
    Franois Villon.
    OPERE.
    Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1971.

    Traduzione di Attilio Carminati e Emma Stojkovic Mazzariol.
    Note, Bibliografia, Documenti a cura di Emma Stoikovic Mazzariol.


    (Questa  versione  in  floppy  disk  riprende  parzialmente  la  prima
    edizione  de  "I  Meridiani"  ottobre  1971.  L'edizione  originale  
    corredata di testo francese a fronte, note e bibliografia).











    INDICE.


    Prefazione
    di Mario Luzi: pagina 6.

    Introduzione e Cronologia
    di Emma Stojkovic Mazzariol: pagina 16.

    IL LASCITO: pagina 66.

    IL TESTAMENTO: pagina 85.
    I-XLI.
    Ballata delle dame di un tempo.
    Ballata dei signori di un tempo.
    Ballata in vecchia lingua.
    XLII-XLVI.
    I rimpianti della bella Elmiera (XLVII-LVI).
    La bella Elmiera alle ragazze di piacere.
    LVII-LXIV.
    Doppia ballata.
    LXV-LXXXIX.
    Ballata per pregare Nostra Signora.
    XC-XCIII.
    Ballata all'amica.
    XCIV.
    Rond.
    XCV-CXXV.
    Ballata e orazione.
    CX XVI-CXXXIX
    Ballata per Roberto d'Estouteville.
    CXL-CXLI.
    Ballata.
    CXLII-CXLIII.
    Le confutazioni di Franc Gontier.
    CXLIV.
    Ballata delle Parigine.
    CXLV-CL.
    Ballata della Grossa Margot.
    CLI-CLV.
    Bella lezione ai ragazzi perduti (CLVI-CLVIII).
    Ballata di buona dottrina.
    CLIX-CLXVI.
    Canzone.
    CLXVII-CLXXVII.
    Epitaffio (CLXXVIII).
    CLXXIX-CLXXXVI.
    Ballata del merc.
    Altra ballata.

    POESIE DIVERSE: pagina 204.
    Ballata del buon consiglio.
    Ballata dei proverbi.
    Ballata delle cose ovvie.
    Ballata delle controverit.
    Ballata contro i nemici della Francia.
    Rond.
    Ballata del concorso di Blois.
    Epistola a Maria d'Orlans.
    Epistola agli amici.
    Istanza a Monsignore di Borbone.
    Il contrasto del cuore e del corpo di Villon.
    Ballata della Fortuna.
    Quartina.
    L'Epitaffio di Villon (Ballata degli impiccati).
    Richiesta alla Suprema Corte.
    Ballata dell'appello.

    BALLATE ARGOTICHE: pagina 244.
    Ballata I.
    Ballata II.
    Ballata III.
    Ballata IV.
    Ballata V.
    Ballata VI.

    Appendice: pagina 257.
    Note all'Appendice: pagina 304.










    PREFAZIONE
    di Mario Luzi.


    Da Gaston  Paris  a  Ferdinando  Neri,  da  Pierre  Champion  a  Italo
    Siciliano la pi autorevole tradizione degli studi di francesistica ha
    lavorato  a  dare  una  dimensione  storica  alla  leggenda  di Villon
    provvedendo nello stesso tempo a spartire la sua opera tra  maniera  e
    autenticit,   tra   gioco   goliardico  e  tragica  confessione.   Il
    chiaroscuro della materia era del resto portentoso.  Il limite incerto
    tra  licenza  di  "clerc"  e  vero  e proprio crimine,  lo scherzo che
    finisce in tragedia: il tutto reso possibile dall'anarchia  che  segue
    le  devastazioni  e  le  calamit  della  guerra dei cento anni in una
    Francia affamata,  asserragliata nelle citt e nei borghi  in  rovina,
    con  in  pi  il castigo di una serie di inverni polari che spingono i
    lupi fin sotto le  porte,  tutt'altro  che  simbolico  ammonimento  di
    quanto   sia  diroccato  l'edificio  civile,   precaria  la  sicurezza
    individuale.
    C' quanto  basta  per  fare  della  sorte  di  Villon  una  tragedia
    francese  tanto  pi  che  la  sua poesia ci mette al cospetto di una
    realt brusca  e  ravvicinata,  non  essendo  per  nulla  disposta  ad
    adombrare sotto cifre il presente.  Quanto poi al tipo umano che vi si
    esprime,  mai il "gaulois" era venuto cos allo scoperto  con  i  suoi
    gagliardi  e  terragni  appetiti che avvivano (sia pure "e contrario")
    perfino il controcanto di  amarezza  e  di  pentimento.  Pentimento  e
    privazione  di  beni  e  piaceri  si  confondono spesso,  non possiamo
    dimenticarlo, nella accorata palinodia del "Testamento".
    Ci sono,  senza dubbio,  elementi plausibili per ridurre il dramma  di
    Villon nei termini suddetti, di episodio critico del disordine e della
    abdicazione civile.  Ma la sua poesia non  il regesto documentario di
    un tempo sinistro e di un personaggio  senza  regola  scivolato  nella
    cronaca  nera:  essa  reclama  ben  altra  misura  ed  tanto forte da
    imporla.
    Il losco colorito dai dubbi riflessi che ha codesto personaggio pareva
    fatto apposta per esaltare la famosa bivalenza romantica  di  genio  e
    perversit:  un  romanticismo,   del  resto,   che  conosce  parecchie
    reviviscenze in ragione opposta al potere mistificatorio della cultura
    agli onori del secolo.  La tentazione "maudite"  ancora forte  e  non
    saranno  le  circospette  esplorazioni  erudite  a tenerla lontano dai
    lettori di Villon. Egli continuer a vivere anche di vita mitologica -
    questo  scontato.

    Ma  se  osserviamo  il  personaggio  interno  della   poesia,   quello
    irrefutabile che si delinea per necessit propria e profonda,  non c'
    luogo,  mi pare,  a mitologiche fascinazioni.  L'immagine  di  s  che
    Villon  ha un po' fatto,  un po' lasciato crescere sui movimenti della
    sua inventiva non lascia grande adito a essere  enfatizzata.  Egli  ci
    parla  della  sua  come  di un'esistenza sviata e fallita,  accettando
    dunque come  criterio  positivo  la  rispettabilit  pacifica,  magari
    sostanziata  di  comodi  e  prebende  quale il suo grado universitario
    avrebbe potuto procurargli.  A un livello pi alto e toccante essa gli
    appare  come  una  trasgressione  alla  legge  morale e una miserevole
    infedelt alla devozione cristiana che a vederla intatta nella vecchia
    madre gli spezza il cuore. Non passa nemmeno per la testa di Villon di
    opporre il suo regime di vita alle regole  esistenti;    convinto  al
    contrario di doverlo considerare una deplorevole deroga e, pi ancora,
    lo  scopriamo  intimamente  rimorso  dal  proprio  errore.  Non solo 
    lontana da  lui  la  presunzione  di  praticare  un  "drglement"  di
    significato dirimente e rivoluzionario - il che sarebbe, ammettiamolo,
    un  mostruoso  anacronismo  in quel medioevo sia pure al tramonto - ma
    anche  la  riottosa  e  ringhiosa  dissacrazione  che  tra  maniera  e
    autenticit  si  trova  come  espressione  di  fondo  in  alcuni poeti
    medievali alla Cecco Angiolieri.
    Senza andare per le lunghe,  Villon si presenta insomma nelle vesti di
    uno  che  ha  violato un ordine.  Allo stato dei fatti questo ordine 
    sbrecciato in ogni sua parte,  ma i presupposti etici e  religiosi  su
    cui  fondato sono fortemente vischiosi e hanno effetto durevole sulla
    coscienza  morale,  determinano il sentimento del bene e del male.  Ha
    violato un ordine e pagato per questo senza trovare  intollerabile  la
    punizione  dell'autorit  che  si  assume  di  rappresentarlo,  se mai
    distinguendo,  senza falsi stoicismi,  tra i  rigori  del  vescovo  di
    Orlans  e  la  clemenza di Luigi Undicesimo.  Ha pagato,   evidente,
    anche con  la  moneta  del  rammarico  e  d'un  intimo  sentimento  di
    abiezione  sebbene  insinui  il  dubbio che il valore di questa moneta
    abbia una vera parit con il  suo  corso  legale.  Certo,  Villon  non
    sottilizza n tenta capziose distinzioni tra reato civile e peccato di
    fronte  a  Dio:  si  riserva  tuttavia  un  margine di giustificazione
    affidato pi alla misericordia divina che alla ragione  degli  uomini.
    Introduce  cos la grande attenuante della povert che sottintende,  
    chiaro,  il sentimento dell'ingiustizia sociale.  E' un sentimento  di
    vittima,   non   di   ribelle.   L'ingiustizia   che   proviene  dalla
    disuguaglianza  da mettere nel numero  delle  tribolazioni  a  cui  
    sottoposto l'uomo cristiano nella ineluttabile bruttura del mondo,  ma
    non pregiudica certo la legittimit del castigo secolare: e  quanto  a
    quello divino non c' che da sperare sia applicato con indulgenza. Non
    mi  pare  ci  siano  ambiguit su questo punto.  L'accento di Villon 
    l'accento di una voce che parla dal fondo di un sentimento di colpa  e
    insieme dal fondo di un sentimento di autocommiserazione.  Il gioco di
    questi due sentimenti non  cos serrato da non lasciare  spazio  alla
    compiacenza   tutta   terrestre   dei   godimenti   avuti,   sia  pure
    nell'abiezione del proprio stato e magari in grazia di esso.  Come uno
    che abbia almeno un po' beffato il destino Villon torna volentieri sui
    ludi  della  taverna  e  del  postribolo che la dissipazione giovanile
    permette anche (o soprattutto) ai poveri "escolliers".  Sono  triviali
    paradisi goliardici in cui il poeta colloca a ritroso un suo disperato
    ma  irriducibile  amore alla vita e insieme un lacerante rimpianto per
    l'et vigorosa e spensierata che li rendeva possibili.  Direi di  fare
    attenzione  al  processo  implicito di sublimazione per lontananza che
    innalza questi motivi al di sopra della loro oggettiva  volgarit.  Il
    tema della giovinezza perduta, centrale per un sensuale e un istintivo
    come Villon,  connesso del resto con quello della speranza non ancora
    dissolta.  L'elegia  del  bel  tempo della baldoria  anche un sorriso
    amaro rivolto al tempo in cui il male  irreversibile  non  era  ancora
    accaduto.
    Di  fronte a quelle illecebre di un tempo cos lontano dal presente di
    lui che detta il suo testamento l'animo di Villon  alterno e  diviso:
    da  un  lato  gli  ribalenano  come  generose e gaie elargizioni della
    natura,  dall'altro come dispersioni e deviamenti dal fine della buona
    riuscita.  Questa seconda alternativa riconduce all'altro motivo,  pi
    grave e pi radicale,  dell'errore e a quello conseguente della colpa.
    Si  compone cos un'immagine subdola,  assistiamo a una manifestazione
    bifronte dell'esistenza umana come allettamento e come insidia. L'uomo
    sprovvisto di  sostegni  dottrinari  e  immune  da  sofismi  si  trova
    disarmato  di  fronte  a quel fenomeno tumultuario che mette alcuni in
    alto e al riparo,  altri nella miseria e nel peccato.  Gli  rimane  di
    certo   soltanto   l'amaro   della  propria  disgrazia,   del  proprio
    smarrimento, della propria abiezione.
    A questo punto si profila il sentimento  riparatorio  -  nei  riguardi
    dell'ingiustizia  come  nei  riguardi  della cattiva coscienza - della
    dissoluzione e della morte.  Fin dai banchi di scuola abbiamo imparato
    che questa  la nota costante, la nota che vibra pi a fondo nel cuore
    di  Villon:  ma  il  suo  tono    ambiguo,  di struggente elegia e di
    consolazione.  E infatti...  Insostenibile per  lui  sul  piano  della
    coscienza,  il  dramma  si  addormenta nell'elementare e potente alibi
    della morte che parifica nella generale vanificazione  i  meriti  e  i
    demeriti,  la ricchezza e la povert,  la potenza e l'asservimento. E'
    il classico trionfo della morte  elevato  a  sincero  compianto  sulla
    sorte  umana,  ma  allo  stesso  tempo  oscuramente  vagheggiato  come
    proscioglimento dalla lotta ad armi non pari che l'uomo deve sostenere
    con la dura legge della convivenza e, pi ancora, con se stesso.

    E' dunque la voce dell'errore umano che ci arriva attraverso le  lasse
    della poesia villoniana.  Errore,  intendo,  in tutta l'estensione del
    termine dell'uomo che l'ordine sociale ha  lasciato  in  balia  di  se
    stesso  salvo  a  esercitare  su  di  lui  la  sua forza superstite di
    repressione.  La coscienza individuale non   bastata  a  sorreggerlo,
    meno  che  mai  lo  ha  aiutato  la  scienza contemporanea,  del resto
    rifiutata e derisa  come  un  guazzabuglio  di  ridicole  astrusit  e
    sottigliezze.  In un universo in sfacelo le presuntuose formule laiche
    e clericali imperanti non possono contrastare il grezzo im peto  della
    vitalit  sebbene  abbiano ancora il potere di castigarne gli eccessi.
    Rimangono,  vero, le convinzioni della fede, ma egli le rimanda tanto
    lontano da ritenerle inoperanti nel  tempo.  Nel  tempo  agiscono  ben
    altre forze, e di fronte a queste si sente del tutto vulnerabile.
    Scavalcato  dagli eventi e dai mutamenti in corso,  per lui dopo tutto
    imperscrutabili, l'uomo che Villon incarna al suo massimo di debolezza
    e di sincerit ripiega sul dato  irriducibile  della  vita  nella  sua
    necessit,   per  cos  dire,   animale  celebrandone  i  patemi,   le
    sofferenze,  gli  orrori  e  le  astuzie.   Fatta  giustizia  di  ogni
    presunzione di dominare e costringere una sostanza cos equivoca, cos
    sfuggente,  non  gli  resta  che  registrarne le atroci contraddizioni
    patite  nella  propria  carne.  Nessuna  visuale  simbolica,   nessuna
    coscienza dottrinale delle finalit possono distogliere il suo sguardo
    da  questa  realt  imperiosa  e corruttibile che non sembra contenere
    mistero  pi  profondo  di  quello  della  sua   stessa   presenza   e
    perpetuazione.  La  sua  sorte  personale  rientra in questa incongrua
    maligna doppiezza del vivere: ma per colmo  di  sventura  sussiste  il
    sentimento  di  responsabilit  e  di colpa.  Sebbene sia piuttosto il
    residuo endemico di una coscienza collettiva che fu indiscussa,  non 
    per questo meno bruciante.
    Un'Odissea  bassa  di  tono,  scornata  e tuttavia capace di riso e di
    intenerimento  si  profila   sotto   lo   schema   convenzionale   del
    "Testamento" e del "Lascito".  Un'Odissea naturalmente senza eroe, con
    un caso al posto di un esempio.  Ma  un  caso  che  tocca  da  vicino
    ciascun  uomo  che si senta al di sotto della situazione,  ben lontano
    dalla perfetta coscienza di ci che accade.  Nell'oscurit in  cui  si
    trova  l'uomo  di  Villon  sa  per certo solo di essere in balia della
    cieca vitalit imperante.  Non per questo si mette  l'animo  in  pace,
    meno che mai la sua coscienza  tranquilla.  Alla sua debolezza rimane
    aperta la valvola della autocommiserazione,  alla sua ironia il  gioco
    grottesco  delle  licenze che pure si  preso.  Quanto all'amaro della
    sconfitta non ha da contrapporgli che  il  gusto  di  qualche  piacere
    sacrilego  alternato  con  il  triste  senso ricattatorio e con la pi
    profonda equanimit della morte.
    Se cogliamo la poesia di Villon nel punto in cui  esorbita  dalla  sua
    losca e penosa cronaca,  essa si presenta dunque come la testimonianza
    dell'uomo inadeguato e immaturo che sa di essere tale e trova  perfino
    un   riparo   dalle  difficolt  insolubili  e  dai  rimorsi  nel  suo
    infantilismo.  Questo uomo immaturo,  questo "puer" chiede assoluzione
    pur  non  avendo  il  coraggio  di  declinare le responsabilit che un
    sistema, ormai fallimentare e insufficiente a proteggerlo,  ancora gli
    attribuisce.  Il  tribunale di questo sistema include tutti gli ordini
    rappresentativi del terrestre e del soprannaturale.  Al  suo  cospetto
    egli  si  sente  gravato di una colpa che la sua intelligenza in parte
    rifiuta  e  vorrebbe  se  non  altro  sminuire.   Per  questo  la  sua
    confessione  un  po'    convinta un po' gioca a nascondino con il suo
    reato.  Ci con cui Villon invece non scherza  il senso della purezza
    perduta,   ben  altro  sedimento  della  religione,  dell'armonia  del
    vivente, che qualcuno,  immagino,  caccer nel limbo di una metastoria
    delle religioni e,  proprio per questo,  religioso al pi alto grado.
    Dal  fondo  di  quel   sentimento   il   poeta   estrae   del   resto,
    miracolosamente intatta,  una speranza di misericordia che passa sulla
    testa della teologia e del codice. Cos sublimata,   anche questa poi
    una   risorsa  della  vitalit  che  ha  permesso  all'uomo  tribolato
    (innocente o perseguitato dalla sua colpa) di far sopravvivere la  sua
    dignit che apparati, congegni, istituti tendevano a stritolare.

    L'edizione  accuratissima  e  sopra  tutto il commento approfondito di
    Emma Stojkovic Mazzariol (autrice insieme con Attilio Carminati  anche
    della  sobria  e  mai  inerte  versione)  daranno  al lettore il senso
    preciso del linguaggio di Villon,  delle sue sorprese e anche dei suoi
    sottofondi. Non dir niente dunque dei modi di questa poesia, solo una
    riflessione  terminale:  nel  suo  flusso  ritmico  di  compianto e di
    malizia la sua arte rude ma  duttile  ha  fatto  vivere  in  tutte  le
    pieghe,  in  tutte le sue smorfie mutevoli un volto umano disarmato in
    cui,  a parte le sue  tracce  patibolari,  potremo  riconoscerci  noi,
    uomini appunto della crisi dei valori.
              Mario Luzi












    INTRODUZIONE E CRONOLOGIA
    di Emma Stojkovic Mazzariol.


    INTRODUZIONE.


    La leggenda di Villon,  si sa,  ha attraversato i secoli, si  imposta
    all'immaginazione di tutti,  trovando fertile terreno soprattutto  nel
    sottobosco della cattiva letteratura.  Ma si dovrebbe parlare forse di
    varie leggende,  perch quasi ogni secolo si  creato la propria a suo
    uso  e  consumo,  confondendo la vita e l'opera del poeta e traendone,
    volta a  volta,  immagini  deformate  e  parziali.  Certo,  Villon  si
    prestava in modo esemplare a simili fantasiosi travisamenti,  non solo
    per il carattere del tutto anomalo della  sua  esistenza,  divisa  tra
    imprigionamenti  e  vagabondaggi  e  subito  avvolta  nel mistero dopo
    essere stata sfiorata dall'ombra della forca,  ma anche per  il  gusto
    mistificatorio  con  cui  egli aveva mescolato nell'opera le sue varie
    maschere,  attirando volutamente il lettore nella rete  delle  proprie
    ambiguit.
    Gi  alla  fine  del  quindicesimo  secolo  circolavano quelle "Repues
    franches" in cui  Villon  appare  come  un  eroe  da  farsa  popolare:
    definito  nella  prima  di  esse "bon archer",  gran bevitore,  "homme
    diligent  a  tromper,  devant  et  derriere",   ha  ormai  assunto  la
    fisionomia scanzonata e beffarda del giullare che ai compagni affamati
    procura  con  astuzie  ed imbrogli ogni sorta di vettovaglie.  Il "bon
    follastre", con i suoi "compaings de galle" e la sua "jeunesse folle",
    passa cos nel secolo  successivo,  assimilato  e  confuso  in  quella
    "bohme"  fantasiosa  e derelitta che  la giulleria medievale: quella
    maschera da buffone che egli stesso aveva  raccomandato  alla  memoria
    dei posteri alla fine del "Testamento",  diviene il suo unico volto. E
    alla leggenda del buffone geniale,  artigiano insuperabile del  verso,
    non  si sottrae neppure la tradizione dotta,  intellettuale,  che si
    compiace di attribuire al poeta fatti e detti arguti o licenziosi:  il
    personaggio  letterario,  tratto  dall'opera poetica,  sommerge quello
    reale: e in esso si smarrisce il senso stesso dell'opera.
    Se in due notissimi passi del suo "Quart Livre" Rabelais  ci  racconta
    due  curiosi  aneddoti che si riferiscono alla misteriosa esistenza di
    Villon dopo il bando da Parigi,  quale  credito  attribuire  alla  sua
    testimonianza?  Quello  relativo  al  presunto  soggiorno del poeta in
    Inghilterra alla corte di Edoardo Quinto  (cap.  67)  non    che  una
    fantasiosa  invenzione  che  offre allo scrittore lo spunto per uno di
    quei racconti sboccati e ridanciani di cui egli  maestro: non solo il
    sovrano inglese sal al trono una ventina  d'anni  dopo  il  bando  di
    Villon,  ma  l'aneddoto  stesso,  con le battute ironiche che i due si
    scambiano nel gabinetto di decenza del monarca dove  sono  dipinte  le
    insegne  di  Francia,  rientra senz'ombra di dubbio in quella leggenda
    goliardica e popolaresca che ha gi avvolto la figura  del  poeta.  Il
    secondo  aneddoto (cap.  13) presenta a prima vista maggiore apparenza
    di veridicit.  Scrive Rabelais: "Maistre  Franois  Villon,  sur  ses
    vieulx  jours,  se  retira a Sainct Maixent en Poictou [...] La,  pour
    donner passe-temps au peuple,  entreprint faire jouer  la  Passion  en
    gestes et languaige poictevin..." Segue il racconto di un'atroce beffa
    giocata dal poeta e dai suoi attori vestiti da demoni al frate Etienne
    Tappecoue    che   non   voleva   aiutarli   nell'allestimento   della
    rappresentazione: assalito dai finti diavoli, egli resta appeso per un
    piede alla sua cavalcatura imbizzarrita e i pezzi  del  suo  corpo  si
    spargono per lungo tratto. Molti critici subirono il fascino di questa
    figurazione  del  vecchio  poeta nei panni di un devoto allestitore di
    sacre rappresentazioni e,  pur scartando tutto  lo  sviluppo  macabro-
    farsesco della vicenda, sostennero con dotto argomentare che la storia
    fantasiosa   raccontataci   da   Rabelais  poteva  innestarsi  su  una
    tradizione orale almeno parzialmente fondata.  In  realt,  il  dubbio
    permane e nessun documento  venuto mai a suffragare tale ipotesi. Del
    resto,  quando  Clment  Marot nel 1533 offre a Francesco Primo la sua
    riedizione,  in un certo senso critica,  delle opere di colui che egli
    chiama  "le meilleur pote parisien qui se trouve",  ricorrendo anche,
    come afferma, a certi "bons vieillards" che recitavano a memoria passi
    del "Lascito" e del "Testamento",  non ritiene di  poter  spiegare  il
    senso dei lasciti la cui industria,  legata a personaggi e fatti del
    passato, egli trova ormai incomprensibile, n tanto meno il linguaggio
    delle ballate gergali che lascia in eredit ai  successori  del  poeta
    nell'arte  pericolosa  del  grimaldello.  E  pur trovando che il resto
    dell'opera  "tant plein de bonne  doctrine  et  tellement  painct  de
    mille belles couleurs,  que le temps,  qui tout efface, jusques icy ne
    l'a sceu effacer...",  rinuncia a ricercarne il significato ultimo che
    forse  gli  sfugge  per  seguire  passo  passo,  talora con correzioni
    felici, il testo villoniano del Levet.
    Se, da un lato, egli riabilita dunque il valore poetico dell'opera, di
    cui intuisce i pregi e l'originalit,  dall'altro ci fornisce la prova
    che  a  distanza  di poco pi di quarant'anni dalla prima edizione del
    poeta,  l'opera sua presentava ormai zone d'ombra impenetrabili.  Poi,
    con l'avvento della Pliade e il trionfo dei nuovi ideali umanistici e
    poetici,  Villon ebbe la sorte riservata a tutto il Medioevo,  cui non
    si guard pi che come  a  un'epoca  sorpassata,  dominata  da  schemi
    culturali  ed  estetici  assolutamente  inaccettabili: la quasi totale
    assenza di edizioni villoniane nella seconda parte del  Cinquecento  e
    lungo  tutto il Seicento  la pi chiara testimonianza dell'imporsi di
    un'antileggenda che  pur sempre, paradossalmente,  una leggenda nella
    misura  in  cui  si  afferma  come  distorsione  e negazione di valori
    acquisiti. Rare le voci che si levano a difesa del poeta; rare perfino
    le riserve e quasi sempre  legate  alle  antiche  deformazioni,  viste
    semmai  con  occhio  pi  severo,  come  al nuovo rigore umanistico si
    conviene.  Quando un  erudito  e  cultore  del  passato  come  Etienne
    Pasquier  giustifica la sua disapprovazione nei confronti di Marot che
    ha ammirato il poeta medievale,  scrivendo nelle sue "Recherches de la
    France":  "...  Car Villon fut un escolier de Paris,  dou d'assez bel
    esprit,  mais un maistre pass en friponneries..." e quando molto  pi
    tardi il gran censore delle lettere, Boileau, sia pure con un giudizio
    positivo, decreta: "Villon sut le premier, en ces sicles grossiers, /
    Dbrouiller  l'art  confus  de  nos  vieux  romanciers",    legittimo
    chiedersi quale esatta conoscenza essi avessero dei testi  villoniani,
    vista   la  parzialit  e,   nel  caso  di  Boileau,   la  sostanziale
    inconsistenza del giudizio.
    Pi attento a una ricostruzione critica,  anche se sommaria  e  spesso
    imprecisa,   dell'opera  di  Villon  fu  il  Settecento:  si  riprende
    l'edizione del Marot, con l'aggiunta di note e commenti (la prima, con
    una lettera-prefazione del gesuita P. du Cerceau  del 1723) e rinasce
    l'interesse per  il  poeta,  ancora  limitato  soprattutto  all'ambito
    erudito. L'immagine che il secolo dei lumi si fa di Villon riflette la
    stessa  concezione  che  esso  si    creato  della  poesia:  il tono
    scherzoso,   quell'inimitabile  mescolanza  di   piacevolezza   e   di
    buffoneria  che  fa guardare al poeta medievale come a un maestro;  ma
    l'accento si sposta comunque sull'opera, sottolineando la naturalezza,
    l'ingenuit dello stile e preparando l'avvento di quel mito villoniano
    che tanta fortuna avr nell'Ottocento.  Che con il ricupero in  chiave
    estetico-letteraria di tutto il Medioevo, Villon dovesse apparire agli
    occhi  dei  romantici  come  il  prototipo  del poeta maledetto,  il
    fuorilegge di genio respinto dalla societ,  il vagabondo  beffardo  e
    malinconico  che  ride tra le lacrime,  era quasi fatale.  Critici e
    poeti partivano,  sia pure  con  qualche  riserva  e  delusione,  alla
    riscoperta  della  sua  complessa  personalit,   patetica  insieme  e
    sconcertante.  E se nel 1828 il Sainte-Beuve parlava di Villon nel suo
    "Tableau  de  la  littrature  au  XVIe sicle" con una certa cautela,
    incitando  a  ricercare  nella  sua  opera  le  perle  nascoste  nel
    letamaio,  nel 1859 non esiter a definire la "Ballade des dames" un
    grido di genio e di sentimento;  tra i poeti,  Thophile Gautier gli
    dedicava, fin dal 1834, la sua appassionata attenzione, soffermandosi,
    spesso  con  acuta sensibilit,  sui suoi pregi stilistici,  e insieme
    figurandoselo come un lontano precursore di eroi  byroniani.  Ma  sar
    soprattutto nella seconda met dell'Ottocento che Villon entrer,  con
    pieno diritto di cittadinanza,  nella privilegiata schiera dei  poeti
    maledetti:  il  funambolico  Banville,  sensibile  agli  aspetti  pi
    pittoreschi e fantasiosi del suo stile,  ne far  risuonare  gli  echi
    nelle sue "Ballades joyeuses",  inneggiando al confratello ladro,  ma
    come Prometeo,  e al suo libero genio.  Mentre  in  Inghilterra  il
    raffinato Dante Gabriele Rossetti, John Payne e Swinburne offrivano ai
    lettori le loro traduzioni villoniane,  Verlaine,  Richepin,  Rictus e
    altri  ancora  si  sentivano  legittimi  eredi  di   quell'eccezionale
    antenato, primo autentico maledetto. "Et tant pis pour qui te renie,
    /  Roi  des  potes  sans billon,  / Escroc,  truand,  marlou,  gnie"
    proclama con enfatica passione Richepin nella sua "Chanson des  gueux"
    del 1876,  definendo alla perfezione quella convergenza etico-estetica
    gi operatasi con la sensibilit romantica  e  che  ha  alimentato  la
    nuova  leggenda  villoniana.  Ma  al  di  l  di  certi  atteggiamenti
    abbastanza esterni, o volutamente anticonformistici e provocatorii,  
    difficile  stabilire  l'esatta  incidenza  che la poesia villoniana ha
    avuto su quella moderna:    stato  giustamente  osservato  che  molti
    paragoni  stabiliti  artificiosamente  con tale o tal altro poeta sono
    basati  tutt'al  pi  su  fattori  psicologici  o  su  vaghe  analogie
    biografiche  che  poco  o nulla hanno a che vedere con una sostanziale
    affinit di sentire: inaccettabile  l'accostamento  Villon-Musset  che
    vagamente   suggerito   dal  Sainte-Beuve,   fu  ripreso,   non  senza
    perplessit,  dal  Thuasne  (Mercure  de  France,   1  marzo  1931);
    superficiale e frettoloso il vecchio paragone Villon-Verlaine i quali,
    all'infuori   di   una  vita  sregolata  e,   se  si  vuole,   di  una
    contraddittoria mutevolezza interiore, non hanno molto da spartire sul
    piano della realizzazione poetica;  quanto ai raffronti che si possono
    stabilire  con  Baudelaire,  Rimbaud,  Laforgue,  Apollinaire (il solo
    forse che abbia conservato tracce profonde della poesia villoniana)  e
    via via con altri poeti,  maggiori e minori, le somiglianze e affinit
    che  in  molti  casi  esistono  non  investono  comunque  la  sostanza
    problematica  di  una  ricerca  che  la poesia moderna ha orientato in
    tutt'altre direzioni.
    Quel che  certo  che l'opera di Villon ha suscitato  sempre  maggior
    interesse,  ha  trovato  appassionati  lettori  in  tutti i paesi,  ha
    stimolato soprattutto un lavoro di esegesi critica che ha assunto  nel
    nostro secolo proporzioni eccezionali.  Da quando, a partire dal 1873,
    sono stati riesumati per merito soprattutto del Longnon,  del  Vitu  e
    dello  Schwob  i  documenti  giudiziari  relativi  alla vita del poeta
    (l'assassinio di un prete,  un grosso furto con scasso al Collegio  di
    Navarra, una successiva detenzione allo Chtelet alla fine del 1462 e,
    subito dopo,  una rissa che gli coster la condanna a morte, commutata
    poi nel bando da Parigi), molte prospettive sono state ristabilite, le
    varie ipotesi formulate prima di tali  scoperte  sono  cadute,  alcune
    enigmatiche   allusioni   contenute   nei  versi  del  poeta  si  sono
    indubbiamente chiarite. La figura di Villon, districata dalla leggenda
    o meglio,  dalle varie leggende,  antiche  e  recenti,  che  l'avevano
    stravolta,    stata  solidamente  ancorata al suo tempo,  tenacemente
    storicizzata: fondamentale il lavoro operato  in  tale  direzione  dal
    Siciliano che ha studiato tutti gli apporti,  diretti o indiretti, che
    dalla sensibilit,  dalla cultura,  dalla poesia medievale  convergono
    nell'opera  villoniana,  riscattandosi  nell'inedito  della parola.  E
    ridimensionamento anche di  questa  vita  bruciata  come  dal  biblico
    tessitore  i  fili  sporgenti di una tela: un Villon da non giudicarsi
    per se stesso,  ma da  inserirsi,  come  ha  scritto  il  Macchia,  in
    quell'ambiente  facinoroso e sinistro in cui visse e di cui fece alta
    poesia.
    Questo ambiente  stato ormai ripetutamente analizzato, con l'aiuto di
    documenti e di cronache,  in tutti i suoi impressionanti aspetti.  Non
    differisce  molto,  alla  fin  fine,  fatte  le debite distinzioni fra
    momenti storici diversi, da tutti i dopoguerra, caratterizzati da quei
    profondi squilibri prodotti da uno scatenamento improvviso di appetiti
    e di istinti conseguenti alla lunga  violenza:  miseria  ed  epidemie,
    bande  di  irregolari,  di  briganti,  di  "corcheurs" che battono le
    strade,  pericolosi "coquillards" specialisti  di  furti,  imbrogli  e
    crimini d'ogni sorta;  risse, vendette, delitti a catena ed esecuzioni
    all'ordine del giorno e non meno feroci: uomini torturati,  fustigati,
    bolliti  nelle caldaie,  impiccati sotto gli occhi di tutti,  lasciati
    sulla forca per giorni e giorni,  in pubblico spettacolo.  E accanto a
    ci il fenomeno inverso: un'irrefrenabile sete di piaceri e di danaro,
    vite dissipate fra taverne e prostitute,  irrequiete masse di studenti
    in fermento,  immense sostanze accumulate con profitti di guerra e  in
    seguito  con  ogni specie di corruzione e malversazione;  al di sopra,
    una fede irrazionale, fatta di slanci mistici quasi morbosi, di deliri
    collettivi e di ingenui stupori davanti  alla  rappresentazione  delle
    colossali  "Passioni",  veri  specchi  di  una  sensibilit  religiosa
    distorta e deviata verso forme di suggestione quasi superstiziosa. Che
    questa societ in  crisi,  sconvolta  da  profonde  fratture  nel  suo
    tessuto  sociale,  sia  dominata  da un esasperato moralismo  pi che
    naturale: allo sbandamento delle coscienze,  spinte verso  ogni  forma
    del  vivere  proprio  dalla  precariet  della vita,  si tenta di fare
    argine con una visione ossessiva della  morte,  alimentata  con  crudo
    realismo  da  una predicazione terroristica e posta sotto gli occhi di
    tutti come spettacolo intimidatorio;  l'idea della morte  soggioga  le
    coscienze,  accende le macabre fantasie dei poeti,  perde quasi il suo
    senso di tramite verso una certezza ultraterrena.  Tutto questo Villon
    ha visto,  sentito,  soprattutto intensamente vissuto: non c' aspetto
    della vita del tempo che non passi nella sua poesia: taverne e  luoghi
    malfamati,  mercati e cimiteri, chiese e conventi, case e strade della
    vecchia Parigi,  con la sua folla  in  continuo  movimento,  tutte  le
    classi  sociali  gomito  a gomito - straccioni,  vagabondi,  giullari,
    monaci  e  preti,   grandi  signori  e  padroni  -:  una  sorta   di
    planimetria,  reale e insieme fantastica,  della citt, ricostruita in
    rapidi scorci, in brevi sequenze, in affettuosi o crudeli indugi da un
    occhio che possiede una sconcertante percettivit di immagini. Eppure,
    se questa pittoresca trasposizione di una realt  urbana    un  primo
    dato indiscutibile,  pi che ovvio, come  stato di recente ribadito,
    che il momento storico o,  se si vuole,  poetico spiega certi aspetti
    della poesia di Villon, ma non spiega, come non la spiegano le vicende
    della sua vita, la qualit della sua opera.  Uno degli appunti che si
    possono  fare  a  certa  moderna  critica  storicistica    di essersi
    lasciata prendere,  dopo la scoperta dei famosi documenti  giudiziari,
    dall'ebbrezza  del  biografismo:  le  zone  di vuoto che rimangono tra
    l'uno e l'altro dei fatti  criminosi  imputati  al  poeta  sono  state
    accuratamente  riempite  di  ipotesi  pi  o  meno suggestive,  spesso
    destituite di fondamento,  ottenute attraverso una sollecitazione  dei
    versi  del  poeta,  molti  dei  quali ancor oggi chiusi in un'ermetica
    allusivit. Ipotesi suggestive, abbiamo detto,  come ad esempio quella
    del  Burger  che  nell'inserto  finale  del  "Lascito",  dove il poeta
    descrive il proprio "entroubli" - uno stato cio di quasi  incoscienza
    con   un'esaltazione   di  tutte  le  facolt  sensorie  e  un  totale
    annullamento della ragione e della volont  -  ha  voluto  vedere  una
    trasposizione poetica,  e un tentativo di giustificazione dell'impresa
    ladresca al Collegio di Navarra,  che sarebbe stata  compiuta  in  una
    sorta  di  incontrollabile  "raptus";  e  ipotesi fantasiose,  come la
    ricostruzione di un infelice romanzo d'amore a tre - Villon, Catherine
    de Vausselles e il rivale Ythier Marchand - fatta  dal  Dufournet  con
    dovizia  di  particolari  solo  sulla  base  di  uno  dei  lasciti pi
    enigmatici del "Testamento" (v.v.  970-77) e di allusioni  quanto  mai
    incerte che affiorano in altri versi.
    Gli esempi si potrebbero moltiplicare a volont,  tali e tante sono le
    illazioni,   spesso  contraddittorie,   tratte  da  una   parola,   da
    un'espressione  oscura  per chiarire il mistero della vita del poeta e
    quello,  ancor pi fitto,  della sua personalit.  Ma  le  rivelazioni
    degli  archivi  hanno  provocato anche un'altra conseguenza,  non meno
    grave a nostro avviso,  in  molta  parte  della  critica,  che  appare
    inquinata da un esasperato moralismo, divisa e tormentata dal problema
    della  salvezza  o  della  perdizione  dell'anima  di  Villon.  Che il
    "Testamento" racchiuda il dramma di una coscienza e ponga  inquietanti
    interrogativi  morali,  sarebbe  assurdo  negarlo.  Ma li pone dal suo
    punto di vista,  non dal nostro e li  risolve  -  cosa  troppo  spesso
    dimenticata da alcuni - in atto poetico.  C' anzi un fatto curioso: i
    documenti d'archivio, anche gli ultimi, non fanno mai allusione, com'
    stato notato,  alla qualit di poeta di Villon;  l'opera poetica,  pur
    evocando prigioni e sofferenze, non ne indica mai i motivi, non fa mai
    allusione  alla  carriera di delinquente dell'autore: quasi due vite -
    quella dell'uomo e quella del poeta - che si intersecano di  tanto  in
    tanto in un punto e subito nuovamente divergono.
    Perch  non  la sua vita ci ha raccontato Villon,  ma la sua coscienza
    del vivere e il senso della propria condizione umana: senso che rimane
    unico, assoluto nella sua parola,  legittimo anche e soprattutto nella
    mistificazione  poetica.  La  verit  si  domanda  il Guiette ci ha
    guadagnato a seguito delle scoperte degli eruditi?  Io non lo  credo.
    Pi  conciliante  e  ottimista,  il  Le  Gentil  trova che la leggenda
    villoniana,  aggravata da ci che  oggi  sappiamo  per  fonte  sicura,
    favorisce in fondo il poeta pi di quanto non gli nuoccia.  Che lo si
    compianga o lo si approvi per aver sfidato la morale e la societ, che
    si scelga tra i due atteggiamenti o si tenti piuttosto di conciliarli,
    che ci si sforzi di essere  oggettivi  o  si  accetti  all'opposto  di
    essere tendenziosi [...],  ci si intende ad ogni modo nel sottolineare
    l'universalit del suo messaggio. Il che  giusto e perfino generoso;
    ma  anche giusto ribadire che molta critica (non tutta  per  fortuna)
    ci  guadagnerebbe  a  parlare  meno  e  ad  ascoltare  di pi il testo
    poetico.

