"NUOVA CRONICA"
(Giovanni Villani)

(tomo primo)


"LIBRO PRIMO"

(Questo libro si chiama la Nuova cronica, nel quale si tratta di pi cose passate, e spezialmente dell'origine e cominciamento della citt di Firenze, poi di tutte le mutazioni ch'ha avute e avr per gli tempi: cominciato a compilare nelli anni della incarnazione di Ies Cristo MCCC.)

"I"


(Comincia il prolago, e il primo libro.)

Con ci sia cosa che per gli nostri antichi Fiorentini poche e nonn-ordinate memorie si truovino di fatti passati della nostra citt di Firenze, o per difetto della loro negligenzia, o per cagione che al tempo che Totile (Flagellum Dei) la distrusse si perdessono scritture, io Giovanni cittadino di Firenze, considerando la nobilt e grandezza della nostra citt a' nostri presenti tempi, mi pare che si convegna di raccontare e fare memoria dell'origine e cominciamento di cos famosa citt, e delle mutazioni averse e filici, e fatti passati di quella; non perch'io mi senta sofficiente a tanta opera fare, ma per dare materia a' nostri successori di nonn-essere negligenti di fare memorie delle notevoli cose che averranno per gli tempi apresso noi, e per dare esemplo a quegli che saranno delle mutazioni e delle cose passate, e le cagioni, e perch; acci ch'eglino si esercitino adoperando le virtudi e schifino i vizii, e l'aversitadi sostegnano con forte animo a bene e stato della nostra repubblica. E per io fedelmente narrer per questo libro in piano volgare, a ci che li laici siccome gli aletterati ne possano ritrarre frutto e diletto; e se in nulla parte ci avesse difetto, lascio alla correzzione de' pi savi. E prima diremo onde fu il cominciamento della detta nostra citt, conseguendo per gli tempi infino che Dio ne conceder di grazia; e non sanza grande fatica mi travaglier di ritrarre e ritrovare di pi antichi e diversi libri, e croniche e autori, le geste e' fatti de' Fiorentini compilando in questo; e prima l'orrigine dell'antica citt di Fiesole, per la cui distruzione fu la cagione e 'l cominciamento della nostra citt di Firenze. E perch l'esordio nostro si cominci molto di lungi, in raccontando in brieve altre antiche storie, al nostro trattato ne pare di nicessit; e fia dilettevole e utile e conforto a' nostri cittadini che sono e che saranno, in essere virtudiosi e di grande operazione, considerando come sono discesi di nobile progenie e di virtudiose genti, come furono gli antichi buoni Troiani, e' valenti e nobili Romani. E acci chell'opera nostra sia pi laudebile e buona richeggio l'aiuto del nostro Signore Ies Cristo, per lo nome del quale ogni opera ha buono cominciamento, mezzo, e fine.

"II "


(Come per la confusione della torre di Babello si cominci ad abitare il mondo.)

Noi troviamo per le storie della Bibbia e per quelle degli Asseriani che Nembrotto il gigante fu il primo re, overo rettore e ragunatore di congregazione di genti; ch'egli per la sua forza e sguito signoreggi tutte le schiatte de' figliuoli di No, le quali furono LXXII; ci furono XXVII quelle che uscirono di Sem il primo figliuolo di No, e XXX quelle di Cam il secondo figliuolo di No, e XV quelle di Giaffet il terzo figliuolo di No. Questo Nembrot fu figliuolo di Cus che fu figliuolo di Can il secondo figliuolo di No. E per lo suo orgoglio e forza si credette contrastare adDio, dicendo che Idio era signore del cielo, e egli della terra. E acci che Dio non gli potesse pi nuocere per diluvio d'acqua, come avea fatto alla prima etade, s ordin di fare la maravigliosa opera della torre di Babel. Onde Iddio, per confondere il detto orgoglio, subitamente mand confusione in tutti viventi, e che operavano la detta torre fare; e dove tutti parlavano una lingua, ci era l'ebrea, si variaro in LXXII diversi linguaggi, che l'uno non intendea l'altro. E per cagione di ci rimase per necessit il lavoro della detta torre, la quale era s grande che girava LXXX miglia, e era gi alta IIIIm passi, e grossa M passi, che ogni passo  braccia III delle nostre. E poi quella torre rimase per le mura della grande citt di Babbillonia, la quale  in Caldea, e tanto  addire Babbillonia quanto confusione. E in quella per lo detto Nembrot e per gli suoi furono prima adorati gl'idoli di falsi Idii. E fu cominciata la detta torre, overo mura di Babillonia, VIIc anni apresso che fu il Diluvio, e MMCCCLIIII anni dal cominciamento del secolo infino alla confusione della torre di Babello. E troviamo che si pen affare anni CVII: e le genti viveano in que' tempi lungamente. E nota che in lunga vita, avendo pi mogli, aveano molti figliuoli e discendenti, e multiplicaro in molto popolo, tutto fosse disordinato e sanza legge. Della detta citt di Babillonia fu prima re che cominciasse battaglie Nino figliuolo Beli, disceso d'Ansur figliuolo di Sem, il quale Nino fece la grande citt di Ninive. E poi dopo lui regn Semiramis sua moglie in Babillonia, che fu la pi crudele e dissoluta femmina del mondo, e questa fu al tempo da Abraam.

"III"


(Come si dipart il mondo in tre parti, e della prima detta Asia.)

Per cagione della detta confusione convenne di nicessit che' tribi e le schiatte de' viventi ch'allora erano si dipartissero e abitassono diversi paesi. E la prima generale partigione fu che in tre patti si divise il mondo, per le schiatte de' primi tre figliuoli di No. La prima e maggiore parte si chiam Asia, la quale contiene quasi la metade e pi di tutta la terra abitata, cio tutta la parte da levante, cominciando dal mare Occiano e Paradiso terrestro, partendosi dalla parte di settentrione dal fiume di Tanai in Soldania che mette foce in sul mare Maggiore, detto per la Scrittura Pontico; e da la parte di mezzod si parte e confina al diserto che parte Soria da Egitto, e per lo fiume del Nilo che fa foce a Dammiata in Egitto, e mette capo nel nostro mare. Questa parte d'Asia contiene pi province in s, Camia, e India, e Caldea, e Persia, e Asiria, Mesopotania, Media, Erminia, Giorgia, e Turchia, e Soria, e molte altre province. E questa parte abitaro i discendenti di Sem, il primo figliuolo di No.

"IV"


(De la seconda parte del mondo detta Africa, e de' suoi confini.)

La seconda parte si chiam Africa, la quale da levante comincia i suoi confini dal sopradetto fiume del Nilo, dal mezzogiorno infino nel ponente a lo stretto di Sibilia e di Setta, cinta e circondata dal mare Uziano, che si chiama il mare di Libia; e dal settantrione confina col nostro mare detto Mittaterreno. Questa parte ha in s Egitto, Numidia, Moriena, e Barberia, e 'l Garbo, e 'l reame di Setta, e pi altre salvatiche province e diserti. Questa parte fu popolata per gli discendenti di Cam il secondo figliuolo di No.

"V"


(Della terza parte del mondo detta Europia, e de' suoi confini.)

La terza parte del mondo si chiama Europia, la quale comincia i suoi confini da levante dal fiume detto Tanai, il qual  in Soldania, overo in Cumania, e mette nel mare de la Tana nominato dal detto fiume, e quel mare si chiama Maggiore; in sul qual mare e parte d'Europia si  parte di Cumania, Rossia, e Bracchia, e Bolgaria, e Alania, stendendosi sopra quel mare infino in Costantinopoli; e poi verso il mezzogiorno Saloniche, e l'isole d'Arcipelago nel nostro mare di Grecia, e tutta Grecia comprende infino in Accaia ov' la Morea; e poi si torce verso settantrione il mare detto seno Adriatico, chiamato oggi golfo di Vinegia, sopra il quale  parte di Romania verso Durazzo, e la Schiavonia, e alcuno capo d'Ungaria, e stendesi infino ad Istria, e Frioli, e poi torna alla Marca di Trevigi, e a la citt di Vinegia; e poi verso il mezzogiorno, agirando il paese d'Italia, Romagna, Ravenna, e la Marca d'Ancona, e Abruzzi, e Puglia, e vanne infino in Calavra a lo 'ncontro a Messina, e l'isola di Cicilia; e poi tornando verso ponente per la riva del nostro mare a Napoli e Gaeta infino a Roma; e poi la Maremma e 'l paese nostro di Toscana infino a Pisa e Genova, lasciandosi allo 'ncontro l'isola di Corsica e di Sardigna, conseguendo la Proenza, apresso la Catalogna, e Araona, e l'isola di Maiolica, e Granata, e parte di Spagna infino allo stretto di Sibilia ove s'afronta con Africa in piccolo spazio di mare; e poi volge a mano diritta in su la riva di fuori del grande mare Uziano, circundando la Spagna, Castello, Portogallo e Galizia verso tramontana, e Navarra, e Brettagna, e Normandia, lasciandosi allo 'ncontro l'isole d'Irlanda; e poi conseguendo, Piccardia, e Fiandra, ed ereame di Francia, lasciandosi allo 'ncontro verso tramontana, in piccolo spazio di partimento di mare, l'isola d'Inghilterra, che la grande Brettagna fu anticamente chiamata, e l'isola di Scozia con essa. E poi di Fiandra conseguendo verso levante e tramontana, Isilanda, e Olanda, e Frisinlanda, Danesmarche, Norvea, e Pollana, conchiudendo in s tutta Alamagna, e Boemia, e Ungaria, e Sassogna; e poi  Gozia e Svezia, tornando in Rossia e Cumania al sopradetto confine ove cominciammo del fiume di Tanai. Questa terza parte cos confinata ha in s molte altre province infra terra che non sono nominate in questo, e  del tanto la pi popolata parte del mondo, per che tiene al freddo, e  pi temperata. Questa Europia prima fu abitata da' discendenti di Giafet il terzo figliuolo di No, come faremo menzione apresso nel nostro trattato; e eziandio secondo che racconta Escodio maestro di storie, No in persona con Iano suo figliuolo, il quale ebbe poi che fu il Diluvio, ne vennero in questa parte d'Europia nelle parti d'Italia, e l fin sua vita. E Iano vi rimase, e di lui uscirono grandi signori e popoli, e fece molte cose in Italia.

"VI"


(Come il re Attalante, nato di quinto grado di Giaffet figliuolo di No, prima venne in Europia.)

Intra gli altri principali, e che prima arrivasse in questo nostro paese d'Italia, partendosi dalla confusione della torre Babel, fu Attalante, overo Attalo, il quale fu figliuolo di Tagran, o Targoman, che fu figliuolo di Tirras, il quale fu figliuolo di Gomer che fu figliuolo primo di Giaffet. Altri dottori iscrissono che questo Attalo fu de' discendenti di Can, il secondo figliuolo di No, in questo modo: che Can ingener Cus, e Cus ingener Nembrot il gigante, onde  fatta menzione; Nembrot ingener Cres, che fu il primo re e abitatore dell'isola di Creti, che per suo nome cos fu nominata; Cres ingener Cielo, e Cielo ingener Saturno, e Saturno gener Iove e Attalo. Di questa nazione furono i re di Grecia, e di Latini, ma non per il detto Attalante, overo Attalo; anzi troviamo che di Saturno nacque Iove, come dice dinanzi, e Tantalo: e quello Iove re di Creti cacci Saturno suo padre del regno, e venne bene Saturno in Italia, e fece la citt di Sutri, detta Saturna, e di lui discesono poi i re di Latini, come innanzi far menzione. Ma il detto Tantalo fu re in Grecia, e troviamo ch'ebbe grande guerra con Troio re di Troia, e uccise Ganimedes figliuolo di Troio. Ma l'errore dello scrittore fu di Tantalo ad Attalo; ma la vera progenie fu da Attalo, detto Attalante, come dicemmo dinanzi.

"VII"


(Come il re Attalante prima edific la citt di Fiesole.)

Questo Attalante ebbe una moglie ch'ebbe nome Eletra. Questa Eletra moglie d'Attalo fu figliuola d'uno altro Attalante re, il quale fu de' discendenti di Can, secondo figliuolo di No. Quello Attalante abit in Africa gi nel ponente, quasi di contro a la Spagna; e per lui nominiamo prima il grande monte ch' l Monte Attalante, che si dice ch' s alto che quasi pare tocchi il cielo, onde i poeti in loro versi feciono favole che quello Attalante sostenea il cielo; e ci fu che fu grande astrolago. E sue VII figliuole si convertiro nelle VII stelle del Tauro, che volgarmente chiamiamo Galulle. L'una di quelle VII sue figliuole fu la sopradetta Eletra moglie d'Attalante re di Fiesole, il quale Attalante con Eletra sua moglie, con molti che 'l seguiro, per agurio e consiglio d'Appollino suo astrolago e maestro, ariv in Italia nel paese di Toscana, il quale era tutto disabitato di gente umana. E cercando per astronomia tutti i confini d'Europia, per lo pi sano e meglio asituato luogo che eleggere si potesse per lui, s si puose in sul monte di Fiesole, il quale gli parve forte per sito e bene posto. E in su quello poggio cominci e edefic la citt di Fiesole, per consiglio del detto Appollino, il quale trov per arte di stronomia che Fiesole era nel migliore luogo e pi sano che fosse nella detta terza parte del mondo detta Europia; imper ch'egli  quasi nel mezzo intra' due mari che acerchiano Italia, cio il mare di Roma e di Pisa chella Scrittura chiama Mittaterrena, il mare overo seno Adriatico, che oggi s'appella il golfo di Vinegia. E per cagione de' detti mari e per le montagne che vi sono intorno vi regnano i migliori venti e pi sani e purificati che in altra parte, e ancora per le stelle che signoreggiano sopra quello luogo. E la detta citt fu fondata sotto ascendente di tale segno e pianeta che d allegrezza e fortezza a tutti gli abitanti pi che in altra parte d'Europia; e come pi si sale alla sommit del monte, tanto  pi sano e migliore. E nella detta cittade ebbe uno bagno, il quale era chiamato bagno reale, che sanava molte infermitadi; e nella detta cittade venia per maraviglioso condotto delle montagne di sopra a Fiesole acque di fontane finissime e sane, onde la citt avea grande abondanza. E fece Attalante murare la detta citt di fortissime mura, e di maravigliose pietre e grossezza, e con grandi e forti torri, e una rocca in sulla sommit del monte di grandissima bellezza e fortezza, ove abitava il detto re, s come ancora si mostra e pu vedere per le fondamenta delle dette mura, e per lo sito forte e sano. La detta citt di Fiesole multiplic e crebbe d'abitanti in poco tempo, sicch tutto il paese e molto di lungi a s signoreggiava. E nota ch'ella fu la prima citt edificata nella detta terza parte del mondo chiamata Europia, e per fu nominata (Fia sola), cio prima, sanza altra citt abitata nella detta parte.

"VIII"


(Come Attalante ebbe tre figliuoli, Italo, e Dardano, e Siccano.)

Attalante re di Fiesole, poi ch'ebbe fatta la detta citt, ebbe di Eletra sua moglie tre figliuoli; il primo ebbe nome Italo, e per lo suo nome fu iregno d'Italia nominato, e ne fu signore e re; il secondo figliuolo ebbe nome Dardano, il quale fu il primo cavaliere che cavalcasse cavallo con sella e freno. Alcuni scrissono che Dardano fu figliuolo di Iove re di Creti e figliuolo di Saturno, come adietro  fatta menzione; ma non fu vero, per che Iove rimase in Grecia, e' suoi discendenti ne furo re e signori, e sempre nemici de' Troiani; ma Dardano venne d'Italia, e fu figliuolo d'Attalo, come la storia far menzione. E Vergilio poeta il conferma nel suo libro dell'Eneidos, quando li Dei dissero ad Enea che cercasse il paese d'Italia, l ond'erano venuti i suoi anticessori ch'aveano edificata Troia, e cos fu vero. Il terzo figliuolo d'Attalo ebbe nome Siccano, quasi in nostro volgare sezzaio, il quale ebbe una bellissima figliuola nomata Candanzia. Questo Siccano n'and nell'isola di Cicilia, e funne il primo abitatore, e per lo suo nome fu prima l'isola chiamata Siccania, e per la variet di volgari delli abitanti  oggi dalloro chiamata Sicilia e da noi Italiani Cicilia. Questo Siccano edific in Cicilia la citt di Saragosa, e fecela capo del reame ond'elli fu re e' suoi discendenti apresso per grandissimo tempo, come fanno menzione le storie di Ciciliani, e Virgilio nell'Eneida.

"IX"


(Come Italo e Dardano vennero a concordia a cui dovesse rimanere la citt di Fiesole e il regno d'Italia.)

Morto il re Attalante nella citt di Fiesole, rimasero apresso di lui signori Italo e Dardano suoi figliuoli; e essendo ciascuno di loro signori di grande coraggio, e che ciascuno per s era degno di signoreggiare il regno d'Italia, s vennero tralloro in questa concordia, che dovessero andare con loro sacrificii a sacrificare il loro Idio alto Marti, il quale adoravano. E fatti i sacrificii, il domandarono quale di loro dovesse rimanere signore in Fiesole, e quale di loro dovesse andare a conquistare altri paesi e reami. Dal quale idolo ebbono risposto, o per commessione divina o per artificio diabolico, che Dardano dovesse andare a conquistare altre terre e paesi, e Italo dovesse rimanere in Fiesole e nel paese d'Italia. Al quale comandamento e risponso cos aseguiro, che Italo rimase nella signoria; e di lui nacquero grandi signori che apresso di lui signoreggiaro non solamente la citt di Fiesole e la provincia intorno, ma quasi tutta Italia, e molte citt v'edificaro; e la detta citt di Fiesole mont in grande potenzia e signoria, infino chella grande citt di Roma nonn-ebbe stato e signoria. E con tutta la grande potenzia di Roma, sempre le fu la citt di Fiesole nemica e ribella, infino che per gli Romani non fu disfatta, come innanzi far menzione la vera storia. Lasceremo di pi dire al presente di Fiesolani, ch'a luogo e tempo torneremo alla storia, e seguiremo come Dardano si part di Fiesole, e fu il primo edificatore della grande citt di Troia, e l'origine de' re di Troiani, ed eziandio di Romani.

"X"


(Come Dardano arriv in Frisia, e edific la citt di Dardania, che poi fu la grande Troia.)

Dardano, com'ebbe comandamento dal risponso del loro Idio, si part di Fiesole con Appollino maestro e astrolago del suo padre, e con Candanzia sua nipote, e con grande sguito di sua gente, e arriv nelle parti d'Asia nella provincia che si chiamava Frigia, per lo nome di Friga di discendenti di Giaffet che prima ne fu abitatore; la quale provincia di Frigia si  di l da la Grecia, passate l'isole d'Arcipelago, in terra ferma, che oggi si signoreggia per li Turchi e si dice Turchia. In quello paese il detto Dardano per consiglio e arte del detto Apollino cominci ad edificare, e fece una citt in sulla riva del detto mare di Grecia, a la quale per lo suo nome puose nome Dardania, e ci fu IIImCC anni dal cominciamento del secolo. E cos fu Dardania chiamata mentre Dardano vivette, e eziandio i figliuoli.

"XI"


(Come Dardano ebbe uno figliuolo ch'ebbe nome Tritamo che fu padre di Troio, per lo quale la citt di Troia fu cos chiamata.)

Il quale Dardano ebbe uno figliuolo ch'ebbe nome Tritamo: di Tritamo nacque Troio e Toraio; ma Troio fu il pi savio e valoroso, e per la sua bont fu signore e re de la detta citt e del paese d'intorno, e con Tantalo re di Grecia, figliuolo che fu di Saturno re di Creti, onde facemmo menzione, ebbe grande guerra. E poi dopo la morte del detto Troio, per la bont e senno e valentia che in lui era regnata, s piacque al figliuolo e agli uomeni della sua citt che per lo suo nome sempre la detta citt fosse chiamata Troia; e a la principale e maestra porta de la citt, per la memoria di Dardano, rimanesse il nome che avea prima la citt, cio Dardania.

"XII"


(De li re che furono in Troia; e come Troia fu la prima volta distrutta al tempo del re Laumedon.)

Del sopradetto Troio, poi che fu morto, rimasono tre figliuoli; il primo ebbe nome Elion, il secondo Ansaraco, il terzo Ganimedes. Il detto Elion edific in Troia la mastra fortezza e castello reale di magnifica opera, e per lo suo nome Elion fu chiamato. Del detto Elion nacque il re Laumedon, e Titonun che fu padre di Menone, overo Menelao, al cui tempo fu distrutta Troia la prima volta per lo possente Ercore, il quale fu figliuolo della reina Armene figliuola del re Laudan di Creti, e collui Iason figliuolo Anson e nepote del re Pelleus di Polopense, e lo re Talamone di Salamine. E ci fu per cagione del detto re Laumedon, ch'aveva vietato il porto di Troia al detto Ercore e Iason, e fatta loro onta e villania, e volutoli prendere e uccidere, quando Iason andava a l'isola di Colco ov'era il montone col vello dell'oro, come raccontano i poeti; imper che 'l detto Laumedon si tenea per nemico di Greci, per cagione che 'l re Tantalo avea morto Ganimedes suo zio e figliuolo di Troio, come innanzi faremo menzione. E per la detta antica guerra, allora rinnovellata, fu la prima distruzione di Troia. E per loro fu morto il detto re Laumedon e molta di sua gente, e distrussono e arsono la detta citt di Troia. E 'l detto re Talamone, che al detto conquisto fu molto valoroso, rub e prese Ansiona figliuola del detto re Laumedon, e menollasene in Grecia, e tennela per sua femmina, overo amica.

"XIII"


(Come il buono re Priamo reedific la citt di Troia.)

Apresso la detta prima distruzione di Troia Priamo figliuolo del re Laumedon, il quale essendo giovane non era allora in Troia, torn poi con aiuto d'amici, e rifece fare e ristorare di nuovo la detta citt di Troia di maggiore sito, e grandezza, e fortezza che nonn-era stata dinanzi, e tutta la gente del paese d'intorno vi ricolse e fece abitare, s che in piccolo tempo multiplic e crebbe, e divenne delle maggiori e pi possenti citt del mondo; ch, secondo raccontano le storie, ella girava LXX de le nostre miglia con popolo innumerabile. Questo re Priamo ebbe della sua moglie Eccuba pi figliuoli e figliuole: il primo ebbe nome Ettor, il quale fu valentissimo duca, e signore di grande prodezza e senno; l'altro ebbe nome Paris, e l'altro Deifebo, e Elenus, e 'l buono Troiolus; e IIII figliuole, Creusa moglie che fu d'Enea, e Cassandra, e Polisena, e Elionas, e pi altri figliuoli di pi altre donne, onde la storia di Troia di loro fa menzione, i quali tutti furono maravigliosi in prodezza d'arme. E apresso buon tempo, essendo la detta citt in grande e possente stato, e il re Priamo e' figliuoli in grande signoria, Paris e Troiolus suoi figliuoli, e Eneas suo nipote, e Pollidamas colloro compagnia, armarono XX navi, e con quelle navicando, arrivaro in Grecia per vendicare la morte e l'onta dere Laumedon loro avolo, e la distruzione di Troia, e ruberia di Siona loro zia; e arrivaro neregno del re Menelao fratello del re Talamone ch'avea presa Siona, il quale Menelao avea per moglie Elena, la pi bella donna che allora fosse al mondo, la quale era ita a una festa di sacrificii in su una loro isola; e veggendola Paris, incontanente innamor di lei, e presela per forza, e uccisono e rubaro tutti quegli ch'erano a la detta festa e in su quella isola, e tornarsi a Troia. E per molti si dice che la detta reina Elena fu rubata in su l'isola che oggi  chiamata Ischia, e la terra del re Menelao era Baia e Pozzuolo, e 'l paese d'intorno ove  oggi Napoli e Terra detta di Lavoro, che in quegli tempi era abitata da' Greci e detta la Grande Grecia. Ma per quello che troviamo per le vere storie, quella isola ove fu presa Elena fu Citerea, che oggi si chiama il Citri, la quale  in Romania incontro a Malvagia nel paese d'Accaia detto oggi la Morea; e la detta Elena fu serocchia di Castor e di Polluce onde i poeti fanno versi.

"XIV"


(Come Troia fu distrutta per gli Greci.)

Per la detta ruberia di Elena il re Menelao core Talamone e col re Agamenone suo fratello, ch'allora era re di Cicilia, con pi altri re e signori di Grecia e di pi altri paesi, fecero lega e congiura di distruggere Troia, e raunarono M navi con grandissima moltitudine di genti d'arme a cavallo e a pi, e con esse arrivaro e puosono assedio a la grande citt di Troia. Al quale assedio stettero per tempo di X anni, VI mesi, e XV d; e dopo molte aspre e diverse battaglie, e uccisione e tagliamento di gente dall'una parte e dall'altra, e 'l buono Ettor con pi de' figliuoli del re Priamo furono morti in battaglia. La detta citt di Troia per tradimento fu presa da' Greci, e di notte v'entraro e rubarla, e misero a fuoco e fiamma, e il detto re Priamo uccisero, e quasi tutta sua famiglia, e di cittadini in grande quantit, s che pochi ne scamparo. De la quale distruzione Omero poeta, e Virgilio, e Ovidio, e Dario, e pi altri savi (chi gli vorr cercare) ne fecero compiutamente menzione in versi e in prosa; e ci fu anni CCCCXXX anzi che si cominciasse Roma, e IIIImCCLXV anni dal cominciamento del mondo, e nel tempo che Abdon era iudice del popolo Israel. Di questa distruzione di Troia segu quasi a tutto il mondo grandi mutazioni, e molti principi di reami usciro delli scampati Troiani, siccome innanzi faremo menzione.

"XV"


(Come i Greci chessi partirono dall'asedio di Troia quasi tutti arrivarono male.)

Distrutta Troia, i Greci che si partiro dall'asedio, la maggiore parte, arrivaro male, chi per fortuna di mare, e chi per discordie e guerre tralloro. Lasceremo ora di ci, e diremo di Troiani che scamparo di Troia come arrivaro, acci che seguiamo nostra storia, mostrando l'origine di cominciamenti di Romani e poi di noi Fiorentini, come dinanzi promettemmo di narrare.

"XVI"


(Come Elenus figliuolo del re Priamo co' figliuoli d'Ettor si part di Troia.)

Intra gli altri che scamparo e si partiro di Troia fu Elenus figliuolo del re Priamo, che non era uomo d'arme, e con Eccuba sua madre, e Cassandra sua serocchia, e con Andromaca moglie che fu di Ettor, e con due figliuoli d'Ettor piccoli garzoni, e con pi genti che gli seguiro, arrivaro in Grecia nel paese di Macedonia, e quivi ricevuti da' Greci popolaro il paese e fecero citt; che Pirro figliuolo d'Acchille signore del paese prese per moglie Andromaca, moglie che fu d'Ettor di Troia, e di loro usciro poi grandi re e signori.

"XVII"


(Come Antinoro e Priamo il giovane partiti di Troia, edificaro la citt di Vinegia, e quella di Padova.)

Un'altra gente si part de la detta distruzione: ci fu Antinoro che fu uno de' maggiori signori di Troia e fu fratello di Priamo e figliuolo del re Laumedon, il quale fu incolpato molto del tradimento di Troia, e Eneas il sent, secondo che scrive Dario; ma Virgilio al tutto di ci lo scolpa. Questo Antinoro con Priamo il giovane, figliuolo del re Priamo, ch'era piccolo fanciullo, e scamp della distruzione di Troia con grande sguito di genti, in numero di XIIm, e grande navilio per mare navicando, arrivaro nelle contrade ov' oggi Vinegia grande citt, e in quelle isolette d'intorno si puosero, acci che fossero franchi e fuori d'ogni altra iurisdizione e signoria d'altra gente, e di quegli scogli furo gli primi abitatori; onde, crescendo poi, si fece la grande citt di Vinegia, che prima ebbe nome Antinora per lo detto Antinoro. E poi il detto Antinoro si part di l e venne ad abitare in terra ferma ove  oggi Padova la grande citt, e elli ne fu il primo abitatore e edificatore; e Padova le puose nome perch'era infra paduli, e per lo fiume del Po che vi corre assai presso, che si chiamava Pado. Il detto Antinoro mor e rimase in Padova, e infino al presente nostro tempo si ritrov il corpo e la sepoltura sua con lettere intagliate, che faceano testimonianza com'era il corpo d'Antinoro; e da' Padovani fu rinnovata sua sepultura, e ancora oggi si vede in Padova.

"XVIII"


(Come Priamo il terzo fu re in Alamagna e' suoi discendenti re di Francia.)

Priamo il terzo, figliuolo di quello Priamo che con Antinoro avea edificata Vinegia, si part con grande gente del detto luogo e andonne in Pannonia, cio Ungheria, e nel paese detto Siccabar; e cos la nominaro e popolaro di loro gente, e per la prodezza e virt del detto Priamo ne fu re e signore. Questa gente erano chiamati Galli, overo Gallici, perch'erano biondi; e stettono nel detto luogo lungo tempo, infino a la signoria di Romani, quando signoreggiavano la Germania, cio Alamagna, infino al tempo che regnava Valentiniano imperadore intorno gli anni di Cristo CCCLXVII. Allora il detto imperadore per cagione che' detti Galli li ataro conquistare una gente che aveano nome Alani, i quali s'erano rubellati dallo 'mperio di Roma, e per la loro forza li sottomisero a lo 'mperio, il detto imperadore li fece franchi X anni del tributo che doveano dare a' Romani, e d'allora innanzi furono chiamati Franchi, onde poi deriv il nome de' Franceschi. E a quello tempo era loro signore uno ch'avea nome Priamo, disceso per lignaggio del primo Priamo che venne in Siccambra. E morto Valentiniano imperadore, e compiuti i detti X anni, i detti chiamati Franchi rifiutaro di dare il tributo allo 'mperio, e per loro fierezza si rubellaro da' Romani, e feciono loro signore Marcomene figliuolo del detto Priamo, e uscirono del loro paese Siccambra, e entrarono in Alamagna, e in quella conquistaro citt e castella assai tra 'l fiume Danubio e quello del Reno, le quali erano alla signoria di Romani; e d'allora innanzi gli Romani non v'ebbono libera signoria. E 'l detto Marcomene regn nella Magna XXX anni, ma ancora erano pagani. Apresso lui fu re di Franchi Ferramonte suo figliuolo, il quale per forza d'arme entr nel reame che oggi si chiama Francia, e tolselo a' Romani. E per lo loro nome in latino fu chiamata Gallia, e in comune volgare Francia, e gli uomini Franceschi, derivato dal sopradetto nome di Franchi; e ci fu nelli anni di Cristo intorno CCCCXVIIII.

"XIX"


(Come Ferramonte fu il primo re di Francia, e' suoi discendenti apresso.)

Ferramonte primo re di Francia regn XL anni. Apresso lui regn Clodius, overo Clodoveo il Capelluto, suo figliuolo XVIII anni, e prese la citt di Cambragio e 'l paese d'intorno che teneano li Romani, e cacciolli infino al fiume di Somma in Francia. Apresso lui regn Meroveo suo figliuolo X anni, e molto avanz il suo reame. Apresso lui regn Elderigo suo figliuolo XXVI anni; ma per lo suo male reggimento, usando sua vita in lussuria, fu cacciato da' baroni, e toltali la signoria, e fuggissi nel Reno al re Bazin, e l dimor in esilio VIII anni; poi fu rappellato da' Franceschi. E ebbe uno figliuolo chiamato Clovis, il quale presso lui regn XXX anni, e fu uomo di grande valore, che conquist Alamagna, e Cologna e poi in Francia Orliens e Sassona, e tutte le terre che teneano i Romani. E fu il maggiore e il pi possente de' suoi anticessori, e fu il primo re di Francia che fosse cristiano per conforto della sua moglie chiamata Croceia, la quale era cristiana. E essendo il detto Clovis asembiato ad una battaglia contra a li Alamanni, si bot a Cristo, s'egli avesse vittoria per lo suo nome, si farebbe egli e sua gente Cristiano; e per virt di Cristo cos avenne, onde si battezz per mano di santo Remigio arcivescovo di Rens; e nel battesimo dimenticando la clesima, venne visibilemente da cielo una colomba che in becco l'adusse al beato Remigio; e ci fu gli anni di Cristo Vc. Apresso il detto Clovis detto Clodoves regn Lottieri suo figliuolo V anni, e apresso Lottieri regn Chelperiche suo figliuolo XXIII anni. Questi fu fatto uccidere da la moglie chiamata Fredegonda crudelissima; rimase di lui uno piccolo figliuolo di IIII mesi, il quale ebbe nome Lottieri, e regn XLII anni. Apresso di lui regn Godoberto suo figliuolo XIIII anni. Questi fece fare la chiesa di Santo Dionigi in Francia. Apresso lui regn Clovis suo figliuolo XVII anni. Questi fu di mala vita, e molto abass il reame; ebbe III figliuoli, Lottieri, Tederigo, e Elderigo. Apresso Clovis regn Lottieri suo primo figliuolo III anni. Poi fu re Tederigo suo fratello I anno, e fu disposto del reame da' suoi baroni per sua misera vita, e rendsi monaco a San Donnisi; e feciono re Elderigo terzo fratello, il quale regn anni XII. E morto Elderigo, fu tratto della badia di San Donnigi Tederigo monaco, e rifatto re, e regn poi XII anni, con tutto che poco si sapesse intramettere del reame; anzi il governava uno grande barone di Francia suo balio ch'avea nome Ertaire. Ma il primo Pipino, il quale era de' maggiori signori di Francia figliuolo d'Ancherse, e, per lo suo podere, veggendo male governare il reame, e per essere signore e balio del regno, s combatt col detto Tederigo re e con Ertaire suo balio, e sconfissegli in battaglia, e uccise il detto Ertaire, e Tederigo re mise in pregione, e vivette III anni. E dopo la sua morte fu fatto re Crovis suo primo figliuolo, e regn sotto il governo di Pipino, che di tutto era balio sovrano, IIII anni. E dopo lui regn Ideberto fratello del detto Clovis XVIII anni. E poi regn Dangoberto suo secondo figliuolo IIII anni. E poi regn Lottieri il quarto suo figliuolo due anni. E tuttora a la signoria de' detti re era Pipino sovrano balio e governatore di tutta Francia, e fu mentre che fu in vita. E poi regn Cilpericche figliuolo del detto Lottieri V anni, e suo generale balio fu Carlo Martello figliuolo del primo Pipino, il quale ebbe della sua amica, serocchia di Dodone duca d'Equitania. Questo Carlo Martello fu uomo di grande valore e potenzia, bene aventuroso in battaglia: e conquist tutta Alamagna, Soavia, e Baviera, e Frigia, e Lotteringia, e recolli sotto il reame di Francia. Del sopradetto Cilpericche fu uno figliuolo chiamato Tederigo, il quale regn XV anni al governo del detto Carlo Martello. Apresso lui regn Elderigo suo figliuolo VIIII anni; ma nonn-avea se non il nome, e Carlo la signoria. E poi, morto Carlo Martello, il secondo Pipino figliuolo del detto Carlo fu sovrano balio del reame come era stato il padre. Ilderigo re essendo uomo di poco valore, con volont del papa Stefano ch'allora regnava, per molti servigi fatti per lo detto Pipino a santa Chiesa, e per Carlo Mattello suo padre, come innanzi far menzione, e con volont di tutti gli baroni di Francia, il detto Ilderigo re, s come uomo disutile al reame, fu disposto de la signoria, e rendsi monaco, e mor sanza figliuoli, e in lui fall il primo lignaggio de' re di Francia della schiatta di Priamo. E disposto il detto Ilderigo re, come detto  di sopra, fu consegrato re di Francia per lo detto papa, e con volont de' baroni, il buono Pipino; e fu fatto dicreto per lo papa che mai non potesse essere re di Francia altri che di suo lignaggio; e ci fu gli anni di Cristo VIIcLI.

"XX"


(Come il secondo Pipino padre di Carlo Magno fu re di Francia.)

Del sopradetto re Pipino discese il buono Carlo Magno suo figliuolo, il quale fu re di Francia e imperadore di Roma; e apresso lui furono VI suoi discendenti imperadori di Roma, e pi re di Francia, come innanzi faremo menzione, ove tratteremo del detto Carlo Magno e di suoi discendenti; ma per la loro discordia fall loro lo 'mperio, e eziandio il diritto stocco reale di Carlo Magno venne meno al tempo d'Ugo Ciappetta duca d'Orliensa, il quale fu poi re di Francia, e sono ancora i suoi discendenti. Onde noi in questo in brieve, quando fia tempo, ne tratteremo, imper che la loro signoria si mischia molto ne' nostri fatti della citt di Firenze, come innanzi faremo menzione. Lasceremo di Franceschi, e torneremo adietro a la vera storia d'Enea di Troia, onde discesono gli re e poi gl'imperadori romani, tornando a nostra materia poi della edificazione di Firenze fatta per gli Romani.

"XXI"


(Com'Eneas si part di Troia e arriv a Cartagine in Africa.)

Ancora si part de la detta distruzione di Troia Eneas con Anchises suo padre e con Ascanio suo figliuolo nato di Creusa figliuola del grande re Priamo, con sguito di IIImCCC uomini de la migliore gente di Troia, e ricolsonsi in su XXII navi. Questo Enea fu della schiatta reale di Troiani in questo modo: che Ansaraco figliuolo di Troio e fratello d'Ilion, onde al cominciamento  fatta menzione, ingener Daphino, e Daphino ingener Anchises, e Anchises ingener Enea. Questo Enea fu signore di grande valore, savio, e di grande prodezza, e bellissimo del corpo. Quando si part di Troia co' suoi, con grande pianto, avendo perduta Creusa sua moglie a lo stormo de' Greci, s n'and prima all'isola di..., e sacrificio fece ad Appollo Idio del sole, overo idolo, domandando consiglio e risponso in quale parte dovesse andare; dal quale ebbe risponso e comandamento che dovesse andare nel paese e terra d'Italia, l onde prima erano venuti a Troia Dardano e' suoi anticessori, e dovesse intrare in Italia per lo porto, overo foce, del fiume d'Alba; e dissegli per lo detto risponso che dopo molte fatiche di mare e battaglie nella detta terra d'Italia avrebbe moglie e grande signoria, e della sua schiatta sarebbono possenti re imperadori, i quali farebbono grandissime e notabili cose. Udito ci, Enea fu molto riconfortato per la buona risposta e promessa: incontanente si mise in mare con sue genti e navile, il quale navicando per pi tempo ebbe di molte fortune, e arriv in molti paesi, e prima nella contrada di Macedonia ove erano gi Elenus, e la moglie, e 'l figliuolo d'Ettor; e dopo la dolorosa accoglienza per la ricordanza della ruina di Troia, si partiro. E navicando per diversi mari, ora innanzi, e ora adietro, o a traverso, come gente ignoranti del paese d'Italia, n grandi maestri n pedoti di mare non aveano colloro che gli guidasse, anzi navicavano quasi come la fortuna e' venti del mare gli menava, s arrivaro nell'isola di Cicilia, che' poeti chiamano Trinacia, e dove  oggi la citt di Trapali iscesono in terra; nel quale luogo Anchises suo padre per molta fatica e vecchiezza pass di questa vita, e nel detto luogo fu soppellito alloro maniera con grande solennit. E dopo il grande corrotto fatto per Enea del caro padre, di l si partirono per arrivare in Italia: e per grande fortuna di mare si dipartiro la detta conserva delle navi, e l'una tenne una via, e l'altra un'altra. E l'una delle dette navi con tutta la gente profond in mare, l'altre arrivaro a li liti d'Africa, non sappiendo l'una dell'altra, l dove si facea la nobile citt di Cartagine per la possente e bella reina Dido venuta l di Sidonia, che oggi si chiama Suri; la quale il detto Enea, e Ascanio suo figliuolo, e tutta sua gente delle XXI navi che a quello porto si ritrovaro la detta reina acolse con grande onore, e maggiormente perch la detta reina di grande amore fu presa di Enea incontanente che 'l vide, per modo che per lei vi dimor Enea pi tempo in tanto diletto, che non si ricordava del comandamento degli Dei che dovesse andare in Italia; e per sogno, overo visione, per gli detti Iddei gli fu comandato che pi non dovesse dimorare in Africa. Per la qual cosa subitamente con sua gente e navilio si part di Cartagine; e per la detta reina Dido per lo smaniante amore colla spada del detto Enea ella medesima s uccise. E chi questa storia pi pienamente vorr trovare legga il primo e secondo libro dell'Eneida che fece il grande poeta Virgilio.

"XXII"


(Come Enea arriv in Italia.)

Partito Enea d'Africa, ancora capit in Cicilia, l dove avea soppellito il padre Anchises, e in quello luogo fece l'anovale del padre con grandi giuochi e sacrificii, e ricevettono grande onore da Anceste allora re di Cicilia, per lo antico parentado di Troiani discendenti di Siccano di Fiesole. Poi si part di Cicilia e arriv in Italia nel golfo di Baia, che oggi si chiama Mare Morto, al capo di Miseno, assai presso dov' oggi Napoli; ne la quale contrada avea boschi e selve grandissime, e per quelle andando Enea, per fatale guida della Sibilla Erittea menato fu a vedere l'inferno e le pene che vi sono, e poi il limbo; e secondo che racconta Virgilio nel VI libro dell'Eneida, vi trov e conobbe l'ombre, overo imagini dell'anima del suo padre Anchises, e di Dido, e di pi altre anime passate. E per lo detto suo padre gli fu mostrato, overo per visione notificato, tutti i suoi discendenti e loro signoria, e quelli che doveano fare la grande citt di Roma. E dicesi per gli pi che in quello luogo ove fu per la savia Sibilla menato fue per le diverse caverne di Monte Barbaro il quale  sopra Pozzuolo, che ancora al d d'oggi sono maravigliose e paurose a riguardare; e altri avisano e stimano che per virt divina o per arte magica ci fosse mostrato ad Enea in visione di spirito, per significargli le grandi cose che doveano uscire e essere di suoi discendenti. Ma quale che si fosse, come usc dello inferno, si part; e intrato in nave, seguendo le piagge e la foce del fiume del Tevero detto Albola, entr e arriv, e disceso in terra, per agurio e per segni conobbe ch'era arrivato nel paese d'Italia, che dalli Iddii gli era promesso; e con grande festa e allegrezza fecero fine a le loro fatiche del navicare, e cominciaro a fare loro abitacoli e fortezze di fossi e di legname de le loro navi. E quello luogo fu poi la citt d'Ostia; e quella fortezza feciono per tema de' paesani, i quali per paura di loro, s come gente straniera e dalloro costumi salvaggia, e per nimici gli trattavano, e pi battaglie ebbono co' Troiani per cacciargli del paese, de le quali i Troiani di tutte furono vincitori.

"XXIII"


(Come il re Latino signoreggiava Italia, e come Enea ebbe la figliuola per moglie, e tutto il suo regno.)

Signoreggiava in quello paese il regno (ond'era principale la citt di Laurenzia che era presso dove  ora la citt di Terracina, e ancora appare disfatta) il re Latino, il quale fu de' discendenti dere Saturno che venne di Creti, quando fu cacciato da Iove suo figliuolo, come dinanzi facemo menzione. E quello Saturno arriv nel paese di Roma che allora signoreggiava Giano, uno de' discendenti di No; ma la gente era allora molto grossa, e viveano, quasi come bestie, di frutta e di ghiande, e abitando in caverne. Quello Saturno, savio di scrittura e di costumi, per suo senno e consiglio adirizz que' popoli a vivere come gente umana, e fecegli lavorare terre e piantare vigne, e edificare case, e terre e citt murare, e de la citt di Sutri, detta Saturna, fu il primo edificatore, e per lui cos ebbe nome; e fu in quella contrada per lo suo studio prima seminato grano, onde quegli del paese l'aveano per uno Idio; e Giano medesimo che n'era signore il fece compagno, e li diede parte nel regno. Questo Saturno regn in Italia XXXIIII anni, e dopo lui regn Picco suo figliuolo anni XXXI; e dopo Picco regn Fauno suo figliuolo XXVIIII anni, e fu morto da' suoi: di Fauno rimase Lavino e Latino. Quello Lavino edific la citt di Lavina; e poco regn Lavino; e morto lui rimase il regno a Latino, il quale a la citt di Lavina mut il nome in Laurenzia, perch in su la mastra torre nacque uno grande albore d'alloro. Il detto Latino regn XXXII anni, e fu molto savio, e molto amend la lingua latina. Questo re Latino avea solamente una figliuola bellissima chiamata Lavina, la quale per la madre era promessa a uno re di Toscana ch'avea nome Turno della citt d'Ardea, oggi chiamata Cortona. Toscana ebbe nome il paese e provincia, per che vi furono i primi sacrificatori a l'Idii con fummo d'uncenso, detto tuscio. Venuto Enea nel paese, richiese pace al detto re Latino, e che potesse abitare in esso; dal quale Latino fu ricevuto graziosamente, e non solamente datogli licenzia d'abitarvi, ma gli promise Lavina sua figliuola per moglie, per che per fatale comandamento dell'Iddei avea chella dovesse maritare a straniero, e non a uomo del paese. Per la quale cagione, e per avere il retaggio del re Latino, grandi battaglie ebbe da Enea e Turno, e que' di Laurenzia per pi tempo; il quale Turno uccise in battaglia il grande e forte gigante Pallas figliuolo di Menandro re di VII colli, ove  oggi Roma, il quale era venuto in aiuto a Enea; e morinne la vergine Cammilla per mano d'Enea, ch'era maravigliosa in arme. Alla fine il detto Enea vincitore dell'ultima battaglia, e morto di sua mano Turno, Lavina ebbe per moglie, la quale molto amava Enea, e Enea lei, e ebbe la met del regno del re Latino. E dopo la morte del re Latino, che poco vivette poi, Enea ne fu al tutto signore, il quale dopo la morte del re Latino regn III anni e moro: il modo non si sa di certo. Queste istorie Virgilio poeta pienamente ne fa menzione nell'Eneidos; e nota che in ogni cittade ch'avesse rinomo o potenzia avea uno re, che a la comparazione de' presenti nostri tempi era ciascuno re di piccolo essere e potenzia.



"XXIV"


(Come Iulio Ascanio figliuolo d'Enea fu re apresso lui, e li re e signori che discesono di sua progenia.)

Morto Enea, Iulio Ascanio suo figliuolo rimase signore deregno de' Latini, e Lavina moglie d'Enea rimase grossa di lui d'uno figliuolo; la quale, per paura che Ascanio suo figliastro non uccidesse lei e la creatura, si fugg in selve ad abitare con pastori, tanto ch'ella si diliber, e fece uno figliuolo il quale fu chiamato Silvus Postumus: Silvus, perch nacque in selva; Postumus, perch la madre rimase incinta di lui morto il padre Enea. Quando Ascanio seppe ove Lavina sua matrigna era, e come avea uno figliuolo il quale era suo fratello, mand per lei e per lo figliuolo che venisse sanza alcuna dottanza; e lei e 'l suo figliuolo venuti, gli tratt benignamente, e a la reina Lavina e al suo figliuolo lasci la signoria de la citt di Laurenzia, e elli edific la citt d'Alba, overo Albania, al tempo di Sansone d'Israel lo forte; la quale Albania  presso dov' oggi Roma; e di quella fece capo del suo regno, e de' Latini uno co' Troiani. E la detta citt fece per agurio, che quando Enea ed elli arrivaro nel paese, in quello luogo ove edific la detta citt, trovaro sotto uno leccio una troia bianca con XXX porcellini bianchi, e per, e per la memoria di Troia la edific, e puose nome Troia Albania per la sopradetta troia bianca; ma poi gli abitanti la chiamaro pure Albania, onde pi re furono apresso, come innanzi faremo menzione. E il detto Ascanio regn apresso Enea XXXVIII anni, e ebbe due figliuoli; l'uno fu chiamato Iulio, onde nacque la progenia de' Iulii, onde poi furo i re di Roma, e Iulio Cesere, e Catellina, e pi nobili Romani sanatori e consoli furo di quella schiatta; l'altro ebbe nome Silvus per lo zio figliuolo di Lavina. Quello Silvo s'inamor d'una nipote di Lavina, e di lei ebbe uno figliuolo, nel qual partorendo ella moro, e per gli fu posto nome Bruto; e crescendo poi, disavedutamente in una foresta cacciando uccise Silvus suo padre; il quale per temenza di Silvus Postumus re si fuggo del paese, e con sguito di sua gente navicando per diversi mari, arriv nell'isola di Brettagna, che per suo nome, s come de' primi abitatori e signori, fu cos nominata per lui, la quale oggi si chiama Inghilterra: e elli fu l'origine e cominciamento di Brettoni, onde discesero molti grandi e possenti re e signori; intra gli altri il valente Brenno e Bellino fratelli, i quali per loro potenzia sconfissero gli Romani e assediaro Roma, e presolla infino a Campidoglio, e molta persecuzione fecero a' Romani, come racconta Tito Livio maestro di storie. E di loro progenie discese il buono e cortese re Art onde i ramanzi brettoni fanno menzione; e ancora Gostantino imperadore che dot la Chiesa fu di loro discendenti; e chi ci vorr pienamente trovare cerchi la cronica della badia di Salisbiera in Inghilterra. Ma poi per le disensioni e guerre fino il legnaggio e signoria di Brettoni, e fu signoreggiata la detta isola e reame da diverse nazioni e genti di Sansogna, e da Fresoni, e di Dannesmarce, e Noverchi, e Ispagnuoli per diversi tempi; ma il legnaggio de' presenti re che sono a' nostri tempi in Inghilterra sono stratti di Guiglielmo Bastardo figliuolo del duca di Normandia, disceso della schiatta di Normandi, il quale per sua prodezza e virt conquist Inghilterra, e diliber da diverse e barbere nazioni chella signoreggiavano. Lasceremo di Brettoni e de' re d'Inghilterra, e torneremo a nostra materia.

"XXV"


(Come Silvius secondo figliuolo d'Enea fu re apresso Ascanio, e come di lui discesono gli re di Latini, d'Albania, e di Roma.)

Dopo la morte di Iulio Ascanio fu signore e re del regno de' Latini Silvius Postumus figliuolo d'Enea e della reina Lavina, come adietro  fatta menzione, e regn XXVIIII anni con grande senno e prodezza, e dopo lui furo XII re di sua progenia, l'uno apresso l'altro, i quali regnaro CCCL anni, e tutti ebbono sopranome Silvius per lo sopradetto primo Silvius Postumus; ch dopo lui regn Enea Silvius suo figliuolo XXXII anni, dopo Enea regn Capis Silvius suo figliuolo XXVIII anni: questi edific la citt di Capova in Campagna; dopo Capis regn Latino Silvius suo figliuolo L anni, al tempo di David re d'Israel; dopo Latino regn Alba Silvius suo figliuolo XL anni, al tempo di Salamone; dopo costui regn Egittus Silvius suo figliuolo XXIIII anni, al tempo di Roboam re di Giudea; dopo costui regn Carpentus Silvius suo figliuolo XVII anni, al tempo di Giosafat re di Giudea; dopo costui regn Tiberino Silvius suo figliuolo VIIII anni, al tempo del re Ocotia di Giudea, il quale Tiberino aneg nel fiume d'Albola passandolo, e per lo suo nome fue sempre poi chiamato Tibero; dopo Tiberino regn Agrippa Silvius suo figliuolo XL anni, al tempo di Ieu re d'Israel; dopo Agrippa regn Aremolus Silvius suo figliolo XVIIII anni: questi puose intra' monti ov' ora Roma la signoria degli Albani. Dopo costui regn Aventino Silvius suo figliuolo XXXVIII anni, e edefic sopra il monte di Roma che per lui fu chiamato Monte Aventino, e in quello fu soppellito al tempo d'Amasia re di Giudea. Dopo costui regn Procas Silvius suo figliuolo XXIII anni, al tempo di Ozia re di Giudea; dopo costui regn Amulus Silvius suo figliuolo XLIIII anni, al tempo di Gioatam re di Giudea, il quale Amulus per sua malizia e forza cacci deregno Munitore suo maggiore fratello che dovea essere re, e la figliuola del detto Munitore, che Rea era chiamata, fece rinchiudere in munistero, acci che di lei non nascesse reda. E essendo ella al servigio del tempio della vergine Vesta, concepette occultamente a uno portato due figliuoli, Romolus e Remolus, dello Iddio Marti di battaglia, come ella confess e dicono i poeti, o forse pi tosto del sacerdote di Marti: e quella trovata in sacrilegio, fu fatta dal detto Emulus soppellire viva viva per lo 'ncesto commesso l ov' oggi la citt di Rieti, che per lo suo nome poi fu Reata appellata; e i detti suoi figliuoli comand fossero gittati in Tevero; ma da' ministri del re per la innocenzia non furono morti, ma gittati in pruni presso alla riva del Tevero; e quivi, si dice, furono lattati e nutriti da una lupa. Ma trovandogli uno pastore chiamato Faustulus, gli port a Laurenzia sua moglie che gli nutricasse, e cos fece. Questa Laurenzia era bella, e di suo corpo guadagnava come meretrice, e per da' vicini era chiamata Lupa; onde si dice furono nutricati da lupa.

"XXVI"


(Come Romulus e Remolus cominciaro la citt di Roma.)

Dapoi che Romulus e Remolus furono cresciuti in loro etade, per la loro forza e virtude cominciaro a signoreggiare tutti gli altri pastori, e poi sappiendo la loro reale nazione, congregarono ladroni, e fuggitivi, e isbanditi, e gente d'ogni condizione disposta a mal fare, e colloro isforzo cominciaro a prendere e signoreggiare il paese, e 'l regno del loro zio Emulus presono per forza e la citt d'Albana, e lui uccisero, e ristituirlo a Numitore loro avolo. I quali Romulus e Remolus, lasciata Albana a Numitore, edificaro prima e chiusero di mura la grande e nobile citt di Roma, con tutto che prima era in diverse parti in monti e in valli abitata anticamente, e con borghi e villate sparte e fortezze; ma i detti la recaro in una a modo di citt, CCCCLIIII anni apresso la struzione di Troia, e IIIImIIIIcLXXXIIII anni dal cominciamento del mondo, quando regnava in Giudea il re Agazim, avendo Romolo XXII anni. E la signoria d'Albana recaro poi in Roma e feciolla capo del reame di Latini, e per lo nome del detto Romulus fu dallui nominata Roma. E poi il detto Romolus fece morire il suo avolo Numitore per essere al tutto signore, e eziandio Remulus suo fratello, perch pass le mura di Roma contro a suo comandamento. E 'l detto Romolus signoreggiando Roma; infra III anno che l'avea cominciata, non avendo mogli n femmine colloro, faccendo pensatamente una festa e giuochi, venutevi le femmine de' Sabini, le presero e ritennero per loro; e poi l'ordin con leggi e statuti come cittade, e chiam C, i migliori uomini della citt e pi antichi, per suoi consiglieri, i quali fece chiamare padri coscritti e sanatori, perch' loro nomi furono per lui fatti scrivere in tavole d'oro. E cos regn Romolo signore e re VIII anni, e in etade di XXX anni, essendo di costa a uno fiume, compreso da una nuvola, non si ritrov mai, n si seppe di sua morte, se non che per gli savi s'avisa ch'anegasse in quello fiume. Ma i Romani dissono e aveano oppinione chello Iddio Marti chell'avea creato l'avesse portato intra li Dei in anima e corpo per la sua podest e signoria. Potete vedere come il comune popolo erano ignoranti del vero Iddio.

"XXVII"


(Come Numa Pompilius fu re de' Romani apresso la morte di Romulus.)

Morto Romulus sanza nullo erede, fu retta la citt di Roma per gli detti C sanatori uno anno; a la fine, per lo comune bene della republica, elessero a re e loro signore Numa Pompilius, che fu etc. Questi fu savio di scienzia e di costumi, ed amend molto le leggi e lo stato di Roma, e fece tempi ove s'adorassero li loro Idei, e fu uomo d'onesta vita, e recando quasi tutte le citt vicine sotto la signoria e legge di Roma per lo suo senno, e dichiar l'ordine di dodici mesi dell'anno, e 'l bisesto, che prima erano X con grande confusione del corso solare e lunare. E regn per lo suo senno e virt sanza avere guerra con niuno vicino XLI anno in grande stato, e pace, e signoria, secondo il piccolo podere ch'allora aveva Roma; e ci fu al tempo di Zecchia re di Giudea e de' figliuoli Manases.

"XXVIII"


(Come furo in Roma VII re, l'uno apresso l'altro infino a Tarquino, e come al suo tempo perderono la signoria.)

Apresso Numa Pompilius regn Tulius Ostilius XXXII anni, al tempo di Manases re di Giudea. Questi fu crudele e guerriere, e fu il primo che portasse porpora e onori reali, e ruppe la pace a' Sabini, e dopo molte battaglie per forza li sottomise a sua signoria; e poi fu morto di folgore. Apresso Tulius regn Marcus Marcius XXIII anni, al tempo di Iosia re di Giudea, che fu figliuolo de la figliuola del buono re Numa Pompilius, e ebbe grande guerra co' Latini di Laurenzia e d'Albania; a la fine per forza gli rec sotto sua signoria, e a Roma fece il tempio di Iano. Apresso lui regn Priscus Tarquinus XXXVII anni. Questi agrand molto Roma, e fece il Campidoglio, e sottomise i Sabini che s'erano rubellati, e fu quegli che prima volle trionfo di sua vittoria, e fece il tempio di Iove, capo di loro Iddei, e regn al tempo che Nabuccodinosor distrusse Ierusalem e il tempio di Salamone: a la fine fu morto per gli figliuoli del sopradetto Marzio. Apresso costui regn Servius Tulius XXXIIII anni, al tempo di Sedecchia re di Giudea, e ebbe al suo tempo aspre battaglie co' Sabini, e crebbe la citt di Roma assai, e fu il primo che mettesse imposte o dazi, overo censo, nella citt di Roma a pagare; alla fine l'uccise Tarquinus Superbus che era suo genero. E nota che poi che Roma fu fondata o richiusa per Romolo, fu caporale regno di s medesima, e nemica del regno de' Latini e di tutte le citt vicine, e sempre ebbe guerra con ciascuna, infino che al tutto l'ebbe sottoposte a sua signoria. Apresso regn il settimo re di Romani Tarquino Superbo XXIII anni, al tempo di Ciro re di Persia. Questi in tutte sue opere fue pessimo e crudele, e avea uno suo figliuolo ch'avea nome similemente Tarquino e era crudele e dissoluto in lussuria, prendendo per forza quale donna o pulcella gli piacesse in Roma. A la fine, come racconta Valerio e Tito Livio, giacendo per forza co la bella e onesta Lucrezia figliuola di Bruto sanatore, nato per ischiatta di Giulio Ascanio, e consorto per ischiatta del detto re Tarquino, ella per conservagione di sua castit, e dare asempro all'altre, s medesima uccise innanzi al padre, e al marito e suoi parenti. Onde Roma per lo dissoluto peccato corse e si commosse a romore, e cacciaro il re Tarquino e il figliuolo, e ordinaro e feciono dicreto che mai non avesse pi re in Roma, ma che si reggesse a consoli, mutando d'anno in anno col consiglio de' sanatori; e il primo consolo fu il detto Bruto e Lucio Tarquinus grandi cittadini e nobili; e questo fu CCL anni dal cominciamento di Roma, al tempo di Dario figliuolo d'Itaspio re di Persia. E cos falliro gli re in Roma, che aveano regnato circa CCXLIIII anni.

"XXIX"


(Come Roma si resse lungo tempo per la signoria de' consoli e sanatori infino che Giulio Cesare si fece imperadore.)

Rimasa la signoria di Roma a' consoli e sanatori, cacciati gli re, il detto Tarquino re e 'l figliuolo co la forza del re Procena di Toscana, che regnava nella citt di Chiusi, feciono molta guerra a' Romani; ma a la fine gli Romani rimasero vincitori. E poi si resse e govern la republica di Roma CCCCL anni per consoli e sanatori, e talora dittatori, che durava V anni loro signoria, e erano quasi come imperadori, che ci che diceano convenia fosse fatto; e altri ufici diversi, come furono tribuni del popolo, e pretori, e censori, e ciliarche. E in questo tempo ebbe in Roma pi diverse mutazioni e guerre e battaglie, non solamente co vicini, ma con tutte le nazioni del mondo; i quali Romani, per forza d'arme e virt e senno di buoni cittadini, quasi tutte le province e reami e signori del mondo domaro, e recaro sotto loro signoria, e feciono loro tributarie con grandissime battaglie e uccisioni di molti popoli del mondo, e di Romani medesimi, in diversi tempi, quasi innumerabile a contare. E ancora tra' cittadini medesimi per invidia della signoria e questioni da' grandi e popolani, e riposando le guerre di fuori, molte battaglie e tagliamenti per pi volte tra' cittadini ebbe; e a giunta acci di tempi in tempi pestilenzie incomportabili ebbono gli Romani; e questo reggimento dur infino a le grandi battaglie che furo tra Iulio Cesare e Pompeo, e poi co' figliuoli, il quale vinto da Cesare, il detto Cesare lev l'uficio de' consoli e dittatori, e egli primo si fece chiamare imperadore. E apresso lui Ottaviano Agusto, che signoreggi in pace dopo molte battaglie tutto l'universo mondo, al tempo che nacque Ies Cristo, anni VIIc dopo la dificazione di Roma; e cos mostra che Roma si reggesse a signoria di re CCLIIII anni, e di consoli CCCCL anni, s come di sopra avemo detto, e ancora pi distesamente per Tito Livio e pi altri autori. Ma nota che la grande potenzia di Romani nonn-era solamente in loro, sennon per tanto ch'erano capo e guidatori; ma tutti gli Toscani principalmente, e poi tutti gl'Italiani seguivano nelle guerre e nelle battaglie loro, e erano tutti chiamati Romani. Ma lasceremo omai l'ordine delle storie di Romani e degli imperadori, se non in tanto quanto aparterr a nostra materia, tornando al nostro proposito della edificazione della citt di Firenze, come promettemmo di dire. E avemo fatto s lungo esordio perch ci era di necessit per mostrare come l'origine de' Romani edificatori de la citt di Firenze, s come appresso far menzione, fue stratto di nobili Troiani; e l'origine e cominciamento di Troiani nacque e venne da Dardano figliuolo del re Attalante della citt di Fiesole, siccome brievemente avemo fatta menzione; e de' discendenti poi nobili Romani e di Fiesolani, per la forza de' Romani, fatto  uno popolo chiamati Fiorentini.

"XXX"


(Come in Roma fu fatta la congiurazione per Catellina e suoi seguaci.)

Nel tempo ancora che Roma si reggeva a la signoria di consoli, anni da VIcLXXX poi chella detta citt fu fatta, essendo consolo Marco Tulio Cecerone e Gaius Antonio, e Roma in grande e felice stato e signoria, Catellina nobilissimo cittadino, disceso di sua progenia della schiatta reale di Tarquino, essendo uomo di dissoluta vita, ma prode e ardito in arme, e bello parlatore, ma poco savio, avendo invidia di buoni uomini, ricchi e savi, che signoreggiavano la citt, non piacendogli la loro signoria, congiurazione fece con pi altri nobili e altri seguaci disposti a mal fare, e ordin d'uccidere gli consoli e parte de' sanatori, e di disfare loro uficio, e correre, e rubare, e mettere da pi parti fuoco nella citt, e poi farsene signore. E sarebbegli venuto fatto, se non che fu riparato per lo senno e provedenza del savio consolo Marco Tulio. Cos si difese la citt di tanta pistilenzia, e trovata la detta congiurazione e tradimento, e per la grandezza e potenza del detto Catellina, e perch Tulio era nuovo cittadino in Roma, venuto il padre da Capova, overo d'un'altra villa di Campagna, non ard di fare prendere Catellina n giustiziare, come al suo misfatto si convenia; ma per suo grande senno e bello parlare il fece partire della citt; ma pi di suoi congiurati e compagni, de' maggiori cittadini, e tale dell'ordine de' sanatori che partito Catellina rimasero in Roma, fece prendere, e nelle carcere faccendogli strangolare moriro, s come racconta ordinatamente il grande dottore Salustio.

"XXXI"


(Come Catellina fece ribellare la citt di Fiesole a la citt di Roma.)

Catellina partito di Roma, con parte de' suoi seguaci se ne venne in Toscana, ove Manlius uno de' suoi principali congiurati e capitano era raunato con gente ne la citt antica di Fiesole. E venuto l Catellina, la detta citt da la signoria de' Romani fece rubellare, raunandovi tutti gli rubelli e sbanditi di Roma e di pi altre province, e gente dissoluta e disposta a guerra e a mal fare, e cominci aspra guerra a Romani. Li Romani, sentendo ci, ordinaro che Gaius Antonio consolo e Publio Preteus con una milizia di cavalieri e popolo grandissimo venissono in Toscana ad oste contro a la citt di Fiesole e contro a Catellina, e mandaro per loro lettere e messaggi a Quintus Metellus che tornava di Francia con grande oste di Romani, che simigliante fosse colla sua forza da l'altra parte all'asedio di Fiesole, e per seguire Catellina e suoi seguaci.

"XXXII"


(Come Catellina e' suoi seguaci furono sconfitti da' Romani nel piano di Piceno.)

Sentendo Catellina che' Romani venieno per asediarlo nella citt di Fiesole, e gi era Antonio e Preteius con loro oste nel piano di Fiesole in su la riva del fiume d'Arno, e aveano novelle come Metello era gi in Lombardia coll'oste sua di tre legioni che venia di Francia, e veggendo che 'l soccorso che aspettava de' suoi ch'erano rimasi in Roma gli era fallito, diliber per suo consiglio di non rinchiudersi nella citt di Fiesole, ma d'andarne in Francia; e per di quella citt si part con sua gente e con uno signore di Fiesole ch'aveva nome Fiesolano, e fece ferrare i suoi cavagli a ritroso, acci che pattendosi, le ferrate de' cavagli mostrassono che gente fosse entrata in Fiesole e non uscita, per fare badare i Romani a la citt, e poterne andare pi salvamente. E di notte partito per ischifare Metello, non tenne il diritto cammino dell'alpi, che noi chiamiamo l'alpe di Bologna, ma si mise per lo piano di costa a le montagne, e arriv di l ov' oggi la citt di Pistoia nel luogo detto Campo a Piceno, ci fu di sotto ov' oggi il castello di Piteccio, per intendimento di valicare per quella via l'alpi Apennine, e riuscire in Lombardia; ma sentendo poi sua partita Antonius e Preteius, incontanente il seguiro colloro oste per lo piano, sicch il sopragiunsero nel detto luogo, e Metello d'altra parte fece mettere guardie a' passi delle montagne, acci che non potesse per quelle passare. Catellina, veggendosi cos distretto e che non poteva schifare la battaglia, si mise a la fortuna del combattere egli e' suoi con grande franchezza e ardire, ne la quale battaglia ebbe grande tagliamento di Romani dentro, e di rubelli, e di Fiesolani; a la fine dell'aspra battaglia Catellina fu in quello luogo di Picceno sconfitto e morto con tutta sua gente; e 'l campo rimase a' Romani con dolorosa vittoria, per modo che i detti due consoli, con XX a cavallo scampati sanza pi, per vergogna non ardiro tornare in Roma. La qual cosa da' Romani non si potea credere, se prima i sanatori non vi mandaro per vedere il vero; e quello trovato, grandissimo dolore n'ebbe in Roma. E chi questa storia pi a pieno vuole trovare legga il libro di Salustio detto Catellinario. I tagliati e' fediti della gente di Catellina scampati di morte della battaglia, tutto fossono pochi, si ridussero ov' oggi la citt di Pistoia, e quivi con vili abitacoli ne furono i primi abitatori per guerire di loro piaghe. E poi per lo buono sito e grasso luogo multiplicando i detti abitanti, i quali poi edificaro la citt di Pistoia, e per la grande mortalit e pistolenza che fu presso a quello luogo, e di loro gente e di Romani, le puosero nome Pistoia; e per nonn- da maravigliare se i Pistolesi sono stati e sono gente di guerra fieri e crudeli intralloro e con altrui, essendo stratti del sangue di Catellina e del rimaso di sua cos fatta gente, sconfitta e tagliata in battaglia.

"XXXIII"


(Come Metello con sue milizie fece guerra a' Fiesolani.)

Da poi che Metello, il quale era in Lombardia presso a le montagne dell'alpi Appennine nelle contrade di Modona, udita la sconfitta e morte di Catellina, tostamente venne con sua oste al luogo dov'era stata la battaglia, e veduti i morti, per istupore de la diversa e grande mortalit temette, maravigliandosi come di cosa impossibile. Ma poi egli e la sua gente igualmente ispogli il campo de' suoi Romani come quello de' nimici, rubando ci che vi trovaro; e ci fatto, venne verso Fiesole per assediare la citt. I Fiesolani vigorosamente prendendo l'arme, usciro della citt al piano, combattendo con Metello e con sua oste, e per forza il ripinsono e cacciaro di l dal fiume d'Arno con grande danno di sua gente, il quale co' suoi in su i colli, overo ripe del fiume, s'acamp; e' Fiesolani colloro oste si misero dall'altra parte del fiume d'Arno verso Fiesole.

"XXXIV"


(Come Metello e Fiorino sconfissono i Fiesolani in su la riva d'Arno.)

Metello la notte vegnente ordin e comand che parte della sua gente di lungi dall'oste de' Fiesolani passassono il fiume d'Arno, e si riponessono in aguato tra la citt di Fiesole e l'oste de' Fiesolani, e di quella gente fece capitano Fiorino, nobile cittadino di Roma della schiatta..., il quale era suo pretore, ch' tanto a dire come mariscalco di sua oste; e Fiorino, come per lo consolo fu comandato, cos fece. La mattina, al fare del giorno, Metello armato con tutta sua gente, passando il fiume d'Arno, cominci la battaglia a' Fiesolani, e' Fiesolani difendendo vigorosamente il passo del fiume, e nel fiume d'Arno sosteneano la battaglia. Fiorino, il quale era colla sua gente nell'aguato, come vide cominciata la battaglia, usc francamente al di dietro al dosso de' Fiesolani che nel fiume combatteano con Metello. I Fiesolani, isproveduti dell'aguato, veggendosi subitamente assaliti per Fiorino di dietro e da Metello dinanzi, isbigottiti gittarono l'armi e fuggiro sconfitti verso la citt di Fiesole, onde molti di loro furono morti e presi.

"XXXV"


(Come i Romani la prima volta assediaro Fiesole, e come mor Fiorino.)

Sconfitti e cacciati i Fiesolani della riva d'Arno, Fiorino pretore co l'oste di Romani puose campo di l dal fiume d'Arno verso la citt di Fiesole, che v'aveva due villette, l'una si chiamava villa Arnina, e l'altra Camarte, overo campo o (domus) Marti, ove i Fiesolani alcuno giorno della semmana faceano mercato di tutte cose colloro ville e terre vicine. Il consolo fece con Fiorino dicreto che niuno dovesse vendere n comperare pane, o vino, o altre cose che ad uso di battaglia fossono, se nonne nel campo ov'era posto Fiorino. Dopo questo, Quinto Metello consolo mand incontanente a Roma che mandassero gente d'arme all'asedio della citt di Fiesole: per la quale cosa i sanatori feciono ordine che Iulio Cesare, e Cecerone, e Macrino con pi legioni di genti armati dovessero venire all'asedio e distruzzione di Fiesole; i quali venuti, assediaro la detta citt. Cesere puose suo campo nel colle che soprastava la cittade; Macrino ne l'altro colle, overo monte; e Cecerone dall'altra parte; e cos stettono per VI anni all'asedio della detta citt, avendola per lungo asedio e per fame quasi distrutta. E simigliante que' dell'oste, per lungo dimoro e per pi difetti scemati ed afieboliti, si partiro dall'asedio, e si ritornaro a Roma, salvo che Fiorino vi rimase all'asedio con sua gente nel piano ov'era prima acampato, e chiusesi di fossi e di steccati a modo di battifolle, overo bastita, e tenea molto afflitti i Fiesolani; e cos gli guerreggi lungo tempo. Poi assicurandosi troppo, e avendogli per niente, e li Fiesolani ripresa alcuna lena, e ricordandosi del male che Fiorino avea loro fatto e faceva, subitamente, e come disperati, si misero di notte con iscale e con ingegni ad assalire il campo, overo battifolle, di Fiorino, e elli e la sua gente con poca guardia, e dormendo, non prendendo guardia de' Fiesolani, furono sorpresi; e Fiorino e la moglie e' figliuoli morti, e tutta sua oste in quello luogo furono quasi morti, che pochi ne scamparono; e il detto castello e battifolle disfatto, e arso, e tutto abattuto per gli Fiesolani.

"XXXVI"


(Come per la morte di Fiorino i Romani tornaro all'assedio di Fiesole.)

Come la novella fu saputa a Roma, gli consoli e' sanatori e tutto il Comune dolutosi della disaventura avenuta al buono duca Fiorino, incontanente ordinaro che di ci fosse vendetta, e che oste grandissima un'altra volta tornassero a distruggere la citt di Fiesole, intra' quali furono eletti questi duchi: Rainaldo conte, Cecerone, Teberino, Macrino, Albino, Igneo Pompeo, Cesere, Camertino, Sezzio conte tudertino, cio di Todi, il quale era con Iulio Cesere e di sua milizia. Questi puose suo campo presso a Camarte, quasi ov' oggi Firenze; Cesere si puose a campo in sul monte che soprastava la citt, ch' oggi chiamato Monte Cecero, ma prima ebbe nome Monte Cesaro per lo suo nome, overo per lo nome di Cecerone; ma innanzi tengono per Cesere, per ch'era maggiore signore nell'oste. Rainaldo puose suo campo in sul monte allo 'ncontro a la citt di l dal Mugnone, e per suo nome infino a oggi  cos chiamato; Macrino in sul monte ancora oggi nominato per lui; Camertino nella contrada che ancora per gli viventi per lo suo nome  chiamata Camerata. E tutti gli altri signori di sopra nominati, ciascuno puose per s suo campo intorno a la citt, chi in monte e chi in piano; ma di pi non rimase propio nome che oggi sia memoria. Questi signori con loro milizie di gente a cavallo e a piede grandissima, assediando la citt, con ordine s'apparecchiaro di fare maggiori battaglie a la citt che la prima volta; ma per la fortezza della citt i Romani invano lavorando, e molti di loro per lo soperchio d'assedio e soperchio di fatica sono morti, que' maggiori signori, consoli e sanatori, quasi tutti si tornaro a Roma: solo Cesere con sua milizia rimase all'asedio. E in quella stanza comand a' suoi che dovessero andare nella villa di Camarti presso al fiume d'Arno, e ivi edificassero parlatorio per potere in quello fare suo parlamento, e una sua memoria lasciarlo: questo edificio in nostro volgare avemo chiamato Parlagio. E fu fatto tondo e in volte molto maraviglioso, con piazza in mezzo. E poi si cominciavano gradi da sedere tutto al torno. E poi di grado in grado sopra volte andavano allargandosi infino a la fine dell'altezza, ch'era alto pi di LX braccia. E avea due porte, e in questo si raunava il popolo a fare parlamento. E di grado in grado sedeano le genti: al di sopra i pi nobili, e poi digradando secondo la dignit delle genti; e era per modo che tutti quegli del parlamento si vedeva l'uno l'altro in viso. E udivasi chiaramente per tutti ci che uno parlava; e capevavi ad agio infinita moltitudine di genti; e 'l diritto nome era parlatorio. Questo fu poi guasto al tempo di Totile, ma ancora a' nostri d si ritruovano i fondamenti e parte delle volte presso a la chiesa di San Simone a Firenze, e infino al cominciamento de la piazza di Santa Croce; e parte de' palagi de' Peruzzi vi sono su fondati; e la via ch' detta Anguillaia, che va a Santa Croce, va quasi per lo mezzo di quello Parlagio.

"XXXVII"


(Come la citt di Fiesole s'arend a' Romani, e fu distrutta e guasta.)

Stato l'assedio a Fiesole la detta seconda volta, e consumata e affritta molto la cittade s per fame, e s perch alloro furono tolti i condotti dell'acque e guasti, s'arrendo la citt a Cesere e a' Romani in capo di due anni e quattro mesi e VI d che vi si puose l'asedio, a patti, chi ne volesse uscire fosse salvo. Presa la terra per li Romani, fu spogliata d'ogni ricchezza, e per Cesere fu distrutta, e tutta infino a' fondamenti abattuta; e ci fu intorno anni LXXII anzi la Nativit di Cristo.



"LIBRO SECONDO"

"I"


(Qui comincia il secondo libro della edificazione di Firenze la prima volta: come di primo fue edificata la citt di Firenze.)

Distrutta la citt di Fiesole, Cesere con sua oste discese al piano presso alla riva del fiume d'Arno, l dove Fiorino con sua gente era stato morto da' Fiesolani, e in quello luogo fece cominciare ad edificare una citt, acci che Fiesole mai non si rifacesse, e rimand i cavalieri latini, i quali seco avea, arricchiti delle ricchezze de' Fiesolani; i quali Latini Tudertini erano appellati. Cesere adunque, compreso l'edificio della citt, e messovi dentro due ville dette Camarti e villa Arnina, voleva quella appellare per suo nome Cesaria. Il sanato di Roma sentendolo, non sofferse che per suo nome Cesere la nominasse; ma feciono dicreto e ordinaro che quegli maggiori signori ch'erano stati a la guerra di Fiesole e all'asedio dovessono andare a fare edificare con Cesere insieme, e popolare la detta cittade, e qualunque di loro soprastesse alavorio, cio facesse pi tosto il suo edificio, appellasse la cittade di suo nome, o come allui piacesse. Allora Macrino, Albino, Igneo Pompeo, Marzio apparecchiati di fornimenti e di maestri, vennero da Roma alla cittade che Cesere edificava, e inviandosi con Cesere si divisono l'edificare in questo modo: che Albino prese a smaltare tutta la cittade, che fue uno nobile lavoro e bellezza e nettezza della cittade, e ancora oggi del detto ismalto si truova cavando, massimamente nel sesto di San Piero Scheraggio, e in porte San Piero, e in porte del Duomo, ove mostra fosse l'antica citt. Macrino fece fare il condotto dell'acqua in docce e in arcora, faccendola venire di lungi a la citt per VII miglia, acci chella citt avesse abondanza di buona acqua da bere, e per lavare la cittade; e questo condotto si mosse infino dal fiume detto la Marina a pi di monte Morello, ricogliendo in se tutte quelle fontane sopra Sesto, e Quinto, e Colonnata. E in Firenze faceano capo le dette fontane a uno grande palagio che si chiamava termine, (capud aque), ma poi in nostro volgare si chiam Capaccia, e ancora oggi in Terma si vede dell'anticaglia. E nota che gli antichi per santade usavano di bere acque di fontane menate per condotti, perch erano pi sottili e pi sane che quelle de' pozzi, per che pochi, o quasi pochissimi, beveano vino, ma i pi acqua di condotto, ma non di pozzo; e pochissime vigne erano allora. Igneo Pompeo fece fare le mura della cittade di mattoni cotti, e sopra i muri della citt edific torri ritonde molto spesse, per ispazio dall'una torre a l'altra di XX cubiti, sicch le torri erano di grande bellezza e fortezza. Del compreso e giro della citt non troviano cronica che ne faccia menzione; se non che quando Totile (Flagellum Dei) la distrusse, fanno le storie menzione ch'ell'era grandissima. Marzio l'altro signore romano fece fare il Campidoglio al modo di Roma, cio palagio, overo la mastra fortezza della cittade, e quello fu di maravigliosa bellezza; nel quale l'acqua del fiume d'Arno per gora con cavate fogne venia e sotto volte, e in Arno sotterra si ritornava; e la cittade per ciascuna festa dello sgorgamento di quella gora era lavata. Questo Campidoglio fu ov' oggi la piazza di Mercato Vecchio, di sopra a la chiesa di Santa Maria in Campidoglio: e questo pare pi certo. Alcuni dicono che fu ove oggi si chiama il Guardingo, di costa a la piazza ch' oggi del popolo dal palazzo de' priori, la quale era un'altra fortezza. Guardingo fu poi nomato l'anticaglia de' muri e volte che rimasono disfatte dopo la distruzione di Totile, e stavanvi poi le meretrici. I detti signori, per avanzare l'uno l'edificio dell'altro, con molta sollecitudine si studiavano, ma in uno medesimo tempo per ciascuno fu compiuto; sicch nullo di loro ebbe aquistata la grazia di nominare la citt a sua volont, s che per molti fu al cominciamento chiamata la piccola Roma. Altri l'appellavano Floria, perch Fiorino fu ivi morto, che fu il primo edificatore di quello luogo, e fu in opera d'arme e in cavalleria fiore, e in quello luogo e campi intorno ove fu la citt edificata sempre nasceano fiori e gigli. Poi la maggiore parte degli abitanti furono consenzienti di chiamarla Floria, s come fosse in fiori edificata, cio con molte delizie. E di certo cos fu, per ch'ella fu popolata della migliore gente di Roma, e de' pi sofficienti, mandati per gli sanatori di ciascuno rione di Roma per rata, come tocc per sorte che l'abitassono; e accolsono colloro quelli Fiesolani che vi vollono dimorare e abitare. Ma poi per lungo uso del volgare fu nominata Fiorenza: ci s'interpetra spada fiorita. E troviamo ch'ella fu edificata anni VIcLXXXII dopo l'edificazione di Roma, e anni LXX anzi la Nativitade del nostro signore Ies Cristo. E nota, perch i Fiorentini sono sempre in guerra e in disensione tra loro, che nonn- da maravigliare, essendo stratti e nati di due popoli cos contrari e nemici e diversi di costumi, come furono gli nobili Romani virtudiosi, e' Fiesolani ruddi e aspri di guerra.

"II"


(Come Cesere si part di Firenze e andonne a Roma, e fu fatto consolo per andare contro a' Franceschi.)

Dapoi chella citt di Firenze fu fatta e popolata, Iulio Cesare irato perch n'era stato il primo edificatore, e avea avuta la vittoria della citt di Fiesole, e nonn-avea potuto nominare la cittade per suo nome, s si part di quella, e tornossi a Roma, e per suo studio e valore fue eletto consolo, e mandato contro a' Franceschi, ove dimor per X anni al conquisto di Francia, e d'Inghilterra, e d'Alamagna: e lui tornando con vittoria a Roma, gli fu vietato il triunfo, perch aveva passato il dicreto fatto per Pompeo consolo e' sanatori per invidia, sotto colore d'onest, che nullo dovesse stare in neuna balia pi di V anni. In quale Cesare co le sue milizie tornando con oltremontani, Franceschi, e Tedeschi, e Italiani, Pisani, Pirati, Pistolesi, e ancora co' Fiorentini suoi cittadini, pedoni, e cavalieri, e rombolatori men seco a fare cittadinesche battaglie, perch gli fu vietato il triunfo; ma pi per essere signore di Roma, come lungo tempo avea disiderato, contro a Pompeo e il senato di Roma combatto. E dopo la grande battaglia tra Cesere e Pompeo, quasi tutti morti furo in Ematia, cio Tesaglia in Grecia, come pienamente si legge per Lucano poeta, chi le storie vorr trovare. E Cesere, avuta la vittoria di Pompeo e di molti re e popoli ch'erano in aiuto de' Romani che gli erano nimici, si torn a Roma, e s si fece primo imperadore di Roma, che tanto  a dire come comandatore sopra tutti. E apresso lui fue Ottaviano Agustus suo nipote e figliuolo adottivo, il quale regnava quando Cristo nacque, e dopo molte vittorie signoreggi tutto il mondo in pace; e d'allora innanzi fu Roma a signoria d'imperio, e tenne sotto la sua giuridizione e dello imperio tutto l'universo mondo.

"III"


(Come i Romani e gl'imperadori ebbono insegna, e come dalloro l'ebbe la citt di Firenze, e altre cittadi.)

Al tempo di Numa Pompilius per divino miracolo cadde in Roma da cielo uno scudo vermiglio, per la qual cosa e agurio i Romani presono quella insegna e arme, e poi v'agiunsono S.P.Q.R. in lettere d'oro, cio Senato del popolo di Roma: e cos dell'origine della loro insegna diedono a tutte le citt edificate per loro, cio vermiglia. Cos a Perugia, a Firenze, e a Pisa; ma i Fiorentini per lo nome di Fiorino e della citt v'agiunsono per intrasegna il giglio bianco, e' Perugini talora il grifone bianco, e Viterbo il campo rosso, e li Orbitani l'aquila bianca. Ben' vero che' signori romani, consoli e dittatori, dapoi che l'aguglia per agurio aparve sopra Tarpea, cio sopra la camera del tesoro di Campidoglio, come Tito Livio fa menzione, si presono l'arme in loro insegne ad aquila; e troviamo che 'l consolo Mario ne la battaglia de' Cimbri ebbe le sue insegne con l'aquila d'argento, e simile insegna portava Catellina quando fu sconfitto da Antonio nelle parti di Pistoia, come recita Salustio. E 'l grande Pompeo la port in campo azzurro e l'aquila d'argento: e Iulio Cesare la port il campo vermiglio e l'aquila ad oro, come fa menzione Lucano in versi, dicendo: "Signa parens aquilas, et pila minantia pilas". Ma poi Ottaviano Agusto, suo nipote e successore imperadore, la mut, e port il campo ad oro, e l'aquila naturale di colore nero a similitudine della signoria dello imperio, che come l'aquila  sovra ogni uccello, e vede chiaro pi ch'altro animale, e vola infino al cielo dell'emisperio del fuoco, cos lo 'mperio d essere sopra ogni signoria temporale. E appresso Ottaviano tutti gli imperadori de' Romani l'hanno per simile modo portata; ma Gostantino, e poi gli altri imperadori de' Greci ritennono la 'nsegna di Iulio Cesare, cio il campo vermiglio e l'aquila ad oro, ma con due capi. Lasceremo delle insegne del comune di Roma e degl'imperadori, e torneremo a nostra materia sopra i fatti della citt di Firenze.

"IV"


(Come la citt di Firenze fu camera de' Romani e dello imperio.)

La citt di Firenze in quello tempo era camera d'imperio, e come figliuola e fattura di Roma in tutte cose, e da' Romani abitata; e per de' propii fatti di Firenze a quegli tempi non troviamo cronica n altre storie che ne facciano grande memoria. E di ci nonn- da maravigliare, per che' Fiorentini erano sudditi e una co' Romani, e per Romani si trattavano per l'universo mondo, e come i Romani andavano ne' loro eserciti e nelle loro battaglie. E troviamo nelle storia di Giulio Cesare, nel secondo libro di Lucano, quando Cesare assedi Pompeo nella citt di Brandizio in Puglia, uno de' baroni e signori della citt di Firenze ch'avea nome Lucere era in compagnia di Cesare e fue alla battaglia delle navi a la bocca del porto di Brandizio, valente uomo d'arme e virtudioso; e molti altri Fiorentini furono in quello esercito e battaglie con Cesare e di sua parte; per che quando fue la discordia da Giulio Cesare a Pompeo e del senato di Roma, quegli della citt di Firenze e d'intorno al fiume d'Arno tennero la parte di Cesare. E di ci fa menzione Lucano nel detto libro ove dice in versi:

Vulturnusque celer, notturneque conditor aure
Sarnus, et umbrosae Liris per regna marisque.

E cos dimoraro i Fiorentini mentre che' Romani ebbono stato e signoria. Bene si truova per alcuno scritto che uno Uberto Cesare, sopranomato per Iulio Cesare, che fu figliuolo di Catellina, rimaso in Fiesole picciolo garzone dopo la sua morte, egli poi per Iulio Cesare fue fatto grande cittadino di Firenze, e avendo molti figliuoli, egli e poi la sua schiatta furono signori della terra gran tempo, e di loro discendenti furono grandi signori e grandi schiatte in Firenze; e che gli Uberti fossoro di quella progenie si dice. Questo non troviamo per autentica cronica che per noi si pruovi.

"V"


(Come in Firenze fu fatto il tempio di Marti, il quale oggi si chiama il Duomo di Santo Giovanni.)

Dapoi che Cesere, e Pompeo, e Macrino, e Albino, e Marzio prencipi de' Romani edificatori della nuova citt di Firenze si tornarono a Roma, compiuti i loro lavori, la citt cominci a crescere e moltiplicare di Romani e di Fiesolani insieme, che rimasono a l'abitazione di quella; e in poco tempo si fece buona citt secondo il tempo d'allora, che gl'imperadori e 'l senato di Roma l'avanzavano alloro podere, quasi come un'altra piccola Roma. I cittadini di quella, essendo in buono stato, ordinaro di fare nella detta cittade uno tempio maraviglioso all'onore dello Iddio Marte, per la vittoria che' Romani avieno avuta della citt di Fiesole, e mandaro al senato di Roma che mandasse loro gli migliori e pi sottili maestri che fossono in Roma, e cos fu fatto. E feciono venire marmi bianchi e neri, e colonne di pi parti di lungi per mare, e poi per Arno; feciono conducere e macigni e colonne da Fiesole, e fondaro e edificaro il detto tempio nel luogo che si chiamava Camarti anticamente, e dove i Fiesolani faceano loro mercato. Molto nobile e bello il feciono a otto facce, e quello fatto con grande diligenzia, il consecraro allo Iddio Marti, il quale era Idio di Romani, e feciollo figurare innintaglio di marmo in forma d'uno cavaliere armato a cavallo; il puosono sopra una colonna di marmo in mezzo di quello tempio, e quello tennero con grande reverenzia e adoraro per loro Idio mentre che fu il paganesimo in Firenze. E troviamo che il detto tempio fu cominciato al tempo che regnava Ottaviano Agusto, e che fu edificato sotto ascendente di s fatta costellazione, che non verr meno quasi in etterno: e cos si truova scritto in certa parte, e intagliato nello spazzo del detto tempio.

"VI"


(Racconta del sito della provincia di Toscana.)

Quando per noi s' detto della prima edificazione della citt di Firenze e di quella di Pistoia, si  convenevole e di necessit che si dica dell'altre citt vicine di Toscana quello che n'avemo trovato per le croniche di loro principii e cominciamenti brievemente, per tornare poi a nostra materia. Narreremo in prima del sito della provincia di Toscana. Toscana comincia da la parte di levante al fiume del Tevero, il quale si muove nell'alpi di Pennino de la montagna chiamata Falterona, e discende per la contrada di Massa Tribara, e dal Borgo San Sipolcro, e poi la Citt di Castello, e poi sotto la citt di Perugia, e poi appresso di Todi, istendendosi per terra di Sabina e di Roma, e ricogliendo in s molti fiumi, entra per la citt di Roma infino in mare ove fa foce di costa a la citt di Ostia, presso a Roma a XX miglia; e la parte di qua dal fiume, che si chiama Trastibero, e il Portico di Santo Pietro di Roma  della provincia di Toscana. E da la parte del mezzogiorno si ha Toscana il mare detto Terreno, che colle sue rive batte la contrada di Maremma, e Piombino, e Pisa, e per lo contado di Lucca e di Luni infino a la foce del fiume della Magra, che mette in mare a la punta della montagna del Corbo di l da Luni e di Serrezzano, da la parte di ponente. E discende il detto fiume della Magra delle montagne di Pennino di sopra a Pontriemoli, tra la riviera di Genova e 'l contado di Piagenza in Lombardia, ne le terre de' marchesi Malaspina. Il quarto confine di Toscana di verso settentrione sono le dette alpi Apennine, le quali confinano e partono la provincia di Toscana da Lombardia e Bologna e parte di Romagna; e gira la detta provincia di Toscana VIIc miglia. Questa provincia di Toscana ha pi fiumi: intra gli altri reale e maggiore si  il nostro fiume d'Arno, il quale nasce di quella medesima montagna di Falterona che nasce il fiume del Tevero che va a Roma. E questo fiume d'Arno corre quasi per lo mezzo di Toscana, scendendo per le montagne de la Vernia, ove il beato santo Francesco fece sua penitenzia e romitaggio, e poi passa per la contrada di Casentino presso a Bibbiena e a pi di Poppio, e poi si rivolge verso levante, vegnendo presso a la citt d'Arezzo a tre miglia, e poi corre per lo nostro Valdarno di sopra, scendendo per lo nostro piano, e quasi passa per lo mezzo de la nostra citt di Firenze. E poi uscito per corso del nostro piano, passa tra Montelupo e Capraia presso a Empoli per la contrada di Greti e di Valdarno di sotto a pi di Fucecchio, e poi per lo contado di Lucca e di Pisa, raccogliendo in s molti fiumi, passando poi quasi per mezzo la citt di Pisa ove assai  grosso, sicch porta galee e grossi legni; e presso di Pisa a V miglia mette in mare; e il suo corso  di spazio di miglia CXX. E del detto fiume d'Arno l'antiche storie fanno menzione: Vergilio nel VII libro dell'Eneidos parlando della gente che fu in aiuto al re Turno incontra Enea di Troia con questi versi: "Sarrastris populos, equa rigat equora Sarnus"; e Paulo Orosio raccontando in sue storie del fiume d'Arno disse che quando Anibal di Cartagine, tornando di Spagna in Italia, pass le montagne d'Apennino, vegnendo sopra i Romani, ove si combatto in sulago di Perugia col valente consolo Flamineo da cui fu sconfitto, in quel luogo dice che passando Anibal l'alpi Apennine, per la grande freddura che v'ebbe, discendendo poi in su i paduli del fiume d'Arno s perd tutti gli suoi leofanti, che non ne gli rimase se none uno solo, e la maggiore parte de' suoi cavagli e bestie vi moriro; e egli medesimo per la detta cagione vi perd uno de' suoi occhi del capo. Questo Anibal mostra per nostro arbitrare ch'egli scendesse l'alpi tra Modona e Pistoia, e paduli fossono per lo fiume d'Arno da pi di Firenze insino di l da Signa: e questo si pruova, che anticamente tra Signa e Montelupo nel mezzo del corso del fiume d'Arno, ove si ristrigne in piccolo spazio tra rocce di montagne, aveva una grandissima pietra che si chiamava e chiama Golfolina, la quale per sua grandezza e altezza comprendeva tutto il corso del fiume d'Arno, per modo che 'l facea ringorgare infino assai presso ov' oggi la citt di Firenze, e per lo detto ringorgamento si spandea l'acqua del fiume d'Arno, e d'Ombrone, e di Bisenzo per lo piano sotto Signa, e di Settimo, e di Prato, e di Micciole, e di Campi, infino presso a pi de' monti, faccendo paduli. Ma e' si truova, e per evidente sperienzia si vede, che la detta pietra Golfolina per maestri con picconi e scarpelli per forza fu tagliata e dibassata, per modo che 'l corso del fiume d'Arno cal e dibass, sicch i detti paduli scemaro e rimasero terra guadagnabile. Bene racconta Tito Livio quasi per simili parole, dicendo che 'l passo, e dove s'acamp Anibal, fu tra la citt di Fiesole e quella d'Arezzo. Avisiamo che passasse l'alpi a Pennino per la contrada di Casentino, e paduli poteano simile essere tra l'Ancisa e 'l piano di Fegghine, e potea essere o nell'uno luogo o nell'altro, per che anticamente il fiume d'Arno avea in pi luogora rattenute e paduli; ma dove chessi fosse, assai avemo detto sopra il nostro fiume d'Arno, per trarre d'ignoranza e fare avisati i presenti moderni viventi di nostra citt, e gli strani che sono e saranno. Lasceremo di ci, e diremo in brieve de la potenzia che anticamente avea la nostra provincia di Toscana, che si conf a la nostra materia.

"VII"


(Della potenzia e signoria ch'avea la provincia di Toscana innanzi che Roma avesse stato.)

Dapoi ch'avemo detto del sito e confini de la nostra provincia di Toscana, s ne pare convenevole di dire in brieve dello stato e signoria che Toscana avea anzi che Roma avesse podere. La provincia di Toscana innanzi al detto tempo fu di grande potenzia e signoria. E non solamente lo re di Toscana chiamato Procena, che facea capo del suo reame nella citt di Chiusi, il quale col re Tarquino assedi Roma, era signore della provincia di Toscana; ma le sue confine, dette colonne, erano infino a la citt d'Adria in Romagna in su il golfo del mare di Vinegia, per lo cui nome anticamente quello mare  detto seno Adriatico; e nelle parti di Lombardia erano i suoi confini e colonne di Toscana infino di l dal fiume di Po e del Tesino, infino al tempo di Tarquino Prisco re de' Romani, che la gente de' Galli, detti oggi Franceschi, e quella de' Germani, detti oggi Tedeschi, di prima passaro in Italia per guida e condotto d'uno Italiano della citt di Chiusi, il quale pass i monti per ambasciadore, per fare commuovere gli oltramontani contro a' Romani, e port seco del vino, il quale dagli oltramontani non era in uso, n conosciuto per bere, per che di l nonn avea mai avuto vino n vigna; il quale vino per gli signori di l assaggiato, parve loro molto buono; e intra l'altre cagioni, con altre grandi impromesse, quella della ghiottornia del buono vino gl'indusse a passare i monti, udendo come Italia era piantadosa di vino, e larga d'ogni bene e vittuaglia. E indussegli ancora il passare di qua, che per lo loro buono stato erano s cresciuti e multiplicati di gente, che a pena vi poteano capere. Per la qual cosa passando i monti in Italia i Galli e' Germani, de' primi furono Brenno e Bellino, i quali guastarono gran parte di Lombardia e del nostro paese di Toscana, e poi assediaro la citt di Roma e presolla infino al Campidoglio, con tutto che innanzi si partissono furono sconfitti in Toscana dal buono Cammillo ribello di Roma, siccome Tito Livio in sue storie fa menzione. E poi pi altri signori Gallici, e Germani, e Gotti, e d'altre nazioni barbere passaro in Italia di tempi in tempi, faccendo in Lombardia e in Toscana grandi battaglie co' Romani, come si truovano ordinatamente per le storie che scrisse il detto Tito Livio maestro di storie. Lasceremo de la detta materia, e diremo i nomi delle citt e vescovadi della nostra provincia di Toscana.

"VIII"


(Questi sono i vescovadi de le citt di Toscana.)

La chiesa e sedia di San Piero di Roma la qual  di qua dal fiume del Tibero in Toscana, il vescovado di Fiesole, la citt di Firenze, la citt di Pisa, la qual  arcivescovado per grazia, come in questo fia menzione, la citt di Lucca, il vescovado dell'antica citt di Luni, la citt di Pistoia, la citt di Siena, la citt d'Arezzo, la citt di Perugia, la citt di Castello, la citt di Volterra, la citt di Massa, la citt di Grosseto, il vescovado di Soana in Maremma, la citt antica di Chiusi, la citt d'Orbivieto, il vescovado di Bagnoregio, la citt di Viterbo, la citt di Toscanella, il vescovado di Castri, la citt di Nepi, l'antichissima citt di Sutri, la citt d'Orti, il vescovado di Civitatensi. Avendo detti i nomi di XXV vescovadi e citt di Toscana, diremo in ispezialit del cominciamento e orrigine d'alquante di quelle citt famose a' nostri tempi onde sapremo il vero per antiche storie e croniche, tornando poi a nostra materia.

"IX"


(Della citt di Perugia.)

La citt di Perugia fu assai antica, e secondo che raccontano le loro croniche, ella fu da' Romani edificata in questo modo: che tornando uno oste de' Romani de la Magna, perch'avea il loro consolo chiamato Persus dimorato al conquisto pi tempo che non diceva il dicreto de' Romani, si furono isbanditi e divietati che non tornassono a Roma, sicch rimasono in quello luogo ove  l'uno corno della citt di Perugia, siccome esiliati e nemici del Comune. Poi gli Romani mandarono sopra loro una oste, i quali si puosono di contro alloro in su l'altro corno per guerreggiargli, siccome ribelli del Comune di Roma; ma ivi stati pi tempo, e riconosciuti insieme, si pacificaro l'uno oste e l'altra, e per lo buono sito rimasono abitanti in quello luogo. Poi di due luoghi feciono la citt di Perugia, e per lo nome del primo consolo che ivi si puose fu cos nominata. Poi pacificatisi co' Romani, furono contenti della citt di Perugia, e favoreggiarla assai e diedolle stato, quasi per tenere sotto loro giuridizione le citt di quella contrada. Poi Totile (Flagellum Dei) la distrusse, come fece Firenze e pi altre citt d'Italia, e fece marterizzare santo Erculano vescovo della detta citt.

"X"


(Della citt di Arezzo.)

La citt d'Arezzo prima ebbe nome Aurelia, e fu grande citt e nobile, e in Aurelia furono anticamente fatti per sottilissimi maestri vasi rossi con diversi intagli di tutte forme di sottile intaglio, che veggendoli parevano impossibili a essere opera umana; e ancora se ne truovano. E di certo ancora si dice che 'l sito e l'aria d'Arezzo genera sottilissimi uomini. La detta citt d'Aurelia fu anche distrutta per lo detto Totile, e fecela arare e seminare di sale, e d'allora innanzi fu chiamata Arezzo, cio citt arata.

"XI"


(Della citt di Pisa.)

La citt di Pisa fu prima chiamata Alfea. Troviamo mand aiuto ad Enea contro a Turno, e ci dice Vergllio nel VI libro dell'Eneidos; ma poi ella fu porto dello 'mperio de' Romani dove s'aduceano per mare tutti gli tributi e censi che li re e tutte le nazioni e paesi del mondo ch'erano sottoposti a' Romani rendeano allo 'mperio di Roma, e l si pesavano, e poi si portavano a Roma; e per che il primo luogo ove si pesava non era sofficiente a tanto strepito, vi si feciono due luoghi ove si pesava, e per si diclina il nome di Pisa in gramatica: (pluraliter, nominativo hee Pise); e cos per l'uso del porto e detti pesi, genti vi s'acolsono ad abitare, e crebbono e edificaro la citt di Pisa poi ad assai tempo dopo l'avenimento di Cristo, con tutto che prima per lo modo detto era per molte genti abitata, ma non come citt murata.

"XII"


(Della citt di Lucca.)

La citt di Lucca ebbe in prima nome Fridia, e chi dice Aringa; ma perch prima si convert a la vera fede di Cristo che citt di Toscana, e prima ricevette vescovo, ci fu santo Fridiano, che per miracolo di Dio rivolse il Serchio, fiume presso a la detta citt, e diegli termine, che prima era molto pericoloso e guastava la contrada, e per lo detto santo prima fu luce di fede, s fu rimosso il primo nome e chiamata Luce, e oggi per lo corrotto volgare si chiama Lucca. E truovasi che il detto beato Fridiano vegnendo da Lucca a Firenze in pellegrinaggio per visitare la chiesa ov' il corpo di santo Miniato a Monte, non potendo entrare in Firenze perch ancora erano pagani, e trovando il fiume d'Arno molto grosso per grandi piove, si mise a passare in su una piccola navicella contro al volere del barcaiuolo, e per miracolo di Dio pass liberamente e tosto, come l'Arno fosse piccolo, e col dove arriv fu poi per gli cattolici fiorentini fatta la chiesa di Santo Fridiano per sua devozione.

"XIII"


(Della citt di Luni.)

La citt di Luni, la quale  oggi disfatta, fu molto antica, e secondo che troviamo nelle storie di Troia, della citt di Luni v'ebbe navilio e genti a l'aiuto de' Greci contra gli Troiani; poi fu disfatta per gente oltramontana per cagione d'una donna moglie d'uno signore, che andando a Roma, in quella citt fu corrotta d'avoltero; onde tornando il detto signore con forza la distrusse, e oggi  diserta la contrada e malsana. E nota chelle marine erano anticamente molto abitate, e quasi infra terra poche citt avea e pochi abitanti, ma in Maremma e in Maretima verso Roma a la marina di Campagna avea molte citt e molti popoli, che oggi sono consumati e venuti a niente per corruzzione d'aria: che vi fu la grande citt di Popolonia, e Soana, e Talamone, e Grosseto, e Civitaveglia, e Mascona, e Lansedonia che furono co la loro forza a l'asedio di Troia; e in Campagna Baia, Pompeia, Cumina, e Laurenza, e Albana. E la cagione perch oggi sono quelle terre de la marina quasi disabitate e inferme, e eziandio Roma peggiorata, dicono gli grandi maestri di stronomia che ci  per lo moto dell'ottava spera del cielo, che in ogni C anni si muta uno grado verso il polo di settentrione, cio tramontana, e cos far infino a XV gradi in MD anni, e poi torner adietro per simile modo, se fia piacere di Dio che 'l mondo duri tanto; e per la detta mutazione del cielo  mutata la qualit della terra e dell'aria, e dov'era abitata e sana  oggi disabitata e inferma, (et e converso). Ed oltre acci naturalmente veggiamo che tutte le cose del mondo hanno mutazione, e vegnono e verranno meno, come Cristo di sua bocca disse, che neuna cosa ci ha stato fermo.

"XIV"


(Della citt di Viterbo.)

La citt di Viterbo fu fatta per gli Romani, e anticamente fu chiamata Vegezia, e' cittadini Vegentini. E gli Romani vi mandavano gl'infermi per cagione de' bagni ch'escono del bulicame, e per fu chiamata (Vita Erbo), cio vita agl'infermi, overo citt di vita.

"XV"


(Della citt d'Orbivieto.)

La citt d'Orbivieto si fu simile fatta per gli Romani, e (Urbis Veterum) ebbe nome, cio a dire citt de' vecchi, perch gli uomini vecchi di Roma v'erano mandati a stare per migliore aria ch'a Roma per mantenere loro santade; e per lo lungo uso e buono sito ve ne ristettono assai ad abitarla, e popolarla di gente.

"XVI"


(Della citt di Cortona.)

La citt di Cortona fue antichissima, fatta al tempo di Giano e de' primi abitanti di Italia; e Turno che si combatt con Enea per Lavina fu re di quella, come detto  dinanzi, e per lo suo nome prima ebbe nome Turna.

"XVII"


(Della citt di Chiusi)

La citt di Chiusi simile fu antichissima e potentissima, fatta ne' detti tempi, e assai prima che Roma, e fune signore e re Procena, che col re Tarquino scacciato di Roma fu ad assediare Roma, come racconta Tito Livio.

"XVIII"


(Della citt di Volterra.)

La citt di Volterra prima fu chiamata Antonia, e fu molto antica, fatta per gli discendenti d'Italia; e, secondo che si leggono i ramanzi, indi fu il buono Buovo d'Antonia.

"XIX"


(Della citt di Siena.)

La citt di Siena  assai nuova citt, ch'ella fu cominciata intorno agli anni di Cristo VIcLXX, quando Carlo Martello, padre del re Pipino di Francia, co' Franceschi andavano nel regno di Puglia in servigio di santa Chiesa a contastare una gente che si chiamavano i Longobardi, pagani, e eretici, e ariani, onde era loro re Grimaldo di Morona, e facea suo capo in Benivento, e perseguitava gli Romani e santa Chiesa. E trovandosi la detta oste de' Franceschi e altri oltramontani ov' oggi Siena, si lasciaro in quello luogo tutti gli vecchi e quegli che non erano bene sani, e che non poteano portare arme, per non menarglisi dietro in Puglia; e quegli rimasi in riposo nel detto luogo, vi si cominciaro ad abitare, e fecionvi due residii a modo di castella, ove  oggi il pi alto della citt di Siena, per istare pi al sicuro; e l'uno abitacolo e l'altro era chiamato (Sena), dirivando di quegli che v'erano rimasi per vecchiezza. Poi crescendo gli abitanti, si raccomun l'uno luogo e l'altro, e per secondo gramatica si diclina in plurali: (pluraliter nominativo hee Sene). E dapoi a pi tempo crescendo, in Siena ebbe una grande e ricca albergatrice chiamata madonna Veglia. Albergando in suo albergo uno grande legato cardinale che tornava delle parti di Francia a la corte a Roma, la detta donna gli fece grande onore, e non gli lasci pagare nulla spensaria. Il legato, ricevuta cortesia, la domand se in corte volesse alcuna grazia. Richieselo la donna divotamente che per lo suo amore procurasse che Siena avesse vescovado; promisele di farne suo podere, e consigliolla che facesse che 'l Comune di Siena facesse ambasciadori, e mandasse al papa a procurallo; e cos fu fatto. Il legato sollecitando, il papa ud la petizione, e diede vescovo a' Sanesi, e 'l primo fu messer Gualteramo. E per dotare il vescovado, si tolse una pieve al vescovado d'Arezzo, e una a quello di Perugia, e una a quello di Chiusi, e una a quello di Volterra, e una a quello di Grosseto, e una a quello di Massa, e una a quello d'Orbivieto, e una a quello di Firenze, e una a quello di Fiesole; e cos ebbe Siena vescovado, e fu chiamata citt: e per lo nome e onore de la detta madonna Veglia, per cui fu prima promossa e domandata la grazia, s fu sempre sopranomata Siena la Veglia.

"XX"


(Torna la storia a' fatti della citt di Firenze, e come santo Miniato vi fu martorizzato per Decio imperadore.)

Dapoi che brievemente avemo fatta alcuna menzione de le nostre citt vicine di Toscana, torneremo a nostra materia a raccontare de la nostra citt di Firenze; e s come innarrammo dinanzi, la detta citt si resse grande tempo al governo e signoria degl'imperadori di Roma, e spesso venieno gl'imperadori a soggiornare in Firenze quando passavano in Lombardia, e ne la Magna, e in Francia al conquisto delle province. E troviamo che Decio imperadore l'anno suo primo, ci fu gli anni di Cristo CCLII, essendo in Firenze s come camera d'imperio, dimorandovi a suo diletto, e il detto Decio perseguitando duramente i Cristiani dovunque gli sentiva e trovava, ud dire come il beato santo Miniato eremita abitava presso a Firenze con suoi discepoli e compagni, in una selva che si chiamava Arisbotto fiorentina, di dietro l dove  oggi la sua chiesa sopra la citt di Firenze. Questo beato Miniato fu figliuolo del re d'Erminia primogenito, e lasciato il suo reame per la fede di Cristo, per fare penitenzia e dilungarsi dal suo regno pass di qua da mare al perdono a Roma, e poi si ridusse nella detta selva, la quale allora era salvatica e solitaria, per che la citt di Firenze non si stendea n era abitata di l da l'Arno, ma era tutta di qua, salvo che uno solo ponte v'avea sopra l'Arno, non per dove sono oggi, ma si dice per molti ch'era l'antico ponte de' Fiesolani, il quale era da Girone a Candegghi: e quella era l'antica e diritta strada e cammino da Roma a Fiesole, e per andare in Lombardia e di l da' monti. Il detto Decio imperadore fece prendere il detto beato Miniato, come racconta la sua storia: grandi doni e proferte gli fece fare, s come a figliuolo di re, acci che rinegasse Cristo; e elli costante e fermo nella fede non volle suoi doni, ma sofferse diversi martiri; a la fine il detto Decio gli fece tagliare la testa ove  oggi la chiesa di Santa Candida a la Croce al Gorgo; e pi fedeli di Cristo ricevettono martirio in quello luogo. E tagliata la testa del beato Miniato, per miracolo di Cristo co le sue mani la ridusse al suo imbusto, e co' suoi piedi and e valic l'Arno, e sal in sul poggio dove  oggi la chiesa sua, che allora v'avea uno piccolo oratorio in nome del beato Piero Appostolo, dove molti corpi di santi martiri furono soppelliti; e in quello luogo santo Miniato venuto, rend l'anima a Cristo, e il suo corpo per gli Cristiani nascosamente fu ivi soppellito; il quale luogo per gli meriti del beato santo Miniato da' Fiorentini, dapoi che furono divenuti Cristiani, fue divotamente venerato, e fattavi una picciola chiesa al suo onore. Ma la grande e nobile chiesa de' marmi che v' oggi a' nostri tempi troviamo che fue poi fatta per lo procaccio del venerabile padre messere Alibrando vescovo e cittadino di Firenze negli anni di Cristo MXIII, cominciata a d XXVI del mese d'aprile per comandamento e autorit del cattolico e santo imperadore Arrigo secondo di Baviera e della sua moglie imperatrice santa Cunegonda che in quegli tempi regnava, e diedono e dotarono la detta chiesa di molte ricche posessioni in Firenze e nel contado per l'anime loro, e feciono reparare e reedificare la detta chiesa, s come  ora, di marmi; e feciono traslatare il corpo del beato Miniato nell'altare il qual  sotto le volte de la detta chiesa con molta reverenza e solennit fatta per lo detto vescovo e chericato di Firenze, con tutto il popolo uomini e donne de la citt di Firenze; ma poi per lo Comune di Firenze si compi la detta chiesa, e si feciono le scalee de' macigni gi per la costa, e ordinaro sopra la detta opera di Santo Miniato i consoli dell'arte di Calimala, e che l'avessono in guardia.



"XXI"


(Come santo Crisco e' suoi compagni furono martirizzati nel contado di Firenze.)

Ancora in quegli tempi di Decio imperadore, dimorando il detto Decio in Firenze, fece perseguitare il beato Crisco con suoi compagni e discepoli, il quale fu delle parti di Germania gentile uomo, e faceva penitenzia con santo Miniato, prima nella selva d'Arisbotto detta di sopra, e poi in quelle selve di Mugello ov' oggi la sua chiesa, cio San Cresci a Valcava; e in quello luogo egli co' suoi seguaci da' ministri di Decio furono martirizzati. Avemo raccontate le storie di questi due santi, acci che s'abbiano in reverenza e in memoria a' Fiorentini, s come per la fede di Cristo in questa nostra contrada furono martirizzati, e sono i loro santi corpi. Bene troviamo noi per pi antiche croniche che al tempo di Nerone imperadore nella nostra citt di Firenze e nella contrada prima fu recata da Roma la verace fede di Cristo per Frontino e Paulino discepoli di santo Piero, ma ci fu tacitamente e in pochi fedeli, per paura de' vicarii e proposti degl'imperadori, ch'erano idolatri, e perseguivano li Cristiani dovunque gli trovavano; e cos dimoraro infino al tempo di Gostantino imperadore e di santo Silvestro papa.

"XXII"


(Di Gostantino imperadore e de' suoi discendenti, e le mutazioni che ne furono in Italia.)

