GIOVANNI VIGNOLA.

ARDUINO D'IVREA: PERCHE' L'ITALIA NON HA AVUTO IL SUO RE.

San Benigno Canavese  un piccolo centro agricolo-industriale di circa 1.300
abitanti, situato a 19 chilometri da Torino lungo l'autostrada che collega il
capoluogo piemontese con la valle d'Aosta. La coltura di cereali e foraggi, il
ricco patrimonio zootecnico, la pioppicoltura, costituiscono la base delle
risorse agricole. L'industria  rappresentata da due officine metalmeccaniche,
una fabbrica di compensati e altri stabilimenti minori per la lavorazione del
legno. Ma i giovani, come i giovani di tutti i paesi, preferiscono occuparsi
nelle industrie e abbandonare i campi. Naturali poli di attrazione le grandi
fabbriche di Torino e di Chivasso.
Ma San Benigno Canavese non avrebbe interessato questa storia se nel 998 il
famoso abate Guglielmo da Volpiano non vi avesse iniziato la costruzione
dell'altrettanto famosa abbazia cluniacense di Fruttuaria, la cui opera fu
portata a termine in cinque anni di duro e instancabile lavoro. Cos la storia
del paese si confuse con quella dell'abbazia. Largamente beneficata da
imperatori e pontefici, come era uso in quei tempi, con privilegi, donazioni e
immunit, estese i suoi domini su molte terre viciniori, tanto da costituire
quasi uno stato a s nel cuore del Piemonte, finch i suoi beni non furono
riscattati e incorporati dai Savoia nel 1741.
Della celebre abbazia, che il tempo ha corroso e gli uomini modificato, non
rimane purtroppo che la torre campanaria, magnifico esempio di stile romanico
che pu darci una pallida idea della grandiosit della costruzione che doveva
farle da cornice.
Fu proprio alla porta di quell'abbazia che un giorno non precisato del settembre
1014 si present Arduino, marchese d'Ivrea e re d'Italia. Gli facevano seguito
pochi fedelissimi, ormai rassegnati alla sua irrevocabile decisione. Chiese di
parlare con l'abate. Il seguito e i monaci si riunirono nella chiesa e
aspettarono commossi. L'austero feudatario che aveva osato sfidare vescovi,
imperatori e papi ascese all'altare accompagnato dall'abate. Quivi, in presenza
di chi aveva tante volte offeso, e degli altri che con la stessa veemenza aveva
a suo tempo difeso, depose davanti a Dio sull'altare la corona regia che gli era
stata offerta e imposta sul capo a Pavia il 15 febbraio 1002 presenti i grandi
feudatari italiani, fra l'entusiasmo delirante di tutta la popolazione. Poi con
la stessa solennit e umilt si tolse le insegne regie, si slacci dal fianco la
spada e, prostratosi a terra, chiese l'onore e il privilegio di indossare il
rozzo saio benedettino.
L'ultimo difensore del cosiddetto Regno italico indipendente contro il prepotere
degli imperatori di Germania si era fatto monaco. Con quel suo atto egli
dichiarava che la sua opera era definitivamente terminata. Eppure quindici anni
prima aveva accolto con risa beffarde un'intimazione del genere da parte del
papa Silvestro II, come aveva ignorato con altrettanta spavalderia la minaccia
di scomunica che il predecessore di Silvestro, papa Gregorio V, gli aveva
lanciato un anno prima.
La lettera di papa Gregorio V, redatta in termini concisi e perentori, suonava
press'a poco cos: Gregorio vescovo, servo dei servi di Dio, a Arduino. Quale
violento contro la fede cristiana tu non meriti nessuna benedizione. Abbiamo
sentito, e per questo gravemente ci lamentiamo, come la santa chiesa eporediese
abbia dovuto incorrere in danni intollerabili per le tue vessazioni! E dove tu
abbia preso il latte della dottrina a medicamento dell'anima tua! Non
inorridisci nell'estendere il veleno della persecuzione se non nella speranza di
una diabolica ricompensa e poich non temi di devastare con incendi tutta la
regione. Infatti noi abbiamo per certo che tu sei stato tanto preso dall'istinto
del male che ti diletterai nella persuasione di dover aggiungere iniquit a
iniquit. Dunque, in nome dell'autorit apostolica, io ti comando: o di cessare
immediatamente dai mali intrapresi rimediando ai peccati commessi, oppure senza
alcun dubbio sappi che sarai colpito con la spada dell'anatema in occasione
della Pasqua di Nostro Signore.
La minacciata scomunica, a parte le considerazioni personali di Arduino, non
and ad effetto perch il papa Gregorio V moriva in Roma il 18 febbraio del 999.
E pare che la sua improvvisa dipartita fosse dovuta ad una somministrazione
piuttosto abbondante di veleno propinatagli dai suoi numerosi nemici; fatto che,
in considerazione dei costumi dei tempi, rientra nella pi assoluta normalit.
Ma la tranquillit di Arduino dura pochi mesi. Il successore di Gregorio,
Silvestro II, riunisce in Roma un sinodo episcopale che emette nel maggio del
999 la seguente sentenza: Penitenza imposta ad Arduino, in Roma nella chiesa del
beato Pietro apostolo, dal signore e papa Silvestro e dall'augusto imperatore
Ottone III, emanata dai vescovi italiani cattolici riuniti in sinodo (anno 999).
Sia noto a tutti che Arduino ha riconosciuto davanti al santo sinodo e in
presenza del signore santissimo Silvestro e del nostro signore Ottone III,
augusto imperatore dei Romani, e ancora davanti a tutti i vescovi ivi residenti,
di essere stato a capo di quegli uomini che avevano ucciso il vescovo di
Vercelli, Pietro, di essere stato presente alla sua uccisione, di aver
ricondotto con s gli assassini e di aver in seguito conservato dimestichezza
con essi. Nello stesso tempo  stato appurato nel santo sinodo non doversi
imporre una penitenza leggera per aver lo stesso partecipato a un cos grave
delitto, poich, anche se egli non partecip al delitto con le proprie mani,
tuttavia fu causa della di lui morte come condottiero degli uccisori. Egli fu
come Giuda il quale non cattur il Signore per crocifiggerlo, ma condusse gli
altri, onde ne deriv la morte e per questo egli  dannato in eterno.
Tuttavia, in questo, Giuda fu pi benigno in quanto non fu pi in dimestichezza
con coloro che uccisero il Signore. Nello stesso tempo poich egli ha confessato
pubblicamente la sua colpa, il santo sinodo ha voluto imporgli la stessa
penitenza come se egli avesse segretamente confessato di aver ucciso il vescovo
di sua mano. Naturalmente, in primo luogo egli dovr deporre le armi; non
manger pi carne; non dar bacio n a uomo n a donna; non vestir lino; non
dormir pi che due notti, se sano, nello stesso luogo; non ricever il Corpo
del Signore se non in morte; condurr penitenza, dove nessuno possa offendere di
coloro che avevano fatto sacramento contro di lui; oppure dovr farsi monaco
incontanente.
Come si vede, la mano del Santo Sinodo era stata piuttosto pesante. Arduino
obbedir alla seconda ingiunzione dopo ben quindici anni indossando la veste
monacale. Riguardo alla prima penitenza non era neppure da prendersi in
considerazione, tanto era mostruosa la sua raffinata crudelt. Significava
essere messo al bando da Dio e dagli uomini.
Ma che cosa aveva combinato questo marchese d'Ivrea per attirarsi i fulmini
della Chiesa di Roma e l'inimicizia pi irriducibile dell'imperatore? Di quali
delitti si era macchiato se, nei suoi confronti, lo stesso Giuda poteva passare
quasi per un galantuomo? La cosa era stata inizialmente molto semplice: si era
messo in urto con i vescovi di Vercelli e d'Ivrea. Poi il fatto aveva assunto
proporzioni che forse lo stesso marchese non aveva previsto.
Il vescovo Pietro di Vercelli era una creatura di assoluta fiducia degli
imperatori della Casa di Sassonia. Aveva ricevuto l'investitura imperiale della
sede di Vercelli da Ottone II nel 978, aveva seguito lo stesso imperatore nella
spedizione contro i Saraceni nell'Italia meridionale e aveva sopportato in
Egitto ben otto anni di prigionia. Ritornato nella sua diocesi nel 990, si mette
alacremente all'opera per ripristinare i privilegi vescovili caduti in disuso o
usurpati dai vicini signorotti di campagna. In particolare la sua autorit si fa
sentire nel mandamento di Caresana i cui abitanti, abituati ormai da lunghi anni
al godimento di certe libert, mal sopportano il ritorno al regime fiscale
vescovile. Si tratta dell'esazione di dazi, gabelle, prestazioni, decime ed
altre simili angherie che vanno ad arricchire la mensa della curia. La gente del
luogo passa dalle lamentele alle proteste per culminare poi in aperta
ribellione. Invocare l'aiuto di Arduino, naturale signore del paese,  la
conseguenza pi logica a cui possano arrivare i malvessati abitanti. Costui si
limita, in un primo tempo, a invitare il vescovo Pietro a dar soddisfazione ai
propri sudditi, ma i suoi reiterati appelli cadono nel vuoto. Allora 
necessario venire ai ferri corti.
Arduino raduna le sue milizie, le unisce ai contadini di Caresana e muove alla
volta di Vercelli, ben deciso a ridurre il vescovo all'obbedienza. La citt gli
chiude le porte in faccia, ma l'assedio  di breve durata. Presa d'assalto,
grazie anche all'aiuto fornitogli da due prelati della curia che non hanno in
simpatia il loro vescovo, la citt  messa a sacco, come era uso di quei tempi.
Ruberie, incendi, assassini si succedono per alcuni giorni. Il vescovo Pietro 
ferocemente ucciso proprio sulla piazza della cattedrale. Il suo cadavere viene
bruciato e con esso la chiesa stessa e il palazzo vescovile.
E' improbabile che Arduino abbia voluto deliberatamente giungere a tali eccessi.
Quando una folla si scatena  troppo difficile mantenerne il controllo. Ma in
fondo la punizione del vescovo ribelle era stata una lezione che avrebbe dovuto
insegnare agli altri ad essere pi prudenti. Oppure, come in realt avvenne, a
fare blocco comune contro un pericolo, che, se avesse preso piede, poteva
scuotere la potenza ecclesiastica fin dalle fondamenta con conseguenze non
immaginabili. Siamo nell'anno 996, data che coincide con la prima discesa in
Italia dell'imperatore Ottone III. Il fatto che un vescovo, creatura fedelissima
della Casa di Sassonia, fosse stato trucidato e la sue sede vescovile data alle
fiamme, non poteva passare inosservato agli occhi del giovane imperatore che
proseguiva nella politica filoepiscopale gi praticata dai suoi predecessori. N
la cosa poteva far piacere al nuovo papa Gregorio V, il quale altri non era che
un cugino dello stesso imperatore che lo aveva seguito nel suo viaggio in
Italia, un certo Brunone, appena ventitreenne, non completamente digiuno di
affari ecclesiastici. Non fu difficile a Ottone III imporlo ai Romani come papa
ed in cambio costoro lo incoronavano imperatore il 21 maggio del 996 con tutta
la solennit e la pompa possibili.
Gli affari si sarebbero messi male per Arduino, se il giovane imperatore non
avesse dovuto riprendere la via della Germania subito dopo la cerimonia
dell'incoronazione. Anche lass i brandi feudatari non mancavano di creargli
delle grane ed era necessario tenerli d'occhio. Ma non passano che poche
settimane dalla partenza dell'imperatore che gi in Roma scoppia una rivolta.
Gregorio V per sua fortuna si trova a Pavia dove ha in animo di radunare un
concilio. Nell'urbe, gi da pi di un decennio, la famiglia patrizia dei
Crescenzi fa il buono e il cattivo tempo; depone papi e ne elegge a suo piacere
(Giovanni XV  infatti figlio di un Crescenzio). Anche in questa occasione si ha
l'elezione di un altro papa: Giovanni XVI. Gregorio V, dal suo comodo rifugio di
Pavia, condanna, scomunica, anatemizza e intanto lancia disperati appelli di
aiuto al suo imperiale cugino perch si affretti a ridiscendere in Italia. Ci
avviene un anno dopo. Nel 998 imperatore e papa sono davanti alla porte di Roma,
dove non trovano resistenza alcuna. La vendetta  spietata. L'antipapa ha le
mani mozzate, la lingua strappata, gli occhi accecati e, cos ridotto, viene
abbandonato alla folla perch lo finisca. Crescenzio, che aveva tentato di
resistere, chiuso in Castel Sant'Angelo, viene preso, decapitato ed esposto
sulle pendici di Monte Mario, insieme ad altri dodici compagni che hanno subito
la stessa sorte. I Romani prendano esempio e cerchino di trarne le dovute
conseguenze.
Come si vede imperatore e papa avevano questioni ben pi gravi da sistemare che
non interessarsi dell'assassinio del vescovo di Vercelli. Ma non lo avevano
dimenticato. E anche se per avventura ci fosse accaduto, ci sarebbero stati
altri ben disposti a ricordarlo loro nei termini pi drastici e diffamatori. Si
trattava di molti vescovi dell'Italia settentrionale, che si vedevano esposti al
pericolo di fare la fine del povero Pietro di Vercelli. E avevano scelto il loro
leader proprio nella tana del lupo, cio in Varmondo, vescovo d'Ivrea, come
colui che si sentiva pi direttamente minacciato.
Se Arduino non aveva tollerato soprusi e prepotenze nella sede episcopale di
Vercelli, era tanto meno disposto a farlo nella sede del suo marchesato. Gli
storici non sono concordi nello stabilire da quanto tempo Varmondo occupasse la
sede d'Ivrea. Quello che  certo  che anche lui era una creatura devota alla
Casa di Sassonia, come ebbe a dichiarare nel discorso tenuto in occasione della
sua nomina: essere stato egli stesso elevato alla dignit vescovile per grazia
del Divin Redentore e per concessione dell'Imperatore.
Arduino, specie dopo i fatti di Vercelli, intensifica la sua ostilit contro il
vescovo, ne limita i privilegi, impedisce l'estendersi delle sue possessioni
terriere, anzi le riduce impadronendosene con la violenza. Infatti  la vastit
dei possedimenti che pu provocare i famosi brevetti o diplomi di immunit che
gli imperatori concedono con tanta facilit ai dignitari ecclesiastici.
Vale la pena di riportare integralmente un'allocuzione pronunciata da Varmondo,
conservata in un codice membranaceo nell'Archivio della Cattedrale d'Ivrea e
riportata da Cesare Violini nel suo libro Arduino d'Ivrea. Essa dice
testualmente: Sappia la carit vostra, o fratelli miei, che un certo tale di
nome Arduino, posponendo per consiglio diabolico le cristiane promesse fatte nel
battesimo e la fede giurata a questa Santa Chiesa Eporediese, abbandonato il
servizio di Dio e della Santa Chiesa, voltosi in apostasia ed al demonio, al
quale e alle cui opere aveva rinunciato, non teme di dare il guasto e di
derubare la vigna del Signore, cio la Chiesa di lui, opprimendo e uccidendo i
poverelli di Cristo, redenti col prezioso suo sangue, assiduamente rapinando le
loro sostanze. Or dunque, perch costui doveva essere figlio di questa Chiesa a
noi commessa per volere di Dio, ed invece si  reso nemico e persecutore di
quella; perch rinato in essa per l'acqua e lo Spirito Santo, annoverato fra gli
adottivi figlioli di Dio, egli con l'imitare il demonio si dimostr figlio di
questo, noi dobbiamo andar solleciti affinch nessuna delle pecorelle nostre non
vada in perdizione per la pastorale nostra negligenza, e non abbiamo poi a
render conto di essa al Principe dei Pastori Ges Cristo Signore Nostro nel
tremendo giudizio, giusta quanto Egli stesso ne minaccia. Mandammo a lui un
sacerdote nostro con lettere ammonitrici, una volta, due volte ed una terza,
secondo i canoni, invitandolo ad emendazione, satisfazione e penitenza, e
rimproverandolo con paterno affetto. Ma esso, purtroppo, con diabolica
ostinazione disprezz i nostri avvisi salutari; ch anzi, perdurando nella sua
prima malizia, di giorno in giorno fa peggio e, imitatore di Giuliano
l'Apostata, gonfio di superbia, sdegna di soddisfare alla Chiesa di Dio. Contro
simili trasgressori e violatori della santa legge, e di quella pace che Gesu
Cristo don e lasci ai suoi Discepoli, abbiamo precetti divini ed apostolici
che ci prescrivono quello che dobbiamo fare di costoro. Infatti dice il Signore
nel Vangelo: Se il fratel tuo  fornicatore, od omicida o ladro, non ti  lecito
prender cibo con lui. Adempiendo pertanto i precetti divini ed apostolici,
questo putrido membro, incapace di medicina, troncheremo dal corpo della Chiesa,
col ferro della scomunica e di una terribile maledizione, affinch le altre
membra del corpo nostro da s pestifero morbo non vengano avvelenate.
Certamente un discorso del genere, cos scarsamente improntato alla carit
cristiana, in cui sacro e profano si mescolano in maniera cos poco decorosa e
in cui tutto  in difesa quasi esclusiva di un potere temporale, riesce ostico
ad una mentalit moderna. Ma Arduino non doveva essere molto tranquillo di
fronte alla minaccia di una scomunica che avrebbe impressionato enormemente
l'animo religiosamente superstizioso dei suoi sudditi. Tollera persino che il
vescovo lo rappresenti in una specie di messale nell'atto di vomitare un
ripugnante diavoletto nero. E continua nella sua opera demolitrice del
patrimonio vescovile incoraggiato dal favore popolare, che approfitta dei
tumulti e dei disordini cittadini per arraffare qualche cosa dalle case dei
ricchi prelati.
La contesa dura negli anni 997 e 998, a volte sotterranea e altre volte con
manifestazioni violente di piazza. Il papa Gregorio V, in tutt'altre faccende
affaccendato, annulla l'atto di scomunica di Varmondo. Non vuole crearsi altri
grossi fastidi nella Marca d'Ivrea. Ma il vescovo continua ad agitarsi. Cerca la
collaborazione degli altri suoi colleghi vicini e lontani e invia al pontefice
una nuova lamentela contro Arduino. Questa volta non ne  il solo firmatario. E
poi in Italia si trova anche Ottone III che proprio in quell'anno 998 ha fatto
vendetta dei Crescenzi in Roma, sbranato letteralmente l'antipapa e rimesso
sulla cattedra di S. Pietro il devoto cugino Brunone, cio Gregorio V. Il
momento non potrebbe essere pi propizio. Arduino  minacciato di anatema per la
Pasqua del 999.
La lamentela contro Arduino  redatta secondo lo stile pomposo dell'epoca in cui
non si riesce a distinguere dove cessi l'adulazione e comincino una venerazione
e un rispetto sentiti. Non si riesce neppure a comprendere chiaramente se i
frequenti richiami alla fede cristiana facciano parte del costume o non abbiano
piuttosto lo scopo di forzare la mano del pontefice in nome di un'autorita alla
quale tutti sono tenuti a sottostare. Una cosa, invece, appare chiarissima,
senza mezzi termini, e sono le accuse lanciate contro Arduino. Egli vi 
descritto come un essere che nulla ha di umano, molto probabilmente senz'anima,
bramoso soltanto di uccidere e distruggere gli spiriti e i corpi di tutti. E ce
l'ha in maniera particolare coi sacerdoti del Signore che trucida bestialmente.
Non sazio di infierire contro di loro con inaudite sevizie non si perita di
bruciarne persino i cadaveri. Il riferimento all'uccisione del vescovo Pietro di
Vercelli  evidente. E le accuse continuano col solito stile iperbolico; non si
 mai visto nulla di simile, di cos palesemente diabolico tanto da provar
diletto soltanto nelle stragi e da compiacersi esclusivamente di delitti. Un
vero demonio che ha preso sembianze umane!
Ed era per questo che i vescovi scriventi si gettavano costernati ai piedi della
Santit del Papa affinch volesse con la sua piet e misericordia discutere e
consultarsi con loro tutti, allo scopo di trovare un rimedio che li liberasse da
quell'uomo, che altri non era che un mostro infernale. A nulla erano valse le
minacce di scomunica. Il male era cos radicato nell'animo di Arduino che ormai
non esisteva pi alcuna possibilit di redenzione. Insomma, si chiedeva al papa
di Roma di riunire un sinodo di vescovi, che prendesse in considerazione tutti
gli avvenimenti e le accuse, per addivenire ad una condanna esemplare. Ci non
avrebbe soltanto riportato la pace nella marca d'Ivrea, ma sarebbe servito di
monito agli altri feudatari che avessero voluto seguire la strada e i metodi del
marchese d'Ivrea.
Alcuni storici insistono nell'affermare che il comportamento di papa Gregorio
fosse improntato nei confronti di Arduino da un senso di equit, ma un tale
giudizio lascia luogo a non pochi sospetti. Aveva s, per ben due volte,
rifiutato di applicare la pena della scomunica richiesta con tanta insistenza
dal vescovo Varmondo, ma sono note le condizioni precarie in cui veniva a
trovarsi in quel tempo lo stesso pontefice, allontanato con la violenza dalla
sua sede romana e mancante dell'appoggio morale e materiale del cugino
imperatore. Del resto appare per lo meno dubbio che egli preferisse accordare la
sua protezione ad un feudatario laico che si era posto in cos netto contrasto
con un membro della chiesa, col pericolo che un tale esempio prendesse piede
anche nelle altre Marche. Una politica del genere era poi in aperto contrasto
con quella praticata dai diversi Ottoni, i quali miravano a ridurre il potere
dei grandi feudatari a favore dei vescovi, delle abbazie, dei monasteri, delle
autorit ecclesiastiche in genere.
Le motivazioni di una tale condotta avevano origini molto lontane. Tutto era
cominciato con la dissoluzione del Sacro Romano Impero che Carlo Magno aveva
restaurato quando nel fatidico Natale dell'800 aveva cinto la corona imperiale
per mano di papa Leone. A Carlo piissimo augusto, coronato da Dio, pace e
vittoria. Queste erano state le parole che avevano accompagnato la sacra
investitura. Ma da quel giorno erano passati quasi due secoli. Il Sacro Romano
Impero non era neanche pi l'ombra di se stesso.
