano i premi
    dovuti a te, che m'hai costretto ad assistere
    alla morte del figlio, profanando con l'eccidio il volto paterno.
    Ma non quell'Achille, del quale ti menti progenie,
    si comport cos con il nemico Priamo; ma ebbe riguardo
    ai diritti e alla fede del supplice, e rese il corpo esangue
    di Ettore al sepolcro, e me rinvi nel mio regno".
    Cos parl il vecchio e vibr priva di slancio
    l'innocua lancia che rimbalz dal fioco bronzo
    e pendette inutile dal sommo della borchia dello scudo.
    A lui Pirro: "Dunque riferirai questo
    ed andrai messaggero al genitore Pelde; ricrdati
    di narrargli le mie atrocit, e che Neottolemo traligna.
    Adesso muori". E dicendo cos lo trascina tremante
    agli altari, e sdrucciolante nel molto sangue del figlio,
    gli afferra la chioma con la sinistra, con la destra solleva
    la spada corrusca e gliela immerge tutta nel fianco.
    Cos si concluse il destino di Priamo, questa morte fatale
    lo rap mentre vedeva Troia in fiamme e Pergamo
    crollata, egli un tempo superbo sovrano di tanti
    popoli e terre d'Asia. Giace grande sul lido un tronco,
    il capo spiccato dal busto, e un corpo senza nome.
    Allora per la prima volta un crudele orrore m'avvinse.
    Raggelai; mi sovvenne l'immagine del caro padre,
    appena vidi il re a lui coetaneo esalare la vita
    per il colpo spietato; mi figurai la vedova Creusa,
    la casa distrutta, la morte del piccolo Iulo.
    Mi volgo ed esamino quanti mi restino intorno.
    M'avevano abbandonato tutti, stremati, e lasciati cadere
    i corpi in terra di schianto, o gettatili disperati nel fuoco.
    Ormai ero solo, quando scorgo la Tindaride
    che stava sulla soglia del tempio di Vesta e si occultava silenziosa
    in un luogo appartato: il bagliore degli incendi m'illumina
    mentre mi aggiro e volgo lo sguardo qua e l su tutto.
    Ella, fuggendo l'ostilit dei Teucri per la distruzione
    di Pergamo, e temendo le vendette dei Danai e le ire dello sposo
    abbandonato, comune Erinni di Troia e della patria,
    s'era sottratta agli sguardi e sedeva invisa presso le are.
    Divamparono fiamme nel cuore; subentra l'ira,
    vendicare la patria che cade, punire la scellerata.
    "Dunque costei rivedr incolume Sparta
    e la patria Micene? torner regina in trionfo,
    e rivedr lo sposo, e la casa, e i padri, e i figli,
    circondata da una turba di Iliadi e da servitori frigi?
    Priamo sar caduto di spada? Troia incendiata?
    il lido dardanio avr tante volte sudato sangue?
    No. Sebbene nessun memorabile vanto
    sia nel castigo d'una femmina n gloria in tale vittoria,
    tuttavia sar lodato per avere giustamente punito
    ed ucciso l'infame, e godr di avere saziato
    l'animo di fama vendicatrice, e appagato le ceneri dei miei".
    Questo agitavo nell'animo, trasportato dall'ira
    quando mi si offr alla vista, mai cos luminosa,
    e in una pura luce rifulse attraverso la notte
    la madre benigna, rivelatasi dea, quale di solito
    appare maestosa ai celesti, e presomi per mano,
    mi calm e aggiunse queste parole con roseo labbro:
    "Figlio, quale grande dolore suscita indomabili ire?
    Perch infurii o dove si ritrasse la cura di noi?
    Prima non vedrai dove hai lasciato il padre
    Anchise stremato dagli anni, se la sposa Creusa
    e il fanciullo Ascanio scamparono? ai quali tutti le schiere
    greche errano intorno, e se io non vegliassi,
    gi le fiamme li avrebbero estinti e la spada nemica ne avrebbe
    bevuto il sangue. Non il volto odioso della spartana Tindaride
    o l'accusato Paride, ma l'inclemenza degli dei sovverte
    questa vostra potenza e atterra dal vertice Troia.
    Guarda - infatti dissiper tutta la nube che ora
    frapposta al tuo sguardo ottunde la vista mortale
    e intorno umida annebbia; tu non temere i comandi
    della tua genitrice, n rifiutare obbedienza ai suoi precetti
    qui dove scorgi massi spezzati e blocchi
    sconnessi da blocchi, e polvere mista a fumo
    ondeggiante, Nettuno scuote le mura e le fondamenta
    scrollate dal grande tridente e distrugge l'intera citt
    dalla base. Qui Giunone crudelissima occupa in prima fila
    le porte Scee, e furente, cinta di ferro, richiama
    dalle navi le schiere alleate.
    Gi la tritonia Pallade, guarda, s'insedia sulla cima
    della rocca, fulgente di un'aureola e della Gorgone crudele.
    Lo stesso padre fornisce ai Danai animo e forze
    vittoriose, ed incita gli dei contro le armi dardanie.
    Prendi la fuga, o figlio, e metti fine alla battaglia.
    Non ti sar lontana, e ti guider incolume sulla soglia
    paterna".
    Disse, e scomparve nelle fitte ombre della notte.
    Appaiono orribili forme, i grandi numi degli dei
    nemici di Troia.
    Allora mi parve che Ilio crollasse tutta
    in fiamme, e si rovesciasse dalla base la nettunia Troia.
    Come sulle vette dei monti i boscaioli gareggiano
    ad abbattere con frequenti colpi di scure un antico orno
    intaccato dal ferro; quello continuamente minaccia,
    e scossa la cima, oscilla tremante la chioma,
    finch vinto a poco a poco dai colpi emette
    un ultimo gemito, e schiantato rovina sui gioghi.
    Discendo, e con la guida divina procedo spedito tra le fiamme
    e i nemici; i dardi lasciano il passo, le fiamme si ritraggono.
     E come ormai giunsi alle soglie della casa paterna,
    all'antica dimora, il padre, che per primo volevo
    portare in salvo sugli alti monti e per prlmo cercavo,
    rifiuta di continuare la vita, distrutta Troia,
    e di patire l'esilio. "Voi che avete il sangue
    intatto dagli anni" dice "e salde le forze del proprio
    vigore, voi pensate alla fuga.
    Se i celesti avessero voluto protrarmi la vita,
    mi avrebbero salvato la casa. Gi fu abbastanza e troppo
    vedere una distruzione e sopravvivere alla caduta della citt.
    Partite salutandomi al pari d'un corpo sepolto.
    Mi procurer la morte; il nemico prover compassione
    e vorr le spoglie; perdita lieve, la tomba.
    Da tempo inviso agli dei e inutile attardo
    gli anni, da quando il padre degli dei e re degli uomini
    mi sfior con il soffio del fulmine e mi tocc con il fuoco."
     Persisteva ricordando queste cose e restava irremovibile.
    Noi invece, sciogliendoci in lagrime, e la sposa Creusa
    e Ascanio e tutta la famiglia, esortavamo il padre
    a non travolgere tutto con s assecondando il fato che urgeva.
    Rifiuta, e permane nello stesso proposito e luogo.
    Sono ricacciato tra le armi e disperato desidero la morte.
    Infatti quale disegno o destino si offriva?
    "Padre, pensasti che potessi partire lasciandoti,
    e una tale empiet cadde dal labbro paterno?
    Se piace ai celesti che nulla rimanga di cos grande
    citt, e questo decidi, e ti piace di aggiungere
    te e i tuoi a Troia che perisce, la porta si schiude
    a una morte siffatta; dal molto sangue di Priamo verr Pirro,
    che uccide il figlio davanti agli occhi del padre
    e il padre presso le are. Perci, divina madre,
    tra i dardi e i nemici mi salvi, perch rimiri il nemico
    nelle stanze, e Ascanio, e il padre, e accanto Creusa
    immolati l'uno nel sangue dell'altro? Armi, o uomini
    datemi armi; l'ultimo giorno chiama i vinti.
    Rendetemi ai Danai; lasciate che torni a rinnovate
    battaglie; non tutti oggi morremo invendicati."
    Allora mi cinsi di nuovo la spada e imbracciai
    con la sinistra lo scudo e mi spingevo fuori della casa.
    Ma ecco la sposa abbracciandomi i piedi sulla soglia
    mi si avvinghiava e tendeva al padre il piccolo Iulo:
    "Se vai a morire, prendi anche noi con te per tutte le sorti.
    Se invece esperto riponi qualche speranza nelle armi,
    difendi prima la casa. A chi lasci il piccolo Iulo,
    e il padre, e la sposa un giorno detta tua?".
    Gridando cos riempiva tutta la casa di gemiti,
    quando improvviso e mirabile a dirsi appare un prodigio.
    Tra le mani e gli sguardi dei mesti genitori,
    ecco dalla sommit del capo di Iulo appare
    un tenue raggio effondere luce, ed innocua al contatto la
    fiamma lambire la morbida chioma e ravvivarsi intorno alle tempie.
    Atterriti trepidiamo di paura e scuotiamo i capelli
    che bruciano e con acqua cerchiamo di estinguere il fuoco sacro.
    Ma il padre Anchise sollev lieto gli occhi
    alle stelle e tese al cielo le mani e la voce:
    "Giove onnipotente, se alcuna preghiera ti piega,
    guardaci; ci solamente, e se meritiamo la tua piet,
    dacci ancora un segno, o padre, e conferma gli auspici".
    Il vegliardo aveva appena parlato, quando con improvviso
    fragore tuon a sinistra, e una stella caduta dal cielo,
    tracciando con grande luce una scia, corse per l'ombre.
    La vediamo sfiorare il vertice del tetto e scomparire
    luminosa nella selva ida, segnando la via;
    quindi un solco risplende per lunga traccia,
    e i luoghi intorno a distesa fumano zolfo.
    Allora, vinto, il padre si protende verso il cielo
    e saluta gli dei e adora il santo astro.
    "Ormai non v' da indugiare; vi seguo, e per dove guidate,
    vado: di patrii, salvate la stirpe, salvate il nipote.
    Questo  il vostro augurio, Troia sopravvive nel vostro volere
    Cedo, o figlio, e non rifiuto di accompagnarti."
    Disse; e gi per le mura il fuoco pi chiaro
    si ode, e in volute si approssima l'ardore degli incendi.
    "Su dunque, diletto padre, salimi sul collo;
    ti sosterr con le spalle, e il peso non mi sar grave;
    dovunque cadranno le sorti, uno e comune sar
    il pericolo, una per ambedue la salvezza. Il piccolo Iulo
    mi accompagni, e la sposa segua discreta i miei passi.
    Voi, o servi, ascoltate quanto vi dico.
    All'uscita della citt v' un colle e un vetusto
    tempio di Cerere abbandonato, e accanto un antico cipresso
    conservato per molti anni dalla devozione dei padri.
    Da diverse direzioni verremo a quest'unico luogo.
    Tu, o padre, prendi i sacri arredi e i patrii
    Penati; io non posso toccarli appena uscito da tale
    lotta e strage, finch non mi mondi a una viva
    sorgente."
    Detto cos, distendo sulle larghe spalle
    e sul collo reclino una coperta, la pelle d'un fulvo leone,
    e mi sottopongo al peso; alla destra mi si stringe il piccolo
    Iulo, e segue il padre con passi ineguali;
    dietro viene la sposa. Muoviamo per oscure contrade;
    e mentre poc'anzi non mi turbavano i dardi scagliati
    n i Greci raccolti in avversa schiera, adesso
    un alito m'atterrisce, un suono mi allarma, inquieto
    e timoroso allo stesso modo per il compagno e per il peso.
    E gi mi avvicinavo alle porte, e mi sembrava di essere scampato
    a tutto il percorso, quando d'un tratto mi parve
    di udire un appressarsi di passi; il padre, scrutando
    nell'ombra, "Figlio" esclama, "fuggi, o figlio, s'avvicinano.
    Vedo splendenti scudi e bronzi scintillanti".
    Ignoro qual nume nemico mi confuse la mente
    e me la tolse nello sgomento. Mentre seguo di corsa
    sentieri remoti ed esco dalla zona delle vie
    note, ahi me misero, strappata dal destino Creusa
    si ferm, o usc di via, o sedette stanca?
    Lo ignoro; non riapparve pi ai nostri occhi.
    Non mi avvidi di averla perduta e non le prestai attenzione,
    prima che fossimo giunti al colle e al tempio
    dell'antica Cerere; qui infine, tutti raccolti,
    ella sola manc, e sfugg ai compagni e al figlio e al marito.
    Chi non accusai, dissennato, degli uomini e degli dei?
    O cosa vidi di pi crudele nella citt distrutta?
    Affido ai compagni Ascanio e il padre Anchise e i teucri
    Penati, e li celo nella cavit della valle.
    Ritorno in citt e mi cingo delle fulgide armi. Decido
    di riaffrontare tutti gli eventi, di ripercorrere l'intera
    Troia e di esporre di nuovo la vita ai pericoli.
    Da principio raggiungo le mura e le oscure soglie
    della porta da cui ero uscito, e seguo a ritroso
    nella notte ed esploro con lo sguardo i segni delle orme.
    Dovunque orrore e silenzio atterriscono l'animo.
    Poi ritorno a casa, se mai vi si fosse recata.
    I Danai avevano invaso e occupavano tutto l'edificio.
    Presto il fuoco vorace s'avvolge per il vento alla cima
    dei tetti, le fiamme sovrastano infuria all'aria la vampa.
    Procedo e torno a visitare il paiazzo e la rocca di Priamo.
    E gi nei vuoti portici, asilo di Giunone,
    scelti come custodi Fenice e il crudele Ulisse
    facevano la guardia alla preda. Qui da tutte le parti
    si ammucchia il tesoro troiano strappato agli arsi sacrari,
    e le mense degli dei, e i crateri d'oro massiccio, e le vesti
    predate. Fanciulli e donne atterrite in lunga fila
    stanno d'intorno.
    Osando persino lanciare grida nell'ombra
    riempii di clamore le vie e mesto chiamai
    invano ripetendo ancora ed ancora Creusa.
    Mentre deliravo cos e smaniavo senza tregua tra le case
    della citt, mi apparve davanti agli occhi l'infelice simulacro
    e l'ombra di Creusa, immagine maggiore di lei.
    Raggelai, e si drizzarono i capelli e la voce s'arrest nella gola.
    Allora parl cos confortando i miei affanni:
    "Perch abbandonarsi tanto ad un folle dolore
    o dolce sposo? Ci accade per volere divino;
    non puoi portare via con te Creusa,
    no, non lo permette il sovrano del superno Olimpo.
    Lunghi esilii per te, e da solcare la vasta
    distesa marina; in terra d'Esperia verrai,
    dove tra campi ricchi d'uomini fluisce con placida
    corrente l'etrusco Tevere; l ti attendono lieti
    eventi, e un regno e una sposa regale. Raffrena
    le lagrime per la diletta Creusa: non vedr le superbe
    case dei Mirmidoni o dei Dolopi, non andr a servire donne
    greche, io, dardana, e nuora della dea Venere
    la grande Madre degli dei mi trattiene in queste terre.
    E ora addio, serba l'amore di nostro figlio".
    Com'ebbe parlato cos, mi lasci in lagrime,
    desideroso di dirle molto, e svan nell'aria lieve.
    Tre volte tentai di cingerle il collo con le braccia:
    tre volte inutilmente avvinta l'immagine dilegu
    tra le mani, pari ai venti leggeri, simile a un alato sogno.
    Cos, consunta la notte, ritorno a vedere i compagni.
    E qui trovo con meraviglia che era affluita
    una moltitudine di nuovi compagni, donne e uomini,
    popolo radunato all'esilio, miserevole turba.
    Si raccolsero da tutte le parti, pronti d'animo e di forze,
    in qualunque terra volessi condurli per mare.
    E gi Lucifero sorgeva dagli alti gioghi
    dell'Ida, e portava il giorno; i Danai presidiavano
    le porte, e non v'era speranza di aiuto; mi mossi,
    e levato il padre sulle spalle mi diressi verso i monti.






    LIBRO TERZO.

    Dopo che piacque ai celesti di abbattere la potenza dell'Asia
    e l'incolpevole gente di Priamo, e cadde la superba
    Ilio e tutta fuma al suolo la nettunia Troia,
    i presagi degli dei ci spingono a cercare mutevoli
    esilii e terre deserte; allestiamo una flotta
    sotto il declivio di Antandro e i gioghi del frigio Ida,
    incerti dove portino i fati, dove si debba
    sostare. Rduniamo uomini. Cominciava appena la primavera
    e il padre Anchise ordinava di aprire le vele ai fati;
    allora lascio piangendo le rive e i porti della patria,
    e le pianure, dove fu Troia. Esule sono portato
    al largo, coi compagni, il figlio, i Penati e i grandi dei.
    Giace lontano una terra sacra a Marte dai vasti
    campi - la arano i Traci -, regnata un tempo dall'aspro
    Licurgo, antico ospizio per Troia, coi Penati amici,
    mentre dur la fortuna. Sono portato qui e sulla curva
    spiaggia pongo le prime mura, approdato con fati ostili.
    Dal mio nome formo il nome di Eneada.
    Facevo sacrifici alla madre dionea ed ai numi
    auspici dell'opera intrapresa, e mi accingevo a costruire
    sulla riva uno splendido muro al re dei celesti.
    V'era l accanto un'altura, e in cima virgulti
    di corniolo e un mirto rigido di dense verghe.
    M'appressai, e tentando di svellere dal suolo un verde
    cespuglio, per coprire le are di rami frondosi,
    orrendo e mirabile a dirsi vedo un prodigio.
    Infatti dall'arbusto strappo dal suolo per primo,
    spezzate le radici, colano gocce di nero sangue
    e macchiano la terra di putredine. Un freddo brivido
    mi scuote le membra, e il sangue si gela per il terrore.
    Di nuovo insisto a strappare il flessibile ramo
    d'un altro, e a cercare a fondo le cause nascoste.
    Anche dalla corteccia dell'altro sgorga nero sangue;
    agitando molti pensieri nell'animo veneravo le agresti
    Ninfe e il padre Gradivo che presiede ai campi getici,
    perch propiziassero la visione e alleviassero il presagio.
    Ma dopo che afferro con maggiore slancio la terza
    verga, puntando le ginocchia contro la sabbia
    - devo parlare o tacere? -, s'ode un lacrimoso gemito
    dalla base del cumulo, e una voce uscendone raggiunge gli orecchi:
    "Perch laceri uno sventurato, o Enea? Risparmia un cadavere;
    risparmia di profanare le pie mani. Troia mi ha generato
    non estraneo a te, e il sangue che vedi non sgorga dal legno.
    Oh, fuggi terre crudeli, fuggi un avido lido.
    Sono Polidoro. Qui mi trafisse e mi copr
    una ferrea messe di dardi e crebbe di acute aste".
    Allora, oppresso la mente dubbiosa dall'orrore
    stupii, si drizzarono i capelli, e la voce si arrest nella gola.
    Lui, Polidoro, un giorno, con grande quantit d'oro
    l'infelice Priamo aveva affidato in segreto
    da allevare al re tracio, quando ormai disperava
    delle armi dei Dardani, e vedeva la citt assediata.
    Quello, appena furono infrante le forze dei Teucri e la fortezza,
    si ritrasse, seguendo le sorti di Agamennone e le armi vincitrici,
    offende ogni legge; uccide Polidoro, e s'appropria
    con violenza dell'oro. A cosa non spingi i cuori mortali,
    o esecrabile fame dell'oro? Dopo che il terrore lasci
    le mie ossa, agli scelti capi del popolo e per primo al padre
    riferisco i prodigi degli dei, e chiedo il parere.
    Tutti hanno il medesimo proponimento, allontanarsi dalla
    terra scellerata,
    lasciare il rifugio contaminato, e affidare le navi ai venti.
    Dunque prepariamo le esequie a Polidoro: si ammucchia
    una massa di terra per il tumulo; si ergono ai Mani
    are meste di livide bende e di nero cipresso,
    e intorno le donne di Ilio, sciolte secondo l'uso
    le chiome; offriamo tazze schiumanti di tiepido latte
    e coppe di sacro sangue, e chiudiamo l'anima
    nel sepolcro, e gridiamo a gran voce l'estremo saluto.
    Indi, appena ci affidiamo al mare e i venti placano
    le onde e un lieve austro schioccando invita al largo,
    i compagni mettono in acqua le navi e riempiono la riva.
    Ci allontaniamo dal porto, e terre e citt retrocedono.
    Sacra in mezzo al mare giace una terra gratissima
    alla madre delle Nereidi e a Nettuno egeo, che errante
    intorno alle terre e alle rive il dio arciere
    pietoso avvinse all'eccelsa Micono e a Garo,
    e diede che fosse immobile e spregiasse i venti.
    Qui sono portato; questa ci accoglie stanchi, placidissima
    nel porto sicuro. Sbarcati veneriamo la citt di Apollo.
    Il re Anio, insieme re degli uomini e sacerdote
    di Febo, cinto le sacre tempie di bende e di alloro,
    ci viene incontro; riconosce il vecchio amico Anchise.
    Uniamo le destre in segno di ospitalit, ed entriamo nel palazzo.
    Veneravo il tempio del dio, costruito in antica pietra:
    "Dacci, o Timbreo, una casa; da' mura a noi stanchi,
    e una prole, e una citt durevole; salva la nuova
    Pergamo di Troia, relitto dei Danai e del feroce Achille.
    Chi mai dobbiamo seguire? dove ordini di andare e di stanziarci?
    D, o padre, un presagio, e discendi nel nostro animo".
    Avevo appena parlato: tutto parve ad un tratto
    tremare, le soglie, e l'alloro del dio, e intero sommuoversi
    il monte d'attorno, e risuonare il tripode, dischiusi i penetrali.
    Cadiamo in terra in ginocchio, una voce giunge agli orecchi:
    "O duri Dardanidi, proprio la terra che vi produsse
    per prima dal ceppo degli avi, vi accoglier al ritorno
    nel lieto seno. Cercate l'antica madre.
    Qui la casa di Enea dominer su tutte le terre
    e i figli dei figli, e quelli che nasceranno da loro".
    Cos Febo; e sorse, mista al tumulto, una grande
    gioia, e tutti chiedono quali siano le mura,
    dove Febo chiami gli erranti e ordini di tornare.
    Allora il padre, volgendo i ricordi degli antichi eroi,
    "Udite, o capi" disse, "e apprendete le vostre speranze.
    Giace in mezzo al mare isola del grande Giove,
    Creta dov' il monte Ida e la culla della nostra gente.
    I Cretesi abitano cento grandi citt, ricchissimi regni,
    di dove se bene ricordo i racconti, il massimo
    dei padri, Teucro, approd per la prima volta alle spiagge
    cretee, e scelse un luogo per il regno. Non sorgevano ancora
    Ilio e le rocche di Pergamo; abitavano al fondo delle valli.
    Di qui la Madre abitatrice del Cibelo e i bronzi dei Coribanti
    e il bosco ido; di qui i silenzi sicuri ai misteri,
    e i leoni aggiogati si sottoposero al carro della sovrana.
    Avanti, dunque, e dirigiamoci dove guidano gli ordini
    degli dei; plachiamo i venti e muoviamo ai regni di Cnosso.
    Non distano una lunga rotta; purch Giove assista,
    il terzo giorno deporr la flotta sulle spiagge cretesi".
    Detto cos, immol alle are giusti onori,
    un toro a Nettuno, un toro a te, bell'Apollo,
    un'agnella nera alla Tempesta, bianca ai benigni zefiri.
    La Fama vola, che il re Idomeneo  fuggito,
    scacciato dai regni paterni, le terre di Creta deserte,
    le case vuote di nemici; ci aspettano libere sedi.
    Lasciamo il porto di Ortigia e voliamo sui flutti,
    radiamo Nasso echeggiante, Bacco per i gioghi,
    e la verde Donusa, Olearo e la nivea Paro e sparse
    nel mare le Cicladi, e gli stretti agitati per le frequenti terre.
    Sorge in diversa gara il nautico grido;
    i compagni esortano a raggiungere Creta e gli avi.
    Il vento asseconda l'andare sorgendo da poppa;
    infine arriviamo alle antiche terre dei Cureti.
    E dunque avido costruisco le mura della sperata
    citt, la chiamo Pergamo, e la gente lieta del nome
    esorto ad amare i focolari e ad erigere la rocca sui tetti.
    Le navi erano ormai in secco sulla riva;
    i giovani davano opera alle nozze e ai nuovi campi;
    assegnavo leggi e case; quando d'improvviso, corrotto
    uno spazio di cielo, venne struggente alle membra
    e miserevole agli alberi e ai seminati una peste, stagione mortifera.
    Lasciavano le dolci vite, o trascinavano i corpi
    malati; allora Sirio bruciava gli sterili campi;
    inaridivano le erbe, e la messe malata negava il cibo.
    Il padre ci esorta a tornare di nuovo all'oracolo di Ortigia
    e a Febo, ripercorso il mare, e a chiedere grazia:
    qual fine assegni alle fatche; di dove ingiunga
    esplorare sollievo agll affanni; dove rivolgere la rotta.
    Era la notte, e in terra il sonno teneva i viventi:
    le sacre statue degli dei, e i frigi Penati,
    che avevo portato via con me da Troia
    tra le fiamme della citt, parvero presentarmisi in sogno
    allo sguardo, mentre giacevo, evidenti in molta luce,
    dove la luna piena si riversava per le finestre aperte;
    allora parlarono cos e diminuirono la pena con queste parole
    "Ci che Apollo ti direbbe, se tornassi a Ortigia,
    qui presagisce, ed ecco ci manda alle tue soglie.
    Noi che, bruciata la Dardania, seguimmo te e le tue armi,
    e sotto di te percorremmo sulle navi il tumido mare,
    noi solleveremo agli astri i nipoti venturi
    e daremo dominio alla citt. Grandi mura prepara
    a grandi cose, e non desistere dal lungo travaglio della fuga.
    Si deve cambiare sede. Il Delio non ha indicato
    queste rive, Apollo non ha ordinato di fermarsi a Creta.
    V' un luogo, i Greci lo chiamano con il nome di Esperia,
    antica terra, potente d'armi e di feconde zolle;
    la abitarono uomini enotrii; ora si dice che i figli
    abbiano chiamato Italia la gente dal nome di un capo:
    queste le nostre sedi; di qui Dardano sorse,
    e Iasio padre: da questo progenitore la nostra stirpe.
    Alzati, avanti, e lieto riferisci al padre
    vegliardo queste parole indubitabili: ricerchi Corito
    e le terre ausonie. Giove ti nega i campi dittei".
    Attonito a tale visione e alla voce degli dei,
    quello non era sonno, mi sembrava di riconoscere davvero
    aspetti e velate chiome e volti presenti;
    sgorgava gelido sudore da tutto il corpo,
    strappo il corpo dal giaciglio e tendo supine
    al cielo con la voce le mani, e intemerate offerte
    libo ai bracieri. Compiuto lieto il sacrificio,
    informo Anchise, e chiarisco per ordine l'evento.
    Egli riconosce la duplice prole e i due genitori,
    e s di nuovo ingannato da un errore di antichi luoghi.
    Allora ricorda: "O figlio, provato dagli iliaci fati,
    sola mi profetava queste vicende Cassandra.
    Ora la rammento prevedere tali destini alla nostra
    stirpe, e spesso invocare l'Esperia e i regni italici.
    Ma chi pensava che i Teucri verrebbero alle spiagge
    d'Esperia? o chi allora credeva alle profezie di Cassandra?
    Cediamo a Febo, e ammoniti seguiamo migliori segni".
    Disse cos: e tutti obbediamo alle parole, esultanti.
    Abbandoniamo ancora una sede, e, lasciati pochi, apriamo lo
    le vele, e nel cavo legno corriamo il vasto mare.
    Dopo che le navi furono al largo, e disparvero
    tutte le terre, e dovunque cielo e dovunque acque,
    allora mi s'addens sul capo un livido uragano,
    portando notte e tempesta, e rabbrivid l'onda nelle tenebre.
    Subito i venti sconvolgono il mare e alti si levano
    i flutti; siamo dispersi e agitati dal vasto gorgo;
    i nembi avvolsero il giorno, e un'umida notte ci tolse
    il cielo; s'infittiscono, squarciate le nubi. i fulmini.
    Usciamo sbalzati dalla rotta, ed erriamo sulle cieche onde.
    Lo stesso Palinuro dice di non distinguere in cielo
    la notte dal giorno, e di non riconoscere la via tra le onde.
    Cos erriamo sul mare per tre incerti soli
    nella cieca caligine, e altrettante notti senza stelle.
    Infine il quarto giorno apparve ergersi una terra,
    e lontano svelare montagne, e levare fumo.
    Le vele cadono, sorgiamo sui remi; i marinai instancabili
    rovesciano con forza le schiume e spazzano i lividi flutti.
    Mi accolgono dapprima in salvo dalle onde le rive
    delle Strofadi; sono denominate Strofadi, con nome greco,
    le isole del vasto Ionio, che la sinistra Celeno
    e le altre Arpie abitano, dopo che la casa di Fineo
    si chiuse, e per timore lasciarono le antiche mense.
    Non v' mostro pi infausto di quelle; nessuna peste
    pi crudele o maledizione divina usc dalle onde stigie.
    Virginei volti su corpi di uccelli, nauseante profluvio
    di ventre, artigli adunchi, e pallida sempre
    la faccia di fame.
    Come, arrivati qui, entrammo nel porto, ecco
    vediamo floridi armenti di buoi sparsi nei campi
    e senza alcun custode un gregge di capre tra l'erba.
    Assaliamo col ferro e chiamiamo a parte della preda
    gli dei e lo stesso Giove; allora sulla curva spiaggia
    disponiamo giacigli e banchettiamo con laute vivande.
    Ma improvvise con orribile discesa dai monti compaiono
    le Arpie e scuotono con grandi strida le ali,
    ghermiscono i cibi e lordano tutto con immondo
    contatto; s'odono lugubri strida tra il lezzo.
    Imbandiamo di nuovo le mense in una profonda rientranza
    sotto una cava rupe, racchiusa intorno da alberi
    e da ombre emergenti, e riponiamo il fuoco sulle are:
    di nuovo da una diversa parte del cielo, e da ciechi nascondigli,
    vola la turba sonora intorno alla preda con unghie
    adunche e insozza i cibi con la bocca. Allora ai compagni
    ordino di prendere le armi, e di combattere la sinistra
    gena. Fanno com' comandato, e dispongono
    le spade celate nell'erba e nascondono gli scudi.
    Dunque, appena esse discesero per la curva spiaggia e produssero
    strepito, Miseno dall'alta vedetta emette il segnale
    con il cavo bronzo. I compagni assalgono e tentano
    strane battaglie, ferire col ferro i sudici uccelli del mare.
    Ma non ricevono offesa nelle piume, o ferite
    sul dorso, e volate con rapida fuga alle stelle
    lasciano la preda semidivorata e le sozze vestigia.
    Sola si ferm su un'altissima rupe Celeno,
    infausta profetessa, ed eruppe questa voce dal petto:
    "Guerra, anche, per la strage dei buoi e gli abbattuti
    giovenchi, o Laomedontiadi, guerra vi preparate a portare
    e a scacciare dal patrio regno le innocenti Arpie?
    Accogliete dunque nell'animo e imprimete queste parole:
    ci che il Padre onnipotente predisse a Febo,
    e Febo Apollo a me, io, massima delle Furie, svelo.
    Voi navigate verso l'Italia, e la invocate seguendo i venti:
    giungerete in Italia, e potrete entrare in porto;
    ma non cingerete di mura la citt destinata
    prima che una terribile fame e l'offesa fatta coll'aggredirci
    vi costringa a consumare con le mascelle le rse mense".
    Disse, e levatasi sulle ali, fugg nella selva.
    Ai compagni per l'improvviso terrore si rapprese gelido
    il sangue; caddero gli animi, e non pi con le armi,
    ma con voti e preghiere esigono di chiedere pace,
    siano dee, o sinistri e sudici uccelli.
    Il padre Anchise, sollevate le braccia dalla riva,
    invoca i grandi numi e indice giusti onori:
    "O dei, impedite la minaccia, disperdete una tale sventura,
    e benigni salvateci per la nostra piet". Poi ordina
    di strappare gli ormeggi dalla riva e di scuotere e mollare le gomene.
    I Noti tendono le vele; fuggiamo sulle onde schiumanti,
    per dove il vento e il nocchiero chiamavano la rotta.
    Gi appare in mezzo ai flutti la boscosa Zacinto
    e Dulichio e Same e Nerito alta sulle rocce.
    Fuggiamo gli scogli di Itaca, regno di Laerte,
    ed esecriamo la terra nutrice del crudele Ulisse.
    Presto le nuvolose vette del monte Leucate,
    e si mostra il tempio di Apollo temuto dai naviganti.
    Ci dirigiamo qua, stanchi, ed entriamo nella piccola citt;
    si getta l'ancora da prua, stanno presso riva le poppe.
    Dunque impossessatici infine della terra insperata,
    ci purifichiamo con sacrifici a Giove, bruciamo voti sulle are,
    e celebriamo le rive di Azio con giochi iliaci.
    I compagni, denudati, giocano spalmati di scorrevole olio
    nelle patrie gare, rallegra l'essere scampati
    a tante citt argoliche, ed essere fuggiti di mezzo ai nemici.
    Intanto il sole compie il giro di un lungo anno,
    e il gelido inverno inasprisce di aquiloni le onde.
    Infiggo ai battenti uno scudo di cavo bronzo,
    che il grande Abante portava, e segno il fatto con un verso:
    ENEA QUESTE ARMI STRAPPATE Al VINCITORI DANAI.
    Allora ordino di lasciare il porto e di sedere ai banchi.
    A gara i compagni incidono il mare e spazzano le acque.
    Subito vediamo sparire le aeree rocche dei Feaci;
    costeggiamo le spiagge dell'Epiro ed entriamo nel porto
    caonio e ci avviciniamo all'alta citt di Butroto.
     Qui un'incredibile fama di eventi colpisce gli orecchi:
    il priamide Eleno regna su citt greche,
    entrato in possesso della sposa e dello scettro dell'eacide
    Pirro, Andromaca di nuovo passata a un marito conterraneo.
    Rimasi stupito; il petto acceso da amore
    mirabile, parlare all'uomo, conoscere i grandi eventi.
    Avanzo dal porto, lasciando le navi e la riva,
    mentre per caso nel bosco, dinanzi alla citt, presso l'onda
    d'un falso Simoenta, Andromaca libava rituali vivande
    e mesti doni al cenere e invocava i Mani
    sul tumulo d'Ettore, che aveva consacrato vuoto
    con verde zolla, e due are, causa di lagrime.
    Come mi vide sopraggiungere e scorse d'attorno
    armi troiane, smarrita, sconvolta dal grande prodigio,
    impietr nel guardare, il calore le lasci le ossa;
    vacilla, e a stento, trascorso gran tempo, parla:
    "Reale  il tuo aspetto, reale messaggero mi giungi,
    o figlio della dea? E vivi? oppure, se la luce vitale
    disparve, Ettore dov'?" disse, e vers lagrime
    e riemp l'intero luogo di grida. Rispondo appena
    rare parole a quella furiosa e turbato schiudo le labbra:
    "S, vivo, e trascino la vita per tutti gli estremi
    pericoli; non dubitare, vedi cose reali.
    Ahim, che sorte ti accolse strappata ad un grande
    sposo? o quale abbastanza degna fortuna ritorna?
    Andromaca d'Ettore, serbi le nozze di Pirro?".
    Reclin il volto e parl con voce sommessa:
    "O unica felice tra tutte la vergine priamea,
    fatta morire sul tumulo del nemico, ai piedi
    delle alte mura di Troia, che non sopport sorteggio,
    n prigioniera tocc il giaciglio d'un padrone vincitore!
    Noi, incendiata la patria, portate per mari lontani,
    forzate alla schiavit, sopportammo l'insolenza del figlio
    di Achille, giovane superbo: il quale in seguito,
    mirando a Ermione ledea e alle nozze spartane,
    trasmise in possesso me serva al seno Eleno.
    Ma quello, infiammato da grande amore per la sposa
    rapita e agitato dalle Furie dei delitti, Oreste
    coglie alla sprovvista e lo massacra presso le patrie are.
    Alla morte di Neottolemo, una debita parte del regno
    pass a Eleno, che dal nome troiano di Caone
    chiam i campi caonii e tutta la terra Caonia,
    ed eresse sulle cime Pergamo e questa rocca iliaca.
    Ma a te che venti, che fati assegnarono il corso?
    O quale dio ti spinse ignaro alle nostre rive?
    Che ne  del piccolo Ascanio? Vive e respira l'aria?
    E quale amore il fanciullo conserva della madre perduta?
    Forse nell'antico valore e nell'animo virile
    il padre Enea e lo zio lo incita, Ettore?".
    Tali parole effondeva piangendo e levava
    lunghi e vani lamenti, quando con un numeroso seguito
    avanza dalle mura il priamide eroe Eleno,
    e riconosce i suoi, e li guida lieto alle soglie,
    e molte lagrime sparge tra ogni parola.
    Procedo, e saluto una piccola Troia e una Pergamo
    che imita la grande, e un arido ruscello dal nome
    di Xanto, e abbraccio le soglie di una porta Scea.
    I Teucri si rallegrano con me di una citt sorella.
    Il re li accoglieva negli ampi portici; libavano
    in mezzo alla sala le coppe di Bacco, deposte
    le vivande su vassoi d'oro, e tenevano tazze.
    E Trascorse un giorno e ancora un giorno, e le brezze
    chiamano le vele, e ogni telo si gonfia di tumido Austro.
    Mi rivolgo al veggente con queste parole, e prego cos:
    "O tu della stirpe di Troia, interprete degli dei, che intendi
    i cenni di Febo, i tripodi, L'alloro di Claro, le stelle e il
    linguaggio degli uccelli e gli auspici del volo augurale, dimmi,
    ti prego - infatti tutti gli oracoli presagirono
    benigni l'intero corso, e tutti gli dei c'indussero
    con il loro cenno a dirigerci in Italia e a cercare
    terre remote; la sola Arpia Celeno profetizza
    un prodigio strano ed orribile, e annunzia funeste
    ire e sinistra fame -, quali pericoli devo evitare per primi?
    In che modo potrei superare travagli cos dolorosi?".
    Allora Eleno, sacrificati prima i giovenchi rituali,
    implora la pace degli dei e discioglie le bende
    del sacro capo, e mi conduce per mano alle tue soglie,
    trepidante per la grande presenza, o Febo; poi
    il veggente profetizza cos dal divino labbro:
    "O figlio della dea - con chiara certezza tu navighi
    per auspici migliori; cos il re degli dei
    sorteggia, e volge le vicende; quest'ordine scorre -,
    con parole ti spiegher poche fra molte cose, affinch con
    maggiore sicurezza tu percorra mari amici e possa approdare
    che Eleno sappia altro, e Giunone saturnia vieta di parlare.
    Anzitutto l'Italia, che gi credi prossima
    - ignaro pensi di entrare in vicini porti -, lontano
    un'impervia lunga via separa con lunghe terre.
    Bisogna piegare il remo nell'onda trinacria,
    e si deve percorrere con le navi la distesa del mare ausonio
    e i laghi inferni e l'isola di Circe,
    prima che tu possa costruire la citt in terra sicura.
    Ti dir il segnale; tienilo custodito nell'animo:
    quando, angustiato, vicino all'onda d'un fiume
    remoto, vedrai sotto gli elci della riva una grande
    scrofa giacere sgravata di trema capi d'un parto,
    bianca, sdraiata al suolo, bianchi alle mammelle i figlioli,
    quello sar il luogo della citt, il sicuro riposo
    agli affanni. I fati troveranno la via, e assister Apollo invocato.
    Invece queste terre e contrade della riva italica,
    che prossime bagna l'onda del nostro mare,
    fuggile; malvagi Greci abitano tutte le citt.
    Qui posero le mura anche i Locri Naricii,
    e il lizio Idomeneo occupa con soldati le piane
    salentine; qui  la piccola Petelia del re
    melibeo Filottete, appoggiata al suo muro.
    E quando, traghettate, le navi si siano fermate oltremare
    e, poste le are, scioglierai i voti sulla riva
    vela le chiome coperto d'un manto purpureo,
    perch tra i santi fuochi in onore degli dei
    non compaia un ostile aspetto e turbi i presagi.
    Tu e i tuoi compagni serbate questo rituale:
    in questa devozione rimangano fermi i nipoti.
    E quando, salpato, il vento ti spinga alla sicula
    spiaggia e si facciano rade le barriere dell'angusto Peloro,
    dirigiti alla terra a sinistra e alle acque a sinistra
    con lungo circuito; a destra fuggi la riva e le onde.
    Codesti luoghi, sconvolti un tempo dalla violenza
    d'una vasta rovina - tanto pu trasformare la lunga
    vetust del tempo -, dicono che si spezzarono in due,
    mentre costituivano un'unica terra; irruppe nel mezzo
    il mare, divise con le onde il fianco esperio dal siculo,
    e attravers con angusto fluire i campi e le citt separate
    dalla riva. Scilla tiene il lato destro, il sinistro
    l'implacata Cariddi e tre volte a dirotto risucchia
    vasti flutti nel fondo gorgo del baratro, e di nuovo
    li scaglia alternamente nell'aria e flagella gli astri con l'onda.
    Invece un antro racchiude in ciechi nascondigli Scilla
    che sporge il volto e attrae le navi sugli scogli.
    In alto, parvenza umana e fanciulla dal bel petto
    fino all'inguine; in basso, mostro dal corpo smisurato,
    unendo code di delfini a ventri di lupi.
    Meglio percorrere le mete del trinacrio Pachino
    indugiando, e percorrere in giro una lunga rotta,
    che vedere un'unica volta nel vasto antro
    L'orrenda Scilla e gli scogli risonanti.
    Inoltre, se da profeta Eleno possiede previdenza,
    e fede, se Apollo riempie l'animo del vero,
    prescriver un'unica cosa per tutte, o figlio
    della dea, ripetendo ancora e ancora il monito:
    primo, adora con preghiere il nume della grande Giunone;
    fa' voti di cuore a Giunone, e piega la potente
    sovrana con supplici doni; cos infine vittorioso,
    Quando, giunto qui, ti avvicinerai alla citt di Cuma
    e ai laghi divini e all'Averno frusciante di selve,
    vedrai un'indovina invasata, che nel fondo di una grotta
    predice i fati, e affida segni e parole alle foglie.
    La vergine dispone in ordine tutti i responsi che scrisse
    sulle foglie, e li lascia rinchiusi nell'antro. I responsi
    rimangono immobili nel luogo e non si allontanano dall'ordine;
    ma quando, girato il cardine, un lieve vento
    li spinge e la porta scompiglia le tenere fronde,
    giammai, poi, volteggianti nella cavit della roccia,
    lei si cura di riprodurre le posizioni o di connettere i responsi:
    i visitatori si allontanano senza risposta, e odiano la sede
    della Sibilla.
    Qui non ti sembri eccessivo nessun dispendio di tempo,
    sebbene i compagni protestino e la rotta chiami con forza
    le vele al largo e tu possa gonfiarne le pieghe propizie,
    da non visitare l'indovina e non chiedere con preghiere gli
    oracoli,cos che essa profetizzi spontanea e sciolga di sua volont
    le parole e le labbra. Essa ti spiegher i popoli d'Italia
    e le guerre future, e come evitare o patire
    tutti gli affanni, e venerata ti dar una favorevole strada.
    Questo posso predirti con la mia voce.
    Va', e fa' gloriosa Troia e portala con le imprese al cielo".
    Dopo che ebbe detto ci con labbra amiche,
    il veggente comanda che si portino alle navi doni
    pesanti d'oro e d'avorio intagliato, e stipa le chiglie
    d'una grande quantit d'argento e di bacini dodonei,
    e una lorica intrecciata tre volte di maglie d'oro
    e il cono d'un elmo eccellente e le creste chiomate,
    armi di Neottolemo. Vi sono anche doni appropriati
    al padre. Aggiunge cavalli, aggiunge guidatori.
    Completa il remeggio, e fornisce i compagni di attrezzi.
    Frattanto Anchise ordinava di spiegare le vele
    alle navi perch non vi fosse indugio allo spirare del vento.
    A lui si rivolge l'interprete di Febo con molto onore:
    "Anchise, ritenuto degno del superbo connubio di Venere
    cura degli dei, scampam due volte alla rovina
    di Pergamo, eccoti la terra d'Ausonia; raggiungila con le vele.
    Tuttavia la devi costeggiare per mare; la parte
    d'Ausonia che Apollo rivela  ancora lontana.
    Va'" disse, "o fortunato per l'amore del figlio.
    Ma perch mi dilungo, e parlando ritardo gli austri sorgenti?.
    Anche Andromaca, mesta per l'estremo commiato,
    reca vesti istoriate di ricami d'oro
    e una clamide frigia ad Ascanio, non inferiore nei doni,
    e lo colma di tessili offerte e dice cos:
    "Ricevi anche queste, o fanciullo, che ti siano ricordo
    delle mie mani, e attestino il lungo amore di Andromaca,
    sposa di Ettore. Prendi gli estremi doni dei tuoi,
    o unica superstite a me immagine del mio Astianatte.
    Cos aveva il volto, cos gli occhi e le mani;
    e ora crescerebbe con te, uguale di anni.
    Ad essi, partendo, parlavo con dirotte lagrime:
    "Vivete felici, o voi dei quali la sorte
    gi si  compiuta; noi veniamo chiamati
    da un fato all'altro. Avete trovato pace; nessuna distesa
    da solcare, o campi d'Ausonia che arretrano sempre
    da cercare. Vedete l'immagine dello Xanto e Troia,
    fatti dalle vostre mani, spero con migliori
    auspici, e che siano meno accessibili ai Greci.
    Se mai entrer nel Tevere e nei campi vicini al Tevere,
    e vedr le mura assegnate alla mia gente,
    le citt sorelle un giorno e i popoli vicini d'Epiro
    e d'Esperia, che entrambi Dardano accrebbe
    e conobbero le stesse sventure, li renderemo un'unica terra,
    Troia per i nostri cuori; attenda i nipoti l'impegno".
    Procediamo per mare radendo i vicini Cerauni,
    di dove la via per l'Italia e brevissimo  il viaggio sui flutti.
    Il sole frattanto cade, e i monti s'oscurano d'ombra.
     Ci stendiamo vicino all'onda in grembo alla terra bramata,
    sorteggiati I remi; e sparsi sull'asciutta riva
    ristoriamo i corpi; il sonno fluisce nelle membra stanche.
    La Notte sospinta dalle Ore non saliva ancora a met
    del corso; Palinuro si leva alacre dal giaciglio, ed esplora
    ogni spirare di vento; osserva tutte le stelle
    scorrenti nel taciturno cielo.
    Dopo che vede tutto immutato nel cielo sereno,
    da poppa d un chiaro segnale; muoviamo la flotta
    e tentiamo la via e apriamo le ali delle vele.
    E gi rosseggiava l'Aurora, fugate le stelle,
    quando vediamo lontano oscuri colli e bassa
    L'Italia. Italia!, grida per primo Acate,
    Italia!, salutano i compagni con lieto clamore.
    Allora il padre Anchise pose una corona su un grande
    cratere, e lo colm di vino puro, e invoc gli dei
    eretto sulla regia poppa:
    "O dei, signori del mare e della terra e delle tempeste,
    date un'agevole via con il vento, e spirate favorevoli!".
    Crescono le brezze sperate, e gi il porto si apre
    ormai vicino, e sulla rocca appare il tempio di Minerva.
    I compagni raccolgono le vele e volgono a riva le prue.
    Il porto  curvato ad arco dal flutto orientale;
    le rocce protese spumeggiano di spruzzi salmastri;
    ma esso  al riparo: turriti scogli abbassano
    le braccia in duplice muro, e il tempio s'addentra dalla riva
    Qui, primo auspicio, vidi quattro cavalli
    d'un niveo candore sull'erba pascere, nella vasta pianura.
    E il padre Anchise: "Guerra, o terra ospite, porti;
    a guerra s'armano i cavalli; il branco minaccia guerra.
    Tuttavia gli stessi quadrupedi da tempo sono abituati
    a sottoporsi al carro, e a portare con il giogo concordi
    briglie: speranza anche di pace" disse. E preghiamo
    il sacro nume di Pallade dalle armi sonore che prima
    ci accolse festanti, e presso le are veliamo
    il capo di frigi mantelli; secondo i precetti dati da Eleno
    come massimi, bruciamo gli onori destinati a Giunone argiva.
    Sbito, senza indugio, compiuti in ordine
    i voti, volgiamo le punte delle velate antenne
    e lasciamo le sedi dei Greci e i campi sospetti.
    Di qui, se  vera la fama, si scorge il golfo di Taranto
    erculea; si leva di fronte il tempio della divina Lacinia,
    e le rocche di Caulonia e Scilaceo che infrange le navi.
    Poi si scorge dalle acque, discosto, il trinacrio Etna,
    e udiamo lontano il profondo gemito del mare,
    e gli scogli percossi e i suoni che s'infrangono sulla riva;
    ribollono le secche, e la sabbia si rintescola nel gorgo.
    E il padre Anchise: "Certo questa  Cariddi;
    Eleno indicava questi scogli e terribili rocce.
    Strappatevi dal pericolo, compagni, e insieme sorgete sui remi".
    Obbediscono fedelmente all'ordine, e per primo Palinuro
    rivolse alle onde a sinistra la prua rugghiante;
    tutta la flotta coi remi e coi venti si diresse a sinistra.
    Siamo sollevati in cielo dai gonfi marosi, e ugualmente
    rifluita l'onda piombiamo tra i profondi Mani.
    Tre volte gli scogli risuonarono tra le cave rocce:
    tre volte vedemmo gli astri grondare e infranta schiuma.
    Frattanto il vento e il sole ci lasciano stanchi,
    e ignari della rotta arriviamo alle spiagge dei Ciclopi.
    il porto, al riparo dei venti,  immoto e vasto;
    ma accanto l'Etna tuona di orrende rovine,
    e talvolta vomita nel cielo una nera nube,
    fumante d'un turbine di pece e di ardenti faville,
    e solleva globi di fiamme e lambisce le stelle
    talvolta scaglia eruttando rocce e divelte
    viscere del monte, e agglomera con un mugghio nell'aria
    pietre liquefatte, e ribolle dall'infimo fondo.
    Si dice che il corpo di Encelado semibruciato dal fulmine
    sia oppresso da questa mole, e il gigantesco Etna
    sovrapposto spiri fuoco da squarciati camini;
    e tutte le volte che muta il lato stanco, tremi
    tutta la Trinacria con un rombo e veli il cielo di fumo
    Nella notte, protetti dai boschi, sopportiamo tremendi
    spettacoli, e non vediamo che causa produca il fragore.
    Infatti non v'erano fuochi di astri, o aria lucente
    di etere sidereo, ma nubi nel cielo oscuro,
    e la notte tempestosa chiudeva la luna in un nembo.
     E gi il domani sorgeva dal primo oriente,
    e l'Aurora aveva allontanato dal cielo l'umida ombra:
    quando dal bosco all'improvviso avanza, sfinita da
    un 'estrema magrezza, la figura d'un uomo sconosciuto,
    di miserabile aspetto, e supplice tende le mani alla riva.
    Ci volgiamo a guardarlo. Un'orribile sporcizia, la lunga
    barba, un vestito connesso da spini: ma per il resto
    un greco, un tempo venuto a Troia con ie armi patrie.
    Egli, appena scorse da lontano aspetti dardanii
    e armi troiane, esit un poco atterrito
    alla vista, e trattenne il passo; poi con pianto e preghiere
    corse a precipizio sulla riva: "Per le stelle, vi prego,
    per gli dei superni, per il nume vitale del cielo,
    prendetemi, o Teucri, portatemi in qualunque terra;
    ci baster. So di essere uno della flotta
    dei Danai, confesso di avere assalito i Penati di Ilio.
    Per questo, se cos grave  l'offesa del nostro delitto,
    spargetemi a brani nei flutti, annegatemi nel vasto mare.
    Se perisco, mi consoler perire per mano d'uomini".
    Disse, e strisciando in ginocchio s'avvinghiava abbracciandoci
    le ginocchia. Lo esortiamo a dire chi sia, da che sangue sia nato,
    e a rivelare quale mai sorte lo incalzi.
    Lo stesso padre Anchise porge la mano al giovane
    senza alcuna esitazione, e lo rincuora con pegno immediato
    Quello, deposto il timore, dice cos:
    "Sono nato ad Itaca, compagno dell'infelice Ulisse,
    di nome Achemenide, partito per Troia a causa
    della povert del padre Adamasto - e fosse durata la sorte! -
    I compagni, abbandonando atterriti le crudeli soglie,
    immemori mi lasciarono qui nel vasto antro del Ciclope.
    Dimora di sangue corrotto e di cibi sanguinosi,
    oscura dentro, enorme. Egli gigantesco tocca
    le alte stelle - o dei, allontanate dalla terra una tale peste! -
    insostenibile allo sguardo, inaccessibile alla parola.
    Si nutre di carni di sventurati e di nero sangue.
    Io lo vidi afferrare con la grande mano
    due corpi del nostro gruppo, disteso in mezzo all'antro,
    e infrangerli a una roccia, e le soglie grondare di sangue;
    lo vidi mordere le membra fluenti di neri
    umori; gli arti tremavano tiepidi sotto i denti.
    Ma non impunemente; Ulisse non pot sopportarlo,
    L'itacense non fu immemore di s in tale momento.
    Infatti, appena riempito di cibi e sepolto nel vino
    poggi il capo reclino, e immenso giacque nell'antro,
    eruttando sangue e, nel sonno. brandelli frammisti
    a vino cruento, noi, supplicati i grandi
    numi, e sorteggiati i compiti, lo circondiamo insieme
    da tutte le parti, e con un palo aguzzo gli trapassiamo
    L'unico enorme occhio che si celava sotto la torva fronte,
    simile a uno scudo argolico o al globo luminoso di Febo,
    e infine vendichiamo con gioia le ombre dei compagni.
    Ma fuggite, sventurati, fuggite, e strappate la fune dalla riva.
    Infatti qual  Polifemo che enorme nel vasto
    antro chiude le pecore lanose e ne munge gli uberi,
    altri cento orribili Ciclopi abitano sparsi
    per queste curve coste ed errano sugli alti monti.
    Gi per la terza volta la falce della luna si colma
    di luce, da quando trascino la vita nelle selve e nelle tane
    e nei covi abbandonati delle belve, e scruto dalla rupe
    i vasti Ciclopi, e tremo al suono dei passi e alla voce.
    I rami dnno uno sterile vitto, bacche e pietrose
    corniole, e le erbe nutrono con le radici divelte.
    Tutto esplorando, vidi per prima questa flotta
    venire a riva. A lei mi votai, qualunque fosse:
    mi basta essere riuscito a sfuggire a una razza nefanda.
    Voi piuttosto estinguete quest'anima con qualsiasi morte".
    Aveva appena parlato, e dalla cima del monte vediamo
    proprio lui che avanza tra il gregge con vasta mole,
    Polifemo pastore, e muove alla nota spiaggia,
    orribile mostro, informe, gigantesco, con l'occhio accecato.
    Un pino tronco ne guida la mano e sostiene i passi;
    lo accompagnano le pecore lanose; questo il solo piacere
    e conforto del male.
    Dopo che giunse al mare e tocc i profondi flutti,
    deterse il liquido umore sanguigno dell'occhio cavato,
    digrignando i denti con un gemito, e gi avanza nel mare,
    e ancora il flutto non bagna gli alti fianchi.
    Noi di l trepidanti affrettiamo la fuga, raccolto
    un supplice cos meritevole, e silenziosi recidiamo la fune;
    cui spazziamo il mare forzando sui remi.
    Sent, e rivolse i passi al suono delle voci.
    Ma poich non ci pu afferrare con la mano, e neanche,
    inseguendoci, uguagliare i flutti ionii, solleva
    un urlo immenso, del quale il mare e tutte
    tremarono le acque, e scossa fu dal fondo la terra
    d'Italia, e l'Etna mugg nelle sinuose caverne.
    Ma il popolo dei Ciclopi, richiamato dalle selve e dagli alti
    monti, si precipita al porto e riempie la riva.
    Scorgiamo eretti invano con il torvo occhio
    i fratelli etnei, che il capo levano alto
    nel cielo, orrendo concilio: quali aeree querce
    o coniferi cipressi stanno piantati con l'ena
    cima, alta selva di Giove, o bosco di Diana.
    Un fiero terrore ci spinge a slegare dovunque
    le sarte, e a tendere le vele ai favorevoli venti.
    Si oppongono gli ordini di Eleno, che non si diriga la rotta
    tra Scilla e Cariddi, fra entrambe le vie che con un breve
    intervallo recano a morte; e decidiamo di voltare le vele.
    Ecco giunge libero Borea dall'angusta sede
    del Peloro. Oltrepasso lo sbocco di viva roccia
    del Pantagia e il golfo di Megara e la distesa Tapso.
    Mostrava le rive gi percorse Achemenide, compagno
    dell'infelice Ulisse, costeggiandole di nuovo a ritroso.
     Protesa nel golfo sicanio un'isola giace di fronte
    all'ondoso Plemurio; gli antichi la chiamarono con il nome
    di Ortigia. Si dice che l'Alfeo, fiume dell'Elide, giunse
    qui per occulte vie sotto il mare; ed ora
    sulla tua bocca, Aretusa, si mescola con le sicule onde.
    Veneriamo i grandi numi del luogo secondo il comando;
    e di l supero il pingue suolo dello stagnante Eloro.
    Poi radiamo le alte rocce e gli scogli protesi
    del Pachino, e appare Camarina lontano, alla quale
    i fati non concessero mai di spostarsi, e i campi Geloi,
    e Gela chiamata dal nome del fiume impetuoso.
    Di l l'alta Agrigento rivela lontano
    le mura possenti, un tempo generatrice di cavalli
    magnanimi; e lascio te, con i venti, palmosa Selinunte,
    e corro i guadi lilibei aspri di scogli nascosti.
    Di qui mi accoglie il porto di Drepano e la triste
    spiaggia. Qui, trascorse tante vicende del mare,
    ahim perdo, conforto di tutte le ansie e sventure
    il genitore Anchise. Qui, ottimo padre, mi lasci
    stanco, ahim, tu invano scampato a grandi pericoli!
    Eleno profeta e la funesta Celeno, preannunziandomi
    orrori cos numerosi, non mi predissero questo lutto.
    Questa l'ultima pena, la meta del lungo errare.
    Partito di qui, un dio m'ha sospinto sulle vostre rive.
    Cos il padre Enea, solo fra tutti in ascolto,
    narrava i fati degli dei, e spiegava le vie.
    Tacque infine, e ripos terminando il racconto.











    LIBRO QUARTO.

