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. Vita di Giovambattista Vico scritta da se medesimo.
. (1725-28).


Il signor Giambattista Vico egli  nato in Napoli l'anno 1670 da onesti parenti, i quali lasciarono assai buona fama di s. Il padre fu di umore allegro, la madre di tempra assai malinconica; e cos entrambi concorsero alla naturalezza di questo lor figliuolo. Imperciocch, fanciullo, egli fu spiritosissimo e impaziente di riposo; ma in et di sette anni, essendo col capo in gi piombato da alto fuori d'una scala nel piano, onde rimase ben cinque ore senza moto e privo di senso, e fiaccatagli la parte destra del cranio senza rompersi la cotenna, quindi dalla frattura cagionatogli uno sformato tumore, per gli cui molti e profondi tagli il fanciullo si dissangu; talch il cerusico, osservato rotto il cranio e considerando il lungo sfinimento, ne fe'tal presagio: che egli o ne morrebbe o arebbe sopravvivuto stolido. Per il giudizio in niuna delle due parti, la Dio merc, si avver; ma dal guarito malore provenne che indi in poi e'crescesse di una natura malinconica ed acre, qual dee essere degli uomini ingegnosi e profondi, che per l'ingegno balenino in acutezze, per la riflessione non si dilettino dell'arguzie e del falso.
Quindi, dopo lunga convalescenza di ben tre anni, restituitosi alla scuola della gramatica, perch egli speditamente eseguiva in casa ci se gl'imponeva dal maestro, tale speditezza credendo il padre che fusse negligenza, un giorno domand al maestro se 'l suo figliuolo facesse i doveri di buon discepolo; e, colui affermandoglielo, il prieg che raddoppiasse a lui le fatiche. Ma il maestro scusandosene perch il doveva regolare alla misura degli altri suoi condiscepoli, n poteva ordinare una classe di un solo e l'altra era molto superiore, allora, essendo a tal ragionamento presente il fanciullo, con grande animo prieg il maestro che permettesse a lui di passare alla superior classe, perch esso arebbe da s supplito a ci che gli restava in mezzo da impararsi. Il maestro, pi per isperimentare ci che potesse un ingegno fanciullesco che avesse da riuscire in fatti, glielo permise, e con sua meraviglia speriment tra pochi giorni un fanciullo maestro di se medesimo.
Mancato a lui questo primo, fu menato ad altro maestro, appo 'l quale si trattenne poco tempo, perch il padre fu consigliato mandarlo da'padri gesuiti, da'quali fu ricevuto nella loro seconda scuola. Il cui maestro, avendolo osservato di buon ingegno, il diede avversario successivamente a'tre pi valorosi de'suoi scolari, de'quali egli, con le "diligenze" che essi padri dicono, o sieno straordinarie fatiche scolastiche, uno avvil, un altro fe'cadere infermo per emularlo, il terzo, perch ben visto dalla Compagnia, innanzi di leggersi la "lista" che essi dicono, per privilegio d'"approfittato" fu fatto passare alla prima scuola. Di che, come di un'offesa fatta a essolui, il Giambattista risentito, e intendendo che nel secondo semestre si aveva a ripetere il gi fatto nel primo, egli si usc da quella scuola e, chiusosi in casa, da s apprese sull'Alvarez ci che rimaneva da'padri a insegnarsi nella scuola prima e in quella dell'umanit, e pass l'ottobre seguente a studiare la logica. Nel qual tempo, essendo di est, egli si poneva al tavolino la sera, e la buona madre, risvegliatasi dal primo sonno e per piet comandandogli che andasse a dormire, pi volte il ritruov aver lui studiato infino al giorno. Lo che era segno che, avvanzandosi in et tra gli studi delle lettere, egli aveva fortemente a diffendere la sua stima da letterato.
Ebbe egli in sorte per maestro il padre Antonio del Balzo gesuita, filosofo nominale; ed avendo nelle scuole udito che un buon sommolista fosse valente filosofo e che 'l migliore che di sommole avesse scritto fosse Pietro ispano, egli si diede fortemente a studiarlo. Indi, fatto accorto dal suo maestro che Paolo veneto era il pi acuto di tutti i sommolisti, prese anche quello per profittarvi; ma l'ingegno, ancor debole da reggere a quella spezie di logica crisippea, poco manc che non vi si perdesse, onde con suo gran cordoglio il dovette abbandonare. Da s fatta disperazione (tanto egli  pericoloso dare a'giovani a studiar scienze che sono sopra la lor et!) fatto disertore degli studi, ne divag un anno e mezzo. Non fingerassi qui ci che astutamente finse Renato Delle Carte d'intorno al metodo de'suoi studi, per porre solamente su la sua filosofia e mattematica ed atterrare tutti gli altri studi che compiono la divina ed umana erudizione; ma, con ingenuit dovuta da istorico, si narrer fil filo e con ischiettezza la serie di tutti gli studi del Vico, perch si conoscano le propie e naturali cagioni della sua tale e non altra riuscita di litterato.
Errando egli cos fuori del dritto corso di una ben regolata prima giovanezza, come un generoso cavallo e molto e bene esercitato in guerra e lunga pezza poi lasciato in sua bala a pascolare per le campagne, se egli avviene che oda una tromba guerriera, riscuotendosi in lui il militare appetito gestisce d'esser montato dal cavaliere e menato nella battaglia; cos il Vico, nell'occasione di una celebre accademia degl'Infuriati, restituita a capo di moltissimi anni in San Lorenzo, dove valenti letterati uomini erano accomunati co'principali avvocati, senatori e nobili della citt, egli dal suo genio fu scosso a riprendere l'abbandonato cammino, e si rimise in istrada. Questo bellissimo frutto rendono alle citt le luminose accademie, perch i giovani, la cui et per lo buon sangue e per la poca sperienza  tutta fiducia e piena di alte speranze, s'infiammino a studiare per la via della lode e della gloria, affinch poi, venendo l'et del senno e che cura le utilit, esse le si proccurino per valore e per merito onestamente. Cos il Vico si ricevette di bel nuovo alla filosofia sotto il padre Giuseppe Ricci, pur gesuita, uomo di acutissimo ingegno, scotista di setta ma zenonista nel fondo, da cui egli sentiva molto piacere nell'intendere che le "sostanze astratte" avevano pi di realit che i "modi" del Balzo nominale; il che era presagio che egli a suo tempo si avesse a dilettare pi di tutt'altre della platonica filosofia, alla quale delle scolastiche niuna pi s'avvicina che la scotistica, e che egli poi avesse a ragionare, con altri sentimenti che con gli alterati di Aristotile, i "punti" di Zenone, come egli ha fatto nella sua " Metafisica" . Ma, ad esso lui sembrando il Ricci troppo essersi trattenuto nella spiegazione dell'ente e della sostanza per quanto si distingue per gli gradi metafisici, perch egli era avido di nuove cognizioni; ed avendo udito che 'l padre Suarez nella sua " Metafisica"  ragionava di tutto lo scibile in filosofia con una maniera eminente, come a metafisico si conviene, e con uno stile sommamente chiaro e facile, come infatti egli vi spicca con una incomparabil facondia; lasci la scuola con miglior uso che l'altra volta, e si chiuse un anno in casa a studiare sul Suarez.
Frattanto una sola volta egli si port nella regia universit degli studi, e dal suo buon genio fu menato entro la scuola di don Felice Aquadies, valoroso lettor primario di leggi, sul punto che egli dava a'suoi discepoli tal giudizio di Ermanno Vulteio: che questi fosse il migliore di quanti mai scrissero sulle instituzioni civili; la qual parola, riposta dal Vico in memoria, fu una delle principali cagioni di tutto il miglior ordine de'suoi studi e di quello vi profitt. Perch, applicato poi dal padre agli studi legali, tra per la vicinanza e molto pi per la celebrit del lettore, fu mandato da don Francesco Verde - appo il quale trattenutosi due soli mesi in lezioni tutte ripiene di casi della pratica pi minuta dell'uno e dell'altro fro e de'quali il giovanetto non vedeva i princpi, siccome quello che dalla metafisica aveva gi incominciato a formare la mente universale e ragionar de'particolari per assiomi o sien massime, - disse al padre che esso non voleva andarvi pi ad imparare, perch dal Verde esso sentiva di nulla apprendere; e, facendo allora uso del detto dell'Aquadies, il prieg che chiedesse in prestanza una copia di Ermanno Vulteio ad un dottor di leggi per nome Nicol Maria Gianattasio, oscuro ne'tribunali ma assai dotto di buona giurisprudenza, il quale con lunga e molta diligenza aveva raccolta una libreria di libri legali eruditi preziosissima, perch sopra di tale auttore esso da s studierebbe l'instituzioni civili. Di che il padre, ingombro dalla volgar fama e grande del lettor Verde, forte maravigliossi: ma, perch egli era assai discreto, volle in ci compiacere al figliuolo, ed al Nicol Maria gliele domand, al quale il padre - mentre il figliuolo il richiedeva del Vulteio, che era di assai difficile incetta in Napoli, - siccome quello che era libraio, si ricord avergliene tempo indietro dato uno. Il Nicol Maria volendo sapere dal figliuolo medesimo la cagione della richiesta, questi dicendogliela - che sulle lezioni del Verde esso non faceva altro che esercitar la memoria, e l'intelletto penava di starvi a spasso, - al buon uomo e savio di tai cose piacque tanto il giudizio o pi tosto senso dritto non punto giovanile del giovanetto, che, facendo perci al padre certo presagio della buona riuscita del figliuolo, non che imprest, dongli non solo il Vulteio, ma anche l'" Instituzioni canoniche"  di Errigo Canisio, perch questi a esso Nicol Maria sembrava il migliore che l'avesse scritte tra'canonisti. E s il ben detto dell'Aquadies e 'l ben fatto di Nicol Maria avviarono il Vico per le buone strade dell'una e dell'altra ragione.
Or, nel rincontrare particolarmente i luoghi della civile, egli sentiva un sommo piacere in due cose: una in riflettere nelle somme delle leggi dagli acuti interpetri astratti in massime generali di giusto i particolari motivi dell'equit ch'avevano i giureconsulti e gl'imperadori avvertiti per la giustizia delle cause: la qual cosa l'affezion agl'interpetri antichi che poi avvert e giudic essere i filosofi dell'equit naturale; l'altra in osservare con quanta diligenza i giureconsulti medesimi esaminavano le parole delle leggi, de'decreti del senato e degli editti de'pretori che interpetrano: la qual cosa il concili agl'interpetri eruditi, che poi avvert ed estim essere puri storici del dritto civile romano. Ed entrambi questi due piaceri erano altrettanti segni, l'uno di tutto lo studio che aveva egli da porre all'indagamento de'princpi del dritto universale, l'altro del profitto che egli aveva a fare nella lingua latina, particolarmente negli usi della giurisprudenza romana, la cui pi difficil parte  il saper diffinire i nomi di legge.
Studiato che egli ebbe le une ed altre instituzioni sopra i testi della ragione cos civile come canonica, nulla curando queste che si dicon "materie" da insegnarsi dentro il cinquennio dell'erudizione legale, volle applicarsi ai tribunali; e dal signor don Carlo Antonio de Rosa, senatore di somma probit e protettor di sua casa, fu condotto ad apprendere la pratica del fro dal signor Fabrizio del Vecchio, avvocato onestissimo, che poi vecchio mor dentro una somma povert. E, per fargli apprender meglio la tela giudiziaria, port la sorte che poco dipoi fu mossa lite a suo padre nel Sacro Consiglio, commessa al signor don Geronimo Acquaviva, la quale egli in et di sedici anni da s la condusse e poi la difese in ruota, con l'assistenza di esso signor Fabrizio del Vecchio, con riportarne la vittoria. La quale dopo aver ragionata, ne merit lode dal signor Pier Antonio Ciavarri, dottissimo giureconsulto, consigliere di quella ruota, e nell'uscire ne riport gli abbracci dal signor Francesco Antonio Aquilante, vecchio avvocato di quel tribunale, che gli era stato avversario.
Ma quindi, come da assai molti simili argomenti, si pu facilmente intendere che uomini in altre parti del sapere ben avviati, in altre si raggirino in miserevoli errori per difetto che non sono guidati e condotti da una sapienza intiera e che si corrisponda in tutte le parti. Imperciocch egli, gi di mente metafisica, tutto il cui lavoro  intendere il vero per generi e, con esatte divisioni condotte fil filo per le spezie de'generi, ravvisarlo nelle sue ultime differenze, spampinava nelle maniere pi corrotte del poetare moderno, che con altro non diletta che coi trascorsi e col falso. Nella qual maniera pi fu confermato da ci: che, dal padre Giacomo Lubrano (gesuita d'infinita erudizione e credito a que'tempi nell'eloquenza sacra, quasi da per tutto corrotta) portatosi il Vico un giorno per riportarne giudizio se esso aveva profittato in poesia, li sottopose all'emenda una sua canzone sopra la rosa, la quale s piacque al padre, per altro generoso e gentile, che, in et grave d'anni ed in somma riputazione salito di grande orator sacro, ad un giovanetto che non mai aveva inanzi veduto non ebbe ritegno di recitare vicendevolmente un suo idillio fatto sopra lo stesso soggetto. Ma il Vico aveva appreso una tal sorta di poesia per un esercizio d'ingegno in opere d'argutezza, la quale unicamente diletta col falso, messo in comparsa stravagante che sorprenda la dritta espettazione degli uditori: onde, come farebbe dispiacenza alle gravi e severe, cos cagiona diletto alle menti ancor deboli giovanili. Ed in vero s fatto errore potrebbe dirsi divertimento poco meno che necessario per gl'ingegni de'giovani, assottigliati di troppo e irrigiditi nello studio delle metafisiche, quando dee l'ingegno dare in trascorsi per l'infocato vigor dell'et perch non si assideri e si dissecchi affatto, e con la molta severit del giudizio, propia dell'et matura, procurata innanzi tempo, non ardisca appresso mai di far nulla.
Andava egli frattanto a perdere la dilicata complessione in mal d'etica, ed eran a lui in troppe angustie ridotte le famigliari fortune, ed aveva un ardente desiderio di ozio per seguitare i suoi studi, e l'animo abborriva grandemente dallo strepito del fro, quando port la buona occasione che, dentro una libreria, monsignor Geronimo Rocca vescovo d'Ischia, giureconsulto chiarissimo, come le sue opere il dimostrano, ebbe con essolui un ragionamento d'intorno al buon metodo d'insegnare la giurisprudenza. Di che il monsignore rest cos soddisfatto che il tent a volerla andare ad insegnare a'suoi nipoti in un castello del Cilento di bellissimo sito e di perfettissima aria, il quale era in signoria di un suo fratello, signor don Domenico Rocca (che poi speriment gentilissimo suo mecenate e che si dilettava parimente della stessa maniera di poesia), perch l'arebbe dello in tutto pari a'suoi figliuoli trattato (come poi in effetto il tratt), ed ivi dalla buon'aria del paese sarebbe restituito in salute ed arebbe tutto l'agio di studiare.
Cos egli avvenne, perch quivi avendo dimorato ben nove anni, fece il maggior corso degli studi suoi, profondando in quello delle leggi e de'canoni, al quale il portava la sua obbligazione. E in grazia della ragion canonica inoltratosi a studiar de'dogmi, si ritruov poi nel giusto mezzo della dottrina cattolica d'intorno alla materia della grazia, particolarmente con la lezion del Ricardo, teologo sorbonico (che per fortuna si aveva seco portato dalla libreria di suo padre), il quale con un metodo geometrico fa vedere la dottrina di sant'Agostino posta in mezzo, come a due estremi, tra la calvinistica e la pelagiana e alle altre sentenze che o all'una di queste due o all'altra si avvicinano. La qual disposizione riusc a lui efficace a meditar poi un principio di dritto natural delle genti, il quale e fosse comodo a spiegare le origini del dritto romano ed ogni altro civile gentilesco per quel che riguarda la storia, e fosse conforme alla sana dottrina della grazia per quel che ne riguarda la morale filosofia. Nel medesimo tempo Lorenzo Valla, con l'occasione che da quello sono ripresi in latina eleganza i romani giureconsulti, il guid a coltivare lo studio della lingua latina, dandovi incominciamento dalle opere di Cicerone.
Ma, vivendo egli ancora pregiudicato nel poetare, felicemente gli avvenne che in una libreria de'padri minori osservanti di quel castello si prese tra le mani un libro, nel cui fine era una critica, non ben si ricorda, o apologia di un epigramma di un valentuomo, canonico di ordine, Massa cognominato, dove si ragionava dei numeri poetici maravigliosi, spezialmente osservati in Virgilio; e fu sorpreso da tanta ammirazione che s'invogli di studiare sui poeti latini, da quel principe facendo capo. Quindi, cominciandogli a dispiacere la sua maniera di poetar moderna, si rivolse a coltivare la favella toscana sopra i di lei prncipi, Boccaccio nella prosa, Dante e Petrarca nel verso; e per vicende di giornate studiava Cicerone o Virgilio overo Orazio, appetto il primo di Boccaccio, il secondo di Dante, il terzo di Petrarca, su questa curiosit di vederne con integrit di giudizio le differenze. E ne apprese di quanto in tutti e tre la latina favella avvanzava l'italiana, leggendo sempre i pi colti scrittori con questo ordine tre volte: la prima per comprenderne l'unit dei componimenti, la seconda per veder gli attacchi e 'l sguito delle cose, la terza, pi partitamente, per raccrne le belle forme del concepire e dello spiegarsi, le quali esso notava sui libri stessi, non portava in luoghi comuni o frasari; la qual pratica stimava condurre assai per bene usarle ai bisogni, ove le si ricordava n luoghi loro: che  l'unica ragione del ben concepire e del bene spiegarsi.
Quindi, leggendo nell'" Arte"  d'Orazio che la suppellettile pi doviziosa della poesia ella si proccura con la lezion de'morali filosofi, seriosamente applic alla morale degli antichi greci, dandovi principio da quella di Aristotile, di cui pi soventi fiate su vari princpi d'instituzioni civili ne aveva letto riferirsi le auttorit. E in s fatto studio avvert che la giurisprudenza romana era un'arte di equit insegnata con innumerabili minuti precetti di giusto naturale, indagati da'giureconsulti dentro le ragioni delle leggi e la volont de'legislatori; ma la scienza del giusto che insegnano i morali filosofi, ella procede da poche verit eterne, dettate in metafisica da una giustizia ideale, che nel lavoro delle citt tien luogo d'architetta e comanda alle due giustizie particolari, commutativa e distributiva, come a due fabre divine che misurino le utilit con due misure eterne, aritmetica e geometrica, s come quelle che sono due proporzioni in mattematica dimostrate. Onde cominci a conoscere quanto meno della met si apprenda la disciplina legale con questo metodo di studi comunal che si osserva. Perci si dovette esso di nuovo portare alla metafisica; ma, non soccorrendolo in ci quella d'Aristotile, che aveva appresa nel Suarez, n sapendone veder la cagione, guidato dalla sola fama che Platone era il principe de'divini filosofi, si condusse a studiarla da essolui; e, molto dipoi che vi aveva profittato, intese la cagione perch la metafisica d'Aristotile non lo aveva soccorso per gli studi della morale, siccome di nulla soccorse ad Averroe, il cui " Comento"  non fe'pi umani e civili gli arabi di quello che erano stati innanzi. Perch la metafisica d'Aristotile conduce a un principio fisico, il quale  materia dalla quale si educono le forme particolari e, s, fa Iddio un vasellaio che lavori le cose fuori di s. Ma la metafisica di Platone conduce a un principio fisico, che  la idea eterna che da s educe e crea la materia medesima, come uno spirito seminale che esso stesso si formi l'uovo: in conformit di questa metafisica, fonda una morale sopra una virt o giustizia ideale o sia architetta, in conseguenza della quale si diede a meditare una ideale repubblica, alla quale diede con le sue leggi un dritto pur ideale. Tanto che da quel tempo che il Vico non si sent soddisfatto della metafisica d'Aristotile per bene intendere la morale e si speriment addottrinare da quella di Platone, incominci in lui, senz'avvertirlo, a destarsi il pensiero di meditare un diritto ideale eterno che celebrassesi in una citt universale nell'idea o disegno della providenza, sopra la quale idea son poi fondate tutte le repubbliche di tutti i tempi, di tutte le nazioni: che era quella repubblica ideale che, in conseguenza della sua metafisica, doveva meditar Platone, ma, per l'ignoranza del primo uom caduto, nol pot fare.
Ad un medesimo tempo le opere filosofiche di Cicerone, di Aristotile e di Platone, tutte lavorate in ordine a ben regolare l'uomo nella civile societ, fecero che egli nulla o assai poco si dilettasse della morale cos degli stoici come degli epicurei, siccome quelle che entrambe sono una morale di solitari: degli epicurei, perch di sfaccendati chiusi ne'loro orticelli, degli stoici, perch di meditanti che studiavano non sentir passione. E 'l salto, che egli aveva dapprima fatto dalla logica alla metafisica, fece che 'l Vico poco poi curasse la fisica d'Aristotile, di Epicuro ed ultimamente di Renato Delle Carte; onde si ritrov disposto a compiacersi della fisica timaica seguita da Platone, la quale vuole il mondo fatto di numeri, e ad esser rattenuto di disprezzare la fisica stoica, che vuole il mondo costar di punti, tralle quali due non  nulla di vario in sostanza, come poi si applic a ristabilirla nel libro " De antiquissima italorum sapientia" ; e finalmente a non ricevere n per gioco n con seriet le fisiche meccaniche di Epicuro come di Renato, che sono entrambe di falsa posizione.
Per, osservando il Vico cos da Aristotile come da Platone usarsi assai sovente pruove mattematiche per dimostrare le cose che ragionano essi in filosofia, egli in ci si vide difettoso a poter bene intendergli; onde volle applicarsi alla geometria e inoltrarsi fino alla quinta proposizione di Euclide. E, riflettendo che in quella dimostrazione si conteneva insomma una congruenza di triangoli esaminata partitamente per ciascun lato ed angolo di triangolo, che si dimostra con egual distesa combaciarsi con ciascun lato ed angolo dell'altro, pruovava in se stesso cosa pi facile l'intendere quelle minute verit tutte insieme, come in un genere metafisico, di quelle particolari quantit geometriche. E a suo costo speriment che alle menti gi dalla metafisica fatte universali non riesce agevole quello studio propio degli ingegni minuti, e lasci di seguitarlo, siccome quello che poneva in ceppi ed angustie la sua mente gi avezza col molto studio di metafisica a spaziarsi nell'infinito de'generi; e con la spessa lezione di oratori, di storici e di poeti dilettava l'ingegno di osservare tra lontanissime cose nodi che in qualche ragion comune le stringessero insieme, che sono i bei nastri dell'eloquenza che fanno dilettevoli l'acutezze.
"Talch con ragione gli antichi stimarono studio propio da applicarvisi i fanciulli quello della geometria e la giudicarono una logica propia di quella tenera et, che quanto apprende bene i particolari e sa fil filo disporgli, tanto difficilmente comprende i generi delle cose; ed Aristotile medesimo, quantunque esso dal metodo usato dalla geometria avesse astratto l'arte sillogistica, pur vi conviene ove afferma che a'fanciulli debbano insegnarsi le lingue, l'istorie e la geometria, come materie pi propie da esercitarvi la memoria, la fantasia e l'ingegno. Quindi si pu facilmente intendere con quanto guasto, con che coltura della giovent, oggi da taluni nel metodo di studiare si usano due perniziosissime pratiche. La prima, che a fanciulli appena usciti dalla scuola della gramatica si apre la filosofia sulla logica che si dice "di Arnaldo", tutta ripiena di severissimi giudizi d'intorno a materie riposte di scienze superiori e tutte lontane dal comun senso volgare; con che si vengono a convellere ne'giovinetti quelle doti della mente giovanile, le quali dovrebbero essere regolate e promosse ciascuna da un'arte propia, come la memoria con lo studio delle lingue, la fantasia con la lezione de'poeti, storici ed oratori, l'ingegno con la geometria lineare, che in un certo modo  una pittura la quale invigorisce la memoria col gran numero de'suoi elementi, ingentilisce la fantasia con le sue delicate figure come con tanti disegni descritti con sottilissime linee, e fa spedito l'ingegno in dover correrle tutte, e tra tutte raccoglier quelle che bisognano per dimostrare la grandezza che si domanda; e tutto ci per fruttare, a tempo di maturo giudizio, una sapienza ben parlante, viva ed acuta. Ma, con tai logiche, i giovinetti, trasportati innanzi tempo alla critica, che  tanto dire portati a ben giudicare innanzi di ben apprendere, contro il corso natural dell'idee, che prima apprendono, poi giudicano, finalmente ragionano, ne diviene la giovent arida e secca nello spiegarsi e, senza far mai nulla, vuol giudicar d'ogni cosa. Al contrario, se eglino nell'et dell'ingegno, che  la giovanezza, s'impiegassero nella topica, che  l'arte di ritrovare, che  sol privilegio dell'ingegnosi (come il Vico, fatto accorto da Cicerone, vi s'impieg nella sua), essi apparecchierebbero la materia per poi ben giudicare, poich non si giudica bene se non si  conosciuto il tutto della cosa, e la topica  l'arte in ciascheduna cosa di ritrovare tutto quanto in quella ; e s anderebbono dalla natura stessa i giovani a formarsi e filosofi e ben parlanti. L'altra pratica  che si dnno a'giovanetti gli elementi della scienza delle grandezze col metodo algebraico, il quale assidera tutto il pi rigoglioso delle indoli giovanili, lor accieca la fantasia, spossa la memoria, infingardisce l'ingegno, rallenta l'intendimento, le quali quattro cose sono necessarissime per la coltura della miglior umanit: la prima per la pittura, scoltura, architettura, musica, poesia ed eloquenza; la seconda per l'erudizione delle lingue e dell'istorie; la terza per le invenzioni; la quarta per la prudenza. E cotesta algebra sembra un ritrovato arabico di ridurre i segni naturali delle grandezze a certe cifre a placito, conforme gli arabi i segni de'numeri, che appo i greci e latini furono le loro lettere, le quali appo entrambi, almen le grandi, sono linee geometriche regolari, essi ridussero in dieci minutissime cifre. E s con l'algebra si affligge l'ingegno, perch non vede se non quel solo che li sta innanzi i piedi; sbalordisce la memoria, perch, ritruovato il secondo segno, non bada pi al primo; abbacina la fantasia, perch non immagina affatto nulla; distrugge l'intendimento, perch professa d'indovinare: talch i giovani, che vi hanno speso molto tempo, nell'uso poi della vita civile, con lor sommo rammarico e pentimento, vi si ritruovano meno atti. Onde, perch recasse alcuna utilit e non facesse niuno di s gran danni, l'algebra si dovrebbe apprendere per poco tempo nel fine del corso mattematico ed usarla come facevano i romani de'numeri, che nelle immense somme li descrivevano per punti; cos, dove, per ritrovare le grandezze che si domandano, si avesse a durare una disperata fatica col nostro umano intendimento per la sintetica, allora corressimo all'oracolo dell'analitica. Perch, per quanto appartiene a ben ragionare con questa spezie di metodo, meglio  farne l'abito con l'analitica metafisica, e in ogni quistione si vada a prendere il vero nell'infinito dell'ente, indi per gli generi della sostanza gradatamente si vada rimovendo ci che la cosa non  per tutte le spezie de'generi, finch si giunga all'ultima differenza, che costituisca l'essenza della cosa che si desidera di sapere."
Ora, ricevendoci al proposito - scoverto che egli ebbe tutto l'arcano del metodo geometrico contenersi in ci: di prima diffinire le voci con le quali s'abbia a ragionare; dipoi stabilire alcune massime comuni, nelle quali colui con chi si ragiona vi convenga; finalmente, se bisogna, dimandare discretamente cosa che per natura si possa concedere, affin di poter uscire i ragionamenti, che senza una qualche posizione non verrebbero a capo; e con questi princpi da verit pi semplici dimostrate procedere fil filo alle pi composte, e le composte non affermare se non prima si esaminino partitamente le parti che le compongono, - stim soltanto utile aver conosciuto come procedano ne'loro ragionamenti i geometri, perch, se mai a lui bisognasse alcuna volta quella maniera di ragionare, il sapesse; come poi severamente l'us nell'opera " De universi iuris uno principio" , la quale il signor Giovan Clerico ha giudicato "esser tessuta con uno stretto metodo mattematico", come a suo luogo si narrer.