Il feudalesimo, che ne aveva costituito inizialmente la forza, si era dimostrato
col passare degli anni uno dei principali elementi di dissoluzione dell'impero
stesso. E' un fenomeno che pu trovare il suo riscontro, naturalmente in scala
molto ridotta, nella scomparsa del latifondo nell'epoca moderna. Quello che oggi
avviene o  avvenuto per rivoluzioni o riforme sociali, allora fu un processo
che matur dall'alto, quasi in maniera impercettibile prima, in forme man mano
pi clamorose poi. Il grande proprietario terriero si trova nell'impossibilit
materiale di provvedere ad una conduzione adeguata dei suoi fondi. Gli conviene,
perci, spezzettarla e cederne la coltivazione e lo sfruttamento a lavoratori
abili e fidati col sistema contrattuale che ritiene pi opportuno: affitto,
mezzadria, enfiteusi, ecc.
Che altro si poteva fare di meglio per provvedere all'amministrazione di un
impero che comprendeva tutta la Francia, i Paesi Bassi, la Germania, l'Austria,
la Svizzera e buona parte dell'Italia? Dividere il territorio in grandi province
secondo certi criteri geografici e affidarne il governo ad amici, parenti,
persone fidate e devote. Questo sostanzialmente fu il feudalesimo: una nuova
organizzazione politica, economica e sociale che sotto sotto nascondeva una
grave lacuna, cio la mancanza di una forte autorit centrale capace di imporre
le sue leggi e di farle rispettare.
In principio tutto corre liscio come l'olio. Il sistema si diffonde rapidamente
dalla Francia alla Germania e all'Italia Si tratta di un vero e proprio
contratto. Il sovrano concede una parte della sua terra, cio il beneficio. Il
beneficiato giura fedelt al suo re, si dichiara homo suo, vassus suo (vassus 
una parola di origine celtica che significa semplicemente servo) e il territorio
concessogli gode del privilegio dell'immunit. Questa  l'essenza finale del
contratto e significa che il re o il signore che concede il beneficio rinunziano
a tutti i poteri politici di loro pertinenza in favore del fittavolo. Non  che
questi riceva tutto senza nulla dare. Esiste anche una contropartita. Il
vassallo, il feudatario, il beneficiato  obbligato a fornire al suo signore
consilium et auxilium, cio consiglio e aiuto. Specie quest'ultimo riveste
particolare importanza. Si tratta di dargli man forte in caso di guerra con un
certo numero di soldati, di ospitarlo ed onorarlo tutte le volte che gli far
visita o che dovr attraversare il suo territorio (dovere di albergaria), di
fornirgli somme di denaro in particolari occasioni, ecc. Il signore a sua volta
gli doveva protezione contro eventuali nemici e aveva l'obbligo di rendergli
giustizia in caso di contesa con i propri vicini.
La cerimonia dell'investitura assumeva un carattere spiccatamente religioso e
simbolico. Il vassallo, congiunte le mani, le deponeva in quelle del suo signore
chiedendone la protezione e dichiarandosi homo suo. Gli giurava poi fedelt sui
Vangeli o su altre sacre reliquie. Riceveva come dono simbolico una zolla della
sua terra, un mazzo di spighe, un cesto dei frutti locali. La cerimonia
culminava con un reciproco bacio sulla bocca a suggello della conclusa alleanza
per la vita e per la morte.
Fulberto, vescovo di Chartres, scriveva al duca di Aquitania nel 1020 a
proposito dei doveri e dei diritti feudali: Chi giura fedelt al suo signore,
deve sempre avere presenti queste sei cose: salvezza, sicurezza, onore,
interesse, facilit, possibilit. Salvezza vuol dire che nessun danno deve
patire il signore nel suo corpo. Sicurezza vuol dire che nessun danno deve
patire la sua residenza, o i luoghi forti che la rendono sicura. Quanto
all'onore, nulla deve essere fatto a danno della sua giustizia o di altre cose
che riguardano il suo onore. Quanto all'interesse, nulla che possa nuocere ai
suoi beni. Facilit e possibilit vuol dire che non si deve rendere difficile al
signore il bene che facilmente si pu fare, n rendergli impossibile ci che era
possibile. Conviene al vassallo guardarsi dal mancare a queste norme; ma ci non
basta per essere meritevole del feudo. Infatti non basta astenersi dal male, ma
bisogna anche fare il bene. Bisogna adunque che nelle sei cose sopraddette egli
presti fedelmente consiglio ed aiuto al suo signore, se vuole parere degno del
beneficio e degno della fede giurata. Anche il signore deve in tutte queste cose
rendere la pari al suo vassallo. Se non lo far, sar giustamente chiamato
malfido, e cos pure il vassallo, se sar convinto di perfidia e di spergiuro
per avere mancato ad una di queste cose, come agente o come consenziente.
Ma la lettera del vescovo di Chartres, per il fatto stesso che richiama alla
mente di un duca i diritti e i doveri feudali, sta a indicare che essi erano gi
passati in gran parte nel dimenticatoio. Non ci voleva molto perch questi
grandi signori, in mancanza di un'autorit centrale che si facesse rispettare,
acquistassero quell'autonomia e quell'indipendenza che pi tardi re e imperatori
cercheranno invano di limitare.
Sono i successori di Carlo Magno, morto nell'814, che cominciano e seguitano a
dare il cattivo esempio. Le rivalit, le lotte per la divisione dell'impero non
si contano. Esse tornano soprattutto a beneficio dei grandi feudatari che si
rendono sempre pi indipendenti dal potere centrale. Re di Francia, d'Italia, di
Germania servono soltanto per concedere privilegi nuovi, nuovi benefici, che
vengono spesso a sanzionare situazioni di fatto gi esistenti da tempo. Cos 
per il capitolare di Kiersy, concesso dall'imperatore Carlo il Calvo nell'877,
con il quale si riconosce l'ereditariet dei feudi maggiori. Se morir un conte,
dice il capitolare, e il figlio di lui si trover in mezzo a noi, nostro figlio
insieme agli altri nostri fedeli disponga perch uno fra quelli che pi erano
vicini al defunto, insieme ai ministeriali della contea stessa e insieme al
vescovo, governi la contea finch sia riferito a noi... Se dopo la nostra morte
qualcuno dei nostri fedeli per amore di Dio e per amore nostro vorr rinunziare
al secolo ed avr un figlio o un parente prossimo atto a servire lo Stato, possa
lasciare ad esso i suoi onori, come meglio gli piacer.
E' un po' il fenomeno moderno che tende a trasformare mezzadrie e affittanze in
propriet vere e proprie. Solamente che oggi il movimento segue la via inversa,
cio dal basso verso l'alto. E' un'aspirazione di molti, anzi di moltissimi.
Allora si trattava di pochi nobili che volevano garantire potenza, prestigio e
ricchezza ai membri della loro famiglia. Ma, come si suol dire, una ciliegia
tira l'altra. Prima si prega, poi si pretende e infine ci si impone, anche con
la forza, per piegare ai propri interessi la volont del sovrano.
Siamo appena arrivati all'armo 887, cio solo 73 anni dopo la morte di Carlo
Magno, quando i grandi feudatari si riuniscono a Tribur e costringono
l'imperatore Carlo il Grosso a lasciare la corona e a ritirarsi in un convento.
Ne avevano fatto di strada questi vassi che, con le mani congiunte nelle mani
del loro re, giurando fedelt sulle sacre reliquie, avevano suggellato il patto
di eterna sudditanza col bacio reciproco sulla bocca! L'impero  bell'e
liquidato. Non ne rester che il nome e una corona il cui prestigio dipender
dalla potenza militare che gli star alle spalle.
L'anarchia che succede alla deposizione di Carlo il Grosso  la pi completa.
Baster elencare i regni a cui danno origine le forze centrifughe rappresentate
dalle tendenze e dalle rivalit dei grandi feudatari. Sorgono cos il regno di
Francia, il regno di Borgogna, il regno di Provenza, il ducato di Lorena, il
regno d'Italia, il regno di Germania. Ma sarebbe un'illusione pensare a quei
domini come a un saldo possesso dei loro re. Spesso e volentieri l'autorit di
questi non si estende che a poche miglia dalla capitale. I veri sovrani del
territorio sono i signori feudali, che si limitano, quando lo fanno, a qualche
omaggio formale verso il sovrano. Ma che se ne guardi bene dall'andare a mettere
il naso nei loro affari! Il precedente della deposizione di Carlo il Grosso
insegni come deve comportarsi un sovrano nei confronti dei suoi vassalli, che
ancora amano definirsi tali non si sa se per beffa o per ironia.
Ma se esiste in fisica una legge che si esprime in questi termini: Ad ogni
azione corrisponde una reazione uguale e contraria, ci vale anche per gli
avvenimenti umani. Alla disgregazione dell'impero succede quella dei regni che
si frantumano in tanti feudi. Il fenomeno  particolarmente precoce e vistoso in
Italia. Grandi casate feudali affermano la loro incontrastata potenza nel
Friuli, nella Marca d'Ivrea, nella Marca della Liguria orientale e occidentale,
nella Toscana, nel ducato di Spoleto. Sono nomi celebri come gli Arduini, gli
Aleramici, gli Obertenghi, i Canossa. C' poi l'anacronistico esarcato di
Ravenna, la Pentapoli, nominale residuo nell'Italia settentrionale dell'impero
romano d'Oriente, che vive in continue lotte col papa di Roma. E Roma stessa, il
Ducatus Romanus, nominalmente sotto il dominio pontificio,  praticamente preda
delle famiglie patrizie che si contendono avidamente il potere non solo
amministrativo ma anche religioso. L'Italia meridionale fa parte a s. Ci sono i
Bizantini, i Saraceni, i principati longobardi di Salerno e di Benevento. A
nulla valgono gli sforzi bellici n le trattative da parte degli imperatori per
tentare una riunificazione col resto della penisola, almeno nominalmente Gli
interessi sono troppo contrastanti. I signori del luogo si alleano con la
massima indifferenza ora col nord, ora con l'oriente, ora col papa, ora coi
Saraceni. Si mettono dalla parte del pi forte, salvo poi a tradirlo non appena
si delinei una vittoria troppo netta. Il che non accade soltanto nel meridione,
ma nell'Italia intera dove per oltre sessant'anni regna la pi indiscriminata
anarchia. Un elenco dei nomi di coloro che furono od aspirarono al titolo di re
d'Italia baster a dare un'idea della situazione caotica in cui venne a trovarsi
il paese: Dall'anno 888 abbiamo dunque Berengario I, Guido duca di Spoleto,
Lamberto suo figlio, Arnoldo duca di Carinzia, Ludovico duca di Provenza,
Rodolfo duca di Borgogna, Ugo di Provenza, Lotario, Berengario II e per ultimo
Arduino d'Ivrea.
Non  soltanto un caso che Berengario II, irriducibile avversario
dell'imperatore Ottone I della casa di Sassonia e di tutti gli altri aspiranti
stranieri alla corona d'Italia, fosse marchese d'Ivrea. Nominalmente egli fu re
d'Italia dal 950 al 964, anno in cui fu costretto ad arrendersi nella rocca di
Montefeltro, dopo aver sostenuto un assedio da parte delle truppe tedesche per
la durata di circa due anni. Deportato in Germania con tutta la famiglia finiva
col miseramente i suoi giorni.
Ma la marca d'Ivrea non aveva con questo finito di vivere, anzi con i successori
di Berengario aveva continuato ad estendere i suoi domini. Essa occupava una
posizione strategica di primo piano. Sbarrava le vie di accesso alla penisola
dalle Alpi occidentali e, spingendo i suoi domini nella pianura padana, era
anche pronta ad affrontare in campo aperto le forze tedesche che solitamente
arrivavano in Italia per la via del Brennero. Comprendeva il territorio
dell'attuale diocesi d'Ivrea, di Vercelli, di Novara, di Vigevano e quasi tutta
la Lomellina, in un perimetro press'a poco delimitato a nord dalla catena delle
Alpi, ad est dal fiume Ticino, ad ovest dal fiume Stura e a sud dalle citt di
Asti, Acqui e Tortona.
Dice il Violini, nell'opera citata, che i signori d'Ivrea, tenuti in grande
considerazione dagli altri feudatari sia Italiani che d'oltr'Alpe, erano sempre
pronti a gettarsi nelle contese contro re e imperatori, facendola un po' da
antesignani, da fomentatori di primo piano. Ma le cose cambiavano completamente
quando si trattava di faccende riguardanti i propri territori. Quivi governavano
secondo gli usi strettamente feudali, per cui la volont del signore era l'unica
legge alla quale si dovesse sottostare. Insomma, mentre predicavano la
rivoluzione in casa d'altri, si guardavano bene da accettarne il minimo accenno
in casa propria. E fatti del genere non si verificavano soltanto nel secolo
decimo. La storia di tutti i tempi, anche la pi recente, insegna che non vi 
nulla di nuovo sotto il sole.
Come Arduino sia giunto al marchesato d'Ivrea  una cosa piuttosto complicata,
se si considera che suo padre, Dadone, era appena conte di Pombia, un piccolo
villaggio situato nei pressi di Novara. Ma tutto risulter pi chiaro se si
considera che la disgregazione succeduta al grande impero di Carlo Magno, non si
era limitata ai regni di Francia, d'Italia, di Germania, di Borgogna, ecc. ma
aveva investito gli stessi domini dei grandi feudatari.
Il capitolare di Kiersy, che aveva sanzionato l'ereditariet dei feudi, riduceva
intere province allo stato di beni privati e soggette quindi a tutte le leggi e
gli usi sulla successione. Ne conseguiva un naturale spezzettamento della
propriet a seconda del numero dei figli, i quali spesso e volentieri non si
mostravano troppo condiscendenti nella divisione dei beni, con le conseguenze
facilmente immaginabili di liti, contrasti, violenze, lotte a mano armata. I
grandi feudatari, poi, sull'esempio dei loro re e imperatori, procedevano anche
loro alla distribuzione di benefici. Ne erano destinatari parenti, amici,
compagni d'arme che dovevano formare un nucleo particolarmente riconoscente e
fedele, ad esclusiva garanzia del feudatario benefattore. Come il feudatario era
legato da giuramento di fedelt con l'imperatore, cos erano legati a lui, ed a
lui solamente, i nuovi beneficiati. Da questa prassi derivava tutta la gerarchia
feudale dei vassalli, valvassori e valvassini, a seconda se il beneficio era di
prima, di seconda o di terza mano. Ma, come si vedr in seguito, il principio
dell'ereditariet del feudo che i grandi avevano strappato agli imperatori, ora
pretendevano che non fosse esteso anche ai vassalli minori. E costoro,
sull'esempio dei grandi che avevano mandato a quel paese i giuramenti di fedelt
prestati sulle sacre reliquie, ora pretendevano lo stesso diritto. Da qui altre
complicazioni, altre lotte, altre guerre. Il grande feudatario, disposto a
concedere benefici, voleva riservarsi il privilegio di toglierli a coloro che
non si dimostravano troppo zelanti nel servirlo.
Di Arduino d'Ivrea non si conosce con precisione neppure la data di nascita. Si
presume che sia avvenuta nel decennio fra il 950 e il 960, piuttosto verso la
fine del decennio stesso. Riguardo alla sua parentela con lo sfortunato
Berengario II, pare che fosse da considerarsi un suo pronipote. Non si sa nulla
della sua giovinezza trascorsa in gran parte presso il castello avito di Pombia
e forse, come era uso di quei tempi, anche presso altre corti come quella del
marchese di Torino, Arduino Glabrione, suo nonno materno. Non si pu escludere,
anche se non esiste documentazione, che abbia a lungo vissuto anche presso i
signori d'Ivrea. Infatti il signore della Marca, Corrado Conone, trovandosi
senza figli, chiede l'autorizzazione all'imperatore di Germania, Ottone I, di
adottare come figlio, con diritto quindi di successione, lo stesso Arduino. Ora,
di fronte a questo fatto,  completamente da escludere che una tale richiesta
non sia stata fatta con precisa cognizione di causa. Corrado Conone doveva
necessariamente conoscere le virt, i meriti, il valore di colui che destinava a
succedergli nel governo del marchesato, a parte le considerazioni sui tenui e
lontani legami di parentela che li potevano unire. Cos il nome di Arduino
appare la prima volta nella storia nell'anno 989, come marchese d'Ivrea. Ed 
probabile che proprio in quell'anno fosse venuto a mancare il padre adottivo,
passato a miglior vita, dopo essersi assicurato un degno successore.
Che Arduino faccia il suo ingresso nella storia come capo ideale del movimento
antiepiscopale che si era venuto sviluppando nell'Italia settentrionale, non pu
fare meraviglia, specialmente se si considera il fatto che nel castello di
Pombia egli aveva dovuto fare esperienza dei contrasti paterni col vicino
vescovo di Novara. Egli era stato, per cos dire, avviato all'opposizione contro
i vescovi dagli avvenimenti vissuti e, psicologicamente parlando, da
un'identificazione col padre, confermata e riforzata dal suo ardore giovanile.
Il Vescovo di Novara aveva ottenuto nel 972 un diploma dall'imperatore Ottone I,
che gli concedeva il privilegio dell'immunit dai conti di Pombia. Il diploma
attribuiva al vescovo fra le altre cose una giurisdizione fino a quattro miglia
dalla citt, l'esercizio dei diritti fiscali, oltre a quello di costruire torri,
castelli, aprire strade, costruire acquedotti. Gli abitanti compresi in tale
territorio erano soggetti esclusivamente alla giustizia del vescovo, e nessun
funzionario imperiale avrebbe potuto esercitare sul luogo qualche autorit. Il
che significava che anche i signori di Pombia, quali funzionari dell'impero, ne
erano esclusi.
Che cosa poi fossero queste immunit concesse ai vescovi si pu facilmente
ricavare da documenti pervenutici. Gi nel 783 Carlo Magno stesso ne aveva dato
l'esempio con un diploma emanato da Worms, in favore della chiesa di Arezzo. Se
ne riporta la traduzione libera dal latino, tratta dal volume di B. Barbadoro:
La Storia nei Libri (vol. I, Il Medioevo): Carlo per grazia di Dio re dei
Franchi e dei Longobardi e patrizio dei Romani. Se noi consentiamo volentieri
alle petizioni che ci pervengono da parte dei sacerdoti e dei servi di Dio, e se
in nome di lui le mandiamo ad effetto, in ci noi esercitiamo una consuetudine
regia e confidiamo che la concessione ci ottenga merito e valga alla stabilit
del regno. Sia noto all'eccellenza di tutti i nostri fedeli tanto presenti
quanto futuri, che il venerabile uomo Ariberto, vescovo della chiesa aretina,
costruita in onore di S. Donato, si  rivolto alla nostra Clemenza ed ha chiesto
alla nostra Serenit affinch ci piacesse di confermare a quel santo luogo, con
la nostra autorit, tutte le cose che gi da lungo tempo appariscono
appartenenti a quella Chiesa, cio monasteri, ospizi, chiese battesimali,
possessioni e quant'altro per vendite, permute e pie donazioni  oggi di sua
pertinenza, nonch il monastero di San Benedetto entro le mura, gi fondato da
Cunemondo di buona memoria, gi suo antecessore nella sede vescovile aretina. La
quale petizione, per reverenza verso quel santo luogo, non abbiamo voluto
respingere, anzi si sappia che, con atto di piet, cos la confermiamo.
Pertanto, risultando che la detta casa di San Donato possiede le predette cose
da lungo tempo e legalmente, comandiamo e ordiniamo che da qui innanzi il
predetto vescovo Ariberto, ed i suoi successori, possano tenere e possedere le
cose di cui trattasi. E nessuno dei nostri fedeli, ora e in avvenire, presuma
d'inquietare il vescovo e i successori nelle predette cose, o di generare
calunnia contro di loro; anzi, in questi e nei futuri tempi, concorrano
all'incremento di quella casa di Dio. Affinch questa disposizione rimanga pi
salda, e se ne conservi il ricordo, abbiamo decretato di corroborarla, nella
sottoscrizione, col segno della nostra mano e di sigillarla con l'impronta del
nostro anello. Signum manus Caroli gloriosissimi regis.
Ma dal 783 al 962 sono passati ben 179 anni. Quanti di questi diplomi sono stati
rilasciati? Quante migliaia di vescovi hanno ricevuto simili benefici? A fianco
della potenza feudale laica si va formando una potenza ecclesiastica. La
rivalit fra i due campi doveva un giorno o l'altro esplodere in maniera
clamorosa e in campo aperto. E la lotta tra il potere laico e il potere
ecclesiastico non sar una cosa di breve momento. La legge Siccardi, ministro di
grazia e giustizia del governo piemontese,  del 1850. Con essa viene abolito il
foro ecclesiastico e il diritto d'asilo. Nel 1855 vengono aboliti tutti gli
Ordini religiosi che non abbiano compiti di predicazione, di educazione e di
assistenza. I loro beni sono incamerati dallo stato. Nel 1870  la fine del
potere temporale dei papi.
Sono passati mille anni, anzi circa 1100 dal diploma rilasciato da Carlo Magno
alla chiesa aretina. Ci sono delle questioni in cui pare che la storia non abbia
molta fretta di arrivare ad una soluzione. Si  accennato alla data del 962
perch essa coincide con l'incoronazione imperiale di Ottone I di Sassonia,
avvenuta in due tempi; prima in Aquisgrana come re di Germania e poi a Roma come
imperatore per mano del papa Giovanni XII.
E' in quell'occasione che Ottone I dimostra la sua prodigalit nei confronti
della Chiesa. Il diploma d'immunit rilasciato al vescovo di Reggio Emilia vale
la pena di essere messo a confronto con quello concesso da Carlo Magno al
vescovo di Arezzo ben 179 anni prima. I privilegi, le concessioni, le immunit,
i diritti sono ampiamente descritti, chiariti e ben specificati; segni tutti
questi dell'evoluzione sociale ed economica che quasi due secoli hanno apportato
nelle popolazioni italiche. Ci che appare strano, e nello stesso tempo molto
significativo,  il fatto che fu proprio il conte di Modena e Reggio a
intercedere presso l'imperatore per il rilascio di questo diploma. Di fronte
all'invadenza del vescovo, che oltre a farla ormai da padrone nella citt
minacciava quotidianamente di estendere i suoi domini ben pi lontano, il povero
conte tent di ottenere una delimitazione della giurisdizione vescovile. In
poche parole di salvare il salvabile. Il diploma, che porta la data del 20
aprile 962, inizia con l'usuale preambolo: Nel nome di nostro signore Ges
Cristo, Dio Eterno, Ottone per divina provvidenza imperatore augusto. E dopo
aver ritenuto cosa degna e altamente meritoria porgere orecchio ed esaudire i
voti espressi dai rettori della Chiesa di Dio, passa ad elencare i diritti che
vengono conferiti al reverendo vescovo Ermenaldo, che con tanta pastorale cura
sovrintende alla Santa Chiesa di Reggio. L'elenco  lunghissimo e minuzioso. Gli
vengono affidate tutte le terre della contea per un raggio di quattro miglia
oltre il fossato che circonda la citt con tutte le pubbliche funzioni inerenti
all'amministrazione delle terre stesse. Gli affida, inoltre, la potest di
deliberare e di decidere sulle cose e le famiglie sia del clero che dei chierici
e di tutti gli altri uomini che a qualunque titolo abitino nel territorio
predetto. Lo autorizza a prendere le disposizioni che creder opportune sulle
terre, le vigne, i campi, i prati, i pascoli, i boschi, le piantagioni di alberi
da frutto e no, sulle isole, sui luoghi di pesca, sulle saline, sui molini, sui
corsi delle acque. Vi aggiunge il diritto di esigere imposte, in particolare il
teloneo che costituiva una delle tante esosit del mondo feudale, che merita una
sia pur breve illustrazione.