Troviamo che la nostra citt di Firenze si resse sotto la guardia dello imperio de' Romani intorno di CCCL anni, dapoi che prima fu fondata, tenendo legge pagana e cultivando l'idoli, con tutto che assai v'avesse de' Cristiani per lo modo ch' detto, ma dimoravano nascosi in diversi romitaggi e caverne di fuori da la citt, e quegli ch'erano dentro non si palesavano Cristiani per la tema delle persecuzioni che gl'imperadori di Roma, e de' loro vicari e ministri facevano a' Cristiani, infino al tempo del grande Gostantino figliuolo di Gostantino imperadore, e d'Elena sua moglie figliuola del re di Brettagna, il quale fu il primo imperadore cristiano, e adot la Chiesa di tutto lo 'mperio di Roma, e diede libert a' Cristiani al tempo del beato Silvestro papa, il quale il battezz e fece Cristiano, mondandolo della lebbra per virt di Cristo; e ci fu negli anni di Cristo intorno CCCXX. Il detto Gostantino fece fare in Roma molte chiese all'onore di Cristo, e abattuti tutti li templi del paganesimo e dell'idoli, e riformata la santa Chiesa in sua libert e signoria, e ripreso il temporale dello 'mperio della Chiesa sotto certo censo e ordine, se ne and in Costantinopoli, e per suo nome cos la fece nominare, che prima avea nome Bisanzia, e misela in grande stato e signoria: e di l fece sua sedia, lasciando di qua nello 'mperio di Roma suoi patrici, overo censori, cio vicarii, che difendeano e combatteano per Roma e per lo 'mperio. Dopo il detto Gostantino, che regn pi di XXX anni tra nello 'mperio di Roma e in quello di Gostantinopoli, e' rimasono di lui tre figliuoli, Gostantino, e Gostanzio, e Costante, i quali tralloro ebbono guerra e dissensione, e l'uno di loro era Cristiano, ci fue Gostantino, e l'altro eretico, ci fue Gostanzio, e perseguit i Cristiani d'una resia che si cominci in Gostantinopoli per uno chiamato Arrio, la quale per lo suo nome si chiam ariana, e molto errore sparse per tutto il mondo e nella Chiesa di Dio. Questi figliuoli di Gostantino per la loro dissensione guastarono molto lo 'mperio di Roma e quasi abandonaro, e d'allora innanzi sempre parve che andasse al dichino e scemando la sua signoria: e cominciaro ad essere due e tre imperadori a una volta, e chi signoreggiava in Gostantinopoli, chi lo 'mperio di Roma, e tale era Cristiano, e tale eretico ariano, perseguitando i Cristiani e la Chiesa; e dur molto tempo, e tutta Italia ne fu maculata. Degli altri imperadori passati, e di quegli che furono poi, non facciamo ordinata memoria, se non di coloro che pertengono a nostra materia; ma chi per ordine gli vorr trovare, legga la cronica martiniana, e in quella gl'imperadori e li papa che furono per gli tempi troverr ordinatamente.

"XXIII"


(Come la fede cristiana fu prima nella citt di Firenze.)

Nel tempo che 'l detto grande Gostantino si fece Cristiano, e diede signoria e libert a la Chiesa, e santo Silvestro papa regn nel papato palese in Roma, si sparse per Toscana e per tutta Italia, e poi per tutto il mondo la vera fede e credenza di Ges Cristo. E nella nostra citt di Firenze si cominci a coltivare la verace fede, e abbattere il paganesimo al tempo di... che ne fu vescovo di Firenze, fatto per Silvestro papa; e del bello e nobile tempio de' Fiorentini, ond' fatta menzione adietro, i Fiorentini levaro il loro idolo, il quale appellavano lo Idio Marti, e puosollo in su un'alta torre presso al fiume d'Arno, e nol vollono rompere n spezzare, per che per loro antiche memorie trovavano che il detto idolo di Marti era consegrato sotto ascendente di tale pianeta, che come fosse rotto o commosso in vile luogo, la citt avrebbe pericolo e danno, e grande mutazione. E con tutto che i Fiorentini di nuovo fossono divenuti Cristiani, ancora teneano molti costumi del paganesimo, e tennero gran tempo, e temeano forte il loro antico idolo di Marti; s erano ancora poco perfetti nella santa fede. E ci fatto, il detto loro tempio consecrato all'onore d'Iddio e del beato santo Giovanni Batista, e chiamarlo Duomo di Santo Giovanni; e ordinaro che si celebrasse la festa il d della sua nativitade con solenni oblazioni e che si corresse uno palio di sciamito; e sempre per usanza s' fatto in quello giorno per gli Fiorentini. E feciono fare le fonti del battesimo in mezzo del tempio ove si battezzavano le genti e' fanciulli, e fanno ancora; e 'l giorno di sabato santo, che si benedice ne le dette fonti l'acqua del battesimo e il fuoco, ordinato chessi spandesse il detto fuoco santo per la citt a modo che si faceva in Gerusalem, che per ciascuna casa v'andasse uno con una faccellina ad accendere. E di quella solennit venne la dignit ch'hanno la casa de' Pazzi de la grande faccellina, intorno fa di CLXX anni dal MCCC anni addietro, per uno loro antico nomato Pazzo, forte e grande della persona, che portava la maggiore faccellina che niuno altro, e era il primo che prendea il fuoco santo, e poi gli altri da lui. Il detto Duomo si crebbe, poi che fue consecrato a Cristo, ove  oggi il coro e l'altare del beato Giovanni; ma al tempo che 'l detto Duomo fu tempio di Marti, non v'era la detta agiunta, n 'l capannuccio, n la mela di sopra; anzi era aperto di sopra al modo di Santa Maria Ritonda di Roma, acci che il loro idolo Idio Marti ch'era in mezzo al tempio fosse scoperto al cielo. Ma poi dopo la seconda redificazione di Firenze nel MCL anni di Cristo, si fece fare il capannuccio di sopra levato in colonne, e la mela, e la croce dell'oro ch' di sopra, per li consoli dell'arte di Calimala, i quali dal Comune di Firenze ebbono in guardia la fabbrica della detta opera di Santo Giovanni. E per pi genti che hanno cerco del mondo dicono ch'elli  il pi bello tempio, overo duomo, del tanto che si truovi: e a' nostri tempi si compi il lavorio delle storie a (moises) dipinte dentro. E troviamo per antiche ricordanze che la figura del sole intagliata nello ismalto, che dice: "En giro torte sol ciclos, et rotor igne", fu fatta per astronomia; e quando il sole entra nel segno del Cancro, in sul mezzogiorno, in quello luogo luce per lo aperto di sopra ov' il capannuccio.

"XXIV"


(Della venuta di Gotti e di Vandali in Italia, e come distrussono il paese e assediaro la citt di Firenze al tempo di santo Zenobio vescovo di Firenze.)

Dapoi chello 'mperio de' Romani si traslat di Roma in Grecia per Gostantino, e quasi fu partito, e talora abandonato per gli suoi successori, venne molto scemando. Per la qual cosa negli anni di Cristo circa IIIIc, regnando nello 'mperio di Roma e di Gostantinopoli Arcadio e Onorio figliuoli di Teodosio, una gente barbera delle parti tra 'l settentrione e levante, delle province che si chiamano Gozia e Svezia, di l dal fiume del Danubio, scese uno signore ch'ebbe nome Alberigo re de' Gotti, con grande seguito della gente di quegli paesi, e per loro forza passaro in Africa, e distrussolla in grande parte, e tornando in Italia, per forza distrussono grande parte di Roma, e la provincia d'intorno ardendo, e uccidendo chiunque loro si parava innanzi, s come gente pagana e sanza alcuna legge, volendo disfare e abbattere lo 'mperio de' Romani; e in grande parte il consumaro. E poi, negli anni di Cristo IIIIcXV intorno, Rodagio re de' Gotti, successore del detto Alberigo, ancora pass in Italia con innumerabile esercito di gente; venne per distruggere la citt di Roma, e guast molto della provincia di Lombardia e di Toscana. Per la detta cagione gli Romani veggendosi cos aflitti, e forte temendo del detto Rodagio che gi era in Toscana, e poi si puose all'asedio della loro citt di Firenze, mandato per soccorso in Gostantinopoli a lo 'mperadore. Per la qual cosa Onorio imperadore venne in Italia per soccorrere lo 'mperio di Roma, e coll'oste de' Romani venne in Toscana a la citt di Firenze per contastare il detto Rodagio, overo Rodagoso, il quale era all'asedio di Firenze con CCm di Gotti e pi; il quale per la volont di Dio spavent, sentendo la venuta dello 'mperadore Onorio, si ritrassono ne' monti di Fiesole e d'intorno, e ne le valli; e ivi ridotti in arido luogo e non proveduti di vittuaglia, assediati d'intorno a le montagne da Onorio e dall'oste de' Romani, pi per miracolo divino che per forza umana (imperci che a comparazione de' Gotti l'oste dello imperadore Onorio era quasi niente); ma per la fame e sete sofferta per pi giorni per li Gotti, s'arendero i Gotti presi, dopo molto grande quantit prima morti di fame, i quali come bestie furono tutti venduti per servi, e per uno danaio diedono l'uno, con tutto che per la fame e disagio che aveano avuto, la maggiore parte si moriro in brieve tempo a danno de' comperatori che gli aveano a soppellire; e Rodagaso, di nascosto fuggito de la sua oste, da' Romani fu preso e morto. E cos mostra che niuna signoria n grandezza nonn-ha fermo stato, e che non venga meno; ch s come anticamente gli Romani andavano per l'universe parti del mondo conquistando e sottomettendosi le province e' popoli sotto loro giuridizione, cos per diversi popoli e nazioni furono aflitti e tribulati lungo tempo, come innanzi far menzione; e quegli che lo 'mperio consumarono furono a la fine distrutti per le loro peccata.
Essendo la nostra provincia di Toscana stata in questa afflizzione, e la citt di Firenze per la venuta e assedio de' Gotti in grande tribolazione, s era in Firenze per vescovo uno santo padre ch'ebbe nome Zenobio. Questi fu cittadino di Firenze, e fue santissimo uomo, e molti miracoli fece Idio per lui, e risucit morti, e si crede che per gli suoi meriti la citt nostra fosse libera da' Gotti, e dopo la sua vita santa molti miracoli fece. E simile santific collui santo Crescenzio e santo Eugenio suo diacano e soddiacano, i quali sono soppelliti i loro corpi santi nella chiesa di Santa Reparata, la quale prima fu nomata Santo Salvadore; ma per la vittoria che Onorio imperadore co' Romani e co' Fiorentini ebbono contra Rodagaso re de' Gotti il d di santa Reparata, fu a sua reverenza rimosso il nome a la grande chiesa di Santo Salvadore in Santa Reparata, e rifatto Santo Salvadore in vescovado, com' a' nostri d. Il detto santo Zenobio mor a San Lorenzo fuori de la citt, e recando il suo corpo a Santa Reparata, tocc uno olmo che era secco nella piazza d Santo Giovanni, e incontanente torn verde e fioro; e per memoria di ci v' oggi una croce in su una colonna in quello luogo.



"LIBRO TERZO"

"I"


(Qui comincia il terzo libro: come la citt di Firenze fu distrutta per Totile )Flagellum Dei( re de' Gotti e de' Vandali.)

Negli anni di Cristo CCCCXL, al tempo di santo Leo papa, e di Teodosio e Valentiniano imperadori, nelle parti d'aquilone fu uno re de' Vandali e di Gotti che si chiamava Bela, sopranomato Totile. Questi fu barbaro, e sanza legge, e crudele di costumi e di tutte cose, nato della provincia di Gozia e di Svezia, e per la sua crudelt uccise il fratello, e molte diverse nazioni di genti per sua forza e potenzia si sottopuose; e poi si dispuose di distruggere e consumare lo 'mperio de' Romani, e disfare Roma; e cos per sua signoria raun innumerabile gente del suo paese, di Svezia, e di Gozia, e poi di Pannonia, cio Ungaria, e di Dannesmarche, per entrare in Italia. E volendo passare in Italia, da' Romani, e Borgognoni, e Franceschi fu contrastato, e grande battaglia contra lui fatta nelle contrade di Lunina, cio Frioli e Aquilea, co la maggiore mortalit di gente che mai fosse in neuna battaglia dall'una parte e dall'altra; e fu morto il re di Borgogna, e Totile come sconfitto si torn in suo paese co la gente che gli era rimasa. Ma poi volendo seguire suo proponimento di distruggere lo 'mperio di Roma, si raun maggiore esercito di gente che prima, e venne in Italia. E prima si puose ad assedio a la citt d'Aquilea e stettevi per tre anni, e poi la prese e arse e distrusse con tutte le genti; e intrato in Italia, per simile modo distrusse Vincenza, e Brescia, e Bergamo, e Milano, e Ticino, e quasi tutte le terre di Lombardia, salvo Modona per gli meriti di santo Giminiano che n'era vescovo, che per quella citt trapassando con sua gente, per miracolo di Dio nolla vide se non quando ne fu fuori, e per lo miracolo la lasci che nolla distrusse; e distrusse Bologna, e fece martorizzare santo Procolo vescovo di Bologna, e cos quasi tutte le terre di Romagna distrusse. E poi trapassando in Toscana, trov la citt di Firenze poderosa e forte. Udendo la nominanza di quella, e come era edificata da nobilissimi Romani, e era camera dello imperio e di Roma, e come in quella contrada era stato morto Rodagasio re de' Gotti suo anticessore con cos grande moltitudine di Gotti, come adietro  fatta menzione, comand che fosse assediata, e pi tempo vi stette invano. E veggendo che per assedio nolla potea avere, imperci ch'era fortissima di torri, e di mura, e di molta buona gente, per inganno, e lusinghe, e tradimento s'ingegn d'averla; ch i Fiorentini aveano continuo guerra colla citt di Pistoia. Totile si rimase di guastare intorno a la citt, e mand a' Fiorentini che volea essere loro amico, e in loro servigio distruggere la citt di Pistoia, promettendo e mostrando alloro grande amore, e di dare loro franchigie con molti larghi patti. I Fiorentini male aveduti (e per furono poi sempre in proverbio chiamati ciechi) credettono a le sue false lusinghe e vane promessioni, apersogli le porte, e misollo nella citt lui e sua gente; e alberg nel Campidoglio. Il crudele tiranno essendo nella citt con tutta sua forza, e con falsi sembianti mostrava amore a' cittadini, uno giorno fece richiedere a suo consiglio li maggiori e pi possenti caporali de la terra in grande quantit. E come giugnevano in Campidoglio, passando ad uno ad uno per uno valico di camera, gli facea uccidere e amazzare, non sentendo l'uno dell'altro, e poi gli facea gittare nelli acquidocci del Campidoglio, cio la gora d'Arno ch'andava sotterra per lo Campidoglio, acci che niuno se n'acorgesse. E cos ne fece morire in grande quantit, che niente se ne sentiva nella citt di Firenze, se non che all'uscita della citt ove si scoprivano i detti acquidocci, overo gora, e rientravano inn-Arno, si vedea tutta l'acqua rossa e sanguinosa. Allora la gente s'acorse dello inganno e tradimento; ma fu indarno e tardi, per che Totile aveva fatto armare tutta sua gente, e come s'avide chella sua crudelit era scoperta, comand che corressono la terra uccidendo piccoli e grandi, uomini e femmine; e cos fue fatto sanza riparo, per che li cittadini erano sanza arme e isproveduti; e truovasi che in quello tempo avea nella citt di Firenze XXIIm d'uomini d'arme, sanza gli vecchi e' fanciugli. La gente della citt veggendosi a tale dolore e distruzione venuti, chi poto scampare il fece, fuggendosi in contado, e nascondendosi in fortezze, e in boschi, e caverne; ma molti e pi de' cittadini ne furono morti, e tagliati, e presi, e la citt fue tutta spogliata d'ogni sustanzia e ricchezza per gli detti Gotti, Vandali, e Ungari. E poi che Totile l'ebbe cos consumata di genti e dell'avere, comand che fosse distrutta e arsa e guasta, e non vi rimanesse pietra sopra pietra; e cos fu fatto, se non che da l'occidente rimase una delle torri che Igneo Pompeo avea edificata, e dal settentrione e dal mezzogiorno una delle porte, e infra la citt presso a la porta (casa, sive domo), interpetriamo il Duomo di Santo Giovanni, chiamato prima casa di Marti. E di vero mai non fue disfatto, n disfar in etterno, se non al (die iudicio); e cos si truova scritto nello ismalto del detto Duomo. E ancora vi rimasono l'alte torri, overo templi, segnati per alfabeto, che cos gli troviamo in antiche croniche, le quali non sappiamo interpetrare: ci sono S (e casa) P (e casa) F. Porte IIII avea la citt, e VI postierle; e torri di maravigliosa fortezza erano sopra le porte. E l'idolo dello Idio Marti che' Fiorentini levarono del tempio e puosono sopra una torre, allora cadde inn-Arno, e tanto vi stette quanto la citt stette disfatta. E cos fu distrutta la nobile citt di Firenze dal pessimo Totile a d XXVIII di giugno negli anni di Cristo CCCCL, e anni VcXX da la sua edificazione; e nella detta citt fu morto il beato Maurizio vescovo di Firenze a gran tormento per la gente di Totile, e il suo corpo giace in Santa Reparata.

"II"


(Come Totile fece reedificare la citt di Fiesole.)

Distrutta la citt di Firenze, Totile se n'and in sul monte ov'era stata l'antica citt di Fiesole, e con sue bandiere, e tende, e trabacche, e quivi s'acamp, e comand che la detta citt si redificasse, e fece bandire che chiunque volesse tornare ad abitare in quella fosse sicuro e franco, giurando allui d'essere contra li Romani, e acci chella citt di Firenze non si rifacesse mai. Per la quale cosa molti che anticamente erano stati discesi di Fiesole vi tornarono ad abitare, e de' Fiorentini medesimi isfuggiti, che non sapeano ove si dovessono abitare n andare. E cos in poco tempo fu rifatta e redificata la citt di Fiesole, e fatta forte di mura e di gente, e poi, come prima era, e fu sempre ribella di Roma. E perch noi facciamo in questa nostra storia digressione, lasciando come Firenze rimase diserta e disfatta, e seguendo le storie e' fatti de' Vandali, e de' Gotti, e de' Longobardi, i quali signoreggiarono lungo tempo Roma, e Toscana, e tutta Italia, s ne pare di nicessit; ch per la loro forza e signoria li Fiesolani non lasciarono rifare Firenze infino che d'Italia non furono cacciati, come innanzi far menzione, tornando a nostra materia.

"III"


(Come Totile si part di Fiesole per andare verso Roma, e distrusse molte cittadi, e mor di mala morte.)

Rifatta la citt di Fiesole, Totile si part di quella, e andonne per Toscana per guastare lo 'mperio, e per andare a Roma, e prese e distrusse la citt d'Arezzo, e quella fece arare e seminare di sale; e Perugia assedi pi tempo, e per fame l'ebbe e la distrusse, e 'l beato Arcolano vescovo di quella fece strangolare. Simile fece della citt di Pisa, e di Lucca, e di Volterra, e di Luni, e Pontriemoli, Parma, Reggio, Bologna, Imola, Faenza, Forl, Forlimpopolo, e Cesena: tutte queste cittadi, e l'altre di Lombardia nominate, e molte altre citt di Campagna e di terra di Roma dal nequissimo Totile furono distrutte, e molti santi monaci e religiosi dallui e da sua gente furono distrutti e martirizzati, e fece grande persecuzione a' Cristiani, rubando e disertando chiese e munisteri, e quelle disfaccendo; e poi andando per distruggere Roma, in Maremma moro di repentina morte. Ma alcuno altro dottore scrisse che 'l detto Totile per gli prieghi a Dio di santo Leo papa che allora regnava si part d'Italia, e cess la sua pestilenza; imperci che, per miracolo di Dio, al detto Totile apparve pi volte in visione dormendo una ombra con uno viso terribile e spaventoso, minacciandolo che s'egli non facesse il volere del detto santo padre papa Leone, il distruggerebbe. Il quale Totile per paura di ci reverenza fece al detto papa, e partissi d'Italia sanza apressarsi a la citt di Roma, e tornossi in Pannonia; e l venuto, di repentina morte moro; e alcuno disse che mor in Cingole nella Marca. Ma dove ch'egli morisse, la notte medesima ch'egli mor, apparve per visione di sogno a Marziano imperadore, il quale era in Grecia, che l'arco di Totile era rotto; per la qual cosa intese che Totile era morto, e cos si trov che in quella medesima notte moro. Questo Totile fu il pi crudele e potente tiranno che si truovi; e per la sua iniquissima crudelt fu chiamato per sopranome  I Flagellum Dei). E per altri si scrisse che 'l detto sopranome puose santo Benedetto, ch'udendo Totile la sua santit, l'and a vedere a Montecascino travisato, per vedere se 'l conoscesse. Il beato santo non mai vedutolo, per ispirazione divina il conobbe, e disse: "Tu se' fragello di Dio per pulire le peccata"; comandgli da sua parte che non ispanda pi sangue umano, onde poco apresso moro. E veramente fu flagello di Dio per consumare la superbia de' Romani e de' Taliani per li loro peccati, che in quello tempo erano molto corrotti nello errore della resia ariana, e contra a la vera fede di Cristo, ed idolatri, e di molti altri peccati spiacenti a Dio erano contaminati; e cos la divina potenzia pul i non giusti per lo crudele tiranno non giusto giustamente.

"IV"


(Come i Gotti rimasono signori in Italia dopo la morte di Totile.)

Vivendo ancora Totile in Italia, Teodorigo, un altro re de' Gotti, si part di Gozia e distrusse Danesmarce, e poi Lotterige, cio Brabante e Analdo, e quasi tutta Francia; e pass in Ispagna e tutta la distrusse. E stando in Ispagna ud la morte di Totile, incontanente ne venne in Italia, e co' Vandali, e Gotti, e Ungari, e altre diverse nazioni ch'erano stati con Totile raun sotto sua signoria, e lasci in Ispagna Elarico, overo Elario, suo fratello re de' Gotti, il quale comprese e conquist non solamente Spagna, ma il reame di Navarra, e Proenza, e Guascogna infino a' confini di Francia. Ma poi il detto Elarico fu isconfitto e morto con tutta sua gente da Crovis re di Francia, il quale fu il primo re di Francia che fosse Cristiano; e la detta battaglia fu presso a la citt di Pettieri a X leghe, l'anno di Cristo VcX, e distrusse i Gotti per modo che mai non ebbono signoria di l da' monti. Il sopradetto Teodorigo che pass in Italia prese Roma, e tutta Toscana, e Italia, e allegossi con Leone imperadore di Gostantinopoli eretico ariano; il quale Leone pass in Italia, e venne a Roma, e trasse di Roma tutte le 'magini de' Cristiani e arsele in Gostantinopoli, a dispetto del papa e della Chiesa. E quello Leone imperadore e Teodorico re de' Gotti guastaro e consumaro tutta Italia, e le chiese de' fedeli fecero tutte abattere, e lo stato de' Romani e dello 'mperio molto infieboliro. E poi morto Leone imperadore, fu Zeno imperadore, e fu contrario de' costumi e di tutte cose di Leone, e la sua schiatta anull e consum, e ebbe guerra co' Gotti ch'erano in Italia. A la fine s'acconci con pace colloro, ma volle per istadico Teodorico il giovane figliuolo di Teodorico re de' Gotti, ch'era garzone e piccolo, e tennelo seco in Gostantinopoli. E Teodorigo re tenne lo 'mperio di Roma per lo detto Zenone imperadore, faccendonegli omaggio, e dandonegli tributo. In questi tempi, circa gli anni di Cristo CCCCLXX, regnando in Gostantinopoli Leone imperadore di Roma, nella grande Brettagna, che ora Inghilterra  chiamata, nacque Merlino profeta (dissesi d'una vergine con concetto overo operazione di demonio), il quale fece in quello paese molte maraviglie per negromanzia, e ordin la tavola ritonda di cavalieri erranti, al tempo che in Brettagna regnava Uter Pandragone, il quale fu de' discendenti di Bruto nipote d'Enea primo abitatore di quella, come adietro facemmo menzione; e poi rinnovata per lo buono re Art suo figliuolo, il quale fu signore di grande potenzia e valore, e sopra tutti i signori cortese e grazioso, e regn grande tempo in felice stato, come i ramanzi di Brettoni fanno menzione, e la cronica martiniana in alcuna parte in questo tempo.

"V"


(Come i Gotti furono cacciati la prima volta d'Italia, e come ricoveraro la signoria per lo giovane Teodorico loro re.)

Nel detto tempo, intorno gli anni di Cristo CCCCLXV, uno Agustolo (questi fu Teutonico) e prese e occup lo 'mperio di Roma e d'Italia XV mesi. Ma Edevancer, Greco di Rutina, con Ruteni sua gente venne in Italia, e per forza prese Piagenza e Ticino, e discacci della signoria il detto Agustolo, e fecesi monaco per paura. Evancer colli suoi Rutini venne a Roma, e ebbe tutta la signoria d'Italia per XIIII anni, e cacci i Gotti. Sentendo ci Zeno imperadore che dimorava in Gostantinopoli, mand contra il detto Edevancer Teodosio giovane, che rimase del padre re de' Gotti, ch'avea XVII anni, e per terra venne per Bolgaria e Ungaria con assai fatica; e Evancer gli si fece allo 'ncontro in Aquilea con tutto lo sforzo d'Italia; quivi si combattero insieme, e Evancer fu sconfitto, e fuggisi con pochi a Roma; ma il popolo di Roma nollo lasciarono entrare in Roma, ne la citt. Teodosio co' Gotti, e Greci, e Ungari seguendolo a Roma, Evancer si fuggo da Roma a Ravenna; ancora il persegu Teodosio, e assediollo in Ravenna per tre anni, e presa la citt, l'uccise, e distrusse sua gente, negli anni di Cristo CCCCLXXX; e Teodorico rimase re e signore in Italia, avendo lega e amist con Zeno imperadore di Gostantinopoli, e da' Romani fu ricevuto a grande onore, e paceficamente tenne Roma e Italia grande tempo, e tolse per moglie la figliuola del re di Francia, che Lottieri figliuolo Crovis ebbe nome; ma poi si macul della resia ariana, e divenne come tiranno, e nimico della Chiesa e di veri Cristiani. Questi fu quello Teodorico il quale mand in pregione e fece poi morire a Pavia il buono santo Boezio Severino consolo di Roma, perch'egli per bene e stato della republica di Roma e della fede cristiana, il contrastava de' suoi difetti e tirannie, apponendogli false cagioni. Allora il santo Boezio compuose in pregione a Pavia il libro della filosofica consolazione. Poi questo Teodorico perseguit molto i Cristiani, e molti ne fece morire a petizione degli ariani, e 'l papa Giovanni primo mand in pregione a Ravenna, e fecelvi per martirio di fame morire con altri che collui erano andati in Gostantinopoli a Giustino imperadore cristianissimo, per procurare lo stato della Chiesa e della fede cattolica, e perch Giustino non facesse disfare le chiese degli eretici ariani; per che Teodorico avea minacciati di distruggere tutti gli Cristiani d'Italia, se Iustino offendesse alli ariani. E poi poco appresso il detto Teodorico mor di mala morte, e in visione vide uno santo eremita che il detto papa Giovanni gittava in inferno l'anima del detto Teodorico. Questi fu negli anni VcV. In questi tempi per gli errori della resia ariana e idolatra tutta Italia fu maculata, e Gostantinopoli, e tutta Grecia; e molte mutazioni di papa furono in Roma, e nella Chiesa grandi differenzie e errori, sicch Toscana e tutta Italia languiva s degli errori de la fede, e s delle diverse tiranniche signorie de' Gotti e degli altri che signoreggiavano; e crebbe tanto la forza de' Gotti, che occuparo non solamente Lombardia e Toscana e terra di Roma, ma Napoli e 'l regno di Puglia e Cicilia e ancora Africa, crescendo il loro errore, e vivendo sanza legge, e consumando le province e' popoli, tanto che gli Romani si ribellaro e cacciaro gli Gotti di Roma, i quali raunandosi col loro signore vennero all'asedio di Roma negli anni di Cristo VcXXXVIII.



"VI"


(Come i Gotti al tutto furono cacciati d'Italia per Belusiano patrice de' Romani.)

I Romani e Italiani veggendosi cos consumare e distruggere a' Gotti, mandaro in Gostantinopoli a Iustiniano imperadore che gli dovesse liberare da' Gotti e recare lo 'mperio di Roma in suo stato e franchigia; il quale Iustiniano, udite le richieste de' Romani, e per adirizzare lo 'mperio di Roma, fece patrice de Romani, cio padre e suo luogotenente e vicario, Belusiano suo nipote, e mandollo in Italia; e Iustiniano rimase in Gostantinopoli, e corresse con grande provedenza tutte le leggi, le quali erano molte confuse e in pi volumi, e recolle sotto brevit e con ordine: il quale Belusiano sopradetto fu uomo di grande senno e prodezza, e bene aventuroso in guerra. Prima di Gostantinopoli per mare valic in Africa, e con vittoria ne cacci i Gotti e' Vandali che 'l paese occupavano, e poi simile fece in Cicilia; e appresso venne nel Regno e assedi la citt di Napoli che si teneano co' Gotti, e per forza la prese, e non solamente uccise i Gotti che v'erano dentro, ma quasi tutti gli Napoletani piccoli e grandi, maschi e femmine, perch ritenevano i Gotti, e con loro aveano compagnia. E poi ne venne verso Roma, la quale era occupata da' Gotti, i quali sentendo la venuta di Belusiano patrice, si partiro da Roma e ridussonsi con tutta loro forza a Ravenna. Belusiano, radirizzato lo stato di Roma e dello imperio, perseguit i Gotti a Ravenna, e ivi ebbe con loro grande battaglia, e vinseli, e sconfissegli, e cacciogli tutti quasi d'Italia; e poi n'and inn-Alamagna e in Sassogna, e per forza tutti quegli paesi e province rec a l'obedienza e suggezzione dello 'mperio di Roma, e molto ricover lo 'mperio e ridusse in buono stato, e bene aventurosamente e con vittoria in tutte parti vinse e soggiog i ribelli dello 'mperio, e tenne in buono stato mentre vivette, infino agli anni di Cristo VcLXV, che Iustiniano imperadore e Belusiano moriro bene aventurosamente. E dopo Belusiano fu fatto patrice di Roma Narses per Iustino secondo imperadore successore di Iustiniano; e questo Narses ancora ebbe battaglia in Italia col re de' Gotti, e sconfissegli, e vinsegli, e al tutto gli cacci d'Italia. E cos dur la signoria de' Gotti in Italia anni CXXV con grande stimolo e struggimento de' Romani, e di tutti gl'Italiani, e dello 'mperio di Roma; e cos s'adempi la parola del santo Vangelo ove dice: "Io uccider il nemico mio col nemico mio". E in questi tempi fu grande sterilit e fame e pestilenzia in tutta Italia. E chi vorr pi stesamente sapere le battaglie e le geste de' Gotti cerchi ilibro che comincia: "(Gottorom) antichissimi etc.".

"VII"


(Della venuta de' Longobardi in Italia.)

Essendo Narses patrice di Roma, e signoreggiava lo 'mperio di ponente per Iustino imperadore, s venne in disgrazia della imperadrice Sofia, moglie di Iustino, e minacciollo di morte, e di farlo privare della sua dignit; per la qual cosa il detto Narses si rubell dallo imperadore Giustino, e mand in Pannonia per gli Longobardi, ci sono Ungari, e col loro re chiamato Rotario fece lega e compagnia contra lo 'mperadore di Gostantinopoli e de' Greci, per torgli lo 'mperio di Roma; e cos fu fatto, il quale re di Longobardi venne in Italia negli anni di Cristo VcLXX. E l'abito de' Longobardi che prima vennono in Italia, si aveano raso il capo, e lunga la barba, e lunghi vestimenti e larghi, e di lino gli pi, a modo di Frosoni, e le calze sanza peduli infino a' talloni, legate con coregge. Questi Longobardi prima furono di Sassogna; ma soperchio di genti parte di loro si partiro di loro paese, e presono Pannonia, e poi si stesono in Ungaria. E Longobardi ebbono nome per uno indivino chiamato Godan, il quale, venute le mogli de' Longobardi e la moglie del detto indivino per avere consiglio di loro fortuna, per suo consiglio disse che la mattina al levare del sole venissero, e colloro capelli avolti al mento. Godan cos veggendole, disse: "Chi sono questi Longobardi?"; e per fue il loro primo nome. E poi al tempo e cagione di su detta passaro in Italia, e prima discacciarono di Melano i Melanesi, e simile gli abitanti di Ticino, e' Chermonesi, e' Bresciani, e' Bergamaschi; e in quelle citt prima cominciaro ad abitare, e popolaro di loro gente, e poi tutte l'altre citt d'intorno, e di quelle di Toscana infino nel regno di Puglia signoreggiaro. E dapoi fu chiamato quello paese Lombardia, e Lombardi per lo nome de' Longobardi; che prima avea nome la provincia Ombria, e di l dal Po Ensobra. E dalla loro venuta innanzi fu asciolto il regno d'Italia dal giogo di quegli di Gostantinopoli; e da quello tempo innanzi gli Romani si cominciaro a reggere per patrici, e dur grande tempo. E 'l detto re de' Longobardi fece suo capo del reame la citt di Pavia, e fece molto grandi e notabili cose mentre ch'egli regn. E stando in Pavia si and allui il santo padre Allesandro, vescovo allora dell'antica citt di Fiesole e cittadino di quella, per cagione che 'l signore di Fiesole che n'era sanatore guastava la Chiesa, e occupava le ragioni del vescovado e delle sue chiese soffreganti; il quale Rotario re, con tutto che fosse barbaro e pagano, al detto santo Allesandro fece grande amore e reverenzia, e esaud la sua petizione, e fecegli brivilegi, e liber la Chiesa, s come seppe domandare. Ma il sanatore della citt di Fiesole, uomo crudele e malvagio Cristiano, mand dietro al detto santo Allesandro suoi ministri e famigliari, acci che gli togliessono la vita; il quale partendosi da Pavia per tornare a Fiesole, da' detti masnadieri e ministri del sanatore di Fiesole fu martorizzato, e per forza gittato e annegato nel fiume del Po. Il cui corpo da' suoi discepoli e compagni fu ritrovato e recato nella citt di Fiesole con grande reverenza; e poi per lo beato santo Romolo succedente vescovo di Fiesole, traslatandolo ove  oggi la sua chiesa suso a la rocca, grandissimi e visibili miracoli fece Iddio per lui, e massimamente contro al detto senatore e suoi ministri persecutori de' Cristiani, i quali non solamente perseguitavano i vivi, ma eziandio i corpi morti de' santi non lasciavano soppellire, s come innanzi la sua storia pienamente fa menzione; il cui santo corpo, e quello del beato santo Romolo, e di pi altri martiri e santi sono ancora in Fiesole, e sono molto da reverire; e chiunque in pelligrinaggio vae, per gli meriti de' detti santi corpi hae grandissimi perdoni e indulgenze. Lasceremo alquanto delle cominciate storie de' Longobardi, ch'assai tosto vi torneremo, e diremo d'una nuova e perversa setta che in questi tempi si cominci oltremare, e ci fu la legge e setta de' Saracini fatta per Maumetto falso profeta, la quale contamin quasi tutto il mondo e molto affrisse la nostra fede cristiana.

"VIII"


(Del cominciamento della legge e setta de' Saracini fatta per Maometto.)

E' ne pare convenevole, dapoi che in brieve corso di scrittura avemo fatta menzione del venimento in Italia della gente de' Gotti e della loro fine, di mettere in questo nostro trattato il cominciamento della setta de' Saracini, la quale fu quasi in questi tempi che' Gotti vennono meno in Italia; e bene ch'ella sia fuori della nostra principale materia de' fatti del nostro paese d'Italia e molto di lungi, s fu s grande mutazione del mondo, e donde seguirono poi grandissime persecuzioni a santa Chiesa e a tutti i Cristiani, e eziandio ne sent per certi tempi la nostra Italia, come si troverr per innanzi leggendo. E brieve diremo le storie, e la vita, e la fine di Maometto cominciatore della detta malvagia setta de' Saracini, e in parte del cominciamento degli articoli della sua Alcaram, cio legge, acci che ciascuno Cristiano che questo legger, conosca e non sia ignorante della falsa legge e bestiale de' Saracini, e stia a commendazione della nostra santa cattolica e vangelica fede, ritornando poi a nostra materia.
Ne' detti tempi, quasi intorno di VIc anni di Cristo, nacque nel paese d'Arabia, nato nella citt di Lamech, uno falso profeta ch'ebbe nome Maomet, figliuolo Aldimenech, il quale fu negromante. Questi fu disceso dalla schiatta d'Ismalieni, cio de' discendenti d'Ismael figliuolo d'Abram e d'Agar sua ancella; e con tutto che' Saracini nati de' discendenti d'Ismael si dinominaro da Sara la moglie d'Abram, pi degnamente e di ragione dovrebbono essere chiamati Agarini per Agar onde il loro cominciamento nacque. Questo Maomet fu di piccola nazione, e di povero padre o madre; e rimaso piccolo fanciullo sanza padre e madre, fu ricolto e nudrito in Salingia in Arabia con uno sacerdote d'idoli, e collui imprese alquanto di negromanzia; e quando il detto Maomet fu in et di sua giovanezza, venne a stare al servigio d'uno ricco mercatante arabo, per menare suoi asini a vittura. E andando giovane garzone con mercatanti in sua vottura, ariv per cammino in una badia di Cristiani, la qual era in sul cammino e confini d'Asiria e Arabia di l dal monte Sinai, ove i mercatanti facieno loro porto e ridotto. In quella avea uno santo eremita cristiano, e avea nome Bahair, al quale per revelazione divina gli fu mostrato che tra gli mercatanti l venuti avea uno giovane di cui parlava la profezia sopra Ismael nel XVI capitolo del Genesis, che dice: "Egli nascer uno fiero uomo, chella sua mano sar contra tutti e la mano di tutti sar contro allui, e che sarebbe averso della fede di Cristo e persecutore grandissimo". E quand'egli venne co' mercatanti alla detta badia, dicono i Saracini che 'l primo miracolo che Iddio mostr per lui fu che crebbe una porta della chiesa, ond'egli entr maravigliosamente; e se vero fu, s fu segno manifesto che dovea isquarciare e aprire la porta della santa Chiesa di Roma. E conosciuto il giovane per lo santo padre per gli segni allui rivelati, il ritenne seco con pura fe' per ritrallo dell'idolatra, e insegnavagli la vera fe' di Cristo, la quale Maomet molto bene imparava. Ma per lo distino, overo per la forza del nimico dell'umana generazione, Maomet non pot continovare, ma si torn al suo primo servigio e del suo maestro; col quale apresso crescendo Maomet in bont, gli diede in guardia il suo maestro i suoi cammelli, e guidare sue mercatantie, le quali bene avrosamente avanz. E morto il suo signore, e per lo suo buono servigio, a la donna piacque, e ebbe affare di lui; e poi morto il marito, il si fece secondo loro costuma suo marito, e fecelo signore d'ogni sua sustanzia e di molto grande avere. Maomet divenuto di povert in ricchezza, si mont in grande orgoglio e superbia e in alti intendimenti, e pensossi di potere essere signore di tutti gli Arabi, per ch'erano grossi di senno e di costumi, e nonn-aveano nullo signore, n re, n legge: e egli era savio, malizioso, e ricco. E per fornire suo proponimento, prima si fece profeta, e predicava a quello grosso popolo, i quali vivieno sanza legge. E per avere sguito e podere s'acost con uomini giovani, poveri e bisognosi, e ch'avieno debito, e con rubatori e disperati, seguendo colloro ogni peccato, e vivendo colloro a comune di ruberie e d'ogni male aquisto, spezialmente sopra i Giudei, cui molto disamava; e per questo divenne e mont in istato e signoria, e fu molto dottato e tenuto nel paese, e quasi come uno loro re fu temuto per lo podere e senno ch'avea tra quella gente barbera e grossa, e per sua superbia pi battaglie ebbe co' signori vicini, e pi volte vinse, e fu sconfitto, e in alcuna battaglia perd de' denti dinanzi. E perch si facea profeta, e nelle dette battaglie in alcune fu sconfitto, onde per falso profeta fu rimprocciato, di che si scusava dicendo che Dio non volea che combattesse, e per il facea perdere, ma come suo messaggio voleva predicasse al popolo e amaestrasse. Il quale predicando, dicea ch'era sopra tutti i profeti, e che dieci angioli per comandamento d'Iddio il guardavano, ed era messo mandato da Dio per dichiarare la legge a' Giudei e a' Cristiani data da Dio a Moises; e quale contradicesse la sua legge fosse morto di spada, e i figliuoli o moglie di quello cotale fossono suoi servi, e tutta loro sustanza in sua signoria: questo fu il primo suo comandamento. Maomet fu di sua natura molto lussurioso, e in ogni villano atto di lussuria grazioso era colle femmine. Dicea che per grazia di Dio e' poteva pi generare che XL altri uomini, e per tenea XV mogli e pi altre concubine, overo bagasce; e per gelosia le tenea nascose e velate il viso, perch non fossono vedute e conosciute: e per suo essempro si reggono ancora i Saracini di loro mogli. D'altre femmine usava quanto potea o gli piacea, e pi volentieri le maritate che l'altre; e di ci essendo ripreso, e cominciando a dispregiare la sua dottrina e predica, s fu cacciato co' suoi seguaci della citt di Lamecche; per la qual cosa se n'and ad abitare in un'altra citt alquanto diserta ove abitavano Giudei e pagani e idolatri, e dura e salvatica gente, per meglio potere usare la sua falsa dottrina e predica, e commuovergli tutti alla sua legge. E fece fare in quella terra un tempio ov'egli predicava; e per iscusarsi della sua disordinata vita d'avolterio, si fece una legge seguendo la giudaica del vecchio Testamento, che qual femmina fosse trovata in avolterio fosse morta, salvo che collui, per ch'avea per comandamento da l'angiolo Gabriello ch'usasse le maritate per potere generare profeti. Ed essendo Maomet vago d'una moglie d'uno suo servo per sue bellezze, e toltala e giaciuto collei, il marito la cacci, e Maomet la si riprese e tenne coll'altre sue femmine; e per conservare il suo avoltero, disse ch'ebbe lettera dadDio per l'angelo, che facesse legge che quale uomo caccer la moglie, o apponendole avoltero e nollo provasse, ch'un altro la si possa prendere; e se 'l primo marito mai la rivolesse, nolla possa riavere, se prima in sua presenza un altro uomo non giacesse collei carnalmente; e allora era purgato il peccato, e ancora il tengono i Saracini. Ancora fece legge ch'a ciascuno fosse lecito d'avere e usare tante mogli e concubine quante ne potesse fornire, per generare figliuoli e crescere il suo popolo; e fece legge che ciascuno potesse usare la sua propia cosa sanza peccato assua volont e disiderio, e questo trasse del bestiale paganesimo; e fece legge che quale ancella, cio serva, ingrossasse di Saracino fosse franca; e cos retasse il suo figliuolo come quello della moglie; e se fosse Cristiana, o Giudea, o pagana, si potesse partire libera a sua volont, lasciando al padre di cui avesse aquistato il suo figliuolo. Queste furono le prime leggi che fece Maomet dass medesimo. E avea Maomet la malatia di morbo caduco, che spesso cadea in terra e dibatteasi, e schiumava colla bocca sanza sentimento; e quando il male gli era passato, per coprire il suo difetto, e per fare meglio credere a quella grossa gente il suo errore e falsa dottrina, dicea che ci gli avenia quando Iddio volea parlare collui e amaestrallo delle leggi che desse al popolo, per che nonn-era possibile di vederlo corporalmente; s irapia l'agnolo Gabriello e portavalo in ispirito, e nerapire lo spirito avea il corpo suo quella passione. Istando Maomet nel cominciamento di questa sua falsa dottrina, avenne per sudozione del diavolo, volendo corompere la santa fede cattolica, che uno monaco cristiano ch'avea nome Grosius, overo volgare Sergio, il quale era grande cherico in corte di Roma e scienziato, ma per sue male opere e falso errore fu scomunicato e condannato per eretico, il quale per paura del papa si part di corte, e udendo gi la fama di Maomet, pass oltremare, e di l si rineg la fede di Cristo, e comale talento, per vendicarsi del papa e de' veri Cristiani, si n'and in Arabia, e s'acozz con Maomet, e trovollo al cominciamento ch'egli predicava la sua falsa dottrina, ma ancora non gli era data troppa fede; s gli mostr il detto Sergio come la sua legge volea esser meglio ordinata e fondata, acci che 'l suo popolo gli credesse. E acostandosi con uno Giudeo, simile rinegato di sua legge, famigliare di Maomet, molto savio e segace, i quali rinegati profertisi per consiglieri di Maomet, il quale gli ricevette allegramente, e fecegli molto grandi maestri appo lui, e eglino per loro astuzia feciono grande lui appo il popolo, faccendolo signore e profeta sopra tutti quegli che mai furono, e messo di Dio. E ordinarono insieme la falsa dottrina e mala legge de l'Arcaram, traendo in parte quello ch'alloro piacque del vecchio Testamento e de' X comandamenti di Moises, e cos del nuovo e vangelico di Cristo, della fede de' Cristiani, e parte della legge pagana idolatra; e raccomunandole insieme colle leggi fatte in prima e poi per Maomet, ne feciono una quarta legge, la quale fu ed  errore e confusione della fede cristiana, e eziandio della giudaica e pagana, mescolando il veleno col mele, cio con certe parti del buono delle dette leggi che vi missono, mescolato molto del falso errore. La quale falsa legge per lo vizio lascivo e largo della carnalit, e per forza d'arme, corruppe non solamente i grossi Arabi di quello paese, ma il paese d'Asiria, Persia, e Media, Mesoppontania, Soria, e Turchia, e molte altre province d'oriente, e poi l'Egitto, e l'Africa tutta insino in Ispagna, e parte della Proenza; e alcuna volta si distesono in Italia e nel nostro paese di Roma e di Toscana, siccome per questa e altra cronica si potr trovare. Lasceremo a dire de' falsi articoli della sua legge, ch a questo trattato non ne pare di nicessit, e sono disonesti e abominevoli a farne in questo memoria; ma chillo vorr sapere legga l'Arcam di Maometo, ove tutte le sue costituzioni e dicreti vi sono per ordine. E quando Maometo fu nell'aggio di XL anni, fu per invidia da' suoi medesimi avelenato; e veggendosi venire a morte, comand che la sua legge fosse oservata, e chilla contradicesse fosse morto colla spada; e lasci che, lui morto, nol dovessono soppellire infino a tre d, per che di certo avea da Dio che in capo de' tre d, in anima e in corpo, ne sarebbe portato in cielo dagli angeli. I suoi parenti il tennono XII d, tanto che forte putire facie il suo corpo, e non fu portato in cielo; ma lui poi imbalsimato, il portarono alla sua citt da la Mecca onde fu nato, e in quella nel tempio in una arca messo; e per magistero di ferro con forza di calamita, la detta arca col suo corpo sta sospesa in aria sanza nullo altro tenimento. Al cui corpo di Saracini di diversi paesi vi vengono in pellegrinaggio con grandi oblazioni, e dicono che per la sua santit, per miracolo divino sta cos sospeso in aria. Dopo la morte di Maomet molti savi uomini conobbono il falso errore e dottrina di Maomet, ed essere erronica, e da quella si partiro, e molto popolo fu scommosso e ritratto da quella legge. Ma i parenti di Maomet, i quali per la sua signoria erano grandi e potenti, per non perdere loro stato s ordinaro uno successore di lui al modo del nostro papa, il quale tenesse e guardasse la legge di Maomet, e chiamarlo per sopranome calif. Bene ebbe tralloro al cominciamento, per la 'nvidia della signoria, grandissima scisma, e per gara feciono due calif, e l'uno calif dispuose l'altro, e feciono adizioni e correzzioni alla legge prima dell'Alcaram di Maomet; e per questa cagione nacque tralloro errore, onde si partirono. I Saracini del levante ritennono la propia legge di Maomet, e feciono loro calif dimorante alla nobile e grande citt di Baldacca, e quegli d'Egitto e d'Africa ne feciono un altro illoro paese; e tralloro fu errore con diverse maniere di legge erroniche l'una dall'altra. Ma nel genero la legge dell'uno calif e dell'altro si concordavano insieme nella larghezza de' diletti carnali e d'altri vizii lascivi; per la qual cosa, come detto  dinanzi, la maggiore parte del mondo n' contaminata. E nota che per certe profezie si truova, e per grandi astrolaghi s'aferma, che la detta setta de' Saracini dee durare circa ad anni VIIc e allora d finire e venire meno. Non dichiarir se cominciasse alla nativit di Maomet o alla sua morte, o quando egli di la legge agli Arabi. Lasceremo dello incominciamento della legge de' Saracini, e de' fatti di Maometto loro profeta, ch'assai in brieve n'avemo detto, e torneremo a nostra matera de' fatti d'Italia, e diremo d'un'altra perversa e barbera gente che nella detta Italia vennoro e signoreggiaro un tempo, che furono chiamati Lungobardi, e di loro principio, e di loro geste, e fine; per che furono grande cagione di non lasciare redificare la nostra citt di Firenze per lungo tempo.

"IX"


(De' successori di Rotario re de' Lungobardi.)

Dopo il detto Rotario re de' Lungobardi, onde adietro facemmo menzione nel capitolo di Narses che gli fece di prima venire in Italia, regn Gisulfo. Questo Gisulfo fu re di Puglia, e fece suo capo in Benivento, che si chiamava in prima Sannia, e tutta Puglia disabit quasi de' paesani, e abit di Longobardi, e feciono la legge che ancora si chiama longobarda, e tengono ancora i Pugliesi e gli altri Italiani, in quella parte dove danno mondualdo, overo in volgare manovaldo, alle donne, quando s'obbrigano in alcuno contratto, e fu buona e giusta legge. Questo Gisulfo assedi Roma e 'l papa, e ebbe due figliuoli: l'uno ebbe nome Alberico che fu re in Lombardia, e l'altro ebbe nome Grimaldo che rimase re in Benivento, e l moro per torsi sangue, faticando suo braccio in aprire uno arco; e dopo Grimaldo ne fu re Romoldo suo figliuolo, e molta persecuzione feciono alla Chiesa. In Lombardia regn Alberico e' suoi discendenti apresso, e ebbono grande guerra con quegli della citt di Ravenna in Romagna, la quale era la maggiore e la pi famosa citt d'Italia appresso Roma. E cos per grande tempo signoreggiarono Italia i Longobardi, tanto che si convertirono in paesani e abitanti di tutta Italia. E erano di diverse sette, con tutto che fossono battezzati: chi era Cristiano, e chi ariano e d'altri errori, e chi idolatri e pagani; e cos stette grande tempo Italia maculata d'errori, e di signoria tirannica per gli Longobardi, e la Chiesa molto abbassata e afflitta. Dopo Alberigo regn re de' Longobardi Eliprando, il quale fu grande come gigante, e per la grandezza del suo piede si prese la misura delle terre, e chiamasi ancora a' nostri tempi pi d'Eliprando, il quale  poco meno d'uno braccio a la nostra misura, e cos  intagliato alla sua sepultura a Pavia. Questo Eliprando fu Cristiano, e mand in Sardigna a fare ritrovare l'ossa e 'l corpo di santo Agustino, e fecelo recare in Italia, e per divozione infino a Genova con grande processione venne incontro, e poi in Pavia le ripuose a grande onore e solennit negli anni di Cristo VIIcXXV.

"X"


(Come Carlo Martello venne di Francia in Italia a richesta della Chiesa contro a' Lungobardi e l'origine della citt di Siena.)

Nel tempo del detto Eliprando, tutto che fosse cristiano, ma per la sua avarizia, e per volere occupare le ragioni della Chiesa santa, e per consiglio dello 'mperadore di Gostantinopoli, cominci guerra co' Romani e con papa Gregorio terzo, e con tutto suo isforzo venne ad assediare il detto papa a Roma, egli di verso Lombardia, e Grimaldo re de' Sanniti e Pugliesi con suo isforzo di Puglia, negli anni di Cristo VIIcXXXV. Per la qual cosa, fatto concilio in Roma, la Chiesa co' Romani mandarono in Francia per soccorso a Carlo Martello, il quale Carlo fu figliuolo di Pipino grande barone di Francia e de' XII peri, il quale governava tutto il reame e lo re medesimo; e simile fece il detto Carlo Martello, che il re che allora era, chiamato Ciperic, avea solamente il nome, ma Carlo la forza e la signoria: e fu figliuolo della serocchia di Dodone re d'Equitania, e poi fu padre del buono re Pipino padre che fu di Carlo Magno; e Martello avea sopranome per che 'l portava in sopransegna. E in fatti fu martello, per che per sua prodezza percosse tutta Alamagna, Sassogna, Soavia, Baviera, e Danismarce infino iNorvea, Inghilterra, Equitania, e Navarra, e Spagna, e Borgogna, e Proenza, e tutte le mise sotto la sua signoria, e gli fece suoi tributarii. Poi a la richiesta del detto papa pass in Italia infino in Puglia, e liber Roma e la Chiesa dall'ocupazioni de' Longobardi. E dicesi che in quel tempo, intorno gli anni di Cristo VIIcXL, fu il cominciamento dell'abitazione del luogo ove  oggi la citt di Siena per la gente vecchia e non sana che pass con Carlo Martello, i quali rimasono in quello luogo, come adietro  fatta menzione della edificazione di Siena.

"XI"


(Come Eraco Lungobardo re di Puglia torn all'ubidienza di santa Chiesa.)

Dopo la morte d'Aliprando succedette Eraco che regn in Puglia. Questo Eraco somigliante al suo anticessore ricominci guerra colla Chiesa e con papa Zaccheria; e vegnendo a Roma negli anni di Cristo VIIcL con tutto suo isforzo di Puglia e di Lombardia, per distruggere Roma e 'l paese d'intorno, per lo detto papa fu predicato per modo che Idio ispir in lui la sua grazia, e convertissi a l'ubidienza di santa Chiesa egli e la moglie e' figliuoli, e pass oltremare contra a' Saracini e' pagani. Per la nostra fede cristiana fece di grandi e notabili cose con grande vittoria contra Cosdre re di Persia, e diliber di pregione i Cristiani di Gerusalem e di Soria presi per lo detto Cosdre re; e raquist la santa croce di Cristo che 'l detto re di Persia avea tolta di Gerusalem per dispetto de' Cristiani; e per s'ordin per santa Chiesa la festa dell'asaltazione della santa croce. E oltre acci, tornato d'oltremare, il detto Eraco per l'amore di Cristo lasci ogni signoria mondana, e rendsi monaco, e fin in santa vita. E la statua del metallo ch' in Barletta in Puglia fece fare a sua similitudine al tempo che regnava in grolia mondana. E in questi tempi si trov di prima lo strumento della campana per uno maestro della citt di Nola in Campagna, e per fu chiamata (campana a campania), e alcuni la chiamaro nola, e la prima fu recata a Roma e posta nel portico di San Giovanni Laterano di piccola e grossa forma. Ma poi cresciute e migliorate, fue ordinato per santa Chiesa si sonasse con quelle, a onore di Dio, l'ore del d e della notte.

"XII"


(Come Telofre re de' Longobardi perseguit santa Chiesa, e come il re Pipino a richiesta di papa Stefano venne di Francia, e sconfisselo e preselo.)

Apresso del re Eraco succedette nel reame di Lombardia e in quello di Puglia insieme Aristolfo, detto in latino Telofre, fratello del detto Eraco. Questi fu signore di grande potenzia, e crudele, e nimico di santa Chiesa e de' Romani; e per consiglio de' malvagi e ribelli Romani, prese Toscana e la valle di Spuleto, e distrussele, e toglieva censi per ogni capo d'uomo; e fece congiura con Leone e Gostantino suo figliuolo imperadori di Gostantinopoli, e a sua richesta passaro a Roma, e presolla con Telofre insieme, e rubarolla, e arsono le chiese e' santi luoghi, e portarne in Gostantinopoli le ricchezze di Roma, e tutte le imagini delle chiese di Roma, e per dispetto del papa e della Chiesa, e vergogna de' Cristiani, l'arse tutte in fuoco, e molti fedeli Cristiani distrussero e consumaro in Roma e in tutta Italia. Per la qual cosa Stefano papa secondo gli scomunic, e tolse per amenda del misfatto a lo 'mperio il regno di Puglia e di Cicilia, e stabil per dicreto che sempre fosse di santa Chiesa. E poi non potendo riparare a la forza de' detti tiranni ed a tanta aflizzione, in persona n'and in Francia a Pipino prencipe e governatore de' Franceschi a richiederlo e pregare che venisse in Italia a difendere santa Chiesa contro Telofre re de' Lombardi, e fece al detto Pipino molti brivilegi e grazie, e fecelo e conferm re di Francia, e dispuose Ilderigo re ch'era della prima schiatta, per ch'era uomo di niuno valore, e rendsi monaco. Il quale Pipino, fedele e amatore di santa Chiesa, il ricevette con grande onore, e poi con tutto suo isforzo col detto papa Stefano pass in Italia negli anni di Cristo VIIcLV, e col detto Telofre re de' Lombardi ebbe grandi battaglie. A la fine per forza d'arme e di sua gente il detto Telofre fu vinto e sconfitto dal buono re Pipino, e fece le comandamenta del papa e di santa Chiesa, e ogni amenda, com'egli e' suoi cardinali seppono divisare; e lasci alla Chiesa per patti e brivilegi il reame di Puglia e di Cicilia, e 'l Patrimonio di Santo Piero. E venuto il detto Pipino in Roma col detto papa, furono ricevuti a grande onore da' Romani; e 'l detto Pipino fu fatto patrice di Roma, cio luogotenente d'imperio, e padre della repubblica de' Romani. E rimessa Roma e santa Chiesa in sua libert e in buono stato, si torn in Francia, e fin sua vita a grande onore; e succedette allui re di Francia Carlo Magno suo figliuolo.

"XIII"


(Come Disidero figliuolo di Telofre ricominci guerra a santa Chiesa; per la qual cosa Carlo Magno pass in Italia e sconfisselo, e prese e distrusse la signoria de' Lungobardi.)

Partito il re Pipino d'Italia e tornato in Francia, si ripos in alcuno tranquillo la Chiesa di Roma e 'l paese d'intorno uno tempo, per l'accordo che Pipino avea fatto con Telofre re di Lombardia, e per la vittoria avuta contra lui; ma morto Telofre, Desiderio suo figliuolo succedette allui, il quale maggiormente che 'l padre fu nemico e persecutore di santa Chiesa, e ruppe la pace, e allegossi con Gostantino che fu figliuolo di Leone imperadore di Gostantinopoli, e colle sue forze fece cominciare guerra in Puglia, e Disiderio dall'altra parte in Toscana, troppo maggiore che 'l suo padre nonn-avea di prima fatta. Per la qual cosa Adriano papa, che allora governava santa Chiesa, mand in Francia per Carlo Magno figliuolo di Pipino che venisse in Italia a difendere la Chiesa dal detto Disiderio e da' suoi seguaci; il quale Carlo re di Francia pass in Lombardia negli anni di Cristo VIIcLXXV, e dopo molte battaglie e vittorie avute contra Disiderio, sill'asedi nella citt di Pavia; e quella per assedio vinta, prese il detto Disiderio, e' figliuoli, e la moglie, salvo che 'l maggiore figliuolo ch'avea nome Algife si fugg in Gostantinopoli a Gostantino imperadore, e sempre guerreggi. Preso Disiderio, e la moglie, e' figliuoli, Carlo Magno gli fece fare la fedelt a santa Chiesa, e simile a tutti gli baroni e citt d'Italia; e poi ci fatto, il detto Disiderio, e la moglie, e' figliuoli mand in Francia pregioni, e l morirono tutti in pregione, e cos fall la signoria de' re de' Lombardi, detti prima Lungobardi, ch'era durata CCV anni in Italia, per la forza de' Franceschi e del buono Carlo Magno, che mai poi nonn-ebbe re in Lombardia. Bene rimasero le schiatte de' signori, e de' baroni, e borgesi stratti di Longobardi ed iLombardia e in Puglia; e ancora oggi ne sono in nostro volgare certi antichi gentili uomini che noi chiamiano cattani lombardi, derivato da' detti Longobardi che n'erano stati signori d'Italia. Carlo Magno, avuta la detta vittoria, venne a Roma, e dal detto Adriano e da' Romani fu ricevuto a grande triunfo e onore. E apressandosi Carlo Magno a Roma, vedendo la santa citt di Roma di su Montemalo, discese da cavallo, e per reverenza venne a pi infino a Roma; e l giugnendo, le porte della citt e di tutte le chiese basci, e a ciascuna chiesa oferse riccamente. E giunto in Roma, fu fatto patrice di Roma, e egli adirizz lo stato di santa Chiesa, e de' Romani, e di tutta Italia, e rimise in loro franchigia e libertade, abattute in tutte parti le forze dello 'mperadore di Gostantinopoli, e del re de' Lombardi, e di loro seguaci. E conferm a la Chiesa ci che Pipino suo padre l'avea dotato; e oltre acci dot la Chiesa del ducato di Spuleto e di Benivento. E nel regno di Puglia ebbe pi battaglie contro a' Longobardi e ribelli di santa Chiesa, e assedi e distrusse la citt di Lacedonia ch' in Abruzzi tra l'Aquila e Sermona, e assedi e vinse Tuliverno il forte castello a l'entrare di Terra di Lavoro, e pi altre terre del Regno che teneano ribelli di santa Chiesa, e tutti gli sottomise a sua signoria. E ci fatto, lasciando Roma e tutta Italia in pacifico stato e sotto sua signoria, bene aventurosamente intese a perseguitare i Saracini ch'aveano occupato Proenza, e Navarra, e Spagna, e colla forza de' suoi dodici baroni e peri di Francia, chiamati paladini, tutti gli conquise e distrusse, e pass oltremare a richiesta dello 'mperadore Michele di Gostantinopoli e del patriarca di Gerusalem, e conquist la Terrasanta e Gerusalem, chell'occupavano i Saracini, e aquist a lo 'mperadore di Gostantinopoli tutto lo 'mperio di levante, il quale aveano occupato i Saracini e' Turchi. E tornando in Gostantinopoli, lo imperadore Michele gli volle donare molti grandissimi tesori, nulla volle prendere, se non il legno de la santa croce e 'l chiovo di Cristo, lo quale in Francia ne rec, ed  oggi in Parigi. E tornato in Francia, signoreggi per sua prodezza e virtude non solamente il reame di Francia, ma tutta Alamagna, Proenza, Navarra, e Spagna, e tutta Italia.

"XIV"


(Della progenia di Carlo Magno, e di suoi successori.)

E imperci che questo Carlo Magno fu di grande affare, e fu per sua prodezza e bont rifatta la nostra citt di Firenze, come innanzi faremo menzione, volemo brievemente fare memoria de' suoi discendenti che furono imperadori e re di Francia, infino che fall la sua schiatta al tempo d'Ugo Ciappetta duca d'Orliens. Apresso Carlo Magno regn imperadore e re di Francia Luis suo figliuolo XXVI anni; poi fu Lottieri suo figliuolo imperadore, come innanzi faremo menzione, e Carlo il Calvo l'altro figliuolo di Luis fu re di Francia anni XXXIIII. A la fine, morto Lottieri suo fratello, fu il detto Carlo il Calvo imperadore due anni, e l'altro figliuolo del sopradetto Luis, che per lui Luis ebbe nome, fu re di Baviera e d'Alamagna, e di l rimasono re i suoi discendenti. Poi morto Carlo il Calvo, fu re di Francia Luis il Balbo suo figliuolo due anni. Questi nonn-ebbe lo 'mperio, ma fu imperadore Luis figliuolo di Lottieri imperadore, come innanzi faremo menzione. Poi di questo Luis il Balbo re di Francia rimase la moglie incinta d'uno figliuolo ch'ebbe nome Carlo il Semprice: di questo Luis il Balbo rimasono ancora due figliuoli grandi, l'uno ebbe nome Luis, e l'altro Carlo Magno; ma non furono di diritto maritaggio nati. Questi regnarono V anni, e furono morti; e dopo la loro morte gli baroni diedono il reame a Carlo il Grosso imperadore, che fu figliuolo di Carlo il Calvo, e regn, essendo imperadore, V anni re di Francia. Questi fu quello Carlo che pacific gli Normandi, e fece parentado colloro, e fecegli diventare Cristiani, e diede loro Normandia, come innanzi far menzione. Ma poi questo Carlo divenne s malato, ch'era perduto del corpo e della mente, onde per necessit fu disposto dello 'mperio e del reame, e per gli baroni dello 'mperio fu eletto uno Arnolfo imperadore, come innanzi nella storia degli 'mperadori far menzione; ma non fu delegnaggio di Carlo, n poi non ne fu niuno imperadore francesco. I baroni di Francia, disposto Carlo il Grosso, di concordia feciono re di Francia Ugo, overo Oddo, figliuolo Ruberto conte d'Angieri, e regn VIIII anni, e fu buono uomo e dolce, e nudr onorevolmente Carlo il Grosso ch'era malato e disposto. Ma essendo il detto Oddo in Guascogna, i baroni di Francia fecioro re Carlo il Semplice figliuolo adpostumo che fu di Luis il Balbo della diritta schiatta reale; onde sappiendo ci Oddo, crucciato venne di Guascogna in Francia, e fece grande guerra per V anni, e poi si mor. Questo Carlo il Semplice regn re XXVII anni; ma essendo lui re, parte de' baroni di Francia feciono re Ruberto fratello del sopradetto Oddo d'Angieri, e ebbono grande guerra nereame; a la fine il detto Ruberto fu sconfitto e morto da Carlo. Ma poi il detto Carlo il Semplice fu preso da Ruberto conte di Vermandos, ch'era delegnaggio di Ruberto ch'era stato re, e in pregione il tenne a Perona tanto che mor. Ma lui preso, la moglie di Carlo, ch'era serocchia del re d'Inghilterra, se n'and al fratello con uno suo figliuolo ch'ebbe nome Luis. Poi gli baroni di Francia feciono loro re Ridolfo figliuolo del duca di Borgogna, e regn due anni; ma lui morto, i baroni mandarono inn-Inghilterra per lo giovane Luis figliuolo di Carlo il Semplice e feciollo re di Francia. Questo Luis regn in Francia XXVII anni. Questi ebbe per moglie la serocchia del primo Otto della Magna imperadore, e ebbene due figliuoli, Lottieri e Carlo il Grande; poi negli anni VIIIIcXLVII fu il detto Luis preso nella citt di Leone sopra Rodano da Ugo il Grande suo nimico. Ma ci sappiendo Otto imperadore, venne in Francia con innumerabile oste, e prese la citt di Leone, e trasse di pregione il re Luis suo cognato, e poi puose l'assedio alla citt di Parigi, ove era il detto Ugo il Grande, e rendsi egli e la citt a la merc del detto Otto, e pacefic insieme con Luis re, e rimase Luis in sua signoria. Ma lui morto, fu fatto re di Francia Lottieri suo figliuolo, il quale regn XXXI anno, e ebbe guerra co' Fiaminghi, e vinsegli, e prese il ducato del Loreno ch'era dello 'mperio, onde Otto secondo imperadore suo cugino ebbe guerra collui, e corse il reame di Francia. A la fine fecioro pace, e lasci a lo 'mperio il Loreno. Poi morto Lottieri, fu fatto re Luis suo figliuolo, ma non vivette che uno anno, e rimase sanza reda; e gli baroni di Francia feciono loro re Ugo Ciappetta duca d'Orliens gli anni di Cristo VIIIIcLXXXXVIII. Allora fall la signoria della schiatta di Pipino e di Carlo Magno. Bene rimase in vita, regnando Ugo Ciappetta, Carlo il Grande fratello che fu di Lottieri e zio dell'ultimo Luis, il quale fece gran guerra a Ugo Ciappetta; ma alla fine fu il detto Carlo sconfitto e morto, e rimase il reame paceficamente a Ugo e a sue rede: e regn ilegnaggio di Pipino re di Francia anni CCXXXVI. Avendo detto brievemente il corso e signoria de' successori e discendenti di Carlo Magno i quali apresso lui furono re di Francia, e tali imperadori di Roma, infino che fall il loro lignaggio, snn' di nicessit di dire ancora di quello ch'adoperaro gl'imperadori franceschi, per che si mischia molto alla nostra materia per le novit della nostra provincia d'Italia e della Chiesa di Roma che furo alloro tempi; e per torneremo adietro, come Carlo Magno re di Francia fu fatto imperadore di Roma, e poi degli altri imperadori di suo legnaggio che furono appresso.

"XV"


(Come Carlo Magno re di Francia fu fatto imperadore di Roma.)

Carlo Magno tornato d'oltremare in Francia, come detto avemo, e avendosi sottoposto Alamagna, Italia, e Spagna, e Proenza, i malvagi Romani co' possenti Lombardi e Toscani si rubellaro dalla Chiesa, e in Roma presono papa Leone terzo che allora regnava, andando alla processione delle Letanie, e abacinarogli gli occhi, e tagliaro la lingua, e cacciarollo di Roma. E come piacque adDio per miracolo divino, e s come innocente e santo, riebbe la vista degli occhi e la loquela del parlare, e andonne in Francia a Carlo Magno, pregandolo che venisse a Roma a rimettere la Chiesa in sua libert; il quale Carlo, a richiesta del detto papa Leone, collui insieme venne a Roma, e rimise il papa e la Chiesa in suo stato e libertade, e fece grande vendetta di tutti i ribelli e nemici di santa Chiesa per tutta Italia. Per la qual cosa il detto Leone papa co' suoi cardinali e concilio generale, e con volont de' Romani, per le virtudiose e sante operazioni fatte per lo detto Carlo Magno in istato di santa Chiesa e di tutta Cristianitade, per dicreto levaro lo 'mperio di Roma a' Greci, e elessero il detto Carlo Magno imperadore de' Romani, siccome dignissimo dello 'mperio; e per lo detto papa Leone fu consacrato e coronato in Roma gli anni di Cristo VIIIcI con grande solennit e onore il d di Pasqua. Il quale Carlo bene aventurosamente imperi anni XIIII e mesi uno e d IIII, signoreggiando in tutto lo 'mperio del ponente, e le province dette di sopra, e eziandio lo 'mperadore di Gostantinopoli era a sua obbedienzia; e fece edificare tante badie quante lettere ha nell'abic, cominciando il nome di ciascuna per la sua lettera. E coronato Luis suo figliuolo dello 'mperio e del reame di Francia, dando tutto suo tesoro a' poveri per Dio in questo modo, ch'egli lasci il terzo di suo tesoro, il quale era infinito, a tutti i poveri di Cristianit mendicanti, e le due parti lasci a dispensare a tutti i suoi arcivescovi di suo Imperio e di suo reame, acci chelli partissono intra gli loro vescovi, e a tutte chiese, monisteri, e spedali. E questi sono i nomi degli arcivescovadi e vescovi principali cui fece suoi esecutori: quello di Roma, ci fu il papa, l'arcivescovo di Ravenna, e quello di Melano, e 'l patriarca d'Aquilea, e quello di Grado, e 'l vescovo di Firenze, in Italia; in Alamagna, a l'arcivescovo di Cologna, a quello di Maganza, a quello di Trievi; a quello di Legge, a quello di Senso, a quello di Bisenzona, a quello di Leone, a quello di Vienna in Borgogna; a quello di Ruem, a quello di Rens, a quello del Torso, a quello di Burgi, in Francia; a quello di Garent, a quello di Riens, in Navarra; a quello di Bordello, in Guascogna; e questo troviamo per le sue croniche. E ci fatto, santamente rend l'anima a Cristo nella terra d'Aquisgran in Alamagna, e l fu soppellito a grande reverenza, cio ad Asia la Cappella. Ci fu gli anni di Cristo VIIIcXIIII, e vivette LXXII anni; e molti segni appariro innanzi a sua morte, come raccontano le sue croniche de' fatti di Francia. Questo Carlo acrebbe molto la Chiesa santa e la Cristianit a lungi e apresso, e fu uomo di grande virt.

"XVI"


(Come apresso Carlo Magno fu imperadore Lodovico suo figliuolo.)

Dopo la morte di Carlo Magno succedette allo 'mperio di Roma il re di Francia Lodovico suo figliuolo anni XXV. Questo Lodovico ebbe in prima grande guerra con due suoi fratelli, ci furo Carlo e Pipino; e l'uno gli rubell la Magna, e l'altro Spagna; e poi le rivinse loro per forza, e finirono male. Ebbe il detto Luis tre figliuoli: il primo Lottieri, e fecelo signore in Italia e luogotenente dello 'mperio; il secondo ch'ebbe nome Pipino fece re d'Equitania; il terzo, detto Luis, fece re di Baviera d'Alamagna; e dicesi che quegli della casa di Baviera sono stratti di quello lignaggio. Poi ebbe Luis d'un'altra moglie uno figliuolo ch'ebbe nome Carlo il Calvo, e fu poi re di Francia XXXIIII anni, e a la fine fu imperadore due anni, morto Lottieri imperadore suo fratello. Poi tutti gli detti figliuoli di Luis col loro padre distrussono Brettagna. Poi nacque disensione grande trallui e' figliuoli, i quali si rubellaro da Luis, e allegaronsi col papa, il quale papa Ghirigoro quarto colli suoi cardinali il dispuosono dello 'mperio per certe false accuse fatte contra lui, e rendsi monaco in San Marco in Sansona; il quale papa quello anno medesimo trovando il vero, si ripent e rimiselo in sua dignit, e' figliuoli medesimi si riconobbono, e tornaro a la sua obbidenzia.

"XVII"


(Come i Saracini di Barberia passarono in Italia e furono isconfitti e tutti morti.)

Al tempo di questo Luis, overo Lodovico, re di Francia e imperadore, e di Grigorio papa, per alquanti grandi uomini di Roma e scellerati e fuori d'ogni fede, per loro tirannia vollono guastare lo 'mperio, con giura e ordine di certi grandi Toscani: mandarono al soldano de' Saracini che venisse a Roma e possedesse Italia; i quali Saracini passarono con grande navilio in Italia, e fu s grande moltitudine che copria la terra come i grilli, e corsoro e guastaro Cicilia e Puglia, e assediaro Roma e presono la parte della citt Leonina ov' la chiesa di San Piero, e di quella feciono stalla di cavagli, e disfeciono la chiesa di San Piero e di San Paolo, e pi altre di fuori di Roma, e poi tutta Toscana guastaro. Il detto papa Gregorio mand per soccorso in Francia a Lodovico imperadore, e in Lombardia al marchese di Monferrato; il quale Guido marchese co' Lombardi prima venne, e poi Lodovico co' Franceschi; e dopo molte battaglie e spargimento di sangue i Saracini cacciarono d'Italia, e andandone in Africa, in alto mare per la tempesta tutti annegaro; e ci fu negli anni di Cristo VIIIcXXXV.

"XVIII"


(Ancora come i Saracini passarono in Calavra e' Normandi in Francia.)

Dopo il detto Lodovico imperi Lottieri anni X. Questo Lottieri simigliante ebbe guerra co' fratelli per volere il reame di Francia che tenea Carlo il Calvo, e combatt colloro, e fu sconfitto in Alzurro; per la qual cosa lo 'mperio molto abass, che i possenti Lombardi e Italiani nollo ubbidieno, ma si recarono a tiranno, e signoreggiavano chi pi potea. E per questa cagione i Saracini anche a richiesta de' tiranni passarono in Italia, in Puglia, e in Calavra; e' Normandi, ci furono Noverchi di Norvea, per mare passaro in Gallia, e distrussono quasi tutta Francia; e ci fu negli anni di Cristo VIIIcXLVII, onde lo 'mperio di Roma e 'l reame di Francia molto abass. Per la qual cosa Lottieri per dolore lo 'mperio e parte dereame che tenea dal fiume de lo Scalto aReno lasci al figliuolo, e fecesi monaco e religioso di santa vita. A costui tempo Leone papa quarto rifece la chiesa di San Piero e di San Paolo, e tutte le chiese di Roma disfatte da' Saracini, e fece le mura della citt detta Leonina intorno a San Piero, e per suo nome cos fu chiamata.

"XIX"


(Come e in cui fall lo 'mperio e reame di Francia alla progenia di Pipino.)

Dopo Lottieri imperi Luis secondo suo figliuolo XXI anno. Questi ebbe molte battaglie co' Romani e co' Toscani, perch nonn-ubbidieno lo 'mperio; e al suo tempo il reame di Francia ebbe molte aversit da' Normandi. Dopo costui fu imperadore Carlo secondo figliuolo di Luis primo, detto Carlo Calvo. Questi venne a Roma, e per podere di sua moneta che spese a' possenti Romani e a papa Giovanni ottavo si fece coronare imperadore, e non regn che XXI mese; e in questo tempo Luis di Baviera suo fratello gli fece guerra, e gli occup parte dello 'mperio a' confini di Francia. Questo Carlo rifece tutte le chiese disfatte da' Saracini in Italia, e cacciogli di Cicilia; e tornando Carlo Calvo la seconda volta da Roma, fu da uno medico giudeo avelenato, e mor a Vercelli in Lombardia, e 'l suo corpo da' suoi fu portato in Francia a Santo Dionisio. E dopo il detto Carlo il Calvo succedette allui Carlo il terzo, il quale fu chiamato Carlo il Grosso, e imperi anni XII, e degli ultimi XII anni gli V anni fu imperadore e re di Francia, per ch'era morto Luis il Semplice suo zio re di Francia a figliuoli sanza reda. Ma al fine il detto Carlo il Grosso amale, per modo che quasi era perduto, s che per nicessit da' baroni fu disposto dello imperio e del reame. Al tempo di costui i Normandi e quegli di Danesmarce distrussero e guastaro gran parte di Francia e d'Alamagna, per la qual cosa il detto Carlo il Grosso, innanzi che fosse perduto de la malatia, and contra le dette genti con tutto suo isforzo infino in Alamagna. I Normandi veggendo la potenzia dello 'mperadore, si pacificaro collui, e il loro re tolse per moglie la sua cugina figliuola che fu di Luis il Semplice re di Francia, e per mano del detto Carlo si fece battezzare Cristiano, e tutte sue genti per lui si feciono Cristiani; e non volendo tornare in loro paesi, s diede loro il detto Carlo ad abitare la contrada e paese che allora si chiamava Laida Serna, la quale per loro nome e poi sempre fu chiamata Normandia, e ci fu negli anni di Cristo VIIIcLXXXX; e il primo duca de' Normandi ebbe nome Ruberto, del cui lignaggio discesono valenti signori, come innanzi faremo menzione.

"XX"


(Di quello medesimo, e come regnaro appresso ilignaggio d'Ugo Ciappetta.)

Appresso che fu disposto dello 'mperio, come detto avemo, Carlo il Grosso, i baroni elessero imperadore Arnolfo, overo Arnoldo, uno barone di Francia, ma non fu del lignaggio di Carlo il Magno. Questi regn XII anni, ma poco si travagli de' fatti d'Italia, se non in tanto che per sua forza fece fare papa Sergio il terzo, il quale fece nella Chiesa molte grandi mutazioni contra i suoi anticessori, come la cronica martiniana fa menzione. Questo Arnolfo combatt in Maganza con Danesmarce e Normandi, e vinsegli e cacciogli, che XL anni Alamagna e Francia aveano soggiogata. Questi a la fine per malizia divenne perduto, e lo 'mperio de' Romani ch'era appo' Franceschi al suo tempo fall e venne meno, gli anni di Cristo VIIIIcI. E non solamente fall lo 'mperio a' Franceschi, ma eziandio la signoria d'Alamagna al suo figliuolo e successore gli anni di Cristo VIIIIcX, che Currado primo tedesco ne fu fatto re, e fall a' Franceschi la signoria di Spagna, e di Navarra, e Proenza, e non pass anni LXXX ch'al tutto fall ilegnaggio di Carlo Magno, che non furono re di Francia dal tempo di Ugo Ciappetta duca d'Orliens, come adietro facemmo menzione, gli anni di Cristo VIIIIc e cos mostra che VII fossero gl'imperadori franceschi, che vi furono delegnaggio del buono Pipino. Dur lo 'mperio apo' Franceschi discendenti di Carlo Magno per C anni, e per loro discordie fino in loro lo 'mperio, e ritorn agl'Italiani; per che nonn-atavano gli Romani dalle ingiurie de' Lombardi e de' Toscani, n 'l papa, nlla Chiesa da' tiranni chella perseguieno; e dove i loro anticessori aveano fatto le chiese e dotate riccamente, per loro erano distrutte e rubate. Avemo detto s lungamente dello imperio e de' re de' Franceschi, lasciando nostra materia de' fatti di Firenze, per continuare le novitadi e persecuzioni ch'alloro tempi ebbono gli Romani e quasi tutta Italia da' Saracini, e dalle discordie de' Lombardi ch'ebbono colla Chiesa; per la qual cosa la citt di Firenze, di poco tempo rifatta, per le dette aversitadi poco acrebbe o venne in istato. Lasceremo le storie de' Franceschi e torneremo a nostra materia adietro, per contare come la citt di Firenze fu rifatta e ristorata al tempo del buono Carlo Magno; ma prima diremo di suo averso stato innanzi ch'ella fosse rifatta.

"XXI"


(Come la citt di Firenze istette guasta e disfatta CCCL anni.)

Dopo la distruzione della citt di Firenze fatta per Totile (Flagellum Dei), come adietro  fatta menzione, stette cos disfatta e diserta intorno di CCCL anni per lo male stato di Roma e dello 'mperio, il quale prima da' Gotti e Vandoli, e poi da' Longobardi e Greci e Saracini e Ungari fue perseguitato e abassato, come adietro  fatta menzione. Ben v'avea ov'era stata Firenze alcuno borgo e abitanti intorno al Duomo di Santo Giovanni, per cagione che' Fiesolani vi faceano mercato un d della settimana, e chiamavavi Campo Marti per l'antico nome, per che prima sempre da' Fiesolani era loro mercato, e cos chiamato anzi che Firenze si facesse. Avenne per pi volte, infra 'l detto tempo che la citt era guasta e disfatta, che que' cotanti abitanti de' borghi e del mercato, coll'aiuto di certi nobili del contado che anticamente erano stati stratti de' Fiorentini primi cittadini, e di quegli di villaggi intorno, vollero pi volte richiudere de' fossi e di steccati alcuna parte della citt intorno al Duomo; ma per quegli della citt di Fiesole, e col loro aiuto i conti da Mangone, e di Montecarelli, e da Certaldo, e di Capraia, ch'erano tutti d'uno lignaggio co' conti da Santa Fiore stratti di Lungobardi, si mettevano a riparo e contasto, e non lasciavano rifare; ma quello chessi facea, per forza, vegnendo armati e possenti, il faceano abattere e disfare, sicch per questa cagione, per l'aversitadi ch'aveano i Romani, siccome adietro  fatta menzione, e perch i Fiesolani sempre si tennono co' Gotti, e poi co' Longobardi, e con tutti i ribelli e nemici dello 'mperio di Roma e di santa Chiesa, e erano per la loro forza s possenti e grandi che non n'aveano contasto da niuno loro vicino, non sofferieno chella citt di Firenze si rifacesse; e per questo modo stette lungo tempo, infino che Dio puose fine all'aversit della citt di Firenze, e recolla a salute della sua reparazione, come per noi si tratter nel seguente capitolo, e quarto libro.



"LIBRO QUARTO"

"I"


(Qui comincia iquarto libro: come la citt di Firenze fu redificata colla potenzia di Carlo Magno e de' Romani tornando alquanto adietro.)

Avenne, come piacque adDio, che al tempo del buono Carlo Magno imperadore di Roma e re di Francia, di cui adietro avemo fatta lunga memoria, dapoi ch'ebbe abbattuta la tirannica superbia de' Longobardi, e de' Saracini, e degl'infedeli di santa Chiesa, e messa Roma e lo 'mperio in buono stato e in sua libert, siccome adietro  fatta menzione, certi gentili e nobili del contado di Firenze, che si diceano che caporali furono i filii Giovanni, e' filii Guineldi, e' filii Ridolfi, stratti degli antichi nobili cittadini della prima Firenze, si congregarono insieme con quegli cotanti abitanti del luogo ove fu Firenze, ed altri loro seguaci abitanti nel contado di Firenze, e ordinaro di mandare a Roma ambasciadori de' migliori di loro a Carlo imperadore, e a papa Leone, e a' Romani, e cos fu fatto; pregandogli che si dovessono ricordare della loro figliuola la citt di Firenze, la quale fu guasta e distrutta da' Gotti e Vandali in dispetto de' Romani, a ci ch'ella si rifacesse, e che alloro piacesse di dare forza di gente d'arme a riparare i Fiesolani e loro seguaci nemici de' Romani, chella citt di Firenze non lasciavano redificare. I quali ambasciadori da Carlo imperadore, e dal papa, e da' Romani onorevolemente furono ricevuti, e la loro petizione accettata benignamente e volentieri; e incontanente lo 'mperadore Carlo Magno vi mande le sue forze di gente d'arme a cavallo e a piede in grande quantit; e' Romani feciono dicreto e ordine che come i loro anticessori aveano fatta e popolata prima la citt di Firenze, cos v'andassero a redificare e abitare delle migliori schiatte di Roma, e di nobili e di popolo, e cos fue fatto. Con quell'oste dello 'mperadore Carlo Magno e de' Romani vi vennono quanti maestri avea in Roma, per pi tosto murarla e afforzarla; e dietro alloro gli segu molta gente; e tutti i contadini di Firenze, e de' fuggiti cittadini di quella d'ogni parte, sentendo la novella, si raunaro coll'oste de' Romani e dello imperadore per redificare la citt; e giunti ov' oggi la nostra citt, in su l'anticaglia e calcinacci disfatti s'acamparono con trabacche e padiglioni. I Fiesolani e' loro seguaci veggendo l'oste dello 'mperadore e de' Romani s grande e possente, non s'ardiro a combattere colloro, ma tegnendosi a la fortezza della loro citt di Fiesole e alloro castella d'intorno, davano quanto sturbo poteano alla detta redificazione. Ma il loro podere fu niente apo la forza de' Romani, e dell'oste dello imperadore, e de' raunati discendenti de' Fiorentini; e cos cominciaro a rifare la citt di Firenze, non per della grandezza ch'era stata in prima, ma di minore sito, come apresso far menzione, acci che pi tosto fosse murata e afforzata, e fosse riparo come battifolle della citt di Fiesole; e ci fu negli anni di Cristo VIIIcI a l'entrata del mese d'aprile. E dicesi che gli antichi aveano oppinione che di rifarla non s'ebbe podere, se prima non fu ritrovata e tratta d'Arno la imagine di marmo consecrata per gli primi edificatori pagani per nigromanzia a Marte, la quale era stata nel fiume d'Arno dalla distruzione di Firenze enfino a quello tempo; e ritrovata, la puosero in su uno piliere in su la riva del detto fiume, ov' oggi il capo del ponte Vecchio. Questo nonn-affermiamo, n crediamo, per checci pare oppinione di pagani e d'aguri, e non di ragione, ma grande simplicit, ch'una s fatta pietra potesse ci adoperare; ma volgarmente si dicea per gli antichi che mutandola convenia chella citt avesse grande mutazione. E dissesi ancora per gli antichi che' Romani per consiglio de' savi astrolagi, al cominciamento che rifondaron Firenze, presono l'ascendente di tre gradi del segno dell'Ariete, termine di Giovi e faccia di [...], essendo il sole nel grado della sua esaltazione, e la pianeta di Mercurio congiunta a grado col sole, e la pianeta di Marti in buono aspetto dell'ascendente, acci chella citt multiplicasse per potenzia d'arme, e di cavalleria, e di popolo sollecito e procaccianti in arti, e in mercatantie e in ricchezze, e germinasse d'assai figliuoli e grande popolo. E in quegli tempi, secondo chessi dice, gli antichi Romani, e tutti i Toscani, e gl'Italici, tutto fossero Cristiani battezzati, ancora teneano certe orlique a costume di pagani, e seguieno i loro cominciamenti secondo la costellazione; con tutto che questo non s'afermi per noi, per che costellazione nonn- di nicessit, n pu costrignere il libero albitrio degli uomini n 'l giudicio d'Iddio, ma secondo i meriti e peccati de' popoli. In alcuna operazione pare chessi dimostra la 'nfruenza della costellazione detta, chella citt di Firenze  sempre in grandi mutazioni e dissimulazioni e in guerra, e talora in vittoria, e talora il contrario, e sono i cittadini di quella frequentati in mercatantie e in arti. Ma la nostra oppinione  chelle discordie e mutazioni de' Fiorentini sieno come dicemmo al cominciamento di questo trattato: la nostra citt fue popolata da due diversi popoli in ogni costume, siccome furono i nobili, e crudi, e aspri Romani e Fiesolani; per la qual cosa nonn- maraviglia se la nostra citt  sempre in guerra, e mutazioni, e disensioni, e disimulazioni.

"II"


(Della forma e grandezza che fu redificata la citt di Firenze.)

La citt nuova di Firenze si cominci a deficare per gli Romani, come detto  di sopra, di piccolo sito e giro, figurandola al modo di Roma, secondo la picciola impresa; e cominciossi dalla parte di levante a la porta di San Piero, la quale fu ove furono le case di messere Bellincione Berti di Ravignani, nobile e possente cittadino, tutto ch'oggi sieno venuti meno, onde per retaggio della contessa Gualdrada sua figliuola, e moglie del primo conte Guido, rimasono a conti Guidi suoi discendenti, quando si feciono cittadini di Firenze, e poi le venderono a' Cerchi neri, uno casato di Firenze; e da la detta porta fu uno borgo infino a San Piero Maggiore, al modo di Roma, e da quella porta seguirono le mura in verso il Duomo, come tiene oggi la grande ruga che va a San Giovanni infino al vescovado; e ivi avea un'altra porta chessi chiamava porta del Duomo, e chilla chiam porta del vescovo; e di fuori di quella porta fue edificata la chiesa di Santo Lorenzo, al modo ch' in Roma San Lorenzo fuor le mura; e dentro a quella porta  San Giovanni, siccome in Roma San Giovanni Laterano. E poi conseguendo come a Roma, da quella parte [fecero] Santa Maria Maggiore; e poi da SaMichele Berteldi infino alla terza porta di San Brancazio, ove sono oggi le case de' Tornaquinci; e Santo Brancazio era fuori della citt, e apresso San Paolo, a modo di Roma, da l'altro lato della citt incontro a San Piero, come in Roma. E poi dalla detta porta di San Brancazio conseguendo ov' oggi la chiesa di Santa Trinita ch'era fuori delle mura, e ivi presso ebbe una postierla chiamata Porta Rossa, che ancora a' nostri tempi la ruga ha ritenuto il nome. E poi si volgieno le mura ove sono oggi le case degli Scali per la via di Terma infino in porte Sante Marie, passato alquanto Mercato Nuovo, e quella era la quarta mastra porta, la quale era allo incontro delle case che sono oggi degl'Infangati dall'una parte, e di sopra alla detta porta era la chiesa di Santa Maria chiamata Sopra porta, che poi quando si disfece la detta porta, cresciuta la citt, si trasmut la detta chiesa dov' oggi. E 'l borgo di Santo Apostolo era di fuori della citt, e cos Santo Stefano, al modo di Roma; e di l da Santo Stefano, in sulla fine della ruga mastra di porta Santa Maria, fecero e edeficarono uno ponte con pile di macigni fondato in Arno, che poi fu chiamato il ponte Vecchio, e  ancora; e fu assai pi stretto che nonn- ora, e fu il primo ponte che si facesse in Firenze. E dalla porta di Santa Maria seguieno le mura infino al castello Altrafonte, ch'era in sul corno della citt sopra il fiume d'Arno, seguendo poi dietro a la chiesa di San Piero Scheraggio, che cos si chiamava per uno fossato, overo fogna, che ricoglieva quasi tutta l'acqua piovana della citt ch'andava in Arno, chessi chiamava lo Scheraggio.

E dietro alla chiesa di San Piero Scheraggio avea una postierla chessi chiamava porta Peruzza, e di l seguivano le mura per la grande ruga infino alla via del Garbo, e ivi avea un'altra postierla; e poi dietro alla Badia di Firenze ritornavano le mura a la porta San Piero. E di cos piccolo sito si rifece la nuova Firenze con buone mura e spesse torri, con quattro porte mastre; ci sono dette porta San Piero, porta del Duomo, porta San Brancazio, e porta Santa Maria, le quali erano quasi inn-una croce; e in mezzo della citt era Santo Andrea, al modo com' in Roma, e Santa Maria in Campidoglio; e quello ch' oggi Mercato Vecchio era il mercato di Campidoglio, al modo di Roma. E la citt era partita in quartieri, ci sono le dette quattro porte; ma poi quando si crebbe la citt, si rece a sei sesti, siccome numero perfetto, che s'agiunse il sesto d'Oltrarno dapoi che s'abit; e disfatta la porta di Santa Maria, si lev il nome, e si divise come vae la mastra strada; e dall'una parte si fece il sesto di San Piero Scheraggio, e dall'altra parte quello di Borgo; ed alle tre prime parti rimase il nome di sesti, siccome hanno infino a' nostri tempi. E feciono capo il sesto d'Oltrarno, acci che andasse in oste colla 'nsegna del ponte, e poi San Piero Scheraggio colla 'nsegna del carroccio, il quale carroccio di marmi fu recato da Fiesole, ed  nella fronte della detta chiesa di San Piero; e poi Borgo colla insegna del becco, imperci che in quello sesto stavano tutti i beccari e di loro mestiere, e erano a que' tempi molto innanzi nella citt; San Brancazio appresso colla insegna della branca di leone, per lo nome; e porta del Duomo apresso colla insegna del Duomo; e porta San Piero da sezzo colla insegna delle chiavi. E dove fu de' primi sesti abitati in Firenze, fu messo a l'andare dell'oste a la dietroguardia imperci che in quello sesto sempre aveva la migliore cavalleria e gente d'arme della citt anticamente.

"III"


(Come Carlo Magno venne in Firenze e brivileggiolla, e fece fare Santo Appostolo.)

Rifatta la nuova citt di Firenze nel piccolo spazio e forma, e nel tempo che detto  adietro, i capitani che v'erano per lo 'mperadore e per lo Comune di Roma l'ordinaro di popolare di gente, e come anticamente alla prima edificazione di Firenze, l'ordine fu fatto a Roma, che delle migliori schiatte de' Romani nobili e popolari vi dovessero rimanere per cittadini in Firenze, cos fu fatto alla seconda reparazione, e fu dato a ciascuno ricca posessione. E troviamo per le croniche di Francia che poi chella citt di Firenze fu rifatta per lo modo che detto , Carlo Magno imperadore e re di Francia, partitosi di Roma e tornandosi oltramonti, soggiorn in Firenze, e fece e tenne gran festa e solennit il d della Pasqua della Resurressione, gli anni di Cristo VIIIcV, e fece in Firenze assai cavalieri, e fece fondare la chiesa di Santo Appostolo in Borgo, e quella dot riccamente a onore di Dio e di santi appostoli; e alla sua partita di Firenze brivileggi la citt, e fece franco e libero il Comune e' cittadini di Firenze, e tre miglia d'intorno, sanza pagare niuna taglia o spesa, salvo danari XXVI per focolare ciascuno anno. E per simile modo fece franchi tutti i cittadini d'intorno che dentro volessero tornare ad abitare, e' forestieri; per la qual cosa molti vi tornaro ad abitare; e in piccolo tempo per lo buono sito e agiato luogo, per lo fiume, e per lo piano, la detta piccola Firenze fu bene popolata e forte di mura e di fossi pieni d'acqua. E ordinaro chella detta citt si reggesse e governasse al modo di Roma, cio per due consoli e per lo consiglio di cento sanatori; e cos si resse gran tempo, come apresso far menzione. Bene ebbono lungo tempo i detti cittadini di Firenze molto affanno e guerra, s per gli Fiesolani, ch'erano loro cos di presso nemici, e sempre s'adastiavano, e erano in continua guerra insieme, e apresso per la venuta che' Saracini feciono in Italia al tempo degl'imperadori franceschi, come adietro  fatta menzione, che molto aflissono il paese, e poi per le diverse mutazioni ch'ebbe Roma e tutta Italia, s per le discordie de' papi, e s degl'imperadori italiani, i quali furono in continua guerra colla Chiesa. Per la qual cosa il nome della citt di Firenze e la sua forza stette per ispazio di CC anni sanza potersi dilatare o crescere, stando ne' suoi piccoli termini. Ma con tutta la guerra e fatica, sempre multiplicava in popolo e in forza, e poco curavano la guerra de' Fiesolani, od altra aversitade di Toscana; che con tutto chella sua forza e signoria si stendesse poco di fuori della citt, per che 'l contado era tutto incastellato e occupato da nobili e possenti che non obbedieno la citt, e tali erano colla citt di Fiesole, pure la citt dentro era unita de' cittadini, e era forte di sito e di mura e di fossi pieni d'acqua, e dentro a la detta piccola citt ebbe in poco tempo appresso pi di CL torri di cittadini, d'altezza di CXX braccia l'una, sanza quelle della citt; e per l'altezza delle molte torri ch'erano allora in Firenze si dice ch'ella si mostrava da lungi e di fuori la pi bella e rigogliosa citt del suo piccolo sito che si trovasse; e in questo spazio di tempo fu molto bene abitata, e piena di palagi e di casamenti e grande popolo, secondo il tempo d'allora. Lasceremo ora alquanto de' fatti di Firenze, e brievemente racconteremo gl'imperadori italiani che regnarono in que' tempi, apresso la vacazione de' Franceschi, checc' di nicessit, imperci che per la loro signoria molte mutazioni ebbe in Italia, tornando poi a nostra materia.

"IV"


(Come e perch lo 'mperio di Roma torn agl'Italiani.)

Come noi avemo detto dinanzi, lo 'mperio di Roma dur alla signoria de' Franceschi intorno di C anni, nel quale tempo ebbe VII imperadori franceschi da Carlo Magno infino ad Arnolfo, che fu la fine de' Franceschi; e per cagione delle loro discordie venne meno la loro potenzia, e di Francia e d'Alamagna, com' fatta menzione. E perch non poteano aiutare la Chiesa e' Romani dalle ingiurie e forze de' possenti Lombardi, s ordinaro per dicreto chella degnit dello 'mperio non fosse pi de' Franceschi, ma tornasse agl'Italiani. E 'l primo imperadore italiano fu Luigi figliuolo del re di Puglia, nato per madre della figliuola di Luigi secondo imperadore che fu de' Romani e re di Francia, onde adietro  fatta menzione. Questi fu coronato negli anni di Cristo VIIIIcI, e regn VI anni. Questo Luis ebbe battaglie con Berlinghieri che signoreggiava allora in Italia, e cacciollo di signoria; ma poi il detto Luis fu preso a Verona e fue accecato, e 'l detto Berlinghieri fu rimesso in signoria, e fatto imperadore in Italia, e regn IIII anni, e molte battaglie ebbe co' Romani, e fu prode in arme. E al suo tempo fu il primo re de' Romani in Alamagna, apresso la signoria de' Franceschi, ch'ebbe nome Currado di Sasogna, sicch l'uno regnava in Italia, e l'altro in Alamagna. E in questo tempo i Saracini passaro in Italia, e guastaron Puglia e Calavra, e sparsonsi guastando per molte parti d'Italia infino a Roma; ma ivi da' Romani furono contastati e sconfitti, e tornarsi in Puglia. Dopo il detto Currado regn in Alamagna Arrigo suo figliuolo duca di Sassogna, il quale fu padre del primo Otto, il primo imperadore d'Alamagna che signoreggiasse in Italia, e fosse per lo papa consagrato, siccome innanzi far menzione. Dopo il primo Berlinghieri detto di sopra che fu imperadore italiano imperi il secondo Berlinghieri suo figliuolo VIIII anni. In questo tempo papa Giovanni decimo di Tosigliano con Alberigo marchese suo fratello andaro in Puglia contro a' Saracini, e colloro ebbono battaglia al fiume del Gariliano, e bene aventurosamente gli sconfissono, e cacciaro di Puglia. Poi tornati a Roma, discordia nacque tra 'l papa e 'l detto marchese, onde il marchese fu cacciato di Roma, il quale per cruccio mand suoi ambasciadori agli Ungari, e fecegli passare in Italia; i quali con grande multitudine venuti, quasi tutta Toscana e terra di Roma distrussono e guastarono, uccidendo maschi e femmine, e ogni tesoro portarono via; ma poi da' Romani furono cacciati, e ogni anno per vendetta per gli Romani s'andava in Ungheria a guerreggiargli. E appresso regn Lottieri in Italia VII anni, e al suo tempo fu grande discordia e guerra in Italia, e la citt di Genova fu presa e distrutta da' Saracini d'Africa negli anni di Cristo VIIIIcXXXII, e uccisono e presono gli uomini, e tutto il loro tesoro e cose ne portaro in Africa. E l'anno dinanzi che' Saracini passassero apparve in Genova una fontana che largamente gitt sangue, il quale fu segno de la loro futura distruzione. Apresso Lottieri regn imperadore in Italia il terzo Berlmghieri con Alberto suo figliuolo XI anni. Questi furono Romani, e signoreggiaro aspramente Italia; e prese Alunda imperadrice, moglie che fu di Lottieri imperadore suo anticessore, e misela in pregione, acci che non si maritasse a signore che gli togliesse lo 'mperio e la signoria per lo suo eretaggio.

"V"


(Come Otto primo di Sassogna pass in Italia a richesta della Chiesa, e abatt la signoria degl'imperadori italici.)

Ma Otto re d'Alamagna a richiesta del papa e della Chiesa, per le discordie del detto Berlinghieri, e de' Romani, e de' tiranni d'Italia, si mosse d'Alamagna passando in Italia con grande potenza, e cacci dello 'mperio Berlinghieri, e trasse di pregione la detta imperadrice, e isposolla a moglie nella citt di Pavia, la quale donna fue di grande bellezze; ma poi il detto Berlinghieri torn nella grazia d'Otto e rendgli la signoria di Lombardia, salvo la Marca Trivigiana, e Verona, e Aquilea che ritenne a s, e tornossi in Alamagna. E di l ebbe il detto Otto molte battaglie cogli Ungari e sconfissegli, e vinsegli e rec a sua signoria. Ma dimorando lui in Alamagna, poi il detto Alberto figliuolo di Berlinghieri per sua signoria e forza, col sguito de' nobili e possenti Romani, fece fare papa Ottaviano suo figliuolo, che fu nomato papa Giovanni duodecimo, il quale fu uomo di mala vita, tegnendo piuvicamente le femmine, e cacciava e uccellava come uomo laico, e pi cose ree e furiose fece; per la qual cosa i cardinali e 'l chericato di Roma, e' prencipi d'Italia, per la vergogna che 'l detto papa Giovanni facea a santa Chiesa, e Berlinghieri dall'altra parte facea le ree opere in Lombardia, mandarono ambasciadori sagretamente per lo detto Otto re in Alamagna, che passasse ancora in Italia a correggere la Chiesa, e adirizzare lo 'mperio, che Berlinghieri e Alberto guastavano; il quale Otto con grande potenzia venne in Lombardia, e prese il detto Berlinghieri, e mandollo in pregione in Baviera, e quivi vilmente fin sua vita. E Alberto si fugg d'Italia per paura d'Otto, e il suo figliuolo papa Giovanni fu disposto; e nel detto Berlinghieri e Alberto suo figliuolo fin lo 'mperio agl'Italici, il quale per VI imperadori era durato LIIII anni, poi che vacarono i Franceschi, e mai poi non fu nullo imperadore d'Italia; e torn lo 'mperio agli Alamanni, come innanzi faremo menzione; e ci fu negli anni di Cristo intorno di VIIIIcLV. In quello tempo che regnarono nello 'mperio i Franceschi, e poi gl'Italiani, apresso la morte del buono Carlo Magno, molte diverse mutazioni ebbe nella Chiesa, che talora furono due papi a un'ora, e talora tre; e cacciando l'uno l'altro, e faccendo morire, e talora accecare, per la forza ch'aveano l'uno pi chell'altro, chi dallo 'mperadore che regnava, e chi da' possenti Romani e dagli altri tiranni d'Italia, onde grande tempo fu in tribolazione e in iscisma la Chiesa; e con questo molte guerre, disensioni e battaglie ebbe per tutta Italia in diversi tempi. Per la qual cosa lo stato e la signoria de' Romani venne ogni d calando e diminuendo, onde la nostra citt di Firenze, ch'era camera de' Romani e dello 'mperio, per le sopradette guerre e aflizzioni non potea spirare n mostrare sue forze in tutto il detto tempo, per che i Fiesolani nemici di loro cos vicini sempre teneano cogl'imperadori e cogli altri signori e tiranni ch'erano ribegli e nimici della Chiesa e de' Romani; e' Fiesolani la citt di Firenze continuo faceano guerreggiare e guerreggiavano, acci che Firenze non potesse n crescere n sopramontare alloro. Ma come piacque adDio, con tutta la guerra de' Fiesolani, e degli altri imperadori, e ribelli de' Romani, la citt di Firenze sempre cresceva a poco a poco e multiplicava, e Fiesole venia calando e diminuendo, e molta buona gente di Fiesole lasciaro l'abitare della citt del poggio, e tornaro a l'agio del piano e del fiume ad abitare in Firenze, imparentandosi co' Fiorentini; e maggiormente quando cess la signoria degli imperadori italiani e torn agl'imperadori d'Alamagna, i quali erano fedeli e divoti di santa Chiesa, e abattero i tiranni di Toscana e di Lombardia; e in quegli tempi la citt di Firenze crebbe e allargossi assai, e vinse per ingegno di guerra la citt di Fiesole, e disfecela, come innanzi far menzione. Lasceremo al presente a parlar di ci, infino che tempo sar, e cominceremo il quinto libro, come lo 'mperio di Roma torn agli Alamanni, e quegli che regnaro per gli tempi, e quello che fecero, mischiandovi tuttora le storie e' fatti de' Fiorentini, come incorsono nella loro signoria, che ne fia di nicessit a volerle dirittamente ritrarre e raccontare.


"LIBRO QUINTO"

"I"


(Qui comincia il quinto libro: come la lezione dello 'mperio di Roma venne agli Alamanni, e come Otto primo di Sassogna fu consegrato imperadore.)

Regnando nel papato Giovanni duodecimo figliuolo d'Alberto imperadore, come adietro  fatta menzione, e guastando la Chiesa per le sue ree opere, fue per parte de' cardinali rimandato per Otto re d'Alamagna per levare il detto papa di signoria, e fare lui imperadore; per la qual cosa il detto papa, sappiendo ci, a Giovanni suo diacano cardinale ch'avea ordinato ci e trattato fece mozzare il naso, e a un altro Giovanni soddiacano ch'ave' scritto le lettere fece tagliare la mano. Per la qual cosa, e per le pessime opere di Berlinghieri e d'Alberto, faceano in Lombardia e in Toscana, Otto con tutta sua forza pass ancora in Italia, e abatt al tutto la signoria de' detti imperadori in Lombardia, come in parte fu detto dinanzi. E poi venne in Toscana, e da' Lucchesi e da' Fiorentini fu ricevuto onorevolemente, e soggiorn assai in Lucca, e alquanto in Firenze; poi se n'and a Roma, e da' Romani fu ricevuto a grande gloria e triunfo; il quale giunto a Roma, fece disporre e cacciare del papato il detto Giovanni papa, il quale poi mor vilmente e in avolterio, e fece eleggere papa Leone ottavo, il quale per la malvagit de' Romani fece decreto che niuno papa fosse fatto sanza l'asentimento dello 'mperadore. E veggendo il papa e tutto il chericato chella Chiesa non si potea difendere, n avere sua libert per la ret de' malvagi Romani e de' tiranni d'Italia chell'occupavano, sanza l'aiuto e forza degli Alamanni, e conoscendo la bont e valore e potenzia del detto Otto re, per dignissimo fue per lo popolo di Roma e per la Chiesa eletto imperadore, e consegrato e coronato in Roma dal detto papa Leone a grande gloria, negli anni di Cristo VIIIIcLV, il quale fece molti doni a santa Chiesa. Questo Otto fu di Sassogna, e regn imperadore XII anni, faccendo grandi e buone opere in esaltamento della Chiesa e dello 'mperio, e pacific tutta Italia; e ci fatto, si torn in Alamagna colla sua moglie Alunda, della quale avea avuto uno figliuolo, ch'ebbe nome simigliante al padre Otto secondo. Ma tornato lui in Alamagna, per gli malvagi Romani fu disposto papa Leone, e feciono papa Benedetto V, della qual cosa, sappiendolo Otto, molto isdegnato e crucciato torne a Roma con sua forza, e assediolla; per la qual cosa i Romani per avere sua pace gli rendero preso il detto Benedetto papa, e rimise in sedia Leone, che prima era stato papa, e tornossi in Alamagna, e menonne il detto Benedetto, il quale mor vilmente. E dopo molte pietose e buone opere, e fatti ricchi monasterii, il detto Otto si mor in Alamagna. Questo Otto amend molto tutta Italia, e mise in pace e buono stato, e abatt le forze de' tiranni; e al suo tempo assai de' suoi baroni rimasono signori in Toscana e in Lombardia. Intra gli altri fu il cominciamento de' conti Guidi, il quale il primo ebbe nome Guido, che 'l fece conte Palatino, e diedegli il contado di Modigliana in Romagna; e poi i suoi discendenti furono quasi signori di tutta Romagna, infino che furono cacciati di Ravenna, e tutti morti dal popolo di Ravenna per loro oltraggi, salvo uno picciolo fanciullo ch'ebbe nome Guido, sopranomato Sangue, per gli suoi che furono tutti in sangue morti; il quale poi per lo 'mperadore Otto quarto fu fatto signore in Casentino, e questi fu quegli che tolse per moglie in Firenze la contessa Gualdrada, figliuola che fu del buono messere Bellincione Berti de' Ravignani onorevole cittadino di Firenze. Ancora troviamo che 'l detto Otto primo soggiornava in Firenze quando andava e tornava a Roma, e mise amore e piacquegli la citt, e perch'era stata sempre figliuola della citt di Roma e fedele allo 'mperio, slla favor e brivileggi, e dielle infino in sei miglia di contado. E quando torn in Alamagna, de' suoi baroni vi rimasero e furono cittadini; e intra gli altri fu quegli ch'ebbe nome Uberto, onde si dice che nacque la casa e progenia degli Uberti, e per suo nome cos fu nomata; e un altro barone ch'ebbe nome Lamberto, che si dice che discesono i Lamberti: questo per non affermiamo; e pi altri di sua gente de' migliori baroni, e di quegli d'Otto secondo, rimasono in Toscana in signoria, onde poi sono stratti molti lignaggi in Firenze di gentili uomini, e molte terre d'Italia. Questo Otto primo brivileggi i Lucchesi che potessero battere moneta d'oro e d'ariento, e per la loro moneta  improntata del suo nome. Dapoi che mor Otto primo fu fatto imperadore Otto secondo suo figliuolo, il quale regn XV anni. Al tempo di questo Otto uno papa Giovanni tredecimo, chell'avea coronato, fue preso da Piero prefetto di Roma e messo in Castello Santo Angelo, e poi si fu cacciato in Campagna; ma il detto Otto il rimise in sedia, e molti Romani che di ci ebbono colpa fece morire di mala morte, e molti ne mand presi in Sassogna. Al tempo di costui i Saracini e' Greci presono Calavra, il quale and loro incontro con grande oste di Romani, e Tedeschi, e Lombardi, e Pugliesi; ma per mala condotta, e perch i Romani e' Beneventani si fuggiro, fue sconfitto con grande danno de' Cristiani, e egli preso da' corsali greci; ma per ingegno e promesse si fece menare in Cicilia; essendovi arrivato colloro, essendo conosciuto, tutti gli fece morire di mala morte. E poi il detto Otto assedi Benivento, e prese la terra e guastolla per lo loro tradimento, e trassene il corpo di santo Bartolomeo appostolo, e recollo a Roma per portarlo in Sassogna; ma tornato a Roma moro poco appresso, e nell'isola di Roma lasci il detto corpo di santo Bartolomeo.

"II"


(Del terzo Otto imperadore, e del marchese Ugo che fece la Badia di Firenze.)

Dopo la morte del secondo Otto fue eletto imperadore Otto terzo suo figliuolo, e coronato per papa Gregorio quinto negli anni di Cristo VIIIIcLXXVIIII, e regn questo Otto XXIIII anni. Poi che fue incoronato ande in Puglia in pellegrinaggio al Monte Santo Angelo, e poi si torn per la via di Francia in Alamagna, lasciando Italia in buono stato e pacefico. Ma lui tornato in Alamagna, Crescenzo consolo e signore di Roma cacci il detto Gregorio del papato, e misevi uno Greco, ch'era vescovo di Piagenza, molto savio; ma sentendo ci Otto imperadore, molto crucciato con sua forza torn in Italia, e assedi in Roma il detto Crescenzo e 'l suo papa in Castello Santo Angelo, che l entro s'erano fuggiti; il quale per assedio ebbe il detto castello, e Crescenzo fece dicollare, e papa Giovanni XVI trarre gli occhi e tagliare le mani, e rimise in sedia il suo papa Gregorio che di nazione era suo parente; e lasciando Roma e Italia in buono stato, si torn in suo paese in Alamagna, e di l mor bene aventurosamente. Col detto Otto terzo venne in Italia il marchese Ugo: credo che fosse marchese di Brandimborgo, per che in Alamagna nonn-ha altro marchesato. A costui piacque s la stanza di Toscana, spezialmente de la nostra citt di Firenze, ch'egli ci fece venire la moglie, e in Firenze fece suo dimoro, s come vicario d'Otto imperadore. Avenne, come piacque adDio, ch'andando lui a una caccia nella contrada di Bonsollazzo, per lo bosco si smarr da sua gente, e capit, a la sua avisione, a una fabbrica dove s'usa di fare il ferro. Quivi trovando uomeni neri e sformati che in luogo di ferro parea che tormentassono con fuoco e con martella uomeni, domand che ci era. Fugli detto ch'erano anime dannate, e che a simile pena era condannata l'anima del marchese Ugo per la sua vita mondana, se non tornasse a penitenzia; il quale con grande paura si raccomande a la vergine Maria, e cessata la visione, rimase s compunto di spirito, che tornato in Firenze, tutto suo patrimonio d'Alamagna fece vendere, e ordin e fece fare sette badie: la prima fu la Badia di Firenze a onore di santa Maria; la seconda quella di Bonsollazzo, ove vide la visione; la terza fece fare ad Arezzo; la quarta a Poggibonizzi; la quinta alla Verruca di Pisa; la sesta a la Citt di Castello; l'ultima fu quella di Settimo: e tutte queste badie dot riccamente, e vivette poi colla moglie in santa vita, e nonn-ebbe nullo figliuolo, e mor nella citt di Firenze il d di santo Tommaso gli anni di Cristo MVI, e a grande onore fu soppellito alla Badia di Firenze. E vivendo il detto marchese Ugo, fece in Firenze molti cavalieri della schiatta de' Giandonati, de' Pulci, de' Nerli, de' conti da Gangalandi, e di quegli della Bella, i quali tutti per suo amore ritennero e portarono l'arme sua adogata rossa e bianca con diverse intransegne.

"III"


(De' VII prencipi d'Alamagna ch'hanno a eleggere lo 'mperadore.)

Morto Otto il terzo, per cagione chello 'mperio era andato per lignaggio in tre Otti, l'uno figliuolo dell'altro, si parve a Sergio papa quarto, e a' cardinali, e a' prencipi di Roma chello 'mperio fosse alla lezione degli Alamanni, imperci ch'erano possenti genti, e grande braccio del Cristianesimo; ma che d'allora innanzi lo 'mperio andasse per elezione del pi degno, confermandosi poi per la Chiesa, essendo aprovato degno: e furono per dicreto ordinati sette lettori dello 'mperio in Alamagna, e ch'altri non potesse degnamente essere eletto imperadore, se non per gli detti prencipi. Ci furono l'arcivescovo di Maganza cancelliere d'Alamagna, l'arcivescovo di Trievi cancelliere in Gallia, l'arcivescovo di Cologna cancelliere in Italia, il marchese di Brandimborgo camerlingo, il duca di Sassogna che gli porta la spada, e 'l conte Palatino del Reno che oggi succede per retaggio al duca di Baviera, e servelo a tavola del primo messo, e 'l re di Boemme che 'l serve della coppa: e sanza lui consentire non vale la lezione. E fecesi dicreto che per cagione che gli Alamanni aveano tutta la lezione dello 'mperio d'Alamagna, non potesse essere papa o cardinale, per levare le disensioni del papato; ma non s'attenne. E imper che, dapoi chello 'mperio venne al tutto agli Alamanni, s seguiremo omai d'imperadore in imperadore, e simile de' papa, quanto regn ciascuno, e brievemente le sue operazioni, imperci che in questi tempi la nostra citt di Firenze cominci ad avere stato e potenzia per le revoluzioni de' detti imperadori; e per le disensioni che talora ebbono col papa e colla Chiesa, molte mutazioni e parti ebbe nella nostra citt di Firenze, come innanzi per gli tempi faremo menzione ordinatamente. E ancora n' di nicessit di fare memoria degli re di Francia e di Puglia, imperci che molto si mischia la loro signoria alla nostra materia per le novit che seguiranno appresso; e per in brieve per lo primo capitolo ne faremo menzione.

