GIOVANNI VIGNOLA.

THOMAS BECKET.

Introduzione di Bernard Michal e Franco Massara.

Ecco tre momenti significativi della storia d'Inghilterra: la contesa tra
Tommaso di Canterbury e il re Enrico II, la guerra delle Due Rose, la battaglia
di Trafalgar. Lo Stato che si vuol sottrarre alla tutela della Chiesa,
l'istituto monarchico che sopravvive alle lotte dinastiche, l'Inghilterra che
evita l'invasione progettata da Napoleone distruggendone la flotta.
Thomas Becket nasce a Londra nel 1118. Sette anni prima, in Francia, era nato il
figlio del conte d'Anjou, cui era stato dato il nome di Enrico. Le due vite si
incontrano nel 1155, quando Thomas Becket viene nominato cancelliere di Enrico,
diventato re d'Inghilterra col nome di Enrico II Plantageneto. Per sette anni i
due primi uomini del regno vivono un'alleanza stretta e un'amicizia sincera. Nel
1162, alla morte di Teobaldo, arcivescovo di Canterbury, Enrico II non ha perci
dubbi nell'appoggiare la nomina a quella carica di Thomas Becket, suo
cancelliere ed amico. Egli pensa di aver realizzato cos il suo sogno politico:
Un re forte, una baronia debole, un reame omogeneo e una Chiesa con la briglia.
Ma ha sbagliato i suoi calcoli. Thomas Becket, diventato primate d'Inghilterra,
difende la supremazia del potere spirituale su quello temporale fino all'estremo
sacrificio della sua vita. Che cosa ha indotto Thomas Becket a questo profondo
mutamento? La fede? L'orgoglio? L'ambizione celeste o l'ambizione terrena?
Bernard Michal e Franco Massara.


THOMAS BECKET.

La storia di Thomas Becket, forse meglio conosciuto nel mondo cattolico sotto il
nome di San Tommaso di Canterbury, appartiene a uno dei periodi pi torbidi
dell'epoca medioevale: il secolo XII. Le forze centrifughe che hanno dissolto il
Sacro Romano Impero di Carlo Magno non riescono a trovare il loro equilibrio. Il
sogno di un'Europa cristiana pi o meno unificata si  rivelato un'utopia.
All'esterno il mondo islamico sviluppa la sua manovra a tenaglia premendo sulla
Spagna e su Costantinopoli. La cristianit ha un sussulto e risponde con le
Crociate. La repubbliche marinare italiane (Genova, Venezia, Pisa) ne
approfittano per intrecciare lucrose relazioni commerciali con l'oriente.
All'interno pare che i feudatari grandi e piccoli abbiano partita vinta con la
Constitutio de feudis, emanata dall'imperatore Corrado II nel 1037, che
garantisce la successione per eredit dei feudi stessi. Ma sono passati appena
quarant'anni che sotto la spinta aggressiva di papa Gregorio VII, i problemi
ricompaiono nella cruenta lotta per le investiture. Come conciliare le due
autorit, quella religiosa e quella politica, quando entrambe vogliono
sopraffarsi a vicenda?
La concezione dello Stato laico  di l da venire. Il Medio Evo  il regno del
diavolo e quindi il regno della fede. La questione dei vescovi-conti finisce nel
compromesso di Worms nel 1122 per riaccendersi un'ennesima volta con la lotta di
Federico Barbarossa contro i Comuni italiani che trovano nel papa il loro
naturale difensore. Solo la penisola balcanica gode in questo periodo di una
certa tranquillit. Basilio II, imperatore di Costantinopoli,  riuscito a
riportare i confini al Danubio. La Spagna  alle prese con il mondo musulmano.
La Francia, dopo l'assunzione al trono di Ugo Capeto (987), vede i suoi re
ridotti alla pura funzione di ratificare quanto vanno decidendo di volta in
volta i potentissimi feudatari che si dividono il territorio, lasciando alla
monarchia un dominio che si pu identificare, grosso modo, con l'attuale
dipartimento dell'Ile de France.
Come se non bastasse, a indebolire la monarchia franca e a portare altra
confusione negli affari europei, sopravvengono le grandi migrazioni scandinave.
Per la verit le scorrerie dei leggendari Vichinghi erano gi iniziate trecento
anni prima e la loro popolazione si era, nel tempo, nettamente differenziata in
Danesi, Norvegesi e Svedesi. Questi ultimi avranno come obbiettivo la Russia.
Gli altri due popoli, sotto la denominazione comune di Normanni (cio uomini del
nord), spingeranno invece le loro razzie su tutte le coste europee,
dall'Inghilterra alla Francia, dalle coste della penisola iberica al mare
Mediterraneo.
Padroni del mare con le loro velocissime navi, costituiscono un vero flagello
per la cristianit e i suoi commerci, fino al giorno in cui, stanchi di
scorrerie, non decidono di stabilirsi sui loro territori di conquista. I Danesi
riescono a sistemarsi su parte del territorio inglese. Nel 911 i Normanni, ormai
saldamente stabiliti lungo le rive della Senna, riceveranno dal re di Francia,
Carlo il Semplice, la formale investitura di un ducato che da essi prender il
nome di Normandia.
Pagani in origine e di costumi prevalentemente barbarici, succede anche a loro
quello che la storia prepara a tutti i conquistatori di una civilt
culturalmente superiore. Essi ne vengono assorbiti. Modificano la loro lingua,
le loro abitudini, i loro costumi e soprattutto le loro credenze. In questo
campo l'opera della Chiesa cristiana  formidabile. Non uno solo riesce a
sfuggire al battesimo e porta nella nuova fede lo stesso fanatismo, lo stesso
bagaglio di superstizioni di cui era impregnata la sua vecchia fede. Si direbbe
oggi che essi vengono rapidamente integrati nel sistema.
In Italia, dopo un mezzo secolo di alterne vicende, sulle coste della Campania
il papato decide di mutare politica e con il suo appoggio tocca a Ruggero il
Normanno, nel 1061, iniziare la conquista della Sicilia per strapparla agli
Arabi. Cinque anni dopo, il grande avvenimento: dalla Francia, e precisamente
dalla Normandia, essi muovono alla conquista dell'Inghilterra.
Una specie di spedizione alla rovescia di quella avvenuta nel 1944. Qui si
tratt di 4-5 mila navi e ventimila aerei. Ma, in rapporto ai tempi, i
preparativi furono altrettanto poderosi: 750 navi che trasportavano 15 mila
uomini e 5-6 mila cavalli. Una flotta da sbarco veramente imponente. Il giorno
di Natale del 1066 Guglielmo, detto appunto il Conquistatore, veniva incoronato
re d'Inghilterra nella cattedrale di Westminster. Il papa Ildebrando, cio
Gregorio VII, gli aveva consegnato come segno di protezione e di augurio uno
stendardo consacrato e un anello che conteneva un capello di S. Pietro. Dove
fosse riuscito quel diavolo di un papa a procurarsi una cos preziosa reliquia,
non si riusc mai a sapere.
Cinquant'anni pi tardi e precisamente il 21 dicembre del 1118 nasceva a Londra
S. Tommaso di Canterbury. Sette anni prima era nato in Francia da Goffredo,
conte d'Anjou, un bambino dai capelli rossi, robusto come un piccolo torello a
cui era stato dato il nome di Enrico. Nel 1154 egli avrebbe portato la corona
d'Inghilterra col nome di Enrico II Plantageneto. I due amici-nemici per la vita
e per la morte si avviavano lentamente verso il loro fatale incontro.
Con la conquista del regno d'Inghilterra era venuta a crearsi una situazione
quasi ridicola nel sistema feudale di quei tempi. I re normanni dell'isola o di
parte di essa, vi godevano piena e assoluta sovranit. Che il loro trono fosse
stato conquistato con la forza delle armi, col raggiro o con la benedizione
papale non importava nulla.
Erano stati dovutamente unti e consacrati, secondo la pi rigida tradizione sia
feudale che religiosa. Ma le cose cambiavano quando questi re mettevano il piede
sul suolo di Francia, perch l, in teoria, si trovavano declassati al ruolo di
vassalli del re dei Francesi, dal quale avevano ricevuto l'investitura dei vari
ducati in loro possesso. Racconta Guglielmo di Jumges che Rollone, capo dei
Normanni, durante la cerimonia per l'investitura del ducato di Normandia da
parte di Carlo il Semplice, si rifiut ostinatamente di baciare il piede del
sovrano in segno di omaggio. Ai vescovi che cercavano di convincerlo che un
simile dono valeva bene un bacio, rispose: Giammai piegher il ginocchio davanti
ad alcuno e giammai gli bacer il piede.
Tuttavia, continua il Jumges, spinto dalle preghiere dei Franchi, ordin a uno
dei suoi guerrieri di farlo in sua vece. Costui prese il piede del re e lo port
alla bocca, ma lo baci senza curvarsi e fece cadere il re per terra. Donde
grandi scoppi di risa e grande tumulto nella folla.
Nel corso di poco pi di due secoli, i Normanni perdono tuttavia i loro tratti
caratteristici. Lingua francese, costumi francesi, religione francese. Anche il
feudalesimo, come metodo di amministrazione, entra loro nel sangue ed essi ne
assumono le usanze, le procedure, la gerarchia, le cerimonie. Imparano anche a
valersi del principio di ereditariet dei feudi attraverso la proficua via dei
matrimoni ben combinati. Ai nostri giorni i grandi trust industriali si formano
a livello direzionale, a quei tempi si formavano nei pressi di un altare; ma le
trattative non erano meno lunghe e laboriose.
Chi fece, in questo senso, il colpo pi mancino fu proprio Enrico il
Plantageneto, cos chiamato perch usava portare sull'elmo dei rami di ginestra
(dal francese genet che significa ginestra). Recatosi alla corte di Luigi VII
per rendergli omaggio quale conte d'Anjou e del Maine, aveva messo gli occhi
sulla regina Eleonora, a suo tempo anche duchessa di Aquitania. Che la regina,
dal temperamento focoso e che non si peritava di dichiarare pubblicamente che
aveva creduto di sposare un re e le era invece capitato un frate, fosse subito
presa dall'esuberante energia del dicianovenne Enrico, appare come una cosa
ovvia. Ella aveva ventisette anni e con delle esigenze fisiologiche che il
debole Luigi non era in grado di soddisfare. Non si sa se la ragione di Stato
prevalesse nel giovane Enrico sulla passione amorosa, ma le cose precipitarono.
Roma dichiar nullo il matrimonio della coppia reale perch rato ma non
consumato. Eleonora, appena due mesi dopo la sentenza che la rendeva libera,
corse fra la braccia di Enrico e la consumazione ci fu secondo tutte le regole e
i bisogni.
Ma oltre al suo corpo ancora insaziato gli portava ben altro, cio l'immenso
ducato di Aquitania che comprendeva il Limosino, la Guascogna e il Perigord e
ancora diritti di sovranit sull'Auvergne e sulla contea di Tolosa.
Se a questi beni si aggiungono il ducato di Normandia, ereditato dalla madre, e
l'Anjou e il Maine, ereditati dal padre, Enrico si trovava ad essere molto pi
potente dello stesso re di Francia.
Essere il primo signore di Francia non imped a Enrico di gettare anche
un'occhiata su ci che accadeva nella vicina Inghilterra. L le cose andavano
effettivamente male. Alla morte di Enrico I i pretendenti al trono erano
diventati due: il primo era la stessa figlia del re, Matilde, sposa del conte
d'Anjou e quindi madre del nostro Enrico Plantageneto, e il secondo Stefano di
Blois, nipote del grande Guglielmo il Conquistatore. I partigiani dell'uno e
dell'altra ne approfittarono per farsi guerra a beneficio dei loro esclusivi
interessi. Il paese precipit nell'anarchia. Stefano di Blois era un debole e un
inetto. Una cricca di baroni londinesi sempre in funzione del loro personale
tornaconto, lo elessero re. Ma la situazione caotica era diventata intollerabile
per tutti. Fu allora che la Chiesa assunse il suo ruolo di arbitro con
opportunit e coscienza. Enrico, quale figlio della pretendente al trono, fu
chiamato a Londra e nella cattedrale di Westminster fu siglato l'accordo secondo
il quale Stefano adottava Enrico, lo associava al trono e lo nominava suo erede.
Neppure un anno dopo Stefano faceva ad Enrico il grande favore di andarsene
all'altro mondo. Il Plantageneto diventava cos anche re d'Inghilterra fra
l'entusiasmo di nobili e plebei. Egli veniva preceduto dalla buona fama che
avrebbe reso giustizia a tutti. I lunghi, lontanissimi e segreti fili che il
destino stava preparando per unire l'esistenza di Enrico II il Plantageneto con
quella di Thomas Becket stavano per annodarsi.
Tommaso Becket nasce dunque a Londra quando ormai la dominazione normanna sulla
parte inferiore dell'isola britannica  un fatto non solo compiuto ma anche
consolidato. E' probabile che la sua famiglia abbia seguito di poco le orme di
Guglielmo il Conquistatore, trasferendosi da un piccolo villaggio della
Normandia sulle rive del Tamigi, dove si era dedicata con successo al commercio.
Che appartenesse a gente cui non facevano difetto i mezzi finanziari, lo
dimostra il fatto che non fu ritenuto sufficiente mandarlo a studiare a Oxford.
Ci volle anche Parigi, dove, oltre alla prosecuzione della lingua latina, doveva
accompagnarsi lo studio o meglio il perfezionamento della lingua francese.
Questa era la lingua degli avi e per di pi quella usata negli affari correnti
dai nuovi amministratori. Il padre di Becket era lungimirante. Desiderava
preparare suo figlio a entrare nella grande vita, se se ne fosse presentata
l'occasione. Forse, come gran parte dei mercanti di ieri e di oggi, sperava che
il figlio si sarebbe tolto un giorno dalle pastoie del vendere e del comprare
per assurgere a pi alte dignit. Il commercio, in fondo, conservava sempre
qualche cosa di plebeo.
E le previsioni e le precauzioni del padre non furono sbagliate. Gli affari non
andavano troppo bene in casa Becket. I commerci presero una brutta piega, le
entrate diminuirono paurosamente. A trentasei anni Thomas fu costretto a
cercarsi per suo conto nuovi mezzi di sostentamento. La fortuna gli aveva gi da
qualche tempo fatto conoscere un personaggio di primo piano, originario pure lui
della Normandia: Tebaldo, arcivescovo di Canterbury. Era come dire il primate
della chiesa inglese, il vescovo dei vescovi dell'isola, il rappresentante del
pontefice romano, colui al quale toccava, per antichissimo diritto, l'unzione e
la consacrazione dei re e proprio nella sua celebre abbazia. Questi diritti
rimangono tutt'oggi inalterati dopo pi di dieci secoli. L'arcivescovo di
Canterbury  sempre il primate d'Inghilterra. Nella chiesa anglicana riformata
egli non riconosce altri superiori che il suo re. Questo doveva essere pure il
sogno di Enrico II, ma i tempi non erano ancora maturi.
Sar solo nel 1534 con Enrico VIII, lo spregiudicato re che ebbe il coraggio di
sposare sei mogli, che il Parlamento approver, per amore o per forza, il famoso
Atto di Supremazia. In esso viene definitivamente sancito che Sua Maest il re
giustamente e legittimamente  e dev'essere e sar ritenuto l'unico capo supremo
sulla terra della chiesa d'Inghilterra, detta Anglicana Ecclesia. Il distacco da
Roma diventa irreparabile. Ma il fuoco covava sotto la cenere gi pi di
trecento anni prima.
Per Thomas Becket, dunque, la conoscenza di un tale illustre personaggio fu come
trovare un porto sicuro contro le difficolt di una vita che gli si presentava
con prospettive poco rosee. Infatti l'arcivescovo lo assunse al suo servizio. Si
pu senz'altro affermare che la scelta non fu dovuta al caso n a particolari
situazioni sentimentali o amichevoli. Il vecchio Tebaldo conosceva di Tommaso
prima di tutto la cultura, che lo rendeva abile a sostenere e a disimpegnare
uffici e compiti anche delicati. Della sua seriet, del suo zelo, della sua
religiosa piet ebbe modo di rendersi conto personalmente vivendo al suo fianco.
La storia non ci ha tramandato minute cronache sulla vita di questo oscuro
chierico che viveva nell'ombra dell'abbazia di Canterbury, n si  preoccupata
affatto di fornirci ragguagli sul suo passato di laico.
Certamente non era uno di quelli che portava stampate in fronte le stigmate del
suo grande destino. Ma circa le sue doti d'intelligenza e di carattere si pu
fare sicuro affidamento sull'intuito e sull'esperienza di Tebaldo. E la
dimostrazione di ci si pu avere quando riceve l'incarico, e per pi di una
volta, di recarsi a Roma per risolvere presso la Santa Sede delicati problemi
riguardanti la Chiesa d'Inghilterra. E' proprio in occasione di uno di questi
viaggi che il suo arcivescovo lo invita a fermarsi per un certo tempo nella
citt di Bologna, allo scopo di approfondire le sue conoscenze in materia di
diritto civile. A riconoscenza dei suoi meriti, nel 1154 viene ordinato
arcidiacono, cio il primo fra i diaconi incaricati di assistere l'arcivescovo
durante la celebrazione degli uffici divini. Un passo di pi verso l'altare, un
altro gradino sulla via della consacrazione sacerdotale, verso la quale appare
ora decisamente avviato.
Poi, improvvisamente, il colpo di scena. Nel 1154 Enrico II diventa re
d'Inghilterra. L'anno dopo Thomas Becket lascia piviali, stole, pianete,
turiboli e calici per assumere la carica di Cancelliere del Re. Passa dalle
fredde celle del convento allo sfarzo della vita di corte. Diventa d'improvviso
il secondo personaggio del regno.
La carica di cancelliere aveva origini molto lontane. Presso i Romani si
trattava di un semplice guardiano che, durante i giudizi pubblici, introduceva i
chiamati a deporre attraverso una porticina che si apriva su di una cancellata
semicircolare, atta a separare i giudici dal popolo. Per questo suo movimento di
apri e chiudi e per la stessa forma, la cancellata poteva rassomigliare
benissimo alla due pinze di un granchio, che per l'appunto in latino si chiamava
cancer. Da qui l'origine della parola cancelliere.