Or, per sapere ordinatamente i progressi del Vico nelle filosofie, fa qui bisogno ritornare alquanto indietro: che, nel tempo nel quale egli part da Napoli, si era cominciata a coltivare la filosofia d'Epicuro sopra Pier Gassendi, e due anni doppo ebbe novella che la giovent a tutta voga si era data a celebrarla; onde in lui si dest voglia d'intenderla sopra Lucrezio. Nella cui lezione conobbe che Epicuro, perch niegava la mente esser d'altro genere di sostanza che 'l corpo, per difetto di buona metafisica rimasto di mente limitata, dovette porre principio di filosofia il corpo gi formato e diviso in parti moltiformi ultime composte di altre parti, le quali, per difetto di vuoto interspersovi, fnselesi indivisibili: ch' una filosofia da soddisfare le menti corte de'fanciulli e le deboli delle donnicciuole. E quantunque egli non sapesse n meno di geometria, con tutto ci con un buono ordinato sguito di conseguenze vi fabbrica sopra una fisica meccanica, una metafisica tutta del senso, quale sarebbe appunto quella di Giovanni Locke, e una morale del piacere, buona per uomini che debbon vivere in solitudine, come in effetto egli ordin a coloro che professassero la sua setta; e, per fargli il suo merito, con quanto diletto il Vico vedeva spiegarsi da quello le forme della natura corporea, con altrettanto o riso o compatimento il vedeva posto nella dura necessit di dare in mille inezie e sciocchezze per ispiegare le guise come operi la mente umana. Onde questo solo serv a lui di gran motivo di confermarsi vie pi ne'dogmi di Platone, il quale da essa forma della nostra mente umana, senza ipotesi alcuna, stabilisce per principio delle cose tutte l'idea eterna, sulla scienza e coscienza che abbiamo di noi medesimi. Ch nella nostra mente sono certe eterne verit che non possiamo sconoscere o riniegare, e in conseguenza che non sono da noi; ma del rimanente sentiamo in noi una libert di fare, intendendo, tutte le cose che han dipendenza dal corpo, e perci le facciamo in tempo, cio quando vogliamo applicarvi, e tutte in conoscendo le facciamo, e tutte le conteniamo dentro di noi: come le immagini con la fantasia; le reminiscenze con la memoria; con l'appetito le passioni; gli odori, i sapori, i colori, i suoni, i tatti co'sensi; e tutte queste cose le conteniamo dentro di noi. Ma per le verit eterne che non sono da noi e non hanno dipendenza dal corpo nostro, dobbiamo intendere essere principio delle cose tutte una idea eterna tutta scevera da corpo, che nella sua cognizione, ove voglia, crea tutte le cose in tempo e le contiene dentro di s e contenendole, le sostiene. Dal qual principio di filosofia stabilisce, in metafisica, le sostanze astratte aver pi di realit che le corpolente; ne deriva una morale tutta ben disposta per la civilt, onde la scuola di Socrate, e per s e per gli suoi successori, diede i maggiori lumi della Grecia in entrambe le arti della pace e della guerra, e applaudisce alla fisica timaica, cio di Pitagora, che vuole il mondo costar di numeri, che sono in un certo modo pi astratti de'punti metafisici, ne'quali diede Zenone per ispiegarvi sopra le cose della natura, come poi il Vico nella sua " Metafisica"  il dimostra, per quel che appresso se ne dir.
A capo di altro poco tempo seppe egli ch'era salita in pregio la fisica sperimentale, per cui si gridava da per tutto Roberto Boyle; la quale quanto egli giudicava esser profittevole per la medicina e per la spargirica, tanto esso la volle da s lontana, tra perch nulla conferiva alla filosofia dell'uomo e perch si doveva spiegare con maniere barbare, ed egli principalmente attendeva allo studio delle leggi romane, i cui principali fondamenti sono la filosofia degli umani costumi e la scienza della lingua e del governo romano, che unicamente si apprende sui latini scrittori.
Verso il fine della sua solitudine, che ben nove anni dur, ebbe notizia aver oscurato la fama di tutte le passate la fisica di Renato Delle Carte, talch s'infiamm di averne contezza; quando per un grazioso inganno egli ne aveva avute di gi le notizie, perch esso dalla libreria di suo padre tra gli altri libri ne port via seco la " Filosofia naturale"  di Errico Regio, sotto la cui maschera il Cartesio l'aveva incominciata a pubblicare in Utrecht. E dopo il Lucrezio avendo preso il Regio a studiare, filosofo di profession medico, che mostrava non aver altra erudizione che di mattematica, il credette uomo non meno ignaro di metafisica di quello ch'era stato Epicuro, che di mattematica non volle gi mai sapere. Poich egli pone in natura un principio pur di falsa posizione - il corpo gi formato, - che soltanto differisce da quel di Epicuro, che quello ferma la divisibilit del corpo negli atomi, questo fa i suoi tre elementi divisibili all'infinito; quello pone il moto nel vano, questo nel pieno; quello incomincia a formare i suoi infiniti mondi da una casuale declinazion di atomi dal moto allo ingi del propio lor peso e gravit, questo incomincia a formare i suoi indefiniti vortici da un impeto impresso a un pezzo di materia inerte e quindi non divisa ancora, la quale con l'impresso moto la divida in quadrelli, e, impedita dalla sua mole, metta in necessit di sforzarsi a muovere a moto retto, e, non potendo per lo suo pieno, incominci, ne'suoi quadrelli divisa, a muoversi circa il suo centro di ciascun quadrello. Onde, come dalla casuale declinazione de'suoi atomi Epicuro permette il mondo alla discrezione del caso, cos, dalla necessit di sforzarsi al moto retto i primi corpicelli di Renato, al Vico sembrava che tal sistema sarebbe comodo a coloro che soggettano il mondo al fato. E di tal suo giudizio egli si rallegr in tempo appresso, che, ricevutosi in Napoli, e risaputo che la fisica del Regio era di Renato, si erano cominciate a coltivare le " Meditazioni metafisiche"  del medesimo. Perch Renato, ambiziosissimo di gloria, s come - con la sua fisica machinata sopra un disegno simile a quella di Epicuro, fatta comparire la prima volta sulle cattedre di una celebratissima universit di Europa, qual  quella di Utrecht, da un fisico medico - affett farsi celebre tra professori di medicina; cos poi disegn alquante prime linee di metafisica alla maniera di Platone - ove s'industria di stabilire due generi di sostanze, una distesa, altra intelligente, per dimostrare un agente sopra la materia che materia non sia, qual egli  'l "dio" di Platone - per avere un giorno il regno anche tra i chiostri, ne'quali era stata introdotta fin dal secolo undecimo la metafisica d'Aristotile. Ch, quantunque, per quello che questo filosofo vi confer del suo, ella avesse servito innanzi agli empi averroisti, per, essendone la pianta quella di Platone, facilmente la religion cristiana la pieg a'sensi pii del di lui Maestro, onde, come ella resse da principio con la platonica sino all'undecimo secolo, cos indi in poi ha retto con la metafisica aristotelica. E, infatti, sul maggior fervore che si celebrava la fisica cartesiana, il Vico, ricevutosi in Napoli, udillo spesse volte dire dal signor Gregorio Calopreso, gran filosofo renatista, a cui il Vico fu molto caro. Ma, nell'unit delle sue parti, di nulla costa in un sistema la filosofia di Renato, perch alla sua fisica converrebbe una metafisica che stabilisse un solo genere di sostanza corporea, operante, come si  detto, per necessit, come a quella di Epicuro un sol genere di sostanza corporea, operante a caso; siccome in ci ben conviene Renato con Epicuro, che tutte le infinite varie forme de'corpi sono modificazioni della sostanza corporea, che in sostanza son nulla. N la sua metafisica frutt punto alcuna morale comoda alla cristiana religione, perch, non solo non la compongono le poche cose che egli sparsamente ne ha scritto, e 'l trattato delle " Passioni"  pi serve alla medicina che alla morale; ma neanche il padre Malebranche vi seppe lavorare sopra un sistema di moral cristiana, ed i " Pensieri"  del Pascale sono pur lumi sparsi. N dalla sua metafisica esce una logica propia, perch Arnaldo lavora la sua sulla pianta di quella di Aristotile. N meno serve alla stessa medicina, perch l'uom di Renato dagli anatomici non si ritruova in natura, tanto che, a petto di quella di Renato, pi regge in un sistema la filosofia d'Epicuro, che non seppe nulla di mattematica. Per queste ragioni tutte, le quali avvert il Vico, egli appresso molto godeva con esso seco che quanto con la lezion di Lucrezio si fe'pi dalla parte della metafisica platonica, tanto con quella del Regio pi vi si conferm.
Queste fisiche erano al Vico come divertimenti dalle meditazioni severe sopra i metafisici platonici e servivangli per ispaziarvi la fantasia negli usi di poetare, in che si esercitava sovente con lavorar canzoni, durando ancora il primo abito di comporre in italiana favella, ma sull'avvedimento di derivarvi idee luminose latine con la condotta de'migliori poeti toscani. Come sul panegirico tessuto a Pompeo Magno da Cicerone nell'orazion della legge Manilia, della quale non vi ha in tal genere orazione pi grave in tutta la lingua latina, egli, ad imitazione delle "tre sorelle" del Petrarca, ord un panegirico, diviso in tre canzoni, " In lode dell'elettor Massimiliano di Baviera" , le quali vanno nella " Scelta de'poeti italiani"  del signor Lippi, stampata in Lucca l'anno 1709. Ed in quella del signor Acampora de'" Poeti napoletani" , stampata in Napoli l'anno 1701, va un'altra canzone nelle nozze della signora donna Ippolita Cantelmi de'duchi di Popoli con don Vincenzo Carafa duca di Bruzzano ed or principe di Roccella; la quale esso compose sul confronto del leggiadrissimo carme di Catullo " Vesper adest" , il quale poi legg aver imitato innanzi Torquato Tasso con una pur canzone in simigliante subietto, e 'l Vico god non averne prima avuto contezza, tra per la riverenza di un tale e tanto poeta, e perch, ove avesse saputo che era stato gi prevenuto, non arebbe osato n goduto di lavorarla. Oltre a queste, sull'idea dell'"anno massimo" di Platone, sopra la quale aveva steso Virgilio la dottissima ecloga " Sicelides musae" , compose il Vico un'altra canzone nelle nozze del signor duca di Baviera con Teresa real di Polonia, la quale va nel primo tomo della " Scelta de'poeti napoletani"  del signor Albano, stampata in Napoli l'anno 1723.
Con questa dottrina e con questa erudizione il Vico si ricev in Napoli come forestiero nella sua patria, e vi ritruov sul pi bello celebrarsi dagli uomini letterati di conto la fisica di Renato. Quella di Aristotile, e per s e molto pi per le alterazioni eccessive degli scolastici, era gi divenuta una favola. La metafisica - che nel Cinquecento aveva allogato nell'ordine pi sublime della letteratura i Marsili Ficini, i Pici della Mirandola, amendue gli Augustini e Nifo e Steuchio, i Giacopi Mazzoni, gli Alessandri Piccolomini, i Mattei Acquavivi, i Franceschi Patrizi, ed avea tanto conferito alla poesia, alla storia, all'eloquenza, che tutta Grecia, nel tempo che fu pi dotta e ben parlante, sembrava essere in Italia risurta - era ella riputata degna da star racchiusa ne'chiostri; e di Platone soltanto si arrecava alcun luogo in uso della poesia, o per ostentare un'erudizion da memoria. Si condannava la logica scolastica, e si appruovava riporsi in di lei luogo gli " Elementi"  di Euclide. La medicina, per le spesse mutazioni de'sistemi di fisica, era decaduta nello scetticismo, ed i medici avevano incominciato a stare sull'acatalepsia o sia incomprendevolit del vero circa la natura dei morbi, e sospendersi sull'epoca o sia sostentazion dell'assenso a darne i giudizi e adoperarvi efficaci rimedi; e la galenica, la quale, coltivata innanzi con la filosofia greca e con la greca lingua, aveva dato tanti medici incomparabili, per la grande ignoranza dei suoi seguaci di questi tempi era andata in un sommo disprezzo. Gl'interpetri antichi della ragion civile erano caduti dall'alta loro riputazione nell'accademia, e salitivi gli eruditi moderni con molto danno del fro; perch quanto questi sono necessari per la critica delle leggi romane, altrettanto quelli bisognano per la topica legale nelle cause di dubbia equit. Il dottissimo signor don Carlo Buragna aveva riportata la maniera lodevole del poetare; ma l'aveva ristretta in troppe angustie dentro l'imitazione di Giovanni della Casa, non derivando nulla o di delicato o di robusto da'fonti greci o latini o da'limpidi ruscelli delle rime del Petrarca o da'gran torrenti delle canzoni di Dante. L'eruditissimo signor Lionardo da Capova aveva rimessa la buona favella toscana in prosa, vestita tutta di grazia e di leggiadria; ma con queste virt non udivasi orazione o animata dalla sapienza greca nel maneggiare i costumi o invigorita dalla grandezza romana in commuover gli affetti. E, finalmente, il latinissimo signor Tomaso Cornelio co'suoi purissimi " Proginnasmi"  aveva pi tosto sbigottiti gl'ingegni de'giovani che avvalorati a coltivar la lingua latina in appresso. Talch, per tutte queste cose, il Vico benedisse non aver lui avuto maestro nelle cui parole avesse egli giurato, e ringrazi quelle selve, fralle quali, dal suo buon genio guidato, aveva fatto il maggior corso dei suoi studi senza niun affetto di setta, e non nella citt, nella quale, come moda di vesti, si cangiava ogni due o tre anni gusto di lettere. E dal comune traccuramento della buona prosa latina si determin a maggiormente coltivarla. Ed avendo saputo che 'l Cornelio non era valuto in lingua greca, n curato aveva la toscana e nulla o pochissimo si era dilettato di critica - forse perch avvertito aveva che i poliglotti, per la moltiplicit delle lingue che sanno, non ne usano mai una perfettamente, e i critici non consieguono le virt delle lingue, perch sempre mai si trattengono a notare i difetti sopra gli scrittori - il Vico deliber abbandonare la greca, in cui si era avvanzato dai " Rudimenti"  del Gressero, che aveva appreso nella seconda de'gesuiti, e la toscana favella (per la qual ragione non volle mai pur sapere la francesa), e tutto confermarsi nella latina. Ed avendo egli osservato altres che con uscire alla luce i lessici e i comenti la lingua latina and in decadenza, si risolv non prender mai pi tal sorta di libri tra le mani, riserbandosi il solo " Nomenclatore"  di Giunio per l'intelligenza delle voci delle arti, e leggere gli auttori latini schietti di note, con una critica filosofica entrando nel di loro spirito, siccome avevan fatto gli scrittori latini del Cinquecento, tra'quali ammirava il Giovio per la facondia e 'l Naugero per la delicatezza, da quel poco che ne lasci e, per lo di lui gusto troppo elegante, ne fa sospirare la gran perdita che si  fatta della sua " Storia" .
Per queste ragioni il Vico non solo viveva da straniero nella sua patria, ma anche sconosciuto. Non per tanto ch'egli era di questi sensi, di queste pratiche solitarie, non venerava da lontano come numi della sapienza gli uomini vecchi accreditati in iscienza di lettere e ne invidiava con onesto cruccio ad altri giovani la ventura di conversarvi. E, con questa disposizione, che  necessaria alla giovent per pi profittare, e non sul detto de'maestri o maliziosi o ignoranti restare per tutta la vita soddisfatti di un sapere a gusto ed a misura di altrui, venne egli primieramente in notizia a due uomini di conto. Il primo fu il padre don Gaetano di Andrea teatino, che poi mor santissimo vescovo, fratello de'signori Francesco e Gennaio, entrambi di immortal nome; il quale in un ragionamento che dentro una libreria con essolui tenne il Vico di storia di collezioni di canoni, li domand se esso avesse menato moglie. E, rispondendogli il Vico che no, quello soggiunse: se egli si volesse far teatino; a cui questo rispondendo che esso non aveva natali nobili, quello replic che ci nulla importerebbe, perch esso ne arebbe ottenuta dispensa da Roma. Qui, vedendosi il Vico obbligato da tanta onoranza del padre, usc col che aveva parenti poveri e vecchi, privi di ogni altra speranza; e pure replicando il padre che gli uomini di lettere erano piuttosto di peso che di utilit alle famiglie, il Vico conchiuse che forse in esso avverrebbe il contrario. Allora il padre fin con dire: - Non  questa la vostra vocazione -. L'altro fu il signor don Giuseppe Lucina, uomo di una immensa erudizione greca, latina e toscana in tutte le spezie del sapere umano e divino, il quale, avendo sperimentato il giovine quanto valesse, si doleva gentilmente che non se ne facesse alcun buon uso nella citt, quando a lui si offerse una bella occasione di promuoverlo: che 'l signor don Niccol Caravita, per acutezza d'ingegno, per severit di giudizio e per purit di toscano stile avvocato primario de'tribunali e gran favoreggiatore de'letterati, volle fare una raccolta di componimenti in lode del signor conte di Santostefano, vicer di Napoli, nella di lui dipartenza, la quale fu la prima che usc in Napoli nella nostra memoria, e dentro le angustie di pochi giorni doveva ella essere gi stampata. Qui il Lucina, il quale era appo tutti di somma autorit, proposegli il Vico per l'orazione che bisognava andare innanzi agli altri componimenti, e, ricevuto da quello l'impiego, il port a essolui, mostrandogli l'opportunit di venire con grado in cognizion di un protettor delle lettere, come esso lo speriment grandissimo suo, della qual cosa era esso giovane per se stesso desiderosissimo. E s, perch aveva rinnonziato alle cose toscane, lavor per quella raccolta una orazion latina sulle stampe medesime di Giuseppe Roselli, l'anno 1696. Quindi egli cominci a salire in grido di letterato, e tra gli altri il signor Gregorio Calopreso, sopra da noi con onor mentovato, come fu detto di Epicuro, il soleva chiamare l'"autodidascalo" o sia il maestro di se medesimo. Dipoi nelle " Pompe funerali di donna Caterina d'Aragona" , madre del signor duca di Medinaceli, vicer di Napoli, nelle quali l'eruditissimo signor Carlo Rossi la greca, don Emmanuel Cicatelli, celebre orator sacro, la italiana, il Vico scrisse l'orazion latina, che va con gli altri componimenti in un libro in foglio stampato l'anno 1697.
Poco dopoi, essendo vacata la cattedra della rettorica per morte del professore, di rendita non pi che di cento scudi annui, con l'aggiunta di altra minor incerta somma che si ritragge dai diritti delle fedi con le quali tal professore abilita gli studenti allo studio legale; detto dal signor Caravita che egli " illico"  vi concorresse, ed esso ricusando perch un'altra pretenzione, che pochi mesi innanzi esso aveva fatta, di segretario della citt, gli era infelicemente riuscita; il signor don Nicol, avendolo gentilmente ripreso come uomo di poco spirito (s come infatti lo  d'intorno alle cose che riguardano le utilit), li disse che egli attendesse solamente a farvi la lezione, perch esso ne farebbe la pretenzione. Cos il Vico vi concorse con una lezione di un'ora sopra le prime righe di Fabio Quintiliano nel lunghissimo capo " De statibus caussarum"  contenendosi dentro l'etimologia e la distinzion dello "stato", ripiena di greca e latina erudizione e critica; per la quale merit ottenerla con un numero abbondante di voti.
Frattanto il signor duca di Medinaceli vicer aveva restituito in Napoli il lustro delle buone lettere, non mai pi veduto fin da'tempi di Alfonso di Aragona, con un'accademia per sua erudizione del fior fiore de'letterati propostagli da don Federico Pappacoda, cavalliere napoletano di buon gusto di lettere e grande estimatore de'letterati, e da don Nicol Caravita; onde, perch era cominciata a salire appo l'ordine de'nobili in somma riputazione la pi colta letteratura, il Vico, spintovi di pi dall'onore di essere stato tra tali accademici annoverato, tutto applicossi a professare umane lettere.
Quindi  che la fortuna si dice esser amica de'giovani, perch eleggono la lor sorta della vita sopra quelle arti o professioni che fioriscono nella loro giovent; ma, il mondo di sua natura d'anni in anni cangiando gusti, si ritruovan poi, vecchi, valorosi di quel sapere che non pi piace e 'n conseguenza non frutta pi. Imperciocch ad un tratto si fa un gran rivolgimento di cose letterarie in Napoli, che, quando si credevano dovervisi per lunga et ristabilire tutte le lettere migliori del Cinquecento, con la dipartenza del duca vicer vi surse un altro ordine di cose da mandarle tutte in brievissimo tempo in rovina contro ogni aspettazione; ch que'valenti letterati, i quali due o tre anni avanti dicevano che le metafisiche dovevano star chiuse ne'chiostri, presero essi a tutta voga a coltivarle, non gi sopra i Platoni e i Plotini coi Marsili, onde nel Cinquecento fruttarono tanti gran letterati, ma sopra le " Meditazioni"  di Renato Delle Carte, delle quali  sguito il suo libro " Del metodo" , in cui egli disappruova gli studi delle lingue, degli oratori, degli storici e de'poeti, e ponendo su solamente la sua metafisica, fisica e mattematica, riduce la letteratura al sapere degli arabi, i quali in tutte e tre queste parti n'ebbero dottissimi, come gli Averroi in metafisica e tanti famosi astronomi e medici che ne hanno nell'una e nell'altra scienza lasciate anche le voci necessarie a spiegarvisi. Quindi ai quantunque dotti e grandi ingegni, perch si eran prima tutti e lungo tempo occupati in fisiche corpuscolari, in esperienze ed in macchine, dovettero le " Meditazioni"  di Renato sembrar astrusissime, perch potessero ritrar da'sensi le menti per meditarvi; onde l'elogio di gran filosofo era: - Costui intende le " Meditazioni"  di Renato. - E in questi tempi, praticando spesso il Vico e 'l signor don Paolo Doria dal signor Caravita, la cui casa era ridotto di uomini di lettere, questo egualmente gran cavalliere e filosofo fu il primo con cui il Vico pot cominciare a ragionar di metafisica; e ci che il Doria ammirava di sublime, grande e nuovo in Renato, il Vico avvertiva che era vecchio e volgar tra'platonici. Ma da'ragionamenti del Doria egli vi osservava una mente che spesso balenava lumi sfolgoranti di platonica divinit, onde da quel tempo restaron congionti in una fida e signorile amicizia.
Fino a questi tempi il Vico ammirava due soli sopra tutti gli altri dotti, che furono Platone e Tacito; perch con una mente metafisica incomparabile Tacito contempla l'uomo qual , Platone qual dee essere; e come Platone con quella scienza universale si diffonde in tutte le parti dell'onest che compiono l'uom sapiente d'idea, cos Tacito discende a tutti i consigli dell'utilit, perch tra gl'infiniti irregolari eventi della malizia e della fortuna si conduca a bene l'uom sapiente di pratica. E l'ammirazione con tal aspetto di questi due grandi auttori era nel Vico un abbozzo di quel disegno sul quale egli poi lavor una storia ideale eterna sulla quale corresse la storia universale di tutti i tempi, conducendovi, sopra certe eterne propiet delle cose civili, surgimenti, stati, decadenze di tutte le nazioni, onde se ne formasse il sapiente insieme e di sapienza riposta, qual  quel di Platone, e di sapienza volgare, qual  quello di Tacito. Quando finalmente venne a lui in notizia Francesco Bacone signor di Verulamio, uomo ugualmente d'incomparabile sapienza e volgare e riposta, siccome quello che fu insieme insieme un uomo universale in dottrina ed in pratica, come raro filosofo e gran ministro di stato dell'Inghilterra. E, lasciando da parte stare gli altri suoi libri, nelle cui materie ebbe forse pari e migliori, in quelli " De augumentis scientiarum"  l'apprese tanto che, come Platone  il principe del sapere de'greci e un Tacito non hanno i greci, cos un Bacone manca ed a'latini ed a'greci; che un sol uom vedesse quanto vi manchi nel mondo delle lettere che si dovrebbe ritruovare e promuovere, ed in ci che vi ha, di quanti e quali difetti sia egli necessario emendarsi; n per affezione o di particolar professione o di propia setta, a riserva di poche cose che offendono la cattolica religione, faccia a tutte le scienze giustizia, e a tutte col consiglio che ciascuna conferisca del suo nella somma che costitovisce l'universal repubblica delle lettere. E, propostisi il Vico questi tre singolari auttori da sempre avergli avanti gli occhi nel meditare e nello scrivere, cos and dirozzando i suoi lavori d'ingegno, che poi portarono l'ultima opera " De universi iuris uno principio" , ecc.
Imperciocch egli nelle sue orazioni fatte nell'aperture degli studi nella regia universit us sempre la pratica di proporre universali argomenti, scesi dalla metafisica in uso della civile; e con questo aspetto tratt o de'fini degli studi, come nelle prime sei, o del metodo di studiare, come nella seconda parte della sesta e nell'intiera settima. Le prime tre trattano principalmente de'fini convenevoli alla natura umana, le due altre principalmente de'fini politici, la sesta del fine cristiano.
La prima, recitata li diciotto di ottobre 1699, propone che coltiviamo la forza della nostra mente divina in tutte le sue facolt, su questo argomento: " Suam ipsius cognitionem ad omnem doctrinarum orbem brevi absolvendum maximo cuique esse incitamento" . E pruova la mente umana in via di proporzione esser il dio dell'uomo, come Iddio  la mente del tutto; dimostra le meraviglie della facolt della mente partitamente, o sieno sensi o fantasia o memoria o ingegno o raziocinio, come operino con divine forze di speditezza, facilit ed efficacia e ad un medesimo tempo diversissime cose e moltissime; che i fanciulli, vacui di pravi affetti e di vizi, di tre o quattro anni trastullando si ritruovano aver gi appresi gl'intieri lessici delle loro lingue native; che Socrate non tanto richiam la morale filosofia dal cielo, quanto esso v'innalz l'animo nostro, e coloro i quali con le invenzioni furono sollevati in ciel tra gli di, quelli sono l'ingegno di ciascuno di noi; che sia meraviglia esservi tanti ignoranti, quando, come il fumo agli occhi, la puzza al naso, cos sia contrario alla mente il non sapere, l'esser ingannato, il prender errore, onde sia da sommamente vituperarsi la negligenza; che non siamo dottissimi in tutto, unicamente perch non vogliamo esserlo, quando, col sol volere efficace, trasportati da estro, facciamo cose che, dopo fatte, l'ammiriamo come non da noi ma fatte da un dio.
E perci conchiude che, se in pochi anni un giovanetto non ha corso tutto l'orbe delle scienze, sia egli avvenuto o perch egli non ha voluto, o, se ha voluto, sia provvenuto per difetto de'maestri o di buon ordine di studiare o di fine degli studi, altrove collocato che di coltivare una specie di divinit dell'animo nostro. La seconda orazione, recitata l'anno 1700, contiene che informiamo l'animo delle virt in conseguenza delle verit della mente, sopra questo argomento: " Hostem hosti infensiorem infestioremque quam stultum sibi esse neminem" . E fa vedere questo universo una gran citt, nella quale con una legge eterna Iddio condanna gli stolti a fare una guerra contro di se medesimi, cos concepita: "" Eius legis tot sunt digito omnipotenti perscripta capita, quot sunt rerum omnium naturae. Caput de homine recitemus. Homo mortali corpore, aeterno animo esto. Ad duas res, verum honestumque, sive adeo mihi uni, nascitor. Mens verum falsumque dignoscito. Sensus menti ne imponunto. Ratio vitae auspicium, ductum imperiumque habeto. Cupiditates rationi parento... Bonis animi artibus laudem sibi parato. Virtute et constantia humanam felicitatem indipiscitor. Si quis stultus, sive per malam malitiam sive per luxum sive per ignaviam sive adeo per imprudentiam, secus faxit, perduellionis reus ipse secum bellum gerito" ", e vi descrive tragicamente la guerra. Dal qual luogo si vede apertamente che egli agitava fin da questo tempo nell'animo l'argomento, che poi tratt, del " Diritto universale" .
L'orazion terza, recitata l'anno 1701,  una come appendice pratica delle due innanzi, sopra questo argomento: " A litteraria societate omnem malam fraudem abesse oportere, si vos vera non simulata, solida non vana, eruditione ornari studeatis" . E dimostra che nella repubblica letteraria bisogna vivere con giustizia, e si condannano i critici a compiacenza, che esiggono con iniquit i tributi di questo erario, gli ostinati delle stte, che impediscono accrescersi l'erario, gl'impostori, che fraudano le loro contribuzioni all'erario delle lettere.