"IV"


(Della progenia delli re di Francia che discesono d'Ugo Ciappetta.)

Ugo Ciappetta, come addietro facemmo menzione, fallito ilignaggio di Carlo Magno, fu re di Francia nelli anni di Cristo VIIIIcLXXXVII. Questo Ugo fu duca d'Orliens (e per alcuno si scrive che fur sempre i suoi antichi e duchi e di grande lignaggio), figliuolo d'Ugo il Grande, e nato per madre della serocchia d'Otto primo della Magna; ma per gli pi si dice che 'l padre fu uno grande e ricco borgese di Parigi stratto di nazione di bucceri, overo mercatante di bestie; ma per la sua grande ricchezza e potenzia, vacato il ducato d'Orliens, e rimasene una donna, s l'ebbe per moglie, onde nacque il detto Ugo Ciappetta, il quale fu molto savio e possente, e reame di Francia tutto si governava per lui; e fallito ilegnaggio di Carlo Magno, come fatta  menzione, si fece fare re, e regn XX anni. Questo Ugo Ciappetta e suo legnaggio sempre portarono il campo azzurro e fioredaliso d'oro, e truovasi che Carlo Magno port mezza l'arme dello 'mperio, cio il campo ad oro e l'aguglia nera, e l'altra met fioridaliso; ma in San Donigi di Francia si trovarono insegne vecchie reali, il campo azzurro con ispronelle ad oro; non si sa se furono del legnaggio di Carlo, o de' primi re venuti di Siccambria. Apresso Ugo Ciappetta regn Uberto suo figliuolo XII anni, e fu uno grande cherico inniscrittura, e molto cattolico e santo. Poi regn Arrigo suo figliuolo XXX anni; e poi regn Filippo suo figliuolo XLVIIII anni; poi regn Luis il Grosso suo figliuolo XXXI anno; poi regn Luis il Pietoso suo figliuolo XLIII anni, e fu col nome il fatto, pietoso e buono, e con tutte le virt. Questi ebbe per moglie la contessa di Ciarte, la qual fu discesa delegnaggio di Carlo Magno, imper che fu nata della casa di Normandia, della qual donna ebbe uno figliuolo ch'ebbe nome Filippo il Bornio, il quale regn XLIIII anni. Questo Filippo fu uomo di grande valore, e molto acrebbe il reame. Prima il conte di Fiandra, chell'avea levato a' fonti, co li pi de' baroni di Francia si rubell; il quale per suo senno e prodezza tutti gli ridusse a sua signoria, e per lo detto fallo tolse al conte di Fiandra Vermandosi e Piccardia. Questo Filippo and al conquisto d'oltremare col re Riccardo d'Inghilterra, e vinse Acri in Soria; poi ebbe discordia col re Riccardo per moneta che gli avea prestata al passaggio, onde avea pegno la duchea di Normandia per CCm di libbre di parigini; e quando la venne a ricogliere, non volle il re di Francia altro che parigini piccioli, come dicea la carta; e non potendosi trovare al termine, si trasatt Normandia, e recolla a sua sugezzione, onde grande guerra fu poi tralloro, che 'l detto re Riccardo s'alleg contra il re Filippo con Ferrante conte di Fiandra, e con Otto quarto re de' Romani; il quale, in uno medesimo giorno, Filippo re combatt col detto Otto e Ferrante al ponte al Bovino in Fiandra, e sconfissegli, e prese Ferrante, e Otto si fugg; e Luis figliuolo del detto re Filippo ebbe battaglie in Paito contro al re d'Inghilterra e altri baroni, e sconfissegli, e rec sotto la sua signoria Paito, Guascogna, Torena, e Angieri, e Chiermonte; alla fine lasci grande tesoro per limosina alla terra d'oltremare, e mor negli anni di Cristo MCCXVI. Apresso Filippo il Bornio regn il detto Luis suo figliuolo tre anni. Questo Luis ebbe quattro figliuoli della reina Biancia figliuola del re di Spagna: il primo fu il buono re santo Luis che succedette allui re di Francia; il secondo Ruberto il primo conte d'Artese; il terzo fu Alfarante che fu conte di Pittieri e di Lanzone; il quarto fu il buono Carlo conte d'Angi e poi di Proenza, e poi per suo valore e prodezza fu re di Cicilia e di Puglia, come innanzi far menzione la storia al trattato di Federigo imperadore e di Manfredi re suo figliuolo. Il detto santo re Luis regn XLVIII anni, e sconfisse il re d'Inghilterra e 'l conte della Marcia, e and oltremare a Damiata, e l preso alla Mensura con Carlo suo fratello, e morvi il conte d'Artese, e ricomperarsi dal soldano grande tesoro; e poi fu al passaggio di Tunisi, e l mor santamente gli anni di Cristo MCCLXX. Dopo il re santo Luis regn Filippo suo figliuolo XIIII anni, e questi fu quegli che fece il passaggio in Araona, e l mor. Questo re Filippo ebbe della figliuola del re d'Araona due figliuoli: il primo fu Filippo il Bello, il quale fu il pi bello Cristiano chessi trovasse al suo tempo (questi regn re in Francia XXVIII anni a' nostri tempi); l'altro fu Carlo di Valois, detto Carlo Sanzaterra, che assai mutazioni fece a la nostra citt di Firenze, come innanzi al suo tempo far menzione. Questo re Filippo il Bello ebbe tre figliuoli: il primo fu Luis re di Navarra per retaggio della madre; il secondo Filippo conte di Pittieri; il terzo Carlo conte della Marcia; e morto il padre negli anni di Cristo MCCCXV, furono tutti e tre re di Francia l'uno apresso l'altro in picciolo tempo. Avemo raccontato s per ordine gli re di Francia e di Puglia discesi delegnaggio d'Ugo Ciappetta, perch contando le nostre storie di Firenze, e dell'altre province e terre d'Italia, si possono meglio intendere. Lasceremo de' Franceschi, e torneremo a nostra materia degl'imperadori di Roma e de' fatti di Firenze.

"V"


(Come Arrigo primo fu fatto imperadore.)

Dapoi che fu morto il terzo Otto imperadore gli elettori della Magna si elessono nello 'mperio Arrigo primo duca di Baviera; e questi fu stratto del legnaggio di Carlo Magno, s come adietro facemmo menzione, e ci fu negli anni di Cristo MIII, e regn XII anni e VI mesi bene aventurosamente in ogni battaglia contro a' suoi nemici in Alamagna, e in Buemmia, e in Italia, e fece tornare alla fede di Cristo Stefano re d'Ungheria e tutto suo reame, e dgli per moglie la serocchia. Questi fu il primo Arrigo imperadore, ma il secondo fu re della Magna; e per si scorda la cronica nel nomare gli Arrighi; ove dice IIII vuole dire III, cos lo terzo secondo, quanto allo 'mperio. Questo Arrigo e la sua moglie, ch'ebbe nome santa Cunegonda, stettero e conservaro insieme virginitade, overo castitade, e molti miracoli feciono dopo la loro morte. Questo imperadore e la detta sua moglie stettero in Firenze, e feciono reedificare la chiesa di Santo Miniato, siccome adietro facemmo menzione. Lasceremo alquanto a raccontare gli 'mperadori, e torneremo a nostra materia de' fatti di Firenze, come ne' detti tempi, e con volont del detto imperadore Arrigo, i Fiorentini presono e abbatterono la citt di Fiesole, e crebbesi la citt di Firenze.

"VI"


(Come al tempo del detto Arrigo i Fiorentini presono la citt di Fiesole, e feciolla disfare.)

Ne' detti tempi, regnando imperadore Arrigo primo, quegli della citt di Firenze erano molto cresciuti di gente e di podere secondo il loro piccolo sito, e massimamente per lo favore e aiuto d'Otto primo imperadore, e del secondo e terzo Otto suo figliuolo e nipote, che sempre favoreggiarono la citt di Firenze; e come la citt di Firenze cresceva, la citt di Fiesole sempre calava, avendo al continuo guerra e nimist insieme; ma per lo forte sito e fortezza di mura e di torri che avea la citt di Fiesole, invano si travagliavano i Fiorentini di conquistarla, con tutto che fossero pi genti, e di maggiore amist e aiuto, anzi erano continuo guerreggiati da' Fiesolani. Ma veggendo ci i Fiorentini, che per forza nolla poteano aquistare, sssi intreguarono co' Fiesolani, e lasciarono il guerreggiare tralloro; e di triegua in triegua si cominciarono a dimesticare insieme, e usare l'uno cittadino nella citt dell'altro, e imparentarsi insieme, e picciola guardia facea l'uno dell'altro. I Fiorentini veggendo chella loro citt di Firenze nonn-avea podere di fare grande montata, avendo sopra capo s fatta fortezza com'era la citt di Fiesole, provedutamente e segretamente una notte misono aguato di loro gente armati da pi parti di Fiesole. I Fiesolani essendo assicurati da' Fiorentini e non prendendosi guardia, la mattina della loro festa principale di santo Romolo, aperte le porte, essendo disarmati i Fiesolani, i Fiorentini entrando nella citt sotto titolo di venire alla festa, quando ve n'ebbe dentro buona quantit, gli altri armati ch'erano nell'aguato presono le porte della citt; e fatto cenno a Firenze, come era ordinato, tutta l'oste e potenzia de' Fiorentini vennero a cavallo e a pi al monte, e entrarono nella citt di Fiesole, e corsolla tutta sanza uccidere quasi gente, o fare altro danno, se non a chi si contendesse. I Fiesolani veggendosi subitamente e improviso sopresi da' Fiorentini, parte di coloro che poterono si fuggirono in su la rocca, la quale era fortissima, e tennersi lungo tempo apresso. La citt di sotto alla rocca essendo presa e corsa per gli Fiorentini, e prese le fortezze e le genti chessi contendeano, l'altro minuto popolo s'arenderono a patti che non fossono morti n rubati di loro cose, faccendo i Fiorentini loro volont di disfarla, rimanendo il vescovado in sua giuridizione. Allora i Fiorentini patteggiarono che chi volesse uscire della citt di Fiesole e venire ad abitare in Firenze potesse venire sano e salvo con tutti i suoi beni e cose, e andare in altra parte che gli piacesse; per la qual cosa in grande quantit ne scesoro ad abitare in Firenze, onde poi furono e sono grandi schiatte in Firenze; altri n'andarono ad abitare intorno per lo contado ove aveano loro villate e possessioni. E ci fatto, e la citt vota di genti e di cose, i Fiorentini la feciono abattere tutta e disfare, salvo il vescovado e certe altre chiese, e la rocca, chessi tenea ancora e non s'arendeva a' detti patti; e ci fu negli anni di Cristo MX, e recarne i Fiorentini e' Fiesolani chessi feciono cittadini di Firenze tutte le dignit e colonne, e tutti gl'intagli de' marmi che lass erano, e il carroccio del marmo ch' in San Piero Scheraggio in Firenze.



"VII"


(Come molti Fiesolani tornarono ad abitare in Firenze e fecionsi uno popolo co' Fiorentini.)

Essendo disfatta la citt di Fiesole, salvo il castello della rocca, come detto  di sopra, molti Fiesolani ne vennoro ad abitare in Firenze e feciono uno popolo co' Fiorentini, e per la loro venuta convenne chessi crescesse di mura e di giro la citt di Firenze, come innanzi far menzione. E acci che' Fiesolani venuti ad abitare in Firenze fossono con pi fede e amore co' Fiorentini, s raccomunarono l'arme de' detti Comuni, e feciono allora l'arme dimezzata vermiglia e bianca, come ancora a' nostri tempi si porta in su il carroccio e nello oste de' Fiorentini. Il vermiglio fu l'antica arme che i Fiorentini ebbono da' Romani, come adietro  fatta menzione, che soleano usare iv'entro il giglio bianco; e 'l bianco fu l'antica arme de' Fiesolani, ma avevavi dentro una luna cilestra: ma nella detta arme comune levarono il giglio bianco e la luna, e fu pur dimezzata; e feciono leggi e statuti comuni, vivendo ad una signoria di due consoli cittadini e consiglio del senato, ci era di C uomini i migliori della citt, com'era l'usanza data da' Romani a' Fiorentini. E cos crebbe molto in quegli tempi la citt di Firenze e di popolo e di potenzia per lo disfacimento della citt di Fiesole, e per li Fiesolani che vennono ad abitare in Firenze, ma per nonn-era di grande popolo a comparazione ch'ella  a' nostri tempi; chella citt di Firenze era di piccolo sito, come fatto  menzione, e ancora si vede al primo giro, e non v'avea abitanti il quarto ch' oggi. I Fiesolani erano molto scemati, e alla disfazione di Fiesole molto si sparsono, e chi and in una parte e chi in una altra; ma i pi ne vennoro a Firenze, e pur fu grossa citt al tempo d'allora; ma per quello troviamo, con tutti i Fiesolani non furono la met ch' oggi a' nostri d. E nota perch i Fiorentini sono sempre in scisma, e in parti, e in divisioni tralloro, che nonn- da maravigliare: l'una ragione si  perch la citt fu reedificata, come fu detto al capitolo della sua reedificazione, sotto la signoria e influenzia della pianeta di Marti che sempre conforta guerre e divisioni; l'altra ragione pi certa e naturale si  che' Fiorentini sono oggi stratti di due popoli cos diversi di modi, e sempre per antico erano stati nemici, siccome del popolo de' Romani e di quello de' Fiesolani; e ci potemo vedere per isperienza vera, e per le diverse mutazioni e partigioni e sette che dapoi che' detti due popoli furono congregati in uno avennero in Firenze di tempi in tempi, come in questo libro omai pi stesamente far menzione.

"VIII"


(Come la citt di Firenze crebbe lo cerchio, prima di fossi e steccati, poi di mura.)

Dapoi che' Fiesolani tornarono in grande parte ad abitare in Firenze, come detto  dinanzi, la citt s'empi pi di gente e di popolo, e crescendo in borghi e abituri di fuori della vecchia e piccola citt, poco tempo appresso convenne di nicessit chella citt si crescesse di cerchio, prima di fossi e di steccati; e poi al tempo d'Arrigo terzo imperadore si feciono le mura, acci chelle borgora e acrescimenti di fuori per le guerre che apparieno in Toscana per cagione del detto Arrigo non potessono essere presi n guasti, e la citt pi tosto assediata da' nemici. E per a quel tempo, negli anni di Cristo MLXXVIII, come innanzi incidendo le storie d'Arrigo terzo far menzione, cominciarono i Fiorentini le nuove mura, cominciando dalla parte del levante alla porta di San Piero Maggiore, la quale fu alquanto dietro alla detta chiesa, mettendo il borgo di San Piero Maggiore e la chiesa detta dentro alle nuove mura. E poi ristrignendosi dalla parte di tramontana, poco di lungi al detto borgo fece gomito ad una postierla chessi chiam la porta Albertinelli per una schiatta ch'era in quel luogo, che cos fu chiamata; poi seguendo insino alla porta di borgo San Lorenzo, mettendo la detta chiesa dentro alle mura; e poi appresso ebbe due postierle, l'una alla forca di campo Corbolini, e l'altra si chiam poi la porta del Baschiera; conseguendo poi insino alla porta di San Paolo, e appresso seguendo insino alla porta alla Carraia, a la quale fece fine il muro in su l'Arno, ove poi si cominci e fece uno ponte chessi chiama il ponte alla Carraia per lo nome di quella porta; e poi seguendo le mura non per troppe alte in su la riva d'Arno, mettendo dentro ci ch'era di fuori alle mura vecchie, ci era il borgo di San Brancazio, e quello di Parione, e quello di Santo Appostolo, e quello di porte Sante Marie insino al ponte Vecchio; e poi appresso in su la riva d'Arno insino al castello Altrafonte. Di l si partirono alquanto le mura dalla riva d'Arno, sicch vi rimase via in mezzo, e due postierle onde s'andava al fiume. Poi faceano tanto e volgeano ove  oggi la coscia del ponte Rubaconte, e ivi alla rivolta avea una porta chessi chiamava la porta de' Buoi, perch ivi di fuori si facea il mercato de' buoi, che poi fu nomata la porta di messere Ruggieri da Quona, per che i detti da Quona quando vennero ad abitare alla citt si puosono in su la detta porta. Poi seguirono le mura dietro a SaIacopo tralle fosse, perch era in su' fossi, insino ov' oggi il capo della piazza dinanzi alla chiesa de' frati minori detta Santa Croce; e quivi avea una postierla ch'andava all'isola d'Arno, poi seguendo le dette mura per linea diritta sanza niuna porta o postierla, ritornando insino a San Piero Maggiore ove cominciano. E cos ebbe la citt nuova di Firenze di qua dall'Arno V porte per gli V sesti, una porta per sesto, e pi postierle, com' fatta menzione. Oltrarno si avea tre borghi, i quali tutti e tre cominciavano al ponte Vecchio di l da Arno: l'uno si chiamava e chiama ancora borgo Pidiglioso, perch'era abitato di vile gente, e era in capo del detto borgo una porta chessi chiamava la porta a Roma, ove sono oggi le case de' Bardi presso a Santa Lucia de' Magnoli e passato il ponte Vecchio, e per quella via s'andava a Roma per lo cammino da Fegghine e d'Arezzo; altre mura non avea al detto borgo se non il dosso delle case di costa al poggio. L'altro borgo era quello di Santa Felicita, detto il borgo di Piazza, che avea una porta ove  oggi la piazza di San Filice, onde va il cammino a Siena; e un altro borgo chessi chiamava di SaIacopo, che avea una porta ove sono oggi le case de' Frescobaldi, che andava il cammino a Pisa. A' detti tre borghi del sesto d'Oltrarno non avea altre mura se non le porte dette e' dossi delle case di dietro che chiudeano le borgora con giardini e ortora di dietro. Ma da poi chello 'mperadore Arrigo terzo venne ad oste afFirenze, i Fiorentini feciono murare Oltrarno, cominciando a la detta porta a Roma montando adietro al borgo a la costa di sotto a San Giorgio, e poi riuscieno dietro a Santa Felicita, rinchiudendo il borgo di Piazza e quello di SaIacopo, e quasi come andavano i detti borghi; ma poi si feciono le mura d'Oltrarno al poggio pi alte, come sono ora, al tempo che di prima i Ghibellini signoreggiarono la citt di Firenze, come faremo menzione a luogo e a tempo. Lasceremo alquanto de' fatti di Firenze, e tratteremo degl'imperadori che furono appresso il primo Arrigo, checci sono di nicessit a raccontare per conseguire la nostra storia.

"IX"


(Come Currado primo fu fatto imperadore.)

Dopo la morte d'Arrigo primo imperadore fu eletto e consegrato Currado primo per Benedetto papa ottavo negli anni di Cristo MXV. Questi fu di Soavia, e regn nello 'mperio XX anni, e quando egli pass in Italia, non possendo avere la signoria di Melano, sll'assedi infino ne' borghi; ma prendendo la corona del ferro di fuori di Melano in una chiesa, cantando la messa, s venne uno grande tuono e saetta in quella chiesa, e alquanti ne morirono; e levato l'arcivescovo che cantava la messa dall'altare, disse a Currado imperadore che visibilemente vide santo Ambruogio che fortemente il minacciava se non si partisse dall'assedio di Melano; e egli per quella amonizione si lev da oste, e fece pace co' Melanesi. Questi fu giusto uomo, e fece molte leggi, e tenne lo 'mperio in pace lungo tempo. Bene and in Calavra contro a' Saracini ch'erano venuti a guastare il paese, e colloro combatto, e con grande spargimento di sangue de' Cristiani gli cacci e conquise. Questo Currado si dilett assai della stanza della citt di Firenze quando era in Toscana, e molto l'avanz, e pi cittadini di Firenze si feciono cavalieri di sua mano e furono al suo servigio. E acci che si sappia chi erano i nobili e possenti cittadini in quegli tempi nella citt di Firenze, brievemente ne faremo menzione.

"X"


(De' nobili ch'erano nella citt di Firenze al tempo del detto imperadore Currado: prima di quegli d'intorno al Duomo.)

Come adietro  fatta menzione, la prima reedificazione della picciola Firenze era divisa per quartieri, cio per quattro porte; e acci che noi possiamo meglio dichiarire i nobili legnaggi e case che a' detti tempi, disfatta Fiesole, erano in Firenze grandi di podere, s gli conteremo per gli quartieri ove abitavano. E prima quegli della porta del Duomo, che fu il primo ovile e stazzo della rifatta Firenze, e dove tutti i nobili cittadini di Firenze la domenica facieno riparo e usanza di cittadinanza intorno al Duomo, e ivi si faceano tutti i matrimoni e paci, e ogni grandezza e solennit di Comune: e appresso porta San Piero, e poi porta San Brancazio, e porta Sante Marie. E porte del Duomo erano abitanti il legnaggio de' filii Giovanni, e quegli de' filii Guineldi, che furono i primi che reedificarono la citt di Firenze, onde poi sono discesi molti lignaggi di nobili in Mugello e in Valdarno e in citt assai, che oggi sono popolari e quasi venuti a fine: furono i Barucci che stavano da Santa Maria Maggiore, che oggi sono venuti meno; bene furono di loro legnaggio gli Scali e' Palermini. Erano ancora nel detto quartiere Arrigucci, e' Sizii, e' figliuoli della Tosa. Questi della Tosa furono uno legnaggio co' Bisdomini, e padroni e difenditori del vescovado; ma partissi uno di loro da' suoi di porta San Piero, e tolse per moglie una donna chiamata la Tosa, che n'ebbe lo retaggio, onde diriv quello nome. Eravi quelli della Pressa che stavano tra' Chiavaiuoli, gentili uomini.

"XI"


(Delle case de' nobili del quartiere di porta San Piero.)

Nel quartiere di porta San Piero erano i Bisdomini che, come di sopra  detto, e' sono padroni del vescovado, e gli Alberighi, che fu loro la chiesa di Santa Maria Alberighi da casa i Donati, e oggi non n' nullo; i Ravignani furono molto grandi, e abitavano in sulla porta San Piero, che furono poi le case de' conti Guidi, e poi de' Cerchi, e di loro per donna nacquero tutti i conti Guidi, come adietro  fatta menzione, della figliuola del buono messere Bellincione Berti: a' nostri d  venuto tutto meno quello legnaggio. I Galligari, e Chiarmontesi, e Ardinghi che abitano in Orto San Michele, erano molto antichi; e simile i Giuochi che oggi sono popolani, che abitavano da Santa Margherita; Elisei che simile sono oggi popolani, che stanno presso a Mercato Vecchio; e in quello luogo abitavano i Caponsacchi, che furono grandi Fiesolani; i Donati, overo Calfucci, che tutti furono uno legnaggio, ma i Calfucci vennoro meno; e quegli della Bella di San Martino anche divenuti popolani; e il legnaggio degli Adimari i quali furono stratti di casa i Cosi, che oggi abitano in Porta Rossa, e Santa Maria Nipotecosa feciono eglino; e bene che sieno oggi il maggiore legnaggio di quello sesto e di Firenze, non furono per in quelli tempi de' pi antichi.

"XII"


(Di quegli del quartiere di porta San Brancazio.)

Nel quartiere della porta di San Brancazio erano grandissimi e potenti la casa de' Lamberti, nati per loro antichi della Magna; gli Ughi furono antichissimi, i quali edificarono Santa Maria Ughi, e tutto il poggio di Montughi fu loro, e oggi sono spenti; i Catellini furono antichissimi, e oggi non n' ricordo: dicesi che' figliuoli Tieri per bastardo nati fossono di loro lignaggio; i Pigli gentili uomini e grandi in quegli tempi, Soldanieri, e Vecchietti; molto antichi furono quegli dell'Arca, e oggi sono spenti; e' Migliorelli, che oggi sono niente; e' Trinciavelli da Mosciano furono assai antichi.

"XIII"


(Di quegli del grande quartiere di porta Santa Maria e di San Piero Scheraggio.)

Nel quartiere della porta Sante Marie, ch' oggi nel sesto di San Piero Scheraggio, e quello di Borgo, avea molto possenti e antichi legnaggi. I maggiori erano gli Uberti, nati e venuto il loro antico della Magna, che abitavano ov' oggi la piazza de' priori e 'l palagio del popolo; i Fifanti, detti Bogolesi, abitavano in sul canto di porte Sante Marie, e' Galli, Cappiardi, Guidi, e Filippi che oggi sono niente allora erano grandi e possenti, abitavano in Mercato Nuovo; e simile i Greci, che fu loro tutto il borgo de' Greci, oggi sono finiti e spenti, salvo che n'ha in Bologna di loro legnaggio; Ormanni che abitavano ov' oggi il detto palagio del popolo, e chiamansi oggi Foraboschi. E dietro a San Piero Scheraggio, ove sono oggi le case de' figliuoli Petri, furono quegli della Pera, overo Peruzza, e per loro nome la postierla che ivi era si chiamava porta Peruzza: alcuno dice che' Peruzzi che sono oggi furono stratti di quello legnaggio, ma non l'affermo. I Sacchetti che abitano nel Garbo furono molto antichi; intorno a Mercato Nuovo erano grandi i Bostichi, e quegli della Sannella, e Giandonati, e Infangati; in borgo Santo Appostolo erano grandi Gualterotti e Importuni, che oggi sono popolani; i Bondelmonti erano nobili e antichi cittadini in contado, e Montebuoni fu loro castello, e pi altri in Valdigrieve; prima si puosono Oltrarno, e poi tornarono in Borgo. I Pulci, e' conti da Gangalandi, Ciuffagni, e Nerli d'Oltrarno furono ad un tempo grandi e possenti con Giandonati e con quegli della Bella insieme nomati di sopra; e dal marchese Ugo che fece la Badia di Firenze ebbono l'arme e la cavalleria, imperci che intorno allui furono molto grandi.

"XIV"


(Come in quegli tempi era poco abitato Oltrarno.)

Avemo nomati i nobili e possenti cittadini che a' tempi dello imperadore Currado primo erano di rinnomea e di stato in Firenze; altri pi legnaggi v'avea di pi piccolo affare che non se ne facea rinnomea, e oggi sono fatti grandi e possenti; e degli antichi nomati di sopra sono calati, e tali venuti meno, che a' nostri d apena n' ricorso se non per questa nostra cronica. Oltrarno nonn-avea in quegli tempi gente di lignaggio n di rinnomo, per che, come avemo detto addietro, e' nonn-era della citt antica, ma borghi abitati di vili e minute genti. Lasceremo ora di raccontare de' fatti di Firenze infino che fia tempo e luogo, quando i Fiorentini cominciarono a mostrare loro potenzia, e diremo brievemente degl'imperadori che furono dopo Currado primo, e della contessa Mattelda, e di Ruberto Guiscardo che conquist in quegli tempi Puglia e Cicilia, che di raccontare di tutti ci  di nicessit per le mutazioni che n'avennero in Italia e poi alla nostra citt di Firenze.

"XV"


(Come fu fatto imperadore Arrigo secondo detto terzo, e le novit che furono al suo tempo.)

Dopo la morte del detto Currado fu eletto imperadore Arrigo secondo: e chi disse figliuolo, ma e' fu pure genero del detto Currado imperadore, e figliuolo del conte Leopoldo Palatino di Baviera nipote del primo Arrigo. Questo Arrigo fu profetato la notte ch'egli nacque in questo modo: che 'l detto Currado essendo egli cacciando, arrivato di notte solo in una foresta in povera casa, ove abitava il padre e la madre isfuggiti e in bando dello 'mperio per micidio, ove il detto Arrigo nacque, vegnendogli in visione che 'l detto nato fanciullo sarebbe suo genero e succederebbe allo 'mperio, Currado, credendo che fosse figliuolo di villano, non conoscendo il conte suo padre, per disdegno il comand a uccidere nella foresta; e i suoi famigliari per volont di Dio lo lasciarono vivo, rapportando chell'aveano morto. E poi crebbe in bont e inn-istato, sicch nella corte del detto Currado fu al servigio il detto Arrigo; e ricordandosi lo 'mperadore di lui, e riconoscendolo per certi indizii e segnali di lui, il mand alla moglie con lettere che 'l facesse uccidere incontanente; e per uno prete con cui alberg in cammino, come piacque adDio, s lev delle lettere quelle parole contamente, e mise che gli desse la figliuola per moglie, e cos fu fatto; e il distino premesso da Dio pure segu. Con tutti i contasti di Currado, questo Arrigo fu coronato negli anni di Cristo MXL, e regn XVII anni. Questo Arrigo imperadore pass in Italia, e lui coronato a Roma da papa Clemente secondo, il quale papa il detto imperadore fece fare, e dispuose tre papi ch'erano in questione; l'uno si chiam papa Benedetto nono, l'altro papa Silvestro terzo, l'altro papa Gregorio sesto; e aveano l'uno l'altro disposto e cacciato di Roma. Poi ci fatto, il detto Arrigo si and nel Regno per guerreggiare in Puglia e in Campagna tra' signori insieme; s prese Pandolfo prencipe di Capova e menolne in Alamagna, e mise in signoria un altro Pandolfo conte di Tarentino, e poi si torn nella Magna dimorando poco in Italia. Per la qual cosa il paese d'Italia si commosse molto in guerra l'uno signore contra l'altro, e' Romani tralloro, e rubarono la Chiesa, e le sue possessioni, e cose, e pellegrini. Ma essendo in quegli tempi tornato in istato papa Gregorio sesto, di Roma cacci papa Clemente ch'era uomo di poco valore; come signore laico con armata mano difese e racquist le giuridizioni, possessioni, e cose della Chiesa; e ebbe guerra e battaglia col detto Arrigo chell'avea disposto, e soprastogli; e tutto fosse per questa cagione uomo di sangue, s fece buona fine e con santo repentimento, mostrando a' suoi frati cardinali che ci che avea fatto era per ricoverare lo stato di santa Chiesa, e non per niuna singulare propiet di sua avarizia, assegnando per autorit di santa Scrittura come i cherici al bisogno si debbono mettere come muro dinanzi alle battaglie a difensione della fede e di santa Chiesa. E Idio mostr miracoli per lui; ch lui morto, i cardinali e l'altro chericato di Roma nollo voleano soppellire in San Piero in luogo sagro, ma missollo di fuori dalle reggi, siccome alla sua fine ordin, perch'era stato uomo di sangue, che se Idio mostrasse miracolo in lui, che 'l seppellissono dentro alla chiesa. E ci fatto, e chiuse e serrate le porte di San Piero, subitamente venne uno turbo con uno vento s impetuoso che per forza lev le porte della chiesa, e portolle in coro. Allora conosciuto il miracolo del santo uomo, s 'l soppellirono nella chiesa con grande solennit e reverenzia.

"XVI"


(Come Arrigo terzo fu fatto imperadore, e le novit d'Italia che furono al suo tempo, e come la corte di Roma fu in Firenze.)

Apresso la morte d'Arrigo secondo fu eletto imperadore Arrigo terzo, detto quarto quanto in nome di re, ma terzo ch'ebbe corona d'imperio, negli anni di Cristo MLV, e regn nello imperio XLVIIII anni. Questi fu figliuolo dell'altro Arrigo di Baviera. Al tempo di costui ebbe molte novit in Italia e in Firenze, come faremo menzione. Al suo tempo fu fame e mortalit per tutto il mondo, e nel cerchio della luna apparve la pianeta di Venus chiara e aperta, e mai non si vide in tale aspetto. Questo Arrigo fece fare per sua fortezza papa Vittorio nato d'Alamagna, il quale papa nella citt di Firenze fece concilio negli anni di Cristo MLVIIII, e molti vescovi dispuose per loro peccati di fornicazioni e di simonia. E partendosi la corte di Firenze, e 'l detto papa andando in Alamagna allo 'mperadore Arrigo, ricevuto a grande onore, poco appresso s moro. E dopo lui fu fatto papa nella citt di Firenze per gli cardinali papa Stefano nato di Lotteringa in Brabante: vivette da X mesi, e mor nella detta citt di Firenze, e nella chiesa maggiore di Santa Reparata fu sepulto. E dopo lui fu fatto per forza papa Benedetto vescovo di Velletro, e poi fu in capo de' VIIII mesi cacciato del papato e mor. E dopo lui fu fatto papa il vescovo di Firenze ch'era di Borgogna, essendo la corte nella citt di Siena, e fu chiamato papa Niccolaio secondo, e regn tre anni e mezzo, e mor in Roma. E dopo allui regn papa Allessandro nato di Melano XI anni e mezzo, ma al suo tempo i Lombardi feciono un altro papa, chiamato Calduco vescovo di Parma, e contra Allessandro venne due volte colla forza de' Lombardi a Roma per avere il papato, ma niente gli valse. Alla fine papa Allessandro a richiesta d'Arrigo imperadore and a Mantova, e l fece concilio, e chetarsi le riotte e scisme ch'erano nella Chiesa; e questo Allessandro rimase papa, e tornossi a Roma, e l mor; e poi fu papa Gregorio settimo. In questi tempi infino gli anni di Cristo MLXXVIII, essendo la citt di Firenze assai agrandita e montata in istato per l'essere della corte di Roma che pi tempo vi stette, e per la guerra chessi cominci al tempo del detto papa Gregorio tra lo 'mperadore Arrigo e la Chiesa e la contessa Mattelda, come innanzi far menzione, i Fiorentini feciono il secondo cerchio di mura alla citt, ov'erano i fossi e steccati, come addietro  fatta menzione nel capitolo della detta edificazione.

"XVII"


(Come santific santo Giovanni Gualberti cittadino di Firenze e padre dell'ordine di Valembrosa.)

Al tempo del detto Arrigo imperadore fu uno gentile uomo del contado di Firenze nato di messere Gualberto cavaliere de' signori da Petroio di Valdipesa, il quale avea nome Giovanni. Questi essendo laico e in guerra co' suoi vicini, i quali aveano morto uno suo fratello, vegnendo a Firenze con sua compagnia armati a cavallo, trov il nimico suo che aveva morto il fratello, assai presso della chiesa di San Miniato a Monte; il quale suo nimico veggendosi sorpreso, si gitt in terra a' piedi di Giovanni Gualberti, faccendogli croce delle braccia, cheggendogli merc per Ies Cristo che fu posto in croce. Il quale Giovanni compunto da Dio, ebbe piet e misericordia del nemico, e perdonogli, e menollo a offerere nella chiesa di Santo Miniato dinanzi al Crocifisso. Della quale misericordia Iddio mostr aperto miracolo, che veggente tutti il Crocifisso si chin al detto Giovanni Gualberti, e allui fece grazia di lasciare il secolo e convertirsi a religione, e fecesi monaco nella detta chiesa di Santo Miniato. Ma poi trovando l'abate simoniaco e peccatore, se n'and come eremita nell'alpe di Valembrosa, e quivi gli crebbe la grazia d'Iddio e la sua santit, che, come piacque adDio, fu il primo cominciatore di quella badia e santo ordine, onde poi molte badie sono scese in Toscana e in Lombardia, e molti santi monaci. E egli vivendo, e poi, fece molti miracoli, come racconta la sua leggenda, e fu molto tenuto chiaro di fede e di vita da papa Stefano ottavo, e poi da papa Gregorio settimo; e pass di questa vita alla badia di Pasignano gli anni di Cristo MLXXIII, e dal detto papa Gregorio fu poi con grande divozione calonizzato.

"XVIII"


(Innarrazione di pi cose che furono a questi tempi. )

In questi tempi, gli anni di Cristo MLXX, pass in Italia Ruberto Guiscardo duca de' Normandi, il quale per sua prodezza e senno fece grandi cose, e oper in servigio di santa Chiesa contro ad Arrigo terzo imperadore chella perseguitava, e contro Allessio imperadore, e contro a' Viniziani, come appresso faremo menzione; per la qual cosa egli fu fatto signore di Cicilia e di Puglia colla confermagione di santa Chiesa, e gli suoi discendenti appresso infino al tempo d'Arrigo di Soavia, padre di Federigo secondo, ne furono re e signori. E simigliante in questi medesimi tempi si fu la valente e savia contessa Mattelda, la quale regnava in Toscana e in Lombardia e quasi di tutto fu donna, e molte grandi cose fece al suo tempo per santa Chiesa, sicch mi pare ragione e chessi convegna dire di loro cominciamento e stato in questo nostro trattato, imperci che molto si mischia a' fatti della nostra citt di Firenze per le successioni che de' loro fatti seguirono in Toscana. E prima diremo di Ruberto Guiscardo e poi della contessa Mattelda, e' loro prencipii e le loro operazioni brievemente, tornando poi a nostra materia e fatti della nostra citt di Firenze, i quali per acrescimento e operazioni de' Fiorentini cominci a moltiplicare e a istendere la fama di Firenze per l'universo mondo, pi che non era stato per lo addietro; e imperci quasi per necessit ne conviene nel nostro trattato [raccontare] pi universalmente da quinci innanzi de' papi, e degl'imperadori, e de' re, e di pi province del mondo le novit e cose state per gli tempi, imperci che molto riferiscono alla nostra materia, e perch il sopradetto terzo Arrigo imperadore fu cominciatore dello scandalo dalla Chiesa allo 'mperio, e poi Guelfi e Ghibellini, onde si cominciarono le parti d'imperio e della Chiesa in Italia, le quali crebbono tanto che tutta Italia n' maculata e quasi tutta Europia, e molto mali, e pericoli, e distruggimenti, e mutazioni ne sono seguitate alla nostra citt e a tutto l'universo mondo, s come innanzi conseguendo nel nostro trattato per li tempi faremo menzione. E cominceremo omai al di sopra d'ogni carta a segnare gli anni (Domini) seguendo di tempo in tempo ordinatamente, acci che pi apertamente si possano ritrovare le cose passate.

"XIX"


(Di Ruberto Guiscardo e di suoi discendenti i quali furono re di Cicilia e di Puglia.)

Adunque, come addietro  fatto menzione, nel tempo di Carlo imperadore che detto  Carlo il Grosso, che imperi negli anni (Domini) VIIIcLXXX insino in VIIIcLXXXII, i Normanni pagani venuti di Norvea, in Alamagna e in Francia passarono, con guerra strignendo e tormentando i Galli e' Germani. Carlo con potente mano contro a' Normanni venne, e fatta la pace e confermata per matrimonio, ire de' Normanni battezzato, e del sacro fonte dal detto Carlo ricevuto fu; e alla perfine non potendo Carlo i Normanni di Francia cacciare, concedette loro regioni ch' di l dalla Seccana, chiamata Lada Serna, la qual parte insino a oggi  detta Normandia per gli detti Normandi, nella qual terra infino d'allora il duca per lo re vi sono mutati. Fu dunque il primo duca Ruberto, a cui succedette il figliuolo suo Guiglielmo, il quale gener Ricciardo, e Ricciardo ingener il secondo Ricciardo. Questo Ricciardo ingener Ricciardo e Ruberto Guiscardo, il quale Ruberto Guiscardo non fu duca di Normandia, ma fratello del duca Ricciardo. Questi secondo l'usanza loro, per che minore figliuolo era, non ebbe la signoria del ducato, e imper volendo spermentare la sua bont, povero e bisognoso in Puglia venne, e era in quel tempo duca in Puglia Ruberto nato del paese, al quale Ruberto Guiscardo vegnendo, prima suo scudiere, e poi dallui fatto cavaliere. Adunque venuto Ruberto Guiscardo a questo duca Ruberto, molte vittorie con prodezze contro a' nemici mostr, il quale aveva guerra col prenze di Salerno, e guidardonato magnificamente torn in Normandia: le dilizie e le ricchiezze di Puglia rec in fama, ornati i cavagli con freni d'oro e con ferri d'argento ferrati, in testimonio di ci s com'era; per la qual cosa provocati a s pi cavalieri, seguendo questa cosa per cuvidigia di ricchezze e di gloria, tornando in Puglia tostamente, seco gli men, e stette apo il duca di Puglia fedelmente contro a Gottifredi duca de' Normanni; e non lungo tempo poi, Ruberto duca di Puglia vegnendo a la morte, di volont di suoi baroni nel ducato il fece successore, e come promesso gli avea, la figliuola prese a moglie, gli anni di Cristo MLXXVIII. E poco tempo passato, Alesso imperadore di Gostantinopoli, che Cicilia e parte di Calavra aveva occupata, e' Viniziani vinse, e tutto il regno di Puglia e di Cicilia prese; e avegna che contro alla Chiesa romana questo facesse a cui il regno di Puglia era propia possessione, e la contessa Mattelda era contro a Ruberto Guiscardo, guerra facesse in servigio di santa Chiesa; ma Ruberto riconciliato alla perfine colla Chiesa di sua volont, fatto ne fu signore. E non molto poscia Gregorio settimo, assediato co' cardinali da Arrigo quarto imperadore nel Castello di Santo Angelo, vegnendo a Roma, e cacciato per forza il detto Arrigo co l'antipapa suo il quale avea fatto per sua forza, dall'asedio il papa e' cardinali diliber, e il papa nel palagio di Laterano rimise, puniti gravemente i Romani che contro a papa Gregorio favore allo 'mperadore Arrigo e al papa per lui fatto aveano dato. Questo Ruberto Guiscardo duca di Puglia faccendo una volta caccia, seguitando una bestia al profondo d'una selva, e ignorando quello che avenisse di lui e compagni, e dov'egli fosse e che facesse non potendolo sapere, veggendo adunque Ruberto appressata la notte, abbandonata la bestia che seguitava, a casa procacciava reddire; e tornando, trov nella selva uno lebbroso che stantemente aiuto gli domandava; e quando alcuna cosa gli dicesse, rispuose al lebbroso che non faccea ass utile penitenzia, ma egli vorrebbe innanzi portare ogni incarico e ogni gravamento; e domandando al lebbroso che volesse, disse: "Voglio che dopo voi mi pognate a cavallo"; acci che forse abbandonato nella selva, le bestie nollo divorassono. Allora Ruberto dopo s nel cavallo lietamente il ricevette; e come cavalcando procedessero, a cotal conte cos il lebbroso disse: "Tanto freddo aghiaccia le mie mani, che se nelle tue carni nolle riscaldo a cavallo non mi potr tenere". Allora quegli al lebbroso concedette che sicuramente sotto i suoi panni le mani ponesse, e le carni sue e le membra contentasse sanza nulla paura. E terza volta il lebbroso ancora per misericordia richeggendolo, in sella il puose, e egli venendo in groppa, il lebbroso abracciava, e insino alla sua propia camera il menava, e nel suo propio letto il puose; e acci che si riposasse, diligentemente il collog, non sentendolo alcuno della sua famiglia. E come la festa della cena fatta fosse, detto alla moglie che nel letto suo avea allogato il lebbroso, la moglie incontanente alla camera and, a sapere se quello povero infermo volesse cenare; la camera sanza libamina trov tanto odorifera, come se di tutte le cose odorifere fosse piena, s fattamente che mai Ruberto n la moglie tanto odore mai non sentirono, elebbroso cerco che venuto v'era, non conobbero, maravigliandosi oltre misura il marito e la moglie di tanta maraviglia; ma con reverenzia e con tremore Iddio l'uno e l'altro addimandano che debbia loro rivelare che ci sia. E il seguente d per visione apparve Cristo a Ruberto dicendo che s in forma di lebbroso gli s'era mostrato, acci che provasse la sua piet; e anunziogli che della sua moglie avrebbe figliuoli, de' quali l'uno imperadore, l'altro re, il terzo duca sarebbe. Di questa promessione confortato Ruberto, abattuti i rubelli di Puglia e di Cicilia, di tutto aquist la signoria, e ebbe V figliuoli: Guiglielmo, che prese per moglie la figliuola d'Alesso imperadore de' Greci, e fu dello 'mperio di colui duca e possessore, ma mor sanza figliuoli (questi si dice che fu Guiglielmo il quale fu detto Lungaspada; ma questo Lungaspada molti dicono che non fu del legnaggio di Ruberto Guiscardo, ma della schiatta de' marchesi di Monteferrato); e 'l secondo figliuolo di Ruberto Guiscardo, Boagdinos, che fu in prima duca di Taranto; il terzo fu Ruggieri duca di Puglia, che dopo la morte del padre fu coronato re di Cicilia da papa Onorio secondo; il quarto figliuolo di Ruberto Guiscardo fu Arrigo duca de' Normandi; il quinto figliuolo Ricciardo conte Cicerat, credo della Terra. Questo Ruberto Guiscardo dopo molte e nobili cose in Puglia fatte, per cagione di divozione dispuose di volere andare in Gerusalem in peregrinaggio; e detto gli fu in visione che morrebbe in Gerusalem. Dunque acomandato il regno a Ruggieri suo figliuolo, prese per mare il viaggio verso Gerusalem, e pervenendo in Grecia al porto che si chiam poi Porto Guiscardo per lui, cominci ad agravare di malatia; e confidandosi nella rivelazione che fatta gli fu, in niuno modo temea di morire. E era incontro al detto porto una isola, alla quale per cagione di ripigliare forza e riposo si fece portare, e portatolo, l non migliorava, ma quasi forte agravava. Allora domand come si chiamava quella isola; e risposto gli fu per gli marinai che per l'antica Gerusalem si chiama. La qual cosa udita, incontanente certificato della sua morte, divotamente tutte le cose che alla salute dell'anima s'appartengono acconci, e mor grazioso adDio, negli anni di Cristo MCX; il quale regn in Puglia XXXIII anni. Queste cose di Ruberto Guiscardo in alcuna cronica parte se ne leggono, e parte a coloro n'ud narrare i quali le storie del regno di Puglia pienamente seppono.

"XX"


(De' successori di Ruberto Guiscardo che furono re di Cicilia e di Puglia.)

Apresso, Ruggieri figliuolo del duca Ruberto Guiscardo gener l'altro Ruggieri; e questo Ruggieri dopo la morte del padre fatto re di Cicilia, gener Guiglielmo e Costanzia sua serocchia. Questo Guiglielmo onoratamente e magnamente il regno di Cicilia possedette, e ebbe per moglie la figliuola del re di Inghilterra, e di lei nonn-avendone n figliuolo n figliuola, e con ci sia cosa che morto Ruggieri il padre, adempiuta gi la signoria del regno di Guiglielmo, alcuna profezia divolgata fu che Costanzia sua serocchia in distruzione e ruina reggerebbe il reame di Cicilia; onde il re Guiglielmo chiamati gli amici e' savi suoi, adomand consiglio di quello che avesse affare della serocchia sua Costanzia; e fu consigliato dalla maggiore parte di coloro che se volesse chella signoria reale fosse sicura, chella facesse morire. Ma intra gli altri uno ch'avea nome Tancredi duca di Taranto, il quale era stato nipote di Ruberto Guiscardo della serocchia chessi crede che fosse moglie di Bagnamonte principe d'Antioccia, questi contradicendo il detto degli altri, umili il re Guiglielmo che innocentemente non facesse morire la donna; e cos fu fatto chella detta Costanzia fosse riservata da morte; la quale non voluntariamente, ma per temenza di morte, quasi come monaca si nutricava in alcuno munistero di monache. Morto Guiglielmo, Tancredi sopradetto succedette a Guiglielmo nel regno, e recatolo ass sanza volont della Chiesa di Roma, alla quale la ragione di quello regno e la propiet pertenea. Questo Tancredi, di natural senno amaestrato, fu molto pieno di scienzia, e ebbe una moglie pi bella chella Sibilla, donna sanza urba secondo l'oppinione di molti, della quale gener due figliuoli e tre figliuole: il primo fu chiamato Ruggieri, il quale vivendo il padre fu fatto re, e morissi; il secondo fu Guiglielmo il giovane, il quale vivendo il padre fu fatto re, e morto il padre alquanto tenne il regno. Intra queste cose vivendo Tancredi e regnando, Costanzia serocchia del re Guiglielmo era, gi forse d'et di L anni, del corpo non della mente monaca nella citt di Palermo. Nata adunque discordia intra re Tancredi e l'arcivescovo di Palermo, forse per questa cagione che Tancredi le ragioni della Chiesa occupava, pens adunque l'arcivescovo come il regno di Cicilia potesse trasmutare ad altro signore, e tratt segretamente col papa che Gostanzia si maritasse ad Arrigo duca di Soavia figliuolo di Federigo maggiore; e Arrigo presa per moglie, a cui il regno parea ch'apartenesse di ragione, imperadore fu coronato da papa Cilestrino. Questo Arrigo, morto Tancredi, entr nel regno di Puglia e molti pun di quegli che con Tancredi s'erano tenuti, e che favore gli aveano dato, e che alla reina Costanzia aveano portata ingiuria, e vergogna aveano fatta contro a la nobilit del suo onore. Questa Costanzia fu madre di Federigo secondo, il quale del romano imperio non nudritore, ma pi tosto Federigo che a distruzione il rec, siccome pienamente ne' suoi fatti aparir. Morto adunque Tancredi, il regno rimase al suo figliuolo Guiglielmo, giovane d'et e di senno; ma Arrigo entrato nel regno col suo esercito gli anni di Cristo MCLXXXXVII, pace non vera col giovane re Guiglielmo prese d'avere, e lui frodolentemente pigliando e occultamente, pochi sentendolo, in Soavia colla serocchia inn-iscacciamento mand, e privatolo degli occhi, ivi infino alla morte il fece sotto guardia guardare. Con questo Guiglielmo figliuolo di Tancredi furono tre serocchie, cio Alberia, Costanzia, e Madama. Morto Arrigo imperadore, e Guiglielmo il giovane castrato e tratti gli occhi morto, Filippo duca di Soavia queste tre figliuole di Tancredi re, a preghiere della moglie che fu figliuola dello 'mperadore Manovello di Costantinopoli, e liberatele dello esilio e della carcere, le lasci andare. E Alberia, overo Aceria, tre mariti ebbe. Il primo fu conte Gualtieri di Brenna fratello del re Giovanni, del quale nacque Gualterano conte d'Ioperi, a cui il re di Cipri diede la figliuola per moglie; morto il conte Gualtieri dal conte Tribaldo Tedesco, Albira si fece a moglie il conte Iacopo di Tricario, del quale ebbe il conte Simone e madonna Adalitta; e costui morto, papa Onorio Albira per moglie diede al conte Tigrimo Palatino conte in Toscana, e per dote gli diede il contado di Letia e di Montescaglioso nel regno di Puglia. Ma Costanzia fu moglie di Marchesono duca de' Viniziani. La terza serocchia che Madama ebbe nome marito non ebbe. Queste furono cose de' successori di Ruberto Guiscardo nel regno di Cicilia e di Puglia infino a Gostanzia madre di Federigo imperadore figliuolo del re Arrigo; e cos mostra che signoreggiassono il regno di Cicilia e di Puglia Ruberto Guiscardo e' suoi successori CXX anni. Lasceremo de' re di Cicilia e di Puglia, e diremo chi fu la valente contessa Mattelda.

"XXI"


(Della contessa Mattelda.)

La madre della contessa Mattelda  detto che fu figliuola d'uno che regn in Costantinopoli imperadore, nella cui corte fu uno Italiano di nobili costumi e di grande lignaggio e liberale, e amaestrato nell'armi, destro e dotato di tutti doni, s come quegli in cui ilegnaggio chiaramente suole militare. Per tutte queste cose era a tutti amabile, e grazioso in costumi. Cominciando a guardare la figliuola dello 'mperadore, occultamente di matrimonio si congiunse, e prese i gioelli e la pecunia che poterono avere, e collui in Italia si fugg, e prima pervennono nel vescovado di Reggio in Lombardia, e di questa donna e del marito nacque la valente contessa Mattelda; ma il padre della detta donna, cio lo 'mperadore di Costantinopoli, che non avea altra figliuola, assai fece cercare come la potesse trovare, e trovata fu da coloro chella cercavano nel detto luogo; e richiesta dalloro che tornasse al padre chella rimariterebbe a qualunque principe volesse, rispuose costui sopra tutti avere eletto, e che impossibile sarebbe che abandonato costui, mai con altro uomo s congiugnesse. E nunziate queste cose allo 'mperadore, mand incontanente lettere e confermamento del matrimonio, e pecunia sanza novero, e comand chessi comperasse castella e ville per cheunque pregio si potessono trovare, e nuove edificazioni fare. E comperarono nel detto luogo tre castella, cio, insieme, molto presso, per la quale pressezza Reggio quelle Tre Castella volgarmente chiama. E non molto di lungi da' detti tre castelli la donna edificare fece una rocca nel monte da non potere essere combattuta, la qual si chiamava Canossa, ove poi la contessa fond uno nobile munistero di monache e dotollo. Questo ne' monti; ma nel piano fece Guastalla e Suzzariani, e lungo il fiume del Po comper, e pi munisteri edific, e pi nobili ponti fece sopra i fiumi di Lombardia. E anche Carfagnana e la maggiore parte del Frignano, e nel vescovado modonese si dice che furono le sue possessioni, e nel bolognese Orzellata e Medicina, grandi ville e spaziose, di suo patrimonio furono, e molte altre n'ebbe in Lombardia; e in Toscana castella fece e la torre a Polugiano pertinenti alla sua signoria; e molti nobili uomini largamente dat; loro sotto fio vassalli si fece; in diversi luoghi molti munisteri e edific; molte chiese cattedrali e non cattedrali dot. E alla perfine morto il padre e la madre della contessa Mattelda, e ella rimasa ereda, si diliber di maritare; e inteso la fama e la persona e l'altre cose d'uno nato di Soavia che avea nome Gulfo, solenni messi mand allui e legittimi procuratori, che intrallui e lei, avegna che non fossono presenti, i patti del matrimonio confermassono, e ratificassono il luogo ove si doveano fare le nozze; l'anello si diede al castello nobile de' conti Cinensi, avegna che oggi sia distrutto. E vegnendo Gulfo al detto castello, la contessa Mattelda con molta cavalleria gli and incontro, e con molta letizia ivi sono le feste delle nozze fatte. Ma tosto la trestizia succedette a quella allegrezza, quando il contratto matrimonio non annodato si manifest per lo mancamento dello ingenerare, il quale spezialmente  detto d'essere la volont del matrimonio, per che Gulfo la moglie carnalmente non potea conoscere n altra femmina per friggidit naturale, o per altro impedimento perpetuo impedito; ma impertanto volendo ricoprire la sua vergogna, diceva a la moglie che questo gli aveniva per malie che fatte gli erano per alcuno che invidiava gli suoi felici avenimenti. Ma la contessa Mattelda piena di fede dinanzi di Dio e dinanzi dagli uomini magnanimi, di questi malificii nulla intendendo, schernita s per lo marito tenendo, la camera sua e tutti gli ornamenti e letti e vestimenti e tutte cose comand chessi votassero, e la mensa nuda fece apparecchiare, e chiamato Gulfo suo marito tutto spogliata di vestimenti, e' crini del capo diligentemente scrinati, questa disse: "Niune malie essere possono, meni e usa il nostro congiuramento". E quegli non potendo, allora gli disse la contessa: "Alle nostre grandezze tu presummisti di fare inganno; per lo nostro onore a te perdonanza concediamo, ma comandianti sanza dimoranza chetti debbi partire, e alle tue propie case ritornare; la qual cosa se di fare ti starai, sanza pericolo di morte non puoi scampare"; e egli spaventato di paura, confessata la verit, avacci il suo ritorno in Soavia. La contessa adunque tacendo, temendo lo 'nganno, e gli altri incarichi del matrimonio avendo in odio, la sua vita infino a la morte in castit trasport; e attendendo ad opere di piet, molte chiese e monisteri e spedali edific e dot; e due volte con grande oste in servigio della Chiesa e in suo soccorso potentemente venne, l'una volta contro a Normandi che 'l ducato di Puglia violentemente alla Chiesa aveano tolto, e i confini di Campagna guastavano, i quali la contessa Mattelda divota figliuola di san Piero con Gottifredi duca di Spuleto cacci infino ad Aquino al tempo d'Allessandro papa secondo di Roma; l'altra volta contra ad Arrigo terzo di Baviera imperadore combatto e vinselo; e poi altra volta contra ad Arrigo quarto suo figliuolo combatto per la Chiesa in Lombardia e vinselo al tempo di papa Calisto secondo. E questa fece testamento, e tutto il suo patrimonio sopra l'altare di San Piero offerse, e la Chiesa di Roma ne fece erede; e non molto appresso mor in Dio, e sepulta  nella chiesa di Pisa, la quale magnamente avea dotata. Morta la contessa nell'anno della Nativit di Cristo MCXV. Lascereno della contessa Mattelda, e torneremo adietro a seguire la storia d'Arrigo terzo di Baviera imperadore.

"XXII"


(Ancora come Arrigo terzo di Baviera ricominci guerra contra la Chiesa.)

Il detto imperadore Arrigo fu molto savio e malizioso. Per meglio signoreggiare Roma, in tutta Italia s mise parte e disensione nella Chiesa, tegnendo setta contro al papa con certi cardinali e altri cherici; e a sua petizione uno grande Romano chiamato..., figliuolo di Celso, prese il papa la notte di Natale, quando cantava la prima messa in Santa Maria Maggiore, e miselo in pregione in una sua torre; ma il popolo di Roma quella medesima notte il liberarono, e disfeciono la detta torre, e cacciarono di Roma il detto figliuolo di Celso, per che 'l detto Gregorio papa era uomo di santa vita. Per la quale cosa il detto papa Gregorio settimo in concilio di CX vescovi scomunic il detto Arrigo imperadore che volea rompere l'unione di santa Chiesa; ma poi vegnendo il detto imperadore in Lombardia alla misericordia del detto papa per molti d a piedi scalzo in su la neve e in su il ghiaccio, appena gli fu perdonato, ma per non fu mai amico della Chiesa, ma sempre la ditraeva e occupava, e dava le 'nvestiture delle chiese contro al volere del papa. Per la qual cosa, stando egli in Italia, gli elettori della Magna elessono re de' Romani Ridolfo duca di Sassogna, e per aventura il papa ne fu consenziente; onde Arrigo imperadore richiese il detto papa Gregorio che scomunicasse i detti elettori per la detta elezione. Il detto papa nol volle fare, se prima non intendesse a ragione; per la qual cosa Arrigo isdegnato se n'and in Alamagna, e battaglia fece col detto Ridolfo e vinselo, e poi torn in Lombardia. E nella citt di Brescia raunata la sua corte con XXIIII vescovi e altri prelati che 'l seguivano e erano ribelli del papa, si fece processo contro al detto papa Gregorio come allui piacque, pi che con ragione. E per quello processo dispuosono il detto papa, e anull e cass tutte le sue operazioni, e fece eleggere un altro papa che avea nome Silibero arcivescovo di Ravenna, e fecelo chiamare papa Chimento, e col detto papa venne a Roma, e l il fece consegrare al vescovo di Bologna e a quello di Modona e a quello di Cervia, faccendolo adorare e fare grande reverenzia, e dallui si fece ricoronare dello imperio; e perci il primo e il diritto papa Gregorio co' suoi cardinali scomunicato da capo il detto Arrigo e privatolo dello imperio, siccome persecutore della Chiesa, asolvette tutti i suoi baroni di fio e di saramento; per la qual cosa il detto Arrigo assedi il detto papa co' suoi cardinali col favore de' Romani in Castello Santo Angelo, il quale mandato per soccorso in Puglia al buono Ruberto Guiscardo, il quale incontanente venne a Roma con grande oste, e il detto Arrigo col suo papa per tema di Ruberto si partirono dallo assedio, e guastarono per battaglie e arsono la citt Leonina, cio dal lato di San Piero di qua dal Tevero, e infino in Campidoglio; e non potendo resistere alla forza del detto Ruberto Guiscardo e di sua gente, fuggissi col detto suo papa alla citt di Siena; e poi il detto Ruberto liberato papa Gregorio e i cardinali, gli mise in sedia e in signoria nel palazzo di Laterano, e molti Romani che furono colpevoli delle dette cose pun gravemente in avere e in persona. E poi il detto papa Gregorio se n'and nel Regno col detto Ruberto Guiscardo, e mor nella citt di Salerno santamente, faccendo Idio assai miracoli per lui. E appresso lui fu fatto papa Vittorio, il quale non vivette pi che XVI mesi, e fu avelenato; e poi fu eletto papa Urbano secondo negli anni di Cristo MLXXXXVIIII.

"XXIII"


(Come il detto Arrigo imperadore assedi la citt di Firenze.)

Negli anni di Cristo MLXXX, tornando il sopradetto Arrigo imperadore da Siena per andarsene in Lombardia, trovando che' Fiorentini teneano la parte della Chiesa e del detto papa Gregorio, e non voleano obbedire n aprire le porte al detto imperadore per le sue ree opere, s si puose ad oste alla citt di Firenze dalla parte ove oggi si chiama Cafaggio, e dov' oggi la chiesa de' Servi Sante Marie infino a l'Arno, e fece gran guasto a la detta citt; e statovi pi tempo, e date molte battaglie alla terra, e tutto adoperato invano, imperci chella citt era fortissima, e' cittadini bene in concordia e in comune, assalito il suo campo dalloro, se ne lev a modo di sconfitta, e lasci tutto il suo campo e arnesi; e ci fu nel detto anno a d XXI di luglio. E per lo detto imperadore Arrigo si cominci a dividere tutta Italia in parte di Chiesa e d'imperio; e partito il detto Arrigo di Toscana, si torn in Lombardia, e di l ebbe grande guerra colla contessa Mattelda, la quale era divota figliuola di santa Chiesa, e ebbe battaglie collui e sconfisselo in campo, e poi lui mal capitato in Lombardia, se n'and in Alamagna, e poi mor in pregione scomunicato, ove il mise il figliuolo suo medesimo chiamato Arrigo quarto.

"XXIV"


(Come in questi tempi fu il gran passaggio oltremare.)

Negli anni di Cristo MLXXXVIIII, essendo papa Urbano secondo, i Saracini di Soria presono la citt di Gerusalem, e uccisono molti Cristiani, e molti ne menarono per ischiavi; per la qual cosa il detto papa Urbano fatto concilio generale prima a Chieramonte in Avernia, e poi al Torso in Torena alla sommossa di Piero romito, santa persona, tornato lui di Gerusalem colle dette novelle. E in questo tempo apparve in cielo la stella comata, la quale, secondo che dicono i savi astrolagi, significa gran cose e mutazioni di regni. E certo cos segu poco apresso, che per la presura di Gerusalem quasi tutto il ponente si sommosse a prendere la croce per andare al passaggio d'oltremare, e andovvi innumerabile popolo a cavallo e a piede, pi di CCm d'uomini del reame di Francia, e della Magna, e di Proenza, e di Spagna, e di Lombardia, e di Toscana, e della nostra citt di Firenze, e di Puglia, intra' quali furono questi signori principi: Gottifredi di Buglione duca del Loreno (questi fu capitano generale, e fu valente uomo e di gran senno e valore); Ugo fratello del re Filippo primo di Francia; Baldovino e Guistasso frategli del detto Gottifredi di Buglione; Anselmo conte deRibuamonte, Ruberto conte di Fiandra; Stefano conte di Brois; Rinieri conte di San Gilio; Buiamonte duca di Puglia, e pi altri signori e baroni; e passarono per mare, ma i pi per terra per la via di Gostantinopoli con molto affanno. E prima presono la citt d'Antioccia, e poi pi altre in Soria, e Ierusalem, e tutte le citt e castella della Terrasanta, e pi battaglie ebbono co' Saracini, delle quali bene aventurosamente ebbono vittoria i Cristiani. E 'l detto Gottifredi fu re di Ierusalem, ma per sua umilt, perch Cristo v'ebbe corona di spine, non volle in suo capo corona d'oro. Ma chi a pieno queste storie vorr sapere legga ilibro del detto passaggio, ove sono distinte ordinatamente. E in questo tempo fatto il conquisto intorno gli anni di Cristo MCXX, si cominciarono le magioni del tempio e dello spedale di Ierusalem.

"XXV"


(Come i Fiorentini cominciarono a crescere il loro contado.)

Negli anni di Cristo MCVII, essendo la nostra citt di Firenze molto montata e cresciuta di popolo, di genti, e di podere, ordinarono i Fiorentini di distendere il loro contado di fuori, e allargare la loro signoria, e qualunque castello o fortezza non gli ubbidisse, di fargli guerra. E nel detto anno prima presero per forza Monte Orlandi ch'era di sopra da Gangalandi e certi cattani il teneano, i quali non volendo ubbidire alla citt di Firenze furono distrutti, e il castello disfatto e abattuto.

"XXVI"


(Come i Fiorentini vinsono e disfeciono il castello di Prato.)

E nel detto tempo e anno medesimo i Pratesi si rubellarono contra a' Fiorentini, onde i Fiorentini v'andarono ad oste per comune, e per assedio il vinsono e disfeciollo. Ma in quegli tempi Prato era di picciolo sito e podere, che di pochi tempi dinanzi s'erano levati d'uno poggio, ch' tra Prato e Pistoia presso a Montemurlo, chessi chiamava Chiavello, ove in prima abitavano com'uno casale e villate, e erano fedeli de' conti Guidi, e per loro danari si ricomperarono, e puosonsi in quello luogo ov' oggi la terra di Prato, per essere in luogo franco da signori; e Prato gli puosono nome, per che dove  oggi la terra avea allora uno bello prato il quale comperarono, e ivi si puosono ad abitare.

"XXVII"


(Come fu eletto imperadore Arrigo quarto di Baviera, e come perseguit la Chiesa.)

Nel detto anno MCVII fu eletto per gli prencipi elettori della Magna il re de' Romani Arrigo IIII di Baviera figliuolo del sopradetto Arrigo terzo, e regn anni XV; e se 'l padre fu nimico di santa Chiesa, come detto avemo, s fu questo Arrigo maggiormente, che negli anni di Cristo MCX passando in Italia per venire a Roma per la corona, s mand suoi ambasciadori a lettere a papa Pasquale che allora regnava nel papato, e a' suoi cardinali, ch'egli volea essere amico e fedele di santa Chiesa, e volea rifiutare e restituire al papa tutte le 'nvestiture de' vescovi e abati e altri cherici, le quali il padre od altri suoi anticessori aveano tolti alla Chiesa. Ci era che in Alamagna e in Italia in pi parti si metteano e confermavano i vescovadi e gli altri prelati cui e come loro piacea; onde erano nate le discordie tra gl'imperadori e la Chiesa. E queste cose fare, promettea di confermare per suo saramento e de' suoi baroni; per la qual cosa il detto papa Pasquale il conferm a essere imperadore. E lui vegnendo a Roma per la via che viene di verso Montemalo, tutto il chericato col popolo di Roma gli si fece incontro, con grande processione e triunfo; e 'l detto papa e' suoi cardinali parati l'attendeano in su i gradi dinanzi a la chiesa di San Piero; e giunto il detto Arrigo, per reverenzia basci il pi al papa, e poi il papa il basci in bocca in segno di pace e d'amore in su la porta detta Argentea, e insieme a mano a mano entrando in San Piero, e giunti in su la porta chiamata Profica, il detto papa domand al detto Arrigo il saramento il quale gli avea promesso, di rendere le 'nvestiture de' vescovi e prelati. Onde fatta il papa la detta richesta, il detto Arrigo consigliatosi alquanto in disparte co' suoi baroni, subitamente a la sua gente d'arme fece pigliare il detto papa e' cardinali, e col favore de' malvagi Romani, s come il tradimento era ordinato, gli fece mettere in pregione; e simigliantemente avea in Alamagna guerreggiato molto col padre Arrigo terzo, e vintolo in battaglia, e messolo in pregione nella citt di Legge, e ivi fattolo morire. Poi stato il detto papa Pasquale e' suoi cardinali alquanto in pregione, s fu accordo dallui al detto Arrigo; e trattolo di pregione, e non potendo fare altro, lasci ad Arrigo le 'nvestiture, e giur egli e' suoi cardinali di non iscomunicarlo per offese ch'avesse loro fatte, e comunicossi il papa collui del corpo di Cristo per pi fermezza di pace, e s 'l coron imperadore di fuori dalla citt di Roma. E dapoi che 'l detto papa fu preso, si levarono tre papi contra lui, non degnamente, in diversi tempi: l'uno ebbe nome Alberto, l'altro Agnulfo, e l'altro Teodorico; ma ciascuno regn poco, e ebbono piccolo podere contra il detto papa Pasquale. Ma morto Pasquale, fu per gli cardinali eletto papa Gelasio; ma per cagione che 'l detto Arrigo non sent la detta lezione, n vi fu presente, s si fece uno suo papa uno Spagnuolo chiamato Bordino; per la qual cosa il detto papa Gelasio co' suoi cardinali per paura d'Arrigo si fuggirono a Gaeta ond'egli era nato, e poi si misono per mare infino in Proenza, e andarne in Francia per aiuto al re di Francia; ma in quello viaggio moro il detto papa a la citt d'Amiaco, e lui morto, per gli cardinali fue fatto di concordia papa Calisto secondo di Borgogna, il quale papa Calisto iscomunic il detto Arrigo imperadore e suoi seguaci, s come persecutore di santa Chiesa, e tornando verso Roma per Proenza e per Lombardia e per Toscana, da tutti fu ricevuto s come degno papa, e fattogli grande reverenza. Sentendo la sua venuta Bordino, il papa ch'avea fatto Arrigo imperadore, per paura si fugg di Roma a Sutri; ma per gli Romani fu in Sutri assediato e preso, e menato a Roma in diligione in su uno cammello col viso volto addietro a la groppa, e legatagli in mano la coda del cammello, e misollo in pregione nella rocca di Fummone in Campagna, e ivi moro.

"XXVIII"


(Come a la fine il detto Arrigo quarto imperadore torn all'obedienza di santa Chiesa.)

Il sopradetto imperadore Arrigo fatta molta guerra a la Chiesa, e stato ancora vinto in battaglia in Lombardia da l'antidetta contessa Mattelda come fu il padre, si torn a coscienza, e al detto papa Calisto rassegn tutte le 'nvestiture de' vescovi e arcivescovi e abati per anella e pasturali, e rifiutonne ogni ragione e usanza ch'egli o suoi antichi n'avessero presa dalla Chiesa, e ristituo il Patrimonio di San Piero e ogni possessione ch'egli o sua gente aveano prese o vendute della Chiesa o delle chiese, per cagione della guerra avuta colla detta Chiesa, e con papa Pasquale, e co gli altri; onde il detto papa Calisto fece pace collui e ricomunicollo; ma poco vivettono appresso lo 'mperadore e 'l detto papa, e dicesi per le genti che per cagione che 'l detto Arrigo s'era male portato del padre, che per giusto giudicio moro sanza niuna reda n figliuolo, n maschio n femmina, gli anni di Cristo MCXXV; e succedette allui Lottieri di Sassogna; e in lui finiro gl'imperadori della casa di Baviera, che IIII Arrighi aveano tenuto lo 'mperio l'uno appresso l'altro, e suti li tre molto contrarii a santa Chiesa. Lasceremo ora alquanto degl'imperadori e papa, e torneremo a nostra materia de' fatti di Firenze, ch'assai cominciaro affare i Fiorentini delle novit e guerre a' loro vicini per accrescere loro stato.

"XXIX"


(Come i Fiorentini isconfissero il vicario d'Arrigo quarto imperadore.)

Negli anni di Cristo MCXIII i Fiorentini feciono oste a Montecasciolo, il quale facea guerra alla citt, e avealo rubellato messere Ruberto Tedesco, vicario dello 'mperadore Arrigo in Toscana, e stava con sue masnade in Samminiato del Tedesco; e per era Samminiato sopranomato del Tedesco, per che' vicari degl'imperadori ch'erano co le loro masnade de' Tedeschi stavano nella detta terra a guerreggiare le citt e castella di Toscana che non ubbidissero gl'imperadori; il quale messere Ruberto fu da' Fiorentini sconfitto e morto, e 'l castello preso e disfatto.

"XXX"


(Come nella citt di Firenze per due volte s'apprese il fuoco, onde arse quasi gran parte della citt.)

Negli anni di Cristo MCXV, del mese di maggio, s'apprese il fuoco in borgo Santo Appostolo, e fu s grande e impetuoso che buona parte della citt arse con grande danno de' Fiorentini. E in quello anno medesimo mor la buona contessa Mattelda. E l'anno appresso del MCXVII anche si prese il fuoco in Firenze, e buonamente ci che non fu arso al primo fuoco arse al secondo, onde i Fiorentini ebbono grande pestilenzia, e non sanza cagione e giudicio di Dio; imperci chella citt era malamente corrotta di resia, intra l'altre della setta degli epicuri per vizio di lussuria e di gola, e era s grande parte che intra' cittadini si combatteva per la fede con armata mano in pi parti di Firenze, e dur questa maladizione in Firenze molto tempo infino alla venuta delle sante religioni di santo Francesco e di santo Domenico, le quali religioni per gli loro santi frati, commesso loro l'oficio della eretica pravit per lo papa, molto la stirparo in Firenze, e in Milano, e in pi altre citt di Toscana e di Lombardia al tempo del beato Pietro martiro, che da' paterini in Milano fu martirizzato, e poi per gli altri inquisitori. E per l'arsione de' detti fuochi in Firenze arsono molti libri e croniche che pi pienamente facieno memoria delle cose passate della nostra citt di Firenze, sicch poche ne rimasono; per la qual cosa a noi  convenuto ritrovarle in altre croniche autentiche di diverse citt e paesi, quelle di che in questo trattato  fatto menzione in gran parte.

"XXXI"


(Come i Pisani presono Maiolica, e' Fiorentini guardarono la citt di Pisa. /I

Negli anni di Cristo MCXVII i Pisani feciono una grande armata di galee e di navi, e andarono sopra l'isola di Maiolica chella teneano i Saracini; e come fu partita la detta armata di Pisa e gi raunata insieme sopra Vada per fare loro viaggio, i Lucchesi per comune vennero a oste sopra Pisa per prendere la terra. I Pisani avendo la novella, per paura che' Lucchesi non occupassono la terra, non ardivano d'andare innanzi col loro stuolo, e ritrarresi della 'mpresa non pareva loro onore al grande spendio e apparecchiamento ch'aveano fatto; presono per consiglio di mandare loro ambasciadori a' Fiorentini, i quali erano in quegli tempi molto amici i detti Comuni, e pregaro che piacesse loro di guardare loro la cittade, confidandosi di loro come di loro intimi amici e cari fratelli. Per la qual cosa i Fiorentini accettarono di servirgli, e di fare loro guardare la citt da' Lucchesi e da tutta gente; per la qual cosa il Comune di Firenze vi mand gente d'arme assai a cavallo e appiede, e puosonsi ad oste di fuori da la citt a due miglia, e per onest delle loro donne non vollono entrare in Pisa, e mandaro bando che nullo non entrasse nella citt sotto pena della persona: uno v'entr, s fu condannato a impiccare. I Pisani vecchi ch'erano rimasi in Pisa, pregando i Fiorentini che per loro amore gli dovessero perdonare; nollo vollono fare. E i Pisani contradissero, e pregaro che almeno in su il loro terreno nol facessono morire, onde segretamente i Fiorentini dell'oste feciono a nome del Comune di Firenze comperare uno campo di terra da uno villano, e in su quello rizzarono le forche, feciono la giustizia per mantenere il loro decreto. E tornata l'oste de' Pisani dal conquisto di Maiolica, rendero molte grazie a' Fiorentini, e domandaro quale segnale del conquisto volessono, o le porte del metallo, o due colonne del profferito ch'aveano recate e tratte di Maiolica. I Fiorentini chiesono le colonne, e' Pisani le mandaro in Firenze coperte di scarlatto; e per alcuno si disse che innanzi che le mandassero per invidia le feciono affocare; e le dette colonne sono quelle che sono diritte dinanzi a San Giovanni.

"XXXII"


(Come i Fiorentini presero e disfecero la rocca di Fiesole.)

Negli anni di Cristo MCXXV i Fiorentini puosono oste a la rocca di Fiesole, che ancora era in piede e molto forte, e tenealla certi gentili uomini cattani stati della citt di Fiesole, e dentro vi si riduceano masnadieri e sbanditi e mala gente che alcuna volta faceano danno alle strade e al contado di Firenze, e tanto vi stettero all'assedio che per difalta di vittuaglia s'arendo, che per forza mai non s'arebbe avuta, e feciolla tutta abbattere e disfare infino alle fondamenta, e feciono decreto che mai in su Fiesole non s'osasse rifare niuna fortezza.

"XXXIII"


(Ove si pigliano le misure delle miglia del contado di Firenze.)

La misura delle miglia del contado di Firenze si prendono ed  loro termine de le V sestora che sono di qua da l'Arno a la chiesa, overo Duomo, di Santo Giovanni; e del contado di l dal fiume d'Arno si prendono alla coscia del ponte Vecchio di qua da l'Arno dal piliere dov' la figura di Mars. E questa fue l'antica consuetudine de' Fiorentini; e il migliaio si fu mille passini, che ogni passino si  tre braccia a la nostra misura.

"XXXIV"


(Come Ruggieri duca di Puglia ebbe guerra co la Chiesa e poi si riconcili col papa, e come poi furono in Roma due papi a uno tempo.)

In questi tempi, gli anni di Cristo MCXXV, regnando papa Onorio secondo, nato di Bologna, i baroni di Puglia quasi si rubellarono da Ruggieri duca di Puglia e figliuolo di Ruberto Guiscardo, e con lusinghe il detto papa condussono infino a Aquino per fare torre il regno a Ruggieri; ma Ruggieri co le sue forze sconfisse l'oste del papa con grande dannaggio di sua gente; e ci fatto, il detto Ruggieri non ne mont in superbia, ma con grande umilit venne al papa e gittoglisi a' piedi chiedendogli misericordia, e il papa gli puose il calcio in sul collo e disse il verso del Saltero che dice: "Super aspidem et basaliscum ambulabis, et conculcabis leonem et draconem". E ci detto, gli perdon, e fecelo levare, e basciollo in segno di pace. Il quale Ruggieri mostr al detto papa come i suoi baroni falsamente gli aponeano, e com'egli era fedele di santa Chiesa com'era stato il padre; onde il papa lui conferm il regno, e coronollo del reame di Cicilia, e grande vendetta fece de' suoi ribelli. Poi morto il detto papa Onorio, fu eletto papa Innocenzio secondo gli anni di Cristo MCXXX. Questi fue Romano, e regn papa XIII anni; ma alla sua lezione nacque in Roma grande scisma nella Chiesa, imperci che uno messere Piero ch'era cardinale figliuolo di Pietro Leone possente Romano, per forza si fece fare papa e chiamossi Innacreto, e con sua forza combatt papa Innocenzio e suoi cardinali nelle case degl'Infragnipani di Roma. Quello messere Pietro Leone ispogli tutte le chiese di Roma d'ogni tesoro sacro per farne moneta, il quale tesoro fue infinito, e con quello corruppe molti Romani contra Innocenzio papa, il quale non possendo stare in Roma per la forza di quello figliuolo di Pietro Leoni, iscomunicatolo, cass ogni suo ordine; se n'ande in Francia in su due galee co' suoi cardinali, e da Luis il Grosso re di Francia furono ricevuti onorevolemente. E consecr re il detto Luis, e egli promise d'atare la Chiesa con tutta sua forza. Ma essendo papa Innocenzio in Francia, fu eletto imperadore Lottieri di Sassogna, il quale con grande potenzia di gente di suo paese pass in Italia e menonne seco il detto papa Innocenzio e' cardinali, e con molti vescovi e arcivescovi ch'erano stati al concilio, prima a Chieramonte in Alvernia e poi al Loreno, e rimise in Roma in sedia e signoria il detto papa, e per forza cacci di Roma Pietro Leoni e tutti i suoi seguaci, e poi prese la corona dello 'mperio per mano del detto papa Innocenzio negli anni di Cristo MCXXX. Questo Lottieri regn re de' Romani e imperadore XI anni, e fue cristianissimo e fedele di santa Chiesa, e per cagione che Ruggieri figliuolo del primo Ruggieri ch'era stato figliuolo di Ruberto Guiscardo, essendo re di Cicilia e di Puglia, avendo tenuta la setta di figliuolo Petro Leoni contra il detto papa Innocenzio, questo Lottieri imperadore con papa Innocenzio insieme, e coll'armata de' Pisani e de' Genovesi, passaro nel regno di Puglia per mare e per terra sopra il detto Ruggieri che s'era rubellato dal papa e dalla Chiesa, e lui colla detta forza cacciarono di Puglia; e fuggissi in Cicilia; e toltogli il regno, feciono duca di Puglia il conte Cammone, ma poco regn, che poi torn la signoria al figliuolo di Ruggieri, ci fu il buono re Guiglielmo, come innanzi faremo menzione. E per cagione dell'aiuto che' Genovesi e' Pisani feciono a la Chiesa sopra il duca di Puglia, in generale concilio in Roma fu fatto grazia d'arcivescovado a la citt di Genova, dandosi pi vescovadi in sua signoria della riviera di Genova e di Lombardia. E simile fece a' Pisani, dandogli sotto lui certi vescovadi di Sardigna, e quello di Massa in Maremma, e quello di Grosseto. E ci fatto, il detto Lottieri imperadore bene aventurosamente si torn in Alamagna, e poco appresso mor, e fu eletto re de' Romani Currado secondo di Sassogna negli anni di Cristo MCXXXVIII, e regn XV anni, ma non fu coronato a Roma dello imperio.

"XXXV"


(Conta del secondo passaggio d'oltremare.)

Nel tempo del sopradetto Currado re de' Romani furono tre papi a Roma l'uno appresso l'altro: papa Celestino secondo regn VII mesi; e poi fu Luzio primo, ancora vivette poco; poi fu papa Eugenio di Pisa che regn anni VIII e mesi. Al tempo di questo papa, gli anni di Cristo MCXLVII, Luis il Pietoso re di Francia per amenda d'una guerra ch'egli a torto avea presa col re di Navarra per torreli Campagna, s promise d'andare al soccorso della Terrasanta, e per la sua andata si commosse tutto il suo reame per andare oltremare, e richiese il detto Currado re de' Romani che gli piacesse d'imprendere collui il detto passaggio, e egli l'accett allegramente, e mandarono pregando il detto papa Eugenio che passasse in Francia alloro dare la croce, e cos fece; e coron il detto re Luis. E poi crociati i detti re Currado e re Luis tra' confini d'Alamagna e di Francia per comandamento del detto papa per mano di santo Bernardo abate di Chiaravalle, i Franceschi e' Tedeschi, innumerabile gente, passarono per mare con CC navi, e i pi per terra per Ungaria e Pannonia in Grecia, ma con molto affanno per la ret de' Greci, che per fargli morire o amalare mischiavano la calcina colla farina, onde molti ne moriro. E poi co' Turchi in Turchia ebbono grande contasto, e fecero pi battaglie. Bene aventurosamente vinsono contra' Saracini, ma poco vi dimoraro, che Luis prima si torn in Francia, e poi Currado in Alamagna, e sanza venire a Roma, e di l si moro sanza benedizione imperiale. E 'l papa Eugenio dopo molte buone opere fatte moro a Roma gli anni di Cristo MCLIIII. E dopo lui succedette papa Anastasio IIII, ma vivette poco pi d'uno anno. E poi fu papa Adriano IIII, che coron il primo Federigo imperadore. Torneremo alle novit che furono in Firenze in questo tempo che noi avemo intralasciato per seguire nostro trattato.

"XXXVI"


(Come i Fiorentini disfecero il castello di Montebuoni.)

Negli anni di Cristo MCXXXV, essendo in pi il castello di Montebuono, il quale era molto forte e era di que' della casa de' Bondelmonti, i quali erano cattani e antichi gentili uomini di contado, e per lo nome del detto loro castello avea nome la casa Bondelmonti; e per la fortezza di quello, e che la strada vi correa a pi, coglievano pedaggio; per la qual cosa a' Fiorentini non piacea n voleano s fatta fortezza presso a la citt, si v'andarono ad oste del mese di giugno e ebbollo, a patti che 'l castello si disfacesse, e l'altre possessioni rimanessero a' detti cattani, e tornassero ad abitare in Firenze. E cos cominci il Comune di Firenze a distendersi, e colla forza pi che con ragione, crescendo il contado e sottomettendosi a la giuridizione ogni nobile di contado, e disfaccendo le fortezze.

"XXXVII"


(Come i Fiorentini furono sconfitti a Montedicroce da' conti Guidi.)

Negli anni di Cristo MCXLVI, avendo i Fiorentini guerra co' conti Guidi, imperci che colle loro castella erano troppo presso a la citt, e Montedicroce si tenea per loro e facea guerra; per la qual cosa, per arte, de' Fiorentini v'andarono ad oste colloro soldati, e per troppa sicurtade non faccendo buona guardia furono sconfitti dal conte Guido vecchio e dalloro amist Aretini e altri, del mese di giugno. Ma poi gli anni di Cristo MCLIIII i Fiorentini tornaro a oste a Montedicroce, e per tradimento l'ebbono, e disfeciollo infino alle fondamenta; e poi le ragioni che v'aveano i conti Guidi venderono al vescovado di Firenze, non possendole gioire n averne frutto. E d'allora innanzi non furono i conti Guidi amici del Comune di Firenze, e simile gli Aretini che gli aveano favorati.

"XXXVIII"


(Come i Pratesi furono sconfitti da' Pistolesi a Carmignano.)

Negli anni di Cristo MCLIIII, avendo guerra i Pratesi co' Pistolesi per lo castello di Carmignano, e essendovi cavalcati i Pratesi colle masnade e aiuto de' Fiorentini, s vi furo sconfitti da' Pistolesi. Lasceremo alquanto de' nostri fatti di Firenze, imperci che infra XVI anni appresso poche notevoli cose v'ebbe, e cominceremo il sesto libro, e diremo del primo Federigo imperadore, il quale egli e le sue rede feciono di grandi e diverse mutazioni in Italia, e a la Chiesa di Roma, e a la nostra citt di Firenze; onde molto ne cresce matera, siccome innanzi faremo per gli tempi menzione.


"LIBRO SESTO"

"I"


(Qui comincia il VI libro: come il primo Federigo detto di Stuffo di Soave fu imperadore di Roma, e de' suoi discendenti; conseguendo i fatti di Firenze che furono a loro tempi e di tutta Italia.)

Dopo la morte di Currado di Sassogna re de' Romani fue eletto imperadore Federigo Barbarossa detto Federigo Grande, overo primo, della casa di Soave, e chi il sopranom di Stuffo. Questi, rimesse le boci degli elettori in lui, si chiam s medesimo, e poi pass in Italia, e fu coronato a Roma per papa Adriano quarto gli anni di Cristo MCLIIII, e regn anni XXXVII che re de' Romani e che imperadore. Questo Federigo fu largo e bontadoso, facondioso e gentile, e in tutti suoi fatti glorioso. A la prima fue amico di santa Chiesa al tempo del detto papa Adriano, e fece rifare Tiboli che era disfatto, ma il d medesimo che fu coronato da' Romani a la sua gente ebbe grande zuffa e battaglia nel prato di Nerone, ove il detto imperadore era attendato, a grande danno de' Romani, e dentro nel Portico di San Piero; e quello tutto arse e disfece, cio la parte di Roma ch' intorno a San Piero. Questi poi tornando in Lombardia il primo anno del suo imperiato, perch la citt di Spuleto noll'ubbido, imperci ch'era della Chiesa, vi si puose ad oste, e vinsela, e tutta la fece disfare; e per volere occupare le ragioni della Chiesa, tosto si fece nimico; ch dopo la morte d'Adriano papa gli anni di Cristo MCLVIIII fu fatto papa Allessandro terzo di Siena, che regn XXII anni: questi, per mantenere la giuridizione di santa Chiesa, ebbe grande guerra col detto Federigo imperadore, e per pi tempo; il quale imperadore gli fece fare incontro IIII antipapi scismatici in diversi tempi, l'uno appresso l'altro, che i tre furono cardinali. Il primo fu Attaviano chessi fece chiamare Vittorio; il secondo Guido di Chermona che si fece chiamare Pasquale; il terzo fu Giovanni Strumense che si fece chiamare Calisto; il quarto ebbe nome Landone il quale si fece chiamare Innocenzo; onde nella Chiesa di Dio ebbe grande scisma e afflizzione, imperci che questi papi colla forza di Federigo imperadore teneano tutto il Patrimonio San Piero e 'l ducato, che 'l detto papa Allessandro non avea nulla signoria. Ma il detto papa Allessandro contro a tutti valentemente pugn, e gli scomunic: i quali tutti l'uno appresso l'altro, lui regnando, moriro di mala morte. Ma regnando eglino colla forza di Federigo, il detto diritto papa Allessandro, non potendo stare in Roma, se n'and colla corte in Francia al re Luis il Pietoso, il quale il ricevette graziosamente. E dicesi in Francia che vegnendo il detto papa Allessandro a Parigi celatamente con poca compagnia a guisa d'uno picciolo prelato, incontanente che fu a San Moro presso di Parigi, non avendo del papa novella niuna, per divino miracolo si lev una boce: "Ecco il papa, ecco il papa!"; e cominciaro a sonare le campane, e lo re col chericato e popolo di Parigi gli si fece incontro, onde il papa si maravigli forte, per che nullo sapea di sua venuta; e ringrazi Idio, e palesossi al re e al popolo, e cominci a segnare. E poi in Francia fece il detto papa concilio generale a la citt del Torso in Torena, nel quale scomunic il detto Federigo e dispuose dello 'mperio, e assolvette tutti i suoi baroni di suo saramento, e dispuose quegli della casa della Colonna di Roma, che mai n eglino n loro successori potessono avere dignit in santa Chiesa, per ch'al tutto si tennero all'aiuto e favore del detto Federigo contra la Chiesa. E in quello concilio tutti gli re e signori di ponente si promisero e allegarono con Luis re di Francia a l'aiuto del detto papa Allessandro e di Santa Chiesa contro a Federigo detto, e simile molte citt di Lombardia si rubellaro al detto Federigo: ci fu Milano, e Chermona, e Piagenza, e tennero col papa e colla Chiesa. Per la qual cosa il detto Federigo passando per la Lombardia per andare in Francia contra Luis re che riteneva papa Allessandro, trovando la citt di Melano che gli s'era ribellata, sll'asedi e per lungo assedio l'ebbe l'anno di Cristo MCLXII del mese di marzo, e fecele disfare le mura, e ardere tutta la citt, e arare e seminare di sale; e' corpi di tre re, overo magi, che vennoro ad adorare Cristo per lo segno della stella, i quali erano nella citt di Milano in tre tombe cavate di profferito, gli fece trarre di Milano e mandargline a Cologna, onde tutti i Lombardi furono molto crucciosi. E poi passando i monti per distruggere il reame di Francia collo aiuto del re di Buem e con quello di Dazia, cio Dannesmarce, entr in Borgogna; ma lo re Luis di Francia coll'aiuto d'Arrigo re d'Inghilterra suo genero, e con pi signori e baroni furono a contradiallo, sicch per la grazia d'Iddio non ebbe nullo podere, n v'aquist terra, ma per difetto di vittuaglia si tornaro adietro quegli re in loro paesi, e Federigo in Italia. E faccendo guerreggiare i Romani perch s'erano tornati dalla parte della Chiesa e di papa Allessandro, essendo i detti Romani a oste a Toscolano, per lo cancelliere del detto Federigo colle sue masnade de' Tedeschi furono sconfitti neluogo detto Monte del Porco, e molti Romani presi, e morti s grande quantit che nelle carra tornarono morti a Roma per soppellirli; e questa sconfitta si dice che fue per tradimento de' Colonnesi, i quali furono sempre collo imperadore e contro alla Chiesa, onde furono per lo papa privati d'ogni benificio temporale e spirituale; e per la detta sconfitta i Romani cacciarono di Roma i Colonnesi, e disfeciono loro una antica e bellissima fortezza che si chiamava l'Agosta, la quale si dice che fece fare Cesare Agusto; e ci fu gli anni di Cristo MCLXVII. E ci fatto, lo 'mperadore venne all'assedio di Roma per distruggerla, e aveala molto stretta. I Romani feciono al chericato di Roma prendere la testa di santo Piero e quella di santo Paolo, e portarle a processione per tutta Roma; per la qual cosa i Romani si crocciaro tutti contra lo 'mperadore, e 'l primo chella prese fue messere Matteo Rosso il vecchio degli Orsini, avolo che fu di papa Niccola terzo, e per vecchiezza avea lasciate l'armi e preso abito di penitenzia; e per questa cagione lasci l'abito e riprese l'armi, onde molto fue commendato; e per questa cagione egli e' suoi vennero in grazia della Chiesa, e agrandiro molto. Apresso il detto messere Matteo prese la croce Gianni Buovo, grande cittadino di Roma, e poi tutti gli altri con grande animo e volont; per la qual cosa, sentendolo lo 'mperadore, o per paura, ma pi per miracolo de' beati appostoli, subito si part dall'assedio di Roma con sua gente, e tornossi a Viterbo, e la citt di Roma fu liberata.

"II"


(Come papa Allessandro torn di Francia a Vinegia, e lo 'mperadore venne a le sue comandamenta.)

Poi appresso stato il detto papa Allessandro lungamente in Francia, colla forza del re di Francia e di quello d'Inghilterra torn colla corte sua in Italia per mare, e capitando in Cicilla, dal re Guiglielmo che allora n'era re, divotamente fu ricevuto e favorato, riconoscendosi fedele di santa Chiesa, e chell'isola tenea dallui; per la qual cosa il detto papa il ne conferm re di Cicilia, e rendgli Puglia, onde il detto re Guiglielmo col suo navilio per mare l'acompagn infino a la citt di Vinegia, nella quale volle andare il detto papa per pi sicurt di lui, acci che Federigo imperadore nol potesse offendere; e per favorare i fedeli di santa Chiesa di Lombardia fece sua stanza nella detta citt di Vinegia, e da' Viniziani reverentemente fu ricevuto e onorato; per lo cui favore i Milanesi rifeciono la citt di Milano gli anni di Cristo MCLXVIII. Poi poco tempo apresso i Milanesi coll'aiuto de' Piagentini e di Chermonesi e d'altre citt di Lombardia che obbedieno santa Chiesa feciono una terra in Lombardia, quasi per una bastita e battifolle, incontro alla citt di Pavia, che sempre fu contra Milano, e si tenea collo imperio; e quella citt fatta, per onore del detto papa Allessandro, e perch fosse pi famosa, la chiamarono Allessandra; e poi fu sopranomata de la Paglia, a dispregio, per quegli di Pavia; e a priego de' Lombardi le diede il papa vescovo, e dispuose quello di Pavia e tolsegli la dignit del palio e della croce, imperci che sempre avea tenuto con Federigo imperadore contro a la Chiesa.

"III"


(Come lo 'mperadore Federigo Barbarossa si riconcili co la Chiesa, e pass oltremare, e l moro.)

Veggendosi lo 'mperadore Federigo molto abbassato di suo stato e signoria, e molte citt di Lombardia e di Toscana ribellarsi dallui, e teneansi colla Chiesa e col papa Allessandro, il quale era molto montato in istato col favore del re di Francia e di quello d'Inghilterra e di Guiglielmo re di Cicilia, si procacci di riconciliarsi colla Chiesa e col papa, acci che al tutto non perdesse l'onore dello 'mperio, e con solenni ambasciadori mand a Vinegia a papa Allessandro a dimandare pace, promettendo di fare ogni amenda a santa Chiesa; il quale dal detto papa fue esaudito benignamente. Per la qual cosa il detto Federigo ande a Vinegia, e gittossi a' pi del detto papa a misericordia. Allora il detto papa gli puose il piede ritto in sul collo, e disse il verso del Saltero che dice: "Super aspidem et basaliscum ambulabis, et conculcabis leonem et draconem", e lo 'mperadore rispuose: "Non tibi set Petro", e 'l papa rispuose: "Ego sum vicarius Petri"; e poi gli perdon ogni offesa ch'avesse fatta a santa Chiesa, faccendo ristituire ci che tenesse di santa Chiesa; e cos promise e fece con patti, che ci chessi trovasse chella Chiesa in quello d tenesse nel Regno a perpetuo fosse di santa Chiesa; e trovossi che Benivento; e questo fu l'origine perch la Chiesa tiene per sua la citt di Benivento. E ci fatto, il pacific co' Romani e con Manuello imperadore di Gostantinopoli, e con Guiglielmo re di Cicilia, e co' Lombardi, e per amenda e penitenzia gl'impuose, ed elli promise, d'andare oltremare al soccorso della Terrasanta, imperci che 'l Saladino soldano di Babillonia avea ripresa Ierusalem, e pi altre terre che teneano i Cristiani; e cos fece. Poi il detto Federigo, lui crocciato, gli anni di Cristo MCLXXXVIII con grandissima oste d'Alamagna si parto, e and per terra per Ungaria e Gostantinopoli infino in Erminia; ma giunto il detto Federigo in Erminia, essendo di state e grande caldo, bagnandosi a diletto in uno piccolo fiume chiamato il fiume del Ferro, disaventuratamente affog; e ci si crede che fosse per giudicio di Dio per le molte persecuzioni che fece a santa Chiesa: e di lui rimase uno figliuolo il quale ebbe nome Arrigo che 'l fece eleggere re de' Romani innanzi che passasse oltremare negli anni di Cristo MCLXXXVI; e morto il detto Federigo, la moglie col figliuolo e colla loro gente, tutto che molta ne morisse in quello viaggio, si tornaro di Soria in ponente sanza niuno acquisto fatto. Torneremo omai alla nostra matera de' fatti di Firenze e d'altre cose che furono al tempo che regn il detto Federigo; ma prima diremo del re Filippo di Francia e del re Ricciardo d'Inghilterra ch'andarono oltremare al soccorso della Terrasanta in questo medesimo tempo.

"IV"


(Come il re di Francia e quello d'Inghilterra andarono oltremare al passaggio.)

E nel detto passaggio lo re Filippo il Bornio di Francia e lo re Ricciardo d'Inghilterra con molti conti e baroni di Francia, e d'Inghilterra, e di Proenza, e d'Italia, crociati, passaro per mare in Soria, e assediaro e presero la citt di Tolomaida, detta Acri, che la teneano i Saracini, e quella ebbono per assedio; ma molta di loro buona gente vi moriro di pestilenzia d'infermitade; e in questo viaggio s'incominci grande discordia tra 'l detto re Filippo il Bornio e 'l re Ricciardo d'Inghilterra. L'una cagione fu perch il re Ricciardo volea la signoria d'Acri, siccome il re Filippo, e assai avea operato al conquisto; appresso, perch il re Filippo gli tolse, tornato lui in Francia, la ducea di Normandia per forza per CCm di livre di parigini che gli avea prestati quando and oltremare sopra la detta Normandia, e nolla lasci ricogliere, come toccammo adietro nel capitolo ove raccontammo il lignaggio e' discendenti de' presenti re di Francia. Ma imperci che gli antichi del re Ricciardo d'Inghilterra e poi gli suoi successori feciono di grandi cose le quali si mischiano molto a la nostra matera, e ancora perch sono stati possenti re tra' Cristiani, si  convenevole che in questo si racconti di loro progenia, e come furono distratti delignaggio de' Normandi, siccome fue il buono Ruberto Guiscardo, come di lui avemo adietro fatta menzione, in questo modo: che il primo duca di Normandi che fu Cristiano, fatto per lo 'mperadore Carlo il Grosso e re di Francia, come adietro  fatta menzione; del detto Ruberto nacque Guiglielmo detto Spadalunga; di Guiglielmo nacque Ruberto e Ricciardo; di Ricciardo nacque Ricciardo che fu padre di Ruberto Guiscardo re di Puglia; e di Ruberto che rimase duca di Normandia nacque Ruberto il Bastardo che l'acquist in questo modo: credendosi giacere con una figliuola d'uno suo ricco borgese la quale molto gli piacea, la madre per iscampare la vergogna de la figliuola trove una molto bella damigella povera che molto si somigliava colla figlia, e quella inniscambio di lei mise in camera col detto duca Ruberto, onde nacque il detto Guiglielmo il Bastardo; e la notte che la madre il gener le venne in visione che di corpo l'usciva una quercia e crescea tanto che i suoi rami si stendeano insino inn-Inghilterra; e veramente fu avisione di vera profezia, come diremo appresso. E perch bastardo fosse, nonn- da tacere di lui, che come fue in etade, e seppe di sua nazione, incontanente si mise in fatti d'arme, e fu maraviglioso in prodezza e senno e in cortesia, e per sua valentia pass in Inghilterra, e combatt con Raul che allora n'era re istratto di Spagna, e lui vinse e uccise in battaglia, e fecesi re d'Inghilterra gli anni di Cristo MLXVI, e regne XXVI anni. E dopo lui regne Guiglielmo suo figliuolo, e dopo Guiglielmo regne Arrigo suo figliuolo, il quale ebbe per moglie la figliuola del re Luis il Pietoso re di Francia; e questo Arrigo fue col detto re Luis e con papa Allessandro incontro a Federigo primo imperadore quando venne in Borgogna, come  fatta menzione. Questo Arrigo fue quegli che fece uccidere il beato Tommaso arcivescovo di Conturbiera, perch'egli il riprendea de' suoi vizii, e togliea le decime della santa Chiesa; onde Idio fece grande giudicio, che poco appresso cavalcando per Parigi col re Luis, gli si travers uno porco tra' pi del cavallo e fecelo cadere, e subitamente della caduta moro. Di lui rimase uno figliuolo ch'ebbe nome Stefano; dopo Stefano regne un altro Arrigo, il quale ebbe due figliuoli, il re Giovane e lo re Ricciardo. Questo re Giovane fue il pi cortese signore del mondo, e ebbe guerra col padre per indotta d'alcuno suo barone, ma poco vivette, e di lui non rimase reda. Dopo il re Giovane regn il re Ricciardo, quegli onde al cominciamento facemmo menzione che and oltremare al passaggio col re Filippo di Francia e fu pro' d'arme e valoroso, e egli assieme con XII altri baroni di Francia e d'Inghilterra tenne il passo al Saladino soldano di Babilonia con tutto suo esercito. Di Ricciardo nacque Arrigo suo figliuolo che regn appresso lui, ma fue sempice uomo e di buona fe' e di poco valore. Del detto Arrigo nacque il buono re Adoardo che a' nostri presenti tempi regna, il quale fece di gran cose, come innanzi per gli tempi faremo menzione. Lasceremo le storie de' detti signori, e torneremo a' nostri fatti di Firenze.

"V"


(Come i Fiorentini sconfissono gli Aretini. /I

Negli anni di Cristo MCLXX i Fiorentini fecero oste sopra gli Aretini perch'erano stati co' conti Guidi contro al Comune di Firenze; e uscendo gli Aretini loro incontro, da' Fiorentini furono sconfitti del mese di novembre, e poi feciono accordo co' Fiorentini con onorevoli patti per lo Comune di Firenze, e promisero di non essere loro incontro per neuna cagione, e riebbono i loro pregioni.

"VI"


(Come si cominci la prima guerra da' Fiorentini a' Sanesi.)

Nel detto tempo si cominci guerra tra' Fiorentini e' Sanesi per cagione delle castella che confinano colloro in Chianti, che ciascuno Comune si volea dilatare, e crescere il suo contado, e del castello di Staggia; e per questa cagione i Fiorentini presono ad aiutare quegli di Montepulciano da' Sanesi che gli guerreggiavano; e andarono i Fiorentini infino l per fornirlo; e tornando da fornirlo, i Sanesi si fecero loro incontro al castello d'Asciano, e qui si combatterono, e furono sconfitti da' Fiorentini, e molti de' Sanesi presi e morti vi furono; e ci fu del mese di giugno gli anni di Cristo MCLXXIIII.

"VII"


(Come di prima fu edificato il nobile e forte castello di Poggibonizzi e quello di Colle di Valdelsa.)

Nel detto tempo essendo col ov' oggi la terra di Poggibonizzi al piano uno ricco borgo che si chiamava il borgo di Marti, per cagione che diceano ch'erano stati stratti di parte de' martirizzati di Catellina ribelli del popolo di Roma, che in quello luogo s'erano rimasi, scampati de la battaglia di Piceno, overo di Piteccio, e tornando l'oste di su detta de' Fiorentini da la vittoria d'Asciano, alcuno giovane fiorentino isforz nel detto borgo una pulcella; onde tutta la terra si commosse a zuffa contra i Fiorentini, e alquanti ve ne rimasono morti, e assai fediti e vergognati; per la quale offesa quegli del borgo di Marti, impauriti de' Fiorentini, feciono lega e giura con VIII castella e Comuni vicini, e per essere pi sicuri e forti al riparo della potenzia de' Fiorentini, s ordinarono di concordia di disfare le loro terre, e di porresi in su il bello poggio ove fu poi il detto castello, in sul quale era una selva d'uno terrazzano ch'avea nome Bonizzo, e dal detto il suo nome fu derivato; e questo in brieve tempo ripuosono e afforzaro, per che il luogo da sua natura  forte e agiato e bello, e partirlo ad abituro in VIIII contrade, come si fece di VIIII terre, e in ciascuna contrada ripuosono la chiesa principale de la loro antica terra onde s'erano levati, e quello di ricche mura e porte e torri di pietre adornarono, e fu s forte e bello, e fornito di molti e ricchi abitanti, ch'elli curavano poco i Fiorentini o altri loro vicini; e per contradio de' Fiorentini s'allegarono co Sanesi, e poi diede molta briga a' suoi vicini e a' Fiorentini, come innanzi per gli tempi fareno menzione. E nota che 'l detto poggio  de' meglio assituati che sia in Italia, e appunto il bilico  in mezzo la provincia di Toscana. Afforzato il detto castello, i Fiorentini ne furono molto crucciati, e con due castelletta di Valdelsa loro vicini e contradi de' Poggibonizzesi s'accostaro, e recarlo alloro lega, e colle forze de' Fiorentini ordinaro e feciono porre il castello di Colle di Valdelsa col dov' oggi, per fare battifolle a Poggibonizzi; e di quelle due castelletta e con altre ville d'intorno il popolaro, e la prima pietra chessi mise a fondarlo, la calcina fue intrisa del sangue che si segnaro delle braccia i sindachi acci mandati per lo Comune di Firenze, a perpetua memoria e segno d'amicizia e fratellanza di quelli di Colle al Comune di Firenze, e certo per isperienzia poi sempre  istato quello Comune come figliuolo di quello di Firenze.

"VIII"


(De' grandi fuochi che furono nella citt di Firenze.)

Negli anni di Cristo MCLXXVII s'apprese il fuoco nella citt di Firenze a d V d'agosto, e arse da pi del ponte Vecchio infino a Mercato Vecchio. E poi nel detto anno medesimo s'apprese il fuoco a Sammartino del Vescovo, e arse infino a Santa Maria Ughi e infino al Duomo di Santo Giovanni con grandissimo danno della citt, e non sanza giudizio di Dio, imperci che' Fiorentini erano venuti molto superbi per le vittorie avute sopra i loro vicini, e tra loro molto ingrati adDio, e con altri disonesti peccati. E in questo anno cadde per soperchia piena del fiume d'Arno il ponte Vecchio, che ancora fu segno di future aversitadi alla nostra citt.

"IX"


(Come in Firenze si cominci battaglia cittadina tra gli Uberti e la signoria de' consoli.)

Imperci che nel detto medesimo anno si cominci in Firenze disensione e guerra grande tra' cittadini, che mai non era pi stata in Firenze, e ci fu per troppa grassezza e riposo mischiato colla superbia ingratitudine, ch quelli della casa degli Uberti ch'erano i pi possenti e maggiori cittadini di Firenze colloro seguaci nobili e popolari cominciaro guerra co' consoli ch'erano signori e guidatori del Comune a certo tempo e con certi ordini, per la 'nvidia della signoria che nonn-era alloro volere. E fu s diversa e aspra guerra, che quasi ogni d, o di due d l'uno, si combatteano i cittadini insieme in pi parti della citt da vicinanza a vicinanza, com'erano le parti, e aveano armate le torri, che n'avea nella citt in grande numero, alte C e CXX braccia. E in quelli tempi per la detta guerra assai torri di nuovo vi si muraro per le comunitadi delle contrade, de' danari comuni delle vicinanze, che si chiamavano le torri delle compagnie. E sopra quelle faceano mangani e manganelle per gittare l'uno a l'altro, ed era asserragliata la terra in pi parti. E dur questa pestilenzia pi di due anni, onde molta gente ne mor, e molto pericolo e danno ne segu alla citt; ma tanto venne poi in uso quello guerreggiare tra' cittadini, che l'uno d si combatteano, e l'altro mangiavano e beveano insieme, novellando delle virtudi e prodezze l'uno dell'altro che si faceano a quelle battaglie. E quasi per istraccamento e rincrescimento si rimasono per loro medesimi del combattere, e si pacificarono, e rimasero i consoli in loro signoria; ma a la fine pur criarono, e poi partoriro le maladette parti che furono appresso in Firenze, siccome innanzi per li tempi faremo menzione.

"X"


(Come i Fiorentini presono il castello di Montegrossoli.)

Negli anni di Cristo MCLXXXII, rimase le battaglie cittadine in Firenze, i Fiorentini feciono oste al castello di Montegrossoli in Chianti e presollo per forza. E quell'anno valse lo staio del grano fiorini VIII, che fu a quello tempo grande caro, imperci che allora correa in Firenze una moneta d'argento, che si chiamavano fiorini, di danari XII l'uno, che oggi varrebbono a la presente piccola moneta per lega e per peso l'uno danaio tre.

"XI"


(Come i Fiorentini presono il castello di Pogna.)

Negli anni di Cristo MCLXXXIIII, del mese di giugno, i Fiorentini assediarono il castello di Pogna perch non volea obedire al Comune di Firenze, e era molto forte, e guerreggiava la contrada di Valdelsa infino a la Pesa; ed era di gentili uomini cattani che si chiamavano i signori di Pogna.

"XII"


(Come Federigo primo imperadore tolse il contado a la citt di Firenze e a pi altre citt di Toscana.)

Nel detto anno di Cristo MCLXXXIIII Federigo primo imperadore andando di Lombardia in Puglia, pass per la nostra citt di Firenze a d XXXI di luglio del detto anno, e in quella soggiornato alquanti d, e fattagli querimonia per gli nobili del contado, come il Comune di Firenze avea prese per forza e occupate molte loro castella e fortezze contra l'onore dello 'mperio, s tolse al Comune di Firenze tutto il contado e la signoria di quello infino alle mura, e per lo contado facea stare per le villate suoi vicarii che rendeano ragione e faceano giustizia; e simile fece a tutte l'altre citt di Toscana ch'aveano tenuta la parte della Chiesa quando egli ebbe la guerra con papa Allessandro, salvo che non tolse il contado n alla citt di Pisa n a quella di Pistoia che tennero collui. E in questo anno il detto Federigo assedi la citt di Siena, ma noll'ebbe. E queste novitadi fece alle dette citt di Toscana, imperci che nonn-erano state di sua parte, s che, con tutto che s'era pacificato colla Chiesa e venuto a la misericordia del detto papa, come adietro  fatta menzione, non lasci di partorire il suo male volere contro alle citt ch'aveano ubbidita a la Chiesa; e cos stette la citt di Firenze sanza contado IIII anni, infino che 'l detto Federigo ande al passaggio d'oltremare ove anneg, come addietro facemmo menzione.

"XIII"


(Come i Fiorentini si crociaro e andarono oltremare al conquisto di Dammiata, e per ne liber il contado loro.)

Negli anni di Cristo MCLXXXVIII, essendo commossa quasi tutta la Cristianit per andare al soccorso della Terrasanta, vegnendo in Firenze l'arcivescovo di Ravenna legato del papa a predicare la croce per lo detto passaggio, molta buona gente di Firenze presono la croce dal detto arcivescovo a San Donato tra le Torri, overo a San Donato a Torri di l da Rifredi, overo il munistero delle Donne, per che 'l detto arcivescovo era dell'ordine di Cestella; e ci fu a d II del mese di febbraio del detto anno. E furono s grande quantit i Fiorentini, che feciono oste oltremare per loro, e furono al conquisto della citt di Dammiata, e de' primi che presono la terra, e per insegna ne recarono uno stendale vermiglio che ancora  nella chiesa di San Giovanni, e per la detta devozione e susidio fatto per gli Fiorentini per santa Chiesa e per la Cristianit dal papa Gregorio e dallo imperadore Federigo detto fu renduta la giurisdizione del contado a la citt di Firenze, di lungi a la citt di Firenze X miglia.

"XIV"


(Come i Fiorentini ebbono il braccio del beato appostolo santo Filippo.)

Nel tempo che regnava in Gostantinopoli lo 'mperadore Manuello, cristianissimo e obbediente a santa Chiesa, si marit una sua nipote figliuola del fratello, la quale avea nome Isabella, al re di Gerusalem e di Cipri, e dielle intra gli altri doni e gioelli in sua dote l'orlique del beato Filippo appostolo. Avenne che uno messere monaco di Firenze era cancelliere del patriarca di Ierusalem, e poi fu per sua bont fatto arcivescovo d'Acri al tempo che il soldano Saladino prese la citt di Ierusalem; ma poi ripresa la Terrasanta per gli Cristiani, il detto arcivescovo torn oltremare, e fu fatto per lo papa patriarca di Ierusalem. E sappiendo come la detta Isabella reina di Ierusalem avea la detta santa reliquia, disiderando d'averla per onorare la sua citt di Firenze, la domand a la detta reina, assegnandole come nonn-era lecito a donna che fosse al secolo s santa reliquia tenere infra le sue gioie mondane, ma si convenia che fosse in parte ove fosse venerata a Dio; per la qual cosa la detta reina la don al detto patriarca. E ci sappiendo il vescovo di Firenze, ch'avea nome messere Piero, ne scrisse pi lettere al detto patriarca cittadino di Firenze, che gli piacesse di mandare la detta santa reliquia in Firenze. Avvenne che 'l detto patriarca amale a morte, e commise a uno messere Rinieri di Firenze priore del Sepolcro e suo cappellano che 'l detto braccio mandasse a Firenze; ma il capitolo de' calonaci di Ierusalem nol voleva lasciare portare. A la fine il sopradetto vescovo di Firenze mande oltremare per lo detto braccio uno messere Gualterotto calonaco di Firenze, il quale con molta istanzia e studio adoper tanto col detto priore del Sepolcro, ch'egli ebbe il detto santo braccio, e recollo in Firenze l'anno di Cristo MCLXXXX, essendo rettore di Firenze il conte Ridolfo da Capraia; al quale per lo vescovo di Firenze con tutto il chericato, e col detto rettore con tutto il popolo, uomini e femmine, andarono incontro a processione incontro al detto braccio, e con grande solennit recato fu in Firenze, e messo nell'altare di Santo Giovanni Batista, il quale fece molti e aperti miracoli in pi cittadini di Firenze, i quali a la sua venuta ebbono fede e devozione.

