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Pietro Verri

Storia di Milano.

Capitolo 12.

Di Luchino, di Giovanni arcivescovo, e dello stato della citt sino verso la met del secolo XIV

Il consiglio generale di Milano, nel giorno 17 agosto 1339, cio nel giorno immediatamente dopo la morte di Azzone, che non lasci figliuolanza, proclam signori di Milano Luchino e Giovanni Visconti, zii paterni di Azzone, e i soli figli ancora viventi di Matteo I. Sebbene per a tutti due i fratelli fosse data la sovranit, e che gli atti pubblici per la maggior parte fossero in nome di entrambi, realmente per Luchino da solo disponeva d'ogni cosa. Giovanni era di placido e benigno carattere, e non volle mai contrastare col risoluto e qualche volta violento Luchino, il quale sapeva ben regolare lo Stato. I fatti mostrarono poi, quando Giovanni rimase a regnar solo, che nel partito da lui preso nessuna parte vi ebbero la debolezza o i vizi dell'animo; ma fu guidato dalla sola ragione e dalla virt. Alle dieci citt che lasci Azzone, aggiunse Luchino Asti, Bobbio, Parma, Crema, Tortona, Novara ed Alessandria; e cos divenne signore di diciasette citt, la maggior parte sottomesse colle armi; il che gli rese nemici il conte di Savoia, il marchese di Monferrato, i signori Gonzaghi, i Genovesi ed altri Stati d'Italia, sbigottiti dalla forza preponderante collocata in cos breve spazio di tempo nella casa Visconti; poich ne'primi tre anni del suo governo Luchino estese a tale ampiezza lo Stato. Oltre al dominio del marchese d'Este, cui Luchino aveva mosso guerra, le di lui armi eransi inoltrate fino a Pisa, e costrinsero i Pisani a chiedere pace, pagando a Luchino centomila fiorini d'oro, ed obbligandosi a presentargli ogni anno un palafreno con due falconi in segno d'omaggio(509): ecco ci che questo principe fece per l'ingrandimento del suo Stato. Molto fece egli ancora per mantenere e introdurre l'ordine sociale nel suo dominio. (1348) Ei preserv Milano dalla peste l'anno 1348. Egli non volle proteggere veruna fazione; e Guelfi e Gibellini indistintamente erano difesi dalle stesse leggi, e ritrovavano egualmente giustizia. Le strade poi, che per l'addietro erano infestate da'ladri, divennero sicurissime; per ottener la qual cosa Luchino si appigli ad un partito singolare. Prese egli al suo stipendio i masnadieri medesimi che vivevano in prima saccheggiando i passaggieri, e da costoro le fece custodire, il che mirabilmente si ottenne. Oltre i masnadieri, erano saccheggiati i viandanti da cento angherie che loro imponevano i feudatari nelle giurisdizioni de'quali conveniva loro di passare; il che sembra una prova di pi delle antiche prepotenze de'nobili sopra de'popolari, delle quali si  superiormente trattato. Luchino promulg provvide leggi, ch'ebbero per oggetto di preservare i poveri dall'oppressione, sollevare il popolo da'carichi, assoggettarvi i ricchi, e togliere ai nobili ogni mezzo d'esercitare impunemente estorsioni e violenze. La politica di Luchino dispens la plebe dall'obbligo di servire nelle guerre; e, coll'apparenza d'un pietoso beneficio, allontan cos il popolo dal maneggio dell'armi, e piant l'ordine e la sicurezza pubblica sotto di un'assoluta monarchia. Vegliava egli sulla esecuzione di tai regolamenti, ed era severamente punita la prepotenza di chiunque. Stabil in Milano un supremo giudice, che si nomin sgravatore, e nel latino di quella et exgravator: magistrato che si rese celebre in quei tempi per l'autorit, non meno che pel buon uso a cui l'impiegava. Questo sgravatore doveva sempre essere un forestiere, e non doveva avere n moglie n figli n parenti in Milano. Anzi si portava la diffidenza al segno, che non era mai permesso allo sgravatore di andare a cibarsi in casa di alcuno, ma doveva sempre starsene solo in casa propria. Il ministero dello sgravatore era di decidere sommariamente e senza appellazione le querele di coloro che si credessero indebitamente gravati da qualunque altro giudice, e invigilare sulla retta amministrazione della giustizia. Il sistema delle strade nel circondario delle dieci miglia dalla citt, che continu sino ai giorni nostri, era d'istituzione di Luchino. In conseguenza di tali regolamenti, col favore della sicurezza pubblica, s'introdusse il commercio e l'industria. S'incominciarono a piantare a que'tempi in Milano alcune fabbriche d'oro e di seta(510). L'agricoltura si rianim, e se ne cominciarono a conoscere i raffinamenti. Si perfezion la coltura della vite, e si principi a preparare un vino pi delicato, che chiamavasi vernaccia. S'introdussero razze di cavalli e di cani. La popolazione s'andava accrescendo. I costumi s'ingentilivano; e il Fiamma, deplorando, con poco giudizio, questi cambiamenti, rimproverava ai Milanesi de'suoi giorni l'eleganza del vestire, la pompa degli ornamenti, la squisitezza delle mense e lo studio delle lingue forestiere: studio il quale fa conoscere che il commercio era gi dilatato in paesi oltramontani.
Sin qui ho rappresentato in compendio le buone qualit di Luchino, ora l'imparzialit storica mi obbliga a dirne ancora i vizi. Francesco Pusterla, nobile ed onorato cittadino non solo, ma uno de'pi amabili, pi ricchi e pi splendidi signori di Milano, aveva in moglie la signora Margherita Visconti, parente del sovrano, donna di esimia grazia e bellezza. Luchino pens di sedurla, come aveva fatto a Piacenza colla signora Bianchina Landi il di lui fratello Galeazzo I; ma trov la fedelt istessa e lo stesso amore verso lo sposo anche nella virtuosa Margherita. La tela era gi ordita per far soffrire a Luchino il destino medesimo di Galeazzo; se non che il cauto e sospettoso Luchino fu pronto a scoprirla e lacerarla. Tutto era disposto per discacciare con una rivoluzione questo principe dal suo trono, e si dubita che i di lui nipoti Matteo, Barnab e Galeazzo fossero complici. Ma Luchino prese talmente le sue misure, che Francesco Pusterla, fautor principale della congiura, appena ebbe tempo bastante di salvarsi colla fuga, e di ricoverarsi presso del papa in Avignone. Fin qui si vede un vizio di questo principe; ma in seguito si manifesta un'iniquit bassa ed atroce. Non risparmi spesa o cura Luchino per attorniare in Avignone istesso il Pusterla d'insidie e di consiglieri, i quali, con simulata amicizia, lo animassero a ritornare nell'Italia, persuadendogli che presso dei Pisani avrebbe trovato un sicurissimo asilo, e si sarebbe collocato pi vicino alla patria per rientrarvi ad ogni opportunit. Furono tanto moltiplicati i consigli, e tanto apparenti le ragioni, che alla fine il Pusterla si arrese, s'imbarc, e per mare si trasfer a Pisa; ove arrestato venne dai Pisani, che temevano le armi di Luchino, e a lui fu consegnato. Francesco Pusterla, trasportato a Milano, termin la sua vita coll'ultimo supplicio. Un gran numero de'suoi amici diedero al popolo lo stesso spettacolo; e quello che rese ancora pi crudele la tragedia, si fu che la nobile e virtuosa Margherita dovette, al paro degli altri, finire nelle mani del carnefice. Il luogo in cui si esegu la carnificina fu al Broletto Nuovo, cio alla piazza de'Mercanti, dalla parte ove alloggiava il podest, ed ove vedesi la loggia di marmo delle scuole palatine collo sporto in fuori, da dove solennemente il giudice pronunziava le sentenze di morte. I nobili venivano ivi su quella piazza abbandonati all'esecuzione: all'incontro i plebei erano trasportati fuori di porta Vigentina al luogo del supplicio. L'industriosa sagacit adoperata da Luchino per cogliere nell'insidia il Pusterla, potrebbe essere una lode per uno sbirro o un bargello, ma  una macchia che disonora un sovrano. La crudelt poi di far condannare all'orrore del supplicio una donna amata, in pena della sua virt,  una macchia ancora pi obbrobriosa e vile. Luchino esili dallo Stato i tre suoi nipoti, figli di Stefano, cio Matteo, Barnab e Galeazzo. La ragione di Stato forse giustificava un tal rigore, singolarmente dopo i sospetti di loro complicit nella congiura dell'infelice Pusterla. Pretendono alcuni che Galeazzo, il nipote, fosse anche troppo intimamente unito alla signora Isabella Fieschi, moglie di Luchino, e che il bambino ch'ella partor, ed ebbe il nome di Luchino Novello, per questa cagione insieme colla madre vedova passasse poi a Genova, e non entrasse mai nella serie de'nostri principi. Avr avute quel sovrano le sue buone ragioni per tenersi lontani i nipoti; ma le insidie colle quali incessantemente li perseguitava nei paesi lontani, la miseria e la povert nella quale gemevano sempre raminghi, sconosciuti ed erranti (ora nella Francia, ora nella Germania e persino nella Palestina, ove Galeazzo fu creato cavaliere del Santo Sepolcro), son prove d'un animo niente generoso, ma anzi vendicativo e crudele. Il Corio ci dice come Luchino aveva obtenuto che 'l papa haveva declarato che Barnab e Galeazzo suoi nepoti, per lui relegati ale confine come suspecti de la fede, violatori de la pace, perjuri e detestandi, non puotessino contrahere matrimonio, e morendo manchassino de ecclesiastica sepultura, ne che imperatori ne re con epsi potessino havere confederazione, dil che tri jurisperiti, difendendo li prenominati fratelli, si appellarono de tanta nephandissima declaratione alo imperatore(511). E in fatti era cosa evidente che, volendosi dividere la signoria d'Azzone, i tre fratelli Matteo, Barnab e Galeazzo avrebbero dovuto per giustizia possedere la porzione di Stefano, loro padre e fratello di Luchino e di Giovanni; e pu darsi che l'ingiustizia che provavano, essendo esclusi nella divisione, fosse l'origine di questi guai. Gli avvenimenti sono lontani da noi, e non ci sono noti che per quel poco che alcuni ce ne hanno tramandato. L'indole di Barnab e di Galeazzo era perversa, come dimostrarono poi; quindi Luchino avr forse avute delle ragioni colle quali giustificarsi.
L'occasione della morte di Luchino la riferir colle parole istesse di Pietro Azario. Voverat autem praedicta domina Elisabeth, ejus uxor, visitare ecclesiam Sancti Marci in Venetiis, ut dicebat. Cui itineri dominus Luchinus annuit. Et sociata multis proceribus utriusque sexus, iter arripuit, et tamquam imperatrix et cum maximis dispendiis et curia pubblicata, recepta fuit in Verona per dominum Mastinum. Complevitque iter suum, et dicitur etiam voluntatem suam complevisse circa coitum; et aliae sociae suae de majoribus Lombardiae fecerunt illud idem. Propterea multa scandala sequuta sunt. Sed quia amor et tussis nequeunt celari, nec aliquod tam occultum, quod non reveletur, quum ipsa rediisset, dominus Luchinus scivit et audivit de gestis. Sed tamquam sapiens curavit dare ordinem de vindicta. Et quia una die dixit, quod in brevi facturus erat in Mediolano majorem justitiam, quam umquam fecisset, cum pulchro igne, praedicta ejus uxor percepit quod ipsa erat in justitia; illa intellecta, propter commissa cum persona, non poterat se excusare a praedictis, sicuti alias excusaverat. Qualiter autem processissent negotia, ignoratur, nec scribitur. Sed dominus Luchinus vindictam illam facere non potuit propter defectum vitae(512). (1349) Cos Luchino Visconti si trov improvvisamente morto il giorno 24 di gennaio 1349, all'et di cinquantasette anni, dopo di avere signoreggiato nove anni ed alcuni mesi. L'Azario non dice che la moglie lo avesse avvelenato, ma con un verso conclude:

Nam nulli tacuisse nocet: nocet esse locutum(513).

Ei ci descrive Luchino cos: Austerus homo visu et opere erat, parcus in promittendo, largus in attendendo(514). Sotto il principato di lui in Milano crebbe notabilmente la popolazione, la ricchezza e l'industria; e non poteva a meno che ci non accadesse in una metropoli mantenuta in pace, situata in un fertilissimo terreno, sotto un sovrano che proteggeva e vegliava su i poveri e popolari, contenendo i potenti, che manteneva l'ordine pubblico e il facile corso alla giustizia: essendo la sede d'un principe che dominava diciasette citt del contorno. Il carattere di Luchino  un misto di buone e di cattive qualit: cuore insensibile e mente illuminata per governare, unita a forza d'animo e valor personale, il che pu formare un fausto principato, non mai un principe buono o grande; qualit generose, che hanno sempre per base un cuore buono. Le lacrime sparse alla morte d'Azzone erano un encomio per il principe trapassato, e un biasimo preventivo per quello che subentrava; simili desolazioni pubbliche si vogliono sempre dividere per met. Luchino in fatti fu sommamente temuto per la sua risolutezza, per la sua implacabile severit, e per la sua profonda dissimulazione

Ostendebat de paucis curare et de multis curabat(515),

dice l'Azario.
Giovanni Visconti, figlio di Matteo I, fino dall'anno 1317 era stato canonicamente eletto arcivescovo di Milano; ma il papa, al quale dava non poco fastidio la rapida fortuna de'Visconti, di propria autorit nomin e consacr un altro arcivescovo, e fu, siccome dissi, il francescano frate Aicardo; il quale visse sempre ramingo ed esule dalla sua chiesa, dove appena pot ricoverarsi un mese prima della sua morte, accaduta nel 1339. Allora di bel nuovo gli ordinari elessero per la seconda volta Giovanni Visconti. I tempi erano mutati e, quantunque Giovanni avesse accettata la dignit di cardinale della chiesa romana dall'antipapa Nicol V (dignit ch'ei per aveva deposta al riconciliarsi che fecero i Visconti col papa), Clemente VI lo riconobbe e preconizz arcivescovo l'anno 1342. Giovanni, il giorno 17 di agosto 1339, era gi stato dichiarato signore di Milano dal consiglio generale, insieme col fratello Luchino; quindi, dopo la morte di questi, non v'ebbe bisogno di nuova elezione per dargli la signoria; onde egli, senz'altra cerimonia, venne da ognuno obbedito. Si trova per un decreto memorabilissimo, fatto dal consiglio generale, verosimilmente in questo tempo; poich oltre al confermare il dominio all'arcivescovo Giovanni, il principato, che sino a quel giorno era stato elettivo, si stabil ereditario. Tale decreto leggesi in un antico codice segnato A, che si conserva nell'archivio del reale castello, segnato n. 1, p. 11. Ecco le di lui parole: Quod praefatus magnificus et excelsus dominus Johannes, filius quondam bonae memoriae domini Matthei de Vicecomitibus, et posi ejus domini Johannis decessum, eo modo, quilibet alius masculus, descendens per lineam masculinam et ex legittimo matrimonio ex praefato quondam domino Matthaeo de Vicecomitibus sit et sint perpetuo verus et legitimus et naturalis dominus, et veri et legitimi et naturales domini civitatis et totius districtus et dioecesis et jurisdictionis Mediolani(516). Questo decreto ivi  mancante e del principio e del fine. Forse vi erano delle condizioni colle quali veniva moderata la perpetua sovranit; anzi  assai probabile che il consiglio non volesse privarsi del prezioso diritto dell'elezione, senza una reciproca ricompensa che assicurasse la immutabile conservazione de'privilegi del consiglio medesimo. Ma questo archivio, stato custodito dai sovrani che in seguito signoreggiarono, non poteva essere un sicuro deposito di simile documento, in quella parte che avr limitata la sovranit. Il consiglio, composto di cittadini che non erano stati nominati nei comizi generali, ma dal principe istesso, ovvero da un podest che gli era subordinato, non poteva obbligare la citt, la quale non era rappresentata dal consiglio, se non illegalmente. E quand'anche i consiglieri poi avessero una legittima rappresentanza, non potevano conferire ad altri, se non quanto era in dominio della citt medesima. La suprema sovranit dell'Impero, per diritto, sussisteva; e la pace di Costanza l'aveva definita centosessantasei anni prima. Onde quest'atto non poteva confidare ai Visconti se non quella porzione della sovranit che, in vigore di quella pace, era rimasta alla citt, cio i tributi, l'elezione de'magistrati, la guerra e la pace; ma non mai togliere l'appellazione all'imperatore, n il vassallaggio stabilito nell'anzidetta pace.
Appena l'arcivescovo Giovanni rimase solo alla testa dello Stato, ognuno dovette conoscere che la passata sua non curanza del governo certamente non nasceva da mancanza di talento per governare, n da indifferenza per la gloria, n da insensibilit per il pubblico bene. Il virtuoso principe cominci il suo regno col fare la pace co'vicini; col conte di Savoia, co'Gonzaghi, col marchese di Monferrato e co'Genovesi, posti prima in armi per le invasioni che Luchino aveva fatte, dilatando lo Stato proprio a danno loro. Assicuratosi cos d'un pacifico dominio, la natura e l'indole sua benefica lo portarono a terminare la miseria degli esuli nipoti. Matteo, Barnab e Galeazzo furono richiamati dall'esilio ed accolti come a principi si conveniva. Diede Regina della Scala in moglie a Barnab, e Bianca di Savoia a Galeazzo; e festeggi quelle nozze illustri con pompe ed allegrezze pubbliche; fra le quali vi furono de'tornei d'una nuova foggia, cio colle selle alte, usanza che Barnab aveva insegnata, seguendo la costumanza da lui imparata nella Francia. Oltre lo stato signorile e lieto al quale fece passare i nipoti, quel magnanimo arcivescovo si risovvenne di Lodrisio Visconti, che, dopo la battaglia di Parabiago, da pi di dieci anni languiva in carcere, e lo rese libero. L'anima grande e generosa di Giovanni non dava luogo a quelle diffidenze e sospetti che dominavano nel cuore di Luchino. (1350) Appena un anno era passato da che Giovanni reggeva lo Stato, esteso sopra diciasette citt, quale glielo aveva lasciato Luchino; ch'egli, senza umano sangue e senza pericolo, fece un insigne acquisto; e col mezzo di duecentomila fiorini d'oro sborsati a Giovanni Pepoli, compr il dominio della citt di Bologna l'anno 1350(517). Prevedeva per il sovrano arcivescovo che questa importantissima addizione non poteva accadere senza forti contrasti, singolarmente per parte del papa, il quale, sebbene domiciliato in Avignone, sempre stava vigilante sull'Italia; e se tollerava che il Pepoli, piccolo principe, e che facilmente poteva superarsi, dominasse Bologna, non cos tollerante doveva essere poi, passando quella a incorporarsi nella potente dominazione de'Visconti. In fatti Clemente VI mand un ordine all'arcivescovo Giovanni, acciocch, entro lo spazio di quaranta giorni, dovesse restituire Bologna alla Santa Sede; minacciando in caso di contumacia di volerlo scomunicare, insieme ai nipoti suoi quanti erano, e porre all'interdetto tutti i popoli del suo dominio(518). (1351) Giovanni non si cambi per questo, n pens di abbandonare Bologna; onde il giorno 21 di maggio dell'anno 1351 il papa scomunic l'arcivescovo e i tre nipoti Matteo, Barnab e Galeazzo, e pose l'interdetto su tutte le diciotto citt dei Visconti(519). Il Corio ci racconta come il pontefice, sdegnato contra di lui per la presa di Bologna, havendo questa citt interdicta, li destin un legato, il quale con somma humanit dal Presule fu ricevuto. Duoppo li expuose per parte del summo sacerdote che a Santa Chiesia volesse restituire Bologna, e che anche dil suo dominio una cosa facesse, e che il spirituale o che il temporale solo administrasse: la qual cosa intendendo Giovanne, respuose che la proxima domenica nel magiore templo de Milano li darebbe conveniente risposta, dove il deputato giorno convenendosi ogniuno, Giovanne con grande solennitate celebr la messa, la quale essendo finita, in cospecto dil populo, il legato, secundo l'ordine dato un altra volta replic l'ambasciata dil pontefice, onde dappoi il magnanimo arcivescovo evagin una lucente spada quale haveva a lato, e da la mano sinistra pigli una croce dicendo: questa  il mio spirituale, e la spada voglio che sia il temporale per la difesa di tutto il mio imperio; e non con altra risposta il legato tornando al pontefice refer quanto da lo arcivescovo Giovanne haveva havuto. Siegue poscia il Corio medesimo a narrarci, come, essendo il papa sempre pi irritato ed animoso contro dell'arcivescovo Giovanni, lo citasse a comparire in Avignone; e che l'arcivescovo Giovanni, preparato gi a comparirvi col seguito di dodicimila cavalli e seimila fanti, venisse poi dispensato dal papa istesso dall'intraprendere il viaggio, e si accomodasse in tal guisa pacificamente ogni cosa. Anche il Giovio e il Ripamonti raccontano questi fatti. Il Muratori ed il conte Giulini non prestano in ci fede al Corio. Sono per gli autori d'accordo nell'asserire che la scomunica e l'interdetto vennero pubblicati, e che la riconciliazione si fece ben tosto, ritenendo il Visconti Bologna in qualit di Vicario della Santa Sede. Fra le mie monete patrie una ne ho d'oro, valore d'un gigliato, di Bologna, colla biscia Visconti, che credo battuta in questi tempi.
(1353) Bologna erasi acquistata senza pericolo e senza sangue; e senza sangue o pericolo l'accorto Giovanni acquist una altra non meno cospicua citt, cio Genova, l'anno 1353, ed ecco come. Erano i Genovesi impegnati sventuratamente a guerreggiare contro de'Veneziani, collegati col re Pietro di Aragona. Erano stati malamente battuti da quelle forze preponderanti i Genovesi. Le loro navi erano quasi distrutte; e Genova si trovava bloccata dalla parte del mare; e per terra ancora, dalla parte di ponente, custodita dagli Spagnuoli; per modo che non le rimaneva altra via per ottenere i viveri, che gi mancavano, se non dalle terre possedute da Giovanni arcivescovo. Proib questi che n da Alessandria, n da Tortona, n da Piacenza, n dalla Lunigiana, n da veruna altra parte del suo Stato venisse portato alcun alimento ai Genovesi; e cos, anzi che perire o cader nelle mani de'loro nemici, quei cittadini presero il solo partito che loro rimaneva, offrendo a Giovanni la signoria della loro citt. Quest'offerta venne accettata ben presto, e il nuovo principe, nel mese di ottobre del 1353, prendendo solennemente possesso di quella illustre citt, v'introdusse al momento l'abbondanza e la gioia. Cos aggiunse Giovanni al suo Stato la decimanona citt, e divent padrone di un porto di mare. Ci fatto sped quel principe a Venezia degli ambasciatori, acciocch cessassero i Veneziani di offendere Genova, divenuta cosa sua. I Veneziani, i quali gi dovevano vedere con sospetto la potenza preponderante del Visconti, non vollero ascoltare discorso di pace. (1354) Giovanni fece allestire una poderosa armata navale, la quale lasci il porto di Genova, spiegando al vento del mare, per la prima volta, le insegne della vipera; e seppe cos bene farsi rispettare, che bruci Parenzo, citt marittima dell'Istria soggetta ai Veneziani, indi batt la flotta veneziana presso Modone, sulle costiere della Grecia(520). Quando, ventisei anni prima, Giovanni Visconti trovavasi coi fratelli nel carcere orrendo di Monza, chi avrebbe mai potuto prevedere ch'ei dovesse un giorno rappresentare sul teatro del mondo il personaggio che vi sostenne poi! Chi mai avrebbe potuto accostarsi all'orecchio di Matteo, mentre viveva da povero privato in Nogarola, e dirgli: tu sarai sovrano, e da qui a quarant'anni i figli tuoi domineranno un principato che potr nominarsi un regno: Bologna, Parma, Piacenza, Cremona, Crema, Bergamo, Brescia, Como, Milano, Lodi, Pavia, Vigevano, Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Asti, Genova e Bobbio; dicianove citt! L'Ente Supremo regge gli avvenimenti. Il saggio impara ad adorarne i decreti; si tiene modesto nella prospera, e fermo nell'avversa fortuna.
Se Azzone aveva invitato, siccome ho detto, i migliori artisti, e gli aveva condotti a Milano, Giovanni vi accolse e vi onor sommamente il pi dotto ed elegante letterato di quel secolo, Francesco Petrarca. Egli venne a Milano l'anno 1353, per vedere la citt; e l'arcivescovo Giovanni, sensibile al merito, lo onor tanto, che lo indusse a fissarvi la sua dimora. Il buon principe era magnifico e sociale. La corte era aperta agli uomini di merito, nazionali o forestieri. Egli amava la societ della mensa; e tanto crebbe presso di lui la stima del Petrarca, che lo fece sedere nel suo consiglio, e lo sped a Venezia suo ambasciatore all'occasione detta pocanzi. Petrarca, nelle sue lettere si esprime che egli amava in Milano gli abitanti, le case, l'aria, i sassi, non che i conoscenti e gli amici. L'unica figlia sua la marit in Milano a Francesco Borsano; e la tenerezza che egli aveva per quella e per il figlio adottivo Borsano, ch'egli poi istitu suo erede, gli rendevano caro questo soggiorno come una nuova sua patria. Scrivendo Petrarca della prepotente influenza del clima, oggetto sviluppato nel nostro secolo dall'immortale Carlo Secondat, ma non intentato dal Petrarca, ei cos dice de'Milanesi: Totam praeterea Rheni vallem colonis ab Augusto missis habitatam invenio; verum haec sedium mutatio non patriam ad quam pergitur, sed pergentes immutat. Itaque et Galli in Asiam, Asiani, et Itali in Phrygiam profecti, Phryges, et post Troyae excidium in Italiam reversi, Itali iterum facti sunt. Sic nostri, in Galliam vel Germaniam traslati, naturam illarum partium imbiberunt moresque barbaricos, et Mediolanenses, a Gallis conditi atque olim Galli, nunc mitissimi hominum, nullum servant vestigium vetustatis; ita vis coelestis humana moderatur ingenia(521) . Petrarca aveva tanta passione per l'Italia, che potevasegli imputare a ragione la ingiustizia colla quale detestava i costumi oltramontani; dal che per ne risultava una lode esimia ai Milanesi. Egli alloggiava dicontro a Sant'Ambrogio; anzi nel suo testamento, pubblicato nelle opere sue, ordin d'essere ivi tumulato, qualora fosse morto in Milano. Questo testamento lo fece in Padova l'anno 1370. Aveva Petrarca una piccola villa, poco discosta dalla citt, nelle vicinanze della Certosa di Garignano; e quel casino solitario lo chiamava Linterno, col nome della villa di Scipione Africano; comunemente poscia acquist nome l'Inferno, parola pi nota della prima. Si dice che Giovanni Boccaccio, per amore del suo amico Petrarca, vivesse qualche tempo con lui in Milano, e al suo Linterno. Si dice ancora che, dopo la morte di Giovanni arcivescovo, cadendo la signoria di Milano nelle mani de'tre figli di Stefano, Matteo, Barnab e Galeazzo, Petrarca recitasse l'orazione inaugurale nella chiesa maggiore, ove celebravasi la funzione di consegnar loro il dominio; e che un impudente astrologo, ad alta voce gridando, lo interrompesse asserendo che in quel momento i pianeti erano faustamente collocati; e non si doveva perderlo, per non avventurare la prosperit del nuovo governo. Si pretese anzi, che, essendosi consegnato il bastone del comando a Matteo fuori del tempo, da ci ne accadesse poi il misero e presto suo fine. La credulit e l'ignoranza erano certamente grandi a quei tempi; e alcuni pochi uomini illuminati non bastavano a sgombrarla s tosto dai popoli, che le avevano ereditate dalla lunga notte de'barbari secoli precedenti. Petrarca fu da'Visconti spedito ambasciatore al re di Francia Giovanni, ed all'imperatore Carlo IV, che trovavasi in Praga; e tanto venne considerato il di lui merito, ch'egli stesso fu trascelto all'onore di levare al sacro fonte il primogenito che nacque dalle nozze di Barnab; e in quella occasione compose il Genethliacon Marci Mediolanensium principis, che cos comincia:

Magne puer, dilecte Deo, titulisque parentum
Praefulgens, populis olim venerande superbis,
Sit modo vita comes, teneris sit spiritus annis;
Expectate diu nobis, patriaeque patrique,
Laete veni, vitaeque viam foelicibus astris
Ingredere, et rebus gaudens accede secundis:
Te Padus expectat dominum, etc.(522)

poi, dopo di aver descritti i fiumi del vasto di lui Stato, passa a fargli dono d'una coppa d'oro co'versi seguenti:

Quum tamen egregius vivendo adoleverit infans,
Hanc habeat pateram, et roseo bibat ore jubeto:
Parva decent parvos; minimus sum, maximus ille,
Parva sed est aetas, lucis nova limina nuper
Attigit, et coelum trepido suspexit ocello;
Aetati, non fortunae, munuscula dantur
Apta suae, ludet, nitido mulcente metallo;
Spernet idem ex alto fuerit dum plenior aetas,
Et rutilam terre faecem sciet esse profundae.
At fortasse sibi tunc carmina nostra placebunt;
Perleget, et secum, sacro dum fonte levabar
Tanto humilem excelsus genitor dignatus honore est(523).

Probabilmente Petrarca (che non poteva stare in Firenze, sua cara patria, immersa nelle fazioni) disingannato dai viaggi fatti nella Francia e nella Germania, non avrebbe mai pi abbandonato il nostro paese, dove viveva ammirato da ognuno e distintamente onorato dai sovrani, e dove aveva stabilmente collocata la figlia, e creatasi una famiglia per adozione; se il disastro spietatissimo della pestilenza, che desol Milano, non lo avesse costretto a rifugiarsi altrove.  Mediolanum, urbem Ligurum caput et metropolim, dice egli, usque ad invidiam hactenus horum nesciam laborum, et coeli salubritate, et clementia, et populi frequentia gloriantem, sexagesimus primus annus et vacuam fecit et squallidam(524). Galeazzo II molto si regol col consiglio del Petrarca e nel formare la biblioteca, che radun in Pavia, e nel piantarvi gli studi dell'Universit.  celebre la distinzione che gli venne fatta in Milano, quando, nella pompa delle nozze di Violanta Visconti, Galeazzo II volle che Petrarca sedesse commensale, insieme collo sposo Lionetto, figlio di Edoardo III re d'Inghilterra.
Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano e di altre diciotto citt, fra le quali Genova e Bologna, cess di vivere il giorno 5 di ottobre dell'anno 1354, dell'et di sessantaquattro anni, dopo d'aver regnato sei anni appena; poich il tempo in cui comparve ch'ei correggesse con Luchino non pu contarsi, tanto poco s'immischi egli allora negli affari dello Stato. Giovanni fu un principe umano, benefico, giusto, liberale, fermo e d'animo signorile; e merita un luogo fra i buoni principi vicino ad Azzone. Il tumulo di lui si vede nel coro della metropolitana.
Milano, nei ventiquattr'anni nei quali regnarono Azzone, Luchino e Giovanni, i primi che apertamente si dichiararono sovrani, battendo moneta col loro nome, godette la pace; e prov alfine i beni dell'ordine sociale e della civile sicurezza. I Milanesi abbandonarono il mestiere dell'armi, e si rivolsero a pi miti e pi industriosi pensieri; alla mercatura, cio, alla coltivazione delle arti e delle terre. La popolazione e la ricchezza crebbero in proporzione, e qualche coltura appresero gl'ingegni; onde questi oggetti meritano dilucidazione.
La prima epoca del risorgimento dell'agricoltura milanese io la trovo nel blocco che Federico I pose intorno della citt; allorquando fece devastare le piante e le campagne, ed atterrare i boschi che ci stavano intorno. Il bene sempre  figlio del male. Liberati che fummo da quel nemico terribile, poich la libert civile fu cimentata colla lega lombarda, si dovettero ridurre a coltura i boschi incendiati; unico mezzo per cui i proprietari, ai quali non rimaneva pi la legna spontanea, ricavassero qualche profitto dal loro fondo. In fatti verso quei tempi pensarono i Milanesi a promuovere l'irrigazione, a fecondare i loro campi colle acque, e si scavarono il Tesinello e la Muzza; il primo verso l'anno 1179, e l'altra l'anno 1220(525). Indi il Tesinello venne allungato sino a Milano verso la met del secolo decimoterzo, cio l'anno 1257; operazioni tutte le quali non ebbero allora per oggetto la navigazione, ma bens la semplice irrigazione delle terre. Io ho per qualche tempo creduto che i Milanesi, ritornati dalle crociate, avessero portata dall'Egitto nella loro patria la coltura del riso, e che questi scavi di canali e questa diramazione di acqua sulle terre venissero fatti a tal fine. Ma ho poi dovuto essere convinto che la coltivazione del riso presso di noi,  di molto posteriore a quelle opere pubbliche; e ne serve d'invincibile prova la tassa che il tribunale di Provvisione faceva delle droghe; e quella singolarmente che ha pubblicata l'esattissimo nostro conte Giulini(526), ove scorgesi che il giorno 18 aprile 1386 venne ordinato che gli speziali e i droghieri non possano vendere il riso pi che a dodici imperiali la libbra. Questo decreto trovasi nell'archivio del tribunale di Provvisione, d'onde l'ha tratto il chiarissimo autore. Se il riso fosse stato, come oggid, un prodotto della nostra agricoltura, non sarebbesi venduto dagli speziali e droghieri. Il prezzo poi di un soldo per libbra (avuto ragguaglio alla moneta di quei tempi) lo mostra ancora con maggiore sicurezza, anche paragonandolo alla tassa del mele sottile e fino, che in quel medesimo decreto viene fissata a un terzo meno del riso, cio ad imperiali otto la libbra. Quest'irrigazione adunque serviva ai soli prati, e forse allora il clima di Milano era pi salubre di quello che ora non ; da che si  ogni anno sempre pi dilatata l'irrigazione, ed introdotta singolarmente la coltura dei risi; e perci il Petrarca, fra le qualit che rendevano allora pregevole Milano, vi pose coeli salubritate, come poco anzi si  veduto. La nostra agricoltura ci produceva sorta di grani, frumento, segale, miglio, seligine, orzo, scandella. La coltura parimenti del lino e delle viti  antichissima presso di noi. I prati si andavano moltiplicando, perch s'erano introdotte razze di cavalli, e il lusso aveva dilatato il bisogno di questi tanto utili e generosi animali. Se poi tanto grano si raccogliesse quanto occorreva al nutrimento del popolo, non  cos facile il deciderlo; poich in una concordia che si fece fra i nobili e i popolari, l'anno 1225, venne pattuito, fra gli altri articoli, che il comune di Milano dovesse ogni anno far venire da paese estero de'grani, pel valore di seimila lire di terzoli. Il che non saprei se debbasi considerare come una forzata compiacenza de'nobili terrieri verso di un error popolare, come inclina a crederlo il nostro conte Giulini(527); ovvero come una prudente precauzione, in tempi ne'quali questo commercio era vincolato. Parmi che se le terre fossero state bastantemente feraci di grano, si sarebbe dalla plebe domandata, non l'introduzione del grano estero, ma del pi vicino e nazionale, per assicurare l'alimento alla citt. Generalmente si mangiava in Milano pane di mistura; e l'anno 1355 vi era in tutta la citt un forno solo che fabbricasse il pane bianco di puro frumento; pane che allora era di lusso; e questo forno privilegiato chiamavasi il prestino dei Rosti, ed era vicino alla piazza dei Mercanti(528).  bens vero che l'uso di servire con pane di frumento puro e bianco, nei pranzi d'invito, era anche un secolo prima conosciuto presso di noi; e ne fa prova una sentenza favorevole ai canonici di Varese, pronunziata l'anno 1248, in cui venne condannato un beneficiato a dar loro la domenica avanti Natale un pranzo composto, videlicet, panis frumentini boni et bene cocti et albi, et vini boni, et puri ad sufficientiam et capponorum, videlicet unum inter duos plenum, et carnium bovis et porci cum bonis piperatis, videlicet frustum unum, sive petiam bovis competentem et bonam inter duos; et aliud frustum seu petiam porci cum bonis piperatis inter duos, et frustum, sive petiam unam carnis porcinae assatae, sive rostitae cum paniciis inter duos; et hec omnia ad sufficientiam, secundum quod decet, praestet singulis annis(529). La carta si conserva nell'archivio della collegiata di Varese, e l'ha pubblicata l'erudito nostro conte Giulini(530). Verso la fine del capitolo sesto ho ricordato un altro pranzo, preteso un secolo prima, da altri canonici, i quali chiedevano lombulos con panitio; ora si trattava cum panitiis. Potevano forse essere pagnotelle pi fine, di mero fiore di farina apprestata sul finir della mensa. La piperata si  veduta nominata in quella carta del 1148, si vede in questa del 1248; si usava ai tempi del Corio; e l'abbiamo anche oggid scritta nella tariffa della mercanzia, col tributo di trentasei soldi e mezzo per ogni rubbio, sebbene ora non sappiamo pi cosa ella si fosse. Io la crederei una salsa stimolante, e in cui entrava singolarmente il pepe, simile a quella che ora adoperiamo colla senape.
Il Fiamma, che viveva appunto ai tempi di Giovanni arcivescovo, ci lasci un'idea della ricchezza e del lusso di quel tempo: nunc vero in praesenti aetate priscis moribus superaddita sunt multa ad perniciem animarum irritamenta: nam vestis praetiosa, et ornatu superfluo circumtecta per totum; in ipsis vestibus, tam virorum quam mulierum, aurum, argentum, perlae inseruntur. Frixa latissima vestibus superinducuntur. Vina peregrina, et de partibus ultramarinis bibuntur: cibaria omnia sunt sumptuosa: magistri coquinae in magno praetio habentur(531). Lo stesso Fiamma ci attesta che in Milano al suo tempo eranvi delle manifatture assai perfette e stimate al di fuori, e fra le altre vi si lavoravano gli elmi, le corazze e tutte le armature di ferro, speculorum claritatem excedentes. Soli enim fabri loricarum sunt plures centum, exceptis innumerabilibus subjectis operariis(532); e di queste nostre manifatture, dice quell'autore, che ne somministravano a tutta l'Italia non solo, ma se ne trasportavano persino ai Tartari ed ai Saraceni. Questa manifattura, di cui troviamo la materia ne'monti vicini, si mantenne per molto tempo in Milano, e vediamo nell'estratto fatto poi, all'occasione del censo, dai libri delle gabelle dell'anno 1580, che si considerarono, dal Ragionato dell'Estimo Barnaba Pigliasco, da Milano trasportate agli esteri: armature di cavallo num. 100, a lire 55.10, lire 5650; armature da fante num. 390, a lire 33.15, lire 13163. Il Fiamma pure ci attesta che le nostre razze de'cavalli erano della maggiore altezza e forza; e tali dovevano appunto ricercarsi nel secolo in cui dovevano portare alla guerra gli uomini tutti coperti di ferro, e talvolta gli arnesi istessi del cavallo erano del metallo medesimo, per assicurarlo dalle ferite. De'cavalli nostri ne facevamo smercio assai nella Francia, a quanto ci attesta quell'autore contemporaneo; e tale era probabilmente il frutto dell'irrigazione estesa, e de'nostri prati. Oltre questi due articoli di commercio, eravi gi piantata l'industria del lanificio in Milano, ai tempi di Luchino e di Giovanni Visconti; e il Fiamma dice de'nostri mercanti: Ipsi enim mercatores discurrunt per Franciam, Flandriam, Angliam, ementes lanam subtilem, ex qua in hac civitate texuntur panni subtiles in maxima quantitate, qui tinguntur omni genere tincturarum, qui per totam Italiam deferuntur(533). Quest'industria del lavoro de'pannilani, la quale crebbe dappoi e form la ricchezza cospicua di Milano, era gi presso di noi conosciuta anche prima del Fiamma, e poco dopo l'epoca di Federico I. Almeno in Como ed in Monza si lavoravano de'pannilani fino dal 1216; poich nell'antico esemplare che ritrovasi nella biblioteca Ambrosiana, vedonsi tassati i pannilani di Como e di Monza a pagare quattro imperiali per ogni pezza, entrando in Milano. Anche delle tele di cotone e de'lini nostri se ne faceva spaccio, singolarmente in Levante, col mezzo de'Veneziani e de'Genovesi, ch'erano diventati assai ricchi e commercianti; avendo, i primi singolarmente, approfittato moltissimo col trasporto dei crocesignati, colla somministrazione de'viveri alle Crociate, allorch prudentemente tranquilli, in mezzo alla fermentazione universale, colsero l'occasione d'impratichirsi del mare e de'porti del Levante, onde si resero arbitri del commercio d'Europa coll'Asia; la qual ricchezza si sparse anche sopra di noi ed anim la nostra industria. N i soli cavalli, le armature, e i pannilani e pannilini erano i capi del nostro commercio utile cogli esteri. Sino da'primi anni del secolo decimoquarto eranvi da noi degli artefici che fabbricavano anche drappi di seta; e Niccol Tegrimo, nella Vita di Castruccio Antelminelli, ci narra che, avendo Castruccio ed Uguccione della Faggiuola occupato Lucca l'anno 1314, i fabbricatori di drappi di seta vennero a rifugiarsi in Milano(534). La seta allora era sommamente cara; e un drappo di seta si valutava lire venti d'allora la libbra; e ognuno sa che la lira d'allora era quasi due terzi d'un fiorino d'oro, ossia gigliato, che correva per trentadue soldi; cos che la libbra di seta costava dodici gigliati e mezzo. Facilmente pure ognuno comprende quanto maggior pregio in que'tempi dovesse aver l'oro, che nei secoli a noi pi vicini  diventato assai pi abbondante, per i paesi scoperti, per le nuove miniere scavate, e per la comunicazione del vasto commercio aperta fra tutti i popoli conosciuti della terra.
Della popolazione di Milano ce ne ha lasciata memoria Buonvicino da Ripa verso l'anno 1288. Quell'autore vivente dice che v'erano tredicimila porte di case, seimila pozzi, quattrocento forni per cuocere pane, e mille taverne di vino, centocinquanta alberghi pei forestieri, tremila ruote da mulino, e seimila giumenti che portavano la farina nella citt; in cui dice ch'eranvi ducentomila abitanti, fra i quali quarantamila atti alle armi; che si mangiavano ogni giorno in Milano mille e ducento moggia di farina; che entravano ogni anno nella citt cinquantamila carri di legna, duecentomila carri di fieno e seimila carri di vino, e si consumavano di sale in Milano staia seimilacinquecento. Questa descrizione facilmente si conosce che non merita fede. Seimila giumenti impiegati a portare mille e ducento moggia di farina al giorno sono incompatibili, mentre un moggio lo porta sulle spalle un villano robusto. Quarantamila uomini atti alle armi sono pure una cosa sconnessa. La popolazione di ducentomila abitanti suppongasi met di uomini e met di donne; dagli uomini si deducano i bambini, i fanciulli ed i vecchi; non rimarranno quarantamila uomini atti alle armi. Seimila carri di vino, suppongasi portar ciascuno dieci brente, saranno sessantamila brente di vino che entravano in citt per uso di ducentomila abitanti: ora centoventimila, quanti abitano in Milano, consumano pi del quadruplo. Anche le staia seimila e cinquecento di sale sarebbero proporzionate alla popolazione di ventiseimila abitatori, e non mai di duecentomila. Poca e nessuna fede merita quella relazione, fatta da un uomo che descrive diciotto laghi e sessanta fiumi abbondantissimi di pesci nel contorno di Milano. Abbench consideriamo ragionevolmente come scritti piuttosto a caso quei numeri, che per vera cognizione, difficile assai ad aversi in que'tempi, egli  per assai probabile che fosse numerosa la popolazione d'una citt alla quale dovevano, come a residenza e a dominante, ricorrere, al tempo di Giovanni arcivescovo, i cittadini di diciotto citt del contorno. Petrarca la qualific, siccome vedemmo, populi frequentia gloriantem; e Pietro Azario, che viveva mentre la pestilenza del 1361 devast Milano, asserisce che in Milano perirono per quella sciagura settantacinquemila abitatori; il che pu verosimilmente farci credere ch'essi fossero pi di centocinquantamila. N  difficile il concepire come una popolazione maggiore dell'attuale fosse contenuta entro di una citt di un recinto pi angusto di quanto ora lo sia: poich sappiamo che tutte le case nobili e vaste sono state formate colla incorporazione di pi e pi case piccole; che molti monasteri e conventi e chiese sono piantate oggid in luoghi che servivano allora all'abitazione del popolo; e che finalmente il lusso di abitare per pompa uno spazio vasto di luogo, e il conservare signorilmente un buon numero di stanze, al solo uso che siano trascorse da chi ci viene a visitare, prima che ci ritrovi, non era il lusso di quel secolo n di questa popolata citt. Nel principio del secolo decimoterzo v'erano in tutto in Milano tredici monasteri, sei di frati e sette di suore(535).
Il governo civile di que'tempi era una vera dominazione di un solo, con qualche apparenza di repubblica; poich il consiglio degli ottocento, che poi a'tempi di Luchino divent, non saprei come, di novecento, di tempo in tempo si radun, sino verso la fine del secolo decimoquarto. Ma le deliberazioni che si prendevano, non erano altro che giuramenti di fedelt, acclamazioni al nuovo signore, e convalidazioni del sistema monarchico. Questi consiglieri, che non erano a vita, ma bens trascelti per rappresentare la citt in occasioni passeggiere, non erano altrimenti nominati dal popolo; ma originariamente traevano la loro commissione dalla nomina del principe o del suo ministro; onde quel consiglio era, siccome anche di sopra ho accennato, una mera popolare illusione, che rappresentava una apparente libert. Verso la met del secolo decimoquarto si cre il vicario di provvisione, che presedeva ai dodici. Vicario significava lo stesso che vicegerente, ossia luogotenente; un ministro in somma che teneva il luogo e faceva le parti del sovrano. Quel tribunale nella sua origine non fu un dicastero civico, ma bens fu un tribunale eletto dal sovrano; al quale era commessa la percezione e direzion de'tribunati, la cura dell'abbondanza, e la vigilanza sopra i giudici della citt, per modo che sembra fosse questo allora il solo dicastero che si radunava in Milano, e avesse riunite le separate cure che oggid occupano il senato, il magistrato camerale e il tribunale di Provvisione medesimo(536). Ora questo tribunale di Provvisione, poich fu consolidata la signoria dei Visconti, eleggeva ei medesimo i novecento consiglieri, ogniqualvolta occorresse di avvalorare con questa formalit il volere del sovrano; di che ce ne serve di prova l'antico registro della citt segnato n. 1, ove, alla pag. 107, si legge: MCCCLXXXVIII, die XXII Julii. Per dominos vicarium et XII Provixionum Comunis Mediolani et sindicos dicti Comunis electi fuerunt infrascripti cives Mediolani, qui sunt et esse intelliguntur consilium DCCCC Comunis Mediolani(537).
La politica de'nuovi principi tendeva ad allontanare, siccome dissi, il popolo dal mestiero della guerra, la quale sempre pi si andava facendo, per mezzo di stipendiati forestieri. Cos nacquero le compagnie di avventurieri, che si vendevano da'loro capi ora ad un principe, ora ad un altro; e cos pure alcuni capi di tali sgherri si resero formidabili ai sovrani medesimi, e giunsero ad acquistare per loro conto degli Stati, come fra gli altri avvenne alla casa Sforza. Conseguenza di un tal sistema era l'accrescimento de'tributi per aver mezzi onde stipendiare quegli estranei, ai quali si commetteva la difesa dello Stato. Oltre il catastro generale de'fondi che si fece, siccome vedemmo, verso la met del secolo decimoterzo, e sul quale s'incominciarono a ripartire i carichi pubblici, che prima si distribuivano per capitazione, ovvero sulla stima annua de'frutti raccolti, s'institu la privativa della vendita del sale, di cui la pi antica memoria che abbiamo ce la riferisce il Corio all'anno 1272. In un trattato fra il re Roberto di Napoli e i fuorusciti Milanesi del partito de'Torriani, promise il re ch'egli non avrebbe guadagnato nella vendita del sale se non venti soldi papali per ogni moggio, e ci per il sale comune; il bianco per e raffinato era libero a lui il venderlo come pi gli fosse piaciuto. Questo trattato si fece l'anno 1312. Venti soldi papali del secolo decimoquarto valevano, secondo il calcolo del Muratori, ventiquattro paoli(538). Il moggio  di staia settanta; e, ci posto, la gabella si riduceva a cinque soldi de'nostri per ogni staio di sale; cos che a un di presso allora prometteva di venderlo al valore che oggid corrisponderebbe a soldi quaranta per ogni staio. Per un trattato di commercio che si fece fra i Milanesi ed i Veneziani l'anno 1317, segnato il giorno 30 d'agosto in Venezia, i Veneziani si obbligarono a dare a quegli il sal marino, e i Milanesi si obbligarono a prenderlo tutto da essi, ed a non spanderlo n sul Comasco n sul Veneto. A noi rimase per la libert di venderlo poi agli abitanti delle Alpi. Questo pregievole monumento ritrovasi in un antico codice MS. presso del signor marchese Giovanni Corrado Olivera, signore venerabile per l'integrit e beneficenza, pi ancora che per i luminosi titoli e la presidenza del senato. Sono gi pi di quattro secoli e mezzo da che prendiamo i sali da Venezia, e li vendiamo agli Svizzeri e Grigioni. Al tempo di Luchino, la gabella del sale della citt di Milano e del contado gli fruttava tremila fiorini d'oro(539); presentemente se ne ricava cinquanta volte altrettanto.  vero che l'oro allora aveva notabilmente pi valore che ora non ha, dopo l'abbondanza che ne hanno prodotte le nuove miniere e il commercio, siccome torno a ricordare. Non abbiamo notizie bastanti di quei tempi per indicare i positivi prezzi ai quali siasi venduto il sale alle gabelle. Sappiamo per dai registri civici esaminati dall'instancabile conte Giulini, che verso la fine del secolo decimoquarto si vendeva a soldi cinquanta lo staio; prezzo veramente gravoso, poich il fiorino d'oro correva a soldi trentadue(540). Il carico poi della macina alle porte di Milano erasi imposto sino dell'anno 1333, come ce ne fa fede una carta dell'archivio dello spedal maggiore, esaminata dal conte Giulini(541). La gabella della Dovana eravi pure gi verso la fine del medesimo secolo decimoquarto(542); poich v' il decreto che dice: cum etiam per datiarios Dovanae bestiarum grossarum et minutarum dicti vestri comitatus fiant diversimodae extorsiones(543): cos faceva scrivere latino il signor di Milano l'anno 1381, dopo il lungo soggiorno fatto in questa citt da Francesco Petrarca! Si vede che sino da quel tempo s'era introdotta l'usanza d'affittare le regalie, o, per dir meglio, la pace, la sicurezza e la libert del popolo ad un impresario: volumus bene quod incantatoribus datiorum dicti nostri Comunis serventur eorum data(544). Era riserbato al glorioso regno dell'augusta Maria Teresa di atterrare quest'obice, che divise i contributori dal principe per quattro secoli. Il carico Datium imbottaturae vini, cio l'imbottato eravi gi anticamente, ma si pagava soltanto sul vino raccolto; indi l'anno 1392 vennero assoggettati a questo tributo anche i grani(545). Chi ne cercasse pi esatte prove, le troverebbe presso il conte Giulini(546). Il carico poi sulle merci si andava proporzionatamente accrescendo; mentre laddove questo era tassato, nel principio del secolo decimoterzo, in proporzione del valore, a poco pi dell'uno per cento, come si vede nella tariffa annessa agli statuti compilati nel 1216; nell'anno poi 1333 il carico era asceso ad un soldo per ogni lira di valore, il che monta al cinque per cento, come leggesi nel codice MS. del nominato signor marchese Corrado Olivera, presidente onoratissimo del senato. Da un verosimile calcolo preso in massa, oggid questo tributo corrisponde circa al sei per cento del valore. Oltre questi carichi, v'era la tassa de'cavalli, imposta verosimilmente l'anno 1315, per mantenere le paghe della cavalleria. V'erano le condanne pecuniarie de'delitti, emanazione ancora vigente delle leggi longobarde. V'erano altre antiche gabelle sulle case, su i forni, sopra i mulini, i macelli, i contratti, le misure, i pesi ed altre delle quali ho fatto menzione al capitolo ottavo.
La grandezza dell'arcivescovo e del clero milanese scomparve colla soggezione da Roma, e coll'erezione del principato. Non vi  memoria che, dopo la met del secolo duodecimo, siansi mai chiamati i nostri ordinari, sanctae mediolanensis ecclesiae cardinales(547), come facevano per lo passato. Essi per, sino dal secolo decimoterzo, portavano la porpora; e questa distinzione, che tuttavia conservano,  antica per lo meno cinque secoli. In que'tempi per assai liberamente vestivansi gli ecclesiastici, ed eran ben lontani da quella edificante uniformit e modestia che ora gli distingue. Manfredo Occhibianchi, canonico di Sant'Ambrogio, fece un testamento il giorno 18 marzo, l'anno 1203, che si conserva nell'archivio di quella basilica, e di cui parla il conte Giulini(548), e lascia manstrucam unam conilii, cohopertam de violato, et alias duas... scilicet unam volpinam, cohopertam de scalfanio, et aliam de flanchitis, cohopertam de sagia bruna, et... capellum meum grisum, cohopertum de sagia nigra, et cohopertorium meum, et scradam seu diproidam meam... cappam meam blavetam... cappam meam de mantellato... quinque coclearia argenti, et mantellum meum foderatum de zendado... vestitum violatum meum(549). Da ci osserviamo che di tutte le vesti, nulla v'era di nero fuori del cappello, voce che digi si era inventata per dinotate quelle berrette che allora si ponevano sul capo; ma tutti i vestiti di quell'ecclesiastico erano di colore violato, ceruleo o bruno. La parola blavetam sembra nata dal teutonico blau ossia bleu, come noi Lombardi anche oggid nominiamo quel colore, similmente ai Francesi. I cucchiai d'argento si vede che gi erano in uso. N gli ecclesiastici si vestivano tampoco con colori modesti, poich, l'anno 1211, l'arcivescovo Gherardo da Sessa fece un editto in cui leggesi: Universis praeterea clericis interdicimus vestes rubeas, vel diversi coloris gialdas et virides(550); la quale proibizione non bast a togliere tale usanza degli ecclesiastici, poich in un concilio provinciale tenutosi un secolo dopo di ci, nuovamente si dovette stabilire che gli ecclesiastici non portassero vestes virgulatas, seu de catabriato dimidiatas, vel listatas, vel frixis, vel maspilis argenteis, vel de metallo aliquo(551), e non dovessero portare cappucci a modo dei secolari, ad modum laicorum capucia non habentes(552).
Nella guerra i militi erano tutti coperti di ferro, e, calata la visiera, non si potevano conoscere se non da pennacchio o altra insegna. Filippone, conte di Langosco, poich ebbe in suo potere il cimiero di Marco Visconti, si present co'suoi alle porte di Vercelli, le quali (credendolo Marco i Vercellesi) gli vennero aperte; e con tale astuzia se ne impadron l'anno 1312. Nella pi antica compilazione de'nostri Statuti, fatta, come ho detto, nel 1216, vi si legge la rubrica de'duelli. Si combatteva o in persona, ovvero un campione si batteva per altrui commissione. Si celebrava la messa in presenza de'due combattenti, si deponevano le armi presso dell'altare, il sacerdote le benediceva, indi venivano sigillate e venivano portate al luogo della lizza, ove sedeva il giudice. Ivi si presentavano i due combattenti coi loro patrocinatori. Interrogavano questi il giudice s'egli ivi risedesse affine di giudicare la lite col duello, e il giudice rispondeva che appunto ivi a tal fine si era collocato. Il patrocinatore del pretendente ad alta voce chiedeva la cosa per cui doveva farsi il duello; e ad alta voce il patrocinatore opposto la negava. Indi s'accostavano i due combattenti al giudice; e ciascuno di essi con giuramento affermava essere vero e giusto ci che dal suo patrocinatore erasi detto. Il giudice poi faceva che giurassero entrambi, che non si presentavano al cimento con alcuna forza d'erbe, di parole o di maleficio; il che fatto, davansi loro lo scudo e le armi. Questa cerimonia a un di presso cos facevasi in tutta l'Europa in quel secolo. V'erano ancora altri giudizi di Dio; quello del ferro rovente da portarsi nella mano nuda non era permesso in Milano: illud autem scire opportet quod ferventis ferri judicium in nostra civitate non admittitur, licet in quibusdam locis jurisdictionis domini archiepiscopi secus obtineat(553); cos nei nostri Statuti di quei tempi. Bens era ammesso il giudizio di Dio coll'acqua fredda, e questo da noi non era punto crudele; poich si prendeva un fanciullo, e con una fune, senza pericolo, si tuffava nell'acqua; e immergendosi il fanciullo, che tosto s'estraea, il reo era assoluto.
Finalmente vorrei poter dare un'idea della coltura nostra verso quell'et; ma le notizie non erano copiose in nessuna parte dell'Europa. Avemmo un medico che compose le pandette della medicina, dedicate al re di Napoli Roberto. Questi si chiamava Matteo Selvatico, milanese, che scrisse l'anno 1317. Quel libro si stamp a Venezia l'anno 1498. Un altro Milanese ebbe nome presso dei giusperiti, cio Signorollo Omodeo, le opere del quale non sono ignote ai forensi. Ma di bella letteratura non ne abbiamo vestigio alcuno. Uno de'pi antichi poeti italiani fu Pietro da Bescap, nostro milanese. Egli scrisse i suoi versi nell'anno 1264, nel quale pretese di tradurre in poesia la storia del Vecchio Testamento. L'autore cos comincia:

