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Pietro Verri

Storia di Milano.

NOTE.

(1) I Galli... sbaragliati i Toschi non lungi dal Ticino, avendo udito che il paese in cui si erano fermati, si chiamava degli Insubri, nome pure di una borgata degli Edui, cogliendo l'augurio del luogo, fabbricarono una citt e la chiamarono Mediolano. Livio, lib. V, cap. XIX.
(2) Sul passaggio de'Galli in Italia questo ci venne riportato.
(3) Quella nazione dicesi aver passate le Alpi.
(4) Ant. It. Med. v., diss. XXI.
(5) Tanti cadaveri di citt semi-distrutte.
(6) Rer. Italic. Script., tom. II, p. 691.
(7) Il suolo della citt modenese, occupato enormemente dall'eccessivo straripamento dell'acque, dai ruscelli che scorrono all'intorno e dagli stagni che straboccano dalle paludi, si vede ancora essere deserto per la fuga degli abitanti. Laonde anche oggid si mostra una congerie di pietre d'ogni maniera, e veggonsi sassi di grande volume, attissimi un tempo alla costruzione di eccelsi edifizi, ora, come dicemmo, sommersi dalla frequente inondazione delle acque.
(8) Vitr., lib. I, cap. 4. - Strab., lib. 5.
(9) Alle mura dai Galli edificate,
Che pelle ostentan di lanuta troia.
(10) Che da lanuta troia il nome tragge.
(11) Una citt grandissima delle Gallie e popolatissima, nominano Milano. Questa i Galli Cisalpini tengono per loro capitale. Plutarc., Vit. Marcelli.
(12) Recaronsi a Milano, citt principale degl'Insubri; Cornelio, impadronito essendosi della citt, che oltremodo piena era di frumento e di ogni genere di vettovaglie, insiegue i Galli. Polib. Histor., lib. 2.
(13) Questo monastero pi non esiste.
(14) Lib. 3, cap. 2.
(15) Quale e quanto grande fosse la gioia conceputa per l'una e per l'altra vittoria, pu da questo raccogliersi, che e Domizio Enobarbo e Fabio Massimo nei luoghi stessi nei quali pugnato avevano, eressero torri di pietra, e sopra vi piantarono trofei ornati delle armi nemiche.
(16) Cronica di Vincenzo Canonico di Praga.
(17) Monumenti storici della Boemia, non mai in addietro pubblicati. Praga.
(18) Torre fortissima e grandissima di solidissima costruzione marmorea, che nominavasi Arco Romano. Tom. I, p. 18.
(19) Isaaci Casauboni Animad. in Svet., lib. I, p. 32, num. 17, ed. Paris, 1610; et Plutarc. in Vit. Caesar: invitatus Mediolani ad coenam, hospite Valerio Leone, qui asparagum apposuerat, atque olei loco infuderat unguentum, ipse simpliciter comedit, et indignantes increpavit amicos. Satis enim, inquit, abstinere iis a quibus abhorrebatis: nunc eam rusticitatem qui deprehendit, ipse est rusticus. (In Milano, ospite essendo di Valerio Leone, e avendogli costui messi innanzi a cena degli asparagi, sopra i quali sparso eravi unguento in vece di olio, egli ne mangi senza farne caso veruno, e sgrid gli amici suoi che se ne mostravano disgustati: "imperocch bastava, disse, che ve ne foste astenuti, se non vi piacevano; ma ben rustico  chi biasima una tale rusticit").
(20) Statua ejus aenea fuit Mediolani (scilicet statua Bruti) in Gallia Cisalpina posita. Hanc, quae imaginem ejus bene repraesentabat, et erat artificiose facta, ut post vidit, Caesar praeteriit: mox subsistens, compluribus audientibus vocavit magistratus, civitatem eorum ferens sibi compertum esse foedus pacis rupisse, quod hostem suum apud se haberet. Ac primum sane negaverant, et quemnam significaret ambigentes, intuebantur se mutuo. Ut vero conversus Caesar ad statuam, contracta fronte, nonne, inquit, hic stat hostis noster? multo illi magis perculsi obmutuere. At Caesar arridens laudavit Gallos, quod amicis essent etiam in adversis rebus stabiles, praecepitque ne statua loco moveretur. Plutarc. in Vit. Bruti, in fine. (Eravi una di lui statua [di Bruto] di bronzo eretta in Milano, citt della Gallia Cisalpina; e in progresso di tempo veduta avendo Cesare una tale statua, che ben somigliava a quel personaggio, e leggiadramente lavorata era, pass oltre, indi fermatosi, mand chiamando i magistrati, e lor disse, alla presenza di molti che udironlo, ch'egli trovato aveva essersi rotte dalla citt loro le convenzioni di pace, tenendo essa dentro di s un suo nemico. Da principio adunque, com'era ben convenevole, negaron essi la cosa; e non sapendo di cui egl'intendesse, si guardavan l'un l'altro. Rivoltatosi per Cesare verso la statua e facendo ceffo: "E che! disse, non  qui posto costui che  mio nemico?" E coloro vie maggiormente sbigottiti, si tacquero. Ma egli allor sorridendo lodolli, siccome quelli che tuttavia costanti e fedeli erano ai loro amici, quantunque caduti in avverse fortune; e comand che lasciata fosse la statua in quel luogo medesimo).
(21) I superbi edifici di Roma ed altre citt, ed in particolare Cartagine, Milano e Nicomedia, adorne di nuove ed eleganti mura.
(22) Cos crede che si chiamasse quella di Sant'Eufemia il signor conte Giulini.
(23) "Milano ancor di maraviglia degno
Tutto presenta: Universal dovizia;
Ben ornate le case, innumerevoli;
Pronti e facondi son gli umani ingegni,
Antichi e venerabili i costumi;
Con doppio ordin di muro anco ingrandito
Vedi il recinto, e popolar diletto
Formano il circo, e co'suoi gradi in giro
D'ampio teatro la racchiusa mole;
Sorgono templi e palatine rocche
E opulenta officina di monete,
E delle terme la region, cui fama
Crebbe ed onore per l'Erculeo nome,
E di scolpiti marmi intorno adorni
I peristili tutti, e in vasto cerchio
Quasi un campo a formar stese le mura;
Tutto  sublime, ed emular le forme
Delle grand'opre sembra, e non temere,
Vicina ancora, il paragon di Roma".