    Tutte  le  tempestose  esperienze  della  sua  vita,   Villon  le   ha
    trasformate  in  sostanza  di  poesia.   Ma  una  le  accoglie  tutte,
    liberandole dalla scoria del  contingente,  unificandole  nel  momento
    assoluto  della  coscienza: il "Travail",  il soffrire.  Quel soffrire
    intensamente il  proprio  vivere  che  ha  dischiuso  al  poeta,  come
    un'improvvisa  illuminazione,  il  senso stesso del vivere.  Da questo
    punto focale che egli contrappone a  una  conoscenza  etica  astratta,
    appresa  passivamente  sui  libri,  passa tutta la vicenda poetica del
    "Testamento".  Non catalogata e ordinata come nei  libri,  ma  con  lo
    stesso  ritmo  tumultuoso,  incoerente,  ondeggiante  che ha il vivere
    quando affluisce alla coscienza.  Porsi al di fuori  del  "Testamento"
    per cercarne l'unit o la disarmonia diventa,  a nostro avviso,  vano,
    perch il punto di vista  sbagliato.  L'opera  di quelle  che  vanno
    vissute  dal  di  dentro,  nell'intrico dei percorsi che si dipanano a
    raggiera intorno all'unico punto fermo che  quello  della  percezione
    poetica.  Un tempo illusorio che non coincide con il tempo oggettivo e
    che   assurdo  voler  ridurre  a  cronologia.  Vedere  nel  poema  un
    progressivo  decadere  dalla  drammatica confessione della prima parte
    alla  grottesca  finzione  della  seconda,  o  ipotizzare  il  cammino
    spirituale  inverso,  dal  testamento  burlesco  al  doloroso meditare
    dell'inizio,  pur sempre includere l'opera in quel preordinato schema
    architettonico  cui  ci  ha  abituato  l'estetica  classica.  Estrarre
    dall'opera le grandi ballate liriche e le ottave che fermano i momenti
    emotivi pi intensi e disdegnare il resto,  alterare la fisionomia di
    una  struttura la cui unit ,  paradossalmente,  solo nella disparit
    dei propri aspetti.
    Disparit non solo  poetica,  ma  anche  oggettiva:    certo  che  il
    "Testamento"  non  fu  scritto  tutto  alla stessa data,  a partire da
    quell'anno 1461 in cui nel carcere di Meung  maturata  la  drammatica
    esperienza  che    all'origine  del  poema:  molte  delle ballate qui
    inserite risalgono ad epoche precedenti e non si pu escludere in modo
    assoluto che alcuni passi non siano stati aggiunti posteriormente.  Ma
    la disposizione interna, la collocazione dei vari pezzi con raccordi e
    suture  entro  il  tessuto  narrativo,   ci    giunta  sempre  uguale
    attraverso i manoscritti e le  pi  lontane  edizioni,  nonostante  le
    varianti,  gli  errori,  la  disparit  di  molti dettagli.  Difficile
    dimostrare che tale disposizione non corrisponda alla  volont  stessa
    del  poeta.  E  alla sua mobilissima sensibilit.  La quale ha accolto
    tutte le voci,  gli impulsi,  gli stimoli emotivi,  le  contraddizioni
    paurose,  le  verit  e  le  spudorate  menzogne  di  cui    fatta la
    sofferenza del vivere. La maschera dell'amante martire,  il ghigno del
    buffone,  il sarcasmo del diseredato, la meditazione del peccatore, il
    sentimento della vecchiaia e della morte,  non  hanno  nell'anima  del
    poeta una successione reale, ma solo un'alternanza fittizia: e la loro
    alterna proiezione nell'opera crea quella tensione dei contrasti e dei
    contrari di cui l'opera vive.
    Scegliere  uno di questi aspetti e rifiutare gli altri  voler ridurre
    artificialmente a unit quel groviglio interiore fatto  di  improvvisi
    intenerimenti,  di ostinate reticenze, di umori agri e corrosivi che 
    l'accidentato paesaggio dell'anima villoniana. Certo,  sarebbe assurdo
    negare che tra la prima parte dell'opera che  uno sconsolato meditare
    sulla  condizione umana,  e la seconda che contiene la fitta serie dei
    lasciti e i carnevaleschi funerali del povero Villon non ci sia  una
    frattura,  ma   anche difficile stabilire il punto esatto in cui tale
    frattura si produce.  Perch,  se esistono incoerenze e  mal  riuscite
    saldature,  esistono  anche sottili raccordi interni che legano le due
    parti: non solo il tremendo ricordo del vescovo dal quale il poeta  ha
    ricevuto  tutte  le  sue  pene riaffiora a pi riprese nel corso del
    poema,  ma il testamento burlesco e  sguaiato  contiene  anche  alcune
    delle  pi limpide ballate (come quella offerta alla madre per pregare
    la Vergine) o delle pi amare (come la lezione  ai  ragazzi  perduti),
    una nuova meditazione sulla morte, dove il riso si inceppa: "icy n'y a
    ne  ris  ne  jeu"  (v.  1736)  e drammatiche interferenze tra realt e
    finzione perfino nell'"Epitaffio".  Allo stesso  modo,  spezzature  di
    tono  presenta  anche  la  prima  parte,  sia pur meno stridenti e pi
    rapidamente assorbite nell'intonazione di  fondo:  dopo  la  tagliente
    invettiva  iniziale  contro il vescovo Thibaud d'Aussigny,  che ha una
    funzione quasi di proemio,  alla visione dolente del suo  passato  (il
    tempo  della  giovinezza,  i  graziosi compagni di baldorie) e del suo
    presente avvolto dalle ombre della povert,  della  vecchiezza,  della
    morte,  il poeta mescola accenti discorsivi e polemici sulla impietosa
    giustizia umana (strofe XIV-XVI) con un lungo inserto esemplificatorio
    (Alessandro e Diomede),  improvvisi livori contro  chi  ha  il  ventre
    pieno  e  l'amore  facile  (v.v.  198-99) o la tavola sempre imbandita
    (strofa XXXII) e pi oltre,  sottili e  ironiche  disquisizioni  sulle
    donne e l'amore (strofe LVIII-LXIV) pi un'ultima beffarda digressione
    teologica (strofe LXXXI-LXXXIII), prima di iniziare il suo personale
    testamento, gi tre volte in precedenza annunciato.

    "En cest incident me suis mis..."

    ha  gi  detto al v.  257,  ma alla tentazione costante del digredire,
    dell'uscire dal filo del discorso poetico,  egli non si sottrae,  anzi
    la  segue  con  arrendevole  compiacimento.  Forse perch questa linea
    spezzata,  contorta,  fatta di  spinte  all'indietro  e  di  impennate
    improvvise nelle grandi meditazioni liriche, corrisponde esattamente a
    quella  sua  mutevole  coscienza  del  sentire  che  di s e del mondo
    registra ogni sollecitazione, senza mai trovare,  o senza mai cercare,
    una  sintesi  definitiva.  Quando  il  poeta  si  vede,  o  si  vuole,
    all'inizio del poema "ne du tout fol ne du tout  sage  /  Non  obstant
    maintes  peines  eues",  perch  non  credergli  sulla  parola?  Se la
    sofferenza ha dischiuso al suo sguardo,  appassionato  e  crudele,  lo
    spettacolo delle proprie contraddizioni,  di quelle degli altri, della
    societ,  della vita stessa terrena e ultraterrena,  gli  ha  mostrato
    forse anche che follia e saggezza o, se si vuole, bene e male, sono il
    dilemma pi angoscioso dell'animo umano e che la scienza pi difficile
      quella del conoscersi.  "Je congnois tout,  fors que moy mesmes" ha
    ripetuto il poeta nel "refrain" della "Ballade des menus propos",  che
      in apparenza solo un gioco tradizionale e stereotipato.  E il verso
    pu essere,  certo,  un'abile trovata  stilistica.  Ma  forse,  se  lo
    ponessimo   come  epigrafe  al  "Testamento",   sentiremmo  che  tutta
    l'enigmatica complessit del poema  contenuta in questa  verit:  una
    disperata,  rabbiosa,  impotente  ricerca di se stesso e del senso del
    proprio esistere.

    Un elemento  nuovo  nella  sensibilit  religiosa  di  Villon  sarebbe
    costituito, secondo lo Charpier, dall'assenza di trascendenza, dalla
    mancanza di ogni slancio di trasfigurazione mistica.  In realt,  il
    poeta condivide con il suo tempo alcune certezze fondamentali che  non
    presentano   incrinature:   la   coscienza   del  peccato  e  la  fede
    nell'infinita misericordia di Dio:

    "Je suis pecheur, je le say bien;
    Pourtant ne veult pas Dieu ma mort..."

    L'assenza di trascendenza egli la vede nell'umano,  nell'abisso che la
    societ  ha  scavato  tra se stessa e il divino.  La parola umana si 
    inaridita nella convenzione,  si    inceppata  nell'abitudine,  si  
    degradata.  Questa  inautenticit  della  parola,  egli la scopre e la
    mostra a tutti i livelli: negli schemi  morali,  religiosi,  estetici,
    letterari,  secondo  i  quali  una  societ  pensa  e agisce per forza
    d'inerzia. "Bourde, vert, au jour d'uy m'est tout un",  ha scritto un
    giorno in una poesia in apparenza convenzionale,  accettata come gioco
    di abilit letteraria. Ma le parole in Villon si esauriscono raramente
    nella pura gratuit del gioco.
    Fandonia e verit si confondono anche nel "Testamento"  e  tra  questi
    due  termini,  scambiati  e  intercambiabili,  si  rimette in causa la
    credibilit della parola umana convenzionata,  delle  idee  ereditate.
    Anzi,  la  forma  stessa del "Testamento",  insieme morale e burlesco,
    artificioso e autentico,  in cui il lettore  cerca  invano  il  limite
    esatto  tra  verit  e finzione,  riflette in fondo questa denuncia di
    tutte le certezze costituite.  Incessantemente il poeta si mostra e si
    nasconde,  dice  e si contraddice,  si scopre e si maschera,  medita e
    insulta, sconvolge con il riso e la parodia un mondo che vede assurdo.
    Il suo atteggiamento  allo stesso tempo patetico e provocatorio. Egli
    ci obbliga a cercare con lui una verit,  la sua e la  nostra,  al  di
    fuori di tutti gli schemi obbligati,  frugando nel cumulo delle parole
    morte.
    Fin dall'inizio  del  "Testamento",  quando,  uscito  dall'inferno  di
    Meung,  egli  pone i termini della sua drammatica esperienza,  la vede
    non nella sua cronaca di fatto biografico come la vedono gli altri, ma
    nel suo senso di destino terreno,  posto nell'incolmabile divario  fra
    il  giudizio  di  Dio  e  quello  degli  uomini.   "Dieu  vit,  et  sa
    misericorde,  / Se  conscience  me  remort,  /  Par  sa  grace  pardon
    m'accorde":   non     un  umile  atto  di  implorazione  a  Dio,   ma
    l'affermazione perentoria dell'assoluto della parola di Dio rispetto a
    coloro che l'hanno falsificata.  E quando,  adottando la  formula  pi
    banale,  egli dice: "Je suis pecheur, je le say bien", lo fa, secondo
    noi,  a ragion veduta,  come quando riutilizza i proverbi e  tutte  le
    espressioni  fissate  dall'uso:    la  voce  comune  che egli assume,
    ponendosi  dalla  parte  di  tutti   i   peccatori,   che   l'infinita
    misericordia di Dio accoglie senza discriminazioni.  "Haulte Deesse, /
    A qui pecheurs doivent tous recourir..." dir alla Vergine la  vecchia
    madre cui il poeta ha prestato la sua voce: tutti,  la "femme povrette
    et ancienne", come il figlio traviato da cui non ha avuto che "douleur
    amere et mainte tristesse", come Maria Egiziaca la grande peccatrice e
    il chierico Teofilo che ha barattato la sua anima con il diavolo.
    Agli uomini, al vescovo "dur et cruel",  a tutti coloro che gli negano
    il  diritto alla maturit ("en meurt ne me vouldroient veoir") Villon
    nega il diritto di giudicarlo secondo la loro parola che  "tricherie"
    ("...  quant ceste paine arbitraire / On me jugea par tricherie"  dir
    in  una  delle  sue ultime ballate,  quella detta dell'appello).  Poco
    importa che abbia buona o cattiva coscienza. Il problema che egli pone
    va ben al di l della sua  persona,  si  fa  inquietante  problema  di
    coscienza,  eternamente riproponibile.  E' in una nuova luce di piet,
    terrestre ed umana,  ma come autenticata dalla sacralit della  parola
    divina  perduta  dagli  uomini,  che  egli vede se stesso e il proprio
    dramma,  la miseria di una vita che si  lasciato sfuggire dalle mani,
    la triste realt del suo decadimento ("triste,  failly,  plus noir que
    meure"),  il retaggio quasi immemoriale della  sua  povert  ("povret
    tous nous suit et trace"), il destino di morte che lo accomuna a tutte
    le  creature,  le pi vicine ( "j'entens que ma mere mourra"),  le pi
    lontane e leggendarie ("Et meure Paris ou Helaine...").  Egli si sente
    non  un reietto come lo vorrebbero gli altri,  ma un uomo partecipe di
    un'eterna vicenda,  in cui tutti possono accedere alla  piet  con  lo
    stesso  diritto,  le  figure  storiche  o leggendarie delle dame e dei
    signori inghiottiti dal tempo,  la  bella  Elmiera  che  con  rabbioso
    furore guarda il suo vecchio corpo disfatto,  le povere vecchie stolte
    accoccolate in terra come  miseri  oggetti  fuori  uso,  il  vegliardo
    respinto e deriso da tutti, gli stessi ragazzi perduti minacciati da
    quella maligna arsura che tinge di nero le carni degli impiccati.
    C'  come  un'ombra  di  morte  che  vaga  dentro  il poema,  respinta
    dall'onda improvvisa della risata,  esorcizzata dalla forza dirompente
    dello  scherno  o  dell'oscenit,  sommersa  dallo schiamazzo che sale
    dallo spettacolo della vita,  mascherata nel carnevale grottesco di un
    finto moribondo. Ma sempre essa riaffiora, ostinata e insidiosa, nella
    mente del povero Villon.  Il giro d'orizzonte che egli fa all'inizio
    con cos dolente verit sul suo destino umano - la giovinezza folle  e
    dissipata,  la vecchiaia entrata improvvisamente,  quasi di sorpresa -
    si chiude con la voce di un anonimo cantastorie che celebra  la  morte
    eroicomica  di  un  personaggio  da  farsa: "Venez a son enterrement /
    Quant vous orrez le carrillon..." Vera o finta,  reale o simbolica,  
    sempre  la morte,  l'approdo ultimo,  doloroso del vivere: "Quiconques
    meurt, meurt a douleur". Il motivo letterario della morte, com' noto,
    invade tutto il Medioevo: eppure nella sensibilit villoniana esso  si
    rinnova, come tutto ci che  toccato dalla sua parola. Si rinnova nel
    ricupero di quel senso dell'umano e della piet per l'umano che,  come
    dicevamo  all'inizio,   viene  a  rivivificare  una  rigida  struttura
    religiosa  subordinata alla dimostrazione.  La meditazione sulla morte
    che costituisce il primo grande inserto verticale nel tessuto  narrato
    del  "Testamento"    portata da lenti accordi staccati che convergono
    verso quel punto massimo della curva lirica che   la  "Ballata  delle
    dame"  per  declinare  subito dopo con quella dei Signori e in vecchio
    francese e riassorbirsi nel "continuum"  del  fondo.  Tutti  i  moduli
    tradizionali della rappresentazione sono ripresi e allargati in cerchi
    sempre  pi  ampi  intorno  alla  accettata  coscienza  della  propria
    condizione mortale: "Si ne suis, bien le considere, / filz d'ange...":
    quello della danza macabra,  in una sequenza breve e  accelerata  ("Je
    congnois que povres et riches...");  quello dei "pas de la mort", cio
    dell'agonia e dello strazio fisico del morire; infine,  nella ballata,
    quello antichissimo dell'"ubi sunt?", dell'eterno fluire del tempo che
    tutti rapisce, monito costante per i vivi.
    Ma  in Villon questi temi di fondo appaiono modificati da una sorta di
    partecipazione interna del poeta che non li predica come gli altri, ma
    li ripropone con la genuinit che  propria della sua parola: so  che
    poveri e ricchi,  saggi e folli,  [...] morte afferra senza eccezione
    egli dice,  scontando quasi il motivo attraverso la constatazione  che
    lo rende superfluo; e la terribile descrizione dei passi della morte
    trova  argine  immediato nell'affascinata contemplazione di quel corpo
    femminile tenero,  liscio,  soffice,  in cui l'orrore  si  tramuta  in
    rimpianto, reso quasi tangibile attraverso le qualificazioni puramente
    tattili.  Cos  la  visione approda per contrasto,  come acutamente ha
    visto lo Spitzer,  o forse anche  per  progressive  negazioni  di  una
    consunta  retorica,  a  quel  luogo poetico assoluto dove i nomi delle
    donne evocate - amanti ed eroine -  sospesi  nell'incerta  luce  della
    loro  suggestione  musicale,  trovano  soltanto  nella parola una loro
    memoria favolosa, perenne come la vicenda cosmica,  per la prima volta
    sentita  e accettata come dubbio cosciente,  come interrogativo umano:
    "Dictes moy ou, n'en quel pays [...] Mais ou sont les neiges d'antan?"
    Una  domanda  che  risponde  a  un'altra  domanda,   rendendola  vana,
    facendola cadere nel silenzio. Questo svincolamento da una prospettiva
    metafisica che porta di conseguenza a una rivalutazione del vivere,  a
    uno struggente amore del corpo,  della bellezza,  del piacere  fisico,
    non   solo di Villon:  gi nel tempo,  nell'ironia liberatoria della
    "Dance macabre",  nella piet che accompagna le esasperate visioni  di
    morte.  Ma con queste due componenti - sarcasmo e dolorosit, angoscia
    e rimpianto Villon ha impastato un  uomo  che  non    pi  soltanto
    quello del suo tempo.  Il suo rapporto con Dio  diretto,  scavalca le
    gerarchie ufficiali che lo rappresentano sulla terra:  "J'ay  tort  et
    honte,  /  Quoi  qu'il  m'ait  fait,  a  Dieu  remis".  Il delinquente
    torturato dal vescovo,  respinto da tutti,  anche dall'ultimo dei suoi
    parenti,  ha  fede  nel  giudizio  finale di Dio,  non in quello degli
    uomini,  che vede miseri come lui,  tutti legati nello stesso  mistero
    della  morte,  sia  che trascinino la loro vita randagia sulle strade,
    come i buffoni,  i saltimbanchi,  le prostitute,  sia che  seguano  le
    oscure  forze  del  male - bari,  ladri,  imbroglioni - sia che vivano
    avvinghiati ai beni terreni e alla loro ripugnante  fisicit,  come  i
    grassi  borghesi,  gli  usurai,  i  mercanti  che  fanno  parte  delle
    gerarchie ufficiali di una societ dipinta nei suoi lasciti con  tanta
    ferocia. Forse solo una tragica farsa egli ha visto nella vita, quella
    vita che ama con spasimo, ora perdendosi nel suo brago, ora cercandovi
    una smarrita purezza.  Nella societ, nel mondo che si agita intorno a
    lui, Dio  assente. La sua parola  irriconoscibile.  Tutti attendono,
    come  il  povero  Villon,  di  essere liberati dalla loro prigione -
    quella di Meung,  o del peccato,  o della vita - riammessi  un  giorno
    nella  casa  di  Dio:  "Au  retour  de dure prison / Ou j'ai laissi
    presque la vie... Plaise a Dieu que l'ame ravie / En soit lassus en sa
    maison".  Forse in questo mondo alla rovescia,  dilaniato  e  fatto  a
    pezzi  dalla parola ruvida e beffarda di un delinquente poeta in cerca
    di   verit,    l'unica   speranza   di   salvezza      nell'appello,
    nell'intercessione di tutti per tutti, nella partecipazione all'umano,
    in una restaurata dimensione di carit: "Frres humains qui aprs nous
    vivez...  Car,  se piti de nous povres avez, / Dieu en aura plus tost
    de vous mercis..." La "Ballata  degli  impiccati"  non  fa  parte  del
    "Testamento"   e   non  si  conosce  esattamente  la  data  della  sua
    composizione. Eppure,  il suo spirito circola al fondo del poema,  fin
    da  quando  un  leggendario  pirata  Diomede   portato davanti al suo
    pietoso Alessandro per essere giudicato a morire,  fin  da  quando
    l'incubo  della  morte  con  onta  ed  infamia  si concretizza nella
    visione di uno sciagurato Colin de Cayeux penzolante da una forca.
    Quel nero colore che il poeta porta sul volto,  quel  corpo  spettrale
    come  una  chimera,  cui  egli  assegna un'impossibile sepoltura in un
    solaio lontano da terra,  altro non sono forse che la proiezione  di
    un  terrore  che    coscienza  del  male,   sentito  come  misteriosa
    condizione del vivere.  Il cinismo,  la beffa,  l'insulto sono  spesso
    solo  forme  esasperate  di sofferenza.  La cappella di Sainte-Avoie -
    bizzarra e quasi irreale - dove non ci sar la sua tomba,  ma solo  il
    profilo del suo corpo tutt'intero,  in piedi, tracciato a inchiostro o
    col carbone, sembra la casa dell'impiccato, che  in alto nel vento:

    "Jamais nul temps nous ne sommes assis;
    Puis a, puis la, comme le vent varie,
    A son plaisir sans cesser nous charie".

    Da tempo, Villon cercava quei poveri corpi "occis par justice" per dar
    loro la sua voce.  Non  pi la morte comune ad ognuno ha scritto il
    Neri  ma  la  morte  dei  suoi,  la  misera  fine dei vagabondi,  dei
    "coquillards".  Non  solo questo.  Ha ragione il  Del  Monte  quando
    scrive  che  l'invito  alla  piet,  a un nuovo patto di fratellanza 
    rivolto ai vivi,  non in nome del Creatore,  ma di un eguale  destino
    umano, fatto di follia e di dolore. E non in accordo con la giustizia
    umana,  potremmo  aggiungere,  di  cui  pure qui si riconosce la legge
    necessaria e inesorabile,  ma nonostante la giustizia umana ("quoy que
    fusmes  occis  par justice"),  anch'essa provvisoria e precaria "en ce
    monde ci transsitoire".

    La canzone del male-amato, si  scritto.  E' la convenzione di fondo
    che  il  poeta ha scelto sia per il "Lascito" che per il "Testamento",
    rivestendosi dei panni ormai logori dell'amante  martire  respinto  e
    rinnegato.  Ma in soli cinque anni,  tra la molto amorosa prigione,
    da cui il poeta nel "Lascito" evade con la fuga e la dura prigione di
    Meung,  dalla quale esce a stento dopo  aver  bevuto  tutte  le  sue
    onte,  passata intanto la vita, irrimediabilmente.
    La  finzione  spavalda  diventa  beffa  crudele.  Quali  che  siano le
    implicazioni biografiche,  il primo poemetto mantiene  soprattutto  il
    valore,  ancora  limitato,  di una sperimentazione linguistica,  di un
    affrancamento dalla menzogna letteraria. L'amore cortese,  ormai vuota
    proiezione di un mondo aggrappato solo al cerimoniale, faceva fatica a
    morire,  bench  il  realismo  fosse  entrato  da tempo a corrodere il
    trionfalismo idealistico della poesia ufficiale. Villon ne sancisce la
    morte definitiva.  La novit del suo linguaggio    gi  sconcertante.
    Perch  agisce  non  dal di fuori,  ma insinuandosi all'interno di una
    struttura retorica precostituita: la  brusca  immissione  in  essa  di
    termini  tratti da livelli diversi,  dalla lingua borghese e da quella
    popolare, la mescolanza continua della metafora amorosa con l'equivoco
    osceno,  la scelta calcolata di espressioni ambigue che si prestano  a
    letture sovrapposte, creano di continuo effetti di rottura non solo di
    tono  ma  anche  di senso,  che sconvolgono e frantumano il linguaggio
    cortese tradizionale i cui pezzi rimangono sparsi e inerti: relitti di
    un naufragio letterario.  Di questa stagione morta del cuore e della
    letteratura, il poeta si libera partendo per Angers: reale, simbolica,
    oscenamente  provocatoria,   comunque  la  si  voglia  vedere,  questa
    partenza  pur sempre, a livello del testo poetico,  un'evasione verso
    l'imprevisto  della  fantasia che,  come la preghiera,   una sorta di
    smarrimento in cui tutte le facolt razionali di cui il poeta fa  alla
    fine  il  freddo e scolastico inventario,  vengono eliminate e riposte
    nell'armadio di dama Memoria.
    Prima  di  partire  egli  fa  i  suoi  lasciti,  burleschi,   ironici,
    immaginari,  certo,  ma  anche  reali,  nella misura in cui liquida se
    stesso sul mercato di una societ di cui non accetta le regole: lascia
    la sua fama (non certo buona agli occhi degli altri ),  i suoi  titoli
    universitari  (che  non  gli  servono a nulla),  la sua povert di cui
    ancora ride,  ci che non ha mai avuto  o  ha  sognato  di  avere,  la
    stupidit,  l'ingordigia,  la  lussuria,  la  presunzione a chi gi le
    possiede. E alla fine,  quasi a sfida,  la sua estrosa firma di poeta:
    "Fait au temps de ladite date / Par le bien renomm Villon..."
    Un esercizio scolastico,   stato detto,  una beffa goliardica.  Ma il
    linguaggio  gi suo,  inconfondibile.  E' in misura ridotta e in tono
    minore  quel discorrere fitto e brusco,  quella musicalit dissonante,
    soprattutto  quella  parola  viva   e   densa   che   passeranno   nel
    "Testamento",  pur con tutt'altro peso e spessore. Difficile stabilire
    le precise intenzioni che il poemetto  racchiude,  impossibile  sapere
    quale ne fosse la destinazione: il suo gioco resta per noi enigmatico,
    allusivo  insieme  ed  elusivo come l'anima stessa del poeta: l'ironia
    gi corre sul suo filo invisibile,  investe Vegezio e  Aristotele,  le
    nozioni  imparate  e le convenzioni letterarie,  la dama senza cuore e
    l'amante martire che se ha realmente sofferto,  finge di soffrire  per
    burla:  il  riso  breve,  senza risonanze profonde,  ma gi smuove il
    ristagno morale e intellettuale  delle  idee  altrui,  e  facendosi  a
    tratti insolente e scurrile, ne distrugge la rispettabilit.
    Il  motivo dell'amore infelice viene ripreso nel "Testamento",  ma gi
    diversa  la sua funzione nella struttura del poema.  E' posto infatti
    alla  fine  delle meditazioni sulla povert,  la morte,  la vecchiaia,
    dapprima dirette, poi, con un mutamento di prospettiva,  proiettate in
    drammatiche  figurazioni oggettive - il vecchio schernito che solo nel
    suicidio vede la fine della sua  miseria,  le  povere  donnette  che
    chiedono  a  Dio  ragione del loro decadimento,  l'Elmiera che predica
    alle giovani scolare l'amore come unica forza vitale e  feconda  della
    giovinezza.  In  queste  figure gi il poeta si contempla fuori di s,
    con un certo distacco, si sdoppia,  si moltiplica nei suoi personaggi,
    sempre  presente  e  insieme  inafferrabile,  si  prepara a farsi egli
    stesso personaggio.
    L'amante martire che rinnega Amore e  gli  lancia  una  sfida  mortale
    (v.v.  713-14)   gi a mezza strada tra l'uomo dal cuore triste e il
    ventre affamato che una societ senza amore ha portato quasi a  morte
    e  il personaggio fittizio che si accinge a fare testamento,  prima di
    morire d'amore. Il poeta  insieme se stesso e il suo personaggio,  un
    personaggio grottesco ed amaro,  insultante e fantasioso,  si confonde
    volutamente con lui,  lo guarda recitare la parte  del  moribondo,  la
    farsa dei funerali, avviarsi a una morte burlescamente leggendaria. Ma
    "qui meurt,  a ses loix de tout dire", e anche sull'amore egli dir le
    sue verit e le sue controverit,  riprendendo  tutte  le  convenzioni
    letterarie  del  suo  tempo,  rifacendole  o  disfacendole a suo modo,
    mostrandone  l'assurdo  o  fingendo  di  aderirvi,   inseguendo   solo
    l'imprevisto  della parola.  La "Ballade a s'amye" e la "Ballade de la
    Grosse Margot": l'amore cortese e l'amore mercenario;  due casi-limite
    di  una  letteratura  colta in flagrante delitto di falso ideologico e
    poetico.  Dov' la verit?  Nella concezione rarefatta  e  idealizzata
    della prima o in quella sfacciata e brutale della seconda? Non ci pare
    dubbio che la canzone d'amore che porta in acrostico il nome di Marta,
    tutta  costruita con i tipici artifici della poesia cortese - iperboli
    e antitesi astratte, personificazioni allegoriche,  idealismo enfatico
    e  lagnoso - sia riutilizzata nel "Testamento" solo per denunciarne il
    linguaggio falso e artificioso: il contesto che  la  precede,  di  una
    violenza  aggressiva,  l'apostrofe  volgare  che  accompagna l'omaggio
    cortese, dissolvono ogni illusione in proposito.
    Del resto,  quel curioso inserto retrospettivo (v.v.  673 segg.  ) che
    riprende il tema del "Lascito": "Se celle que jadis servoie..." sembra
    confermare  questa  volont  del  poeta  di  rinnegare  un  linguaggio
    mistificato di cui lui stesso  stato  vittima  e  che  gli  ha  fatto
    intendere  "tousjours d'ung que ce fust ung aultre",  sempre lucciole
    per lanterne,  com'egli dice,  una  specie  cio  di  alterazione  di
    valori, di equivalenze assurde tra apparenze e sostanze diverse, tutte
    le possibilit di inganno della parola.  Non vogliamo certo negare che
    il poeta abbia sofferto di reali delusioni: prova ne sia  quell'oscuro
    accenno   a  una  disavventura  non  certo  eroica  con  Catherine  de
    Vausselles e Noel le tiers,  che  egli  non  esita  ad  aggiungere  ad
    analoghi   infortuni  nella  cosiddetta  "Ballata  dei  folli  amori",
    disinvoltamente accodandosi ai grandi personaggi mitologici e  biblici
    e  operando  con  popolaresco  umorismo un incontro a mezza strada tra
    mito e cronaca.  Un'esperienza reale non  certo esclusa,  ma   anche
    evidente   che   il  piano  della  narrazione,   proprio  per  la  sua
    fondamentale ambiguit,  non  mai leggibile solo come autobiografismo
    sentimentale.  Lo stesso problema si pone per la "Ballata della Grossa
    Margot" che,  per l'aggressivit visiva delle immagini,  la mimica dei
    gesti e il dinamismo interno che la muove,   un pezzo sorprendente di
    unit e verit stilistica. Eppure, anch'essa , a nostro avviso,  solo
    un  esempio  di  falso  autobiografismo,  proiettato  ad  arte  in una
    convenzione letteraria,  quella della "sotte chanson",  che con il suo
    realismo  esasperato costituisce l'opposto dell'idealizzazione amorosa
    cortese. L'oggettivazione drammatica nella ballata della persona del
    poeta non ha,  ci pare,  una funzione diversa da quella che ha altrove
    il  trasferimento  dell'autore  in altri personaggi (la Bella Elmiera,
    Robert d'Estouteville o  la  propria  madre),  ai  quali  egli  adegua
    mirabilmente i propri modi espressivi.
    Certo,   qui  egli  si  identifica  con  il  suo  stesso  personaggio,
    realizzando un punto massimo di ambiguit della voce che non  esclude,
    ci  pare,   un'ostentata  volont  provocatoria.   In  altri  termini,
    scegliendo due convenzioni amorose tipiche che si oppongono nettamente
    l'una all'altra,  egli le nega entrambe proprio in quanto convenzioni,
    coltivate  dal  suo tempo secondo schemi di vero e proprio automatismo
    espressivo.  Se il poeta non  dunque l'amante martire  sotto  le  cui
    spoglie si presenta ironicamente nel "Lascito" e nel "Testamento", non
     neppure il lenone sfacciato che ha il suo pane sicuro nel bordello
    della sua ipotetica Margot,  non a caso definita enigmaticamente nella
    strofa introduttiva della  ballata  "doulce  face  et  pourtraicture",
    ritratto  forse  o  immagine.  Allo  stesso modo,  egli distrugge solo
    attraverso  la  dinamica  violenta  del  contrasto  un  altro   clich
    caratteristico  dell'epoca,  quello  dell'amore  pastorale  dei  Franc
    Gontier e delle Elene,  paghi della loro vita povera e felice in mezzo
    a una natura di cartapesta.
    I  "Contredits  de  Franc  Gontier"  annunciati come una disputa,  una
    tenzone dialettica,  si risolvono invece solo  in  virt  della  forza
    delle  immagini  e  della  suggestione della parola in quella scena di
    interno che egli costruisce all'inizio con magistrale abilit scenica:
    lo sguardo si sposta  lentamente  sugli  oggetti  opulenti,  -  piume,
    braciere,  addobbi - che contornano la pinguedine del canonico, quindi
    si appunta sul corpo di dama  Sidonia  e  vi  si  adagia  con  volutt
    (quattro  epiteti  si succedono al centro esatto della scena,  tutti e
    quattro  a  livello  della  percezione  immediata);  segue  infine  la
    progressione  dei gesti e degli atti d'amore: e il lettore si ritrova,
    senza volerlo,  a guardare assieme al poeta  attraverso  una  fessura,
    scopre di essere complice di quella indiscrezione, si sente coinvolto,
    "voyeur" suo malgrado.  Citando questo esempio, vogliamo dire soltanto
    che la parola villoniana  qui densa, concreta,  efficace,  come nella
    "Ballata della Grossa Margot": dobbiamo concludere per questo, come da
    alcuni    stato fatto,  che la concezione amorosa di Villon  solo il
    piacere fisico,  la  lussuria?  Molteplici  interferenze  biografiche,
    psicologiche,  letterarie  agiscono  certo su quella che pu essere la
    visione del mondo del poeta,  ma la loro esatta incidenza  non    mai
    sicuramente  accertabile,  e  appare  comunque  sempre  riassorbita in
    quella mobile prospettiva interna del poema che  non  offre  un  punto
    fisso  di  contemplazione.  Semmai,  a  livello  di  tematica amorosa,
    potremmo dire che  Villon  ha  accolto  una  concezione  naturalistica
    dell'amore che non esclude a priori n la sensualit, n l'erotismo: e
    se  egli  guarda  con  non celata simpatia le "fillettes" che tutto il
    giorno intrattiene a parole,  e le "villotieres" che hanno  il  becco
    cos  affilato,  sa  anche  evocare  con  una  trasparenza melodica e
    un'intensit  lirica  eccezionale  l'effimera   bellezza   del   corpo
    femminile:

    "Corps femenin, qui tant es tendre,
    Poly, souef, si precieux..."

    e  tracciare  con  felicissimi tocchi dei quadri di gruppo,  colti dal
    vivo della realt,  ora osservando con una sorta di  piet  triste  le
    povere vecchie

    "Assises bas, a crouppetons,
    Tout en ung tas comme pelotes,"

    ora sorprendendo furtivamente con divertita bonomia le argute parigine
    che la sanno pi lunga di Macrobio:

    "Regarde m'en deux, trois, assises
    Sur le bas du ply de leurs robes,
    En ces moustiers, en ces eglises..."

    Anche la donazione erotica,  l'equivoco osceno che ricorre nei lasciti
    con maggior frequenza che altrove,  sono pi  un'arma  di  offesa,  un
    mezzo  linguistico  di  attacco  che  una  compiaciuta ostentazione di
    cinismo: il loro scopo immediato  quello di far scattare il riso  con
    la precisione di un congegno meccanico, ma sotto sotto non  difficile
    cogliere  anche  una  loro  funzione  di  stizzosa denuncia morale che
    affiora dal fondo amaro di colui che si ostina a volersi vedere ancora
    come un "bon follastre" e un "jeune coquart".
    I loschi Perrenet Marchant,  i Jacques James e  i  Robinet  Trascaille
    dall'apparenza rispettabile, i sergenti brutali e depravati, l'Orfvre
    de bois,  torturatore ufficiale dei prigionieri, i frati e le monache,
    contro i quali il poeta riprende una satira vecchia di secoli,  ma con
    felice  e  sapido  umorismo,  sono  in  fondo  i rappresentanti di una
    societ moralmente sconvolta e alla deriva.  Si dir: alcuni  di  essi
    sono  proprio  i  compagni  che Villon si  scelto,  e contro altri lo
    muove l'impulso dell'odio,  del rancore personale,  la  delusione  del
    fallito che non ha casa e letto molle,  l'invidia del povero.  Ma in
    molti lasciti l'oscenit porta anche alla luce vizi  nascosti,  mostra
    depravazioni   reali,   lussurie  e  mercati  d'amore  certamente  non
    fantasiosi e che non solo lui ha praticato. Anch'essa duplice, subdola
    sotto l'apparenza del  lazzo  goliardico  gratuito,  sonora  come  uno
    schiaffo  o insinuante come un pettegolezzo,  anche l'oscenit diventa
    spesso,  tra le mani del poeta,  un  vigoroso  mezzo  espressivo  che,
    com'egli  ha  scritto  in  una  di quelle controverit che ci lasciano
    interdetti e ci fanno pensare,  concorre con il suo orribile suono a
    fare la melodia dell'insieme.