Como Deo a facto lo mondo,
E como la terra fo lo homo formo.
Cum el descend ce cel in terra
In la Vergine Regal polzella,
E cum el sosten passion
Per nostra grande salvation,
E cum ver el d del ira
La o sar la grande roina
Al peccator dar grameza
Lo justo avr grande alegreza,
Ben  raxon ke l'omo intenda
De que traita sta legenda.

Il fine di questo canto, poema o diceria, qualunque si voglia chiamare,  ancora pi rozzo del principio, e cos termina:

Petro de Bescap, ke era un Fanton,
Si a facto sto sermon,
Si il compil e si la scripto.
Ad onor de Ihu Xpo
In mille duxento sexanta quattro
Questo libro si fo facto,
Et de junio si era lo premier d
Quando questo libro se fin,
Et era in seconda diction
In un venerd abbassando lo sol

L'antico manoscritto trovasi nella scelta libreria del signor conte Archinto. Non pi felice del Bescap fu il nostro frate Bonvicino da Ripa, i di cui poveri versi si trovano nella biblioteca Ambrosiana, fra i quali vedesi, che fino dall'anno 1291 si conoscevano quei versi che nei tempi a noi vicini si chiamarono Martelliani. Frate Bonvicino con tal metro compose le Zinquanta cortesie da Tavola, le quali cos cominciano:

Fra Bon Vexin da Riva, che sia in Borgo Legnano,
D'le cortexie da descho ne dixette primano:
D'le cortexie zinquanta che s'de osservare a descho
Fra Bon Vexin da Riva ne parla mo de frescho.

Costoro scrissero prima che Francesco Petrarca dimorasse in Milano; ma certo Galliano scriveva l'anno 1391; e ne conservano l'antico MS. i monaci di Sant'Ambrogio. Costui non lesse mai le dolci e sensibili rime del Petrarca; n pose mai il piede nel suo Linterno; cos questo rozzo scrittore termin la sua cantilena:

E se di chi l'ha facta alcun se lagna
Digli che sta alla Pietra Cagna
In Milano
E facta sotto l'anno MCCCLXXXX uno
Indictione quarta decima
Per man d'uno
Che non decima denari
Perch gli sono s selvaggi e contrari
Che non se ponno domesticare
Ne stare con lui
A dirlo contra vui
El se giama dalla Terra che fronteggia Cantu.

Queste sono le sole reliquie che siano da quei tempi trapassate alla cognizione nostra; e ben a ragione il signor abate Paolo Frisi, che ci vantiamo d'aver per concittadino, e che mi onora colla sua amicizia, nell'Elogio del Cavalieri, sul proposito della venuta a Milano del Petrarca e dello stato delle lettere milanesi in que'anni, cos s'esprime: I tempi dell'antica anarchia, le guerre intestine ed estere del principato, la fiera e bellicosa indole dei nostri principi, avevano lasciato appena qualche adito tranquillo e libero agli studi della pace... que'semi esotici non trovando il terreno bastantemente preparato a riceverli, non allignarono molto sotto del nuovo cielo. Non vi si videro spuntare per molto tempo, che informi compilazioni, popolari leggende, storie non ragionate, prose snervate e languide, poesie che di poetico non avevano altro che il metro e la desinenza delle parole, ec.

Capitolo 13.

Della signoria dei tre fratelli Matteo, Barnab e Galeazzo Visconti.