Il teloneo era una tassa che era passata dal mondo romano a quello barbarico con
un aggravio notevole di voci che trovano la loro perfetta corrispondenza nel
mondo di oggi. Si potrebbe tradurre con una sola parola, cio dazio, ma le
sottigliezze della burocrazia non finiscono l. C' il dazio che si paga ai
confini che  preferibile chiamare dogana, c' quello che si paga all'ingresso
del territori comunali a cui viene aggiunta la parola consumo o meglio
addirittura cambiata la denominazione in Imposta di consumo. Poi c' l'Imposta
Generale sull'Entrata (I.G.E.), le tasse sulla circolazione, le imposte di
licenza, di fabbricazione e chi pi ne ha pi ne metta. Il teloneo era tutto
questo: si pagava per transitare sulle strade, sui fiumi, sui ponti, per
sbarcare merci o imbarcrle. Si distingueva l'imposta a seconda dello stato
della strada seguita e del mezzo di trasporto usato: se con carri, con animali
da soma oppure a piedi. Anche le vie d'acqua avevano le loro brave sottigliezze:
altro era scaricare su di una riva qualunque, altro se ci si serviva di un
porto, altro ancora se si gettava l'ancora o no.
Tutta questa sottile arte di depredare il prossimo era giustificata dai bisogni
di manutenzione e di costruzione di opere di pubblica utilit, ma in realt
assomigliava moltissimo ai nostri pedaggi sulle autostrade che servono in
definitiva ad arricchire le societ costruttrici. E' naturale, quindi, che un
tale sistema fiscale ottenesse come effetto un rallentamento degli scambi e che
il feudo tendesse all'autarchia. Al feudatario, dunque, erano riservate tutte le
iniziative industriali come la molitura del grano, quella delle olive, la
tessitura, la produzione del vino, ecc. Poich il corso della moneta era
piuttosto scarso e precario, si preferiva, ai fini fiscali, prelevare una certa
parte del prodotto finito, che andava cos ad alimentare feudatari, vassalli,
vescovi e tutta la gerarchia che li circondava per la loro sicurezza e per le
loro esigenze amministrative.
Ma per finire il discorso sul diploma d'immunit rilasciato al vescovo di Reggio
Emilia, si dovr aggiungere che egli era altres autorizzato a scegliersi i
propri funzionari. I quali avrebbero esercitato la propria autorit per il bene
del vescovo e del clero, senza subire molestia o rifiuto da qualsiasi persona.
Che, infine, qualsivoglia funzionario imperiale, o duca, o marchese, o conte si
guardasse bene dall'intervenire nelle cose della chiesa, n per prelevare
imposte, n per citare in giudizio, pignorare beni, o molestare persone, si
trattasse di uomini liberi come di servi od ancelle. E per chiunque avesse osato
infrangere tali privilegi ecco la pena: cento libbre di oro di ottima qualit da
versarsi per met all'imperatore e per met al vescovo. L'autorit concessa
attraverso questi diplomi era dunque totale. Letto il contenuto di uno se ne
conosce la sostanza di tutti. Se fosse esistita la stampa o un semplice
ciclostilo, si sarebbe potuto risparmiare molta fatica agli amanuensi costretti
dalla generosit imperiale a copiare e ricopiare fino alla noia sempre le stesse
cose. Unica variante il nome del vescovo, della citt e della chiesa. E infine
il sigillo imperiale. Ma questa era una fatica che non era di loro spettanza.
Arduino d'Ivrea passa, dunque, ben sette anni al governo del suo marchesato
senza palesare, almeno con gesti vistosi, la sua ostilit verso i vescovi, o
meglio verso l'estendersi scandaloso delle loro pretese immunitarie. E ci anche
per la semplice ragione che, per il momento, nessun imperatore o re aveva
concesso particolari benefici ai vescovi della sua marca, esclusione fatta per
la diocesi di Novara nel 972.
Memore di quanto era accaduto al padre, a quel tempo ancora conte di Pombia, il
nuovo marchese non ha bisogno che gli si pestino troppo i calli per farlo andare
su tutte le furie. Si  visto il suo comportamento col vescovo Pietro di
Vercelli (996) le sue lotte contro Varmondo d'Ivrea (997-98) e il suo scontro
con Leone, nuovo vescovo di Vercelli nel 999. La nomina di questo personaggio
alla sede di Sant'Eusebio in Vercelli era stata un vero e proprio atto di
ostilit intenzionale verso Arduino; una vera e propria sfida.
La minacciata scomunica da parte di Gregorio V per la Pasqua del 999 era andata
in fumo per l'improvvisa morte del papa. Ma, naturalmente col beneplacito di
Ottone III, sale sulla Cattedra di S. Pietro il monaco Gerberto, gi arcivescovo
di Reims prima e di Ravenna poi, intimo amico sia del papa defunto che del
vivente imperatore. Come monaco era portato al fanatismo. La chiesa era, secondo
lui, la pi alta autorit spirituale e temporale della terra. I suoi diritti
sacrosanti, inalienabili ed eterni. Uno dei suoi primi atti come pontefice, col
nome di Silvestro II,  quello di nominare il nuovo vescovo di Vercelli, la cui
sede si era resa proprio in quel tempo vacante. La scelta cade su di un monaco
di nome Leone, la cui carriera  tutto un programma. Ha vissuto fino allora alla
corte imperiale, dove ha ricoperto successivamente le cariche di arcidiacono e
di giudice di palazzo. Una creatura dell'imperatore; ecco tutto. E la nomina 
accompagnata da uno dei soliti, pedanti, burocratici diplomi d'immunit per la
sua chiesa, che porta la data del 7 maggio 999. Si vuol vedere fino a che punto
potr spingersi l'audacia del marchese d'Ivrea, ora che  posto di fronte ad un
uomo del prestigio e della forza di Leone. Questi, appena giunto in sede, non
perde tempo e si accorda subito con Varmondo d'Ivrea, allo scopo di concertare
non soltanto un piano di difesa ma anche di attacco contro Arduino. Il marchese
questa volta, di fronte alla coalizione dei due potenti prelati,  incerto;
forse ha paura di ricorrere alla violenza. Oppure, prima di passare all'azione,
vuol tentare la via della legalit. Le leggi feudali imponevano che, in caso di
contrasti fra grandi feudatari, ci si presentasse davanti al sovrano, cui
spettava di diritto giudicare della contesa. L'imperatore Ottone III si trova a
Roma in allegra compagnia e dimestichezza coll'ex- arcidiacono e giudice di
palazzo, Silvestro II. Quale occasione migliore per l'ingenuo Arduino per
presentarsi alle due supreme autorit, esporre le sue ragioni e far valere i
suoi diritti?
Decidere la partenza, affidare il governo della Marca al primogenito Ardicino e
porsi in cammino per Roma con un buon seguito di nobili  tutt'uno. Ma il
vescovo Leone e il collega Varmondo lo hanno gi preceduto coi loro intrighi,
che trovano presso la corte romana un'eco pi che favorevole. E' giunto il
momento di infliggere una dura lezione al superbo marchese che viene
ingenuamente a cacciarsi nella tana del lupo. E' appena arrivato nella citt che
viene perentoriamente invitato a comparire davanti ad un sinodo episcopale per
rendere conto del suo comportamento nei confronti dei vescovi di Vercelli e
d'Ivrea, e soprattutto a giustificarsi dell'assassinio del Vescovo Pietro.
Il fatto, accaduto tre anni prima, era stato ignorato da pontefici e imperatori,
ma non dimenticato. Ora costituisce il primo e pi grave atto di accusa.
Arduino, che si presenta, nelle sue intenzioni, come parte offesa, si trova di
colpo a dover sostenere quella di imputato. I suoi tentativi di difesa davanti
al Sinodo appaiono puerili, inutili, anzi dannosi, poich ogni sua ragione viene
interpretata a suo danno piuttosto che a sua discolpa. La sentenza  gi
scontata. Si tratta di un tribunale speciale per la difesa dello stato il cui
primo dovere  quello di condannare. E se no, che senso avrebbe la difesa dello
stato?
La sentenza ci  nota. Penitenza imposta ad Arduino, in Roma nella chiesa del
Beato Pietro apostolo, in presenza ecc. ecc. Pensare che Arduino rimanesse
indifferente di fronte a una tale inaspettata conclusione non sarebbe umano.
Certamente durante il viaggio di ritorno a Ivrea, maturano in lui delle
decisioni e la prima per importanza  quella di non eseguire la sentenza del
Sinodo. Comportarsi come se nulla fosse accaduto  troppo poco. Confortato
dall'appoggio dei suoi fedeli ed in perfetto accordo col figlio, il quale, a suo
onore, non tiene conto alcuno del codicillo aggiunto alla sentenza che lo nomina
successore del padre, seduta stante Arduino decide di vendicarsi aspramente e di
Varmondo e di Leone. Aiutato dai secundi milites costringe i due vescovi a
levare i tacchi in tutta fretta dalle loro diocesi e ad andarsene in esilio.
Ma chi erano questi secundi milites che prestavano man forte al marchese nelle
sue lotte antiepiscopali? E quali interessi difendevano per impugnare le armi e
correre i rischi della guerra?
Intanto, per chiarire chi fossero questi uomini, bisogna rifarsi ancora una
volta al mondo feudale e alla sua gerarchia: grandi feudatari o principi,
capitani, valvassori, valvassini. I Grandi avevano gi ottenuto implicitamente
nel capitolare di Kiersy (877) non soltanto l'inamovibilit dal beneficio ma
anche la trasmissione ai loro discendenti del beneficio stesso per eredit. Ma i
minori, quelli che venivano ai secondi posti, ai terzi, agli ultimi, malgrado le
loro agitazioni, le loro proteste, i loro scioperi, non erano ancora arrivati a
tanto. Il pericolo del licenziamento incombeva sempre su di loro, anche senza il
motivo della giusta causa. Queste loro rivendicazioni sindacali erano gi sul
tappeto da tempo e i feudatari sotto sotto le osteggiavano perch non
desideravano affatto che i loro feudi subissero la sorte dei regni. Finch la
distribuzione degli incarichi, cio l'assunzione della mano d'opera rimaneva un
loro esclusivo diritto o capriccio, erano sempre in grado, licenziando gli
inetti e gli infedeli, di garantirsi il servizio di una massa compatta e devota.
La burocrazia dell'impero tendeva nella sua totalit non soltanto ad essere
assunta in pianta stabile, vale a dire a passare in ruolo, ma ad assicurarsi che
la loro posizione fosse trasmessa in eredit da padre in figlio. I concorsi
allora non erano di moda. Il feudalesimo era un legame tra uomo e uomo e ci
bastava per amministrare, non importa se bene o male.
Chiunque era investito di una carica pi o meno importante aveva il diritto e il
dovere di andare a cavallo armato alla pesante. E quello era un segno, non
soltanto esteriore, della sua autorit, perch uno spadone tagliente che pendeva
al fianco doveva avere l'effetto di un mitra nelle mani di un poliziotto. Senza
contare poi che anche il pi modesto valvassino, custode di mura o di castelli
sperduti nella vastit del feudo, non usava mai mostrarsi solo, bens sempre
accompagnato da un seguito al pari di lui armato alla pesante. Era dal codazzo
di armati, pi o meno numeroso, che si poteva indovinare il suo rango. E il
numero era anche proporzionato all'entit delle gabelle che il funzionario
riusciva a spremere dal suo beneficio. Maggiori entrate, maggiori aiutanti,
quindi maggior sicurezza. Come si vede, la potenza di un uomo  sempre stata in
definitiva commisurata alle sue disponibilit finanziarie. E queste sono sempre
fornite, in un modo o in un altro, dal popolo che lavora.
La denominazione di primi milites, cio di primi soldati, spettava di diritto ai
grandi feudatari (duchi, marchesi, conti) che avevano ricevuto l'investitura
direttamente dai re o dagli imperatori. La denominazione, invece, di secundi
milites, cio soldati di second'ordine, era riservata a quei vassalli che
avevano ricevuto l'investitura di un beneficio minore da parte di grandi
feudatari. Il grande industriale, con un complesso ristretto di collaboratori,
impianta la sua azienda, ma non si preoccupa poi della scelta della mano
d'opera. Questo  un compito riservato alle varie branche direzionali.
I secondi militi erano tutta gente di campagna, nella quale risiedevano per
dovere d'ufficio. Che si trattasse della custodia di un ponte, di un porto, di
una strada o del mantenere in efficienza un torrione, un fortilizio, un
castello, la loro dislocazione era sempre fuori della citt. Il loro servizio
era svolto in nome del conte, del marchese, del duca che risiedeva nella sua
roccaforte pi o meno lontana. Nel suo nome, s, ma non nel suo esclusivo
interesse, in quanto questi secundi milites miravano prima di tutto ad
accumulare ricchezze per conto loro, anche in previsione di un eventuale
possibile licenziamento. Era questa spada di Damocle sospesa sul loro capo il
motivo fondamentale delle loro inquietudini e delle loro agitazioni.
Come si spiega allora che appoggiassero l'opera di Arduino, nelle sue lotte
contro i vescovi, se il marchese d'Ivrea apparteneva a quella categoria di
grandi che osteggiavano palesemente le rivendicazioni di questi funzionari di
second'ordine? I motivi possono essere tanti, ma  certo che in quell'occasione
Arduino dimostr delle qualit non comuni come agitatore sindacale, se riusc a
strumentalizzare per i suoi fini una categoria che gli doveva essere, almeno
nell'intimo, decisamente ostile.
Si pensa e si dice che egli sia riuscito innanzi tutto a convincere i secondi
militi che l'estendersi dei privilegi e delle immunit vescovili non avrebbe
arrecato loro altro che danno. E forse c'era in questo un fondo di verit, in
quanto i vescovi sarebbero stati poco disposti a lasciare certi incarichi nelle
mani di gente di nomina feudale. Ogni nuovo signore aveva la sua clientela da
favorire, i suoi protetti da mettere a posto, i suoi parenti prossimi e remoti
da soddisfare. Fin qui il pericolo era reale e, se non proprio incombente,
almeno potenziale.
Per quanto, invece, riguardava le rivendicazioni di categoria, Arduino deve aver
fatto promesse che andavano molto al di l delle sue possibilit. Rendere
stabili ed ereditarie le cariche e i benefici dei piccoli vassalli non era cosa
che fosse in suo potere, almeno per quanto riguardava l'universalit del mondo
feudale. Ma certamente promesse del genere deve averne fatte moltissime per il
territorio della sua Marca. E questo gli bastava per radunare al suo seguito un
discreto numero di armati, tanto da poter tradurre in atto le sue minacce e i
suoi castighi contro chi lo aveva cos duramente beffato. Che poi non tutti
quelli che lo seguirono nelle sue prime imprese e in quelle successive
prendessero per oro colato le sue promesse, dev'essere stato un fatto
altrettanto ovvio. Ma fare qualche cosa nel senso e nella direzione delle loro
rivendicazioni era meglio che non fare niente. Il problema non riguardava pi
soltanto la marca d'Ivrea. Che ci fosse un grande signore che in modo ufficiale
prendesse la difesa dei loro diritti era gi un gran passo avanti.
La traduzione in legge, ad esempio, dei diritti dei lavoratori, sanciti dalla
Costituzione Italiana nel 1946, ha impiegato 25 anni per arrivare in porto in
qualche maniera. I 38 anni che passano dal 999 al 1037, data dell'emanazione
della Constitutio de feudis da parte dell'imperatore Corrado II, appaiono pochi
in confronto. Chi aveva seguito Arduino soltanto sulla fede di vaghe promesse,
aveva l'onore e il piacere di vederle ora tradotte in realt da una legge
imperiale, chiamata Editto dei benefici del regno italico.
Il documento  troppo interessante per essere passato sotto silenzio. Porta la
data del 28 maggio 1037, a firma di Corrado II imperatore. (Testo di B.
Barbadoro tradotto dal latino nell'opera citata.) In nome della Santa ed
individua Trinit. Corrado, per grazia di Dio, augusto imperatore dei Romani.
Vogliamo che sia noto ai fedeli nostri e della Chiesa di Dio, tanto ai presenti
quanto ai futuri, che noi, per riconciliare gli animi dei grandi feudatari e dei
valvassori, affinch si ritrovino fra loro in concordia e affinch con fedelt e
perseveranza ci siano devoti, comandiamo e ordiniamo: che nessun valvassore di
vescovi, abati, abadesse, o marchesi, o conti, o di qualsiasi altro feudatario,
il quale presentemente tiene, o tenne o fin qui ha ingiustamente tenuto qualche
beneficio dei nostri pubblici beni o delle possessioni delle chiese (sia esso
valvassore maggiore o soltanto milite di valvassore) possa essere privato del
beneficio senza certa e convinta colpa, e se non in forza delle costituzioni dei
nostri antecessori e del giudizio dei suoi pari.
E fino a questo punto sembrerebbe che la perdita di un beneficio fosse rimessa,
secondo l'uso feudale, ad un giudizio di condanna pronunziato da un'assemblea o
sinodo di pari grado. Il che poteva prestarsi a collusioni, congiure, manovre
pi o meno lecite, come era avvenuto per il caso di Arduino. Ma sia per evitare
questi casi, sia per rinforzare l'autorit dell'imperatore, di cui c'era tanto
bisogno, l'editto cos prosegue: Se verr ad insorgere conflitto tra un grande
feudatario ed un valvassore, anche nel caso che i pari di quest'ultimo abbiano
giudicato che deve perdere il beneficio, ma egli dica che siffatta sentenza 
stata data con ingiustizia e per odio, possa il valvassore tenersi il suo
beneficio finch il grande feudatario ed egli medesimo non siano venuti alla
nostra presenza, e davanti a noi non sia definita con giustizia la lite. Nel
caso poi che i pari del valvassore abbiano dissentito in giudizio dal grande
feudatario, egli tenga ugualmente il suo beneficio fino a quando, insieme col
feudatario e coi pari, non sia venuto al nostro cospetto. Sia che l'iniziativa
del presentarsi a noi venga dal feudatario, sia che venga dal valvassore
accusato, quegli che abbia preso la decisione di appellarsi debba notificarlo
all'avversario sei settimane prima di mettersi in viaggio. Ci si applica ai
maggiori valvassori; quanto ai minori, la causa sia definita nel Regno davanti
ai grandi feudatari e al nostro messo.
Diritto d'appello per tutti, dunque, sia per i grandi che per i piccoli. La
sentenza per essere definitiva, o per dirla in termini giuridici per passare in
giudicato, deve avere il beneplacito dell'imperatore o di un suo delegato. Fino
a quel momento nulla pu essere cambiato. Ma il punto interessante della
questione viene subito dopo: Ordiniamo inoltre che quando alcun valvassore, sia
dei maggiori, sia dei minori, esca da questa vita, il figlio suo gli succeda nel
beneficio. Questo era l'obbiettivo principale a cui si voleva giungere. Ed era
l bell'e formulato senza possibilit di equivoci. Ma per rendere pi sicura la
trasmissione ereditaria, l'editto prende in considerazione anche chi non ha
figli. Al diritto di successione subentra un nipote, purch sia figlio di un
fratello del defunto. E se manca il nipote ci sar pure un fratello, disposto ad
assumere onori ed oneri derivanti dal beneficio stesso.
Sempre a garanzia dei diritti dei vassalli minori l'editto cos prosegue:
Inoltre proibiamo in ogni modo che alcun grande feudatario presuma di far cambio
o permuta o livello (cessione in godimento perpetuo di un terreno con l'obbligo
di pagare un canone annuo) delle terre che costituiscono il beneficio dei suoi
valvassori senza loro consenso. E di quei beni che costoro tengono, o per
diritto di propriet o per livello o per precaria (possesso di un bene altrui
revocabile in qualsiasi momento da parte del titolare) nessuno ardisca
ingiustamente spogliarli.
Era di fatto un congelamento della situazione. Una specie di amnistia generale.
Quello che era accaduto prima non era conveniente andarlo a rivangare. La vita
nuova cominciava da quel preciso giorno. L'editto terminava con queste
ingiunzioni: Il fodro che i nostri predecessori ebbero dai castelli, anche noi
lo vogliamo; ma quello che essi non ebbero, in nessun modo noi pretendiamo. Chi
contravvenga a questi precetti paghi una penale di cento libbre d'oro: la met
al nostro erario e la met a colui che ha subito il danno. (Sia detto per inciso
che il fodro consisteva inizialmente in prestazioni in natura, consistenti in
ricovero e foraggio per i cavalli, dovute ai funzionari imperiali durante i loro
viaggi attraverso i feudi; prestazione che fu poi sostituita da un corrispettivo
in denaro. La parola deriva dal longobardo fodr che significa proprio foraggio.
Certamente se imperatore e grandi feudatari fossero venuti a patti coi vassalli
minori ai tempi delle prime alzate di capo di Arduino, lo scotto che avrebbero
dovuto pagare sarebbe stato sicuramente molto minore.
Si fa colpa ad Arduino di aver limitato la sua azione antivescovile ai due soli
casi di Vercelli e d'Ivrea. Gli si fa colpa di non aver cercato intese con gli
altri grandi feudatari: gli Aleramici, gli Obertenghi, gli Arduinici, i Canossa,
che si dibattevano, su per gi, negli stessi problemi. Insomma lo si accusa di
non aver saputo esportare le sue idee rivoluzionarie. E pensare che era unito a
tutte quelle grandi famiglie da vincoli di parentela; fatto questo che avrebbe
dovuto facilitare un'intesa. Ma i sessant'anni di anarchia in cui era caduta
l'Italia, dalla deposizione di Carlo il Grosso (888) all'incoronazione di Ottone
I (951) doveva avere insegnato qualche cosa a chi nutriva speranze di poter
impunemente cingere la corona d'Italia. Sulla scena erano apparse e scomparse,
in quel breve lasso di tempo, ben dieci figure pi o meno scialbe di monarchi.