All'epoca normanna il Cancelliere era gi diventato qualche cosa di pi. Era il
capo della cappella reale, alla quale appartenevano i chierici incaricati di
copiare e redigere tutti i documenti riguardanti l'amministrazione del regno. E'
naturale che un uomo incaricato di sorvegliare il lavoro di uno stuolo sempre
crescente di scrivani (la burocrazia non  un'invenzione moderna) dovesse avere,
come si suol dire, la testa sul collo. Ogni documento, poi, oltre a subire
un'accurata revisione da parte del Cancelliere, avrebbe dovuto essere vistato e
convalidato dal re. Ma le carte si accumulavano, il re era spesso assente. Si
pass cos ad una specie di delega alla firma. Il Cancelliere ricevette nelle
sue mani il Sigillo Reale; una procura in piena regola, una pienezza di poteri
che poteva trovare limiti soltanto nella coscienza personale di chi li
possedeva. Pi tardi i re stessi si accorsero di aver concesso troppo braccio a
un solo uomo e crearono un altro visto gerarchicamente superiore: il Sigillo
Privato. Il Lord del Sigillo Privato  una carica onorifica che si conserva
tuttora alla corte d'Inghilterra.
Ai tempi di Becket il cancellierato era giunto ai pi alti gradi della sua
potenza. Non aveva pi niente a che vedere con l'uomo ad cancellos dell'epoca
romana. Aveva il suo palazzo e la sua corte e proprio in Inghilterra la sua
potenza appariva pi visibile e pi temibile, in quanto lo stesso re Enrico non
amava troppo trattenersi in Inghilterra. La sua patria rester sempre la
Francia, francesi i suoi gusti e la sua lingua. In trentacinque anni di regno ne
passer appena tredici oltre la Manica e per cinque anni consecutivi non vi
metter mai piede.
Uno dei compiti pi delicati del Cancelliere era quello della riscossione delle
tasse, che avveniva a Pasqua e a S. Michele. Era assistito nell'operazione dal
vescovo di Winchester e da un commesso. Il sistema era ingegnosissimo. A turno
entravano gli sceriffi cui erano affidate le diverse regioni amministrative.
Ognuno faceva il suo resoconto delle entrate e delle spese, che venivano
accuratamente segnate su di un grande tavolo diviso in grandi riquadri. Ciascuno
di questi rappresentava i pence, gli scellini, le lire sterline, le decine di
lire, le centinaia e cos via. Le monete erano rappresentate da gettoni
convenzionali. Esaurita la disposizione dei gettoni che rappresentavano le
entrate, si passava a togliere quelli che rappresentavano le uscite. In tal modo
i gettoni rimasti sul tavolo indicavano la somma dovuta all'erario dallo
sceriffo e che doveva essere versata subito in moneta sonante. Ogni somma e ogni
voce era registrata dai chierici del Gran Registro. Si pensi che gli archivi di
Londra conservano nella loro integrit queste annotazioni a datare dall'anno
1131. Fra le altre e sono certamente milioni, si pu leggere anche questa: La
moglie di Ugo di Neville versa al re duecento sterline per il permesso di
giacere con suo marito... il quale si trovava probabilmente in prigione.
Nessuna meraviglia, dunque, se nel tradizionalismo della corte inglese si trova
ancora ai nostri giorni la carica altisonante di Cancelliere dello Scacchiere,
vicino a tante altre che risalgono all'epoca normanna.
Unico esempio parallelo, almeno fino a pochissimi anni fa,  quello della corte
papale di Roma, con tutta la sua lunga serie di gentiluomini di cappa e spada,
di ostiari, di camerieri segreti, di camerlenghi, di assistenti al soglio, ecc.
Il Nevers, nella sua Histoire de Thomas Becket, si limita a tratteggiare in
poche righe quale fu il comportamento del suo eroe nella nuova funzione di
cancelliere. Dice che egli si comport in maniera da guadagnarsi le buone grazie
del re con ogni sorta di compiacenze; cacciava con lui, mangiava e dormiva
secondo l'orario reale; la sua tavola era magnifica, i suoi mobili sontuosi; era
circondato da una ricca corte e cercava la stima della gente di mondo. Ma subito
dopo, da buon agiografo, si affretta ad aggiungere che, pur vivendo in mezzo
alle delizie e alla vanit conserv sempre la sua piet e la sua castit. Non si
potrebbe certamente mettere la mano sul fuoco per confermare una tale
affermazione di maniera. Quel volersi accattivare le buone grazie del re con
ogni sorta di compiacenze, quel suo tenore di vita lussuoso, anzi regale, quel
suo cercare la stima della gente di mondo, non depongono sicuramente a favore
della sua piet e della sua castit. E' nota la vita dissoluta che ha sempre
condotto buona parte dell'aristocrazia medioevale, forte dei suoi privilegi,
della potenza delle sue armi e del suo diritto divino, cui faceva riscontro la
miseria, l'ignoranza e la superstizione del popolo.
N pi n meno di quanto accade oggi fra la nuova aristocrazia della finanza, i
cui scandali riempiono i rotocalchi di tutto il mondo. L'Jus primae noctis, cio
il diritto della prima notte, da parte del feudatario sulle coppie di sposi dei
suoi servi non era una fandonia. Ma non si  ancora riusciti a stabilire se
fosse pi facile a Don Rodrigo impossessarsi di Lucia o ad un miliardario
moderno avere a sua disposizione una ragazza del popolo. Il primo usava i suoi
bravi. Il secondo usa i suoi quattrini. Certamente il secondo arriva prima allo
scopo e senza troppo scalpore. Ed attua, senza bisogno di pianificazioni e di
programmazioni, una specie di ridistribuzione dei redditi.
Ma se non bastasse un'attenta lettura fra le righe di quanto riportato dal
Nevers, ci sarebbe un altro fatto a convalidare i sospetti di cui sopra, cio
l'amicizia che subito si stabil fra Becket ed Enrico II. Tommaso era stato
allevato come un gentiluomo di buon rango.
Sapeva cavalcare con maestria, era un abile falconiere e appassionato della
caccia, maneggiava la spada come un buon schermidore, aveva la parola facile e
l'arguzia pronta. Tutte queste qualit che non aveva potuto rivelare nella loro
pienezza, prima per il declinare delle sue condizioni economiche e poi per la
sua vita claustrale a fianco dell'arcivescovo Tebaldo, trovavano ora il campo
pi fertile e pi aperto. E per di pi con l'appoggio di un re. Il che
costituiva una tentazione alla quale pochissimi avrebbero saputo resistere. E
nel caso molto improbabile, di una resistenza, Thomas Becket sarebbe caduto in
disgrazia presso lo stesso Enrico, costretto a ritornare fra le ombre del
chiostro e il suo nome cancellato dagli annali della storia.
Che Enrico II fosse moralmente un poco di buono  noto e arcinoto. Del resto
tutta la famiglia dei Plantageneti era dominata, almeno nella sua discendenza
maschile da un carattere violento, cinico, sensuale al massimo.
Non si poteva neppure parlare di una unit familiare, in quanto i componenti si
odiavano di santa ragione, pronti a farsi la forca ad ogni buona occasione.
Riccardo Cuor di Leone ebbe una volta a dire che la sua famiglia non aveva
alcuna ragione di esistere perch ogni suo membro apparteneva al Demonio e al
Demonio sarebbe dovuto, presto o tardi, tornare. Fra gli avi della contea
d'Anjou, Enrico vantava Folco il Nero, che aveva fatto bruciare viva la moglie e
obbligato suo figlio a chiedergli una grazia camminandogli davanti a quattro
zampe, bardato come un asino e in presenza di tutta la corte. Sua nonna era
considerata una maga e il popolo giurava di averla vista un giorno uscire in
volo dalla finestra di una chiesa. Dopo aver sposato la bellissima Eleonora
d'Aquitania, altrettanto sensuale e intrigante quanto lui, si era affrettato a
impossessarsi dei suoi beni. Poi dopo un certo tempo la regina non fu pi vista
a corte. Si sussurrava che il re l'avesse fatta rinchiudere in una torre per
godersi in pace la compagnia delle sue numerose amanti.
Per Thomas Becket il cercare le grazie del re con ogni sorta di compiacenze non
signific altro che farsi compagno dei suoi bagordi, anzi l'animatore,
l'inventore delle occasioni pi propizie per le orge, i festini, le beffe anche
cruente che Enrico prediligeva per i suoi passatempi, sotto la protezione della
sua immunit regale.
E non sembri irriverente vedere il Cancelliere anche nella sua veste di mezzano,
alla ricerca di luoghi malfamati, di taverne equivoche, di donnine dai costumi
facili, di osterie con cibi e vini raffinati, pronto a pagare pi del dovuto e
svelto a mettere mano alla spada o al pugnale per difendere i piaceri del suo
signore. E per tutti questi servigi non faceva certamente la parte del cane che
aspetta pazientemente sotto il tavolo i rifiuti del suo padrone. Enrico non
avrebbe saputo che farsene di un compagno del genere. Non poteva essere un
ingrato verso chi lo serviva con tanta fedelt e tanta inventiva.
Se a questo si aggiungono la competenza con cui svolgeva le sue mansioni di
cancelliere, la sua infaticabilit nel lavoro, la sua scrupolosit, la sua
devozione si deve concludere che la scelta di Enrico non poteva essere pi
felice. Ma si era trattato veramente di una scelta?
Le mire del papato, nell'accordare la sua protezione all'invasione normanna
dell'Inghilterra e al suo consolidamento nell'isola, facevano parte di quel
vasto programma di riforme che agitava la Chiesa intorno all'anno mille. I
vescovi e i grandi prelati, invischiati nella rete feudale, si preoccupavano
piuttosto degli affari terreni che di quelli spirituali. La corruzione e la
simonia dilagavano in modo pauroso. L'autorit del papa andava lentamente
disgregandosi. Erano gl'imperatori e i re che concedevano terre ai
vescovi-conti, che elargivano privilegi, immunit, benefici. E tutto ci
significava ricchezza materiale, potenza terrena con le conseguenze che ognuno
pu immaginare. Sostanzialmente si verificava questo: che il clero pi
altolocato e corrotto propendeva a servire piuttosto i re o i grandi feudatari
dai quali riceveva concreti benefici che non il papa.
L'unit della Chiesa era posta in serio pericolo. Da questa situazione deriva la
brusca frenata di Gregorio VII e la lotta per le investiture. Il pontefice di
Roma poteva contare ancora sulla fede cieca di milioni di europei. L'arma della
scomunica si rivel molto pi efficace di qualsiasi esercito. L'lmperatore
Enrico IV dovette umiliarsi a Canossa. Scalzo, sotto la neve, vestito di un
umile saio  costretto ad invocare perdono sotto le mura del castello per ben
tre giorni e tre notti. Gregorio VII aveva esposto il suo programma nel celebre
Dictatus papae del 1075, dove si diceva fra l'altro: Solo il romano pontefice
sia detto universale. Solo lui possa deporre o riabilitare vescovi. Solo lui
possa usare le insegne imperiali. A lui sia lecito deporre gli imperatori.
Nessun libro e nessun capitolo si abbia come canonico senza l'autorit di lui.
Egli non sia giudicato da alcuno. Nessuno osi condannare un appellante alla
santa Sede. Le cause di maggiore importanza di qualsiasi chiesa siano avocate
alla Santa Sede. La Chiesa Romana giammai err, n mai errer, e ci per
autorit dei sacri testi. Essa pu sciogliere i sudditi dalla fedelt verso i
dominanti perversi.
Pi chiaro di cos il papa non poteva essere. Si proclamava in poche parole la
pi alta, anzi l'unica autorit sulla terra, alla quale tutti dovevano
un'ubbidienza cieca, rispettosa e assoluta. Tutti: dalle teste coronate al pi
umile servo, senza distinzione.
Le condizioni del clero inglese, all'epoca di Guglielmo il Conquistatore, erano
semplicemente disastrose. Fosse per la lontananza dalla sede romana, fosse per
il succedersi delle invasioni e per le continue lotte intestine, non si poteva
nemmeno pi parlare di un clero vero e proprio. Dice il Maurois nella sua Storia
d'Inghilterra che il clero inglese, ignorante e licenzioso, non era pi
rispettato dai fedeli. I preti si vestivano come laici e bevevano come
signorotti. I vescovi, che avrebbero dovuto essere eletti dai preti e dai fedeli
delle diocesi, comperavano i loro voti dagli elettori. Il celibato del clero era
quasi sconosciuto. Preti e vescovi avevano sempre il mezzo di trovare un buon
impiego per la loro numerosa figliolanza.
Il papa aveva saggiamente posto al fianco del re Guglielmo un suo uomo di
fiducia, Lanfranco, originario di Pavia, insegnante di diritto alla scuola
francese di Avranches, monaco, abate di Caen e infine arcivescovo di Canterbury.
Fidarsi  bene, ma non fidarsi  meglio, dice il proverbio, e mai come in quel
caso il detto era stato pi appropriato. Il Conquistatore era assolutamente in
mala fede, avrebbe cercato di mantenere il meno possibile di quanto aveva
promesso. Il papa non era poi cos ingenuo da prendere per oro colato tutto
quello che era stato accordato. Era logico che l'arcivescovo cercasse di
ottenere dal re quanto pi era possibile. Cos si and avanti con molta
prudenza, sia per quanto riguardava la riforma dei costumi del clero che per le
interferenze fra potere regio e potere ecclesiastico. Roma manteneva il potere
di destituzione dei vescovi, ma l'investitura e l'elezione erano riservate al
re. Le decisioni dei concili del clero dovevano ricevere l'approvazione del
sovrano. Senza il suo consenso era proibito avere rapporti con Roma, come era
vietato sottoporre al tribunale ecclesiastico i baroni e i funzionari reali.
Infine l'autorit del papa sulla Chiesa inglese doveva essere formalmente
riconosciuta dal re, il quale, per sovrappi, si rifiutava, rispettosamente ma
fermamente, di considerarsi vassallo del papa.
In conclusione Roma non poteva cantare vittoria. Aveva tutt'al pi evitato un
conflitto aperto, una rottura scandalosa, ma la lotta continuava sotto sotto fra
scambi di formali cortesie, professioni di fede e scambi di omaggi e di
benedizioni.
Ora si pu tentare una risposta alla domanda posta alla fine del capitolo
precedente. Enrico non aveva scelto Becket. Lo aveva trovato di suo gusto sia
come compagno di baldoria sia come collaboratore negli affari di governo. Ma
dietro Becket c'era tutta la sapienza e la politica di un Lanfranco, di un
Anselmo d'Aosta e di un Tebaldo, arcivescovi della chiesa primaziale di
Canterbury. Era sempre la stessa diffidenza che regnava fra la Chiesa e il
monarca e guidava i fili segreti della diplomazia. L'arcivescovo Tebaldo, sia
detto a suo sommo onore, si dimostr un cos profondo conoscitore degli uomini
da far invidia ai pi celebri psicanalisti moderni. L'uomo che bisognava
collocare a fianco del giovane, impetuoso, scapestrato re d'Inghilterra, era
Tommaso Becket.
Un cronista dell'epoca si esprime nei confronti della posizione del Becket con
queste testuali parole: Egli fu ricevuto con tanto affetto e tanta familiarit
dal re che non vi fu nessuno nel regno che gli potesse stare a pari, se si
eccettua il re stesso. Richard de Luc che pur ricopriva la carica di Grande
Giustiziere del re, gli dovette cedere il passo.
Il primo compito di Enrico fu quello di riportare la pace nelle sue terre. Molti
erano ancora i conti e i vescovi ribelli. Si trattava di usare con loro la mano
forte, quella delle armi. Ad uno ad uno li ridusse all'obbedienza e per misura
precauzionale rase al suolo i loro castelli. Sull'esperienza del regime feudale
di Francia, imped la formazione di vasti domini territoriali contigui. Non
vedeva di buon occhio il latifondo. Non gl'importava la quantit dei beni
posseduti, purch le propriet fossero sufficientemente distanziate. Con la
Chiesa si mantenne prudentissimo. Non era opportuno combattere su due fronti
contemporaneamente.
Due sono le istituzioni che Enrico rinforza e riporta all'antico splendore:
quella degli sceriffi e quella della Curia Regia. Sono in fondo strumenti che
rappresentano e mantengono in continuo vigore l'autorit del re. Lo sceriffo 
un'istituzione sassone che i Normanni si erano guardati bene dal sopprimere.
Deriva dalla parola shire, desinenza comune anche attualmente alla denominazione
delle regioni, che significa contea.
Lo sceriffo  un incaricato del re che riscuote le tasse, amministra la
giustizia per mezzo di una giuria e segnala al potere centrale quanto 
necessario a un buon governo. La carica, come avveniva nel mondo feudale, aveva
manifestato qualche tendenza a diventare ereditaria. Enrico stronca subito
questi tentativi.
La Curia Regia  invece un tribunale vero e proprio che lo stesso re in persona
presiede. Si sposta da un luogo all'altro con la massima solennit. Lo sceriffo
deve preparare la giuria secondo un complesso sistema di elezioni. Il re che
viene di persona a rendere giustizia non era soltanto un avvenimento
folcloristico, ma una realt sentita ed apprezzata, che contribuiva al
rafforzamento di un rispetto quasi sacro verso una legge comune. Quando il re,
per le troppe cure di governo, non potr pi partecipare a questi tribunali
itineranti, si far rappresentare da suoi speciali delegati. E anche in loro la
sua presenza sar ancora viva.
Dire che la politica di Enrico fu il frutto dei consigli di Thomas Becket non 
una novit. Tutti gli storici e tutti i cronisti sono concordi nel confermarlo.
Il disaccordo nasce quando si tratta di stabilire se Becket fu pi favorevole a
Enrico o alla Chiesa, oppure se seppe mantenersi su un piano di equidistanza fra
le due potenze non ancora in aperta lotta. Fra le altre cose lo si accusa di
aver permesso al re di prelevare una tassa sui feudi ecclesiastici per
sovvenzionare la guerra contro il fratello ribelle Goffredo d'Anjou, tassa che
acquist poi un carattere permanente per coloro che volevano essere esentati dal
servizio militare, laici o ecclesiastici che fossero. Lo si accusa ancora di
aver favorito l'intervento della Curia Regia nei giudizi riguardanti questioni
ecclesiastiche, escludendo sempre pi il ricorso alla curia papale. Si trattava,
in genere, sempre di contrasti di potere fra un vescovo e l'altro, fra vescovi e
baroni per il possesso di castelli, terreni e villaggi. In poche parole, la
sostanza dei contrasti era sempre di carattere economico.