Nella successione de'Visconti non si vede seguta una legge costante. Matteo I aveva quattro figli: dopo la di lui morte rest unico signore Galeazzo I, a cui successe Azzone di lui figlio. Pareva adunque il principato ereditarsi dal primogenito. Ma dopo di Azzone, morto senza figli, la signoria pass a'due fratelli Luchino e Giovanni, senza che i figli di Stefano vi avessero parte; i quali pure avrebbero dovuto possedere l'eredit paterna, se lo Stato fosse un bene divisibile. In fatti, morto Giovanni, i tre soli discendenti di Matteo riconosciuti legittimi, cio Matteo, Barnab e Galeazzo, figli di Stefano, diventarono padroni, e si divisero lo Stato. Non vi erano in que'tempi idee chiare di gius pubblico. Il principato era un podere, non una dignit instituita per il bene dello Stato. Tutto il bene che un sovrano faceva al suo popolo, non era considerato allora come il pi sacro dovere adempiuto, ma bens come un'accidentale beneficenza d'un animo generoso. Terminata che fu la vita di Giovanni, la divisione si fece di comune accordo fra i tre fratelli. A Matteo toccarono le citt che s'inoltrano nell'Italia, a Barnab la provincia che s'accosta a Venezia, ed a Galeazzo toccarono le terre che ora sono appartenenti al Piemonte. Milano e Genova rimasero indivise sotto la comune dominazione. Matteo cos ebbe in sua separata porzione Bobbio, Lodi, Piacenza, Parma e Bologna. Barnab ebbe Cremona, Crema, Bergamo e Brescia. Toccarono a Galeazzo Pavia, Alessandria, Tortona, Novara, Vigevano, Asti, Vercelli; e Como, che rimaneva come isolata, fu pure assegnata a Galeazzo. Con tal modo altro non mancava se non la dissensione o diffidenza per distruggere una signoria ragguardevolissima. Ma nelle cose umane comunemente accade che n si ottenga tutto il bene che ragionevolmente si poteva sperare, n si soffrano tutt'i mali che con ragione si dovevano prevedere; e talvolta le pi scomposte ed assurde organizzazioni di sistemi, le quali pareva che dovessero rovinare uno Stato, si sono ridotte ad effetto, senza che per ci siane accaduto il danno che compariva inevitabile: poich nell'esecuzione, gl'interessi degli uomini che vi si adoperano, essendo quelli d'evitare la rovina, rimediano e correggono l'imperfezione del sistema. Cos lo Stato si conserv, crebbe anzi, come vedremo, e pot lusingarsi il successore de'tre fratelli d'essere dichiarato re d'Italia; e forse lo sarebbe stato, se la morte non troncava il filo della di lui ambizione.
Lodovico il Bavaro, ossia Lodovico V, quel contrastato imperatore, avea terminato i suoi giorni, ed era stato eletto legittimamente imperatore Carlo IV, marchese di Moravia, figlio di Giovanni re di Boemia, e di Elisabetta, che era figlia di Enrico di Lucemburgo. Carlo IV era riconosciuto e dai principi della Germania e dal papa e da tutta l'Europa, come vero re de'Romani. La di lui elezione era accaduta l'anno 1347, e in quel punto le dispute gi da trent'anni incominciate fra il Sacerdozio e l'Impero, erano terminate. Carlo IV se ne venne in Italia per ricevere le due corone del regno italico e dell'impero romano. I principi d'Italia, che temevano la potenza de'Visconti, non mancarono di profittare dell'occasione, e d'animare quell'augusto ad abbatterla, promettendogli ogni aiuto e vantaggio. Ma sia che a Carlo premesse maggiormente l'acquisto del denaro per se medesimo, anzi che la difesa di quella autorit che per caso era annessa alla persona di lui; sia che l'esempio de'suoi antecessori l'avesse istrutto a non adoperare la forza delle armi ausiliarie, per non correre ei pure il pericolo di vedersi abbandonato da'suoi, prima di avere ridotti i progetti a fine; sia che le forze dei Visconti fossero tali da non lasciargli sperare un buon esito; sia finalmente che il genio mite e rivolto alle lettere di quel re lo distogliesse da simile briga, certo  ch'egli allora si mostr anzi amico dei Visconti. I fratelli Visconti mandarongli incontro i loro ambasciatori a Mantova, invitandolo a passare a Milano, e ricevervi la corona; e il re accett l'invito. Appena Carlo IV si trov sulle terre de'Visconti, non dovette aver pi pensiero alcuno; poich ogni cosa eravi magnificamente preparata per alloggio, ristoro e trasporto di quell'augusto e di tutta la corte che veniva seco. I Visconti non risparmiarono n spesa n attenzione. A Lodi se gli present Galeazzo, e, resogli omaggio, lo accompagn con cinquecento militi alla vlta di Milano. A Chiaravalle gli and incontro Barnab con altri militi, e fece dono al re di trenta superbi cavalli, coperti di velluto, di scarlatto e di drappi di seta, tutti in ricco e magnifico arnese. (1355) Entr in Milano quel Cesare il giorno 4 di gennaio dell'anno 1355; e venne da tutto il popolo festosamente accolto con rumore di nacchere, cornamuse, tamburi e trombe, siccome allora era il costume. Venne splendidamente alloggiato nel palazzo ora della regia ducal corte, dove avevano presa dimora i suoi antecessori Enrico VII, che noi diciamo VI, suo avo materno, e il combattuto Lodovico V. Non vi  dimostrazione di rispetto e di benevolenza che i Visconti abbiano dimenticata. Protestarono di riconoscere la loro signoria dall'Impero: e l'imperatore, al quale regalarono duecentomila fiorini d'oro, dichiar i tre fratelli vicari imperiali ne'loro Stati. Si fecero giostre, feste e corti bandite per onorare l'augusto ospite, e fra le pompe che i Visconti immaginarono in quella occasione, una singolarmente fu significante; e fu quella di passare schierati sotto le finestre di corte, ove alloggiava l'imperatore, seimila uomini a cavallo, signorilmente equipaggiati, e diecimila fanti; e i Visconti dissero a quel monarca che quelle forze e le altre molte che tenevano nelle altre citt del loro Stato, erano tutte pronte per servigio suo. Per que'tempi erano queste forze di molta considerazione. La cerimonia della incoronazione si celebr in Sant'Ambrogio dall'arcivescovo Roberto Visconti, il giorno 6 di gennaio: e in quell'occasione il re Carlo cre milite il figlio di Galeazzo, cio Giovanni Galeazzo, bambino di due anni. Questo bambino fu poi il primo duca, e divent un potentissimo principe, come vedremo. Alcuni giorni dopo part il re Carlo, e s'incammin alla vlta di Roma. Pretende Matteo Villani che questo re non fosse stato nelle mani dei Visconti senza inquietudine. Sarebbe questa una prova della pusillanimit di quel principe, giacch non potevano sperare alcun vantaggio i Visconti n da un affronto n da un tradimento che gli facessero, allorch era abbandonato nelle loro mani.
Prima che terminasse l'anno, il triumvirato fu tolto, e colla improvvisa morte di Matteo II lo Stato si divise in due sole parti fra Barnab e Galeazzo II. Matteo II aveva molto vigor fisico e poca forza di mente. Dopo ch'egli ebbe in sua porzione Bologna, la perdette, per aver cercato di scemare lo stipendio a quei che potevano soli conservargliela. Matteo operava in modo da perdere la signoria, e trascinar seco in rovina anco i fratelli; poich, diventato padrone, cercava di possedere per autorit e senza mistero quello che tutt'al pi si carpisce industriosamente fra le tenebre. Egli giunse a minacciar la morte ad un cittadino ammogliato con una bellissima donna, perch contrastava di cedergli i suoi diritti. Questi presentossi a Barnab chiedendo giustizia, e dichiarandosi con molto impeto di esser pronto a morire, anzi che acconsentire a tanta infamia. Barnab lo accolse con freddezza ed indifferenza; poich trattandosi del suo maggior fratello, a lui, disse, non toccava il correggerlo: poi concertato l'affare con Galeazzo II, vedendo che Matteo era incorreggibile nella scostumatezza, che gi serpeggiavano nel popolo delle sorde e tronche voci, e che correvasi rischio, temporeggiando e lasciando moltiplicare gl'insulti, di vedere lo Stato in rivoluzione, per evitare il fatto de'Tarquini, divennero fratricidi come Romolo; almeno cos ci racconta Matteo Villani(554). Si dice altres che a questo timore un altro vi si accoppiasse per unire e indurre a tale estrema risoluzione i due cadetti Barnab e Galeazzo, e fu che, trovandosi i tre fratelli insieme cavalcando, nell'osservare il fecondo e ridente paese del quale erano signori, uno de'cadetti dicesse, che era pure la bella cosa l'esservi sovrani; e che incautamente allora al primogenito fuggisse di bocca, che bella cosa era l'esser solo; la quale risposta (non essendovi stato prima d'allora altro esempio di signoria promiscua veramente, meno poi di signoria divisa) doveva dar molto da temere ai due principi minori. Qualunque ne fosse la cagione, Matteo II mor il giorno 26 di settembre dell'anno 1355; e Barnab e Galeazzo si divisero la di lui porzione. Anche Milano venne divisa: Barnab ebbe la parte d'oriente e mezzod; l'aquilone e l'occidente della citt l'ebbe Galeazzo. V'ha chi pretende altres che nessun altro motivo vi fosse stato per escludere dalla successione Luchino Novello, e farlo comparire illegittimo, fuori che le minacce e le brighe di Barnab e Galeazzo, colle quali intimorissero la Fieschi, gi colpevole della licenziosa peregrinazione non solo, quant'anche del veneficio, e la inducessero a dichiarare il figlio macchiato nella sua origine, e a contentarsi d'uscire illesa dalle loro mani; onde l'essere vivo il legittimo successore sempre pi rendesse sospettosi e Barnab e Galeazzo II. Fors'anco la divisione dello Stato mostra ch'essi piuttosto si divisero una preda. Non sono divisibili le sovranit passate per legittima successione.
Carlo IV, dopo di essere stato incoronato anche in Roma, se ne ritorn al suo paese; ma non per questo cessarono gli emuli principi d'Italia di eccitare per ogni modo l'animo di quell'augusto a deprimere i Visconti. (1356) I maneggi degli Estensi, dei Gonzaghi e del marchese di Monferrato indussero Marquardo, vescovo d'Ausburgo, il quale stavasene in Pisa col carattere di vicario imperiale, a citare i fratelli Visconti per il giorno 11 di ottobre 1356 a comparire dinnanzi al suo tribunale e discolparsi d'aver conferite con arrogata facolt le dignit ecclesiastiche, di aver tessute all'imperatore delle insidie a Pisa, e di aver fatte chiudere le porte della citt, impedendovi l'ingresso al medesimo imperatore nel suo ritorno da Roma(555). I due fratelli Visconti non pensarono nemmeno a questo viaggio. Il vescovo Marquardo radun le forze degli emuli: e si pose alla testa di un corpo d'armati rispettabile, incamminandosi verso Milano. S'impadron di varie citt; poich i Visconti o non avevano preveduta una tale invasione, ovvero avevano negligentate le difese. La stessa campagna di Milano venne esposta alle prede ed ai guasti de'nemici. Si spostarono gl'imperiali ne'contorni di Casorate; e i due fratelli finalmente, radunate le loro forze, ne confidarono il comando al vecchio Lodrisio Visconti; a quel Lodrisio, che, diciassette anni prima, colle armi alla mano, venne preso a Parabiago, allorch cercava di togliere la sovranit ad Azzone. Il valore di Lodrisio, e la sua perizia produssero la vittoria del giorno 14 di novembre l'anno 1356. I nemici vennero disfatti a Casorate; il vescovo Marquardo d'Ausburgo, loro comandante, rimase prigioniero, fu condotto decorosamente a Milano, e dai Visconti fu poi licenziato, onde ritornossene nella Germania. Lodrisio Visconti ricompens per tal modo la vita che gli lasci Azzone, e la libert che gli diede Giovanni, principi illuminati, i quali conobbero che un generoso perdono ci affeziona pi di qualunque altro beneficio un'anima nobilmente energica. I Visconti, signori quasi tutti assai valorosi, affrontarono intrepidamente i pericoli prima che reggessero lo Stato; seduti poi che erano sul trono, ben rare volte si esponevano; ma affidavano anzi ai loro figli o cugini od altri estranei il comando. La sconfitta di Casorate per non tolse la speranza ai collegati, dai quali non si risparmiavano maneggi. Il papa non vedeva punto con indifferenza il gran potere de'Visconti, e sopra tutto da che Bologna era un oggetto delle loro pretensioni; il che ottenendo essi, era aperta loro la strada a nuovi acquisti sulla Romagna. Ai Genovesi non era men gravosa questa estera dominazione sulla loro citt, in prima libera, e gi illustre per imprese marittime e per ricchezza. Il papa, i Genovesi, gli Estensi, il marchese di Monferrato e i Gonzaghi facevano causa comune. Gi Bologna, siccome accennai, si era staccata. Genova fece lo stesso; e il giorno 17 di novembre 1356 si dichiar libera, e creossi un doge, che fu Simone Boccanegra. (1358) Dopo ci, seguirono varii piccoli fatti d'armi sul Milanese; ma le cose de'fratelli Visconti non prendevano buona piega; onde furono costretti, cedendo Asti e Pavia al marchese di Monferrato, di cercare la pace, la quale fu stabilita il giorno 8 di giugno dell'anno 1358.
Non era piccol discapito per Barnab e Galeazzo l'avere, ne'primi quattro anni del loro regno, perduto Bologna, Genova, Asti e Pavia. Questa ultima citt singolarmente doveva premere a'due fratelli; poich a venti miglia di Milano non potevano vedere, senza inquietudine, domiciliata una guarnigione di nemici. Ma nemmeno conveniva mancare apertamente alla fede d'una pace appena giurata, senza una superiorit di forze che ne imponesse alla opinione dei popoli. Le fazioni interne di Pavia fecero quasi spontaneamente nascere l'occasione, e Galeazzo Visconti la seppe cogliere. Il fatto ce lo riferisce l'Azario. Il marchese di Monferrato, nuovo signore di Pavia, non aveva forza d'armi bastante per esercitarvi una piena sovranit. La famiglia de'signori Beccaria era assai potente, e disponeva delle cose della citt pi che non ne potesse fare il marchese, nuovo sovrano. Egli cerc pure come abbassare i Beccaria, e toglier loro quel favore popolare che li faceva prevalere, e gli venne in pensiero che nessun altro avrebbe meglio potuto ottenergli quest'intento, fuori che frate Giacomo de'Bussolari, agostiniano, predicatore rinomatissimo in Pavia, dietro del quale, come a santo uomo, correva ciecamente il popol tutto. Quai mezzi adoperasse il marchese per guadagnarsi questo frate Giacomo de'Bussolari non lo sappiamo; sappiamo bens ch'egli lo guadagn, e s fattamente, che il frate fece passare il popolo pavese, dall'amore passionato che aveva, alla detestazione ed all'odio contro de'Beccaria, per modo che furon costretti a partire esuli dalla patria. Cominci il frate, nelle sue prediche, a indicarli al popolo, senza per palesemente nominarli: O frumentarii, o viri sanguinum populi, non expectatis diem judicii?(556) Andava costui esclamando, e persuadeva che la carezza del pane fosse cagionata dalla insaziabile avarizia de'fratelli Beccaria: Ipse praedicando fertur propalasse occulta illorum de Beccaria, quae sibi narrata fuerant nomine poenitentiae, et praecipue de domino Castellino talia dixit, quod universum populum pellexit et animavit ed destructionem universorum de Beccaria, et eorum prolis, et progeniei, et amicorum suorum, et ad ruinam, et populationem eorumdem. Et tunc, sine ulla defensione praecedente, universas illorum ac sequacium domos, aedes et palatia dirui fecit, et asportari lapides, et vendi, praedicans quod quisque Papiensis ipsos lapides teneret sub pulvinari, et capite lecti, ad perpetuam memoriam male gestorum per ipsos de Beccaria(557). Gli esuli Beccaria si rifugiarono a Milano presso Galeazzo, implorando soccorso.  assai probabile che da Galeazzo medesimo fossero stati animati i Beccaria, per attraversare le voglie del loro nuovo sovrano marchese di Monferrato. Galeazzo II sped Luchino dal Verme, valoroso comandante, alla testa d'un conveniente numero d'armati, con apparenza di proteggere gli oppressi e di porre l'ordine in una citt vicina, tumultuante, sotto un sovrano che non aveva forze bastanti per darle la pace. Fu cos bloccata quella citt, in cui frate Giacomo comandava dispoticamente, creando e cassando a suo arbitrio i magistrati. A tal proposito io riferir le stesse parole d'Azario: Nam a carrocio, quo saepius vehebatur (et beatus ille qui poterat tangere id carrocium, pro vehendo palliis cohopertum!) caepit praedicare, et increpare quod homines, et mulieres debebant a laqueis mundanis declinare, nempe a vestibus luxuriosis et sumtuosis, ab argenteis, et gemmis praetiosis, et ornamentis... et in exequutorem eligi fecit officialem, quem vidi incidendo maniconos guarnazonorum phrigio opere contextos, vel auro, et argento ornatos, et incidendo balthea si quid praetiosi inveniebat circa ea(558). N tale pure era il limite del potere di questo frate Giacomo de'Bussolari. Egli giunse al segno che fecit publicam justitiam per capitis obtruncationem... Venditis ergo praedictis auro, et argento, gemmis, adamantibus, et lapillis praetiosis usque in Venetiis(559), radun una somma destinata a provvedere i viveri alla citt. Ma non era facile l'introdurveli, e Luchino dal Verme vegliava intorno da ogni parte. Si cominci a provare in Pavia la fame, e il frate scorreva per la citt nel suo calessetto, gridando al popolo: ne dubitaret de victualibus, quum sciret ipse, ita enim affirmabat, per orationes... se impetraturum ut manna similis datae Moysi in deserto defluxura esset ad sufficientiam(560). I Pavesi alla fine, ridotti alla estremit, si diedero a Galeazzo II, al quale avevano gi ubbidito; e frate Giacomo de'Bussolari ebbe la cura di capitolare, e provvidde a tutto per la citt, e nessuna condizione ricerc per se medesimo: curaverat de aliis, non autem de se ipso, prout semper allegabat praedicando(561). Il generale del suo Ordine preg poscia Galeazzo II, dal quale ottenne il frate, che termin i suoi giorni in carcere. Cos Pavia ritorn in potere de'Visconti.
Non cos facile riusc ai Visconti il riavere Bologna; ch anzi, malgrado l'ostinazione e gli sforzi di Barnab, questi non pot, sin che visse, averla in suo dominio. Una signoria divisa, non  nel momento opportuno d'ingrandirsi. Fra Barnab e Galeazzo II non trovavasi molta armonia; i vizi loro, la maniera di governare atrocemente, non disponevano i popoli a bramare il loro impero. I principi italiani, tanto pi attivi e costanti, quanto pi speravano di riuscire contro di uno Stato diviso, non risparmiarono arte e forza in ogni occasione; per modo che non v' da maravigliarsi come sotto i due fratelli non s'ampliasse lo Stato, ma bens come ei non cadesse in un totale discioglimento. (1360) Bologna era passata nelle mani del papa, e Barnab vi spinse le sue armi l'anno 1360, ma senza frutto; poich Innocenzo VI fece venire nell'Italia Lodovico re d'Ungheria, con buon numero di armati, in soccorso di Bologna, e Barnab dovette ritirarsi. Quel sommo pontefice scomunic Barnab Visconti; e Urbano V, che fugli successore, conferm la scomunica con sua bolla(562). I delitti che s'imputavano in quella bolla a Barnab Visconti sono: ch'egli proteggesse gli eretici; ch'egli un giorno, avendo fatto chiamare avanti di s l'arcivescovo, torvamente gli avesse comandato di porsi in ginocchio, il che fattosi dal timido prelato, Barnab gli dicesse: Nescis, poltrone, quod ego sum papa et imperator ac dominus in omnibus terris meis(563); ch'egli sugli ecclesiastici esercitasse giurisdizione, obbligandoli a pagare i carichi, facendoli imprigionare, e condannandoli al supplizio, come gli altri cittadini, e che si arrogasse la collazione de'beneficii e l'amministrazione de'beni ecclesiastici. Questa era la settima volta in cui il papa prendeva a scomunicare ed interdire i signori o la citt di Milano. Gi vedemmo al capitolo quinto gli anatemi pronunziati, nel secolo undecimo, da Alessandro II, all'occasione di sottomettere la chiesa Milanese alla giurisdizione di Roma. Vedemmo pure, al capitolo nono, l'interdetto pubblicato sopra Milano da Innocenzo III, l'anno 1216, per fargli abbandonare il partito di Ottone IV; e l'altro interdetto di Urbano IV, di cui ho fatta memoria al capitolo decimo, per abbassare i signori della Torre, nel 1262; poi le scomuniche pronunziate contro Matteo I Visconti, nell'anno 1321, allorch la potenza di lui cominciava a dar gelosia a Giovanni XXII, di che trattossi al capitolo undecimo. Vedemmo pure come lo stesso sommo pontefice, non contento della scomunica e dell'interdetto sulla citt, facesse pubblicare contro Galeazzo I una Crociata, e invadere il di lui Stato. Vedemmo nel capitolo precedente come il papa Clemente VI ponesse all'interdetto la citt, e scomunicasse Giovanni Visconti, arcivescovo, e i tre suoi nipoti Matteo, Barnab e Galeazzo II, perch aveva l'arcivescovo comprato dal Pepoli il dominio di Bologna. Ora la scomunica cadde sopra Barnab, il quale era stato gi due altre volte anatematizzato di riverbero, come discendente da Matteo e nipote di Giovanni. Il papa, per mezzo d'un cardinal legato, faceva delle proposizioni di accomodamento a Barnab. Bologna era stata comperata da Giovanni arcivescovo per ducentomila fiorini d'oro. Questo era il solo titolo che poteva Barnab legittimamente allegare per sostenerne il dominio; e il legato gli offeriva di sborsargli la met di quella somma, cio centomila fiorini d'oro, purch egli abbandonasse le sue pretensioni sopra Bologna. Ma Barnab non faceva altra risposta se non questa: Voglio Bologna. Nuove offerte faceva il legato, e Barnab rispondeva sempre: voglio Bologna. Per deludere tutte le arti d'un uomo colto, ingegnoso ed accorto, basta ch'egli abbia a trattare con un uomo ostinato, ignorante e feroce. Tali erano i dialoghi tra Barnab ed il legato. Gli Annali Milanesi c'insegnano che ipse dominus diebus suis scientificos laicos, clericos, et praelatos, ac quoslibet virtuosos viros odio habuit; et idiotas, crudeles, abjectos viros, infames et homicidas semper sublimavit(564). Un principe di tal carattere poteva far tremare gli uomini di merito che avevano la sventura di trovarsi con lui, ma non poteva riuscire felicemente ne'suoi progetti. Le sue armi ritornarono verso del Bolognese l'anno 1361, e pi d'una volta vennero malamente battute, senza ch'ei punto acquistasse.
Due fatti accaduti in quel tempo dimostrarono qual principe fosse Barnab, e qual rispetto egli avesse pel gius delle genti. Innocenzo VI gli sped come nunzii due abati benedettini. Essi erano incaricati di trattar seco lui, per terminare la controversia di Bologna, ed avevano le bolle pontificie da presentargli. Ci accadde nell'anno 1361. Barnab stavasene nel castello di Marignano, rintanato col per allontanarsi dalla ferocissima pestilenza che devastava Milano, abbandonata dai due fratelli al caso, e senza adoperare alcuna di quelle precauzioni colle quali Luchino, loro zio, nell'anno 1348, cio tredici anni prima, aveva saputo preservarla; abbench allora quella sciagura avesse desolata gran parte dell'Italia. Ivi attese i due nunzi, e concert la cosa per modo che il primo incontro con essi loro seguisse al ponte sotto cui scorre il fiume Lambro. Barnab, scortato da una buona caterva d'armati su di quel ponte, ricev i due nunzi, i quali se gl'inchinarono, e presentarongli le bolle consegnate loro dal papa. Barnab seriamente si pose a leggerle, indi biecamente mirando i due ministri: scegliete, disse, una delle due, o mangiare o bere. I due nunzi, posti in mezzo agli armati, senza scampo, mirando il fiume che scorreva al disotto, costretti dopo replicate e impazienti istanze alla scelta, mostrarono che non piaceva loro di bere: ebbene mangiate dunque, disse il feroce Barnab; e furono costretti i due venerabili prelati a mangiare la pergamena tutta quanta, il cordoncino di seta e la bolla di piombo(565). Con tale insulto atroce ard Barnab di violare non solamente la riverenza che si deve al sommo sacerdote, ma i doveri che reciprocamente uniscono i principi e le nazioni fra di loro; e persino le sacre leggi d'ospitalit, che impongono, anche agli stessi popoli agresti e selvaggi, di non abusare della condizione d'uno straniero ricoverato in casa nostra. (1363) Uno di questi due abati era Guglielmo da Grimoaldo di San Vittore di Marsiglia, il quale, pochi mesi dopo di quest'obbrobrio, venne creato sommo pontefice e chiamossi Urbano V.  facile l'immaginarsi quai sentimenti dovesse poi avere Urbano V verso di Barnab, da cui era stato insultato con tanta soperchieria. Egli, in fatti, con un breve dato di Avignone il giorno 3 di marzo dell'anno 1363, scomunic solennemente Barnab; lo dichiar eretico, decaduto dall'ordine di cavaliere, spogliato d'ogni onore, diritto e privilegio; e comand che alcuno non osasse pi di trattare con lui(566). Nel breve della scomunica vi eran queste parole: propterea destruet te Deus in finem, evellet te, et emigrabit te de tabernaculo tuo, et radicem tuam de terra viventium(567). Inoltre, agli 11 di luglio dello stesso anno 1363, dal cardinale Egidio Alburnoz fece pubblicare la Crociata contro Barnab, come gi era stata pubblicata contro suo zio Galeazzo quarant'anni prima; e tale e tanto era in ci l'impegno del papa, che (quantunque egli venisse istantemente sollecitato e da Pietro re di Cipro, e dal re di Francia medesimo, ad intimare una Crociata contro de'Saraceni, che sempre pi si tendevano formidabili ai Cristiani del Levante), egli ricus di farlo per allora; anzi si protest ch'ei non avrebbe mai dato mano a Crociata alcuna, sin tanto che non avesse ottenuto esito felice quella gi intimata contro di Barnab. (1364) Allora per questa Crociata non ebbe effetto; poich la combinazione degl'interessi dei principi gl'indusse ad accordar la pace l'anno 1364, in cui Barnab cedette Bologna al papa, che s'obblig a pagargliela cinquecentomila fiorini d'oro(568). Le perdita di Bologna e del Modanese fatta da'Visconti non fu una riparazione bastante al pontefice; poich con nuova bolla dell'anno 1368, in data 30 maggio, lo stesso papa pubblic una seconda Crociata contro il Barnab(569) e fece che lo attaccassero con formidabile esercito l'imperatore, la regina di Napoli, il marchese di Monferrato, gli Estensi, i Gonzaghi, i Malatesti, i Carraresi, i Perugini e i Sanesi collegati insieme coi pontificii. Questo esercito collegato avrebbe svelta dalle radici la sovranit de'Visconti, se non avesse portato seco quel principio di lentore e debolezza, che sono inseparabili dalle armate combinate, ciascuna porzione delle quali, perch dipendente da un distinto sovrano, si crede la prima di ogni altra, o almeno l'eguale, e si disperde nelle rivalit, che pi la tengono occupata di quello non faccia la causa comune. Cos pot Barnab difendersi, e senza nuove perdite ottenere la pace, segnata il giorno 11 febbraio 1369. N la morte di Urbano V, che aveva sofferto l'insulto personale, diede costante fine all'odio pontificio, parve anzi che nel successore Gregorio XI venisse trasfuso come un'eredit; poich Gregorio, l'anno 1372, combin una nuova lega fra i principi d'Italia, e vedendo che le armi non andavano prosperamente, scomunic di bel nuovo Barnab, e liber i sudditi dal giuramento di fedelt(570); poi anim l'imperatore Carlo IV, il quale, con suo diploma dato in Praga il giorno 3 di agosto dello stesso anno 1372, priv i due fratelli Visconti Barnab e Galeazzo del vicariato imperiale e d'ogni dignit, e Barnab venne persino degradato dell'ordine equestre(571). Alle forze degli alleati, per opera del cardinale di Bourge, legato pontificio, si unirono quelle del duca di Savoia; e sebbene nemmeno questa volta l'armata combinata giugnesse a fare conquista sulle terre di Barnab, ella per pot devastarle, e porre a saccheggio e in rovina una parte del suo Stato. Cos la rozza e feroce violazione del gius delle genti produsse a Barnab delle inquietudini mortali durante il suo regno; e questo  il primo de'due fatti. L'altro fatto si vede originato dall'animo istesso di quel sovrano truce ed ignorante. Sino dall'anno 1362 s'era formata l'alleanza fra il papa, i Carraresi signori di Padova, gli Scaligeri signori di Verona, gli Estensi signori di Ferrara, e un Gonzaga signore di Reggio. Quei principi collegati, prima di commettere ostilit, spedirono i loro ministri a Barnab, facendogli dire che essi avevano fatto lega col papa, ma unicamente in difesa dello stato della Chiesa; non mai per invadere gli Stati altrui; onde qualora il signor Barnab avesse restituito i luoghi da lui occupati nel Bolognese e nella Romagna, essi non avrebbero mosse le armi contro di lui. Tale era la commissione di que'legati. A questo colto e nobile ufficio Barnab corrispose nella pi villana maniera. Ordin che i legati venissero a corte; ivi non si degn di lasciarsi vedere, ma volle che esponessero la loro ambasciata avanti di un notaro; e poich ebbero ci eseguito, egli sped una squadra d'armati e fece attorniare i legati de'principi; indi furono essi dalla forza obbligati a indossarsi alcune vesti bianche preparate apposta per esporli alla derisione della plebe. Vennero poscia costretti, in tal ridicolo arnese, di porsi a cavallo; e per due buone ore volle che in tal meschina e pazza forma rimanessero avanti la porta del palazzo di corte: indi li fece girare per la citt, esposti al vilipendio, ed alle fischiate della ciurmaglia; e con tale infamia vennero scortati poi sino ai confini. Non  dunque da stupirsi che i principi italiani sempre gli fossero poi contrari, e pronti a secondare contro di lui tutte le proposizioni del papa. Barnab pensava come l'imperatore Federico I, e sarebbe nato a proposito, se fosse stato suo contemporaneo e suo nemico. In mezzo alle guerre fra le quali visse, una volta sola Barnab comparve in campo, e fu l'anno 1363, nel quale si port sul Modanese alla testa de'suoi. Egli era intrepido, e fu ferito; ma questo non basta per essere un buon capitano: venne sempre battuto. Barnab era violento, coraggioso e feroce; ma di poco ingegno. Per richiamare intorno di s i militi sparsi nello Stato, e riparare le perdite che faceva, ei mand loro ordine che immediatamente si portassero da lui nel Modanese sotto pena della vita. Da questo modo barbaro di comandare minacciando la morte, si deve concludere, o che Barnab non aveva avuto il talento di scegliere i suoi militi e di formarli, poich conveniva minacciar loro la morte per indurgli ad accostarsi al nemico, ovvero che Barnab non aveva il talento di comandare la gente d'onore e sensibile alla gloria, la quale si aliena anzi, trattata colle minacce e con vilt. Sempre in quella spedizione Barnab fu battuto.
Se riguardiamo adunque Barnab Visconti come principe e signore potente, dobbiamo confessare che egli non merit stima alcuna; poich la porzione sulla quale ei regn venne diminuita colla perdita di Bologna, delle terre del Bolognese, della Romagna e del Modanese, ch'egli aveva ereditate dall'arcivescovo Giovanni. Egli con puerili e feroci insulti anim i suoi nemici, e non ebbe forze abbastanza per difendersi. Osserviamolo come legislatore del suo popolo e conservatore della felicit pubblica. Egli lasci che la pestilenza desolasse Milano nel 1361; quella pestilenza alla quale ho attribuita la partenza del Petrarca; se pure anche l'indole del governo non isforz del pari quell'uomo illuminato a tal partito. Quella sciagura distrusse pi di settantamila abitatori di Milano, e fece nelle terre ancora strage molto maggiore. Dopo s gran flagello, mentre Barnab stava alla guerra nel Modanese, alcune compagnie d'uomini facinorosi devastavano la citt, tormentata dalle violenze, dalle rapine e da ogni genere di dissolutezza. Ritornato Barnab, per rimediare a simil disordine, pubblic un editto in cui proib che alcuno in Milano non potesse andar di notte per le strade, sotto pena del taglio d'un piede. Tanto ci attesta l'Azario, che allora viveva(572). Un ammalato, di notte non poteva pi avere soccorso in virt di tal legge feroce. Barnab lasci soffrire ai suoi popoli la carestia negli anni 1364 e 1365, senza trovare modo di soccorrere i suoi sudditi. Questa carestia nacque da un fenomeno fisico che riferir poi. Attendentes temporum sterilitates, et guerrarum discrimina(573), dicesi in un decreto di Barnab dell'anno 1369, nel quale introdusse il costume di mettere alle gride i fondi per assicurare al compratore la propriet(574). L'anno 1372, con altro editto, comand Barnab che nessuno ecclesiastico potesse allontanarsi dal luogo di suo domicilio, senza suo permesso. L'ordine poteva essere necessario, attese le scomuniche e l'assoluzione dal giuramento di fedelt dette di sopra; ma la pena d'essere subito gittati nel fuoco gli ecclesiastici contravventori,  orrenda. Il Corio ci assicura che Barnab, dopo la pestilenza e la carestia e le perdite dello Stato, se volse contra de li miseri subditi che per quatro anni adietro havevano pigliato porci salvatici, ed altre selvaticine: onde a molti di loro faceva doppuo grande tormento cavare gli occhi, et inde suspendere per la gola, de li quali si referisce essere ascesi al numero de cento. Assai magiore summa, de le crudele e tyranice mano fugendo, li faceva proscrivere, dinde gli pigliava ogni sua facultate, et a molti altri habitanti ne le ville, non havendo il modo di satisfare al fisco per le condemnatione, le case sue faceva brusare... due frati Minori, andandogli per reprendere de si inaudita extorsione, senza alcuno riguardo gli fece brusare, incolpandoli de nuova heresia(575). Amava Barnab la caccia singolarmente dei cinghiali, e manteneva un grande numero di cani; come ci facesse ce lo dice il Corio all'anno medesimo: teneva cinque milia cani, e la magiore parte de quelli distribuiva ala custodia de li cittadini et anche a contadini, li quali niuno altro cane che quegli puotevano tenere. Questi due volte il mese erano tenuti a fare la mostra, onde trovandoli macri, in grande summa de pecunia erano condemnati, e se grassi erano, incolpandoli dil troppo, similmente erano mulctati, se morivano gli pigliava il tutto; e li officiali o caneteri pi che pretori de le terre erano temuti. Pietro Azario, che vivea in quei tempi, ci lasci scritto che certo Antoniolo da Orta, ufficiale in Bergamo, venne accusato presso di Barnab di avere esatte delle propine arbitrarie nello spedire certe licenze. L'accusatore era un solo, e Barnab sine alia determinatione et defensione praecedente, jussit unum suum domicellum cum litteris suis de praesenti ire, dirigendis Potestati Pergami, ut, visis praesentibus, dictum Antoniolum per gulam laqueo faceret suspendi sub poena suspensionis ipsius potestatis. Qui Potestas, licet invite, dictum Antoniolum in palatio Pergami, nullo alio expectato nisi quod cum sacerdote confiteretur, suspendi fecit(576). Se prestiamo fede agli Annali Milanesi, Barnab con un editto proib che alcuno pi non ardisse di chiamarsi Guelfo o Gibellino, sotto pena del taglio della lingua, e furono tagliate le lingue ad alcuni contravventori(577). Fece bruciar vivi tre uomini ragguardevoli, imputati di tradimento(578). Fece bruciare due monache del Bocchetto. Due altre monache di Orona miseramente ebbero sorte uguale. Fece crudelmente torturare Tommaso Brivio, vicario generale dell'arcivescovo, perch aveva ricusato di degradare quelle infelici. Fece bruciare il prete Stefano da Ozeno d'Incino, dopo di avergli fatto soffrire atroci tormenti. Fece impiccare l'abate di San Barnaba, perch aveva prese delle lepri(579). Fece cavare un occhio ad un uomo, perch trovato a passeggiare in una strada privata di Barnab. Un povero contadino fu incontrato da Barnab, e lo fece ammazzare dal suo canattiere, perch egli aveva un cane. Un giovinetto raccont d'avere sognato che uccideva un cinghiale, e per questo Barnab gli fece cavare un occhio e tagliare una mano. Per un decreto di Barnab nessun giusdicente poteva cominciare a ricevere il soldo assegnatogli, se prima non aveva fatto tagliar la testa a un uccisore di pernici. Giovanni Sordo e Antoniolo da Terzago, suoi cancellieri, furono chiusi in una gabbia di ferro con un feroce cinghiale. Il podest di Milano Domenico Alessandrino, a forza di bastonate, fu obbligato a strappare la lingua ad un uomo colle sue proprie mani... Chiudasi l'atroce scena: chi ne bramasse pi minute circostanze vegga il nostro diligente conte Giulini(580). Io suppongo che vi sia della esagerazione in questi fatti. Mi sento uomo; ed ho piacere di lusingarmi che un uomo simile a me non possa mai discendere in tale abisso di crudelt. Credo esagerati i racconti di Nerone, di Caligola e di simili principi. Ma togliendo anche la esagerazione, sempre ne rimane abbastanza per detestarli. I popoli disgraziati che erano sudditi di un tal uomo, gemevano altres sotto il peso di gravosissimi tributi. Il Corio ci dice che Barnab ogni anno riceveva centomila fiorini d'oro pe'carichi ordinari, e sessantamila fiorini d'oro pei straordinari; in tutto incassava centosessantamila annui fiorini d'oro dal suo Stato. Egli possedeva Cremona, Bergamo, Brescia, Crema, Lodi, Parma e la met di Milano, e questo carico contributo da suoi popoli allora riusciva insopportabile. Oggid il solo Cremonese paga altretanto senza che il popolo sia oppresso; il che sempre dimostra quanto ho detto al capitolo ottavo e ripetuto poi, cio che il valore dell'oro, reso in questi tempi pi abbondante, si  notabilmente diminuito.
Il fenomeno fisico di cui ho fatto cenno, quello cio per cui l'anno 1364 venne una funesta carestia nello Stato,  per fortuna nostra cos insolito nel Milanese, che le persone poco istrutte lo potrebbero collocare fra le favolose invenzioni immaginate per allettare colla maraviglia. Ma ve ne sono prove tali, che non ci lasciano luogo a dubitarne. Tre scrittori che allora vivevano, i quali, oscuramente celati, notavano gli avvenimenti de'loro tempi, senza che uno potesse avere cognizione dell'altro, ce lo hanno tramandato concordemente; e sono Pietro Azario, l'autore degli Annali Milanesi, ed il cronista di Piacenza. Nell'anno 1364 comparvero nel mese di agosto de'nembi di locuste. Queste occupavano l'aria, come dense e vaste nubi, ed offuscavano il sole. Esse volavano con molta forza, e tutte si dirigevano dalla stessa parte nel volo. Scendevano poi su i campi, e, a vederle discendere, pareva che cadessero fiocchi di neve. L'Azario dice che questi animaletti erano verdi, e col capo e collo grossi. Nel terreno sul quale avevano posato, erbe, foglie, frutta, tutto rimaneva distrutto; e cos questi eserciti funesti di locuste, passando da un campo all'altro, isterilirono le terre; e dur il flagello da agosto sino al mese di ottobre(581). Un simile flagello, si dice che l'avesse provato la Lombardia quattrocentonovantun'anni prima, cio l'anno 873, e ce ne tramand memoria Andrea Prete. Ma se a quell'autor solo si poteva contrastare un avvenimento maraviglioso, converrebbe rinunziare alla storia se dubitassimo della verit rapporto all'anno 1364. Questo fenomeno, stranissimo per noi,  conosciuto in altre regioni verso il Levante. Carlo XII, re di Svezia, nella Bessarabia ebbe moltissimo a soffrire per i nembi di locuste; e l'autore della Histoire militaire de Charles XII de Sude(582) ci narra un caso simile, ed eccone le parole: Une horribile quantit de sauterelles s'elevoit ordinairement tous les jours avant midi du ct de la mer, premirement  petits flots, ensuite comme des nuages,  qui obscurcissoient l'air, et le rendoient si sombre, et si pais que dans cette vaste plaine le soleil paroissoit s'tre clips. Ces insectes ne voloient point proche de terre, mais  peu prs  la mme hauteur que l'on voit voler les hirondelles, jusqu' ce qu'ils eussent trouv un champ sur lequel ils pussent se jetter. Nous en rencontrions souvent sur le chemin, d'o ils se jettoient sur la mme plaine o nous tions et sans craindre d'tre fouls aux pieds des chevaux, ils s'elevoient de terre, et couvroient le corps et le visage  ne pas voir devant nous, jusqu' ce que nous eussions pass l'endroit o ils s'arrtoient, Partout o ces sauterelles se reposoient, elles y faisoient un dgt affreux, en broutant l'herbe jusqu' la racine; ensorte qu'au lieu de cette belle verdure dont la champagne toit auparavant tapisse, on n'y voyoit qu'une terre aride et sablonneuse. Questi insetti, col favore del vento gagliardo, attraversano persino il mare a volo; e in conseguenza della sterilit avenuta nell'Asia, o di una prodigiosa moltiplicazione accaduta in quell'anno nella specie di quegl'insetti, o d'un vento straordinariamente violento, che gli abbia trasportati oltre i consueti loro confini, o alfine di qualche altra cagione che non posso conoscere, giunsero essi persino a noi l'anno 1364. Se questa devastazione fosse periodica, sarebbe da temersi da'nostri figli, che vivranno l'anno 1855. Ma tali avvenimenti o non hanno periodo, ovvero l'hanno cos vasto che oltrepassa la memoria,
Ritorniamo agli orrori di quel governo, e miriamo l'altra porzione dello Stato soggetta a Galeazzo II. Dopo che egli ebbe nuovamente in suo potere Pavia, ivi colloc la sua sede, lasciando che Barnab alloggiasse in Milano. Galeazzo non ebbe tante brighe a sostenere colle armi, quante ne ebbe Barnab; onde, abbandonando da principio ai ministri ogni cura dello Stato, egli null'altro ebbe in pensiero, che di apparentarsi con illustri matrimoni, celebrare regie pompe, e cercare la fama di protettore delle lettere. Le scuole di Pavia vennero da lui fomentate e promosse, e nell'anno 1362 sembra che venisse aperta quell'Universit, la quale aveva maestri di leggi canoniche e civili, di medicina, fisica e logica. Radun una biblioteca pregevole per quei tempi, anteriori quasi d'un secolo alla invenzione benefica della stampa. Per illustrare la sua famiglia, al figlio suo Gian Galeazzo (che non aveva pi di sette anni) diede per moglie Isabella di Francia, figlia del re Giovanni, bambina essa pure di pochi anni; e la pompa di questi illustri sponsali cost ben cinquecentomila fiorini d'oro, cavati con ogni sorta di mezzi dai sudditi, senza eccezione alcuna; il che non bast a togliere la sofferenza in ciascuno d'un aggravio enorme. Marit sua figlia Violanta con Lionetto, figlio del re d'Inghilterra Edoardo III. Galeazzo aveva Bianca di Savoia per moglie; e cos la casa Visconti, in meno di sessant'anni di tempo, dalla condizione nobile s ma privata, pass a grandeggiare a segno d'avere le pi strette parentele col re di Francia, col re d'Inghilterra e col duca di Savoia. Oltre a questi oggetti sproporzionati di spese, ei si volse a fabbricare senza riguardo. In Pavia si pose ad erigere un parco di pi miglia, cinto di muro; ivi aveva le cacce, i giardini, le peschiere, che ricevevano l'acqua per un cavo ch'ei fece dal Naviglio di Milano sino col. Queste spese, e quest'abbandono degli affari pubblici, in tempi di pestilenza e di carestia, mentre una parte dello Stato soffriva le invasioni de'nemici, produssero danni cos grandi, che, malgrado l'opulenza e l'adulazione che a pi giri attorniavano quel principe, ei si dovette alla fine riscuotere. Apr gli occhi; e vide tutte le cariche venali occupate da vilissimi ministri; i popoli rovinati; le sue milizie mancanti di paghe; il suo erario vuoto; e i suoi pochi sudditi, esausti e languenti. In quel momento fece quello che sogliono le anime da poco; dalla inerzia pass alla frenesia. Fece impiccare il suo direttore delle fabbriche in Milano. Fece impiccare il suo direttore delle fabbriche in Pavia. Il castellano di Voghera per essere stato assente, quando quegli afflitti abitanti scossero il giogo della oppressione, fu strascinato a coda d'asino, poi fu impiccato con un suo figlio. Sessanta stipendiati, perch furono un poco lenti nell'eseguire una commissione, furono con una sola parola condannati tutti alle forche. Indotto a far loro grazia, se ne rammaric poi, e fece porre in carcere Ambrosolo Crivello, suo cancelliere, e lo priv d'un anno di salario, perch era stato sollecito nella spedizione della grazia. Questi fatti ci sono attestati da pi autori contemporanei. L'Azario poi ci ha tramandato l'editto col quale quel principe ordin a'suoi giudici qual carnificina dovessero far eseguire contro i rei di Stato. Egli immagin il modo per far soffrire atrocissimo strazio per quarantun giorni, riducendo un uomo sempre all'agonia senza lasciarlo morire. La natura freme; Busiri e Falaride non lasciarono altretanto: Intentio domini est quod de magistris proditoribus incipiatur paulatim. Prima die quinque bottas de curlo; secunda die reposetur; tertia die similiter quinque bottas de curlo; quarta die reposetur; quinta die similiter quinque bottas de curlo; sexta die reposetur; septima die similiter quinque bottas de curlo; octava die reposetur; nona die detur ei bibere aqua, acetum et calcina; decima die reposetur; undecima die similiter aqua, acetum et calcina; duodecima die reposetur; decima tertia die serpiantur eis duae corrigiae per spallas, et pergottentur; decima quarta die reposetur; decima quinta die dessolentur de duobus pedibus, postea vadant super cicera; decima sexta die reposetur; decima septima die vadant super cicera; decima octava die reposetur; decima nona die ponantur super cavalletto; vigesuma die reposetur; vigesima prima die ponantur super cavalletto; vigesima secunda die reposetur; vigesima tertia die extrahatur eis unus oculus de capite; vigesima quarta die reposetur; vigesima quinta die truncetur eis nasus; vigesima sexta die reposetur; vigesima septima die incidatur eis una manus; vigesima octava die reposetur; vigesima nona die incidatur alia manus; trigesima die reposetur; trigesima prima die incidatur pes unus; trigesima secunda die reposetur; trigesima tertia die incidatur alius pes; trigesima quarta die reposetur; trigesima quinta die incidatur sibi castronum; trigesima sexta die reposetur; trigesima septima die incidatur aliud castronum; trigesima octava die reposetur; trigesima nona die incidatur membrum; quadragesima die reposetur; quadragesima prima die intenaglientur super plaustro, el postea in rota ponantur(583). Pare impossibile che un sovrano abbia mai dato un comando tanto infernale; pare impossibile, che alcun uomo, soffrendo questi martirii, potesse sopravivere sino al quarantesimoprimo giorno. Eppure convien dire che crudelmente si andassero applicando i rimedii, per prolungare la vita e il tormento; poich, ci attesta lo stesso autore, che harum poenarum exequutio facta fuit in personas multorum anno 1372 et 1373(584). Cos pensarono i principi, cos furono governati i popoli di quella citt, in cui doveva l'immortale marchese Cesare Beccaria scrivere il libro dei Delitti e delle Pene; libro sacro all'umanit, alla ragione ed alla beneficenza. I principii di sublime filosofia che l'hanno dettato; la calda e libera eloquenza colla quale si annunziano; la compassionevole sensibilit ai mali degl'infelici, assicurano all'illustre nostro cittadino, ed all'amico e compagno de'miei studi una celebrit costante: la onorata tranquillit poi di cui gode; anzi lo stipendio e le cariche delle quali  stato decorato, serviranno agli esteri non solo, ma alla posterit, di vera dimostrazione della felicit e della gloria del governo sotto cui abbiamo la fortuna di vivere.
Sin qui Galeazzo II poteva essere sedotto da malvagi consiglieri; ma il fatto seguente lo mostra quale egli era, senza difesa. Aveva quel principe incorporato nel vastissimo suo parco di Pavia i poderi di molti, e fra gli altri d'un povero cittadino pavese che aveva nome Bertolino da Sisti. Questo povero uomo aveva una famiglia numerosa da alimentare; i figli soffrivano la fame e la miseria, mancando di quel fondo, che non gli era stato pagato. Egli si prostr avanti del suo sovrano, implorando umilmente soccorso, e il pagamento della sua porzione di terra. Venne accolto da Galeazzo con amarissima derisione e vilipendio, e non pot ottenere compenso alcuno. Quel disperato padre di famiglia aspett poi, nel parco istesso dove Galeazzo soleva cavalcare, il momento della vendetta, e, il giorno 24 di agosto dell'anno 1369, lo fer, mentre passava a cavallo, in un fianco; ma la fascia cordonata di seta lo difese. Fu arrestato quel suddito; sempre colpevole, ma degno di commiserazione, e fin, dopo fieri tormenti, squartato dai cavalli(585). Coloro che esclamano contro i costumi del nostro secolo, vedano se in tutta quanta l'Europa vi sia un angolo solo in cui gli uomini siano trattati come lo erano i nostri maggiori quattro secoli sono! A che attribuirne il cambiamento? All'ardimento che alcuni ebbero di pensare e cercare il vero, indipendentemente dalle opinioni ereditate; al progresso della ragione, all'accrescimento de'lumi; alla moltiplicazione de'libri; al genio della coltura; a quello spirito moderato e benefico di filosofia che ha dissipata la ferocia e il fanatismo, ed ha reso gli uomini benevoli ed umani, sotto di una santa e pura religione di concordia e di pace. Rendiamo umili azioni di grazie al Dator di ogni bene, e guardiamoci da coloro che ardiscono d'insultare a que'felici mezzi co'quali si  operata la consolante rivoluzione. Galeazzo II aveva la bassezza di voler giuocare ai dadi co'sudditi che avessero denaro, e godeva di rovinarli. (1377) Quel principe fece un decreto l'anno 1377 che non ha esempio, a quanto mi  noto. Egli, con un foglio di carta, annull, cass, rivoc tutte le grazie e dispense che aveva sin allora concesse. Il decreto  del giorno 13 di ottobre, Datum in castro nostro Zojoso(586), sito nel Pavese, ora chiamato Belgioioso, nel quale soleva passar qualche tempo quel principe. Che un successore revochi le grazie di un sovrano che l'ha preceduto, bench sia cosa dura assai per chi la soffre, se ne trovano esempi, ma che un principe cancelli, cos in un colpo solo, tutte le sue beneficenze, non so che sia mai accaduto altra volta(587).
Paragonando i due fratelli, pare che Barnab avesse l'animo pi forte, e Galeazzo fosse freddamente crudele. Il primo, abbandonandosi ad una collera brutale, era capace di ogni eccesso; l'altro lo era sempre, con maligna tranquillit. Barnab dava gl'impieghi a persone che li sapessero eseguire, e sapeva tenersele affezionate e fedeli; Galeazzo, per denaro, dava le cariche a'pi inetti uomini. Barnab era veridico e palesava i suoi sentimenti; Galeazzo non era definibile. Il primo incuteva spavento, l'altro diffidenza. Barnab si fece scolpire in una statua equestre di marmo, e la colloc sull'altar maggiore di San Giovanni in Conca. Essa ivi si vede, ma non pi sull'altare. Galeazzo pazzamente fece distruggere le peschiere, le pitture del Giotto, e tutte le belle cose ordinate da Azzone nel palazzo di corte, quae domus, diceva l'Azario, cum ornamentis et picturis et fontibus, hodie non fieret cum trecentis millibus florenis(588). Galeazzo faceva alzare un gran muro con molta spesa; poi, parendogli che stesse male, lo faceva demolire. Faceva delle vlte assai grandi in mezzo del verno, e diroccavano poi; e i mattoni, le travi, la calce si prendevano, per suo cenno, ove trovavansi, senza parlare di pagamento. Galeazzo fabbric il castello di Milano e quello di Pavia: Barnab, quello di Trezzo. Nessuno di questi due atroci fratelli ebbe commensali, come solevano averne Azzone, Luchino e Giovanni. Costoro offendevano un numero s grande di persone, che non era poi loro fattibile la scelta di alcuni fra'quali passare giocondamente le ore. Barnab pagava esattamente i suoi stipendiati, e non permetteva che facessero estorsioni; Galeazzo trascurava di pagarli, e non badava alle loro angherie. Durante tale governo, i due successivi arcivescovi Guglielmo della Pusterla e Simone da Borsano non posero piede mai nella loro diocesi; sia che ci nascesse per le dissensioni col papa; sia che, per godere le rendite dell'arcivescovato, i principi non volessero concederne a quei prelati il possesso; sia finalmente che la meschina vita che sotto a quel governo vi dovette passare l'arcivescovo Roberto Visconti, fatto porre in ginocchio per ascoltarsi il nescis, poltrone, di Barnab, avesse fatto perdere il coraggio ai successori di presentarsi a vivere sotto quei terribili sovrani, animati anche contro degli ecclesiastici; i quali, con un editto di Barnab, venivano obbligati a porsi in ginocchio tosto che l'incontravano per le strade, e, non solamente dovevano contribuire la porzione d'ogni tributo al paro di ciascun altro cittadino, ma dovevano portare il pi delle tasse che quei sovrani arbitrariamente imponevano sul clero. (1378) Galeazzo II mor in Pavia il giorno 4 di agosto dell'anno 1378, dopo di aver regnato ventiquattro anni; e successe ne'suoi Stati Giovanni Galeazzo, di lui figlio, che portava nome il conte di Virt, per un feudo che gli era stato dato nella Francia, per dote della principessa Isabella.
Prima di terminare questo capitolo, credo di far cosa grata a'miei lettori, informandoli d'un curioso dialogo che ebbe Barnab con un villano, da cui non venne conosciuto. Io lo tradurr, perch la storia della patria pu interessare anche persone che non sappiano il latino. Ho dovuto inserire anche troppi squarci, scritti in tal lingua, o per contestare l'autenticit dell'asserzione, o per non diventarne io medesimo responsabile, ovvero per non annunziare colle mie parole, cose che mi sarebbe dispiaciuto di dover dire. Il dialogo si trova nella Cronaca di Azario(589), e consiglio ai curiosi lettori di vederlo nel suo originale; perch frammezzo a quella trascurata e rozza latinit, vi  certo lepore ingenuo, e una certa domestichezza di frasi che piacciono sommamente e dipingono il costume. Barnab soggiornava parte dell'anno in Marignano; i contorni erano ancora pieni di boschi ed opportuni alla caccia, e questo era il motivo per cui Barnab amava di trattenervisi. Egli a cavallo ben sovente si allontanava dalla comitiva, e s'innoltrava solo nel pi interno de'boschi. Un giorno fra gli altri aveva smarrita ogni traccia, n sapeva pi d'onde uscirne per ritornare al suo albergo. La stagione era assai fredda; l'ora avanzata, e rigido il verno. Per caso Barnab s'avvide che taluno era in quel bosco. S'accost, e riconobbe ch'era un povero contadino, assai lacero, che s'affaticava a tagliar legna. Ecco il dialogo che con lui tenne Barnab: Il cielo t'aiuti, galantuomo. - Villano: Ne ho bisogno. Con questo freddo ho potuto far poco. L'estate  ita male. Potesse almeno andar meglio l'inverno! - Barnab, scendendo dal suo cavallo affaticato: Amico, tu dici che la state  ita male; e come? L'annata  stata anzi felice; vi  stato abbondante raccolto di grano, vendemmia abbondante. E che t' ito male? - Villano, mentre continua a tagliar la legna: Oh abbiamo di bel nuovo il diavolo per nostro padrone. Si sperava che allorquando venne scacciato il signor Bruzio Visconti, il diavolo fosse morto; ma ne  comparso un altro peggiore ancora. Costui ci cava il pane di bocca. Noi poveri Lodigiani lavoriamo come cani, e tutto il profitto colui ce lo carpisce. - Barnab: Certamente, quel signore opera male assai... ti prego, guidami, amico, fuori del bosco; l'ora  tarda: la notte  vicina; e m'immagino che tu ancora non avrai tempo da perdere, se brami ritornartene a casa tua. - Villano: Oh! per andare a casa non ho alcun pensiero. L'imbroglio, padron mio, sar a ritrovarvi da cenare; e davvero ho gran paura che non ne faremo nulla; mia moglie e i miei figli gli ho lasciati a casa con poco pane. - Barnab: Ebbene conducimi fuori del bosco, e guadagnerai qualche cosa. - Villano: Tu mi vuoi distrarre dal mio lavoro... saresti tu mai uno spirito infernale... i cavalieri non vengono per questi boschi... sia tu chiunque ti piaccia, pagami prima, e ti scorter dove vuoi. - Barnab: Ebbene cosa vuoi ch'io ti dia? - Villano: Un grosso di Milano. - Barnab: Fuori che saremo dal bosco ti dar il grosso, e ancora di pi. - Villano: Oh s domani! Tu sei a cavallo, e fuori che tu sia dal bosco, prendi il galoppo, ed io rimango come un cavolo! Cos fanno gli ufficiali di quel diabolico nostro padrone; vengono scalzi, e ruban poi tanto, che passeggiano come grandi signori a cavallo. - Barnab: Amico, poich non mi vuoi credere, eccoti il pegno, e gli diede la fibbia d'argento che aveva alla cintura. Il villano se la gett in seno nella camicia, e cominci a precedere per uscire dal bosco; ma, stanco come era, camminava lentamente. - Barnab: Galantuomo, monta in groppa sul mio cavallo. - Villano: Credi tu che quella rozza potr reggere a due! Tu sei tanto grosso! - Barnab: O, benissimo; porter te e porter me; tanto pi che, a quanto dicesti, non hai mangiato troppo a pranzo. - Villano: tu dici il vero... proviamoci; e qui si pose a sedere in groppa, e mentre cos proseguivano attraverso del bosco, continu Barnab: Amico, tu mi hai date delle cattive nuove del tuo padrone: e del signor Barnab, che sta in Milano, che se ne dice? - Villano: Di lui se ne parla meglio. Bench sia feroce, egli almeno fa osservare l'ordine; e s'egli non fosse, non avremmo osato n io n gli altri poveri entrar nel bosco a tagliar legna, per timore degli assassini. Il signor Barnab fa osservare esatta giustizia, e quando promette, mantiene. Ma quest'altro che sta in Lodi, fa tutto al contrario. E cos, proseguendo il discorso, gli rifer come un castellano gli aveva rubato un pezzo di terra ed alcuni pochi mobili; indi, usciti che furono dal bosco, disse il villano: Signore, tenete la campagna da questa banda, la notte viene, fate presto, perch altrimenti vi potrete trovare in mezzo d'una strada. - Barnab: Amico, mi vorresti gabbare, e con questo bel modo portarmi via la fibbia. - Tremava di freddo il villano, perch a piedi almeno si riscaldava, e sedendo era, senza moto, esposto al rigore della stagione, e disse: Per Dio! non mi ricordava nemmeno pi della fibbia; prendetela, signore. Se mi volete dar qualche cosa per amor di Dio, fatelo; se non vi piace, il cielo vi aiuti, e andate colla vostra fibbia. Correrei pericolo d'essere impiccato, se questa fibbia si ritrovasse presso di me; si direbbe che l'avessi rubata. Tenetela. Credo bene che, se mi volete fare la carit, non vi mancano in tasca denari. - Barnab: Amico, fa a modo mio; accompagnami ad un albergo e ti prometto un grosso, e di pi un buon camino per riscaldarti, e poi anco di pi una buona cena: e cos domattina di buon'ora tornerai da tua moglie. Il villano si consol pensando a questi beni, e come la mattina vegnente con quel grosso avrebbe potuto comprare dodici pagnotte e darle alla sua povera famiglia. Scese dalla groppa e riprese il cammino, calpestando le stoppie attraverso de'campi; e Barnab cavalcava dietro lui. - Barnab: E dove anderemo noi ad albergare? - Villano: Andremo a Marignano; vi sono delle buone osterie; vi si pu entrare giorno e notte, e alloggeremo bene, e noi ed il cavallo, che mi pare ne abbia bisogno. - Barnab: Dici bene. E da questo tuo Marignano siamo noi molto discosti? - Villano: Cosa ti preme? Se non vi giugneremo di giorno, vi giugneremo di notte. Non t'ho dett'io che ivi non si chiudono le porte! - Barnab: Va dunque, sia come tu vuoi. Cos proseguendo con tai discorsi il cammino, si videro da lontano comparire molte e grandi fiaccole, e Barnab disse: Vedi tu que'fanali e tante faci? - Villano: Le vedo. - Barnab: E che vuol dir questo? - Villano: Vuol dire che vanno cercando il signor Barnab, che tante volte s'innoltra nei boschi per amore della caccia; vuole essere solo, si perde, e i suoi domestici poi vanno la sera facendo de'fuochi, acciocch veda per dove possa ritornarsene. - Barnab: S'ella  cos, fanno bene:  segno che quei domestici hanno premura pel loro padrone. Discorrendo per tal modo s'andarono accostando a quei che portavano le faci; e tosto che questi videro Barnab, scesero da cavallo; e salutato con riverenza quel sovrano (inclinatis capuciis, dice Azario), e rispettosamente attorniando lui e il villano, tutti giunsero a Marignano. Allora il povero villano s'avvide qual fosse l'uomo col quale aveva fatto il dialogo. Desiderava di essere gi morto; tanto timore aveva de'tormenti che s'aspettava di dover patire nel castello di Marignano! Giunti che vi furono, il signor Barnab, scoppiando dalle risa, raccont a'suoi domestici tutta l'avventura; e ordin che il villano, tal quale era, stracciato e sporco, fosse condotto in una sala, e se gli accendesse un gran fuoco. Poich fu ben ristorato dal freddo, fu chiamato il povero villano a cena; e dovette sedere di contro al signor Barnab. Essi due soli sedevano; e volle che il villano venisse in tutto servito come egli lo era. Il contadino non voleva tanti onori; tremava; e Barnab: son galantuomo, mantengo la parola. Ti ho promesso un buon fuoco, e te l'ho dato. Ti ho promessa una cena, e te la mantengo. Ti ho promesso un grosso di Milano, e domattina l'avrai. - Villano: Ah! signore, misericordia! io ho parlato da stolido qual sono! sono un povero uomo, che vive nei boschi solitario, non so quello che convenga di parlare: per piet, mi lasciate partire: per carit, perdonatemi. Il villano combatteva fra lo spavento e la fame, stimolata da'cibi insoliti; e la fame la vinse; mangi bene assai. Poscia venne congedato dal principe, e condotto in una bella stanza; lavato con un bagno tepido, posto a dormire sopra di un magnifico letto; e la vegnente mattina fu condotto avanti del signor Barnab, che gli disse: Ebbene, amico, come hai passata la notte? - Villano: Come in paradiso; ma, con vostra buona grazia, vorrei andarmene. - Barnab: Se cos ti piace, vi consento; indi rivolto ad un suo cameriere: dagli un grosso; e questi immediatamente lo consegn al villano, poi Barnab: La mia promessa ora  compiuta; pure ti ho lasciato sperare qualche cosa di pi; cercami quella grazia che brami. - Villano: Signore, basta che mi lasciate partire vivo e sano. - Barnab: Questo lo accordo; chiedi qualche altra grazia. - Villano: Se mi faceste restituire il mio piccolo podere toltomi dal castellano... subito facegli dare lettere colle quali il villano riebbe il suo, e tranquillamente se ne ritorn allo stato di prima. L'Azario, che allora viveva e che ci ha tramandata la memoria di questa scena, non ci riferisce chi fosse il governatore di Lodi che era succeduto a Bruzio Visconti. Questo avvenimento ha tanto verosimiglianza, che lo credo veramente accaduto; e Barnab avendolo subito raccontato ai suoi cortigiani,  naturale che venisse poi divulgato come una novella di quel tempo. Non avranno trascurato alcuni d'interrogarne il villano medesimo, e cos potr essersi ancora pi esattamente risaputo. Il carattere di Barnab mi pare che vi sia dipinto al vivo. Non permetteva egli che si commettessero vessazioni ed ingiustizie; amava la sicurezza e l'ordine, manteneva la parola data. Ma un buon principe non avrebbe impresso nel cuore dei sudditi uno spavento generale, a segno che, per qualche incauta parola, temessero d'essere condannati alla carnificina, da lui medesimo, nel di lui palazzo. Nessun principe oggid avrebbe piacere di far soffrire a quel meschino la barbara incertezza che lo torment per tante ore; e la prima parola gli annunzierebbe ilarit e pace. Poi lo sborso di un grosso, ossia il solo valore di dodici pagnotte, oggid sembrerebbe affatto indecente. Il povero villano aveva dovuto lasciare la moglie ed i figli con poco pane; stanco e mal pasciuto, aveva camminato per ricondurre il sovrano senza sapere ch'ei fosse altro che un uomo; meritava adunque qualche cosa di pi d'un grosso. Se il fatto fosse accaduto alla maest dell'adorabile augusto Giuseppe II, o ad alcuno dei reali arciduchi, la sera medesima avrebbe la famiglia del villano avuto di che cenare; e invece di tremare, come avr fatto, avrebbe sparse lagrime di tenerezza, benedicendo la sovrana pietosa munificenza. Non bastava poi alla giustizia la restituzione del podere rubato dal castellano. Un principe buono non si sarebbe determinato a cosa alcuna colla esposizione di un solo. Avrebbe disposte le cose in modo d'essere esattamente informato del fatto, e d'ascoltare anche il castellano, per dargli campo a giustificarsi; indi, s'egli aveva oppresso una povera famiglia, non bastava disfare il mal fatto. Voleva il ben pubblico che quel prepotente venisse contenuto per l'avvenire, e col suo esempio allontanasse i suoi pari dal meditare altretanto. N avrebbe mancato un principe buono, di prendere informazione sul governatore di Lodi, e sugli ufficiali rapaci che l'attorniavano. Barnab, anche in questa scena, manifesta un carattere duro, insensibile, atroce nei momenti istessi della giocondit, ed appare violento, e niente addottrinato nella scienza di governare.

Capitolo 14.