E' una girandola di nomi che comincia con Berengario I, marchese del Friuli, che
trova subito sulla sua strada un rivale, anzi due: Guido, duca di Spoleto, con
il figlio Lamberto. Berengario  costretto a chiudersi nei suoi castelli del
Friuli, in attesa di tempi migliori. Ma i duchi di Spoleto non hanno la vita
facile perch devono a loro volta lottare con un altro pretendente: Arnolfo di
Carinzia. La morte di costui e quasi contemporaneamente quella dei duchi di
Spoleto, permette a Berengario di uscire dai suoi rifugi, per riprendere il suo
posto di re. Ma non ha neppure il tempo di sedersi sul trono che gli capita una
grossa tegola fra capo e collo: l'invasione degli Ungari. Questa specie di
barbari predano e devastano il Veneto, spingendosi in Lombardia fino al corso
dell'Adda, dove le truppe di Berengario vengono duramente sconfitte.
Contro un re cos poco fortunato si fa avanti Ludovico di Provenza, che riceve
la solita corona d'Italia insieme a quella imperiale. Ma Berengario, cessata
l'invasione degli Ungari e procedendo nella politica di larghe concessioni alle
grandi famiglie feudali, riesce a mettere fuori causa il rivale e a riprendersi
le due corone. Ma il suo trionfo dura pochi anni. C' un nuovo pretendente in
Rodolfo di Borgogna, che riesce a far uccidere a tradimento Berengario in una
chiesa di Verona nel 924.
Rodolfo dura appena due anni ed  soppiantato da Ugo di Provenza, il quale
riesce a mantenersi sul trono per ben vent'anni, alla fine dei quali deve
abdicare in favore del figlio Lotario. Quest'ultimo viene fatto assassinare, si
dice, da Berengario II d'Ivrea, che assume nel 950 il titolo di re d'Italia.
A parte gli intrighi pi o meno torbidi che si nascondono dietro questi fatti, i
voltafaccia, i tradimenti, gli osanna e i crucifige che accompagnano i trionfi e
le sconfitte dei vari pretendenti, alcuni fatti essenziali si fanno luce in
mezzo a questo groviglio di avvenimenti. Il primo e il pi evidente  la
rivalit fra i grandi feudatari italiani. I quali, poi, italiani lo sono
soltanto di nome, perch, di fatto, sono tutti di origine germanica o
longobarda. Preferiscono i signori di Carinzia, di Borgogna, di Provenza a uno
dei loro. Sono intenti esclusivamente ad ottenere nuovi benefici, nuove
immunit, nuovi diplomi. Non importa chi sia il concessionario. E' la
concessione che conta. E sfruttando abilmente le rivalit fra i vari contendenti
si pu ottenere il parecchio, di giolittiana memoria.
Un secondo fatto, forse altrettanto decisivo per le sorti del Regno italico, 
l'apparizione sulla scena politica della potenza della Chiesa precisamente
impersonata nei suoi vescovi, piuttosto che nei suoi papi. La politica
filoepiscopale aveva trovato i suoi pi grandi sostenitori nella casa di
Sassonia, a cominciare da Ottone I imperatore di Germania, o meglio re e
imperatore del nuovo impero romano-germanico.
Il regno di Ottone I, che ricevette l'appellativo di Grande, va dal 936 al 973.
Se la sua personalit non fosse stata eccezionale non sarebbe riuscito a
sfuggire alle varie congiure di palazzo, ordite contro di lui dal fratello
Enrico e dal figlio Liudolfo. Invece di soccombere di fronte allo strapotere dei
vari duchi di Baviera, Svevia, Franconia e Lorena riusc non soltanto a
dominarli ma a cacciare via gli infedeli sostituendoli con persone di fiducia.
Minacciato ai confini orientali da Ungari e Slavi, ne esce fuori vittorioso
imponendo vassallaggi, feudi, marche in territori in cui l'affermazione del
cristianesimo, attraverso i vescovi,  la prima garanzia del consolidamento del
suo predominio. L'anarchia feudale che regna in Italia e in Francia gli
permetter, in seguito, di intervenire anche negli affari interni di questi due
paesi. La politica ottoniana in favore dei vescovi  sostanzialmente una
politica antifeudale, cio fatta a danno dei grandi feudatari. Oltre l'influenza
religiosa che i vescovi esercitavano sulle nascenti citt e che doveva essere
notevole in considerazione del clima superstizioso medioevale, c'erano anche
altri vantaggi. Un tempo l'elezione dei vescovi era stata un privilegio delle
assemblee popolari e del clero, ma ora le cose non stavano pi cos. La
popolazione, dedita ai suoi commerci che andavano rifiorendo, aveva ben altro da
pensare. Accettava, senza guardar troppo per il sottile, il candidato che si
presentava a nome di chi, in quel momento, rappresentava la forza politica
predominante, fosse il papa, l'imperatore o il grande feudatario. Ora i
privilegi, le immunit concesse alle diocesi avevano questo di particolare: che
erano fatte alle Chiese e non alla persona del vescovo. Questo annullava di
fatto ogni diritto di eredit. Non erano, dunque, i figli, i fratelli, i parenti
a succedergli nel beneficio, in caso di morte o di deposizione del prelato,
bens il nuovo eletto. Il fatto permetteva naturalmente a imperatori e papi di
scegliere persone di fiducia e funzionari sinceramente devoti.
L'inizio di questa politica non poteva certamente prevedere le dure lotte che
sarebbero scoppiate pi tardi, cio, appena un secolo dopo, la cosiddetta lotta
per le investiture, in cui papi e imperatori si contenderanno in campo aperto il
privilegio della nomina dei vescovi-conti. Era fatale che, prima o poi, le due
maggiori autorit, quella spirituale e quella temporale, venissero a conflitto.
La persona eletta o prescelta, doveva essere prima consacrata come vescovo e poi
investita dell'autorit comitale, oppure viceversa? Il concordato di Worms
(1122) mette fine alla rivalit fra i due poteri, stabilendo quanto segue.
L'elezione del vescovo fu riservata al clero. L'investitura spirituale al
pontefice e quella temporale all'imperatore. Al di qua delle Alpi la precedenza
spettava al pontefice; al di l all'imperatore. Come dire che i vescovi tedeschi
erano un privilegio imperiale e quelli italiani una riserva del papato.
Ma i trattati, come afferm un giorno Bismark, erano soltanto dei pezzi di
carta. Si rispettano finch fa comodo. Quello di Worms segu la stessa sorte. La
rivalit fra i due poteri, anche se in forme diverse,  sempre di attualit.
Certamente Ottone I e gli altri due Ottoni che gli succedettero non potevano
immaginare che la loro ostilit verso il vecchio mondo feudale laico in favore
della Chiesa avrebbe creato ai loro successori pi grane di quante loro avessero
dovuto sopportare. Per il momento le cose stavano cos: appoggiarsi ai vescovi e
cercare d'impadronirsi del papato, il quale era, per il momento, alla merc del
patriziato romano. E non soltanto di questo, in quanto i vicini marchesi di
Toscana e i duchi di Spoleto rivaleggiavano per imporre la loro sovranit sul
Lazio. I nomi di Guido di Toscana, di Marozia, dei Teofilatto, dei Crescenzi, di
Alberico di Spoleto meriterebbero tutti una storia a parte. Il papato  nelle
loro mani e tocca il fondo della decadenza e dell'abiezione.
Alberico riesce ad assicurare la nomina del proprio figlio sulla cattedra di S.
Pietro nel 955. Pare che il nuovo papa, Giovanni XII, non avesse pi di 18 anni
e gli storici del tempo lo definiscono uno svergognato giovinastro, perduto
dietro una serie di femmine e giovanotti corrotti, sacrilego e simoniaco. Il
giovanotto si lancia subito in imprese di conquista verso le terre dell'esarcato
di Ravenna e verso l'Italia meridionale.
Ma le sue affrettate imprese falliscono. Berengario II d'Ivrea, re d'Italia, lo
guarda di mal occhio, e minaccia d'intervenire per porre freno all'ingordigia
del giovane pontefice. Questi, contrariamente a quella che era stata la politica
del patriziato romano e dei suoi predecessori, invia suoi messaggeri a chiedere
aiuto a Ottone I di Germania. Anche questo fatto, che si ripeter nella storia
pi e pi volte, cio quello di chiamare in aiuto sovrani stranieri in difesa
del papato, sar una delle cause non ultime di una mancata formazione di uno
stato italiano indipendente.
Ottone I  felicissimo di scendere in Italia nel 962. Le cose di Germania
sembrano sistemate in maniera piuttosto solida. Cos non era ancora nel 951,
quando aveva fatto la sua prima visita a Pavia, in cui si era accontentato di
prendere per s la marca del Friuli e di pretendere da Berengario II d'Ivrea un
nuovo giuramento di fedelt. Prima dell'ingresso di Ottone in Roma, il papa
Giovanni XII aveva richiesto all'imperatore un giuramento del seguente tenore:
Io, Ottone Re, prometto e giuro a te Papa Giovanni che, se con l'aiuto di Dio
entrer in Roma, onorer, secondo ogni mio potere, la Santa Chiesa Romana e te
suo reggitore. Tu conserverai la vita e la dignit tua e nulla sar fatto contro
di te di mia iniziativa e col mio consenso. In Roma io non terr alcun placito,
n far cosa che possa riguardare te ed i Romani, senza il tuo consenso; e ci
che del dominio di S. Pietro verr a mie mani, restituir in potest tua. A
chiunque io sia per commettere il regno d'Italia, gli ordiner di giurare che
sia sempre tuo sostenitore e difenda il patrimonio di San Pietro con ogni suo
forza. (Violini; opera citata).
Solito premio per questo, la solita corona imperiale. Ma c'era nel giuramento
anche qualche accenno a questioni d'ordine strettamente materiale che
riguardavano il Patrimonio di S. Pietro. Questo comprendeva teoricamente il
Lazio, la parte sud-ovest della Toscana, e, attraverso un piccolo corridoio
nell'Umbria con Assisi e Perugia, dilagava nella Pentapoli oltre il Po fino a
raggiungere l'Adige a nord, mentre, seguendo la dorsale degli Appennini, poneva
i suoi confini press'a poco lungo il corso del fiume Secchia. Ma in realt il
dominio del papa, o meglio quello delle famiglie aristocratiche che lo
amministravano in suo nome, si riduceva all'attuale Lazio, cui l'imperatore
munifico aggiunse alcuni borghi e citt tolte al duca di Spoleto. Inoltre riusc
a far scivolare nel contratto una clausola che pass alla storia col nome di
Privilegium Othonis. Con essa si stabiliva che, per l'avvenire, nessuna persona
avrebbe potuto ricevere la pi alta carica della Chiesa, cio il papato, senza
che la stessa non avesse prestato prima nelle mani dei messi imperiali una
specie di giuramento di fedelt. Si ripristinava cos quelle forma di omaggio
feudale che Leone III, nella notte del Natale dell'800, aveva prestato a Carlo
Magno, inginocchiandosi davanti a lui e adorandolo, dopo avergli posto sul capo
la corona imperiale.
Ottone I ebbe subito occasione di mettere in pratica il suo Privilegium.
Allontanatosi da Roma per finirla una buona volta con Berengario II d'Ivrea,
ecco che il papa Giovanni XII, forse pentito di essere caduto cos miseramente
nelle mani dell'imperatore di Germania, accoglie presso di s Adalberto, figlio
di Berengario stesso, e insieme a lui si mette a tramare contro Ottone.
Altro che politica dei giri di valzer del secolo ventesimo! Ma Ottone ritorna
come un fulmine a Roma. Il papa e il suo protetto fuggono nel meridione
portandosi seco il tesoro di S. Pietro. L'imperatore non ha difficolt a imporre
un antipapa: Leone VIII. I Romani accettano di buon grado tutte le situazioni
imposte con la forza. Salvo poi a ripensarci su non appena l'impositore si 
allontanato, o appena si  acquietato. Ottone riparte circa un mese dopo e
Giovanni XII fa subito ritorno, fra i dovuti entusiasmi della popolazione.
L'antipapa Leone VIII, che tra l'altro era stato investito del titolo papale
senza neppur essere stato ordinato sacerdote,  costretto a darsela a gambe. E
l'altalena avrebbe persino un aspetto umoristico, se si potesse allontanare il
pensiero che ogni sua oscillazione era accompagnata dal sangue e dalla vita di
tante persone, che avrebbero certamente preferito essere lasciate in santa pace,
ad attendere ai propri lavori sufficienti appena a sfamarli.
Non si sapr mai che cosa spinse il Re Arduino a finire i suoi giorni, rivestito
del saio monacale, nell'abbazia di Fruttuaria. Vi entr in un giorno imprecisato
del settembre 1014 e vi mor precisamente l'anno dopo, il 14 dicembre 1015. Pare
che il suo fisico fosse minato da un morbo di natura non precisata che ne aveva
fiaccato la volont e la forza di proseguire nella lotta. E che questa si
preannunziasse lunga, dura e feroce lo aveva esplicitamente dichiarato il nuovo
Imperatore Enrico II che era succeduto al padre Ottone III, nel 1002.
Purtroppo le cose in Italia erano andate come erano andate anche perch i
diversi Ottoni, ed ora il quarto re della casa di Sassonia, avevano dovuto
spendere le loro migliori energie nel consolidamento del loro regno tedesco. In
un primo tempo c'erano stati i grandi feudatari da far rigare diritto. Poi
c'erano state le grandi riscosse slave, di Ungheria, di Polonia e di Moravia che
avevano tentato di frenare quella spinta verso oriente, il Drang nach Osten, che
fu il sogno di tutti i condottieri tedeschi, da Carlo Magno a Hitler. Pare che
la strategia militare della Germania non abbia mutato di un filo nel corso di
dieci secoli. La strategia classica di Alessandro Magno, di Cesare, di
Napoleone: piombare sui nemici con la massima sorpresa possibile e batterli
separatamente prima che riescano a congiungersi.
Il Drang nach Osten, cos decisamente condotto da Ottone I aveva subito un
totale rallentamento, specialmente per la politica di Ottone III. Questi, sotto
l'influenza della madre greca Teofane e imbevuto delle idee mistico-riformatrici
predicate da S. Romualdo e S. Nilo, si era dedicato anima e corpo al compito
della Renovatio Imperii. Sotto questa etichetta si nascondeva l'ambizione di una
nuova ricostruzione dell'impero romano d'occidente, che aveva assunto le sue
forme esteriori nella fastosa corte instaurata nel palazzo imperiale,
appositamente costruito sul monte Aventino in Roma. Il sogno di riportare Roma
alla grandezza di un tempo, come sede della suprema autorit spirituale e
temporale, era un'utopia bella e buona, che poteva albergare soltanto nella
mente di un giovane infatuato di ideali anacronistici. La nobilt romana vedeva
tutto questo come un attentato ai propri privilegi e il popolo mal tollerava la
presenza di un imperatore tedesco, circondato da un seguito poco raccomandabile.
E' nel 1001 che scoppia la rivolta. Non  da escludersi che emissari di Arduino
abbiano contribuito a fomentare la riscossa popolare che costringe Ottone e il
suo papa Silvestro II a fuggire dalla citt in maniera precipitosa. Ma l'idea di
una rivincita non lo abbandona. Ritiratosi in Toscana, riorganizza le sue forze
e si dispone a riprendere la sua marcia su Roma. Ma una cruda fatalit tronca il
suo sogno. Il 23 gennaio del 1002 una rapida malattia lo porta alla tomba presso
il piccolo villaggio di Paterno. Ai suoi fedeli non rimane altro che caricarsi
sulle spalle la sua salma e riprendere la via del nord. E quel che  peggio 
che sono costretti molte volte ad aprirsi la via con le armi, in mezzo a
popolazioni ostili. Infierire sui vinti  una cosa che fa comodo a tutti.
Ma questa specie di divorzio che Ottone III aveva fatto dalla sua gente aveva
avuto conseguenze disastrose per il regno di Germania. La spinta verso oriente
aveva subito non soltanto un rallentamento, ma addirittura un'involuzione. La
Polonia, guidata da Boleslao detto il Valente, aveva conquistato di fatto
l'indipendenza ed estesa la propria sovranit anche sulla Moravia e sulla
Boemia. Ci vorranno lunghi anni di guerre nel tentativo di ridurre
all'obbedienza Slavi e Polacchi. Con la pace del 1018, Enrico II si vede
costretto a riconoscere il regno di Polonia, accontentandosi di ridare
l'indipendenza alla Boemia previo il solito omaggio feudale, ridotto ormai a un
puro atto formale.
Gli imperatori di Germania non si sono ancora resi conto quanto sia difficile
mantenere il piede in due scarpe. E la scarpa italiana, in fondo,  quella che
calza meno, che procura pi calli e che obbliga chi la vuol portare per forza a
zoppicare con maggiore o minore evidenza.
Che la politica degli Ottoni non fosse riuscita di pieno gradimento ai signori
italiani lo dimostra il fatto che la salma dell'imperatore era appena transitata
dalla Lombardia che gi Arduino d'Ivrea era proclamato re d'Italia con la dovuta
solennit. I compiti fondamentali della dinastia sassone erano stati
essenzialmente quattro. In Germania, il primo era consistito nel dominare la
prepotenza dei feudatari, praticando una politica filoepiscopale con la
creazione dei vescovi-conti; politica che si era poi estesa anche al regno
d'Italia. Il secondo era stato quello di assoggettare i popoli turbolenti
dell'est, che continuavano ad agitarsi alle frontiere, quali i Polacchi, gli
Ungari e gli Slavi. Il terzo aveva avuto di mira l'affermazione dell'autorit
imperiale sul papato. Il quarto, infine, aveva teso ad estendere il proprio
dominio all'Italia meridionale.
Il primo che aveva tentato l'avventura delle armi verso il sud era stato lo
stesso Ottone I. In occasione della sua seconda discesa in Italia nel 966,
procede con ordine alle seguenti operazioni. Rimette sul trono il suo papa
Giovanni XIII che i Romani avevano regolarmente cacciato durante la sua assenza.
Lo stesso papa, in segno di riconoscenza, impone sul capo al figlio, Ottone II,
la corona reale e imperiale, consacrandone cos in anticipo la successione. Poi
col suo esercito, ben rifornito, riposato e rifocillato prova a fare una
capatina verso la terra del sole.
I duchi di Capua, di Benevento, di Salerno, considerata l'inutilit della loro
resistenza, non hanno molte difficolt a prestare omaggio feudale a questo tipo,
il cui aspetto, come scrive lo storico tedesco Hellmann, sapeva incutere
terrore. Non merita di attaccar briga con uno che, oltre ad essere circondato da
un forte esercito, che sapeva incutere terrore quanto lui, si accontenta di
poco, poco si trattiene e forse non si far vedere mai pi. E la sua passeggiata
continua nelle Puglie e nella Calabria.
Ci preoccupa non poco l'imperatore bizantino, impegnato con tutti i suoi mezzi
alla riscossa contro l'invadenza mussulmana. Gli conviene, suo malgrado, mandare
lettere di tutto rispetto a Ottone, riconoscerne la dignit imperiale in
occidente e consentire al matrimonio della principessa Teofane col giovane
Ottone II.
L'imparentarsi fra due case regnanti, o meglio fra due potenti casate,  sempre
una questione che corrisponde a certe mire politiche. Si tratti di consolidare
un'amicizia, di concludere un accordo, di porre fine a una rivalit, o, in tempi
moderni, di addivenire ad un trust economico, all'unificazione di grandi
aziende, all'accrescimento di beni patrimoniali; le motivazioni, in fondo, sono
sempre le stesse. Ragioni plausibilissime allora come oggi. Unico fatto che non
desti alcuna preoccupazione: la simpatia o l'amore fra i due futuri sposi. Oggi
ci sono i mezzi per conoscersi, per frequentarsi, per accordarsi e anche per
sperimentarsi. A quei tempi le cose erano ben diverse. Ai due sposi era
sufficiente incontrarsi presso l'altare il giorno delle nozze, quando le
trattative, condotte magari a loro insaputa, erano approdate a buon fine.
E di trattative di genere concreto si era ben dovuto parlare per giungere alla
conclusione del matrimonio. La principessa avrebbe avuto, in seguito, come dote,
le due province meridionali, cio la Calabria e le Puglie.
Forse non c'era stato un impegno esplicito, ma la cosa doveva essere quasi
certa. Ma a nozze avvenute, il buon imperatore di Bisanzio, Niceforo Foca, aveva
pensato bene di non pi parlarne e di lasciar le cose come stavano. Aveva
condotto a buon fine le operazioni contro i mussulmani e ripreso il pieno
dominio dei mari. Poteva anche permettersi il lusso di non mantenere la parola
data, supposto che questo fosse avvenuto in un momento di stretto bisogno.
Ottone II succede al padre nel 973. Il principio del suo regno  funestato dalla
ribellione del duca di Baviera, il solito grande feudatario che aspirerebbe alla
corona di Germania. La lotta per schiacciare il duca ribelle e punirlo come si
deve  lunga e sanguinosa. Per questo deve disinteressarsi degli affari italiani
fino al 980. Ma questi sette anni di lontananza bastano ai Romani per fare i
loro comodi sotto la guida del nobile Crescenzio. Il primo gesto  sempre quello
di scacciare il papa di nomina imperiale per sostituirlo con una persona di
comodo.
Ma quando Ottone II appare nelle vicinanze di Roma, al Crescenzio non resta che
trovare rifugio in un monastero. Il papato  di nuovo in mano dell'imperatore
tedesco. Il suo pensiero si volge ora verso il sud. A dire la verit egli si
sente un po' gabbato dal suo matrimonio. Le terre promesse non arrivano. Perch
non approfittare delle lotte in corso fra Arabi e Bizantini per prendersi con le
armi ci che gli  dovuto? I duchi di Capua, di Benevento, di Salerno sono
interessati anch'essi a combattere Saraceni e Bizantini. Anche se non c' da
confidare molto nel loro aiuto, c' da sperare per lo meno in una benevola
neutralit.