La quarta orazione, recitata l'anno 1704, propone questo argomento: " Si quis ex litterarum studiis maximas utilitates easque semper cum honestate coniunctas percipere velit, is gloriae sive communi bono erudiatur" . Ella  contra i falsi dotti che studiano per la sola utilit, per la quale proccurano pi di parere che di esser tali, e, conseguita l'utilit propostasi, s'infingardiscono ed usano pessime arti per durare in oppinione di dotti. Aveva il Vico gi recitata la met di questo ragionamento, quando venne il signor don Felice Lanzina Ulloa, presidente del Sacro Consiglio, il Catone de'ministri spagnuoli, in onor di cui egli con molto spirito diede altro torno e pi brieve al gi detto e attaccollo con ci che restava a dire. Per una cui simile vivezza d'ingegno, che us in lingua italiana Clemente undecimo, quando egli era abate, nell'accademia degli Umoristi in onore del cardinale d'Etr, suo protettore, cominci appo Innocenzo decimosecondo le sue fortune, che il portarono al sommo ponteficato.
Nella quinta orazione, recitata l'anno 1705, proponsi: " Respublicas tum maxime belli gloria inclytas et rerum imperio potentes, quum maxime litteris floruerunt" . E si pruova vigorosamente con buone ragioni, e poi si conferma con questa perpetua successione di esempli. Nell'Assiria sursero i caldei, primi dotti del mondo, e vi si stabil la prima gran monarchia. Quando sfoggi la Grecia pi che in tutti i tempi innanzi in sapere, la monarchia di Persia si rovesci da Alessandro. Roma stabil l'imperio del mondo sulle rovine di Cartagine sotto Scipione, che seppe tanto di filosofia, di eloquenza e di poesia quanto il dimostrano le inimitabili commedie di Terenzio, le quali egli insiem col suo amico Lelio lavor, e, stimandole indegne di uscire sotto il suo gran nome, le fece pubblicare sotto quel di cui vanno, che vi dovette alcuna cosa contribuire del suo. Certamente la monarchia romana si ferm sotto Augusto, nel cui tempo risplend in Roma tutta la sapienza di Grecia con lo splendore della lingua romana. Il pi luminoso regno d'Italia sfolgor sotto Teodorico col consiglio de'Cassiodori. In Carlo Magno risurse l'imperio romano in Germania, perch le lettere, gi affatto morte nelle corti reali d'Occidente, ricominciarono a surgere nella sua con gli Alcuini. Omero fece Alessandro, il quale tutto ardeva di conformarsi in valore all'essemplo di Achille, e Giulio Cesare si dest alle grandi imprese sull'essemplo di esso Alessandro; talch questi due gran capitani, de'quali niuno ard diffinire la maggioranza, sono scolari d'un eroe d'Omero. Due cardinali, entrambi grandissimi filosofi e teologi, ed uno, di pi, grande orator sacro, Simenes e Riscegli, quello descrisse la pianta della monarchia di Spagna, questo quella di Francia. Il Turco ha fondato un grand'imperio sulla barbarie, ma col consiglio di un Sergio, dotto ed empio monaco cristiano, che allo stupido Maometto diede la legge sopra la quale il fondasse; e, mentre i greci, dall'Asia incominciando e poi dapertutto, erano andati nella barbarie, gli arabi coltivarono le metafisiche, le mattematiche, le astronomie, le medicine, e con questo sapere di dotti, quantunque non della pi colta umanit, destarono a una somma gloria di conquiste gli Almanzorri tutti barbari e fieri, e servirono a stabilire al Turco un imperio nel quale fossero vietate tutte le lettere; il quale per, se non fosse per gli perfidi cristiani prima greci e poi latini, che han loro somministrato di tempo in tempo le arti e i consigli della guerra, sarebbe il loro vasto imperio da se medesimo rovinato.
Nella orazion sesta, recitata l'anno 1707, tratta quest'argomento mescolato di fine degli studi e di ordine di studiare: " Corruptae hominum naturae cognitio ad universum ingenuarum artium scientiarumque absolvendum orbem invitat incitatque, ac rectum, facilem ac perpetuum in iis perdiscendis ordinem proponit exponitque" . Qui egli fa entrar gli uditori in una meditazion di se medesimi, che l'uomo in pena del peccato  diviso dall'uomo con la lingua, con la mente e col cuore: con la lingua, che spesso non soccorre e spesso tradisce l'idee per le quali l'uomo vorrebbe e non pu unirsi con l'uomo; con la mente, per la variet delle opinioni nate dalla diversit de'gusti de'sensi, ne'quali uom non conviene con altr'uomo; e finalmente col cuore, per lo quale, corrotto, nemmeno l'uniformit de'vizi concilia l'uomo con l'uomo. Onde pruova che la pena della nostra corruzione si debba emendare con la virt, con la scienza, con l'eloquenza, per le quali tre cose unicamente l'uomo sente lo stesso che altr'uomo. E ci, per quello s'attiene al fine degli studi. Per quello riguarda l'ordine di studiare, pruova che, siccome le lingue furono il pi potente mezzo di fermare l'umana societ, cos dalle lingue deono incominciarsi gli studi, poich elle tutte s'attengono alla memoria, nella quale vale mirabilmente la fanciullezza. L'et de'fanciulli, debole di raziocinio, non con altro si regola che con gli essempli, che devono apprendersi con vivezza di fantasia per commuovere, nella quale la fanciullezza  meravigliosa; quindi i fanciulli si devono trattenere nella lezion della storia cos favolosa come vera.  ragionevole la et de'fanciulli, ma non ha materia di ragionare: s'addestrino all'arte del buon raziocinio nelle scienze delle misure, che vogliono memoria e fantasia e, insieme insieme, spossan loro la corpolenta facolt dell'immaginativa, che, robusta,  la madre di tutti i nostri errori e miserie. Nella prima giovent prevagliono i sensi e ne trascinano la mente pura: si applichino alle fisiche, che portano alla contemplazione dell'universo de'corpi ed han bisogno delle mattematiche per la scienza del sistema mondano. Quindi dalle vaste idee corpolente fisiche e dalle delicate delle linee e de'numeri si dispongano ad intendere l'infinito astratto in metafisica con la scienza dell'ente e dell'uno, nella quale conoscendo i giovani la lor mente, si dispongano a ravvisare il loro animo, e in sguito di eterne verit il vedan corrotto, per potersi disporre ad emendarlo naturalmente con la morale in et che gi han fatto alcuna sperienza quanto mal conducano le passioni, le quali sono in fanciullezza violentissime. Ed ove conoscano che naturalmente la morale pagana non basti perch ammansisca e domi la filautia o sia l'amor propio, ed avendo in metafisica sperimentato intender essi pi certo l'infinito che il finito, la mente che 'l corpo, Iddio che l'uomo, il quale non sa le guise come esso si muova, come senta, come conosca, si dispongano con l'intelletto umiliato a ricevere la rivelata teologia, in conseguenza di cui discendano alla cristiana morale, e, cos purgati, si portino finalmente alla cristiana giurisprudenza.
Fin dal tempo della prima orazione che si  rapportata, e per quella e per tutte l'altre seguenti, e pi di tutte per quest'ultima, apertamente si vede che 'l Vico agitava un qualche argomento e nuovo e grande nell'animo, che in un principio unisse egli tutto il sapere umano e divino; ma tutti questi da lui trattati n'eran troppo lontani. Ond'egli god non aver dato alla luce queste orazioni, perch stim non doversi gravare di pi libri la repubblica delle lettere, la quale per la tanta lor mole non regge, e solamente dovervi portare in mezzo libri d'importanti discoverte e di utilissimi ritrovati. Ma nell'anno 1708, avendo la regia universit determinato fare un'apertura di studi pubblica solenne e dedicarla al re con un'orazione da dirsi alla presenza del cardinal Grimani vicer di Napoli, e che perci si doveva dare alle stampe, venne felicemente fatto al Vico di meditare un argomento che portasse alcuna nuova scoverta ed utile al mondo delle lettere, che sarebbe stato un desiderio degno da esser noverato tra gli altri del Bacone nel suo " Nuovo organo delle scienze" . Egli si raggira d'intorno a'vantaggi e disvantaggi della maniera di studiare nostra, messa al confronto di quella degli antichi in tutte le spezie del sapere, e quali svantaggi della nostra e con quali ragioni si potessero schivare, e quelli che schivar non si possono con quai vantaggi degli antichi si potessero compensare, tanto che un'intiera universit di oggid fosse, per essemplo, un solo Platone con tutto il d pi che noi godemo sopra gli antichi; perch tutto il sapere umano e divino reggesse dapertutto con uno spirito e costasse in tutte le parti sue, s che si dassero le scienze l'un'all'altra la mano, n alcuna fusse d'impedimento a nessuna. La dissertazione usc l'istesso anno in dodicesimo dalle stampe di Felice Mosca. Il quale argomento, in fatti,  un abbozzo dell'opera che poi lavor: " De universi iuris uno principio"  ecc., di cui  appendice l'altra " De constantia iurisprudentis" .
E perch egli il Vico sempre aveva la mira a farsi merito con l'universit nella giurisprudenza per altra via che di leggerla a giovinetti, vi tratt molto dell'arcano delle leggi degli antichi giurisprudenti romani, e diede un saggio di un sistema di giurisprudenza d'interpretare le leggi, quantunque private, con l'aspetto della ragione del governo romano. Circa la qual parte monsignor Vincenzo Vidania, prefetto de'regi studi, uomo dottissimo delle antichit romane, specialmente intorno alle leggi, che in quei tempi era in Barcellona, con una onorevolissima dissertazione gli oppose in ci che il Vico aveva fermo: che i giureconsulti romani antichi fossero stati tutti patrizi; alla quale il Vico allora privatamente rispose e poi soddisfece pubblicamente con l'opera " De universi iuris"  ecc., a'cui piedi si legge la dissertazione dell'illustrissimo Vidania con le risposte del Vico. Ma il signor Errico Brenckman, dottissimo giureconsulto olandese, molto si compiacque delle cose dal Vico meditate circa la giurisprudenza; e, mentre dimorava in Firenze a rileggere i " Pandetti fiorentini" , ne tenne onorevoli ragionamenti col signor Antonio di Rinaldo, da Napoli col portato a patrocinarvi una causa di un napoletano magnate. Questa dissertazione uscita alla luce, accresciuta di ci che non si pot dire alla presenza del cardinal vicer per non abusarsi del tempo, che molto bisogna a'principi, fu ella cagione che 'l signor Domenico d'Aulisio, lettor primario vespertino di leggi, uomo universale delle lingue e delle scienze (il quale fino a quell'ora aveva mal visto il Vico nell'universit, non gi per suo merito, ma perch egli era amico di que'letterati i quali erano stati del partito del Capova contro di lui in una gran contesa litteraria, la quale molto innanzi aveva brucciato in Napoli, che qui non fa uopo di riferire), un giorno di pubblica funzione di concorsi di cattedre, a s chiam il Vico, invitandolo a sedere presso lui; a cui disse aver esso letto "quel libricciuolo" (perch egli, per contesa di precedenza col lettor primario de'canoni, non interveniva nelle aperture), "e lo stimava di uomo che non voltava indici e del quale ogni pagina potrebbe dare altrui motivo di lavorare ampi volumi". Il qual atto s cortese e giudizio cos benigno di uomo per altro nel costume anzi aspro che no ed assai parco di lodi, appruov al Vico una singolar grandezza d'animo di quello verso di lui; dal qual giorno vi contrasse una strettissima amicizia, la quale egli continov fin che visse questo gran letterato. Frattanto il Vico, con la lezione del pi ingegnoso e dotto che vero trattato di Bacone da Verulamio " De sapientia veterum" , si dest a ricercarne pi in l i princpi che nelle favole de'poeti, muovendolo a far ci l'auttorit di Platone, ch'era andato nel " Cratilo"  ad investigargli dentro le origini della lingua greca; e, promuovendolo la disposizione, nella quale era gi entrato, che l'incominciavano a dispiacere l'etimologie de'gramatici, s'applic a rintracciargli dentro le origini delle voci latine, quando certamente il sapere della setta italica fior assai innanzi, nella scuola di Pittagora, pi profondo di quello che poi cominci nella medesima Grecia. E dalla voce "" coelum" ", che significa egualmente il "bolino" e 'l "gran corpo dell'aria", congetturava non forse gli egizi, da cui Pittagora aveva appreso, avessero oppinato che l'istromento, con cui la natura lavora tutto, egli sia il cuneo, e che ci vollero significare gli egizi con le loro piramidi. E i latini la "natura" dissero "" ingenium" ", di cui  principal propiet l'acutezza; s che la natura formi e sformi ogni forma col bolino dell'aria; e che formi, leggiermente incavando, la materia; la sformi, profondandovi il suo bolino col quale l'aria depreda tutto; e la mano che muova questo istrumento sia l'etere, la cui mente fu creduta da tutti Giove. E i latini l'"aria" dissero "" anima" ", come principio onde l'universo abbia il moto e la vita, sopra cui, come femmina, operi come maschio l'etere, che, insinuato nell'animale, da'latini fu detto "" animus" "; onde  quella volgar differenza di latine propiet: "" anima vivimus, animo sentimus" "; talch l'anima, o l'aria, insinuata nel sangue sia nell'uomo principio della vita, l'etere insinuato ne'nervi sia principio del senso; ed a quella proporzione che l'etere  pi attivo dell'aria, cos gli spiriti animali sieno pi mobili e presti che i vitali; e come sopra l'anima opera l'animo, cos sopra l'animo operi quella che da'latini si dice "" mens" ", che tanto vale quanto "pensiero", onde rest a'latini detta "" mens animi" ", e che 'l pensiero o mente sia agli uomini mandato da Giove, che  la mente dell'etere. Ch se egli fosse cos, il principio operante di tutte le cose in natura dovrebbero essere corpicelli di figura piramidali; e certamente l'etere unito  fuoco. E su tali princpi un giorno, in casa del signor don Lucio di Sangro, il Vico ne tenne ragionamento col signor Doria: che forse quello che i fisici ammirano strani effetti nella calamita, eglino non si riflettono che sono assai volgari nel fuoco; de'fenomeni della calamita tre essere i pi meravigliosi, l'attrazione del ferro, la comunicazione al ferro della virt magnetica e l'addrizzamento al polo; e niuna cosa essere pi volgare che 'l fomento in proporzionata distanza concepisce il foco e, in arruotarsi, la fiamma, che ci comunica il lume, e che la fiamma s'addrizza al vertice del suo cielo: tanto che, se la calamita fosse rada come la fiamma e la fiamma spessa come la calamita, questa non si addrizzarebbe al polo ma al suo zenit, e la fiamma si addrizzarebbe al polo, non al suo vertice: che sarebbe se la calamita per ci si addrizzi al polo perch quella sia la pi alta parte del cielo verso cui ella possa sforzarsi? Come apertamente si osserva nelle calamite poste in punte ad aghi alquanto lunghe, che, mentre s'addrizzano al polo, elleno apertamente si vedono sforzarsi d'ergere verso il zenit; talch forse la calamita osservata con questo aspetto, determinata da viaggiatori in qualche luogo dove ella pi che altrove si ergesse, potrebbe dare la misura certa delle larghezze delle terre, che cotanto si va cercando per portare alla sua perfezione la geografia.
Questo pensiero piacque sommamente al signor Doria, onde il Vico si diede a portarlo pi inoltre in uso della medicina, perch de'medesimi egizi, i quali significarono la natura con la piramide, fu particolar medicina meccanica quella del lasco e dello stretto, che 'l dottissimo Prospero Alpino con somma dottrina ed erudizione adorn. E vedendo altres il Vico che niun medico aveva fatto uso del caldo e del freddo quali li diffinisce il Cartesio: - che 'l freddo sia moto da fuori in dentro, il caldo, a roverscio, moto da dentro in fuori, - fu mosso a fondarvi sopra un sistema di medicina: non forse le febbri ardenti sieno d'aria nelle vene dal centro del cuore alla periferia, che pi di quel che conviene a star bene dilarghi i diametri de'vasi sanguigni turati dalla parte opposta al di fuori; ed al contrario le febbri maligne sieno moto d'aria ne'vasi sanguigni da fuori in dentro, che ne dilarghi oltre di quel che conviene a star bene i diametri de'vasi turati nella parte opposta al di dentro; onde, mancando al cuore, ch' 'l centro del corpo animato, l'aria che bisogna tanto muoverlo quanto convenga a star bene, infievolendosi il moto del cuore, se ne rappigli il sangue, in che principalmente le febbri acute consistono; e questo sia quello "" quid divini" " che Ippocrate diceva cagionare tai febbri. Vi concorrono da tutta la natura ragionevoli congetture, perch egualmente il freddo e 'l caldo conferiscono alla generazion delle cose: il freddo a germogliare le semenze delle biade e ne'cadaveri alla ingenerazione de'vermini, ne'luoghi umidi e oscuri a quella d'altri animali, e l'eccessivo freddo egualmente che 'l foco cagiona delle gangrene ed in Isvezia le gangrene si curan col ghiaccio; vi concorrono i segni, nelle maligne, del tatto freddo e de'sudori colliquativi, che dnno a divedere un gran dilargamento de'vasi escretri; nelle ardenti, il tatto infocato ed aspro, che con l'asprezza significa troppo al di fuori essersi i vari corrugati e stretti. Che sarebbe se quindi rest a'latini, che riducessero tutti i morbi a questo sommo genere: "" ruptum" ", che vi fosse stata una antica medicina in Italia, che stimasse tutti i mali cominciassero da vizio di solidi e che portino finalmente a quello che dicono i medesimi latini "" corruptum" "?
Quindi, per le ragioni arrecate in quel libricciuolo che poi ne diede alla luce, s'innalz il Vico a stabilire questa fisica sopra una metafisica propia; e con la stessa condotta delle origini de'latini favellari ripurg i punti di Zenone dagli alterati rapporti di Aristotile, e mostr che i punti zenonistici sieno l'unica ipotesi da scendere dalle cose astratte alle corpolente, siccome la geometria  l'unica via da portarsi con iscienza dalle cose corpolente alle cose astratte, di che costano i corpi; - e, diffinito il punto quello che non ha parti (che  tanto dire quanto fondare un principio infinito dell'estensione astratta), come il punto, che non  disteso, con un escorso faccia l'estension della linea, cos vi sia una sostanza infinita che con un suo come escorso, che sarebbe la generazione, dia forma alle cose finite; - e come Pittagora, che vuole per ci il mondo costar di numeri, che sono in un certo modo delle linee pi astratti, perch l'uno non  numero e genera il numero ed in ogni numero dissuguale vi sta dentro indivisibilmente (onde Aristotile disse l'essenze essere indivisibili siccome i numeri, ch' tanto dividergli quanto distruggergli), cos il punto, che sta egualmente sotto linee distese ineguali (onde la diagonale con la laterale del quadrato, per essemplo, che sono altrimente linee incommensurabili, si tagliano ne'medesimi punti), sia egli un'ipotesi di una sostanza inestensa, che sotto corpi disuguali vi stia egualmente sotto ed egualmente li sostenga. Alla qual metafisica anderebbero di sguito cos la logica degli stoici, nella quale s'addottrinavano a ragionare col sorite, che era una lor propia maniera di argomentare quasi con un metodo geometrico; come la fisica, la quale ponga per principio di tutte le forme corporee il cuneo, in quella guisa che la prima figura composta, che s'ingenera in geometria,  'l triangolo, siccome la prima semplice  'l cerchio, simbolo del perfettissimo Dio. E cos ne uscirebbe comodamente la fisica degli egizi, che intesero la natura una piramide, che  un solido di quattro facce triangolari, e vi si accomoderebbe la medicina egiziana del lasco e dello stretto. Della quale egli un libro di pochi fogli col titolo " De aequilibrio corporis animantis"  ne scrisse al signor Domenico d'Aulisio, dottissimo quant'altri mai delle cose di medicina; e ne tenne altres spessi ragionamenti col signor Lucantonio Porzio, onde si concili appo questi un sommo credito congionto ad una stretta amicizia, la quale coltiv egli infino alla morte di questo ultimo filosofo italiano della scuola di Galileo, il quale soleva dir spesso con gli amici che le cose meditate dal Vico, per usare il suo detto, il ponevano in soggezione. Ma la " Metafisica"  sola fu stampata in Napoli in dodicesimo l'anno 1710 presso Felice Mosca, indrizzata al signor don Paolo Doria, per primo libro del " De antiquissima italorum sapientia ex linguae latinae originibus eruenda" . E vi si attacc la contesa tra'signori giornalisti di Vinegia e l'auttore, di cui ne vanno stampate in Napoli in dodicesimo pur dal Mosca una " Risposta"  l'anno 1711 e una " Replica"  l'anno 1712; la qual contesa da ambe le parti e onorevolmente si tratt, e con molta buona grazia si compose. Ma il dispiacimento delle etimologie gramatiche, che era incominciato a farsi sentire nel Vico, era un indizio di ci onde poi, nelle opere ultime, ritruov le origini delle lingue tratte da un principio di natura comune a tutte, sopra il quale stabilisce i princpi di un etimologico universale da dar l'origini a tutte le lingue morte e viventi. E 'l poco compiacimento del libro del Verulamio, ove si d a rintracciare la sapienza degli antichi dalle favole de'poeti, fu un altro segno di quello onde il Vico, pur nell'ultime sue opere, ritruov altri princpi della poesia di quelli che i greci e i latini e gli altri dopoi hanno finor creduto, sopra cui ne stabilisce altri di mitologia, co'quali le favole unicamente portarono significati storici delle prime antichissime repubbliche greche, e ne spiega tutta la storia favolosa delle repubbliche eroiche.
Poco dopoi, fu onorevolmente richiesto dal signor don Adriano Caraffa duca di Traetto, nella cui erudizione era stato molti anni impiegato, che egli scrivesse la vita del maresciallo Antonio Caraffa suo zio; e 'l Vico, che aveva formato l'animo verace, ricev il comando perch bbene pronta dal duca una sformata copia di buone e sincere notizie, che 'l duca ne conservava. E dal tempo degli esercizi diurni rimanevagli la sola notte per lavorarla, e vi spese due anni, uno a disporne da quelle molto sparse e confuse notizie i comentari, un altro a tesserne l'istoria, in tutto il qual tempo fu travagliato da crudelissimi spasimi ippocondriaci nel braccio sinistro. E, come poteva ogniun vederlo, la sera, per tutto il tempo che la scrisse non ebbe giammai altro innanzi sul tavolino che i comentari, come se scrivesse in lingua nativa, ed in mezzo agli strepiti domestici e spesso in conversazion degli amici; e s lavorolla temprata di onore del subbietto, di riverenza verso i prncipi e di giustizia che si dee aver per la verit. L'opera usc magnifica dalle stampe di Felice Mosca in quarto foglio in un giusto volume l'anno 1716, e fu il primo libro che con gusto di quelle di Olanda usc dalle stampe di Napoli; e, mandata dal duca al sommo pontefice Clemente undecimo, in un brieve, con cui la grad, merit l'elogio di "storia immortale", e di pi concili al Vico la stima e l'amicizia di un chiarissimo letterato d'Italia, signor Gianvincenzo Gravina, col quale coltiv stretta corrispondenza infino che egli mor (1718).
Nell'apparecchiarsi a scrivere questa vita, il Vico si vide in obbligo di leggere Ugon Grozio, " De iure belli et pacis" . E qui vide il quarto auttore da aggiugnersi agli tre altri che egli si aveva proposti. Perch Platone adorna pi tosto che ferma la sua sapienza riposta con la volgare di Omero; Tacito sparge la sua metafisica, morale e politica per gli fatti, come da'tempi ad essolui vengono innanzi sparsi e confusi senza sistema; Bacone vede tutto il saper umano e divino, che vi era, doversi supplire in ci che non ha ed emendare in ci che ha, ma, intorno alle leggi, egli co'suoi canoni non s'innalz troppo all'universo delle citt ed alla scorsa di tutti i tempi n alla distesa di tutte le nazioni. Ma Ugon Grozio pone in sistema di un dritto universale tutta la filosofia e la filologia in entrambe le parti di questa ultima, s della storia delle cose o favolosa o certa, s della storia delle tre lingue, ebrea, greca e latina, che sono le tre lingue dotte antiche che ci son pervenute per mano della cristiana religione. Ed egli molto pi poi si fe'addentro in quest'opera del Grozio, quando, avendosi ella a ristampare, fu richiesto che vi scrivesse alcune note, che 'l Vico cominci a scrivere, pi che al Grozio, in riprensione di quelle che vi aveva scritte il Gronovio, il quale le vi appicc pi per compiacere a'governi liberi che per far merito alla giustizia; e gi ne aveva scorso il primo libro e la met del secondo, delle quali poi si rimase, sulla riflessione che non conveniva ad uom cattolico di religione adornare di note opera di auttore eretico.
Con questi studi, con queste cognizioni, con questi quattro auttori che egli ammirava sopra tutt'altri, con desiderio di piegargli in uso della cattolica religione, finalmente il Vico intese non esservi ancora nel mondo delle lettere un sistema, in cui accordasse la miglior filosofia, qual  la platonica subordinata alla cristiana religione, con una filologia che portasse necessit di scienza in entrambe le sue parti, che sono le due storie, una delle lingue, l'altra delle cose; e dalla storia delle cose si accertasse quella delle lingue, di tal condotta che s fatto sistema componesse amichevolmente e le massime de'sapienti dell'accademie e le pratiche de'sapienti delle repubbliche. Ed in questo intendimento egli tutto spiccossi dalla mente del Vico quello che egli era ito nella mente cercando nelle prime orazioni augurali ed aveva dirozzato pur grossolanamente nella dissertazione " De nostri temporis studiorum ratione"  e, con un poco pi di affinamento, nella " Metafisica" . Ed in un'apertura di studi pubblica solenne dell'anno 1719 propose questo argomento: " Omnis divinae atque humanae eruditionis elementa tria: nosse, velle, posse; quorum principium unum mens, cuius oculus ratio, cui aeterni veri lumen praebet Deus" . E part l'argomento cos: "" Nunc haec tria elementa, quae tam existere et nostra esse quam nos vivere certo scimus, una ilia re de qua omnino dubitare non possumus, nimirum cogitatione, explicemus. Quod quo facilius faciamus, hanc tractationem universam divido in partes tres: in quarum prima omnia scientiarum principia a Deo esse; in secunda, divinum lumen sive aeternum verum per haec tria quae proposuimus elementa, omnes scientias permeare, easque omnes una arctissima complexione colligatas alias in alias dirigere et cunctas ad Deum, ipsarum principium, revocare; in tertia, quicquid usquam de divinae ac humanae eruditionis principiis scriptum dictumve sit quod cum his principiis congruerit, verum; quod dissenserit, falsum esse demonstremus. Atque adeo de divinarum atque humanarum rerum notitia haec agam tria: de origine, de circulo, de constantia; et ostendam origines omnes a Deo provenire, circulo ad Deum redire omnes, constantia omnes constare in Deo omnesque eas ipsas praeter Deum tenebras esse et errores" ". E vi ragion sopra da un'ora e pi.
Sembr a taluni l'argomento, particolarmente per la terza parte, pi magnifico che efficace, dicendo che non di tanto si era compromesso Pico della Mirandola quando propose sostenere "" conclusiones de omni scibili" ", perch ne lasci la grande e maggior parte della filologia, la quale, intorno a innumerabili cose delle religioni, lingue, leggi, costumi, domni, commerzi, imperi, governi, ordini ed altre,  ne'suoi incominciamenti mozza, oscura, irragionevole, incredibile e disperata affatto da potersi ridurre a princpi di scienza. Onde il Vico, per darne innanzi tempo un'idea che dimostrasse poter un tal sistema uscire all'effetto, ne diede fuora un saggio l'anno 1720, che corse per le mani de'letterati d'Italia e d'oltremonti, sopra il quale alcuni diedero giudizi svantaggiosi; per, non gli avendo poi sostenuti quando l'opera usc adornata di giudizi molto onorevoli di uomini letterati dottissimi, co'quali efficacemente la lodarono, non sono costoro da essere qui mentovati. Il signor Anton Salvini, gran pregio dell'Italia, degnossi fargli contro alcune difficolt filologiche (le quali fece a lui giugnere per lettera scritta al signor Francesco Valletta, uomo dottissimo e degno erede della celebre biblioteca vallettiana lasciata dal signor Gioseppe, suo avo), alle quali gentilmente rispose il Vico nella " Constanza della filologia" ; altre filosofiche del signor Ulrico Ubero e del signor Cristiano Tomasio, uomini di rinomata letteratura della Germania, gliene port il signor Luigi barone di Ghemminghen, alle quali egli si ritruovava gi aver soddisfatto con l'opera istessa, come si pu vedere nel fine del libro " De constantia iurisprudentis" .