    Ma gi la regina, tormentata da un profondo affanno,
    nutre una ferita nelle vene, e un cieco fuoco la divora.
    Il grande valore dell'eroe, la grande gloria della stirpe
    le ritornano in mente: non dileguano, impressi nel cuore,
    il volto e le parole,  l'affanno non concede alle  membra  la  placida
    quiete.
    L'Aurora seguente illuminava le terre con la luce
    febea e aveva allontanato dal cielo l'umida ombra,
    quando, gi perturbata, parla alla concorde sorella:
    Anna, sorella, che sogni mi tengono sospesa e m'angosciano.
    Che ospite straordinario  entrato nel nostro palazzo,
    quale mostrandosi in volto! che forza nel cuore e nell'armi!
    Credo davvero che sia - non  fede illusoria -
    di stirpe divina. Il timore accusa gli animi ignobili.
    Quali fati lo hanno agitato! Che guerre sofferte narrava!
    Se non fosse decisione irremovibile e fissa nel cuore
    di non volermi unire a nessuno con vincolo coniugale,
    dopo che il primo amore m'ingann e m'illuse con la morte,
    se non avessi in odio il talamo e le fiaccole nuziali,
    forse per questo solo potrei soccombere al peccato.
    Anna, lo confesso, dopo la morte del misero sposo
    Sicheo, e la casa insanguinata da fraterna strage,
    egli soltanto ha scosso i miei sensi, e m'ha fatto
    vacillare l'animo. Riconosco i segni dell'antica fiamma.
    Ma voglio che prima la terra mi s'apra in un abisso,
    e il padre onnipotente mi spinga con il fulmine tra le
    ombre, le ombre del pallido Erebo e la notte profonda,
    prima che ti violi, o Pudore. o sciolga le tue leggi.
    Quello che per primo mi un a s, mi rap l'amore;
    egli lo abbia con s e lo serbi nel sepolcro.
    Detto ci, riemp la veste di dirotte lagrime.
    Anna risponde: O pi cara della luce alla sorella,
    ti consumerai sola e dolente per l'intera giovinezza,
    e non conoscerai i dolci figli n i doni di Venere?
    Credi che di ci si curino le ceneri e i Mani sepolti?
    Sia, un giorno nessun marito ti pieg affranta,
    n in Libia, n prima in Tiro; hai spregiato Iarba
    e gli altri capi che nutre l'Africa, terra
    ricca di trionfi: resisterai anche a un amore gradito?
    Non ti viene in mente nei campi di chi sei stanziata?
    Da una parte citt getule, stirpe invincibile in guerra,
    e sfrenati Numidi ti attorniano, e le inospitali Sirti;
    dall'altra una regione desolata dalla sete, e per largo tratto
    i furenti Barcei. Che dire delle guerre che sorgono da Tiro
    e delle minacce del fratello?
    Penso davvero che, auspici gli dei e propizia Giunone,
    le navi iliache seguirono questa rotta col vento.
    Quale vedrai questa citt, sorella, e quale regno
    sorgere per tale connubio! Con l'aiuto delle armi dei Teucri
    per quali grandi eventi si lever la punica gloria!
    Ma tu invoca il favore degli dei e, compiuti sacrifici,
    prolunga l'ospitalit, e intreccia cause d'indugio,
    mentre imperversa sul mare l'inverno e il piovoso Orione,
    e le navi sono sconnesse, e il cielo  tempestoso.
    Con queste parole infiamm l'animo ardente d'amore,
    diede speranza alla mente dubbiosa, e dissolse il pudore.
    Prima si recano nei templi, e implorano la pace
    sulle are; sacrificano secondo il rito scelte pecore bidenti
    a Cerere legislatrice e a Febo e al padre Lieo,
    a Giunone prima di tutti, che tutela i vincoli nuziali.
    La bellissima Didone, tenendo nella destra una coppa,
    la versa tra le corna d'una candida giovenca, o s'aggira
    davanti alle statue degli dei tra le ricche are,
    e rinnova il giorno con doni, e aperto il petto
    delle vittime consulta col respiro sospeso le viscere palpitanti.
    Oh ignare menti dei profeti! che giovano all'invasata
    i voti e i templi? Frattanto una dolce fiamma
    divora le midolla, e tacita vive la ferita nel cuore.
    Arde l'infelice Didone e vaga per tutta la citt,
    invasata; quale una cerva colpita da una freccia,
    che un pastore inseguendola incauta trafisse con dardi
    da lontano nei boschi cretesi, e le lasci dentro l'alato ferro,
    ignaro; quella percorre in fuga le selve e le balze
    dittee; ma non si distacca dal fianco l'asta mortale.
    Ora conduce Enea con s attraverso le mura,
    e mostra le ricchezze sidonie e la citt preparata;
    comincia a parlare, e a met del discorso s'arresta;
    ora sul calare del sole desidera un nuovo convito,
    e chiede, folle, di udire ancora una volta i travagli
    di Troia, e ancora una volta pende dalle labbra del narratore.
    Poi, appena si congedano, e la luna a sua volta oscurandosi
    nasconde la luce, e le stelle calanti conciliano il sonno,
    si tormenta sola nel vuoto palazzo, e giace sui tappeti
    abbandonati: lui, lontano, lontano ascolta e vede;
    o tiene in grembo Ascanio, presa dall'immagine
    del padre, per cercare di ingannare cos l'indicibile amore.
    Le torri cominciate non crescono, la giovent non si esercita
    nelle armi, e non allestiscono porti o sicuri bastioni
    per la guerra; pendono interrotte le opere e la superba
    crescita delle mura, e le loro impalcature che uguagliano il cielo.
    Appena la diletta sposa di Giove si accorse
    che una tale peste l'avvince, e l'onore non si oppone alla
    follia, la Saturnia assale Venere con queste parole:
    Davvero tu e tuo figlio riportate una gloria
    eccellente e magnifiche spoglie, una grande e memorabile
    fama, se due divinit vincono con la frode una sola donna.
    Certo non m'inganno, guardi con disamore le nostre mura,
    ed hai in sospetto le case dell'alta Cartagine.
    Ma quale sar il limite, o dove finiremo con tale
    contesa? Perch non attendiamo piuttosto a un'eterna pace
    e a un patto di nozze? Ci che hai tanto cercato lo hai.
    Didone arde innamorata, e assorb la folla nelle ossa.
    Dunque dirigiamo in comune questo popolo con pari
    auspici; si sottometta pure a un marito frigio,
    e in qualit di dote affidi alla tua destra i Tirii.
    A lei - infatti sent che parlava con ingannevole mente,
    per sviare il regno d'Italia sulle libiche sponde -
    Venere cos cominci in risposta: Chi, dissennato,
    rifiuterebbe ci, e preferirebbe contendere in guerra
    con te? Speriamo che la fortuna assecondi l'evento che dici
    Ma sono incerta dei fati, se Giove desideri
    che i Tirii e i profughi da Troia abbiano una citt comune,
    e approvi che i popoli si mischino, o si stringano patti.
    Tu ne sei la sposa, puoi tentarne pregando
    l'animo. Procedi; ti inseguir. La regale Giunone
    riprese: A questo provveder io. Ora ascolta,
    chiarir brevemente in qual modo si possa compiere
    ci che preme. Enea e la sventurata Didone si preparano
    a partire a caccia nella selva appena il sole di domani
    avr sollevato l'alba e illuminato il mondo di raggi.
    Io rovescer su di essi uno scroscio di pioggia
    mista a grandine, mentre i cavalieri si affannano,
    e recingono le balze di reti, e scuoter il cielo con il tuono
    I compagni saranno dispersi e coperti da un'oscura notte:
    Didone e il capo troiano giungeranno a una stessa spelonca;
    io sar l, e se tu m'assicuri il consenso,
    li unir in stabile connubio, e consacrer lei come sua.
    Questo sar l'imeneo. Non volendo avversare la richiesta,
    annu Citerea, e sorrise dell'inganno escogitato.
    Frattanto l'Aurora sorgendo lascia l'Oceano.
    Scelti giovani, levatosi il sole, escono dalle porte;
    reti a maglie, a laccio, spiedi di largo ferro;
    galoppano cavalli massi i e cani dal fiuto sottile.
    I principi punici aspettano presso le soglie la regina
    che indugia nel talamo; bellissimo di porpora e d'oro
    attende il destriero dal sonoro zoccolo e morde focoso
    il freno schiumante. Esce, infine, circondata da un grande
    stuolo, ornata la clamide sidonia da una balza a ricami.
    Ha la faretra d'oro, la chioma annodata d'oro,
    una fibbia d'oro allaccia la veste purpurea.
    Avanzano anche i compagni frigi e Iulo
    lieto. Lo stesso Enea fra tutti gli altri
    bellissimo s'aggiunge compagno e unisce le schiere.
    Quale Apollo abbandona la Licia invernale
    e il corso dello Xanto e visita la materna Delo
    e comincia le danze, e misti intorno agli altari
    Cretesi e Driopi fremono e dipinti Agatirsi:
    egli ascende ai gioghi del Cimo e stringe la chioma
    fluente acconciandola in molle fronda e l'intreccia d'oro,
    risuonano i dardi sull'omero; cos andava spedito
    Enea; tanto risplende di maest nel nobile volto.
    Dopo che giunsero sugli alti monti e negli impervi covi,
    ecco le capre selvagge, cacciate dalla cima d'una roccia,
    correre per i gioghi; da un'altra parte i cervi
    attraversano di corsa le aperte pianure e addensano
    i branchi in fuga polverosa e lasciano i monti.
    Esulta il fanciullo Ascanio, in mezzo alle valli, dell'alacre
    cavallo, e ora gli uni o gli altri sopravanza al galoppo,
    e spera d'incontrare, tra bestie imbelli, un cinghiale
    schiumante, o un fulvo leone che discenda dal monte.
    Frattanto il cielo comincia a turbarsi con un grande
    fragore; seguono rovesci di pioggia misti a grandine;
    sparsi i tirii compagni e i giovani troiani
    e il dardanio nipote di Venere cercarono con timore ripari
    diversi nei campi; precipitano i torrenti dai monti.
    Didone e il capo troiano giungono nella stessa spelonca.
    Per prima la Terra e Giunone pronuba danno
    il segnale; rifulsero folgori e l'etere consapevole
    del connubio, ulularono dalle pi alte vette le Ninfe.
    Quello fu il primo giorno di morte, e la prima
    causa di sventure. Didone non si preoccupa di apparenze
    o di fama, ormai non medita un amore furtivo;
    lo chiama connubio; vela con questo nome la colpa.
    Subito va la Fama per le grandi citt della Libia,
    la Fama, fulminea fra tutti i mali; possiede
    vigore di movimento, e acquista forze con l'andare;
    dapprima piccola e timorosa; poi si solleva nell'aria,
    e avanza sul suolo, e cela il capo tra le nubi.
    La Terra madre, incitata dall'ira contro gli dei,
    la gener, dicono, ultima sorella a Ceo
    e a Encelado, veloce di passi e d'infaticabili ali,
    mostro orrendo, immane: di quante piume riveste
    il corpo, tanti vigili occhi ha sotto - mirabile a dirsi -,
    tante lingue, e altrettante bocche risuonano e orecchi protesi.
    Di notte vola tra il cielo e la terra nell'ombra,
    stridendo, e non chiude gli occhi al dolce sonno;
    di giorno siede spiando sul culmine d'un tetto,
    o su alte torri, e sgomenta grandi citt,
    tenace messaggera tanto del falso e malvagio, quanto del lieto.
    Allora esultante riempiva di molti discorsi
    le genti e annunziava ugualmeme il reale e il fittizio:
    era giunto Enea, nato da sangue troiano,
    a cui la bella Didone non disdegnava di unirsi;
    ora passavano tutto l'inverno in reciproche mollezze,
    immemori dei loro regni, presi da turpe passione.
    Questo la malvagia dea spargeva sulla bocca degli uomini.
    Subito rivolge il cammino verso il re Iarba,
    e gli accende l'animo con parole e ne stimola l'ira.
    Questi, nato da Ammone e dalla ninfa Garamantide rapita,
    pose cento enormi templi a Giove nei vasti regni,
    e cento are, e consacr un perpetuo fuoco,
    eterne scorte degli dei, e suolo grasso del sangue
    di vittime, e soglie fiorenti di variegate ghirlande.
    Egli, si dice, folle nell'animo e ardendo
    all'amara notizia, davanti alle are, tra le statue degli dei,
    molto preg Giove, supplice, con le mani supine:
    Giove onnipotente, cui ora il popolo mauritano
    banchettando su istoriati giacigli liba l'offerta lenea,
    vedi quanto accade? oppure ti temiamo inutilmente?
    O padre, quando scagli i fulmini e alla cieca s'avventano
    i fuochi nelle nubi atterrendo gli uomini e producendo vani fragori?
    La donna che errante nei nostri confini ha fondato
    a prezzo un'esigua citt, cui demmo una terra
    da arare, e le leggi del luogo, ha respinto le nostre
    nozze, e accolto Enea come signore del regno.
    E ora quel Paride col suo effeminato corteggio,
    fasciato dalla mitra meonia il mento e la madida
    chioma, si gode la rapina: noi continuiamo a portare
    doni ai tuoi templi, e alimentiamo un'inutile fama.
    Mentre pregava con tali parole e teneva le are,
    lo ud l'onnipotente e rivolse gli occhi alle mura
    regali, e agli amanti immemori d'una gloria migliore.
    Allora parla cos a Mercurio e comanda:
    Va', o figlio, chiama gli zefiri e discendi a volo,
    e parla al capo dardanio che ora si attarda
    nella tiria Cartagine. e non bada alle citt assegnate
    dai fati: porta le mie parole sulle brezze veloci.
    Non lo promise cos a noi la bellissima madre,
    e non per questo lo salv due volte dalle armi
    dei Greci; ma sarebbe stato capace di reggere l'Italia
    pregna d'imperi e fremente di guerra di propagare la stirpe
    dell'alto sangue di Teucro, di sottomettere il mondo alle sue leggi.
    Se nessuna gloria lo accende e non vuole affrontare travagli
    per  la  propria  fama,  perch  il padre invidia ad Ascanio le rocche
    romane?
    Che fa, o con quale speranza indugia tra gente nemica,
    e non guarda la discendenza ausonia e i campi lavinii?
    Navighi: questa la conclusione; questo il nostro messaggio.
    Disse. Quello si preparava a obbedire all'ordine
    del grande padre; e prima allaccia ai piedi gli aurei
    calzari, che lo portano in alto con l'ali sia sulle acque
    sia sulla terra con slancio al rapido vento.
    Poi prende la verga (con questa evoca dall'Orco
    le pallide anime, altre ne manda nel triste Tartaro,
    d e toglie il sonno, e dissuggella gli occhi ai morti);
    fidando in essa sospinge i venti e attraversa le torbide
    nubi; e gi volando scorge la vetta e gli aspri
    fianchi del duro Atlante, che sostiene col vertice il cielo,
    di Atlante, il capo del quale, folto di pini e sempre
    avvolto di nere nubi, battono il vento e la pioggia;
    cade la neve e gli copre le spalle, e fiumi precipitano
    dal mento del vecchio, e s'indurisce l'ispida barba di ghiaccio.
    Qui dapprima il Cillenio, librandosi ad ali tese,
    si ferm; di qui si gett a precipizio con tutto il corpo
    sulle onde, simile a un uccello che intorno alle rive,
    intorno ai pescosi scogli vola basso a fior d'acqua.
    In modo non diverso il dio nato sul Cillene volava
    tra il cielo e la terra verso la riva sabbiosa della Libia,
    e solcava i venti, venendo dall'avo materno.
    Appena coi piedi alati sfior le capanne,
    scorge Enea che fonda rocche e fabbrica
    nuove case; aveva la spada stellata
    di fulvo diaspro, e gi dalle spalle il mantello
    ardeva di porpora tiria, doni che aveva fatto
    la ricca Didone distinguendo le tele con fili d'oro.
    Subito lo assale Ora poni le fondamenta
    dell'alta Cartagine, e al pari d'un marito servizievole
    edifichi una bella citt, dimentico del regno e delle sorti!
    Il sovrano degli dei che volge ad un cenno la terra
    e il cielo, mi manda a te dal luminoso Olimpo;
    mi ordina di portare i suoi comandi sulle brezze veloci:
    Che fai? con quale speranza consumi gli ozi nelle libiche
    terre? Se nessuna gloria di grandi eventi ti muove
    e neanche intendi affrontare travagli per la tua fama,
    guarda ad Ascanio che cresce, e alle speranze dell'erede
    Iulo, al quale spettano il regno d'Italia e la terra
    romana. Il Cillenio, dopo avere parlato cos,
    lasci le sembianze mortali a met del discorso
    e svan lontano dagli occhi nell'aria leggera.
    Enea ammutol smarrito a tale visione.
    I capelli si drizzarono per l'orrore, la voce si arrest nella
    gola. Arde di fuggire e di lasciare le dolci terre,
    attonito all'alto ammonimento e all'ordine degli dei.
    Ahi, che fare? con quali parole oser
    circuire la regina in delirio? come inizier il discorso?
    Divide il veloce animo di qua, di l,
    e lo trae in diverse parti e lo volge ad ogni espediente.
    Questa a lui che esitava sembr la decisione migliore:
    chiama Mnesteo e Sergesto e il forte Seresto:
    apprestino in silenzio la flotta e raccolgano i compagni
    sulla riva, preparino gli attrezzi e dissimulino la causa
    di quei mutamenti; egli frattanto, mentre la dolcissima
    Didone, ignara, non pensa che un amore cos grande s'infranga,
    tenter la via, il momento pi agevole di parlarle,
    il modo pi adatto all'impresa. Subito tutti
    obbediscono lieti al comando ed eseguono gli ordini.
    Ma la regina present - chi ingannerebbe un'amante? -
    e colse per prima le trame e le mosse future,
    gi temendo perch troppo sicura. La stessa empia Fama
    riporta alla furente che armavano la flotta, pronti a partire.
    Infuria smarrita nell'animo e ardente delira
    per tutta la citt, come una Tiade eccitata
    al destarsi dei riti, quando udito Bacco la stimolano
    le orge triennali e la richiama con grida il notturno Citerone.
    Infine si rivolge per prima ad Enea con queste parole:
    Speravi, o perfido, di poter dissimulare una tale
    infamia, e di allontanarti senza parole dalla mia terra?
    Non ti trattiene il nostro amore e la mano che un giorno
    mi desti, e Didone ostinata a morire amaramente?
    Sotto le stelle invernali prepari la flotta,
    e ti appresti a prendere il largo in mezzo agli aquiloni,
    o spietato? Se mai non cercassi terre straniere
    e ignote dimore, e sopravvivesse l'antica Troia,
    andresti a Troia con le navi sul mare tempestoso?
    Fuggi me? Ti prego per queste lagrime, per la tua destra
    - poich null'altro ho lasciato a me sventurata -,
    per il nostro connubio, per l'iniziato imeneo, se bene
    di te meritai, o qualcosa di me ti fu dolce,
    abbi piet della casa che crolla, e abbandona,
    se ancora valgono le preghiere, questo pensiero.
    Per te le libiche genti e i principi dei Numidi
    mi odiano, sono ostili i Tirii; si estinse, sempre per te,
    il pudore, e, sola per cui andavo alle stelle,
    la fama di prima. A chi mi lasci morente, ospite?
    Questo  l'unico nome che mi resta dello sposo.
    Che cosa aspetto? forse che il fratello Pigmalione distrugga
    le mie mura, o mi tragga prigioniera il getulo Iarba?
    Almeno se stringessi fra le braccia un figlio avuto da te
    prima della fuga, se giocasse per me nella corte
    un piccolo Enea che almeno richiamasse te nel volto,
    certo non mi sentirei sorpresa e abbandonata del tutto.
    Disse. Egli teneva gli occhi immoti ai comandi di Giove,
    e premeva con sforzo la pena nel cuore.
    Infine rispose brevemente: Per quanto tu possa
    enumerare moltissimi meriti, giammai negher
    che li avesti, o regina, n mi dorr di ricordare Elissa,
    finch mi ricordi di me e lo spirito mi regga le membra.
    Del fatto dir brevemente. Non speravo,
    non credere, tenerti nascosta la fuga, n mai
    proffersi fiaccole nuziali o giunsi a questi legami.
    Se i fati permettessero che io conducessi la vita
    secondo i miei auspici o placassi da me gli affanni,
    prima sarei di nuovo nella citt di Troia, con le dolci
    reliquie dei miei, e l'alto palazzo di Priamo si ergerebbe,
    e avrei ricostruito per i vinti Pergamo caduta due volte.
    Ma ora Apollo Grineo e gli oracoli della Licia
    mi ordinano di raggiungere la grande Italia;
    questo il desiderio, questa la patria. Se la rocca di Cartagine
    e la vista d'una citt libica trattiene te fenicia,
    perch non vuoi che i Teucri si stanzino in terra ausonia?
    Anche noi possiamo cercare regni stranieri.
    L'immagine del padre Anchise, per quante volte la notte
    ricopre con le umide ombre la terra, e sorgono gli astri
    di fuoco, mi rimprovera in sogno e mi atterrisce adirata;
    anche il fanciullo Ascanio, con l'offesa al suo caro
    capo, che defraudo del regno d'Esperia e dei campi fatali.
    Ora anche il messaggero degli dei, mandato da Giove
    - lo giuro sul capo di entrambi -, mi porta comandi
    per l'aria veloce; io stesso vidi il dio nella chiara luce
    penetrare i muri, e ne accolsi con questi orecchi la voce.
    Smetti d'inasprire me e te con il pianto:
    L'Italia non spontaneamente io cerco.
    Con sguardo ostile gi da tempo lo guarda dire cos,
    girando gli occhi in qua e in l, e tutto
    lo percorre con gli occhi silenziosi, e parla infocata:
    Non ti  madre una dea, o perfido, n fondatore
    della stirpe Dardano, ma il Caucaso irto di dure
    rocce, e ti porsero le mammelle tigri ircane.
    Perch dissimulare o riservarmi ad affronti maggiori?
    Forse gemette al mio pianto, o chin gli occhi?
    Forse vinto vers una lagrima, o commiser l'amante?
    Quale onta  peggiore di questa? Ormai la grande
    Giunone e il padre Saturnio non guardano con giusti occhi.
    La lealt  dovunque malcerta. Naufrago, bisognoso di tutti
    ti accolsi e, folle, ti posi a parte del regno;
    salvai la flotta perduta e i compagni dalla morte.
    Ahi, l'ira mi arde e mi travolge! Adesso l'augure Apollo,
    e gli oracoli della Licia, e il nunzio degli dei
    mandato da Giove porta orribili comandi per l'aria.
    Questo travaglia gli dei; un tale affanno conturba
    la loro quiete. Ma non ti trattengo, non confuto
    le tue parole. Va' insegui l'Italia nei venti
    cerca il regno sull'onde. T'auguro, se i numi pietosi
    possono qualcosa, di scontare la pena tra gli scogli,
    d'invocare spesso per nome Didone. T'inseguir lontana
    con neri fuochi, e quando la fredda morte avr separato
    le membra dall'anima, ti sar fantasma dovunque.
    Subirai il castigo, malvagio. Sapr, e la fama verr
    tra i Mani profondi. Con ci interruppe il discorso;
    affranta fugge la luce, e si volge, e si sottrae allo sguardo,
    lasciandolo molto esitante nel timore e intento a dire
    molto. Le ancelle la accolgono, e riportano sul talamo
    marmoreo il corpo svenuto e lo adagiano sui cuscini.
    Ma il pio Enea, sebbene desideri calmare
    la dolente, e confortarla, e allontanare con parole le pene,
    molto gemendo e con l'animo vacillante per il grande
    amore, tuttavia esegue i comandi degli dei, e ritorna alla flotta.
    Allora i teucri si adoprano e traggono in mare da tutta
    la riva le alte navi. Galleggiano le unte carene.
    Dai boschi portano remi frondosi e tronchi
    greci, per smania di partire.
    Potresti vederli migrare, e accorrere da tutta la citt.
    E come quando le formiche saccheggiano un grande mucchio
    di grano, memori dell'inverno, e lo ripongono nella tana;
    va nei campi la nera fila, e trasportano la preda
    in stretta via tra l'erba; parte spingono a forza
    di spalle i grandi chicchi, parte serrano le file,
    e castigano gli indugi; il sentiero fene di lavoro.
    Quali pensieri avevi allora, o Didone, guardando questo
    quali gemiti davi scorgendo dall'alta rocca
    fervere per largo tratto le rive e tutto vedendo
    il mare turbarsi davanti agli occhi per gli alti clamori!
    Crudele amore, a cosa non spingi i cuori umani?
    E sforzata di nuovo a piegarsi alle lagrime, di nuovo a tentare
    con preghiere, e supplice sottomettere l'orgoglio all'amore
    per non lasciare nulla d'intentato, e non morire invano.
    Anna, vedi, si affrettano su tutta la riva:
    si radunano da tutte le parti; la vela gi chiama
    i venti, e lieti i marinai posero corone sulle poppe.
    Se ho potuto aspettarmi questo cos grande dolore,
    potr anche sopportarlo, sorella. Fa' tuttavia,
    Anna, questo soltanto per me sventurata. Infatti
    il perfido rispettava te sola, e ti confidava persino
    i pensieri segreti; sola conoscevi gli agevoli
    momenti di avvicinarlo: va', sorella, e implora
    il superbo nemico: non io con i Danai in Aulide giurai
    di distruggere il popolo troiano, o mandai la flotta a
    Pergamo, n violai le ceneri e i Mani del padre Anchise;
    perch negli orecchi crudeli non accoglie le mie parole?
    Dove corre? Conceda un estremo dono all'amante
    sventurata: aspetti una facile fuga e favorevoli venti.
    Non imploro l'antico connubio, che egli trad,
    e neppure che si privi del bel Lazio e rinunzi al regno;
    poco tempo chiedo, requie e intervallo al furore
    finch la mia sorte m'insegni a soffrire vinta
    Quest'ultima grazia imploro - abbi piet della sorella
    quando me l'avr concessa, la ricambier con l'aggiunta della morte.
    Con tali parole implorava, e l'infelice sorella
    porta e riporta quei pianti. Ma egli non cede
    a pianti, e non ode arrendevole nessuna parola;
    i fati si oppongono; un dio gli chiude gli imperturbabili orecchi.
    E come le tramontane alpine lottano fra loro
    con raffiche, di qua, di l, per abbattere una robusta quercia
    dal fusto annoso; va uno stridore, e gli alti
    rami cospargono la terra intorno allo scosso tronco;
    quella s'abbarbica alle rocce, e quanto con la cima nell'aria
    del cielo, tanto con la radice si protende verso il Tartaro:
    cos l'eroe  battuto di qua, di l,
    da assidue voci, e sente nel grande cuore la pena;
    L'animo resta incrollabile; scorrono vane le lagrime.
    Allora l'infelice Didone atterrita dai fati
    implora la morte; odia guardare la volta del cielo.
    Perch compia il proposito e abbandoni la luce
    mentre pone doni sulle are che ardono d'incenso,
    vede - orribile a dirsi - il latte sacro annerire
    e i vini versati mutarsi in sangue corrotto.
    Non rivel la visione a nessuno, neanche alla sorella.
    Inoltre v'era nel palazzo un tempio marmoreo
    in onore dell'antico sposo, che venerava con mirabile amor
    cinto di bianchi velli e di fronde festive;
    le sembr che di qui s'udissero voci e parole di lui
    che chiamava, mentre l'oscura notte avvolgeva la terra,
    e il gufo solitario sovente dai tetti gemesse
    con lugubre verso e volgesse in pianto i lunghi
    richiami; e molte predizioni di antichi indovini
    la spaventavano con terribile monito. Lo stesso Enea
    crudelmente perseguita in sogno la folle; e sempre le pare
    di essere lasciata sola, di percorrere priva di compagni
    una lunga via e di cercare i Tirii in una terra deserta.
    Come Penteo impazzito vede schiere di Eumenidi
    e mostrarglisi due soli e una doppia Tebe, oppure
    quando Oreste figlio di Agamennone inseguito sulle scene
    fugge la madre armata di fiaccole e di nere
    serpi, e sulla soglia siedono vendicatrici le Dire.
    Appena la invase la follia, e la vinse il dolore,
    e decise di morire, escogita tra s il momento
    e il modo, e rivoltasi con parole alla mesta sorella,
    cela la decisione nel volto, e rasserena la speranza in fronte:
    Ho trovato la via, sorella - con la sorella rallegrati -,
    la quale me lo renda, oppure mi liberi di questo amore.
    Presso la fine dell'Oceano e il sole cadente
    v' l'estrema contrada degli Etiopi, dove l'altissimo
    Atlante sostiene a spalla il cielo che porta congiunte le stelle
    ardenti: di qui mi comparve una maga della gente massila,
    custode del tempio delle Esperidi, che dava il cibo
    al drago e vegliava sui rami dell'albero sacro,
    spargendo liquido miele e soporoso papavero.
    Costei promette di liberare con incantesimi le menti
    che voglia, oppure d'introdurre in altre duri affanni;
    fermare l'acqua dei fiumi, e volgere indietro le stelle;
    di notte suscita i Mani; vedrai rombare
    la terra sotto i piedi, e discendere gli orni dai monti.
    Giuro sugli dei e su te, sorella, e sul tuo dolce
    capo che a malincuore mi accingo alle magiche arti.
    Innalza nell'aria, in segreto, un rogo all'interno
    del palazzo, e ponivi sopra le armi che l'empio
    lasci appese sul talamo, e tutte le spoglie, e il letto
    nuziale, nel quale mi sono perduta: m' grato distruggere
    tutti i ricordi dell'infame, e lo prescrive la maga.
    Detto ci, tace; e il pallore le invade il volto.
    Anna non crede che la sorella con gli strani riti nasconda
    la morte, n immagina tanta follia, o non teme
    eventi pi gravi di quelli per la morte di Sicheo.
    Dunque esegue i comandi.
    La regina, innalzato nell'aria un grande rogo
    nel segreto del palazzo, con pino resinoso e tavole d'elce,
    ricopre il luogo di serti e lo corona di fronda
    funerea; sopra pone le spoglie e la spada
    abbandonata e l'effigie sul letto, non ignara del futuro.
    Sorgono intorno le are, e la maga, sparsa i capelli,
    chiama a gran voce trecento volte gli dei e Erebo
    e Caos e la triplice Ecate e la triforme vergine Diana.
    Aveva anche versato illusorie acque della fonte d'Averno;
    e si cercano a lume di luna, mietute con falci
    di bronzo, erbe mature con lattice di nero veleno;
    si cerca anche, strappata dalla fronte d'un puledro neonato
    e sottratta alla madre, l'escrescenza ispiratrice d'amore.
    Lei sparge la farina sacra e con le pie mani, presso l'altare,
    sciolto un piede dal calzare, con la veste discinta,
    moritura chiama a testimoni gli dei e le stelle
    consapevoli del fato; poi, se qualche nume si curi
    degli amanti infelici, memore e giusto, lo invoca
    Era la notte, e in terra i corpi stanchi godevano il placido
    sonno, e s'erano acquietati i boschi e il mare tempestoso,
    quando le stelle si volgono a met del corso,
    e tacciono i campi, le greggi e i variopinti uccelli,
    e gli esseri contenuti dalle liquide ampie distese e dalle terre
    irte di rovi: composti nel sonno sotto la notte silenziosa
    lenivano le pene e i cuori dimentichi degli affanni.
    Ma non la sventurata fenicia che mai s'abbandona
    al sonno, o accoglie la notte negli occhi o nell'animo:
    raddoppiano i tormenti, e di nuovo insorgendo l'amore
    imperversa, e fluttua con grande tempesta di ire.
    Cos insiste, cos volge tra s in cuore:
    Ebbene, che faccio? Tenter di nuovo, irrisa
    di pretendenti di prima, e cercher supplice le nozze
    dei Nomadi, sposi che gi disdegnai tante volte?
    Oppure seguir le navi iliache, ultima schiava
    dei Teucri? Davvero mi rallegro di averli salvati un tempo,
    e bene resiste per i memori la gratitudine dell'antico fatto!
    E ammesso che voglia, chi mi lascer salire accogliendomi
    irrisa sulle navi superbe?
    E allora? da sola accompagner nella fuga i marinai esultanti?
    o muover coi Tirii, e con tutta la folta schiera
    dei miei, e di nuovo guider sul mare coloro che a stento
    strappai da Sidone, e ordiner di dare le vele ai venti?
    Muori piuttosto, lo meriti, e allontana il dolore col ferro.
    E tu, vinta dalle mie lagrime, tu per prima,
    sorella, opprimi con questi mali me impazzita e mi offri
    al nemico. Non ho saputo trascorrere la vita senza nozze.
    e senza colpa, come una bestia, ed evitare tali affanni
    Non ho serbato la fede promessa alle ceneri di Sicheo.
    Ella prorompeva dal cuore con profondi gemiti.
    Enea, sull'alta poppa, ormai deciso alla partenza,
    coglieva un po' di sonno, tutto gi pronto e ordinato.
    Gli apparve in sogno l'immagine del dio che tornava
    con lo stesso volto, e di nuovo sembr ammonirlo
    cos, in tutto simile a Mercurio, e la voce e il colore
    e i biondi capelli e le membra belle di giovinezza:
    Figlio della dea, dormi in questo frangente,
    e folle non vedi gli imminenti pericoli che ancora ti
    circondano, non senti spirare gli zefiri favorevoli? Costei
    volge nel cuore inganni e un orrendo misfatto,
    decisa a morire, e suscita diverse tempeste d'ira.
    Non fuggi in fretta di qui, fintanto che puoi affrettarti?
    Presto vedrai il mare sconvolto da navi, e risplendere
    torce crudeli, e ardere la riva di fiamme,
    se l'Aurora ti coglier attardato ancora su queste terre.
    Rompi gli indugi. Varia e mutevole cosa  sempre
    la donna. Detto cos, si confuse con la nera notte.
    Enea, atterrito dall'apparizione improvvisa,
    strappa il corpo dal sonno e incita i compagni:
    Destatevi subito, uomini, e sedete ai banchi dei remi;
    sciogliete veloci le vele. Un dio mandato dall'alto etere
    ecco di nuovo sollecita ad accelerare la fuga
    e a tagliare le ritorte funi. Ti seguiamo, o dio santo,
    chiunque tu sia, e obbediamo di nuovo all'ordine esultanti.
    Assistici, e placido aiutaci, e guida nel cielo
    favorevoli stelle. Disse, e strappa fulminea
    la spada dalla guaina, e col ferro taglia gli ormeggi.
    Un medesimo ardore possiede tutti. Afferrano, corrono;
    lasciano la riva; L'acqua scompare al di sotto delle navi,
    rovesciano con forza le schiume e spazzano i lividi flutti.
    E gi la prima Aurora, lasciando il croceo letto
    di Titone, cospargeva di nuova luce la terra.
    La regina, appena dall'alto della rocca vide biancheggiare
    la luce, e la flotta procedere a vele allineate,
    e scorse le rive e i porti vuoti, privi di equipaggi,
    percuotendo tre e quattro volte con la mano il florido
    petto, strappandosi le bionde chiome, O Giove!, esclam,
    lo straniero se n'andr schernendo in tal modo il mio regno?
    I miei non prenderanno le armi, non accorreranno da tutta
    la citt, non strapperanno le navi dai cantieri? Andate, portate
    veloci le fiamme, date armi, forzate sui remi!
    Che dico? dove sono? che follia mi sconvolge la mente?
    Infelice Didone! adesso le empie azioni ti toccano?
    Allora dovevano, quando accordavi lo scettro.
    Ecco la destra e la lealt di chi si dice che rechi
    con s i patrii Penati, ed abbia portato in spalla
    il padre stremato dagli anni! Non potevo sbranarne
    il corpo e disperderlo nell'onde e uccidere col ferro
    i compagni? e lo stesso Ascanio, e imbandirlo sulla mensa del padre?
    Ma incerta era la lotta. E lo fosse stata! Chi mai,
    moritura, dovevo temere? Avessi portato fiaccole
    nel campo, e riempito le tolde di fiamme, estinto il figlio
    e il padre e la stirpe, gettata sul rogo me stessa!
    O sole, che illumini con le fiamme tutte le opere della ter
    e tu, Giunone, autrice e complice dei miei affanni,
    Ecate invocata per la citt nei notturni trivii ululando,
    e Dire vendicatrici, e dei della morente Elissa,
    accogliete quello che dico, punite con giusta potenza
    i malvagi, e ascoltate le mie preghiere.
    Se l'infame deve raggiungere il porto e approdare alla terra
    e questo richiedono i fati di Giove, e il termine resta immutabile:
    ma travagliato dalle armi e dalla guerra d'un popolo audace,
    bandito dalle terre, strappato all'abbraccio di Iulo,
    implori aiuto, e veda le immeritate morti
    dei suoi, e quando si sia piegato alle leggi d'una pace
    iniqua, non goda del regno e del dolce lume;
    ma cada prima dell'ora, insepolto tra la sabbia.
    Di questo vi prego, col sangue effondo quest'ultima voce.
    E voi, o Tirii, tormentate con odio la sua stirpe
    e tutta la razza futura, offrite un tal dono
    alle nostre ceneri. Non vi sia amore n patto tra i popoli.
    E sorgi, vendicatore, dalle mie ossa,
    e perseguita col ferro e col fuoco i coloni dardanii,
    ora, in seguito, o quando se ne presenteranno le forze.
    Lidi opposti ai lidi, onde ai flutti
    auguro, armi alle armi; combattano essi e i nipoti.
    Questo disse, e volgeva l'animo ad ogni pensiero,
    cercando d'infrangere subito l'odiata luce.
    Allora parl brevemente a Barce, nutrice di Sicheo
    - infatti un'urna nera teneva la sua nell'antica patria -:
    Cara nutrice chiama la sorella Anna,
    di' che s'affretti ad aspergere il corpo di acqua fluente,
    e porti con s le vittime e la prescritta espiazione;
    cos venga; e tu fascia le tempie di pia benda.
    Penso di compiere i sacrifici ritualmente
    intrapresi e disposti da Giove stigio, di porre fine
    alle pene, e di ardere sul rogo l'effigie del dardanio.
    Disse. Quella affretta il passo con zelo senile.
    Ma Didone, agitata e stravolta dalla ferocia dei suoi propositi,
    volgendo lo sguardo sanguigno, cosparsa di macchie
    le gote frementi, e pallida della morte futura,
    irrompe nelle intime soglie dei palazzo, e sale
    furiosa gli alti gradini, e snuda la spada
    dardania, dono non a quest'uso richiesto.
    Qui, quando vide le iliache vesti e il noto
    giaciglio, un poco indugiando in lagrime e in pensiero,
    si adagi sul letto, e disse le estreme parole:
    Dolci spoglie, finch il fato e il dio permettevano,
    accogliete quest'anima, e liberatemi da queste pene.
    Ho vissuto, e percorso la via che aveva assegnato la sorte,
    e ora la mia ombra gloriosa andr sotto la terra.
    Ho fondato una splendida citt, ho veduto
    mura da me costruite, vendicato lo sposo, punito
    il fratello nemico; felice, troppo felice, se solo le navi
    dardanie non avessero mai toccato le nostre rive!.
    Disse, e premendo le labbra sul letto: Moriremo invendicate,
    ma moriamo esclam. Cos desidero discendere tra le ombre.
    Beva questo fuoco con gli occhi dal mare il crudele
    dardanio, e porti con s la maledizione della mia morte.
    Disse; e fra tali parole le ancelle la vedono
    gettarsi sul ferro, la spada schiumante e le mani
    bagnate di sangue. Vanno le grida negli alti
    atrii; imperversa la Fama per la citt sgomenta.
    Le case fremono di lamenti, di gemiti, di urla
    femminee; il cielo risuona d'un grande pianto.
    Come se, penetrati i nemici, precipiti tutta
    Cartagine o l'antica Tiro, e fiamme furenti
    si propaghino per i tetti degli uomini e i templi degli dei.
    Ud, disanimata e atterrita, nella corsa angosciosa,
    la sorella, ferendosi il volto con le unghie e il petto coi pugni,
    si getta tra la folla e invoca per nome la morente:
    Questo era, sorella. Volevi ingannarmi?
    Questo mi preparavano il rogo, le fiamme e le are?
    Abbandonata, cosa lamenter prima? Spregiasti la sorella
    compagna nella morte? Mi avessi chiamata a uno stesso destino,
    uno stesso dolore e momento avrebbe rapito entrambe
    col ferro. Ho innalzato il rogo con queste mani, ho invocato
    gli dei patrii, per mancare crudele alla mia morte?
    Hai estinto te e me, sorella, e il popolo e i padri
    sidonii, e la tua citt. Fate ch'io lavi le ferite,
    e se erra ancora un estremo alito, lo colga
    con le labbra. Detto cos, era ascesa sugli alti
    gradini, e con un gemito stringeva al seno la sorella
    morente, e detergeva con la veste il nero sangue.
    Ella, tentando di aprire gli occhi pesanti, di nuovo
    ricade; stride la ferita nel profondo del petto.
    Tre volte poggiando sul gomito tent di sollevarsi;
    tre volte s'arrovesci sul giaciglio, e con gli occhi erranti
    cerc nell'alto cielo la luce e gemette al trovarla.
    Allora l'onnipotente Giunone, commiserando il lungo dolore
    e la difficile morte, mand dall'Olimpo Iride
    che sciogliesse la lottante anima e le avvinte membra.
    Poich non periva per destino o per debita morte,
    ma sventurata prima dell'ora, arsa da subitanea follia,
    Proserpina non aveva ancora strappato dal capo
    il biondo capello, n assegnato la vita all'Orco stigio.
    Iride rugiadosa con crocee penne,
    nel cielo traendo mille vari colori dal sole,
    discese e le si ferm sul capo: Questo, comandata, reco
    sacro a Dite. Da questo tuo corpo ti sciolgo.
    Dice cos, e con la destra tronca il capello: d'un tratto
    tutto il calore svan, e la vita dilegu nei venti.



















    LIBRO QUINTO.

    Frattanto Enea con le navi teneva deciso la rotta,
    e tagliava i flutti, torbidi per il vento d'aquilone,
    volgendosi a guardare le mura che gi risplendono al rogo
    della misera Elissa. Non sanno qual causa abbia acceso
    un tale incendio; ma gli aspri dolori d'un grande amore
    violato, e il sapere di cosa sia capace una donna disperata,
    inducono il cuore dei Teucri a un sinistro presagio.
    Quando le navi tennero il largo, e ormai non appare
    nessuna terra, e dovunque mare e dovunque cielo,
    ad Enea si ferm sul capo un livido nembo
    portando notte e tempesta, e l'onda rabbrivid nelle
    tenebre. Palinuro stesso, il timoniere, dall'alta poppa:
    Perch cos grandi nubi avvolgono il cielo?
    Che cosa prepari, padre Nettuno?. Detto cos,
    comanda di stringere le vele e di piegarsi sui remi,
    e inclina le pieghe al vento, e dice tali parole:
    Magnanimo Enea, neanche se me lo promettesse Giove
    garante, spererei di toccare l'Italia con questo cielo.
    Sibilano mutati di traverso i venti e sorgono
    dal nero occidente, e l'aria si rapprende in nubi.
    Noi non riusciamo ad opporci, n di tanto a dirigere
    la rotta. Poich la Fortuna sovrasta, seguiamola;
    e dove chiama, volgiamo il corso. Non credo lontane
    le fide fraterne coste di Erice e i porti sicani,
    se riesamino bene ricordando gli astri gia prima osservati.
    Allora il pio Enea: certo vedo che i venti
    impongono questo da tempo e che tu ti opponi invano.
    Piega la via alle vele. Potrebbe esservi terra
    a me pi grata, e dove maggiormente desideri
    posare le navi stanche, di quella che mi serba il dardanio
    Aceste e che accoglie nel grembo le ossa del padre Anchise?.
    Appena detto ci, si dirigono al porto e gli zefiri
    tendono favorevoli le vele, la flotta corre veloce
    sulle onde, e infine approdano lieti alla nota spiaggia.
    Di lontano, dall'alta vetta d'un monte, guardando con
    meraviglia l'arrivo delle navi alleate, Aceste si affretta
    all'incontro, irto di dardi e della pelle di un'orsa libica:
    lo gener una madre troiana concepito dal fiume Criniso.
    Egli, memore degli antichi padri, si rallegra
    con loro che tornano e lieto li accoglie con agreste
    dovizia, e stanchi li conforta con amichevole aiuto.
    Appena il luminoso domani aveva fugato le stelle
    dall'Oriente, Enea chiama a raccolta i compagni
    da tutta la spiaggia, e parla dall'argine di un'altura:
    Dardanidi grandi, stirpe dell'alto sangue di dei,
    si compie con mesi esatti il giro d'un anno
    da quando coprimmo di terra le reliquie e le ossa
    del divino padre, e consacrammo luttuose are.
    E gi il giorno, se non erro, che sempre acerbo
    avr - cos, o dei, voleste - e sempre onorato.
    Se io lo trascorressi esule nelle Sirti getule,
    o sorpreso nell'argolico mare e nella citt di Micene,
    tuttavia adempirei voti annuali e per rito solenni
    cerimonie, e colmerei gli altari di doni.
    Ora per di pi ci troviamo vicini alle ceneri
    e alle ossa del padre, per disegno, penso, o volere
    divino, ed entriamo sospinti in porti amici.
    Su, dunque; celebriamo tutti lietamente l'onore;
    invochiamo i venti, e nella nuova citt egli accetti l'offerta
    di queste onoranze annualmente nei templi a lui dedicati.
    Aceste, generato da Troia, dona due capi
    di buoi per ciascuna delle navi: invitate al banchetto
    i patrii Penati e quelli che venera l'ospite Aceste.
    Inoltre, quando la nona Aurora avr riportato
    il giorno ristoratore e schiarito il mondo con i raggi,
    indir ai Teucri per prima la gara delle veloci navi;
    chi vale nella corsa a piedi e chi, audace di forze,
    avanza migliore nel giavellotto e nelle agili frecce,
    chi osa attaccare battaglia col rude cesto,
    si presentino tutti, e aspettino i meritati premi della palma.
    Assentite tutti col silenzio, e cingete le tempie di fronde.
    Detto cos, vela le tempie di materno mirto.
    Lo imita Elimo, e Aceste, maturo d'anni,
    e il fanciullo Ascanio; tutta la giovent li segue.
    Egli dall'adunanza andava con molte migliaia al tumulo,
    in mezzo a una grande folla che l'accompagnava.
    Qui ritualmente libando due coppe di puro vino,
    lo versa in terra, due di fresco latte,
    due di sangue sacro, e sparge fiori purpurei,
    e dice: Salve, santo genitore; di nuovo salve, ceneri
    ritrovate invano, anima e ombra del padre.
    Non potei cercare con te i territori italici e i campi
    fatali, n, qualunque sia, l'ausonio Tevere.
    Aveva detto cos, quando, dai profondi recessi,
    un viscido grande serpente trasse sette cerchi,
    sette volute, aggirando quietamente il tumulo,
    strisciando tra le are, macchiato il dorso da segni
    cerulei, e un fulgore gli accendeva d'oro le squame,
    come l'arcobaleno tra le nubi rifrange mille diversi
    colori dal sole. Enea stup alla vista.
    Quello con lungo snodarsi tra i calici e le terse coppe,
    lib le vivande, e innocuo discese di nuovo
    nel profondo del tumulo, e lasci i degustati altari.
    Perci maggiormente rinnova le intraprese onoranze al
    genitore, incerto se pensare che sia un genio del luogo o un ministro
    del padre; uccide secondo il rito una coppia di bidenti,
    e altrettanti maiali e giovenchi dalle nere terga;
    versava vino dalle coppe, e chiamava lo spirito
    del grande Anchise e i Mani evocati dall'Acheronte.
    Anche i compagni lieti portano in dono le cose
    che ognuno possiede, colmano le are, sacrificano giovenchi,
    altri dispongono in fila caldaie, e sparsi per l'erba
    sottopongono brace agli spiedi e arrostiscono i visceri.
    Era il giorno aspettato e gi i cavalli di Fetonte
    portavano la nona Aurora con luce serena;
    la fama e il nome dell'illustre Aceste attraevano
    i vicini; riempivano con lieta folla le rive
    per vedere gli Eneadi, e parte pronti a gareggiare.
    Anzitutto si pongono in vlsta i doni nel centro
    dell'arena, sacri tripodi e verdi corone
    e palme, premio ai vincitori, e armi e vesti
    cosparse di porpora, talenti d'argento e d'oro;
    la tromba suona dal terrapieno l'inizio dei giochi.
    Entrano pari nella prima gara, con remi
    pesanti, quattro navi scelte da tutta la flotta.
    Mnesteo guida con vigoroso remeggio la veloce Pristi,
    Mnesteo che presto diverr italico, dal quale prese nome la
    stirpe di Memmio; Ga l'enorme Chimera dall'enorme mole,
    a guisa di citt, che spingono i giovani dardani in triplice
    fila, e i remi si sollevano disposti in tre ordini;
    Sergesto, da cui si denomina la gente Sergia,
    naviga sulla grande Centauro, Cloanto sulla Scilla
    cerulea: da lui la tua stirpe, romano Cluenzio.
    V' lontano nel mare uno scoglio di fronte alle rive
    schiumose, che spesso sommerso i gonfi flutti percuotono,
    quando il maestrale d'inverno nasconde le stelle;
    nella bonaccia tace, e si erge sull'onda immota,
    superficie e dimora gratissima agli smerghi amanti del sole.
    Qui il padre Enea colloc una verde meta di felce
    frondoso, segnale ai marinai, perch sapessero di dove in
    tornare, e dove intorno piegare la lunga corsa.
    Allora sorteggiano i posti, e i capitani sulle poppe
    risplendono lontano belli di porpora e d'oro:
    tutta l'altra giovent si vela di fronde di pioppo,
    e brilla cosparse d'olio le nude spalle.
    Siedono ai banchi, le braccia tese sui remi;
    tesi aspettano il segnale, e un'ansia pulsante
    stringe i cuori che balzano, e un ardente desiderio di gloria.
    Poi, quando la tromba dette chiaro il segnale,
    tutti d'un tratto balzarono dalla propria linea, il nautico
    clamore colpisce il cielo, schiumano i flutti rovesciati
    dalle braccia contratte. Alla pari fendono solchi, e s'apre
    tutto sconvolto dai remi e dai rostri tridenti il mare.
    Non cos a precipizio nella gara delle bighe i carri
    mordono il piano e s'avventano fuori dai cancelli,
    n gli aurighi scuotono le briglie ondeggianti sulle coppie
    di cavalli sfrenati e si piegano in avanti a frustare.
    Allora tutta la selva risuona dell'applauso e del fremito
    degli uomini,  dell'incitamento dei fautori; erra la voce
    per la chiostra delle rive, e percossi dal clamore echeggiano i colli.
    Fugge davanti agli altri fila sulle prime onde,
    tra il fremito della turba, ga; lo insegue poi
    Cloanto, migliore di remi, ma la lenta nave
    lo attarda col peso. Dopo, a uguale distanza la Pristi
    e la Centauro si sforzano di prendere il primo posto;
    e ora lo ha la Pristi, ora la vince e la supera
    la grande Centauro, ora avanzano insieme con le fronti
    appaiate e solcano i flutti salmastri con le lunghe carene.
    Gi si avvicinavano allo scoglio e raggiungevano la meta
    quando il primo, Ga, vincitore in mezzo
    al mare apostrofa il timoniere della nave, Menete:
    Dove mi t'allontani tanto a destra? Dirigi qui la rotta;
    stringiti allo scoglio e lascia che il remo sfiori le rocce
    a sinistra; gli altri tengano il largo. Disse,
    ma Menete temendo i massi nascosti rivolge la prua
    alle onde del largo. Dove ti allontani? di nuovo.
    Dirigi agli scogli, Menete! Ga ripeteva gridando;
    ed ecco scorge Cloanto incalzare a tergo e appressarsi.
    Quello rade tra la nave di Ga e gli scogli sonanti
    pi internamente la rotta a sinistra e supera il primo
    d'un tratto, e naviga in acque sicure passata la meta.
    Allora al giovane arse nelle ossa un grande dolore;
    le gote non mancarono di lagrime, e dimentico del suo decoro
    e dell'incolumit dei compagni, dall'alta poppa
    scaglia a capofitto in mare il pigro Menete;
    egli subentra nocchiero al timone, egli pilota,
    ed esorta gli uomini e volge la barra alla riva.
    Menete, quando impacciato infine riemerge dal fondo,
    vecchio e grondante nella madida veste raggiunge
    la sommit dello scoglio e siede sulla rupe asciutta.
    I Teucri risero mentre precipitava e nuotava,
    e ridono mentre rivomita i salsi flutti.
    Qui si accese una lieta speranza per gli ultimi due,
    Sergesto e Mnesteo, superare Ga che tardava.
    Sergesto conquista il luogo davanti e s'avvicina allo scoglio
    per primo, e tuttavia non sopravanza con l'intera carena;
    primo in parte; parte lo incalza col rostro
    la rivale Pristi. Ma in mezzo alla nave avanzando
    Mnesteo tra i suoi incita: Ora, ora sorgete
    sui remi, ettrei amici che nell'estrema sorte
    di Troia scelsi compagni; ora mostraIe il vigore,
    ora l'orgoglio che aveste nelle Sirti getule
    e nel mare Ionio e nelle onde incalzanti del Mare Enotrio.
    Non cerco il primo posto, io, Mnesteo, e non lotto per la vittoria;
    sebbene, oh! Ma vincano coloro ai quali, o Nettuno,
    lo assegnasti, vergogniamoci di tornare ultimi; in questo
    riuscite, cittadini, e impedite l'onta. Quelli nell'ultima lotta
    si curvano; trema la bronzea poppa per i vasti colpi,
    e le aride bocche; da tutte le parti il sudore fluisce a rivi.
    Il caso port agli uomini l'onore bramato.
    Mentre Sergesto sospinge da folle la prua
    agli scogli, e s'insinua pi internamente in un angusto spazio,
    infelice rimane confitto agli scogli protesi.
    Le rocce furono scosse, i remi cozzando alle acute
    punte scrosciarono, la prua pendette percossa.
    I rematori balzano in piedi e s'arrestano con grande clamore,
    prendono pali ferrati e pertiche dall'aguzza
    punta, e raccolgono in mare i remi infranti.
    Ma lieto Mnesteo, e reso pi alacre dall'evento
    propizio, con veloce falcata di remi e invocati i venti
    dirige alle acque pi agevoli e naviga sul mare aperto.
    Quale all'improvviso, scacciata dall'anfratto, una colomba
    che ha la casa e il dolce nido nella pietra traforata,
    vola nei campi, e atterrita strepita forte
    con le penne, nel chiuso, poi scivolata nell'aria
    quieta rade la limpida via e non muove le ali veloci;
    cos Mnesteo, cos la Pristi solca le acque
    nell'ultima fuga, cos l'impeto stesso la invola.
    E prima lascia Sergesto a travagliarsi coll'alto
    scoglio nelle acque basse e a invocare invano
    aiuto e a studiarsi di correre coi remi spezzati.
    Poi raggiunge Ga e la Chimera dall'enorme
    mole; questa cede perch priva del pilota.
    Resta il solo Cloanto ormai proprio sull'arrivo:
    lo insegue e lo incalza impegnandosi con tutte le forze.
    Allora raddoppiano le grida, e tutti incitano
    con entusiasmo l'inseguitore, e il cielo risuona di applausi.
    Questi si sdegnano di non serbare il proprio vanto
    e l'onore conquistato, e scambierebbero la vita con la gloria.
    Quelli rinvigorisce il successo; possono perch credono
    di potere. E forse avrebbero preso i premi a rostri
    appaiati. se Cloanto tendendo le mani sulle acque
    non avesse effuso preghiere e fatto voti agli dei:
    Dei, che avete l'impero del mare, dei quali corro
    le distese, vi porr lietamente davanti alle are sulla
    un candido toro e, stretto dal voto, le viscere
    getter nei flutti salmastri, e verser limpidi vini.
    Disse, e sotto il fondo dei flutti ud l'intero
    coro delle Nereidi e di Forco e la vergine Panopea;
    il padre stesso Portuno con grande mano sospinse
    la nave in corsa; quella, pi veloce del Noto e di un'alata
    saetta, fugg a terra e ripar nel profondo porto.
    Allora il figlio di Anchise, chiamati secondo l'uso
    tutti, con l'alta voce dell'araldo proclama vincitore
    Cloanto, e gli vela le tempie di verde alloro;
    e d come doni da portare a ciascuna nave
    tre giovenchi, vino e un grande talento d'argento.
    Poi per i capitani aggiunge onori particolari:
    al vincitore una clamide dorata che intorno percorre
    moltissima porpora melibea in duplice meandro,
    e ricamato il regale fanciullo sul frondoso Ida
    incalza in corsa col giavellotto veloci cervi,
    agguerrito, e sembra che aneli; volando dall'Ida
    l'armigero uccello di Giove lo rapisce in alto con adunchi
    artigli; vegliardi custodi tendono invano le mani
    alle stelle, infuria il latrato dei cani nell'aria.
    A quello che per valore ottenne il secondo posto,
    dona una lorica intrecciata di maglie lucenti
    in triplice fila d'oro, che egli stesso aveva strappato
    vincitore a Demoleo presso il rapido Simoenta
    sotto l'alta Ilio, onore e riparo nelle battaglie.
    La portavano a fatica i due servi Fegeo e Sagari,
    complicata, a forza di spalle; ma un tempo, vestito
    di essa, Demoleo incalzava in corsa i Troiani dispersi.
    Per terzo dono d due bacini di bronzo
    e coppe forbite d'argento ed irte di fregi.
    Ormai premiati cos e superbi di quello splendore,
    s'allontanavano tutti, cinti le tempie di bende purpuree,
    quando con molto ingegnarsi divelto a fatica dal crudele
    scoglio, perduti i remi. e privo di un'unica fila,
    Sergesto guidava senza gloria la nave derisa.
    Quale talora un serpente sorpreso sul colmo della via,
    che una bronzea ruota schiacci di traverso, o un crudele
    viandante lasci semivivo e straziato da un colpo di sasso
    invano fa con il corpo fuggendo lunghi volteggi.
    in parte feroce, ardente negli occhi, ed erto
    levando il collo sibilante; la parte ferita
    si attarda poggiando sui nodi e avvolgendosi sopra s stessa.
    Con tale remeggio la nave si muoveva lenta;
    tuttavia naviga ed entra a vele piene nel porto.
    Enea dona a Sergesto il premio promesso,
    lieto per la nave salvata e i compagni ricondotti.
    Gli d una schiava, esperta nelle opere di Minerva,
    di stirpe cretese, Foloe, e due figli gemelli al seno.
    Il pio Enea, terminata la regata, raggiunge
    un piano erboso, che selve cingevano con curvi
    colli da tutte le parti; in mezzo alla valle
    v'era l'arena d'un teatro, e l l'eroe, con migliaia,
    si port al centro del consesso e sedette dov'esso era ordinato.
    Qui, se c' chi voglia gareggiare con rapida corsa,
    stimola con ricompense gli animi, e dispone premi.
    Da tutte le parti si radunano Teucri e Sicani,
    Niso ed Eurialo per primi,
    Eurialo celebre per l'aspetto e la verde giovinezza,
    Niso per casto amore del ragazzo; li segue poi
    il regale Diore dell'egregia stirpe di Priamo;
    insieme a lui Salio e Patrone, dei quali l'uno
    acarnano, L'altro della gente tegea da sangue arcadio;
    poi due giovani trinacrii, Elimo e Panope
    avvezzi alle selve, compagni dell'anziano Aceste;
    e molti ancora che l'oscura fama nasconde.
    Indi Enea in mezzo a loro parl cos:
    Accogliete questo nell'animo, e prestate lieta attenzione:
    nessuno del vostro gruppo se n'andra senza premio.
    Dar a ciascuno due dardi cnosii lucenti
    di ferro polito e una bipenne cesellata in argento;
    quest'onore sar uguale per tutti. I tre primi
    vinceranno premi e cingeranno il capo di biondo olivo.
    Il primo vincitore avr un cavallo con bellissime borchie;
    il secondo una faretra d'amazzone piena di frecce
    tracie, che intorno recinge un blteo con larga fascia
    d'oro,  e sotto allaccia una fibbia con levigata glamide,
    il terzo vada appagato da questo elmo argolico.
    Appena detto ci, prendono posto, e d'un tratto,
    udito il segnale, divorano lo spazio e lasciano la linea,
    scattati simili a un nembo, ed insieme fissano il traguardo.
    Primo fugge Niso e balza per lungo tratto
    davanti a tutti i corpi, pi veloce dei venti
    e dell'ali del fulmine; prossimo a lui, ma prossimo a lunga
    distanza, segue Salio, ancora dietro uno spazio  terzo Eurialo;
    Elimo segue Eurialo, a ridosso di quello
    ecco vola Diore e sfiora il piede col piede,
    premendo con la spalla, e se restasse spazio maggiore
    passerebbe guizzando primo o lascerebbe il rivale dubbioso.
    E gi, quasi nell'ultimo tratto, s'appressavano stanchi
    al termine, quando, sfortunato, Niso scivola su viscido
    sangue, dove, immolati proprio l i giovenchi,
    sparso in terra bagnava le verdi erbe.
    Qui il giovane gi vincitore e trionfante non resse
    i piedi barcollanti sul suolo premuto, ma cadde riverso
    proprio nell'immondo fimo e sul sacro sangue.
    Non si dimentic tuttavia di Eurialo e del suo amore
    si mise davanti a Salio alzandosi sul terreno sdrucciolevole
    quello rotol e giacque nella densa sabbia.
    Balza Eurialo, e vincitore per dono dell'amico,
    prende il primo posto, e vola tra applausi e consensi.
    Segue Elimo e, adesso terza palma, Diore.
    Allora Salio riempie di alti clamori l'intero
    consesso dell'immenso teatro e i primi volti dei padri,
    e chiede che gli si renda la gloria strappata con l'inganno
    Il favore pubblico protegge Eurialo, e le belle lagrime
    e il valore che appare pi grato in un corpo avvenente.
    Lo aiuta e reclama ad alta voce Diore,
    che giunge alla palma, e perverrebbe invano all'ultimo
    premio, se si rendesse a Salio il primo onore.
    Allora il padre Enea: I vostri doni disse
    avi restano certi, ragazzi, e nessuno rimuove la palma dall'ordine;
    concedetemi di consolare la caduta d'un amico intemerato.
    Detto cos, d a Salio l'enorme pelle
    d'un leone getulo, pesante di vello e con l'unghie dorate.
    E Niso: Se i vinti ottengono tali premi
    disse e commiseri i caduti, quali degni doni
    darai a Niso, a me che meritai col valore la prima corona,
    se non mi coglieva la stessa sfortuna di Salio?.
    E insieme con queste parole mostrava la faccia e le membra
    lorde di umido fango. Gli sorrise l'ottimo padre,
    e ordin di portargli uno scudo, opera di Didimaone,
    spiccato dai Danai dal sacro battente di Nettuno.
    Con questo incomparabile dono premia il nobile giovane.
    Poi, finita la corsa, distribuisce anche i doni.
    allora, se qualcuno possiede bravura e pronto coraggio,
    si presenti e sollevi le braccia coi pugni fasciati.
    Cos dice, e propone un duplice premio alla gara,
    al vincitore un giovenco ornato d'oro e di nastri,
    una spada e un eccellente elmo consolazione al vinto.
    Subito, senza indugio, con vaste forze solleva
    il capo Darete, e si erge tra il grande mormorio dei presenti
    il solo che fosse solito contendere con Paride,
    e presso il tumulo, dove il massimo Ettore giace,
    colp l'invitto Bute dal corpo immane,
    il quale si vantava di discendere dalla gente bebricia
    di Amico, e lo distese morente nella fulva rena.
    Tale Darete solleva alto il capo al primo scontro
    e mostra le larghe spalle, e scaglia le braccia
    alternamente in avanti, e flagella di colpi l'aria.
    Gli si cerca un rivale; nessuno di tanta folla
    osa incontrare l'uomo e applicare i cesti alle mani.
    Orgoglioso, pensando che tutti traessero indietro la mano,
    si piant davanti ai piedi di Enea, e senza indugiare
    afferr il toro per un corno con la sinistra, e parl cos:
    Figlio della dea, se nessuno osa affidarsi alla battaglia,
    quando finir di aspettare? quanto dovr trattenermi?
    Ordina che possa prendermi il premio. Tutti fremevano
    insieme i Dardanidi, e volevano che gli si desse il dono promesso.
    Allora Aceste severamente rimprovera Entello,
    come gli s'era seduto vicino su un verde letto d'erba:
    Entello, invano un giorno il pi forte degli eroi,
    lascerai cos rassegnato che si prendano senza combattere
    splendidi doni? Dov' adesso per noi
    il dio e maestro Erice inutilmente celebrato?
    e la fama per tutta la Trinacria, e le spoglie appese nella casa?.
    Egli di rimando: Non svan, scacciam dalla paura l'amore di
    gloria e l'onore; ma il gelido sangue impigrisce per
    la vecchiaia  che attarda, e le forze stremate
    illanguidiscono nel corpo. Se ora avessi la giovinezza d'un tempo,
    fidando nella quale quell'arrogante esulta, di certo
    non sarei venuto attratto dal premio e dal bel giovenco:
    non m'importano i doni. Dopo aver detto cos,
    gett nel mezzo due cesti di enorme peso,
    con i quali il gagliardo Erice usava protendere le mani
    in battaglia e rivestire le braccia di duro cuoio.
    Sbigottirono gli animi: tanto le sette enormi terga
    di grandi tori s'irrigidivano trapunte di piombo.
    Pi di tutti sbigottisce Darete, e si tira indietro;
    il magnanimo figlio di Anchise soppesa e rigira
    da una parte e dall'altra le immense volute dei lacci.
    Il vecchio emise dal petto tali parole:
    Allora, se qualcuno avesse veduto i cesti e le armi di Ercole
    e la luttuosa battaglia su questa stessa riva?
    Quest'armi portava un giorno tuo fratello Erice
    le vedi ancora macchiate di sangue e di sparso cervello;
    con queste contro il grande Alcide lott, queste usavo
    mentre un sangue migliore dava le forze
    e l'invida vecchiaia non spargeva di bianco le tempie.
    Ma se il troiano Darete rifiuta le nostre armi,
    se questo vuole il pio Enea, e approva l'animatore Aceste,
    eguagliamo lo scontro. Ti risparmio i cuoi di Erice,
    dissolvi il timore; e tu deponi i cesti troiani.
    Detto cos, gett dalle spalle il duplice mantello
    e denud le grandi giunture delle membra, e le grandi ossa
    e le braccia muscolose, e si piant gigantesco in mezzo all'aria.
    Allora il padre, figlio d'Anchise, ordin di portare
    uguali cesti e avvinse con armi pari le mani di entrambi.
    Subito l'uno e l'altro si piantarono dritti
    sulle punte dei piedi e levarono impavidi le braccia nell'aria
    Trassero indietro le teste erette lontano dai colpi;
    intrecciano le mani alle mani e provocano lo scontro.
    L'uno pi agile nel movimento dei piedi, e fiducioso nella giovinezza,
    poderoso l'altro di membra e di mole, ma vacillano
    le tarde ginocchia, un ansito scuote le vaste membra.
    Gli uomini scagliano a vuoto molti reciproci colpi
    molti ne raddoppiano nel cavo fianco e vasti rimbombano
    coi petti; erra frequente la mano intorno alle orecchie
    e alle tempie, e crepitano le mascelle ai duri urti.
    Rist greve Entello, con sforzo schiva, immobile,
    i colpi soltanto con il corpo e con gli occhi vigilanti.
    L'altro  come chi assedia un'alta citt con le macchine,
    o s'accampa in armi intorno a fortilizi montani
    ed esplora con arte questi o quei passaggi
    e tutto il luogo, e preme inutilmente con vari assalti.
    Mostr la destra ergendosi Entello ed in alto
    la lev: L'altro previde veloce il colpo
    che piombava, e si ritrasse sfuggendo con l'agile corpo:
    Entello disperse le forze nel vento, e da solo,
    pesante, pesantemente cadde in terra con la vasta
    mole: come talvolta un cavo pino
    cade sradicato sull'Erimanto o sul grande Ida.
    Balzano insieme con ardore i Teucri e la giovent
    trinacria; il clamore va al cielo, e per primo accorre Aceste;
    pietoso solleva da terra il coetaneo amico.
    Ma non tardato dalla caduta, e non spaventato, L'eroe
    torna inasprito alla lotta; L'ira suscita la violenza.
    L'onta accende le forze, e il consapevole valore;
    ardente incalza Darete rapido per tutto il piano
    ora raddoppiando i colpi con la destra, ora con ia sinistra,
    senza sosta n tregua: di quanta grandine scrosciano
    i temporali sui tetti, con colpi cos fitti l'eroe
    percuote ripetutamente con entrambe le mani e travolge
    Darete.
    Allora il padre Enea non toller che si prolungasse
    l'ira e che Entello infierisse con animo acerbo;
    ma impose fine alla lotta, e sottrasse l'esausto
    Darete, consolandolo con parole, e disse cos:
    Sventurato, quale grande follia ti prese l'animo?
    non senti le forze diverse e mutati i numi?
    Cedi al dio. Disse, e con la voce interruppe la gara.
    Ma quello, che trascinava le ginocchia malferme e ciondolava
    il capo da una parte e dall'altra e denso sangue
    vomitava dalla bocca, e denti misti a sangue,
    fedeli compagni lo conducono alle navi; chiamati, ricevono
    l'elmo e la spada; lasciano il toro e la palma ad Entello.
    Questi, vittorioso, esaltandosi nell'animo e superbo del toro:
    Figlio della dea disse, e voi, o Teucri, imparate
    questo, e quale forza ebbi nel corpo da giovane,
    e da quale mai morte stornato serbiate Darete.
    Disse, e si piant davanti al muso del giovenco,
    che attendeva, premio della gara, e tratta indietro
    la destra, vibr in mezzo alle corna i duri cesti,
    dall'alto, e li conficc nelle ossa, infranto il cervello.
    Crolla, ed esanime, tremante, piomba in terra il torello.
    Egli, inoltre, esprime dal petto tali parole:
    Quest'anima migliore, o Erice, ti offro in luogo della morte
    di Darete; qui vincitore depongo i cesti e l'arte.
    Subito Enea invita coloro che desiderino
    gareggiare con le veloci frecce, e annunzia i premi,
    e con mano possente innalza l'albero della nave di Seresto,
    e sospende alla cima dell'albero una volante colomba
    legata con una fune, alla quale dirigano i colpi.
    S'adunarono gli uomini, e un elmo di bronzo accolse le sorti
    gettate; esce per primo tra favorevoli grida
    davanti a tutti il posto dell'irtacide Ippocoonte;
    lo segue Mnesteo, appena vincitore nella gara
    delle navi, Mnesteo cinto di verde olivo.
    Terzo Euritione, tuo fratello, o illustre Pandaro,
    che un giorno, incitato a rompere il patto,
    scagliasti per primo un dardo in mezzo agli Achivi.
    Ultimo nel fondo dell'elmo rimase il nome di Aceste,
    che anch'egli os tentare con mano la prova dei giovani.
    Allora ciascuno per s gli uomini con valide forze
    flettono e incurvano gli archi ed estraggono i dardi dalle faretre.
    Prima attraverso il cielo, stridendo il nervo, la freccia
    alata del giovane Irtacide flagella l'aria;
    e giunge, e s'infigge al fusto dell'albero opposto.
    Trem l'albero, e atterrito s'agit con le penne
    il volatile, e tutto il luogo risuon d'un grande applauso.
    Poi ardito Mnesteo si piant con l'arco teso,
    mirando alto, e tese insieme gli occhi e il dardo.
    Ma non pot, sfortunato, neanche sfiorare col ferro
    l'uccello; spezz i nodi e il legame di lino,
    con i quali Iegato a una zampa pendeva dalla cima dell'albero;
    quello fugg volando nei venti e tra le oscure nubi.
    Rapido allora, da tempo tenendo incoccata la freccia
    nell'arco teso, Euritione invoc con voti il fratello,
    e spiatala, trafigge al di sotto di una nuvola nera
    la colomba gioiosa nel libero cielo e scrosciante con le ali.
    Quella cadde esanime, e lasci la vita tra gli astri
    eterei, e caduta riporta infissa la freccia.
    Perduta ormai la palma, restava il solo Aceste;
    il quale tuttavia lanci il dardo nelle aeree
    brezze, mostrando l'arte, il padre, e l'arco sonante.
    Qui si offr improvviso agli occhi, e destinato ad un grande
    augurio, un prodigio: lo mostr poi un esito immenso,
    e i terrifici profeti predissero tardi presagi.
    Infatti, volando nelle fluide nubi, arse la canna
    e tracci la via con le fiamme, e disparve consunta
    nel tenui venti; come spesso spiccate dal cielo
    trascorrono le stelle cadenti e traggono con s la chioma.
    Gli uomini trinacrii e teucri restarono attoniti
    e pregarono gli dei superni; il magnanimo Enea
    non rifiuta il presagio; ma abbracciato il lieto Aceste,
    lo colma di grandi doni, e dice cos:
    Prendi, padre; infatti il grande re dell'Olimpo
    per tali auspici volle che tu, escluso dalla sorte,
    ricevessi la gloria. Avrai in regalo dal vecchio Anchise
    un cratere cesellato d'immagini, che un giorno il tracio Cisseo
    aveva donato come compenso di un grande servizio
    al padre Anchise, in ricordo e in pegno d'affetto.
    Parlando cos, gli cinse le tempie di verdeggiante alloro,
    primo davanti a tutti dichiara vincitore Aceste.
    Il buon Euritione non invidi l'onore anteposto
    sebbene lui solo abbattesse l'uccello dal cielo.
    Poi accede ai premi chi spezz la fune
    ultimo chi trafisse l'albero con l'alata canna.
    Ma il padre Enea, prima ancora di aver chiuso le gare,
    chiama a s Epitide, custode e compagno
    dell'impubere Iulo, e parla cos al fido orecchio:
    Va', affrttati, e d ad Ascanio, se ha gi pronta
    con s la schiera di fanciulli e allestita la giostra dei cavalli,
    che guidi le torme in onore del nonno e si mostri in armi
    disse. Egli comanda che tutto il popolo sparso
    si ritragga dal lungo circo, e si liberi il campo.
    Avanzano i fanciulli, e allineati davanti allo sguardo
    dei padri risplendono sui cavalli frenati, e tutta la giovent
    della Trinacria e di Troia freme guardandoli passare, ammirata.
    A tutti, secondo l'usanza, preme la chioma una rasa ghirlanda;
    e portano due aste di corniolo con la punta di ferro.
    Alcuni lucenti faretre alla spalla: sul petto
    avvolge il collo un flessibile cerchio d'oro ritorto.
    Volteggiano tre torme di cavalieri, e tre capitani:
    seguendo ciascuno di loro, sei e sei fanciulli
    rifulgono in schiera divisa e coi maestri al fianco.
    Conduce una schiera esultante di ragazzi il piccolo Priamo
    che ripete il nome dell'avo, tua illustre progenie,
    o Polite, e destinato ad accrescere gli Italici; lo porta un
    cavallo tracio a bianche macchie, che mostra bianco il principio
    della zampa sopra lo zoccolo, ed eretto la fronte bianca.
    Lo segue Ati, origine degli Atii latini,
    il piccolo Ati, fanciullo diletto al fanciullo Iulo.
    Ultimo, e bello d'aspetto su tutti, Iulo
    montava un cavallo sidonio, che la splendente Didone
    gli aveva donato in ricordo e in pegno d'affetto.
    Tutti gli altri ragazzi cavalcano destrieri trinacrii
    del vecchio Aceste.
    I Dardanidi accolgono con un applauso i fanciulli intimiditi,
    e gioiscono nel guardare, e riconoscono i sembianti degli avi.
    Dopo che percorsero lieti sui cavalli l'intero consesso
    e lo sguardo dei loro, Epitide di lontano diede con un grido
    il segnale ad essi che aspettavano e fece schioccare la frusta.
    Quelli corsero allineati e sciolsero a tre a tre
    le squadre, separati i gruppi, e di nuovo richiamati
    invertirono la marcia e brandirono avverse armi.
    Poi intraprendono rinnovate corse e ritorni,
    opposti nello spazio, e intrecciano alterni giri
    a giri, e in armi destano figure di battaglia; e ora
    scoprono i dorsi nella fuga, ora minacciosi rivolgono
    le aste; ora fatta la pace cavalcano in linea.
    Come si dice che un tempo il Labirinto nell'alta Creta
    ebbe un percorso costruito con cieche pareti, e un ambiguo
    inganno con mille vie, per dove un ignoto
    e irreversibile errare confondeva le tracce del cammino;
    con uguali volteggi i figli dei Teucri aggrovigliano
    le orme, e tessono fughe e battaglie per gioco,
    simili ai delfini che nuotando per i liquidi mari
    solcano il mare Carpatico e il Libico e giocano tra le onde.
    Codesta foggia di corsa e queste gare per primo
    Ascanio, quando recinse di mura Alba la Lunga,
    riprese e insegn a celebrare agli antichi Latini,
    al modo di lui fanciullo e della giovent troiana;
    gli Albani la insegnarono ai loro; di qui in seguito l'accolse
    la massima Roma, e conservo il patrio costume;
    e Troia si dicono ora i fanciulli, e schiera troiana.
    Fin qui si celebrarono le gare in onore del padre santo.
    Qui la Fortuna mutata cominci a tradirci.
    Mentre con vari giochi rendono onoranze al tumulo
    la saturnia Giunone mand dal cielo Iride
    alla flotta iliaca, e spira venti al suo andare,
    molto meditando, e ancora non sazia dell'antico dolore.
    La vergine, affrettando la via per l'arco dai mille colori,
    invisibile a tutti discende con rapido volo.
    Scorge una grande folla ed esplora la riva,
    e vede i porti deserti e la flotta abbandonata.
    Lontano, su una spiaggia solitaria, le Troiane in disparte
    piangevano Anchise perduto, e tutte il profondo
    abisso miravano in pianto. Tanti flutti e distese
    ahim, aspettavano gli affranti! a tutte un'unica voce.
    Implorano una citt: ripugna sopportare il travaglio
    del mare. Dunque si getta tra loro, esperta nel nuocere,
    e depone l'aspetto e la veste di dea;
    si muta in Beroe, l'annosa moglie dello temerario Doriclo
    di nobile stirpe che un tempo aveva rinomanza
    di figli. E cos avanza tra le donne dei Dardanidi:
    Sventurate, disse, che mano achea nella guerra
    non trasse a morte ai piedi delle mura della patria
    folla infelice, a quale rovina la Fortuna ti riserba?
    Volge la settima estate dopo la distruzione di Troia
    dacch ci spingono a percorrere le acque e tutte le terre
    e rocce inospitali e climi, mentre per il grande mare
    inseguiamo l'ltalia fuggente e siamo sbattute dai flutti.
    Qui le fraterne contrade di Erice e l'ospitale Aceste:
    chi impedisce di erigere mura e di dare una sede ai cittadini?
    O patria e Penati invano sottratti al nemico,
    mai si citeranno mura di Troia? e in nessun luogo
    rivedr i fiumi, lo Xamo e il Simoenta?
    Avanti, bruciate con me le infauste navi!
    In sogno l'immagine della profetessa Cassandra parve
    porgermi fiaccole ardenti: "Cercate qui Troia,
    qui", disse, "la casa per voi. E' tempo di agire
    senza indugio a tali prodigi. Ecco quattro are
    a Nettuno: il dio somministra fiaccole e audacia".
    Dicendo cos, afferra per prima un minaccioso tizzone.
    e levata lontano la destra lo agita con forza
    e lo scaglia. Protesi gli animi e stupefatti i cuori
    delle Iliadi. Allora una delle molte, la pi vecchia per
    nascita, Pirgo, regale nutrice di tanti figli di Priamo:
    "Questa non  Beroe, o donne, non  la eterea
    sposa di Doriclo; notate i segni della divina
    bellezza e gli occhi ardenti, che effluvio, che volto,
    che suono della voce, che passo al suo camminare.
    Poc'anzi allontanandomi ho lasciato Beroe ammalata,
    afflitta perch lei solamente mancava a una tale
    cerimonia e non rendeva ad Anchise i dovuti onori".
    Cos disse.
    Ma le donne dapprima dubbiose guardavano le navi
    con occhi malevoli, incerte tra un misero amore
    della terra presente e il regno che chiamava per fato:
    quando la dea si lev nel cielo ad ali tese
    e fuggendo sotto le nubi tracci un immenso arco.
    Allora, attonite ai prodigi e agitate da furore,
    gridano, e afferrano tizzoni nel cuore dei focolari;
    parte spogliano le are, e gettano fronde e virgulti
    e fiaccole. Infuria Vulcano a briglie sciolte
    per i banchi e i remi e le dipinte poppe d'abete.
    Eumelo messaggero alla tomba di Anchise e ai settori
    del teatro riferisce che le navi bruciano, e tutti
    scorgono volteggiare in un nembo oscura cenere.
    Per primo Ascanio, come lieto guidava il torneo
    equestre, cos raggiunse animoso in sella il campo
    sconvolto; i maestri sbigottiti non possono trattenerlo.
    Quale inaudita follia, disse, e dove ora
    mirate, cittadine infelici? Non ardete il nemico
    e il campo ostile degli Argivi, ma le vostre speranze. Ecco,
    sono io, il vostro Ascanio! Gett ai piedi l'elmo spoglio,
    coperto col quale destava figure di guerra.
    S'affretta insieme Enea, e la schiera dei Teucri.
    Ma quelle si disperdono per il terrore
    in fuga sulle rive, e furtive raggiungono le selve
    e le grotte, dove ne trovino; ripugnano dalla luce,
    e mutate riconoscono i loro cari, e scuotono Giunone dal
    cuore. Ma non per questo l'incendio e le fiamme deposero
    le indomite forze; vive sotto l'umido legno
    la stoppa vomitando tardo fumo; lento il calore
    divora le chiglie, la rovina pervade lo scafo;
    non giovano le forze degli eroi e i fiumi d'acqua versati.
    Allora il pio Enea si straccia le vesti dalle spalle
    e invoca in aiuto gli dei, e tende le mani:
    Giove onnipotente, se ancora non odii i Troiani
    fino all'ultimo uomo, se ancora l'antica benevolenza considera
    gli affanni umani, concedi ora alle navi di sfuggire alle
    fiamme,  o Padre,  e sottrai alla  distruzione  il  povero  avere  dei
    Teucri;
    oppure compi ci che rimane: sprofondaci a morte
    con fulmine ostile, se lo merito, e annientaci qui con la tua destra.
    Appena detto ci, una fosca tempesta infuria
    senza misura con rovesci di pioggia, e le vette della terra
    e le pianure sussultano per il tuono; da tutto il cielo
    precipita un torbido scroscio d'acqua tenebroso di densi venti;
    le navi ne traboccano; se ne imbevono semibruciati
    i legni, finch si estinse tutto l'ardore, e tutte,
    eccettuate quattro perdute, si salvarono dalla consunzione le
    chiglie. Ma il padre Enea, turbato dall'acerbo evento
    volgendo qua e l profondi pensieri nell'animo,
    dubitava, se stabilirsi nei siculi campi, dimentico dei fati,
    o cercare di raggiungere le spiagge italiche.
    Allora il vecchio Naute, il solo che la tritonia Pallade
    istru e rese insigne per molta scienza  dava questi responsi,
    sia che li arrecasse la grande ira degli dei, sia che lo
    richiedesse il corso dei fati, confortando Enea
    con queste parole comincia:
    Figlio della dea, dove i fati traggono e ritraggono,
    seguiamoli. Qualunque cosa avverr, bisogna superare
    tutte le sorti soffrendo. Hai il dardanio Aceste,
    di stirpe divina: associalo alle decisioni, volenteroso compagno.
    Affida a lui quelle che sono in soprannumero, perdute
    le navi, o ripugnano dalla grande impresa e dalle tue
    fortune; scevera gli annosi vecchi e le donne stanche del mare,
    e tutti gli invalidi e i timorosi del pericolo che sono con te,
    e lascia che stanchi abbiano le mura in queste terre.
    Chiameranno la citt, se lo permetti, con il nome di Acesta.
    Acceso da tali parole del vecchio amico, allora
     diviso nell'animo da mille pensieri.
    La nera Notte portata dalla biga occupava il cielo;
    quindi sembr che l'immagine del padre Anchise
    discendesse dall'etere, e subito parlasse cos:
    Figlio, un tempo a me pi caro della vita,
    mentre la vita durava, figlio, provato dai fati
    iliaci, vengo per ordine di Giove che respinse il fuoco
    dalle navi, e infine si mosse a piet dall'alto del cielo.
    Obbedisci ai consigli che ora ti d bellissimi il vecchio
    Naute; porta in Italia giovani scelti, i cuori
    pi forti; nel Lazio devi debellare un duro popolo
    e di rude vita. Tuttavia rcati prima
    nelle inferne sedi di Dite; nel profondo Averno,
    figlio, vieni all'incontro con me. Non m'accoglie
    l'empio Tartaro, tristi ombre; mi trovo
    nelle amene adunanze dei pii e nell'Eliso. La casta Sibilla
    ti condurr qui per molto sangue di nere vittime.
    Allora apprenderai tutta la tua discendenza, e le mura
    assegnate. Ora addio, l'umida Notte si volge a met del percorso,
    e il crudele Oriente mi sfiora coi cavalli anelanti.
    Disse, e tenue fugg come fumo nell'aria.
    Allora Enea: Dove corri e ti precipiti?
    chi fuggi, o chi ti allontana dagli abbracci del figlio?
    Dicendo questo suscita la cenere e i sopiti fuochi,
    e adora supplice con pio farro e colma incensiera
    il pergameo Lare e il sacrario della candida Vesta.
    Subito chiama i compagni e per primo Aceste,
    ed espone l'ordine di Giove e i precetti dell'amato padre
    e quale proposito ora gli consista nell'animo.
    Non v' indugio al progetto, Aceste non ricusa i comandi.
    Ascrivono alla citt le donne, e del popolo lasciano
    chiunque lo desideri, e gli animi indifferenti alla gloria.
    Essi restaurano i banchi, ricollocano alle navi le tavole
    divorate dalle fiamme, apprestano remi e gomene:
    sono pochi di numero, ma hanno vivido valore in guerra.
    Frattanto Enea circoscrive la citt con l'aratro
    e sorteggia le case; comanda che questa sia Ilio
    e questi luoghi Troia. Gode del regno il troiano
    Aceste, e indce il foro e d leggi ai padri convocati.
    Allora vicino agli astri sulla vetta ericina
    fondano un tempio a Venere idalia, e istituiscono un
    sacerdote e un ampio bosco consacrato al tumulo di Anchise.
    Il popolo ha gi banchettato per nove giorni e celebrato
    l'onore sulle are: i placidi venti spianano il mare,
    e spirando teso l'Austro chiama al largo.
    Sorge per le curve spiagge un grande pianto;
    abbracciati tra loro indugiano la notte e il giorno.
    Le stesse donne, ora, e gli stessi ai quali sembrava aspro
    l'aspetto del mare e intollerabile la sua forza divina,
    vorrebbero partire, e sopportare tutto il travaglio dell'esilio.
    Questi il buon Enea conforta con parole amiche,
    e affida lagrimando al congiunto di sangue Aceste.
    Ordina poi di sacrificare tre vitelli a Erice
    e un'agnella alle Tempeste, e di sciogliere per ordine gli ormeggi.
    Egli, cinto il capo di foglie di reciso olivo,
    eretto in alto a prua regge una patera, e getta
    i visceri nei flutti salmastri e versa limpidi vini.
    Il vento asseconda l'andare sorgendo da poppa,
    a gara i compagni feriscono il mare e spazzano le acque.
    Venere frattanto, assillata dai pensieri, si rivolge
    a Nettuno, ed effonde tali lamenti dal cuore:
    La grave ira di Giunone e il suo insaziabile cuore
    mi costringono, o Nettuno, a scendere a tutte le preghiere
    nessun trascorrere di tempo, nessuna piet la addolcisce
    e neanche si placa vinta dal comando di Giove e dai fati.
    Non le basta avere sradicato dal mezzo del popolo dei Frigi
    la citt con esecrabile odio, di avere trascinato i relitti
    per ogni supplizio; perseguita le ceneri e l'ossa di Troia
    distrutta. Conosca lei sola la causa di tanto furore!
    Poc'anzi mi fosti testimonio nelle libiche acque,
    quali alti marosi levava, mischiando il mare
    e il cielo, fidando invano nelle bufere eolie,
    osando ci nel tuo regno.
    Ed ecco, spinte al delitto anche le donne troiane,
    bruci turpemente le navi, e perduta la flotta
    indusse a lasciare i compagni in una terra ignota.
    Le ultime navi, prego che possano affidarti sicure
    le vele sulle onde, e toccare il laurente Tevere,
    se chiedo cose concesse, e se le Parche assegnano le mura.
    Allora parl il saturnio dominatore del profondo mare:
    E' giusto, Citerea, che confidi pienamente nel mio regno
    da cui derivi la nascita. Del resto l'ho meritato.
    Sovente repressi i furori e tanta rabbia del cielo e del mare.
    E non meno in terra, chiamo a testimoni lo Xanto
    e il Simoenta, ebbi a cuore il tuo Enea. Quando Achille
    spingeva alle mura incalzando le schiere troiane atterrite,
    e dava la morte a migliaia, e colmi gemevano
    i fiumi, e lo Xanto non poteva trovare la via
    e neanche scorrere al mare, allora in una cava nube
    sottrassi al forte Pelide  Enea, scontratosi con impari
    dei e forze, sebbene desiderassi annientare
    le mura della spergiura Troia costruite dalle mie mani.
    Persisto nel medesimo animo; allontana il timore.
    Giunger sicuro ai porti, che desideri, dell'Averno.
    Uno soltanto lamenterai perduto nel gorgo;
    una vita sar l'olocausto per tutti gli altri.
    Come con queste parole addolc e rallegr il cuore
    della dea, il padre aggioga in oro i cavalli, e adatta
    schiumanti freni a quei mostri, e allenta tutte le briglie.
    Con il carro ceruleo vola leggero a fior d'acqua;
    si abbassano le onde, e sotto l'asse tuonante
    la tumida distesa delle acque si spiana, fuggono i nembi
    nell'ampio cielo. Ed ecco i vari aspetti del corteggio,
    gli immani cetacei, e il vecchio coro di Glauco, e Palemone
    d'lno, e i veloci Tritoni e tutto l'esercito di Forco
    Teti tiene la sinistra, e Melite, e la fanciulla
    Panopea, Nisea, e Spio, e Tala e Cimodoce.
    Qui carezzevoli gioie pervadono a vicenda l'animo
    sospeso del padre Enea; comanda di alzare all'istante
    tutta l'alberatura e di tendere i pennoni alle vele.
    Tirarono tutti insieme le scotte, e ugualmente a sinistra,
    poi sciolsero le vele a destra; insieme volgono e rivolgono
    le erte antenne; favorevoli brezze sospingono le navi.
    Primo fra tutti Palinuro guidava la folta
    squadra; gli altri dovevano seguire la sua prora.
    E gi l'umida Notte aveva quasi toccata la meta
    intermedia del cielo; i marinai rilassavano le membra
    nella placida quiete, sotto i remi, sparsi per i duri banchi:
    quando, disceso lieve dagli astri eterei,
    il Sonno fendette l'aria tenebrosa e scosse le ombre
    te, o Palinuro, cercando, a te incolpevole recando
    funesti sogni; il dio si asside sull'alta
    poppa, simile a Forbante, e dice queste parole:
    Laside Palinuro, le acque portano spontanee la flotta;
    le brezze spirano equilibrate: un'ora propizia al riposo;
    adagia il capo, sottrai alla fatica gli occhi stanchi.
    Per un poco posso subentrarti nel compito.
    A stento sollevando gli occhi a lui Palinuro dice:
    Vuoi che ignori il volto del placido mare
    e i flutti quieti? che confidi in questo mostro?
    Affiderei - come sarebbe possibile? - Enea alle brezze
    fallaci, sorpreso pi volte dall'inganno del cielo sereno?.
    Rispondeva tali parole, e fisso e stretto alla barra
    non si scostava d'un pollice, e teneva gli occhi alle stelle.
    Ed ecco il dio gli scuote un ramo stillante rugiada
    letea e imbevuto del potere soporifero stigio su entrambe
    le tempie, e a lui che gi vacillava rilassa le pupille oscillanti.
    La quiete inattesa gli aveva appena allentato le membra;
    e sopra incombendo, con una parte divelta della poppa
    e con tutto il timone lo rovesci a capofitto nelle onde
    mentre invano chiamava pi volte i compagni;
    quello, alato, si lev leggero a volo nell'aria.
    La flotta corre ugualmente un cammino sicuro sul mare
    e va imperterrita per le promesse del padre Nettuno.
    Gi navigando si avvicinava agli scogli delle Sirene,
    difficili un tempo e bianchi delle ossa di molti;
    allora le rocce risonavano rauche lontano per l'assidua
    risacca: quando il padre Enea s'avvide che la nave, perduto il
    nocchiero, errava fluttuando; ed egli la pilot nelle onde notturne.
    O troppo fiducioso nel cielo e nel mare tranquillo,
    nudo, o Palinuro, giacerai su un'ignota spiaggia.