    Questo breve,  parziale e incompleto "excursus" su alcune componenti e
    motivazioni del mondo poetico villoniano,  che per la sua  complessit
    ancora suscita le pi discordanti reazioni, vuol essere solo un invito
    alla  lettura  del  poeta:  lettura  guardinga e difficile che non pu
    prescindere dall'apporto attento e lucido della ricerca filologica  se
    non  vuole  cadere  negli  innumerevoli  trabocchetti  di cui il poeta
    stesso  ha  disseminato  la  sua  opera,   ma  che  dev'essere   anche
    appassionata,  come  lucido  e  insieme  appassionato  colui che l'ha
    concepita e trasmessa a noi proprio come lascito  testamentario,  cio
    come  donazione della parola.  Nessun dubbio sull'autenticit e quindi
    sull'attualit di questa parola che ha mantenuto intatto il suo potere
    di dire, di significare.
    Ci che colpisce  che la vitalit poetica del linguaggio  da  Villon
    ottenuta,  essenzialmente, attraverso un processo di combinazione e di
    scombinazione,  di corrosione e di ricostruzione di tutti i  materiali
    linguistici  e letterari che il suo tempo gli offre allo stato inerte.
    Egli non ha avuto infatti nessuna preoccupazione di rinnovare le forme
    poetiche o gli schemi metrici tradizionali. I suoi pochi rond, le sue
    ballate,  le stesse filze di ottonari che ha scelto per quel  discorso
    narrativo che fa da raccordo, libero e talvolta incoerente, alle parti
    liriche,  non  presentano in fondo nulla di particolarmente originale.
    Egli condivide il rispetto per una retorica sancita dall'uso, definita
    con autorit da Eustache Deschamps nel suo "Art de  dictier".  Ma  gi
    mescolando  le due strutture,  quella in certo senso lineare del fondo
    narrativo e  quella  lirica  o  cantata  che  arriva  a  momenti  di
    staccato  fortissimo,  ottiene  un  superamento  delle  forme  fisse
    mediante la loro variata disposizione dinamica. Ma la qualit prima di
    Villon, come di qualunque grande poeta,  la sua eccezionale coscienza
    del valore significante della parola.  Egli conosce tutti i  linguaggi
    della  sua  epoca,  tutti i sistemi convenzionali mediante i quali una
    societ si esprime ai suoi vari livelli secondo schemi mentali fissi.
    Se Villon li accetta,  li altera,  li  confonde,  provocando  a  causa
    proprio   della  loro  incompatibilit  effetti  burleschi  e  perfino
    paradossali,  contrasti violenti e  dissonanze,  non  ,  com'  stato
    detto, per combinare giudiziosamente il loro uso, ma per distruggere
    tutto ci che vi  in essi di rigido,  di contraffatto,  e ridare alla
    parola la sua piena efficacia  espressiva.  Assumendo  volta  a  volta
    termini popolari,  detti comuni e proverbi di cui si serve come verit
    e come controverit,  espressioni familiari e argotiche,  adottando il
    doppio  senso  e l'ambiguit,  egli non solo arricchisce di continuo i
    suoi mezzi espressivi,  ma crea un suo linguaggio poetico  iridescente
    le   cui   possibilit   inventive   ed  evocative  sono  praticamente
    illimitate. La parola non  mai astratta, non suona mai a vuoto, anche
    se  allusiva e perfino ermetica;  le  formule  pi  usate,  i  luoghi
    comuni  pi  sfruttati,  i  paragoni pi banali prendono una risonanza
    nuova a seconda del registro di voce in cui sono inseriti, dello stato
    emotivo di cui s'impregnano,  dei ritmi  di  tempo  che  li  regolano.
    Variazione incessante dei tempi,  variazione incessante dei toni:  la
    poesia del molteplice,  forma aperta come  la  vita,  l'opposto  della
    convenzione   letteraria.   All'interno   di   uno   schema  chiuso  e
    invalicabile - l'ottonario o il decasillabo - il verso  si  restringe,
    si allunga o s'impenna,  si fa rapido, convulso o all'opposto disteso,
    lentissimo:    come  il   respiro,   ha   un   suo   ritmo   organico
    incontrollabile che varia col variare dell'emozione:

    "La royne blanche comme lis,
    Qui chantoit a voix de seraine..."

    "Aient est seigneurs ou dames,
    Souef et tendrement nourris..."

    "Quant je considere ces testes
    Entassees en ces charniers..."

    Sono  i  tempi lunghi,  smorzati,  cui s'oppongono i tempi accelerati,
    cantanti nell'essenza sonora delle sillabe:

    "Danceurs, saulteurs, faisans les piez de veaux...
    Gousiers tintans cler comme cascaveaux".

    "Ryme, raille, cymballe, luttes,
    Comme fol, fainctif, eshontez..."

    o  i  ritmi  spezzati,  frammentari,   interrotti  da  esclamazioni  e
    interrogazioni, quelli del discorso, della poesia-conversazione:

    "Mourray je pas? Oy, se Dieu plaist..."

    "Que luy donray je, que ne perde?
    . . . . . . .
    Le Barillet, par m'ame, voire!"

    "Disans: Han? Quoy? Il n'en est rien!
    Qu'avoir est seigneur! Que dis?
    Seigneur, las! et ne l'est il mais?"

    Gli  esempi si potrebbero moltiplicare all'infinito: ad ogni rilettura
    si riscopre una parola sempre nuova, inedita, miracolosamente viva. Si
    potrebbe pensare, a questo punto,  che la fantasia inventiva di Villon
    sia incontrollata,  che operi in una sorta di ebbrezza, che si traduca
    in un automatismo verbale esaurito nel suo  stesso  compiacimento.  E'
    vero  invece  il  contrario.  Villon    poeta  dotto,  nonostante  le
    apparenze popolari della sua elocuzione;  conosce tutte  le  risorse
    della retorica,  tutte le sapienze della prosodia,  tutti gli artifici
    tecnici.  Ha usato l'antifrasi e l'antitesi,  il  gioco  di  parole  e
    l'equivoco con un'abilit sconcertante.
    Nei  suoi versi c' anche la sua cultura di chierico,  non ostentata
    come cumulo di cognizioni,  anzi perfettamente assimilata nel discorso
    poetico.  Il  fatto    che  tutti i procedimenti tecnici non sono mai
    usati da lui come  fini,  come  ricette  di  mestiere,  ma  solo  come
    strumenti  e  in  quanto  tali  non intralciano il corso sorgivo della
    fantasia.
    Si  lodato spesso Villon per la sua misura,  il suo tatto,  per  quel
    controllo  continuo  che  non  lo  fa  cadere  mai  nella retorica dei
    sentimenti.  E qui  certamente il  segreto  della  verit  della  sua
    parola.  Anche  nei  momenti di abbandono,  l'ironia opera un distacco
    immediato, frena l'emozione;  cos come sotto la parodia pi sfacciata
      percepibile  spesso  un  accento  di  sofferenza,  una  velatura di
    tristezza, una pausa interiore. Che sia commosso o beffardo,  che crei
    le  sue  caricature o i suoi magistrali ritratti antifrastici - quelli
    degli usurai e  dei  vecchi  canonici  di  Notre-Dame  sono  autentici
    capolavori  -  che  fissi  i  gesti  e  gli  atteggiamenti  con la sua
    straordinaria forza visiva,  che trascini se stesso e i suoi  legatari
    nella  parodia,  anche  la  pi  sguaiata,  la  sua  parola  non  mai
    insincera, affettata, inerte. E' l'espressione della coscienza lucida,
    a volte spietata del vivere,  della capacit di  soffrire.  Se  questo
    accordo  non  si  opera,  la  poesia  rimane gioco,  evasione,  comodo
    adeguamento al gi detto.  A leggerlo,  ha scritto il  Guiette  noi
    viviamo  come  l'allucinazione di un destino la vita di un'anima. Che
    sia peggiore della nostra non  in alcun modo dimostrabile. Quel che 
    certo invece,  che ci ha affidato il suo tormento,  i suoi dubbi,  le
    sue  incurabili debolezze,  le sue tentazioni e i suoi errori.  Con il
    dono della parola vera,  la sola che non abbia  tempo.  Appare  ozioso
    allora  chiedersi  se  Villon  sia un uomo del Medioevo o della nostra
    epoca,  se abbia finito la sua vita da delinquente o da santo.  La sua
    poesia    l'immagine  stessa  di  quel  drammatico  chiaroscuro della
    coscienza dove la vita depone i suoi grumi di paure,  di frustrazioni,
    di  cedimenti  e  di  rimpianti e dove l'uomo si aggira smarrito.  Una
    certezza,  la morte;  una speranza,  la misericordia ultraterrena: due
    consolazioni difficili per una sconfitta. Non lasciamoci ingannare dai
    sussulti  del  riso,  dai contorcimenti del buffone,  da quell'istinto
    elementare di  difesa  che  solleva  ventate  di  collera  e  proteste
    tracotanti:  la  verit  che egli ci lascia in mano  uno struggente e
    desolato  interrogativo  sulla  condizione  umana  che  anche  noi  ci
    poniamo,  ascoltando  l'eco della sua parola- smagliante rivincita sul
    contingente.
    Un poeta tanto diverso,  Verlaine,  al quale Villon  stato  accostato
    certamente  a  torto,  ma  che  possedeva,  come  tutti  i creatori di
    linguaggio,  un acuto senso del valore  espressivo  e  musicale  della
    forma, ha scritto nella sua notissima "Arte poetica":

    "Que ton vers soit la bonne aventure
    parse au vent crisp du matin...
    Et tout le reste est littrature".

    Anche in Villon poesia e letteratura si pongono a livelli diversi;  la
    seconda sbiadisce tra le  pieghe  del  tempo,  mentre  a  noi  giunge,
    intatta, quella buona ventura della parola che chiamiamo poesia.
              Emma Stoikovic Mazzariol






    CRONOLOGIA.


    1431 (ant. st.)
    Nascita  a  Parigi  di  Franois  de  Montcorbier o des Loges,  la cui
    famiglia era originaria del Bourbonnais.  (Si avverte che  la  dizione
    antico  stile  sta  ad  indicare  la  diversa suddivisione dell'anno
    solare allora adottata rispetto alla suddivisione odierna  (n.  st.  =
    nuovo stile): l'anno si estendeva dalla Pasqua alla Pasqua successiva;
    per 1431 (ant. st.) si deve quindi intendere un giorno compreso tra il
    primo  aprile 1431 e il 19 aprile 1432.) Orfano di padre,  il poeta fu
    affidato in giovane et a matre Guillaume  de  Villon,  decretista  e
    canonico   di  Saint-Benot-le-Btourn,   che  si  occup  della  sua
    educazione.  Si pensa generalmente che il poeta abbia assunto il  nome
    del suo benefattore per riconoscenza verso di lui.

    1435
    Viene  firmato  il  trattato  di  Arras tra Carlo Settimo e il duca di
    Borgogna che pone fine alle lunghe lotte che avevano  insanguinato  la
    Francia.

    1436
    Gli Inglesi sono cacciati da Parigi che occupavano fin dal 1419. Carlo
    Settimo entra nella citt.

    1438
    Viene emanata a Bourges la Prammatica Sanzione, un'ordinanza reale che
    sancisce le libert della Chiesa gallicana.

    1440
    Ritorna in Francia,  dopo 25 anni di prigionia in Inghilterra, il duca
    Charles d'Orlans,  raffinato poeta,  che si ritira ben presto a Blois
    dove accoglie alla sua corte poeti e letterati.

    1443
    Franois   de   Montcorbier      iscritto  alla  Facolt  delle  Arti
    dell'Universit di Parigi.

    1449
    Marzo: il poeta  ottiene  il  titolo  di  baccelliere  ("bachelier  s
    arts").

    1452
    Tra  il  4  maggio  e il 26 agosto: consegue la licenza e il titolo di
    "matre s arts".  Partecipa probabilmente ai torbidi  dell'Universit
    conseguenti  al  trafugamento  da  parte  degli  studenti della famosa
    pietra chiamata "Pet-au-diable" (confronta Appendice, doc. rel.).

    1453
    Dopo la Normandia, viene liberata la Guienna con la presa di Bordeaux.
    L'avvenimento pone fine alla terribile guerra dei Cent'anni.

    1455
    5 giugno: in una rissa,  Villon ferisce mortalmente il prete  Philippe
    Sermoise (o Chermoye) che l'aveva,  a quanto pare,  provocato. Temendo
    le conseguenze giudiziarie, il poeta si allontana da Parigi.

    1456 (n. st.)
    Gennaio: il poeta ottiene contemporaneamente due lettere di remissione
    per il delitto (corrispondenti evidentemente a due distinte  suppliche
    inoltrate da lui stesso o da suoi amici): una viene da Saint-Pourain,
    nel Bourbonnais, dove si trovava allora Carlo Settimo, e il poeta  in
    essa  indicato  come  Franois  des Loges;  l'altra  rilasciata dalla
    Cancelleria di Parigi a nome di Franois de Monterbier  (Montcorbier).
    Ottenute  tali  lettere,  il  poeta  pu rientrare a Parigi (confronta
    Appendice, doc. rel.).

    1456
    Verso Natale: Villon partecipa con Colin de Cayeux, Dom Nicolas, Petit
    Jehan e Guy Tabarie a un furto  con  scasso  di  500  scudi  d'oro  al
    Collegio  di  Navarra.  A  questa  stessa data,  indicataci dal poeta,
    corrisponde la composizione  del  "Lascito".  Dopo  il  furto,  Villon
    lascia  Parigi  e si reca con ogni probabilit ad Angers,  prima tappa
    del suo lungo esilio che durer fino al 1462.

    1457
    Marzo: il furto viene scoperto e ha inizio l'inchiesta giudiziaria  da
    parte  di due giudici istruttori dello Chtelet,  a ci delegati dalla
    Facolt di Teologia.
    Maggio: il curato di Paray,  Pierre Marchand che era riuscito ad avere
    le   confidenze   dell'amico  e  complice  di  Villon,   Guy  Tabarie,
    relativamente al furto, denuncia il predetto allo Chtelet. Il poeta 
    lontano da Parigi.
    19 dicembre: nascita di Maria d'Orlans, figlia del duca-poeta Charles
    e di Marie de Clves.  Tra la fine del 1457 (o l'inizio del 1458) e il
    1460  viene  generalmente  collocato il soggiorno di Villon alla Corte
    del duca d'Orlans.  La "Ballade" detta del "Concours de Blois"  e  il
    "Dit de la naissance Marie d'Orlans" risalirebbero, secondo i recenti
    studi, al dicembre 1457-gennaio 1458.

    1458
    Giugno:  a  Parigi  viene  arrestato  Guy Tabarie che  giudicato,  in
    quanto chierico,  dalla Corte  episcopale.  Sottoposto  alla  tortura,
    racconta  tutti  i particolari del furto al Collegio di Navarra e fa i
    nomi dei complici,  precisando a pi riprese la parte avuta da  Villon
    nell'impresa (confronta Appendice,  doc. rel.). Tra il 1458 e il 1459,
    la madre di Guy Tabarie pagava alla Facolt, a titolo di risarcimento,
    la somma di 50 scudi d'oro e Tabarie veniva rilasciato.

    1461
    Estate: Villon si trova rinchiuso nella terribile prigione  di  Meung-
    sur-Loire,  prigione  del vescovo d'Orlans,  Thibaud d'Aussigny,  per
    degli addebiti che non conosciamo esattamente.
    A Parigi muore Carlo Settimo e gli succede al trono il  figlio,  Luigi
    Undicesimo.
    2  ottobre:  il  nuovo  re  passa per Meung e in quell'occasione viene
    concessa un'amnistia ai prigionieri: Villon  liberato dal  carcere  e
    si dirige probabilmente verso Moulins, presso il duca Giovanni Secondo
    di  Borbone.  A  questa  data,  1461 (ant.  st.),  cio tra la fine di
    quest'anno e la Pasqua del successivo 1462, si colloca la composizione
    del "Testamento",  che pot comunque protrarsi ben oltre tale termine,
    come  hanno  sostenuto  molti critici.  Alla detenzione a Meung paiono
    riferirsi il "Dbat du Cuer et du Corps" e l'"Eptre  ses amis".

    1462
    Tra il 2 e il 7 novembre: Villon  detenuto a Parigi nel carcere dello
    Chtelet, accusato di furto. In quell'occasione la Facolt di Teologia
    interviene e reclama il risarcimento per il lontano furto al  Collegio
    di  Navarra: il poeta si impegna a versare entro i tre anni successivi
    la somma di 120 scudi d'oro ed  rilasciato (confronta Appendice, doc.
    rel.).
    Verso-la fine dello stesso mese di novembre,  il poeta  coinvolto  in
    una   rissa   in   via  della  Parcheminerie,   alla  quale  partecipa
    indirettamente.  Il notaio pontificio  Franois  Ferrebouc,  provocato
    dall'insultante comportamento di certi Robin Dogis,  Hutin du Moustier
    e Rogier Pichart, con i quali Villon aveva cenato e si trovava in quel
    momento,  reagisce contro di loro e viene ferito,  per fortuna in modo
    leggero,  nel corso della zuffa (confronta Appendice,  doc.  rel.). Il
    poeta  arrestato,  imprigionato in considerazione  dei  suoi  cattivi
    precedenti, condannato a morte per impiccagione.

    1463 (n. st.)
    5  gennaio:  dopo il ricorso inoltrato dal poeta al "Parlement" contro
    la sentenza,  questa viene annullata dalla Corte suprema e la pena  di
    morte  gli    commutata  in  dieci anni di bando da Parigi (confronta
    Appendice, doc. rel.).  Il poeta rivolge allora un ringraziamento alla
    Corte,  chiedendo  una  dilazione di tre giorni ("Requte  la Cour de
    Parlement") e,  contemporaneamente,  compone la cosiddetta "Ballade de
    l'appel"  in  cui  si  burla  del  carceriere  Garnier il quale si era
    evidentemente mostrato scettico sull'esito del ricorso fatto da Villon
    per ottenere l'annullamento della condanna a morte.  Da questo momento
    si perde ogni traccia del poeta.

    1489
    Prima  edizione  a  stampa  ("editio  princeps") delle opere di Villon
    (Parigi, Pierre Levet).








    Franois Villon.
    OPERE.


    IL LASCITO
    ("LE LAIS") .


    I
    Nel quattrocentocinquantasei
    io, Francesco Villon, scolaro,
    in pieno senno riflettei,
    sciolto da briglie, ardente nel fare,
    che le opere si debbon vagliare,
    come Vegezio fa presente,
    saggio romano, guida esemplare,
    o ci si inganna, diversamente...


    II
    In quel tempo che prima ho detto,
    sotto Natale, stagione morta,
    quando il lupo vive di vento
    e ciascuno, sprangata la porta,
    sta per il gelo presso un tizzone,
    mi venne voglia di spezzare
    la molto amorosa prigione
    che soleva il mio cuore straziare.

    III
    Io presi una tal decisione,
    colei davanti agli occhi vedendo
    che volle la mia distruzione
    senza trarne alcun giovamento;
    onde al cielo lacrime e pianti
    io spargo, invocando vendetta
    da tutti gli di degli amanti,
    e sollievo all'amorosa stretta.

    IV
    E se troppo presi a mio favore
    quei dolci sguardi e bei sembianti
    di cos perfido sapore,
    che mi entravano fino ai fianchi,
    come balzani dai piedi bianchi
    mi mancano nel gran bisogno.
    Conviene che altrove io mi pianti
    e vada a battere in altro conio.

    V
    Lo sguardo di quella m'ha preso
    che  stata con me dura e trista:
    senza che in nulla abbia trasceso,
    vuole e comanda ch'io subisca
    morte, ed oltre non debba durare;
    fuggire  l'unico mio scampo.
    Il vivo giunto vuole spezzare,
    senza udire il lamentoso pianto!

    VI
    In tal frangente non resta a me
    altro rimedio che fuggire.
    Addio! Me ne vado ad Angers,
    poich non mi vuole impartire
    la grazia sua, n un poco largire.
    Con membra sane, per lei si muore
    l'amante martire da inserire
    nel numero dei santi d'amore.

    VII
    Per quanto sia duro il partire,
    da me debbo cacciarla via:
    sa il mio povero senno arguire
    che un altro  in auge, in vece mia,
    del che mai aringa salata
    pi gran sete ebbe a provare.
    Questa  per me bisogna ingrata:
    il mio grido Dio voglia ascoltare!

    VIII
    Poich a partire son costretto,
    e certo non  il mio ritorno
    (non mi reputo senza difetto,
    e di ferro o di stagno non sono,
    sempre incerta  la vita umana
    e morte rinvio non consente,
    me ne vado in terra lontana),
    io dispongo il legato presente.

    IX
    Per primo, nel nome del Padre,
    del Figlio e dello Spirito Santo,
    e della sua gloriosa Madre
    la cui grazia  sicuro riscatto,
    a Guglielmo Villon, Dio garante,
    lascio la mia reputazione
    che ad onor del suo nome si spande,
    le mie tende e il mio padiglione.

    X
    "Item", a colei che ho gi detto,
    che crudelmente mi ha scacciato,
    s che la gioia m'ha vietato
    e defraudato d'ogni diletto,
    come reliquia dono il mio cuore,
    misero, smunto, morto e ghiacciato:
    lei questo male mi ha procurato,
    ma le conceda grazia il Signore!

    XI
    "Item", a Ythier Marchant devoluto
    (cui mi sento molto obbligato)
    sia il mio brando d'acciaio affilato,
    oppure a mastro Gian Cornuto,
    che quale pegno d'uno scotto
    d'otto soldi mi fu confiscato;
    secondo il presente disposto,
    previo riscatto, gli sia dato.

    XII
    "Item", a Saint Amand voglio dare
    "il Cavallo Bianco" con "la Mula",
    e il diamante a Blarru regalare
    e "l'Asino a strisce" che rincula.
    E il decretale lascio ai curati,
    che "Omnis utriusque sexus" dispone
    contro la bolla concessa ai frati,
    perch gli diano esecuzione.

    XIII
    E a mastro Roberto Valle,
    povero scrivano al tribunale,
    che non intende monte n valle,
    si diano pure su due pi
    le mie brache liberamente
    che son rimaste alle "Trumelires",
    per acconciare pi degnamente
    l'amica Gianna di Millires.

    XIV
    Per riguardo al suo nobile rango,
     giusto sia meglio premiato,
    lo illumini lo Spirito Santo
    dal momento che  un insensato;
    perci mi son preso la briga,
    poich ha senno men d'una madia
    di dargli l'"Ars Memorativa",
    se da Malpensiero la rimedia.

    XV
    "Item", per alleviare gli stenti
    del sullodato mastro Roberto,
    (non vi roda l'invidia) o parenti,
    vendete pure il mio bell'usbergo,
    e con tutto o quasi il ricavato,
    entro Pasqua, sia il bamboccino
    presso San Giacomo allogato
    quale pubblico scribacchino.

    XVI
    "Item", a titolo di dono
    lascio i guanti e la cappa di seta
    all'amico Giacomo Cardon,
    e poi le ghiande d'un salceto,
    e tutti i giorni un'oca grassa
    ed un cappon di fianco spesso,
    dieci botti di vin bianco-gesso,
    e due liti, cos non ingrassa.

    XVII
    "Item", lascio tre cani a Renato
    di Montigny, quel nobil messere;
    cos a Gian Raguier ho destinato
    cento franchi di tutto il mio avere.
    Per qui non voglio comprendere
    ci che potr ancora acquistare:
    troppo i parenti non s'ha da spremere,
    n il proprio amico sollecitare.

    XVIII
    "Item", al signore di Grigny
    lascio la guardia di Nigione,
    sei cani in pi che a Montigny,
    Bictre, castello e torrione;
    e a quel tanghero in cuna scambiato,
    Montone, che in lite lo tiene,
    lascio tre buone scudisciate,
    e riposi, a suo agio, in catene.

    XIX
    E lascio a Giacomo Raguier
    lungo la Senna il Fontanone,
    su grasso fico pesche e pere,
    la scelta d'un lauto boccone,
    della Pigna il buco, ben tappato,
    con le piante dei piedi al caldo
    qual giacobino imbacuccato;
    e lo pianti chi vuol piantarlo.

    XX
    "Item", a Gian Mautaint la stima,
    e a mastro Pietro Basanier,
    del signore che pronto reprime
    risse e misfatti, senza merc;
    e al mio Fournier, procuratore,
    berrette corte, gambali a stelo,
    modellati dal mio fornitore,
    da portarsi con questo gelo.

    XXI
    "Item", a Gian Trouv, beccaro,
    lascio "il Montone" di carni tenere,
    e uno scacciamosche da usare
    per "il Bue Coronato" da vendere,
    e "la Vacca": se mai si prende
    il villan che in collo la porta,
    lo si appicchi, se non la rende,
    e si strangoli con buona corda!

    XXII
    "Item", "l'Elmo" sia destinato
    degli scherani al Capitano;
    e i gendarmi di ronda al mercato
    che s'aggirano al buio pian piano,
    un bel bottino da me avranno:
    "la Lanterna" di via Pierre au Lait.
    Ma quelli i "Trois Lis" mi daranno,
    se mi portano allo Chtelet.

    XXIII
    "Item", a Pietro Marchant io lascio,
    che bastardo della Barra  detto,
    in dono di paglia tre fasci,
    poich a trafficare  provetto;
    se li stenda in ogni cantone
    per fare il mestiere d'amore,
    o finir come accattone,
    non conoscendo arte migliore.

    XXIV
    Lupo e Cholet, in egual misura,
    avranno un'anatra involata,
    come si faceva, sulle mura,
    vicino ai fossi, nella nottata,
    e ciascuno un lungo tabarro
    fino ai piedi, come hanno i frati,
    legna e fuoco, piselli al lardo,
    e gli stivali miei slabbrati.

    XXV
    "Item", lascio, pietosamente,
    a tre pargoli miserelli
    nominati nell'atto presente,
    poveri sprovvisti orfanelli
    tutti scalzi, tutti spogliati,
    che nudi sono come vermi;
    voglio che siano sistemati
    per passare almeno l'inverno:

    XXVI
    Colin Laurens, in prima istanza,
    Gossouyn e Marceau, subito appresso,
    che non hanno parenti o sostanza,
    e neppure l'ansa d'un secchio
    dei miei beni un corbello a ciascuno,
    o quattro soldi, se  lo stesso.
    Buoni bocconi ne avran pi d'uno,
    quei pargoli, quando sar vecchio!

    XXVII
    "Item", rassegno il privilegio
    che mi ha dato l'Universit,
    e rinunziandovi lo cedo
    per trarre dalle difficolt
    grami chierici della citt,
    nel mio disposto contenuti;
    a ci mi ha spinto Carit,
    e Natura, vedendoli nudi:

    XXVIII
    Il primo  Guglielmo Cotino,
    e Tebaldo di Vitry il secondo,
    due chierici che san di latino,
    mansueti come pochi al mondo,
    cantori valenti del coro;
    il reddito sulla magione
    Guillot Gueuldry lascio loro,
    e aspettino migliore occasione.

    XXIX
    "Item", e aggiungo di rincalzo
    la gruccia di via Sant'Antonio,
    o una mazza che serve al biliardo,
    di Senna ogni d un vaso colmo;
    ai piccioni che pena tortura,
    tenuti chiusi nella voliera,
    il mio specchio di bella fattura
    e le grazie della carceriera.

    XXX
    "Item", agli ospizi i miei telai,
    che i ragni di tele han ricamato;
    a chi dorme sotto gli stalli,
    sull'occhio un pugno ben assestato,
    e tremar con facce aggrottate,
    magri, intirizziti, arruffati;
    con brache e vesti sbrindellate,
    gelidi, lividi e inzuppati.

    XXXI
    "Item", al mio barbiere lascio
    le rifilature del mio crine,
    liberamente e senza impaccio;
    le scarpe vecchie al ciabattino,
    al rigattiere gli abiti usati
    come saran quando li smetto,
    per men di quanto li ho pagati
    per carit glieli rimetto.

    XXXII
    "Item", lascio ai Mendicanti,
    a Monacelle ed a Beghine,
    bocconi succosi e fragranti,
    torte, capponi e grasse galline,
    e sul Giudizio poi predicare,
    e arraffar pane con furore.
    Frati cavalcan le comari,
    ma questo dei mali  il minore.

    XXXIII

    "Item", lascio "il Mortaio d'Oro"
    al droghiere Gian della Guardia,
    e una stampella di San Mauro
    come pestello da mostarda.
    E a chi con prontezza spavalda
    ingiuria grave mi ha recato,
    che per me sant'Antonio l'arda!
    Non gli far altro legato.

    XXXIV
    "Item", a Merebeuf io dono
    e a Nicola di Louvieux, suo pari,
    pieno di franchi un guscio d'uovo
    e d'altri scaduti denari.
    Cos, al guardiano di Gouvieux,
    Rousseville, che sian dati comando,
    per capir meglio il dono qual ,
    scudi che d il Principe soltanto.

    XXXV
    Infine, stasera, scrivendo
    tutto solo, a mente tranquilla,
    stilando il lascito e componendo,
    di Sorbona intesi la squilla,
    che ogni sera ripete alle nove
    l'Ave che l'Angelo ha recato;
    d'un tratto allora mi son fermato
    per pregare come detta il cuore.

    XXXVI
    Ci facendo, provai smarrimento,
    non per aver del vino abusato,
    lo spirito mio come allacciato;
    dama Memoria in quel momento
    sentii riporre in sua cassettiera
    le sue specie collaterali,
    l'opinativa falsa e vera,
    ed altre ancora intellettuali;

    XXXVII
    cos pure l'estimativa,
    da cui preveggenza ci viene,
    assimilativa, formativa,
    per le quali di frequente avviene
    che, a causa del loro turbamento,
    l'uomo  a tratti lunatico e folle:
    cos ho letto, se ben rammento,
    pi d'una volta in Aristotele.

    XXXVIII
    Onde si svegli il sensitivo
    e la Fantasia ne fu accesa,
    che ogni organo rese vivo,
    e la parte suprema sospesa
    mantenne e come fiaccata
    da quell'obliosa oppressione
    che dentro di me s'era irradiata,
    dei sensi a mostrar la coesione.

    XXXIX

    Poi che la mente fu distesa
    e l'intelletto mio snebbiato,
    credetti por fine all'impresa;
    ma trovai l'inchiostro gelato
    e spento il mio cero trovai;
    n fuoco potevo cercare;
    imbacuccato, mi addormentai,
    n altrimenti potei terminare.

    XL
    Fatto nel tempo gi riferito,
    da Villon per fama assai noto,
    che dattero non mangia n fico,
    secco e nero come spazzatoio,
    tenda non ha n padiglione
    che agli amici non abbia lasciato.
    Di pochi spiccioli ora dispone,
    che ben presto avr consumato.








    IL TESTAMENTO
    ("LE TESTAMENT").


    I
    Sui trent'anni dell'et mia,
    che tutte le mie onte ho bevuto,
    a met tra saggezza e follia,
    bench molte pene abbia avuto,
    le quali tutte ho ricevuto
    sotto Tebaldo d'Aussigny:
    benedice le vie, ma rifiuto
    che quello sia il vescovo mio!

    II
    Non  mio vescovo n signore,
    da lui non ho che terra deserta;
    fede non gli debbo n onore,
    non gli sono n servo n cerva.
    Di poco pane mi ha sfamato
    e d'acqua fredda un'estate intera;
    prodigo o no, taccagno mi  stato:
    Dio lo ripaghi in egual maniera!

    III
    E se alcun mi volesse riprendere
    e dicesse che lo maledico,
    non  cos, se ben sa intendere;
    per nulla di lui male io dico.
    Ecco quanto ne dico di male:
    se fu misericorde con me,
    al corpo e all'anima gli sia tale
    Ges, del paradiso il re!

    IV
    E se mi fu crudele e duro
    assai pi che qui non racconto,
    io voglio che il Dio imperituro
    non gli faccia torto nel conto.
    Pei nemici pregare bisogna:
    della Chiesa questo  il precetto.
    Io vi dir: Torto e vergogna,
    quel che mi ha fatto, ho a Dio rimesso!

    V
    Per lui pregher cordialmente,
    per l'anima del buon fu Cotardo!
    In qual modo? Ma con la mente,
    ch nel leggere sono infingardo.
    Pregher come fanno i Piccardi;
    se non sa, vada a farne domanda,
    mi dia retta, o sar troppo tardi,
    a Douai, oppure a Lilla in Fiandra!

    VI
    Ma se la preghiera vuole udire,
    il battesimo mi faccia fede!,
    poich a chiunque non lo chiede,
    il suo intento non vedr fallire.
    Nel Salterio, quando posso farlo
    (che non  di bue n di capretto)
    voglio riprendere del salmo
    "Deus laudem" il settimo versetto.

    VII
    Di Dio prego il Figliuol benedetto
    che nel bisogno sempre invoco,
    che la povera prece abbia effetto
    in lui, cui debbo anima e corpo,
    che dall'onta mi ha preservato
    e sottratto a vile possanza.
    Sia con Nostra Signora lodato,
    e Luigi, il buon re di Francia!

    VIII
    Di Giacobbe la sorte gli dia,
    di Salomone l'eccelso onore,
    (egli fin troppo ne ha di valore,
    come di forza, in fede mia!),
    perch sempre sia ricordato
    in questo mondo passeggero,
    per quanto ha di lungo e di lato,
    qual Matusalemme esser longevo!

    IX
    E dodici bei maschi figliuoli,
    del suo caro sangue reale,
    quanto il gran Carlo valorosi,
    concepiti nel ventre nuziale,
    gagliardi come san Marziale!
    A chi gi fu Delfino ci avvenga!
    A lui non auguro altro male:
    Paradiso alla fine lo attenda.

    X
    Poich debole ora mi sento
    pi di beni che di vigore,
    essendo in pienezza di senno,
    quel poco avuto dal Signore,
    ch da nessun altro l'ho preso,
    questo testamento immutabile
    di mia volont ultima ho steso,
    solo valido e irrevocabile.

    XI
    Scritto nell'anno sessantuno,
    quando il buon re mi ha liberato
    laggi a Meung dal carcere duro,
    e la vita mi ha ridonato;
    per cui, finch il cuor mio vivr,
    sar a lui umilmente obbligato,
    e lo far finch non morr:
    beneficio non va scordato.

    XII
    E' ben vero che dopo lamenti,
    lacrime e gemiti angosciosi,
    dopo tristezze e patimenti,
    fatiche e disagi penosi,
    Sofferenza il mio intendimento
    incerto, come palla acuto,
    pi che d'Averro il commento
    su Aristotele m'ha dischiuso.

    XIII
    Ma giunto al colmo di tanti affanni,
    senza croce o pila sotto il cielo,
    Dio, che d'Emmaus i viandanti
    confort, ci dice l'Evangelo,
    mi mostr una citt gentile
    e di speranza mi diede il dono;
    per quanto il peccator sia vile,
    Dio non odia che ostinazione.

    XIV
    Io son peccatore, lo so bene;
    ma Dio non vuole la mia morte,
    anzi, mi penta e viva in bene,
    tutt'altro che il peccato morde.
    Anche se morto io sono in peccato,
    Dio  pur vivo e misericorde;
    se la coscienza mi rimorde,
    per sua grazia sar perdonato.

    XV
    Come dice all'inizio il nobile
    Romanzo della Rosa e attesta,
    che sempre scusare cuor giovine
    si deve al tempo di giovinezza,
    vedendolo savio in vecchiezza,
    afferma, certo, cose vere;
    chi d'opprimermi cos non cessa,
    maturo non mi vuole vedere.

    XVI
    Se la mia morte un beneficio
    arrecasse al bene di tutti,
    a morire come uomo iniquo
    mi condannerei, Dio m'aiuti!
    A vecchi e giovani non fo danno,
    se ritto sono oppur nel feretro:
    dal loro posto i monti non vanno,
    per un povero, avanti o indietro.

    XVII
    Al tempo che regn Alessandro,
    un uomo, Diomede chiamato,
    legato ai polsi come un ladro,
    davanti a lui venne portato,
    perch egli era di quei pirati
    che van sui mari per ruberie;
    gli fu messo quel capo davanti,
    per esser giudicato a morire.

    XVIII
    L'imperatore cos gli parl:
    Perch mai sei ladro di mare?
    Allora quello gli replic:
    Perch ladro mi fai chiamare?
    Perch mi si vede corseggiare
    con un solo piccolo legno?
    Se come te mi potessi armare,
    del tuo titolo anch'io sarei degno.

    XIX
    Che vuoi farci? Dalla mia sorte,
    sulla quale non ho alcun potere,
    e cos duramente mi morde,
    questa mia condotta proviene.
    Tu perdonami possibilmente
    e sappi che in gran povert
    (lo si dice comunemente)
    non si trova gran lealt.

    XX
    Quando l'imperatore pesato
    ebbe di Diomede il discorso:
    La tua fortuna sar mutata,
    gli disse, buono ne far il corso!
    Cos fece. Mai pi non disse
    male d'alcuno, ma fu uomo schietto;
    Valerio per vero lo asserisce,
    il quale, a Roma, Grande fu detto.

    XXI
    M'avesse Dio fatto incontrare
    un altro pietoso Alessandro
    e a buona sorte partecipare!
    Se al male allor mi fossi piegato
    d'essere arso e fatto cenere
    per mia sentenza avrei disposto.
    Miseria all'errore fa cedere
    e fame uscire il lupo dal bosco.

    XXII
    Piango il tempo di mia giovinezza
    (quando pi d'ogni altro ho impazzato
    fino al giungere della vecchiezza),
    che la partenza sua m'ha celato.
    E non a piedi se n' andato
    n a cavallo: ahim! in quale modo?
    All'improvviso s' involato
    senza lasciarmi neanche un dono.

    XXIII
    Se n' andato, ed io resto qui ora
    spogliato di senno e di sapere,
    triste, spento, pi nero che mora,
    senza rendita, censo, n avere;
    dei miei parenti il pi lontano
    per rinnegarmi gi s'avanza,
    dimenticando il vincolo umano
    sol perch un po' di avere mi manca.

    XXIV
    E pur non temo d'aver scialato
    in baldorie n in cibi ghiotti
    per amar troppo niente ho alienato
    che di amici mi valga i rimbrotti,
    o che sia loro costato caro.
    Lo dico e credo di non mentire;
    da quest'accusa sono al riparo:
    chi non ha colpa non l'ha da dire.

    XXV
    Ho amato, s, questo  vero
    e di amare sarei tentato;
    ma cuore triste, ventre affamato
    che sazio non  per intero,
    dai sentieri d'amor m'ha scacciato.
    Qualcun altro per me si rifaccia,
    che come tonda botte  piantato
    Perch la danza vien dalla pancia.

    XXVI
    Oh, Dio mio! se avessi studiato
    al tempo di mia giovent folle
    e le buone norme osservato
    una casa avrei e un letto molle.
    Ma gi! disertavo la scuola,
    come il monello  solito fare.
    Mentre scrivo questa parola,
    il cuor mi sento quasi mancare.

    XXVII
    Io presi troppo a mio favore
    dell'Ecclesiaste la sentenza
    che afferma (fu mio l'errore!):
    Godi, figliuolo, in adolescenza;
    ma dopo serve altra vivanda:
    Adolescenza e giovent
    cos parla, n meno n pi,
    non sono che inganno e ignoranza.

    XXVIII
    Fuggirono i giorni di mia vita,
    dice Giobbe, come d'una tela
    i fili, quando tra le dita
    tiene il tessitore paglia accesa:
    se spuntar vede un capo estremo,
    con mano svelta lo incenerisce.
    Cos niente che m'assalga io temo,
    ch nella morte tutto finisce.