"XV"


(Come il papa pacific i Pisani e' Genovesi per fornire il passaggio d'oltremare.)

Nel detto anno MCLXXXVIII, per cagione del detto passaggio, il detto papa Gregorio, essendone molto sollecito, venne in Pisa e per acconcio del detto passaggio pacifice i Pisani co' Genovesi, ch'aveano avuto gran guerra insieme per l'isola di Sardigna; e in Pisa mor il detto papa in questo anno, e poco vivette papa. E da papa Allessandro detto adietro insino a questo Gregorio fue papa Lucio di Toscana, e sedette papa da IIII anni, ma poco fece al suo tempo; e poi fu papa Urbano di Lombardia che fue papa da due anni. E questo Urbano cominci in Italia l'ordine di questo passaggio, e papa Gregorio il segu mentre che vivette papa, che fu poco pi d'uno anno; ma poi papa Clemente di Roma il mise a seguizione, e partissi il detto passaggio d'Italia del mese di febbraio MCLXXXVIIII. Lasceremo alquanto de' papa che furono, e de' nostri fatti di Firenze, e diremo d'Arrigo di Soavia figliuolo del sopradetto Federigo, e le novit che furono al suo tempo.

"XVI"


(Come Arrigo di Soavia fu fatto imperadore per la Chiesa, e datagli per moglie Gostanza reina di Cicilia.)

Arrigo di Soavia figliuolo che fu del grande Federigo, come dicemmo dinanzi, vivendo il padre il fece eleggere re de' Romani; ma, tornato Arrigo d'oltremare, e riformato in Alamagna la sua signoria, s pass in Italia, e venne a Roma a richiesta del papa Clemente, e da' Romani fu ricevuto onorevolmente, imperci ch'egli concedette loro la citt di Toscolano e il suo contado, ch'erano stati ribelli de' Romani, la quale citt da' Romani fu tutta disfatta e abbattuta, e mai poi non si rifece. E vegnendo a Roma il detto Arrigo, trov morto il detto papa Clemente che per lui avea mandato, e eletto papa Cilestino, nato di Roma, per li cardinali, al quale il detto Arrigo si fue a la sua consecrazione, la quale fu il d di Pasqua di Risoresso d'aprile, gli anni di Cristo MCLXXXXII; e vivette papa anni VI, e mesi VIII, e d XI. E fatto papa Celestino, il secondo de della sua consecrazione coron il detto Arrigo imperadore. E in prima che 'l detto Arrigo si partisse da la Magna, avendo la Chiesa discordia con Tancredi re di Cicilia e di Puglia, figliuolo che fu dell'altro Tancredi nipote per femmina di Ruberto Guiscardo, siccome nel capitolo ove trattammo del detto Ruberto facemmo menzione, per cagione ch'egli, siccome dovea, fedelmente non rispondea del censo a la Chiesa, e promutava vescovi e arcivescovi a sua volont, in vergogna del papa e della Chiesa, il detto papa Clemente tratt coll'arcivescovo di Palermo di torre il regno di Cicilia e di Puglia al detto Tancredi, e fece ordinare al detto arcivescovo che Gostanza serocchia che fu del re Guiglielmo, e diritta ereda del reame di Cicilia, la quale era monaca in Palermo, siccome adietro facemmo menzione, e era gi d'et di pi di L anni, slla fece uscire dal munistero, e dispens in lei ch'ella potesse essere al secolo e usare matrimonio; e di nascoso il detto arcivescovo fattala partire di Cicilla e venire a Roma, la Chiesa la fece dare per moglie al detto Arrigo imperadore, onde poco appresso nacque Federigo secondo imperadore, che fece tante persecuzioni a la Chiesa, come innanzi nel suo trattato diremo. E non sanza cagione e giudicio di Dio dovea riuscire s fatto ereda, essendo nato di monaca sacra, e in et di lei di pi di LII anni, ch' quasi impossibile a natura di femmina a portare figliuolo, sicch nacque di due contrarii, allo spirituale, e quasi contra ragione al temporale. E troviamo quando la 'mperadrice Gostanza era grossa di Federigo, s'avea sospetto in Cicilia e per tutto il reame di Puglia che per la sua grande etade potesse essere grossa; per la qual cosa quando venne a partorire fece tendere uno padiglione in su la piazza di Palermo, e mandare bando che qual donna volesse v'andasse a vederla, e molte ve n'andarono e vidono, e per cess il sospetto.

"XVII"


(Come lo 'mperadore Arrigo conquist il regno di Puglia.)

Come il detto Arrigo fu coronato imperadore, e isposata Gostanza imperadrice, onde ebbe in dota il reame di Cicilia e di Puglia con consentimento del papa e della Chiesa, e rendendone il censo usato, e gi nato Federigo suo figliuolo, incontanente con sua oste e colla moglie n'ande nel Regno, e vinse tutto il paese infino a la citt di Napoli, ma que' di Napoli non si vollono arrendere, onde Arrigo vi puose l'assedio, e stettevi tre mesi. E nella detta oste fue tanta pestilenzia d'infermit e di mortalit, che 'l detto Arrigo e la moglie v'infermaro, e della sua gente vi mor la maggiore parte; onde per necessit si lev dal detto assedio con pochi quasi inn-isconfitta, e infermo torn a Roma, e la 'mperadrice Gostanza per malatia presa ne l'oste poco appresso si moro, e lasci Federigo suo figliuolo piccolino in guardia e in tutela di santa Chiesa. Poi il detto Arrigo imperadore fatta venire nuova gente da la Magna e riformato suo stato, un'altra volta pass nel Regno con grande oste gli anni di Cristo MCLXXXXVI. Il quale regno di Puglia e reame di Cicilia signoreggiava Guiglielmo il giovane, figliuolo ch'era stato di Tancredi re, e era giovane di tempo e di senno, il quale ingannato dal detto Arrigo, sotto trattato di pace, il fece prendere con tre sue serocchie, e mandollo in pregione in Alamagna; e 'l detto Guiglielmo fece accecare degli occhi e castrare, acci che mai non potesse generare figliuoli, e in pregione vilmente fin sua vita; ma le serocchie, morto Arrigo, da Filippo suo fratello furono dilibere di pregione per lo modo che addietro di loro facemmo menzione nella fine del legnaggio di Ruberto Guiscardo.

"XVIII"


(Come Arrigo imperadore si ribell da la Chiesa e funne persecutore, e com'egli moro.)

Dapoi che Arrigo fece prendere il detto re Guiglielmo, il reame ebbe sanza gran contasto, e tutti quegli che gli erano stati incontro uccise e disperse crudelmente; e quand'elli fu al tutto signore del reame, s segu l'orme del padre d'essere ingrato a santa Chiesa, e non solamente ingrato, ma persecutore, che pi vescovi e arcivescovi e altri prelati fece nel suo regno morire, occupando le chiese e mettendovi cui allui piaceva, e non rispondendo del censo alla Chiesa. Per la qual cosa papa Innocenzo terzo, il quale fu di Campagna e succedette a Celestino, scomunic il detto Arrigo e' suoi seguaci. E lui regnato nello imperio VIII anni, mor scomunicato nella citt di Palermo gli anni di Cristo MCC, e di lui rimase Federigo piccolo fanciullo, come detto  dinanzi, il quale dalla Chiesa, siccome sua madre e buona tutrice, il detto pupillo fu guardo e conservo il suo regno, non guardando al misfatto del padre.

"XIX"


(Come Otto IIII di Sassogna fue eletto imperadore.)

Morto Arrigo imperadore, contasto grande fu intra gli elettori d'Alamagna d'eleggere re de' Romani; e partiti tralloro, feciono due lezioni. L'una parte elesse Filippo duca di Soavia fratello del detto Arrigo, e l'altra parte elessono Otto di Sassogna; ma Filippo vincea per aiuto e forza de' baroni d'Alamagna a essere re de' Romani. Ma il sopradetto papa Innocenzo favorava Otto, perch Filippo non fosse, perch'era stato fratello d'Arrigo ch'avea perseguitata la Chiesa. E in questo contasto, per frode dell'antigrado, il detto Filippo fu morto, e fue con favore della Chiesa confermato il detto Otto a re de' Romani l'anno MCCIII. E credendo la Chiesa avere migliorato stato per fare imperadore il detto Otto, troppo lo peggior; che se Arrigo fu contra la Chiesa reo, questo Otto fue pessimo, siccome innanzi nel tempo che regn faremo menzione. Lasceremo addire alquanto d'Otto imperadore infino che sar tempo, e torneremo addire de' fatti di Firenze, e dell'altre novit dell'universo mondo che furono al tempo d'Arrigo, toccando in brieve di cose notabili: e da qui innanzi ne tratteremo al generale, imperci checci pare di nicessit in gran parte, che per le diverse parti che nacquono in Italia per le discordie dalla Chiesa agl'imperadori, quasi tutto il mondo ne fu poi commosso e contaminato, e l'una novit risurse del rimbalzo dell'altra. E perch la nostra citt di Firenze venne crescendo di fama e d'essere e di potenza, quasi le pi delle notabili novit de' Cristiani in alcuna parte si riferiscono a' nostri fatti di Firenze.

"XX"


(Come iscur tutto il corpo del sole.)

Negli anni di Cristo MCLXXXXII, a d XXII di giugno, iscur tutto il corpo del sole, e dur d'alquanto dopo terza infino a la nona; la qual cosa secondo il detto de' savi astrolagi  segno di grandi novitadi future tra' Cristiani.

"XXI"


(Come i Samminiatesi disfecero la loro terra per discordia.)

Negli anni di Cristo MCLXXXXVII i terrazzani del castello di Samminiato del Tedesco per loro discordie si disfeciono la detta loro terra, e tornaro ad abitare al piano a piede di Samminiato nel borgo detto San Giniegio e in quello di Santa Gonda per essere pi a l'agio del piano e dell'acqua, e presso del fiume d'Arno e di quello d'Elsa, credendosi ivi fare una grande cittade, ma il loro intendimento tosto venne vano.

"XXII"


(Come i Fiorentini comperarono Montegrossoli.)

Nel detto anno i Fiorentini comperaro il castello di Montegrossoli in Chianti da certi cattani cui era, che lungamente aveano fatta guerra a' Fiorentini, e andatavi pi volte l'oste de' Fiorentini, come addietro  fatta menzione. E in questo medesimo anno fue generale pace in tutta Italia; e allora era consolo in Firenze Compagno degli Arrigucci.

"XXIII"


(Come fu fatto papa Innocenzo terzo.)

Negli anni di Cristo MCLXXXXVIII fu fatto papa Innocenzo terzo nato di Campagna, e regn papa pi di XVII anni, e fu savio e valente uomo in iscienzia di scrittura, e savio naturale di costumi; e al suo tempo furono molte cose, come innanzi far menzione. Questi fu quegli che iscomunic lo 'mperadore Arrigo, e fece fare Otto di Sassogna imperadore.

"XXIV"


(Come si comincio l'ordine de' frati minori.)

Al tempo del detto papa Innocenzo si cominci la santa ordine de' frati minori, onde fu cominciatore il beato Francesco nato della citt d'Ascesi nel ducato, e per questo papa fu accettata e approvata la detta ordine con privilegio, imperci che tutta fu fondata in umilit, e carit, e povert, seguendo in tutto il santo Vangelio di Cristo, e schifando ogni delizia umana. E 'l detto papa in visione vide santo Francesco sostenere sopra i suoi omeri la chiesa di Laterano, s come poi per simile modo vide di santo Domenico; la quale visione fue figura e profezia come per loro si dovea sostenere santa Chiesa e la fede di Cristo.

"XXV"


(Come si cominci l'ordine de' frati predicatori.)

E al tempo ancora del detto papa, similemente si cominci l'ordine de' frati predicatori, onde fu cominciatore il beato Domenico nato di Spagna, ma al suo tempo nolla conferm, con tutto che in avisione avvenne al detto papa che la chiesa di Laterano gli cadea adosso, e 'l beato Domenico la sostenea in su le sue spalle. E per questa visione era disposto di confermarla, ma sopravennegli la morte, e il suo successore appresso papa Onorio la conferm, gli anni di Cristo MCCXVI. E vere furono le visioni del sopradetto Innocenzo di santo Francesco e di santo Domenico, chella Chiesa di Dio cadea per molti errori e per molti dissoluti peccati, non temendo Iddio; e 'l detto beato Domenico per la sua santa scienza e predicazione gli corresse, e fune il primo stirpatore degli eretichi; e 'l beato Francesco per la sua umilit e vita appostolica e di penitenzia corresse la vita lascibile, e ridusse i Cristiani a penitenzia e a vita di salute. E veramente la Sibilla Irtea, seguendo questi tempi, profetizz di queste due sante ordini, dicendo che due stelle orierebbono in alluminando il mondo.

"XXVI"


(Come i Fiorentini disfecioro il castello di Frondigliano.)

Negli anni di Cristo MCLXXXXVIIII, essendo consoli della citt di Firenze conte Arrighi della Tosa e' suoi compagni, i Fiorentini assediaro il castello di Frondigliano, che s'era rubellato e facea guerra al Comune di Firenze, e presollo e disfeciollo infino alle fondamenta, e mai non si rifece. E nel detto anno i Fiorentini puosono oste a Simifonti, il quale era molto forte, e non ubbidia alla citt.

"XXVII"


(Come i Samminiatesi disfeciono San Giniegio, e tornarono ad abitare al poggio.)

Negli anni di Cristo MCC i Samminiatesi disfeciono il borgo a San Giniegio ch'era nel piano di Samminiato, ed era molto ricco e bene abitato; e per pi fortezza si tornaro ad abitare al poggio; e rifare il castello di Samminiato il quale aveano disfatto poco tempo dinanzi, sicch in corto tempo feciono due follie.

"XXVIII"


(Come i Franceschi e' Viniziani presono Gostantinopoli.)

Nel detto anno MCC molti baroni franceschi ch'erano mossi per andare oltremare al soccorso della Terrasanta, con navilio de' Viniziani e 'l marchese di Monferrato e pi altri baroni d'Italia, s s'accordaro, trovandosi quasi in sul verno infra l'isole d'Arcipelago in Grecia, di guerreggiare i Greci infino alla primavera, imperci che per loro frode e malizie aveano per pi volte fatto grande danno e impedimento a' Latini, che per loro paese andavano al passaggio d'oltremare. E cos assaliro la nobile citt di Gostantinopoli per mare e per terra, e per forza la presono, e Baldovino conte di Fiandra per universale accordo di tutti i baroni e de' Viniziani, per la sua bont, senno, e valore, ne fu coronato imperadore. Ma poco dure il detto imperio, che fu sconfitto e morto da' Cumani. E chi queste storie vorr pi pienamente trovare legga il libro del conquisto d'oltremare, ove sono distesamente. E per questo conquisto ritengono i Viniziani il titolo di parte del detto imperio.

"XXIX"


(Come i Tartari scesono le montagne di Gog e Magog.)

Negli anni di Cristo MCCII la gente che si chiamano i Tartari usciro dalle montagne di Gog e Magog, chiamate in latino Monti di Belgen; i quali si dice che furono stratti di quegli tribi d'Isdrael che il grande Allessandro re di Grecia, che conquist tutto il mondo, per loro brutta vita gli rinchiuse in quelle montagne, acci che non si mischiassono con altre nazioni, e ivi per vilt di loro e vano intendimento, vi stettono rinchiusi da Allessandro infino a questo tempo, credendosi che l'oste d'Allessandro sempre vi fosse; imperci ch'egli per maestrevole artificio sopra i monti ordin trombe grandissime si dificiate, che ad ogni vento trombavano con grande suono. Ma poi si dice che per gufi che nelle bocche di quelle trombe feciono nidio, e stopparono i detti artificii per modo che rimase il detto suono, e per questa cagione hanno i gufi in grande reverenzia, e per leggiadria portano i grandi signori di loro le penne del gufo in capo, per memoria che stopparo le trombe e artificii detti. Per la qual cosa il detto popolo, il quale come a guisa di bestie viveano, e erano multiplicati in innumerabile numero, s si cominciarono a sicurare, e certi di loro a passare i detti monti; e trovando come sopra le montagne non avea gente, se none il vano inganno delle trombe turate, scesono al piano e al paese d'India ch'era fruttifero, e ubertoso, e dolce; e tornando e rapportando al loro popolo e genti le dette novelle, allora si congregaro insieme, e feciono per divina visione loro imperadore e signore uno fabbro di povero stato, il quale avea nome Cangius, il quale in su un povero feltro fu levato imperadore; e come fu fatto signore, fu chiamato il sopranome Cane, cio in loro lingua imperadore. Questi fu molto valoroso e savio, e per suo senno e valentia usc con tutto quello popolo de le dette montagne, e ordinogli a decine e a centinaia e a migliaia, con capitani acconci a combattere; e per essere pi obbedito, prima a' maggiori di sua gente fece per suo comandamento uccidere a ciascuno il suo figliuolo primogenito di loro mano; e quando si vide cos obbedito, e dato suo ordine a la sua gente, entr in India, e vinse il Presto Giovanni, e sottomisesi tutto il paese. E ebbe pi figliuoli, che appresso lui feciono di grandi conquisti, e quasi di tutta la parte d'Asia i populi e li re si misono sotto loro signoria, e parte d'Europia inverso Cumania, e Alania, e Bracchia infino al Danubio. E' discendenti de' figliuoli del detto Cangius Cane sono oggi signori intra' Tartari. Questi non hanno ordinata legge, che chi  stato di loro Cristiano, e chi Saracino, ma i pi pagani idolatri. Avemo raccontato di loro nascimento e movimento, imperci che in cos piccolo tempo mai gente non fece s gran conquisto, n nullo popolo n setta nonn-ha tanta signoria, podere, e ricchezza. E chi delle loro geste vorr meglio sapere cerchi il libro di frate Aiton, signore del Colco d'Erminia, il quale fece ad istanza di papa Chimento quinto, e ancora il libro detto Milione, che fece messere Marco Polo di Vinegia, il quale conta molto di loro podere e signoria, imperci che lungo tempo fu tralloro. Lasceremo de' Tartari, e torneremo a nostra materia de' fatti di Firenze.

"XXX"


(Come i Fiorentini disfecero il castello di Simifonti e quello di Combiata.)

Negli anni di Cristo MCCII, essendo consolo in Firenze Aldobrandino Barucci da Santa Maria Maggiore, che furono molto antichi uomini, co la sua compagnia i Fiorentini ebbono il castello di Simifonti, e feciollo disfare, e il poggio apropiare al Comune, per che lungamente avea fatta guerra a' Fiorentini. E ebbollo i Fiorentini per tradimento per uno da San Donato in Poci, il quale diede una torre, e volle per questa cagione egli e' suoi discendenti fossono franchi in Firenze d'ogni incarico, e cos fu fatto, con tutto che prima nella detta torre, combattendola, fu morto da' terrazzani il detto traditore. E nel detto anno i Fiorentini andarono ad oste al castello di Combiata, ch'era molto forte in sul capo del fiume della Marina verso il Mugello, il quale era de' cattani della contrada che non voleano obbedire il Comune e facevano guerra; e disfatti i detti castelli, feciono dicreto che mai non si dovessono rifare.

"XXXI"


(Disfacimento di Montelupo, e come i Fiorentini ebbono Montemurlo.)

Negli anni di Cristo MCCIII, essendo consolo in Firenze Brunellino Brunelli de' Razzanti e suoi compagni, i Fiorentini disfeciono il castello di Montelupo perch non volea ubidire al Comune. E in questo anno medesimo i Pistolesi tolsono il castello di Montemurlo a' conti Guidi; ma poco appresso, il settembre, v'andarono ad oste i Fiorentini in servigio de' conti Guidi, e riebborlo, e renderlo a' conti Guidi. E poi nel MCCVII i Fiorentini feciono fare pace tra' Pistolesi e' conti Guidi; ma poi non possendo bene difendere i conti da' Pistolesi Montemurlo, per ch'era loro troppo vicino, e aveanvi fatto appetto il castello del Montale, s 'l vendero i conti Guidi al Comune di Firenze libbre Vm di fiorini piccioli, che sarebbono oggi Vm fiorini d'oro; e ci fu gli anni di Cristo MCCVIIII. Ma i conti da Porciano mai non vollono dare parola per la loro parte a la vendita.

"XXXII"


(Come i Fiorentini elessono di prima podestade.)

Negli anni di Cristo MCCVII i Fiorentini ebbono di prima signoria forestiera, che infino allora s'era retta la citt sotto signoria de' consoli cittadini, de' maggiori e migliori della citt, con consiglio del senato, cio di cento buoni uomini; e quelli consoli al modo di Roma tutto guidavano, e governavano la citt, e rendeano ragione, e facevano giustizia: e durava il loro officio uno anno. E erano quattro consoli mentre chella citt fu a quartieri, per ciascuna porta uno; e poi furono VI quando la citt si part a sesti. Ma gli antichi nostri non faceano menzione de' nomi di tutti, ma dell'uno di loro di maggiore stato e fama, dicendo: al tempo di cotale consolo e de' suoi compagni. Ma poi cresciuta la citt e di genti e di vizii, e faceansi pi malifici, s s'accordaro per meglio del Comune, acci che i cittadini nonn-avessono s fatto incarico di signoria, n per prieghi, n per tema, o per diservigio, o per altra cagione non mancasse la giustizia, s ordinaro di chiamare uno gentile uomo d'altra citt, che fosse loro podest per uno anno, e rendesse le ragioni civili con suoi collaterali e giudici, e facesse l'esecuzione delle condannagioni e giustizie corporali. E 'l primo che fu podest in Firenze fu nel detto anno Gualfredotto da Milano, e abit al vescovado, imperci che ancora non ave' in Firenze palazzo di Comune. E per non rimase la signoria de' consoli, ritegnendo alloro l'aministragione d'ogn'altra cosa del Comune. E per la detta signoria si resse la cittade infino al tempo chessi fece il primo popolo in Firenze, come innanzi faremo menzione; e allora si cri l'officio degli anziani.

"XXXIII"


(Come i Fiorentini sconfissono i Sanesi a Monte Alto.)

Nel detto anno, a la signoria di Gualfredotto di Milano il primo anno, i Fiorentini ricominciaro guerra co' Sanesi, per che' Sanesi aveano ricominciata guerra a Montepulciano e Monte Alcino contra i patti della pace; per la qual cosa i Fiorentini andarono a oste in su quello di Siena al castello di Montalto. I Sanesi per soccorrere il detto castello combattero co' Fiorentini, e furono sconfitti, e molti morti; e presi ne vennero in Firenze MCCC Sanesi; e' Fiorentini ebbono il detto Montalto e disfeciollo.

"XXXIV"


(Come i Sanesi richiesono di pace i Fiorentini ed ebbolla.)

Apresso, l'anno MCCVIII, il secondo anno della signoria del detto Gualfredotto, essendo rifermato, i Fiorentini feciono oste sopra i Sanesi, e disfeciono Rugomagno loro castello, e andarono infino a Rapolano nel contado di Siena, menandone grande preda e molti pregioni; ma poi l'anno nel MCCX i Sanesi non potendo pi durare la guerra co' Fiorentini, e per riavere i loro pregioni, richiesono pace a' Fiorentini, e quetarono Montepulciano e Monte Alcino e tutte le castella che' Fiorentini aveano prese sopra loro. E in quello tempo era consolo in Firenze messer Catalano della Tosa e sua compagnia. Lasceremo alquanto a dire de' fatti di Firenze, e diremo d'Otto il quarto di Sassogna imperadore, e quello che fece al suo tempo.

"XXXV"


(Come Otto quarto fu coronato imperadore, e come si fece nimico e persecutore di santa Chiesa.)

Otto quarto di Sassogna fue eletto re de' Romani, per lo modo detto addietro, quando fu eletto Filippo di Soavia, il quale fu morto. Ma questo Otto, a petizione e studio di papa Innocenzio terzo, fu confermato re de' Romani l'anno di Cristo MCCIII, ma per non venne incontanente a Roma per molta guerra li surse in Alamagna, s che Italia stette sanza imperio da XII anni; ma tratte a fine Otto le guerre d'Alamagna, pass in Italia, e dal sopradetto papa Innocenzo fu coronato l'anno di Cristo MCCX. Ma incontanente ch'ebbe la corona dello 'mperio, ove la Chiesa e 'l detto papa si credeano fosse amico e difenditore, si fece nemico e persecutore, e a' Romani incominci incontanente guerra, e contra volont del detto papa e della Chiesa pass in Puglia, e prese gran parte del Regno, il quale la Chiesa guardava siccome tutrice e madre di Federigo il giovane, figliuolo che fu dello 'mperadore Arrigo di Soavia e di Gostanza imperadrice. Per la qual cosa il detto papa scomunic il detto Otto e dispuose dello imperio in uno grande concilio che fece in Roma, e mand in Alamagna per lo giovane Federigo, e colla forza della Chiesa raquist il Regno e Cicilia. E 'l detto Otto si torn in Alamagna, e di l per contradio della Chiesa fece lega e congiura col conte Ferrante di Fiandra, e con quello di Bari e di Bologna, e pi altri baroni di Francia, i quali s'erano rubellati al re Filippo il Bornio re di Francia. E essendo il detto re acampato contra il detto imperadore e gli altri signori, quasi tutti i suoi baroni il voleano abandonare; per la qual cosa fece uno altare nel campo, e trassesi la corona in presenza de' suoi baroni e puoselavi suso, e disse: "Donatela a chi  pi degno di me, e io l'obbedir volentieri". I baroni vedendo la sua umilit, si rivolsono e promisogli d'essere leali e fedeli a la battaglia. Il quale re Filippo avendo con seco riconciliati i suoi baroni, col detto Otto imperadore, e Ferrante conte di Fiandra, e gli altri rubelli, battaglia di campo fece al ponte a Bovino a' confini di Fiandra, l dove ebbe molta gente francesca e tedesca morta. A la fine il detto buono re Filippo per la grazia di Dio ebbe vittoria, e per che si ritenne in una schiera con Vc cavalieri vecchi e indurati in battaglie e tornianti, de' quali parte di loro non intesono se non a rompere le schiere co' destrieri, sanza fedire colpi, e cos ruppono i Tedeschi; e prese il detto conte Ferrante di Fiandra, e tolsegli Artese e Vermandois; e Otto imperadore a gran periglio e vergogna fugg con poca di sua gente del campo, e grande danno ricevette di sua gente; e ci fu gli anni di Cristo MCCXIIII. E il d medesimo essendo il giovane Luis figliuolo del detto re Filippo a oste in Paico, battaglia ebbe col re Arrigo d'Inghilterra e' suoi allegati che da l'altra parte venieno sopra il re di Francia, e lui vinse e sconfisse. E in quello giorno medesimo essendo il conte di Barzellona e di Valenza, onde furono poi i suoi discendenti re d'Aragona, ad assedio de la citt di Carcasciona che vi cosava ragione, la quale tenea il detto re di Francia e eravi dentro il conte di Monforte con buona gente, il quale usc fuori vigorosamente, e assal improviso e sconfisse l'oste de' Catalani, e fu preso il conte di Barzellona, e per gli Franceschi tagliatagli la testa. Per le quali tre s grandi e bene aventurose vittorie molto sormont il re di Francia, e prese Paico e la Roccella e molto acrebbe suo reame.

"XXXVI"


(Come vivendo Otto fu eletto imperadore Federigo secondo di Soavia a richiesta della Chiesa di Roma.)

Essendo il detto Otto nimico della Chiesa e disposto per concilio generale dello 'mperio, la Chiesa ordin colli elettori d'Alamagna ch'egli elessono a re de' Romani Federigo il giovane re di Cicilia, il quale era in Alamagna, e contra il detto Otto ebbe grande vittoria. E poi il detto Otto tornato a coscienza, ande al passaggio di Dammiata oltremare, e di l moro, e rimase Federigo colla elezione. E poi al tempo d'Onorio terzo papa, che succedette a Innocenzo detto di sopra, il detto Federigo d'Alamagna venne a Vinegia, e poi per mare nel suo regno di Puglia, e poi a Roma; e dal detto papa Onorio e da' Romani fu ricevuto a grande onore, e coronato imperadore, come innanzi nel suo trattato faremo menzione. Lasceremo alquanto dello 'mperadore, e diremo de' fatti de' Fiorentini che furono infino alla sua coronazione.

"XXXVII"


(Come mor il conte Guido vecchio, e di sua progenia.)

Negli anni di Cristo MCCXIII mor il conte Guido vecchio, del quale rimasono cinque figliuoli, ma l'uno moro e lasci reda della sua parte quegli ch'ebbono Poppi, per che di lui non rimasono figliuoli; poi de' quattro figliuoli sono discesi tutti i conti Guidi. Questo conte Guido, la sua progenia si dice che anticamente furono d'Alamagna grandi baroni, i quali passarono con Otto primo imperadore, il quale diede loro il contado di Modigliana in Romagna, e di l rimasono; e poi i loro discendenti per loro podere furono signori quasi di tutta Romagna, e faceano loro capo in Ravenna, ma per soperchi ch'egli usarono a' cittadini di loro donne, e d'altre tirannie, a romore di popolo furono cacciati in uno giorno, corsi, e morti in Ravenna, che nullo ne camp piccolo o grande, se none uno picciolino fanciullo ch'avea nome Guido, il quale era a Modigliana a bala, il quale fu sopranomato Guido Besangue per lo molesto de' suoi, come nelle storie d'Otto imperadore adietro facemmo menzione. Questo Guido fu padre del detto conte Guido vecchio, onde poi tutti i conti Guidi sono discesi. Questo conte Guido vecchio prese per moglie la figliuola di messere Bellincione Berti de' Ravignani, ch'era il maggiore e 'l pi onorato cavaliere di Firenze, e le sue case succedettono poi per retaggio a' conti, le quali furono a porta San Piero in su la porta vecchia. Quella donna ebbe nome Gualdrada, e per bellezza e bello parlare di lei la tolse, veggendola in Santa Reparata coll'altre donne e donzelle di Firenze. Quando lo 'mperadore Otto quarto venne in Firenze, e veggendo le belle donne della citt che in Santa Reparata per lui erano raunate, questa pulcella pi piacque allo 'mperadore; e 'l padre di lei dicendo allo 'mperadore ch'egli avea podere di fargliele basciare, la donzella rispuose che gi uomo vivente la bascerebbe se non fosse suo marito, per la quale parola lo 'mperadore molto la commend; e il detto conte Guido preso d'amore di lei per la sua avenentezza, e per consiglio del detto Otto imperadore, la si fece a moglie, non guardando perch'ella fosse di pi basso lignaggio di lui, n guardando a dote; onde tutti i conti Guidi sono nati del detto conte e della detta donna in questo modo; che, come dice di sopra, ne rimasono IIII figliuoli chenne discesono rede. In primo ebbe nome Guiglielmo, di cui nacque il conte Guido Novello e 'l conte Simone. Questi furono Ghibellini, ma per oltraggi che Guido Novello fece al conte Simone suo fratello per la parte del suo patrimonio, si fece Guelfo e s'alleg co' Guelfi di Firenze, e di questo Simone nacque il conte Guido da Battifolle. L'altro figliuolo ebbe nome Ruggieri, onde nacquero il conte Guido Guerra e 'l conte Salvatico; e questi tennero parte guelfa. L'altro ebbe nome Guido da Romena, onde sono discesi quegli da Romena, gli quali sono stati Guelfi e Ghibellini. L'altro fu il conte Tegrimo, onde sono quegli da Porciano, e sempre furono Ghibellini. Il sopradetto Otto imperadore privileggi il detto conte Guido della signoria di Casentino. Avemo s lungo parlato del detto conte Guido, bene che in altra parte avessimo trattato del cominciamento di suo lignaggio, per che fue valente uomo, e di lui sono tutti i conti Guidi discesi, e perch' suoi discendenti molto si mischiarono poi de' fatti di Firenze, come per gli tempi faremo menzione.

"XXXVIII"


(Come si cominci parte guelfa e ghibellina in Firenze.)

Negli anni di Cristo MCCXV, essendo podest di Firenze messere Gherardo Orlandi, avendo uno messer Bondelmonte de' Bondelmonti nobile cittadino di Firenze promesse attorre per moglie una donzella di casa gli Amidei, onorevoli e nobili cittadini; e poi cavalcando per la citt il detto messer Bondelmonte, ch'era molto leggiadro e bello cavaliere, una donna di casa i Donati il chiam, biasimandolo della donna ch'egli avea promessa, come nonn era bella n sofficiente allui, e dicendo: "Io v'avea guardata questa mia figliuola"; la quale gli mostr, e era bellissima; incontanente per (subsidio diaboli) preso di lei, la promise e ispos a moglie. Per la qual cosa i parenti della prima donna promessa raunati insieme, e dogliendosi di ci che messer Bondelmonte aveva loro fatto di vergogna, s presono il maladetto isdegno onde la citt di Firenze fu guasta e partita; che di pi causati de' nobili si congiuraro insieme di fare vergogna al detto messer Bondelmonte per vendetta di quella ingiuria. E stando tralloro a consiglio in che modo il dovessero offendere, o di batterlo o di fedirlo, il Mosca de' Lamberti disse la mala parola "Cosa fatta capo ha", cio che fosse morto: e cos fu fatto; ch la mattina di Pasqua di Risurresso si raunaro in casa gli Amidei da Santo Stefano, e vegnendo d'Oltrarno il detto messere Bondelmonte vestito nobilemente di nuovo di roba tutta bianca, e in su uno palafreno bianco, giugnendo a pi del ponte Vecchio dal lato di qua, apunto a pi del pilastro ov'era la 'nsegna di Mars, il detto messer Bondelmonte fue atterrato del cavallo per lo Schiatta degli Uberti, e per lo Mosca Lamberti e Lambertuccio degli Amidei assalito e fedito, e per Oderigo Fifanti gli furono segate le vene e tratto affine; e ebbevi colloro uno de' conti da Gangalandi. Per la qual cosa la citt corse ad arme e romore. E questa morte di messere Bondelmonte fu la cagione e cominciamento delle maladette parti guelfa e ghibellina in Firenze, con tutto che dinanzi assai erano le sette tra' nobili cittadini e le dette parti, per cagione delle brighe e questioni dalla Chiesa allo 'mperio; ma per la morte del detto messere Bondelmonte tutti i legnaggi de' nobili e altri cittadini di Firenze se ne partiro, e chi tenne co' Bondelmonti che presono la parte guelfa e furonne capo, e chi cogli Uberti che furono capo de' Ghibellini; onde alla nostra citt segu molto di male e ruina, come innanzi far menzione, e mai non si crede ch'abbia fine, se Idio nol termina. E bene mostra che 'l nemico dell'umana generazione per le peccata de' Fiorentini avesse podere nell'idolo di Mars, che i Fiorentini pagani anticamente adoravano, ch a pi della sua figura si commise s fatto micidio, onde tanto male  seguito alla citt di Firenze. I maladetti nomi di parte guelfa e ghibellina si dice chessi criarono prima in Alamagna, per cagione che due grandi baroni di l aveano guerra insieme, e aveano ciascuno uno forte castello l'uno incontro all'altro, che l'uno avea nome Guelfo e l'altro Ghibellino, e dur tanto la guerra, che tutti gli Alamanni se ne partiro, e l'uno tenea l'una parte, e l'altro l'altra; e eziandio infino in corte di Roma ne venne la questione, e tutta la corte ne prese parte, e l'una parte si chiamava quella di Guelfo, e l'altra quella di Ghibellino: e cos rimasero in Italia i detti nomi.



"XXXIX"


(Delle case e de' nobili che divennero Guelfi e Ghibellini in Firenze.)

Per la detta divisione questi furono i legnaggi de' nobili che a quello tempo furono e divennoro Guelfi in Firenze, contando a sesto a sesto, e simile i Ghibellini. Nel sesto d'Oltrarno furono Guelfi i Nerli gentiluomini, tutto fossero prima abitanti in Mercato vecchio, la casa de' Giacoppi detti Rossi, non per di grande progenia d'antichit, e gi cominciavano a venire possenti i Frescobaldi, i Bardi, e' Mozzi, ma di piccolo cominciamento; Ghibellini nel sesto d'Oltrarno, de' nobili, i conti da Gangalandi, Obbriachi, e' Mannelli. Nel sesto di San Piero Scheraggio, i nobili che furono Guelfi, la casa de' Pulci, i Gherardini, i Foraboschi, i Bagnesi, i Guidalotti, i Sacchetti, e' Manieri, e quegli da Quona consorti di quegli da Volognano, i Lucardesi, i Chiermontesi, e' Compiobesi, i Cavalcanti; ma di poco tempo erano stratti di mercatanti. Nel detto sesto furono i Ghibellini la casa degli Uberti, che ne fu capo di parte, i Fifanti, gl'Infangati, e Amidei, e quegli da Volognano, e' Malespini, con tutto che poi per gli oltraggi degli Uberti loro vicini eglino e pi altri legnaggi di San Piero Scheraggio si feciono Guelfi. Nel sesto di Borgo furono Guelfi la casa de' Bondelmonti, e furonne capo, la casa de' Giandonati, i Gianfigliazzi, la casa degli Scali, la casa de' Gualterotti, e quella degl'Importuni; i Ghibellini del detto sesto, la casa degli Scolari, che furono di ceppo consorti de' Bondelmonti, la casa de' Iudi, quella de' Galli, e' Cappiardi. Nel sesto di San Brancazio furono Guelfi i Bostichi, i Tornaquinci, i Vecchietti; i Ghibellini del detto sesto furono i Lamberti, i Soldanieri, i Cipriani, i Toschi, e gli Amieri, e Palermini, e Megliorelli, e Pigli, con tutto che poi parte di loro si fecioro Guelfi. Nel sesto di porte del Duomo furono in quegli tempi di parte guelfa i Tosinghi, gli Arrigucci, gli Agli, i Sizii; i Ghibellini del detto sesto, i Barucci, i cattani da Castiglione e da Cersino, gli Agolanti, i Brunelleschi; e poi si feciono Guelfi parte di loro. Nel sesto di porte San Piero furono de' nobili guelfi gli Adimari, i Visdomini, i Donati, i Pazzi, que' della Bella, gli Ardinghi, e' Tedaldi detti que' della Vitella; e gi i Cerchi cominciavano assalire in istato, tutto fossono mercatanti. I Ghibellini del detto sesto, i Caponsacchi, i Lisei, gli Abati, i Tedaldini, i Giuochi, i Galigari; e molte altre schiatte d'orrevoli cittadini e popolani tennero l'uno coll'una parte e l'altro coll'altra, e si mutaro per gli tempi d'animo e di parte, che sarebbe troppa lunga matera a raccontare. E per la detta cagione si cominciaro di prima le maladette parti in Firenze; con tutto che di prima assai occultamente, pure era parte tra' cittadini nobili, che chi amava la signoria della Chiesa e chi quella dello 'mperio, ma per inn-istato e bene del Comune tutti erano in concordia.

"XL"


(Come fu presa la citt di Dammiata per gli Cristiani, e poi perduta.)

Nell'anno MCCXV papa Innocenzo celebr generale concilio a Roma per fare passaggio oltremare al soccorso della Terrasanta, e pi ordini fece, ma poco appresso mor. E l'anno MCCXVI fu fatto papa Onorio terzo nato di Roma, il quale segu poi il detto passaggio, ove andarono molti Romani, e Italiani, e Fiorentini, e andovvi d'oltramonti Otto imperadore, e pi altri baroni d'Alamagna e di Francia l'anno MCCXVIII. E assediaro la citt di Dammiata in Egitto per due anni, e dopo grande danno di mortalit de' Cristiani, che vi moriro il detto Otto e molta di sua gente, e l'anno appresso ebbono Dammiata per forza; e la 'nsegna del Comune di Firenze, il campo rosso e 'l giglio bianco, fu la prima chessi vide in sulle mura di Dammiata, per virt de' pellegrini fiorentini che furono de' primi combattendo a vincere la terra; e ancora per ricordanza il detto gonfalone si mostra per le feste nella chiesa di San Giovanni. E vinta Dammiata per gli Cristiani, tutti i Saracini vi furono morti e presi; ma poco la tennero i Cristiani, per disensione che avenne tralegato del papa e' signori franceschi ch'aveno fatto il conquisto, per tale modo che l'anno di Cristo MCCXXI per assedio la rendero i Cristiani a' Saracini, riavendo i loro pregioni.

"XLI"


(Come i Fiorentini fecero giurare alla citt tutti i contadini e si cominci il ponte nuovo da la Carraia.)

Negli anni di Cristo MCCXVIII, essendo podest di Firenze Otto da Mandella di Milano, i Fiorentini feciono giurare tutto il contado alla signoria del Comune, che prima la maggiore parte si tenea a signoria de' conti Guidi, e di quegli di Mangone, e di quegli di Capraia, e da Certaldo, e di pi cattani che 'l s'aveano occupato per privilegi, e tali per forza degl'imperadori. E in questo anno si cominciaro a fondare le pile del ponte alla Carraia.

"XLII"


(Come i Fiorentini presono Mortennana, e compisi il ponte nuovo detto dalla Carraia.)

Negli anni di Cristo MCCXX, essendo podest di Firenze messer Ugo del Grotto di Pisa, i Fiorentini andarono a oste sopra uno castello degli Squarcialupi chessi chiamava Mortennana, il quale era molto forte; ma per forza e ingegno si vinse; e quegli che per suo ingegno l'ebbe fu fatto a perpetuo franco d'ogni gravezza di Comune, e egli e' suoi discendenti; e 'l detto castello fu tutto disfatto infino alle fondamenta. E in questo anno medesimo si compi di fare il ponte alla Carraia, il quale si chiamava il ponte Nuovo, per che allora la citt di Firenze nonn-avea che due ponti, cio il ponte Vecchio e questo detto Nuovo.

"LIBRO SETTIMO"

"I"


(Qui comincia il VII libro: come Federigo secondo fue consecrato e fatto imperadore, e le grandi novitadi che furono.)

Negli anni di Cristo MCCXX, il d di santa Cecilia di novembre, fue coronato e consecrato a Roma a imperadore Federigo secondo re di Cicilia, figliuolo che fu dello 'mperadore Arrigo di Soavia e della imperadrice Gostanza, per papa Onorio terzo a grande onore. Al cominciamento questi fu amico della Chiesa, e bene dovea esser; tanti benefici e grazie avea dalla Chiesa ricevute, ch per la Chiesa il padre suo Arrigo ebbe per moglie Gostanza reina di Cicilla, e in dote il detto reame eregno di Puglia, e poi morto il padre, rimanendo piccolino fanciullo, dalla Chiesa, come da madre, fu guardato e conservato, e eziandio difeso il suo reame, e poi fattolo re de' Romani eleggere contro a Otto quarto imperadore, e poi coronato imperadore, come di sopra  detto. Ma elli figliuolo d'ingratitudine, non riconoscendo santa Chiesa come madre, ma come nemica matrigna, in tutte le cose le fu contrario e perseguitatore, egli e' suoi figliuoli, quasi pi che' suoi anticessori, s come innanzi faremo di lui menzione. Questo Federigo regn XXX anni imperadore, e fue uomo di grande affare e di gran valore, savio di scrittura e di senno naturale, universale in tutte cose; seppe la lingua latina, e la nostra volgare, tedesco, e francesco, greco, e saracinesco, e di tutte virtudi copioso, largo e cortese in donare, prode e savio in arme, e fue molto temuto. E fue dissoluto in lussuria in pi guise, e tenea molte concubine e mammoluchi a guisa de' Saracini: in tutti diletti corporali volle abbondare, e quasi vita epicuria tenne, non faccendo conto che mai fosse altra vita. E questa fu l'una principale cagione perch venne nemico de' cherici e di santa Chiesa. E per la sua avarizia di prendere e d'occupare le giuridizioni di santa Chiesa per male dispenderle, e molti monasteri e chiese distrusse nel suo regno di Cicilia e di Puglia, e per tutta Italia, sicch, o colpa de' suoi vizii e difetti, o de' rettori di santa Chiesa che collui non sapessono o non volessono praticare, n esser contenti ch'elli avessero le ragioni dello 'mperio, per la qual cosa sottomise e percosse santa Chiesa; overo che Idio il permettesse per giudicio divino, perch i rettori della Chiesa furono operatori ch'egli nascesse della monaca sagra Gostanza, non ricordandosi delle persecuzioni che Arrigo suo padre e Federigo suo avolo aveano fatte a santa Chiesa. Questi fece molte notabili cose al suo tempo, che fece a tutte le caporali citt di Cicilia e di Puglia uno forte e ricco castello, come ancora sono in piede, e fece il castello di Capovana in Napoli, e le torri e porta sopra il ponte del fiume del Volturno a Capova, le quali sono molto maravigliose, e fece il parco dell'uccellagione al Pantano di Foggia in Puglia, e fece il parco della caccia presso a Gravina e a Melfi a la montagna. Il verno stava a Foggia, e la state a la montagna a la caccia a diletto. E pi altre notabili cose fece fare: il castello di Prato, e la rocca di Samminiato, e molte altre cose, come innanzi faremo menzione. E ebbe due figliuoli della sua prima donna, Arrigo e Currado, che ciascuno a sua vita fece l'uno appresso l'altro eleggere re de' Romani; e della figliuola del re Giovanni di Ierusalem ebbe Giordano re, e d'altre donne ebbe il re Federigo, onde sono discesi il legnaggio di coloro che si chiamano d'Antioccia, il re Enzo e lo re Manfredi, che assai furono nimici di santa Chiesa. E alla sua vita egli e' figliuoli vivettono e signoreggiaro con molta gloria mondana, ma alla fine egli e' suoi figliuoli per gli loro peccati capitaro e finiro male, ed ispensesi la sua progenia, s come innanzi faremo menzione.

"II"


(La cagione perch si cominci la guerra da' Fiorentini a' Pisani.)

A la detta coronazione dello 'mperadore Federigo si ebbe grande e ricca ambasceria di tutte le citt d'Italia; e di Firenze vi fue molta buona gente, e simile di Pisa. Avvenne che uno grande signore romano ch'era cardinale, per fare onore a' detti ambasciadori, convit a mangiare gli ambasciadori di Firenze, e andati al suo convito, uno di loro veggendo uno bello catellino di camera al detto signore, s gliele domand; e il detto signore disse che mandasse per esso a sua volont. Poi il detto cardinale il d appresso convit gli ambasciadori di Pisa, e per simile modo uno de' detti ambasciadori invagh del detto catellino, e domandollo in dono. Il detto cardinale non ricordandosi come l'avea donato all'ambasciadore di Firenze, il promise a quello di Pisa. E partiti dal convito, l'ambasciadore di Firenze mand per lo catellino, e ebbelo. Poi vi mand quello di Pisa, e trov come l'aveano avuto gli ambasciadori di Firenze: recarlosi in onta e in dispetto, non sappiendo com'era andato il detto dono del catellino. E trovandosi per Roma insieme i detti ambasciadori, richeggendo il catellino, vennero insieme a villane parole, e di parole si toccaro; onde gli ambasciadori di Firenze furono alla prima soperchiati e villaneggiati dalle persone, per che cogli ambasciadori pisani avea L soldati di Pisa. Per la qual cosa tutti i Fiorentini ch'erano intorno alla corte del papa e dello 'mperadore, ch'erano in gran quantit (e ancora ve n'andarono assai di Firenze per volont, onde fu capo messer Oderigo de' Fifanti), s'accordarono e assaliro i detti Pisani con aspra vendetta. Per la qual cosa scrivendo eglino a Pisa come erano stati soperchiati e vergognati da' Fiorentini, incontanente il Comune di Pisa fece arrestare tutta la roba e mercatantia de' Fiorentini che si trov in Pisa, ch'era in buona quantit. I Fiorentini per fare ristituire a' loro mercatanti, pi ambascerie mandaro a Pisa, pregando che per amore dell'amist antica dovessono ristituire la detta mercatantia. I Pisani non l'assentiro, dando cagione che la detta mercatantia era barattata. Alla fine s'agecchiro a tanto i Fiorentini, che mandarono pregando il Comune di Pisa che in luogo della mercatantia mandassero almeno altrettante some di qual pi vile cosa si fosse, acci che quella onta non facessono alloro, e il Comune di Firenze de' suoi danari ristituirebbe i suoi cittadini; e se ci non volessono fare, che protestavano che pi non poteano durare l'amist insieme, e che comincerebbono loro guerra; e questa richesta dur per pi tempo. I Pisani per loro superbia, parendo loro esser signori del mare e della terra, rispuosono a' Fiorentini che qualunque ora eglino uscissono a oste rammezzerebbono loro la via. E cos avenne che' Fiorentini, non possendo pi sostenere l'onta e 'l danno che faceano loro i Pisani, cominciaro loro guerra. Questo cominciamento e cagione della detta guerra, com' detto di sopra, sapemo il vero da antichi nostri cittadini, che i loro padri furono presenti a queste cose, e ne feciono loro ricordo e memoria.

"III"


(Come i Pisani furono sconfitti da' Fiorentini a Castello del Bosco.)

Avenne che gli anni di Cristo MCCXXII i Fiorentini s'apparecchiaro d'andare ad oste sopra la citt di Pisa, e partiti di Firenze del mese di luglio, i Pisani, come aveano promesso, si feciono loro allo 'ncontro aluogo detto Castello del Bosco nel contado di Pisa. Quivi s'afrontaro insieme, e fuvi grande battaglia. A la fine i Pisani vi furono sconfitti da' Fiorentini a d XXI di luglio del detto anno, e molti ne furono morti, e presi ne vennoro a Firenze per numero MCCC uomini, e de' migliori della citt di Pisa; e cos si mostra per giudicio d'Iddio che' Pisani avessono quella disciplina per la loro superbia, arroganza, e ingratitudine. Avemo s lungamente detto sopra questa matera da' Fiorentini a' Pisani, perch sia notorio a ciascuno il cominciamento di tanta guerra e dissensione che ne segu appresso, e grandi aversit e battaglie e pericoli in tutta Italia, e massimamente in Toscana, e alla citt di Firenze e di Pisa; e cominciossi per cos vil cosa, come fu per la contenza d'uno piccolo cagniuolo, il qual si pu dire che fosse diavolo in ispezie di catellino, perch tanto male ne seguo, come per innanzi faremo menzione.

"IV"


(Come i Fiorentini andarono ad oste a Fegghine, e feciono l'Ancisa.)

Negli anni di Cristo MCCXXIII quegli del castello di Fegghine in Valdarno, il quale era molto forte e possente di genti e di ricchezze, s si rubellaro, e non vollono ubbidire al Comune di Firenze; per la qual cosa nel detto anno, essendo podest in Firenze messere Gherardo Orlandi, i Fiorentini per comune feciono oste a Figghine, e guastarla intorno, ma non l'ebbono; e per battifolle, overo bastita, tornando l'oste de' Fiorentini a Firenze, s puosono i Fiorentini il castello di l'Ancisa, acci ch'al continuo colle masnade de' Fiorentini fosse guerreggiato il castello di Fegghine.

"V"


(Come i Fiorentini fecero oste sopra Pistoia, e guastarla intorno.)

Negli anni di Cristo MCCXXVIII, essendo podest di Firenze messer Andrea da Perugia, i Fiorentini feciono oste sopra la citt di Pistoia col carroccio; e ci fu perch i Pistolesi guerreggiavano e trattavano male quegli di Montemurlo; e guast la detta oste intorno alla citt infino alle borgora, e disfeciono le torri di Montefiore ch'erano molto forti; e 'l castello di Carmignano s'arend al Comune di Firenze. E nota che in su la rocca di Carmignano avea una torre alta LXX braccia, e ivi su due braccia di marmo, che faceano le mani le fiche a Firenze, onde per rimproccio usavano gli artefici di Firenze quando era loro mostrata moneta o altra cosa, diceano: "Nolla veggo, per che m' dinanzi la rocca di Carmignano"; e per questa cagione feciono i Pistolesi le comandamenta de' Fiorentini, s come seppono divisare i Fiorentini, e feciono disfare la detta rocca di Carmignano.

"VI"


(Come i Sanesi ricominciaro la guerra a' Fiorentini per Montepulciano.)

Negli anni di Cristo MCCXXVIIII i Sanesi ruppono la pace a' Fiorentini, imperci che contra i patti della detta pace i Sanesi feciono oste sopra Montepulciano del mese di giugno nel detto anno. Per la qual cosa il settembre vegnente, essendo podest di Firenze messer Giovanni Bottacci, i Fiorentini feciono oste sopra i Sanesi, e guastarono il loro contado infino a la pieve a Sciata verso Chianti, e disfeciono Montelisciai, uno loro castello presso a Siena a tre miglia. E poi l'anno appresso, essendo podest di Firenze Otto da Mandella di Milano, i Fiorentini fecero generale oste sopra Siena a d XXI di maggio l'anno MCCXXX, e menaro il carroccio, e valicaro la citt di Siena, e andarono a San Chirico a Rosenna, e disfeciono il bagno a Vignone. E poi andaro per la valle d'Orcia infino a Radicofani, e passaro le Chiane per guastare i Perugini, perch aveano favorati i Sanesi, domandando giuridizione del lago, per ragione che v'avea la Badia di Firenze per privilegio del marchese Ugo. Ma i Perugini richesto l'aiuto de' Romani, i Fiorentini si partiro di sopra il contado di Perugia, e tornaro in su quello di Siena, e disfeciono da XX tra castella e gran fortezze, e tagliaro il pino da Montecellese, e tornando si puosono a Siena a campo, e per forza combattero l'antiporte, e ruppero i serragli, e entraro ne' borghi della citt, e menarne presi a Firenze pi di MCC uomini. In questo anno MCCXXX i Fiorentini andarono ad oste a Caposelvoli in Valdambra a le confine d'Arezzo, imperci che facea guerra in Valdarno nel contado di Firenze co la forza degli Aretini, e s era della diocesi di Fiesole e del distretto di Firenze, e presollo, e disfeciollo.

"VII"


(D'uno grande miracolo ch'avenne a Santo Ambruogio in Firenze del corpo di Cristo.)

Nel detto anno MCCXXVIIII, il d di san Firenze, d XXX di dicembre, uno prete della chiesa di Santo Ambruogio di Firenze ch'avea nome prete Uguiccione, avendo detta la messa e celebrato il sacrificio, e per vecchiezza non asciug bene il calice; per la qual cosa il d appresso prendendo il detto calice, trovovvi dentro vivo sangue appreso e incarnato, e ci fu manifesto a tutte le donne di quello munistero, e a tutti i vicini che vi furono presenti, e al vescovo, e a tutto il chericato, e poi si pales tra tutti i Fiorentini, i quali vi trassono a vedere con grande devozione, e trassesi il detto sangue del calice, e misesi in una ampolla di cristallo, e ancora si mostra al popolo con grande reverenza.

"VIII"


(Ancora della guerra da' Fiorentini a' Sanesi.)

Negli anni di Cristo MCCXXXII i Sanesi presono Montepulciano, e disfeciono le mura e tutte le fortezze de la terra, imperci che quelli di Montepulciano per mantenersi in loro libertade si erano in lega e compagnia co' Fiorentini. Per la qualcosa i Fiorentini andaro ad oste sopra i Sanesi, essendo podest di Firenze messer Iacopo da Perugia, e guastarono molto del loro contado, e puosono oste al castello di Querciagrossa, presso a Siena a quattro miglia, il quale era molto forte, e per forza d'edifici s'arendero; e avuto il castello, il feciono tutto disfare, e gli uomini che v'erano dentro menaro pregioni a Firenze.

"IX"


(Di novit da Firenze.)

Nel detto anno s'apprese il fuoco in Firenze da casa i Caponsacchi presso di Mercato Vecchio, onde arsono molte case, e arsono uomini e femmine e fanciulli XXII, onde fu grande danno.

"X"


(Ancora della guerra di Siena.)

L'anno appresso MCCXXXIII i Fiorentini feciono grande oste sopra la citt di Siena, e assediarla dalle tre parti, e con molti difici vi gittaro dentro pietre assai, e per pi dispetto e vergogna vi manganarono asini e altra bruttura.

"XI"


(Ancora della guerra co' Sanesi.)

Apresso, l'anno MCCXXXIIII i Fiorentini ancora rifeciono oste sopra i Sanesi, e mossesi di Firenze a d IIII di luglio, essendo podest di Firenze messer Giovanni del Giudice di Roma, e stettono in oste sopra il loro contado LIII d, e disfeciono Asciano e Orgiale, con XLIII tra castella e ville e grandi fortezze, onde i Sanesi ricevettono gran dannaggio.

"XII"


(Di novit di Firenze.)

Nel detto anno, per pasqua di Natale, s'apprese il fuoco in Firenze nel borgo di piazza Oltrarno, e quasi arse tutto con grandissimo danno. E nota quanta pestilenzia la nostra citt ha ricevuta di fuochi appresi, che quasi tra pi volte il pi della citt  stato arso e rifatto.

"XIII"


(Come fu fatta pace da' Fiorentini a' Sanesi.)

Negli anni di Cristo MCCXXXV, essendo podest di Firenze messer Compagnone del Poltrone, apparecchiandosi i Fiorentini di fare sopra la citt di Siena maggiore oste che per gli anni passati non aveano fatta, e' Sanesi veggendosi molto guasti del loro contado, e la loro forza e potenza molto affiebolita, s richiesono di pace i Fiorentini, la quale fu esaudita e ferma con patti, che' Sanesi alle loro spese rifacessono Montepulciano, e quetassollo d'ogni ragione e domanda, e alle loro spese, appetizione de' Fiorentini, fornissono il castello di Monte Alcino, il quale era in lega co' Fiorentini, e riebbono i loro pregioni; la quale guerra pienamente era durata VI anni, onde i Fiorentini ebbono grande onore. Lasceremo alquanto de' fatti di Firenze e del paese intorno, faccendo incidenzia, tornando addietro, per raccontare de' fatti, e dell'opere, e guerre dello 'mperadore Federigo alla Chiesa di Roma; le quali novitadi furono s grandi, che bene sono da notare, imperci che furono commovimento quasi a tutto il mondo, onde molto ne cresce materia di dire.

"XIV"


(Come lo 'mperadore Federigo venne in discordia colla Chiesa.)

Dapoi che Federigo secondo fue coronato da papa Onorio, come detto avemo addietro, nel suo cominciamento fu amico della Chiesa, ma poco tempo appresso per la sua superbia e avarizia cominci ad esurpare le ragioni della Chiesa in tutto suo imperio, e nel reame di Cicilia e di Puglia, promutando vescovi, e arcivescovi, e altri prelati, e cacciandone quegli messi per lo papa, e faccendo imposte e taglie sopra i cherici a vergogna di santa Chiesa; per la qual cosa da papa Onorio detto chell'avea coronato fue citato e ammonito che lasciasse a santa Chiesa le sue giuridizioni, e rendesse il censo. Il quale imperadore veggendosi in grande potenzia e stato, s per la forza degli Alamanni e per quella del reame di Cicilia, e ch'era signore del mare e della terra, e temuto da tutti i signori de' Cristiani, e eziandio da' Saracini, e veggendosi abracciato de' figliuoli che della prima donna figliuola dell'antigrado d'Alamagna avea, Arrigo e Currado, il quale Arrigo gi avea fatto coronare in Alamagna re de' Romani, e Currado era duca di Soavia, e Federigo d'Antioccia suo primo figliuolo naturale fece re, e Enzo suo figliuolo naturale era re di Sardigna, e Manfredi prenze di Taranto, non si volle dechinare all'obedienza della Chiesa, anzi fu pertinace, vivendo mondanamente in tutti i diletti corporali. Per la qual cosa dal detto papa Onorio fu scomunicato gli anni di Cristo..., e per ci non lasci di perseguire la Chiesa, ma maggiormente occupava le sue ragioni, e cos stette nimico della Chiesa e di papa Onorio infino che vivette. Il quale papa pass di questa vita gli anni di Cristo MCCXXVI, e dopo lui fu fatto papa Gregorio nono nato d'Alagna di Campagna, il quale regn papa anni XIIII; il quale papa Gregorio ebbe collo imperadore Federigo grande guerra, imperci chello 'mperadore in nulla guisa volea lasciare le ragioni e giuridizioni di santa Chiesa, ma maggiormente l'occupava, e molte chiese del Regno fece abattere e disertare, faccendo imposte gravi a' cherici, e alle chiese. E' Saracini, i quali erano in sulle montagne di Trapali in Cicilia, per esser pi al sicuro dell'isola, e dilungati da' Saracini della Barberia, e ancora per tenere per loro in paura i suoi suditi del regno di Puglia, con ingegno e promesse gli trasse di quelle montagne, e misegli in Puglia in una antica citt diserta, che anticamente fue in lega co' Romani, e fue disfatta per gli Sanniti, cio per quelli di Benevento, la quale allora si chiamava Licera, e oggi si chiama Nocera, e furono pi di XXm uomini d'arme, e quella citt rifeciono molto forte; i quali pi volte corsono le terre di Puglia e guastarle. E quando il detto imperadore Federigo ebbe guerra colla Chiesa, gli fece venire sopra il ducato di Spuleto, e assediaro in quel tempo la citt d'Ascesi, e feciono gran danno a santa Chiesa. Per la qual cosa il detto papa Gregorio conferm contra lui le sentenzie date per papa Onorio suo predecessore, e di nuovo gli di sentenzia di scomunicazione gli anni di Cristo...

"XV"


(Come fu fatto accordo da papa Gregorio e lo 'mperadore Federigo.)

Avenne in que' tempi, dapoi che 'l soldano e' Saracini d'Egitto ripresono la citt di Dammiata, e quella di Ierusalem, e gran parte della Terrasanta, il re Giovanni ch'era allora re di Ierusalem, il quale fu del legnaggio del conte di Brenna, e per sua bont essendo oltremare ebbe per moglie la figliuola che fu del re Almerigo re di Ierusalem, della schiatta di Gottifredi di Buglione, ch'era reda, e per lei era re di Ierusalem, veggendo la Terrasanta in male stato per la soperchia forza de' Saracini, pass in ponente per avere aiuto dal papa e da la Chiesa, e dallo imperadore Federigo, e dal re di Francia, e dagli altri re di Cristianit, e trov papa Gregorio detto di sopra co la Chiesa a Roma molto tribolato da Federigo imperadore; e mostrando al detto papa il grande bisogno chella Terrasanta avea d'aiuto e di soccorso, e come Federigo imperadore era quegli che pi vi potea operare di bene per la sua gran forza e podere ch'egli avea in mare e in terra, s cerc pace tra la Chiesa e 'l detto imperadore, acci ch'egli andasse oltremare al passaggio, e il papa gli perdonasse l'offese fatte alla Chiesa e ricomunicasselo. Il quale accordo fu fatto per lo detto re Giovanni, ch'era savio e valoroso signore. E oltre acci fatta la detta pace, il detto papa Gregorio di per moglie allo 'mperadore Federigo, ch'era morta la sua prima donna, la figliuola del detto re Giovanni ch'era reda del reame di Ierusalem per la madre, e promise e giur il detto imperador di difendere il detto papa e la Chiesa da' malvagi mani, che tutto d erano ribelli contra la Chiesa per loro avarizia, e poi d'andare oltremare con tutta sua forza al passaggio ordinato per lo detto papa. E fatta la detta pace, la figliuola del re Giovanni venne di Soria a Roma, e lo 'mperadore la spos con gran festa per mano del detto papa Gregorio, e di lei ebbe tosto uno figliuolo ch'ebbe nome Giordano, ma poco tempo vivette. Ma per l'opera del nimico dell'umana generazione, trovando Federigo corrotto in vizio di lussuria, si giacque con una cugina della detta imperadrice e reina, ch'era pulcella e di sua camera privata; e la 'mperadrice lasciando, e trattandola male, s si dolfe al re Giovanni suo padre dell'onta e vergogna che Federigo le facea, e avea fatto della nipote. Per la qual cosa il re Giovanni crucciato, di ci dolendosi allo 'mperadore, e ancora minacciandolo, lo 'mperadore batt la moglie, e misela in pregione, e mai poi non istette collei; e secondo chessi disse, tosto la fece morire. E lo re Giovanni, il quale era in Puglia, tutto governatore per la Chiesa e per lo 'mperadore affare fornire e apparecchiare lo stuolo del passaggio che dovea andare oltremare, sill'acommiat del Regno, onde molto isconci il passaggio per la detta discordia. Poi il re Giovanni torn a Roma al papa, dogliendosi molto di Federigo, e andossene in Lombardia, e da' Lombardi molto fue onorato, e ubbidieno lui pi chello 'mperadore; onde grande parte e sette si cominciaro in Lombardia e in Toscana, che molte terre si teneano dalla parte della Chiesa e del re Giovanni e altre collo imperadore. Poi lo re Giovanni ande in Francia e inn Inghilterra, e grande aiuto ebbe da tutti que' signori per lo passaggio, e per mantenere le terre d'oltremare chessi teneano per gli Cristiani.

"XVI"


(Come la Chiesa ordin il passaggio oltremare, ond'era capitano lo 'mperadore Federigo, il quale mosso lo stuolo si torne addietro.)

Infra questo tempo papa Gregorio con grande sollecitudine form l'apparecchiamento del passaggio d'oltremare. Per lo detto papa Gregorio s richiese lo 'mperadore Federigo che attenesse la promessa e saramento fatto a la Chiesa, d'andare oltremare con uno legato cardinale, e egli fosse signore dello stuolo in mare e in terra. Il quale imperadore fece tutto l'apparecchiamento, e collo stuolo de' Cristiani si part di Brandizio in Puglia gli anni di Cristo MCCXXXIII, e come lo stuolo fu alquanto infra mare e mosso a piene vele, lo 'mperadore Federigo segretamente fece volgere la sua galea, e tornossi in Puglia, sanza andare oltremare, egli e gran parte di sua gente. Per la qual cosa il papa e tutta la Chiesa indegnati dell'opere e falli di Federigo, tegnendo ch'egli avesse ingannata e tradita la Chiesa e tutta la Cristianit, e messo in grande pericolo le bisogne e 'l soccorso della santa terra d'oltremare, il detto papa Gregorio scomunic da capo il detto imperadore Federigo, gli anni di Cristo MCCXXXIII. Questo ritorno chello 'mperadore fece, e non seguire il passaggio giurato, egli medesimo e chillo volle difendere disse ch'avea sentito che come fosse oltremare, il papa e la Chiesa col re Giovanni gli dovea rubellare il regno di Cicilia e di Puglia. Altri dissono che 'l detto imperadore al continuo s'intendea col soldano di Babbillonia per lettere e messaggi e grandi presenti, e ch'egli mand con patti fatti e fermi che s'egli rompesse il detto grande passaggio (temendo forte de' Cristiani), che assua volont il metterebbe in signoria e sagina del reame di Ierusalem sanza colpo di spada; le quali di su dette cagioni e l'una e l'altra pareano esser il vero, per le cose che avennero appresso; imperci che con tutta la pace e accordo fatto da la Chiesa allo 'mperadore, sempre di ciascuna parte rimase la mala volont, e maggiormente nello 'mperadore, per la sua superbia.

"XVII"


(Come lo 'mperadore Federigo passe oltremare, e fece pace col soldano, e riebbe Ierusalem contra volont della Chiesa.)

Poi gli anni di Cristo MCCXXXIIII lo 'mperadore Federigo fatta sua armata e grande apparecchiamento, sanza richiedere il papa o la Chiesa, o nullo altro signore de' Cristiani, si mosse di Puglia e andonne oltremare pi per avere la signoria di Ierusalem, come gli avea promessa il soldano, che per altro benificio di Cristianit; e ci apparve apertamente, ch giunto lui in Cipri, e mandato in Soria innanzi il suo maliscalco con parte di sua gente, non intese a guerreggiare i Saracini, ma i Cristiani; ch tornando i pellegrini d'una cavalcata fatta sopra i Saracini con grande preda e molti pregioni, il detto maliscalco combatt colloro, e molti n'uccise, e rub loro tutta la preda. E questo si disse che fece per lo trattato chello 'mperadore tenea col soldano, stando lui in Cipri, che spesso si mandavano ambasciadori e ricchi presenti. E ci fatto, lo 'mperadore n'ande in Acri, e volle disfare il tempio d'Acri a' Tempieri, e fece torre loro castella, e mande suoi ambasciadori a papa Gregorio, che gli piacesse di ricomunicarlo, imperci ch'avea fatta sua penitenza e saramento; dal quale papa non fu intesa sua petizione e richesta, imperci che al papa e alla Chiesa era palese per lettere e per messaggi venuti di Soria dal legato del papa, e dal patriarca di Ierusalem, e dal mastro del Tempio, e da quello dello Spedale, e da pi altri signori di l, chello imperadore non facie in Soria nullo beneficio comune de' Cristiani, n co' signori ch'erano di l non consigliava al racquisto della Terrasanta, ma istava in trattati col soldano e co' Saracini. E al detto trattato e accordo diede compimento abboccandosi a parlamento col soldano, nel quale il soldano gli fece molta reverenza, dicendogli: "Tu se' Cesare de' Romani, maggiore signore di me". L'accordo fu tralloro in questo modo, che 'l soldano gli rend a queto la citt di Ierusalem, salvo il tempio (Domini) che volle rimanesse a la guardia de' Saracini, acci che vi si gridasse la sal, e chiamasse Maometto; e lo 'mperadore l'asent per dispetto e mala volont ch'avea co' Tempieri, e lasciogli il soldano tutto il reame di Ierusalem, salvo il castello chiamato il Craito di Monreale, e pi altre castella fortissime alle frontiere, e erano la chiave e l'entrata del reame. A la qual pace non fu consenziente il legato del papa cardinale, n 'l patriarca di Ierusalem, n Tempieri, n gli Spedalieri, n gli altri signori di Soria, n capitani de' pellegrini, imperci che alloro parve falsa pace, e a danno e vergogna de' Cristiani, e a sconcio del racquisto della Terrasanta. Ma per lo 'mperadore Federigo non lasci, ma co' suoi baroni e col mastro maggiore de la magione degli Alamanni and in Ierusalem, e fecesi coronare in mezza quaresima, gli anni di Cristo MCCXXXV. E ci fatto, s mand suoi ambasciatori in ponente a significarlo al papa, e al re di Francia, e a pi altri re e signori, com'era coronato, e possedea il reame di Ierusalem; de la qual cosa il papa e tutta la Chiesa ne furono crucciosi a morte, conoscendo come ci era falsa pace, e con inganno a piacere del soldano, acci che' pellegrini ch'erano iti al passaggio nol potessono guerreggiare. E videsi apertamente, ch poco appresso che Federigo fu tornato in ponente i Saracini ripresono Ierusalem e quasi tutto il paese che 'l soldano gli avea renduto, a grande danno e vergogna de' Cristiani; e rimase la Terrasanta e la Soria in peggiore stato che nolla trov.

"XVIII"


(Come lo 'mperadore torn d'oltremare perch gli era rubellato il Regno, e come ricominci la guerra colla Chiesa.)

Come papa Gregorio seppe la falsa pace fatta per lo 'mperadore Federigo e col soldano, a vergogna e danno de' Cristiani, incontanente ordin col re Giovanni, il quale era in Lombardia, che colla forza della Chiesa entrasse con gente d'arme nel regno di Puglia a rubellare il paese a Federigo imperadore; e cos fece, e gran parte del Regno ebbe a' suoi comandamenti e della Chiesa. Incontanente che Federigo ebbe oltremare la novella, lasci il suo maliscalco, il quale non intese ad altro ch'a guerreggiarsi co' baroni di Soria per occupare loro citt e signoria, che' loro anticessori con grande affanno e dispendio e spargimento di sangue aveano conquistato sopra i Saracini, e combattsi col re Arrigo di Cipri e co' baroni di Soria, e sconfissegli a saetta; ma poi fue egli sconfitto in Cipri, e perd quasi tutto il reame di Ierusalem in poco tempo, ch 'l ripresono i Saracini per la discordia ch'era tra 'l detto maliscalco e gli altri signori cristiani. E chi queste storie vorr meglio sapere le troverr distesamente nel libro del conquisto. Lasceremo omai de' fatti d'oltremare, e diremo di Federigo, il quale con due galee solamente, gli anni di Cristo MCCXXXVI, arriv al castello d'Astone in Puglia, la quale fu la prima terra che gli s'arrend. E lui arrivato in Puglia, raun le sue forze, e cominciarsi le terre a ritornare alla sua signoria; e mand in Alamagna per Currado suo figliuolo e per lo duca d'Ostericchi, i quali con gente grande vennero in Puglia, e per la loro forza tutto il paese che gli s'era rubellato racquistaro, e pi; che 'l Patrimonio San Piero, e il ducato di Spuleto, che sono propio retaggio della Chiesa, e la Marca d'Ancona, e la citt di Benevento, camera della Chiesa, occup, menando in loro oste i Saracini di Nocera, tutto tolsono a santa Chiesa, e 'l papa Gregorio quasi assediaro in Roma, e con dispendio di moneta fatto per Federigo a certi malvagi nobili romani avrebbe preso il detto papa Gregorio in Roma, il quale accorgendosi di ci, trasse di Santo Santoro di Laterano la testa de' beati appostoli Pietro e Paulo, e con essi in mano, con tutti i cardinali, vescovi, e arcivescovi, e altri prelati ch'erano in corte, e col chericato di Roma, con solenni digiuni e orazioni and per tutte le principali chiese di Roma a processione; per la quale devozione e miracolo de' detti santi appostoli il popolo di Roma fu tutto rivocato a la difensione del papa e della Chiesa, e quasi tutti si crucciaro contra Federigo, dando il detto papa indulgenza e perdono di colpa e di pena. Per la qual cosa Federigo, che di queto si credeva intrare in Roma e prendere il detto papa, sentita la detta novitade, temette del popolo di Roma e si ritrasse in Puglia, e il detto papa fu liberato, con tutto che molto fosse afflitto dal detto imperadore, per ch'egli tenea tutto il Regno e Cicilia, e avea preso il ducato di Spuleto, e Campagna, e il Patrimonio Santo Piero, e la Marca, e Benevento, come detto  di sopra, e distruggea in Toscana e in Lombardia tutti i fedeli di santa Chiesa.



"XIX"


(Come lo 'mperadore Federigo fece che' Pisani presono in mare i parlati della Chiesa che venieno al concilio.)

Papa Gregorio veggendo la Chiesa di Dio cos tempestata da Federigo imperadore, ordin di fare a Roma concilio generale, e mand in Francia due legati cardinali, l'uno fu messer Iacopo vescovo di Pilestrino, e l'altro messer Oddo vescovo di Porto detto il cardinale Bianco, acci che richiedessono il re Luis di Francia e quello d'Inghilterra d'aiuto contra Federigo, e che sommovessono tutti i prelati d'oltremonti a venire al concilio, per dare sentenzia contra Federigo. I quali legati sollicitamente fecero loro legazione, e predicando contro a Federigo, tutto il ponente scommossono contra lui. E 'l cardinale Bianco ne venne innanzi con molti prelati, arcivescovi, e vescovi, e abati, i quali arrivarono a Nizza in Proenza, e poco appresso vi venne e arriv l'altro cardinale di Pilestrino, imperci che per Lombardia non poterono avere il cammino, ch Federigo avea a sua gente fatti prendere i passi e le strade in Toscana e in Lombardia. Per la qual cosa papa Gregorio mand a' Genovesi che colloro navilio, alle spese della Chiesa, dovessono levare i detti cardinali e parlati da Nizza, e conducergli per mare a Roma; la quale cosa fu fatta, ch'egli armaro in Genova che galee, e che uscieri, e batti, e barcosi, in quantit di LX legni, onde fu ammiraglio messere Guiglielmo Ubbriachi di Genova. Lo 'mperadore Federigo, il quale non dormia a perseguitare santa Chiesa, mand Enzo suo figliuolo bastardo con galee armate del Regno a Pisa, e mand a' Pisani che dovessono armare galee, e intendere col detto Enzo a prendere i detti parlati; i quali armaro XL galee di molta buona gente, onde fue ammiraglio messer Ugolino Buzzaccherini di Pisa; e sentendo la venuta de' legni de' Genovesi, si feciono loro incontro tra Porto Pisano e l'isola di Corsica. E ci sentendo i cardinali, e' parlati, e' signori ch'erano in sull'armata de' Genovesi, pregarono l'amiraglio che tenesse la via di fuori dall'isola di Corsica per ischifare l'armata de' Pisani, non sentendo la loro armata con tante galee di corso e da battaglia, e molti legni grossi carichi di cavalli, e d'arnesi, e di cherici, e di gente disutile a battaglia. Messere Guiglielmo Obbriaco, ch'era di nome e di fatto e uomo di testa e di poco senno, non volle seguire quello consiglio, ma per sua superbia e disdegno de' Pisani si volle conducere alla battaglia, la quale fu aspra e dura, ma tosto fu sconfitta l'armata de' Genovesi da' Pisani, onde furono presi i detti legati cardinali e prelati, e molti n'anegaro e gittaro in mare sopra lo scoglio, overo isoletta, che si chiama la Meloria, presso a Porto Pisano, e gli altri ne menarono presi nel Regno, e pi tempo gli tenne lo 'mperadore in diverse pregioni; e ci fu gli anni di Cristo MCCXXXVII. Per la qual cosa la Chiesa di Dio ricevette grande danno e persecuzione; e se non fossono i messaggi del re Luis di Francia, e le minacce, se non lasciasse i parlati di suo reame, Federigo non gli avrebbe mai diliberi; ma per paura della forza de' Franceschi, quegli ch'erano rimasi in vita poveramente diliber di pregione, ma molti ne moriro innanzi per diverse pregioni, fame, e disagi. Per la detta presura furono scomunicati i Pisani, e tolto loro ogni benificio di santa Chiesa, e cominciossene la prima guerra tra Genovesi e' Pisani; onde poi Iddio per lo suo giudicio, de' Pisani per la forza de' Genovesi fece giusta e aspra vendetta, come innanzi far menzione.

"XX"


(Come i Melanesi furono sconfitti dallo 'mperadore.)

Poi che Federigo imperadore si fu partito dall'asedio di Roma e tornato in Puglia, come addietro facemmo menzione, ebbe novelle come la citt di Milano, e Parma, e Bologna, e pi altre terre di Lombardia e di Romagna s'erano rubellate dalla sua signoria, e teneano parte colla Chiesa; per la qual cosa si part dal Regno, e andonne colle sue forze in Lombardia, e l fece molta guerra alle cittadi che si teneano colla Chiesa. A la fine i Melanesi con tutta loro forza, e del legato del papa, e di tutta la lega di Lombardia, che teneano colla Chiesa, s'afrontaro a battaglia col detto imperadore al luogo detto Cortenuova, e dopo la grande battaglia Melanesi e tutta loro oste furono sconfitti, gli anni di Cristo MCCXXXVII, onde ricevettono gran danno di morti e de' presi; e prese il carroccio loro, e la loro podest ch'era figliuolo del dogio di Vinegia, e lui e molti nobili di Milano e di Lombardia ne mand presi in Puglia, e la detta podest fece impiccare a Trani in Puglia sopra un'alta torre a la marina, e gli altri pregioni, cui fece morire a tormento, e cui in crudeli carcere. Per la detta vittoria lo 'mperadore ricover la sua signoria, e assedi Brescia con pi di VIm cavalieri, e furonvi i Guelfi e' Ghibellini di Firenze a gara al servigio dello 'mperadore, e poi l'ebbe a patti; e simile tutte le citt e terre di Lombardia, salvo Parma e Bologna; e mont in grande superbia e signoria, e 'l papa ella Chiesa e tutti i suoi seguaci n'abassaro molto in tutta Italia. Per la qual cosa poco tempo appresso papa Gregorio quasi per dolore inferm, e poi mor a Roma gli anni di Cristo MCCXXXVIIII; e dopo lui fu fatto papa Celestino nato di Milano, ma non vivette che XVII d nel papato, e vac la Chiesa sanza pastore XX mesi in mezzo, imperci che era tanta la forza di Federigo, che non lasciava fare papa, se non fosse a sua volont. E di ci era grande contasto nella Chiesa, che' cardinali erano tornati a picciolo numero per le tribolazioni e aversitadi ch'avea avuta la Chiesa dal detto Federigo, e che era s infiebolita la forza e la baldanza della Chiesa, che non ardivano gli cardinali a fare pi ch'allo 'mperadore piacesse, e a fare il suo volere non s'accordavano e non piaceva loro.

"XXI"


(Come Federigo imperadore assedi e prese la citt di Faenza.)

Nella detta vacazione, cio gli anni di Cristo MCCXL, Federigo imperadore tribolando e perseguendo tutte le terre e citt e signori che si teneano a la fedelt e obbedienza di santa Chiesa, s entr nella contea di Romagna, la quale si dicea ch'era di ragione di santa Chiesa, e quella ribell e tolse per forza, salvo che si tenne la citt di Faenza, a la quale stette con sua oste all'asedio VII mesi, e poi l'ebbe a patti; e nel detto asedio ebbe gran difalta e di vittuaglia e di moneta, e poco vi fosse pi dimorato all'assedio, era stancato. Ma lo 'mperadore per suo senno, fallitagli la moneta, e impegnati i suoi gioelli e vasellamenti, e pi moneta non potea rimedire, s ordin di dare a' suoi cavalieri e a chi servia l'oste una stampa in cuoio di sua figura, stimandola in luogo di moneta, s come la valuta d'uno agostaro d'oro; e quelle stampe promise di fare buone per la detta valuta a chiunque poi l'arecasse al suo tesoriere, e fece bandire che ogni maniera di gente per tutte vittuaglie le prendesse s come moneta d'oro, e cos fu fatto, e in questo modo civanz la sua oste. E poi avuta la citt di Faenza, a chiunque avea delle dette stampe gli cambi ad agostari d'oro, i quali valea l'uno la valuta di fiorini uno e quarto; e dall'uno lato dell'agostaro improntato era il viso dello 'mperadore a modo di Cesari antichi, e da l'altro una aguglia, e era grosso, e di carati XX di fine paragone, e questa molto ebbe grande corso al suo tempo e poi assai nella detta oste. Furono i Fiorentini, Guelfi e Ghibellini, in servigio dello imperadore.

"XXII"


(Come lo 'mperadore fece pigliare il re Arrigo suo figliuolo.)

In questi medesimi tempi, con tutto che prima si cominciasse, Arrigo Sciancato, primogenito del detto Federigo imperadore, il quale avea fatto eleggere da' lettori d'Alamagna re de' Romani, come addietro fatta  menzione, veggendo egli chello 'mperadore suo padre facie ci che potea di contradio a santa Chiesa, de la qual cosa prese conscienzia, e pi volte riprese il padre, ch'egli faceva male. Della qual cosa lo 'mperadore il si rec a contradio, e non amandolo n trattandolo come figliuolo, fece nascere falsi accusatori che 'l detto Arrigo gli volea fare rubellazione, a petizione della Chiesa, di suo imperio; per la qual cosa, o vero o falso che fosse, fece prendere il detto suo figliuolo re Arrigo e due suoi figliuoli piccoli garzoni, e mandogli in Puglia in diverse carcere, e in quelle il fece morire a inopia a grande tormento, i figliuoli poi f morire Manfredi. Lo 'mperadore mand inn Alamagna, e di capo fece eleggere re de' Romani succedente allui Currado suo secondo figliuolo; e ci fu gli anni di Cristo MCCXXXVI. Poi alquanto tempo lo 'mperadore fece abbacinare il savio uomo maestro Piero da le Vigne, il buono dittatore, opponendogli tradigione; ma ci gli fu fatto per invidia di suo grande stato. Per la qual cosa il detto per dolore si lasci tosto morire in pregione, e chi disse ch'egli medesimo si tolse la vita.

"XXIII"


(Come si cominci la guerra tra papa Innocenzio quarto e lo 'mperadore Federigo.)

Avenne poi, come piacque adDio, che fu eletto papa messer Ottobuono dal Fiesco, de' conti da Lavagna di Genova, il quale era cardinale, e fu fatto papa per lo pi amico e confidente chello 'mperadore Federigo avesse in santa Chiesa, acci che accordo avesse dalla Chiesa allui, e fu chiamato papa Innocenzio quarto. E ci fu gli anni di Cristo MCCXLI, e regn papa anni XI, e riempi la Chiesa di molti cardinali di diversi paesi di Cristianit. E come fu eletto papa, fu recata la novella allo 'mperadore Federigo per grande festa, sappiendo ch'egli era suo grande amico e protettore. Ma ci udito lo 'mperadore, si turb forte, onde i suoi baroni si maravigliarono molto. E que' disse: "Non vi maravigliate, per che di questa elezione avemo molto disavanzato; ch'egli ci era amico cardinale, e ora ci fia nimico papa"; e cos avenne, ch come il detto papa fu consecrato, s fece richiedere allo 'mperadore le terre e le giuridizioni che tenea della Chiesa, della quale richesta lo 'mperadore il tenne pi tempo in trattato d'accordo, ma tutto era vano e per inganno. A la fine veggendosi il detto papa menare per ingannevoli parole, a danno e vergogna di lui e di santa Chiesa, divenne pi nimico di Federigo imperadore che nonn-erano stati i suoi anticessori; e veggendo che la forza dello imperadore era s grande che quasi tutta Italia tirannescamente signoreggiava, e' cammini tutti presi, e per sue guardie guardati, che nullo potea venire a corte di Roma sanza sua volont e licenza, e 'l detto papa veggendosi per lo detto modo cos assediato, s ordin segretamente per gli suoi parenti di Genova, e fece armare XX galee, e subitamente le fece venire a Roma, e ivi su mont con tutti i cardinali e con tutta la corte, e di presente si fece portare alla sua citt di Genova sanza contasto niuno; e soggiornato alquanto in Genova, se n'and a Leone sovra Rodano per la via di Proenza; e ci fu gli anni di Cristo MCCXLI.

"XXIV"


(Della sentenzia che papa Innocenzo diede al concilio alLeone sovra Rodano sopra Federigo imperadore.)

Come papa Innocenzo fue a Leone, ordin concilio generale nel detto luogo, e fece richiedere per l'universo mondo vescovi e arcivescovi e altri prelati, i quali tutti vi vennero. E vennollo a vedere infino a la badia di Crugn in Borgogna il buono re Luis di Francia, e poi venne infino al concilio alLeone, ove s e 'l suo reame proferse al servigio del detto papa e di santa Chiesa contra Federigo imperadore, e contra chi fosse nimico di santa Chiesa, e crociossi per andare oltremare. E partito il re Luis, il papa fece nel detto concilio pi cose in bene della Cristianit, e canonizz pi santi, come fa menzione la cronica martiniana nel suo trattato. E ci fatto, il detto papa fece citare il detto Federigo, che personalmente dovesse venire al detto concilio, s come in luogo comune, a scusarsi di XIII articoli provati contro allui di cose fatte contra a la fede di Cristo e contra a santa Chiesa. Il quale imperadore non vi volle comparire, ma mandovvi suoi ambasciadori e proccuratori, il vescovo di Freneborgo d'Alamagna, e frate Ugo mastro della magione di Santa Maria degli Alamanni, e il savio cherico e maestro Piero da le Vigne del Regno, i quali scusando lo 'mperadore come nonn-era potuto venire per malatia e disagio di sua persona, ma pregando il detto papa e' suoi frati che gli dovessono perdonare, e ch'egli tornerebbe a misericordia, e renderebbe ci che occupava della Chiesa, e profersono, se 'l papa gli volesse perdonare, s'obbligava che infra uno anno adoperrebbe s che 'l soldano de' Saracini renderebbe a' suoi comandamenti la Terrasanta d'oltremare. E 'l detto papa udendo le 'nfinte scuse e vane proferte dello 'mperadore, domand i detti ambasciadori se di ci fare aveano autentico mandato, li quali appresentaro piena procura a tutto promettere e obbligare sotto bolla d'oro del detto imperadore. E come il papa l'ebbe ass, in pieno concilio e presenti i detti ambasciadori, abbomin Federigo di tutti i detti XIII articoli colpevole, e per ci confermare disse: "Vedete, fedeli Cristiani, se Federigo tradisce santa Chiesa e tutta Cristianit, che secondo il suo mandato egli proffera infra uno anno di fare rendere la Terrasanta al soldano; assai chiaramente si mostra che 'l soldano la tiene per lui, a vergogna di tutti i Cristiani". E ci detto e sermonato, fece piuvicare il processo incontro al detto impradore, e condannollo e scomunicollo siccome eretico e persecutore di santa Chiesa, agravandolo di pi crimini disonesti contra lui provati, e privollo della signoria dello 'mperio, e del reame di Cicilla, e di quello di Ierusalem, assolvendo d'ogni fedelt e saramento tutti i suoi baroni e sudditi, iscomunicando chiunque l'ubbidisse, o gli desse aiuto o favore, o pi il chiamasse imperadore o re. E il detto processo fu fatto al detto concilio a Leone sopra Rodano gli anni di Cristo MCCXLV, d XVII di luglio. Le principali ragioni perch Federigo fu condannato furono IIII: la prima imperci che, quando la Chiesa lo 'nvest del reame di Cicilla e di Puglia, e poi dello 'mperio, giur a la Chiesa dinanzi a' suoi baroni, e dinanzi allo 'mperatore Baldovino di Costantinopoli, e attutta la corte di Roma di difendere santa Chiesa in tutti suoi onori e diritti contra tutte genti, e di dare il debito censo, e ristituire tutte le possessioni e giuridizioni di santa Chiesa; delle quali cose fece il contradio, e fu ispergiuro, e tradimento commise, e infam villanamente a torto papa Gregorio VIIII e' suoi cardinali per sue lettere per l'universo mondo. La seconda cosa fu che ruppe la pace fatta dallui alla Chiesa, non ricordandosi della perdonanza allui fatta delle scomuniche e degli altri misfatti per lui operati contra santa Chiesa; e quegli che furono colla Chiesa contro allui in quella pace giur e promise di mai non offendere, e elli fece tutto il contradio; che tutti gli disperse, o per morte o per esilio, loro e loro famiglie, levando loro possesioni, e non ristitu a' Tempieri n agli Spedalieri le loro magioni per lui occupate, le quali per patti della pace avea promessi di ristituire e rendere, e lasci per forza vacanti XI arcivescovadi, con molti vescovadi e badie nello imperio e nel reame, i quali non lasciava a quegli che degnamente erano eletti per lo papa tenere n coltivare, faccendo forze e torzioni alle sacre persone, recandoli a piati dinanzi a' suoi balii e corti secolari. La terza causa fu per sacrilegio che fece, che per le galee di Pisa e per lo figliuolo re Enzo fece pigliare i cardinali e molti parlati in mare, come detto  in adietro, e di quegli mazzerare in mare, e tenere morendo in diverse e aspre carcere. La quarta causa fu perch'egli fu trovato e convinto in pi articoli di resia di fede; e di certo egli non fu cattolico Cristiano, vivendo sempre pi a suo diletto e piacere, che a ragione, o a giusta legge, e participando co' Saracini: sempre us poco o niente la Chiesa e 'l suo oficio, e non facie limosina; s che non sanza grandi cagioni e evidenti fue disposto e condannato; e con tutto che molta molestia e persecuzione facesse a santa Chiesa, come fue condannato, ogni onore e stato e potenzia e grandezza in poco di tempo Idio gli lev, e gli mostr la sua ira, s come innanzi faremo menzione. E perch molti fecero questione chi avesse il torto della discordia, o la Chiesa o lo 'mperadore, udendo le sue scuse per le sue lettere, acci rispondo e dico, manifestamente e per divino miracolo, ma pi miracoli si mostrarono, che 'l torto fu dello 'mperadore, imperci che aperti e visibili giudicii Idio mostr per la sua ira a Federigo e a sua progenia.

"XXV"


(Come il papa e la Chiesa feciono eleggere nuovo imperio contra Federigo disposto imperadore.)

E disposto e condannato il detto Federigo, com' detto di sopra, il papa mand agli elettori d'Alamagna che hanno a eleggere il re de' Romani, che dovessono sanza indugio fare nuova elezione d'imperio, e cos fue fatto; ch'eglino elessono Guiglielmo conte d'Olanda e antigrado, valente signore, al quale la Chiesa di le sue forze, e fecegli rubellare gran parte d'Alamagna, e diede indulgenza e perdono, s come andasse oltremare, a chi fosse contro al detto Federigo; onde in Alamagna ebbe grande guerra tra 'l detto eletto re Guiglielmo d'Olanda e 'l re Currado figliuolo del detto Federigo. Ma poco dur di l la guerra, ch si mor il detto re Guiglielmo gli anni di Cristo..., e regn in Alamagna Currado detto, il quale il padre Federigo imperadore avea fatto eleggere re, come faremo menzione. Di questa sentenzia Federigo appell al successore di papa Innocenzo, e mand sue lettere e messaggi per tutta la Cristianit, dolendosi della detta sentenzia, e mostrando com'era iniqua, come appare per la sua pistola la quale ditt il detto maestro Piero da le Vigne, che comincia detta la salutazione: "Avegna che noi crediamo che parole della innanzi corritrice novella etc.". Ma considerando la verit del processo e dell'opere di Federigo fatte contro a la Chiesa, e della sua dissoluta e non cattolica vita, egli fu colpevole e degno della privazione, per le ragioni dette nel detto processo, e poi per l'opere commesse per lo detto Federigo appresso la sua privazione; che se prima fue, e era stato crudele e persecutore di santa Chiesa e de' suoi fedeli in Toscana e in Lombardia, appresso fu maggiormente infino che vivette, come innanzi faremo menzione. Lasceremo alquanto la storia de' fatti di Federigo, ritornando addietro, ove lasciammo, a' fatti di Firenze, e dell'altre notevoli novitadi avenute per gli tempi per l'universo mondo, ritornando poi all'opere e alla fine del detto Federigo e de' suoi figliuoli.

"XXVI"


(Incidenza, e diremo de' fatti di Firenze.)

Negli anni di Cristo MCCXXXVII, essendo podest di Firenze messer Rubaconte da Mandello da Milano, si fece in Firenze il ponte nuovo, e elli fond con sua mano la prima pietra, e gitt la prima cesta di calcina; e per lo nome della detta podest fu nomato il ponte Rubaconte. E alla sua signoria si lastricarono tutte le vie di Firenze, che prima ce n'avea poche lastricate, se non in certi singulari luoghi, e mastre strade lastricate di mattoni; per lo quale acconcio e lavorio la cittade di Firenze divenne pi netta, e pi bella, e pi sana.

"XXVII"


(Come e quando scur tutto il sole.)

L'anno appresso, ci fu MCCXXXVIII a d III di giugno, iscur il sole tutto appieno nell'ora di nona, e dur scurato parecchie ore, e del giorno si fece notte; onde molte genti ignoranti del corso del sole e dell'altre pianete si maravigliaro molto, e con grande paura e spavento molti uomini e femmine in Firenze, per la tema della non usata novit, tornaro a confessione e penitenzia. Dissesi per gli astrolaghi che la detta scurazione anunzi la morte di papa Gregorio, che mor l'anno appresso, e l'abassamento e scuritade ch'ebbe la Chiesa di Roma da Federigo imperadore, e molto danno de' Cristiani, come poi fu appresso.

"XXVIII"


(Della venuta de' Tartari nelle parti d'Europia infino in Alamagna.)

Nel detto anno MCCXXXVIIII i Tartari, i quali erano scesi di levante, e presa Turchia e Cumania, s passaro in Europia, e feciono due parti di loro, l'una ande nel reame dapPollonia, e l'altra gente entraro in Ungaria, e colle dette nazioni ebbono dure e aspre battaglie; ma alla fine il fratello del re d'Ungaria ch'avea nome Filice, duca di Colmano in Pannonia, e lo re Arrigo dapPollonia uccisono e sconfissono in battaglia, e tutta la gente, s uomini come femmine e fanciulli, misono alle spade e a morte; per la qual cagione i detti due cos grandi paesi e reami furono quasi diserti d'abitanti. E dopo lo stimolo de' Tartari, quegli cotanti che di loro mano scamparono, fu s grande e s crudele fame nel paese, che la madre per la fame mangiava il figliuolo, e gran parte polvere d'uno monte che v'era, come diciamo gesso, in luogo di farina mangiavano. E guasti i Tartari quelli paesi, scorsono infino in Alamagna, e volendo passare il grande fiume del Danubio in Ostericchi, chi di loro con navi e, colloro cavagli, e chi con otri pieni di vento, si misono nel fiume; e difesi con saette e altri ingegni e armi al passo del detto fiume, onde forati gli otri colle saette da' paesani, quasi tutti annegaro, e furono morti sanza potere ritornare adietro; e cos fino la loro pestilenzia, non sanza infinito e gravissimo danno de' Cristiani di quegli paesi lontani dannoi. E di questa venuta de' Tartari fu s grande e spaventevole fama, che infino in questo nostro paese si temea fortemente di loro, che non passassono in Italia.

"XXIX"


(D'uno grande miracolo di tremuoto ch'avvenne in Borgogna.)

Nel detto anno avvenne nella Borgogna imperiale, nella contrada di..., per diversi tremuoti certe montagne si dipartirono, e per ruina nelle valli somersero; onde tutte le villate di quelle valli furono sommerse, ove morirono pi di Vm persone.

"XXX"


(D'uno grande miracolo che si trov in Ispagna.)

Nel detto tempo e anno avenne uno miracolo in Ispagna, il quale  bene da notare, e per ogni Cristiano d'avere in reverenzia, e bene che sia in altre croniche, da recarlo in memoria in questo: ch regnando Ferrante re di Castello e di Spagna, nella contrada di Tolletta, uno Giudeo cavando una ripa per crescere una sua vigna, sotterra trov uno grande sasso, il quale di fuori era tutto saldo e sanza neuna fessura, e rompendo il detto sasso, il trov dentro vacuo, e dentro al vacuo, quasi imarginato col sasso, vi trov uno libro con fogli sottili, quasi di legno, ed era di volume quasi com'uno saltero: iscritto era di tre lingue, greca, ebraica, e latina, e contenea in s tre membri del mondo, da Adam infino ad Anticristo, le propiet degli uomini che doveano essere al mondo ne' detti isvariati tempi. Il principio del terzo mondo, overo secolo, puose cos: "Nel terzo mondo nascer il figliuolo di Dio d'una vergine ch'avr nome Maria, il quale patir morte per salute dell'umana generazione"; le quali cose leggendo il detto Giudeo, incontanente con tutta sua famiglia divenne Cristiano, e si feciono battezzare. E ancora era scritto a la fine del detto libro che nel tempo che Ferrante re regner in Castella si troverebbe il detto libro: lo quale miracolo veduto per molta gente degni di fede, fu rapportato al detto re, e fattane memoria, e grande reverenza. E 'l detto libro fu traslatato e isposto, e molte grandi profezie e vere vi si trovaro. E di certo si disse, e si dee credere, che ci fosse opera fatta per la volont di Dio. E simile miracolo si trov in Gostantino sesto, i quali miracoli sono molto efficaci e affermativi a la nostra fede.

"XXXI"


(Come fue fatto e poi disfatto il borgo a San Giniegio.)

Negli anni di Cristo MCCXL fue rifatto il borgo a San Giniegio a pi di Samminiato per quegli della terra, per lo buono sito e trapasso, il quale era in sul cammino di Pisa; ma poi l'anno MCCXLVIII, l'ultimo di giugno, fue disfatto per modo che mai pi non si rifece.

"XXXII"


(Come i Tartari sconfissono i Turchi.)

Negli anni di Cristo MCCXLIIII Hoccata Cane imperadore de' Tartari mand Bacho suo secondo figliuolo contra il soldano d'Alappo e contra quello di Turchia, ch'avea nome Givatadin, con XXXm Tartari a cavallo, e nel luogo chiamato Cosadach fue dura e aspra battaglia tra' detti Tartari e' Turchi, e certi Cristiani ch'erano al soldo del soldano. A la fine il soldano e sua gente furono sconfitti, e pi di XXm Saracini vi furono tra morti e presi.

"XXXIII"


(Come di prima fu cacciata la parte guelfa di Firenze per gli Ghibellini e la forza di Federigo imperadore.)

Ne' detti tempi, essendo Federigo in Lombardia, e essendo disposto del titolo dello imperio per papa Innocenzio, come detto avemo, in quanto poto si mise a distruggere in Toscana e in Lombardia i fedeli di santa Chiesa in tutte le citt ov'ebbe podere. E prima cominci a volere stadichi di tutte le citt di Toscana, e tolse de' Ghibellini e de' Guelfi, e mandogli a SaMiniato del Tedesco; ma ci fatto, fece lasciare i Ghibellini e ritenere i Guelfi, i quali poi abandonati, come poveri pregioni, di limosine in Samminiato stettono lungo tempo. E imperci che la nostra citt di Firenze in quelli tempi nonn-era delle meno notabili e poderose d'Italia, s volle in quella spandere il suo veleno e fare partorire le maladette parti guelfa e ghibellina, che pi tempo dinanzi erano incominciate per la morte di messer Bondelmonte, e prima, s come adietro facemmo menzione. Ma bene che poi fossono le dette parti tra' nobili di Firenze, e spesso si guerreggiassono tra loro di propie nimistadi, e erano in setta per le dette parti e si teneano insieme, e quegli che si chiamavano Guelfi amavano lo stato del papa e di santa Chiesa, e quegli che si chiamavano Ghibellini amavano e favoravano lo 'mperadore e suoi seguaci, ma per il popolo e Comune di Firenze si mantenea in unitade, a bene e onore e stato della repubblica. Ma il detto imperadore mandando sodducendo per suoi ambasciadori e lettere quegli della casa delli Uberti ch'erano caporali di sua parte, e loro seguaci che si chiamavano Ghibellini, ch'elli cacciassono della cittade i loro nemici che si chiamavano Guelfi, profferendo loro aiuto de' suoi cavalieri; s fece a' detti cominciare dissensione e battaglia cittadina in Firenze, onde la citt si cominci a scominare, e appartirsi i nobili e tutto il popolo, e chi tenea dall'una parte, e chi dall'altra; e in pi patti della citt si combattero pi tempo. Intra gli altri luoghi, il principale era per gli Uberti alle loro case, ch'erano ov' oggi il gran palagio del popolo: si raunavano co' loro seguaci, e combattiesi, co' Guelfi del sesto di San Piero Scheraggio, ond'erano capo quegli dal Bagno, detti Bagnesi, e' Pulci, e' Guidalotti, e tutti i seguaci di parte guelfa di quello sesto; e ancora gli Guelfi d'Oltrarno su per le pescaie passando, gli venieno a soccorrere quando erano combattuti dagli Uberti. L'altra puntaglia era in porte San Piero, ond'erano capo de' Ghibellini i Tedaldini, perch'aveano pi forti casamenti di palagi e torri, e colloro teneano Caponsacchi, Lisei, Giuochi, e Abati, e Galigari, e erano le battaglie con quegli della casa de' Donati, e con Visdomini, e Pazzi, e Adimari. E l'altra puntaglia era in porte del Duomo a la torre di messer Lancia de' cattani da Castiglione, e da Cersino, ond'erano capo de' Ghibellini con Agolanti e Bruneleschi, e molti popolari di loro parte, contra i Tosinghi, Agli, e Arrigucci. E l'altra punga e battaglia era in San Brancazio, ond'erano capo per gli Ghibellini i Lamberti, e Toschi, Amieri, Cipriani, e Megliorelli, e con molto seguito di popolo, contra i Tornaquinci, e Vecchietti, e Pigli, tutto che parte de' Pigli erano Ghibellini. E' Ghibellini faceano capo in San Brancazio a la torre dello Scarafaggio de' Soldanieri; e di quella venne a messer Rustico Marignolli, ch'avea la 'nsegna de' Guelfi, cio il campo bianco e 'l giglio vermiglio, uno quadrello nel viso, ond'egli moro; e il d che' Guelfi furono cacciati, e innanzi che si partissono, armati il vennono a soppellire a San Lorenzo; e partiti i Guelfi, i calonaci di San Lorenzo tramutaro il corpo, acci che' Ghibellini nol disotterrassono e facessone strazio, per ch'era uno grande caporale di parte guelfa. E l'altra forza de' Ghibellini era in Borgo, ond'erano capo gli Scolari, e Soldanieri, e Guidi, contra i Bondelmonti, Giandonati, Bostichi, e Cavalcanti, Scali, e Gianfigliazzi. Oltrarno erano tra gli Ubbriachi e' Mannelli (e altri nobili di rinnomo non n'avea, se none di case de' popolari), incontro a' Rossi e' Nerli. Avenne chelle dette battaglie duraro pi tempo, combattendosi a' serragli, overo isbarre, da una vicinanza ad altra, e alle torri l'una a l'altra (che molte n'avea in Firenze in quegli tempi, e alte da C braccia in suso); e con manganelle, e altri difici si combatteano insieme di d e di notte. In questo contasto e battaglie Federigo imperadore mand a Firenze lo re Federigo suo figliuolo bastardo, con XVIc di cavalieri di sua gente tedesca. Sentendo i Ghibellini ch'egli erano presso a Firenze, presono vigore, e con pi forza e ardire pugnando contra i Guelfi, i quali nonn-aveano altro aiuto, n attendeano nullo soccorso, perch la Chiesa era a Leone sopra Rodano oltremonti, e la forza di Federigo era troppo grande in tutte parti in Italia. E in questo usarono i Ghibellini una maestria di guerra, che a casa gli Uberti si raunava il pi della forza de' detti Ghibellini, e cominciandosi le battaglie ne' sopradetti luoghi, s andavano tutti insieme a contastare i Guelfi, e per questo modo gli vinsono quasi in ogni parte della citt, salvo nella loro vicinanza contra il serraglio de' Guidalotti e Bagnesi, che pi sostennono; e in quello luogo si ridussono i Guelfi, e tutta la forza de' Ghibellini contra loro. Alla fine veggendosi i Guelfi aspramente menare, e sentendo gi la cavalleria di Federigo imperadore in Firenze, entrato gi lo re Federigo con sua gente la domenica mattina, s si tennero i Guelfi infino al mercolid vegnente. Allora non potendo pi resistere a la forza de' Ghibellini, si abandonarono la difenza, e partirsi della citt la notte di santa Maria Candellara gli anni di Cristo MCCXLVIII. Cacciata la parte guelfa di Firenze, i nobili di quella parte si ridussono parte nel castello di Montevarchi in Valdarno, e parte nel castello di Capraia; e Pelago, e Ristonchio, e Magnale, infino a Cascia per gli Guelfi si tenne, e chiamossi la Lega; e in quelli faceano guerra a la cittade e al contado di Firenze. Altri popolani di quella parte si ridussono per lo contado alloro poderi e di loro amici. I Ghibellini che rimasono in Firenze signori colla forza e cavalleria di Federigo imperadore s riformaro la cittade alloro guisa, e feciono disfare da XXXVI fortezze de' Guelfi, che palagi e grandi torri, intra le quali fu la pi nobile quella de' Tosinghi in su Mercato Vecchio, chiamato il Palazzo, alto LXXXX braccia, fatto a colonnelli di marmo, e una torre con esso alta CXXX braccia. Ancora mostraro i Ghibellini maggiore empiezza, per cagione che i Guelfi faceano di loro molto capo a la chiesa di San Giovanni, e tutta la buona gente v'usava la domenica mattina, e faceansi i matrimoni. Quando vennero a disfare le torri de' Guelfi, intra l'altre una molto grande e bella ch'era in sulla piazza di San Giovanni a l'entrare del corso degli Adimari, e chiamavasi la torre del Guardamorto, per che anticamente tutta la buona gente che moria si soppelliva a San Giovanni, i Ghibellini faccendo tagliare dal pi la detta torre, slla feciono puntellare per modo che, quando si mettesse il fuoco a' puntelli, cadesse in su la chiesa di Santo Giovanni; e cos fu fatto. Ma come piacque a Dio, per reverenza e miracolo del beato Giovanni, la torre, ch'era alta CXX braccia, parve manifestamente, quando venne a cadere, ch'ella schifasse la santa chiesa, e rivolsesi, e cadde per lo diritto della piazza, onde tutti i Fiorentini si maravigliaro, e il popolo ne fu molto allegro. E nota che poi chella citt di Firenze fu rifatta, non v'era disfatta casa niuna, e allora si cominci la detta maladizione di disfarle per gli Ghibellini. E ordinaro che della gente dello 'mperadore ritennero VIIIc cavalieri tedeschi al loro soldo, onde fu capitano il conte Giordano. Avvenne che infra l'anno medesimo che' Guelfi furono cacciati di Firenze quegli ch'erano a Montevarchi furono assaliti da le masnade de' Tedeschi che stavano in guernigione nel castello di Gangareta nel mercatale del detto Montevarchi, e di poca gente fue aspra battaglia, infino nell'Arno, dagli usciti guelfi di Firenze a' detti Tedeschi; a la fine i Tedeschi furono sconfitti, e gran parte di loro furono tra morti e presi; e ci fu d..., gli anni di Cristo MCCXLVIII.

"XXXIV"


(Come l'oste di Federigo imperadore fu sconfitta da' Parmigiani e dal legato del papa.)

In questo tempo Federigo imperadore si puose ad assedio a la citt di Parma in Lombardia, imperci ch'erano rubellati dalla sua signoria e teneano colla Chiesa, e dentro in Parma era il legato del papa con gente d'arme a cavallo per la Chiesa in loro aiuto. Federigo con tutte le sue forze e quelle de' Lombardi v'era intorno, e stettevi per pi mesi, e giurato aveva di non partirsi mai, se prima non l'avesse; e per avea fatto incontro a la detta citt di Parma una bastita a modo d'un'altra cittade con fossi, e steccati, e torri, e case coperte e murate, a la quale puose nome Vittoria; e per lo detto assedio avea molto ristretta la citt di Parma, e era s assottigliata di fornimento di vittuaglia, che poco tempo si poteano pi tenere, e ci sapea bene lo 'mperadore per sue spie; e per la detta cagione quasi gli tenea come gente vinta, e poco gli curava. Avenne, come piacque a Dio, che uno giorno lo 'mperadore, per prendere suo diletto, si and in caccia con uccegli e con cani, con certi suoi baroni e famigliari, fuori di Vittoria; i cittadini di Parma avendo ci saputo per loro spie, come gente avolontata, ma pi come disperata, uscirono tutti fuori di Parma armati, popolo e cavalieri, a una ora, e vigorosamente da pi parti assaliro la detta bastita di Vittoria. La gente dello 'mperadore improvisi, e non con ordine, e con poca guardia, come coloro che non curavano i nemici, veggendosi cos sbiti e aspramente assaliti, e non essendovi il loro signore, non ebbono nulla difesa, anzi si misono in fugga e inn-isconfitta; e s erano tre cotanti cavalieri e genti a pi che quegli di Parma; ne la quale sconfitta molti ne furono presi e morti, e lo 'mperadore medesimo sappiendo la novella, con gran vergogna si fuggo a Chermona; e' Parmigiani presono la detta bastita, ove trovarono molto guernimento e vittuaglia, e molte vasellamenta d'argento, e tutto il tesoro chello 'mperadore aveva in Lombardia, e la corona del detto imperadore, la quale i Parmigiani hanno ancora nella sagrestia del loro vescovado, onde furono tutti ricchi; e spogliato il detto luogo della preda, vi misero fuoco, e tutto l'abattero, acci che mai non v'avesse segno di cittade, n di bastita; e ci fu il primo marted di febbraio, gli anni di Cristo MCCXLVIII.

"XXXV"


(Come i Guelfi usciti di Firenze furono presi nel castello di Capraia.)

Poco tempo appresso lo 'mperadore si part di Lombardia, e lasciovvi suo vicario generale Enzo re di Sardigna suo figliuolo naturale, con gente assai a cavallo, sopra la taglia de' Lombardi, e venne in Toscana, e trov chella parte de' Ghibellini, che signoreggiavano la citt di Firenze, del mese di marzo s'erano posti ad assedio al castello di Capraia, nel quale erano i caporali delle maggiori case de' nobili guelfi usciti di Firenze. Lo 'mperadore vegnendo in Toscana, non volle entrare nella citt di Firenze, n mai v'era entrato, ma se ne guardava, che per suoi aguri, overo detto d'alcuno demonio, overo profezia, trovava ch'egli dovea morire in Firenze, onde forte temea; ma pass all'oste, e andossene a soggiornare nel castello di Fucecchio, e la maggior parte di sua gente lasci all'asedio di Capraia, il quale castello per forte assedio e fallimento di vittuaglia non possendosi pi tenere, feciono quegli d'entro consiglio di patteggiare, e avrebbono avuto ogni largo patto ch'avessono voluto; ma uno calzolaio uscito di Firenze, ch'era stato uno grande anziano, non essendo richesto al detto consiglio, isdegnato si fece alla porta, e grid a quegli dell'oste chella terra non si potea pi tenere; per la qual cosa quegli dell'oste non vollono intendere a patteggiare, onde quegli d'entro, come gente morta, s'arrendero a la merc dello imperadore; e ci fu del mese di maggio, gli anni di Cristo MCCXLVIIII. E' capitani de' detti Guelfi era il conte Ridolfo di Capraia e messer Rinieri Zingane de' Bondelmonti; e rapresentati a Fucecchio allo 'mperadore, tutti gli ne men seco pregioni in Puglia, e poi per lettere a ambasciadori mandatigli per gli Ghibellini di Firenze, a tutti quegli delle gran case nobili di Firenze fece trarre gli occhi, e poi mazzerare in mare, salvo messer Rinieri Zingane: perch 'l trov savio e magnanimo nollo volle fare morire, ma fecelo abacinare degli occhi, e poi in su l'isola di Montecristo come religioso fin sua vita. E 'l sopradetto calzolaio da quegli di fuori fu guarentito, il quale, tornati poi i Guelfi in Firenze, egli vi ritorn, e riconosciuto in parlamento, a grido di popolo fu lapidato, e vilmente per gli fanciulli strascinato per la terra, e gittato a' fossi.

"XXXVI"


(Come il re Luis di Francia fue sconfitto e preso da' Saracini a la Monsura in Egitto.)

Nel detto tempo essendo il buono Luis re di Francia andato oltremare con grande stuolo e passaggio di navilio, e in sua compagnia Ruberto conte d'Artese e Carlo conte d'Angi suoi fratelli, con tutta la baronia di Francia, puosono in Egitto con allegro cominciamento, ma con tristo fine; che nella loro venuta ebbono di presente la citt di Dammiata, e poi volendo andare per forza d'arme al Caro e Babbillonia d'Egitto, ov'era il soldano e tutto suo podere, come furono al luogo detto la Monsura, avendo avute pi battaglie e assalti da Saracini, e di tutte essendo vincitori i Franceschi, il soldano conoscendo ch'egli erano in quella parte ch'allui piaceva, maestrevolmente fece rompere in pi parti gli argini del fiume del Calice, ch'esce dal fiume del Nilo, i quali argini sono a modo di quelli che sono sopra il fiume del Po in Lombardia; e rotti i detti argini, il fiume che soprasta alle pianure d'Egitto incontanente allag tutto il piano dov'era l'oste de' Franceschi per tale modo che molti n'anegaro, e non potevano andare a neuno salvamento, n riconoscere via o cammino, n avere mercato n vittuaglia; onde gran parte dell'oste chi mor di fame e chi affog in acqua, e tutti i loro cavalli e bestiame moriro. Per la qual cosa di nicessit quegli che scampati erano s'arendero a pregioni al soldano e a' Saracini, e fu preso il detto re Luis e Carlo conte d'Angi suo fratello con molti baroni; e morvi Ruberto conte d'Artese. Ma come piacque a Dio, avuti i Cristiani la detta aversit, il detto Luis e' suoi baroni tosto trovarono pace e redenzione da' Saracini, ch rendendo la citt di Dammiata, e pagando CCm di parigini furono liberi; ma Carlo si fugg colla guardia ch'avea nome Ferzacata. La detta scofitta fue a d XXVII di marzo, gli anni di Cristo MCCL. E come lo re Luis e gli suoi baroni furono ricomperati, e pagata la detta moneta, si tornarono in ponente; e per ricordanza della detta presura, acci che vendetta ne fosse fatta o per Luis o per li suoi, lo re Luis fece fare nella moneta del tornese grosso dal lato della pila le bove da pregioni. E nota che quando questa novella venne in Firenze, signoreggiando i Ghibellini, ne feciono festa e fal, secondo che si dice. Lasceremo a parlare de' Franceschi, e torneremo a nostra materia, a dire de' fatti di Firenze, e di Federigo imperadore, e della sua fine.