    LIBRO SESTO.

    Cos dice lagrimando, e allenta le briglie alla flotta,
    e infine approda alle euboiche spiagge di Cuma.
    Volgono le prue al largo; allora con dente tenace
    l'ancora assicura le navi, e le curve poppe
    s'assiepano a riva. Una schiera di giovani balza
    ardente sulla riva esperia; parte cerca i semi della fiamma
    nascosti nelle vene della selce, parte trascorre le selve,
    folti covili di fiere, e trova e segnala i fiumi.
    Il pio Enea raggiunge le vette, a cui presiede
    l'alto Apollo, e vicino i recessi, antro immane,
    dell'orrenda Sibilla, alla quale il profeta di Delo
    ispira grandi animo e mente e apre il futuro.
    Gi entrano nei boschi di Trivia e nel tempio dorato.
    Dedalo, com' fama, fuggendo il regno minoico,
    con rapide penne os affidarsi al cielo,
    navig per l'insolito cammino fino alle gelide Orse,
    e infine si pos leggero sulla vetta calcidica.
    Appena tornato a queste terre consacr a te,
    sui battenti la morte di Androgeo; poi i Cecropidi costretti
    - sventura! - a pagarne la pena con sette corpi di figli
    anno per anno; vi appare raffigurata l'urna, estratte le sorti.
    Di fronte corrisponde la terra di Cnosso, erta sul mare;
    qui il crudele amore del toro, e Pasifae sottopostasi di frodo,
    e genere misto e prole biforme, c' il Minotauro, ricordo
    d'una Venere nefanda; qui il famoso travaglio della casa e
    l'inestricabile errore; Dedalo poi, pietoso del grande amore
    della figlia del re, scioglie gli inganni e gli avvolgimenti
    del palazzo guidando i ciechi passi con un filo. Anche tu avresti,
    o Icaro, una grande parte in tale opera, se lo permettesse il dolore.
    Due volte tent di effigiare l'evento nell'oro, due volte caddero
    le paterne mani. E subito essi scruterebbero tutto con gli occhi,
    se gi, mandato innanzi, non tornasse Acate e insieme la sacerdotessa
    di Febo e di Trivia, Deifobe di Glauco, che parla cos al re:
    Il momento presente non richiede codesti spettacoli
    ora sar preferibile sacrificare da un'intatta mandria
    sette giovenchi, e, scelta rituale, altrettante bidenti.
    Parlato cos ad Enea, gli uomini non tardano ai sacri
    comandi, la sacerdotessa chiama i Teucri nell'alto tempio.
    L'immenso fianco della rupe euboica s'apre in un antro:
    vi conducono cento ampi passaggi, cento porte;
    di l erompono altrettante voci, i responsi della Sibilla.
    Giunsero alla soglia, quando la vergine:  tempo
    di chiedere ai fati; disse; il dio, ecco il dio!.
    A lei che parla cos, davanti all'ingresso, d'un tratto,
    non rimase lo stesso volto, il colore, la chioma composta
    ansima il petto, il cuore selvaggio si gonfia
    di rabbia, sembra pi alta e di voce sovrumana,
    ispirata dal nume, ormai vicino, del dio. Esiti
    ai voti e alle preghiere, disse, troiano Enea? esiti?
    Prima non s'apriranno le grandi porte della dimora invasata.
    E parlato cos, tacque. Gelido corse per le dure
    ossa ai Teucri un tremore, e il re dal profondo del cuore prega:
    Febo, sempre pietoso dei gravi affanni di Troia,
    che guidasti le dardane frecce e la mano di Paride
    sul corpo dell'Eacide, sotto la tua guida penetrai
    in tanti mari che circondano grandi terre, tra i remoti
    popoli dei Massili e nei campi distesi lungo le Sirti,
    infine teniamo le rive della fuggente Italia:
    solo fin qui ci abbia perseguitato la sventura di Troia!
    Anche voi ormai potete risparmiare la stirpe pergamea,
    dei e dee tutte, cui spiacque Ilio e l'immensa
    gloria della Dardania. E tu, o santissima
    veggente, presaga del futuro, concedi - non chiedo
    regni indebiti ai miei fati - che si stanzino nel Lazio i Teucri.
    e gli dei erranti, e i travagliati numi di Troia.
    Allora fonder a Febo e a Trivia un tempio
    di solido marmo, e giorni di festa dal nome di Febo.
    E te un grande sacrario attende nel nostro regno.
    Qui deporr le tue sorti e gli arcani fati
    da te predetti al mio popolo, o divina, e consacrer
    uomini eletti. Soltanto non affidare i vaticinii alle foglie,
    perch confusi non volino, ludibrio ai rapidi venti;
    esprimili tu, ti prego. E qui fin di parlare.
    Ma ancora indocile a Febo, gigantesca nell'antro
    la veggente infuria, se possa scacciare dal petto
    il grande dio; tanto pi egli tormenta la bocca
    rabbiosa, domando il selvaggio cuore, e plasma premendo.
    E gi le cento grandi porte della casa s'aprono
    spontanee, e portano nell'aria i responsi della veggente:
    O alfine scampato ai grandi pericoli del mare!
    Ma restano quelli maggiori della terra. I Dardanidi giungeranno
    nel regno di Lavinio; allontana dal cuore l'inquietudine;
    ma vorranno non essere giunti. Guerre, orride guerre,
    e il Tevere schiumante di molto sangue vedo.
    Non ti mancheranno il Simoenta, e lo Xanto, e l'accampamento
    dorico. E gi generato nel Lazio un altro Achille,
    nato anchegli da una dea; n mai mancher,
    ostile ai Teucri, Giunone; quando tu, supplice nel bisogno,
    quali mai genti degli Italici, quali citt non avrai pregato!
    Causa di tanto male di nuovo una sposa straniera
    ai Teucri, di nuovo forestieri talami.
    Tu non cedere ai mali, ma affrontali pi audace
    di quanto ti permetta la Fortuna. La prima via di salvezza,
    ci che meno immagini, ti sar aperta da una citt greca.
    Con tali parole dal sacrario la Sibilla Cumana
    predice orrendi enigmi e mugghia dall'antro,
    avviluppando il vero nelle tenebre: tali redini
    Apollo scuote all'invasata e le volge pungoli in cuore.
    Appena il furore disparve e la bocca rabbiosa s'acquiet,
    L'eroe Enea comincia: Nessuna forma di travaglio, o vergine,
    mi sorge nuova o impensata, tutto ho provato e prima percorso
    tra me con l'animo.
    Un'unica cosa ti chiedo: poich si dice che la porta del re inferno
    e la tenebrosa palude formata dal rigurgito d'Acheronte
    si trovino qui, mi sia lecito di giungere al cospetto e alle labbra
    dell'amato padre. Insegnami la via e apri le sacre porte.
    Lo sottrassi sulle spalle alle fiamme e ai mille dardi
    che ci inseguivano e lo salvai dal nemico;
    egli accompagnandomi nel viaggio ha sopportato con me
    ogni sorta di mari e le minacce dei flutti e del cielo
    invalido, oltre le forze e la sorte della vecchiaia.
    Ed egli in persona, pregandomi, ordin di supplicarti
    e di venire alle tue soglie. Compiangi, ti prego, o divina,
    il figlio e il padre: infatti puoi tutto, e non invano
    Ecate ti prepose ai boschi averni.
    Se Orfeo pot evocare i Mani della sposa,
    fidando nella tracia cetra e nelle corde canore,
    se Polluce riscatt il fratello con alterna morte, e va
    e torna ripetutamente per la via, perch ricordare Teseo
    e il grande Alcide? , anch'io discendo dal sommo Giove.
    Con tali parole pregava e teneva le are, quando
    la veggente cominci a parlare cos: O nato da sangue di
    dei, troiano figlio d'Anchise,  facile la discesa in Averno;
    la porta dell'oscuro Dite  aperta notte e giorno
    ma ritrarre il passo e uscire all'aria superna,
    questa  l'impresa e la fatica. Pochi, che l'equo
    Giove dilesse, o l'ardente valore sollev all'etere,
    generati da dei, lo poterono. Selve occupano tutto
    il centro, e Cocito scorrendo con oscure sinuosit lo circonda.
    Se ami e desideri tanto di navigare due volte
    sulla palude stigia, vedere due volte il nero Tartaro,
    e ti piace impegnarti in una immane fatica,
    ascolta che cosa devi compiere prima. Si cela in un albero
    ombroso, un ramo d'oro nelle foglie e nel flessibile vimine
    consacrato a Giunone inferna; tutto il bosco
    lo copre, e lo racchiudono ombre in oscure convalli.
    Ma non si pu discendere nei segreti della terra, prima
    di avere staccato dall'albero il virgulto dalle fronde d'oro.
    La bella Proserpina stabil che si recasse tal dono
    proprio per lei. Spiccato il primo, ne spunta un altro d'oro,
    e frondeggia una verga di uguale metallo.
    Dunque esplora profondamente con gli occhi, e trovatolo,
    strappalo con la mano, secondo il rito; ti seguir da solo,
    docile e agevole, se i fatii chiamano; altrimenti
    con nessuna forza potrai vincerlo, o staccarlo col duro ferro.
    Inoltre ti giace estinto il corpo d'un amico,
    ahim lo ignori,  e contamina col cadavere insepolto la
    flotta, mentre tu chiedi responsi ed esiti sulla mia soglia.
    Riportalo prima alla sua sede e componilo nel sepolcro.
    Conduci nere vittime; e siano la prima espiazione.
    Cos vedrai infine i boschi dello Stige e i regni inaccessibili
    ai vivi. Disse, e ammutol con le labbra serrate.
    Enea, fisso lo sguardo, con il volto mesto,
    cammina lasciando l'antro, e volge tra s
    nellanimo gli oscuri eventi. A lui s'accompagna
    il fido Acate, e con uguali pensieri procede.
    Molto discorrevano tra loro con vario parlare,
    quale mai compagno estinto, e corpo da inumare
    la veggente dicesse: quando giunsero sulla riva asciutta,
    vedono Miseno perito d'immeritata morte, l'eolide
    Miseno, del quale nessuno pi valido ad animare
    i guerrieri con il corno, e ad accendere Marte con il suono.
    Era stato compagno del grande Ettore, e al fianco
    di Ettore affrontava le battaglie, insigne per il lituo e l'asta.
    Ma dopo che quello fu ucciso dal vittorioso Achille,
    il  fortissimo eroe si un compagno al dardanio Enea,  seguendo uguali
    imprese.
    Ma un giorno, mentre per caso con la cava conchiglia
    rintrona folle, le distese marine e chiama a contesa gli dei,
    il rivale Tritone, se  giusto credere, coltolo,
    lo aveva sommerso tra gli scogli nell'onda schiumosa.
    Dunque tutti fremevano intorno con alte grida,
    specialmente il pio Enea. Allora piangendo
    affrettano i comandi della Sibilla, e gareggiano nel costruire
    con tronchi l'ara del sepolcro e nell'innalzarla al cielo.
    Vanno in un'antica selva, profondo rifugio di fiere;
    crollano i pini, risuonano percossi dalle scuri gli elci,
    si spaccano coi cunei tronchi di frassino e fendibili
    querce, dai monti rotolano giganteschi orni.
    Anch'egli, Enea, primo fra tali opere esorta
    i compagni e vi s'accinge con uguali attrezzi.
    Intanto, guardando l'immensa selva, medita questo
    con triste cuore, e gli accade di pregare cos:
    "Se ora ci si mostrasse quel ramo d'oro sull'albero
    in una foresta cos sconfinata! perch la veggente, purtroppo,
    ha detto tutto con verit, di te, o Miseno.
    Aveva parlato cos, quando per caso una coppia di colombe
    proprio davanti al suo sguardo sopraggiunsero a volo
    e si posarono sul verde suolo. Allora il magnanimo eroe
    riconosce gli uccelli materni e lieto prega:
    Guidatemi, se c' una via, e dirigete per l'aria
    il volo nei boschi, l dove il ramo d'oro
    ombreggia la pingue terra. E tu non mancarmi
    nelle difficolt, o dea madre". Detto cos, si ferm,
    osservando che segni diano, dove proseguano a dirigersi.
    Quelle, pascendosi, avanzarono tanto con il volo,
    quanto potesse scorgere lo sguardo di chi le seguisse,
    quindi, come arrivarono alle fauci del graveolente Averno,
    si sollevano veloci e, discese per la limpida aria,
    si posano nel luogo desiderato sul duplice albero
    di dove diverso rifulse per i rami il soffio scintillante dell'oro.
    Quale suole nelle selve col freddo invernale il vischio
    verdeggiare di nuova fronda, poich la sua pianta non
    germina, e avvolgere i tronchi rotondi con un frutto giallastro,
    tale era l'aspetto dell'oro frondeggiante sull'ombroso
    elce, cos crepitava la lamina al lieve vento.
    Lo afferra subito Enea e avido lo strappa
    riluttante, e lo porta nell'antro della veggente Sibilla.
    Frattanto i Teucri sulla riva piangevano Miseno
    e rendevano gli estremi onori al triste cenere.
    Dapprima eressero un grande rogo pingue di resine
    e di tavole di quercia, al quale intessono i fianchi
    di brune fronde, e dispongono davanti funerei
    cipressi, e lo adornano sopra di armi fulgenti.
    Parte preparano calde acque e caldaie ribollenti
    sulle fiamme, e lavano e ungono la gelida salma.
    Si leva il lamento. Allora depongono le membra composte
    sulla bara, e vi gettano sopra purpurei drappi, e le note
    vesti. Parte, triste funzione, s'avvicinarono al feretro
    e secondo il costume degli avi vi buttarono dentro una fiaccola
    vlti all'indietro. Bruciano il cumulo di offerte
    d'incenso, le vivande, i crateri traboccanti d'olio.
    Dopo che caddero le ceneri e s'acquiet la fiamma,
    aspersero di vino i resti e la brace ruggente,
    e Corineo raccolse e racchiuse le ossa in un'urna di bronzo.
    Gir tre volte tra i compagni con acqua lustrale
    irrorandoli con lievi stille da un ramo di fecondo olivo
    e purific gli uomini, e disse le estreme parole.
    Ma il pio Enea gli innalza sopra un sepolcro
    di vasta mole, e le armi dell'eroe e il remo e la tromba,
    sotto l'aereo morte, che ora da lui  detto
    Miseno, ed eterno ne serba nei secoli il nome.
    Fatto ci, esegue prestamente i comandi della Sibilla.
    Vi era una profonda grotta, immane di vasta apertura,
    rocciosa, difesa da un nero lago e dalle tenebre dei boschi,
    sulla quale nessun volatile poteva impunemente dirigere
    il corso con l'ali; tali esalazioni si levavano
    effondendosi dalle oscure fauci alla volta del cielo.
    Da ci i Greci chiamarono il luogo con il nome d'Aorno.
    Qui dapprima la sacerdotessa colloc quattro giovenchi
    dalle nere terga e vers vino sulla loro fronte,
    e strappando dalla sommit del capo setole in mezzo alle corna,
    le pose sui fuochi sacri, prima offerta votiva,
    invocando con forza Ecate, potente nel cielo e nell'Erebo.
    Altri sottopongono coltelli e raccolgono nelle coppe
    il tiepido sangue. Enea sacrifica con la spada
    un'agnella di nero vello alla madre delle Eumenidi
    e alla grande sorella, e a te, o Proserpina, una vacca sterile.
    Poi appresta notturne are al re stigio
    e pone sulle fiamme interi visceri di tori
    versando grasso olio sulle fibre ardenti.
    Ed ecco, alla soglia dei primi raggi del sole,
    la terra mugghi sotto i piedi, i gioghi delle selve
    cominciarono a tremare, e sembr che cagne ululassero
    nell'ombra all'arrivo della dea. Lontano, state lontano,
    o profani! grida la veggente, e allontanatevi da tutto il
    bosco; e tu intraprendi la via, e strappa la spada dal fodero;
    ora necessita coraggio, Enea, e animo fermo.
    Disse, ed entr furente nell'antro aperto;
    egli con impavidi passi s'affianca alla guida che avanza.
    Dei, che governate le anime, Ombre silenti,
    e Caos e Flegetonte, luoghi muti nella vasta notte,
    concedetemi di dire quello che udii, e per vostra volont
    rivelare le cose sepolte nella profonda terra e nelle tenebre.
    Andavano oscuri nell'ombra della notte solitaria
    e per le vuote case di Dite e i vani regni:
    quale il cammino nelle selve per l'incerta luna,
    sotto un'avara luce, se Giove nasconde il cielo,
    e la nera notte toglie il colore alle cose.
    Proprio davanti al vestibolo, sull'orlo delle fauci dell'Orco,
    il Pianto e gli Affanni vendicatori posero il loro covile;
    vi abitano i pallidi Morbi e la triste Vecchiaia,
    la Paura, e la Fame, cattiva consigliera, e la turpe Miseria,
    terribili forme a vedersi, e la Morte, e il Dolore;
    poi il Sonno, consanguineo della Morte, e i malvagi Piaceri
    dellanimo, e sull'opposta soglia la Guerra apportatrice di lutto,
    e i ferrei talami delle Eumenidi, e la folle Discordia,
    intrecciata la chioma viperea di bende cruente.
    Nel mezzo spande i rami, decrepite braccia,
    un olmo oscuro, immenso, dove si dice che abitino
    a torme i Sogni fallaci, e aderiscono sotto ciascuna foglia.
    Inoltre numerosi prodigi di diverse fiere,
    i Centauri s'installano alle porte e le Scille biformi,
    e Briareo dalle cento braccia e la belva di Lerna,
    e orribilmente stridendo, armata di fiamme, la Chimera,
    e le Gorgoni e le Arpie, e la forma del fantasma dai tre corpi.
    Allora Enea, tremante d'improvviso terrore,
    afferra la spada, e ne oppone la punta ai venienti,
    e se l'esperta compagna non lo ammonisse che si tratta di vite
    che volteggiano tenui, incorporee, fantasmi in cavo sembiante,
    irromperebbe, e invano col ferro squarcerebbe le ombre.
    Di qui la via che porta alle onde del tartareo Acheronte.
    Qui un gorgo torbido di fango in vasta voragine
    ribolle ed erutta in Cocito tutta la sabbia.
    Orrendo nocchiero, custodisce queste acque e il fiume
    Caronte, di squallore terribile, a cui una larga canizie
    incolta invade il mento, si sbarrano gli occhi di fiamma,
    sordido pende dagli omeri annodato il mantello.
    Egli spinge la barca con una pertica e governa le vele,
    e trasporta i corpi sullo scafo di colore ferrigno,
    vegliardo, ma dio di cruda e verde vecchiezza.
    Qui tutta una folla dispersa si precipitava alle rive,
    donne e uomini, i corpi privati della vita
    di magnanimi eroi, fanciulli e intatte fanciulle,
    e giovani posti sul rogo davanti agli occhi dei padri:
    quante nelle selve al primo freddo d'autunno
    cadono scosse le foglie, o quanti dall'alto mare
    uccelli s'addensano in terra, se la fredda stagione
    li mette in fuga oltremare e li spinge nelle regioni assolate.
    Stavano eretti pregando di compiere per primi il traghetto
    e tendevano le mani per il desiderio dell'altra sponda.
    Ma lo spietato barcaiolo accoglie questi o quelli,
    gli altri sospinge lontano e scaccia dalla spiaggia.
    Enea allora, meravigliato e turbato dal tumulto
    Dimmi, o vergine!, esclama, che vuole la folla sul fiume?
    che chiedono le anime? e per quale differenza le une
    lasciano le rive, le altre solcano coi remi le livide acque?.
    Cos gli parl brevemente l'annosa sacerdotessa:
    Figlio d'Anchise, certissima prole di dei,
    vedi i profondi stagni di Cocito e la palude stigia,
    sulla potenza dei quali temono di spergiurare gli dei.
    Tutta questa che scorgi  una misera turba insepolta;
    il nocchiero  Caronte; questi, che porta l'onda, sono
    i sepolti. Non si possono attraversare le rive paurose e la rauca
    corrente, prima che le ossa riposino nella tomba.
    Errano cento anni e s'aggirano su queste sponde:
    allora, infine ammessi, rivedono gli stagni bramati.
    Ristette il figlio d'Anchise e ferm i passi
    assorto, con l'animo impietosito dall'ingiusta sorte.
    Scorge l mesti e privi dell'onore della morte
    Leucaspi e il condottiero della flotta licia Oronte,
    che, mentre navigavano da Troia nel mare ventoso,
    l'Austro inabiss insieme, travolgendo in acqua la nave e gli uomini.
    Ecco avanzava il timoniere Palinuro che poc'anzi nella libica rotta,
    mentre osservava le stelle era precipitato da poppa riverso
    in mezzo alle onde.  Come lo riconobbe a stento,  mesto  nella  grande
    ombra,
    cos gli si rivolge per primo: Quale degli dei, o Palinuro,
    ti strapp a noi e ti sommerse in mezzo al mare?.
    Dimmi. Infatti Apollo, che mai in precedenza ho trovato
    fallace, con questo solo responso mi deluse l'animo,
    quando presagiva che saresti scampato ai flutti
    e giunto alle terre ausonie. Questa  la fede promessa?.
    Ed egli: Il tripode di Apollo non ingann te,
    condottiero anchisiade, n il dio sommerse me in mare.
    Infatti mentre precipitavo trascinai con me il timone,
    divelto all'improvviso con grande violenza, a cui mi
    stringevo di guardia, dirigendo la rotta. Giuro sugli aspri
    mari che non tanto concepii per me alcun timore,
    quanto che la tua nave, spogliata di strumenti, sbalzato
    il timoniere, naufragasse al sollevarsi degli alti marosi.
    Tre notti invernali il Noto violento mi trasse
    per le immense distese sull'acqua; a stento il quarto giorno
    scorsi l'Italia alto dlla cima di un'onda.
    Lentamente m'accostavo a nuoto alla terra; gi la tenevo sicura,
    se una gente crudele non mi avesse assalito col ferro
    mentre, impacciato dalla madida veste, afferravo con mani adunche
    le asperit del monte, e se ignara non mi avesse creduto una preda.
    Ora mi possiedono i flutti e mi volgono i venti sul lido.
    Per il lume giocondo del sole, per le brezze, per il padre,
    ti prego, e per la speranza di Iulo che cresce,
    strappami, invitto, a questi mali; o coprimi di terra,
    poich lo puoi, e cerca il porto di Velia;
    oppure, se c' una via, se alcuna te ne mostra la divina
    madre, non credo che senza il volere degli dei
    ti accingi a navigare il grande fiume e la palude stigia,
    porgi la mano a uno sventurato, e prendimi con te sulle
    onde, perch almeno in morte riposi in tranquilla dimora.
    Cos aveva parlato, quando cos la veggente cominci:
    Di dove, o Palinuro, ti viene una cos empia brama?
    Insepolto vedrai le onde stigie e il severo
    fiume delle Eumenidi, e senza comando approderai alla riva?.
    Cessa di sperare che i destini degli dei si pieghino pregando.
    Ma accogli memore le parole, conforto della dura sorte.
    I vicini, spinti in lungo e in largo per le citt
    da prodigi celesti, espieranno le tue ossa,
    e ti porranno un tumulo, e al tumulo faranno offerte,
    e il luogo avr in eterno il nome di Palinuro.
    Queste parole allontanarono l'affanno e scacciarono per un poco
    il dolore dal triste animo; si rallegra dell'omonima terra.
    Essi proseguono il cammino intrapreso e s'avvicinano al fiume.
    Quando il barcaiolo dall'onda stigia li scorse avviarsi
    di l per il bosco silente e rivolgere il passo alla riva,
    per primo li apostrofa cos, e li rampogna:
    Chiunque tu sia che ti dirigi armato al nostro fiume,
    dici perch vieni, di l, e ferma lasso.
    Questo  il luogo delle Ombre, del Sonno e della soporifera Notte;
    il battello stigio non pu trasportare viventi,
    e non mi rallegrai mai di avere ricevuto sul lago
    l'Alcide che scendeva, n Teseo e Piritoo,
    sebbene fossero generati da dei e invitti di forze.
    Quello scov dal trono stesso del re e mise in catene
    il guardiano tartareo e lo trasse tremante;
    questi tentarono di strappare dal talamo la sposa di Dite.
    Rispose in breve l'anfrisia veggente:
    Qui non vi sono tali insidie; cessa di adirarti;
    le armi non portano violenza; l'immane portinaio nell'antro
    atterrisca latrando in eterno le ombre esangui,
    serbi Proserpina, casta, la soglia dello zio.
    Il troiano Enea, insigne di piet e d'armi,
    discende al padre, tra le profonde ombre dell'Erebo.
    Se non ti muove l'immagine di tanta piet, almeno
    riconosci il ramo e mostra il ramo che celava nel mantello.
    Allora si placa il cuore gonfio d'ira.
    Non fu detto nulla di pi. Quegli, ammirando il venerabile dono
    del fatale virgulto, veduto dopo lungo tempo,
    volge la livida poppa, e accosta alla riva.
    Indi scaccia le altre anime, che sedevano sui lunghi
    banchi, e sgombra la tolda; insieme accoglie nello scafo
    il grande Enea. Gemette sotto il peso la barca
    intessuta di giunchi, e ricevette molta acqua dalle fessure.
    Infine depose incolume al di l del fiume la veggente
    e l'eroe sull'informe fanghiglia e tra la glauca erba palustre.
     L'enorme Cerbero col latrato di tre fauci rintrona
    i regni infernali, giacendo immane di fronte in un antro.
    La profetessa, vedendo i colli arruffarsi di serpi,
    gli getta un'offa soporosa di miele e di farina affatturata.
    Quello con fame rabbiosa spalancando le tre gole
    la afferra a volo, e rilassa le immani terga
    sdraiam al suolo, ed enorme si estende per l'antro.
    Enea varca l'entrata, sepolto il guardiano nel sonno,
    e lascia rapido la riva dell'onda da cui non si torna.
    Subito si udirono voci e un alto vagire,
    piangenti anime d'infanti sul limitare della soglia,
    che esclusi dalla dolce vita e strappati dal seno
    un tetro giorno rap e sommerse nella tomba acerba.
    Accanto a loro i condannati a morte per ingiusta accusa.
    Queste dimore non sono assegnate senza sorteggio
    e senza giudice. Minosse, inquisitore, scuote l'urna;
    convoca il concilio dei morti silenziosi e apprende le vite e le
    colpe. Poi occupano mesti i luoghi vicini gli innocenti
    che si diedero la morte di propria mano, e in odio
    alla luce gettarono la vita. Quanto vorrebbero ora
    sopportare sopra, nel cielo, la povert e i duri affanni!
    La legge si oppone, e li lega l'esecrabile palude dalla triste
    onda, e lo Stige trascorre e li serra nove volte.
    Non lontano dl qui si estendono in tutte le direzioni
    i Campi del Pianto; li chiamano con questo nome.
    Quei sentieri appartati celano coloro che un doloroso
    amore consunse con struggimento crudele: intorno li copre
    una selva di mirto; il tormento non li abbandona neanche
    nella morte.
    In questi luoghi vede Fedra e Procri, e la mesta
    Erifile che mostra le ferite vibratele dal figlio crudele
    ed Evadne e Pasifae; ad esse si accompagna Laodamia,
    e, ragazzo un tempo, ed ora di nuovo donna, Ceneo,
    ritornata per fato nell'antica figura.
    Tra di esse, fresca della ferita, la fenicia Didone
    errava nella vasta selva; appena l'eroe
    troiano le ristette vicino e la riconobbe tra le ombre,
    indistinta, quale si vede sorgere la luna
    al principio del mese, o si crede di averla veduta tra le nubi,
    gli sgorgarono lagrime, e parl con dolce amore:
    Infelice Didone, vera notizia mi giunse,
    che avevi cessato di vivere e cercato la fine col ferro?
    Ahim, ho provocato la tua morte? Giuro per le stelle
    ed i celesti, e per la fede se ve n' nel profondo della terra
    a malincuore, o regina, partii dal tuo lido.
    Ma il volere degli dei, che ora mi costringe ad andare tra le
    ombre. Per luoghi squallidi di desolazione e per la notte profonda,
    mi spinse con i suoi comandi; non potevo credere
    di darti con la mia partenza un dolore cos grande.
    Ferma il passo, non sottrarti al mio sguardo. Chi fuggi?
    Questa  l'ultima volta che il destino mi concede di
    parlarti.
    Con tali parole Enea cercava di lenire
    quell'anima ardente, dal torvo sguardo, e piangeva.
    Ella, rivolta altrove, teneva gli occhi fissi
    al suolo, e il volto immobile all'intrapreso discorso,
    pi che se fosse dura selce o roccia marpesia.
    Infine si strapp di l, e fugg ostile
    nel bosco pieno d'ombra, dove l'antico sposo
    Sicheo le corrisponde l'affanno e ne uguaglia l'amore.
    Non meno Enea, scosso dall'ingiusta sventura,
    la segue di lontano in lagrime e la compiange fuggente.
    Poi riprende il cammino assegnato. E gi percorrevano
    gli ultimi campi appartati che i gloriosi in guerra affollavano.
    Qui gli si fa incontro Tideo, qui l'inclito
    in armi Partenopeo e il fantasma del pallido Adrasto;
    qui, molto compianti tra i vivi e in guerra caduti,
    i Dardanidi: egli vedendoli tutti in lunga
    schiera gemette, e Glauco e Medonte e Tersiloco,
    i tre figli di Antenore, e Polibete consacrato a Cerere,
    e Ideo, che ancora il carro, ancora le armi teneva.
    Gli stanno intorno le anime, a destra, a sinistra, affollate.
    Non basta vederlo una volta; piace indugiare ancora,
    e camminare insieme, e apprendere le cause dell'arrivo.
    Ma i capi dei Danai e le schiere agamennonie, appena
    videro l'eroe e le armi risplendenti tra l'ombre,
    trepidarono d'immenso timore; parte volsero le spalle,
    come un giorno fuggirono alle navi, parte levarono un'esile
    voce: ma il grido cominciato muore nelle bocche aperte.
    Qui vide il priamide Deifobo dilaniato in tutto il corpo,
    crudelmente mutilo il viso, il viso e ambedue le mani,
    devastate le tempie, le orecchie strappate,
    e tronche le nari da deturpante ferita.
    Lo riconobbe a stento, che tremava e copriva l'orribile
    scempio, e gli si rivolse per primo con la nota voce:
    Deifobo, possente in armi, stirpe dell'alto sangue
    di Teucro, chi volle vendicarsi cos crudelmente?
    A chi fu lecito tanto su te? Nell'ultima notte
    mi giunse la fama che tu, stanco della vasta strage
    di Pelasgi, eri caduto su un mucchio di confuso sterminio.
    Allora un muro ti eressi sulla riva cretea,
    e tre volte invocai a gran voce i Mani.
    Il nome e le armi vegliano il luogo; te, amico, partendo
    non scorsi, per comporti nella terra dei padri.
    A ci il Priamide: Non hai tralasciato nulla, amico,
    tutto hai assolto a Deifobo e all'immagine del suo cadavere.
    Ma i miei fati e l'esiziale delitto della Spartana
    mi sommersero in tale sciagura; ella ha lasciato questi ricordi.
    Come passammo tra falso giubilo l'ultima
    notte, lo sai; e bisogna ricordarlo purtroppo.
    Quando il fatale cavallo d'un balzo venne sull'alta
    Pergamo, e gravido port nel ventre guerrieri armati,
    lei, simulando una danza, guidava intorno le Frigie
    ululanti in tripudio; in mezzo brandiva una grande
    fiaccola, e dall'alto della rocca chiamava i Danai.
    Allora, sfinito dagli affanni e gravato dal sonno,
    mi accolse l'infausto talamo, e disteso mi oppresse
    un dolce e profondo riposo simile a placida morte.
    Intanto quell'egregia sposa sottrae tutte le armi
    dalla casa, e mi toglie di sotto il capo la fida spada;
    chiama Menelao nelle stanze, e apre le porte,
    certo sperando che questo sarebbe un gran dono all'amante,
    e che potesse estinguersi cos la fama delle antiche colpe.
    Ma perch mi dilungo? Irrompono nel talamo;
    si unisce a loro, consigliere di delitti, l'Eolide.
    O dei, rendete ai Greci tali atrocit, se richiedo
    con giusto labbro il castigo. Ma dimmi a vicenda che sorte
    ti conduce qui vivo. Arrivi sospinto dalle peripezie del mare,
    o per ordine degli dei? o quale destino t'incalza
    da introdurti nelle tristi dimore tenebrose, torbidi luoghi?.
    Mentre s'alternavano questi discorsi, l'Aurora sulla rosea
    quadriga aveva attraversato la met del cielo con etereo cammino;
    e forse trascorrerebbero in essi tutto il tempo concesso,
    ma la guida ammon e brevemente parl la Sibilla:
    La notte precipita, Enea; e noi protraiamo le ore
    piangendo. Qui la via si divide in due parti:
    la destra si dirige alle mura del grande Dite,
    per essa il nostro viaggio in Eliso; la sinistra
    esercita il castigo delle colpe. e conduce nell'empio Tartaro.
    Deifobo di rimando: Non infierire, grande sacerdotessa;
    m'allontaner, colmer il numero, torner nelle tenebre.
    V, gloria nostra, v; abbi migliori fati.
    Cos disse, e nel parlare volse i passi.
    Enea scruta, e subito sotto una rupe a sinistra
    vede ampie mura circondate da un triplice bastione,
    che un rapido fiume accerchia con fiamme roventi,
    il tartareo Flegetonte, e rotola scroscianti macigni.
    Di fronte, la porta, enorme, e colonne d'acciaio massiccio,
    tali che nessuna forza d'uomini, n gli stessi celesti
    potrebbero distruggerle in guerra; la torre si erge ferrea nell'aria;
    Tisifone assisa, avvolta in un mantello insanguinato,
    custodisce insonne il vestibolo notte e giorno.
    Di qui si odono gemiti, e risuonano crudeli percosse;
    poi uno stridore di ferro, e strascicate catene.
    Ristette Enea e indugi sbigottito allo strepito:
    Che specie di delitti? o vergine, dimmi, e quali
    castighi li straziano? che alti lamenti nell'aria?.
    Allora la veggente cominci: O glorioso capo dei Teucri,
    nessun innocente pu sostare sulla soglia scellerata;
    ma quando Ecate mi prepose ai boschi averni
    mi mostr i castighi divini, e mi condusse per tutti i luoghi.
    Questi durissimi regni governa Radamanto di Cnosso,
    e punisce e ascolta gli inganni, e costringe a confessare
    le colpe commesse tra i vivi, che, compiacendosi di un'inutile
    frode, ognuno differ di espiare oltre l'ora della morte.
    Subito Tisifone, vendicatrice, armata d'un flagello
    percuote assalendo i colpevoli, e avventando con la sinistra
    ritorti serpenti, chiama la crudele schiera delle sorelle.
    Allora infine stridendo sul cardine dall'orribile suono
    si aprono le sacre porte. Vedi che guardia
    siede nel vestibolo?; che ceffo custodisce le soglie?
    L'Idra con cinquanta nere fauci mostruosa
    risiede dentro pi feroce. Poi il Tartaro
    due volte tanto si apre a precipizio ed affonda nelle tenebre,
    quanto la vista del cielo si leva all'etereo Olimpo.
    Qui l'antica prole della Terra, la giovent dei Titani
    abbattuta dal fulmine, si volta l nell'estremo fondo.
    Qui vidi anche i gemelli Aloidi, immani
    corpi, che tentarono di lacerare con le mani il grande
    cielo, e di rovesciare Giove dai regni superni.
    Vidi anche Salmoneo che scontava crudeli castighi;
    imitando le fiamme di Giove e il fragore dell'Olimpo
    portato da quattro cavalli e, squassando,
    andava esultante tra i popoli dei Greci e per la citt
    nel mezzo dell'Elide, e chiedeva per s l'onore degli dei.
    Folle!, che simulava i nembi e l'inimitabile fulmine
    con il bronzo e il galoppo dei cavalli dagli zoccoli di corno.
    Ma il padre onnipotente ascoso tra le dense nubi
    scagli un dardo, non fiaccole o luci fumose
    di resina, e in un immane turbine lo sprofond a precipizio.
    E si poteva vedere Tizio, figlio della madre Terra,
    il corpo del quale si estende per nove interi iugeri,
    e un enorme avvoltoio col rostro adunco che si pasce
    del fegato immortale e delle viscere feconde al castigo,
    e scava nel suo pasto e alberga nel profondo petto,
    senza nessuna tregua concessa alle fibre rinate.
    E cosa dire dei Lapiti, Issione e Piritoo?
    Su di essi incombe una nera roccia in bilico
    e sembra che cada; risplendono sostegni d'oro
    ad alti letti sontuosi e i cibi imbanditi davanti
    agli occhi con sfarzo regale; accanto s'acquatta la maggiore
    delle Furie, e impedisce di raggiungere con le mani le
    mense e balza levando una fiaccola e tuona con la voce.
    Qui coloro che odiarono i fratelli durante la vita
    o percossero il padre o tramarono un inganno a un protetto,
    o scoprirono e covarono da soli un tesoro senza spartirlo
    coi loro, questa la turba pi vasta, e quelli
    che furono uccisi per adulterio o seguirono empie armi
    e non temettero d'ingannare le destre dei padroni, rinchiusi
    qui aspettano la pena. Non chiedere di conoscere
    la pena, e che forma o fortuna sommerse quegli uomini.
    Alcuni rotolano un enorme macigno, altri pendono
    legati a raggi di ruote; siede, e sieder in eterno,
    L'infelice Teseo; e miserrimo Flegias ammonisce
    ognuno, e attesta ad alta voce per lombre:
    "Apprendete giustizia dallesempio, e a non spregiare gli dei".
    Uno vendette per oro la patria ed impose
    un protervo tiranno; stabil leggi a prezzo, o le abrog;
    un altro s'insinu nel talamo della figlia, vietati imenei;
    molti osarono atroci misfatti e riuscirono nell'ardire.
    Se avessi cento lingue e cento bocche, e una voce
    di ferro, non potrei abbracciare tutte le varie forme
    dei delitti, ed enumerare la somma dei nomi dei castighi.
    Detto cos, l'annosa sacerdotessa di Febo
    Avanti!, esclama, prendi la via e compi
    il proposito; affrettiamoci, scorgo le mura forgiate
    bene  dai ciclopi e le porte  dove i comandi c'ingiungono di deporre i
    doni.
    Infine, compiuto ci, fatta l'offerta,
    giunsero nei luoghi ridenti; conoscono un loro sole e loro stelle.
    Parte esercitano le membra in erbose palestre
    gareggiano e lottano nella fulva sabbia;
    e ritmano coi piedi danze.
    E il sacerdote di Tracia in una lunga veste
    desta con le dita, ora con l'eburne.
    Qui l'antica stirpe di Teucro, bellissima prole,
    magnanimi eroi, nati in anni migliori
    e Assaraco e Dardano fondatore di Troia.
    Stanno confitte in terra le aste, e pascolano sciolti
    per la pianura, i cavalli che  Lamore  ebbe cura di pascolare;
    splendenti cavalli, la stessa li segue sepolti.
    Scorge altri a destra e a sinistra per
    banchettare e cantare in coro un lieto peana
    tra un odoroso bosco d'alloro, da dove nel mondo
    di sopra fluisce rigoglioso per la selva il fiume Eridano.
    Qui, a schiera, coloro che patirono ferite
    combattendo per la patria, e i sacerdoti puri nella Vita
    e i pi veggenti che dissero cose degne di Febo,
    che nobilitarono la vita con la scoperta,
    a tutti corona le tempie una nivea benda.
    A loro  cos parl la Sibilla prima di tutti:
    Dite, anime felici, e tu ammira svettante;
    quale regione o luogo ospita Anchise? Per lui
    venimmo e attraversammo i grandi fiumi dell'Erebo.
    A lei brevemente cos rispose l'eroe:
    Nessuno ha stabile sede; dimoriamo nei boschi
    ombrosi, abitiamo i giacigli delle rive e i prati freschi
    di ruscelli. Ma voi, se desiderate questo di cuore,
    superate l'altura; vi porr su un agevole sentiero.
    Disse, e s'incammina avanti, e mostra dall'alto
    le pianure splendenti; poi lasciano il crinale della cima.
    Il padre Anchise nel cuore d'una verde vallata
    esaminava considerando con attenzione le anime rinchiuse
    e pronte ad uscire alla luce superna, e passava appunto
    in rassegna l'intero numero dei suoi, e i diletti nipoti,
    e i fati e le fortune degli uomini e i costumi e le imprese.
    Egli, quando vide Enea che gli veniva incontro
    sul prato, protese commosso entrambe le mani,
    e lagrime scorsero dalle palpebre, e la voce eruppe dalle labbra:
    Venisti infine, e la tua piet, desiderata dal padre,
    vinse il duro cammino? Posso, o figlio, guardarti
    in volto, e ascoltare la nota voce e risponderti?
    Cos certamente immaginavo e credevo che sarebbe avvenuto,
    contando i giorni, e l'ansia non mi trasse in inganno.
    Portato per quali terre ed ampie distese del mare
    ti accolgo! travagliato, o figlio, da quali gravi pericoli!
    Quanto temetti che ti nuocesse il regno di Libia!.
    Ed egli: La tua mesta immagine, o padre, comparendomi
    cos di frequente, mi spinse a dirigermi a queste soglie;
    le navi sostano nel mare Tirreno. Concedi
    di stringerti la destra, concedi, e non sottrarti all'abbraccio!.
    Cos discorrendo, rigava il viso di largo pianto.
    Tre volte cerc di circondargli il collo con le braccia.
    pi volte invano, afferrata l'immagine, sfugg dalle mani;
    pari ai lievi venti, simile ad alato sogno.
    Frattanto Enea vede in seno a una valle
    un bosco appartato e virgulti fruscianti della selva,
    e il fiume Lete che scorre davanti alle placide sedi.
    Intorno aleggiavano innumerevoli popoli e genti:
    come nell'estate serena quando nei prati le api
    si posano sui fiori variegati e sciamano intorno
    ai candidi gigli. Il campo brusisce di mormori.
    Stupisce l'ignaro Enea alla visione improvvisa
    e chiede le cause, quali siano lontano quelle acque,
    e che uomini affollino le rive in schiera cos numerosa.
    Allora il padre Anchise: Le anime alle quali per fato
    si devono nuovi corpi, bevono linfe serene
    e lunghi obli vicino all'onda del fiume leteo.
    Da tempo desidero parlarti apertamente di loro
    e mostrartele, ed enumerare codesta discendenza dei miei,
    perch tu maggiormente gioisca con me dell'Italia trovata.
    O padre, si deve dunque pensare che alcune anime
    risalgano di qui al cielo, e ritornino nei grevi corpi?
    Quale crudele rimpianto della luce possiede gli sventurati?.
    Lo dir certamente, o figlio, e non ti terr nell'incertezza,
    risponde Anchise, e per ordine chiarisce le cose.
    Anzitutto uno spirito interno vivifica il cielo e la terra
    e le liquide distese e il lucente globo della luna
    e l'astro titanio; L'anima diffusa per le membra
    muove l'intera massa e si mescola al grande corpo.
    Di qui la stirpe degli uomini e degli animali e le vite degli
    uccelli e i mostri che il mare produce sotto la marmorea distesa.
    Quei semi possiedono un igneo vigore e un'origine
    celeste, finch non li gravano corpi nocivi
    n li ottundono organi terreni e membra moriture.
    Perci temono e desiderano, soffrono e godono, e chiusi
    nelle tenebre d'un cieco carcere non scorgono il cielo.
    Ed anche quando la vita li abbandona con l'ultima luce,
    tuttavia dagli sventurati non si allontanano tutti i mali,
    non si sradicano i contagi corporei, ma  destino che molti vizi
    a lungo induritisi, germoglino in strane maniere.
    Dunque le anime sono travagliate da pene e pagano
    i castighi delle antiche colpe: alcune si aprono sospese
    ai lievi venti; ad altre la macchia dei delitti
    si dilava nel vasto gorgo o si brucia nel fuoco;
    ciascuno soffre il suo demone; dopo veniamo mandati
    per l'ampio Eliso, e in pochi abitiamo i lieti campi;
    finch una lunga stagione, compiuto il ciclo del tempo,
    toglie la macchia contratta e lascia puro
    l'etereo senso e la fiamma del semplice spirito.
    Tutte queste, girata la ruota per mille anni
    il dio le chiama in folla al fiume leteo,
    sicuramente immemori, perch ritornino a vedere la volta con i corpi.
    Anchise aveva parlato e condusse il figlio e insieme
    la Sibilla in mezzo all'affollata turba risonante,
    e sal su un'altura di dove potesse distinguere tutti in lungo
    ordine, di fronte, e riconoscere il volto delle anime che passavano.
    Ora ti sveler con parole quale gloria si riserbi
    alla prole dardania, quali discendenti dall'italica
    gente siano sul punto di sorgere, anime illustri
    e che formeranno la nostra gloria, e ti ammaestrer sul tuo
    fato. Quel giovane, vedi, che si appoggia alla pura asta,
    ha in sorte i luoghi prossimi alla luce, per primo
    sorger agli aliti eterei; commisto di sangue italico,
    Silvio, nome albano, tua postuma prole
    che tardi a te carico d'anni la sposa Lavinia
    allever nelle selve, re e padre di re
    da cui la nostra stirpe dominer su Alba la Lunga.
    Vicino a lui  Proca, gloria della gente troiana,
    e Capi, e Numitore, e Silvio Enea che ti rinnover
    nel nome, in uguale misura egregio nella piet
    e nell'armi, se mai otterr di regnare su Alba.
    Che giovani! che grandi forze dimostrano, guarda,
    ed hanno le tempie ombreggiate dal premio cittadino della quercia!
    Questi Nomento e Gabi e la citt di Fidene,
    quelli ti ergeranno sui monti le rocche collatine,
    Pomezia e Castro d'Inuo e Bola e Cora.
    Questi saranno i nomi, ora sono terre prive di nome.
    E all'avo s'accompagner il marzio Romolo,
    che la madre Ilia partorir, del sangue
    di Assaraco. Vedi come si erge il duplice cimiero sull'elmo,
    e gi il Padre lo segna dell'onore proprio degli dei?
    Ecco, figlio, coi suoi auspici la gloriosa Roma
    uguaglier il suo dominio alla superficie della terra e il suo
    spirito all'Olimpo, e unica cinger di mura i sette colli, feconda
    d'una stirpe di eroi: quale la berecinzia Madre
    trascorre turrita sul carro per le citt frigie,
    lieta del parto di di, abbracciando cento nipoti,
    tutti celesti, tutti abitatori delle vette superne.
    Ora volgi qui gli occhi, esamina questa gente
    dei tuoi Romani. Qui  Cesare e tutta la progenie
    di iulo che verr sotto l'ampia volta del cielo.
    Questo  l'uomo che spesso ti senti promettere,
    L'Augusto Cesare, figlio del Divo, che fonder
    di nuovo il secolo d'oro nel Lazio per i campi
    regnati un tempo da Saturno; estender l'impero
    sui Garamanti e sugli Indi, sulla terra che giace oltre le
    stelle, oltre le vie dell'anno e del sole, dove Atlante, portatore del
    cielo, volge sull'omero la volta trapunta di stelle lucenti.
    Fin d'ora i regni del Caspio e la terra di Meozia
    rabbrividiscono all'avvento di lui per i responsi degli dei,
    e si turbano trepidi gli sbocchi del Nilo dalle sette foci.
    E invero non percorse tante distese di terra l'Alcide,
    sebbene trafisse la cerva dal piede di bronzo, e plac
    i boschi d'Erimanto, e con l'arco fece tremare Lerna,
    e neanche Libero vittorioso che guida pariglie con redini
    pampinee, spingendo tigri dall'altissima vetta del Nisa.
    E ancora esitiamo ad estendere la potenza col valore,
    o il timore c'impedisce di stanziarci in terra d'Ausonia?
    Chi  laggi colui, distinto da rami d'olivo,
    che porta i sacri arredi? Ravviso la chioma
    e il mento canuto del re romano che fonder su leggi
    la nuova citt, venuto dalla piccola Curi e da una povera
    terra ad un grande impero. A lui seguir Tullo
    che infranger gli ozi della patria e muover in armi
    gli uomini inerti, e le schiere ormai disavvezze
    ai trionfi. Lo segue da presso il troppo orgoglioso
    Anco, che anche qui si compiace troppo del favore popolare.
    Desideri anche vedere i re Tarquinii, e l'anima superba,
    e i fasci recuperati di Bruto vendicatore?
    Questi ricever per primo il potere di console e le scuri
    inesorabili, e, padre, chiamer al supplizio,
    per la bella libert, i figli che muovevano inusitate guerre,
    sventurato comunque i posteri giudicheranno l'evento:
    vincer l'amore di patria e l'immenso desiderio di gloria.
    E guarda i Deci e i Drusi, e laggi Torquato
    inesorabile con la scure, e Camillo che recupera le insegne.
    E quelle anime che vedi rifulgere concordi in uguali
    armi, ora e finch saranno premute dalla notte,
    hi, che terribili guerre tra loro, se attingeranno il lume
    della vita, che grandi schiere e stragi susciteranno!,
    il suocero discendendo dai contrafforti alpini e dalla rocca
    di Moneco, il genero schierato coi contrapposti orientali.
    O figli, non rendete consuete allanimo tali guerre,
    non rivolgete al corpo della patria le valide forze;
    e tu, per primo, perdona, tu che derivi la stirpe dall'Olimpo,
    getta le armi di mano, o sangue mio!
    Quello, soggiogata Corinto, guider vittorioso il carro
    sull'alto Campidoglio, insigne per la disfatta degli Achivi,
    quello abbatter Argo e l'agamennonia Micene
    e proprio un Eacide, stirpe di Achille possente in armi,
    vendicando gli avi di Troia, e il violato tempio di Minerva
    Chi tacerebbe di te, magnanimo Catone, e di te, o Cosso?
    Chi della stirpe di Gracco o dei due fulmini in guerra
    entrambi gli Scipiadi, flagello di Libia, e di Fabrizio,
    ricco del poco, o di te, Serrano, che semini nel solco?
    Dove mi traete stanco, o Fabii? Sei tu quel Massimo
    che, solo temporeggiando, ci salverai lo Stato?
    Foggeranno altri con maggiore eleganza spirante bronzo,
    credo di certo, e trarranno dal marmo vivi volti,
    patrocineranno meglio le cause, e seguiranno con il compasso
    i percorsi del cielo e prediranno il corso degli astri:
    tu ricorda, o romano, di dominare le genti;
    queste saranno le tue arti, stabilire norme alla pace,
    risparmiare i sottomessi e debellare i superbi.
    Cos il padre Anchise, e a loro due meravigliati soggiunse:
    Guarda come Marcello avanza glorioso di spoglie,
    e vincitore sovrasta tutti i guerrieri.
    Questi, cavaliere, sosterr lo Stato romano e nelle ansie
    d'un grave cimento prostrer i Punici e i Galli ribelli,
    e sar il terzo ad appendere al padre Quirino armi catturate.
    E qui Enea, poich vedeva andare con quello
    un giovane straordinario di bellezza e d'armi splendenti,
    ma mesta la fronte e gli occhi reclini nel volto:
    Chi , o padre, quello che cos ne accompagna
    l'andare?; un figlio, o qualcuno della grande progenie?.
    Che mormorio di compagni intorno! Quanta maest in lui!
    Ma una nera notte gli aleggia intorno al capo con triste ombra.
    Allora il padre Anchise cominci, tra lagrime che sgorgavano:
    figlio, non chiedere un immenso lutto dei tuoi;
    i fati lo mostreranno appena alle terre e impediranno
    che viva pi oltre. Troppo la discendenza romana
    vi sembrerebbe potente, o celesti, se possedesse a lungo simili doni.
    Che alti gemiti di eroi render quel campo
    presso la grande citt di Marte! e quali esequie
    vedrai, o Tevere, oltrepassando la tomba recente!
    Nessun giovinetto della stirpe iliaca sollever
    a tanta speranza gli avi latini, n mai
    la terra romulea si vanter tanto di alcun germoglio.
    O piet, o antica fede, o destra invitta
    in guerra! a lui armato nessuno si sarebbe opposto
    impunemente, sia che da fante muovesse contro il nemico,
    sia che ferisse con gli speroni i fianchi d'uno schiumante destriero.
    O giovane degno di compianto, se vincerai gli aspri fati,
    tu sarai un Marcello. Date gigli a piene mani;
    ch'io sparga fiori purpurei, e ricolmi
    almeno con questi doni l'anima del nipote, e assolva
    l'inutile onore. Cos vagano per l'intera
    regione, nei vasti campi dell'aria, ed esplorano tutto.
    Dopo che Anchise condusse il figlio nei singoli luoghi,
    e gli accese l'animo con l'amore della futura gloria,
    gli enumera poi le guerre che avrebbe dovuto combattere,
    e lo istruisce sui popoli laurenti e sulla citt di Latino,
    e sul modo di evitare o sopportare tutti i travagli.
    Sono due le porte del Sonno, delle quali l'una
    si dice di corno, di dove le vere ombre
    possono uscire agevolmente; splendente l'altra e di candido
    avorio, ma i Mani ne esprimono al cielo ingannevoli sogni.
    Ivi Anchise, parlando, accompagna il figlio
    e insieme la Sibilla, e li fa uscire dalla porta eburnea:
    quello s'affretta alle navi e torna a vedere i compagni;
    poi raggiunge il porto di Gaeta costeggiando diritto.
    L'ancora cala da prua; ristanno a riva le poppe.