C'era poi la questione delle chiese o sedi episcopali vacanti, di cui il re
incamerava le rendite, per cui la nomina del vescovo era ritardata il pi
possibile. Becket, come cancelliere, non avrebbe esercitato le dovute pressioni
perch le nomine avvenissero regolarmente o che le rendite fossero lasciate a
disposizione del neo-eletto. Cos, secondo gli uni, avrebbe deluso le speranze
in lui riposte dall'arcivescovo Tebaldo e, secondo gli altri, avrebbe fatto
quanto era in suo potere per difendere la Chiesa dall'invadenza della monarchia.
Nessuno  in grado di dire o di provare che cosa pass fra i due nel segreto dei
loro consigli. Sul piatto della bilancia i vantaggi immediati derivanti alla
Chiesa erano certamente superiori agli svantaggi. Le carte reali che concedevano
privilegi, immunit, che assegnavano terre e rendite, che ordinavano costruzioni
di nuove chiese e abbazie riscaldandole con ricchi appannaggi, erano una realt
concreta, presente, intangibile. Meritava allora di ostacolare un monarca cos
generoso, in vista di ipotetici e futuri turbamenti che sarebbero potuti nascere
in seno alla Chiesa? Se il potere regio non fosse stato rinforzato, l'anarchia
feudale e la prepotenza dei feudatari laici non avrebbe costituito per la Chiesa
un pericolo ben maggiore, dal quale sarebbe stato impossibile salvarsi? Un re
forte, col quale si poteva sempre trattare, era, se non una garanzia, almeno una
grande speranza per la Chiesa stessa.
Fu cos che Becket adoper tutte le sue energie perch il suo re fosse veramente
tale sia in Inghilterra che in Francia. E fu proprio in questa terra, durante
una campagna condotta contro il castello normanno di Vexin, che il cancelliere
intervenne a fianco di Enrico con un esercito personale di settecento cavalieri
appartenenti alla sua casa e quasi cinquemila fanti da lui stesso assoldati. E
sguain la spada e combatt da prode in mezzo ai suoi uomini. Il che dimostra
non soltanto la sua fedelt a Enrico, ma anche il grado di potenza che aveva
raggiunto come cancelliere. Eravamo nel 1160. In cinque anni di cancellierato
non aveva curato solamente gli interessi del re. Per armare a sue spese un
esercito di seimila uomini ci voleva anche in quei tempi un bel po' di
quattrini. Si vede che aveva ben saputo dove procurarseli.
All'occhio acuto e vigile di Becket non era certo sfuggito l'obbiettivo ultimo
della politica di Enrico che consisteva in questo: Un re forte, una baronia
debole, un reame omogeneo e una Chiesa con la briglia. I primi tre punti del suo
programma si potevano ormai considerare raggiunti. Era l'ultimo, quello della
Chiesa, che lo preoccupava di pi e non tanto per il clero, che riteneva nel suo
intimo di poter vendere e comprare a suo piacimento, quanto per altre due
ragioni pi valide e pi sostanziali.
La prima stava nella religiosit del suo popolo, anzi dei suoi popoli.
Un'eventuale rottura con Roma, cui sarebbe seguita inevitabilmente la scomunica,
avrebbe avuto conseguenze imprevedibili sia in Inghilterra che in Francia. Era
un rischio che non si poteva assolutamente correre. Un Enrico, come lui, aveva
subito l'umiliazione di Canossa. La seconda era forse pi grave ancora. I nemici
interni ed esterni, di fronte alla maledizione di Roma, sarebbero sorti come un
solo uomo, armi alla mano e spalleggiati dal popolo. Un re scomunicato era la
personificazione del diavolo e, come si  gi detto, nel Medio Evo il diavolo
era una entit di primo piano, anzi di primissimo piano.
Un primo tentativo, timido e ambiguo, Enrico lo fece in occasione della lotta
fra i Comuni italiani, sostenuti dal papa Alessandro III, e l'imperatore di
Germania, Federico Barbarossa. La sostanza del contrasto era sempre la stessa:
predominio del papa o dell'imperatore? Prevalenza del potere spirituale o di
quello temporale? Nessuna delle due parti si voleva assoggettare al comandamento
evangelico: Date a Cesare quel che  di Cesare e a Dio quel che  di Dio. O
meglio, non si trovavano d'accordo su ci che apparteneva a Cesare e su ci che
apparteneva a Dio. Ciascuno voleva per s la parte maggiore e possibilmente
tutto. Fra le diete di Besancon e di Roncaglia, in cui i contrasti si rivelarono
insanabili, il Barbarossa tent il suo colpo mancino appoggiando l'elezione di
un antipapa nella persona di Vittore IV. Lo scisma era aperto con un turbamento
indescrivibile in tutta la cristianit occidentale.
Enrico II d'Inghilterra accarezz l'idea di appoggiare l'antipapa, pressato in
tal senso anche dallo stesso Barbarossa. Se Vittore IV fosse riuscito a
trionfare anche per il suo aiuto, la Chiesa con la briglia sarebbe stato un
fatto compiuto. Alessandro III era fortemente preoccupato dell'atteggiamento di
Enrico e invitava il vescovo di Lisieux a interporre tutti i suoi buoni uffici
presso il re, che si trovava in quel tempo nel suo ducato di Normandia.
Vegliate, gli scriveva, vegliate senza posa presso il re perch mantenga la sua
devozione verso la Chiesa romana che  anche la sua Chiesa e non porga orecchio
alle frequenti sollecitazioni del Barbarossa.
L'episcopato inglese gi si dimostrava diviso in due fazioni. Tebaldo di
Canterbury era per Alessandro. Becket usava pure in tal senso tutta la sua
prudente influenza. Ma Enrico, come aveva usato fare il suo avo Guglielmo il
Conquistatore, non ammetteva che i membri della Chiesa inglese si pronunciassero
in merito al riconoscimento del pontefice senza la sua preventiva approvazione.
A far di testa sua avrebbe compromesso la concordia delle sue terre di Francia.
Era perci necessario agire d'intesa con Luigi VII. L'accordo fu raggiunto nel
1160. Enrico si schierava dalla parte del papa romano ma otteneva la sua
controparte: il matrimonio di suo figlio Enrico con Margherita, figlia del re di
Francia, la quale portava in dote un certo numero di castelli e di feudi.
Alessandro III pag il prezzo della rinnovata fedelt concedendo la dispensa per
la celebrazione del matrimonio. E veramente di dispensa ce n'era proprio
bisogno. Enrico, lo sposo, non aveva compiuto ancora i sei anni e Margherita, la
sposa, aveva giusto due anni. Non risulta, per, se i due sposi, dopo la rituale
benedizione, abbiano passato la notte insieme.
Ma l'occasione che si era presentata a Enrico con la questione dell'antipapa e
che non aveva potuto risolvere secondo i suoi desideri, si ripresenta, sotto
altra forma, appena un anno dopo. Il vecchio Tebaldo, arcivescovo di Canterbury
e primate d'Inghilterra, passa a miglior vita e la sede rimane vacante. Il re ha
un'intuizione che, secondo il suo punto di vista, sarebbe troppo poco definire
geniale. Ma che cosa va cercando di meglio? Egli ha sottomano l'uomo capace,
l'amico fedele, il suo compagno di lavoro e di orgia, un essere che ha tratto
dal nulla per farne la seconda persona del regno, legato a lui, oltre che da
fili sentimentali, da sensi di gratitudine, di devozione, di rispetto, di
obbedienza. Ma come non averci pensato subito? Quell'uomo  Thomas Becket, il
suo cancelliere. Potere civile e supremazia religiosa riunite nella stessa
persona e questa persona ai suoi piedi, desiderosa soltanto di ubbidire e di
servire il suo re! Con la nomina di Becket ad arcivescovo di Canterbury
l'imbrigliamento della Chiesa inglese poteva considerarsi un fatto compiuto.
Quello che, per, a prima vista appare strano e contraddittorio  il fatto che
il vecchio Tebaldo fosse dello stesso parere. Come aveva potuto consigliare,
insistere e approvare una tale scelta, lui, un cosi profondo conoscitore degli
uomini, che poteva leggere nei disegni di Enrico come in un libro aperto? Eppure
la sua insistenza per questa nomina  ancora presente ed efficace anche dopo la
sua morte. Jean di Salisbury, suo segretario, si affretta a mandare al re, a
pochi giorni dall'inumazione del suo arcivescovo, una lunga lettera che ha tutto
il sapore di un testamento spirituale, redatto dallo stesso primate defunto.
Nello scritto gli raccomanda con insistenza particolare la santa chiesa di
Canterbury, supplica il re di volerla difendere contro gli attacchi dei cattivi
e soprattutto di darle un pastore degno del primo seggio del regno, gradito a
Dio per la sua piet e per le sue virt.
Era questo il consiglio pi accorato del primate al suo re, di un padre a suo
figlio e che un vescovo doveva al suo signore. E' vero che la lettera non fa
esplicitamente il nome di Becket. Non sarebbe stato corretto n legale. Ma non
vi  dubbio che il raccomandato fosse lui.
Durante la malattia dell'arcivescovo, Becket si trova in terra di Francia, al
seguito di Enrico. Egli si rifiuta di accorrere al letto del morente, bench
ripetutamente invitato. Sa, o per lo meno presagisce, il destino che lo attende.
La sua presenza a Canterbury potrebbe essere interpretata come un sollecitare,
un voler influenzare, un pretendere la successione. Egli attende, invece, con
squisita finezza politica l'ordine del re. Il quale non tarda ad arrivare.
Gervasio di Canterbury cos ci racconta l'elezione e i preamboli che la
precedettero: Nel mese di maggio, i vescovi di Chichester, d'Exeter e di
Rochester, l'abate di Battle e suo fratello Richard de Luc, inviati dal re,
giunsero a Canterbury per convocare con ordine reale il priore e i monaci,
insieme ai vescovi e al clero d'Inghilterra per l'elezione di un arcivescovo
primate. In compagnia di alcuni fra i monaci pi venerabili, il priore Wibert si
port a Londra, dove trov radunati in assemblea i prelati e i grandi del regno.
In seguito a lunghe e numerose trattative, il priore e i monaci, dopo aver
invocato lo Spirito Santo, elessero, in nome della Santissima Trinit, Thomas il
cancelliere.
La procedura aveva seguito il suo cammino regolare: permesso dell'elezione da
parte del re e notificazione del suo candidato, accordi fra i monaci e gli altri
elettori, votazioni nella cappella reale, proclamazione solenne dell'eletto in
assemblea plenaria il 27 maggio 1162.
C'era ancora qualche formalit da adempiere. Thomas Becket era rimasto
arcidiacono, perci non era ancora neppure sacerdote. Ma in quei tempi si
potevano superare ben altre difficolt. Sabato 2 giugno, vigilia di Pentecoste,
fu ordinato sacerdote dallo stesso vicario della chiesa di Canterbury e il
giorno dopo consacrato arcivescovo nella sua cattedrale, alla presenza di tutti
i vescovi d'Inghilterra, dei pi alti dignitari laici e col concorso di una
folla sterminata di fedeli.
Soltanto il vescovo elettore Gilbert Foliot fece sentire la sua voce di protesta
contro l'elezione di Becket. Ma i maligni dissero che fosse indispettito per non
essere stato lui il prescelto.
Ci che costituisce a tutt'oggi l'enigma insoluto della vita di Thomas Becket 
la radicale trasformazione che si verific nella sua vita, passando dalla carica
di cancelliere a quella di arcivescovo. E quello che  pi misterioso  che non
si tratt di una trasformazione superficiale, apparente, di convenienza, ma
addirittura di un mutamento della stessa personalit. Le due posizioni sono
difficilmente confrontabili. L'arcivescovo Becket  una persona totalmente
diversa dal cancelliere Becket. E' come se la consacrazione episcopale avesse
riportato alla luce un uomo nuovo, preesistente ma represso, vivo ma impedito a
vivere da una serie di involucri convenzionali, quali la devozione al re, gli
obbiettivi politici, le cure amministrative e la vanit della vita di corte.
E' un cambiamento che avviene dall'oggi al domani. Ieri un tenore di vita quasi
regale: feste, cavalcate, cacce, lussuosi vestiti e una casa principesca servita
da nugoli di camerieri, di cuochi, di palafrenieri, di scudieri. Oggi tutto
questo  finito. Occupazione principale lo studio e la preghiera. Si circonda
dei chierici pi sapienti e s'intrattiene con loro per aggiornarsi nello studio
delle scienze sacre, che le cure del cancellierato gli avevano fatto per lungo
tempo trascurare. Altrettanta austerit impone alla sua mensa e ai suoi vestiti.
Indossa segretamente un cilicio che gli verr scoperto sul corpo solo dopo la
sua morte. Apre la sua grande casa ai poveri e sull'esempio di Ges, inizia la
sua giornata con la lavanda dei piedi a 13 poveri, cui ne segue una seconda ad
altri 12. Distribuisce una moneta a cento bisognosi ogni mattina e altrettanti
ne ospita alla sua tavola servendoli con le proprie mani. Si pone come esempio e
rimprovero vivente per tutto il clero d'Inghilterra. In tal maniera pensa e
spera di poter incidere sul costume della Chiesa e contribuire cos allo spirito
di riforma propugnato e richiesto da centri monacali come quello di Cluny, di
Camaldoli, di Vallombrosa, da santi come Romualdo, Bernardo da Chiaravalle,
Anselmo da Baggio, per non parlare delle sette ereticali dei patari e dei
catari, che affermavano l'indifferibile necessit di una purificazione della
Chiesa.
E, che ce ne fosse urgente, bisogno  dimostrato dalle denunce di tutti gli
storici che ci mostrano un clero corrotto, venale e gaudente, dedito piuttosto a
interessi politici e materiali che a quelli della piet e della religione.
Storici e artisti si sono affannati a interpretare il fenomeno Becket, ciascuno
dal proprio angolo visuale. Fu accusato di ambizione, di superbia, di rigidezza;
si  messa in dubbio la sua sincerit. Fu visto come un attore che, recitando
una parte, fin col prenderla sul serio. I suoi apologisti gridarono al
miracolo. Quelli che vollero dimostrarsi pi obbiettivi e meno romantici ne
fecero un uomo dalle idee chiare, dal giudizio sicuro, dall'inalterabile sangue
freddo, instancabile nel lavoro e profondo conoscitore del suo ambiente e dei
suoi tempi. Il che  dire meno che niente o quasi niente, poich il mistero di
una cos brusca trasformazione rimane integro e totale. Per gli uomini di fede
non rimane che la spiegazione del miracolo. Sul piano della psicanalisi
sarebbero possibili altre ipotesi. Rapporti tesi col padre nel clima ambivalente
di sottomissione-ribellione; conseguente proiezione della figura paterna nel re
Enrico con prosecuzione del doppio legame amore-odio, fino al momento in cui,
come arcivescovo, si sente liberato dalla tutela paterna con la possibilit di
manifestare il senso di ribellione, fino a quel momento necessariamente
represso. Il senso di colpa che fatalmente accompagna la rivolta contro il padre
viene scontato col martirio.
Ma anche in questo caso si tratta soltanto di una teoria che potrebbe anche
risultare suggestiva, ma purtroppo non documentata. Chi aveva visto giusto era
per sempre il vecchio Tebaldo. Aveva intuito il vero uomo, la vera personalit
che stava nascosta nelle profondit psichiche di Becket e su quella aveva fatto
affidamento per la difesa dei valori religiosi, materiali e morali, della Chiesa
d'Inghilterra. Secondo i monaci era assurdo e contro le regole dare per capo a
un cos venerabile monastero e alla Chiesa inglese un uomo pi laico che
ecclesiastico, un cacciatore e un cortigiano amante soltanto del fasto e della
bella vita. Becket si accinse con estremo rigore a dimostrare il contrario con
grande stupore dei monaci.
Che dire poi di re Enrico quando pochi mesi dopo si vide restituire il sigillo
reale? L'arcivescovo si scusava umilmente per la decisione di rinunciare alla
carica di cancelliere, che non avrebbe pi potuto assolvere con lo zelo dovuto,
essendosi ora interamente votato al servizio di Dio. Sapeva che il suo atto
mandava in fumo i progetti di Enrico nei suoi confronti e che ne avrebbe
provocato la collera. Ma lo fece lo stesso e in piena coscienza.
Cos, dunque, gli rispondeva l'amico, il beneficato, il servitore devoto? Cos
contraccambiava i suoi favori? La restituzione del sigillo fu per i due come una
dichiarazione di guerra fredda. Quella vera, quella calda non avrebbe tardato a
venire.
Uno dei primi atti di Thomas Becket, dopo la sua elezione, fu quello di
richiedere al papa Alessandro III la concessione del pallio. Era questo un
ornamento sacerdotale consistente in una banda circolare di lana bianca ornata
di croci e bande nere con due strisce pendenti l'una anteriormente e l'altra
posteriormente. Veniva indossata sopra la pianeta durante le funzioni liturgiche
dal papa, dai patriarchi e dagli arcivescovi che avevano funzioni di comando.
Naturalmente non era il pezzo di stoffa in s che interessava Becket, bens il
riconoscimento ufficiale da parte del papa della sua nomina. Il papa, che si
trovava in fuga davanti alla armate del Barbarossa e che aveva trovato rifugio a
Montpellier, fu sollecito nel rispondere e nell'inviare quanto richiesto,
accompagnandolo con tutte le sue benedizioni. L'arcivescovo lo ricevette in
luglio nella sua cattedrale, a piedi nudi in segno di grande deferenza verso
l'autorit romana. L'anno dopo ottenne da Enrico l'autorizzazione per lui e gli
altri vescovi di partecipare ad un concilio indetto da Alessandro III nella
citt di Tours. C'era sempre di mezzo la questione dell'antipapa ed era
oltremodo conveniente rinsaldare la fede e la devozione del clero di Francia e
d'Inghilterra. Becket vi fu accolto con onori trionfali e lo stesso pontefice
gli and incontro. Bisognava tenersela in buona questa Chiesa d'Inghilterra,
dopo i minacciati flirt fra Enrico e il Barbarossa.
Fra gli altri argomenti discussi nel concilio ci fu anche quello
dell'inalienabilit dei benefici ecclesiastici. Troppi prelati avevano fatto
sperpero dei beni della Chiesa per dare una dote conveniente alle loro figlie o
per mantenere una corte esageratamente lussuosa. Altri, invece, per debolezza,
non avevano saputo opporsi alle prepotenze dei baroni laici e si erano visti
cos spogliare di terreni, castelli e benefici. Questo stato di cose doveva
cessare. I beni della Chiesa non potevano essere venduti per nessuna ragione e
chi li comprava non soltanto commetteva un atto illegale, ma pure un sacrilegio
che poteva culminare nella scomunica, in caso di mancata restituzione.