Uscito il primo libro col titolo " De uno universi iuris principio et fine uno"  l'istesso anno 1720, dalle stampe pur di Felice Mosca in quarto foglio, nel quale pruova la prima e la seconda parte della dissertazione, giunsero all'orecchio dell'auttore obbiezioni fatte a voce da sconosciuti ed altre da alcuno fatte pure privatamente, delle quali niuna convelleva il sistema, ma intorno a leggieri particolari cose, e la maggior parte in conseguenza delle vecchie oppinioni contro le quali si era meditato il sistema. A'quali opponitori, per non sembrare il Vico che esso s'infingesse i nemici per poi ferirgli, risponde senza nominargli nel libro che diede appresso: " De constantia iurisprudentis" , accioch cos sconosciuti, se mai avessero in mano l'opera, tutti soli e secreti intendessero esser loro stato risposto. Usc poi dalle medesime stampe del Mosca, pur in quarto foglio, l'anno appresso 1721, l'altro volume col titolo: " De constantia iurisprudentis" , nella quale pi a minuto si pruova la terza parte della dissertazione, la quale in questo libro si divide in due parti, una " De constantia philosophiae" , altra " De constantia philologiae" ; e in questa seconda parte dispiacendo a taluni un capitolo cos concepito: " Nova scientia tentatur" , donde s'incomincia la filologia a ridurre a princpi di scienza, e ritruovando infatti che la promessa fatta dal Vico nella terza parte della dissertazione non era punto vana non solo per la parte della filosofia, ma, quel che era pi, n meno per quella della filologia, anzi di pi che sopra tal sistema vi si facevano molte ed importanti scoverte di cose tutte nuove e tutte lontane dall'oppinione di tutti i dotti di tutti i tempi, non ud l'opera altra accusa: che ella non s'intendeva. Ma attestarono al mondo che ella s'intendesse benissimo uomini dottissimi della citt, i quali l'approvarono pubblicamente e la lodarono con gravit e con efficacia, i cui elogi si leggono nell'opera medesima.
Tra queste cose una lettera dal signor Giovan Clerico fu scritta all'auttore del tenore che siegue:
"" Accepi, vir clarissime, ante perpaucos dies ab ephoro illustrissimi comitis Wildenstein opus tuum de origine iuris et philologia, quod, cum essem Ultraiecti, vix leviter evolvere potui. Coactus enim negotiis quibusdam Amstelodamum redire, non satis mihi fuit temporis ut tam limpido fonte me proluere possem. Festinante tamen oculo vidi multa et egregia, tum philosophica tum etiam philologica, quae mihi occasionem praebebunt ostendendi nostris septentrionalibus eruditis acumen atque eruditionem non minus apud italos inveniri quam apud ipsos; imo vero doctiora et acutiora dici ab italis quam quae a frigidiorum orarum incolis expectari queant. Cras vero Ultraiectum rediturus sum, ut illic perpaucas hebdomadas morer utque me opere tuo satiem in illo secessu, in quo minus quam Amstelodami interpellor. Cum mentem tuam probe adsequutus fuero, tum vero in voluminis XVIII "Bibliotecae antiquae et hodiernae" parte altera ostendam quanti sit faciendum. Vale, vir clarissime, meque inter egregiae tuae eruditionis iustos aestimatores numerato. Dabam, festinanti manu, Amstelodami, ad diem VIII septembris MDCCXXII.""
Quanto questa lettera rallegr i valenti uomini che avevano giudicato a pro dell'opera del Vico, altrettanto dispiacque a coloro che ne avevano sentito il contrario. Quindi si lusingavano che questo era un privato complimento del Clerico, ma, quando egli ne darebbe il giudizio pubblico nella " Biblioteca" , allora ne giudicherebbe conforme a essoloro pareva di giustizia; dicendo esser impossibile che con l'occasione di quest'opera del Vico volesse il Clerico cantare la palinodia di quello che egli, presso a cinquant'anni, ha sempre detto: che in Italia non si lavoravano opere le quali per ingegno e per dottrina potessero stare a petto di quelle che uscivano da oltramonti. E 'l Vico frattanto, per appruovare al mondo che esso amava s la stima degli uomini eccellenti, ma non gi la faceva fine e mta de'suoi travagli, lesse tutti e due i poemi d'Omero con l'aspetto de'suoi princpi di filologia, e, per certi canoni mitologici che ne aveva concepiti, li fa vedere in altra comparsa di quello con la quale sono stati finora osservati, e divinamente esser tessuti sopra due subbietti due gruppi di greche istorie dei tempi oscuro ed eroico secondo la division di Varrone. Le quali lezioni omeriche, insieme con essi canoni, diede fuori pur dalle stampe del Mosca in quarto foglio l'anno seguente 1722, con questo titolo: " Iohannis Baptistae Vici Notae in duos libros, alterum De universi iuris principio, alterum De constantia iurisprudentis" .
Poco dipoi vac la cattedra primaria mattutina di leggi, minor della vespertina, con salario di scudi seicento l'anno; e 'l Vico, destato in isperanza di conseguirla da questi meriti che si sono narrati particolarmente in materia di giurisprudenza, li quali egli si aveva perci apparecchiati inverso la sua universit, nella quale esso  il pi anziano di tutti per ragione di possesso di cattedre, perch esso solo possiede la sua per intestazione di Carlo secondo, e tutti gli altri le possiedono per intestazioni pi fresche; ed affidato nella vita che aveva menato nella sua patria, dove con le sue opere d'ingegno aveva onorato tutti, giovato a molti e nociuto a nessuno; il giorno avanti, come egli  uso, aperto il " Digesto vecchio" , sopra del quale dovevan sortire quella volta le leggi, egli ebbe in sorte queste tre: una sotto il titolo " De rei vindicatione" , un'altra sotto il titolo " De peculio" , e la terza fu la legge prima sotto il titolo " De praescriptis verbis" . E perch tutti e tre erano testi abbondanti, il Vico, per mostrare a monsignor Vidania, prefetto degli studi, una pronta facolt di fare quel saggio, quantunque giammai avesse professato giurisprudenza, il prieg che avessegli fatto l'onore di determinargli l'un de'tre luoghi ove a capo le ventiquattro ore doveva fare la lezione. Ma il prefetto scusandosene, esso si elesse l'ultima legge, dicendo il perch quella era di Papiniano, giureconsulto sopra tutt'altri di altissimi sensi, ed era in materia di diffinizioni di nomi di leggi, che  la pi difficile impresa da ben condursi in giurisprudenza; prevedendo che sarebbe stato audace ignorante colui che l'avesse avuto a calonniare perch si avesse eletto tal legge, perch tanto sarebbe stato quanto riprenderlo perch egli si avesse eletto materia cotanto difficile; talch Cuiacio, ove egli diffinisce nomi di legge, s'insuperbisce con merito e dice che vengan tutti ad impararlo da lui, come fa ne'" Paratitli de'Digesti (De codicillis)" , e non per altro ei riputa Papiniano principe de'giureconsulti romani che perch niuno meglio di lui diffinisca e niuno ne abbia portato in maggior copia migliori diffinizioni in giurisprudenza.
Avevano i competitori poste in quattro cose loro speranze, nelle quali come scogli il Vico dovesse rompere. Tutti, menati dalla interna stima che ne avevano, credevan certamente che egli avesse a fare una magnifica e lunga prefazion de'suoi meriti inverso l'universit. Pochi, i quali intendevano ci che egli arebbe potuto, auguravano che egli ragionerebbe sul testo per gli suoi " Princpi del dritto universale" , onde con fremito dell'udienza arebbe rotte le leggi stabilite di concorrere in giurisprudenza. Gli pi, che stimano solamente maestri della facolt coloro che l'insegnano a'giovani, si lusingavano o che, ella essendo una legge dove Ottomano aveva detto di molta erudizione, egli con Ottomano vi facesse tutta la sua comparsa, o che, su questa legge avendo Fabbro attaccato tutti i primi lumi degl'interpetri e non essendovi stato alcuno appresso che avesse al Fabbro risposto, il Vico arebbe empiuta la lezione di Fabbro e non l'arebbe attaccato. Ma la lezione del Vico riusc tutta fuori della loro aspettazione, perch egli vi entr con una brieve, grave e toccante invocazione; recit immediatamente il principio della legge, sul quale e non negli altri suoi paragrafi restrinse la sua lezione; e, dopo ridotta in somma e partita, immediatamente in una maniera quanto nuova ad udirsi in s fatti saggi cotanto usata da'romani giureconsulti, che da per tutto risuonano: "" Ait lex" ", "" Ait senatusconsultum" ", "" Ait praetor" ", con somigliante formola "" Ait iurisconsultus" " interpetr le parole della legge una per una partitamente, per ovviare a quell'accusa che spesse volte in tai concorsi si ode, che egli avesse punto dal testo divagato, perch sarebbe stato affatto ignorante maligno alcuno che avesse voluto scemarne il pregio perch egli l'avesse potuto fare sopra un principio di titolo, perch non sono gi le leggi ne'" Pandetti"  disposte con alcun metodo scolastico d'instituzioni, e, come egli fu in quel principio allogato Papiniano, poteva ben altro giureconsulto allogarsi, che con altre parole ed altri sentimenti avesse data la diffinizione dell'azione che ivi si tratta. Indi dalla interpretazione delle parole tragge il sentimento della diffinizione papinianea, l'illustra con Cuiacio, indi la fa vedere conforme a quella degl'interpetri greci. Immediatamente appresso si fa incontro al Fabbro, e dimostra con quanto leggiere o cavillose o vane ragioni egli riprende Accursio, indi Paolo di Castro, poi gl'interpetri oltramontani antichi, appresso Andrea Alciato; ed avendo dinanzi, nell'ordine de'ripresi da Fabbro, preposto Ottomano a Cuiacio, nel seguirlo si dimentic di Ottomano e, dopo Alciato, prese Cuiacio a difendere; di che avvertito, trappose queste parole: "" Sed memoria lapsus Cuiacium Othmano praeverti; at mox, Cuiacio absoluto, Hotmanum a Fabro vindicabimus" ". Tanto egli aveva poste speranze di fare con Ottomano il concorso! Finalmente, sul punto che veniva alla difesa di Ottomano, l'ora della lezione fin.
Egli la pens fino alle cinque ore della notte antecedente, in ragionando con amici e tra lo strepito de'suoi figliuoli, come ha uso di sempre o leggere o scrivere o meditare. Ridusse la lezione in sommi capi, che si chiudevano in una pagina, e la porse con tanta facilit come se non altro avesse professato tutta la vita, con tanta copia di dire che altri v'arebbe aringato due ore, col fior fiore dell'eleganze legali della giurisprudenza pi colta e co'termini dell'arte anche greci, ed ove ne abbisognava alcuno scolastico, pi tosto il disse greco che barbaro. Una sol volta, per la difficolt della voce " proghegrammnon"  , egli si ferm alquanto; ma poi soggiunse: "" Ne miremini me substitisse, ipsa enim verbi " antitupa"  me remorata est" "; tanto che parve a molti fatto a bella posta quel momentaneo sbalordimento, perch con un'altra voce greca s propia ed elegante esso si fosse rimesso. Poi il giorno appresso la stese quale l'aveva recitata e ne diede essemplari, fra gli altri, al signor don Domenico Caravita, avvocato primario di questi suppremi tribunali, degnissimo figliuolo del signor don Nicol, il quale non vi pot intervenire.
Stim soltanto il Vico portare a questa pretensione i suoi meriti e 'l saggio della lezione, per lo cui universal applauso era stato posto in isperanza di certamente conseguire la cattedra; quando egli, fatto accorto dell'infelice evento, qual in fatti riusc anche in persona di coloro che erano immediatamente per tal cattedra graduati, perch non sembrasse delicato o superbo di non andar attorno, di non priegare e fare gli altri doveri onesti de'pretensori, col consiglio ed auttorit di esso signor don Domenico Caravita, sapiente uomo e benvoglientissimo suo, che gli appruov che a esso conveniva tirarsene, con grandezza di animo and a professare che si ritraeva dal pretenderla.
Questa dissavventura del Vico, per la quale disper per l'avvenire aver mai pi degno luogo nella sua patria, fu ella consolata dal giudizio del signor Giovan Clerico, il quale, come se avesse udite le accuse fatte da taluni alla di lui opera, cos nella seconda parte del volume XVIII della " Biblioteca antica e moderna" , all'articolo VIII, con queste parole, puntualmente dal francese tradotte, per coloro che dicevano non intendersi, giudica generalmente: che l'opera  "ripiena di materie recondite, di considerazioni assai varie, scritta in istile molto serrato"; che infiniti luoghi avrebbono bisogno di ben lunghi estratti;  ordita con "metodo mattematico", che "da pochi princpi tragge infinit di conseguenze"; che bisogna leggersi con attenzione, senza interrompimento, da capo a piedi, ed avvezzarsi alle sue idee ed al suo stile; cos, col meditarvi sopra, i leggitori "vi truoveranno di pi, col maggiormente innoltrarsi, molte scoverte e curiose osservazioni fuor di loro aspettativa". Per quello onde fe'tanto romore la terza parte della dissertazione, per quanto riguarda la filosofia dice cos: "Tutto ci che altre volte  stato detto de'princpi della divina ed umana erudizione, che si truova uniforme a quanto  stato scritto nel libro precedente, egli  di necessit vero". Per quanto riguarda alla filologia, egli cos ne giudica: "Egli ci d in accorcio le principali epoche dopo il diluvio infino al tempo che Annibale port la guerra in Italia; perch egli discorre in tutto il corpo del libro sopra diverse cose che seguirono in questo spazio di tempo, e fa molte osservazioni di filologia sopra un gran numero di materie, emendando quantit di errori vulgari, a'quali uomini intendentissimi non hanno punto badato". E finalmente conchiude per tutti: "Vi si vede una mescolanza perpetua di materie filosofiche, giuridiche e filologiche, poich il signor Vico si  particolarmente applicato a queste tre scienze e le ha ben meditate, come tutti coloro che leggeranno le sue opere converranno in ci. Tra queste tre scienze vi ha un s forte ligame che non pu uom vantarsi di averne penetrata e conosciuta una in tutta la sua distesa senza averne altres grandissima cognizione dell'altre. Quindi  che alla fine del volume vi si veggono gli elogi che i savi italiani han dato a quest'opera, per cui si pu comprendere che riguardano l'auttore come intendentissimo della metafisica, della legge e della filologia, e la di lui opera come un originale pieno d'importanti discoverte".
Ma non altronde si pu intendere apertamente che 'l Vico  nato per la gloria della patria e in conseguenza dell'Italia, perch quivi nato e non in Marocco esso riusc letterato, che da questo colpo di avversa fortuna, onde altri arebbe rinunziato a tutte le lettere, se non pentito di averle mai coltivate, egli non si ritrasse punto di lavorare altre opere. Come in effetto ne aveva gi lavorata una divisa in due libri, ch'arebbono occupato due giusti volumi in quarto: nel primo de'quali andava a ritrovare i princpi del diritto naturale delle genti dentro quegli dell'umanit delle nazioni, per via d'inverisimiglianze, sconcezze ed impossibilit di tutto ci che ne avevano gli altri inanzi pi immaginato che raggionato; in conseguenza del quale, nel secondo, egli spiegava la generazione de'costumi umani con una certa cronologia raggionata di tempi oscuro e favoloso de'greci, da'quali abbiamo tutto ci ch'abbiamo delle antichit gentilesche. E gi l'opera era stata riveduta dal signor don Giulio Torno, dottissimo teologo della chiesa napoletana, quando esso - riflettendo che tal maniera negativa di dimostrare quanto fa di strepito nella fantasia tanto  insuave all'intendimento, poich con essa nulla pi si spiega la mente umana; ed altronde per un colpo di avversa fortuna, essendo stato messo in una necessit di non poterla dare alle stampe, e perch pur troppo obbligato dal propio punto di darla fuori, ritrovandosi aver promesso di pubblicarla - ristrinse tutto il suo spirito in un'aspra meditazione per ritrovarne un metodo positivo, e s pi stretto e quindi pi ancora efficace.
E nel fine dell'anno 1725 diede fuori in Napoli, dalle stampe di Felice Mosca, un libro in dodicesimo di dodeci fogli, non pi, in carattere di testino, con titolo: " Princpi di una Scienza nuova d'intorno alla natura delle nazioni, per li quali si ritruovano altri princpi del diritto naturale delle genti" , e con uno elogio l'indirizza alle universit dell'Europa. In quest'opera egli ritruova finalmente tutto spiegato quel principio, ch'esso ancor confusamente e non con tutta distinzione aveva inteso nelle sue opere antecedenti. Imperciocch egli appruova una indispensabile necessit, anche umana, di ripetere le prime origini di tal Scienza da'princpi della storia sacra, e, per una disperazione dimostrata cos da'filosofi come da'filologi di ritrovarne i progressi ne'primi auttori delle nazioni gentili, esso - facendo pi ampio, anzi un vasto uso di uno de'giudizi che 'l signor Giovanni Clerico avea dato dell'opera antecedente, che ivi egli "per le principali epoche ivi date in accorcio dal diluvio universale fino alla seconda guerra di Cartagine, discorrendo sopra diverse cose che seguirono in questo spazio di tempo, fa molte osservazioni di filologia sopra un gran numero di materie, emendando quantit di errori volgari, a'quali uomini intendentissimi non hanno punto badato" - discuopre questa nuova Scienza in forza di una nuova arte critica da giudicare il vero negli auttori delle nazioni medesime dentro le tradizioni volgari delle nazioni che essi fondarono, appresso i quali doppo migliaia d'anni vennero gli scrittori, sopra i quali si ravvoglie questa critica usata; e, con la fiaccola di tal nuova arte critica, scuopre tutt'altre da quelle che sono state immaginate finora le origini di quasi tutte le discipline, sieno scienze o arti, che abbisognano per raggionare con idee schiarite e con parlari propi del diritto naturale delle nazioni. Quindi egli ne ripartisce i princpi in due parti, una delle idee, un'altra delle lingue. E per quella dell'idee, scuopre altri princpi storici di cronologia e geografia, che sono i due occhi della storia, e quindi i princpi della storia universale, c'han mancato finora. Scuopre altri princpi storici della filosofia, e primieramente una metafisica del genere umano, cio una teologia naturale di tutte le nazioni, con la quale ciascun popolo naturalmente si finse da se stesso i suoi propri di per un certo istinto naturale che ha l'uomo della divinit, col cui timore i primi auttori delle nazioni si andarono ad unire con certe donne in perpetua compagnia di vita, che fu la prima umana societ de'matrimoni; e s scuopre essere stato lo stesso il gran principio della teologia de'gentili e quello della poesia de'poeti teologi, che furono i primi nel mondo e quelli di tutta l'umanit gentilesca. Da cotal metafisica scuopre una morale e quindi una politica commune alle nazioni, sopra le quali fonda la giurisprudenza del genere umano variante per certe sette de'tempi, s come esse nazioni vanno tuttavia pi spiegando l'idee della loro natura, in conseguenza delle quali pi spiegate vanno variando i governi, l'ultima forma de'quali dimostra essere la monarchia, nella quale vanno finalmente per natura a riposare le nazioni. Cos supplisce il gran vuoto che ne'suoi princpi ne ha lasciato la storia universale, la quale incomincia in Nino dalla monarchia degli assiri. Per la parte delle lingue, scuopre altri princpi della poesia e del canto e de'versi, e dimostra essere quella e questi nati per necessit di natura uniforme in tutte le prime nazioni. In seguito di tai princpi scuopre altre origini dell'imprese eroiche, che fu un parlar mutolo di tutte le prime nazioni in tempi diformati di favelle articolate. Quindi scuopre altri princpi della scienza del blasone, che ritruova esser gli stessi che quegli della scienza delle medaglie, dove osserva eroiche di quattromill'anni di continuata sovranit le origini delle due case d'Austria e di Francia. Fra gli effetti della discoverta delle origini delle lingue ritruova certi princpi communi a tutte, e per un saggio scuopre le vere cagioni della lingua latina, e al di lei essemplo lascia agli eruditi a farlo delle altre tutte; d un'idea di un etimologico commune a tutte le lingue natie, un'altra di altro etimologico delle voci di origine straniera, per ispiegare finalmente un'idea d'un etimologico universale per la scienza della lingua necessaria a raggionare con propiet del diritto naturale delle genti. Con s fatti princpi s d'idee come di lingue, che vuol dire con tal filosofia e filologia del gener umano, spiega una storia ideale eterna sull'idea della providenza, dalla quale per tutta l'opera dimostra il diritto naturale delle genti ordinato; sulla quale storia eterna corrono in tempo tutte le storie particolari delle nazioni ne'loro sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini. S che esso dagli egizi, che motteggiavano i greci che non sapessero di antichit, con dir loro che erano sempre fanciulli, prende e fa uso di due gran rottami di antichit: uno, che tutti i tempi scorsi loro dinanzi essi divisero in tre epoche, una dell'et degli di, l'altra dell'et degli eroi, la terza di quella degli uomini; l'altro che con questo stesso ordine e numero di parti in altrettanta distesa di secoli si parlarono inanzi, ad essoloro tre lingue: una divina, muta, per geroglifici o sieno caratteri sacri; un'altra simbolica o sia per metafore, qual  la favella eroica; la terza epistolica per parlari convenuti negli usi presenti della vita. Quindi dimostra la prima epoca e lingua essere state nel tempo delle famiglie, che certamente furono appo tutte le nazioni inanzi delle citt e sopra le quali ognun confessa che sorsero le citt, le quali famiglie i padri da sovrani prncipi reggevano sotto il governo degli di, ordinando tutte le cose umane con gli auspici divini, e con una somma naturalezza e semplicit ne spiega la storia dentro le favole divine de'greci. Quivi osservando che gli di d'Oriente, che poi da'caldei furono innalzati alle stelle, portati da'fenici in Grecia (lo che dimostra esser avvenuto dopo i tempi d'Omero), vi ritruovarono acconci i nomi dei di greci a ricevergli, s come poi, portati nel Lazio, vi ritruovarono acconci i nomi dei di latini. Quindi dimostra cotale stato di cose, quantunque in altri dopo altri, essere corso egualmente tra latini, greci ed asiani. Appresso dimostra la seconda epoca con la seconda lingua simbolica essere state nel tempo de'primi governi civili, che dimostra essere stati di certi regni eroici o sia d'ordini regnanti de'nobili, che gli antichissimi greci dissero "razze erculee", riputate di origine divina sopra le prime plebi, tenute da quelli di origine bestiale; la cui storia egli spiega con somma facilit descrittaci da'greci tutta nel carattere del loro Ercole tebano, che certamente fu il massimo de'greci eroi, della cui razza furono certamente gli Eraclidi, da'quali sotto due re si governava il regno spartano, che senza contrasto fu aristocratico. Ed avendo egualmente gli egizi e greci osservato in ogni nazione un Ercole, come de'latini ben quaranta ne giunse a numerare Varrone, dimostra dopo degli di aver regnato gli eroi da per tutte le nazioni gentili e, per un gran frantume di greca antichit, che i cureti uscirono di Grecia in Creta, in Saturnia, o sia Italia, ed in Asia; scuopre questi essere stati i quiriti latini, di cui furono una spezie i quiriti romani, cio uomini armati d'aste in adunanza; onde il diritto de'quiriti fu il diritto di tutte le genti eroiche. E dimostra la vanit della favola della legge delle XII tavole venuta da Atene, scuopre che sopra tre diritti nativi delle genti eroiche del Lazio, introdotti ed osservati in Roma e poi fissi nelle tavole, reggono le cagioni del governo, virt e giustizia romana in pace con le leggi e in guerra con le conquiste; altrimenti la romana storia antica, letta con l'idee presenti, ella sia pi incredibile di essa favolosa de'greci; co'quali lumi spiega i veri princpi della giurisprudenza romana. Finalmente dimostra la terza epoca dell'et degli uomini e delle lingue volgari essere nei tempi dell'idee della natura umana tutta spiegata e ravisata quindi uniforme in tutti; onde tal natura si trasse dietro forme di governi umani, che pruova essere il popolare e 'l monarchico, della qual setta de'tempi furono i giureconsulti romani sotto gl'imperadori. Tanto che viene a dimostrare le monarchie essere gli ultimi governi in che si ferman finalmente le nazioni; e che sulla fantasia che i primi re fussero stati monarchi quali sono i presenti, non abbiano affatto potuto incominciare le repubbliche; anzi con la froda e con la forza, come si  finora immaginato, non abbiano potuto affatto cominciare le nazioni. Con queste ed altre discoverte minori, fatte in gran numero, egli raggiona del diritto naturale delle genti, dimostrando a quali certi tempi e con quali determinate guise nacquero la prima volta i costumi che forniscono tutta l'iconomia di cotal diritto, che sono religioni, lingue, domni, commerzi, ordini, imperi, leggi, armi, giudizi, pene, guerre, paci, alleanze, e da tali tempi e guise ne spiega l'eterne propiet che appruovano tale e non altra essere la loro natura o sia guisa e tempo di nascere; osservandovi sempre essenziali differenze tra gli ebrei e gentili: che quelli da principio sorsero e stieron fermi sopra pratiche di un giusto eterno, ma le pagane nazioni, conducendole assolutamente la providenza divina, vi sieno ite variando con costante uniformit per tre spezie di diritti, corrispondenti alle tre epoche e lingue degli egizi: il primo, divino, sotto il governo del vero Dio appo gli ebrei e di falsi di tra'gentili; il secondo, eroico, o propio degli eroi, posti in mezzo agli di e gli uomini; il terzo, umano, o della natura umana tutta spiegata e riconosciuta eguale in tutti, dal quale ultimo diritto possono unicamente provenire nelle nazioni i filosofi, i quali sappiano compierlo per raziocini sopra le massime di un giusto eterno. Nello che hanno errato di concerto Grozio, Seldeno e Pufendorfio, i quali per difetto di un'arte critica sopra gli auttori delle nazioni medesime, credendogli sapienti di sapienza riposta, non videro che a'gentili la providenza fu la divina maestra della sapienza volgare, dalla quale tra loro, a capo di secoli usc la sapienza riposta; onde han confuso il diritto naturale delle nazioni, uscito coi costumi delle medesime, col diritto naturale de'filosofi, che quello hanno inteso per forza de'raziocini, senza distinguervi con un qualche privilegio un popolo eletto da Dio per lo suo vero culto, da tutte le altre nazioni perduto. Il qual difetto della stessa arte critica aveva tratto, inanzi, gl'interpetri eruditi della romana ragione che sulla favola delle leggi venute di Atene intrusero, contro il di lei genio, nella giurisprudenza romana le stte de'filosofi, e spezialmente degli stoici ed epicurei, de'cui princpi non vi  cosa pi contraria a quelli, non che di essa giurisprudenza, di tutta la civilt; e non seppero trattarla per le di lei stte propie, che furono quelle de'tempi, come apertamente professano averla trattata essi romani giureconsulti.
Con la qual opera il Vico, con gloria della cattolica religione, produce il vantaggio alla nostra Italia di non invidiare all'Olanda, l'Inghilterra e la Germania protestante i loro tre prncipi di questa scienza, e che in questa nostra et nel grembo della vera Chiesa si scuoprissero i princpi di tutta l'umana e divina erudizione gentilesca. Per tutto ci ha avuto il libro la fortuna di meritare dall'eminentissimo cardinale Lorenzo Corsini, a cui sta dedicato, il gradimento con questa non ultima lode: "Opera, al certo, che per antichit di lingua e per solidezza di dottrina basta a far conoscere che vive anche oggi negl'italiani spiriti non meno la nativa particolarissima attitudine alla toscana eloquenza che il robusto felice ardimento a nuove produzioni nelle pi difficili discipline; onde io me ne congratulo con cotesta sua ornatissima patria".