    XXIX
    Dove sono i compagni gioiosi
    che in passato mi piacque seguire,
    bravi a cantare, arguti nel dire,
    negli atti e nei motti graziosi?
    Alcuni son morti e consunti,
    di loro non resta pi niente:
    in paradiso siano assunti,
    e che Dio salvi il rimanente!

    XXX
    Grazie a Dio, alcuni son divenuti
    grandi signori e padroni ormai;
    altri van mendicando nudi,
    vedono il pane sol dai fornai;
    altri, in Certose e tra i Celestini,
    uose e stivali soglion portare
    come chi pesca ostriche in mare.
    Vedete i loro vari destini.

    XXXI
    Dio accordi ai signori il ben fare,
    i quali vivon beatamente;
    non c' in essi da corregger niente,
    tanto vale perci non fiatare.
    Ma ai poveri che non han di che,
    come me, Dio conceda pazienza!
    Agli altri non manca gran che:
    han pane e pietanza a sufficienza.

    XXXII
    Buoni vini hanno, spesso spillati,
    grossi pesci, intingoli, brodi,
    torte, pasticci, uova affogate,
    fritte, sbattute e in tutti i modi.
    Non somigliano ai muratori,
    che servir con fatica si deve:
    essi rinunciano ai mescitori,
    pensa ognuno a versarsi da bere.

    XXXIII
    L'inciso in cui mi sono messo
    certo al mio scopo non assolve;
    non sono giudice, n commesso
    per punire o rimettere colpe:
    il pi imperfetto di tutti io sono,
    sia lode al dolce Ges Cristo
    Abbian da me soddisfazione!
    Quel che ho scritto rimane scritto.

    XXXIV
    Trascorriamo ad altro soggetto;
    parliamo di cosa piacevole:
    questo argomento non  accetto
    a tutti,  noioso e sgradevole.
    Povert, triste, dolorosa,
    che sempre  ribelle e sprezzante,
    dice qualche parola bruciante;
    e la pensa, se dirla non osa.

    XXXV
    Povero sono da fanciullezza,
    di povera, umile condizione;
    mio padre non conobbe ricchezza,
    n l'avo suo, che Orazio ebbe nome;
    povert di noi segue la traccia.
    Sulle tombe dei miei maggiori,
    che Dio le loro anime abbracci!,
    non si vedono stemmi n onori.

    XXXVI
    La mia povert lamentando
    spesso cos mi parla il cuore:
    Suvvia, non affliggerti tanto
    e non insistere nel dolore:
    se non hai quanto Giacomo Cuore,
    meglio  vivere in aspro bigello,
    povero, ch'esser stato signore
    e putrefare in ricco avello!

    XXXVII
    Esser stato signore!... Che ho detto?
    Signore, ahi!, non lo  dunque egli pi?
    Secondo il davidico detto
    non rivedr il suo posto mai pi.
    Quanto al resto, non m'intrometto:
    non compete a me, peccatore;
    ai teologi lo rimetto,
    perch uffizio di predicatore.

    XXXVIII
    E, ben comprendo, non sono io
    figlio d'angelo che ha sul capo
    diadema di stella o d'astro.
    Mio padre  morto, riposi in Dio!
    Il suo corpo  sotto la pietra.
    Lo so che mia madre morr,
    ben lo sa lei, la poveretta,
    ed anche il figlio non rimarr.

    XXXIX
    Vedo bene che ricchi e poveri,
    preti e laici, sensati e strambi,
    prodighi e avari, servi e nobili,
    belli e brutti, piccoli e grandi,
    dame dai colletti svasati,
    di qualsivoglia ceto e stampo,
    con cuffie o larghi copricapi,
    Morte ghermisce senza scampo.

    XL
    Muoia Paride od Elena, muore
    chiunque in tale strazio crudele
    che gli vien meno fiato e vigore,
    e gli si schianta sul cuore il fiele,
    poi suda, Dio, quale sudare!
    E non lo allevia uno in quel punto;
    perch non c' figlio o congiunto
    che si vorrebbe con lui scambiare.

    XLI
    Morte fa impallidire e fremere,
    incurva il naso, le vene tira,
    enfia il collo, le carni spreme,
    giunture e nervi dilata e stira.
    Corpo femmineo, tu cos tenero,
    cos prezioso, liscio, soave,
    tale insulto dovrai attendere?
    S, oppure vivo ai cieli andare.





    BALLATA
    [Ballata delle dame di un tempo]

    Ditemi dove, in quali rive,
     Flora la bella Romana,
    dov' Archipiada e Tade,
    che le fu cugina germana?
    Eco parlante quando vaga
    un frastuono su fiume o stagno,
    che bellezza ebbe pi che umana?
    Ma ove sono le nevi dell'anno?

    Dov' la sapiente Eloisa,
    per cui, castrato, il saio prese
    Pietro Abelardo in San Dionigi?
    Per amore sub tali offese.
    La regina dov' che ha ordinato
    che dentro un sacco Buridano
    nella Senna fosse gettato?
    Ma ove sono le nevi dell'anno?

    E Bianca al giglio somigliante,
    regina dal canto di sirena,
    Bice, Alice, Berta pi-grande,
    Aremburgi che il Maine teneva,
    Giovanna buona di Lorena,
    dagli Inglesi bruciata a Roano;
    dove son, dove, Vergin suprema?
    Ma ove sono le nevi dell'anno?

    Principe, saper non vi prema
    dove son quelle, ora o tra un anno,
    ch'io non riprenda la cantilena:
    ma ove sono le nevi dell'anno?










    ALTRA BALLATA
    [Ballata dei signori di un tempo]

    E ancora, dov' il terzo Calisto,
    che di tal nome ultimo si spense,
    che quattr'anni fu sul papalisto?
    Alfonso il sovrano aragonese,
    di Borbone il duca grazioso,
    e Arturo il duca di Bretagna,
    e Carlo settimo il valoroso?
    Ma dov' il prode Carlomagno?

    Similmente, il sovrano scozzese
    che mezzo volto, si va dicendo,
    qual di pietra ametista ebbe acceso
    dalla fronte gi fino al mento?
    Il re di Cipro di grande fama,
    ahim! ed il buon re della Spagna
    che non so pi come si chiama?
    Ma dov' il prode Carlomagno?

    Dal parlarne pi oltre desisto;
    il mondo non  che illusione.
    Non v' chi alla morte resista
    n chi da essa trovi evasione.
    Una domanda io faccio ancora:
    Ladislao, il boemo sovrano,
    e l'avo suo dove son ora?
    Ma dov' il prode Carlomagno?

    Dov' d'Alvernia il conte Delfino?
    Claquin, il bretone capitano
    e il duca d'Alenon, non pi vivo?
    Ma dov' il prode Carlomagno?










    ALTRA BALLATA
    [Ballata in vecchia lingua]

    Ch, sia pure il santo Apostolo,
    biancovestito, amitto in capo,
    che sol di sacra stola armato
    prende il maligno per il collo
    infiammato di mal talento,
    muore come un umil converso,
    dalla vita soffiato e sperso:
    tutto cos rapisce il vento.

    O sia di Costantinopoli
    l'imperator dal globo dorato,
    o il re di Francia il pi nobile
    e di tutti il pi celebrato,
    che costru chiese e conventi
    al sommo Signore adorato,
    se nel tempo suo fu onorato,
    tutto cos rapisce il vento.

    O, pien di saggezza e valore,
    di Vienna e Grenoble il Delfino,
    o di Dole, Digione e Salino,
    il sire ed il figlio maggiore,
    cos pure i loro serventi,
    araldi, trombetti, donzelli,
    non mangiarono a crepapelle?
    Tutto cos rapisce il vento.

    Principi a morir son destinati,
    assieme agli altri ancor viventi;
    sian pure crucciati e irritati,
    tutto cos rapisce il vento.










    XLII

    Se papi, sovrani e loro eredi,
    concepiti da fianchi regali,
    sono sepolti, morti e freddi,
    passano i regni ad altri mortali,
    io, povero merciaio di Rennes,
    non morir? S, se a Dio piace;
    purch abbia avuto un po' di bene,
    onesta morte non mi dispiace.

    XLIII
    Questo mondo non  immortale,
    checch ne pensi il ricco rapace:
    pende su noi lama mortale.
    Ci al gramo vegliardo d pace,
    che di piacevole burlone
    quand'era giovane ebbe fama;
    se da vecchio burle propone,
    pazzo e smodato lo si chiama.

    XLIV
    Solo mendicar gli rimane,
    necessit ve lo costringe.
    La morte invoca sera e mane,
    tanto la tristezza lo stringe;
    se non ci fosse Dio, che teme,
    commetterebbe orrendo gesto;
    e la divina legge avviene
    che infranga e distrugga se stesso.

    XLV
    Ch, se in giovent fu brioso,
    or non dice nulla che piaccia:
    vecchio scimmiotto  disgustoso,
    non fa smorfia che non dispiaccia;
    s'egli tace, per compiacere,
    passa per vecchio rimbambito;
    se parla, gli dicon di tacere
    e che il suo pruno  rinsecchito.

    XLVI
    Anche le povere donnette
    che sono vecchie e non hanno niente,
    nel vedere le giovinette
    soppiantarle furtivamente
    chiedono a Dio per qual ragione
    son nate presto, per qual diritto.
    Nostro Signore se ne sta zitto,
    per non perdere la tenzone.


    LA VECCHIA CHE RIMPIANGE IL TEMPO
    DI SUA GIOVINEZZA
    [I rimpianti della bella Elmiera]

    XLVII
    Mi par di sentire i lamenti
    della bella che fu l'Elmiera:
    giovane si vorrebbe qual era
    e si duole con questi accenti:
    Ohi! vecchiezza perfida e trista,
    perch s presto m'hai colpita?
    Chi mi tiene che non mi ferisca,
    che a quest'insulto non m'uccida?

    XLVIII
    Tutti m'hai tolti i privilegi
    di cui belt mi fe' signora
    su mercanti, chierici e preti:
    non c'era un uomo solo allora
    che non m'avrebbe dato tutto,
    senza curarsi dei pentimenti,
    sol che pronta gli avessi ceduto
    quel che rifiutano i pezzenti.

    XLIX
    Io l'ho negato all'uno e all'altro,
    e in ci non mostravo saggezza,
    per l'amore d'un giovinastro,
    al quale ho dato con larghezza.
    Se con altri usavo scaltrezza,
    giuro che lui l'amavo, e quanto!
    Non aveva per me che durezza,
    e mi amava pei soldi soltanto.

    L
    Anche trascinarmi poteva
    e pestarmi, l'avrei amato.
    Se di soddisfarlo mi chiedeva,
    e m'avesse le reni spezzato,
    avrei scordato ogni malanno.
    Il ribaldo, di male impregnato,
    m'abbracciava... Gran bel guadagno!
    Che mi rimane? Onta e peccato.

    LI
    Da trent'anni lui non  pi,
    e io qui resto vecchia, canuta.
    Se penso al bel tempo che fu,
    qual ero, quale son divenuta,
    allor che mi guardo svestita,
    e mi vedo cos mutata,
    povera, scarna, impicciolita,
    mi sento quasi dissennata.

    LII
    Che siete mai ora, liscia fronte,
    capelli biondi, ciglia inarcate,
    occhi spaziati, vezzose occhiate,
    i pi accorti a vincere pronte;
    bel naso di linea perfetta,
    e le piccole orecchie aderenti,
    il dolce, chiaro viso, a fossetta
    il mento, e quelle labbra ardenti?

    LIII
    Minute spalle graziose,
    lunghe braccia, mani delicate,
    piccoli seni, anche carnose,
    alte, giuste, ben appropriate
    a sostenere lizze amorose;
    le reni larghe, e quel fichino
    tra cosce salde, maestose,
    nel suo minuscolo giardino?

    LIV
    Fronte rugosa, capelli grigi,
    sopraccigli radi, occhi spenti,
    che mandavano sguardi e sorrisi
    e attiravano molti clienti;
    naso ricurvo, belt passata!,
    orecchie pelose, pendenti,
    faccia spenta, smorta, sbiancata,
    mento grinzoso, labbra cadenti:

    LV
    Dell'umana bellezza  la sorte!
    Corte braccia, mani attrappite,
    e le spalle tutte contorte;
    mammelle, che mai? tutte avvizzite;
    e le anche son come le tette;
    la fica, puah! Le cosce, infine,
    non son pi cosce, ma coscette
    come salsicce, a macchioline.

    LVI
    Cos piangiamo il buon tempo andato,
    tra noi, povere, stolte vecchiette,
    gi in terra tutte rannicchiate,
    come gomitoli strette strette,
    di sterpi attorno a un focherello
    che appena acceso gi si spegne;
    e fummo un tempo tanto belle!...
    A molti e molte questo avviene.


    BALLATA
    [La bella Elmiera alle ragazze di piacere]

    Riflettete, bella guantaia,
    che scolara gi mi eravate
    e voi, Bianca la calzolaia,
    ora  tempo che a voi pensiate.
    A destra e a manca, su, arraffate,
    non risparmiate uomo, per favore:
    ch le vecchie son svalutate
    qual moneta che pi non corre.

    E voi, graziosa salumiera,
    che nel danzar abile siete,
    Guglielmina la tappezziera,
    il protettore non deludete:
    chiuder bottega presto dovrete;
    sfiorita, allora, e senza valore,
    un vecchio prete sol servirete,
    qual moneta che pi non corre.

    Giannettina la cappucciaia,
    non v'impicci il ganzo, badate!
    Voi, Caterina la borsaia
    gli uomini al fresco non mandate:
    chi non  bella, non certo asprezza
    dimostri loro, bens calore.
    Non coglie amor laida vecchiezza,
    qual moneta che pi non corre.

    Figlie, vogliatevi disporre
    a udir perch piango e sospiro:
    perch non posso star nel giro,
    qual moneta che pi non corre.







    LVII
    Questa lezione porge ad esse
    la bella e buona d'altri tempi;
    bene o male, sia come vuol essere,
    registrare ho fatto quei detti
    dal mio Firmino lo sventato,
    che ha senno quant'io ne possiedo.
    Se mi smentisce, lo maltratto:
    il maestro  tal quale l'allievo.

    LVIII
    Vedo bene il pericolo grave
    che l'uomo innamorato incontra...
    E chi mi vuole biasimare
    per questo, dicendomi: Ascolta!
    Se ti respinge e svia dall'amore
    l'inganno di quelle nominate,
    tu mostri uno stolto timore,
    perch son donne malfamate.

    LIX
    Se l'amor che dnno  venale,
    non s'amano che per l'istante;
    a tutti cedono amore uguale,
    ridono quando la borsa piange.
    Di lor non v' chi non sia di giro;
    ma con donne di nome onorato,
    non con altre, mi salvi Iddio,
    deve mettersi l'uomo bennato.

    LX
    Suppongo che alcun dica questo,
    ma non mi soddisfa per niente.
    Cos egli conclude, in effetto,
    e credo capir chiaramente
    che amor si cerca in luogo degno:
     da vedere poi se codeste,
    che a parole tutto il giorno impegno,
    non siano state donne oneste.

    LXI
    Oneste furono veramente,
    senza aver biasimo o rampogna.
    Di lor ciascuna, certamente,
    prima di subir la vergogna,
    all'inizio un chierico si prese,
    oppure un laico, o un penitente,
    per placare le voglie accese
    pi che non bruci il male ardente.

    LXII
    Cos ognuna, secondo il decreto
     ben chiaro, si fece l'amante;
    amavano in luogo segreto,
    nessun altro vi aveva parte.
    Questo amor, tuttavia, si sparte:
    colei che non amava che uno,
    se ne distacca e si diparte,
    preferendo l'amor di ciascuno.

    LXIII
    Cosa le spinge? Debbo pensare,
    senza dare alle dame disdoro,
    sia dovuto alla natura loro
    che intensamente vuol tutto amare.
    Altro da aggiungervi non c',
    se non che a Reims e a Troyes, ovvero
    a Lilla dicono e a Sant'Omero
    che sei operai fan pi di tre.

    LXIV
    Son dunque i folli amanti sbalzati,
    le dame il volo hanno spiccato;
     il compenso di tutti gli amanti:
    ogni giuramento  violato,
    malgrado baci e abbracciamenti.
    Cani, uccelli, armi ed amori,
    ciascun lo dice ai quattro venti,
    per una gioia mille dolori.









    DOPPIA BALLATA.

    Per questo, amate quanto volete,
    non disertate riunione o festa,
    di pi alla fine gi non varrete,
    vi romperete solo la testa;
    rendono stolti i folli amori:
    perci idolatra fu Salomone,
    perci perdette i lumi Sansone.
    Beato l'uomo che ne sta fuori!

    Il menestrello Orfeo s dolce,
    sonando flauto e piva campestre,
    per via di Cerbero gran rischio corse,
    cane assassino di quattro teste;
    cos Narciso, il bello sciocco,
    preso d'amore pei suoi amori
    mor annegato in fondo a un pozzo.
    Beato l'uomo che ne sta fuori!

    Sardanapalo, gran cavaliere,
    che conquist il regno cretese,
    divent donna per suo volere,
    e tra fanciulle a filare prese;
    Davide re, sapiente vate,
    venne a scordare i santi timori
    vedendo al bagno cosce ben fatte.
    Beato l'uomo che ne sta fuori!

    Amnone volle disonorare,
    fingendo voglia di frittelline,
    Tmar, sorella sua, e deflorare,
    il che fu proprio un incesto vile;
    Erode, frottola non  pur questa,
    per via di balli, salti e canzoni,
    a San Giovanni tagli la testa.
    Beato l'uomo che ne sta fuori!

    Di me infelice voglio parlare:
    qual tela al rivo io fui percosso,
    del tutto nudo, celar nol posso.
    Chi mai quel rospo mi fe' ingoiare,
    la Caterina, no?, di Vausselles.
    Natale, il terzo, calz i guantoni,
    che fu presente. Che nozze, quelle!
    Beato l'uomo che ne sta fuori!

    Ma quel donzello vorrebbe forse
    le donzellette abbandonare?
    No! lo dovessero vivo bruciare,
    come se andasse via sulle scope.
    Gli son pi dolci dello zibetto;
    di lor fidarsi per  da folli:
    che siano bianche oppur brunette,
    beato l'uomo che ne sta fuori!


    LXV
    Se colei che un tempo servivo
    s lealmente, a cuore aperto,
    per cui dolori e il mal pi vivo
    e tanti tormenti ho sofferto,
    m'avesse all'inizio svelato
    il suo pensiero (ma ahim, niente!)
    in qualche modo avrei tentato
    di non cadere nella sua rete.

    LXVI
    Tutto ci che le volessi dire,
    lei era pronta ad ascoltare
    senza approvare o dissentire;
    anzi, mi lasciava avvicinare,
    e stretto stretto, sussurrare,
    cos m'andava lusingando,
    mi lasciava tutto raccontare;
    ma questo non era che inganno.

    LXVII
    M'ha ingannato e lasciato intendere
    che tutto sempre fosse diverso,
    di farina che fosse cenere,
    di un tcco, un cappello di feltro,
    di ferro vecchio che fosse peltro,
    di due semplici assi, due terne,
    (l'imbroglione a raggirare  svelto
    e vende lucciole per lanterne),

    LXVIII
    del cielo, un paiolo di bronzo,
    di nuvole, pelle di montone,
    dell'alba che fosse il tramonto,
    d'un torso di cavolo, un navone,
    di sozza birra, vin novello
    d'un ariete, un rotante mulino,
    d'una corda, matassa di filo
    di panciuto abate, un donzello.

    LXIX
    L'amore cos m'ha ingannato
    e menato dall'uscio al paletto.
    Non c' uomo s smaliziato,
    sia fino come argento schietto,
    che anche i panni non abbia perduto
    se come me sia stato vessato,
    che mi chiamo ormai dappertutto:
    L'amante respinto e rinnegato.

    LXX
    Rinnego Amore e l'aborrisco
    e all'ultimo sangue lo sfido.
    Morte per lui mi trae a precipizio,
    e di ci non gl'importa un fico.
    La viola ho messo sotto il banco;
    mai pi amanti vorr seguire:
    se un tempo fui nelle lor file,
    di non esserlo pi mi vanto.

    LXXI
    Ch ho gettato il pennacchio al vento,
    e lo segua chi vive d'attesa.
    Pi oltre non parler di questo,
    ch voglio continuar la mia impresa.
    E chi mi chieda o mi cimenti
    perch dell'amore oso sparlare,
    un vecchio detto l'accontenti:
    Chi muore pu dir ci che gli pare.

    LXXII
    La mia sete sento vicina;
    qual cotone bianchi, sputo a fiotti
    sputacchi come palle grossi.
    Che vuol dire? Che la Giannina
    pi non mi reputa gagliardo,
    ma vecchia rozza da macello:
    la voce e i modi ho da vegliardo,
    eppur non sono che un pivello.

    LXXIII
    Grazie a Dio e a Tacca Tebaldo,
    che tanta fredd'acqua mi fe' bere,
    in luogo basso, non certo in alto,
    e d'angoscia mangiar molte pere,
    incatenato... A tale pensiero,
    io prego per lui, "et reliqua",
    che Dio gli dia, davvero, davvero!
    tutto quel che penso... "et cetera".

    LXXIV
    Nondimeno, non voglio male
    a lui, n al suo luogotenente,
    e nemmeno al suo officiale,
    che  s piacente e seducente;
    non so che farmi del rimanente,
    tranne mastro Roberto il minore.
    Li amo in blocco, tutti egualmente,
    come ama il Lombardo il Signore.

    LXXV
    Or grazie a Dio, ben mi rammento
    che, al mio partire, certi legati
    nell'anno cinquantasei ho fatti,
    che alcuni, senza il mio consenso,
    chiamar vollero Testamento;
    fu loro e non mia soddisfazione.
    Ma gi! si dice ogni momento
    che del suo nessuno  padrone.

    LXXVI
    Dal revocarli ben mi guardo,
    ne andasse la mia terra in pieno;
    in me piet per il bastardo
    della Barra non viene meno:
    di fieno in aggiunta ai tre fasci
    le mie vecchie stuoie gli assegno,
    perch la presa mai non lasci
    e alle sue zampe dia sostegno.

    LXXVII
    E se alcuno non avesse avuto
    i lasciti che gli ho destinato,
    voglio che, appena trapassato,
    ai miei eredi chieda il dovuto.
    Chi son costoro? Se lo chiede:
    Robin Turgis, Provins, Moreau.
    Da parte mia, ad essi direte,
    ebbero anche il letto dove sto.

    LXXVIII
    Un'ultima cosa, brevemente,
    ch voglio mettermi a testare:
    davanti a Firmino che mi sente,
    se non dorme, voglio affermare
    che nessuno intendo stralciare
    dall'atto presente, e palese
    e pubblico non lo voglio fare
    se non nel reame francese.

    LXXIX
    Il cuore ormai fiacco mi sento,
    e posso appena balbettare.
    Firmino, siedi accanto al letto,
    che nessuno mi venga a spiare;
    su, prendi carta, penna e inchiostro;
    scrivi lesto ci che ti detto,
    poi fa' copiare in ogni posto;
    ecco l'inizio del Testamento.

    LXXX
    Nel nome del Padre, Dio eterno,
    e del Figlio, da Vergine nato,
    al Padre suo Dio coeterno
    assieme allo Spirito Santo,
    che salv ci che Adamo perdette
    e i Cieli adorna dei perduti...
    Gran merito  creder fermamente
    che, morti, santi sian divenuti.

    LXXXI
    Erano morti, corpi ed anime,
    in sempiterna dannazione,
    corpi disfatti e anime in fiamme,
    di qualsivoglia condizione.
    Tuttavia, debbo far eccezione
    per i profeti e i patriarchi;
    ch le chiappe,  mia convinzione,
    non dovettero mai bruciarsi.

    LXXXII
    E chi mi dicesse: Ma come
    osate tanto con le parole,
    senza aver di teologo il nome?
    La vostra presunzione  folle.
    E' la parabola di Ges
    che parla del ricco sepolto
    non certo in letto molle, nel fuoco,
    e di Lazzaro che gli sta su.

    LXXXIII
    Se il suo dito ardere avesse visto,
    refrigerio non gli avrebbe chiesto,
    n di toccar la punta del dito
    per sentire alla mascella fresco.
    L i beoni avranno faccia grama,
    che si bevon camicia e farsetto,
    ch la bevanda si paga cara.
    Dio ci scampi, a parte ogni scherzo!

    LXXXIV
    Nel nome di Dio, come ho detto,
    e di sua Madre che in gloria impera,
    quest'atto a buon fine sia messo
    da me, pi magro che chimera;
    se mala febbre non m'ha colpito,
    lo debbo alla clemenza divina;
    ma d'altro duolo e amara rovina
    io mi taccio, e cos ora inizio.

    LXXXV
    Primo, la povera anima mia
    dono alla santa Trinit,
    e l'affido alla Vergin Maria,
    stanza della divinit,
    tutta pregando la carit
    dei Cori celesti, che il dono
    sia portato per loro bont
    davanti al prezioso Trono.

    LXXXVI
    "Item", il corpo dispongo e lascio
    alla grande madre, la terra;
    non faranno i vermi un gran pasto,
    troppo la fame gli ha fatto guerra.
    Senza indugio sia posto sotterra:
    venne di terra e terra torna;
    ogni cosa, se troppo non erra,
    volentieri al suo luogo ritorna.

    LXXXVII
    "Item", ed al mio pi che padre,
    Guglielmo di Villon, che  stato
    con me pi dolce d'una madre
    col figlio da fasce levato:
    da gorghi mi salv non pochi,
    n certo di questo si rallegra,
    perci lo supplico a ginocchi
    che la gioia me ne lasci intera;

    LXXXVIII
    io dono i miei libri al completo,
    col Romanzo: il Peto del Diavolo,
    che Guido Tabary, uomo schietto,
    ha ricopiato. Sotto un tavolo
    si trova tutto squinternato;
    bench sia fatto rozzamente,
    il soggetto  cos pregiato
    che fa scordar tutte le mende.

    LXXXIX
    "Item", do a mia madre poveretta
    un saluto per Nostra Signora,
    (pat per me grande amarezza,
    Dio lo sa, e quanti affanni ancora)
    altra rocca non ho n fortezza
    dove anima e corpo rifugiare,
    quando mi stringe mala distretta,
    n lei, povera donna, mia madre!


    BALLATA
    [Ballata per pregare Nostra Signora]

    Dama del ciel, della terra reggente,
    imperatrice d'inferne paludi,
    ricevi la tua umile credente,
    nelle tue schiere elette anche me includi,
    nonostante che mai valessi niente.
    Dama e Signora, i beni che tu spandi
    sono dei miei peccati assai pi grandi,
    e senza quelli anima non accede
    n giunge al Cielo. Io non conosco inganni:
    viver voglio e morire in questa fede.

    Dillo, che gli appartengo, al tuo Figliolo;
    da lui mi sia rimesso ogni peccato;
    mi dia, come all'Egizia, il suo perdono;
    o come con Teofilo egli ha fatto,
    che per tua grazia fu assolto e salvato,
    anche se fece al diavolo promessa.
    Preservami che mai lo faccia io stessa,
    Vergine che, inviolata, fosti sede
    del sacramento che si adora a messa:
    viver voglio e morire in questa fede.

    Sono una donna poveretta e anziana
    che niente sa, n libri ha conosciuti.
    Vedo al convento ove son parrocchiana
    Paradiso dipinto, arpe e liuti,
    e un inferno in cui bollono i perduti:
    l'un mi spaventa, l'altro  gioia e festa.
    La gioia fammi avere, Diva eccelsa,
    cui ricorrere il peccatore deve,
    non tardo o pigro, ma con fede certa:
    viver voglio e morire in questa fede.

    Tu degna Vergine, tu principessa,
    Ges portasti, il cui regno non cessa.
    L'Onnipotente, con nostra fattezza,
    lasci i cieli per soccorrerci e diede
    a morte la sua cara giovinezza;
    tale  il Signor, lo affermo con certezza:
    viver voglio e morire in questa fede.


    XC
    "Item", al mio amor, la cara rosa,
    n cuore n fegato lascio;
    vorrebbe piuttosto un'altra cosa,
    bench di soldi n'abbia d'avanzo.
    Cosa? di seta una gran borsa
    zeppa di scudi, profonda e larga;
    ma che appeso io sia sulla forca,
    se mai le lascer scudo o targa.

    XCI
    Senza di me, parecchi ne tiene.
    Ma di questo poco m'importa;
    son finite le mie grosse pene,
    il codione pi non mi scotta.
    Di Michault mi rimetto agli eredi,
    che il buon Fottitor fu chiamato;
    si faccia l un salto e si preghi:
    sotto Sancerre, giace a San Satiro.

    XCII
    Ci malgrado, per sdebitarmi
    con l'Amore, pi che con quella,
    perch mai ho potuto acquistarmi
    di speranza una sola fiammella
    (se con tutti sia stata ribelle
    io non so, e mi  grande tormento;
    ma, per santa Maria la bella!
    sol di riderci sopra mi sento),

    XCIII
    questa ballata ora le mando
    che tutta finisce per erre.
    Chi la porter? Ci sto pensando.
    Sar Pietruccio della Barra
    purch, se incontra sul suo cammino
    la mia bella dal naso storto,
    senz'altro chiederle, dica pronto:
    Donde vieni, sporca sgualdrina?.




    BALLATA
    [Ballata all'amica]

    Falsa bellezza che mi costi tanto,
    dolcezza finta, aspra invero, amor duro
    pi ancor di ferro al morso, che, sicuro
    della rovina mia, perfido incanto
    dir posso, fine di un povero cuore,
    chiuso orgoglio che a morte fa trascorrere,
    occhi crudeli, Diritto non vuole,
    non che infierire, un povero soccorrere?

    Sarebbe stato meglio aver cercato
    soccorso altrove, almeno con onore;
    per niente al mondo il campo avrei lasciato.
    Or debbo trottar via con disonore.
    Ehi voi, piccoli e grandi, aiuto, aiuto!
    Senza colpo ferir dovr soccombere?
    O vuol Piet, secondo questo assunto,
    non che infierire, un povero soccorrere?

    Tempo verr che appassire, ingiallire,
    seccar far il vostro fiore dischiuso;
    ne riderei, se allora avessi l'uso
    delle mascelle. Oh,  da folli un tal dire!
    Vecchio sar; voi, brutta, scolorita;
    or bevete, finch il rivo pu scorrere;
    non date a tutti una tale ferita,
    non che infierire, un povero soccorrere.

    Principe amante, di tutti il maggiore,
    nel vostro biasimo non voglio incorrere,
    ma cuor eletto deve, pel Signore,
    non che infierire, un povero soccorrere.










    XCIV
    "Item", a mastro Ythier Marchant,
    al quale il mio brando gi offersi,
    dono, pur che ne faccia un canto,
    questo lai che conta dieci versi,
    e un "De profundis", per liuto,
    in memoria dei suoi vecchi amori,
    il nome dei quali non pronuncio
    per non attirarmi i suoi rancori.


    LAI
    [Rond]

    Morte, accuso il tuo rigore,
    che la mia donna hai rapita,
    e paga non sei ancora
    se insisti a tenermi in languore:
    pi forza non ebbi da allora;
    ma che noia ti dava in vita,
                           Morte?

    Due eravamo e un cuore solo;
    se  morto, dovr uscir di vita,
    di certo, o vivr senza vita
    come le immagini, in sogno,
                           Morte!


    XCV
    "Item", a mastro Gian Cornuto
    un nuovo lascito voglio fare,
    perch mai mi fece mancare
    nel mio gran bisogno l'aiuto;
    gli do il giardino ch'ebbi a frutto
    da mastro Pietro Bobignone
    facendovi rifare l'uscio
    e rimetter diritto il pignone.

    XCVI
    Per via d'un uscio, ci perdetti
    e selce e manico di zappa.
    Di lodola, otto falchi, anche dieci,
    vi avrebbero perso la traccia.
    Sicuro  il posto, se vien sprangato.
    Per insegna vi misi un ronciglio;
    chi se lo prese, non mi sia grato:
    infame notte e duro giaciglio!

    XCVII
    "Item", e visto che la moglie
    di mastro Pietro Saint-Amand
    (tuttavia, perdonarla Dio voglia
    dolcemente, se ha colpa nell'anima!)
    mi diede il titolo di pezzente,
    pel "Caval Bianco" che sta impalato
    gli offro in cambio una giumenta,
    e per "la Mula" un ciuco arrabbiato.

    XCVIII
    "Item", lascio di vino d'Aunis
    quattordici botti a ser Dionigi
    Hesselin, intendente a Parigi,
    prese a mio rischio da Turgis.
    Ma se ne bevesse a tal segno
    che la ragione gli si scombina,
    vi si metta dell'acqua dentro:
    le buone case il vino rovina.

    XCIX
    "Item", a Charruau mio avvocato
    ci ch'ebbe Marchant lascio in dono,
    per essere ben sistemato:
    il brando, e il fodero non menziono.
    Avr inoltre in moneta un reale,
    che gli gonfi la borsa, accattato
    sulla carreggiata e il selciato
    del grande dominio templare.

    C
    "Item", il mio Fournier prelevare
    potr, per le sue faticate
    (semplice sar risparmiare)
    dalla mia borsa quattro manciate,
    ch varie cause mi ha salvate,
    giuste, com' vero Ges Cristo!
    quali si sono riscontrate;
    ma occorre aiuto al buon diritto.

    CI
    A Giacomo Raguier voglio dare
    "la Grande Ciotola" di Grve,
    ma quattro placche dovr sborsare
    (pur se, dolente, vendere deve
    ci che su stinchi e polpacci calza,
    e a gambe nude andar per la via),
    se beve senza me, siede o si alza,
    alla "Pigna", la vecchia osteria.

    CII
    "Item", a Merebeuf vacca o bue,
    e a Nicola di Louvieux suo pari,
    non lascio, perch questi due
    vaccari non sono n bovari,
    ma gente da portare sparvieri,
    non crediate che ci scherzi su,
    e prendere pernici e pivieri,
    senza fallo, dalla Machecoue.

    CIII
    "Item", se viene Robin Turgis
    da me, gli pagher il suo vino;
    ma se riesce a scovarmi qui,
    sar pi bravo dell'indovino.
    Di scabino il diritto gli cedo,
    che mi spetta come parigino:
    se parlo un poco il pittavino,
     perch da due dame l'ho appreso.

    CIV
    Assai belle sono e piacenti,
    e risiedono a Saint-Generoux
    presso San Giuliano di Vouventes,
    marca di Bretagna o Poitou.
    Ma non dico dove propriamente
    quelle passano tutti i giorni;
    caspita! non son mica demente,
    voglio celare i miei amori.

    CV
    "Item", a Gian Raguier, ch' sergente,
    uno della Dozzina, sia dato
    finch avr vita, giornalmente,
    di cacio tenero uno sformato,
    che alla mensa di Bailly s'arraffi,
    per mettervi e ficcarvi il muso;
    a Maubu la gola annaffi,
    ch nel mangiar mai ha deluso.

    CVI
    "Item", e al Principe degli Stolti
    Mich del Forno, stolto esemplare,
    che a volte improvvisa bei motti
    e Mio dolce amor sa cantare.
    Gli do il bongiorno assieme ad esso;
     uno stolto di tutto riposo,
    insomma, sol che fosse un po' in estro,
    e dove non c'  delizioso.

    CVII
    "Item", dono ai Duecentoventi,
    poich al dovere sono ligi
    e buone persone innocenti,
    Gian Vallette e Richier Dionigi,
    a ognuno un cordone da appendere
    al proprio cappello di feltro;
    per quelli a piedi si deve intendere,
    certo! ch agli altri manco ci penso.

    CVIII
    Do a Pietruccio qualcosa di nuovo,
    dico il bastardo della Barra,
    poi ch' bravo e schietto figliolo,
    nel suo stemma, in luogo di barra,
    tre dadi falsi, di taglio buono,
    e belle carte per giocare.
    Se lo si sente poi spetazzare,
    avr inoltre quartana in dono.

    CIX
    "Item", non voglio pi che Cholet
    pialli, tagli, doghi, rattoppi,
    incerchi tinozze e barilotti,
    ma tutti gli arnesi si affretti
    a cambiare con spada lionese,
    e si trattenga il mazzapicchio;
    bench non ami chiasso e contese,
    a volte gliene salta il ticchio.

    CX
    "Item", do a Gian Lupo, uomo civile
    nonch bravo e buon trafficante,
    siccome  gracile, sottile,
    e Cholet non ha fiuto bastante,
    un cagnolo che punta la preda
    e al pollame non dar scampo,
    il lungo tabarro, assai ampio
    per celarli, che non li si veda.

    CXI
    "Item", all'Orafo del legno
    cento chiodi, sia teste che code,
    do di zenzero saraceno,
    non per averne scatole colme
    ma per congiunger culi e codette,
    e cucire cosce e zamponi,
    tanto che il latte sale alle tette
    ed il sangue scende ai coglioni.

    CXII
    A Giovanni Riou, capitano,
    tanto a lui quanto ai suoi arcieri,
    sei teste di lupo regalo,
    che carne non  da porcari,
    con grossi mastini da beccari
    prese e cotte in vin da due soldi.
    Per mangiar bocconi s rari
    si farebbero cose folli.

    CXIII
    E' carne un poco pi greve
    che sughero o peluria fine.
    Per portarla in tenda va bene,
    e in qualche assedio pu servire.
    Ma se in trappola si prendessero,
    e non andassero i cani a caccia,
    io gli ordino, come suo medico:
    pellicce, d'inverno, se ne faccia.

    CXIV
    "Item", per Robinet Trascaglia,
    che al suo servizio (ed  ben fatto)
    non va a piedi come una quaglia,
    ma su ronzino grosso e grasso,
    prendo dalla mia collezione
    una brocca che chieder non osa;
    sar perfetta la sua magione:
    non gli mancava invero altra cosa.

    CXV
    "Item", a Perrot Girart barbiere
    giurato del Borgo la Regina,
    che tanto pena nel suo mestiere,
    un pentolino e due catini.
    Di grassi porci m'ha rimpinzato
    nella sua casa sei anni fa
    per sette giorni; pu darne atto
    la gran badessa di Pourras.

    CXVI
    "Item", ai Frati mendicanti,
    alle Devote, alle Beghine,
    e di Parigi e d'Orlans,
    e Turlupini e Turlupine,
    do grasse zuppe giacobine
    nonch pasticci in oblazione;
    e dopo, sotto le cortine,
    parlare di contemplazione.

    CXVII
    Non sono io che glieli assegno,
    ma di tutti i bambini le madri,
    e Dio, che gli d il giusto premio,
    per cui soffrono tormenti amari.
    Debbono vivere, i padri cari,
    quelli anzitutto di Parigi.
    Se fan piacere alle comari,
    cos amano i loro mariti.

    CXVIII
    Tutto ci che volle affermare
    Giovanni di Poullieu (col resto)
    in pubblico luogo costretto
    fu con vergogna a sconfessare.
    Giovanni di Meung se n' beffato,
    come Mathieu, del loro fare;
    ma si deve invece onorare
    ci che la Santa Chiesa ha onorato.