"XXXVII /B


(Come lo re Enzo figliuolo di Federigo imperadore fue sconfitto e preso da' Bolognesi.)

Negli anni di Cristo MCCL, del mese di maggio, lo re Enzo figliuolo di Federigo imperadore, essendo rimaso generale vicario e capitano della taglia in Lombardia, venne ad oste sopra la citt di Bologna, i quali si teneano colla Chiesa di Roma, ed eravi il legato del papa con gente d'arme al soldo della Chiesa. I Bolognesi uscirono fuori vigorosamente, popolo e cavalieri, incontra il detto re Enzo, e combattersi collui, e sconfissollo e presollo nella detta battaglia con molta di sua gente, e lui misono in carcere in una gabbia di ferro, e in quella con grande misagio fin sua vita a grande dolore.

"XXXVIII"


(Come certi Ghibellini di Firenze furono sconfitti nel borgo di Fegghine dagli usciti guelfi)

Per la partita chello 'mperadore fece di Toscana, e per la sconfitta ch'ebbe lo re Enzo da' Bolognesi, come detto avemo, la forza dello 'mperio cominci alquanto a calare in Toscana e in Lombardia; e quegli che teneano parte guelfa e della Chiesa cominciarono a prendere forza e vigore. Avenne che essendo il vicario dello 'mperadore co' Fiorentini ghibellini ad assedio al castello d'Ostina in Valdarno, il quale gli usciti guelfi di Firenze aveano rubellato, e essendo grande parte de la detta oste nel borgo di Fegghine per guardia, acci che' Guelfi ch'erano colloro amistade in Montevarchi raunati non potessono venire a soccorrere il detto castello d'Ostina, i detti Guelfi partendosi di Montevarchi la notte di santo Matteo di settembre, gli anni di Cristo MCCL, vennero e entraro ne' detti borghi di Fegghine, e subitamente assalendo la detta gente, per la notte ch'era, e sbito assalto, sanza nulla difenza furono sconfitti, e la maggiore parte morti e presi per le case; e la mattina vegnente si lev l'oste villanamente da Ostina, e torn in Firenze.

"XXXIX"


(Come in Firenze si fece il primo popolo per riparare le forze e le 'ngiurie che facieno i Ghibellini.)

Tornata la detta oste in Firenze, si ebbe infra' cittadini grande ripitio, imperci che i Ghibellini che signoreggiavano la terra gravavano il popolo d'incomportabili gravezze, libbre e imposte; e con poco frutto, che' Guelfi erano gi isparti per lo contado di Firenze, e teneano molte castella, e faceano guerra alla cittade, e oltre acci quegli della casa degli Uberti e tutti gli altri nobili ghibellini tiranneggiavano il popolo di gravi torsioni e forze e ingiurie. Per la qual cosa i buoni uomini di Firenze raunandosi insieme a romore, e feciono loro capo a la chiesa di San Firenze; e poi per la forza degli Uberti non v'ardiro a stare, s n'andarono a stare a la chiesa de' frati minori a Santa Croce, e ivi stando armati, non s'ardivano di tornare alloro case, acci che dagli Uberti e gli altri nobili, avendo lasciate l'arme, non fossono rotti, e da le signorie condannati. S n'andaro armati alle case delli Anchioni da San Lorenzo, ch'erano molto forti, e qui armati durando, colloro forza feciono XXXVI caporali di popolo, e levarono la signoria a la podest ch'allora era in Firenze, e tutti gli uficiali rimossono. E ci fatto, sanza contasto s ordinarono e feciono popolo con certi nuovi ordini e statuti, e elessono capitano di popolo messer Uberto da Lucca; e fu il primo capitano di Firenze; e feciono XII anziani di popolo, due per ciascuno sesto, i quali guidavano il popolo e consigliavano il detto capitano, e ricogliensi nelle case della Badia sopra la porta che vae a Santa Margherita, e tornavansi alle loro case a mangiare e a dormire. E ci fu fatto a d XX d'ottobre, gli anni di Cristo MCCL, e in quello d si diedono per lo detto capitano XX gonfaloni per lo popolo a certi caporali partiti per compagnie d'arme e per vicinanze, e a pi popoli insieme, acci che quando bisognasse, ciascuno dovesse trarre armato al gonfalone della sua compagnia, e poi co' detti gonfaloni trarre al detto capitano del popolo. E feciono fare una campana, la quale tenea il detto capitano in su la torre del Leone; e 'l gonfalone principale del popolo, ch'avea il capitano, era dimezzata bianca e vermiglia. Le 'nsegne de' detti gonfaloni erano queste: nel sesto d'Oltrarno, il primo si era il campo vermiglio e la scala bianca; il secondo, il campo bianco con una ferza nera; il terzo, il campo azzurro iv'entro una piazza bianca con nicchi vermigli; il quarto, il campo rosso con uno dragone verde. Nel sesto di San Piero Scheraggio, il primo fu il campo azzurro e uno carroccio giallo, overo a oro; il secondo, il campo giallo con uno toro nero; il terzo, il campo bianco con uno leone rampante nero; il quarto, era pezza gagliarda, cio a liste a traverso bianche e nere: questa era di San Pulinari. Nel sesto di Borgo, il primo era il campo giallo e una vipera, overo serpe verde; il secondo, il campo bianco e una aguglia nera; il terzo, il campo verde con uno cavallo isfrenato covertato a bianco e a croce rossa. Nel sesto di San Brancazio, il primo, il campo verde con uno leone naturale rampante; il secondo, il campo bianco con uno leone rampante rosso; il terzo, il campo azzurro con uno leone rampante bianco. In porte del Duomo, il primo, il campo azzurro con uno leone a oro; il secondo, il campo giallo con uno drago verde; il terzo, il campo bianco con uno leone rampante azzurro incoronato. Nel sesto di porte San Piero, il primo, il campo giallo con due chiavi rosse; il secondo, a ruote acerchiate bianche e nere; il terzo, il di sotto a vai e di sopra rosso. E come ordin il detto popolo le 'nsegne e gonfaloni in citt, cos fece in contado a tutti i pivieri il suo ch'erano LXXXXVI; e ordinargli a leghe, acci chell'una atasse l'altra, e venissero a citt e in oste quando bisognasse. Per questo modo s'ordin il popolo vecchio di Firenze, e per pi fortezza di popolo ordinaro e cominciaro a fare il palagio il quale  di dietro a la Badia, e in su la piazza di San Pulinari, cio quello ch' di pietre conce colla torre; ch prima non avea palagio di Comune in Firenze, anzi stava la signoria ora in una parte de la citt e ora in altra. E come il popolo ebbe presa signoria e stato, s ordinaro per pi fortezza di popolo che tutte le torri di Firenze, che ce n'avea grande quantit alte CXX braccia, si tagliassono e tornassono alla misura di L braccia e non pi, e cos fu fatto; e delle pietre si mur poi la citt oltrarno.

"XL"


(Delle insegne per guerra ch'usava il Comune di Firenze.)

Poi ch'avemo detto de' gonfaloni e insegne del popolo,  convenevole che facciamo menzione di quelle de' cavalieri e della guerra, e come i sesti andavano per ordine nell'osti. La 'nsegna della cavalleria del sesto d'Oltrarno era tutta bianca; quella di San Piero Scheraggio a traverso nera e gialla, e ancora oggi l'usano i cavalieri in loro sopransegne ad armeggiare; quello di Borgo addogato per lungo bianco e azzurro; quello di San Brancazio tutto vermiglio; quello di porte del Duomo era...; quello di porte San Piero era tutto giallo. Le 'nsegne dell'oste erano le prime del Comune dimezzate bianche e vermiglie: queste aveva la podest. Quelle della posta dell'oste e guardia del carroccio erano due, l'uno campo bianco e croce piccola rossa, l'altro per contrario campo rosso e croce bianca. Quello del mercato era...; quelle de' balestrieri erano due, l'una il campo bianco, e l'altra vermiglio, in ciascuno il balestro; e per simile modo quelle de' pavesari, l'uno gonfalone bianco col pavese vermiglio e il giglio bianco, e l'altro rosso col pavese bianco e 'l giglio rosso; e quegli degli arcadori l'uno bianco e l'altro rosso, iv'entro gli archi; quello della salmeria era bianco col mulo nero; e quello de' ribaldi bianco co' ribaldi dipinti in gualdana e giucando. Queste insegne de' cavalieri e dell'oste si davano sempre il d di Pentecosta ne la piazza di Mercato Nuovo, e per antico cos ordinate, e davansi a' nobili e popolani possenti per la podest. I sesti quando andavano tre insieme, era ordinato Oltrarno Borgo, e San Brancazio, e gli altri tre insieme: e quando andavano a due sesti insieme, andava Oltrarno e San Brancazio, San Piero Scheraggio e Borgo, porte del Duomo e porte San Piero; e questo ordine fu molto antico. Lasceremo degli ordini di Firenze, e diremo della morte di Federigo imperadore, che molto fu utole e bisognevole a santa Chiesa, e al nostro Comune.

"XLI"


(Come lo 'mperadore Federigo mor a Firenzuola in Puglia.)

Nel detto anno MCCL, essendo Federigo imperadore in Puglia nella citt di Fiorenzuola a l'uscita d'Abruzzi, si amal forte, e gi del suo aguro non si seppe guardare, che trovava che dovea morire in Firenze, e come dicemmo adietro, per la detta cagione mai non volle entrare in Firenze, n in Faenza; ma male seppe interpetrare la parola mendace del dimonio, che gli disse si guardasse che morrebbe in Firenze, e elli non si guard di Fiorenzuola. Avenne che agravando de la detta malatia, essendo collui uno suo figliuolo bastardo ch'avea nome Manfredi, disiderando d'avere il tesoro di Federigo suo padre, e la signoria del Regno e di Cicilia, e temendo che Federigo di quella malatia non iscampasse o facesse testamento, concordandosi col suo segreto ciamberlano, promettendoli molti doni e signoria, con uno pimaccio che a Federigo puose il detto Manfredi in su la bocca, sll'afog; e per lo detto modo mor il detto Federigo disposto dello 'mperio e scomunicato da santa Chiesa, sanza penitenzia, o nullo sagramento di santa Chiesa. E per questo potemo notare la parola che Cristo disse nel Vangelio: "Voi morrete nelle peccata vostre"; che cos avenne a Federigo, il quale fu cos nimico di santa Chiesa, ch'egli fece morire la moglie e Arrigo re suo figliuolo, e... e videsi sconfitto e preso Enzo suo figliuolo, e egli dal suo figliuolo Manfredi vilmente morto e sanza penitenza; e ci fu il d di santa Lucia di dicembre, gli anni detti MCCL. E lui morto, Manfredi detto prese la guardia del reame e tutto il tesoro, e 'l corpo di Federigo fece portare e soppellire nobilemente alla chiesa di Monreale di sopra a la citt di Palermo in Cicilia, e a la sua sepultura volendo scrivere molte parole di sua grandezza e podere, e grandi cose fatte per lui, uno cherico Trottano fece questi brievi versi, i quali piacquero molto a Manfredi e agli altri baroni, e fecegli intagliare nella detta sepultura, gli quali diceano:

Si probitas, sensus, virtutum gratia, census,
Nobilitas orti possint resistere morti,
Non foret extintus Federicus qui iacet intus.

E nota che in quello tempo che lo 'mperadore Federigo moro avea mandato in Toscana per tutti gli stadichi di Guelfi per fargli morire; e andando in Puglia, quando furono in Maremma, seppono novelle della morte di Federigo, le guardie per paura gli lasciarono; i quali ricoverarono in Campiglia, e di l tornarono a Firenze e nell'altre terre di Toscana molto poveri e bisognosi.

"XLII"


(Come il popolo di Firenze rimisono per pace i Guelfi in Firenze.)

La notte medesima che mor Federigo imperadore mor il podest che per lui era in Firenze, ch'avea nome messer Rinieri da Montemerlo, che dormendo nel letto suo gli cadde adosso una volta ch'era sopra la camera, e ci fu in casa gli Abati. E ci fu bene segnale che nella citt di Firenze dovea morire la sua signoria, e cos avenne assai tosto; ch essendo levato popolo in Firenze per le forze e oltraggi de' nobili ghibellini, come avemo detto adietro, e vegnendo in Firenze novelle de la morte del detto Federigo, pochi giorni appresso, il popolo di Firenze rappell e rimisono in Firenze la parte de' Guelfi che fuori n'erano cacciati, faccendo loro fare pace co' Ghibellini; e ci fu a d VII di gennaio, gli anni di Cristo MCCL.

"XLIII"


(Come al tempo del detto popolo i Fiorentini sconfissono i Pistolesi, e poi cacciarono certe case di Ghibellini di Firenze.)

Molto esult la parte della Chiesa e parte guelfa per tutta Italia e per la morte dello 'mperadore, e la parte d'imperio e ghibellina abass, imperci che papa Innocenzo torn d'oltre i monti colla corte a Roma, favorando i fedeli della Chiesa. Avenne che del mese di luglio, gli anni di Cristo MCCLI, il popolo e Comune di Firenze feciono oste a la citt di Pistoia, ch'erano loro ribelli, e combattero co' detti Pistolesi, e sconfissongli a Monte Robbolini con grande danno de' morti e de' presi de' Pistolesi. E allora era podest di Firenze messer Uberto da Mandella di Milano. E per cagione che la maggiore parte delle case de' Ghibellini di Firenze non piacea la signoria del popolo, perch parea loro che favorassono pi ch'alloro non piacea i Guelfi, e per lo passato tempo erano usi di fare le forze e tiranneggiare per la baldanza dello 'mperadore, s non vollono seguire il popolo n 'l Comune a la detta oste sopra Pistoia; anzi in detto e in fatto la contradiaro per animosit di parte, imperci che Pistoia in quelli tempi si reggea a parte ghibellina; per la quale cagione e sospetto, tornata l'oste da Pistoia vittoriosamente, le dette case de' Ghibellini di Firenze furono cacciati e mandati fuori della citt per lo popolo di Firenze il detto mese di luglio MCCLI. E cacciati i caporali de' Ghibellini di Firenze, il popolo e gli Guelfi che dimoraro a la signoria di Firenze si mutaro l'arme del Comune di Firenze; e dove anticamente si portava il campo rosso e 'l giglio bianco, si feciono per contradio il campo bianco e 'l giglio rosso, e' Ghibellini si ritennero la prima insegna; malla insegna antica del Comune dimezzata bianca e rossa, cio lo stendale ch'andava nell'osti in sul carroccio, non si mut mai. Lasceremo alquanto de' fatti de' Fiorentini, e diremo alquanto della venuta del re Currado figliuolo dello 'mperadore Federigo.

"XLIV"


(Come lo re Currado figliuolo di Federigo imperadore venne d'Alamagna in Puglia, e ebbe la segnoria del reame di Cicilia, e come mor.)

Come il re Currado d'Alamagna seppe la morte dello 'mperadore Federigo suo padre, s'aparecchi con grande compagnia per passare in Puglia e in Cicilia, per possedere il detto Regno, del quale Manfredi suo fratello bastardo s'era fatto vicario generale e signoreggiava tutto, salvo la citt di Napoli e di Capova, i quali s'erano rubellati per la morte di Federigo, e tornati a l'ubbidenza della Chiesa. E per cagione della morte del detto Federigo molte cittadi di Lombardia e di Toscana aveano fatta mutazione, e tornate all'obedienza della Chiesa. Non si volle il detto Currado mettere a passare per terra, ma lui arrivato nella Marca di Trevigi, fece co' Viniziani apparecchiare grande navilio, e di l per mare con tutta sua gente arriv in Puglia gli anni di Cristo MCCLI. E con tutto che Manfredi fosse cruccioso della sua venuta, perch intendea a esser signore del detto Regno, a Currado suo fratello fece grande accoglienza, rendendogli molto onore e reverenza. E come fue in Puglia, s fece oste sopra la citt di Napoli, la quale prima da Manfredi prenze di Salerno per V volte era stata osteggiata e assediata, e noll'avea potuta vincere, ma Currado con sua grande oste per lungo assedio ebbe la cittade, salvi le persone e la terra.

Ma Currado non attenne loro i patti, ma come fu in Napoli s fece disfare le mura e tutte le fortezze di Napoli; e simigliantemente fece a la citt di Capova che s'era rubellata, e in poco di tempo tutto il Regno rec sotto la sua signoria, abbattendo ogni ribello, o che fosse amico o seguace di santa Chiesa; e non solamente i laici, ma i religiosi e le sacre persone, fece morire per tormenti, rubando le chiese, e abbattendo chi non era della sua obbedienza, e promovendo i benefici, come fosse papa, s che se Federigo suo padre fue persecutore di santa Chiesa, questo Currado, se fosse vivuto lungamente, sarebbe stato peggiore. Ma come piacque a Dio, poco appresso inferm di grande malatia, ma non per mortale, e faccendosi curare a medici fisiziani, Manfredi suo fratello, per rimanere signore, il fece a' detti medici per moneta e gran promesse avelenare in uno cristeo, e per tale sentenzia di Dio, per opera del fratello, di tale morte moro sanza penitenzia e scomunicato gli anni di Cristo MCCLII. E di lui rimase in Alamagna uno picciolo figliuolo ch'ebbe nome Curradino, nato per madre della figlia del duca di Baviera.

"XLV"


(Come Manfredi figliuolo naturale di Federigo prese la signoria del regno di Cicilia e di Puglia, e fecesi coronare re.)

Morto Currado detto re della Magna, Manfredi rimase signore e balio di Cicilia e del Regno, con tutto che per la morte di Currado alquante terre del Regno si rubellassono, e papa Innocenzo quarto con grande oste della Chiesa si mise nel Regno per racquistare la terra che tenea Manfredi contra volont della Chiesa, e s come scomunicato. E come la detta oste della Chiesa fu entrata nel Regno, tutte le citt e castella infino a Napoli s'arendero al detto papa; ma poco lui dimorato in Napoli, inferm e pass di questa vita gli anni di Cristo MCCLII, e nella citt di Napoli fue soppellito. E per la morte del detto papa, e per la vacazione che dopo lui ebbe la Chiesa, che pi di due anni stette sanza pastori, Manfredi racquist tutto il Regno, e crebbe molto la sua forza e lungi e appresso; e con grande studio s'intendea con tutte le citt d'Italia, ch'erano Ghibellini e fedeli dello imperio, e aiutavagli co' suoi cavalieri tedeschi, faccendo colloro taglia e compagnia in Toscana e in Lombardia. E quando il detto Manfredi si vide in gloria e inn-istato, si pens di farsi fare re di Cicilia e di Puglia, e perch ci gli venisse fatto, si rec ad amici con ispendio, e doni, e promesse, e ufici, i maggiori baroni deRegno. E sappiendo come del re Currado suo fratello era rimaso uno suo figliuolo chiamato Curradino, il quale per ragione era diritto erede del reame di Cicilia, e era in Alamagna a la guardia della madre, s si pens una frodolente malizia per esser re, ch'elli raun tutti i baroni del Regno, e propuose loro quello ch'avesse affare della signoria, con ci fosse cosa che elli avesse novelle come il suo nipote Curradino era grave infermo, e da non potere mai reggere reame; onde per gli suoi baroni fue consigliato che mandasse suoi ambasciadori in Alamagna a sapere dello stato di Curradino, e se fosse morto o infermo. Infino allora consigliavano che Manfredi fosse fatto re. Acci s'accord Manfredi, come colui che tutto avea ordinato fittiziamente, e mandati i detti ambasciadori a Curradino e a la madre con ricchi presenti e grandi proferte. I quali ambasciadori giunti in Soavia, trovarono il garzone che la madre ne facea gran guardia, e collui tenea pi altri fanciulli di gentili uomini vestiti di sua roba: dimandando i detti ambasciadori Curradino, la madre temendo di Manfredi, s mostr loro uno de' detti fanciulli. E quegli con ricchi presenti gli feciono doni e reverenzia, intra' quali doni furono de' confetti di Puglia avelenati, e quello garzone prendendone, tosto moro. Eglino credendo Curradino avere morto di veleno, si partirono d'Alamagna, e come furono tornati in Vinegia, feciono fare alla loro galea vele di panno nero e tutti gli arredi neri, e eglino si vestiro a nero; e s come giunsono in Puglia feciono sembiante di grande dolore, s come da Manfredi erano amaestrati. E rapportato a Manfredi e a' baroni tedeschi del Regno come Curradino era morto, e fatto per Manfredi sembiante di grande corrotto, a grido de' suoi amici e di tutto il popolo, s come avea ordinato, fu eletto re di Cicilla e di Puglia, e a Monreale in Cicilia si fece coronare gli anni di Cristo MCCLV.



"XLVI"


(De la guerra che fu tra papa Allessandro e lo re Manfredi.)

Dopo la morte di papa Innocenzo e della sua vacazione fu eletto papa Allessandro quarto, nato della citt d'Alagna di Campagna, gli anni di Cristo MCCLV, e sedette nel papato anni VII, mesi, e d. Il qual papa Allessandro avendo inteso come Manfredi s'era coronato re di Cicilia contra la volont di santa Chiesa, per lo detto papa fu richesto Manfredi che lasciasse la signoria del Regno e di Cicilia, il quale non volle intendere n ubidire; per la qual cosa il detto papa prima lo scomunic e priv. E poi mand contro allui Otto cardinale legato con grande oste della Chiesa, e prese molte terre della marina di Puglia, ci fu la citt di Sipanto, e il Monte Santagnolo, e Barletta, e Bari, infino a Otranto in Calavra; ma poi la detta oste per la morte del detto legato torn in vano, e Manfredi riprese e racquist tutto; e ci fu gli anni di Cristo MCCLVI. Il detto re Manfredi fue nato per madre d'una bella donna de' marchesi Lancia di Lombardia, con cui lo 'mperadore ebbe affare; e fu bello del corpo, e come il padre, e pi, dissoluto in ogni lussuria; sonatore e cantatore era, volentieri si vedea intorno giocolari e uomini di corte, e belle concubine, e sempre si vesto di drappi verdi; molto fue largo e cortese e di buon'aire, s ch'egli era molto amato e grazioso; ma tutta sua vita fue epicuria, non curando quasi Idio n santi, se non al diletto del corpo. Nimico fu di santa Chiesa, e di cherici e de' religiosi, occupando le chiese, come il suo padre e pi; ricco signore fu, s del tesoro che gli rimase dello 'mperadore e del re Currado suo fratello, e per lo suo regno ch'era largo e fruttuoso. E egli, mentre che vivette, con tutte le guerre ch'ebbe colla Chiesa, il tenne in buono stato, s che 'l mont molto di ricchezze e in podere per mare e per terra. Per moglie ebbe la figliuola del dispoto di Romania, ond'ebbe figliuoli e figliuole. L'arme che prese e port fue quella dello 'mperio, salvo ove lo 'mperadore suo padre port il campo ad oro e l'aguglia nera, egli port il campo d'argento e l'aguglia nera. Questo Manfredi fece disfare la citt di Sipanto in Puglia, perch per gli paduli che l'erano intorno non era sana, e non avea porto; e di quelli cittadini fece ivi presso a due miglia, in su la roccia e in luogo d'avere buono porto, fece fondare una terra, la quale per suo nome la fece chiamare Manfredonia, la quale ha oggi il migliore porto che sia da Vinegia a Brandizio. E di quella terra fue Manfredi Bonetta, conte camerlingo del detto re Manfredi, uomo di gran diletto, sonatore e cantatore, il quale per sua memoria fece fare la grande campana di Manfredonia, la qual  la pi grande che si truovi di larghezza, e per la sua grandezza non pu sonare. Lasceremo alquanto a parlare di Manfredi infino che luogo e tempo sar, e torneremo ove lasciammo adietro a nostra materia de' fatti di Firenze, e di Toscana, e di Lombardia, con tutto ch'assai si mischiaro co' fatti del detto re Manfredi in pi cose.

"XLVII"


(Come i Fiorentini sconfissono gli Ubaldini in Mugello.)

Negli anni di Cristo MCCLI i signori della casa degli Ubaldini colloro amistadi di Ghibellini e di Romagnuoli aveano fatta gran raunanza in Mugello per fare oste a Monte Accianico, che ancora non era loro. I Fiorentini vi cavalcaro, e sconfissono i detti Ubaldini con gran danno di loro e di loro amist.

"XLVIII"


(Come i Fiorentini presono Montaia, e misono in isconfitta le masnade de' Sanesi e de' Pisani.)

Nel detto anno essendo i Ghibellini usciti di Firenze entrati con masnade di Tedeschi, e rubellato al Comune di Firenze il castello di Montaia in Valdarno, e cavalcatovi i cavalieri delle quattro sestora di Firenze, che v'erano andati per porvi l'oste, i Ghibellini colla forza delle masnade de' Tedeschi non lasciarono acampare i Fiorentini, ma da' detti Ghibellini e Tedeschi furono rotti e cacciati. Per la qual cosa i Fiorentini per comune, popolo e cavalieri, co' Lucchesi e loro amistade del mese di gennaio v'andaro ad oste, e non lasciarono per lo forte tempo e grandissime nevi ch'erano allora che non tenessono l'assedio intorno intorno al castello, per modo che non vi potea entrare n uscire persona, gittandovi dentro pi difici. Al soccorso del detto castello vennoro le masnade de' cavalieri di Siena e di Pisa, con popolo assai del contado di Siena, che allora si teneano a parte ghibellina; per la qual venuta de' Sanesi e de' Pisani si ricominci la guerra dalloro a' Fiorentini. E loro venuti, colle loro forze si puosono a campo a la badia a Coltobuono presso a Montaia a uno miglio. I Fiorentini ordinati i loro battifolli intorno al castello di pedoni e di buone guardie, la cavalleria di Firenze con certi pedoni eletti lasciarono l'assedio, e francamente s'adirizzaro contro a' Pisani e' Sanesi per combattere, non lasciando per le nevi n per la salita del poggio. Veggendo ci i nimici, sanza attendere i Fiorentini si fuggiro vilmente in isconfitta con grande danno di loro e di loro arnesi; e veggendo ci quegli del castello, s'arendero a pregioni, i quali tutti ne furono menati legati in Firenze, e 'l castello disfatto e abattuto; e ci fu del detto mese di gennaio, essendo podest di Firenze messere Filippo degli Ugoni da Brescia.

"XLIX"


(Come i Fiorentini presono Tizzano e poi sconfissono i Pisani al Ponte ad Era, avendo i Pisani sconfitti i Lucchesi.)

Nel detto anno MCCLII i Fiorentini andaro per comune ad oste a Pistoia, e guastarla intorno, e puosono l'assedio al loro castello di Tizzano, e ebbollo a patti a d XXIIII di giugno nel detto anno. E essendo la detta oste de' Fiorentini a Tizzano, ebbono novelle come i Pisani coll'aiuto de' Sanesi aveano sconfitti i Lucchesi a Montetopoli; incontanente compiero i patti e ebbono il castello, e si levaro da oste, e passaro in Valdarno per seguire i Pisani e loro oste, i quali sopragiunsono al Ponte ad Era, e quivi ebbe grande battaglia. A la fine i Pisani furono sconfitti, e' Lucchesi, che gli aveano legati pregioni, legaro e presono i Pisani, e la caccia fu infino a la badia a San Savino presso a Pisa a tre miglia, onde molti ne furono morti de' Pisani e de' Sanesi, e presi pi di IIIm, i quali ne vennero legati a Firenze, sanza quegli che ne menarono i Lucchesi; e fu presa la podest di Pisa, ch'avea nome messer Angiolo di Roma. E ci fu al tempo ch'era podest di Firenze messere Filippo delli Ugoni di Brescia, il primo d del mese di luglio nel detto anno MCCLII.

"L"


(Come fu fatto il ponte a Santa Trinita.)

In questo tempo essendo la citt di Firenze per la signoria del popolo in felice stato, si fece il ponte sopra l'Arno di Santa Trinita a casa i Frescobaldi oltrarno; e in ci adoper molto il procaccio di Lamberto Frescobaldi, il quale era nel popolo grande anziano, ed egli e' suoi venuti in grande stato e ricchezza.

"LI"


(Come i Fiorentini presono il castello di Fegghine.)

Nel detto tempo, essendo gli usciti ghibellini di Firenze col conte Guido Novello della casa de' conti Guidi e ritratti nel castello di Fegghine, il quale era molto forte, e rubellatolo al Comune di Firenze, essendo l'oste de' Fiorentini fuori sopra i Pisani, come detto  di sopra, tornata la detta oste vittoriosamente in Firenze, incontanente sanza soggiorno andarono e puosonsi ad oste a Fegghine, e a quella dirizzarono difici, e diedonvi aspre battaglie; alla fine s'arendero a patti d'andarne sani e salvi il conte co' forestieri, e' Ghibellini usciti di tornare in Firenze per pace; e ci fu perch pi casati guelfi ch'erano terrazzani di Fegghine, non piacendo loro la signoria de' Ghibellini, cercaro il detto trattato. E chi disse che quegli della casa de' Franzesi, per moneta ch'ebbono da' Fiorentini, aveano ordinato di dare loro il castello; per la qual cosa il conte e gli usciti di Firenze vennero a' detti patti. E partitone il conte e sua gente, la terra fue contra' patti rubata e arsa e abattuta; e ci fu alla signoria del detto messer Filippo degli Ugoni, del mese d'agosto gli anni di Cristo MCCLII.

"LII"


(Come i Sanesi furono sconfitti da' Fiorentini a Monte Alcino.)

Nel detto tempo, essendo l'oste de' Fiorentini a Fegghine, i Sanesi andarono ad oste a Monte Alcino, il qual era raccomandato del Comune di Firenze per gli patti della pace tra' Fiorentini e' Sanesi, e molto aveano istretto il castello con battaglie e difici; e ci sentendo i Fiorentini, incontanente v'andarono al soccorso, e combattero co' Sanesi, e sconfissongli, e molti ne furono morti e presi, e per gli Fiorentini fue guernito Monte Alcino; ed era podest di Firenze il detto messer Filippo degli Ugoni; ci fu gli anni di Cristo MCCLII del mese di settembre. E tornaro in Firenze con grande vittoria di pi battaglie di campo, vinte e pi terre e castella; ma a quello tempo i Fiorentini erano uniti per lo buono popolo, e andavano in persona a cavallo e a pi nell'osti, e con cuore e con franchezza, sicch di tutte patti bene aventurosamente in questo anno recarono triunfo e vittoria in Firenze.

"LIII"


(Come di prima si feciono in Firenze i fiorini dell'oro.)

Tornata e riposata l'oste de' Fiorentini colle vittorie dette dinanzi, la cittade mont molto inn-istato e in ricchezze e signoria, e in gran tranquillo: per la qual cosa i mercatanti di Firenze, per onore del Comune, ordinaro col popolo e comune chessi battesse moneta d'oro in Firenze; e eglino promisono di fornire la moneta d'oro, che in prima battea moneta d'ariento da danari XII l'uno. E allora si cominci la buona moneta d'oro fine di XXIIII carati, che si chiamano fiorini d'oro, e contavasi l'uno soldi XX; e ci fu al tempo del detto messere Filippo degli Ugoni di Brescia, del mese di novembre gli anni di Cristo MCCLII. I quali fiorini, gli otto pesavano una oncia, e dall'uno lato era la 'mpronta del giglio, e dall'altro il san Giovanni. Per cagione della detta nuova moneta del fiorino d'oro, scci acadde una bella novelletta, e da dovere notare. Cominciati i detti nuovi fiorini a spargersi per lo mondo, ne furono portati a Tunisi in Barberia; e recati dinanzi al re di Tunisi, ch'era valente e savio signore, s gli piacque molto, e fecene fare saggio, e trovata di fine oro, molto la commend, e fatta interpetrare a' suoi interpetri la 'mpronta e scritta del fiorino, trov dicea: "Santo Giovanni Batista"; e dal lato del giglio: "Fiorenzia". Veggendo era moneta di Cristiani, mand per gli mercatanti pisani che allora erano franchi e molto innanzi al re (e eziandio i Fiorentini si spacciavano in Tunisi per Pisani), e domandogli che citt era tra' Cristiani quella (Florenza) che faceva i detti fiorini. Rispuosono i Pisani dispettosamente e per invidia, dicendo: "Sono nostri Arabi fra terra", che tanto viene a dire come nostri montanari. Rispuose saviamente il re: "Non mi pare moneta d'Arabi; o voi Pisani, quale moneta d'oro  la vostra?". Allora furono confusi e non seppono rispondere. Domand se tralloro era alcuno di Florenza; trovovisi uno mercatante d'Oltrarno ch'avea nome Pera Balducci, discreto e savio. Lo re lo domand dello stato e essere di Firenze, cui i Pisani faceano loro Arabi; lo quale saviamente rispuose, mostrando la potenzia e la magnificenzia di Fiorenza, e come Pisa a comparazione non era di podere n di gente la met di Firenze, e che non aveano moneta d'oro, e che il fiorino era guadagnato per gli Fiorentini sopra loro per molte vittorie. Per la qual cagione i detti Pisani furono vergognati, e lo re per cagione del fiorino, e per le parole del nostro savio cittadino, fece franchi i Fiorentini, e che avessono per loro fondaco d'abitazione e chiesa in Tunisi, e privilegiogli come i Pisani. E questo sapemo di vero dal detto Pera, uomo degno di fede, checci trovammo collui in compagnia all'uficio del priorato.

"LIV"


(Come i Fiorentini feciono oste a Pistoia, e ebborla, e poi la citt di Siena, e presono pi loro castella.)

Negli anni di Cristo MCCLIII i Fiorentini feciono oste sopra la citt di Pistoia, che si tenea a parte ghibellina, e guastarla intorno intorno, per modo che neuno ne potea uscire. I Pistolesi veggendosi cos assediati, sanza speranza di soccorso o aiuto neuno, s s'arrenderono, a patti di rimettere i loro usciti guelfi in Pistoia, e che i Fiorentini vi facessono uno castello il quale fosse in sulla porta che viene da Firenze, e quello si facesse guardare per gli Fiorentini; e cos fue fatto forte e bello, con tutto che assai dispiacesse a' Pistolesi; ma tuttora si tenne per gli Fiorentini infino che dur il buono popolo vecchio. Ma dopo la sconfitta da Monte Aperti, tornati i Ghibellini in Pistoia, si disfece il detto castello per gli Pistolesi. E tornata la detta felice oste a Firenze, incontanente andarono sopra la citt di Siena, e diedono il guasto, e andarono infino al castello di Monte Alcino ch' di l da Siena, e contra la forza de' Sanesi guernirono il detto castello, imperci ch'era alloro lega e accomandagione; e presono Rapolano e pi altre castella e fortezze de' Sanesi, e tornarono in Firenze con grande onore; e a quello era podest di Firenze messer Paolo da Soriano.

"LV"


(Come i Fiorentini feciono oste a Siena, e' Sanesi feciono le comandamenta, e fue pace tralloro.)

Nell'anno seguente MCCLIIII, essendo podest di Firenze messer Guiscardo da Pietrasanta di Milano, i Fiorentini feciono oste per comune sopra la citt di Siena, e puosono il campo e assedio al castello di Montereggione; e di certo l'avrebbono avuto, per che i Tedeschi che 'l guardavano erano in trattato di renderlo per libbre Lm di soldi XX il fiorino d'oro; e trovato gli anziani in una notte solo XX cittadini che ciascuno ne proferse M, sanza quegli delle minori somme; s erano allora i cittadini in buona disposizione per lo bene del comune! Ma i Sanesi per non perdere Montereggioni feciono le comandamenta de' Fiorentini, e fue fatta pace tralloro e' Sanesi, e al tutto quetaro a' Fiorentini il castello di Monte Alcino.

"LVI"


(Come i Fiorentini ebbono ii castello di Poggibonizzi e quello di Mortenana.)

Nel detto anno partitasi la detta bene aventurosa oste de' Fiorentini di su il contado di Siena, s ebbono il castello di Poggibonizzi a patti, e poi il castello di Mortenana degli Isquarcialupi ebbono per forza e per ingegno, ch'era rubellato da' Fiorentini; e coloro che prima v'entrarono dentro furono fatti franchi in perpetuo da' Fiorentini.

"LVII"


(Come i Fiorentini sconfissono i Volterrani e combattendo presono la citt di Volterra.)

Come la detta oste si part da Poggibonizzi, sanza tornare in Firenze, and sopra la citt di Volterra chella teneano i Ghibellini, e giugnendo la detta oste su per le piagge e vigne di Volterra guastando, per intendimento che come l'avessono guasta tornarsi a Firenze, con ci fosse chella citt di Volterra fosse delle pi forti terre d'Italia, avenne, come piacque a Dio, una bella e improvisa vittoria a' Fiorentini; che' Volterrani, veggendo l'oste presso a le porte della loro citt, con grande rigoglio e baldanza tutta la buona gente de la terra usciro fuori a la battaglia sanza niuno buono ordine di guerra o capitaneria, e assaliro i Fiorentini molto aspramente, e assai gli danneggiaro per lo vantaggio della scesa dal poggio. Ma il buono popolo de' Fiorentini vigorosamente sostennero la battaglia; e cominciato l'asalto, la cavalleria de' Fiorentini pinse al poggio all'aiuto del popolo che combatteano co' Volterrani, per modo che per forza gli misono in volta e in isconfitta. E fuggendo i Volterrani per ricoverare nella citt, ch'erano le porte aperte, i Fiorentini mischiati co' Volterrani, combattendo colloro e cacciando insieme, sanza grande contasto si misono dentro a le porte; e quegli ch'erano a la guardia, veggendo i loro cittadini tornare in isconfitta, si misono a la fugga per modo che, ingrossando la gente de' Fiorentini, presono le porte, e le fortezze di sopra guerniro di loro gente, e entrato dentro, incontanente corsono la citt sanza contasto niuno, anzi vennono loro incontro il vescovo con tutto il chericato della citt colle croci in mano, e le donne della citt scapigliate, gridando pace e misericordia. Per la qual cosa i Fiorentini, entrati nella terra, non vi lasciarono fare nulla ruberia, n micidio, n altro malificio, se non che alloro guisa riformaro la signoria, e poi ne mandarono fuori i caporali de' Ghibellini; e questo fue del mese d'agosto gli anni di Cristo MCCLIIII, a la detta signoria di messere Guiscardo da Pietrasanta.

"LVIII"


(Come i Fiorentini andaro ad oste sopra Pisa, e' Pisani feciono le loro comandamenta.)

Come i Fiorentini ebbono riformata la citt di Volterra alloro volont, sanza tornare in Firenze, la loro bene aventurosa oste andarono sopra la citt di Pisa. I Pisani avendo intese le vittorie de' Fiorentini, e la presa della forte citt di Volterra, isbigottiti molto, mandarono loro ambasciadori a l'oste de' Fiorentini colle chiavi in mano in segno d'umilt, per trattare di pace, e fare il piacere de' Fiorentini; la qual pace fue accettata in questo modo: che' Fiorentini a perpetuo fossono franchi in Pisa, sanza pagare niente di gabella n di niuno diritto di nulla mercatantia che entrasse o uscisse in Pisa per mare o per terra, e che i Pisani terrebbono il peso di Firenze, e la misura de' panni, e una lega di moneta, e di non essere contradi n fare guerra a' Fiorentini, n dare aiuto privato o palese a' loro nemici; e per patto domandaro la terra di Piombino o 'l castello di Ripafratta. E sentendo ci i Pisani furono molto crucciosi, spezialmente perch i Fiorentini non prendessero Piombino per cagione del porto, e disdire non poteano la richesta de' Fiorentini. Uno Pisano ch'avea nome Vernagallo disse: "Se noi vogliamo ingannare i Fiorentini, mostrianne pi teneri di Ripafratta che di Piombino, e eglino per prendere pi tosto quello che pi ci spiaccia, e per infestamento de' Lucchesi, prenderanno Ripafratta"; e cos avenne, e Ripafratta presono, e poco appresso i Fiorentini la donaro a' Lucchesi. E ci fu poco senno per gli Fiorentini, ch'avendo Piombino, e porto in mare, e la signoria di Volterra, troppo n'acrescea la citt di Firenze. E per ci tenere fermo, diedono i Pisani a' Fiorentini cinquanta stadichi de' migliori uomini di Pisa, i quali ne vennero in Firenze; ma poco tempo i detti Pisani attennero la detta pace. E ci fatto per gli Fiorentini, la detta felice e bene aventurosa oste torn in Firenze con grande trionfo e onore; e ci fu del mese di settembre, gli anni di Cristo MCCLIIII, essendo podest di Firenze il detto messer Guiscardo da Pietrasanta di Milano. E il detto anno fue per gli Fiorentini chiamato l'anno vittorioso; che ci che per la detta oste s'imprese di fare venne loro bene fatto, e con grande vittoria e onore. Lasceremo alquanto de' fatti di Firenze, e diremo d'altre novitadi state ne' detti tempi in diverse parti brievemente.

"LIX"


(Come il grande Cane de' Tartari si fece Cristiano, e mand sua oste col fratello sopra i Saracini in Soria.)

Negli anni di Cristo MCCLIIII Mango, nipote che fu de Occota Cane imperadore de' Tartari, a richesta e amaestramento del re Aiton d'Ermenia si fece battezzare Cristiano, e col detto re d'Ermenia mand Haloon suo fratello con grandissimo esercito di Tartari a cavallo per conquistare la Terrasanta, e renderla a' Cristiani. E vegnendo per lo reame di Persia, isconfisse il calif di Baldacca, ci era il papa de' Saracini, e prese il detto calif e la citt di Baldracca, che anticamente fue la grande Babbillonia chiamata, e 'l detto calif mise in pregione nella camera del suo tesoro medesimo, la quale era la pi ricca d'oro e d'argento e di pietre preziose che fosse al mondo, e per avarizia non avea soldati, cavalieri, e genti a sua difenzione. Per la qual cosa il detto imperadore de' Tartari gli disse che del suo tesoro che s'avea serbato convenia che mangiasse, e vivesse sanza altra vivanda; e cos tra quello tesoro mor di fame: e ci fu gli anni di Cristo MCCLVI. Appresso il detto Haloon col re d'Ermenia discesono in Soria, vegnendo conquistando le province e terre di Saracini, e per forza presono la citt d'Alappo, e quella di Damasco, e Antioccia, che teneano i Saracini; e il soldano d'Alappo fu preso, e tutto suo paese distrutto; e ci fu gli anni di Cristo MCCLX. Ma ci fatto, non compi di racquistare Gerusalem, perch'ebbe novelle che Mango Cane imperadore suo fratello era morto; e per essere egli gran Cane, cio in nostra lingua grande imperadore, torn in suo paese, e lascie il conquisto della detta Terrasanta.

"LX"


(Come si cominci la prima guerra tra' Genovesi e' Viniziani.)

Negli anni di Cristo MCCLVI si cominci nella citt d'Acri in Soria la guerra tra' Genovesi e' Viniziani, per cagione che ciascuno di loro Comuni vi volea essere il maggiore, e per la possessione di San Sabe d'Acri, che ciascuno la volea; onde deriv molto di male per gli tempi appresso, come di loro fatti faremo menzione. In quella riotta i Viniziani furono soperchiati da' Genovesi, ma ivi a due anni, ci fu nel MCCLVIII, trovandosi in Acri l'armata de' Genovesi, ch'erano L galee e IIII navi, furono sconfitti dall'armata de' Viniziani, e prese XXIIII galee, e morti pi di MDCC Genovesi; e disfeciono i Viniziani la ruga de' Genovesi e una loro bella torre che si chiamava la Mongioia, e recarne delle pietre infino in Vinegia: era loro amiraglio uno di quegli da ca' Corino.

"LXI"


(Come il conte Guido Guerra cacci la parte ghibellina d'Arezzo, e come i Fiorentini la vi rimisono.)

Negli anni di Cristo MCCLV i Fiorentini in servigio delli Orbitani, i quali aveano guerra co' Viterbesi e cogli altri loro vicini ghibellini e fedeli dello 'mperio e di Manfredi, mandarono loro inn-aiuto Vc cavalieri, onde feciono capitano il conte Guido Guerra de' conti Guidi; e giunto lui in Arezzo colla detta cavalleria, sanza volont o mandato del Comune di Firenze, cacci d'Arezzo la parte ghibellina, i quali Aretini erano in pace co' Fiorentini. Per la qual cosa il popolo di Firenze, adirato contro al detto conte, v'andarono ad oste ad Arezzo, e tanto vi stettono ch'egli ebbono la terra alloro comandamento, e rimisonvi i Ghibellini, e 'l detto conte se ne part; ma vi si volle prima dagli Aretini libbre XIIm, i quali i Fiorentini prestarono al Comune di Arezzo, ma non so s'elli si riebbono mai. E in questo tempo messer Alamanno de la Torre di Milano era podest di Firenze.

"LXII"


(Come i Pisani ruppono la pace; e come i Fiorentini gli sconfissono al ponte al Serchio.)

Negli anni di Cristo MCCLVI, ancora essendo podest di Firenze il detto messer Alamanno, i Pisani per caldo e sodducimento del re Manfredi ruppono la pace ch'era tralloro e' Fiorentini e' Lucchesi, e andarono sopra il contado di Lucca a oste al castello del ponte al Serchio. Per la qual cosa i Fiorentini andaro ad oste sopra Pisa da la parte di Lucca al soccorso del detto castello; e quivi assaliti i Pisani da' Fiorentini e Lucchesi, furono rotti e sconfitti, e molti morti, e presi pi di IIIm, e annegati nel fiume del Serchio in grande quantit. E ci fatto, i Fiorentini vennero ad oste a Pisa infino a SaIacopo in Valdiserchio, e quivi tagliaro uno grande pino, e battero in sul ceppo del detto pino i fiorini d'oro; e per ricordanza quelli che in quello luogo furono coniati ebbono per contrasegna tra' piedi di santo Giovanni quasi come uno trefoglio, a guisa d'uno piccolo albero; e de' nostri d ne vedemmo noi assai di quelli fiorini. I Pisani vedendosi cos sconfitti e assediati, feciono pace co' Fiorentini e co' Lucchesi, con ogni reverenza e patti che' Fiorentini seppono divisare. Intra gli altri patti vollono i Fiorentini in servigio de' Lucchesi, e ancora per avere libera la piaggia del Motrone per le loro mercatantie, che 'l castello del Motrone, che 'l teneano i Pisani, fosse alloro comandamento, o fatto o disfatto, come piacesse al popolo di Firenze; e cos fu promesso per gli Pisani. E essendo sopracci tenuto segreto consiglio trall'uficio degli anziani del popolo di Firenze, fu preso partito che 'l Mutrone si dovesse disfare per lo migliore, e il d appresso si dovea in publico parlamento sentenziare. I Pisani temendo che' Fiorentini non giudicassero che rimanesse fatto a la signoria de' Lucchesi, s mandarono incontanente in Firenze uno segreto e discreto cittadino con danari assai a dispendere per ci riparare. E trovando in Firenze il pi grande anziano e possente in popolo e in Comune (era Aldobrandino Ottobuoni, uno franco popolano da San Firenze), segretamente gli fece parlare a uno suo amico, profferendogli di dare IIIIm fiorini d'oro e pi, se ne volesse, e egli adoperasse che 'l Mutrone si disfacesse. Il buono anziano Aldobrandino udendo la promessa, non fece come cupido o avaro, ma come leale e virtudioso cittadino; e avisandosi che il consiglio preso il d dinanzi per lui e per gli altri anziani di disfare il Mutrone era al piacere de' Pisani, e potea esser danno de' Fiorentini e de' Lucchesi, si torn al consiglio sanza scoprire la promessa che gli era stata fatta, e consigli per belle e utili ragioni il contrario, cio che 'l Mutrone non si disfacesse; e cos fu preso e stanziato. E nota lettore la virt di tanto cittadino, che non essendo troppo ricco d'avere, ebbe in s tanta continenza e sincerit per lo suo Comune, che pi non ebbe del tanto il buono romano Fabbrizio del tesoro allui proferto per gli Sanniti; e per ne pare degna cosa di fare di lui memoria, per dare buono esemplo a' nostri cittadini che sono e che saranno, d'essere leali al loro Comune, e d'amare meglio memoria di fama di virt chella corruttibile pecunia. Il detto Aldobrandino, come piacque a Dio, poco tempo appresso mor in tanta buona fama per le sue virtudiose opere fatte per lo popolo e 'l Comune: per non essere ingrato feciono grande onore al suo corpo e a la sua memoria, che alle spese del Comune feciono fare nella chiesa di Santa Reparata uno monimento di marmo levato pi che niuno altro, e in quello soppellire il suo corpo a grande onore; e nel detto sepolcro feciono intagliare questi versi:

Fons est suppremus Aldibrandinus amenus
Ottoboni natus, a bono civita datus.

E poi dopo la sconfitta da Monte Aperti, tornati i ghibellini in Firenze, e rotto il popolo, certi per empiezza di parte feciono abattere la detta sepultura, e trarne il corpo morto di tre anni passati, e farlo strascinare per la citt e gittare a' fossi. E per ancora nota gli atti della fallace fortuna a ricevere la sua memoria indegnamente s fatta vergogna, dopo tanto degno onore ricevuto per lui a la sua vita e a la sua morte; ma faccendo comparazione a la sua buona fama e opere di virt, le quali non si possono torre per la fallace ventura, ogni non dovuta vergogna fatta al suo corpo fu corona perpetua della sua buona fama, e obrobrio e vergogna degl'iniqui e malvagi operanti.

"LXIII"


(Come i Fiorentini disfecero la prima volta il castello di Poggibonizzi.)

Negli anni di Cristo MCCLVII, essendo podest di Firenze Matteo da Coreggia di Parma, i Fiorentini avendo sospetto del castello di Poggibonizzi, perch teneano parte ghibellina e d'imperio, ed erano in lega co' Sanesi, che allora nonn-erano amici de' Fiorentini, s v'andarono i Fiorentini subitamente, e entrati nel castello, presono la terra per disfare le mura e fortezze. Per la qual cosa i Poggibonizzesi, ch'erano per loro grande Comune, vennero afFirenze colle coregge in collo a chiedere merc al Comune di Firenze, che 'l castello non fosse disfatto; ma invano furono le loro richeste, che 'l castello per gli Fiorentini fue abattuto e disfatto.

"LXIV"


(Incidenza, raccontando uno grande miracolo del corpo di Cristo ch'avenne nella citt di Parigi.)

Ne' detti tempi, regnando in Francia il buono re Luis, avenne uno grande miracolo del corpo di Cristo; che celebrando uno prete il sacramento in una cappella di Parigi presso a la sala del re, come piacque a Dio, apparve in sulle mani del prete a la vista de le genti, in luogo dell'ostia sacra, uno piccolo fanciullo molto bello e grazioso, il quale veduto da molti, pregaro il prete il sostenesse infino che al re Luis fosse fatto assapere, e che 'l venisse a vedere; cos fece, onde molta quantit di gente entrasse a vedere. E essendo ci detto al re Luis, e ch'egli v'andasse a vederlo, rispuose: "Vadalo a vedere chi nol crede, ch'io il veggio tuttavia nel mio cuore"; per la quale risposta fue commendato molto il re di grandissimo senno e di cattolica fede.

"LXV"


(Come il popolo di Firenze cacci la prima volta i Ghibellini di Firenze, e la cagione perch.)

Negli anni di Cristo MCCLVIII, essendo podest di Firenze messere Iacopo Bernardi di Porco, all'uscita del mese di luglio quegli della casa degli Uberti colloro sguito de' Ghibellini, per sodducimento di Manfredi, ordinarono di rompere il popolo di Firenze, perch parea loro che pendessono in parte guelfa. Iscoperto il detto trattato per lo popolo, fatti richiedere e citare da la signoria, non vollono comparire n venire dinanzi, ma la famiglia della podest dalloro furono duramente fediti e percossi. Per la qual cosa il popolo corse ad arme, e affurore corsono alle case degli Uberti, ov' oggi la piazza del palagio del popolo e de' priori, e uccisorvi Schiattuzzo degli Uberti, e pi loro masnadieri e famigliari; e fue preso Uberto Caini degli Uberti e Mangia degl'Infangati, i quali per loro confessata la congiura in parlamento, in Orto SaMichele fu loro tagliata la testa; e gli altri della casa degli Uberti con pi altre case de' Ghibellini uscirono di Firenze. I nomi delle case di rinnomo ghibelline ch'uscirono di Firenze furono queste: gli Uberti, i Fifanti, i Guidi, li Amidei, i Lamberti, gli Scolari, e parte degli Abati, Caponsacchi, Migliorelli, Soldanieri, Infangati, Ubriachi, Tedaldini, Galigari, que' della Pressa, Amieri, que' da Cersino, e' Razzanti, e pi altre case e schiatte di popolari e grandi scaduti, che tutti non si possono nominare, e altre case de' nobili di contado; e andarne a Siena, la quale si reggea a parte ghibellina, e erano nemici de' Fiorentini: e furono disfatti i loro palagi e torri, che n'aveano assai, e di quelle pietre si murarono le mura da San Giorgio Oltrarno, che 'l popolo di Firenze fece in quelli tempi cominciare per la guerra de' Sanesi. E poi del mese di settembre prossimo del detto anno il popolo di Firenze fece pigliare l'abate di Valembrosa, il quale era gentile uomo de' signori di Beccheria di Pavia in Lombardia, essendoli apposto che a petizione de' Ghibellini usciti di Firenze trattava tradimento, e quello per martiro gli fece confessare, e scelleratamente nella piazza di Santo Appolinare gli feciono a grido di popolo tagliare il capo, non guardando a sua dignit, n a ordine sacro. Per la qual cosa il Comune di Firenze e' Fiorentini dal papa furono scomunicati; e dal Comune di Pavia, ond'era il detto abate, e da' suoi parenti i Fiorentini che passavano per Lombardia ricevevano molto danno e molestia. E di vero si disse che 'l religioso uomo nulla colpa avea, con tutto che di suo legnaggio fosse grande Ghibellino. Per lo quale peccato, e per molti altri fatti per lo scellerato popolo, si disse per molti savi che Iddio per giudicio divino permise vendetta sopra il detto popolo a la battaglia e sconfitta da Monte Aperti, come innanzi faremo menzione. Il detto popolo di Firenze, che in quegli tempi resse la citt, fue molto superbo e d'alte e grandi imprese, e in molte cose fue molto trascotato; ma una cosa ebbono i rettori di quello, che furo molto leali e diritti a Comune; e perch uno ch'era anziano fece ricogliere e mandollo in sua villa uno cancello ch'era stato della chiusa del Leone, e andava per lo fango per la piazza di San Giovanni, s ne fu condannato in libbre M, e s come frodatore delle cose del Comune.



"LXVI"


(Come gli Aretini presono e disfeciono Cortona.)

Negli anni di Cristo MCCLVIIII, essendo podest d'Arezzo messere Stoldo Giacoppi de' Rossi di Firenze, per suo senno e valentia men gli Aretini, e di notte con iscale entraro in Cortona, la quale era molto fortissima, ma per la mala guardia la perdero i Cortonesi; e gli Aretini disfeciono le mura e le fortezze, e feciogli loro suggetti; onde i Fiorentini, i quali erano alloro lega, furono molto crucciosi, e recarsi che gli Aretini avessono rotta loro pace.

"LXVII"


(Come i Fiorentini presono e disfeciono il castello di Gressa.)

Per la detta cagione i Fiorentini, il febbraio vegnente del detto anno, andarono ad oste a uno castello del vescovo d'Arezzo, ch'avea nome Gressa, molto forte con due cinte di mura, in Casentino, e quello per forza e per assedio ebbono, e poi il feciono disfare. Era podest di Firenze messer Danese Crevelli di Milano.

"LXVIII"


(Come il popolo di Firenze prese i castelli di Vernia e di Mangone.)

E poi tornata la detta oste, incontanente andaro ad oste sopra il castello di Vernia de' conti Alberti, e quello per assedio ebbono e disfeciono; e presono il castello di Mangona, e le genti e' fedeli feciono giurare a la fedelt e ubidenza del popolo e Comune di Firenze, dando ogn'anno per san Giovanni certo censo al Comune. La cagione di cie fue che essendo il conte Allessandro, che di ragione n'era signore, piccolo garzone, il conte Nepoleone suo consorto e Ghibellino, imperci ch'egli era a la sua guardia del popolo di Firenze, s gli tolsono le dette castella, e guerreggiavano i Fiorentini; e per lo popolo di Firenze per lo modo detto furono racquistate; per la qual cosa rinvestironne poi il conte Allessandro, quando i Guelfi tornarono in Firenze: non vogliendo esser figliuolo d'ingratitudine, s don e fece testamento (intervivos), che se' due suoi figliuoli Nerone e Alberto morissono sanza rede maschi e legittimi, lasciava i detti Vernia e Mangone a la massa della parte guelfa di Firenze; e ci fu gli anni di Cristo MCCLXXIII.

"LXIX"


(Incidenza, de' fatti che furono in Firenze al tempo del popolo)

Al tempo del detto popolo di Firenze fu al Comune presentato uno bellissimo e forte leone, il quale era inchiuso nella piazza di Santo Giovanni. Avenne che per mala guardia di quelli che 'l custodiva usc il detto leone della sua stia correndo per la terra, onde tutta la citt fu commossa di paura. Capit inn-Orto Sammichele, e quivi prese uno fanciullo e tenealsi tra le branche. Udendolo la madre che non avea pi, e questo fanciullo le rimase in ventre quando il padre gli fu morto, come disperata, con grande pianto scapigliata corse contra il leone, e trassegli il fanciullo tralle branche; e' leone nullo male fece n a la donna n al fanciullo se non ch'egli guat, e ristettesi. Fu questione qual caso fosse, o la gentilezza della natura del leone, o la fortuna riserbasse la vita del detto fanciullo perch poi facesse la vendetta del padre, com'elli fece, e fu poi chiamato Orlanduccio del leone di Calfette. E nota ch'al tempo del detto popolo, e in prima, e poi a gran tempo, i cittadini di Firenze viveano sobri, e di grosse vivande, e con piccole spese, e di molti costumi e leggiadrie grossi e ruddi; e di grossi drappi vestieno loro e loro donne, e molti portavano le pelli scoperte sanza panno, e colle berrette in capo, e tutti colli usatti in piede, e le donne fiorentine co' calzari sanza ornamenti, e passavansi le maggiori d'una gonnella assai stretta di grosso scarlatto d'Ipro, o di Camo, cinta ivi su d'uno scaggiale a l'antica, e uno mantello foderato di vaio col tassello sopra, e portavallo in capo; e le comuni donne vestite d'uno grosso verde di Cambragio per lo simile modo; e libbre C era comune dota di moglie, e libbre CC o CCC era a quegli tempi tenuta isfolgorata; e le pi delle pulcelle aveano XX o pi anni anzi ch'andassono a marito. Di s fatto abito e di grossi costumi erano allora i Fiorentini, ma erano di buona fe' e leali tralloro e al loro Comune; e colla loro grossa vita e povert feciono maggiori e pi virtudiose cose, che non sono fatte a' tempi nostri con pi morbidezza e con pi ricchezza.

"LXX"


(Come il Paglialoco imperadore de' Greci tolse Gostantinopoli a' Franceschi e a' Viniziani.)

Nel detto anno di Cristo MCCLVIIII la citt di Gostantinopoli, la quale fue conquistata per gli Franceschi e per gli Viniziani, come adietro facemmo menzione, essendone imperadore Baldovino nato della casa di Fiandra, Paglialoco imperadore de' Greci colla forza de' Genovesi, i quali con loro galee e navilio l'ataro per dispetto de' Viniziani loro nemici, fue presa, e cacciatine i Franceschi, e' Viniziani, e tutti i Latini; e mai poi non n'ebbono signoria. E a' Genovesi don il Paglialoco molto tesoro, e diede per loro stanza la terra chessi chiama Pera, la quale  presso di Gostantinopoli in sul corno del golfo, non fidandosi ch'eglino n altri Latini avessono fortezza in Gostantinopoli.

"LXXI"


(D'una grandissima battaglia che fu tra gli re d'Ungaria e quello di Buem.)

Nell'anno MCCLX, essendo grande discordia tra 'l re d'Ungaria e quello di Buem per certe terre infralloro confini, il re d'Ungaria entre nel reame di Buem con pi di LXXXm uomini a cavallo, che Ungheri, e Cumani, e Bracchi, e Alani, la maggiore parte pagani. Lo re di Buem si fece loro incontro con pi di Cm uomini a cavallo; ma nota che tutti vanno a cavallo in su ogni ronzino, ferrato o isferrato, si nominano per cavalieri; ma infra questi n'ebbe bene VIIm a grandi cavagli coverti di maglia di ferro. E cominciata la grande battaglia a' confini de' detti reami, per la moltitudine e discorso de' cavagli si lev s grande polvere, che di mezzod si fece s oscura l'aria, che l'uno non conoscie l'altro. Alla fine essendo il re d'Ungaria duramente fedito, gli Ungari si misono in fugga, e al trapasso d'una riviera pi di XIIIIm si dice che n'anegaro. E dopo la detta sconfitta il re di Buem entrato in Ungaria, per solenni ambasciadori dagli Ungari fu richesto di pace, il quale raunate le terre ond'era il contasto, si ferme con matrimonio tralloro.

"LXXII"


(Come il grande tiranno Azzolino di Romano fu sconfitto da' Chermonesi; e mor in pregione.)

Nel detto anno MCCLX Azzolino di Romano, cio d'uno castello di trivigiana, dal marchese Palavigino e da' Chermonesi nel contado di Milano, presso al ponte di Casciano in sul fiume d'Adda, avendo con seco pi di MD cavalieri, e andava per torre la citt di Milano, fue sconfitto, e fedito, e preso; delle quali fedite in pregione moro, nel castello di Solcino nobilemente fue soppellito. Elli trovava per sua profezia ch'egli dovea morire in uno castello del contado di Padova ch'avea nome Basciano, e in quello non entrava; e quando si sent fedito, domand come si chiamava il luogo; fugli detto Casciano; allora disse: "Casciano Basciano tutto  uno"; e giudicossi morto. Questo Azzolino fue il pi crudele e ridottato tiranno che mai fosse tra' Cristiani, e signoreggi per sua forza e tirannia, essendo di sua nazione della casa di Romano gentile uomo, grande tempo tutta la Marca di Trivigi, e la citt di Padova, e gran parte di Lombardia; e' cittadini di Padova molta gran parte consum, e acceconne pur de' migliori e de' pi nobili in grande quantit, e togliendo le loro possesioni, e mandandogli mendicando per lo mondo, e molti altri per diversi martri e tormenti fece morire, e a una ora XIm Padovani fece ardere, e per la innocenzia del loro sangue, per miracolo, mai poi in quello non nacque erba niuna. E sotto l'ombra d'una rudda e scellerata giustizia fece molti mali, e fue uno grande fragello al suo tempo nella Marca Trevigiana e in Lombardia, per pulire il peccato de la loro ingratitudine. A la fine, come piacque a Dio, vilmente da men possente gente della sua fue sconfitto e morto, e tutta la sua gente si sperse, e la sua signoria venne meno e suo legnaggio.

"LXXIII"


(Come furono eletti re di Romani il re di Castello e Ricciardo conte di Cornovaglia.)

Nel detto anno, essendo d'assai tempo prima per gli elettori dello 'mperio eletti per discordia due imperadori, l'una parte (ci furono tre de' lettori) elessono il re Alfonso di Spagna, e l'altra parte degli elettori elessono Ricciardo conte di Cornovaglia e fratello del re d'Inghilterra; e perch il reame di Boemia era in discordia, e due se ne faceano re, ciascuno diede la sua boce a la sua parte. E per molti anni era stata la discordia de' due eletti, ma la Chiesa di Roma pi favoreggiava Alfonso di Spagna, acci ch'egli colle sue forze venisse ad abattere la superbia e signoria di Manfredi; per la qual cagione i Guelfi di Firenze gli mandarono ambasciadori per somuoverlo del passare, promettendogli grande aiuto acci che favorasse parte guelfa. E l'ambasciadore fue ser Brunetto Latini, uomo di grande senno e autoritade; ma innanzi che fosse fornita l'ambasciata, i Fiorentini furono sconfitti a Monte Aperti, e lo re Manfredi prese grande vigore e stato in tutta Italia, e 'l podere della parte della Chiesa n'abass assai, per la qual cosa Alfonso di Spagna lasci la 'mpresa dello 'mperio, e Ricciardo d'Inghilterra nolla seguo.

"LXXIV"


(Come gli usciti ghibellini di Firenze mandaro in Puglia al re Manfredi per soccorso.)

In questi tempi i Ghibellini scacciati di Firenze (ed erano nella citt di Siena, e da' Sanesi erano male aiutati contra i Fiorentini, imperci che non aveano podere contra la loro potenzia) s ordinarono tralloro di mandare loro ambasciadori in Puglia al re Manfredi per soccorso. I quali andati, pure de' migliori e pi caporali di loro, pi tempo seguendo, Manfredi nolli spacciava, n udiva la loro richesta, per molte bisogne ch'avea affare. A la fine volendosi partire, e prendendo commiato dallui molto male contenti, Manfredi promise loro di dare cento cavalieri tedeschi per loro aiuto. I detti ambasciadori turbatisi della prima proferta, e traendosi a consiglio di fare loro risposta, quasi per rifiutare s povero aiuto, vergognandosi di tornare a Siena, ch'aveano speranza che desse loro aiuto di pi di VIc cavalieri, messer Farinata degli Uberti disse: "Non vi sconfortate, e non rifiutiamo niuno suo aiuto, e sia piccolo quanto si vuole; facciamo che di grazia mandi colloro la sua insegna, che venuti a Siena, noi la metteremo in tale luogo, che converr ch'egli ce ne mandi anche"; e cos avenne. E preso il savio consiglio del cavaliere, accettaro la profetta di Manfredi, graziosamente pregandolo che al capitano di loro desse la sua insegna; e cos fece. E tornati in Siena con s piccolo aiuto, grande scherna ne fu fatta da' Sanesi, e grande isbigottimento n'ebbono gli usciti di Firenze, attendendo troppo maggiore aiuto e sussidio da Manfredi.

"LXXV"


(Come il Comune e popolo di Firenze feciono una grande oste infino a le porte di Siena col carroccio.)

Avenne che gli anni di Cristo MCCLX, del mese di maggio, il popolo e Comune di Firenze feciono oste generale sopra la citt di Siena, e menarvi il carroccio. E nota che 'l carroccio che menava il Comune e popolo di Firenze era uno carro in su quattro ruote tutto dipinto vermiglio, e aveavi su commesse due grandi antenne vermiglie, in su le quali stava e ventilava il grande stendale dell'arme del Comune, ch'era dimezzato bianco e vermiglio, e ancora oggi si mostra in San Giovanni; e tiravalo uno grande paio di buoi coverti di panno vermiglio, che solamente erano diputati acci, e erano dello spedale di Pinti, e 'l guidatore era franco in Comune. Questo carroccio usavano i nostri antichi per trionfo e dignit; e quando s'andava in oste, e' conti vicini e' cavalieri il traevano dell'opera di San Giovanni, e conduciello in su la piazza di Mercato Nuovo, e posato per me' uno termine che ancora v' d'una pietra intagliata a carroccio, sll'acomandavano al popolo. E' popolani il guidavano nell'osti, e a quello erano diputati in guardia i migliori e pi forti e virtudiosi popolani a pi della cittade; e a quello s'amassava tutta la forza del popolo. E quando l'oste era bandita, uno mese dinanzi dove dovesse andare, si ponea una campana in su l'arco di porte Sante Marie, ch'era in sul capo di Mercato Nuovo; e quella al continuo era sonata di de e di notte, e per grandigia di dare campo al nimico ov'era bandita l'oste, che s'apparecchiasse. E chi la chiamava Martinella, e chi la campana degli asini. E quando l'oste de' Fiorentini andava, si sponeva dell'arco, e poneasi in su uno castello di legname in su uno carro, e al suono di quella si guidava l'oste. Di queste due pompe del carroccio e della campana si reggea la signorevole superbia del popolo vecchio e de' nostri antichi nell'osti. Lasceremo di ci, e torneremo come i Fiorentini feciono sopra i Sanesi, che presono il castello di Vico, e quello di Mezano, e Casciole, ch'erano de' Sanesi, e puosonsi a oste a Siena presso a l'antiporta al munistero di Santa Petronella, e fecionvi fare ivi presso, in su uno poggetto rilevato che si vedea dalla cittade, una torre, ove teneano la campana; e a dispetto de' Sanesi, e a ricordanza di vittoria, ripiena di terra, vi piantarono suso uno ulivo, il quale infino a' nostri d ancora v'era. Avenne in quello assedio che gli usciti di Firenze uno giorno diedono mangiare a' Tedeschi di Manfredi, e fattigli bene avinazzare e innebbriare, a romore caldamente gli feciono armare e montare a cavallo per fargli assalire l'oste de' Fiorentini, promettendo loro grandi doni e paga doppia; e ci fu fatto cautamente per gli savi, seguendo il consiglio di Farinata degli Uberti preso infino in Puglia. I Tedeschi forsennati e caldi di vino uscirono fuori di Siena, e vigorosamente assaliro il campo de' Fiorentini, e perch'erano improvisi e con poca guardia, avendo la forza de' nemici per niente, con tutto che' Tedeschi fossono poca gente, in quello assalto feciono all'oste grande danno; e molti del popolo e della cavalleria in quello sbito assalto feciono mala vista fuggendo, per tema che gli assalitori non fossono maggiore gente. Ma alla fine ravveggendosi, presono l'arme e la difenza contra i Tedeschi; e di quanti n'uscirono di Siena non ne scamp niuno vivo, che tutti furono morti e abbattuti, e la 'nsegna di Manfredi presa e strascinata per lo campo, e recata in Firenze; e ci fatto, poco appresso si torn l'oste de' Fiorentini in Firenze.

"LXXVI"


(Come i Sanesi e gli usciti ghibellini di Firenze ebbono dal re Manfredi illoro aiuto il conte Giordano con VIIIc Tedeschi.)

I Sanesi e gli usciti di Firenze veggendo la mala pruova che' Fiorentini aveano fatta per l'asalto di s pochi cavalieri tedeschi, avisaro che avendone maggior quantit, sarebbono vincitori de la guerra. Incontanente si providono di moneta, e accattaro da la compagnia de' Salimbeni, ch'allora erano mercatanti, XXm fiorini d'oro, e puosono loro pegno la rocca a Tentennana, e pi altre castella del Comune, e rimandarono loro ambasciadori in Puglia co la detta moneta al re Manfredi dicendo come la sua poca gente di Tedeschi per loro grande vigore e valentia s'erano messi ad assalire tutta l'oste de' Fiorentini, e gran parte di quella messa in fugga, ma se pi fossono stati, aveano la vittoria; ma per la poca gente ch'erano, tutti erano rimasi morti al campo, e la sua insegna strascinata e vergognata per lo campo, e in Firenze e intorno. Acci dissono quelle ragioni che seppono meglio per ismuovere Manfredi, il quale intesa la novella fu crucciato, e co la moneta de' Sanesi, che pagaro la metade per tre mesi, e a suo soldo, mand in Toscana il conte Giordano suo maliscalco con VIIIc cavalieri tedeschi co detti ambasciadori, i quali giunsono in Siena a l'uscita di luglio, gli anni di Cristo MCCLX; e da' Sanesi furono ricevuti a gran festa, e eglino e tutti i Ghibellini di Toscana ne presono grande vigore e baldanza. E giunti in Siena, incontanente i Sanesi bandirono oste sopra il castello di Monte Alcino, il quale era accomandato del Comune di Firenze, e mandaro per aiuto a' Pisani e a tutti i Ghibellini di Toscana, s che co' cavalieri di Siena, e cogli usciti di Firenze, e co' Tedeschi, e loro amistade, si trovarono con XVIIIc di cavalieri in Siena, che la maggiore parte erano Tedeschi.

"LXXVII"


(Come gli usciti ghibellini di Firenze ordinaro d'ingannare e fare tradire il Comune e popolo di Firenze.)

Li usciti di Firenze, per cui trattato e opera il re Manfredi avea mandato il conte Giordano con VIIIc cavalieri tedeschi, si pensarono ch'elli aveano fatto niente, se non attraessono i Fiorentini fuori a campo, imperci che' sopradetti Tedeschi nonn-erano pagati per pi di tre mesi, e gi n'era passato pi d'uno e mezzo colla loro venuta; n moneta nonn-aveano da pi conducergli, n attendeano da Manfredi; e passando il tempo di loro soldo, sanza fare alcuna cosa si tornavano in Puglia, con grande pericolo di loro stato. Ragionaro che ci non si potea fornire sanza maestria e inganno di guerra, la quale industria fu commessa in messer Farinata degli Uberti e messer Gherardo Ciccia de' Lamberti. Costoro sottilemente ordinarono due savi frati minori loro messaggi al popolo di Firenze, e innanzi gli acozzaro con VIIII de' pi possenti di Siena, i quali infintamente feciono veduta a' detti frati come spiacea loro la signoria di messer Provenzano Salvani, ch'era il maggiore del popolo di Siena, e che volentieri darebbono la terra a' Fiorentini, avendo Xm fiorini d'oro, e che venissono con grande oste sotto cagione di fornire Monte Alcino, e andassono infino in sul fiume d'Arbia; e allora co la forza di loro e di loro seguaci darebbono a' Fiorentini la porta di Santo Vito, ch' nella via d'Arezzo. I frati, sotto questo inganno e tradimento, vennero a Firenze con lettere e suggegli de' detti, e feciono capo agli anziani del popolo, e profersono che recavano gran cose per onore del popolo e Comune di Firenze; ma la cosa era s sagreta, che si volea sotto saramento manifestare a pochi. Allora gli anziani elessono di loro lo Spedito di porte San Piero, uomo di grande opera e ardire, ed era de' principali guidatori del popolo, e collui messer Gianni Calcagni di Vacchereccia; e fatto il saramento in su l'altare, i frati discopersono il detto trattato, e mostrarono le dette lettere. I detti due anziani, che gli portava pi volont che fermezza, diedono fede al trattato, e incontanente si trovaro i detti Xm fiorini d'oro, e si misono in diposito, e raunarono consiglio di grandi e di popolo, e misono innanzi che di nicessit bisognava di fare oste a Siena per fornire Monte Alcino, maggiore che nonn-era stata quella di maggio passato a Santa Petornella. I nobili de le gran case guelfe di Firenze, e 'l conte Guido Guerra ch'era colloro, non sappiendo il falso trattato, e sapeano pi di guerra che' popolani, conoscendo la nuova masnada de' Tedeschi ch'era venuta in Siena, e la mala vista che fece il popolo a Santa Petornella quando i cento Tedeschi gli asaliro, non parea loro la 'mpresa sanza grande pericolo. E ancora sentendo i cittadini variati d'animi, e male disposti a fare pi oste, rendero savio consiglio, che per lo migliore l'oste non procedesse al presente per le ragioni di su dette, e ancora mostrando come per poco costo si potea fornire Monte Alcino, e prendeallo a fornire gli Orbitani, e assegnando come i detti Tedeschi non aveano paga per pi di tre mesi, e gi aveano servito mezzo il tempo, e lasciandogli stentare sanza fare oste, tosto sarebbono straccati e tornerebbonsi in Puglia, e' Sanesi e gli usciti di Firenze rimarrebbono in peggiore stato che di prima. E 'l dicitore fu per tutti messer Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari, cavaliere savio e prode e di grande autoritade; e di largo consigliava il migliore. Il sopradetto Spedito anziano, uomo molto prosuntuoso, compiuto il suo consiglio, villanamente il riprese, dicendo si cercasse le brache, s'aveva paura. E messer Tegghiaio gli rispuose ch'al bisogno non ardirebbe di seguirlo nella battaglia col ov'egli si metterebbe. E finite le dette parole, poi si lev messere Cece de' Gherardini per dire il simigliante ch'avea detto messer Tegghiaio: gli anziani gli comandaro che non dicesse, e era pena libbre C, chi aringasse contra il comandamento degli anziani. Il cavaliere le volle pagare per contradire la detta andata: non vollono gli anziani, anzi raddoppiarono la pena; ancora volle pagare, e cos infino libbre CCC; e quando ancora volle dire e pagare, fu comandamento pena la testa; e cos rimase. Ma per lo popolo superbo e traccurato si vinse il peggiore, che la detta oste presentemente e sanza indugio procedesse.

"LXXVIII"


(Come i Fiorentini feciono oste per fornire Monte Alcino, e furono sconfitti dal conte Giordano e da' Sanesi a Monte Aperti.)

Preso il mal consiglio per lo popolo di Firenze che l'oste si facesse, richiesono loro amistadi d'aiuto, i quali, i Lucchesi vennero per comune popolo e cavalieri, e' Bolognesi, e' Pistolesi, e' Pratesi, e' Volterrani, e' Saminiatesi, e San Gimignano, e Colle di Valdelsa ch'erano in taglia col Comune e popolo di Firenze; e in Firenze aveva VIIIc cavallate de' cittadini, e pi di Vc soldati. E raunata la detta gente in Firenze, si part l'oste all'uscita d'agosto, e menarono per pompa e grandigia il carroccio, e una campana che si chiamava Martinella in su uno carro con uno castello di legname a ruote, e andarvi quasi tutto il popolo colle insegne delle compagnie, e non rimase casa n famiglia di Firenze, che non v'andasse pedone a pi o a cavallo, il meno uno per casa, e di tali due, e pi, secondo ch'erano potenti. E quando si trovaro in sul contado di Siena al luogo ordinato in sul fiume d'Arbia, nel luogo detto Monte Aperti, con Perugini e Orbitani che l s'aggiunsono co' Fiorentini, si ritrovaro pi di IIIm cavalieri e pi di XXXm pedoni. In questo apparecchio dell'oste de' Fiorentini, i sopradetti maestri del trattato ch'erano in Siena, acci che pienamente venisse fornito, anche mandarono a Firenze altri frati a trattare tradimento con certi grandi e popolani ghibellini ch'erano rimasi in Firenze, e doveano venire per comune nell'oste, che come fossono assembiati, si dovessono da pi parti fuggire delle schiere, e tornare dalla loro parte, per isbigottire l'oste de' Fiorentini, parendo alloro avere poca gente a comparazione de' Fiorentini; e cos fu fatto. Avenne che, essendo la detta oste in su i colli di Monte Aperti, e' savi anziani guidatori dell'oste e del trattato attendeano che per gli traditori d'entro fosse loro data la porta promessa. Uno grande popolare di Firenze di porte San Piero, ch'era Ghibellino, e avea nome il Razzante, avendo alcuna cosa spirato dell'attendere dell'oste de' Fiorentini, con volont de' Ghibellini del campo ch'erano al tradimento, gli fu commesso ch'entrasse in Siena, ond'egli si fugg a cavallo del campo per fare assapere agli usciti di Firenze come si dovea tradire la citt di Siena, e come i Fiorentini erano bene in concio, e con molta potenza di cavalieri e di popolo, e per dire a que' d'entro che non s'avisassono a battaglia. E giunto in Siena, e scoperte queste cose a' detti messer Farinata e messer Gherardo trattatori, s gli dissono: "Tu ci uccideresti, se tu ispandessi queste novelle per Siena, imperci che ogni uomo faresti impaurire, ma vogliamo che dichi il contrario; imperci che se ora ch'avemo questi Tedeschi non si combatte, noi siamo morti, e mai non ritorneremo in Firenze; e per noi farebbe meglio la morte e d'essere isconfitti, ch'andare pi tapinando per lo mondo"; e facea per loro di mettersi a la fortuna della battaglia. Il Razzante assettato da' detti, intese e promise di cos dire; e con una ghirlanda in capo, co' detti a cavallo, mostrando grande allegrezza, venne al parlamento al palagio ov'era tutto il popolo di Siena, e' Tedeschi, e l'altre amistadi; e in quello con lieta faccia disse le novelle larghe da parte de' Ghibellini e traditori del campo, e come l'oste si reggea male, e erano male guidati, e peggio in concordia, e che assalendogli francamente, di certo erano sconfitti. E fatto il falso rapporto per Razzante, a grido di popolo si mossono tutti ad arme dicendo: "Battaglia, battaglia!". I Tedeschi vollono promessa di paga doppia, e cos fue fatto; e loro schiera misono innanzi all'asalto per la detta porta di San Vito, che dove' a' Fiorentini essere data; e gli altri cavalieri e popolo usciro appresso. Quando quegli dell'oste ch'attendeano che fosse loro data la porta vidono uscire i Tedeschi e l'altra cavalleria e popolo fuori di Siena inverso loro con vista di combattere, sssi maravigliarono forte e non sanza isbigottimento grande, veggendo il sbito avenimento e assalto non proveduto; e maggiormente gli fece isbigottire che pi Ghibellini ch'erano nel campo a cavallo e a pi, veggendo appressare le schiere de' nemici, com'era ordinato il tradimento, si fuggirono da l'altra parte; e ci furono di que' della Pressa, e degli Abati, e pi altri. E per non lasciarono i Fiorentini e l'altra loro amistade di fare loro schiere, e attendere la battaglia. E come la schiera de' Tedeschi rovinosamente percosse la schiera de' cavalieri de' Fiorentini ov'era la 'nsegna della cavalleria del Comune, la quale portava messer Jacopo del Naca della casa de' Pazzi di Firenze, uomo di grande valore, il traditore di messer Bocca degli Abati, ch'era in sua schiera e presso di lui, colla spada fed il detto messer Jacopo e tagliogli la mano co la quale tenea la detta insegna, e ivi fu morto di presente. E ci fatto, la cavalleria e popolo veggendo abattuta la 'nsegna, e cos traditi dalloro, e da' Tedeschi s forte assaliti, in poco d'ora si misono inn-isconfitta. Ma perch la cavalleria di Firenze prima s'avidono del tradimento, non ne rimasono che XXXVI uomini di nome di cavallate tra morti e presi. Ma la grande mortalit e presura fue del popolo di Firenze a pi, e di Lucchesi, e Orbitani, per che si rinchiusono nel castello di Monte Aperti, e tutti furono presi; ma pi di MMD ne rimasono al campo morti, e pi di MD presi pur de' migliori del popolo di Firenze di ciascuna casa, e di Lucca, e degli altri amici che furono a la detta battaglia. E cos s'adon la rabbia dell'ingrato e superbio popolo di Firenze; e ci fu uno marted, a d IIII di settembre, gli anni di Cristo MCCLX; e rimasevi il carroccio, e la campana detta Martinella, con innumerabile preda d'arnesi di Fiorentini e di loro amistade. E allora fu rotto e annullato il popolo vecchio di Firenze, ch'era durato in tante vittorie e grande signoria e stato per X anni.

"LXXIX"


(Come i Guelfi di Firenze dopo la detta sconfitta si partirono di Firenze, e andarsene a Lucca.)

Venuta in Firenze la novella della dolorosa sconfitta, e tornando i miseri fuggiti di quella, si lev il pianto d'uomini e di femmine in Firenze s grande, ch'andava infino a cielo; imperci che non avea casa niuna in Firenze, piccola o grande, che non vi rimanesse uomo morto o preso; e di Lucca e del contado ve ne rimasono gran quantit, e degli Orbitani. Per la qual cosa i caporali de' Guelfi, nobili e popolari, ch'erano tornati dalla sconfitta, e quegli ch'erano in Firenze, isbigottiti e impauriti, e temendo degli usciti che venieno da Siena colle masnade tedesche; e' Ghibellini ribelli e confinati ch'erano fuori della cittade cominciarono a tornare nella terra; per la qual cosa i Guelfi, sanz'altro commiato o cacciamento, colle loro famiglie piagnendo uscirono di Firenze, e andarsene a Lucca, giuoved a d XIII di settembre, gli anni di Cristo MCCLX. Queste furono le principali case guelfe ch'uscirono di Firenze: del sesto d'Oltrarno, i Rossi, e' Nerli, e parte de' Mannelli, i Bardi, e' Mozzi, e' Frescobaldi; gli popolani del detto sesto case notabili, Canigiani, Magli, e Machiavelli, Belfredelli, e Orciolini, Aglioni, Rinucci, Barbadori, e Battimammi, e Soderini, e Malduri, e Amirati. Di San Piero Scheraggio, i nobili: Gherardini, Lucardesi, Cavalcanti, Bagnesi, Pulci, Guidalotti, Malispini, Foraboschi, Manieri, quelli da Quona, Sacchetti, Compiobbesi; i popolani: Magalotti, Mancini, Bucelli, e quelli della Vitella. Del sesto di Borgo, i nobili: i Bondelmonti, Scali, Spini, Gianfigliazzi, Giandonati, Bostichi, Altoviti, i Ciampali, Baldovinetti e altri. Del sesto di San Brancazio, i nobili: Tornaquinci, Vecchietti, e' Pigli parte di loro, Minerbetti, Becchenugi, e Bordoni e altri. Di porte del Duomo: i Tosinghi, Arrigucci, Agli, Sizii, Marignolli, e ser Brunetto Latini e' suoi, e pi altri. Di porte San Piero: Adimari, Pazzi, Visdomini, e parte de' Donati; dal lato delli Scolari rimasono que' della Bella, i Carri, i Ghiberti, i Guidalotti di Balla, i Mazzocchi, gli Uccellini, Boccatonde; e oltre a questi molti confinati grandi e popolani per ciascuno sesto. E della partita molto furono da riprendere i Guelfi, imperci chella citt di Firenze era molto forte di mura e di fossi pieni d'acqua, e da poterla bene difendere e tenere; ma il giudicio di Dio per punire le peccata conviene che faccia suo corso sanza riparo; e a cui Idio vuole male gli toglie il senno e l'accorgimento. E partiti i Guelfi il giuovid, la domenica vegnente a d XVI di settembre, gli usciti di Firenze ch'erano stati a la battaglia a Monte Aperti, col conte Giordano e colle sue masnade de' Tedeschi, e cogli altri soldati de' Ghibellini di Toscana, arricchiti delle prede de' Fiorentini e degli altri Guelfi di Toscana, entrarono nella citt di Firenze sanza contasto neuno. E incontanente feciono podest di Firenze per lo re Manfredi Guido Novello de' conti Guidi dal d a calen di gennaio vegnente a due anni; e tenea ragione nel palagio vecchio del popolo da San Pulinari, ed era la scala di fuori. E poco tempo appresso fece fare la porta Ghibellina, e aprire quella via di fuori, acci che per quella via che risponde al palagio potesse avere entrata e uscita al bisogno, per mettere in Firenze i suoi fedeli di Casentino a guardia di lui e della terra; e perch si fece al tempo de' Ghibellini, la porta e la via ebbe sopranome Ghibellina. Questo conte Guido fece giurare tutti i cittadini che rimasono in Firenze la fedelt del re Manfredi, e per patti promessi a' Sanesi fece disfare cinque castella del contado di Firenze ch'erano alle loro frontiere; e rimase in Firenze per capitano di guerra, e vicario generale per lo re Manfredi, il detto conte Giordano colle masnade de' tedeschi al soldo de' Fiorentini, i quali molto perseguitarono i Guelfi in pi parti in Toscana, come innanzi faremo menzione; e tolsono tutti i loro beni, e disfeciono molti palagi e torri de' Guelfi, e misono in comune i loro beni. Il detto conte Giordano fu gentile uomo di Piemonte in Lombardia, e parente della madre del re Manfredi; e per la sua prodezza, e perch'era molto fedele di Manfredi, e di vita e di costumi cos mondano com'egli, il fece conte e li di terra in Puglia, e di piccolo stato il mise in grande signoria.

"LXXX"


(Come la novella della sconfitta de' Fiorentini fu in corte di papa, e la profezia che ne disse il cardinale Bianco.)

Come in corte di Roma venne la novella della sopradetta sconfitta, il papa e' cardinali, ch'amavano lo stato di santa Chiesa, n'ebbono grande dolore e compassione, s per gli Fiorentini, e s perch di ci montava lo stato e podere di Manfredi nimico della Chiesa; ma il cardinale Attaviano degli Ubaldini ch'era Ghibellino ne fece gran festa; onde ci veggendo il cardinale Bianco, il qual era grande astrolago e maestro di nigromanzia, disse: "Se 'l cardinale Attaviano sapesse il futuro di questa guerra de' Fiorentini, e' non farebbe questa allegrezza". Il collegio de' cardinali il pregaro che dovesse dichiarire pi in aperto. Il cardinale Bianco non volea dire, perch parlare del futuro gli pareva inlicito a la sua dignit, ma i cardinali pregarono tanto il papa che gliele comandasse sotto ubbidienza ch'egli il dicesse. Avuto il detto comandamento, disse in brieve sermone: "I vinti vittoriosamente vinceranno, e in etterno non saranno vinti". Ci s'interpetr che' Guelfi vinti e cacciati di Firenze vittoriosamente tornerebbono innistato, e mai in etterno non perderebbono loro stato e signoria di Firenze.

"LXXXI"


(Come i Ghibellini di Toscana ordinarono di disfare la citt di Firenze, e come messer Farinata degli Uberti la difese.)

Per lo simile modo ch'uscirono i Guelfi di Firenze, cos feciono quegli di Prato, e di Pistoia, e di Volterra, e di Samminiato, e di San Gimignano, e di pi altre terre e castella di Toscana, le quali tornarono tutte a parte ghibellina, se non fu la citt di Lucca, la quale si tenne a parte guelfa uno tempo, e fu rifuggio de' Guelfi di Firenze, e degli altri usciti di Toscana. I quali Guelfi di Firenze feciono loro istanza in Lucca in borgo intorno a San Friano; e la loggia dinanzi a San Friano feciono i Fiorentini. E ritrovandosi i Fiorentini in quello luogo, messer Tegghiaio Aldobrandi veggendo lo Spedito che nel consiglio gli avea detta villania, e che si cercasse le brache, s'alz e trassesi de' caviglioni V fiorini d'oro ch'avea, e mostrogli allo Spedito che di Firenze era uscito assai povero; disse per rimproccio: "Vedi com'io ho conce le brache? A questo hai tu condotto te e me e gli altri per la tua audacia e superbia signoria". Lo Spedito rispuose: "E voi perchcci credavate?". Avemo di queste piccole e vili parole fatta menzione per assempro che niuno cittadino, e massimamente i popolani o di piccolo affare, quando ha signoria non dee essere troppo ardito o prosuntuoso. In questo tempo i Pisani, e' Sanesi, e gli Aretini col detto conte Giordano e cogli altri caporali ghibellini di Toscana ordinaro di fare parlamento a Empoli, per riformare lo stato di parte ghibellina in Toscana, e fare taglia; e cos feciono. E per che al conte Giordano convenia tornare in Puglia al re Manfredi, per mandato del detto Manfredi fue ordinato suo vicario generale e capitano di guerra in Toscana il conte Guido Novello de' conti Guidi di Casentino e di Modigliana, il quale per parte disert il conte Simone suo fratello, e 'l conte Guido Guerra suo consorto, e tutti quegli del suo lato che teneano parte guelfa; e disposto era al tutto di cacciarne chi Guelfo fosse di Toscana. E nel detto parlamento tutte le citt vicine, e' conti Guidi, e' conti Alberti, e que' da Santa Fiore, e gli Ubaldini, e tutti i baroni d'intorno propuosono e furono in concordia, per lo migliore di parte ghibellina, di disfare al tutto la citt di Firenze, e di recarla a borgora, acci che mai di suo stato non fosse rinnomo, fama, n podere. A la quale proposta si lev e contradisse il valente e savio cavaliere messer Farinata degli Uberti, e nella sua diceria propuose gli antichi due grossi proverbi che dicono: "Com'asino sape, cos minuzza rape" e "Vassi capra zoppa, se 'l lupo nolla 'ntoppa"; e questi due proverbi rinest in uno, dicendo. "Com'asino sape, s va capra zoppa; cos minuzza rape, se 'l lupo nolla 'ntoppa"; recando poi con savie parole assempro e comparazioni sopra il grosso proverbio, com'era follia di ci parlare, e come gran pericolo e danno ne potea avenire; e s'altri ch'egli non fosse, mentre ch'egli avesse vita in corpo, colla spada in mano la difenderebbe. Veggendo ci il conte Giordano, e l'uomo, e della autoritade ch'era messer Farinata, e il suo gran seguito, e come parte ghibellina se ne potea partire e avere discordia, sssi rimase, e intesono ad altro; sicch per uno buono uomo cittadino scamp la nostra citt di Firenze da tanta furia, distruggimento, ruina. Ma poi il detto popolo di Firenze ne fu ingrato, male conoscente contra il detto messer Farinata, e sua progenia e lignaggio, come innanzi faremo menzione; ma per la sconoscenza dello ingrato popolo, nondimeno  da commendare e daffare notabile memoria del virtudioso e buono cittadino, che fece a guisa del buono antico Cammillo di Roma, come racconta Valerio, e Tito Livio.

"LXXXII"


(Come il conte Guido vicario colla taglia de' Ghibellini di' Toscana andarono sopra Lucca, e ebbono Santa Maria a Monte, e pi castella.)

Negli anni di Cristo MCCLXI il conte Guido Novello vicario per lo re Manfredi in Firenze, co la taglia di parte ghibellina di Toscana, feciono oste sopra il contado di Lucca del mese di settembre, e furono IIIm cavalieri tra Toscani e Tedeschi, e popolo grandissimo. E ebbono Castello Franco, e Santa Croce, e puosono assedio a Santa Maria a Monte, e a quello stettono per tre mesi; e poi per difalta di vittuaglia s'arendero a patti, salvi avere e persone. E poi ebbono Montecalvi, e 'l Pozzo; e poi tornarono all'asedio di Fucecchio, che v'erano dentro il fiore di tutti gli usciti guelfi di Toscana, e a quello stettono all'assedio, gittandovi pi difici, e con molti ingegni e assalti, per XXX d. A la fine per la buona gente che dentro v'era, e bene guernito, ma maggiormente per grande acquazzone (che 'l terreno d'intorno, ch' forte, per la piova male si pu osteggiare), convenne si partisse l'oste, e nol poterono avere; e s vi fu intorno all'assedio le masnade de' Tedeschi ch'erano a la taglia de' Ghibellini di Toscana, ch'erano M cavalieri, onde Guido Novello era vicario generale per lo re Manfredi, e tutta la forza de' Ghibellini di Firenze, e di Pisa, e di Siena, e d'Arezzo, e di Pistoia, e di Prato, e dell'altre citt e castella di Toscana; e compiuta la detta oste, si tornarono a Firenze.

"LXXXIII"


(Come gli usciti guelfi di Firenze mandarono loro ambasciadori in Alamagna per sommuovere Curradino contra Manfredi.)

In questi tempi veggendosi gli usciti guelfi di Firenze, e dell'altre terre di Toscana, esser cos perseguiti da la forza di Manfredi e de' Ghibellini di Toscana, e veggendo che nullo signore si levava contra la forza di Manfredi, e eziandio la Chiesa avea piccolo podere contrallui, sssi pensarono di mandare loro ambasciadori nella Magna a sommuovere lo picciolo Curradino contro a Manfredi suo zio, che falsamente gli tenea il regno di Cicilia e di Puglia, profferendogli grande aiuto e favore. E cos fu fatto, ch de' maggiori usciti di Firenze v'andarono per ambasciadori con quegli del Comune di Lucca; e per gli usciti guelfi di Firenze v'and messer Bonaccorso Bellincioni degli Adimari e messer Simone Donati. E trovarono Curradino s piccolo garzone, che la madre in nulla guisa acconsento di lasciarlo partire da s, con tutto che di volere e d'animo era grande contro a Manfredi, e avealo per nimico e ribello di Curradino. E tornando i detti ambasciadori d'Alamagna, per insegna e arra della venuta di Curradino, si feciono donare la sua mantellina foderata di vaio, la quale recata a Lucca, grande festa ne fu fatta per gli Guelfi, e mostravasi in San Friano di Lucca com'una santuaria. Ma non sapeano il futuro distino i Guelfi di Toscana, come il detto Curradino dovea esser loro nemico.

"LXXXIV"


(Come gli usciti guelfi di Firenze presono Signa, ma poco la tennono.)

L'anno appresso MCCLXII i Guelfi usciti di Firenze e gli altri usciti di Toscana, essendo l'oste e la taglia de' Ghibellini tornati tutti alloro terre, per alcuno trattato ch'aveano in Firenze, subitamente partiti da Lucca, una notte entrarono in Signa e presono la terra, e quella intendeano afforzare; onde in Firenze ebbe grande romore e sombuglio. Il conte Guido incontanente mand a Pisa, e a Siena, e all'altre terre vicine per soccorso di genti, e incontanente vennero con grande cavalleria. Gli usciti guelfi sentendo loro venuta, non s'ardirono di restare in Signa, ma si partirono e tornarono in Lucca; e ci fu del mese di...

"LXXXV"


(Come il conte Guido vicario colla taglia di Toscana e colla forza de' Pisani feciono oste sopra Lucca, per la qual cosa i Lucchesi s'accordaro a pace, e cacciarono di Lucca gli usciti guelfi.)

La state appresso il detto vicario co' Fiorentini, co' Pisani, e l'altre amist della taglia de' Ghibellini di Toscana, a petizione de' Pisani, feciono oste sopra le terre e castella de' Lucchesi, ed ebbono Castiglione, e sconfissonvi i Lucchesi, e gli usciti guelfi di Firenze; e messer Cece de' Bondelmonti vi fu preso, e miselsi in groppa messer Farinata degli Uberti: chi dice per iscamparlo. Messer Piero Asino degli Uberti gli diede d'una mazza di ferro in testa, e in groppa del fratello l'uccise; onde furono assai ripresi. E dopo la detta sconfitta il conte Guido co' Pisani e' Ghibellini di Firenze ebbono il castello di Nozano, e ponte al Serchio, e Rotaia; e Serrezzano s'arrend alloro. I Lucchesi veggendosi cos assalire e spogliare di loro castella, e per riavere i loro pregioni, che ancora n'avea in Siena della sconfitta di Monte Aperti grande quantit, e pur de' migliori, e veggendo che degli usciti guelfi delle terre di Toscana non aveano altro che briga, e impaccio, e danno per la loro povert, segretamente feciono trattato col vicario di Manfredi di cacciare gli usciti guelfi di Firenze e dell'altre terre di Toscana, di Lucca, e di riavere i loro pregioni e le loro castella, e di tenere alla taglia, e prendere vicario, mantenendosi in unitade e in pacifico stato, sanza cacciare di Lucca parte alcuna. E cos fu fatto e fermo l'accordo, e s segreto, che nullo uscito ne sent nulla, che bene l'avrebbono sturbato. E subitamente fu a tutti comandato che sotto pena dell'avere e della persona che dovessono isgombrare Lucca e 'l contado infra i tre d; onde gli sventurati Guelfi usciti di Firenze e dell'altre terre guelfe di Toscana, sanz'altro rimedio o misericordia, convenne loro uscire di Lucca e del contado colle loro famiglie; imperci che di presente furono in Lucca le masnade tedesche, e fatto capitano per lo vicario messer Gozello da Ghianzuolo; per la qual cosa molte gentili donne mogli degli usciti di Firenze per niccessit in su l'alpe di San Pellegrino, che sono tra Lucca e Modona, partoriro loro figliuoli, e con tanto esilio e miseria se n'andarono alla citt di Bologna; e ci fu del mese di..., gli anni di Cristo MCCLXIII. Ben si dice per molti antichi che l'uscita de' Guelfi di Firenze di Lucca fu cagione di loro ricchezza, perci che molti Fiorentini usciti n'andarono oltremonti in Francia a guadagnare, che prima non erano mai usati, onde poi molte ricchezze ne reddiro in Firenze; e cadeci il proverbio che dice: "Bisogno fa prod'uomo". E partiti i Guelfi di Lucca, non rimase citt n castello in Toscana, picciolo o grande, che non tornasse a parte ghibellina. In questi tempi, essendo il conte Guido Novello signore in Firenze, tutta la camera del Comune vot, e trassene tra pi volte assai bellissime balestra e altri guernimenti da oste, e mandonnegli a Poppi in Casentino suo castello.

"LXXXVI"


(Come gli usciti guelfi di Firenze e gli altri usciti di Toscana cacciarono i Ghibellini di Modona, e poi di Reggio.)

Venuti nella citt di Bologna i miseri Guelfi cacciati di Firenze e di tutte le terre di Toscana, che niuna se ne tenea a parte guelfa, pi tempo stettono in Bologna con grande soffratta e povert, chi a soldo a pi, e chi a cavallo, e chi sanza soldo. Avenne in quegli tempi che quegli della citt di Modona, la parte guelfa co' Ghibellini, vennono a disensione e battaglia cittadinesca tralloro, com' usanza delle terre di Lombardia di raunarsi e di combattersi in su la piazza del Comune: pi d stettono afrontati l'uno contra l'altro sanza soprastare l'una parte l'altra. Avenne che' Guelfi mandarono per soccorso a Bologna, e spezialmente agli usciti guelfi di Firenze, i quali incontanente, come gente bisognosa e che per loro facie guerra, s v'andarono a pi e a cavallo, come meglio ciascuno poto. E giunti a Modona, per gli Guelfi fu data loro una porta, e messi dentro; e incontanente, venuti in su la piazza di Modona, come gente virtudiosa, e disposta ad arme e a guerra, si misono a la battaglia contro a' Ghibellini, i quali poco sostennero, che furono sconfitti, e morti, e cacciati della terra, e rubate le loro case, e beni; delle quali prede i detti usciti di Firenze guelfi e dell'altra Toscana molto ingrassaro, e si forniro di cavagli e d'arme, che n'aveano grande bisogno; e ci fu gli anni di Cristo MCCLXIII. E stando in Modona, poco tempo appresso, per simile modo come fece Modona, si cominci battaglia nella citt di Reggio in Lombardia tra' Guelfi e' Ghibellini; e mandato per gli Guelfi di Reggio per soccorso agli usciti guelfi di Firenze ch'erano in Modona, incontanente v'andarono, e feciono capitano di loro messere Forese degli Adimari. E entrati in Reggio, furono in su la piazza a la battaglia, la quale molto dur, imperci che' Ghibellini di Reggio erano molto possenti, e intra gli altri v'avea uno chiamato il Caca da Reggio, e ancora per ischerne del nome di lui si fa menzione in motti. Questi era grande quasi com'uno gigante, e di maravigliosa forza, e con una mazza di ferro in mano, nullo gli s'ardiva ad appressare che non abbattesse in terra o morto o guasto, e per lui era ritenuta quasi tutta la battaglia. Veggendo ci i gentili uomini di Firenze usciti, si elessono tralloro XII de' pi valorosi, e chiamaronsi gli XII paladini, i quali colle coltella in mano si strinsono adosso al detto valente uomo, il quale dopo molto grande difesa, e molti de' nimici abattuti, s fu aterrato e morto in su la piazza; e s tosto come i Ghibellini vidono atterrato il loro campione, si misono in fuga e in sconfitta, e furono cacciati di Reggio. E se gli usciti guelfi di Firenze e dell'altre terre di Toscana arricchirono delle prede de' Ghibellini di Modona, maggiormente aricchirono di quelle de' Ghibellini di Reggio; e tutti s'incavallaro, sicch in poco tempo, standosi in Reggio e in Modona, furono pi di CCCC a cavallo di buona gente d'arme bene montati, e vennono a grande bisogno e sussidio di Carlo conte d'Angi e di Proenza, quando pass in Puglia contra Manfredi, come innanzi faremo menzione.

Lasceremo alquanto de' fatti di Firenze e degli usciti guelfi, e torneremo alle novitadi che ne' detti tempi furono tra la Chiesa di Roma e Manfredi.

"LXXXVII"


(Come Manfredi perseguit papa Urbano e la Chiesa co' suoi Saracini di Nocera, e come fu predicata la croce contro alloro.)

Per la sconfitta de' Fiorentini e degli altri Guelfi di Toscana a Monte Aperti, come detto avemo adietro, lo re Manfredi mont in grande signoria e stato, e tutta la parte imperiale di Toscana e di Lombardia molto n'asalt; e la Chiesa e' suoi divoti e fedeli n'abassarono molto in tutte parti. Avenne che molto poco tempo appresso, nel detto anno MCCLX, papa Allessandro pass di questa vita nella citt di Viterbo, e vac la Chiesa sanza pastore V mesi per discordia de' cardinali. Poi elessono papa Urbano il IIII, della citt di Tresi di Campagna in Francia, il quale fue di vile nazione, siccome figliuolo d'uno ciabattiere, ma valente uomo fu, e savio. Ma la sua elezione fu in questo modo: egli era in corte di Roma povero cherico, e piativa una sua chiesa che gli era tolta, di libbre XX di tornesi l'anno; i cardinali per loro discordia serrarono con chiavi ov'erano rinchiusi, e feciono tralloro dicreto segreto che 'l primo cherico che picchiasse la porta fosse papa. Come piacque adDio, questo Urbano fu il primo, e dove piativa la povera chiesa di libbre XX di tornesi, ebbe l'universale Chiesa, come dispuose Idio, al modo della elezione del beato Niccolaio. Perch fu miracolosa la elezione, n'avemo fatta menzione e memoria; il quale fu consecrato gli anni di Cristo MCCLXI. Questi trovando la Chiesa in grande abassamento per la forza di Manfredi, il quale occupava quasi tutta Italia, e l'oste de' suoi Saracini di Nocera avea messa nelle terre del Patrimonio di San Piero, s predic croce contro alloro, onde molta gente fedeli si crucciaro, e andarono ad oste contra loro; per la qual cosa i detti Saracini si fuggirono in Puglia; ma per non lasciava Manfredi di continuo fare perseguitare il papa e la Chiesa a' suoi fedeli e masnade; e egli stava quando in Cicilia e quando in Puglia a grande delizia e in grandi diletti, seguendo vita mondana e epicurea, ad ogni suo piacere, tenendo pi concubine, vivendo lussuriosamente, e non parea che curasse n Dio n santi. Ma Idio giusto signore, il quale per grazia indugia il suo giudicio a' peccatori perch si riconoscano, ma alla fine non perdona chi non ritorna allui, tosto mand la sua maladizione e ruina a Manfredi, quando egli si credea esser in maggiore stato e signoria, come innanzi faremo menzione.

"LXXXVIII"


(Come la Chiesa di Roma elesse Carlo di Francia a esser re di Cicilia e di Puglia.)

Essendo il detto papa Urbano e la Chiesa cos abbassata per la potenzia di Manfredi, e li eletti due imperadori (ci era quello di Spagna e quello d'Inghilterra) nonn-aveano concordia n potenzia di passare in Italia, e Curradino figliuolo del re Currado, a cui apartenea per retaggio il regno di Cicilia e di Puglia, era s piccolo garzone, che non potea ancora venire contro a Manfredi, il detto papa per infestamento di molti fedeli della Chiesa, i quali per le forze di Manfredi erano cacciati di loro terre, e spezialmente per gli usciti guelfi di Firenze e di Toscana che al continuo erano seguendo la corte, compiagnendosi a' pi del papa, il detto papa Urbano fece uno grande concilio de' suoi cardinali e di molti prelati, e propuose come la Chiesa era soggiogata da Manfredi, e come sempre quegli di sua casa e lignaggio erano stati nimici e persecutori di santa Chiesa, non essendo grati di molti benifici ricevuti, che, quando alloro paresse, avea pensato di trarre santa Chiesa di servaggio, e di recarla in suo stato e libera; e ci potea esser, chiamando Carlo conte d'Angi e di Proenza, figliuolo del re di Francia, e fratello del buono re Luis, il quale era il pi sofficiente prencipe di prodezza d'arme e d'ogni virt che fosse al suo tempo, e di s possente casa come quella di Francia, e che fosse campione di santa Chiesa, e re di Cicilia e di Puglia, raquistandola dal re Manfredi, il quale la tenea per forza inlicitamente, e era scomunicato e dannato, e contro a la volont di santa Chiesa, e come suo ribello; e egli si confidava tanto nella prodezza del detto Carlo e della baronia di Francia, che 'l seguiterebbono, ch'egli non dubitava ch'egli non contastasse Manfredi, e gli togliesse la terra e il regno tutto in poco tempo, e mettesse la Chiesa in grande stato. Al quale consiglio s'accordarono tutti i cardinali e prelati, e cos elessono il detto Carlo a re di Cicilia e di Puglia, egli e' suoi discendenti insino in quarta di sua generazione appresso a lui; e fermata la elezione, gli mandarono il decreto; e ci fu gli anni di Cristo MCCLXIII.

"LXXXIX"


(Come Carlo conte d'Angi e di Proenza accett la elezione fattagli di Puglia e di Cicilia per la Chiesa di Roma.)

Come la detta elezione fu portata in Francia al detto Carlo per lo cardinale Simone dal Torso, s n'ebbe consiglio col re Luis di Francia, e col conte d'Artese, e con quello di Lanzone suoi fratelli, e cogli altri grandi baroni di Francia, e per tutti fu consigliato ch'al nome di Dio dovesse fare la detta impresa in servigio di santa Chiesa, e per portare onore di corona e di reame. E lo re Luis di Francia suo maggiore fratello gli proferse aiuto di gente e di tesoro; e simigliante gli profersono tutti i baroni di Francia. E la donna sua, ch'era figliuola minore del buono conte Ramondo Berlinghieri di Proenza, per la quale ebbe in retaggio la detta contea di Proenza, come sent la elezione del conte Carlo suo marito, per esser reina si impegn tutti i suoi gioegli, e richiese tutti i baccellieri d'arme di Francia e di Proenza, che fossono alla sua bandiera, e a farla reina. E ci fece maggiormente per uno dispetto e sdegno, che poco dinanzi le sue tre maggiori serocchie, che tutte erano reine, l'aveano fatto, di farla sedere uno grado pi bassa di loro, onde con grande duolo se ne richiam a Carlo suo marito, il quale le rispuose: "Datti pace, ch'io ti far tosto maggiore reina di loro"; per la qual cosa ella procacci e ebbe la migliore baronia di Francia al suo servigio, e quegli che pi adoperarono nella detta impresa. E cos intese Carlo al suo apparecchiamento con ogni sollecitudine e podere, e rispuose al papa e a' cardinali per lo detto legato cardinale, come avea accettata la loro elezione, che sanza guari d'indugio passerebbe in Italia con forte braccio e grande potenzia alla difensione di santa Chiesa e contro a Manfredi, per cacciarlo della terra di Cicilia e di Puglia; della quale novella la Chiesa e tutti suoi fedeli, e chiunque era di parte guelfa, si confortarono assai e presono grande vigore. Come Manfredi sent la novella, si provide al riparo di gente e di moneta, e colla forza della parte ghibellina di Lombardia e di Toscana, ch'erano in sua lega e compagnia, ordin taglia e guernimento di pi gente assai che prima nonn-aveano, e fecene venire della Magna per suo riparo, acci che 'l detto Carlo n sua gente di Francia non potessono entrare in Italia n passare a Roma; e con moneta e con promesse si rec gran parte de' signori e delle citt d'Italia sotto sua signoria, e in Lombardia fece suo vicario il marchese Palavigino di Piemonte suo parente, che molto il somigliava di persona e di costumi. E simigliante fece apparecchiare grande guardia in mare di galee armate de' suoi Ciciliani e Pugliesi, e de' Pisani ch'erano in lega con lui, e poco dottava la venuta del detto Carlo, il quale chiamavano per dispetto Carlotto. E imperci che a Manfredi parea esser, e era, signore del mare e della terra, e la sua parte ghibellina era al di sopra e signoreggiava Toscana e Lombardia, la sua venuta avea per niente.

"XC"


(Incidenza, raccontando del buono conte Ramondo di Proenza.)

Poi che nel capitolo di sopra avemo contato della valente donna, moglie che fu del re Carlo e figliuola del buono conte Ramondo Berlinghieri di Proenza,  ragione ch'alcuna cosa in brieve diciamo del detto conte, onde il re Carlo rimase reda. Il conte Ramondo fu gentile signore di legnaggio, e fu d'una progenia di que' della casa d'Araona, e di quella del conte di Tolosa; per retaggio fu sua la Proenza di qua dal Rodano. Signore fu savio e cortese, e di nobile stato, e virtuoso, e al suo tempo fece onorate cose, e in sua corte usarono tutti i gentili uomini di Proenza, e di Francia, e Catalogna per la sua cortesia e nobile stato; e molte cobbole e canzoni provenzali di gran sentenzie fece. Arriv in sua corte uno romeo che tornava da SaJacopo, e udendo la bont del conte Ramondo, ristette in sua corte, e fu s savio e valoroso, e venne tanto in grazia al conte, che di tutto il fece maestro e guidatore; il quale sempre in abito onesto e riligioso si mantenne, e in poco tempo per sua industria e senno radoppi la rendita di suo signore in tre doppi, mantenendo sempre grande e onorata corte. E avendo guerra col conte di Tolosa per confini di loro terre (e il conte di Tolosa ch'era il maggiore conte del mondo, e sotto s avea XIIII conti), per la cortesia del conte Ramondo, e per lo senno del buono romeo, e per lo tesoro ch'egli gli avea raunato, ebbe tanti baroni e cavalieri, ch'egli venne al disopra della guerra, e con onore. Quattro figliuole avea il conte e nullo figliuolo maschio. Per lo senno e procaccio del buono romeo, prima gli marit la maggiore al buono re Luis di Francia per moneta, dicendo al conte: "Lasciami fare, e non ti gravi il costo, che se tu mariti bene la prima, tutte l'altre per lo suo parentado le mariterai meglio, e con meno costo". E cos venne fatto, che incontanente il re d'Inghilterra per esser cognato del re di Francia tolse l'altra per poca moneta; appresso il fratello carnale essendo eletto re de' Romani, simile tolse la terza; la quarta rimanendo a maritare, disse il buono romeo: "Di questa voglio che abbi uno valente uomo per figliuolo, che rimanga tua reda"; e cos fece. Trovando Carlo conte d'Angi, fratello del re Luis di Francia, disse: "A costui la da', ch' per esser il migliore uomo del mondo", profetando di lui; e cos fu fatto. Avenne poi per invidia, la quale guasta ogni bene, che' baroni di Proenza appuosono al buono romeo ch'egli avea male guidato il tesoro del conte, e feciongli domandare conto; il valente romeo disse: "Conte, io t'ho servito gran tempo, e messo di picciolo stato in grande, e di ci per lo falso consiglio di tue genti se' poco grato; io venni in tua corte povero romeo, e onestamente del tuo sono vivuto: fammi dare il mio muletto, e 'l mio bordone, e scarsella, com'io ci venni, e quetoti ogni servigio". Il conte non volea si partisse; per nulla volle rimanere, e com'era venuto, cos se n'and, che mai non si seppe onde si fosse, n dove s'andasse: avisossi per molti che fosse santa anima la sua.