(24) Maravigliose tutte.
(25) Della fusione dei metalli.
(26) Affinch dessimo ai cristiani ed a tutti libero potere di seguire quella religione che ciascuno volesse. Lactantius, de Moribus persecutorum, cap. 48.
(27) Muratori, Anecdota, t. I, p. 223. Impress. Mediol. 1697.
(28) Bingam., Orig. Eccles., lib. IX, cap. I,  5 e 6. - Dupin, de Antiq. Eccles. disciplin., diss. I,  6. - Giannone, Storia del regno di Napoli, lib. II, cap. VIII.
(29) Ai sacerdoti ed al clero milanese.
(30) Siccome tuttavia il fine a cui tende l'antica mia deliberazione  che alcuna persona mescolarsi non debba nello assumere l'incarico della cura pastorale, colle orazioni io secondo la vostra elezione. S. Gregorii papae I cognomento Magni opera omnia. Venetiis, 1744, tom. 2, col. 644 G.
(31) Perciocch poi ponete mente alla esazione del patrimonio della provincia di Sicilia, di diritto della Chiesa santa, alla quale, per divina autorit, presiedete... per ci  d'uopo che la santit vostra istituisca una persona a trattare questo negozio, colla quale la chiesa romana possa solidamente conchiudere qualche cosa. Lib. I, Epist. 82. S. Greg., Operum, tom. 2, col. 565.
(32) Al reverendissimo e santissimo confratello Ansperto, arcivescovo milanese.
(33) Troppo imperiti mostraronsi alcuni interpreti, dicendo: per questa citt, rovinata  la chiesa, non vi ha pi ragione alcuna di vivere. Anzi havvi motivo di vivere pi giustamente e pi santamente, perch Dio onnipotente, che con grande piet queste cose dispone, non diede gi in mano ai nemici la citt che in voi consiste, ma le sole abitazioni; n la chiesa sua, che  veramente la chiesa, lasci che consumata fosse dall'incendio, ma affine di correggerci permise che abbruciato fosse il ricettacolo della chiesa... Perciocch, dopo quella ruina, tanto grande e lagrimevole, ecco il sommo suo sacerdote salvo rimane, intatto il clero; e la plebe stessa, sebbene viva in continuo timore e mesta, conserva la libert... Non perimmo noi stessi, ma quelle cose che nostre sembravano, e che o il predatore rap o il ferro o il fuoco consum... Conciossiach, rotte le mura, innanzi ai nemici armati e vigorosi, i popoli inermi... fuggirono... Consoliamoci adunque, o fratelli, n tanto poi sospiriamo le case distrutte, giacch vediamo la riparazione delle case riserbata ne'loro padroni... Il signore adunque temper verso di noi la sua vendetta, cosicch, diroccata la citt, devastate le campagne, sminuiti gli averi, n le anime nostre n i nostri corpi furono offesi... E per ci non dubitiamo che o noi o i nostri posteri Dio non possa riparare delle cose perdute.
(34) Si ricorda essere stata la presente opera pubblicata nel 1783. [Nota del Custodi]. 
(35) De bello Gothico, lib. II, cap. 21.
(36) Ricevette Agilulfo, che era cognato del re Autari, cominciando il mese di novembre, l'esercizio della regia dignit. Ma pure, congregati essendo da poi i Longobardi in assemblea nel mese di maggio, da tutti presso Milano fu innalzato al regno. Lib. 3, cap. ultimo.
(37) Adunque nella state seguente, nel mese di luglio, fu innalzato Adaloaldo re sopra i Longobardi presso Milano nel circo, alla presenza del padre suo il re Agilulfo, coll'assistenza dei legati di Teodeberto, re dei Franchi. Lib. 4, cap. 31.
(38) Abitano la Germania situata intorno al Reno, dalla prima parte settentrionale i Brusacteri, detti piccioli, ed i Sicambri, gli Oqueni, i Longobardi.
(39) La parte interna e la mediterranea occupano principalmente gli Svevi Angli, i quali pi orientali sono dei Longobardi.
(40) La scarsezza dei Longobardi forma la loro nobilt, perch circondati da moltissime e valorosissime nazioni, non per mezzo di ossequio si mantengono sicuri, ma bens colle pugne e coi pericoli.
(41) Ristorato dalle forze dei Longobardi, con variet di lieta e di avversa fortuna contro i Cheruschi guerreggiava.
(42) Giulini, tom. I, p. 228, tom. 2, p. 383.
(43) Giulini, tom. I, p. 396.
(44) Giulini, tom. 2, p. 171.
(45) Giulini, tom. 4, p. 364.
(46) Sormani, Passeggi, tom. 2, p. 20.
(47) Giulini, tom. 2, p. 416.
(48) Giulini, tom. 3, p. 499.
(49) Giulini, tom. 3, p. 228.
(50) Giulini, tom. 3, p. 346.
(51) Giulini, tom. I, p. 388.
(52) Giulini, tom. 2, p. 361.
(53) Per la eccessiva scarsezza degli abitanti. Landulph. Senior, lib. 2, cap. 26.
(54) Giulini, tom. 2, p. 322.
(55) Giulini, tom. 5, p. 442.
(56) Giulini, tom. 2, p. 439.
(57) Dove  da sapersi che la citt di Milano, per le molte distruzioni, non era internamente fabbricata con case murate, ma per la maggior parte composte di paglia e di graticci. Laonde se il fuoco ad una casa appiccavasi, tutta la citt si abbruciava.
(58) Giulini, tom. 4, p. 144.
(59) Arnulph., lib. 4, cap. 8.
(60) Landulph. Junior., cap. 8.
(61) Giulini, tom. 4, p. 510.
(62) Che si  professato di vivere secondo la legge dei Romani.
Che si reputa vivere secondo la legge de'Longobardi.
Che mi sono professato, per la mia nazione, di vivere secondo la legge Salica.
(63) Giulini, tom. 1, p. 430.
(64) Noi Alberico conte nel Placito pubblico per amministrare a ciascuno la giustizia. Giulini, tom. I, p. 307.
(65) Giulini, tom. 1, p. 356.
(66) Mantenitor del voto, in voler fermo.
(67) Giulini, tom. I, p. 381.
(68) Giulini, tom. I, p. 383 e sg.
(69) Quello tra i cardinali preti diaconi o sar trovato pi degno, coll'aiuto di Cristo, all'onore dell'arcivescovado, promuovessero.
(70) Giulini, tom. I, p. 385 e 411.
(71) Pienamente e ad evidenza intendiamo, come tu con fedele devozione, e con tutto lo sforzo della mente, per il pristino stato e vigore, e per lo ristoramento della santa Chiesa milanese, tre volte e quattro sei rimasto devoto e zelante nell'ossequio di Ansperto reverendissimo tuo arcivescovo e confratello nostro, e ad esso nelle cose tutte fedelissimo. Giulini, tom. I, p. 419.
(72) Giulini, tom. 2, p. 61.
(73) Liutprand., lib. I, cap. 22.
(74) Rer. Italic., tom. 2, part. II. Chron. Novaliciense.
(75) Vegnendo noi a Pavia nel sacro palazzo, ed ivi fatta nella persona nostra la elezione, colla grazia di Dio onnipotente, da tutti i vescovi, marchesi, conti e da tutti gli ordini di persone tanto maggiori che inferiori.
Antiquit. Medii vi, tom. I, p. 87 .
(76) Nel palazzo di Pavia, che  la capitale del nostro regno. Antiquit. Medii vi, tom. I, p. 779.
(77) Liutprand., lib 2, cap. 15.
(78) Giulini, tom. 2, p. 153.
(79) Dissert. Med. v., tom. VI, p. 325.
(80) Tom. 2, p. 163.
(81) Giulini, tom. 2, p. 267.
(82) Che egli voleva in quel luogo costruire una fortezza, colla quale, non solo i Milanesi, ma molti principi d'Italia altres avrebbe saputo tenero in freno. Liutprand., lib. 3, cap. 4.
(83) Gli concedette di poter cacciare il cervo nel suo parco, il che mai accordato non aveva ad alcuno se non ai carissimi ed illustri suoi amici.
(84) Mentre presso le mura della citt cavalcava. 
(85) Nella propria lingua, cio nella teutonica, cos parl ai seguaci suoi: Io non sono Burcardo, se non faccio che gli Italiesi tutti si servano di un solo sperone, e per cavalcatura si valgano di cavalle pregne o deformi. Punto non curo la solidit o l'altezza di quel muro; giacch, col solo gettare la mia lancia, morti precipiter dal baluardo i nemici.
(86) Venne a Pavia e col consentimento di tutti assunse il regno. Liutprand, lib. 3, cap. 5.
(87) Ugone e Lotario regi.
(88) Liutprand., lib. 4, cap. 6. - Arnulph., lib. I, cap. 1 e 2, in Rer. Ital. Script., tom. 4.
(89) Giulini, tom. 2, p. 208.
(90) Liutprand., lib. V, cap. 4 e sg.
(91) Tristani Calchi, Hist. Patr., lib. I, p. 18. - Alciati, lib. II, p. 125.
(92) Mentre nel nome di Dio, nella citt di Pisa, alla corte dei signori re, dove il signor Ugone e Lotario gloriosissimi ai re presiedevano, sotto le viti, la dove topia (pergola) si chiama, entro la corte medesima, ecc. Muratori, Antiq. Med. vii, tom. I, p. 953.
(93) Mentre nel nome di Dio, al monastero del santo e confessore di Cristo, Ambrogio, ove sepolto riposa il di lui corpo, ove il signor Lamberto, piissimo imperatore, presedeva, in una casa della stessa santa chiesa milanese, in una lobia (terrazzo, anzich portico, come interpreta il Du Cange) della casa medesima, sedeva a giudicare Amedeo, conte del palazzo, insieme con Landolfo, nominato arcivescovo, affine di amministrare a tutti giustizia e deliberare, ecc. Giulini, tom. II, p. 473. 
(94) Nel nome di Dio, essendo che nella citt di Milano, nella corte del ducato, entro la lobia della stessa corte sedeva a giudicare Magnifredo, conte del palazzo, e conte dello stesso contado milanese, per amministrare giustizia a ciascuno, risiedendo con esso Rotcherio, visconte della stessa citt, ecc. Giulini, tom. II, p. 469.
(95) Confermo che tutti i miei servi e le mie ancelle siano Aldioni, ed appartenga la loro brigata (mundium) allo stesso ospedale, ricevendo essi un soldo per testa ciascuno, siano maschi o femmine; e cos voglio pure che quegli uomini miei che consueti sono, col vitto giornaliero, a prestarmi le opere loro, stabilisco che qualora lavori debbano eseguirsi, compiano i detti lavori, ricevendo il vitto dallo stesso ospedale.
(96) Questo ospedale sia diretto e governato da Warimberto, umile diacono dell'ordine della santa chiesa milanese, nepote mio e figlio della buona memoria di Ariberto di Besana ne'giorni della sua vita. Giulini, tom. II, p. 110.
(97) Da coerenza a questa da due parti tenente Ursone, e cos pure l'isola comense, dalla terza parte il podere di San Vittore di Missaglia, dalla quarta il podere di San Retro di Civate. Giulini, tom. II, p 199.
(98) Giulini, tom. I, p. 366 e 471.
(99) Giulini, tom. I, p. 72.
(100) Sembra questo in contraddizione con quanto si  asserito; cio, che quando il genere umano fu pi tormentato, gl'ingegni si sono riscossi, e ne  nata la coltura e la felicit. Ma la apparente contraddizione scompare, considerando che l'ignoranza produce la ferocia e l'infelicit, e queste, giunte a un determinato grado, scuotono gl'ingegni, tolgono il torpore e richiamano la sapienza; quindi tutto si anima e risorge; quindi spunta la felicit, nella quale nuovamente il genere umano diviene inerte, e successivamente ignorante, feroce e misero. Tale  la vicenda per cui circola e circoler sempre la storia delle nazioni. Il male nasce dal bene, e il bene dal male.
(101) Landulph. Senior., lib. II, cap. 10; Rer. Ital., tom. IV. - L'anno 1440, il cardinale Branda Castiglione, signore accreditatissimo, avendo sottratti i rituali ambrosiani per introdurre il rito romano, corse pericolo della vita. Il popolo attorni il suo palazzo; egli fu costretto a gettare dalle finestre i libri ambrosiani, e finch visse, non s'arrischi a porre mai pi il piede in Milano.
(102) Tom. II, p. 151.
(103) Landulph . Sen., lib. I, cap. 9.
(104) Debbono dunque essere istrutti i laici, affinch nelle case loro debbano con fervore celebrarsi i divini misteri, il che  assai lodevole; siano per i misteri trattati da coloro che dai vescovi siano stati esaminati, e si approvano allorch sono dagli ordinatori loro accompagnati con lettere commendatizie, mentre per avventura debbono recarsi in terre straniere. Se adunque si trovano sprezzatori dei canoni, che straordinariamente ed illecitamente esercitino il ministero, e che ardiscano violare sacramentalmente le cose divine, siano da prima gli uni e gli altri dal vescovo rimossi, tanto cio il cherico o il sacerdote errante, quanto quello che, con usurpazione, si appropria il di lui ufficio; e qualora non vogliano da questa temerit trattenersi, siano scomunicati. 
Canon. XVIII. Synod. Regiaticini ann. 850 regnantib. piissim. Augg. Hlotario ac Hlodovico. Labbei Concilior., tom. IX, p. 1071. Edit. Venet., 1782, Albrizzi e Coleti.
(105) Leo Hostiens., lib. II, cap. ultimo.
(106) Giulini, tom. II, p. 244.
(107) Giulini, tom. II, p. 280.
(108) Intanto, celebrando Valperto i divini misteri, con molti vescovi circostanti, il re tutte le regali insegne, la lancia, nella quale chiuso era un chiodo di N. S. e la spada reale, la bipenne, il cingolo, la clamide imperiale e tutte le regie vesti depose sull'altare di Sant'Ambrogio... Valperto, magnanimo arcivescovo, di tutti gli abiti reali, col manipolo di suddiacono, sovrimposta al capo la corona, astanti tutti i suffraganei di Sant'Ambrogio e molti duchi e marchesi, con maraviglioso decoro rivest ed unse Ottone re, acclamato e in tutti i modi confermato.
(109) Landulph. Sen., lib. II, cap. 26.
(110) Soggiogati avendo i Milanesi, rinnov la loro moneta, e anche in oggi quelle monete chiamansi Ottelini.
(111) Goldast. Chatol rei Monet., tit. 48.
(112) L'arcivescovo, scortato da una grande squadra di soldati, che ornati erano di pelli di martori, di zibellini, o con pellicce di vaio e di armellino, delle quali cose fornito lo aveva maravigliosamente l'imperatore.
(113) Ornato delle vesti episcopali, colla stola, senza la quale non costum giammai di trovarsi fuori o nella citt, qualunque fosse il negozio che interveniva o che lo turbava... e dallo stesso mirabile monarca con grande onorificenza ricevuto, si trattenne in conversazione, siccome al vescovo conveniva.
(114) Giulini, tom. III, p. 23.
(115) Giulini, tom. III, p. 24.
(116) Per amore del santissimo vescovo Ambrogio.
(117) Giulini, tom. III, p. 151.
(118) Arcivescovo della santa chiesa milanese.
(119) Tom. III, p. 153.
(120) Giulini, tom. III, p. 183.
(121) Giulini, tom. III, p. 217.
(122) La societ evitando de'suoi pari, Eriberto, nonostante il malcontento loro e la loro ripugnanza, recossi nella Germania, risoluto di eleggervi ei solo un re teutonico. Rer. Italic. Scriptor., tom. IX, p. 14.
(123) Egli stesso ricevuto lo avrebbe e con tutti i suoi signore e re pubblicamente acclamato, e tosto coronato lo avrebbe.
(124) Oltre molti donativi il vescovado di Lodi, affinch, siccome consacrato aveva il vescovo cos pure lo investisse.
(125) Sicuro di ogni cosa ritornando, tutta colle sue ambascerie sovvert l'Italia, altri coi fatti, altri colle speranze tenendosi benevoli.
(126) Giulini, tom. III, p. 197.
(127) Arnulph., cap. 7 e Giulini, tom. III, p. 211.
(128) Glaber. Rodulph, lib. 4. cap. 2.
(129) Landulph. Sen., lib. 2, cap. 27.
(130) Giulini, tom. III, p. 219.
(131) Tom. III, p. 222. Riferisco le parole d'un autore dei nostri giorni anzi che quelle di Landolfo, contemporaneo, perch il lettore si appaghi essere il fatto non controverso, ma accordato da un illustre erudito, e da un Guelfo.
(132) Contro il volere d'Ariberto.
(133) A tale feccia di costumi, peggiorando giornalmente da se stesso, si riduce il mondo, che, non solo giace dallo stato suo decaduto qualunque ordine di laica o ecclesiastica condizione, ma languisce ancora la stessa monastica disciplina, dalla consueta perfezione della sua elevazione piegata, direi quasi, al suolo. Per il pudore, svan l'onest, cadde la religione, e, quasi in un drappello raccolta, and lontana la turba di tutte le sante virt. Muratori, Dissert. Med. v., tom. X, p. 65.
(134) Lib. 2, cap. 8.
(135) Arnulph., lib. I, cap. 10. - Flam. Manip. flor., cap. 141.
(136) Fornita di grandissima quantit di popolo.
(137) Giulini, tom. III, p. 327.
(138) Giulini, tom. III, p. 334.
(139) Convocati i sacerdoti e i diaconi, con somma devozione assunta avendo la penitenza di tutti i peccati, e fatta alla presenza di tutti la sua confessione e l'assoluzione dai sacerdoti ottenuta coll'imposizione delle mani, cooperando lo Spirito Santo, con umilt e devozione la santa Eucaristia ricevette. Landulph. Sen., lib. 2, cap. 32.
(140) Giulini, tom. III, p. 411.
(141) Giulini, tom. III, p. 422.
(142) Inoltre l'arcivescovo di Milano, per autorit imperiale godeva alcune altre rendite cospicue: sulle strade regie, da qualunque parte del contado si uscisse, avea un pedaggio, e qualunque volta entrava uno straniero a cavallo, o in cocchio o a piedi, pagava il censo al gabelliere dell'arcivescovo, o piuttosto ad innumerabili gabellieri, e l'arcivescovo era tenuto a far custodire i passi, e tutti coloro che alcun danno sostenuto avessero entro il territorio, risarcire dovea del suo di tutta quella somma alla quale fossero stati apprezzati i danni. Flamma, Chronic. Mediolan., p. 227.
(143) Oltre il consueto abusar del dominio della citt. Arnulph., cap. 10.
(144) Ai tempi di Ottone imperatore primo, Bonizone... come duce stabilito per facolt ricevuta dall'imperatore, reggeva col suo governo il castello. Landulph. Sen., lib. 2, cap. 17.
(145) Sia tenuto ad alimentare cento poveri, e per ciascun povero dia un mezzo pane e lardo per companatico, ed una libbra di cacio tra quattro ed uno staio di vino.
(146) Comperino pesci, affine di ristorarsi col cibo e rallegrarci ogni anno nel giorno anniversario della morte di essi Falkerodo monaco e Giovanni prete, per suffragio delle anime loro, che ad essi procuri gaudio e salute dell'anima. Giulini, tom. III, p. 81.
(147) Affinch essi luminari risplendano per la di lui anima. Giulini, tom. III, p. 377 e 465.
(148) E faccia ardere nella quadragesima maggiore sopra la sepoltura del fu di lui genitore Andrea. Giulini, tom. IV, p. 271.
(149) Dissert. Med. v., tom. V, dissert. LIX.
(150) Per cagione del retto giudizio che su le cose gi nominate pronunziammo tra esso e Riccardo. Dissert. Med. v., tom. IV, p. 197.
(151) Giulini, tom. II, p. 337.
(152) Le facolt della Chiesa e molti benefizi ancora dei cherici distribu ai soldati. Arnulphus, cap. 10.
(153) Promettendo a quelli tutte le pievi e tutte le dignit e gli ospedali, che i maggiori ordinari ed il primicerio dei decumani e gli arcipreti e Cimiliarchi delle chiese di questa citt godevano, asserendo con giuramento, e consolidando un patto cos detestabile. Landulph.. Sen., lib. 2, cap. 18.
(154) Rerum Italic. Scrip., tom. IV, p. 121.
(155) Degli uffizi dei ministri.
(156) Che dir della monogamia de'sacerdoti? Mentre un solo connubio  loro permesso, e non mai ripetuto; e questa  la legge di non passare a seconde nozze. Landulph. Sen., lib, I, cap. II.
(157) Ma a che parler io della castit, quando si permette un solo, non ripetuto, connubio? E adunque nello stesso matrimonio  posta la legge di non rinuovarlo. Sancti Ambrosii Opera, edit. Maurin., Paris, 1686, tom. II, Column. 66 B.
(158) Maestro delle virt  adunque l'apostolo il quale insegna doversi redarguire con pazienza anche i contraddicenti, siccome quello che ingiugne che l'uomo sia sposo di una sola donna, non gi perch totalmente escluda il non coniugato, (perciocch questo  al di l della lettera del comandamento), ma perch, colla castit coniugale, goda della grazia della sua assoluzione, giacch nel coniugio non vi ha colpa, ma legge. Per questo l'apostolo la legge stabil dicendo: Se alcuno senza delitto  marito di una sola moglie; dunque quello che senza delitto  marito di una sola moglie, sar tenuto alla legge del sacerdozio sopradetto; quello poi che passasse a seconde nozze, non incorre realmente la colpa d'uomo che siasi macchiato, ma privato viene della prerogativa del sacerdozio. Rer. Italic. Script., tom. IV, p. 109.
(159) Maestro delle virt  dunque l'apostolo il quale insegna doversi redarguire con pazienza anche i contraddicenti, siccome quello che ingiugne lo sposare una sola donna, non gi perch totalmente escluda il coniugio (perciocch questo  al di l della legge del comandamento), ma perch l'uomo, colla castit coniugale, conservi la grazia della sua purificazione; n ancora intese di dire che l'autorit apostolica invitasse a procreare figliuoli nel sacerdozio o a rinnovare il matrimonio, giacch parl di chi avea figliuoli, non di chi li procreava. Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi Opera ed. Maurin., Paris., 1686, tom. II, Column. 1036 F.
(160) Perci l'apostolo stabil la legge, dicendo: se alcuno senza delitto  marito di una sola moglie,  tenuto alla legge del sacerdozio che dee assumere; quello per che passasse a seconde nozze, non incorre realmente la colpa d'uomo che siasi macchiato, ma privato viene della prerogativa di sacerdote. Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi Opera, edit. Maurin., Paris., 1686, tom. II, Column. 1037 B.
(161) Che i padri del concilio Niceno aggiugnessero qualche trattato, e che chierico essere non dovesse chi contratto avesse seconde nozze.
(162) Moltissime variazioni sono state fatte agli scritti di Sant'Ambrogio. Il canonico regolare Giovanni Coster, nella prefazione alle opere del santo dottore, stampate in Basilea nel 1555, cos s'esprime a tal proposito: (a) Cum ego igitur ante biennium D. Ambrosii Epistolas antiquis et elegantioribus characteribus conscriptas... nactus essem, caepissemque, meo more, cum excusis libris eas conferre, mirum dictu quantum hic erat dissidii, quantum varietatis, ut statim non potuerim non destomachari in eos qui, editis libris, speciosis quidem sed inanibus et mendacibus titulis, omnia castigatissima... pollicentur. Francesco Junio, nella prefazione all'Index expurgat., riferisce che, visitando in Lione Luigi Saurio, correggeva le edizioni della stamperia Fresloniana, gli mostr il Saurio le interpolazioni ed i troncamenti fatti al testo di sant'Ambrogio da due frati. Il Rivet pure racconta lo stesso: Critic. sacr., lib. 3, cap. 6. Il Dableo nel suo libro: De l'usage des saints Pres, move le stesse querele. Vero  che i Maurini, nell'edizione di Parigi del 1686, confutano queste opinioni. Ma  altres vero che nell'edizione delle opere di sant'Ambrogio, fatta in Roma nel 1580 da Domenico Basa, il cardinale di Montalto (che divenne poi Sisto V) nella prefazione dichiara d'avere associati al lavoro: (b) Praeclaros doctores, viros doctrina, et pietate graves, ac linguarum intelligentia, et historiarum cognitione insignes, praeterea in scholastica theologia et Patrum lectione admodum versatos delegi, mihique laboris socios adscivi... quorum ope, atque adminiculo obscura explicuimus, manca supplevimus, adjecta rejecimus, transposita reposuimus, depravata emendavimus, omnia demum ut germanam Ambrosii phrasim redolerent, ejusque dignitati, atque gravitati responderent sedulo curavimus, et ut ipsemet auctor loqui videretur suppositiis quibuscumque abscissis, pro viribus studuimus. Attenendoci per altro anche all'edizione de'Maurini sembra che in alcuni tratti sant'Ambrogio vada d'accordo coi testi che si citavano dai nostri sacerdoti. Nel primo libro di Abramo, cap. III, num. XIX, leggesi: (c) Ab ipso quoque domino mercedem quam postulet consideremus. Non divitias ut avarus, exposcit; non longaevitatem vitae istius, ut meticulosus mortis; non potentiam; sed dignum quaerit sui haeredem laboris: Quid mihi, inquit, dabis? Ego autem dimittor sine filiis. Et infra: quia mihi semen non dedisti, vernaculus meus mihi haeres erit. Discant ergo homines conjugia non spernere, tom. I, col. 288. D. Altrove, nella sposizione del Vangelo di san Luca, lib. IV, num. X, scrivendo delle fallacie colle quali sotto aspetto di bene vengono sedotti gli uomini, dice: (d) Videt integrum et illibatae castimoniae virum; suadet ut nuptias damnet, quo ejiciatur ab Ecclesia, studio castitatis a casto corpore separetur., tom. I, col. 1337, B. Se il disapprovare il matrimonio  un'eresia, il disapprovare il matrimonio de'sacerdoti, pare che non dovesse sembrare un atto religioso. Pi chiaro sembra il testo del santo dottore nel libro: (e) De Benedictionibus Patriarcharum, cap. III, num. XII, ove leggesi: (f) Ut ubi inhabitatores ante lasciviae, et principes luxuriae versabantur, ubi fuerant incentiva libidinis et fomenta nequitiae, ibi nunc sancti sacerdotes magisteria doceant castitatis, et plurima virginalis integritatis exempla quodam supernae lucis fulgore resplendeant, tom. I, col. 517 A. Ognuno potr osservare se quel plurima sia d'accordo colla legge universale del celibato inerente al sacerdozio. Su di che io non intendo di proferire alcuna opinione, ma unicamente d'esporre i fatti imparzialmente, come conviene alla storia.
(a) Avendo io adunque trovato gi da due anni le lettere di sant'Ambrogio, scritte in caratteri antichi ed assai eleganti.... e cominciato avendo, secondo il mio costume, a confrontarle sui libri stampati, maravigliosa cosa  a dirsi quanta differenza io vi scorgessi, quanta variet; cosicch all'istante non potei non rimanere stomacato di coloro che nelle edizioni de'libri, con titoli speciosi veramente, ma vani e mendaci, le cose tutte gastigatissime... promettono.
(b) Mi elessi come soci della fatica dottori illustri, uomini gravi per dottrina e per piet, ed insigni per la intelligenza delle lingue e la cognizione delle istorie, inoltre molto versati nella teologia scolastica e nella lettura dei Padri... col di cui aiuto e giovamento spiegammo le cose oscure, supplimmo le mancanti, rigettammo le sopragiunte, rimettemmo a suo luogo le trasposte, emendammo le depravate, tutte finalmente procurammo di ordinarle in modo che la genuina frase di Ambrogio suonassero, e convenevolmente corrispondessero alla dignit e gravit di quello scrittore; e ci adoperammo affinch sembrasse parlare lo stesso autore, troncate avendo noi tutte le cose intruse.
(c) Consideriamo ancora quale mercede richiegga dallo stesso Signor nostro; non chiede ricchezze come l'avaro; non la lunghezza di questa vita come timoroso della morte; non la potenza; ma domanda un degno erede della sua fatica. Che mi darai? dice egli: io gi sono congedato senza prole. E pi abbasso: Perch non mi hai accordato prole, un mio connazionale raccoglier la mia eredit. Imparino dunque gli uomini a non disprezzare i matrimonii.
(d) Vede un uomo incorrotto e di illibata castit, e lo persuade a condannare le nozze, affinch cacciato sia dalla Chiesa, e per istudio di castit espulso sia da un casto corpo.
(e) Delle benedizioni dei patriarchi.
(f) Affinch dove aggiravansi da prima coloro che nella lascivia dimoravano, e il principato tenevano nella lussuria, dove gli incentivi trovavansi della libidine e i fomenti della perversit, col ora i santi sacerdoti i precetti insegnino della castit, e numerosi esempli di integrit virginale di un cotale splendore di celeste luce risplendano.
(163)  buona cosa che l'uomo non tocchi la moglie; ciascuno per abbia la propria moglie affine di evitare la fornicazione.
(164)  duopo adunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna, sobrio, prudente, ecc.
(165) Nel sinodo di Damaso I tenuto in Costantinopoli da centoquaranta vescovi, al quale intervenne il beato Ambrogio, nacque grandissima controversia tra i sacerdoti ammogliati da una parte, e i sacerdoti viventi senza moglie dall'altra, i quali sacerdoti senza moglie dicevano, che i sacerdoti ammogliati non potevano salvarsi. Il sommo pontefice rimand questa questione al beato Ambrogio, il quale cos parl: La perfezione della vita non consiste nella castit, ma nella carit, secondo quel detto dell'apostolo: se io parlassi colle lingue degli uomini e degli angeli, ecc. Per questo la legge concede ai sacerdoti di condurre sposa per una sola volta una vergine, ma non accorda loro di reiterare il matrimonio. Se poi morta essendo la prima moglie, il sacerdote ne sposasse un'altra, perde il sacerdozio.
(166) Tutti questi, benedicendo il beato Ambrogio, concedette loro che di una sola moglie usare potessero, morta la quale, vedovi anch'essi rimanessero in eterno. La quale consuetudine dur per settecent'anni fino al tempo di Alessandro papa, cui la citt di Milano aveva data la culla.
(167) Sant'Ambrogio ai sacerdoti della sua Chiesa.
(168) Tom. IV, p. 7.
(169) Landulph, Sen., lib. 3, cap. 4.
(170) Tom. IV, p. 14.
(171) In questo tempo medesimo un grandissimo orrore invase il clero ambrosiano... il di cui principio e la di cui serie, essendo la cosa tuttora presente agli occhi nostri, per quanto  in nostro potere, narriamo... Certo diacono adunque dei decumani, per nome Arialdo, molto delicatamente nutrito presso il vescovo Widone, e colmato di assai onori, mentre allo studio delle lettere attendeva, severissimo interprete divent della legge divina, contra i soli cherici esercitando crudeli giudizi. Il quale, trovandosi fornito di scarsa autorit, siccome nato di basso lignaggio, si avvis in prevenzione di associarsi Landolfo, come uomo pi generoso, e a questo fatto idoneo, divenuto essendo seguace di un suo favorito. Landolfo poi, dotato essendo di lingua e voce pi spedita, ed eccessivamente avido del pubblico favore, all'istante capo si fece della parola, usurpato avendo contra il costume della Chiesa l'ufficio della predicazione. Questi, non essendo elevato per alcun grado dell'ecclesiastica gerarchia, grave giogo imponeva alle cervici dei sacerdoti, mentre soave  quello di Cristo e leggiero il suo peso. Arnulph., lib. 3, cap. 8.
(172) Carissimi seniori, io non posso pi oltre trattenere il discorso che nel cuor mio ho conceputo. Non vogliate, signori miei, non vogliate n sprezzare le parole di un giovine e di un imperito; perciocch spesso Iddio rivela al minore, quello che al maggiore ricusa. Ditemi: credete in Dio trino ed uno? Rispondono tutti: crediamo. E soggiunse: munite le fronti vostre del segno della croce. E questo ancora fu fatto. Dopo di questo disse: io mi compiaccio della vostra devozione, ma a compassione mi muove l'imminente grandissima perdizione. Perciocch gi da gran tempo addietro non  conosciuto in questa citt il Salvatore. Gran stagione egli  che voi siete in errore, giacch pi non avete alcun vestigio di verit; invece della luce palpate le tenebre, ciechi tutti divenuti, poich ciechi sono i vostri capi. Ma un cieco forse pu egli guidare un cieco; non cadono l'uno e l'altro nella fossa? Conciossiach abbondano in molti modi gli stupri; si sparge l'eresia simoniaca nei sacerdoti e nei leviti e negli altri ministri de'sacri riti; i quali essendo nicolaiti e simoniaci, ben a ragione debbono essere cacciati, e dai quali quind'innanzi, se salute sperate dal Salvatore, dovete del tutto guardarvi, non venerando alcuno dei loro uffizi, giacch i sagrifizi loro sono la stessa cosa come lo sterco canino, e le loro basiliche sono stalle di giumenti. Per la qual cosa, riprovati quelli all'istante, si vendano al pubblico i loro beni. Sia a tutti lecito il rapire i loro averi, qualora si trovassero nella citt o fuori. Arnulph., lib. 3, cap. 9.
(173) Acremente avesse tuonato. Rer. Italic. Script., tom. IV, p. 24.
(174) La cosa essendo tuttora agli occhi nostri presente.
(175) Arialdo, invasato da un certo zelo di superbia, il quale poco prima accusato di certa nefandissima scelleratezza, e convinto innanzi a Guidone, alla presenza di molti sacerdoti di questa citt, e in parte perch i sacerdoti urbani non consentivano che quelli di fuori della citt entrassero togati, e non permettevano che le chiese della citt servissero se non come tonsurati, cercava in qualunque modo l'occasione di potere, aizzando la possa del popolo, allontanare tutti i sacerdoti dalle loro mogli.
(176) Giulini, tom. IV, p. 16.
(177) Venendo in un giorno solenne alla chiesa (Arialdo) con turba di popolo dalla piazza, tutti coloro che salmeggiavano, con violenza cacci dal coro, inseguendoli per tutti gli angoli e nei loro alloggiamenti; provvide quindi maliziosamente che si scrivesse il Pitacio della conservazione della castit, ommesso il canone, estorto dalle leggi mondane, al quale tutti i sacri ordini della diocesi ambrosiana, a malgrado loro, soscrivono, opprimendoli egli stesso coi laici. Intanto i predatori, oltre alcune case rovinate nella citt, visitavano la parrocchia, frugando nelle case dei cherici, col rapire i loro averi.
(178) Giulini, tom. IV, p. 18.
(179) Landulph. Sen., lib. 3, cap. 5 e sg.
(180) Giulini, tom. IV, p. 19.
(181) Arnulph., lib. 3, cap. 10 e sg.
(182) Idem., lib. 3, cap. 2.
(183) Giulini, tom. IV, p. 21.
(184) Giulini, tom. IV, p. 24.
(185) Tom. IV, p. 24.
(186) Leo Ostiens., lib. 2.
(187) Forse tu solo sopra di noi accendi la fiamma del popolo, che, impetuosa, aggirasi come il mare, e questo per cagione della esacrabile patalia (eresia de'patarini) e di molti giuramenti viziosi e detestabili? Landulph. Sen., lib. 3, cap. 7 e sg.
(188) Mentre tu pensasti a commovere il giudizio di questa inudita patalia, qualunque si fosse la tua intenzione, avresti dovuto da prima con molti digiuni pigliare consiglio da qualche uomo religioso. Landulph., lib, 3, cap. 2.
(189) Ma i nobili della citt, dal cui valore i sacerdoti poco prima erano difesi, da eccessiva ira e da sdegno commossi, uscivano altri dalla citt, altri aspettavano il tempo in cui ponessero fine a quella procellosa calamit. Landulph. Sen., loc. cit.
(190) Col concorso di quasi tutti i cittadini, i quali volontieri ascoltavano le sregolatezze dei cherici; altri aggravati dall'inopia o dai debiti, e tutta la speme loro riponenti nella preda e nelle rapine, nulla meno bramavano che la pace e la concordia della citt. Trist. Calch. Hist. Patr., lib. 6, p. 131.
(191) Per la fazione dei cherici, repentinamente si solleva mormorio nel popolo. Dicesi, non dovere la chiesa ambrosiana soggiacere alle romane leggi, n al romano pontefice competere alcun diritto di giudicare o di disporre le cose di quella sede. Troppo indegno reputasi che quella Chiesa la quale sempre fu libera sotto i nostri progenitori, ora, per obbrobrio della nostra confusione, ad altra Chiesa, il che non faccia il cielo, sia assoggettata. Giulini, tom. IV, p. 34.
(192) Gonfiato quindi per il fasto della sua legazione, volle nelle pubbliche funzioni essere preferito al nostro arcivescovo; ma il popolo, sopportare non volendo che nella propria diocesi fosse l'ambrosiana dignit violata, cominci a fremere e a tumultuare all'intorno. Spaventato da quel timore, l'Ostiense si ritrasse dal suo proposito, ed ultim i negozi urgenti, e varie pene, come vendicatore, infliggeva a coloro che alcun delitto commesso avevano, a norma della gravit del loro fallo; altri, accordando loro una dilazione, ad altro giudizio riserbava. Finalmente, come nuovo censore ed arbitro delle cose nostre, egli cangia le antiche consuetudini; nuove leggi introduce; le conferma colle sue lettere e co'suoi sigilli, e queste forza a soscrivere l'arcivescovo e gli ordinari di Milano, minacciando di suscitare il popolo, qualora non obbedissero. Tristan. Calch. Hist. Patr., lib. VI, p. 132.
(193) Dodici scudi.
(194) Rer. Italic. Scriptor., tom. IV, p. 26.
(195) Giulini, tom. IV.
(196) Oh Milanesi insensati! Chi vi ha affascinati? Ieri acclamaste il primato di una sola sede; oggi confondete lo stato di tutta la Chiesa; veramente mostrate di avere a schifo una pulce, ed un cammello inghiottite. Forse queste cose meglio non disporrebbe il vescovo vostro? Voi direte per avventura: veneranda  Roma nell'apostolo. Lo  diffatto; ma non  da disprezzarsi Milano in Ambrogio. Che s che queste cose non sono scritte senza motivo nei Romani Annali, perciocch dirassi in avvenire Milano assoggettata a Roma.
(197) Giulini, tom. IV, p. 40.
(198) Ecco il vostro metropolitano, fuor dell'usato, viene in Roma chiamato al sinodo.
(199) Giulini, tom. IV, p. 54.
(200) Giulini, tom. IV, p. 47.
(201) Il che fatto si dice con grandissima arte ed astuzia dal monaco Ildebrando, il quale, oriundo di Soana, citt dell'Etruria, alla prontezza dell'ingegno riunita aveva non mediocre erudizione delle sacre lettere; e tosto, per il suo gran merito, fu ammesso nell'ordine de'cardinali, e pi di tutti distinguendosi per il vigore dell'animo, facilmente ottenne il primo luogo tra i sacerdoti. Tristan. Calch. Hist. Patr., lib. VI, p. 130.
(202) A tutti i Milanesi, al clero ed al popolo.
(203) Speriamo poi in quello che degnossi di nascere da una vergine, che nel tempo del nostro ministero sar esaltata la castit santa de'cherici, e confusa la lussuria degli incontinenti con tutte le altre eresie.
(204) Come per piacque all'Altissimo, scrutatore delle reni e dei cuori, quello che lungo tempo meditato aveva su l'altrui lassitudine ed inopia, si dolse della sua propria infermit; e, dopo di avere per due anni languito per vizio del polmone, l'uso perdette della voce, affinch di quell'organo appunto mancasse, col quale molti molestati aveva, dicendo la Scrittura che nelle parti colle quali alcuno pecca, in quelle viene tormentato. Ma di lui si taccia, affinch non sembri che i morti vogliamo accusare. Arnulph., lib. 3, cap. 14.
(205) A Landolfo, cherico e di stirpe senatoria, e cospicuo per lo splendore della perizia nelle lettere.
(206) Puricelli, De Sanctis Arialdo et Herlembaldo, lib. IV, cap. 15.
(207) Voi per, dilettissimi, membra mie, viscere dell'anima mia. Giulini, tom. IV, p. 69.
(208) Giulini, tom. IV, p. 79.
(209) Tom. IV, p. 80.
(210) Vano dice essere quel rito, non comunicato per alcuna istituzione di Cristo o dei discepoli; usurpato soltanto dagli antichi adoratori degli idoli; i quali nella primavera girare solevano i carapi in onore di Bacco e di Cerere.
(211) Tristan. Calch. Hist., Patr., lib. VI, p. 133.
(212) Giulini, tom. IV, p. 89.
(213) Giulini, tom. IV, p. 91.
(214) Frequentissime legazioni.
(215) Munite dei sigilli apostolici.
(216) Lib. 3, cap. 15.
(217) Giulini, tom. IV, p. 97.
(218) Giulini, tom. IV, p. 131.
(219) Giulini, tom. IV, p. 140.
(220) Erlembaldo, recando in mezzo certo Attone, mostrandosi esso consenziente, innanzi a tutto il popolo adunato, colla sua bocca illecitamente lo elesse. Questo vedendo la turba de'maggiori e de'minori, tanto del partito suo, quanto di quello degli avversari, che nuovamente giurata aveva fedelt all'imperatore, pigliate le armi, ed attaccata grande mischia, Attone, recentemente eletto, con molte ferite e giuramenti costrinse a ricusare irrevocabilmente l'arcivescovado.
(221) Tom. IV, p. 160.
(222) Giulini, tom. IV, p. 189.
(223) Giulini, tom. IV, p. 192.
(224) Lib. I, cap. 10.
(225) Nell'ora medesima dopo questo insigne trofeo, tutti i cittadini trionfali inni fanno risuonare ad onore di Dio e del loro protettore Ambrogio, armati recandosi alla di lui chiesa. Il d seguente, insieme col clero, i laici nelle litanie e nelle divine lodi portandosi di nuovo a sant'Ambrogio, confessano a vicenda i loro passati falli, ed essendo l'assoluzione accordata loro dai sacerdoti, che pronti erano, il popolo tutto torna in pace alle proprie case. In questo si vede il termine di quello scisma, che per dicianove anni sempre dalla stessa radice continu a pullulare.
(226) Giulini, tom. IV, p. 197.
(227) Muratori, Anedoct., tom. I, p. 246.
(228) Giulini, tom. IV, p. 254.
(229) Al reverendissimo e santissimo confratello.
(230) Sembra al nostro discernimento, che, secondo il tenore del nostro comandamento,... tu faccia. Ivon., part. VI, cap. 405.
(231) Giulini, tom. IV, p. 388.
(232) Come leggiamo essere stato dai santi padri stabilito, esecriamo l'eresia simoniaca nelle sacre ordinazioni e nei benefizi ecclesiastici, ed in ogni modo vogliamo radicalmente dalla Chiesa estirparla.
(233) Stabiliamo ancora a norma delle istituzioni dei santi Padri e della forma della Chiesa primitiva, che ad alcuno dei cherici non  lecito il possedere benefizi delle chiese, se, dopo di avere rinunziato tutto il proprio, non vuole farsi discepolo di quello alla di cui sorte sembra essere eletto. Se per alcuno vuole rimanere di fuori, non gli togliamo il chericato, solamente gli vietiamo il godere benefizi ecclesiastici.
(234) E perch alcuni nella santa Chiesa, tanto cherici, quanto laici, per successione paterna... l'arcidiaconato, o l'arcipresbiterato o il cimiliarcato, o anche qualche parte dei benefizi spettanti agli uffizi delle chiese, finora si sono sforzati di possedere: in questa sacra adunanza  stato fissato e definito ad universale notizia che, se alcuno mosso da questa nefanda cupidigia, tentasse ulteriormente di possedere una chiesa e presumesse di ottenere per eredit il santuario di Dio, secondo la voce profetica, soggiaccia al vincolo dell'anatema, fin tanto che ravveduto non si mostri.
(235) Paghi ogni anno nel mio annuale ai canonici e decumani e custodi della stessa Chiesa che non abbiano moglie, e che all'annuale intervengano, per ciascun canonico quattro denari, due ai custodi e decumani.
(236) Se per alcuno di que'canonici fosse infermo, anche non intervenendo egli a questi annuali, voglio che abbia questa benedizione, e se alcuno fosse ammogliato, voglio che sia privato di questa benedizione.
(237) Quest'asserzione  contraria a quella del conte Giulini, il quale sul testimonio d'una moneta pubblicata dal Muratori, in cui v' il nome solo Mediolanum, e dall'altra sant'Ambrogio, che l'incisore ha rappresentato a testa nuda senza la mitra, ha argomentato che appunto verso la met del secolo duodecimo, essendosi inventato l'ornamento vescovile della mitra, la moneta dovesse essere anteriore a quell'epoca. Se quel dotto cavaliere (che cess di vivere il giorno 26 dicembre 1780, giorno in cui perdemmo il benemerito nostro cronista, ed io in particolare un amico) riconoscesse ora la moneta che conservo presso di me, vedrebbe l'inesattezza di quell'incisore, poich ella  posteriore all'introduzione della mitra, che realmente  scolpita sul capo del santo arcivescovo.
(238) Tealdo, detto arcivescovo milanese, e Guiberto ravennate, i quali con inudita eresia e superbia si sono levati contra questa santa chiesa cattolica, sospendiamo totalmente dall'ufficio episcopale e sacerdotale, e sopra di essi rinnoviamo l'anatema gi pronunciato. Giulini, tom. IV, p. 226.
(239) Giulini, tom. IV, p. 423
(240) Sia fatto, sia fatto.
(241) Giulini, tom. V, p. 260.
(242) Giulini, tom. V, p. 485.
(243) Giulini, tom. V, p. 403.
(244) I Pavesi e i Milanesi stabilirono e giurarono tra di loro patti i quali ad alcuni sembrano essere stati troppo contrari alla maest imperatoria ed all'autorit apostolica; avendo que'cittadini giurato tra di essi di conservare le persone loro e i loro beni contra qualunque mortale nato o nascituro.
(245) Anselmo di Buis, arcivescovo milanese, quasi ammonito per autorit apostolica, studiossi di radunare dalle diverse parti un esercito, col quale si impadronisse del regno babilonico, e con questo avvisamento prevenne la scelta giovent milanese, perch le croci assumesse e cantasse la canzone di Ultreja, ultreja. E alla voce di quest'uomo prudente, uomini di qualunque condizione per le citt de'Longobardi, per le ville e per le castella, pigliarono le croci e cantarono quella canzone di Ultreja, ultreja. Landulph. Jun., cap. 2.
(246) Giulini, tom. IV, p. 430.
(247) Contra la terra Coritiana, che  la patria dei Turchi.
(248) Alla voce di quest'uomo prudente.
(249) Rer. Italie. Script., tom. V, p. 476.
(250) Tu pure, col naso e le orecchie tronche per il nome di Cristo, sei pi lodevole, giacch hai meritato di giugnere a quella grazia che da tutti dee desiderarsi, e colla quale, perseverando sino all'estremo, dai santi non differisci. Sminuita  veramente la integrit del tuo corpo ma l'uomo interno che di giorno in giorno si rinnova, ha ricevuto grande incremento di santit; pi brutta  la forma visibile, ma pi bella  divenuta l'immagine di Dio, che  la forma della giustizia. Laonde nella Cantica dei Cantici la Chiesa si gloria col dire: nera sono, o figliuole di Gerusalemme.
(251) Martire di Cristo. Landulph. Junior, cap. 6.
(252) Per donativo ricevuto dalla mano, per donativo ricevuto dalla lingua, per donativo ricevuto dall'ossequio. Landulph. Junior., cap. 9.
(253) La turba di Grossolano, battagliando contra il primicerio, con un sasso uccise Landolfo, cherico dello stesso primicerio. Landulph. Junior., cap. 10,
(254) Avanti l'introito della messa confessava di soffrire sete ardentissima, e bevette una coppa piena di vino forastiero, e dopo di questo partecip alla mensa celeste. Agnelli, De sancto Georgio.
(255) Questo Grossolano, che trovasi sotto questa cappa e non dico gi d'altri,  simoniaco per riguardo all'arcivescovado di Milano. Landulph. Jun., cap. 10.
(256) Va indietro, o Satana.
(257) Dio, fammi salvo nel tuo nome, e liberami colla tua virt.
(258) La presenza dei vescovi suffraganei non accord pieno favore a quella legge e a quel trionfo. Landulph. Jun., cap. II.
(259) La moltitudine, trista per il caso avvenuto e per la ruina di Grossolano, di l a pochi giorni, con iscandalo, portossi contra quel prete e contra la di lui legge.
(260) Un angelo mi si fece all'incontro dicendo: il prete Liprando, di ritorno dalla Valtellina, giace infermo nel monastero di Civate. Landulph. Jun., cap. 14.
(261) Giulini, tomo IV, p. 519.
(262) Giulini, tom. IV, p. 515.
(263) Molti d'oro e d'argento eletti vasi,
Con moneta copiosa, ogni cittade
Ad esso offr: sol gli neg servigio,
N di rame gli di pur un baiocco
La popolosa e nobile Milano.
Rerum Ita1icar. Script., tom. V, p. 378.
(264) Per Ottone Visconti, milanese, con molti combattenti per lo stesso re, in quella strage cadde con morte che dolorosissima riusc a coloro che la citt milanese e quella chiesa amavano. Landulph. Junior., cap. 18.
(265) Gerusalemme liberata, canto I, stanza 53.
(266) I Milanesi ancora, mentre questo imperatore per la via di Verona incamminavasi nella Germania, colla spada e col fuoco e con diversi strumenti, dai fondamenti distrussero Lodi, seconda citt della Lombardia. Landulph. Junior., cap. 18.
(267) Tom. I, part. 2, p. 235.
(268) Il giorno settimo delle calende di giugno dell'anno MCXI fu la citt di Lodi presa dai Milanesi.
(269) Nell'anno MCXI il giorno settimo avanti le calende di giugno fu distrutta la citt di Lodi e giacque per anni XLVIII.
(270) Ben a ragione il prudente lettore avrebbe desiderato maggiori notizie intorno alla distruzione di Lodi; ma  duopo che con meco passi oltre, giacch, sebbene io abbia fatte diligenti ricerche, alle mie mani non giunsero informazioni pi copiose. Egli  certo per che dure leggi e servit disdorosa furono ai vinti imposte; ed atterrati tutti gli altri edifizi e le mura della citt, appena lasciati furono ai miseri cittadini per loro abitazione quartieri simili a quelli delle campagne e tuguri dei poveri; e fu reputato grandissimo vantaggio che i vincitori lasciassero un quartiere detto Piacentino, nel quale ogni otto d si continuasse il solito mercato; ma lecito non era il fare alcuna vendita, n il contrarre matrimonio, n l'uscire in pubblico dopo il tramontare del sole, n l'uscire da certi confini, senza avere riportato l'assenso del magistrato milanese; se alcuni tenuto avessero appena qualche discorso segreto, sospetti tosto di nuove trame, puniti erano con una multa in danaro, o percossi con bastonate; per le quali calamit sdegnati moltissimi, vollero piuttosto recarsi in diversi luoghi in esilio, ed in perpetuo vivere lontani dai patrii confini. Tristan. Calch. Mediol. Histor. Patr., lib. 7, p. 149.
(271) Giulini, tom. V, p. 355.
(272) Ai consoli, ai capitani, a tutta la milizia e a tutto il popolo milanese. - Inclita citt di Dio, conserva la libert, affinch tu ritenga del pari la dignit del tuo nome, poich fintanto che ti sforzerai di resistere alle potenze nemiche della Chiesa, godrai dell'aiuto di Cristo Signore, autore della vera libert. Martene, Collect. Veter. Scriptor. et monument. Tom I, p. 640.
(273) Gli ordinari adunque, e i sacerdoti decumani, e tutti gli altri che papa Innocenzo II favoreggiavano e insidie tendevano a codesto arcivescovo, il danaro loro prodigarono, e lo diedero ad uomini periti della legge e de'costumi, ed a guerrieri. Laonde lo stesso arcivescovo forzato fu ad entrare in discorso col popolo, affinch colle persone da esso scomunicate, della scomunica contendesse. E mentre egli attendeva saette, o parole offensive intorno alla scomunica giusta o ingiusta, il primicerio Nazaro, uomo di mirabile astuzia, con prolisso sermone gener la noia tra gli uditori di quel discorso. L'arciprete Stefano per, che si cognominava Guandeca, vedendo il primicerio suo tenere s fastidioso ragionamento, alz la voce, e in questo modo prese a parlare contro l'arcivescovo: Io ti dir quello che costoro non ti dicono: cio che tu sei eretico, spergiuro, sacrilego e reo di altri delitti che non debbono in questo luogo annoverarsi. Queste cose udite avendo all'improvviso l'arcivescovo, stupito rimase. Quell'arciprete per, avendo nelle mani il testo degli Evangeli, giur che intorno alle cose da esso asserite di quell'Anselmo, che dicevasi della Pusterla, starebbe al giudizio del vescovo di Novara e di quello di Alba, che erano tra i suffraganei della chiesa di Milano. I consoli di Milano adunque, affine di conciliare le parti, stabilirono che essi e gli altri suffraganei venissero. Per questo in un determinato giorno, non solo i suffraganei concorsero, ma molti puramente vestiti di rozza ed incolta lana, e col capo raso in modo insolito. E vedendoli quell'arcivescovo congregati, e che al popolo sembravano angioli venuti dal cielo, disse al popolo medesimo: Tutti quelli che voi vedete in questo luogo con quelle cappe bianche e grigie, tutti sono eretici. Quindi la plebe ignara ed i congiurati suscitarono guerra, affine di cacciarlo e di deporlo. In quel giorno per resistere non poterono alla spada di Anselmo. Ma verso la met della notte, sparso essendosi molto danaro, la truppa validissima del primicerio e del prete Stefano, sul far del giorno, lo stesso Anselmo cacci dalla sede. Landulph. Junior., cap. 41.
(274) Il papa ebbe a sua disposizione un messaggiero tanto idoneo a queste faccende, quanto lo fu Bernardo, abate di Chiaravalle.
(275) Veramente, ad insinuazione di questo abate, tutti gli ornamenti ecclesiastici, in oro, in argento, in vesti che nella chiesa della citt stessa vedevansi quasi da quell'abate guardati con disprezzo, chiusi furono negli scrigni. Landulph. Junior., cap. 42.
(276) Io domani monter sul mio palafreno, e s'egli mi porter fuori delle vostre mura, non sar per voi quello che voi chiedete; e in questo modo da Milano part. Landulph. Junior., cap. 42.
(277) Andando per la citt, fecero a favor loro copiosa raccolta d'oro, d'argento e di molt'altre cose.
(278) Preso mandollo a Roma, e col, come suona la fama, quell'Anselmo, nello stesso mese, fin di vivere nelle mani di Pietro Latro, ch'era il procuratore di Innocenzo.
(279) Giulini, tom. V, p. 338.
(280) Nella prima portata, polli freddi. gambe cotte col vino, e carne porcina fredda; nella seconda, polli ripieni, carne vaccina condita col pepe, e una piccola torta del laveggiuolo; nella terza, polli arrostiti, lombetti col panico, (o con pane gratuggiato), e salami (a). 
(a) Sembrer alquanto ardita questa traduzione, giacch n il Giulini, n il Verri non attentaronsi ad indicare cosa fossero queste vivande. Io dubitai fin da principio che si dovesse leggere cambar de vino, che si  scritto talvolta in luogo di caneas, come che dicesse canevette, o botticelli. Ma osservo che si parla esclusivamente di cibi, e le parole gambas e gambonos si trovano frequenti nelle nostre carte antiche, indicanti quella parte che la gamba propriamente detta congiunge al piede. La piperata io interpreto condimento col pepe, appoggiato agli antichi scrittori, anzich vaso da conservare il pepe, come fa il Du Cange. Egli sotto il nome di panitium intende il panico; io amo meglio in questo luogo il pane gratuggiato. Hannovi poi molte ragioni per credere che i nostri padri porcellos plenos nominassero i salami. [Nota del Custodi].
(281) Tom. V, p. 473.
(282) Sponsali di futuro.
(283) Se per titolo degli sponsali dato fosse anello, o corona o cingolo o altra simile cosa, o vestito o manto o zendado, non seguendo il matrimonio, la met si restituisce, se nel frattempo  stato dato un bacio.
(284) "Al re degli Angli, di Salerno tutta
  Scrive la scuola", ecc. Argellat. Bibl. Script. Med., num. 916.
(285) Venga in potere dell'abate dello stesso monastero di sant'Ambrogio, che ne'tempi avvenire in perpetuo sar ordinato nello stesso santo monastero... una cappella... che io ho di nuovo edifcata... in onore di san Michele e di san Pietro, consacrata dal signor Ariberto arcivescovo. Giulini, tom. III, p. 216.
(286) L'edizione di cui mi servo  quella di Pietro Perna, in Basilea, 1569.
(287) Pag. 186.
(288) Per di lui comando, e parimente per insinuazione del divo Federico imperatore. Pag. 260.
(289) Murena, in Rer. Italic. Script., tom. VI, p. 957.
(290) Tra le altre citt di quel popolo stesso ora tiene il primato... non solo per la sua grandezza e per l'abbondanza di uomini forti, ma ancora per ci che due citt vicine, poste nel territorio medesimo, cio Como e Lodi, ha aggiunte al suo dominio. Otto Frisingens, De Gestis Federici, lib. 2, cap. II.
(291) Distrutta Tortona, i Pavesi, affinch glorioso trionfo ci apprestassero dopo la vittoria, alla citt ci invitarono.
(292) I consoli ed il popolo milanese ai consoli tortonesi e a tutto il popolo salute. - Crediamo, essere noto a tutto il romano imperio, che la vostra citt, la quale del rimanente con piena confidenza nostra appelleremo, contra il diritto e spietatamente quasi del tutto con ingiustizia distrutta, da noi audacemente e con virile animo  stata ristorata, e col sudore vicendevole di tutti i nostri, circondata di mura nuovamente costrutte. Tre insegne cittadinesche adunque a voi mandiamo a perenne memoria della cosa. Una tromba cio di bronzo, colla quale il popolo sia convocato ad assemblea, il che significa l'incremento della vostra popolazione. Un vessillo bianco colla croce del Signor nostro Ges Cristo, distinta nel mezzo con colore rosso, il che significa che dalle mani dei nemici, dopo molte e grande angosce, voi siete stati liberati; e in questo abbiamo voluto che rappresentati fossero il sole e la luna. Il sole indica Milano, la luna Tortona; e come la luna tragge il suo lume dal sole, tutto il suo essere Tortona tragge da Milano. Questi sono i due luminari del mondo, questi i due regni. Mandiamo un suggello, col quale si segnino le vostre carte, il quale contiene due citt, Milano e Tortona, indicando che Milano e Tortona sono per tal modo unite, che separare non si possano giammai. Correva l'anno di Cristo 1155, allorch la citt diroccata fu riedificata. Giulini, tom. VI, p. 52.
(293) Muratori, Dissert. Med. v., dissert. II, tom. II.
(294) Lib. 1, cap. 33.
(295) I Milanesi per, siccome uomini amanti delle guerre e valorosi, la citt loro di grandi fossi circondarono, e all'imperatore audacemente e con animo virile vollero resistere.
(296) Anonimi Chronicum Bohemicum, nella raccolta Scriptores Rerum Germanicarum del Menckenio, tom. III, col. 1707, Radevic., lib. I, cap. 25. - Vincentii canonici Pragensis Chronicon, in tomo I. Monum. Hist. Boemiae, a P. Gelasio Dobner, edita Pragae penes Clauser, 1764, p. 551.
(297) Radevic., lib, I, cap. 32.
(298) Monumenta Historica Bohemiae a P. Gelasio Dobner edita Praga, 1754, p. 57.
(299) Stavano armati sulle mura, senza fare alcuno strepito, e dubitossi, se il veder giugnere il principe a tutti avesse insinuato quel rispetto e la disciplina di quel silenzio, o pure incusso timore.
(300) Divise essendo, come gi si  detto, tra i comandanti dell'esercito le porte della citt, ciascuno di essi si diede a gara ad affrettare i preparativi ed a munire il campo con pertiche, pali ed altri mezzi di difesa, onde prevenire le improvvise scorrerie de'nemici. N gi credevansi che una citt cos grande potesse essere assalita con vigne, torri, arieti e macchine guerresche di altro genere. Ma temevano piuttosto, che, stanchi per lungo assedio, costretti fossero ad arrendersi, o pure di essere superati, se, fidandosi pel loro numero, fatta avessero qualche sortita. Radevic., lib. I, cap. 34.
(301) Intanto i soldati di Milano uscivano dalla citt, e agli scudieri dell'esercito toglievano i cavalli, e tanti ne acquistarono, che un cavallo vendevasi per quattro soldi di terzuoli.
(302) Aperte le porte ed usciti cogli uomini pi valorosi, sgominate le guardie, scorrono fino ai campi degli eroi suddetti, combattono, feriscono. Gli Alemanni, allorch si avvidero che i nemici giugnevano, colpiti all'istante da quel movimento inopinato ed improvviso, l'uno dopo l'altro cominciarono a tremare ed a tumultuare; poscia l'un l'altro chiamavansi a vicenda, si esortavano: pigliavano le armi, ricevevano gli assalitoti, respingevano i pi arditi: udivansi grida mescolate con esortazioni, strepito d'armi ecc.
(303) Radevic., lib. I, cap. 34.
(304) Tom. I, p. 56.
(305) Verso l'ora del vespro... si attacca battaglia dall'una e dall'altra parte; si uccidono fortissimi guerrieri, n questi n quelli vincono. Vedendo per il suddetto principe che da s solo sostenersi non poteva, molti avvisi manda al re di Boemia, richiedendolo di soccorso colla sua milizia.
(306) I Milanesi, per la libert pugnando, valorosissimamente resistono agli avversari loro; dall'una e dall'altra parte cadono fortissimi soldati. Dura la battaglia dall'ora del vespro sino al crepuscolo. I Milanesi finalmente, essendo moltissimi di essi perduti o presi, resistere non potendo all'urto de'Boemi, entro le mura si ritraggono, ed i Boemi vincitori, uccidendoli, gli inseguono sino alle porte medesime. Intanto la notte mette fine alla pugna.
(307) I Milanesi veramente, i macchinamenti de'nostri prevedendo, ignominioso reputavano, se, pari essendo o anche maggiori di numero, con minore coraggio agli assalitori si opponessero. Radev., lib. I, cap. 36.
(308) Lib. I, cap. 31.
(309) Ma dubitossi se dal timore o dal rispetto dell'imperatore trattenuti fossero dal non far scorrerie n pure alla porta, ove la milizia del principe piantato aveva l'assedio. Radev. lib. I, cap. 38.
(310) Lib. I, cap. 40.
(311) Il fetore de'cadaveri dall'una e dall'altra parte intollerabilmente molestava gli eserciti, cosicch moltissimi gi affetti erano da gravissime infermit. Monumen. Hist. Bohemiae a P. Gelasio Dobner collecta, tomo I, p. 59.
(312) Autore di questa trattativa si disse Guido conte di Biandrate, uomo prudente, buon parlatore ed atto a persuadere. Essendo questi cittadino naturale in Milano, in quella occasione erasi condotto con tale prudenza e moderazione, che al tempo stesso, cosa in quel cimento difficilissima, e caro riusc alla corte, e non gener alcun sospetto ne'cittadini suoi. Radevic., lib. I, cap. 40.
(313) Giulini, tom. VI, p. 151.
(314) Giulini, tom. VI, p. 70.
(315) Vicende di Milano, p. 93.
(316) Goldast., Statut. et Rescript. Imperialia, p. 55. - et Radevic., lib. I, cap. 41, p. 286. Edit. Basileae. 1569.
(317) Maravigliarsi egli della prudenza dei Latini, i quali, gloriandosi principalmente della scienza delle leggi, trovavansi poi in gravissima trasgressione della legge; e mentre tenacissimi seguaci si vantavano della giustizia, i tanti affamati e sitibondi l'ingiustizia loro evidentemente mostravano.
(318) I Milanesi chiama a consiglio, e ad essi chiede come fedeli mantenere si debba le citt dell'Italia; i quali gli danno il consiglio che suoi podest, per mezzo de'suoi nunzi, costituisca coloro che nelle citt d'Italia riconosce ad esso fedeli... Il quale consiglio l'imperatore lodando, fino a tempo opportuno, chiuso nel suo cuore lo mantenne.
(319) Rispondono, non potere essi farlo in alcun modo; promettevano tuttavia di fare interamente tutto quello che contenevasi nel privilegio dell'imperatore, che io Vincenzo scritto aveva per parte dell'imperatore e del re di Boemia.
(320) Cio che essi medesimi eleggessero i consoli che volessero, ed eletti li presentassero all'imperatore, o al di lui nunzio, affinch giurassero all'imperatore stesso fedelt. All'opposto i nunzi dell'imperatore rispondono, avere essi dato in Roncaglia all'imperatore il consiglio che, per mezzo de'suoi nunzi, nelle citt della Lombardia stabilisca i podest; onde anch'essi facciano uso di questo avvisamento.
(321) Veggasi il citato Dobner, tom. I, pp. 61 e 62.
(322) Nelle loro sortite tentarono o d'incendiare le macchine, o di distruggere le torri, o di ferire mortalmente alcuni dei nostri; n fuvvi alcun genere di audacia o di ostinazione che essi, ignari delle cose future, ommettessero; e mentre gi abbattuta reputavasi la loro superbia, tumidi gloriavansi delle commesse sceleratezze. Radevic., lib. 2, cap. 45.
(323) Comanda adunque che vendetta si faccia dei loro prigionieri, e ordina che appiccati siano alle mura.
(324) Il popolo per, contumace, troppo ansioso di rendere la pariglia, trasse esso pure in egual modo al supplizio alcuni dei nostri, che prigionieri trovavansi.
(325) Ordina che si conducano gli ostaggi loro al numero di quaranta, affinch sieno appiccati.
(326) Allora intanto conduconsi prigionieri sei militi tra i nobili milanesi, i quali erano stati trovati in luogo, ove coi Piacentini perfidi ragionamenti tenevano... Perciocch, come sopra si  detto, anche allora Piacenza al principe aderiva con finta devozione e simulata obbedienza... Questi adunque... ordina che condotti sieno al supplizio, e lo stesso fine ebbero essi della vita, che gi toccato era ai primi. Radevic., lib. 2, cap. 46.
(327) Per impulso del serenissimo imperatore Federico. Lib. 2, p. 260.
(328) E gi a ruina della citt moltissime macchine si appressavano, e gi le torri elevate ad altissima mole cominciavano ad attaccarsi. Coloro allora con grandissima forza e pertinacia si diedero a resistere e ad allontanare le torri dalle mura, e coi loro strumenti e con validi colpi di pietre, a sconcertare le macchine nostre. Credendo per il principe di potere domare i feroci loro animi, ordin che ai loro guerreschi ordigni, (che ora nominati sono mangani, e che al numero di nove nella citt trovavansi), si opponessero i loro ostaggi medesimi, alle macchine nostre legati. I sediziosi, cosa incognita presso i barbari, e cosa orrenda a dirsi, e che a udirsi sembrer incredibile, le torri con colpi non meno frequenti percuotevano; n punto li commoveva la compassione del sangue e dell'et, n la comunanza dei vincoli naturali. E in questo modo alcuni fanciulli, colpiti dalle pietre, miseramente perirono. Altri, pi miseramente ancora vivi rimanendo, pendenti attendevano quella crudelissima strage e l'orrore di asprissima calamit. Oh sceleratezza! Lib. 2, cap. 47.
(329) Usciti essendo dallo stesso castello circa ventimila uomini di diverse condizioni, fu quello dato alle fiamme, e ne fu permesso al soldati il saccheggio. Lib. II, cap. 42.
(330) Pag. 327.
(331) Federigo, per grazia di Dio imperatore de'Romani e sempre augusto. Crediamo che la prudenza vostra sia informata che un dono cos grande della divina grazia, a lode e gloria del nome di Cristo, tanto evidentemente conferito al nostro onore, non pu rimanere occulto o nascondersi come cosa privata. Il che noi significhiamo all'amor vostro ed al vostro desiderio, affinch possiamo tenervi, siccome carissimi e fedeli, cos ancora partecipi dell'onore e della gioia nostra. Imperocch il d seguente alla festa della Conversione di san Paolo, Dio ci accord compiuta vittoria di Crema, e cos gloriosamente di essa abbiamo trionfato, che appena a que'miseri abitanti concedemmo la vita. Conciossiach le leggi tanto divine quanto umane attestano che propria del principe  la somma clemenza.
(332) Vicende di Milano con Federico I, imperatore, pag. 55.
(333) Per ciascuna parrocchia della citt elette furono due persone, e tre di queste da ciascuna porta, delle quali una io fui, affinch, secondo l'arbitrio loro si vendessero le vettovaglie e il vino e le mercatanzie, e il danaro si desse a prestito, il che ridond a ruina della citt.
(334) Hist. Rer. Laudens. Rer. Italic. Script., tom. XI, col. 1094.
(335) Tutti afflitti erano dalla fame e dall'inopia; il marito, snudando la spada, assaliva la moglie, il suocero la nuora, il fratello l'altro fratello, il padre il figliuolo, perch frodati dicevansi del pane, e dappertutto udivansi discordie domestiche e private contese. Trist. Calch. Hist. Patr., lib. 10, p. 209.
(336) Appianiamo le fosse, dirocchiamo le mura, distruggiamo tutte le torri, e tutta la citt traggiamo a ruina ed a desolazione. In Dacherii Spicil., tom. V - Pagi, Crit. Baron. ad annum 1162, num. 26.
(337) Poscia le mura della citt e le fosse e le torri furono a poco a poco distrutte, e cos tutta la citt di giorno in giorno venne sempre ridotta a ruina e a desolazione.
(338) Il popolo viene espulso dalla citt: il muro tutto all'intorno atterrato: gli edifizi sono spianati al suolo, eccettuati i templi dei santi. Pistor. Nidan., Rer. German. Script., Ratisponae, 1731, tom. I, pag. 678.
(339) I Milanesi, spinti dall'assedio, dalla fame, dall'inopia, dalla discordia, per mezzo di ambasciatori chieggono dall'imperatore misericordia... l'imperatore, che proposto erasi di farti perire con diversi supplizi, a terrore degli altri, accordando loro la vita e concedendo che seco portassero quanto potevano delle cose necessarie, li disperse nelle province in modo che facolt non avessero di rientrare nella citt; quindi comand che i suoi soldati nella citt entrassero, e si distruggessero le mura, le torri, gli alti e superbi palazzi, e tutti gli edifizi.
Nella stessa raccolta del Pistorio, tom. I, p. 914.
(340) I Milanesi, stretti gi da quattro anni d'assedio dal re e dall'esercito italico e teutonico, dopo molte illustri imprese di militare audacia, finalmente, attediati dalle calamit e dall'inedia, piuttosto che vinti dalla forza delle armi, supplichevoli stendono le mani all'imperatore, s stessi e tutte le cose loro cedendo al regio potere. Ricevuti adunque alla dedizione gli ottimati e il popolo, il re, colle aquile vincitrici e con grande concorso di popolo, entr verso la domenica delle Palme, e, conceduto avendo ai cittadini la vita e il possedimento di tutte le loro suppellettili, per di lui ordine si spianano le fortificazioni, le mura, le torri e qualunque luogo munito; gli altri edifizi, eccettuata la chiesa matrice e le altre chiese, vengono dalla vorace fiamma consunti, e quella citt opulentissima... si spiana sino al suolo
(341) I Milanesi, dopo l'eccidio della loro citt, in vigore di editto imperiale, quattro borghi nei quattro diversi punti fabbricarono. Manckenius, Scriptores Rer. Germanicar., Lipsiae, 1730, tomo III, columnis 220 e 222.
(342) Le mura della citt abbatte e tutto spiana al suolo. Nella citata raccolta del Menckenio, allo stesso volume, colonna 1708.
(343) I Milanesi per, non potendo resistere ad impeto cos grande, stanchi dalle frequenti devastazioni, dalla fame, dalla sete, da diverse perdite, dai tormenti e dalle uccisioni dei fratelli e degli amici loro, cagionate dai principi tanto della Lombardia, quanto della Teutonia, cercano il modo di trovare grazia presso l'imperatore: ad essi cos si risponde dai principi: che in alcuna guisa non potranno ottenere la grazia dal signor imperatore, se dapprima non abbiano nelle mani dello stesso signor imperatore consegnata Milano. E per consiglio dei fedeli suoi vengono alla citt di Lodi, e, sedendo l'imperatore sul suo tribunale coi suoi principi, portando innanzi ad esso le chiavi di tutte le porte milanesi, alla presenza di esso e di tanti principi, co'piedi nudi si prostrano a terra. Per comando dell'imperatore sono avvertiti di levarsi in piedi; e tra essi Aluchero di Vimercate cos comincia a parlare: Peccammo, ingiustamente facemmo, perciocch contra l'imperatore de'Romani, signore nostro, movemmo le armi; riconosciamo il nostro fallo, chiediamo perdono; il collo nostro assoggettiamo alla vostra imperiale maest; le chiavi della citt nostra, citt antica, alla imperiale maest offriamo, e adorando le pedate vostre, con umile e supplichevole preghiera chiediamo che abbiate piet di citt cos grande, di antichissima opera dei passati imperatori, per amore di Dio, di sant'Ambrogio e di que'santi che dentro vi riposano, e che l'imperiale piet si degni di accordare pace ai sudditi soggiogati. L'imperatore, udite avendo queste preghiere, le chiavi delle porte dei Milanesi riceve, e cos ad essi risponde: Che siccome noto si rendette per le quattro parti del mondo, che contra il signor imperatore, padrone della terra, presunsero essi di muovere le armi, cos per le quattro parti del mondo nota debb'essere la loro pena. Per le quattro parti intorno a Milano, all'Oriente, all'Occidente, all'Aquilone ed all'Austro, ognuno porti, ovunque vuole, il suo danaro: la citt di Milano si renda in potere dell'imperatore. Questo udendo, i Milanes si arrendono al volere suo, e, bench a malgrado loro, obbediscono al di lui comando. I loro domicilii stabiliscono nelle quattro parti predette, all'Oriente, all'Occidente, all'Aquilone ed all'Austro; Milano cedono al potere del signor imperatore. L'imperatore, riunita avendo la milizia dei Teutonici, dei Pavesi, dei Cremonesi e degli altri Longobardi, siede in Milano sul suo tribunale, e chiede consiglio di quello che si debba di cos grande citt. Al che si risponde dai Pavesi, dai Cremonesi, dai Lodigiani, dai Comaschi e dalle altre citt: Il calice gustino pur essi che diedero a bere alle altre citt. Distrussero Lodi e Como, citt imperiali; si distrugga ancora la loro Milano. Udito avendo questo l'imperatore, per loro consiglio pronunziata avendo contro Milano quella sentenza, usc fuora alla campagna. Primieramente il signor Teobaldo, fratello del signor re Ladislao, poi i Pavesi, i Cremonesi, i Lodigiani, i Comaschi ed altri delle altre citt, pi presto di quello che si farebbe a dirsi, il fuoco appiccano da ogni parte in Milano, mentre l'imperatore co'suoi eserciti ne rimane spettatore. Cos Milano, citt antica, citt imperiale, da diverse calamit desolata viene distrutta. L'imperatore poi, rovinata essendo Milano, in tutta l'Italia esercitava l'imperiale potere, perciocch tutta al di lui cospetto l'Italia tremava, ed avendo egli nelle citt italiche stabiliti i suoi podest, dispose la marcia del suo esercito verso la Sicilia, disputare volendo col Siciliano intorno al ducato della Puglia. Monumenta Historica Bohemiae, nusquam antehac edita a P. Dobner collecta, tom. I, p. 71 e sg.
(344) Vicende di Milano con Federico I, pp. 100, 104 e 106.
(345) Avanti la porta di San Giorgio in Noxeda. Giulini, tom. VI, p. 317.
(346) Non rimase la cinquantesima parte di Milano, che distrutta non fosse. Hist. Rer. Laudens., Rer. Italic. Script., tom. VI, colum. 1105.
(347) Da prima incendi tutte le case; poscia anche le case medesime distrusse. Sire Raul, De gestis Federicis, in Rer. Italic. Scriptor., tom. VI, colum. 1187.
(348) Giulini, tom. VI, p. 264.
(349) Giulini, tom. VI, p. 230.
(350) Il pianto e il lutto degli uomini e delle donne, e principalmente degli uomini infermi e delle femmine sopraparto, e dei fanciulli che uscivano, e i propri lari abbandonavano. Rer. Italic. Script., tom. VI, colum. 1187.
(351) Giulini, tom. VI, p. 233.
(352) Dopo la distruzione di Milano. Giulini, tom. VI, p. 292. - Vicende di Milano, p. 80.
(353) Giulini, tom. VI, pp. 307, 309 e 328.
(354) Affinch non fossero dai fondamenti rovesciate, come Milano, che era stata il fiore dell'Italia, se ribelli all'imperatore si facessero.
(355) Vicende di Milano, p. 97. - Giulini, tom. VI, p. 338.
(356) Federico imperatore, con un esercito quasi innumerabile di Alemanni, assedi Milano. Nidan. Pistor., Rer. Germanicar. Script., tom. 2, p. 551.
(357) I Milanesi spontaneamente fecero dedizione di se stessi e delle cose loro all'imperatore, il quale, senza alcuna clemenza, Milano distrusse. Rer. Boicarum Scriptores, collegit Andreas Felix Oefelius, tom. II, p. 334.
(358) Giulini, tom. VI, p. 339.
(359) Oh quanto clamore, quanto timore, quanto lutto per quattro settimane si mantenne nei borghi, specialmente nel borgo di Noxeda e di Vigentino! Alcuno non vi aveva che osasse coricarsi nel letto. Perciocch ogni giorno dicevasi: ecco i Pavesi che vengono ad incendiare i borghi! Rer. Italic. Script., tom. VI, columnia 1191
(360) Tom. VI, p. 395 e sgg.
(361) Formaronsi insieme in un solo corpo.
(362) Giulini, tom. VI, p. 456.
(363) Vi abitava una turba di ladroncelli, di rapitori, di servi fuggitivi dai loro padroni. Rer. Germ. Script. ex Biblioth. Marquardi Freheri excerpti a Gotthellffio Struvio, tom. I, p. 342. Edit. Tertia, Argentorati.
(364)Con grande costanza da ciascuna parte spignevansi le cose della guerra; alcuni talvolta di questi o di quelli erano fatti prigioni, altri uccisi ed anche impiccati. L'imperatore per certa cosa fece degna di lode. Perciocch condotti essendo al di lui cospetto tre dei prigionieri, comand che loro fossero cavati gli occhi. Accecati i due primi, al terzo, degli altri pi giovane, domand, perch ribelle egli fosse all'Imperio; ma quello disse: non contra di te, o Cesare, n contra il tuo Imperio io oprai; ma un padrone avendo nella citt, obbedii ai di lui comandamenti, e con fedelt lo servii; che se egli teco contra i suoi cittadini pugnare volesse, ancora lo servirei con eguale fedelt. Dalle quali parole allettato l'imperatore, accordata avendo ad esso la conservazione degli occhi, comand che i suoi compagni accecati nella citt riconducesse. Struvius, loc. cit.
(365) Cosa degna di lode.
(366) Cinsero d'assedio Alessandria, citt che viene detta fortissima, non per il giro delle mura, ma per la situazione del luogo, e con un campo fortificato grande oltre credenza, nel quale un fiume vicino derivarono; trovaronsi ancora in essa uomini valorosi in gran numero, pronti a resistere con coraggio, cosicch l'imperatore non cos presto, come voluto avrebbe, riusc ad espugnare la piazza, ma con molta fatica e grande strage de'suoi, nell'intervallo ancora di alcuni anni. Dobner, Monumenta historica Bohemiae, tom. I, p. 86.
(367) All'imperatore Federico, ottenuta da esso la pace, tutto quello vogliamo fare che fecero gi gli antecessori nostri dal tempo della morte del secondo Enrico imperatore, agli antecessori suoi, senza violenza n timore. Antiquit. Med. v., tom. IV, p. 277.
(368) I Lombardi sono nell'una e nell'altra milizia diligentemente istruiti; perciocch sono valorosi in guerra, e nell'arte di parlare al popolo maravigliosamente eruditi. Giulini, tom, VI. p. 483.
(369) Mantengono l'eleganza del latino parlare, e la urbanit dei costumi. Nella ordinazione ancora delle citt e nella conservazione della repubblica imitatori sono altres dell'accortezza degli antichi Romani. De Gestis Federici, lib. I, cap. 12.
(370) Giulini, tom. V, p. 110.
(371) Giulini, tom. II, p. 122.
(372) Liutprand. lib. V, cap 16.
(373) Giulini, tom. VI, p. 458.
(374) Dissert, Med. v., tom. II, p. 28.
(375) Per ciascun carro di legne un pezzo riceveva, uno per ciascuna sporta di pesci, uno per qualunque fornata di pane. Manipul. flor., cap. 146.
(376) Giulini, tom. II, p. 243.
(377) Giulini, tom. IV, p. 247.
(378) Dissert. Med. v., tom. IV, p. 277.
(379) Le quali, secondo il computo del conte Giulini, equivalgono a undicimila e duecento zecchini correnti, somma ben tenue, ripartita sopra venticinque citt, quante componevano la lega, dappoich vi si compresero Pavia e Como.
(380) Giulini, tom. VII, p. 6.
(381) Monum. Bas. Ambr., n. 587.
(382) Tutti i diritti regali che l'Imperio ha nell'arcivescovado milanese, o sia nei comitati del Seprio, della Martesana, della Bulgaria, di Recco, ecc.
(383) Giulini, tom. VII, pp. 20, 21 e 22.
(384) Nel termine che i consoli di Milano col Consiglio di credenza ci indicheranno.
(385) Concedette piena giurisdizione
(386) Tom. VII, p. 24.
(387) Pi di centocinquanta cavalli carichi d'oro, d'argento, di sciamiti e di manti, e di pelli grigie e di vaio, e di altre cose preziose.  Giulini, tom. VII, p. 32.
(388) Dissert. Med. v., tom. IV, p. 731.
(389) S grande timore tutti coloro che rimasti erano, invaso aveva, per la grandiosit delle sue gesta, che tutti ultroneamente accorrevano, e ciascuno coll'ossequio studiavasi di ottenere la grazia della sua familiarit. Perciocch dai legati di Verona pu comprendersi, quanto timore agli Italiani incusso avesse la memoria dei di lui fatti. Otto Frising., lib. 2, cap. 27, p. 256. Edit. Basileae, 1569.
(390) Trascorrendo il territorio del vescovado che si chiama Uratislavia, pass nel vescovado posnaniense, e tutta quella terra egli pure devast col ferro e col fuoco.
(391) Radevich., lib. I, cap. 3, p. 262.
(392) Duro  certamente che dipendere debba dall'altrui arbitrio l'animo di uno scrittore, siccome privo della facolt d'istituire egli stesso un esame. P. 255.
(393) Mentre con essi trattavamo di comperarlo, ed essi ce lo ricusavano, il nobilissimo loro castello, cio Rosate, che cinquecento soldati aveva, facemmo prendere ed incendiare... Poi tre loro castelli fortissimi, cio Minima, Gailarda e Treca (Trecate) distruggemmo; e celebrato avendo con grandissima giocondit la nativit del Signore... distruggemmo poscia Caira, villa grandissima e molto bene fortificata, e la citt d'Asti con incendio devastammo... Di l siamo venuti a Spoleto, e perch ribelle era... la pigliammo colla forza, col ferro cio e col fuoco, e riportate avendo spoglie infinite e molte altre consumate col fuoco, la rovesciammo dai fondamenti. De Gestis Friderici Primi, Caesaris Augusti, Basileae, 1559, p. 186. 
(394) La citt si abbandona al saccheggio, e pria che si potessero portar via le cose che giovar possono all'uso degli uomini, appiccatovi da alcuno il fuoco, si consuma. I cittadini che avean potuto sottrarsi al ferro ed alle fiamme, la vita soltanto conservando, nel vicino monte seminudi, si riducono... Nel d seguente, perciocch dall'abbruciamento dei cadaveri l'aere tutto corrotto generava intollerabile fetore, trasfer l'esercito nei luoghi pi vicini... finch le spoglie sopravanzate all'incendio ad uso servirono, non gi de'miseri Spoletani ma dell'esercito. Otto Frising., lib. 2, cap. 23, p. 252.
(395) Chiunque di essi preso fosse, il supplizio doveva aspettarsi del patibolo che innanzi alla piazza vedevasi eretto. P. 244.
(396) La citt da prima fu data al saccheggio, poi rovinata ed incendiata.
(397) P. 247
(398) Quasi tutti que'prigionieri che incatenati tenevansi, erano dell'ordine equestre. Essendo adunque i suddetti presentati al principe e condannati al supplizio delle forche, uno di essi disse: Ascolta, o nobilissimo imperatore, la condizione di un uomo sfortunatissimo. Io sono Gallo di nazione, non Lombardo, e sebbene povero, di stato cavaliere, libero di condizione, ecc. Questo solo il glorioso imperatore ordin che fra tutti esente fosse dalla sentenza di morte; imponendogli questo solo per pena che, posto il laccio al collo di ciascuno, col supplizio delle forche i suoi compagni facesse perire. E cos fu fatto.
(399) Affinch a tutti i passeggeri presentassero documento della loro temerit, sula strada medesima furono posti in mucchio, ed erano, come si narra, cinquecento. Otto Frising., lib. 2, cap. 25.
(400) Il re Federico, raccolta avendo grande quantit di principi e di altri soldati, ed aggiunti al suo seguito Enrico, duca di Sassonia, e Federico figliuolo del re Corrado, ed altri principi, incamminossi con un corpo numeroso di truppe a Roma dal papa Adriano, affinch Cesare, secondo il dovere, lo consacrasse; essendo per giunta quella comitiva nell'uscire dalle Alpi avanti la citt stessa di Verona, a Guordo, castello inespugnabile, i Veronesi, riguardandolo come di loro diritto, il passaggio vietano ad esso ed ai suoi seguaci, dicendo che Cesare non era egli ancora, ma re, e che per questo, come era di loro diritto, doveva egli pagare ad essi il danaro, se di l passare voleva a Roma, che qualora ricevuto lo avessero gi consacrato Cesare, gli avrebbero in quella occasione, e non gi prima, renduti gli onori dovuti a Cesare. Queste cose udendo, Federico reprime lo sdegno, e, dissimulandolo, d loro di buone parole, promette il danaro che essi domandano, e come di questo data avesse sicurt, passa per Verona col suo esercito intatto. Situate adunque oltre quella citt le truppe reali, manda dire ai Veronesi che a ripetere vengano il dovuto danaro, i quali alle di lui parole credendo, dodici dei primari e pi nobili cittadini, con numeroso seguito di altri nobili, mandano al re per ricevere il danaro promesso; questi il re guardando con volto ilare, ed ottime parole soggiugnendo intorno al promesso danaro, tutti ordina che presi sieno, e molti di essi avendo fatti trucidare, i dodici primari nobili comanda che sieno impiccati. E siccome uno di questi diceva essergli parente in linea assai vicina, e con testimonianza lo provava, per questo, come pi nobile, ordin che sospeso fosse a pi alto patibolo.
(401) Giulini, tom. VII, dalla p. 137, alla p. 147.
(402) Giulini, tom. VII, p. 144.
(403) Commesso fu ad Anselmo di Terzago, che provvedere dovesse secondo il suo giudizio intorno al reggimento della citt, ed egli elesse due consoli che per un anno la reggessero. Flamma Chronic. MS., cap. 963.
(404) Ad alcuno non fosse interdetto l'uso de'suoi beni, se non giudicata la causa ed approvata dal comune, dal podest di Milano, o dai rettori della comunit, siccome le leggi richieggono. Corio, p. 59, dell'edizione in foglio.
(405) Dico, comando e stabilisco che in perpetuo debba fermamente osservarsi.
(406) Non possiamo ancora dimenticarci che voi, pacificato essendo di gi l'Imperio, che lungamente era stato turbato, ci dirigeste legati tanto discreti e tanto onesti, coi vostri donativi, che noi, come era convenevole, ricevemmo sotto quella grazia e devozione colla quale sempre vi abbiamo riguardati, e sempre cari vi terremo; i vostri donativi altres tanto pi grati ci riuscirono, quanto che noi sapevamo che quelli trasmessi erano per effetto di pura amorevolezza. Giulini, tom. VII, p. 227.
(407) Balut, tom. II, p. 662.
(408) Giulini, tom. VII, p. 354.
(409) Giulini, tom. VII, p. 483.
(410) Fu scolpito in marmo sedente sopra un cavallo, il che fu reputato grande vituperio. Questi il primo fu a fare imprigionare gli eretici.
(411) Nuove leggi promulgate furono contra gli eretici, dei quali moltiplici erano le stte e con nomi stranissimi distinte; perciocch, oltre i Patareni, dei quali ho fatto gi menzione parlando di Arnolfo, nominavansi i Catari, i Carani, i Concorezii, i Fursici, i Vanii, gli Speronisti i Carantani, i Romolari; e questa peste non meno attaccavasi alle femmine, che agli uomini. Fu all'uno e all'altro sesso vietata questa superstizione, minacciandosi pena capitale e distruzione delle case a coloro che in essa perseverassero, o i colpevoli nelle case loro ricevessero, e in altro modo gli aiutassero. E nell'anno seguente, correndo il mese di gennaio, Goffredo, cardinale di San Marco, legato pontificio, entrato in Milano, stabil per legge, (di comune consenso tuttavia dell'arcivescovo, degli ordinari e del popolo), che il pretore di pena capitale punisse entro dieci giorni coloro che dannati fossero per giudizio ecclesiastico. Tristan. Calch. Hist, Patr., lib. 8, p. 269.
(412) Corio, parte seconda, foglio 72.
(413) Stabilito avendo lo inquisitore, distrusse le eresie.
(414) Nazarian., cap. 109, p. 561.
(415) Corio, all'anno 1952.
(416) Diss. Med. v., tom. V, p. 92 e sg.
(417) La trista vita di un prelato nuoce al suddito ed anche a quello che  consacrato a Dio. - Nella chiesa di Dio non debbono esservi cattivi sacerdoti e diaconi. - I preti cattivi non possono esercitare il loro ministero. - La Chiesa non dee possedere alcuna cosa se non in comune. - Alcun tristo non pu essere vescovo. - Non  lecito ad alcuno lo ammazzare. Muratori, Diss. Med. v., tom. V, p. 95.
(418) Marten. Veter. Script. et Monum. Collect., p. 1051.
(419) Perciocch in questo noi richiamiamo il costume degli antichi Cesari, ai quali, per le illustri azioni sostenute colle vittoriose insegne, il senato ed il popolo romano i trionfi e le lauree aggiudicava; al che col presente esempio della nostra serenit, secondo i voti vostri, da lungi prepariamo la via, mentre vinta avendo Milano, il carro di quella citt, capo certamente della nazione dell'Italia, a voi destiniamo, come la preda e le spoglie dei nemici vinti, e la caparra vi mandiamo avanti delle nostre grandi azioni e della gloria vostra. Marten. Collect. Veter. monum., tom. II, p. 1190.
(420) Citt, capo della fazione dell'Italia.
Attualmente si legge l'iscrizione incisa di quel tempo in caratteri semigotici, e sta in Roma nel muro della Scala che conduce ai signori Conservatori del popolo romano in Campidoglio, e dice:
Cesaris Augusti Federici, Roma, Secundi
Dona tene, currum, perpes in urbe decus.
Hic Mediolani captus de strage, triumphos
Cesaris ut referat, inclita preda venit.
Hostis in opprobrium pendebit, in urbis honorem
Mictitur: hunc urbis mictere jussit amor.
(421) Dell'ordine dei frati minori, i quali, non solo armati di spade e muniti di elmo, presentavano una falsa apparenza di soldati, ma anche insistendo colla predicazione, i Milanesi ed altri ancora, purch la persona nostra o quelle de'seguaci nostri offendessero, da tutti i peccati assolvevano. Giulini, tom. VII, p. 534.
(422) Duce e tutor del popolo d'Ambrogio,
Di giustizia vigor, luce de'grandi,
Arca tu di saper, sommo dell'alma
Madre Chiesa campion, eccelso fiore
Di tutta quest'amabile regione;
Al tuo cader d'Italia impallidisce
Lo splendor tutto! Ahi, che l'aiuto nostro
Della Torre Pagan, n'and tra l'ombre!
MCCXLI, il d VI di gennaio, mor il detto signor Pagano della Torre, podest del popolo di Milano.
(423) Giulini, tom. VII, p. 431.
(424) Giulini, tom. VIII, p. 128.
(425) Al minuto alla maniera della taverna.
(426) Tom. VII, p. 462.
(427) Giulini, tom. VII, p. 420.
(428) Giulini, tom. VII, p. 423.
(429) In nome del signor nostro Ges Cristo. Nell'anno della nativit del medesimo mille dugentoquarantacinque, il giorno di venerd, terzo di novembre, indizione quarta. Essendo che il signor Uberto di Vialata podest di Milano, e Guido di Casate, Guido di Mandello, Filippo della Torre, Giovanni della Torre, Guglielmo di Soresina, Probino Ingoardo, Rezardo di Villa, Giustamonte Cicata, Lampugnano Marcellino, Burro dei Burri, Artusio Marinone, Guglielmo di Lampugnano, Anselmo di Lampugnano, Anselmo di Terzago, Rosate della Croce, Landolfo Crivello, Negro Grasso, Guizzardo Morigia, Mollone Becano, Caruzano Morone, Amerato Mainerio e Buonincontro Incino, consiglieri, e segretari, e sapienti del comune di Milano, con molta istanza pregando, instarono presso il signor Ardico di Soresina, arciprete di Monza, e i canonici ed il capitolo di questa chiesa, ed anche col signor G. di Montelongo, legato della Sede apostolica, affinch concedessero e prestassero allo stesso podest e ai consiglieri, e sapienti, o sia al comune di Milano qualche parte del tesoro di quella chiesa da darsi in pegno, per il danaro necessariamente occorrente al comune di Milano, che in altro modo non pu trovarsi n ottenersi; come espressamente asserivano; e che quella chiesa volevano mantenere indenne; e fare sollecitamente restituire quel tesoro: alle di cui preghiere e a quelle di questo signor legato soprascritto, i signori arciprete e canonici umilmente accondiscendendo, per l'onore e vantaggio del comune di Milano, presente e volente questo signor legato, offerirono, concedettero a questi podest e consiglieri e sapienti ed al comune un calice d'oro del tesoro della chiesa Monzese del peso di once centosette, colle orecchiette e coll'ornamento di molte pietre preziose. E perci il predetto signor Uberto di Vialata, podest di Milano, e questi consiglieri, e segretari, e sapienti, data essendo loro licenza e facolt e autorit dal consiglio dei quattrocento, e dei trecento e dei cento nuovo e vecchio, come dicevano, riformato (scritto nel libro del comune di Milano l'atto di fare la infrascritta obbligazione, e tutte le cose infrascritte) promisero, e diedero sicurt, e tutti i beni loro e i beni del comune di Milano tutti e ciascuno di essi solidamente obbligarono in pegno al detto signor Arderico di Soresina, arciprete di Monza, accettante in suo nome, e in nome della Chiesa, e di tutto il capitolo di Monza, e di ciascuno dei canonici di detta Chiesa; che esigeranno, renderanno, e daranno senza alcuna diminuzione, liberamente e assolutamente, di qui al natale prossimo, a questo signor arciprete ed ai canonici, o sia al capitolo il soprascritto calice d'oro, ornato con gemme e pietre preziose. A tutte spese e danni di essi e del comune di Milano, e senza alcun danno o spesa dei detti arciprete e canonici e della Chiesa. E rinunziarono alla eccezione del calice non ricevuto, e ad ogni altra eccezione colla quale potessero in alcun modo premunirsi e difendersi, e massime che non potessero dire essersi obbligati per lo comune o per le cose del comune, ma sieno tenuti in modo che possano essere citati in solido, anche dopo finito e deposto il loro ufficio e la facolt e l'autorit loro, come se tutte le predette cose fossero pervenute in potere di ciascuno di essi. E riunziarono al beneficio della nuova costituzione e della lettera del Divo Adriano e di qualunque altro aiuto col quale in alcun modo potessero difendersi per mezzo dell'uso e della legge e dello statuto e di qualunque ordinamento fatto o che farsi in avvenire potesse o si facesse; ma in qualunque tempo possano con effetto essere convenuti, non ostanti alcune ferie n le loro dilazioni fatte o da farsi. E promisero come sopra il detto podest, e questi consiglieri, e sapienti, che n il podest n alcuno de'predetti dar in alcun modo n con alcun sotterfugio, anche consenzienti questi arciprete e canonici, alcuna altra cosa in luogo di quel calice, fuori del predetto calice; ma daranno lo stesso calice speciale, intero con tutte le sue pietre e gemme senza alcuna diminuzione. Ed ivi il detto signore G. di Montelungo, legato della Sede apostolica, coll'autorit della sua legazione e per volont dello stesso podest e dei segretari, e consiglieri, e sapienti predetti, essi tutti e il consiglio comunale, dal termine infrascritto in avanti, assoggett e sottopose al vincolo della scomunica adesso per allora, se le cose predette come sopra mantenute non fossero per quel termine; eccettuato il podest predetto. Alla osservanza delle quali cose e maggiore loro confermazione i predetti segretari, e consiglieri, e sapienti sopranominati giurarono corporalmente, toccando i sacrosanti Evangeli, tutte le cose sopranotate, e di osservare e fare, e fare osservare dal comune di Milano ciascuna delle cose predette. Fatto nei campi d'Albairate, nell'esercito contro Federigo, una volta imperatore.
(430) Tom. VII, p. 502.
(431) Giulini, tom. VIII, p. 30 e sg.
(432) Bullar. Francescan, tom. II, p. 15.
(433) Sormani, Storia degli Umiliati, cap. 10, p. 99.
(434) Bullar. Dominican, tom. I, p. 244.
(435) Dal consiglio dei quattrocento e dei trecento e dei cento, nuovo e vecchio.
(436) Giulini, tom. VIII, p. 256.
(437) Giulini, tom. VIII, p. 12.
(438) Giulini, tom. VIII, p. 28.
(439) Tom VIII, p. 145 e sg.
(440) Giulini, tom. VIII, p. 174.
(441) Seicento forche preparansi, alla vista delle quali si ritirarono.
(442) Manip. flor. ad an. 1260.
(443) Giulini, tom. VIII, p. 186.
(444) Giulini, tom. VIII, p. 191.
(445) Tom. VIII, pp. 192, 219, 236 e 249.
(446) Giulini, tom. VIII, p. 247.
(447) Corio a quell'anno.
(448) Giulini, tom. VII, p. 134.
(449) Giulini, tom. VIII, pp. 247 e 286.
(450) Sotto l'interdetto dei divini uffizi rimasta era la citt di Milano per la contesa colla quale la famiglia dei Maravigli sembrava ingiustamente opprimere il priore di Pontida. Calch. Hist. Patr., lib. 17, p. 376.
(451) Tom. VIII, pp. 334 e 335.
(452) Il Castel Seprio si distrugga, e distrutto si mantenga in perpetuo, n alcuno ardisca presumere di abitare su quel monte.
(453) Siccome in tutte le cose sembrava entrare il sospetto, dubitava altres che nuove trame nelle adunanze si macchinassero, e per questo comand che coorti armate giorno e notte la citt girassero, e provvedessero che riunione non si facesse tra i cittadini. Calch. Hist. Patr., lib, 17, p. 385.
(454) Avendo per il predetto Matteo Magno Visconti ottenuto il dominio di Milano, nello stesso suo primo reggimento molto virtuosamente si condusse; perciocch profess per tal modo la castit e la onest, che tutta la di lui corte composta sembrava di uomini religiosi. Le messe con grandissima devozione ascoltava. I sacerdoti vestiva colle sue proprie mani. In tutta la quaresima faceva che i domestici suoi e tutti i suoi famigliari si confessassero, altrimente con severit li puniva. I nobili di Milano volontieri ascoltava, e ai loro consigli non resisteva. I beni del comune conservava, nulla per s riteneva. Non vers mai il sangue di alcuno. I dominii dei borghi e delle ville tra i nobili divideva: ogn'anno per i dominii di questi cambiava, onde tutti i nobili all'amor suo invitava. Fu ancora robustissimo della persona ed agile assai; colle mani spezzava un ferro di cavallo; e molt'altre cose faceva degne di commendazione.
(455) Ad onore del Signor nostro Ges Cristo e della gloriosa Vergine Maria, sua madre, e del beato Ambrogio, confessore nostro, e dei beati Vincenzo, Agnese, Dionisio, e di tutti i santi, e della Santa Madre Chiesa, e del sommo pontefice, e del signor re dei Romani, ed a conservazione dello Stato del venerabile padre signor Ottone, arcivescovo della santa chiesa milanese, e al buono, tranquillo e pacifico stato del popolo e del comune di Milano e di tutti gli amici, ed alla morte e distruzione del marchese di Monferrato, e di tutti i di lui seguaci, voi, signor capitano, giurerete di reggere il popolo di Milano da oggi in avanti, per anni cinque prossimi venturi, in buona fede, senza frode, e che custodirete e manterrete lo stesso popolo... e gli statuti... e se questi mancassero, osserverete le leggi romane. Corio all'anno 1288.
(456) La morte e la distruzione del marchese del Monferrato e di tutti i di lui seguaci.
(457) Giulini, tom. VIII, p. 435.
(458) Corio all'anno 1308, e Villani, lib. 8, cap. 61.
(459) Il che, chiarissimi cittadini, significa che, siccome col ferro e con ferrei strumenti si domano tutti gli altri metalli, cos, per salutare consiglio, non che per insigne valore dell'armi italiche e principalmente de'Milanesi, domare dee l'imperatore tutte le altre nazioni.
(460) Giulini, tom. VIII, p. 478.
(461) Med. v., tom. IV, col. 632, B.
(462) Med. v., tom. 2, p. 593.
(463) Giulini, tom. VIII, p. 631
(464) Rer. Ital., tom. XII, Colum. 1099, B.
(465) Ibidem, tom. XI, col. 231, C.
(466) Ibid., tom. IX, col. 1242, B.
(467) Cassone ecc. Agli uomini, cos fossero prudenti! Matteo Visconti, vicario e rettore, o sia capitano, al podest, ai sapienti ed anziani, ai consiglieri, ai consoli, al consiglio, al comune della citt di Milano, e a Galeazzo, Luchino, ecc.
(468) E per questo tu, Matteo Visconte, e voi altri come sopra nominati, se non vi emenderete delle predette cose, scomunichiamo in perpetuo, anatematizziamo, e priviamo di qualunque commercio umano, della ecclesiastica sepoltura e dei sacri ordini. Corio all'anno 1314.
(469) Flamma Manipul. Flor., et Annales Mediolan. ad ann. 1317.
(470) Flamma, Manipul. Flor., ad annum. 1313
(471) Di pessimi delitti e di eresia, bench non fosse colpevole. Bonincontrus Morigia, lib. 3, cap. 2.
(472) Villani, Ughelli e Bonincontro Morigia.
(473) Raynaldus, ad an. 1317, n. 8.
(474) Bonincont. Morigia, lib. 2, cap. 27.
(475) Raynald, num. XL ad annum 1320
(476) Raynald,  X, ad an. 1320.
(477) Lib. IX, cap. 108.
(478) Flamma, Manipul, flor.
(479) Tom. X, p. 547.
(480) Tanto perch il giudizio e la punizione del reato di sacrilegio spettano al foro ecclesiastico, quanto ancora perch, nella vacanza dell'Imperio, come ancora al presente si riconosce vacante, a noi ed alla apostolica sede appartiene, il reprimere l'ardire di questi facinorosi che nell'Imperio si trovano, il togliere di mezzo l'oppressione, e l'amministrare la giustizia agli offesi ed agli oppressi.
(481) Il profano ed empio autore di grandi sceleratezze e di delitti, Matteo Visconti di Milano, rabbioso devastatore delle parti della Lombardia, ecc. Ughelli, Ital., Sacr., tom IV.
(482) Ughelli, col. 206.
(483) Fece portare il vessillo della Chiesa sopra il tetto della casa, e col fu proclamato che qualunque uomo o donna seguitare volesse quel vessillo, affine di distruggere il detto Matteo e i di lui fautori, libero e mondo sarebbe tanto da colpa quanto da pena. Chronic. Astens., cap. 105.
(484) Pronunziando sentenza di scomunica, coi tesori della Chiesa aperti, e da qualunque parte arruolando soldati agli stipendi contra il predetto signor Matteo e i suoi seguaci e quelli della sua stirpe fino al quarto grado.  Edizione in quarto. Milano, 1771, p. 29.
(485) All'anno 1322.
(486) Certamente consta che i censori della fede, nel condannare per titolo di eresia alcuni Ghibellini, indotti furono oltremodo dallo spirito di partito.  Raynald. ad annum 1341.
(487) Trovato abbiamo essere iniquamente fatti i processi e le sentenze suddette, per certe ragioni legittime e giuste che in essi abbiamo ravvisate, e col consiglio dei fratelli nostri e coll'autorit apostolica, dichiariamo iniquamente fatti e nulli ed irriti gli stessi processi e i giudizi, fatti e pronunziati dai prefati arcivescovo, Pasio, Giordano, Onesto e Barnaba, e da ciascuno di essi intorno alle predette cose, in comunione o separatamente, contra i predetti Giovanni e Luchino (erano allora que'due figli di Matteo signori tranquilli di dodici citt) e tutte le cose che sono seguite n forza di que'giudizi o per cagione di quelli. Ughelli, tom. IV, in Archiep. Mediol., ubi de Johanne Vicecomit.
(488) Che gli altri tutti in probit superava. Pagina 36.
(489) Bonincontr. Morigia, lib. II, cap. 21.
(490) All'anno 1323.
(491) Non mancavano tuttavia a Lodovico molti argomenti di ragione coi quali, presso il maggior numero delle persone, scusare si potessero le cose da esso fatte; la controversia con Federico austriaco intorno all'Imperio, gi decisa colla spada: Milano poi difesa, non affine di assistere l'eretico Galeazzo, ma di rivendicare a se stesso i diritti dell'Imperio, e di impedire che occupata fosse da Roberto re di Sicilia un'amplissima provincia dell'Imperio, che non mai forse si sarebbe ricuperata. Non per da que'motivi di ragione fu Giovanni rimosso dal meditato disegno. Raynald, ad ann. 1323, cap. 29 et 30.
(492) Intorno alla di cui morte nulla si sa di certo. Pag. 70.
(493) Lib. III, cap. 37.
(494) Anecdot., tom. II, p. 301.
(495) Molto dal vero si allontana.
(496) Bonicontr. Morigia, R. I., tom. XII, col. 1750 D. - e la cronaca d'Azario, p. 54.
(497) R. I., tom. X, col. 901 B. - Martene, Thesaur, nov. Anecdot. tom. II. - Cod. Italic. Lunig.
(498) Pietro tornato in s, disse: venne l'angelo del Signore, e ci liber dalle mani di Erode e di tutte le fazioni de'giudici.
(499) Gio. Villani, Storia, lib. X, cap. 71. - Albertino Mussato R. I., tom. X, col. 774 C.
(500) Med, v., tom. VI, col. 186.
(501) Giorno e notte gridavano a vitupero del Bavaro: O Gabrione, ebrione, bevi, bevi, ho, ho, Babii, Babo. R. I. Tom. XII, col. 1001.
(502) Villani, cap. 289.
(503) Messale ambrosiano, stampato l'anno 1475 in Milano da Antonio Zarotto, e Breviario, stampato dal medesimo, l'anno 1490.
(504) Tom. X, p. 482.
(505) Vita di Giotto, tom. I, p. 95.
(506) Ivi, p. 46.
(507) Lomazzi, Arte della pittura, p. 35.
(508) Giulini, tom. X, p. 332.
(509) Gio. Villani, lib. XII, cap. 37.
(510) Giulini, tom. X, p. 410.
(511) All'anno 1348.
(512) Aveva la predetta signora Elisabetta, di lui moglie, fatto voto di visitare la chiesa di San Marco in Venezia, come essa diceva. Al quale viaggio acconsent il signor Luchino. E, fatta una comitiva di molti grandi dell'uno e dell'altro sesso, si pose in cammino, e come una imperatrice, e con grandissime spese e corte bandita, fu ricevuta dal signor Mastino in Verona. E compi il suo viaggio, e si narra che anche la sua volont compiesse intorno a carnale congiungimento, e le altre di lei compagne delle primarie della Lombardia fecero la cosa stessa. Per questo nacquero di molti scandali. Ma perch l'amore e la tosse non si possono nascondere, n tanto  occulta alcuna cosa che non si riveli, tornata essendo la medesima, il signor Luchino seppe ed ud quello che avvenuto era. Pure, siccome sapiente, pens a dare le disposizioni per la vendetta. E perch disse un giorno, che in breve era per fare in Milano la giustizia pi grande che mai fatta avesse, con bellissimo rogo, la predetta di lui moglie ben si avvide che essa era l'oggetto di quella giustizia. Essa altronde, che ben conosceva il commesso delitto con tale persona, scusare non potevasi delle cose predette, siccome altra volta erasi scusata. In qual modo andasse quella faccenda si ignora, n viene agli scritti confidato. Ma il signor Luchino non pot compiere quella vendetta per essere egli stesso mancato di vita. Petri Azarii, Notarii Novariensis, Syncroni autbor. Chronicon... Mediolani, 1771, p. 93.
(513) " Non nuoce aver taciuto, ma parlato ".
(514) Uomo era austero nell'aspetto e nell'opere, parco nel promettere, largo nell'attendere.
(515) Mostrava prendersi cura di poche cose, ma di molte curavasi.
(516) Che il prefato magnifico ed eccelso signor Giovanni, figliuolo del fu signor Matteo de'Visconti di buona memoria, e dopo la morte di quel signor Giovanni, nello stesso modo, qualunque altro maschio discendente per linea mascolina e di legittimo matrimonio dal prefato fu signor Matteo de'Visconti, sia e sieno a perpetuit vero e legittimo e naturale padrone, e veri e legittimi e naturali padroni della citt e di tutto il distretto e della diocesi e della giurisdizione di Milano.
(517) Matteo Villani, lib. I all'anno 1350.
(518) Raynald, ad ann. 1350, n. VII.
(519) Matteo Villani, lib. I, all'anno 1351.
(520) Georg. Stellae Ann. Genuens., ad ann. 1354.
(521) Tutta poi trovo la valle del Reno abitata da colossi mandati da Augusto; questa mutazione per di sedi non cambia punto la patria alla quale si va, ma coloro che vanno. Adunque e i Galli andati nell'Asia, Asiani, e gli Italiani andati nella Frigia, Frigii, e questi, dopo l'eccidio di Troia tornati nell'Italia, di nuovo diventarono Italiani. Cos i nostri, trasportati nella Gallia o nella Germania, s'imbevettero della natura di quelle parti, e de'costumi barbarici, e i Milanesi, stabiliti dai Galli, e Galli una volta, ora come uomini dolcissimi, non serbano alcun vestigio della vetusta loro origine; cos da forza celeste sono modificati gli umani ingegni Francisci Petrarchae V. C. contra cujusdam Anonymi Galli calumnias, ad Ugutionem de Thienis Apologia, tom. II, p. 1083.
(522) "O caro al cielo, e per illustre schiatta
Venerato dai popoli superbi,
Almo fanciullo, a te dolce la vita,
E sia vivace nell'infanzia il brio!
Lieto t'innoltra, o lungamente atteso,
Dono alla patria, ai padri ed a noi tutti;
E di vita il cammino astri felici
T'additin certo tra secondi eventi!
Te il Po signore attende... "
(523) "Ma all'egregio garzon, gi grandicello,
Questa coppa si doni, e ad essa accosti
Le rosee labbra; a'piccioli conviene
Picciolo dono: minimo son io;
Ei massimo; ma ancor l'etade  scarsa;
Appena egli apre a nuova luce gli occhi,
E trepido lo sguardo al ciel rivolge.
All'et s'offron, non al grado, i doni.
Giuoco or far del nitido metallo
Che altero sprezzer d'anni pi grave,
Qualora ei sappia che lucente feccia
Dalle profonde viscere si tragge
D'alpestre terra; ma a lui forse grati
Saranno allor miei carmi, e, rileggendo,
Rammenter ch'io lo levai dal fonte.
Tanto onor mi concesse il genitore ". 
Francisci Petrarchae Florentini V.C. operum, tom. III, p. 113.
(524) La citt di Milano, capitale dei Liguri e metropoli, sin quasi all'invidia ignara tuttora di queste calamit, e per la salubrit e dolcezza dell'aere, e per la frequenza del popolo gloriosa, nell'anno sessantesimoprimo deserta rimase e squallida. De Rebus Senilibus Epistolar., lib. III, epist. I ad Johannem Bocatium.
(525) Benaglia, Del magistrato straordinario, cap. 12.
(526) Tom. XI, p. 426.
(527) Tom. VIII, p. 392.
(528) Giulini, tom. XI, p. 32.
(529) Cio, di pane di frumento buono e ben cotto e bianco, e di vino buono e puro in quantit sufficiente; e di capponi, uno cio intero per ogni due persone, e di carne di bue e di porco con buone salse di pepe cio un frammento o un pezzo di carne di bue, competente e buona per ogni due; ed un altro frammento o un pezzo di porco con buone salse di pepe per ogni due; ed un frammento o un pezzo di carne porcina fritta o arrostita col pane gratuggiato per ogni due; e tutte queste cose, secondo che  convenevole, appresti in ciascun anno a sufficienza.
(530) Tom. VIII, p. 653.
(531) Ora per nell'et presente, agli antichi costumi molte cose si sono aggiunte, come irritamenti a danno delle anime; perciocch le vesti preziose sono da ogni parte coperte di superflui ornamenti: nelle stesse vesti, tanto degli uomini, quanto delle donne, si inseriscono l'oro, l'argento, le perle. Larghissimi fregi si sovrappongono alle vesti. Bevonsi vini forastieri, e delle parti oltramarine; tutte le vivande sono sontuose, ed in grandissimo prezzo si tengono i maestri dell'arte della cucina. R. I., tom. XII, col. 1034.
(532) Che il luccicare degli specchi superavano. Perciocch i soli fabbri delle corazze montano a parecchie centinaia, senza contare innumerevoli operai ad essi subordinati.
(533) Perciocch gli stessi mercatanti scorrono la Francia, la Fiandra, l'Inghilterra, comperando lana fina, colla quale in questa citt si tessono panni fini in grandissima quantit, che si tingono in qualunque sorta di colore, e che si portano per tutta Italia.
(534) R. I., tom. XI, col. 1320.
(535) Giulini, tom. VII, p. 65.
(536) Giulini, tom. XI, pp. 149, 167, 475, 497 e 502.
(537) MCCCLXXXVIII nel giorno XXII di luglio. Dai signori vicario e XII di Provvisione del comune di Milano, e dai sindaci del detto comune eletti furono gli infrascritti cittadini di Milano, che sono e s'intendono di essere il consiglio dei DCCCC del comune di Milano.
(538) Med. v., Dissert. 38, p. 815.
(539) Signorol. Omodeus, Cons. XXII.
(540) Giulini, tom. XI, p. 514.
(541) Giulini, tom. XI, p. 119.
(542) Decreta Antiqua, p. 51.
(543) Siccome ancora si fanno estorsioni di diversi modi dai gabellieri della dogana delle bestie grosse e minute del detto vostro contado.
(544) Vogliamo bens che agli impresari dei dazi del detto nostro comune si mantengano i loro patti. Decreta antiqua, p. 50.
(545) Ibid., p. 173.
(546) Giulini, tom. XI, pp. 118 e 557.
(547) Cardinali della santa chiesa milanese.
(548) Giulini, tom. VII, p. 196.
(549) Una pelliccia (1) di coniglio, coperta di violato, ed altre due... cio una di volpe, coperta di scalfanio (specie di panno), ed altra di fianchetti, coperta di saglia bruna, e... il mio cappello grigio, coperto di saglia nera, ed il mio copertorio e la scrada o la mia veste doppia... la mia cappa turchina... la mia cappa di mantellato ... cinque cucchiai d'argento, e il mio mantello foderato di zendado ... il mio vestito violato. 
(1) Mastruca, come porta l'originale,  veramente pelliccia, e non solamente quella de'Sardi, come opina il Du Cange. Trovansi nei codici del medio evo altre vesti e pelliccie di fianchetti, fatte forse di pelle dei fianchi. Il mantellato era pure una specie di veste e di panno. [Nota del Bossi.]
(550) A tutti poscia i cherici proibiamo le vesti rosse o di diverso colore, gialle e verdi. Sormani, Gloria de'santi milanesi, p. 211.
(551) Vesti vergate, o bianche e nere per met, o listate, o con fregi, o con bottoni d'argento o di alcun altro metallo.
(552) Non portanti cappucci alla maniera de'laici. Giulini, tom. VIII, pp. 642 e 644.
(553) Conviene per sapere che il giudizio del ferro rovente nella citt nostra non si ammette, sebbene altrimente si osservi in alcuni luoghi posti sotto la giurisdizione del signor arcivescovo.
(554) Lib. V, cap. 81.
(555) Raynald. ad annum 1356, num. 30.
(556) O monopolisti delle granaglie, o uomini nutriti del sangue del popolo, non aspettate il giorno del giudizio?
(557) Predicando egli, dicesi che propalassa i peccati occulti di quelli della famiglia Beccaria, che ad esso erano stati narrati nel sacramento della penitenza, e specialmente del signor Castellino disse tali cose, che tutto il popolo sedusse ed anim all'esterminio di tutti i Beccaria, e della prole e discendenza loro e de'loro amici, ed alla ruina e al saccheggio delle loro case. Ed allora tosto, senza premettere alcun avviso, tutte le case, abitazioni e palagi di essi e dei seguaci loro fece atterrare, e portar via le pietre e venderle, promulgando che ciascun Pavese tenere dovesse quelle pietre sotto il capezzale e a capo del letto, a perpetua memoria delle furfanterie commesse dai Beccaria. Petri Azarii Chronic., p. 237.
(558) Perciocch dal carroccio, nel quale spesso era portato (e beato colui che poteva toccare quel carroccio, coperto di panni per il di lui uso!) cominci a predicare, ed a sgridare gli uomini e le donne, perch dovevano evitare i lacci mondani, cio le vesti lussuriose e sontuose, le masserizie d'argento e le gemme preziose, e gli ornamenti... e per esecutore fece eleggere un ufficiale, che io vidi a tagliare le grandi maniche delle guarnaccie, tessute con lavoro frigio, od ornate d'oro e d'argento, e a tagliare le cinture, se qualche cosa preziosa intorno ad esse trovavasi.
(559) Fece pubblica giustizia col taglio della testa... Vendute avendo adunque le cose predette, l'oro, l'argento, le gemme, i diamanti e le pietre preziose fino a Venezia.
(560) Che non dubitasse della mancanza delle vettovaglie, sapendo esso (perciocch cos asseriva) per mezzo della orazione... che avrebbe impetrato che la manna simile a quella data a Mos nel deserto, sarebbe caduta in sufficiente quantit.
(561) Erasi pigliata cura degli altri, non di se stesso, siccome sempre allegava nel predicare.
Veggasi l'Azario, dalla p. 235 sino alla p. 241.
(562) Raynald. ad ann. 1362, n. 12.
(563) Non sai, poltrone, che io sono papa ed imperatore, e signore in tutte le mie terre.
(564) Esso signor Barnab ai suoi giorni ebbe in odio gli uomini scienziati, laici, cherici e prelati, e qualunque uomo virtuoso; e sempre elev sublimemente gli idioti, i crudeli, gli uomini vili, infami ed omicidi. Annal. Mediol., p. 799.
(565) Annal, Mediol. cap. 147 in fine. - Gattari, Storia padovana, R. I. tom. XVII.
(566) Matteo Villani, lib. XI , cap. 41.
(567) Perci il Signore ti distrugger finalmente, ti sveller e far esule te dal tuo tabernacolo e la progenie tua dalla terra dei viventi. Annal. Mediolanens., cap. 147 in fine.
(568) Raynald. ad ann. 1364,  3.
(569) Idem, A. 1368,  2.
(570) Raynald. ad ann. 1372, n. I.
(571) Codice A, MS., nell'archivio del R. castello di Milano.
(572) Azario, p. 282.
(573) Considerando noi i tempi di sterilit e le calamit delle guerre.
(574) Decreta. Antiqu. Mediol. Docum., p. 34.
(575) Corio all'anno 1374.
(576) Senza altra determinazione n difesa antecedente, comand che un suo famigliare partisse per espresso colle sue lettere, dirette al podest di Bergamo, affinch egli, quelle vedendo, facesse impiccare per la gola il detto Antoniolo, sotto pena di essere impiccato il podest medesimo. Il quale podest, sebbene di malavoglia, fece impiccare il detto Antoniolo nel palazzo di Bergamo, senza frapporre alcuna dilazione, se non finch confessato si fosse al sacerdote. Azario, p. 275.
(577) Annales Mediol., ad ann. 1366.
(578) Ibidem, ad ann. 1370.
(579) Ibidem, ad ann. 1381.
(580) Tom. XI, pp. 360 e 376. - Anche Matteo Villani nelle Istorie R. I., tom. XIV, p. 370, scrisse Come i Visconti feciono contro i prelati de Santa Chiesa. Avvenne in questi d (cio verso il maggio del 1357) che il papa mand un valente prete in Lombardia a predicare la croce, guardandosi i maggiori prelati di non volere la grazia di quell'uffizio, e la croce si bandiva e si predicava, come  detto, contro al capitano di Forl e al signore di Faenza; il valente sacerdote se ne and a Milano, e, ivi favoreggiato dal vescovo di Parma, cominci sollecitamente a fare l'ufficio che commesso gli era dalla Santa Chiesa. Come messer Bernab ebbe notizia di questo servigio, senza vietarglielo o ammonirlo che questo fosse contro alla sua volont, il fece pigliare, e ordinata per lui una graticola di ferro, tonda, a modo di una botte, con manichi da voltarla, dentro vi fece mettere il sacerdote, e accesovi sotto il fuoco come si fa a un arrosto e facendolo volgere, crudelmente il fece morire.
(581) L'Azario p. 310. - Annal. Mediol. R. I., tom. XVI, col 740. - Chron. Placent., R. I. tom. eod., col. 510, E. - Veggasi anche la Cronaca di Bologna.
(582) Tom. IV, p. 160.
(583) L'intenzione del signore  che dei capi traditori si incominci il castigo a poco a poco. Il primo d, cinque tratti di curlo (probabilmente di corda); il secondo si riposi; il terzo d, similmente cinque colpi di curlo; l'ottavo si riposi; il nono si dia loro a bere cinque colpi di curlo; il sesto si riposi; il settimo, similmente cinque colpi di curlo; l'ottavo si riposi; il nono si dia loro a bere acqua, aceto e calcina; il decimo si riposi; l'undecimo d, similmente acqua, aceto e calcina; il duodecimo si riposi; il decimoterzo giorno si taglino due corregge di pelle sulle spalle, e si lasci sgocciolare sopra (forse acqua od olio bollente); il decimoquarto si riposi; il decimoquinto giorno si levi loro la pelle della pianta di ciascun piede, poi si facciano camminare sopra i ceci; il decimosesto si riposi; il decimosettimo camminino sopra i ceci; il decimottavo si riposi; il decimonono si pongano sopra il cavalletto; il vigesimo si riposi; il vigesimoprimo si pongano sul cavalletto; il vigesimosecondo si riposi; il vigesimoterzo giorno si tragga loro un occhio dal capo; il vigesimoquarto si riposi; il vigesimoquinto si tronchi loro il naso; il giorno vigesimosesto si riposi; il vigesimosettimo si recida loro una mano; il ventesimottavo si riposi; il ventesimonono si tagli loro l'altra mano; il trentesimo giorno si riposi; il trentesimoprimo si taglia loro un piede; il trentesimosecondo si riposi; il trentesimoterzo si tagli loro l'altro piede; il trentesimoquarto si riposi; il trentesimoquinto si recida loro un testicolo; il trentesimosesto giorno si riposi; il trentesimosettimo si recida loro l'altro testicolo; il trentottesimo si riposi;  il d trentesimonono si tagli loro il membro virile; il quarantesimo si riposi; il quarantesimoprimo siano attanagliati su di un carro, e poscia si pongano sulla ruota.
(584) L'esecuzione di quelle pene fu compiuta riguardo a molte persone negli anni 1372 e 1373. Petri Azarii Chronicon, p. 301.
(585) Corio, all'anno 1369.
(586) Dato nel castello nostro Zoioso.
(587) Giulini, tom. XI, p. 294.
(588) La quale casa (dice Azario), cogli ornamenti e le pitture e le fontane, oggi non si farebbe con trecentomila fiorini. Pag. 283.
(589) Pag. 269.
(590) Siton. Monum. Vicecomit., p. 21
(591) R. I., tom. XVII.
(592) Di questi tempi  un ducato d'oro di Siena colla biscia, che possedo nella mia collezione.
(593) Ma certamente con vana credenza noi stessi deludendo, ci ingannavamo, persuadendoci che quello potesse esser fedele, che stato era tanto sleale nepote e genero e fratello, verso lo zio, il suocero e i fratelli, e del quale tante volte ed a noi e ad altri era stato provato non avere la fede alcuna costanza, se non che in questo solo che le cose promesse mai non manteneva... Noi per, cambiando la sorte delle cose, dichiariamo la guerra al tiranno della Lombardia, che cerca di farsi re, e di farsi ungere come tale. Lettere de'principi, stampate in Venezia, 1574.
(594) Ad annum 1381.
(595) Il detto signor conte, egli stesso a chi gli piaceva, conferiva tutte le dignit e i benefizi ecclesiastici dei paesi di dominio dello stesso signor conte che conferire dovevansi, e il detto signor papa confermava i detti benefizi e le dette dignit a tutti coloro che il detto signor conte aveva eletti.
(596) Annal. Mediol. ad ann. 1398.
(597) Si leghi con catena di ferro ad una colonna, con un anello di ferro che giri all'intorno, e col quale possa girarsi all'intorno l'uomo medesimo, la quale catena sia quanto pi potr farsi lunga, cosicch soffra una morte pi dolorosa; col tuttavia sia abbruciato in modo che muoia.
(598) Ad ann. 1395 in fine.
(599) Ecco, testimonio ai popoli e precettore alle genti, io ho dato lo stesso duce. - Venerabili padri e spettabili signori miei, assai giustamente venerabili, tutta la patria dei Milanesi pu domandarmi con eguale premura. - Di', te ne prego, o vescovo novarese, quali motivi indussero il sacro cesareo animo ad accordare al nostro comune l'onore sublime del ducato? - Alla quale io rispondo: - la quadruplice situazione delle cose; la provvida benignit del Re Eterno; la conformit cortese di un atto degno di un congiunto; la obbediente fedelt della casa Viperea; la congruente utilit di tutta la plebe.
(600) Celebre potenza di valido vigore; nobile prosapia di fulgido decoro; ilare clemenza del placido donatore.
(601) La prosapia della famiglia, molto raggiante; la bellezza del corpo, molto speciosa; la tranquiffit dell'animo, assai virtuosa.
(602) L'orazione pu leggersi nella biblioteca Ambrosiana, nel codice MS segnato B. N., p. 116.
(603) Corio, all'anno 1395.
(604) Le misure che io assegno al Duomo, sono diverse da quelle che si leggono presso gli autori. Io le ho fatte verificare. Il Morigia, il Lattuada e il Sormani danno la lunghezza di braccia 300, ed errano di cinquanta braccia. Il Morigia lo fa largo braccia 145; il Sormani 150; il Lattuada 151. Il Torri d la lunghezza di braccia 260, ed erra di braccia 101/2. Il Bugati s'accosta pi degli altri alla verit, ed assegna lunghezza braccia 250, col piccolo errore di mezzo braccio; e larghezza braccia 130, la qual misura  prossimamente quella della croce, se si voglia ommettere lo sfondato delle cappelle. L'autore del Distinto ragguaglio dell'ottava maraviglia del mondo, ossia della gran metropolitana dell'Insubria, volgarmente detta il Duomo di Milano, malgrado l'ampollosit del frontispizio, fa la lunghezza minore della vera, fissandola a braccia 248, e la larghezza braccia 128, misura parimenti minore del vero. Nella pianta pubblicatasene coi funerali di Carlo VI augusto, risulta ancor pi erronea la lunghezza stabilitavi di braccia 245; la quale comunemente e per tradizione si crede la vera misura, anche da chi ha ingerenza nella fabbrica del Duomo; sebbene manchi dal vero braccia quattro e mezzo. Questa nota pu dare un'idea della poca esattezza dei nostri scrittori, e del tedio che ho dovuto soffrire per rintracciare il vero in quest'opera. Non sar, credo, spiacevole ai lettori il paragone fra le misure del Duomo e quelle di San Paolo di Londra e di San Pietro di Roma. Le misure di San Paolo di Londra le ho estratte del The Foreigner's guide, or a necessary and instructive companion Both, for the Foreigner and native in Their Tour through the Cityes of London and Westminster - London - the fourth edition 1763, p. 73. Le misure di San Pietro le ho ottenute da Roma, e sono fatte dall'attuale architetto di quella basilica il signor Simonetti.
San Paolo  lungo 500 piedi d'Inghilterra, largo piedi 249; e la cupola  d'altezza piedi 340; alla sommit della quale evvi la croce, di altri 10 piedi; onde l'altezza somma  piedi 350.
San Pietro  lungo 829 1/2 palmi romani; alla croce  largo palmi 615; e dal pavimento sino alla sommit della croce sopra il lanternino,  la somma altezza palmi 593.
Il piede inglese  once sei, punti uno, atomi otto e 4/5 d'atomo del braccio nostro. Il palmo romano  quattr'once, sei punti 53/100 d'un atomo del nostro braccio.