    CXIX
    Quindi accetto, lor servitore
    in quanto posso fare e dire,
    di onorarli di vero cuore,
    e obbedirli senza contraddire;
    pazzo chi a dirne male s'azzarda,
    ch, dal pulpito come in privato
    o in altra parte, dir non  dato
    se son capaci di rivalsa.

    CXX
    "Item", dono a Baldo il frate,
    che sta al convento carmelito,
    e mostra aspetto baldo e ardito,
    una celata e due alabarde,
    perch Detusca e i suoi ribaldi
    non gli arraffino la gabbia verde.
    E' vecchio: se non cede l'armi,
    certo  il diavolo di Valverde.

    CXXI
    "Item", poich il Sigillatore
    tanto sterco d'api ha impastato,
    gli dono, essendo uomo di valore,
    il sigillo bell'e insalivato,
    abbia il pollice spiaccicato
    e tutto imprima in una volta;
    alludo a quello del Vescovado,
    perch gli altri, Dio li soccorra!

    CXXII
    Avranno i monsignori Uditori
    il lor granaio rimesso a nuovo;
    e delle seggiole con fori
    tutti quelli dal culo rognoso,
    se alla piccola Mace d'Orlans,
    che si prese la mia cintura,
    una grossa ammenda imporranno:
    essa  una lurida sozzura.

    CXXIII
    "Item", a ser Francesco, istruttore
    giudice, della Vaccaria,
    gorgiera scozzese si dia,
    ma senza alcuna guarnizione;
    ch, quando si prese la collata,
    Dio e san Giorgio ha bestemmiato:
    non v' chi non rida di tal fatto,
    furiosamente, a gola spiegata.

    CXXIV
    "Item", a mastro Laurens che gli occhi
    ha sempre talmente arrossati
    (dei genitori sconta i peccati,
    che bevvero in barili ed otri),
    delle mie sacche dono il rovescio
    perch al mattino li possa nettare;
    se di Bourges fosse arcivescovo,
    zendado avrebbe, ma  troppo caro.

    CXXV
    "Item", a mastro Gian Cotardo,
    mio procuratore in tribunale,
    all'incirca dovevo un danaro
    (ora m'avviene di ricordare),
    quando Dionisia mi fe' citare,
    dicendo che l'avevo offesa;
    per l'anima sua, in Ciel possa andare!
    la presente orazione ho stesa.


    BALLATA
    [Ballata e orazione]

    Padre No, che piantaste la vigna,
    voi Lot, che foste nella grotta a bere,
    cos che Amor, che nell'inganno alligna,
    l vi port con le figlie a giacere
    (non  che voglia qui colpa vedere),
    Architriclino, in quest'arte gagliardo,
    di porre in alto a voi faccio preghiere
    l'anima del buon fu mastro Cotardo!

    Egli esce dallo stesso vostro ceppo,
    gust i vini pi cari ed i migliori,
    avesse avuto anche la borsa al secco;
    primeggiava su tutti i bevitori;
    il boccale nessun gli cav fuori
    di mano, e mai fu nel bere infingardo.
    Non contrastate, o nobili signori,
    l'anima del buon fu mastro Cotardo!

    Come barcolla e ondeggia l'ubriaco
    io l'ho veduto spesso rincasare,
    e una volta si fe' una bozza al capo,
    me ne ricordo, al banco d'un beccaro;
    al mondo si poteva invan cercare,
    giorno e notte, beon di tal riguardo.
    Fate entrare quando udrete chiamare
    l'anima del buon fu mastro Cotardo!

    Principe, mai gli riusc di sputare;
    gridava sempre: In gola brucio e ardo!.
    E mai la sete sua pot placare
    l'anima del buon fu mastro Cotardo!


    CXXVI
    "Item", voglio che il giovane Merlo
    d'ora in poi amministri il mio cambio,
    ch controvoglia io mi ci dedico,
    a patto che dia sempre in cambio,
    a familiare come ad estraneo,
    per tre scudi, sei brettoni targhe,
    per due angelotti, un bell'angelo:
    ch gli amanti han da essere larghi.

    CXXVII
    "Item", in viaggio ho avuto nuove
    dei miei tre poveri orfanelli;
    son cresciuti e gi grandicelli
    e non sono teste di montone;
    non v' ragazzo da qui a Salino
    che l'arte abbia meglio imparata.
    Per l'ordine di san Maturino,
    dunque tal giovent non  matta.

    CXXVIII
    Voglio che seguano lo studio;
    con chi? con mastro Pietro Richier.
    Per loro il Donato  troppo duro:
    non voglio invischiarvi quei tre,
    sapranno, assai meglio mi pare,
    solo: "Ave salus, tibi decus",
    senz'altre nozioni cercare:
    non sempre i chierici ne san di pi.

    CXXIX
    Imparino quello, alt! io vieto
    che di scienza facciano abuso.
    Quanto a capire il grande "Credo",
    per quei ragazzi  troppo astruso.
    Io taglio in due parti il mio manto;
    una si venda e col ricavato
    si compri loro qualche sformato,
    perch giovent  ghiotta alquanto.

    CXXX
    Nei buoni modi siano educati,
    anche se costi battitura;
    cappucci avranno ben calcati
    ed i pollici alla cintura,
    umili con tutte le persone,
    diranno: Eh? Cosa? Ma per niente!
    Cos allora dir la gente:
    Questi ragazzi, che distinzione!

    CXXXI
    "Item", e i miei poveri chierichetti,
    ai quali i diplomi ho rassegnato:
    bei ragazzi, come giunchi eretti
    vedendoli, vi ho rinunciato,
    un reddito ho loro assegnato,
    gi sicuro come ad averlo,
    da riscuotersi in giorno fissato,
    sulla casa di Gueuldry Guglielmo.

    CXXXII
    Che siano giovani e ruzzanti
    certamente non mi dispiace:
    in capo a trenta o quarant'anni
    saran diversi, cos a Dio piace.
    Sbaglia chi ad essi non compiace;
    sono ragazzi cortesi, aitanti;
     folle chi li pesta o batte,
    ch i ragazzi poi si fanno grandi.

    CXXXIII
    Le borse dei Diciotto Chierici
    avranno, me ne voglio occupare:
    mica dormono come ghiri
    che stan tre mesi a riposare.
    E' triste al giovane il sonnecchiare
    che poltrire lo fa in giovinezza
    s che alfine  costretto a vegliare,
    anzich riposarsi, in vecchiezza.

    CXXXIV
    Ho scritto quindi al collatore
    lettere in tal senso ben chiare:
    or preghino pel benefattore,
    o le orecchie gli dovran tirare.
    Pi d'uno si fa meraviglia
    ch'io abbia un debole per questi due;
    ma, lo giuro su feste e vigilie!
    le lor madri non vidi neppure.

    CXXXV
    "Item", a Michault Cul d'Oca dono
    cento soldi, e a ser Carlo Taranna
    (se chiedono: E presi in qual modo?
    che importa! cadran come manna)
    e un paio d'uose di bazzana,
    complete di tomaia e suola,
    purch mi salutino la Gianna,
    o un'altra simile figliola.

    CXXXVI
    "Item", al signore di Grigny,
    al quale gi lasciai Bictre,
    ora do la torre di Billy
    a patto che, se porte e finestre
    non stanno ritte o non sono in sesto,
    a tutto egli ponga riparo.
    Da ogni verso faccia danaro:
    a me manca, e lui non ne ha certo.

    CXXXVII
    "Item", a Tebaldo della Guardia...
    Tebaldo? E' Giovanni, ho sbagliato;
    senza perderci, che potr dargli?
    (Troppo quest'anno ci ho scapitato;
    Voglia Dio provvedervi, amen!)
    Caspita, certo! "il Bariletto".
    Ma c' Genevois che  pi anziano
    e ha pi bel naso per berci dentro.

    CXXXVIII
    "Item", io lascio a Basennier,
    notaio nonch cancelliere,
    di garofano colmo un paniere
    preso da mastro Gian di Ruel,
    altrettanto a Mautaint e a Rosnel,
    e, assieme al dono del garofano,
    servir di cuore grato e fedele
    il signore che serve san Cristoforo.

    CXXXIX
    Al quale do questa ballata
    per la sua Donna che ha in s ogni bene;
    se Amor non tutti cos ripaga,
    stupir di questo non mi succede,
    perch al passo l'and a conquistare
    che tenne il re di Sicilia Renato,
    poco parl e assai pi seppe fare
    che non Ettore, o Troilo, abbia fatto.


    BALLATA
    [Ballata per Roberto d'Estouteville]

    Nell'alba, quando freme lo sparviere
    per suo costume, ch il piacer lo punge,
    canta l'allodola in gaudio, riceve
    il compagno e alle sue piume si giunge,
    voglio offrirti, ed a ci mi spinge ardore,
    quel che par buono a chi d'amor si strugge.
    Sappi, nel libro suo lo scrisse Amore;
    e questo  il fine che insiem ci congiunge.

    Senza contrasto, donna del mio cuore
    sarai, fino a che morte mi dissolve.
    Dolce lauro che difende il mio onore,
    schietto olivo che amarezza mi toglie,
    Ragion non vuole che io mi divezzi,
    e a questo suo volere il mio s'aggiunge,
    di servir te, ma che pi mi ci avvezzi;
    e questo  il fine che insiem ci congiunge.

    Quando si abbatte su di me il dolore,
    per la Fortuna che di rabbia schiuma,
    l'occhio tuo dolce sperde il suo furore
    n pi n meno che il vento la bruma.
    Cos non perdo il seme che in te spargo,
    se il frutto m'assomiglia. Dio m'ingiunge
    di zappare il tuo campo e fecondarlo;
    e questo  il fine che insiem ci congiunge.

    O Principessa, odi ci che riassumo:
    che si possa il mio cuor dal tuo disgiungere
    mai non sar; tanto da te presumo;
    e questo  il fine che insiem ci congiunge.

    CXL
    "Item", a ser Gian Perdrier niente,
    come a Francesco suo fratello.
    E s che m'hanno soccorso e sempre
    fatto, dei beni lor, confratello;
    pur se Francesco, che mi  compare,
    lingue scottanti, rosse e infuocate,
    sia con ordini, sia col pregare,
    a Bourges mi ha molto raccomandate.

    CXLI
    Ben ho cercato nel Taillevent,
    al capitolo di fricassa,
    sino in fondo, dietro e davanti,
    n gi n su c' manco l'idea.
    Per Macario,  cosa certa,
    che arrost un diavolo non pelato,
    perch sapesse ben di bruciato,
    mi di, non scherzo, questa ricetta.


    BALLATA.

    In risigallo, polveri arseniose,
    orpimento, salnitro e calce viva,
    in piombo fuso, che sian pi corrose,
    in sego e pece intrisi di lisciva
    fatta di stronzi e piscio di un'ebrea,
    in sciacquature di gambe lebbrose,
    raschi di piedi e di stivali usati,
    sangue d'aspide e droghe velenose,
    fiele di lupi, di volpi e di tassi,
    sian fritte quelle lingue invidiose!

    In cervella di gatto che odia l'acqua
    nero e vecchio, senza un dente in gengiva,
    o d'un vecchio mastino di tal fatta,
    rabbioso nella sua bava e saliva,
    dentro la schiuma di una mula asfittica
    tagliata fine con sottili forbici,
    nell'acqua dove ceffo e muso i sorci
    tuffano, e rospi e bestie perniciose,
    serpi, lacerte e altri nobili soci,
    sian fritte quelle lingue invidiose!

    Nel sublimato, dannoso a toccare,
    sull'ombelico d'una biscia viva,
    nel sangue che i barbieri fan seccare
    e che, allorquando il plenilunio arriva,
    si vede nero o verde pi che oliva,
    in cancro e fistola, in sozzi mastelli
    dove lavan le balie i pannicelli,
    nei lavacri di femmine amorose
    (chi non intende mai vide bordelli)
    sian fritte quelle lingue invidiose!

    Principe, queste cose appetitose,
    se tela, staccio o buratto non hai,
    passa pel fondo di brache merdose;
    ma, prima, negli stronzi di maiali
    sian fritte quelle lingue invidiose!


    CXLII
    "Item", a mastro Andry Couraud mando
    Le confutazioni di Gontier;
    quanto al tiranno che siede in alto,
    non gli domando niente per me.
    L'Ecclesiastico non vuol che contenda
    con il potente un poveraccio,
    perch le sue reti non tenda
    e non cada costui nel suo laccio.

    CXLIII
    Gontier non temo:  senza scorta
    e come me non ha ricchezza;
    ma tra di noi contesa  sorta,
    ch la sua povert egli apprezza,
    esser poveri estate e inverno,
    e felicit vuol stimare
    ci che solo sventura ritengo.
    Chi ha torto? Son qui a disputare.


    BALLATA
    [Le confutazioni di Franc Gontier]

    Su molli piume, ad un braciere accanto,
    un grasso abate, in camera addobbata,
    dama Sidonia distesa al suo fianco,
    bianca, morbida, tenera e agghindata,
    bere ipocrasso, di giorno e in nottata,
    ridere, sbaciucchiarsi e far l'amore,
    nudi, per dare ai corpi agio migliore,
    li vidi tutt'e due da dietro un foro:
    allor capii che per calmar dolore
    il vivere a suo agio  un gran tesoro.

    Se Franc Gontier e la sua Elena avessero
    provato quella vita s beata,
    di agli e cipolle, che l'alito appestano,
    mai fetta bigia avrebbero spalmata.
    Tutte le loro brode, la giuncata,
    non stimo un fico, non per bisticciare.
    Se tra le rose a loro piace stare,
    che  meglio: un letto con la sedia al bordo?
    il caso di sprecar tempo, vi pare?
    Il vivere a suo agio  un gran tesoro.

    Di pane d'orzo e avena vivon quelli,
    e tutto l'anno bevono sol acqua.
    Tutti, da qui a Babilonia, gli uccelli
    a tale prezzo neanche una giornata
    mi terrebbero, n una mattinata.
    Franc Gontier se la spassi a suo piacere
    sotto il rosaio, con Elena insieme:
    non me ne cruccio, se va ben per loro;
    sia quel che sia del campestre mestiere,
    il vivere a suo agio  un gran tesoro.

    Prence, giudica e mettici d'accordo.
    Quanto a me, che nessun se n'abbia a male,
    sin da fanciullo ho udito rammentare:
    il vivere a suo agio  un gran tesoro.


    CXLIV
    "Item", poich la Bibbia sa bene
    madamigella di Bruyres,
    le do il Vangelo da predicare
    fuori in giro con le sue allieve,
    onde porti sulla buona via
    quelle donnine che han lingua fina,
    ma ai cimiteri non stia vicina,
    bens al mercato di biancheria.


    BALLATA
    [Ballata delle Parigine]

    Son regine del linguaggio
    Fiorentine, Veneziane,
    dell'amor pronte al messaggio,
    n da meno son le anziane;
    ma Romane sian, Lombarde,
    Genovesi ( poi cos?),
    Piemontesi, Savoiarde,
    lingua fina  solo qui.

    Del parlar tengono cattedre,
    pare, le Napoletane,
    le Tedesche son di chiacchiere
    gran maestre, e le Prussiane;
    siano Greche od Egiziane,
    Ungheresi (e altre cos),
    o Spagnole o Catalane,
    lingua fina  solo qui.

    Non han Brettoni valore,
    Tolosane, Guasche, Svizzere:
    del Petit Pont due pesciaiole
    le farebbero star zitte;
    Calesiane e Lorenesi,
    Piccarde, Inglesi altres
    (ne ho citati di paesi?);
    lingua fina  solo qui.

    Prence, il lauro offri alle dame
    di Parigi; e sia pur chi
    dice brave alle Italiane,
    lingua fina  solo qui.


    CXLV
    Osservane due, tre, assise
    sull'orlo a pieghe delle vesti,
    nei monasteri, nelle chiese;
    se ti avvicini e fermo resti,
    scoprirai che tali commenti
    Macrobio non li fece mai.
    Ascolta; qualcosa carpirai:
    son tutti buoni insegnamenti.

    CXLVI
    "Item", dono alla collinetta
    di Montmartre, d'antica fama,
    e in pi v'aggiungo quella vetta
    che monte Valeriano si chiama,
    inoltre ancora, un quarto d'anno
    del perdono che portai da Roma:
    e cos andr ogni buon cristiano
    nell'abbazia ove non entra uomo.

    CXLVII
    "Item", cameriere e valletti
    di case agiate (non mi d noia)
    faranno torte e manicaretti,
    e a mezzanotte gran baldoria
    (sette pinte, anche otto,  ben poco),
    finch dormono dama e signore;
    e poi, senza far gran rumore,
    suggerisco dell'asino il gioco.

    CXLVIII
    E alle giovani di buon casato,
    che hanno padri, madri e zie,
    non do niente, in fede mia!,
    ch alle serve ho tutto donato.
    Pur ben poco basterebbe a quelle:
    farebbero molti bocconcini
    la delizia delle poverelle,
    mentre si perdono dai Giacobini,

    CXLIX
    dai Celestini e nelle Certose;
    bench facciano vita tirata,
    tra lor son prodighi in quelle cose
    di cui le misere sono private;
    Giacomina ne fa fede, e Piera,
    e Isabella che dice: Caspita!;
    poich quelle han miseria s nera,
    quasi non ci si danna l'anima.

    CL
    "Item", alla Grossa Margot,
    dolcissimo viso e figura,
    lo giuro su "brulare bigod",
    non poco devota creatura;
    di slancio naturale io l'amo,
    e lei me, la dolce maliarda:
    chi mai l'incontrasse per caso,
    le reciti questa ballata.


    BALLATA
    [Ballata della Grossa Margot]

    Se amo e servo la bella volentieri,
    dovete voi pensarmi vile o grullo?
    Ha grazie in s per tutti i desideri.
    Per amor suo io cingo daga e scudo;
    se vien gente, corro e afferro un boccale,
    al vino filo via senza rumore;
    porgo ad essi acqua, cacio, frutta e pane.
    Gli dico: "Bene stat" se pagan bene;
    tornate quando sarete in calore,
    qui nel bordello che teniamo insieme!

    Ma c' gran malumore quelle volte
    che a letto senza soldi vien Margot;
    non la posso vedere, l'odio a morte.
    Veste, giacchetta e cinta via le porto,
    le giuro che staranno per lo scotto.
    Con i pugni sui fianchi,  l'Anticristo
    grida, e smoccola contro Ges Cristo
    che non sar. Io afferro un legno, e avviene
    che sopra il naso le faccio uno scritto,
    qui nel bordello che teniamo insieme.

    Poi si fa pace, e un gran peto lei scroscia
    pi gonfio d'una blatta pestilente.
    Ridendo, un pugno sul capo mi stende,
    di, di mi dice, e mi batte la coscia.
    Ebbri, un sonno di ghiri poi ci prende.
    Ed al risveglio, se le prude il ventre,
    per non guastarsi il frutto, su me viene.
    Le gemo sotto, pi che un asse piatto;
    con la sua foia mi lascia disfatto,
    qui nel bordello che teniamo insieme.

    Sia vento, gelo, grandine, ho il mio pane.
    Son ruffiano, la puttana mi segue.
    Chi  il migliore? Ciascuno l'altro insegue.
    L'un l'altro vale; tal lepre, tal cane.
    Sozzura amiamo, sozzura a noi viene;
    fuggiamo onor, lui da noi s'allontana,
    qui nel bordello che teniamo insieme.


    CLI
    "Item", a Marion l'Idolle concedo,
    e alla Gianna di Bretagna ancora,
    di tenere una pubblica scuola
    ove al maestro insegna l'allievo.
    Ci tien mercato in ogni sito,
    il carcere di Meung escluso;
    perci: Abbasso l'insegna io dico
    poich il lavoro  si diffuso!

    CLII
    "Item", Natale Jolis qual dono
    nient'altro avr se non di verghe
    un pugno pieno, colte fresche
    nel mio giardino; e l'abbandono.
    Elemosina bella  il castigo,
    nessuno se ne mostri afflitto:
    duecentoventi colpi prescrivo
    vibrati dalla mano di Enrico.

    CLIII
    "Item", non so all'Ospizio che dare,
    e neanche ai poveri ospedali;
    non  luogo e tempo di celiare,
    hanno i poveri fin troppi mali.
    Gli avanzi ognuno a loro rimetta;
    i Mendicanti ebbero la mia oca;
    quelli insomma ne avranno l'ossa:
    infima gente, infima moneta.

    CLIV
    "Item", do a Galerne mio barbiere,
    assai vicino all'Angelotto
    che d'erbolaio fa il mestiere,
    preso in Marna, un ghiacciolo grosso,
    perch con suo comodo sverni.
    Sullo stomaco lo tenga saldo;
    se d'inverno cos si governi,
    l'estate dopo avr un bel caldo.

    CLV
    "Item", ai Trovatelli niente;
    i perduti debbo consolare.
    Da Marion l'Idolle, giustamente,
    questi si debbono ritrovare.
    Di mia scuola ad essi una lezione
    legger, di breve durata.
    Testa non abbiano dura o matta;
     l'ultima. Facciano attenzione!


    [Bella lezione ai ragazzi perduti]

    CLVI
    Ragazzi miei, la pi bella rosa
    voi perdete del vostro cappello;
    scolari dalla mano vischiosa,
    se andate a Scanno o a Sgraffinello,
    badate alla vostra pelle:
    ch, per aver quei luoghi battuto,
    credendo che servisse l'appello,
    Colin de Cayeux l'ha perduto.

    CLVII
    Quello un gioco non  da tre soldi,
    ne va del corpo e forse dell'anima.
    Chi perde, non lo salvan rimorsi
    dal morir con vergogna ed infamia;
    e chi vince non prende Didone,
    regina di Cartagine, in moglie.
    Dunque infame  quell'uomo e ben folle
    che per poco tal pegno depone.

    CLVIII
    Voglio che ancora voi m'ascoltiate!
    Si dice che vin di carrettiere,
    ed  verit, tutto si beve,
    d'inverno al fuoco, al bosco d'estate:
    se danaro avete, non  fisso,
    ma lo spendete subito e tutto.
    Chi ne vedete voi rifornito?
    Mal guadagno non reca mai frutto.


    BALLATA
    [Ballata di buona dottrina]

    Sia che le bolle in giro tu porti,
    che imbroglione tu sia o baro ai dadi,
    coniator di moneta, e ti scotti
    come quelli che son sbollentati,
    vili spergiuri, privi di fede;
    che rubi, arraffi, compia rapine:
    dove va il frutto, non lo si vede?
    Tutto alle bettole e alle sgualdrine.

    Rima, motteggia, strimpella, suona
    cembalo e liuto, abbietto giullare;
    fa' scherzi e imbrogli, piffero intona;
    in citt e borghi va' a recitare
    e farse e ludi e moralit;
    vinci a birilli e carte, a che fine?
    tanto! ascoltate, poi se ne va
    tutto alle bettole e alle sgualdrine.

    Tu le rigetti tali sozzure?
    va' campi e prati ad arare e mietere,
    cura e governa cavalli e mule,
    se in alcun modo non sai di lettere;
    se ti accontenti, viver ti  dato.
    Ma se stigli la canapa, infine
    non di il lavoro, da te sudato,
    tutto alle bettole e alle sgualdrine?

    E brache, vesti, giubbe aghettate,
    tutti gli stracci vostri, alla fine,
    prima di fare peggio, portate
    tutto alle bettole e alle sgualdrine.


    CLIX
    Parlo a voi, compagni di bisboccia,
    mal dell'anima e bene del corpo,
    attenti all'arsura che scotta
    e tinge di nero chi  morto;
    evitatela,  un malo morso;
    contentatevi pi che potete;
    e, Dio mio, vi sia chiaro il ricordo
    che un giorno verr che morrete.

    CLX
    "Item", ai ciechi ora lascio un dono
    (che si posson chiamare i Trecento)
    non di Provins, di Parigi intendo
    ch mi sento obbligato con loro;
    avranno le mie grandi lenti,
    cos voglio, senza l'astuccio,
    per separare, agli Innocenti,
    il galantuomo dal farabutto.

    CLXI
    Qui non c' n riso n scherzo.
    Che gli valsero beni e sostanze,
    giacere in grande, fastoso letto,
    trangugiar vini in grosse pance,
    a feste, danze e godimenti
    esser solleciti sera e mane?
    Finiscon tali divertimenti,
    e solo la colpa rimane.

    CLXII
    Quando considero le teste
    accumulate in questi ossari,
    tutti furono referendari,
    almeno ai Conti gran maestri,
    o tutti furon portafasci:
    l'uno e l'altro posso affermare,
    perch, lanternai o prelati,
    differenza non so trovare.

    CLXIII
    E quelle che si prosternavano
    le une all'altre, quand'erano vive,
    di cui talune comandavano
    dalle altre temute e servite,
    le vedo l tutte finite
    nel grande mucchio in confusione:
    le signorie son loro rapite,
    di maestro e allievo non c' il nome.

    CLXIV
    Tutti son morti, Dio abbia le anime!
    Quanto ai corpi, sono imputriditi,
    siano stati signori o dame,
    in delicati modi nutriti
    di crema, riso o farinate;
    le ossa loro se ne vanno in polvere,
    pi non gl'importa di spassi o risate.
    Il dolce Ges li voglia assolvere!

    CLXV
    Quest' il mio lascito ai trapassati,
    e lo trasmetto alla Giustizia,
    di corti e assise ai magistrati
    nemici d'avarizia l'iniqua,
    che a vantaggio del bene pubblico
    si consumano le ossa e i corpi:
    siano da Dio e da san Domenico
    assolti quando saranno morti!

    CLXVI
    "Item", a Jacquet Cardon niente,
    non che proprio da parte lo metta,
    ma nulla ho per lui di conveniente,
    se non questa mia canzonetta;
    cantata come la Mariannina,
    fatta per Maria la Potarda,
    o come Apri l'uscio, Guglielmina,
    calzerebbe a chi va per mostarda:


    CANZONE.

    Al ritorno da dura prigione,
    dove la vita ho quasi lasciata,
    se mi persegue Fortuna irata,
    com' grande, pensate, il suo errore!
    A me sembra, secondo ragione,
    che dovrebbe sentirsi appagata
              al ritorno.

    Se follia talmente l'ha invasa
    che privar della vita mi vuole,
    si compiaccia rapire il Signore
    lass l'anima nella sua casa
              al ritorno!


    CLXVII
    "Item", a Lomer d'essere amato
    io, rampollo di fata, accordo
    (ma per donna non spasimi molto,
    che abbia nudo o coperto il capo)
    e non gli costi proprio un ette
    rifare quella sciocchezzuola
    cento volte in una sera sola,
    a disdoro d'Uggeri il Danese.

    CLXVIII
    "Item", dono agli amanti malati,
    oltre al lascito di Alain Chartier,
    presso il letto, di lacrime e pianti
    traboccante, un'acquasantiera;
    per aspersorio, un piccolo ramo,
    che sia ben verde, di rosaio,
    se pel povero Villon diranno
    tutto il salterio in suo suffragio.

    CLXIX
    "Item", a mastro James, che s'ammazza
    per accumulare una fortuna,
    do con quante donne gli piaccia,
    fidanzarsi; e sposarne? nessuna.
    Per chi accumula? Per i suoi?
    Piange solo sul proprio boccone:
    credo che quanto fu delle troie
    spetti ai porci, con piena ragione.

    CLXX
    "Item", per premio il Siniscalco,
    che i miei debiti volle saldare,
    sar promosso maniscalco,
    e oche ed anatre potr ferrare.
    Gli mando queste bagattelle
    per scacciare da s la noia;
    ma se vuole, ne faccia fiammelle:
    di cantar bene ben ci si annoia.

    CLXXI
    "Item", due graziosi paggetti
    do al Capitano delle Guardie,
    Filiberto e il grosso Marchetto,
    che serviron, da persone sagge,
    la maggior parte dei loro anni,
    il prevosto dei marescialli.
    Ahim! se han perduto i salari,
    bisogner che vadano scalzi.

    CLXXII
    "Item", a Chappelain sia rimessa
    la cappella che ho dalla tonsura,
    purch dica una messa secca
    che non richiede molta lettura.
    Rassegnato gli avrei la mia cura,
    ma cura d'anime non vuole avere;
    di confessar, dice, non si cura
    ce non le dame e le cameriere.

    CLXXIII
    Poich conosce la mia intenzione
    Gian di Calais, uomo dabbene,
    che da trent'anni non mi vede
    e non sa neppure il mio nome,
    semmai il testamento rivela
    la pi piccola difficolt,
    fin che sia come buccia di mela
    di raschiarlo gli do facolt.

    CLXXIV
    Lo delucidi, lo commenti,
    lo definisca, lo trascriva,
    lo diminuisca, l'aumenti,
    di suo pugno annulli e sopprima;
    se di scrivere non  capace,
    lo interpreti e ne spieghi il senso,
    in meglio o peggio, come gli piace:
    di far tutto ci gli consento.

    CLXXV
    E se qualcuno, a mia insaputa,
    da morte a vita fosse passato,
    libert gli lascio assoluta,
    a che il disposto venga osservato
    e sino in fondo compiuto sia,
    che altrove il lascito trasmetta,
    senza intascarlo per bramosia:
    alla coscienza sua mi rimetto.

    CLXXVI

    "Item", dispongo a Sant'Avoie,
    non altrove, la mia sepoltura;
    e affinch ognuno mi veda l,
    non in carne ed ossa, ma in pittura,
    si tracci a inchiostro la mia figura,
    se troppo non venisse a costare.
    E la tomba? non mi do cura:
    l'impiantito potrebbe sfondare.

    CLXXVII
    "Item", voglio che sulla mia fossa
    quel che segue, senza ornamento,
    sia tracciato a lettere grosse;
    se non ci fosse altro al momento,
    con pietra nera o con carbone,
    senza che il gesso venga intaccato;
    cos almeno sar ricordato
    quale sono, un buon mattacchione:



    EPITAFFIO.

    CLXXVIII

    QUI GIACE E DORME IN QUESTO SOLAIO,
    DALLO STRALE D'AMOR TRAPASSATO,
    UN POVERO PICCOLO SCOLARO,
    CHE FRANCESCO VILLON FU CHIAMATO.
    D'UN PO' DI TERRA MAI FU DOTATO.
    TAVOLE, TRESPOLI, PANE, CESTO,
    OGNUN LO SA, EGLI TUTTO HA DONATO.
    AMEN, DITEGLI QUESTO VERSETTO:

    VERSETTO [o rond]

    RIPOSO ETERNO DAGLI, O SIGNORE,
    LUCE PERPETUA AD ESSO RISPLENDA;
    MAI POSSEDETTE PIATTO O SCODELLA,
    D'UN FILO D'ERBA MANCO IL VALORE.
    FU RASO, IL MENTO, LE CIGLIA, IL CAPO,
    COME SI SCORTICA O SPELLA UNA RAPA,
    RIPOSO ETERNO DAGLI, O SIGNORE.

    SPINTO IN ESILIO FU DA RIGORE
    CHE LA PALA SUL CUL GLI HA PICCHIATO,
    BENCHE': MI APPELLO! AVESSE GRIDATO,
    CHE PAROLA NON E' DA ORATORE.
    RIPOSO ETERNO DAGLI, O SIGNORE.


    CLXXIX
    "Item", voglio che suoni a festa
    la grossa campana, che  di vetro;
    pure ogni cuore tremante resta,
    quando lei suona. Nel tempo addietro,
    ha gi salvato gran buona terra,
    lo sanno tutti: che fosse tuono,
    o gente in armi per fare guerra,
    tutto il male cessava a quel suono.

    CLXXX
    Quattro pagnotte ai campanari,
    e, se son poche, sei ne avranno;
    tante i ricchi non usano dare,
    ma di santo Stefano saranno.
    Vollant  uomo di gran daffare:
    lui sar il primo; a ben guardarla,
    per sette giorni avr da campare.
    E l'altro? Sar Gian della Guardia.

    CLXXXI
    Onde tutto a buon fine portare,
    designo alcuni esecutori,
    coi quali  un piacere trattare
    e che soddisfano i debitori.
    Non sono grandi millantatori
    e han le tasche fornite, e come!
    Saranno loro i direttori.
    Scrivi: di sei ti faccio il nome.

    CLXXXII
    Mastro Martin Bellefaye per primo,
    che ai crimini  luogotenente.
    E il secondo? Ci penso un pochino:
    se tutto ci  di suo gradimento
    e gli garba, messer Colombel
    su di s prender quest'incarico.
    E l'altro? Michele Jouvenel.
    Questi tre soli, e per tutto, incarico.

    CLXXXIII
    Ma in caso che non accettassero,
    paventando le prime spese,
    o totalmente rifiutassero,
    quelli che seguono, mi preme
    istituire, gran gente dabbene:
    Filippo Brunel, degno scudiere,
    e l'altro, Raguier voglio intendere,
    che subito appresso gli viene.

    CLXXXIV
    E l'altro, mastro Giacomo James,
    tre uomini ligi e onorati,
    che vogliono salvare l'anima,
    di Nostro Signore timorati.
    Anche a rimetterci son pronti
    pur che abbia quest'atto esecuzione;
    non avran revisore dei conti:
    se la faccia ognun da padrone.

    CLXXXV
    Colui che ai testamenti  preposto
    non c'entrer nemmeno un po';
    avr un giovin prete il suo posto,
    che ha nome Tommaso Tricot.
    Volentieri a sue spese berrei,
    mi dovesse il cordone costare!
    Se alle palle sapesse giocare,
    "il Buco Pierina" gli darei.

    CLXXXVI
    Quanto poi alle luminarie,
    sar Guglielmo del Ru l'addetto.
    Per reggere i lembi del sudario,
    agli esecutori mi rimetto.
    Barba, capelli, pi che mai
    mi dolgono, pube e sopraccigli.
    Mi stringe il male, tempo  ormai
    che a tutti quanti merc io gridi.


    BALLATA
    [Ballata del merc]

    A Certosini e a Celestini,
    a Mendicanti e religiose,
    a bighelloni e damerini,
    a serventi e donne vezzose
    con gonnelle e giacchini stretti,
    a sdilinquiti spasimanti
    che, fieri, portan stivaletti,
    io grido merc a tutti quanti.

    A ragazze coi seni fuori
    per avere clienti d e notte,
    a gaglioffi e schiamazzatori,
    a giocolieri con marmotte,
    a matti e matte, a stolti e stolte,
    che van sei a sei, zufolanti,
    a mocciosetti ed a marmocchie,
    io grido merc a tutti quanti.

    Ma non a quei vili mastini,
    che rosicchiare croste dure
    mi hanno fatto sera e mattina;
    di tre stronzi non ho pi paura.
    Gli farei peti e rutti davanti;
    non posso, perch son disteso.
    Comunque, a evitare contese,
    io grido merc a tutti quanti.

    Che il costato a loro si schianti
    con mazzuole robuste e grevi,
    con piombate e simili arnesi.
    Io grido merc a tutti quanti.


    ALTRA BALLATA.

    Qui giunge a fine il testamento
    fatto dal povero Villon.
    Venite al suo seppellimento,
    appena in giro udrete il suono,
    in veste rosso vermiglione;
    d'amor fu martire al morire:
    questo giur sul suo coglione,
    quando volle di qui partire.

    Vi assicuro ch'egli non mente;
    fu scacciato come un cialtrone
    dai suoi amori astiosamente,
    tanto che, da qui a Rossiglione,
    non v' cespuglio n macchione
    che non avesse (a che mentire?)
    un lembo del suo sottanone,
    quando volle di qui partire.

    Ed  cos e similmente
    mor da misero straccione;
    per di pi, l'aizzava, morente,
    d'Amor spietato il pungiglione;
    ben pi aguzzo dell'ardiglione
    d'una cinghia l'ebbe a sentire
    (cosa che a noi stupore impone),
    quando volle di qui partire.

    Principe, leggiadro falchetto,
    sappi che fece al dipartire:
    bevve un sorso di vin moretto,
    quando volle di qui partire.
    POESIE DIVERSE.


    I
    BALLATA
    [Ballata del buon consiglio]

    Uomini persi, da ragione alieni,
    voi snaturati e fuor di conoscenza,
    privi di senno, colmi di demenza,
    pazzi sviati, d'ignoranza pieni,
    che agite contro la vostra esistenza,
    precipitando verso indegna morte
    per vil bassezza, ahim, non vi rimorde
    l'orrore che all'infamia vi assoggetta?
    Di giovani pi d'uno  andato a morte
    per usurpare ci che ad altri spetta.

    Veda ciascuno dentro s l'errore,
    non vendichiamoci, abbiamo pazienza;
    questo mondo, sappiamo,  una prigione
    per i virtuosi scevri da impazienza.
    Percuotere, picchiare, non  scienza,
    predar, rubare ed ammazzare a torto.
    Non pensa a Dio, dal vero si distorce
    chi giovinezza in tali errori getta,
    e infine i pugni dolorosi torce
    per usurpare ci che ad altri spetta.

    Che val piaggiare, nel riso tradire,
    frodar, mentire ed affermare il falso,
    preparare veleni, imbrogli ordire,
    vivere in colpa, dormir diffidando
    degli altri sempre sfiducia mostrando?
    Per questo, al bene tendiamo ogni sforzo,
    pigliam cuore, cerchiamo in Dio conforto,
    mai giorno certo per noi si prospetta;
    sui nostri cari  il mal nostro ritorto
    per usurpare ci che ad altri spetta.

    Viviamo in pace, non pi in disaccordo;
    In vecchi e giovani sia pieno accordo:
    Legge lo vuol, fa espliciti richiami
    L'apostolo nel suo scritto ai Romani;
    Ordine occorre e occupazione certa.
    Non si lasci, badiamo, il vero porto
    per usurpare ci che ad altri spetta.



















    II
    BALLATA
    [Ballata dei proverbi]

    Tanto raspa la capra che mal giace,
    tanto va l'orcio all'acqua che si spacca,
    tanto si scalda il ferro che par brace,
    tanto lo picchia il maglio che lo fiacca,
    tanto l'uom vale quanto lo si apprezza,
    tanto va lungi che ignoto diviene,
    tanto  malvagio che lo si disprezza,
    tanto si grida Natale! che viene.

    Tanto uno parla che si contraddice,
    tanto val fama che grazia ottenuta,
    tanto promette l'uom che si disdice,
    tanto invochi una cosa ch' ottenuta,
    tanto  pi cara e pi vien ricercata,
    tanto si cerca che alfin la si ottiene,
    tanto  pi facile e meno invocata,
    tanto si grida Natale! che viene.

    Tanto ami il cane che lo vuoi sfamare,
    tanto vola canzon che la si apprende,
    tanto si serba un frutto che va a male,
    tanto assalti fortezza che si arrende,
    tanto ritardi che manchi l'impresa,
    tanto si ha fretta che mal sopravviene,
    tanto si abbraccia che cede la presa,
    tanto si grida Natale! che viene.

    Tanto ti beffi che poi pi non ridi,
    tanto si spende che nudi si resta,
    tanto si  larghi che si  bell'e fritti,
    tanto val: Prendi! che cosa promessa,
    tanto ami Dio che alla Chiesa ti unisci,
    tanto si dona che chieder conviene,
    tanto va il vento che in brea finisce,
    tanto si grida Natale! che viene.