Becket ritorn in Inghilterra con i propositi pi bellicosi. Cominci col
reclamare dallo stesso re alcuni castelli che in passato erano appartenuti alla
chiesa di Canterbury. Si oppose in nome della giustizia e dell'immunit a che
un'imposta fino allora versata agli sceriffi per garantire l'ordine e la
sicurezza pubblica, fosse convertita in normale imposta reale. La guerra stava
diventando calda. Il re, per tutta risposta, pass dalla parte dei baroni, li
incoraggi e li protesse contro le sentenze vescovili. Nessuno dei suoi
feudatari doveva essere condannato se non da tribunali reali e previo il suo
benestare. Poi and oltre e cominci a citare in giudizio membri dello stesso
clero, che avevano fino allora goduto del privilegio del foro ecclesiastico.
Questo era proprio uno di quei privilegi che davano particolarmente sui nervi al
re Enrico. Prima di tutto perch toglieva dai rigori della sua giustizia un
certo numero di sudditi, anche laici, i quali accusati di delitti che
riguardavano, per cos dire, la coscienza, cadevano di diritto sotto la
giurisdizione dei tribunali ecclesiastici.
In secondo luogo sfuggiva alla sua legge tutto il clero a cominciare dai
semplici chierici su su fino alla pi alte gerarchie. Si verificava poi un altro
inconveniente ancora pi grave. I tribunali ecclesiastici non disponevano di
prigioni. Si limitavano perci a punire i rei, anche di gravi delitti come
l'omicidio, con penitenze di tipo religioso o meglio ancora con pene pecuniarie
da versarsi alle chiese, alle abbazie, ai santuari, a seconda delle possibilit
finanziarie del condannato.
E' chiaro che, stando cos le cose, tutti cercavano di presentare la loro
imputazione come un caso di coscienza per essere giudicati da tribunali
ecclesiastici, dove erano certi di cavarsela pi a buon mercato.
Il primo scontro avvenne proprio su questo terreno. Un canonico di Bedford fu
riconosciuto innocente dal vescovo di Lincoln. Era stato accusato di aver ucciso
un cavaliere. Il re, insoddisfatto della sentenza, ordin che il canonico
comparisse davanti allo sceriffo per essere nuovamente giudicato. Il fatto
suscit molto scalpore e incontr l'opposizione di Thomas Becket, che
rivendicava la competenza del foro ecclesiastico, privilegio che lo stesso
Guglielmo il Conquistatore aveva istituito e confermato in Inghilterra. Enrico
riun a Westminster un'assemblea di baroni il 10 ottobre 1163 e si lament,
stando sulle generali, dell'aumentato numero di delitti che andava verificandosi
negli ultimi anni da parte dei chierici, imputandolo all'eccessiva indulgenza
dei tribunali ecclesiastici. Chiese che, almeno per i chierici ridotti allo
stato laicale, fosse rifatto il processo secondo il diritto comune e applicate
le relative pene. A ci si opponeva il principio che un uomo non pu essere
giudicato due volte per lo stesso delitto, ma il fatto del canonico di Bedford
non rest un caso isolato.
I tentativi del re di limitare il potere della Chiesa si estendono agli
episcopati di Francia. I vescovi finiscono tutti per cedere qualche cosa. Enrico
 un furbo di tre cotte. Procede nella sua opera disgregatrice poco alla volta,
senza dar nell'occhio, barattando, concedendo, largheggiando in altri campi. Ma
il potere giudiziario dev'essere suo, unicamente suo e mira a disporre dei
vescovi come dispone dei suoi feudatari laici. Siano pure eletti dal clero, ma
su sua proposta e col suo benestare. Ha voluto Becket alla cattedra di
Canterbury perch gli desse una mano in quest'opera di rivalutazione
dell'autorit regia e questi si rifiuta. La tradizionale collera reale raggiunge
certamente nella sua intimit momenti indescrivibili. Intanto Becket ha ben
compreso che anche un minimo cedimento ne avrebbe portato un secondo, poi un
terzo e cos via. Scrive a papa Alessandro III: Sull'eredit di Ges Cristo, il
potere secolare ha disteso la sua mano a tal punto che la decisione dei Santi
Padri, i decreti canonici, il cui solo nominarli  diventato odioso fra noi, si
dimostrano impotenti a proteggere il clero, il quale fino ad oggi per privilegio
speciale  sempre stato esente dalla giurisdizione civile.
Il papa prende nota di ci che avviene nella Chiesa inglese, capisce le
difficolt in cui si dibatte il suo primate, intuisce i pericoli latenti in
questo stato di cose, ma si guarda bene dal prendere una posizione precisa. C'
sempre di mezzo la questione del Barbarossa e del suo antipapa. Una mossa falsa
potrebbe portare Enrico nuovamente su posizioni revansciste. Bisogna dare tempo
al tempo, cercare di smussare gli angoli e aspettare tempi migliori.
Enrico, intanto, approfitta della pausa per far leva sulle gelosie episcopali.
Pochi sono stati quelli che hanno visto di buon occhio l'elezione di Thomas
Becket ad arcivescovo primate d'Inghilterra. In sostanza lo avevano accettato e
votato piuttosto per obbedire a un desiderio del re che per una personale
convinzione. Un uomo di mondo, un cancelliere, pi esperto di politica e di
amministrazione che di cose spirituali, non poteva essere un buon vescovo. A
capo del partito contrario a Becket stava Gilberto Foliot, che dalla sede di
Hereford era riuscito a farsi trasferire a Londra: una spina nel fianco per
Canterbury. La volont del re, che aveva disposto il trasferimento, aveva
ricevuto tutti i necessari crismi della legalit: il consenso del re, quello del
capitolo di Westminster, quello di Becket e infine quello del papa. Nello stesso
comune accordo si era proceduto alla nomina dei vescovi nelle sedi vacanti. Unti
e consacrati dallo stesso Becket non tardarono ad abbandonarlo.
Altra carta preziosa nelle mani di Enrico era l'antica rivalit esistente fra la
sede di York e quella di Canterbury. Gi nel 1157 in occasione di una corte
solenne tenuta a Lincoln, l'arcivescovo di York aveva preteso di porre la corona
sul capo del re, e c'era voluta tutta l'energia e la fermezza dei delegati di
Tebaldo per evitare una cos grave usurpazione. Ma ora le cose avevano preso
un'altra piega. Ruggero di York se la spassava a Londra a fianco del re e nelle
cerimonie solenni si faceva precedere dalla croce d'argento, privilegio questo
riservato al primate Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury. Il quale, di
fronte ad una simile provocazione, non manc di protestare energicamente presso
la corte e presso l'arcivescovo usurpatore. Per tutta risposta egli fu citato a
comparire in giudizio davanti al papa. Enrico aveva tutte le convenienze a
soffiare sul fuoco. Il suo scopo ultimo era quello di isolare Becket. Il papa si
sarebbe ben guardato dal sostenere un vescovo che non aveva pi seguaci, avesse
avuto pure tutte le ragioni di questo mondo. E il papa infatti rimand la
convocazione a tempi migliori, raccomandando intanto di pazientare e di
perseverare nella concordia per amore di Cristo.
Quando Enrico II ritenne matura e completa la sua opera di disgregazione tent
il colpo decisivo. Si era ai primi di gennaio del 1164, e il re teneva corte a
Clarendon, presente Thomas Becket e gli altri vescovi. La discussione verteva
sulle usanze e sui costumi che erano stati instaurati in Inghilterra al tempo di
Enrico I e sulla necessit di uniformarsi ad essi, proprio in mancanza di leggi
scritte. Bisognava pure arrivare a un compromesso e Thomas, forse per ingenuit,
forse per appianare le divergenze e dar dimostrazione di spirito conciliante, si
lasci strappare la promessa di conformarsi a dette usanze con tutta la sua
buona fede. Ma il re non si era limitato a discutere. Infatti, ottenuta la
promessa verbale dell'arcivescovo, eccolo presentare all'assemblea un documento
scritto in sedici articoli, sul quale invita i prelati ad apporre il loro
sigillo. Si trattava dunque di una conferma solenne che impegnava la Chiesa
d'Inghilterra per s e per i suoi successori.
Becket ne fu amaramente sorpreso e si rifiut di siglare il documento con il suo
sigillo. Il suo nome figura al primo posto nel testo originale fra quei pochi
vescovi che, pur accettando il documento nelle sue linee essenziali, si
rifiutarono di sanzionarlo con la propria firma. L'incidente caus un'ulteriore
divisione fra l'episcopato. Gli avversari di Becket lo accusarono di doppio
gioco e di mancanza di fede alla parola data. Era stato tra i primi a dare il
suo assenso. Perch ora rifiutava una pura formalit? Se voleva opporsi al
volere del re doveva farlo subito. Becket comprese immediatamente l'errore in
cui era caduto anche nel fare una semplice promessa verbale, in cui non aveva
neppure incluso la frase sacramentale: salvo l'onore di Dio e del mio ordine.
Il suo pentimento prese consistenza sia ostinandosi nel rifiutare il documento
che nel confessare pubblicamente il suo errore, del quale si riprometteva di
fare ammenda e di chiederne perdono al sovrano pontefice. Forse fu proprio
questo suo atto di debolezza che lo port in seguito ad una maggiore rigidit.
Per il momento il re si accontent di aver ottenuto l'isolamento di Becket, ma
nell'ottobre dello stesso anno lo cit in giudizio davanti a una nuova assemblea
riunitasi a Northampton. Era stato trovato un pretesto che non aveva nulla a che
vedere con le questioni di Clarendon. Un certo Jean le Marchal reclamava
dall'arcivescovo la restituzione di un castello di cui si dichiarava
proprietario per diritti antichissimi. L'arcivescovo non si present al
giudizio. Alcuni sostengono che fosse ammalato, altri dicono che si finse tale
per non sottostare ad una corte civile, lui, che si batteva fino all'ultimo
respiro per sostenere la validit unica del foro ecclesiastico. Si fece, per,
rappresentare da due legali. La questione del castello fu appena sfiorata. Si
parl invece della mancata fede alle Costituzioni di Clarendon, si tir in ballo
un debito di cinquecento sterline che egli doveva alla corona ancora dalla sua
gestione di cancelliere e gli fu chiesto il rendiconto di 230 mila marchi
d'argento derivanti dalla rendita delle sedi vescovili e abbaziali vacanti. Si
tentava in questa maniera di colpirlo nella sua onest di uomo. Soltanto il
vescovo di Winchester ebbe il coraggio di levarsi in sua difesa: Quando fu
eletto vescovo di Canterbury, egli disse, era arcidiacono e cancelliere. Egli fu
reso alla Chiesa d'Inghilterra libero da ogni impegno presso la Corte. Parole
inutili. La condanna di Becket era gi concordata in anticipo.
Invitato una seconda volta per ascoltare la sentenza, si presenta alla corte in
tutto lo splendore della sua dignit. Veste i paramenti pontificali e il pallio,
reca fra le mani la croce d'argento che spetta a lui solo quale primate
d'Inghilterra. Vuole che tutti i presenti si rendano conto a quale umiliazione 
sottoposto il primo fra i vescovi e fra i baroni. Rifiuta sdegnosamente la
sentenza reale. Il clero pu essere giudicato soltanto da un tribunale
ecclesiastico ed  contro questo sopruso che egli si appella alla suprema
giurisdizione della sede apostolica. Se c' una persona che pu giudicare lui,
questa  soltanto il papa. Da accusato diventa accusatore. E' lui che ha patito
ingiustizia e vuol riparazione.
Io ricorro a voi, Santissimo Padre, scriver ad Alessandro III, dopo aver
salvato la libert della Chiesa. Voi non rifiuterete di ascoltarmi poich, se io
soffro,  sull'esempio vostro e principalmente, se non unicamente, per la stessa
causa. Ho visto con tristezza la Chiesa minacciata nelle sue posizioni e nei
suoi diritti dall'avidit dei Principi e ho creduto buona cosa oppormi al
progredire del male. Per questo mi hanno trascinato come un laico davanti ai
tribunali del re perch facessi ammenda. Ma sono pronto a provare che io non ero
giudicabile n da quei tribunali n da quei giudici. Non , dunque, tutto ci
anche un'usurpazione dei vostri diritti? Un sottomettere lo spirituale al
temporale?
La questione era posta in termini netti, inequivocabili. Il potere spirituale
era superiore a quello temporale. Il diritto feudale doveva cedere di fronte al
diritto canonico. Le due tesi non intravedevano ancora una terza via di
soluzione. Erano, per il momento, inconciliabili. Se si continua su questa
strada, pensa Enrico, la mia potenza sar annullata e quella dell'arcivescovo
continuer a crescere fino al punto che il re d'Inghilterra sar eletto dal
clero col beneplacito dell'arcivescovo di Canterbury. Se non si metter un freno
all'invadenza regia negli affari della Chiesa, pensa Becket, verr il giorno in
cui il re d'Inghilterra si autoproclamer anche capo della Chiesa. Se tale 
stato il pensiero dell'arcivescovo la storia doveva dargli ragione.
Ma ci che a prima vista appare strano e anacronistico  il fatto che una
questione del genere abbia potuto ripresentarsi in Italia quasi ottocento anni
dopo. Fin dal 1850 il piccolo regno di Piemonte aveva osato affrontare i
privilegi della Chiesa per mezzo delle leggi Siccardi, cos dette dal nome del
ministro guardasigilli che le aveva proposte e sostenute. Con esse veniva
abolito il diritto d'asilo di cui godevano ancora le chiese e i conventi e il
privilegio speciale del foro ecclesiastico.
Si arriva al 1958. Monsignor Fiordelli, vescovo di Prato, in una sua allocuzione
dal pulpito, indirizzandosi a una giovane coppia di sposi che avevano celebrato
il loro matrimonio soltanto col rito civile, li dichiara concubini e pubblici
peccatori. I due coniugi si sentono offesi nella loro dignit personale e citano
il vescovo in tribunale per rispondere di diffamazione. Il vescovo rifiuta di
presentarsi davanti ai giudici con lo stesso stile di Becket. La mia coscienza
di vescovo, scrive, mi impone di non presentarmi poich il motivo per il quale
sono chiamato in giudizio non  altro che un atto della mia potest spirituale e
della mia giurisdizione vescovile. E ancora: Della mia condotta nel governo
spirituale dei fedeli io debbo rispondere alla mia coscienza di vescovo, al
Sommo Pontefice e a Dio. Il Tribunale di Prato, in data 10 marzo 1958 condanna
il vescovo a quarantamila lire di multa pi le spese processuali.
Scrive L'Unit, organo del P.C.I., plaudendo alla sentenza: Era in gioco
l'indipendenza e la sovranit di uno Stato moderno. Era in gioco il potere di
giudicare qualsiasi cittadino sulle base della legge e della Costituzione. Pio
XII scomunica i giudici che hanno pronunziato la sentenza. Il Cardinale di
Bologna, Lercaro, ordina che tutta l'archidiocesi prenda il lutto fino alla
domenica delle Palme, che il portale di ogni chiesa sia parato a lutto e che le
campane suonino a morto tutti i giorni alle ore 18 e per cinque minuti.
Il 26 ottobre dello stesso anno il vescovo viene assolto in appello con formula
piena: il fatto non costituisce reato. Per alcuni individui e alcuni principi
800 anni di storia non significano nulla.
Ma che cosa furono queste famose Costituzioni di Clarendon, che avrebbero
eternato nella storia il nome di questo oscuro castello situato nella contea di
Wiltshire poco lungi dalla citt di Salisbury? Si tratta di sedici articoli che
meriterebbero di essere trascritti integralmente, se lo spazio lo consentisse,
perch rappresentano il primo testo inglese di leggi scritte. I predecessori di
Enrico infatti si erano sempre affidati alla sola tradizione orale per quanto
riguardava l'amministrazione della giustizia, riservando i testi scritti solo
alle concessioni di benefici o di immunit a prelati o a laici. Giuridicamente
le Costituzioni erano dunque quell'atto di estrema importanza che ogni Stato,
raggiunta una certa organica potenza, ha in ogni tempo cercato di darsi, a
cominciare dal Decalogo di Mos. Era su quella base primordiale che si sarebbe,
in seguito, sviluppata tutta la legge, e attraverso la quale un popolo avrebbe
potuto formarsi in un'unit di costumi. Si pu anche accettare, scriveva Becket
alla vecchia regina Matilde, madre di re Enrico, questo grave danno sotto un re
come Enrico, che ha ricevuto da Dio una grande saggezza. Ma chi pu garantire
che un suo successore, desideroso di distruggere la Chiesa, non voglia
approfittarne e non esclami come il biblico Faraone: Io non conosco il Signore e
non voglio perdonare a Israele?
Sostanzialmente le Costituzioni miravano a far rientrare la Chiesa nell'ordine
feudale, togliendole, per quanto era possibile, quella giurisdizione autonoma di
cui si era lentamente impossessata fin dai tempi di Costantino. Era stato il
primo imperatore romano che, riconoscendo l'importanza della religione
cristiana, aveva fatto i primi passi verso la concessione di poteri civili e
amministrativi ai vescovi. In ottocento anni ne era passata di acqua sotto i
ponti. La potenza della Chiesa era cresciuta a tal punto, che monarchi
autoritari come Enrico e tanti altri si erano accorti che essa costituiva uno
Stato dentro lo Stato, con urti inevitabili di potere che era necessario
eliminare. Ora, un re non si pu sentire tale se anche uno solo dei suoi sudditi
trova il mezzo di eludere o di sfuggire alla sua giustizia. Per questo
l'articolo 3 parlava molto chiaro: Il clero che verr accusato per qualsiasi
motivo dal giustiziere del re dovr presentarsi alla sua corte per rispondere
alle domande che si creder opportuno porgli, in modo che la questione, pur
essendo in seguito trattata anche da una corte ecclesiastica, sia pur nota allo
stesso giustiziere del re, il quale vi interverr per conoscere i risultati del
giudizio. E se l'appartenente al clero sar riconosciuto colpevole o confesser
la sua colpa, la Chiesa non dovr pi proteggerlo. Il che sottintendeva che i
tribunali reali avrebbero ripreso in mano la causa e proceduto ad un nuovo
processo, coll'applicazione delle relative pene riservate ai laici, quali la
fustigazione, la berlina, le mutilazioni, l'impiccagione, la decapitazione, ecc.