"XCI"


(Come in quegli tempi apparve una grande stella comata, e le sue significazioni.)

Negli anni di Cristo MCCLXIIII, del mese d'agosto, apparve in cielo una stella comata con grandi raggi e chioma dietro, che levandosi dall'oriente con grande luce infino ch'era al mezzo il cielo, inverso l'occidente, la sua chioma risplendea, e dur tre mesi: ci fu infino del mese di novembre. E la detta stella comata signific diverse novitadi in pi parti del secolo; e molti dissono ch'apertamente signific la venuta del re Carlo di Francia, e la mutazione che segu l'anno appresso del regno di Cicilia e di Puglia, il quale si trasmut per la sconfitta e morte del re Manfredi della signoria de' Tedeschi a quella de' Franceschi; e simigliante molte mutazioni e traslazioni di parti, per cagione di quella del Regno, avennero a pi citt di Toscana e di Lombardia, come innanzi faremo menzione. E come s'apruovi che queste stelle comate significano mutazioni di regni, per gli antichi autori in loro versi, si mostra per Istazio poeta, nel primo suo libro di Tebe, ove disse: "Bella quibus populis que mutat regni comete". E Lucano nel primo suo libro disse: "Sideris et terris mutante regna comete". Ma questa intra l'altre significazioni fu evidente e aperta, che come la detta stella apparve, papa Urbano amal d'infermit, e la notte che la detta cometa venne meno si pass il detto papa di questa vita nella citt di Perugia, e l fu soppellito; della cui morte alquanto tard la venuta di Carlo, e Manfredi e' suoi seguaci furono molto allegri, avisando che morto il detto papa Urbano ch'era Francesco, s'impedisse la detta impresa di Carlo. E vac la Chiesa sanza pastore V mesi; ma come piacque adDio, fu fatto papa Clemente IIII della citt di San Gilio in Proenza, il quale fu buono uomo e di santa vita per orazioni, e digiuni, e limosine, tutto che prima fosse suto laico, e avesse avuto moglie e figliuoli, cavaliere e grande avogado in ogni consiglio del re di Francia; ma morta la moglie, si fece cherico, e fu vescovo dal Poi, e appresso arcivescovo di Nerbona, e poi cardinale di Savina, e regn presso di IIII anni, e molto fu favorevole alla venuta del detto Carlo, e rimise santa Chiesa in buono stato. Lasceremo alquanto del papa e dell'altre novit d'Italia, imperci che tutte seguiro all'avento del detto Carlo e de' suoi successori, e le novit che furono quasi per tutto il mondo.


"LIBRO OTTAVO"

"I"


(Qui comincia il VIII libro, il quale tratta dell'avenimento del re Carlo, e di molte mutazioni e novitadi che ne seguirono appresso.)

Carlo figliuolo secondo che fu di Luis Piacevole re di Francia, e nipote del buono re Filippo il Bornio suo avolo, onde facemmo menzione adietro, e fratello del buono re Luis di Francia, e di Ruberto conte d'Artese, e d'Infons conte di Pettieri, tutti e quattro fratelli, furono nati della reina Biancia figliuola del re Alfons di Spagna. Il detto Carlo conte d'Angi per retaggio del padre, e conte di Proenza di qua dal Rodano per retaggio della moglie, figliuola del buono conte Ramondo Berlinghieri, s come per lo papa e per la Chiesa fu eletto re di Cicilia e di Puglia, s s'apparecchi di cavalieri e di baroni per fornire sua impresa e passare in Italia, come innarrammo dinanzi. Ma acci che pi apertamente si possa sapere per quegli che sono a venire come questo Carlo fu il primo origine de' re di Cicilia e di Puglia stratti della casa di Francia, s direno alquanto delle sue virt e condizioni; ed  bene ragione di far memoria di tanto signore, e tanto amico e protettore e difenditore di santa Chiesa e della nostra citt di Firenze, s come innanzi faremo menzione. Questo Carlo fu savio, di sano consiglio, e prode in arme, e aspro, e molto temuto e ridottato da tutti i re del mondo, magnanimo e d'alti intendimenti, in fare ogni grande impresa sicuro, in ogni aversit fermo, e veritiere d'ogni sua promessa, poco parlante, e molto adoperante, e quasi non ridea se non poco, onesto com'uno religioso, e cattolico; aspro in giustizia, e di feroce riguardo; grande di persona e nerboruto, di colore ulivigno, e con grande naso, e parea bene maest reale pi ch'altro signore. Molto vegghiava e poco dormiva, e usava di dire che dormendo tanto tempo si perdea. Largo fu a' cavalieri d'arme, ma covidoso d'aquistare terra, e signoria, e moneta, d'onde si venisse, per fornire le sue imprese e guerre. Di gente di corte, minestrieri o giucolari, non si dilett mai. La sua arme era quella di Francia, cio il campo azzurro e fioridaliso d'oro, e di sopra uno rastrello vermiglio: tanto si divisava da quella del re di Francia. Questo Carlo quando pass in Italia era d'et di XLVI anni, e regn re di Cicilia e di Puglia, come faremo menzione innanzi, anni XVIIII. Ebbe della moglie due figliuoli e pi figliuole: il primo ebbe nome Carlo secondo, e fu sciancato alquanto, e fu prenze di Capova, e appresso del primo Carlo suo padre fu re di Cicilia e di Puglia, come innanzi faremo menzione; l'altro ebbe nome Filippo, il quale per la moglie fu prenze della Morea, ma mor giovane, e sanza figliuoli, per che si guast a tendere uno balestro. Lasceremo alquanto della progenie del buono re Carlo, e seguiremo nostra storia del suo passaggio in Italia e d'altre cose conseguenti a quello.

"II"


(Come i Guelfi usciti di Firenze ebbono l'arme da papa Chimento, e come seguirono la gente francesca del conte Carlo.)

In questi tempi i Guelfi usciti di Firenze e dell'altre terre di Toscana, i quali s'erano molto avanzati per la presura ch'aveano fatta della citt di Modona e di Reggio, come addietro facemmo menzione, sentendo come il conte Carlo s'apparecchiava di passare in Italia, s si misono con tutto loro podere in arme e in cavagli, isforzandosi ciascuno giusta sua possa, e feciono pi di CCCC buoni uomini a cavallo gentili di lignaggio, e provati in arme, e mandarono loro ambasciadori a papa Chimento, acci che gli raccomandasse al conte Carlo eletto re di Cicilia, e profferendosi al servigio di santa Chiesa; i quali dal detto papa furono ricevuti graziosamente, e proveduti di moneta e d'altri benifici; e volle il detto papa che per suo amore la parte guelfa di Firenze portasse sempre la sua arme propia in bandiera e in suggello, la quale era, e , il campo bianco con una aguglia vermiglia in su uno serpente verde, la quale portarono e tennero poi, e fanno insino a' nostri presenti tempi; bene v'hanno poi agiunto i Guelfi uno giglietto vermiglio sopra il capo dell'aquila. E con quella insegna si partirono di Lombardia in compagnia de' cavalieri franceschi del conte Carlo quando passarono a Roma, come appresso faremo menzione; e fu della migliore gente, e che pi adoperarono d'arme ch'avesse del tanto il re Carlo alla battaglia contro a Manfredi. Lasceremo alquanto degli usciti guelfi di Firenze, e diremo della venuta del conte Carlo e di sua gente.

"III"


(Come il conte Carlo si part di Francia, e per mare si pass di Proenza a Roma.)

Negli anni di Cristo MCCLXV Carlo conte d'Angi e di Proenza, fatta sua raunata di baroni e di cavalieri di Francia, e di moneta per fornire suo viaggio, e fatta sua mostra, si lasci il conte Guido di Monforte capitano e guidatore di MD cavalieri franceschi, i quali dovessono venire a Roma per la via di Lombardia. E fatta la festa della Pasqua della Resurressione di Cristo col re Luis di Francia e cogli altri suoi fratelli e amici, subitamente si part di Parigi con poca compagnia: sanza soggiorno venne a Marsilia in Proenza, l dove avea fatte apparecchiare XXX galee armate, in su le quali si ricolse con alquanti baroni che di Francia avea menato seco, e con certi de' suoi baroni e cavalieri provenzali, e misesi in mare per venire a Roma a grande pericolo; per che 'l re Manfredi colle sue forze avea fatte armare in Genova, e in Pisa, e nel Regno pi di LXXX galee, le quali stavano in mare alla guardia, acci che 'l detto Carlo non potesse passare. Ma il detto Carlo, come franco e ardito signore, si mise a passare, non guardando agli aguati de' suoi nimici, dicendo uno proverbio, overo sentenzia di filosofo, che dice: "Buono studio rompe rea fortuna". E ci avenne al detto Carlo bene a bisogno; ch essendo colle sue galee sopra il mare di Pisa, per fortuna di mare si sciarrarono, e Carlo con III delle sue galee, per forza straccando, arriv a Porto Pisano. Sentendo ci il conte Guido Novello, ch'allora era in Pisa vicaro del re Manfredi, s'arm colle sue masnade di Tedeschi per cavalcare a Porto, e prendere il conte Carlo; i Pisani presono loro punto, e chiusono le porte della citt, e furono ad arme, e mossono questione al vicario, che rivoleano il cassero del Mutrone ch'egli tenea per gli Lucchesi, il quale era alloro molto caro e bisognevole; e cos convenne che fosse fatto innanzi si potesse partire. E per lo detto intervallo e dimoro, quando il conte Guido partito di Pisa e giunto a Porto, il conte Carlo, cessata alquanto la fortuna, e con grande sollecitudine fatte racconciare le sue galee, e messosi in mare, di poco dinanzi s'era partito di Porto, e cessato tanto pericolo e isventura: e cos come piacque adDio, passando poi assai di presso del navilio del re Manfredi, prendendo alto mare, arriv colla sua armata sano e salvo alla foce del Tevero di Roma del mese di maggio del detto anno, la cui venuta fu tenuta molto maravigliosa e sbita, e dal re Manfredi e da sua gente appena si potea credere. Giunto Carlo a Roma, da' Romani fu ricevuto a grande onore, imperci che non amavano la signoria di Manfredi, e incontanente fu fatto sanatore di Roma per volont del papa e del popolo di Roma. Con tutto che papa Chimento fosse a Viterbo, li diede ogni aiuto e favore contro a Manfredi, spirituale e temporale; ma per cagione chella sua cavalleria che venia di Francia per terra, per molti impedimenti apparecchiati per le genti di Manfredi in Lombardia, penarono molto a giugnere a Roma, come faremo menzione, sicch al conte Carlo convenne soggiornare a Roma, e in Campagna, e a Viterbo tutta quella state, nel quale soggiorno provide e ordin come potesse entrare nel Regno con sua oste.



"IV"


(Come il conte Guido di Monforte colla cavalleria del conte Carlo pass per Lombardia a Roma.)

Il conte Guido di Monforte colla cavalleria che 'l conte Carlo gli lasci a guidare, e colla contessa moglie del detto Carlo, e co' suoi cavalieri si partirono di Francia del mese di giugno del detto anno. E questi furono i caporali de' baroni col conte di Monforte: messer Boccardo conte di Vandomo, e messere Giovanni suo fratello, messer Guido di Bieluogo vescovo d'Alsurro, messere Filippo di Monforte, messere Guiglielmo e messer Piero di Bielmonte, messer Ruberto di Bettona primogenito del conte di Fiandra il quale era genero del conte Carlo, messer Gilio il Bruno conastabolo di Francia, maestro e balio del detto Ruberto, il maliscalco di Mirapesce, messere Guiglielmo lo Stendardo, messer Gianni di Bresiglia maliscalco del conte Carlo, cortese e valente cavaliere; e feciono la via di Borgogna e di Savoia, e passarono le montagne di Monsanese; e arrivati nella contrada di Torino e d'Asti, dal marchese di Monferrato ch'era signore di quello paese furono ricevuti onorevolmente, perch 'l detto marchese tenea colla Chiesa, e era contro a Manfredi; e per lo suo condotto, e coll'aiuto de' Melanesi, si misono a passare la Lombardia tutti in arme, e cavalcando schierati, e con molto affanno di Piemonte infino a Parma, per che 'l marchese Palavigino parente di Manfredi, colla forza de' Chermonesi e dell'altre citt ghibelline di Lombardia ch'erano in lega con Manfredi, era a guardare i passi con pi di IIIm cavalieri, che Tedeschi e che Lombardi. Alla fine, come piacque adDio, veggendosi assai di presso le dette due osti al luogo detto...., i Franceschi passarono sanza contasto di battaglia, e arrivarono alla citt di Parma. Bene si disse che uno messer Buoso della casa di que' da Duera di Chermona, per danari ch'ebbe da' Franceschi, mise consiglio per modo che l'oste di Manfredi non fosse al contasto al passo, com'erano ordinati, onde poi il popolo di Chermona affurore distrussono il detto legnaggio di quegli da Duera. Giunti i Franceschi alla citt di Parma, furono ricevuti graziosamente; e gli usciti guelfi di Firenze e dell'altre citt di Toscana, con pi di CCCC cavalieri, onde aveano fatto loro capitano il conte Guido Guerra de' conti Guidi, andarono loro incontro infino a Mantova. E quando i Franceschi si scontrarono con gli usciti guelfi di Firenze e di Toscana, parve loro s bella gente e s riccamente a cavagli e ad arme, che molto si maravigliarono che usciti di loro terre potessono esser cos nobilemente adobbati, e la loro compagnia ebbono molto cara de' detti nostri usciti. E poi gli scorsono e condussono per Lombardia a Bologna, e per Romagna, e per la Marca, e per lo Ducato, che per Toscana non poterono passare, per che tutta era a parte ghibellina e alla signoria di Manfredi; per la qual cosa misono molto tempo in loro viaggio, sicch prima fu l'entrante del mese di dicembre del detto anno MCCLXV, che giugnessono a Roma; e giunti loro alla citt di Roma, il conte Carlo fu molto allegro, e gli ricevette a gran festa e onore.

"V"


(Come lo re Carlo fu coronato in Roma re di Cicilia, e come incontanente si part con sua oste per andare incontro al re Manfredi.)

Come la cavalleria del conte Carlo fu giunta a Roma, s intese a prendere sua corona, e il d della Befania, gli anni detti MCCLXV, per due cardinali legati e mandati dal papa fue consecrato in Roma e coronato del reame di Cicilia e di Puglia, egli e la donna sua, a grande onore; e s tosto come fu finita la festa della sua coronazione, sanza alcuno soggiorno si mise al camino con sua oste per la via di Campagna inverso il regno di Puglia; e Campagna ebbe assai tosto grande parte sanza contasto al suo comandamento. Lo re Manfredi sentendo la loro venuta, del detto Carlo, e poi della sua gente, com'era passata per difalta della sua grande oste ch'era in Lombardia, fu molto cruccioso: incontanente mise tutto suo studio alla guardia de' passi del Regno, e al passo al ponte a Cepperano mise il conte Giordano e quello di Caserta, i quali erano della casa di quegli d'Aquino, e con genti assai a pi e a cavallo, e in San Germano mise grande parte di sua baronia, Tedeschi e Pugliesi, e tutti i Saracini di Nocera coll'arcora e balestra e con molto saettamento, confidandosi pi in quello riparo che inn-altro, per lo forte luogo e per lo sito, che dall'una parte ha grandi montagne e dall'altra paduli e marosi, ed era fornito di vittuaglia e di tutte cose bisognevoli per pi di due anni. Avendo fatto il re Manfredi di fornimento a' passi, come detto avemo, s mand suoi ambasciadori al re Carlo, per trattare collui triegue o pace; ed isposta loro ambasciata, il re Carlo di sua bocca volle fare la risposta, e disse in sua lingua in francesco: "Ales e dite moi a le sultam de Nocere: o gie metterai lui en enferne o il mettra moi em paradis"; ci vuole dire: "Io non voglio altro chella battaglia, ove o io uccider lui, o egli me"; e ci fatto, sanza soggiorno si mise al cammino. Avenne che giunto il re Carlo con sua oste a Fresolone in Campagna, iscendendo verso Cepperano, il detto conte Giordano che a quello passo era a guardia, veggendo venire la gente del re per passare, volle difendere il passo; il conte di Caserta disse ch'era meglio a lasciarne prima alquanti passare, s gli avrebbono di l dal passo sanza colpo di spada. Il conte Giordano credendo che consigliasse il migliore, aconsent, ma quando vide ingrossare la gente, ancora volle assalirgli con battaglia; allora il conte di Caserta, il quale era nel trattato, disse chella battaglia era di gran rischio, imperci che troppi n'erano passati. Allora il conte Giordano veggendo s possente la gente del re, abandonarono la terra e 'l ponte, chi dice per paura, ma i pi dissono per lo trattato fatto dare al conte di Caserta, imperci ch'egli nonn-amava Manfredi, per che per la sua disordinata lussuria per forza avea giaciuto colla moglie del conte di Caserta, onde dallui si tenea forte ontato, e volle fare questa vendetta col detto tradimento. E a questo diamo fede, per che furono de' primi egli e' suoi che s'arrenderono al re Carlo, e lasciato Cepperano, non tornaro a l'oste del re Manfredi a San Germano, ma si tennero in loro castella.



"VI"


(Come il re Carlo, avuto il passo di Cepperano, ebbe per forza la terra di San Germano.)

Come lo re Carlo e sua oste ebbono preso il passo di Cepperano, presono Aquino sanza contasto, e per forza ebbono la rocca d'Arci, ch' delle pi forti tenute di quello paese; e ci fatto, si misono a campo coll'oste a San Germano. Quegli della terra per lo forte luogo, e perch'era bene fornito di genti e di tutte cose, aveano per niente la gente del re Carlo, ma per dispregio, alloro ragazzi che menavano i cavagli a l'acqua faceano spregiare, e dire onta e villania, chiamando: "Ov' il vostro Carlotto?". Per la qual cosa i ragazzi de' Franceschi si misono a badaluccare e a combattere con quegli d'entro, per la qual cosa tutta l'oste de' Franceschi si lev a romore. E temendo che 'l campo non fosse assalito, tutti furono ad arme i Franceschi subitamente, correndo inverso la terra; quegli d'entro non prendendosi di ci guardia, non furono cos tosto tutti a l'arme. I Franceschi con grande furore assalirono la terra, e dando battaglia da pi parti; e chi migliore schermo non potea avere, ismontando de' cavagli, e levando loro le selle, e con esse in capo andavano sotto le mura e torri della terra. Il conte di Vandomo con messer Gianni suo fratello, e colloro bandiera, i quali furono de' primi che s'armarono, seguirono i ragazzi di que' d'entro ch'erano usciti al badalucco, e cacciandogli, colloro insieme si misono dentro per una postierla ch'era aperta per ricoglierli; e ci non fu sanza grande pericolo, imperci chella porta era bene guardata da pi gente d'arme, e rimasonvene e morti e fediti di quegli che seguivano il conte di Vandomo e 'l fratello; ma eglino per loro grande ardire e virt pur vinsono la punga a la porta per forza d'arme, e entrarono dentro, e incontanente la loro insegna misono in su le mura. E de' primi che gli seguirono furono gli usciti guelfi di Firenze, ond'era capitano il conte Guido Guerra, e la 'nsegna portava messer Stoldo Giacoppi de' Rossi: i quali Guelfi alla presa del detto San Germano si portarono maravigliosamente e come buona gente, per la qual cosa quegli di fuori presono cuore e ardire, e chi meglio poteva si mettea dentro alla terra. Quegli d'entro, vedute le 'nsegne de' nemici in su le mura, e presa la porta, molti ne fuggirono, e pochi ne stettono alla difensione; per la qual cosa la gente del re Carlo combattendo ebbono la terra di San Germano a d X di febbraio MCCLXV, e fu tenuta grandissima maraviglia, per la fortezza della terra, e piuttosto fattura di Dio che forza umana, perch dentro v'avea pi di M cavalieri e pi di Vm pedoni, intra' quali avea molti arcieri saracini di Nocera; ma per una zuffa che la notte dinanzi, come a Dio piacque, surse tra' Cristiani e' Saracini, della quale i Saracini furono soperchiati, il giorno appresso non furono in fede alla difensione della terra; e questa infra l'altre fu bene una delle cagioni perch perderono la terra di San Germano. Delle masnade di Manfredi furono assai morti e presi, e la terra tutta corsa e rubata per li Franceschi, e ivi soggiorn lo re e sua oste alquanto per prendere riposo, e per sapere gli andamenti di Manfredi.



"VII"


(Come lo re Manfredi and a Benivento, e come ordin sue schiere per combattere col re Carlo.)

Lo re Manfredi intesa la novella della perdita di San Germano, e tornandone la sua gente sconfitti, fu molto isbigottito, e prese suo consiglio quello ch'avesse affare, il quale fu consigliato per lo conte Calvagno, e per lo conte Giordano, e per lo conte Bartolomeo, e per lo conte camerlingo, e per gli altri suoi baroni ch'egli con tutto suo podere si ritraesse alla citt di Benivento per forte luogo, e per avere la signoria di prendere la battaglia a sua posta, e per ritrarsi inverso Puglia, se bisognasse, e ancora per contradiare il passo al re Carlo, imperci che per altra via non potea entrare in Principato e a Napoli, n passare in Puglia se non per la via di Benivento; e cos fu fatto. Lo re Carlo sentendo l'andata di Manfredi a Benivento, incontanente si part da San Germano, per seguirlo con sua oste, e non tenne il cammino diritto di Capova, e per Terra di Lavoro, imperci che al ponte di Capova non avrebbe potuto passare, per la fortezza ch' in su il fiume delle torri del ponte, e il fiume  grosso; ma si mise a passare il fiume del Voltorno presso a Tuliverno, ove si pu guadare, e tenne per la contrada d'Alifi, e per aspri cammini delle montagne di beneventana, e sanza soggiorno, e con grande disagio di muneta e di vittuaglia, giunse all'ora di mezzogiorno a pi di Benevento, alla valle d'incontro alla citt, per ispazio di lungi di due miglia alla riva del fiume di Calore, che corre a pi di Benevento. Lo re Manfredi veggendo apparire l'oste del re Carlo, avuto suo consiglio, prese partito del combattere, e d'uscire fuori a campo con sua cavalleria, per assalire la gente del re Carlo anzi che si riposassono; ma in ci prese mal partito, che se fosse atteso uno o due giorni, lo re Carlo e sua oste erano morti e presi sanza colpo di spada, per difalta di vivanda per loro e per gli loro cavagli; ch 'l giorno dinanzi che giugnessono a pi di Benevento, per nicessit di vittuaglia, molti di sua oste convenne vivesse di cavoli, e' loro cavagli di torsi, sanza altro pane, o biada per gli cavagli, e la moneta per dispendere era loro fallita. Ancora era la gente e forza del re Manfredi molto sparta, che messer Currado d'Antioccia era in Abruzzi con gente, il conte Federigo era in Calavra, il conte di Ventimiglia era in Cicilia: che se avesse alquanto atteso crescevano le sue forze; ma a cui Iddio vuole male gli toglie il senno. Manfredi uscito di Benevento con sua gente, pass il ponte ch' sopra il detto fiume di Calore, nel piano ove si dice Santa Maria della Grandella, il luogo detto la pietra a Roseto; ivi fece tre battaglie overo schiere: l'una fu di Tedeschi di cui si rifidava molto, e erano bene MCC cavalieri, ond'era capitano il conte Calvagno; la seconda era di Toscani e Lombardi, e anche Tedeschi, in numero di M cavalieri, la quale guidava il conte Giordano; la terza fu de' Pugliesi co' Saracini di Nocera, la quale guidava lo re Manfredi, la quale era di MCCCC cavalieri, sanza i pedoni e gli arcieri saracini ch'erano in grande quantit.



"VIII"


(Come il re Carlo ordin sue schiere per combattere col re Manfredi.)

Lo re Carlo veggendo Manfredi e sua gente venuti a campo per combattere, ebbe suo consiglio di prendere la battaglia il giorno o d'indugiarla. Gli pi de' suoi baroni consigliarono del soggiorno infino a la mattina vegnente, per riposare i cavagli dell'affanno avuto per lo forte cammino, e messer Gilio il Bruno conastabole di Francia disse il contrario, e che indugiando, i nimici prenderanno cuore e ardire, e alloro potea al tutto fallire la vivanda, e che se altri dell'oste nolla volesse la battaglia, egli solo col suo signore Ruberto di Fiandra e con sua gente si metterebbe alla ventura del combattere, avendo fidanza in Dio d'avere la vittoria contra' nemici di santa Chiesa. Veggendo ci il re Carlo, s'attenne e prese il suo consiglio, e per la grande volont ch'avea del combattere, disse con alta voce a' suoi cavalieri: "Venus est le iors ce nos avons tant desir"; e fece sonare le trombe, e comand ch'ogni uomo s'armasse e apparecchiasse per andare alla battaglia, e cos in poca d'ora fu fatto. E ordin, s come i suoi nemici, a petto di loro tre schiere principali: la prima schiera era de' Franceschi in quantit di M cavalieri, ond'erano capitani messer Filippo di Monforte e 'l maliscalco di Mirapesce; la seconda lo re Carlo col conte Guido di Monforte, e con molti de' suoi baroni e cavalieri della reina, e co' baroni e cavalieri di Proenza, e Romani, e Campagnini, ch'erano intorno di VIIIIc cavalieri, e le 'nsegne reali portava messer Guiglielmo lo Stendardo, uomo di grande valore; la terza fu guidatore Ruberto conte di Fiandra col suo maestro Gilio maliscalco di Francia, con Fiamminghi, e Bramanzoni, e Annoieri, e Piccardi, in numero di VIIc cavalieri. E di fuori di queste schiere furono gli usciti guelfi di Firenze con tutti gl'Italiani, e furono pi di CCCC cavalieri, de' quali molti di loro delle maggiori case di Firenze si feciono cavalieri per mano del re Carlo in su il cominciare della battaglia; e di questa gente, Guelfi di Firenze e di Toscana, era capitano il conte Guido Guerra, e la 'nsegna di loro portava in quella battaglia messer Currado da Montemagno di Pistoia. E veggendo il re Manfredi fatte le schiere, domand della schiera quarta che gente erano, i quali comparivano molto bene inn-arme e in cavagli e in arredi e sopransegne; fugli detto ch'erano la parte guelfa usciti di Firenze e dell'altre terre di Toscana. Allora si dolfe Manfredi dicendo: "Ov' l'aiuto ch'io hoe dalla parte ghibellina, ch'io ho cotanto servita, e messo in loro cotanto tesoro?", e disse: "Quella gente", cio la schiera de' Guelfi, "non possono oggi perdere"; e ci venne a dire, s'egli avesse vittoria ch'egli sarebbe amico de' Guelfi di Firenze, veggendogli s fedeli al loro signore e alloro parte, e nemico de' Ghibellini.

"IX"


(Come la battaglia dal re Carlo al re Manfredi fu, e come il re Manfredi fu sconfitto e morto.)

Ordinate le schiere de' due re nel piano della Grandella per lo modo detto dinanzi, e ciascuno de' detti signori amonita la sua gente di ben fare, e dato il nome per lo re Carlo a' suoi, "Mongioia, cavalieri", e per lo re Manfredi a' suoi, "Soavia, cavalieri", il vescovo d'Alsurro, siccome legato del papa, asolvette e benedisse tutti quelli dell'oste del re Carlo, perdonando colpa e pena, per ch'essi combatteano in servigio di santa Chiesa. E ci fatto, si cominci l'aspra battaglia tra le prime due schiere de' Tedeschi e de' Franceschi, e fu s forte l'asalto de' Tedeschi, che malamente menavano la schiera de' Franceschi, e assai gli feciono rinculare adietro, e presono campo. E 'l buono re Carlo veggendo i suoi cos malmenare, non tenne l'ordine della battaglia di difendersi colla seconda schiera, avisandosi che se la prima schiera de' Franceschi ove avea tutta sua fidanza fosse rotta, piccola speranza di salute attendea dell'altre; incontanente colla sua schiera si mise al soccorso della schiera de' Franceschi contro a quella de' Tedeschi; e come gli usciti di Firenze e loro schiera vidono lo re Carlo fedire alla battaglia, si misono appresso francamente, e feciono maravigliose cose d'arme il giorno, seguendo sempre la persona del re Carlo; e simile fece il buono Gilio il Bruno conastabile di Francia con Ruberto di Fiandra con sua schiera, e da l'altra parte fed il conte Giordano colla sua schiera, onde la battaglia fu aspra e dura, e grande pezza dur, che non si sapea chi avesse il migliore; per che gli Tedeschi per loro virtude e forza colpendo di loro spade, molto danneggiavano i Franceschi. Ma subitamente si lev uno grande grido tralle schiere de' Franceschi, chi che 'l si cominciasse, dicendo: "Agli stocchi, agli stocchi, a fedire i cavagli!"; e cos fu fatto, per la qual cosa in piccola d'ora i Tedeschi furono molto malmenati e molto abattuti, e quasi inn isconfitta volti. Lo re Manfredi, lo quale con sua schiera de' Pugliesi stava al soccorso dell'oste, veggendo gli suoi che non poteano durare la battaglia, s confort la sua gente della sua schiera, che 'l seguissono alla battaglia, da' quali fu male inteso, per che la maggiore parte de' baroni pugliesi e del Regno, in tra gli altri il conte camerlingo, e quello della Cerra, e quello di Caserta e altri, o per vilt di cuore, o veggendo a loro avere il peggiore, e chi disse per tradimento, come genti infedeli e vaghi di nuovo signore, si fallirono a Manfredi, abandonandolo e fuggendosi chi verso Abruzzi e chi verso la citt di Benevento. Manfredi rimaso con pochi, fece come valente signore, che innanzi volle in battaglia morire re, che fuggire con vergogna; e mettendosi l'elmo, una aquila d'argento ch'egli avea ivi su per cimiera gli cadde in su l'arcione dinanzi. E egli ci veggendo isbigott molto, e disse a' baroni che gli erano dal lato in latino: "(Hoc est signum Dei), per che questa cimiera appiccai io colle mie mani in tal modo che non dovea potere cadere". Ma per non lasci, ma come valente signore prese cuore, e incontanente si mise alla battaglia, non con sopransegne reali per non esser conosciuto per lo re, ma come un altro barone, lui fedendo francamente nel mezzo della battaglia. Ma per i suoi poco duraro, che gi erano in volta: incontanente furono sconfitti, e lo re Manfredi morto in mezzo de' nemici, dissesi per uno scudiere francesco, ma non si seppe il certo. In quella battaglia ebbe gran mortalit d'una parte e d'altra, ma troppo pi della gente di Manfredi. E fuggendo del campo verso Benevento, cacciati da quegli dell'oste del re Carlo, infino nella terra, chessi facea gi notte, gli seguirono, e presono la citt di Benevento, e quegli che fuggieno. Molti de' baroni caporali del re Manfredi rimasono presi: intra gli altri furono presi il conte Giordano, e messer Piero Asini degli Uberti, i quali il re Carlo mand in pregione in Proenza, e di l d'aspra morte in carcere gli fece morire. Gli altri baroni pugliesi e tedeschi ritenne in pregione in diversi luoghi nel Regno. E pochi d apresso la moglie del detto Manfredi e' figliuoli e la suora, i quali erano in Nocera de' Saracini in Puglia, furono renduti presi al re Carlo, i quali poi morirono in sua pregione. E bene venne a Manfredi e a sue rede la maladizione d'Iddio, e assai chiaro si mostr il giudizio d'lddio in lui, perch'era scomunicato e nimico e persecutore di santa Chiesa. Nella sua fine, di Manfredi si cerc pi di tre giorni, che non si ritrovava, e non si sapea se fosse morto, o preso, o scampato, perch nonn-avea avuto a la battaglia indosso armi reali. Alla fine per uno ribaldo di sua gente fu riconosciuto per pi insegne di sua persona in mezzo il campo ove fu la battaglia. E trovato il suo corpo per lo detto ribaldo, il mise traverso in su uno asino, vegnendo gridando: "Chi acatta Manfredi, chi acatta Manfredi?"; il quale ribaldo da uno barone del re fu battuto, e recato il corpo di Manfredi dinanzi al re, fece venire tutti i baroni ch'erano presi, e domandato ciascuno s'egli era Manfredi, tutti temorosamente dissono di s. Quando venne il conte Giordano s si diede delle mani nel volto piagnendo e gridando: "Om, om, signore mio!"; onde molto ne fu commendato da' Franceschi, e per alquanti de' baroni del re fu pregato che gli facesse fare onore alla seppultura. Rispuose il re: "Si feisse ie volontiers, s'il non fust scomuni"; ma imperci ch'era scomunicato, non volle il re Carlo che fosse recato in luogo sacro; ma appi del ponte di Benevento fu soppellito, e sopra la sua fossa per ciascuno dell'oste gittata una pietra, onde si fece grande mora di sassi. Ma per alcuni si disse che poi per mandato del papa il vescovo di Cosenza il trasse di quella sepultura, e mandollo fuori del Regno, ch'era terra di Chiesa, e fu sepolto lungo il fiume del Verde a' confini del Regno e di Campagna: questo per nonn-affermiamo. Questa battaglia e sconfitta fu uno venerd, il sezzaio di febbraio, gli anni di Cristo MCCLXV.

"X"


(Come lo re Carlo ebbe la signoria de' Regno e di Cicilia, e come don Arrigo di Spagna venne allui.)

Come il re Carlo ebbe sconfitto e morto Manfredi, la sua gente furono tutti ricchi delle spoglie del campo, e maggioremente de' signoraggi e de' baronaggi che teneano i baroni di Manfredi, che in poco tempo appresso tutte le terre del Regno, di Puglia e gran parte di quelle dell'isola di Cicilia feciono le comandamenta del re Carlo; delle quali baronie, e signoraggi, e fii de' cavalieri rinvest a tutti coloro chell'aveano servito, Franceschi, e Provenzali, e Latini, ciascuno secondo il suo grado. E quando il re Carlo venne in Napoli, da' Napoletani fu ricevuto come signore a grande onore, e ismont al castello di Capova, il quale avea fatto fare lo 'mperadore Federigo, nel quale trov il tesoro di Manfredi quasi tutto in oro di ter spezzato, il quale si fece venire innanzi, e porre in su' tappeti ov'era egli e la reina e messer Beltram del Balzo; e fece venire bilance, e disse a messer Beltram che 'l partisse. Il magnanimo cavaliere disse: "Che a gie a fer de balance a departir vostre tesor?", ma co' piedi vi sal suso, e co' piedi ne fece tre parti: "L'una parte", disse, "sia di monsignor lo re, e l'altra di madama la reina, e l'altra sia de' vostri cavalieri"; e cos fu fatto. Lo re veggendo la magnanimit di messere Beltram, incontanente gli diede la contea d'Avellino, e fecenelo conte. E poco appresso are non piacque d'abitare nel castello di Capova, perch'era abitato al modo tedesco; ordin che si facesse castello nuovo al modo francesco, il quale  presso a San Piero in Castello da l'altra parte di Napoli. E poco tempo appresso tutti i baroni pugliesi, i quali lo re avea presi alla battaglia, fece scapolare, e a molti rend loro terre e retaggi, per avere pi l'amore di que' del paese; della qual cosa, di gran parte, fece il peggiore per la rea uscita che poco tempo appresso gli feciono certi de' detti baroni pugliesi, siccome innanzi faremo menzione. Avenne poco tempo appresso, il seguente anno che il re Carlo ebbe il reame e signoria di Cicilia e di Puglia, che don Arrigo figliuolo secondo del re di Spagna cugino del re Carlo, nato di serocchia e di fratello, il quale era stato in Africa a' soldi del re di Tunisi, udendo lo stato del re suo cugino, pass di Tunisi in Puglia con pi di VIIIc cavalieri spagnuoli, molto bella e buona gente; il quale don Arrigo dal re Carlo fu ricevuto graziosamente, e ritenuto a' suoi soldi, e in luogo di lui il fece senatore di Roma, e guardia di tutte le terre di Campagna e dal Patrimonio. Ma il detto don Arrigo, il quale da Tunisi era tornato ricco di danari, per bisogno del re Carlo gli prest, si dice, XLm dobble d'oro, le quali non riebbe mai, onde nacque poi grande scandalo tralloro, come innanzi faremo menzione. E intra l'altre cagioni della discordia da don Arrigo e lo re fu che don Arrigo procacciava colla Chiesa d'avere l'isola di Sardigna, e lo re Carlo la volea per s; e per la discordia noll'ebbe nll'uno nll'altro; e per questo isdegno don Arrigo si fece nimico, e in parte nonn-ebbe il torto, che lo re Carlo avea bene tanta terra, che bene dovea volere che 'l suo cugino avesse quella poca, ma per l'avarizia e invidia nol volle a vicino; e don Arrigo disse: "Per lo cor Dio, o el mi matr, o io il matr". Lasceremo ora alquanto de' fatti del re Carlo, e diremo d'altre cose che furono in quelli tempi, tornando a nostra materia de' fatti di Firenze,, che per la vittoria del re Carlo ebbe grandi mutazioni.



"XI"


(Come i Saracini di Barberia passarono inn-Ispagna, e come vi furono sconfitti.)

Negli anni di Cristo MCCLXVI grandissimo esercito di numero di Saracini passarono d'Africa per lo stretto di Sibilia per racquistare la Spagna e l'Araona, e agiunti co' Saracini di Granata, i quali ancora abitavano in Ispagna, grande danno feciono a' Cristiani. Ma sentendo ci lo re di Spagna, col re di Portogallo e con quello d'Araona raunati insieme, e con molti altri Cristiani di croce segnati per indulgenzia di colpa e pena data per lo papa e per la Chiesa di Roma, co' detti Saracini ebbono grande battaglia, e dopo molto sangue de' Cristiani sparto, i Saracini furono sconfitti e morti, che quasi di quegli che passarono non ne camp niuno che non fosse morto o preso, e simile molti di quelli di Granata. E nota che come i Cristiani fanno loro podere di raquistare la Terrasanta per boti, per promesse, e lasci di moneta, o prendere croce, e pellegrinaggi per indulgenzia de' loro peccati, per simile modo fanno i Saracini per racquistare la Spagna, e per mantenere la terra di Granata, la quale ancora tengono di qua da mare i Saracini a grande obbrobbio e vergogna de' Cristiani.

"XII"


(Come i Fiorentini ghibellini assediarono Castello Nuovo in Valdarno, e come se ne partirono a modo di sconfitti.)

Ne' tempi che il re Carlo fu coronato a Roma, come  fatta menzione, il vescovo d'Arezzo, ch'era degli Ubertini, tutto fosse Ghibellino, perch non era in accordo cogli Aretini, n col conte Guido Novello vicario per Manfredi in Toscana, perch gl'ingiuriavano il vescovado e sue terre, s diede in guardia le sue castella agli usciti guelfi di Firenze, i quali per lo favore della venuta del re Carlo feciono gran guerra in Valdarno a' Ghibellini che teneano Firenze, e aveano preso Castelnuovo in Valdarno. Per la qual cosa le masnade de' Fiorentini ch'erano col conte Guido Novello, con gente a pi assai, e con certi caporali ghibellini cittadini di Firenze, v'andarono ad oste, e a quello diedono pi battaglie per modo che quasi pi non si potea tenere, se non fosse il senno e sagacit di guerra ch'us messer Uberto Spiovanato de' Pazzi di Valdarno del lato guelfo, ch'era capitano in quello castello, il quale prese e lev uno suggello di cera intero d'una lettera ch'egli avea avuta dal detto vescovo suo zio d'altra materia, e fece fare una lettera, dicendo come francamente si dovesse tenere, imperci che di presente avrebbono soccorso di VIIIc cavalieri franceschi del re Carlo, e rimise il suggello a quella, e miselasi in borsa di seta con altre lettere e con danari. E uscito fuori ad uno badalucco, cautamente la borsa si tagli e lasciolla; la quale da' nemici trovata, fu portata a' capitani, e letta la detta lettera, diedono fede alla venuta de' Franceschi. Incontanente presono partito di levarsi da oste, e per la fretta si partiro a modo di sconfitta, colloro danno e vergogna tornato in Firenze; per la qual cosa quasi tutte le terre di Valdarno si rubellarono a' Ghibellini. In questi tempi venne in Firenze uno Saracino ch'avea nome Buzzeca, ed era il migliore maestro di giucare a scacchi, e in su il palagio del popolo dinanzi al conte Guido Novello giuc a un'ora a tre scacchieri co' migliori maestri di scacchi di Firenze, cogli due a mente, e coll'uno a veduta; e gli due giuochi vinse, e l'uno fece tavola; la qual cosa fu tenuta grande maraviglia.

"XIII"


(Come in Firenze si feciono i XXXVI e come si diede ordine e gonfaloni a l'arti.)

Come la novella fu in Firenze e per Toscana della sconfitta di Manfredi, i Ghibellini e i Tedeschi cominciarono ad invilire e avere paura in tutte parti, e' Guelfi usciti di Firenze ch'erano ribelli, e tali a' confini per lo contado e in pi parti, cominciarono a invigorire e a prendere cuore e ardire. E faccendosi presso alla citt, ordinarono dentro alla terra novit e mutazioni, per trattati co' loro amici d'entro, che s'intendeano con loro, e vennero infino ne' Servi Sancte Marie a fare consiglio, avendo speranza di loro gente ch'erano stati alla vittoria col re Carlo, i quali attendeano con gente de' Franceschi in loro aiuto; onde il popolo di Firenze ch'era pi Guelfo che Ghibellino d'animo per lo danno ricevuto, chi di padre, chi di figliuolo, e chi di fratelli, alla sconfitta di Monte Aperti, simile cominciarono a rinvigorire, e a mormorare, e parlare per la citt, dogliendosi delle spese e incarichi disordinati che riceveano dal conte Guido Novello e dagli altri che reggeano la terra. Onde quegli che reggeano la citt di Firenze a parte ghibellina, sentendo nella citt il detto subuglio e mormorio, e avendo paura che 'l popolo non si rubellasse contro alloro per una cotale mezzanit, e per contentare il popolo, elessono due cavalieri frati godenti di Bologna per podestadi di Firenze, che l'uno ebbe nome messer Catalano de' Malavolti, e l'altro messer Loderigo delli Andal, e l'uno era tenuto di parte guelfa, ci era messer Catalano, e l'altro di parte ghibellina. E nota che' frati godenti erano chiamati cavalieri di santa Maria, e cavalieri si faceano quando prendeano quello abito, chelle robe aveano bianche e uno mantello bigio, e l'arme il campo bianco e la croce vermiglia con due stelle, e doveano difendere le vedove e' pupilli, e intramettersi di paci; e altri ordini, come religiosi, aveno. E il detto messer Loderigo ne fu cominciatore di quello ordine; ma poco dur, che seguiro al nome il fatto, cio d'intendere pi a godere ch'ad altro. Questi due frati per lo popolo di Firenze furono fatti venire, e misongli nel palagio del popolo d'incontro a la Badia, credendo che per l'onest dell'abito fossono comuni, e guardassono il Comune di soperchie spese; i quali, tutto che d'animo di parte fossono divisi, sotto coverta di falsa ipocresia furono in concordia pi al guadagno loro propio ch'al bene comune; e ordinarono XXXVI buoni uomini mercatanti e artefici, de' maggiori e migliori che fossono nella cittade, i quali dovessono consigliare le dette due potestadi, e provedere alle spese del Comune; e di questo novero furono de' Guelfi e de' Ghibellini, popolani e grandi non sospetti, ch'erano rimasi in Firenze alla cacciata de' Guelfi. E raunavansi i detti XXXVI a consigliare ogni d per lo buono stato comune della citt nella bottega e corte de' consoli di Calimala, ch'era a pi di casa i Cavalcanti in Mercato Nuovo, i quali feciono molti buoni ordini e stato comune della terra, intra' quali ordinarono che ciascuna delle VII arti maggiori di Firenze avessono consoli e capitudini, e ciascuna avesse suo gonfalone e insegna, acci che se nella citt si levasse niuno con forza d'arme, sotto i loro gonfaloni fossono a la difesa del popolo e del Comune. E le 'nsegne delle VII arti maggiori furono queste: i giudici e notari, il campo azzurro e una stella grande ad oro; i mercatanti di Calimala, cio de' panni franceschi, il campo rosso con una aguglia ad oro in su uno torsello bianco; i cambiatori, il campo vermiglio e fiorini d'oro iv'entro seminati; l'arte della lana, il campo vermiglio iv'entro uno montone bianco; i medici e speziali, il campo vermiglio iv'entro santa Maria col figliuolo Cristo in collo; l'arte de' setaiuoli e merciari, il campo bianco e una porta rossa iv'entro per lo titolo di porte Sante Marie; i pillicciai, l'arme a vai, e nell'uno capo uno (agnus Dei) in campo azzurro. L'altre V seguenti alle maggiori arti s'ordinarono poi quando si cri in Firenze l'uficio de' priori dell'arti, come a tempo pi innanzi faremo menzione; e fu loro ordinato, per simile modo delle VII arti, gonfaloni e arme. Ci furono i baldrigari, ci sono mercatanti di ritaglio di panni fiorentini, calzaiuoli, e pannilini, e rigattieri, la 'nsegna bianca e vermiglia; i beccari, il campo giallo e un becco nero; i calzolai, atraverso listata bianca e nero, chiamata pezza gagliarda; i maestri di pietre e di legname, il campo rosso iv'entro la sega, e la scure, e mannaia, e piccone; i fabbri e ferraiuoli, il campo bianco e tanaglie grandi nere.

"XIV"


(Come in Firenze si lev il secondo popolo, per la quale cagione il conte Guido Novello co' caporali ghibellini uscirono di Firenze.)

Per le dette novitadi fatte in Firenze per le dette due podestadi e per gli XXXVI, i grandi Ghibellini di Firenze, com'erano Uberti, e Fifanti, e Lamberti, e Scolari, e gli altri delle grandi case ghibelline, presono sospetto di parte, parendo loro che' detti XXXVI sostenessono e favorassono i Guelfi popolani ch'erano rimasi in Firenze, e ch'ogni novit fosse contro a parte. Per questa gelosia, e per la novella della vittoria del re Carlo, il conte Guido Novello mand per genti a tutte l'amist vicine, come furono Pisani, Sanesi, Aretini, Pistolesi, e Pratesi, e Volterrani, Colle, e Sangimignano, s che con VIc Tedeschi ch'avea si trovarono in Firenze con MD cavalieri. Avenne che per pagare le masnade tedesche ch'erano col conte Guido Novello capitano della taglia, il quale volea che si ponesse una libbra di soldi X il centinaio, i detti XXXVI cercavano altro modo di trovare danari con meno gravezza del popolo, e per questa cagione aveano indugiato alquanti d pi che non parea al conte e agli altri grandi Ghibellini di Firenze; per lo sospetto preso per gli ordini fatti per lo popolo, i detti grandi ordinarono di mettere la terra a romore, e disfare l'oficio de' detti XXXVI col favore della grande cavalleria ch'avea il vicario in Firenze, e armatisi, i primi che cominciarono furono i Lamberti, che colloro masnadieri armati uscirono di loro case in Calimala, dicendo: "Ove sono questi ladroni de' XXXVI, che noi gli taglieremo tutti per pezzi?"; i quali XXXVI erano allora al consiglio insieme nella bottega ove i consoli di Calimala teneano ragione sotto casa i Cavalcanti in Mercato Nuovo. Sentendo ci i XXXVI si partirono dal consiglio, e incontanente si lev la terra a romore, e serrarsi le botteghe, e ogni uomo fu a l'arme. Il popolo si ridusse tutto nella via larga di Santa Trinita, e messer Gianni de' Soldanieri si fece capo del popolo per montare inn-istato, non guardando al fine, che dovea riuscire a sconcio di parte ghibellina e suo dammaggio, che sempre pare sia avenuto in Firenze a chi s' fatto capo di popolo; e cos armati a pi di casa i Soldanieri s'amassarono i popolani in grandissimo numero, e feciono serragli a pi della torre de' Girolami. Il conte Guido Novello con tutta la cavalleria e con grandi Ghibellini di Firenze furono in arme e a cavallo in su la piazza di San Giovanni, e mossonsi per andare contro al popolo, e schierarsi a la 'ncontra del serraglio in su i calcinacci delle case de' Tornaquinci, e feciono vista e saggio di combattere, e alcuno Tedesco a cavallo si mise infra il serraglio; il popolo francamente si tenne difendendo colle balestra, e gittando dalle torri e case. Veggendo ci il conte, che non poteano diserrare il popolo, volse le 'nsegne, e con tutta la cavalleria ritorn in su la piazza di San Giovanni, e poi venne al palagio nella piazza di San Pulinari, ov'erano le due podestadi, messer Catalano e messer Loderigo frati godenti, e tenea la cavalleria da porte San Piero infino a San Firenze. Il conte domandava le chiavi delle porti della citt per partirsi della terra, e per tema non gli fosse gittato delle case; e per sua sicurt si mise il conte dall'uno lato Uberto de' Pulci, e dall'altro Cerchio de' Cerchi, e di dietro Guidingo Savorigi, ch'erano de' detti XXXVI e de' maggiori della terra. I detti due frati gridando del palagio, e chiamando con grandi grida i detti Uberto e Cerchio ch'andassono alloro, acci che pregassono il conte chessi tornasse all'albergo e non si dovesse partire, ch'eglino aqueterebbono il popolo, e farebbono che' soldati sarebbono pagati: il conte entrato in gelosia e in paura del popolo pi che non gli bisognava, non si volle attendere, ma volle pur le chiavi delle porti, e ci mostr che fosse pi opera di Dio che altra cagione; che quella cavalleria s grande e possente non combattuti, non cacciati, n acommiatati, n forza di nimici non era contro alloro; che perch il popolo fosse armato e raunato insieme, erano pi per paura che per offendere al conte e a sua cavalleria, e tosto sarebbono aquetati, e tornati alloro case, e disarmati. Ma quando  presto il giudicio di Dio  aparecchiata la cagione. Il conte avute le chiavi, essendo grande silenzio, fece gridare se v'erano tutti i Tedeschi: fu risposto di s; appresso disse de' Pisani, e simile di tutte le terre della taglia, e risposto di tutti di s, disse al suo banderaio che si movesse colle 'nsegne; e cos fu fatto. E tennero la via larga da San Firenze, e dietro da Santo Piero Scheraggio, e da San Romeo alla porta vecchia de' Buoi, e quella fatta aprire, il conte con tutta sua cavalleria n'usc, e tenne su per li fossi dietro a SaJacopo, e dalla piazza di Santa Croce, ch'allora nonn avea case, e per lo borgo di Pinti; e in quello fu loro gittato de' sassi; e volsonsi per Cafaggio, e la sera se n'andarono in Prato; e ci fu il d di santo Martino, a d XI di novembre, gli anni di Cristo MCCLXVI.

"XV"


(Come il popolo rimise i Guelfi in Firenze, e come poi ne cacciarono i Ghibellini.)

Giunto in Prato il conte Guido Novello con tutta sua cavalleria e con molti caporali ghibellini di Firenze, furono ravisati ch'egli aveano fatta gran follia a partirsi della citt di Firenze sanza colpo di spada od essere cacciati; e parve loro avere mal fatto, e presono per consiglio di tornare a Firenze la mattina vegnente, e cos feciono; e giunsono tutti armati e schierati in su l'ora di terza a la porta del ponte alla Carraia ov' oggi il borgo d'Ognesanti, ch'allora non v'avea case, e domandarono che fosse loro aperta la porta. Il popolo di Firenze fu ad arme, e per tema che rientrando il conte colla sua cavalleria in Firenze non volesse fare vendetta, e correre la terra, s'accordarono di non aprire, ma di difendere la terra, la quale era molto forte di mura e di fossi pieni d'acqua alle cerchie seconde. E volendosi strignere alla porta, furono saettati e fediti; e dimorati infino dopo nona, n per lusinghe n per minacce non poterono tornare dentro. Si tornarono tristi e scornati a Prato, e tornando per cruccio diedono battaglia al castello di Capalle, e noll'ebbono. E venuti in Prato, ebbono tralloro di molti ripitii; ma dopo cosa male consigliata e peggio fatta invano  il pentere. I Fiorentini rimasi riformarono la terra, e mandarono fuori le dette due podestadi frati godenti di Bologna, e mandarono ad Orbivieto per aiuto di gente, e per podest e capitano; i quali Orbitani mandarono C cavalieri alla guardia della terra: e messer Ormanno Monaldeschi fu podest, e un altro gentile uomo d'Orbivieto ne fu capitano del popolo. E per trattato di pace il gennaio vegnente il popolo rimise in Firenze i Guelfi e' Ghibellini, e feciono fare tralloro pi matrimonii e parentadi. Intra li quali questi furono i maggiorenti, che messer Bonaccorso Bellincioni degli Adimari diede per moglie a messer Forese suo figliuolo la figliuola del conte Guido Novello, e messer Bindo suo fratello tolse una degli Ubaldini, e messer Cavalcante de' Cavalcanti diede per moglie a Guido suo figliuolo la figliuola di messer Farinata degli Uberti, e messer Simone Donati diede la figliuola a messer Azzolino di messer Farinata degli Uberti; per gli quali parentadi gli altri Guelfi di Firenze gli ebbono tutti a sospetti a parte; e per la detta cagione poco dur la detta pace, ch tornati i detti Guelfi in Firenze, sentendosi poderosi della baldanza della vittoria ch'aveano avuta col re Carlo contro a Manfredi, segretamente mandarono in Puglia al detto re Carlo per gente e per uno capitano, il quale mand il conte Guido di Monforte con VIIIm cavalieri franceschi; e giunse in Firenze il d della Pasqua di Risoresso, gli anni di Cristo MCCLXVII. E sentendo i Ghibellini la sua venuta, la notte dinanzi uscirono di Firenze sanza colpo di spada, e andarsene a Siena, e chi a Pisa, e inn-altre castella. I Fiorentini guelfi diedono la signoria della terra al re Carlo per X anni; e mandatagli la elezione libera e piena con mero e misto imperio per solenni ambasciadori, lo re rispuose che de' Fiorentini volea il cuore e la loro buona volont, e non altra giuridizione; tuttora a priego del Comune la prese simplicemente; al quale reggimento vi mandava d'anno in anno suoi vicarii e XII buoni uomini cittadini che col vicario reggeano la cittade. E puossi notare in questa cacciata de' Ghibellini che fu in quello medesimo d di Pasqua di Risoresso ch'eglino aveano commesso il micidio di messere Bondelmonte de' Bondelmonti, onde si scoprirono le parti in Firenze, e se ne guast la citt; e parve che fosse giudicio d'Iddio, che mai poi non tornarono inn-istato.

"XVI"


(Come, cacciati i Ghibellini di Firenze, si riform la citt d'ordini e di consigli.)

Tornata parte guelfa in Firenze, e venuto il vicario overo podest per lo re Carlo, che 'l primo fu messer...., e fatti XII buoni uomini a modo ch'anticamente faceano gli anziani che reggeano la repubblica, s riformarono il consiglio di C buoni uomini di popolo, sanza la diliberazione de' quali nulla grande cosa n spesa si potea fare; e poi che per quello consiglio si vincesse, andava a partito a pallottole al consiglio delle capitudini dell'arti maggiori, e a quello della credenza, ch'erano LXXX. Questi consiglieri, che col generale erano CCC, erano tutti popolani e Guelfi: poi vinti a' detti consigli, convenia il d seguente le medesime proposte rimettere al consiglio della podest, ch'era il primo di LXXXX uomini grandi e popolani, e colloro ancora le capitudini dell'arti, e poi il consiglio generale, ch'erano CCC uomini d'ogni condizioni, e questi si chiamavano i consigli opportuni; e in quegli si davano le castellanerie, dignit, ufici piccoli e grandi; e ci ordinato, feciono rbitri, e corressono tutti statuti e ordinamenti, e ordinarono ogni anno si facessono. In questo modo s'ordin lo stato e corso del Comune e del popolo di Firenze alla tornata de' Guelfi; e camerlenghi della pecunia feciono religiosi di Settimo e d'Ognesanti di sei in sei mesi.

"XVII"


(Come i Guelfi di Firenze ordinarono gli ordini di parte.)

In questi tempi, cacciati i Ghibellini di Firenze, i Guelfi che vi tornarono, avendo tralloro questioni per gli beni de' Ghibellini ribelli, s mandarono loro ambasciadori a corte a papa Urbano e al re Carlo, che gli dovesse ordinare. Il quale papa Urbano e il re Carlo per loro stato e pace gli ordinarono in questo modo, che de' beni fossono fatte tre parti: l'una fosse del Comune; l'altra fu diputata per amenda de' Guelfi ch'erano stati disfatti e rubelli; l'altra fu diputata a la parte guelfa certo tempo; ma poi tutti i detti beni rimasono a la parte, onde ne cominciarono affare mobile, e ogni d il cresceano, per avere da dispendere quando bisognasse per la parte; del quale mobile, udendolo il cardinale Attaviano degli Ubaldini, disse: "Dapoi che' Guelfi di Firenze fanno mobile, gi mai non vi tornano i Ghibellini". E feciono per mandato del papa e del re i detti Guelfi tre cavalieri rettori di parte, e chiamargli prima consoli de' cavalieri, e poi gli chiamarono capitani di parte; e durava il loro uficio due mesi, a tre sesti a tre sesti, e raunarsi a' loro consigli nella chiesa nuova di Santa Maria sopra Porta, per lo pi comune luogo della citt, e dov'ha pi case guelfe intorno. E feciono loro consiglio segreto di XIIII, e il maggiore consiglio di LX grandi e popolani, per lo cui scruttino s'eleggessono i capitani di parte e gli altri uficiali. E chiamarono tre grandi e tre popolani priori di parte, i quali sono sopra l'ordine e guardia della moneta della parte, e uno che tenesse il suggello, e uno sindaco accusatore de' Ghibellini. E tutte loro segrete cose dipongono alla chiesa de' Servi Sante Marie. Per simili ordini e capitani feciono gli usciti ghibellini. Assai avemo detto degli ordini di parte, e torneremo a' fatti comuni, e altre cose.

"XVIII"


I Come il soldano de' Saracini prese Antioccia.)

Ne' detti tempi, gli anni di Cristo MCCLXVII, il soldano di Babbillonia con suo esercito de' Saracini corse e guast quasi tutta l'Erminia, ch'erano e sono Cristiani; e poi si puose ad assedio alla citt d'Antioccia, ch'era delle famose terre del mondo, e era de' Cristiani, e quella prese per forza del mese di maggio, e quanti Cristiani, uomini e femmine e fanciulli, v'erano dentro, furono morti e presi e menati per ischiavi, onde per tutta Cristianit n'ebbe grande dolore; ma per lo peccato per gli Cristiani s'intendea pi alle guerre tralloro per le maladette parti, ch'al benificio comune di fare guerra co' Saracini.

"XIX"


(Come i Guelfi di Firenze presono il castello di Santellero con molti ribelli ghibellini.)

Nel detto anno di Cristo MCCLXVII, del mese di giugno, essendo di poco cacciata la parte ghibellina di Firenze, una gente de' detti Ghibellini, pur de' migliori e caporali, si rinchiusono colloro masnade nel castello di Santo Ellero, onde fu loro capitano messer Filippo da Quona, overo da Volognano, e cominciarono guerra a la citt di Firenze. Per la qual cosa i Fiorentini guelfi v'andarono ad oste le due sestora, e andovvi il maliscalco del re Carlo con tutta la cavalleria de' Franceschi ch'erano collui, e per battaglia ebbono il detto castello, nel quale avea rinchiusi bene VIIIc uomini, chella maggiore parte furono morti e tagliati, e parte presi; e rimasonvi di quegli della casa degli Uberti, e de' Fifanti, e Scolari, e di quegli da Volognano, e di pi altre case ghibelline uscite di Firenze, e loro seguaci, onde i Ghibellini ricevettono gran dammaggio, e allora perderono anche i Ghibellini Campi di Firacchi, e Gressa; e dicesi che uno giovane degli Uberti il quale era fuggito in sul campanile, veggendo che non potea scampare, per non venire a mano de' Bondelmonti suoi nemici, si gitt di sua volont del campanile in terra, e mor. E Geti da Volognano fu menato preso con altri suoi consorti, e messo nella torre del palagio; e per poi sempre fu chiamata la Volognana.

"XX"


(Come molte citt e terre di Toscana tornarono a parte guelfa.)

In quegli tempi chella citt di Firenze torn a parte guelfa, e furonne cacciati i Ghibellini, e venuto in Toscana il maliscalco del re Carlo, come adietro avemo fatta menzione, molte delle terre di Toscana tornarono a parte guelfa, e cacciarono i Ghibellini, come fu la citt di Lucca, e di Pistoia, e Volterra, e Prato, e San Gimignano, e Colle, e feciono taglia co' Fiorentini, ond'era capitano il maliscalco del re Carlo con VIIIc cavalieri franceschi, e non rimase a parte ghibellina se non la citt di Pisa e di Siena; e cos in poco di tempo si rivolse lo stato in Toscana e in molte terre di Lombardia di tornare a parte guelfa e della Chiesa, ch'erano a parte ghibellina e d'imperio, per la sconfitta del re Manfredi e vittoria del re Carlo. E per non dee niuno porre fede o speranza in queste signorie e stati mondani, che sono dati a' tempi secondo la disposizione di Dio, e secondo i meriti o peccati delle genti; e questo vedemo per provati esempli, e in tra gli altri questo fu uno di quegli che fu assai visibile, che in poco di tempo essendo Toscana quasi tutte citt e castella a parte ghibellina, e simile Lombardia, e quasi de' Guelfi non n'era ricordo, tornarono a parte guelfa.

"XXI"


(Come il maliscalco del re Carlo co' Fiorentini feciono oste a Siena, e come il re venne in Firenze, e prese Poggibonizzi.)

Nel detto tempo, del mese di luglio, gli anni di Cristo MCCLXVII, il maliscalco del re Carlo con sua gente e cavalleria di Firenze ricominciarono guerra a' Sanesi per l'offesa ricevuta a Monte Aperti, e imperci ch'aveano ritenuti i Ghibellini usciti di Firenze, e favoreggiavagli, onde faceano guerra nel contado di Firenze, e andarono a oste sopra Siena. E stando ad oste sopra quello di Siena, gli usciti ghibellini di Firenze con masnade tedesche ch'erano in Siena e in Pisa, per trattato de' Ghibellini e terrazzani del castello di Poggibonizzi, entrarono nel detto castello di Poggibonizzi, il quale era al poggio molto forte. Per la qual cagione il detto maliscalco coll'oste si part del contado di Siena, e infra il terzo d si puose ad oste al detto castello di Poggibonizzi, e' Fiorentini vi cavalcarono per comune in mezzo luglio, e simigliante vi venne gente di tutte le terre di Toscana ch'erano a lega co' Fiorentini a parte guelfa, e isteccarlo intorno intorno, e con torri e difici di legname, acci che la gente che v'erano rinchiusi dentro non ne potessono uscire n avere soccorso, e gittandovi dentro con molti difici. E essendo al detto assedio, lo re Carlo essendo fatto per lo papa e per la Chiesa generale vicario di Toscana, mentre che imperio vacasse, s venne di Puglia in Toscana, e il presente mese di agosto con sua baronia entr in Firenze, il quale da' Fiorentini fu ricevuto a grande onore come loro signore, andandogli incontro il carroccio e molti armeggiatori. E in Firenze soggiorn VIII d, e fece pi gentili uomini di Firenze cavalieri, e appresso in persona con tutta sua cavalleria volle andare nell'oste a Poggibonizzi, perch sentiva che' Pisani, e' Sanesi, e gli altri Ghibellini faceano grande raunata di gente a cavallo e a pi per soccorrere la gente ch'era assediata in Poggibonizzi; e al detto assedio si stette IIII mesi. Alla fine per difalta di vittuaglia il detto castello di Poggibonizzi s'arend al re in mezzo dicembre MCCLXVII, salvi l'avere e le persone, giurando i forestieri e' terrazzani di non essergli mai incontro. E avuto il castello, vi soggiorn XV giorni, e misevi podest, e fecevi cominciare una fortezza, ma non si compi poi, per molto affare del re e del Comune di Firenze.

"XXII"


(Come il re Carlo co' Fiorentini andarono a oste sopra la citt di Pisa.)

Partito il re Carlo da oste da Poggibonizzi co' Fiorentini, s cavalcarono sopra la citt di Pisa, e prese molte castella con grande danno de' Pisani, e ebbe Porto Pisano, e fecelo disfare, e abattere le torri del porto. E poi del mese di febbraio, nel detto anno MCCLXVII, lo re Carlo and a Lucca, e poi in servigio de' Lucchesi assedi il castello del Mutrone ch'era fortissimo di mura grossissime, e invano vi sarebbe stato assai, senno che fece vista di cavallo e di tagliarlo da pi, ma in sei mesi non se ne sarebbe venuto a fine; ma per ingegno e inganno la notte faceano recare calcinacci d'altra parte, e il d lo faceano gittare fuori, mostrando che fosse del tagliamento del muro del castello, per la qual cosa quegli d'entro impauriti s'arenderono, salve le persone; e usciti del castello, e vedute le cave, s'avidono dello 'nganno. E avuto il re il detto castello, s 'l don a' Lucchesi.

"XXIII"


(Come il giovane Curradino figliuolo del re Currado venne d'Alamagna in Italia contro al re Carlo.)

Istando lo re Carlo in Toscana, i Ghibellini usciti di Firenze co' Pisani e' Sanesi s feciono lega e compagnia, e ordinaro con don Arrigo di Spagna, il quale era sanatore di Roma, fatto gi nemico del re Carlo suo cugino; e con certi baroni di Puglia e di Cicilia fece congiurazione e cospirazione di rubellargli certe terre di Cicilia e di Puglia, e di mandare in Alamagna, e fare sommuovere Curradino figliuolo che fu del re Currado figliuolo dello 'mperatore Federigo, che passasse in Italia per torre Cicilia e il Regno al re Carlo. E cos fu fatto, che subitamente in Puglia si rubell Nocera de' Saracini, e Aversa in Terra di Lavoro, e molte terre in Calavra, e in Abruzzi quasi tutte, se non fu l'Aguglia, e in Cicilia quasi tutta o gran parte dell'isola di Cicilia, se non fu Messina e Palermo. E don Arrigo rubell Roma, e tutta Campagna, e 'l paese d'intorno; e' Pisani, e' Sanesi, e l'altre terre ghibelline gli mandarono di loro danari Cm fiorini d'oro per sommuovere il detto Curradino, il quale molto giovane, di XVI anni, si mosse d'Alamagna a contradio della madre, ch'era figliuola del duca d'Osteric, che per la sua giovanezza nol volea lasciare venire. E giunse a Verona del mese di febbraio, gli anni di Cristo MCCLXVII, con molta baronia e buona gente d'arme d'Alamagna in sua compagnia; e dicesi il seguiro infino a Verona presso a Xm uomini tra a cavallo e ronzini, e per necessit di moneta gran parte si torn in Alamagna; ma de' migliori si ritenne da IIImD cavalieri tedeschi. E di Verona pass per Lombardia, per la via di Pavia venne nella riviera di Genova, e arriv di l da Saona a la piaggia di Varagine, e ivi entr in mare, e per la forza de' Genovesi colloro navilio di XXV galee pass per mare a Pisa, e l giunse di maggio MCCLXVIII, e da' Pisani e da tutti i Ghibellini d'Italia fu ricevuto a grande onore, quasi come imperadore. La sua cavalleria venne per terra passando le montagne di Pontriemoli, e arrivarono a Serrezzano, che si tenea per gli Pisani, e poi feciono la via della marina con iscorta infino a Pisa. Lo re Carlo sentendo come Curradino era passato in Italia, e sentendo la rubellazione delle sue terre di Cicilia e di Puglia fatta per gli baroni del Regno traditori, i quali i pi avea lasciati di pregione, e per don Arrigo di Spagna, s si part incontanente di Toscana, e a grandi giornate n'and in Puglia, e in Toscana lasci messer Guiglielmo di Berselve suo maliscalco, e collui messer Guiglielmo lo Stendardo con VIIIc cavalieri franceschi e provenzali, per mantenere le citt di Toscana a sua parte, e per contastare Curradino che non potesse passare. E sentendo papa Chimento la venuta di Curradino, s gli mand suoi messi e legati, comandando sotto pena di scomunicazione ch'egli non dovesse passare, n essere contra lo re Carlo campione e vicario di santa Chiesa. Il quale Curradino per non lasci sua impresa, n volle obbedire i comandamenti del papa, parendogli avere giusta causa, e che 'l Regno e Cicilia fosse sua e di suo patrimonio; e per cadde in sentenzia di scomunicazione della Chiesa, la quale ebbe a dispetto, e poco cur; ma istando lui in Pisa, raun moneta e genti, e tutti i Ghibellini e chi era di parte imperiale si ridusse allui, onde gli crebbe grandissima forza. E stando in Pisa, venne a oste sopra la citt di Lucca, la quale si tenea per la parte di santa Chiesa, e eravi dentro il maliscalco del re Carlo con sua gente, e il legato del papa e della Chiesa, e colla forza de' Fiorentini e degli altri Guelfi di Toscana e di pi gente di croce segnati, i quali per predicazione, e indulgenzia, e perdoni dati dal papa e da' suoi legati erano venuti contra Curradino. E stette sopra Lucca dieci d a oste; e aboccarsi insieme per combattere le dette due osti a Pontetetto a due miglia presso di Lucca, ma non combattero, ma ciascuno schif la battaglia, e era in mezzo la Guiscianella, e per si tornaro chi a Pisa e chi a Lucca.

"XXIV"


(Come il maliscalco del re Carlo fu sconfitto al ponte a Valle per la gente di Curradino.)

Poi si part Curradino con sua gente di Pisa, e venne a Poggibonizzi, il quale come i terrazzani sentirono la venuta di Curradino in Pisa si rubellarono dal re Carlo e dal Comune di Firenze, e gli mandarono le chiavi infino a Pisa. E poi di Poggibonizzi n'and in Siena, e da' Sanesi ricevuto a grande onore; e soggiornando in Siena, il maliscalco del re Carlo ch'avea nome, come detto avemo, messer Guiglielmo di Berselve, con sua gente si part da Firenze il d di santo Giovanni di giugno per andare ad Arezzo per impedire gli andamenti di Curradino; e da' Fiorentini furono scorti e acompagnati infino a Montevarchi e voleagli acompagnare infino ad Arezzo, sentendo il cammino dubbioso, e temendo d'aguato per lo contado d'Arezzo. Il detto maliscalco rendendosi di soperchio sicuro di sua gente, non volle pi condotto di Fiorentini, inanzi al passare si mise messer Guiglielmo lo Stendardo con CCC cavalieri bene armati e in concio, e pass sano e salvo. Il maliscalco con Vc de' suoi cavalieri, non prendendosi guardia e sanza ordine, e i pi di sua gente disarmata, si mise a passare, e quando giunse al ponte a Valle, ch' in su l'Arno presso a Laterino, usc loro adosso uno aguato della gente di Curradino, i quali sentendo l'andamento del detto maliscalco, erano partiti di Siena per lo condotto degli Ubertini e d'altri Ghibellini usciti di Firenze, e sopragiunti al detto ponte, i Franceschi non proveduti e sanza gran difesa furono sconfitti e morti, e presi la maggiore parte, e quegli che fuggirono verso il Valdarno nel contado di Firenze furono cos presi e rubati come da' nimici; e il detto messer Guiglielmo maliscalco, e messer Amelio di Corbano, e pi baroni e cavalieri, furono presi e menati in Siena a Curradino; e ci fu il d appresso la festa di san Giovanni, a d XXV del mese di giugno, gli anni di Cristo MCCLXVIII. Della quale sconfitta e presura la gente del re Carlo e tutti quegli di parte guelfa ne sbigottirono molto, e Curradino e sua gente ne montarono in grande superbia e baldanza, e quasi aveano per niente i Franceschi; e sentendosi ci nel Regno, si rubellarono assai terre al re Carlo. E ne' detti tempi il re Carlo era ad assedio alla citt di Nocera de' Saracini in Puglia, la quale s'era rubellata, acci che l'altre terre della marina di Puglia, che tutte erano sommosse, non gli si ribellassono.

"XXV"


(Come Curradino entr in Roma, e poi con sua oste pass nel regno di Puglia.)

Soggiornato Curradino alquanto in Siena, s n'and a Roma, e da' Romani e da don Arrigo senatore fu ricevuto a grande onore a guisa d'imperadore, e in Roma fece sua raunata di gente e di moneta, e spogli il tesoro di San Piero e d'altre chiese di Roma per fare danari, e trovossi in Roma con pi di Vm cavalieri tra Tedeschi e Italiani con quegli di don Arrigo senatore, fratello del re di Spagna, ch'avea seco bene VIIIc buoni cavalieri spagnuoli. E sentendo Curradino che 'l re Carlo era a oste in Puglia alla citt di Nocera, e molte delle terre e baroni del Regno erano rubellati, e dell'altre in sospetto, s gli parve tempo accettevole d'entrare nel Regno, e partissi da Roma a d X d'agosto, gli anni di Cristo MCCLXVIII, col detto don Arrigo e con sua compagnia e baronia, e con molti Romani; e non fece la via di Campagna, per che seppe che 'l passo da Cepperano era guernito e guardato: s non si volle mettere alla contesa, ma fece la via delle montagne tra l'Abruzzi e Campagna per Valle di Celle, ove non avea guardie n guernigione, e sanza niuno contasto pass e arriv nel piano di San Valentino nella contrada detta Tagliacozzo.

"XXVI"


(Come l'oste di Curradino e quella del re Carlo s'affrontarono per combattere a Tagliacozzo.)

Lo re Carlo sentendo come Curradino era partito di Roma con sua gente per entrare nel Regno, si lev da oste da Nocera, e con tutta sua gente a grandi giornate venne incontro a Curradino, e alla citt dell'Aquila in Abruzzi attese sua gente. E stando lui nell'Aquila, e tenendo consiglio cogli uomini della terra, amonendogli fossono fedeli e leali, e fornissono l'oste, uno savio villano e antico si lev, e disse: "Re Carlo, non tenere pi consigli, e non schifare uno poco di fatica, acci che tu ti possi riposare sempre; togli ogni dimoranza, e va' contra il nimico, e nol lasciare prendere pi campo, e noi ti saremo leali e fedeli". Lo re udendosi s saviamente consigliare, sanza nullo indugio o pi parole di l si parto per la via traversa delle montagne, e acozzossi assai di presso all'oste di Curradino nel luogo e piano di San Valentino, e nonn-avea in mezzo se non il fiume del... Lo re Carlo avea di sua gente, tra Franceschi e Provenzali e Italiani, meno di IIIm cavalieri, e veggendo che Curradino avea troppa pi gente di lui, per lo consiglio del buon messere Alardo di Valleri, cavaliere francesco di grande senno e prodezza, il quale di quegli tempi era arrivato in Puglia tornando d'oltremare dalla Terrasanta, s disse al re Carlo se volesse essere vincitore gli convenia usare maestria di guerra pi che forza. Il re Carlo confidandosi molto nel senno del detto messer Alardo, al tutto gli commise il reggimento dell'oste e della battaglia; il quale ordin della gente del re tre schiere, e dell'una fece capitano messer Arrigo di Cosance, grande di persona e buono cavaliere d'arme: questi fu armato colle sopransegne reali in luogo della persona dere, e guidava Provenzali, e Toscani, e Lombardi, e Campagnini. L'altra schiera furono de' Franceschi, onde furono capitani messer Gianni di Crar e messer Guiglielmo lo Stendardo. E mise i Provenzali a la guardia del ponte del detto fiume, acci che l'oste di Curradino non potesse passare sanza disavantaggio della battaglia. Il re Carlo col fiore della sua baronia, di quantit di VIIIc cavalieri, fece riporre in aguato dopo uno colletto in una vallea, e col re Carlo rimase il detto messer Alardo di Valleti con messer Guiglielmo di Villa, e Arduino prenze della Morea, cavaliere di grande valore. Curradino dall'altra parte fece di sua gente tre schiere: l'una de' Tedeschi, ond'egli era capitano col dogi d'Osteric, e con pi conti e baroni; l'altra degl'Italiani, onde fece capitano il conte Calvagno con alquanti Tedeschi; l'altra fu di Spagnuoli, ond'era capitano don Arrigo di Spagna loro signore. In questa stanza, l'una oste appetto a l'altra, i baroni del Regno ribelli del re Carlo fittiziamente, per fare isbigottire lo re Carlo e sua gente, feciono venire nel campo di Curradino falsi ambasciadori molto parati, con chiavi in mano e con grandi presenti, dicendo ch'egli erano mandati dal Comune dell'Aquila per dargli le chiavi e signoria della terra, s come suoi uomini e fedeli, acci che gli traesse della tirannia del re Carlo. Per la qual cosa l'oste di Curradino e egli medesimo, stimando fosse vero, feciono grande allegrezza; e sentito ci nell'oste del re Carlo, n'ebbe grande isbigottimento, temendo non fallisse loro la vittuaglia che veniva loro di quella parte, e l'aiuto di quegli dell'Aquila. Lo re medesimo sentendo ci, n'entre in tanta gelosia, che di notte tempore si part con pochi dell'oste in sua compagnia, e venne all'Aquila la notte medesima, e faccendo domandare le guardie delle porte per cui si tenea la terra, rispuosono: "Per lo re Carlo"; il quale entrato dentro sanza ismontare de' cavagli, amonitigli di buona guardia, incontanente torn all'oste, e fuvi la mattina a buona ora, e per l'affanno dell'andare e tornare la notte lo re Carlo dall'Aquila si posava e dormiva.

"XXVII"


(Come Curradino e sua gente furono sconfitti dal re Carlo.)

Curradino e sua oste avendo vana speranza che l'Aquila fosse ribellata al re Carlo, con grande vigore e grida, fatte le sue schiere, si strinse a valicare il passo del fiume per combattere col re Carlo. Lo re Carlo, con tutto si posasse, come detto avemo, sentendo il romore de' nimici, e com'erano inn-arme per venire a la battaglia, incontanente fece armare e schierare sua gente per l'ordine e modo che dinanzi facemmo menzione. E stando la schiera de' Provenzali, la quale guidava messer Arrigo di Consancia, alla guardia del ponte, contastando a don Arrigo di Spagna e a sua gente il passo, gli Spagnuoli si misono a passare il guado della riviera ch'era assai piccolo, e incominciarono a inchiudere la schiera de' Provenzali, che difendeano il ponte. Curradino e l'altra sua oste veggendo passati gli Spagnuoli, si mise a passare il fiume, e con grande furore assaliro la gente del re Carlo, e in poca d'ora ebbono barattati e sconfitti la schiera de' Provenzali; e 'l detto messer Arrigo di Consancia colle 'nsegne del re Carlo abattute, e egli morto e tagliato; credendosi don Arrigo e' Tedeschi avere la persona del re Carlo, perch vestiva le sopransegne reali, tutti gli s'agreggiarono adosso. E rotta la detta schiera de' Provenzali, simile feciono di quella de' Franceschi e degl'Italiani, la quale guidava messer Gianni di Crar, e messer Guiglielmo lo Stendardo, per chella gente di Curradino erano per uno due che quegli del re Carlo, e fiera gente e aspra in battaglia: e veggendosi la gente del re Carlo cos malmenare, si misono in fugga e abandonarono il campo. I Tedeschi si credettero avere vinto, che non sapeano dell'aguato del re Carlo, si cominciarono a spandere per lo campo, e intendere a la preda e alle spoglie. Lo re Carlo era in sul colletto di sopra alla valle, dov'era la sua schiera, con messer Alardo di Valleri e col conte Guido di Monforte per riguardare la battaglia, e veggendo la sua gente cos barattare, prima l'una schiera e poi l'altra, e venire in fugga, moria a dolore, e volea pure fare muovere la sua schiera per andare a soccorrere i suoi. Messer Alardo, maestro dell'oste e savio di guerra, con grande temperanza e con savie parole ritenne assai lo re, dicendo che per Dio s sofferisse alquanto, se volesse l'onore della vittoria, per che conoscea la covidigia de' Tedeschi, come sono vaghi delle prede, per lasciargli pi spartire dalle schiere, e quando gli vide bene sparpagliati, disse al re: "Fa' muovere le bandiere, ch'ora  tempo"; e cos fu fatto. E uscendo la detta schiera della valle, Curradino n' suoi non credeano che fossono nimici, ma che fossono di sua gente, e non se ne prendeano guardia. E vegnendo lo re con sua gente stretti e serrati, al diritto se ne vennero ov'era la schiera di Curradino co' maggiori di suoi baroni, e quivi si cominci la battaglia aspra e dura, con tutto che poco durasse, per chella gente di Curradino erano lassi e stanchi per lo combattere, e non erano tanti cavalieri schierati ad assai quanti quegli del re, e sanza ordine di battaglia, per chella maggiore parte di sua gente, chi era cacciando i nemici, e chi ispartito per lo campo per guadagnare preda e pregioni, e la schiera di Curradino per lo improviso assalto de' nimici tuttora scemava, e quella del re Carlo tuttora cresceva per gli primi di sua gente ch'erano fuggiti della prima sconfitta, conoscendo le 'nsegne del re si metteano in sua schiera, sicch in poca d'ora Curradino e sua gente furono sconfitti. E quando Curradino s'avide chella fortuna della battaglia gli era incontro, e per consiglio de' suoi maggiori baroni, si mise alla fugga egli, e 'l dogi d'Osteric, e il conte Calvagno, e il conte Gualferano, e 'l conte Gherardo da Pisa, e pi altri. Messere Alardo di Valleri veggendo fuggire i nimici, con grandi grida dice e pregava lo re e' capitani della schiera non si partissono n seguissono caccia de nimici n altra preda, temendo chella gente di Curradino non si ranodasse, o niuno aguato uscisse fuori, ma stessono fermi e schierati in sul campo; e cos fu fatto. E venne bene a bisogno, che don Arrigo co' suoi Spagnoli e altri Tedeschi i quali aveano seguita la caccia de' Provenzali e Italiani, i quali aveano prima sconfitti per una valle, e non aveano veduta la battaglia del re Carlo e la sconfitta di Curradino, alla ricolta che fece di sua gente, e ritornando al campo, veggendo la schiera del re Carlo, credette che fosse Curradino e sua gente; s scese il colle dov'era ricolto per venire a' suoi, e quando si venne appressando conobbe le 'nsegne de' nimici, e come ingannato si tenne confuso; ma com'era valente signore, si strinse a schiera, e serr colla sua gente per tale modo che 'l re Carlo e' suoi, i quali per l'afanno della battaglia erano travagliati, non s'ardirono di fedire alla schiera di don Arrigo, e per non recare in giuoco vinto a partito stavano aringati l'una schiera appetto a l'altra buona pezza. Il buono messer Alardo veggendo ci, disse al re che bisognava di fargli dipartire da schiera per rompergli: lo re gli commise facesse a suo senno. Allora prese de' migliori baroni della schiera del re da XXX in XL, e uscirono della schiera faccendo sembianti che per paura si fuggissono, siccome gli avea amaestrati. Gli Spagnuoli veggendogli con pi delle bandiere di quegli signori si metteano in volta e in vista di fuggire, con vana speranza cominciarono a gridare: "E' sono in fugga!", e cominciarono a dipartirsi da schiera e volergli seguire. Lo re Carlo veggendo schiarire e aprire la schiera degli Spagnuoli e altri Tedeschi, francamente si misono a fedire tralloro; e messer Alardo co' suoi saviamente si raccolsono e tornarono alla schiera. Allora fu la battaglia aspra e dura; ma gli Spagnuoli erano bene armati, per colpi di spade non gli poteano aterrare, e spesso al loro modo si rannodavano insieme. Allora i Franceschi cominciarono con gridare ad ire, e a prendelli a braccia, e abattergli de' cavagli a modo de' torniamenti; e cos fu fatto, per modo che in poca d'ora gli ebbono rotti, e sconfitti, e messi in fugga, e molti ve ne rimasono morti.

Don Arrigo con assai de' suoi si fugg in Montecascino, e diceano che 'l re Carlo era sconfitto. L'abate ch'era signore di quella terra conobbe don Arrigo, e a' segnali di loro com'erano fuggiti, s fece prendere lui e gran parte di sua gente. Lo re Carlo con tutta sua gente rimasono in sul campo armati e a cavallo infino alla notte per ricogliere i suoi e per avere de' nemici piena e sicura vittoria. E questa sconfitta fu la vilia di santo Bartolomeo a d XXIII d'agosto, gli anni di Cristo MCCLXVIII. E in quello luogo fece poi fare lo re Carlo una ricca badia per l'anime della sua gente morta, che si chiama Santa Maria della Vittoria, nel piano di Tagliacozzo.

"XXVIII"


(Della avisione ch'avenne a papa Chimento della sconfitta di Curradino.)

Avenne grande maraviglia che, essendo stata la detta sconfitta di Curradino, la vilia di santo Bartolomeo, e era gi notte anzi che 'l certo si sapesse a cui fosse rimaso il campo colla vittoria, per le molte riprese e variazioni ch'ebbe la detta battaglia, la mattina per tempo vegnente della festa di santo Bartolomeo, essendo papa Chimento in Viterbo, e sermonava, e vegnendoli subitamente uno pensiero per lo quale parve al popolo che contemplasse uno buono pezzo lasciando la materia del sermone, levato della detta contemplazione disse: "Correte, correte alle strade a prendere i nimici di santa Chiesa, che sono sconfitti e morti"; e della detta sconfitta nulla novella n messo era venuto al papa, n potea venire in cos corto spazio di tempo come una notte, per che da Viterbo al luogo dove fu la battaglia avea pi di C miglia; e fu l'altro giorno, inanzi che nullo messaggio ne venisse in corte; ma di certo si disse per gli savi che in corte erano che il papa l'ebbe per ispirazione divina, e egli era uomo di santa vita.

"XXIX"


(Come Curradino con certi suoi baroni furono presi dal re Carlo, e fece loro tagliare la testa.)

Curradino col dogio d'Ostaric e con pi altri, i quali del campo erano fuggiti collui, s arrivarono alla piaggia di Roma in su la marina a una terra ch'ha nome Asturi, ch'era degl'Infragnipani di Roma, gentili uomini; e in quella arrivati, feciono armare una saettia per passare in Cicilia, credendo scampare dal re Carlo, e in Cicilia, che era quasi tutta rubellata a lo re, ricoverare suo stato e signoria. Essendo loro gi entrati in mare sconosciuti nella detta barca, uno de' detti Infragnipani ch'era in Asturi, veggendo ch'erano gran parte Tedeschi, e begli uomini, e di gentile aspetto, e sappiendo della sconfitta, s s'avis di guadagnare e d'esser ricco, e per i detti signori prese; e saputo di loro esser, e com'era tra quegli Curradino, s gli men al re Carlo pregioni, per gli quali lo re gli don terra e signoraggio a la Pilosa, tra Napoli e Benevento. E come lo re ebbe Curradino e que' signori in sua balia, prese suo consiglio quello ch'avesse affare. Alla fine prese partito di fargli morire, e fece per via di giudicio formare inquisizione contro alloro, come a traditori della corona e nemici di santa Chiesa; e cos fu fatto; che a d.... fu dicollato Curradino, e 'l duca d'Osteric, e 'l conte Calvagno, e 'l conte Gualferano, e 'l conte Bartolomeo e due suoi figliuoli, e 'l conte Gherardo de' conti da Doneratico di Pisa in sul mercato di Napoli lungo il ruscello dell'acqua che corre di contra alla chiesa de' frati del Carmino; e non sofferse il re che fossono soppelliti in luogo sacro, ma in su il sabbione del mercato, perch'erano scomunicati. E cos in Curradino fin il legnaggio della casa di Soave, che fu in cos grande potenzia d'imperadori e di re, come adietro  fatta menzione. Ma di certo si vede per ragione e per isperienza che chiunque si leva contra santa Chiesa e  scomunicato conviene chella fine sia rea per l'anima e per lo corpo; e per  sempre da temere la sentenza della scomunicazione di santa Chiesa giusta o ingiusta, che assai aperti miracoli ne sono stati, chi legge l'antiche croniche, e per questa il pu vedere per gl'imperadori e signori passati, che furono ribelli e persecutori di santa Chiesa. Della detta sentenzia lo re Carlo ne fu molto ripreso, e dal papa, e da' suoi cardinali, e da chiunque fu savio, per ch'egli avea preso Curradino e' suoi per caso di battaglia, e non per tradimento, e meglio era a tenerlo pregione che farlo morire. E chi disse che 'l papa l'asent; ma non ci diamo fede, perch'era tenuto santo uomo. E parve chella innocenzia di Curradino, ch'era di cos giovane etade a giudicarlo a morte, Iddio ne mostrasse miracolo contra lo re Carlo, che non molti anni appresso Iddio gli mand di grandi aversitadi quando si credea essere in maggiore stato, s come innanzi nelle sue storie faremo menzione. Al giudice che condann Curradino Ruberto figliuolo del conte di Fiandra, genero del re Carlo, com'ebbe letta la condannagione, gli diede d'uno stocco, dicendo ch'allui nonn-era licito di sentenziare a morte s grande e gentile uomo; del quale colpo il giudice, presente lo re, mor, e non ne fu parola, per che Ruberto era molto grande apo lo re, e parve al re e a tutti i baroni ch'egli avesse fatto come valente signore. Don Arrigo di Spagna, il quale era de' pregioni del re, per ch'egli era suo cugino carnale, e perch l'abate di Montecascino chell'avea dato preso al re, per non essere inregolare, per patti l'avea dato che nol farebbe morire, nol fece giudicare il re a morte, ma condannollo a perpetuale carcere, e mandollo in pregione al castello del Monte Sante Marie in Puglia; molti degli altri baroni di Puglia e d'Abruzzi ch'erano stati contro a lo re Carlo e suoi ribelli fece morire con diversi tormenti.

"XXX"


(Come lo re Carlo raquist tutte le terre di Cicilia e di Puglia che gli s'erano rubellate.)

Lo re Carlo avuta la vittoria contra Curradino, tutte le terre del regno di Puglia ch'erano rubellate s'arrenderono al re sanza contasto; e molti de' caporali ribelli chell'aveano ribellate gli fece morire di mala morte. E in Cicilia mand incontanente il conte Guido di Monforte, e messer Filippo suo fratello, e messer Guiglielmo di Belmonte, e messer Guiglielmo lo Stendardo, suoi baroni, con grande armata di galee e con grande compagnia di cavalieri franceschi e provenzali per racquistare le terre dell'isola, le quali quasi tutte s'erano rubellate dal re, salvo che Messina e Palermo; ed erane capitano uno messer Currado, detto Caputo overo d'Antioccia, de' discendenti dello 'mperadore Federigo, il quale con suo seguito de' rubelli mantenea le terre rubellate contro al re Carlo, e fecegli grande guerra. Ma come i detti signori furono in Cicilia, e per la vittoria che 'l re avea avuta contra Curradino, molte delle terre s'arrenderono a' detti signori, e assediarono il detto Currado nel castello di Santo Orbe, il quale per assedio vinsono, e 'l detto Currado presono, e feciongli cavare gli occhi, e poi il feciono impiccare. E morto il detto Currado e i pi de' caporali rubelli suoi seguaci, tutte le terre dell'isola furono all'ubidenza del re Carlo. E ci fatto, riform il reame di Cicilia e di Puglia in buono e pacifico stato, e guidardon i suoi baroni chell'aveano servito di terre e di signoraggi. Lasceremo alquanto de' fatti del re Carlo, e torneremo a nostra materia de' fatti di Firenze.

"XXXI"


(Come i Fiorentini sconfissono i Sanesi a pi di Colle di Valdelsa.)

Gli anni di Cristo MCCLXVIIII, del mese di giugno, i Sanesi, ond'era governatore messer Provenzano Salvani di Siena, col conte Guido Novello, colle masnade de' Tedeschi e di Spagnuoli, e cogli usciti ghibellini di Firenze e dell'altre terre di Toscana, e colla forza de' Pisani, i quali erano in quantit di MCCCC cavalieri e da VIIIm pedoni, s vennono ad oste al castello di Colle di Valdelsa, il quale era alla guardia de' Fiorentini; e ci feciono, perch i Fiorentini il maggio dinanzi erano venuti a oste e guastare Poggibonizzi. E postosi a campo a la badia a Spugnole, e venuta la novella in Firenze il venerd sera, il sabato mattina messer Giambertaldo vicario del re Carlo per la taglia di Toscana si part di Firenze colle sue masnade, il quale allora avea in Firenze da IIIIc cavalieri franceschi; e sonando la campana, i Guelfi di Firenze seguendolo a cavallo e a piedi, giunsono in Colle la cavalleria la domenica sera, e trovarsi intorno di VIIIc cavalieri, o meno, con poco popolo, per che cos tosto come i cavalieri non poterono giugnere a Colle. Avenne che iluned mattina vegnente, il d di santo Bartolomeo di giugno, sentendo i Sanesi la venuta della cavalleria di Firenze, si levarono da campo dalla detta badia per recarsi in pi salvo luogo. Messer Giambertaldo veggendogli mutare il campo, sanza attendere pi gente, pass colla cavalleria ch'avea il ponte, e schierata sua gente colla cavalleria di Firenze, e quello popolo che v'era giunto, e' Colligiani (ma per la sbita venuta de' Fiorentini nullo ordine aveano di capitani d'oste, n d'insegna del Comune), e prendendo messer Giambertaldo la 'nsegna del Comune di Firenze, e richeggendo i cavalieri di Firenze che v'erano di tutte le case guelfe, ch'alcuno di loro la prendesse, e nullo si movea a prenderla, o per vilt o per gara l'uno dell'altro, e stato gran pezza alla contesa, messer Aldobrandino della casa de' Pazzi francamente si trasse avanti e disse: "Io la rendo a l'onore d'Iddio, e di vittoria del nostro Comune"; onde fu molto comendato in franchezza, e incontanente mosse, e tutta la cavalleria seguendolo, e francamente percosse alla schiera de' Sanesi; e tutto che non fosse tenuta troppo savia e proveduta capitaneria di guerra, come ardita e franca gente, bene aventurosamente, come piacque adDio, ruppono e sconfissono i Sanesi e loro amist, ch'erano quasi due cotanti cavalieri e popolo grandissimo, onde molti ne furono morti e presi; e se dalla parte de' Fiorentini fossono giunti e stati alla battaglia i loro pedoni, non ne campava quasi niuno de' Sanesi. Il conte Guido Novello si fugg, e messer Provenzano Salvani signore e guidatore dell'oste de' Sanesi fu preso, e tagliatogli il capo, e per tutto il campo portato fitto in su una lancia. E bene s'adempi la profezia e revelazione che gli avea fatta il diavolo per via d'incantesimo, ma nolla intese; ch'avendolo fatto costrignere per sapere come capiterebbe in quella oste, mendacemente rispuose, e disse: "Anderai e combatterai, vincerai non, morrai alla battaglia, e la tua testa fia la pi alta del campo"; e egli credendo avere la vittoria per quelle parole, e credendo rimanere signore sopra tutti, non fece il punto alla fallace, ove disse: "Vincerai no, morrai etc."; e per  grande follia a credere a s fatto consiglio come quello del diavolo. Questo messer Provenzano fu grande uomo in Siena al suo tempo dopo la vittoria ch'ebbono a Monte Aperti, e guidava tutta la citt, e tutta parte ghibellina di Toscana facea capo di lui, e era molto presentuoso di sua volont. In questa battaglia si port il detto messere Giambertardo come valente signore in pugnare contro a' nimici, e simigliantemente la sua gente, e tutti Guelfi di Firenze, faccendo grande uccisione de' nimici per vendetta di loro parenti e amici che rimasono alla sconfitta a Monte Aperti; quasi nullo o pochi ne menarono a pregioni, ma gli misono a morte e alle spade; onde la citt di Siena, a comparazione del suo popolo, ricevette maggiore danno de' suoi cittadini in questa sconfitta, che non fece Firenze a quella di Monte Aperti, e lasciarvi tutto il loro arnese. Per la qual cosa, poco tempo appresso, i Fiorentini rimisono in Siena i Guelfi usciti, e cacciarne i Ghibellini, e pacificarsi l'uno Comune coll'altro, rimagnendo poi sempre amici e compagni. E in questo modo ebbe fine la guerra tra' Fiorentini e' Sanesi, che tanto tempo era durata.

"XXXII"


(Come i Fiorentini presono il castello d'Ostina in Valdarno.)

Nel detto anno, del mese di settembre, essendo rubellato il castello d'Ostina in Valdarno, e entrativi i Ghibellini usciti di Firenze co' Pazzi di Valdarno, i Fiorentini v'andarono ad oste, e stettonvi infino a l'ottobre, e per difalta di vittuaglia non potendosi pi tenere, e quegli d'entro uscendone una notte, furono quasi tutti morti e presi, e' Fiorentini ebbono il castello e disfeciollo.

"XXXIII"


(Come i Fiorentini in servigio de' Lucchesi andarono a oste sopra Pisa.)

Partita l'oste de' Fiorentini da Ostina, i Fiorentini con messer Giambertaldo maliscalco del re Carlo, in servigio de' Lucchesi andarono ad oste a Castiglione di Valdiserchio, e poi infino alle mura di Pisa, e presono il castello d'Asciano per forza; e' Lucchesi, per ricordanza e vergogna de' Pisani, presso alla citt di Pisa feciono battere loro moneta e tornarono sani e salvi.

"XXXIV"


(Come fu grande diluvio d'acqua, e rovinarono il ponte a Santa Trinita e quello dalla Carraia.)

Nel detto anno MCCLXVIIII, la notte di calen di ottobre fu s grande diluvio di pioggia d'acqua da cielo col continuo piovere due notti e uno d, che tutti i fiumi d'Italia crebbono pi che crescessono mai; e 'l fiume Arno usc de' suoi termini s disordinatamente, che gran parte della citt di Firenze allag, e ci fu la cagione per pi legname che 'l fiume menava, il quale ristette e s'atravers al pi del ponte a Santa Trinita per modo che l'acqua del fiume ringorgava s adietro che si spandea per la citt, onde molte persone annegarono e molte case rovinarono. Alla fine fu s forte l'empito del corso del fiume, che fece rovinare il detto ponte di Santa Trinita, e ancora per lo sgorgare di quello l'empito dell'acqua e del legname percosse e fece rovinare quello dalla Carraia: e come furono rovinati e caduti, l'altezza del corso del fiume, ch'era per lo detto ringorgamento e rattenuta, rabass, e cess la piena dell'acqua ch'era sparta per la cittade.

"XXXV"


(Come a certi nobili ribelli di Firenze furono tagliate le teste.)

Negli anni di Cristo MCCLXX, fatto l'accordo e pace tra 'l Comune di Firenze e quello di Siena, e rimessivi i Guelfi, e cacciatine i Ghibellini, messer Azzolino e Neracozzo e Conticino della casa degli Uberti, e messer Bindo de' Grifoni da Fegghine rubelli di Firenze, colloro compagnia partendosi da Siena per andarsene in Casentino, furono presi e menati in Firenze, e scritto in Puglia al re Carlo quello ch'allui piacesse se ne facesse; il quale per sua lettera mand a messer Bernardo d'Ariano, podest per lo re in Firenze, che s come traditori della corona fossono giudicati: a' quali fue loro tagliate le teste il d di santo Michele di maggio. E la mattina, quando s'andavano a giudicare, Neracozzo domand messer Azzolino: "Ove andiamo noi?". Rispuose il cavaliere: "A pagare uno debito checci lasciarono i nostri padri"; salvo che Conticino, il quale, perch'era giovane, fu mandato nel Regno preso, e mor in pregione nelle torri di Capova.

"XXXVI"


(Come i Fiorentini presono il castello di Piano di Mezzo in Valdarno, e come disfeciono Poggibonizzi.)

Nel detto anno, del mese di giugno, i Fiorentini andarono ad assedio al castello di Piano di Mezzo, ch'era de' Pazzi di Valdarno, rubellato per loro e per gli usciti di Firenze contra il Comune di Firenze, il quale per assedio s'arrend a patti, salve le persone, i quali se n'uscirono fuori; e' Fiorentini ebbono il castello, e feciollo abattere e disfare; e simile il castello di Ristuccioli de' Pazzi, ch'era molto forte castello. E ci fatto, e tornato l'oste de' Fiorentini in Firenze, i Fiorentini cavalcarono a Poggibonizzi, e feciono abattere e disfare tutto il castello, e recare a borgo al piano con licenza del re Carlo; per che nulla convenenza, che promisono per gli patti al re Carlo e Comune di Firenze, non voleano attenere, e sempre riteneano i ribelli di Firenze, e aveano lega colle terre ghibelline di Toscana. Questo Poggibonizzi fu il pi bello castello, e de' pi forti d'Italia, e posto quasi nel bilico di Toscana, e era con belle mura e torri, e con molte belle chiese, e pieve, e ricca badia, e con bellissime fontane di marmo, e acasato e abitato di genti com'una buona citt; ma per la loro superbia, per chessi voleano essere per loro s come castello d'imperio, e contastare il Comune di Firenze, fue abattuto e toltogli ogni giurisdizione.

"XXXVII"


(Come lo re Luis di Francia fece il passaggio a Tunisi nel quale moro.)

Negli anni di Cristo MCCLXX il buono Luis re di Francia, il quale era cristianissimo e di santa vita e opere, non tanto quanto s'appartiene a secolare, essendo re di s grande reame e potenzia, ma come religioso, sempre operando in favore di santa Chiesa e della Cristianitade, e nonn ispaventandosi delle grandi fatiche e spendio, il quale fece al passaggio d'oltremare, quando egli e' frategli furono presi alla Monsura de' Saracini, come addietro facemmo menzione, come piacque adDio si puose in cuore d'andare ancora sopra i Saracini e nimici de' Cristiani; e cos con grande effetto e opera mise a seguizione, prendendo la croce, e raunando tesoro, e sommovendo tutta la baronia, e cavalieri, e buona gente di suo reame. E ci fatto, si mosse di Parigi, e andonne in Proenza, e di l con grande navilio si part del suo porto dell'Agua Morta in Proenza con tre suoi figliuoli, Filippo, Gianni, e Luis, e col re di Navarra suo genero, e con tutti caporali suoi, conti, duchi, e baroni del reame di Francia, e fuori del reame suoi amici. E per la sua andata il segu poi Adoardo figliuolo del re d'Inghilterra con molti Inghilesi, e Scotti, e Fresoni, e Alamanni, di pi di XVm cavalieri, il quale stuolo, e croceria fu quasi d'inumerabile gente a cavallo e a piede, e stimarsi CCm d'uomini da battaglia. E credendo prendere il migliore, si diliberarono d'andare sopra il regno di Tunisi, avisandosi se quello si prendesse per gli Cristiani, era in parte molto mediata da potere pi leggermente prendere poi il regno d'Egitto, e da tagliare, e al tutto impedire la forza de' Saracini del reame di Setta, e eziandio quello di Granata. E pass il detto stuolo sani e salvi colloro navilio, e arrivarono al porto dell'antica citt di Cartagine, ch' di lungi da Tunisi da XV miglia, e quella Cartagine, ch'alcuna parte n'era rifatta e afforzata per gli Saracini per la guardia del porto, per gli Cristiani fu assai tosto presa per forza. E volendo andare la detta oste alla citt di Tunisi, come piacque a Dio, per le peccata de' Cristiani si cominci una grande corruzzione d'aria in quelle marine, e massimamente nell'oste de' Cristiani non costumati all'aria, e per gli disagi, e per lo soperchio di gente, e delle bestie; per la qual cosa prima vi mor Gianni figliuolo del detto re Luis, e poi il cardinale d'Albano, che v'era per lo papa, e poi inferm e mor il detto buono re Luis con grandissima quantit di conti e di baroni, e infinita gente di popolo vi morirono. Onde la Cristianit ricevette grandissimo danno, e la detta oste fu quasi tutta scerrata, e venuta quasi al niente, sanza colpo de' nimici. E come il detto re Luis non bene aventurato fosse nelle dette imprese sopra i Saracini, ma per la sua anima bene aventuroso morisse, lo re di Navarra ch'era presente al cardinale Toscolano per sue lettere lo scrisse, che nella sua infermit non cessava di lodare Idio, e ispesso dicendo questa orazione: "Fa' noi, Signore, le cose prosperevoli del mondo avere in odio, e nessuna aversit temere". Ancora adorava per lo popolo il quale ave' menato seco, dicendo: "Sia, Signore, del popolo tuo santificatore e guardiano"; e l'altre parole che seguitano alla detta orazione. E alla fine quando venne a morte, lev gli occhi a cielo, e disse: "Introibo in domum tuam, adorabo ad templum santum tuum, et confitebor nomini tuo"; e ci detto, mor in Cristo. E sentendo la sua morte la sua oste fu molto turbata, e' Saracini molto rallegrati; ma in questo dolore fu fatto Filippo suo figliuolo re di Francia; e lo re Carlo fratello del detto re Luis, il quale egli vivendo ave' mandato per lui, venne di Cicilia, e arriv a Cartagine con grande navilio e con molta gente e rinfrescamento, onde l'oste de' Cristiani riprese grande vigore, e' Saracini paura. E con tutto chell'oste de' Saracini fosse cresciuta d'inumerabile gente, che di tutte parti erano venuti gli Arabi alloro soccorso, e fossono troppi pi che' Cristiani, mai non s'ardirono di venire a battaglia affrontata co' Cristiani; ma con aguati e ingegni venieno, e faceano loro molto molesto. Intra gli altri fu questo l'uno, che la detta contrada  molto sabbionosa, e quando  secco fa molta polvere: onde i Saracini quando traeva vento contra l'oste de' Cristiani, in grandissimo numero di loro genti stavano in su' monti ov'era il detto sabbione, calpitandolo co' cavalli e co' piedi il facevano muovere, onde facea all'oste molta molestia e affanno; ma piovendo acqua da cielo cess la detta pestilenzia, e lo re Carlo co' Cristiani, apparecchiati difici di diverse maniere per mare e per terra, si strinse per combattere la citt di Tunisi; e di certo si disse, s'avessono seguito, in brieve tempo avrebbono avuta la terra per forza, o il re di Tunisi co' suoi Turchi e Arabi l'avrebbe abandonata.

"XXXVIII"


(Come il re Carlo patteggio accordo col re di Tunisi e partissi lo stuolo.)

Lo re di Tunisi co' suoi Saracini veggendo in mal punto, e temendo di perdere la citt e 'l paese d'intorno, si feciono cercare pace col re Carlo, e cogli altri signori con grandi e larghi patti, a la qual pace il re Carlo intese e diede compimento per lo 'nfrascritto modo: prima, che tutti i Cristiani ch'erano pregioni in Tunisi, o in tutto quello reame, fossono liberi, e che monisteri e chiese per gli Cristiani si potessono edificare, e in quelle l'oficio sacro si potesse celebrare; e che per gli frati minori e predicatori e per altre persone eclesiastiche si potesse liberamente predicare il Vangelio di Cristo; e qual Saracino si volesse battezzare e tornare alla fede di Cristo, liberamente il potesse fare; e tutte le spese che i detti re avessono fatte pienamente fossono loro rendute; e oltre acci il re di Tunisi fosse tributario di dare ogni anno a Carlo re di Cicilia XXm dobble d'oro, e molti altri patti, che sarebbono lunghi a dire. Di questa pace alcuni dissono che 'l re Carlo e gli altri signori la faceano per lo migliore, e considerando il loro male stato della corruzzione dell'aria e mortalit de' Cristiani, che il re di Navarra, morto il re Luis, si part malato dell'oste e mor in Cicilia, e mor il legato del papa cardinale, e la Chiesa di Roma in quelli tempi vacava di pastore, che dovea provedere a tutto, e Filippo novello re di Francia si voleva partire dell'oste e tornare in Francia col corpo del padre. Altri dierono colpa al re Carlo, che 'l fece per avarizia, per avere innanzi per la detta pace sempre a tributario il re di Tunisi in sua spezialt; che 'l regno di Tunisi fosse conquistato per lo stuolo de' Cristiani, ch'era poi a parte del re di Francia, e di quello d'Inghilterra, e di quello di Navarra, e di quello di Cicilia, e della Chiesa di Roma, e di pi altri signori ch'erano al conquisto. E potrebbe essere stata l'una cagione e l'altra; ma quale si fosse, compiuto il detto accordo, si part la detta oste da Tunisi, e arrivati col loro navilio nel porto di Trapali in Cicilia, come piacque adDio, s grande fortuna avenne, essendo il navilio nel detto porto, che sanza nulla redenzione la maggiore parte perirono, e ruppe l'uno legno l'altro, ove tutto l'arnese di quello oste si perd, ch'era d'inumerabile valuta, e molte genti vi perirono. E per molti si disse che ci avenne per gli peccati de' Cristiani, e perch aveano fatto accordo co' Saracini per cuvidigia di moneta, potendo vincete e conquistare Tunisi e 'l paese.

"XXXIX"


(Come fu fatto papa Ghirigoro X a Viterbo, e come vi fu morto Arrigo figliuolo del re d'Inghilterra.)

Arrivato lo detto stuolo de' Cristiani in Cicilia, s vi soggiornarono alquanto per guerire i malati, e prendere rinfrescamento, e rifare loro navilio; e quelli re e signori furono assai onorati da Carlo re di Cicilia; e poi si partirono di Cicilia, e lo re Carlo colloro ne vennero per lo regno di Puglia, e per Calavra a Viterbo, ov'era la corte della Chiesa in vacazione, e a Viterbo soggiornarono i detti re Filippo di Francia, e Carlo di Cicilia, e Adoardo e Arrigo suo fratello e figliuoli del re d'Inghilterra, per fare che' cardinali ch'erano in discordia eleggessono buono pastore per riformare l'apostolica sedia. E non potendo avere concordia di niuno di loro ch'erano presenti, elessono papa Gregorio X di Piagenza, il quale era cardinale e legato in Soria alla Terrasanta, e lui eletto, tornato d'oltremare fu consecrato papa gli anni di Cristo MCCLXXII. Essendo i sopradetti signori in Viterbo, avenne una laida e abominevole cosa sotto la guardia del re Carlo: che essendo Arrigo fratello d'Adoardo figliuolo del re Ricciardo d'Inghilterra in una chiesa alla messa, celebrandosi a quell'ora il sacrificio del corpo di Cristo, Guido conte di Monforte, il quale era per lo re Carlo vicario in Toscana, non guardando reverenza di Dio n del re Carlo suo signore, uccise di sua mano con uno stocco il detto Arrigo, per vendetta del conte Simone di Monforte suo padre, morto a sua colpa per lo re d'Inghilterra. E di ci  bene da farne notevole memoria. Regnando inn-Inghilterra Arrigo padre del buono Adoardo, fu uomo di semplice vita, sicch i baroni l'aveano per niente, perch'egli mand per lo detto conte Simone suo parente che gli guidasse il reame, ch'Adoardo era giovane. Questi era molto temuto e ridottato; e come si vide il reggimento del reame in mano, come fellone e traditore, gli oppuose falsamente che il re avesse fatte certe inique leggi contra il popolo, e mise lui e Adoardo in pregione, nella torre di Dovero, e teneasi il reame. La reina... zia per madre d'Adoardo, per volerlo scampare, sappiendo che per ogni Pasqua il conte Simone venia a Dovero, e traeva Adoardo della torre e facealo cavalcare seco, e come si partia il facea rimettere in pregione con grande e stretta guardia, eziandio di lettere, la savia reina mand a Dovero una savia e bella damigella che sapea operare di gioelli, borse, e carnieri. Adoardo veggendola si prese di lei, e tanto adoper colle guardie, che gli menarono la detta damigella, e volendola toccare, gli disse: "Io ci sono per altro"; e trasse fuori lettere gli mandava la reina, avisandolo del suo scampo e salute; e per quelle l'avis come gli mandava per uno nostro Fiorentino cozzone, ch'avea nome Persona Fulberti, con belli destrieri, e uno batto armato con molti remi, avisandolo come avesse affare. Ora, com'era usato per la Pasqua, il conte Simone venne a Dovero, e tratto Adoardo della torre, e provando i destrieri del detto cozzone, Adoardo con licenza del conte sal in su il migliore, menandolo a grandi rote; alla fine prese campo, e dilungossi, e venne al porto, e trov apparecchiato il batto. Lasciato il cavallo, su vi salo, e arriv in Francia, e poi coll'aiuto del re di Francia, di Fiandra, di Brabante, e della Magna, con grande stuolo pass in Inghilterra, e combatt col conte Simone, e sconfisselo, e prese una coppa, e fecelo tranare, e poi impiccare, e diliber il padre; e quegli morto, fu Adoardo coronato re d'Inghilterra a grande onore. Tornando a nostra principale materia, come per la detta vendetta fu morto il conte Arrigo, conte di Cornovaglia, fratello del re Adoardo, come dicemmo dinanzi, onde la corte si turb forte, dando di ci grande riprensione al re Carlo, che ci non dovea sofferire, sell'avesse saputo, e se noll'avesse saputo nollo dovea lasciare scampare sanza vendetta. Ma il detto conte Guido proveduto di compagnia di gente d'arme a cavallo e a pi, non solamente gli bast d'avere fatto il detto micidio; perch uno cavaliere il domand che egli avea fatto, e egli rispuose: "Ie a fet ma vengianze"; e quello cavaliere disse: "Comant? Vostre pere fu train"; incontanente torn nella chiesa, e prese Arrigo per gli capelli, e cos morto il tran infino fuori della chiesa villanamente; e fatto il detto sacrilegio, e omicidio, si part di Viterbo, e andonne sano e salvo in Maremma nelle terre del conte Rosso suo suocero. Per la morte del detto Arrigo Adoardo suo fratello molto cruccioso e isdegnato contro are Carlo si part di Viterbo, e vennesene con sua gente per Toscana, e soggiorn in Firenze, e fece cavalieri pi cittadini, donando loro cavagli e tutti arredi di cavalieri nobilemente, e poi se n'and inn-Inghilterra, e 'l cuore del detto suo fratello in una coppa d'oro fece porre in su una colonna in capo del ponte di Londra sopra 'l fiume di Tamisi, per memoria agl'Inghilesi del detto oltraggio ricevuto. Per la qual cosa Adoardo poi che fu re, mai non fu amico del re Carlo, n di sua gente. Per simile modo si part Filippo re di Francia con sua gente, e pass, e alberg pi giorni in Firenze; e giunto in Francia, soppellito il corpo del buono re Luis suo padre a grande onore, e' si fece coronare con grande solennit a Rens.

"XL"


(Come i Tartari scesono in Turchia, e come ne cacciarono i Saracini.)

Nel detto anno MCCLXX Banducdar soldano de' Saracini, dopo la presa ch'egli avea fatta della citt d'Antioccia, gran parte del reame d'Erminia, pass con suo esercito in Turchia, la quale si tenea per gli Tartari, e per forza e per tradimento la raquist, e' Tartari chell'abitavano ne cacci; per la qual cosa lo re d'Erminia and per soccorso alla grande citt del Torigi ad Abaga Cane figliuolo che fu Aloon signore de' Tartari, onde adietro facemmo menzione. E fornita sua ambasciata, il detto Abaga Cane, il quale era molto amico de' Cristiani e nimico de' Saracini, il ricevette onorevolemente, e l'anno appresso venne con suo esercito di Tarteri col detto re d'Erminia in Turchia. E 'l detto soldano sentendo la venuta de' Tarteri, si part, e abandon la Turchia, per la qual cosa i Tarteri ebbono la signoria della Turchia e d'Erminia, e volle il detto Abaga Cane dare a' Cristiani e are d'Erminia la detta Turchia. Lo re d'Erminia non sentendosi poderoso, e la Chiesa e' signori di ponente per le loro guerre l'aiutavano male, riprese il suo reame d'Erminia, e lasci a' Tartari la Turchia, la quale non molto tempo appresso per difetto de' Cristiani, e spezialmente de' Greci che vi sono vicini, i Saracini la ripresono.