Ridotto il paragone a braccio milanese


Altezza
Lunghezza
Larghezza
Duomo
180 -
249 1/2
148 1/8
San Paolo
174 -
256 -
127 1/2
San Pietro
222 1/2
311 1/3
230 3/4

Il Duomo di Milano supera San Paolo di Londra nell'altezza e nella larghezza; ma  42 braccia meno alto, 61 5/6 braccia meno lungo e 82 5/8 braccia meno largo di San Pietro.
(605) Corio, all'anno 1391.
(606) A coloro che veramente saranno penitenti e che fatta avranno la loro confessione. Giulini, tom. XI, p. 651.
(607) Libero e mondo sia, tanto dalla colpa, quanto dalla pena.
(608) Mendacemente simulano queste facolt non vere da essi pretese, mentre ancora per picciolissima somma di danaro (per servirci delle loro parole) non gi i penitenti, ma coloro che il velo di una mentita assoluzione studiansi di apporre con trista coscienza alla loro iniquit, ed egualmente assolvono dagli atroci delitti senza alcuna vera contrizione, e non precedendo alcuna debita forma, o condonano le cose mal tolte, certe ed incerte, non esigendo (il che assurdissimo fu in tutti i secoli) alcuna previa soddisfazione. Raynald., ad ann. 1390, n. I.
(609) Roberto di Baviera, per la grazia di Dio re dei Romani, e conte Palatino del Reno. A te Giovanni Galeazzo, milite milanese, comandiamo in via di precetto, che tu debba restituire e riconsegnare a noi, cui spetta il governo dell'Imperio, per elezione canonicamente fatta nella persona nostra in imperatore dagli elettori dell'Imperio, tutte le citt, i castelli, le terre e i luoghi appartenenti al Romano Imperio ed alla nostra giurisdizione, che indebitamente occupati ritieni nell'Italia; altrimente ti diffidiamo come invasore delle terre e della giurisdizione del sacro Imperio, e nostro nemico e ribelle.
(610) A te Roberto di Baviera noi Giovanni Galeazzo Visconte, per la grazia di Dio e del serenissimo signor Venceslao re dei Romani e di Boemia, duca di Milano, ecc. e conte di Pavia e delle Virt, colle presenti rispondiamo che qualunque citt, castello, terra o luogo possediamo in Italia, le riteniamo e lo possediamo per autorit del prefato serenissimo signor Venceslao re dei Romani, e canonicamente investito del governo del sacro Imperio, e tutti quei luoghi intendiamo certamente di difendere contra di te, invasore dell'Imperio, e manifesto nemico del predetto signor Venceslao e di noi, e te, manifesto nemico dello stesso Imperio, e del signor re Venceslao e nostro, diffidiamo, se mai tu presumesti di invadere il nostro territorio. Corio, all'anno 1401. 
(611) Tom. XII, p. 54.
(612) Briani, Storia d'Italia, tom. II, p. 475, ediz. Venet. 1623. - Morigia, Storia dell'antichit di Milano, p. 644, ediz. Venet. 1592.
(613) Veggasi il Poema del P. Enrico Barelli, De Alberico VII, in Milano, presso Marelli, 1782. 
(614) Rer. Ital., tom. XVI, colum. 1021 e sg.
(615) Il nostro duca impose taglie, convenzioni e prestiti cos grandi e continui ai sudditi suoi entro il suo dominio, che forzati erano essi ad andare vagando in terre straniere, capaci non essendo a sostenere quei pesi, e si udirono gli urli delle vedove e degli orfani e degli altri singoli, e grande strepito degli inferiori, ed immense crudelt. E coloro che pagare non potevano, ritenevansi prigioni, e i loro beni usurpati erano dagli stipendiati. Annal. Mediol., ad ann. 1401.
(616) De Monet. Ital., tom. III, p. 59.
(617) Giulini, tom. XI, p. 521.
(618) All'anno 1387.
(619) Andrea Biglia, lib. 2, col. 29. - Corio, all'anno 1406.
(620) Tom. VII, p. 612.
(621) Contra di molti adoper quel genere di nefanda strage che si eseguiva aizzando i cani, tanto sitibondo di sangue, che, senza spargerlo, non lasciava un solo giorno passare. R. I., tom. XIX, col. 32 E.
(622) All'anno 1409.
(623) E non molto dopo Facino viene chiamato a Milano, cosicch nulla pi ad esso mancava al dominio dell'una e dell'altra citt se non che il solo nome; tutti obbedivano ad un solo, le cose tutte a norma del di lui comando stabilivano, non lasciandoci n pure per le spese dei giovani quanto bastasse al sostentamento della vita. Rer. Ital., tom. XIX, col. 34 E., 35 A.
(624) Giulini, tom. XII, p. 611.
(625) Corio, all'anno 1397.
(626) Il volgo veramente (dice il Biglia) allettato era dall'abbondanza delle vettovaglie; ma gli altri tutti che passare potevano per buoni cittadini, aggravati erano da tributi intollerabili... Molti uccisi furono per effetto di pubblica e di privata licenza.
(627) Al giovane diedero questi avvertimenti (dice il Biglia), che la moglie, se non pure repudiata, tenesse certamente come gi da esso separata.
(628) Rer. Ital., tom. XIX, col. 44 e sg.
(629) All'anno 1418.
(630) Decembrio, cap. 68; e Stella.
(631) Quest'Alberico aveva per suo avo l'altro del quale si fece menzione nel capitolo IX. Si era confederato col duca; e siccome con ci egli esponeva le proprie terre della Romagna (come in fatti vennero poi conquistate dalle armi pontificie), cos Filippo Maria gli diede la signoria e contea di Belgioioso col castello, pro aliquali rependio, come leggesi nel diploma. Per assicurarsi poi che i Barbiani non ricuperassero i loro Stati, il papa invest della contea di Lugo la casa d'Este, gi dipendente pel marchesato di Ferrara. Chi ha considerata la concessione di Belgioioso come una beneficenza del duca Filippo Maria, non ha posto mente a questo fatto. Pur troppo  vero che il duca non benefic mai costantemente un uomo di merito.
(632) Donato Bosso, all'anno 1444.
(633) De studiis Mediol., cap. VIII, p. 34.
(634) Biblioth. Script. Mediol., ubi de Philippo Maria Vicecomite.
(635) N sprezz egli, n tenne in onore e in pregio gli uomini addottrinati negli studi delle lettere e delle scienze, e maggiormente ammir, di quello che ei coltivasse la loro dottrina. Decembrio, cap. 42 e sg.
(636) Salve, o viaggiatore, vedi, qui sta l'immagine somigliantissima di quel papa Martino, quinto nella serie, che, buon pastore per indole, resse la Chiesa a te Roma, ecc... Autore di questo carme  Giuseppe Brivio, ordinario, dottore di gius canonico e maestro di sacra teologia, ecc.
(637) Ma l'autore di questa insigne immagine fu Giacobino di Tradate, profondo nell'arte, che io ardirei dire non minore, ma bens maggiore di Prassitele.
(638) Tom. XII, p. 438.
(639) Di mirabile furberia faceva uso nello scegliere i consultori, che nominati sono consiglieri; perciocch eleggeva uomini probi ed illustri per sapere; ed a questi dava per colleghi uomini scandalosi, affinch n quelli potessero appoggiarsi alla giustizia, n questi sviluppare la loro perfidia, ma egli prevenuto fosse di tutto, per la continua discordia che tra di essi regnava. Decembrio, cap. 34.
(640) Tanto arross della sua cecit, che fingeva di vedere chiaro, avvertendolo segretamente i suoi camerieri.
(641) Cap. 36.
(642) Oratio super populum - Praetende, quaesumus, Domine, famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti dexteram coelestis auxilii ut te toto corde perquirant, et quod digni postulant, assequantur. Per etc... - Super Syndonem - Fac, quaesumus, Domine, famulas tuas Blancham Mariam et Agnetem toto corde semper ad te accurrere, et tibi subdita mente servire, tuamque misericordiam suppliciter implorare, et tuis jugiter beneficiis gratulari. Per etc... - Super Oblata - Propitiare, Domine, supplicationibus nostris et has oblationes famularumque tuarum Blanche Mariae et Agnetis, quas tibi pro incolumitate earum offerimus, benignus assume, et ut nullum sit irritum votum, nullius vacua postulatio, praesta, quaesumus ut quod fideliter petimus, efficaciter consequamur. Per Dominum etc... - Praefatio - Aeterne Deus, in te sperantium consolator, et subditorum tibi mentium custos, inclina aures misericordiae tuae ad praeces humilitatis nostrae, et famulabus tuis Blanche Mariae et Agneti propitius adesse dignare. Veniat super eas spiritualis a te benedictionis ubertas, ut pietatis tuae repletae, muneribus in tua gratia, et in tuo nomine laete semper exultent. Per Christum etc... - Post Comunionem - Da, quaesumus, Domine, famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti in tua fide, et sinceritate constantiam, ut in charitate divina firmatae, nullis tentationibus ab earum integritate evellantur. Per etc...