. Aggiunta fatta dal Vico alla sua Autobiografia (1734).

Uscita alla luce la " Scienza nuova" , tra gli altri ebbe cura l'autore di mandarla al signor Giovanni Clerico ed elegg via pi sicura per Livorno, ove l'invi, con lettera a quello indiritta, in un pacchetto al signor Giuseppe Attias, con cui aveva contratto amicizia qui in Napoli, il pi dotto riputato tra gli ebrei di questa et nella scienza della lingua santa, come il dimostra il " Testamento vecchio"  con la di lui lezione stampato in Amsterdam, opera fatta celebre nella repubblica delle lettere. Il quale con la seguente risposta ne ricev gentilmente l'impiego:
"" Non saprei esprimere il piacere da me provato nel ricevere l'amorevolissima lettera di V.S. illustrissima del 3 novembre, la quale mi ha rinovato la rimembranza del mio felice soggiorno in cotesta amenissima citt: basta dire che cost mi trovai sempre colmo di favori e di grazie compartitemi da quei celebri letterati, e particolarmente dalla gentilissima sua persona, che mi ha onorato delle sue eccellenti e sublimi opere; vanto ch'io mi son dato con gli amici della mia conversazione e letterati che doppo ho praticato ne'miei viaggi d'Italia e Francia. Mander il pacchetto e lettera del signor Clerico, per fargliele recapitare in mano propria da un mio amico di Amsterdam; ed allora aver adempito i miei doveri ed eseguito i pregiati comandi di Vostra Signoria illustrissima, alla di cui gentilezza rendo infinite grazie per l'essemplare mi dona, il quale si  letto nella nostra conversazione, e ammirato la sublimit della materia e copia di nuovi pensieri, che, come dice il signor Clerico [che doveva egli aver letto nell'accennata "Biblioteca"], oltre il diletto e proffitto che se ne ricava da tutte le sue opere lette attentamente, d motivo di pensare a molte cose per rarit e sublimit peregrine e grandi. Chiudo pregandola a portar i miei ossequiosi saluti al padre Sostegni" ."
Ma neppure di questa il Vico ebbe alcuno riscontro, forse perch il signor Clerico o fusse morto o per la vecchiezza avesse rinnonziato alle lettere ed alle corrispondenze letterarie.
Tra questi studi severi non mancarono al Vico delle occasioni di esercitarsi anco negli ameni; come, venuto in Napoli il re Filippo quinto, ebbe egli ordine dal signor duca d'Ascalona, ch'allora governava il Regno di Napoli, portatogli dal signor Serafino Biscardi, innanzi sublime avvocato, allora regente di cancellaria, ch'esso, come regio lettore d'eloquenza, scrivesse una orazione nella venuta del re; e l'ebbe appena otto giorni avanti di dipartirsi, talch dovettela scrivere sulle stampe, che va in dodicesimo col titolo: " Panegyricus Philippo V Hispaniarum regi inscriptus" .
Appresso, ricevutosi questo Reame al dominio austriaco, dal signor conte Wirrigo di Daun, allora governatore dell'armi cesaree in questo Regno, con questa onorevolissima lettera ebbe il seguente ordine:
"" Molto magnifico signor Giovan Battista di Vico, catedratico ne'reali Studi di Napoli. - Avendomi ordinato S.M. cattolica (Dio guardi) di far celebrare i funerali alli signori don Giuseppe Capece e don Carlo di Sangro con pompa proporzionata alla sua reale magnificenza ed al sommo valore de'cavalieri defonti, si  commesso al padre don Benedetto Laudati, priore benedettino, che vi componesse l'orazione funebre, e dovendosi fare gli altri componimenti per le iscrizioni, persuaso dello stile pregiato di Vostra Signoria, ho pensato di commettere al suo approvato ingegno tale materia, assicurandola che, oltre l'onore sar per conseguire in s degna opera, mi rester viva la memoria delle sue nobili fatiche. E desiderando d'essergli utile in qualche suo vantaggio, gli auguro dal cielo tutto il bene. Di Vostra Signoria, molto magnifico signore,
Da questo Palazzo in Napoli, a 11 ottobre 1707 (di propia mano)
affezionato servidore
CONTE DI DAUN" "
Cos esso vi fece l'iscrizioni, gli emblemi e motti sentenziosi e la relazione di que'funerali, e 'l padre prior Laudati, uomo d'aurei costumi e molto dotto di teologia e di canoni, vi recit l'orazione, che vanno in un libro figurato in foglio, magnificamente stampato a spese del real erario col titolo: " Acta funeris Caroli Sangrii et Iosephi Capycii" .
Non pass lungo tempo che, per onorato comando del signor conte Carlo Borromeo vicer, fece l'iscrizioni ne'funerali che nella real cappella si celebrarono per la morte di Giuseppe imperadore.
Quindi l'avversa fortuna volle ferirlo nella stima di letterato; ma, perch non era cosa di sua ragione, tal avversit fruttgli un onore, il qual nemmeno  lecito desiderarsi da suddito sotto la monarchia. Dal signor cardinale Wolfango di Scrotembac, vicer, ne'funerali dell'imperadrice Elionora fu comandato di fare le seguenti iscrizioni, le quali esso concep con tal condotta che, sceverate, ognuna vi reggesse da s e, tutte insieme, vi componessero una orazion funerale. Quella che doveva venire sopra la Porta della real cappella, al di fuori, contiene il proemio:

" Helionor  august  - e ducum Neoburgensium domo - Leopoldi c s. uxori lectissim  - Carolus VI Austrius roman. imperator Hispan. et Neap. rex - parenti optim  - iusta persolvit - reip. hilaritas princeps - luget - huc - publici luctus officia conferte - cives.
"
La prima delle quattro ch'avevano da fissarsi sopra i quattro archi della cappella, contiene le lodi:
Q" ui oculis hunc tumulum inanem spectas - rem mente inanem cogita - namque inter regi  fortunae delicias fluxae voluptatis fuga - in fastigio muliebris dignitatis sui ad imam usque conditionem demissio - inter generis humani mortales cultus aeternarum rerum diligentia - quae - Helionora augusta defuncta - ubique in terris iacent - heic - supremis honoribus cumulantur."

La seconda spiega la grandezza della perdita:

" Si digni in terris reges - qui exemplis magis quam legibus - populorum ac gentium corruptos emendant mores - et rebuspp. civilem conservant felicitatem - Helionora - ut augusti coniugii sorte ita virtute - foemina in orbe terrarum vere primaria - quae uxor materque c sarum - vit  sanctimonia imperii christiani beatitudini - pro muliebri parte quamplurimum contulit - animitus eheu dolenda optimo cuique iactura!
" 
La terza desta il dolore:

" Qui summam - ex Carolo caesare principe optimo - capitis voluptatem - cives - ex Helionora eius augusta matre defuncta - aeque tantum capiatis dolorem - quae felici foecunditate - quod erat optandum - ex Austria domo vobis principem dedit - et raris ac praeclaris regiarum virtutum exemplis - quod erat maxime optandum - vobis optimum dedit."
" "
La quarta ed ultima porge la consolazione:

" Cum lachrymis - nuncupate conceptissima vota - cives - ut - helionorae - recepta coelo mens - qualem ex se dedit Leopoldo - talem ex Elisabetha augusta Carolo imp. - a summo Numine - impetret sobolem - ne sui desiderium perpetuo amarissimum - christiano terrarum orbi - relinquat."