Come si sa, il Medio Evo non era molto tenero in fatto di pene. Un furto, anche
di poche lire, era punito col taglio della mano destra. Le pene corporali, come
la fustigazione, erano il minimo che ci si potesse aspettare. Ora, sottoporre un
sacerdote a simili trattamenti poteva sembrare, un tempo, una specie di
sacrilegio. Del resto gli stessi Patti Lateranensi del 1929 prevedono per il
clero arrestato certi particolari riguardi, quali l'isolamento dai detenuti
comuni.
In altri articoli il re si riserva di convocare davanti a s o ai suoi ufficiali
sia il clero che i laici impegnati in liti giudiziarie per diritti di propriet
o di privilegi. Un laico qualunque, dice un altro articolo, che sia chiamato a
comparire davanti a un tribunale ecclesiastico e non lo faccia, pu essere
interdetto, ma non scomunicato, se prima non ne viene informato l'ufficiale del
re, il quale provveder a costringerlo alla comparizione. L'articolo VII precisa
che nessun ufficiale del re (e per ufficiale si intende funzionario) potr
essere scomunicato o le sue terre poste sotto l'interdetto, senza essersi prima
di tutto rivolti al re o al suo grande giustiziere.
Per concludere, tutti gli articoli che riguardano l'amministrazione della
giustizia hanno uno scopo unico, cio quello di riportare tutte le cause
all'esame della corte del re per giudicarne, in maniera definitiva e ultima,
quante pi fosse possibile, e per controllare il pi strettamente possibile i
tribunali vescovili. La Chiesa inglese doveva essere reinserita nell'ingranaggio
amministrativo dello Stato, sotto la supremazia effettiva del re o degli
ufficiali che esercitavano l'autorit in suo nome. Ma le Costituzioni di
Clarendon contengono ancora altre clausole che mirano ad imbrigliare la Chiesa,
per cui ci meraviglia come Thomas Becket abbia potuto, anche se per un breve
momento, dare la sua parola di assenso ad una carta le cui intenzioni coercitive
e limitative nei confronti dell'episcopato si rivelavano in maniera cos palese
e aperta.
Il fatto che l'episcopato facesse parte del sistema feudale era ormai accettato
anche su tutto il continente. Era chiaro che la Chiesa, diventando una potenza
terrena, dovesse sottostare a chi la rendeva potente, cio ai re e agli
imperatori. Bench le leggi canoniche non facessero cenno di questi obblighi,
era pacifico che il vescovo-conte si dovesse considerare un vassallo del re, che
gli dovesse rendere il dovuto omaggio di fedelt prima della sua consacrazione,
che gli fosse obbligato in determinati servizi di ospitalit, di aiuto in caso
di guerra, di contributi in denaro e in natura. Insomma, egli era soggetto agli
stessi doveri di un vassallo laico. Circa l'elezione dei vescovi stessi, la
lotta per le investiture aveva affrontato in pieno il problema senza
naturalmente risolverlo, se non in via provvisoria. La scelta del vescovo,
secondo le antiche usanze, avveniva per elezione da parte del clero e dei fedeli
della diocesi, ma l'invadenza del potere civile in queste elezioni era diventata
a poco a poco imponente. Come poteva, infatti, il re o l'imperatore tollerare
che un'intera provincia, ad esempio, fosse affidata ad un uomo non di suo
gradimento? Chi disponeva del territorio e chi concedeva i pi ampi diritti di
giustizia e di prelievi fiscali vantava naturalmente il diritto della scelta
dell'uomo. Anche oggi chi possiede un terreno pretende di cederlo in affitto o a
mezzadria a chi vuole. A conferma di questo diritto di possesso, l'articolo XII
delle Costituzioni stabiliva che: nel caso in cui si rendano vacanti sedi
episcopali, abbazie, priorati posti nei domini reali, esse ritorneranno nelle
mani del re e, per conseguenza, egli ne riscuoter le rendite. Per questo il re
non aveva mai molta fretta di provvedere alla sostituzione, in quanto i feudi
ecclesiastici, a differenza di quelli laici, non potevano essere trasmessi per
eredit. Quando poi si tratter di provvedere alla nomina del nuovo titolare (
sempre l'articolo 12 che parla) il re convocher gli aventi diritto all'elezione
nella propria cappella e ivi avr luogo l'elezione stessa col suo diretto
consenso o secondo il consiglio delle persone che egli avr mandato a
rappresentarlo. Prima della consacrazione l'eletto render il dovuto omaggio al
re, impegnandosi a servirlo per tutta la vita nelle sue membra e nel suo onore
terreno. In qualit di barone (articolo 11) il prelato osserver i diritti del
re e assister con i suoi pari ai giudizi della sua corte fino alle sentenze di
morte o di mutilazione.
Ma  l'articolo 4 che, secondo il parere dello stesso Becket, tende a fare del
regno d'Inghilterra una magnifica prigione per tutti i grandi e in special modo
per gli ecclesiastici. Esso, infatti, stabilisce: Gli arcivescovi, i vescovi e i
dignitari del regno non possono uscire dal territorio del regno stesso senza
l'autorizzazione del re e, avendola ottenuta, essi prometteranno di non fare
nulla, durante il loro viaggio, a danno del re e del regno. Con una simile
disposizione s'impediva ai vescovi di andare liberamente a Roma, di ottemperare
agli ordini del papa quando li convocava ai concili generali, di provocare
scomuniche o interdetti sulla persona del re, dei suoi vassalli e dei suoi
territori. Enrico II non voleva, come volle invece quattro secoli dopo il suo
omonimo Enrico VIII, essere il capo spirituale della Chiesa inglese. Gli bastava
per il momento esserne il padrone. Rivolgendosi all'indirizzo di Thomas Becket,
Enrico si esprimer cos: Io non domando nient'altro all'arcivescovo che di
osservare le usanze che ben cinque suoi predecessori, di cui alcuni sono dei
santi insigni per i loro miracoli, hanno osservato verso i miei predecessori e
che lui stesso ha promesso di osservare. A cui Becket rispondeva: Nessuno dei
miei predecessori  stato costretto a promettere l'osservanza di tali costumi,
ad eccezione del Beato Anselmo, il quale proprio per questo motivo ha dovuto pi
volte subire l'esilio. E rivolgendosi direttamente a papa Alessandro III
scriveva in questi termini: Sappiate, Santo Padre, che ci  impossibile fare ci
che ci domanda il re restando nella fedelt e nell'obbedienza dovuta alla sede
apostolica: sono due cose incompatibili... e noi non abbiamo dimenticato il
giuramento che abbiamo prestato alla Chiesa Romana quando abbiamo ricevuto il
pallio...
Quanto pi le pressioni di Enrico si fanno insistenti e minacciose, tanto pi in
Becket si rafforza lo spirito di rivolta e di rifiuto. Le sue affermazioni di
principio si fanno sempre pi chiare e pi esplicite. Il papa  il capo supremo
della Chiesa. Tale  stato confermato da Dio quale successore di Pietro e
l'assistenza divina gli  sempre presente. Il dogma dell'infallibilit del
pontefice aleggia nei suoi pensieri e nei suoi scritti, con i quali non manca di
rivolgersi agli altri vescovi d'Inghilterra che gli sono contrari o che si
dimostrano titubanti. La Chiesa  una e indivisibile nella fede e nella
giurisdizione. Non vi  creatura umana sotto il sole che possa sottrarsi al suo
potere. Solo gl'infedeli o coloro il cui errore  ancora pi grande, come gli
eretici e gli scismatici, osano resistere ai decreti apostolici.
E'una lotta fra due poteri, lo spirituale e il temporale, che si protrae per sei
lunghi anni senza cedimenti, senza compromessi. Su di un punto soltanto Becket
sar vittorioso: costringer il re stesso a portare il dissenso davanti alla
sede apostolica di Roma.
La posizione di Thomas Becket si faceva ogni giorno sempre pi delicata, proprio
in conseguenza del suo ostinato irrigidimento. Invano vescovi e prelati lo
pregarono e lo scongiurarono di voler essere pi remissivo, di tentare un
accordo col re al fine di non esasperare la sua collera che era ben conosciuta
da tutti. Padre nostro, lo invocavano, abbiate piet di voi e di noi. Noi
moriremo tutti per colpa vostra. E di fronte al suo rifiuto di cedere anche su
di un solo punto, gli alti prelati preferivano passare dalla parte del re che,
almeno per il momento, si dimostrava la pi pericolosa. L'arcivescovo di Londra
e quello di York guidavano la campagna contro Thomas Becket, che vedeva ogni
giorno assottigliarsi sempre pi le file dei suoi seguaci. E gi correva la voce
che il re, giunto al limite della sua pazienza, avesse ordinato ai suoi
ufficiali di arrestare l'arcivescovo e gettarlo in prigione.
Becket aveva due strade da scegliere: quella di lasciarsi catturare e quella
della fuga. La prima lo avrebbe messo nell'assoluta impossibilit di agire, la
seconda gli avrebbe consentito di continuare la lotta. Scelse la via della fuga.
Colpir il pastore e sar disperso il suo gregge, aveva profetato Isaia. E lo
stesso apostolo Pietro non aveva cercato di allontanarsi da Roma durante la
persecuzione di Nerone? I papi, minacciati nella loro sede romana, non avevano
cercato rifugio altrove per mantenere integra e libera la loro autorit a
beneficio della Chiesa? Il suo predecessore Anselmo, che era un santo, aveva
scelto la via dell'esilio piuttosto che sottostare ai voleri di Guglielmo II.
Gi una volta, prima della sentenza di Northampton, aveva tentato di imbarcarsi
per la Francia. Il mare agitato e il timore dei marinai per la collera del re
avevano mandato a monte l'impresa. Ma il secondo tentativo fu pi fortunato. In
una notte di tempesta esce di nascosto dal monastero che lo ospitava e raggiunge
a piedi, camminando sempre di notte e vestito di un semplice abito monacale, la
spiaggia solitaria di Sandwich, una trentina di chilometri a nord di Dover e
riesce a fuggire avviandosi verso il suo destino di martire.
Enrico II aveva commesso il pi grande errore della sua vita nominando Becket
arcivescovo di Canterbury allo scopo di avere nelle sue mani l'intera Chiesa
d'Inghilterra. Ma come sospettare un cos brusco voltafaccia da parte del suo
tanto celebre cancelliere e per di pi suo fedelissimo e devotissimo amico? Al
primo errore se ne era aggiunto un secondo: la speranza di poter piegare ai suoi
voleri un papa della tempra di Alessandro III, che aveva osato sfidare e
resistere a un imperatore come il Barbarossa. Per la soluzione del suo problema
non gli restava che sperare nella morte dei suoi due avversari o almeno di uno.
Il terzo errore, infine, era stato quello di non aver saputo dare il giusto peso
al valore della fede nell'animo dei suoi popoli. I quali potevano, s,
disinteressarsi di successioni, d'investiture di competenze curiali, di
privilegi, ma guai a toccare le loro credenze, le loro tradizioni religiose, le
loro superstizioni! Chiunque disturbava i loro rapporti con Dio, non poteva che
assumere la parte del demonio, e come tale essere considerato e trattato. Essere
espulsi dalla Chiesa di Dio, essere privati dei sacramenti era considerato un
fatto talmente orrendo che, pur di evitarlo, non vi era pena o espiazione che
non venisse accettata di buon grado. Enrico comprender solo pi tardi
l'impossibilit di governare in Francia e in Inghilterra, mettendosi al di fuori
della Chiesa. Sono ancora lontani di otto secoli i tempi in cui il primo
ministro russo Kruscev potr ironizzare sul pontefice romano con la domanda: Ci
dica il papa di Roma di quante divisioni pu disporre. Allora la potenza
spirituale della Chiesa valeva molto di pi di una grandissima armata.
Thomas Becket aveva ricevuto ospitalit presso l'abbazia cistercense di
Pontigny, poco lontano dalla cittadina di Auxerre. Indossato l'abito monacale
trascorreva la sua vita assoggettandosi alla disciplina monastica, mentre sulla
sua diocesi si abbatteva la tempesta dell'ira di Enrico. Ranulf di Broc ebbe
l'incarico di mettere sotto sequestro tutti i beni della chiesa di Canterbury.
Il clero rimasto fedele a Becket fu colpito dalla confisca di tutti i beni e
messo al bando dal regno. N la persecuzione si limit ai titolari, ma si estese
alle loro famiglie fino ai pi lontani parenti. Incarcerati in un primo tempo ed
espulsi dall'isola poi, avevano dovuto giurare di recarsi in Francia, presso
l'abbazia di Pontigny, per mostrarsi al loro pastore in tutta la loro miseria.
Si calcola che circa cinquecento persone furono costrette a prendere la via
dell'esilio e fra loro vecchi, donne e fanciulli. Il problema di questi esiliati
non mancher di essere un motivo di costante preoccupazione e afflizione per
l'arcivescovo, indirettamente responsabile delle loro sventure, anche se tali
eroici esempi di fedelt potevano, in certo qual modo, confortarlo e confermarlo
nella via intrapresa.
Intanto la macchina per tentare un accordo amichevole fra Enrico e Becket si
mette in moto. Ne sono interessati la regina madre Matilde, il re di Francia
Luigi VII, il papa Alessandro e, naturalmente, lo stesso arcivescovo.
Sono due lunghi anni di trattative che non approdano a nulla. La regina Matilde
risiede non lungi da Rouen. La sua influenza su Enrico  stata notevole nei
primi anni del regno, ma ora si lamenta che suo figlio la tenga all'oscuro di
tutto. Non s'intende affatto di questioni ecclesiastiche, ma riconosce alla
Chiesa il diritto di essere libera. Che si rispettino pure i costumi del regno,
ma che bisogno c' di codificarli per iscritto e pretendere un giuramento di
osservanza da parte dei vescovi? I passati sovrani non avevano mai pensato a
questo. Non si sa con quanto impegno la regina si dedicasse al suo compito di
conciliazione. Si sa soltanto che Enrico, ambiguo come sempre, non rifiut
nettamente le istanze della madre, ma, adducendo ora una scusa ora un'altra,
cerc di far trascorrere il tempo senza concludere nulla e senza prendere alcun
impegno formale.
Nella stessa maniera si comport col re di Francia. Dopo diversi colloqui
sull'argomento, si era convenuto di riunirsi ufficialmente a Pontoise per la
met di aprile del 1165. Ma quando Enrico seppe che al convegno sarebbe
intervenuto lo stesso pontefice, che si trovava allora a Parigi, disdisse
l'impegno e scomparve nei suoi vasti domini. Si scusava dicendo al re di Francia
che la data del convegno non era quella che lui aveva inteso fissare. Tutto era,
dunque, rimandato a tempi migliori. Per maggior sicurezza Enrico aveva creduto
opportuno imbarcarsi per l'Inghilterra, dove rimase un intero anno.
Lo stesso contegno mantenne un anno dopo al suo rientro in terra di Francia.
Fissava appuntamenti con Luigi, poi li rinviava o li annullava per proporne
degli altri e trattarli alla stessa guisa. In un anno riusc ad avere due
brevissimi colloqui col sovrano di Francia, anche questi inconcludenti per
l'ostinazione di Enrico nel voler conservare la sua intransigenza per le
Costituzioni di Clarendon. Il Plantageneta pareva che avesse il fuoco sotto i
piedi. Continuava a spostarsi da un citt all'altra, da un castello all'altro,
dove predisponeva i tribunali e amministrava la giustizia. Ma non era il re con
un piccolo seguito di cavalieri che si spostava: era una turba innumerevole di
persone che lo seguivano e che costituivano la sua corte con tutti i necessari
servizi: cucinieri, lavandaie, mercanti, attori, buffoni, prostitute; un vero
esercito di sfruttatori che vivevano alle spalle del re o meglio alla spalle di
quel malcapitato sceriffo o barone presso il quale venivano a stabilire la loro
provvisoria residenza. L'ospitalit era un diritto reale ed Enrico lo sfruttava
al massimo. Pietro di Blois, che ha descritto come testimone questi viaggi e
l'ambiente delle corti reali, ne fa un quadro addirittura disastroso.
Oltre, naturalmente, alla corruzione pi sfacciata, era lo stesso genere di vita
cui erano sottoposti che presentava spesso notevoli disagi a cominciare dal
vitto per finire agli alloggi di fortuna. E aggiunge pure una nota comica: Si
annunciava, scrive, una lunga sosta e magari l'indomani all'alba si levava il
campo. Allora i cortigiani, che s'eran fatti un salasso o avevan preso la purga,
dovevano seguire il principe a spese del loro fisico, e si vedevan correre come
pazzi, tra i muli ed i carriaggi: un vero pandemonio. Cos il re raggiungeva
diversi obbiettivi con questi spostamenti continui: sfruttava le rendite che gli
erano dovute in natura, amministrava la giustizia, si divertiva, ed evitava di
venire al dunque nella sua controversia con Becket.
Mentre si ricerca per vie ufficiose e amichevoli di comporre, in buona o male
fede il conflitto, Thomas Becket non aspetta passivamente lo svolgersi degli
avvenimenti, ma vi partecipa nell'unica maniera che gli era consentita, cio con
gli scritti. Esistono attualmente ben centonovantaquattro lettere scritte o
dettate dallo stesso Becket e sono dirette ai personaggi pi vari che in qualche
modo hanno avuto a che fare con la questione, a cominciare dal re Enrico e dal
papa Alessandro fino al pi umile degli esiliati di Canterbury.
Al re Enrico scrive in questi termini: Voi siete il mio signore, il mio re e
pure il mio figlio spirituale. Mio signore; e a questo titolo io vi devo e vi
offro i consigli e i servizi che un vescovo deve rendere al suo signore, secondo
l'onore di Dio e della Santa Chiesa. Mio re; e a questo titolo io sono tenuto a
onorarvi ma pure a consigliarvi. Mio figlio; e a questo titolo  mio dovere
rimproverarvi e castigarvi, poich un padre corregge i suoi figli sia con la
dolcezza, sia con la severit, al fine di ricondurli sulla strada del bene.
Ma non sempre il suo linguaggio  cos umilmente persuasivo e conciliante:
Chiunque rifiuta di obbedire ai vescovi, dice in un altro passo, qualunque sia
il suo ceto o le sue condizioni sociali, principe o uomo del popolo, dev'essere
non solamente tacciato d'infamia, ma pure escluso dal regno di Dio, dalla
comunione dei fedeli e della Santa Chiesa. I principi non sfuggono al diritto
comune; i canoni della Chiesa non fanno eccezione n per i poteri pubblici n
per il semplice privato, ma colpiscono con la stessa sentenza coloro che hanno
commesso lo stesso errore. Nobilissime parole! Sacrosanti principi, di cui
l'umanit aspetta ancora la realizzazione! Peccato che questa rigida
eguaglianza, proclamata da Becket con un fervore veramente messianico,
riguardasse soltanto i rapporti dell'uomo con Dio (cio con la Chiesa) e non
anche i rapporti fra uomo e uomo.