    LIBRO SETTIMO.

    Anche tu, o nutrice di Enea, morendo hai lasciato
    alle nostre rive, Gaeta, un'eterna fama;
    ancora il tuo onore denota il tumulo, e le ossa nella grande
    Esperia, per quella che  la sua gloria, gli danno lustro e nome.
    Il pio Enea ademp ritualmente le esequie,
    compose la terra del tumulo, e, dopo che le alte distese
    si placarono, dirige con le vele la rotta e lascia il porto.
    Spirano brezze nella notte e la candida luna
    asseconda il corso, i flutti risplendono sotto una tremula luce.
    Rasentano per prime le coste della terra circea,
    dove la ricca figlia del Sole fa risuonare
    di assiduo canto i boschi inviolati, e nel superbo palazzo
    brucia alle stelle notturne cedro odoroso,
    percorrendo con stridulo pettine lievi tele.
    Di qui si ode il rabbioso lamento dei leoni
    che si ribellano ai ceppi e ruggiscono nella fonda notte,
    e setolosi porci e orsi nei recinti infuriare,
    e grandi forme di lupi lanciare ululati.
    Uomini furono, e la crudele dea Circe con erbe
    potenti li aveva mutati in ceffi e dorsi di fiere.
    Perch i pii Troiani non soffrissero questi prodigi,
    sospinti nel porto, e non approdassero alle terribili sponde,
    Nettuno gonfi le vele di favorevoli venti, e concesse
    la fuga e li condusse oltre le secche schiumanti.
    Gi il mare rosscggiava di raggi e dall'alto etere
    l'Aurora dorata rifulgeva sulla rosca biga:
    quando i venti posarono e ad un tratto ogni alito
    cadde, e i remi si affaticano nel lento marmo delle acque.
    Allora Enea dal mare scorge lontano
    un ampio bosco. Nel mezzo il Tevere con amena corrente,
    con rapidi vortici e biondo di molta sabbia,
    sbocca nel mare. Variegati, intorno ed in alto,
    uccelli avvezzi alle rive e all'alveo del fiume
    carezzavano l'aria con il canto, e volavano per il bosco.
    Comanda ai compagni di piegare la rotta e di volgere le prue
    a terra, e lieto s'addentra nell'ombrosa corrente del fiume.
    Ma ora avanti, Erato, esporr quali re, quale et
    e condizione ebbe l'antico Lazio, quando un esercito straniero
    per la prima volta approd con la flotta
    alle rive ausonie, e rievocher le origini del conflitto.
    Tu, o dea, tu ispira il poeta. Dir orride guerre,
    e schiere, e re sospinti, animosi, alla strage,
    e l'esercito tirreno, e tutta in armi serrata
    l'Esperia. Mi nasce un maggiore ordine di eventi,
    maggiore opera intraprendo. Re Latino, vegliardo,
    reggeva i campi e le citt in una lunga pace tranquilla.
    Sappiamo che fu generato da Fauno e dalla ninfa laurente
    Marica; padre di Fauno fu Pico; costui chiama
    te come genitore, o Saturno; tu fosti iniziatore della stirpe.
    Latino non aveva figlio, non prole di maschi,
    per volere degli dei rapita nel sorgere della prima giovinezza.
    Sola restava nella casa e nella grande reggia una figlia,
    gi matura per le nozze, nubile di anni pieni.
    Molti la chiedevano dal grande Lazio e dall'intera
    Ausonia, la chiede prima di tutti il bellissimo
    Turno, potente di avi e proavi, che la sposa del re
    ardentemente anelava di legarsi come genero;
    ma portenti degli dei con diversi terrori si oppongono.
    Vi era un lauro in mezzo al palazzo nell'alto cortile
    un lauro dalla sacra chioma, serbato con devozione per lunghi anni.
    Si diceva che lo stesso padre Latino lo avesse trovato
    fondando le basi della rocca e lo avesse consacrato a Febo,
    e i coloni, da questo, avesse chiamato Laurenti.
    Fitte api portate attraverso la limpida aria
    occuparono con intenso ronzio la sua cima,
    mirabile a dirsi, e intrecciate a vicenda le zampe.
    Un improvviso sciame pendette da un ramo fronzuto.
    Subito l'indovino: Vediamo un eroe straniero
    sopraggiungere,disse, e tendere alle medesime parti una
    schiera partita dalle medesime parti e dominare dal sommo della rocca.
    Inoltre, mentre la vergine Lavinia brucia sugli altari
    pie fiaccole e sta vicino al padre,
    parve, orrore!, prendere fuoco nei lunghi capelli,
    ed ogni ornamento con fiamma crepitante incendiarsi,
    accese le chiome regali, acceso il diadema
    insigne di gemme; allora fumida un fulvo lume
    la avvolse, e sparse l'incendio per tutto il palazzo.
    Ritennero questa visione terribile e meravigliosa:
    presagivano che ella sarebbe illustre di fama
    e di fati, ma che ci annunziava al popolo una grande guerra.
    Ma il re turbato dai prodigi si rivolge agli oracoli di
    Fauno, il padre profetico, e consulta i divini boschi
    sotto l'alta Albunea, massima tra le selve, che risuona
    dal sacro fonte ed esala violenti vapori mefitici.
    Di qui le genti italiche e tutta la terra Enotria
    nei dubbi chiedono responsi; qui il sacerdote,
    quando reca doni e giace nella notte silenziosa
    su distesi velli di vittime e cerca il sonno,
    vede molti simulacri volteggianti in mirabili modi,
    e ode varie voci ammesso al colloquio
    degli dei, e comunica con l'Acheronte negli abissi averni.
    Qui anche allora il padre Latino chiedendo responsi,
    sacrifica ritualmente cento lanose bidenti,
    e giace con il dorso poggiato sui velli distesi.
    Non cercare di unire la figlia a connubi latini,
    o mia progenie, e non affidarla ai talami preparati;
    verranno generi stranieri, che mescolando il sangue col nostro
    lo porteranno alle stelle, e dalla loro stirpe i nipoti vedranno
    il mondo volgersi tutto ai loro piedi e piegarsi,
    per dove il sole orbitando contempla entrambi gli oceani.
    Latino non chiude nella bocca questi responsi e moniti,
    dati dal padre Fauno nella notte silenziosa,
    ma intorno ampiamente volando di gi la Fama
    li aveva portati per le citt ausonie, quando la giovent
    laomedontea ormeggi la flotta all'erboso argine della riva.
    Enea e i primi capi e il leggiadro Iulo
    distendono i corpi sotto i rami d'un alto albero:
    imbandiscono le vivande, e tra l'erba sottopongono ai cibi
    focacce di frumento (cos Giove ispirava),
    e ricolmano il piatto cereale con frutti selvatici.
    Allora divorato il resto, quando la penuria di cibo
    spinse a volgere i morsi nella pasta sottile di Cerere
    e a violare con la mano e con audaci mascelle il cerchio
    della fatale focaccia, e a non risparmiarne i larghi riquadri,
    Oh, divoriamo anche le mense! esclam Iulo,
    scherzando, e null'altro. La frase ascoltata per prima
    port la fine degli affanni, e per prima il padre la colse
    dal labbro del figlio e la impresse nel cuore ispirato dal nume.
    Subito disse: Salve, o terra a me dovuta dai fati,
    e salute a voi, o fidi Penati di Troia:
    qui la casa, questa la patria. Infatti il padre
    Anchise mi lasci, ora rammento, tali segreti del fato:
    quando, o figlio, giunto a ignote contrade, la fame,
    consumati i cibi, ti costringer a divorare le mense,
    allora, stanco, ricorda di sperare le case e di fondare l
    le prime dimore e di costruire le fondamenta e le mura.
    Questa era la fame; questa ci attendeva per ultima
    a mettere fine ai travagli.
    Perci avanti, e lieti, col primo raggio del sole,
    esploriamo i luoghi, quali uomini li abitino, dove
    le mura della gente, e dal porto dirigiamoci in direzioni
    diverse. Ora libate a Giove le coppe, e con preghiere
    invocate il padre Anchise, e riponete i vini sulle mense.
    Parlato cos, cinge le tempie d'un ramo
    frondoso, e prega il Genio del luogo, e la Terra
    la prima degli dei, e le Ninfe, e i fiumi ancora
    sconosciuti, poi la Notte, e della Notte gli astri sorgenti,
    e invoca Giove Ido e l'uno dopo l'altro
    la Madre frigia, e ambedue i genitori nel Cielo e nell'Erebo.
    Allora il padre onnipotente tuon tre volte
    splendente dall'alto cielo, e dall'etere mostr una nube
    ardente di raggi luminosi e d'oro scuotendola di sua mano.
    Qui subito si sparge per le schiere troiane la voce
    che  giunto il giorno di fondare le mura destinate.
    A gara rinnovano le mense e lieti del grande
    presagio dispongono i crateri e coronano i vini.
    Appena il nuovo giorno sorgendo rischiarava di luce
    la terra, esplorano in direzioni diverse la citt e le coste,
    e le contrade della gente; queste le acque del fonte Numico,
    questo il fiume Tevere, qui abitano i forti Latini.
    Allora il figlio di Anchise ordina a cento oratori
    scelti da tutti gli ordini di recarsi alle auguste mura
    del re, ciascuno velato dei rami di Pallade,
    di portare doni al signore, e chiedere pace per i Teucri.
    Subito i prescelti s'affrettano e muovono a rapidi passi.
    Egli traccia per le mura un fosso poco profondo,
    spiana il suolo, e cinge di merli e d'un argine,
    a guisa di accampamento, le prime dimore sulla riva.
    E gi, percorso il cammino, gli uomini scorgevano le torri
    e gli alti tetti dei Latini, e s'avvicinavano alle mura.
    Davanti alla citt, fanciulli e giovani nel primo fiore
    si esercitano a domare cavalli e carri nella polvere
    o tendono gli archi o scagliano con vigorose braccia
    flessibili aste, e gareggiano nella corsa o nel lancio:
    quando, correndo innanzi a cavallo, un messaggero riporta
    agli orecchi del vecchio re che erano giunti uomini
    imponenti, con abiti ignoti. Egli comanda di invitarli
    nel palazzo, e siede nel mezzo, sul trono avito.
    Il palazzo, augusto e spazioso, elevato su cento colonne,
    era in vetta alla citt, reggia del laurente Pico,
    e le selve e il culto dei padri l'avvolgevano di sacro orrore.
    Qui era auspicio per i re ricevere lo scettro
    e alzare i primi fasci; qui era tempio per essi, e curia,
    e sede per i sacri banchetti; qui immolato un ariete,
    i padri solevano sedere in perpetua fila di sacre mense.
    Ed in ordine le immagini dei vetusti avi
    in cedro antico, Italo e il padre Sabino
    piantatore della vite, che regge sotto l'effigie una falce
    ricurva, e il vecchio Saturno e la statua di Giano bifronte,
    stavano nel vestibolo, e gli altri re dall'origine,
    che avevano sofferto, lottando per la patria, guerresche ferite.
    Inoltre dai sacri stipiti pendono armi
    numerose e carri catturati e ricurve scuri,
    e creste d'elmi, e possenti serrami di porte
    e dardi e scudi e rostri strappati alle carene.
    Lo stesso Pico, domatore di cavalli, con il lituo
    quirinale, sedeva succinto dalla breve trabea
    e reggeva con la sinistra un ancile; Circe, presa da brama
    nuziale, lo aveva percosso con la verga d'oro, e mutato
    con filtri l'aveva reso un uccello, spargendogli di colore le ali.
    In questo tempio degli dei e seduto sul soglio dei padri,
    Latino invit a s nel palazzo i Troiani;
    e per primo, fattili entrare, parl con placido volto:
    Dite, Dardanidi - infatti conosco la citt
    e la stirpe, e noti veleggiaste sul mare -,
    che cosa cercate?; quale mai causa o quale bisogno ha sospinto
    le navi alla riva ausonia per tanti flutti cerulei?
    Sia che per errore della rotta, o spinti dalle tempeste,
    quali numerose i naviganti soffrono sul mare profondo,
    entraste fra le rive del fiume e sostaste alla foce,
    non fuggite l'ospitalit, n ignorate i Latini,
    progenie di Saturno, equanime non per vincolo di leggi,
    ma spontaneamente fedele al costume dell'antico dio.
    Certamente ricordo - la fama  offuscata dagli anni -
    i vecchi Aurunci narrare che nato in queste terre
    Dardano penetr fino alle citt ide della Frigia
    e alla tracia Samo che ora  detta Samotracia.
    Partito di qui, dalla sede tirrena di Corinto,
    ora lo accoglie in trono l'aurea reggia del cielo
    stellato e lo aggiunge al numero degli dei sugli altari.
    Disse, e Ilioneo cos seguit il discorso:
    O re, stirpe egregia di Fauno, n una nera tempesta
    ci ha costretto, spinti dai flutti, ad approdare alle vostre terre,
    n un astro o una riva ci ingann nella rotta;
    di proposito, tutti con animo volente, muoviamo a questa
    citt, scacciati dal regno, il pi grande che un giorno
    il sole scorgeva venendo dal sommo dell'Olimpo.
    Da Giove l'origine della nostra stirpe; di Giove antenato
    la dardana giovent si compiace; il re, il teucro Enea,
    anche lui del supremo sangue di Giove, c'invi alle tue soglie.
    Quale grande tempesta scatenata dalla crudele Micene
    percorse i campi idi, da quali fati sospinti
    i due mondi d'Europa e d'Asia si siano scontrati,
    io ud anche colui che  esiliato sull'estremit della terra,
    dove l'Oceano rifluisce, o colui che  separato dalla zona
    del sole implacabile, che sta nel mezzo alle altre quattro.
    Trascinati da quel diluvio per tante distese marine,
    chiediamo per gli dei patrii una piccola sede
    e un'innocua riva, e acqua e aria libere per tutti.
    Non arrecheremo vergogna al regno, n la vostra fama
    sar ritenuta lieve, o svanir la gratitudine del nobile gesto.
    Gli Ausoni non si dorranno di avere accolto Troia.
    Giuro per i fati di Enea, e per la sua destra possente,
    che  l'abbia  qualcuno  provata  nell'amicizia,   o  nella  guerra   e
    nell'armi:
    molti popoli e genti - non spregiarci perch nelle mani
    protendiamo per primi le bende e offriamo supplici parole -
    chiesero e vollero che ci unissimo a loro;
    ma i fati degli dei ci spinsero coi loro comandi
    a cercare le vostre terre. Di qui Dardano sorse;
    qui Apollo ci richiama e ci incalza con gravi moniti
    al tirreno Tevere e alle sacre acque del fonte Numico.
    Ed ecco Enea ti offre piccoli doni dell'antica
    fortuna, reliquie salvate dall'incendio di Troia.
    Con quest'oro il padre Anchise libava presso le are;
    questo era l'ornamento di Priamo, quando, secondo il costume,
    convocava e dava leggi ai popoli, e lo scettro e la sacra tiara,
    e le vesti, lavoro delle donne di Ilio.
    A tali parole di Ilioneo, Latino teneva fissi
    il volto e lo sguardo, e immobile non li staccava dal suolo,
    volgendo gli occhi intenti. N tanto il re si commuove
    per la porpora ricamata, n per lo scettro di Priamo,
    quanto medita sulle nozze e sul talamo della figlia,
    e volge in cuore l'oracolo dell'antico Fauno:
    questo era il genero che gli annunciavano i fati,
    partito da terra straniera, ed era chiamato al regno
    con pari auspici; avrebbe avuto progenie
    egregia di valore, da sottomettere il mondo con la forza.
    Infine esclama lieto: Gli dei assecondino l'impresa
    ed il suo presagio!; o troiano, appagher la richiesta,
    e accetto i doni. Finch regner Latino,
    non vi mancher la feconda opulenza della ricca terra di Troia.
    Enea, dunque, se ha tanto amore per noi,
    e ansia di unirsi con gli ospiti e di essere chiamato alleato,
    venga in persona, e non tema i nostri volti amici.
    Mi sar pegno di pace toccare la destra del re.
    Voi in cambio riportate al sovrano le mie parole.
    Ho una figlia, che n gli oracoli del paterno santuario
    n moltissimi prodigi del cielo lasciano unire ad un uomo
    del nostro popolo; predicono che da spiagge straniere
    - questo  il destino del Lazio - verr un genero che il nostro nome
    col suo sangue porter alle stelle. Che lui richiedano i fati
    io penso, e se la mente presagisce il vero, desidero.
    Detto cos, il padre sceglie cavalli dall'armento
    (ve n'erano trecento splendidi nelle alte stalle);
    e subito comanda che si conducano ai Teucri per ordine
    corsieri bardati di porpora e di drappi ricamati:
    aurei monili pendono lasciati cadere sul petto;
    coperti d'oro, tra i denti mordono fulvo oro;
    all'assente Enea manda un carro e una pariglia di cavalli gemelli
    di etereo seme, spiranti fuoco dalle nari,
    della razza di quelli che la dedala Circe invol al padre,
    facendo nascere bastardi da una cavalla recata alla monta.
    Con tali doni e parole di Latino, gli Eneadi
    tornano alti sui cavalli e riportano la pace.
    Ma ecco faceva ritorno dall'inachia Argo
    la fiera sposa di Giove, e teneva l'aria volando;
    e lontano, dall'etere, e fin dal siculo Pachino
    scorse Enea lieto e la flotta dardania.
    Li vede gi erigere case, fidare nella terra,
    abbandonare le navi. Si ferm, trafitta da un aspro dolore.
    Allora, scuotendo il capo, parl dal profondo del cuore:
    O stirpe odiosa, e fati dei Frigi contrari
    ai nostri fati!; non caddero forse sui campi sigei,
    e, presi, poterono essere presi? Troia in fiamme
    non arse i suoi uomini? in mezzo alle schiere e agli incendi
    han trovato la via. Credo che il mio potere
    infine giaccia stremato, o sazia di odio posai.
    Persino scacciati dalla patria volli inseguirli
    ostile sulle onde, e oppormi ai profughi per tutto il mare.
    Consunte furono contro i Teucri le forze del cielo e dei
    flutti . Che mi giovarono le Sirti, o Scilla, o l'insaziabile
    Cariddi? si raccolgono nel desiderabile alveo del Tevere,
    sicuri dal mare e da me. Marte pot distruggere
    l'immane razza dei Lapiti; lo stesso padre degli dei
    concesse alle ire di Diana l'antica Calidone;
    quale cos atroce delitto i Lapiti e Calidone scontarono?
    Ma io, la grande sposa di Giove, che nulla, infelice,
    m'indussi a lasciare intentato, volgendomi ad ogni espediente,
    sono sconfitta da Enea. Se la mia autorit non vale
    abbastanza, non voglio esitare ad implorare qualunque cosa esistente:
    se non posso piegare gli dei, muover l'Acheronte.
    Non potr (sia pure) impedirgli il regno latino,
    e per fato immota lo attende Lavinia come sposa;
    ma posso protrarre e attardare cos grandi eventi;
    e posso distruggere i popoli di ambedue i re.
    Genero e suocero si uniscano a prezzo del loro sangue:
    di sangue troiano e rutulo avrai la dote, o fanciulla,
    e pronuba ti aspetta Bellona. Non solo la Cisseide,
    pregna d'una fiaccola, si sgrav di fuochi nuziali;
    Venere ha partorito un secondo Paride,
    e di nuovo si levano funeste torce contro Pergamo recidiva.
    Dette queste parole, discese terribile in terra:
    evoca la luttuosa Aletto dalla sede delle orribili
    dee, e dalle tenebre infernali, lei che ama le guerre
    dolorose e le ire e le insidie e i nocivi delitti.
    Persino il padre Plutone odia il mostro, lo odiano
    le tartaree sorelle: si muta in tanti volti ed aspetti
    crudeli, e pullula nera di tanti serpenti.
    Giunone la infiamma con queste parole, e dice cos:
    Rendimi questo personale servigio, o vergine figlia
    della Notte, quest'opera, affinch il nostro onore e la fama
    non vadano infranti, e gli Eneadi non possano circuire
    Latino con connubi, e occupare territori italici.
    Tu hai potere di armare a battaglia fratelli unanimi,
    e sconvolgere le famiglie con odii, vibrare alle case
    colpi e funeree fiaccole, ed hai mille nomi,
    mille arti di nuocere. Scuoti il fecondo petto,
    scompiglia la pace, semina pretesti di guerra:
    i giovani vogliano armi, di scatto le richiedano e le afferrino.
    Subito Aletto, imbevuta di gorgonei veleni,
    dapprima si dirige nel Lazio e nell'alto palazzo
    del sovrano laurente, e occupa tacitamente la soglia
    di Amata, che affanni ed ire femminee bruciavano ardente,
    a causa dell'arrivo dei Teucri e delle nozze di Turno.
    La dea dalla livida chioma le lancia un serpente
    e lo insinua nel seno fino al pi profondo del cuore,
    perch infuriata dal mostro sconvolga tutta la casa.
    Quello, strisciando tra le vesti e il liscio petto,
    si snoda senza morderla, e la inganna rendendola folle,
    spirando fiato vipereo; il grande serpente
    si fa collana d'oro al suo collo e nastro della lunga benda,
    e allaccia le chiome, e per le membra viscido erra.
    Finch la prima peste instillata con umido veleno
    agita i sensi e avviluppa di fuoco le ossa,
    e l'animo ancora non accoglie la fiamma in tutto il petto,
    parla dolcemente, e secondo la consuetudine delle madri,
    molto piangendo sulla figlia e sui frigi imenei:
    Ad esuli teucri  data in sposa Lavinia,
    o padre? Non hai piet della figlia e di te stesso?
    Nessuna piet della madre che il perfido predone
    lascer, al primo aquilone, riprendendo il largo, rapita
    la fanciulla? Il frigio pastore non penetr cos in Sparta,
    e port nelle citt troiane Elena figlia di Leda?
    Dov' la tua santa lealt, e l'antica cura dei tuoi
    e della destra offerta tante volte al consanguineo Turno?
    Se cerchi un genero d'una gente straniera ai Latini,
    se ci  stabilito, e ti spingono i moniti del padre Fauno,
    allora tutte le terre libere e separate dal nostro scettro,
    io le ritengo straniere, e credo che questo dicano gli dei.
    E a Turno, se ricerchi la prima origine della stirpe,
    sono avi Inaco e Acrisio,  patria proprio Micene.
    Quando, dopo aver invano provato con queste parole,
    s'avvede che Latino resta contrario, e il furioso veleno del
    serpe le scende nel profondo delle viscere, e la percorre tutta,
    allora davvero l'infelice, agitata da mostri immani,
    infuria forsennata, sfrenata, per la grande citt.
    Come talora, volteggiando ai colpi della sferza, la trottola
    che i fanciulli, in grande giro intorno ai vuoti atri,
    intenti al gioco affaticano, spinta dalla correggia
    si sposta in curvi spazi; limpubere schiera
    stupisce ignara dall'alto, ammirando il volubile bosso;
    i colpi la animano: non pi lenta di simile corsa,
    Amata si spinge fra popoli feroci.
    E ancora di pi, tra i boschi, adombrato il nume di Bacco,
    sorta a maggiore empiet, cominciato un maggiore furore,
    s'invola, e nasconde la figlia sui monti frondosi,
    per strappare ai Teucri le nozze e ritardare le fiaccole,
    evo, Bacco, fremendo, gridando te solo
    degno della vergine: e che lei prenda i flessibili tirsi
    e che te circondi con la danza, per te sciolga la sacra
    chioma.
    La Fama vola, e un medesimo ardore sospinge
    tutte le donne infuriate a cercare un nuovo asilo.
    Abbandonano le case, offrono ai venti il collo
    e le chiome; alcune riempiono il cielo di tremuli ululati
    e cinte di pelli brandiscono aste ornate di pampini.
    Tra loro, ella infiammata solleva un'ardente torcia di pino,
    e canta le nozze della figlia e di Turno, torcendo
    lo sguardo sanguigno, e torvamente ad un tratto
    grida: O madri latine, udite, dovunque siate:
    se negli animi pii rimane affetto per l'infelice Amata,
    e continua a mordervi la cura del diritto materno,
    sciogliete le bende della chioma, cominciate l'orgia con me.
    Cos tra le selve, tra i deserti luoghi delle fiere,
    Aletto incalza lanimo della regina con gli stimoli di Bacco.
    Dopo che le sembr di avere abbastanza inasprito
    i primi furori, e sconvolto i disegni e la casa di Latino,
    subito l'infausta dea si solleva con fosche ali
    alle mura del rutulo audace - citt che si dice
    fondata da Danae, sospinta dal Noto impetuoso,
    con coloni acrisionei -. Gli avi chiamarono Ardea
    il luogo; e ora Ardea resta un gran nome;
    tuttavia la fortuna pass. Qui nell'alto palazzo
    Turno godeva nella notte tenebrosa il colmo del sonno.
    Aletto si spoglia del torvo sembiante e delle membra
    da Furia; si muta in volto di vecchia e l'oscena
    fronte solca di rughe; si copre di bianchi
    capelli con sacra benda; v'intreccia fronde d'olivo
    diventa Calibe, vecchia consacrata a Giunone e sacerdotessa
    del tempio; e appare agli occhi del giovane con queste
    parole:
    Turno, sopporterai che tante fatiche si perdano
    invano, e che il tuo scettro passi a coloni dardni?
    Il re ti nega le nozze e la dote acquistata
    col sangue; si cerca per il regno un erede straniero.
    V, ora, offriti, o irriso, a negletti pericoli;
    prostra le schiere tirrene, proteggi con la pace i Latini.
    Questo m'ha ordinato di dirti l'onnipotente Saturnia in persona.
    Perci, avanti! lieto comanda che i giovani si armino
    e muovano a guerra dalle porte, e i Frigi stanziati
    sul fiume ridente, bruciali, capi e dipinte carene.
    La grande potenza dei celesti lo ordina. Il re Latino,
    se non dichiara di concedere le nozze serbando la promessa,
    senta ed infine esperimenti Turno nelle armi.
    Allora il giovane, schernendo la profetessa, a sua volta incomincia
    a rispondere: Che una flotta risale le acque del Tevere,
    questa notizia non sfugg, come credi, al mio orecchio
    (non fingermi grandi timori); n la regale Giunone si dimentica di me.
    Ma la vecchiaia intorpidita e svuotata del vero,
    o madre, ti travaglia inutilmente di affanni, e tra le armi
    dei re si burla dell'indovina con falsi timori.
    Pensa a guardare le statue e i templi degli dei:
    faccia la guerra e la pace chi deve fare la guerra.
    A queste parole Aletto divamp d'ira.
    Mentre il giovane parlava, un improvviso tremore gli invase
    le membra, gli occhi si sbarrarono; tante sono le idre di cui sibila
    l'Erinni, cos immane aspetto gli si svela; e Aletto torcendo
    lo sguardo di fiamma respinse lui che esitante
    cercava di dire di pi, e dai capelli drizz due serpenti,
    e schiocc il flagello, e aggiunse con bocca rabbiosa:
    Eccomi, io, l'intorpidita, che la vecchiaia svuotata del vero
    tra le armi dei re burla con falsi timori:
    guardami: vengo dalla sede delle funeste sorelle;
    guerra e morte ti reco.
    Disse cos, e scagli una torcia sul giovane, e confisse
    nel suo cuore fiaccole fumanti di nera luce.
    Un grande spavento interrompe il suo sonno, e le ossa
    e le membra inonda il sudore sgorgato da tutto il corpo.
    Armi freme in delirio, armi cerca nel letto e nella casa;
    l'amore del ferro imperversa e la scellerata follia
    della guerra, L'ira sovrasta; cos una fiamma di sterpi
    si sottopone con grande strepito ai fianchi d'una ribollente
    caldaia, e il liquido balza e gorgoglia; infuria dentro fumante
    il fiotto dell'acqua e in alto trabocca di schiuma;
    l'onda non si contiene pi; vola alto nell'aria nero vapore.
    Allora, violata la pace, Turno annunzia ai capi dei guerrieri
    la marcia contro Latino; comanda di preparare le armi,
    difendere l'ltalia, scacciare dai confini il nemico;
    essi da soli basteranno a entrambi, Teucri e Latini.
    Come disse cos e invoc con voti gli dei,
    i Rutuli a gara si esortano a battaglia.
    Chi muove l'egregio decoro dell'aspetto e la giovine
    di Turno, chi i re antenati, chi la destra, dalle illustri imprese.
    Mentre Turno pervade i Rutuli di spiriti audaci,
    Aletto con ali stigie si slancia contro i Teucri.
    Spia con nuova astuzia la costa su cui il leggiadro
    iulo cacciava in corse ed agguati le fiere.
    Allora la vergine infernale suscita un'improvvisa rabbia
    nelle cagne e tocca le loro narici col noto odore,
    perch ardenti incalzino il ceno; questa la prima
    causa di affanni che accese a guerra gli animi agresti.
    Vi era un cervo di straordinaria bellezza e di corna maestose,
    che i figli di Tirro, strappato alla poppa materna,
    nutrivano, e Tirro padre, a cui obbediscono gli armenti
    del re ed  affidata la custodia della vasta pianura.
    Avvezzo ai comandi, la sorella Silvia lo ornava
    con tutta la cura tessendo le corna di molli serti
    e pettinava l'animale e lo lavava con acqua di pura fonte.
    Cos docile alla mano e avvezzo alla mensa del padrone,
    errava per le selve e di nuovo tornava da solo
    alle note soglie della casa anche a tarda sera.
    Errante lontano lo spaventarono le rabbiose cagne
    della caccia di iulo, mentre discendeva il corso
    del fiume, e alleviava la calura sulla riva verdeggiante.
    E gi Ascanio, acceso da amore di gloria
    eccellente, prese la mira con un dardo nel ricurvo arco:
    un dio protesse la sua tremula destra e la canna,
    scoccata con forte ronzio, trapass i fianchi e il ventre.
    La bestia ferita scamp nei noti rifugi,
    ed entr gemente nelle stalle e insanguinata, con lamenti,
    simile ad uno che implora, riempiva tutta la casa.
    Per prima la sorella Silvia, percuotendosi con le palme
    le braccia, invoca aiuto e raduna i duri agricoltori
    ch la crudele peste della Furia si cela nelle selve silenti,
    quelli compaiono d'un tratto, armati di pali appuntiti
    al fuoco, o di clave nodose; ci che ognuno rovo
    cercando, l'ira tramuta in arma. Tirro chiama le schiere,
    mentre spaccava in quattro una quercia con cunei serrati,
    e ansava feroce brandendo una scure.
    Ma l'orrida dea, di vedetta, clto il momento di nuocere,
    vola alta sul tetto d'una capanna e dal vertice
    intona il segno pastorale, e con il corno ricurvo
    lancia la tartarea voce; subito il bosco
    cominci tutto a tremarne, e risonarono le selve profonde;
    ud lontano il lago di Trivia; ud il fiume
    della Nera, bianco di acque sulfuree, e le fonti del Velino,
    e trepide le madri strinsero al petto i figli.
    Allora rpidi al suono, con cui la funesta buccina
    diede il segnale, gli indomiti agricoltori, brandite le armi,
    accorrono da tutte le parti; e anche la giovent troiana
    si riversa fuori dall'accampamento in aiuto di Ascanio.
    Disposero in ordine le schiere. Non pi in agreste contesa
    si battono con dure clave o con pali aguzzati al fuoco,
    ma lottano con ferro a due tagli, e ampiamente nereggia
    il campo irto di spade snudate, rifulgono i bronzi
    percossi dal sole, e balenano sotto le nubi:
    cos il flutto comincia a biancheggiare in superficie,
    e a poco a poco il mare si gonfia e sempre pi innalza le onde;
    poi dal fondo dell'abisso si solleva fino all'etere.
    Allora nelle prime file una stridente saetta
    abbatte il giovane Almone, il maggiore dei figli di Tirro;
    infatti la ferita s'impresse sotto la gola e chiuse
    col sangue l'umida via della voce e la vita sottile.
    Numerosi corpi d'uomini, intorno; tra essi il vecchio Galeso,
    mentre si offre mediatore di pace, il pi giusto
    che un tempo vi fu tra gli Ausoni e il pi ricco di campi;
    gli tornavano la sera cinque greggi belanti, cinque
    armenti di buoi, e con cento aratri rovesciava la terra.
    E mentre ci accade nei campi con slancio di guerra
    comune, la dea, forte dell'adempiuta promessa, riempita di sangue
    la guerra e causate le uccisioni della prima battaglia,
    lascia l'Esperia, e per la volta aerea del cielo,
    parla vincitrice a Giunone con voce superba:
    Eccoti completa discordia e acerba guerra;
    di' ora che s'uniscano in amicizia e stringano patti!
    Poich ho bagnato i Teucri di sangue ausonio,
    a ci aggiunger questo, se mi confermi il tuo volere:
    con fosche dicerie porter in guerra le citt confinanti,
    e accender gli animi con il folle amore di Marte,
    affinch  accorrano  in  aiuto  da  tutte  le parti: sparger armi nei
    campi.
    Giunone in risposta: Abbondano terrori e frodi;
    salde le cause di guerra: si lotta da presso con armi,
    che il caso ha dato per prime; sangue intride le nuove armi.
    L'egregio rampollo di Venere e il re Latino celebrino tali  connubi  e
    tali imenei.
    Ma il Padre, sovrano del sommo Olimpo, non vorrebbe
    che tu errassi con eccessiva licenza nell'aria del cielo.
    Allontnati da qui. Se rimane ancora una fatica da compiere,
    provveder io. Cos la Saturnia aveva parlato.
    Aletto solleva le ali fischianti di serpi,
    e va nella sede di Cocito, lasciando i luoghi superni.
    Vi  un luogo in mezzo all'Italia, sotto alti monti,
    nobile e ricordato per fama in molte contrade,
    la valle dell'Ampsancto; oscuro di dense fronde lo serra
    da ambedue le parti il fianco d'un bosco, e nel mezzo
    un torrente strepita fragoroso tra i sassi e il risucchio dei gorghi.
    Qui si mostrano un'orrenda spelonca e gli spiragli del
    crudele Dite, e una vasta voragine, dove si spalanca l'ingresso ad
    Acheronte, apre le fauci pestifere; sprofondando tra queste l'Erinni,
    inviso nume, liberava di s le terre ed il cielo.
    Frattanto la saturnia regina poneva l'ultima mano alla guerra.
    Irrompe nella citt tutto lo stuolo dei pastori dalla battaglia,
    e   riportano   uccisi   il  giovinetto  Almone  e  Galeso  dal  volto
    insanguinato,
    e implorano gli dei, e chiamano a testimone Latino.
    Sopraggiunge Turno e in mezzo a chi s'accende, esecrando
    il crimine della strage,  raddoppia il terrore: dice  che  chiamano  i
    Teucri al regno;
    che  ci  si  mescola  con  la stirpe frigia;  che si scaccia lui dalla
    soglia.
    Allora quelli, mentre le loro donne al modo di Bacco
    impazzano per impervi boschi nei tiasi (grande  il nome
    di Amata), si raccolgono da tutte le parti, e invocano Mane.
    Subito tutti reclamano una guerra nefanda contro i presagi
    e i fati degli dei, ispirati da un malvagio nume;
    e a gara circondano il palazzo del re Latino.
    Egli resiste come un'immobile rupe,
    una rupe del mare, al rompersi fragoroso delle onde,
    salda nella sua mole, mentre latrano intorno
    i flutti incessanti; fremono invano gli scogli e schiumose
    le rocce d'intorno, e rifluisce l'alga sbattuta sul fianco.
    Ma poich non ha potere di vincere il cieco consiglio,
    e le cose procedono al cenno della crudele Giunone,
    molto invocando gli dei e le aure sottili,
    Ahi, ci vincono i fati disse, e ci trascina la tempesta!
    Voi, sciagurati, pagherete la pena di ci con sacrilego
    sangue. Te, Turno - orrore! -, un triste supplizio
    attende, e supplicherai gli dei con voti tardivi.
    Per me la quiete s'approssima, e sulla soglia del porto
    sono spogliato di tutto da una morte felice. Non disse pi
    nulla, si rinchiuse nel palazzo, e abbandon le redini degli eventi.
    Vi era un costume nell'esperio Lazio, che sempre serbarono
    sacro le albane citt, e ancora, massima tra tutte,
    Roma lo serba, appena muovono Marte in battaglia,
    sia che si apprestino a portare luttuosa guerra
    ai Geti o agli Ircani o agli Arabi, o a scontrarsi con gli Indi
    e a inseguire l'Aurora e a riesigere le insegne dai Parti.
    Vi sono due porte della guerra - le chiamano cos -
    sacre al culto e al terrore del feroce Marte;
    le chiudono cento sbarre di bronzo ed eterne imposte
    di ferro, e mai Giano custode s'allontana dalla soglia;
    quando risiede ferma nei padri la decisione di combattere,
    il console in persona, distinto dalla quirinale trabea
    e dal cinto gabino, apre le porte stridenti;
    per primo indice le battaglie; poi seguono i giovani,
    e i corni di bronzo suonano insieme con rauco assenso.
    Per tale costume anche allora Latino doveva
    dichiarare guerra agli Eneadi e aprire le infauste porte.
    Il padre si astenne dal toccarle, e, voltosi, eluse
    il truce compito, e si cel nelle oscure ombre.
    Allora la regina degli dei, discesa dal cielo, sospinse
    di sua mano le porte indugianti e, contorto il cardine,
    la Saturnia infranse i ferrati battenti della guerra.
    Arde l'Ausonia prima imperturbata e tranquilla;
    chi si appresta a marciare a piedi per i campi, chi erto sugli
    alti cavalli polverosi imperversa; tutti chiedono armi.
    Chi terge con pingue grasso gli scudi lucenti
    e i fulgidi dardi, e affila sulla cote le scuri;
    piace portare le insegne, e udire il suono delle trombe.
    Cinque grandi citt, collocate le incudini,
    rinnovano le armi, Atina potente e Tivoli superba,
    Ardea e Crustumerio, e la turrita Antemna.
    Incavano sicure difese del capo, piegano graticci
    di salice per gli scudi; altri formano bronzee
    corazze e lucenti schinieri di flessibile argento;
    qui si rivolse l'onore del vomere e della falce, qui fin tutto
    L'amore dell'aratro; ritemprano nelle fornaci le patrie spade.
    Gi risuonano squilli di tromba, passa la parola,
    segno convenuto alla guerra: chi afferra ansioso l'elmo dalla casa;
    chi aggioga frementi cavalli; chi indossa lo scudo e la lorica
    dalla triplice maglia d'oro, e cinge la fida spada.
    Aprite ora l'Elicona, o dee, e muovete il canto:
    quali sovrani sorsero in guerra, quali schiere a ciascuno
    seguaci riempirono i campi, di quali forze gi allora
    fior l'italica terra, di quali armi riarse.
    Voi ricordate, o dee, e rievocare potete;
    noi sfiora appena un tenue alito della fama.
    Primo entra in guerra, feroce dalle rive tirrene,
    spregiatore degli dei, Mezenzio, e arma le squadre.
    Ha il figlio Lauso al fianco: nessuno pi bello
    vi fu, eccettuato il corpo del laurente Turno;
    Lauso, domatore di cavalli e vincitore di fiere,
    conduce mille guerrieri che lo seguirono invano
    dalla citt di Agilla, degno di esercitare un comando
    pi mite di quello paterno e di non avere Mezenzio per padre.
    Poi il figlio di Ercole, bello il bell'Aventino,
    ostenta nel prato un carro adorno di palma
    e di cavalli vincitori, e, come insegna paterna,
    sullo scudo reca cento serpenti, L'ldra cinta di serpi;
    Rea sacerdotessa nella selva del colle Aventino
    partorendo lo diede furtivo alle regioni di luce,
    donna unitasi a un dio, dopo che i campi laurenti,
    ucciso Gerione, il Tirinzio tocc vincitore,
    e lav le vacche ibere nel fiume tirreno.
    Portano in mano giavellotti e picche nascoste, in guerra crudeli.
    Egli a piedi, avvolgendosi in una pelle d'immane leone,
    arruffata di terribile setola, la testa protetta
    da bianche zanne, cos entrava nel palazzo reale,
    irsuto, cinto le spalle del mantello di Ercole.
    Poi due fratelli gemelli lasciano le mura di Tivoli,
    popolo chiamato dal nome del fratello Tiburto,
    Catillo e l'ardente Cora, giovent argiva,
    e si portano tra i fitti dardi davanti alla prima schiera;
    come quando due Centauri, generati dalla nube, con rapido
    galoppo discendono dall'alta cima d'un monte lasciando
    l'Omole e l'Otri nevoso; la vasta selva si schiude
    al loro passare, e cedono gli arbusti con grande fragore.
    Neppure manc il fondatore della citt di Preneste,
    che tutte le et credettero re generato
    da Vulcano tra agresti greggi e trovato nel fuoco,
    Ceculo. Per largo tratto lo segue un esercito agreste:
    uomini che abitano l'alta Preneste, e i campi
    di Giunone gabina e il gelido Aniene e le erniche rupi
    bagnate da rivi, e quelli che nutre la ricca Anagni,
    e tu, o padre Amaseno. Non tutti costoro risuonano
    d'armi, di scudi, di carri; scagliano, in massima parte,
    ghiande di livido piombo, parte brandiscono
    due aste per mano, e difendono il capo con fulvi
    berretti di pelle di lupo; imprimono nude orme
    del piede sinistro; l'altro, un grezzo stivale lo ricopre.
    Messapo, domatore di cavalli, prole di Nettuno,
    che nessuno riesce ad atterrare col ferro e col fuoco,
    chiama subito alle armi popoli imbelli da tempo
    e schiere disavvezze alla guerra, e torna a maneggiare il ferro.
    Queste sono le schiere fescennine e gli Equi Falisci,
    questi abitano le rocche del Soratte e i campi Flavini,
    e il lago e il monte Cimino e i boschi di Capena.
    Andavano in file ordinate, e celebravano il re con iI canto:
    come i nivei cigni talvolta fra le diafane nubi
    quando ritornano dalla pastura ed emettono dai lunghi colli
    ritmi canori; il fiume risuona e lontano echeggia l'asia palude.
    Nessuno penserebbe che da una tale turba si formassero
    schiere armate di bronzo, ma che un'aerea nube
    di rauchi uccelli si spingesse dall'alto mare alla riva.
    Ecco, dell'antico sangue dei Sabini, alla testa d'una
    grande schiera, Clauso, pari da solo a una grande schiera,
    dal quale ora si diffonde la trib e la gente Claudia
    nel Lazio, dopo che Roma accolse i Sabini.
    Insieme la possente coorte amiterna e gli antichi Curiti,
    e tutto lo stuolo di Ereto e di Mutusca fertile di olivi;
    quelli che abitano la citt di Nomento e i Rosei campi
    del Velino, e le irte rupi di Tetrica e il monte
    Severo, e Casperia, e Foruli, e il fiume Imella;
    quelli che si dissetano al Tevere e al Fabari, o manda
    la fredda Norcia, e le schiere di Orte e i popoli latini;
    e quelli che solca, fluendo, L'Allia, infausto nome:
    cos numerosi si volgono i flutti sul libico mare,
    quando Orione inclemente si cela nelle onde invernali;
    o quando al nuovo sole maturano folte le spighe,
    nella pianura dell'Ermo, o nei biondi campi di Licia.
    Gli scudi risuonano, trema all'urto dei piedi la terra.
    Poi l'agamennonio Aleso, nemico del nome troiano,
    aggioga cavalli al carro, e trae a Turno
    mille feroci popoli che volgono con rastrelli
    le zolle del Massico, fertili a Bacco; e quelli che i padri
    aurunci mandarono dagli alti colli, e, vicino, le piane
    Sidicine, e quelli che lasciano Cale, e i limitrofi
    del guadabile fiume Volturno, e ugualmente gli aspri
    Saticolani e lo stuolo degli Osci. Brandiscono tondi giavellotti
    ma usano adattarvi flessibili cinghie: protegge
    la sinistra uno scudo di cuoio; nei duelli, spade falcate.
    N tu passerai innominato nei nostri versi, Ebalo
    che Telone - cos si tramanda - gener dalla ninfa Sebetide
    quando reggeva Capri, regno dei Teleboi,
    gi attardato negli anni; ma il figlio, scontento dei campi
    paterni, gi allora dominava ampiamente i popoli
    sarrasti, e le pianure che irriga il Sarno, e quelli
    che tengono Rupra e Batulo, e i campi di Celemna,
    e quelli che guardano le mura di Abella fertile di pomi.
    Avvezzi al modo teutonico di scagliare catene;
    essi difendono il capo con corteccia strappata dal sughero.
    bronzei risplendono gli scudi,bronzea risplende la spada.
    E te mand alle battaglie la montuosa Nersa,
    o Urente, insigne di gloria e d'armi fortunate;
    aspro fra tutti il tuo popolo, gli Equi adusati
    alle lunghe cacce nei boschi, e alle dure zolle.
    Armati lavorano la terra, e si compiacciono di radunare
    prede sempre recenti e vivere di rapina.
    Viene anche, sacerdote della gente marruvia,
    cinto sull'elmo da un ramo di fecondo olivo,
    mandato dal re Archippo, il fortissimo Umbrone,
    che soleva col canto e la mano infondere il sonno
    alla razza delle vipere e alle idre dal velenoso respiro,
    e ammansiva l'ira e alleviava il morso con l'arte.
    Ma non pot medicare il colpo della punta dardania,
    e contro le ferite non gli valsero gli incantesimi che recano
    il sonno, e le erbe cercate sui monti dei Marsi.
    Te il bosco di Angizia, te il Fucino dall'onda cristallina,
    te piansero i limpidi laghi.
    Muoveva alla guerra anche il bellissimo figlio d'Ippolito,
    Virbio, che insigne mand la madre Aricia,
    allevato nei boschi di Egeria intorno alle umide
    rive dov' un'ara della ricca e clemente Diana.
    Tramandano infatti che Ippolito, dopo che mor per
    l'inganno della matrigna, e pag con il sangue la vendetta del padre,
    dilaniato dai cavalli imbizzarriti, di nuovo torn
    alle stelle eteree e sotto l'aria superna del cielo,
    richiamato dalle erbe peonie e dall'amore di Diana.
    Allora il Padre onnipotente, indignato che qualcuno,
    mortale, risorgesse dalle ombre inferne al lume della vita,
    sprofond con il fulmine nelle onde stigie l'inventore
    d'un tale rimedio e artificio, il figlio di Febo.
    Ma Trivia benigna nasconde Ippolito in luoghi
    segreti, e lo apparta nel bosco della ninfa Egeria,
    dove solitario ed ignoto trascorresse nelle italiche selve
    la vita, e dove, mutato nome, divenisse Virbio;
    e perci si tengono ancora lontani dal tempio di Trivia
    e dai sacri boschi i cavalli dal corneo zoccolo.
    poich sul lido rovesciarono il carro e il giovane,
    atterriti dai mostri marini. Il figlio spronava ugualmente
    gli ardenti cavalli nel piano, a guerra correva sul carro.
    Egli tra i primi, Lurno, dal corpo prestante,
    trascorre brandendo le armi, e di tutto il capo sovrasta.
    L'elmo crinito di triplice cresta sostiene in alto
    la Chimera, che spira dalle fauci fuochi etnei:
    tanto pi freme feroce di sinistre fiamme
    quanto pi le battaglie s'inaspriscono di sangue versato.
    Io, alte le corna, insigniva d'oro lo scudo
    lucente, gi ricoperta di setole e divenuta giovenca
    (tema grandioso): Argo custodiva la vergine,
    e il padre Inaco versava acque dall'urna cesellata.
    Segue un nembo di fanti, e ovunque s'addensano
    nei campi torme protette da scudi: giovani argivi
    e reparti aurunci, Rutuli e vecchi Sicani
    e squadre sacrane e Labici dagli scudi dipinti;
    quelli che arano le tue balze, o Tevere, e la sacra
    riva del Numico, e col vomere lavorano i rutuli colli
    e il monte Circeo; quelli ai campi dei quali presiede
    Giove Anxuro, e Feronia che gode del verde bosco;
    e dove nereggia la palude di Satura, e il gelido Ufente
    cerca in valli profonde la via e sbocca in mare.
    Viene, oltre a questi, da volsca gente, Camilla,
    guidando un'ala di cavalieri e truppe fiorite di bronzo,
    guerriera, non allenata con mani femminee al cestello
    e al fuso di Minerva, ma, vergine, a sopportare le aspre
    battaglie, e nella corsa a piedi a precedere i venti.
    Ella potrebbe volare sopra gli steli d'intatta
    messe, e non offendere nella corsa le tenere spighe;
    o andare in mezzo al mare sospesa sul tumido flutto,
    e nemmeno bagnare nell'acqua le celeri orme.
    La ammirano tutti i giovani riversati dalle case
    e dai campi, e la turba delle madri, e la guardano andare,
    contemplando con animo attonito come l'onore regale
    veli di porpora le morbide spalle, e la fibula d'oro
    s'intrecci alla chioma, ed ella porti la licia faretra,
    e il pastorale mirto munito all'estremit d'una punta.
















    LIBRO OTTAVO.