S fatte iscrizioni poi non si alzarono. Per, appena era passato il primo giorno de'funerali, che il signor don Niccol d'Afflitto, gentilissimo cavaliere napoletano, prima facondo avvocato ed allora auditor dell'esercito (e privava appo 'l signor cardinale, la quale gran confidenza, con le grandi fatighe, portgli appresso la morte, che fu da tutti i buoni compianta), egli volle in ogni conto dal Vico che la sera si facesse ritruovare in casa per fargli esso una visita, nella quale gli disse queste parole: - Io ho lasciato di trattare col signor vicer un affare gravissimo per venir qua, ed or quindi ritorner in Palazzo per riattaccarlo; - e tra 'l ragionare, che dur molto poco, dissegli: - Il signor cardinale mi ha detto che grandemente gli dispiaceva questa disgrazia che vi  immeritevolmente accaduta -. Allo che questi rispose che rendeva infinite grazie al signor cardinale di tanta altezza d'animo, propia di grande, usata inverso d'un suddito, la cui maggior gloria  l'ossequio verso del principe.
Tra queste molte occasioni luttuose vennegli una lieta nelle nozze del signor don Giambattista Filomarino, cavalliere di piet, di generosit, di gravi costumi e di senno ornatissimo, con donna Maria Vittoria Caracciolo de'marchesi di Sant'Eramo; e nella raccolta de'" Componimenti"  per ci fatti, stampata in quarto, vi compose un epitalamio di nuova idea, ch' d'un poema dramatico monodico col titolo di " Giunone in danza" , nel quale la sola Giunone, dea delle nozze, parla ed invita gli altri di maggiori a danzare, e a proposito del subbietto ragiona sui princpi della mitologia istorica che si  tutta nella " Scienza nuova"  spiegata.
Sui medesimi princpi tess una canzone pindarica, per in verso sciolto, dell'" Istoria della poesia" , da che nacque infino a'd nostri, indirizzata alla valorosa e saggia donna Marina Della Torre, nobile genovese, duchessa di Carignano.
E qui lo studio de'buoni scrittori volgari ch'aveva fatto giovine, quantunque per tanti anni interrotto, gli diede la facult, essendo vecchio, in tal lingua come di lavorare queste poesie cos di tessere due orazioni, e quindi di scrivere con isplendore di tal favella la " Scienza nuova" . Delle orazioni la prima fu nella morte di Anna d'Aspromonte contessa di Althan, madre del signor cardinale d'Althan, allora vicer; la quale egli scrisse per esser grato ad un beneficio che avevagli fatto il signor don Francesco Santoro, allora segretario del Regno. Il qual, essendo giudice di Vicaria civile e commessario d'una causa d'un suo genero, che vi si tratt a ruote giunte, ove, due giorni di mercord l'uno immediato all'altro (ne'quali la Vicaria criminale si porta nel regio Collateral Consiglio a riferire le cause), il signor don Antonio Caracciolo marchese dell'Amorosa, allor regente di Vicaria (il cui governo della citt per la di lui interezza e prudenza piacque a ben quattro signori vicer), per favorire il Vico, a bella posta vi si port; a cui il signor Santoro la rifer talmente piena, chiara ed esatta, che gli risparmi l'appuramento de'fatti, per lo quale sarebbesi di molto prolungata e strappata dall'avversario la causa. La qual esso Vico ragion a braccio con tanta copia, che contro un istrumento di notaio vivente vi ritruov ben trentasette congetture di falsit, le quali dovette ridurre a certi capi per ragionarla con ordine e, in forza dell'ordine, ritenerle tutte a memoria. E la porse cos tinta di passione, che tutti quei signori giudicanti per loro somma bont non solo non aprirono bocca per tutto il tempo ch'egli ragionava la causa, ma non si guardarono in faccia l'uno con l'altro; e nel fine il signor regente sentissi cos commuovere che, temprando l'affetto con la gravit propia di s gran maestrato, diede un segno degnamente mescolato e di compassione inverso il reo e di disdegno contro l'attore: laonde la Vicaria, la qual  alquanto ristretta in render ragione, senza essersi pruovata criminalmente la falsit, assolvette il convenuto.
Per tal cagione il Vico scrisse la orazione sudetta, che va nella raccolta de'" Componimenti"  che ne fece esso signor Santoro, stampata in quarto foglio. Dove, con l'occasione di due signori figliuoli di s santa principessa i quali s'impiegarono nella guerra fatta per la successione della monarchia di Spagna, vi fa una digressione con uno stile mezzo tra quello della prosa e quello del verso (qual dee essere lo stile istorico, secondo l'avviso di Cicerone nella brieve e succosa idea che d di scriver la storia, che deve ella adoperare "" verba ferme poetarum" ", forse per mantenersi gli storici nell'antichissima loro possessione, la quale si  pienamente nella " Scienza nuova"  dimostrata, che i primi storici delle nazioni furono i poeti); e la vi comprende tutta nelle sue cagioni, consigli, occasioni, fatti e conseguenze, e per tutte queste parti la pone ad esatto confronto della guerra cartaginese seconda, ch' stata la pi grande fatta mai nella memoria de'secoli, e la dimostra essere stata maggiore. Della qual digressione il principe signor don Giuseppe Caracciolo de'marchesi di Sant'Eramo, cavaliero di gravi costumi e saviezza e di buon gusto di lettere, con molta grazia diceva voler esso chiuderla in un gran volume di carta bianca, intitolato al di fuori: " Istoria della guerra fatta per la monarchia di Spagna" .
L'altra orazione fu scritta nella morte di donna Angiola Cimini marchesana della Petrella, la qual valorosa e saggia donna, nelle conversazioni che 'n quella casa sono onestissime e 'n buona parte di dotti uomini, cos negli atti come ne'ragionamenti insensibilmente spirava ed ispirava gravissime virt morali e civili; onde coloro che vi conversavano erano, senz'avvedersene, portati naturalmente a riverirla con amore ed amarla con riverenza. Laonde, per trattare con verit e degnit insieme tal privato argomento: "ch'ella con la sua vita insegn il soave-austero della virt", il Vico vi volle fare sperienza quanto la dilicatezza de'sensi greci potesse comportare in grande dell'espressioni romane, e dell'una e dell'altro fusse capace l'italiana favella. Va in una raccolta in quarto foglio ingegnosamente magnifica, dove le prime lettere di ciascun autore sono figurate in rame, con emblemi ritruovati dal Vico ch'alludono al subietto. Vi scrisse l'introduzione il padre don Roberto Sostegni, canonico lateranense fiorentino, uomo che e per le migliori lettere e per gli amabilissimi costumi fu la delizia di questa citt; nel quale peccando di troppo l'umor della collera (che fecegli spesso mortali infermit, e finalmente d'un ascesso fattogli nel fianco destro cagiongli la morte, con dolore universale di tutti che l'avevano conosciuto), egli l'emendava talmente con la sapienza che sembrava naturalmente esser mansuetissimo. Egli dal chiarissimo abate Anton Maria Salvini, di cui era stato scolare, sapeva di lingue orientali, della greca e molto valeva nella latina, particolarmente ne'versi; nella toscana componeva con uno stile assai robusto alla maniera del Casa, e delle lingue viventi, oltre alla francese, ora fatta quasi comune, era inteso dell'inghilese, tedesca ed anche alquanto della turchesca; nella prosa era assai raziocinativo ed elegante. Portossi in Napoli con l'occasione, come pubblicamente per sua bont il professava, d'aver letto " Il Diritto universale" , che 'l Vico aveva mandato al Salvini; onde conobbe ch'in Napoli si coltiva una profonda e severa letteratura, e 'l Vico fu il primo che volle esso conoscere, con cui contrasse una stretta corrispondenza, per la quale or esso l'ha onorato di quest'elogio.
Circa questi tempi il signor conte Gianartico di Porca, fratello del signor cardinale Leandro di Porca, chiaro uomo e per letteratura e per nobilt, avendo disegnato una via da indirizzarvi con pi sicurezza la giovent nel corso degli studi, sulla vita letteraria di uomini celebri in erudizione e dottrina; egli tra'napoletani che ne stim degni, ch'erano al numero di otto (i quali non si nominano per non offender altri trallasciati dottissimi, i quali forse non erano venuti alla di lui cognizione), degn d'annoverare il Vico, e con orrevolissima lettera scrittagli da Vinegia, tenendo la via di Roma per lo signor abate Giuseppe Luigi Esperti, mand al signor Lorenzo Ciccarelli l'incombenza di proccurarlagli. Il Vico, tra per la sua modestia e per la sua fortuna, pi volte nieg di volerla scrivere; ma alle replicate gentil'istanze del signor Ciccarelli finalmente vi si dispose. E, come si vede, scrissela da filosofo; imperocch medit nelle cagioni cos naturali come morali e nell'occasioni della fortuna; medit nelle sue, ch'ebbe fin da fanciullo, o inclinazioni o avversioni pi ad altre spezie di studi ch'ad altre; medit nell'opportunitadi o nelle travversie onde fece o ritard i suoi progressi; medit, finalmente, in certi suoi sforzi di alcuni suoi sensi diritti, i quali poi avevangli a fruttare le riflessioni sulle quali lavor l'ultima sua opera della " Scienza nuova" , la qual appruovasse tale e non altra aver dovuto essere la sua vita letteraria.
Frattanto la " Scienza nuova"  si era gi fatta celebre per l'Italia, e particolarmente in Venezia, il cui signor residente in Napoli di quel tempo avevasi ritirato tutti gli esemplari ch'erano rimasti a Felice Mosca, che l'aveva stampata, con ingiognergli che quanti ne potesse pi avere, tutti gli portasse da essolui, per le molte richieste che ne aveva da quella citt, laonde in tre anni era divenuta s rada che un libretto di dodici fogli in dodicesimo fu comperato da molti due scudi e ancor di vantaggio; quando finalmente il Vico riseppe che nella posta, la qual non solea frequentare, erano lettere a lui indiritte. Di queste una fu del padre Carlo Lodoli de'Minori osservanti, teologo della serenissima repubblica di Venezia, che gli avea scritto in data de'15 di gennaio 1728, la qual si era nella posta trattenuta presso a sette ordinari.
Con tal lettera egli lo invitava alla ristampa di cotal libro in Venezia nel seguente tenore:
"Qui in Venezia con indicibil applauso corre per le mani de'valentuomini il di lei profondissimo libro de'" Princpi di una Scienza nuova d'intorno alla natura delle nazioni" , e pi che 'l van leggendo, pi entrano in ammirazione e stima della vostra mente che l'ha composto. Con le lodi e col discorso andandosi sempre pi diffondendo la fama, viene pi ricercato, e, non trovandosene per citt, se ne fa venire da Napoli qualch'esemplare; ma, riuscendo ci troppo incomodo per la lontananza, son entrati in deliberazione alcuni di farla ristampar in Venezia. Concorrendo ancor io con tal parere, mi  parso proprio di prenderne innanzi lingua da Vostra Signoria, che  l'autore, prima per sapere se questo le fosse a grado, poi per veder ancora se avesse alcuna cosa da aggiungere o da mutare, e se compiacer si volesse benignamente comunicarmelo."
Avvalor il padre cotal sua richiesta con altra acclusa alla sua del signor abate Antonio Conti nobile veneto, gran metafisico e mattematico, ricco di riposta erudizione e per gli viaggi letterari salito in alta stima di letteratura appo il Newton, il Leibnizio ed altri primi dotti della nostra et, e per la sua tragedia del " Cesare"  famoso nell'Italia, nella Francia, nell'Inghilterra. Il quale, con cortesia eguale a cotanta nobilt, dottrina ed erudizione, in data degli 3 di gennaio 1728 cos gli scrisse:
"Non poteva Vostra Signoria illustrissima ritrovare un corrispondente pi versato in ogni genere di studi e pi autorevole co'librari di quel che sia il reverendissimo padre Lodoli, che le offre di far stampare il libro dei " Princpi di una Scienza nuova" . Son io stato un de'primi a leggerlo, a gustarlo e a farlo gustare agli amici miei, i quali concordemente convengono che dell'italiana favella non abbiamo un libro che contenga pi cose erudite e filosofiche, e queste tutte originali della spezie loro. Io ne ho mandato un picciolo estratto in Francia per far conoscere a'francesi che molto pu aggiungersi o molto correggersi sull'idee della cronologia e mitologia, non meno che della morale e della iurisprudenza, sulla quale hanno tanto studiato. Gl'inglesi saranno obligati a confessare lo stesso quando vedranno il libro; ma bisogna renderlo pi universale con la stampa e con la comodit del carattere. Vostra Signoria illustrissima  a tempo di aggiungervi tutto quello stima pi a proposito, sia per accrescere l'erudizione e la dottrina, sia per isviluppare certe idee compendiosamente accennate. Io consiglierei a mettere alla testa del libro una prefazione ch'esponesse i vari princpi delle varie materie che tratta e 'l sistema armonico che da essi risulta, sino ad estendersi alle cose future, che tutte dipendono dalle leggi di quell'istoria eterna, della qual  cos sublime e cos feconda l'idea che ne ha assegnata."
L'altra lettera, che giaceva pur alla posta, era del signor conte Gian Artico di Porca da noi sopra lodato, che da'14 dicembre 1727 li aveva cos scritto:
"Mi assicura il padre Lodoli (che col signor abate Conti riverisce Vostra Signoria e l'un l'altro l'accertano della stima ben grande che fanno della di lei virt) che ritrover chi stampi la di lei ammirabile opera de'" Princpi della Scienza nuova" . Se Vostra Signoria volesse aggiungervi qualche cosa,  in pienissima libert di farlo. Insomma Vostra Signoria ha ora un campo di poter dilatarsi in tal libro, in cui gli uomini scienziati affermano di capire da esso molto pi di quello si vede espresso e 'l considerano come capo d'opera. Io me ne congratulo con Vostra Signoria, e l'assicuro che ne ho un piacer infinito, vedendo che finalmente produzioni di spirito del nerbo e del fondo di che sono le sue vengon a qualche ora conosciute, e che ad esse non manca fortuna quando non mancano leggitori di discernimento e di mente."
A'gentil inviti ed autorevoli conforti di tali e tanti uomini si credette obbligato di acconsentir a cotal ristampa e di scrivervi l'annotazioni ed aggiunte. E dentro il tempo stesso che giugnessero in Venezia le prime risposte del Vico, perch, per la cagion sopra detta, avevano di troppo tardato, il signor abate Antonio Conti, per una particolar affezione inverso del Vico e le sue cose, l'onor di quest'altra lettera in data de'10 marzo 1728.
"Scrissi due mesi fa una lettera a Vostra Signoria illustrissima, che le sar capitata, unita ad un'altra del reverendissimo padre Lodoli. Non avendo veduto alcuna risposta, ardisco d'incomodarla di nuovo, premendomi solamente che Vostra Signoria illustrissima sappia quanto io l'amiro e desidero di profittare de'lumi che Ella abbondantemente sparse nel suo " Principio d'una Nuova Scienza" . Appena ritornato di Francia, io lo lessi con sommo piacere, e mi riuscirono le scoperte critiche, istoriche e morali non meno nuove che istruttive. Alcuni vogliono intraprendere la ristampa del medesimo libro ed imprimerlo con carattere pi commodo ed in forma pi acconcia. Il padre Lodoli aveva questo disegno, e mi disse d'averne a Vostra Signoria illustrissima scritto per suplicarla ad aggiungervi altre disertazioni su la stessa materia o illustrazione de'capitoli del libro stesso, se per aventura ne avesse fatte. Il signor conte di Porca mand allo stesso padre Lodoli la " Vita"  che Ella di se stessa compose, e contiene varie erudizioni spettanti al progresso del sistema istorico e critico stabilito negli altri suoi libri. Quest'edizione  molto desiderata, e molti francesi, a'quali ho dato una compendiosa idea del libro istesso, la chiedono con premura."
Quindi il Vico tanto pi si sent stimolato a scrivere delle note e commenti a quest'opera. E nel tempo che vi travagliava, che dur presso a due anni, prima avvenne che il signor conte di Porca, in una occasione la qual non fa qui mestieri narrare, gli scrisse ch'esso voleva stampar un suo " Progetto a'signori letterati d'Italia"  pi distinti o per l'opere date alla luce delle stampe o pi chiari per rinomea d'erudizione e dottrina, come si  sopra pur detto, di scriver essi le loro " Vite letterarie"  sopra una tal sua idea con la quale se ne promuovesse un altro metodo pi accertato e pi efficace da profittare nel corso de'suoi studi la giovent, e di volervi aggiugnere la sua per saggio, che egli aveva di gi mandata, perch, delle molte che gi glien'eran pervenute in potere, questa sembravagli come di getto caduta sulla forma del suo disegno. Quindi il Vico, il qual aveva creduto ch'esso la stampasse con le " Vite"  di tutti ed in mandandogliela aveva professato che si recava a sommo onore d'esser l'ultimo di tutti in s gloriosa raccolta, si diede a tutto potere a scongiurarlo che nol facesse a niun patto del mondo, perch n esso conseguirebbe il suo fine ed il Vico senza sua colpa sarebbe oppresso dall'invidia. Ma, con tutto ci, essendosi il signor conte fermo in tal suo proponimento, il Vico, oltre di essersene protestato da Roma per una via del signor abate Giuseppe Luigi Esperti, se ne protest altres da Venezia per altra di esso padre Lodoli, il qual aveva egli saputo da esso signor conte che vi promoveva la stampa e del di lui " Progetto"  e della " Vita"  di esso Vico; come il padre Caloger, che l'ha stampato nel primo tomo della sua " Raccolta degli opuscoli eruditi" , l'ha pubblicato al mondo in una lettera al signor Vallisnieri, che vi tien luogo di prefazione; il quale quanto in ci ha favorito il Vico, tanto dispiacer gli ha fatto lo stampatore, il quale con tanti errori anco ne'luoghi sostanziali n'ha strappazzato la stampa. Or nel fine del catalogo delle opere del Vico, che va in piedi di essa " Vita" , si  con le stampe pubblicato: "" Princpi d'una Scienza nuova d'intorno alla natura delle nazioni" , che si ristampano con l'" Annotazioni"  dell'autore in Venezia".
Di pi, dentro il medesimo tempo avvenne che d'intorno alla " Scienza nuova"  gli fu fatta una vile impostura, la quale sta ricevuta tra le " Novelle letterarie"  degli " Atti di Lipsia"  del mese di agosto dell'anno 1727. La qual tace il titolo del libro, ch' il principal dovere de'novellieri letterari (perocch dice solamente "" Scienza nuova" ", n spiega dintorno a qual materia); falsa la forma del libro, che dice esser in ottavo (la qual  in dodicesimo); mentisce l'autore e dice che un lor amico italiano gli accerta che sia un "abate" di casa Vico (il qual  padre e per figliuoli e figliuole ancor avolo); narra che vi tratta un sistema o piuttosto "favole" del diritto naturale (n distingue quel delle genti, che ivi ragiona, da quel de'filosofi che ragionano i nostri morali teologi, e come se questa fusse la materia della " Scienza nuova" , quando egli n' un corollario); ragguaglia dedursi da princpi altri da quelli da'quali han soluto finor i filosofi (nello che, non volendo, confessa la verit, perch non sarebbe "scienza nuova" quella dalla quale si deducono tai princpi); il nota che sia acconcia al gusto della Chiesa catolica romana (come se l'esser fondato sulla provvedenza divina non fusse di tutta la religion cristiana, anzi di ogni religione: nello che ed egli si accusa o epicureo o spinosista, e, 'n vece d'un'accusa, d la pi bella lode, ch' quella d'esser pio, all'autore); osserva che molto vi si travaglia ad impugnare le dottrine di Grozio e di Pufendorfio (e tace il Seldeno, che fu il terzo principe di tal dottrina, forse perch'egli era dotto di lingua ebrea); giudica che compiaccia pi all'ingegno che alla verit (quivi il Vico fa una digressione, ove tratta degli pi profondi princpi dell'ingegno, del riso e de'detti acuti ed arguti: che l'ingegno sempre si ravvolge dintorno al vero ed  'l padre de'detti acuti, e che la fantasia debole  la madre dell'argutezze, e pruova che la natura dei derisori sia, pi che umana, di bestia); racconta che l'autore manca sotto la lunga mole delle sue congetture (e nello stesso tempo confessa esser lunga la mole delle di lui congetture), e che vi lavora con la sua nuova arte critica sopra gli autori delle nazioni (tralle quali appena dopo un mille anni provenendovi gli scrittori, non pu ella usarne l'autorit); finalmente conchiude che da essi italiani pi con tedio che con applausi era ricevuta quell'opera (la qual dentro tre anni della sua stampa si era fatta rarissima per l'Italia e, se alcuna se ne ritruovava, comperavasi a carissimo prezzo, come si  sopra narrato; ed un italiano con empia bugia inform i signori letterati protestanti di Lipsia che a tutta la sua nazione dispiaceva un libro che contiene dottrina catolica!). Il Vico con un libricciuolo in dodicesimo, intitolato: " Notae in Acta lipsiensia" , vi dovette rispondere nel tempo che, per un'ulcera gangrenosa fattagli nella gola (perch in tal tempo n'ebbe la notizia), egli, essendo vecchio di sessant'anni, fu costretto dal signor Domenico Vitolo, dottissimo e costumatissimo medico, d'abbandonarsi al pericoloso rimedio de'fumi del cinabro, il qual anco a'giovani, se per disgrazia tocca i nervi, porta l'apoplesia. Per molti e rilevanti riguardi, chiama l'orditore di tale impostura "vagabondo sconosciuto". Penetra nel fondo di tal laida calonnia e pruova lui averla cos tramata per cinque fini: il primo per far cosa che dispiacesse all'autore; il secondo per rendere i letterati lipsiensi neghittosi di ricercare un libro vano, falso, catolico, d'un autor sconosciuto; il terzo, se ne venisse lor il talento, col tacere e falsare il titolo, la forma e la condizion dell'autore, difficilmente il potessero ritruovare; il quarto, se pur mai il truovassero, da tante altre circostanze vere la stimassero opera d'altro autore; il quinto per seguitare d'esser creduto buon amico da que'signori tedeschi. Tratta i signori giornalisti di Lipsia con civilt, come si dee con un ordine di letterati uomini d'un'intiera famosa nazione, e gli ammonisce che si guardino per l'avvenire di un tal amico, che rovina coloro co'quali celebra l'amicizia e gli ha messi dentro due pessime circostanze: una, di accusarsi che mettono ne'loro " Atti"  i rapporti e i giudizi de'libri senza vedergli; l'altra, di giudicare d'un'opera medesima con giudizi tra loro affatto contrari. Fa una grave esortazione a costui, che, poich peggio tratta con gli amici che co'nimici ed  falso infamatore della nazion sua e vil traditore delle nazioni straniere, esca dal mondo degli uomini e vada a vivere tralle fiere ne'diserti dell'Affrica. Aveva destinato mandare in Lipsia un esemplare con la seguente lettera al signor Burcardo Menckenio, capo di quella assemblea, primo ministro del presente re di Polonia:

"" Praeclarissimo eruditorum lipsiensium collegio eiusque praefecto excellentissimo viro"  BURCARDO MENCKENIO, IOHANNES BAPTISTA VICUS s.d.