Del conte di Virt, e della erezione del ducato di Milano

Per lo spazio di sette anni ancora, dopo la morte di Galeazzo II, continu ad essere separato in due parti lo Stato de'Visconti, reggendo l'eredit del padre il conte di Virt, e continuando a regnare Barnab sulla sua porzione. Il Gazata nella sua Cronaca ci racconta che Barnab aveva comprata la citt di Reggio da Feltrino Gonzaga, collo sborso di cinquantamila fiorini d'oro; e che per diventar padrone di alcune rcche e castella di quel distretto, egli s'impadron di Francesco Fogliano; ed avutolo nelle sue mani, gli fece intimare che o doveva indurre Guido Fogliano. d lui fratello, a consegnare a Barnab le fortezze ch'egli possedeva, ovvero questi sicuramente lo faceva impiccare; quantunque tra il Fogliano e Barnab non vi fosse mai stata altercazione alcuna. Il povero Francesco Fogliano fece ogni sforzo per indurre colle sue lettere il fratello a riscattarlo. Guido credette che non si sarebbe mai imbrattato il Visconti con una cos obbrobriosa macchia; ma s'ingann, perch Barnab fece sospendere Francesco alle forche, sulle mura di Reggio, il giorno 7 dicembre 1372. Il conte di Virt aveva questo terribile collega. Il conte era giovine di venticinque anni. Egli s'era pi volte presentato al nemico con valore, allorquando i collegati invasero lo Stato; ma non aveva dato saggio nemmeno d'avere i talenti d'un buon comandante. Aveva egli stretti vincoli di sangue colla casa di Francia, colla casa di Savoia, colla casa d'Inghilterra: ma Barnab non era meno appoggiato ad illustri e potenti parentele. Barnab ebbe tanti figli, che (omettendo i bambini ed i fanciulli periti) se ne contarono trentadue, de'quali quindici legittimi, nati dalla signora Beatrice della Scala, da altri chiamata Regina della Scala. Barnab aveva date le sue figlie in matrimonio a potenti signori. La casa d'Austria, la casa di Baviera, il re di Cipro, la casa di Wirtemberg, la casa di Turingia, i Gonzaghi avevano delle principesse figlie di Barnab. La principessa che entr nella gloriosissima casa d'Austria si chiamava Verde Visconti. Ella spos il duca Leopoldo. Questo principe, giovine di quattordici anni, venne a Milano l'anno 1365, ed il giorno 23 di febbraio celebr le sue nozze nel palazzo del signor Barnab Visconti, presso San Giovanni in Conca. Barnab diede in dote alla figlia centomila fiorini. Indi andarono gli sposi a Vienna; e da queste nozze discende l'augusto sovrano, che ora, per nostra felicit, domina su questo Stato. Chi bramasse pi minute notizie di queste memorabili nozze (per le quali il sangue de'Visconti, sublimato a pi elevata condizione, e depurato colla virt e colla beneficenza di quattro secoli, trovasi attualmente sul trono, dal quale i Milanesi ricevon legge) vegga il nostro conte Giulini, che ne ha pubblicati i monumenti sinora inediti.
A fronte d'uno zio terribile, stavasene circospetto ed attentissimo il conte di Virt. Milano, siccome dissi, era divisa in due padroni: Galeazzo II possedeva il castello di Porta Giovia, cio il castello che ancora in parte internamente sussiste; e Barnab possedeva un altro castello alla torre di Porta Romana, di cui veggonsi anco oggid le vestigia dalla parte del Naviglio. Il conte di Virt stavasene in Pavia: era una volpe che addocchiava destramente il vecchio leone. Mostrava il giovine conte di Virt d'essere timido, irresoluto, debole in ogni sua azione. Bramava d'imprimere nell'animo di Barnab tale opinione, che, considerandolo egli giovane da nulla ed incapace d'intraprendere un colpo ardito, nemmeno pensasse a tenersi difeso; e tanto seppe dissimulare in ogni azione, anche domestica, tanto attento fu nel rapportare il meschino personaggio propostosi, che ingann supinamente lo zio, quantunque avesse giorno e notte al suo fianco Catterina Visconti, figlia di Barnab, da Galeazzo sposata, sebben cugina, dopo la morte di Isabella di Francia, sua prima moglie. Barnab derideva l'imbecillit del nipote, il quale ne'suoi editti ancora spirava umanit, beneficenza e moderazione, mentre l'altro continuava a spaventare i sudditi con inesorabile ferocia. Poteva comparire agli occhi dello zio un nuovo tratto di pusillanimit la cura che ebbe il conte di Virt di procurarsi la grazia del nuovo augusto Venceslao, succeduto al defunto Carlo IV di lui padre. Ma in fatti egli solo venne da quel monarca confermato vicario imperiale l'anno 1380, senza che nel diploma venisse fatta menzione di Barnab. Cos nel silenzio andava il conte di Virt preparando la mina che doveva scoppiare un giorno e, rovinando il collega, riunire sovranit dello Stato sopra di lui solo. Barnab, dal canto suo, senza accorgersi, somministrava sempre nuove armi al nipote contro di lui; poich disponeva una nuova divisione dello Stato suo ne'cinque suoi figli legittimi, e gi a ciascuno di essi aveva assegnato il governo nel distretto che gli aveva destinato in sovranit dopo di lui. Marco aveva la met di Milano; Lodovico aveva Lodi e Cremona; Carlo aveva Parma, Crema e Borgo San Donnino; Rodolfo avea Bergamo, Soncino e la Ghiara d'Adda; Giovanni Mastino, ancora bambino, aveva finalmente Brescia colla Riviera e Valle Camonica. Questo avvenire non poteva essere caro ai popoli, che diventavano sudditi d'una piccola sovranit, e soggetti ad un principe debole. Cos insensibilmente, e simulando debolezza ed incapacit, Gian Galeazzo lasciava maturare gli avvenimenti; e andava contraponendo l'apparenza di un saggio principe, a quella d'un capriccioso e crudele despota. (1385) Giunse il momento, e fu il giorno memorando 6 di maggio dell'anno 1385; giorno in cui venne tolta a Barnab ed a'suoi figli, per sempre, ogni sovranit, e concentrossi nel conte di Virt ogni potere. Il caso  noto, ed  il seguente. Il conte fece intendere al signor Barnab ch'egli pensava di portarsi alla Madonna del Monte presso Varese; che sarebbe venuto da Pavia a Milano, la mattina del 6 di maggio, ma non amando di entrare nella citt, costeggiandola fuori dalle mura, sarebbe andato a smontare nel suo castello a Porta Giovia; e che sarebbe stata pure grande la sua consolazione se avesse potuto abbracciare uno zio che tanto onorava. Si sapeva che il conte voleva condurre la scorta di quattrocento lance. Un domestico del signor Barnab non manc di fargli osservare che quel corredo era troppo per portarsi ad un santuario e ad un borgo dello Stato, in tempo di pace. Questo domestico si chiamava Medicina, e cerc di persuadere al suo padrone di starsene cauto e non avventurarsi. Ma Barnab disprezzava il nipote, e attribu alla pusillanimit sua questa schiera d'armati. I due figli maggiori di Barnab furono spediti incontro al conte due miglia fuori di Porta Ticinese. Questi accolse co'maggiori segni di cordialit i suoi due cugini e cognati, Rodolfo e Lodovico, i quali, dopo le accoglienze, con apparenza di onore, furono circondati dalle armi di cui erano comandanti Jacopo dal Verme, Ottone da Mandello e il marchese Giovanni Malaspina. S'incammin il conte verso Milano, e, giunto che fu avanti della porta Ticinese (che allora era ove oggid sta il ponte del Naviglio) prese la sinistra, e per la via che ora fiancheggia il canale, and colla sua comitiva cavalcando, sin che alle ore sedici, ossia verso mezzo giorno, trovatisi vicini al ponte che da Sant'Ambrogio conduce a San Vittore, per esso videro scendere Barnab a cavallo con uno o due domestici di seguito. Il conte, dopo i primi saluti, diede il segnale concertato; e Jacopo dal Verme il primo spron il cavallo, e pose le mani addosso della persona del signor Barnab, dicendogli: siete prigioniere. Ben tosto Ottone da Mandello gli lev dalle mani la briglia; altri gli tagli il cingolo; cos al momento Barnab fu disarmato, togliendogli altri spada, altri la bacchetta dalle mani. Contemporaneamente lo stesso venne fatto ai due suoi figli Rodolfo e Lodovico; e presto presto, in mezzo alle armi, vennero tradotti nel castello di Porta Giovia, poco di l lontano. Barnab venne cautamente trasportato poi al castello di Trezzo, ove anco oggid vedasi la stanza, in cui sopravisse sette mesi colla sua o moglie o amica Donnina de'Porri, sin che mor avvelenato, a quanto si dice. Tanto seppe simulare il conte! Egli aveva trentadue anni.
Appena il colpo era fatto, il conte, alla testa degli armati, entr nella citt, e senza veruna opposizione se ne impadron, fra gli evviva della plebe, alla quale permise tosto di saccheggiare i palazzi di Barnab e de'suoi figli; e la plebe di pi saccheggi le dogane e la gabella del sale, che era alla piazza dei Mercanti. Nella fortezza di Porta Romana vi fu ritrovato tanto argento per caricarne sei carri, ed in ori vi si contarono settecentomila fiorini. Quindi si radun un consiglio generale della citt, il quale tosto confer il dominio al conte di Virt, e, dopo lui, a'suoi discendenti maschi legittimi, in quel modo a lui pi fosse piaciuto(590). Con tal decreto vennero esclusi i discendenti di Barnab; e in quel giorno Giovanni Galeazzo Visconte, conte di Virt, divent sovrano di ventuna citt, e sono Reggio, Parma, Piacenza, Cremona, Brescia, Lodi, Bergamo, Crema, Milano, Como, Vigevano, Pavia, Bobbio, Alessandria, Valenza, Novara, Tortona, Vercelli, Alba, Asti e Casale. Questo colpo, eseguito con tanto vigore, e preparato colla pi cupa e simulata ipocrisia, conveniva in qualche modo farlo comparire onesto e suggerito dall'assoluta necessit; e a tal fine ordin il conte che si formassero i processi contro di Barnab. L'autore degli Annali Milanesi ce ne ha trasmesso l'epilogo. Le atrocit che ivi si leggono imputate a Barnab, sono enormi; e dopo una sanguinosa enumerazione di esse, vedesi incolpato Barnab d'avere tese insidie alla vita del nipote; d'essere uno stregone, che colle fattucchierie, avesse rese sterili le nozze del conte di Virt; e che finalmente Gian Galeazzo fosse stato costretto a far prigionieri lo zio ed i cognati, perch essi l'avevano in quel momento assalito a tradimento. Non saprei se sotto il governo di uomini di quell'indole vi fosse nelle magistrature un uomo virtuoso; ma se pur vi era, quello certamente non sar stato trascelto per formare il processo. Barnab era uomo feroce, violento, coraggioso, franco, ma non dissimulato, n capace di tradire o di insidiare. Egli era nemico di ogni arte e di ogni scienza, crudele, sanguinario, d'una religione inconseguente, poich, insultando il papa, oltreggiando i vescovi, calpestando gli ecclesiastici, donava ai conventi generosamente i beni che rapacemente confiscava ai cittadini. Ma il conte era suo nipote; il conte era suo genero; giaceva le notti colla sua moglie Catterina Visconti, nel tempo in cui ordiva di togliere la sovranit alla di lei famiglia, mentre teneva prigione suo padre, lasciava errare raminghi e bisognosi i di lei fratelli, che pure avevano tanta ragione per succedere nella signoria di Barnab, quanta ne aveva il conte per essere succeduto nella signoria a Galeazzo. Di tanti figli che aveva Barnab, malgrado le potenti e illustri loro aderenze, non ve ne fu pi alcuno che potesse comparir nemmeno a disputare la usurpata porzione del padre, trattone Estore, che eragli figlio illegittimo, il quale pot fare ventisette anni dopo un momentaneo contrasto al duca Filippo Maria, come vedremo. La potenza acquistata in un istante dal conte di Virt fiacc l'animo de'suoi sudditi; l'ardimento della sua ambizione, spiegata come un improvviso lampo, unita alla profondissima simulazione, rese attoniti gli altri principi; giacch gli oggetti pi ne soprafanno, quanto pi grandeggiano annebbiati. I popoli, oppressi dal duro e violento giogo sofferto, accolsero con allegrezza il cambiamento. La virt e la giustizia non ebbero parte alcuna in questa rivoluzione, in cui si vide accadere un avvenimento di cui sono frequenti gli esempi; cio che, posti due colleghi di egual condizione al governo, colui che avr le passioni pi spiegate, dovr soccombere a colui che sapr coprire colla timidezza l'ambizione; siccome ancora accadde dell'impero del mondo fra Ottavio ed Antonio.
All'ambizione artificiosa del conte di Virt erano poche ventuna citt suddite. Egli pensava a nulla meno che al regno d'Italia; e i primi sguardi ch'egli gett, furono dalla parte del Veronese e del Padovano, per estendere sino all'Adriatico il suo Stato. Egli, siccome dissi, possedeva gi Crema, Bergamo e Brescia. Antonio della Scala era signore di Verona e di Vicenza. Francesco da Carrara era signore di Padova. Da gran tempo questi due piccoli sovrani avevano delle discordie, e si facevano delle reciproche ostilit. Il conte di Virt, simulando zelo per la concordia e per il bene di que'due principi, entr mediatore per accomodare le loro controversie; e mentre l'una parte e l'altra stavano facendo le loro proposizioni, il conte lusing il Carrarese, signore di Padova, proponendogli un'alleanza invece del progettato accordo. L'alleanza aveva per fine la distruzione delle Scaligero. Il piano era che il Carrara lo dovesse attaccare dalla parte di Vicenza, mentre il conte di Virt farebbe lo stesso dalla parte di Brescia. L'esito non poteva essere dubbio, poich Antonio della Scala, posto cos di mezzo, non poteva avere scampo. Il frutto era grande; mentre s'offeriva a Francesco Carrara di lasciargli Vicenza, e il conte restava pago di prendere per s Verona. Non poteva essere l'orecchio del Carrarese adescato da una proposizione pi seducente di questa, e incautamente la accett. La passione antica che aveva contro lo Scaligero, lo acciec a segno di lusingarsi che il conte (il quale aveva tradito suo zio, usurpata la sua sovranit, e, coll'apparenza di officiosa mediazione, proponeva un tradimento contro dello Scaligero) sarebbe stato un alleato fedele a lui, poich fosse reso ancora pi forte coll'acquisto del Veronese, e diventato confinante col Padovano! Appena concertata la cosa, il conte mediatore immediatamente pubblic un manifesto diretto allo Scaligero, diffidandolo che tre giorni dopo quella data veniva a muovergli guerra. (1387) Fu invaso il Veronese dalla milizia del Visconte da una parte, e del Carrara dall'altra. Alcuni malcontenti Veronesi, che avevano secreta corrispondenza con Antonio Bevilacqua, comandante delle truppe del conte, aprirono l'ingresso; e il Bevilacqua, fuoruscito veronese e nemico di Antonio della Scala, rese Verona suddita del conte di Virt; alle armi di cui si sottomisero i borghi e le terre tutte del Veronese non solo, ma del Vicentino, e la stessa citt di Vicenza. Cos termin la signoria degli Scaligeri l'anno 1387. La conquista fatta dal conte, della citt di Vicenza, era una violazione dei patti. Contro di essa reclamava il signore di Padova Francesco da Carrara. Il conte rispondeva che egli teneva Vicenza, non come cosa spettante a lui, ma come l'eredit di Catterina sua moglie, figlia di Regina Scaligera, moglie di Barnab. Il Gatari, nella Storia di Padova(591), ci dice che il conte di Virt, per maneggi secreti, corruppe i favoriti di Francesco da Carrara, e fece che gli consigliassero di alzar ben bene la voce, e declamare contro la perfidia del conte, facendogli sperare che, in tal modo, e il consiglio del conte e la di lui stessa moglie l'avrebbero certamente indotto a consegnargli Vicenza, anzi che portare la patente macchia d'aver violata la fede; supponendosi a ci indotti dalla lusinga che, intimorito, il Carrara non avrebbe osato di fare pubblica doglianza. Anche da tale insidia fu clto quell'incauto principe; e il conte ebbe il pretesto di vendicare le ingiurie proferite da Francesco Carrara; e non solamente ritenne Vicenza, ma invase il Padovano, s'impadron di Padova istessa, fece prigioniere l'infelice Francesco da Carrara, e trasportollo nella torre di Monza, ove termin i suoi giorni. Io ho delle monete del conte di Virt, signore di Padova, e sono gi pubblicate altre monete del medesimo come signore di Verona, le quali monete vennero coniate probabilmente dalla zecca di Milano o nell'anno 1387, ovvero poco dopo. Da questi fatti compare chiaramente il carattere di Giovanni Galeazzo. Gli editti che pubblicava, erano composti con frasi che indicavano religione, piet, moderazione. S'invocava Dio; se gli rendeva omaggio di ogni prospero successo; si fabbricava il Duomo; si fondava la gran Certosa presso Pavia; ma la morale non era punto rispettata. Le animosit e le contese fra gli Scaligeri ed i Carraresi ebbero tal fine. E per lo pi cos accade, che i piccoli nemici combattono, colla chimerica lusinga di soggiogare i loro emuli; e un terzo si presenta, il quale tranquillamente profitta delle loro spoglie; giugnendo poi i rivali rovinati a conoscere, ma tardi, che assai miglior partito  quello di tollerarsi scambievolmente, e rimanere concordi ed uniti, per ottenere stabilit di fortuna, e tranquillo e decoroso godimento di essa.
Poich per tal modo ebbe Giangaleazzo estesi i suoi confini sino al mare Adriatico, rivolse le sue cure a dilatarli al lungo dell'Italia, al di l di Bologna, nella Romagna e nella Toscana. Egli conquistava per mezzo de'suoi generali. Prese colle armi Bologna. Molto si estese nella Romagna. Perugia, Spoleti, Nocera, Assisi furono da lui acquistate. Nella Toscana egli compr Pisa collo sborso di duecentomila fiorini, e gliela vendette Gerardo Appiani, che era succeduto al padre in quel dominio. Egli acquist Siena, che se gli rese per dedizione spontanea(592). La repubblica di Firenze non poteva con tranquillit rimirarsi in tal modo cinta dai nuovi Stati del conte, la di cui ambizione non aveva limiti, e si venne alle ostilit. Nel loro manifesto i Fiorentini dissero: sed profecto nosmetipsos, vana fide delusi, decipiebamus, persuadentes nobis illum esse posse fidelem, qui tam infidelis extitit nepos et gener et frater, in patruum, socerum, atque fratres, cujusque toties, et nobis, et aliis, probata fides erat nihil habere constantiae, nisi solum in hoc ut fidem quam promiserat non servaret... Nos versa vice tyranno Lombardiae, qui se regem facere cupit, et inungere, bellum indicimus(593). Stimolarono i Fiorentini il re di Francia, e non si sa con quai mezzi l'indussero, malgrado gli stretti vincoli del sangue, a spedire per la Savoia un corpo di diecimila Francesi, comandati dal conte d'Armagnac. Sebbene il duca di Savoia fosse pure stretto parente del conte, che era figlio di Bianca di Savoia, pure lasci libero il passo a queste truppe. Il comandante conte d'Armagnac era parente stretto di Carlo Visconti, figlio di Barnab, che viveva miseramente ramingo colla sua moglie Beatrice d'Armagnac. L'armata francese si port rapidamente sotto di Alessandria, citt munita di valido presidio, comandato da quel Jacopo dal Verme che aveva fatto prigioniere Barnab. I Francesi si presentarono con insulto, deridendo, provocando, ed invitando se avevano coraggio di venir fuori que'poltroni Lombardi. Si vide poi che  pi facile l'oltraggiare che il vincere. Usc Jacopo dal Verme il giorno 25 di luglio dell'anno 1319, e, per risposta, prese il conte di Armagnac prigioniere, e tutti que'Francesi che non rimasero sul campo. Cos terminossi quella spedizione; e il conte ben presto si accomod colla Francia, facendole sperare di sottomettere colle sue armi Genova, e darla a quel re; il che poi non avvenne. Il conte per altro sembrava affezionatissimo ai Francesi. Ei si faceva pregio della contea di Virt, che era un piccolo feudo della Francia nella Sciampagna, portatogli in dote dalla prima moglie Isabella, figlia del re di Francia Giovanni II. L'essere stato sino dalla fanciullezza unito con una amabile principessa di Francia, gli aveva lasciata quella propensione. Il conte, nell'anno 1387, marit Valentina Visconti, l'unica sua figlia, a Luigi duca di Turrena e conte di Valois, fratello del re di Francia Carlo VI. Le sbors quattrocentomila fiorini d'oro per sua dote, e le assegn pure in dote Asti, e tutte le terre e castelli del Piemonte. Di pi, volle riservare a lei ed a'suoi figli la ragione di succedere negli Stati suoi in mancanza di successori maschi legittimi e naturali; poich allora non per anco ne aveva: di che erasene incolpata la stregoneria del signor Barnab, come dissi. Questa riserva di successione fu poi cagione funestissima di miseria e rovina allo Stato, allorch, centododici anni dopo, il re di Francia Lodovico XIII (che era salito sul trono dopo Carlo VIII, morto senza figli), venne a far valere le ragioni della sua ava paterna Valentina Visconti, per essere estinta la linea legittima di Matteo I Visconti. Se poi il conte di Virt, che aveva ottenuta la sovranit, per s e suoi successori maschi legittimi e naturali, dal consiglio generale due anni prima, avesse facolt di trasferirla ai discendenti delle femmine; e se ci fosse conforme alla pace di Costanza, all'eminente sovranit dell'Impero, di cui era vicario, ed al buon diritto, sarebbe facil cosa il deciderlo, qualora la questione si fosse tratta fra privati avanti un tribunale. Il conte dava una cosa non sua. Pure, questa incautissima eventuale sostituzione serve di una dolorosa epoca nella nostra storia, per le guerre, le invasioni, la scissione che poi ne avvenne del nostro paese.
Se i Fiorentini erano in armi, e se movevano altri principi contro di Giangaleazzo conte di Virt, per porre argine alle conquiste ch'egli faceva nella Toscana, non avrebbero certamente i papi risparmiato dal canto loro di adoperare tutti i mezzi ch'erano in loro potere, contro di un principe invasore del loro Stato, e che occupava Bologna e le altre citt che abbiamo accennate. Ma gl'interessi della Santa Sede erano turbati internamente. V'erano due, ciascuno de'quali pretendeva d'essere papa; e questo scisma, incominciato sin dall'anno in cui mor Galeazzo II, dur da un successore all'altro per lo spazio di ben quarant'anni. Alcuni paesi decisamente riconoscevano uno de'due papi per legittimo sommo pontefice. Lo scaltrito conte di Virt non volle mai decidersi; ma adesc ed un papa e l'altro, lasciando sperare a ciascuno di volersi per esso determinare; e frattanto che i due competitori, con prodiga compiacenza, gareggiavano per guadagnarsi l'amicizia sua, egli andava togliendo alla Santa Sede lo Stato, ed operando ne'suoi dominii come s'ei fosse padrone di tutto, disponendo anche delle cose ecclesiastiche. La politica del conte era tale, che volle ottenere e da Urbano VI, che stava in Roma, e da Clemente VII, che risedeva in Avignone, la dispensa per contrarre le nozze con Catterina Visconti, su cugina, l'anno 1380; e ci sotto pretesto di timorata coscienza, non essendo egli ben certo quale de'due papi fosse il vero. Con tal mezzo, Omnes dignitates, dice l'Annalista Piacentino(594), et beneficia ecclesiastica terrarum ipsius domini comitis, quale erant conferenda, dictus dominus comes ipse conferebat cui volebat, et dictus dominus papa dicta beneficia et dignitates confirmabat omnibus illis quos dictus dominus comes elegerat(595). Ci nondimeno i principi minori d'Italia erano collegati contro del conte; e fra questi eravi il signore di Mantova Francesco Gonzaga, gli Stati del quale, come pi vicini, erano ancora pi degli altri in pericolo; sembrando inevitabile anche per lui il destino dei signori della Scala e de'signori di Carrara. L'armata del conte, spedita contro il Mantovano, era comandata da Jacopo dal Verme. I Fiorentini non potevano soccorrere il Gonzaga, perch il conte altro corpo di truppe teneva contro Firenze. Il Po era coperto di navi con armati dall'una e dall'altra parte; ed il Gonzaga aveva fabbricato su di quel fiume un ponte, di legno bens, ma tanto forte e munito, che il dal Verme non cred di attaccarlo. Sotto di questo ponte si ricoveravano le navi mantovane ogni volta che dalle nostre venivano minacciate di offesa, come frequentemente accadeva. (1397) Il dal Verme, che non poteva inoltrarsi senza essere padrone del fiume, per cui riceveva la vettovaglia, immagin uno stratagemma, che fu poi imitato dal re di Svezia Carlo XII alla Duina, mentre guerreggiava nella Polonia. Fece disporre un buon numero di barche piccole, e le caric di paglia e di legna da ardere. Aspett un buon vento favorevole; vi accese il fuoco; e il vento, unito alla corrente, portarono le barche sotto del ponte, ed immersero quel presidio nel fumo anche prima che il fuoco lo distruggesse. Ebbe cura che le barche fossero pi larghe di quello che non erano i vani del ponte, per modo che, ivi giunte, vi rimanessero, e ne seguisse l'incendio; e cos avvenne, dato che fu il fuoco alla paglia, e lasciate le macchine in poter del fiume. Nello stesso momento egli attacc per terra la testa del ponte; talch i Gonzaghesi, sorpresi, e nemmeno potendo conoscere ove occorresse di portare soccorso, non s'avvidero del fatto se non dopo che fu rovinato il presidio ed il ponte, e perduta la difesa del Po. Jacopo dal Verme colse il momento della costernazione dei nemici, de'quali ben mille si erano sommersi col ponte; attacc le navi de'Gonzaghi colle sue, e termin questa battaglia navale colla presa di tutte le navi del nemico; il che accadde il giorno 14 di luglio dell'anno 1397. Pareva dopo ci inevitabile la presa di Mantova e di tutto lo Stato del Gonzaga. Ma questi ricorse ad uno stratagemma men nobile e meno eroico, ma che lo sottrasse dall'imminente destino. Trov un falsario che seppe esattamente contraffare una lettera di Giangaleazzo Visconti; e con questa lettera ordin al dal Verme di ritirarsi dal Mantovano, come segu. L'occasione pass, e il Gonzaga si sottrasse alla rovina(596); poich attacc l'armata priva del suo generale, e nel momento in cui nessuna disposizione vi era per la difesa, ebbe il campo di batterla. Il mestiere di falsificare le lettere del principe convien credere che in que'tempi fosse in uso, poich il conte di Virt, l'anno 1393, fece a tal proposito un editto che decretava a que'falsari un'atrocissima pena. Cum catena ferrea alligetur ad unam columnam, cum uno annulo ferreo revolvente se, et cum quo ipse homo revolvere se possit circumcirca ipsam columnam, longinqua eatenus quatenus plus fieri poterit, ita ut mortem dolentiorem sustineat; ibidem tamen comburatur ita quod moriatur(597): cos leggesi in quel decreto, che pare scritto dallo stesso secretario che serviva Galeazzo, padre del conte.
Sino dall'anno 1380 il conte di Virt aveva ottenuto, siccome dissi, dall'imperatore Venceslao il diploma di vicario imperiale. Ma questa dignit personale poteva non essere data a'suoi figli, e la elezione d'un nuovo imperatore poteva farla perdere al conte medesimo, il quale non dimenticava i figli di Barnab, e le pretensioni che avrebbon potuto far valere, s tosto che le circostanze loro fossero favorevoli. Per tal cagione egli cerc d'essere formalmente investito da quell'augusto come vassallo di tutti gli Stati che possedeva, onde per tal modo rimanesse la successione e la sovranit perpetua ne'suoi discendenti. La richiesta venne esaudita dall'imperatore Venceslao, col mezzo di centomila fiorini d'oro, che ei ricevette dal conte. Gli Stati del conte vennero eretti in ducato, e il conte venne dichiarato duca di Milano, con un diploma segnato il giorno 2 di maggio dell'anno 1395; e con altro diploma posteriore l'imperatore dichiar le venticinque citt che intendeva comprese nel ducato concesso, cio Arezzo, Reggio, Parma, Piacenza, Cremona, Lodi, Crema, Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza, Feliciano, Feltre, Belluno, Bassano, Bormio, Como, Milano, Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Pontremoli, Bobbio e Sarzana. Oltre queste citt lo stesso augusto invest il nuovo duca d'una distinta contea, transitoria pure a'suoi discendenti, nella quale si comprendevano Pavia, Valenza e Casale. Il diploma  del giorno 13 ottobre 1396. Cos quell'augusto venne a staccar dall'Impero ventotto citt, che formavano la maggior parte dell'antico regno italico; e il duca ne divent legittimo sovrano. Altre citt possedeva Giangaleazzo, non comprese in quel diploma; poich, sebbene avesse ceduto Padova e dato in dote alla principessa Valentina Alba ed Asti, ancora Bologna, Pisa, Siena, Perugia, Nocera, Spoleti ed Assisi erano sue suddite; per lo che era egli sovrano di trentacinque citt. La solenne funzione di rivestire delle insegne ducali il nuovo duca si celebr in Milano sulla piazza di Sant'Ambrogio, il giorno 5 di settembre dell'anno 1395. In que'tempi non v'erano altri duchi in questa parte d'Italia; quindi la funzione fu solennemente celebrata con infinito corso di forestieri, e come dice il Corio, al spectaculo de tanta solennitate vi concorse quase de tutte le natione de christiani, ed anche infedeli, in modo che ciaschuno diceva non pi potere maggior cosa videre(598). Io ho un esemplare manoscritto della orazione che recit il vescovo di Novara in mezzo di quella pompa, sulla piazza di Sant'Ambrogio. Essa incomincia cos: Ecce testem populis dedi eum ducem, et praeceptorem gentibus. - Venerabiles patres, spectabilesque domini mei, plurimum merito venerandi, tota Mediolanensium patria potest a me condiligenter quaerere: - dic, quaeso, Novariensis episcope, quae sacrum moverunt caesareum animum nostrae comunitati ducatus exhibere fastigium? - Ad quam ego: - quadruplex rerum conditio; dirigens benignitas Regis aeternalis; prosequens conformitas actus parentalis; obsequens fidelitas domus Viperalis; congruens utilitas plebis generalis(599). Poi dopo s'impegna a provare con varii testi della Sacra Scrittura, che Giangaleazzo era stato dall'imperatore creato duca per volere di Dio; per inclinazione di quell'augusto, che, sull'esempio de'suoi maggiori, beneficava la casa Visconti; per rimunerazione della fedelt colla quale i Visconti erano sempre stati affezionati all'Imperatore, e per bene generale de'numerosi popoli che obbedivano a Giangaleazzo. Indi l'oratore passa alle lodi dell'imperator Venceslao, nel quale trova: Celebris potentia validi vigoris; nobilis prosapia fulgidi decoris; hilaris clementia placidi datoris(600); e continua a dimostrare queste asserzioni ritmiche, con frasi e modi singolarissimi. Poi, terminato l'encomio di Venceslao, passa a tessere quello del nuovo duca, e le sue lodi sono: Generis propinquitas, multum radiosa; corporis formositas, multum speciosa; animi tranquillitas, valde virtuosa(601). L'oratore vescovo di Novara era Pietro di Candia, che poi divent papa col nome di Alessandro V; e tale sermone fu allora ammirato da tutti, come un capo d'opera della pi nobile eloquenza. Eppure trentacinque anni prima Petrarca era domiciliato presso quella piazza medesima! convien dunque dire che le eleganti adunanze che ivi aveva tenute, e quelle del suo Linterno, non avessero lasciato alcuna traccia(602). Il Corio descrive i donativi magnifici che fece il duca di superbi vasi d'oro e d'argento, collane d'oro, drappi ricchissimi d'oro e seta, cavalli signorilmente bardati, ed altri generosi regali distribuiti ai convitati. Il grandioso pranzo lo diede il duca nell'antica corte dell'Arengo, ossia Broletto Vecchio, dove oggid sta la regia ducal corte. Il Corio ce ne d la descrizione, ed io la riferisco, perch d idea del costume di que'tempi. Si cominci con presentare a ciascuno de'convitati aqua a le mano, stillata con preciosi odori; e puoi seguitarono le imbandisone, tutte accompagnate con trombe, ed altri diversi suoni; !a prima delle quali fu, marzapani e pignocate dorate, con arme dil serenissimo imperatore e nuovo duca, in taze doro, con vino bianco; deinde pollastrelli con sapore pavonazzo, cio uno per scotella, e pane dorato; puoi porci dui grandi dorati, e dui vitelli parimente dorati. Inde vi furono portati grandissimi piatelli d'argento, e per caduno pecti dui de vitello; pezi quatro de castrato; pezi due de sensali. Capretti dui interi, pollastri quatro, capponi quatro, persutto uno, somata una, salzici dui, e sapore bianco per minestra, e vino greco. Doppo furono portati altri piatelli di simile grandezza con pezzi quatro de vitello a rosto; capreti dui interi; lepori dui intere; pizoni grossi sei; cunelli quatro. Puoi pavoni quatro, cotti et vestiti; orsi dui, dorati, con sapore citrino. Doppo furono portati altri grandissimi piatelli d'argento con faxani quatro per cadauno, vestiti; ed a quelli seguitavano conche grande di argento, con uno cervo intero dorato; daino uno similmente indorato, e caprioli dui con gallatina. Puoi piatelli come di sopra con non puocho numero de qualie e pernice con sapore verde; puoi furono portate torte di carne dorate con pere cotte. Doppo fu dato aqua a le mano, facta con delicati odori, ali quale seguitava pignocate in forma de pessi, inargentate. Puoi pani inargentati, limoni syropati, inargenti in taze, pesce rostito con sapore rosso, in scutelle d'argento, pastelli de inguilli, inargentati. Puoi piatelli grandi de argento furono portati con lamprede e gallatina inargentata, trute grande con sapore nero, e sturioni dui, inargentati. Inde fu portato torte grande verde, inargentate, mandole fresche, vino legiero, malvasia, persiche e diversi confecti a varie fogie(603). Pare che l'usanza fosse allora nei conviti pomposi di collocare nel centro della gran mensa de'pezzi enormi, come maiali, vitelli, orsi, cervi, daini, sturioni interi o dorati o inargentati, ovvero rivestiti colla loro pelle naturale e internamente arrostiti. Pare che queste masse non servissero ad altro che alla vista dei commensali durante il convito, e che quello finito si concedessero da depredare festosamente al popolo. Per cibo de'commensali si ponevano loro davanti, all'uso monastico, de'piatti minori. I sapori bianco, nero, rosso, verde, citrino e pavonazzo, pare che fossero salse di colori e gusti diversi. L'usanza di coprire con foglie d'oro e di argento i cibi, anche oggid si conserva in alcune ciambelle di monache: gli speziali lo fanno altres per diminuire la nausea alle cattive cose che presentano da inghiottire; e nella nostra plebe rimane ancora il proverbio di mangiare il pan d'oro per significare una vita signorile e deliziosa. In mezzo a questa stomachevole abbondanza, degna di quel tempo, in cui si ammirava l'accennata eloquenza del vescovo di Novara, confesseremo che nella eleganza di servire con acque odorose per lavarsi, erano quegli uomini pi colti e raffinati, che ora non lo siamo noi.
L'ambizione di Giovanni Galeazzo non era sazia giammai, e voleva per ogni modo quel principe lasciare ai secoli venturi la fama di se medesimo. Felici i suoi popoli s'egli avesse temuto la cattiva fama! Egli ordin una compilazione degli statuti di Milano, la quale si pubblic il giorno 13 di gennaio dell'anno 1396, ed  la medesima che venne stampata poi l'anno 1480, in Milano, da Paolo Suardi, con assai bella edizione. Egli fece immaginare la genealogia del suo casato; e questa fu compilata nella maniera pi grossolanamente fastosa che dire si potesse. Si cre allora la cronaca de'conti di Angera, celebre presso di molti fra i nostri autori. Si riascese nulla meno che al troiano Enea, il nipote di cui, per nome Anglo, si fece fondatore d'Angleria, nome latino d'una rcca del distretto del lago Maggiore chiamata Angera. Da Anglo se ne fanno discendere molti re, molti eroi e finalmente Matteo Visconti. Appoggiati a questa genealogia i successori di Gian Galeazzo ambirono poi di aggiungere al titolo di duca di Milano quello ancora di conte d'Angera, e talvolta semplicemente Anglus; come fra gli altri amb di fare Lodovico Sforza, che nella leggenda delle sue monete per questo si potrebbe credere un Inglese. Anche il titolo distinto di conte di Pavia, lo aggiunsero i successori, per essere quella sua contea separatamente infeudata; e per lo pi il principe ereditario chiamavasi conte di Pavia. Vi bisognava nulla meno che un'ignoranza totale della storia, per ispacciare seriamente la impostura dei conti d'Angera. Eppure il duca fu contentissimo di quella adulazione; e la cronaca venne accolta con riverenza e con fede. La stessa ambizione della immortalit port il duca a fabbricare la chiesa e la magnifica Certosa presso Pavia, dotandola signorilmente, in guisa che era uno de'pi grandiosi e ricchi monasteri che avesse quest'ordine. Finalmente allo scopo medesimo mir colla fabbrica del Duomo di Milano, immaginato ed innalzato da lui. Allora non v'era in Roma la superba chiesa di San Pietro, n in Londra quella di San Paolo; e il tempio, che disegn Gian Galeazzo, ed innalz in Milano, per que'tempi era il pi grande, il pi ardito e il pi magnifico del mondo, senza eccettuare Santa Sofia di Costantinopoli. Se la fabbrica siasi cominciata nell'anno 1386, ovvero nel 1387,  un soggetto di controversia nel quale non entrer. Nemmeno entrer io a trattare del gusto di questa immensa mole, tutta caricata di minutissimi lavori di marmo, con tanta prodigalit e capriccio, che costano secoli e tesori gli ornati, le balaustrate, le guglie, i terrazzi che la coprono, e non sono visibili se non agli uccelli, o a que'pochi che hanno la curiosit di salire centottanta braccia, quant' l'altezza dell'ultima guglia, per rimirarle. Il duca volle fare questo tempio abbandonando la simmetria degli ordini eleganti di architettura, e seguendo il gusto di fabbricare della Germania. Io non saprei a tal proposito esprimermi tanto bene, quanto ha fatto nell'Elogio del Cavalieri il nostro immortale abate Paolo Frisi. Gli architetti fatti allora venire dalla Germania, avendo preferita la nativa loro maniera di fabbricare agli ottimi modelli che sino da quei tempi vedevansi nella Toscana, ci lasciarono nella gran fabbrica del nostro Duomo un monumento della rozza opulenza, piuttosto che del buon gusto. Anzi il nuovo modello, imponendo colla sua stessa grandiosit, e confondendo le idee della simmetria, dell'euritmia e del bello, serv piuttosto a ritardare fra di noi i progressi della maestosa, e nobile architettura; cos egli. La lunghezza del Duomo  di braccia duecentoquarantanove e mezzo; la larghezza massima della croce  braccia centoquarantotto e un ottavo; e la larghezza della chiesa  braccia novantasette. Il nostro braccio  l'estensione di un piede e dieci pollici di Parigi, cos che sei braccia si calcolano prossimamente undici piedi reali di Francia(604). Questo grande edificio  tutto di marmo bianco ed alquanto trasparente, che si cava da un monte del lago Maggiore, verso Domodossola. Il duca arricch questa fabbrica di assai pingue patrimonio; ma per innalzare la immensa mole vi vollero generose e moltiplicate obblazioni; ed il Corio ci racconta che, essendo stato nell'anno 1390 pubblicato in Roma un Giubileo, dove Lombardi per le continue guerre et turbazione non essendogli potuto andare, Bonifacio pontefice, ad intercessione de Giovanne Galeazzo Vesconte, la concesse a Milano ne la medesima forma che era a Roma, cio che ciaschuno nel dominio dil Vesconte s anche non fusse contrito ne confesso, fusse absoluto di qualunque peccato... offerendo al primo Templo due parte de le tre che avrebbino speso ne lo andare a Roma, de la cui oblatione due parte dovevano essere de la fabrica dil celeberrimo Templo, e la tertia parte al pontefice: a questa indulgentia li ultimi dui mesi gli concorse innumerabile moltitudine de Lombardi(605). Si  temuto questo passo del Corio, che asserisce avere il papa accordata l'assoluzione anche ai non pentiti; e per ci nelle pi recenti edizioni questo pezzo fu ommesso. Non vi  per motivo alcuno di temere sinistra impressione, dappoich l'instancabile nostro conte Giulini ha pubblicata la bolla medesima di Bonifacio IX, che ritrovasi nell'archivio Panigaroli nel registro A. p. 169, in cui chiaramente si legge: vere penitentibus et confessis(606). Il Corio si  ingannato attribuendo quella opinione al papa. Ma non credo io ch'egli poi siasi ingannato, asserendo che tale opinione comunemente si facesse correre per adescare in gran numero i donatori. In fatti gi vedemmo al capitolo undecimo, come il cardinal legato Bertrando del Poggetto, sessantanove anni prima, aveva pubblicata la Crociata per la distruzione di Matteo I, promettendo a chi vi si arruolava assoluzione intera, liber et mundus sit tam a culpa, quam a pna(607). Questa opinione erronea e funesta era di poi andata serpeggiando per modo, che lo stesso Bonifacio IX, in un suo breve, scrisse a disinganno di chi si lasciava adescare: non veras, et pr tensas facultates hujusmodi mendaciter simulant, cum etiam pro parva pecuniarum summula, non pnitentes, sed mala conscientia satagentes inquitati suae quoddam mentit  absolutionis velamen praetendere, ab atrocibus delictis nulla vera contritione, nullaque debita praecedenti forma (ut verbis illorum utamur) absolvant, mala ablata, certa, et incerta, et nulla satisfactione praevia (quod omnibus saeculis absurdissimum est) remittant(608). V'erano dunque pur troppo i comodissimi dottori, che per carpire denaro, addormentavano gli uomini del delitto; e non  difficile che questi venissero adoperati per innalzare il Duomo; nel quale il duca pens di lasciare ai secoli un monumento eterno della sua grandezza. Da tali fatti si pu concludere che allora non v'era idea di eloquenza; non si studiava la storia; cattivo era il gusto di architettura; e poco dissimile quello della mensa; e quel che  peggio di tutto ci, correva una morale infame, per cui si credeva col denaro di cancellare qualunque iniquit; senza bisogno alcuno di pensare a diventar migliori. I lodatori de'tempi antichi, torno ancora a ripeterlo, non sanno la storia.
La vendita che aveva fatta l'imperator Venceslao di tutto il regno longobardo, ossia italico, al nuovo duca, mosse i principi della Germania a formare un partito per deporre quel sovrano dal trono augusto, dal quale aveva staccata una parte importante. Altri motivi di doglianza avevano ancora contro di lui. (1401) Quindi dichiararono imperatore Roberto conte Palatino di Baviera, e Venceslao deposto; il che avvenne l'anno 1401. Il papa, i Veneziani ed i Fiorentini animarono il nuovo Cesare a comparire nell'Italia, per rivendicare le terre staccate dall'Impero; e gli promisero tutti i soccorsi. Il nuovo imperatore, prima di venire, scrisse al duca la lettera seguente, che ci ha conservata il Corio. Robertus de Bavaria, Dei gratia, Romanorum rex, et Rheni comes Palatinus. Tibi Johanni Galeaz, militi Mediolanensi, praecipiendo mandamus, quatenus omnes civitates, castra, terras, et loca Romano Imperio et ditioni nostrae spectantia, quae in Italia occupata indebite detines, Nobis, quibus Romani Imperii gubernatio, ex electione de nobis imperatore per Imperii electores canonice facta, ad me spectat et pertinet, restituere ac resignare debeas, alioquin ut sacri Imperii terrarum, et jurisdictionum invasorem, et nostrum hostem et rebellem diffidamus(609). A tale intimazione cos rispose il duca: Tibi Roberto de Bavaria nos Johannes Galeaz Vicecomes, Dei et serenissimi domini Vincislai Romanorum, et Bohemiae regis gratia, dux Mediolani, etc., ac Papiae et Virtutum comes. Per praesentes respondemus quod quascumque civitates, castra, terras et loca in Italia possidemus, et a prefato serenissimo domino Vincislao, Romanorum rege, et sacri Imperii gubernacula canonice possidente, tenemus et possidemus, ipsasque a te, Imperii invasore atque praefacti domini  Vincislai et nostri hoste manifesto, defendere prorsus intendimus, teque, ipsorum Imperii et dominii Vincislai regis atque Nostrum hostem manifestum, si nostrum territorium invadere praesumpseris, diffidamus(610). L'effetto di queste bravate non fu altro, se non che, il nuovo augusto Roberto pass le Alpi, e dal Tirolo venne sul Bresciano. L'armata del duca se gli affacci; e il giorno 21 di ottobre dello stesso anno 1401, batt gli imperiali per modo che condusse a Brescia un buon numero di prigionieri, due stendardi e pi di mille cavalli; il che risulta dagli antichi registri della citt sovra memorie contemporanee, consultate e pubblicate dal nostro conte Giulini(611). Il conte Alberico di Cunio e di Barbiano ebbe gran parte dell'onore di questa vittoria(612). Egli fu molto caro a Barnab. Alberico fu istitutore della societ militare di San Giorgio, che liber l'Italia da masnadieri esteri. La virt e il nome di questo illustre Italiano vivono ne'nobilissimi suoi discendenti(613). La presa di due stendardi significava allora assai pi che non farebbe in questo secolo, nel quale abbiamo moltiplicato le insegne, non saprei a qual altro uso, fuori di quello di attestare con maggior autenticit le proprie perdite quando vengon prese da'nemici, stipendiando a tal fine molti uomini inutili per la battaglia. L'apparizione del re Roberto fu momentanea; poich dopo quell'incontro volt strada, e per la via di Trento se ne ritorn nella Germania. (1402) A tale stato di prosperit era giunto Giovanni Galeazzo Visconti nell'anno 1402, che tutto si piegava sotto la potenza di lui. Altro pi non gli restava se non di sottomettere Firenze, la quale era gi cinta d'assedio dal conte Alberico, e fra poco la Toscana, la Romagna in buona parte, e la Lombardia non avrebbero avuto altro padrone fuori che lui. Cos il Visconti aveva nuovamente radunato in un solo corpo l'antico dominio de're longobardi, n altro pi gli mancava che il solo titolo di re. Il Corio ci attesta che il manto reale, il diadema, lo scettro erano gi preparati dal duca; e per celebrare la funzione di farsi consacrare, aspettava soltanto l'avviso della resa di Firenze. I generali del duca erano i migliori di quei tempi: Jacopo dal Verme, Ottobuon Terzo, Facino Cane e il conte Alberico di Barbiano. Il duca contava il quarantanovesimo anno dell'et sua mentre aveva in faccia questa ridente e grandiosa scena; quando mor in Marignano, il giorno 3 di settembre dello stesso anno 1402; e cos ogni cosa cambi aspetto; e tutte le previdenze umane, e tutt'i lunghi fili tessuti per un avvenire sempre indipendente dagli uomini, rimasero troncati. Fu veramente magnifica e reale la pompa funebre che si celebr in Milano per Giovanni Galeazzo I duca. Ne abbiamo la descrizione minuta(614). Intervennero al funerale gli oratori di ciascuna delle citt suddite; gl'inviati di tutti i principi esteri; e quaranta illustri consanguinei della agnazione Visconti. Le insegne di tutte le citt e borghi principali del dominio, portate da ducentoquaranta uomini a cavallo; duemila uomini vestiti a bruno, con grosse torce di cera; tutt'i vescovi sudditi; il feretro, portato dalle cariche di corte, sotto di un baldacchino di broccato d'oro, foderato d'armellini; le insegne ducali, portate dagli araldi, il tutto form unspettacolo maestoso.
Il carattere di Giangaleazzo, si manifesta bastantemente dalle sue azioni. Sant'Antonino lo ha dipinto con odiosissimi colori. Il nostro Corio lo dice prudentissimo ed astuto, che sfuggiva il commercio degli uomini, pigro, timido nell'avversit, e audace nella prospera fortuna, simulato, vano ed infedele alle promesse. Io dir che egli era ambizioso, senza elevazione d'animo, superstizioso, senza vera religione, mite, senza principio di virt. Egli non ebbe l'atrocit del padre e dello zio, ma nemmeno ebbe la franchezza del carattere del secondo. Tutto in complesso, egli per fu men cattivo principe di quello ch'essi furono: dal che non risulta gran lode. Nel suo regno vi sono de'fatti grandi; ma nessuno ve n'ha di nobile e generosa indole. I sudditi dovettero sopportare pesantissimi aggravii, com'era necessario di fare per supplire alle grandiose spese che assorbivano le armate, le pompe, le compre di Stati e di titoli, e tutti i maneggi che prese il duca a trattare. Il nostro Annalista ci scrive:  Dux noster imposut taleas, conventiones, et mutua intra dominium subditis suis ita magna et continua, quod ipsis oportebat per peregrina loca vagari, non valentes dicta onera sustinere, et fuit ululatus viduarum, et orfanorum, et aliorum singulorum, et maximus strepitus inferiorum, et immensae crudelitates. Et non valentes solvere detinebantur, et bona sua a stipendiariis usurpabantur(615). Questi mali per in Milano si dovettero sopportar meno che altrove. Una popolata capitale, che  patria del sovrano, in una recente signoria, sempre  rispettata. I clamori sarebbero troppo vicini all'orecchio del principe. Milano in fatti, alcuni anni dopo, malgrado il disordine che dovette soffrire sotto il governo del secondo duca, era popolata, ricca ed animata colla industria. Allora in questa capitale colava il denaro che dovevano portarvi gli oratori delle trentaquattro citt soggette al duca, quello che vi spendevano i ministri de'principi esteri, quello che vi consumava il duca per la sua corte e per le sue pompe, quello che si raccoglieva per fabbricare il Duomo dalla divozione de'cittadini delle altre citt; e per conseguenza aveva mezzi grandi per i tributi. Certamente che il duca pose in opera tutti i ripieghi per radunare il denaro, e fra questi ricorse ad uno di que'metafisici ritrovati che, colla idea di tener celato il tributo, opprimono i popoli, pi ancora di quello che non faccia un tributo sinceramente richiesto. L'Argellati ci ha pubblicata la legge monetaria, colla quale comand quel principe che tutte le monete si dovessero spendere a maggior numero di lire; cos che, da quel giorno in avanti, la moneta che correva per tre soldi, dovesse essere spesa ed accettata per quattro soldi; salvo per il pagamento de'tributi, che eccettu e volle che venissero pagati a ragguaglio dell'antica moneta(616). Con questa operazione quel sovrano defraudava i suoi creditori e stipendiati d'una quarta parte di quanto loro competeva. Ma tanti furono gli inconvenienti di questa indiretta operazione, che poco dopo la dovette rivocare, e restituire le monete al primiero loro corso; di che ne ha trovati i documenti il conte Giulini nell'archivio della Citt(617). La superiorit che aveva il Visconti sopra degli altri principi confinanti si conosce dalle frasi che adoperava nelle lettere ch'egli scriveva; e ci anche da principio, avanti che avesse tanto dilatato il suo dominio ed acquistata la dignit ducale. Il Corio(618) ci trascrive le lettere che Gian Galeazzo scriveva ad Antonio della Scala, sovrano di Verona e di Vicenza, e le risposte che da quel principe riceveva. Allo Scaligero il Visconti scriveva nulla pi che Vir Magnifice; ed esso, nella risposta al Visconti, Illustris et excelse Pater noster praeclarissime. Nel corpo della lettera il Visconti scriveva nobilitati, vestrae, e nulla pi; e lo Scaligero, Excelsa, Paternitas vestra, ovvero Pater Excellentissime. Anche nel carteggio colla repubblica fiorentina si manifestava il superiore riguardo che avevasi per il Visconti. Egli scriveva Magnifici fratres carissimi; ed essi nelle risposte dicevano: Magnifice et Excelse Domine, frater et amice carissime; e nel corpo della lettera, Excellentia vestra.
Il duca Giangaleazzo, malgrado la severa piet che dimostrava sino alla ipocrisia, lasci, morendo, un figlio naturale, nato da Agnese Mantegazza. Questi aveva nome Gabriello Visconti; e il padre, nel suo testamento, lo fece sovrano di Pisa e di Crema. Nel testamento medesimo, egli divise a suo arbitrio lo Stato; poich al cadetto (de'due figli legittimi ch'ei lasci, nati dalla duchessa Catterina, figlia di Barnab), non solamente lasci la contea di Pavia, che aveva ottenuta come un feudo separato, ma vi aggiunse Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, Feltro, Belluno e Bassano; citt tutte staccate dal ducato, il quale doveva pure, in virt del diploma e colla legge de'feudi, passare interamente nel primogenito, che era Giovanni Maria. Il primogenito adunque rimase duca di Milano; il cadetto rest conte di Pavia; s'intitol il primo: Johannes Maria Anglus, dux Mediolani, etc., comes Angleriae ac Bononiae, Pisarum, Senarum ac Perusii; e il secondogenito prese a chiamarsi: Philippus Maria, comes Papiae, et Veronae dominus.