    Come Turno port l'insegna della guerra fuori della rocca
    di Laurento, e i corni strepitarono con rauco suono,
    e aizz gli ardenti cavalli e protese le armi,
    subito si turbarono gli animi, e con agitato tumulto
    congiura tutto il Lazio, e fieri imperversano
    i giovani. I primi condottieri, Messapo e Ufente
    e Mezenzio, spregiatore degli dei, radunano da tutte le parti
    alleati, e spopolano di coltivatori i vasti campi.
    Si manda Venulo alla citt del grande Diomede,
    per chiedere aiuto, e informarlo che i Teucri si stanziano
    nel Lazio, che Enea  giunto con la flotta e v'insedia
    i vinti Penati, e dice di essere richiesto re dai fati:
    molti popoli si uniscono gi al guerriero dardanio,
    e il nome si diffonde ampiamente nel Lazio.
    Che cosa Enea cerchi con tali iniziative, e se la Fortuna lo
    assista, quale esito speri alla lotta, dovrebbe apparire
    pi chiaro a Diomede che ai re Turno e Latino.
    Questo accadeva nel Lazio. Vedendo tutto ci, l'eroe
    laomedonteo fluttua in una grande tempesta di impulsi,
    e divide il veloce pensiero a vicenda qui e l,
    e lo trae in diverse parti e lo volge ad ogni espediente:
    come il tremulo lume dell'acqua in un vaso di bronzo
    che riflette il sole o l'immagine della raggiante luna,
    volteggia ampiamente per tutti i luoghi, e s'innalza
    nell'aria, e colpisce i riquadri dell'alto soffitto.
    Era notte, e un sonno profondo teneva per tutte le terre
    le stanche creature, gli alati e gli armenti:
    quando il padre Enea sulla riva sotto la gelida volta
    dell'etere, con il cuore turbato dalla guerra funesta,
    si adagi lasciando fluire per le membra una tarda quiete.
    Gli parve che il dio stesso del luogo, Tiberino
    dall'amena corrente, si ergesse vegliardo tra fronde
    di pioppo; lo velava un tenue lino con glauco manto,
    e gli copriva la chioma un ombroso cespo di canne;
    allora parl cos, e con queste parole allevi i suoi affanni:
    O stirpe di dei, che riconduci a noi dai nemici
    la citt troiana, e serbi Pergamo eterna,
    o atteso dal suolo laurente e dai campi latini,
    qui  una sicura dimora per te (non desistere), e sicuri Penati;
    non temere le minacce di guerra: tutti i furori e le ire
    degli dei dileguarono.
    Ed ecco per te giacer, perch non pensi che il sonno
    ti finga immagini vane, trovata sotto gli elci della riva,
    una grande scrofa sgravata d'un parto di trenta capi,
    bianca, sdraiata al suolo, bianchi intorno alle poppe i nati;
    (questo sar il luogo della citt, questo il sicuro riposo al
    travaglio), donde, trascorsi trent'anni, Ascanio
    fonder la citt dl glorioso nome di Alba.
    Predco indubbi eventi. Ora come tu compia vittorioso
    quello che incombe, attento!, spiegher in breve.
    Gli Arcadi, stirpe discesa da Pallante, i quali seguirono
    compagni il re Evandro e le sue insegne, scelsero
    un luogo in queste contrade e fondarono sui monti
    la citt di Pallanteo, dal nome dell'antenato Pallante.
    Questi conducono assidua guerra con il popolo latino;
    prendili alleati con te, e stringi patti con loro;
    io stesso ti guider tra le rive e lungo il fiume,
    affinch sospinto superi coi remi la corrente contraria.
    Alzati, avanti!, figlio della dea, e al tramontare
    delle prime stelle, rivolgi le rituali preghiere a Giunone,
    e piega con supplici voti l'ira e le minacce. Vittorioso,
    mi renderai onore. Io, che vedi con piena
    corrente lambire le rive e solcare grasse colture,
    sono il ceruleo Tevere, fiume gratissimo al cielo.
    Qui la mia grande dimora, la fonte esce tra eccelse citt.
    Disse, e il fiume disparve nell'acqua alta
    spingendosi al fondo; la notte e il sonno lasciarono Enea.
    Si alza, e guardando i sorgenti raggi dell'etereo
    sole, attinge ritualmente nelle concave palme
    acqua del fiume, e al cielo effonde queste parole:
    Ninfe, laurenti Ninfe, origine della stirpe dei fiumi,
    e tu, o padre Tevere, con il tuo santo fluire,
    accogliete Enea, e tenetelo lontano dai pericoli.
    Da qualunque fonte si diparta il tuo bacino, tu, pietoso
    dei nostri travagli, da qualunque suolo sgorghi bellissimo,
    sempre sarai celebrato nei miei sacrifici e nei miei doni,
    cornigero fiume, sovrano delle acque esperidi.
    Soltanto, assistimi, e conferma pi da vicino la tua divinit.
    Prega cos, e sceglie dalla flotta due biremi,
    e adatta il remeggio, e munisce di armi i compagni.
    Ed ecco, prodigio improvviso e agli occhi mirabile,
    candida nella selva, dello stesso colore dei bianchi
    figli, giace e spicca sulla verde riva una scrofa:
    che il pio Enea a te, o somma Giunone, immola,
    facendo sacrifici, e trae con il branco all'ara.
    Il Tevere, per tutta la notte, len la tumida corrente,
    e cos rifluendo s'acquiet la tacita onda
    perch, a guisa d'un mite stagno o d'una placida palude,
    s'appianasse la distesa delle acque, e non vi fosse resistenza
    ai remi.
    Dunque affrettano il viaggio intrapreso con propizio rumore.
    Scivola sull'acque l'unto abete; le onde ammirano,
    e il bosco disavvezzo ammira da lontano i fulgenti
    scudi dei guerrieri, e le dipinte carene che navigano sul fiume.
    Essi si affannano al remo notte e giorno,
    e superano lunghi meandri sotto una volta di alberi
    diversi, e sulla placida distesa solcano verdi selve.
    L'igneo sole ascendeva a met dell'orbita,
    quando vedono lontano mura e una rocca e radi
    tetti di case; ora la potenza romana le uguagli
    al cielo; allora Evandro reggeva il povero stato.
    Volgono rapidi le prue, e alla citt s'avvicinano.
    Per caso in quel giorno il sovrano arcade rendeva
    solenne onore al grande figlio di Anfitrione e agli dei
    nel bosco davanti alla citt. Con lui il figlio Pallante,
    con lui tutti i primi dei giovani e il modesto senato
    offrivano incenso, e tiepido sangue fumava sulle are.
    Come videro le alte navi scorrere tra il bosco
    ombroso e poggiare sui remi silenziosi,
    si turbano alla vista improvvisa, e si levano tutti,
    lasciate le mense. Ad essi l'audace Pallante vieta
    d'interrompere i riti, e vola all'incontro, brandita una
    lancia, e lontano, da una collina: Giovani, che causa vi spinge
    a tentare vie ignote? dove vi dirigete? - disse -,
    a che stirpe? che patria? portate pace o guerra?.
    Allora il padre Enea risponde dall'alta poppa,
    e protende con la mano un ramo d'olivo, insegna di pace:
    Vedi figli di Troia e armi nemiche ai Latini,
    che respinsero noi esuli con guerra superba.
    Cerchiamo Evandro. Recategli questo, e dite che giunsero
    scelti capi della Dardania, chiedendo armi alleate.
    Pallante stup, colpito da tanto nome:
    Sbarca, chiunque tu sia - disse -, e parla in presenza
    del padre, ed entra ospite tra i nostri Penati;
    lo accolse con la mano, e gli tenne avvinta la destra.
    Procedendo entrano nel bosco e lasciano il fiume.
    Allora Enea si rivolge al re con parole amiche:
    Ottimo dei figli di Grecia, a cui la Fortuna
    volle che rivolgessi preghiere e protendessi rami adorni
    di bende, certo non ti temetti come capo di Danai,
    e arcade, e come congiunto di stirpe ai due Atridi;
    ma il mio proprio valore e i santi oracoli degli dei,
    e gli avi consanguinei, e la tua fama diffusa nel mondo,
    mi unirono a te, e mi spinsero volente coi fati.
    Dardano, primo padre e fondatore della citt iliaca,
    nato dall'atlantide Elettra, come raccontano i Greci,
    sbarca tra i Teucri; Elettra fu generata dal massimo
    Atlante, che regge sull'omero le sfere celesti.
    Avete per padre Mercurio, concepito e dato alla luce
    dalla splendida Maia sulla gelida vetta del Cillene;
    e Maia, se crediamo alcunch di ci che si ascolta,
    la gener Atlante,  il medesimo Atlante che  sostiene  le  stelle  del
    cielo.
    Cos la famiglia di entrambi si scinde da un unico sangue.
    Fidando in ci non inviai ambasciatori, n ricorsi ad artifici
    per i primi sondaggi con te; offrii me in persona,
    me e la mia testa, e supplice venni alle tue soglie.
    I medesimi Dauni incalzano noi e te con crudele
    guerra; se scacciano noi, crederanno che nulla impedisca
    di sottoporre completamente al loro giogo tutta l'Esperia,
    e di possedere tutto il mare che sopra e sotto la bagna.
    Accogli e da' fede. Abbiamo forti cuori in guerra,
    abbiamo animo e giovent provata dagli eventi.
    Cos disse Enea. Quello scrutava da tempo con lo sguardo
    il volto e gli occhi e tutto il corpo di lui che parlava.
    Poi risponde brevemente: Con quanta gioia ti accolgo
    e ti riconosco, o fortissimo tra i Teucri, e rammento
    le parole del padre e la voce e il volto del grande Anchise!
    Ricordo il laomedontiade Priamo, che visitava
    il regno della sorella Esione, dirigendosi a Salamina,
    spingersi a vedere i gelidi territori d'Arcadia.
    Allora la giovinezza mi fioriva della prima peluria le gote;
    ammiravo i capi teucri, certo ammiravo
    lo stesso Priamo; ma pi alto di tutti andava
    Anchise. La mente mi ardeva di giovanile desiderio
    di parlare all'eroe e di unire alla destra la destra.
    Lo avvicinai, e ansioso lo condussi sotto le mura di Feneo.
    Egli partendo mi diede una bellissima faretra
    e frecce licie e una clamide intessuta d'oro,
    e un paio di briglie d'oro che ora possiede il mio Pallante.
    Dunque la destra che chiedi, per me  gi congiunta
    in un patto, e quando la luce di domani torner sulla terra,
    vi congeder lieti dell'aiuto e vi giover con rinforzi.
    Intanto, poich veniste qui amici, celebrate
    propizi con noi i riti annuali, che  illecito
    differire; e ora abituatevi alle mense degli alleati.
    Poi che disse ci, ordina di ricollocare le vivande
    e i tolti calici, e dispone egli stesso i guerrieri
    su erbosi sedili, e a parte accoglie Enea su un giaciglio,
    una pelle di villoso leone, e lo invita su un trono d'acero.
    Allora scelti giovani a gara e il sacerdote dell'altare
    portano viscere abbrustolite di tori, e raccolgono in canestri
    doni d'impastata Cerere, e somministrano Bacco.
    Si ciba Enea e insieme la giovent troiana
    delle terga d'un intero bue e delle interiora sacrificali.
    Quando fu tolta la fame e placato il desiderio del cibo,
    il re Evandro dice: Non fu una vana superstizione,
    ignara degli antichi dei, ad imporci queste cerimonie,
    questo banchetto rituale, quest'ara di tanto nume:
    salvti da crudeli pericoli, ospite troiano,
    rendiamo e rinnoviamo le dovute onoranze.
    Guarda prima la rupe sospesa su massi, guarda
    quei macigni lontano spaccati, la deserta casa che si erge
    sul fianco del monte, e come quei sassi trascinarono
    un'enorme rovina.
    Qui vi fu una spelonca, nascosta in un vasto recesso,
    che l'orribile aspetto del bestiale Caco occupava,
    inaccessibile ai raggi del sole; la terra era sempre
    tiepida di strage recente, e confitte alle superbe porte
    pendevano teste d'uomo pallide di sinistra putredine.
    Padre di questo mostro era Vulcano: eruttando dalla bocca
    i suoi neri fuochi, avanzava con vasta mole.
    Il tempo apport a noi imploranti l'aiuto
    e l'arrivo del dio. Supremo vendicatore,
    superbo della morte e delle spoglie di Gerione dai tre corpi,
    L'Alcide veniva, e di qui vittorioso spingeva
    enormi tori; l'armento teneva la valle e il fiume.
    Ma il cuore selvaggio e furioso di Caco, affinch non vi fosse
    nessun delitto e inganno inosato o intentato,
    rub dalle stalle quattro tori di splendido
    corpo, e altrettante giovenche di straordinaria bellezza;
    perch non vi fossero orme diritte di piedi,
    li trascin per la coda nella spelonca, e con tracce
    rovesciate li occult predati nell'oscura roccia:
    a chiunque cercasse, nessuna impronta indicava l'antro.
    Frattanto, poich Ercole ormai muoveva
    dalle stalle gli armenti saziati e preparava la partenza,
    le mucche nell'allontanarsi muggirono, e tutto il bosco
    si riemp di lamenti: con clamore lasciavano i colli.
    Una delle giovenche rispose al richiamo, e nel vasto antro
    mugg e pur custodita ingann la speranza di Caco.
    Allora la collera dell'Alcide riarse di furia
    e di nera bile: impugna le armi e la clava nodosa,
    e si dirige di corsa alle alture dell'aereo monte.
    Allora per la prima volta i nostri occhi videro Caco
    atterrito e sconvolto; subito fugge pi veloce dell'Euro,
    e si dirige alla spelonca; lo spavento aggiunse ali ai piedi.
    Appena si rinchiuse, rotte le catene, stacc
    l'enorme pietra sospesa col ferro e con l'arte
    paterna e fece del masso difesa e puntello alla porta;
    ecco furente nell'animo giungeva il Tirinzio
    esplorando ogni via d'accesso e volgeva lo sguardo,
    in qua e in l digrignando i denti. Tre volte ardente d'ira
    percorse l'intero Aventino; tre volte squass invano
    le soglie pietrose, e stanco sedette nella valle.
    Vi era una rupe aguzza, erta sul dorso della spelonca,
    mozze dovunque le rocce, altissima a vedersi,
    opportuna dimora a nidi di sinistri uccelli.
    Come inclinata incombeva dal giogo sul fiume
    a sinistra, egli verso destra forzandovi contro la scuote,
    la sradica, la svelle dalla base; poi all'improvviso
    la spinge; all'urto rimbomba l'altissimo etere,
    sobbalzano le rive e rifluisce atterrito il fiume.
    Appare la grotta e l'immensa reggia scoperchiata
    di Caco, e s'aprirono le profonde, tenebrose caverne:
    come se una forza spalancasse disserrando le profonde
    sedi infernali e schiudesse i pallidi regni
    invisi agli dei, e da sopra si vedesse l'immenso
    baratro, e le ombre trepidassero per il lume che irrompe.
    Dunque, clto all'improvviso dalla luce inattesa,
    e chiuso nella cava roccia e ruggente pi del consueto,
    dall'alto lo preme l'Alcide con dardi, e ricorre a tutte
    le armi, e incalza con tronchi e con vasti macigni.
    Quello, poich non gli resta nessuno scampo al pericolo,
    vomita dalle fauci (mirabile a dirsi) un'immensa
    fumata e avvolge la casa in una cieca caligine,
    togliendo la vista a chi guardi, e agglomera nell'antro
    una notte fumosa, con tenebre miste a fuoco.
    L'Alcide furioso non sopport, e si gett a precipizio
    nel fuoco con un balzo, per dove il densissimo fumo
    volge un'onda, e l'immensa grotta fluttua di fosca nebbia.
    Qui, avvinghiatolo in un nodo, afferra Caco che emette
    nelle tenebre vani incendi, e serrando lo soffoca
    facendogli uscire gli occhi e seccare la gola di sangue.
    Subito si apre la buia casa, rovesciate le porte,
    e le vacche rubate e la preda negata con spergiuri
    si mostrano al cielo; e l'orrendo cadavere  tratto
    fuori per i piedi. I cuori non possono saziarsi
    guardando i terribili occhi, il volto e il petto villoso
    di setole della mezza belva e le fiamme estinte nelle fauci.
    Da allora si celebra il rito, e i posteri lieti
    ricordarono il giorno Potizio ne fu promemore
    e la casa Pinaria custode del culto di Ercole.
    Egli pose nel bosco quest'ara, che Massima sempre
    sar detta da noi, e sar Massima sempre.
    Perci, avanti, o giovani, nel culto di tali glorie
    cingete la chioma di fronde e porgete i calici con la destra
    e invocate il comune dio e date vini col cuore.
    Disse, e con ombra erculea il pioppo bicolore
    vel le chiome e pendette intrecciato di foglie,
    e la sacra coppa emp le destre. Subito tutti
    libano lieti sulla mensa e pregano gli dei.
    Intanto, declinando il lume del cielo, Vespero s'avvicina,
    e gi andavano i sacerdoti e per primo Potizio,
    cinti di pelli, secondo l'usanza, e portavano fiaccole.
    Rinnovano il banchetto, portano i doni graditi
    della seconda mensa, e coprono le are di colmi vassoi.
    Allora i Salii intorno agli altari accesi
    giungono al canto con le tempie avvinte di fronde di pioppo;
    questo il coro dei giovani, quello dei vecchi; narrano
    nel carme le glorie e le imprese di Ercole: come, serrando
    la mano, strozz per primi i mostri della matrigna,
    i due serpenti; e in guerra distrusse famose citt,
    e Troia ed Ecalia, e sopport mille dure fatiche
    sotto il re Euristeo, per volere dell'iniqua
    Giunone. Tu, o invitto, immoli di tua mano i figli
    della nube dalle duplici membra, Ileo e Folo,
    e il mostro cretese e il grande leone sotto la rupe nemea.
    Per te tremarono i laghi stigii, e il guardiano dell'Orco
    disteso su ossa semidivorate nell'antro sanguinoso.
    Non ti atterr nessun mostro, neanche Tifeo
    che alto levava le armi; n l'Idra di Lerna
    ti priv del senno circondandoti con la turba di teste.
    Salve, vera progenie di Giove, nuova gloria degli dei,
    visita noi e il tuo sacrificio con passo propizio.
    Questo celebrano nei carmi; e soprattutto aggiungono
    la spelonca di Caco, e lui che spira fiamme.
    Teneva Enea vicino a s per compagno,
    e il figlio, e alleviava la via con varii discorsi.
    Enea ammira e muove gli agili occhi
    su tutte le cose all'intorno, ed  conquistato dai luoghi,
    e lieto chiede ed ascolta i ricordi degli antichi.
    Allora il re Evandro, fondatore della rocca romana.
    Abitavano questi luoghi Fauni indigeni e Ninfe,
    forti creature nate da tronchi di duro rovere;
    non avevano civilt di costumi, n sapevano aggiogare
    tori, o raccogliere provviste, o serbare il raccolto,
    ma gli alberi e la dura caccia li sostentavano di nutrimento.
    Primo venne Saturno dall'etereo Olimpo,
    fuggendo le armi di Giove ed esule dal regno usurpato.
    Raccolse la stirpe indocile e dispersa per gli alti monti,
    e diede leggi e volle che si chiamassero Lazio
    le terre nella cui custodia era vissuto nascosto.
    Sotto quel re vi fu il secolo d'oro, che narrano;
    cos reggeva i popoli in placida pace;
    finch a poco a poco segu un'et peggiore, che mutava
    in peggio il colore, e la furia della guerra e il desiderio di
    possesso.
    Allora vennero la schiera ausonia e le genti sicane,
    e spesso la terra saturnia cambi nome;
    e sorsero re, e l'aspro Tibri dal corpo immane,
    dal quale poi noi Italici chiamammo il fiume
    Tevere; L'antica Albula perdette il vero nome.
    La Fortuna onnipotente e l'ineluttabile fato mi condussero
    in questa regione, scacciato dalla patria e sulle estreme
    rotte del mare, e mi spinsero i tremendi moniti
    della madre, la ninfa Carmenta, e il dio ispiratore Apollo.
    Aveva appena parlato, e avanzando mostra l'ara
    e la porta che i Romani chiamano Carmentale
    per nome, antico onore della ninfa Carmenta,
    indovina fatidica, che per prima predisse i futuri
    grandi Eneadi e la nobile citt di Pallanteo.
    Di qui mostra un ampio bosco che l'aspro Romolo
    rese Asilo, e il Lupercale sotto la gelida rupe,
    detto secondo il costume parrasio di Pan Liceo.
    E mostra il bosco dell'esecrabile Argileto,
    e attesta il luogo, e narra la morte dell'ospite Argo.
    Poi lo guida alla sede Tarpea e al Campidoglio,
    aureo oggi, irto un tempo di silvestri cespugli.
    Gi allora la paurosa santit del luogo atterriva
    gli agresti tremanti; rabbrividivano della selva e della rupe.
    Un dio,  incerto qual dio, abita il bosco
    e il colle dalla vetta frondosa - disse. Gli Arcadi
    credono di vedervi lo stesso Giove, che spesso
    scuote con la destra l'egida nera e suscita i nembi.
    Inoltre vedi queste due fortezze dalle mura
    diroccate, reliquie e ricordi degli antichi.
    Il padre Giano fond una rocca, l'altra Saturno;
    una si chiamava Gianicolo, l'altra Saturnia.
    Con tali discorsi tra loro s'avvicinavano alle case
    dell'umile Evandro e vedevano sparsi armenti
    muggire nel Foro romano e nelle ora ricche Carine.
    Quando raggiunsero la casa: Queste soglie l'Alcide
    varc vittorioso e la reggia che vedi lo accolse.
    Osa spregiare le ricchezze, ospite, e renditi degno
    del dio, e vieni con animo incline alle povere cose.
    Disse, e al riparo del tetto dell'angusta dimora
    condusse il grande Enea e lo fece adagiare
    su un letto di foglie e su una pelle di libica orsa.
    La notte prescelta e avvolge  La madre Venere,
    con l'animo non vanamente angosciato,
    turbata dalle minacce dei Laurenti e dall'aspro tumulto,
    parla a Vulcano, e nell'aureo talamo dello sposo
    comincia, e ispira nelle parole un amore divino:
    Mentre i re d'Argo devastavano in guerra Pergamo, a loro dovuta,
    e le rocche destinate a cadere per le fiamme nemiche,
    non chiesi nessun aiuto per gli sventurati, non armi
    dell'arte e della capacit tue; n volli, o diletto sposo,
    che tu esercitassi invano le tue fatiche,
    sebbene io dovessi moltissimo ai figli di Priamo,
    e avessi pianto spesso il duro affanno di Enea.
    Ora per i comandi di Giove egli si stanzia nelle terre dei Rutuli:
    dunque supplice vengo, nume a me venerabile,
    e armi ti chiedo, madre per il figlio. La figlia di Nereo,
    la sposa di Titone poterono piegarti con le lagrime.
    Guarda che popoli s'uniscono, che citt serrano le porte
    e aguzzano il ferro contro di me e per l'eccidio dei miei.
    Disse, e avvincendolo con le nivee braccia, la dea
    lo strinse ancora esitante in un molle amplesso. Subito
    il dio accolse la fiamma consueta, e il noto ardore
    gli entr nelle midolla e gli corse per le ossa vacillanti,
    come talvolta, rotto da un tuono corrusco,
    un igneo squarcio splendente percorre con la luna i nembi.
    Lieta della seduzione e conscia della sua bellezza, se ne
    accorse la sposa. Allora Vulcano parla avvinto da eterno amore:
    Che cause cerchi di lontano? Dov' fuggita, o dea,
    la tua fiducia in me? Se avevi un tale pensiero,
    anche allora mi era consentito armare i Teucri:
    il Padre onnipotente e i fati non vietavano che Troia durasse,
    e che Priamo sopravvivesse per altri dieci anni.
    E ora, se ti appresti a combattere e nutri questo proposito,
    tutta la solerzia che posso promettere nell'arte,
    ci che si pu fare col ferro o col liquido elettro,
    per quanto valgano i fuochi e il soffio dei mantici, cessa di
    dubitare delle tue forze pregandomi di adoperarla. Detto questo,
    l'abbracci come lei desiderava, e s'abbandon in grembo
    alla sposa, accogliendo attraverso le membra un placido sopore.
    Quindi, appena il primo riposo, a met del cammino della notte
    avanzata, aveva scacciato il sonno, nell'ora in cui la donna,
    che deve sostentare la vita con il fuso e la tela sottile,
    ridesta la cenere e le braci sopite, aggiungendo
    la notte al lavoro, e affatica le ancelle con lungo
    penso al lume della lucerna, per serbare casto
    il letto dello sposo e allevare i piccoli figli;
    cos il dio del fuoco, non pi tardi di quell'ora,
    si leva dal morbido giaciglio ai lavori di fabbro.
    Si erge, vicino alla costa sicula, di fianco all'Eolia,
    Lipari, un'isola ardua di rocce fumanti;
    sotto v' una spelonca, e tuonano gli antri etnei
    corrosi dalle fucine dei Ciclopi, e s'odono i validi colpi
    sulle incudini e rifrangono un gemito; stridono nelle caverne
    le masse incandescenti dei Calibi, spira e ruggisce il fuoco
    nelle fornaci; dimora di Vulcano, Vulcania di nome  la terra.
    Qui allora il dio del fuoco discese dall'alto cielo.
    Lavoravano il ferro nel vasto antro i Ciclopi,
    Bronte e Sterope e con le membra nude Piracmone.
    Con le mani foggiavano e gi in parte polivano
    un fulmine, di quelli che il Padre scaglia numerosi
    da tutto il cielo sulla terra; una parte restava imperfetta.
    Avevano aggiunto tre raggi di pioggia addensata,
    tre di nuvola acquosa, tre di rosso fuoco e di alato Austro:
    ora mischiavano all'opera terribili bagliori,
    e strepito e terrore e ire con fiamme incalzanti.
    Altrove attendevano al carro e alle volanti ruote
    di Marte, con cui egli eccita gli uomini e le citt;
    e levigavano a gara nelle squame d'oro di serpente
    l'egida orrenda, arma di Pallade irata,
    e le serpi intrecciate, e nel petto della dea
    la Gorgone, che ruota gli occhi sul collo mozzo.
    Togliete tutto - disse -, e tralasciate i lavori cominciati,
    Ciclopi etnei, e rivolgete qui la mente:
    si devono forgiare armi per un uomo gagliardo.
    Ora abbisognano forze, rapide mani, e tutta
    l'arte maestra. Rompete gli indugi. Non disse altro;
    ma quelli s'applicarono subito tutti e divisero la fatica.
    Fluisce il bronzo a rivi e il metallo dell'oro,
    e il micidiale acciaio si liquefa nella vasta fornace.
    Foggiano un enorme scudo, unico contro tutti
    i dardi dei Latini, e connettono sette cerchi
    con altri sette. Alcuni coi mantici ventosi
    aspirano ed emettono l'aria, altri tuffano nell'acqua
    il bronzo che stride: geme sotto il peso delle incudini
    l'antro.
    Quelli in cadenza tra loro sollevano le braccia
    con grande forza e rivoltano con salde tenaglie la massa.
    Mentre il dio di Lemno affretta queste fatiche sulle rive
    eolie, destano Evandro nell'umile casa la luce vitale
    e i mattutini canti degli uccelli sotto il tetto.
    Si leva il vegliardo, e indossa la tunica sulle membra,
    e avvince alla pianta dei piedi i calzari tirreni;
    poi assicura al fianco e alle spalle la spada tegea,
    spostando dal lato sinistro la pelle di pantera
    che gli scende sulla schiena. Una coppia di cani da guardia
    dall'alta soglia precede e accompagna il padrone.
    Si dirigeva alla sede appartata dell'ospite Enea,
    memore dei discorsi e del dono promesso, l'eroe.
    Ugualmente Enea s'incamminava di primo mattino.
    All'uno il figlio Pallante, all'altro s'accompagnava Acate.
    S'incontrano e stringono le destre e si assidono in mezzo
    alla casa, e infine godono d'un libero discorso.
    Il re parla per primo:
    Eccelso capo dei Teucri te vivo, giammai
    dir certamente domate le forze e il regno di Troia,
    noi, per tanto nome, abbiamo esigue forze
    come aiuto di guerra: da una parte ci delimita il fiume etrusco,
    dall'altra premono i Rutuli, e attorniano le mura
    col fragore delle armi. Ma mi accingo ad unirti grandi
    popoli ed eserciti di regni possenti; una sorte inattesa
    mostra questa salvezza. Giungi richiesto dai fati.
    Non lontano di qui, fondata su un'antica rupe,
    risiede la citt di Agilla, dove un tempo il popolo
    lidio, glorioso in guerra, si stabil sui monti etruschi.
    Poi, fiorente per molti anni, la tenne
    con superbo dominio e crudeli armi il re Mezenzio.
    Perch ricordare le indicibili stragi e le gesta efferate
    del tiranno? Gli dei le riservino alla sua vita e alla stirpe!
    Avvinceva persino corpi morti ai vivi,
    unendo le mani alle mani e le bocche alle bocche
    (spaventosa tortura), e nel misero abbraccio li uccideva cos,
    fluenti di putrido sangue corrotto, con una lunga morte.
    Ma stanchi infine i cittadini circondano armati
    quel folle che delirava nefandezze, lui e la casa,
    uccidono i suoi compagni, e appiccano il fuoco ai tetti.
    Quello, scampato alla strage, si rifugia nelle terre
    dei Rutuli, difeso dalle armi dell'ospite Turno.
    Dunque tutta l'Etruria insorse con giusto furore;
    richiedono il re per giustiziarlo con guerra immediata.
    Io ti dar condottiero, Enea, a queste migliaia.
    Fremono infatti le navi addensate su tutta la riva,
    e vogliono muovere le insegne; li frena un aruspice annoso
    predicendo i fati: "o eletta giovent meonia,
    fiore e virt degli antichi, che un giusto dolore
    spinge contro il nemico, e Mezenzio accende di un'ira
    meritata, a nessun italico  concesso esercitare il comando
    su un popolo tanto glorioso. Scegliete capi stranieri".
    Allora l'esercito etrusco si ferm in questa pianura,
    sgomento per i moniti degli dei. Tarconte m'invia ambasciatori
    e la corona del regno con lo scettro, e mi affida le insegne,
    affinch scenda in campo e assuma il regno tirreno.
    Ma la torpida e fredda vecchiaia stremata dagli anni
    e le energie tarde alle forti imprese m'impediscono
    il comando. Esorterei il figlio, se nato da una madre sabina
    non traesse di qui una parte del sangue. Tu, agli anni
    e alla stirpe del quale indulgono i fati, tu che i numi
    richiedono, avanza, fortissimo condottiero dei Teucri e degli Italici.
    Inoltre ti dar come compagno Pallante, nostra speranza
    e nostro conforto; sotto i tuoi insegnamenti si avvezzi
    a sopportare la milizia e la grave fatica di Marte,
    a vedere le tue gesta, e ti imiti fin dai giovani anni.
    Gli dar duecento cavalieri arcadi, scelto nerbo
    di giovani, e altrettanti ne dar a te in suo nome Pallante.
    Aveva appena finito di parlare: Enea figlio di Anchise
    e il fido Acate tenevano fisso lo sguardo,
    e pensavano con triste animo alle molte dure vicende,
    se Citerea non avesse dato un segno nel cielo sereno.
    Infatti venne all'improvviso vibrata dall'etere una folgore
    con un tuono, e tutto sembr precipitare di colpo,
    e un clangore di trombe tirrene strepitare nel cielo.
    Sollevano lo sguardo; ancora ed ancora il fragore enorme
    rimbomba. Tra le nubi, in uno spazio sereno del cielo,
    vedono armi risplendere nell'azzurro e percosse tuonare.
    Gli altri sbigottirono in cuore; ma l'eroe teucro
    riconobbe il suono e le promesse della dea madre.
    Allora dice:Davvero non chiedere, ospite,
    che evento arrechi il prodigio: mi chiama l'Olimpo.
    Genitrice predisse che avrebbe mandato
    questo segnale se guerra incombesse, e portato in aiuto
    le armi di Vulcano per l'aria.
    Ahi quali stragi sovrastano gli sventurati Laurenti!
    Che pene mi pagherai, o Turno!; quanti scudi di guerrieri
    e elmi e forti corpi volgerai sotto le onde,
    o Tevere padre!; Cerchino la battaglia e rompano i patti!.
    Appena detto cos, si leva dall'alto seggio,
    e prima suscita le are sopite dei fuochi di Ercole,
    e lieto visita il Lare del giorno innanzi e i modesti Penati;
    Evandro ugualmente, e ugualmente i giovani troiani
    sacrificano secondo il costume scelte pecore bidenti.
    Poi di qui si dirige alle navi e rivede i compagni;
    tra di loro sceglie i migliori per valore che lo seguano
    in guerra; tutta la restante parte naviga
    secondo la corrente e fluisce lentamente sul fiume:
    giunger ad Ascanio messaggra degli eventi e del padre.
    Si dnno cavalli ai Teucri che muovono ai campi tirreni;
    a Enea ne portano uno straordinario; lo avvolge
    la fulva pelle d'un leone, splendente d'unghie dorate.
    La Fama vola, subito diffusa nella piccola citt,
    che i cavalieri muovono veloci alle spiagge del re tirreno.
    Le madri atterrite raddoppiano i voti, e il pericolo vicino
    accresce il timore e appare pi grande lo spettro di Marte.
    Allora il padre Evandro tiene avvinta la destra
    del figlio che parte, e, insaziato di lagrime, dice:
    Oh, se Giove mi rendesse gli anni trascorsi,
    quale ero quando sotto Preneste atterrai
    la prima schiera e vittorioso arsi mucchi di scudi,
    e sprofondai nel Tartaro con questa destra il re Erulo,
    al quale nascendo la madre Feronia (terribile a dirsi)
    aveva dato tre anime: tre volte doveva brandire le armi
    tre volte doveva abbattersi a morte; ma questa
    mano gli tolse tutte le vite, e lo spogli delle armi:
    ora non sarei mai strappato al tuo dolce abbraccio,
    o figlio; e mai Mezenzio, insultando me, suo vicino,
    avrebbe dato col ferro tante crudeli morti,
    e privato la nostra citt d'innumerevoli abitanti.
    Ma voi, celesti, e tu, supremo reggitore degli dei,
    Giove, ti prego, abbiate piet del re arcade,
    e ascoltate le preghiere d'un padre. Se i vostri numi,
    se i fati mi riserbano incolume Pallante, se vivo
    destinato a rivederlo e a riunirmi a lui, chiedo la vita;
    accetto di sopportare qualunque affanno. Se invece,
    o Fortuna, minacci qualche indicibile sventura,
    fin d'ora, fin d'ora io possa troncare la crudele vita,
    mentre l'angoscia  dubbiosa, e incerta la speranza del
    futuro, mentre, diletto fanciullo, mia unica e ultima gioia,
    ti stringo tra le braccia; un annuncio troppo grave
    non mi colpisca gli orecchi. Il padre parlava cos
    nell'estremo distacco; i servi lo portarono svenuto nella casa.
    E gi la schiera a cavallo usciva dalle porte
    aperte, Enea tra i primi e il fido Acate,
    poi gli altri capi troiani, e
    Pallante, mirabile per la clamide e per le armi adorne;
    simile a Lucifero, che Venere predilige tra gli astri
    di fuoco, quando asperso dell'onda dell'Oceano
    solleva il sacro volto nel cielo e dissolve le tenebre.
    Le madri stanno trepidanti sulle mura, e seguono con lo
    sguardo la nuvola di polvere e le squadre fulgenti di bronzo.
    Quelli procedono armati nella boscaglia dove  pi breve
    la via; il grido sale e in schiera serrata gli zoccoli
    scuotono con un suono quadruplice il molle suolo.
    Vi  un grande bosco sul gelido fiume di Cere,
    ampiamente venerato dalla devozione dei padri; da tutte le parti
    lo racchiudono colli declivi e una selva di neri abeti.
    Si tramanda che gli antichi Pelasgi consacrarono a Silvano,
    dio dei campi e dei greggi, il bosco e un giorno festivo,
    essi che un tempo abitarono per primi le terre latine.
    Non lontano di qui Tarconte e i Tirreni tenevano il campo
    protetto dalla posizione dei luoghi; gi dalla cima del colle
    si poteva vedere tutta la legione attendarsi nella vasta campagna.
    Qui entrano il padre Enea e i giovani scelti
    per la guerra, e ristorano i corpi stanchi e i cavalli.
    Ma la dea Venere, splendente tra gli eterei nembi,
    veniva recando i doni; come vide lontano
    in una valle appartata il figlio solitario sul tiepido fiume,
    gli rivolse queste parole e gli si mostr spontanea:
    Ecco, compiuti dall'arte del mio sposo, i doni
    promessi affinch, o creatura da me generata, non esiti
    a sfidare in battaglia i superbi Laurenti e l'aspro Turno.
    Disse, e Citerea cerc l'abbraccio del figlio;
    depose le armi raggianti sotto una quercia di fronte.
    Egli, lieto dei doni della dea e di tanto onore,
    non riesce a saziarsi e percorre tutto con gli occhi,
    e guarda ammirato e rigira tra le mani e le braccia
    l'elmo terribile per le creste, che emette fiamme,
    la spada mortifera e la rigida corazza di bronzo
    sanguigna, enorme, quale una livida nube
    arde ai raggi del sole e rifulge lontano
    poi i levigati schinieri di elettro e d'oro raffinato,
    e l'asta, e l'indescrivibile compagine dello scudo.
    Qui il dio del fuoco, esperto dei vaticini e consapevole
    del tempo a venire, aveva effigiato le gesta italiche
    e i trionfi dei Romani e tutta la discendenza futura
    dal sangue di Ascanio, e in ordine le guerre combattute.
    Aveva anche effigiato nel verde antro di Marte
    la lupa sgravata e distesa; appesi ai suoi uberi,
    i gemelli scherzavano e impavidi succiavano la nutrice;
    quella, girata con il collo, lambiva
    l'uno e l'altro a vicenda e lisciava i corpi con la lingua.
    Vicino aggiunse Roma e le Sabine rapite
    brutalmente tra la folla del teatro durante lo svolgersi
    dei grandi Circensi; subito ne sorgeva una nuova guerra
    tra i Romulidi e il vecchio Tazio e i severi abitanti di Curi.
    Poi gli stessi re, cessata la battaglia, si ergevano
    armati davanti all'ara di Giove reggendo
    le coppe e stringevano patti col sacrificio d'una scrofa.
    A fianco, quadrighe lanciate in diverse direzioni squartavano
    Metto - ma tu, o albano, dovevi mantenere la parola! -,
    e Tullo straziava le viscere dell'uomo mendace
    nella selva, e gli sparsi roveti grondavano sangue.
    Inoltre Porsenna ingiungeva di riaccogliere lo scacciato
    Tarquinio, e serrava la citt d'un vasto assedio;
    gli Eneadi irrompevano contro il ferro in difesa della libert.
    Quello appariva sdegnato e minaccioso d'aspetto,
    a causa di Coclite che osava divellere il ponte,
    e di Clelia che, spezzati i legami, nuotava nel fiume.
    In cima Manlio, custode della rocca Tarpea,
    stava davanti al tempio e teneva l'alto Campidoglio,
    irta la reggia recente della paglia di Romolo.
    E qui, svolazzando per i portici dorati, L'argentea
    oca avvertiva che i Galli stavano giungendo alle porte;
    i Galli giungevano per la boscaglia, e tenevano la rocca,
    difesi dalle tenebre e dal dono d'una notte oscura;
    hanno chiome dorate e dorata la veste; risplendono
    nei mantelli listati, e cingono i candidi colli
    di aurei monili; ognuno vibra con la mano
    due giavellotti alpini, protetti i corpi da lunghi scudi.
    Qui Vulcano aveva effigiato in rilievo i Salii danzanti
    e i nudi Luperci, i lanosi berretti e gli ancili
    caduti dal cielo; per la citt le caste madri sfilavano
    in sacro corteo su morbidi cocchi. Lontano
    aggiunge le sedi tartaree, le alte porte di Dite,
    e le pene dei delitti, e te, Catilina, che pendi
    da una rupe minacciosa e temi il volto delle Furie;
    e i pii in disparte; Catone che ad essi d leggi.
    Tra queste figure andava ampiamente l'immagine aurea
    del tumido mare, ma l'azzurro spumeggiava di bianchi flutti
    e intorno lucenti argentei delfini in cerchio
    battevano le acque con la coda e solcavano le onde.
    In mezzo si potevano vedere le flotte armate di bronzo,
    la battaglia d'Azio e per Marte schierato scorgevi
    ribollire tutto il Leucate, e d'oro rifulgere i flutti.
    Di qui Cesare Augusto che guida in battaglia gli Italici,
    coi padri e il popolo, i Penati e i grandi dei,
    ritto sull'alta poppa; a lui le tempie emettono
    due floride fiamme, sul capo si mostra la stella del padre.
    In un'altra parte, coi venti e gli dei favorevoli, Agrippa
    che guida in piedi la flotta; a lui, superba insegna di guerra,
    le tempie risplendono della corona navale rostrata.
    Di l con esercito barbarico e con armi diverse Antonio,
    vittorioso sui popoli dell'Aurora e sul Mar Rosso,
    trascina con s l'Egitto e le forze d'Oriente e la remota
    Battra; e lo segue, infamia!, la sposa egizia.
    S'avventano tutti insieme e il mare intero spumeggia,
    sconvolto dal ritrarsi dei remi e dai rostri tricuspidi.
    Si dirigono al largo; crederesti che navighino divelte tra
    i flutti le Cicladi, o con monti si scontrino alti monti;
    su navi turrite di tale mole s'incalzano gli uomini.
    Scagliano a mano stoppa ardente, e con archi fulminee
    saette; le distese di Nettuno rosseggiano di nuovi eccidi.
    La regina nel mezzo chiama le schiere col patrio sistro:
    e ancora non si volge a guardare alle spalle la coppia
    di serpenti. E mostruose divinit d'ogni forma,
    e Anubi che latra, impugnano le armi contro Nettuno,
    contro Venere e Minerva. Infuria in mezzo alla lotta
    Marte cesellato in ferro e le sinistre Furie dall'etere;
    avanza esultante la Discordia col mantello stracciato,
    e la segue Bellona col sanguigno flagello.
    Dall'alto guardando gli eventi Apollo Aziaco tendeva
    l'arco: tutti, a tale terrore, gli Egizi e gli Indi,
    tutti gli Arabi, tutti volgevano le spalle i Sabei.
    La stessa regina appariva nell'atto di dare
    le vele ai venti invocati, e gi di allentare le funi.
    Il dio del fuoco l'aveva effigiata tra gli eccidi, pallida
    della morte futura, mentre veniva sospinta dalle onde
    e dallo lapige; di faccia, dolente, il Nilo dal grande corpo
    apriva le pieghe e con tutta la veste chiamava i vinti
    nel grembo ceruleo e nel profondo dei suoi gorghi.
    Ma Cesare, portato alle mura romane in triplice trionfo,
    consacrava agli di italici in modo immortale
    trecento massimi templi in tutta la citt.
    Le vie fremevano di lefiziadi giochi di applausi;
    in ogni sanmario un coro di madri ed are in ognuno;
    davanti alle are gli immolati giovenchi coprivano la terra.
    Egli, assiso sulla nivea soglia di Apollo splendente,
    esamina i doni dei popoli e li appende alle porte
    superbe; avanzano in lunga fila le nazioni vinte,
    quanto diverse di lingue, tanto di foggia di vesti e d'armi.
    Qui l'artefice aveva effigiato la stirpe dei Nomadi
    e i nudi Africani, qui i Lelegi e i Cari, e i saettanti
    Geloni; L'Eufrate scorreva con onde pi miti,
    e i Morini, estremi degli uomini, e il Reno bicorne,
    e gli indomiti Dai, e, sdegnato del ponte, L'Arasse.
    Enea ammira simili cose nello scudo di Vulcano, dono
    della madre, e ignaro degli eventi, pure si diletta della loro
    immagine, sollevando sull'omero la gloria e i fati della stirpe.













    LIBRO NONO.