(Orazione sopra il popolo. - Stendi, o Signore, te ne preghiamo, la destra del celeste aiuto alle tue ancelle Bianca Maria ed Agnese, affinch a te con tutto il loro cuore aderiscano ed ottengano quello che degnamente ricercano; per ecc. - Sopra la Sindone. - Fa, o Signore, te ne preghiamo, che le tue ancelle Bianca Maria ed Agnese sempre con tutto il cuore loro a te ricorrano, e a te servano con mente devota, e la tua misericordia supplichevolmente implorino, e possano un giorno mostrarsi grate col cuore ai tuoi benefizi; per ecc. - All'Offertorio. - Mostrati, o Signore, propizio alle nostre suppliche, e benigno ricevi queste obblazioni delle tue ancelle Bianca Maria e Agnese, che a te offeriamo per la loro salvezza; ed affinch irrito non sia alcun voto, n vana la preghiera di alcuno, concedi, te ne preghiamo, che quello che fedelmente chiediamo, efficacemente possiamo ottenere; per il Signore ecc. - Prefazio. - Eterno Dio, consolatore di coloro che in te sperano, e custode delle menti a te devote, piega le orecchie della tua misericordia alle preghiere della nostra umilt, e degna di mostrarti propizio alle tue ancelle Bianca Maria ed Agnese. Venga sopra di esse la dovizia della spirituale tua benedizione, affinch, colmate dei doni della tua piet, liete sempre esultino nella tua grazia e nel tuo nome; per Cristo ecc. - Dopo la Comunione. - Accorda, o Signore, te ne preghiamo alle ancelle tue Bianca Maria ed Agnese la costanza nella tua fede e nel sincero tuo servigio, affinch, confermate esse nell'amore divino, smosse non sieno giammai per alcuna tentazione dall'integrit di que'proponimenti, per ecc.).
(643) Che dir di Milano, potentissima citt d'Italia, e metropoli della Gallia Cisalpina, nella quale tanto numerosi sono, e tanto diversi i generi degli artefici, tanto grande  la frequenza del popolo, che di l ebbe origine il volgare proverbio: Chi volesse ricomporre l'Italia, dovrebbe distruggere Milano. Kloch., de rario, lib. 2, cap. 36, p. 598. Norimbergae, 1671.
(644) Cosicch facilmente si reputa che in quella citt possano armarsi pi di trentamila uomini. R. I., tom. XIX, p. 105.
(645) Maraviglioso  a dirsi che quello i soli Milanesi osarono promettere, che a stento in que'tempi fornito o fatto avrebbono Firenze e Venezia. S grande  in questa et la popolazione di una citt sola, s grande la consuetudine di trafficare nel paese e nelle straniere regioni. 
(646) Rer. Ital., tom. XXII, col. 959.
(647) Rer. Ital., tom. XXII, col. 946.
(648) Archivio di citt, registro A, foglio 40.
(649) Nell'archivio di citt al registro B. leggonsi: 17 agosto 1447, ordine dei signori vicario e XII di Provvisione per adunare il consiglio dei novecento, onde prestino il giuramento i consiglieri che non avevano giurato. Foglio I, tergo. Altro dei medesimi vicario e XII, perch niuno ardisca di rompere le conche sopra i navigli o lo steccato di Cusago, dei 23 agosto 1447. Registro B, foglio 10, e sotto la data medesima, v' altro editto de'suddetti sulla macina del grano, che proibisce a'mugnai la compra: pure il 24 agosto, altro simile editto del vicario e XII proibisce ai fornai di vendere a staio il pane di mistura; registro suddetto, foglio 2. Esso registro B.  pieno di editti del tribunale di Provvisione, l'ultimo dei quali  al foglio 408, contenente una proibizione di ascendere sopra il tetto del Broletto, in data 10 febbraio 1450, sedici giorni prima che Francesco Sforza si rendesse padrone di Milano; dal che si conosce che la giurisdizione ordinaria del tribunale di Provvisione in quel tempo di repubblica, o anarchia che ella si fosse, rimase intatta e continuata. Lo stesso io trovo essere accaduto al magistrato Camerale, ossia ai Maestri delle entrate, che conservarono la loro giurisdizione; ed uno dei primi editti di quell'interregno  del 20 agosto 1447, col quale si comanda che ciascuno paghi il tributo sulle merci alle porte della citt. Veggasi registro B., foglio 6. Altro del 22 detto per la propalazione dei beni del defunto duca. Veggasi registro B., foglio 8, tergo. Ne  pieno quel registro sino al giorno 7 gennaio 1450, in cui il Magistrato Camerale ordin che si pagasse il tributo della dovana, come dal citato registro al foglio 402.
(650) Registro civico B, foglio 14, tergo, ove leggesi questa grida del 30 agosto 1447 per la demolizione e vendita del castello e delle gioie del duca.
(651) Registro civico B, foglio 16, tergo, ove leggesi il proclama dei capitani e difensori della libert, acciocch ogni persona atta a portare le armi si presenti a servire sotto il comando del signor conte Francesco, capitano generale, in data 3 settembre 1447.
(652) Capitanei et defensores libertatis et excelsae Comunitatis Mediolani. - Prudentes concives carissimi nostri. Posteaquam omnipotens Deus noster, per transmigrationem de praesenti saeculo illustrissimi bonae memoriae principis ac domini nostri domini Filippi Mariae gratiam libertatis nobis venditando condonavit quod retinere et conservare omnibus modis et firma scientia statuimus, deliberavimus comuni consensu in adurendis libris, extractibus, quaternis, filzis, et scripturis inventariorum, taxarum, talearum, focorum, buccarum, onerisque salis, et aliorum quorumvis onerum signum dare, quo populus et plebs intelligant se post hac futuros immunes et exemptos ab angariis et gravaminibus ejusmodi. Indeque bonam spem de statu ipsius libertatis et hujus nostre reipublicae percipientes, gaudeant gratulenturque et debitas gratias agant proinde ipsi omnipotenti Deo nostro. Nec minus animum firment et disponant velle, quod olim inviti et coacti fatiebant, nunc sponte atque perlibenter fatiere, in exponendis videlizet, videlizet et exhibendis, juxta facultates, pecuniis, tum pro formando et conplendo thexauro gloriosissimi S. Ambrosii, patroni et protectoris nostri, tum pro expeditionibus genzium armigerarum Comunitatis praelibatae, quibus mediantibus non tantum libertatem nostram, ut caepta est, retinere conservareque valeamus, verum etiam rempublicam confirmare, locupletari, augere, et in dies melius ampliare atque dilatare, in confusionem eorum omnium qui satagunt huic inclitae Civitati omni conatu suo, suisque omnibus insidiis aemulari. Volumus igitur quatenus, facta electione statim duorum ex vobis, ordinetis quod ii duo simul, cujus infra nominatis inquirant et sibi exhiberi faciant quoscumque libros extractus, quaternos, filza, et scripturas omnes inventariorum, taxarum, talearum, focorum, oneris salis, et aliorum onerum cujusvis generis, spetiei, ac materiei fuerint. Et his bene ac iterum revolutis visisque ac diligentissime examinatis, retinendo eo sdumtaxat quibus videatur aliqua utilitas camerae prefatae Comunitatis, et territorio et singularium etiam aliquarum personarum, reliquos omnes ex praedictis igni palam et pubblice cremandos dari et committi faciatis, quo veluti spectaculo populus ipse pariter et plebs, voluptatem inde assumentes peringentem, exultare jubilareque possint, laudesque dare sancto memorato. Qui inclitam hanc urbem in felici et fausto statu semper servet atque tueatur.
Data Mediolani, die XXI septembris MCCCCXLVII.
Johannes de Mantegaxis - Stefanus de Gambaloytis - Cabriolus de Comite - Federicus de Comite - Johannes de Fossato - Francius de Figino - Johannes de Gluxiano - Jacobus de Cambiago Raphael - A tergo. Nobilibus et prudentibus concivibus carissimis nostris duodecim Provisionum excelsae Comunitatis Mediolani. Registro civico A, foglio 47.

(I capitani e difensori della libert dell'illustre ed eccelsa comunit di Milano. - Prudenti concittadini nostri carissimi. Poich l'Onnipotente Iddio nostro, per il passaggio da questa ad altra vita dell'illustrissimo principe e signor nostro Filippo Maria, di buona memoria, la grazia della libert a noi liberalmente accord, che noi stabilito abbiamo di ritenere e conservare in tutte le maniere e con fermo intendimento, di comune consenso abbiamo deliberato di abbruciare i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e le scritture degl'inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, delle bocche e dell'aggravio del sale, e di qualsivoglia altro aggravio, e di dare cos un segno per cui il popolo e la plebe intendono che quind'innanzi saranno immuni ed esenti da simili angherie e gravezze. E quindi concependo buona speranza dello stato della libert medesima, e di questa nostra repubblica, si rallegrino e si congratulino, e le dovute grazie rendano per questo allo stesso Dio Onnipotente Signor nostro. N meno rafforzino l'animo loro, e dispongansi a volere in oggi spontaneamente e di buona voglia fare quello che altre volte loro malgrado e forzati facevano, cio nel dar fuori, secondo le loro facolt, il danaro, tanto per formare e compiere il tesoro del gloriosissimo sant'Ambrogio, patrono e protettore nostro, quanto per le spedizioni delle compagnie di armigeri della comunit predetta, per mezzo delle quali non solo la libert nostra ritenere e conservare possiamo, come  incominciata, ma ancora confermare, arricchire ed aumentare la repubblica, e sempre giornalmente in meglio ingrandirla e dilatarla, a confusione di tutti coloro i quali si studiano con ogni loro sforzo e con tutte le loro insidie di rivalizzare con questa inclita citt. Vogliamo adunque che, fatta la elezione, a due dei vostri subito ordiniate che essi due insieme, dei quali si inseriranno pi abbasso i nomi, ricerchino e si facciano consegnare tutti i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e tutte le scritture degli inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, della gravezza del sale e di tutte le altre gravezze di qualunque genere, specie e materia esse fossero. E questi documenti, bene rivoltati una e due volte, e visti e diligentemente esaminati, con ritenere quelli soltanto nei quali si riconosca qualche utilit della camera della predetta comunit e del territorio, ed anche di alcune singole persone; tutti gli altri predetti documenti facciano palesemente e pubblicamente dare ed abbandonate al fuoco, perch sieno abbruciati, colla quale specie di spettacolo il popolo stesso parimente e la plebe pigliandone gratissimo piacere, possano esultare e giubbilare e tributare lodi al santo rammemorato, il quale quest'inclita citt in felice e fausto stato sempre conservi e difenda.
Data a Milano, il giorno XXI settembre MCCCCXLVII.
Giovanni dei Mantegazii - Stefano dei Gambaloiti - Cabriolo del Conte - Federico del Conte - Giovanni di Fossato - Francio di Figino - Giovanni di Giussano - Giacomo di Cambiago Rafaele. - Su la coperta. Ai nobili e prudenti cittadini carissimi nostri i dodici delle Provvisioni dell'eccelsa comunit di Milano.)
(653) Registro civico A, foglio 44, editto del 5 ottobre 1447.
(654) Registro delle gride dal 1447 al 1450, nell'archivio civico, volume B., foglio 142, 212 e altrove, come dalle gride 30 agosto 1448 e 21 gennaro 1449, nella seconda delle quali si ricorre a ripartire i carichi per focolare.
(655) Capitanei et defensores libertatis illustris et excelsae communitatis Mediolani. Dilecte noster. Ad solidandum, augendum, ornandum hujus nostrae caeptae libertatis optabilem statum, non magis conveniens quam necessarium arbitramur virtutum coli decentiam, abbominari vitiorum sordes; ita n. et suscepti a Deo muneris grati videbimur, et accumulatiores ab ejus omnipotentia gratiarum sperare poterimus largitiones. Animadvertentes igitur quam foedissimum et detestandum, quam horrendum sit innominabile Sodomiae crimen, existimantesque quod impunitas incentivum parit, deliquendique etiam malos efficere deteriores solet, deliberavimus, et mente nostra decreto stabili firmavimus hoc execrabile exitium nullatenus tollerare. Quamquam igitur ad detrahendos ab hoc scelestissimo crimine qui in eo maculati sunt, ad faciendum ne de caetero in tale crimen incidant posse satis et debere sufficere videntur constituta per sanctissimas leges ac statuta hujus civitatis, quam ita vulgarissimam ignorare quidem non debent, ignis poena, ut tamen eorum infamis turpitudo reddatur prorsus inexcusabilis, volumus et tibi mandamus, quatenus, his receptis, patenter ac pubblice, voce praeconis, divulgari per solita hujus civitatis loca facias, quod amodo quisquis cujusvis status et conditionis existat, sive terrigena, sive forensis, aut stipendiarius vel provisionatus, et generalite, quisquis se ab eo penitus caveat et abstineat crimine, nec illud committere audeat quoquomodo; sciens et ex certo tenens quod si dehinc illud incidisse comperietur, irremissibili profecto, juxta legum sanctiones, punietur ignis poena. Tuque deinde ad investigandum et inquirendum de hujusmodi sceleratis et diligentiam omnem, studium et curam adhibeas, et contra quoscumque quos amodo id crimen perpetrasse comperies, debite procedas, eos, jure justitiaque mediante, puniendo. In qua quidem re, quo magis vigil magisque diligens fueris, eo magis honori debitoque servies, et nostrae menti vehementissime complacebis. Et tu ab ejusmodi delictis malefactores se abstineant, volumus quod accusatoribus, seu denuntiatoribus ipsorum delictorum, cum bonis tamen inditiis, satis fiat pro qualibet vice, et teneantur secreti, de ducatis decem auri, ex et de bonis delinquentis, quam satisfactionem volumus per te et successores tuos fieri debere, omni exceptione et contradictione cessante. Scribimus etiam super hoc d. Bartolomeo Cacciae, capitaneo justitiae hujus civitatis, cumquo volumus habeas intelligentiam in fieri facendis proclamationibus praedictis - Mediolani, die XVIII oct. 1447.

(I capitani e difensori della libert dell'illustre ed eccelsa comunit di Milano. Diletto nostro. Affine di consolidare, aumentare, condecorare questo desiderabile stato della libert che abbiamo ricevuta, reputiamo non tanto convenevole, quanto necessario, il coltivare il decoro delle virt, l'abbominare le brutture dei vizi; perciocch in questo modo e grati ci mostreremo a Dio del ricevuto donativo, e dalla di lui onnipotenza sperare potremo pi liberale accumulamento di grazie. Riflettendo noi adunque quanto sporco e detestabile, quanto orrendo sia il delitto da non nominarsi della sodoma, e reputando che la impunit genera un incentivo, e i gi infetti di quel vizio suole rendere peggiori, deliberammo e confermammo di nostro avviso con durevole decreto, di non volere pi in alcun modo tollerare questo esecrabile e rovinoso eccesso. Sebbene adunque sembri che a ritrarre da questo sceleratissimo delitto coloro che macchiati ne sono, ed a fare che pi in avvenire non cadano in simile delitto, bastare dovrebbe la pena del fuoco stabilita dalle leggi santissime e dagli statuti di questa citt, che come cosa divulgatissima ignorare certamente non debbono; tuttavia, affinch la loro infame turpitudine si renda totalmente inescusabile, vogliamo, e a te espressamente comandiamo, che, alla ricevuta delle presenti lettere, patentemente e pubblicamente colla voce del banditore tu faccia divulgare per i luoghi consueti di questa citt: che quind'innanzi qualunque persona, di qualunque stato e condizione essa sia, o del territorio, o forestiera, o stipendiata, o godente alcuna provvigione, ed in generale chiunque sia, si guardi e si astenga totalmente da quel delitto, n ardisca commetterlo in qualunque modo, sapendo e tenendo per certo che se si scoprir che in quel delitto sia caduto, irremissibilmente sar punito colla pena del fuoco, a tutto rigore di legge. E tu poscia dovrai adoperare ogni studio e diligenza e cura ad investigare e ricercare questi scelerati, e dovrai procedere contra qualunque tu scoprissi in avvenire avere commesso questo delitto: punendolo a tenore di diritto e col mezzo della giustizia. Nella qual cosa quanto maggiormente sarai vigilante ed accurato, tanto pi avrai servito al dovere ed all'onore, e meglio avrai secondato la nostra intenzione. Ed affinch gl'inclinati al male da questi delitti si astengano, vogliamo che agli accusatori o denunziatori di quegli stessi delitti, per con di buoni indizi, si accordi un premio per ciascuna volta, e si tengano segreti, il quale premio sar di dieci ducati d'oro da levarsi su le facolt del delinquente, la quale prestazione vogliamo che debba farsi da te e da'tuoi successori, rimossa qualunque eccezione e contraddizione. Scriviamo pure intorno a questo al signor Bartolommeo Caccia, capitano di giustizia di questa citt, col quale vogliamo che tu proceda d'intelligenza nel fare eseguire le predette proclamazioni. - Milano, il giorno XVIII di ottobre, MCCCCXLVII.
(656) Capitanei et defensores libertatis illustris et excelsae civitatis Mediolani - Visa requisitione barbitonsorum inclitae Urbis hujus pro confirmatione cujusdam eorum statuti et ordinis tenoris infrascripti, videlizet. Magnifici et excelsi domini hujus inclitae civitatis; barbitonsores, tum recta conscientia ducti, tum praesertim a religiosis confessoribus et animarum suarum consultoribus admoniti, deliberant ad celebrandum festivos dies et vacandum ab opere temporibus illicitis cum vestrae magnificentiae licentia, et assensu, statutum ordinem et edictum quod est tenoris infrascripti. Reverenter ideo supplicantes ut ad ipsum, quod quidem salutiferum et commendabile videtur, auctoritatem vestram interponentes, dignemini statutum hoc et ordinantionem patentibus literis confermare, validare, servarique et executioni mandari jubere, mandando etiam quibuslibet jusdicenti et offitialibus Mediolani, ad quos inde recursus habeatur, quatenus ad omnem requisitionem abatis Paratici dictorum barbitonsorum circa ipsius statuti observantiam et executionem, praestent omne juvamen, auxilium, et favorem opportunum. Item statuerunt et ordinarunt quod non liceat alicui magistro de dicta arte, habitanti in civitate vel suburgiis Mediolani, laborare, nec laborari facere de arte ipsa nec in apotecha seu domo habitationis suae nec extra, die aliquo festivo per sanctae matris ecclesiae tam Romanae quam Ambrosianae istitutiones celebrari ordinato nec etiam in ipsorum festorum vigiliis ubi vigiliae institutae reperiantur nec diebus sabati post horam vigesimam quartam ipsius vigiliae vel sabati, sub poena librarum duarum nuperiorum qualibet vice qua fuerit contrafactum, eamdemque poenam incidat quilibet famulus seu laborator de dicta arte qui sine licentia et contra voluntatem magistri sui laboraret contrafatiendo praesenti statuto, talisque famulus aut laborator de dicta arte non debeat nec possit de dicta arte aliqualiter laborare in civitate ipsa nec suburgiis nisi prius condempnationem ipsam solverit, et ante solutionem hujusmodi non debeat aliquis magister ipsius artis illi dare aliquod adiutorjum nec aliquem favorem sub eadem poena, si tamen evenerit quod ad horam vigesimam quartam dicti sabati aut vigiliae ut supra quispiam magister aut laborator inter manus aliquem haberet ante horam ipsam jam acceptum; eo casu tali prius accepto possit impune caeptam operam prosequi et finire, nec pro eo poenam incurrat; harumque omnium poenarum medietas applicetur fabricae majoris ecclesiae Mediolani et alterius medietatis duae partes dentur Paratico ipsorum barbitonsorum et reliqua tertia pars accusatori qui talem contrafactionem denuntiaret. Possunt quoque abbas dictae artis et sui offitiales qui per tempora erunt, defitientibus in praemissis opportunis probationibus; pro habenda in hiis veritate artare quemlibet magistrum et laboratorem ad juramentum si et prout viderit expedire. Et considerata in hoc devota et laudabili dispositione dictorum barbitonsorum, cum statutum ipsum, quod etiam per spectabiles dominos consiliarios justitiae prefatae comunitatis diligenter examinari fecimus et honestum et ad observantiam orthodoxae fidei nostrae atque mandatorum ecclesiae videatur tendere, ipsorum requisitioni praedictorum benigne volentes annuere, prasentium tenore, etiam ex certa scientia, statutum ipsum, quod in volumine etiam aliorum statutorum et ordinamentorum comunis Mediolani inseri et conscribi mandamus et volumus, gratum habentes, approbamus et confirmamus; mandantes propterea vicario et XII Provixionum ac aliis offitialibus antedictae comunitatis praesentibus et futuris, ad quos spectat et spectare possit et pro dicti statuti observatione recursum fuerit, quatenus ipsum statutum et ejus dispositionem inviolabiliter observare fatiant et ad omnem abatis Paratici ipsorum barbitonsorum requisitionem pro hujus statuti observantia et in contrafatientes debita executione omne prestent juvamen, auxilium et favorem opportunum, et hoc dummodo nichil exinde contra aliorum praefatae comunitatis statutorum et ordinamentorum dispositionem et in eorum detrimentum fiat vel sequatur. In quorum testimonium praesentes fieri registrarique jussimus, sigillique praefatae comunitatis munimine raborari. Dat. Mediolani, die sexto decimo aprilis MCCCCXLVII. Sign. Ambrosius. Il citato registro A, foglio 51, tergo.

(I capitani e i difensori della libert dell'illustre ed eccelsa citt di Milano. - Veduta la richiesta dei barbieri di quest'inclita citt, perch sia confermato certo loro statuto ed ordine; la quale petizione  del tenore seguente: Magnifici ed eccelsi signori di quest'inclita citt; i barbieri, tanto guidati dalla retta coscienza, quanto ammoniti principalmente dai religiosi confessori e consultori delle loro anime, deliberarono di celebrare i giorni festivi, e di astenersi dalle opere nei tempi illeciti, proponendo, con licenza e consenso della vostra magnificenza, l'ordine stabilito e l'editto, che  dell'infrascritto tenore. Riverentemente adunque supplicano che ad esso, siccome salutifero e commendevole, come sembra, vi degniate d'interporre l'autorit vostra, e di confermare, convalidare e comandare che osservato sia e messo ad esecuzione, con lettere patenti questo statuto, e la relativa ordinazione, comandando altres a qualunque giusdicente e agli ufficiali di Milano, ai quali in appresso si ricorresse, che a qualunque richiesta dell'abate del Paratico dei detti barbieri intorno all'osservanza ed all'esecuzione di quello statuto, prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno. Cos adunque stabilirono ed ordinarono che lecito non sia ad alcun maestro della detta arte, abitante nella citt o nei sobborghi di Milano, lavorare n far lavorare di quell'arte, n nella bottega o nella casa di sua abitazione, n al di fuori, in alcun giorno festivo, ordinato da celebrarsi dalle istituzioni della Santa Madre Chiesa, tanto Romana, quanto Ambrosiana, e n pure nelle vigilie di quelle feste, qualora le vigilie trovinsi stabilite, nei giorni di sabbato dopo l'ora vigesimaquarta di quella vigilia o del sabbato, sotto pena di lire due delle nuovissime (il testo dice nuperiorum, ma forse dee leggersi imperialium), per ciascuna volta in cui si contrafacesse, e nella pena medesima incorra qualunque domestico o lavoratore della detta arte, il quale, senza licenza e contra la volont del suo maestro, lavorasse in contravvenzione a questo statuto, e che tale domestico o lavoratore della detta arte, non debba n possa in alcun modo esercitare la detta arte nella citt stessa e nei sobborghi, se prima non avr pagata la stessa multa, ed avanti quel pagamento non debba alcun maestro della stessa arte accordargli alcun aiuto, n alcun favore sotto la medesima pena; se per avvenisse che alle ore ventiquattro del detto sabbato o di una vigilia come sopra, alcun maestro o lavoratore avesse tra le mani alcuno gi ricevuto nella bottega avanti quell'ora, in quel caso possa proseguire sopra quell'individuo che avesse da prima ricevuto impunemente l'opera sua, e finirla senza incorrere in alcuna pena; e di tutte quelle pene la met si applichi alla fabbrica della chiesa maggiore di Milano, e dell'altra met due parti se ne dieno al Paratico degli stessi barbieri, e l'altra terza parte all'accusatore che denunziata avesse la contravvenzione. Possono altres l'abate della detta arte ed i suoi ufficiali che saranno a quel tempo, mancando nelle premesse cose le opportune prove, affine di far emergere nelle medesime la verit, forzare qualunque maestro e lavoratore al giuramento, se e come sembrer convenevole. E avendo noi considerata in questo la devota e lodevole disposizione dei detti barbieri, ed avendo considerato lo statuto stesso che ancora facemmo diligentemente esaminare dagli spettabili signori consiglieri di giustizia della predetta comunit, e vedendo che la richiesta dei petenti sembra tendere a cosa onesta ed alla osservanza della fede ortodossa nostra e dei comandamenti della Chiesa, volendo annuire benignamente alla richiesta dei predetti, col tenore delle presenti, anche per certa scienza, quello statuto, che comandiamo e vogliamo sia inserito e scritto anche nel volume degli altri statuti ed ordini del comune di Milano, come grato a noi riconoscendo, approviamo e confermiamo, comandando per questo ai vicari e ai XII delle provvisioni, e agli altri ufficiali della predetta comunit presenti e futuri, ai quali spetta o potr spettare che, qualora per l'osservanza del detto statuto ad essi si ricorresse, facciano inviolabilmente osservare lo statuto medesimo e le sue disposizioni, e a qualunque richiesta dell'abate del Paratico degli stessi barbieri, prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno per l'osservanza di questo statuto, e per la dovuta esecuzione verso i contravventori; e questo purch nulla si faccia o avvenga in conseguenza contro la disposizione degli altri statuti ed ordini della predetta comunit e in detrimento dei medesimi. In fede di che abbiamo comandato che si facessero e si registrassero le lettere presenti, e si confermassero col munirle del sigillo della predetta comunit. Dato in Milano, il giorno decimosesto di aprile MCCCCXLVII, Sottoscritto - Ambrogio.)
(657) Tomo I, p. 254.
(658) 1448 die martis nono Januarii - Notitia sia a ciascuna persona como li illustri capitanei et difensori della illustre ed eccelsa nostra libert vogliano dare via le borse de la ventura, le quale borse sono septe, della quale la prima harr dentro ducati trecento contanti, la seconda ducati cento, la terza settantacinque, la quarta cinquanta, la quinta trenta, la sesta venticinque, la settima venti, e vogliono darle via a la ventura in questa forma, cio: ciascuna persona de qual conditione, stato e grado voglia se sia, tanto forestiero come cittadino e contadino, et tanto clerico come layco, et maschi e femine, possano portare quelli ducati che a loro parir o uno o due, como loro vorranno al banco de Xphro figliolo di messere Stefano Taverna banchero, quale  stato lo inventore di questa cossa, el qual banco  per mezzo li ratti fuori del Broletto, lui ne far nota nel suo libro fatto solo per questo, cio a d tale, la tal persona ha portati tanti ducati, uno o duy quelli che sarano, per volere guadagnare per ciascuno ducato una delle sopra scritte borse, secondo che Dio li dar buona ventura, e cos far nota de tutti quelli portaranno infina alla prima domenica di febraro prossimo, quale  il d deputato a dare via le borse, in quello d serano domandati tutti quelli haveranno messi li denari per guadagnare le borse, et si ser fatto tanti scritti per ciascuno quanti ducati harrano messo, li quali scritti haranno suxo il nome loro, e questi tal scritti serano messi in una corba suso una baltresca la quale sara posta su la piazza di Sancto Ambrosio onde  usato stare el banco di frate Alberto, acciocch ciascuna persona possa vedere mettere li scritti tutti in la corba, e vederli voltare tutti sotto sopra per lo dicto Xphro thesaurario, deputato a questo, ovvero per persona fidata electa per li illustri capitanei, poi sar tolto una altra corba, nella quale corba saranno messi altretanti scritti bianchi senza scrittura alcuna, salvi che in quelli sara sette scritti, che l'uno harr scritto suxo la borsa trecento, l'altro la borsa de li ducati cento, e l'altro de la borsa de'ducati settantacinque, l'altro la borsa de li ducati cinquanta, l'altro la borsa de li ducati trenta, l'altro la borsa de li ducati venticinque, e l'altro la borsa de li ducati venti.
Et questi scritti serano voltati molto bene sotto sopra tutti cum quelli non serano scritti. Poi el dicto Xphro overo li deputati per l'illustri capitanei, stando di sopra la baltresca, vedando ogni persona, domander un qualche bono homo, metter la corba quale haver dentro li scritti de li huomini che harranno messi li denari de la mane dritta, e l'altra corba ne la quale serano gli altretanti scritti bianchi, et quelli sette de le borse metter da la mane sinistra. E poi quello bono homo torr suso alla ventura duy scritti, cio l'uno fora de una corba con una mane, e uno fora de l'altra corba cum l'altra mane, tutti duy li scritti ad un tratto, e drieto a questo bono homo seranno due altre fidate persone ellecte da li illustri capitanei e non suspecte a persona alcuna l'uno de la mane dritta, l'altro da la mane sinistra, li quali torranno quelli duy scritti quali quello bono homo har tolto suxo ogniuno da la sua parte e il lezeranno, odando ogni persona quelli tali scritti, verbi grazia l'uno scritto dir Gioanni da Como, e l'altro nagotta, o vero bianco, quello tale Gioanni da Como per quello scritto ser fora di ventura de havere le borse, et ser infilzato, quello scritto che non avr suxo nagotta, che sera bianco, sera scarpato; poi quello bono homo ne torra suxo duy altri scritti in quella medesima forma, et quelli duy leveranno verbi gratia l'uno scritto dir Antonio da Pavia, l'altro ser bianco, similmente sera facto de questi duy, cio l'uno infilzato, e l'altro scarpato. Et cos andara quello bono homo tollendo suxo duy scritti per volta, tanto che torr suso uno de li scritti de le borse; verbi gratia avr tolto uno scritto che dir Petro da Lecco far, l'altro dir la borsa di trecento ducati, quello Petro da Lecco avr guadagnato quella borsa de li ducati trecento, la qual borsa subito in presentia de tutti sar data per lo dicto Xphro Taverna al dicto Petro da Lecco. Poi quello bono homo ander tolendo suxo le scritte a duy a duy in fino che saranno tolti fora tutti quelli sette scritti delle borse et a chi toccar la ventura, si sar date le borse, come  dicto de la prima.
E pertanto anche pare che a chi sia possibile da mettere uno ducato fuosse poco savio a non metterlo, peroche una persona ricca a mettere uno ducato o duy o dece poco li ser sebene no avesse la ventura, avendola tanto migliora una persona mezzana, el simile a una persona povera che in estremo non fusse miserabile seria piuttosto da mettere che li altri, peroch per uno ducato che metta serbandolo in capo dell'anno non se ne accorger, a tanto in za come in la li bisogna stentare et lavorare, et se per ventura Dio li presentasse la grazia che avesse una de quelle borse, massime la magiore, non stentereve mai pi, si che chi  savio porter dinari, avisando tutti che li denari che avanzaranno et che se haveranno saranno della comunit nostra, si che quelli che non avranno la ventura delle borse, potranno far rasone averne donati a la comunitate uno ducato, el quale se po appellare averlo donato a se medesimo.
Et se fosse alcuna persona che non intenda bene vada al banco del dicto Xphro Taverna tesaurario a questo, che in breve gliel dar ad intendere a bocca. - Innocentius Cotta Prior - fu pubblicato questo avviso da Antonio di Areno tubatore. - Gride dal 1447 al 1450, volume B., foglio 65 tergo.
(659) Giornalmente sempre pi ammirava tanto la di lui prudenza, la facondia e gli egregi costumi, quanto la bellezza della persona e la maest del volto e del portamento. Simonetta, lib. 2, col. 202, R. I., tom. XXI.
(660) Simonetta, Vita di Francesco Sforza, Rer. Ital., tom. XXI, lib. I, col. 183.
(661) Il citato Simonetta, lib. 1, col. 187 dice: Quo nuntio Franciscus gravissime affectus, dolorem immensum per summam constantiam supprimit, seque a lachrymis singultibusque continet. Sed quod maxime expediebat, suos a pugna, rejectis hostibus, revocat.
Dal quale avviso gravemente afflitto Francesco, con somma costanza l'immenso dolore comprime, e dalle lagrime e dai singhiozzi si rattiene. Ma i suoi soldati, il che era la cosa pi importante, respinti essendo i nemici, dalla pugna richiama.
(662) Di quei disordini cos parla il Decembrio: - Interea Mediolanenses varie inter se fluctuabant. Quidam, victoria elati, Franciscum ad astra praecipuis laudibus ferebant; alii verbis dumtaxat libertatem praedicabant, verum impens onus curamque detrectabant. Erant quibus servitus libertate potior videretur esse... Quibus autem vivendi cum principe consuetudo inerat, quo in numero vir insignis Petrus Pusterla et alii fuere, Franciscum, veluti Philippi filium et afflictis rebus succurrere potentem, magnopere laudabant. E contra, quibus mercatorum familiaritas et usus aderat, quorum minima pars fuit, Venetos, ut divinos quosdam homines, praeponendos dictitabant. Nihil in medium consulebatur; sed ut vulgo mos est, studia in contraria incerte scindebantur. Sic, confusis civium voluntatibus, plebs omnium ignorans, libertatis dumtaxat nomen sibi adsciverat, et nullo salubri consilio perducta, in optimum quemquam ferebatur, etc. - Rer. Italic. Script., tom. IX, column. 1040, cap. XXXV. Decemb. Vita Franc. Sfortiae.