Capitolo 15.

Del duca Giovanni Maria, e del terzo ed ultimo duca Visconti, Filippo Maria

Dalla met del secolo decimoquarto sino alla met del secolo decimoquinto, per lo spazio di cento anni, la storia di Milano presenta come una figura colossale mal connessa, di cui ora si raccozzano ed ora cadono i pezzi; che per in nessuna parte mostra vaghezza od eleganza, ma rappresenta una figura truce e deforme. Tale fu l'indole di que'tempi e di que'governi, nei quali della virt appena si conosceva il nome; sotto a principi che considerarono gl'interessi loro, non solamente staccati, ma opposti a quelli del loro popolo, che opprimevano e saccheggiavano anzi che governarlo. Ad onta per dei vizi de'sovrani, Milano s'and arricchendo; si anim l'agricoltura, si aument sempre la popolazione, l'industria si moltiplic. Perch la capitale d'un vasto impero, collocata in mezzo d'una fertile pianura, e comandata da un sovrano (che, malgrado l'atrocit, predilige sempre i suoi concittadini), non pu a meno che non cresca. Morto il duca Giovanni Galeazzo, cadde la gran mole dello Stato sotto il governo di due minori. Giovanni Maria, primogenito e nuovo duca, aveva appena quattordici anni, e dieci e non pi ne aveva Filippo conte di Pavia, di lui fratello minore. Sarebbe stato difficile in que'tempi il conservare illesa la dominazione, quand'anche il ducato di Milano fosse stato un principato antico, consolidato dalla opinione de'popoli, e la duchessa vedova tutrice fosse stata d'animo bastantemente elevato ed energico per sostenere il peso del governo. Ma oltre i mali inseparabili dalla minorit, lo Stato era un recente aggregato di conquiste, di usurpazioni, di compre; e nessun altro titolo v'era per convincere i popoli della legittimit della nuova dominazione, che la forza. Un diploma comprato da un debole e deposto imperatore, le male arti, le insidie e la pi vergognosa mancanza di fede, questi erano i titoli che doveva far valere la vedova duchessa Catterina, donna avvilita d'animo; perch, per lo spazio di ventidue anni, costretta a soffocare colla dissimulazione il rammarico della rovina di suo padre e de'suoi fratelli, oppressi da quello stesso uomo ch'ella vedeasi giacere al suo fianco la notte, e al quale doveva simulare stima ed affetto. L'orrore del suo misero stato aveva ridotta la vedova principessa affatto incapace di reggere alla testa di una tale sovranit; ed all'animo abbattuto dalla lunga ed uniforme sofferenza de'mali, s'aggiugneva un colpo d'apoplessia gi sofferto, che la rendeva ancora pi inetta agli affari. I due giovani principi non avevano alcun prossimo congiunto che potesse reggere lo Stato; non un Consiglio appoggiato alla costituzione. La loro rovina era inevitabile. La reggenza cominci coll'unione di alcuni generali e di alcuni cortigiani, i quali pretesero di formare il Consiglio, presso cui stava la sovranit, sotto il nome del duca Giovanni Maria. Questa unione d'uomini potenti e mal assortiti, di cui ciascuno null'altro aveva per fine che la propria fortuna, e null'altro aspettava se non l'occasione per approfittarsi della giovent d'un principe per il quale nessuno aveva alcuno zelo; questa unione, dico, colle interne rivalit, e col disordine ed interno scompigliamento, diede in certo qual modo il segnale ai sudditi d'essere giunto il momento opportuno per liberarsi dal giogo ch'era stato aggravato da Barnab, da Galeazzo, e recentemente dal primo duca, la dispotica dominazione de'quali non era durata abbastanza per far dimenticare l'antica libert; se pure  possibile che si dimentichi mai, ogniqualvolta si soffre l'abuso del potere sovrano. I Rossi fecero ribellare Parma; Ugo Cavalcab s'impadron di Cremona; Giorgio Benzone si fece arbitro di Crema; Brescia se la prese a reggere Giovanni Rosone; Franchino Rusca s'eresse sovrano in Como; Giovanni da Vignate si pose a signoreggiare Lodi; e frattanto i generali del morto duca, che avevano combattuto per lui, ma non sotto di lui, niente affezionati alla sua memoria, andavano saccheggiando lo Stato e occupandone le citt per proprio loro conto; come fece Facino Cane, che si rese padrone di Piacenza, di Tortona, di Alessandria, di Novara e di altre terre. (1403) Le armi de'collegati scacciarono i Visconti dalla Romagna, e cos Bologna, Perugia ed Assisi vennero cedute al papa il giorno 25 agosto dell'anno 1403. Siena anch'essa scosse il giogo; e poco dopo si dovettero cedere ai Veneziani Verona, Vicenza, Feltro, Belluno e Bassano l'anno 1404; frattanto che il marchese di Monferrato s'impadroniva di Casale e di Vercelli. In tale stato erano le cose, che, due anni dopo la morte del duca Giovanni Galeazzo (due anni appena dopo la real clamide disposta, la corona e lo scettro), i suoi figli tremavano, il primo rinchiuso in Milano colla duchessa sua madre nel palazzo di corte, custodito come un ostaggio in mezzo di una citt che, divisa in partiti, tumultuava ogni giorno; e l'altro appiattato nel castello di Pavia e mal sicuro, perch nella citt pi di lui potevano i Beccaria: ed ecco il fine di tanta ipocrisia, di tanti maneggi, di tanta simulazione, e di tante violazioni di fede!
Il duca Giovanni Maria, mentre stavasene occulto nel palazzo ducale, nel tempo in cui i suoi Stati erano ceduti, invasi, saccheggiati, ovvero oppressi senza di lui saputa in suo nome, s'annoi della compagnia della vedova duchessa sua madre, fors'anco per qualche buon ricordo che ella gli desse. Come la cosa andasse non lo sappiamo. La duchessa Catterina dovette staccarsi dal duca suo figlio, e si ritir a Monza, per ivi passare il resto de'tristi giorni suoi; i quali ben presto terminarono il giorno 17 di ottobre dell'anno 1404. Questa morte si attribu, non senza fondamento, allo stesso duca suo figlio; e le azioni della sua vita ci levano pur troppo l'inquietudine di essere o maligni o calunniosi nel sospettarlo. I consiglieri di quell'insensato duca non erano sazii mai della preda, e imponevano tributi, prestazioni e gabelle, per fare in ogni modo un buon saccheggio; ma non avendo assoldate truppe bastanti, n essendo ben organizzata la macchina politica, non sapevano con qual mezzo forzare i sudditi a pagare i tributi imposti, e allora ne immaginarono uno che prova l'indole di quel misero governo. (1406) E l'anno sexto sopra MCCCC, dice il Corio, Giovanne Maria in Milano dominante, il dicinove de febraro, in un giorno de Venere, ale XII ore, fu per parte del principe cridato che veruna persona non se odesse in iudicio per infine non fusse satisfacto ala solutione de le taglie imposte tanto in quello anno quanto dil preterito, e parimente che veruno notaro non celebrasse istrumento nel modo come scripto. Cospirava la fisica a rovina del popolo per una pestilenza che uccideva pi di seicento persone al giorno(619). L'interno disordine in Milano giunse a tal segno, che i generali saccheggiavano le case de'ricchi cittadini, facevano i corsari, depredando le mercanzie che navigavano sul Po, e persino, impadronitisi del castello di Milano, scaricavano l'artiglieria sopra della citt, nella quale pure vi stava lo stesso duca. Bastano questi fatti per concepire una idea precisa della minorit di quel principe; ed io mi credo lecito di trascurare una immensa serie di azioni cattive, uniformi e minute, che nulla ci insegnano di pi, e inutilmente renderebbero sempre pi meschino il racconto storico di que'tempi. Il duca Giovanni Maria era un impasto di stranissima ferocia. La crudelt in lui sembra che nascesse non da vendetta n da impetuose passioni, ma piuttosto da mancanza di riflessione; come si vede ne'fanciulli, che atrocemente incrudeliscono contro i pi deboli e timidi animali, senza avvedersene, poich nulla pensando allo spasimo d'un vivente sensibile, unicamente si divertono nel fenomeno che producono, e si consolano della loro superiorit. Tale sembra che fosse il carattere di Giovanni Maria, il di cui sovrano piacere era quello di vedere sbranare gli uomini da robusti mastini, ch'egli nodriva per tale oggetto, nel tempo stesso in cui, timido ed imbecille, obbediva con sommessione a qualunque de'generali, i quali a vicenda comparendogli davanti colla forza, lo soggiogavano e lo rendevano pupillo, anche dopo terminata che fu l'et minore: sorta di principato pessima sopra tutte le altre; poich le tirannie si commettevano, senza che il vero autore nemmeno compromettesse il suo nome. Giunto il duca all'et di vent'anni, il giorno 28 di gennaio dell'anno 1408 fece sbranare da'suoi cani Giovanni Pusterla, castellano di Monza, calunniandolo per la morte della duchessa Catterina. Questo innocente e nobile cittadino spir satollando colle sue membra la fame di que'mastini nel luogo istesso ove, sessant'otto anni prima, aveva terminata la vita, con altro supplizio, Francesco Pusterla, regnando Luchino, siccome vedemmo. Fu consigliato il duca di scolparsi con tal sacrificio dall'accusa d'essere parricida. Bertolino del Maino spir pure squarciato dai denti di que'mastini. Cos cominci il suo regno il duca Giovanni, terminata che fu la minorit! Il signor Carlo Malatesta, sovrano di alcune citt, aveva a lui data in moglie Antonia Malatesta, sua nipote. Egli voleva pure illuminare il genero ed insegnargli i principii per governare lo Stato, e mostrarsi degno di comandare agli uomini; a tal fine, dovendo egli partirsene da Milano per reggere i propri Stati, lasci al duca alcuni ricordi, i quali tuttora si conservano nell'archivio della citt, e furono pubblicati dal benemerito nostro conte Giulini(620). La sostanza di questo testamento politico si pu epilogare nel modo seguente. La crudelt  sempre indecente, sempre odiosa, e non di rado funesta. I popoli debbono venerare nel sovrano l'immagine della Divinit, protettrice della innocenza, e placabile col pentimento. Si guardi il principe da coloro che cercano di rendergli sospetti i suoi congiunti o i provati suoi domestici; coloro sono suoi nemici. Risolva da s il sovrano, ma negli affari ascolti prima l'opinione de'suoi consiglieri; cos non accader una inconsiderata risoluzione. Meglio  perdonare che distruggere. I tributi s'impongano per vero bisogno, si ripartano con giustizia, si percepiscano con economia, e i cortigiani dieno l'esempio agli altri col pagarli. Non s'intraprendano guerre senza necessit. Non largheggi il principe nel donare superfluamente. Sia inviolabile nel mantenere la parola data, e imparziale per la giustizia. Le cariche si dieno al merito, non mai al prezzo. Nella scelta de'ministri si esamini di quale riputazione godano, e se la vita loro sia proba; chi non  buon marito, buon padre, buon padrone in sua casa, non sar mai buon consigliere del sovrano. Agli stipendiati si corrisponda fedelmente la paga. Le antiche leggi patrie sieno venerate ed obbedite. Ai ribelli riconciliati si tenga d'occhio, ai pertinaci si tolga il potere. Questo  il transunto di tale memoria. S'ella fu destinata da Carlo Malatesta per illuminare il duca, non vi fu mai carta pi inutile di questa. Se poi egli aveva null'altro in veduta che di lasciare una pubblica disapprovazione della condotta del nipote, non poteva scrivere meglio di cos; perch indic appunto tutte le massime dalle quali si allontanava quel principe. Andrea Biglia, nel libro secondo della sua storia, ci descrive la barbarie di Giovanni Maria. Genus illud nefandae necis quae canibus urgebatur, adversum plures intendit, tam ferme sanguinis sitiens, ut nullum fere diem per id tempus incruentum sineret(621). (1409) Il Corio racconta che molti inermi popolari avendo gridato pace, pace mentre il duca passava avanti della chiesa di Santo Stefano, ad istigazione di due perfidi suoi famigliari ordin quel principe alle sue guardie di scagliarsi colle armi in quella misera ed inerme compagnia, il che fu eseguito; e di quegl'infelici oltra a ducento ne occiseno: ed inde fece proclamare, che sotto pena de la forcha veruno pi non nominasse pace n guerra: anchora ordin che gli sacerdoti ne la missa, in loco de pacem, dicessino tranquillitatem. Doppuoi essendo al prelato duca presentato avante uno figliolo de Giovanne da Pusterla memorato, forse in et de XII anni, intervenne questa maraviglia anzi miraculo, che, mettendo li cani addosso al fanciullo per squarciarlo, quello se gitt a terra chiamando al duca misericordia, il quale, pi incrudelendo, se gli remisse uno ferocissimo cane, chiamato il guerzo, custodito per il Squarza Giramo, assai pi che quello crudele contra il sangue humano, ed a suggestione dil quale lo principe molte persone per denti de suoi cani faceva lacerare. Questo cane adunque, per il canetero lassato, puoi che il fanciullo ebbe nasato, se fece a disparte. Ma il principe non per questo revocando la innata crudeltate, cominci minaciar al Squarza che lo farebbe suspender per la gola; onde remettendo una crudelissima cagna per nome sibillina, parimente quella non volse molestar il fanciullo, che di continuo domandava perdono. Ma Giovanne Maria, pi obstinato nel suo furore, comand al malvagio canatero che scanasse lo innocente garzono, il che voluntiere exequendo, non ancora quegli cani volsino gustare dil suo sangue: ed in tal forma ne faceva morire, ed tanto in questa inaudita crudeltate se delect, che sino la nocte andava per la cit con il Giramo, inventore de si inaudita sceleragine e favoregiato da lui per tanto horrendo maleficio, caciando il sangue umano come li cazatori ne boschi le sevissime fere. Cos il Corio(622), il quale nella sua giovent avr inteso questi atrocissimi fatti da'vecchi che n'erano stati dolenti spettatori. Il Biglia poi scriveva le cose de'suoi tempi, e poteva essere testimonio di veduta. Ho voluto narrar questi orrori colle parole altrui, per risparmiare a me stesso la pena di descrivere cose tanto crudeli, e per togliere ogni sospetto sulla verit dei fatti.
La condotta del duca Giovanni Maria era quella d'un vero pazzo furioso; poich nel mentre ch'egli insultava l'umanit, la giustizia, la natura istessa coi mastini, compagnia degna di un tal principe, egli sopportava che Facino Cane a suo pieno arbitrio non solamente dominasse Alessandria, Tortona, Novara ed altre terre, ma disponesse da sovrano, e in Milano ed in Pavia, ogni cosa a suo piacimento, per modo che il Biglia ci lasci scritto: nec multo post Facinus Mediolanum advocatur, ut nihil jam illi ad utriusque dominium praeter nomen deesset, omnia uni parebant, omnia pro illius imperio statuebant, ne tanto quidem ad impensas juvenum relicto quod vitae satisfacerent(623). Appena i due giovani principi avevano di che mangiare. Il duca aveva fatta colla citt di Milano una convenzione, la quale si trova nell'archivio della citt, e venne pubblicata dal conte Giulini(624). In vigore di tal carta egli si sottopose in molta parte a que'limiti che presentemente fissa la costituzione della Gran Brettagna al sovrano, almeno per riguardo al tributo. Le regalie tutte le cedette alla citt, alla quale diede in propriet ogni sorta di carico non solo, ma persino gli stessi beni suoi allodiali; e ci a condizione che la citt gli sborsasse sedicimila fiorini al mese, ossia centonovantaduemila fiorini all'anno. Il primo duca aveva da tutto il suo Stato un milione e duecentomila fiorini all'anno(625); ma ora non rimaneva a questo secondo duca se non Milano, e non era tenue quella somma per que'tempi. N questo fu pure il limite a cui si tenne il duca. Volle che la citt diventasse, in certo modo, anche amministratrice dei centonovantaduemila fiorini; e stabil che per la sua persona se gli sborsassero ogni mese duemilacinquecento fiorini, per mantenimento della sua corte, cavalli, tavola e vestito: del rimanente la citt doveva pagare ottomila fiorini di stipendio per ogni mese a cinquecento lance, tremila fiorini al mese per lo stipendio di mille fanti, mille altri fiorini al mese per la guardia del corpo, e millecinquecento fiorini al mese per soldo ai consiglieri ed ai giudici. Questo contratto (che dava una esistenza morale al corpo politico, creandolo legittimo percettore del tributo, e un essere vivente interposto fra il sovrano ed il suo popolo, avendo un debito fisso col primo, ed un dritto e una giurisdizione sul secondo) poteva essere una nobilissima beneficenza verso della patria in tutt'altro principe; ma era una stolida imbecillit in quel Giovanni Maria, incapace di governare. Tutto era in combustione e in disordine: Vulgus quidem, dice il Biglia, annonae copia delinitum; caeteri, quicumque bonorum civium loco essent, intolerandis tributis gravabantur... Multi vel publica vel privata licentia interfecti(626). I mali pubblici, l'odio contro l'infame duca, il profondo disprezzo che si era egli meritato, giunsero finalmente al colmo. (1412) I due fratelli Andrea e Paolo Baggi, ai quali il sovrano aveva fatto ammazzare un fratello chiamato Giovanni; Giovanni della Pusterla, nipote dell'infelice castellano di Monza sbranato da'cani, e cugino dell'altro disgraziato fanciullo scannato; Francesco e Luchino del Maino, cui il duca aveva fatto decapitare due fratelli, e sbranare da'cani Bertolino, loro parente, si collegarono, e varii altri ad essi si unirono per togliere dal mondo quel mostro crudele, pazzo, debole, imbecille e ferocissimo; e il giorno 16 di maggio dell'anno 1412 lo colsero, non si sa bene se nella chiesa di San Gottardo, ovvero in una sala di corte mentre s'inviava alla chiesa, e lo lasciarono sul momento morto dalle ferite. Il duca Giovanni Maria cos termin la obbrobriosa sua vita, nell'et giovenile di ventiquattro anni non per anco compiuti, dopo di aver portato il nome di duca per quasi dieci anni. La universale detestazione contro di lui si manifest con segni inusitati, poich nemmeno si volle rendere al di lui cadavere il vano onore della pompa funebre: e una donna della pubblica prostituzione fu la sola che diede un segno di piet, gettandogli sopra un canestro di rose. L'infame Squarcia Giramo fu dalla plebe clto e strascinato per le strade, indi appeso per la gola alla sua casa.
Alcuni de'nostri scrittori hanno preteso di farci credere che il duca Giovanni Maria coltivasse le belle lettere; se ci mai fosse, ridonderebbe un tal fatto piuttosto in disonore delle lettere che in lode di quell'anima perversa; perch proverebbe che si pu anche da un cuore insensibile gustare la venust e la grazia del Petrarca, il che per sembra una contraddizione. So che la filosofia, le lettere, la musica, la pittura, le arti tutte hanno i loro ipocriti, come gli ha la virt, come gli ha la religione; ma un giovine dissoluto che si diverte a far lacerare gli uomini dai cani, non  sulla strada d'alcuna ipocrisia.
Sarebbe un problema da esaminarsi tranquillamente da un uomo ragionevole e non ambizioso, se veramente Matteo Visconti abbia procurato un bene a se stesso e alla sua casa, innalzandosi al trono. Lo stesso Matteo I mor di rammarico per gl'interdetti e le scomuniche; Galeazzo I, suo figlio, cess di vivere per i lunghi patimenti sofferti nel carcere; Stefano per di veleno; Marco venne gettato da una finestra; Luchino fu avvelenato dalla moglie; Matteo II fu ucciso violentemente dai fratelli; Barnab mor in carcere a Trezzo di veleno; Giovanni Maria fu trucidato.  una gran massa di sventure cotesta, accadute ad una famiglia in meno di cento anni! Nella condizione privata  ben difficile che ne accada altretanto. Azzone e Giovanni furono i due soli principi felici, perch sensibili, benfici e virtuosi, ma fu breve il loro regno. Egli  vero per che questo seguito di miseri casi nacque per i vizi di que'sovrani; quando, nella serie di cinque secoli dell'augusta casa d'Austria non troveremo veruna traccia de'mali che in meno d'un secolo sopportarono i Visconti.
Il duca Giovanni Maria non lasci figli: Juvenem his monitis imbuerunt, dice il Biglia, ut jam uxorem, si non repudiatam, certe pro dissociata haberet(627); n della duchessa Antonia, figlia di Malatesta de'Malatesti, si  inteso pi cosa alcuna. Filippo Maria era giunto all'et di vent'anni. Egli era il solo avanzo che rimanesse nella discendenza di Gian Galeazzo; ma se ne stava nascosto e pauroso nel castello di Pavia; solo spazio sicuro che gli restava sulla terra. Pavia, Milano e tutto il rimanente dello Stato, era occupato da piccoli sovrani. Quasi ogni citt si era creato un conte. Il pi potente fra questi nuovi divisori del dominio era, siccome dissi, Facino Cane, al di cui stipendio viveva una schiera di militi de'migliori di que'tempi, avvezza a vincere sotto il comando di Facino. Egli in fatti era il padrone di Milano, di Pavia, di Alessandria, di Novara, di Tortona e di altre terre; e non gli mancava altro che il titolo di duca. Anzi vi  tutta l'apparenza di credere che lo sarebbe diventato, e colle armi avrebbe ricuperato per se medesimo la successione del primo duca, poich fu estinto Giovanni Maria, e nessun altro rimaneva che il timido Filippo Maria; ostacolo di mera opinione, facile a togliersi colla fede e colla morale di quel secolo d'orrore. Ma il potere supremo dispose altrimenti, e decret che nel medesimo giorno 16 di maggio dell'anno 1412 Giovanni Maria morisse trucidato in Milano, e Facino Cane morisse in Pavia di natural malattia. Il momento era giunto al fine in cui i figli dell'oppresso Barnab potessero far valere le loro ragioni. Non v'era forza che potesse far loro valida resistenza; e il governo civile di Milano era talmente sconnesso ed incerto, che nulla pi doveva costare ad essi impadronirsene che lo stendervi la mano. In fatti Estore Visconti, figlio naturale di Barnab, nato da Beltramola dei Grassi, negli ultimi anni del regno del duca Giovanni Maria s'era impadronito di Monza; e pare che da col aspettasse il momento per rendersi signore di Milano; e cos fece spirato che fu il duca. Siccome poi l'origine sua poteva dar luogo a chi volesse trovare illegittima la sua dominazione, cos Estore si associ Giovanni Carlo Visconti, discendente legittimo del signor Barnab, perch figlio di Carlo e di Beatrice d'Armagnac. Ebbero questi due (zio e nipote) un frate domenicano, chiamato Bartolommeo Caccia, che peror e predic tanto, che indusse il popolo di Milano a riconoscere Estore e Giovanni per sovrani; e tali durarono per un mese di tempo, cio sino al giorno 16 di giugno dello stesso anno 1412. Questi apocrifi sovrani batterono moneta, in cui s'intitolarono bens signori, ma non duchi di Milano; ed io ne ho nella mia raccolta. Tale era la situazione di Filippo Maria, che poteva assumere bens il titolo di duca di Milano, ma non ne possedeva propriet alcuna, e mancava d'ogni mezzo per deprimere gli usurpatori. Una sola via poteva aprirsegli per riascendere. Gli stipendiati di Facino Cane erano un corpo ragguardevole di bravi soldati, affezionatissimi al loro generale, e dopo la morte di esso alla di lui vedova Beatrice Tenda. Se il nuovo duca sposava questa vedova, da cui dipendevano alcune citt e questo corpo di armati, era da sperarsi che quei militi, fedeli alla vedova, combattessero con impegno in favore del nuovo di lei marito. Tal consiglio provvidamente venne suggerito al duca Filippo Maria. Si entr a trattar quest'affare; e quantunque la vedova Beatrice avesse l'et d'essere madre dello sposo che le veniva proposto, ader all'offerta e spos il giovine duca. Con tal atto si trov il duca immediatamente padrone di Pavia, di Tortona, di Novara, di Alessandria e de'soldati di Facino. Il primo passo era quello di scacciare da Milano Estore Visconti. Quindi Filippo Maria, chiamati intorno di s i fedeli stipendiati di Facino Cane, s'incammin da Pavia a Milano. Que'militi intrepidi riguardavano il duca come un figlio del loro amato padrone, e fecero s bene, che Estore dovette abbandonare la citt appunto il giorno 16 di giugno, siccome ho detto; e ritiratosi nel castello di Monza venne ivi assediato, e dopo alcuni mesi vi rimase ucciso da un colpo di spingarda, che gli fracass una gamba. Il cadavere di Estore Visconti si conserva incorrotto e visibile in un cortile di fianco alla chiesa di San Giovanni di Monza; e si riconosce la rottura della gamba. Appena fu padrone di Milano Filippo Maria, III duca, gir per la citt, e mostr al popolo umanit ed accoglienza. Ma quanti pot avere dei complici della morte del duca Giovanni Maria, tanti morirono col supplicio, e taluni squartati, e le loro membra inchiodati alle porte della citt, e le teste, conficcate in cima di lunghe aste, vennero piantate sul campanile della piazza de'Mercanti. Le case de'congiurati furono abbandonate al saccheggio; e cos cominci il suo regno il duca Filippo Maria. Fra i militi di Facino Cane vi era un soldato di fortuna, Francesco Carmagnola, uomo di grand'animo, che aveva i talenti di un buon generale, e che colla superiorit del suo merito aveva dato persino gelosia al suo antico padrone, che pure era grande uomo di guerra de'suoi tempi. Il duca non era fatto per comandare in persona: egli era timido, inerte, superstizioso, amante della solitudine. Egli fortunatamente ascolt il consiglio di Beatrice sua moglie, e colloc nel Carmagnola il comando e la confidenza. Francesco Carmagnola fu dichiarato conte; innalzato, arricchito e beneficato dal duca. Il conte Francesco alloggiava in Milano nel palazzo in cui ora si radunano i Corpi civici. Premeva al duca di riacquistare Lodi, citt distante appena venti miglia da Milano. Giovanni Vignate s'intitolava conte di Lodi, e ne era il padrone. Una tregua si era sottoscritta fra il duca e lui; quindi il Vignate, fidandosi al gius delle genti, senza alcun sospetto veniva qualche volta a Milano. (1416) Egli un d non ebbe timore di porre piede nel castello in cui stavasene appiattato ed invisibile il duca; ed ivi, il giorno 19 di agosto dell'anno 1416, venne a tradimento arrestato, malgrado la tregua, e trasportato a Pavia, ove fu riposto in una gabbia di ferro. Contemporaneamente le truppe ducali sorpresero Lodi e fecero prigionieri Luigi Vignate, figlio del conte; il padre ed il figlio passarono nelle mani del carnefice; e con tal mezzo il duca s'impadron di Lodi. Loterio Rusca, signore di Como, credette di fare un buon contratto cedendo al Duca la sua sovranit per quindicimila fiorini d'oro. Crema ritorn in potere del duca, perch il nipote del conte di Crema, Giorgio Benzone, trad suo zio e v'introdusse le armi ducali.
Stavasene il duca Filippo Maria inaccessibile nel castello di Milano, senza che mai fosse veduto nella citt. Le strade di Milano, le mura istesse diroccavano, e si lasciavano senza riparazioni. Quel principe credeva all'astrologia; e questa era forse anco la sola norma della sua morale e di tutte le sue azioni. Quando la luna era in congiunzione col sole, egli s'intanava in qualche angolo del castello pi solitario, e non voleva mai dare risposta, n permetteva nemmeno che alcuno la desse per lui. Aveva una macchina egregiamente lavorata; quest'opera di orologeria dinotava il movimento dei pianeti, e quest'era l'oggetto della pi frequente osservazione del duca. Se taluno lo interpellava per avere i suoi ordini del momento che egli credesse infausto, o taceva, ovvero rispondeva soltanto: aspetta un poco. Egli aveva i suoi astrologi, i quali erano i pi cari di lui consiglieri, e quelli che influivano pi d'ogni altro nel governo dello Stato. Le forze del duca Filippo Maria ci vengono descritte da Andrea Biglia. Il conte Francesco Carmagnola era alla testa degli stipendiati ducali. Settecento cavalieri formavano la guardia del corpo: il Biglia li chiamava familiares. Due squadroni, ciascuno di settecento cavalieri, formavano due corpi di lance spezzate, lanceas laceras. Aveva altra cavalleria comune, in tutto quattromila cavalli. D'infanteria egli aveva allo stipendio mille uomini scelti, tutti coperti di lucidissime armature, qui totis armis lucerent; e il rimanente dei fantaccini, ben corredati, ascendeva a pi di quattromila uomini(628). Tale armata si preparava a marciare contro del marchese di Monferrato; il quale, per evitare la guerra, cedette al duca Vigevano. (1418) Cos il duca, da Beatrice Tenda, ottenne la ricuperata sovranit di Milano, Pavia, Lodi, Como, Vigevano, Alessandria, Tortona e Novara; e da queste otto citt e dall'armata ebbe i mezzi per dilatare nuovamente i confini dello Stato, siccome fece. Doveva il duca venerare la sua benefattrice pi della stessa sua madre. A lei doveva tutto, persino l'esistenza, che gli sarebbe sicuramente stata levata, se non aveva il di lei soccorso. Essa con tutto ci soffr il trattamento di essere (malgrado l'et sua e la sua virt) dal marito incolpata d'avergli violata la fede per un giovine cavaliere, nominato Michele Orombello, che era al di lei servizio. Questo giovine era veramente di amabile aspetto e di pari maniere; e talvolta la duchessa passava qualche ora con minore noia, facendolo suonare il liuto. Volle il duca che venisse imprigionata in Binasco l'infelice Beatrice Tenda; e il non meno disgraziato cavaliere fu parimenti posto nei ferri. Si fecero soffrire ventiquattro strappate di corda alla duchessa, come ci narra il Corio(629). Furono condannati e l'una e l'altro a perdere la testa sotto la scure; il che si esegu in Binasco nell'infausta notte susseguente al giorno 13 di settembre dell'anno 1418. Il Corio ci attesta che, per liberarsi dagli strazi della tortura, la duchessa incolpasse se medesima; ma poi, in presenza degli ecclesiastici che l'accompagnarono al patibolo, prima di sottoporvi il capo, chiamasse Iddio in testimonio dell'incolpabile sua innocenza. Ci dice il Biglia che il giovine Orombello, lusingato di potere sfuggire il supplicio calunniando la duchessa, preferisse la vita alla virt, sebbene in fine perdesse e l'una e l'altra; e che la duchessa, avanti il patibolo, da donna forte e virtuosa, rimproverasse la vile colpa all'Orombello, e protestando la innocenza propria, chiamandone testimonio Iddio, piegasse il capo alla mannaia. Fosse il peso d'un troppo grande beneficio insopportabile all'anima del duca; fosse ambizione, per cui si sdegnasse d'aver per moglie una che non era di famiglia sovrana; fosse noia d'avere una compagna d'un'et matura; fosse l'amore ch'egli gi nutriva per Agnese del Maino, colla quale visse poi sempre, ed a cui null'altro manc se non il nome di moglie; fosse una trama di qualche abbietto favorito, a cui non tornava bene che il duca ascoltasse fedeli consigli; fosse perfine ci prodotto da qualche astrologica predizione che promettesse al duca felicit da un tal colpo; qualunque ne fosse il motivo, tale fu la mercede che Filippo Maria seppe rendere ai benefici ricevuti da quella sventurata donna. Trema la mano nello scrivere tali abbominazioni!
La citt di Piacenza era stata occupata da principio da Facino Cane; poi se n'era preso il dominio Filippo Arcelli. Il fratello ed il figlio di questo signore caddero in potere del duca; il quale, memore di quanto col Fogliano aveva quarantasei anni prima fatto Barnab, fece piantare a vista di Piacenza due forche, e fece intimare la resa a Filippo Arcelli, minacciandogli altrimenti di fare impiccare Bartolomeo e Giovanni, il fratello ed il figlio. Non credette Filippo che il duca volesse a tal segno disonorarsi, e ricus di cedere la sovranit. Que'due illustri ed innocenti gentiluomini furono ben tosto impiccati, a vista della madre medesima, che da una finestra s'accorse dell'orribile sventura, e colle smanie accrebbe talmente l'intima desolazione del marito, che se ne usc da Piacenza sconosciuto; e cos quella citt ritorn in potere del duca il giorno 13 di giugno dell'anno 1418. (1419) Bergamo era posseduta dai Malatesta; ma il conte Francesco Carmagnola la sorprese e la riacquist al duca il giorno 24 di luglio l'anno 1419; il che vedutosi da Gabrino Fondulo, signore di Cremona, stim di vendere al duca la sua sovranit per trentacinque mila fiorini, ossia ducati d'oro. Il marchese di Ferrara, Nicol d'Este, cedette Parma al duca il giorno 28 di novembre l'anno 1420. Brescia da Pandolfo Malatesta fu ceduta al duca, il giorno 15 di marzo dell'anno 1421, per il prezzo di trentaquattromila fiorini d'oro. Tanto erano temute e fortunate le armi ducali sotto il comando dell'intrepido ed esperto conte Francesco Carmagnola, che port questi l'assedio sotto di Genova; citt che sessantotto anni prima s'era data a Giovanni arcivescovo, e che, dopo tre anni essendosi sottratta, inutilmente era sempre stata addocchiata dal primo duca. Il valoroso conte la costrinse alla resa; e il giorno 2 di novembre dello stesso anno 1421 capitol la citt e riconobbe per suo signore il duca di Milano. Filippo Maria prescrisse da buon astrologo l'ora e il momento in cui dovevasi fare la funzione del possesso di Genova(630). I Genovesi per quattordici anni dopo scossero nuovamente il giogo dei Visconti. (Il signor don Carlo de'marchesi Triulzi, cavaliere di moltissima erudizione, ha nella sua collezione di monete il fiorino d'oro di Genova regnandovi il duca Filippo Maria, ed io ho delle monete d'argento pure di Genova col nome e collo stemma del medesimo duca). Poi dal duca d'Orleans ebbe il Visconti per cessione Asti: citt che da suo padre era stata, come dote della principessa Valentina, ceduta al conte di Valois trentacinque anni prima. Fece il duca altri acquisti nella Romagna, cio Forl, Imola, Faenza. (1424) A tale stato di grandezza era giunto il duca Filippo Maria l'anno 1424, che possedeva venti citt acquistate colle nozze della infelice duchessa, e colla fede e col valore del conte Francesco. Le citt erano Milano, Como, Brescia, Bergamo, Lodi, Crema, Cremona, Piacenza, Parma, Faenza, Imola, Forl, Pavia, Alessandria, Tortona, Genova, Asti, Vercelli, Novara e Vigevano, tutte acquistate nel breve spazio appena di dodici anni. Avrebbe il duca sottomesse ancora le altre quindici citt che gli mancavano per ricuperare lo Stato di suo padre; avrebbe fors'anco esteso ancora pi in l i confini; se, tenendosi inaccessibile, invisibile e sempre attorniato da uomini da nulla, fra i quali il primo era certo Zanino Riccio, non avesse tagliato a se medesimo la mano destra col diffidare del conte Carmagnola, dopo le non interrotte prove del di lui animo. La superiorit dei talenti del conte, e la grandezza colla quale suggeriva i buoni consigli al suo principe, facevano tremar di paura gli abbietti uomini che attorniavano il duca. S'avvedevano ben essi che quel generale non avrebbe mai fatto lega n cogli astrologi, n coi parassiti che deludevano il sovrano. Formarono quindi il progetto di alienar l'animo del duca dal conte Carmagnola, e mentre il conte gli sottometteva le citt, facevano malignamente risuonare all'orecchio di Filippo Maria l'amore dei soldati, la riverenza de'popoli sempre crescente verso del Carmagnola. Quindi ogni d pi rendevano timido il duca appiattato, invisibile ad ognuno, fuori che ad essi; a tal segno ch'ei non usciva dal castello di Milano, se non dalla parte solitaria dei campi; per di l passando al castello di Abbiategrasso, ove parimenti stavasene solitario ed occultato. Basta il dire ch'egli non venne mai in Milano, se non quella prima volta che ho detto. Bloccato in tal maniera il duca, nulla ei pi sapeva degli affari, di quanto volevano dirgliene quei vili intriganti cortigiani. Costoro a poco a poco fecero nascere il pensiero nel duca di collocare il conte stabilmente al governo di Genova, finch gli tolse il comando dell'armata. Il conte da Genova andava scrivendo al duca, illuminandolo sul proposito degl'interessi del suo Stato, e lagnandosi de'torti. Ma le lettere nemmeno giugnevano al duca. Se ne avvide il conte, e lasciando Genova si port alle porte del castello d'Abbiategrasso, chiedendo umilmente di essere ascoltato; ma gli venne risposto che esponesse le sue occorrenze a Zanino Riccio. Il Carmagnola alz la voce colla speranza di essere inteso dal duca, e protest che quel principe era attorniato da traditori e malvagi cortigiani. Le guardie avevano militato sotto di lui; sebbene animate ad arrestarlo, non l'osarono. Il conte allora, rimontato sopra il veloce destriero, su cui erasi ivi improvvisamente portato, forse si pentir, disse, in breve il duca di non avermi ascoltato; e spron il cavallo e disparve da un luogo dove non era stato senza pericolo; quindi per vie sicure se ne and a Venezia, ove offr i suoi servigi a quella repubblica, da cui vennero accettati con somma onorificenza.
Le avventure del conte Carmagnola sono interessanti. Il momento in cui sconsigliatamente volle il duca disgustare quel benemerito generale, fu quello in cui la fortuna dello Stato si cambi; e laddove sino a quell'ora sempre la vittoria, le conquiste o le dedizioni avevano contrasegnati gli anni del suo regno, da quel punto cominci a contrasegnarli colle inquietudini, colle sconfitte, colle umiliazioni e colle perdite. Appena era partito il conte, che il duca stese la mano confiscatrice su tutti i poderi suoi, e si riprese tutt'i doni che gli aveva fatti. Tese varie insidie per averlo prigione; ma non gli riuscirono. Tent il veleno, e certo Giovanni Liprandi, milanese, che aveva per moglie una Visconti, provossi a Treviso di avvelenare il conte: il che verificato, perd poi la testa a Venezia. A tali infami azioni s'abbassava il duca per consiglio di Zanino Riccio, e d'altri vigliacchi ed astrologi, pari a lui, mentre in vece con qualche onesto partito nulla sarebbe riuscito pi facile che l'accomodarsi col Carmagnola, gi affezionatissimo nel suo cuore al Visconti, siccome accade sempre di esserlo, quando si sono fatti insigni benefici, pe'quali amiamo il beneficato come cosa nostra. Il conte, pagato con tanta ingratitudine, insidiato in cos bassa ed atroce maniera, conobbe non rimanergli pi altro partito che l'operare da nemico. Egli adunque consigli ai Veneziani di legarsi co'Fiorentini. Temevano i primi di perdere Verona e Vicenza, occupate recentemente sotto l'infame governo dell'ultimo duca. I Fiorentini vedevano gi nuovamente inoltrata nella Romagna quella sovranit de'Visconti, che ventiquattro anni prima aveva esposto all'estremo pericolo la loro repubblica; quindi si unirono co'Veneziani. (1426) Il re Alfonso di Napoli si un alle due repubbliche; ed il conte Francesco Carmagnola, l'anno 1426, ricevette solennemente dalle mani del doge di Venezia lo stendardo di San Marco, e venne dalla repubblica dichiarato capitano generale dell'armata terrestre, coll'assegnamento, cospicuo per que'tempi, di dodicimila annui fiorini, ossia ducati d'oro. Ci fatto, il Carmagnola si port sul Bresciano. Egli conosceva quel paese, poich sei anni prima vi aveva guerreggiato per riacquistarlo al duca e scacciarne i Malatesti. Era celebre la battaglia ch'ei vinse l'anno 1420, il giorno 8 di ottobre; ora si trattava di acquistar Brescia ai Veneziani. Il conte ne scacci l'armi del duca. Il comandante che Filippo Maria aveva posto alla testa delle sue armi invece del Carmagnola, era Guido Torello; uomo che non pareggiava i talenti del Carmagnola. Sotto del Torello combattevano Niccol Piccinino e Francesco Sforza, uomini di merito; ma il primo di questi due si sdegnava d'essere sotto il comando d'un generale ch'egli non credeva superiore a se stesso; l'altro era ancor giovine, focoso ed inesperto. Oltre ci, passavano fra tutti e tre quelle rivalit che, tendendo a farsi reciprocamente scomparire, rovinavano il sovrano e lo Stato, del quale ad essi era consegnata la difesa. Presa Brescia, era da temersi che la guerra non s'avanzasse nel centro del dominio; e perci dovette il duca richiamare le truppe dalla Romagna, e abbandonare per sempre Forl, Imola e Faenza, che appena da due anni erano sue. (1427) Il conte Francesco Carmagnola diede una sconfitta ai ducali il giorno 11 ottobre 1427. Quasi tutti i generali del duca, e quasi tutti i suoi soldati rimasero prigionieri. Oltre i gi nominati erano nell'esercito ducale altri generali, cio il conte di Cunio Alberico da Barbiano(631), Cristoforo Lavello, Carlo Malatesta ed Angelo della Pergola; uomini che tutti avevano buon nome nella guerra. Conseguenza ne venne che Bergamo pass in potere de'Veneziani l'anno 1428. Cos Zanino Riccio fece perdere al duca ed a'suoi successori non solo Vicenza e Verona, che si dovevano ricuperare, ma Brescia e Bergamo, e quasi tutta la terra ferma che possedette poi ed attualmente possede la repubblica di Venezia. Se il conte Carmagnola fosse stato d'animo costante, il duca Filippo Maria sarebbe rimasto con Zanino Riccio; anzi sarebbe stato abbandonato ben presto da quell'istesso infingardo, che non amava se non la fortuna del duca. Gi Filippo Maria aveva dovuto cedere al duca di Savoia Vercelli, per contentarlo e non soffrire invasione anche da quella parte. Il marchese di Monferrato, i Fiorentini, i Veneziani ben presto gli toglievano il restante de'suoi Stati. Il Carmagnola, dopo la presa insigne dell'armata ducale, non aveva pi contrasto: e Cremona, Crema, Lodi rimanevano, se lo voleva, in potere de'Veneziani. Ma quando vide il conte posto il duca a mal partito, cess di far la guerra con vigore; anzi non serv pi con buona fede i Veneziani. O foss'egli allontanato, per una ripugnanza dell'animo, dal portare cos la distruzione ad un principe dal quale aveva un tempo ottenuto gli onori e sotto del quale aveva acquistata la celebrit; ovvero fosse egli ancora nella fiducia che, umiliato il duca, venisse a fargli proposizioni di accomodamento, e gli sacrificasse i meschini nemici che avevano ardito di nuocergli, cio i vilissimi cortigiani suoi; o qualunque ne fosse il motivo, il conte Francesco Carmagnola, malgrado il dissenso de'procuratori veneti, e malgrado la decisa loro opposizione, volle rimandare, disarmati bens, ma liberi al duca tutti i generali ed i soldati numerosissimi che aveva fatti prigionieri nella vittoria del giorno 11 ottobre 1427. Il duca in pochi giorni arm di nuovo e rimont questi militi, ed  molto degno di osservazione questo fatto, cio che due soli artefici di Milano in pochi giorni gli diedero le armature per quattromila cavalli e duemila fanti, sapendosi che in que'tempi gli uomini si coprivano tutti di ferro; il che prova quanto si  accennato al capitolo duodecimo sulla grandiosa manifattura d'usberghi, d'elmi e d'ogni lavoro di ferro, che v'era in Milano. Anche i quattromila cavalli ben tosto li ritrov il duca dalle razze del suo Stato; e cos il Carmagnola poco dopo ebbe nuovamente di fronte quella stessa armata che aveva avuta inerme in suo potere. Il seguito delle sue imprese sempre pi fece palese il suo animo, poich trascur tutte le occasioni, e, lentamente progredendo, lasci sempre tempo ai ducali di sostenersi. (1432) In somma giunse a tale evidenza la cattiva fede del conte Francesco Carmagnola, che venne, dopo formale processo, decapitato in Venezia, il giorno 5 di maggio dell'anno 1432, come reo di alto tradimento. Tale fu il fine che fece il conte Francesco; uomo che non aveva i vincoli sacri della patria e della famiglia, i quali ammorzarono la vendetta nell'animo di Coriolano; uomo che sarebbe un eroe, se non avesse macchiato l'ultimo atto della sua vita colla infedelt.
Pi ancora di quelle del Carmagnola interessano la storia di Milano le vicende di Francesco Sforza. Questi era romagnuolo. La di lui famiglia era di Cotignola. Il primo che s'era fatto qualche nome, era il di lui padre Giacomo Attendolo (tale era il vero di lui cognome); poich, servendo questi sotto il comando del conte Alberico di Zagonara, da esso ebbe il sopranome Sforza, il quale pass nel di lui figlio Francesco, e divenne poi nome di casato. Francesco Sforza (che fu poi il quarto duca di Milano, e il pi grand'uomo e il pi gran principe del suo tempo) nacque in San Miniato, il giorno 23 luglio dell'anno 1401, ed ebbe per madre Lucia Trezania. Niente ancora vi era d'illustre in lui, se non l'ardor militare, ed il nome che nella milizia si era fatto suo padre. Egli aveva ventiquattro anni, allorch, sulla fama del valore da lui mostrato nel regno di Napoli, il duca lo invit al suo stipendio, disgustato che ebbe il conte Carmagnola. Una delle prime imprese che Francesco Sforza ebbe in commissione dal duca, fu quella di soccorrere Genova, attaccata dai nemici; ma ne usc con poca fortuna, poich, innoltratosi imprudentemente e con inconsiderato impeto, fu malamente battuto e posto in fuga; per lo che il duca lo rileg per due anni a Mortara, ove rimase privo di stipendio. Terminato il castigo, i cortigiani del duca, non saprei per qual motivo, cercarono di fargli entrare in grazia Francesco Sforza; e la cosa giunse a segno che, non avendo altri discendenti il duca, fuori che una figlia naturale chiamata Bianca Maria, pens di darla a Francesco Sforza. Bianca Maria era nata da Agnese del Maino, colla quale viveva il duca come se fosse vera sua moglie. Quella donzella non aveva per anco finiti gli otto anni, allorch il duca, l'anno 1432, il giorno 13 di febbraio, stabil il contratto di nozze. Considerava in quel momento il duca di farsi per adozione un figlio, al quale passare il suo Stato, e quindi interessarlo a difenderlo: figlio tanto pi caro, quanto pi quel meschino principe era lacerato nella solitudine da'timori che Zanino Riccio e i suoi pari facevano nascere contro de'generali; i quali naturalmente non si saranno degnati mai di mostrare deferenza a quella feccia di uomini da cui era il duca attorniato. Cercavano, innalzando lo Sforza, di umiliare il Piccinino, il Torello e gli altri. Ma poich lo Sforza fu innalzato, la di lui ombra dispiaceva a quei raggiratori, temendo forse un avvenire cattivo per essi. E perci si posero colle arti consuete a gettare il veleno nell'animo del principe, loro schiavo, e a fargli nascere il pentimento e la diffidenza, a segno che il duca pose delle insidie persino alla vita del disegnato suo genero. Francesco Sforza se ne usc dalle mani del duca, si ricover presso de'Fiorentini, nemici de'Visconti, e si pose al loro stipendio. Si collegarono i Fiorentini e i Veneziani a danno del duca, e il generale comandante delle armi collegate fu lo stesso Francesco Sforza. Anche il papa aveva acceduto alla lega. Io non descriver, nemmeno questa volta, le minute azioni militari. Dir soltanto che gli affari del duca piegavano assai male. Il duca era giunto all'et di cinquant'anni. Egli era mostruosamente pingue, e la sanit sua diventava inferma. La vita inerte che menava, ed i sospetti continui fra quali veniva tenuto dagli officiosi nemici che aveva intorno, affrettarono la di lui morte; egli s'accorgeva della propria decadenza. I generali di questo invisibile sovrano (che non si era mai presentato una sol volta in vita al nemico, che dava e toglieva il favore a norma de'pianeti non solo, il che sarebbe a caso, ma dei maligni interessi di quei poltroni che gli stavano intorno) cominciarono a fare un accordo fra di loro per dividersi la sovranit. Il Piccinino divisava d'avere per s Piacenza; il Sanseverino, Novara; Luigi dal Verme, Tortona; il Fogliano, Alessandria; altri, altro distretto. In somma il duca si trov sotto di un cielo coperto da nubi procellose, che minacciavano da ogni parte. Il solo uomo capace di liberarlo nell'estrema angustia era Francesco Sforza. Rivolse i trattati a lui, e ben vedendo che troppo instabile appoggio sarebbe stato l'offerire al genero eletto il suo pentimento, gli offr la sovranit del Cremonese e di Cremona sino da quel momento; pronto a dichiararlo conte e sovrano di essa, e a celebrare lo sposalizio di Bianca Maria. Accett la proposizione Francesco Sforza, ma non si fid di venire a Milano. (1441) Ma poich consegnata gli venne la sovranit di Cremona, e poi ch'ivi fu sicuro, in Cremona stessa spos Bianca Maria, il giorno 25 di ottobre dell'anno 1441. La sposa aveva diciasette anni, e lo sposo ne aveva quaranta. Il duca Filippo, sempre divorato da sospetti e dominato dall'astrologia, torn a detestare lo Sforza a segno che fece uccidere da'suoi sicari Eusebio Caimo che aveva maneggiate le nozze di Bianca Maria; (1444) e quell'infelice cavaliere venne scannato in Duomo mentre pregava avanti l'altare di Santa Giuditta, il giorno 8 di aprile, l'anno 1444(632). Tent poi il duca di rapire colle armi Cremona, quantunque l'avesse data in dote a sua figlia; e buona parte di quel contado era gi in potere delle sue armi. Il conte Sforza fu costretto d'impetrare l'aiuto de'Veneziani, i quali mandarono forze tali, che non solamente liberarono il Cremonese e lo restituirono al suo legittimo nuovo signore, ma tolsero al duca Treviglio, Caravaggio, Cassano ed altre terre, e si presentarono persino sotto le mura di Milano l'anno 1446. Il duca tremava nel suo castello di Milano, invocava persino con vili sommissioni la piet del genero, e lo lusingava della eredit dello Stato. Francesco si mosse; lo difese: ma perdette Casalmaggiore, Soncino, Romanengo ed altre terre, che i Veneziani tolsero al conte, il quale loro non era stato fedele. Ogni minuta circostanza  interessante nel conte Sforza, che fu poi il quarto duca di Milano, non per testamento di Filippo Maria, ma per altre combinazioni, come vedremo pi avanti, e fu lo stipite della seconda dinastia de'duchi di Milano.
Il Sassi(633) e l'Argelati(634) pretendono che il duca Filippo Maria amasse e proteggesse le lettere. Il Decembrio, che tanto minutamente ha scritta la di lui vita, e che fu testimonio delle azioni di lui, ci assicura diversamente: humanitatis ac litterarum studiis imbutos neque contempsit, neque in honore praetioque habuit, magisque admiratus est eorum doctrinam, quam coluit(635). Ci racconta lo stesso autore che Antonio Raudense aveva tradotte in italiano a Filippo Maria alcune vite degli uomini illustri, senza che il duca lo avesse mai nella sua grazia; sebbene quel traduttore gli rendesse intelligibili quei monumenti che il primo non poteva capire nella loro lingua originale. Francesco Barbula, poeta greco di qualche merito, rifugiatosi a Milano, non pot ottenere dal duca nemmeno il viatico per portarsi altrove. Ciriaco Anconitano, uomo di lettere, fu scacciato dalla corte del duca. Tutta la vita di quel principe ci dimostra ch'egli non era capace di sentire alcuna stima. Questa emozione non la provano se non le anime che la meritano.
Ci rimane un testimonio autentico della rozza imperizia di quel principe nelle monete battute durante il suo governo, nelle quali per lo pi  scolpito il nome Filipus con due errori nel suo medesimo nome. Un altro solenne monumento ne abbiamo nella barbara poesia sotto la statua di Martino V, giacch sotto di un principe colto non si sarebbero posti i versi seguenti:

Cerne, viator, ave, hic stat imago simillima papae
Qui bonus Ecclesiam Martinus in ordine quintus
Pastor alit tibi, Roma etc...
Carminis est Bripius Joseph, ordinarius, auctor,
Doctor canonici juris, sacraeque magister
Teologiae etc.(636)

come pi diffusamente pu vedersi nel Duomo, ove in segno d'onore venne collocata sopra la barbara iscrizione la non meno barbara statua, di cui si legge:

... Ast hic praestantis imaginis auctor
De Tradate fuit Jacobinus, in arte profundus,
Nec Prasitele minor, sed major farier auxim.(637)

Non posso perdonare a taluno de'nostri autori storici, l'aver voluto paragonare ad Augusto il meschinissimo Filippo Maria, e farlo un protettore delle lettere e dei letterati. Egli era, convien dirlo, un principe da nulla.  vero che alcune epoche del regno di questo duca hanno un aspetto grandioso e brillante, n sembrano volgari. Quando le truppe ducali sotto del Carmagnola fecero prigioniere il comandante istesso nemico, Lodovico Migliorati, fu questi condotto a Milano, indi accolto dal duca con magnifica generosit; e poi da lui rilasciato onorevolmente libero e colmo di regali. Pi illustre riusc il fatto seguente. Il duca aveva preso parte in favore de'Francesi, che disputavano agli Spagnuoli il regno di Napoli. Ei fece uscire dal porto di Genova una flotta in aiuto dei Francesi, o, come allora dicevasi, degli Angioini contro degli Aragonesi. La flotta genovese fece s bene, che prese i due re di Navarra e di Aragona; e con essi rientr nel porto di Genova; togliendo i competitori alla casa d'Angi. Il duca ordin che questi illustri prigionieri venissero scortati a Milano, e il giorno 15 di settembre dell'anno 1435 Filippo Maria fu per questo insolito caso visibile, ed ammise alla sua udienza nel castello di Milano Alfonso, re d'Aragona; indi, il giorno 23 dello stesso mese fece lo stesso al re Giovanni di Navarra. I Genovesi, avendo acquistato que'due preziosi pegni, si aspettavano un riscatto proporzionato; ma il duca, dopo tre mesi, ne'quali e la corte e i pi ricchi signori di Milano gareggiarono per onorare splendidamente i due monarchi, generosamente, il giorno 8 di ottobre dello stesso anno, li lasci partire liberi. Tale atto fu tanto inaspettato e discaro ai Genovesi, che ben tosto si sottrassero dalla obbedienza del duca. Questi due fatti sembrano dinotare elevazione d'animo e generosit verso i vinti. Se mai per i consigli di Zanino Riccio, comprato da questi prigionieri, avessero cagionato tali determinazioni, si collocherebbero queste tranquillamente nella classe delle altre azioni volgari di Filippo Maria. Io credo anzi probabile che cos accadesse; perch un uomo ed anche un principe pu bens non avere nel corso della sua vita che una sola occasione per far cose grandi, ma non pu in due sole occasioni mostrare l'anima grande; la quale, quando v', in ogni giorno, in ogni fatto d inizio di se medesima, abbellisce ogni azione, e persino ne'vizi istessi porta un non so che di maestoso e di sublime. Parmi probabile ancora che l'orrore della morte di Beatrice Tenda sia nato, piuttosto che da animo atroce, dalla solita docilit ai consigli di Zanino Riccio e de'suoi simili. Il pinguissimo solitario duca non era sanguinario n violento; e quei manigoldi astuti che volevano regnare col nome del duca, dovevano togliergli d'intorno una moglie saggia ed avveduta. La selvatichezza di questo principe giunse a tal segno, che sembra quasi incredibile. Egli invit l'imperatore Sigismondo a ricevere la corona in Milano, dove, il giorno 25 di novembre dell'anno 1431, nella chiesa di Sant'Ambrogio fece la funzione l'arcivescovo Bartolomeo Capra. La cerimonia si esegu tre ore prima dell'aurora, e non saprei per qual motivo non si celebrasse solennemente di giorno. Il duca destin venti cortigiani a servire quell'augusto, e lo fece magnificamente trattare a spese sue per quasi un mese in cui dimor in Milano; ma non visit mai l'imperatore, n volle giammai concedere che l'imperatore lo visitasse, siccome desiderava. Il duca s'era occultato nel castello di Abbiate, e fu invisibile al solito. N ci pu attribuirsi a verun rancore politico, perch anzi dell'imperatore istesso aveva il duca motivo di chiamarsi contento; mentre pochi anni prima, avendogli spedito Guarnerio Castiglione nell'Ungheria, per impetrare la conferma del diploma di Venceslao, venne esaudito; e con nuovo diploma, nella diocesi di Strigonia, in data del primo di luglio dell'anno 1426, Filippo Maria venne da quell'augusto riconosciuto duca e signore di tutto il paese concessogli gi da Venceslao. Anzi nel tempo medesimo in cui Sigismondo era in Milano, aveva fatto marciare i suoi Ungheresi nel Friuli, per fare una diversione in favore del duca, ed ivi chiamare le forze de'Veneziani.  vero per che nella prima venuta fatta in Italia da Sigismondo, non v'era fra esso ed il duca buona corrispondenza; per lo che quell'augusto non s'arrischi di entrare in Milano, sebbene avesse tenuta la strada di Bellinzona e di Como per discendere le Alpi.  celebre il fatto che allora accadde, e fu l'anno 1414, quando portatosi l'imperatore a Cremona per abboccarsi col papa Giovanni XXIII, mentre Gabrino Fondulo era padrone di quel distretto, ascesero l'imperatore ed il papa sulla rinomata altissima torre di quella citt, e Gabrino poscia si mostr pentito di non averli gettati da quella sommit, non per altro, se non per la fama che ci gli avrebbe dato nella storia. Fu pi umana l'ambizione di Erostrato, poich almeno non distrusse che un tempio; ma fu meno perniciosa quella di Gabrino Fondulo, poich nulla pi cagion fuori che un desiderio. Il duca Filippo Maria fece, durante il suo governo, una operazione di finanza, a mio parere assai bella, utile e semplice, e tale che fa maraviglia come siasi in quei tempi immaginata. Abol un buon numero di minute gabelle, incomode a percepirsi, e rovinose per il popolo; svincol i poveri, sopra dei quali cadevano singolarmente tai pesi; e per compensare il suo erario, senza apertamente imporre nuovo carico, accrebbe l'intrinseca bont delle monete; e cos tutti i tributi essendogli pagati colle nuove monete, venne a incassare tanto valore quanto bast a compensargli le abolite gabelle. Il decreto  del giorno 24 di ottobre dell'anno 1436, e ce lo ha pubblicato il conte Giulini(638). Questa operazione ha qualche analogia coll'altra che quarantacinque anni prima aveva tentata il conte di Virt, siccome nel capitolo precedente si  osservato; ma in questa non si fece ingiustizia ai creditori, n si tratt d'una mera addizione sul tributo, ma bens della sostituzione d'un modo semplice e meno gravoso di quello che contemporaneamente veniva abolito. Il Decembrio, che ci ha descritta la vita del duca Filippo Maria, ci racconta, come un tratto di sublime accortezza, che il duca mischiava ne'suoi consigli uomini buoni e cattivi. In eligendis consultoribus, quos consiliarios vocant, mira astutia utebatur: nam viros probos et scientia praeclaros eligebat, hisque impuros quosdam, et vita turpes collegas dabat; ut nec illi justitia inniti, nec hi perfidia grassari possent, sed, continua inter eos dissensione, praesciret omnia(639). Se il consiglio ducale fosse un parlamento formato dalla costituzione per porre un limite all'autorit del duca, allora certamente sarebbe stata accortezza l'organizzarlo in modo che la interna dissensione lo distraesse dal travagliare al suo fine: ma il consiglio era formato per obbedire al duca e servire agl'interessi di lui, ed era ben infelice l'astuzia di comporlo in modo che, gli uni attraversando gli altri, diventasse inoperoso. Tristo colui che teme la virt, e crede di doverla temperate col vizio!
Il regno di Filippo Maria dur per trentacinque anni di guerra quasi continua. Giammai i trattati di pace furono tanto insignificanti come allora; poich il giorno dopo si violavano se conveniva, e la fede pubblica si consider una parola senza alcuna idea. Non ho voluto fare la storia di molte marziali vicende troppo uniformi, la minuta notizia delle quali sarebbe un peso inutilissimo alla memoria, poich nessun lume somministrerebbe, o per meglio conoscere lo stato de'tempi, o per l'arte militare medesima. Avrei pur bramato di trovare qualche germe almeno di virt in que'tempi; ma l'ho cercato in vano. Le fisionomie degli uomini ch'ebbero parte negli affari pubblici, mi si presentarono tutte bieche ed odiose. La fede e la probit erano celate allora nell'oscurit di qualche famiglia, e nel magazzino dei negozianti. La virt nasconde e copre la sua esistenza nell'asilo della privata fortuna per essere sicura contro i colpi del vizio, quand'egli  armato e trionfante come in que'tempi. Non pu incolparsi a malignit di messer Niccol Macchiavello s'egli ha dato per norma ai principi una pessima morale. Egli era un pittore che fedelmente ci rappresentava gli oggetti quali erano allora; la colpa sua  quella di non aver osato di esaminare la fallacia della politica che generalmente si praticava: io ne do la colpa alla mente, piuttosto che al cuore di quell'autore. Per vedere anche in piccolo la fede di que'tempi, aggiungo un fatto solo. Gi dissi che il duca, l'anno 1419, aveva comprato da Gabrino Fondulo la citt di Cremona, collo sborso di trentacinquemila ducati. Gabrino si era per riservato per s Castelleone, luogo forte del Cremonese, ove tranquillamente da sei anni dimorava. Volle il duca possedere anche quella fortezza, la quale difficilmente avrebbe superata colle armi. Fu scelto Oldrado Lampugnano, amico di Gabrino, per tradirlo; e vi si prest benissimo Oldrado. Si port egli sul Cremonese con alcuni armati, mostrando commissione di visitare le terre del duca; e, fatto posa avanti Castelleone, sped un uomo entro della fortezza, chiedendo un maniscalco per ferrare un cavallo, e frattanto lo incaric di salutare il suo amico Gabrino, e dirgli che verrebbe ad abbracciarlo, se la fretta di proseguire il cammino non glielo vietasse. Gabrino Fondulo, disarmato e senza alcun sospetto, immediatamente usc per salutare anche per un momento il creduto amico. Oldrado Lampugnano lo arrest e lo tradusse a Milano: la famiglia del Fondulo fu posta nei ferri; il suo tesoro, nel quale si trov anche una prodigiosa quantit di perle, fu confiscato; e Gabrino fu decapitato in Milano il giorno 21 di febbraio del 1425. Due anni dopo Oldrado Lampugnano, che aveva sacrificato la virt e l'onore per ottenere la grazia del duca, perdette anche quella, e rimase colla esecrazione di se medesimo.
(1447) Il duca Filippo Maria mor il giorno 13 di agosto l'anno 1447, nel castello di Milano, dopo una settimana di malattia, nella quale non permise mai che alcun medico gli toccasse il polso. Egli mor con molta indifferenza. Corpulento sino alla deformit, da alcuni anni sentivasi opprimere dal peso proprio. La fortuna, da che aveva perduto il Carmagnola, eragli stata quasi sempre nemica; s'aggiugneva a questi mali la cecit, che da pi mesi era in lui totale, sebbene simulasse di vedere: caecitatem sic erubuit, ut visum simularet, cubicularibus clamculum eum admonentibus(640), dice il Decembrio(641): onde, sebbene non oltrepassasse il cinquantesimoquinto anno, era ridotto come un vecchio decrepito. Io non ho accennato ancora le seconde nozze contratte dal duca colla principessa Maria di Savoia; poich ella non ottenne se non se il nome di duchessa, e l'amica del duca fu sempre Agnese del Maino, madre di Bianca Maria; e si leggono in un antico messale che si conserva nella cospicua raccolta del signor don Carlo dei marchesi Trivulzi, le orazioni che allora si recitavano nella messa per quella compagna del duca, quasi ella fosse tale colla sanzione de'sacri riti(642). Il duca, senza eredi, senza prossimi parenti, cos mor. Fu seppellito tumultuariamente nel Duomo. Se vivesse allora Zanino Riccio, nol so. L'erario, del duca venne saccheggiato da'suoi famigliari, i quali si divisero diciasettemila ducati d'oro. Francesco Sforza era nella Romagna, n poteva allegare titolo alcuno per il dominio di Milano. Innocenzo Cotta, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnano, Antonio Trivulzi e Bartolommeo Moroni furono i capi dei Milanesi che progettarono di ricusare la signoria d'un solo come una pessima pestilentia, dice il Corio; ed avevano ben ragione di cos risguardarla, poich avevano provato che in dodici principi, due soli erano stati buoni, Azzone e Giovanni arcivescovo; tollerabili quattro, cio l'arcivescovo Ottone, Matteo I, Galeazzo I e Luchino; e gli ultimi sei che finalmente erano succeduti, non presentarono che vizi e detestabili tirannie. La citt adott quel partito. Si demol il castello di Milano, e molte citt dello Stato imitarono quest'esempio, come vedremo nel seguito della storia. Cos termin la sovranit della casa Visconti e la discendenza di Matteo, la quale ebbe, senza interruzione, la signoria di Milano pel corso di centotrentasei anni, ed erano gi trentaquattro anni da che grandeggiava per averla, quando l'ottenne.
Prima di terminar questo capitolo convien dare un'idea dello stato in cui trovossi Milano ne'tempi ultimi de'quali ho scritto. Le citt possono talvolta crescere ed ingrandirsi anche sotto un odioso e viziato governo; purch i vizi di quello direttamente non offendano i principii e le cagioni della prosperit del popolo. Non furono vessati i sudditi con eccessivi tributi sotto Filippo Maria; la propriet de'cittadini non fu violata; le guerre si fecero al di fuori, e la citt non ebbe a soffrirne; la pestilenza, che andava girando, e pi d'una volta, non lungi da Milano, non vi penetr. Crebbe quindi la popolazione; si ammassarono le ricchezze in questa capitale d'un vasto dominio; si rivolsero i cittadini all'industria del commercio; giacch sotto di quel governo nessun uomo di mente poteva ambire altra carriera; e cos Milano divent una tanto poderosa citt, s che nacque il proverbio poi, che conveniva distruggere Milano per rinvigorire l'Italia, come ci annunzi un autore imparziale. Quid dicam de Mediolano, potentissima Italiae civitate, Galliaeque Cisalpinae metropoli; in qua tam multa, tamque diversa artificum genera, tantaque frequentia, ut inde vulgo sit natum proverbium, qui Italiam reficere velit, eum destruere Mediolanum debere(643). Andrea Biglia, scrittore di quel tempo, ci d idea della popolazione di Milano: nempe ut facile existiment posse in ea civitate super triginta hominum millia armari(644); e non sarebbe esagerazione il supporre che il solo dieci per cento della popolazione fosse atto alla milizia. Immenso fu il popolo che usc incontro a papa Martino V, che venne da Costanza a Milano nell'ottobre del 1418. Il duca Filippo ebbe l'onore di avere a suoi ospiti in Milano un papa, un imperatore e due re, e questi due ultimi suoi prigionieri. Lo stesso Biglia ci d una prova, ancora pi precisa, delle forze della citt di Milano in quel tempo. L'anno 1427, il Carmagnola, alla testa delle armi venete, aveva angustiato lo Stato del duca, il quale pensava ai mezzi per la difesa. Ho gi detto come due soli artefici in pochi giorni somministrarono le armature per quattromila cavalli e ottomila fanti; ora, appoggiato al Biglia, dir che la citt di Milano si esib di mantenere stabilmente diecimila uomini a cavallo e diecimila uomini a piedi, con questa sola condizione che il duca lasciasse alla citt medesima la percezione di tutte le gabelle, e tributi di Milano e suo distretto, e che i tributi delle altre citt tutte egli liberamente li percepisse per arricchire se stesso, o chi pi gli fosse piaciuto. Oggid, quand'anche si volesse fare un massimo sforzo, non si troverebbe il modo di mantenere la met di quest'armata; e oggid tanto un cavaliere, quanto un fantaccino costano meno assai di quello che allor si pagavano. Il Biglia perci aggiugne: mirum dictu hoc solos Mediolanenses ausos polliceri, quod Florentia ac Venetiae aegre hac aetate praestarent fecissentque: tanta est hoc tempore unius urbis gens, tanta domi et apud exteros negotiandi consuetudo(645). Il nostro commercio solo con Venezia era grandiosissimo in quel torno. Tutto il commercio colle Indie Orientali si faceva dagl'Italiani in quei tempi, anteriori alla scoperta del Capo di Buona Speranza. Venezia, Genova, Pisa, Firenze, Amalfi ed Ancona avevano l'impero de'mari, e quasi esse sole giravano non solamente il Mediterraneo, ma l'Oceano, e portavano le loro merci persino al Baltico; cos che tutto il commercio dell'Europa era presso gl'Italiani. Le leggi amalfitane erano la base del gius marittimo. Venezia sola manteneva trentaseimila marinari(646); numero sterminato per quel secolo, nel quale non s'intraprendevano viaggi di lungo corso, e la nautica non era ridotta alla perfezione attuale. Milano trasmetteva a Venezia i pannilani che da noi si fabbricavano, e riceveva da Venezia cotone, lana, drappi d'oro e di seta, droghe, legni da tingere, sapone, sali ed altre mercanzie. Queste mercanzie, che ricevevamo da Venezia in gran parte le spedivamo alla Francia, agli Svizzeri ed all'Impero, unitamente alle armature ed altri lavori. Il nerbo principale della nostra industria consisteva nella fabbrica de'pannilani e degli usberghi, scudi, lance ecc. Abbiamo un prezioso documento su tal proposito che merita esame, e questo  lo scritto di Marino Sanuto, che il Muratori, nostro maestro, ha tratto dalla biblioteca Estense e dato in luce(647). Il Sanuto scrisse le vite di alcuni dogi di Venezia, e riferisce l'aringa fatta nel gran consiglio dal doge Tommaso Mocenigo. Quello scrittore era posteriore di poco, ma asser di avere trascritto i fatti dal libro dell'illustre messer Tommaso Mocenigo, doge di Venezia, d'alcuni aringhi fatti per dar risposta agli ambasciatori de'Fiorentini, che richiedevano di far lega colla signoria contro il duca Filippo Maria di Milano nel 1420. Il doge opinava che non convenisse ai Veneziani di rompere la pace col duca; ed in prova dimostrava l'utilit esimia che ridondava al commercio di Venezia dalla corrispondenza con Milano. Ser Francesco Foscari, procuratore, opinava l'opposto. Se vi  documento nella storia che meriti fede, certamente  questo; poich l'occasione, il luogo, le persone ci debbono far credere che non avranno allegati che fatti costanti e sicuri. Asser il doge che ogni anno da Milano si spedivano a Venezia quattromila pezze di panno, del valore di trenta ducati ciascuna, e di pi si spedivano novantamila ducati d'oro, cos che la somma in tutto ascendeva a duecentodiecimila ducati. Ci appartiene alla sola citt; poich Monza separatamente ivi  registrata pel valore di centoquarantaduemila ducati di roba, e denari che spediva ogni anno a Venezia. Allora Milano e Monza, colla sola Venezia facevano la stessa parte del commercio che ora fanno Milano, il contado e le cinque citt e province dello Stato; ed  notabile colla sola Venezia, poich l'esteso commercio con Genova, colla Francia e colla Germania che allora avevamo, non entrava in quella somma. Dico la stessa parte, e dovrei dire molto pi, se considerassi che il ducato allora era un pezzo di metallo assai pi raro e pi pregevole, come pi volte ho ricordato. Questo basta per conoscere che verosimilmente v'era in Milano una popolazione di trecentomila abitanti; che v'erano sessanta fabbriche di lanificio; e che moltissima era tra noi l'industria e la ricchezza; come ci confermano tutti gli scritti posteriori, ricordando que'tempi della opulenza.
Non sar forse discaro a miei lettori ch'io aggiunga alcune osservazioni a quel bilancio del commercio, fatto dal Sanuto. Da Venezia ci si trasmettevano i cotoni: il valore de'cotoni allora era otto volte maggiore che non lo  di presente: le strade del commercio oggid sono aperte, e ciascuna nazione procura, per vendere presto, di contentarsi d'un minor guadagno; allora i pochi che lo possedevano, erano arbitri del prezzo. Ho pure osservato che allora noi prendevamo appena la met del cotone che adesso ci spediscono gli esteri; poich le fabbriche delle bombagine e fustagni allora non esistevano presso di noi, e questa manifattura era de'Cremonesi. Questa odierna manifattura ci porter pi di settantamila gigliati per la vendita di trentamila pezze, che attualmente ne facciamo agli esteri. La seconda osservazione cade sul lanificio. La lana ce la vendevano i Veneziani allora pi a buon mercato, cio circa il sessanta per cento meno che non vale presentemente.  probabile che molte pecore si alimentassero su i nostri prati; e che la lana fina non ci venisse da Venezia. Lo stato intero di Milano spediva allora a Venezia cinquantamila pezze di panni. Ora le cose sono cambiate. Il lanificio, preso tutto insieme, costa allo Stato l'uscita di ducentocinquantamila zecchini ogni anno; i soli pannilani dobbiamo comprarli dagli esteri per settantamila gigliati. La terza osservazione risguarda la seta e suoi lavori; allora ne ricevevamo da Venezia di seta e drappi d'oro pel valore cospicuo di ducati ducentocinquantamila; naturalmente una buona porzione si sar rivenduta. Oggid per l'articolo della seta, computato tutto, dar in vece l'utilit d'un milione di ducati, ossia zecchini, ed  la principale ricchezza delle nostre terre. La quarta osservazione appartiene alle droghe; e per esempio di pepe e di cannella allora se ne introduceva assai pi che non facciamo al d d'oggi; e di questi capi allora nelle mense v'era maggiore consumo, e ci oltre il commercio secondario che da noi se ne faceva col rivenderli. Oggid consumiamo appena ottantamila libbre di pepe; il che ci fa pagare agli esteri ottomila ducati, ossia gigliati, ed allora ne compravamo per ducati trecentomila; cio si spendeva allora in un anno per questo articolo quanto si spende appena in trentasei anni a'nostri giorni. Della cannella dico lo stesso; allora spendevasi il quadruplo in paragone de'tempi nostri, poich ventimila libbre, che costano circa sedicimila zecchini, sono presso poco la quantit annua che oggid ne consumiamo. In quinto luogo ho osservato che dello zucchero invece ne abbiamo notabilmente ampliato il consumo; giacch allora seimila centinaia ne ricevevamo, ed ora ne consumiamo sedicimila centinaia. Il prezzo altres dello zucchero  notabilmente scemato in paragone di quello ch'era allora; poich seimila centinaia valevano ducati novantacinquemila, ed ora sedicimila centinaia si comprano con settantamila ducati. L'uso del mele era comune in quei tempi; e vi si  poi sostituito lo zucchero, dappoich le navigazioni alle Indie Orientali, e le copiose piantagioni d'America l'hanno reso una droga pi comune. Cade la sesta osservazione sul sapone, per acquistare il quale allora spendevasi ducentocinquantamila ducati, cio il decuplo di quello che ora spendiamo, ricevendone dagli esteri non pi di circa quarantamila rubli; ma allora ne facevamo rivendita, e forse non v'erano alcune fabbriche nel paese che ora ne ha. L'ultima osservazione cade sopra un legno da tintura chiamato verzino, che allora era enormemente caro, e costava seicento volte pi che ora non vale: ne ricevevamo allora migliaia quattro, valutate ducati centoventimila; ora ne riceviamo pi di venti migliaia, le quali ci costano mille ducati d'oro; ma il Capo di Buona Speranza non fu scoperto se non l'anno 1497 da Vasco de Gama, sotto il re Emanuele IV di Portogallo, e l'America non fu scoperta dal Colombo che l'anno 1491.


Capitolo 16.