"XLI"


(Come lo re Enzo figliuolo dello imperadore Federigo mor in pregione in Bologna.)

L'anno appresso MCCLXXI, del mese di marzo, il re Enzo, figliuolo che fu di Federigo imperadore, mor nella pregione de' Bolognesi, nella quale era stato lungo tempo, e fu soppellito da' Bolognesi onorevolemente a la chiesa di San Domenico in Bologna, e in lui fino la progenia dello imperadore Federigo. Ben si dice ch'ancora n'era uno figliuolo che fu dere Manfredi, il quale stette lungamente nella pregione del re Carlo nel castello dell'Uovo a Napoli, e in quello per vecchiezza e disagio accecato della vista miseramente fino sua vita.

"XLII"


(Come papa Ghirigoro colla corte venne in Firenze, e fece fare pace tra' Guelfi e' Ghibellini.)

Negli anni MCLXXII Gregorio decimo di Piagenza, tornato lui della legazione d'oltremare, fu consegrato e coronato papa, e per lo grande affetto e volont ch'egli avea del soccorso della Terrasanta, e che generale passaggio si facesse oltremare, incontanente che fu fatto papa, ordin concilio generale alLeone sopra Rodano in Borgogna, e fece che per suo mandato gli elettori dello 'mperio d'Alamagna elessono re de' Romani Ridolfo conte di Furimborgo, il quale era valente uomo d'arme, tutto che fosse di piccola potenza; ma per sua prodezza conquist Soavia e Osteric: e [in] Osteric che vacava per lo dogio che fu morto con Curradino dal re Carlo fece dogio Alberto suo figliuolo. Il sopradetto papa l'anno appresso la sua coronazione si part colla corte da Roma per andare a Leone su Rodano al concilio per lui ordinato, e entr in Firenze co' suoi cardinali, e collo re Carlo, e collo imperadore Baldovino di Gostantinopoli, il quale fu del legnaggio della casa prima di Fiandra. Questo Baldovino fu figliuolo d'Arrigo fratello del primo Baldovino, che conquist Gostantinopoli co' Viniziani, come addietro facemmo menzione. E col papa e col re Carlo vennero in Firenze e pi altri signori e baroni a d di XVIII di giugno, gli anni di Cristo MCCLXXIII, e da' Fiorentini furono ricevuti onorevolemente. E piaccendogli la stanza di Firenze per l'agio dell'acqua, e per la sana aria, e che la corte avea ogni agiamento, s ordin di soggiornare e di fare la state in Firenze. E trovando lui che s buona citt, com'era Firenze, era guasta per cagione delle parti, che n'erano fuori i Ghibellini, volle che tornassono in Firenze, e facessono pace co' Guelfi, e cos fu fatta; e a d II di luglio nel detto anno il detto papa co' suoi cardinali, e col re Carlo, e col detto imperadore Baldovino, e con tutta la baronia e gente della corte, e congregato il popolo di Firenze nel greto d'Arno a pi del capo del ponte Rubaconte, fatti in quello luogo grandi pergami di legname ove stavano i detti signori, in presenzia di tutto il popolo diede sentenzia, sotto pena di scomunicazione chi la rompesse, e sopra la differenzia ch'era tra la parte guelfa e la ghibellina, faccendo basciare in bocca i sindachi di ciascuna parte, e fare pace, e dare mallevadori e stadichi; e tutte le castella che' Ghibellini teneano renderono in mano del re Carlo, e gli stadichi ghibellini andarono in Maremma a la guardia del conte Rosso. La qual pace poco dur, s come appresso faremo menzione. E quello d il detto papa fond la chiesa di Santo Gregorio, e per lo suo nome cos la titole, la qual feciono fare quegli della casa de' Mozzi, i quali erano mercatanti del papa e della Chiesa, e in picciolo tempo venuti in grande ricchezza e stato, e ne' loro palagi in capo del ponte Rubaconte di l da Arno abit il detto papa, mentre soggiorn in Firenze; e lo re Carlo abit al giardino de' Frescobaldi, e lo 'mperadore Baldovino al vescovado. Ma al quarto d appresso il papa si part di Firenze, e andonne a soggiornare in Mugello col cardinale Attaviano ch'era della casa degli Ubaldini, da' quali fu ricevuto, e fatto grande onore. Alla fine della state si part il papa, e' suo' cardinali, e il re Carlo, e andarne oltremonti a Leone sopra Rodano in Borgogna. E la cagione perch il papa si part cos tosto di Firenze si fu che avendo fatti venire in Firenze i sindachi della parte ghibellina, e fattigli basciare in bocca pace faccendo, come detto avemo, co' sindachi de' Guelfi, e rimasi in Firenze per dare compimento a' contratti della pace, e tornando ad albergo a casa i Tebalducci in Orto Sammichele, o vero o non vero che fosse, alloro fu detto che 'l maliscalco del re Carlo a petizione de' grandi Guelfi di Firenze gli farebbe tagliare per pezzi, se non si partissono di Firenze. Alla quale cagione diamo fede per la iniquit delle parti; e incontanente si partirono di Firenze, e andarsene, e fu rotta la detta pace; onde il papa si turb forte, e partissi di Firenze lasciando la citt interdetta, e andonne, come detto avemo, in Mugello; e col re Carlo per questa cagione rimase in grande isdegno.

"XLIII"


(Come papa Ghirigoro fece concilio a Leone sopra Rodano.)

Negli anni di Cristo MCCLXXIIII papa Gregorio celebr concilio a Leone sopra Rodano del mese di maggio infino a d IIII d'agosto, nel quale concilio Paglialoco imperadore de' Greci e il patriarca di Gostantinopoli si riconciliarono colla Chiesa di Roma, promettendo di correggersi di certi errori che i detti Greci hanno tenuti, e seguire per innanzi secondo la nostra fede e ordini della santa Chiesa romana, tutto che poi nollo attenessono come promisono. E tutto questo riconciliamento fece il papa co' Greci per acconcio del passaggio d'oltremare, ordinato per lui al detto concilio, ond'egli ave' grande affezzione e studio. Ma per lo riconciliamento col Paglialoco e co' Greci lo re Carlo fu molto contrario e cruccioso, per amore dello 'mperadore Baldovino, suo genero della figliuola, al quale di ragione di conquisto sucedea il detto imperio; e lo re Carlo ch'avea gi impreso ad atargliele racquistare, onde crebbe lo sdegno tra lui e 'l papa cominciato in Firenze, come di sopra facemmo menzione. Per lo quale riconciliamento de' Greci il detto papa conferm il detto Paglialoco imperadore dello 'mperio di Gostantinopoli, e conferm Ridolfo conte di Furimborgo eletto re de' Romani, signore di gran valore, tutto fosse di piccolo lignaggio, e ch'egli era degno dello 'mperio di Roma, e acci ch'egli venisse per la corona a Roma, e fosse capitano e imperadore del passaggio d'oltremare, e ch'egli venisse pi tosto, il papa gli promise e dipuose de' danari della Chiesa apo le compagnie di Firenze e di Pistoia, i quali erano mercatanti del papa e della Chiesa, CCm di fiorini d'oro nella citt di Melano; e il detto Ridolfo promise sotto pena di scomunicazione d'essere in Melano infra certo tempo; la quale promessione per sue imprese e guerre d'Alamagna non venne, e non pass i monti, e mai nonn-ebbe la corona, nlla benedizione dello 'mperio, ma rimase scomunicato; e per avere poi sua pace col papa e colla Chiesa, e esser ricomunicato, s privileggi la contea di Romagna, come potea di ragione, alla Chiesa di Roma, e da indi innanzi la possedette la Chiesa per sua. E nel detto concilio il detto papa ordin il passaggio generale d'oltremare a ricovero della Terrasanta, e chelle decime si ricogliessono per tutta la Cristianit sei anni in susidio del detto passaggio, e diede la croce, e ordin si desse la croce per tutta Cristianit per lo detto passaggio, perdonando colpa e pena chilla prendesse, o v'andasse, o mandasse; e viet l'usura, e scomunic chilla facesse piuvica, e viet tutte l'ordini de' frati mendicanti, salvo che'll'ordine de' frati minori e predicatori; conferm i romitani, e' carmellini si riserv sospesi. E molte altre costituzioni e decreti utili per la Chiesa vi si feciono, e viet i soperchi ornamenti delle donne per tutta la Cristianit.

"XLIV"


(Come la parte ghibellina fu cacciata di Bologna.)

Nel detto anno MCCLXXIIII, a d II del mese di giugno, la parte ghibellina di Bologna, detti Lambertacci per uno casato che n'era capo cos chiamato, furono cacciati di Bologna; e ci fu per cagione e sospetto chella parte ghibellina era molto cresciuta in Romagna, e poco innanzi cacciata la parte guelfa di Faenza; alla quale cacciata de' Ghibellini di Bologna i Fiorentini vi mandarono in servigio de' Guelfi gente d'arme a cavallo; ma il popolo di Bologna non gli lasciarono entrare nella terra, ma si feciono loro incontro in su il Reno; e fuvi morto il cavaliere della podest di Firenze ch'era capitano de' detti cavalieri, dicendo i Bolognesi che non voleano che i Fiorentini guastassono la loro citt, siccom'eglino aveano guasta Firenze. La quale sopradetta parte ghibellina di Bologna si ridusse in Faenza; per la qual cosa i Bolognesi il settembre vegnente andarono ad oste alla citt di Faenza, e guastarla intorno, onde i Ghibellini di Romagna colli usciti di Bologna feciono loro capitano di guerra Guido conte di Montefeltro, savio e sottile d'ingegno di guerra pi che niuno che fosse al suo tempo.

"XLV"


(Come giudice di Gallura con certi Guelfi fu cacciato di Pisa.)

Negli anni di Cristo MCCLXXIIII Giovanni giudice del giudicato di Gallura, grande e possente cittadino di Pisa, con suo sguito d'alquanti Guelfi di Pisa, per oltraggio di sua signoria, e perch il popolo di Pisa si tenea a parte d'imperio, fue cacciato di Pisa. Per la qual cosa il detto giudice si leg co' Fiorentini, e co' Lucchesi, e cogli altri Guelfi della taglia di Toscana; e colloro insieme del mese d'ottobre andarono ad oste sopra il castello di Montetopoli, il quale ebbono a patti, uscendone i forestieri sani e salvi, e 'l castello rimase al detto giudice di Gallura, il quale poco vivette, perch il maggio seguente, gli anni di Cristo MCCLXXV, mor nel castello di Samminiato.

"XLVI"


(D'uno grande miracolo ch'avenne in Baldacca e Mansul oltremare.)

Negli anni di Cristo MCLXXV avenne uno grande e bello miracolo, del quale  bene da farne menzione in questa nostra opera, in adificazione della nostra santa fede. Egli era in que' tempi uno califfo de' Saracini in Baldacca e 'n Mansul, molto savio e litterato, e nimico e persecutore de' Cristiani, che in quello paese n'avea assai; e trovando egli per lo Vangelo di santo Matteo, ove Cristo disse a' suoi discepoli che chi avesse tanta fede quant'uno granello di senape, e nel suo nome comandasse a uno monte si levasse di suo luogo e si ponesse altrove, s il farebbe essere; trovando questo argomento, per confondere i Cristiani, s richiese i vescovi e' caporali de' Cristiani, e mostr loro il detto Vangelio, e se 'l volessono aprovare, tutti dissono di s. Allora comand loro che "infra X d voi comandiate a uno grande monte ch'era in quello luogo si levasse e si riponesse in altra parte, e se ci non farete, voi sete sanza fede al vostro Iddio, e falsi Cristiani, e voglio che rinneghiate Cristo e facciatevi Saracini, e se non, s vi far tutti morire di mala morte". Ricevuto l'aspro e crudele comandamento, non sapeano chessi dire n chessi fare, ma con grandi pianti e dolori, come gente giudicata a morte, ricorsono alla misericordia d'lddio, e alla penitenzia, digiuni, e orazioni di d e di notte. Infra quegli giorni pi volte venne in visione a uno santo vescovo che uno povero ciabattiere, che aveva pure uno occhio, gli doveva liberare: manifestollo al popolo, e cercossi del ciabattiere, e trovossi; il quale era uomo di santa vita, e ci ch'egli avanzava di sua povera arte, fornita miseramente sua vita, dava per Dio a' poveri, e l'occhio ch'egli avea meno perd, che calzando una bella Cristiana gli venne tentazione di carnalit, onde si scandalizz molto, e ricordandosi del Vangelio di Cristo, ove disse: "Se 'l tuo occhio ti scandalizza, s il ritrai", ed egli prendendo il semplice della lettera, con una lesina si punse l'occhio, onde il perd. E venuto il termine del comandamento del calif, furono raunati tutti i Cristiani, uomini e femmine e fanciulli, colle croci innanzi, nel piano dov'era al di sopra il detto monte, i quali erano in quantit di pi di Cm, co' Saracini e Turchi armati intorno a cavallo e a pi per distruggergli. Richiesto il ciabattiere di fare il priego adDio, si disdicea come indegno e peccatore; ma per la piat e pianto del popolo s'inginocchi, e disse in piagnendo: "Signore Idio onipotente. io ti priego che tu facci grazia e misericordia a questo tuo popolo, e mostri a questi miscredenti la virt del tuo figliuolo Ies Cristo, e dimostri visibile miracolo, acci che sia glorificato il tuo santo nome"; e ci detto, comand al monte che per la virt di Cristo si dovesse mutare, il quale con grandi tremuoti, e spaventevole tempo di tuoni e baleni e venti, si mosse, e si ripuose ove fu comandato; onde il detto popolo cristiano con grande letizia furono liberi, ringraziando e magnificando Iddio. Per lo quale visibile miracolo molti de' Saracini si feciono Cristiani, e 'l califfo medesimo al segreto; e quando venne a morte gli si trov la santa croce a collo, e vivuto dopo il miracolo in santa vita.

Lasceremo de' fatti d'oltremare, e torneremo a quegli d'Italia.

"XLVII"


(Come il conte Ugolino con tutto il rimanente de' Guelfi fu cacciato di Pisa.)

Negli anni di Cristo MCCLXXV il conte Ugolino della casa de' Gherardeschi di Pisa, col rimanente de' possenti Guelfi di Pisa, fu cacciato di Pisa del mese di maggio; per la qual cosa s'alleg co' Fiorentini, e Lucchesi, e l'altra taglia de' Guelfi di Toscana, e andarono ad oste sopra la citt di Pisa del mese di luglio prossimo, e guastarono Vicopisano, e ebbono pi castella de' Pisani; e la detta oste fu fatta contra il comandamento del papa, per la qual cosa fece contra loro scomunicazione e interdetto.

"XLVIII"


(Come i Bolognesi furono sconfitti al ponte a San Brocolo dal conte da Montefeltro e da' Romagnuoli.)

Negli anni di Cristo MCCLXXV, del mese di giugno, i Bolognesi per comune andarono ad oste in Romagna sopra la citt di Forl e quella di Faenza, perch riteneano i loro usciti ghibellini; e di loro era capitano messer Malatesta da Rimine; dalla parte de' Romagnuoli era capitano il conte Guido da Montefeltro, il quale col podere de' Ghibellini di Romagna, e cogli usciti di Bologna, e cogli usciti ghibellini di Firenze, ond'era capitano messer Guiglielmino de' Pazzi di Valdarno, si feciono loro incontro al ponte a San Brocolo aboccandosi a battaglia; nel quale aboccamento la cavalleria de' Bolognesi non resse, ma quasi sanza dare colpo si misono alla fugga, chi dice per loro vilt, e chi dice perch il popolo di Bologna, il quale trattava male i nobili, furono contenti i nobili di lasciargli al detto pericolo; e 'l conte da Panago, ch'era co' nobili di Bologna, quando si part dal popolo di Bologna, disse per rimproccio: "Leggi gli statuti, popolo marcio". Il quale popolo abandonato dalloro cavalleria, si tennero amassati in su il campo grande pezza del giorno, difendendosi francamente. Alla perfine il conte da Montefeltro fece venire le balestra grosse, le quali il conte Guido Novello, ch'era podest di Faenza, aveva tratte della camera del Comune di Firenze quando ne fu signore, e con quelle balestra saettando alle loro schiere, le part, e le ruppe, e sconfisse, onde molti cittadini di Bologna ch'erano a pi in quella oste furono morti e presi.

"XLIX"


(Come i Pisani furono sconfitti da' Lucchesi al castello d'Asciano.)

Nel detto anno, a d II di settembre, i Lucchesi col conte Ugolino e cogli altri usciti guelfi di Pisa, e con soldati di Firenze, e col vicaro del re Carlo in Toscana, ch'avea nome..., andarono ad oste sopra la citt di Pisa contra il comandamento del papa, e sconfissono i Pisani al castello d'Asciano presso Pisa a III miglia, onde molti Pisani vi furono morti e presi, e 'l detto castello rimase a' Lucchesi.

"L"


(Della morte di papa Ghirigoro e di tre altri papi appresso.)

Negli anni di Cristo MCCLXXV, a d XVIII di dicembre, papa Ghirigoro X tornando dal concilio da Leone sopra Rodano, arriv nel contado di Firenze, e per cagione chella citt di Firenze era interdetta, e gli uomini di quella scomunicati, perch nonn-aveano oservata la sentenzia della pace ch'avea fatta tra' Guelfi e' Ghibellini, come dicemmo adietro, s non volle entrare in Firenze, ma per ingegno fu guidato di fuori delle vecchie mura; e chi disse che non poto fare altro, perch 'l fiume d'Arno era per piogge s grosso ch'egli nollo pot guadare, ma di nicessit gli convenne passare per lo ponte Rubaconte, sicch non aveggendosi, e non potendo altro fare, entr in Firenze; mentre pass per lo ponte e per lo borgo di San Niccol, ricomunic la terra, e and segnando la gente, e come ne fu fuori, lasci lo 'nterdetto, e scomunic da capo la citt, con malo animo dicendo il verso del Saltero che dice: "In camo et freno maxillas eorum constringe etc."; onde i Guelfi che reggeano Firenze ebbono grande sospetto e paura. E partitosi il detto papa di Firenze, n'and ad albergare a la badia a Ripole, e di l sanza soggiorno se n'and ad Arezzo; e giunto lui in Arezzo, cadde malato, e come piacque adDio, pass di questa vita a d X del seguente mese di gennaio, e in Arezzo fu soppellito a grande onore; della cui morte i Guelfi di Firenze furono molto allegri, per la mala volont che 'l detto papa avea contra loro. Morto il papa, incontanente i cardinali furono rinchiusi, e a d XX del detto mese di gennaio chiamarono papa Innocenzio quinto nato di Borgogna, il quale era stato frate predicatore, e allora era cardinale; e vivette papa infino al giugno vegnente, s che poco fece, e mor alla citt di Viterbo, e in quella fu soppellito onorevolemente. E appresso lui, a d XII di luglio, fu chiamato messere Ottobuono cardinale dal Fiesco della citt di Genova, il quale non vivette che XXXVIIII d nel papato, e fu chiamato papa Adriano quinto, e fu soppellito in Roma. E appresso lui, del presente mese di settembre, fu eletto papa maestro Piero Spagnuolo cardinale, il quale fu chiamato papa Giovanni XXI, e non vivette papa che VIII mesi e d; che dormendo in sua camera in Viterbo gli cadde la volta di sopra adosso, e moro, e fu soppellito in Viterbo a d XX di maggio MCCLXXVII; e vac la Chiesa VI mesi. E nel presente anno fu grandissimo caro di tutte vittuaglie, e valse lo staio del grano soldi XV da soldi XXX il fiorino. E nota una grande e vera visione che avenne della morte del detto papa a uno nostro Fiorentino mercatante della compagnia degli speziali, ch'avea nome Berto Forzetti, della quale  bene da fare menzione. Il detto mercatante avea uno vizio naturale di diversa fantasia, che sovente fra sonno dormendo si levava in su il letto a sedere, e parlava diverse maraviglie; e pi ancora, che essendo da' desti ch'erano collui domandato di quello ch'egli parlava, rispondea a proposito, e tuttavia dormia. Avenne chella notte che moro il detto papa, essendo il detto in nave in alto pelago, e andava in Acri, si lev e grid: "Om! Om!". E' compagni si destarono, e domandarlo ch'egli avesse. Rispuose: "Io veggio uno grandissimo uomo nero con una grande mazza in mano, e vuole abattere una colonna in su ched  una volta". E poco stante rigrid, e disse: "Egli l'hae abattuta, ed  morto"; fu domandato: "Chi?", rispuose: "Il papa". I detti suoi compagni misono in iscritta le parole, e la notte; e giunti loro in Acri, poco tempo appresso vi vennono novelle della morte del detto papa, che apunto in quella notte avenne. E io scrittore ebbi di ci testimonianza da quegli mercatanti ch'erano presenti col detto in su la detta nave, e udirono il detto Berto, i quali erano uomini di grande autorit e degni di fede, e la fama di ci fu per tutta la citt nostra. Poi fu eletto papa Niccola III di casa gli Orsini di Roma, ch'avea nome propio messer Gianni Guatani cardinale, il quale vivette papa II anni e VIIII mesi e mezzo. Avemo detto de' sopradetti papi, perch in XVI mesi morirono IIII papi. Lasceremo di dire alquanto de' detti papi, e diremo delle cose che furono alloro tempo in Firenze e per l'universo mondo.

"LI /B


(Come i Fiorentini e' Lucchesi sconfissono i Pisani al fosso Arnonico.)

Negli anni di Cristo MCCLXXVI, del mese di giugno, i Fiorentini e' Lucchesi, a sommossa del conte Ugolino e degli altri usciti guelfi di Pisa, col maliscalco del re Carlo ch'avea nome..., in quantit di MD cavalieri e popolo assai, andarono ad oste sopra Pisa verso il Ponte ad Era, e i Pisani, per tema de' Fiorentini, aveano fatto di nuovo uno grande fosso poco di l dal Ponte ad Era, presso di Pisa a VIII miglia, il quale era lungo pi di X miglia, e mettea in Arno, e chiamavasi il fosso Arnonico; e a quello aveano fatti ponti e fortezze di steccati e bertesche, e di l da quello i Pisani stavano colloro oste alla difensione. E giuntavi l'oste de' Fiorentini, combattendo il detto fosso, alcuna parte di loro gente a pi e poi a cavallo di lungi all'oste valicarono per punga il detto fosso lungo l'Arno. I Pisani incontanente che sentirono che' nemici aveano valicato il fosso, si misono alla fugga e inn-isconfitta, onde l'oste tutta valic cacciando i Pisani infino a Pisa; onde molti ne furono morti e in grande quantit presi; per la quale sconfitta i Pisani feciono le comandamenta de' Fiorentini e pace, e rimisono i Pisani il detto conte Ugolino e tutti i loro usciti guelfi.

"LII"


(Come furono sconfitti i signori della Torre di Melano.)

Negli anni di Cristo MCCLXXVI, a d XX del mese di gennaio, furono sconfitti i signori della Torre di Milano a Cortenuova dal marchese di Monferrato e da' nobili cattani, e varvassori, e dagli altri loro seguaci e usciti di Milano, e furono morti due di quegli della Torre in quella battaglia, e presi VI, e eglino e tutta loro parte, i quali teneano a parte guelfa, furono cacciati di Milano, e tornovvi l'arcivescovo, ch'era de' Visconti, e suoi consorti, e gli altri nobili, e ogni altro uscito; e fu fatto capitano del popolo di Milano messer Maffeo Visconti fratello dell'arcivescovo in questo modo: che tornati i nobili in Milano, furono eletti IIII capitani, i capi delle maggiori case di Milano, messer Maffeo Visconti, messer Otto da Mandello figliuolo di messer Rubaconte, uno di quegli da Posterla, e uno di quegli da Castiglione, e ciascuno dovea essere uno anno; ma il primo fu messer Maffeo per riverenzia dell'arcivescovo, ch'era suo fratello. Poi infra l'anno l'arcivescovo adoper che Otto fu fatto capitano di Piagenza, e l'altro da Postierla di Pavia, e quello da Castiglione di Lodi: e cos in capo del termine rimase signore e capitano messer Maffeo Visconti colla forza e senno dell'arcivescovo; e poi dur molto tempo in signoria, e di fuori quelli della Torre. E nota che' signori della Torre erano la maggiore e la pi possente casa d'avere e di persone che fosse in Italia o in nulla cittade, e di loro era il patriarca Ramondo d'Aquilea, il quale regn XXVI anni patriarca, e colla sua forza e per loro medesimi metteano MD cavalieri in campo sanza il podere del Comune di Milano, ond'erano al tutto signori, e spezialmente del popolo. E cacciatine i nobili cattani e varvassori, e in quella signoria regnarono uno buono tempo, onde prima fu capitano del popolo di Milano messer Alamanno della Torre, figliuolo che fu di messer Martino e fratello del patriarca, e fu buono uomo e giusto, e amato da tutti; poi fu capitano messer Nappo, overo Nepoleon, suo fratello, e cominci a tirannezzare; e poi fu capitano messer Francesco loro fratello, il quale fu pessimo in tutte cose, e per lo suo soperchio e oltraggi alla sua signoria furono sconfitti e perderono lo stato, come detto  di sopra.

"LIII"


(Come il re Filippo di Francia fece pigliare tutti i prestatori italiani.)

Negli anni di Cristo MCCLXXVII, a d XXIIII d'aprile, in uno giorno il re Filippo di Francia fece pigliare tutti i prestatori italici di suo reame, e eziandio de' mercatanti, sotto colore che usura non s'usasse in suo paese, accomiatandogli del reame per lo divieto ch'avea fatto papa Ghirigoro al concilio di Leone; ma ci mostra che facesse pi per covidigia di moneta che per altra onestade, per che gli fece finire per libbre LXm di parigini, di soldi X il fiorino d'oro, e poi la maggiore parte si rimasono al paese come di prima a prestare.

"LIV"


(Come fu fatto papa Niccola terzo degli Orsini, e quello che fece al suo tempo.)

Nel detto anno, come alcuna cosa ricordammo adietro, fu fatto papa messer Gianni Guatani, cardinale di casa degli Orsini di Roma, il quale mentre fu giovane cherico e poi cardinale fu onestissimo e di buona vita, e dicesi ch'era di suo corpo vergine; ma poi che fue chiamato papa Niccola III, fu magnanimo, e per lo caldo de' suoi consorti imprese molte cose per fargli grandi, e fu de' primi, o il primo papa, nella cui corte s'usasse palese simonia per gli suoi parenti; per la qual cosa gli agrand molto di possessioni e di castella e di moneta sopra tutti i Romani in poco tempo ch'egli vivette. Questo papa fece VII cardinali romani, i pi suoi parenti, intra gli altri, a priego di messer Gianni capo della casa della Colonna suo cugino, fece cardinale messer Jacopo della Colonna, acci che' Colonnesi non s'apprendessono all'aiuto degli Anibaldeschi loro nemici, ma fossono in loro aiuto; e fu tenuta gran cosa, per chella Chiesa avea privati tutti i Colonnesi, e chi di loro progenia fosse, d'ogni benificio eclesiastico infino al tempo di papa Allessandro terzo, per ch'aveano tenuto collo imperadore Federigo primo contra a la Chiesa. Appresso il detto papa fece fare i nobili e grandi palazzi papali di Santo Piero; ancora prese tenza col re Carlo per cagione che 'l detto papa fece richiedere lo re Carlo d'imparentarsi collui, volendo dare una sua nipote per moglie a uno nipote del re, il quale parentado il re non volle asentire, dicendo: "Perch'egli abbia il calzamento rosso, suo lignaggio nonn- degno di mischiarsi col nostro, e sua signoria nonn-era retaggio"; per la qual cosa il papa contro allui isdegnato, e poi non fu suo amico, ma in tutte cose al sagreto gli fu contrario, e del palese gli fece rifiutare il sanato di Roma e il vicariato dello imperio, il quale avea dalla Chiesa (vacante imperio); e fugli molto contra in tutte sue imprese, e per moneta chessi disse ch'ebbe dal Paglialoco aconsent e diede aiuto a favore al trattato e rubellazione ch'al re Carlo fu fatta dell'isola di Cicilia, come innanzi faremo menzione; e tolse alla Chiesa Castello Santo Angelo, e diello a messer Orso suo nipote. Ancora il detto papa si fece privileggiare per la Chiesa la contea di Romagna e la citt di Bologna a Ridolfo re de' Romani, per cagione ch'egli era caduto in amenda alla Chiesa della promessa ch'egli aveva fatta a papa Ghirigoro al concilio dalLeone su Rodano quando il conferm, cio di passare in Italia per fornire il passaggio d'oltremare, come adietro facemmo menzione; la qual cosa nonn-avea fatta per altre sue imprese e guerre d'Alamagna. N questa dazione e brivilegiare alla Chiesa il contado di Romagna e la citt di Bologna n potea n dovea fare di ragione; intra l'altre, perch il detto Ridolfo non era pervenuto alla benedizione imperiale: ma quello che' cherici prendono, tardi sanno tendere. Incontanente che 'l detto papa ebbe privilegio di Romagna, s-nne fece conte per la Chiesa messer Bertoldo degli Orsini suo nipote, e con forza di cavalieri e di gente d'arme il mand in Romagna, e collui per legato messer fra Latino di Roma cardinale ostiense suo nipote, figliuolo della suora, nato de' Brancaleoni, ond'era il cancelliere di Roma per retaggio; e ci fece per trarre la signoria di mano al conte Guido di Montefeltro, il quale tirannescamente la si tenea e signoreggiava; e cos fu fatto, per modo che in poco tempo quasi tutta Romagna fu alla signoria della Chiesa, ma non sanza guerra e grande spendio della Chiesa, come innanzi diremo alluogo e a tempo.



"LV"


(Come lo re Ridolfo de la Magna sconfisse e uccise lo re di Buem.)

Negli anni di Cristo MCCLXXVII, essendo grande guerra trare Ridolfo della Magna e lo re di Buemme per cagione che nol volea ubbidire n fare omaggio, per la qual cosa il re Ridolfo eletto imperadore con grandissimo oste and sopra il detto re di Buem, il quale gli si fece incontro con grandissima cavalleria, e dopo la dura e aspra battaglia che fu tra cos aspre genti d'arme, come piacque adDio il detto re di Buem nella detta battaglia fu morto, e la sua gente sconfitta, nella quale innumerabile cavalleria furono morti e presi, e quasi tutto il reame di Buem Ridolfo ebbe a sua signoria. E ci fatto, col figliuolo del detto re di Buem fece pace, faccendolsi prima venire a misericordia; e stando il re Ridolfo in sedia in uno grande fango, e quello di Buem stava dinanzi allui ginocchione innanzi a tutti i suoi baroni; ma poi lui riconciliato, il re Ridolfo gli diede la figliuola per moglie, e rendgli il reame; e ci fu a d XXVI d'agosto del detto anno. Questo re Ridolfo fu di grande affare, e magnanimo, e pro' in arme, e bene aventuroso in battaglie, molto ridottato dagli Alamanni e dagli Italiani; e se avesse voluto passare in Italia, sanza contasto n'era signore. E mandocci suoi ambasciadori l'arcivescovo di Trievi, e fu in Firenze negli anni MCCLXXX, significando sua venuta, onde i Fiorentini non sapeano che si fare; e se fosse passato, di certo l'avrebbono ubbidito. E lo re Carlo, ch'era cos possente signore, il temette forte; e per essere bene di lui, diede a Carlo Martello, figliuolo del figliuolo, la figliuola del detto re Ridolfo per moglie.

"LVI"


(Come il cardinale Latino per mandato del papa fece la pace tra' Guelfi e' Ghibellini di Firenze, e tutte l'altre della citt.)

In questi tempi i grandi Guelfi di Firenze riposati delle guerre di fuori con vittorie e onori, e ingrassati sopra i beni de' Ghibellini usciti, e per altri loro procacci, per superbia e invidia cominciarono a riottare tralloro, onde nacquero in Firenze pi brighe e nimistadi tra' cittadini, mortali, e di fedite. Intra l'altre maggiori era la briga tralla casa degli Adimari dall'una parte, ch'erano molto grandi e possenti, e dall'altra parte i Tosinghi, e la casa de' Donati, e quella de' Pazzi legati insieme contro agli Adimari, per modo che quasi tutta la citt n'era partita, e chi tenea coll'una parte e chi coll'altra; onde la citt e parte guelfa n'era in grande pericolo. Per la qual cosa il Comune e' capitani della parte guelfa mandarono loro ambasciadori solenni a corte a papa Niccola, che mettesse consiglio e 'l suo aiuto a pacificare i Guelfi di Firenze insieme; se non, parte guelfa si dovidea, e cacciava l'uno l'altro. E per simile modo gli usciti ghibellini di Firenze mandarono loro ambasciadori al detto papa e pregarlo e richiederlo ch'egli mettesse a seguizione la sentenzia della pace data per papa Ghirigoro nono tralloro e' Guelfi di Firenze. Per le sopradette cagioni il detto papa provide e conferm la detta sentenzia, e ordin paciato e legato e commise le dette questioni a frate Latino cardinale, ch'era in Romagna per la Chiesa, uomo di grande autorit e scienza, e grande apo il papa, il quale per lo mandamento del papa si part di Romagna, e giunse in Firenze con CCC cavalieri della Chiesa a d VIII del mese d'ottobre, gli anni di Cristo MCCLXXVIIII, e da' i Fiorentini e dal chericato fu ricevuto a grande onore e processione, andandogli incontro il carroccio, e molti armeggiatori; e poi il detto legato il d di santo Luca Vangelista, nel detto anno e mese, fond e benedisse la prima pietra della nuova chiesa di Santa Maria Novella de' frati predicatori, ond'egli era frate; e in quello luogo de' frati tratt e ordin generalmente le paci tra tutti i cittadini, Guelfi con Guelfi, e poi da' Guelfi a' Ghibellini. E la prima fu tra gli Uberti e' Bondelmonti (e fu la terza pace), salvo che' figliuoli di messer Rinieri Zingane de' Bondelmonti nollo assentiro, e furono scomunicati per lo legato, e isbanditi per lo Comune. Ma per loro non si lasci la pace; che poi il legato bene aventurosamente del mese di febbraio vegnente, congregato il popolo di Firenze a parlamento nella piazza vecchia della detta chiesa, tutta coperta di pezze, e con grandi pergami di legname, in su' quali era il detto cardinale, e pi vescovi, e prelati, e cherici, e religiosi, e podest, e capitano, e tutti i consiglieri, e gli ordini di Firenze, e in quello per lo detto legato sermonato nobilemente e con grandi e molte belle autoritadi, come alla materia si convenia, s come quegli ch'era savio e bello predicatore; e ci fatto, s fece basciare in bocca i sindachi ordinati per gli Guelfi e per gli Ghibellini, pace faccendo con grande allegrezza per tutti i cittadini; e furono CL per parte. E in quello luogo presentemente diede sentenzia de' modi, e de' patti, e condizioni che si dovessono oservare intra l'una parte e l'altra, fermando la detta pace con solenni e vallate carte, e con molti idonei mallevadori. E d'allora innanzi poterono tornare e tornarono i Ghibellini in Firenze e le loro famiglie, e furono cancellati d'ogni bando e condannagione; e furono arsi tutti i libri delle condannagioni e bandi ch'erano in camera; e detti Ghibellini riebbono i loro beni e possessioni, salvo che alquanti de' pi principali fu ordinato per pi sicurt della terra che certo tempo stessono a confini. E ci fatto per lo legato cardinale, fece fare le singulari paci de' cittadini; e la prima fu quella ond'era la maggiore discordia, cio tra gli Adimari e' Tosinghi, e' Pazzi e' Donati, faccendo pi parentadi insieme; e per simile modo si feciono tutte quelle di Firenze e del contado, quali per volont e quali per la forza del Comune, datane sentenzia per lo cardinale con buoni sodamenti e mallevadori; delle quali paci il detto legato ebbe grande onore, e quasi tutte s'osservarono, e la citt di Firenze ne dimor buono tempo in pacifico e buono e tranquillo stato. E fece e ordin il detto legato al governamento comune della citt XIIII buoni uomini grandi e popolani, che gli VIII erano Guelfi e VI Ghibellini, e durava il loro uficio di due in due mesi con certo ordine di loro elezione; e raunavansi in su la casa della Badia di Firenze sopra la porta che va a Santa Margherita, e tornavansi a dormire e a desinare alle loro case. E ci fatto, il detto cardinale Latino con grande onore si torn in Romagna alla sua legazione. Lasceremo alquanto de' fatti di Firenze, e diremo d'altre novit ch'avennero in questi tempi, e spezialmente della rubellazione dell'isola di Cicilia al re Carlo, la quale fu notabile e grande, onde poi segu molto male, e fu quasi cosa maravigliosa e impossibile, e per la tratteremo pi distesamente.

"LVII"


(Come fu il trattato e tradimento che l'isola di Cicilia fosse rubellata al re Carlo.)

Ne' detti tempi, cio negli anni di Cristo MCCLXXVIIII, lo re Carlo re di Gerusalem e di Cicilia era il pi possente re e il pi ridottato in mare e in terra, che nullo re de' Cristiani; e per lo suo grande stato e signoria imprese (a petizione dello imperadore Baldovino suo genero, il quale era stato scacciato dello 'mperio di Gostantinopoli per Paglialoco imperadore de' Greci) di fare uno grande passaggio e maraviglioso per prendere e conquistare il detto imperio, con intendimento ch'avendo lo 'mperio di Gostantinopoli assai gli era appresso di raquistare Gerusalem e la Terrasanta; e ordin e mise in concio d'armare pi di C galee sottili di corso, e XX navi grosse; e fece fare CC uscieri da portare cavagli, e pi altri legni passaggeri grande numero. E coll'aiuto e moneta della Chiesa di Roma, e col tesoro, chell'avea grandissimo, e coll'aiuto del re di Francia, invit alla detta impresa tutta la buona gente di Francia e d'Italia; e' Viniziani col loro isforzo vi doveano venire; e lo re col detto navilio, e con XL conti, e con Xm cavalieri dovea e s'apparecchiava di fare il detto passaggio il seguente anno avenire. E di certo gli venia fatto sanza riparo o contasto niuno, che 'l Paglialoco nonn-avea podere, n in mare n in terra, di risistere alla potenzia e apparecchiamento del re Carlo, e gi grande parte della Grecia era sollevata a rubellazione. Avenne, come piacque adDio, che fu sturbata la detta impresa per abattere la superbia de' Franceschi, ch'era gi tanto montata in Italia per le vittorie del re Carlo, che' Franceschi teneano i Ciciliani e' Pugliesi per peggio che servi, isforzando e villaneggiando le loro donne e figlie; per la qual cosa molta di buona gente del Regno e di Cicilia s'erano partiti e rubellati, intra' quali fu per la sudetta cagione di sua mogliera e figlia allui tolte, e morto il figliuolo chelle difendea, uno savio e ingegnoso cavaliere e signore stato dell'isola di Procita, il qual si chiamava messer Gianni di Procita. Questi per suo senno e industria si pens di sturbare il detto passaggio, e di recare la forza del re Carlo in basso stato, e in parte gli venne fatto; ch'egli segretamente and in Gostantinopoli al Paglialoco imperadore per due volte, e mostrogli il pericolo che gli venia adosso per la forza del re Carlo e dello imperadore Baldovino coll'aiuto della Chiesa di Roma, e s'egli volesse credere e dispendere del suo avere e tesoro, disturberebbe idetto passaggio, faccendo rubellare l'isola di Cicilia al re Carlo coll'aiuto de' rubelli di Cicilia, e cogli altri signori dell'isola, i quali nonn-amavano il re Carlo nlla signoria de' Franceschi, e collo aiuto e forza del re d'Araona, mostrandogli ch'egli imprenderebbe la bisogna per lo retaggio di sua mogliera, figliuola ch'era stata dello re Manfredi. Il Paglialoco, tutto che ci gli paresse impossibile, conoscendo la potenzia del re Carlo, e com'era ridottato pi ch'altro signore, quasi come disperato d'ogni salute e soccorso, segu il consiglio del detto messer Gianni, e fecegli lettere come gli ordin il detto messer Gianni, e mand collui in ponente suoi ambasciadori con molti ricchi gioelli, e di moneta gran tesoro. E arrivando messer Gianni cogli ambasciadori del Paglialoco sagretamente in Cicilia, e' scoperse il detto trattato a messere Alamo da Lentino, e a messere Palmieri Abate, e a messer Gualtieri di Catalagirona, i maggiori baroni dell'isola, gli quali non amavano lo re Carlo n sua signoria; e da' detti prese lettere a lo re di Raona, raccomandandosi che per Dio gli traesse di servaggio, e promettendo di volerlo per loro signore. E ci fatto, il detto messer Gianni venne in corte di Roma sconosciuto a guisa di frate minore, e tanto adoper, ch'egli parl a papa Niccola III degli Orsini al segreto a uno suo castello che si chiamava Soriana, e manifestogli il suo trattato; e da parte del Paglialoco, raccomandandolo alla sua signoria, e present allui e a messer Orso del suo tesoro riccamente, secondo che per gli pi si disse e si trov la verit, commovendolo segretamente colla detta moneta contro al re Carlo. E con questo agiunse cagione, perch lo re Carlo non s'era voluto imparentare collui, come adietro facemmo menzione; onde il detto papa in segreto e palese sempre adoper contro al re Carlo, mentre visse in sul papato, e sturb quello anno il detto passaggio di Gostantinopoli, non ategnendo al re Carlo l'aiuto e promessa di moneta e d'altro che gli avea fatta la Chiesa. E ci fatto, il detto messer Gianni avute le lettere del detto papa con segreto suggello al re di Raona, promettendogli la signoria di Cicilia, vegnendola a conquistare, si part messer Gianni di corte e andonne in Catalogna allo re di Raona; e ci fu l'anno MCCLXXX. E giunto messer Gianni al re Piero di Raona colle lettere del papa ove gli promettea il suo aiuto, e le lettere de' baroni di Cicilia ove prometteano di rubellare l'isola, e le promesse di Paglialoco, s accett sagretamente di fare la 'mpresa; e rimand adietro messer Gianni e gli altri ambasciadori, che sollecitassono di dare ordine alle cose, e di fare venire la moneta per fornire sua armata. Ma in questo mezzo isturb molto l'opera la morte di papa Niccola, che mor l'agosto vegnente, come apresso faremo menzione.

"LVIII"


(Come mor papa Niccola degli Orsini, e fu fatto papa Martino dal Torso di Francia.)

Nell'anno MCCLXXXI, del mese d'agosto, papa Niccola III degli Orsini pass di questa vita nella citt di Viterbo, onde lo re Carlo fu molto allegro, non perch'egli sapesse n avesse iscoperto il tradimento che messer Gianni di Procita avea menato col Paglialoco e col detto papa, ma sapea e avedeasi bene ch'egli in tutte cose gli era contrario, e grande sturbo avea messo nella sua impresa e passaggio di Gostantinopoli. Per la qual cosa trovandosi in Toscana quando mor il detto papa, incontanente fu a Viterbo per procacciare d'avere papa che fosse suo amico, e trov il collegio de' cardinali in grande disensione e partiti; che l'una parte erano i cardinali Orsini e loro seguaci, e voleano papa alloro volont, e tutti gli altri cardinali erano col re Carlo contrarii; e dur la tira e vacazione pi di V mesi. Essendo i cardinali rinchiusi e distretti per gli Viterbesi, alla fine nonn-avendo concordia, i Viterbesi, a petizione si disse del re Carlo, trassono tra 'l collegio de' cardinali messere Matteo Rosso e messere Giordano cardinali degli Orsini, i quali erano capo della loro setta, e villanamente furono messi in pregione; per la quale cosa gli altri cardinali s'accordarono d'eleggere e elessono papa messer Simone dal Torso di Francia cardinale, e fu chiamato papa Martino quarto; il quale fu di vile nazione, ma molto fu magnanimo e di grande cuore ne' fatti della Chiesa, ma per s propio e per suoi parenti nulla cuvidigia ebbe; e quando il fratello il venne a vedere papa, incontanente il rimand in Francia con piccoli doni e colle spese, dicendo che' beni erano della Chiesa e non suoi. Questi fu molto amico del re Carlo, e sedette papa tre anni, e uno mese, e XXVII d. Questi come fu fatto papa, fece conte di Romagna messer Gianni di Epa di Francia per trarne il conte Bertoldo degli Orsini, e scomunic Paglialoco imperadore di Gostantinopoli e tutti i Greci, perch non ubbidieno la Chiesa di Roma. Questo papa fece fare la rocca e' grandi palagi di Montefiascone, e l fece molto sua stanzia mentre fu papa; e pi altre cose furono al suo tempo, come innanzi faremo menzione. Per la sopradetta presura e villania che' Viterbesi feciono a' cardinali degli Orsini, mai la casa degli Orsini furono loro amici, ma corporali nimici; e vennonvi poi ad oste gli Orsini alle loro spese, ove consumarono molto del tesoro male aquistato per loro al tempo di papa Niccola terzo; s che ogni diritto alla fine Iddio rende per diversi modi. Lasceremo de' fatti della corte di Roma, e torneremo a nostra materia sopra il trattato di Cicilia.

"LIX"


(Come il re Piero d'Aragona giur e promise al Paglialoco e a' Ciciliani di venire in Cicilia e prendere la signoria.)

Nel detto anno MCCLXXXI il sopradetto messer Gianni di Procita cogli ambasciadori di Paglialoco arrivati in Catalogna la seconda volta, si richiesono il re Piero d'Araona, ch'egli s'allegasse col Paglialoco, e prendesse la signoria dell'isola di Cicilia, e cominciasse la guerra contra lo re Carlo, recandogli grande quantit di moneta perch cominciasse l'armata e impresa promessa di fare; e apresentategli nuove lettere del Paglialoco e quelle de' baroni di Cicilia, i quali aveano promesso, come ordinato era, di rubellare l'isola, e di dargli la signoria; della qual cosa il detto re Piero stette assai, innanzi chessi volesse diliberare di seguire e fare la 'mpresa promessa che prima avea fatta, dubitando e temendo della potenza del re Carlo e della Chiesa di Roma, e maggiormente per la morte di papa Niccola degli Orsini, del quale vivendo si rendea molto sicuro, sappiendo ch'egli nonn-era amico del re Carlo, e quasi per la detta cagione era tutto ismosso di fare la 'mpresa la quale avea promessa. Alla fine per le savie parole e indottive di messer Gianni, e rimproverandogli come quegli della casa di Francia aveano morto il suo avolo, e lo re Carlo il suo suocero re Manfredi, e Curradino nipote del detto Manfredi, e come di ragione di retaggio gli succedea il reame di Cicilia per la reina Gostanza sua moglie, e reda e figliuola del detto re Manfredi, e mostrandogli ancora come i Ciciliani il disideravano a signore, e prometteano di rubellare l'isola al re Carlo, e veggendo la molta moneta che gli mandava Paglialoco, il detto re Piero covidoso d'aquistare signoria e terra, come ardito e franco signore, giur da capo, e promise di seguire la detta impresa segretamente nelle mani degli ambasciadori del Paglialoco e di messere Gianni di Procita, comandando la credenza, e che tornassono in Cicilia a dare ordine alla rubellazione, quando fosse tempo e luogo, e egli avesse in mare la sua armata; e cos fu fatto.

"LX"


(Come il detto re d'Araona s'apparecchi di fare sua armata, e come il papa gliele mand difendendo.)

Lo re Piero di Raona com'ebbe fatto il saramento della sopradetta impresa, e ricevuta la moneta, la quale fu XXXm once d'oro, sanza maggiore quantit che gli promise il Paglialoco, venuto lui in Cicilia, fece di presente apparecchiare galee e navilio, e dando soldo a' cavalieri e marinari largamente; e diede boce e lev stendale d'andare sopra i Saracini. Divolgata la boce e la fama di suo apparecchiamento, il re Filippo di Francia, il quale avea avuto per moglie la serocchia del detto re d'Araona, mand allui suoi ambasciadori per sapere in che paese e sopra quali Saracini andasse, promettendoli aiuto di gente e di moneta; il quale re Piero non gli volle manifestare sua impresa, ma ch'egli di certo andava sopra i Saracini, il luogo e dove non volea manifestare, ma tosto si saprebbe per tutto il mondo; ma domandogli aiuto di libbre XLm di buoni tornesi, e lo re di Francia gliele mand incontanente. E conoscendo il re di Francia che il re Piero d'Araona era ardito e di gran cuore, ma, come Catalano, di natura fellone, e per la coperta risposta, mand addire incontanente, e per suoi ambasciadori il fece assapere al suo zio lo re Carlo in Puglia, ch'egli si prendesse guardia di sue terre. Lo re Carlo incontanente venne a corte a papa Martino, e fecegli assapere della 'mpresa del re d'Araona, e quello che il re Filippo di Francia gli aveva mandato addire; per la qual cosa il papa incontanente mand al re d'Araona suo ambasciadore uno savio uomo, frate Jacopo de' predicatori, per volere sapere in qual parte sopra i Saracini andasse, che volea pur sapere, per chella Chiesa gli volea dare aiuto e favore, e era impresa che molto toccava alla Chiesa; e oltre acci mandandogli comandando che non andasse sopra niuno fedele Cristiano. Il quale ambasciadore giunto in Catalogna, e disposta sua ambasciata, lo re ringrazi molto il papa della larga proferta, raccomandandosi allui; ma di sapere in qual parte andasse, al presente in nulla guisa il potea sapere; e sopra ci disse uno motto molto sospetto, che sell'una delle sue mani il manifestasse all'altra, ch'egli la taglierebbe. Non potendo l'ambasciadore del papa avere altra risposta, si torn in corte, e dispuose al papa e al re Carlo la risposta del re di Raona, la quale ispiacque assai a papa Martino. Lo re Carlo, ch'era di s grande cuore e teneasi s possente, poco o niente ne cur, ma per dispetto disse a papa Martino: "Non vi diss'io che Piero d'Araona era uno fellone briccone?". Ma non si ricord lo re Carlo del proverbio del comune popolo che dice: "Se t' detto "Tu hai meno il naso', ponviti la mano"; anzi si diede a non calere, e non si mise a sentire i trattati e tradimenti che si faceano in Cicilia per messer Gianni di Procita, e per gli altri baroni ciciliani; ma cui Idio vuole giudicare,  apparecchiato chi fa tosto l'esecuzione.

"LXI"


(Come e per che modo si rubell l'isola di Cicilia al re Carlo.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXII, illuned di Pasqua di Risoresso, che fu a d XXX di marzo, s come per messer Gianni di Procita era ordinato, tutti i baroni e' caporali che teneano mano al tradimento furono nella citt di Palermo a pasquare. E andandosi per gli Palermitani, uomini e femmine, per comune a cavallo e a pi alla festa di Monreale fuori della citt per tre miglia (e come v'andavano quelli di Palermo, cos v'andavano i Franceschi, e il capitano del re Carlo a diletto), avenne, come s'adoper per lo nimico di Dio, ch'uno Francesco per suo orgoglio prese una donna di Palermo per farle villania: ella cominciando a gridare, e la gente era tenera, e gi tutto il popolo commosso contra i Franceschi, per famigliari de' baroni dell'isola si cominci a difendere la donna, onde nacque grande battaglia tra' Franceschi e' Ciciliani, e furonne morti e fediti assai d'una parte e d'altra; ma il peggiore n'ebbono quegli di Palermo. Incontanente tutta la gente si ritrassono fuggendo alla citt, e gli uomini ad armarsi, gridando: "Muoiano i Franceschi!". Si raunavano in su la piazza, com'era ordinato per gli caporali del tradimento, e combattendo al castello il giustiziere che v'era per lo re, e lui preso e ucciso, e quanti Franceschi furono trovati nella citt furono morti per le case e nelle chiese, sanza misericordia niuna. E ci fatto, i detti baroni si partirono di Palermo, e ciascuno in sua terra e contrada feciono il somigliante, d'uccidere tutti i Franceschi ch'erano nell'isola, salvo che in Messina s'indugiarono alquanti d a ribellarsi; ma per mandato di quegli di Palermo, contando le loro miserie per una bella pistola, e ch'egli doveano amare libert e franchigia e fraternit colloro, sssi mossono i Missinesi a ribellazione, e poi feciono quello e peggio che' Palermitani contra' Franceschi. E trovarsene morti in Cicilia pi di IIIIm, e nullo non potea nullo scampare, tanto gli fosse amico, come amasse di perdere sua vita; e se l'avesse nascoso, convenia che 'l rassegnasse o uccidesse. Questa pestilenzia and per tutta l'isola, onde lo re Carlo e sua gente ricevettono grande dammaggio di persone e d'avere. Queste contrarie e ree novelle l'arcivescovo di Monreale incontanente le fece assapere al papa e al re Carlo per suoi messi.

"LXII"


(Come lo re Carlo si compianse alla Chiesa e al re di Francia e a tutti suoi amici e l'aiuto ch'ebbe dalloro.)

Nel detto tempo lo re Carlo era in corte col papa: com'ebbe la dolorosa novella della rubellazione di Cicilia, cruccioso molto nell'animo e ne' sembianti, e' disse: "Sire Iddio, dapoi t' piaciuto di farmi aversa la mia fortuna, piacciati che 'l mio calare sia a petitti passi". E incontanente fu a papa Martino e a' suoi cardinali, domandando loro aiuto e consiglio, i quali si dolfono assai collui insieme, e confortarono lo re che sanza indugio intendesse a raquisto, prima per via di pace, se potesse, e se non, per via di guerra, promettendogli ogni aiuto chella Chiesa potesse fare, spirituale e temporale, s come a figliuolo e campione di santa Chiesa. E fece il papa legato per andare in Cicilia a trattare l'accordo, e con molte lettere e processi, messer Gherardo da Parma cardinale, uomo di gran senno e bont, il quale si part di corte col re Carlo insieme, e andarne in Puglia. Per simile modo si pianse lo re Carlo per lettere e ambasciadori al re di Francia suo nipote, e mand a Carlo suo figliuolo prenze di Salerno, ch'era in Proenza, che 'ncontanente dovesse andare in Francia al re, e al conte d'Artese, e agli altri baroni a pregargli che 'l dovessono aiutare. Il quale prenze dal re di Francia fu ricevuto graziosamente, dogliendosi lo re collui della perdita del re Carlo, dicendo: "Io temo forte che questa ribellazione di Cicilia non sia fatta a sommossa del re d'Araona, per che quand'egli facea sua armata, e ch'io gli prestai libbre XLm di tornesi, e mandalo pregando mi facesse assapere ove e in che parte dovesse andare, nol mi volle manifestare; ma non port'io mai corona, s'egli avr fatta questa tradigione alla casa di Francia, s'io non ne fo alta vendetta". E ci attenne bene, ch'assai ne fece innanzi, s ch'egli ne mor con molta di sua baronia, come innanzi alluogo e a tempo ne faremo menzione. E di presente disse lo re al prenze, che ne tornasse in Puglia, e appresso di lui mand il conte di Lanzone della casa di Francia con pi altri conti e baroni e grande cavalleria alle spese del re di Francia per aiuto del re Carlo.

"LXIII"


(Come quegli di Palermo e gli altri Ciciliani mandarono a papa Martino loro ambasciadori.)

In questo tempo, parendo a quegli di Palermo e agli altri Ciciliani avere mal fatto, e sentendo l'apparecchiamento che il re Carlo facea per venire sopra loro, s mandarono loro ambasciadori frati e religiosi a papa Martino, dimandandogli misericordia, proponendo in loro ambasciata solamente: "Agnus Dei qui tollis peccata mundi, miserere nobis; Agnus Dei qui tollis peccata mundi, miserere nobis; Agnus Dei qui tollis peccata mundi, dona nobis pacem". E il papa in pieno concestoro fece loro questa risposta, sanza altre parole, che questo  scritto nel (Passio Domini): "Ave rex Iudeorum, et dabant ei alapam. Ave rex Iudearum, et dabant ei alapam. Ave rex Iudeorum, et dabant ei alapam". Onde si partirono molto sconsolati.

"LXIV"


(Dell'aiuto che 'l Comune di Firenze mand al re Carlo.)

Il Comune di Firenze mand in aiuto del re Carlo cinquanta cavalieri di corredo, e cinquanta donzelli gentili uomini di tutte le case di Firenze per farli cavalieri, e con loro compagnia furono Vc bene a cavallo e in arme, e loro capitano fu per lo Comune il conte Guido da Battifolle della casa de' conti Guidi, e giunsono a la Catona in Calavra, quando lo re v'era con sua oste e stuolo per valicare a Messina, onde lo re si tenne dal Comune di Firenze riccamente servito, e ricevette la detta cavalleria graziosamente; e molti di loro fece cavalieri, e servirlo mentre dimor a Messina alle spese del detto Comune. E portovvi il detto conte e capitano il padiglione grande del Comune di Firenze, il quale rimase alla partita da Messina, e' Missinesi il misono per ricordanza nella loro grande chiesa. E per simile modo molte citt di Toscana e di Lombardia mandarono aiuto di genti a lo re, ciascuno secondo suo podere.

"LXV"


(Come lo re Carlo si puose a oste a Messina per mare e per terra.)

Lo re Carlo ordinata sua oste a Napoli per andare in Cicilia, tutta sua cavalleria e gente a pi mand per terra in Calavra alla Catona incontra a Messina, il Faro in mezzo, e lo re n'and a Brandizio, ov'era in concio il suo navilio, il quale avea apparecchiato pi tempo dinanzi per passare in Gostantinopoli, e furono CXXX tra galee, e uscieri, e legni grossi, sanza gli altri legni di servigio, che furono in grande quantit; e di Brandizio s partirono col detto navilio, e giunse incontra Messina a d VI di luglio, gli anni di Cristo MCCLXXXII, e puosesi a campo da la parte di Tavermena a Santa Maria di Rocca Maiore; e poi ne venne a le Paliare, assai presso alla citt di Messina, e il navilio nel Fare incontro al porto. E fu lo re con pi di Vm uomini a cavallo tra Franceschi, e Provenzali, e Italiani, e popolo sanza numero. E ci veggendo i Missinesi impaurirono forte, veggendosi abandonati d'ogni salute, e la speranza del soccorso del re d'Araona pareva loro lunga e vana, s mandarono incontanente loro ambasciadori nel campo al re Carlo e al legato, pregandogli per Dio che perdonasse il loro misfatto, e avesse di loro misericordia, e mandasse per la terra. Lo re insuperbito nolli volle torre a misericordia, che di certo a queto avea la terra e poi tutta l'isola, per ch'erano i Missinesi e Ciciliani isproveduti, e non ordinati a difensione, n con nullo capitano; ma fellonescamente gli disfid lo re a morte loro e' loro figliuoli, siccome traditori della Chiesa di Roma e della corona, ch'elli si difendessono, s'avessono podere, e mai con patti gli venissono innanzi; onde lo re fall troppo apo Idio, e in suo danno; ma a cui Iddio vuole male gli toglie il senno. I Missinesi udendo la crudele risposta del re, non sapeano chessi fare, e per IIII d istettono in contesa tralloro d'arrendersi o di difendersi con grande paura.

"LXVI"


(Come la gente del re ebbono Melazzo, e come i Missinesi mandarono per lo legato per trattare accordo col re Carlo.)

Avenne in questa stanzia che lo re fece passare co suo' uscieri per lo Fare dinanzi a Messina il conte di Brenna e quello di Monforte con VIIIc cavalieri e pi pedoni, dall'altra parte di Messina verso Melazzo, guastando il paese d'intorno. Per la qual cosa certi di quegli di Messina venendo al soccorso di Melazzo, e per non lasciargli prendere terra, con que' di Melazzo insieme furono sconfitti dalla gente del re Carlo, e furonne morti presso di mille, tra di Messina e di Melazzo, chi alla battaglia, e molti traffelando, fuggendo verso Messina; e fu presa la terra e castello di Melazzo per la gente del re. E come i Missinesi ebbono la detta novella, incontanente mandarono nel campo al legato cardinale, che per Dio venisse in Messina per acconciargli col re Carlo. Il legato venuto, v'entr incontanente con grande buono volere per accordargli, e appresent le lettere del papa al Comune di Messina, per le quali gli mandava molto riprendendo della follia fatta per loro contro allo re Carlo e sua gente; e questa fu la forma: "A' perfidi e crudeli dell'isola di Cicilia, Martino papa terzo quelle salute che voi sete degni, siccome corrompitori di pace, e de' Cristiani ucciditori, e spargitori del sangue de' nostri fratelli. A voi comandiamo che vedute le nostre lettere, dobbiate rendere la terra al nostro figliuolo e campione Carlo re di Gerusalem e Cicilia per autorit di santa Chiesa, e che dobbiate lui e noi ubbidire, siccome vostro legittimo signore; e se ci non faceste, mettiamo voi scomunicati e interdetti secondo la divina ragione, anunziandovi giustizia spirituale". E lette le dette lettere per lo legato cardinale, s comand che sotto pena di scomunicazione, e d'esser privati d'ogni benificio di santa Chiesa si dovessono accordare col re, e rendergli la terra, e ubbidirlo come loro signore e campione di santa Chiesa; e 'l detto legato con savie parole amonendogli e consigliandogli che ci dovessono fare per lo loro migliore; per la qual cosa i Missinesi elessono XXX buoni uomini della citt a trattare l'accordo col legato, e vennero a volere questi patti, cio: "Chello re ci perdoni ogni misfatto, e noi gli renderemo la terra dandogli per anno quello che' nostri antichi davano al re Guiglielmo; e volemo signoria latina, e non Franceschi n Provenzali, e sarello obbedienti e buoni fedeli". I quali patti il legato mand dicendo al re per lo suo camerlingo, pregandolo per Dio dovesse loro perdonare e prendere i detti patti, per che da poi saranno indurati e messisi alla difensione, ogni d peggiorrebbe patti; ma avendo egli la terra con volont de' cittadini medesimi, ogni d gli potrebbe allargare: ed era sano e buono consiglio. Come lo re ebbe la detta risposta s'adir forte, e disse fellonosamente: "I nostri suditi che contro a noi hanno servita morte domandano patti, e voglionne torre la signoria, e vogliommi rendere censo all'uso del re Guiglielmo, che quasi nonn-avea niente; non ne farei nulla; ma dapoi che al legato piacce, io perdoner loro in questo modo, ch'io voglio di loro VIIIc stadichi quali io vorr, e farne mia volont, e tenendo da me quella signoria che amme piacer, s come loro signore, pagando quelle colte e dogane che sono usati; e se questo vogliono fare, s 'l prendano, e se non, sssi difendano". La qual risposta fu molto biasimata da' savi; che sello re non gli avea voluti prendere a' primi patti, quando si puose all'asedio, ch'erano per lui pi larghi e onorevoli, a' secondi fece fallo del doppio, e non consider gli avenimenti e casi fortunosi ch'agli assedi delle terre possono avenire, e che avennero allui, come innanzi faremo menzione: onde fu esemplo, e sar sempre a quegli che saranno, di prendere i patti chessi possono avere da' nemici, potendo avere la terra assediata. Ma cui vince il peccato universale della superbia e dell'ira in nullo caso pu prendere buono consiglio.

"LXVII"


(Come si ruppe il trattato dell'acordo ch'avea menato il legato dal re Carlo a' Messinesi.)

Come i lettori di Messina ebbono l'acerba risposta dal legato, che lo re avea fatta al suo camerlingo, i detti XXX buoni uomini raunarono il popolo, e feciolla loro manifesta, onde tutti come disperati gridando: "In prima mangiamo i nostri figliuoli, che a questi patti ci arendiamo; che ciascuno di noi sarebbe di quegli VIIIc ch'egli domanda: innanzi volemo tutti morire dentro alla citt nostra, colle mogli nostre e co' figliuoli, ch'andare morendo per tormenti e pregioni in istrani paesi". Come il legato vide i Missinesi cos male disposti a rendersi a lo re Carlo, fu molto cruccioso, e innanzi si partisse gli pronunzi scomunicati e interdetti, e comand a tutti i cherici che infra 'l terzo d si dovessono partire della terra, e protest al Comune che infra i XL d dovessono mandare per sofficiente sindaco a comparire dinanzi al papa, e ubbidire e udire sentenzia, e partissi della terra molto turbato.

"LXVIII"


(Come Messina fu combattuta dalla gente del re Carlo, e come si difesono.)

Come il cardinale fu tornato nell'oste, i pi de' maggiori dell'oste ne furono molto crucciosi, perch parea loro il migliore e il pi senno ad avere presa la terra ad ogni patto; ma lo re Carlo era s temuto, che nullo gli ardiva a dire nulla pi ch'allui piacesse. Ma tegnendo lo re consiglio di quello ch'avesse affare, i pi de' conti e baroni consigliaro che dapoi ch'egli nonn-avea voluta la terra a patti, ch'ella si combattesse aspramente da pi parti, e spezialmente dall'una parte chella terra nonn-avea muro, ma eravi barrata di botti e altro legname; e assai era possibile di poterla vincere per battaglia, che cominciandovisi uno badalucco, i nostri Fiorentini aveano gi vinte le sbarre e entrati dentro alquanti; e se que' dell'oste avessono seguito, s'avea la terra per forza. Ma sappiendolo il re Carlo, fece suonare le trombe alla ritratta, e disse che non volea guastare sua villa, onde avea grande rendita, n uccidere i fantini, ch'erano innocenti, ma che la voleva per affanno d'edificii, e per assedio aseccargli di vivanda, vincere. Ma non fece ragione di quello che potea avenire nel lungo assedio, e bene gli avenne. Ma al fallo della guerra incontanente v' la disciplina e penitenzia apparecchiata. Per lo detto modo stette lo re con sua oste intorno a Messina da due mesi, e dando la sua gente alcuna battaglia dalla parte ove nonn-era murata, i Missinesi colle loro donne, le migliori e maggiori della terra, e con loro figliuoli piccioli e grandi, subitamente in tre d feciono il detto muro, e ripararono francamente agli asalti de' Franceschi. E allora si fece una canzonetta che disse:

Deh, com'egli  gran pietade
Delle donne di Messina,
Veggendole scapigliate
Portando pietre e calcina.
Iddio gli dea briga e travaglia,
A chi Messina vuole guastare etc.

Lasceremo alquanto dell'asedio di Messina, e diremo quello che fece Piero d'Araona con sua armata.

"LXIX"


(Come lo re Piero d'Araona si part di Catalogna e venne in Cicilia, e come fu fatto e coronato re da' Ciciliani.)

Nel detto anno MCCLXXXII, del mese di luglio, lo re Piero d'Araona colla sua armata si part di Catalogna, e furono L galee e con VIIIc cavalieri e altri legni di carico assai, della quale armata fece suo amiraglio uno valente cavaliere di Calavra, ribello del re Carlo, il quale avea nome messer Ruggieri di Loria, e arriv in Barberia nel reame di Tunisi, e a la infinta si puose ad assedio ad una terra chessi chiamava Ancalle per attendere novelle di Cicilia, e a quella diede alcuna battaglia, e stettonvi XV giorni. E in quella stanza, s come era ordinato, vennero allui con messer Gianni di Procita ambasciadori di Messina e sindachi con pieno mandato di tutte le terre di Cicilia, a pregarlo ch'egli prendesse la signoria, e s'avacciasse di venire nell'isola per soccorrere la citt di Messina, la quale dal re Carlo e da sua oste era molto stretta. Lo re Piero udendo la gente e la potenza del re Carlo, e che la sua a comparazione era niente, alquanto temette; ma per lo conforto e consiglio di messer Gianni, e veggendo che tutta l'isola era per fare le sue comandamenta, e aveano tanto misfatto al re Carlo, che di loro si potea bene sicurare, s rispuose ch'egli era apparecchiato del venire e del soccorrere Messina. E incontanente si lev da oste da Ancolle, e ricolsesi a galee, e misesi in mare, e arriv alla citt di Trapali all'entrante d'agosto. E come giunse a Trapali, per messere Gianni di Procita e per gli altri baroni di Cicilia fu consigliato che sanza soggiorno cavalcasse a Palermo, e 'l navilio mandasse per mare; e a Palermo saputo novelle dell'oste del re Carlo e dello stato di Messina, prenderebbono consiglio. E cos fu fatto, che a d X d'agosto lo re Piero giunse nella citt di Palermo, e da' Palermitani fu ricevuto a grande onore e processione s come loro signore, e credendo scampare da morte per lo suo aiuto; e a grido di popolo il feciono loro re, salvo che non fu coronato per l'arcivescovo di Monreale, come si costumava per gli altri re, per che s'era partito e itosene al papa; ma coronollo il vescovo di Cefal d'una picciola terra di Cicilia, ch'era rubello del re Carlo.

"LXX"


(Del parlamento che 'l re d'Araona tenne in Palermo per soccorrere la citt di Messina.)

Quando il re Piero fu coronato in Palermo, fece grande parlamento sopra ci ch'avesse affare, ove furono tutti i baroni dell'isola. I baroni veggendo il picciolo podere del re d'Araona apo la grande potenzia del re Carlo, s furono molto isbigottiti, e feciono di loro parlatore messer Palmieri Abati, il quale ringrazi molto lo re di sua venuta, e chella sua promessa era venuta bene fornita, se fosse venuto con pi gente d'arme, per chello re Carlo avea pi di Vm cavalieri e popolo infinito, e temiamo che Messina non sia gi renduta, s era stretta di vivanda; e consigliava chessi raunasse gente, e si richiedessono gli amici di tutte parti, sicch l'altre citt e terre dell'isola si potessono difendere. Come il re Piero intese il consiglio de' baroni di Cicilia, ebbe grande dottanza, e parvegli esser in mal luogo, e pens di partirsi dell'isola, se il re Carlo o sua gente venisse verso Palermo. Avenne che stando quello parlamento, al re d'Araona venne da Messina una saettia armata con lettere, nelle quali si contenea che Messina era s stretta di vivanda, che non si potea tenere pi di VIII giorni, e che gli piacesse di soccorrergli; se non, slli convenia di necessit arendere al re Carlo. Come lo re Piero ebbe le dette novelle, le mostr a' baroni, e domand consiglio. Levossi messer Gualtieri di Catalagirona, e disse che per Dio si soccorresse Messina, che s'ella si perdesse, tutta l'isola e eglino tutti erano in grande pericolo e aventura; e pareali che 'l re Piero con tutta sua gente cavalcasse verso Messina pressovi a L miglia, per avventura lo re Carlo si lever da oste. Messer Gianni di Procita si lev, e poi disse chello re Carlo nonn-era garzone chessi movesse per lieva lieva, "ma colla buona e grande cavalleria ch'ha seco ci verrebbe incontro per la battaglia; ma parmi che il nostro re gli mandi suoi messaggi a dirgli ch'egli si parta di sua terra, la quale gli scade per retaggio di sua mogliera, e fugli confermata per la Chiesa di Roma per papa Niccola terzo degli Orsini; e se ci non vuole fare, il disfidi. Ci fatto, incontanente si mettessono in concio tutte le galee sottili, e che l'amiraglio andasse su per lo Fare, prendendo trite e ogni legno di carico ch'a l'oste portasse vittuaglia, e per questo modo con poco rischio e fatica asseccheremo il re Carlo, e sua oste converr si parta dall'asedio; e se rimane in terra, egli e sua gente morranno di fame". Incontanente per lo re e per tutti i baroni fu preso il consiglio di messere Gianni, e furono mandati due cavalieri catalani con lettere e coll'ambasciata assai oltraggiosa e villana, e questa fu la forma della lettera.

"LXXI"


(La lettera che 'l re d'Araona mand al re Carlo.)

"Piero d'Araona e di Cicilia re, a te Carlo re di Gerusalem e di Proenza conte.

Significhiamo a te il nostro avenimento nell'isola di Cicilia, siccome nostro giudicato reame per l'autorit di santa Chiesa, e di messer lo papa, e de' venerabili cardinali, e per comandiamo a te che, veduta questa lettera, ti debbi levare dell'isola di Cicilia con tutto tuo podere e gente, sappiendo che se nol facessi, i nostri cavalieri e fedeli vedresti di presente in vostro dammaggio, offendendo voi e vostra gente".

"LXXII"


(Come lo re Carlo tenne suo consiglio, e rispuose al re d'Araona per sua lettera.)

Come i detti ambasciadori furono nel campo e oste del re Carlo, e date loro lettere, e sposta l'ambasciata al re Carlo e a tutti suoi baroni, tennero sopra ci consiglio, e parve uno grande orgoglio e dispetto quello che 'l re d'Aragona avea mandato a dire al maggiore o de' maggiori re de' Cristiani, e egli era di s piccolo affare; e queste parole furono del conte di Monforte, dicendo che contro allui si volea fare gran vendetta. Il conte di Brettagna consigli che il re Carlo gli rispondesse per sua lettera, comandandogli che sgombrasse l'isola, appellandolo come traditore, e disfidandolo; e cos fu preso di fare. E la somma della lettera la quale mand il re Carlo fu in questa forma.

"LXXIII"


(Come lo re Carlo rispuose per sua lettera al re d'Araona.)

"Carlo per la Dio grazia di Gerusalem e di Cicilia re, prenze di Capova, d'Angi e di Folcalchieri e di Proenza conte, a te Piero d'Aragona re, e di Valenza conte.

Maravigliamo molto come fosti ardito di venire in su il reame di Cicilia, giudicato nostro per l'autorit di santa Chiesa di Roma; e per ti comandiamo che, veduta questa lettera, ti debbi partire del reame nostro di Cicilia, s come malvagio traditore d'Iddio e di santa Chiesa; e se ci non facessi, disfidianti siccome nostro nemico e traditore, e di presente ci vedrete venire in vostro dammaggio, per che disideriamo di vedere voi e vostra gente colle nostre forze".

"LXXIV"


(Come il re d'Araona mand il suo amiraglio per prendere il navilio del re Carlo.)

Come al re d'Aragona furono per gli suoi ambasciadori apresentate le dette lettere, e disposta l'ambasciata e risposta del re Carlo, incontanente fu a consiglio per prendere partito di quello ch'avesse affare. Allora si lev messer Gianni di Procita, e disse: "Signore nostro, com'io t'ho detto altra volta, per Dio, manda l'amiraglio tosto colle tue galee a la bocca del Fare, e fa' prendere il navilio che porta la vivanda all'oste, e avrai vinta la guerra; e se il re Carlo si mette a stare, rimarr preso e morto con tutta sua gente". Il consiglio di messer Gianni fu preso, e messer Ruggieri di Loria amiraglio, uomo di grande ardire e valore, e il pi bene aventuroso in battaglie in terra e in mare che fosse mai di suo essere, come innanzi faremo menzione in pi parti, s'apparecchi con LX galee sottili armate di Catalani e Ciciliani. Queste cose sent una spia di messer Aringhino da Mare di Genova amiraglio del re Carlo, e incontanente con una saettia armata venne a Messina, e anunzi al detto amiraglio la venuta dell'armata del re d'Araona. Incontanente messer Aringhino fu al re Carlo e al suo consiglio, e disse: "Per Dio, sanza indugio pensiamo di passare colla nostra gente in Calavra, ch'i' ho novelle vere come l'amiraglio del re d'Araona viene qua di presente con sue galee armate; e io nonn-ho galee armate da battaglia, ma legni di mestieri, e disarmati; se non ci partiano, egli prender e arder tutto nostro navilio sanza nullo riparo, e tu re con tutta tua gente perirai per difalta di vittuaglia; e ci fia intra tre giorni, secondo m'aporta la mia vera spia: e per non si vuole punto di dimoro, per che ancora ci viene adosso il verno, e in Calavra nonn-ha porti vernerecci, tutti i legni con tua gente potrebbono perire a le piagge, s'avessono uno tempo contrario".

"LXXV"


(Come allo re Carlo convenne per necessit partire dall'asedio di Messina, e tornossene nel Regno.)

Quando il re Carlo ud questo, isbigott forte, che mai per pericolo di battaglia n per altra aversit non avea avuto paura, e sospirando disse: "Volesse Idio ch'io fossi morto, dapoi chella fortuna m' cos contraria, ch'ho perduta mia terra avendo tanta potenzia di gente in mare e in terra; e non so perch m' tolta da gente ch'io mai non diserv; e molto mi doglio, ch'io non presi Messina con patti ch'io la potei avere. Ma da che altro non posso", con grande dolore disse, "levisi l'oste, e passiamo; e chi m'avr colpa di questo tradimento, o cherico o laico, ne far grande vendetta". E il primo giorno fece passare la reina con ogni gente di mestiere e con parte degli arnesi dell'oste; il secondo d pass il re con tutta sua gente, salvo ch'a cautela di guerra lasci in aguato di fuori da Messina due capitani con MM cavalieri, affine che levata l'oste, se quegli di Messina uscissono fuori per guadagnare della roba del campo, venissono loro adosso e entrassono nella terra; e se fatto venisse, ritornerebbe il re con sua gente incontanente. L'ordine fu bene fatto, e cos fu bene contrapensato, che' Missinesi iscopersono il guato, e comandarono sotto pena della vita che nullo uscisse fuori della citt; e cos fu fatto. I Franceschi ch'erano rimasi in aguato, veggendosi scoperti, procacciarono di passare, e vennorne il terzo d a lo re in Calavra, e dissono come il suo aviso era loro fallito; onde al re Carlo radoppi il dolore, perch alcuna speranza n'avea. E cos fu partita tutta l'oste da Messina, e diliberata la citt ch'era in ultima stremit di vivanda, che non avea che vivere tre giorni, a d XXVII di settembre, gli anni di Cristo MCCLXXXII. Il seguente d giunse l'amiraglio del re d'Araona con sua armata su per lo Fare di Messina menando grande gazzarra e trionfo, e prese XXVIIII tra galee grosse e trite, intralle quali furono V galee del Comune di Pisa, ch'erano al servigio del re Carlo. E poi vegnendo alla Catona e a Reggio in Calavra, il detto amiraglio fece mettere fuoco e ardere da LXXX uscieri del re Carlo, ch'erano alle piagge disarmati, e questo vide il re Carlo e sua gente sanza potergli soccorrere, onde gli radoppi il dolore. E avendo il re Carlo una bacchetta in mano, com'era sua usanza di portare, per cruccio la cominci a rodere, e disse: "Ai Dius, molt m'aves sofert a sormonter; gie t'en pri che l'avallee soit tut bellamant". E cos si mostra che senno umano n forza di gente non ha riparo al giudicio d'Iddio. Come lo re Carlo fu passato in Calavra, diede commiato a tutti gli suoi baroni e amici, e molto doloroso si ritorn a Napoli. Lo re Piero d'Araona avuta la novella della partita del re Carlo e di sua oste da Messina, e come il suo amiraglio avea operato, fu molto allegro; e di presente si part da Palermo con tutti i baroni e cavalieri, e venne a Messina a d X d'ottobre della detta indizione, e da' Missinesi, uomini e donne, fu ricevuto a grande processione e festa, siccome loro novello signore, e che gli avea liberati delle mani del re Carlo e de' suoi Franceschi. Lasceremo alquanto dello stato in che rimase l'isola di Cicilia, e lo Regno di qua dal Fare, e direno della progenia del detto re di Raona, perch sguita materia grande de' suoi fatti e de' suoi figliuoli.

"LXXVI"


(Chi fu il primo re d'Araona cristiano.)

Quelli della casa d'Araona non furono anticamente di legnaggio reale, ma grandi conti furono, cio conte di Barzellona e di Valenza; e come dicemmo addietro, l'antico loro, ci fu il conte Anfuso, fu sconfitto e morto da' Franceschi a l'oste a Carcasciona al tempo del re Filippo il Bornio re di Francia. E dicesi ch'anticamente quelli d'Araona furono d'uno legnaggio col conte di Tolosa e del buono conte Ramondo di Proenza; ma poi il buono conte Giammo figliuolo del detto Anfus e padre che fu del re Piero che prese Cicilia, onde tanto avemo parlato, per sua prodezza e valore prese sopra i Saracini di Spagna il reame d'Araona, e uccise il loro re, e del loro reame si coron, e popol de' suoi Catalani, e fecelo uno colla Catalogna, e fu egli e sue rede confermato re d'Araona per la Chiesa di Roma. E poi appresso per simile modo conquist sopra i Saracini il reame e l'isola di Maiolica e di Minorica, e per avere pace co' Franceschi diede la figliuola per moglie al re Filippo, figliuolo che fu del buono re Luis di Francia, e in dote parte della signoria di Perpignano e di Monpulieri. E quando venne a morte, lo 'nfante Piero suo primo figliuolo fece e lasci re d'Araona, e Giammo il secondo figliuolo re di Maiolica, onde poi sono discesi valenti re e signori, come innanzi faremo menzione. E la loro arme principale  oro e fiamma, cio addogata per lungo ad oro e vermiglia, le bande di fuori ad oro. Lasceremo di quegli d'Araona e della rubellazione di Cicilia infino che luogo e tempo verr di ci parlare, e torneremo a nostra materia de' fatti di Firenze, e raccontando in brieve dell'altre novit notevoli per l'universo mondo avenute in questi tempi.

"LXXVII"


(Come i Lucchesi arsono e guastarono la terra di Pescia.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXI i Lucchesi arsono e guastarono tutto il castello e terra di Pescia in Valdinievole, perch teneano parte d'imperio e ghibellina, e non voleano ubbidire n stare sotto la signoria della citt di Lucca; e alla detta oste vi furono i Fiorentini molto grossi in servigio de' Lucchesi. E perch i Fiorentini s'intramisono nella detta oste d'accordo da' Lucchesi a que' di Pescia, quando l'oste torn in Lucca, a' Fiorentini fu fatta e detta villania dal popolo di Lucca.

"LXXVIII"


(Come Ridolfo eletto imperadore mand suo vicario in Toscana.)

Nel detto anno MCCLXXXI Ridolfo re de' Romani essendo in Alamagna a richiesta e priego de' Ghibellini di Toscana, mand nella detta Toscana per suo vicario messer..... conte di..... d'Alamagna con IIIc cavalieri, acci che' Toscani facessono la sua fedelt e comandamenti; ma non trov nulla terra che 'l volesse ubbidire, se non la citt di Pisa e Samminiato del Tedesco. E nel detto Samminiato colle sue masnade, e col favore de' Pisani cominci guerra a' Fiorentini, e a' Lucchesi, e ad altre terre guelfe d'intorno; ma alla fine per poco podere e sguito s'aconci co' Fiorentini e cogli altri Guelfi di Toscana, e tornossi in Alamagna.

"LXXIX"


(Come di prima si cri l'uficio de' priori in Firenze.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXII, essendo la citt di Firenze al governamento dell'ordine di XIIII buoni uomini, come avea lasciato il cardinale Latino, ci erano VIII Guelfi e VI Ghibellini, come addietro facemmo menzione, parendo a' cittadini il detto uficio de' XIIII uno grande volume e confusione, ad accordare tanti divisati animi a uno, e massimamente perch a' Guelfi non piacea la consorteria nell'uficio co' Ghibellini per le novitadi ch'erano gi nate, siccome della perdita che 'l re Carlo avea gi fatta dell'isola di Cicilia, e della venuta in Toscana del vicario dello 'mperio, e s per guerre cominciate in Romagna per lo conte di Montefeltro per gli Ghibellini, per iscampo e salute della citt di Firenze s annullarono il detto uficio de' XIIII, e si cre e fece nuovo uficio e signoria al governo della detta citt di Firenze, il quale si chiamarono priori dell'arti; il quale nome priori dell'arti viene a dire i primi eletti sopra gli altri; e fu tratto del santo Vangelio, ove Cristo disse a' suoi discepoli: "Vos estis prior". E questo trovato e movimento si cominci per li consoli e consiglio dell'arte di Calimala, de la quale erano i pi savi e possenti cittadini di Firenze, e del maggiore sguito, grandi e popolani, i quali intendeano a procaccio di mercatantia ispezialmente, che i pi amavano parte guelfa e di santa Chiesa. E' primi priori dell'arti furono tre, i nomi de' quali furono questi: Bartolo di messer Jacopo de' Bardi per lo sesto d'Oltrarno e per l'arte di Calimala; Rosso Bacherelli per lo sesto di San Piero Scheraggio per l'arte de' cambiatori; Salvi del Chiaro Girolami per lo sesto di San Brancazio e per l'arte della lana. E cominciarono il loro officio in mezzo giugno del detto anno, e dur per due mesi infino a mezzo agosto, e cos doveano seguire di due in due mesi per le dette tre maggiori arti tre priori. E furono rinchiusi per dare audienza, e a dormire e a mangiare alle spese del Comune nella casa della Badia, dove anticamente, come avemo detto addietro, si raunavano gli anziani al tempo del popolo vecchio, e poi i XIIII. E fu ordinato a' detti priori VI berrovieri e VI messi per richiedere i cittadini; e questi priori col capitano del popolo aveano a governare le grandi e gravi cose del Comune, e raunare e fare i consigli e le provisioni. E stando i detti due mesi, a' cittadini piacque l'uficio; e per gli altri due mesi seguenti ne chiamarono VI, uno per sesto, e agiunsono alle dette tre maggiori arti l'arte de' medici e speziali, e l'arte di porte Sante Marie, e quella de' vaiai e pillicciai. Poi di tempo in tempo vi furono aggiunte tutte l'altre infino alle XII maggiori arti; ed eranvi de' grandi come de' popolani uomini grandi di buona fama e opere, e che fossono artefici o mercatanti. E cos segu infino chessi fece il secondo popolo in Firenze, siccome innanzi al tempo debito fairemo menzione. D'allora innanzi non vi fu niuno grande; ma fuvi arroto il gonfaloniere della giustizia, e talora furono XII priori secondo le mutazioni dello stato della citt e opportuni bisogni che occorressono, e del numero di tutte e XXI arti, e di quegli che non erano artefici, essendo stati artefici i loro anticessori. La lezione del detto uficio si facea per gli priori vecchi colle capitudini delle XII arti maggiori, e con certi arroti ch'alleggiano i priori per ciascuno sesto, andando a squittino segreto, e quale pi boci avea, quegli era fatto priore; e questa elezione si facea nella chiesa di San Piero Scheraggio, e 'l capitano del popolo stava allo 'ncontro della detta chiesa nelle case che furono de' Tizzoni. Avenne tanto detto del cominciamento di questo officio de' priori, perch molte e grandi mutazioni ne seguirono alla citt di Firenze, come innanzi per gli tempi faremo menzione. Lasceremo di dire al presente alquanto de' fatti di Firenze, e diremo d'altre novitadi che furono in questi tempi.

"LXXX"


(Come papa Martino mand messer Gianni d'Epa conte in Romagna, e come prese la citt di Faenza, e assedio Forl.)

Nel detto anno MCCLXXXII, essendo il conte Guido da Montefeltro colla forza de' Ghibellini entrato in Romagna, e' gran parte delle terre fece ribellare alla Chiesa, s come quegli ch'era il pi sagace e il pi sottile uomo di guerra che al suo tempo fosse in Italia. Per la qual cosa papa Martino rimosse messer Bertoldo Orsini che n'era conte e rettore per la Chiesa, e mandvi messer Gianni d'Epa, gentile uomo di Francia, e molto provato cavaliere in arme, e tenuto uno de' migliori battaglieri di Francia; e portava in sue arme il campo verde e gli aguglini ad oro. Il quale messer Gianni d'Epa il detto papa per la Chiesa il fece conte, e con grande cavalleria di soldati per la Chiesa, Franceschi e Italiani, entr in Romagna; e i Perugini vi mandarono al loro soldo C cavalieri; al quale fu data per tradimento e moneta la citt di Faenza per Tribaldello de' Manfredi de' maggiori di quella terra. Poi il detto messer Gianni d'Epa colle masnade della Chiesa, e coll'aiuto de' Bolognesi, e con CC cavalieri che vi mand il Comune di Firenze in servigio della Chiesa, e colla forza de' Malatesti da Rimino e di quegli da Polenta di Ravenna assediarono la citt di Forl, ma nolla poterono avere.

"LXXXI"


(Come messere Gianni d'Epa conte di Romagna fu sconfitto a Forl dal conte da Montefeltro.)

Nel detto tempo, stando il detto messer Gianni d'Epa conte di Romagna in Faenza, e facea guerra alla citt di Forl, cerc trattato d'avere per tradimento la detta terra; il qual trattato il conte Guido da Montefeltro, che n'era signore, fece muovere e cercare, come quegli che n'era mastro di guerra e de' trattati, e conosceva la follia de' Franceschi. Alla fine, il d di calen di maggio, gli anni di Cristo MCCLXXXII, il detto messer Gianni con sua gente la mattina per tempo anzi giorno venne alla citt di Forl, credendolasi avere; e come per lo conte da Montefeltro era ordinato, gli fu data l'entrata d'una porta, il quale v'entr con parte di sua gente, e parte ne lasci di fuori con ordine, che a ogni bisogno soccorressono a que' d'entro, e se caso contrario avenisse, si ramassassono tutta sua gente in uno campo sotto una grande quercia. I Franceschi ch'entrarono in Forl corsono la terra sanza contasto niuno; e 'l conte da Montefeltro, che sapea tutto il trattato, con sue genti se n'usc fuori della terra; e dissesi per agurio e consiglio d'uno Guido Bonatti ricopritore di tetti, chessi facea astrolago, overo per altra arte, il conte da Montefeltro si reggea e davagli le mosse; e alla detta impresa gli diede il gonfalone, e disse: "In tale punto l'hai che, mentre se ne terr pezzo, ove il porterai sarai vittorioso"; ma pi tosto credo chelle sue vittorie fossero per lo suo senno e maestria di guerra; e come avea ordinato, e' percosse a quelli di fuori ch'erano rimasi all'albero, e miseli in rotta. Quelli ch'entrarono dentro, credendosi avere la terra, aveano fatta la ruberia e prese le case; come ordinato fu per lo conte da Montefeltro, fu alla maggiore parte di loro tolti i freni elle selle de' cavagli da' cittadini; e incontanente il detto conte con parte di sua gente da una delle porte rientr in Forl e corse la terra, e parte di sua cavalleria e genti a pi lasci sotto la quercia schierati, com'era l'ordine e postura de' Franceschi. Messer Gianni d'Epa e' suoi veggendosi cos guidati, credendosi avere vinta la terra, si tennero morti e traditi, e chi poto ricoverare a suo cavallo si fugg della terra, e andonne all'albero di fuori credendovi trovare la loro gente; e l andando, erano da' loro nimici o presi o morti, e simile quegli ch'erano rimasi nella terra, onde i Franceschi e la gente della Chiesa ricevettono grande sconfitta e dannaggio, e morirvi molti buoni cavalieri franceschi e de' Latini caporali, intra gli altri il conte Taddeo da Montefeltro cugino del conte Guido, il quale per quistioni de' suoi eretaggi tenea colla Chiesa contro al detto conte Guido; e morivvi Tribaldello de' Manfredi ch'avea tradita Faenza, e pi altri; ma il conte di Romagna, messer Gianni d'Epa, pure scamp con certi della detta sconfitta, e tornossi in Faenza.

"LXXXII"


(Come Forl s'arrend alla Chiesa, e fu accordo in Romagna.)

Come papa Martino seppe la detta sconfitta di Forl, s mand al conte di Romagna gente assai a cavallo e a pi al soldo della Chiesa, faccendo guerra a Forl; e in questa istanzia, a mezzo marzo vegnente MCCLXXXII, il detto conte ebbe per tradimento la citt di Cervia in Romagna, per XVIm fiorini d'oro che se ne spesono per la Chiesa. Per la qual cosa per trattato d'accordo quegli di Forl s'arrenderono alla Chiesa del mese di maggio MCCLXXXIII a patti, salvi l'avere e le persone, mandandone fuori il conte Guido da Montefeltro, e disfaccendosi le fortezze della terra; e quasi tutta Romagna fu all'ubidienza della Chiesa. E poi il detto conte da Montefeltro con sue masnade partito da Forl, si ridusse nel castello di Meldola, faccendo grande guerra; per la qual cosa il conte di Romagna con tutte le masnade della Chiesa v'and ad oste del mese di luglio, e stettervi V mesi, e nolla potero avere. In quella stanzia dell'asedio di Meldola venne fatta a messer Gianni d'Epa una presta e notabile cavalleria, ch'egli avea in usanza ogni giorno in sulla terza, egli con poca compagnia e quasi disarmato, andava intorno al castello proveggendo; uno valente uomo uscito di Firenze, il quale era dentro, ch'avea nome Baldo da Montespertoli, s pens d'uccidere messer Gianni d'Epa, e armossi di tutte armi a cavallo, e a corsa coll'elmo in capo e colla lancia abassata si mosse per fedire messer Gianni, il quale s'avide della venuta del cavaliere, ma per non si mosse, ma attese; e come s'apress, diede del bastone che portava in mano nella lancia del giostratore e levollasi da dosso, e passando oltre, il prese a braccia, e levollo della sella del cavallo in terra, e di sua mano col suo spuntone l'uccise; e cos quegli che credea uccidere, da colui medesimo fu morto. Lasceremo de' fatti di Romagna, e direno d'altre novitadi che furono per l'universo mondo ne' detti tempi, che nel detto anno ne furono assai.

"LXXXIII"


(Come il re d'Erminia con grande gente di Tarteri fu sconfitto alla Cammella in Soria dal soldano d'Egitto.)

Nel detto anno MCCLXXXII, lo re d'Erminia essendo andato al grande Cane de' Tartari per soccorso e aiuto contro a' Saracini loro nemici, li diede uno suo nipote, ch'ave' nome Mangodamor, con XXXm Tarteri a cavallo, il quale venne in Soria col detto re d'Erminia, ove s'accozzarono co' Cristiani dinanzi alla citt de Hames, detta oggi la Camelle, ov'era ad assedio il soldano d'Egitto con grandissimo esercito di Saracini. E congiunte le dette osti, grande e pericolosa battaglia fu tra l'una parte e l'altra; ed avendo a la prima i Cristiani co' Tartari insieme quasi la vittoria sopra i Saracini, il detto Mangodamor, corrotto per danari da' Saracini, us tradimento contro a' Cristiani in questo modo: che quand'elli vide che' Saracini erano messi in isconfitta, Mangodamor capitano de' Tartari ismont da cavallo, onde tutti i suoi Tartari, com' loro usanza, ismontarono quando vidono ismontato loro signore; per la qual cosa il soldano, com'era ordinato, raccolse sue genti, e ricover il campo, e sconfisse i Cristiani con grandissimo danno di loro, e tutte le terre della Soria ch'avea perdute si riprese. Ma tornando i Tartari che scamparono di quella sconfitta ad Abaga gran Cane, tutti i caporali fece uccidere, e agli altri comand che sempre andassono vestiti come femmine per loro dirisione, e cos feciono a sua vita.

"LXXXIV"


(Come si cominci la guerra da' Genovesi a' Pisani.)

In questi tempi la citt di Pisa era in grande e nobile stato de' grandi e possenti cittadini pi d'Italia, e erano in accordo e unit, e manteneano grande stato, che v'era cittadino il giudice di Gallura, il conte Ugolino, il conte Fazio, il conte Nieri, il conte Anselmo; il giudice d'Alborea n'era cittadino; e ciascuno per s tenea gran corte. E con molti cittadini e cavalieri affiati cavalcavano ciascuno per la terra; e per la loro grandezza erano signori di Sardigna, e di Corsica, e d'Elba, onde aveano grandissime rendite in propio e per lo Comune; e quasi dominavano il mare colloro legni e mercatantie; e oltremare nella citt d'Acri erano molto grandi, e con molti parentadi con grandi borgesi d'Acri. Per la qual cosa avendo per pi tempo dinanzi avuta gara colloro vicini Genovesi per la signoria di Sardigna, e quasi in mare gli aveano come femmine, e in ogni parte gli soperchiavano, e in Acri gli oltraggiarono molto i Pisani, e colla forza de' loro parenti borgesi d'Acri disfeciono per battaglia e per fuoco la ruga de' Genovesi d'Acri, e cacciargli della terra. Per la qual cosa i Genovesi veggendosi soperchiati, e di loro natura erano molto orgogliosi, per vendicarsi de' Pisani, feciono una armata di LXX galee, e del mese d'agosto, gli anni di Cristo MCCLXXXII, vennero sopra Porto Pisano a due miglia. I Pisani colla loro armata di LXXV galee uscirono di Porto per combattere co' Genovesi, i quali veggendo ch'erano pi di loro, e la loro armata era il pi de' Lombardi e Piemontani a soldo, non si vollono mettere alla fortuna della battaglia, ma si tornarono a Genova. I Pisani ne montarono in superbia, e del mese di settembre vegnente colla detta armata andarono infino nel porto di Genova per la condotta di messer Natta Grimaldi rubello di Genova, e saettarono nella citt quadrella d'ariento, poi tornarono a Portovenero, e puosonsi all'isola del Tiro, e guastarono intorno a Portoveneri, e al golfo della Spezia; e partendosi di l per tornare a Pisa, essendo in alto mare, come piacque adDio, si lev una fortuna con vento a gherbino s forte e impetuoso, che tutta isciarr la detta armata, e parte di loro galee, intorno di XXIII, percosse, e ruppono alla piaggia del Viereggio e alla foce di Serchio, ma poche genti vi perirono, ma tornarono in Pisa chi ignudo e chi in camicia, a modo di sconfitta. E per tema che s'ebbe in Pisa della detta rotta, si commosse tutta la citt, e le donne scapigliate a pianto e dolore, e ciascuna si credea avere meno chi il marito, e chi il padre, o figliuolo, o fratello. E questo fu grande segno del futuro danno de' Pisani, come innanzi per gli tempi faremo menzione. I Genovesi per l'oltraggio ricevuto da' Pisani si dispuosono di vendicarsi, e come valenti uomini feciono ordine di non navicare in legni grossi n in navi, se non in galee sottili, e di non armarle di niuno soldato forestiere, com'erano usati di fare, ma de' migliori e maggiori cittadini che vi fossono compartite per soprasaglienti per galee, e studiare alle balestra e galeotti di loro riviera; e per questo modo divennero prodi e sperti in mare, e ricoverarono loro stato, e ebbono vittoria sopra i Pisani, come innanzi al tempo faremo menzione. Lasceremo alquanto della incominciata guerra de' Pisani e Genovesi, e torneremo a la materia cominciata per lo re d'Araona al re Carlo, e parte delle seguenti di quella.

"LXXXV"


(Come il prenze figliuolo del re Carlo con molta baronia di Francia e di Proenza passarono per Firenze per andare sopra i Ciciliani.)

Nel detto anno MCCLXXXII, del mese d'ottobre, venne in Firenze Carlo prenze di Salerno e figliuolo primogenito del grande re Carlo con VIc cavalieri, il quale veniva di Proenza e di Francia per mandato del suo padre per essere all'assedio di Messina colla sua oste, e venuto a corte di Roma al papa, siccome addietro facemmo menzione. In Firenze fu ricevuto il detto prenze a grande onore, e fece tre cavalieri della casa de' Bondelmonti; e incontanente se n'and a corte di Roma, ov'era il re Carlo con sua baronia. Per simile modo passarono e vennero in Firenze, a d XXIIII di novembre vegnente, il conte di Lanzone fratello del re di Francia con molti baroni e cavalieri, i quali il re Filippo di Francia mandava in soccorso al re Carlo. E soggiornati alquanti d in Firenze, e da' Fiorentini veduti onorevolemente, se n'andaro a corte di Roma al re Carlo.

"LXXXVI"


(Come lo re Carlo e lo re Piero d'Araona s'ingaggiarono di combattere insieme a Bordello in Guascogna per la tenza di Cicilia.)

In questi tempi essendo lo re Carlo con tutta la sua baronia a corte di Roma nella citt di Roma, e dinanzi a papa Martino e a tutti i suoi cardinali avea fatto appello di tradigione contro a Piero re d'Araona, il quale gli avea tolta l'isola di Cicilia, e che il detto re Carlo era apparecchiato di provarlo per battaglia, il detto re Piero mandati suo' ambasciadori alla detta corte a contastare al detto appello, e a scusarsi di tradigione, e che ci ch'avea fatto era allui con giusto titolo, e che di ci era apparecchiato di combattere corpo a corpo col re Carlo in luogo comune; onde si prese concordia sotto saramento in presenza del papa di fare la detta battaglia, ciascuno de' detti re con C cavalieri, i migliori che sapessono scegliere, a Bordello in Guascogna, sotto la guardia del balio, overo siniscalco, del re d'Inghilterra, di cui era la terra; con patti, che quale de' detti re vincesse la detta battaglia avesse di queto l'isola di Cicilia con volont della Chiesa, e quelli che fosse vinto s'intendesse per ricreduto e traditore per tutti i Cristiani, e mai non s'apalesasse re, dispognendosi d'ogni onore. Per la qual cosa il detto re Carlo si tenne molto per contento, disiderando la battaglia, e parendogli avere ragione; e invitarsi allui de' migliori cavalieri del mondo d'arme per essere alla detta battaglia, per parte pi di Vc, e feciono apparecchio, la maggiore parte Franceschi e Provenzali, e alcuno altro baccelliere d'arme nominato, d'Alamagna, e d'Italia, e di Firenze se ne profersono assai. E simile al re Piero d'Araona s'invitarono molti cavalieri, i pi di suo paese, e alquanti Spagnuoli, e alcuno Italiano di parte ghibellina, e alcuno Tedesco del legnaggio di Soave; e il figliuolo del re di Morrocco saracino si proferse al re d'Araona, e promise, se 'l volesse, di farsi Cristiano quello giorno. E partissi di Cicilia, e lascivi don Giacomo suo secondo figliuolo per re, e egli n'and in Catalogna per essere a Bordello alla detta giornata. E 'l detto re Carlo lasci Carlo prenze suo figliuolo alla guardia del Regno, e partissi di corte per andare a Bordello, e pass per Firenze a d XIIII di marzo, nel detto anno MCCLXXXII, e da' Fiorentini fu ricevuto con grande onore, e fece in Firenze VIII cavalieri tra Fiorentini, e Lucchesi, e Pistolesi. E ci fatto, se n'and a Lucca, e alla piaggia di Mutrone si ricolse in XVI galee armate venute di Proenza, e andonne a Marsilia, e di l in Francia per esser a la detta battaglia ordinata a Bordello. E dissesi, e fu manifesto, chella maggiore cagione perch lo re d'Araona ingaggi la detta battaglia, fu fatto per lui con grande senno e per grande sagacit di guerra, per fare partire lo re Carlo d'Italia, acci che non andasse pi con armata e sua oste sopra i Ciciliani, per ch'egli era povero di moneta, e non poderoso al soccorso e riparo de' Ciciliani contro a re Carlo e della Chiesa di Roma, e temea de' Ciciliani che non si volgessono per paura o per altra cagione, per che non gli sentiva costanti, e egli e sua gente Catalani erano ancora colloro salvatichi, come nuovo signore e nuova gente. E cos il savio provedimento gli venne fatto.

"LXXXVII"


(Come lo re Piero d'Araona fall la giornata promessa a Bordello, onde per lo papa fu scomunicato e privato.)

Come lo re Carlo fu in Francia, s apparecchi s e' suoi cavalieri d'arme e di cavagli, come a cos alta e grande impresa si convenia, e partissi di Parigi, e collui lo re Filippo di Francia suo nipote con molta baronia, e bene con IIIm cavalieri d'arme, per andare a Bordella. E quando furono presso a Bordella a una giornata, lo re di Francia rimase colla sua gente e baronia, e lo re Carlo con suoi C cavalieri and a Bordella alla giornata promessa, la quale fu a d XXV di giugno MCCLXXXIII, e in quello luogo il detto re Carlo con suoi C cavalieri comparirono alla giornata armati e a cavallo per fare la promessa e giurata battaglia, e tutto il giorno dimorarono armati in sul campo, attendendo lo re Piero d'Araona co' suoi cavalieri, il quale non vi venne n compar. Ben si disse chella sera della giornata al tardi compar sconosciuto dinanzi al siniscalco del re d'Inghilterra, per non rompere il saramento, e protest com'era venuto e apparecchiato di combattere, quando il re di Francia con sua gente, il quale v'era presso a una giornata, ond'elli avea tema e sospetto, si partisse; e ci fatto, sanza soggiornare si torn in Araona, e il primo d chessi part cavalc bene LXXXX miglia. Per la qual cosa il re Carlo si tenne forte ingannato, e lo re Filippo di Francia molto adontato, e tornaronsi a Parigi. E saputa la novella papa Martino della difalta del re Piero d'Araona, col suo collegio de' cardinali diede sentenzia contro al detto Piero d'Araona, s come scomunicato, e pergiuro, e ribello, e occupatore delle possessioni di santa Chiesa, e s 'l priv e dispuose del reame d'Araona e d'ogni altro onore, e scomunic chiunque l'obedisse o chiamasse re. Ma il detto re d'Araona per leggiadria si fece intitolare "Piero d'Araona cavaliere, e padre di due re, e signore del mare". E il detto papa Martino fatto il detto processo, s brivileggi del detto reame d'Araona Carlo conte di Valos, secondo figliuolo del detto re Filippo re di Francia, e mand in Francia uno legato cardinale a confermare il detto Carlo della detta elezione, e predicare croce e indulgenzia contro al detto Piero d'Araona e sue terre. E lo re Carlo con dispensagione del papa diede per moglie al detto messer Carlo di Valos la sua nipote, figliuola del prenze Carlo suo figliuolo, e in dota la contea d'Angi, acci ch'egli col padre re di Francia fossero pi ferventi alla guerra del re d'Araona. Lasceremo alquanto de' fatti del re Carlo e di quello d'Araona, e torneremo a quelli di Firenze.

"LXXXVIII"


(Come in Firenze fu diluvio d'acque e grande caro di vittuaglia.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXII, a d XV di dicembre, per soperchie pioggie fu grandissimo diluvio d'acque, e crebbono i fiumi disordinatamente, e in Firenze crebbe s il fiume d'Arno, che uscito de' termini suoi allag grande parte del sesto di San Piero Scheraggio, e pi altre contrade della citt che sono nella riva d'Arno. E in questo anno fu grande caro d'ogni vittuaglia, e valse lo staio del grano alla misura rasa soldi XIIII di soldi XXXIII il fiorino d'oro; che, acomputando la moneta e la misura, fu grandissimo caro.

"LXXXIX"


(Come ne la citt di Firenze si fece una nobile corte e festa, vestiti tutti di robe bianche.)

Nell'anno appresso MCCLXXXIII, del mese di giugno, per la festa di santo Giovanni, essendo la citt di Firenze in felice e buono stato di riposo, e tranquillo e pacifico stato, e utile per li mercatanti e artefici, e massimamente per gli Guelfi che signoreggiavano la terra, si fece nella contrada di Santa Felicita Oltrarno, onde furono capo e cominciatori quegli della casa de' Rossi colloro vicinanze, una compagnia e brigata di M uomini o pi, tutti vestiti di robe bianche, con uno signore detto dell'Amore. Per la qual brigata non s'intendea se non in giuochi, e in sollazzi, e in balli di donne e di cavalieri e d'altri popolani, andando per la terra con trombe e diversi stormenti in gioia e allegrezza, e stando in conviti insieme, in desinari e in cene. La qual corte dur presso a due mesi, e fu la pi nobile e nominata che mai fosse nella citt di Firenze o in Toscana; alla quale vennero di diverse parti molti gentili uomini di corte e giocolari, e tutti furono ricevuti e proveduti onorevolemente. E nota che ne' detti tempi la citt di Firenze e' suoi cittadini fu nel pi felice stato che mai fosse, e dur insino agli anni MCCLXXXIIII, che si cominci la divisione tra 'l popolo e' grandi, appresso tra' Bianchi e' Neri. E ne' detti tempi avea in Firenze da CCC cavalieri di corredo e molte brigate di cavalieri e di donzelli, che sera e mattina metteano tavola con molti uomini di corte, donando per le pasque molte robe vaie; onde di Lombardia e di tutta Italia traeano afFirenze i buffoni e uomini di corte, e erano bene veduti, e non passava per Firenze niuno forestiere, persona nominato o d'onore, che a gara erano fatti invitare dalle dette brigate, e accompagnati a cavallo per la citt e di fuori, come avesse bisogno.

"XC"


(Come i Genovesi feciono gran danno a' Pisani che tornavano di Sardigna.)

Nel detto anno e mese di giugno, vegnendo dell'isola di Sardigna V navi grosse e V galee armate de' Pisani, cariche di mercatantia e d'argento sardesco, i Genovesi avendone novelle, armarono XXV galee, onde fu amiraglio messer... di Genova. E andando incontro alle dette navi e galee, le scontr sopra capo Corso, e combattendo colloro, dopo la fiera battaglia i Genovesi gli sconfissono, e presono, e menarono in Genova, che v'avea su pi di MD Pisani, che tutti furono pregioni con altra buona gente, e tanta mercatantia e argento, che fu stimato di valuta di Cm libbre di genovini, ch'erano pi di CXXm di fiorini d'oro, onde i Pisani ricevettono una grande perdita e sconfitta.

"XCI"


(Ancora de' fatti de' Pisani co' Genovesi.)

Apresso acrebbe a' Pisani, come piacque adDio, giudicio sopra la loro infortuna, che del mese d'aprile appresso, l'anno MCCLXXXIIII, mandando in Sardigna il conte Fazio loro grande cittadino con armata di XXX galee e una nave grossa, i Genovesi si scontrarono colloro sopra... con XXXV galee, ond'era amiraglio messer..., e combatterono con loro in mare, e fu aspra e dura battaglia, e molti ne furono morti e d'una parte e d'altra. Alla fine i Genovesi isconfissono i Pisani, e presono il detto conte Fazio con molti buoni cittadini di Pisa, e presono bene la met delle dette galee, e menargli pregioni in Genova, onde i Pisani ricevettono grande perdita e dannaggio.

"XCII"


(Come i Genovesi sconfissono i Pisani a la Meloria.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXIIII, del mese di luglio, i Pisani non istanchi delle sconfitte avute da' Genovesi, come di sopra avemo fatta menzione, feciono loro isforzo per vendicarsi delle 'ngiurie ricevute da' Genovesi, e armarono, tra di loro genti e di soldati toscani e altri, da LXX galee, onde fu amiraglio messer Benedetto Buzacherini, e andarono insino nel porto di Genova, e in quello stettero, e balestrarono, com'altra volta aveano fatto, quadrella d'argento, e feciono grande onta e soperchio a' Genovesi, e presono pi barche e altri legni, e rubarono e guastarono in pi parti della riviera, e con grande pompa e romore, essendo nel porto di Genova, richiesono i Genovesi di battaglia. I Genovesi non ordinati n disposti alla battaglia, per ch'aveano disarmate le loro galee, con leggiadra e signorile risposta feciono loro iscusa, e dissono che perch'eglino combattessono colloro, e vincessongli nel loro porto e contrada, non avrebbono fatta loro vendetta n sarebbe loro onore, ma ch'eglino si tornassono al loro porto, e eglino si metterebbono in concio, e sanza indugio gli verrebbono a vedere, e sarebbono signori della battaglia. E cos fu fatto, che' Pisani si partirono faccendo grandi grida, di rimprocci e schernie de' Genovesi, e tornaronsi in Pisa. I Genovesi sanza indugio niuno armarono CXXX tra galee e legni, e suso vi montarono tutta la buona gente di Genova e della riviera, ond'era amiraglio messer Uberto Doria, e del mese d'agosto vegnente vennero colla detta armata nel mare di Pisa. I Pisani sentendo ci, a grido e a romore entrarono in galee, chi a Porto Pisano, e la podest, e il loro amiraglio, e tutta la buona gente montarono in galee tra' due ponti di Pisa in Arno. E levando il loro istendale con grande festa, e essendo l'arcivescovo di Pisa in sul ponte parato con tutta la chericia per fare all'armata la sua benedizione, la mela e la croce ch'era in su l'antenna dello stendale cadde; onde per molti savi si rece per mala agura del futuro danno. Ma per non lasciarono, ma con grande orgoglio, gridando: "Battaglia, battaglia!", uscirono della foce d'Arno, e accozzarsi colle galee del porto, e furono da LXXX tra galee e legni armati; e' Genovesi colla loro armata aspettando in alto mare, s'affrontarono alla battaglia co' Pisani all'isoletta, overo scoglio, il quale  sopra Porto Pisano, che si chiama la Meloria, e ivi fu grande e aspra battaglia, e morvi molta buona gente d'una parte e d'altra di fedite, e d'anegati in mare. Alla fine, come piacque adDio, i Genovesi furono vincitori, e' Pisani furono sconfitti, e ricevettono infinito dammaggio di perdita di buone genti, che morti e che presi, bene XVIm uomini, e rimasono prese XL galee de' Pisani, sanza l'altre galee rotte e profondate in mare; le quali galee co' pregioni menarono in Genova, e sanza altra pompa, se non di fare dire messe e processioni rendendo grazie adDio; onde furono molto commendati. In Pisa ebbe grande dolore e pianto, che non v'ebbe casa n famiglia che non vi rimanessero pi uomini o morti o presi; e d'allora innanzi Pisa non ricover mai suo stato n podere. E nota come il giudicio d'Iddio rende giusti e debiti meriti e pene, e tutto che talora s'indugino e sieno occulti a noi. Ma in quello luogo propio ove i Pisani sursono e anegarono in mare i prelati e' cherici che venieno d'oltremonti a Roma al concilio l'anno MCCXXXVII, come addietro facemmo menzione, ivi furono sconfitti e morti e gittati in mare i Pisani da' Genovesi, come detto avemo. Lasceremo addire alquanto de' Pisani, e torneremo a quello che fu ne' detti tempi della guerra di Cicilia dal re Carlo a quello d'Araona, ch'ancora ne surge materia.