    Prence, tanto va il folle che riviene,
    tanto egli vive che alfin si ricrede,
    tanto lo battono che si ravvede,
    canto si grida Natale! che viene.
    III
    BALLATA
    [Ballata delle cose ovvie]

    Conosco la mosca nel latte,
    conosco dall'abito l'uomo,
    conosco l'inverno e l'estate,
    conosco dal melo il suo pomo,
    conosco l'albero dalla gomma,
    conosco ci che  manifesto,
    conosco chi  pigro e chi sgobba,
    conosco tutto, fuorch me stesso.

    Conosco la giubba dal colletto,
    conosco il frate dalla tonaca,
    conosco il signore dal valletto,
    conosco dal velo la monaca,
    conosco dal gergo il truffaldino,
    conosco il folle al formaggio avvezzo,
    conosco dalla botte il vino,
    conosco tutto, fuorch me stesso.

    Conosco il cavallo ed il mulo,
    conosco la soma e il fardello,
    conosco Beatrice e Isabella,
    conosco il getton che fa numero,
    conosco il sonno e la visione,
    conosco dei Boemi l'eccesso,
    conosco il potere di Roma,
    conosco tutto, fuorch me stesso.

    Prence, tutto conosco, in effetto,
    conosco faccia florida e spenta,
    conosco Morte che tutto annienta,
    conosco tutto, fuorch me stesso.









    IV
    BALLATA
    [Ballata delle controverit]

    Non c' vigore che avendo fame,
    n buon servigio che di nemico,
    n masticare che un po' di strame,
    n buona guardia che di assopito,
    n clemenza che di prepotente,
    n sicurezza che di vigliacco,
    n fede che di miscredente,
    n saggezza che d'innamorato.

    N bel generare che in postribolo,
    n buon nome che d'uomo bandito,
    n stima che a negare un debito,
    n riso che dopo un pugno in viso,
    n amor vero che in adulazione,
    n buon incontro che a scalognato,
    n stretto vincolo che finzione,
    n saggezza che d'innamorato.

    N riposo che vivendo in ansia,
    n buon saluto che dire: Crepa!,
    n vanto che di falsa moneta,
    n salute che in gonfia pancia,
    n grande audacia che codardia,
    n buon senno che in forsennato,
    n dolcezza che in donna stupida,
    n saggezza che d'innamorato.

    Verit chi udirla da me vuole?
    Il piacer non  che in malattia,
    La storia vera, che nelle fole,
    L'uomo vile, che il prode soldato,
    Orrendo suono, che melodia,
    N saggezza che d'innamorato.







    V
    BALLATA
    [Ballata contro i nemici della Francia]

    Sia assalito da mostri fiammeggianti,
    come Giason, cercando il vello d'oro;
    o sia mutato in bestia per sett'anni,
    come accadde a Nabucodonosr;
    o soffra guerra cos fiera e danni
    come i Troiani per il ratto d'Elena;
    o sotterra con Tantalo e Proserpina
    sia nelle inferne paludi inghiottito;
    o pi che Giobbe sia in grande afflizione,
    imprigionato dentro il Labirinto,
    chi mostri al regno di Francia avversione!

    Per quattro mesi in un vivaio canti,
    come lo smergo col capo affondato;
    o sia venduto al Gran Turco in contanti,
    per esser l come un toro aggiogato;
    o come Maddalena stia trent'anni,
    di lino o lana, senza vestir panni;
    come Narciso egli venga annegato,
    come Assalonne, appeso per il crine,
    o, come Giuda, da Disperazione;
    di Simon Mago possa aver la fine,
    chi mostri al regno di Francia avversione!

    Possa tornare d'Ottaviano il tempo,
    per colargli nel ventre il suo tesoro;
    sia tra mole rotanti messo dentro
    in un mulino, come san Vittore;
    o inghiottito nel mar, senza pi lena,
    peggio di Giona in corpo alla balena;
    dalla luce di Febo sia reietto
    dai beni di Giunone e dal diletto
    di Venere; da Marte a umiliazione
    come Sardanapalo sia costretto,
    chi mostri al regno di Francia avversione!

    Prence, dai servi d'Eolo sia portato
    nella foresta ove Glauco  padrone;
    di pace e di speranza sia privato:
    ch di virt non pu esser dotato
    chi mostri al regno di Francia avversione!


    VI
    RONDO'.

    Giannino l'Arrivato,
    vattene ai Bagni,
    e col arrivato
    Giannino l'Arrivato,

    poi nudo lvati,
    nelle vasche bgnati.
    Giannino l'Arrivato,
    vattene ai Bagni.







    BALLATA
    [Ballata del concorso di Blois]

    Muoio di sete accanto alla fontana,
    caldo di fuoco e i denti sto battendo;
    il mio paese mi  terra lontana;
    presso un braciere abbrividisco ardendo;
    nudo qual verme, in ricco vestimento,
    rido nel pianto e sto senza sperare;
    mi d conforto il triste disperare;
    gioisco eppur non ho piacere alcuno;
    sono potente e nulla posso fare,
    bene accolto, respinto da ciascuno.

    Niente mi  certo quanto l'incertezza;
    oscuro, se non ci ch' pi evidente;
    dubbi non ho se non nella certezza;
    stimo la scienza casuale accidente;
    io vinco tutto e mi trovo perdente;
    all'alba, Buona sera! vo dicendo;
    paura ho di cadere, se mi stendo;
    ho beni miei e di scudi non uno;
    erede di nessun, lasciti attendo,
    bene accolto, respinto da ciascuno.

    Di niente ho cura, pur sempre m'affanno
    di far ricchezze, e ad esse non pretendo;
    chi pi mi dice il vero, pi m'inganna;
    chi meglio parla,  quel che pi m'offende;
     amico mio colui che mi fa credere
    d'un cigno bianco che sia un corvo nero;
    chi nuoce, credo m'aiuti a dovere;
    il falso, il vero, oggi mi son tutt'uno;
    ricordo tutto, e pur niente so intendere,
    bene accolto, respinto da ciascuno.

    Prence clemente, or vogliate comprendere
    che molto intendo e non ho senno alcuno:
    fazioso sono, a ogni legge obbediente.
    Che fare pi? I miei pegni riprendere,
    bene accolto, respinto da ciascuno.



    VIII
    EPISTOLA A MARIA D'ORLEANS
    [Detta della nascita di Maria d'Orlans]
    "Jam nova progenies celo demittitur alto".

    I
    O Concezione benedetta
    mandata dai cieli quaggi,
    del nobil giglio gemma eletta,
    dono prezioso di Ges,
    MARIA, graziosissimo nome,
    fonte di grazia e misericordia,
    gioia, ai miei occhi consolazione,
    che pace a noi prepara e porta!

    II
    La pace,  da dire, dei ricchi,
    dei poveri sostentamento,
    rovina degli empi e dei gretti,
    necessario concepimento,
    fatto e portato degnamente
    senza il peccato originale,
    che dire posso santamente
    d'eterno Dio bene ineffabile!

    III
    Nome caro, del popolo gioia,
    luce ai buoni, dai mali riparo;
    del dolce signore prima e sola
    figlia, estratta da sangue preclaro,
    dal fianco di Clodoveo tratta;
    in ogni aspetto effigie gloriosa,
    nel cielo formata e ritratta,
    la pace a spandere gioiosa!

    IV
    Di Dio nell'amore e rispetto
    concepita nei cesarei fianchi,
    ovunque da piccoli e grandi
    accolta con sommo diletto,
    dall'amor di Dio tratta, tessuta,
    per dare l'unione ai discordi
    e ai reclusi libert perduta,
    sciogliere i loro ceppi e nodi.

    V
    Alcuni, che poco comprendono,
    di grulleria tutti imbevuti,
    col volere di Dio contendono,
    dall'ignoranza posseduti,
    che foste maschio hanno sperato;
    ma se non , m'aiuti il Signore,
    grande vantaggio s' rivelato.
    Dio fa sempre nel modo migliore.

    VI
    Del Salmista prendo il versetto:
    "Mi colmasti di gioia, o Signore,
    con l'opera tua", cos  detto:
    di fausta nascita, inclita prole,
    destinata ad ogni dolcezza,
    manna del Cielo, celeste dono,
    del ben fare la ricompensa,
    dei nostri mali vero perdono!


    [DOPPIA BALLATA]

    Per quanto in un libro abbia letto:
    "Quale nemico riterrai
    chi ti loder in tuo cospetto",
    nondimeno, io credo che mai
    uomo sincero abbia celato
    in fondo al suo cuore un gran bene,
    senza averlo qua e l mostrato:
    del bene si deve dir bene.

    Giovanni Battista cos fece,
    che l'Agnello di Dio rivel,
    non per questo male egli fece,
    la sua voce alle turbe vol;
    cosicch sant'Andrea, sebbene
    non sapesse di Lui, Dio lod
    e al Figlio suo si consacr:
    del bene si deve dir bene.

    Ges Cristo quaggi vi ha mandato
    per richiamare a voi i derelitti
    dal duro Rigore proscritti
    e che avversa Fortuna ha sviato.
    Cosa sia di me, ora so bene:
    da Dio, da voi, vita mi  data.
    Benedetta chi v'ha portata!
    Del bene si deve dir bene.

    Riconosco, davanti al Signore,
    che un'anima sarebbe perduta,
    senza la vostra dolce venuta,
    fervida e possente in amore,
    che risuscita e riconforta
    ci che Morte credeva suo bene;
    la presenza vostra mi conforta:
    del bene si deve dir bene.

    Completa vi rendo obbedienza
    Ragione a far questo mi porta,
    con ogni mia povera forza;
    dolore non pi mi tormenta,
    n altra pena d'alcuna sorta.
    L'esistenza mia v'appartiene;
    Diritto, Dovere mi esorta:
    del bene si deve dir bene.

    O grazia e piet tanto immensa,
    di pace la soglia e la porta,
    somma di benigna clemenza,
    che i nostri falli toglie e porta,
    se dal lodarvi mi distolgo
    d'ingrato il nome ben mi conviene,
    perci a questo verso ritorno:
    del bene si deve dir bene.

    Principessa, a voi lode rivolgo,
    che senza voi non sarei niente.
    A voi e a tutti lo ricordo:
    del bene si deve dir bene.

    VII
    Opra di Dio, degna, lodata
    come nessun'altra creatura,
    di tutti i beni e virt dotata,
    sia di spirito che di natura
    e di quelli, diciamo, casuali,
    di balascio o rubino pi pura;
    giusta di Catone la scrittura:
    "I figli seguon l'orme dei padri".

    VIII
    Contegno fermo, aspetto posato,
    pi che non pu natura umana,
    trentasei anni quasi mostrate;
    niente all'infanzia in voi richiama.
    Di dirlo adesso e ad ogni istante
    non so chi possa farmi divieto.
    A proposito, richiamo un detto:
    Da saggia madre saggia infante.

    IX
    Quindi riassumo ci che ho detto:
    "Ecco che una nuova progenie",
    ch del poeta  questo il detto,
    "dall'alto dei cieli a noi viene".
    Saggia Cassandra, splendida Eco,
    degna Giuditta, casta Lucrezia,
    nobil Didone, vi confermo
    per mia signora e principessa.

    X
    Dio pregando, degna pulzella,
    che vi dia vita felice e lunga,
    colui che v'ama, o damigella,
    l'invidia altrui non lo raggiunga.
    Signora perfetta e completa,
    spero servire voi, finch, certo,
    se Dio vuole, di vita non esca
    il povero scolaro FRANCESCO.










    IX
    EPISTOLA
    [Epistola agli amici]

    Piet di me, piet, vi prego, abbiate
    almeno, amici miei! Qui giaccio adesso
    in una fossa, non sotto le frasche
    in questo esilio nel quale mi ha messo
    Fortuna, come Dio gliel'ha permesso.
    Ragazze amanti, freschi giovinetti,
    bravi a danzar, saltar, fare scambietti,
    vivi dardi, saettanti stoccate,
    gole con squilli di sonagli schietti,
    il povero Villon qui lo lasciate?

    Voi, senza legge e a piacer canterini,
    gaudenti allegri, fervidi in trovate,
    girandoloni, come l'oro fini,
    teste briose, un pizzico sventate,
    quello si muore, ch troppo indugiate.
    Di rond facitori e di mottetti,
    dopo morto, gli farete brodetti!
    Dov', non entrano lampi o ventate;
    l'hanno fasciato con dei muri spessi.
    Il povero Villon qui lo lasciate?

    In qual pietoso stato egli , vedete,
    libera da tributi, o nobil gente,
    che a re n a imperator nulla dovete,
    ma al Dio del Paradiso solamente;
    nei giorni grassi digiuna talmente
    che i denti ha gi pi lunghi di rastrelli;
    dopo pan secco, non dopo tortelli,
    acqua si versa in pancia a gran sorsate;
    sta in terra, non ha tavola e puntelli.
    Il povero Villon qui lo lasciate?

    Principi miei, anziani, giovincelli,
    chiedetemi grazia e regi suggelli
    dentro una cesta lass mi tirate!
    L'un per l'altro cos fanno i porcelli:
    se uno grugnisce, a branchi corron quelli.
    Il povero Villon qui lo lasciate?

    X
    ISTANZA A MONSIGNORE DI BORBONE.

    O mio signore e prence rispettato,
    fior dei gigli, real progenitura,
    Franois Villon, che Travaglio ha prostrato
    a botte secche, a suon di battitura,
    con quest'umile scritto prega ansioso
    che gli facciate un prestito grazioso.
    Ad impegnarsi  pronto in tribunale,
    fate gi conto perci sulla resa:
    senza perderci frutti e capitale,
    voi non ci rimettete che l'attesa.

    A un principe, oltre a voi, non ha mai chiesto
    un soldo il vostro suddito obbligato.
    Ha trasformato in cibo gi da un pezzo
    i sei scudi che gli avete imprestato.
    Tutto si pagher, com' dovere,
    e avverr facilmente e in tempo breve;
    ch, se di ghiande la foresta veda
    presso Patay, e di castagne il mercato,
    senza indugio sarete rimborsato:
    voi non ci rimettete che l'attesa.

    Se la salute vendere a un Lombardo
    potessi, ch' usuraio per natura,
    s mancanza di soldi m'ha stregato
    che, penso, correrei quell'avventura.
    Scudi non ho alla giubba o alla cintura;
    Signor del cielo! il fatto che al mio sguardo
    mai croce appaia, non voglio mentire,
    se non di legno o pietra,  gran sorpresa;
    se la vera potesse a me apparire,
    voi non ci rimettete che l'attesa.

    Prence del giglio, che al bene compiace,
    se voi sapeste come mi dispiace
    quando riuscir non posso in un'impresa!
    Ben mi capite; aiutarmi vogliate:
    voi non ci rimettete che l'attesa.

    "Sul retro della lettera"

    Ors, mia lettera, spiccate un salto;
    sebbene piedi o lingua non abbiate,
    con la vostra orazione dimostrate
    quanto il bisogno mi prende d'assalto.


















    XI
    IL CONTRASTO DEL CUORE E DEL CORPO DI VILLON.

    - Che sento? - Son io! - Chi? - Sono il tuo cuore,
    non pi che a un esile filo attaccato:
    non ho pi forza, sostanza n umore,
    nel vederti l solo e ritirato,
    come un cane in disparte accovacciato.
    - Perch questo? - Per la tua insensatezza.
    - Che te ne importa? - Ne provo amarezza.
    - Ma lasciami! - Perch? - Ci penser.
    - Quando? - Appena uscir di fanciullezza.
    - Altro non dico. - Mi contenter.

    - Che pensi? - Diventar uomo valente.
    - Hai trent'anni. - Questa  l'et di un mulo.
    - E' infanzia? - Oh, no! - E' follia che ti prende?
    - Per dove? Per il collo? - Non sai niente.
    - Ma s! - Che? - Mosca nel latte, sicuro;
    tra il bianco e il nero c' ben differenza.
    - E' tutto? - Vuoi che la lite riprenda?
    Se non ti basta, ricomincer.
    - Tu sei perduto! - Far resistenza.
    - Altro non dico. - Mi contenter.

    - Io ne ho tristezza, tu, male e dolore.
    Se tu fossi un idiota o fuor di mente,
    cercar potresti scuse in tuo favore:
    ma bello o brutto, per te non fa niente.
    O pi d'un sasso la tua testa  dura,
    o anteponi all'onor tale bruttura!
    Di', che rispondi a questa deduzione?
    - Ne sar fuori quando morir.
    - Dio, che conforto! Che saggia orazione!
    Altro non dico. - Mi contenter.

    - Donde viene il tuo mal? - Da sorte ria.
    Saturno, nel legarmi il fagottello,
    vi mise, credo, i miei mali. - E' follia!
    Sei suo signore, non il suo zimbello.
    Leggi quello che scrive Salomone
    nel libro suo: L'uomo saggio s'impone
    agli astri e al loro influsso. - Non ci credo;
    tale e quale mi fecero, sar.
    - Che dici? - Certo! solo a questo io credo.
    - Altro non dico. - Mi contenter.

    - Vuoi vivere? - Che Dio me lo consenta!
    - Ti occorre... - Che? - Rimorso di coscienza,
    leggere sempre. - In che cosa? - In scienza,
    lasciare i folli! - S, ci penser.
    - Ricordalo! - Me lo ricordo bene.
    - Non aspettar che volga a dispiacere.
    Altro non dico. - Mi contenter.












    XII
    PROBLEMA
    [Ballata della Fortuna]

    I dotti mi chiamarono Fortuna,
    che, Francesco, assassina osi chiamare,
    tu che non godi rinomanza alcuna.
    Per povert ben altri consumare
    faccio in fornace, e in miniera scavare;
    se vivi con vergogna, a che lagnarti?
    Non sei solo, perci non lamentarti.
    Vedi ed osserva i miei antichi fatti,
    molti uomini prodi morti e sfatti;
    clmati, le tue accuse fa' cessare,
    ch sei rispetto a loro un lavapiatti.
    Villon, ascolta, lascia tutto andare!

    Contro potenti re gi sono insorta,
    nel tempo addietro che fin qua  passato:
    Priamo uccisi e tutta la sua scorta,
    torre non valse a lui, rocca o steccato;
    forse che Annibale indietro  restato?
    Per mio comando Morte l'ha ghermito
    a Cartagine, e pur Scipione ha estinto;
    vendetti Giulio Cesare al Senato;
    fu in Egitto Pompeo da me spacciato;
    in un gorgo annegai Giasone in mare;
    Roma e i Romani una volta ho bruciato.
    Villon, ascolta, lascia tutto andare!

    Alessandro, che tanto ha guerreggiato,
    che da vicin le Gallinelle ha scorto,
    il suo corpo da me fu avvelenato;
    sul suo vessillo, in campo, stesi morto
    re Arfaxad. E' cos che mi comporto.
    Cos ho fatto e cos continuer:
    altra causa o ragione non dar.
    L'idolatra Oloferne ho condannato:
    dormiva, e da Giuditta fu ammazzato
    nella sua tenda, con il suo pugnale;
    e Assalonne? Fuggiva, e l'ho impiccato.
    Villon, ascolta, lascia tutto andare!

    Perci, Francesco, stammi ad ascoltare:
    se da me, senza Dio, potessi fare,
    n a te n ad altri straccio lascerei,
    ch, per un male, dieci ne farei.
    Villon, ascolta, lascia tutto andare!


















    XIII
    [QUARTINA]

    Io sono Franois, il che mi pesa,
    nato a Parigi, presso Pontesa
    e dalla corda lunga una tesa
    sapr il mio collo quanto il culo pesa.















    L'EPITAFFIO DI VILLON.
    (Ballata degli impiccati)

    Fratelli umani, che ancor vivi siete
    non abbiate per noi gelido il cuore,
    ch, se piet di noi miseri avete,
    Dio vi dar pi largo il suo favore.
    Appesi cinque, sei, qui ci vedete.
    La nostra carne, gi troppo ingrassata,
     ormai da tempo divorata e guasta;
    noi ossa, andiamo in cenere ed in polvere.
    Nessun rida del mal che ci devasta,
    ma Dio pregate che ci voglia assolvere.

    Se vi diciam fratelli, non dovete
    averci a sdegno, pur se fummo uccisi
    da giustizia. Ma tuttavia, sapete
    che di buon senno molti sono privi.
    Poich siam morti, per noi ottenete
    dal figlio della Vergine celeste
    che inaridita la grazia non resti
    e che ci salvi dall'orrenda folgore.
    Morti siamo: nessuno ci molesti,
    ma Dio pregate che ci voglia assolvere.

    La pioggia ci ha lavati e risciacquati,
    e il sole ormai ridotti neri e secchi;
    piche e corvi gli occhi ci hanno scavati,
    e barba e ciglia strappate coi becchi.
    Noi pace non abbiamo un sol momento:
    di qua, di l, come si muta, il vento
    senza posa a piacer suo ci fa volgere,
    pi forati da uccelli che ditali.
    A noi dunque non siate mai uguali,
    ma Dio pregate che ci voglia assolvere.

    O Ges, che su tutti hai signoria,
    fa' che d'Inferno non siamo in bala,
    che debito non sia con lui da solvere.
    Uomini, qui non v'ha scherno o ironia,
    ma Dio pregate che ci voglia assolvere.



    XV
    LODE ALLA CORTE

    [Richiesta alla Suprema Corte]

    Miei cinque sensi tutti: orecchi e bocca,
    voi occhi e naso, e il sensitivo, inoltre,
    membra mie tutte, che il peccato sporca:
    Voi, per cui siamo qui, sovrana Corte,
    al posto suo ciascuno voglia dire,
    ci avete risparmiato di perire.
    Poich da sola non pu la favella
    farvi lodi bastanti, ora parliamo
    insieme, figlia dell'alto Sovrano,
    madre dei buoni, agli angeli sorella!

    Spzzati, cuor, trafiggiti col ferro,
    e non essere, almeno, pi indurito
    dell'aspra, grigia rupe del deserto
    onde il popolo ebreo venne lenito:
    sciogliti in lacrime, per ringraziare;
    quale umil cuore in dolce sospirare,
    loda la Corte unita al Sacro Impero,
    dei Francesi fortuna, buona stella
    agli stranieri, nata in sommo Cielo,
    madre dei buoni, agli angeli sorella!

    Voi, denti miei, scrollatevi e davanti
    balzate tutti insieme e ringraziate,
    d'organo, tromba e bronzo pi sonanti;
    di masticare pena non vi date;
    gi morto potrei essere, pensate,
    voi tutti, milza fegato polmone
    che respiri; e tu corpo mio peggiore
    d'orso o di porco che sta nella melma,
    prima del peggio, alla Corte da' lode,
    madre dei buoni, agli angeli sorella!

    Prence, tre d vogliatemi accordare
    per rifornirmi ed i miei salutare;
    soldi non ho n in banca, n in scarsella.
    Gloriosa Corte, "fiat", senza obiettare,
    madre dei buoni, agli angeli sorella!

    XVI
    DOMANDA AL CARCERIERE
    [Ballata dell'appello]

    Che dite, Garnier, del mio appello?
    Ho agito con senno o pazzia?
    Ogni bestia ha cara la pelle;
    costretta o legata che sia,
    si scioglie, se pu, e fugge via.
    Quando per arbitrario volere
    mi cantarono quell'omelia,
    era tempo per me di tacere?

    Se di Capeto fossi erede,
    che fu del ceppo dei beccai,
    nel macello col bavaglio bere
    non m'avrebbero fatto mai.
    L'inghippo riuscite a vedere?
    Ma quando, per falso giudizio,
    si pronunci l'ingiusto supplizio,
    era tempo per me di tacere?

    Credevate che sotto il cappello
    avessi tanto acume raro
    da dire ai giudici: Mi appello?
    Ne avevo, s, ve lo dichiaro,
    pur se diffido di un tal parere.
    Ma quando, presente il notaro:
    Sarai impiccato! dissero,  chiaro,
    era tempo per me di tacere?

    Prence, avessi avuto la pipita,
    sarei dov' Clotario a giacere,
    come una spia nei campi ritta.
    Era tempo per me di tacere?









    BALLATE ARGOTICHE.


    BALLATA I.

    A Parigi il grande Monte-allegria
    dove anneriti sono i gonzi e appesi,
    che sbirri a caccia di bricconeria
    in cinque o sei han pizzicati e presi.
    L in cima gl'imbroglioni stan sospesi
    per dondolarsi in alto, messi al vento.
    Le gattabuie solide schivate,
    ch i ladri, dalle ventole mozzate,
    vanno da tutto a niente in un momento.
    Occhio al maestro di corde annodate!

    Filate dritti sui ricchi passanti,
    sul minchione puntate bene gli occhi
    e datevela a gambe per i campi
    che sul palco non siate a nozze smorti
    pi che un sacco non sia di gesso bianco,
    se da quei cani siete accalappiati.
    Fiutateli a distanza quei dannati,
    e tutt'e due le chiappe gli mostrate,
    che a doppia morsa non siate inceppati.
    Occhio al maestro di corde annodate!

    Fate sparire i vostri ganci e arnesi,
    per paura dei venti secchi e duri
    e di finir sulla paglia distesi
    stivati in gabbia tra pesanti muri.
    Prendete il largo e pi non siate duri,
    che a sciorinare voi non siate messi
    dal grande Capo; non siate perplessi
    a dir panzane e sempre infinocchiate
    onde poterli ripulire, i fessi.
    Occhio al maestro di corde annodate!

    Principe, che i forzieri scassinate,
    se un dei merli non fosse addormentato,
    su, all'erta, per non esser pizzicato,
    ch raccogliere il peggio non dobbiate.
    Occhio al maestro di corde annodate!

    BALLATA II

    Conchigliari che a Scanno andate,
    io vi ripeto di badare
    che corpo e pelle non ci lasciate
    perch Colin de Cayeux cantare
    l'han fatto innanzi al giustiziere.
    Blater per salvarsi il collo,
    ma non sapeva darla da bere,
    e il cordaio gli rompe il midollo.

    Spesso cambiatevi di stracci,
    guadagnate un posto elevato,
    e la gabbana non v'impacci
    nel galoppare a perdifiato.
    Il Montigny per un tal fatto
    d'esempio fu sul rompicollo,
    arring la folla dall'alto,
    e il cordaio gli rompe il midollo.

    Gaglioffi esperti a buggerare,
    per liberarvi dai picchiasodo,
    alla larga, senza accoppare.
    Non tocchi ai bulli per raccolto
    d'esser di piombo a punte inzeppati,
    che la gola raschia all'allocco,
    lontan da terra sollevati,
    e il cordaio gli rompe il midollo.

    Principe, attento a non far la pelle
    pur se ti manca grana o malloppo,
    che non ti resti in bocca l'appello
    pel cordaio che rompe il midollo.











    BALLATA III.

    Spennatori
    che a tutte le ore
    infilate la borsa
    a colpo sicuro,
    e quando fa scuro
    ai fessi cavate la scorza:
    per subire, quei grulli, a forza
    si lascian la grana soffiare
    senza sbraitare
    n ragliare,
    ma come canne son piantati ritti
    dai tonti che sono dei dritti.

    Spesso sulle panche
    delle loro ganze
    si lascian tutti pelare,
    per ribaltare
    e montare,
    e per la bella tendiamo agguati,
    voi stando l presso appostati,
    e gi due o tre colpi
    ai cascamorti
    in testa due o tre colpi,
    e tutti a nanna saran spediti
    per i tonti che sono dei dritti.

    Per ci, minchioni,
    compagnoni,
    scansate il Monticello
    che vi svuota
    il budello
    e andar vi fa di gran corsa,
    a voler trescare e fregare,
    ci che ai fessi costa caro
    per pestare
    e freddare
    gli angeli di marcio imbottiti,
    per i tonti che sono dei dritti.

    Per paura del trave reale
    e delle scale,
    scaltritevi in furberie
    e trufferie
    e l sui giunchi non state fitti,
    per i tonti che sono dei dritti.



















    BALLATA IV.

    Drittoni, che aprite e vuotate
    cofani zeppi di baiocchi,
    con le puttane altrove filate!
    Furbi ruffaldi siete, miei sciocchi.
    Dopo il colpo, da quei ribaldi
    va il puzzone a far le soffiate.
    Fratelli, state abbottonati
    e attenti alle gabbie sprangate.

    Se appesi alle grinfie restate
    di quegli angeli bene unghiati,
    subitamente, mantelli e cappe,
    per il boia sarete spacciati,
    ben diritti, non certo sdraiati,
    con le gole dai ferri strozzate.
    Perci, attenti a non esser ficcati
    nelle grosse gabbie sprangate.

    I tordi che si fanno beccare
    ai mercati finiscono in fretta.
    Il meglio che vi tocchi  gustare
    le quattro code della sferza.
    Rizza i capelli fino alla punta
    quando le gole sono bloccate,
    e cos tende la pera a punta,
    nell'uscir dalle gabbie sprangate.

    Principe di maestri gaglioffi,
    fa' che i compagni non sian beccati;
    per non sibilare nei cofani
    attento alle gabbie sprangate!











    BALLATA V.

    Furboni furbi in furberia,
    nel lavorare state attenti,
    o il vostro seme Tosca invia
    dove pendono i vostri ascendenti.
    Alzate i tacchi e via filate,
    ch nappa avreste gocciolosa,
    all'erta che presi non siate
    dalla zampa di chi vi sposa.

    Contrastate la sporca genia
    quando ben bene vi avr spogliati,
    non  da forca la ruberia
    degli angeli e loro affiliati.
    Il soffione, potendo, stendete;
    se v'incastra la ciurma rabbiosa,
    presto la terra saluterete
    per la zampa di chi vi sposa.

    La togata masnada evitate,
    ditele: Crepa! senza sognare,
    che a sudare sul palo non siate
    a conciarvi le cuoia e seccare.
    Prendete il largo e non tardate,
    o avrete nappa gocciolosa;
    fottete altrove, non vi fermate,
    per la zampa di chi vi sposa.

    Principe di sciocchi a soggiorno,
    scappate in alto per via del boia,
    e guardatevi bene d'intorno
    per la zampa di chi vi sposa.











    BALLATA VI

    Compagnoni di gozzoviglia,
    sempre bianco per nero intendete,
    fate fuori nel parapiglia
    le ben sistemate monete.
    Ripulite le borse a man bassa,
    e guardatevi dalla morsa
    che butta ai grulli vento in faccia,
    facendo loro fare la smorfia.

    Guai a battere la ganascia,
    che il peggio non abbia il vostro corpo,
    e che lontano dalle braccia
    del torcicollo non sia posto.
    Il bianco prendi, il nero lascia,
    affonda l'unghie nella borsa,
    perch avere la sberla in faccia
    fa ai minchioni fare la smorfia.

    Rifilate le vostre patacche
    or qua, or l, per soldi veri;
    il grande zelo non risparmiate
    dei santi padri lungo i sentieri.
    Abbiate grinta sufficiente
    per appioppar la merce vostra,
    ma vi sia chiaro nella mente
    che non vi faccian fare la smorfia.

    Chi non ha, Principe, l'ardire
    per schivare il mercato dei porci,
    terror del gancio, nel bollire,
    fa agl'imbecilli fare la smorfia.











    APPENDICE.
    Documenti giudiziari relativi alla biografia di Villon.


    RIASSUNTO
    delle arringhe  pronunciate  davanti  al  "Parlement"  nel  corso  del
    processo intentato dall'Universit di Parigi (1) contro la Prevostura,
    a seguito della giornata del 9 maggio 1453. (4-14 giugno 1453).]


    Marted,       quinto       giorno       di      giugno      dell'anno
    millequattrocentocinquantatr, presidente Merle.
    Tra il rettore e l'Universit di Parigi,  istanti,  da  una  parte,  e
    Messer  Robert  d'Estouteville,  cavaliere,  prevosto  di Parigi,  M.e
    [Matre] Jean Bezon,  suo  luogotenente  criminale,  M.e  Jean  Catin,
    procuratore  del  Re  nostro  sire  allo Chtelet di Parigi,  Henry le
    Fvre,  Jacques  Boucher,   Nicolas  Rosnel,   Jean  Aymart,   giudice
    istruttore,  Thomas le Maire, notaio, Jean Joulain, Geoffroy Cotereau,
    Clment Rincerton,  Gervaisot le Fvre,  Jean d'Auvergne e Jean Bedon,
    sergenti regi,  tutti convenuti,  dall'altra. Luillier, per i suddetti
    rettore  e  Universit,  dopo  aver  dichiarato  che  per  il  momento
    tralascer  di dire alcune cose riguardanti il suddetto prevosto,  per
    il fatto che non  presente,  stante la malattia  che  lo  ha  colpito
    [...]  dice  che   noto,  per quanto riguarda l'Universit di Parigi,
    quale grande istituzione sia nella Chiesa e in questo regno fatto  per
    introdurre scienza e sapienza,  e che,  "inter mundana",  non c' cosa
    pi grande e pi nobile dell'Universit di Parigi, e perci non v' da
    meravigliarsi che i re di Francia l'abbiano onorata;  e  sostiene  che
    l'hanno  onorata in due modi: primo,  per il fatto che il Re la chiama
    "filiam carissimam",  per la qual cosa la suddetta Universit e i suoi
    membri  godono  della speciale protezione del Re loro padre;  secondo,
    per i grandi privilegi che i re le hanno accordato  e  senza  i  quali
    essa  non  pu  reggersi  e  governarsi;  e i prevosti di Parigi hanno
    l'obbligo di rispettare detti privilegi e all'atto della  loro  nomina
    giurano  di  rispettarli  e pronunciano altri giuramenti inerenti allo
    stesso oggetto,  giuramenti che anche i loro luogotenenti  e  sergenti
    devono pronunciare e,  in primo luogo, il prevosto deve far giurare ai
    cittadini di Parigi che, qualora vengano a conoscenza di qualche torto
    fatto da un laico a un maestro o scolaro  della  predetta  Universit,
    rendano leale testimonianza e consegnino i colpevoli.
    "Item",  giura  di  condurre l'inchiesta in modo obiettivo e di punire
    secondo le necessit del  caso,  posto  che  il  colpevole  si  voglia
    scolpare dell'accusa.
    "Item",  giura  di  far  proteggere  gli  scolari  da  ogni ingiuria o
    prevaricazione,  e di non arrestarli e incarcerarli per nessun  reato,
    se non in caso di necessit e,  in tal caso, li arrester e consegner
    immediatamente alla chiesa e,  se non sar possibile farlo data l'ora,
    li  far  custodire  in  qualche luogo rispettabile per consegnarli il
    giorno dopo alla chiesa stessa.  Il  suddetto  prevosto  deve  altres
    giurare di convocare, ogni due anni, gli officiali suoi dipendenti per
    esporre loro e far giurare quanto sopra.  Premesso tutto questo,  dice
    che il giorno di San Nicola ultimo  scorso  furono  commessi  parecchi
    gravi  soprusi  contro  il  rettore,  l'Universit e i suoi membri,  e
    risulta per  certo  che  in  quel  giorno,  di  mattina,  il  suddetto
    prevosto,  il  suo  luogotenente  criminale M.e Jean Catin e altri qui
    sopra nominati,  si portarono  verso  Saint-Hilaire  col  pretesto  di
    rimuovere  una  pietra che si trovava sulla montagna Sainte-Genevive,
    arrestarono indifferentemente tutti gli  scolari  senza  che  avessero
    colpa  alcuna  e,  nel  rimuovere la detta pietra,  un sergente (crede
    trattarsi di Charpentier) afferr uno  scolaro  e  gli  gett  via  il
    berretto.  Quindi si recarono in una casa contrassegnata dall'immagine
    di Santo Stefano e dove abita M.e Andry Bresquier, che in quel momento
    si trovava a Saint-Julien-le-Pauvre per  assistere  alla  celebrazione
    della  messa,  sfondarono porte e finestre,  irruppero nella casa,  vi
    trovarono soltanto il valletto.
    Usc un sergente che disse al suddetto luogotenente che  dentro  c'era
    gente;  al  che  il luogotenente rispose: Rompete tutto,  portate via
    tutto,  e se qualcuno si ribella,  uccidete tutti!.  Ed essi  presero
    quanto  trovarono  nella suddetta casa: biancheria,  letti,  lenzuola,
    utensili di cucina, libri, cedole relative a grosse somme di denaro, e
    altri  beni.   Di  l  andarono  in   un'altra   casa   contrassegnata
    dall'immagine di San Nicola,  abbatterono porte e finestre,  trovarono
    il valletto e una giovane donna intenta a  preparare  la  minestra;  e
    c'era  il suddetto luogotenente,  ed essi,  stanchi di compiere simili
    imprese,  presero nella casa del suddetto M.e Andry una botte di vino,
    ne  bevvero  a  volont e quindi lo posero in vendita alla voce per un
    denaro;  e poi collocarono tutto il bottino e la suddetta donna su una
    carretta.  Di l andarono nella casa di Coquerel,  prevosto di Amiens,
    grande pedagogo,  presso il quale sta un uomo  insigne,  di  nome  M.e
    Darien, che governa gli scolari; bussarono a un uscio che era chiuso e
    murato.  Il suddetto maestro venne a parlare con loro e disse che,  se
    avevano bisogno di qualcosa,  avrebbe provveduto a farglielo dare e  a
    spalancare tutto;  ci nonostante, essi sfondarono quell'uscio e altri
    sette,  arrestarono da trenta a quaranta scolari,  fecero condurre per
    via San Giacomo la carretta sulla quale c'erano le pietre, la suddetta
    donna e una cappa.
    Jean  Brain indoss una veste presa nella prima casa sopra menzionata,
    si copr il viso con il cappuccio e, cos acconciato,  lo trascinavano
    per  le  braccia per deridere gli scolari,  lo spingevano da una parte
    all'altra dicendogli: Dove sono i tuoi compagni?.  E a un  tale  che
    riconobbe il suddetto Brain dissero che facevano ci per schernire gli
    scolari; indi presero un giovane di nome Boisincourt, lo condussero al
    Petit-Chtelet,  lo  chiusero  in una prigione fino alle dieci,  senza
    dargli n da bere n da mangiare,  e dopo lo lasciarono andare  dietro
    impegno  che  avrebbe portato loro quattro soldi,  condussero anche il
    suddetto valletto al Grand-Chtelet,  dove rimase da diciotto a  venti
    ore  senza  bere  n mangiare.  E tutto questo fu fatto al mattino dal
    prevosto e dai suoi officiali,  contravvenendo ai  suddetti  privilegi
    secondo  i  quali  anche coloro che sono al servizio degli scolari non
    devono essere arrestati e imprigionati.
    A seguito dei fatti suesposti,  i maestri  si  recarono  dal  suddetto
    prevosto  per  reclamare  la libert degli scolari,  senza riuscire ad
    ottenerla,  e perci chiesero al rettore di  provvedere,  e  dopo  una
    riunione  tenutasi  per  sua decisione,  fu stabilito che lui stesso e
    altri con lui si sarebbero recati dal prevosto a chiedere la  consegna
    dei suddetti scolari imprigionati. Vi andarono a gruppi di nove, senza
    portare coltelli. M.e Jean Hue, maestro in teologia, espose il caso al
    prevosto,  il  quale  rispose  loro  che  avrebbe fatto consegnare gli
    scolari e che la richiesta era legittima.  Sulla via del  ritorno,  il
    rettore,  scendendo  per via Jouy che  molto stretta,  si imbatt nel
    commissario Henry le Fvre, che era accompagnato da alcuni sergenti, i
    quali,  armati di tutto  punto,  appena  il  rettore  fu  passato,  si
    scagliarono contro la massa degli scolari.  Ne nacque un parapiglia, e
    il  suddetto  Henry  grid:  Aiuto,  al  Re,  alle  armi,   a  morte,
    ammazzate! che sono parole di incitamento alla violenza,  e non c'era
    alcun motivo di fare una cosa simile;  e subito furono brandite spade,
    asce  e  daghe.  Gli scolari cominciarono a fuggire;  alcuni cercavano
    riparo nelle case,  altri nei giardini  o  altrove;  e,  nella  grande
    confusione ci fu un omicidio, commesso nella persona di M.e Raymond de
    Mauregart,  giovane scolaro buono e tranquillo;  e crede che sia stato
    Charpentier a sferrargli il colpo.
    Fu anche colpito un canonico di  Saint-Denis-du-Pas  e  altri  scolari
    furono  raggiunti  alla  schiena,  alle  braccia  e in varie parti del
    corpo;  ci furono anche  parecchi  valletti  che  si  misero  a  menar
    fendenti, e alcuni gridavano che ce n'erano troppi. In tutto questo ci
    fu  istigazione  alla  violenza,  omicidio e infrazione del diritto di
    immunit;  ma,  non contenti  di  ci,  alcuni  di  questi  malfattori
    sbarravano gli sbocchi delle strade per impedire la fuga agli scolari,
    altri  sorvegliavano  le  porte  di  San Gervasio perch quelli non vi
    entrassero, ponendosi cos in franchigia.
    Furono fatti cordoni di sbarramento,  per cui nel pigia-pigia parecchi
    scolari caddero,  e uno fin a terra per ben due volte, e per salvarsi
    si vot a San Michele,  dove  andato.  Charpentier,  non soddisfatto,
    alz la mano sul rettore,  brandendo la daga,  gridando e bestemmiando
    che l'avrebbe trascinato dal prevosto,  e con  lui  ce  n'erano  altri
    trenta.  Il  rettore  gli disse che era gi stato dal prevosto e aveva
    avuto soddisfazione,  e  il  proprietario  della  casa  contrassegnata
    dall'Elmo che sopraggiunse, allontan il rettore e lo scort, e mentre
    questi imboccava la via della Vnerie,  veniva avanti dalla Clouterie,
    con l'arco in mano,  un tale di nome Colet,  il quale diceva  che  gli
    scolari tentavano di sfondare l'uscio del prevosto,  e avrebbe colpito
    il rettore se un uomo non glielo avesse  impedito.  Jean  Aymart,  con
    altri cinque o sei sergenti,  gridava: Ammazzate,  perdio! ce ne sono
    troppi!.   M.e  Jacques  Boucher  and  a  portar   via   ogni   cosa
    nell'edificio di via Saint-Hilaire e, avendo Jean Hubert affermato che
    l'uccisione dello scolaro era un fatto molto doloroso, il luogotenente
    lo  fece  arrestare e incarcerare al Puits,  dicendogli che non doveva
    parlarne;  e i sergenti conducevano dal prevosto tutti gli scolari  in
    fuga che incontravano.
    Il  luogotenente  sopraggiunse  a  questo punto: trov che il prevosto
    voleva liberarli,  e gli disse che era mal fatto e che il  suo  dovere
    era  di  farli  gettare  nel  fiume.  La  sera dello stesso giorno,  i
    sergenti,  compiute le suddette bravate,  si recarono nella  casa  del
    luogotenente,  il quale chiese loro come stavano le cose,  ed essi gli
    riferirono che molti erano i feriti,  e quello  rispose  che  dovevano
    fare a meno di andare l.
    E  Barillier,  sigillatore,  vedendo  la zuffa,  corse fuori dalla sua
    casa,  and da un  vicino  a  chiedere  un'ascia,  grid:  Ammazzate,
    ammazzate! e, preso uno scolaro con la daga alzata, lo trascin via e
    non si sa che cosa ne abbia fatto.
    E  Catin,  procuratore  del  Re  presso lo Chtelet,  fu presente alle
    violenze del mattino,  e quando gli venne chiesto che cosa si  dovesse
    fare  di uno scolaro,  rispose: Arrestatelo,  arrestatelo,  portatelo
    via!.
    E dice che l'Universit,  al fine di avere riparazione per le ingiurie
    subite, si  rivolta al Re e a questa Corte che rappresenta il Re, per
    ottenere immediata giustizia e, facendo istanza in tal senso, conclude
    contro gli imputati predetti,  convenuti in giudizio,  fatta eccezione
    per il prevosto, stante il fatto che non  presente.
    E ci  facendo,  chiede  che  siano  condannati  e  costretti,  ognuno
    separatamente,  a fare onorevole ammenda nei riguardi dell'Universit,
    del rettore e di tutti gli altri che hanno  subto  ingiuria,  a  capo
    scoperto senza cintura,  in ginocchio,  a piedi nudi, tenendo ciascuno
    in mano un cero acceso del peso di quattro libbre, dichiarando di aver
    fatto e commesso le cose suddette in  modo  malvagio  e  disonesto,  e
    chiedendo perdono al Re, alla giustizia e all'Universit. E ancora che
    i  sergenti,  e  in  primo  luogo  quelli  che  si sono resi colpevoli
    dell'omicidio suddetto, siano posti su una carretta,  ciascuno con una
    corda  al  collo,  e  condotti per fare onorevole ammenda davanti allo
    Chtelet, alla Porte-Baudoyer e davanti a San Bernardo.