La servit della gleba, la schiavit, i privilegi, in poche parole la pi
sfacciata disuguaglianza sociale restavano una dura realt, malgrado le
infuocate parole di Becket. Il quale assume talvolta toni apocalittici: Il
sangue degli empi sar imputato al prete negligente o troppo paziente, poich il
Signore stesso ci ha detto: Se voi non rinfaccerete al peccatore le sue iniquit
e questi verr a morire in peccato, io vi domander conto del suo sangue.
Sulla priorit del potere di giudizio della Chiesa non esiste in lui alcun
dubbio: Poich il giudizio supremo appartiene a colui che ha la potest di
giudicare sia il corpo che l'anima, non  dunque il potere spirituale che
detiene, fra gli uomini, questa prerogativa? La potenza dei re ha dei limiti ben
precisi e sono quelli fissati dalla giustizia: Se l'ordine del principe 
giusto,  necessario obbedire alla sua volont. Ma in caso contrario, bisogna
rispondergli: E' meglio obbedire a Dio che agli uomini.
Se un sofista maligno avesse chiesto a Thomas Becket a chi toccava giudicare se
un ordine del principe era giusto o no, la risposta sarebbe stata una sola: La
Chiesa.
Le numerose lettere inviate a Enrico assumono nel loro contenuto un crescendo
drammatico che passa dai consigli, agli avvertimenti, alle esortazioni, ai
rimproveri per culminare nel 1166 in aperte minacce: Se voi non mi ascolterete,
io, che ogni giorno davanti alla maest del Cristo corporalmente presente
nell'eucarestia, prego per voi fra le lacrime e i gemiti, io allora grider
contro di voi: Levatevi, mio Dio, e giudicate la vostra causa. Ricordatevi delle
ingiurie e degli oltraggi che il re d'Inghilterra e i suoi hanno inflitto
quotidianamente a voi e ai vostri fedeli. Non dimenticate gli obbrobri fatti
alla vostra Chiesa che avete fondato col vostro sangue. Vendicate, o Signore, il
sangue sparso dei vostri servitori. L'orgoglio di chi vi odia e vi perseguita 
diventato cos grande che noi non abbiamo pi la forza di sopportarlo oltre.
Tono biblico, tono profetico. E' un guai a voi! che risuona spesso nei testi
sacri, Vangeli compresi, anche se in stridente contrasto con la loro mansueta
misericordia. Lo stile delle lettere, le numerose citazioni tratte dai santi
libri mettono in evidenza un altro aspetto della forte personalit di Becket.
Aveva trascorso la sua giovent senza troppe preoccupazioni culturali, badando
piuttosto a godersi la vita che a perdere tempo sui libri. Qualche cosa dovette
apprendere durante il suo diaconato presso l'arcivescovo Tebaldo circa le cose
di Chiesa, ma quel poco era certamente passato nel dimenticatoio durante il suo
cancellierato. E' dalla sua elezione ad arcivescovo nel 1162 che aveva ripreso
gli studi teologici. Il grado di maturit, di sapienza raggiunto  un'altra
dimostrazione della sua tenacia. Non poteva riconoscersi inferiore al compito
che il destino gli affidava, qualunque esso fosse, e come amministratore delle
cose degli uomini e come amministratore delle cose di Dio.
Ma quello che stupisce di pi  il fatto che in tutte queste lotte, ora
puramente verbali e ora ferocemente cruente, la questione della fede non
c'entrasse per nulla. Non erano in discussione dogmi, verit rivelate,
interpretazioni di testi sacri. Tutto si riduceva a una semplice questione di
potere, inteso nel senso pi letterale della parola. Non vi  scritto di Becket
che non reclami la restituzione delle terre rubate alla chiesa di Canterbury,
che non insista per essere reintegrato negli antichi privilegi che
sostanzialmente si concretavano in rendite sia in denaro che in natura. La
questione del potere non consisteva in una pura affermazione di principio.
Ad essa era collegata, anzi ne costituiva l'ossatura, una questione economica.
Tutti i richiami al primato spirituale avevano come ultimo obbiettivo quello del
dominio temporale. La Chiesa, diventando sempre pi una potenza terrena, non
poteva sfuggire agli impacci e ai gravami connessi col binomio Trono e Altare.
Per questo, Giovanni Spadolini, direttore nel 1958 de Il Resto del Carlino,
avanz per la prima volta una proposta, fra seria e paradossale ripresa tante
volte negli anni di poi: la proposta di santificare il 20 settembre, di
trasformarlo in festa religiosa. Come  noto fu proprio in quel giorno del 1876
che i bersaglieri di Cadorna, attraverso la breccia di Porta Pia, misero la
parola fine al potere temporale della Chiesa. Il giornalista chiarisce il suo
pensiero con una serie d'interrogativi: Come sarebbe stato possibile il
rinnovato universalismo cattolico... senza la liberazione del magistero
ecclesiastico dalle cure dagli affanni e dalle miserie della potest politica e
territoriale? Come sarebbe stata possibile la grande parola della Rerum Novarum
senza la rottura assoluta e totale fra la logica della Chiesa e la logica degli
Stati? Come sarebbe stata possibile la stessa sopravvivenza dell'autorit
politica e diplomatica del Vaticano nel mare tempestoso delle rivoluzioni e
delle dittature moderne, senza la riconsacrazione di un ministero spirituale e
sacerdotale agli occhi dei cattolici di tutto il mondo?
Ma nel secolo XII le condizioni storiche erano assolutamente diverse. Becket, e
con lui tutta la Chiesa, poteva proporre gli stessi interrogativi di Spadolini,
ma rovesciandone i termini: Come avrebbe potuto la Chiesa esercitare il suo
potere spirituale senza un adeguato potere temporale? L'arcivescovo intuiva che
l dove la Chiesa cadeva nelle mani del potere civile si verificava
immancabilmente una rottura con Roma. L'unit era frantumata. Nasceva una Chiesa
nazionale, come era accaduto ufficialmente e definitivamente un secolo prima a
Costantinopoli, come era avvenuto in tutto l'Oriente cristiano, come sarebbe
avvenuto pi tardi in tutto il mondo anglosassone.
Alla luce di queste riflessioni, l'ostinazione di Becket su questioni che nulla
hanno a che vedere col divino, appare non soltanto giustificata ma anche
lungimirante. Cedere sui beni, sul foro ecclesiastico, sulla supremazia di Roma,
significava mettere la Chiesa nelle mani dei re che ne avrebbero fatto uno
strumento di dominio personale. Significava la nascita delle Chiese nazionali e
la fine del cristianesimo cattolico.
Nelle Costituzioni di Clarendon era stato espressamente dichiarato che nessun
prelato o altro dignitario del regno poteva uscire dal territorio inglese senza
l'autorizzazione del re. Un tale articolo mascherava in sostanza la proibizione
di fare appello alla Santa Sede e conseguentemente mirava a estrometterla dalle
questioni religiose che agitavano il paese. Eppure  lo stesso re Enrico che
spinge i vescovi che gli sono fedeli a rivolgere i loro appelli al papa per
tutta la durata del conflitto con Becket. Era questo un cavillo giuridico di cui
si fece uso e abuso numerose volte. Quando si profilava la minaccia di una
scomunica o di un interdetto, il ricorso al papa, quale supremo giudice,
sospendeva momentaneamente la sentenza, in attesa della definitiva sanzione
pontificale.
Ora, Alessandro III era come colui che si trova fra l'incudine e il martello. Da
una parte non poteva assolutamente condannare Becket, pena il rinnegamento di
tutta la politica della Chiesa che aveva, con Gregorio VII, proclamato
ufficialmente la supremazia del papa su ogni altro potere civile. Dall'altra non
voleva correre il rischio di inimicarsi Enrico II fino al punto di costringerlo
a passare dalla parte del Barbarossa. E un tale pericolo era sempre presente.
Nel 1165 c'era stato un ravvicinamento fra il re d'Inghilterra e l'imperatore di
Germania, che era culminato in un matrimonio fra Matilde, figlia di Enrico, e un
membro della casa di Sassonia. Generalmente, in quei tempi, un matrimonio
sanzionava sempre un accordo politico. E qualche cosa sotto doveva pur esserci,
se il Barbarossa, in seguito alla morte del suo antipapa Vittore IV,  spinto ad
eleggerne un altro che prende il nome di Pasquale III.
L'elezione non avviene senza violenti contrasti. Vescovi e principi tedeschi
cominciano ad essere stanchi della politica del Barbarossa. Ma il fatto che
preoccupa Alessandro e Becket,  che Enrico II aveva inviato due suoi
ambasciatori alla cerimonia dell'insediamento del nuovo antipapa a Wurzburg. E
pare che i due ambasciatori giurassero sulle sante reliquie, per parte del re
d'Inghilterra e dei suoi baroni, che il re stesso e tutto il suo regno sarebbero
rimasti dalla parte dell'imperatore e dell'antipapa Pasquale III. La notizia
suscit uno scandalo inaudito, specialmente in terra di Francia, dove al loro
arrivo i due ambasciatori furono subito considerati come scomunicati. Ma
l'impudenza di Enrico si spinse fino a nominare uno di questi decano della
chiesa di Salisbury, in ricompensa dei servizi prestatigli. A chi lo accusava
poi di aver aderito ufficialmente allo scisma, egli rispondeva che i suoi legati
erano andati oltre le sue intenzioni, che avrebbe rivisto le sue posizioni e
che, alla fin fine, l'adesione o no allo scisma dipendeva dalla condotta del re
di Francia e del papa Alessandro III.
Becket, quale legato pontificio per la Chiesa d'Inghilterra, non tarda a
prendere le sue misure. Non tocca a lui far politica. Egli deve soltanto agire
come il diritto canonico prescrive. Il 12 giugno del 1166, assiso in trono nella
chiesa di Vizelay che si vantava di possedere le reliquie di Santa Maria
Maddalena, davanti a una folla di pellegrini, pronuncia e proclama la sua
sentenza con la massima solennit possibile. Il nuovo decano di Salisbury 
dichiarato decaduto e scomunicato e alla scomunica sono associati i nomi di un
lungo elenco che comprende ecclesiastici e laici, tutti intimi collaboratori di
Enrico o fedeli esecutori dei suoi ordini. Il re solo  risparmiato in quanto,
si diceva, gravemente ammalato in quel frattempo e quindi in pericolo di vita.
L'artificio giuridico del ricorso alla curia papale viene subito posto in atto,
anzi questa volta i ricorrenti sono pi d'uno, cio si ricorre con pi
motivazioni, allo scopo di istruire pi cause, ingarbugliare di pi la matassa e
ritardare conseguentemente le soluzioni. Si mettono sulla via di Roma le pi
varie delegazioni, ma tutte con lo stesso fine. C' chi rappresenta il re
d'Inghilterra, chi i vescovi elettori di Canterbury, chi la diocesi di York, chi
quella di Salisbury. I delegati di Enrico sono i pi sprovveduti in fatto di
questioni giuridiche. In compenso per sono ben forniti di denaro. Hanno pi
fiducia nel potere dell'oro che in quello del diritto.
E' un'esperienza che si  quasi sempre dimostrata positiva. Di passaggio da
Milano, gli ambasciatori di Enrico lasciano alla citt una piccola offerta di
tremila marchi d'argento per la ricostruzione delle mura che il Barbarossa aveva
raso al suolo. Era un atto di ostilit verso l'imperatore tedesco. La politica
del doppio gioco era una specialit del Plantageneto. Alla stessa maniera tratta
con altre citt. Duemila marchi d'argento ai Cremonesi, mille ai Parmigiani,
altri mille ai Bolognesi. A Roma i prezzi sono pi alti. Ne occorrono diecimila
per ottenere il diritto di riscuotere le rendite delle diocesi vacanti.
Intanto che i legati del re attraversano l'Italia spandendo denaro a piene mani,
in Inghilterra si reagisce col terrore. I vescovi sono convocati a Londra. Che
si guardino bene dall'eseguire le sentenze di Becket o quelle del papa! Chi non
distrugge sul momento le eventuali lettere di scomunica o d'interdetto ricevute,
sia giustiziato sul posto come traditore. La stessa pena sia riservata a chi
tenti di mettere in atto le sentenze stesse. Proibizione a chiunque di entrare o
uscire dall'Inghilterra senza il consenso reale. Il cosiddetto Obolo di San
Pietro, che ogni cristiano era tenuto a versare annualmente a Roma, passi da
quel momento alle casse della corona. Il re decider a suo tempo quale dei due
papi sar necessario riconoscere. Per ora  a lui solo che si deve obbedienza.
Poi  l'abate di Pontigny che viene incriminato perch continua a dare
ospitalit a Thomas Becket. Si minacciano rappresaglie. E l'arcivescovo, per
risparmiare noie a chi gli ha concesso una generosa ospitalit, si ritira
nell'abbazia benedettina di Sainte-Colombe de Sens e umilmente rifiuta
l'ospitalit principesca che gli offre il re di Francia. I rapporti fra i due re
non sono troppo cordiali. Si sta per riprendere il conflitto per il possesso
della contea di Tolosa.
La conseguenza di tutti questi intrighi diplomatici, in cui la finanza aveva
avuto un posto di primo piano, fu che il papa accett di prendere in
considerazione il problema delle censure che Becket aveva lanciato dalla chiesa
di Vizelay nel 1166, lasciando da parte tutto ci che era accaduto prima. Invano
l'arcivescovo e gli esiliati inviarono a Roma diverse ambasciate per sollecitare
il papa a trattare globalmente i problemi della Chiesa inglese.
Alessandro III, sollecitato dal re Enrico, decise l'invio in Francia di due
cardinali-legati con pieni poteri per conoscere, sentire e, Dio permettendolo,
definire canonicamente la causa pendente e tutte le altre che si sarebbero
presentate. Falliti i tentativi di una composizione amichevole, il papa decideva
la soluzione per via giudiziaria. Ma la scelta dei due legati non era stata
delle pi felici. Dimostrava ancora una volta che si cercava piuttosto una
soluzione politica che una soluzione di diritto. Il primo, Guglielmo di Pavia,
cardinale-prete della chiesa romana di San Pietro in Vinculis, era un
sostenitore dichiarato di Enrico II e sospettato di collusione col Barbarossa e
con gli scismatici. Il secondo, Oddone, cardinale-diacono della chiesa di San
Nicola in Carcere-Tulliano, era accusato dall'opinione pubblica di essersi
lasciato corrompere dal denaro inglese. La chiesa francese non manc di
protestare contro una tale scelta. Jean di Salisbury scrive in proposito: La
speranza degli amici dell'arcivescovo di Canterbury nei legati pontifici poteva
ben dirsi delusa, poich se l'uno dei due teme gli uomini pi che la ragione,
l'altro non ha neppure timore di Dio... Tutto avviene come se l'uno avesse
portato con s il carcere Tulliano per imprigionarvi la ragione e l'altro le
catene dello stesso San Pietro per incatenare le leggi e i canoni della Chiesa.
Tale  per lo meno l'opinione dei Francesi.
Che la faccenda non fosse troppo chiara, lo dimostra anche il fatto che la
partenza dei due legati, annunziata per il 10 dicembre del 1166, fu rinviata di
mese in mese fino alla primavera del 1167. Il viaggio fu compiuto poi con una
lentezza incredibile. In Italia c'era la scusa delle soldatesche del Barbarossa
che scorrazzavano da ogni parte. In Francia si approfittava dell'ospitalit,
offerta senza risparmio ai due eminenti personaggi, per godersi i meravigliosi
paesaggi e pi ancora le squisitezze della cucina francese e i suoi celebri
vini. Ci corrispondeva perfettamente alle intenzioni di Enrico, il quale non
aveva nessuna fretta di incontrare i due legati. Che mangiassero, che bevessero
a saziet, che si divertissero secondo i loro gusti, ma che lo lasciassero in
pace!
In pace per modo di dire, perch proprio in quell'anno Enrico era affaccendato
in spedizioni militari per ridurre all'obbedienza alcuni suoi vassalli che gli
si erano ribellati, sperando nell'appoggio del re di Francia. Deve correre col
suo esercito contro il conte d'Auvergne, contro quello del Vexin e quello di
Bretagna. Non  da escludere che i suoi feudatari approfittassero delle
difficolt di Enrico nei confronti della Chiesa romana per acquisire una maggior
indipendenza. I due legati, in virt dei loro poteri straordinari, avevano
annullato i provvedimenti di Becket. Circolavano in Francia le voci pi
allarmistiche. La pi grave era quella che Thomas Becket era stato deposto dalla
sua carica e che l'episcopato inglese era oramai indipendente dal primate di
Canterbury e forse anche dalla stessa sede apostolica. Alessandro III fu
allarmato da tutta questa ridda di notizie. Al rischio di perdere la sua
autorit sulla Chiesa inglese, si aggiungeva quello di perdere anche quella
francese, che non approvava per nulla la condotta dei legati. Fu costretto
allora a riprendere seriamente l'operato dei due cardinali. Che si guardassero
bene dal togliere scomuniche e interdetti senza le dovute riparazioni, che
evitassero di andare in Inghilterra, dove si sarebbero trovati alla merc di
Enrico, che agissero, insomma, con la dovuta prudenza. A parte poi rassicurava
Becket dei suoi diritti e della sua incondizionata protezione.
E' soltanto verso la fine del 1167 che Enrico s'incontra con i due legati. Ha
gi fatto fin troppo come temporeggiatore. Si riunisce la solita assemblea di
vescovi e di notabili. Thomas Becket fa sapere al consesso la sua disposizione a
sottomettersi al giudizio dei due legati, ma pone come condizione la
restituzione immediata dei beni della sua chiesa e di quelli di tutti gli
esiliati. Inoltre comunica che non si presenter all'assemblea per rispondere
delle altre questioni sollevate dai vescovi suoi elettori, in quanto li ritiene
incompetenti a giudicarlo. Solo il pontefice romano pu arrogarsi questo
diritto. Amareggiato dalla condotta dei due legati, scrive a un suo caro amico:
La citt gloriosa di Roma che aveva soggiogato l'intero universo  ora vinta
dalla cupidigia. Quella che le spade non avevano potuto sottomettere, ora
soccombe al veleno dell'occidente... come una cortigiana ella si abbandona alla
passione degli uomini; ella si prostituisce ai potenti, e, sedotta dalle loro
ambizioni, concepisce l'iniquit per partorire l'oppressione degli innocenti.