Sulle prime la penetrazione nel sud gli riesce facilissima, ma un disgraziato
giorno si incontra a Stilo, localit della Calabria a una ventina di chilometri
nell'interno dalla punta omonima, con una grossa colonna di mussulmani. Il
combattimento, al quale per la cronaca partecipa anche il vescovo Pietro di
Vercelli, si risolve in un disastro dal quale per miracolo riesce a scampare lo
stesso imperatore. Forse fu la spedizione mal preparata, forse fu la mancata
conoscenza dei luoghi, forse fu la ferocia e il modo di combattere dei Saraceni
che contribuirono al disastro. Al vescovo Pietro toccheranno otto anni di
prigionia in terra d'Egitto. La sorte gli riserver una fine meno gloriosa:
quella di venir assassinato dai seguaci di Arduino e il suo cadavere bruciato
insieme al suo palazzo episcopale di Vercelli.
L'imperatore sconfitto raggiunge Roma in preda a tutto il furore teutonico
possibile, non sognando altro che la rivincita e deciso a metterla in atto al
pi presto. Ma la morte troncava il suo furore e i suoi propositi di vendetta.
Aveva appena ventotto anni. L'erede, suo figlio, ne contava tre.
La reggenza della madre Teofane e della nonna Adelaide dur ben tredici anni.
Regno d'Italia e di Germania ripiombarono nell'anarchia, nel senso che feudatari
laici e persino ecclesiastici furono lasciati in preda a se stessi, ai loro
egoismi, alle loro rivalit, alle loro lotte, spesso anche cruente. I feudi si
moltiplicarono, si moltiplicarono vassalli, valvassori e valvassini, si estesero
le immunit spesso attraverso diplomi di dubbia autenticit e pi spesso ancora
per diritto del pi forte.
E' dell'imperatrice Adelaide il diploma che concede particolari benefici a
Pietro di Vercelli sulla corte di Caresana, forse in premio del suo aiuto
prestato nella battaglia di Stilo contro i Saraceni e per le sofferenze e i
disagi sopportati durante la sua prigionia in Egitto. E sar questo diploma
l'origine dei contrasti con Arduino d'lvrea e quindi il primo anello di una
catena di luttuosi avvenimenti.
Ma lo stato di anarchia che si riscontra durante la reggenza di Adelaide e di
Teofane non coincide col senso che si usa dare comunemente a questa parola, cio
disordine, confusione, caos. Ci sono situazioni in cui il termine anarchia, nel
senso letterale di mancanza di comando, pu tradursi in sviluppo di benefiche
autonomie, di singolari iniziative sia economiche che sociali, in quanto
l'anarchia centrale pu produrre, come contraccolpo, un rinvigorirsi delle
autonomie o meglio delle autarchie periferiche.
Fra le ragioni che portarono alla meravigliosa fioritura della civilt comunale,
che domin per due buoni secoli la vita di gran parte dell'Europa, c' anche
questo tipo di anarchia. La comunit, il popolo, proprio per mancanza di guida,
 chiamato fatalmente, necessariamente, a partecipare alla risoluzione dei suoi
problemi sociali. E ci non avviene in maniera concorde, armonica, ma attraverso
lotte di classi sociali diverse i cui interessi a volte coincidono a volte
contrastano. I secundi milites hanno i loro interessi. I servi della gleba ne
hanno altri; cos i mercanti, gli artigiani, i cittadini, i campagnoli, i
feudatari. Le forze contrapposte spesso si equivalgono. Non si pu vivere
continuamente con le armi al piede. Bisogna trovare un modus vivendi. In questo
travaglio nascono i comuni. E il fenomeno ebbe il suo massimo splendore proprio
in Italia, o meglio in quella parte d'Italia dove l'anarchia, nel senso di
mancanza di autorit, fu pi sentita, pi gustata e pi voluta.
E' nel tentativo di restaurare l'autorit imperiale che Ottone III viene
dichiarato maggiorenne nel 996, cio all'et di appena sedici anni.
Ma come si  detto, il rimedio si dimostr peggiore del male. Il giovane Ottone
III non aveva nessuna di quelle qualit necessarie per dominare la situazione.
Prima di tutto gli mancava l'esperienza. In secondo luogo la sua indole
fantasiosa e sognatrice si perdeva dietro cose irreali e pi grandi di lui.
Mamma e nonna pensarono che il matrimonio avrebbe giovato a far maturare il
ragazzo. Quando si sposer metter la testa a posto,  una massima di sapienza
popolare che doveva valere anche nel decimo secolo.
Le due donne non perdono tempo. Si consultano con i grandi del regno e sono
tutti concordi: la sposa bisogna cercarla e trovarla alla corte di Bisanzio.
Questa volta interessi politici e interessi sentimentali coincidono. La madre
Teofane non pu desiderare di meglio che una principessa della sua casa, quale
sposa per il proprio figlio. I sostenitori della politica ottoniana non hanno
mai perso di vista quelle che furono le aspirazioni dei predecessori della casa
di Sassonia. Bisanzio ha ancora agli occhi di questi nordici il fascino e il
prestigio di un impero romano. Non erano mai riusciti a liberarsi da un certo
complesso d'inferiorit nei confronti di tutto ci che era legato al nome di
Roma.
Carlo Magno, piuttosto che niente, aveva voluto far risuscitare il Sacro Romano
Impero, trasmettendone ai successori, se non la consistenza, almeno l'idea.
Nulla di pi logico, quindi, che a fianco dell'impero romano d'oriente ne
esistesse un altro in occidente; e che alla qualifica di romano aggiungesse come
segno di distinzione e quasi di superiorit quel sacro che ne indicava l'origine
divina, che si era manifestata attraverso il consenso e l'unzione del vicario di
Cristo residente in Roma.
Ma come era possibile una convivenza fra i due imperi se uno dei due, quello
d'oriente, continuava a mantenere un atteggiamento di dispregio verso quello
d'occidente? Bisanzio aveva continuamente intrigato, tramato e combattuto per la
riconquista dell'Italia e per un suo predominio sul pontefice romano. Dalla
parte dei Longobardi prima e dei Franchi poi si era fatto altrettanto.
I Bizantini avevano visto il loro residui possedimenti in Italia sfaldarsi a
poco a poco. Il loro predominio sul mare che aveva loro permesso di conservare
una certa influenza su gran parte delle coste italiane e su tutte le isole era
caduto sotto i colpi saraceni. In queste condizioni una loro pretesa di erigersi
a protettori del papato appariva per lo meno ridicola. Dall'impotenza,
all'inimicizia e alla rottura. Naturale per il pontefice cercar protezione
presso chi era in grado di fornirgliela: Longobardi, Franchi, Sassoni, non
importa chi.
Eppure, malgrado tutti i tentativi, sia con la forza che con la diplomazia, i
Bizantini continuavano a rimanere saldamente radicati nell'Italia meridionale;
nei temi o province di Puglia e di Calabria esercitavano una specie di
protettorato su Napoli e Capua, intrigavano a Venezia, nella Romagna e in quello
che era stato l'ultimo splendore imperiale in occidente: l'esarcato di Ravenna.
Nella speranza delle due imperatrici, Adelaide e Teofane, quello che non era
riuscito con Ottone II, poteva aver successo con Ottone III. La corte di
Bisanzio aveva certamente bisogno anche del loro appoggio per una lotta a fondo
contro il mondo islamico. La scelta dell'uomo che dovr condurre le delicate
trattative cade sul vescovo di Milano, Arnolfo, il quale possedeva certamente
tutte le qualit per essere un ottimo paraninfo. Titolare di una diocesi che
stava ormai superando per importanza quella di Pavia, godeva la stima
incondizionata della casa di Sassonia. Partecipava alle diete imperiali, quasi
fosse un principe elettore, conosceva alla perfezione la lingua greca ed era, se
non di nome almeno di fatto, il capo del partito filoimperiale dell'Italia
settentrionale. Fra i privilegi di cui godeva direttamente la diocesi di S.
Ambrogio, e quelli che indirettamente esercitava sulle cosiddette diocesi
suburbicarie, il suo titolare poteva essere considerato a buona ragione uno fra
i grandi feudatari del Nord Italia. Nella sua scia c'erano quasi tutti i vescovi
della Lombardia. Ai motivi di fiducia si aggiungevano anche motivi di potenza;
il che rendeva la figura dell'inviato completa sotto ogni aspetto.
Arnolfo, ricevute le debite istruzioni e fornito di tutto quell'apparato di
vesti, di seguito e di doni che si conveniva all'inviato di un re-imperatore
dell'impero romano d'occidente, parte dall'Italia nel 998 per essere di ritorno
ben quattro anni dopo, cio nel 1002. Pur considerando le difficolt del viaggio
di andata e ritorno, quattro anni sembrano piuttosto lunghi. Certo una gran
parte del tempo fu trascorsa in feste, ricevimenti e banchetti: la corte
bizantina tutta indaffarata a impressionare col suo sfarzo l'ospite, quasi con
lo scopo recondito di intimorirlo, l'altro, anche lui tutto proteso a mostrarsi
all'altezza della situazione, a non sembrare un barbaro, a gareggiare, quindi,
nel lusso, nei modi, nell'osservanza scrupolosa della pi rigida etichetta.
Nello stesso tempo non furono trascurate le vere e proprie trattative politiche
che culminarono con la cessione in sposa della principessa Stefania.
La quale, sbarcando sulle coste pugliesi verso la fine di gennaio del 1002, ebbe
la triste sorpresa di apprendere che il suo augusto promesso sposo era passato a
miglior vita poche settimane prima. Pesante destino che gravava sulla famiglia
degli Ottoni! Il padre morto all'et di 28 anni. Il figlio a 22. L'uno in Roma e
l'altro in Toscana. Decisamente la terra italiana era una loro irriducibile
nemica. Triste ritorno a casa per la disgraziata principessa e altrettanto
triste rientro in Milano di Arnolfo, cui la fatalit aveva voluto annullare la
sua riuscita missione.
Narra la leggenda che sulla nave che trasportava in Italia la principessa
Stefania fosse collocata una specie di statua o maschera parlante, la quale
avrebbe annunziato l'avvenuta morte del giovane imperatore molto prima che
fossero state avvistate le coste italiane. La strana voce aveva gettato lo
scompiglio in tutti i componenti l'equipaggio. E ci volle tutta l'autorit di
Arnolfo per riportare la calma. La vox humana regia era stata, secondo lui,
un'illusione diabolica alla quale sarebbe stato peccato grave prestare la bench
minima fede. Altro scacco per il vescovo di Milano che non doveva essere
l'ultimo. Infatti si dice che fra i doni che gli erano stati offerti a titolo
personale ci fosse l'autentico serpente di bronzo che Mos aveva innalzato nel
deserto per guarire i figli d'Israele dai morsi velenosi di numerosi rettili che
il Signore aveva loro mandato per castigo. Alla luce dei fatti, il sacro simbolo
si rivel una volgarissima e banalissima opera di un battiferro levantino.
Arnolfo dovette digerire malamente la beffa, ma lo fece dentro di s. Infatti,
come se nulla fosse, pose il simulacro in Sant'Ambrogio e il popolo subito gli
attribu delle virt miracolose, fra le quali quella di guarire i bambini dai
vermi.
Ma per riprendere il discorso su Arduino occorre fare un passo indietro di tre
anni e ritornare al 999, anno in cui il sinodo dei vescovi, convocato in Roma da
Ottone III e dal pontefice Silvestro II, aveva cos duramente condannato il
marchese d'Ivrea. L'imperatore non riesce neppure a immaginare che la famosa
Penitenza rimanga lettera morta, e non si cura pi del marchese, fino al giorno
in cui non viene minutamente informato di ci che sta accadendo nella marca
d'Ivrea. Arduino non soltanto non ha ubbidito all'ingiunzione imperiale di
cedere la corona marchionale al figlio, ma ha addirittura cacciato i due
vescovi, Varmondo e Leone, dalle loro sedi. Costoro se ne vanno in giro per
l'Italia settentrionale, pellegrini da una diocesi all'altra, con l'unico scopo
di sobillare gli altri vescovi a unirsi contro Arduino.
Di fronte ai fatti accaduti la loro opera non  poi tanto difficile. Il pericolo
 intravisto nella sua reale gravit. Se gli altri grandi feudatari ne
seguissero l'esempio la posizione dei vescovi si troverebbe fortemente
indebolita. Ottone stesso vede minacciato il suo prestigio imperiale e messa in
pericolo la sua politica filoepiscopale sulla quale aveva basato il
rafforzamento della sua autorit. E' necessario, dunque, prendere dei
provvedimenti rapidi e severi. Ottone III rientra in Pavia. E' nella capitale
del regno che si prendono le decisioni pi gravi. E si comincia col giocare
d'astuzia, invitando perentoriamente Ardicino, il figlio del marchese ribelle, a
presentarsi senza alcun indugio per giustificare la mancata esecuzione dei suoi
ordini. Ardicino troppo ingenuamente si piega al comando, ma  appena giunto
alla reggia che intuisce di essere venuto a cacciarsi in un tranello.
L'imperatore, per sua garanzia, ha in animo di impadronirsi di lui e di
trattenerlo come ostaggio, onde poter meglio ricattare il padre.
Ma per fortuna sua si trovano alla corte due feudatari che segretamente stanno
dalla parte di Arduino. Sono il conte Uberto di Pavia e Arduino conte di
Bergamo, che hanno anch'essi le loro brave questioni con i vescovi del contado.
Durante la notte aiutano il giovane a fuggire. Cos egli pu far ritorno sano e
salvo presso il padre e metterlo al corrente della situazione.
Quando Ottone si accorge della scomparsa di un ostaggio tanto prezioso  colto
da una nuova ondata di furore. Questa volta pretende che il papa scomunichi in
maniera ufficiale e solenne il ribelle, anzi i due ribelli, padre e figlio, li
dichiara decaduti dai loro benefici e nomina marchese d'Ivrea Olderico, conte di
Torino. Questi  stretto parente di Arduino e, pur senza opporre rifiuto
all'ordine imperiale, si guarda bene dal presentarsi a prendere possesso del
nuovo feudo. Arduino, per parte sua, tratta dall'alto in basso il messo
imperiale che gli reca le decisioni di Ottone e gli fa capire chiaramente che
non avrebbe ubbidito minimamente agli ordini. Che ritornasse pure a riferire ci
al suo padrone, se lo riteneva necessario. Lui da Ivrea non si sarebbe mosso.
E' pi che chiaro il fatto che la resistenza ad oltranza, affermata in modo cos
categorico da Arduino, sia stata la conseguenza di un accordo. intervenuto
all'ultimo momento fra buona parte dei grandi signori dell'Italia
settentrionale. Il problema dei vescovi era una minaccia per tutti. I loro feudi
andavano lentamente sfaldandosi sotto la valanga crescente dei diplomi
d'immunit concessi alle varie diocesi, monasteri, abbazie, congregazioni
religiose che nascevano come funghi da ogni parte, favoriti dal clima piuttosto
caldo che emanava dalla casa di Sassonia.
Anche in questo caso si trattava della difesa dei privilegi di una classe che
sentiva il bisogno di serrare le fila contro l'insorgente potere di un'altra
classe fattasi, per circostanze storiche e sociali, minacciosa e temibile.
Non risulta chiaro dalla storia se sia stato Arduino ad inalberare lo stendardo
della rivolta sul piano nazionale o se furono gli altri a designarlo per tale
compito. Certamente i precedenti della sua condotta deponevano tutti in suo
favore. Nella sua Marca non si era lasciato pestare i piedi da nessuno, n tanto
meno dai vescovi o dai messi imperiali. Era l'uomo che ci voleva, non fosse
stato altro che per fare un tentativo.
I feudatari che si erano decisi a spalleggiare Arduino non erano sicuramente
della sua tempra o per lo meno non lo davano a vedere. C'era nella loro condotta
qualche cosa di ambiguo, come in colui che spinge gli altri ad agire standosene
al riparo dietro alle proprie finestre in attesa dell'esito della lotta.
Infatti ci che avvenne in quei giorni  tutto all'insegna del pi gran segreto.
Nulla di ufficiale, di scritto, di proclamato secondo le usanze del tempo. Pare
che si voglia fare un esperimento, una prova, nella quale, in caso di
fallimento, nessuno vuole trovarsi troppo seriamente compromesso.
Secondo alcuni storici, tra i quali il gi pi volte citato Violini, 
nell'aprile dell'anno 1000 che Arduino  riconosciuto legittimo sovrano e
rappresentante dei malcontenti in Italia, cio con due anni di anticipo sulla
data ufficiale. Ne farebbero fede due documenti. Il primo si riferisce ad un
certo Alberico, abitante di Gssino, che per ben quattro volte aveva invocato il
riconoscimento del possesso di certe terre, tramite la consorte dello stesso
Arduino. Costui, spinto proprio dalla di lei intercessione, emana il privilegio
secondo le forme gi note, confermando non solo i possessi richiesti per il
detto Alberico e per i suoi eredi, ma ordinando altres che alcun duca
arcivescovo, marchese, conte, viceconte gastaldo, o alcun altro pubblico
esattore, grande o piccola persona del suo regno, ardisca di spogliare,
infastidire o molestare nei suoi diritti il predetto Alberico e i suoi eredi.
Fin qui nulla di straordinario. Firma del serenissimo e invitto re e signore
Arduino, firma del cancelliere che ha redatto il privilegio e infine la data.
Terzo giorno delle calende di marzo dell'anno millesimo quarto dall'incarnazione
del Signore, quarto anno del regno del signore Arduino.
Il secondo documento consisterebbe poi in una lettera inviata per protesta dal
vescovo Varmondo a vari grandi dignitari dell'impero. In essa  testualmente
scritto: per avere Ardoino, sedotto da spirito di perfida ribellione, mosso le
armi contro la regia dignit, usurpando, a danno di tutto il regno, le insegne
del pubblico potere.
Forse lo stesso Arduino assecond le intenzioni nascoste dei suoi fautori
prestandosi all'esperimento per vedere come sarebbe andato a finire. Accetta e
non accetta, fa il re e non lo fa. Vuol mettere alla prova chi lo spinge per
tale via? Vuol vedere la consistenza della reazione ottoniana? Vuol vedere quale
sar l'apporto reale nella inevitabile lotta contro le forze imperiali? O invece
ha paura di non poter sostenere l'alto compito che gli  stato affidato? Si
accontenta di sistemare le cose nella sua Marca senza voler assurgere a paladino
delle questioni altrui? Tutte domande legittime destinate purtroppo a rimanere
senza risposta.
I fatti che si susseguono possono confermare una o tutte quante le ipotesi
fatte. Il vescovo di Cremona, Olderico,  il primo che gi nel maggio dell'anno
1000 si premura di informare Ottone III di quanto sta accadendo in Italia. A lui
fanno seguito tutti i vescovi del settentrione in un coro di accuse e di
recriminazioni, che dipinge la situazione italiana con i colori pi foschi.
Poteva Ottone III non esserne allarmato? Poteva lasciar cadere le invocazioni di
aiuto dei suoi beneamati e fedelissimi vescovi?
La decisione di scendere in Italia con l'accompagnamento del solito esercito
all'altezza della situazione per uomini e mezzi  immediata. Bisogna finirla una
buona volta con questo Arduino.
Ed ecco che le ipotesi che sono state attribuite ad Arduino e ai suoi
sostenitori si avverano totalmente. Non un solo combattimento si verifica, non
un solo feudatario promuove il bench minimo gesto di ribellione. I cronisti del
tempo affermano unanimi che bast la sola presenza dell'imperatore perch tutti
si affrettassero a rendergli il dovuto omaggio. Neppure quelli che avevano
sperimentato nei loro feudi contrasti altrettanto violenti di quelli di Arduino
nei confronti dei vescovi si mossero per presentare almeno una formale protesta.
Ottone ha ben compreso che l'allarmismo dei vescovi  stata una solenne
montatura, ma non pu esimersi dal prendere una serie di provvedimenti con i
quali vuol anche far ben capire che chi comanda, in fin dei conti,  sempre lui.
Prima di tutto si tratta di largheggiare in diplomi di immunit con gli stessi
vescovi ed in particolare con quelli che maggiormente hanno dovuto soffrire le
prepotenze di Arduino. Solidamente installato in Pavia, comincia col beneficiare
Varmondo. Con diploma datato il 9 luglio dell'anno 1000, ripristina il presule
nella sua sede d'Ivrea concedendogli l'immunit per la sua diocesi.
Poi tocca a Leone di Vercelli. Anche per lui immunit, con l'aggiunta di nuove
terre confiscate al ribelle Arduino, nonch il diritto esclusivo di sfruttamento
delle cave aurifere che si trovavano nel vercellese.
Olderico Manfredi, che secondo il precedente ordine imperiale avrebbe dovuto
succedere ad Arduino quale marchese d'Ivrea, viene riconfermato nel feudo con
l'aggiunta dei territori di Pavia, di Asti e di Acqui. Chi fa queste ultime
spese sono gli Obertenghi e gli Aleramici, i quali si sono compromessi troppo
apertamente con Arduino e devono in sostanza dichiararsi pi che soddisfatti se
non  toccata loro una sorte peggiore.
Arduino, intanto, trova rifugio nei castelli pi impervi che sorgono nella parte
pi alta della sua Marca. Invano aspetta che gli giunga notizia di qualche
aperta ribellione contro il sovrano tedesco. Tutto tace. Tutto  tranquillo.
I feudatari accettano i verdetti imperiali senza muovere un dito. I secundi
milites se ne guardano bene dall'intervenire. Avrebbero da battersi contro tre
nemici: l'imperatore, i feudatari e i vescovi. Non conviene gettarsi in una
lotta gi perduta in partenza. Se ne potr riparlare quando l'imperatore sar
andato via dall'Italia.
Ma lo spodestato marchese d'Ivrea, messo al bando dall'impero, scomunicato dal
papa, abbandonato da tutti, non si sente sicuro neppure nei suoi castelli. Il
pericolo di un tradimento lo segue dovunque. Non gli resta che prendere la via
dell'esilio, traversare le Alpi e trovare rifugio presso la corte di Borgogna.
L pu dormire i suoi sonni tranquilli. Si trova in mezzo a parenti che per di
pi sono nemici dichiarati della casa di Sassonia.