Intanto i Milanesi variamente nei loro avvisi ondeggiavano. Alcuni, gonfi per la vittoria, con grandissime lodi Francesco agli astri sollevavano; altri con parole soltanto la libert proclamavano, ma qualunque peso e cura avevano sommamente a schifo. Eranvi di quelli ai quali la servit migliore sembrava della libert... Coloro poi che consueti erano a vivere famigliarmente col principe, nel di cui numero erano l'insigne uomo Pietro Pusterla ed altri, Francesco grandemente esaltavano, siccome figliuolo di Filippo, ed il solo che soccorso prestare potesse in mezzo al disordine delle cose pubbliche. All'incontro coloro che famigliare consuetudine ed uso avevano coi mercadanti, i quali formavano la minima parte, andavano dicendo che i Veneti, come uomini in qualche modo divini, preferire dovevansi. Non si trattavano gli affari in adunato consiglio, ma come  costume del volgo, incerti i cittadini dividevansi in partiti gli uni agli altri contrari. Per tal modo, confuse essendo le volont dei cittadini, la plebe, che tutto ignorava, il nome solo della libert adottato aveva, e non guidata da alcun salutare consiglio, portavasi contro qualunque ottimo, ecc.
(663) Novariam, Parmam, Dertonam, Alexandriam, aliasque urbes ditioni suae subdit. - Decembr. Vita Franc. Sfortiae, Rer. Ital., tom. XX, column. 1041, cap. XXXVI.
(Alla sua giurisdizione assoggett Novara, Parma, Tortona, Alessandria ed altre citt).
(664) Il proclama  il seguente - (.) 1448 die XVI novembris - Li illustri signori capitanei et diffensori de la libert de la illustre ed excelsa comunit di Milano. Considerate le summe et excelse virtute, probitate et magnanimitate et firma costantia d'animo, la experimentata et inconcussa fede et la longa experientia de le cose bellice et mestiero de arme, et lo braxado amore et admirabile devozione che porta et ha portato et demonstrato con admirabile opere et experientia infinite a questa illustre et excelsa comunit de Milano lo illustre et magnifico messere Carlo da Gonzaga cavallero et marchese etc. degnamente l'hanno constituto deputato, et electo capitano del popolo de questa illustre citt, e de la libertate nostra gloriosa, acciocch possa provvedere et ordinare tutte quelle cose che siano a salute, tutela e conservazione del dicto populo et de la sancta libert nostra. Il perch si ha facta publica crida per parte de li prefati signori capitani per notitia et mandamento a ciascheduno de quale grado, stato et conditione voglia se sia in la dicta citt et borghi in li lochi consueti debia obedire a li commandamenti del prefato messere Carlo in tutte quelle cose che concernano il bene, l'honore, conservazione, tutela et augumento de la dicta comunit de Milano, et libert, sotto pena pecuniaria et personale (a) usque ad ultimum suplitium inclusive, secondo si contiene ne la lettera del dicto capitaneo ad esso messere Carlo concessa per li prefati signori, (b) et ulterius, sotto pena all'arbitrio de li prefati signori capitanei a chi contrafar a questa soa crida et intensione - (c) Joannes de Meltio prior - Raphael - Cridata ad scalas palatii et per loca solita civitatis per Bertolium de Forlivio trombettam, die Jovi 14 novembris, sono tubarum et pifferorum praemisso. Gride dal 1447 al 1450, vol. C, foglio 151 nell'archivio della citt.
(.) 1448, il giorno XVI novembre.
(a) Fino all'ultimo supplizio inclusivamente. 
(b) Ed ulteriormente.
(c) Giovanni di Melzo priore - Rafaele - Promulgata alle scale del palazzo, e per i soliti luoghi della citt, da Bertolio da Forl, trombetta, il giorno di gioved 14 di novembre, premesso il suono delle trombe e dei pifferi.
(665) In Milano le cose erano in cattivo stato. Non si pu meglio conoscerle, che dalle carte autentiche di quei tempi; e tale  la lettera di Giovanni Teruffino ai signori Rafaele e Barnaba Adorni, genovesi, che ritrovasi nell'archivio di citt - Codice C, fogl. 69. - Essa cos dice: - (a) Magnifici Majores honorandissim.i, - Quamvis altro di nuovo non me occorra, tamen acci non vi maravigliate che niente scriva, scrivar poco da poi le altre lettere a voi scritte. Io non sono andato dalla excellentia del conte, tum peroch essa se lungo da qui, tum per la novitate de Francesco Piccinino occorse, ma avuto Maragnano, che spero con la gratia de Dio sera infra pochi d, delibero di andare a la excellentia sua, tam per lo compromesso de Zenovesi ad Galeotto, quam per altro, e sono certo che la disposizione sua sia eadem. Io desidero che si manda ad executione lo facto de Bosco, secundo che altra volta ne dicesti. Li facti di Milano breviter hanno questa conditione. Frumento ghe pochissimo et hanno vetato quelli signori che pane di frumento non se venda, perciocch quello poco frumento lo quale gli  restato voleno per li soldati, ma non gli pu bastare per dexe; di segale e miglio hanno per tutto il mese che viene. Dapoi sette d che Francesco Piccinino e lo fratello andero a Milano non gli hanno dato dinari, eccetto che due mila ducati de molti promissi. Appropinquandosi apresso Milano la excellentia del conte come se bene, havuto Marliano, verosimile  che Milano non se tegner quindici d per mancamento e de victuaglie, et de dinari, et de strame, e per infinita gente malcontenta. Dio governa la cosa in modo che questa nostra provincia habbia quiete. Bene valete - (b) Dat. Papiae, die XXVIII aprilis 1449. - Vester famulus Teruffinus - a tergo: Magnificis Majoribus honorandis Dominis Raphaeli et Barnabae Adornis et Petro Spinulae etc.
(a) Magnifici maggiori onorevolissimi.
(b) Dato in Pavia, il giorno XXVIII di aprile 1449. - Vostro servo Teruffino. Su la coperta: Ai magnifici maggiori onorevoli i signori Rafaele e Barnaba Adorni e Pietro Spinola, ecc.
(666) Sei giorni prima che Milano accogliesse Francesco Sforza, Gaspare Vimercato uscissene dalla citt con apparenza di volersi abboccare con Pandolfo Malatesta, comandante delle truppe di Venezia, e probabilmente concert in vece la dedizione al conte. Il passaporto che gli si consegn trovasi nel codice C, foglio 135 tergo, nell'archivio di citt, e dice: - Per illustres dominos Capitaneos et defensores libertatis Illustris et Excelsae Comunitatis Mediolani concessa est licentia strenuo Gaspari de Vimercato exeundi hanc Civitatem cum famulis suis ad numerum usque octo, suisque valixiis, bulgis, rebus et bonis, et hoc tute, libere et impune, omnique reali et personali impedimento prorsus amoto, dummodo se non conferat ad partes hostiles, et vadat ad illustrem dominum Sigismundum Pandulphum de Malatestis Ariminensem ac illustrissimi dominii Venetorum etc. Capitaneum Generalem. Ambrosius Prior - Antonius, MCCCCL, dei XX februarii.
Dagli illustri signori capitani e difensori della libert della illustre ed eccelsa comunit di Milano viene conceduta licenza al valoroso Gasparo di Vimercato di uscire da questa citt con i suoi domestici fino al numero di otto, e con sue valigie, bolge, cose e beni, e questo sicuramente, liberamente ed impunemente, rimosso qualunque impedimento reale e personale, purch egli non si rechi alle parti dei nostri nemici, e vada dell'illustre signore Pandolfo dei Malatesta riminese, e capitano generale dell'illustrissimo dominio dei Veneti, ecc. Ambrogio Priore. - Antonio, MCCCCL, il d X febbraio.
(667) 1449, die 27 mensis decembris. (1449, il d 27 del mese di dicembre.) Al nome del Omnipotente et Eterno Dio et del gloriosissimo nostro patrone sancto Ambrosio deliberando li illustri signori capitanei et difensori della libertate che ciascuno quale metta la persona sua a pericolo per fare uno relevato servitio a tutta questa nostra patria, la quale  indegnamente afflicta da li nostri inimici, ne abbia merito e premio qual sia certo grande et honorevole, fanno noto a ciascuna persona di qualunque stato, grado et conditione se sia, che chi ammazzar il perfido conte Francesco Sforza, overo ferir mortalmente, guadagnar ducati dece millia d'oro, e dece millia in possessione, quali instantemente gli serano numerati contanti, et dati; et se quella persona sera rebelle o bandezata sar cavata de ribellione et de bando, et restituiti i soy beni, et havera li dicti premii, et se quella persona sera squadrero o conductero de gente d'arme o di majore conditione, ultra li dicti premii, gli sera dupplicata la conducta. Et sel ser soldato di menore conditione, ultra li dicti premii, gli sera dupplicata la conducta ut supra. Et appresso a questo se la cadesse alcuno mandare ad executione alcuni de li sopradicti partiti et per quello venisse ad esser morto, serano dati li dicti premii a suoi filioli o a suoi heredi indubitatamente, li quali seranno sempre ben veduti et ben tractati da questa prefata comunitate. Et sel fosse persona alcuna quale dubitasse de conseguire li dicti premii, o venga, o manda uno suo fidato secretamente da li prefati signori capitanei, gli sera facta tal chiarezza et segurezza chel sera ben certo e securo de conseguire li dicti premii, rimossa ogni minima dubitazione. - Petrus Prior - Cridata ad scalas palatii et super platea arenghi per Antonium de Arezio Tubetam, die sabbati 27 suprascripti mensis decembris, sono tubarum praemisso. (Pietro Priore. - Promulgata alle scale dei palazzo, e sopra la piazza dell'arringa da Antonio di Arezzo trombetta, il giorno di sabbato 27 del soprascritto mese di dicembre, premesso il suono delle trombe.) Gride dal 1447 al 1450, vol. C, foglio 121 archivio civico.
(668) Vol. C, gride dal 1447 al 1450, foglio 107.
(669) Codice C, foglio 115.
(670) 1450, die 23 februarii - (1450, il d 23 febbraio.) Se in ogni tempo debbe cadauno voglia essere chiamato fidele e devoto cristiano guardarse da fare contro li comandamenti del nostro Signore Dio, molto pi  necessario emendare la vita nel tempo della tribulazione et afflictione per impetrare gratia et misericordia da la divina bont. Intendando aduncha li illustri signori capitanei et deffensori de la libert nostra prohibire quanto sia possibile, etiam mediante le pene et punitione temporale, la disonest et detestabile vita de quelli tengano femine e soa posta, et etiandio alcuni quali non temendo il juditio divino, presumano biastemare Dio e la sua gloriosa Madre et li suoi sancti e sancte, li quali duy gravissimi peccati grandemente et pubblicamente si commettono in questa citt et in li borghi soi, non senza evidentissimo pericolo de provocare majore ira de Dio contra de noi tutti, denno fare crida et bando che niuno de qualuncha stato, grado, o conditione voglia se sia dal majore al pi minimo ardisca ne presuma in questa citt borghi et jurisdictione soa tenire in casa sua ne fora de casa femine o sia concubina a soa posta per qualuncha modo se sia, imo cadauno l'havesse o tenesse fra tri d proximi li debbia avere cazate da se, et esse femine et concubine debiano levarsi et aut spazare la citt, aut redurse in loco honesto et tale se intenda che facciano bona et correcta vita, sotto pena irremissibile de fiorini venticinque a cadun uomo quale sera trovato contrafare, tante volte da essere pagati, quante volte contrafar, et a cadauna femina contrafaciente da essere scovata pubblicamente per tutta la citt, e poi reducta al publico loco, o cazata fora de la citt. Et similmente niuno, come  dicto, ardisca o presuma biastemare Dio, ne la sua gloriosissima Madre, ni etiandio sancto Ambrosio, nostro protectore et patrone, ni alcuno sancto o sancta sotto pena irremissibile, ultra le altre imposte altre volte, de fiorini vinti per cadauna volta a chi contrafar, et a chi non potr pagare o non pagar la dicta pena infra tre d sotto pena di sguasi tri di corda, vollero ancora et chiarisseno li prefati signori capitanei che cadauno non solo possa, ma etiandio debba accusare qualunque contrafar li predicti duy casi; accusando, guadagni il quarto della dicta pena pecuniaria, l'altro quarto sia delli poveri de Cristo et la mit sia della comunit, ma chi non accuser, et sappia chi abbia contrafacto in tenire femine et biastemare come  dicto, cada in pena per cadauna volta de fiorini cinque et cadauno possa questi altri accusare et della pena si faccia come  dicto, di sopra. Ancora perch li prefati signori hanno ordinato et comandato che niuno debba zugare a zugo de dadi, tavole et cartexelle, ne lassare zugare in casa sua sotto la pena che contengono le cride fatte sopra di ci; Adesso chiariscono et volleno che cadauno non solo possa, ma sia obbligato ad accusare qualunca contrafar, ed accusando guadagni il quarto della dicta pena pecuniaria et de li altri tri quarti se dispona et faccia come  dicto di sopra; ma non accusando et sappiando chi vi abbia contrafacto, cada in pena caduna volta del quarto quale devria guadagnare, et cadauno possa questi altri accusare et della pena se faccia ut supra - Ambrosius Prior - Marcolinus - Cridata ad scalas palatii et per loca solita civitatis per Matteum de Arezio tubetam, die lunae XXIII febbruarii suprascripti - (Ambrogio Priore - Marcolino - Promulgata alle scale del palazzo, e per i luoghi soliti della citt da Matteo di Arezzo trombetta, il giorno di luned XXIII di febbraio soprascritto.) Gride dal 1447 al 1450, vol. C, foglio 136 archivio civico.
(671) Le cose dei Milanesi cominciarono ad andare al peggio. Perciocch privi di duci, discordi essendo tra di loro i cittadini, giornalmente ripullulavano consigli peggiori dei primi. Non potevano le pubbliche gravezze dal popolo convenevolmente governarsi; non potevano i ricchi sostenere i pesi; non poteva alcuno eseguire i comandi: ma come una flotta dispersa dalla procella, qua e l la plebe era portata dalle onde accavallate. Se alcun raggio di speranza splendeva tuttora nei soldati che rimanevano, turbato era dall'ambizione di Carlo Gonzaga, il quale al dominio del popolo ingiustamente aspirando, tutte le cose con lungo sospettare intralciava. Per la qual cosa tutto era squallido per il timore e per la disperazione. Inoltre le congiure da alcuni tramate maggiore angustia ai singoli cagionata avevano. Conciossiach presi furono ed al supplizio condotti molti nobilissimi cittadini. Ma n pure colla morte loro raddolcire potevasi l'atrocit della sciagura... I buoni inoltre, privati degli uffizi, incapaci a recare giovamento a se stessi e agli altri, languivano nel silenzio; la plebe poi, situata tra la speranza ed il timore, il peso tollerava, esultando per il nome solo di dominio. Vita Franc. Sfortiae, cap. XXXVII, Rer. Ital., tom. XX, col. 1041. 
(672) Macchiavelli, sulla prima Deca di Tit. Liv., libr. I, cap. XVII, p. 87.
(673) Nel fabbricar la casa de'signori Delfinoni vicino alla colonna di porta Nuova scavossi nel 1774 un sasso, su cui leggesi: Franciscus Sfortia Vicecomes, dux, et animo invictus et corpore, anno MCCCCL ad IIII Calend. Martias hora XX dominio urbis Mediolani potitus.
Francesco Sforza Visconti, duca, invitto d'animo e di corpo, l'anno MCCCCL il giorno IV avanti la calende di marzo all'ora vigesima s'impadron del dominio di Milano.
(674) Questo  il giorno che il Signore ci ha dato; esultiamo e rallegriamoci in esso.
(675) All'archivio pubblico pu esaminarsene da chi lo voglia, l'originale.
(676) Osservando come tutti i solenni ingressi e dei duchi e dei governatori e degli arcivescovi si fecero sempre dalla porta Ticinese, mi sembra probabile che quest'usanza discenda sino dai tempi de'Longobardi, quando Pavia fu la capitale e la citt regia; e forse l'arcivescovo, dopo d'essere stato riconosciuto dal sovrano o suo luogotenente in Pavia, di l spiccavasi per la pubblica cerimonia. Quando s'assoggett la chiesa milanese a Roma, e l'elezione e consacrazione si trasferirono in Roma, tutto cambiossi, fuori che questa avvertenza non s'ebbe di farlo entrare per la porta Romana.
(677) In quei contorni trovasi una via che oggid pure conserva il nome de'Piatti.
(678) I due soli per imminenti alla citt furono perfezionati.
(679) Histoire de Franois I, roi de France, dit le grand roi et le pre des lettres. Par M. Gaillard de l'Accadmie des Inscriptions et Belles Lettres. - A Paris, chez Saillant et Nyon, tome I, page 105.
(680) Alloggiarono nel palazzo altre volte del conte Carmagnola, ora detto il Broletto in cui si radunano i corpi municipali.
(681) Rivolto essendosi quindi all'ornato pubblico della citt, e con arena e mattoni riparate avendo le strade, volle con somma magnificenza che dai fondamenti si erigesse il castello della porta di Giove, atterrato da prima per popolare tumulto. La corte altres dei primi duchi, gi cadente per vecchiezza, non solo ristabil, ma ampli ed arricch di ornamenti. Comand ancora che, scavandosi il terreno, dall'Adda si derivasse per venti miglia un acquedotto, per mezzo del quale i campi vicini fossero irrigati, e al popolo non mancassero le derrate necessarie. Decembrius,  Vita Franc. Sfortiae, cap. XL, Rer. Ital., tom. XX, col. 1046.
(682) Dalla provincia della Martesana, per cui passa, detta forse anco dal Dio Marte.
(683) Veggasi il Benaglio, Relazione istorica del magistrato, che riferisce il decreto del duca Francesco, che  il seguente: - (a) Franciscus Sfortia Vicecomes, dux Mediolani etc. Papiae Angleriaeque comes ac Cremonae dominus. Cum pro beneplacitis nostris et subditorum nostrorum comoditate fieri debere ordinaverimus Navigium discensarum ex Abdua ad hanc inclitam Civitatem nostram Mediolani, deputaverimusque nobilem virum Ruffinum de Prioris, aulicum nostrum praeclarissimum Commissarium, qui cum avisamentis ac partecipatione Bertolae de Novate, dilecti nostri Mediolani, habeat omnia expedire ed expediri facere quod ad dicti Navigii perfectionem attineat, eligendum duximus. Indi destina un tesoriere separato per quest'opera, a cui dalla ducal Camera debbasi sborsare illimitatamente qualunque somma, (b) Dat. Mediolani, die primo juli 1457. Veggasi pure il Settala, Relazione sul navilio della Martesana, ediz. del 1603, p. 59.
(a) Francesco Sforza Visconti, duca di Milano. ecc. conte di Pavia e di Angera, e signore di Cremona. Siccome per il nostro buon piacere e per il comodo dei nostri sudditi avevamo ordinato che si dovesse fare un naviglio che discendesse dall'Adda fino a quest'inclita citt nostra di Milano, ed avevamo deputato il nobile Ruffino dei Priori, nostro illustrissimo commissario di corte, che, col consiglio e colla partecipazione di Bertola di Novate, diletto nostro cittadino milanese, debba spedire e fare spedire tutto quello che appartiene alla perfezione del detto naviglio, abbiamo giudicato di dover eleggere ecc.
(b) Dato in Milano, il d primo di luglio 1457.
(684) Cos Paolo Frisi, nel secondo tomo delle sue opere stampato in Milano dal Galeazzi 1783, p. 465. L'immatura perdita che abbiamo fatto di quest'illustre nostro concittadino, mentre era nel pieno vigore della sua mente, ha privato noi e i posteri di maggiori ammaestramenti ch'egli ci avrebbe lasciati. Cess di vivere il giorno 22 novembre 1784 per una cancrena procuratagli da un taglio, al quale sconsigliatamente venne sottoposto. Mor colla tranquillit d'un'anima virtuosa, e present all'avversa fortuna, come in vita cos in morte, una virile costanza. L'uomo e l'autore in lui furono allo stesso livello. Il chiarissimo autore fece erigere a sua spese all'illustre matematico e filosofo Frisi, suo amico, un elegante monumento in marmo carrarese con iscrizione latina, nella chiesa di Sant'Alessandro de'cherici Reg. di San Paolo di questa nostra citt; valendosi a questo effetto dell'opera del celebre scultore Franchi.
(Nota di A. F. Frisi).
(685) Tutto ci pi esattamente pu leggersi nell'opera del citato Frisi, libro terzo, capo terzo de'canali navigabili.
(686) Nei registri civici delle lettere ducali del secolo XV, foglio 223, leggesi la concessione fatta dal ducal magistrato il 10 decembre 1471 di una bocca d'acqua del naviglio della Martesana da estraersi vicino al Redefosso, in beneficio dell'Ospedal grande e dei consorti Ghiringhelli, Bossi e Rebecchi, essendo commissario del naviglio l'ingegnere Pietro da Faino del Malpaga. Altre concessioni poi si trovano nei libri dell'ufficio Panigarola, Registro F., foglio 265. Vedesi accordata di pi l'acqua al convento de'frati di Santa Maria degli Angioli, l'anno 1468, per ducal concessione. Il che mostra come sin d'allora entrasse l'acqua del Naviglio in Milano. Nell'ufficio degli statuti Panigarola trovasi pure il decreto di Bianca Maria, vedova duchessa e tutrice del duca Gio. Galeazzo, fatto li 11 settembre 1467, che invita ad acquistare dalla ducal camera l'acqua del naviglio della Martesana.
(687) Simonetta, nella vita di Francesco Sforza, lib. XXXI. Rer. Ital. tom. XXI, col. 778 cos dice: Ea autem utebatur ingenii acrimonia, ac gravitate, prudentia, atque consilio, ut nihil neque in bellicis neque in urbanis rebus iniret umquam quod minus fuisset diligentissime antea metitus, omnemque prospexisset eventum, et quod decreverat innata quadam animi magnitudine et incredibili celeritate conficiebat. Mirum dictu est quam abstineret illecebris, humanisque voluptatibus, atque cupiditatibus: et quod rarissimum in aliis invenies, cum neque in rebus adversis, si qua iniquitate fortunae acciderant, deprimebatur animo, ita ne in secundis quidem efferebatur. Quin potius, sicuti in adversis non frangebatur, ita etiam in prospera fortuna modestissimus semper fuit; et alios ab omni contumelia injuriaque continebat. Et ne id quidem mirum, cum omnibus de se praestaret exemplum, qui cum maxime vinceret, ultione non utebatur.
Era poi dotato di tale penetrazione d'ingegno, di tale gravit, prudenza e avvedutezza, che nulla intraprendeva giammai nelle cose tanto militari, quanto civili, che diligentissimamente, bench fosse piccola cosa, non avesse da prima considerato, e tutto ne avesse pronosticato l'evento; quelle cose poi che determinato erasi di fare, compieva con una certa innata grandezza d'animo e con incredibile celerit. Mirabile  a dirsi, quanto lontano si tenesse dalle seduzioni e dalle umane volutt e cupidigie, e quello che rarissimo troverassi in altri, siccome nelle avversit, se mai alcuna per iniquit di sorte ne incontrava, non perdevasi di spirito, cos n pure nelle prospere punto non insuperbivasi. Che anzi, siccome nelle cose avverse non si avviliva, cos ancora nella prospera fortuna fu sempre modestissimo, e gli altri tratteneva da qualunque ingiuria o contumelia. N questo invero  strano, mentre a tutti egli stesso porgeva l'esempio, e avendo questo grandissima forza, d'uopo non era che facesse uso di gastighi.
(688) Ma oserei certamente affermare che, dopo Giulio Cesare nissun uomo troverassi avere avuto l'Italia, che a buon diritto si potesse col solo Francesco Sforza paragonare. Il quale per verit, vinto avendo sempre, n mai essendo stato vinto, fin i suoi giorni in modo che a tutti non meno lasci un vivo desiderio, che un retaggio di lagrime. Rer, Italic. Script., tom. XXI, col. 779.
(689) Corio.
(690) Nella mia raccolta ho alcune monete di Milano che portano il nome d'entrambi.
(691) Francisci Cicerei Epistolar., vol. II, p. 174, Mediol. 1782, stampa dell'Imp. Monast. di Sant'Ambrogio.
(692) All'anno 1469.
(693) All'anno 1473.
(694) Gli scrittori oltramontani conservano una memoria favorevole del re Mattia I.  da essi risguardato come un principe generoso, guerriero, politico, religioso, amico delle belle arti, uomo colto; ed a lui si attribuisce la biblioteca di Buda, corredata de'migliori libri greci e latini. Il Corio per narra avvenimenti accaduti ai suoi tempi e pubblici.
(695) Di questo Cola Montano si trova nell'archivio pubblico un contratto ch'ei fece l'anno 1473 il 6 d'agosto, rogato dal notaro Antonio Zunico. Il contratto  con uno stampatore tedesco di Ratisbona chiamato Cristoforo, ed ha per oggetto una societ per istampare. Si vede che Cola Montano era figlio di Giacomo, ed abitava sotto la parrocchia di San Rafaello; ma non si dice che fosse Bolognese.
(696) La duchessa Bianca Maria prudentemente gli richiam.
(697) Eterna vivr la fama di s gloriosa impresa.
(698) L'anno seguente si ribellarono di nuovo; poi un'altra volta nel 1488 si assoggettarono.
(699) "Mentre bramo salvar la patria e il duce,
Da scaltri traditor son tratto a morte.
Ma celebrar lui debbe immensa lode,
Che, per serbar la f, sprezz la vita."
(700) Rogato dai notai Francesco Bolla e Candido Porro.
(701) Cfr. Apostolo Zeno, Dissertazioni Vossiane, vol. II, art. Bernardino Corio. (Nota di A. F. Frisi).
(702) Queste nozze erano gi state concertate undici anni prima, cio nel 1480, mentre la sposa, figlia d'Ercole d'Este, aveva sei anni.
(703) Risplendenti di toghe purpuree e di scarlatto.
(704) Coi petti ritagliati al disotto delle mammelle, e col pallio alla maniera gabina, scendendo dall'omero destro al lato sinistro.
(705) Con moderazione e venust.
(706) Il Corio dice: Lodovico Sforza, gi inducto da Hercule Estense e da la mugliere, in tutto cominci aspirare alo intero governo dil Stato; all'anno 1489. Rispetto poi alle rivalit dice, all'anno 1491, Quivi tra Isabella mogliere dil duca e Beatrice, per volere ciascuna de loro prevalere ad altra tanto di loco et ornamento quanto in altra cosa una tanta emulazione e sdegno cominci tra ambe due, che finalmente, come sar demostrato nella parte seguente, sono state causa de la totale eversione dil suo imperio.
(707) Il Corio lo attesta all'anno 1493; il che conferma quanto antecedentemente accennai sulla venuta di Galeazzo Maria dalla Francia a Milano, cio che vi fossero stazioni regolate pel cambiamento de'cavalli.
(708) Antonio Grumello, nella cronaca MS, che ritrovasi presso il signor principe Alberigo di Belgioioso d'Este al foglio II, disse: Ritrovandosi il gallico re in la citt de Pavia el intexo Jo. Galeaz Sfortia, ducha di Milano, esser gravemente infermo di una febbre tossichata, vuolse sua maest vederlo: el prelibato ducha humanamente salutando sua maest, et re gallico confortandolo a la salute, et che sua maest mai hera per mancharli. Vedendo Jo. Gz. Sfortia esser al fine di sua vita, ricomandato el suo unigenito figliuolo Francesco Sfortia, conte di Pavia, al gallico re, pregando sua maest lo voglia aceptare per suo figliolo et con humanissime parole fu acceptato da esso re gallico, et non dubitasse che mai hera per mancarli e mantenerlo in stato felicissimo.
(709) Il prefato Giovanni Galeazzo riconobbe dal popolo milanese il ducato stesso e la contea, il che torn in grandissimo pregiudizio dell'Impero, e perch  di consuetudine del Sacro Romano Impero di non mai investire alcuno di qualche Stato da esso dipendente, se questo egli usurp col fatto, e da altri lo abbia riconosciuto. Il Corio gli d per extensum all'anno 1494.
(710) Cambiata, l'anno 1783 per servire al monte di Santa Teresa, recentemente collocatovi. E qui vuolsi notare che gli scudi in bianco marmo rappresentanti i duchi di Milano, che servivano di ornato alla facciata di questa casa, furono preservati dal nostro storico, e collocati in ordine nel primo cortile della sua casa paterna, ivi dicontro. (Il Continuatore).
(711) La chiesa della madonna di San Celso  veramente il primo monumento e il pi antico di esatta architettura. La facciata dell'arcivescovado e il palazzo dell'arcivescovo si formarono dall'arcivescovo Guido Guido Antonio Arcimboldi. Il claustro di Sant'Ambrogio si fabric dal cardinale Ascanio Sforza. Veggasi il Lattuada, Descrizione di Milano, tom. IV, p. 308. Due altre chiese si fabbricarono in que'tempi, cio la Rosa e la Passione, meritevoli di essere osservate. Anche la cupola delle Grazie  di quei tempi, e si assomiglia alla prima maniera della casa Marliani.
(712) Raccolta Milanese stampata presso Antonio Anelli 1756, 2 vol. in 4 Nel primo volume, dal foglio 2 fino al 22, trovansi parecchi sonetti di messer Gaspare Visconti, con alcune notizie intorno all'autore. (Nota di A. F. Frisi).
(713) Di questi broccati pesantissimi se ne veggono tuttora in un vecchio paramento che conservasi presso i Domenicani delle Grazie. La statua di Beatrice d'Este, che  nella Certosa di Pavia, ci mostra la ricchezza e il peso di quei vestiti di allora. L'immagine di Beatrice vedesi pure in un quadro della scuola di Lionardo a Sant'Ambrogio ad Nemus. Ella vi  in ginocchio coi due suoi figli Massimiliano e Francesco, e collo sposo Lodovico il Moro.
(714) Queste poesie furono da me copiate da un antico codice manoscritto originale dell'autore medesimo, il quale si custodisce fra molti altri manoscritti nella pregevolissima collezione del signor principe Alberico di Belgioioso d'Este. In esso leggonsi pi centinaia di sonetti ad imitazione del Petrarca. Leggesi pure una commedia in ottava rima dello stesso Visconti; poesie, a dir vero, di poco valore.
(715) L'autore Gaspare Visconti mori all'et d'anni 38, il giorno 8 di marzo l'anno 1499. Vedi Argelati Biblioth. Scriptor. Mediolan., tom. II, parte prima, col. 1604.
(716) "Sparsi i campi al veder d'armi e d'armati,
Scossa, trem tua pace, o Lodovico;
Sorgi, a me disse, tutt'intorno suona
Il ferro ostil, e me cacciata in bando:
L'armi dispon chi mi ripose in seggio.
Pei santissimi dritti ora te invoco
Del veneto senato, e me del sommo,
Se il puoi, periglio a liberar t'appresta.
Risposi allor: No, non temere, o Diva,
Lodovico t'adora, e del tuo Nume,
Pi ancor di quel di Giove, egli gioisce.
N gi guerre temer, che ne son queste
Sol le sembianze e i simulati giuochi:
N qui armeggiar, se non a pompa, lece.
Or dunque vanne, e abbandonando il cielo,
Orna la terra, o almen, poich tue veci
Compier questi sol pu, se in l'alte sedi
Ami recarti, in terra e in mar difendi
Gli Sforza fidi, in guerra e in pace egregi".
(717) Tomo II, delle Opere, Milano, presso Galeazzi 1783, p. 468.
(718) Tutte queste notizie sono tratte dal vol. I, num. 17 della collezione illustre del signor principe Belgioioso d'Este. Quell'antico MS. contemporaneo dice di quest'ultimo segretario camerale: se faceva per esso secretario uno quaterneto de tutti li salariati, quale se faceva sottoscrivere da l'excelentia del duca, insieme con un rotulo, che se domandava la lista grande de li salariati, in la quale per via de summario, era descripto tutta la spesa del Stato, la quale se mandava inclusa in una lettera ducale expedita per el dicto secretario alli magistri de le entrate ordinarie et thesaurero, commettendoli che facesseno fare la expeditione de li pagamenti secundo era annotato in esso quaterneto et lista alli tempi debiti et secundo l'ordine de la corte; e cos si faceva.
(719) 2 Il Prato asserisce che le entrate ducali ascendessero nel 1399, a ducati ossia zecchini settecento ottantamila. Il Corio all'anno 1492, dice seicentomila. Da un MS. gentilmente mostratomi dal chiarissimo signor presidente conte Carli, le ducali entrate allora erano zecchini 424,472; io mi sono attenuto al Corio, supponendo che il minor calcolo comprenda le sole entrate ordinarie. Paragonata poi l'estensione dello Stato d'allora, le opere grandiose che si intraprendevano, con seicentomila ducati, se ne dedurr una nuova conferma di quello che in pi luoghi ho indicato, cio sul valore de'metalli nobili maggiore assai in que'tempi che non lo  ai giorni nostri. Un uomo con cent'once d'oro oggid  meno ricco di quello che lo fosse allora uno che ne possedesse cinquanta.
(720) Vol. I, Miscellanea, num. 14.
(721) Oltre il Corio, veggasi Gaillard, Histoire de Franois Premier. - Edizione seconda di Parigi, presso Saillant et Nyon 1769, tom. I, p. 137.
(722) Il Tesoriere era allora il presidente della camera, e cotesto Landriano che adul il duca, fu il medesimo che nel Consiglio ducale lo fece acclamare, ad esclusione del legittimo successore.
(723) Veggasi la Cronaca di Antonio Grumello pavese. MS. del signor principe di Belgioioso d'Este, foglio 19, tergo, e foglio 20.
(724) MS. di Antonio Grumello, pavese, presso il signor principe di Belgioioso, foglio 22 tergo.
(725) Dove oggid stanno i Teatini.
(726) Quaranta damiselle milanesi non gi dell'inferiore: cos il Prato.
(727) Giovanni Andrea da Prato  l'autore che io scelgo per guida, or che il Corio cessa di raccontare. Da esso Prato, che conservo manoscritto, ho tratti i minuti avvenimenti che ho creduto di non omettere, poich mostrano il carattere di quel buon principe.
(728) Perpetuo edicto et inviolabili decreto... statuimus, ordinamus, et lege perpetuo valitura stabilimus.
(Con perpetuo editto e decreto inviolabile... stabiliamo, ordiniamo e vogliamo, con legge che debba valere in perpetuo)
(729) Damus et concedimus per praesentes potestatem seu auctoritatem decreta nostra ducalia confirmandi, et infirmandi, dandi omnes quascumque dispensationes, Statutorum et ordinatorum confirmationes etc. E rispetto alle concessioni del Re medesimo dice: nisi prius fuerint in dicto senatu nostro praesentatae, interinatae, et verificatae, nullius firmitatis, effectus vel momenti esse poterunt; easque, tam concessas quam concedendas, decerminus per praesentes et irritas inanes.
(Diamo e concediamo, colle presenti, podest o sia autorit di confermare e di annullare i nostri decreti ducali, di concedere ogni qualunque dispensa, di confermare gli statuti e le ordinazioni ecc... Se da prima non saranno nel detto senato nostro presentate, interinate e verificate, non potranno essere di alcuna forza, effetto e conseguenza; e colle presenti dichiariamo irrite e nulle, tanto le gi concedute, come quelle che potessero concedersi).
(730) Proruppe in ira cos grande, che sembrava avere perduta tutta la prudenza.... E tardi conobbe che, tumultuando il popolo, pi vantaggiosa riesce l'umanit e la mansuetudine, che l'arroganza.
(731) Tres vultus Trivultio.
(Tre volti ha il Trivulzio).
(732) Egli era al servigio degli Aragonesi in Napoli, mentre essi minacciavano Lodovico Sforza: quando poi Carlo VIII conquist quel regno, il Trivulzio si pose allo stipendio della Francia, e molta parte ebbe nell'aprire il varco al re nei passi di Fornuovo alla Val di Taro.
(733) Corio, all'anno 1499.
(734) Del Corte cos scrive il Guicciardini al lib. IV, raccontando il prezzo ch'egli ottenne; ma con tanta infamia, e con tanto odio, eziandio appresso ai Francesi, che, rifiutato da ognuno come di fiera pestifera, e abbominevole il suo commercio, e schernito per tutto dove arrivava con obbrobriose parole, tormentato dalla vergogna e dalla coscienza, potentissimo e certissimo flagello di chi fa male, pass non molto poi per dolore all'altra vita.
(735) Tom. II, p. 117.
(736) Quod ad Rempublicam attinet, jam licet omnibus intueri quod in magno omnia ancipiti, seu potius praecipiti pendent. Sfortianos constat sexdecim milium peditum delectum ex Elvetiis fecisse, mille cataphractos ex Germania Burgundiaque contraxisse, tormenta aenea, machinas, pilas, pulveresque coemisse, atque comunis opinio est quod medio januario superatis Alpibus Gallos invadent, atque eos pellere aut profligare conabuntur. E contra comes Lignyaci, cujus in re bellica auctoritas suprema est (licet proregis nomen Jo. Jacobo Trivultio datum sit) omnes cataphractos apud Comun cogit.... E continua a spiegate le disposizioni per la difesa, che facevansi dai Francesi; cujus exitum utinam Mediolanenses (quae foret insolita eorum prudentia) expectarent! At plurimi sunt, maxime ex Gibellina factione, qui, more impatientes, jamjam civitatem scindere, amicos, affinesque unire, armaque capere non dubitant, quod dicant memoratum Trivultium statuisse capita ipsius Gibellinae factionis perdere, alios obsides in Galliam mittendo, alios proscribendo, alios in custodiis habendo; dicentes propterea se, armatos, vim vi repellere velle, hujusmodique armis non in regis perniciem aut damnum, sed tuitionem et salutem, si expediat, se usuros jactantes. Huic quasi seditioni fomentum non exiguum praestant memoratus Lignyaci comes et Lucionensis episcopus, Senatus Cancellarius et justitiae, ut ajunt, caput; qui ambo, ut sunt Trivultii aemuli, aegre ferunt quod apud eum remaneat illud nudum proregis nomen; sperantque hac ratione Regem coactum iri ut Trivultium deponat, cum intelliget, eo etiam solam sceptri imaginem retinente, seditionem extingui minime posse: iique ambo, quasi fatentes eam esse pravam et subdolam Trivultii mentem in Gibellinos, quam ipsi verentur, nec affirmantes long alienam esse regis voluntatem, qui nullo discrimine omnes Gibellinos Guelfosque habet, non reprehendunt, sed quadam taciturnitate probant, Gibellinosque armari ac stipari, seditionem in dies magis et magis augeri; quum et Trivultius et omnes fere Guelfi partes ejus secuti, non minus quam Gibellini, se muniant clientibus et armis, et vim nedum repellere, sed etiam inferre parent. Prosiegue antivedendo i mali, che ne nacquero in fatti, e conclude la lettera cos: tunc, inquam, cognosceremus quanto subjectis populis salubrius sit contendentibus de imperio principibus, spectatores, quam auxiliatores esse.

(Per quello che spetta alla repubblica, si pu ora da tutti riconoscere, che tutte le cose pendono in uno stato dubbioso o piuttosto precipitoso. Egli  certo che gli Sforzeschi hanno arruolato sedicimila fanti tra gli Svizzeri raccolti; mille cavalli di grave armatura dalla Germania e dalla Borgogna, comperati cannoni di bronzo, macchine, palle e polvere, e la comune opinione  che alla met di gennaio, superate avendo le Alpi, assaliranno i Francesi, e si studieranno di cacciarli o di sconfiggerli. All'opposto il conte di Ligny, che ha il supremo comando nelle cose militari (bench il nome di vice-re sia dato a Giovan Giacomo Trivulzio) tutti i suoi cavalli di pesante armatura riunisce presso Como... Il di cui esito volesse il cielo che i Milanesi (il che sarebbe una prudenza in essi insolita), aspettassero! Ma moltissimi sono, massime della fazione ghibellina, che, impazienti di ritardo, non dubitano gi a quest'ora di dividere la citt, di riunire i loro amici e congiunti, e di pigliare le armi, perch dicono che il memorato Trivulzio abbia stabilito di rovinare i capi della stessa fazione ghibellina, mandandone altri ostaggi in Francia, altri proscrivendo, altri ritenendo nelle prigioni; soggiungendo per questo che essi, armati, respignere vogliono la forza colla forza, e vantandosi che di queste armi si serviranno non gi a discapito o danno del re, ma qualora occorra alla loro difesa e salvezza. A questa specie di sedizione prestano non piccolo fomento il gi nominato conte di Ligny ed il vescovo di Luon, cancelliere del senato, e capo, come dicono, della giustizia, i quali, essendo l'uno e l'altro emuli del Trivulzio, mal soffrono che presso di esso rimanga quel nome nudo di vicer, e sperano che per questa ragione il re sarebbe forzato a deporre il Trivulzio, qualora venisse a sapere che, ritenendo la sola immagine dello scettro, la sedizione non potrebbe estinguersi, ed essi, quasi confessando ambidue essere quella intenzione trista e subdola del Trivulzio contra i Ghibellini, la cosa che essi temono, n asserendo molto lontana da quello la volont del re, che tutti i Ghibellini e i Guelfi riguarda senza alcuna differenza; non riprendono, ma anzi con un certo silenzio quelle mosse approvano, e che i Ghibellini si armino e si rafforzino, e che la sedizione giornalmente a maggior grado si accresca; mentre anche il Trivulzio e tutti quasi i Guelfi seguaci del di lui partito, non meno che i Ghibellini, si muniscono di partigiani e di armi, e non solo si preparano a respignere la forza, ma anche ad adoperarla... Allora dissi, conosceremmo quanto pi salutare sia ai popoli suggetti l'essere spettatori che non ausiliari dei principi che dell'Imperio contendono).
(737) Vinto certamente dall'efficacia dell'argomento, prest la mano; tuttavia, mentre mi conged, conobbi che egli era quasi sdegnato; giacch come tu sai, i principi quello che essi vogliono, sogliono volerlo di troppo, e ben sovente pongono mente piuttosto a quello che giova, che non a quello che conviene. Cos nella lettera 28 febbraio 1500, a Giovannangelo Selvatico.
(738) Fra questi deve esser pure compreso l'illustre Guicciardini, lib. IV.
(739) Veggasi lettera 30 aprile 1500 a Girolamo Varadeo.
(740) Se stesso non cessava di rimproverare, e di accusare la propria pusillanimit, n ben sapeva a quale consiglio si appigliasse.
(741) L'infelice Lodovico, che non aveva potuto cangiare i lineamenti del viso n l'aspetto della maest, che sempre ebbe nel volto, n la sua figura principesca, bench le vesti mutate avesse, conosciuto fu e preso.
(742) Fatta all'istante un'irruzione.
(743) Gli present sei vestiti, due di stoffa d'oro, due d'argento, due di seta con altretanti giubboni, e paia sei calze di scarlatto, e dodici camisce di renso, con scarpe e berrette similmente d'oro. Queste minuzie, riferite dal Prato, danno idea del vestire di quei tempi, e fors'anco della cura maggiore che si aveva per l'apparenza, che per la mondezza, non frequentemente allora cambiandosi le vesti che immediatamente ci toccano.
(744) Espugnata avendo Alessandria, distrutto l'esercito, caccia il duca Lodovico Sforza, e tornato presso Novara, lo sconfigge e lo fa prigioniero.
Avendo io fatte molte ricerche, anni sono, sulle regalie alienate dai sovrani di questo Stato, o donate ai sudditi, ho osservato che al tempo del duca Filippo Maria si cominci a staccarle, ed ho trovate cinque vendite e quattordici donazioni. Quel principe, non avendo eredi, cominci a largheggiare. Poi, sotto Francesco I, fu il pi gran colpo di distacco, contandosi sedici vendite, e ben quarantaquattro donazioni di regalie. Anche sotto Francesco Sforza s'introdusse il patto di abdicare in alcune vendite di regalie, la ragione fiscale di ricuperarle al prezzo medesimo. Le donazioni non furono mai tante poi, quanto sotto Francesco, che doveva rendere accetta la signoria, che mancava in lui di legitima ragione; ma sotto Lodovico il Moro in vece grandiose furono le vendite, delle quali ne ho contate settantaquattro. Tutto il secolo XVI fu pi moderato. Non  da maravigliarsi che il duca Filippo Maria, ultimo di sua casa, donasse largamente le regalie annesse alla sovranit e destinate a sostenerla. Oltre quelle che, pel terminare delle famiglie, nel corso di tre secoli saranno rientrate nel ducale patrimonio, ne rimanevano tuttora in mano di privati quattordici, dieci anni sono. N vi  pure da maravigliarsi, se dieci anni fa rimanessero ben quarantaquattro donazioni di regalie fatte da Francesco Sforza, che voleva appoggiare la sua donazione alla benevolenza ed al consenso de'popoli. 
(745) In Porta Romana nella contrada della Ruga Bella.
(746) Questo palazzo era dove ora trovasi la casa del marchese Litta in Porta Vercellina.
(747) Nella cinta del muro intorno alla chiesa di San Dionigi vi si pose una lapida con queste parole: Lodovicus, Galliarum rex et Mediolani dux, parta de Venetis victoria, hic equum ascendit, ut in urbe triumpharet.
Lodovico, re di Francia e duca di Milano, ottenuta avendo la vittoria su i Veneti, qui mont a cavallo onde nella citt trionfasse.
(748) Muratori, Annali d'Italia, (1509) - Du-Mont Corp. Diplomatique.
(749) Lib. IX.
(750) Guicciard., lib. X.
(751) Lib. X.
(752) Lib. X.
(753) Leggasi l'Apologia che ne ha fatta l'abate Francesco Marucchi nella tragedia intitolata: L'Avogadro.
(754) Lettera del Cavaliere Bayard a Lorenzo Aleman, suo zio, stampata in fine della tragedia del signor Belloy citata.
(755) 
SIMVLACRO DI GASTONE DI FOIX
CONDOTTIERO DEGLI ESERCITI FRANCESI
CADVTO NELLA BATTAGLIA DI RAVENNA NELL'ANNO
MDXII
ESSENDO NELLA RESTAVRAZ. DELLA CHIESA DI S. MARTA
DISTRVTTA LA DI LVI TOMBA
LE VERGINI DI QVESTO MONASTERO
ALLA IMMORTALITA'DI SI'GRANDE CAPITANO,
IN QVESTO LVOGO LO FECERO COLLOCARE
NELL'ANNO MDLXXIV

(756) Mathieu Skeiner, cardinal de Sion, le boute-feu de la Sainte Ligue, lui qui joua dans toutes ces guerres le vritable rle de l'Alecto de Virgile; ce Prtre sanguinaire eut la lchet de faire exhumer le Hros de la France, sous prtexte de l'absurde excommunication lance contre le ennemis du pape. Les Franois et beaucoup d'Italiens, souhaitoient alors  Jules II et au cardinal Skeiner, autant de droiture, de justice, d'honneur et de bont, qu'en avoit eu le Prince, dont ils osoient ainsi damner l'me et outrager les cendres. Belloy.
(757) Et vous assure que de cent ans le royaume de France ne recouvrera la perte qu'il a faite.
(758) Veggasi Guicciardini, lib. 4. - Muratori, Annali, all'anno 1512. - Istoria del dominio temporale della Chiesa sopra Parma e Piacenza, ediz. roman., p. 122. - Du Mont, Code Diplomat., T. IV, P. I., pp. 137 e 173. - Angeli, Ist. di Parma, lib. V. - Alberti, Descriz. d'Ital., p. 369.
(759) Siccome pu vedersi nel tomo II, cap. XIII.
(760) Lib. XI.
(761) Gaillard, Vie de Franois Premier, roi de France, tomo I, p. 140.
(762) Guicciard., lib. XI.
(763) Prato.
(764) Misero il paese il cui re  un fanciullo!
(765) Beatissimo Padre. - Manifesta ed abbastanza nota  presso la Santit Vostra la smoderata ed eccessiva ambizione di dominare in lungo e in largo, e la cupidigia di usurpare indebitamente l'altrui del re de'Francesi, cosicch non solo sembra aspirare con tutti i suoi desiderii al principato milanese, ma anche al soggiogamento di tutta l'Italia: (e conclude alfine) per la qualcosa io sono forzato di ricorrere alla Beatitudine Vostra, per cosa che cader ad evidente vantaggio di tutta l'Italia, e a me provveder in una cos grande pubblica calamit; supplicando altres affinch, provvedendo alle premesse cose, la Beatitudine vostra, coll'autorit apostolica della quale  investita, di moto proprio, per certa scienza e per pienezza della podest anche assoluta, si degni di accordare licenza, podest ed autorit di imporre in tutta la giurisdizione del ducato di Milano le predette aggiunte di trenta soldi per ogni staio di sale, ecc. Miscellanea MS., vol. I, n. 9.
(766) Ibidem, vol. I, n. 3.
(767) Il contratto di questa vendita, fatta il giorno 11 luglio 1515, trovasi nell'Archivio Civico, e si scorge che il reddito del Naviglio grande si consider di non pi che annue lire 1200.
(768) Vedi Prato.
(769) Ibid.
(770) Miscellan., vol. I, n. 12.
(771) MS. Miscellanea, tom. I, n. 12.
(772) Lib. XI.
(773) Prato.
(774) Idem.
(775) Havuto nova Maximiliano Sforza ducha di Milano, et il cardinale elveticho del preparato exercito gallico et del preparato exercito veneto (dopo morto Lodovico XII) per la imprexa de lo imperio Mediolanense; facto suo consulto de resistere a tanto impeto unito contra esso imperio, il cardinale, per levar ogni suspecto qual haveva a lo epischopo laudense Sforzescho, qual gubernava lo imperio Mediolanense, fece prendere esso epischopo et condurlo prigione nel castello di Porta Giobia, dove subito posto alla tortura li fu dato squassi quattordici di corda, et altro non poteno havere da esso epischopo, MS. Belgioioso, fogl. 79, tergo, e 80.
(776) Gaillard, Vie de Franois Premier, tom. I, p. 214.
(777) Ibidem, p. 224.
(778) Prato.
(779) Prato.
(780) Guicciard., lib. XII.
(781) Guicciard., lib. XII.
(782) Lib. XII.
(783) Veggasi Gaillard, tom. I, alle pp. 270, 274.
(784) Lib. I, f. 6. L'ingenuit di questa Cronaca appare dalla semplicit e barbarie medesima colla quale  scritta. L'autore era un merciaio, che, avendo bottega in Milano, si compiaceva di registrare gli avvenimenti del suo tempo. Corre manoscritta questa Cronaca di Gian Marco Burigozzo, e comprende gli avvenimenti dal 1500 al 1544.  curiosa la maniera colla quale termina: come vedrete nella Cronica de mio figliolo, imperciocch per la morte che mi  sopragiunta non posso pi scrivere. Queste parole verosimilmente vennero aggiunte dal figlio, il quale o non compose poscia la continuazione della Cronaca, ovvero se la compose ella non  giunta a mia notizia; di questa Cronaca mi accadr pi volte in seguito di servirmene.
(785) Hyeronimo Morono dette zanze al gallico re d'andar in la citate de Brixio senatore, secondo la mente dil re, et stato alquanti giorni in la citt Mediolanense, fu significato ad esso Morono dovesse pigliar il cammino de la Gallia transalpina ed andar al suo offitio, dove esso Morono, charichato sei cariaggi de le sue tutte bone robe, pigli il camino di lo Apenino. Gionto appresso allo Apenino pigli il camino de le montagne de Genovese et poi di Modena, et in quella fece dimora per alquanti anni, et il gallico re fu piantato dal Morono. Cronaca di Antonio Crumello, pavese. MS. Belgioioso, fogl. 83, tergo.
(786) Giovio, lib. VI, Storia. - Gaillard, Storia di Francesco I re di Francia, tom. I, cap. III. - Prato.
(787) Il re cristianissimo, volgendo nell'animo la fedelt e la integrit che i cittadini milanesi mostrarono verso Sua Maest, e i danni intollerabili che essi sopportarono, liberamente dona e concede alla predetta citt la somma di diecimila ducati di rendita annua e perpetua, esigibili per mano del ricevitore della citt dai gabellieri delle mercatanzie, la quale somma sia convertita soltanto ad utilit della citt predetta, e non altrimenti.
(788) Cos nel libro di Carlo Pagano, stampato in Milano da Agostino Vimercato l'anno 1520, p. 6.
(789) Pagano, suddetto.
(790) Osservando e non osservando il diritto comune.
(791) Essendo quell'uffizio cagione a tutti di terrore.
(792) Arte del buono e del retto, e scienza del giusto e dell'ingiusto.
(793) Questo accadde per disposizione data il giorno primo di luglio del 1518, come scorgesi alla p. 30 della relazione MS. che l'erudito ed esatto abate Lualdi, prefetto dell'Archivio della citt, ha presentata l'anno 1784 al Consiglio Generale.
(794) Prato. - Burigozzo, lib. I, fogl. 9 e 10.
(795) Une trs-belle et honeste dame que le roy aimoit, et faisoit son mary cocu, di lei dice Brantome nel discorso sopra il maresciallo di Lautrec.
(796) Gaillard, tom. I, p. 352.
(797) Gaillard, tom. I, p. 360.
(798) Gaillard, tom. I, p. 361.
(799) CHI MAI NON RIPOSO'QUI RIPOSA. TACI.
(800) Tom. II, p. 202.
(801)  da vedersi Apostolo Zeno nelle sue Dissertazioni Vossiane, tomo II, sul merito della storia del Corio da molti a torto disprezzata. Cos pure Justi Vicecomitis pro Bernardino Corio Dissertatio. Giusto Visconte  il finto nome del P. Mazzucchelli C. R. Somasco, il cui elogio trovasi nel Giornale de'Letterati d'Italia.
(802) Gaill., tom. II, p. 217.
(803) Lib. XIV.
(804) Cronaca di Antonio Grumello, cittadino pavese. MS. Belgioioso.
(805) Nec parvi momenti apud Leonem Carolumque ea ratio fuit, quod Sfortiarum nomen in magna gratia esse apud omnes fere populares Mediolanensis ditionis constabat, quorum studium ad bellum conficiendum magno usui fore non dubitabatur. Quibus rebus proponendis et commemorandis Hieronymus Moronus civis Mediolanensis, vir magni consilii et auctoritatis, per litteras et nuncios principes italicos ad bellum pro Francisco Sfortia, cujus erat valde studiosus, suscipiendum e Tridento cohortabatur: Mediolanenses vero ut a rege Gallorum, cui Moronus erat infensus, deficerent, cunctis rationibus sollicitabat. - Johannis Genesii Sepulvedae Cordubensis Opera cum edita tum inedita, accurante Regia Historiae Academia - Matriti, ex Typographia Regia, anno 1780. - Vol. I, pp. 124 et 125.