    Mentre questo accadeva in un'altra parte lontana,
    la saturnia Giunone invi dal cielo Iride
    all'audace Turno. Allora per caso nel bosco
    dell'avo Pilumno, Turno sedeva nella valle sacra.
    Cos gli parl la Taumanzia con roseo labbro:
    O Turno, ci che nessuno degli dei oserebbe promettere
    al tuo desiderio, il tempo che scorre, ecco, te l'offre.
    Enea, lasciata la citt e i compagni e la flotta,
    ha raggiunto il regno palatino e la sede di Evandro.
    Non basta: s' spinto fino alle estreme citt dell'Etruria,
    e arma uno stuolo di Lidi, agreste accozzaglia.
    Perch esiti? Ora  il momento di radunare i cavalli e i carri.
    Rompi gli indugi, scompiglia e conquista il campo.
    Disse e si lev nel cielo ad ali tese,
    e sotto le nubi tracci nella fuga un arco immenso.
    Il giovane la riconobbe, e innalz entrambe le palme
    agli astri, e insegu la fuggente con queste parole:
    Iride, ornamento del cielo, chi ti spinse a discendere
    dalle nubi a me sulla terra? di dove questo improvviso
    spazio cos luminoso?, vedo dischiudersi il cielo
    ed errare nella volta le stelle. Voglio seguire presagi
    cos solenni, chiunque tu sia che m'inviti alle armi.
    Disse, s'avvicin all'onda, e bevve a fior d'acqua,
    molto pregando gli dei, e colm il cielo di voti.
    E gi tutto l'esercito andava nell'aperta pianura,
    ricco di cavalli,ricco di vesti screziate e d'oro;
    Messapo guida la prima schiera, L'ultima
    i giovani figli di Tirro; Turno, il condottiero, nel centro
    trascorre brandendo le armi e sovrasta di tutto il capo
    come, sorgendo in silenzio con sette placidi rami,
    il Gange profondo, o quando il Nilo con flutto
    fangoso rifluisce dai campi e gi si nasconde nell'alveo.
    Qui i Teucri scorgono addensarsi un'improvvisa
    nuvola di nera polvere, e tenebre levarsi sui campi.
    Primo dalla rocca di fronte grida Caico:
    Che massa, cittadini, si volge di oscura caligine?
    recate rapidi il ferro, date giavellotti, salite sui muri.
    E il nemico, avanti!. Con grande clamore
    i Teucri rientrano da tutte le porte e riempiono le mura.
    Infatti, partendo, Enea, fortissimo in armi,
    aveva ordinato cos: se frattanto si presentasse la sorte,
    non osassero schierarsi in battaglia n scendere allo scope,
    solo serbassero il campo e le mura difese dal terrapieno.
    Dunque, sebbene la vergogna e l'ira li invitino a combattere,
    oppongono le porte e obbediscono agli ordini,
    e armati attendono il nemico nelle cave torri.
    Turno, come volando innanzi aveva preceduto la lenta
    schiera, accompagnato da venti cavalieri scelti, giunge
    improvviso alla citt; lo porta un cavallo tracio a macchie
    bianche, e lo copre un elmo d'oro dal rosso cimiero.
    Chi sar con me, o giovani, primo contro il nemico?.
    Ecco, disse. E vibrando un dardo lo scaglia nell'aria,
    inizio di lotta, e avanza alto nel piano.
    I compagni si associano con grida e lo seguono con un fremito
    di terribile suono: si stupiscono della vilt dei Teucri:
    dei guerrieri non s'affidano al campo aperto, non muovono
    in armi, ma proteggono il campo. Di qua, di l, torbido
    Turno esplora a cavallo le mura e cerca passaggi inaccessibili.
    E come un lupo, insidiando un ovile pieno,
    preme ai recinti, sopportando il vento e la pioggia,
    nel cuore della notte; gli agnelli, sicuri sotto le madri,
    continuano a belare; quello feroce  incrudelisce contro gli assenti;
    lo tormenta una lunga rabbia di fame, le fauci secche di sangue:
    ugualmente al Rutulo che guarda le mura e il campo
    divampa l'ira: ribolle nelle dure ossa una smania,
    come forzi l'entrata, con che mezzo stani
    i Teucri chiusi nel vallo e li rovesci nel piano?
    Assale la flotta che si celava ormeggiata al lato del campo,
    protetta intorno dagli argini e dalle onde del fiume,
    e chiede ai compagni esultanti le fiaccole,
    e fervido riempie la mano con una torcia di pino ardente.
    Allora irrompono; la presenza di Turno li sprona;
    e tutti i giovani si armano di nere torce.
    Consumano i fuochi; la fumosa resina emette
    un lume di pece, e Vulcano commiste faville agli astri.
    Qual dio, o Muse, allontan dai Teucri un incendio
    tanto crudele? e storn dalle navi le fiamme?
    Dite. Antica  la fede all'evento, ma la fama perenne.
    Nel tempo in cui da principio Enea costruiva la flotta
    sul frigio Ida, e s'apprestava a correre il profondo mare,
    si narra che la berecinzia Madre degli dei si rivolgesse
    cos al grande Giove: Asseconda, o figlio, ci che la cara
    madre ti chiede, per la quale tu hai domato l'Olimpo.
    Avevo, prediletta per molti anni, una selva di pini,
    un bosco sull'altissima rocca, dove portavano le offerte,
    oscuro di neri pini e di tronchi d'acero;
    lo donai volentieri al giovane dardanio bisognoso di navi;
    ora un ansioso timore mi tormenta e mi serra.
    Dissolvi il timore, e fa' che la madre, pregando,
    ottenga che nessun percorso le sfasci, o turbine di vento
    le abbatta; giovi che nacquero sui miei monti.
    A lei di rimando il figlio, che volge le stelle del cielo:
    O madre, dove trascini i fati? che cosa chiedi per esse?
    che navi fatte da mano mortale abbiano un destino
    immortale? ed Enea affronti certo gli incerti
    pericoli? a quale mai dio fu concesso un tale potere?
    Ma quando, terminato il viaggio, terranno i porti
    ausoni, a ognuna che sar scampata alle onde,
    e avr trasportato il capo dardanio nei campi laurenti,
    toglier la forma mortale e far che siano dee
    del grande mare, quali la nereide Doto
    e Galatea solcano con il petto i flutti schiumanti.
    Disse, e stabilito ci assent per i fiumi
    del fratello stigio, per le rive di pece della nera
    voragine, e al cenno fece tremare tutto l'Olimpo.
    Era il giorno promesso e le Parche avevano compiuto
    il tempo dovuto: quando la minaccia di Turno
    spinse la Madre a dare le fiamme alle navi.
    Qui dapprima rifulse agli occhi una strana luce,
    e sembr che dall'Aurora trascorresse il cielo un immenso
    nembo e i cori dell'Ida; allora una venerabile voce scende
    attraverso l'aria e romba tra le schiere dei Teucri e dei Rutuli:
    Non affannatevi, o Teucri, a difendere le mie navi
    e non armate la mano: Turno potr bruciare il mare
    prima che i pini sacri. Voi andate libere,
    andate come dee dell'Oceano; lo comanda la madre.
    Sbito tutte le navi strapparono gli ormeggi dalle rive,
    e a guisa di delfini coi rostri sommersi nelle acque
    si dirigono al fondo. Allora, meraviglioso prodigio,
    riemergono altrettante figure virginee e vanno sulle acque,
    (quante stavano prima a riva prue di bronzo).
    Sbigottirono nellanimo i Rutuli; atterrito lo stesso
    Messapo sui cavalli imbizzarriti, s'arresta persino il fiume
    risuonando rauco, e il Tevere ritrae il passo dal mare.
    Tuttavia non svan la fiducia all'audace Turno;
    anzi solleva gli animi con le sue parole, e grida:
    Il prodigio colpisce i Troiani, ai quali lo stesso Giove
    strappa il consueto rifugio; non aspettano dardi e fuochi
    rutuli. Dunque il mare  impraticabile ai Teucri,
    e non hanno speranza di fuga, sottratta loro met del mondo;
    la terra in nostra mano; in molte migliaia
    i popoli italici brandiscono armi. Non mi spaventano
    i fatali responsi degli dei, seppure i Frigi se ne vantano;
    fu dato abbastanza a Venere e ai fati: i Teucri toccarono
    i campi della fertile Ausonia. Ho anch'io fati
    opposti ai loro: distruggere col ferro la stirpe scellerata
    che mi strappa la sposa; questo dolore non punge
    soltanto gli Atridi, n solo Micene pu prendere le armi.
    - Ma basta perire una volta: - doveva bastare
    anche la colpa precedente, se poi avessero appreso
    a odiare tutte le donne. Li rincuora la fiducia
    nel vallo interposto, L'ostacolo dei fossati, brevi
    intervalli di morte. Ma non videro le mura di Troia
    fabbricate dalle mani di Nettuno crollare tra le fiamme?.
    E voi, o eletti, chi  pronto a infrangere il vallo col ferro
    e assale insieme con me il campo atterrito?
    Non mi servono le armi di Vulcano, n mille navi
    contro i Troiani: e si alleino pure tutti gli Etruschi.
    Essi non temano le tenebre n il vile furto del Palladio,
    uccise per largo spazio le guardie della rocca;
    noi non andremo a occultarci nel cieco ventre del cavallo:
    alla luce, apertamente, vogliamo recingere le mura di fuoco.
    Far che non pensino di dovere confrontarsi coi Danai
    e coi giovani pelasgi che Ettore trattenne per dieci anni.
    Ma ora, poich  gi trascorsa la parte migliore del giorno,
    per ci che rimane, o uomini, lieti della bella impresa,
    ristorate i corpi, e attendete pronti la battaglia.
    Frattanto affidano a Messapo il compito di presidiare le
    porte con corpi di guardia, e di cingere le mura di fiamme.
    Scelgono sette e sette Rutuli per sorvegliare
    i ripari; ma ognuno di loro seguono cento
    giovani coi pennacchi purpurei e scintillanti d'oro.
    Trascorrono, mutano i turni, e sparsi per l'erba
    indulgono al vino, e vuotano crateri di bronzo.
    Risplendono i fuochi; le guardie passano l notte
    insonne nel gioco.
    Questo i Teucri scorgono dall'alto del vallo,
    e occupano in armi le torri, ed esplorano, trepidi d'ansia,
    le porte, e congiungono ponti e bastioni,
    e portano armi. Li spronano Mnesteo e il fiero Seresto,
    che il padre Enea, se mai le avversit lo richiedessero,
    aveva deciso fossero capi dei giovani e maestri delle opere.
    Tutto l'esercito sui muri, sorteggiato il pericolo,
    bivacca ed esercita i turni: ognuno deve vigilare.
    Niso custodiva la porta, fortissimo in armi
    figlio di Irtaco, che ad Enea aveva mandato compagno
    l'Ida folto di cacce, veloce con l'asta e con le lievi frecce;
    e vicino, amico, Eurialo del quale nessuno
    vi fu pi bello tra gli Eneadi n vest armi troiane,
    ragazzo che adornava il volto di imberbe giovinezza.
    Avevano un solo amore, e uniti correvano in guerra;
    anche allora in guardia comune presidiavano la porta.
    Niso dice: Gli dei infondono questo ardore nell'animo,
    Eurialo, o a ciascuno diviene un dio la propria smania crudele?
    Da tempo il cuore mi sprona a gettarmi nella battaglia
    o in qualcosa di grande, e non s'appaga della placida quiete.
    Vedi quale fiducia degli eventi possieda i Rutuli.
    Guizzano rari fuochi; giacciono snervati
    dal sonno e dal vino; tacciono i luoghi d'intorno.
    Senti che cosa io progetti, e cosa mi sorga nell'animo.
    Tutti, il popolo e i padri, chiedono che si richiami Enea,
    e che si mandino uomini a riportare notizie certe.
    Se possono promettere ci che chiedo per te - a me basta
    la gloria dell'impresa -, sotto quel colle credo
    di poter trovare la via per le mura e la citt pallantea.
    Eurialo stup, turbato dal gran desiderio di gloria;
    e insieme parla cos all'ardente amico:
    Non vuoi dunque, o Niso, prendermi per compagno
    nelle imprese pi nobili? Mander solo te nei maggiori pericoli.
    Non m'insegn questo il padre Ofelte, avvezzo alle battaglie,
    allevandomi tra il terrore argolico e il travaglio
    di Troia; n con te mi comportai cos
    seguendo gli estremi fati del magnanimo Enea;
    vi  qui un animo che non si cura della luce, e crede
    si paghi equamente con la vita l'onore cui tendi.
    E Niso: Certo non temevo questo di te,
    sarebbe ingiusto: cos il grande Giove a te mi renda
    in trionfo, o chiunque guarda l'impresa con giusti occhi.
    Ma se alcuno (tante sono le alternative che vedi in questo frangente)
    se il caso o un dio mi travolgesse nella rovina,
    vorrei che tu sopravvivessi; la tua et  pi degna di vita.
    Se io fossi ucciso in battaglia o riscattato a prezzo, vi sarebbe
    chi m'affidi alla terra, o se la consueta Fortuna lo vieta,
    chi mi renda, da lontano, le esequie ed onori il mio sepolcro.
    Non vorrei essere la causa di tanto dolore a tua madre
    sventurata, che sola os seguirti fra tante madri,
    ragazzo, e non si cur della citt del grande Aceste.
    Ma quello: Intessi inutilmente vane ragioni,
    ormai la mia decisione non muta ed  irremovibile.
    Affrettiamoci, disse. E subito desta le sentinelle.
    Quelli subentrano e osservano i turni; lasciata la guardia,
    egli s'incammina in compagnia di Niso e cercano il re.
    Per tutte le terre gli altri viventi nel sonno
    scioglievano le ansie e i cuori dimentichi degli affanni,
    i primi capi dei Teucri, scelti guerrieri,
    tenevano consiglio sulle cose essenziali del regno:
    che debbano fare, chi mandi il messaggero ad Enea.
    Si ergono appoggiati alle lunghe aste, imbracciando gli scudi
    nel mezzo del campo e dal piano. Allora Niso
    ed Eurialo chiedono eccitati di essere subito ammessi:
    la cosa era grande e valeva l'indugio. Iulo per primo
    li accolse trepidanti, e comand a Niso di parlare.
    Allora cos l'Irtacide: Ascoltate con animo benevolo,
    o Eneadi, e non giudicate le proposte dai nostri anni.
    I Rutuli, snervati dal sonno e dal vino, tacciono;
    noi abbiamo esplorato un luogo adatto alle insidie,
    che s'apre al bivio della porta prossima al mare;
    l s'interrompono i fuochi, e un nero fumo si leva
    alle stelle; se ci permettete di approfittare della fortuna,
    cercando Enea e le mura pallantee, presto
    ci vedrete tornare carichi di spoglie, e compiuta
    una grande strage. La via non c'inganner nell'andare:
    durante le nostre cacce continue vedemmo in un'ombrosa
    valle affacciarsi la citt e perlustrammo tutto il fiume.
    Allora grave di anni e maturo d'animo Alete:
    O dei patrii, sotto il cui presidio permane Troia,
    non avete deciso di distruggere completamente i Teucri,
    se producete simili animi di giovani e cuori
    tanto sicuri (parlando, stringeva le spalle e le destre
    di entrambi, e rigava di lagrime il volto e le guance).
    Quali degni premi, o valorosi, per questa gloria
    io penso che vi si possano rendere? prima i pi belli
    ve li daranno gli dei e la vostra indole; poi gli altri
    ve li consegner presto il pio Enea, e Ascanio
    non toccato dagli anni, che mai sar immemore di tanto merito.
    S, io, la cui sola salvezza  il ritorno del padre,
    continua Ascanio, per i grandi Penati, o Niso,
    e il Lare di Assaraco e il sacrario della candida Vesta,
    io giuro; qualunque sia la mia fortuna e fiducia,
    la pongo nel vostro grembo: richiamate il padre,
    restituite la sua presenza; riavutolo, nulla sar triste.
    Vi dar due coppe forbite d'argento e sbalzate
    di fregi, che il padre prese nella vinta Arisba,
    e una coppia di tripodi, due grandi talenti d'oro,
    un cratere antico che offr la sidonia Didone.
    Ma se ci toccher in sorte di prendere vittoriosi l'Italia,
    di conquistarne lo scettro, hai visto il cavallo su cui Turno andava
    aureo nell`armi? quello, e lo scudo e il rosso cimiero,
    escluder dal sorteggio, fin d'ora tuoi premi, o Niso.
    Inoltre il padre ti dar dodici bellissimi corpi di donna,
    e dodici prigionieri, ognuno con le sue armi;
    e quanto di terra possiede il re Latino.
    Ma te, ammirevole ragazzo, che la mia et segue
    pi da vicino, io gi accolgo con tutto il cuore
    e abbraccio come compagno in ogni vicenda:
    non cercher nessuna gloria senza di te nelle imprese;
    pace o guerra ch'io faccia, avr massima fiducia in te,
    di fatti e di parole. Eurialo gli risponde cos:
    Nessuna giornata mi accusi impari ai forti ardimenti;
    mi basta: poi, sopravvenga la sorte favorevole o avversa.
    Ma sopra tutti i premi, di uno solo ti prego:
    ho con me la madre, dell'antica stirpe di Priamo,
    a cui, sventurata, la terra d'Ilio e la citt
    del re Aceste non impedirono di partire con me.
    Ora la lascio ignara di questo pericolo, qualunque sia,
    e insalutata (mi siano testimoni la notte e la tua destra),
    poich non potrei sopportare le sue lagrime.
    Ma tu, prego, consola la misera e soccorri l'abbandonata.
    Lascia che porti questa speranza di te.
    Andr pi audace incontro a tutte le sorti. Turbati
    i Dardanidi piansero; e pi di tutti il leggiadro iulo,
    e gli strinse il cuore l'immagine dell'amore paterno.
    Allora parla cos:
    Ripromettiti quanto sia degno della tua grande impresa.
    Lei mi sar madre, e solo le mancher il nome di Creusa,
    n una piccola riconoscenza attende l'aver avuto
    un simile figlio. Qualunque sar l'esito dell'impresa,
    giuro sul mio capo, sul quale il padre soleva giurare:
    ci che prometto a te nel ritorno e nella fortuna propizia,
    lo stesso attender tua madre e la stirpe.
    Cos dice in lagrime; e insieme sfila dall'omero la spada
    d'oro che Licaone di Cnosso fece con arte mirabile,
    e l'aveva adattata maneggevole alla guaina d'avorio.
    Mnesteo d a Niso una pelle, spoglia
    d'un irsuto leone; scambia l'elmo il fido Alete.
    Subito si mettono in marcia armati; tutta la schiera
    dei capi, giovani e vecchi, presso le porte
    li segue con voti. Il leggiadro Iulo,
    mostrando anzitempo un animo e un pensiero virile
    affidava molti messaggi da portare al padre: ma tutti
    li disperdono i venti e li donano vani alle nubi.
    Usciti, superano i fossi, e nell'ombra della notte
    si dirigono al campo nemico, ma prima sarebbero stati
    di eccidio a molti. Sull'erba vedono corpi rovesciati
    dal sonno e dal vino, carri con il timone alzato sulla riva,
    uomini tra briglie e ruote, e giacere insieme
    armi e otri. Per primo l'Irtacide parl cos:
    Eurialo, osiamo col braccio; la situazione c'invita.
    La via  per di qua. Affinch nessuna schiera
    possa coglierci da tergo, provvedi e vigila da lontano;
    io seminer strage, e ti guider in un vasto solco.
    Cos dice, e frena la voce; ed assale con la spada
    il superbo Ramnete, che su spessi tappeti
    ammucchiati spirava sonno dal profondo del petto:
    era re e augure, gratissimo al re Turno,
    ma con l'augurio non pot allontanare da s la rovina.
    Vicino uccide tre servi che giacevano a caso
    tra le armi, e lo scudiero di Remo; all'auriga trovato
    sotto i cavalli col ferro squarcia il collo riverso;
    poi decapita il loro padrone, e lascia il tronco
    rantolante nel sangue; la terra e i giacigli s'intridono
    caldi di nero umore. E anche Lamiro e Lamo,
    e il giovane Serrano, che aveva giocato fino alla notte
    pi tarda, bellissimo d'aspetto, giaceva con le membra vinte
    dall'eccesso del dio.
    Come un leone digiuno che sconvolge un gremito ovile
    (lo spinge una fame furiosa) e addenta e trascina le tenere
    pecore mute di terrore; ruggisce con le fauci insanguinate.
    Non minore la strage di Eurialo; ardente anch'egli
    imperversa, e nel folto assale una grande anonima
    folla, Fado, e Erbeso, e Reto e Abari
    inconsapevoli; Reto si era svegliam e tutto vedeva,
    celandosi atterrito dietro un grande cratere:
    mentre si alzava Eurialo gli immerse da presso la spada
    in pieno petto, e la estrasse con molta morte.
    Quegli emette l'anima purpurea, e morendo rigetta
    vino misto a sangue; questi, fervido incalza nell'agguato.
    Si appressava ai compagni di Messapo; l vedeva
    morire l'ultimo fuoco e legati secondo l'usanza
    i cavalli a brucare l'erba, quando brevemente Niso:
    - Siamo trasportati da troppa foga di strage -
    smettiamo, disse, poich s'avvicina la luce nemica;
    ci siamo vendicati abbastanza; e s'apre la via tra i nemici.
    Lasciano numerose armi di guerrieri, forgiate
    in argento massiccio, e crateri e bei tappeti.
    Eurialo afferra, adattandole alle spalle inutilmente forti,
    le borchie di Ramnete e la tracolla a placche d'oro,
    che un tempo il ricchissimo Cedico mand in dono
    a Remulo tiburte, stringendo amicizia da lontano;
    quegli morendo la d in possesso al nipote; dopo la morte
    i Rutuli se ne impadroniscono guerreggiando in battaglia.
    Poi indossa l'elmo di Messapo, agevole e adorno
    di creste. Escono dal campo, e prendono vie sicure.
    Frattanto cavalieri mandati in avanscoperta dalla citt latina,
    mentre il grosso dell'esercito indugia schierato nella pianura,
    andavano e portavano a Turno risposte del re:
    trecento, tutti armati di scudi, guidati da Volcente.
    E gi s'avvicinavano al campo, e arrivavano al muro,
    quando li scorgono lontano piegare in un sentiero a sinistra;
    L'elmo trad l'immemore Eurialo nell'ombra
    luminescente della notte, e rifulse percosso dai raggi.
    Non pass inosservato. Grida dalla schiera Volcente:
    Fermatevi, uomini; che ragione all'andare? che soldati
    siete? dove vi dirigete? Essi non si fecero incontro,
    ma fuggirono veloci nel bosco e s'affidarono alla notte.
    Da tutte le parti i cavalieri si slanciano nei noti
    bivii e circondano di guardie tutti gli sbocchi.
    Era una vasta selva irta di cespugli e di nere
    elci, e dovunque la riempivano fitti rovi;
    lucevano radi sentieri tra piste occulte.
    Ostacolano Eurialo le tenebre dei rami e la pesante preda,
    e il timore lo trae in inganno con la direzione delle vie.
    Niso s'allontana. Incauto, oltrepassa il nemico,
    e i luoghi che dal nome di Alba si chiamarono Albani
    - allora alte pasture deteneva il re Latino -
    quando si ferma e si volge inutilmente all'amico scomparso:
    Eurialo, infelice, dove mai ti ho lasciato?
    E per dove seguirti? Ripercorrendo tutto l'incerto cammino
    della selva ingannevole, e insieme scrutando le orme,
    le percorre a ritroso ed erra tra i cespugli silemi.
    Ode i cavalli, ode lo strpito e il richiamo degli inseguitori:
    non passa lungo tempo quando gli giunge agli orecchi
    un clamore e vede Eurialo; gi tutta la turba,
    con improvviso tumulto impetuoso, trascina lui oppresso
    dall'inganno  della  notte  e  del  luogo,  lui  che tenta invano ogni
    difesa.
    Che fare? con quali forze ed armi oser salvare
    il giovane? o si getter per morire sulle spade
    nemiche, e affretter con le ferite la bella morte?
    Rapidamente ritratto il braccio vibrando l'asta,
    e guardando l'alta Luna, prega cos:
    Tu, o dea, favorevole soccorri la nostra sventura,
    bellezza degli astri, latonia custode dei boschi.
    Se mai per me il padre Irtaco port doni
    alle tue are, e io li accrebbi con le mie cacce,
    o li appesi alla volta del tempio, o li affissi al santo fastigio,
    fa' che sconvolga quella schiera, e guida l'arma nell'aria.
    Disse, e con lo sforzo di tutte le membra scagli il ferro:
    L'asta volando flagella le ombre della notte,
    e di fronte colpisce lo scudo di Sulmone, e ivi
    s'infrange, e attraversa i precordi col legno spezzato.
    Quello rotola gelido vomitando dal petto
    un caldo fiotto, e batte i fianchi in lunghi singulti.
    Scrutano intorno. Imbaldanzito, ecco Niso
    scagliare una lancia dalla sommit dell'orecchio.
    E mentre s'affannano, l'asta attraversa le tempie di Tago,
    stridendo, e tiepida rimase nel cervello trafitto.
    Infuria atroce Volcente, e non scorge in nessun luogo
    l'autore del colpo, n dove possa scagliarsi rabbioso.
    Ma tu intanto mi pagherai con caldo sangue
    la pena di entrambi, disse; e snudata la spada,
    si gett su Eurialo. Allora sconvolto, impazzito
    Niso grida - non seppe celarsi pi a lungo
    nelle tenebre, o sopportare un tale dolore -:
    Io, io, sono io che ho colpito, rivolgete contro di me il ferro,
    Rutuli! L'insidia  mia; costui non os e non pot
    nulla (lo attestino il cielo e le consapevoli stelle);
    soltanto am troppo lo sventurato amico.
    Cos diceva; ma la spada vibrata con violenza
    trafisse il costato e ruppe il candido petto.
    Eurialo cade riverso nella morte, il sangue scorre
    per le belle membra, e il capo si adagia reclino sulla spalla:
    come un fiore purpureo quando, reciso dall'aratro,
    languisce morendo,o come i papaveri che chinano il capo
    sul collo stanco quando la pioggia li opprime.
    Ma Niso s'avventa sul folto e cerca fra tutti
    il solo Volcente, contro il solo Volcente si ostina.
    I nemici, addensatisi intorno a lui da tutte le parti,
    lo stringono da presso; egli incalza ugualmente
    e ruota la spada fulminea, finch non la immerse
    nella bocca del rutulo urlante, e morendo tolse la vita
    al nemico. Allora, trafitto, si gett sull'amico
    esanime, e alfine ripos in una placida morte.
    Fortunati entrambi! Se possono qualcosa i miei versi,
    mai nessun giorno vi sottrarr alla memoria del tempo,
    finch la casa di Enea abiti l'immobile rupe
    del Campidoglio, e il padre romano abbia l'impero.
    I Rutuli vincitori, impadronitisi della preda e delle
    spoglie, piangendo portavano nel campo l'esanime Volcente.
    Nel campo c'era un uguale cordoglio per il ritrovamento
    di Ramnete esangue, e di tanti capi uccisi da un'unica spada
    e Serrano e Numa. Un immenso accorrere intorno
    ai corpi, e agli uomini agonizzanti, sul luogo recente
    di tiepida strage, ai ruscelli pieni di sangue schiumoso.
    Riconoscono tra loro le spoglie e l'elmo splendente
    di Messapo, e le falere riconquistate con molto sudore.
    E gi la prima Aurora, lasciando il croceo letto
    di Titone, cospargeva di nuova luce la terra:
    e irradiatosi il sole, e svelate le cose dalla luce,
    Turno suscita gli uomini alle armi, anch'egli cinto
    di armi; ogni capo guida le bronzee schiere
    alla lotta, e inasprisce con grida diverse le ire.
    Infiggono sulle aste innalzate (miserevole vista)
    le teste di Eurialo e di Niso e le seguono con grande clamore.
    I duri Eneadi opposero la schiera nella parte sinistra
    del muro (la destra  cinta dal fiume), e occupano
    i profondi fossati e stanno mesti sulle alte torri;
    mentre avanzavano le teste confitte dei giovani,
    anche troppo note agli infelici, e fluenti di nero sangue.
    Frattanto volando la Fama, messaggera alata, corre
    per la citt impaurita e giunge agli orecchi della madre
    di Eurialo: sbito il calore abbandona le ossa della sventurata.
    La spola le balza di mano e il gomitolo si svolge.
    L'infelice si precipita fuori, e con urla femminee
    strappandosi i capelli, corre forsennata alle mura
    e alle prime schiere, non dei guerrieri, non del pericolo
    memore o dei dardi; e riempie il cielo di lamenti:
    Cos ti rivedo, Eurialo? Tu, tardo riposo
    della mia vecchiaia, hai potuto lasciarmi sola,
    o crudele? e non permisero alla madre infelice di parlarti
    per l'ultima volta, prima di mandarti in tali pericoli?
    Ahi, giaci in una terra ignota, abbandonato in preda
    alle cagne latine e agli uccelli; n, madre, io guidai
    le tue esequie, o ti chiusi gli occhi, o ti lavai le ferite,
    coprendoti della veste che in fretta tessevo di notte
    e di giorno, e con la tela consolavo le pene senili.
    Dove cercarti? che suolo ora possiede le membra
    e il corpo mutilato e la lacera salma? questo mi riporti
    di te, o figlio? questo seguii per terra e per mare?
    Trafiggetemi, o Rutuli, se vi  piet, scagliatemi
    tutti i dardi, sopprimete me per prima col ferro;
    oppure commisera tu, grande padre degli dei, e sprofonda
    nel Tartaro con un fulmine questo mio capo odioso;
    poich non posso spezzare altrimenti la crudele vita.
    Gli animi si turbarono a questo pianto, e and fra tutti
    un mesto gemito; le forze s'infrangono torpide alla lotta.
    Lei che infiammava il pianto, Ideo e Attore
    prendono tra le braccia, per ordine di Ilioneo e di Iulo
    che versava molte lagrime, e la riportano nella casa.
    Ma la tromba strepit lontano con bronzo canoro
    un terribile suono; segue un clamore, e il cielo rimbomba.
    I Volsci, disposti a testuggine, s'avventano insieme,
    e s'apprestano a riempire i fossati e a schiantare gli spalti.
    Parte cercano un varco, e salgono con scale sulle mura,
    dove la schiera  rada e il cerchio di pochi guerrieri
    traluce. Di contro i Teucri saettano dardi
    d'ogni genere, e respingono con duri pali,
    avvezzi per lunga guerra a difendere le mura.
    Rotolavano pietre di peso rovinoso, se mai potessero
    rompere la schiera coperta, mentre quelli al riparo
    della folta testuggine vogliono sostenere ogni colpo.
    Ma non reggono pi: dove incalza una grande turba
    i Teucri rotolano e precipitano un enorme macigno
    che atterra vastamente i Rutuli, e spezza la copertura
    dell'armi. Gli audaci Rutuli non vogliono pi combattere
    con cieca lotta, ma cercano di ricacciarli dagli spalti.
    In un'altra parte, orrendo a vedersi, Mezenzio
    squassa una torcia etrusca e appicca fuochi fumosi;
    e Messapo, domatore di cavalli, nettunia prole,
    squarcia gli spalti e chiede scale per le mura.
    Voi, o Calliope, prego, ispirate al cantore
    che stragi ivi col ferro, che eccidi allora produsse
    Turno, e chi ciascuno dei guerrieri sprofond nell'Orco;
    e svolgete con me i grandi orli della guerra
    (infatti ricordate, o dee, e potete narrare).
    Vi era una torre, erta allo sguardo, e con alti ponti,
    in un luogo opportuno, che tutti gli Italici cercavano di
    espugnare con sforzo supremo, e di abbattere con somma potenza
    di mezzi; i Troiani la difendevano con macigni
    e folti saettavano dardi attraverso il varco delle feritoie.
    Per primo Turno scagli una fiaccola ardente,
    e appicc il fuoco al fianco; divampato per il vento,
    il fuoco afferr i tavolati e si apprese alle porte e le consunse.
    All'interno trepidano confusi, e cercano invano
    uno scampo al pericolo: mentre si addensano e si ritraggono
    in una parte immune dalla rovina, la torre croll
    con uno schianto improvviso, e tutto il cielo rimbomba dal fragore.
    Morenti precipitano in terra, inseguiti dalla mole smisurata,
    trafitti dai loro stessi dardi e coi petti trapassati
    dal duro legno. A stento il solo Elenore
    e Lico sfuggirono; fra essi il giovanissimo Elenore,
    che la schiava Licimnia aveva allevato di nascosto
    al re della Meonia e mandato con armi vietate a Troia,
    leggero con la nuda spada e ancora privo di gloria col bianco scudo.
    Quando vide di essere in mezzo alle migliaia di Turno,
    e da tutte le parti schiere e schiere latine,
    al pari d'una fiera, che circondata da un fitto cerchio
    di cacciatori infuria contro le armi e si getta consapevole
    incontro alla morte e balza sugli spiedi da caccia,
    cos il giovane irrompe in mezzo ai nemici
    per morire, e si lancia dove scorge pi fitte le armi.
    Molto migliore nella corsa, Lico fugge rasente alle mura
    tra i nemici e le armi, e cerca di aggrapparsi
    alle tettoie e di toccare le mani dei compagni.
    Inseguendolo con la corsa e con l'arme,
    Turno vittorioso grida cos: Sperasti, o folle,
    di potermi sfuggire di mano?, e insieme lo afferra
    a mezz'aria, e lo svelle con una grande parte del muro:
    come l'armigero uccello di Giove alzandosi nel cielo
    solleva con gli artigli una lepre o un candido cigno,
    o un lupo sacro a Marte rapisce dalle stalle un agnello
    cercato dalla madre con molti belati. Dovunque
    si leva un clamore; balzano e riempiono di terriccio i fossati;
    altri scagliano torce ardenti alla sommit delle mura.
    Ilioneo con un masso, immane scheggia di monte,
    abbatte Lucezio che s'affrettava alla porta recando fuoco,
    Ligeri atterra Emazione, Asila abbatte Corineo,
    Luno valido col giavellotto, L'altro da lontano con frecce
    insidiose; Ceneo abbatte Ortigio, Turno il vittorioso Ceneo,
    e Turno ancora Iti e Clonio e Dioxippo e Promolo
    e Sagari e Ida che difende le altissime torri.
    Capi abbatte Priverno. Prima lo aveva sfiorato la leggera
    asta di Temilla; egli insensato port la mano
    alla ferita, gettato lo scudo; vol alata una freccia
    e gli infisse la mano al fianco sinistro, e profonda
    gli ruppe con una letale ferita le vie del respiro.
    Si ergeva in armi straordinarie il figlio di Arcente,
    con una clamide ricamata e splendente di porpora iberica,
    bello d'aspetto, che il padre Arcente mandava,
    cresciuto nel bosco della Madre intorno al fiume Simeto,
    dov' la grassa e benigna ara di Palico;
    deposte le lance, Mezenzio rotea intorno al capo
    tre volte la fionda fischiante, impugnata la cinghia,
    e a lui che gli s'opponeva spacca nel mezzo le tempie
    con piombo fuso, e lo abbatte disteso sulla sabbia.
    Si dice che allora per la prima volta Ascanio scagliasse
    in guerra le rapide frecce, lui che era avvezzo a cacciare
    le fiere fuggitive e che rovesciasse il forte Numano,
    detto anche Remulo, che aveva da pco congiunta
    a s nel talamo la sorella minore di Turno.
    Davanti alla prima schiera, costui andava strepitando
    cose degne e indegne di essere riferite, orgoglioso
    in cuore del nuovo regno, e avanzava imponente con grida:
    Non vi vergognate di essere di nuovo assediati in un vallo,
    o Frigi presi due volte, e di frapporre muri alla morte?
    Ecco chi in guerra richiede i nostri connubii!
    Qual dio, quale follia vi spinse in Italia?
    Qui non sono gli Atridi, o il mentitore Ulisse.
    Gente dura per stirpe, portiamo sbito i figli
    al fiume, e li induriamo nel crudele gelo e nelle onde;
    i fanciulli vegliano nella caccia e battono le selve;
    un gioco  guidare i cavalli e scagliare frecce con l'arco.
    I giovani, avvezzi alle fatiche e contenti del poco,
    affaticano la terra coi rastrelli o abbattono fortezze in guerra.
    Ogni et si consuma maneggiando il ferro: pungoliamo
    le terga dei giovenchi con la lancia rovesciata; n la tarda
    vecchiaia debilita le forze dellanimo e muta il vigore;
    serriamo la canizie nell'elmo; e ci piace raccogliere
    prede sempre recenti e vivere di razzie.
    La vostra veste  colorata di croco e di fulgida porpora;
    voi amate l'accidia; vi piace abbandonarvi alle danze;
    avete tuniche con le maniche, mitre con nastri.
    O Frigie davvero, non Frigi, andate per l'alto Dindimo,
    dove il flauto suona agli iniziati con duplice canna!
    I cembali e i legni berecinzi della Madre Ida vi chiamano;
    lasciate le armi agli uomini, rinunziate al ferro.
    Ascanio non sopport che quello si vantasse cos
    e ripetesse ingiurie feroci; facendogli fronte protese
    un dardo sulla corda equina, e divaricando le braccia
    si appost, pregando supplice Giove con voti:
    Giove onnipotente, asseconda l'audace impresa.
    Io stesso porter ai tuoi templi doni solenni,
    e davanti alle are porr un giovenco con la fronte dorata,
    candido, che gi sollevi il capo all'altezza della madre,
    e assalga con le corna.
    Il padre ud, e dalla parte serena del cielo
    tuon a sinistra; mentre vibra l'arco fatale,
    scatt la freccia tirata con un sibilo orrendo, e s'infigge
    nel capo di Remulo e trapassa col ferro le cave tempie.
    V, deridi il valore con superbe parole!
    Questo rispondono ai Rutuli i Frigi presi due volte.
    Ascanio disse soltanto cos. I Teucri lo seguono con un
    grido, e fremono di gioia e sollevano gli animi alle stelle.
    Allora per caso nelle regioni eteree Apollo crino
    vedeva dall'alto le schiere ausonie e la citt,
    seduto su una nube, e parla cos al vittorioso iulo:
    Viva il tuo nuovo valore, fanciullo; cos si giunge
    agli astri, o generato da dei e destinato a generare dei.
    Giustamente tutte le guerre future si placheranno per fato
    sotto la stirpe di Assaraco. Troia non ti basta.
    Detto questo, discende dall'alto etere, solca
    le brezze spiranti, e raggiunge Ascanio. Muta l'aspetto
    del volto nel vecchio Bute (il quale era stato prima
    scudiero del dardanio Anchise e fedele custode alle soglie;
    allora il padre lo diede per compagno ad Ascanio). Andava
    Apollo in tutto simile al vegliardo, e la voce e il colore
    e i bianchi capelli e le armi dal terribile suono,
    e si rivolge con queste parole all'ardente Iulo:
    Basti, figlio di Enea, avere colpito senza pericolo
    Numano coi tuoi dardi; il grande Apollo ti accorda
    codesta prima gloria, e non t'invidia le armi
    pari alle sue. Ma ora, fanciullo, desisti dalla guerra.
    Cominciando cos, Apollo a met del discorso
    lasci l'aspetto mortale e svan alla vista lontano
    nell'aria sottile. I capi dardanidi riconobbero il dio
    e le armi divine, e sentirono la faretra risuonante nella fuga.
    Con le parole e con il nume di Apollo impediscono
    di combattere al bramoso Ascanio; subentrano di nuovo
    nella lotta; e gettano l'anima negli aperti pericoli.
    V il grido per i bastioni su tutte le mura; tendono
    l'arco e torcono la cinghia dell'asta scagliandola.
    Il suolo  tutto ricoperto di dardi; e gli scudi e i cavi
    elmi risuonano ai colpi; sorge un'aspra battaglia:
    come, venendo dall'occidente coi piovosi Capretti,
    uno scroscio flagella la terra; come i nembi densi di grandine
    precipitano nei flutti, quando Giove, orrido d'austri,
    scatena una tempesta d'acqua e in cielo squarcia le cave nubi.
    Pandaro e Bizia, nati da Alcnore ido,
    che la silvestre Iera allev nel bosco di Giove
    giovani simili ai patrii abeti ed ai monti,
    aprono la porta, affidata loro per ordine di Enea,
    fidando nell'armi, e provocano il nemico alle mura.
    All'interno, simili a torri, a destra e a sinistra,
    si ergono armati di ferro, e ondeggianti
    di pennacchi le alte teste: come due aeree querce
    che sollevano al cielo il capo fronzuto e oscillano
    con altissima cima intorno alle limpide correnti,
    sulle rive del Po o lungo l'Adige ameno.
    I Rutuli irrompono, appena vedono il varco aperto:
    subito Quercente e Aquicolo bello nell'armi
    e Tamaro impetuoso d'animo e il marzio Emone
    con tutte le squadre volsero le spalle fuggendo,
    o lasciarono la vita sullo stesso limitare della porta.
    Allora divampano di pi nei cuori discordi le ire;
    e gi i Troiani si raccolgono e s'addensano nel medesimo
    luogo, e osano venire allo scontro e slanciarsi avanti.
    Mentre il condottiero Turno infuria in una parte diversa
    e travolge guerrieri, gli giunge notizia che il nemico
    ferve di nuova strage e offre le porte aperte.
    Abbandona l'impresa, e spinto da un'ira tremenda
    corre alla porta dardania e contro i due fratelli superbi.
    Prima lanciando un giavellotto abbatte Antifate
    (egli avanzava per primo), figlio bastardo di madre tebana
    e del grande Sarpedone; vola l'italico corniolo
    per la tenera aria, e infisso nello stomaco affonda
    nel profondo del petto; dalla cavit della nera ferita
    sgorga un fiotto schiumoso, e il ferro intiepidisce nel
    polmone trafitto. Poi abbatte Merope e Erimanto, e Afidno,
    poi Bizia ardente negli occhi e fremente nellanimo,
    ma non con un dardo (per un dardo egli non avrebbe
    perduto la vita). Avventata con sibilo orrendo, venne
    una falarica, a guisa di fulmine; n le due terga taurine,
    n la lorica, servizievole per la duplice squama d'oro,
    poterono sostenerla: crollano di schianto le enormi membra,
    geme la terra; e sopra l'enorme scudo rimbomba.
    Cos sulla riva euboica di Baia cade talvolta
    un pilone di pietre; lo fabbricano con grandi macigni
    e poi lo gettano nel mare: inclinato,
    esso precipita e giace inserito sul fondo dei flutti;
    si rimescolano le acque e si solleva la nera sabbia;
    allora l'alta Procida trema per il rombo, e Ischia,
    duro giaciglio imposto a Tifeo per ordine di Giove.
    Qui Marte, signore della guerra, aggiunse coraggio
    e forze ai Latini, e volse loro nel petto aspri stimoli.
    Mand la Fuga tra i Teucri e il fosco timore.
    Si radunano da tutte le parti: ora che  offerta battaglia,
    e il dio guerriero invade gli animi.
    Quando Pandaro vede il fratello col corpo abbattuto,
    e scorge dove sia la fortuna, qual sorte governi gli eventi,
    sospinge e chiude la porta con grande forza, girando
    il cardine e premendo con le larghe spalle, e lascia molti
    dei suoi esclusi dalle mura nella dura battaglia;
    ma rinchiude altri con s e li riceve mentre corrono dentro,
    folle!, che non vide in mezzo alla schiera il rutulo
    re che irrompeva, e lo rinchiuse nella citt,
    come una tigre feroce tra pecore imbelli.
    Subito un nuovo bagliore gli rifulse negli occhi, e le armi
    strepitarono orrende; tremano sul capo i pennacchi
    sanguigni, e irradia dallo scudo fulmini guizzanti.
    Riconoscono l'odiato aspetto e le membra immani,
    subito sconvolti gli Eneadi. Allora Pandaro enorme
    balza, e ardente d'ira per la morte del fratello
    parla: questa non  la reggia dotale di Amata;
    n Ardea protegge Turno con le patrie mura.
    Vedi il campo nemico; non puoi uscirne.
    A lui sorridendo con calmo petto Turno:
    Comincia, se hai valore nellanimo, e incrocia la destra;
    narrerai a Priamo che anche qui hai trovato un Achille.
    Cos disse. Quegli scaglia con somma violenza
    l'asta rozza di nodi e di ruvida corteccia;
    la accolsero i venti; la saturnia Giunone svi
    il colpo in arrivo, e l'asta s'infisse nella porta.
    Ma non sfuggirai a quest'arma che la mia destra maneggia
    con forza; infatti non  come te l'autore del colpo.
    Cos dice Turno, e balza in alto levando la spada,
    e gli fende a met la fronte tra le tempie,
    e le imberbi mascelle con una vasta ferita.
    Si leva un rombo; la terra  percossa dal peso enorme;
    morendo Pandaro distese a terra in un crollo le membra
    e le armi insanguinate di cervello; in parti uguali
    la testa ricadde di qua e di l dall'una e dall'altra spalla.
    I Troiani si voltano e fuggono con tremante terrore:
    e se subito nel vincitore fosse penetrato il pensiero
    d'infrangere le sbarre e d'introdurre i compagni nelle porte,
    quello sarebbe stato l'ultimo giorno della guerra e del popolo.
    Ma il furore e un folle desiderio di strage lo spinsero
    ardente contro i nemici.
    Prima colse Faleri, e Gige, al quale recide il garretto;
    poi, afferrate le aste, le vibra nella schiena
    dei fuggenti; Giunone gli dispensa animo e forze.
    Aggiunge Ali alla schiera e, trafitto lo scudo, Fegeo;
    e Alcandro, e Alio, e Noemone, e Pritani,
    che ancora suscitavano, ignari, battaglie sulle mura.
    E previene sulla destra dell'argine, violento con la spada
    che vibra, Linceo che gli si lanciava contro e chiamava
    i compagni; il capo, troncato da un solo colpo da presso,
    giacque lontano con l'elmo. Poi Amico
    sterminatore di fiere, del quale nessuno era pi esperto
    nell'intridere i dardi e armare il ferro col veleno;
    e l'eolide Clizio, e Creteo, amico delle Muse,
    Creteo, delle Muse compagno, che sempre si dilettava
    di carmi e della cetra, e di esprimere ritmi sulle corde;
    cantava sempre cavalli e battaglie e armi di eroi.
    Infine i capi teucri, udita la strage dei loro,
    si radunano, Mnesteo e il fiero Seresto;
    vedono i compagni dispersi e il nemico nel campo.
    E Mnesteo: A dove la fuga? dove andrete?,disse.
    Che altre difese avete, e, oltre, che mura?
    Un uomo, o cittadini, circondato dappertutto dai vostri
    bastioni, avr impunemente prodotto una tale strage nella
    citt, e inviati nell'Orco i pi forti fra i nostri giovani guerrieri?
    Non avete piet e pudore, o imbelli, della patria
    infelice, e degli antichi dei, e del grande Enea?.
    Accesi da tali parole s'arrestano, e si dispongono
    in fitta schiera. A poco a poco Turno si ritrae dalla lotta,
    e cerca il fiume e la parte circondata dall'onda;
    e pi ardentemente i Teucri incombono con grande clamor
    e serrano le file. Come una turba incalza
    con armi ostili un feroce leone; quello, sgomento,
    furioso, guardando torvo, arretra; l'ira e il valore
    non tollerano di volgere le spalle, ma non pu,
    bench lo desideri scagliarsi tra le armi
    e gli uomini: cos dubbioso Turno arretra
    con lenti passi, e lanimo ribolle d'ira.
    Si slancia due volte in mezzo ai nemici, e due volte
    li respinge lungo i muri in fuga disordinata;
    dal campo si stringe insieme veloce tutta la gente,
    e la saturnia Giunone non osa infondergli forze
    per resistere; infatti Giove mand dal cielo l'aerea
    Iride, a portare alla sorella duri ordini,
    se Turno non si allontani dalle alte mura dei Teucri.
    Ormai il giovane non riesce a far fronte n con lo scudo
    n col braccio; ed  avvolto dai dardi lanciati da tutte
    le parti. Strepita l'elmo con assiduo tinnire intorno
    alle cave tempie, s'incrina il solido bronzo sotto le pietre;
    i pennacchi sono sbalzati dal capo; lo scudo non regge
    ai colpi; i Troiani raddoppiano con le aste, e sopra tutti
    per veloce impeto Mnesteo. Allora per tutto il corpo
    gronda il sudore e scorre (gli manca il respiro)
    come un fiume di pece; un doloroso ansito scuote
    le membra stanche. Infine, balzando a precipizio, si tuff
    con tutte le armi nel fiume, che col biondo gorgo
    lo accolse e lo sorresse con molli onde,
    e lieto lo rese ai compagni, purificandolo di ogni strage.




















    LIBRO DECIMO.

    Si apre frattanto la casa dell'onnipotente Olimpo,
    e il padre degli dei e re degli uomini convoca un concilio
    nella sede siderea, di dove altissimo guarda
    tutte le terre e il campo dei Dardanidi e i popoli latini.
    Si assidono nella sala a due porte; egli comincia:
    Grandi abitatori del cielo, perch i vostri propositi
    sono tornati indietro e tanto con animi ostili lottate?
    Avevo proibito che l'Italia combattesse con i Teucri.
    Che discordia contro il mio divieto? che timore persuase
    gli uni o gli altri a cercare le armi e a provocare la guerra?
    Verr, non affrettatelo, il giusto tempo della battaglia,
    quando un giorno la fiera Cartagine rovescer sulle rocche
    romane un grande sterminio e varcher le Alpi:
    allora si potr lottare con odio e sconvolgere tutto.
    Ora posate, e stringete lieti un patto concorde.
    Ci brevemente Giove, ma l'aurea Venere non brevemente risponde:
    O padre, eterno potere degli uomini e delle cose!
    (infatti chi altro ormai possiamo implorare?).
    Vedi come i Rutuli oltraggiano e Turno galoppa tra loro
    visibile sui cavalli, e inorgoglito per il favore di Marte
    irrompe? La chiostra delle mura non protegge pi i Teucri:
    anzi impegnano scontri dentro le porte e dentro gli argini
    stessi dei muri, e traboccano di sangue i fossati.
    Enea ignaro  lontano. Non vorrai lasciarli mai
    liberi dall'assedio? di nuovo il nemico e un altro esercito
    minacciano le mura di Troia che rinasce; di nuovo
    il Tidide sorge dall'etola Arpi contro i Troiani.
    Penso davvero che mi attendono altre ferite
    ed io, tua figlia, mi aspetto i colpi di un mortale.
    Se i Teucri hanno raggiunto l'Italia senza il tuo consenso
    e con nume avverso, paghino la colpa, e non aiutarli;
    se invece seguirono i responsi cos numerosi
    che davano i celesti e i Mani, perch ora qualcuno
    pu mutare i tuoi ordini e creare nuovi fati?
    Perch ricordare le navi bruciate sul lido di Erice?
    perch il re delle tempeste e i venti furiosi
    scatenati dall'Eolia? o Iride inviata gi dalle nubi?
    Ora eccita persino i Mani: restava intentata
    solo questa parte dell'universo; e ad un tratto, salita
    nel mondo, Aletto impazza per le citt degli Italici.
    Non m'affanno pi per l'impero; l'ho sperato
    finch dur la fortuna; vinca chi tu vuoi vincitore.
    Se non v' nessuna terra che la tua dura sposa
    concede ai Teucri, ti supplico, o padre, per le rovine
    fumanti di Troia distrutta: sia lecito salvare
    Ascanio dalle armi, sia lecito che sopravviva il nipote.
    Enea sia pure gettato in acque ignote,
    e segua qualunque via la Fortuna gli abbia assegnato:
    almeno io possa proteggere il figlio e sottrarlo alla crudele
    battaglia. Ho Amatunte, e l'alta Pafo e Citera
    e la dimora idalia; deposte le armi, senza gloria,
    trascorra qui la vita. Fai che Cartagine opprima
    l'Ausonia con pieno potere: di qui non si opporr nulla
    alle citt tirie. Che giov scampare alle sciagure
    della guerra, essere fuggito tra le lame argoliche,
    sopportare tanti pericoli del mare e della vasta terra,
    mentre i Teucri cercavano il Lazio e una Pergamo destinata
    a ricadere? Non era meglio posare sulle estreme ceneri
    e sul suolo della patria, dove sorse Troia? Rendi
    agli infelici, ti prego, lo Xanto e il Simoenta, e concedi,
    o padre, ai Teucri di rivivere la vicenda di Troia.
    Allora la regale Giunone spinta da grave furore:
    Perch mi obblighi a rompere un alto silenzio e a svelare
    con parole un segreto dolore? Chi degli uomini o degli dei
    costrinse Enea a guerreggiare e a presentarsi nemico
    al re Latino? Raggiunse l'Italia con l'auspicio dei fati: sia!;
    spinto da Cassandra invasata; ma forse lo esortammo
    a lasciare il campo e a consegnare la vita ai venti?
    ad affidare a un fanciullo la direzione della guerra e le mura,
    a turbare la lealt tirrena e popoli quieti? Quale divinit
    lo indusse in pericolo, quali dure prove gli ha inflitto
    la nostra potenza? dov' qui Giunone, o Iride inviata
    dalle nubi?  ingiusto che gli Italici recingano di fiamme
    Troia che rinasce, e che Turno difenda la patria terra,
    lui che ha per avo Pilumno e la dea Venilia per madre:
    e che importa se i Troiani si scagliano sui Latini con nere
    fiaccole, e soggiogano terre altrui e ne asportano prede?
    e rubano suoceri e strappano dal grembo fanciulle promesse,
    e chiedono pace con la mano e muniscono di armi le navi?
    Tu puoi sottrarre Enea alle mani dei Greci,
    e distendere davanti a lui la nebbia e i venti
    incorporei; e mutare le navi in altrettante Ninfe:
    se noi aiutiamo in qualcosa i Rutuli  delitto?
    Enea ignaro  lontano: resti ignaro e lontano.
    Hai Pafo, e l'Idalio, e l'alta Citera: perch
    provochi una citt gravida di guerra e aspri cuori?
    Noi tentiamo di distruggerti le labili cose dei Frigi?
    noi? oppure chi oppose agli Achivi i Teucri condannandoli
    alla rovina? Che ragione vi fu perch sorgessero in armi
    l'Europa e l'Asia, e perch dissolvessero l'alleanza con un
    ratto?; guidato da me l'adultero dardanio espugn Sparta,
    o io procurai le armi, e secondai con la Lussuria la guerra?
    Allora, i tuoi dovevano temere; ora ti levi
    tardi a ingiuste lagnanze, e agiti vane contese.
    Cos perorava Giunone, e tutti gli abitanti del cielo
    fremevano con diverso parere, come i primi aliti, quando,
    impigliati nelle selve, fremono e volgono un sordo murmure,
    annunciando ai marinai che stanno per sopraggiungere i venti.
    Allora il Padre onnipotente, che detiene il supremo potere,
    comincia; al discorso ammutolisce l'alta dimora degli dei,
    e la terra trema dal fondo; tace l'altissimo etere,
    posano gli zefiri, il mare spiana le placide distese:
    Accogliete dunque nellanimo e imprimetevi le mie parole.
    Poich non  lecito unire in un patto gli Ausoni
    e i Teucri, e non termina la vostra discordia,
    quale sia la sorte che ciascuno abbia oggi, quale la via
    che si desidera, sia troiano o rutulo, io non far distinzione,
    o sia tenuto d'assedio dagli Italici il campo per fatale volere,
    oppure per infausto errore dei Troiani e per sinistri presagi.
    N assolvo i Rutuli. Le proprie imprese a ciascuno
    daranno travagli e fortuna; uguale  il re Giove per tutti.
    I fati troveranno la via. E assent per i fiumi
    del fratello stigio, per le rive bollenti di pece e nella nera
    voragine, e col cenno fece tremare tutto l'Olimpo.
    Qui si fin di parlare. Allora Giove si alza dal trono d'oro,
    e gli abitatori del cielo lo accompagnano in cerchio fino alla soglia.
    Intanto i Rutuli premono intorno a tutte le porte,
    sterminano uomini, e circondano le mura di fiamme.
    La legione degli Eneadi  bloccata nei bastioni,
    senza speranza di fuga: inutilmente gli sventurati
    stanno sulle alte torri, e in rado cerchio cingono i muri.
    Asio, prole di Imbraso, e l'icetaonio Timete
    e i due Assaraci, e il vecchio Timbri con Castore,
    in prima fila; li affiancano entrambi i fratelli di Sarpedone,
    e Claro e Temone, venuti dall'alta Licia.
    Vibra con lo sforzo di tutto il corpo un enorme macigno,
    una parte non esigua di monte, il lirnesio Acmone,
    non inferiore al padre Clizio n al fratello Menesteo.
    Alcuni tentano la difesa con giavellotti, altri con massi,
    e scagliano fuoco, e incoccano frecce sull'arco.
    Tra loro, lui stesso, il fanciullo dardanio,
    giustissima cura di Venere, con la bella testa scoperta,
    brilla come una gemma tra fulvo oro,
    ornamento al collo o al capo: o come l'avorio
    risplende intarsiato con arte nel bosso o nel terebinto
    di Orico; il suo candido collo riceve i disciolti
    capelli, e li allaccia un cerchio di flessibile oro.
    Te pure le magnanime genti videro, Ismaro,
    dirigere colpi, e armare le frecce di veleno,
    o nobile figlio della terra meonia, dove gli uomini
    lavorano grasse colture e le irriga d'oro il Pattolo.
    Vi era anche Mnesteo, esaltato dalla recente gloria
    di avere respinto Turno dall'argine delle mura,
    e Capi, da cui deriva il nome alla citt campana.
    Questi ingaggiavano tra loro gli scontri della dura guerra:
    Enea solcava le acque nel colmo della notte.
    Quando, lasciato Evandro, entr nel campo etrusco,
    si reca dal re, e dice al re il nome e la stirpe:
    che cosa chieda, che offra; che armi si allei
    Mezenzio, e il violento animo di Turno; e ricorda
    quale fiducia si debba porre negli eventi umani,
    e inframmezza preghiere. Tarconte non indugia:
    congiunge le forze, e stringe il patto; allora, sottrattosi
    ai fati, il popolo lidio sale sulle navi per volere
    degli dei, affidato a un capo straniero. La nave di Enea
    naviga per prima, aggiogando sul rostro leoni frigi;
    sopra incombe l'Ida, gratissimo ai profughi teucri.
    Qui siede il grande Enea, e medita tra s
    i vari eventi della guerra; stretto al fianco sinistro,
    Pallante interroga ora le stelle, vie dell'oscura
    notte, ora ci che egli pat in terra e in mare.
    Aprite adesso l'Elicona, o dee, e suscitate il canto:
    che schiera intanto accompagni Enea dalle spiagge
    etrusche, e armi le navi, e percorra il mare.
    Massico solca per primo le acque con la bronzea tigre;
    sotto di lui mille giovani, che lasciarono le mura
    di Chiusi e la citt di Cosa, ed hanno frecce per armi,
    leggere faretre alle spalle, e l'arco mortale.
    Insieme il minaccioso Abante; tutta la sua schiera aveva
    armi splendide, e la poppa fulgeva d'un Apollo d'oro.
    A lui Populonia madre aveva dato seicento
    giovani esperti nella guerra; ma l'Elba trecento,
    isola generosa delle inesauste cave del metallo caro ai Calibi.
    Terzo, interprete d'uomini e di dei, Asila,
    cui obbediscono le fibre delle bestie e le stelle del cielo
    e le lingue degli uccelli e i fuochi presaghi del fulmine,
    ne conduce mille in fitta schiera e con irte lance.
    Pisa, citt alfea per origine, etrusca per suolo
    ordina che gli ubbidiscano. Segue il bellissimo Asture,
    Asture che confida nel cavallo e nelle armi variegate.
    Trecento soldati gli uniscono - tutti sono concordi nel seguirlo -
    quelli che abitano a Cere, e nei campi del Minione,
    e la vecchia Pirgi, e la malsana Gravisca.
    Non io tralascer te, o capo dei Liguri fortissimo
    in guerra, Cunaro, e te, Cupavone seguito da pochi,
    dall'elmo del quale si levano piume di cigno,
    vostro delitto, Amore, e ricordo della forma del padre.
    Narrano infatti che Cicno piangendo l'amato Fetonte,
    mentre cantava tra le fronde di pioppo e l'ombra
    delle sorelle, e consolava con la Musa il mesto amore,
    giunse a una vecchiaia incanutita con molle piuma,
    lasciando la terra, e seguendo con la voce le stelle.
    Il figlio, accompagnando sulla flotta le schiere coetanee,
    sospinge coi remi un enorme Centauro: questo
    incombe erto sull'acqua, e minaccia i flutti con un grande
    macigno, e solca il mare profondo con la lunga carena.
    E Ocno muove una schiera dalle spiagge patrie,
    figlio di Manto fatidica e del fiume etrusco,
    lui che a te diede, o Mantova, mura e nome della madre,
    Mantova ricca d'avi; ma non tutti di un'unica gente:
    ha una triplice stirpe; sotto ciascuna sono quattro popoli per zona.
    Essa  la capitale dei popoli; il nerbo di sangue etrusco.
    Anche di qui Mezenzio suscita contro di s cinquecento in
    armi, che, muovendo dal paterno Benaco, il Mincio, ombreggiato
    da glauche canne, guidava in mare su nave guerriera.
    Va maestoso Auleste, e dall'alto della nave percuote i flutti
    con cento remi; spumeggiano le acque sconvolte.
    La conduce un enorme Tritone, spaventando con una
    conchiglia i flutti cerulei; la figura ispida offre fino ai fianchi
    l'aspetto di un uomo, il ventre termina in pistrice;
    L'onda mormora schiumosa sotto il petto del mostro.
    Tanti scelti capi andavano su trenta navi
    in aiuto a Troia, e solcavano con il bronzo le distese di sale.
    Il giorno aveva gi ceduto alla notte nel cielo, e la divina
    luna batteva il centro dell'Olimpo con il carro vagante
    nella notte: Enea (il travaglio non d requie alle sue membra,
    sedendo regge egli stesso il timone e governa le vele.
    Ed ecco a met della rotta gli viene incontro il coro
    delle sue compagne: le Ninfe, che la madre Cibele
    aveva voluto che fossero numi del mare, e da navi
    si mutassero in Ninfe, nuotavano insieme e solcavano i flutti,
    quante si ersero prima sulla riva prue di bronzo.
    Riconoscono il re da lontano e volteggiano in danze:
    la pi esperta nel parlare, Cimodocea, seguendolo
    tiene con la destra la poppa, ed emerge con il dorso,
    e remiga con la sinistra sotto le tacite onde.
    Allora parla cos all'ignaro: Vegli, o stirpe di dei,
    Enea?  Siamo noi, pini sacri della vetta dell'Ida,
    ora Ninfe del mare, la tua flotta. Quando il perfido Rutulo
    minacciava, a noi pronte a salpare, rovina col ferro e col fuoco,
    riluttanti rompemmo i tuoi ormeggi, e ti cerchiamo
    sulle acque: la Madre ci rifece per piet questo aspetto,
    e concesse che fossimo dee, trascorrendo la vita sotto le onde.
    Ma il fanciullo Ascanio  stretto dai fossati e dal muro
    in mezzo alle armi e ai Latini irti di guerra.
    Gi i cavalieri arcadi tengono i luoghi ordinati
    misti ai forti Etruschi: Turno ha deciso di frapporre
    ad essi le sue torme perch non raggiungano il campo.
    Sorgi, e al sopraggiungere dell'Aurora, per primo chiama
    alle armi i compagni, e prendi lo scudo che invitto
    ti diede lo stesso dio del fuoco, e gli orli ne avvolse d'oro.
    La luce di domani, se non credi vano quanto ti dico,
    vedr enormi cumuli di rutula strage.
    Disse, e con la destra allontanandosi spinse,
    esperta dell'arte, L'alta poppa: quella fugge sull'onde
    pi veloce d'un dardo e d'una freccia che uguaglia i venti,
    poi le altre accelerano la corsa. Stupisce inconsapevole
    il troiano figlio di Anchise; ma si rincuora al presagio.
    Allora guardando la volta del cielo prega brevemente:
    Benigna Madre degli dei, abitatrice dell'Ida, che ami
    il Dindimo, e le citt turrite e le coppie di leoni aggiogati
    al morso, ora tu, guida della battaglia, compi per me
    ritualmente l'augurio, e accompagna con favorevole passo
    i Frigi, o divina. Disse, mentre il giorno accorreva
    tornando con rapida luce e fugava la notte:
    dapprima esorta i compagni a seguire il segnale,
    e a disporre lanimo alle armi e a prepararsi alla battaglia.
    E gi erto sull'alta poppa scorge i Teucri
    ed il suo accampamento: allora con la sinistra solleva
    lo scudo fiammeggiante. Dalle mura i Dardanidi alzano
    un grido alle stelle; la nuova speranza rinfocola l'ira;
    con le mani scagliano dardi: come sotto le nere nubi
    le gru strimonie dnno segnali e attraversano il cielo
    con un rombo e fuggono i Noti con strida gioiose.
    Ma al re rutulo e ai capi ausoni l'evento sembr
    strano, finch non videro le poppe rivolte alla riva,
    e tutto il mare scorrere dolcemente insieme alle navi.
    Arde l'elmo sul capo di Enea, e dal venice del cimiero
    s'irradia una fiamma, e lo scudo d'oro sprigiona
    vasti bagliori: cos talora nella limpida notte
    rosseggiano lugubremente sanguigne comete,
    o nasce l'ardore di Sirio portando sete e morbi
    ai mortali infelici e con sinistra luce contrista il cielo.
    Tuttavia all'audace Turno non svan la fiducia
    di occupare le rive e di respingere dalla terra i venienti.
    [Anzi solleva gli animi con le sue parole, e grida:]
    Come invocaste nei voti, potete sterminarli col braccio:
    Marte stesso  nelle mani degli uomini. Adesso ciascuno
    ricordi la sposa e la casa, rammenti le grandi
    imprese, le glorie dei padri. Corriamo subito all'onda,
    mentre esitanti allo sbarco vacillano nei primi passi:
    la Fortuna favorisce gli audaci. [Chi  tardo  nemico di s
    stesso.]
    Cos dice, e tra s medita chi possa guidare
    all'attacco e a chi affidare l'assedio dei muri.
    Intanto Enea sbarca con pontoni i compagni
    dalle alte navi. Molti spiano il riflusso
    del mare che si abbassa e si gettano sul basso fondo;
    altri scivolano lungo i remi. Tarconte, scrutando la riva,
    dove non teme le secche e l'onda non s'infrange
    mormorando ma senza ostacoli il mare trascorre con un flutto rigonfio,
    rivolge subito la prua, e prega i compagni:
    Ora, o scelta schiera, forzate sui validi remi;
    sollevate, spingete le navi; fendete coi rostri questa terra
    nemica, e la carena scavi da s il proprio solco.
    Non rifiuto d'infrangere la nave in un simile approdo,
    una volta che ha ghermito la terra!. Quando Tarconte
    ebbe detto cos, i compagni sorsero sui remi,
    e lanciarono le navi schiumanti contro i campi latini,
    finch i rostri prendono terra e le chiglie vi s'adagiano
    tutte incolumi. Ma non la tua nave, o Tarconte.
    Mentre, gettata sulla riva, pende dal dorso ineguale
    di una secca, a lungo sorrettasi in bilico, i flutti
    la tormentano e crolla e rovescia gli uomini tra le onde;
    li ostacolano i frantumi di remi e i banchi galleggianti,
    e insieme l'onda rifluendo trascina all'indietro il flusso.
    Nessun indugio o pigrizia trattiene Turno, ma aspro
    trascina tutta la schiera contro i Teucri e li affronta sulla riva
    Suonano le trombe. Per primo Enea assal,
    augurio alla battaglia, le torme agresti, e costern i Latini,
    uccidendo Terone, coraggioso guerriero che spontaneamente
    attaccava Enea: attraverso le connessure di bronzo e la tunica
    intessuta d'oro, gli beve con la spada nel fianco aperto.
    Poi ferisce Lica, estratto dal ventre della madre gi morta,
    sacro a te, o Apollo, poich neonato pot sfuggire .
    alla sorte del ferro. E non lontano sprofond
    nella morte il duro Cisseo e l'immane Ga che atterravano
    le schiere con la clava; nulla giovarono loro
    le armi di Ercole, o le forti mani, o il padre Melampo,
    compagno dell'Alcide, finch la terra gli offerse
    le gravi fatiche. Ecco, mentre Faro vaneggia parole,
    scagliando un giavellotto gli trafigge la bocca nel grido.
    Tu pure, o Cidone, mentre segui innamorato Clizio,
    tua nuova gioia, Clizio dalle guance bionde di prima
    lanugine, giaceresti, o misero, abbattuto dalla mano di Enea,
    dimenticando gli amori, che sempre avevi di ragazzi,
    se non fosse accorsa compatta la schiera dei fratelli,
    progenie di Forco; sette di numero, scagliano
    sette aste; alcune rimbalzano vane dall'elmo
    e dallo scudo, mentre quelle che volgevano verso il corpo
    le svi la madre Venere. Enea si rivolge al fedele Acate:
    Porgimi aste, la mia mano non lancer invano contro i Rutuli
    quelle che rimasero confitte nel corpo dei Greci
    sui campi di Troia. Allora afferra una grande lancia,
    e la scaglia; quella volando trapassa il bronzo dello scudo
    di Meone, e squarcia la corazza insieme con il petto.
    Gli subentra il fratello Alcanore, e con la destra sostiene
    il fratello che cade; subito scatta lanciata un'altra asta
    e, attraversato il suo braccio, prosegue insanguinata il volo;
    e la sua destra pendette per i tendini dalla spalla, morente.
    Allora Numitore, strappato il giavellotto dal corpo del fratello,
    assal Enea, ma senza riuscire a trafiggerlo di fronte,
    e scalf la coscia del grande Acate.
    Ora Clauso, fidando nei Curi, accorre con vigore giovanile
    e ferisce da lontano Driope con la rigida asta
    che si conficca con forza al di sotto del mento, e, passata la gola,
    rapisce insieme la voce e il respiro di lui che gridava;
    quello percuote la terra con la fronte e vomita denso
    della suprema stirpe di Borea e tre altri ne manda
    il padre Ida e la patria Ismara. Accorrono Aleso
    e le schiere degli Aurunci; avanza, nettunia prole,
    Messapo famoso per i cavalli. Questi o quelli a vicenda
    cercano di respingersi; si combatte sull'orlo
    dell'Ausonia. Come nel grande cielo i venti discordi
    fanno battaglia con soffio e forze pari;
    n essi tra loro, n le nubi, n il mare cedono;
    a lungo resta incerta la battaglia, tutto contrasta con violenza:
    cos si scontrano le schiere troiane e le schiere latine;
    il piede aderisce al piede, i folti guerrieri ai guerrieri.
    Da un'altra parte, dove il torrente aveva rotolato
    per vasto tratto macigni e arbusti sradicati dalle rive,
    appena Pallante scorse gli Arcadi, disavvezzi a combattere
    a piedi, volgere le spalle ai Latini incalzanti
    (L'aspra natura acquatica del luogo li aveva indotti
    a lasciare i cavalli), come estremo rimedio nell'avversa ventura,
    ne accende il valore ora con preghiere ora con amare parole:
    Dove fuggite, compagni? Per voi e per le vostre forti imprese,
    per il nome del re Evandro, per le guerre vinte,
    e per la mia speranza che ora sorge in gara con la gloria
    paterna, non confidate nella fuga.
    Bisogna aprirsi la via tra i nemici col ferro:
    dove foltissimo preme quel gruppo di guerrieri,
    l la patria gloriosa chiama voi e il vostro capo Pallante.
    Non ci incalzano dei: mortali, ci incalza un nemico
    mortale; pari sono la nostra vita e le mani.
    Ecco, L'estensione del mare ci chiude con una grande barriera;
    manca la terra alla fuga: cercheremo il mare o Troia?.
    Cos esclama, e irrompe nel folto dei nemici.
    Dapprima gli si fa incontro, guidato da un avverso destino,
    Lago; mentre costui svelle un macigno di grande peso,
    egli scaglia un dardo e lo trafigge dove la spina dorsale
    divide a mezzo le costole; e strappa l'asta
    confitta nell'ossa. N lo sorprende Isbone,
    che certo lo sperava; infatti prima Pallante lo colse,
    mentre assaliva e incautamente infuriava per la crudele
    morte del compagno, e gli immerse la spada nel polmone rigonfio.
    Poi assale Stenio, e Anchemolo dell'antica stirpe di Reto,
    che os profanare il talamo della matrigna.
    Anche voi cadeste, gemelli, nei campi rutuli,
    Laride e Timbro, somigliantissimi figli di Dauco; i vostri
    non vi distinguevano, e l'abbaglio era gradito ai genitori;
    ma ora Pallante vi inferse un crudele divario:
    a te, o Timbro, la spada di Evandro recise la testa;
    a te, o Laride, la destra troncata cerca il padrone,
    e vibrano le dita morenti e palpeggiano il ferro.
    Dolore misto a vergogna arma contro i nemici gli Arcadi,
    accesi al rimprovero e vedendo le splendide gesta del guerriero.
    E Pallante trapassa Reteo fuggente sulla biga.
    Solo questo fu lo spazio e l'indugio per Ilo; infatti Pallante
    aveva scagliato da lontano a Ilo la valida asta:
    la ricevette, frappostosi, Reteo che fuggiva te, fortissimo
    Teutrante, e il fratello Tire; rovesciato dal carro,
    Reteo colpisce morente con calci i campi dei Rutuli.
    E come, secondo il suo desiderio, quando sorgono i venti
    d'estate, il pastore appicca incendi sparsi nelle selve;
    e subito, appena raggiungono il centro, si estende
    un orrido fronte di fuoco per i vasti campi;
    il pastore sedendo vittorioso osserva le fiamme trionfanti:
    cos il valore dei compagni si raccoglie insieme,
    e ti aiuta, o Pallante. Ma l'aspro in guerra Aleso
    si dirige contro di loro e si ripara tutto nell'armi.
    Uccide Ladone e Ferete e Demodoco;
    con la spada fulgente a Strimonio mozza la destra
    levata verso la sua gola; con un masso colpisce al capo
    Toante, e frantuma le ossa miste a cervello sanguinoso.
    Prevedendo i fati, il padre aveva celato Aleso nelle selve;
    quando il vecchio reclin nella morte gli occhi che biancheggiavano,
    le Parche protesero le mani, e lo consacrarono ai dardi
    di Evandro. Cos lo assale Pallante, e prima prega:
    Concedi ora, o padre Tevere, al ferro, che libro a volo,
    fortuna e via nel petto del duro Aleso:
    la tua quercia avr queste armi, trofeo d'un prode.
    Il dio ud: mentre Aleso protegge Imaone,
    sventurato offre il petto indifeso al dardo arcade.
    Ma Lauso, grande guerriero, non lascia che le schiere
    siano atterrite da una simile morte dell'eroe, e per primo
    uccide Abante che gli si oppone, ostacolo e indugio
    della battaglia. Cadono i figli d'Arcadia, cadono
    gli Etruschi, e voi, o Teucri, corpi scampati ai Greci.
    Le schiere si scontrano con capi e forze pari.
    Gli ultimi serrano le file: e la ressa non lascia muovere
    i dardi e le mani. Di qui incalza e preme Pallante,
    di l al contrario Lauso; non varia molto let:
    bellissimi d'aspetto; ma la Fortuna aveva loro negato
    il ritorno in patria. Tuttavia il sovrano del grande Olimpo
    non permise che essi si affrontassero; presto la morte
    attende ciascuno di loro sotto un maggiore nemico.
    Intanto la divina sorella esorta a subentrare a Lauso
    Turno, che attraversa con il carro volante la schiera.
    Appena vide i compagni: E' tempo di cessare la battaglia;
    io solamente assalgo Pallante; a me solamente spetta
    Pallante; vorrei che vi fosse suo padre ad assistere.
    Cos disse, e i compagni s'allontanarono dallo spazio vietato.
    Quando i Rutuli si ritrassero, il giovane stupito ai superbi comandi
    fissa meravigliato Turno e volge gli occhi sul corpo
    immane, e squadra tutto da lontano con sguardo fiero,
    e contrasta le parole del superbo re con queste parole:
    Avr la gloria di averti strappato le ricche spoglie,
    o d'una nobile morte; il padre accetta entrambe le sorti.
    Cessa le minacce. E parlato cos, avanza in mezzo al campo:
    agli Arcadi si gela il sangue rappreso nel cuore.
    Turno balza dalla biga; si appresta al combattimento a piedi.
    Come un leone, che scorge dall'alta vedetta
    ergersi lontano nel piano un toro mentre prepara lo scontro,
    si avventa: tale  l'immagine di Turno che si avvicina.
    Quando credette che fosse a tiro di lancia, Pallante
    muove per primo, sperando che la sorte aiuti l'audacia
    della sua impari forza, e parla cos al grande cielo:
    Per l'ospitalit del padre e per la mensa a cui giungesti
    straniero ti prego, Alcide, assistimi nell'ardua impresa.
    Agonizzante, mi veda strappargli le armi insanguinate,
    e gli occhi morenti di Turno sopportino me vincitore.
    Ercole ode il giovane, e soffoca un grande gemito
    nel profondo del petto, e versa lagrime vane.
    Allora il padre parla al figlio con parole amiche:
    A ciascuno  fissato il suo giorno, breve e irreparabile tempo
    per tutti  la vita; ma estendere la fama con le imprese,
    questo  il compito del valore. Sotto le alte mura di Troia
    caddero tanti figli di dei, e per con quelli
    Sarpedone, mio figlio. Il proprio destino chiama
    anche Turno, che giunge alla meta del tempo assegnato.
    Cos disse, e distolse gli occhi dai campi dei Rutuli.
    Pallante scaglia l'asta con grande forza,
    e strappa dalla cava guaina la spada fulgente.
    L'asta volando colpisce dove culmina il riparo
    dell'omero, e apertasi la via nell'orlo dello scudo,
    infine sfiora il grande corpo di Turno.
    Allora Turno, vibrando a lungo l'asta munita
    di aguzzo ferro, la scaglia contro Pallante, e dice:
    Guarda se la mia arma non penetri meglio.
    Parl, e la grande cuspide attraversa con un colpo vibrante
    il centro dello scudo, tante superfici di ferro,
    tante di bronzo, la pelle di toro che lo avvolge pi volte,
    e perfora l'ostacolo della corazza e il petto.
    Pallante strappa invano dalla ferita la calda arma:
    per la stessa via sgorgano insieme il sangue e la vita.
    Croll sulla ferita; le armi sopra tuonarono,
    e morendo percosse la terra ostile con il volto
    insanguinato. Turno levato su lui cos parla:
    O Arcadi, disse, riportate memori a Evandro
    queste parole: Pallante, quale egli merit, gli rimando;
    qualunque onore del tumulo, qualunque conforto del sepolcro,
    concedo. Non gli coster poco l'ospitalit ad Enea.
    E detto cos, calc con il piede sinistro l'esanime,
    strappandogli la pesante cintura e il delitto
    che vi era inciso: in un'unica notte nuziale una schiera
    di giovani turpemente uccisi, e i talami insanguinati,
    che Clono figlio di Eurito aveva cesellato in molto oro;
    Turno trionfa della spoglia, ed esulta di possederla.
    O mente degli uomini inconsapevole del fato e del futuro,
    e di serbare la misura, esaltata dagli eventi propizi!
    Verr il tempo per Turno, in cui desiderer riscattato
    ad alto prezzo e vivo Pallante, e odier queste spoglie
    e questo giorno. Intanto i compagni con grandi lamenti e con lagrime
    riportano in folla Pallante adagiato sullo scudo.
    O tu che tornerai dolore e grande gloria per il padre!
    Questo primo giorno ti diede alla guerra, questo t'invola,
    mentre comunque lasci folti mucchi di Rutuli.
    Non solo la fama di tanta sventura, ma un pi certo testimone
    vola da Enea, dicendo che i suoi si trovano a un esiguo
    intervallo di morte, e che  tempo di soccorrere i Teucri in fuga.
    Egli falcia con la spada quanti gli sono vicini, e furente
    si apre la via con il ferro nell'ampia schiera, cercando
    te, o Turno, superbo del nuovo eccidio. Pallante,
    Evandro, ha tutto davanti agli occhi, le mense,
    le prime alle quali si sedette straniero, e le strette di mani.
    Afferra vivi quattro giovani, figli di Sulmone, e altrettanti
    che allev Ufente, da immolare in sacrificio alle ombre
    e spargere, sangue di prigionieri, sulle fiamme del rogo.
    Poi da lontano scagli a Mago l'asta minacciosa.
    Quello schiva con astuzia; l'asta lo sorvola vibrando;
    abbracciandogli le ginocchia supplice parla cos:
    Per i Mani del padre e la speranza di Iulo che cresce,
    ti prego, serba questa vita al figlio e al padre.
    Ho un'alta dimora; giacciono sepolti nel profondo
    della terra talenti d'argento cesellato, quantit d'oro
    lavorato e grezzo; la vittoria dei Teucri non si decide qui,
    e una sola vita non sar di grande divario.
    Disse. Enea, di rimando, replica cos:
    I molti talenti d'argento e d'oro che mi ricordi,
    serbali per i tuoi figli. Questi rapporti di guerra
    li soppresse Turno per primo uccidendo Pallante:
    ci pensano i Mani del padre Anchise, ci pensa Iulo.
    Detto cos, afferra con la sinistra l'elmo, e arrovesciato
    il collo dell'implorante vi affonda la spada fino all'elsa.
    Non era lontano il figlio di Emone, sacerdote di Febo e di
    Diana, cui l'infula cingeva le tempie di sacra benda,
    tutto rilucente nella veste e nelle bianche insegne.
    Lo affronta e lo incalza in campo, e incombendo lo immola
    caduto, e lo vela con la grande ombra; Seresto raccoglie
    e riporta a spalla le armi, trofeo a te, o Gradivo sovrano.
    Rinfrancano le schiere Ceculo, prole di Vulcano,
    e Umbrone che viene dai monti dei Marsi. Di fronte
    il Dardanide imperversa. Aveva troncato con la spada
    la mano sinistra di Anxur e l'intero cerchio dello scudo
    (egli aveva detto qualcosa di superbo, e creduto
    che la sua parola avrebbe forza, e forse esaltava l'animo
    al cielo, e si era ripromesso la canizie e lunghi anni):
    Tarquito, che la ninfa Driope aveva generato al silvestre
    Fauno, opponendosi esultante con le fulgide armi,
    si fece incontro al furente. Vibrando l'asta,
    Enea inchioda insieme la lorica e il pesante scudo;
    poi abbatte in terra la testa di lui che pregava
    invano e molto tentava di dire, e rovesciando
    il tiepido tronco, sopra con ostile cuore parla:
    Ora, o temibile, giaci! L'ottima madre non ti deporr
    nella terra, n graver il corpo col patrio sepolcro;
    sarai lasciato agli uccelli rapaci, o ti porter l'onda
    sommerso nel gorgo, e i pesci affamati lambiranno le ferite.
    Subito insegue Anteo e Luca, nelle prime schiere
    di Turno, e il forte Numa, e il fulvo Camerte
    nato dal magnanimo Volcente, il pi ricco di terre
    che vi fu tra gli Ausonidi, e regn sulla silenziosa Amicle.
    Come Egeone, a cui attribuiscono cento braccia
    e cento mani, che arse fuoco dal petto attraverso
    cinquanta bocche, quando strepit con altrettanti scudi
    e brand altrettante spade contro i fulmini di Giove:
    cos Enea infuria vittorioso per tutta la pianura,
    poi ch'ebbe riscaldato la lama. Ed ecco si scaglia
    contro gli avversi petti dei quattro cavalli di Nifeo.
    Quelli, come lo videro da lontano avanzare e fremere
    parole feroci, vlti per il terrore e precipitandosi indietro,
    sbalzano l'auriga e trascinano il carro alla riva.
    Intanto Lucago avanza su una bianca pariglia nel folto,
    e il fratello Ligeri con lui; il fratello guida con le redini
    i cavalli, Lucago rotea fiero la spada snudata.
    Enea non li sopport furenti di tanto ardore:
    s'avvent, e immenso apparve con l'asta puntata.
    A lui Ligeri:
    Non vedi i cavalli di Diomede, n il carro di Achille,
    o le pianure della Frigia; ora troverai in questi campi
    la fine della guerra e della vita. Volano nell'ampio spazio
    le parole del folle Ligeri. Ma l'eroe troiano non prepara
    parole di risposta; scaglia il giavellotto sui nemici.
    Quando Lucago, proteso in avanti a frustare, pungol
    la pariglia con l'asta, mentre col piede sinistro avanzato
    si dispone allo scontro, la lancia penetra nell'orlo basso
    del fulgido scudo, perforando l'inguine a sinistra;
    sbalzato dal carro, rotola moribondo nei campi.
    cos, afferra la pariglia; il fratello, infelice, tendeva
    le inerti mani, caduto anch'egli dal carro:
    Per te, per i genitori che ti generarono tale, o eroe troiano,
    lasciami la vita e abbi piet di me supplicante.
    A lui che ancora pregava, Enea: Non dicevi cos,
    poc'anzi; muori, e fratello non abbandonare il fratello.
    E con la lama gli squarcia il petto, rifugio della vita.
    Il capo dardanio seminava simili morti
    nei campi, infuriando come un torrente d'acqua
    o un nero turbine. Il fanciullo Ascanio, e i giovani
    invano assediati, infine prorompono ed escono dal campo.
    Intanto Giove per primo si rivolge a Giunone:
    O sorella e, a me, insieme amatissima sposa,
    Venere, come pensavi (n il parere t'inganna),
    sostiene le forze troiane, che pure non hanno la mano
    vigorosa in guerra e l'animo fiero e resistente al pericolo.
    A lui Giunone umiliata: Perch, o bellissimo sposo,
    tormenti un'afflitta che teme le tue amare parole?
    Se il tuo amore per me avesse la forza d'un tempo
    - ed era giusto l'avesse - ora non mi negheresti,
    onnipotente, di sottrarre Turno alla mischia,
    e di serbarlo incolume al padre Dauno. Adesso perisca,
    e paghi ai Teucri la pena con il sangue innocente.
    Eppure deriva la stirpe dalla nostra origine,
    Pilumno gli  quarto avo; e con mano generosa
    spesso colm le tue soglie di molti doni.
    A lei parl brevemente il re dell'etereo Olimpo:
    Se chiedi un indugio alla morte imminente, un breve respiro
    al giovane morituro, e intendi che io stabilisca ci,
    sottrai Turno con la fuga e strappalo ai fati che incalzano:
    fin qui si pu indulgere. Se invece nelle preghiere si cela
    la richiesta d'una grazia pi alta, e pensi che il corso della
    guerra si possa sconvolgere e mutare, nutri una vana speranza.
    E Giunone piangendo: E se tu concedessi nell'intimo
    ci che apertamente ti pesa, e rimanesse fissata a Turno la
    vita? Ora lo attende incolpevole una fine crudele, oppure ignoro
    la verit: oh, se m'ingannasse piuttosto un falso timore,
    e tu, o potente, volgessi in meglio le tue decisioni!.
    Appena detto questo, discese dall'alto cielo,
    avvolta in un nembo, spingendo una tempesta per l'aria,
    e si diresse all'esercito iliaco e al campo laurente.
    Allora la dea riveste d'armi dardanie un'ombra leggera
    priva di forze, composta di vacua nube
    (prodigio mirabile a vedersi), che ha le sembianze di Enea
    e simula lo scudo e il cimiero del capo divino, e le dona
    vuote parole, le d un suono senza persona, e ne imita
    il passo: come si dice che aleggino i fantasmi
    dopo la morte, o i sogni che ingannano i sensi sopiti.
    Esulta baldanzoso il simulacro davanti alle prime schiere
    e aizza il guerriero con le armi e lo provoca con la voce
    Turno lo incalza e scaglia da lontano l'asta sibilante,
    mentre l'ombra, volte le spalle, inverte i passi.
    Quando Turno credette che Enea fuggisse,
    bevve con l'animo torbido una vana speranza:
    Dove fuggi, Enea? non abbandonare i talami promessi
    la mia mano ti dar la terra cercata per l'onde.
    Gridando cos, lo insegue e fa lampeggiare la spada
    brandita; e non vede che la sua gioia la involano i venti.
    Per caso vi era una nave ormeggiata alla sporgenza di un'alta
    roccia, con le scale fuori di bordo e la passerella allestita,
    con cui il re Osinio giunse dalle rive di Chiusi.
    Qui il trepido simulacro del fuggente Enea
    si gett per nascondersi; ma Turno ugualmente veloce
    incalza, e supera gli ostacoli, e balza sull'alta passerella.
    Appena tocc la prua, la Saturnia spezza la fune,
    e strappa la nave e la trascina sulle acque che si ritraggono.
    Allora Enea chiama l'assente a battaglia:
    e uccide molti corpi di valorosi che l'affrontavano.
    Ora il lieve simulacro non cerca pi nascondigli,
    ma alto volando si mischia a una nera nube
    mentre un turbine porta Turno in alto mare.
    Si guarda indietro ignaro degli eventi e ingrato della
    salvezza, e tende entrambe le mani alle stelle con queste parole:
    Padre onnipotente, mi ritieni degno d'infamia
    cos vergognosa, e vuoi che paghi una tale pena?
    Dove sono portato? Di dove m'allontano? Che fuga
    mi trascina e come? Rivedr i muri di Laurento o il campo?
    E la schiera di valorosi che seguirono me e le mie armi?
    Li ho abbandonati tutti - ignominia! - in un'esecrabile morte.
    e ora li vedo dispersi e ascolto il gemito dei morenti?
    Che cosa mai faccio? Che terra abbastanza profonda
    potr inghiottirmi? Voi piuttosto, o venti, abbiate piet;
    portate la nave contro le rupi, contro gli scogli
    (di mia volont, io Turno vi invoco), gettatela sulle secche
    della costa crudele,  dove non mi seguano i Rutuli  e  la  consapevole
    infamia.
    Dicendo questo fluttua ora qui ora l con l'animo,
    se si getti sulla lama forsennato per tanto disonore
    infiggendo attraverso il costato la sitibonda spada,
    o si tuffi in mezzo ai flutti e raggiunga a nuoto
    i curvi lidi, e ritorni di nuovo contro le armi dei Teucri.
    Tre volte tent entrambe le vie, tre volte la somma
    Giunone impietosita trattenne e fren il giovane.
    Scorre solcando l'alto mare con un flutto che sospinge
    favorevole, e giunge all'antica citt del padre Dauno.
    Intanto l'ardente Mezenzio, per volere di Giove,
    entra in battaglia, e assale i Teucri esultanti.
    Accorrono insieme le schiere tirrene, e con tutti gli odii
    e con tutte le folte armi incalzano quell'unico uomo:
    egli  come una roccia che si protende nella vasta distesa,
    incontro alla furia dei venti ed esposta alle ondate,
    che sostiene tutta la violenza e le minacce del cielo e del
    mare, rimanendo immota in s stessa. Egli abbatte in terra Ebro,
    prole di Dolicaone, e con lui Latago e Palmo fuggitivo;
    ma Latago lo colpisce con un masso, gli investe il capo e il volto
    di fronte con una grande scheggia di monte, e lascia Palmo
    a rotolarsi impotente con un garretto reciso; e dona a Lauso
    le  armi  da  indossare  sulle  spalle  e  i  pennacchi  da  infiggere
    sull'elmo.
    E insieme il frigio Euante, e Mimante coetaneo e compagno
    di Paride, che Teano dette alla luce al padre Amico,
    nella stessa notte in cui la regina Cisseide, pregna
    d'una fiaccola, gener Paride: Paride sepolto nella citt
    paterna, mentre la spiaggia laurente accoglie l'ignoto Mimante.
    Come un cinghiale che il morso dei cani stan da alte
    montagne, che il Vesulo folto di pini protesse
    per molti anni, o per molti la palude laurente, nutrito
    tra le selve di canne, dopo che giunse fra le reti
    si arresta, e freme feroce e arruffa le spalle;
    nessuno ha il coraggio di avvicinarsi e aizzarlo, ma lo incalzano
    da lontano con giavellotti e con grida emesse al sicuro:
    cos, di coloro che hanno Mezenzio in giusta ira,
    nessuno ha lanimo di assalirlo con la spada brandita;
    lo provocano da lontano con dardi e con vasto clamore,
    ma egli resiste impavido contro tutte le parti,
    digrignando i denti, e scuote con lo scudo le aste.
    Dagli antichi territori di Corinto era venuto Acrone,
    un greco, lasciando fuggitivo gli incompiuti imenei.
    Appena Mezenzio lo vide da lontano sconvolgere nel mezzo le schiere,
    rosseggiante di piume e del manto purpureo della sposa promessa,
    come un leone affamato che spesso s'aggira tra gli alti covili
    (lo spinge una fame furiosa), se per caso scorge
    una capra fuggitiva, o un cervo che si erge con le corna,
    esulta, spalancando le enormi fauci, e drizza la criniera,
    e si attacca alle viscere, accosciato sopra, e nero sangue
    gli bagna il muso feroce:
    cos Mezenzio irruente si scaglia nel folto dei nemici.
    Il misero Acrone  atterrato, e spirando percuote
    con calci la bruna terra, e insanguina i dardi confitti.
    Mezenzio non si degn di abbattere Orode che fuggiva,
    n d'infliggere una cieca ferita scagliando una lancia,
    ma lo affronta di faccia, e si batte da guerriero a guerriero,
    migliore non nell'agguato, ma nelle forti armi.
    Allora premendo sul caduto con il piede e con l'asta:
    Parte non spregevole della guerra, o uomini, giace l'alto Orode.
    Gridano i compagni, intonando un lieto peana.
    Ma egli spirando: Chiunque tu sia, o vincitore,
    non ti rallegrerai di me invendicato, n a lungo;
    un uguale fato ti guarda e presto giacerai sullo stesso campo.
    A ci Mezenzio con un sorriso misto ad ira:
    Adesso muori. Di me decider il padre e re degli dei
    e degli uomini. Dicendo questo, strapp l'arma dal corpo:
    una dura quiete preme gli occhi di Orode, e un ferreo
    sonno: gli sguardi si chiudono nell'eterna notte.
    Cedico uccide Alcatoo. Sacratore Idaspe.
    Rapone Partenio e il durissimo per vigore Orse,
    Messapo uccide Clonio e il licaonio Erichete: quello
    disteso in terra per la caduta del cavallo imbizzarrito,
    questo in un duello a piedi. Anche il licio Agide
    avanzava a piedi, e Valero, ricco del coraggio degli avi,
    lo abbatte; Tronio  abbattuto da Salio, e Salio da Nealce,
    di sorpresa, col giavellotto e la freccia che insidia da lontano.
    E gi Marte uguagliava acerbi lutti e scambievoli
    morti; uccidevano ugualmente e ugualmente cadevano
    vincitori e vinti; n questi n quelli conoscevano la fuga.
    Gli dei nel palazzo di Giove commiserano la vana ira
    degli uni e degli altri, e che i mortali patiscano tanti travagli;
    di qui Venere guarda, di l per contro la saturnia Giunone.
    La pallida Tisifone imperversa in mezzo alle migliaia.
    Ma Mezenzio, squassando l'enorme asta, scende
    torbido in campo. Come il grande Orione,
    quando a piedi procede per le sterminate distese del
    profondo Nereo, solcando la via, e con la spalla sovrasta le onde,
    oppure riportando un annoso orno dalla vetta dei monti
    avanza sulla terra e nasconde il capo tra le nubi:
    cos avanza Mezenzio con le vaste armi.
    Scrutando da lontano nella schiera, Enea si prepara
    a muovere contro di lui. Quello rimane imperterrito,
    aspettando il magnanimo nemico, e si pianta sulla sua mole;
    misurato lo spazio con gli occhi, quanto basti per l'asta:
    La destra, mio unico dio, e l'asta che libro e lancio,
    ora m'assistano! Voto di fare di te, o Lauso,
    il trofeo delle spoglie di Enea, dopo averle strappate
    al suo corpo. Disse, e da lontano scagli l'asta sibilante;
    ma quella volando rimbalz dallo scudo, e discosto
    trafisse l'egregio Antore tra il fianco e l'inguine,
    Antore, compagno di Ercole, che, venuto da Argo,
    s'era unito a Evandro e stabilito nella citt italica.
    Cade lo sventurato per una ferita non destinata a lui,
    e guarda il cielo e morendo ricorda la dolce Argo.
    Allora il pio Enea scaglia l'asta, che passa
    il curvo cerchio di triplice bronzo, gli strati di lino,
    il lavoro compatto di tre pelli di toro, e s'arresta
    al fondo dell'inguine; ma non prosegue lo slancio.
    Subito Enea, lieto alla vista del sangue dell'Etrusco, strappa
    la spada dalla guaina e fervido lo incalza mentre vacilla.
    Gemette gravemente per amore del caro padre,
    appena lo vide, Lauso, e lagrime gli rigarono il volto.
    Qui non tacer di certo il caso di una dura morte,
    e le tue gloriose gesta, e te, o giovane memorabile,
    se pure i posteri accorderanno fede a una cos grande impresa.
    Mezenzio, ritraendo il piede, si allontanava indebolito
    e impacciato, e cercava di strappare la lancia nemica dallo
    scudo. Il giovane irruppe e si gett in mezzo alle armi,
    e sottentr alla lama di Enea che gi si ergeva
    con la destra e vibrava il colpo e, facendogli ostacolo,
    lo trattenne. I compagni lo assecondano con grande clamore,
    finch il padre s'allontani protetto dal piccolo scudo del figlio,
    e lanciano dardi, e respingono da lontano il nemico
    con proiettili. Infuria Enea, e si tiene coperto.
    Come talvolta precipitano nembi a rovesci
    di grandine, ed ogni aratore si disperde nei campi,
    ed ogni contadino e viandante si nasconde al sicuro
    sotto la ripa d'un fiume o l'arco d'un alto macigno,
    finch piove sulla terra, per potere, riapparso il sole,
    impiegar la giornata: cos Enea, avvolto di dardi
    da tutte le parti, sostiene la nube di guerra, aspettando
    che tutta si scarichi, e grida a Lauso e minaccia Lauso:
    Dove corri a morire, e osi oltre le forze?
    T'insidia incauto l'amore. Ma quello, ugualmente,
    esulta, folle; e gi al condottiero dardanio
    crescono crudeli le ire; le Parche raccolgono
    gli ultimi fili di Lauso: infatti Enea vibra
    la valida spada sul corpo del giovane, e tutta'l'affonda.
    La punta attraversa lo scudo, leggera arma all'audace,
    e la tunica, che la madre aveva tessuto con flessibile oro,
    e colma le pieghe di sangue; allora la vita per l'aria
    fugg mesta ai Mani, e abbandon il corpo.
    Ma appena l'Anchisiade vide lo sguardo e il volto
    del morente, il volto pallido in mirabile modo,
    gemette gravemente, pietoso, e tese la destra,
    e gli strinse il cuore il pensiero dell'amore paterno.
    Che cosa, o miserando fanciullo, per questa tua gloria,
    il pio Enea ti dar, degno di tale cuore?
    Ti rimando ai Mani e al cenere degli avi, se di ci ti curi.
    Questo tuttavia, o infelice, consoler la sventurata morte:
    cadi per la destra del grande Enea. Rimprovera
    per primo i compagni esitanti, e solleva Lauso da terra,
    mentre questi deturpa di sangue i capelli bene acconciati.
    Intanto il padre, vicino all'onda del Tevere,
    stagnava la ferita con l'acqua, e riposava il corpo
    appoggiato al tronco d'un albero. In disparte pende dai rami
    l'elmo di bronzo, e le pesanti armi riposano sul prato.
    Lo circondano giovani scelti; egli sofferente, affannato,
    appoggia il collo, sparsa sul petto la barba fluente;
    spesso chiede di Lauso, e spesso manda qualcuno
    a richiamarlo, e a recargli i messaggi del mesto padre.
    Ma i compagni portavano Lauso esanime sulle armi,
    piangendo, quel grande vinto da una grande ferita.
    L'animo presago della sventura riconobbe da lontano i lamenti;
    deturpa la canizie con molta polvere, e tende
    entrambe le mani al cielo e si stringe alla salma.
    Tanta cupidigia di vivere, o figlio, mi tenne,
    da permettere che tu subentrassi in vece mia alla mano ostile,
    tu che generai? Ed io, genitore, mi salvo per queste tue ferite,
    vivendo della tua morte? Ahi, infine ora sento, o misero,
    l'infelice esilio, ora sento nel profondo la ferita!
    Io, o figlio, ho macchiato di colpe il tuo nome,
    io che l'odio ha scacciato dal trono e dallo scettro paterni.
    Dovevo la pena alla patria e agli odii dei miei:
    avessi data io in mille morti la mia vita colpevole!
    Ora vivo, e ancora non lascio gli uomini e la luce.
    Ma li lascer. Dicendo questo, si leva
    sulla gamba dolorante, e sebbene la forza indugi
    per la grave ferita, ordina indomito che gli si porti il cavallo.
    Questo gli era onore e conforto; con questo usciva
    vittorioso da tutte le battaglie. Parla al dolente e comincia:
    Rebo, abbiamo vissuto a lungo, se qualcosa dura
    a lungo per i mortali. Oggi riporterai vittorioso le spoglie
    insanguinate e la testa di Enea, e sarai con me vendicatore
    dei dolori di Lauso, o se nessuna forza apre la via,
    cadrai con me; infatti, o fortissimo, credo
    non sopporterai i comandi altrui o vorrai padroni teucri.
    Disse, e accolto sul dorso vi assest le membra consuete,
    e grav entrambe le mani di aguzze aste,
    fulgido il capo di bronzo, irto d'una criniera equina.
    Cos galopp veloce nel folto: ribolle in un solo
    cuore una grande vergogna e follia mista a cordoglio
    [e amore agitato dalle furie e valore consapevole].
    E qui chiam Enea tre volte a gran voce.
    Allora Enea lo riconobbe e lieto prega:
    Cos voglia il padre degli dei, e l'alto Apollo!
    Comincia a combattere!.
    Parla, e lo affronta con minacciosa asta. E quello:
    Credi di atterrirmi, o crudelissimo, dopo l'uccisione?;
    Questa era la sola via per cui potessi annientarmi.
    Non temo la morte, n nutro rispetto per gli dei;
    smetti, ch vengo a morire, e prima ti porto
    questi doni. Disse, e scagli un'asta sul nemico;
    poi un'altra e un'altra ne infigge, e vola
    in un grande giro; ma l'aureo scudo resiste.
    E del figlio?: da sinistra tre volte cavalc in cerchi intorno a Enea,
    che lo fronteggia, scagliando le aste; tre volte l'eroe troiano
    volge con s l'immane selva sullo scudo di bronzo.
    E quando si stanc d'indugiare, e di svellere
    tante punte, ed  oppresso da una battaglia ineguale,
    molto pensando nell'animo, finalmente irrompe
    e avventa l'asta tra le cave tempie del cavallo guerriero.
    S'impenna eretto il quadrupede, con calci percuote
    laria; cadendo sul cavaliere sbalzato lo impaccia,
    e, col capo all'ingi, grava sopra di lui con la spalla spezzata.
    I Troiani e i Latini incendiano il cielo con un grido:
    vola Enea, e strappa la spada dalla guaina,
    e dall'alto: Dove  ora l'aspro Mezenzio
    e quell'efferato coraggio?. Di rimando l'Etrusco, appena,
    respirando, vede il cielo con gli occhi e riacquist i sensi:
    O amaro nemico, perch gridi e minacci la morte?
    Non  delitto luccidermi; non venni cos alla battaglia,
    n il mio Lauso strinse con te per me questo patto.
    Solo ti chiedo, se vi  piet per i nemici vinti:
    fai che la terra ricopra il mio corpo. So che mi circondano
    i crudeli odii dei miei: allontana, ti prego, questo furore;
    e concedimi al sepolcro, compagno del figlio.
    Cos dice, e consapevole riceve la spada nella gola,
    e cos l'onda del sangue versa sulle armi la vita.


