L'esilio di Arduino non dura molto tempo. Mai uomo ha esultato tanto alla
notizia della morte di un suo simile, come egli fece quando seppe che il suo
grande nemico, Ottone III, era passato a miglior vita il 23 gennaio dell'anno
1002. A rallegrarlo contribuiva certamente anche la ribellione romana, alla
quale forse aveva contribuito per mezzo di fidati emissari. Il popolo romano
aveva dato una prova validissima della sua intolleranza verso l'ingerenza degli
imperatori tedeschi nelle loro faccende. Gli atti di ostilit che avevano
accompagnato l'estremo viaggio della salma di Ottone III verso la sua ultima
dimora in Aquisgrana, erano un'altra dimostrazione che i Tedeschi non godevano
le simpatie degli Italiani. Il risveglio autonomo delle singole comunit
cominciava a mal tollerare le imposizioni di autorit che miravano piuttosto
alla conservazione degli antichi privilegi che allo sviluppo delle libert
economiche e sociali. Ce l'aveva, per conseguenza, con gli imperatori, coi
feudatari grandi e piccoli e anche con i vescovi.
Arduino si inganna sulla valutazione di questi movimenti. Li interpreta
esclusivamente in funzione antitedesca e, da ci stimolato, rientra
immediatamente in Italia. La sua proclamazione ufficiale a re d'Italia  del 15
febbraio 1002. Si pu dire che le spoglie di Ottone sono appena transitate dalla
Lombardia. Certo non sono ancora giunte alla loro ultima dimora.
I cronisti dell'epoca ci tramandano descrizioni contrastanti circa le
accoglienze fatte ad Arduino al suo rientro. I suoi partigiani si esprimono in
termini iperbolici: entusiasmo delirante delle popolazioni, accordo in massa di
tutti i grandi e piccoli feudatari. Quelli di parte avversa, cio gli
appartenenti al partito imperiale, minimizzano l'avvenimento, parlano di
accoglienze fredde, dell'appoggio forzato di qualche grande signore pi per
dovere di parentela che per convinzione.
La verit sta forse nel mezzo e si pu parlare anche di una certa dose di
ottimismo, pi che di entusiasmo; la speranza cio di poter finalmente mettere
un po' di ordine nelle cose italiane. Chi certamente non nutriva speranze del
genere erano i vescovi che vedevano nel ritorno di Arduino il risorgere di una
minaccia che sembrava scongiurata per sempre.
Alla cerimonia ufficiale di Pavia sono presenti il marchese Oberto, conte di
Milano, coi figli Ugo, Azzo, Adalberto e il nipote Azzo, futuro capostipite
della casa d'Este. E seguono poi i conti Berengario e Ugo di Castelseprio, il
conte Uberto di Bergamo, nonch rappresentanti degli Obertenghi e degli
Aleramici. Sono tutti elementi che attraverso la politica arduinica mirano a
riaffermare i loro diritti feudali. Al nuovo re danno pure il loro appoggio
molti altri elementi della nobilt minore i quali sperano di vedersi restituiti
da Arduino quei beni che erano passati sotto la giurisdizione vescovile. Una
riduzione delle pretese episcopali non pu che tornare a loro vantaggio. Danno
la loro approvazione anche una parte di quelle citt la cui evoluzione autonoma
fa loro sperare di potersi liberare anche della tutela dei vescovi. Solo costoro
mantengono la loro irriducibile ostilit.
Eppure almeno uno che proceda alla consacrazione, che presenzi alla cerimonia
religiosa ci vuole. Chi non riceve la sacra unzione, accompagnata dai riti e
dalle invocazioni che essa comporta non pu neanche considerarsi re. E' la
Chiesa che distribuisce la grazia di Dio. E fra tanti uno si trova:  il vescovo
di Como, Pietro, gi arcicancelliere di Ottone III, il quale abbandona il
partito imperiale per passare a quello di Arduino.
E per il momento non ha di che pentirsene. Riceve dal nuovo re un secondo
diploma d'immunit per la sua diocesi di sant'Abbondio, certamente pi ricco di
favori che non il precedente. Inoltre otteneva la piena giurisdizione sulla
contea di Chiavenna e sul castello di Bellinzona; luoghi questi che, trovandosi
a dominare importanti vie di comunicazione per la Svizzera, importavano ricchi
prelievi di teloneo. Perch, gira e rigira, il valore di un beneficio ricevuto
doveva necessariamente tradursi in moneta sonante. Era l'entit di questa che ne
determinava la consistenza. Onore  una parola che da sola non ha il suo
significato pieno. Vuol essere associata con la sua derivata onorario e allora
il suo senso diventa completo.
Ma chi non  contento dell'accaduto  proprio il metropolita lombardo Arnolfo.
Non si sa se per il 15 febbraio del 1002 egli fosse gi rientrato in Milano,
dopo l'infelice esito della sua missione alla corte di Bisanzio. Lo storico
lombardo Landolfo si affretta a dichiarare che l'elezione di Arduino non 
valida, in quanto la consacrazione non  avvenuta per mano del vescovo di
Milano, cui spetta di diritto. Questa immediata presa di posizione negativa non
provoca reazioni violente da parte di Arduino, come sarebbe stato logico
aspettarsi. Il momento sarebbe stato propizio. Con le forze a disposizione
avrebbe potuto piombare su Milano e fare scempio di Arnolfo e di tutti i suoi
seguaci. I trenta chilometri che separano le due citt sarebbero stati superati
nello spazio di un mattino. E invece niente.
Che, anzi, Arduino abbia tentato di ingraziarsi il vescovo Arnolfo,  un fatto
che non ha bisogno di documentazioni. Chiunque al suo posto lo avrebbe fatto o
meglio sarebbe stato costretto a farlo. Milano, sotto la guida sapiente dei suoi
vescovi, stava usufruendo intorno all'anno 1000 del suo primo boom economico,
tanto da rivaleggiare prima e superare poi la stessa capitale del regno italico,
Pavia, con la quale manteneva rapporti di cordiale e sentita inimicizia. Avere
dalla propria parte il titolare della cattedra di sant'Ambrogio significava
avere anche l'adesione dei vescovi di Brescia, Piacenza, Cremona, Novara,
Modena, Ravenna; insomma tutti o quasi i prelati pi grandi dell'Italia
settentrionale. Se Arduino aveva regalato al vescovo di Como Chiavenna e
Bellinzona, che cosa non sarebbe stato disposto a concedere alla diocesi di
Milano?
L'idea di facili concessioni, la certezza di accrescere in maniera insperata la
sua potenza (si legga il suo patrimonio) fanno titubare a lungo il pastore che,
quando occorre, sa anche maneggiare con bravura la spada. Ma ci si pu fidare di
Arduino, dopo i suoi precedenti? Che cosa penser del tradimento il nuovo
imperatore che sta per essere eletto in Germania? Un giorno o l'altro bisogner
pure fare i conti col successore di Ottone III.
Tutto sommato il pericolo pi grave sta ancora a settentrione. E' meglio perci
non cedere alle lusinghe di Arduino e continuare il proprio appoggio al partito
imperiale. Ironia della sorte! Il 29 maggio 1176 sar proprio la citt di Milano
con a capo il suo vescovo, che, promuovendo la lega di Pontida, metter in
ginocchio a Legnano, l'imperatore di Germania, Federico Barbarossa.
In Germania si stava intanto dibattendo la questione della successione al trono.
Ottone III non aveva neppure fatto in tempo a vedere in faccia la sposa che
Arnolfo gli aveva condotto con tanta abilit e fatica da Costantinopoli. Aveva
preferito andarsene all'altro mondo prima. In mancanza di eredi diretti si
doveva procedere ad una vera e propria elezione, fatta dai principi-elettori.
I candidati erano tre: Ermanno, duca di Svevia, Eccardo, marchese di Meissen ed
Enrico II, duca di Sassonia e di Baviera. Vinse quest'ultimo e la sua vittoria
fu dovuta ai voti dei vescovi elettori che si riversarono in massa sul suo nome.
La politica in favore dei vescovi praticata dai regnanti della casa di Sassonia
dava i suoi frutti.
Arnolfo, venuto a conoscenza della nuova proclamazione del re di Germania, ha
certamente tramato qualche cosa contro Arduino, anche se la storia ha lasciato
di ci deboli tracce che possono far nascere e avvalorare i sospetti. Negli atti
che cancellieri e notai redigevano in quel di Milano si trova fin dall'aprile
del 1002 la formula sacramentale con cui si usava dare inizio allo scritto: Nel
nome di Cristo, Arduino re per grazia di Dio, nel primo anno del suo regno, a
Dio piacendo. Poi, trascorsi appena due mesi, i notai lombardi interrompono
l'intitolazione dei loro atti al nome di Arduino, per sostituirlo con quello di
Enrico II. E questo dura fino al 1004.
Ci avvalora la tesi secondo la quale Arnolfo avrebbe riunito una specie di
dieta nel borgo di Roncaglia, localit a breve distanza dal Po, circa a 6
chilometri a monte di Piacenza. Pi che una dieta si dovette trattare di un
sinodo vescovile, nel quale si decise di riconoscere come unico re d'Italia
Enrico II di Germania.
Lo storico Portaluppi, nella sua Storia della Lomellina e del Principato di
Pavia afferma categoricamente che Arnolfo convocata un'assemblea dei suoi
vescovi suffraganei ed Abbati elesse per re d'Italia Enrico. Lo stesso storico
spiega poi che Arnolfo, a giustificazione del suo operato, aveva tirato in ballo
una certa costituzione emanata da S. Gregorio Magno, in virt della quale si
stabiliva che in caso di vacanza del regno Longobardo, spettasse al vescovo di
Milano non soltanto l'incoronazione ma anche l'elezione del nuovo re, ad
arbitrio suo e del clero ma non dei Principi.
Ma l'atteggiamento ribelle di Arnolfo nei confronti di Arduino aveva ancora
altre motivazioni. Il suo predecessore Valperto era stato in lite sia con l'avo
che col padre di Arduino, sempre per questioni di possessi di terre.
Vecchi rancori, dunque, che si tramandavano per eredit come si usa ancora oggi
in ogni buona famiglia meridionale, o meglio in ogni famiglia di possidenti
viciniori.
Il Portaluppi, poi, non si perita di aggiungere che oltre a ci, aspirando
Arnolfo non solamente alla signoria di Milano sua patria, ma a quella eziandio
di tutta la Insubria (cos era chiamata la regione situata a nord del Po fra il
Sesia e l'Oglio) non amava punto un re italiano, il quale, come suol dirsi, gli
stesse di continuo con gli occhi addosso, ma piuttosto un re forestiero che,
ricevuta l'incoronazione, subito si partisse dall'Italia e nelle di lui mani
lasciasse il governo degli affari del regno.
Ma pare che le cose siano andate ben oltre in fatto di nomine e di
consacrazioni. Giacomo Strada nel suo scritto Tesori dell'Antichit riporta una
medaglia coniata per Arduino col titolo seguente: IMPERATOR CAESAR ARDOINUS
PERPETUO AUGUSTUS. Sul rovescio la stessa medaglia riproduce una figura di donna
sedente sopra il globo terrestre. Tiene nella mano sinistra il corno
dell'abbondanza e stende la mano destra verso Arduino che le sta davanti in
abito imperiale. Intorno vi sono incise queste parole: ITALIA ORBIS REGINA e
sotto: FIDES PERPETUA.
Se si debbono prendere per buone queste informazioni, Arduino non soltanto
sarebbe stato eletto re d'Italia, ma anche designato, se non consacrato
pienamente, come imperatore. E per la funzione episcopale che esercit
nell'occasione, il vescovo di Lodi avrebbe ricevuto in dono i castelli di
Cavenago e di Garbagnano.
Il parere di Arnolfo che non amava un re italiano che gli stesse sempre con gli
occhi addosso era in parte condiviso anche dai grandi signori italiani, i quali
avevano assistito ad un crescendo dell'ingerenza degli imperatori di Sassonia
nelle cose d'Italia. L'ultimo, poi Ottone III, con la sua Renovatio Imperii
aveva finito con l'esagerare. I feudatari si sentivano le mani legate.
Bastava un solo gesto d'indipendenza, per non dire di ribellione, un semplice
sospetto d'infedelt perch detti imperatori, quando riducevano nelle proprie
mani le citt e gli stati dei principi temporali loro nemici, subito ne
facessero dono ai vescovi, i quali, non avendo prole, si mostravano verso di
loro pi fedeli e pi ossequiosi. Chiedevano, insomma, un re italiano, s, ma
che li lasciasse governare le loro terre in santa pace e che limitasse i poteri
vescovili. Nessuna idea era pi lontana dalle loro menti che quella di
costituire uno stato italiano unitario, nel senso moderno della parola.
Ma gli stessi dubbi che tormentavano Arnolfo tormentavano pure i grandi
feudatari, cio quelli di dover, presto o tardi, fare i conti col nuovo re di
Germania. Per intanto le loro speranze si basavano sui gravi problemi che
agitavano lo stesso regno di Germania e che avrebbero impegnato molto seriamente
il nuovo re, impedendogli cos di curarsi eccessivamente degli affari italiani.
Effettivamente Enrico II si trovava totalmente impegnato a ristabilire il
predominio sui popoli Slavi che Ottone I aveva decisamente affermato con la
vittoria di Lench, contro gli Ungari nel 955. Come  stato detto, la reggenza di
Adelaide e di Teofane aveva portato alla riscossa Croati, Ungheresi, Boemi,
Polacchi e Moravi. Il Drang nach Osten subiva cos una battuta d'arresto
piuttosto disastrosa, tanto che la spinta verso est si era cambiata in una
ritirata verso ovest. Ed  contro la potenza dilagante del regno di Polonia,
guidato da Boleslao detto il Valente, che si concentrano gli sforzi di ricupero
di Enrico II.
Ma il re di Germania non vuol neppure disinteressarsi dell'Italia. Per il
momento il grosso del suo esercito  impegnato nelle pianure polacche, ma,
spostandone alcune unit e reclutandone altre, si pu sempre mettere insieme una
certa forza che possa incutere rispetto ai ribelli italiani. La posizione
centrale della Germania in seno all'Europa ha sempre permesso questi spostamenti
di truppe per linee interne. Tipici esempi le due ultime guerre mondiali.
Cos, affastellato un certo numero di soldati, Enrico II li mette agli ordini di
Ottone, duca di Carinzia e lo incarica di fare una visitina in Italia. Siamo
verso la fine dell'anno 1002. Arduino  informato di questa spedizione e non si
lascia sorprendere. Precedendo il nemico va a schierarsi presso le Chiuse
dell'Adige ad una quarantina di chilometri a nord di Verona e aspetta che Ottone
di Carinzia si presenti. Questi, inizialmente un po' sorpreso di trovarsi il
cammino sbarrato da truppe ben sistemate a difesa, manda ambasciatori al re
Arduino per sondarne le intenzioni ed ottenere una risposta. Il re d'Italia
riceve gli inviati con tutti gli onori e li trattiene a cena, rimandando la sua
risposta al mattino seguente.
Pare che lo stesso Arduino, particolarmente allegro e sicuro del fatto suo, si
sia divertito moltissimo alle spalle degli ambasciatori tedeschi, illudendoli
con omaggi esagerati sulle sue vere intenzioni. Forse gli inviati se ne andarono
a letto convinti che al mattino dopo avrebbero trovato via libera e l'esercito
di Arduino schierato ai fianchi della strada per rendere i dovuti onori.
Infatti al mattino gli ambasciatori videro lo schieramento delle truppe
italiane, ma con loro grande sorpresa era una schieramento in ordine di
battaglia, con in testa lo stesso Arduino che non manc di riverire i Tedeschi,
col fare divertito di chi li aveva solennemente presi in giro. La battaglia ci
fu, nella localit denominata Campo di Fabbrica, e i Tedeschi furono totalmente
disfatti. I loro resti si salvarono con la fuga lungo la valle dell'Adige e, per
il passo del Brennero, rientrarono ai loro paesi.
Il Portaluppi, nel suo scritto gi citato, sostiene che la battaglia avvenne in
Valtellina, presso una localit detta Favria vicino a Chiavenna. Ma la sua
informazione non  attendibile e non regge di fronte alla numerose altre fonti
che confermano la sconfitta di Ottone di Carinzia alle Chiuse di val d'Adige.
Ma qualunque sia stato il luogo, rimane il fatto che i Tedeschi furono duramente
battuti e ci riemp di esultanza i soldati tutti e il loro re che li aveva
condotti alla vittoria. I feudatari che parteciparono alla battaglia esultarono
anche loro, ma rientrati ai propri castelli si videro costretti a calmare i loro
entusiasmi e a passare a qualche altra considerazione di ordine pi pratico.
Il vantaggio della vittoria era pari per tutti o non piuttosto per il solo
Arduino? Non si correva il rischio che il marchese d'Ivrea diventasse troppo
potente? Che si acquistasse le simpatie popolari? Che diventasse succube della
potenza dei vescovi o per paura o per convenienza, tralasciando cos di curare i
loro interessi?
Erano tutti dubbi che meritavano di essere chiariti. I due anni che seguirono
alla vittoria di Campo di Fabbrica furono piuttosto tranquilli. Arduino, come re
d'Italia, non aveva un programma che si potesse considerare rivoluzionario e
conseguentemente che corrispondesse alle aspettative delle classi popolari. Egli
era un figlio di aristocratici e come tale chiuso nel suo mondo con tendenze
conservatrici. E ci poteva, in parte, corrispondere ai voti della classe
feudale, se il suo programma fosse stato sostenuto da un'adeguata forza
militare. Per quanto riguarda le autonomie locali, cio una politica che
favorisse lo sviluppo degli scambi, l'emancipazione dei servi della gleba, la
crescita dell'artigianato cittadino, egli non fece assolutamente nulla. Ci
avrebbe significato lo smantellamento di quel mondo feudale abituato e portato a
considerare ogni possesso come un'unit chiusa in se stessa, costretta alla pi
rigorosa autarchia. Ogni passo, ogni spostamento di merci o di persone era
controllato e vessato dalle gabelle fino all'esasperazione. Il mercato nero, la
corruzione il sotterfugio dovevano essere all'ordine del giorno, contribuendo
notevolmente alla formazione di quella mentalit caratteristica ancora oggi
degli Italiani, quella dell'arrangiarsi, del farsi furbi, del considerare
l'autorit da qualunque parte venga come la principale nemica, contro la quale
ci si deve difendere, prima di tutto, con l'astuzia.
Arduino trascorre il suo tempo fra Ivrea, Pavia e Verona. Ma  quest'ultima
citt che gli sta particolarmente a cuore in vista di un'eventuale riscossa dei
regnanti tedeschi, che certamente non avrebbe potuto tardare.
Altri storici riferiscono che, durante le sue visite alle citt, largheggiava,
come era costume dei tempi, in concessioni di benefici, privilegi, immunit che
siglava personalmente con la sua cifra, la quale conteneva due aste diritte con
un traverso diagonale ed altro diametrale dall'una asta all'altra e la
abbreviatura del di lui nome. Una specie di A e di R stilizzati e intrecciati.
Molti di questi diplomi sono conservati in citt, monasteri, vescovadi come
Lodi, Bobbio, Vercelli, Como, Torino, Modena, Lucca e Pavia. Il che sta a
dimostrare che Arduino non era poi quel mangiapreti che si voleva far credere e
che andavano predicando per l'Italia Varmondo e Leone, che al ritorno del loro
personale nemico avevano dovuto riprendere la via dell'esilio.
Si dice anche che Arduino si fosse messo in relazione con la famiglia dei
Crescenzi di Roma, per stringere un accordo di lotta comune contro il re di
Germania. La cosa  probabilissima anche se non documentata. La stessa voce era
corsa in seguito agli avvenimenti romani del 998, quando Ottone III e il suo
papa Gregorio V erano rientrati in Roma, accecando l'antipapa Giovanni XV e
facendo decapitare Crescenzio. Ma alla morte di Ottone il partito dei Crescenzi
aveva preso la sua rivincita, per mano di Giovanni, figlio del decapitato da
Ottone. Enrico II era lontano. Il predominio sul papato da parte di Giovanni
Crescenzio dura ininterrotto fino al 1012, anno della sua morte. Il potere passa
allora dalle mani dei Crescenzi a quelle dei conti di Tuscolo. Sono tre
fratelli: Alberico, Romano e Teofilatto. I primi due assumono il titolo di
Consoli e Duci dei Romani e il terzo sale al trono pontificio col nome di
Benedetto VIII.
Scrive il Von Ranke nella sua Storia dei Papi che la politica dei re di
Germania, nella loro espansione verso l'est, consisteva nel conquistare
convertendo. Da qui la grande importanza attribuita ai vescovi e,
conseguentemente, la necessit di avere nelle proprie mani il papato, che doveva
essere in posizione a loro politicamente subordinata. Prima che la dignit
imperiale passasse nelle mani tedesche i papi avevano esercitato una suprema
autorit che ora stavano perdendo. La fazioni romane, contro questa ingerenza,
avevano rialzato il capo e secondo gli interessi delle famiglie assumevano,
deponevano, compravano e vendevano la suprema carica pontificia. Salvo i ritorni
furiosi delle loro maest germaniche.
Questa era la situazione italiana all'inizio dell'XI secolo; dilaniata da mille
contrasti, presa di mira da mille interessi in aperta opposizione, frazionata in
altrettanti scopi e mete diverse. Pensare, in queste condizioni, alla
realizzazione di un'unit della penisola sarebbe stata una pazzia che nessuna
persona di buon senso avrebbe avuto il coraggio di immaginare neppure.
Merito di Arduino, merito delle fazioni romane merito dei feudatari, dei
Saraceni, dei Bizantini, il fatto  che in Italia esisteva un forte partito
antitedesco, la cui prova si ebbe quando Enrico II si decise a scendere in
Italia nel 1004.
La sconfitta di Campo di Fabbrica non era riuscito a mandarla gi e si decise a
sospendere le operazioni in Polonia per rivolgere la sua attenzione all'Italia.
Sono anche le numerose invocazioni di aiuto che gli pervengono da parte dei
vescovi italiani a convincerlo. Arnolfo di Milano gli fa pervenire di nascosto
la corona ferrea. In fondo ci sono anche molte citt i cui abitanti non sono per
niente contenti della politica retriva e conservatrice di Arduino. Forse i
vescovi sono pi alla moda. Favoriscono i commerci, gli scambi, l'artigianato,
l'afflusso dei campagnoli nelle cerchia delle loro mura. Capiscono perfettamente
che l'aumento della ricchezza del popolo non pu tornare che a loro vantaggio.
E' dalla citt di Verona che Arduino apprende che il re di Germania ha ormai
superato il Brennero con forze piuttosto consistenti. Egli si affretta a
portarsi alle ormai famose Chiuse nel tentativo di ripetere il miracolo di due
anni prima. Ma questa volta la situazione  ben diversa. Se ne accorge Arduino
dalle sparute schiere che i suoi alleati gli mandano in appoggio.