(N di poco vigore fu presso Leone e Carlo quella ragione, che il nome degli Sforza si sapeva essere in gran favore presso tutto quasi il popolo della giurisdizione milanese, del quale non dubitavasi che l'attaccamento sarebbe il grande aiuto per la guerra che fare dovevasi. E a proporre e rammemorare queste cose contribuiva Girolamo Morone, cittadino milanese, uomo di alto consiglio e di grande autorit, il quale con lettere e con avvisi da Trento esortava i principi italiani ad intraprendere la guerra per Francesco Sforza, al quale era molto attaccato. I Milanesi poi con tutti gli argomenti esortava il Morone a staccarsi dal re dei Francesi, al quale egli era avverso. - Opere di Giovanni Genesio Sepulveda, di Cordova, tanto edite, quanto inedite, pubblicate per cura della Regia Accademia di Storia. - Madrid, dalla Regia Tipografia, 1780.)
(806) Gaillard, tomo II, p. 209.
(807) Cos dice il Gaillard, tomo II, p. 209. Il Guicciardini dice pi di centocinquanta fanti, lib. XIV. Mi attengo al Francese, perch l'esatta relazione sar stata data anzi al re, che al governatore di Reggio.
(808) Lib. XIV.
(809) Guicciard., Lib. XIV.
(810) Cronaca di Antonio Grumello. MS. Belgioioso, fogl. 102, tergo.
(811) Descrizione di Milano, tomo IV, p. 444.
(812) Guicciard., lib. XIV.
(813) Guicciard. - Gaillard. - Sepulveda. - Cronaca Grumello, fogl. 106, tergo.
(814) Guicciard., lib. XIV.
(815) Gaill, tomo II, p. 234.
(816) Cronaca Grumello, fogl. 103.
(817) Grumello, fogl. 104.
(818) Tomo 2, p. 217.
(819) Anche Francesco Sforza, che seguitato era da seimila Tedeschi, giunse a Milano con singolare rallegramento della citt, (e ne adduce il motivo) perch era uomo della cui cortesia, temperanza e giustizia, grande era l'opinione nel popolo.
(820) Guicciard., lib. XIV.
(821) Grumello, Cod. MS. Belgioioso, fogl. 112.
(822) Gaillard, tomo II.
(823) Avendo adunque comandato lo Sforza a tutto il popolo di pigliare le armi, men fuori seimila armati e cos pure quattro cento cavalli, e con questi fermossi alla Bicocca sulla strada che conduce a Monza. Sepulveda, p. 131.
(824) Grumello. Cr. MS. Belgioioso, fogl. 115.
(825) Guicciard., lib. XIV.
(826) Gaillard.
(827) Le date le attesta Burigozzo.
(828) Lib. XII. - Gaillard lo nomina Andrea de Ferrara, tomo II, p. 286.
(829) Veggasi il MS. del senatore Visconti nella Collezione Belgioioso d'Este, pp. 181 e 195. Nella Collezione medesima, MS. Miscellanea, tom. I, num. 21, si legge il contratto per la somministrazione del sale fatto fra il duca e Domenico Saulo, genovese. Ogni anno s'introducevano circa staia 330 mila sale, met rosso e met bianco, di Tortosa a soldi 20 lo staio posto alle gabelle. Col ducato a lir. 5 potr il Saulo estrarre 6000 some met frumento e met riso fatto, e ci gratis. Pagher il Saulo al duca per onoranza annue lire 25 mila; le tratte per non siano libere, se non sinch il frumento non passi nel prezzo lire 5, 10. Se il Saulo da Venezia far consegnare st. 150 mila sale Cipro, sar tenuto in computo di quello di Genova, e similmente pagato.
(830) E far possa tutto ci che sar d'equit e di giustizia.
(831) Brantme, Vie de Francois Premier, dice che Saint-Blanay en paya la menestre par aprs, car il fut pendu  Montfaucon.
(832) Brantme, Hommes illustres.
(833) Essendo i custodi in parte consunti da malattia, in parte sfiniti per tedio della lunghezza e per inopia dei cibi.
(834) P. 139.
(835) Vie de l'amiral Bonnivet.
(836) Guicciard., lib. XIV. - Burigozzo. - Sepulveda. - Gaillard, tomo III.
(837) Guicciard., lib. XV. - Gaill., tom. III.
(838) Lib. XV.
(839) Gaillard, tom. III, p. 102.
(840) Burigozzo.
(841) Guicciard., lib. XV.
(842) Gaillard, tom., III, p. 113.
(843) Sebbene Gaillard, tom. III, p. 117, dica seguta la morte di Prospero Colonna il 30 dicembre, io credo al Burigozzo, che vivea allora in Milano, e la dice seguta il 28.
(844) Guicciard., lib. XV.
(845) Gaillard, tom. III, p. 136. - Guicciard., lib. XV.
(846) In questa ritirata mor in un fatto d'armi fra Gattinara e Romagnano il cavaliere Bayard, illustre per la magnanimit, per la fede e per il valor suo. Di esso molto parlano le storie di que'tempi.
(847) Burigozzo.
(848) MS. Belgioioso, fogl. 129.
(849) Sfortia ipse cum Mediolanensium non contemnenda manu. Expugnatoque ponte quo Ticinus ad Abbiagrassum committitur (nam et hic gallico praesidio tenebatur), oppidum ipsum magno impetu oppugnare aggreditur, captumque, deleto praesidio, militibus diripiendum permisit, atque ea victoria laetus, Mediolanum cum praeda magna quidem, sed Mediolanensibus perniciosa revertitur; pestis enim, quae Abbiagrassum afflixerat, Mediolanum ex contagione tam vehementer invasit, ut supra quinquaginta hominum millia ex hac urbe, grassante morbo, absumerentur - Sepul., p. 149.
(Lo Sforza medesimo con un numero non ispregievole di Milanesi. Ed espugnato il ponte che trovasi sul Ticino presso Abbiategrasso, (perciocch anche questo tenuto era da presidio francese), quel borgo stesso con grande impeto si accigne ad assalire, e preso avendelo e distrutto il presidio, ai soldati ne concedette il saccheggio; e lieto di quella vittoria, torna a Milano con grande preda bens, ma ai Milanesi perniciosa; perciocch la peste, che Abbiategrasso aveva afflitto, invase Milano con un contagio di tale veemenza, che pi di cinquantamila uomini di questa citt, imperversando quel morbo, perirono.
(850) Che pi di cinquantamila uomini nella citt perirono, oltre innumerabili altri che mancarono nei villaggi. Lib. IV, p. 175.
(851)Milan n'toit plus cette ville florissante, qui suffisoit autrefois  sa defense, et dont les bourgeois toient autant de soldats. Les ravages qui avoient t faits par la peste l'avoient change en un vaste dsert. Gaill., tom. III, p. 184.
(852) Ce fut luy seul qui conseilla au roy de passer les monts, et suivre monsieur de Bourbon, ayant laiss Marseille, non tant pour le bien et service de son matre, que pour aller revoir une grande dame de Milan, et des plus belles, qu'il avoit faite pour maitresse quelques annes devant, et en avoit tir plaisir, et en vouloit retaster. J'ay ouy dire ce conte  une grande dame de ce temps-la, et mesme qu'il avoit fait cors au roy de cette dame, (qu'on dit que s'appelloit la signora Clerice, pour lors estime des plus belles de l'Italie), et luy en avoit fait venir l'envie de la voir, et coucher avec elle: et voil la principale cause de ce passage du roy, qui n'est  tous connu. Ainsi, la moiti du Monde ne sait comment l'autre vit; car, nous cuidons la chose d'une faon, qui est de l'autre. Ainsi, Dieu qui sait tout, se mocque bien de nous.
(853) Veggasi l'opera di Francesco Tegio, fisico e cavaliere, stampata in Pavia per Giovanni Andrea Magri, 1655, intitolata: Pavia assediata da Francesco I Valois, re di Francia.
(854) Le date sono del Burigozzo; del rimanente vedi Gaillard, tom. III, p. 184.
(855) Vix dum erant Caesariani Mediolano per portam quae Romana dicitur, ordine servato, ne profectio similis fugae videretur, digressi, cum per Ticinensem et Vercellensem Galli succedebant; nec tamen rex ipse Mediolanum est ingressus, sed, imposito praesidio, quod arcem simul obsideret, paucis diebus ante novembris kalendas exercitum, oppugnandi gratia, Papiam inducit. Sepulveda, pp. 153 e 154.
(Appena erano usciti i Cesariani da Milano per la porta che si nomina Romana, mantenendo buon ordine, affinch l'andata loro simile non sembrasse ad una fuga, che per la porta Ticinese e Vercellina sottentrarono i Francesi; n tuttavia il re stesso entr in Milano, ma postovi presidio, che al tempo stesso assediare dovesse il castello, pochi giorni avanti le calende di novembre l'esercito, affine di combattere, condusse a Pavia).
(856) Tegio.
(857) p. 153.
(858) La Cronaca di Martino Verri dice che nello stesso giorno in cui il re pass il Tesino dalla parte d'Abbiategrasso, gl'Imperiali lo passarono alla Stella sul Pavese.
(859) Lib. XV.
(860) Secondo Gaillard il duca di Ferrara somministr polvere pel valore di ventimila fiorini d'oro, e cinquantamila ne somministr effettivi. La Cronaca del Grumello dice che vennero sotto la scorta del Bonneval trasportate cento some di polvere da Ferrara al campo del re. Il Sepulveda dice: Alfonsus stensis, Ferrariae dux, ad Papiae commodiorem expugnationem petenti regi amicitiae gratia ex maxima scilicet copia submittebat. Alfonsus enim tormentis fabricandis oblectabatur, atque ejus artificii scientissimus erat.
Alfonso d'Este duca di Ferrara, affine di espugnare pi comodamente Pavia, al re, che ne lo richiedeva in virt dell'amicizia, in grandissima quantit (polvere da cannone) somministrava. Perciocch Alfonso dilettavasi di fabbricare cannoni, e in quel genere di artifizi era sapientissimo.
(861) Tegio.
(862) Tegio; e il Sepulveda dice: ter milites irrumpere jussi, conatique, ter a Caesarianis, magno accepto detrimento, repulsi.
(Tre volte i soldati ricevettero l'ordine di assalire, e fecero i loro sforzi; tre volte dai Cesariani furono con grande perdita respinti.)
(863) Tegio.
(864) Hoc oppidum Antonius Leiva costudiendum susceperat, ibidem Germanorum qui agmen nostrum subsequebantur ad quinque millibus, Hispanisque circiter quingentis et quadringentis equitibus retentis. Ita cum huc quoque Caesariani pleraque tormenta et plurimum bellici apparatus contulissent, recepta Papia, bellum confectum fore rex sibi persuadebat. Sepulveda.
(Questa citt aveva preso a difendere Antonio Leiva, ritenuti avendo col circa cinquemila dei Tedeschi, che l'esercito nostro seguivano, e circa cinquecento Spagnoli e quattrocento cavalli. Cos avendo anche col i Cesariani trascinati molti cannoni e grandissimo apparato di guerra, il re persuadevasi che, ottenendo egli Pavia, la guerra sarebbe finita.)
(865) Gaillard, tom. III, p. 204.
(866) Germanos qui erant in Papiae praesidio, quamvis obsidionis initio oppidanorum sumtibus alerentur, stipendium tamen efflagitare, urbem, nisi sibi satisfiat, hostibus sese tradituros minitantes. Sepulveda, p. 156.
(I Tedeschi che erano nel presidio di Pavia, sebbene al cominciare dell'assedio fossero nutriti a spese dei cittadini, lo stipendio tuttavia con istanza chiedevano, minacciando di cedere la citt ai nemici, se non accordavasi la loro domanda.)
(867) Accepta excusatione, parvaque pecunia, aequo animo ad bellum confectum stipendii solutionem expectarunt, praesertim post ipsorum praefecti mortem, qui per eos dies ardentissima febri correptus, nec sine veneni suspicione interiit: Sic enim increbuit Antonium hac ratione voluisse sine tumultu ancipiti malo mederi, eo scilicet sublato de medio, qui seditionis auctor fuisse putabatur. Sepulveda, p. 158. Il Bugatti nella Storia Universale, libro VI, con indifferenza uguale, dice: havendogli rimediato la subita morte del loro colonnello, tolto di mezzo destramente, per essere il primo in sospetto di tradigione.
(Ammessa avendo la scusa e ricevuto un poco di danaro, di buon animo accordansi ad attendere il pagamento dello stipendio alla fine della guerra, massime dopo la morte del loro prefetto, il quale in que'giorni, assalito da ardentissima febbre, mor non senza sospetto di veleno; perciocch cos la voce si sparse, che Antonio avesse voluto in quel modo rimediare a un doppio male senza tumulto, cio togliendo di mezzo quello che autore della sedizione riputavasi.)
(868) Perci mi maraviglio grandemente che il chiarissimo conte Pietro Verri nella sua recentissima Storia Milanese, abbia insegnato, non essere quei monumenti di alcun giovamento a tessere la istoria di quelle et: il che veramente tanto strano mi sembra, che costretto sono a confessare di non sapere quello che il chiarissimo autore intenda sotto il nome di Istoria.
(869) Lettere di messer Bernardo Tasso. Venezia, presso Lorenzini da Turino, 1561, p. 4.
(870) Lib. XV.
(871) Lib. XV.
(872) Per vessarli da prima col timore e coll'agitazione; quindi, dopo che essi si sarebbero colla consuetudine spogliati di quel vano timore, offenderli con maggiore sicurezza, allorch fosse sembrato opportuno assalire i nemici con vera battaglia. Sepulveda, p. 166.
(873) In Pavia mancava la polvere. Perci i Cesarei staccarono sessanta cavalieri spagnuoli, ciascuno dei quali portava all'arcione un sacchetto di polvere. Questi, incamminatisi verso Pavia, caduti in mezzo ai Francesi, dieder loro a credere d'esser del signor Gian Giacomo Medici; al che venne prestata fede, e cos portarono quel soccorso a Pavia. Le truppe del Medici servivano la Francia, come presentemente farebbero le truppe leggieri di Ussari, Croati, Ulani, Calmucchi, Cosacchi; e, poco avvezze alla militare disciplina, erano sconosciute all'esercito, col quale guerreggiavano colle scorrerie, anzi che colla riunione in un solo corpo d'armata. Il Medici, ferito d'archibugiata in una coscia il 20 febbraio, mentre cercava di rappresagliare alcuni Pavesi, fu trasportato a Parma per essere medicato, e cos evit fortunatamente il destino della battaglia 24 febbraio. (Cronaca di Martino Verri, e Tegio).
(874) Brantme, Hommes illustres, art. Bonnivet.
(875) Stor. Univ., lib. VI, p. 778.
(876) Brantme, Hommes illustres, art. La Palice.
(877) Sepulveda, p. 168.
(878) Tegio, p. 64.
(879) Stor. Univ., lib. VI, p. 779.
(880) Bugati (lib. VI, p. cit.) dice che il d'Alenon, giunto di lungo in Francia, convinto di malvagio animo contro il suo re, gli fu poi tagliata la testa. Il che  dimostrato falso dai Maurini: Art de vrifier les dates, p. 573, i quali scrivono che nel tempo della prigionia del re Francesco I il conte d'Alenon, Carlo Borbone, avo di Enrico IV, fu capo del Consiglio di Reggenza nella Francia.
(881) Brantme e Sepulveda.
(882) Tegio.
(883) Fogl. 143, tergo.
(884) All'anno 1525.
(885) Lib. VI, p. 779.
(886) Non soffr che gli si facesse pubblicamente, secondo il costume, alcuna congratulazione, n egli si abbandon all'allegrezza, ma la gioia moderatamente sostenne colla sua gravit. Sepulveda, p. 171. 
(887) Grumello, fogl. 142 e 143.
(888) Ann. d'Ital., tom. XIV, p. 212.
(889) Grumello, fogl. 143, tergo.
(890) Pp. 174 e 210.
(891) Per cagione dell'ingiuria della figlia negletta, la quale essendo stata promessa a Carlo non ancora giunta a legittima e matura et, egli realmente non trascur, ma per giuste cagioni pospose ad Isabella, figliuola di Emanuele re di Portogallo.
(892) Che non ricusi di dare alcuna fede, alcun giuramento, alcun numero di ostaggi, purch in libert possa ricuperarsi; perciocch facilmente potr impetrare l'assoluzione del giuramento del pontefice massimo, capo della congiura, il quale ultroneamente egli stesso quell'assoluzione conceder.
(893) Sepulveda, p. 175.
(894) Guicciard., lib. XVI, fogl. 473, tergo.
(895) P. 177. Sibi esse in animo, si qua ratione iniri possit, Italiam a crudeli dominatu et intolerabili avaritia Barbarorum in libertatem asserere; de quorum in Italos animo, fideique eorum in se opinione, si non aliunde Marchio didicisset, tamen domestico, suoque exemplo potuisse nuper edoceri, cum de transvehendo in Hispaniam Gallorum Rege tam diligenter fuisset a Carolo Caesare celatus, propter suspectam ipsius, ut caeterorum Italorum, fidem. Qua Barbarorum suspcione Itali, si qua ratio dignitatis haberetur, satis sui officii admoneri possent; nam cui dubium esse suspicionem illam ex timore barbarorum ortam, ne Itali resipiscant aliquando, et vires suas orbi reliquo, adsit modo concordia, non tolerandas agnoscont, et memores veteris majorum gloriae,  unanimes ad arma concurrant, et Italiam, ab ipsis Barbaris servitute oppressam, vindicent in libertatem?

(Avere in animo, se in qualche modo far si potesse, di liberar l'Italia dalla crudele dominazione ed intollerabile avarizia de'Barbari; del cui animo contro gl'Italiani e della opinione che quelli avevano della loro fede, se il marchese non ne fosse altronde ammaestrato, avrebbe potuto con domestico ed anzi suo proprio esempio recentemente istruirsi, quando fu cos diligentemente tenuto al buio da Carlo Cesare intorno al trasportare in Ispagna il re di Francia, a motivo della sospettata fede di lui e degli altri Italiani. Dalla qual sospezione de'Barbari gl'Italiani, se alcun riguardo di dignit si avesse, sarebbero abbastanza avvertiti del dover loro: imperocch a chi poteva esser dubbio, nascere quella sospezione dal timore concepito dai Barbari, che gl'Italiani non faccian senno una volta e conoscano essere le proprie forze, purch siavi fra loro concordia, irresistibili al resto del mondo, e memori dell'antica gloria dei maggiori, corrano unanimi all'armi, e rivendichino in libert l'Italia, oppressa dal servaggio degli stessi Barbari?)
(896) Praemium suae virtutis, consensu Italiae, regnum Neapolitanum accepturus: (Che ricevuto avrebbe, col consentimento dell'Italia, in premio del suo valore il regno napoletano): Sepulveda, p. 178. Notisi che il Pescara era Italiano bens, ma la casa d'Avalos, originaria di Catalogna, era spagnuola, stabilita in Napoli dagli avi suoi sotto Alfonso I, avanti la met del secolo XV.
(897) Lib. XVI, p. 447.
(898) Gaillard, Vie de Franois I, tom III, p. 317.
(899) Il pontefice, con alcuni argomenti fallaci, ma dedotti da una specie di diritto, si sforza di persuadere al marchese che piamente e santamente poteva da esso commettersi quella sceleratezza. Sepulveda, p. 181.
(900) Guicciardini, lib. XVI, p. 476, tergo.
(901) Grumello.
(902) La risposta di Cesare a Catilina, che lo invita ad associarsi a lui,  nobilissima: Je ne peux te trahir, n'exige rien de plus. Catilina, de M. de Voltaire, acte II, sc. 3.
(903) Sepulveda, p. 181.
(904) Intentatis tormentis, conjuratorum consilia plenius et apertius indicata. (Adoperati i tormenti, conosciuti pi ampiamente e chiaramente i disegni de'congiurati) Sepulveda, p. 1182.
(905) Guicciardini, lib. XVI, p. 473. - Gaillard, tom II, p. 299.
(906) Il duca Francesco II in un suo editto si doleva nel seguente modo delle proprie sciagure: Franciscus Secundus Sfortia Vicecomes, Dux Mediolani, etc. Posteaquam Divina Clementia, et sacratissimi Caroli Caesaris auxilium ad avitum paternumque Mediolanense restituti fuimus Imperium, tanta nos temporum calamitas et bellorum vis undique afflixit, ut difficile hactenus dijudicare possimus plus ne felicitatis in adipiscendo Statu, an eo jam adepto miseriae simus assecuti. Nam post Status recuperationem singulis annis renovato ab hostibus nostris bello, et quidem semper graviori atque acerbiori, perturbati adeo et vexati sumus, ut de nostra ac subditorum salute saepe numero fuerit pene desperatum; et ne ullum nobis respirandi tempus reliqueretur, accessit pestis post hominum memoriam saevissima etc. Passa indi a dire che, dovendo egli sborsare all'imperatore Carlo V la tassa per l'investitura del ducato, quindi impone che ogni feudatario o possidente fondi donati dal sovrano paghi il frutto di sei mesi del suo feudo o podere (MS. Belgioioso, Miscellanea, vol. I, num. 4). Dalla carta poi num. 6 dello stesso codice vedesi che impose anche un testone, ossia uno zecchino per focolare, et le subventione quale intendemo ne facciano tutte le persone ecclesiastiche del dominio nostro, eccettuati li reverendissimi cardinali.

(Francesco II Sforza Visconti, duca di Milano, ec. Poich per divina clemenza e per l'aiuto del sacratissimo Carlo Cesare fummo ristabiliti nell'avito e paterno milanese dominio, tanto ci afflisse da tutte le parti la calamit dei tempi e l'impeto delle guerre, che difficilmente finora possiamo giudicare, se maggiore felicit conseguita abbiamo nell'acquistare lo Stato, o maggiore miseria dopo l'acquisto ottenuto. Perciocch, dopo di aver recuperato lo Stato, rinnovata essendo ogni anno dai nemici nostri la guerra, e sempre ancora pi grave e pi acerba, per tal modo fummo turbati e molestati, che pi volte si perdette quasi la speranza della salute nostra e di quella dei sudditi; ed affinch alcun momento di respiro non ci fosse conceduto, si aggiunse una peste la pi crudele che mai a memoria di uomini si provasse, ec.)
(907) Sepulveda, p. 183.
(908) Grumello e Burigozzo.
(909) Annali, l'anno 1525, p. 213.
(910) Annali al 1526, p. 215.
(911) Du Mont. Code diplomatique.
(912) Sepulveda, p. 191.
(913) Grumello e Burigozzo.
(914) Lib. VI.
(915) P. 86.
(916) Nella qual cosa, affinch, forse trattenuto dalla religione, troppo timidamente non si conducesse, egli da quel giuramento, se alcuno per avventura dato ne aveva a Carlo per assicurare la sua fede, coll'autorit apostolica lo scioglieva; e quindi non altrimente che se la cosa fosse intatta, non dato alcun giuramento n alcuna fede, con fermezza stabilisse intorno agli affari suoi. Molte cose aggiunse inoltre in questa sentenza, non meno al diritto delle genti che al divino contraria, co'suoi mandati per lettere, tutti raccogliendo gli argomenti coi quali sembrava potersi indurre a trascurare il diritto delle genti ed a mancare di fede.
(917) Che neppure il re francese ottenesse alcun dominio su gli Italiani, ma contento fosse degli annui tributi di cinquantamila ducati d'oro che pagati ad esso sarebbono dal duca di Milano, e di altri settanta che pagati sarebbono dal re napoletano, da eleggersi coi suffragi degli Italiani. Sepulveda, p. 188.
(918) E mand altra lettera pi equitativa e pi moderata, che in pochissime parole racchiudeva un eguale sentimento, ma tolte di mezzo in parte le calunnie.
(919) P. 193.
(920) Guicciardini, lib. XVII, p. 18.
(921) Dopo la vittoria di Pavia il Borbone erasi recato a Madrid. L'imperatore voleva alloggiarlo con distinzione, e chiese al marchese di Villena il suo palazzo per l'alloggio di quel principe. Il marchese rispose: Non posso ricusar cosa veruna alla Maest Vostra: unicamente la supplico di concedermi, che sloggiato ch'egli ne sia io, l'abbruci, come luogo infetto di perfidia e indegno d'essere abitato da uomini d'onore. Gli Spagnuoli generalmente cos giudicavano del contestabile duca di Borbone.
(922) Guicciardini, lib. XVII, pp. 18, 19 e 20.
(923) Guicciardini, loc. cit.
(924) Sepulveda, p. 201.
(925) Sepulveda, p. 215.
(926) Borbonius, posteaquam nec a militibus ut ab incepto itinere ac proposito desisterent impetrare, nec eos, ut erat, stipendio non suppetente, praecarius imperator, coercere posset, non putavit nec ad suum officium et dignitatem, nec ad Caroli Caesaris rationes interesse ut ipse quoque ab exercitu discederet, ne si tanta multitudo sine imperio ferretur, obvia quaequae devastans atque diripiens, in omnem injuriam et maleficium intolerantius irrueret, et pontificiae ditionis populis, contra inducias factas et Caroli Caesaris voluntatem, longe gravius noceretur. Sepulveda, p. 215.
Ritrovandosi il Borbone di pessimo animo per non haver da dar paga allo exercito di Cexare, como pi et pi fiate li avea promisso, hebe deliberato di levar suo exercito de la Romandiola et pigliar il camino di la citt di Florencia, pensando di aver danari da essa Repubblica. Grumello, fogl. 163.
[Il Borbone, poich non pot impetrare dai soldati che dall'intrapreso viaggio e dal disegno proposto desistessero, n credette di poterli costringere, essendo egli precario comandante, mentre non correano le paghe, n giudicando che fosse convenevole al suo ufficio e alla sua dignit, anzi importante per i diritti di Carlo Cesare, che egli ancora dall'esercito non si partisse, affinch una truppa cos numerosa, rimasta senza comando, non si portasse a devastare i luoghi che incontrava, o facesse qua e l irruzione in modo pi intollerabile, rubando con ogni sorta d'ingiustizie e di malvagit, e si nuocesse cos assai pi gravemente, malgrado la tregua stabilita e la volont di Carlo Cesare, ai popoli della giurisdizione pontificia, ec.]
(927) Continuatore della Stor. Eccl. del Fleury, tom. XIX, lib. 131.  10, p. 211.
(928) Memorie storiche di Monza e sua corte, del canonico Antonio Francesco Frisi, tom. I, cap. XVII, p. 198, e tomo II, docum. 254, p. 230.
(929) Vedendo il duca di Borbono non essere alchuno rimedio di aver danari da essa citt, per dar paga allo exercito cexareo, affamato et quasi perso, hebbe facta deliberatione di pigliar il cammino di Roma. Cos Grumello, al luogo citato.
(930) Fogl. 163 tergo.
(931) Cronaca MS. di Martino Verri.
(932) P. 263 e sgg. - Sono esse le seguenti: "Franciscus Rex Gallorum Carolo Romanorum imperatori designato Hispaniorumque regi, salutem.
Renuntiatum mihi est a legatis quos ad te de pace misi, te, conditiones aequissimas aspernantem, excusationem attulisse, quod ego istinc violata fide profugerim; quamobrem ut meae famae consulam, quae falsis a te obtrectationibus et calumniis graviter impetitur hanc ad te provocandi causa epistolam mittere constitui. Nam licet nemo cui sint custodes impositi, data fide teneatur, qua ratione id meum factum vel sola purgari posset; tamen meae famae consultum esse cupiens, cuius magnam semper habui habeboque dum vita supererit rationem, ut hominum de me opinioni satisfaciam, sie tecum agere decrevi. Si me fidem datam violasse jactasti, vel jactas, aut contempta fama quidquam fecisse quod virum nobilem, bonae famae studiosum non deceat, te turpiter mentiri dico, et quoties dixeris mentiturum. Quoniam igitur falso meam famam laedere conatus es, nihil ampius mihi scribas, sed locum certamini idoneum, tutumque deligito; ego arma utrique deferam. Ac ne quid posthac femere in meam contumeliam voce vel scripto jactes, Deum hominesque testor per me non state quominus inter nos controversia singulari certamine dirimatur. Vale. Lutetiae, quinto kal. aprilis, Anno MDXXVIII".
"Carolus Romanorum imperator designatus, Germaniae Hispaniarumque Rex, Francisco Gallorum Regi S. D.
Epistolam tuam, cui dies erat adscriptus ad quintum kal. aprilis, mihi reddidit Gienna, caduceator tuus, sexto, idus junii, longo scilicet intervallo, ad quam eadem fere quae eidem caduceatori dixeram, rescribam. Quod legatis et caduceatoribus quos ad me de pace misisti, quaedam ad tuam contumeliam pertinentia me tibi, purgandi causa, jactasse scribis, ego nec caduceatorem tuum quemquam vidi praeter eum, qui Burgos ad me venit ut tuis verbis bellum nobis indiceret, nec erat cur me tibi, quem nunquam per injuriam offenderam, purgarem; te autem si nihil aliud, tua certe ipsius culpa accusat et condemnat. Quod autem fidem quam mihi dederas me requirere dicis, est, ut ais: requiro enim illam quam mihi Madritii foedere dedisti, te in meam potestatem, ut meum captivum, justo bello captum, rediturum nisi, liberatus, pacta conditionesque foedere acceptas perfecisses, ut scriptura publica tuaque manus testimonio est. Me vero jactasse te contra fidem datam ex custodia profugisse commentitium est; non ego in hoc tuam perfidiam esse dico, sed in eo quod foedus non servas, et jusjurandum fallis, in quo nulla est necessitatis excusatio: quam enim quisque fidem hosti dederit, temporibus adductus, hanc ut praestet jus gentium esse constat, et proborum hominum consuetudinem, qua sublata, tollitur ratio bella semel conflata sine summa hominum pernicie dissolvendi. Quod vero si te dico aut dixero fidem datam violasse aut contemta fama quidquam fecisse quod virum nobilem et bonae famae studiosum non deceat, me turpiter mentiri, et quoties dixero mentiturum, ego, quam sis coeteris in rebus quae ad me non pertinent boni nominis studiosus et officii cultor, non laboro; illud citra mendacium affirmo, quod fidem quam mihi Madritii tum publice, palamque, tum privatim separatimque dedisti, fallas, quod pacta foederaque et jusjurandum violes, te nec boni viri, nec generosi munere fungi; hoc si tu verum esse negabis, scriptura publica tuaque manu redarguente, non ego tuam illiberalem, vixque gregario milite dignam orationem imitatus, te turpiter mentiri dicam, quamquam hoc, me tacente, res ipsa loquitur, tuumque tibi factum, plurimum ab oratione discrepans, aperte dicit: profiteor autem me, ut caeterorum Christianorum sanguini parcatur, tecum de veritate armis viritim disceptaturum et controversias diremturum, ad quod dumtaxat te, qui cum meus captivus sis, pugnare cum altero praeter meam voluntatem communibus legibus prohiberis, idoneum reddo. Quod me amplius ad te scribere vetas, sed aequum tutumque pugnae locum praebere, teque dicis arma utrique deportaturum; patiaris oportet haec ad te scribi, tuaque malefacta, dum res postulat, memorari. De loro certaminis conditionem accipio, daboque operam, quantum erit in me, ut loco injuria omnesque absint insidiae. Erit autem idoneus locus, ut jam nunc nobis condicatur, in confinio regnorum nostrorum ad parvum sinum qui est inter Fonterabiam et Andajam, qua parte, et qua ratione inter nos convenerit, et ad parem conditionem tutamque ab insidiis rationem pertinere visum fuerit; quem locum nihil est quod recuses, cum ibidem et tu dimissus fueris, et filios foederis obsides tradideri; quo ex utraque parte viros nobiles et rei militaris peritos mittere licebit, quorum judicio omnia quae ad parem pugnandi conditionem pertinebunt, et utrius sit arma utrique deligendi, quod ego potius meum esse dico quam tuum, et dies pugnae et caetera quae ad negotium conficiendum faciant, constituantur. Tuum igitur erit ad haec primo quoque tempore respondere; quod si ultra quadragesimum quam tibi haec epistola reddita fuerit distuleris, jam omnes intelligent per te stare quominus singulari praelio decernatur. Vale Ex Montisone, pridie nonarum julii, Ann. Christi nati MDXXVIII".
Il Re Francesco non volle accettare la lettera, dichiarando che nessuna risposta avrebbe ricevuta, se non conteneva le uniche parole del luogo e del tempo pel duello.

Francesco, re de'Francesi, a Carlo destinato imperatore dei Romani e re di Spagna, salute.
Dai legati che a te ho spedito intorno alla pace, mi  stato riferito che tu, sprezzando le pi eque condizioni, hai addotto la scusa che io di cost, violando la fede, sia fuggito; per la qual cosa, geloso di provvedere alla mia fama, gravemente da te attaccata con falsi rimproveri e calunnie, ho stabilito di mandarti questa lettera provocatoria. Perciocch, sebbene alcuno al quale sono date guardie per custodirlo, non sia tenuto alla data fede, per la quale ragione, anche sola, quello che da me fu fatto potrebbe purgarsi da qualunque taccia, tuttavia, bramando di meglio provvedere alla mia fama, della quale ebbi sempre ed avr, finch vita mi rimanga, grandissima cura, ho stabilito di agire teco in questo modo, affinch all'opinione pubblica intorno alla mia persona soddisfaccia. Se tu ti vantasti, oppure ti vanti ch'io violata abbia la fede data, o che, sprezzatore della fama, alcuna cosa io abbia fatto che non degna sia di uomo nobile e della buona fama curante, dico che turpemente tu menti, e mentirai qualunque volta tu lo dicessi. Poich adunque falsamente la mia fama ti sei sforzato di offendere, pi non iscrivermi alcuna cosa, ma scegli un luogo al certame idoneo e sicuro: io porter le armi per ambidue. E affine che pi in avvenire di alcuna cosa non ti vanti temerariamente a mia contumelia, in voce n in iscritto, chiamo in testimonio Dio e gli uomini, che da me non dipende che la controversia tra noi diffinita non venga con singolare certame. Sta sano. Parigi, il quinto giorno delle calende di aprile dell'anno MDXXVIII.
Carlo, imperatore dei Romani designato, re della Germania e Spagne, a Francesco, re de'Francesi, salute.
La lettera tua, colla data del quinto giorno delle calende di aprile, recommi Gienna, araldo tuo, il d sesto degl'Idi di giugno, dopo cio un lungo intervallo, alla quale le stesse cose a un dipresso risponder che gi dette aveva alla stesso araldo. Quanto a quello che tu ora scrivi, che cogli ambasciatori e cogli araldi che a me mandasti intorno alla pace, io mi sia vantato di alcune cose che tornavano a tua contumelia affine di scusarmi, io n mai vidi alcun tuo araldo, fuorch quello che venne da me in Burgos, affinch colle parole a noi la guerra intimasse, n ragione vi aveva che io mi scusassi con te, che mai ingiustamente offeso non aveva: quanto a te, se pure niun'altra cosa, certamente la tua stessa colpa ti accusa e ti condanna. Quanto poi alla fede che data mi avevi, e che tu dici che io ora reclamo, la cosa  come tu dici; perciocch reclamo quella fede che a me con un trattato desti in Madrid, che tu esistente in mio potere, come mio prigione, pigliato in giusta guerra, saresti tornato, qualora, fatto libero, non avessi adempiuto i patti e le condizioni in quel trattato accettate, come lo attestano la scrittura pubblica e la soscrizione fatta di tua mano. Che io poi mi sia vantato che tu fossi dal carcere fuggito contra la data fede, ella  una pretta impostura: non dico io gi che in questa consista la tua perfidia, ma bens in quello soltanto che il trattato non mantieni, ed il giuramento hai violato; nel che addurre non si pu alcuna scusa pet titolo di necessit: conciossiach quella fede che chiunque data avesse ad un nemico dalla necessit de'tempi indotto, questa certamente egli dee prestare per diritto delle genti e per la consuetudine degli uomini probi, tolta la quale si toglie ancora la ragione di troncare le guerre una volta insorte, senza grandissima strage degli uomini. In quanto poi a quello che tu dici, che io villanamente mentisca, qualora io dica o pure dir che tu hai violata la fede data, o che, sprezzando la fama, hai fatta cosa indegna di uomo nobile e della buona fama sollecito, che tante volte mentir, quante volte il dir; io non mi curo punto che tu sii in tutte le altre cose che a me non appartengono, studioso del buon nome e adempitore dei dovere; quello bens senza alcuna menzogna affermo, che tu manchi alla fede che mi desti in Madrid, tanto in pubblico ed in palese, quanto privatamente ed in separato colloquio; che tu violi i patti e i trattati e il giuramento, ed in questo non ti mostri n uomo onesto n generoso: se tu negherai che questo sia vero, la scrittura pubblica e la tua mano deponendo contra di te, non imiter gi io la tua maniera di parlare illiberale e degna appena di un fantaccino, dicendo che tu menti turpemente, sebbene questo, anche in mezzo al mio silenzio, viene annunziato dalla cosa medesima, ed il tuo fatto, troppo dissonante dal tuo parlare, apertamente lo dichiara; professo tuttavia la massima che io, affinch si risparmi il sangue degli altri cristiani, teco verr su la verit delle cose a discutere colle armi, e a definire le controversie; al che solamente, essendo tu mio prigioniero, e quindi dalle leggi comuni impedito dal pugnare con alcuno senza mio volere, ti rendo e ti dichiaro idoneo. Siccome poi mi vieti di scriverti pi oltre, ma m'inviti ad assegnare un luogo convenevole e sicuro alla pugna, e dici che tu le armi per l'uno e per l'altro porterai,  d'uopo che tu soffra che queste cose ti si scrivano e si rammemorino, mentre la cosa stessa il richiede, le tue azioni sconvenevoli. Io accetto la condizione relativa al luogo del duello, che, per quanto da me potr dipendere procurer che riparato sia da qualunque offesa, e che lontane sieno tutte le insidie. Sar poi idoneo il luogo, a ci che da noi venga fin d'ora stabilito, sul confine dei regni nostri, in quel piccolo seno che  situato tra Fontarabia e Andaia, da quella parte e in quel modo che tra noi si converr e che sembrer appartenere all'eguaglianza delle condizioni e alla sicurezza delle insidie. Il qual luogo tu non puoi in alcun conto ricusare, giacch col tu fosti lasciato libero e i figliuoli dsti in ostaggi del trattato: in quel luogo dall'una e dall'altra parte sar lecito il mandare uomini nobili e periti delle cose militari, al di cui giudizio si rimetteranno tutte le cose appartenenti alla parit delle condizioni nella pugna, e da essi saranno scelte le armi per ciascuno, il che a me piuttosto che a te si apparterrebbe, e stabiliti saranno il giorno della pugna e le altre cose tutte che servire possono alla conclusione di questo affare. A te dunque tocca il rispondere quanto prima a queste domande; che si ritarderai oltre il quarantesimo giorno dopo che questa lettera ti sar rimessa, intenderanno tutti da te solo dipendere che in singolare certame non si definisca la controversia. St sano. Da Montisone, il giorno avanti le none di luglio dell'anno della nativit di Cristo MDXXVIII.
(933) Sepulveda, p. 281.
(934) Lib. XVIII, pp. 70 e 71, e Cronaca MS. del Burigozzo.
(935) Grumello, fogl. 181.
(936) Guicciardini, lib. XIX, p. 85, e sg.
(937) Guicciardini, lib. XIX, p. 97.
(938) Fogl.159 all'anno, 1526.
(939) P. 286.
(940) Per dare un'idea del merito di Girolamo Morone trascriver alcuni squarci delle lettere di lui, che tuttora si conservano manoscritte. Nel 1507 il Morone vegliava su quanto facevasi in Costanza, acciocch gli Svizzeri non ascoltassero le proposizioni dell'Imperatore Massimiliano, ma perseverassero nella fede col re di Francia, duca di Milano. Su di ci scrisse al gran maestro, Carlo d'Amboise, luogotenente e governatore: "Fuit conventus Constantiensis acriter perturbatus ambigua subdolaque Helvetiorum responsione, nullamque eorum rationem habendam censuit: dissimulandum tamen judicavit, ne eo magis Regi jungantur, quo se ab Imperio neglectos perspiciant. Sed jam dissimulatio ipsa dissimulari amplius non potest, innotuitque omnibus Helvetiis nullam Caesarem in eis fidem reponere, nec stipendia eis daturum, et quando Caesaris legati capitaneos, vexilliferos, preditesque Helvetiorum conscribunt, risum jam omnibus parant. Nec tacent pueri, illos descriptos quidem esse, stipendiatos minime. Igitur quod Helvetios attinet, res in tuto est; habebimus eos, si voluerimus, supra spem numerosiores et fideliores. At inter principes legatosque Germaniae eo usque deventum est, ut promiserint Caesari subministrare stipendia semestria octo millium equitum et viginti quinque millium peditum in Italicam expeditionem traducendorum, quam in mensem februarii differendam censuerunt, ut interea pecuniae, arma et caetera ad bellum necessaria parari possint. A principibus illis quos noris, certior factus sum opera sua dilationem interpositam fuisse, quod eam putent rebus regiis valde profuturam; pollicitique sunt se curaturos, quod milites nec eodem tempore convenient, nec de bello gerendo concordabunt, sed alius alium longo intervallo sequetur, contrariisque sententiis inter se dissidebunt, et potius ad servandam formam, quam ad bellum Regi inferendum progredientur; laudantque ut in claustris Italis praesidia ponantur, cum non dubitent Caesaris exercitum, si aliquantisper in montanis oris arceatur, brevi dilapsurum. Haec illi; sed isthaec ex eorum parte incerta sum, ex nostra autem sine Venetis haud fieri possunt. Quare repeto quod Rex Venetos adsciscat oportet. Vale. Turregi, IV Idus augusti MDVII".(.)
Il Moroni era affezionato al re Lodovico XII, dal quale senza ch'ei vi pensasse era stato collocato nella importante carica di avvocato fiscale. Era stato discepolo di Giorgio Merula. Descrivendo egli in una sua lettera a Giacomo Antiquario, del l novembre 1499, la sua sorpresa nel vedersi fatto avvocato fiscale, prosiegue cos: "Quare si quid huius muneris assumptione peccatum est, vides non consulte, nec mea voluntate, nisi coacta, factum, et potius fatorum necessitati, quam ambitioni, aut culpae tribuendum est. At quaeso videamus quid sit hac in re non probabile: an illud ipsum quod Gallis inserviam? Quasi non oporteat ut omnes illis serviamus, aut quasi caeteri cives, etiam primates, munia etiam majora ab eisdem non ambiverint, et Sfortianam memoriam non abjecerint etiam ii de quibus Sfortiani meritissimi sunt, et qui summis magistatibus et honoribus, auspiciis eorum, functi sunt. An vero forte ipsa officii vis, et fiscalia jura tuendi necessitas, suapte natura odiosa, te commovit? Sed age; nosti mores meos ad obsequendum pronos; nosti illam quam in me admirari soles vim, maledicta de me refellendi, consilia et gesta mea justificandi. Dabo operam ut plurimum prosim, nemini obsim, et si cui nocendi necessitas fuerit, minus laedam, quam alius quilibet fecisset, hacque ratione efficiam, ut ille, quasi modeste et necessario damnificatus, beneficium abs me propterea accepisse putet. Quod si vereris ne a forensi exercitatione repente nimis discesserim, scito magnam esse hujus muneris cum illo similitudinem, majoremque exposci ab advocato Fisci quam ad aliis proptitudinem et rerum copiam, quod plerumque de subitis et insuetis casibus extempore sibi disserendum est, et quo magis excelso ipse loco eminet, auditoresque sunt illustriores, eo magis ornate facundoque colloquio declamare orareque eum oportet; ob id, vel invitus, cogor longe majorem operam rhetoricae studiis navare, quam si in foro cum Bartolis et Baldis permansissem. At non videris rebus Gallicis diuturnitatem polliceri, durumque mihi fore auguraris, cum magistratus fastum gustavero, privatam vitam agere, et quasi ad forensem formulam redire. depol! Non licet mihi pronosticari, neque Italica libertas quando vindicari possit divinare; verumtamen Venetorum, Helvetiorumque foedera, quae Regis arbitrio pendere accepi, multum mihi ad longinquitatem facere videntur; nec, si vera loqui fas est, conjectura in praesentiarum assequi licet, quibus Galli viribus aut quando Italia pelli possint. Sed sit breve, quantum lubet illorum imperium; talem me ostendam in magistratu virum, tantum in communi prodero, tantamque Gallis ipsis dominis fidem praestabo, quod successor, quicumque fuerit, et bene de me concipiet, et obsequia mea non aspernabitur. Ubi vero aut temporum qualitas, aut dominantis mores me a republica amoveant, non erit mihi grave, praestantissimorum virorum imitatione, quibus idem contigit, ad honestum me otium convertere, et ad prima studia redire; domesticoque tuo et parentis mei exemplo utar, qui cum ritus et instituta Sfortianorum, in quibus educati estis, jamque obduruistis, exuere et commutate nequeatis, laudatissimam tamen et jucundissimam vitam in otio ducitis, tantasque praecedentis dignitatis retiquias retinetis, ut pauci sint qui praesenti gloriae vestrae non aemulentur etc.".(..)
In una lettera che il Morone scrisse il 27 dicembre del 1499 a Girolamo Varadeo, si vede con quanta chiarezza e verit conoscesse gli affari pubblici, e prevedesse l'esito infelice, che ebbero poi i tentativi immaturi di Lodovico il Moro per discacciare Lodovico XII dal Milanese: "Equidem in bonam partem accepi quod ad me scripsisti, ne tanta rerum Gallicarum fiducia ducar, quod Sfortianos contemnam, de quibus feliciora eventa sperari ais; neque enim pro tua in me benevolentia quodpiam mihi suaderes quod e re mea fore non existimares, nec pro tua prudentia vanis rumoribus aut figmentis fidem adhiberes. Ego etiam ex Thoma fratre nonnulla acceperam de Ludovici Sfortiae et amborum cardinalium motibus, quodque propediem novum et magnum exercitum contracturi sunt, cataphractos scilicet Germanos, Burgundosque conducturi, et peditum Helvetiorum delectum in civitate Coriae facturi; jamque machinas et caetera ad usum belli quam maximi paravere: et quod suspicionem auget, ipse frater, me insalutato et quidem inscio, Mediolano excessit, et ut audio, ad eos pergit, futurus eis in omni fortuna comes: quod utique facinus hoc tempore non commisisset, nisi aliqua intellexisset, quae eum in meliorem spem erexissent. Veruntamen, quaeso, pro tua sapientia et rerum usu cogita et diligentius mente revolve quem exitum sit habiturus hic, quem diximus, Sfortianorum motus, quem sententia mea tumultuarium esse oportet. Peculium Ludovici et Ascanei perexiguum est, si rem et gentem illam respicis; quod provincia ardua est, locaque sunt expugnanda situ atque arte munitissima, quibus adversarius Gallorum rex, potens et ferox, non facile, nec brevi tempore pelli poterit; exercitusque Germanorum, cessantibus forsan stipendiis, vix durare poterit. Spes autem quae de habendis suppetiis a civibus et populis haberi videtur, semper mihi vana et periculosa visa est, quod ut plurimum privata comoda publicis anteferre, et ad tributi nomen obdurescere consuevimus. Caesar non multam opem ferre potest, eamque etiam in praesentia praestare non licet per inducias quas cum Gallis fecit, et in kal. junii duraturas. Helvetii nuper foedere Gallis obstricti sunt, quod eos tam repente violaturos minime crediderim, et quoscumque ex iis Sfortiani contraxerint collectitios et profugos esse oportet. Praeter hos, nullos habent Sfortiani fautores, adversarios vero et hostes plurimos; Venetos in primis, eo formidabiliores quod sunt viciniores, auxiliaque eorum in promptu sunt; praeterea Alexandrum, Florentinamque rempublicam et Januensem, ac Bononiensem, Lucensem, Pisanum, Senensemque regulos, Gallis amicos et auxiliares fore nemo ignorat. Ipsos etiam Ferrariae ducem et mantuae Marchionem, quorum alter Ludovici socer, alter sororius est, cum rege conspirare intellexi. Quid igitur? Profecto videntur mihi Sfortiani provinciam viribus suis longe imparem aggredi, atque immature nimis belli fortunam tentare etc.".