    LIBRO UNDICESIMO.

    Frattanto l'Aurora sorgendo lascia l'Oceano:
    Enea, sebbene lo spinga il pensiero di concedere tempo
    alla sepoltura dei compagni, ed abbia lanimo turbato dalla
    morte, vittorioso sul far dell'alba scioglieva voti agli dei.
    Erge su un rialzo una grande quercia con i rami tagliati
    da tutte le parti, e la riveste di armi fulgenti,
    spoglie del condottiero Mezenzio, trofeo a te, o grande
    dio della guerra; vi adatta i pennacchi grondanti di sangue,
    e le aste spezzate del guerriero, e la corazza colpita
    e forata in dodici punti, e a sinistra assicura lo scudo
    di bronzo, e al collo del tronco sospende la spada eburnea.
    Allora cominciando cos esorta i compagni trionfanti
    - tutta la folla dei capi gli si stringeva intorno -:
    Un grande evento  compiuto, o uomini. Fugga per il resto
    ogni timore; queste sono le spoglie e le primizie
    di un re superbo, questo  Mezenzio per mia mano.
    Ora rechiamoci dal re e alle mura latine.
    Preparate in cuore le armi, pregustate con la speranza la
    battaglia, affinch, appena i celesti concedano di muovere le insegne
    e di trarre i giovani dal campo, nessun indugio v'impacci
    ignari, o pigro pensiero per timore vi attardi.
    Intanto affidiamo alla terra i corpi insepolti dei compagni,
    unico onore che vale nel profondo Acheronte.
    Andate, disse, e onorate con l'estremo tributo
    le anime elette, le quali con il loro sangue ci acquistarono
    questa patria, e primo alla mesta citt di Evandro
    s'invii Pallante; che ricco di valore, un nero
    giorno rap e sommerse in un'acerba morte.
    Cos dice piangendo, e ritrae il passo alle soglie
    dove il corpo composto dell'esanime Pallante vegliava
    il vecchio Acete, che prima era stato scudiero
    del parrasio Evandro, ma con auspici diversamente felici
    allora andava come compagno assegnato al caro allievo.
    Intorno tutta la schiera dei seni, e la turba troiana,
    e le meste Iliadi con i capelli ritualmente disciolti.
    E quando Enea entr nelle alte porte,
    percuotendosi il petto levano alle stelle un grande
    gemito, e la reggia risuona d'un luttuoso pianto.
    Egli, come vide il capo poggiato e il volto del niveo
    Pallante, e nel delicato petto la ferita aperta
    dalla punta ausonia, parla tra lo sgorgare delle lagrime:
    La Fortuna, o sventurato fanciullo, appena veniva propizia,
    ti tolse a me affinch non vedessi il nostro regno,
    e non fossi riportato vittorioso alla casa paterna?
    Quando partii, non avevo promesso questo di te
    al padre Evandro, mentre, abbracciandomi nel commiato,
    minviava a un grande impero, e timoroso ammoniva
    che erano uomini aspri, e lotte con un duro popolo.
    Ed ora egli, purtroppo ingannato da una vana speranza,
    forse fa voti e colma gli altari di doni;
    noi accompagniamo mesti il giovane esanime, e che nulla
    deve pi a nessuno dei celesti, con inutile onore.
    Sventurato, vedrai la crudele morte del figlio!
    Questo  il nostro ritorno, e gli attesi trionfi?
    Questa  la mia solenne parola? Ma pure non lo vedrai,
    o Evandro, respinto da vergognose ferite; n, o padre,
    desidererai per il figlio incolume una spietata morte. Ahi,
    quale presidio tu perdi, Ausonia, e quale tu, o Iulo!.
    Come lo compianse cos, ordina di sollevare
    il misero corpo, e manda mille uomini scelti
    da tutta la schiera, che accompagnino le estreme onoranze
    e condividano le lagrime del padre, esiguo conforto
    di un immenso dolore, ma dovuto ad un padre infelice.
    Altri, solleciti, intrecciano il graticcio dun morbido
    feretro con verghe di corbezzolo e rami di quercia,
    e sopra ombreggiano il giaciglio con una copertura di fronde.
    Qui depongono il giovane, alto su agreste fieno:
    quale un fiore spiccato dalla mano duna fanciulla,
    sia di molle viola, sia di languido giacinto,
    a cui ancora non svan lo splendore n la bellezza,
    ma la terra madre non lo nutre pi, e non gli infonde la vita.
    Allora Enea estrasse due drappi ricamati
    doro e di porpora, che un tempo gli aveva tessuto
    lieta della fatica la sidonia Didone con le sue stesse
    mani, e aveva distinto le tele con fili d'oro.
    Con uno di essi riveste dolente il giovane,
    estremo onore, e vela dun manto le chiome
    destinate al rogo; accumula molte prede della battaglia
    laurente, e ordina di condurre in lunga fila il bottino;
    aggiunge cavalli e armi che aveva strappato al nemico.
    Ed anche aveva fatto legare le mani sul dorso ad alcuni
    che inviava vittime alle ombre, per cospargere la fiamma
    di sangue sacrificale; e ordina ai capi di portare tronchi
    rivestiti di armi ostili, e d'infiggervi nomi di nemici.
    Viene condotto, stremato dagli anni, il misero Acete
    che colpiva ora il petto coi pugni, ora il volto
    con le unghie; gettatosi in terra, cade con il corpo disteso;
    conducono anche carri bagnati di sangue rutulo.
    Poi il cavallo guerriero, spogliato delle insegne, Etone,
    cammina piangendo e bagna di grandi lagrime il muso.
    Altri portano l'asta e l'elmo; infatti il resto lo possiede,
    vittorioso, Turno. Seguono, mesta falange,
    i Teucri e tutti i Tirreni e gli Arcadi con le armi riverse.
    Dopo che tutto il corteo dei compagni procedette lontano,
    Enea si ferm, e soggiunse con un profondo gemito:
    Ci chiamano di qui ad altre lagrime gli stessi
    orridi destini di guerra; salve in eterno, o magnanimo
    Pallante, e addio in eterno. E senza dire altro,
    si dirigeva alle alte mura e s'incamminava verso il campo.
    Vi erano gi ambasciatori della citt latina,
    velati di rami d'olivo, e chiedevano tregua:
    rendesse i corpi che giacevano seminati dal ferro
    nei campi, e li lasciasse seppellire sotto la terra del tumulo;
    nessuna lotta con i vinti e i privi di spirito vitale;
    risparmiasse coloro che un giorno aveva chiamato ospiti
    e suoceri. Ad essi che facevano ragionevoli richieste
    lottimo Enea accorda la tregua, e soggiunge:
    Quale cos ingiusta sorte, o Latini, vi coinvolse
    in simile guerra, da farvi fuggire la nostra amicizia?
    Mi chiedete pace per i morti e per gli estinti nella vicenda
    di Marte? Ed io vorrei concederla anche ai vivi.
    Venni perch i fati m'assegnarono il luogo e la sede;
    non faccio guerra col popolo; il re ha abbandonato
    la nostra ospitalit, e preferito affidarsi alle armi di Turno.
    Era pi giusto che Turno si esponesse alla morte:
    se intende finire la guerra con la forza, e scacciare
    i Teucri, doveva scontrarsi con me con le armi; sarebbe vissuto
    colui al quale avesse concesso la vita un dio o la propria destra;
    ora andate, e ardete gli sventurati cittadini.
    Cos disse Enea. Quelli stupirono muti,
    e rivolgevano tra loro gli occhi e i volti.
    Allora, vecchio e sempre ostile al giovane Turno
    con odio ed accuse, Drance ordisce a sua volta
    la risposta: Oo grande per fama, e pi grande nelle armi,
    eroe troiano, con quali elogi uguagliarti al cielo?
    Dovrei ammirarti prima per la giustizia, o per le fatiche di guerra?;
    riporteremo grati alla patria citt le tue proposte,
    e se la fortuna offrir una via, ti riconcilieremo
    al re Latino. Turno si cerchi altre alleanze.
    Anzi ci compiaceremo d'innalzare le fatali moli
    delle mura, e di trasportare sulle spalle le pietre troiane.
    Disse, e tutti con unanime labbro fremevano assenso.
    Pattuirono dodici giorni e, durante la pace temporanea,
    i Teucri e i Latini, mischiati senza pericolo, errarono
    per le selve sui gioghi. Risuonano gli alti frassini
    ai colpi del ferro bipenne; abbattono pini protesi alle stelle;
    e non smettono di spaccare con i cunei le querce e gli odorosi
    cedri, n di trasportare su cigolanti carri gli orni.
    E gi l'alata Fama, preannunciando un cos grande dolore,
    investe Evandro, e di Evandro la casa e le mura,
    lei che poc'anzi riferiva Pallante vittorioso nel Lazio.
    Gli Arcadi corsero alle porte, e secondo l'antico costume
    afferrarono le fiaccole funebri; riluce la via duna lunga
    fila di fiamme, e divide ampiamente i campi;
    la turba dei Frigi che veniva in direzione opposta
    congiunge le schiere piangenti. Dopo che le madri le videro
    avvicinarsi alle case, incendiano di grida la mesta citt.
    Ma nessuna forza pu trattenere Evandro;
    giunge nel folto, si getta sul deposto feretro
    di Pallante, e non si stacca, piangendo e gemendo,
    e infine la via della voce si schiude a stento per il dolore:
    Non avevi promesso questo, o Pallante, a tuo padre,
    di volerti affidare pi cautamente al crudele Marte:
    sapevo quanto potere avesse la nuova gloria
    nelle armi e il dolcissimo onore del primo scontro.
    Sventurate primizie del giovane, e duro noviziato
    della guerra vicina! e voti e preghiere mie
    inascoltate da tutti gli dei! e tu, santissima sposa
    felice nella tua morte, scampata a questo dolore!
    Al contrario io vivendo vinsi i miei fati, per restare
    genitore superstite. Se avessi seguito da alleato
    le armi dei Teucri, i Rutuli mi avrebbero sommerso di dardi!
    Io avrei dato la vita, e il corteo riporterebbe a casa me,
    non Pallante. Non accuso voi, o Teucri, e i patti,
    e le destre che stringemmo nell'ospitalit. Questa era la sorte
    dovuta alla mia vecchiaia. Se un'immatura morte
    attendeva il figlio, mi consoler che cadde, uccisi prima
    migliaia di Volsci, mentre guidava i Teucri nel Lazio.
    Ed io non potrei onorarti con esequie migliori, o Pallante,
    di quelle che ti rende il pio Enea, e i grandi Frigi,
    e i capi tirreni, e l'intero esercito tirreno.
    Portano i grandi trofei di coloro che uccise la tua destra;
    ed anche tu saresti un tronco immane nell'armi,
    se fossero uguali let e la forza degli anni, o Turno.
    Ma perch, infelice, trattengo i Teucri dalle armi?
    Andate, e riferite memori al re questo messaggio:
    se continuo una vita odiosa, perduto Pallante,
    ne  causa la tua destra, lo sai, che deve Turno
    al figlio e al padre. Ti manca questo soltanto ai meriti
    e alla fortuna; non lo chiedo per gioia della vita,
    non  lecito; ma per dirlo al figlio tra i profondi Mani.
    L'Aurora frattanto aveva portato la vivida luce
    ai miseri mortali, riconducendo le fatiche e gli affanni:
    gi il padre Enea e Tarconte sulla curva spiaggia
    avevano eretto i roghi. Qui ognuno port i corpi dei suoi
    secondo il costume dei padri; e appiccati neri fuochi,
    Lalto cielo si nasconde per la caligine nelle tenebre.
    Tre volte, cinti di fulgide armi, corsero
    intorno ai roghi accesi; tre volte galopparono
    guardando al triste fuoco funebre, e ulularono.
    La terra si bagna di lagrime, se ne bagnano anche le armi;
    va al cielo il clamore degli uomini e il clangore delle trombe.
    Qui alcuni gettano nel fuoco le spoglie strappate
    ai Latini uccisi, elmi e belle spade
    e briglie e fenide ruote; altri le note offerte,
    gli scudi dei loro morti e le armi sfortunate.
    Intanto si sacrificano con la morte molti corpi di buoi
    e setolosi maiali, e, razziate da tutti i campi,
    sgozzano bestie sulla fiamma. Allora su tutta la riva
    guardano i compagni che bruciano, e vegliano i roghi
    semiarsi, e non sanno staccarsi, finch l'umida notte
    volge il cielo trapunto di stelle lucenti.
    In un luogo diverso anche gli infelici Latini
    eressero innumerevoli pire; e parte seppelliscono
    in terra molti corpi di guerrieri, parte li sollevano
    e li trasportano nei campi confinanti, e li rimandano nella citt;
    gli altri, un cumulo enorme di confusa strage,
    ardono innumeri e privi di onori; allora le vaste campagne
    risplendono a gara dovunque di fuochi frequenti.
    Il terzo giorno aveva allontanato dal cielo la gelida ombra:
    afflitti raccoglievano dai roghi l'alta cenere e le ossa
    confuse, e le coprivano con un tiepido mucchio di terra.
    E gi nelle case, nella citt del ricchissimo Latino,
    un fragore straordinario e la parte maggiore d'un lungo pianto.
    Qui madri e infelici spose, e affettuosi cuori
    di dolenti sorelle, e fanciulli privi dei padri
    imprecano alla funesta guerra e alle nozze di Turno
    vogliono che lui con le armi, lui decida col ferro,
    se pretendere il regno dItalia e il primo onore.
    Drance implacabile aggrava le proteste e afferma
    che solo Turno  chiamato e richiesto a duello.
    Insieme, al contrario, molti pareri con vari discorsi
    in favore di Turno: lo protegge il gran nome
    della regina, lo sostiene la molta gloria con i vinti trofei.
    Tra questi moti, in mezzo all'infiammato tumulto,
    ecco, inoltre, gli ambasciatori portano mesti i responsi
    dalla grande citt di Diomede: nulla di fatto, malgrado
    l'impegno, in tale iniziativa; a nulla valsero i doni,
    L'oro, e le grandi preghiere; i Latini cerchino
    altre armi, o chiedano la pace al re troiano.
    Lo stesso re Latino si smarrisce per il grande dolore;
    l'ira degli dei e i recenti tumuli in vista ammoniscono
    che Enea giunge voluto dal Fato e con palese soccorso divino.
    Dunque raduna una grande assemblea ed i primi dei suoi,
    convocati d'imperio allinterno della reggia.
    Quelli convengono, e fluiscono per le vie affollate
    al palazzo reale. Siede nel mezzo, maggiore di anni
    e primo per lo scettro, con mesta fronte, Latino;
    qui comanda agli ambasciatori tornati dalla citt etola
    di dire che cosa riportino, e chiede tutti i responsi
    per ordine. Allora si fece silenzio, e Venulo,
    obbediente all'invito, comincia a parlare cos:
    Vedemmo, o cittadini, Diomede e il campo argivo,
    e percorso il cammino superammo tutte le evenienze,
    e toccammo la mano per cui cadde la terra di Troia.
    Egli fond vittorioso nei campi iapigi del Gargano
    la citt di Argiripa dal nome della patria gente.
    Dopo che fummo introdotti e ci fu data facolt di parlare,
    porgiamo i doni e diciamo il nome e la patria;
    chi fu ad assalirci, e quale causa ci spinse ad Arpi.
    Egli, dopo avere ascoltato, rispose con placido labbro:
    O popoli fortunati, saturnii regni,
    antichi Ausoni, quale sorte agita la vostra quiete,
    e vinduce a provocare guerre ignote?;
    Quanti violammo col ferro i campi iliaci
    (tralascio le cose sofferte combattendo sotto le alte mura,
    e i guerrieri che sommerge il Simoenta), pagammo indicibili
    pene, erranti per il mondo, e tutti i castighi dei delitti,
    schiera che farebbe piet persino a Priamo; lo sa l'infausta
    stella di Minena e le rocche euboiche e il vendicatore Cafereo.
    Da quella milizia, sospinti su spiagge remote,
    L'Atride Menelao esula fino alle colonne
    di Proteo, Ulisse vide i Ciclopi etnei.
    Ricorder il regno di Neottolemo e la casa abbattuta
    di Idomeneo? E i Locri costretti ad abitare sulla sponda libica?
    Lo stesso condottiero miceneo dei grandi Achivi
    cadde appena entrato nella soglia per mano dell'empia
    sposa; l'adultero si assise sulla vinta Asia.
    E dir come gli dei impedirono che, reso alle patrie are,
    vedessi la diletta sposa e la bella alidone?
    E ancora mi assillano prodigi orribili a vedersi,
    i compagni scomparsi volarono in cielo pennuti,
    e mutati in uccelli vagano sui fiumi - ahi terribile
    strazio dei miei! - e riempiono di lamenti gli scogli.
    Questo dovevo aspettarmi gi da quel tempo,
    quando col ferro, folle!, aggredii corpi divini,
    e violai con una ferita la destra di Venere.
    No davvero, non cercate di spingermi a tali battaglie:
    non voglio pi guerra coi Teucri dopo la distruzione
    di Pergamo, non ho n memoria n piacere degli antichi mali.
    I doni che portate a me dalle patrie terre,
    volgeteli a Enea. Ci affrontammo come due lance tese,
    e combattemmo: credete a chi l'ha provato, quanto
    si erga sullo scudo, con che turbine avventi l'asta.
    Se la terra dell'Ida avesse generato altri due uomini simili,
    Dardano sarebbe venuto alle citt di Inaco
    e, mutati i destini, ora sarebbe la Grecia a piangere.
    Quanto sindugi sotto le mura dell'irriducibile Troia,
    la vittoria dei Greci tard per la mano di Ettore
    e di Enea, e segn il passo fino al decimo anno:
    ambedue insigni d'animo e d'armi possenti,
    questi primo per piet. Si stringano le destre in un patto,
    se potete; ma evitate che le armi si scontrino con le armi.
    Hai udito, ottimo re, quale del re sia stata
    la risposta e il suo parere sul grande conflitto.
    Appena i messaggeri conclusero, corse sui volti turbati
    degli Ausonidi un vario fremito: simile a quando macigni
    ostacolano un rapido fiume, nasce uno strepito nel chiuso
    gorgo, e fremono le rive vicine per le onde scroscianti.
    Dopo che si placarono gli animi, e s'acquietarono le trepide bocche,
    invocati gli dei, il re dall'alto trono comincia:
    Vorrei avere deciso prima della sorte del regno, o Latini,
    e sarebbe stato meglio; radunare l'assemblea
    non  di quest'ora, quando il nemico assedia le mura.
    Facciamo una guerra sfavorevole, o cittadini, con una stirpe
    di dei, con uomini indomiti, che nessuna battaglia
    strema, ed anche vinti non possono rinunziare al ferro.
    Se aveste qualche speranza di allearvi con le armi degli Etoli,
    lasciatela. Ognuno, speranza per s. Ma quanto esigua,
    vedete: appare davanti agli occhi, e a portata di mano,
    come tutto il resto giaccia abbattuto in rovina.
    Non accuso nessuno; quanto il valore poteva essere
    grande, lo fu. Combattemmo con tutto il nerbo del regno.
    Ora riveler il parere della mente dubbiosa
    - prestate attenzione -, e lo spiegher in breve.
    Possiedo un antico territorio prossimo al fiume etrusco,
    esteso a occidente fino ai campi sicani;
    Aurunci e Rutuli lo seminano, e lavorano con il vomere
    i duri colli, e i pi aspri di questi adibiscono a pascolo.
    Tutta questa regione e la foresta di pini sul monte
    passi all'amicizia dei Teucri; stabiliamo le giuste
    leggi d'un patto, e chiamiamoli alleati nel regno;
    vi si stanzino, se lo desiderano tanto, e fondino mura.
    Se invece pensano di raggiungere altre terre
    ed altre genti, e riescono a partire dal nostro suolo,
    allestiamo venti navi con legno italico, o pi,
    se possono colmarle (tutto il materiale giace sulla riva);
    ci indichino essi il numero e la foggia delle carene;
    noi forniamo il bronzo, l'opera, i cantieri.
    Inoltre voglio che vadano cento ambasciatori
    delle migliori famiglie latine, per recare le proposte
    e per stringere i patti, e che protendano con la mano i rami
    della pace, portando doni e talenti doro e davorio,
    e il seggio e la trabea, insegne del nostro regno
    Deliberate fra voi, e soccorrete la situazione allo stremo.
    Allora Drance, sempre malevolo e tormentato con obliqua
    invidia e con acerbi stimoli dalla gloria di Turno,
    largo di mezzi, migliore di lingua, ma destra inetta
    alla guerra, ritenuto consigliere autorevole nelle assemblee,
    potente nei contrasti faziosi - la superba stirpe materna
    gli conferiva nobilt, ma traeva dal padre un'origine incerta -
    si alza, e accusa Turno con queste parole e accumula le ire:
    Ci consulti su una cosa oscura a nessuno, e che non necessita
    della mia voce, ottimo re. Tutti dicono di sapere
    che cosa richiede la sorte del popolo, ma non osano dirlo.
    Dia libert di parlare e abbassi l'orgoglio,
    quegli per il cui infausto auspicio e la cui indole sinistra
    - Si, lo dir, anche se minaccia armi e morte -
    vediamo caduti tanti fulgidi capi, e tutta la citt
    sprofondata nel lutto; intanto provoca il campo
    troiano, fidando nella fuga, e con le armi atterrisce il cielo.
    A questi moltissimi doni che ordini d'inviare
    e di assegnare ai Dardani, aggiungine un altro soltanto,
    ottimo re: e la violenza di nessuno ti costringa
    a non concedere, padre, la figlia a un genero egregio
    e a degne nozze, e a non concludere questa pace in un patto
    eterno. Se tanto terrore possiede le menti e i cuori,
    scongiuriamo lui stesso e chiediamogli grazia:
    ceda, e rimetta il proprio diritto al re e alla patria.
    Perch getti cos spesso in gravi rischi gli sventurati
    cittadini, tu, origine e causa al Lazio di tante sciagure?
    Nessuna salvezza nella guerra; ti chiediamo tutti la pace,
    o Turno, e della pace l'unico inviolabile pegno.
    Io per primo, che tu t'immagini ostile, e per nulla
    mi preoccupo di apparirlo, ecco, ti supplico. Abbi piet
    dei tuoi, deponi l'orgoglio, e battuto ritraiti. Sconfitti,
    vedemmo abbastanza eccidi, e desolammo vasti campi.
    Oppure, se ti spinge la gloria, se accogli in petto
    un tale vigore, se desideri tanto la dote regale,
    osa, opponi tu, baldanzoso, il petto al nemico.
    Davvero noi, anime vili, turba insepolta e incompianta,
    dobbiamo cadere sul campo, perch a Turno
    tocchi la sposa regale? Tu pure, se hai un p della forza,
    qualcosa del patrio Marte, guarda in faccia colui che ti chiama.
    A tali espressioni divampa la violenza di Turno;
    geme ed erompe dal profondo del petto con queste parole:
    O Drance, hai sempre una larga loquela mentre la guerra
    richiede l'azione; convocati i padri, sei il primo.
    Ma la curia non si deve riempire di parole, che ti volano
    grandi stando al sicuro, finch il bastione delle mura
    tiene lontano il nemico, e i fossati non traboccano di sangue
    Dunque tuona con la facondia, a te consueta, e accusami,
    tu, Drance, di timore, perch la tua destra
    fece tanti mucchi di strage troiana, e dovunque
    nobiliti i campi di trofei. Che cosa possa il vivido
    valore, possiamo provarlo; i nemici non dobbiamo
    cercarli lontano: circondano da ogni parte le mura.
    Andiamo contro di loro. Perch esiti? Dunque Marte
    ti sar sempre nella lingua ventosa e in codesti piedi fugaci?
    Io battuto? e chi, o spudorato, potr dimostrarmi
    battuto, vedendo il Tevere crescere tumido
    di sangue troiano, e crollata l'intera casa di Evandro
    fin dalla radice, e gli Arcadi spogliati delle armi?.
    Non cos mi provarono Bizia e Pandaro enorme,
    e i mille che in un giorno sprofondai vittorioso nel Tanaro,
    rinchiuso tra i muri e circondato dal terrapieno nemico.
    Nessuna salvezza nella guerra! Ciancia cos, o folle,
    al capo dardanio e alla tua sorte. Dunque non smettere
    di confondere tutto con il grande timore e di esaltare
    la forza d'un popolo vinto due volte, e al contrario
    di abbassare le armi di Latino. Ora anche i capi
    dei Mirmidoni temono le armi frigie, e il Tidide, e il larisse
    Achille, e il fiume Ofanto si ritrae dalle onde adriatiche.
    E persino si finge pauroso della mia prepotenza,
    presentandola come un delitto, e con il terrore esacerba l'accusa.
    Non perderai mai tale anima per mia mano, non temere:
    dimori con te, e rimanga in codesto petto.
    Ora, o padre, ritorno a te e alle tue gravi proposte.
    Se non riponi pi nessuna speranza nelle nostre armi;
    se siamo cos derelitti, e ad un solo rovescio
    perimmo del tutto, e la Fortuna  irrevocabile,
    imploriamo la pace, e tendiamo le destre inermi.
    Quantunque, oh se vi fosse un poco del consueto valore!
    Quegli  per me fortunato pi di tutti tra gli affanni,
    ed egregio d'animo, il quale, per non vedere tutto questo,
    cadde morendo, e morse una volta per tutte la terra.
    Se invece le nostre forze e la giovent sono ancora intatte,
    e ci restano in aiuto le citt e i popoli italici,
    se anche ai Troiani la gloria venne con molto sangue
    - anch'essi hanno le loro morti, uguale per tutti
    la tempesta -; perch indecorosi cediamo sul primo limitare.
    Perch prima del segnale di tromba un tremore invade le membra?
    Il trascorrere dei giorni e la mutevole azione del tempo
    migliora molte cose; molti gioc la Fortuna,
    ripresentandosi alterna, e di nuovo colloc al sicuro.
    A noi non sar d'aiuto l'Etolo e Arpi:
    ma ci sar Messapo, e il fortunato Tolumnio e i capi
    che ci mandarono tanti popoli, n piccola gloria
    avranno i prescelti dal Lazio e dai campi laurenti;
    vi  anche, della nobile stirpe dei Volsci, Camilla,
    che guida una schiera di cavalieri e torme fiorenti di bronzo.
    Se poi i Teucri richiedono me solo al duello,
    e volete questo, e tanto sono di ostacolo al bene comune,
    la vittoria non odi e non fugg le mie mani
    a tal punto che io rifiuti di rischiare per tanta speranza.
    L'affronter con coraggio, anche se superi il grande
    Achille, e impugni armi simili fatte da Vulcano.
    Io, Turno, secondo a nessuno degli antichi
    per valore, consacro la vita a voi e al suocero Latino.
    Enea chiama me solo; e prego che mi chiami.
    N invece Drance paghi con la morte, se gli dei sono irati,
    mentre, se sono concessi valore e gloria, egli non li ottenga.
    Quelli, in contrasto fra loro, discutevano
    l'incerto momento: Enea muoveva il campo e le schiere.
    Ecco un messaggero irrompe nel palazzo reale
    fra un enorme tumulto, e riempie la citt di un grande terrore.
    I Teucri e l'esercito tirreno schierati in battaglia
    discendono dal fiume Tevere per tutti i campi.
    Sbito si turbarono gli animi e si sconvolsero i cuori
    del popolo, e con duri stimoli si sollevarono le ire.
    Afferrano trepidi le armi; i giovani fremono armi,
    i padri sussurrano e piangono mesti. Da tutte le parti
    un grande clamore si leva con vario dissenso nellaria:
    come in un alto bosco quando per caso si posano
    stormi di uccelli, e sul pescoso fiume del Padusa
    strepitano rochi per gli stagni loquaci i cigni.
    certo, o cittadini, disse Turno cogliendo l'attimo,
    voi radunate l'assemblea, e sedendo lodate la pace:
    quelli si gettano sul regno con l'armi. Si alz in fretta,
    null'altro dicendo, e usc rapido dall'alto palazzo.
    "Tu, Voluso, ordina ai manipoli dei Volsci di armarsi:
    conduci anche i Rutuli", disse. Messapo e Cora
    con il fratello, lanciate i cavalieri armati nei vasti campi.
    Parte presidii le entrate della citt e occupi le torri;
    il resto della schiera rivolga l'assalto con me dove comando.
    Subito da tutta la citt si accorre sulle mura.
    Lo stesso padre Latino lascia l'assemblea e le grandi
    decisioni, e le rinvia, turbato dal triste momento,
    e molto si rimprovera perch non ha accolto per primo
    il dardanio Enea, e non l'ha associato al regno come genero.
    Alcuni scavano davanti alle porte, o trasportano pali
    e macigni; la rauca buccina d il cruento segnale
    di guerra; allora le madri e i fanciulli cinsero le mura
    duna varia corona: L'estremo cimento chiama tutti.
    La regina sale al tempio, e all'alta rocca di Pallade,
    accompagnata da una grande turba di donne,
    portando doni, e al suo fianco la vergine Lavinia,
    causa di tanto male, con i begli occhi abbassati.
    Seguono le donne che colmano il tempio di vapori
    dincenso, ed effondono dallalta soglia meste parole:
    o potente in armi, guida della guerra, vergine Tritonia,
    spezza lasta nella mano del predone frigio, abbattilo
    prono in terra, e riversalo sotto le alte porte.
    Turno a gara si arma furente a battaglia;
    e gi vestito della rosseggiante corazza era irto
    di squame di bronzo, e aveva serrato in oro i polpacci,
    e nude ancora le tempie, cinta al fianco la spada,
    rifulgeva aureo correndo dall'alta rocca;
    sinebria nellanimo, e gi con la speranza pregusta il
    vittorioso scontro col nemico: come, spezzati i legami,
    un cavallo fugge dalla stalla finalmente libero,
    e padrone dell'aperta pianura,
    o si dirige ai pascoli e alle mandrie delle cavalle,
    o avvezzo a bagnarsi in un noto corso d'acqua,
    balza, e freme con il capo proteso nell'aria,
    esultante, e la criniera gli scherza sul collo e sulle spalle.
    Gli galoppa incontro, seguta dalla schiera dei Volsci,
    Camilla; proprio davanti alle porte la regina
    balz da cavallo e, imitandola, lintera torma, lasciati
    i cavalli, scivol a terra; allora dice cos:
    Turno, se il valoroso ha giustamente fiducia in s,
    oso e prometto di affrontare la schiera degli Eneadi
    e di andare da sola contro i cavalieri tirreni.
    Permetti che io sfidi  i  primi  pericoli  della  guerra  con  la  mia
    schiera,
    tu con la fanteria addssati alle mura e difendi i bastioni.
    Turno rispose, fissando la tremenda fanciulla:
    O vergine, onore d'Italia, quali grazie potrei
    renderti e ricambiare? Ma ora, poich il tuo coraggio
    supera tutto, dividi il travaglio con me.
    Enea, come attestano la fama e gli esploratori,
    ha mandato dissennatamente innanzi le armi leggere
    dei cavalieri, che battessero i campi; egli per le cime deserte
    del monte, valicando il giogo, s'avvicina alla citt.
    Preparo un agguato di guerra in un curvo sentiero del bosco,
    cos da bloccarne con uomini armati i due sbocchi.
    Tu, radunate le insegne, sorprendi i cavalieri tirreni;
    con te sar l'aspro Messapo, e le torme latine,
    la schiera di Tiburto; assumi la funzione di capo.
    Disse, e con uguali parole esorta alla battaglia
    Messapo e i capi alleati, e si spinge contro il nemico.
    Vi  una valle in un curvo anfratto, propizia alle insidie
    e agli agguati di guerra: la sovrasta da ambedue le parti
    una costa scura di dense fronde, dove conduce uno stretto
    sentiero, e portano angusti sbocchi e varchi gelosi.
    Sopra di essa, in vedetta, sull'altissima cima del monte
    giace un'ignota pianura, sicuro rifugio
    sia che da destra o da sinistra si voglia attaccare battaglia,
    sia incalzare dai gioghi e rotolare grandi macigni.
    Qui il giovane giunge seguendo le note strade,
    e occupa il luogo e si attesta nella selva insidiosa.
    Frattanto nelle sedi celesti la Latonia si rivolgeva
    alla veloce Opi, una delle vergini compagne
    e del sacro stuolo, e diceva tristemente cos:
    Camilla avanza verso una guerra crudele,
    o vergine, e si cinge invano delle nostre armi, lei
    a me prediletta fra tutte: non giunge nuovo a Diana
    questo amore n commuove il suo animo con improvvisa dolcezza.
    Scacciato dal regno per invidia e per la forza superba,
    Metabo, lasciando l'antica citt di Priverno,
    in fuga allev, compagna d'esilio, tra gli urti
    della guerra la figlia neonata, e dal nome della madre
    Casmilla, la chiam, mutandolo in parte, Camilla.
    Egli portandola con s tra le braccia cercava le lunghe
    giogaie dei boschi deserti; dovunque incalzavano armi
    ostili, e i Volsci si aggiravano con soldati sparsi all'intorno.
    Ecco, a met della fuga, l'Amaseno in piena schiumava
    a fior delle rive: tanta era la pioggia scrosciata
    dalle nubi. Disponendosi a gettarsi a nuoto,  frenato
    dall'amore della piccola, e teme per il caro peso: dun tratto,
    tutto meditando tra s prese questa dura decisione:
    all'immane lancia che portava con valida mano
    guerriero, solida di nodi e di rovere adusto, assicura
    la figlia avvolta in corteccia di silvestre sughero
    e la lega, agevole al lancio, a met dell'asta;
    vibrandola con la destra possente, cos all'etere parla:
    "O benigna, protettrice dei boschi, vergine Latonia,
    io, padre, ti consacro quest'ancella; tenendo per la prima
    volta le tue armi, supplice fugge a volo il nemico.
    Accoglila per tua, o dea, te ne prego, ora che s'affida
    agli incerti venti". Disse, e, ritratto il braccio, avventa
    con forza l'asta: risuonarono le onde; sopra il rapido
    fiume l'infelice Camilla vola sul dardo che stride.
    E Metabo, incalzandolo gi da vicino una grande masnada,
    e lasta e insieme la fanciulla, dono di Trivia.
    Nessuna citt lo accolse nelle case o tra le mura,
    ed egli non si sarebbe arreso a causa della sua fierezza;
    trascorse la vita sui monti deserti dei pastori.
    Qui nutriva la figlia tra i cespugli e le irte tane
    con il latte ferino delle mammelle d'una cavalla selvaggia,
    spremendone gli uberi sulle tenere labbra.
    E come la piccola si resse in piedi segnando
    le prime orme, le arm le palme dun acuto dardo
    e le appese alle piccole spalle l'arco e le frecce
    invece della benda d'oro per la chioma, e della copertura
    del lungo mantello, le scende dal capo per il dorso una pelle
    di tigre. Armi infantili gi allora scagli con tenera mano,
    e rote intorno al capo con cinghia ritorta la fionda,
    e abbatt gru strimonie, o bianchi cigni.
    Numerose madri nelle citt tirrene la desiderarono
    invano per nuora; contenta della sola Diana
    coltivava intemerata un eterno amore della verginit
    e dell'armi. Vorrei che non l'avesse afferrata
    una tale foga guerriera, osando sfidare i Troiani:
    ora, a me cara, sarebbe una delle mie compagne.
    V, poich la sovrasta un acerbo fato,
    discendi, o Ninfa, dal cielo, e visita i territori latini
    dove con infausto presagio comincia la triste battaglia.
    Prendi, e trai dalla faretra la freccia vendicatrice:
    con essa, chiunque violer con ferita il sacro corpo
    troiano o italico, mi paghi ugualmente la pena col sangue.
    Poi io in una cava nube porter al tumulo il corpo.
    Disse, e quella discendendo per le lievi brezze del cielo,
    sibil, con il corpo avvolto in un nero turbine.
    Frattanto la schiera troiana s'avvicina alle mura,
    e i capi etruschi, e tutto lo stormo dei cavalieri,
    divisi per numero in torme. Nitriscono su tutta la distesa
    i cavalli dagli zoccoli sonori al galoppo, e vibrano al freno,
    volgendosi di qu, di l; il vasto campo diviene irto
    di ferree aste, e ardono le pianure di armi in alto levate.
    Messapo, di contro, e i veloci Latini
    e Cora con il fratello, e la torma della vergine Camilla
    appaiono avversi in campo, e ritratte le destre,
    protendono le lance e vibrano dardi;
    divampa la carica dei guerrieri e il nitrito dei cavalli.
    E gi gli uni e gli altri, avanzati a un tiro di lancia,
    serano fermati; savventano con improvviso clamore,
    spronano i cavalli furenti, e lanciano da tutte le parti
    dardi fitti come neve che offuscano il cielo.
    Subito si corrono incontro con violenza e con le lance
    in testa Tirreno e l'aspro Aconteo, e per primi sinvestono
    con grande fragore, e rompono e infrangono il petto
    col petto dei loro cavalli; Aconteo sbalzato darcione,
    simile a un fulmine o a un masso scagliato da una balista,
    precipita lontano, e disperde la vita nell'aria.
    Si confusero all'istante le schiere, e in rotta i Latini
    gettano allindietro gli scudi e volgono i cavalli alle mura:
    i Troiani inseguono; primo guida le torme Asila.
    E gi s'avvicinano alle porte e di nuovo i Latini
    levano un grido, e voltano i docili colli;
    ora fuggono quelli, e si ritirano lontano a briglie sciolte:
    come il mare, avanzando con alterno flutto,
    ora si precipita sulla terra, e balza schiumoso con londa
    sugli scogli, e irrora nella baia l'estremo lembo di sabbia,
    ora fugge indietro risucchiando rapido i sassi rovesciati
    nei marosi che arretrano, e lascia la riva nel riflusso.
    Due volte gli Etruschi sospinsero i Rutuli in fuga alle mura.
    Due volte, respinti dalle armi, si volsero proteggendo
    le spalle con gli scudi. Ma al terzo scontro, quando
    le schiere si confusero tra loro, luomo si scelse luomo:
    allora gemiti di morenti, e nel profondo sangue
    armi e corpi, e misti alla strage degli uomini
    rotolano cavalli moribondi: sorge una battaglia feroce.
    Orsiloco scagli l'asta contro il cavallo di Remulo
    poich temeva di affrontarlo, e gliela infisse sotto l'orecchio.
    Al colpo s'impenna a picco il destriero e, indocile
    alla ferita, col petto levato, agita in alto le zampe:
    Remulo disarcionato rotola in terra. Cafillo abbatte Iolla
    e abbatte Erminio, grande danimo, grande di membra
    e di omeri, col nudo capo dalla fulva chioma,
    e con le nude spalle; le ferite non latterriscono,
    cos vasto si offre ai colpi. Un'asta scagliata
    gli trema tra i larghi omeri, e trafitto lo piega per il dolore
    Scorre dovunque nero sangue; seminano strage col ferro,
    lottando, e cercano tra le ferite una bella morte.
    In mezzo agli eccidi Amazzone esulta, scoperto
    un solo lato del petto per combattere, la faretrata Camilla;
    e ora raccoglie nella mano flessibili dardi saettandoli,
    ora con la destra, instancabile, impugna la valida scure;
    aureo le risuona sulle spalle l'arco, e le armi di Diana.
    Inoltre ella, se talvolta respinta indietreggia,
    volgendosi scocca con l'arco frecce durante la fuga.
    Le sono intorno elette compagne, la fanciulla Larina
    e Tulla, e Tarpea che brandisce la scure di bronzo,
    Italidi, che la ninfa Camilla scelse, onore a s,
    e valide ancelle di pace e di guerra:
    come le tracie Amazzoni quando percuotono le rive
    del Termodonte e combattono con armi dipinte,
    o intorno a Ippolita, o quando la marzia Pentesilea
    ritorna sul carro, e con grande tumulto ululante
    le schiere femminee esultano con gli scudi lunati.
    Chi abbatti per primo col dardo, o vergine fiera,
    chi per ultimo? o quanti corpi morti rovesci in terra?
    Per primo Euneo, figlio di Clizio: a lui che le si oppone
    apre e attraversa il petto con la lunga asta;
    egli cade vomitando fiotti di sangue, e morde
    la terra cruenta, e morendo si rotola sulla ferita.
    Poi Liri, e su lui Pagaso; di essi, l'uno
    mentre rovesciato dal cavallo trafitto raccoglie le redini,
    l'altro mentre accorre e tende la destra inerme al caduto:
    crollano insieme. Ad essi aggiunge Amastro
    Ippotade, e insegue incalzando da lontano con l'asta
    Tereo e Arpalico e Demofoonte e Cromi;
    quanti furono i dardi che la vergine scagli con la mano,
    tanti caddero guerrieri frigi. Lontano trascorre
    Ornito cacciatore con armi ignote e su un cavallo iapige:
    gli copre le larghe spalle mentre combatte la pelle strappata
    a un torello, gli proteggono il capo lenorme bocca
    spalancata e le mascelle d'un lupo dai bianchi denti,
    e gli arma la mano un rustico spiedo; saggra
    in mezzo alle torme e di tutto il capo le sovrasta.
    Ella lo sorprese (non le fu difficile per il volgersi
    della schiera), e lo trafisse, e ostilmente parl:
    Pensavi, o etrusco, di cacciare fiere nei boschi?
    Venne il giorno che confuta le vostre parole
    con armi muliebri; tuttavia riporterai ai Mani dei padri
    una gloria non piccola: cadesti per il dardo di Camilla.
    Di seguito Orsiloco e Bute, due corpi giganti
    fra i Teucri: ma trafisse Bute con l'asta da tergo
    tra l'elmo e la corazza, dove traluce il collo di chi siede
    in arcione, e lo scudo pende dal braccio sinistro;
    invece fuggendo in un grande cerchio inganna
    Orsiloco con un giro pi stretto, e insegue l'inseguitore;
    alta levandosi, replica il colpo della robusta scure
    sull'armi e sulle ossa dell'uomo che implora e molto prega;
    lo squarcio riga il volto di caldo cervello.
    Si imbatt in lei, e atterrito dalla vista improvvisa
    ristette, il figlio guerriero di Auno abitatore dell'Appennino,
    non ultimo dei Liguri, finch il fato gli permise
    di tramare insidie. Appena vide che ormai con nessuna fuga
    poteva evitare lo scontro o sviare la regina incalzante
    cominciando a tendere tranelli con ingegno ed astuzia,
    insinua: Che c' di tanto glorioso se, donna,
    confidi in un forte cavallo? Smetti di fuggire, e discendi
    con me su un terreno piano, e accingiti a un duello a piedi:
    saprai a quale rovina conduca una gloria vana.
    Disse; quella, furente, e accesa da aspro dolore
    affida il cavallo a una compagna, e si pianta con armi pari,
    a piedi, con la nuda spada, impavida con lo scudo senza fregi.
    Ma il giovane, credendo di avere vinto con l'inganno, si invola,
    e d'un tratto, voltate le briglie, s'allontana in fuga
    e tormenta lo spronato cavallo coi talloni ferrati.
    Ligure bugiardo, e invano esaltato con animo
    superbo, inutilmente tentasti insidioso i patrii artifici:
    la frode non ti ricondurr incolume al fallace Auno.
    Cos parla la vergine, e fulminea coi rapidi piedi
    sorpassa il cavallo, e di fronte, afferrato il morso
    lo assale, e prende vendetta dal sangue nemico:
    cos facilmente lo sparviero, volatile sacro, dal sommo
    di una rupe, raggiunge a volo unaltissima colomba
    in una nube e lafferra e la tiene, e la sventra con gli artigli;
    allora sangue e penne strappate cadono dal cielo.
    Ma l'alto genitore degli uomini e degli dei siede in vetta
    all'Olimpo, con occhi attenti osservando queste vicende:
    il padre sprona il tirreno Tarconte a crudele
    battaglia, e gli infonde con aspri stimoli lira.
    Dunque, tra eccidi e schiere vacillanti, Tarconte
    avanza a cavallo, e incita con varie grida le squadre,
    chiamando ciascuno per nome, e rincuora a battaglia i vinti.
    Quale terrore vi prese, o voi che tutto sopportate,
    o sempre inerti Tirreni? Quale grande vilt invase gli animi?
    Una femmina vi mette in fuga e travolge queste schiere!
    Perch impugniamo il ferro e gli inutili dardi?
    Ma non indolenti nelle notturne battaglie di Venere,
    o quando il ricurvo flauto invita alle danze di Bacco,
    aspettate le vivande e le coppe sulla mensa ricolma
    (questa  la passione, questo  lo zelo), finch l'aruspice
    propizio annunzia il sacrificio, e una pingue vittima vi chiama
    nei boschi profondi! Detto cos, sprona il cavallo nel folto.
    pronto a morire, e torvo si scaglia su Venulo,
    e strappa il nemico da cavallo e lo avvinghia con la destra,
    e lo porta davanti a s in grembo a galoppo sfrenato.
    Si leva al cielo un clamore, e tutti i Latini
    volgono gli occhi. Vola fulmineo sul piano
    Tarconte, portando le armi e l'uomo; spezza il ferro
    dalla punta dell'asta di Venulo, e cerca le parti scoperte
    dove colpire a morte; ma laltro lottando trattiene
    la destra lontano dal collo e schiva la forza con la forza.
    Come in alto volando una fulva aquila porta
    un serpente ghermito, e vi avvinghia le zampe e lo artiglia,
    mentre il serpente ferito si snoda in anelli sinuosi,
    e drizza irto le squame e sibila con la bocca
    protendendosi in alto; ma l'aquila incalza col rostro
    adunco il ribelle, e insieme flagella con le ali il cielo:
    cos Tarconte rapisce trionfante la preda dalla schiera
    tiburte; seguendo l'esempio e il successo del capo,
    i Meonidi assalgono. Allora il predestinato Arrunte,
    con la lancia e con molta maggiore astuzia, insidia la veloce
    Camilla, e tenta la via pi agevole della fortuna.
    Dovunque la vergine furente si porta in mezzo alla schiera,
    l Arrunte s'insinua, e silenzioso ne scruta i passi;
    dovunque quella ritorna vittoriosa e si ritrae dal nemico,
    l di nascosto il giovane volge le celeri briglie,
    e gi percorre questi e quei passaggi e perfido scuote l'asta sicura.
    Per caso Cloreo, un tempo sacerdote consacrato
    al Cibelo, riluceva lontano nell'armi frigie,
    e spronava uno schiumante cavallo, coperto di una pelle
    con squame di bronzo simili a pinne e con fibbie doro.
    Splendente di esotica porpora ferrigna,
    egli scagliava frecce gortinie con l'arco licio,
    aureo larco gli pendeva dalle spalle, aureo il veggente
    aveva lelmo; aveva raccolto in un nodo la crocea clamide
    e le pieghe di mussola fruscianti di fulvo oro,
    aveva la tunica ricamata e barbarici schinieri alle gambe.
    La vergine cacciatrice, sia per appendere al tempio
    armi troiane, sia per incedere adorna d'oro predato,
    inseguiva cieca lui solamente di tutta
    la mischia della battaglia, e incauta per tutta la schiera
    ardeva di femmineo amore della preda e delle spoglie:
    quando infine dall'agguato, clto l'istante,
    Arrunte scaglia la lancia, e prega cos i celesti:
    Sommo degli dei, Apollo custode del santo Soratte,
    tu che primi tra tutti veneriamo, a cui alimentiamo le
    fiamme con cataste di pino, e, fidando nella piet, camminiamo,
    noi tuoi adoratori, tra il fuoco e su molta brace,
    concedi, o Padre, di cancellare codesta vergogna
    con le nostre armi, tu che puoi tutto. Non chiedo
    le spoglie e il trofeo della vergine sconfitta; le altre
    imprese mi daranno fama: purch la crudele rovina
    cada per il mio colpo, ritorner oscuro nella citt patria.
    Febo ud, e diede che si avverasse una parte
    del voto, l'altra parte disperse nelle alate brezze:
    consent al supplice di abbattere con una subitanea morte
    Camilla accecata; non permise che lo vedesse reduce
    l'alta patria, e le tempeste rapirono la voce tra i venti.
    Dunque, appena l'asta scagliata sibil nell'aria,
    tutti i Volsci protesero i fervidi animi e posarono
    lo sguardo sulla regina. Ella non savvide di nulla,
    dell'aria, del sibilo, o del dardo che veniva dal cielo,
    finch l'asta, arrivata sotto la nuda mammella
    vi rimase confitta e bevve profondamenre il virgineo sangue.
    Le compagne accorrono trepidanti, e sostengono la regina
    che cade. Fugge atterrito prima di tutti Arrunte,
    diviso tra giubilo e timore, e non osa pi
    affidarsi alla lancia, n esporsi ai colpi della vergine.
    E prima che lo raggiungano i colpi nemici,
    torbido Arrunte si sottrasse alla vista
    e contento della fuga si mischi in mezzo alle armi:
    come un lupo, ucciso il pastore o un grande giovenco,
    si cela subito sugli alti monti, lontano da ogni sentiero,
    consapevole dell'impresa temeraria, e ripiega strisciando
    la coda tremante al di sotto del ventre, e cerca le selve.
    Quella, morente, tenta di strappare la lancia,
    ma la punta di ferro sta con profonda ferita tra le ossa
    del costato. Cade esangue; cadono fredde di morte
    le palpebre; il colore prima purpureo lasci il volto.
    Allora spirando parla cos ad Acca,
    una delle coetanee, tra tutte la pi fedele a Camilla,
    con cui divideva gli affanni, e le dice cos:
    Fin qui, sorella Acca, potei; ora un'acerba
    ferita mi spegne, e tutto mi si oscura di tenebre.
    Corri, e riferisci a Turno questo estremo messaggio:
    entri in battaglia e difenda la citt dai Troiani.
    E ora addio. Insieme con queste parole abbandonava
    le redini, scivolando involontariamente a terra; a gradi
    si sciolse fredda da tutto il corpo e pos il languido
    collo e il capo preso dalla morte; le armi la lasciano,
    e la vita con un gemito fugge dolente tra le ombre.
    Allora un immenso grido sorgendo ferisce le auree
    stelle; la battaglia si fa pi crudele, abbattuta Camilla;
    assalgono folti, insieme, tutto l'esercito dei Teucri
    e i capi tirreni e le arcadi squadre di Evandro.
    Ma la scolta di Trivia, Opi, da tempo siede
    alta sulla vetta dei monti, e osserva imperterrita la battaglia;
    e come scorse lontano, tra il clamore dei giovani
    furenti, Camilla colpita da triste morte,
    gemette, e dal profondo del cuore espresse queste parole:
    Ahi troppo, o fanciulla, troppo crudele pena
    hai pagato, tentando di provocare a guerra i Troiani!.
    A te, solitaria nei boschi, non giov avere onorato
    Diana, o aver recato sospesa alla spalla la nostra faretra.
    Ma non senza onore la tua regina ti lasci
    nell'estremo momento della morte; la tua fne non sar
    senza nome tra i popoli, e non soffrirai fama di invendicata.
    Infatti chiunque abbia violato il tuo corpo di ferita,
    pagher  con  giusta  morte.  Ai  piedi  di un alto monte lev queste
    parole.
    Vi era su un terrapieno il grande sepolcro del re Dercenno,
    antico laurente, protetto da un ombroso elce;
    qui prima la bellissima dea si posa con rapido
    balzo, e spia Arrunte dall'alto del tumulo.
    Come lo vide esultante e vanamente orgoglioso:
    Perch - esclam - ti allontani? Dirigi qui il passo,
    qui, o morituro, vieni per ricevere un premio degno
    di Camilla. E tu non cadrai per i dardi di Diana?.
    Disse, e la tracia cav dalla faretra d'oro un'alata
    saetta, e la tese minacciosa nell'arco,
    e la trasse indietro finch le ricurve estremit
    si congiunsero tra loro, e le mani toccarono, a pari altezza,
    la sinistra la punta del ferro, la destra e il nervo il seno.
    Dun tratto Arrunte ud lo stridere del dardo
    e il sibilo dell'aria e insieme il ferro gli s'infisse nel corpo.
    I compagni dimentichi lasciano nell'ignota polvere
    dei campi lui che spirava e dava gli estremi singulti;
    Opi s'allontana a volo verso l'etereo Olimpo.
    Fugge per prima, perduta la sovrana, la lieve
    squadra di Camilla; sconvolti fuggono i Rutuli, fugge
    l'aspro Atina, e i capi dispersi e i manipoli abbandonati
    cercano luoghi sicuri e galoppano in rotta alle mura.
    Nessuno vale a trattenere con le armi i Teucri
    che incalzano e seminano strage, o a resistere all'urto;
    riportano sulle spalle languenti gli archi allentati,
    e lo zoccolo dei cavalli scuote nella corsa il molle terreno.
    Si volge alle mura una polvere torbida di nera
    caligine, e le madri dalle rocche, battendosi il petto,
    levano un femmineo clamore alle stelle del cielo.
    Quelli che irruppero per primi di corsa nelle porte dischiuse,
    la turba nemica li incalza, mischiate le schiere;
    non sfuggono a una misera morte, e proprio sulla soglia,
    dentro le patrie mura e tra le case sicure,
    trafitti esalano la vita. Altri chiudono le porte;
    e non osano aprire la via ai compagni, n accogliere
    tra le mura gli imploranti; nasce una miserevole strage
    di chi difende laccesso con le armi, e di chi sulle armi si getta.
    Gli esclusi, davanti agli occhi e al volto dei genitori
    piangenti, parte sospinti dalla ressa precipitano nei fossati,
    parte, ciechi al galoppo sfrenato, cozzano con furia
    contro le porte e i battenti serrati da spranghe.
    Anche le madri dalle mura, nell'estremo cimento
    (come il vero amore di patria insegna), emulando Camilla,
    trepidanti gettano dardi, e con rami di dura quercia
    e pali aguzzati al fuoco imitano il ferro e s'avventano;
    ardono di morire per prime in difesa delle mura.
    Frattanto il crudele annunzio investe Turno nei boschi
    e Acca riferisce al giovane il grande disastro:
    disfatte le schiere dei Volsci, caduta Camilla,
    i nemici assalgono minacciosi; col favore di Marte
    invadono tutto, il terrore dilaga alle mura.
    Egli furente (cos richiede il crudele volere di Giove)
    abbandona i colli occupati, lascia i boschi selvaggi.
    Appena uscito dal luogo di vedetta, teneva il campo
    quando il padre Enea, penetrato nelle libere gole,
    supera il giogo e sbocca dall'ombrosa selva.
    Cos ambedue si dirigono rapidi alle mura
    con tutta la schiera, e distano poco tra loro;
    e insieme Enea scorse lontano la pianura
    fumare di polvere e vide le schiere laurenti
    e Turno riconobbe Enea terribile nell'armi
    e ud l'avanzare dei passi e l'ansito dei cavalli;
    subito entrerebbero in battaglia e tenterebbero lo scontro,
    se il purpureo Febo non bagnasse gi i cavalli stanchi
    nell'onda iberica e, cadendo il giorno, non riportasse la notte.
    Si accampano davanti alla citt e trincerano le mura.