" Satis graviter quidem indolui quod mea infelicitas vos quoque, clarissimi viri, in eam adversam fortunam pertraxisset, ut a vestro simulato amico italo decepti omnia vana, falsa, iniqua de me meoque libro cui titulus " Princpi d'una Scienza nuova dintorno all'umanit delle nazioni" , in vestra eruditorum Acta referretis; sed dolorem ea mihi consolatio lenivit quod sua naturae sponte ita res nasceretur ut per vestram ipsorum innocentiam, magnanimitatem et bonam fidem, istius malitiam, invidiam perfidiamque punirem; et hic perexiguus liber, quem ad vos mitto, una opera et illius delicta et poenas et ipsas vestras civiles virtutes earumque laudes complecteretur. Cum itaque has Notas bona magnaque ex parte vestra eruditi nominis caussa evulgaverim, eas nedum nullius offensionis sed multae mihi vobiscum ineundae gratiae occasionem esse daturas spero, tecumque in primis, excellentissime Burcarde Menckeni, qui praestantissimae eruditionis merito in isto praeclarissimo eruditorum collegio principem locum obtines" ."  Bene agite plurimum. Dabam Neapoli, XIV kal. novembris anno MDCCXXIX" ."

La qual lettera, quantunque, come si vede, fusse condotta con tutta onorevolezza, per, riflettendo che pur cos avrebbe come di faccia a faccia ripreso que'letterati di grandi mancanze nel lor ufizio, e che essi, i quali attendono a far incetta de'libri ch'escono nell'Europa tuttod dalle stampe, devono sapere principalmente quelli che lor appartengono, per propia gentilezza si rist di mandare.
Or, per ritornare onde usc tal ragionamento, dovendo il Vico risponder a'signori giornalisti lipsiani, perch nella risposta gli bisognava far menzione della ristampa che si promoveva di tal suo libro in Venezia, ne scrisse al padre Lodoli per averne il permesso (com'infatti nel riport); onde nella sua risposta di nuovo con le stampe si pubblic che i " Princpi della Scienza nuova"  con le annotazioni di esso autore erano ristampati in Venezia.
E quivi stampatori veneziani sotto maschere di letterati, per lo Gessari e 'l Mosca, l'uno libraio, l'altro stampatore napoletani, gli avevano fatto richiedere di tutte l'opere sue, e stampate e inedite, descritte in cotal catalogo, di che volevan adornare i loro musei, com'essi dicevano, ma in fatti per istamparle in un corpo, con la speranza che la " Scienza nuova"  l'arebbe dato facile smaltimento. A'quali per far loro vedere che gli conosceva quali essi erano, il Vico fece intendere che di tutte le deboli opere del suo affannato ingegno arebbe voluto che sola fusse restata al mondo la " Scienza nuova" , ch'essi potevano sapere che si ristampava in Venezia. Anzi, per una sua generosit, volendo assicurare anco dopo la sua morte lo stampatore di cotal ristampa, offer al padre Lodoli un suo manoscritto di presso a cinquecento fogli, nel qual era il Vico andato cercando questi " Princpi"  per via negativa, dal quale se n'arebbe potuto di molto accrescere il libro della " Scienza nuova" , che 'l signor don Giulio Torno, canonico e dottissimo teologo di questa chiesa napoletana, per una sua altezza d'animo con cui guarda le cose del Vico, voleva far qui stampare con alquanti associati, ma lo stesso Vico priegandolo nel rimosse, avendo di gi truovati questi " Princpi"  per la via positiva.
Finalmente dentro il mese d'ottobre dell'anno 1729 pervenne in Venezia, ricapitato al padre Lodoli, il compimento delle correzioni al libro stampato e dell'annotazioni e commenti, che fanno un manoscritto di presso a trecento fogli.
Or, ritruovandosi pubblicato con le stampe ben due volte che la " Scienza nuova"  si ristampava con l'aggiunte in Venezia, ed essendo col pervenuto tutto il manoscritto, colui che faceva la mercatanzia di cotal ristampa usc a trattar col Vico come con uomo che dovesse necessariamente farla ivi stampare. Per la qual cosa, entrato il Vico in un punto di propia stima, richiam indietro tutto il suo ch'avea col mandato; la qual restituzione fu fatta finalmente dopo sei mesi ch'era gi stampato pi della mett di quest'opera. E perch, per le test narrate cagioni, l'opera non ritruovava stampatore n qui in Napoli n altrove che la stampasse a sue spese, il Vico si die'a meditarne un'altra condotta, la qual  forse la propia che doveva ella avere, che senza questa necessit non arebbe altrimente pensato, che, col confronto del libro innanzi stampato, apertamente si scorge esser, dall'altra che aveva tenuto, a tutto cielo diversa. Ed in questa tutto ci che nell'" Annotazioni" , per seguire il filo di quell'opera, distratto leggevasi e dissipato, ora con assai molto di nuovo aggiunto si osserva con uno spirito comporsi e reggere con uno spirito, con tal forza di ordine (il quale, oltre all'altra ch' la propiet dello spiegarsi,  una principal cagione della brevit) che 'l libro di gi stampato e 'l manoscritto non vi sono cresciuti che soli tre altri fogli di pi. Dello che si pu far sperienza, come, per cagion d'esemplo, sulle propiet del diritto natural delle genti, delle quali col primo metodo nel capo I,  VII ragion presso a sei fogli, ed in questa ne discorre con pochi versi.
Ma fu dal Vico lasciato intiero il libro prima stampato per tre luoghi de'quali si truov pienamente soddisfatto, per gli quali tre luoghi principalmente  necessario il libro della " Scienza nuova"  la prima volta stampato, del quale intende parlare allorch cita la "" Scienza nuova" " o pure "l'opera con l'" Annotazioni" ", a differenza di quando cita "altra opera sua", che intende per gli tre libri del " Diritto universale" . Laonde o essa " Scienza nuova prima" , ove si faccia altra ristampa della " seconda" , deve stamparlesi appresso, o almeno, per non fargli disiderare, vi si devono stampare detti tre luoghi. Anzi, acciocch nemmeno si disiderassero i libri del " Diritto universale" , de'quali assai meno della " Scienza nuova prima" , siccome d'un abbozzo di quella, il Vico era contento, e gli stimava solamente necessari per gli due luoghi: - uno della favola d'intorno alla legge delle XII Tavole venuta d'Atene, l'altro d'intorno alla favola della Legge regia di Triboniano, - anco li rapport in due " Ragionamenti" , con pi unit e maggior nerbo trattati. I quali due sono di quelli errori che 'l signor Giovanni Clerico, nella " Biblioteca antica e moderna" , in rapportando que'libri, dice che "in un gran numero di materie vi si emendano quantit d'errori volgari, a'quali uomini intendentissimi non hanno punto avvertito".
N gi questo dee sembrar fasto a taluni: che il Vico, non contento de'vantaggiosi giudizi da tali uomini dati alle sue opere, dopo le disappruovi e ne faccia rifiuto, perch questo  argomento della somma venerazione e stima che egli fa di tali uomini anzi che no. Imperciocch i rozzi ed orgogliosi scrittori sostengono le lor opere anche contro le giuste accuse e ragionevoli ammende d'altrui; altri che, per avventura, sono di cuor picciolo, s'empiono de'favorevoli giudizi dati alle loro e, per quelli stessi, non pi s'avvanzano a perfezionarle. Ma al Vico le lodi degli uomini grandi ingrandirono l'animo di correggere, supplire ed anco in miglior forma di cangiar questa sua. Cos condanna le " Annotazioni" , le quali per la via niegativa andavano truovando questi " Princpi" , perocch quella fa le sue pruove per isconcezze, assurdi, impossibilit, le quali, co'loro brutti aspetti, amareggiano piuttosto che pascono l'intendimento, al quale la via positiva si fa sentire soave, ch gli rappresenta l'acconcio, il convenevole, l'uniforme, che fanno la bellezza del vero, del quale unicamente si diletta e pasce la mente umana. Gli dispiacciono i libri del " Diritto universale" , perch in quelli dalla mente di Platone ed altri chiari filosofi tentava di scendere nelle menti balorde e scempie degli autori della gentilit, quando doveva tener il cammino tutto contrario; onde ivi prese errore in alquante materie. Nella " Scienza nuova prima" , se non nelle materie, err certamente nell'ordine, perch tratt de'princpi dell'idee divisamente da'princpi delle lingue, ch'erano per natura tra lor uniti, e pur divisamente dagli uni e dagli altri ragion del metodo con cui si conducessero le materie di questa Scienza, le quali, con altro metodo, dovevano fil filo uscire da entrambi i detti princpi: onde vi avvennero molti errori nell'ordine.
Tutto ci fu nella " Scienza nuova seconda"  emendato. Ma il brevissimo tempo, dentro il qual il Vico fu costretto di meditar e scrivere, quasi sotto il torchio, quest'opera, con un estro quasi fatale, il quale lo strascin a s prestamente meditarla ed a scrivere, che l'incominci la mattina del santo Natale e fin ad ore ventuna della domenica di Pasqua di Resurrezione; - e pure, dopo essersi stampato pi della mett di quest'opera, un ultimo emergente, anco natogli da Venezia, lo costrinse di cangiare quarantatre fogli dello stampato, che contenevano una " Novella letteraria"  (dove intiere e fil filo si rapportavano tutte le lettere e del padre Lodoli e sue d'intorno a cotal affare con le riflessioni che vi convenivano), e, 'n suo luogo, proporre la dipintura al frontispizio di quei libri, e della di lei " Spiegazione"  scrivere altrettanti fogli ch'empiessero il vuoto di quel picciol volume; - di pi, un lungo grave malore, contratto dall'epidemia del catarro, ch'allora scorse tutta l'Italia; - e finalmente la solitudine nella quale il Vico vive: - tutte queste cagioni non gli permisero d'usare la diligenza, la qual dee perdersi nel lavorare d'intorno ad argomenti c'hanno della grandezza, perocch'ella  una minuta e, perch minuta, anco tarda virt. Per tutto ci non pot avvertire ad alcune espressioni che dovevano o, turbate, ordinarsi o, abbozzate, polirsi o, corte, pi dilungarsi; n ad una gran folla di numeri poetici, che si deon schifar nella prosa, n finalmente ad alquanti trasporti di memoria, i quali per non sono stati ch'errori di vocaboli, che di nulla han nuociuto all'intendimento. Quindi nel fine di quei libri, con le " Annotazioni prime" , insieme con le correzioni degli errori anco della stampa (che, per le suddette cagioni, dovettero accadervi moltissimi), die'con le lettere " M"  ed " A"  i miglioramenti e l'aggiunte; e sieguit a farlo con le " Annotazioni seconde" , le quali, pochi giorni dopo esser uscita alla luce quell'opera, vi scrisse con l'occasione che 'l signor don Francesco Spinelli principale di Scalea, sublime filosofo e di colta erudizione particolarmente greca adornato, lo aveva fatto accorto di tre errori, i quali aveva osservato nello scorrere in tre d tutta l'opera. Del qual benigno avviso il Vico gli profess generosamente le grazie nella seguente lettera stampata, ivi aggiunta, con cui tacitamente invit altri dotti uomini a far il medesimo, perch arebbe con grado ricevuto le lor ammende:
"Io debbo infinite grazie a Vostra Eccellenza, perocch, appena dopo tre giorni che le feci per un mio figliuolo presentar umilmente un esemplare della " Scienza nuova"  ultimamente stampata, Ella, tolto il tempo che preziosamente spende o in sublimi meditazioni filosofiche o in lezioni di gravissimi scrittori particolarmente greci, l'aveva gi tutta letta: che per maravigliosa acutezza del vostro ingegno e per l'alta comprensione del vostro intendimento, tanto egli  stato averla quasi ad un fiato scorsa quanto averla fin al midollo penetrata e 'n tutta la sua estensione compresa. E, passando sotto un modesto silenzio i vantaggiosi giudizi ch'Ella ne diede per un'altezza d'animo propia del vostro alto stato, io mi professo sommamente dalla vostra bont favorito, perocch Ella si degn anco di mostrarmene i seguenti luoghi, ne'quali aveva osservato alcuni errori che Vostra Eccellenza mi consolava essere stati trascorsi di memoria, i quali di nulla nuocevano al proposito delle materie che si trattano, ove son essi avvenuti.
Il primo  a p. 313, v. 19, ove io fo Briseide propia d'Agamennone e Criseide d'Achille, e che quegli avesse comandato restituirsi la Criseide a Crise di lei padre, sacerdote di Apollo, che perci faceva scempio del greco esercito con la peste, e che questi non avesse voluto ubidire; il qual fatto da Omero si narra tutto contrario. Ma cotal error da noi preso era in fatti, senz'avvedercene, un'emenda d'Omero nella parte importantissima del costume: che anzi Achille non avesse voluto ubidire, e che Agamennone per la salvezza dell'esercito l'avesse comandato. Ma Omero in ci veramente serb il decoro, che, quale l'aveva fatto saggio, tale finse il suo capitano anco forte, che, avendo renduto Criseide come per forza fattagli da Achille, e stimando esserglici andato del punto suo, per rimettersi in onore tolse ingiustamente ad Achille la sua Briseide, col qual fatto and a rovinare un'altra gran parte de'greci: talch egli nell'" Iliade"  vien a cantare uno stoltissimo capitano, laonde cotal nostro errore ci nuoceva veramente in ci: che non ci aveva fatto vedere quest'altra gran pruova della sapienza del finora creduto, che ci confermava la discoverta del vero Omero. N pertanto Achille, che Omero con l'aggiunto perpetuo d'"irreprensibile" canta a'popoli della Grecia in essemplo dell'eroica virt, egli entra nell'idea dell'eroe quale 'l diffiniscono i dotti, perch quantunque fusse giusto il dolor d'Achille, per - dipartendosi con le sue genti dal campo e con le sue navi dalla comun'armata, fa quell'empio voto: ch'Ettore disfacesse il resto de'greci ch'erano dalla peste campati, e gode esaudirsi (siccome, nel ragionando insieme di queste cose, Vostra Eccellenza mi soggiunge quel luogo dove Achille con Patroclo desidera che morissero tutti i greci e troiani ed essi soli sopravivessero a quella guerra) - era la vendetta scelleratissima.
"Il secondo errore  a pag. 314, v. 38, e pag. 315, v. 1, ove mi avvertisce che 'l Manlio, il qual serb la rcca del Campidoglio da'Galli, fu il Capitolino, dopo cui venne l'altro che si cognomin Torquato, il qual fece decapitar il figliuolo; e che non questi ma quegli, per aver voluto introdurre conto nuovo a pro della povera plebe, venuto in sospetto de'nobili che col favor popolare volesse farsi tiranno di Roma, condennato, funne fatto precipitare dal monte Tarpeo. Il qual trasporto di memoria s che ci nuoceva in ci: che ci aveva tolto questa vigorosa pruova dell'uniformit dello stato aristocratico di Roma antica e di Sparta, ove il valoroso e magnanimo re Agide, qual Manlio Capitolino di Lacedemone, per una stessa legge di conto nuovo, non gi per alcuna legge agraria, e per un'altra testamentaria, fu fatto impiccare dagli efori.
"Il terzo errore  nel fine del libro quinto, p. 445, v. 37, ove deve dir "numantini" (ch tali sono quivi da esso ragionamento circoscritti).
Per gli quali vostri benigni avvisi mi son dato a rileggere l'opera, e vi ho scritto le correzioni, miglioramenti ed aggiunte seconde."
Le quali annotazioni prime e seconde, con altre poche ma importantissime, ch' ito scrivendo interrottamente come di tempo in tempo ragionava l'opera con amici, potranno incorporarlesi ne'luoghi ove sono chiamate, quando si ristampi la terza volta.
Mentre il Vico scriveva e stampava la " Scienza nuova seconda" , fu promosso al sommo pontificato il signor cardinal Corsini, al qual era stata la prima, essendo cardinale, dedicata, e s dovette a Sua Santit anco questa dedicarsi. Il quale, essendogli stata presentata, volle, come gli venne scritto, che 'l signor cardinale Neri Corsini suo nipote, quando ringraziava l'autore dell'esemplare che questi, senza accompagnarlo con lettera, gli aveva mandato, gli rispondesse in suo nome con la seguente:
"Molto illustre signore
"L'opera di Vostra Signoria de'" Princpi di una Nuova Scienza"  aveva gi esatto tutta la lode nella prima sua edizione da Nostro Signore, essendo allora cardinale; ed ora tornata alle stampe, accresciuta di maggiori lumi ed erudizione dal di lei chiaro ingegno, ha incontrato nel clementissimo animo di Sua Santit tutto il gradimento. Ho voluto dar a lei la consolazione di questa notizia nell'atto istesso che mi muovo a ringraziarla del libro fattomene presentare, del quale ho tutta la considerazione che merita, ed esibendole in ogni congiontura di suo servizio tutta la mia parzialit, prego Dio che la prosperi.
"Roma, 6 gennaio 1731.
Di Vostra Signoria affez. sempre
N. CARD. CORSINI"

Colmato il Vico di tanto onore, non ebbe cosa al mondo pi da sperare; onde per l'avvanzata et, logora da tante fatighe, afflitta da tante domestiche cure e tormentata da spasimosi dolori nelle cosce e nelle gambe e da uno stravagante male che gli ha divorato quasi tutto ci ch' al di dentro tra l'osso inferiore della testa e 'l palato, rinnonzi affatto agli studi. Ed al padre Domenico Lodovici, incomparabile latin poeta elegiaco e di candidissimi costumi, don il manoscritto delle annotazioni scritte alla " Scienza nuova prima"  con la seguente iscrizione:

" Al Tibullo cristiano - padre Domenico Lodovici - questi - dell'infelice " Scienza Nuova"  - miseri - e per terra e per mare sbattuti - avvanzi - dalla continova tempestosa fortuna - aggitato ed afflitto - come ad ultimo sicuro porto - Giambattista Vico - lacero e stanco - finalmente ritragge."

Egli nel professare la sua facult fu interessatissimo del profitto de'giovani, e, per disingannargli o non fargli cadere negl'inganni de'falsi dottori, nulla cur di contrarre l'inimicizie de'dotti di professione. Non ragion mai delle cose dell'eloquenza se non in sguito della sapienza, dicendo che l'eloquenza altro non  che la sapienza che parla, e perci la sua cattedra esser quella che doveva indirizzare gl'ingegni e fargli universali, e che l'altre attendevano alle parti, questa doveva insegnare l'intiero sapere, per cui le parti ben si corrispondan tra loro e ben s'intendan nel tutto. Onde d'ogni particolar materia dintorno al ben parlare discorreva talmente ch'ella fusse animata, come da uno spirito, da tutte quelle scienze ch'avevan con quella rapporto: ch'era ci ch'aveva scritto nel libro " De ratione studiorum" , ch'un Platone, per cagion di chiarissimo essemplo, appo gli antichi era una nostra intiera universit di studi tutta in un sistema accordata. Talch ogni giorno ragionava con tal splendore e profondit di varia erudizione e dottrina, come se si fussero portati nella sua scuola chiari letterati stranieri ad udirlo. Egli pecc nella collera, della quale guardossi a tutto poter nello scrivere; ed in ci confessava pubblicamente esser difettuoso: che con maniere troppo risentite inveiva contro o gli errori d'ingegno o di dottrina o 'l mal costume de'letterati suoi emoli, che doveva con cristiana carit e da vero filosofo o dissimulare o compatirgli. Per quanto fu acre contro coloro i quali proccuravano di scemargliele, tanto fu ossequioso inverso quelli che di esso e delle sue opere facevano giusta stima, i quali sempre furono i migliori e gli pi dotti della citt. De'mezzi o falsi, e gli uni e gli altri perch cattivi dotti, la parte pi perduta il chiamava pazzo, o con vocaboli alquanto pi civili, il dicevano essere stravagante e di idee singolari od oscuro. La parte pi maliziosa l'oppresse con queste lodi: altri dicevano che 'l Vico era buono ad insegnar a'giovani dopo aver fatto tutto il corso de'loro studi cio quando erano stati da essi gi resi appagati del loro sapere, come se fusse falso quel voto di Quintiliano, il qual desiderava ch'i figliuoli de'grandi, come Alessandro Magno, da bambini fussero messi in grembo agli Aristotili; altri s'avvanzavano ad una lode quanto pi grande tanto pi rovinosa: ch'egli valeva a dar buoni indirizzi ad essi maestri. Ma egli tutte queste avversit benediceva come occasioni per le quali esso, come a sua alta inespugnabil rocca, si ritirava al tavolino per meditar e scriver altre opere, le quali chiamava "generose vendette de'suoi detrattori"; le quali finalmente il condussero a ritruovare la " Scienza nuova" . Dopo la quale, godendo vita, libert ed onore, si teneva per pi fortunato di Socrate, del quale, faccendo menzione il buon Fedro, fece quel magnanimo voto:

" cuius non fugio mortem, si famam assequar,
et cedo invidiae, dummodo absolvar cinis" .