Ma subito dopo, rivolgendosi al papa: Con la grazia divina, n la vita, n la
morte, n il presente, n il futuro, ci potranno separare dall'amore,
dall'obbedienza, dalla devozione che noi vi dobbiamo. Per Becket una cosa  la
Curia romana, altra cosa  il sommo pontefice e ci tiene a precisarlo.
I colloqui fra Enrico e i due legati si protraggono ancora per qualche tempo.
L'umore del re trova il modo di esplicarsi in tutte le sue forme pi impulsive e
pi istrioniche. In preda alla collera pi violenta abbandona le sedute,
minacciando stragi, rotture definitive, adesione allo scisma. Poi ritorna
sciogliendosi in lacrime, chiedendo umilmente perdono, protestando la sua
fedelt alla Chiesa di Roma. Ma vuole assolutamente essere liberato da Becket.
Non gli restituir nulla. Le Costituzioni di Clarendon sono intoccabili. I due
legati riconoscono che ogni conciliazione  impossibile. Se ne ripartono, e
questa volta in gran fretta, dalle terre di Enrico. In fondo avevano deluso le
speranze del papa e tradito la fiducia del re. Col papa in qualche modo se la
sarebbero cavata, ma col Plantageneto c'era poco da scherzare. In un momento di
collera sarebbe stato capace di sbatterli in qualche oscura prigione, per non
dire di peggio. Perci, appena messi i piedi fuori dei feudi di Enrico, 
legittimo pensare che tirassero un profondo respiro di sollievo.
Dal 1168 al 1170  un succedersi ininterrotto di legati pontifici che tentano
invano di ricomporre il dissidio fra Enrico e Becket. Al fallimento di una
commissione ne subentra subito un'altra, la quale si avvia fatalmente verso lo
stesso insuccesso. Enrico continua nella sua condotta ambigua. Quando pare che
le trattative siano giunte al punto giusto, il re scompare, cambia parere,
impone nuove condizioni e tutto ritorna in alto mare.
Gilbert Foliot, vescovo di Londra, ricorre sempre al cavillo giuridico di
appellarsi alla Santa Sede. Le sentenze dell'arcivescovo di Canterbury sono
senza effetto, dice Foliot, perch nessuno pu precipitosamente e
inopportunamente, vale a dire senza il dovuto avvertimento e senza prove, essere
giudicato o scomunicato, finch il motivo dell'accusa non sia chiaramente
stabilito. A ancora: Tutte le volte che un vescovo temer o sospetter di essere
oggetto di un'ingiustizia da parte del suo superiore, che egli rivolga subito
appello a Roma e, nell'attesa di essere ascoltato, che nessuno ardisca
scomunicarlo prima che l'autorit del pontefice non abbia giudicato. In caso
contrario la sentenza sia ritenuta nulla e senza valore.
Il papa Alessandro, che ormai ha capito il gioco, respinge sdegnato questi
appelli incalzanti e condotti in maniera poco rispettosa. Il priore della chiesa
di Canterbury denuncia pubblicamente di essere stato costretto dagli ufficiali
del re a firmare l'appello contro la sua volont e contro quella di tutti i
monaci. L'invadenza del potere reale negli affari della Chiesa appare ora in
tutta la sua tragicit.
E' il caso di rivedere le proprie opinioni e la propria condotta. Le simpatie
verso Becket sono in aumento. Molti vescovi solidarizzano con l'esiliato,
inviandogli persino aiuti in denaro; altri, ossequienti alle sentenze di Becket,
rifiutano obbedienza e persino contatti coi titolari di Londra e di York,
colpiti da scomunica. A Londra la scomunica di Foliot assume una particolare
drammaticit. E' la domenica delle Palme del 1169. La chiesa di San Paolo 
gremita di fedeli. Terminata la lettura del Vangelo ecco farsi largo tra la
folla e salire i gradini dell'altare un sacerdote, che si presenta agli
officianti e alla folla come messaggero dell'arcivescovo di Canterbury. Reca in
mano due lettere, e ordina, in nome del papa e del suo legato, che ne sia data
lettura al popolo prima di terminare il servizio divino. Ma gli officianti fanno
finta di non intendere. Allora il messaggero, con voce solenne e nel silenzio
generale, fa la seguente comunicazione: Sappiate, o cristiani fedeli, che il
vescovo di Londra, Gilberto,  scomunicato da Thomas Becket, arcivescovo di
Canterbury e legato della Sede apostolica. Un fremito percorre la moltitudine.
Alcuni seguaci di Foliot si scagliano sul messaggero per ucciderlo, ma questi
riesce a sottrarsi alla loro furia merc l'aiuto di molti presenti.
Becket era riuscito, malgrado la sorveglianza e gli ordini reali, a far giungere
la sua voce persino nel cuore di Londra. La sua presenza era pi viva che mai,
anche se si trovava a diverse centinaia di chilometri di distanza.
Luigi VII di Francia si era fatto parte attiva per giungere ad un accordo fra il
re d'Inghilterra e il suo arcivescovo, specie in questi ultimi anni. Ma non era
certo per amore della concordia o per carit cristiana che era spinto ad agire
in tal senso, bens per un chiaro disegno politico. Infatti ad un ennesimo
convegno fissato per l'incontro dei due re, Luigi aveva brigato perch fossero
presenti i nobili di Bretagna e del Poitou, gli inviati del re di Scozia e del
Galles, potenzialmente avversari dichiarati di re Enrico. In fondo, lo scopo del
re di Francia era quello di fomentare le discordie che serpeggiavano nei feudi
di Enrico sul continente e di creargli dei fastidi nella sua stessa isola. Sono
le premesse di quella politica antiinglese che si protrarr per ben tre secoli e
che vedr, con la fine della guerra dei cento anni, i possedimenti inglesi in
terra di Francia ridotti alla semplice citt di Calais.
Enrico  informato delle trame di re Luigi e non si presenta al convegno. Gli
invitati aspettano fino a tarda sera, poi, indignati alla notizia che il
cardinale di San Pietro In Vinculis sta nel campo di Enrico, evidentemente
comprato dall'oro britannico, decidono di sciogliere l'assemblea. Poi, sul far
della notte, ecco arrivare il Plantageneto alla testa di un poderoso esercito.
Viene evitato uno scontro armato. I due re si limitano a scambiarsi reciproche
accuse di tradimento e la causa di Becket non fa alcun progresso.
Alessandro III si rassegna a nominare una nuova commissione con istruzioni pi
precise. L'accordo dev'essere raggiunto prima dell'inizio della quaresima del
1169. In caso contrario prover che la spada di Pietro  ancora tagliente e per
niente corrosa dalla ruggine. Enrico assume questa volta un atteggiamento pi
conciliante, tanto da ricevere lo stesso arcivescovo. Questi si getta ai piedi
di Enrico supplicandolo: Abbiate piet di me, gli dice, poich io mi metto a
disposizione di Dio e vostra, per l'onore di Dio e per il vostro. Ma ecco che
improvvisamente l'atteggiamento di Enrico cambia. Comincia a insultare con le
parole pi volgari l'arcivescovo inginocchiato ai suoi piedi, urla e strepita
che vuole un giuramento di fedelt senza condizioni, richiama in ballo le
Costituzioni di Clarendon e, di fronte all'umile ma fermo rifiuto di Becket,
abbandona la sala con teatrali manifestazioni della pi irrefrenabile collera.
Lo stesso comportamento user pi tardi davanti a una nuova legazione
pontificia. Ma questa volta si sentir rispondere: Signor Re, le minacce sono
inutili. Noi non le temiamo perch apparteniamo a una corte che  usa comandare
ai re e agli imperatori.
E' inutile continuare nella numerazione dei colloqui e delle localit in cui
ebbero luogo. Ad ogni nuovo incontro si rinnovavano le stesse manifestazioni di
malafede da parte di Enrico e le stesse debolezze da parte degli inviati del
pontefice. Quando il re sembrava cedere e l'accordo trovarsi a portata di mano,
ecco che tutto era di nuovo compromesso da qualche riserva, dall'aggiunta di una
nuova clausola, da un mutamento di forma che non intaccava la sostanza. Non che
il re fosse una cima in fatto di cavilli, ma aveva alle sue spalle degli abili
consiglieri, tanto che il delegato di Roma aveva scritto al papa in questi
termini: Ci che noi abbiamo perfettamente compreso nel succedersi dei
negoziati,  il fatto che il re si dimostra verso la Chiesa sofista e insidioso.
L'ultima prova dell'ambiguit di Enrico viene offerta nel febbraio del 1170. Si
dichiara finalmente disposto a concludere una pace onorevole e invita Becket a
recarsi a Caen. Ma quando il povero arcivescovo giunge nella citt, viene
informato che il re si era precipitosamente imbarcato per l'Inghilterra il
giorno prima.
Ci sono due cose, scrive Thomas Becket, alle quali il re d'Inghilterra tiene
soprattutto: l'incoronazione di suo figlio e la nomina dei vescovi. Se il papa
tiene fermo su questi due punti, il re sar costretto a concludere la pace.
Ora il re Enrico si era appunto gettato a capofitto nella realizzazione del
primo progetto, cio l'incoronazione del figlio, appoggiandosi al vescovo di
York. Era consapevole dell'antica rivalit esistente fra York e Canterbury. Un
altro motivo per dividere il clero inglese che, negli ultimi tempi, aveva dato
non pochi segni di voler abbracciare la causa di Becket.
Il papa, messo al corrente della questione, indirizza ai vescovi inglesi, e in
particolare a quello di York, alcune lettere, l'ultima delle quali suona cos:
L'incoronazione dei re d'Inghilterra e la loro unzione sono funzioni proprie
dell'arcivescovo di Canterbury in virt dell'antica dignit e dell'usanza della
sua chiesa. E' per questo, o miei fratelli, che, con la nostra apostolica
autorit, stabiliamo formalmente per mezzo della presente bolla che, se il re
d'Inghilterra vuol far ungere e coronare suo figlio durante l'esilio di Tommaso,
arcivescovo di Canterbury, nessuno di voi abbia l'audacia di procedere
all'incoronazione o di prendervi in qualsiasi modo parte. Che si sappia bene che
se uno di voi oser commettere un tale abuso di potere, ci avverr a rischio e
pericolo della sua funzione e del suo ordine.
Di tale lettera furono riprodotti moltissimi esemplari e ci si assicur che
pervenissero a tutti i destinatari, malgrado la sorveglianza esercitata sia
sulle coste francesi che su quelle inglesi. Eppure il vescovo di York, che
procedette all'incoronazione, protest in seguito e falsamente di non averla
ricevuta.
Il 14 giugno 1170, dopo aver ordinato cavaliere il figlio quindicenne, il re
ordin al vescovo di York di procedere al rito dell'unzione e della
consacrazione, assistito dal vescovo di Londra e di Salisbury. La cerimonia fu
officiata nella chiesa di San Pietro di Westminster, in mezzo ad una folla
imponente di vescovi, baroni, abati, conti e visconti. Tutti convocati con le
minacce, aggiunge il cronista. Le censure pi gravi da parte di Roma erano ormai
inevitabili. L'incoronazione era stato un vero atto di sfida all'autorit del
pontefice, ma Enrico e i suoi subdoli consiglieri erano pieni di risorse. Non
era ancora terminata la cerimonia che il re scriveva al vescovo di Rouen, altro
delegato del papa per i colloqui di pace, mettendosi a sua disposizione ed
accettando tutto ci che gli sarebbe stato imposto per concludere una buona
volta questa benedetta pace. Poi si precipita in Normandia con la speranza di
continuare nelle sue manovre dilatorie. Si fidava della devozione che gli doveva
il vescovo di Rouen e dell'ingenuit di quello di Nevers, i due ultimi legati
del papa. Ma se Enrico aveva alle spalle dei consiglieri astuti, Thomas Becket
aveva con s il suo segretario, Jean di Salisbury, che sapeva suggerirgli le
contromosse opportune. Fu cos che i due legati ebbero copia delle lettere
d'interdetto, con le quali l'arcivescovo era autorizzato, come e quando lo
riteneva pi opportuno, a prendere le misure del caso sia per l'Inghilterra che
per la terra di Francia, sia nei confronti del clero che del laicato, ivi
compresi la persona del re e dei suoi familiari. E copia di dette bolle era
stata pure recapitata a molti vescovi di Francia, fra i quali quello di Tours e
di Bordeaux, punti nevralgici dei domini del re Enrico. Si preparava, cos, una
mobilitazione generale del clero.
Enrico non pot fare a meno di accusare il colpo quando i due legati gli misero
davanti, loro malgrado, la copia delle bolle in possesso di Thomas Becket. Il
quadro che si present alla fantasia malata del re fu dei pi disastrosi. Vide i
suoi feudi di Francia in preda al fuoco della rivolta, vescovi e conti alla
testa delle loro popolazioni scagliarsi contro di lui, lo scomunicato, il figlio
del diavolo, il diavolo in persona. Vide gli eserciti del Galles e della Scozia
marciare di conserva su York, su Londra, su Canterbury. Il suo regno minacciava
di crollare per mano di un omuncolo che egli aveva tratto dal nulla per crearlo
prima cancelliere e poi primate d'Inghilterra. Anche il re di Francia, questo
insignificante Luigi VII, se ne stava in agguato per saltare sulle sue terre al
momento opportuno. A nulla valsero, sul momento, le parole di conforto dei suoi
consiglieri che miravano a fugare i fantasmi dalla mente reale. Si dichiar
pronto a tutto, disposto a concedere ogni cosa che gli venisse richiesta pur di
mettere fine alla sua angoscia. Ma, superata la crisi, il suo demone riprese il
sopravvento. Si rifiut di includere nelle condizioni il sacramentale bacio
della pace.
L'incontro di Friteval, piccolo castello della Tourenne, avvenuto il 22 luglio
del 1170, doveva costituire una data storica nei rapporti fra il re
d'Inghilterra e la sua Chiesa. Era finalmente l'atto conclusivo, la
riconciliazione definitiva fra Enrico II e Thomas Becket. Era presente anche
Luigi VII, re di Francia; il che dava una maggiore solennit alla pace oramai
conclusa. Enrico giunse sul luogo del convegno con parecchio anticipo, seguito
da una folta schiera di cavalieri. Pi tardi giunse l'arcivescovo. Cavalcava fra
Guglielmo vescovo di Sens e Tebaldo conte di Champagne, scortato da una folla di
francesi. Enrico II, appena scorge l'arcivescovo, scende da cavallo, si fa largo
fra la folla e saluta per primo il suo amico di un tempo. Dopo i convenevoli di
rito, le strette di mano e gli abbracci, i due rivali, che appaiono ormai
riconciliati, risalgono sui loro cavalli e si appartano per conversare
familiarmente sui loro problemi, continuando a cavalcare l'uno a fianco
dell'altro.
E' a questo punto che Anouilh, nel suo dramma su Thomas Becket, mette in bocca
ad una delle guardie la seguente battuta rivolta a un suo compagno d'armi:
T'immagini forse che si domandino notizie della famiglia, coglione? O che si
lamentino dei loro malanni? Le sorti del mondo essi stanno discutendo in questo
momento! Cose che tu ed io non ci si capir mai niente. Persino le parole di cui
si servono, tu non capiresti!
E pare che fosse proprio cos. Il discorso del re dovette mostrarsi cos sincero
e cos commovente che ad un certo momento si vide l'arcivescovo scendere da
cavallo e prostrarsi a terra ai piedi di Enrico. Il quale, a sua volta, lasciata
la sua cavalcatura, fece rialzare da terra il prelato e, in segno di omaggio,
gli resse la staffa, quando ripresero insieme la via del ritorno verso la folla
che li attendeva. Enrico soddisfece, seduta stante la legittima curiosit dei
presenti. Annunzi che la pace era conclusa per l'onore di Dio e del suo, che
avrebbe restituito a Becket, per la pace e la sicurezza, la sua chiesa e i suoi
possedimenti nella loro integrit, che avrebbe riparato ai torti commessi nei
confronti di Canterbury in seguito all'incoronazione di suo figlio.
L'arcivescovo, per parte sua, gli prometteva onore, affetto e servizio secondo
Dio. Poi fu la volta di tutti coloro che il re aveva esiliato perch devoti a
Becket. Gli sfilarono ad uno ad uno davanti, gli resero omaggio ed ebbero la sua
pace e la sua grazia, insieme alla promessa dell'integrale restituzione dei loro
beni e dei loro privilegi. Poi, a coronamento della scena, volle che
l'arcivescovo gli donasse la sua benedizione, che ricevette umilmente
inginocchiato per terra.
Agli occhi di un profano tutto era stato, dunque felicemente risolto e
appianato. Da quel momento la storia avrebbe preso un'altra via. Ma le cose non
stavano cos come l'apparenza poteva far credere. Enrico desidererebbe che
Becket lo seguisse in Normandia per mostrarsi al suo fianco davanti ai suoi
sudditi. Il prelato si schermisce. Deve prima di tutto ringraziare Luigi VII per
l'ospitalit ricevuta in questi lunghi sei anni. Appena avr pagato il suo
debito di riconoscenza, sar sua premura raggiungere il suo re, ovunque si
trovi. La verit  che non si fida a mettersi subito nelle mani di Enrico.
Conosce da lunga data la sua malafede, i suoi intrighi e l'assoluta mancanza di
scrupoli. E come non bastasse, ci sono altri due piccoli fatti, che possono
sembrare insignificanti, sempre all'occhio di un ingenuo. Il primo  il rifiuto
da parte di Enrico di scambiare con Becket il sacramentale bacio della pace, una
pratica feudale assolutamente necessaria per sigillare una riconciliazione.
Il re si scusa di non poterlo fare in virt di un giuramento fatto in un momento
di collera. Il papa lo scioglie dal suo giuramento, ma il re persiste nel suo
diniego. Ci vuole tutta la diplomazia di Guglielmo, vescovo di Sens, per
appianare questa difficolt presso Becket. Il secondo punto  la solita
frasetta, messa a conclusione di tutte le promesse che il re fa per la chiesa di
Canterbury e, in genere, per tutte le chiese d'Inghilterra: salvo honore regni
mei, cio salva l'onore del mio regno. Che cosa significava in pratica un
clausola del genere? Che il re si sarebbe rifiutato di compiere o concedere
qualche cosa che fosse andato a disdoro del suo prestigio come re. E chi era in
grado di giudicare ci che era onorevole o disonorevole se non il re stesso?