Repubblica di Milano, che termina colla dedizione a Francesco Sforza

Prima ch'io narri gli avvenimenti della repubblica di Milano, vuolsi esaminare brevemente in quale stato trovavansi le potenze che avrebbero voluto signoreggiare sopra di noi. (1447) Colla morte del duca Filippo Maria era terminata la discendenza maschile di Giovanni Galeazzo Visconti, infeudata coll'imperatore Venceslao; e perci il ducato (considerandolo come un podere) era devoluto all'imperatore. Se il destino delle citt dipendesse dal solo diritto di propriet ereditaria, l'imperatore solo, sulla base della pace di Costanza, avrebbe dovuto decidere di noi, o creando un nuovo duca, o nominando un vicario imperiale, ovvero, sotto quella denominazione che pi gli fosse stata in grado, ponendo chi esercitasse la suprema dominazione dell'Impero su questa parte dell'Impero medesimo. Ma lo scettro imperiale era nelle deboli mani di Federico III, principe timido, indolente e minore della sua dignit; il quale nemmeno avrebbe potuto far valere le sue ragioni sull'Italia, oppresso, come egli era, dalle armate del re d'Ungheria. Il lungo regno di questo Cesare lasci dimenticato nel Milanese il nome dell'Impero per pi di quarant'anni dopo morto l'ultimo duca. La casa d'Orleans possedeva la citt di Asti, portatale in dote dalla principessa Valentina, figlia del primo duca, conte di Virt. V'era un piccolo presidio francese in quella citt: ma la casa d'Orleans non regnava. Cinquantadue anni dopo ella ascese sul trono di Francia, e colle armi sostenne le sue pretensioni sul ducato di Milano, appunto come discendente dalla Valentina Visconti. Frattanto il re di Francia Carlo VII, occupato nel combattere contro gl'Inglesi, che avevano conquistate alcune province del suo regno, non aveva n mezzi n pensiero di rivolgersi a questa parte d'Italia in favore di suo cugino. Il papa Niccol V, di carattere sacerdotale, non conosceva l'ambizione; e l'antipapa Felice V e il non affatto disciolto concilio di Basilea occupavano interamente la corte di Roma. Il trono di Napoli era incerto e disputato. I Veneziani e il duca di Savoia avevano formato il progetto di profittare dell'occasione; ed erano e finitimi e potenti e sagaci. La vedova duchessa di Milano, Maria di Savoia, era in Milano, e cercava di guadagnare un partito al duca di Savoia, di lei padre. I Veneziani avevano in Milano i loro fautori, e colle immense ricchezze possedevano i mezzi di sostenerli e secondarli colle armi. Il conte Francesco Sforza pareva che nemmeno dovesse porre in vista le insussistenti pretensioni della moglie e del suo primogenito, esclusi per la investitura imperiale dalla successione nel ducato. La condizione del conte era anche pi degradata di quella del duca d'Orleans, attesa la viziata origine della Bianca Maria. Egli possedeva Cremona, recatagli in dote; comandava un possente numero d'armati; aveva il nome pi illustre di ogni altro nella milizia di que'tempi. Ma un Romagnuolo, nato in Samminiato da Lucia Trezania, senza parenti illustri, e che non ebbe fra suoi antenati un nome degno di memoria, trattone suo padre (a cui il conte Alberico di Barbiano, sotto del quale militava, diede il sopranome Sforza), non pareva posto in condizione da disputare con alcuno la signoria di Milano, meno poi di prevalere. In questa situazione si trov la citt di Milano, quando, nel 1447, mor l'ultimo duca, ed ella intraprese a governarsi a modo di repubblica.
Appena aveva cessato di vivere Filippo Maria, che cominciarono a comparire nuove leggi e regolamenti sotto il nome de'capitani e difensori della libert di Milano. Il primo proclama col quale annunziarono la loro dignit e il loro titolo, fu del giorno 14 agosto 1447, cio il primo dopo la morte del duca. In esso questi capitani e difensori della libert di Milano confermarono per sei mesi prossimi a venire il generoso Manfredo da Rivarolo de'conti di San Martino nella carica di podest della citt e ducato(648). Questi nuovi magistrati per non pretesero d'invadere tutta l'amministrazione della citt; anzi lasciarono che i maestri delle entrate dirigessero le finanze e le possessioni che erano state del duca; e lasciarono pure che il tribunale di Provvisione regolasse la panizzazione, le adunanze civiche, l'annona e gli altri oggetti di sua pertinenza. I capitani e difensori, considerandosi investiti dell'autorit sovrana, riserbate al loro arbitrio le cose veramente di Stato, col dare, quand'occorreva, ordini al podest, al capitano di giustizia, al tribunale di Provvisione ecc. pe'casi straordinari, lasciarono a ciascun magistrato la cura di provvedere, secondo i metodi consueti e regolari, a quanto soleva appartenere alla di lui giurisdizione(649). Questi capitani e difensori della libert non avevano per ragione alcuna per comandare agli altri cittadini. S'erano immaginato un titolo, creata una carica, attribuita una autorit, addossata una rappresentanza tumultuariamente, per usurpazione e sorpresa, non mai per libera scelta della citt. Se un virtuoso entusiasmo di gloria e di libert avesse animati coloro ad ascendere alla pericolosa rappresentanza del sovrano, potevano, annientato ogni privato interesse, primeggiando il solo pubblico bene, andare cospiranti e unanimi, e adoperare cos la forza pubblica col maggiore effetto per la pubblica salvezza. Ma come sperare che si accozzasse un collegio di eroi casualmente, in una citt oppressa da una serie di sei pessimi sovrani? Mancava a questo corpo resosi sovrano, e la opinione di chi doveva ubbidire, e la coesione delle parti di lui medesimo; n era riserbato nemmeno ai pi accorti il prevedere la poca solidit e durata di un tal sistema, manifestatamente vacillante. Gi nel capitolo antecedente nominai i fautori principali del governo repubblicano, cio Innocenzo Cotta, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnano, Antonio Trivulzi e Bartolomeo Morone. Non era probabile che le altre citt della Lombardia superassero il ribrezzo di farsi suddite di una citt metropoli, governata a caso e senza una costituzione politica. In fatti due sole citt, cio Alessandria e Novara si dichiararono di essere fedeli a Milano; le altre o progettarono di voler governarsi a modo di repubblica indipendente, o posero in deliberazione a qual principe sarebbe stato meglio di offerirsi. In Pavia sola vi erano ben sette partiti; gli uni volevano Carlo re di Francia; altri, Luigi il Delfino; altri, il duca di Savoia; altri, Giovanni marchese di Monferrato; altri, Lionello marchese di Ferrara; altri, i Veneziani; altri, il conte di Cremona Francesco Sforza. Il Corio, che ci racconta, non fa menzione dell'ottavo partito, che sarebbe stato quello di reggersi da s e collegarsi in una confederazione di citt libere; o meglio  ancora unirsi in una sola massa e formare un governo comune. N ci pure terminava la serie de'mali del sistema. I banditi ritornavano alle citt loro, occupavano i loro antichi beni, gi venduti dal fisco ducale, e ne spogliavano gl'innocenti possessori. La rapina era dilatata per modo, che nessuno era pi sicuro di possedere qualche cosa di proprio; la vita era in pericolo non meno di quello che lo erano le sostanze; il disordine era generale e uniforme; il che doveva accadere in una numerosa e ricca popolazione, rimasta priva del sistema politico, mentre con incerte mire tentava di accozzarne un nuovo. Il castello di Milano non poteva torreggiare sopra di una citt che voleva essere libera e temeva un invasore; perci con pubblico proclama si posero in vendita i materiali di quella rcca(650).
Il conte Francesco Sforza, appena ebbe l'annunzio della morte del duca, s'incammin diligentemente verso Milano, abbandonando la Romagna, ove si trovava. I Veneziani erano nella circostanza la pi favorevole per impadronirsi del Milanese. Lodi, Piacenza ed altre citt desideravano di vivere sotto la repubblica veneta. Francesco Sforza vedeva che i Veneziani erano i pi potenti ad invadere e conquistare questo ducato, ch'egli aveva in mente di far suo; sebbene le circostanze non gli fossero per anco favorevoli a segno di palesarlo. Le forze de'Veneti gi si trovavano nel Milanese prima che il duca morisse, il che accennai nel capitolo antecedente. E come pochi mesi prima s'erano essi presentati sotto le mura di Milano, e avevano devastato il monte di Brianza, cos v'era ragionevole motivo per cui i Milanesi temessero l'imminente pericolo. Appena venti giorni erano trascorsi dopo la morte di Filippo Maria, che la repubblica milanese dovette eleggere un comandante capace di opporsi alle forze venete e salvarla; e questa scelta cadde nel conte Francesco Sforza, dichiarato capitano delle nostre armate(651). I denari de'Milanesi erano necessari per mantenere un corpo numeroso di soldati, e ai Milanesi era necessario un gran capitano, la cui mente e valore, opportunamente dirigendo la forza, li preservassero dall'invasione dei Veneti. Questi bisogni vicendevolmente unirono da principio lo Sforza e i repubblicani nascenti, se pure il nome di repubblica poteva convenire a una illegale adunanza, che governava senza autorit e senza principii.
Una prova della incertezza di quel governo la leggiamo nel proclama che i capitani e difensori della libert pubblicarono in data 21 settembre 1447. Per ordine di questi vennero pubblicamente consegnati alle fiamme i catastri che servivano alla distribuzione de'carichi, affine di rallegrare il popolo(652); e si credette fondo bastante per le spese pubbliche la spontanea generosit di ciascun cittadino. Appena due settimane dopo si dovette pensare al rimedio; e fu quello che i medesimi capitani e difensori arbitrariamente tassassero i cittadini a un forzoso imprestito(653). Si obbligarono poi i sudditi a notificare quanto possedevano sotto pena della confisca, invitando gli accusatori col premio; e ci per formare nuovi catastri per ripartire i carichi(654). Cercavano questi incerti capitani e difensori l'opinione favorevole del popolo con mezzi rovinosi, e vi rimediavano poi con ingiusti e odiosi ripieghi. Alcune delle leggi che proclamarono, poich danno una precisa idea dello spirito di quel governo e della condizione di que'tempi, non sar discaro al lettore ch'io qui trascriva. Nei primi momenti della inferma Repubblica, incerti della loro autorit, privi di legale sanzione, in una citt divisa in partiti, attorniata da citt che non eranle amiche, coll'armata veneta che invadeva le sue terre, coi Savoiardi e Francesi, che minacciavano d'occuparlene dalla parte opposta, costretta a confidarsi al pericoloso partito di collocare nelle mani del conte Sforza il poter militare in cos importante e seria situazione, pubblicarono un ordine il 18 ottobre 1447, rinnovando irremissibilmente la pena del fuoco ai pederasti(655). Gli uomini nei pi pressanti disastri cercano l'aiuto della Divinit colla maggiore istanza, e a tal uopo credonsi di ottenerlo persino col sacrificio d'umane vittime. I Greci cercavano i venti col sangue d'Ifigenia; i Romani placavano il cielo seppellendo uomini vivi; i nostri, bruciando i peccatori. Le pazzie e le atrocit di un secolo si assomigliano alle pazzie e atrocit d'un altro, a meno che la coltura e la ragione, diffondendosi largamente, non indeboliscano i germi del fanatismo inerente all'uomo; e questa coltura, questa filosofia, contro la quale ancora v' chi declama, formano appunto l'unica superiorit de'tempi presenti, Oggid un popolo che aspiri a diventar libero e combatta per sottrarsi dall'imminente giogo, non pubblicher certo una legge per proibire ai barbieri di far la barba ne'giorni festivi. Ha ben altro che fare chi si trova al timone della Repubblica fra la tempesta, che vegliare su di questi meschini e indifferenti oggetti; eppure allora si proclam un bando cosiffatto(656).
Anco un'altra legge ho riscontrata in quei tempi, la quale merita d'essere ricordata, perch ci fa conoscere alcuni ripieghi politici, i quali volgarmente si credono d'invenzione di questi ultimi tempi, non erano punto sconosciuti negli stati d'Italia alla met del secolo decimoquinto; cio le pubbliche lotterie. Nel capitolo nono accennai come sino dall'anno 1240 s'era posta in uso da noi la circolazione della carta in luogo del denaro, e a tal proposito si facessero leggi assai opportune(657); ora dall'editto del 9 gennaio 1448 verr assicurato il lettore dell'antichit delle lotterie, ossia tontine, di quei tributi spontanei in somma ai quali si adescano i cittadini colla lusinga di arricchirli(658). Colle note potr il lettore dalla sorgente istessa conoscere da quai principii fosse regolato quel governo, a qual grado fosse la coltura, a quale elevazione si trovasse la politica; n sulla asserzione mera dello storico dovr persuadersi della infelicit di que'tempi.
Ora conviene ch'io ponga sott'occhio una fedele immagine del nuovo comandante delle armi milanesi Francesco Sforza. S tosto che il conte Francesco fu creato capitano generale della repubblica di Milano, e che l'armata di esso conte venne allo stipendio de'Milanesi, ei si trov alla testa di forze valevoli a preservare lo Stato e dai Veneziani, e da ogni altro pretendente. Se egli le avesse rivoltate allora per assoggettare a s il ducato di Milano, avrebbe dovuto superare ad un tempo medesimo e le forze venete, e le savoiarde, e le francesi, e l'entusiasmo della nascente libert de'popoli, non per anco staccati dai disordini dell'anarchia. I suoi soldati avrebbero ragionato fors'anco del tradimento che si faceva ai Milanesi, della illegalit delle pretensioni sue alla successione nel ducato; si doveva temere o la defezione o la svogliatezza. Il conte conosceva i tempi, gli uomini e gli affari. Egli era venerato come il pi gran generale del suo tempo. Sapeva farsi adorare da'suoi soldati, che egli, con una prodigiosa memoria, soleva quasi tutti chiamare col loro nome. Nella azione si esponeva con mirabile indifferenza e intrepidezza, e con voce militare animava nella mischia i combattenti. Padrone assoluto de'propri moti, sapeva celare le cose che gli dispiacevano con mirabile superiorit d'animo. Accortissimo conoscitore dei pensieri altrui, antivedeva le risoluzioni de'nemici, che lo trovavano preparato mentre s'immaginavano di sorprenderlo. La reputazione dello Sforza era tale, che, venendo da'Veneziani attaccato un drappello dei suoi ch'egli aveva postati a Montebarro, vi giunse il conte Francesco nel punto in cui i nemici vincevano pienamente. Al solo avviso della inaspettata sua presenza, si posero in fuga i vincitori; anzi innoltrandosi egli incautamente ad inseguirli, si trov come attorniato e preso da essi; ma invece di farlo prigioniere, i nemici deposero le armi, e scopertisi il capo, riverentemente lo salutarono, e qualunque poteva, con ogni reverentia li tochava la mano perch lo reputavano patre de la militia ed ornamento di quella; cos il Corio. Sin dalla sua giovent egli inspirava rispetto per la nobile e dignitosa figura, e pi per la saviezza, prudenza, costumatezza ed eleganza nel parlare; onde l'istesso Filippo Maria admirabatur enim magis atque magis quotidie tum illius prudentiam, facundiam egregiosque mores, tum formae praestantiam, vultus gestusque dignitatem(659). Un fatto raccontatoci dallo storico Giovanni Simonetta, che viveva in que'tempi, mostra l'indole generosa del conte Francesco, e la singolare di lui prudenza nel fiore degli anni suoi. Sforza suo padre, mentre guerreggiava nell'Abruzzo, aveva affidato a Francesco un corpo. Ivi guerreggiavano i due partiti francese e spagnuolo, ossia gli Angioini contro gli Aragonesi. Si form una trama segreta fra i soldati sottoposti a Francesco Sforza; e improvvisamente una gran parte di essi trad la fede, e, abbandonando il giovine Francesco, pass al nemico. Francesco co'pochi rimastigli fedeli si ricover in luogo munito. Appena ottenuto dal padre nuovo soccorso, si scagli contro i nemici, e fece prigionieri tutti i traditori. Ne sped la novella a Sforza di lui padre, chiedendo i suoi comandi sul trattamento da farsi a questi prigionieri. Sforza gli mand il comando di farli, tutti quanti erano, impiccare. Al ricevere un tal riscontro rimase pensieroso il giovane Francesco, e dopo qualche taciturnit interpell il messaggero: Dimmi; con quale aspetto parl mio padre, che t'incaric di quest'ordine? Il messaggere rispose ch'egli era assai incollerito. Non lo comanda adunque mio padre, disse Francesco; questo  l'impeto di un uomo sdegnato, e mio padre a quest'ora  pentito di aver detto cos: indi, fatti condurre alla sua presenza i prigionieri, poich mio padre, diss'egli, vi perdona, io pure vi perdono. Siete liberi; se volete restare al nostro stipendio, vi accetto come prima, se volete partire, fatelo. La sorpresa di que'soldati, che si aspettavano il supplizio, fu tale che, lacrimando e singhiozzando, giurarono fede alle insegne sforzesche, e in ogni incontro poi se gli mostrarono affezionatissimi e valorosi. Quando Sforza intese il fatto, confess che Francesco era stato pi prudente di se stesso(660). Questo avvenimento ci fa risovvenire delle Forche Caudine: lo Sforza fu assai pi avveduto che non si mostr Ponzio. Francesco amava e venerava suo padre, e con ragione. Mentre appunto nel regno di Napoli Francesco stava alle mani coi nemici, vennegli il crudele annunzio che, poco discosto, Sforza suo padre, volendo soccorrere un suo paggio, erasi miseramente affogato nel fiume, che stavano passando. Questa era la massima prova che potesse dare della padronanza di se medesimo, Francesco, soffocando l'immenso dolore, e dirigendo la battaglia con mente e faccia serena, come fece(661). Questi fatti bastano per darci idea di questo illustre Italiano, che divent poi nostro principe.
Agnese del Maino s'era ricoverata nella rcca di Pavia, dove ella ebbe influenza bastante per rendere preponderante il partito di coloro che scelsero per loro principe il conte Francesco, genero di lei. Se il conte avesse accettata questa sovranit mentre era allo stipendio de'Milanesi, senza l'assenso loro, avrebbe mancato al dovere. Pavia era, ed  una parte dello Stato di Milano vicina ed importante. Il conte Francesco per fece conoscere che, attesa l'antica avversione, non sarebbe stato mai possibile di ottenere una sincera sommessione di Pavia ai Milanesi, che frattanto ella si offriva al duca di Savoia, ovvero ai Veneziani; e sarebbe stata impresa difficile lo sloggiarli poi da quella citt munita, e pericoloso il lasciarveli: che non era possibile sbrattare il Po dalle navi venete, e sgombrarne lo Stato, esposto alle invasioni, se non possedendo Pavia, ove trovavansi gli attrezzi per quella navigazione. In somma persuase che l'interesse di Milano era, dover Pavia cadere piuttosto nelle sue mani che di alcun altro principe. Per tal modo, coll'assenso de'Milanesi, il conte Francesco divent signore di Pavia; e cos due citt principali del ducato, Cremona e Pavia, una per dote, l'altra per dedizione, furono del conte Francesco.
Non s tosto ebbe il conte acquistata Pavia, che s'innoltr colle sue armi sotto Piacenza, occupata da'Veneziani, e se ne impadron il giorno 16 dicembre 1447. Cos, appena trascorsi quattro mesi dalla morte del duca, il conte s'era gi reso padrone del corso del Po; padronanza la quale indirettamente lo rendeva arbitro di Milano, che non ha altro sale per i bisogni della vita, se non di mare, che conseguentemente deve navigare il Po. Frattanto i Francesi, che stavano al presidio di Asti, tentarono di occupare Alessandria e Tortona; ma vennero rispinti da Bartolomeo Coleoni, spedito loro incontro dal conte Francesco. Cos, al terminare dell'anno in cui era morto Filippo Maria, il conte possedeva gi una importante porzione del ducato.
I repubblicani, o, per nominarli con maggior propriet, gli oligarchi milanesi conoscevano la loro situazione e il pericolo imminente di ricadere sotto la dominazione d'un uomo solo, cosa generalmente detestata; per ci si rivolsero secretamente a fare proposizioni di accomodamento coi Veneziani: anzi si progett una confederazione fra le due repubbliche per la difesa reciproca della loro libert e signorie, offerendo a'Veneziani il dominio di Lodi, oltre quei di Bergamo e Brescia, che le armi venete avevano gi conquistate sotto il regno dell'ultimo duca. Niente poteva accadere di peggio per attraversare la fortuna del conte. Quindi i partigiani di lui che trovavansi in Milano, mossero la plebe, rappresentando che non v'era pi sicurezza se a venti miglia di Milano si collocavano i Veneziani; che quando meno ce lo saremmo aspettato, una sorpresa rendeva Milano suddita di San Marco e citt provinciale e squallida; che non v'era pi una sola notte tranquilla pe'Milanesi, se una cos vergognosa cessione si facesse. La plebaglia, mossa da ci, andava per le strade urlando: guerra, guerra contro de'Veneziani! e cos vennero forzati gli usurpatori del governo, i capitani e difensori a lasciarne ogni pensiero in disparte. Frattanto il conte Francesco, sempre vittorioso, con molti e piccoli fatti d'arme avendo fatto sloggiare i Veneti dalle rive del Po, stava risoluto di movere sotto Brescia, e toglierla ai Veneti, che da ventidue anni la possedevano per conquista fattane dal Carmagnola, siccome vedemmo nel capitolo precedente. Presa una volta Brescia, non potevano pi i Veneziani conservare Bergamo n Lodi, n altra parte delle loro conquiste. I nostri repubblicani allora cominciarono pi che mai a temere, forse pi de'nemici, il loro capitano generale; il quale se riusciva, come era probabile di rendersi padrone di Brescia, l'avrebbe acquistata per se medesimo, siccome aveva fatto di Piacenza; e per tal modo cerchiando Milano, l'avrebbe costretta, non che a rendersi, a impetrare la di lui dominazione. Si spedirono adunque ordini al conte, comandandogli che non altrimenti s'innoltrasse a Brescia, ma si portasse a Caravaggio e facesse sloggiare i Veneti da quel borgo. Il conte ubbid. Nella sua armata eravi il Piccinino, generale emulo e nemico del conte: le operazioni militari o s'eseguivano lentamente, ovvero venivano attraversate: si lasciava penuriare il campo dello Sforza d'ogni sorta di foraggi e di viveri: l'armata veneziana che stavagli di fronte, era di dodicimila e cinquecento cavalli, oltre i fantaccini. Con tanti disavvantaggi egli venne a una giornata, che rese memorabile il 14 settembre 1448; poich nei contorni di Mozzanica venne il conte clto dai Veneziani talmente all'improvviso, che nemmeno ebbe tempo di armarsi compiutamente; onde si pose a comandare e diresse l'azione mancandogli i bracciali. L'insidiosa emulazione fu quella che rese inoperosi i drappelli di osservazione che egli aveva postati verso del nemico, il quale perci pot cadere con sorpresa sull'armata del conte. V'erano, siccome dissi, il Piccinino ed altri sotto i di lui ordini, generali di cattivo animo. Il conte, mezzo disarmato, espose pi volte se stesso al pi forte della mischia, riconducendo i fuggitivi all'attacco, animando colla voce e coll'esempio i soldati; in somma tanto gloriosa fu quella giornata pel conte Francesco, che interamente disfece i Veneti, e tanti furono i prigionieri che ei fece, che fu costretto a congedarli per mancanza di vettovaglia. Vennero portate in Milano con una specie di trionfo le insegne di san Marco tolte ai nemici; e Luigi Bosso e Pietro Cotta, che erano al campo dello Sforza commissari, entrarono in Milano colle medesime, conducendo i pi illustri prigionieri, fra i quali un Dandolo ed un Rangone.
Questa vittoria di Mozzanica dava sempre maggior motivo di temere lo Sforza; e il Piccinino, generale di credito, nemico del conte, cercava di accrescere il popolar timore, fors'anco sulla speranza di acquistare per se medesimo poi quella sovranit che ora faceva comparire esosa ed esecranda(662). Giorgio Lampugnano era, fra i pi accreditati Milanesi, quegli che non si stancava di tenere animata la plebe contro del conte, rammentando i mali sofferti sotto i duchi, le gravezze imposte da'principi, le violenze esercitate dai cortigiani e favoriti. Ricordava la demolizione del castello di Milano, come un motivo per cui il conte avrebbe esercitata la vendetta su quanti vi ebbero parte; anzi come una cagione di nuovi aggravii, obbligandoci a riedificarlo con dispendio e scorno, ponendoci in bocca il freno, dopo che ci avesse fatti sudare nella fucina a formarlo. Proponeva il conte l'impresa di Brescia, la quale, dopo un tal fatto, era senza difesa, e cos ripigliare ai Veneti quella parte del ducato che s'erano presa; ma non lo vollero i capitani e difensori della libert. Tutte le proposizioni dello Sforza erano contraddette; i soccorsi d'ogni specie ritardati; le militari disposizioni attraversate. Il Piccinino primeggiava. Carlo Gonzaga aveva in Milano un poderoso partito, ed adocchiava il trono. Con Giorgio Lampugnano e Teodoro Bosso, primarii fautori della libert, si univa Vitaliano Borromeo, signore di somma significazione, perch, oltre la grandiosa opulenza del casato, possedeva in dominio quasi tutte le fortezze del lago Maggiore. Questi tre rivali partiti si univano contro l'imminente fortuna del conte; il quale, posto in tale condizione, ascolt le proposizioni della repubblica veneta, e segretamente stipul un trattato per cui egli si obblig a restituire, non solamente quel che aveva invaso nel Bresciano e Bergamasco, ma Crema e il suo contado ai Veneziani; e che i Veneziani, in compenso, a fine di ottenere al conte il dominio di tutte le altre citt che aveva possedute Filippo Maria, gli avrebbero stipendiati quattromila cavalli e duemila fanti, sborsandogli tredicimila fiorini d'oro al mese, sin tanto ch'egli non si fosse impadronito di Milano. Poich il trattato fu concluso, il conte lo pubblic nel suo esercito. S tosto che i Milanesi ebbero notizia di tale accordo, concluso fra il conte Sforza e i Veneziani, spedirono al di lui campo alcuni primarii cittadini, cercando con modi rispettosi di giustificare le cose passate, anzi offrendo ogni soddisfazione, salva sempre la Repubblica. Ma il conte aveva gi presa palesemente la sua determinazione; e, senza mistero, espose ad essi le ragioni ch'egli asseriva competere e a Bianca Maria, di lui moglie, e a se medesimo e a'figli suoi, per la successione nel dominio di Filippo Maria, suo suocero: s essere determinato a farle valere ad ogni costo. Che se i Milanesi, deposta la chimerica pretensione d'erigersi in repubblica, di buon grado riconoscevano lui per sovrano, egli avrebbe avuta cura della salvezza e felicit di ciascuno; che se, all'incontro, si fossero ostinati a sostenere una illusione di libert, che, in sostanza, era una rovinosa oligarchia, doveano attribuire a loro stessi i mali che avrebbero sofferti, obbligandolo, suo malgrado, ad usare contro di essi la forza. Furono con tal risposta congedati i legati Giacomo Cusano, Giorgio Lampugnano e Pietro Cotta; e, mentre con tristezza s'incamminavano a recare questo poco favorevole riscontro alla loro patria, vennero dileggiati non solo, ma insultati e svaligiati dalla licenza militare di alcuni soldati sforzeschi. Intese ci con isdegno il conte, e, prontamente rintracciati i malvagi soldati, convinti del delitto, immantinente furono impiccati; la roba al momento venne spedita ai legati, a'quali di pi aggiunse il conte altri regali, per riparare quanto poteva il danno sofferto da essi. La nobile generosit del conte Francesco sorprese i legati.
I Veneziani spedirono le loro truppe a servire come ausiliarie al conte. La repubblica fiorentina inviogli i suoi legati, promettendogli amicizia. Il conte Francesco, reso per tal modo sicuro dalla parte di Venezia, immediatamente si mosse a circondare sempre pi Milano. Da Pavia spinse le forze al castello d'Abbiategrasso, e lo costrinse bentosto alla resa.  memorabile il fatto che, mentre il conte Francesco conteneva i suoi, vietando loro il sacco della terra, a tradimento dalle mura vennegli scoppiata un'archibugiata. Gli Sforzeschi correvano per vendicarsi. Il conte, illeso, placidamente imped che si facesse male a veruno. Fattosi padrone di Abbiategrasso, prese a sviare l'acqua del Naviglio, e per tal modo rese inoperosi i mulini di Milano. S'innoltr a Novara, e se ne impadron(663). I Tortonesi spontaneamente si diedero al conte. Vigevano pure spontaneamente lo volle per suo sovrano, discacciando i Savoiardi che l'occupavano; Alessandria fece lo stesso; Parma si assoggett. Mentre le cose erano a tal segno, i Milanesi scelsero per loro comandante Carlo Gonzaga(664). Allora il Piccinino, che forse aveva adocchiata la signoria di Milano, vedendosi preferito il marchese Gonzaga, anzi che servire sotto di lui, pass ad offrirsi al conte Francesco Sforza. Egli era stato sempre, siccome dissi, emulo non solo, ma nemico e atroce nemico del conte; ci nondimeno il conte lo accett per suo generale, e gli accord un onorevole stipendio. Due uomini volgarmente zelanti, certo Barile e certo Frasco, andavano animando il conte perch lo facesse uccidere, o per lo meno lo imprigionasse come irreconciliabile nemico, che, per necessit, simulava in quel momento, e che poi, al primo lampo di speranza di nuocergli, se gli sarebbe nuovamente avventato contro. Il conte Francesco rispose loro che vorrebbe piuttosto morire, anzi che violare la fede verso chi s'era abbandonato al suo potere. In fatti il Piccinino desert poi con tremila cavalli e mille fanti; ma il tradimento non produsse altro effetto, che una macchia di pi alla di lui fama, e un contraposto sempre pi glorioso pel conte Francesco.
Giorgio Lampugnano e Teodoro Bosso, grandi fautori dapprincipio per la libert, s'erano cambiati ed erano diventati fautori del conte Sforza, o fosse ci accaduto perch l'esperienza gli avesse convinti della impossibilit di adattare stabilmente alla nazione degradata un politico sistema, o fosse che la fortuna militare e le virt grandi del conte, e le speranze sotto la sovranit di lui avessero mutate le loro opinioni. Carlo Gonzaga, che, sotto nome di capitano della repubblica, era animato dalla probabile ambizione di cingere la corona ducale di Milano, considerava i due primari partigiani dello Sforza come i primi nemici da spegnere. Intercettaronsi delle lettere in cifra, che Lampugnano e Bosso scrivevano al conte Francesco; s'interpretarono; si connobbe la trama di aprirgli le porte della citt, e si destin di consegnarli come ribelli al supplizio. La difficult consisteva nel trovare il modo per riuscirvi; poich i magistrati non avevano forze tali da contenere questi nobili, e si ricorse alla insidia. Si elessero il Lampugnano e il Bosso come oratori di Milano all'imperatore, per implorare il suo aiuto nelle angustie nelle quali la citt era posta. Essi cercavano di procrastinare la partenza per essere mal sicure le strade; ma Carlo Gonzaga seppe s bene fingere, che, apprestata loro una buona scorta d'armati, vennero indotti a portarsi a Como, dove assicurgli che sarebbesi sborsata loro una conveniente somma di danaro per inoltrarsi nella Germania e fare la commissione. Adescati cos, caddero nell'insidia. Usciti appena dalla citt, furono costretti dai soldati del Gonzaga a passare a Monza, ove Giorgio Lampugnano venne subito decapitato, e la sua testa, portata a Milano, fu esposta al pubblico. Indi, a forza di torture, Teodoro Bosso in Monza fu costretto a nominare i complici, a'quali tutti fu troncata la testa alla piazza de'Mercanti, e furono Giacomo Bosso, Ambrogio Crivello, Giovanni Caimo, Marco Stampa, Giobbe Orombello e Florio da Castelnovato. Vitaliano Borromeo, il di cui nome pure trovavasi fra i proscritti, pot uscire dalla citt e salvarsi.
Oppressi per tal modo i primari del partito nobile, del quale poco si fidava il Gonzaga, e sollevata la plebe ad ambire il comando della Repubblica, il disordine e lo scompiglio divennero generali nell'interno della citt. Artigiani, giornalieri, plebaglia la pi sfrenata arrogantemente cominciarono a disporre e della vita e delle fortune altrui a loro piacimento. Giovanni da Ossona e Giovanni da Appiano si segnalarono colle tirannie, usurpandosi una dittatoria facolt e il dominio della repubblica. Il Corio li chiama uomini iniquissimi e scellerati. Saccheggiare i granai de'proprietari delle terre; sforzare di notte con mano armata l'asilo delle private famiglie, rubando le gioie, gli argenti, e quanto v'era di meglio; costringere colla minaccia dell'oppressione i nobili agiati a manifestare e consegnare i denari che possedevano; quest'era la forma colla quale costoro percepivano il tributo col pretesto di mantenere l'armata a salvamento della Repubblica. Si pubblic pena di morte a chiunque nominasse Francesco Sforza se non per dispregio, e si andava gridando che, piuttosto che a lui, si darebbero al Turco o al diavolo. I cittadini ragionevoli non ardivano nemmeno d'uscire dalle case loro sotto di un s atroce governo. Per rimediare al disordine, Guarnerio Castiglione, Pietro Pusterla e Galeotto Toscano formarono un triumvirato, e si posero alla testa della citt. Chiusero in carcere l'Ossona e l'Appiano. La plebaglia liber dal carcere costoro; indi a furore insurgendo contro i triumviri, Galeotto Toscano venne scannato sulla piazza dei palazzo ducale; i due altri si sottrassero colla fuga. Altri furono trucidati, uomini di virt e di merito. Le case de'migliori cittadini vennero saccheggiate: in somma la misera patria divenne orrendo teatro di sciagure.
In mezzo alle vicende e alle angustie della citt stavasene in Milano la vedova duchessa, sposa un tempo di Filippo Maria, la quale, cogliendo l'opportunit, sparse la speranza che il duca di Savoia, di lei padre, venisse a dare soccorso ai Milanesi. In fatti il duca Lodovico di Savoia si affacci a Novara per discacciarne gli Sforzeschi, ma con esito infelice. Il Piccinino, allorch vide comparire questo nuovo nemico al conte Sforza abbandonollo, seco traendo, siccome vedemmo, tremila cavalli e mille fanti, e alcune terre occup, sorprendendone gli Sforzeschi. Il conte allora sped un suo inviato a Milano a fine di persuadere i rettori a non avventurare una citt bella, grande e ricca alla inevitabile sciagura d'un assalto; ma l'inviato non pot parlare se non a quei capi che non volevano abbandonare la loro chimerica sovranit. Il marchese Gonzaga, vedendo per le forze del conte, la posizione decisiva di lui, che possedeva quasi tutte le citt del contorno, l'ascendente del valor suo e della scienza militare, pens ai casi propri, e a trarre qualche profitto dalla conciliazione, prima che la necessit lo costringesse a perdere la carica di capitano dei milanesi senza verun compenso. Tratt col conte Francesco; e fu convenuto ch'egli passerebbe allo stipendio del conte.
I Milanesi, attorniati dallo Sforza, gi padrone di Cremona, Parma, Piacenza, Pavia, Novara, Vigevano, e de'borghi e terre ancora pi vicine; vedendosi abbandonati dal Gonzaga; non potendosi fidare sul Piccinino; nessuna speranza loro rimanendo nel duca di Savoia; in mezzo ai disordini, al saccheggio, alla licenza popolare; devastati, oppressi da'propri magistrati; non avendo un uomo solo di qualche merito nelle cariche, usurpate da'pi violenti, e da chi meno conosceva l'arte di reggere una citt, e meno forse degli altri si curava della felicit della patria; in tale misero stato si pens da alcuni a conciliare la repubblica veneta colla nascente repubblica di Milano; il che, sebbene recentemente si foss'ella collegata col conte, non manc del suo effetto. Stava domiciliato in Venezia Arrigo Panigarola, milanese, avendovi casa di negozio: costui venne incaricato d'invocare il senato veneto, amatore della libert, in favore della patria. Fu ammesso il Panigarola a trattare. Egli con eloquenza mosse gli animi, descrivendo lo stato a cui erano ridotti i Milanesi, non per altro, se non perch ricusavano essi un giogo ingiusto e illegale, e volevano reggersi da s con una libera costituzione. Turpe cosa, diss'egli, che i Veneziani, illustri difensori della libert, si colleghino con un usurpatore, per porre i ceppi agl'Italiani, loro confratelli. Assicur che se la Repubblica cessava di far loro guerra, se stendeva una mano adiutrice a questa nascente repubblica, dopo un tal beneficio, i Milanesi avrebbero amato e venerato i Veneziani come loro padri e Dei tutelari; che da una generazione all'altra ne sarebbe passata ai secoli la divozione e la gratitudine. Il discorso del Panigarola commosse gli animi; ma pi ancora erano commosse le menti del senato dalle lettere che andava scrivendo il nobil uomo Marcello, il quale, per commissione della Repubblica, stava al fianco del conte. Testimonio della prudenza e del grand'animo del conte Sforza, ammiratore della imperturbabile fermezza di lui negli avvenimenti prosperi e avversi; vedendo la benevolenza somma che avevano per lui i soldati, non meno che i suoi sudditi, colpito continuamente dalla superiorit de'talenti suoi nel mestiere dell'armi, andava esso Marcello colle sue lettere intimorendo il senato, parendogli facil cosa che, poich lo Sforza avesse acquistato Milano, pensasse poi a riunire le membra del ducato, e ricuperando Brescia, Vicenza e fors'anche Padova, ritornasse ad occupare quanto settantadue anni prima era soggetto al conte di Virt, primo duca. Queste circostanze produssero l'effetto che: primieramente, i Veneziani trascurarono di spedire i convenuti soccorsi al conte; e gli stipendiari loro, che servivano nell'armata di lui, cambiando costume, pi non volevano concorrere od esporsi; indi, senz'altro, abbandonarono il campo. Non faceva mestieri di tanto, perch il conte s'avvedesse del cambiamento de'Veneziani; i quali, per mezzo di Pasquale Malipiero, fecergli noto avere la loro repubblica fatta la pace coi Milanesi. Le condizioni erano, che tutto lo spazio compreso fra l'Adda, il Ticino e il Po rimanesse della repubblica di Milano, trattane Pavia, che si sarebbe lasciata al conte; e il rimanente dello Stato posseduto dal duca Filippo Maria passasse al conte Francesco Sforza. I Veneziani poi, oltre Brescia, Bergamo e Crema, rimanevano padroni di Triviglio, Caravaggio, Rivolta e altre terre del ducato.
Un tal partito non poteva convenire al conte, giacch la maggior parte del ducato e la capitale medesima venivagli sottratta, e se gli assegnava una sovranit di tante membra quasi staccate, estesa per lungo spazio, difficile a custodire. Si rivolse egli adunque ad accomodarsi col duca di Savoia, e colla cessione di alcune terre sull'Alessandrino e sul Novarese, si assicur da quella parte. Indi, rivolgendosi ai Milanesi e Veneti, si pose a disputare con essi il ducato di Milano. Io non entrer a descrivere i fatti d'arme; inutile materia per uno storico, a cui preme di conoscere lo spirito dei tempi, l'indole degli uomini, lo stato della societ, e non di stendere i materiali per una tattica di poco profitto, atteso il cambiamento accaduto nella maniera di guerreggiate: basta dire che il conte Sforza in ogni parte si present abilissimo generale nel postare il suo campo, nel prevenire il nemico, nelle marce giudiziosamente condotte, nel cogliere il momento per attaccare, nel dirigere la battaglia, nel provvedere di tutto l'armata propria e impedire la sussistenza al nemico, nel conservare la militar disciplina, risparmiare quanto era possibile la miseria dei popoli, e nel tempo stesso conservarsi l'amore de'soldati, che giungeva sino all'entusiasmo. (1449) Con tai superiori talenti, con virt tale ei circond s bene la citt di Milano, che in breve tempo si manifest lo squallore della carestia. Egli non volle spargere il sangue de'cittadini, n diroccare con macchine Milano; ma costringerla per la fame a darsi a lui. In somma egli concep quel progetto medesimo sopra Milano, che il grande Enrico IV fece poi con Parigi; e molta somiglianza troverebbesi fra l'uno e l'altro di questi grandi uomini, se venissero al paragone. Le traversie che l'uno e l'altro dovettero soffrire ne'primi anni; i pericoli della vita che corsero per le insidie delle corti, nelle quali dovevano regnare poi; l'umanit, la popolarit, il valore, la perizia militare dell'uno e dell'altro sono degne di confronto. A Francesco Sforza manc un pi grande teatro sul quale mostrarsi, e spettatori pi illuminati. Enrico ebbe per campo il regno di Francia, e per testimonio un secolo pi colto(665).
La carestia fece nascere un generale disordine. Non v'era pi chi volesse ubbidire. Quei che si erano arrogate le magistrature e il comando della citt, erano considerati come buffoni del popolo. Il consiglio generale era stato composto da essi, scegliendo maliziosamente ad arte uomini inetti o del partito. Per dare apparenza al popolo che si vegliava al bene della citt, i rettori fecero radunare il consiglio generale nella demolita chiesa di Santa Maria della Scala. Pietro Cotta e Cristoforo Pagani erano sulla strada in quel contorno: cominciarono questi a mormorare cogli astanti sulla spensierata condotta de'rettori e sulla dappocaggine de'consiglieri. A misura che passavano i cittadini, si trattenevano; e cominci a formarsi un'unione di popolari malcontenti. Ben tosto corse il grido per i quartieri della citt, come vicino alla Scala vi fosse unione di malcontenti, e da ogni parte concorsero nuovi popolari, in modo che i rettori e consiglieri si trovavano assai inquieti. Laonde spedirono Lampugnino da Birago, loro collega, per aringare il popolo, e, colle buone, pacificarlo, promettendo ogni bene. Ma Lampugnino ebbe pena a salvarsi. Comparve il capitano di Giustizia Domenico da Pesare, scortato da buon numero di cavalleria, e facendo mostrare al popolo i capestri; ma il popolo li pose tutti in fuga. La moltitudine de'malcontenti si cre due capi: Gaspare da Vimercato e il sopranominato Pietro Cotta. Altri signori spalleggiarono i malcontenti, come Giovanni Stampa, Francesco da Triulzio, Cristoforo Pagano suddetto, Marchionne da Marliano. Vi fu del sangue sparso; vennero espulsi i magistrati, occupato il palazzo, e distrutta l'organizzazione civile; se ne form una tumultuariamente. I primarii cittadini, il giorno seguente, si radunarono nella stessa chiesa della Scala per deliberare qual partito si dovesse prendere. Alcuni volevano rimaner liberi e non ubbidire a verun principe. Altri, conoscendo l'impossibilit di formare una repubblica in mezzo a tanti e s appassionati partiti, in una citt nella quale le voci di patria e di ben pubblico non bastavano ad ammorzate le private mire, volevano un principe. Tutti per concordemente ricusavano i Veneziani. Si proponeva dagli uni il papa; da altri il re Alfonso; altri suggeriva il duca di Savoia; Gasparo da Vimercato propose il conte Francesco Sforza. Egli nel suo discorso fece vedere che la fame minacciava a giorni la morte; che n il papa n il re Alfonso n il duca di Savoia avevano mezzi per salvarci al momento, come chiedeva l'urgente necessit; che non rimaneva altro partito da scegliere che o i Veneziani o il conte. Sudditi de'Veneziani, non potevamo aspettarci se non che il destino d'una citt secondaria e provinciale, sotto una dominazione che avrebbe temuta la nostra prosperit. Sotto del conte, valoroso, umano, benefico, nostro concittadino per la moglie, non dovevamo aspettarci un signore, ma un padre saggio, provvido, amoroso, da cui si sarebbe posto rimedio a'nostri mali. (1450) Il partito per il conte prevalse per acclamazione, e si sped tosto ad avvisarlo(666). Due mesi prima che la citt si rendesse allo Sforza, si pubblic in Milano un proclama, col premio di diecimila zecchini a chi avesse ammazzato il conte Sforza, o mortalmente ferito(667). Cos gl'imbecilli nostri legislatori si mostravano insensibili alla virt, ignoranti della ragion delle genti, indegni per ogni modo di comandare agli uomini. Il conte Francesco Sforza teneva in tanta disciplina le sue truppe, che viet loro di non offendere per niun modo le terre o le persone de'Milanesi, come si scorge dagli archivi d citt(668). Ma i nostri capitani e difensori, l'istesse armi che avean rivolte contro dello Sforza, le adoperavano ancora verso altri. Leggesi ne'registri di citt la taglia di duemila ducati d'oro a chi condurr a Milano Antonio e Ugolino fratelli Crivelli, i quali avevano ceduta la fortezza di Pizzighettone al conte Sforza(669). Leggesi la taglia di mille ducati a chi consegner Francesco Borro, che aveva ceduta allo Sforza la fortezza di Lodi.
Era circondata la citt di Milano dai soldati dello Sforza, e custodita con tanta esattezza, che egli era impossibile di ricevere alimento veruno. Un moggio di grano si vendeva a venti zecchini S'eran vendute pubblicamente e mangiate le carni dei cavalli, degli asini, de'cani, de'gatti e persino de'sorci. Morivano sulle pubbliche strade alcuni cittadini di fame. In queste estremit, cio tre giorni prima che Francesco Sforza diventasse padrone di Milano, i capitani e difensori della libert pubblicarono un editto per la pudicizia e morigeratezza pubblica(670).
Oltre il Corio, che minutamente descrive la desolazione di que'tempi, e la miseria di quel governo, anche il Decembrio ce ne d un'idea colle parole seguenti: - Mediolanensium res in deterius labi caepere. Nam duce destituti, dissidentibus inter se civibus, deteriora prioribus in dies pullulabant. Non pubblica numera  a populo rite gubernari; non divites onera conferre; non jussa quisquam exsequi poterat; sed veluti tempestate disjecta classis, inundante pelago, hinc inde ferebatur. Si qua in residuis militibus spes affulserat, Caroli Gonzagae ambitione turbabatur, qui ad populi dominatum improbe aspirans, longa suspicione cuncta detinebat. Qua ex causa desperatione et pavore squallebant omnia. Conjurationes ad haec a quibusdam perpetratae majorem adhuc sollicitudinem singulis injecerant. Capti siquidem plerique nobilissimi Cives, et supplicio affecti sunt: Sed nec ullorum caede mali atrocitas leniri poterat... Boni praeterea, officiis exuti, nec sibi aut aliis prodesse utiles, silentio languebant; plebs vero, inter spem metumque conjecta, onus tolerabat, dominatus dumtaxat nomine exsultans(671). Questo veramente  uno de'tratti pi compassionevoli e umilianti della nostra storia: vorrei poterla nobilitare esponendola; ma lo storico consecrato all'augusta verit, bench contro sua voglia, la scrive. Qual differenza mai fra Milano assediata dall'imperator Federico, e Milano bloccata da Francesco Sforza! Contro l'imperatore e contro tutt'i principi della Germania Milano si difende. Escono con valore i Milanesi dalle loro mura; si cimentano; piegano alfine traditi, soverchiati; e terminano con gloria, assicurando lo Stato della loro limitata libert. Contro lo Sforza non v' un tratto solo di vigore, non un lampo di civile prudenza. Uno spirito, ora cenobitico, ora insidiosamente timido e atroce, detta le leggi, dirige le azioni. Erano i nostri, tre secoli prima, agresti, rozzi, ma generosi, guerrieri e affezionati alla patria. I loro discendenti, degradati nella servit di cattivi principi, sembrano un'altra nazione; e perci il Secretario Fiorentino ebbe a dire: - Pertanto dico che nessuno accidente (bench grave e violento) potrebbe ridurre mai Milano o Napoli libere, per essere quelle membra tutte corrotte. Il che si vide dopo la morte di Filippo Visconti, che volendosi ridurre Milano alla libert non potette e non seppe mantenerla(672). La citt, colla mediazione di Gaspare da Vimercato, si rese a Francesco Sforza dopo trenta mesi e mezzo di anarchia, ossia d'un atroce disordine chiamato Repubblica. Le monete d'oro e d'argento battute in Milano in que'tempi hanno da una parte sant'Ambrogio, e dall'altra la Croce e la lettera M., colla leggenda Comunitas Mediolani, e lo stemma della citt. Francesco Sforza entr in Milano il giorno 26 di febbraio del 1450(673). Coloro che si lagnano de'tempi presenti, ed esaltano la felicit de'maggiori, torno a dirlo e lo ridir pure altra volta, non sanno la storia.

Capitolo 17.