"XCIII"


(Come Carlo prenze di Salerno fu sconfitto e preso in mare da Ruggieri di Loria coll'armata de' Ciciliani.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXIIII, a d V del mese di giugno, messer Ruggieri di Loria amiraglio del re d'Araona venne di Cicilia con XLV tra galee e legni armati di Ciciliani e Catalani nelle parti di Principato, facendo guerra e grande danno alla gente del re Carlo; e il sopradetto d venne nel porto di Napoli colla detta armata gridando e dicendo grandi spregi del re Carlo e di sue genti, e domandando battaglia, e saettando nella terra. E ci facie il detto Ruggieri di Loria per trarre il prenze e sue genti a battaglia, come quegli ch'era il pi savio amiraglio di guerra di mare ch'allora fosse al mondo, e sapea per sue saettie che il re Carlo colla sua grande armata venia di Proenza, e gi era nel mare di Pisa, sicch s'affrettava o di trarreli a battaglia, o di partirsi e tornare in Cicilia, acci che il re Carlo nol sopraprendesse. Avenne, come piacque adDio, che 'l prenze figliuolo del re Carlo ch'era in Napoli con tutta la sua baronia, Franceschi, e Provenzali, e del Regno, veggendosi cos oltraggiare da' Ciciliani e Catalani, a furia sanza ordine o provedimento montarono in galee, cos i cavalieri come le genti di mare in compagnia del prenze, eziandio contro al comandamento spresso che il re Carlo avea fatto al figliuolo, che per niuno caso che incorresse si mettesse a battaglia infino alla sua venuta. E cos disubidiente e male ordinato si mise con XXXV galee e pi altri legni con tutta la sua cavalleria alla battaglia fuori del porto di sopra a Napoli. Ruggieri di Loria maestro di guerra percosse colle sue galee vigorosamente, amonendo i suoi che non intendessono a niuna caccia, ma lasciassono fuggire chi volesse, ma solamente attendessono alla galea dello stendale, ov'era la persona del prenze con molti baroni, e cos fu fatto; ch come le dette armate galee si percossono insieme, pi galee di quegli di Principato, e spezialmente quelle di Surrenti, s diedono la volta e tornaronsi a Surrenti, e per simile modo feciono grande parte delle galee di Principato. Il prenze rimaso alla battaglia colla met delle sue galee, ov'erano i baroni e' cavalieri, che di battaglia di mare s'intendeano poco, tosto furono isconfitti e presi con VIIII delle loro galee; e il prenze Carlo in persona con molta baronia furono presi e menati in Cicilia, e furono messi in pregione in Messina nel castello di Mattagrifone. E avenne, come fu fatta la detta sconfitta e preso il prenze, che quelli di Surrenti mandarono una loro galea colloro ambasciadori a Ruggieri di Loria con IIII cofani pieni di fichi fiori, i quali egli chiamavano palombole, e con CC agostari d'oro per presentare al detto amiraglio; e giugnendo a la galea ov'era preso il prenze, veggendolo riccamente armato e con molta gente intorno, credettono che fosse messer Ruggieri di Loria, s gli si inginocchiarono a' piedi, e feciongli il detto presente, dicendo: "Messer l'amiraglio, come ti piace, da parte del tuo Comune da Sorrenti ilocati quissi palombola, e stipati quissi agostari per uno taglio di calze: e plazesse adDeo com'hai preso lo figlio avessi lo patre; e sacci che fuimo li primi che boltaimo". Il prenze Carlo con tutto il suo dammaggio cominci a ridere, e disse all'amiraglio: "Per le san Dio, che sont bien fetable a monsignor le roi!". Questo avemo messo in nota per la poca fede ch'hanno quegli del Regno al loro signore.



"XCIV"


(Come il re Carlo arriv a Napoli colla sua armata, e poi s'apparecchi per passare in Cicilia.)

Il giorno seguente che fu la detta sconfitta lo re Carlo arriv a Gaeta con LV galee armate e con tre navi grosse cariche di baroni e cavalli e arnesi; e come intese la novella della sconfitta e presa del prenza suo figliuolo, fu molto cruccioso e disse: "Or fost il mort, por se qu'il a falli nostre mandamant!". Ma sentendo la poca fede degli uomini del Regno, e che quegli di Napoli gi ciancellavano, e certi corsa la terra e gridando: "Muoia il re Carlo, e viva Ruggieri di Loria!", incontanente si part da Gaeta e giunse in Napoli a d VIII di giugno; e come fu sopra Napoli non volle ismontare nel porto, ma di sopra al Carmino, con intendimento di fare mettere fuoco nella citt e arderla, per lo fallo che' Napoletani aveano fatto di levare a romore la terra contro al re. Ma messer Gherardo da Parma legato cardinale con certi buoni uomini di Napoli gli vennero incontro per domandargli perdono e misericordia, dicendo: "Furono folli". Lo re riprese: "I savi come ci aveano sofferto a' folli?". Ma per gli prieghi del legato, fatta fare giustizia di farne impiccare pi di CL, s perdon alla cittade, e riformata la terra, si fece lo re compiere d'armare colle galee, ch'egli avea menate infino in LXXV galee, e partissi di Napoli a d XXIII di giugno; l'armata mand verso Messina, e il re Carlo n'and per terra a Brandizio per accozzare l'armata ch'avea fatta apparecchiare in Puglia con quella di Principato per andare in Cicilia. E di Brandizio si part lo re coll'altra armata a d VII di luglio del detto anno, e acozzossi coll'armata di Principato a Controne in Calavra, e furono CX tra galee e uscieri armati, e con cavalieri, con molti altri legni grossi e sottili di carico. In questa stanzia avea in Cicilia due legati cardinali, messer Gherardo da Parma e messer..., i quali aveva mandati il papa a trattare pace, e per riavere il prenze Carlo; e stando il detto stuolo in bistento in attendere novelle de' detti legati, come avessero adoperato, i quali maestrevolemente dal re d'Araona furono tenuti in parole sanza potere fare nullo accordo acci che 'l detto stuolo non ponesse in Cicilia, sssi trov la detta armata del re Carlo male proveduta, e con difalta di vittuaglia. Per la qual cosa lo re fu consigliato che convenia di necessit che tornasse a Brandizio, perch s'appressava l'autunno, e gli tempi contrarii a sostenere in mare s grande armata; e ch'egli facesse disarmare, e riposasse s e sue genti infino al primo tempo; e cos fu fatto, onde lo re Carlo si diede grande dolore s per la presura del figliuolo, e che la fortuna gli era fatta cos aversa e contraria, e per gli pi si disse che ci fu cagione dell'avacciamento di sua morte, come diremo appresso.

"XCV"


(Come lo buono re Carlo pass di questa vita alla citt di Foggia in Puglia.)

Lo re Carlo tornato con suo stuolo a Brandizio, s 'l fece disarmare, e tornossi a Napoli per dare ordine, e fornirsi di moneta e di gente per ritornare in Cicilia al primo tempo. E come quegli chella sua sollecita mente non posava, come fu passato il mezzo dicembre, ritorn in Puglia per essere a Brandizio per fare avacciare il suo navilio. Com'egli fu a Foggia in Puglia, e come piacque adDio, amal di forte malatia, e pass di questa vita il seguente giorno della Bifania, d VII di gennaio, gli anni di Cristo MCCLXXXIIII. Ma innanzi che morisse, con grande contrizione prendendo il corpo di Cristo, disse con grande reverenza "Sire Idius, con ie croi vraimant che vos est mon salveur, ensi vos pri que vos aies mersi de ma arme, ensi con ie fis l'amproise de roiame de Sesilia plus por servir sante Egrise que per mon profit o altre covidise, ensi me perdones mes pecces"; e pass poco appresso di questa vita; e fu recato il suo corpo a Napoli, e dopo il grande lamento fatto di sua morte fu soppellito all'arcivescovado di Napoli con grande onore. Di questa morte del re Carlo fu grande maraviglia, che il d medesimo ch'elli pass fu piuvicato in Parigi per uno frate Arlotto ministro de' minori e per maestro Giandino da Carmignanola maestro allo Studio, e vegnendo ci in notizia del re di Francia, mand per loro per sapere onde l'aveano. Dissono che sapeano la sua nativit, ch'era sotto la signoria di Saturno, e per gli suoi effetti erano procedute le sue esultazioni e le sue aversit: e alcuno disse che 'l sapeano per revelazione di spirito, che ciascuno di loro erano grandi astrolagi e negromanti. Quello Carlo fu il pi temuto e ridottato signore, e il pi valente d'arme e con pi alti intendimenti, che niuno re che fosse nella casa di Francia da Carlo Magno infino allui, e quegli che pi esalt la Chiesa di Roma; e pi avrebbe fatto, se non che alla fine del suo tempo la fortuna gli torn contraria. Venne poi per guardiano e difenditore del Regno Ruberto conte d'Artese cugino del detto re, con molti cavalieri franceschi, e colla prenzessa e col figliuolo del prenze nipote del re Carlo, il quale per lui ebbe nome Carlo Martello, e era d'et di XII in XIII anni. Del re Carlo non rimase altra reda che Carlo secondo prenze di Salerno, di cui avemo fatta menzione. E questo Carlo era bello uomo del corpo, e grazioso, e largo, e vivendo il re Carlo suo padre, e poi, ebbe pi figliuoli della prenzessa sua moglie figliuola e reda del re d'Ungaria. Il primo fu il detto Carlo Martello, che poi fu re d'Ungaria; il secondo fu Lois, che si rend frate minore, e poi fu vescovo di Tolosa; il terzo fu Ruberto duca di Calavra; il quarto fu Filippo prenze di Taranto; il quinto fu Ramondo Berlinghieri conte (dovea essere) di Proenza; il sesto fu messer Gianni prenze della Morea; il settimo fu messer Piero conte d'Eboli.

"XCVI"


(Come il prenze figliuolo del re Carlo fu condannato a morte da' Ciciliani, e poi per la reina Gostanza mandato in Catalogna preso.)

Nel detto anno partiti i detti cardinali legati di Cicilia, e perch nonn-aveano potuto fare accordo, fortemente agravarono di scomuniche, e di torre ogni benificio e grazie spirituali, are d'Araona e a' Ciciliani. Per questa cagione e per la morte dere Carlo que' di Messina si mossono affurore, e corsono alle pregioni dov'erano i Franceschi per uccidergli, e egli difendendosi, i Missinesi misono fuoco nelle pregioni, e a grande dolore e stento gli feciono morire. E fu bene giudicio di Dio, che l'orgoglio e superbia de' Franceschi usata in Cicilia fosse pulita per cos disordinata e furiosa sentenzia de' Ciciliani, come fu a questa volta, e era suta alla rubellazione, come addietro facemmo menzione. Dopo questo fatto tutte le terre di Cicilia feciono sindaco con ordine, e congregati insieme di concordia, condannarono a morte il prenze Carlo, il quale aveano in pregione, e che gli fosse tagliata la testa, siccome lo re Carlo suo padre avea fatto a Curradino. Ma come piacque adDio, la reina Gostanza moglie del re Piero d'Araona, la quale allora era in Cicilia, considerando il periglio ch'al suo marito e a' suoi figliuoli poteva avenire della morte del prenze Carlo, prese pi sano consiglio, e disse a' sindachi delle dette terre che nonn-era convenevole chella loro sentenzia procedesse sanza la volont del re Piero loro signore, ma le parea che 'l prenze si mandasse allui in Catalogna, e egli come signore ne facesse assua volont; e cos fu preso, e poi fatto. Lasceremo di questa materia, e torneremo a' fatti di Firenze.

"XCVII"


(Come in Firenze fu grande diluvio d'acqua, e rovin parte del poggio de' Magnoli.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXIIII, il d di domenica d'ulivo a d II d'aprile, in Firenze ebbe grandissimo diluvio d'acque e di piova s disordinatamente, che 'l fiume d'Arno crebbe s disordinatamente, ch'allag molta della citt presso alle sue rive; e per la detta acquazzone il poggio chessi chiamava de' Magnoli di sotto a San Giorgio e di sopra a Santa Lucia si commosse a ruina, e venne rovinando infino in Arno, e fece cadere e guastare pi di L case ch'erano sopra il detto poggio, e in su la via di Santa Lucia lungo l'Arno, e morvi gente assai.

"XCVIII"


(Come i Fiorentini con Genovesi e con Toscani feciono lega sopra i Pisani, onde i Ghibellini furono cacciati di Pisa.)

Nel detto anno, del mese di settembre, i Fiorentini feciono lega e compagnia con saramento co' Lucchesi, e' Sanesi, e' Pistolesi, e' Pratesi, e' Volterrani, e San Gimignano, e Colle, insieme co' Genovesi, sopra la citt di Pisa affare guerra; i Fiorentini co' detti Toscani per terra, e' Genovesi per mare. E' Fiorentini ch'erano in Pisa se ne partirono a d X di novembre, per comandamento del Comune di Firenze; e mandarono i Fiorentini dalla parte di Volterra VIc cavalieri affare guerra a' Pisani, e cos mandarono tutte l'altre terre della lega secondo la loro taglia. E in Valdera feciono grande guerra, e presono molte castella di quelle de' Pisani, e ordinarono d'assediare Pisa alla primavera vegnente per mare e per terra. Per la qual cagione il conte Ugolino de' Gherardeschi, ch'era il maggiore cittadino di Pisa, cerc trattato d'accordo co' Fiorentini e' Sanesi e gli altri Toscani di cacciare i Ghibellini di Pisa, e farne signori i Guelfi, acci chell'oste ordinata della taglia detta che si dovea fare sopra Pisa non procedesse; e cos fu fatto. E dissesi in Firenze che 'l detto conte Ugolino presentando a certi caporali cittadini di Firenze vino di vernaccia in certi fiaschi, che vi mand dentro col vino fiorini d'oro, acci che assentissono al detto accordo sanza la richiesta de' Genovesi e de' Lucchesi; e ci ordinato, del mese di gennaio vegnente il detto conte Ugolino cacci di Pisa i Ghibellini, e fecene signore s co' Guelfi. Ma al detto accordo non furono richiesti i Genovesi, e' Lucchesi nol vollono assentire, onde i Genovesi e' Lucchesi si tennero gravati e ingannati da' Fiorentini e dagli altri Toscani della taglia; e non lasciarono per di venire sopra Pisa, com'era ordinato, i Genovesi per mare con LXX galee armate, e' Lucchesi ad oste per terra, e guastarono e disfeciono Porto Pisano; e' Lucchesi dalla loro parte presono pi castella. E di certo se' Fiorentini avessono attenuta la 'mpromessa, la citt di Pisa sarebbe stata presa, e disfatta, e recata a borghi, com'era ordinato. Ma i Fiorentini ordinarono che' Sanesi mandassono i loro cavalieri alla guardia de' Guelfi di Pisa, e perci fu difesa; onde i Fiorentini furono molto ripresi da' Genovesi e Lucchesi per lo rompere che feciono di loro promessa e saramento per scampare Pisa; ma ebbonne il merito e il guidardone da' Pisani ch'acci si convenia, siccome innanzi per gli tempi faremo menzione; onde i Fiorentini n'ebbono poi pi volte pentimento per la 'ngratitudine e superbia de' Pisani.

"XCIX"


(Come i Fiorentini cominciarono a fondare le porte per fare le nuove mura alla cittade.)

Nel detto anno, del mese di febbraio, essendo i Fiorentini in buono e pacefico stato, e la citt cresciuta di popolo e di grandi borghi, s ordinarono di crescere il circuito della citt, e cominciarsi a fondare le nuove porte, ove poi conseguirono le nuove mura, cio quella di Santa Candida di l di Santo Ambruogio, e quella di San Gallo in sul Mugnone e quella del Prato d'Ognisanti, e quella d'incontro a le Donne chessi dicono di Faenza ancora in sul Mugnone; il quale fiumicello di Mugnone alquanto dinanzi era adirizzato, che prima correa avolto per Cafaggio e presso alle seconde cerchie della citt, faccendo molesto assai alla citt quando crescea, e fecionvi su i ponti dinanzi alle dette porte, e rimase il lavoro di quelle innanzi che fossono a l'arcora, per la novella che venne in Firenze che 'l prenze Carlo era stato sconfitto in mare da Ruggieri di Loria e da' Ciciliani. E in questi tempi si fece per lo Comune di Firenze la loggia sopra la piazza d'Orto Sammichele, ove si vende il grano, e lastricossi e amattonossi intorno, la quale allora fu molto ricca e bella opera e utile. E nel detto anno si cominci a rinnovare la Badia di Firenze, e fecesi il coro e le cappelle che vengono in su la via del palagio e 'l tetto; che prima era la Badia pi addietro, piccola, e disorrevole in s fatto luogo della cittade.

"C"


(Delle grandi novitadi che furono tra' Tarteri dal Turigi.)

Nel detto anno MCCLXXXIIII Tangodar fratello d'Abaga Cane signore de' Tarteri dal Torigi e di Persia, il quale da giovane fu Cristiano battezzato e chiamato Niccola, com'egli ebbe la signoria, si fece Saracino e rinnegato, e fecesi chiamare Mahomet, e grande persecuzione fece a' Cristiani in due anni ch'egli regn in signoria. Alla fine Argon suo nipote e padre che fu di Casano, onde innanzi faremo al suo tempo menzione, si rubell dallui, e gli tolse il regno e la vita. Questo Argon fu figliuolo d'Abaga Cane, e fu grande amico de' Cristiani e nimico de' Saracini, e fece rifare tutte le chiese de' Cristiani che Maomet suo zio avea fatte distruggere in suo regno, e gli Cristiani rimise in istato, e gli tempii de' Saracini fece distruggere e abbattere, e tutti i Saracini cacciare di suo paese, e fu uno savio e valoroso signore in arme.

"CI"


(Come i Saracini presono e distrussono Margatto in Soria.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXV, del mese di maggio, i Saracini col soldano d'Egitto vennono ad oste a la terra di Margatto in Soria, la quale era della magione dello Spedale di Santo Giovanni, e era molto fortissimo, e quello con cave misono grande parte in puntelli, e sicurarono i capitani d'entro che venissono a vedere com'era puntellato; per la qual cosa i Cristiani che v'erano dentro, veggendo che non si poteano tenere, s'arrenderono, salve le persone; e il castello rimase a' Saracini. Lascereno delle novit d'oltremare, e torneremo a dire della grande impresa chello re di Francia fece sopra lo re d'Araona.

"CII"


(Come il re Filippo di Francia ande con grande esercito sopra lo re Piero d'Araona.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXIIII, a mezza quaresima, vegnente l'ottantacinque, lo re Filippo di Francia figliuolo di san Luis, avendo grande animo contro a Piero d'Araona per la nimist presa contro allui per lo re Carlo, e appetizione del papa e della Chiesa di Roma, abbiendo raunata grande oste in tolosana di pi di XXm cavalieri e pi di LXXXm di pedoni di croce segnati, che Franceschi, Provenzali, e della Magna, e altre genti, e raunato infinito tesoro, si part di Francia con Filippo e Carlo suoi figliuoli, e con messer Cervagio, detto Gian Coletto, cardinale e legato del papa, e andonne a Nerbona per passare in Catalogna per prendere il reame d'Araona, onde Carlo suo secondo figliuolo era privileggiato dalla Chiesa di Roma, e per mare avea armate in Proenza CXX tra galee e altri legni; e trovossi con Giacomo re di Maiolica fratello e nimico del re Piero d'Araona, per ch'egli gli avea fatta torre l'isola di Maiolica ad Anfus suo primogenito figliuolo, e coronatolne re il detto Anfus; e del mese di maggio MCCLXXXV si part il detto esercito di nerbonese, e andarne a Perpignano per le terre del detto re di Maiolica; e trovando nella contea di Rossiglione la citt di Ianne, la qual s'era rubellata al re di Maiolica e teneasi per lo re d'Araona, il re di Francia vi puose l'assedio; e per forza combattendo l'ebbe, e uccisono uomini, femmine, e fanciulli, che non ne rimase altro che 'l bastardo di Rossiglione con pochi, il quale s'arrend in uno campanile; e poi che 'l re l'ebbe presa, la fece tutta distruggere; e ci fatto, si part del paese e andonne co l'oste infino a pi delle montagne dette Pirre altissime molto, le quali sono alle confini della Catalogna. Lo re Piero d'Araona sentendosi venire adosso s fatto esercito, si provide di non mettersi a battaglia campale, per chella sua forza era niente apo quella del re di Francia; ma di stare alle difese, e guardare i passi; e aveva fornito e afforzato il passo delle Schiuse, onde si valicavano le dette montagne di gente d'arme; e egli in persona v'era alla guardia a tende e a padiglioni per non lasciare passare l'oste del re di Francia. E a quella contesa stette l'oste de' Franceschi pi d, che in nulla guisa poteano passare; alla fine il re di Francia per consiglio del bastardo di Rossiglione fece armare tutta la sua gente, e fece vista di combattere il detto passo. E una mattina molto per tempo il detto re con parte di sua gente, alla guida del detto bastardo, tennero per altro camino su per le montagne, lasciando il pi di sua oste e tutti i suoi arnesi incontro al passo delle Schiuse, e tennero per aspre e diverse vie piene di spine e di pietre, le quali erano impossibili a potersi fare per gente umana, e onde Piero d'Araona non si prendea guardia; ma alla fine con grande affanno, e perdendo e guastando molti di loro cavagli, furono di sopra alla detta montagna. Piero d'Araona veggendo che 'l re di Francia gli era al di sopra del passo, abbandon la speranza di quello, e partissi con tutta sua gente, lasciando le tende e gli arnesi, e tornossi adietro in sue terre, e lasci il detto passo. Allora tutta la gente ch'era rimasa a pi del passo nel campo del re di Francia con loro somieri e arnesi e bestiame passarono per lo detto passo sanza contrario niuno, e vennero l dov'era il re di Francia, la quale oste stette in su le montagne tre giorni con grande difalta di vittuaglia. Poi lo re con tutta sua oste scese delle montagne nel piano di Catalogna, e prese e ebbe al suo comandamento Pietralata, e Fighiera, e molte terre del contado d'Ampuri; e 'l navilio e l'armata sua, ch'era a l'Agua Morta in Proenza carichi di vittuaglia e d'arnesi da oste, fece venire per mare al porto di Roses. E lo re con sua oste si puose ad assedio alla citt di Girona, la quale era molto forte e ben guernita, e eravi dentro per guardia e capitano messer Ramondo signore di Cardona con buona compagnia. E vegnendo l'oste de' Franceschi, misono fuoco nel borgo acci chella terra fosse pi forte, e molto danneggiavano l'oste de' Franceschi e difendeano la terra. Ma lo re di Francia giur di mai non partirsi, ch'egli avrebbe la terra. Ma stando al detto assedio, l'oste del re di Francia cominci molto a scemare per cagione del lungo dimoro del campo in uno luogo fermo; per la molta ordura e carogna di bestie morte, per lo grande caldo v'apparo diversa quantit di mosche e di tafani, i quali pareano avelenati, e pugnendo, e uomini e bestie ne morivano; e crebbe tanto la pestilenzia, chessi corruppe l'aria, e molta gente morieno nell'oste, onde al re di Francia, e al suo consiglio, e a tutta l'oste molto era grave, e volentieri vorrebbe lo re essere sofferto del suo saramento.

"CIII"


(Come lo re d'Araona fu sconfitto e fedito da' Franceschi, della quale fedita poi moro.)

Istando lo re di Francia all'assedio di Gironda, la vittuaglia e fornimento dell'oste gli venia dal suo navilio dal porto di Roses, presso all'oste a IIII miglia. Lo re Piero d'Araona con sua gente impediva quanto potea la scorta che conducea la vittuaglia, e convenia che e' Franceschi la guidassono con molta gente e con grande fatica. Avenne chella vilia di santa Maria d'agosto lo re d'Araona s'era messo in aguato con Vc de' migliori de' suoi cavalieri e con MM mugaveri a pi per impedire la scorta del re di Francia, e ancora si dicea che in quella scorta venia la paga della gente del re di Francia, e per lo re d'Araona in persona si mise nell'aguato: fu rapportato per una spia a messer Raul di Rasi e a messer Gian d'Ericorte conastabole e maliscalco dell'oste del re di Francia. I detti ebboro loro consiglio, e co' migliori cavalieri dell'oste, per andare a combattere col detto aguato, e ragionando d'andarvi grossi di gente, erano certi che 'l re d'Araona n sua gente non uscirebbono a battaglia, com'altre volte non avea fatto se non a suo vantaggio. Ma disse messer Raul di Rois valente cavaliere: "Se noi volemo essere valenti uomini, e trarrelo a battaglia, andianvi con poca gente, s che gli paia avere buono mercato di noi". E cos fu fatto; ch'eglino presono il conte della Marcia e de' pi eletti baroni e baccellieri d'arme che fossono in tutta l'oste, infino in quantit di IIIc cavalieri sanza pi, e misonsi contro l'aguato. Lo re d'Araona veggendo che non erano maggior quantit, e egli avea gente troppa pi di loro, lasciando i pedoni s'affrett di fedire co' suoi cavalieri, e si mise alla battaglia, la quale fu dura e aspra, s come di tanti eletti e provati cavalieri. Alla fine, come piacque adDio, i Franceschi sconfissono il re d'Araona, e egli fu fedito duramente nel viso d'una lancia, e fu ritenuto e preso per le redine di suo cavallo. Il detto re con tutta la fedita ch'avea, fu accorto, e colla spada tagli le redine al suo cavallo, e diegli degli sproni, e usc della pressa, e fugg con sua gente; alla quale battaglia rimasono morti da C buoni cavalieri araonesi e catalani, e molti fediti. Lo re Piero tornato a Villafranca, non abbiendo buona cura della sua fedita, e per alcuno si disse ch'egli giacque carnalmente con una donna non essendo salda n guerita la piaga, onde poco appresso ne moro, a d VIIII del mese di novembre, gli anni di Cristo MCCLXXXV, e fu soppellito in Barzellona nobilemente. Ma innanzi ch'egli morisse raquist Gironda, come appresso faremo menzione, e fece suo testamento, e lasci che l'isola di Maiolica fosse renduta al re Giamo suo fratello, e lasci re d'Araona Nanfus suo primogenito figliuolo, e Giacomo suo secondo figliuolo re di Cicilia, con tutto che 'l detto Nanfus vivette poco, e succedette il reame al suo fratello re Giamo. Il sopradetto Piero re d'Araona fu valente signore e pro' in arme, e bene aventuroso e savio, e ridottalo da' Cristiani, e da' Saracini altrettanto o pi, come nullo che regnasse al suo tempo.



"CIV"


(Come lo re di Francia ebbe la citt di Gironda, e come la sua armata fu sconfitta in mare.)

Come lo re d'Araona fu sconfitto per lo modo detto di sopra, il re di Francia ebbe grande allegrezza, e misesi forte a strignere la citt di Gironda, la quale sentendo come lo re d'Araona loro signore era stato sconfitto e fedito a morte, e essendo in grande stretta di vittuaglia, che non era loro rimaso a vivere che per tre giorni, s s'arrenderono al re di Francia, salve le persone e ci che nne potessono trarre, e cos fu fatto; e lo re fece fornire Gironda di vittuaglia e di sua gente. In questa stanzia lo re di Francia prese suo consiglio di tornare a vernare in tolosana, e parte di suo navilio s'era partito dal porto di Roses in Catalogna e tornato in Proenza. Avenne che in quegli giorni era venuto di Cicilia in Catalogna Ruggieri di Loria ammiraglio del re d'Araona con XLV galee armate in aiuto di suo signore; sentendo che 'l navilio del re di Francia era nel porto di Roses, e assai scemato e straccato, s l'asaliro colle sue galee e coll'aiuto di quegli della terra chessi rubellarono al re di Francia e tennono co' Ciciliani, s furono sconfitti e presi i Franceschi, e fu arso gran parte del navilio del re di Francia, e fu preso l'amiraglio, ch'avea nome messer Inghirramo di Baliuolo. E alla detta battaglia del porto di Roses venne al soccorso dell'oste del re di Francia il suo maliscalco con grande gente a piede e a cavallo; ma poco e niente poterono adoperare alla difensione del loro navilio ch'era in mare, ma veggendolo preso, misono fuoco nella terra del porto di Roses, e si tornarono all'oste del re di Francia.

"CV"


(Come il re di Francia si part d'Araona, e mor a Perpignano.)

Lo re Filippo di Francia veggendosi la fortuna cos mutata e contraria, e preso e arso il suo navilio che gli portava la vittuaglia a l'oste, s si diede molta maninconia e dolore, per la quale amal forte di febbre e di flusso, onde i suoi baroni presono per consiglio di partirsi e tornare in tolosana, e per nicessit il conveniva loro fare per la difalta della vittuaglia, e del tempo contrario dell'autunno, e per la malatia del loro re. E cos si partirono intorno le calen di ottobre, recandone lo re malato in bara, e con poca ordine sciarrati, e chi meglio e pi tosto potea camminare; onde passando il forte passo delle Schiuse delle grandi montagne Phyris, i Raonesi e' Catalani ch'erano al passo vollono impedire la bara dove il re di Francia era malato. Veggendo ci i Franceschi, come disperati si misono alla battaglia contro a quegli ch'erano al passo, per non lasciare prendere il corpo del re, e per forza d'arme gli ruppono e sconfissono, e cacciarono del passo; ma molta gente minuta a pi de' Franceschi furono presi e morti, e molti somieri, arnesi, e cavagli straccati e presi per gli Catalani e Raonesi. E poco appresso la partita del re di Francia e di sua oste il re d'Araona riebbe Gironda a patti. E giunta l'oste del re di Francia a modo di sconfitta a Perpignano, come piacque adDio, il re Filippo di Francia pass di questa vita a d VI d'ottobre, gli anni di Cristo MCCLXXXV, ed in Perpignano la reina Maria sua moglie con sua compagnia feciono grande corrotto e dolore. E poi Filippo e Carlo suoi figliuoli feciono recare il corpo a Parigi, e fu soppellito a San Donis co' suoi anticessori a grande onore. Questa impresa d'Araona fue colla maggiore perdita di gente, e consumazione di cavagli e di tesoro, che quasi mai per gli tempi passati avesse avuto il reame di Francia; che poi lo re appresso il detto Filippo e gli pi de' baroni sempre furono in debito e male agiati di moneta. E appresso la morte del re Filippo di Francia fu fatto re di Francia il re Filippo il Bello suo maggiore figliuolo, e coronato a re alla citt di Riens colla reina Giovanna di Navarra sua moglie il giorno della Pifania appresso. E nota che in uno anno o poco pi, come piacque adDio, morirono IIII cos grandi signori de' Cristiani, come fu papa Martino, e il buono Carlo re di Cicilia e di Puglia, e il valente Piero re d'Araona, e il possente Filippo re di Francia, di cui avemo fatta menzione. Questo re Filippo fu signore di gran cuore, e in sua vita fece grandi imprese, prima quando and sopra lo re di Spagna, e poi sopra lo conte di Fusci, e poi sopra il re d'Araona, con pi potenzia che mai suo anticessoro avesse fatto. Lasceremo a dire de' fatti d'oltremonti, ch'assai ne avemo detto a questa volta, e torneremo a dire de' fatti della nostra Italia avenuti ne' detti tempi.

"CVI"


(Della morte di papa Martino quarto, e come fu fatto papa Onorio de' Savelli di Roma.)

Negli anni di Cristo passati MCCLXXXV, a d XXIIII di marzo, mor papa Martino in Perugia, e l fu soppellito onorevolemente. Questi fu buono uomo e molto favorevole per santa Chiesa a quelli della casa di Francia, perch era natio dal Torso in Torena di Francia. E poi la domenica appresso, primo d d'aprile, gli anni di Cristo MCCLXXXVI, fu eletto e fatto papa Onorio quarto della casa de' Savelli gentili uomini di Roma, e vivette nel papato II anni e II d, e quello che fu al suo papato ne faremo menzione appresso per gli tempi.

"CVII"


(Come certo navilio de Genovesi furono presi da' Pisani.)

Nel detto anno MCCLXXXV, del mese di novembre, i Pisani presono V navi grosse de' Genovesi e pi altri legni di Catalani e Ciciliani, i quali veniano di Romania e di Cicilia, e per fortuna di tempo, per forza del vento a scilocco, fuggirono in Porto Pisano, non possendolo schifare, e parte ne ruppono, e' Pisani vi trassono da Pisa a cavallo e a pi, e presono il detto navilio; onde i Genovesi ricevettono danno di valuta di Lm fiorini d'oro, e gli uomini rimasono pregioni, e' legni de' Catalani e Ciciliani furono mendi per li Pisani.

"CVIII"


(Come il conte Guido da Montefeltro signore in Romagna s'arrend alla Chiesa di Roma.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXV, essendo papa Onorio quarto de' Savelli di Roma, il conte Guido da Montefeltro, il quale pi tempo avea tenuta occupata la provincia di Romagna, s come tiranno contro alla Chiesa di Roma in parte ghibellina, ove grandissimo spargimento di sangue era fatto, come in parte  fatta menzione adietro, e innumerabile spoglio di moneta per la Chiesa di Roma, e per gli Fiorentini e Bolognesi in servigio della Chiesa, e gi perduta per lo detto conte da Montefeltro la citt di Faenza e quella di Cervia, e rendute alle comandamenta della Chiesa, il detto conte Guido con patti ordinati venne a' comandamenti del detto papa, il quale gli perdon, e mandollo a' confini in Piemonte, e tenne due suoi figliuoli per stadichi, e riform tutta Romagna alla ubbidienza di santa Chiesa, e mandovvi il papa per conte messer Guiglielmo Durante di Proenza.

"CIX /B


(Come papa Onorio mut l'abito a' frati carmelliti.)

Al tempo del detto papa Onorio de' Savelli, portando i frati del Carmino uno abito, il quale secondo religiosi pareva molto disonesto, ci era la cappa di sopra acerchiata con larghe doghe bianche e bigie, dicendo che quello era l'abito di santo Elia profeta, il quale stava nel Monte Carmelio in Soria, il detto papa Onorio il fece per pi onest mutare, e fare la cappa tutta bigia. Per la quale mutazione si dice che 'l soldano de' Saracini che allora era, il quale (tutto che quelli frati eremita ch'erano di quello ordine, che stavano nel Monte Carmelio, fossono Cristiani) gli aveva in reverenzia per onore di santo Elia profeta, ch'era stato capo di quello luogo e di quello ordine, dapoi che mutarono l'abito, per dispetto del papa e de' cristiani gli fece cacciare del Monte Carmelio, e abitarlo per Saracini.

"CX"


(Come il vescovo d'Arezzo fece rubellare il Poggio a Santa Cecilia nel contado di Siena, e come si racquist.)

Nel detto anno, all'uscita del mese d'ottobre, messer Guiglielmino degli Ubertini di Valdarno, che allora era vescovo d'Arezzo, e era pi uomo d'arme che a onest di chericia, per suo inducimento mandando Vc fanti ghibellini del contado di Firenze e d'Arezzo e di Siena, fece rubellare incontro a' Sanesi uno forte castello del contado di Siena, che si chiamava Poggio Santa Cecilia, per fare guerra a' Sanesi, onde grande turbazione fu a tutta parte guelfa di Toscana, per ch'era in parte da fare molta guerra. Per la qual cosa il Comune di Siena colla forza de' Fiorentini, che vi cavalc molta buona gente cittadini di Firenze, e la taglia de' Guelfi di Toscana, ond'era capitano il conte Guido di Monforte, v'andarono ad oste, faccendovi gittare dentro molti difici, e durovvi l'assedio pi di V mesi. E raunando il detto vescovo sua oste di tutta parte ghibellina di Toscana per levare il detto assedio, non ebbe podere, per chella parte de' Guelfi erano pi possenti; per la qual cosa quegli del castello avendo perduta la speranza del soccorso, n'uscirono la notte di sabato d'ulivo del mese d'aprile, e molti ne furono morti e presi, e quegli che furono menati in Siena, furono chi impiccato e chi tagliato il capo, e 'l castello fu tutto disfatto insino alle fondamenta.

"CXI"


(Come in Italia ebbe grande carestia di vittuaglia.)

Nell'anno MCCLXXXVI, spezialmente del mese d'aprile e di maggio, fu grande caro di vittuaglia in tutta Italia, e valse in Firenze lo staio del grano alla misura rasa soldi XVIII di soldi XXXV il fiorino dell'oro.

"CXII"


(Come messer Prezzivalle dal Fiesco venne in Toscana per vicario d'imperio.)

Nel detto anno aconsento papa Onorio che messer Prezzivalle dal Fiesco de' conti dalLavagna di Genova fosse vicario d'imperio, e and in Alamagna, e fecesi confermare al re Ridolfo, il quale era eletto re de' Romani, e venne il detto vicario in Toscana per raquistare le ragioni dello 'mperio. Fu in Firenze in casa i Mozzi, e richiese i Fiorentini, e' Sanesi, e' Lucchesi, e' Pistolesi, e l'altre terre e baroni di parte guelfa di Toscana che giurassono le comandamenta dello 'mperio, i quali non vollono ubbidire n giurare; per la qual cosa il detto vicario si part di Firenze in discordia, e condanne i Fiorentini in LXm marchi d'ariento, e consequente per rata tutte le terre guelfe che nol vollono ubbidire, e poi n'and in Arezzo, e fece isbandire i Fiorentini in avere e in persona, e per simile modo tutte l'altre terre disubidienti. Ma istando in Arezzo, e non avendo sguito, per che i Guelfi nol voleano ubbidire per non rassultare lo 'mperio, e' Ghibellini l'aveano a sospetto perch'era di progenia e nazione stati Guelfi, e per si torn al re Ridolfo in Alamagna con suo poco onore.

"CXIII"


(Come moro papa Onorio de' Savelli.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXVII, a d III d'aprile, moro papa Onorio in Roma, e l fu soppellito a grande onore nella chiesa di Santo... Questi sostenne anzi parte ghibellina che guelfa, e poco aiuto o niente diede all'erede del re Carlo alla guerra di Cicilia, onde mont molto lo stato e podere del re Giamo d'Araona, che se ne avea fatto coronare re, e tutta parte ghibellina d'Italia, come innanzi faremo menzione.

"CXIV"


(Come in Firenze ebbe certa novitade in questo tempo.)

Nel detto anno, essendo podest di Firenze messer Matteo da Fogliano di Reggio, avendo preso e condannato nella testa per micidio fatto uno grande guerriere e caporale, ch'avea nome Totto de' Mazzinghi da Campi, e andando alla giustizia, messer Corso de' Donati con suo seguito il volle torre alla famiglia per forza; per la qual cosa la detta podest fece sonare la campana a martello; onde s'armarono e trassono al palagio tutta la buona gente di Firenze, chi a cavallo e chi a pi, gridando: "Iustizia, iustizia!". Per la qual cosa la detta podest asegu il suo processo, e dove al detto Totto dovea essere tagliata la testa, il fece strascinare per la terra, e poi impiccare per la gola, e condann in moneta coloro ch'aveano cominciato il romore e impedita la giustizia.

"CXV"


(Come furono cacciati i Guelfi d'Arezzo, onde si cominci la guerra tra' Fiorentini e gli Aretini.)

Nel detto anno, del mese di giugno, vacante la Chiesa, e la parte ghibellina presa molta baldanza in Toscana perch non v'era papa, essendo nella citt d'Arezzo alquanto tempo dinanzi creato popolo, e fatto uno caporale che chiamavano il priore del popolo, il quale perseguitava molto i grandi e possenti, per la qual cosa messer Rinaldo de' Bostoli cogli altri Guelfi si legarono con messer Tarlato e cogli altri grandi Ghibellini per abbattere il detto popolo. E cos feciono, e presono il detto priore, e feciongli cavare gli occhi; per la qual cosa rimasono signori i grandi guelfi e ghibellini; ma i Ghibellini tradirono i Guelfi e gl'ingannarono per rimanere signori, e ordinarono col vescovo d'Arezzo che facesse sua raunata di gente ghibellina di fuori d'Arezzo, e cos fece col podere di Bonconte da Montefeltro, e de' Pazzi di Valdarno, e Ubertini; e usciti' Ghibellini di Firenze, una notte vennero ad Arezzo, non prendendosi guardia i Guelfi, e per tradimento essendoli data una porta d'Arezzo, entrarono nella citt, e cacciaronne fuori la parte guelfa, e fecesene fare signore. Per la quale mutazione e novit in Firenze n'ebbe grande paura e gelosia. Gli usciti guelfi cacciati d'Arezzo presono il castello di Rondine e il Monte San Savino, e feciono lega co' Fiorentini e coll'altre terre guelfe di Toscana, i quali dierono loro i cavalieri della taglia, ch'erano Vc, perch facessono guerra agli Aretini, e per la detta cagione si cominci la guerra tra gli Aretini e' Fiorentini. E in questo tempo, com'era ordinato per gli Ghibellini, torn messere Prezzivalle del Fiesco, vicario dello imperio d'Alamagna, in Arezzo con alquanta gente ch'ebbe dal re Ridolfo, e l fece capo con tutti i Ghibellini di Toscana, faccendo guerra a' Fiorentini e a' Sanesi. E del mese di febbraio vegnente cavalc la gente ch'era in Arezzo, intorno di cinquecento cavalieri e pedoni assai, in sul contado di Firenze, e intorno a Monteguarchi arsono case e capanne, e levarono preda, n gi per loro cavalcata non uscirono le masnade de' Fiorentini di Monteguarchi n di San Savino, onde gli Aretini si tornarono in Arezzo sani e salvi; ma poco appresso, faccendo i Ghibellini d'Arezzo loro cavalcata alla citt di Chiusi, ne cacciarono la parte guelfa, e feciono i Chiusini lega colloro contro a' Sanesi e Montepulciano.

"CXVI"


(D'uno grande fuoco che s'accese in Firenze.)

Nel detto anno MCCLXXXVII, del mese di..., di notte s'apprese il fuoco in Firenze nel palagio de' Cerretani dalla porta del vescovo, e arse il detto palagio, e pi case d'intorno, con grande danno di loro e de' vicini, e morivi una balia con uno fanciullo; che poi ch'ella ne fu fuori si ricord di suoi danari ch'avea lasciati in una cassetta, e per covidigia vi torn, onde rimase nel fuoco. Di questa vile ricordanza avemo fatta memoria per esemplo della folle avarizia delle femmine. Lasceremo de' fatti di Firenze, e torneremo alquanto a contare della guerra di Cicilia.

"CXVII"


(Come l'armata di Carlo Martello presono la citt d'Agosta in Cicilia, e come la loro armata fu sconfitta in mare da Ruggieri di Loria.)

Nel detto anno MCCLXXXVII, a d XXII d'aprile, si partirono da Napoli L tra galee e uscieri armate con Vc cavalieri, le quali avea fatte apparecchiare il conte d'Artese, il quale era balio e governatore di Carlo Martello giovane figliuolo di Carlo secondo, e di tutto il Regno, e di quelle fece amiraglio e capitano messer Rinaldo da Velli. E pass in Cicilia, e prese per forza per lo sbito e improviso avenimento la citt d'Agosta, e rimand il navilio a Brandizio in Puglia per guernigione, e quella Agosta afforz molto per difenderla e tenerla per l'erede del re Carlo, come valoroso e savio cavaliere. Come don Giamo d'Araona signore di Cicilia seppe ci, s and con tutto suo isforzo all'assedio della detta citt d'Agosta ribellata, e fece armare al suo amiraglio messer Ruggieri di Loria XLV galee, acci che guardasse le marine, che vittuaglia non potesse venire alla guernigione dell'Agosta, e che se armata si facesse a Napoli, non si potesse agiugnere con quella di Brandizio. Come il conte Artese ebbe la novella della presa dell'Agosta, ordin d'armare a Brandizio il navilio e galee ch'erano tornate con molta vittuaglia e guernigione, e a Napoli poi fece armare LX galee per soccorrere l'Agosta, e passare in Cicilia con grande oste, e con molti baroni e cavalieri franceschi e provenzali e italiani, e della detta armata era amiraglio messer Arrighino da Mare di Genova. Come Ruggieri di Loria seppe la novella, incontanente, come savio amiraglio e maestro di guerra, si diliber di venire adosso all'armata di Napoli, e per sottrarreli alla battaglia innanzi che s'accozzassero coll'armata di Puglia che dovea partire da Brandizio; e cos gli venne fatto, che il d di santo Giovanni, del mese di giugno del detto anno, Ruggieri di Loria colla sua armata venne insino nel porto di Napoli, faccendo saettare nella terra, e con grida e villane parole e a isvergognare il conte Artese e' suoi Franceschi, i quali come gente poco savi di guerra di mare, vedendosi dispregiare a' Catalani e a' Ciciliani, presono isdegno, e con furia e sanza ordine montarono in galee, e ci fu il conte Guido di Monforte, e il conte di Brenna, e messer Filippo figliuolo del conte di Fiandra, e pi altri baroni e cavalieri, e colle dette LX galee armate di molta buona gente uscirono del porto di Napoli seguendo l'armata de' Ciciliani. Ruggieri di Loria amiraglio di Cicilia, avendosi dilungato da Napoli intorno di VI miglia, veggendo venire la detta armata isparta e non ordinata, come valente amiraglio prese suo vantaggio, non guardando perch fossono pi galee che le sue: s fece vogliere le sue galee e fedire a la detta armata, spezialmente alle galee ov'erano i signori franceschi, i quali conoscea per mali maestri di mare. La battaglia fu aspra e dura, che con tutto che' baroni e' cavalieri franceschi e provenzali non fossono usi di battaglia di mare, pure erano valenti e virtudiosi in arme; ma alla fine abandonati dal loro amiraglio messer Arrighino da Mare (non piaccendogli la battaglia non volle fedire colle sue galee genovesi), le galee de' baroni furono sconfitte e prese gran parte, e menati in Cicilia; ma poi per danari la maggiore parte de' baroni e cavalieri si ricomperarono, salvo il conte di Monforte che mor in pregione. La detta sconfitta fu grande abbassamento della parte di Carlo Martello e del conte d'Artese, che teneano il Regno, e grande esultamento de' Ciciliani e de' Catalani; per la qual cosa, del mese di luglio presente, s'arend la citt d'Agosta a don Giamo, salve le persone, e fecesi triegua tralle dette parti dalla san Michele vegnente a uno anno. Lasceremo alquanto della detta materia, e diremo d'altre novitadi di Firenze e di Toscana ne' detti tempi.

"CXVIII"


(Come s'apprese uno grande fuoco in Firenze in casa Cerchi.)

Nel detto anno, a d VIIII di febbraio, la notte di carnasciale s'apprese il fuoco in Firenze nelle case e palagi de' Cerchi neri da porte San Piero, e arse dalla volta ch'era in su l'antica porta insino a la 'ncontra di Santa Maria in Campo, i quali erano molto belli e ricchi palagi e casamenti; e arsevi molta roba e ricchi arnesi, ma non v'ebbe danno di persona. Ma poco tempo appresso i detti Cerchi, ch'erano di grande ricchezza e podere, le feciono rifare pi belle che prima.

"CXIX"


(Della chiamata di papa Niccola IIII d'Ascoli.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXVII, in mezzo febbraio, il d di caffera san Piero fu eletto papa Niccola IIII della citt d'Ascoli della Marca. Questi avea nome Girolamo, e fu frate minore, e per sua bont e scienzia fu fatto ministro generale dell'ordine, e poi cardinale, e poi papa; e sedette anni IIII, e mesi I, e d VIII; e vac la Chiesa dopo la sua morte anni II, e mesi III, e d VIII. Quello che fu fatto per lui, e al suo tempo, faremo menzione per gli tempi ordinatamente. Questi favor molto parte ghibellina occultamente, e tutta sua famiglia erano Ghibellini, e quegli della casa della Colonna agrand molto, e fece cardinale messer Piero della Colonna, nonostante ch'avesse moglie, la quale dispens e fece fare monaca; e per partire gli Orsini, a petizione de' Colonnesi fece cardinale messer Nepoleone Orsini di que' dal Monte, loro parente e nemico degli altri; per la qual cosa molto mont lo stato de' Ghibellini, e abbass lo stato del re Carlo e de' Guelfi.

"CXX"


(D'una grande oste che 'l Comune di Firenze fece sopra la citt d'Arezzo, e alla partita i Sanesi furono sconfitti alla pieve al Toppo.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXVIII, i Fiorentini coll'altre terre guelfe della taglia di Toscana, veggendo che 'l vescovo d'Arezzo col suo sguito de' Ghibellini di Toscana, e del Ducato, e di Romagna, e della Marca aveano fatto capo in Arezzo, e raunata di gente a cavallo e a pi, e faceano guerra in sul contado di Firenze e in su quello di Siena, i Fiorentini si dispuosono di contastare all'orgoglio degli Aretini, e impuosono tralloro VIIIc cavallate con ricchi e grossi cavalli, e bandirono oste sopra Arezzo, e date loro insegne, a d XXIII di maggio del detto anno, alla signoria di messer Antonio da Fosseraco di Lodi, mandarono le dette bandiere e insegne alla badia a Ripole, e l stettono VIII giorni spiegate. E ci usavano i Fiorentini in quello tempo per grandigia e signoria, che voleano chella loro uscita ad oste fosse palese e nota a' nemici e attutta gente. Poi si mosse l'oste il primo d di giugno, e furono XXVIc di cavalieri e XIIm pedoni; che VIIIc furono cavallate di propii cittadini di Firenze grandi e popolani, e IIIc soldati propii de' Fiorentini, e Vc della taglia della compagnia de' Guelfi di Toscana e IIIc di Lucca, e CL di Pistoia, e L di Prato, e L di Volterra, e L di Samminiato, e L di San Gimignano, e XXX di Colle, e da CCL d'altra amist, e de' conti Guidi guelfi, Maghinardo da Susinana, messer Iacopo dafFano, Filippuccio da Iegi, e' marchesi Malispini, e giudice di Gallura, e' conti Alberti, e altri baroncelli di Toscana; e fu la pi grande e ricca oste che facessono i Fiorentini dapoi che' Guelfi tornarono in Firenze. E stettono a oste in sul contado d'Arezzo XXII d, e presono il castello di Leona e disfeciollo, e presono Castiglione degli Ubertini, e le Conie, e pi di XL altre castella e fortezze della Valle d'Ambra e del contado intorno ad Arezzo. E puosonsi ad oste al castello di Laterino, e stettonvi VIII d, ed ebbollo a patti, che v'era dentro per capitano Lupo degli Uberti, veggendosi chiudere e steccare d'intorno; onde molto fu biasimato da' Ghibellini, per che si potea tenere, e era fornito per pi di III mesi. Ma Lupo si scusava per motti, che nullo lupo nonn-era costumato di stare rinchiuso. E renduto Laterino a' Fiorentini, guernirlo; e in questa stanza vi vennero i Sanesi con loro isforzo di IIIIc cavalieri e di IIIm pedoni molto bella gente, e guastarono tutte le vigne e giardini intorno alle mura d'Arezzo, e tagliarono l'olmo. Ma istando a campo, la vilia di santo Giovanni Batista fu maggiore turbico di vento e d'acqua chessi ricordi, e abbatt trabacche e padiglioni, ispezialmente nel campo de' Sanesi, che tutte le stracci e port il vento in aria, e fu segno del loro futuro danno. E poi il d di san Giovanni Batista vennero i Fiorentini schierati in sul prato d'Arezzo, e in quello dinanzi alla porta della citt feciono correre il palio, siccome per loro costuma si facea per la detta festa in Firenze, e fecionvisi XII cavalieri di corredo. E ci fatto, l'oste de' Fiorentini si part il d appresso, e lasciando in Laterino in guernigione C cavalieri per guerreggiare Arezzo; e torn l'oste in Firenze colloro amist bene aventurosamente, sanza contasto o vista di niuna forza de' nimici. E vollono che' Sanesi per loro sicurt ne venissono colla loro oste insieme infino a Montevarchi, e di l se n'andassero a Siena per la via di Montegrossoli; onde i Sanesi tenendosi possenti e leggiadri, isdegnarono, e non vollono fare quella via, n vollono compagnia de' Fiorentini, e feciono la via diritta per guastare il castello di Licignano di Valdichiane, salvo che colloro and il conte Allessandro da Romena, allora capitano della taglia, con certi di sua gente. I capitani di guerra della citt d'Arezzo, che ve n'avea assai e buoni, il caporale Bonconte da Montefeltro e messer Guiglielmino Pazzo, sentendo la partita che doveano fare i Sanesi, misono uno guato con IIIc cavalieri e IIm pedoni al valico della pieve al Toppo, onde valicavano i Sanesi male ordinati, per troppa baldanza isproveduti, e giugnendo al detto valico, assaliti dagli Aretini, per la poca loro ordine e sproveduto assalto furono assai tosto sconfitti, e furonne tra morti e presi pi di IIIc pur de' migliori cittadini di Siena, e de' migliori e gentili uomini di Maremma ch'erano in loro compagnia, intra' quali vi moro Rinuccio di Pepo di Maremma, molto nomato capitano; della quale sconfitta i Sanesi n'ebbono grande abbassamento, e' Fiorentini e tutti i Guelfi di Toscana ne sbigottirono assai, e gli Aretini ne montarono in grande orgoglio, come innanzi faremo menzione.

"CXXI"


(Come furono cacciati di Pisa il giudice di Gallura e la parte guelfa, e preso il conte Ugolino.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXVIII, del mese di luglio, essendo criata in Pisa grande divisione e sette per cagione della signoria, che dell'una era capo il giudice Nino di Gallura di Visconti con certi Guelfi e l'altro era il conte Ugolino de' Gherardeschi coll'altra parte de' Guelfi, e l'altro era l'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini co' Lanfranchi, e Gualandi, e Sismondi, con altre case ghibelline, il detto conte Ugolino per essere signore s'accost coll'arcivescovo e sua parte, e trad il giudice Nino, non guardando che fosse suo nipote figliuolo della figliuola, e ordinarono che fosse cacciato di Pisa co' suoi seguaci, o preso in persona. Giudice Nino sentendo ci, e non veggendosi forte al riparo, si part della terra, e andossene a Calci suo castello, e allegossi co' Fiorentini e' Lucchesi per fare guerra a' Pisani. Il conte Ugolino innanzi che giudice Nino si partisse, per coprire meglio suo tradimento, ordinata la cacciata di giudice, se n'and fuori di Pisa a uno suo maniero chessi chiamava Settimo. Come seppe la partita di giudice Nino, torn in Pisa con grande allegrezza, e da' Pisani fu fatto signore con grande allegrezza e festa; ma poco stette in su la signoria, chella fortuna gli si rivolse al contrario, come piacque adDio, per gli suoi tradimenti e peccati; che di vero si disse ch'egli fece avelenare il conte Anselmo da Capraia suo nipote, figliuolo della serocchia, per invidia, e perch era in Pisa grazioso, e temendo non gli togliesse suo stato. E avenne al conte Ugolino quello che di poco dinanzi gli avea profetato uno savio e valente uomo di corte, chiamato Marco Lombardo; che quando il conte fu al tutto chiamato signore di Pisa, e quando era in maggiore stato e felicit, fece per lo giorno di sua nativit una ricca festa, ov'ebbe i figliuoli, e' nipoti, e tutto suo lignaggio e parenti, uomini e donne, con grande pompa di vestimenti e d'arredi, e apparecchiamento di ricca festa. Il conte prese il detto Marco, e vennegli mostrando tutta sua grandezza e potenzia, e apparecchiamento della detta festa; e ci fatto, il domand: "Marco, che te ne pare?". Il savio gli rispuose subito, e disse: "Voi siete meglio apparecchiato a ricevere la mala meccianza, che barone d'Italia". E il conte temendo della parola di Marco, disse: "Perch?". E Marco rispuose: "Perch non vi falla altro chell'ira d'Iddio". E certo l'ira d'Iddio tosto gli sopravenne, come piacque adDio, per gli suoi tradimenti e peccati, ch come era conceputo per l'arcivescovo di Pisa e' suoi seguaci di cacciare di Pisa giudice Nino e' suoi, col tradimento e trattato dal conte Ugolino, scemata la forza de' Guelfi, ordin l'arcivescovo di tradire il conte Ugolino; e subitamente a furore di popolo il fece assalire e combattere al palagio, faccendo intendere al popolo ch'egli avea tradito Pisa, e rendute le loro castella a' Fiorentini e a' Lucchesi; e sanza nullo riparo rivoltoglisi il popolo adosso, s'arrendo preso, e al detto assalto fu morto uno suo figliuolo bastardo e uno suo nipote, e preso il conte Ugolino, e due suoi figliuoli, e tre nipoti figliuoli del figliuolo, e misorgli in pregione, e cacciarono di Pisa la sua famiglia e suoi seguaci, e Visconti, e Ubizzinghi, Guatani, e tutte l'altre case guelfe. E cos fu il traditore dal traditore tradito; onde a parte guelfa di Toscana fu grande abassamento, e esultazione de' Ghibellini per la detta revoluzione di Pisa, e per la forza de' Ghibellini d'Arezzo, e per la potenzia e vittorie di don Giamo di Raona e de' Ciciliani contra l'erede del re Carlo.

"CXXII"


(Come i Lucchesi presono sopra i Pisani il castello d'Asciano.)

Nel detto anno, del mese d'agosto, i Lucchesi con giudice di Gallura e cogli usciti guelfi di Pisa (e di Firenze v'andarono XII cavalieri di corredo con CC cavalieri soldati) andarono ad oste in sul contado di Pisa, e puosonsi al castello d'Asciano presso di Pisa a tre miglia, e ebbollo a patti, salve le persone, e tornarono in Lucca sani e salvi sanza nullo contasto de' Pisani. E per loro dispetto i Lucchesi, preso il castello, nella maggiore torre feciono mettere pi specchi, perch i Pisani vi si specchiassono.

"CXXIII"


(Come' soldati de' Pisani che venieno di Campagna furono sconfitti in Maremma da' soldati de' Fiorentini.)

Nel detto anno, del mese di settembre, vegnendo di terra di Roma e di Campagna CC cavalieri soldati per lo Comune di Pisa, i quali guidava il conticino da Ilci di Maremma, sentendo la loro venuta il giudice di Gallura ch'era in Samminiato, con ordine de' Fiorentini, mandarono loro incontro IIIc cavalieri di quegli della taglia con certi Fiorentini, onde fu capitano messer Guelfo de' Cavalcanti e Berardo da Rieti conastabole per condotta di Minuccio da Biserno; e scontrandosi co' detti soldati de' Pisani in Maremma, gli ruppono e sconfissono, e molti ne furono morti e presi, che pochi ne scamparono col conticino da Ilci; e le loro insegne recate in Firenze con grande festa, e il detto Berardo da Rieti conastabole fu fatto cavaliere per lo Comune di Firenze, e feciongli ricchi doni e grande onore.

"CXXIV"


(Della cavalcata che' Fiorentini feciono a Laterina per andare sopra ad Arezzo.)

Nel detto tempo, a d XV di settembre, essendo gli Aretini ad oste sopra uno loro castello rubellato per gli Guelfi, ch'avea nome Corciano, i Fiorentini, per farne levare da oste gli Aretini, cavalcarono subitamente a Laterino per andare verso Arezzo, e furono le cavallate di Firenze, e da CCL loro soldati; sicch furono intorno di M uomini a cavallo e da IIIIm pedoni, e in quella oste e cavalcata si diede di prima la 'nsegna reale dell'arme del re Carlo, e ebbela messer Berto Frescobaldi, e poi sempre l'usarono i Fiorentini in loro oste per la mastra insegna. E sentendo gli Aretini la detta cavalcata, per tema della terra, di notte si levarono dal detto castello, quasi a modo di sconfitta, non aspettando l'uno l'altro, e tornarono in Arezzo; e ci fatto, per rinvigorire loro parte mandarono a' Fiorentini che gli atendessono, che voleano la battaglia; i quali avuta la novella, allegramente gli attesono al castello di Laterino: gli Aretini colloro amist di Marchigiani, e Romagnuoli, e usciti ghibellini di Firenze e delle terre di Toscana, in quantit di VIIc cavalieri e di VIIIm pedoni, vennero schierati alla ripa di l dall'Arno che si chiama Ca della Riccia, incontro a Laterino. I Fiorentini veggendo i nimici, francamente s'armaro, e usciro di Laterino, e schierarsi in su la riva d'Arno, il quale fiume d'Arno in quello tempo era molto sottile d'acqua, e agevole a passare a quegli da pi, non che a quegli da cavallo. E ci fatto, i Fiorentini richiesono gli Aretini che scendessono al piano in su l'Arno, o dessono campo alloro di passare in su il loro piano per venire alla battaglia; ma gli Aretini acci non feciono risposta, ma guardavano di prendere loro vantaggio della battaglia al passare dell'Arno; e cos stette ciascuna parte alla gara. Alla fine gli Aretini, schifando la battaglia, si partirono sconciamente e tornaronsi in Arezzo, e' Fiorentini rimasono schierati in su la riva d'Arno infino al vespro, e poi si tornarono in Laterino; e vegnendone poi verso Firenze, disfeciono Montemarciano, e Poggio Tazi, e Montefortino, castella de' Pazzi di Valdarno. Ma partiti i Fiorentini di Laterino, la masnada d'Arezzo con certi Ghibellini essendo in Bibbiena in Casentino, per condotta di certi isbanditi e rubelli ghibellini di Valdisieve, cavalcarono infino al Ponte a Sieve presso afFirenze a X miglia, levando preda, e ardendo, e guastando per quelle contrade, e faccendo danno assai, si tornarono sanza contasto in Bibbiena; e ci fu a d XIII d'ottobre del detto anno.

"CXXV"


(Come il prenze Carlo usc dalla pregione del re d'Araona.)

Nel detto anno, del mese di novembre, il prenze Carlo usc della pregione del re d'Araona per procaccio del re Adoardo re d'Inghilterra, con patti, che promise a don Anfus re d'Araona ch'a suo podere procaccerebbe che messer Carlo di Valos fratello dere di Francia rinunzierebbe con volont del papa il privilegio del reame d'Araona, che gli avea dato la Chiesa al tempo di papa Martino, come addietro facemmo menzione; e se ci non facesse, promise e giur di ritornare in sua pregione dal giorno a tre anni. E per fermezza della detta promessa lasci per istadichi III suoi figliuoli, Ruberto, e Ramondo, e Giovanni, e L de' migliori cavalieri di Proenza. E costogli il detto accordo XXXm marchi di sterlini. E ci fatto, il detto prenze Carlo n'and in Francia al re per fare rinunziare a messer Carlo, ma niente ne pot fare.

"CXXVI"


(D'uno grande diluvio d'acqua che fu in Firenze.)

Nel detto anno, a d V di dicembre, fu in Firenze e nel contado uno grande diluvio di piova, onde il fiume d'Arno crebbe s disordinatamente, e dur col detto empito fuori d'ogni termine usato dalla mattina alla sera, e fece ruvinare palazzi e case degli Spini e de' Gianfigliazzi, ch'erano di costa al ponte a Santa Trinita, e grande danno fece nel contado di Firenze e in quello di Pisa.

"CXXVII"


(Come gli Aretini vennero guastando per lo contado di Firenze insino a San Donato in Collina.)

Nel detto anno, a d XII del mese di marzo, la masnada d'Arezzo, intorno di IIIc uomini a cavallo e ben IIIm a pi, vennero infino a Montevarchi, ardendo e guastandolo intorno; e arsono il borgo del castello, e tutto d combatterono la terra. E stando l'oste degli Aretini a Montevarchi, certi usciti di Firenze con alquanti scorridori a cavallo e a pi corsono insino a San Donato in Collina presso afFirenze a VII miglia, ardendo e guastando, sicch i fummi delle case e dell'arsione si vedea della citt di Firenze, e cominciarono a tagliare l'olmo da San Donato per dispetto de' Fiorentini. E ci fatto, si tornarono nel borgo di Fegghine, e stettonvi uno d e una notte; n gi per la detta cavalcata non si mosse uomo di Firenze, anzi ebbe nella terra grande gelosia, temendo chella detta cavalcata non fosse fatta per tradimento della terra, perch in Firenze erano rimasi molti Ghibellini grandi e popolani, de' quali per quello sospetto molti ne furono mandati a' confini, e la citt rimase sanza sospetto.

"CXXVIII"


(Come i Pisani feciono loro capitano il conte da Montefeltro, e come feciono morire di fame il conte Ugolino e' figliuoli e' nipoti.)

Nel detto anno MCCLXXXVIII, del detto mese di marzo, riscaldandosi le guerre di Toscana tra' Guelfi e' Ghibellini, per la guerra cominciata de' Fiorentini e Sanesi agli Aretini, e de' Fiorentini e Lucchesi a' Pisani, i Pisani elessono per loro capitano di guerra il conte Guido di Montefeltro, dandogli grande giuridizione e signoria; il quale ruppe i confini ch'avea per la Chiesa, e partissi di Piemonte, e venne in Pisa; per la qual cosa egli e' suoi figliuoli e famiglia, e tutto il Comune di Pisa, dalla Chiesa di Roma furono scomunicati, siccome ribelli e nimici di santa Chiesa. E giunto il detto conte in Pisa del detto mese di marzo, i Pisani, i quali aveano messo in pregione il conte Ugolino e due suoi figliuoli, e due figliuoli del conte Guelfo suo figliuolo, siccome addietro facemmo menzione, in una torre in su la piazza degli anziani, feciono chiavare la porta della detta torre, e le chiavi gittare in Arno, e vietare a' detti pregioni ogni vivanda, gli quali in pochi giorni vi morirono di fame. Ma prima domandando con grida il detto conte penitenzia, non gli concedettono frate o prete che 'l confessasse. E tratti tutti e cinque insieme morti della detta torre, vilmente furono sotterrati; e d'allora innanzi la detta carcere fu chiamata la torre della fame, e sar sempre. Di questa crudelt furono i Pisani per l'universo mondo, ove si seppe, forte biasimati, non tanto per lo conte, che per gli suoi difetti e tradimenti era per aventura degno di s fatta morte, ma per gli figliuoli e nipoti, ch'erano giovani garzoni e innocenti; e questo peccato commesso per gli Pisani non rimase impunito, siccome per gli tempi innanzi si potr trovare. Lasceremo alquanto de' fatti di Firenze e di Toscana, e diremo d'altre novit ch'a' detti tempi apparirono, e furono per l'universo mondo.

"CXXIX"


(Come i Saracini presono Tripoli di Soria.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXVIIII, del mese di maggio, il soldano di Babbillonia d'Egitto con grandissimo esercito di Saracini a cavallo e a pi venne in Soria, e puosesi ad oste alla citt di Tripoli, la quale si tenea per gli Cristiani, e quella per dificii e cave ebbe per forza; e molti Cristiani che v'avea dentro furono morti; e li giovani garzoni, e le donne e pulcelle furono violate villanamente da' Saracini, e menate in servaggio; alquanti ne scamparono in galee e legni ch'erano nel porto, e fuggirsi ad Acri. E entrativi i Saracini, la rubarono e spogliarono d'ogni sustanzia, la quale era piena di molte gioie e mercatantie e cose. E ci fatto, la feciono abattere e disfare insino alla fondamenta, salvo il castello chiamato Nelisino, il quale era di fuori alla citt ad una balestrata, e guernitollo di Saracini alla guardia, perch la citt di Tripoli non si rifacesse per gli Cristiani.

"CXXX"


(Della coronazione del re Carlo secondo, e come pass per Firenze, e lasci messer Amerigo di Nerbona per capitano di guerra de' Fiorentini.)

Nel detto anno, a d II di maggio, venne in Firenze il prenze Carlo figliuolo del grande re Carlo, il quale tornava di Francia poi ch'era uscito di pregione, e andavane a corte a Rieti dov'era il papa, e da' Fiorentini fu ricevuto con grande festa, e fugli fatto grande onore e presenti da' Fiorentini; e dimorato III giorni in Firenze, si part per fare suo cammino verso Siena. E lui partito, venne in Firenze novella chelle masnade d'Arezzo s'apparecchiavano d'andare in sul contado di Siena per impedire o fare vergogna al detto prenze Carlo, il quale ave' piccola compagnia di gente d'arme. Incontanente i Fiorentini feciono cavalcare i cavalieri delle cavallate, ove furono tutto il fiore della buona gente di Firenze e' soldati ch'erano in Firenze, e furono in quantit di VIIIc cavalieri e IIIm pedoni per accompagnare il detto prenze; onde il prenze l'ebbe molto per bene di s onorato servigio, e sbito e non richesto soccorso di tanta buona gente, e con tutto che non facesse bisogno; ch sentito per gli Aretini la cavalcata de' Fiorentini, non s'ardirono d'andarvi; ma per i Fiorentini accompagnarono il detto prenze infino di l da la Bricola a' confini del contado di Siena e d'Orbivieto. E adomandato per lo Comune di Firenze al prenze uno capitano di guerra, e che confermasse loro di portare in oste la 'nsegna reale, dal prenze fu accettato, e fece cavaliere Amerigo di Nerbona grande gentile uomo, e prode e savio in guerra, e diello loro per capitano; il quale messer Amerigo con sua compagnia, intorno di C uomini a cavallo, venne in Firenze colla detta cavalleria, e il prenze n'and a corte, e dal papa Niccola IIII e da' suoi cardinali onorevolemente fu ricevuto; e il d della Pentecosta vegnente, a d XXVIIII di maggio MCCLXXXVIIII, nella citt di Roma fu dal detto papa coronato il detto Carlo re di Cicilia e di Puglia con grande onore, solennit e festa, e dalla Chiesa fattegli molte grazie e grandi presenti di gioielli e di moneta, e susidii di decime per aiuto della guerra di Cicilia. E ci fatto si part lo re Carlo di corte, e andonne nel Regno.

"CXXXI"


(Come i Fiorentini sconfissono gli Aretini a Certomondo in Casentino.)

Nel detto anno e mese di maggio, tornata la cavalleria di Firenze da accompagnare il prenze Carlo, e col loro capitano messer Amerigo di Nerbona, per soperchi ricevuti dagli Aretini incontanente feciono bandire oste sopra la citt d'Arezzo, e diedono loro insegne di guerra a d XIII di maggio, e la 'nsegna reale ebbe messer Gherardo Ventraia de' Tornaquinci, e incontanente che furono date le portarono alla badia a Ripole, com'era usato, e l le lasciarono con guardia, faccendo vista d'andare per quella via sopra la citt d'Arezzo. E venuta l'amist e fornita l'ordine, con segreto consiglio presono ordine e partito d'andare per la via di Casentino, e subitamente a d II di giugno, sonate le campane a martello, si mosse la bene aventurosa oste de' Fiorentini, e le bandiere ch'erano a Ripole feciono passare Arno, e tennono la via del Ponte a Sieve, e accamparsi per attendere tutta gente in su Monte al Pruno, e l si trovarono da MVIc cavalieri e da Xm pedoni, de' quali v'ebbe VIc cittadini con cavallate, i meglio armati e montati ch'uscissono anche di Firenze, e IIIIc soldati colla gente del capitano messer Amerigo al soldo de' Fiorentini; e di Lucca v'ebbe CL cavalieri, e di Pistoia LX cavalieri e pedoni, di Prato XL cavalieri e pedoni, e di Siena CXX cavalieri, e di Volterra XL cavalieri, e di Bologna loro ambasciadori colloro compagnia, e di Samminiato, e di San Gimignano, e di Colle, di ciascuna terra v'ebbe gente a cavallo e a pi; e Maghinardo da Susinana buono capitano e savio di guerra con suoi Romagnuoli. E raunata la detta oste, scesono nel piano di Casentino guastando le terre del conte Guido Novello, ch'era podest d'Arezzo. Sentendo ci il vescovo d'Arezzo, cogli altri capitani di parte ghibellina, che assai v'aveva de' nominati, presono partito di venire con tutta loro oste a Bibbiena, perch non ricevesse il guasto, e furono VIIIc cavalieri e VIIIm pedoni, molto bella gente, e di molti savi capitani di guerra ch'avea tralloro, che v'era il fiore de' Ghibellini di Toscana, della Marca, e del Ducato, e di Romagna, e tutta gente costumati in arme e in guerra; s richiesono di battaglia i Fiorentini, non temendo perch i Fiorentini fossono due cotanti cavalieri di loro, ma dispregiandogli, dicendo chessi lisciavano come donne, e pettinavano le zazzere, e gli aveano a schifo e per niente. Bene ci fu anche cagione perch gli Aretini si misono a battaglia co' Fiorentini, essendo due cotanti cavalieri di loro, per tema d'uno trattato che 'l vescovo d'Arezzo avea tenuto co' Fiorentini, menato per messer Marsilio de' Vecchietti, di dare in guardia a' Fiorentini Bibbiena, Civitella, e tutte le castella del suo vescovado, avendo ogn'anno a sua vita Vm fiorini d'oro, sicuro in su la compagnia de' Cerchi. il quale trattato messer Guiglielmino Pazzo suo nipote isturb, perch il vescovo non fosse morto da' caporali ghibellini; e per avacciarono la battaglia, e menarvi il detto vescovo, ov'egli rimase morto cogli altri insieme; e cos fu pulito del suo tradimento il vescovo, ch'a un'ora trattava di tradire i Fiorentini e' suoi Aretini. E ricevuto per gli Fiorentini allegramente il gaggio della battaglia, di concordia si schierarono e affrontarono le due osti pi ordinatamente per l'una parte e per l'altra, che mai s'affrontasse battaglia in Italia, nel piano a pi di Poppio nella contrada detta Certomondo, che cos si chiama il luogo, e una chiesa de' frati minori che v' presso, e in uno piano chessi chiama Campaldino; e ci fu un sabato mattina, a d XI del mese di giugno, il d di santo Barnaba appostolo. Messer Amerigo e gli altri capitani de' Fiorentini si schierarono bene e ordinatamente, faccendo CL feditori de' migliori dell'oste, de' quali furono XX cavalieri novelli, che si feciono allora; e essendo messer Vieti de' Cerchi de' capitani, e malato di sua gamba, non lasci perci di volere essere de' feditori; e convenendoli eleggere per lo suo sesto, nullo volle di ci gravare pi chessi volesse di volont, ma elesse s e 'l figliuolo e' nipoti; la qual cosa gli fu messa in grande pregio, e per suo buono esemplo e per vergogna molti altri nobili cittadini si misono tra' feditori. E ci fatto, fasciandogli di costa da ciascuna ala della schiera de' pavesari, e balestrieri, e di pedoni a lance lunghe, e la schiera grossa di dietro a' feditori ancora fasciata di pedoni, e dietro tutta la salmeria raunata per ritenere la schiera grossa, e di fuori della detta schiera misono CC cavalieri e pedoni Lucchesi e Pistolesi e altri forestieri, onde fu capitano messer Corso Donati, ch'allora era podest de' Pistolesi, e ordinaro, che se bisognasse, fedisse per costa sopra i nemici. Gli Aretini dalla loro parte ordinarono saviamente loro schiere, per che v'avea, come detto avemo, buoni capitani di guerra, e feciono molti feditori in quantit di IIIc, intra' quali avea eletti XII de' maggiori caporali che si faceano chiamare i XII paladini. E dato il nome ciascuna parte alla sua oste, i Fiorentini: "Nerbona cavaliere", e gli Aretini: "San Donato cavaliere", i feditori degli Aretini si mossono con grande baldanza a sproni battuti a fedire sopra l'oste de' Fiorentini, e l'altra loro schiera conseguente appresso, salvo che 'l conte Guido Novello, ch'era con una schiera di CL cavalieri per fedire di costa, non s'ard di mettere alla battaglia, ma rimase, e poi si fugg a sue castella. E la mossa e assalire che feciono gli Aretini sopra i Fiorentini fu, stimandosi come valente gente d'arme, che per loro buona pugna di rompere alla prima affrontata i Fiorentini e mettergli in volta; e fu s forte la percossa, che i pi de' feditori de' Fiorentini furono scavallati, e la schiera grossa rincul buon pezzo del campo, ma per non si smagarono n ruppono, ma costanti e forti ricevettono i nemici; e coll'ale ordinate da ciascuna parte de' pedoni rinchiusono tralloro i nemici, combattendo aspramente buona pezza. E messer Corso Donati, ch'era di parte co' Lucchesi e Pistolesi, e avea comandamento di stare fermo, e non fedire, sotto pena della testa, quando vide cominciata la battaglia, disse come valente uomo: "Se noi perdiamo, io voglio morire nella battaglia co' miei cittadini; e se noi vinciamo, chi vuole vegna a noi a Pistoia per la condannagione"; e francamente mosse sua schiera, e fed i nemici per costa, e fu grande cagione della loro rotta. E ci fatto, come piacque adDio, i Fiorentini ebbono la vittoria, e gli Aretini furono rotti e sconfitti, e furonne morti pi di MDCC tra a cavallo e a pi, e presi pi di MM, onde molti ne furono trabaldati pur de' migliori, chi per amist, e chi per ricomperarsi per danari; ma in Firenze ne vennero legati VIIcXL. Intra' morti rimase messer Guiglielmino degli Ubertini vescovo d'Arezzo, il quale fu uno grande guerriere, e messer Guiglielmino de' Pazzi di Valdarno e' suoi nipoti, il quale fu il migliore e 'l pi avisato capitano di guerra che fosse in Italia al suo tempo, e morivvi Bonconte figliuolo del conte Guido da Montefeltro, e tre degli Uberti, e uno degli Abati, e due de' Griffoni da Fegghine, e pi altri usciti di Firenze, e Guiderello d'Allessandro d'Orbivieto, nominato capitano, che portava la 'nsegna imperiale, e pi altri. Dalla parte de' Fiorentini non vi rimase uomo morto di rinnomea, se non messer Guiglielmo Berardi balio di messer Amerigo di Nerbona, e messer Bindo del Baschiera de' Tosinghi, e Tici de' Visdomini; ma molti altri cittadini e forestieri furono fediti. La novella della detta vittoria venne in Firenze il giomo medesimo, a quella medesima ora ch'ella fu; che dopo mangiare essendo i signori priori iti a dormire e a riposarsi, per la sollecitudine e vegghiare della notte passata, subitamente fu percosso l'uscio della camera con grida: "Levate suso, che gli Aretini sono sconfitti!"; e levati, e aperto, non trovarono persona, e i loro famigliari di fuori non ne sentirono nulla; onde fu grande maraviglia e notabile tenuta, che innanzi che persona venisse dell'oste colla novella, fu ad ora di vespro. E questo fu il vero, ch'io l'ud e vidi, e tutti i Fiorentini s'amirarono onde ci fosse venuto, e istavano in sentore. Ma quando giunsono coloro che venieno dell'oste, e raportarono la novella in Firenze, si fece grande festa e allegrezza; e poteasi fare per ragione, che alla detta sconfitta rimasono molti capitani e valenti uomini di parte ghibellina, e nemici del Comune di Firenze, e funne abbattuto l'orgoglio e superbia non solamente degli Aretini, ma di tutta parte ghibellina e d'imperio.

"CXXXII"


(Come i Fiorentini assediarono e guastarono intorno la citt d'Arezzo.)

Avuta la detta vittoria il Comune di Firenze sopra quello d'Arezzo, sonata colle trombe la ritratta della caccia dietro a' fuggiti, si schier l'oste de' Fiorentini in su il campo, e ci fatto, se n'andarono a Bibbiena, e quella ebbono sanza nullo contasto; e rubata e spogliata d'ogni sustanzia e di molta preda, le feciono disfare le mura e le case forti infino alle fondamenta, e pi altre castelletta intorno, soggiornatovi VIII d. Che se lo seguente d fosse l'oste de' Fiorentini cavalcata ad Arezzo, sanza niuno dubbio s'avea la terra; ma in quello soggiorno gli scampati della battaglia vi ritornarono, e de' contadini d'intorno vi fuggirono, e presono ordine al riparo e guardia della terra. L'oste de' Fiorentini vi venne alquanti giorni appresso, e puosono l'assedio intorno alla citt, faccendo il guasto al continuo, e prendendo le loro castella, che quasi tutte s'ebbono, quali per forza, e quali s'arrenderono a patti; e molte ne feciono disfare i Fiorentini, e ritennero Castiglione Aretino, e Montecchio, e Rondine, e Civitella, e Laterino, e Monte Sansavino. E andarono in quella oste due de' priori di Firenze a provedere; e' Sanesi vennero per comune molto isforzatamente, popolo e cavalieri, dopo la sconfitta fatta, per racquistare loro terre prese per gli Aretini; e ebbono Licignano d'Arezzo e Chiusura di Valdichiane a patti. E stando la detta oste de' Fiorentini ad Arezzo, in sul vescovado vecchio, per XX d, la guastarono tutta intorno, e fecionvi correre il palio per la festa di san Giovanni, e rizzarvisi pi dificii, e manganarvisi asini colla mitra in capo, per dispetto e rimproccio del loro vescovo; e ordinarvisi molte torri di legname e altri ingegni per combattere la terra, e dandovisi aspra battaglia, grande pezza dello steccato, che non v'avea allora altro muro da quella parte, fu arso e abbattuto; e se i capitani dell'oste avessono ben fatto pugnare a' combattitori, per forza s'avea la terra, ma quando doveano combattere, feciono sonare la ritratta, onde furono abominati, che ci fu fatto per guadagneria; per la qual cosa il popolo e' combattitori amollati si ritrassono da' badalucchi e dalle guardie; onde la notte vegnente quegli d'Arezzo uscirono fuori, e misero fuoco in pi torri di legname, e arsolle con molti altri dificii. E ci fatto, i Fiorentini perduta la speranza d'avere la terra per battaglia, per lo migliore si part l'oste, lasciando fornite le sopradette castella forti, perch guerreggiassono al continuo la terra; e torn l'oste in Firenze a d XXIII di luglio con grande allegrezza e triunfo, andando loro incontro il chericato a processione, e' gentili uomini armeggiando, e 'l popolo colle insegne e gonfaloni di ciascuna arte con sua compagnia, e recossi palio di drappo ad oro sopra capo di messer Amerigo di Nerbona, portato sopra bigordi per pi cavalieri, e simile sopra messer Ugolino de' Rossi da Parma, ch'allora era podest di Firenze. E nota che tutta la spesa della detta oste si forn per lo nostro Comune per una libbra di libbre VI e soldi V il centinaio, che mont pi di XXXVIm di fiorini d'oro, s era allora bene ordinato l'estimo della citt e del contado, con altre cose e rendite del Comune simiglianti bene ordinate. Bene avenne che tornata la detta oste, i popolani ebbono sospetto de' grandi, che per orgoglio della detta vittoria non gli gravassono oltre al modo usato; e per questa cagione le VII arti maggiori si rallegarono con loro le V arti consequenti, e feciono tralloro imporre arme, e pavesi, e certe insegne, e fu quasi uno cominciamento di popolo, onde poi si prese la forma del popolo chessi cominci nel MCCLXXXXII, come innanzi fareno memoria. Della sopradetta vittoria la citt di Firenze esalt molto, e venne in felice e buono stato, il migliore ch'ella avesse avuto infino a quelli tempi; e crebbe molto di genti e di ricchezze, ch'ognuno guadagnava d'ogni mercatantia, arte, o mestieri; e dur in pacefico e tranquillo stato pi anni appresso, ogni d montando. E per allegrezza e buono stato ogni anno per calen di maggio si faceano le brigate e compagnie di genti giovani vestiti di nuovo, e faccendo corti coperte di zendadi e di drappi, e chiuse di legname in pi parti della citt; e simile di donne e di pulcelle, andando per la terra ballando con ordine, e signore accoppiati, cogli stormenti e colle ghirlande di fiori in capo, stando in giuochi e in allegrezze, e in desinari e cene.

"CXXXIII"


(D'una fiera e aspra battaglia la quale fu tra 'l duca di Brabante e 'l conte di Luzzimborgo)

Nel detto tempo e mese di giugno, essendo nata una grande discordia tra 'l duca di Brabante e il conte di Luzzimborgo per cagione del ducato di Lamborgo il quale era vacato, e ciascuno de' detti signori vi cusava ragione; il conte di Luzzimborgo, perch'era stato di genti di suo lignaggio, e collui tenea l'arcivescovo di Cologna e pi altri signori, e 'l duca di Brabante vi cusava ragione per retaggio di donna. E per questa tenza s nacque tralloro gaggio di battaglia, e ciascheduno fece sua raunata, la quale fu per la parte del duca di Brabante di MD cavalieri, de' migliori che fossono in Brabante, in Fiandra, e in Analdo, e di Francia. E d'altra parte il conte di Luzzimborgo fu con MCCC cavalieri, de' migliori e de' pi rinnomati di Valdelreno e d'Alamagna. E raccozzate le due osti tra il fiume del Reno e quello della Mosa nel luogo detto Avurone, sanza niuno pedone d'arme ch'a pi fosse, si cominci la detta battaglia, e fu s aspra e s crudele, che dur dalla mattina al sole levante infino al coricare del sole; per che a modo di torniamento si ruppono e si rallegarono pi volte il giorno, non possendosi giudicare chi avesse il peggiore. Alla fine fu sconfitto il conte di Luzzimborgo per la buona cavalleria che messer Gottifredi di Brabante fratello del duca avea menata di Francia, che vi fu il conastabole, e 'l maliscalco, e altri grandi baroni di Francia, con tutto il fiore de' baccellieri d'arme del reame, i quali v'erano venuti collui a priego della reina Maria, moglie che fu del re Filippo di Francia, e serocchia del detto duca e di messer Gottifredi di Brabante. E rimasono in sul campo morti, che d'una parte e che d'altra, Vc e pi de' migliori cavalieri del mondo; ma i pi della parte del conte di Luzzimborgo; ch'egli con tre suoi fratelli carnali vi rimasono morti, e il conte di Ghelleri, e quello di Les, e pi altri baroni del Reno e d'Alamagna, e in grande quantit presi, che per la fierezza de' buoni cavalieri nullo quasi fugg di campo, onde bene n' daffare notevole memoria, per che appena si truova di tanta poca gente, a comparazione, s aspra battaglia come fu quella. Per la quale vittoria il duca di Brabante e suo paese mont in grande fama di buona cavalleria e di grande stato, e conquist il ducato di Lamborgo ond'era la quistione; e d'allora innanzi il duca di Brabante acrebbe la sua arme, e fecela a quartieri: l'uno il campo nero e leone ad oro, cio l'arme del duca di Brabante; l'altro il campo ad argento e leone vermiglio per la ducea di Lamborgo. Ma poi pace faccendo, e per non esser disertato, Arrigo, giovane fanciullo rimaso del conte di Luzzimborgo, per consiglio de' parenti e amici tolse per moglie la figliuola del duca di Brabante. Questo Arrigo crebbe poi in tante virt e valore, che fu imperadore di Roma, come innanzi al suo tempo la nostra cronica far menzione.

"CXXXIV"


(Come don Giamo venne di Cicilia in Calavra con sua armata, e ricevettevi alcuno danno, e poi si puose ad assedio a Gaeta.)

Nel detto anno e mese di giugno, essendo il conte d'Artese maliscalco della gente del re Carlo in Calavra ad oste al castello di Catarzano ch'era rubellato al re Carlo, e s'era arrenduto a don Giamo d'Araona, il quale si facea chiamare re di Cicilia, il detto don Giamo col suo amiraglio Ruggieri di Loria, per soccorrere e levare l'assedio dal detto castello, vennero di Cicilia con loro armata da L tra galee e uscieri, e con gente d'arme e cavagli puosono in terra. E messer Ruggieri di Loria scese, e ne fu capitano di Vc cavalieri catalani, ov'ebbe una battaglia tra' Franceschi e' Catalani, ma per la buona cavalleria de' Franceschi ch'avea seco, il conte d'Artese ne fu vincitore, e rimasorvi tra morti e presi intorno di CC Catalani a cavallo. Messer Ruggieri si ricolse a galee col rimanente. E nota che 'l detto messer Ruggieri non fu vinto mai n prima n poscia in battaglia di terra o di mare, se non in quella, ma fue il pi bene aventuroso che amiraglio che mai si ricordi, come le sue memorie hanno fatto e faranno per innanzi menzione. Come don Giamo vide che non potea niente avanzare in Calavra, si part per mare con sua armata, lasciando l l'oste e gente del re Carlo, e s s'avvis d'assalire e prendere la citt di Gaeta, e per fare levare l'oste di Catarzano in Calavra, e puosesi del mese di luglio ad assedio della detta citt di Gaeta in sul monte che v' d'incontro, assai forte luogo e sicuro, con VIc cavalieri e con popolo e balestrieri assai, e rizzvi difici, gittandovi dentro. I Gaetani si tennero francamente, e mandarono per soccorso al re Carlo, il quale si mosse da Napoli con tutto suo podere di gente d'arme a cavallo e a pi; il conte d'Artese vi venne di Calavra colla cavalleria, lasciando fornito l'assedio, e di Campagna e di terra di Roma vi venne molta gente a cavallo e a pi al soldo della Chiesa. Don Giamo sentendo venire il re Carlo sopra lui con tanta potenzia, e temendo che per fortuna di mare non gli fallisse vivanda, fece domandare triegue al re Carlo, promettendo di partirsi da Gaeta; le quali il re accett dal d insino a la Tusanti vegnente a due anni, salvo che in Calavra. La qual triegua al conte d'Artese e agli altri baroni franceschi non piacque, per che per la loro potenzia parea loro avere preso don Giamo e vinta la guerra; ma lo re Carlo conoscendo che non si potea levare l'assedio sanza pericolo, non avendo armata in mare, prese le triegue, e per fu cagione di tornarsi in Francia il conte d'Artese e pi baroni. E fatte le dette triegue, don Giamo con sua armata si ricolse, e partissi a d XXV d'agosto MCCLXXXVIIII, e tornarsi sani e salvi in Cicilia. E perch i Gaetani si portarono all'assedio francamente, e come franchi uomini, lo re gli fece franchi d'ogni gravezza X anni.

"CXXXV"


(Come Carlo Martello fu coronato del reame d'Ungaria.)

Compiute e ferme le dette triegue, le quali furono molto utoli al regno di Puglia per dare alquanto silenzio alla guerra ond'erano molto agravati, il re Carlo si torn a Napoli; e 'l giorno di nostra Donna di settembre prossimo il detto re fece in Napoli grande corte e festa, e fece cavaliere Carlo Martello suo primogenito figliuolo, e fecelo coronare del reame d'Ungaria per uno cardinale legato del papa, e per pi vescovi e arcivescovi. E per la detta coronazione e festa pi altri cavalieri novelli si feciono il giorno, Franceschi, e Provenzali, e del Regno, e spezialmente Napoletani, per lo re e per lo figliuolo; e fu grande corte e onorevole, e ci fece lo re Carlo, per ch'era morto il re d'Ungheria in quello anno, del quale non rimase niuno figliuolo maschio n altra reda, chella reina Maria moglie del detto re Carlo, e madre del detto Carlo Martello, accui succedeva per ereditaggio il detto reame d'Ungheria. Ma morto il detto re d'Ungheria, Andreasso, disceso per legnaggio della casa d'Ungaria, entr nel reame, e la maggiore parte tra per forza e per amore ne conquist, e fecesene fare signore e re. Lasceremo alquanto de' fatti del regno di Cicilia e d'Ungheria, e tornereno a' fatti che in que' tempi furono in Toscana.

"CXXXVI"


(Come que' di Chiusi furono sconfitti, e rimisono i Guelfi in Chiusi.)

Nel detto anno, a d XVI d'agosto, i Ghibellini ch'erano in Chiusi, ond'era capitano messer Lapo Farinata degli Uberti, uscirono fuori popolo e cavalieri, e con difici e scale per combattere il ponte e torri di Santa Mosteruola a pi di Chiusi in su le Chiane, il quale si tenea per gli Guelfi usciti di Chiusi. E sentendo la detta ordine, mandarono per soccorso a Siena e a Montepulciano, onde subitamente vi mandarono i Sanesi messer Berardo da Rieti con C cavalieri, e di Montepulciano vi trasse messer Benghi Bondelmonti che n'era podest, con gente a cavallo e a pi assai; e trovando la detta oste de' Chiusini, gli asalirono francamente, e gli misono inn-isconfitta, e rimasonne morti da CXX, e presi pi di CC; per la quale sconfitta e per riavere i loro pregioni, quegli di Chiusi rimisono il settembre vegnente i Guelfi in Chiusi, e mandarne messer Lapo Farinata e la masnada de' Ghibellini d'Arezzo.

"CXXXVII"


(Come i Lucchesi colla forza de' Fiorentini feciono oste sopra la citt di Pisa.)

Nel detto anno MCCLXXXVIIII, del mese d'agosto, i Lucchesi feciono oste sopra la citt di Pisa colla forza de' Fiorentini, che v'andarono IIIIc cavalieri di cavallate, e IIm pedoni di Firenze, e la taglia di loro e dell'altre terre di parte guelfa di Toscana, e andarono insino alle porte di Pisa, e fecionvi i Lucchesi correre il palio per la loro festa di san Regolo, e guastarla intorno in XXV d che vi stettono ad oste, e presono il castello di Caprona, e guastarlo, e tutta la valle di Calci, e quella di Buti, e guastarono intorno Vicopisano, e dieronvi pi battaglie, ma nollo ebbono, e tornarsi a casa sani e salvi, e di Pisa nonn-usc persona d'arme alloro contrario.

"CXXXVIII"


(D'una cavalcata che feciono i Fiorentini, che dovea loro esser dato Arezzo.)

Nel detto anno, del mese di novembre, essendo menato uno segreto trattato per gli Fiorentini d'avere la citt d'Arezzo per tradimento, subitamente in su l'ora di vespro sonando la campana a martello, e ponendo la candela alla porta accesa, pena grandissima chi non fosse cavalcato innanzi ch'ella fosse consumata, i cittadini ch'aveano le cavallate incontanente cavalcaro e con loro soldati, e tutta la notte infino a Montevarchi, e la mattina a Civitella; e venia fornito il trattato, se non che uno che 'l menava cadde d'uno sporto, e veggendosi a la morte, in confessione il manifest al suo confessoro frate, e quegli il rivel a messer Tarlato, onde prese di coloro che sentirono il tradimento, e fecene giustizia, e fue discoperto, onde i Fiorentini, ch'erano per cavalcati a Civitella, riposati alquanti d, si tornarono in Firenze.

"CXXXIX"


(D'uno grande fuoco che s'apprese in Firenze in casa i Pegolotti.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXX, a d XXVIIII di maggio, s'apprese il fuoco a casa de' Pegolotti Oltrarno di l dal ponte Vecchio, e arsono le loro case e la torre e case de' loro vicini d'incontro, e arsevi messer Neri Pegolotti con uno suo figliuolo, e una donna di loro con III suoi figliuoli, e una fante; onde fu allora una grande piet e dammaggio di persone e d'avere, che poi fu quasi spento quello legnaggio, ch'erano antichi e orrevoli cittadini.

"CXL"


(Come i Fiorentini colloro amist feciono la terza oste sopra la citt d'Arezzo.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXX i Fiorentini uscirono fuori il primo d di giugno, e feciono oste sopra la citt d'Arezzo coll'aiuto della taglia e dell'amist delle terra guelfe di Toscana: furono MD cavalieri e VIm pedoni. E al dare delle 'nsegne della detta oste si diede di prima il pennone de' feditori, mezzo l'arme del re, e mezzo il campo d'argento e giglio rosso; e stettono ad oste XXVIIII d, e guastarlo da capo: intorno intorno ad Arezzo VI miglia non vi rimase n vigna, n albero, n biada; e corsonvi il palio il d di santo Giovanni alle porte d'Arezzo. E era allora podest di Firenze messer Rosso Gabrielli d'Agobbio, e fu il primo che fosse per VI mesi, che innanzi erano le podestadi per uno anno; per lo meglio del Comune si fece allora quello decreto, che poi segu sempre. E tornando la detta oste, feciono la via di Casentino guastando le terre del conte Guido Novello, e disfeciongli la rocca, e palazzi di Poppio, ch'erano forti e maravigliosi, e Castello Santo Angelo, e quello di Ghiazzuolo, e Cetica, e Monte Aguto di Valdarno. E in questo venne l'esecuzione della profezia che 'l conte Tegrimo il vecchio disse al conte Guido Novello dopo la sconfitta de' Fiorentini a Monte Aperti, essendo in grande stato e prosperit il detto conte Guido, e per proverbio si dicea in Firenze: "Tu stai pi ad agio che 'l conte in Poppi"; e mostrandogli il cassero di Poppi, nella cui camera dell'arme avea tutte le buone balestra, e altri arnesi d'arme e d'oste che' Fiorentini aveano perduti alla detta sconfitta, e ancora quello che trov in Firenze quando fu vicario; e domandando il conte Guido il conte Tegrimo che gliene parea, il detto conte Tegrimo rispuose improviso e sbito al conte Guido uno bello motto e notabile, e disse: "Parmene bene, se non ch'io intendo che' Fiorentini sono grandi prestatori ad usura".

"CXLI"


(Come fu preso e guasto Porto Pisano per gli Fiorentini, e Genovesi, e Lucchesi.)

Nel detto anno, a d II di settembre, i Fiorentini uscirono ad oste sopra la citt di Pisa, lasciando fornito il Valdarno di sopra di CCC cavalieri, tra cittadini e soldati e pedoni assai, acci che gli Aretini non potessono per la detta oste correre in Valdarno; e ci fatto, con ordine de' Genovesi, che vi vennono per mare con XL galee armate (e' Lucchesi vi furono con tutto loro podere), e presono per forza Porto Pisano e Livorno, e guastarlo tutto, e guastarono le IIII torri ch'erano in mare alla guardia del porto, e il fanale della Meloria, e feciolle cadere e rovesciare in mare cogli uomini che su v'erano a guardia. E' Genovesi sursono a la bocca e entrata del porto pi legni grossi carichi di pietre, e ruppono i palizzi, perch il detto porto non si potesse usare. E partita la detta oste di Porto, i Genovesi si tornarono a Genova, e Lucchesi a Lucca sani e salvi, e' Fiorentini tornarono per la Valdera, e presono e disfeciono pi castella, e lasciarono uno capitano in Valdera. Ma tornati i Fiorentini in Firenze, il conte Guido da Montefeltro colle masnade di Pisa cavalcarono in Valdera, e ripresono il castello di Montefoscoli e quello di Montecchio, e presono il capitano che v'aveano lasciato i Fiorentini; e ci sentendosi in Firenze, cavalcarono i Fiorentini a Volterra, popolo e cavalieri; e sentendolo i Pisani, si tornarono a Pisa.

"CXLII"


(Come fu preso il marchese di Monferrato da quegli d'Allessandra.)

Nel detto tempo il marchese di Monferrato, il quale essendo venuto nella citt d'Allessandra in Lombardia, ch'egli tenea sotto sua signoria, i cittadini di quella, a petizione e sommossa degli Astigiani, di cui egli era nimico (e ci fu per gli molti danari ch'egli spesono ne' traditori d'Allessandra), i quali per tradimento presono il detto marchese e misollo in pregione, per la cui presura i Melanesi presono...

"CXLIII"


(D'uno grande miracolo ch'avenne in Parigi del corpo di Cristo.)

Nel detto anno, essendo in Parigi uno Giudeo ch'avea prestato ad usura a una Cristiana sopra sua roba, e quella volendola ricogliere per averla indosso il d di Pasqua, il Giudeo le disse: "Se tu mi rechi il corpo del vostro Cristo, io ti render i tuoi panni sanza danari". La semplice femmina e covidosa il promise, e la mattina di Pasqua, andandosi a comunicare, ritenne il sagramento e recollo al Giudeo; il quale messo una padella a fuoco con acqua bogliente, gitt il corpo di Cristo dentro, e nollo potea consumare; e ci veggendo, il fed pi volte col coltello, il quale fece abondevolemente sangue, s che tutta l'acqua divenne vermiglia; e di quella il trasse, e miselo in acqua fredda, e simile divenne vermiglia. E sopravegnendovi Cristiani per improntare danari, s'accorsono del sacrilegio del Giudeo, e il santo corpo per s medesimo salt in su una tavola. E ci sentito, il Giudeo fu preso e arso, e il santo corpo ricolto per lo prete a grande reverenzia, e di quella casa dove avenne il miracolo si fece una chiesa che si chiama il Salvatore del Bogliente.

"CXLIV"


(Come i Ravignani presono il conte di Romagna che v'era per la Chiesa.)

Nel detto anno, a d XVI di novembre, gli cittadini di Ravenna presono messer Stefano da Ginazzano di casa i Colonnesi di Roma, il quale era conte di Romagna per lo papa e per la Chiesa di Roma, e uccisono e rubarono e presono tutta sua masnada e famiglia. Per la quale rubellazione tutte le terre di Romagna si commossono a guerra e rubellazione, salvo la citt di Forl; e Maghinardo da Susinana prese la citt di Faenza. Per la quale cosa i Bolognesi cavalcarono a Imola, e disfeciono gli steccati, e rappianarono i fossi d'intorno a la terra. Dopo queste novit surte in Romagna il papa vi mand per conte messer Bandino de' conti Guidi da Romena vescovo d'Arezzo, il quale in poco tempo appresso tutte le terre di Romagna rec per pace e accordo a sua obbedienza, e della Chiesa.

"CXLV"


(Come il soldano di Babbillonia vinse per forza la citt d'Acri con grande danno de' Cristiani.)

Negli anni di Cristo MCCLXXXXI, del mese d'aprile, il soldano di Babbillonia d'Egitto, avendo prima fatto sua guernigione e fornimento in Soria, s pass il diserto, e venne nella detta Soria con sua oste, e puosesi ad assedio alla citt d'Acri, la quale anticamente la Scrittura chiamava Tolomadia, e oggi in latino si chiama Acon, e fu con s grande gente a pi e a cavallo il soldano, chella sua oste tenea pi di XII miglia. Ma inanzi che pi diciamo della perdita d'Acri, s diremo la cagione perch il soldano vi venne ad assedio e la prese, avutane relazione da uomini degni di fede nostri cittadini e mercatanti che in quegli tempi erano in Acri. Egli  vero che, perch i Saracini aveano ne' tempi dinanzi tolte a' Cristiani la citt d'Antioccia, e quella di Tripoli, e quella di Suri, e pi altre terre che' Cristiani teneano alla marina, la citt d'Acri era molto cresciuta di genti e di podere, per ch'altra terra non si tenea in Soria per gli Cristiani, s che per lo re di Gerusalem, e per quello di Cipri, e il prenze d'Antioccia, e quello di Suri, e di Tripoli, e la magione del Tempio e dello Spedale, e l'altre magioni, e' legati del papa, e quegli ch'erano oltremare per lo re di Francia e per quello d'Inghilterra, tutti faceano capo in Acri e aveavi XVII signorie di sangue, la quale era una grande confusione. E in quegli tempi triegue erano state prese tra' Cristiani e' Saracini, e avevavi pi di XVIIIm d'uomini pellegrini crociati; e falliti i loro soldi, e non potendoli avere da' signori e Comuni per cui v'erano, parte di loro, uomeni dileggiati e sanza ragione, si misero a rompere le triegue, e rubare, e uccidere tutti i Saracini che veniano in Acri sotto la sicurt della triegua colloro mercatantie e vittuaglie; e corsono per simile modo rubando e uccidendo i Saracini di pi casali d'intorno ad Acri. Per la qual cosa il soldano tegnendosi molto gravato, mand suoi ambasciadori in Acri a que' signori, richeggendo l'amenda de' danni dati e per suo onore e soddisfacimento di sue genti, gli fossono mandati alquanti de' cominciatori e caporali di quelli ch'aveano rotte le triegue per farne giustizia: le quali richeste gli furono dinegate; per la qual cosa vi venne ad oste, come detto avemo, e per moltitudine di gente ch'avea, per forza riempi parte de' fossi ch'erano dalla faccia di terra molto profondi, e presono il primo giro delle mura, e l'altro girone con cave e difici feciono in parte cadere; e presono la grande torre chessi chiamava la Maladetta, che per alcuna profezia si dicie che per quella si dovea perdere Acri. Ma per tutto questo non si potea perdere la citt, che perch i Saracini rompessono le mura il d, la notte erano riparate e stoppate o con tavole o con sacca di lana e di cotono, e difese il d appresso vigorosamente per lo valente e savio uomo frate Guiglielmo di Belgi maestro del Tempio, il quale era capitano generale della guerra, e della guardia della terra, e con molta prodezza e provedenza e sollecitudine avea vigorosamente guardata la terra. Ma come piacque adDio, e per pulire le peccata degli abitanti d'Acri, il detto maestro del Tempio levando il braccio ritto combattendo, gli fu per alcuno Saracino saettata una saetta avelenata, la quale gli entr nella giuntura delle corazze, per la qual fedita poco appresso moro, per la cui morte tutta la terra fu iscommossa e impaurita, e per la loro confusione delle tante signorie e capitani, come dicemmo dinanzi, si disordin, e furono in discordia della guardia e difensione della terra; e ciascuno, chi poto, intese a sua salvazione, e ricogliendosi in navi e altri legni ch'erano nel porto. Per la qual cagione i Saracini continuando di d e di notte le battaglie, entrarono per forza nella terra, e quella corsono e rubarono tutta, e uccisono chiunque si par loro innanzi, e giovani uomini e femmine menarono in servaggio per ischiavi, i quali furono tra morti e presi, uomini e femmine e fanciugli, pi di LXm; e 'l dammaggio d'avere e di preda fu infinito. E raccolte le prede e' tesori, e tratte le genti prese della terra, si abbatterono le mura e le fortezze della terra, e misorvi fuoco, e guastarla tutta, onde la Cristianit ricevette uno grandissimo dammaggio, che per la perdita d'Acri non rimase nella Terrasanta neuna terra per gli Cristiani; e tutte le buone terre di mercatantia che sono alle nostre marine e frontiere mai poi non valsono la met a profitto di mercatantia e d'arti per lo buono sito dov'era la citt d'Acri, per ch'ell'era nella fronte del nostro mare e in mezzo di Soria, e quasi nel mezzo del mondo abitato, presso a Gerusalem LXX miglia, e fontana e porto d'ogni mercatantia s del levante come del ponente; e di tutte le generazioni delle genti del mondo v'usavano per fare mercatantia, e turcimanni v'avea di tutte le lingue del mondo s ch'ell'era quasi com'uno alimento al mondo. E questo pericolo non fu sanza grande e giusto giudizio d'Iddio, che quella citt era piena di pi peccatori, uomini e femmine, d'ogni dissoluto peccato, che terra che fosse tra' Cristiani. Venuta la dolorosa novella in ponente, e il papa ordin grandi indulgenzie e perdoni a chi facesse aiuto e soccorso alla Terrasanta, mandando a tutti i signori de' Cristiani che volea ordinare passaggio generale, e difese con grandi processi e scomuniche quale Cristiano andasse in Allessandria o in terra d'Egitto con mercatantia, o vittuaglia, o legname, o ferro, o desse per alcuno modo aiuto o favore.

"CXLVI"


(Della morte del re Ridolfo d'Alamagna.)

Nel detto anno MCCLXXXXI moro il re Ridolfo d'Alamagna, ma non pervenne alla benedizione imperiale, perch sempre intese a crescere suo stato e signoria in Alamagna, lasciando le 'mprese d'Italia per acrescere terra e podere a' figliuoli, che per suo procaccio e valore di piccolo conte divenne imperadore, e aquist in propio il ducato d'Ostaricchi, e grande parte di quello di Soavia.

"CXLVII"


(Come il re Filippo di Francia fece prendere e ricomperare tutti gl'Italiani.)

Nel detto anno, la notte di calen di maggio, il re Filippo il Bello di Francia, per consiglio di Biccio e Musciatto Franzesi, fece prendere tutti gl'Italiani ch'erano in suo reame, sotto protesto di prendere i prestatori; ma cos fece prendere e rimedire i buoni mercatanti come i prestatori; onde molto fu ripreso e in grande abbominazione, e d'allora innanzi il reame di Francia sempre and abassando e peggiorando. E nota che tra la perdita d'Acri e questa presura di Francia i mercatanti di Firenze ricevettono grande danno e ruina di loro avere.

"CXLVIII"


(Come i Pisani ripresono il castello del Ponte ad Era.)

Nel detto anno, la notte di domenica, a d XXIII di dicembre, il conte Guido da Montefeltro signore in Pisa, sentendo che 'l castello del Ponte ad Era era male guardato, e molti de' fanti venutisene afFirenze a pasquare, e per trattato del conte, con certi terrazzani del detto castello del Ponte ad Era, il quale teneano i Fiorentini, venne con suo isforzo a quello, il quale era molto forte di mura e di spesse torri, e con larghi fossi pieni d'acqua, e datali la salita d'una delle torri, con navicelle per loro recate passati i gran fossi, e con iscale di funi salirono in su le mura, e per difalta di mala guardia, e dissesi per alcuni per baratteria de' castellani, che non vi teneano la gente ond'erano pagati, il detto castello male difeso fu preso per gli Pisani, e morti i castellani e tutta loro compagnia, che v'erano da L fanti, che doveano esser CL. E' castellani, l'uno era di casa i Rossi, messere Guido Bigherelli che fu preso, e 'l Bingota suo nipote morto, e Nerino de' Tizzoni; e cos la loro avarizia, se in ci peccarono, gli fece morire con vergogna del Comune di Firenze ch'era il pi forte castello d'Italia che fosse in piano. E in quello tempo i Pisani feciono rubellare a' Samminiatesi il castello di Vignale in Camporena, onde v'andarono ad oste le tre sestora de' cavalieri di Firenze, con molto popolo, gittandovi difici. Alla fine non potendosi pi tenere, e non avendo soccorso da' Pisani, una notte ch'era una grande fortuna di tempo, se n'uscirono quegli del castello sani e salvi per mezza l'oste de' Fiorentini, onde a quegli che v'erano fu recato a grande vergogna. Per la qual cosa s'ordin in Firenze generale oste sopra Pisa, e diedonsi le 'nsegne, e messer Corso Donati ebbe la reale; ma qual si fosse la cagione, non segu, onde in Firenze n'ebbe grande ripitio, dicendosi che certi grandi n'aveano avuti danari da' Pisani; per la qual cosa, e sollecitudine di messer Vieri de' Cerchi allora capitano di parte, si rifece la detta oste, e andossi insino a Castello del Bosco, e l attendati, venne in VIII d continui tanta pioggia, che per necessit si ritorn la della oste addietro, e appena si poterono ricogliere e stendere.

"CXLIX"


(Come la citt di Forl in Romagna fu presa per Maghinardo da Susinana.)

Nel detto anno, essendo tutta la contea di Romagna all'obedienza di santa Chiesa sotto la guardia del vescovo d'Arezzo che n'era conte per lo papa, Maghinardo da Susinana con certi gentili e grandi uomini di Romagna per furto presono la citt di Forl, e in quella presono il conte Aghinolfo da Romena co' figliuoli, il quale era fratello del detto conte e vescovo d'Arezzo, e assedi il detto conte e vescovo in Cesena, onde surse grande guerra in Romagna. Il detto Maghinardo fu uno grande e savio tiranno, e dalla contrada tra Casentino e Romagna grande castellano, e con molti fedeli; savio fu di guerra e bene aventuroso in pi battaglie, e al suo tempo fece grandi cose. Ghibellino era di sua nazione e in sue opere, ma co' Fiorentini era Guelfo e nimico di tutti i loro nimici, o Guelfi o Ghibellini che fossono; e in ogni oste e battaglia che' Fiorentini facessono, mentre fu in vita, fu con sua gente alloro servigio, e capitano; e ci fu, che morto il padre, che Piero Pagano avea nome, grande gentile uomo, rimanendo il detto Maghinardo piccolo fanciullo e con molti nimici, conti Guidi, e Ubaldini, e altri signori di Romagna, il detto suo padre il lasci alla guardia e tuteria del popolo e Comune di Firenze, lui e le sue terre; dal qual Comune benignamente fu cresciuto, e guardato, e migliorato suo patrimonio, e per questa cagione era grato e fedelissimo al Comune di Firenze in ogni sua bisogna.

"CL"


(Come i Fiorentini ebbono il castello d'Ampinana.)

Nel detto anno, essendo rubellato e riposto per lo conte Manfredi figliuolo del conte Guido Novello il castello d'Ampinana in Mugello, ch'era di loro giuridizione, e molto forte, per contrario de' Fiorentini e del conte a Battifolle che tenea Gattaia, s vi si puose l'oste, e per pi tempo assediato, gittandovi pi difici, sss'arrend a patti al Comune di Firenze, avendone il detto conte IIIm fiorini d'oro; e partendosi co' suoi masnadieri, il detto castello per gli Fiorentini fu fatto disfare insino a' fondamenti; e d'allora innanzi il Comune di Firenze cus ragione ne' popoli e villate del detto castello, e rec sotto sua signoria, faccendo loro pagare libbre e fazioni.

"CLI"


(Come mor papa Niccola d'Ascoli.)

Nell'anno MCCLXXXXII mor papa Niccola d'Ascoli nella citt di Roma, e l fu soppellito a Santo... Questi fu buono uomo e di santa vita, dell'ordine de' frati minori, ma molto favor i Ghibellini. E dopo la sua morte vac la Chiesa di papa, per discordia de' cardinali, XXVII mesi, che l'una parte volea papa a petizione del re Carlo, ond'era capo messer Matteo Rosso degli Orsini, e l'altra parte il contrario, ed era messer Jacopo della Colonna capo.

"CLII"


(S come arse tutta la citt di Noione in Francia.)

Nel detto anno MCCLXXXXII s'apprese il fuoco nella citt di Noione in Francia, cio nella terra onde fu il beato santo Loi di Noione, e fu s impetuoso fuoco, che non rimase quasi casa n chiesa nella citt che non ardesse, e eziandio la mastra chiesa di nostra Donna, ove fu la casa e fabbrica di santo Loi, e dov' il corpo suo; la qual citt  della grandezza della terra di Prato o pi, nella quale si ricevette grandissimo dammaggio di case, arnesi, e tesori, e di persone che vi morirono.

"CLIII"


(Come fue eletto Attaulfo a re de' Romani.)

Nel detto anno MCCLXXXXII fue eletto per gli prencipi della Magna a re de' Romani Attaulfo, detto in latino Andeulfo, conte da Nassi della Magna; ma non pervenne a dignit imperiale, anzi fu morto per Alberto dogio di Starlichi, figliuolo del re Ridolfo in battaglia.

"CLIV"


(Come i Fiorentini feciono oste sopra la citt di Pisa.)

Nel detto anno, del mese di giugno, i Fiorentini colloro amist, che furono XXVc di cavalieri e VIIIm pedoni, per vendetta della perdita del Ponte ad Era feciono oste sopra la citt di Pisa, della quale oste fu capitano messer Gentile degli Orsini di Roma, che venne con CC cavalieri tra Romani e Campagnini; e la 'nsegna reale ebbe messer Geri Spini, e il pennone de' feditori messer Vanni de' Mozzi. E fu una ricca e una magna oste, delle pi ch'avesse a que' tempi fatta il Comune di Firenze; e stettonvi ad oste XXXIII d, e andarono di l dalla badia a San Savino, e a quella badia disfeciono il campanile, e tagliarono uno grandissimo e bello albero di savina per dispetto de' Pisani, e per la festa di santo Giovanni feciono correre il palio presso alle porte di Pisa. E fatto intorno a Pisa grande guasto, e arso il borgo dal fosso Arnonico a Pisa, il quale era nobilemente acasato e ingiardinato, si tornarono in Firenze sani e salvi, sanza contasto o riparo de' nimici; e s era in Pisa il conte da Montefeltro con VIIIc cavalieri, e non s'ard a mostrare per la vilt che sentiva ne' Pisani, e stette pure alla guardia della cittade.

"CLV"


(De' miracoli che apparirono in Firenze per santa Maria d'Orto Sammichele.)

Nel detto anno, a d III del mese di luglio, si cominciarono a mostrare grandi e aperti miracoli nella citt di Firenze per una figura dipinta di santa Maria in uno pilastro della loggia d'Orto Sammichele, ove si vende il grano, sanando infermi, e rizzando attratti, e isgombrare imperversati visibilemente in grande quantit. Ma i frati predicatori e ancora i minori per invidia o per altra cagione non vi davano fede, onde caddono in grande infamia de' Fiorentini. In quello luogo d'Orto Sammichele si truova che fu anticamente la chiesa di Sammichele in Orto, la quale era sotto la badia di Nonantola in Lombardia, e fu disfatta per farvi piazza; ma per usanza e devozione alla detta figura ogni sera per laici si cantavano laude; e crebbe tanto la fama de' detti miracoli e meriti di nostra Donna, che di tutta Toscana vi venia la gente in peregrinaggio per le feste di santa Maria, recando diverse 'magine di cera per miracoli fatti, onde grande parte della loggia dinanzi e intorno alla detta figura s'empi, e crebbe tanto lo stato di quella compagnia, ov'erano buona parte della migliore gente di Firenze, che molti benificii e limosine, per offerere e lasci fatti, ne seguirono a' poveri, l'anno pi di libbre VIm; e seguissi a' d nostri, sanza aquistare nulla possessione, con troppa maggiore entrata, distribuendosi tutta a' poveri.