Il fatto ha tali e tante analogie con quello che accadr nel 1848 che merita di
spendere una parola di confronto. I sovrani d'Italia mandano truppe in aiuto di
Carlo Alberto nella guerra contro l'Austria. Le manda il granduca di Toscana, i
duchi di Modena, di Parma, il re delle due Sicilie e persino il Papa. Ma non
hanno nessuna voglia di combattere per il Re piemontese, che avrebbe finito, in
caso di vittoria, col fagocitare tutta la penisola. Aleramici, Obertenghi,
Canossiani, Spoletini si comportano nella stessa maniera nei confronti di
Arduino. Mandano qualche scadente gruppo di soldati, i quali gi sanno che non
saranno seriamente impegnati. Per, nella malaugurata ipotesi di una vittoria,
saranno presenti anche loro.
Cos la battaglia alle Chiuse dell'Adige ha avuto appena inizio che gi 
perduta. Arduino non  Leonida. Morire sul posto non gioverebbe a nessuno e
tanto meno a lui. Non gli resta che fuggire con tutta la velocit di cui sono
capaci le gambe dei suoi cavalli, seguito da quel gruppo che gli era fedele per
la vita e per la morte. Gli altri, gli infedeli e gli opportunisti, restano, e
inneggiano a Enrico II e fraternizzano con le sue truppe.
Carlo Alberto fugge dal Mincio al Ticino. Arduino ha un percorso pi lungo.
Dalla val Sugana arriva al Ticino, alla Sesia, alla Baltea e non ha neppure il
coraggio di trincerarsi nella sua Ivrea. Prosegue nella valle dell'Orco fino al
castello di Sparone, situato a 552 metri di altitudine e a ben 52 chilometri da
Torino. Ormai nella sfortuna tutti lo hanno abbandonato. Le popolazioni,
sobillate dai vescovi, gli sono ostili. Deve viaggiare di notte come un
delinquente. Lo difende la sua scorta e, ad una certa distanza, ne segue le
tracce un reparto tedesco, nella speranza di poterlo catturare.
Ma chi fugge ha degli indiscussi vantaggi su chi insegue. Arduino, nel suo
castello di Sparone, ha tutto il tempo per organizzare la resistenza,
rifornendosi specialmente di viveri, in vista di un lungo assedio. E il lungo
assedio in realt ci fu. Per circa un anno le truppe di Enrico II sorvegliano
strettamente il castello, impedendone ogni contatto con l'esterno. Poi un bel
giorno si stancano di passare i loro giorni inutilmente fra quelle rupi
inospitali e decidono di riprendere la via del ritorno. Arduino  di nuovo
libero.
Esiste pure un'altra versione degli avvenimenti che si svolsero presso le Chiuse
dell'Adige. Si dice che alcuni reparti arduinici, tradendo vilmente il loro re,
permettessero e consigliassero contemporaneamente all'esercito di Enrico di
aggirare le difese attraverso la val Sugana. Sarebbero riuscite, in tal modo, a
portarsi indisturbate nella pianura veneta e a puntare velocemente su Verona.
Arduino, accortosi della manovra, avrebbe tentato di ripiegare a difesa della
citt e ci sarebbe certamente riuscito, se durante la ritirata il suo esercito
si fosse mantenuto compatto. E invece, i diversi reparti, per loro natura
eterogenei in quanto appartenenti a diversi feudi, pensarono che quello fosse il
momento buono per squagliarsela. Ogni gran feudatario sperava in tal modo di non
essere colto da Enrico, ormai sicuro vincitore, con le mani nel sacco.
Ma anche se questa seconda versione fosse la vera, nulla muterebbe dell'epilogo:
il tradimento dei signori italiani e l'assedio di Sparone. Invano Arduino scruta
dall'alto delle sue torri lungo la valle dell'Orco, nella speranza di veder
apparire un aiuto qualunque. Se i Tedeschi non se ne andranno spontaneamente non
ci sar nulla da fare. Coloro che lo avevano incoraggiato, che gli avevano
promesso aiuto, che gli avevano reso omaggio in Pavia due anni prima,
consegnandogli la corona regia e l'anello patrizio, sono ancora nella stessa
Pavia ma stanno dalla parte di Enrico II.
Siamo al 15 di maggio dell'anno 1004. Nella vecchia capitale del regno italico
sono riuniti tutti i vescovi dell'Italia centro-settentrionale e con essi gran
parte dei grandi feudatari. Sono tutti concordi nel dichiarare lo sconfitto
Arduino decaduto dal trono e altrettanto unanimi nell'eleggere al suo posto il
re di Germania. I primi, cio i vescovi, concordano nell'elezione con tutto il
loro entusiasmo, i secondi, cio i feudatari, fanno di necessit virt. Ma
quello che deve aver maggiormente rattristato Arduino  stato certamente il
tradimento dei suoi parenti. Tra questi lo stesso suo fratello Guilberto, conte
di Pombia e suo suocero Oberto, marchese di Liguria, a cui Arduino aveva
affidato il governo della citt di Verona, considerandolo uno dei pi fedeli.
Questi tradimenti, fatti alla luce del sole e in modo tanto sfacciato, devono
aver pesato sull'azione futura di re Arduino. Quale fiducia avrebbe potuto
riporre in gente disposta a cambiar bandiera ad ogni cambiar di vento? Quale
aiuto poteva sperare? Quale conto fare dei patti che eventualmente fosse
riuscito a stringere con costoro?
Con l'incoronazione di Pavia  anche Arnolfo di Milano che vede il suo trionfo.
Impaziente di incontrare e riverire il suo prediletto, gli corre incontro a
Bergamo, gli si getta ai piedi e gli giura fedelt. A Pavia fa valere le sue
pretese in fatto di consacrazioni regali ed  lui che impone la corona sul capo
di Enrico II. Poich la consacrazione imperiale resta un diritto esclusivo dei
papi, Enrico si accontenta, per il momento, del titolo di re dei Romani. Di
procedere verso Roma non se ne parla neppure. Ci sono per ora degli ostacoli
insormontabili. Primo fra tutti l'urgenza di ritornare in Germania per
continuare la guerra contro la Polonia. E poi avvicinarsi a Roma senza un
esercito adeguato che possa superare le opposizioni dei marchesi di Toscana, dei
duchi di Spoleto e soprattutto ridurre all'obbedienza la potentissima famiglia
dei Crescenzi, non  cosa da poco. Richiede mezzi, tempo, preparazione militare
e politica.
Ma c' un altro fatto che convince Enrico ad affrettarsi sulla via del ritorno,
un fatto che avr rallegrato non poco l'assediato Arduino, supposto che egli ne
sia stato in qualche modo informato. Quello che non pu essere negato infatti 
che, malgrado i rovesci militari e il tradimento dei grandi feudatari, esisteva
in Italia un partito arduinico, la cui virulenza oscillava secondo motivazioni
ora dettate dalla ragione, ora dal sentimento. Il nuovo re non poteva certamente
soddisfare le ambizioni e gl'interessi di tutti. Il popolo che aveva maledetto
Arduino provava un certo senso di piet verso il vinto ed era dispostissimo a
rivalutarne la saggezza e il valore. La conclusione di questo agitarsi pubblico
e privato di sentimenti contraddittori ebbe come conseguenza che nella citt di
Pavia scoppi una rivolta antitedesca la sera stessa dell'incoronazione di
Enrico.
Lo storico Ditmaro, cronista di parte imperiale, tende naturalmente a
minimizzare l'avvenimento. Scrive infatti che calata la notte, i plebei, da
subitaneo furore infiammati e mossi da servile presunzione, si levarono a grande
rumore intorno al palazzo del re. Il fatto  che il subitaneo furore incendia il
Palatium sede dei sovrani e le fiamme si propagano. Incomincia la caccia al
tedesco e le truppe di stanza nella citt passano i loro guai. I partigiani di
Arduino sono in prima linea e, smaniosi di vendicarsi, non risparmiano i nemici
che cadono nelle loro mani. Lo stesso Enrico, per una ferita riportata alla
coscia, rimarr claudicante per il resto dei suoi giorni, tanto da meritarsi
l'appellativo di Zoppo. Ma il Portaluppi, nell'opera citata, insinuer
malignamente che il re si era rotta la gamba nel tentativo di calarsi da una
finestra per mezzo di corde, allo scopo di sfuggire all'ira dei Pavesi.
L'esercito tedesco, la cui gran massa si era acquartierata nei dintorni della
citt, si prende per la rivincita alle prime luci dell'alba del giorno dopo. Le
rappresaglie non sono un espediente moderno per calmare le velleit di riscossa
dei vinti. Pavia viene rasa al suolo. Gli abitanti che non riescono a trovare
scampo nella campagna, sono passati per le armi. Senza distinzione di sesso o di
et. Alla notizia del tremendo castigo di Pavia, le altre citt lombarde sono
pervase dal terrore. E' una esperienza che gli Italiani hanno fatto centinaia di
volte, fino a quella recentissima del 1943-45. Il grido di Arrivano i Tedeschi!
aveva lo stesso significato tanto allora come oggi, anche se sono trascorsi
quasi mille anni.
Le citt vicine, a cominciare da Milano, non erano ancora mature per organizzare
una resistenza. Pensarono di scongiurare il pericolo della rappresaglie inviando
ad Enrico processioni di penitenza per invocare misericordia. Queste specie di
delegazioni avevano lo scopo di rassicurare il monarca tedesco sui loro
sentimenti di devozione e fedelt e offrivano a garanzia dei loro giuramenti
ostaggi e doni in gran copia. Non c'era umiliazione che non fossero disposti a
sopportare, pur di rassicurare il Tedesco e convincerlo cos, indirettamente, a
far ritorno in Germania il pi presto possibile.
Come non ricordare a questo punto il corteo dei Milanesi che un secolo e mezzo
dopo si recavano a Lodi a chiedere piet ad un altro imperatore tedesco:
Federico Barbarossa? Come non rievocare la straziante descrizione che ne fa il
Carducci nel suo poemetto La battaglia di Legnano? Ordinati in lunga processione
e preceduti da rozze croci di legno, vestiti i sacchi della penitenza, sparsi i
capi di cenere, nel fango. c'inginocchiammo e tendevam le braccia e chiamavam
misericordia. Lui, il Barbarossa, ritto presso lo scudo imperial ci rimirava,
col suo adamantino sguardo. Solo da questa bruciante umiliazione poteva nascere
Legnano. Come dopo Caporetto, Vittorio Veneto. Come dopo il 1943, la Resistenza.
Che sia proprio necessario andare fino in fondo alla china per poter risorgere?
Enrico si trattiene in Italia ancora un paio di mesi, anche per dar modo alla
sua gamba di guarire nel migliore dei modi. Poi riprende la via del nord
promettendo un sollecito ritorno. La promessa di Enrico II viene mantenuta con
un ritardo di ben nove anni. Sar soltanto nel 1013 che egli far la sua seconda
apparizione personale sul suolo italiano.
Questi lunghi nove anni sono caratterizzati da due fatti: la quasi totale
inattivit di Arduino e lo sviluppo sempre crescente delle autonomie locali. E'
vero che la storia registra occasionali lotte fra le due fazioni: quella degli
Arduinici e quella degli Enriciani. Ma non bisogna farsi troppe illusioni sulla
profondit e la sincerit dei sentimenti che davano origine a queste contese.
Spesso appartenere a una parte piuttosto che all'altra era soltanto un pretesto
per attaccar lite sullo sfondo di interessi locali, di rivalit cittadine, di
vecchie ruggini tra famiglie del mondo feudale. I due protagonisti della lotta
si riducevano alla funzione di simboli. Il fenomeno si ripeter fra Guelfi e
Ghibellini, fra partigiani della Francia contro quelli della Spagna, fra
clericali e anticlericali, fra simpatizzanti dell'URSS contro quelli degli USA.
Gli antagonismi andranno allargando a mano a mano la loro sfera territoriale:
dai comuni, alle regioni e agli stati, fino a coinvolgere tutto il globo
terrestre. Tesi, antitesi e sintesi. E la sintesi che si trasforma nuovamente in
tesi, in un movimento che non sembra aver mai fine.
Benedetto Baudi di Vesme nel suo scritto Arduino d'Ivrea e la rivolta italica
contro Ottone III ed Enrico II, (Pinerolo, 1900) dice che: il popolo minuto, da
tutti oppresso, parteggiava apertamente per il re italiano, ma poco o nulla
poteva; la campagna di nascosto lo favoriva, aspettando il momento opportuno per
novellamente insorgere. Aggiunge poi che Enrico II, soggiogata cos facilmente
l'Italia, ritornava in Germania. Aveva appena varcate le Alpi, che gi gli
Italiani gli volgevano le spalle ed in gran numero ritornavano al loro re. E fu
in quei tempi un continuo guerreggiare fra Arduinici ed Enriciani.
Che Arduino d'Ivrea potesse rappresentare un ideale per la numerosa schiera di
malcontenti  un fatto accettabilissimo, anche sul piano psicologico, e proprio
in funzione delle sue disavventure, delle sue sconfitte, dei tradimenti di cui
fu vittima. Continua Baudi di Vesme: Arduino non fu il campione del popolo, ma
il campione dei malcontenti per le novit introdotte nel regno dall'imperatore
Ottone III; non fu il difensore dell'idea italiana contro la germanit
invadente, ma il difensore della pura idea regia e imperiale. Rappresent il
ritorno dell'antico contro le novit portate dai bisogni dei tempi nuovi, e
perci l'opera sua fu fatalmente inane.
Certo. L'aggettivo inane calza perfettamente a correzione di tutte le
deformazioni romantiche alle quali fu sottoposta la personalit di re Arduino.
La fosca ombra del re che si aggira intorno a Ivrea la bella, che le rosse torri
specchia sognando a la cerulea Dora nel largo seno, (Carducci) fa parte di
questi miti. L'eroe sfortunato che non trova pace neppure nella sua tomba,
trasportato a rivivere il suo sogno tormentoso per tutta l'eternit. Collocato e
ridimensionato nel suo tempo, gli ideali che il romanticismo gli attribu
perdono molto del loro fascino. La sua figura viene, per cos dire,
sdrammatizzata. Arduino  un grande feudatario che tenta l'impresa di
impossessarsi della corona d'ltalia, come avevano fatto i suoi dieci
predecessori a cominciare da Berengario I gi gi fino a Berengario II nello
spazio di una sessantina d'anni. Ma l'impresa stessa  gi destinata al
fallimento perch mancano le condizioni per tradurla in atto. Prima di tutto
nessuno la vuole, se si esclude l'interessato. Il fatto non  sentito n dal
popolo n dai grandi e men che meno sul piano nazionale, supposto che nell'anno
10000 si potesse parlare di una nazione italiana. In secondo luogo erano troppi
i concorrenti desiderosi di mettere le mani sulla penisola o di conservarne
quella parte di cui erano riusciti a mantenere o a conquistare il dominio. E non
erano potenze da poco quelle direttamente interessate. Si trattava di un impero
bizantino la cui potenza sarebbe durata ancora oltre quattro secoli, prima di
essere sommersa da quella del mondo islamico. Si trattava di un impero tedesco
il cui peso sui destini italiani continuer, con alterne vicende, ancora per
oltre otto secoli. Si trattava infine della pressione esercitata sulla penisola
dai Saraceni, che al possesso della Sicilia aggiungevano la Sardegna e la
Corsica. Questi ultimi, poi, dalla base installata a Frassineto, sulle coste
della Provenza, imperversavano non soltanto sulle coste liguri e toscane, ma
penetravano profondamente anche in Piemonte. L'Italia meridionale era alla merc
delle loro rapide e improvvise incursioni. Stragi, devastazioni di ogni genere
segnavano il loro passaggio. Sar soltanto con la caduta della base di
Frassineto e con lo sviluppo conseguente di Genova e Pisa che inizier la
disinfestazione del Mediterraneo dalla pirateria saracena. Gran merito del
papato quello di aver condotto la cristianit alla riscossa.
In tutto questo caos di avvenimenti il ruolo di Arduino non deve essere
interpretato oltre quello assegnatogli dalle sue ben limitate possibilit.
Il ritorno di Arduino, dopo la partenza delle truppe che lo avevano assediato
invano per un anno nel suo castello di Sparone, avviene, come dice il Violini,
quasi alla chetichella. Non ci sono particolari festeggiamenti, non si
riuniscono assemblee per riconfermargli l'omaggio e la carica regale e
soprattutto non ci sono da parte del redivivo le collere e le vendette che quasi
tutti si aspettavano. Qualche storico sostiene che le sue uniche azioni militari
furono dirette in un primo tempo verso i territori di Arnolfo di Milano, che
continuava a mantenersi ostile ad Arduino. Ma si trattava sostanzialmente
piuttosto di atti di pirateria, condotti o permessi per soddisfare i bisogni di
saccheggio delle sue truppe. Il Portaluppi conferma la notizia secondo cui
Arduino tent di stringere d'assedio la citt di Milano, senza venire a capo di
nulla. Si sarebbe servito, in quell'occasione, delle truppe radunate per
cacciare definitivamente i Saraceni dal Piemonte e dalle coste liguri. Fra i due
problemi quello che lo scottava di pi era Milano. Per questo la deviazione
dall'obbiettivo originario. Per questa stessa deviazione il fallimento
dell'impresa. La campagna contro i Saraceni era una questione che riguardava un
folto stuolo di grandi e piccoli signori. La questione di Milano era quasi un
affare privato di Arduino.
Scarse sono le notizie che si hanno su concessioni di diplomi di immunit. Gli
unici suoi atti regali di una certa importanza sono le nomine dei suoi due
fratelli Arduino e Lanfranco II, rispettivamente a conte di Bergamo e a conte
del Sacro Palazzo, e quella di conte di Pavia per il suo secondogenito Ottone.
Ma quello che appare pi significativo  il cambiamento nei confronti dei
vescovi. Arduino non  pi disposto a fare il mangiapreti. Tenta, almeno
ufficiosamente, una politica conciliativa nei loro riguardi. Infatti, pare che
Leone di Vercelli e Varmondo d'Ivrea riguadagnino le loro sedi, col tacito
consenso di Arduino. Alla cerimonia della consacrazione dell'abbazia di
Fruttuaria, avvenuta ai primi dell'anno 1004,  presente Arduino, re per
disposizione della Divina Provvidenza, con la consorte regina Berta e un folto
stuolo di vescovi, fra i quali figura Varmondo.
Si tratta di una riconciliazione oppure di una di quelle solite cerimonie
politiche in cui gli avversari pi ostinati sono costretti dall'etichetta a
stringersi calorosamente la mano e a sostare sorridenti come due buoni amici
davanti alle macchine da presa, ai fotografi e ai giornalisti?
L'anno dopo, in seguito alla morte di Varmondo, si parla di un tentativo non
riuscito da parte del vescovo Leone di mettere le mani sulla diocesi stessa
d'Ivrea. Il fallimento viene da alcuni attribuito all'aperta ribellione del
clero della citt eporediese all'azione invadente del vescovo di Vercelli. Altri
vogliono che sia stato lo stesso Arduino ad opporsi ad una pretesa cos
sfacciata. Comunque siano andate le cose non ci sono documenti n in favore di
una tesi n in favore dell'altra. Ma che l'atteggiamento di Arduino nella sua
condotta coi vescovi fosse cambiato lo dimostra un altro fatto ben pi
clamoroso. Ed  in occasione della nomina del vescovo di Asti, nel 1008.
Una sede vescovile vacante dell'importanza di Asti meritava che Arduino usasse
della sua influenza per interferire nella nomina. Il prescelto  Alrico,
fratello del marchese Manfredi di Torino e nessun ostacolo si frappone alla sua
elezione. Sia detto per inciso che lo stesso Enrico II, il pi liberale di tutti
gli imperatori della sua casa nei confronti della chiesa, rivendicava in maniera
inflessibile il diritto di nominare personalmente i vescovi.
Arduino  pur sempre re d'Italia, anche se in tono minore, quasi clandestino, e
possiede, volendolo, le carte necessarie per favorire uno della sua casa, anche
se non pretende, come il suo rivale, di interferire in tutte le nomine. Ma la
cosa non va a genio ad Arnolfo, vescovo di Milano, a cui tocca la consacrazione
del neo-eletto. Dice che una tale nomina viene a ledere certi suoi interessi che
egli vanta sulla diocesi di Asti, quale metropolita del regno italico. Sono quei
casi in cui si va a tirar fuori dagli archivi vecchi documenti polverosi,
rilasciati da un sovrano che  durato lo spazio di un mattino e che  stato
ricambiato con un aperto tradimento la sera stessa, non prima per di avergli
strappato il beneficio.
Il vescovo di Milano rifiuta la consacrazione? Niente di male. La si va a
chiedere direttamente al Pontefice di Roma, il quale non frappone la bench
minima difficolt. Fra il papato dominato dai Crescenzi e il re Arduino corrono
segrete intese in funzione antitedesca. Ma Arnolfo non riconosce la
consacrazione pontificia. Come fedele seguace della politica imperiale, non
accettare le decisioni di Roma costituisce certamente un punto di merito a suo
vantaggio. Riunisce in tutta fretta un sinodo interdiocesano, scomunica il
neoconsacrato e, non contento di ci, muove all'assedio di Asti con un forte
esercito che vescovi e vassalli viciniori si affrettano a fornirgli. E' un
vescovo che sa trasformarsi, quando occorre, anche in un abile condottiero di
soldati.
Alrico e il fratello Manfredi, marchese di Torino, si trovano nella citt che
non resiste a lungo all'assalto. Fatti prigionieri sono sottoposti alla pi
umiliante delle penitenze. Recando fra le braccia un libro il primo, e un cane
il secondo, si presentano a piedi nudi in Sant'Ambrogio e quivi, in presenza di
tutto il popolo, confessano i loro peccati e chiedono perdono. Il libro che
Alrico reca  un testo sacro e sta a simboleggiare la sua empiet. Il cane,
assegnato al fratello,  un simbolo che lo qualifica come traditore, anche se la
povera bestia  considerata l'amico fedele dell'uomo.
Ma dopo l'umiliazione subita e l'atto di omaggio prestato, vengono ovviamente
perdonati e reintegrati ciascuno nelle loro cariche. Quello che stupisce in
tutta la faccenda  che Arduino non fa un gesto in favore dei due, non un atto
di forza, neppure una parola di protesta. Che cosa aveva potuto frenare la
collera impetuosa di cui aveva dato prova il marchese d'Ivrea in tante altre
occasioni? Non aveva egli la forza necessaria per opporsi ad Arnolfo, oppure
riteneva di lasciarlo fare, sempre con lo scopo recondito di farsene un amico?