(.) Fu il concilio di Costanza gravemente turbato dalla risposta ambigua e maliziosa degli Svizzeri, e fu d'avviso che non se ne dovesse tenere alcun conto: giudic tuttavia che fosse d'uopo di simulare, affinch al re tanto pi non si unissero, quanto pi si vedessero dall'Imperio negletti. Ma gi non  pi possibile il dissimulare la stessa dissimulazione; e a tutti gli Svizzeri noto si rendette, che niuna fede Cesare in essi ripone, n  disposto ad accordare ad essi stipendi; ed allorch i legati di Cesare scrivono i nomi dei capitani, de'vessilliferi e dei fanti elvetici, muovono a tutti il riso. N tacciono i fanciulli medesimi, che quelli sono bens coscritti, ma non stipendiati. Per quello adunque che appartiene agli Elvezi, la cosa  al sicuro; gli avremo se pure li vorremo, oltre ogni speranza, numerosi e fedeli. Ma tra i principi e legati della Germania si  venuto fino a questo punto, che a Cesare promisero di fornire i semestrali stipendi di ottomila cavalli e venticinquemila fanti che passare potessero nella spedizione italica, la quale furono d'avviso di differire sino al mese di febbraio, affinch intanto preparare si potessero i danari, le armi e tutte le altre cose necessarie alla guerra. Da quei principi che tu conosci, sono stato informato che per opera loro  stata interposta la dilazione, perch la reputano agl'interessi del re assai vantaggiosa, ed hanno promesso altresi di procurare che i soldati n allo stesso tempo si riuniranno, n andranno d'accordo sul modo di fare la guerra, ma gli uni seguiranno gli altri con lungo intervallo, e con opposti pareri verranno tra di loro a discordia, e si avanzeranno piuttosto per una certa formalit che per muovere la guerra al re. Lodano pure e approvano che nelle gole dell'Italia si pongano presidii, non dubitando essi che l'esercito di Cesare, qualora respinto venga, anche debolmente, nelle gole de'monti, in breve si scioglier. Queste cose dicono essi, ma queste dalla parte loro sono incerte, e dalla nostra poi non possono farsi senza i Veneti. Laonde ripeto che il re dee far di tutto per attaccarsi i Veneti. Sii sano. Zurigo, il quarto giorno delle idi di agosto, MDVII.

(..) Per la qual cosa, se l'assumere questa carica si  in alcun modo peccato, tu ben vedi che non  a bella posta n per mia volont, se non forzata, che questo si  fatto, e piuttosto attribuire dovrebbesi ad una fatale necessit che ad ambizione o a colpa manifesta. Ma vediamo di grazia qualcosa v'abbia in questo che approvare non si debba: forse quello stesso titolo che io servo ai Francesi? Come se necessario non fosse che tutti ad essi servissimo, e come se tutti gli altri cittadini, anche primari, maggiori cariche ancora da essi non avessero ambite, e la memoria degli Sforza postergata non avessero anche coloro dei quali gli Sforza sono sommamente benemeriti, e che sotto i loro auspici hanno esercitate altissime magistrature e goduti sommi onori! Forse che la stessa gravit dell'ufficio e la necessit di difendere i fiscali diritti, odiosa di sua natura, ti commuove? Ma via: tu conosci i miei costumi inclinati all'ossequio; tu conosci quella forza che in me stesso suoli ammirare, di respignere le censure che contra di me si lanciano, di giustificare i miei consigli, le mie azioni. Io mi studier di fare che molto giovamento io possa arrecare, non nuocere ad alcuno; e se pure sar costretto a nuocere, meno il far di quello che qualunque altro fatto avrebbe, ed in questo modo operando, far si che quello, siccome danneggiato con moderazione e per la sola necessit, credasi di avere da me ricevuto beneficio. Che se tu temi che troppo repentinamente io mi sia allontanato dall'esercizio forense, sappi che con quello la nuova mia carica ha grandissima simiglianza, e che maggiore prontezza ed erudizione si richiede dall'avvocato del Fisco, che non dagli altri, parch ben sovente trattare egli dee estemporaneamente di casi subinanei ed impensati, e quanto pi eccelso  il luogo in cui egli splende, quanto pi illustri sono gli uditori, tanto pi  d'uopo che egli declami e perori con facondo ed ornato sermone; per questo, anche a mio malgrado, forzato sono ad attendere maggiormente agli studii della rettorica, che se nel fro rimasto io mi fossi coi Bartoli e coi Baldi. Ma tu non sembri promettere una lunga durata al regime dei Galli, e mi predichi che grave mi riuscir, dopo di avere gustato il fasto della magistratura, menare una vita privata, e quasi tornare alle formule forensi. Per verit a me non  lecito il pronosticare n l'indovinare quando mai possa rivendicarsi la libert italica: tuttavia i trattati coi Veneti e cogli Svizzeri, che ho udito pendere interamente dall'arbitrio del re, mi sembrano molto contribuire alla diuturnit; n, se  lecito dire il vero, si pu al presente conoscere per congettura, da quali forze i Francesi, o in qual tempo dall'Italia possano essere cacciati. Ma sia quanto si vuole breve il loro dominio, tale io mi dimostrer nella magistratura, tanto in generale io giover, tanta fedelt serber agli stessi padroni francesi, che il successore, qualunque egli fosse, buona idea di me concepir, n sprezzer i miei ossequi. Qualora poi, o la qualit dei tempi, o i costumi del dominante, me dalla gestione della cosa pubblica allontanassero, grave non mi riuscir, ad esempio de'chiarissimi uomini ai quali tocc una sorte eguale, il passare ad un onesto ozio, il tornare ai primi miei studi; e mi giover del familiare tuo esempio e di quello del padre mio, i quali lasciare non potendo n cangiare i riti e le istituzioni degli Sforza, nei quali siete stati educati e gi indurati, tuttavia una vita onorevolissima e giocondissima nell'ozio conducete, e si grandi reliquie ritenete della precedente dignit, che pochi sono i quali non portino invidia alla vostra gloria presente, ec.

(...) Io veramente pigliai in buona parte quello che a me scrivesti, affinch guidato io non sia da tanta fidanza delle cose francesi, che gli Sforzeschi disprezzi, dei quali tu dici sperarsi pi felici eventi; n certamente per la benevolenza colla quale mi riguardi, alcuna cosa tu potresti persuadermi che non reputassi alla mia situazione convenevole, n per la tua prudenza fede presteresti a vani rumori o a finzioni. Io ancora dal mio fratello Tommaso alcune cose udite aveva intorno al movimenti di Lodovico Sforza, e dell'uno e dell'altro dei cardinali, e che ben presto erano per riunire un nuovo e grande esercito, per arruolare cavalli di pesante armatura, Tedeschi e Borgogni, e per formare uno stuolo di fanti svizzeri nella citt di Coira, e gi prepararono le macchine e le altre cose tutte che fanno d'uopo per una grandissima guerra; e quello che mi accresce il sospetto  che lo stesso fratello mio, senza congedarsi da me ed anche all'insaputa mia, parti da Milano, e, come mi si dice, da essi se ne va onde rimanere loro compagno in qualunque fortuna; la quale stravaganza egli non avrebbe commesso certamente, se udite non avesse alcuno cose che a migliore speranza sollevato lo avessero. Ora per ti prego che colla tua sapienza e colla tua pratica delle cose vogli pi diligentemente rivolgere nella mente, e considerare quale esito sia per avere quel movimento degli Sforzeschi del quale abbiamo parlato, e che a mio avviso debb'essere tumultuario. L'erario di Lodovico e di Ascanio debb'essere poverissimo, qualora tu riguardi la cosa in s stessa, e tutta quella gente di cui abbisognano: pi ancora osserva che la provincia  ardua, ed espugnare si debbono luoghi per la loro situazione e per le opere dell'arte munitissimi, dai quali l'avversario loro, re de'Francesi, potente e feroce, non facilmente n in breve tempo potr essere cacciato, e l'esercito dei Tedeschi, mancando forse gli stipendi, appena potr mantenersi. La speranza poi che sembra aversi di ottenere soccorsi dai cittadini e dai popoli, mi  paruta sempre vana e pericolosa; perch pi sovente i privati comodi si antepongono ai pubblici, e al nome di tributo siamo accostumati a indurire i cuori nostri. Cesare non pu recare loro molto aiuto, n questo al presente potrebbe n pure prestare, per la tregua che conchiuse coi Francesi, e che durare dee fino alla calende di giugno. Gli Svizzeri di recente si sono legati in alleanza coi Francesi, la quale alleanza io non crederei che essi fossero per violare si repentinamente, e tutti quelli tra essi che arruolati si fossero dagli Sforza, essere non potrebbono se non soldati collettizi e disertori. Fuori di questi, altri fautori non hanno gli Sforzeschi, ma hanno bensi moltissimi avversari e nemici; prima di tutti i Veneti, tanto pi formidabili, quanto pi sono vicini, e che pronti sono i loro aiuti; inoltre Alessandro, la repubblica Fiorentina e la Genovese, ed i regoli di Bologna, di Lucca, di Pisa e di Siena, i quali, amici dei Francesi, non pu dubitarsi che saranno ausiliari loro. Anche lo stesso duca di Ferrara e lo stesso marchese di Mantova, dei quali l'uno  suocero, l'altro cognato di Lodovico, io ho udito che col re di Francia cospirino. Che dunque? A me sembra certamente che gli Sforzeschi un'impresa assumano di gran lunga sproporzionata alle loro forze, e che troppo immaturamente vogliano tentare la sorte dell'armi, ec.
(941) Coronatorum noningenta millia intra decennium. Sepulveda, p. 291.
(942) Guicciardini, lib. XIX.
(943) Paolo Giovio, nella Vita Alphonsi ducis Ferrariae.
(944) Lib. III, fogl. 70, tergo.
(945) Lib. VI.
(946) Lib. IV, fogl. 73 e 74.
(947) Bened. Giovio, Hist. Patr., lib. 1, in fine. - Galeazzo Capella, de bello Mussiano, lib. II.
(948) Burigozzo, lib. IV, fogl. 78 e 79.
(949) Muratori, all'anno 1533, p. 280.
(950) Cfr. cap. II.  ovvio il comprendere che ivi si parla del cavalliere Alessandro Verri, fratello dell'autore.
(Il Continuatore.)
(951) In Milano trovasi anche al presente una contrada che porta il nome di questo casato, come lo sono altre, dette dei Visconti, degli Stampi, dei Moroni, Porroni, Resta, Piatti, Medici, Bigli, ec.
(952) Trattano di questo fatto Montaigne, Essais, lib. I, cap. 9 des Menteurs. - Il du Bellay, Mmoires, lib. IV. - Arnold. Ferron., lib. VIII. - Valois e Beaucaire, lib. XX, num. 50, e Gaillard, Vie de Franois I, tom. IV, p. 246, da cui viene citata la lettera scritta su tal proposito da Francesco I al suo ambasciatore d'Inghilterra, del 16 luglio 1533.
(953) Annali, al 1534, p. 285. - Vedi Tatti, Annali di Como, decade III. - Giulini, Annali d'Alessandria. - Cicereio, Epistolae, tom. II, p. 123, e un MS. presso il signor don Carlo Trivulzi, intitolato: Memorie fossane.
(954) Lib. IV., fogl. 82-83.
(955) Ercole Gonzaga.
(956) Guicciardini, lib. XX. - Muratori, Annali, 1534, p. 287.
(957) La morte del duca Francesco II Sforza viene fissata dai Maurini (Art de vrifier les Dates, p. 840) al giorno 24 di ottobre del 1535; dal Bugati, p. 827, nel fine di ottobre; dal Morigia (Storia di Milano, p. 105), all'ultimo di ottobre, e finalmente da altri, il 2 novembre. Sebbene io non creda di tanta importanza per il progresso delle umane cognizioni il dilucidare simili oggetti, quanto per avventura lo crede il signor canonico Lupi di Bergamo, che in un volume in foglio stragrande ha fatto conoscere d'aver consunta la sua vita, e adoperata la sua inesausta pazienza per indovinare simili punti, realmente indifferentissimi per conoscere bene la storia, nondimeno, per trovare la verit con minor tempo e pena possibile, ho fatta ricerca nell'archivio arcivescovile, ed ivi nel diario A del 1534 al 1580, al fogl. 36, tergo, ho trovata l'annotazione che il duca Francesco II mor il giorno 1 di novembre 1535. Se il signor canonico avesse ben intesa la p. 57 ch'ei cita del mio primo volume, e se egli distinguesse la cronologia della storia, non si sarebbe fatte le meraviglie ch'egli, innocentissimamente, si  fatte alla colonna 1040 del suo immenso tomo. Il Muratori, padre e maestro della erudizione d'Italia, pubblic nella sua opera Rerum Italicarum Scriptores i materiali per la storia italiana, e non sono della specie di quelli che vorrebbe il chiarissimo signor canonico ch'io trovassi buoni a tal uso. Se mai alcuno legger l'opera del signor Lupi, sappia che altra storia di Milano, ch'ei mi pone in confronto,  stata da me donata alla biblioteca Ambrosiana, dove ciascuno che il voglia potr profittarne.
(958) Cap. XV.
(959) Lib. IV, fogl. 89 e 90.
(960) Lattuada, Descrizione di Milano, tom. IV, p. 7.
(961) Lattuada, tom. III, p. 98.
(962) Burigozzo, all'anno 1535, lib. IV, fogl. 86.
(963) Morigia, nella di lei Vita.
(964) Morigia, Storia di Milano, p. 105.
(965) Lib. V.
(966) Tom. IV, p. 273 e sg.
(967) Burigozzo, lib. IV, fogl. 92 e 93.
(968) Su di ci veggansi Beaucaire, lib. XXI, num. 22 e sg. - Sleidan, Commentar., lib. X. - Mmoires de Langey, lib. V. - Gaillard, tom. IV, p. 305 e sg.
(969) Burigozzo, lib. IV, fogl. 92.
(970) Lib. V.
(971) In mezzo a intollerabili dolori di un morbo miserando, con tutte le membra contratte e totalmente assiderate.
(972) Veggansi le Mmoires de Bellay, lib. VIII. - Sleidan, Comment., lib. X. - Mmoires de Langey, lib. VII. - Beaucaire, lib. XXI, num. 52. Gaillard, Vie de Franc. I, tom. IV, p. 449 e sg.
(973) Du Mont, Corps Diplomat.
(974) Burigozzo, lib. IV, fogl. 102.
(975) Bugati, lib. VII, p. 866.
(976) Du Mont, tom. IV, part. II, p. 290. - Appartiene a quest'anno la seguente memoria che leggesi scolpita in marmo in Vermezzo, terra del Milanese: MDXL., Annus hic bisextilis fuit, et luminare majus fere totum eclipsavit. A septimo idus novembris ad septimum usque aprilis idus nec nix nec acqua visa de coelo cadere: attamen praeter mortalium opinionem, Dei clementia, et messis et vindemia multa. L'ecclissi segu il 7 aprile e fu centrale, come pu vedersi a suo luogo nella grand'opera intitolata: L'art de vrifier les Dates; ma il totale ecclisse fu visibile soltanto verso il polo artico. Una simile siccit avvenne dall'ottobre del 1733 fino al maggio del 1734, a segno che le sorgenti ed i fiumi si disseccarono, e si penava a macinare il grano; e tuttavia fu abbondante il raccolto. Poi, dal 30 novembre 1778 fino al 3 maggio 1779, non cadde mai neve n acqua, e, malgrado questi cinque mesi di aridit, il raccolto fu egualmente copioso. Pare adunque che la siccit del verno giovi alla feconda vegetazione delle nostre terre.

MDXL Quest'anno fu bisestile e il luminare maggiore quasi tutto si eccliss: dal settimo giorno delle idi di novembre fino al settimo delle idi di aprile, n neve, n acqua si  veduta cadere dal cielo. Tuttavia contra l'opinione de'mortali, per clemenza di Dio, e la messe e la vendemmia furono abbondanti.
(977) Burigozzo.
(978) Robertson, Storia di Carlo V, tom. II, p. 293.
(979) Bellati, Serie de'governatori di Milano, p. 2, nota 3.
(980) Somaglia, Alleggiamento dello Stato di Milano, articolo Mensuale, p. 160.
(981) Somaglia, Alleggiamento, ecc.; Relazione del Censimento del 1750, capp II e IV.
(982) Veggasi la di lui Vita, scritta dal suo segretario Goselini.
(983) Ripamonti, p. 118. - Casati, Annotationes ad Epistolas Francisci Cicerei, tom. II, p. 25.
(984) Lunig, Codex Italiae diplomat., tom. I, sect. III, class. I, cap, I, nn. 51 e 52. - Gaillard, Vie de Franois I, tom. V, p. 399.
(985) Storia Univ., libro VII, p. 960.
(986) Vedi il tom. I, cap. I, p. 74.
(987) Bugati, Storia Universale, lib. VII, p. 970 e 971. Lattuada, tom. IV, p. 452.
(988) Bugati, Stor. Univ., lib. VII, p. 994.
(989) Quest'insigne deposito  disegno dell'immortale Michel Angelo Buonarroti, eseguito da Leone Aretino, milanese, e da esso terminato nel 1564 al prezzo di settemila ed ottocento scudi d'oro, oltre le sei colonne donate da Pio IV. Ci rilevasi dall'istrumento di convenzione per questa grand'opera, seguta il 12 settembre 1560, tra il cardinale Moroni e Gabrio Serbellone a nome di Pio IV, e Leone Aretino, figlio di Giovanni Battista, milanese, della parrocchia di San Martino in Nosigia. Cos nell'archivio di casa Medici, cartella segn. C. I., num. 8. - (Nota dell'abate Frisi).
(990) Dumont, Corps diplomatique.
(991) Camillo Sitoni in Chronic. Coll. Judic., citato dal Lattuada, tom. IV, p. 10.
(992) Saxius, De studiis mediolanensibus, cap. XI, col. 48.
(993) Lattuada, tom. V, p. 441.
(994) Bugati, Storia Universale, lib. VII, p. 965.
(995) De mutatione nominis, oratio ec. coram senatu habita; Mediolani, 1541 e 1547, in 4. - Argellati, Bibl. Script. Mediol., tom. II, col. 839 e sgg.
(996) Lattuada, Descrizione di Milano, tom. V, p. 170.
(997) De vita et rebus gestis Caroli S. R. E. cardinalis tit. S. Praxedis, archiep. Mediol., libri VII. Carolo a Basilica Petri, praeposito gen. Congr. Cler. Reg. S. Pauli, auctore. Ingolstadii, ex officina Davidis Sartorii, 1592, lib. I, pp. 25 e 26.
(998) Pei quali, mentre li possedeva, insigne, e dopo averli rinunziati pi ancora insigne egli fu.
(999) Lattuada, tom. III, p. 197.
(1000) Bescap, Vita, cit., p. 27.
(1001) Idem, loc. cit.
(1002) Oltrocchi, nelle note alla versione latina della Vita del cardinale Borromeo, scritta da Gio. Pietro Giussani; Milano, 1751, lib. I, col. 51, nota (b), e col. 52, nota (d). Ecco letteralmente il testo: (.) Eadem qua Carolus tegebatur umbella Gubernator ad Antistitis laevam impari gressu equitans, ut medius ex umbella postrema equus extaret. Ita scribit Carolus ad Cardinalem Novocomensem... Et fusius ad Altempsium Cardinalem triduo post in hanc sententiam scripsit: '"... Me praecipue Gubernatoris religio et pietas sibi devinxit, quem mei et Pontificis observantissimum nactus summopere recreor". Indi conchiude l'annotatore: (..) Tanta itaque fuit omnium Ordinum in eo excipiendo pompa, ut Hieronimus Vida, invidiosa ferme sententia, testatum fecerit biduo post in epistola, "tanta Borromeum celebritate exceptum, ut vix a regali pompa differret".

(.) Sotto il baldacchino medesimo dal quale Carlo era coperto, il governatore, a sinistra del prelato, cavalcava con minor passo acci la met del cavallo rimanesse fuori per di dietro dal baldacchino. Cos scrive Carlo al cardinale di Como... E pi copiosamente scrisse tre giorni dopo al cardinale Altemps in questi termini: "...Sopratutto la religione e la piet del governatore a lui mi strinse, il quale sommamente rallegromi aver trovato di me e del pontefice devotissimo".
(..) Tanta fu dunque la pompa di tutti gli ordini nell'accoglierlo, che Gerolamo Vida, certo con invidiosi termini, attest in una lettera data due giorni dopo, con tanta celebrit essere stato accolto il Borromeo, che appena si distingueva da una regia pompa
(1003) Storia di varii conclavi, cominciando da quello del 1522, in cui Adriano VI fu dato successore a Leon X, fino al conclave del 1592, in cui fu eletto Clemente VIII: Manoscritto esistente presso il signor principe di Belgioioso d'Este.
(1004) Lattuada, tom. IV, p 7, e tom. V, pp. 261 e 433. - Giussani, Vita di san Carlo, lib. III, cap. I.
(1005) Bescap, opera citata, p. 56, e gli altri storici contemporanei.
(1006) Oltrocchi, nelle Note alla Vita latina di San Carlo, lib. II, cap. XIV, col. 144, nota (d).
(1007) Praesidiis ante paratis, si quis forte promulgationi vellet resistere: Bescap, p. 55.
Predisposti i mezzi pel caso che alcuno volesse per avventura resistere al bando.
(1008) Res longe gravissima iis (Praepositis) videbatur ex eo statu quem sibi proposuerant cum ei se Ordini addixerunt, ademptis beneficiis quae consueta coeterorum via obtinuerant, tantis detractis commodis et facultatibus, ad eam vitam compelli, in qua et tenue esset quo quis uteretur, et idipsum non esset proprium, quaeque severis aliis contineretur institutis. Nihil enim minus sive ipsi, sive parentes iis dignitatibus quaerendis fortasse spectaverant, quamvis spectare debuissent, quam monasticam coenobiticam disciplinam. Sed quemadmodum vulgo de aliis fieri solet sacerdotiis quae legibus eiusmodi coenobiticis libera sunt, id sibi suisque comparare plerumque studuerant, quod vitae commoditati nobilitatique sustentandae deserviret. Cognati quoque ipsi, qui Praepositorum opes ad familiae suae splendorem pertinere videbant, easque ad juniores eiusdem familiae deinceps transferendas sperabant, sancitas leges, quantum poterant, dissolvere conabantur. Bescap, p. 56. - Vedansi anche il Rossi, Vita latina di san Carlo, lib. II, cap. XIV, col. 145-146, e Bugati, Storia Universale, lib. VIII, p. 1079.

Sembrava loro (a'Proposti) cosa eccessivamente gravosa che, da quella condizione la quale si erano proposta quando abbracciarono quell'ordine, tolti loro i benefizi, che avevano per la consueta via di tutti gli altri ottenuti, e levati loro tanti commodi e facolt, fossero ridotti a quella vita in cui e tenue era ci che da ciascuno doveva usarsi, e quest'esso non proprio, e la quale veniva raffrenata da altre severe istituzioni. Imperocch a nulla avevano, sia essi che i loro parenti, mirato meno nel ricercare queste dignit (bench avessero dovuto mirarvi) che alla monastica cenobitica disciplina. Bens come suole comunemente avvenire rispetto agli altri sacerdozi, che da siffatte cenobitiche leggi sono liberi, aveano per lo pi posto la mira a procacciarsi tal cosa che giovasse a sostentamento dei comodi della vita e della nobilt. I congiunti altres, che le ricchezze dei proposti vedevano rivolte allo splendore delle loro famiglie, e speravano quelle trasferire in appresso ad altri pi giovani delle stesse famiglie, sforzavansi di mandare a vuoto, per quanto potevano, le stabilite leggi.
(1009) Bescap, p. 40.
(1010) Bescap, pp. 42 e 49.
(1011) Id., pp. 65, 66 e 68.
(1012) Tiraboschi, Vetera Humiliatorum Monumenta, tom. I, dissert. VIII. De Humiliatorum extinctione, p. 416.
(1013) MS. esistente nella cospicua collezione del signor principe Belgioioso d'Este, che ha per titolo: Processo per la coniura fatta dai frati Umiliati, ecc.
(1014) Il vescovo di Lodi, delegato pontificio per il processo dell'archibugiata, fu Antonio Scarampi; e parte dell'esame fatto dal cardinale Borromeo venne pubblicata dal P. Branda nella Confutazione de'Ragionamenti apologetici del dottore Baldassare Oltrocchi. Pavia, 1755 alla p. 245.
(1015) Manoscritto citato.
(1016) At fuere etiam, qui dum cauti atque intelligentes svideri perverse vellent, in maximam inciderent temeritatem, Caroli id fuisse artificium ut sibi opinionem quaereret sanctitatis. Bescap, p. 77.

Ma furonvi anche di quelli i quali, nel voler apparire perversamente acuti ed intelligenti, caddero nella massima temerit di pensare, questo essere stato un artificio di Carlo per acquistare riputazione di santo.
(1017) La Bolla d'abolizione  nel Bollar. Roman., tom. II, fogl. 328. - Vedansi Bescap, p. 87. - Latuada, tom. V, p. 260. - Tiraboschi, tom. I, dissert. VIII, p. 427.
(1018) Bescap, luogo citato.
(1019) Oltrocchi, nota b alla Vita latina di san Carlo, lib. II, cap. 28, p. 210. - Latuada, tom. I, p. 190 e sgg.
(1020) Art de vrifier les Dates, art. Philippe II.
(1021) Bescap, pp. 102 e 103 - Lettera del cardinale di Como all'arcivescovo Borromeo, che leggesi nella Confutazione de'Ragionamenti apologetici pubblicali dal dottor Baldassare Oltrocchi, p. 436.
(1022) Cronaca del marchese Lorenzo Isimbardi, di varii successi dal 1569 in avanti: MS. presso la casa Isimbardi in Pavia.
(1023) Bescap, p. 224.
(1024) Vedi Gaspare Bugati, Fatti di Milano al contrasto della peste. - Giacomo Filippo Resta, Vera narrazione del successo della Peste. - Cicerei, Epist., tom. II, p. 248.
(1025) Bugati, Aggiunta alla sua Storia Universale, Milano, 1571, p. 167.
(1026) Pp. 145, 146, 147 e 173.
(1027) Bescap, p. 145. - Lattuada, tom. III, p. 122.
(1028) Vedi gli storici della sua Vita, e specialmente il Bescap pp. 193, 194, 195, 290, e 363; e inoltre il Latuada, tom. IV pp. 47, 68, 212, 318, e tom. V, pp. 111, 262, 407; e il Bugati, Aggiunta, ecc., p. 143.
(1029) Lettera 4 luglio 1579, tra le Lettere del glorioso arcivescovo di Milano san Carlo Borromeo, cardinale di Santa Prassede. Lugano, per l'Agnelli, 1762.
(1030) Cronaca citata, all'anno 1580.
(1031) Sotto il contestabile di Castiglia fu stampato, nel 1597, il libro: Quaderno de varias escrituras en las deferencias de Jurisdiciones ecclesiastica y real del estado de Milan.
(1032) Atti della visita del cardinale Federico Borromeo del 1608.
(1033) Bianconi, Guida di Milano, pp. 122 e 157.
(1034) Lattuada e Manconi, p. 79.
(1035) Lattuada, tom. V, p. 284.
(1036) Fr. Cicereji, Opera, tom. II, p. 183.
(1037) Il seguente avviso fu dal vicario di Provvisione distribuito agli eletti per l'entrata della regina: "Volendo questa citt di Milano ricevere con tutti quei segni di riverenza e d'onore che si devono la serenissima principessa, moglie del principe nostro signore, la cui venuta in breve s'aspetta, ha stabilito, fra le altre cose, che si eleggano ducento e pi cavalieri nobili, di et di quattordici anni in su, che vadino ad incontrarla, vestiti a spese loro, tutti di seta bianca et oro come meglio a ciascuno parer, purch habbino calze abborsate con tagli, et calzette di seta bianca, berretta di velluto nero solio con piume bianche, spade, pugnali et azze dorate in spalla, ogni cosa guernita di velluto solio bianco, et scarpe di corame bianco. E perch fra queste si trova eletta la persona di V. S., d'ordine anche di sua eccellenza, l'avvisiamo di tale elezione, assicurandoci che per servire al proprio signore e principe naturale e alla patria insieme, per i quali  tenuta ogni persona a spendere non solo le facolt, ma il sangue e la vita ancora, ella accetter volontieri questo carico e onore, col provvedersi dei vestimenti et ogni altra cosa necessaria, nel modo che di sopra s' detto di qua alli 25 di novembre presente, al pi tardi, acciocch quando giunger sua altezza, la quale si ha nuova certa che di gi  partita, si trovi V. S. pronta insieme con gli altri a fare il suddetto compimento. Avvisandola che sua eccellenza ha dichiarato il signor marchese di Caravaggio capo di questi nobili, e avvertendola che contra gli inobbedienti ha ordinato che si proceda alla pena di cinquecento scudi, e maggior pena ancora all'arbitrio suo, alla quale saranno tenuti i padri per i figliuoli. N si admetter alcuna escusazione, perch S. E. cos comanda, Anzi ha ordinato che quelli che sono uomini di arme, entrino in questo numero, esentandoli da quel carico per adesso. E per rispetto delle azze potr V. S. far ricapito dal spadaro al segno del Leon d'oro nella contrada dei Spadari.
Et inoltre sar V. S. contenta di ritrovarsi in casa del suddetto signor marchese marted prossimo, che sar alli 3 del presente mese, dopo il desinare, per intendere quanto se le vorr dire in questo particolare".
In Milano, alli 2 di novembre 1598.
Sott. Il vicario e dodici di Provvisione eletti dai
signori sessanta, ec.
"Gio. Jacomo Chiesa".
(1038) Le grazie d'Amore, di Cesare de'Negri, milanese, detto il Trombone: Milano, presso Ponzio e Piccaglia, 1604 in fol., p. 12 e sg.
(1039) Libro citato, p. 35.
(1040) Opera citata, p. 13.
(1041) P. 25.
(1042) Trattato di Scientia d'arme, con un dialogo di filosofia, di Camillo Agrippa, milanese: Roma, presso Antonio Blado, stampatore apostolico, in 4.
(1043) Negri, opera citata, p. 14.
(1044) P. 287
(1045) Sicle de Louis XIV, cap. XXV.
(1046) Stato della repubblica Milanese l'anno 1610, MS. del citato senatore, esistente nell'archivio dell'illustre casa Belgioioso d'Este; Cap. dei Governatori, fog. 331, tergo. - Di quest'opera d conto l'Argellati nella Biblioteca degli scrittori milanesi.
(1047) Ut aditus et reditus a justitia ad clementiam facillimi certissimique paterent, viam hanc e Regia ad Praetorium aperuit.
(1048) Philippo III, Hispaniarum Rege potentissimo, imperante, D. Petrus Enriquez Azevedius, Fontium Comes, externi belli victor domestici extinctor invictus, dextera amabilis, sinistra formidabilis... carcerum fores regiae curiae objecit, ut principis advigilantis oculus fidissima est justitiae custodia.
(1049) Latuada, tom. V, p. 26 e sg.
(1050) M. del senator Visconti, fogl. 279.
(1051) Visconti, MS. citato, fogl. 337.
(1052) Philippo III, Hispaniarum et Indiarum Rege, Mediolani Duce, Regnante, D. D. Petrus de Enriquez Azevedius, Provinciae Mediol. Gubernator et Fontium Comes, opere hoc praeclaro Verbani et Larii huc deductas aquas irriguo navigabilique Ticino ac Pado immiscuit, ubertatem et jucunditatem agrorum, artificum studia, publicas ac privatas opes accessu et commercio facili amplificando.
(1053) MS. suddetto, fogl. 284, tergo.
(1054) MS. citato.
(1055) Quanto quis servitio promptior, opibus et honoribus extollebatur.
(Quanto pi pronto era taluno alla servilit, pi era innalzato di ricchezze e d'onori).
(1056) Visconti, nel citato MS. fogl. 349.
(1057) MS. suddetto, fogl. 350.
(1058) Caterina Medici, che viene chiamata "impurissima femmina, strega e fattucchiera funestissima, avvelenatrice inumanissima; che da quattordici anni, abbiurata la religione cristiana, e obbligatasi al principe delle Tenebre, ha frequentato i luoghi infernali e i conciliaboli de'demonii, li ha nefandamente adorati, e danzato, mangiato e giaciuta con essi; e con arti diaboliche e veneficii ha tratto o procurato di trarre molti uomini ad amarla, ed ha affascinati ed uccisi molti bambini col sottrarre dai loro corpicelli il vital sangue; e finalmente tali e tanti delitti ha commesso, che il senato, nell'udire il racconto, inorrid. Perci statuitole un termine alla difesa, e fatta difendere d'ufficio (poich nessuno si present per farlo), questa sacrilega e detestabil donna fu condannata, previa la tortura ad arbitrio della curia per la manifestazione d'altri delitti e dei complici, ad essere, con mitra in capo, avente l'iscrizione del reato, e cinta di figure diaboliche, condotta al luogo del pubblico patibolo sopra un carro, percorrendo le vie principali della citt, tormentata, durante il cammino, con tenaglie roventi, e per ultimo bruciata. E avendo la detta strega confessato molte cose pertinenti all'ufficio della Santa Inquisizione, il senato ordin che fusse prima consegnata al rev. padre inquisitore, il quale, compite le cose da compirsi, l'abbia a riconsegnare all'egregio capitano di giustizia". Cos nella sentenza, di cui ecco il tenore: Retulit in Excellentissimo Mediolani senatu egregius capitaneus justitiae longam atque integram seriem et processum causae instructae adversus impurissimam foeminam, Catharinam Mediceam, Papiensem, strigem lamiamque teterrimam, et veneficam immanissimam, quae ex pluribus et perspicuis inditiis ac testimoniis atque ex propria confessione, cognita est jam supra annos quatuordecim cristianam fidem ejurasse, seque principi Tenebrarum devinxisse, tartarea loca, daemonum conciliabula una cum alijs strigis et lamiis frequentasse, eos nefarie adorasse, et cum eis saltasse et comessatam fuisse ac concubuisse; multosque homines diabolicis artibus et veneficiis in sui amorem traxisse, vel cert trahere studuisse; multos item infantes, subtracto e corpusculis vitali sanguine, fascinasse atque necavisse... Demum tot ac tanta scelera patrasse, ut senatus ipsa audiendo cohorruerit. Retulit pariter idem capitaneus statum fuisse praedictae mulieri aliquod spacium ad se defendendum, quo in tempore cum nihil egerit, curiam de ea in suffragium ivisse, sententiamque suam protulisse, quam ibidem recitavit, judicioque eiusdem excellentissimi ordinis submisit. Qui misertus ac pertaesus harum calamitatum artiumque infernarum, quae passim jam per Urbem hanc et Provinciam universam grassantur, statuit ad exemplum etad terrorem huiusmodi monstrorum maxime pertinere ut huic sacrilegae et detestandae mulieri digna malefactis suis supplicia erogentur. Omnibus igitur et singulis rebus suprascriptis diligenter ac maturae perpensis, censuit praedictam Catarinam Mediceam, denunciata morte, super aliis criminibus et criminum sociis torquendam arbitrio Curiae, habitaque pro repetita et composita seu confrontata... plaustro imponendam, mitratamque ad infamiam, cum inscriptione criminis, ac figuris diabolicis redimitam, ad locum pubblici patibuli trahendam esse per regiones Urbis insigniores, atque interim pluries forcipe candenti... vellicandam donec eo pervenerit, ibique demum flammis concremetur... Verum quia praedicta Lamia multa fassa est quae ad cognitionem Sanctae Inquisitionis Offici pertinent, censet idem Senatus eam prius tradi debere rev. P. inquisitori, ut prefectis perficiendis ipsam egregio capitaneo justitiae restituat. - Signat. Io. Baptista Saccus. Questa sentenza fu eseguita il 4 marzo 1617, e avendo essa la data del 4 di febbraio,  da credere che il mese che trascorse prima dell'esecuzione siasi consumato presso il Santo Officio. Il fatto  il seguente:
Nell'autunno del 1616 il senatore Melzi si ammal con dolore allo stomaco; non aveva febbre, ma inappetenza, poi dimagr e perdette il sonno. Il medico che lo assistiva, era il fisico collegiato Giacomo Angelo Clerici, ma vennero consultati anche i due fisici di collegio Lodovico Settala e Giambattista Selvatico. Erano passati due mesi da che languiva per quest'incomodo il senatore, quando venne, verso la met di dicembre, a visitarlo il capitano Vacallo, il quale, vedendo che il senatore aveva per cameriera Catterina Medici, da lui altre volte conosciuta, avvert il senatore essere quella una famosissima strega, e la peggiore che si potesse trovare, poich aveva maleficiato lui mentre stava in sua casa. Due figlie del senatore, monache in San Bernardino, informate di questo, si fecero mandare i cuscini del di lui letto, e vi trovarono dei nodi di piume e filo con carboni e pezzetti di legno, i quali portati al curato di San Giovanni Laterano, ch'era esorcista, furono tosto giudicati opera diabolica di stregheria. Si venne in formalit ad abbruciarli nella stanza del senatore cogli esorcismi, e mentre si bruciavano, crebbero i dolori allo stomaco dell'ammalato. Allora il dottor collegiato Lodovico Melzi, figlio del senatore, imprigion in una stanza di casa Catterina Medici, e le disse che si sapeva gi ch'ella aveva maleficiato il senatore, e che o lo disfaccia; se no, per giustizia si sarebbe fatta abbruciare. Ed a principio neg essa Catterina... Il processo non dice con quai terrori venne poi costretta quell'infelice ad accusare s medesima, ma si vede che si accus prima che fosse posta prigione. Si pretendeva che fosse marcata diabolicamente sulla schiena, ed ella asser che potevano essere state le coppette tagliate. Il curato di San Giovanni Laterano venne a due ore di notte, e, dopo di averla esorcizzata, la obblig a stendersi per terra, ed ei, calpestandola, le pose un piede sul collo, e, in quella positura l'obblig a rinunciare alle supposte promesse fatte al diavolo.
Il motivo per cui il capitano Vacallo si credeva maleficiato fu perch, avendo in sua casa questa Catterina Medici, n'era innamoratissimo, onde si consigli col P. Scipione Carrera, col P. Albertino e col signor Girolamo Omati, e mi levarono di casa la detta Catterinetta, et la menarono nel refugio: et le notti seguenti volsi morire di spavento, de tremori et de passione di cuore, et gridavo che pareva mi fosse strepato il core, et cos penai tutta la notte. Et la mattina seguente andai dal curato di San Giovanni Laterano et li confessai quanto passava, et lui, dopo havermi letto et esorcizato, mi disse che ero malamente maleficiato; et venne a casa mia, et nel letto et piumazzo trov molte porcarie, et fra le altre cose un filo lungo al circolo del mio capo con sopra tre nodi distinti, uno stretto, l'altro meno e il terzo pi vano, et mi disse detto curato che se il terzo nodo si stringeva pi, sarei stato sforzato a sposarmi con detta Catterina o morire. Et veramente a me pareva che se avessi havuto tutto il mondo da una parte, et dall'altra la detta Catterina, havrei pigliato lei et lasciato tutto il mondo. Egli se ne part da Milano per andare in Ispagna, e mentre andavo a Genova per andare a Spagna, pareva che io fossi menato alla forca, et col mi venne tentazione di getarmi nel mare, et mi venivano certe passioni di cuore come fossi stato per morire.
Mentre la Medici stava rinchiusa in una stanza nella casa del Melzi, e assediata da una moltitudine di domestici e famigliari, venne forzata a insegnare il modo per guarire il senatore, ed ella disse: che bisognava tor una fascia nuova et con essa misurare il signor senatore per larghezza et per lunghezza, et farli porre tre volte le braccia in croce prostrato prima in letto con la pancia in gi; et che lei lo aurebbe levato dal letto facendogli dire in quell'istante tre Pater et tre Ave Maria da duoi figliuoli vergini a onore della Santissima Trinit, et che lei nell'atto che havesse levato il signor senator dal letto con la fascia sotto la pancia avrebbe detto: - Chi leva Senic et chi la sanit: - et che in tal modo il maleficio restava disfatto, et il signor senatore sarebbe guarito.
Il medico Lodovico Settala, esaminato il giorno 28 dicembre 1616, avendo egli circa sessantaquattr'anni, espone cos: "Io pi d'una volta ho sentito dal signor senatore che pativa dolori di stomaco stravaganti, che all'improvviso sopragiungevano et all'improvviso si partivano, restando libero come se non avesse avuto male, e che pure non vi dava alcuna occasione: per la qual cosa domand aiuto e a me e al signor medico Clerici, perch s'andava ogni giorno smagrendo e consumandosi. Facessimo colleggio dieci o dodici giorni fa, nel quale, sebbene attentissimo alla cura come a male naturale, restassimo per con qualche maraviglia della maniera dei dolori; poich, sendo cos stravaganti, ci pareva esservi dentro cosa che ben bene non si poteva ridurre a soli principii naturali; sendo ancora che lui non haveva mai avuto febbre. Ma da pochissimi giorni in qua mi fu detto che si era scoperto quella malattia havere origine da causa sopranaturale, sendosi scoperta in casa sua una donna sospetta di strega. Per il che subito me ne andai dal detto signor senatore per intendere i particolari e certificarmi della verit di questo, confermandomi nel mio dubbio primiero delle stravaganze de'passati accidenti, potendoli ridurre a questa causa soprannaturale delle male, tanto pi havendone visto molti altri esempi in questa citt, ne'quali essendoci noi affaticati in vano con rimedii naturali, scoperti poi esser causati da male, si rendevano curabili con esorcismi soli, e intesi come questa donna aveva confessato la verit di aver fatto i maleficii a questo signore. Anzi di pi, sendosi trovato presente alla mia visita un religioso esorcista di molto valore, mi disse havere scoperto questa donna essere strega famosa e professa, anzi essere delle segnate e marcate del demonio, e per non mi maraviglio che il male del detto signor senatore non cedesse". Lo stesso medico Settala, in altro esame, cos disse: "Considerando io la qualit de'dolori che ha il detto signor senatore, la continuit loro, la parte offesa che  tutto il ventricolo, parte principalissima che comunica col cuore, ch' destinata dalla natura ad uso necessariissimo, cio alla preparazione e digestione de'cibi, dico tale infermit esser tale, che senza dubbio alcuno era per apportar la morte per la veemenza de'dolori, per l'impedimento delle azioni e per l'impedimento del dormire; che gi si vedeva per il principio della magrezza e della consumazione della carne. Anzi credo io certo questi maleficii non esser fatti ad amorem, come spesse volte si fanno, ma ad mortem, come sogliono le maghe promettere al diavolo tanto l'anno; perch, per la lunga esperienza che ho avuto in varii casi occorsimi, i maleficii ad amorem portano accensione di spiriti, commozione di sangue, passione di cuore, alienazione qualche volta di mente, con desiderii carnali, et in particolare con rabbiosi affetti verso alcuno; non dolori di stomaco, non simili accidenti, in tutto contrari, se non qualche volta per errore fatto da qualche maga non esperta, come non  verisimile esser costei; havendo inteso dall'esorcista che con lei a lungo ha trattato, costei essere strega pratica et professa et marcata, che vuol dire esser dottorata in simil arte. E perci concludo tali maleficii pi tosto esser stati ad mortem, come sogliono, come ho detto, fare e promettere in grazia del demonio. E questo  quanto posso dire, clto dall'esperienza e pratica che ho avuto in simili casi, e per quello che ho letto ne'gravi scrittori che di questa materia trattano".
Questa infelice doveva avere circa quarantaquattro anni quando fu giuridicamente assassinata. Ella era nata in Brono da Giovanni de'Medici, maestro di scuola. Da principio negli esami si dichiarava innocente, poi venne tormentata, e il decreto del senato fu: (.) 1617 die decima januarii. Senatus mandavit ad relationem Egregii Capitanei Justitiae dictam Catharinam Torturae subjici debere, adhibita ligatura canubis ac etiam taxillo, arbitrio curiae, pro habenda ulteriori veritate, ac etiam super aliis; e nel giorno stesso 10 gennaio esaminata, (..) negat scire quid sit ludum vulgo Barilotto, negat etiam scire formam liberandi D. Senatorem a praedicto maleficio. Negat che il demonio fosse assistente ec. Redarguta, perseverat in negativa... Tunc fuit et comminata tortura ad formam ec. ubi non dicat veritatem... Respondit non ho fatto altro... et cum propterea fuerit ei funis brachio dextero applicata, et iam stringeretur, dicit: dir la verit, fatemi desligare; et sic soluta ec... e allora recit una lunghissima fila di Barilotti e maleficii i pi pazzi e strani.
(.) 1617, il d 10 gennaio. Il Senato, per relazione dell'egregio capitano di Giustizia, comand doversi sottoporre alla tortura la detta Caterina, adoperando la legatura di canape ed anche il randello, ad arbitrio della Curia, per avere l'ulteriore verit, ed altres sopra altre cose.
(..) Nega sapere che cosa sia il gioco volgarmente detto Barilotto; nega pure di sapere il modo di liberare il signor Senatore dal predetto malefizio. Nega che il Demonio fosse assistente, ec. Redarguita, persiste nella negativa... Allora le fu minacciata la tortura nella forma ec., quando non dica la verit... Rispose, non ho fatto altro... ed essendole perci applicata la fune al braccio, destro, e gi strignendosele, disse: dir la verit, fatemi desligare; e cosi sciolta ec.
(1059) Bianconi, Nuova Guida di Milano, p. 258.
(1060) Bosca, De origine et statu Bibl. Ambr., lib. II, p. 561. - Saxius, De studiis literariis Mediol., cap. XII, col. 54. - Lattuada, Descrizione di Milano, tom. IV, p. 94.
(1061) Sopra un volumetto che contiene gli atti dell'indicata controversia, prezioso MS. esistente nella biblioteca Ambrosiana, trovasi scritto di mano propria del cardinale Federigo: Questo libro costa centomila scudi; con che  venuto egli a dichiarare le spese fatte per venire a capo della concordia. - (Nota del canonico Antonio Francesco Frisi).
(1062) La consulta  del 9 agosto 1618, ed ha questo principio: (.) Cum ecclesiastici paulatim, unus post alium, adversus impositionem onerum pro parte colonica bonorum Ecclesiae insurgerent, comminando et promulgando censuras contra deputatos, comules et syndicos Communitatum...; et cum parochi ecclesiarum recusarent Sanctissima Sacramenta Deputatis ministrare, Episcopi ver absolutionem a Censuris denegarent nisi refectis damnis..., et nisi praestita cautione quod in futurum ab ea abstinuissent; senatus, omnibus denuo attente consideratis, pro eo quod pertinet ad Justitiam, licet non desint qui Ecclesiae partes tueantur, cognovit tamen veriorem et magis receptam sententiam hanc esse, ut possit princeps Collectam exigere a colonis Ecclesiae pro valore fructuum ad eos spectantium, et ita servari in aliis provinciis: immo vero ita jamdiu servatum fuisse in multis huius Dominii partibus, et in omnibus a multis annis citra. Sed vidit etiam episcopos et ipsum summum pontificem ita persistere in censuris, ut neque per nos ab eis removeri possint ullis rationibus, neque nobis remedia ulla supersint, quibus defendere ab illis valeamus laicos in exactione onerum perseverantes, necque nostram quasi possessionem in qua sumus, satis tueri ec... e termina quindi concludendo: (..) Reliquum est ut Majestas Vestra, re tota intellecta, quid nobis inter has angustias agendum sit praescribere dignetur.