    [Segue la richiesta di sospensione dalle sue funzioni del luogotenente
    e di varie ammende pecuniarie e altri risarcimenti  riparativi  per  i
    vari  imputati.  Come  rappresentante  della  madre  e dei parenti del
    defunto scolaro M.e Raymond de Mauregart,  Luillier chiede inoltre che
    tutti  coloro  i  quali  saranno  riconosciuti  colpevoli  o  complici
    dell'assassinio  siano  condannati  a  fare  onorevole   ammenda   nei
    confronti della madre e dei parenti,  nonch a versare tra l'altro,  a
    titolo di risarcimento, duemila scudi.  Prende poi la parola M.e Simon
    per il procuratore generale del Re.]

    Simon,  per  il  procuratore  del  Re,  dice  che  il  prevosto il suo
    luogotenente e  il  procuratore  del  Re  presso  lo  Chtelet  devono
    rispondere  personalmente  dei  reati  loro  ascritti  e,  dato che il
    prevosto non  per il momento presente di persona,  chiede che compaia
    il  gioved successivo per essere interrogato.  Dopo di ci,  e quando
    sar stato risposto per i commissari e  i  sergenti,  esporr  le  sue
    conclusioni.
    Dopo  di  che,  Simon  legge  al  predetto  luogotenente i reati a lui
    contestati,  perch vi risponda di persona.  Primo:  quanto  al  reato
    contestatogli,  e  cio di aver detto,  all'atto di rimuovere la detta
    pietra,  che se qualcuno si fosse ribellato,  gli avrebbe spaccato  la
    testa  con  un colpo d'ascia,  il predetto luogotenente nega il fatto,
    dopo aver giurato di dire la verit.
    "Item",  quanto all'imputazione di essere andato,  mentre veniva tolta
    la  detta  pietra,  nella  casa di Santo Stefano,  dove furono presi e
    portati via molti oggetti di valore e abbattute porte e finestre, dice
    che molti scolari hanno commesso gravi violenze,  come quella di  aver
    strappato e distrutto,  di notte,  con gran tumulto, le insegne appese
    alle case della citt,  gridando: Ammazzate,  ammazzate! per far  s
    che  la  gente  aprisse  le finestre per vedere cosa succedeva.  Hanno
    altres divelto i ganci delle  beccherie  di  Sainte-Genevive,  hanno
    razziato delle galline a Saint-Germain-des-Prs,  hanno fatto violenza
    a una giovane donna a Vanves,  hanno strappato dalla casa di una  dama
    della  citt una pietra denominata il "Peto del Diavolo",  che serviva
    da limite,  e l'hanno portata sul monte Saint-Hilaire.  Quindi l'hanno
    tolta,  armati,  dal Palazzo di Giustizia, dov'era stata collocata, vi
    hanno portato dei grossi puntelli per metterli  sotto  la  saracinesca
    del portone,  perch non venisse abbassata,  e hanno detto al portiere
    che l'avrebbero ucciso se non si fosse ritirato nella sua abitazione.
    In seguito si sono recati alle Halles,  per impadronirsi della "Scrofa
    che fila" e,  per il fatto che la scala,  a quanto si dice, era troppo
    corta,  lo scolaro che vi era salito per raggiungere la detta insegna,
    cadde a terra e,  a quanto si dice,  mor.  Poi di nuovo sono andati a
    prendere nella casa della predetta dama un'altra pietra  che  essa  vi
    aveva fatto collocare,  l'hanno chiamata la "Loffa", hanno fissato con
    grosse strisce di ferro e gesso la detta grossa pietra sulla  montagna
    Sainte-Genevive  e  ogni  notte  vi hanno danzato intorno al suono di
    flauti e tamburi.  L'altra pietra l'hanno  fissata  sul  monte  Saint-
    Hilaire   e   su   questa   hanno  sistemato  un'altra  pietra  lunga,
    costringendo i passanti e,  in special modo,  gli officiali del  Re  a
    giurare di rispettare i privilegi della "Loffa",  e tutte le domeniche
    e i giorni di festa hanno posto  un  cappello  di  fiori  sulla  detta
    pietra.  E  quando  il  prevosto  e  lui  stesso si recarono lass per
    riprenderla,  questa aveva una corona di rosmarino.  Per tali cose che
    sono  deplorevoli,  e il tumulto della folla che era grande,  e per il
    fatto che il numero degli scolari aumentava  e  che  questi  si  erano
    vantati di avere il "Cervo" per celebrare il matrimonio della "Scrofa"
    e dell'"Orso",  e anche il "Pappagallo" per darlo alla "Scrofa" quando
    l'avrebbero maritata, il prevosto,  il dichiarante e altri inquisitori
    e  sergenti  si  recarono  sulla  montagna  Sainte-Genevive per farsi
    restituire la detta pietra e le insegne.
    Ma il mattino prima che ci andassero,  alcuni scolari che si trovavano
    in via Saint-Denis, davanti a Saint-Laurent, dissero che non avrebbero
    avuto  tanto  coraggio  da  andarci  e che,  se vi fossero andati,  vi
    sarebbero state delle teste rotte.  E aggiunge  che,  appena  arrivati
    sulla  montagna  Sainte-Genevive,  il prevosto si ferm nella casa di
    Vaudetar, situata l vicino.  E rimossa la pietra,  il dichiarante non
    diede  mai l'ordine di caricarla sulla carretta,  n sa chi ve la fece
    caricare, perch si rec subito nella suddetta casa di Vaudetar,  dove
    bevve  un  sorso  e  di  l pass nella casa di Saint-Etienne,  perch
    quelli che stavano dentro erano ritenuti responsabili delle cose sopra
    descritte.  Vi furono trovati le insegne e due  leve  insanguinate,  i
    ganci  delle  beccherie  di  Sainte-Genevive,  un  piccolo  cannone e
    moltissime spade. Diede l'ordine di aprire, il che non venne fatto,  e
    perci egli disse a un sergente di abbattere l'uscio.  Il sergente gli
    fece notare che gli occupanti erano armati,  ed egli rispose  che  non
    dovevano lasciarsi sopraffare,  che il Re doveva essere al di sopra di
    tutti e che quanto si trovava nella detta casa  fosse  caricato  nella
    carretta. Il prevosto pass di l e a lui il dichiarante disse che era
    necessario  provvedere  alle porte abbattute;  ma i sergenti non erano
    rimasti sul posto a causa del fatto che uno scolaro  aveva  detto  che
    bisognava ammazzare tutti quei delinquenti dei sergenti e, per questo,
    il  dichiarante  incaric  M.e  Jacques  Boucher di sorvegliare i beni
    della casa, ma personalmente egli non ha sottratto nulla.
    "Item",  quanto all'imputazione  di  avere  esclamato,  dopo  che  uno
    scolaro  si  fu  allontanato:  Inseguitelo!  E'  un  poco  di  buono,
    dev'essere ammazzato!,  nega,  e dice che entr nella casa di  Blais,
    perch  da questa si passa nella casa di Saint-Nicolas,  e che essendo
    allo Chtelet, vi mand Boucher per sorvegliare i beni.
    "Item",  quanto all'imputazione di aver lasciato che  si  mettesse  la
    donna  sulla  carretta in sua presenza,  e che si ponesse un cappuccio
    alla "Scrofa che fila", che per non vi fu lasciato perch un sergente
    disse che non  era  cosa  ben  fatta,  e  di  avere  permesso  che  si
    impegnasse  una veste per trenta parigini,  dichiara di non sapere chi
    fece mettere la donna sulla carretta e che,  in quanto al resto,  egli
    non c'entra per nulla.  Dice che diede unicamente l'ordine di condurre
    la donna allo Chtelet, e non vide n cappa n cappuccio.
    "Item",  quanto al fatto che egli  avrebbe  chiesto,  dopo  la  zuffa,
    mentre  si  trovava all'incrocio Guillory,  se c'era qualche morto,  e
    quando gli fu riferito che ce n'era  uno,  avrebbe  risposto:  Poteva
    fare a meno di andarci,  dichiara che fu il cerusico,  il quale aveva
    visitato lo scolaro,  a dirgli che era morto,  ed  egli  rispose:  Mi
    dispiace.
    Successivamente, M.e Jean Catin, procuratore del Re presso lo Chtelet
    di  Parigi,   dopo  aver  giurato  di  dire  la  verit,   interrogato
    sull'addebito che gli viene mosso,  e cio di avere affermato  che  se
    qualcuno si permetteva di ridere o di sbeffeggiare lo avrebbe messo in
    prigione,  dichiara che fu presente in nome del Re e in qualit di suo
    procuratore ai fatti del mattino,  e non scese mai da cavallo,  ma che
    non sa assolutamente se ha pronunciato le parole suddette e, se mai le
    avesse pronunciate non ritiene di aver fatto niente di male.
    [...]  E  quanto  all'addebito di aver fatto imprigionare Himbert,  il
    luogotenente fusaio, il luogotenente dice che il rettore pass davanti
    al Petit-Chtelet nel momento in cui egli stava dandosi da fare per la
    liberazione degli scolari imprigionati. M.e Jean Hue venne a parlargli
    e pretese di condurlo dal  prevosto,  ed  egli  gli  rispose  che  ci
    avrebbe  ritardato  il  suo lavoro,  e inoltre disse al rettore che il
    prevosto si trovava al Grand-Chtelet. Poco dopo,  Bedon,  il quale ha
    affermato,  interrogato in proposito,  che il valletto del fratello di
    lui dichiarante gli aveva riferito che uno scolaro  aveva  colpito  un
    sergente di nome Echalais,  venne da lui al Petit-Chtelet e gli disse
    che il prevosto non si trovava affatto al Grand-Chtelet, per cui egli
    scese  per  poterlo  riferire  al  rettore,   ma  questi  si  era  gi
    allontanato.
    E  per  il  fatto  che  alcuni  scolari  delle ultime file proferivano
    minacce e rumoreggiavano,  egli fece chiudere il  portone  del  Petit-
    Chtelet,  e quand'ebbe finito il proprio lavoro, se ne and a casa e,
    poco dopo,  uno degli uomini del prevosto arriv a cavallo e gli disse
    di  andare  da  quest'ultimo,  al  far  che  egli  fece  difficolt  e
    finalmente ci and;  e passando per la via Robert Tibout  incontr  il
    predetto  fusaio  il quale andava dicendo che c'erano molti morti,  ed
    egli rispose: Ribaldo,  non cercate altro che  tumulto,  e  lo  fece
    mettere in prigione, ma subito dopo ordin di liberarlo.
    Interrogato  perch non abbia fatto arrestare Charpentier e gli altri,
    risponde che non sapeva chi era responsabile del fatto.

    [La Corte aggiorna il processo e convoca il prevosto di Parigi per  il
    giorno successivo (2)].











    LETTERA
    di  remissione  concessa  dal  re  Carlo Settimo a matre Franois des
    Loges,  altrimenti detto di Villon,  reo di omicidio nella persona  di
    Philippe Chermoye, prete (3).


    Carlo,  per  grazia  di  Dio,  re  di Francia.  Rendiamo noto a tutti,
    presenti e venturi,  di  aver  ricevuto  l'umile  supplica  di  matre
    Franois des Loges,  altrimenti detto di Villon,  dell'et di ventisei
    anni o  all'incirca,  nella  quale  si  espone  che  il  giorno  della
    festivit  del  Corpus Domini ultimo scorso,  di sera dopo cena,  egli
    stava seduto per svagarsi su un sedile  di  pietra  situato  sotto  il
    quadrante  dell'orologio  di Saint-Benot-le-Bientourn,  nella grande
    via Saint-Jacques della nostra citt di Parigi, nel chiostro del quale
    Saint-Benot il predetto supplicante risiedeva, ed erano assieme a lui
    un tale di nome Gilles, prete,  e una donna di nome Isabeau,  ed erano
    all'incirca  le nove.  In tale luogo sopraggiunsero Philippe Chermoye,
    prete, e matre Jean le Mardi,  il quale Chermoye,  appena ebbe scorto
    il  supplicante,  gli  disse:  Perdio!  vi  ho trovato,  e subito il
    predetto supplicante si alz per dargli posto, dicendogli: Amico mio,
    per quale motivo siete cos adirato?, e il predetto Chermoye,  mentre
    il supplicante si alzava per dargli posto, lo spinse indietro con tale
    violenza da costringerlo a sedersi nuovamente. Ci vedendo, i suddetti
    Mardi,  Gilles  e  Isabeau,  pensando  che  il  predetto  Chermoye,  a
    giudicare dal modo con cui si era presentato,  fosse venuto  solo  per
    attaccar   briga   e   infastidire   il   predetto   supplicante,   si
    allontanarono,  e rimasero soltanto  il  supplicante  e  Chermoye,  il
    quale,  poco dopo,  volendo mettere in atto e portare a compimento con
    deliberato proposito il suo malvagio e deprecabile intento, trasse una
    grande daga da sotto la veste e colp il supplicante  al  viso,  sulle
    labbra,  fino a causargli grande perdita di sangue, come fu constatato
    e si pu constatare tuttora. E vedendo ci,  il supplicante,  il quale
    per la sera indossava un mantello e, sotto di questo, portava una daga
    appesa  alla  cintura,  al  fine  di  evitare  il furore e la malvagia
    intenzione del predetto  Chermoye,  temendo  di  essere  ulteriormente
    assalito  e  danneggiato nella persona,  trasse la daga e lo colp,  a
    quanto gli sembra, all'inguine o l vicino,  senza rendersi conto,  al
    momento, di averlo colpito. E persistendo il predetto Chermoye nel suo
    proposito di ammazzare il supplicante, incalzandolo e investendolo con
    molte ingiurie e minacce, il detto supplicante trov ai suoi piedi una
    pietra  che  prese e scagli sul viso del predetto Chermoye;  e subito
    dopo lo lasci e si allontan,  e ripar presso un  barbiere  di  nome
    Fouquet per farsi medicare.  E dopo averlo medicato, il detto Fouquet,
    dovendo fare il suo rapporto,  chiese al supplicante  il  suo  nome  e
    quello  della  persona  che  lo  aveva  ferito.  Al che il supplicante
    rispose fornendo il nome del predetto  Chermoye,  affinch  il  giorno
    successivo fosse fermato e incarcerato, e si qualific egli stesso col
    nome  di  Michel  Mouton.  Dopo  tale  fatto,  svoltosi come riferito,
    sopraggiunsero sul luogo dove giaceva,  dentro il chiostro,  il  detto
    Chermoye  che  aveva  ancora  la  sua  daga,  alcune  persone  che  lo
    trasportarono in un edificio dello stesso chiostro;  qui fu visitato e
    medicato,  e  il giorno dopo fu condotto all'ospedale dove,  il sabato
    successivo,  a causa dei colpi  ricevuti,  per  mancanza  di  adeguata
    assistenza  o  (4)  altro,  pass  da vita a morte.  A seguito di tale
    fatto,  il supplicante,  temendo  il  rigore  della  giustizia,  si  
    allontanato  dal  territorio  e  non oserebbe mai ritornare se non gli
    fosse concessa in proposito la nostra grazia e misericordia,  per  cui
    chiede  umilmente che,  in considerazione del fatto che per il passato
    egli ha sempre tenuto buona e onorevole  condotta,  senza  essere  mai
    stato accusato, indiziato o imputato di altri reati, fatti biasimevoli
    o  riprovevoli,  noi  vogliamo concedergli nel presente caso la nostra
    suddetta grazia e misericordia.  Per il che  noi,  considerato  quanto
    sopra,  volendo  preferire  misericordia  a  rigore  di giustizia,  al
    supplicante, per il fatto sopra esposto, abbiamo rimesso,  condonato e
    perdonato e, con la presente, per nostra grazia speciale, pieno potere
    e  autorit  regia,  rimettiamo,  condoniamo  e  perdoniamo  il  fatto
    sopraddetto,  con ogni pena,  ammenda e punizione corporale,  penale e
    civile, nelle quali egli potesse essere incorso nei confronti nostri e
    della  giustizia,  unitamente  ad ogni sentenza contumaciale,  bando o
    atto d'appello,  che per questo fatto ne fossero  o  potessero  essere
    derivati;  e l'abbiamo restituito e lo restituiamo alla sua buona fama
    e reputazione e ai suoi beni non confiscati,  fatta la riparazione  in
    via  civile  solamente  in quanto non sia stata fatta,  e su tutto ci
    imponiamo  perpetuo  silenzio  al  nostro  procuratore.  Diamo  perci
    mandato, con la presente, al prevosto di Parigi o al suo luogotenente,
    e  a  tutti  gli  altri  nostri  ufficiali  di  giustizia  o  ai  loro
    luogotenenti attuali e venturi,  e a ognuno di loro per quanto di  sua
    competenza,   acciocch   della   nostra  presente  grazia,   condono,
    remissione e perdono facciano,  permettano e lascino che  il  predetto
    supplicante  possa  godere  e  usufruire pienamente e tranquillamente,
    senza molestarlo, tormentarlo e limitarlo nella persona e nei beni, n
    ora n in avvenire,  in nessun modo;  e se mai la sua persona o alcuno
    dei  suoi  beni  sono  o fossero per questo fatto presi,  sequestrati,
    fermati o limitati, li rimettano o facciano rimettere immediatamente e
    senza indugio in piena libert;  e affinch ci  sia  cosa  legalmente
    stabilita  e  definita  per  sempre,  abbiamo  fatto apporre il nostro
    sigillo alla presente,  salvo il nostro diritto  nelle  altre  cose  e
    quello altrui in tutte.

    Dato  a  Saint-Pourain  nel  mese  di  gennaio  dell'anno  di  grazia
    millequattrocentocinquantacinque e trentaquattresimo del nostro regno.



    LETTERA
    di remissione concessa dal re  Carlo  Settimo  a  matre  Franois  de
    Montcorbier, colpevole dell'omicidio di Philippe Sermoise, prete.


    Carlo,  per  grazia  di  Dio,  re  di Francia.  Rendiamo noto a tutti,
    presenti e venturi,  di aver ricevuto l'umile supplica di Franois  de
    Monterbier (5),  "matre s arts", nella quale si espone che il giorno
    della festivit del Corpus Domini ultimo scorso, alle ore nove di sera
    o press'a poco,  mentr'egli si trovava nella grande via Saint-Jacques,
    a  Parigi,  davanti  alla  chiesa di Saint-Benot e sotto il quadrante
    dell'orologio della stessa,  in compagnia di un tale di nome Gilles  e
    di una donna di nome Isabeau, nel quale luogo stavano conversando dopo
    cena,  sopraggiunse un certo Philippe Sermoise, prete, il quale era in
    compagnia  di  un  certo  matre  Jean  le  Mardi,   che  il  predetto
    supplicante  sollecit  e  invit  a sedersi,  facendo loro posto.  Al
    supplicante  il  predetto  Philippe  Sermoise,   mosso  da   malanimo,
    bestemmiando Dio,  disse e rivolse queste parole: Matre Franois, vi
    ho trovato. Siate certo che vi dar una lezione.  E ci malgrado,  il
    supplicante,  non  risentito,  gli chiese se era adirato,  offrendogli
    nuovamente posto a sedere,  e  dicendogli:  Signor  messer  Philippe,
    siete  in collera?  Vi ho fatto un torto?  Che cosa volete da me?  Non
    credo di avervi offeso in nulla.
    E scendendo fino alla porta del chiostro di Saint-Benot,  il predetto
    Philippe Sermoise, volendo mettere in atto il suo deprecabile intento,
    trasse una daga da sotto la veste e con essa men un colpo al viso del
    supplicante,  con  tale  violenza  che gli spacc le labbra con grande
    perdita di sangue. Vedendo ci,  quelli che erano in loro compagnia si
    allontanarono, cosicch il supplicante e il predetto Sermoise rimasero
    soli;  e allora il supplicante, vedendosi ferito con grande perdita di
    sangue,  constatando la malvagia intenzione del  predetto  Philippe  e
    volendo porvi riparo,  trasse una daga che teneva sotto il mantelletto
    e  con  quella  colp  il  predetto  Sermoise  vicino  all'inguine  in
    profondit,  per  quanto non gli paresse di averlo colpito.  Tuttavia,
    poich seguitavano a battersi, sopraggiunse il suddetto matre Jean le
    Mardi,  il quale,  vedendo che il supplicante aveva  passato  la  daga
    nella  mano  sinistra e stringeva una pietra nella destra,  intervenne
    per strappare la  daga  al  detto  supplicante,  il  quale,  vedendosi
    disarmare  ed  essendo  incalzato dal predetto Philippe,  gli gett la
    pietra sul viso, facendolo cadere a terra,  e subito dopo si allontan
    e  and  a farsi medicare.  Il predetto Philippe fu rimosso da terra e
    trasportato nell'edificio delle  prigioni  di  Saint-Benot,  dove  fu
    interrogato da un nostro inquirente dello Chtelet di Parigi. Il quale
    Philippe,  richiesto dal detto inquirente se volesse,  nel caso che le
    ferite ricevute lo portassero a morte,  che fosse sporta denuncia  dai
    suoi  amici o da altri contro il predetto supplicante,  gli rispose di
    no,  e che anzi,  in tal caso  perdonava  la  sua  morte  al  predetto
    supplicante per determinate ragioni che lo spingevano a farlo.
    In seguito, il predetto Philippe venne condotto all'Ospedale di Parigi
    e  l,  per  mancanza  di  assistenza  o  altro,  in conseguenza delle
    suddette ferite,   passato da vita  a  morte.  Per  il  quale  fatto,
    avvenuto nel modo sopra riferito,  il detto supplicante  stato da noi
    convocato in giudizio e contro di lui si   proceduto  mediante  bando
    dal  nostro regno,  nel quale egli non oserebbe pi tornare e rimetter
    piede,  se la nostra grazia e misericordia non gli fosse nel  presente
    caso   concessa,   com'egli   dice,   chiedendo   umilmente  che,   in
    considerazione del fatto che  il  predetto  Philippe  durante  la  sua
    infermit  aveva voluto e disposto che non si procedesse in alcun modo
    contro il detto supplicante,  e anzi,  per quanto lo  riguardava,  gli
    aveva  perdonato  e perdonava e che il supplicante  sempre stato ed 
    persona di buona vita e reputazione e di onesta condotta e non    mai
    stato  accusato di altri reati,  fatti biasimevoli o riprovevoli,  noi
    vogliamo concedergli la  nostra  suddetta  grazia.  Per  il  che  noi,
    considerato  quanto sopra,  volendo preferire misericordia a rigore di
    giustizia,  al  supplicante,  per  il  fatto  sopra  esposto,  abbiamo
    rimesso, condonato e perdonato, eccetera.

    Dato   a   Parigi   nel   mese   di   gennaio   dell'anno   di  grazia
    millequattrocentocinquantacinque e trentaquattresimo del nostro regno.













    RAPPORTO
    sui "Coquillards", allegato all'inchiesta iniziata contro di loro il 3
    ottobre 1455 da Jean Rabustel, procuratore-sindaco del tribunale della
    viscontea e della municipalit di Digione (6).


    Il fatto  questo.  Da due anni in qua sono comparsi  e  compaiono  in
    questa  citt  di  Digione parecchi giovinastri oziosi e vagabondi,  i
    quali,  una volta giunti e per tutto il tempo che rimangono in  questa
    citt, non fanno altro che bere, mangiare e sperperare denaro, giocare
    ai  dadi,   a  carte  e  a  tria  (7),   e  altri  giochi.  Stanno  in
    continuazione, e specialmente di notte,  nel bordello,  dove conducono
    vita  turpe,  indegna  e  dissoluta  di ruffiani e depravati;  perdono
    talvolta e spendono tutto il loro denaro,  e tanto fanno che rimangono
    senza un soldo in tasca. Tutto quello che hanno preso e arraffato alle
    povere  prostitute  che  tengono  nel  detto  bordello,  tutto ci che
    possono ottenere da esse,  alcuni di loro se lo spartiscono  e  se  ne
    vanno non si sa dove,  e a volte stanno assenti quindici giorni, altre
    volte un mese o sei settimane.  Quindi ritornano,  alcuni  a  cavallo,
    altri  a  piedi,  ben  vestiti  e rimpannucciati,  ben forniti d'oro e
    d'argento, e riprendono,  in compagnia di alcuni che li hanno attesi o
    di  altri  che  sono  arrivati  da  poco,  i  loro  giochi  e  le loro
    dissolutezze abituali.  E risulta che detti giovinastri usano tra loro
    un certo linguaggio gergale e altri segni convenuti,  mediante i quali
    si riconoscono tra loro,  e questi gaudenti si chiamano "Coquillards",
    ossia i compagni della "Coquille",  e hanno,  a quanto si dice,  un re
    che viene chiamato il re della "Coquille".
    Risulta inoltre, come si dice, che alcuni dei detti "Coquillards" sono
    scassinatori di serrature di porte,  forzieri  e  cofani.  Altri  sono
    truffatori e derubano la gente, cambiando oro con moneta, o moneta con
    oro,  oppure comprando merce varia.  Altri fanno,  portano e spacciano
    falsi lingotti e false catene in similoro;  altri portano e vendono  o
    impegnano  false  pietre  al posto di diamanti,  rubini e altre pietre
    preziose.  Altri vanno  a  dormire  in  qualche  locanda  con  qualche
    mercante  e  derubano  loro  stessi  e  il detto mercante,  e hanno un
    complice al quale consegnano il bottino,  quindi denunciano  il  fatto
    con il detto mercante derubato.  Altri giocano con falsi dadi truccati
    e piombati,  e si portano via  tutto  il  denaro  di  quelli  con  cui
    giocano.  Altri conoscono tali trucchi, giocando a carte e a tria, che
    non  mai possibile vincere con loro. E, quel che  peggio, i pi sono
    grassatori e  rapinatori  nei  boschi  e  lungo  le  strade,  ladri  e
    assassini,  ed   da presumere che lo stesso sia l dov'essi conducono
    tale vita dissoluta.  E quando hanno sperperato tutto il loro  denaro,
    se ne vanno senza un soldo in tasca, e qualche volta lasciano in pegno
    parte  dei loro indumenti,  e in breve tempo ritornano a cavallo,  ben
    vestiti e riforniti d'oro e d'argento, come gi detto.
    "Item", risulta,  come si dice,  che spesso si ubriacano,  e allora si
    azzuffano e si colpiscono a gran colpi di daga, e poi si dicono grandi
    ingiurie  e  villanie,  rinfacciandosi  ci  che sanno l'uno sul conto
    dell'altro,  nonch i reati,  furti e imbrogli che hanno commesso e ai
    quali ricorrono abitualmente.
    "Item",  molte volte tali alterchi tra loro avvengono per il fatto che
    non vogliono spartirsi o dividersi equamente ci che hanno  guadagnato
    mediante imbrogli e furti,  del quale guadagno uno chiede la sua parte
    e l'altro non gliela vuol dare.
    "Item",  ogni imbroglio che compiono ha un nome particolare  nel  loro
    gergo, e nessuno potrebbe capirli se non appartiene alla loro cricca o
    se qualcuno di loro non glielo rivela.
    "Item",  si  dice  che  Jacot  de  la Mer (8),  proprietario del detto
    bordello, li conosce tutti o quasi, e, per di pi,   perfettamente al
    corrente del loro modo di vivere e di comportarsi e,  malgrado ci, d
    loro ricetto e li aiuta talvolta  nelle  loro  imprese,  e  a  vendere
    cavalli  e  altre  cose  mal procacciate,  sia per il guadagno che pu
    trarne, sia per il fatto che,  verosimilmente,  egli  compartecipe in
    qualche  modo  del frutto dei loro imbrogli,  come pure  notorio che,
    molto tempo prima che i detti compari  fossero  denunciati,  il  detto
    Jacot passeggiava con loro sotto braccio per la citt a qualunque ora,
    malgrado fosse a conoscenza del loro modo di vivere e di agire, il che
    costituisce un grave indizio a carico del detto Jacot.



















    INTERROGATORIO
    di  Matre Guy Tabarie dinnanzi all'offiziale di Parigi (9) (22 luglio
    1458).


    A tutti coloro che prenderanno visione del presente atto, l'offiziale,
    commissario speciale del reverendo padre e signore in Cristo,  signore
    Guglielmo,   per  bont  divina  vescovo  di  Parigi,   per  tutte  le
    infrazioni,  crimini e delitti commessi e  che  si  commetteranno  nel
    territorio,  citt  e  diocesi  di Parigi,  e in qualunque altra parte
    vengano alla luce dei crimini,  fintantoch i delinquenti o  colpevoli
    di  tal  fatta possano nel detto territorio,  citt e diocesi,  essere
    arrestati  nella  persona,   particolarmente  delegato  dal   medesimo
    reverendo  padre in Cristo a punirli,  correggerli e ricondurli a vita
    pi degna, porge il suo saluto nel nome del Signore.
    Rendiamo noto che noi, su istanza e richiesta della venerabile Facolt
    di Teologia nell'Alma Madre  l'Universit  di  Parigi,  abbiamo  fatto
    estrarre  dai  verbali  dei  detenuti  della nostra Curia di Parigi il
    verbale di cui appresso:
    M.e Guy Tabarie, chierico, tradotto dallo Chtelet di Parigi nell'anno
    del Signore millequattrocentocinquantotto,  il giorno ventisei  giugno
    ultimo  scorso,  nel  quale  era detenuto per l'addebito che gli viene
    contestato,  di  avere  cio  egli  e  i  suoi  complici  sottratto  e
    indebitamente  trafugato,  nel collegio e sacristia della cappella del
    Collegio di Navarra in Parigi,  cinquecento scudi d'oro  di  propriet
    della Facolt stessa.
    Il  mercoled  quinto  giorno del mese di luglio il predetto chierico,
    dopo aver giurato ponendo la mano sul santo Vangelo,  dichiar di dire
    e  confessare  spontaneamente  la  verit e ammise che era vero che un
    anno prima,  verso la festivit del Natale,  egli si era incontrato un
    giorno  con  M.e Franois Villon,  Colin de Cayeux,  che non aveva mai
    visto, a quanto egli dichiara,  se non una volta,  assieme al predetto
    M.e  Franois,  il  quale  incaric il dichiarante di acquistare delle
    provviste per cenare assieme alla taverna della  Mula,  di  fronte  al
    convento dei Maturini, ci che egli fece.
    E l insieme cenarono,  ed era con loro un monaco di nome Dom Nicolas,
    originario della Piccardia, e un tale di nome Petit-Jean,  sconosciuto
    al dichiarante.  E dice che, dopo cena, i predetti M.e Franois, Colin
    de Cayeux e Dom Nicolas,  fecero giurare al dichiarante  di  non  dire
    nulla  di  quanto  avrebbe  visto  e  udito  andando  con loro,  senza
    aggiungere altro, per il momento.
    E fatto questo, andarono insieme nella casa dove abitava M.e Robert de
    Saint-Simon,   nella  quale  tutti,   uno  dopo   l'altro,   entrarono
    scavalcando un piccolo muro e, mentre stavano l dentro, i sunnominati
    si  tolsero  i  mantelli  e  si  diressero  verso il detto Collegio di
    Navarra,  nel quale entrarono scavalcando un grande muro che dava  sul
    cortile del Collegio, aiutandosi con una scala che avevano preso nella
    casa anzidetta dove si erano spogliati.
    Il dichiarante,  tuttavia,  non entr nel detto Collegio,  ma stette e
    rimase nella casa medesima fino al loro ritorno.  E dice  che,  quando
    essi entrarono nel Collegio,  erano le dieci di notte,  o gi di l, e
    quando  tornarono  era  quasi  la  mezzanotte,  e  quelli  dissero  al
    dichiarante  che  si  erano  impossessati  di  cento scudi d'oro e gli
    mostrarono un piccolo sacco di grossa tela  dentro  il  quale  avevano
    riposto l'oro, ma egli non sa quanto, dicendogli che se avesse parlato
    lo  avrebbero  ucciso;  e  per  essere  pi  sicuri  che mantenesse il
    segreto,  gli diedero dieci scudi d'oro,  che il dichiarante  prese  e
    tenne per s.  Il resto se lo spartirono tra loro, facendo allontanare
    il dichiarante,  quindi lo condussero  con  loro  e  gli  dissero  che
    c'erano da parte due buoni scudi per cenare il giorno dopo.
    Dichiara  tuttavia che in seguito sent dire che si erano spartiti una
    somma  maggiore,  e  aggiunge  che  uno  dei  giorni  successivi  egli
    rinfacci  loro di essersi divisa una somma maggiore di quella che gli
    avevano dichiarato,  e quelli risposero che era vero e che a  ciascuno
    di essi erano toccati cento scudi.
    Interrogato  dove  avessero  preso  il  denaro,  dice  che sa solo che
    l'hanno preso nel detto Collegio di Navarra,  ma ignora in quale luogo
    e insiste di non saperlo.
    Interrogato  su questo fatto,  se cio abbiano tolto le serrature o le
    abbiano forzate con dei grimaldelli, da loro non intese nulla, n vide
    in mano loro alcun grimaldello;  afferma tuttavia di aver inteso  dire
    che  il  predetto  de Cayeux  un abile scassinatore,  ma che il detto
    Petit-Jean, suo complice,  assai pi abile, e che mai intese dire che
    essi  abbiano  commesso  altro  furto  all'infuori  di  quello   sopra
    descritto.
    Interrogato sul furto commesso da lui e dai suoi complici nel convento
    degli  Agostiniani  di  Parigi,  e  precisamente  nella  camera  di un
    religioso di detto convento,  dice di non saperne nulla e di non  aver
    preso  parte  a  tale  furto.  Anzi  dice  che,  al tempo in cui venne
    commesso il furto, egli era detenuto nelle nostre carceri per il fatto
    che lui e Casin Cholet si erano picchiati.
    Interrogato  se  abbia   mai   parlato   con   M.e   Pierre   Marchand
    dell'intenzione di fare il detto furto,  dice di no,  e si richiama al
    medesimo.
    Interrogato se abbia detto altre volte al sunnominato che il denaro di
    frate Guillaume  Coiffier  gli    servito  per  uscire  dalle  nostre
    carceri, dice di no.
    Interrogato  se  ha  inteso  dire dai suddetti suoi complici e se egli
    stesso abbia detto che non erano riusciti a depredare la chiesa di San
    Maturino e che i cani avevano denunciato la loro presenza, dice di no.
    Interrogato se ha detto che M.e Franois Villon era andato  ad  Angers
    per vedere un religioso che era ricchissimo e, a seconda di quanto lui
    avrebbe  poi  riferito,  essi  complici  si  sarebbero recati col per
    derubarlo, dice di no.
    Interrogato se entrarono nel suddetto  Collegio  di  Navarra  in  modo
    diverso da quello precedentemente dichiarato, dice di no.
    Interrogato se egli fu ed entr con loro,  dice di no, e che si limit
    solo ad andare assieme a loro fino alla casa di M.e Robert  de  Saint-
    Simon, e che li aspett l.
    Interrogato  sul  modo  con cui gli stessi aprirono le serrature della
    sacristia della cappella del detto  Collegio,  dice  che  non  lo  sa,
    perch non fu presente.
    Interrogato da quanto tempo conosce i sunnominati, dice che conosce da
    molto  tempo  il  predetto M.e Franois Villon,  ma che mai,  prima di
    allora,  aveva incontrato il detto Petit-Jean e che invece aveva visto
    altre volte il predetto de Cayeux assieme a M.e Franois.
    Interrogato   se   fu  a  conoscenza  del  furto  nel  convento  degli
    Agostiniani,  dice di no,  e aggiunge che a quel  tempo  era  detenuto
    nelle nostre carceri.
    Interrogato  se  fu liberato grazie al denaro proveniente dal suddetto
    furto,  dichiara che il sunnominato de Cayeux gli disse di  aver  egli
    stesso   consegnato   a   Petit-Thibaut   quattro  scudi  per  la  sua
    scarcerazione e che in seguito sent dire che lo stesso  Petit-Thibaut
    era  sospettato  per  il  detto  furto;   n  volle  fare  alcun'altra
    ammissione a proprio carico.  Per la qual cosa fu ricondotto  nel  suo
    carcere, presenti M.e Guillaume Sohier, M.e Jean Rebours, M.e Denis le
    Comte,  M.e  Franois de la Vacquerie,  M.e Jean Laurens,  M.e Jean le
    Fourbeur, e me, notaio sottoscritto.