In realt, con quella breve clausola, egli voleva conservare la sua massima
libert d'azione. Eravamo al punto di Clarendon e non un passo in pi. Le
notizie che nel frattempo arrivavano dall'isola non erano affatto confortanti e
confermavano i sospetti di Thomas Becket.
Malgrado le lettere inviate da Enrico II ai suoi ufficiali e agli altri vescovi
d'Inghilterra, la restituzione dei beni alla chiesa di Canterbury procedeva cos
a rilento che a met di ottobre la gran parte delle terre era ancora in possesso
degli usurpatori. I quali, in previsione di doverle presto o tardi restituire,
procedevano a prelievi e spoliazioni straordinarie. Gli avversari di Becket
vedevano nel suo ritorno una diminuzione dei loro poteri. I vecchi rancori e le
antiche gelosie trovavano esca nella propaganda del vescovo di York e di Londra.
Il giovane Enrico, che di fatto governava l'isola in nome di suo padre, si
lasciava condurre dai consigli di costoro, il cui fine era quello di mandare a
monte l'accordo di Friteval. Thomas Becket fin con l'appellarsi al papa.
Alessandro III non voleva prendere decisioni affrettate che potessero avere
conseguenze politiche disastrose. Si limit a sospendere dal proprio ufficio
l'arcivescovo di York e gli altri prelati che avevano giurato fedelt alle
Costituzioni di Clarendon, rimise sotto anatema la citt di Londra e Salisbury e
lasci alla discrezione di Becket i provvedimenti che riguardavano le
irregolarit commesse in occasione dell'incoronazione del giovane re Enrico.
Ed  proprio su questo punto che i pareri dell'episcopato erano, come al solito,
discordi. C'era chi sosteneva che tutto era stato regolare. Il giovane Enrico
aveva giurato, le due mani posate sull'altare e davanti alle sacre reliquie, di
rispettare la libert della Chiesa, non vi era stata la promessa di conservare i
costumi reali e non era il caso di dare eccessiva importanza alla frasetta salvo
honore regni mei. Becket, per spirito di conciliazione e per non provocare una
nuova rottura, accett anche questa tesi, ma insistette presso il papa perch
gli confermasse il primato della sede di Canterbury su tutta l'Inghilterra.
Questi lo fece di buon grado in una lettera nella quale, fra l'altro, si legge:
Noi abbiamo sentito dire da una relazione degna di fede che l'arcivescovo di
York, malgrado la nostra proibizione e la nostra interdizione, ha incoronato
Enrico, figlio dell'illustre re d'Inghilterra, nella tua provincia. Poich tu
affermi che i diritti e la dignit della tua chiesa sono stati gravemente lesi
da questo fatto, noi, risoluti a salvaguardare i tuoi diritti e quelli della tua
chiesa, decidiamo con apostolica autorit che un simile abuso di potere da parte
dell'arcivescovo di York non pu dar origine ad alcun pregiudizio futuro o
presente per te, che possiedi il diritto d'incoronazione e di unzione dei re
d'Inghilterra, come ne hanno goduto da ben ottant'anni i tuoi predecessori.
Eravamo giunti all'autunno e il papa, che si trovava allora in Italia, si mostr
pi deciso. Era gi passato troppo tempo. Minacci di interdetto tutte le terre
oltre Manica di Re Enrico, conferm con parole di particolare elogio l'opera di
Becket sanzionando la sua nomina a legato apostolico per tutta l'Inghilterra e
ordin a tutto l'episcopato di Francia di attenersi alle misure che
l'arcivescovo fosse stato per prendere. Solo re Enrico, sua moglie e i suoi
figli dovevano essere lasciati fuori dagli eventuali provvedimenti. Ogni
ulteriore indugio da parte di Thomas Becket a recarsi in Inghilterra diventava
complicit. Fu cos che egli annunzi ufficialmente la sua partenza. La notizia
provoc il pi grande scalpore. Alcuni vescovi si disposero a respingere con la
forza la sua venuta. Altri minacciarono di lasciare l'isola per rifugiarsi in
terra di Francia nei domini della corona inglese. Ranulf di Broc, che aveva
fatto man bassa sulle terre di Canterbury, andava dicendo in giro che Becket non
sarebbe riuscito a consumare sul suolo inglese un intero pane prima di cadere
morto sotto le sue mani. I fedeli dell'arcivescovo, che gli erano a fianco in
terra di Francia, lo scongiuravano di non voler partire prima di aver ottenuto
dal re le debite assicurazioni di pace e di protezione.
Ma tentare di convincerlo in tal senso era come rinforzare la sua decisione a
partire. La santa chiesa di Canterbury, madre della cristianit britannica lo
vuole, rispose a coloro che lo supplicavano. Io sono pronto a morire o a
sopportare per Ges Cristo mille tormenti e mille morti, se egli, nella sua
misericordia, si degner di concedermi la grazia della sopportazione. Ha pure un
pensiero per il suo re: Da vivo o da morto, egli dice, io pregher sempre il
Signore affinch si degni di spandere su lui e sui suoi figli tutte le sue
benedizioni. Poi l'ultimo atto di sfida. L'imbarco  fissato per il 10 dicembre
del 1170. Alla vigilia, Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury, legato
pontificio, primate della chiesa britannica, vuol essere preceduto dai fulmini
della collera divina: emana la bolla di scomunica e d'interdetto per l'intera
isola.
La nave che riportava Becket nella sua terra, inalberava la croce d'argento,
segno indivisibile del primate, e dirigeva la sua prora proprio sulla spiaggia
di Sandwich, dalla quale si era imbarcato fuggiasco sei anni prima. Il suo
ritorno, pi che un trionfo, appariva una sfida.
Per questo molti storici lo giudicarono un orgoglioso, un superbo che,
mascherandosi dietro un'ostinata difesa dei diritti della Chiesa, finiva
inconsciamente per soddisfare intime esigenze di autoaffermazione. Ma lo sbarco
non avvenne senza difficolt. La spiaggia pullulava di armati che inscenarono
un'ignobile gazzarra, cercando d'impedire all'arcivescovo di mettere piede a
terra. Adducevano come scusa che un diacono francese, che accompagnava il
prelato, dovesse giurare fedelt al re d'Inghilterra, prima dello sbarco. Ma
superate queste prime difficolt, il suo fu un viaggio trionfale attraverso le
popolazioni della sua diocesi, che salutavano con sincero entusiasmo il ritorno
del loro pastore. Ed era proprio questa fede sincera, questa devozione
illimitata, che consigliava a Enrico la massima prudenza nei rapporti con la
Chiesa. Se il popolo temeva e rispettava i re, adorava prima di tutto Dio e
venerava incondizionatamente i suoi rappresentanti. Se avesse dovuto scegliere
fra i due poteri sarebbe stato certamente quello religioso ad avere la
preminenza. Arrivato in sede, fu con l'arcivescovo di York e gli altri vescovi
colpiti da scomunica che dovette ingaggiare battaglia. Costoro gli dichiararono
apertamente la loro intenzione di ricorrere alla Santa Sede, anche se Alessandro
III lo aveva espressamente vietato. Poi fu la volta degli ufficiali del re che
pretesero anche loro la revoca delle sanzioni religiose, disposti, in caso
contrario, a dichiararlo nemico pubblico, traditore e usurpatore dei diritti
reali. Thomas Becket si dimostra conciliante. Egli  disposto a revocare tutte
le sentenze che, per delegazione pontificia, ha emesso contro la terra
britannica e i suoi abitanti, a patto per che, secondo l'usanza canonica,
prestino giuramento di obbedienza agli ordini del pontefice romano e si mettano
a sua disposizione.
Ci contraddiceva nettamente con le Costituzioni di Clarendon e perci essi
rifiutarono. I prelati pi compromessi s'imbarcarono per la Normandia per
raggiungere Enrico e rinfocolare la lotta. Enrico il Giovane si rifiut di
ricevere lo stesso Becket, anzi gli proib di uscire dal territorio della sua
diocesi. Gli ufficiali del re percorrevano in lungo e in largo Canterbury
commettendovi ogni sorta di soprusi e di vessazioni. La pace di Friteval era
stata tutta una messa in scena da parte di Re Enrico, il quale, ora, in combutta
con i suoi vescovi, rimetteva tutta la questione nelle mani del papa
scrivendogli fra l'altro: Per obbedire ai Vostri ordini ho accordato la pace al
mio nemico pi accanito. Ma costui non cessa di tendere le sue insidie al punto
che vivere con lui significa la mia morte, tanti sono i disordini che porta nel
mio regno. Il papa era nuovamente invitato ad assumere la parte di giudice.
Fu in occasione di uno di questi raduni per tramare ai danni di Becket che il
re, in preda ad un attacco violentissimo di collera, si lasci sfuggire la
terribile frase storicamente confermata: Non ci sar, dunque, nessuno che mi
liberi da questo prete tracotante? I desideri di un principe sono spesso
interpretati come ordini dai cortigiani pi vili e pi striscianti. Si conoscono
i nomi dei quattro cavalieri che si affrettarono a partire per l'Inghilterra.
Essi sono: Renaud Fitz-Urse, Guillaume de Traci, Hugues de Moreville e Richard
le Breton.
S'imbarcarono per l'isola il 28 dicembre e raggiunsero per vie diverse, per non
destare sospetti, il castello di Salwood dove risiedeva il famigerato Ranulf di
Broc nemico giurato di Becket, col quale concertarono il piano d'azione.
Rinforzati da un gruppo di armati si rimisero in cammino allo spuntar del giorno
verso Canterbury, dove giunsero sul far del mezzogiorno. Il palazzo
dell'arcivescovo era aperto, come al solito, per il pranzo dei poveri, e Becket
stava in mezzo alla sala circondato dai suoi chierici. Dopo aver prudentemente
deposto le armi, i sicari mossero incontro all'arcivescovo e cominciarono a
discutere con lui: Il re ci ha mandato qui con l'ordine di cacciarti via dal
regno insieme coi tuoi, perch invece di rispettare la sua maest e deferire a
lui ogni giudizio, tu hai voluto colpire i suoi ministri e la sua famiglia,
scacciandoli vergognosamente dalla chiesa.
Chiunque, risponde l'arcivescovo, avendo osato infrangere gli ordini della sede
apostolica e violato i diritti della Chiesa di Cristo, rifiuti le dovute
soddisfazioni, costui, chiunque egli sia, io non posso risparmiarlo n esitare a
costringerlo al ravvedimento per mezzo della censura ecclesiastica.
Tu stai parlando con pericolo della tua vita, insistono i cavalieri e
rivolgendosi ai chierici e ai monaci ordinano di custodire, sotto buona guardia,
la persona dell'arcivescovo, fino a che la giustizia del re non sia compiuta. E
vanno a riprendere le loro armi. Coloro che fanno massa intorno a Becket lo
spingono verso la cattedrale e riescono a guadagnare il transetto. Sperano che
gli aggressori abbiano rispetto per il luogo sacro. E infatti la masnada degli
assalitori cerca di spingere Becket e la folla fuori della chiesa. Ma il
prelato, addossato ad una colonna  inamovibile e intima agli armati di
rispettare chierici e monaci. Si svolge un ultimo concitato dialogo: Assolvi e
riporta nella comunione della Chiesa coloro che tu hai scomunicato; ristabilisci
gli altri nei propri uffici. Io non posso assolvere nessuno finch non avr
fatto le debite riparazioni. Ricevi dunque con la morte il castigo che ti
meriti! Per me, sono pronto a morire per il mio Dio, se nel mio sangue la Chiesa
ritrover la libert e la pace.
A questo punto la parola cede il posto alle armi. Piovono fendenti da tutte le
parti. Un chierico che cerca di far scudo del proprio corpo alla persona
dell'arcivescovo ha un braccio troncato. E un fuggi fuggi generale.
Jean di Salisbury racconta: Thomas di Canterbury, senza una parola, senza un
grido, senza un lamento, senza un gesto di opposizione ai suoi carnefici, offre
il suo capo alle spade e lo tiene immobile fino a che tutto non  consumato.
Cade in avanti, il corpo diritto senza il minimo movimento dei piedi o delle
mani. Intanto la notte  scesa nella cattedrale. Gli assassini, al lume delle
torce, fanno scempio del cadavere, poi saccheggiano il palazzo arcivescovile. E'
l'ultimo atto della tragedia.
La notizia dell'assassinio di Becket si diffonde in tutto il mondo cristiano con
la rapidit di un baleno. Nobili e plebei ne rimangono stupiti, costernati e
atterriti. L'uccisione di un arcivescovo, e per di pi nella sacralit della sua
chiesa,  un crimine inconcepibile, che suscita la pi profonda indignazione.
Non se ne pu trovare la bench minima giustificazione. Il popolo intero
d'Inghilterra, di Francia, d'Italia e di Germania ha gi decretato per Thomas
Becket l'aureola del martirio e la Chiesa, sulla scia dei suoi fedeli, lo
elever agli onori degli altari appena tre anni dopo.
Enrico II, nell'apprendere la notizia, si chiude nella sua stanza e per tre
giorni rifiuta ogni specie di cibo ed ogni contatto umano. Tutto il mondo
occidentale lo accusa del delitto. Forse  questa ondata generale d'indignazione
nei suoi riguardi che pi lo preoccupa. Ha commesso un altro errore. Non poteva
scegliere una via migliore perch il suo nemico trionfasse definitivamente su di
lui. Da tutte le parti si levano voci autorevoli che reclamano vendetta. Il papa
Alessandro III si rimprovera ora di essere stato troppo accondiscendente verso
re Enrico e si dispone a prendere i provvedimenti pi gravi. Mentre vengono
confermate tutte le sanzioni disposte da Becket, la sede pontificia annunzia per
il gioved santo del 1171 la scomunica del re e di tutta la sua famiglia, nonch
l'interdetto su tutte le sue terre sia al di qua che al di l della Manica.
Enrico, superato il primo momento di angoscia e di smarrimento, ha gi
provveduto a inviare a Roma una delegazione di chierici e vescovi con lo scopo
di scongiurare i castighi che si addensano sul suo capo. I suoi inviati sono
gente abile e, a conoscenza di quanto Roma sta per predisporre, annunziano al
papa di essere venuti alla sua presenza per esplicito incarico del re a giurare
in suo nome la sua assoluta fedelt e obbedienza alla sede pontificia. Il papa
si lascia un'altra volta convincere. Conferma, s, tutti gli altri provvedimenti
(interdetti, sospensioni, scomuniche), ma limita il castigo di Enrico a un
interdetto personale. Egli non potr entrare in nessuna chiesa n partecipare ad
alcuna funzione religiosa. I legati pontifici saranno in seguito autorizzati ad
assolverlo in base all'umilt del suo comportamento e alla sincerit del suo
pentimento.
I segni del suo ravvedimento non tardano a manifestarsi L'anno seguente si fa
promotore di una campagna contro l'Irlanda i cui vescovi propendono verso certe
posizioni ereticali. E' un servizio gratuito che vuol rendere alla Chiesa di
Roma. Ma sbarcato in terra britannica il suo primo pensiero  di passare per
Canterbury. Quivi, giunto presso la tomba della sua vittima, che era nel
frattempo diventata la meta di continui pellegrinaggi, depone tutti i suoi abiti
e, sdraiatosi sulla tomba completamente nudo, si sottomette alla penitenza della
flagellazione da parte di settanta monaci. I quali, naturalmente avranno usato
le loro sferze in maniera piuttosto simbolica, per non lasciare il re penitente
pi morto che vivo. Con questo atto, non si sa se politico o sinceramente
sentito, il re si riabilit davanti a tutta la cristianit. E ce n'era veramente
bisogno, in quanto moglie, figli e baroni cominciavano a tramare contro di lui.
Il vero trionfo di Becket si ebbe nel 1172 ad Avranche in Normandia. Il re, in
presenza di vescovi, notabili e numerosa folla, giur sugli Evangeli che non
aveva n ordinato n voluto la morte dell'arcivescovo, per la quale aveva
sofferto come per la perdita di suo padre o di sua madre. Riconosceva di essere
stato la causa indiretta del delitto per il suo atteggiamento e si dichiarava
disposto a sottostare a qualsiasi genere di penitenza gli venisse comandata, per
la remissione dei suoi peccati. Fra l'altro, s'impegnava, sempre con giuramento
e anche a nome di suo figlio:
1) ad armare duecento soldati per la difesa della Terra Santa;
2) a prendere la croce, cio a farsi crociato, quando il papa lo avesse
comandato;
3) a non impedire l'appello a Roma per le cause ecclesiastiche;
4) a liberare i vescovi dagli impegni presi nel sottoscrivere le Costituzioni di
Clarendon;
5) a restituire tutti i beni usurpati alle chiese per qualsiasi motivo;
6) a compiere infine tutte le opere espiatorie, digiuni, elemosine e atti di
piet che gli sarebbero stati prescritti i quali, riguardando la coscienza del
re, dovevano rimanere segreti.
Dopo sette anni di lotte, culminate con un assassinio, le cose ritornavano al
punto di prima.
Il 30 maggio del 1172, presente quasi tutto l'alto clero francese, Enrico II si
inginocchi, spoglio di tutte le sue insegne reali, sulla porta della cattedrale
di Sant'Andrea di Avranche. Fu esonerato dal portare sulle spalle una pesante
croce in segno di penitenza e gli fu risparmiata l'umiliazione di una pubblica
flagellazione, come il rito avrebbe voluto. Dopo una breve preghiera i legati
pontifici lo aiutarono a levarsi da terra e lo introdussero nella casa di Dio.
La riconciliazione era un fatto avvenuto, almeno sul piano formale. Sul piano
della realt politica i due poteri erano inconciliabili. Per ora la vittoria era
di Roma. Londra doveva rifarsi quasi quattrocento anni pi tardi.
Nel 1219 e precisamente il 26 gennaio, papa Onorio III concedeva a tutti i
fedeli un'indulgenza di quaranta giorni, se si fossero recati personalmente e a
piedi a venerare le reliquie di San Tommaso martire. Affinch imparino gli altri
per mezzo dell'esempio, quanto debba esser celebrata nell'intero mondo la
gloriosa memoria di un martire tanto insigne, dice la lettera del pontefice.
Ma chi si recasse oggi a Canterbury cercherebbe invano la tomba del martire. Al
massimo potr ottenere che gli sia indicato il luogo della cripta in cui un
tempo era collocato il sarcofago. Enrico VIII, dopo essersi staccato da Roma nel
1531, proclamandosi capo supremo e unico della Chiesa anglicana, volle
disperdere persino le ossa di colui che aveva difeso con la vita la libert
della Chiesa dal potere dei re per farla schiava soltanto di Roma.

FINE.