Essendoch gli ecclesiastichi a poco a poco, un dopo l'altro, contro la imposizione degli aggravii per la parte colonica dei beni della Chiesa insorgevano, minacciando e promulgando censure contra i deputati, consoli e sindaci delle comunit... ed essendoch i parrochi delle chiese ricusavano di amministrare i Santissimi Sacramenti ai deputati, e i vescovi poi negavano l'assoluzione dalle censure, se pria non erano risarciti i danni, e se non si prestava sicurt che in futuro da quella si sarebbono astenuti: il Senato, ogni cosa di nuovo attentamente considerata, per quello che appartiene alla giustizia, bench non manchino di quelli che difendono le parti della Chiesa, riconobbe tuttavia essere pi vera e pi assentata questa sentenza che possa il principe esigere la colletta dai coloni della Chiesa pel valore dei frutti loro spettanti; e cos essere l'osservanza in altre province, che anzi cos essere stata gi da lunga pezza la pratica in molte parti di questo Dominio, ed in tutte molti anni addietro. Ma vide altres che i vescovi ed il sommo pontefice stesso cos persistono nelle censure che n si possono per noi rimuovere da esse con veruna ragione, n a noi rimedio alcuno sopravanza col quale possiamo difender da quelle i laici perseveranti nell'esazione degli aggravii, n difendere abbastanza il nostro quasi possesso in cui siamo ec.

(..) Rimane che la Maest Vostra, ogni cosa considerata, si degni prescrivere che cosa dobbiamo fare fra queste angustie.
(1063) Ripamonti, De Peste, ec., p. 20
(1064) Ibid. p. 41, e annotazioni MS. a un Vecchio Diutile presso la casa Verri.
(1065) Rivolta, Vita di Federico Borromeo, lib. V, cap. XXI, p. 168.
(1066) Ripamonti, p. 50 e seg. Nel citato Diutile, scritto da un medico-chirurgo, essendovi notate le visite di Santa Corona, leggesi MS. quest'annotazione: "1629, 7 novembre. Nel bettolino di San Francesco sul corso di Porta Comasina, passato il Carmine, mor improvvisamente uno venuto da luogo infetto. Non si conobbe ch'ei fosse morto di peste. Fra alcuni giorni l'oste e garzoni s'ammalarono e morirono".
(1067) Si fecero giuochi, tornei, allegrezze grandi. Si cant il Te deum a Santa Maria presso San Celso. Sulla piazza del Duomo si diede un fuoco artificiale stupendo, che rappresentava il monte Etna. Il ragguaglio ed il disegno della macchina sono stampati. Il gesuita Emanuele Tesauro, celebre maestro d'eloquenza in que'tempi, recit la orazione; e per dare un'idea del solo modo di scrivere, ne riporter alcuni tratti. Fra le altre cose disse: Ma che in questi anni, meglio che in altri, sia la fortuna appassionata per questa casa reale, facciane fede, non altri, l'abbattuta eresia della Germania, sopra cui, passando la ruota dell'austriaca fortuna, hormai le ha frante le armi e tolto il fiato. O giustissimi sdegni e trionfali vendette della zelante fortuna! Tempo fu che, ritardato il valor della doglia, assai pi attese la fortuna dello Impero a medicar le ferite de'suoi con la prudenza, che a ferire i rubelli con la spada: a guisa di perita nocchiera, che non potendo correre un vento intiero, corre una quarta. Ma ora al prospero soffio dell'austro gonfia tutta la vela, scorrendo liberamente, non pure il Reno e 'l Danubio e l'Albi, ma il gelato mare di Dania; anzi ne'monti ongarici et boemi per un mar di sangue rubello felicemente veleggia (p. 12). Egli, lodando il conte d'Olivares, dice che trasse il nome dagli olivi, perch ne'consigli di guerra et di pace dell'una et dell'altra Pallade merta l'oliva. Finalmente del nato bambino ci narra ch' figlio delle Grazie, candidato dei paterni regni, gemma incomparabile della maggior corona del mondo, fondamento delle speranze, speranza et voto dei popoli, humano angioletto et mortal Dio. Il panegirico  pieno di passi d'Orazio, di testi di Platone di allusioni alle favole, di esagerazioni e adulazioni, e, sebbene recitato in San Celso, non vi  tratto veruno n del candore evangelico, n perfino di religione.
(1068) In una patente del tribunale di Sanit, sottoscritta dal presidente Giovanni Sfondrati e dal cancelliere Giacomo Antonio Tagliab, del 20 maggio 1632, che conservavasi presso de'padri Cappuccini di quel convento, si legge che il padre Felice Casato, guardiano, comand nel Lazzaretto per commissione del tribunale di Sanit, e cominci alli 30 marzo con carico di reggente e governatore di detto Lazzaretto, con ampla autorit concessagli da questo tribunale di comandare, ordinare, provvedere e fare tutto quello che dalla singolare sua prudenza fosse stimato necessario;... havendo avuto sotto il suo governo et comando tal'hora pi di sedicimila anime, et governato nel detto spatio di tempo centomila persone e pi ec.".
(1069) Cos il conte Verri verso la fine del  II dell'opera intitolata: Osservazioni sulla tortura, e singolarmente su gli effetti che produsse all'occasione delle unzioni malefiche, alle quali si attribu la pestilenza che devast Milano l'anno 1630. Questo scritto, ch'era rimasto inedito per riguardi di famiglia onorevoli all'autore, fu per la prima volta pubblicato come un'Appendice alle Opere Economiche del conte Pietro Verri, nella Raccolta degli Scrittori Classici Italiani di Economia politica, Parte Moderna, tom. XVII.
(1070) Memorie delle cose notabili successe in Milano intorno al male contagioso l'anno 1630, ec., raccolte da D. Pio La Croce, p. 54. Un fanatismo simile a questo si vide in Mosca, allorquando, l'anno 1771, la pestilenza recatavi dalla guerra co'Turchi desolava quella citt. Il popolo si pose in mente che un'imagine miracolosa dovesse liberarlo, e la folla del concorso comunic la pestilenza ai sani, e accrebbe la sciagura. L'arcivescovo di Mosca, uomo illuminato e umano, che avea sottratto l'imagine al popolo, dovette nascondersi per schermirsi dal suo furore; ma le turbe forzarono il monastero ov'erasi ricoverato, o lo trucidarono. - Veggasi Levesque, Histoire de Russie, tome V, Paris, 1782, p. 133.
(1071) Pestilentia vim, et nomen, et regnum vere suum obtinuit, lib. VI, p. 67.
(1072) Ragguaglio dell'origine e giornali successi della peste di Milano, dal 1629 al 1632, di Alessandro Tadino ec., lib. II, cap. 15 e 30, pp. 57 e 100.
(1073) Ripamonti, p. 112.
(1074) L'editto, pubblicato dal Lattuada (Descrizione di Milano, tom. III, p. 322),  il seguente: "Avendo alcuni temerari o scelerati avuto ardire di andare ungendo molte porte delle case, diversi catenacci di esse e gran parte dei muri di quasi tutte le case di questa citt con unzioni, parte bianche e parte gialle, il che ha causato negli animi di questo popolo di Milano grandissimo terrore e spavento, dubitandosi che tali unzioni siano state fatte per aumentare la peste che va serpendo in tante parti di questo Stato; dal che potendone seguire molti mali effetti et inconvenienti pregiudiziali alla pubblica salute: a'quali dovendo li signori presidente e conservatori della Sanit dello stato di Milano per debito del loro carico provedere, hanno risoluto, per beneficio pubblico e per quiete e consolazione degli abitanti di questa citt, oltre tante diligenze sin qui d'ordine loro usate per mettere in chiaro i delinquenti, far pubblicare la presente grida, con la quale promettono a ciascuna persona di qualsivoglia grado, stato e condizione si sia, che nel termine di giorni 30 prossimi a venire dopo la pubblicazione della presente metter in chiaro la persona o le persone che hanno commesso, favorito, aiutato, o dato il mandato, o recettato, o avuto parte o scienza, ancorch minima, in cotal delitto, scudi ducento de'denari delle condanne di questo tribunale; e se il notificante sar uno de'complici, purch non sia il principale, se gli promette l'impunit, e parimente guadagner il suddetto premio. Et a questo effetto si deputano per giudici il signor capitano di giustizia, il signor podest di questa citt et il signor auditore di questo tribunale, a'quali o ad uno di essi averanno da ricorrere i propalatori di tal delitto, quali, volendo, saranno anche tenuti secreti. Dat. in Milano 19 maggio 1630.
Firm. M. Antonius Montius Praeses.
Sott. Jacobus Tagliabos, Cancellar."
(1075) Veggasi la citata opera del conte Verri: Osservazioni sulla tortura, ec.
(1076) Ripamonti, p. 64.
(1077) Dar qui la studiata e non inelegante iscrizione latina che leggevasi scolpita in una gran tavola di marmo, e il faccio ancor pi volentieri perch nella prima edizione della citata Opera sulla tortura, contro la manifesta intenzione dei tre superiori magistrati che sancirono quel legale assassinio,  mancante de'loro nomi, e cos mutila fu poscia ristampata.


HIC VBI HC AREA PATENS EST
SVRGEBAT OLIM TONSTRINA
JO. JACOBI MOR
QVI FACTA CVM GVLIELMO PLATEA PVB. SANIT. COMMISSARIO
ET CVM ALIIS CONSPIRATIONE
DVM PESTIS ATROX SVIRET
LTHIFERIS VNGVENTIS HVC ET ILLVC ASPERSIS
PLVRES AD DIRAM MORTEM COMPVLIT
HOS IGITVR AMBOS HOSTES PATRI IVDICATOS
EXCELSO IN PLAVSTRO
CANDENTI PRIVS VELLICATOS FORCIPE
ET DEXTRA MULCTATOS MANV
ROTA INFRINGI
ROTQVE INTEXTOS POST HORAS SEX JVGVLARI
COMBVRI DEINDE
AC NE QVID TAM SCELESTORVM HOMINVM RELIQVI SIT
PVBLICATIS BONIS
CINERES IN FLUMEN PROJICI
SENATVS JUSSIT
CUIUS REI MEMORIA TERNA VT SIT
HANC DOMVM SCELERIS OFFICINAM
SOLO QVARI
AC NVMQVAM IN POSTERUM REFICI
ET ERIGI COLVMNAM
QV VOCETVR INFAMIS
IDEM ORDO MANDAVIT.
PROCUL HINC PROCVL ERGO
BONI CIVES
NE VOS INFELIX INFAME SOLVM
COMMACVLET
M DC. XXX. KAL AVGVSTI.
R. iustitice capitaneo
Pr side senatus ampliss.
Pr side pubblico sanitatis
JO. BATT. VICECOMITE
JO. BABT. TROTTO
MARCO AN. MONTIO

Nel luogo di questo spazio
Sorgeva altre volte la barbieria
Di Giovan Giacomo Mora
Il quale con Guglielmo Piazza pubblico Commissario di Sanit
E con altri avendo conspirato
Mentre imperversava atroce pestilenza
Con venefici unguenti qua e l applicati
Molti a cruda morte spinse
Entrambi pertanto nemici della Patria giudicati
Comand il Senato
Che sopra di un elevato carro
Abbrostiti da prima con tanaglia rovente
E mutilati della mano destra
Colla ruota fossero infranti
E nella ruota intrecciati dopo sei ore scannati fossero
E quindi abbruciati.
Ed affinch nulla rimanesse di uomini tanto scelerati
Confiscati i beni
Volle che le ceneri gettate fossero nel fiume.
Della qual cosa onde eterna sia la memoria
Questa casa, officina di sceleratezza
Lo stesso Ordine decret
Che adeguata fosse al suolo
N mai potesse in avvenire rifabbricarsi
E si ergesse una colonna
Che detta fosse infame
Lungi adunque lungi di qua
O buoni cittadini
Affinch l'infelice infame suolo
Non vi contamini.
M. DC. XXX.
Alle calende di agosto
Essendo
R. capitano di giustizia
Presid. amplis. del senato
Pubbl. presid. della sanit
GIO. BATT. VISCONTI
GIO. BATT. TROTTI
MARCO ANT. MONTI

(1078) Memorie, ec., di D. Pio La Croce, di sopra citate, p. 51.
(1079) Coniectura tamen aestimatioque communis fuit, centum quadraginta millia capitum fuisse quae perierunt, reperique ita prescriptum in tabulis rationibusque iisdem, unde haec mihi petita sunt omnia quae retuli. Ripamonti, lib. IV, p. 228.
Fu tuttavia congettura ed opinione comune, che centoquarantamila anime fossero perite, e cos trovai registrato nelle tavole e conti medesimi dai quali trassi tuttoche ho riferito.
(1080) Descrizione di Milano, tom. II, p. 66 e sgg.
(1081) Si conosce il costume de'tempi e singolarmente l'orgogliosa opinione de'nobili, i quali si consideravano di natura diversa degli uomini della plebe, dal viglietto seguente, che il signor don Pietro attorno una scrittura data da ti Paolo Besozzi in confidenza ad Fossani ha ritrovato in sua casa come originale di un simile che un di lui antenato scrisse a certo Paolo Besozzi: "Intendo andare alcuni pochi, alla quale non posso adequatamente rispondere per non essere arrivata alle mie mani. Pure, con quei dogmni che sono necessari alla gente vilissima e poco pratica delle corti e del trattare civile, ti dico che  solito de'buffoni e solo lor proprio privilegio farsi pari e superiori a'lor maggiori, lasciando di dargli i dovuti titoli, e presumendo di arrogarli alle loro vilissime persone, ma, innaveduti, si scordano di quel che veggono tutto d praticarsi, che, stanchi i maggiori delle loro buffonerie e arroganze, non per vendetta, ma con animo tranquillissimo li fanno ricordare; altre volte danno di mano ad un bastone per pigliarsi spasso delle loro carni. Il simile far con te io infrascritto non conoscendoti l'essere e il procedere tuo al merito, e nella qualit ed essere mio altra obbligazione. - 6 luglio 1649 - Antonio Francesco Fossani affermo ec." - (Nota del Verri)
(1082) Vedi la Verit Svelata, ec., edizione di Venezia, 1684, p. 70.
(1083) Storia d'Italia, lib. XVII, p. 583.
(1084) Brusoni, Storia d'Italia, p, 588.
(1085) Frisi, Tomo Terzo, ossia Continuazione della Storia di Milano, MS. Presso la casa Verri; p. 336-339.
(1086) Ha per titolo: Il governo del duca d'Ossuna dello stato di Milano: in Colonia, appresso Battista della Croce, 1678, di p. 123, in 12.
(1087) Scudo d'Argento. Vedi Carli, Neri ed altri.
(1088) Allorch fu qui soppressa l'Inquisizione, si trov nell'archivio di essa la comissione data all'arcivescovo di Valenza, inquisitore generale in tutti i regni e dominii di Sua Maest Cattolica, all'inquisitore generale di Milano di ricevere il giuramento di questo governatore, come bargello maggiore (Alguazil mayor) del Santo Officio, e il processo verbale dell'esecuzione. Questo secondo documento, che pu bastare ad un'erudita curiosit,  come segue: "Nella citt di Milano, nel giorno 5 del mese di marzo dell'anno 1697, il rev. P. Maestro fr Prospero Leoni, inquisitor generale dello stato e dominio di Milano, in virt della commissione dell'eccellentissimo signor don fr Giovanni Tommaso de Rocaberti, arcivescovo di Valenza, inquisitore generale, ricevette il giuramento nelle dovute forme di giustizia da S. E. il signor Diego Filippo di Gusman, duca di S. Lucar la Maggiore, affinch bene, fedelmente e diligentemente sii per usare e per esercitare l'uffizio di Barigello Maggiore del Santo Ufficio dell'Inquisizione della citt di Siviglia, nella quale  stato nominato dal detto eccellentissimo signor inquisitore generale, e che osserver il secreto di tutto ci che S. E. sapr, vedr, intender e gli sar conferito riguardo al Sant'Ufficio dell'Inquisizione, che esattamente si deve conservare, e che aiuter e favorir i suoi ministri; e promise di ci fare e adempire, e fu avvisato delle pene e censure poste nelle lettere pubblicate dal Sant'Ufficio contro quelli che non osservano il secreto: e S. E. lo firm, essendo testimonii don Giuseppe de Zambrana, cavaliere dell'ordine di San Giacomo, don Giovanni di Villamor e don Giovanni Saller, tutti tre abitanti in questa citt.

Firm. Il duca di San Lucar, 
marchese di Leganes.
= Fr Prospero Leoni
inq. gen. di Milano, suo stato
e dominio.
Sott. Fr Angelo Battiani, vicario generale del Sant'Officio di Milano, in luogo di segretario del medesimo Santo Tribunale".
(1089) Il titolo : Milano sempre grande ec., Nella stamperia della R. ducal corte, in 4.
(1090) Lattuada, Descrizione di Milano, tom. IV, p. 20.
(1091) Vita del presidente Arese. Colonia, 1681, in 12. - Argellati, Bibl. Script. Med., tom. I, pars. II, col. 88 e sgg.
(1092) Latuada, tom. III, p. 251.
(1093) Argellati, Biblioth., Script Mediol., ec., tom. II pars. I, col. 1322-1324.
(1094) Tom. II, col. 1230 e sgg.
(1095) Verri, Osservazioni sulla Tortura ec.,  2.
(1096) Elogio del Cavalieri, dell'abate Paolo Frisi, Milano, 1779, in 8.
(1097) Argellati, Biblioth., ec., tom. II, pars. I, col. 1328 e sgg. - Bosca, De origine et statu bibliothecae Ambrosianae, lib. V.
(1098) Brusoni, Storia d'Italia, Torino, 1680, lib. XXIX, p. 724 e sgg. - Bayle, Argellati, Mazzucchelli, Tiraboschi, ec.
(1099) Ottieri, Istoria delle guerre avvenute in Europa, ec., dal 1696 al 1725, tom. I. - Storia della Lombardia Austriaca, MS. del conte reggente senatore Gabriele Verri, tomo IV. - Frisi, Continuazione della Storia di Milano, tom. II, MS. p. 398 e sgg.
(1100) Denina, Rivoluzioni d'Italia, lib. XXIV, cap. I - Voltaire, Sicle de Louis XIV, cap, XVIII.
(1101) Elogio dell'imperatrice Maria Teresa. Pisa, 1783, in 8.
(1102) Muratori, Annali d'Italia, tom. XVI, all'anno 1735.
(1103) Il re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, ec ec.

"Illustre Giunta di governo: L'esecuzione degli articoli preliminari firmati in Vienna fra S. M. imperiale e S. M. cristianissima, il d 3 di ottobre dell'anno scaduto, a cui abbiamo voluto dal canto nostro contribuire, portando ora l'evacuazione di cotesto ducato delle armi alleate, eccettuatine il Novarese e Tortonese, che da'medesimi ci sono stati destinati pria che questa sortisca intieramente il suo effetto, onde abbia a sciogliersi questo consesso, che essendo stato da noi con singolare studio prescelto fin dal cominciamento per l'onorevole non meno che importante incarico del governo che gli avevamo confidato, ha cos lodevolmente corrisposto alla nostra aspettativa: vogliamo, per soddisfare a que'sentimenti di stima che nelle diverse occasioni ci ha dato un giusto motivo di concessione, assicurarlo de'medesimi, e del pieno nostro aggradimento per la servit che ci ha resa.
"Il zelo per una ben nota amministrazione di giustizia, ed il particolare interessamento che tutti e cadauno di voi ha fatto conoscere, non meno pel sollievo di cotesti popoli, che nel sostenimento de'loro giusti diritti e prerogative, avendo secondato le nostre mire, siccome eccit in noi que'sentimenti, cos ci lascia una grata rimembranza di quelle pubbliche cure e sollecitudini, che ad un tale oggetto avete impiegate. Di tanto noi stessi abbiamo voluto accertarvi, pregando di pi il Signore che vi conservi e vi ricolmi delle sue benedizioni.
"Torino, l settembre 1736.
Segnat. C. EMANUELE
Sott. ORMEA".
(1104) Lattuada, Descrizione di Milano, tom. V, pp. 350 e 379. - Bianconi, p. 74.
(1105) Muratori, Annali d'Italia, tom. XVI all'anno 1743.
(1106) Coxe, Storia della casa d'Austria, tom. VI, cap. CVI all'anno 1745.
(1107) Istoria politica, ecclesiastica e militare del secolo XVIII, dell'abate Francesco Beccatini. Milano, 1796, vol. II, lib. II, p. 167. - Bonamici, De bello Italico.
(1108) Muratori, Annali d'Italia, tom. XVI, all'anno 1747.
(1109) S questo che gli altri caratteri de'governatori, dati in questo capitolo, sono presi dalle Memorie del conte Verri.
(1110) Questo trattato leggesi non solo nelle Raccolte diplomatiche, ma anche nella citata Storia del secolo XVIII dell'abate Beccatini; vol. II, pp. 164 e 165.
(1111) Storia della casa d'Austria, di Guglielmo Coxe, tom. VI, cap. CIX.
(1112) Regia prammatica, 30 dicembre 1762; e reali dispacci, 3 agosto 1767 e 17 luglio 1769.
(1113) Real dispaccio, 30 novembre 1765.
(1114) Altro real dispaccio, 3 agosto 1767.
(1115) Altro del 30 settembre 1767.
(1116) Reali dispacci, 31 marzo e 23 giugno 1768.
(1117) Coxe, Storia della casa d'Austria, tom. VI, cap. CXVIII in fine.
(1118) Bossi, Storia d'Italia, tom. XIX., p. 364.
(1119) Gride 20 aprile e 17 settembre 1769, 24 febbraio, 28 settembre e 29 ottobre 1770.
(1120) Grida 17 febbraio 1768.
(1121) Gride 26 gennaio 1768, 28 gennaio 1769 e 16 febbraio 1771.
(1122) R. dispaccio, 28 dicembre 1770.
(1123) Esposizione dell'Operato degli esecutori testamentari del principe, Trivulzi, 31 marzo 1791; in fol.- Sulla porta del pio albergo leggesi la seguente iscrizione:

ALENDIS IN CONTVBERNIO PAVPERIBVS
VIRIBVS SENIOQVE FRACTIS
ANT. PTOLOM. TRIVVLTIVS
S. R. I. ET. VALLIS MESVLCINAE PRINCEPS
AEDES HAS SVAS
VNA CVM CENSV ET PRAEDIIS
REGIAE CLIENTELAE OBNOXIIS
M. THERESIA AUG. ANNVENTE
SVPREMA VOLVNTATE LEGAVIT
IV VIRI EIDEM EXEQVENDAE DELECTI
PIIS VSIBVS APTAVERVNT
CICDCCLXXI
A nutrire in convitto i Poveri
Grami per et e di forze
ANT. TOLOMEO TRIVULZI
Del S. R. I. e della Valle Mesolcina Principe
Queste sue case
Insieme con capitali e poderi
Soggetti a regio feudo
Con assenso dell'AUG. M. TERESA
Leg per testamento
I quattro esecutori della sua ultima volont
Ai voluti pii usi le adattarono 
nel M.DCC.LXXI
(1124) Cinque gride, tutte nella stessa data del 25 ottobre 1778, altre del 5 e 20 novembre e 13 dicembre dello stesso anno; 21 febbraio, 22 marzo, 23 aprile, 6, 8 e 22 giugno 1779.
(1125) Real dispaccio e relativo piano, 4 novembre 1773; altra grida 14 febbraio 1774.
(1126) Real dispaccio, 1 novembre 1768.
(1127) R. dispaccio, 3 dicembre 1770.
(1128) RR: dispacci, 22 maggio 1769 e 12 settembre 1771. - Grida, 1 ottobre 1775.
(1129) R. dispaccio, 2 dicembre 1776.
(1130) 1776.
(1131) Vita dell'architetto Luigi Vanvitelli. Napoli, 1823, in 8, pp. 45 e 46.
(1132) Bossi, Guide de l'tranger  Milan, ec. in pi luoghi.
(1133) Paolo Frisi, Coxe, Bossi, Coppi, ec.
(1134) Martens, Recueil diplomatique, tom. III, p. 732. - Coppi, Annali d'Italia, tom. I, p. 152.
(1135) Coppi. loc. cit., p. 155. - Editto 20 febbraio 1785.
(1136) Grida 17 febbraio 1767.
(1137) Grida 5 agosto 1771.
(1138) Grida 22 aprile 1772.
(1139) Coppi, Annali, tom. I, p. 158. 
(1140) Disposizione di S.M.I.A. l'imperatore Giuseppe II ai capi de'dipartimenti, sul modo di trattare gli affari pubblici; data in dicembre 1783, prima della sua partenza per l'Italia.

Sono gi tre anni dacch ho assunto il governo della monarchia, e in questi con non poca fatica, sollecitudine e pazienza ho esposto i miei principii e le mie intenzioni; n mi sono accontentato di ordinare agli altri, ma ho lavorato io stesso per scoprire e bandire i pregiudizi derivati da inveterate consuetudini. Quindi ho cercato d'insinuare a tutti l'amore che nutro per il bene generale dello Stato.
Ho dato a tutti i capi dei dipartimenti la mia confidenza, e tutta l'autorit sopra i loro subalterni, come pure la scelta dei medesimi. Ho per sempre ricevute le rappresentanze e sentita la verit, che mi  sempre cara, non solo dai presidenti, ma anche dagli altri; e a quest'oggetto sono sempre stato pronto a sentire i loro rapporti e dilucidare i loro dubbi.
Ma oltre di ci trovo di mio dovere, per quel vero zelo che in tutte le operazioni ho consacrato al bene dello Stato, di seriamente promuovere l'adempimento di quelle massime e di quegli ordini che non senza mio dolore veggo ancora tanto negletti; dal che ne deriv la necessit di emanare tanti replicati comandi: perch i capi de'dipartimenti eseguiscono cos meccanicamente e servilmente le loro incombenze, che ben lontani di aver di mira il bene dello Stato e di farlo intendere a chi conviene, altro non fanno che quel puro necessario, che appena basta per non essere processati e deposti dai loro impieghi.
Perci, chiunque brama continuare nel mio servigio nei dicasteri aulici ed in provincia, come presidente, vice-presidente, cancelliere, consigliere, capitano circolare, intendente, ec., tanto nell'economico, come nel civile o militare, dovr esattamente uniformarsi ai seguenti miei ordini:
1 Ciascuno d'ora innanzi, giusta il confidatogli dipartimento, dovr rilevare nei registri tutte le sovrane Normali e Risoluzioni, raccoglierle e leggerle con quello studio e con quella attenzione che basti per impossessarsi del vero e legittimo loro senso e degli oggetti a cui tendono.
2 L'esperienza ha gi pur troppo provato che non pochi, in vece di cercare nelle sovrane Risoluzioni il sostanziale e di penetrarne il vero senso, spiegarlo secondo le massime generali d'equit e sollecitarne l'eseguimento, le prendono in senso opposto, senza domandarne le opportune spiegazioni, e renderne intese le persone che vi potrebbero contribuire; anzi per lo contrario a queste si rilasciano istruzioni senza principio, oscure ed ineseguibili, non considerando che il sovrano co'suoi ordini palesa semplicemente le sue massime e i suoi sentimenti, e che i dicasteri aulici e provinciali sono espressamente costituiti per meglio spiegare i di lui voleri, e mettere in pratica tutti quei mezzi che tendono al loro pi sollecito ed accurato adempimento. Se a questa indolenza non si ponesse riparo, sarebbe non solamente inutile, ma anche assai dannoso alla economia dello Stato il mantenere tanti dicasteri aulici e provinciali, e tanti subalterni a s gravi spese, non per altro che per produrre maggiori confusioni, ed arrestare piuttosto che promuovere l'amministrazione degli affari. Se dunque i tribunali si tengono alla sola esecuzione materiale, se non agiscono e non accudiscono meglio alle loro funzioni, sarebbe spediente di congedarli, e cos risparmiare dei milioni per diminuire le contribuzioni dei sudditi, nel qual caso senza tant'impiegati le relazioni potrebbero essere direttamente rimesse alla corte dei governatori e capitani circolari; quindi stampati gli ordini sovrani, decidere degl'interessi de'particolari con maggior vantaggio del sistema presente; in forza del quale, dopo una lunga circuizione, ben sovente comparisce un'insipida ed insignificante relazione di un capitano circolare, e questa tal qual viene, dall'aulico dipartimento si rassegna alla corte, senza alcun dettaglio e senza istruzione o spiegazione. Del medesimo se ne spediscono in provincia le Risoluzioni, cosicch tutto questo giro ad altro non serve che a perder tempo, e a salariare una truppa di persone per minutare, rivedere, copiare e finalmente soscrivere le carte. Ma se, come spero e seriamente voglio, in avvenire tutti questi individui salariati dalla corte si applicheranno con tutte le loro forze allo studio del loro ufficio, all'eseguimento degli ordini ed allo schiarimento delle loro commissioni, allora il loro numero e il loro soldo sar opera della sovrana paterna cura, dalla quale ogni individuo della monarchia ne ritrarr il suo utile e vantaggio.
3 Da ci ne segue che ciascun impiegato deve avere un tale interessamento e premura negli affari del suo uffizio, che non deve misurare il suo lavoro a ore, giornate e pagine, ma deve impiegare tutte le sue forze nell'eseguire le sue incombenze come si deve, e come esige il suo giuramento. E quando non avr incombenze pressanti, allora prender quel respiro che le circostanze permetteranno, ma che qualunque sia, gli sar tanto pi dolce qualora sia certo d'aver fatto il suo dovere. Chi non avr premura per il servizio della patria e de'suoi concittadini, chi non ne procurer il bene con particolar zelo, questi non  fatto per gl'impieghi pubblici, e non  degno di portare que'titoli onorifici, n di percepire assegnamenti.
4 L'interesse proprio  la rovina degli affari ed il delitto pi imperdonabile in chi serve lo Stato. Oltre all'avidit del denaro, vi sono anche degli altri riflessi che inducono gl'impiegati a tacere o palliare la verit, a negligentare i proprii doveri, a procrastinare gli affari e ritardare il vero bene. Chiunque  reo di tale delitto,  un soggetto pericoloso nel servizio dello Stato; siccome lo  pure quegli che vede il disordine e non lo palesa, e va col reo di concerto per motivi d'interesse e di connivenza. Un presidente che tollera tali mancamenti in un subalterno,  un perfido che non merita alcun riguardo o misericordia; un subalterno che non denunzia un suo superiore mancante in officio, tradisce il sovrano e la patria.
5 Chi serve allo Stato non deve occuparsi in oggetti estranei alla sua carica, in affari personali, in divertimenti che lo distolgano dal suo officio principale: quindi non deve puntigliarsi in contese d'autorit, in etichette di cerimoniali o preminenza di rango. Chi opera meglio per ottenere il fine primario, chi  il pi zelante, chi sa conservare il miglior ordine tra i suoi subalterni, quegli  il pi distinto ed il pi rispettabile. Deve ad ogni uomo saggio importar poco se un altro impiegato tratti con lui degli affari piuttosto con l'una o con l'altra delle diverse formalit che si usano nelle cancellerie, se si presenti in abito di cerimonia o di confidenza. Deve anzi procurare di guadagnarsi la piena confidenza de'subalterni, essere paziente e indulgente coi deboli e cagionevoli; e siccome non ha da sorpassare come bagatelle le cose sostanziali, cos non deve far caso di tutte le minuzie, ma aver di mira l'essenziale in tutti gli affari. Allora insomma sar degno di presiedere ad un dipartimento, quando sapr presiedere a tutti i subalterni che ne formano i diversi rami.
6 Siccome  dovere d'ognuno di dare sicure relazioni, e giudicare di tutti i fatti giusta le massime fondamentali, con dire francamente il suo parere, cos  pur dovere di un ministro dello Stato ch'egli pensi ad abolire gli abusi che impediscono il vero adempimento degli ordini, a scoprire i trasgressori e finalmente a tutto quella ch' di maggior vantaggio dei suoi concittadini, al servizio dei quali noi siamo tutti destinati. Esige il buon ordine che il subalterno possa produrre il suo parere al suo superiore, il quale deve convenirlo e correggerlo da padre, se s'inganna; ma se trova che il parere del subalterno sia bene appoggiato, deve approfittarne. Ogni presidente sarebbe degno di punizione se si portasse altrimenti, e rigettasse per amor proprio o per capriccio le utili riflessioni de'suoi subalterni, senza far loro giustizia.
7 Il dovere d'ogni presidente  ch'egli noti tutto l'inutile e superfluo e ne proponga l'abolizione, siccome pure  dovere del subalterno di proporre al suo capo le cose che imbarazzano gli affari, gli allontanano dallo scopo primario, e cagionano scritture inutili con perdita di tempo; affinch si levino tali impedimenti, e non siano inutilmente impiegate le mani di quelli che hanno bisogno del tempo per pensare ad oggetti di maggior importanza.
8 Siccome il bene non pu essere che un solo, cio quello che forma la felicit generale; siccome tutte le province della monarchia formano un solo tutto e collimano ad un sol fine, cos debbono cessare fra le province, le nazioni e i dipartimenti tutte le gelosie e tutti i pregiudizii, che hanno cagionato tante inutili scritture. Deve essere una massima fissa, che il corpo civile  come il naturale, in cui ogni parte deve contribuire alla salute del tutto e il tutto a quella delle parti: non si deve perci avere riguardo a nazione o a religione, e come tutti fratelli, in una monarchia uno deve aiutar l'altro.
9 Falsamente si conoscono, e spesso vengono confuse fra di loro le diverse parti dell'amministrazione, e i doveri che ne risultano. Pricipiando dal sovrano, si crede che basti per essere pi moderato, ch'egli non riguardi la propriet dello Stato e dei sudditi come sua propria, e non s'immagini che la Provvidenza abbia creati per lui tanti milioni d'uomini: ma deve altres pensare che appunto egli stesso per servire questi milioni  stato dalla Provvidenza elevato all'eminente suo posto. Tra'ministri poi quello vien creduto di coscienza pi delicata, il quale per rendersi grato al suo sovrano non medita che di aumentare il di lui tesoro. Entrambi credono adempire bastevolmente il loro dovere, se considerano l'entrate dello Stato come un interesse che a loro riviene a giusto titolo dallo Stato medesimo, e perci si danno tutte le pene possibili affinch l'interesse del suo capitale sia portato al maggior grado. Cos lo stato civile considera in tempo di pace il militare, destinato per le conquiste e per allontanare i nemici, come una vera sanguisuga dello stato contribuente; e all'incontro il soldato si crede in diritto di conseguire dal paese il maggior vantaggio. Il doganiere non pensa se non ad aumentare l'entrate delle confidategli finanze, e quello che per conto regio presiede alle miniere, cerca solamente di aumentare il liquefatto metallo e di cavarlo colla minor spesa possibile. Finalmente il giudice si applica solamente a mantenere l'autorit delle leggi e le formalit della giustizia.
Questi sono i principali soggetti che regolano l'amministrazione di uno Stato; ed appunto perch non pensano che a s stessi in particolare, e mai al bene in generale, perci giudicano con massime falsissime del maneggio degli affari.
Lo stato militare  composto di pi migliaia di persone formate e mantenute per il bene dello Stato. Il poco di salario che hanno, lo consumano nel paese; il poco che il paese loro somministra in natura, cio nutrimento, vestiario, ad eccezione di pochi capi, si produce, si manifattura e si fabbrica in paese: anzi il congedo dei soldati procura alle arti e all'agricoltura un maggior numero di mani e le facilitazioni dei matrimoni. Le Finanze non vengono da me considerate sotto lo stesso aspetto che vengono prese dal maggior numero; io considero che, siccome le imposizioni e l'uso delle pubbliche entrate dipende dall'arbitrio del sovrano e del dipartimento delle sue finanze, cos ogni individuo che ha delle possessioni ed ha mezzi di procurarsi la sussistenza nel paese, non dee confidare con cieca fiducia il suo patrimonio lasciatogli dai parenti o acquistato col suo sudore e industria nelle mani del sovrano; ma al contrario deve soltanto contribuire ci che  assolutamente necessario per mantenere l'autorit, la sicurezza, l'amministrazione della giustizia, l'interno buon ordine e l'avanzamento di tutto il corpo, del quale ognuno forma una parte. Io credo adunque che, eccettuati i surriferiti oggetti, il monarca non debba prodigare nulla, ma che debba levare le contribuzioni nel modo meno gravoso, e badare al bene dello Stato in tutte le sue parti; ch'egli sia obbligato di render conto a tutti e a ciascuno individuo dell'uso delle finanze, e debba rinunziare per fino alla predilezione verso certe persone, anzi verso gli stessi bisognosi, sebbene sia questa una delle principali virt di chi  benestante, perch il sovrano non  che un puro amministratore delle rendite dello Stato; e nel resto, non gli  lecito di soccorrete i bisognosi che col suo proprio patrimonio, in qualit di particolare.
Che se, dopo d'aver provveduto all'esigenza della monarchia in tutte le parti, potesse il principe fare delle riguardevoli diminuzioni nelle imposte, egli  obbligato di farlo, mentre ciascun cittadino non  obbligato di contribuire che per il puro necessario e non per il superfluo dello Stato.
Cos un presidente delle dogane deve considerare i dazi come un puro mezzo di regolare il commercio e l'industria nazionale, e deve riflettere che la diminuzione eventuale della finanza daziale viene sicuramente e doppiamente ricompensata, allorch avr accresciuti i mezzi dell'interna industria de'sudditi, e promossi i loro vantaggi con giusta distribuzione.
Quindi la mira del presidente di finanze deve solamente tendere a proibire i contrabandi, e diminuire l'introduzione delle merci forastiere, siccome dannosa al mantenimento dei sudditi. Cos il direttore delle miniere deve considerare la produzione de'metalli come una fabbrica nella quale ciascun lavoratore o possessore delle miniere ha il diritto di ritrarne il suo maggiore profitto, senza essere sforzato di rinunziare alla sua propria convenienza per fornire una maggior quantit di metallo o di sale.
Cos finalmente il giudice non deve aver di mira tanto la forma, quanto l'esercizio della giustizia; e siccome la parola Giustizia comprende in s la maggior equit, cos deve pensare al pi sollecito e meno dispendioso servizio dello Stato.
10 Negli affari dei servizi dello Stato non deve avervi alcuna influenza n l'inclinazione n l'avversione personale: e, in quella guisa che i diversi caratteri e le diverse maniere di pensare nella umana societ non impediscono che gli uni contraggano amicizia con gli altri, cos negli affari deve regnarvi l'armonia, e ognuno deve avere per oggetto la loro esatta e fedele esecuzione.
Questo  il dovere de'superiori verso i loro subalterni. Quelli che sono poi in egual rango e carattere fra di loro, devono avere la stessa attivit e assiduit negli affari, e lavorare insieme d'accordo, senza puntigli di preminenze o d'etichette. Devono trattare frequentemente e convenire fra di loro, e uno instruire l'altro, senza lamentarsi l'uno dell'altro; anzi dimenticarsi di tutto per far avanzare l'affare di cui si tratta. Essi devono scambievolmente perdonarsi le loro debolezze, compatirsi a vicenda, trattarsi da amici e da fratelli, e tutti tendere di conserva al medesimo scopo.
11 L'amor proprio non deve accecare nissuna persona addetta al servizio dello Stato, in guisa che uno abbia vergogna d'imparare qualche cosa dall'altro, sia suo pari o suo inferiore. La buona riuscita che far taluno nelle sue operazioni deve far tanto piacere agli altri compagni e confratelli, quanto a lui per aver contribuito alla meta principale, cio al miglior servizio dello Stato.
12 La spedizione degli ordini, le domande, ed i rapporti che occorreranno da farsi fra i rispettivi uffici, e le risposte non devono essere riservate materialmente, come sin'ora, per i soli giorni di consiglio, tanto pi se si tratta di casi d'importanza; ma quello stimolo che spinge ognuno a fare il suo dovere, deve animarlo ogni giorno senza perdita di tempo.
13 Essendo un punto essenzialissimo che gli ordini vengano bene intesi e bene eseguiti, e che gl'individui vengano ben conosciuti, giudicati, e impiegati secondo la loro maggiore o minore capacit, perci ogni anno, od ogni volta che vi sia sospetto non esservi in qualche provincia il buon ordine, o che vi si operi lentamente o contra il fine proposto,  indispensabile che il signor presidente stesso o un commissario, mandato sul luogo provinciale o al generale comando, esamini le circostanza, provi gli ufficiali impiegati, ascolti ognuno, tolga i disordini, ammonisca tutti, e mi annunzi le risultanti difficolt d'importanza, e si dimettano dall'impiego que'soggetti che saranno ritrovati incapaci. Nella stessa guisa i governi provinciali dovranno procedere verso i comitati o capitanati circolari, o andando i governatori nel luogo in persona, o mandando un fido commissario ad osservare negli uffici subalterni tutto quello che i dicasteri aulici osservano verso di loro; prendendo massimamente di mira che siano ben tenuti i protocolli e ben osservati gli ordini prescritti.
In occasione di tali ricerche specialmente debbono rettificarsi le liste de'buoni diporti degli ufficiali, con rilevare la stima che godono presso il pubblico i diversi impiegati. Nella stessa conformit i comiti e vice-comiti e i capitani circolari debbono invigilare sopra i commissari circolari e giudici loro sottoposti, e fare la visita ogni anno sul luogo, formando dappertutto la lista de'buoni e perfetti uffiziali, massimamente sopra i due seguenti punti, cio se hanno eseguito accuratamente i comandi, e se siano uomini ragionevoli e giusti; giacch que'signori che non possono amministrare personalmente i loro beni, e perci debbono affidarsi ai loro prefetti e fattori, facendosi mallevadori delle loro azioni, saranno, dalla corte obbligati di congedarsi, qualora si trovino in essi dei disordini.
14 Ogni buon ufficiale dello Stato ed onesto uomo, in tutti i suoi piani di rettificazione e di miglioramenti, che conducono al ben generale in materia d'imposizione e contribuzioni, deve riflettere ai mezzi pi utili, pi semplici e economici di promovere l'azienda; non deve pensare al suo personale interesse e beneficio, proponendo quello che gli  di comodo e rigettando quello che gli  gravoso; ma deve sempre misurarsi giusta il gran principio ch'egli sia un semplice individuo del corpo intiero, che il vantaggio del maggior numero dei sudditi vale pi del suo e di ogni particolare, anzi pi di quello dello stesso sovrano considerato come persona particolare; deve finalmente riflettere che procurando il comun bene procura anche il suo proprio, e quand'anche non partecipasse dell'utile comune sul principio, ne sar poi partecipe in seguito.
Queste sono in breve le mie intenzioni, all'eseguimento delle quali mi obbliga il dovere e la persuasione. Io sar il primo a metterle in pratica sicuramente, ed il proprio mio esempio servir a comprovare la realt delle mie parole. Chi dunque pensa come penso io e come dee pensare un vero servo dello Stato, si dedicher intieramente al di lui servizio, mettendo da parte ogni particolar riflesso; e allora comprender facilmente la forza de'miei principii, e non trover, come io non la trovo, difficult nell'eseguirli.
Quegli per che non aspira se non all'utilit e onorifico annesso al suo impiego, e che considera il servizio dello Stato come una cosa accessoria, far meglio disimpiegarsi a tempo e rinunciare ad una carica per la quale egli non  fatto e della quale non  degno, essendo necessario per il bene dello Stato di avere un'anima fervorosa, e rinunciare totalmente a s stesso e ai suoi comodi.
Questo  tutto ci che trovo opportuno di far sapere a tutti, acci il tanto essenziale governo dello Stato venga da ognuno che sar destinato a promoverlo, portato alla sua perfezione.
Sign. GIUSEPPE.
(1141) Regio dispaccio 9 aprile 1781.
(1142) Regio dispaccio degli 8, e grida del 25 maggio 1781.
(1143) Grida del 17 ottobre 1781.
(1144) Grida 8 ottobre 1781. Legge e costituzione sui matrimoni 17 settembre 1784, e dilucidazioni 22 giugno 1785.
(1145) Regio dispaccio 9 maggio 1782, e grida 6 gennaio 1783.
(1146) Regio dispaccio 30 maggio 1782, e grida 20 febbraio 1783.
(1147) Piano 19 novembre 1784, regolamento 27 giugno 1786.
(1148) Regolam. 25 aprile e 27 dicembre 1785; 3 aprile e 11 giugno 1787.
(1149) Grida 18 aprile 1786.
(1150) Editto 26 settembre 1786.
(1151) Editto 24 dicembre 1786.
(1152) Piano 11 febbraio e grida 13 marzo 1786.
(1153) Codice dei Delitti e delle Pene; Vienna e Roveredo, 1787, Parte I,  20 e 53.
(1154) Ivi,  25 al 27.
(1155) Ivi,  16.
(1156) Ivi,   42 e 46.
(1157) Ivi,  24 e 39.
(1158) Ivi,  30 e 32.
(1159) Codice citato, parte II,  61.
(1160) Ivi,  63, 72, 74, 76 e 80.
(1161) Ordini 24 gennaio 1786.
(1162) Risoluzione di S.M. 4 ottobre, ed editto 31 ottobre 1787; editti 30 luglio e 2 agosto 1788.
(1163) Grida 31 ottobre 1787.
(1164) Ordini 11 ottobre 1768, 30 dicembre 1778, 15 settembre 1779.
(1165) Gride 31 marzo e 24 aprile, 8 luglio 1788.
(1166) Gride 25 maggio e 25 settembre 1786.
(1167) Gride 26 gennaio 1768, 28 gennaio 1769, 15 febbraio e 30 dicembre 1771, 11 maggio 1775, 15 novembre 1781, 19 febbraio 1784 e 24 ottobre 1785.
(1168) Editto 9 dicembre 1786, regolamento e tariffe ec. in fogl.
(1169) Ordini 2 e 22 dicembre 1786, 29 gennaio, 30 marzo, 6 agosto e 19 ottobre 1787; 4 e 15 febbraio e 18 marzo 1788, 31 ottobre 1789.
(1170) Grida 4 aprile 1786.
(1171) Piano di regolamento per le farmacie della Lombardia austriaca: Milano, 1788, in 49. - Piano di regolamento del direttorio medico-chirurgico; come sopra, in 4.
(1172) Codice di S. M. l'imperatore Giuseppe II, tradotto dal tedesco da Bartolommeo Borroni; Milano, presso Galeazzo, 1787 e sg., vol. X, in 8.
(1173) Coxe, Storia della casa d'Austria, tom. VI, cap. CXXIV.
(1174) Idem, Storia citata, cap. CXXVIII e CXXIX.
(1175) R. dispaccio 6 maggio 1790.
(1176) R. dispaccio 30 gennaio 1791, portante le sovrane Risoluzioni sulle dimande de'pubblici ecc.
(1177) Citato real dispaccio 30 gennaio 1791; editti 20 gennaio e 25 luglio dello stesso anno.
(1178) Editto 20 marzo 1791; Piano del magistrato politico camerale ec. in fol.
(1179) Grida 23 agosto 1785; decreto 24 gennaio 1791.
(1180) Veggansi la sua lettera circolare agli altri sovrani dell'Europa, in data di Padova 6 luglio 1791, e la sua dichiarazione fatta unitamente al re di Prussia, data in Pilnitz, il 27 agosto dello stesso anno. Coxe, Storia ec., tom. VI, capitolo CXXXIII.
(1181) Coxe, luogo citato. - Bossi, Storia d'Italia, tom. XIX, p. 411.