    Venerd settimo giorno del detto mese di luglio,  il  sunnominato  M.e
    Guy,  nuovamente  tradotto nella sala della tortura della detta Curia,
    dopo aver giurato sul santo Vangelo di dire e confessare la verit, ed
    essere stato benevolmente invitato a voler  dichiarare  la  verit  in
    merito  all'esecuzione  del  furto  nel  suddetto Collegio di Navarra,
    perch gli fosse pi  facilmente  accordata  la  grazia  dal  predetto
    reverendo  padre  in  Cristo,  interrogato da quanto tempo conosce M.e
    Pierre Marchand,  priore curato di Paray,  della diocesi di  Chartres,
    dice che non lo ha mai visto.
    Interrogato se abbia mai bevuto con lui alla taverna all'insegna della
    "Chaise" al Petit-Pont, dice di no.
    Interrogato  se egli abbia mai detto di volergli mostrare e far vedere
    dei grimaldelli, dice di no, e si richiama al medesimo.
    In seguito confess che un tale che si diceva  frate  agostiniano  gli
    aveva  chiesto  se  era in grado di fargli avere dei grimaldelli e che
    egli stesso avrebbe ben trovato il modo di svaligiare la camera di M.e
    Robert de la Porte;  al quale egli  rispose  che  conosceva  una  sola
    persona veramente esperta nel fare grimaldelli,  e gli fece il nome di
    Petit-Thibaut.  E,  allora,  al dichiarante venne letta la deposizione
    del  medesimo messer Pierre,  gi altra volta sentito su questi stessi
    fatti dalla degna persona di M.e  Jean  du  Four,  commissario  a  ci
    delegato  da parte del Signore nostro Re presso lo Chtelet di Parigi,
    deposizione del seguente tenore:

    La venerabile e degna persona messer Pierre Marchand, prete, priore di
    Paray,  nella  diocesi  di  Chartres,  residente  nel  detto  luogo  e
    presentemente alloggiante a Parigi ai "Trois Chandeliers" in via della
    Huchette,  dell'et di quarant'anni o press'a poco, a quanto dichiara,
    testimone giurato,  sentito e interrogato a Parigi  da  me  inquirente
    sunnominato,     il     marted     diciassette    maggio    dell'anno
    millequattrocentocinquantasette,  dichiara e depone  sotto  giuramento
    quanto segue:
    Il  sabato precedente la Domenica in Albis ultima scorsa,  il predetto
    testimone giunse in questa citt, e la domenica o il luned successivo
    pranz alla taverna della "Chaise" al Petit-Pont,  con un tale di nome
    M.e Guy,  del quale ignora il cognome, e un altro che si diceva prete,
    del quale il testimone non conosce il nome. E,  mentre erano nel luogo
    sopraddetto,  il  sunnominato M.e Guy cominci a chiedere al testimone
    notizie e ragguagli sulle sue faccende personali,  e quindi si mise  a
    raccontare delle proprie vicende e a dire al testimone che era stato a
    lungo detenuto nelle carceri di monsignore il vescovo di Parigi, e che
    gli avevano contestato e addebitato di essere uno scassinatore.
    Allora  il  predetto testimone,  udito quanto l'altro diceva e sapendo
    che poco tempo addietro erano stati sottratti  da  cinque  a  seicento
    scudi  d'oro  nella  camera  di  frate  Guillaume Coiffier,  religioso
    dell'ordine degli Agostiniani in  Parigi,  a  tale  scopo  si  mise  a
    interrogare  il predetto M.e Guy sulla questione dei grimaldelli e sul
    modo di  farli,  per  vedere  se  poteva  sapere  qualcosa  del  furto
    perpetrato  nella  camera  del  predetto  Coiffier.  E a tale scopo il
    testimone si mise a  fingere  di  voler  far  parte  della  banda  per
    procurarsi del denaro e partecipare ai profitti di... (10), per cui il
    predetto  M.e  Guy  si  mise  a  descrivere i vari tipi di grimaldelli
    dicendo che ne aveva avuti parecchi con i quali lui e i  suoi  compari
    avevano  forzato  varie  serrature,  e  che anzi nessuna serratura era
    solida al punto che essi non potessero aprirla.
    Allora il testimone chiese di vedere questi grimaldelli, e il predetto
    M.e Guy gli promise di fargliene vedere,  aggiungendo che  poco  tempo
    addietro  ne  aveva  avuti in mano alcuni e che li aveva gettati nella
    Senna per timore che glieli trovassero addosso, dicendo inoltre che un
    orafo di nome Thibaut era uno specialista nel fare questi  grimaldelli
    e ne faceva di ogni sorta e genere,  e che si prestava anche a fondere
    l'oro e il vasellame d'argento, quando essi ne avevano, perch le loro
    imprese non fossero risapute e non venissero a galla.  Dice ancora  il
    testimone  che  il  giorno  dopo  incontr  il  predetto  M.e Guy e lo
    accompagn alla "Pomme de Pin",  in via  della  Juiverie,  per  sapere
    altre cose dei suoi segreti,  fingendo di volersi aggregare a lui e ai
    suoi soci.  E quello stesso giorno,  il predetto M.e Guy  condusse  il
    testimone  nella  chiesa  di  Notre-Dame  di  Parigi,  dove gli mostr
    quattro o cinque giovani compari che erano riparati nella detta chiesa
    per godere dell'immunit, essendo fuggiti di recente dalle carceri del
    tribunale di monsignore l'arcivescovo di  Parigi  e,  tra  quelli,  il
    predetto M.e Guy indic al testimone un tale,  piccolo e giovane,  sui
    ventisei anni o press'a poco, con lunghi capelli per di dietro,  e gli
    disse  che  era  il  pi  abile di tutta la compagnia e il pi bravo a
    scassinare e che niente gli era impossibile in simili casi.  E dopo di
    ci,  codesto  M.e  Guy si rivolse ai detti compari e parl con loro e
    indic il testimone dicendo che questi desiderava diventare loro socio
    e complice,  e per tale ragione quelli  fecero  buona  accoglienza  al
    testimone e gli rivolsero parole cortesi,  in termini generici,  senza
    specificare nulla che riguardasse  la  loro  impresa,  n  quelle  che
    avevano  compiute  in  passato;  e  poco dopo il predetto M.e Guy e il
    testimone si allontanarono di l e uscirono dalla chiesa.
    E dopo di ci,  il  predetto  M.e  Guy  confid  al  testimone  alcune
    particolari  imprese  che  lui e i suoi complici avevano intenzione di
    compiere, appena trascorso il periodo d'immunit nella detta chiesa, e
    gli disse,  tra l'altro,  che il detto  Thibaut  aveva  l'incarico  di
    forgiare dei grimaldelli speciali per aprire la camera e i forzieri di
    M.e Robert de la Porte, il quale a quel tempo era assente e lontano da
    Parigi,  e  che  aspettavano  solo  l'arrivo  di  un  religioso  degli
    Agostiniani, cugino del detto Thibaut,  il quale aveva promesso di dar
    loro ricetto nella propria camera del convento degli Agostiniani, dove
    avrebbe  dato  loro  abiti  gi pronti perch potessero travestirsi da
    religiosi,  al fine di condurre  a  termine  pi  facilmente  la  loro
    impresa,  e  che,  nel  frattempo,  il  detto  Thibaut  doveva  fare e
    consegnare i grimaldelli. Inoltre, M.e Guy disse al testimone che egli
    era appena uscito dalle carceri di monsignore il vescovo di  Parigi  e
    che  il  denaro  di  frate  Guillaume  Coiffier era servito per la sua
    liberazione.  Allora il testimone cominci a  interrogare  M.e  Guy  a
    proposito  del suddetto furto,  e M.e Guy gli confid che,  poco tempo
    prima, il detto Coiffier era stato derubato di cinque o seicento scudi
    e che, per la sua parte, egli ne aveva avuti circa otto,  che il detto
    Thibaut  gli  aveva  portato  nelle carceri giudiziarie del vescovo di
    Parigi, per pagare il carceriere, e aggiunse inoltre che era poca cosa
    e che lui e i suoi compari avevano intenzione di guadagnare ben altro.
    E,  ancora,  il predetto M.e Guy disse al testimone  che,  poco  tempo
    addietro,  lui  e  i suoi complici erano stati nel Collegio di Navarra
    dove avevano preso in un forziere da cinque a seicento  scudi,  e  che
    uno  di  essi  li  aveva  distolti e trattenuti dallo scassinare degli
    armadi che  si  trovavano  nello  stesso  collegio,  vicino  al  detto
    forziere,  armadi  che  contenevano  una  somma  ben pi grande,  come
    quattromila o cinquemila  scudi;  e  M.e  Guy  diceva  che  gli  altri
    compagni  maledivano  quello  che li aveva distolti dallo scassinare i
    detti armadi.  Diceva inoltre che lui e  i  suoi  complici  non  erano
    riusciti  a  depredare la chiesa di San Maturino a Parigi e che i cani
    li avevano denunciati e che,  in seguito,  erano stati a  derubare  il
    detto frate Guillaume Coiffier,  e lo avevano fatto in pieno giorno e,
    per far questo,  uno  dei  complici  del  furto  aveva  nel  frattempo
    condotto il Coiffier a celebrare e dire una messa per lui nella chiesa
    di  San  Maturino a Parigi,  mentre gli altri avevano aperto la camera
    del detto frate e vi avevano  trafugato  un  cofanetto  contenente  da
    cinque a seicento scudi, portandosi via anche del vasellame d'argento.
    Il  testimone  dice  inoltre  che il detto Tabarie,  in uno dei giorni
    successivi, gli present uno dei suoi compagni, un giovane dell'et di
    28-30 anni o press'a poco, piccolo di statura e molto abile, che aveva
    la barba nera e un abito corto e si faceva chiamare M.e Jean  (non  sa
    il cognome) con il quale il testimone parl.
    E i due dissero al testimone che si trovasse con loro a Saint-Germain-
    des-Prs un giorno di luned, che fu il luned ultimo scorso, a quanto
    gli pare, per accordarsi su una certa impresa che dovevano compiere, e
    che  ci  sarebbe stato anche il detto Thibaut il quale avrebbe portato
    dei grimaldelli.  Il testimone promise di  esserci;  tuttavia  non  ci
    and.  Per  questo,  M.e Guy,  quello stesso giorno di luned,  and a
    trovare il testimone nella sua locanda e gli chiese perch non si  era
    fatto  vedere  nel suddetto luogo di Saint-Germain,  e il testimone si
    scus dicendo che era stato occupato altrove.
    Quindi il testimone trattenne a colazione M.e Guy,  il quale gli disse
    allora che lui e M.e Jean erano stati insieme a Saint-Germain, dov'era
    venuto  anche  il  detto Thibaut,  che aveva portato i grimaldelli per
    mostrarli al testimone, e aggiunse che, per quanto riguardava il furto
    ai danni di M.e Robert de la Porte,  la cosa era  trapelata  e  perci
    bisognava  rimandare a un'altra occasione.  Inoltre,  il detto M.e Guy
    confid al testimone che essi  avevano  un  altro  complice,  di  nome
    Franois  Villon,  il quale si era recato ad Angers in un'abbazia dove
    aveva uno zio che era un  religioso  dell'abbazia  stessa,  e  vi  era
    andato  per conoscere la condizione di un vecchio religioso del posto,
    che aveva fama di possedere da cinque  a  seicento  scudi  e,  al  suo
    ritorno,  a  seconda  di  quanto  avrebbe  riferito  agli  altri  suoi
    compagni,  sarebbero andati tutti laggi  per  derubarlo,  e  che,  un
    giorno o l'altro, avrebbero avuto in mano tutto il suo avere.
    Di  nuovo  il  predetto  M.e  Guy ripet al testimone che M.e Jean era
    esperto nel fare grimaldelli quanto  il  detto  Thibaut,  e  che  essi
    avrebbero  dovuto  al pi presto approntare tutto il loro armamentario
    per derubare qualcuno  e  che  non  aspettavano  altro  che  di  poter
    scoprire qualche buon terreno da sfruttare. E non sa altro.

    Udita   questa   deposizione  e  interrogato  in  merito,   l'imputato
    spontaneamente  confess  che  la  medesima   rispondeva   a   verit.
    Interrogato  in  quale modo furono aperte le serrature nel Collegio di
    Navarra,  dopo aver molto tergiversato,  confess di aver udito da M.e
    Franois Villon che furono aperte con dei grimaldelli.
    Interrogato  se  fu  presente assieme agli altri,  dice di no,  perch
    rimase nella detta casa di M.e Robert de  Saint-Simon  a  custodire  i
    loro mantelli.
    Richiesto  di  dichiarare  quant'ebbe per la sua parte,  dice che ebbe
    solamente dieci scudi. E aggiunge che il predetto Franois e gli altri
    gli dissero che,  non avendo partecipato direttamente  al  furto,  non
    aveva diritto alla stessa somma che spettava loro, quali esecutori del
    medesimo.
    E  poich  non  voleva confessare altro,  su delibera degli astanti fu
    denudato e posto sul piccolo cavalletto,  dove  non  volle  confessare
    nulla.  Quindi,  applicatogli  il  grande  cavalletto e interrogato se
    fosse a conoscenza del furto commesso nel convento degli  Agostiniani,
    nella camera di frate Guillaume Coiffier, e se lo sapesse anche prima,
    ammette che lo sa e che gliel'ha detto Petit-Thibaut,  ma dice che non
    era presente perch detenuto;  e la sua parte  fu  di  quattro  scudi,
    grazie  ai  quali  venne scarcerato;  per il suo rilascio fu pagato il
    carceriere.
    E chiese di essere rimosso dalla suddetta tortura, promettendo di dire
    tutta la verit; e fatto scendere e posto fuori della stessa, ammise e
    confess spontaneamente quanto sopra.
    Confessa inoltre di aver saputo dal predetto M.e Franois  Villon  che
    entrarono  nel  detto Collegio di Navarra e presero un altro sacco che
    conteneva una somma maggiore,  e ciascuno di loro aveva avuto  ottanta
    vecchi  scudi,  ma  aggiunge  che  non glieli mostrarono.  E non volle
    confessare altro.
    E cos fu ricondotto nella  sua  prigione,  presenti  i  venerabili  e
    grandi maestri Etienne de Montigny,  Robert Tuleu,  dottori in diritto
    canonico,  Simon  Chappitaut,  Denis  le  Comte,  Franois  Ferrebouc,
    Franois de la Vacquerie,  licenziati in diritto canonico,  e parecchi
    altri.  A testimonianza di ci,  abbiamo apposto al presente  atto  il
    sigillo della nostra Curia di Parigi, unitamente al suggello nostro.

    Dato  il  giorno  ventidue  del  mese  di luglio dell'anno del Signore
    millequattrocentocinquantotto.
    [Firmato:] Truisy
















    LETTERA
    di remissione accordata dal re Luigi Undicesimo a Robin Dogis, uno dei
    compagni di Franois Villon (11) (Novembre 1463).


    Noi,  Luigi,  per grazia di Dio re di Francia,  rendiamo noto a tutti,
    presenti e venturi,  di aver ricevuto l'umile supplica di Robin Dogis,
    nella quale si espone che,  mentre il detto supplicante  se  ne  stava
    nella sua casa avente per insegna il "Chariot",  situata e posta nella
    nostra citt di Parigi,  in via della Parcheminerie,  venne da lui M.e
    Franois  Villon  e  gli  chiese  di  poter  cenare  a casa sua,  e il
    supplicante gli rispose di s,  e vennero a  cenare  con  loro  Rogier
    Pichart e Hutin du Moustier.  Dopo cena,  verso le sette o le otto, il
    supplicante e gli altri sunnominati uscirono insieme  dalla  casa  del
    supplicante  per recarsi nella camera del predetto M.e Franois Villon
    e,  mentre per recarsi col passavano per la via  Saint-Jacques  della
    nostra  citt  di Parigi,  il predetto Rogier Pichart si ferm davanti
    alla  finestra  dello  studio  notarile  di  M.e  Franois  Ferrebouc,
    prendendo  in  giro  gli scrivani di costui e sputando dentro il detto
    studio per cui immediatamente gli scrivani del predetto  M.e  Franois
    Ferrebouc  si precipitarono fuori dalla stanza,  con la candela accesa
    in mano, dicendo queste parole: Chi sono questi mascalzoni?.  Al che
    il  predetto  Rogier  Pichart  rispose se volevano comprar pifferi,  e
    dicendo questo, fece l'atto di colpirli. A seguito di ci, scoppi una
    rissa, finch il predetto Hutin du Moustier,  afferrato dagli scrivani
    di M.e Franois Ferrebouc e trascinato nella casa di quest'ultimo,  si
    mise  a  gridare  queste,  o  simili,  parole:  Agli  assassini!   Mi
    ammazzano! Sono morto!.
    A queste grida,  il predetto M.e Franois Ferrebouc si precipit fuori
    di corsa e spinse con tale violenza il supplicante da farlo cadere,  e
    questi, non appena si alz da terra, colp con la daga il predetto M.e
    Franois Ferrebouc,  e ci fatto,  si diresse verso il predetto Rogier
    Pichart,  che se ne stava davanti alla  chiesa  collegiata  di  Saint-
    Benot-le-Bientourn della nostra citt di Parigi, e gli disse che era
    un vero farabutto, quindi se ne and a dormire a casa propria.
    A   seguito   di   tale   fatto,   il  supplicante    detenuto  nella
    "Conciergerie" del Palazzo di Giustizia della nostra citt di  Parigi,
    con  grave  pericolo  per  la  sua  persona,  se  la  nostra  grazia e
    misericordia non gli viene  accordata,  umilmente  chiedendo  che  gli
    vogliamo  concedere,   al  riguardo,   la  nostra  suddetta  grazia  e
    misericordia.  Per il che noi,  visto quanto sopra,  volendo preferire
    misericordia  a rigore di giustizia,  al detto supplicante per il caso
    suesposto,  quale che  sia  il  modo  in  cui    stato  commesso,  in
    considerazione dell'arrivo e ingresso nella nostra citt di Parigi del
    nostro  carissimo  e  amatissimo  padre,  il  duca di Savoia,  e della
    preghiera e richiesta che ci    stata  da  lui  fatta  in  proposito,
    abbiamo  condonato e perdonato e,  con la presente,  per nostra grazia
    speciale,  pieno potere e autorit  regia,  condoniamo,  rimettiamo  e
    perdoniamo,  unitamente  ad  ogni  pena ammenda e punizione corporale,
    penale e civile,  di cui,  a seguito del fatto suesposto,  egli  fosse
    ancora  passibile  nei  confronti  nostri  e  della  giustizia,  e  lo
    restituiamo alla sua buona fama e reputazione, al paese e ai suoi beni
    non confiscati, fatta la riparazione in via civile solamente in quanto
    non sia stata fatta,  e su tutto ci imponiamo  perpetuo  silenzio  al
    nostro procuratore generale e ad ogni altro.  E diamo mandato,  con la
    presente,  ai nostri amati e fidi consiglieri che reggono e reggeranno
    il  nostro  Tribunale  di  Parigi,  acciocch,  della  nostra presente
    grazia, condono,  perdono e remissione facciano,  permettano e lascino
    che  il  predetto  supplicante  possa  godere e usufruire pienamente e
    tranquillamente.

    Dato    a    Parigi     nel     mese     di     novembre     dell'anno
    millequattrocentosessantatr, terzo del nostro regno.



    BIBLIOTECA NAZIONALE,  lat.  5657c, conti delle entrate e uscite della
    Facolt di Teologia di Parigi,  dal novembre 1449  fino  al  17  marzo
    1465, registro scritto di sua mano da Laurens Poutrel, gran sagrestano
    (12) (1462, tra il 2 e il 7 novembre).


    "Item",  consegn  il  detto  Poutrel  al  cancelliere criminale dello
    Chtelet per la registrazione dell'opposizione  fatta  da  Jean  Colet
    [quale]  procuratore della Facolt al rilascio di M.e Franois Villon,
    uno dei trafugatori dei  danari  della  Facolt  allora  detenuto  per
    decisione  della  giustizia nelle carceri del suddetto Chtelet per un
    furto che gli era allora imputato: XVI danari
    "Item",  al predetto cancelliere criminale per copia della confessione
    fatta  dal detto M.e Franois Villon davanti al luogotenente criminale
    circa il modo seguito  dal  detto  Villon  e  dai  suoi  complici  nel
    trafugamento dei danari della Facolt: XI parigini
    "Item",  per  la lettera della condanna subita dal detto Villon di una
    somma di 120 scudi d'oro che promise di pagare  alla  Facolt  e  agli
    esecutori di M.e Rogier de Gaillon, nonch al suddetto Poutrel entro i
    tre  anni  prossimi venturi,  fino al quale termine  stato rilasciato
    dalle dette carceri: V parigini

    5 gennaio 1463 (n. st.)

    Visto dalla Corte il processo fatto dal prevosto di Parigi o  dal  suo
    luogotenente contro M.e Franois Villon il quale ha presentato appello
    contro  la  sentenza  di  condanna  a  essere impiccato e strangolato,
    "finaliter" il suddetto appello con il provvedimento appellato essendo
    stato annullato e considerata la cattiva condotta del predetto Villon,
    lo bandisce per dieci anni dalla  citt,  prevostura  e  viscontea  di
    Parigi (13).













    NOTE ALL'APPENDICE.


    N.  1. L'Universit di Parigi era formata di quattro nazioni: Francia,
    Piccardia, Normandia e Germania, le quali erano a loro volta suddivise
    in province o trib.  Posta  in  origine  sotto  la  sorveglianza  del
    Capitolo di Notre-Dame, essa si organizz verso la fine del dodicesimo
    secolo   in  corporazione  indipendente:  maestri  e  scolari  si  tra
    sferirono  sulla  Montagne  Sainte-Genevive  che  divenne  il  centro
    pittoresco  e  turbolento  della vita universitaria.  Le facolt erano
    quattro: quella delle Arti (cio di lettere) che rilasciava i  diplomi
    di  "bachelier" e di "matre s arts" ed era situata nella celebre rue
    du Fouarre (il dantesco vico degli strami);  e altre tre considerate
    superiori: quella di Teologia, situata alla Sorbona, quella di Decreto
    (o diritto canonico) al Clos Bruneau e quella di Medicina in via della
    Bcherie.  Per  antica  tradizione,  maestri  e studenti delle diverse
    facolt  godevano  di  eccezionali  privilegi:  esenti  da  taglie   e
    imposizioni,  protetti  dalla  Chiesa,  essi  erano soggetti solo alla
    giurisdizione ecclesiastica e  non  potevano  essere  perseguiti,  per
    nessun reato,  dai rappresentanti del potere giudiziario regio. Questo
    stato di cose port a una crescente  tensione,  spesso  degenerata  in
    tumulti  e  violenze;  soprattutto  nella  prima met del quindicesimo
    secolo la situazione si aggrav,  determinando  un  lungo  periodo  di
    torbidi  e di proteste: le cronache del tempo ci dicono che nel 1441 e
    nel 1444,  per il mancato rispetto di alcuni privilegi riconosciuti ai
    membri  dell'Universit,  ci  furono  lunghe  sospensioni  di  corsi e
    predicazioni.  Nel secondo caso,  in particolare,  la giustizia  regia
    intervenne con durezza, imprigionando alcuni studenti, e Carlo Settimo
    che  non aveva dimenticato l'atteggiamento frondista e ribelle assunto
    dall'Universit durante la guerra contro gli Inglesi,  decise  di  far
    giudicare  gli  scolari  dal  suo "Parlement" e minacci di perseguire
    tutti coloro che,  per  protesta,  intendevano  sospendere  lezioni  e
    prediche.  Diede  quindi  incarico  al  legato  pontificio in Francia,
    cardinale  Guglielmo  d'Estouteville,   di  procedere  a  una  riforma
    dell'Universit,   e  l'atto  che  regolamentava  varie  questioni  di
    dettaglio,  inerenti pi ai costumi e alla  disciplina  che  non  alla
    dottrina  e  ai  problemi di fondo,  fu promulgato il primo giugno del
    1452,  proprio al momento in cui Villon terminava i  suoi  studi  alla
    Facolt delle Arti. Ma i tumulti e le provocazioni non cessarono, anzi
    culminarono  nella  tragica  giornata  del  9  maggio  1453 in cui uno
    studente venne ucciso e molti altri furono feriti in uno  scontro  con
    la  polizia.  L'origine  lontana  di tale episodio risale al 1451,  al
    trafugamento da parte degli studenti della  pietra  chiamata  "Pet-au-
    diable" (di un suo presunto romanzo di tale titolo parla il poeta al
    v. 858 del "Testamento"); il 6 dicembre del 1452 il Prevosto decide di
    intervenire  con i suoi ufficiali e sergenti per porre fine alle burle
    e angherie degli studenti che,  tra  l'altro,  di  notte  rubavano  le
    insegne  di  case e taverne e inscenavano grottesche cerimonie intorno
    alle pietre trafugate (dopo il "Pet-au-diable"  ne  avevano  sottratto
    un'altra che la sostituiva,  battezzandola la "Vesse"); la repressione
      brutale,  si  susseguono  perquisizioni  e  arresti;   l'Universit
    insorge,  il  rettore  con  ottocento studenti si reca il 9 maggio del
    1453  dal  prevosto  per  ottenere  la   liberazione   degli   scolari
    imprigionati,  ma  sulla via del ritorno si accende una violenta zuffa
    con la polizia in cui viene ucciso uno studente. L'Universit sospende
    corsi e prediche;  il rettore e i maestri chiedono al  "Parlement"  la
    punizione  del  prevosto  (che  il famoso Robert d'Estouteville) e di
    tutti i responsabili del grave affronto subito,  con la  pi  completa
    riparazione,  rifiutandosi  di riprendere ogni attivit universitaria.
    Il documento relativo al processo che segu a tali fatti  fu  scoperto
    da M.  Schwob e riprodotto dal Longnon nella sua edizione delle "Opere
    complete di F.  V.",  p.p.  XXXV-LIII.  Di tale  atto  giudiziario  la
    traduzione si limita a dare un solo estratto, relativo all'udienza del
    5   giugno  1453,   ma  sufficiente  a  fornirci  un  quadro  vivo  di
    quell'inquieto momento storico,  del quale anche  il  nostro  poeta  
    partecipe.

    N.   2.   Il   processo  si  conclude  con  dure  condanne  che  dnno
    soddisfazione all'Universit: il 16 giugno Jean Charpentier,  ritenuto
    responsabile  dell'uccisione  dello studente,  viene condannato a fare
    ammenda onorevole nei confronti del procuratore generale, del vescovo,
    dell'Universit, della corte,  della vedova Mauregart: condotto su una
    carretta,  con  una  corda  al collo,  alla Porte-Baudoyer,  gli viene
    amputata la mano.  Contro  parecchi  sergenti    inoltre  pronunciata
    sentenza   di   bando.   In  seguito,   la  vedova  Mauregart  procede
    personalmente contro il prevosto, Robert d'Estouteville.  Il giorno 16
    gennaio  del 1454 la Corte promette al rettore di istruire il processo
    contro il prevosto, a condizione che vengano riprese le lezioni. Tutti
    questi processi duravano ancora nel mese di giugno,  in cui Jean Bezon
    venne   dichiarato   incapace   di   esercitare  le  sue  funzioni  di
    luogotenente della Prevostura. Il 21 agosto,  il "Parlement" trasmette
    regolare ingiunzione al rettore di riprendere i corsi sospesi ormai da
    pi di un anno, ma il 13 settembre la Corte deve dichiarare che il suo
    atto non  pregiudizievole all'Universit.

    N.  3.  Dopo  la  rissa  mortale  con  il  prete  Philippe Sermoise (o
    Chermoye),  Villon otteneva contemporaneamente,  nel gennaio del  1456
    (n.  st.),  due lettere di remissione, una emessa a Saint-Pourain nel
    Bourbonnais (dove Carlo  Settimo  pass  tutto  l'inverno  del  1455),
    l'altra  a  Parigi.  Egli  stesso (o qualcuno dei suoi amici,  o forse
    Guillaume  de  Villon)  aveva  inoltrato  evidentemente  due  distinte
    suppliche,  indicando  per il supplicante con due diverse identit,
    come appare dalle lettere di remissione accordate, la prima, a matre
    Franois des Loges,  autrement dit de Villon,  la seconda a Franois
    de  Monterbier  maitre  s  arts  (nei  registri dell'Universit egli
    figura  nel  1449  e  nel  1452  sotto  il  nome  di   Franciscus   de
    Montcorbier).  Le lettere di remissione,  che riproducono il contenuto
    delle due suppliche,  ci offrono due versioni leggermente diverse  nei
    particolari,  ma sostanzialmente identiche, del grave fatto di sangue,
    presentato dal "suppliant",  cio da Villon stesso,  o da chi per lui,
    come  un  caso  di  legittima  difesa.   Le  lettere  furono  scoperte
    contemporaneamente (1873) da A. Longnon (Romania, 1873 p.p.  209-10,
    232-36) e da A. Vitu ("Notice sur F. V. d'aprs des documents nouveaux
    et indits,  tirs des dpts publics",  p.p. 8 e 11). La traduzione 
    condotta sul testo ripubblicato dal Longnon nella sua  edizione  delle
    "Opere complete di F. V.", p.p. LIX-LXIII.

    N. 4. Il registro d "e" invece di "o".

    N. 5. Grafia errata per Montcorbier.

    N.  6.  I  "Coquillards"  o  "compagnons de la Coquille" formavano una
    vasta associazione per delinquere che operava su tutto  il  territorio
    di  Francia  e  aveva  una specie di quartiere generale a Digione.  Un
    archivista di questa citt,  J.  Garnier,  pubblic  nel  1842  larghi
    frammenti dell'inchiesta condotta tra il primo ottobre e il 5 dicembre
    1455 da Jean Rabustel, procuratore di Digione, sull'attivit criminosa
    della  banda.   Lo  studio  fu  continuato  da  M.  Schwob  nel  1892;
    successivamente,  nel 1912,  il Sainan nelle sue "Sources de  l'argot
    ancien"  pubblic  per esteso la documentazione giudiziaria relativa a
    tale inchiesta. Non si sa esattamente quando Villon entr in relazione
    con i "Coquillards",  di cui conosce  alla  perfezione  il  linguaggio
    segreto,  il "jargon-jobelin",  come appare dalle "Ballate argotiche",
    ma ci dovette probabilmente avvenire dopo il  furto  al  Collegio  di
    Navarra,  quando il poeta fu costretto ad errare per lunghi anni sulle
    strade di Francia.  Non  possibile comunque  affermare  con  assoluta
    certezza  che  egli  sia stato un vero affiliato di tale banda e abbia
    partecipato direttamente ai crimini da essa perpetrati.  (Il testo  di
    cui    data  la  traduzione  si  trova  alle p.p.  LXIII-LXV dell'ed.
    Longnon).

    N. 7. "Marelle": antico gioco che si praticava su una tavola quadrata,
    sulla quale delle linee partenti dagli angoli e riunentisi  al  centro
    indicavano   il  cammino  che  dovevano  percorrere  le  "marelles"  o
    "mreaux", ossia i gettoni usati per questo gioco (Littr).

    N.  8.  Jacot de la Mer,  tenutario del bordello dove i  "Coquillards"
    avevano il loro quartiere generale,  fu in seguito impiccato con altri
    sei compari.

    N.  9.  Il furto al Collegio di Navarra fu perpetrato verso il  Natale
    del 1456.  Alcuni mesi dopo,  il 9 marzo 1457, Jean Mautaint e Jean du
    Four,  giudici istruttori  dello  Chtelet,  furono  incaricati  dalla
    Facolt di teologia di indagare su tale furto e,  accompagnati da nove
    fabbri  giurati,   constatarono  che  l'impresa  criminosa  era  stata
    compiuta  mediante  scasso  di due forzieri,  uno grande e uno piccolo
    contenuto nel primo,  e aveva fruttato agli ignoti ladri la  somma  di
    500  scudi  d'oro.  Il  successivo 17 maggio del 1457 un ecclesiastico
    della diocesi di Chartres, Pierre Marchand, priore di Paray-le-Moniau,
    si presentava allo Chtelet e faceva una deposizione in cui forniva  i
    particolari del furto e i nomi di quasi tutti gli autori del medesimo,
    compreso  quello  di Franois Villon.  Tali confidenze gli erano state
    fatte da un componente della banda, matre Guy Tabarie, che egli aveva
    conosciuto casualmente durante un soggiorno di circa quattro settimane
    a Parigi,  dov'era venuto per indagare per suo conto su un  furto  del
    quale era stato vittima un religioso dell'ordine degli Agostiniani. Il
    troppo  loquace  Guy  Tabarie,  non  sospettando minimamente del prete
    Marchand,  gli aveva rivelato,  tra una bevuta e l'altra nelle taverne
    della  "Chaise"  e della "Pomme de Pin",  ogni segreto dell'arte dello
    scasso e varie imprese criminose compiute dalla banda  di  cui  faceva
    parte,  compresa quella al Collegio di Navarra. Nonostante le ricerche
    avviate verosimilmente dalla polizia  a  seguito  della  denuncia  del
    Marchand,  nessuno  dei  complici  fu  arrestato prima dell'estate del
    1458:  Guy  Tabarie,   fermato  il  25   giugno,   venne   trasferito,
    probabilmente  dietro  sua  richiesta,  nelle prigioni del vescovado e
    interrogato il 5 luglio dalla Corte  episcopale.  La  sua  deposizione
    parve  reticente,  per cui fu sottoposto alla tortura,  prima a quella
    ordinaria,  poi a quella straordinaria,  mediante la quale  gli  venne
    strappata  una  confessione  completa  e  circostanziata.  I documenti
    relativi  a  tutta  la  faccenda  (inchiesta,  denuncia  di  Marchand,
    interrogatorio di Guy Tabarie) furono scoperti da A.  Longnon e da lui
    pubblicati nella sua "Etude biographique sur F.  V." del  1877.  Diamo
    qui la traduzione del verbale d'interrogatorio del 22 luglio 1458,  il
    cui testo,  redatto parte in latino e parte in francese,   riprodotto
    alle p.p. LXV-LXXI dell'ed. Longnon delle "Opere complete di F. V.".

    N.  10.  Mancano  qui  all'incirca  otto  parole,  a causa dello stato
    d'usura del documento.

    N.  11.  Con la scoperta,  fatta ancora una volta dal  Longnon,  della
    lettera di remissione accordata a Robin Dogis, compagno di Villon, per
    il  ferimento  del  notaio  Franois Ferrebouc,  si  potuto stabilire
    definitivamente che fu proprio a seguito di tale fatto  che  il  poeta
    venne  condannato  a  essere  impiccato  e strangolato sulla forca di
    Parigi.  La rissa,  di cui il documento ci  offre  la  ricostruzione,
    avvenne  una sera del novembre 1462: dei partecipanti alla medesima il
    solo Rogier Pichart riusciva a sottrarsi alla giustizia,  rifugiandosi
    nel convento dei francescani;  gli altri tre, Dogis, Hutin du Moustier
    e Villon, venivano arrestati e incarcerati.  Il processo,  rapidamente
    istruito  dal  nuovo luogotenente criminale,  Pierre de la Dehors,  si
    concludeva con la condanna a morte di Villon, che nella faccenda aveva
    avuto una parte del tutto marginale,  ma che si trovava  evidentemente
    in  posizione  sfavorevole  a  causa dei suoi precedenti penali.  ( Il
    testo della lettera si trova alle p.p. LXXI-LXXIII dell'ed. Longnon.)

    N.  12.  Documento scoperto da M.  Schwob  (confronta  "Rdactions  et
    notes",  p. 113) e riprodotto dallo Champion (II, p. 289) che comprova
    la detenzione del poeta allo Chtelet nel novembre del  1462,  la  sua
    confessione  circa  il furto al Collegio di Navarra e l'impegno da lui
    assunto di restituire alla Facolt 120 scudi in tre anni 606.

    N. 13. Questo documento relativo alla commutazione della pena di morte
    ottenuta da Villon,  fu scoperto  da  M.  Schwob  (Comptes-rendus  de
    l'Acadmie  des  Inscriptions et Belles Lettres 1899,  p.p.  125-26 e
    "Rdactions et Notes",  p.p.  117 segg.) e riprodotto  dallo  Champion
    (II, p.p. 289-90.)