La realt dei fatti dimostra che Arduino era re soltanto di nome: badava al suo
marchesato e ne aveva gi di troppo.
Ma un'altra delle cause dell'inazione di Arduino,  bene ripeterlo, fu la
mancata collaborazione dei grandi feudatari italiani, i quali spingevano il loro
aiuto fino a un certo punto e non oltre. Dovevano, in poche parole, salvarsi
dalle ire dei re tedeschi e contemporaneamente impedire che Arduino diventasse
troppo potente. Da qui vennero tradimenti e voltafaccia a non finire.
Un esempio molto significativo del clima del tempo lo si trova negli avvenimenti
di Verona. Arduino aveva nominato marchese di Lombardia e conte di Verona il
suocero Oberto II di Liguria, malgrado che fosse stato fra quelli che nel 1004
avevano reso omaggio in Pavia a Enrico II. Traditore anche lui, dunque, ma solo
per un calcolo di opportunit, perch, in seguito alla fuga di Enrico II in
Germania, era ritornato rapidamente fra i seguaci di Arduino. E che il genero
non se la fosse presa, lo dimostrano gli onori in seguito concessigli. Ma la
disgrazia di Oberto  di avere dei figli, i quali sobillati dal partito degli
enriciani si ribellano al padre. Il popolo di Verona  fedele al vecchio Oberto
e perci d addosso ai ribelli costringendoli ad asserragliarsi in un castello.
Ma ecco sopraggiungere in loro aiuto un esercito milanese; forse  lo stesso
vescovo Arnolfo che lo guida, e i ribelli vengono liberati. Oberto  costretto a
lasciare la citt nelle mani dei figli. Arduino non ha forze sufficienti per
accorrere in aiuto al vecchio suocero. La spina milanese gli sta sempre confitta
proprio nel mezzo di quello che dovrebbe essere il suo regno. Forse aveva avuto
ragione nel volerla eliminare ancora prima dei Saraceni, ma il colpo non gli era
riuscito. Strana coincidenza che il primo tentativo di realizzare un regno
italico indipendente abbia avuto il suo primo campione in Piemonte. Otto secoli
pi tardi sar ancora dal Piemonte che partir la scintilla per l'unit
d'Italia. Ma questa volta Milano sar un'alleata decisiva per il buon esito
dell'impresa. Come allora fu altrettanto decisiva la sua opposizione perch
l'impresa fallisse.
Intanto altri importanti avvenimenti stavano maturando in Germania e in Italia.
Enrico II era riuscito a liberare la Boemia e la Moravia dal dominio polacco;
anzi, nel 1013, aveva raggiunto un accordo con lo stesso Boleslao di Polonia che
metteva fine a lunghi anni di dure ostilit. Eccolo quindi pronto per riprendere
in considerazione la situazione italiana. Ma questa volta non dovranno essere
ripetuti gli errori del 1004, di quella spedizione che in definitiva si era
risolta in un fallimento, a parte l'incidente alla gamba.
Arduino era sempre re d'Italia e la marcia verso la corona imperiale aveva
dovuto arrestarsi a Pavia. Essere stato incoronato re dei Romani in una citt
lombarda poteva apparire anche ridicolo. Era a Roma che bisognava andare. E
bisognava andarci non soltanto per cingere la corona imperiale, ma anche perch
nella citt stavano succedendo cose dell'altro mondo. Tutta l'opera per mettere
le mani addosso al papato se ne stava andando in fumo.
Si  visto come il patriziato romano avesse approfittato della lunga assenza di
Enrico II per riprendere il controllo sull'elezione pontificia. Al partito dei
Crescenzi era subentrato quello dei conti di Tuscolo. Tre fratelli con le tre
cariche supreme di Roma. Il minore sul trono pontificio col nome di Benedetto
VIII.
Il partito vinto, quello dei Crescenzi, non si d pace, anche se non c' pi
nessuno della famiglia a rappresentarlo. Dietro queste fazioni si nascondono
sempre vastissimi interessi d'ordine finanziario. Si trova immancabilmente
qualcuno pronto a scendere in campo per difenderli. I Crescenziani pensano e
concludono che il modo migliore per combattere i loro avversari sia quello di
contrapporgli un altro papa. Trovano l'individuo disposto ad accettare la carica
in un certo Gregorio, conosciuto sotto il nome di Gregorio Romano. Che tale
elezione fosse possibile con una certa parvenza di legalit, dimostra che lo
stesso clero era invischiato nelle fazioni fino all'osso, disposto a vendere il
suo voto a chi gli offriva maggiori vantaggi.
Su quello che accadde in seguito a questi avvenimenti, i pareri degli storici
sono, come al solito, discordi. Gli uni accusano Benedetto VIII di aver
praticato apertamente una politica filotedesca, in contrasto con le tradizioni
della sua casa, fino al punto di iniziare trattative con Enrico II, perch
scendsse in Italia a cingere la corona imperiale. E questo lo avrebbe fatto per
assicurarsi un sicuro difensore contro la minaccia dell'antipapa Gregorio. Gli
altri, invece, assicurano che fu l'antipapa, scacciato ignobilmente da Roma, a
recarsi presso il re di Germania per chiedergli protezione, pagandola, si
capisce, con la solita incoronazione. Enrico avrebbe accettato l'offerta
riservandosi poi, in cuor suo, di accordarsi col papa Benedetto, canonicamente
eletto, e abbandonando al suo destino l'antipapa Gregorio.
Qualunque sia la verit, che la colpa sia di Benedetto o di Gregorio, la
conseguenza  una sola. Nel settembre dell'anno 1013, Enrico II muove
personalmente dalla Sassonia e si avvia per la seconda volta verso l'Italia.
Sono nove anni che l'Italia non vede la faccia di un tedesco. Questa volta non 
una calata improvvisa, un colpo a sorpresa. La spedizione viene reclamizzata,
propagandata, gonfiata, secondo le tecniche pi moderne del lancio commerciale
di un prodotto. Ci pensano i suoi fautori alla dovuta preparazione psicologica,
svolta capillarmente presso ogni ceto sociale. Enrico II viene descritto come
l'uomo dell'ordine, colui che riporter la pace dove non c', la giustizia dove
viene apertamente violata, che restituir i diritti e i privilegi ai grandi, che
sollever le sorti dei vassalli minori, che liberer il popolo dalle angherie
dei signorotti e dei vescovi. Una specie di toccasana per tutti i mali, come 
accaduto qualche tempo fa con la scoperta degli antibiotici, che avrebbero
dovuto dare all'umanit la salute perpetua. La spedizione di Enrico II ha gi il
successo garantito ancor prima di essere iniziata. La propaganda e il clima
favorevole che riesce a creare hanno un potere superiore a quello della bomba
atomica e a quello dei mille fanti e dei mille cavalieri di quel tempo.
Arduino ha il merito di rendersi conto della situazione. Non prende nessuna
misura difensiva, non prepara alcuna resistenza. Se ne sta rintanato nei suoi
castelli, fiducioso nella loro solidit. Aveva pur sostenuto un anno di inutile
assedio nella rocca di Sparone e i Tedeschi erano stati costretti ad andarsene e
a lasciarlo in pace. Si dice pure che, in un momento di estremo sconforto,
Arduino inviasse una sua delegazione al re di Germania, dichiarandosi disposto a
rinunciare ad ogni pretesa sulla corona italica e a rendergli il richiesto
omaggio feudale, in cambio della conservazione della sua signoria sulla Marca
d'Ivrea.
Enrico II non volle neppure ricevere la delegazione. Il problema arduinico non
lo interessava affatto. Il suo obbiettivo era Roma. Partito, dunque, il 21
settembre del 1013 dalla Sassonia, giunge a Pavia nel dicembre dello stesso anno
e ivi celebra le feste natalizie. Per l'occasione i suoi amanuensi sono
impegnati in un duro lavoro per il rilascio di diplomi. Fra i primi beneficiati
i vescovi di Vercelli, di Novara e di Como. Quest'ultimo  ormai uno specialista
nei voltafaccia, un vero Girella del secolo undicesimo. Imperiale prima, con
Arduino poi, ritorna alla casa di Sassonia quando si accorge che dalla parte
opposta non vi  pi nulla da mungere. E riesce a gabbarli tutti.
Da Pavia Enrico procede per Ravenna. Quivi, in accordo con l'arcivescovo; d
disposizioni per un miglior ordinamento della chiesa e stabilisce alcune norme
sulle ordinazioni ecclesiastiche. Questi atti, oltre a riconfermare l'ingerenza
imperiale negli affari della Chiesa, corrispondevano alle nascenti necessit di
riforma che andavano maturando nel seno stesso della parte sana del clero da
oltre mezzo secolo. Era la prima volta che si tentava di porre rimedio a quegli
scandali che uomini come Raterio e Attone avevano denunziato molto tempo prima.
Vi era chi, giunto nudo alla chiesa, aveva ricordato Attone, si serviva dei beni
di essa per arricchirsi, e Raterio aveva spiegato che tali beni venivano usati
per trovare mariti alle figlie e spose ai figli dei preti.
Enrico II giunge a Roma e, il 14 febbraio del 1014, riceve la corona imperiale
dal papa Benedetto VIII. Arnolfo di Milano lo segue nel suo viaggio come un cane
fedele. In fondo il trionfo di Enrico  pure il suo trionfo. Ha visto giusto
nell'opporsi ad Arduino, il quale non d pi alcun segno di vita.
Ma oltre ai fedelissimi che accompagnano Enrico in Roma, come Arnolfo, ci sono
pure degli elementi ambigui che della fedelt non sanno che farsene. Fra questi
i tre figli di Oberto II: Azzo Adalberto, progenitore degli Estensi, Oberto IV,
progenitore dei Malaspina e buon ultimo Ugo. Ora, essendo Berta, loro sorella,
sposa del marchese d'Ivrea, si trovano ad essere cognati di Arduino. Come hanno
potuto essere ammessi nel seguito, data una cos compromettente parentela? La
spiegazione bisogna cercarla nel tradimento di Verona, durante il quale,
ribellatisi all'autorit paterna, erano passati dalla parte di Enrico. Il loro
gesto era servito a mettere in regola le loro carte, ma non le loro coscienze.
A Roma si rendono immediatamente conto che l'entusiasmo della popolazione 
forzato, che il partito dei Crescenzi  pi forte che mai, che gli stessi conti
di Tuscolo desiderano che il nuovo imperatore se ne vada via al pi presto. Non
sarebbe il caso di trattare con tutti questi malcontenti e impadronirsi di
Enrico, sopprimere con lui i suoi seguaci e riabilitarsi cos anche davanti agli
occhi del cognato? Arduino potrebbe non solo essere, con questa azione,
riconfermato re d'Italia, ma aspirare addirittura alla corona imperiale. Otto
giorni durano le trattative tra i figli di Oberto II e i nipoti del patrizio
Crescenzio che sono padroni di Castel Sant'Angelo. Al nono giorno, scrive lo
storico Ditmaro che aveva seguito Enrico, la zuffa s'appicc vigorosa tra i
romani e gl'imperiali e molto sangue fu sulle prime sparso. Da ultimo la notte
separ i combattenti.
Benedetti Baudi di Vesme nel suo scritto Studi eporediesi (Pinerolo, 1900) dice
che ben altre furono le cause del fallimento dell'impresa. Nella battaglia
ingaggiata sul ponte che conduce alla fortezza, gli Obertenghi trovarono una
resistenza superiore alle loro aspettative. Era stato in previsione anche di
questo che si era scelto come luogo d'inizio dei combattimenti le vicinanze del
Castello, al fine di ottenerne l'eventuale appoggio. Ma le porte della fortezza
rimasero misteriosamente chiuse. Non un solo uomo usc in aiuto dei rivoltosi.
Perci fu il tumulto attutito e compresso perch i due principi romani, progenie
indegna dell'animoso Crescenzio, falsarono la fede ai figli di Oberto, vilmente
abbandonandoli nel bollore della zuffa.
Dei tre obertenghi uno si salv con la fuga, ma gli altri due furono condotti
prigionieri in Germania dove rimasero lunghi anni insieme a molti altri. Furono
proprio questi ostaggi che diedero origine alla leggenda sulla nascita della
setta degli Umiliati, che fior in Lombardia qualche tempo dopo; una setta di
tipo ereticale, di contestatori, per definirla con un vocabolo attuale. Si dice
che Enrico II si facesse condurre alla sua presenza questo stuolo di arduinici
che la lunga prigionia aveva ridotto in condizioni veramente pietose. Il re,
mosso a compassione, avrebbe esclamato: Ecco che vi vedo finalmente umiliati. E
li avrebbe lasciati liberi sul momento. Evidentemente il racconto esprime lo
stato d'animo di quei milites lombardi che avevano visto crollare il sogno di un
regno italico (del quale essi sarebbero stati magna pars) con un re italiano.
(Storia di Milano).
Il Di Vesme arguisce poi che la sommossa romana si riannodasse ad un pi vasto
piano che avrebbe previsto l'attacco frontale nell'Italia settentrionale contro
le truppe fuggiasche di Enrico, tagliando loro ogni via di scampo verso le Alpi.
Ma le notizie giunte da Roma sconsigliarono i feudatari dell'Alta Italia di
muovere ostilit contro Enrico, anzi li convinsero a mostrarsi ancora pi devoti
e sottomessi. E tali si dimostrarono in Pavia, dove l'imperatore celebr la
Pasqua del 1014.
Invano Oberto II implor piet per i suoi due figli, invano cerc di attaccare
l'esercito tedesco che risaliva la valle dell'Adige nella speranza di riuscire a
liberarli. Che ci fosse stata battaglia sulla via del ritorno ce lo conferma
sempre Ditmaro quando scrive che Enrico II riusc a superare le Alpi con gloria.
Non si era trattato dunque di una semplice passeggiata di trasferimento.
Questo  l'elenco dei grandi che Enrico II mise al bando dell'impero per aver
appoggiato la causa di Arduino: il conte Uberto Rufo di Vercelli, il conte
Riccardo dell'Ossola, Guiberto conte di Pombia, Berengario ed Ugo figli di
Sigifredo conte di Piacenza, Guiberto e Sigiberto figli di Alberto dei Visconti
di Parma ed infine Oberto II, suocero di Arduino e signore anche di Verona, che
aveva fatto l'impossibile per salvare quei figli che lo avevano un giorno
tradito. Ma non furono le sole vittime di Enrico II, perch tra queste sono da
annoverarsi numerosi milites vercellesi ed altre persone di cui la storia non ci
ha conservato il nome.
Arduino riceve nei suoi castelli il suocero Oberto, riceve la visita di molte
altre vittime dell'imperatore tedesco e si sente responsabile delle loro
disgrazie. Questi signori, in fondo, si sono rovinati per colpa sua, per servire
lui, per avergli dimostrato la loro solidariet per una causa gi perduta in
partenza. Sono questi rimorsi, che si accompagnano alla visione dei vinti a
suscitare in Arduino una crisi di collera che non conosce limiti o ritegni.
Enrico ha ormai valicato il Brennero. Non ci sono truppe imperiali da
affrontare, ma soltanto da punire i traditori pi sfacciati. In primo luogo i
vescovi. Sono costoro che lo hanno sempre giocato, osteggiato, vilipeso,
ricorrendo per di pi alle armi straniere. E' su loro invito che i diversi re
tedeschi sono scesi in Italia e l'han fatta da padroni. E si comincia da costoro
senza pi lasciarsi vincere dalla piet o da freddi calcoli politici.
La prima vittima designata  Leone di Vercelli. La citt viene devastata ed
arsa. Il vescovo si salva a stento con la fuga, perch Arduino sarebbe stato
dispostissimo a strozzarlo con le proprie mani, se gli fosse capitato di
prenderlo.
La seconda vittima  il vescovo Pietro di Novara. I ricordi infantili di Arduino
si fanno vivi e brucianti. Lo storico Arnolfo minore da Milano descrive la
distruzione della citt e la devastazione delle campagne circostanti. La furia
di Arduino non si limita a demolire le case, i castelli, le chiese ma si scaglia
contro le piantagioni, gli alberi, le vigne. Una specie di nuovo Attila: dove
passa lui non deve pi crescere neppure un filo d'erba. E fa inseguire il
vescovo fuggiasco, perch lo vuole vivo o morto nelle sue mani. Ma Pietro riesce
a salvarsi, sopportando, sempre a detta dello storico milanese, stenti, fatiche
e umiliazioni inenarrabili.
La terza vittima  il vescovo di Como, il quale, dopo tutti i suoi voltafaccia,
si merita un esemplare castigo. E' vero che anche costui riesce a mettersi in
salvo con la fuga, ma  la citt di Como che ne fa le spese. E' messa a sacco e
semidistrutta. Le bande che seguono Arduino cominciano a provare il gusto di far
la guerra sul serio. Predare, devastare, violentare le donne dei vinti non  una
prerogativa delle guerre barbariche di un tempo. In questo campo non c' stato
progresso.
Poi tocca al vescovo di Brescia. Avutolo nelle mani, dice il Violini, lo afferra
per i capelli, lo getta a terra e lo calpesta; giunto un altro alla sua
presenza, lo schiaffeggia e lo minaccia di morte; cosicch il povero pastore di
Vicenza, per timore di peggio, dichiara di aderire al partito di Arduino. Solo
Milano  evitata con cura. Le altre citt, che si sono dimostrate apertamente
enriciane, sono invase dal terrore. Messi cavalcano a spron battuto verso la
Germania invocando l'aiuto dell'imperatore. Enrico promette un sollecito
ritorno; avrebbe annientato Arduino, suppliziato i suoi fautori, distrutto i
loro castelli e confiscati i loro feudi. Ma intanto non si muove. Pare proprio
che l'ora del trionfo di Arduino sia imminente. Forse per questo, per impedirgli
di vincere, i suoi amici lo abbandonano.
Arduino non deve sopportare soltanto il peso dei tradimenti e delle accuse pi
feroci che gli vengono lanciate da ogni parte. E' colpito dalla cattiva sorte
anche nei suoi affetti familiari. Gli muore la consorte Berta e il figlio
prediletto Ardicino, che gli era sempre rimasto accanto nell'avversa come nella
buona fortuna. Ne aveva condiviso le fatiche e soprattutto le idee.
Ed ecco che improvvisamente, quasi per un miracolo, il furore di Arduino si
placa. Nessuno sa rendersi conto della crisi che colpisce questa tempra di
ribelle indomito, che lo convince a desistere dalla lotta, a deporre le insegne
regie, a slacciarsi dal fianco la spada e a bussare alla porta dell'abbazia di
Fruttuaria. Siamo nel settembre del 1014. La notizia  una sorpresa per amici e
avversari. Si diffonde con la rapidit del baleno sia in Italia che in Germania.
Arduino non  pi nessuno. E' scomparso sotto il saio monacale che ricopre i
suoi dolori fisici e morali. Riconciliato con gli uomini e con Dio. Lo stesso
Enrico che, in seguito all'insperata notizia, si affretta a scendere in Italia
per la terza volta senza essere costretto a prendere eccezionali misure
militari, si dimostra magnanimo verso i seguaci di Arduino. Arriva persino a
confermare Ottone, secondogenito di Arduino, quale marchese d'Ivrea. Una
condotta cos benevola, dopo le minacce proferite, non poteva fare a meno di
acquistargli simpatie un po' dovunque. Il partito imperiale ne usciva cos
notevolmente rinforzato.
Arduino riesce a sopportare i suoi dolori fisici e le privazioni della clausura
fino al 15 dicembre dell'anno 1015, giorno della sua morte. Una morte oscura,
silenziosa, ignorata, quasi ignominiosa, come si conveniva ad un eroe che
avrebbe dovuto, pi tardi, rinascere a nuova vita attraverso le leggende che
fiorirono intorno alla sua figura.
Il Canavese  ancora oggi il regno di Arduino. Persone umili del popolo ne
indicano i castelli, le rocche, i ricordi pi vistosi e pi nascosti. Una
leggenda lo vuole protagonista di un'apparizione della Madonna proprio
nell'abbazia di Fruttuaria. E la chiesa costruita sulle rovine della stessa
abbazia  dedicata all'Assunta.
Sandra Reberschak scrive nel volume Piemonte e Val d'Aosta che la leggenda vuole
che i resti di re Arduino abbian vagato per tre secoli dal piccolo cimitero
dell'abbazia al castello di Agli. Secondo la scrittrice un religioso del
convento, ricordandosi delle scomuniche che avevano colpito Arduino, ne aveva
dissepolte le ossa acciocch non rimanessero in nessuna venerazione.
Un tardo discendente arduinico, il conte San Martino di Agli, le avrebbe
raccolte nel suo castello dove trovarono pace per due secoli. Ma un altro
marchese di Agli, forse ridotto in miseria, vendette il castello ai Savoia
verso la met del secolo scorso dimenticandosi delle ossa di Arduino. Fu allora
la sua gentile sposa, racconta sempre la Reberschak, Cristina di Saluzzo Miolans
che in maniera romanzesca, riusc a trafugare le preziose reliquie nella sua
casa di Masino, localit del comune di Caravino nei pressi del lago di Viverone.
E quivi tuttora riposano racchiuse in un'urna d'oro con sopra la scritta sans
despartir, che, tradotta letteralmente, suona senza dipartirsi. Ma nell'animo
della gentile marchesa il significato era quello di aver potuto donare ai resti
dello sfortunato re un luogo di riposo definitivo, che pi nessuno avrebbe osato
turbare.
Pur nelle complesse vicende che hanno travagliato la vita di Arduino, in cui si
alternano vittorie e sconfitte, violenze e atti di giustizia, gesti regali e
piraterie, rimane ben fermo un punto che torna tutto a suo vantaggio: egli non
cerc mai, per la realizzazione dei suoi piani, l'aiuto straniero. E ne avrebbe
avuto tutte le possibilit e in tutte le occasioni, almeno per tentare. Ma non
lo fece, convinto che, nel caso di un successo, si sarebbe trattato soltanto di
cambiar padrone.
Otto secoli e mezzo dopo, Vittorio Emanuele II sar costretto a farlo,
ricorrendo alle armi della Francia, a quelle della Germania e alla compiacenza
dell'Inghilterra. Sfrutter abilmente la rivalit delle diverse potenze europee
per compiere l'unit d'Italia. Ma otto secoli e mezzo di storia mutano molte
cose. Non ultima in ordine d'importanza questa: la potenza politica della Chiesa
e quindi del papato aveva cessato di esistere. Non era pi il caso di sbranarsi
a vicenda per arrivare in San Pietro a cingervi la corona imperiale.

FINE.