    LIBRO DODICESIMO.

    Appena vide i Latini cedere affranti dall'avversa battaglia,
    ed essere ora invocati gli impegni da lui profferti,
    e tutti gli occhi fissarlo, tanto pi Turno arde implacabile,
    ed esalta l'animo. Come nei punici campi
    un leone colpito nel petto da grave ferita dei cacciatori,
    muove all'attacco, ed esulta scuotendo la folta
    criniera sul collo, e impavido infrange l'infitta asta
    del mercenario cacciatore, e ruggisce con le fauci insanguinate:
    ugualmente cresce la violenza nel fervido Turno.
    E parla cos al re, e torvo comincia:
    Nessuna esitazione in Turno; non vi  ragione
    che i vili Eneadi ritrattino le parole o ricusino l'accordo.
    Mi batto. Adempi il rito, o padre, ed esprimi le condizioni.
    O sprofonder con questa destra nel Tartaro il dardanio
    disertore dell'Asia (siedano e assistano i Latini),
    e da solo vendicher con il ferro la comune offesa,
    o egli ci tenga in suo dominio, e gli tocchi Lavinia in isposa.
    A lui con animo pacato risponde Latino: O magnanimo
    giovane, quanto tu sovrabbondi di feroce valore,
    con cura tanto maggiore devo trepidamente pensare
    e soppesare tutti gli eventi. Tu possiedi il regno
    del padre Dauno, le molte citt conquistate
    con la forza, e Latino possiede ricchezze e valore;
    vi sono altre fanciulle nel Lazio e nei campi laurenti,
    e di stirpe gloriosa. Lascia che senza inganni chiarisca
    cose spiacevoli a dirsi;  accogli questo nell'animo:
    non potevo unire la figlia a nessuno degli antichi
    pretendenti, e ci vaticinavano tutti, dei e uomini.
    Vinto dall'amore per te, vinto dall'affinit di sangue,
    e dalle lagrime della mesta consorte, ruppi tutti gli impegni,
    strappai la fidanzata al genero, presi empie armi.
    Che sventure e che guerre, o Turno, mi derivino da ci,
    lo vedi, e quali grandi affanni soffri per primo.
    Vinti due volte in grande battaglia, serbiamo a stento in
    citt le speranze italiche; le acque del Tevere si scaldano di nuovo
    del nostro sangue, e i campi biancheggiano di molte ossa.
    Dove mi volgo pi volte? Che follia mi turba la mente?
    Se sono disposto ad accoglierli alleati, morto Turno,
    perch piuttosto non arresto la battaglia, mente ancora vive?
    Che diranno i consanguinei Rutuli, e tutta l'Italia,
    se abbandoner alla morte (la Fortuna smentisca le parole!)
    te che chiedevi mia figlia e le nostre nozze?
    Guarda i mutevoli eventi della guerra; abbi piet
    del vecchio padre, che ora mesto la patria Ardea
    divide lontano. Ma la violenza di Turno non si piega
    con parole; divampa di pi, e a medicarla s'aggrava.
    Appena pot parlare, cos persevera a dire:
    La cura che ti prendi di me, ti prego, ottimo padre,
    deponila, e lascia che pattuisca la morte in cambio della gloria.
    Anch'io scaglio, o padre, dardi di rigido ferro,
    con il braccio; anche dai miei colpi sorga sangue;
    gli sar lontana la madre dea che lo protegga mentre fugge
    in una nube femminea, e si celi nelle ombre leggere.
    Ma la regina, atterrita dalla nuova sorte della battaglia,
    piangeva, e, destinata a morire, tratteneva il giovane ardente:
    Turno, per queste mie lagrime, per il nome di Amata,
    se t'importa - tu, ormai unica speranza e ristoro
    alla mia sventurata vecchiaia; l'onore e la potenza di Latino
    dipendono da te, su di te poggia la casa cadente -,
    questo soltanto ti chiedo: desisti dal combattere con i Teucri.
    Qualunque destino ti attende nel duello, attende
    anche me, o Turno; lascer con te l'odiosa luce,
    e non vedr, prigioniera, Enea diventarmi genero.
    Lavinia accolse il discorso della madre con lagrime
    sparse sulle gote accese, e un intenso rossore
    le aggiunse fuoco e corse sul viso bruciante.
    Come se alcuno macchiasse avorio indiano con porpora
    sanguigna, o come quando candidi gigli rosseggiano, mischiati
    a molte rose: tali colori la fanciulla rendeva dal volto.
    L'amore turba Turno, e fissa lo sguardo sulla fanciulla;
    anela ancor pi alle armi, e parla brevemente ad Amata:
    Non congedarmi, ti prego, con lagrime e con tale auspicio,
    mentre mi avvio ai cimenti del duro Marte,
    o madre: Turno non ha il potere di fermare la morte.
    Idmone, riferisci messaggero queste parole non gradite
    al tiranno frigio. Appena l'Aurora di domani
    rossegger nel cielo trasportata sulle ruote purpuree,
    non lanci i Teucri sui Rutuli; riposino le armi dei Teucri
    e dei Rutuli: decidiamo la guerra col nostro sangue;
    su quella pianura si ottenga Lavinia in isposa.
    Come ebbe detto cos, si ritira rapido nella tenda.
    Chiede i cavalli, e gode al vederli fremere
    davanti ai suoi occhi; li don la stessa Orizia, onore a Pilumno,
    che superassero le nevi nel candore, i venti nella corsa;
    saffaccendano, intorno, solerti staffieri, e percuotono
    e accarezzano i petti col palmo delle mani e ravviano le criniere
    sul collo. Egli poi si cinge le spalle di una corazza
    ruvida doro e di bianco oricalco; e si adatta
    la maneggevole spada, lo scudo e le punte del rosso cimiero;
    la spada che il dio, signore del fuoco, aveva forgiato
    al padre Dauno, e tuffata rovente nellonda stigia.
    Poi afferra con forza la valida lancia che stava
    appoggiata a una grande colonna in mezzo alla sala,
    spoglia dell'aurunco Attore, e la squassa vibrante, gridando:
    Ora, o lancia che mai deludesti le mie invocazioni,
    ora  il momento. Prima il magnanimo Attore,
    ora t'impugna Turno. Concedimi di atterrare il corpo,
    e di squarciare e dinfrangere con valida mano la corazza
    dell'effeminato frigio, e di deturpare nella polvere la chioma
    arricciata con caldo ferro e madida di mirra.
    Si agita con questa furia, e sprizzano da tutto il volto
    ardenti scintille; negli occhi selvaggi balena il fuoco:
    come il toro che all'inizio dello scontro solleva
    terribili muggiti o tenta di raccogliere lira nelle corna,
    avventandosi al tronco d'un albero, e sfida i venti coi colpi,
    e si prepara alla battaglia spargendo con gli zoccoli la sabbia.
    Frattanto, non meno terribile nelle armi materne,
    Enea inasprisce limpeto di Marte e si infiamma dira,
    lieto che la guerra si concluda con lofferta del patto.
    Allora conforta i compagni e il timore del mesto Iulo,
    rammentando i fati, e ordina che alcuni riportino
    al re Latino sicuri responsi, ed espongano le leggi dellaccordo.
    Il nuovo giorno cospargeva appena di luce la cima
    dei monti, quando dal gorgo profondo si levano
    i cavalli del Sole, e dalle nari alzate spirano raggi.
    Rutuli e Troiani misurano il campo sotto le mura
    dellalta citt, e lo preparano per lo scontro;
    cataste nel mezzo e are erbose agli dei comuni;
    altri portavano fuoco e acqua, coperti dal grembiule
    listato di porpora, cinte di verbena le tempie.
    Avanza la legione degli Ausonidi, e le schiere serrate
    si rovesciano dalle porte ricolme; di qui tutto lesercito
    dei Troiani e dei Tirreni accorre con armi diverse
    coperti di ferro, come se chiamasse unaspra
    contesa di Marte. E in mezzo alle migliaia gli stessi
    capi volteggiano superbi d'oro e di porpora,
    e Mnesteo, stirpe di Assaraco, e il forte Asila,
    e Messapo, domatore di cavalli, nettunia prole.
    Dato il segnale, ciascuno si ritir al suo posto;
    infiggono in terra le aste e vi appoggiano gli scudi.
    Allora accorsero con ansia le madri, e il popolo inerme
    e i vecchi invalidi occuparono le torri e i tetti delle case,
    altri si posero ritti sulla sommit delle porte.
    Ma Giunone dalla cima d'un colle, che ora si chiama Albano
    - allora l'altura non aveva un nome, un culto, una fama -,
    scrutando guardava il campo e ambedue le schiere
    dei Laurenti e dei Teucri, e la citt di Latino.
    Subito parl cos alla sorella di Turno,
    dea alla dea, che presiede ai laghi e ai fiumi
    sonori - Giove, l'alto re dell'etere, le consacr
    quest'onore in cambio della verginit rapita -:
    Ninfa, gloria dei fiumi, gratissima al nostro animo,
    sai come abbia anteposto te sola a tutte le donne latine
    che ascesero all'ingrato giaciglio del magnanimo Giove,
    e tabbia di buon grado collocato in una parte del cielo.
    Apprendi, Giuturna, e non incolparmi, la tua sventura.
    Finch la Fortuna sembr permetterlo e le Parche lasciarono
    che gli eventi prosperassero per il Lazio,  protessi Turno  e  le  tue
    mura;
    ora vedo che il giovane combatte con impari fati
    e s'avvicina il giorno delle Parche e la forza nemica.
    Io non sopporto di assistere allo scontro e al patto
    tu, se osi qualcosa di pi efficace per il fratello, avanti!,
    puoi farlo. Forse un destino migliore attende gli sventurati.
    Disse appena, e Giuturna si sciolse in lagrime
    e tre e quattro volte percosse con la mano il bel petto.
    Non  tempo di lagrime, disse la saturnia Giunone.
    Affrettati e, se vi  un modo, strappa il fratello alla morte;
    o suscita guerra, e sconvolgi il progetto d'un accordo:
    io ti ispiro l'osare. Esortatala cos, la lasci
    inquieta e con l'animo turbato da triste ferita.
    Frattanto andavano i re, e su una grande,
    massiccia quadriga Latino, al quale dodici
    raggi d'oro recingono le fulgide tempie,
    emblema dell'avo Sole; Turno va su una bianca biga
    vibrando due aste di largo ferro per mano.
    Di l il padre Enea, origine della stirpe romana,
    balenante dello scudo sidereo e delle armi celesti,
    e accanto Ascanio, seconda speranza della grande Roma,
    avanzano dal campo, e il sacerdote con pura veste
    conduce un neonato di setoloso maiale e un'intonsa bidente,
    e spinge le bestie alle are coperte di fiamme.
    Essi, volgendo gli occhi al sole nascente
    spargono salso frumento, e segnano col ferro
    le tempie delle vittime, e libano con le coppe sugli altari.
    Allora il pio Enea prega cos con la spada snudata:
    Ora sia testimonio alla mia preghiera il Sole,
    e la Terra, per cui potei sopportare tanti affanni,
    e il Padre onnipotente, e tu, saturnia sposa
    (ormai raddolcita, o dea, ti prego); e tu
    inclito Marte, che pieghi, o padre, a un tuo cenno
    tutte le guerre; e invoco le fonti e i fiumi
    e le divinit dellalma etere, e i numi del ceruleo mare:
    se mai la vittoria toccher all'ausonio Turno,
    stabiliamo che i vinti si ritraggano nella citt di Evandro;
    Iulo abbandoner i campi; e mai in seguito gli Eneadi
    riprenderanno ribelli le armi, o sfideranno il regno col ferro.
    Se invece la vittoria assolver la nostra battaglia
    - come prevedo, e gli dei la governino con il loro potere -,
    io non vorr che gli Italici obbediscano ai Teucri,
    e non chiedo un regno per me: ambedue le genti
    con pari leggi si affidino invitte a un eterno patto.
    Dar riti e dei; il suocero Latino abbia le armi
    e il sovrano dominio; a me i Teucri fonderanno
    mura, e alla citt dar il nome Lavinia.
    Cos Enea per primo; segue cos Latino,
    guardando il cielo, e tende la destra alle stelle:
    Le medesime cose, o Enea, giuro sulla terra, sul mare,
    sulle stelle, e sul duplice parto di Latona, e su Giano bifronte,
    e sulla potenza degli dei inferni e sui sacrari dell'aspro Dite;
    ascolti ci il Padre che sancisce i patti col fulmine.
    Tocco le are, e chiamo tra noi a testimoni i fuochi e i numi:
    nessun giorno infranger la pace e il patto per gli Itali,
    dovunque volgano gli eventi; nessuna violenza mi svier
    consenziente, neanche se rovesci la terra nelle onde,
    sconvolgendola con un diluvio, e dissolva il cielo nel Tartaro:
    come questo scettro (infatti si trovava a impugnare lo
    scettro); mai da lieve fronda getter virgulti e ombre,
    dacch, reciso nelle selve dalla profonda radice, manca
    della madre, e depose ai colpi del ferro le chiome e le braccia;
    albero un tempo; ora la mano dell'artefice lo racchiuse
    in fulgido bronzo, e lo diede da portare ai re latini.
    Con tali parole stringevano patti tra loro
    alla vista dei capi; poi sgozzano ritualmente
    sulla fiamma le vittime consacrate e ad esse ancor vive
    strappano le viscere, e coprono le are di vassoi ricolmi.
    Ma gi ai Rutuli il duello sembrava ineguale,
    e i cuori erano turbati da varie emozioni, e tanto pi allora
    quando li vedono da vicino di impari forze.
    Contribuisce a ci Turno avanzando con tacito passo
    e adorando supplice l'ara con lo sguardo reclino,
    le gote languenti e il pallore sul giovane corpo.
    Appena la sorella Giuturna vide infittirsi
    i discorsi, e mutare i vacillanti cuori del popolo,
    in mezzo alle schiere, simulando l'aspetto di Camerte
    - che aveva una gloriosa stirpe dagli avi, e una splendida fama
    del valore paterno, mentre egli stesso era fortissimo in armi -
    si getta in mezzo alle schiere, consapevole delle condizioni,
    e semina varie voci, e dice cos:
    Non vi vergognate, o Rutuli, di arrischiare un'unica vita
    per quella di tanti valorosi? Non siamo pari di numero
    e di forze? Ecco, questi sono tutti, Troiani e Arcadi,
    e la schiera fatale, l'Etruria nemica di Turno: se combattessimo
    uno contro uno, a stento ognuno di noi troverebbe un nemico.
    E quello giunger per fama ai celesti, alle are
    dei quali si consacra, e vivo andr per le bocche;
    noi, perduta la patria, dovremo obbedire a superbi
    padroni, ed ora sediamo inoperosi nei campi.
    Riarse a tali parole l'animo dei giovani,
    e sempre di pi un mormorio serpeggia tra le file;
    gli stessi Laurenti mutano, gli stessi Latini.
    E quelli che gi si attendevano tregua alla battaglia,
    e salvezza per lo stato, ora chiedono armi e vogliono rendere
    vano il patto, e commiserano l'iniqua sorte di Turno.
    A ci Giuturna aggiunge qualcosa di pi grande, e d
    un segno dall'alto cielo, del quale nessuno pi efficace
    turb le italiche menti e le ingann con un portento.
    Nel rosso cielo volando la fulva aquila di Giove
    inseguiva gli uccelli della riva, la turba sonora
    dell'alato stormo; e piombata sulle onde
    afferra feroce con gli artigli un bellissimo cigno.
    Gli Italici protesero gli animi, e tutti gli uccelli
    con un grido invertono la fuga (mirabile a vedersi),
    e oscurano il cielo con le ali, e fatta una nube,
    incalzano il nemico nell'aria, finch il rapace
    vinto dall'assalto e dal peso cedette, e lasci cadere
    dagli artigli la preda nel fiume e fugg nelle nubi, lontano.
    Allora i Rutuli salutano con un grido l'augurio,
    e preparano le mani alla lotta; e per primo l'augure Tolumnio:
    Questo, disse , ci che ho spesso invocato:
    accolgo e riconosco gli dei; con me, con me
    brandite il ferro, o infelici che il malvagio straniero
    atterrisce in guerra, simili a deboli uccelli, e devasta
    con violenza le vostre rive. Fuggir, e lontano
    velegger sul mare. Ma voi serrate unanimi le file,
    e difendete in battaglia il re che vi viene strappato.
    Disse, e irrompendo scagli l'asta contro i nemici;
    sibila lo stridulo corniolo, e fende l'aria sicuro.
    A ci si accompagna un grande clamore. Si scompigliano
    tutte le schiere, e i cuori sinfiammano nel tumulto.
    L'asta volando, poich facevano fronte per caso
    i bellissimi corpi dei nove fratelli, che sola la fedele
    sposa tirrena aveva generato all'arcadio Gilippo,
    trapass in pieno nel costato uno di essi,
    dove il balteo tessuto si logora al ventre, e la fibbia
    morde le cinghie dei fianchi: un giovane straordinario
    daspetto e darmi fulgenti, e lo rovesci sulla fulva sabbia.
    Ma i fratelli, animosa falange, bruciata dal dolore,
    parte impugnano la spada, parte afferrano armi
    da lancio e ciechi s'avventano. Contro di loro si scagliano
    le schiere dei Laurenti; di qui dilagano di nuovo folti
    i Troiani, e gli Agillini, e gli Arcadi con le armi dipinte.
    Cos un solo desiderio possiede tutti, decidere col ferro.
    Spogliarono le are; s'irradia nel cielo una torbida
    tempesta di dardi, e cade una pioggia di ferro;
    tolgono crateri e fuochi. Fugge lo stesso Latino
    riportando gli dei offesi dal patto violato.
    Alcuni aggiogano i carri, o salgono d'un balzo
    a cavallo, o si mostrano pronti con le spade snudate.
    Messapo, avido di rompere il patto, incalza,
    lanciandogli contro il cavallo, il tirreno Auleste, re
    e munito dell'insegna di re; quello ritraendosi cade,
    e, misero, rotola con il capo e le spalle sulle are
    che gli si oppongono a tergo. Ardente gli vola addosso con lasta
    Messapo, e dall'alto del cavallo, e con l'arma grossa come una trave,
    ferisce gravemente quello che molto pregava, e dice:
    L'ebbe; questa  una vittima migliore offerta ai grandi dei.
    Accorrono gli Italici, e spogliano le calde membra.
    Di fronte, Corineo afferra dallara un tizzone
    consunto, e a Ebiso che giungeva e vibrava il colpo
    riempie il viso di fiamme; la grande barba rifulse
    e bruciando diede un acre odore. Incalzandolo dall'alto,
    afferra con la sinistra la chioma del nemico sconvolto,
    e scagliandolo con forza con un ginocchio lo inchioda all'ara,
    e con la rigida spada lo colpisce al fianco. Podalirio,
    inseguendo Also, un pastore irrompente in prima fila
    tra i dardi, lo minaccia con la nuda spada; ma quello,
    ritratta la scure. spacca a met la fronte e il mento del nemico.
    A lui una dura quiete e un ferreo sonno sigilla
    gli occhi: le pupille si chiudono in uneterna notte.
    Ma il pio Enea con il capo scoperto tendeva
    la destra inerme, e gridando chiamava i suoi:
    Dove correte?. Cos questa discordia che sorge
    improvvisa? Frenate l'ira! Il patto  gi stabilito,
    e le leggi fissate; io solo posso combattere;
    permettetelo, e allontanate il timore: sancir gli accordi
    con ferma mano; i riti mi assegnano Turno.
    Tra questi accenti, nel mezzo di questo discorso,
    ecco una freccia sibilante raggiunse a volo l'eroe;
     incerto da quale mano fosse scagliata, da quale slancio
    sospinta, chi diede ai Rutuli un onore cos grande,
    il caso o un dio;  nascosta la gloria del fatto insigne.
    Nessuno si vant della ferita di Enea.
    Turno, appena vide che Enea sallontanava dalla schiera,
    e i capi turbati, fervido avvampa di subitanea speranza;
    chiede i cavalli e insieme le armi, e balza
    superbo sul carro, e con le mani governa le briglie.
    Volteggiando mette a morte numerosi forti corpi
    di guerrieri; molti travolge morenti, o calpesta con il carro
    le schiere, o strappa e scaglia contro i fuggenti le aste.
    Come il sanguigno Marte, quando presso le acque
    del gelido Ebro, sfrenato, percuote lo scudo, e muovendo
    guerra, lancia i cavalli furenti, e quelli nell'aperta
    pianura volano davanti ai Noti e allo Zefiro, geme
    al galoppo l'estrema Tracia, e s'agitano intorno
    i volti del fosco Terrore, e le Ire, e le Insidie, corteggio
    del dio: cos Turno impetuoso in mezzo agli scontri
    sospinge i cavalli fumanti di sudore, balzando
    sui nemici spietatamente uccisi; il rapido zoccolo sparge
    rugiade cruente, e calpesta la sabbia mista a sangue.
    E gi ha ucciso Stenelo e Tamiro e Folo,
    i primi in duello, L'altro da lontano; da lontano
    entrambi gli Imbrasidi, Glauco e Lade, che Imbraso
    aveva allevati in Licia e forniti di armi pari,
    a combattere da presso o a superare a cavallo i venti.
    In un'altra parte avanza in mezzo alla mischia
    Eumede, figlio dell'antico Dolone, famoso in guerra,
    che richiama lavo nel nome, il padre nel valore e nel braccio:
    questi, un giorno, entrando a spiare nel campo
    dei Danai, os chiedere in premio i cavalli del Pelide:
    il Tidide per tale prodezza lo ripag con un altro premio,
    ed egli non aspira pi ai destrieri di Achille.
    Come Turno lo scorse lontano in campo aperto,
    inseguitolo prima per lungo spazio con un lieve
    giavellotto, ferma i cavalli aggiogati e balza dalla biga,
    e lo sovrasta semivivo, caduto, e premendogli il piede
    sul collo, gli strappa la fulgida spada di mano
    e gliela affonda in gola, e dallalto aggiunge cos:
    Ecco i campi e la terra che in guerra cercavi, o troiano,
    l'Esperia misurala giacendo; quelli che osarono provarmi
    col ferro, ottengono questi premi, cos fondano
    le mura. Gli d per compagno, scagliando una lancia,
    Asbite, e Cloreo, e Sibari, e Darete, e Tersiloco,
    e Timete caduto dal collo del cavallo imbizzarrito.
    E come quando il soffio dell'edonio Borea
    sibila sul profondo Egeo e accompagna i flutti alle rive,
    e dove incombono i venti, fuggono le nubi nel cielo:
    cos dove Turno fende la via, le schiere cedono,
    corrono in rotta le file; l'impeto lo trascina,
    e l'aria sul carro che l'attraversa scuote il volante cimiero.
    Fegeo non ne sopport l'incalzare e l'ardere in cuore,
    ma si oppose al carro, e con la destra distorse i musi,
    schiumanti per i freni, dei cavalli lanciati al galoppo.
    Mentre  trascinato e pende dal giogo, indifeso,
    lo raggiunge una larga lancia, ed infissa gli squarcia
    la lorica a doppia maglia, e scalfisce il corpo con una ferita.
    Egli tuttavia volgendosi si oppone con lo scudo al nemico,
    e cerca di difendersi con la spada snudata, quando
    una ruota e l'asse con il giro vorticoso lo urtarono
    di schianto e lo rovesciarono al suolo, e Turno, seguendolo,
    tra la parte inferiore dellelmo e il sommo della corazza
    con la spada gli recise il capo, e lasci il tronco sulla terra.
    Mentre Turno, vittorioso, semina tante uccisioni nei campi,
    frattanto Mnesteo e il fido Acate e con loro Ascanio
    condussero nell'accampamento Enea insanguinato,
    che appoggiava con sforzo alla lunga lancia gli alterni passi.
    Si adira, e tenta di strappare il dardo dalla canna
    spezzata, e chiede in aiuto un rimedio pi rapido:
    che con una larga spada aprano la ferita, e fendano
    profondamente il nascondiglio del dardo e lo rimandino in battaglia.
    E gi veniva, caro fra tutti a Febo, Iapige,
    figlio di Iaso, al quale un giorno Apollo,
    preso da ardente amore voleva concedere le proprie arti,
    i suoi doni, il vaticinio, e la cetra, e le veloci frecce.
    Egli, per protrarre la vita al padre morente,
    prefer conoscere il potere delle erbe e la pratica
    della medicina, ed esercitare oscuro le mute arti.
    Enea fremendo aspramente ristava appoggiato
    alla grande asta, tra il largo accorrere dei giovani
    e di Iulo angosciato; immobile davanti alle lagrime.
    Il vecchio, succinto con veste ritorta, secondo l'uso peonio,
    con valida mano di medico e con erbe potenti di Febo,
    vanamente si affanna, vanamente sollecita con la mano
    la punta del dardo e stringe il ferro con pinza tenace.
    Nessuna fortuna asseconda la via, in nulla sovviene
    la guida di Apollo; e nella piana cresce sempre di pi
    un crudele orrore, e si approssima la rovina. Gi vedono
    il cielo offuscato dalla polvere; giungono i cavalieri, e i dardi
    cadono fitti nel campo; sale al cielo il lugubre clamore
    dei giovani che combattono e che soggiacciono al duro Marte.
    Qui la madre Venere, turbata dall'immeritato dolore
    del figlio, colse sull'Ida cretese il dittamo,
    stelo dalle rigogliose foglie e chiomato da fiori
    purpurei; erba non ignota alle capre selvatiche,
    quando alate frecce si conficcano nel loro dorso:
    Venere lo rec, l'aspetto avvolto in un oscuro
    nembo; con quello intrise le acque versate
    in una lucida conca, medicandole in segreto, e sparse
    succo di salubre ambrosia e odorosa panacea.
    Il vecchio Iapige ignaro cur la ferita con quell'acqua;
    subito tutto il dolore fugg dal corpo, e tutto il sangue
    stagn nella profonda ferita. E gi, seguendo la mano,
    la freccia cadde, senza che nessuno intervenisse,
    e le energie rinnovate tornarono simili a prima.
    Portate in fretta le armi all'eroe! Perch indugiate?:
    Iapige grida, e per primo infiamma gli animi
    contro il nemico. Ci non proviene da potenza mortale.
    o da arte maestra, e non  la mia mano che ti salva, Enea:
    uno pi grande di me, un dio ti guida, e ti invia a maggiori imprese.
    Egli, avido di battaglia, aveva racchiuso in oro
    ambedue i polpacci e spezza gli indugi e vibra l'asta.
    Dopo che ebbe al fianco il maneggevole scudo e la corazza
    addosso, abbraccia Ascanio cingendolo con le sue armi,
    e sfiorandone attraverso l'elmo i lievi baci gli parla:
    Apprendi, o ragazzo, il valore e il vero travaglio da me,
    la fortuna da altri: ora la mia destra ti offrir
    difesa in guerra, e ti guider tra grandi prede.
    Tu, quando la tua et sar maturata,
    ricorda, e quando rievocherai le imprese dei tuoi,
    il padre Enea e lo zio ti inciti, Ettore.
    Come disse cos, usc grande dalle porte
    squassando limmane lancia; insieme s'avventano in folta
    schiera Anteo e Mnesteo, e tutta la turba dilaga,
    lasciato il campo; la pianura si offusca di polvere,
    e trema la terra scossa dal rombo dei passi.
    Dal terrapieno opposto Turno li vide venire,
    li videro gli Ausoni, e un gelido tremore corse
    nel profondo delle ossa; prima fra tutti i Latini,
    Giuturna ud e riconobbe il rimbombo, e fugg tremante.
    Egli vola, e trascina la nera schiera in campo aperto.
    Come un nembo, scoppiata la bufera, si dirige a terra.
    attraverso il mare, ahi, rabbrividiscono di lontano
    i presaghi cuori dei miseri contadini; quello dar rovina
    agli alberi, e strage ai seminati; tutto sar devastato;
    i venti volano innanzi e portano lo strepito alle rive:
    cos il condottiero reteo guida la schiera
    contro i nemici, e tutti si addensano in file
    serrate. Timbreo ferisce di spada il grande Osiri
    Mnesteo uccide Arcezio, Acate Epulone,
    e Ga Ufente; e cade l'augure Tolumnio,
    che per primo aveva scagliato l'asta contro i nemici.
    Si leva al cielo un clamore, e vlti a vicenda
    i Rutuli mostrano i dorsi polverosi in fuga nei campi.
    Enea non si degna di abbattere a morte i fuggenti,
    n insegue quelli che l'affrontano a piede fermo,
    o accorrono in armi; aggirandosi cerca nella densa caligine
    il solo Turno, e lui solamente chiama al duello.
    Sconvolta nella mente da questo terrore, la virago
    Giuturna sbalza l'auriga di Turno, Metisco,
    tra le briglie, e caduto dal timone lo lascia lontano,
    e gli subentra, e con le mani governa le redini ondeggianti,
    in tutto, nella voce e nel corpo e nelle armi, somigliante a Metisco.
    Come una nera rondine trasvola il grande palazzo
    di un ricco signore, e con le ali perlustra gli atrii,
    ghermendo piccole prede, alimento ai garruli nidi;
    e stride ora nei vuoti portici, ora intorno agli umidi
    stagni: cos Giuturna va sui cavalli in mezzo ai nemici,
    e volando sul rapido carro trascorre dovunque le piaccia,
    mostrando di qu e di l il fratello trionfante:
    ma non lo lascia combattere, e vola via fuori strada.
    Enea per incontrarlo descrive giri non meno contorti,
    e lo cerca con lo sguardo e lo chiama ad alta voce
    per le schiere disperse. Quante volte scorse il nemico,
    e tent correndo di competere con la fuga degli alati cavalli,
    tante volte Giuturna rivolse il carro nella direzione opposta.
    Ahi, che fare? Inutilmente fluttua in un vario ondeggiare,
    e diversi pensieri chiamano l'animo in parti contrarie.
    Messapo, leggero nella corsa, poich nella sinistra portava
    due aste pesanti con la punta di ferro, di esse
    scagliandone una, la indirizza con slancio preciso.
    Enea si arrest, e piegandosi sul ginocchio si raccolse
    nell'armi; tuttavia l'asta vibrata divelse
    il sommo dell'elmo, e abbatt dalla cima i pennacchi.
    Allora crescono le ire; spinto dall'insidia, appena
    cap che i cavalli e il carro tornavano indietro,
    molto invocando Giove e le are del patto violato,
    infine balza sui nemici che stanno nel mezzo e, col favore
    di Marte, terribile suscita un'atroce strage
    senza distinzioni, e allenta tutte le briglie dell'ira.
    Ora quale nume mai mi esporr con i versi
    tante sventure e stragi crudeli e uccisioni di capi,
    e quanti per tutta la pianura ora ne incalza Turno,
    ora l'eroe troiano? O Giove, volesti che lottassero
    con tale tumulto genti che sarebbero vissute in eterna pace?
    Enea colp nel fianco il rutulo Sucrone - il primo
    scontro che riordin i Teucri fuggenti - senza che molto
    resistesse, e, dove la morte  pi rapida, vibr
    la spada crudele attraverso le costole, gabbia del petto.
    Turno fa cadere da cavallo Amico e il fratello Diore
    poi li affronta a piedi, e l'uno che accorre colpisce
    con la lunga lancia, l'altro con la spada, e appende al carro
    le teste recise di entrambi, e le porta grondanti di sangue.
    Enea mette a morte Talo e Tanai e il forte Cerego.
    Ire in un solo scontro, e il mesto Onite,
    nome echionio, e figlio della madre Peridia;
    Turno uccide i fratelli venuti dalla Licia e dai campi di Apollo,
    e il giovane arcade Menete, che invano odiava la guerra,
    e aveva il lavoro intorno alle acque della pescosa Lerna,
    e una povera casa, e non conosceva le soglie dei potenti,
    mentre il padre seminava in una terra presa in affitto.
    Come incendi appiccati in parti diverse
    a una arida selva e a crepitanti virgulti di alloro;
    o come, con rapido deflusso dallalto dei monti,
    risuonano schiumosi torrenti, e corrono al mare,
    ognuno devastando il proprio percorso: cos impetuosi,
    entrambi Enea e Turno trascorrono per le battaglie;
    ora lira ribolle dentro, e scoppiano i petti incapaci
    di domarsi; ora si corre a ferire con tutte le forze.
    L'uno con un masso e col turbine di un enorme macigno
    sbalza a precipizio e stende al suolo Murrano,
    orgoglioso degli antenati e degli antichi nomi degli avi
    e di tutta la stirpe discesa dai re latini; le ruote lo travolsero
    sotto le briglie e il giogo; gli zoccoli dei suoi cavalli,
    immemori del padrone, lo calpestano con galoppo sfrenato.
    L'altro assale l'irrompente Illo che freme feroce
    nellanimo, e gli scaglia un dardo contro le tempie dorate:
    L'asta, attraverso l'elmo, ristette nel cervello trafitto.
    N la tua destra, o fortissimo dei Greci, o Creteo,
    ti strapp a Turno; e neanche i suoi dei protessero
    Cupenco dall'arrivo di Enea; oppose il petto al ferro,
    e non gli giov, sventurato, il riparo del bronzo dello scudo.
    Anche te, Eolo, videro i campi laurenti
    affrontare la morte e col dorso coprire vastamente la terra;
    cadi, o tu che non poterono abbattere le falangi argive,
    n Achille eversore del regno di Priamo; qui
    era la meta della tua morte: l'alta casa alle falde dell'Ida,
    l'alta casa a Lirneso, ma il sepolcro nel suolo laurente.
    Tutte le schiere fecero fronte, e tutti i Latini,
    tutti i Dardanidi, Mnesteo e il fiero Seresto,
    Messapo domatore di cavalli, e il forte Asila,
    e la falange degli Etruschi, e le arcadi torme di Evandro,
    gli uomini, ciascuno per quanto pu, si adoprano con sforzo supremo;
    senza indugiare o placarsi, s'impegnano in vasta battaglia.
    La bellissima madre ispir ad Enea il pensiero
    di andare alle mura, dirigere in fretta la schiera
    alla citt e sconvolgere con strage improvvisa i Latini.
    Egli, come gir lo sguardo di qu e di l
    cercando Turno tra le schiere diverse, scorge
    la citt immune da tanta guerra e impunemente quieta.
    Subito l'accende l'immagine di una maggiore battaglia;
    chiama i capi Mnesteo e Sergesto e il forte Seresto,
    e occupa un colle, dove si raduna correndo
    tutto l'esercito dei Teucri, bench folti, senza deporre
    gli scudi e le lance. In mezzo, eretto sull'alto ciglio, dice:
    Non si indugi a quanto dir; Giove ci asseconda;
    nessuno marci pi lento per l'azione improvvisa.
    Oggi, se non accetteranno di ricevere il giogo
    e di piegarsi vinti, distrugger la citt, causa della guerra,
    il regno stesso di Latino, e spianer al suolo i tetti fumanti.
    O aspetter che Turno si decida a sostenere il duello con me,
    e, pur essendo ormai vinto, voglia continuare a combattere?
    Questo, o cittadini, il nodo e la somma d'una guerra nefanda.
    Portate in fretta le torce, e rivendicate il patto con le fiamme.
    Aveva parlato, e tutti, con animi ugualmente pugnaci,
    formano un cuneo, e muovono ai muri in turba serrata.
    Dun tratto apparvero scale e fuoco improvviso.
    Alcuni corrono alle porte e uccidono i primi,
    altri scagliano il ferro e oscurano il cielo di dardi.
    Enea stesso tra i primi protende la mano sotto le mura,
    e accusa a gran voce Latino, e chiama
    a testimoni gli dei che egli  costretto di nuovo a battaglia,
    due volte nemici gli Italici e due volte violati i patti.
    Sorge discordia fra i trepidi cittadini:
    alcuni vogliono che si apra la citt e si spalanchino
    le porte ai Dardanidi, e vogliono trarre il re sui bastioni,
    altri impugnano le armi e s'affrettano a difendere le mura:
    come quando un pastore trova nascoste nel tufo
    traforato le api, e le riempie di acre fumo;
    quelle dentro spaurite dalla loro sorte trascorrono
    per i cerei rifugi, e con alto ronzio acuiscono le ire;
    si volge un tetro odore nel chiuso, e all'interno le pietre
    risuonano d'un cieco murmure; sale il fumo nella libera aria.
    Ma quest'altra sventura accadde agli affranti Latini,
    e scosse dal fondo l'intera citt con il pianto.
    La regina, appena scorse dalle case il nemico avvicinarsi,
    le mura assalite, i fuochi volare ai tetti,
    e l'esercito rutulo non opporsi in nessun luogo, e nessuna
    schiera di Turno, credette infelice che il giovane fosse caduto
    in battaglia, e sconvolta la mente da improvviso dolore,
    si proclama causa, colpa e origine dei mali,
    e molto parlando delirante nell'angoscioso furore,
    decisa a morire straccia il manto purpureo
    e lega ad un'alta trave il laccio di un'orribile morte.
    Dopo che le sventurate Latine riseppero lo scempio,
    la figlia Lavinia per prima dilani con le unghie
    i fluenti capelli e le rosee guance, e tutta la folla
    intorno si dispera; la casa vastamente risuona di pianti.
    Di qui la funesta notizia si divulga per tutta la citt.
    Cadono i cuori; Latino va con la veste stracciata,
    sgomento per la morte della sposa e la rovina della citt,
    deturpando la canizie sparsa di polvere immonda;
    ne molto si rimprovera, perch non accolse prima
    il dardanio Enea, n lo chiam spontaneamente come genero.
    Frattanto all'estremit della pianura il combattivo Turno
    insegue pochi nemici dispersi sempre pi sfiduciato,
    e sempre meno gioioso del trascorrere dei cavalli.
    L'aria gli port quel clamore misto ad oscuri
    terrori e il rombo della citt sconvolta; e il sinistro
    fragore percosse e fece protendere l'udito.
    Ahim, perch le mura si turbano di tale pianto?
    Quale cos grande clamore erompe dalla citt lontana?
    Cos dice, e si arresta, fuori di s, tirate le briglie;
    a lui la sorella, mutata com'era d'aspetto nell'auriga
    Metisco e che reggeva il carro e i cavalli e le redini,
    replica con tali parole: Inseguiamo i Troiani,
    o Turno, per dove prima la vittoria apre la via;
    vi sono altri che possono difendere la citt.
    Enea assale gli Italici e ingaggia battaglie;
    e noi seminiamo crudeli uccisioni fra i Teucri.
    Uscirai dalla lotta non minore di vittime e di gloria.
    Turno rispose:
    Sorella, da tempo ti riconobbi quando per prima turbasti
    il patto con un artificio, e ti gettasti nella mischia,
    ed ora cerchi invano, tu dea, d'ingannarmi. Chi mai ti ha ordinato
    di scendere dall'Olimpo e di sopportare tanti travagli?
    Forse per vedere la crudele morte dello sventurato fratello
    Cos'altro mi resta? o quale fortuna ormai
    mi promette salvezza? Vidi davanti ai miei occhi
    Murrano invocarmi, pi caro del quale nessuno
    mi resta, e, grande perire vinto da grande ferita.
    Cadde, infelice, per non assistere alla nostra vergogna,
    Ufente, e i Teucri s'impadroniscono del corpo e delle armi.
    Sopporter che si distruggano le case - questo soltanto mancava
    alla sorte -  E non smentir con la destra le parole di Drance?
    Volger le spalle, e questa mia terra vedr
    Turno che fugge? A tal punto dispiace morire?
    Voi, o Mani, siatemi benigni, poich i celesti
    mi avversano. Anima pura, ignara di simile colpa,
    io discender a voi, mai indegno dei grandi avi.
    Aveva appena parlato, ed ecco Sace vola
    tra i nemici sul cavallo schiumante, ferito in pieno
    da un dardo, e cade invocando il nome di Turno:
    Turno, in te l'estrema salvezza; abbi piet dei tuoi,
    Enea fulmina in armi e minaccia di abbattere
    le alte rocche degli Italici e di seminare sterminio;
    gi le fiaccole volano ai tetti. I Latini rivolgono
    a te il volto e lo sguardo; lo stesso re Latino
    esita sul genero da accogliere, sul patto a cui piegarsi
    e la regina, a te fedelissima, cadde
    di sua stessa mano, e sconvolta fugg la luce.
    Soli davanti alle porte, Messapo e il fiero Atina
    sostengono l'assalto. Di qua, di l li circondano
    dense falangi, una ferrea messe irta di spade
    snudate: tu volteggi col carro su un prato deserto.
    Turno sbigott, confuso dalla varia immagine
    degli eventi, e ristette, con lo sguardo immobile, in silenzio:
    grande ribolle in un solo cuore la vergogna,
    e follia mista a cordoglio e amore agitato dalla furia,
    e consapevole valore. Come scomparvero le ombre,
    e torn la luce alla mente, rivolse annuvolato gli occhi
    ardenti alle mura e guard dal carro la grande citt.
    Ecco un vortice di fiamme, volgendosi tra i palchi
    ondeggiava alto nel cielo e avvolgeva la torre
    che egli stesso aveva eretto con travi compatte
    e munita sotto di ruote, e impiantata con alti ponti.
    Sorella i fati ci sovrastano. Smetti gli indugi,
    andiamo dove mi chiamano il dio e la dura Fortuna.
    Devo affrontare Enea e soffrire la morte
    Non pi mi vedrai inglorioso sorella. Ti prego,
    lascia che prima divampi di questo furore.
    Disse, e subito balza dal carro nei campi,
    e si slancia tra i nemici, tra i dardi, e lascia la sorella
    angosciata, e fende a met le schiere con rapida corsa.
    Come quando un macigno cade a precipizio dalla vetta
    d'un monte, staccato dal vento, sia che un torbido scroscio
    lo trascini, o vecchiezza strisciando con gli anni ne dissolva
    la base; il masso con grande impeto piomba rovinoso
    nei dirupi, e rimbalza sul suolo, travolgendo con s
    selve, armenti, uomini: cos, tra le schiere disperse,
    Turno s'avventa alle mura, dove copiosa la terra
    s'intride di sangue versato, e sibila l'aria di frecce;
    fa segnali con la mano, e comincia a gran voce:
    Frenate i dardi o Latini:
    qualunque sia la Fortuna, mi appartiene;  pi giusto
    che io solamente paghi il patto per voi, e decida col ferro.
    Nel mezzo tutti si allontanarono, e diedero spazio.
    Il padre Enea, udito il nome di Turno,
    lascia i muri e lascia le altissime rocche,
    tronca tutti gli indugi, interrompe tutte le imprese,
    esultando di gioia, e terribile rimbomba nell'armi:
    quale l'Athos, o l'Erice, o lo stesso padre
    Appennino possente quando freme di elci ondeggianti,
    e gode levandosi con la vetta nevosa al cielo.
    E gi i Rutuli a gara e i Teucri e tutti gli Italici
    rivolsero lo sguardo, quelli che stavano sugli alti bastioni,
    e quelli che percuotevano con l'ariete la base delle mura,
    e deposero le armi dalle spalle. Stupisce lo stesso Latino
    che quei gloriosi guerrieri, generati in parti diverse
    del mondo, si scontrino tra loro e decidano la sorte col ferro.
    Quelli, appena il terreno si liber in un'ampia distesa,
    con rapido assalto, scagliate da lontano le aste,
    cominciano il duello con gli scudi di bronzo sonoro.
    Geme la terra, e con le spade raddoppiano i colpi
    frequenti; il caso e il valore si mischiano insieme.
    E come quando, sull'immensa Sila o in vetta al Taburno,
    due tori cozzano a testa bassa in aspra battaglia;
    arretrano atterriti i pastori: tutto l'armento
    ammutolisce per il timore, e le giovenche non intendono
    a chi obbedisca la selva o tutta si accodi la mandria;
    quelli si scambiano colpi con grande violenza
    e forzando infiggono le corna, e bagnano il collo e le spalle
    di fiotti di sangue; tutta la selva risuona d'un muggho:
    cos il troiano Enea e l'eroe daunio cozzano
    con gli scudi, e un grande fragore riempie il cielo.
    Giove, equilibrato l'ago, sostiene i due piatti
    della bilancia, e vi pone i diversi destini dei due,
    chi lo scontro condanni, dove col peso inclini la morte.
    Balza, senza pensare al pericolo, Turno, e alto
    si leva su tutto il corpo sorgendo con la spada,
    e colpisce: urlano i Teucri e i trepidi Latini,
    tese le schiere di entrambi. Ma la perfida spada
    s'infrange e abbandona l'ardente a met del colpo,
    se non lo aiutasse la fuga. Fugge pi veloce dell'Euro,
    Atena vede l'elsa ignota e la destra inerme.
    E fama che quando all'inizio della battaglia sal precipitoso
    sui cavalli aggiogati, lasciata la spada del padre,
    afferr trepidante il ferro dell'auriga Metisco;
    questo, mentre i Teucri volgevano le spalle dispersi,
    bast a lungo; ma poi che si venne alle armi divine
    di Vulcano, la lama mortale, al pari di fragile ghiaccio,
    si spezz al colpo; i frammenti risplendono sul fulvo suolo.
    Turno, fuori di s, fugge in diverse parti del campo,
    e intreccia di qu, di l incerti giri;
    dovunque infatti i Teucri si stringono in folta corona,
    e di qui lo cinge una vasta palude, di l le erte mura.
    Enea, sebbene a momenti lo ostacoli il ginocchio
    attardato dal colpo di freccia, e gli ricusi la corsa,
    lo insegue e fervido preme col piede il piede
    di lui trepidante: come a volte il segugio, imbattutosi
    in un cervo serrato da un fiume o irretito dal timore
    delle penne purpuree, lo incalza con la corsa e il latrato;
    e quello, atterrito dalle insidie e dalla riva scoscesa,
    fugge e rifugge per mille vie; ma l'umbro focoso
    lo tallona con le fauci spalancate, e quasi lo tiene, e come
    lo tenesse, sbatte le mascelle, deluso dal morso a vuoto.
    Allora si leva un grido, e la palude e le rive
    echeggiano intorno, e tutto il cielo rimbomba del tumulto.
    Turno fuggendo apostrofa tutti i Rutuli,
    chiamando ciascuno per nome, e reclama la nota spada;
    mentre Enea minaccia morte e strage immediata,
    se alcuno intervenga, e atterrisce i tremanti, giurando
    la distruzione della citt, e, sebbene ferito, incalza.
    Compiono cinque giri di corsa, e ne ripetono altrettanti,
    di qua, di l; non inseguono premi lievi o scherzosi,
    combattono per la vita ed il sangue di Turno.
    L vi era stato un oleastro dalle amare foglie,
    sacro a Fauno, un tempo legno venerabile ai marinai,
    dove, scampati alle onde, solevano affiggere doni
    e sospendere vesti votive al dio laurente;
    ma i Teucri, senza alcun riguardo, avevano reciso
    il tronco sacro per poter combattere in libero campo.
    Qui ristava confitta l'asta di Enea, qui l'aveva
    portata lo slancio e la imprigionava nel ceppo tenace.
    Il Dardanide si curv e volle strapparne il ferro,
    e colpire con l'asta chi non aveva potuto raggiungere
    con la corsa. Allora Turno, folle di terrore:
    O Fauno, ti prego, abbi piet, disse, e tu, ottima Terra,
    trattieni il ferro, se sempre osservai il vostro culto,
    che invece gli Eneadi profanarono in guerra.
    Disse, e invoc la potenza del dio con voti non vani;
    infatti lottando a lungo, fermo sul ceppo tenace,
    con nessuna forza Enea pot dischiudere il morso
    del legno. Mentre s'adopra accanito e persiste,
    la dea daunia, di nuovo mutata nell'aspetto
    dell'auriga Metisco, accorre e rende la spada al fratello.
    Venere, indignata che tanto l'audace Ninfa potesse,
    s'appress, e divelse l'asta dalla radice profonda.
    Essi, superbi, recuperate le armi e il coraggio,
    L'uno fidando nella spada, l'altro fiero ed eretto con l'asta,
    cominciano l'uno contro l'altro anelanti la contesa di Marte.
    Frattanto il re dell'onnipotente Olimpo parla
    a Giunone, guardando la battaglia da una fulva nube:
    Quale sar la fine, mia sposa? Che resta?
    Sai, e devi sapere, che Enea  dovuto al cielo,
    dio tutelare della patria, e sollevato alle stelle dai fati.
    Che cosa prepari? Con quale speranza rimani tra le gelide nubi?
    Fu giusto violare un dio con ferita mortale?
    O rendere a Turno la spada smarrita (che potrebbe infatti
    Giuturna senza di te?), e accrescere le forze ai vinti?
    Desisti, infine, e pigati alle mie preghiere.
    Un tale dolore non ti strugga in silenzio.
    Siamo alla fine. Hai potuto inseguire i Troiani
    per terra e per mare, accendere una guerra nefanda,
    sfigurare una casa, mischiare imenei con il pianto:
    osare di pi, proibisco. Cos parl Giove;
    cos la dea saturnia di rimando con il volto reclino:
    Poich la tua volont mi  nota, o grande Giove
    ho lasciato, sebbene a malincuore, Turno e la terra;
    ora non mi vedresti solitaria nella sede celeste
    tollerare il giusto e l'ingiusto, ma cinta di fiamme
    combatterei anch'io, e trascinerei i Teucri in aspre battaglie.
    Ho indotto Giuturna, lo confesso, ad aiutare l'infelice fratello,
    e approvato che per la sua vita osasse maggiori espedienti;
    ma non tuttavia che tendesse i dardi e l'arco;
    lo giuro sulla fonte implacabile del fiume stigio,
    unico timore religioso assegnato agli dei celesti.
    Ora mi allontano e lascio le odiate battaglie.
    Questo, che non  vincolato da alcuna legge del destino,
    ti chiedo per il Lazio e per il prestigio dei tuoi:
    quando con nozze felici, sia!, comporranno la pace,
    quando gi stringeranno vincoli di leggi e di patti,
    non volere che i nativi Latini mutino l'antico
    nome, o diventino Troiani, o siano chiamati Teucri,
    o che gli uomini mutino lingua, o cambino vesti.
    Sia Lazio, siano re albani nei secoli,
    sia la romana progenie potente del valore italico;
    cadde, e lascia che sia caduta, Troia col suo nome.
    Le rispose il creatore degli uomini:
    Sei la sorella di Giove e la seconda figlia di Saturno:
    come puoi volgere nel cuore tali flutti d'ira!
    Ma placa l'inutile furore che t'ha preso: concedo
    ci che desideri, vinto e volente mi arrendo.
    Gli Ausoni conserveranno il patrio linguaggio e i costumi,
    Il nome sar com'; misti soltanto di sangue,
    i Teucri s'aggregheranno; attribuir costumi
    e riti sacri; e far tutti con unica lingua Latini.
    La stirpe che ne sorger, mista di sangue ausonio,
    la vedrai superare in devozione gli uomini e gli dei,
    e nessuna progenie celebrer ugualmente le tue lodi.
    Annu a questo Giunone, e allietata distrasse la mente
    intanto arretr dal cielo, e lasci la nube.
    Compiuto ci, il Padre medita altro fra s,
    e si prepara ad allontanare Giuturna dalle armi del fratello.
    Vi sono due pesti gemelle, che chiamano Dire:
    la fosca Notte le gener insieme alla tartarea
    Megera in un unico parto; e le cinse di uguali
    spire di serpi, e aggiunse ali ventose.
    Esse compaiono accanto al trono di Giove, sulla soglia del re
    implacabile, e acuiscono il terrore agli affranti mortali,
    se il re degli dei ordisce atroce morte
    e morbi, o atterrisce le citt colpevoli con la guerra.
    Giove fece discendere una di esse veloce dal sommo
    del cielo, e le ordin di mostrarsi in presagio a Giuturna.
    Quella vola, e si dirige sulla terra con rapido turbine.
    Come, scoccata dall'arco attraverso una nube, la freccia
    che un Parto o un Cidone scagli, armata del fiele
    di feroce veleno, immedicabile colpo, stridendo
    attraversa senza che alcuno la veda le ombre veloci:
    cos la figlia della Notte viaggi e raggiunse la terra.
    Dopo che vide l'esercito iliaco e le schiere di Turno,
    subito si raccolse nella figura del piccolo uccello
    che talvolta, posato di notte sulle tombe e sui tetti deserti,
    canta lugubre a lungo attraverso le ombre;
    mutatasi in questa forma, la peste vola e rivola
    gemendo sul volto di Turno e percuote lo scudo con le ali.
    A lui uno strano torpore infiacch di spavento le membra,
    i capelli si drizzarono per l'orrore, e la voce s'arrest nella gola.
    Come da lontano riconobbe le strida e le ali della Dira,
    l'infelice Giuturna si scioglie e si strappa i capelli,
    colpendosi il volto con le unghie e il petto coi pugni:
    Come adesso, o Turno, la sorella potr aiutarti?
    che resta a me, crudele? con quali espedienti
    protrarti la vita? e posso oppormi a simile mostro?
    S, abbandono il campo. Non m'atterrite, sgomenta,
    infausti uccelli: conosco il battito delle ali
    e il mortifero suono; non mi sfuggono i duri comandi
    del magnanimo Giove. Cos per la verginit mi ripaga?
    Perch mi diede un'eterna vita, e mi tolse la condizione
    della morte? ora potrei terminare questi tormenti.
    e accompagnare lo sventurato fratello tra le ombre,
    Io immortale? Vi sar qualcosa di dolce per me,
    senza di te, o fratello? Quale profondo abisso
    si aprir precipitando me dea tra i profondi Mani?.
    Detto ci, si avvolse il capo nel glauco manto delle acque
    con alti gemiti, e scomparve nelle profondit del fiume.
    Enea di contro incalza e vibra la lancia,
    enorme, simile a un tronco, e parla con animo feroce:
    Ora cos' quest'indugio? Perch ti attardi, o Turno?
    Non con la corsa, con l'armi crudeli si deve combattere
    da presso. Trasfrmati in tutti gli aspetti, raduna quanto
    vali con l'animo e con l'astuzia; desidera di volare
    sulle alte stelle, e di racchiuderti nel cavo della terra.
    Quello, scuotendo il capo: Non le tue superbe parole mi atterriscono,
    o arrogante; gli dei mi atterriscono e Giove nemico.
    E senza dire nullaltro, rivolge lo sguardo a un grande
    macigno, a un grande, antico macigno che giaceva sul campo,
    posto come confine al terreno, per dirimere le agresti contese.
    Lo porterebbero a stento sul collo dodici uomini scelti,
    quali di membra attualmente produce la terra;
    L'eroe, afferratolo con mano ansiosa, cerc di scagliarlo
    sul nemico, ergendosi in alto e preso di corsa l'abbrivio.
    Ma non si riconobbe nel correre, nel muoversi,
    nell'alzare con la mano e nel librare il possente macigno;
    le ginocchia vacillano, si rapprende gelido il sangue.
    Allora la pietra, lanciata dal guerriero nel vuoto,
    non percorse tutto lo spazio, n port a termine il colpo.
    E come in sogno, di notte, quando una languida quiete
    grava sugli occhi, ci sembra di voler inutilmente
    intraprendere avide corse, e durante il tentativo cadiamo sfiniti;
    la lingua impotente, le forze consuete del corpo
    svaniscono, e non escono voce o parole:
    cos a Turno, con qualunque sforzo tenti la via,
    L'orribile dea nega il successo. Allora volge
    nel cuore sentimenti diversi: guarda i Rutuli e la citt,
    e indugia nel timore, e trema all'arrivo del colpo;
    non sa dove scampare, come assalire il nemico,
    e non vede in nessun luogo il carro e la sorella auriga.
    Mentre esitava, Enea brandisce l'asta fatale,
    calcolando la sorte con gli occhi, e la vibra da lontano
    con lo slancio di tutto il corpo. Non rombano mai
    cos le pietre scagliate da una macchina murale,
    o col fulmine scoppiano simili tuoni. L'asta vola a guisa
    di nero turbine, portando sinistra rovina, e squarcia
    l'orlo della corazza, e l'ultimo cerchio del settemplice scudo e
    trapassa, stridendo, la coscia. Il grande Turno
    cadde in terra, colpito con le ginocchia piegate.
    Balzano con un grido i Rutuli, e tutto rimbomba
    il monte d'intorno, e ampiamente i profondi boschi riecheggiano.
    Egli da terra, supplice, protendendo lo sguardo e la destra
    implorante: L'ho meritato, disse, e non me ne dolgo;
    profitta della tua fortuna; tuttavia, se il pensiero d'un padre
    infelice ti tocchi, prego - anche tu avesti un padre,
    Anchise -, piet della vecchiaia di Dauno,
    e rendi me, o se vuoi le membra prive di vita,
    ai miei. Hai vinto e gli Ausoni mi videro sconfitto
    tendere le mani; ora Lavinia  tua sposa;
    non procedere oltre con gli odii. Ristette fiero nell'armi
    Enea, volgendo gli occhi, e trattenne la destra;
    sempre di pi il discorso cominciava a piegarlo
    e a farlo esitare: quando al sommo della spalla apparve
    l'infausto balteo e rifulsero le cinghie delle note borchie
    del giovane Pallante, che Turno aveva vinto e abbattuto
    con una ferita, e portava sulle spalle il trofeo nemico.
    Egli, fissato con gli occhi il ricordo del crudele dolore,
    e la preda, arso dalla furia, e terribile
    nell'ira: Tu, vestito delle spoglie dei miei,
    vorresti sfuggirmi? Pallante con questa ferita,
    Pallante t'immola, e si vendica sul sangue scellerato.
    Dicendo cos, gli affonda furioso il ferro in pieno petto;
    a quello le membra si sciolgono nel gelo,
    e la vita con un gemito fugge sdegnosa tra le ombre.