Francesco I Sforza, duca di Milano

Appena il conte ebbe notizia che per quasi unanime voto degli affamati cittadini milanesi egli veniva proclamato signor loro e duca, volle cogliere il momento e senza dimora alcuna entrare nella citt; giacch l'indugio non poteva essere di utilit se non ai Veneziani, ai quali fors'anco, per l'instabilit della moltitudine, avrebbero potuto ricorrere, qualora avesse egli tardato a soccorrerli di vittovaglia nella estremit della fame a cui erano ridotti. Post egli adunque di contro alle schiere venete un corpo di armati valevole a contenerle, e immediatamente egli da Vimercato incamminossi a Milano alla testa d'un altro corpo di fedeli soldati, i quali, oltre le solite armi, vennero caricati sulle spalle e nelle tasche di quanto pane ciascuno poteva portare, con ordine di lasciarsi saccheggiare allegramente dalle affamate turbe milanesi. La strada da Vimercato a Milano era popolata da infinita turba, dice il Corio, singolarmente nelle dieci miglia vicine alla citt. Fu uno spettacolo degno di un cuore sensibile quella pompa, nella quale non gi primeggiava il fasto o l'alterigia d'un irritato vincitore, ma bens l'affabile umanit di Francesco Sforza, che amichevolmente accoglieva le grida di allegrezza del popolo, nominava e salutava le conoscenze che aveva fatte sino da'suoi primi anni in questa quasi sua patria, ordinava ai valorosi soldati suoi di abbandonare ogni contegno militare e imponente, e fatti concittadini, di lasciarsi svaligiare dall'affamata moltitudine, che avidamente si satollava col loro pane; e fra le consolanti risa che faceva nascere l'inusitata mischia, fra le grida gioiose de'popoli che andavano esclamando: haec est dies quam fecit Dominus, exultemus et laetemur in ea(674), and accostandosi alla citt e vi entr per Porta Nuova. Malgrado lo sterminato numero de'cittadini uscitogli incontro, dice il Corio, bench grande era stata la moltitudine che di fuori l'haveva salutato, molto maggiore era quella di dentro l'aspectava. Ognuno procurava di giungere a toccar la mano al conte nuovo duca; e tanta e tanto strettamente la moltitudine lo circondava, che il cavallo di lui parve portato sulle spalle de'cittadini. Andossene egli direttamente al Duomo per rendere alla Divinit il primo omaggio d'un avvenimento s fausto per lui; ma non fu possibile ch'egli scendesse dal cavallo, e dovette cos entrarvi e cos orare: tanta era la immensit della turba e tanto era l'entusiasmo de'nuovi suoi sudditi! Dispose poscia il nuovo duca che da Pavia, da Cremona e da altri luoghi venisse portato quanto occorreva al vitto e ai comodi, e in tre giorni l'abbondanza comparve nella citt. Tutto venne ordinato dal duca con paterna previdenza: pose al governo della citt uomini probi e illuminati; intim la pace, la sicurezza, il gaudio a ciascun Milanese; distribu ai poveri larghi soccorsi di frumento; poi torn al campo contro i Veneziani, i quali si ritirarono a quartiere, e cos fece egli pure de'suoi. Ricevette l'omaggio di Bellinzona, Como e Monza, suddite de'Milanesi. Sped i suoi ministri alle corti estere per dar loro avviso della nuova sua condizione. L'imperatore Federico III e Carlo re di Francia ricusarono di trattarlo qual duca, perch il primo non doveva riconoscere rivestito di quella dignit se non un discendente maschio legittimo de'Visconti investiti; e l'altro pretendeva dovuto il ducato ai discendenti della principessa Valentina. Gli altri principi lo riconobbero. Gli uomini pi turbolenti e sediziosi, quei che avevano tiranneggiato il popolo nel tempo dell'interregno, vennero con umanit relegati nelle citt vicine.
Non voleva il nuovo duca sgomentare i sudditi dominando sopra di essi con un potere illimitato, n che essi lo considerassero come un dispotico conquistatore. Sarebbe stato troppo repentino il passaggio dalla licenza alla servit, e questo violento cambiamento avrebbe potuto facilmente cagionar poi de'pentimenti e de'moti nel popolo; nel qual caso un principe vi perde sempre, quand'anche giunga colla forza a reprimere ed a punire. Ci conosceva ottimamente il saggio duca; e perci volle che alla nuova dominazione di lui servisse di base un contratto, e che i sudditi lo considerassero sovrano e non despota. Questa prudente politica diresse il solenne contratto di dedizione, celebrato il giorno 3 di marzo 1450, nella villa del conte Giovanni Corio in Vimercato, essendone rogato il notaio Damiano Marliano; in vigore del qual atto venne concordato che le gabelle sarebbero state moderate, riducendosi la macina a soldi 12, il dazio del vino a soldi 4, e stabilendosi che non s'imporrebbero in avvenire nuove gabelle, anzi si abolirebbe quella del fieno; che il nuovo duca avrebbe fatto residenza in Milano, almeno per due terze parti dell'anno; che i tribunali avrebbero sempre in Milano la loro sede; che il prezzo del sale sarebbe stato lire 3 per ogni staio; che non si sarebbe imposto verun carico straordinario, eccetto quello di somministrar carri e guastatori per gli usi militari; che il solo podest di Milano sarebbe stato forestiere, ma tutti gli altri uffici sarebbero confidati a'Milanesi; e alla vacanza di ogni carica la citt avrebbe presentata la nomina di sei, fra i quali il duca avrebbe fatto la scelta, salvo per l'arbitrio a lui, in casi speciali, di scegliere anche altrimenti; che il duca avrebbe mantenuta la fede ai creditori di Filippo Maria; che si osserverebbero gli statuti civili e criminali e que'de'mercanti; che non si sarebbero impetrati privilegi dal papa n dall'imperatore senza il beneplacito del duca; che i soldati a piedi, a cavallo, saccomanni, uomini d'armi sarebbero partiti dalla citt, dovendo essa restare immune dall'alloggiamento militare, eccettuati i contestabili alle porte; il duca per in casi speciali potr deviare da questa regola. Questi sono i pi importanti articoli del solenne contratto(675): indi il nuovo duca fece il pubblico ingresso dalla porta Ticinese, il giorno 25 marzo 1450(676). Il nuovo duca era colla sua sposa Bianca Maria e col primogenito Galeazzo Maria. Un numero grande di matrone andarongli incontro pomposamente. Gli oratori delle citt suddite, i nobili milanesi tutti sfoggiarono per rendere magnifico quell'ingresso.
Erasi preparato un maestoso carro e un baldacchino; ma un tal fasto non piacque a Francesco Sforza, che amava la gloria e non le apparenze teatrali; e, ricusandolo, disse: ch'egli in quell'ingresso s'incamminava al tempio per rendere omaggio al padrone dell'universo, avanti del quale gli uomini sono tutti eguali. Cavalc egli adunque. La folla immensa del popolo, i ricchi arredi de'nobili, la magnifica parata degli uomini d'armi che precedevano, tutti coperti d'usberghi lucidissimi, il lusso de'loro illustri condottieri, tutto ci form uno spettacolo sorprendente. La cerimonia si fece al Duomo, ove smontato, il duca si pose una candida sopraveste: indi colle solennit de'sacri riti la duchessa e il duca vennero ornati col manto ducale fra gli applausi e i viva del popolo. Poi dagli eletti di ciascun quartiere ricevette il giuramento di fedelt. Essi a lui consegnarono lo scettro, la spada, il vessillo, il sigillo ducale e le chiavi della citt. Fatto ci, il duca fece proclamare conte di Pavia il primogenito Galeazzo. Terminossi per tal modo la funzione in Duomo, seguendosi il rito de'duchi antecessori. Indi per cinque giorni volle il duca che la citt vivesse in mezzo alle feste e alle allegrie. Danze, giostre, tornei di varie sorta, musica, spettacoli teatrali, lautissimi pranzi, tutto venne cos giudiziosamente distribuito e con tal previdenza ed ordine eseguito, che si mostr il duca la delizia della buona societ e l'anima dei divertimenti. Egli cre molti cavalieri, scegliendo quei che pi meritavano quest'onore, e tutti li regal nobilmente. In somma Francesco Sforza, invincibile alla testa di un'armata, si mostr il pi giudizioso direttore delle feste, come si fece conoscere il principe pi umano, giusto e benefico, reggendo in pace lo Stato.
Il papa Niccol V, i Fiorentini, i Genovesi, i Lucchesi, gli Anconitani, i Sanesi, e varii altri Stati e principi d'Italia spedirono tosto i loro ministri per una onorevole ricognizione al nuovo duca. Il primo pensiero di questo principe fu di rialzare il castello di porta Giovia, demolito due anni prima, siccome dissi. Questa fortezza, fabbricata da Galeazzo II, era necessaria per la sicurezza del duca, il quale in una citt piena di partiti, recentemente riscaldata dal nome di libert, rendeva sempre pericolosa la residenza del nuovo principe, sprovveduto in fatti di legali fondamenti per succedere nel ducato. Ma nemmeno conveniva alla prudente accortezza del nuovo signore di palesare la inquietudine sua, n di lasciar conoscere al popolo apertamente una tale diffidenza; essendo cosa naturale alla moltitudine il non accorgersi delle forze proprie, se non pel timore altrui. Propose egli adunque alla citt, come ostinandosi tuttavia i Veneziani nella guerra contro di lui e contro lo Stato, trovandosi Milano allora mal difesa dalle mura della circonvallazione, non convenendo di acquartierare l'armata nella citt, resa esente dall'alloggio militare, non eravi modo alcuno di preservare la metropoli dai pericoli d'un assalto, se non ricoverando in luogo munito e forte un corpo di armati, in guisa da allontanare il nemico da simili tentativi. Propose quindi alla deliberazione della citt medesima il determinare, se dovesse per tutela di lei riedificarsi il castello, assicurando nel tempo medesimo la citt che vi sarebbe stato collocato per castellano non mai altri che un nobile milanese per tutti i tempi a venire. Questa moderazione di cercare l'assenso per una cosa ch'egli avrebbe potuto da se medesimo fare immediatamente; le maniere umanissime e nobilissime del duca; tante virt militari e civili riunite in questo grand'uomo impegnarono i primari cittadini ad ottenergli la pubblica acclamazione per rialzare la demolita fortezza. Si fecero le adunanze del popolo in ciascuna parrocchia per deliberare su tale richiesta. La storia ci ha conservato un discorso tenuto in tale occasione da Giorgio Piatto, allora celebre giureconsulto. Egli era nell'adunanza della parrocchia di San Giorgio al Palazzo(677). Questi parl cos: "Se il virtuosissimo principe Francesco Sforza fosse immortale, come immortale ne sar la sua gloria, io il primo fra i cittadini milanesi vorrei caricare sulle mie spalle le pietre e portarle al sito ove si propone d'innalzare il castello. Una fortezza sotto il felice governo d'un cos provvido sovrano serve a ornamento della citt, a tutela e sicurezza di ciascuno di noi. Ma, cittadini miei, verr quel giorno in cui il nobilissimo duca Francesco piegher sotto la universal condizione. I sovrani sono soggetti al destino dell'umanit; muoiono, e dopo un principe umano, benefico, provvido, siamo noi certi che vi succeda un altro principe erede di sue virt? Una rcca inespugnabile, che, torreggiando sulle case nostre, pu incendiarle e distruggerle, in potere di un malvagio principe, lo rende arbitro assoluto di noi, di tutto il nostro. Appiattato in quel forte qual limite aver potranno le violenze, le estorsioni, la tirannia? Se innalziamo quella fortezza, noi imponiamo al collo de'nostri discendenti, come a tanti buoi, il giogo della servit. I nostri figli malediranno un giorno noi, la nostra spensieratezza, la cecit nostra. Noi decretiamo la sciagura della patria, e rendiamo i nomi nostri esecrandi a'nostri discendenti. Che bisogno ha mai Francesco Sforza di una fortezza? I nostri cuori, i nostri petti gli offrono una pi grande, pi solida munizione di qualunque altra. Egli non ha bisogno di castelli per difendere la signoria. Infin che un solo di noi sar in vita, combatter contro chi tentasse di frastornarla. Cittadini miei, badatemi, parlo per me, parlo per ciascuno di voi, uniformatevi al mio suggerimento, e siate certi che per tal modo avremo sempre una delle due buone, o un principe retto o la libert. I nostri nipoti ci benediranno, e vivranno lieti e felici, siccome lo siamo ora noi sotto il governo del clementissimo duca". Cos parl Giorgio Piatto, e non persuase veruno. Egli era uno de'pochi cittadini che avrebbero potuto reggere lo Stato nel tempo della repubblica, e che giacquero oscuri e inoperosi. L'unanime consenso della citt concluse di pregare il duca di voler riedificare il castello, quale internamente scorgesi anco oggid, cio un vasto edificio quadrato con quattro poderose torri, ossia torrioni agli angoli(678); fortissimi ripari che, sostenendo grossi pezzi di artiglieria, possono far volare le palle al disopra della citt. Questo rialzamento della fortezza cost pi di un milione di ducati, ossia di zecchini.
Il regno di Francesco Sforza fu breve, poich dur sedici anni e non pi. Egli non visse mai in pace, n pot pienamente rivolger l'animo alla parte del legislatore ed alla politica della nazione. Sarebbe troppo noioso il racconto delle minute azioni di queste guerre. Sopra tutto i Veneziani continuarono a muover le armi contro del nuovo duca. (1451) Pretendeva egli Bergamo e Brescia, possedute dai Visconti, e per solo diritto di conquista usurpate durante il dominio di Filippo Maria. Pretendeva Verona e Vicenza, come il retaggio della casa Scaligera, terminata nell'ava di sua moglie, cio nella duchessa Catterina. Per lo contrario i Veneziani pretendevano di portare il loro confine all'Adda. Sedicimila cavalieri stavano in campo per la repubblica di Venezia, e diciottomila ne presentava all'opposto il duca Francesco. (1452) I Fiorentini erano collegati col duca, i Savoiardi colla repubblica veneta. Le ostilit non cessarono ancora per quattro anni da quella parte. (1453) Finalmente, innoltrandosi i Turchi, padroni di Costantinopoli, verso la Grecia e verso la Dalmazia, i Veneziani ricorsero alla mediazione di papa Niccol V, affine di ottenere la pace col duca, onde poter rivolgere tutte le forze in loro difesa contro del Turco; (1454) il duca piegossi ai paterni uffici del sommo sacerdote, e, coll'opera del nobil uomo Paolo Balbo, ai 9 d'aprile del 1454, fu sottoscritta la pace di Lodi, celebre per noi, poich oltre le ragioni della casa della Scala, alle quali rinunzi il duca, cedette pure i suoi diritti sopra Brescia e sopra Bergamo, anzi abdic dal ducato la citt di Crema e suo territorio, trasferendone il dominio nella repubblica veneta, che la possedette dappoi. Alle guerre in seguito che il duca ebbe co'Savoiardi, si pose termine con una pace che fiss il fiume Sesia per limite ai due Stati. Le citt che formarono lo Stato sotto il dominio del conte Francesco primo duca Sforza, e quarto duca di Milano, furono quindici, cio Milano, Pavia, Cremona, Lodi, Como, Novara, Alessandria, Tortona, Valenza, Bobbio, Piacenza, Parma, Vigevano, Genova e Savona. Queste due ultime citt le acquist lo Sforza nel 1464 per la cessione che gliene fece Luigi re di Francia; il che non bastando, colle armi sottomise Genova al suo potere. Come poi il re di Francia, Luigi XI avesse fatta questa cessione, dopo che il di lui padre Carlo VII aveva ricusato di riconoscerlo per duca, e come a questo segno pregiasse egli l'aiuto e l'amicizia dello Sforza, ce lo insegnano pi autori. La Francia era immersa nella guerra civile; il re aveva collegati contro di lui il duca di Calabria, il duca di Borbone, il duca di Bretagna, il duca di Bari, il duca di Namur, i conti di Charolois, Dunois, Armagnac, Dammartin; e questa lega formata contro del re cristianissimo si qualificava la Lega del ben pubblico. Il re Luigi sommamente onorava Francesco Sforza, a tale che interamente si reggeva a norma de'consigli di lui. Il signor Gaillard, uno de'pi accreditati scrittori francesi, dice a tal proposito - Les talens politiques de Sforce galoient ses vertus guerrires. Louis XI, qui se connoissoit en hommes habiles, le consultoit comme un sage. Ce fut Franois Sforce qui lui traa le plan qu'il suivit pour dissiper la ligue du bien public: aussi Louis XI ne souffrit-il jamais que la maison d'Orleans, qu'il haissoit, troublt Sforce dans la possession du Milanez(679). Il Corio dice che il re preg Francesco Sforza, duca di Milano, che gli sporgesse adiuto; per lo che il duca prepar un valido esercito, e lo sped nella Francia sotto il comando di Galeazzo Maria, conte di Pavia, di lui primogenito. In quell'esercito servivano da generali Gaspare Vimercato, Giovanni Pallavicino, Pier Francesco Visconti e Donato da Milano. Il duca di Savoia accord il passaggio a quest'armata; la quale dal Delfinato pass nel Lionese, s'impadron di Pierancisa, vi pose comandante Vercellino Visconti, indi, passato il Rodano, postossi sul Borbonese e serv il re con tanta fermezza e valore, che Sforzeschi pi che huomini erano extimati, dice il Corio, e vennero costretti i collegati a sottomettersi al re; per lo che quel monarca, l'anno 1466, mand al duca una solenne ambasciata per ringraziarlo di tanto beneficio: sono parole del Corio. Per tai motivi il re di Francia cedette al duca tutti i diritti suoi sopra Genova e Savona.
Ma Genova, siccome dissi, fu di mestieri sottometterla colle armi comandate dallo stesso Gaspare Vimercato che introdusse lo Sforza in Milano e fu nella spedizione di Francia. I Genovesi, assoggettati, spedirono a Milano ventiquattro oratori, accompagnati da pi di dugento loro cittadini, e il duca accolse onorevolmente l'omaggio, spesandoli e alloggiandoli signorilmente(680).
N soltanto co'Veneti, co'Savoiardi, colla Lega e co'Genovesi fu costretto a guerreggiare per mezzo de'suoi generali il nuovo duca; ma ben anco nel regno di Napoli, come ausiliario di Renato d'Angi, mantenne le sue schiere. Renato pretendeva quel regno come figlio adottivo della regina Giovanna II, ed aveva seduto sul trono di Napoli come re, sintanto che il pi fortunato di lui, Alfonso d'Aragona, ne lo scacci, e si pose in suo luogo. Venne a Milano il re Renato, e lo accolsero il duca e la duchessa Bianca Maria colla dovuta magnificenza. Egli condusse una squadra di Francesi, i quali si unirono cogli Sforzeschi. Il Padre della duchessa, diciotto anni prima, aveva pure in Milano alloggiato il re Alfonso d'Aragona, rivale di lui; ma Alfonso vi dimor come prigioniero, Renato come amico ed alleato. (1455). Le avventure poi del regno di Napoli terminarono facendo lo Sforza la pace col re Alfonso; e questa pace fu convalidata con due nodi di parentela. Alfonso duca di Calabria, nipote del re Alfonso e figlio di Ferdinando, spos la principessa Ippolita, figlia del duca Francesco; e la principessa Leonora, figlia pure di Ferdinando, fu data in moglie a Sforza Maria, terzogenito del duca.
Frammezzo a'pensieri militari per difendere lo Stato e rivendicarne le usurpate membra, il duca Francesco non dimentic mai le cure d'un padre benefico de'suoi popoli. Abbell, ristor e rese pi vasto il palazzo ducale, fabbricato da Matteo I, ornato poscia da Azzone, rifabbricato da Galeazzo II, e cadente e quasi abbandonato allorch il duca Francesco divenne signore di Milano; poich Filippo Maria, come vedemmo, non mai vi alloggi. Riedific maestosamente il castello di Porta Giovia, che tuttora  in piedi; sebbene cinto al di fuori di fortificazioni fattevi durante il governo della Spagna. (1456) Intraprese e condusse a fine la fabbrica dell'Ospedal Maggiore, aperto indistintamente a sollievo dell'egra umanit, senza risguardo a patria n a religione. Il Turco, l'ebreo, il cattolico, l'acattolico, purch siano ammalati e poveri; ivi trovano ricetto e assistenza. Intraprese in fine e condusse pure al suo termine la grand'opera del canale, ossia Navilio, che da Trezzo conduce a Milano le acque dell'Adda. Il Decembrio cos ci assicura: - Conversus deinde ad excolendam urbem, vicis aren latereque constratis, Arcem Portae Jovis, populi tumultu antea disjectam, e fundamentis erigi magnificentissime curavit. Curiam etiam priscorum Ducum, vetustate fatiscentem, non solum restituit, sed ampliavit, ornavitque. Acquaeductum quoque ex Abdua, defosso solo, per viginti milliaria deduci jussit, quo agri finitimi irrigarentur, populoque necessariae copiae suppeterent(681). (1457) Questo canale, che chiamasi tra noi Naviglio della Martesana(682) fu progettato l'anno 1457. Bertola da Novate fu l'ingegnere cui Francesco Sforza trascelse per quest'opera: egli era nostro cittadino milanese. Fu condotto a termine l'anno 1460(683). Le principali difficolt del progetto erano di derivare un ramo perenne d'acqua dall'Adda in un luogo di corso assai rapido, di continuare per alcune miglia il nuovo cavo in una costa sassosa, e di attraversare con esso il torrente Molgora e il fiume Lambro(684). Questo canale  sostenuto dapprincipio da un argine grandioso di pietra sino all'altezza di 40 braccia sopra il fondo dell'Adda. La lunghezza del canale e  circa di 24 miglia. Il torrente Molgora vi passa sotto un ponte di tre archi di pietra. Il Lambro vi sbocca dentro ad angolo retto, ed a foce aperta con tutte le piene, si scarica dalla parte opposta. Il canale, quale fu fatto dal duca Francesco, era pi ristretto di quello che ora noi lo veggiamo, e venne adattato a questa pi comoda guisa l'anno 1573. Il Naviglio sfogavasi per l'alveo del torrente Seveso, n entrava allora nella fossa della citt, siccome per opera di Lionardo da Vinci si esegu con somma maestria l'anno 1497, introducendovi sei sostegni ossia conche, invenzione allora novissima, e per mezzo di cui le barche ebbero il passaggio dal nuovo canale all'antico(685). Nondimeno, porzione dell'acqua cavata dall'Adda e condotta nel nuovo canale, entrava in Milano ad altri usi, come si prova da memorie conservate ne'registri della Citt(686). Cos nello spazio di sedici anni, in mezzo a guerre continue, malgrado la devastatrice pestilenza, la quale cominci appunto colla di lui signoria l'anno 1450, e in Milano estinse trentamila abitatori, Francesco Sforza ci lasci un canale navigabile, un grandioso e ricco spedale, due magnifiche fabbriche, il castello e la corte ducale, e le vie della citt riattate.
Questi sono i pubblici monumenti che ci rimangono del nostro buon duca Francesco Sforza; ma la storia ci ha conservato de'tratti di lui, che pi intimamente ancora ci palesano la di lui anima. Il Corio ce lo rappresenta cos: Fu questo principe liberalissimo, pieno de humanitate, e mai veruno di mala voglia se partiva da lui; e singolarmente honorava li homini virtuosi e docti: contra gli homini semplici non exercitava alcuna inimicizia. Ma haveva in summo hodio li versuti e maliciosi. In nissuno fu maggiore observantia di fede: am sempre la justizia e fu amatore de la religione: Ebbe eloquenza naturale, e nulla extimava gli astrologhi. La figura del duca era sommamente dignitosa. Negli atteggiamenti era elegante e nobile senza studio alcuno. La statura era pi grande della comune degli uomini; e guardandolo alla fisionomia sola del volto, ognuno ravvisava in lui un uomo nato per comandare. Non vi fu chi lo superasse mentre fu giovine nella robustezza, ovvero nella agilit. Fu pazientissimo d'ogni disagio, caldo, freddo, fame, sete: tutto sopportava con volto sereno. In faccia al nemico non pales mai, non che timore, ma nemmeno inquietudine; n mai si mostr dolente per le ferite che riport. Abitualmente visse sobrio in ogni cosa, moderato alla mensa, sempre semplice e frugale. Amava di pranzare in compagnia; ed oltre ai commensali, lasciava a moltissimi la libert di visitarlo mentre era a mensa, ed ascoltava quanto ciascuno voleva esporgli con pazienza e bont. Poco dormiva, ma quel poco non mai lo perd, n per animo turbato, n per rumore alcuno: dormiva in mezzo a qualunque strepito. Egli era dotato di un ingegno penetrante e di una esimia prudenza, per modo che niente intraprendeva se prima diligentemente non l'avesse esaminato; ma poich'era deciso, con mirabile magnanimit e celerit incredibile l'eseguiva. Malgrado la scostumatezza di quei tempi egli fu sempre alieno dal disordine, n si lasci sedurre alla lascivia. La virt signoreggiollo per modo, che negli avversi casi non s'avvil giammai; e quanto pi gli venne prospera la fortuna, tanto pi modesto mostrossi ed incapace di usar contumelia a'nemici; anzi nel corso intero di sua vita non si vendic mai(687). Testimonio ne fu il conte Onofrio Anguissola, piacentino, il quale, capo della sedizione di Piacenza, colle armi del duca fu preso. Il duca lo fece custodire bens, come era necessario, ma la custodia fu il solo male ch'ei dovette soffrire. Il Simonetta diffusamente c'informa del suo militare talento e della mirabile provvisione di lui anche nei dubbi eventi della guerra, e de'ritrovati impensati e opportuni che venivangli in mente per superare le difficult, e della liberalit e beneficenza sua abituale e quasi organica e di temperamento. Umano e clemente fu sempre questo grand'uomo: pronto alla collera, tosto si conteneva, siccome  l'indole dei generosi; e colui al quale avesse fatto danno o con parole o altrimenti, non occorreva che chiedesse cosa alcuna; che il buon principe co'beneficii lo risarciva spontaneamente. Non amava i lodatori, e conosceva che questa  la maschera seducente colla quale il vizio insidiosamente si accosta al soglio. Non vi era cosa pi sicura che la fede e la parola di Francesco. Cos ce lo descrive il citato Simonetta, che termina con queste parole: sed illud certe ausim affirmare, post Cajum Julium Caesarem neminem fere habuisse Italiam reperies, quem jure possis cum uno Francisco Sfortia conferre. Qui quidem, cum vicisset semper, et victus fuisset numquam, ita diem obiit ut omnibus de se non minus desiderium, quam fletum relinqueret(688).
Gi da due anni era stato idropico il duca, e sebbene ei nell'aspetto sembrasse ristabilito, soffriva nelle gambe, le quali anche talora si gonfiavano. Egli tent qualche rimedio per ridurle alla loro figura di prima; e v' chi attribuisce a tal cagione la quasi improvvisa di lui morte, accaduta con due soli giorni di malattia. (1466) Il giorno 8 di marzo dell'anno 1466, all'et di sessantacinque anni, dopo sedici anni di signoria, mor il duca Francesco Sforza. Tutta la citt rimase squallida e desolata a tale inaspettata disgrazia: stimando ogniuno, dice il Corio, non solo havere perduto uno duca, ma uno colendissimo patre. La duchessa Bianca Maria, sebben colpita da questo impensato fulmine, s'era addottrinata coll'esempio del marito ad affrontare e sostenere l'avversa fortuna. Il figlio primogenito, Galeazzo Maria, in quel punto era nella Francia. Se la duchessa si abbandonava al femminil dolore, la casa Sforza perdeva la sovranit, alla quale mancava la sanzione imperiale. Ella si mostr degna di essere stata moglie amatissima di Francesco Sforza: compresse il dolore; pens a salvare i figli. Con animo virile, la notte medesima, appena spirato il duca, convoc un consiglio dei primari signori milanesi. Con poche, ma gravi e accomodate parole raccomand loro l'ordine pubblico, la fede verso il sangue del duca. Scrisse immediatamente a tutti i principi d'Italia la perdita fatta, e richiese il favore di ciascun d'essi a pro del conte di Pavia, Galeazzo, suo primogenito. Poich ebbe cos adempiuti con magnanimit i doveri di sovrana e di madre, si pose ad eseguire quei di moglie, secondo l'usanza di que'tempi. Il cadavere del duca nel palazzo ducale si espose; e la vedova mai non si dipart dal suo fianco, dando segni, come dice il Corio, d'incredibile amore. Il terzo giorno poi, ornato con tutte le insegne ducali, e cinto di quella spada la quale fortissimamente in tutte le victorie aveva usato(689), venne con magnifica pompa tumulato in Duomo.
Mentre l'imperatore Federico III venne di qua dall'Alpi, e si fece incoronare in Roma dal papa, egli non tocc nemmeno le terre soggette allo Sforza; non volendo pregiudicare alle ragioni dell'Impero col riconoscere per legittimo sovrano e duca l'usurpatore d'un feudo imperiale, ch'ei non aveva forze per difendere. Era questo un oggetto importante assai per la dominazione della casa sforzesca, di cui era mancato il sostegno e lo splendore. Galeazzo Maria, in marzo del 1466, allorch mor suo padre, era, siccome gi dissi, nella Francia, comandando nel Delfinato l'armata che il duca aveva allestita in soccorso del re contro la Lega. Appena ricev l'avviso che spedgli la madre Bianca Maria, del cambiamento accaduto nella famiglia, confid tosto il comando a Giovanni Scipione; e, travestitosi come un famigliare di Antonio da Piacenza mercatante, s'incammin per la Savoia alla vlta di Milano. Il giovane Galeazzo aveva ventidue anni; temeva le insidie del duca di Savoia, il quale sulla dominazione della casa Sforza pensava di ampliare il suo Stato. Se riusciva di acquistare Galeazzo Maria per ostaggio, potevasegli far comperare la libert e il ducato con qualche notabile  sacrificio. Malgrado il cambiamento del vestito e della condizione, convien credere che egli venisse riconosciuto, poich, attorniato da una turba di persone, appena ei pot ricoverarsi nell'asilo di una chiesa; ed ivi dovette starsene tre giorni interi; e la seguente notte poi, merc la cura di un fedele suo domestico, pot sottrasi colla fuga, e proseguendo il suo cammino per dirupi e balze non frequentate pot finalmente ridursi in salvo. Pare impossibile che, malgrado il ritardo de'tre giorni dell'asilo, Galeazzo Maria fosse in Milano dodici giorni dopo la morte del duca: ma io credo che sino d'allora vi fossero stazioni regolate pel cambio de'cavalli; tanto pi che non si sarebbero potuti altrimenti trasmettere sollecitamente gli avvisi dall'armata ch'era nel Delfinato. Il nuovo duca Galeazzo Maria fece la solenne entrata per Porta Ticinese il giorno venti di marzo del 1466. Tutto lo Stato di Francesco Sforza, composto di quindici citt nominate disopra, pass al nuovo duca Galeazzo Maria Sforza. (1467) I sovrani lo riconobbero. Il duca di Savoia, poich vide il duca Galeazzo assicurato sul trono, pens a stringere non solamente amicizia, ma parentela con esso lui. (1469). Si conchiusero le nozze; e il duca Galeazzo Maria spos la principessa Bona di Savoia, il giorno 6 di luglio dell'anno 1468. Una sorella della duchessa Bona era sul trono di Francia; e per tal guisa Galeazzo Maria Sforza, nato in Fermo nella Romagna, il di cui avo cinquant'anni prima era un avventuriere, divenne cognato del re di Francia.

Capitolo 18.

Del governo del quinto duca Galeazzo Maria Sforza, e della minorit del duca Giovanni Galeazzo Maria, sesto duca

Quando uno Stato, anche vasto, sia accozzato insieme con male arti, con sorprese, con insidie, con tradimento, al morire del sovrano cessa il timore ne'sudditi e ne'vicini; e per poco che il successore sia debole o mancante d'artificio, si scompone, siccome avvenne della signoria che radun il primo duca Giovanni Galeazzo. Ma quando per lo contrario la dominazione s'acquisti col valore personale, e si innalzi colla generosit delle virt del sovrano, e siavi stato tempo bastante per imprimere nel cuore degli uomini la riverenza e l'amore che l'eroismo fa nascere, ancora dopo spento l'eroe, l'ammirazione e l'affezione de'popoli aiutano il figlio, come parte viva di lui, e malgrado i difetti e la poca somiglianza che egli abbia col padre, lo coprono colla di lui gloria. Cos accadde al nuovo duca Galeazzo Maria, il quale poco imit il magnanimo suo padre. Uno de'primi fatti di Galeazzo lo svela. La duchessa Bianca Maria, di lui madre, si era sempre dimostrata ottima moglie, ottima madre, donna di senno, di cuore e di mente non comune. Il duca Francesco perci l'aveva onorata ed amata sommamente. Galeazzo doveva doppiamente il ducato di Milano a lei, e per nascita, e per l'accorgimento col quale aveva dirette le cose alla morte del duca Francesco; giacch, qualora non vi fosse stata alla testa della signoria una donna del merito di lei, difficilmente Galeazzo Sforza, assente, avrebbe trovata aperta la via del trono, dove pot placidamente collocarsi. La Bianca Maria co'saggi consigli e colla autorit regolava lo Stato unitamente al duca, quasi come correggente(690). L'ambizione, la seduzione di consiglieri malvagi fecero nascere la gelosia del comando; indi la visibile freddezza; finalmente la discordia palese tra il figlio ed una madre tanto benemerita. La vedova duchessa prefer la pace e il riposo ad ogni altra cosa, e divis di portarsi a Cremona, citt sua, perch recata da lei in dote, siccome vedemmo; ed ivi, lontana dalle contese, passare il rimanente de'giorni suoi, non avendo ella allora che quarantadue anni. Abbandon la corte burrascosa di Milano; ma a Marignano con breve malattia termin di vivere il giorno 23 ottobre 1468; e il Corio a tal passo soggiugne: se disse pi de veneno che de naturale egritudine. Temeva il duca che, collocatasi a Cremona, ella potesse collegarsi co'Veneziani a danno di lui. Simili orrori non sogliono avere molti testimonii, e lo scrittore contemporaneo non pu trasmettere ai posteri se non la pubblica opinione. Talvolta una maligna voglia di penetrare ne'misteri della politica segreta forma imputazioni calunniose alla fama altrui. Egli  per certo che tali nere vociferazioni non si spargono se non sopra di un principe di carattere non buono. Assolvasi Galeazzo dal parricidio, egli  sempre un ingrato verso di sua madre. Appena un anno dopo cess di vivere Agnese del Maino, di lei madre ed ava del duca(691).
(1469-470) Il duca Galeazzo amava la pubblica magnificenza, e a tal fine comand che si lastricassero le vie di Milano: il che non fu puocha graveza, ma quasi intollerabile danno, dice il Corio(692). Francesco di lui padre le fece riattare. Sar stata una saggia provvidenza quella di lastricarle solidamente: ma tai riforme di lusso si fanno giudiziosamente e per gradi. (1471) La pompa del duca si pales singolarmente nel maestoso viaggio ch'ei fece colla duchessa a Firenze l'anno 1471. Condusse egli un tal corredo, che oggid nessuno de'monarchi d'Europa penserebbe nemmeno a simile teatrale rappresentazione. Il Corio ce la descrive minutamente; ed io la racconter, perch simili oggetti danno idea del modo di pensare di que'tempi. I principali feudatari del duca ed i consiglieri gli fecero corte, accompagnandolo nel viaggio con vestiti carichi d'oro e d'argento; ciascun di essi aveva un buon numero di domestici splendidamente ornati. Gli stipendiari ducali tutti erano coperti di velluto. Quaranta camerieri erano decorati con superbe collane d'oro. Altri camerieri aveano gli abiti ricamati. Gli staffieri del duca avevano la livrea di seta, ornata d'argento. Cinquanta corsieri con selle di drappo d'oro e staffe dorate: cento uomini di armi, ciascuno con tale magnificenza, come se fosse capitano: cinquecento soldati a piedi, scelti: cento mule coperte di ricchissimi drappi d'oro ricamati; cinquanta paggi pomposamente vestiti: dodici carri coperti di superbi drappi d'oro e d'argento: duemila altri cavalli e duecento muli coperti uniformemente di damasco per l'equipaggio de'cortigiani. Tutta questa strabocchevole pompa andava in seguito del duca; ed acciocch non rimanesse nulla da bramare, v'erano persino cinquecento paia di cani da caccia, v'erano sparvieri, falconi, trombettieri, musici, istrioni. Tale fu il fasto di quel memorando viaggio, che doveva recare incomodo ed ai sudditi del viaggiatore ed agli ospiti. Questa superba comitiva nell'accostarsi a Firenze venne accolta con somma festa e onore da quel senato. I nobili e i primari della citt si affacciarono i primi: indi molte compagnie di giovani in varie fogge uscirono ad incontrare il duca; poi comparvero le matrone; poi le giovani pulcelle, cantando versi in laude de lo excellentissimo principe, dice il Corio. Indi, accostandosi alla citt, ricevettero gli ossequi de'magistrati; finalmente gli accolse il senato, che present al duca le chiavi della citt. Entr il duca con una sorta di trionfo, e venne collocato nel palazzo di Pietro dei Medici, figlio di Cosimo. Non accadde altra cosa degna d'essere raccontata; basti osservare che non poteva verun altro monarca essere onorato di pi di quello che furono Galeazzo e la Bona in Firenze. Da Firenze passarono questi principi a Lucca; ove vennero accolti con somma pompa: anzi vollero i Lucchesi perfino aprire una nuova porta nelle mura della loro citt, onde trasmettere ai tempi a venire memoria di questo magnifico ingresso. Da Genova poi ritornarono Galeazzo e la Bona a Milano. Oggid, che i sovrani hanno nelle mani il potere per mezzo della milizia stabilmente stipendiata, non si curano pi di abbagliare i popoli.
(1472) Poich ritorn dal viaggio, il duca pens a dare una moglie al di lui figlio primogenito Giovanni Galeazzo, bambino ancora di quattro anni. Questa fu Isabella d'Aragona, figlia del duca di Calabria Alfonso e d'Ippolita Sforza, conseguentemente germana cugina dello sposo. Queste nozze si pubblicarono l'anno 1472. Il duca era strettamente collegato col cardinale di San Sisto, nipote ed assoluto padrone di papa Sisto IV: l'oggetto della reciproca unione era la loro fortuna. Il duca doveva adoperarsi per fare papa il cardinale colla rinunzia dello zio. Il cardinale, asceso al sommo pontificato, doveva innalzare lo Sforza incoronandolo re d'Italia, ed aiutandolo a ricuperare tutte le citt gi possedute dal primo duca. I Veneziani non potevano essere contenti di un tal progetto che loro toglieva tutta la terra ferma. Malgrado lo studio di celare questa trama politica, convien credere ch'essi ne avessero qualche contezza. Il cardinale, ch'era stato magnificamente accolto in Milano, bram di vedere Venezia; e quantunque cercasse di dissuadernelo il duca, egli volle insistere e passarvi. (1473) A tale proposito dice il Corio: da quello senato fu grandemente honorato, e per la intrinseca amicizia quale enteseno Veneziani havere lui con Galeazzo Sforza fu affirmato havergli dato il veneno; impero che in termine de puochi giorni, pervenuto a Roma, abandon la vita(693). Io non sono mallevadore de'sospetti di que'tempi: bastano per per far conoscere qual fede e quanta umanit regnassero, se cos si giudicava dei governi. (1474) In mezzo ai sospetti di veleno, in mezzo alle asiatiche pompe, in mezzo ai gemiti de'popoli, oppressi dalla mole di tributi corrispondenti a quelle, l'anno 1474, il 15 marzo, venne a Milano il re d'Ungheria e di Boemia Mattia I. Egli s'era reso padrone dell'Ungheria, scacciandone Casimiro, figlio del re di Polonia, e s'era impadronito della Boemia, scacciandone Giorgio Podiebrad. Egli era stato in pellegrinaggio a San Giacomo di Galizia, e passava di ritorno a Milano. Galeazzo, che stipendiava cento cortigiani e cento camerieri, e pomposamente vestivagli, alloggi l'ospite nel palazzo ducale colla magnificenza e profusione degna di lui. Mostr a quel re il suo tesoro, valutato due milioni d'oro, oltre le gioie, le quali valevano circa un altro milione. Il re Mattia chiese un prestito dal duca: ed egli gli fe'consegnare diecimila ducati, ossia zecchini. Dopo lautissimo ed onorevolissimo trattamento prese commiato il re; e poich'egli fu nell'Ungheria, si lusing il duca ch'egli avrebbegli concesso di comprarvi dei cavalli. (1475) A tal fine sped nell'Ungheria Bernardino Missaglia, suo famigliare, con molta somma di denaro. Il re fece imprigionare il Missaglia, e tolsegli i denari confidatigli dal duca; a stento finalmente gli permise di ritornarsene a Milano: cos narra il Corio(694). (1476) La fama della casa Sforza era giunta a segno che persino il soldano d'Egitto sped al duca ambasciatori; e questi vennero a Milano nell'ottobre del 1476, accolti, alloggiati, regalati splendidamente dal duca. Il duca Carlo di Borgogna tentava d'impadronirsi della Savoia. N alla Francia piaceva questo, n al duca Galeazzo; una bellicosa e potente nazione vicina non conveniva; e Galeazzo aveva di pi per moglie Bona, principessa di Savoia. Il duca Galeazzo si colleg col re di Francia, indi spinse l'armata contro de'Borghignoni; e felicemente gli Sforzeschi fecero ritirare i nemici fino alle Alpi. Il rigido inverno non permise di portare pi oltre l'impresa; onde il duca Galeazzo ridusse a quartiere i soldati, aspettando la primavera per ripigliare la guerra e discacciare affatto dall'usurpato paese i Borghignoni, e ritornarsene a Milano, ove di l a poco mor.
Le circostanze della morte del duca Galeazzo Maria Sforza ci sono minutamente trasmesse dagli scrittori di quel tempo; e siccome sono feconde nelle loro conseguenze, io non le ometter. Gli storici di quel tempo ci hanno lasciata memoria degli auguri sinistri pe'quali credettero presagita la sciagura di quel sovrano. Mentre il duca Galeazzo Maria trovavasi in Abbiategrasso, comparve una cometa, e questo  il primo infausto presagio. Il secondo fu che in Milano il fuoco prese nella stanza in cui egli soleva abitare. Ci inteso, Galeazzo quasi pi non voleva riveder Milano; pure vi s'incammin, e mentre da Abbiategrasso cavalcava verso la citt, tre corvi lentamente passarongli sul capo gracchiando, il che cagionogli tanto ribrezzo, che, poste le mani sull'arcione, rimase fermo; poi volle superarsi, e proseguendo venne a Milano. Cos allora si pensava; e tali pusillanimit cadevano anche in uomini di coraggio militare, come era il duca. Conciossiach l'uomo ardisce di affrontare un pericolo conosciuto, e cimentarsi contro altri uomini; ma contro potenze invisibili ed invulnerabili il sentimento delle proprie forze lo abbandona. Ai soli progressi della ragione siamo debitori noi viventi della superiorit nostra. Per lei siamo liberati da una inesauribile sorgente d'inquietudini; per lei finalmente sappiamo che la nebbia impenetrabile entro cui sta celato il nostro avvenire,  un benefizio della Divinit; e sappiamo per lei che la sommissione rispettosa ai decreti della provvidenza  il pi saggio ed utile sentimento dell'uomo.
La vigilia di Natale, verso sera, il duca, secondo l'usanza, scese nella gran sala inferiore del castello, dove stava d'alloggio; ed a suono di trombe e con istupendissimo apparato vi scese colla duchessa Bona e co'suoi figli. I due fratelli del duca, Filippo ed Ottaviano, portarono il cos detto zocco, e lo collocarono sul fuoco. Gli altri tre fratelli del duca erano assenti. Ascanio, in Roma; e Lodovico e Sforza, duca di Bari, erano rilegati da Galeazzo nella Francia. Cos si soleva in que'tempi radunare la famiglia al Natale. Il giorno vegnente poi nuovamente radunossi con varii cortigiani, e il duca in circolo parl della casa Sforza; e noverando i fratelli suoi, i cugini, i figli in numero di dieciotto, tutti di et fresca, osserv che per secoli non sarebbe finita. Pranz in pubblico. Il giorno poi di santo Stefano dal castello s'incammin a cavallo con tutto il corteggio per ascoltare la messa nella chiesa collegiata di detto santo, ove giunto, da tre nobili giovani venne con pi pugnalate ucciso al momento. I congiurati furono Giovanni Andrea Lampugnano, Girolamo Olgiato e Carlo Visconti. I due primi erano cortigiani del duca. Giovanni Andrea finse di voler far largo al duca; ed avventandosegli pel primo, lo fer nel ventre, e gl'immerse nuovamente il coltello nella gola. Frattanto Girolamo lo trafisse alla mammella sinistra, poi nella gola, indi nelle tempie. Carlo, nel tempo stesso, nella schiena, e nella spalla lo colp con due ferite, pure mortali. Il duca appena pot esclamare: oh nostra donna! e cadde all'istante l nella chiesa. Cos termin la sua vita di duca Giovanni Galeazzo, il giorno 26 dicembre del 1476, dopo dieci anni di sovranit, all'et di trentadue anni. La serie di questa congiura  nota, e si  anche pi conosciuta col dramma: la Congiura contro di Galeazzo Sforza; tragedia di sentimenti grandi, arditi, liberi; piena di lezioni utili ai principi, utili ai sudditi; che ci rappresenta la tirannia co'suoi tratti odiosi, il fanatismo pericoloso, quando anche nasca da nobili principi; che interessa e sviluppa un'azione che  la sola della nostra storia posta sul teatro, e la presenta col costume de'tempi; tragedia che sgomenta le anime gracili, e scuote deliziosamente le energiche. La storia  adunque, che in Milano eravi un uomo d'ingegno, erudito, eloquente e di sentimenti arditi, che aveva nome Cola Montano: si dice ch'ei fosse Bolognese(695). Egli viveva col mestiere delle lettere, ed era un rinomato maestro, alla scuola di cui varii giovani nobili andavano per istruirsi. Taluno, assai versato negli aneddoti, mi asser che questo Cola Montano fosse stato dileggiato dal duca Galeazzo Maria. Concordemente la storia c'insegna che Montano ne'suoi precetti sempre instillava nel cuore de'suoi nobili alunni l'odio contro la tirannia, la gloria delle azioni ardite, la immortalit che ottiene chi rompe i ferri alla patria, e la renda libera e felice. Egli animava gli alunni suoi a mostrare una virile fermezza, ad amare la vigorosa virt, a cercar fama con fatti preclari. Poich co'discorsi e cogli esempi della virt romana ebbe trasfuso il fanatismo nelle vene bollenti degli scolari, egli coglieva l'occasione che il duca colla pompa accostumata passasse davanti la scuola; e trascegliendo i pi ardenti ed audaci, mostrava loro un Tarquinio nel duca, ed una mandra di schiavi, buffoni effeminati ne'suoi magnifici cortigiani, veri sostegni della tirannia e pubblici nemici. Confrontavali co'Cartaginesi, co'Greci, co'Metelli, co'Scipioni romani. Giunti al grado del fervore al quale cerc di ridurli, colloc alcuni di essi al mestiere delle armi sotto Bartolomeo Coleoni, acciocch imparassero a conoscere i pericoli, ad affrontarli, a ravvisare le proprie loro forze(696). Condotta la trama al suo termine, finalmente furono trascelti quei che egli giudic pi adattati; e furono appunto Giovanni Andrea Lampugnano, Girolamo Olgiato e Carlo Visconti. Si pens con un colpo ardito di liberare la patria, mostrando quando sarebbe facile l'impresa, purch i cittadini si ricordassero soltanto d'essere uomini. Avanti la statua di sant'Ambrogio venne congiurata la morte del tiranno Galeazzo Maria, usurpatore del trono, oppressore della libert che pur godevasi ventisei anni prima, nimico della patria, impoverita colle enormi gabelle ed insultata col lusso di un principe malvagio. Cos formossi segretamente la trama, che scoppi prima che alcuno ne sospettasse. Giovanni Andrea Lampugnano, appena fatto il colpo, cadde poco lontano dal duca, ucciso da un domestico ducale. Girolamo Olgiato, che aveva ventitre anni, si sottrasse col favore della confusione, e ricoveratosi presso di un buon prete, aspettava di ascoltar per le vie della citt gli applausi per l'ottenuta libert, ed impaziente attendeva il momento per mostrarsi come liberatore della patria. Ma udendo invece gli urli e lo schiamazzo della plebe, che ignominiosamente strascinava per le strade il cadavere del Lampugnano, s'avvide troppo tardi dell'error suo, perd ogni lusinga, e venne imprigionato. Dal processo che se gli fece, si seppe la trama. Non mi  noto qual fosse il fine di Cola Montano. L'Olgiato mor nelle mani del carnefice con sommo coraggio. Il ferro che colui adoperava, era poco tagliente; ma egli anim il carnefice, e lo s'intese pronunziare queste parole: stabit vetus memoria facti(697). Bruto, Cromwel, Olgiato hanno fatto a un dipresso la stessa azione. Il primo viene spacciato per un modello di virt gentilesca: il secondo ha la celebrit di un atroce ambizioso: il terzo non ha nome nella storia. Le circostanze decidono della fama, singolarmente nelle azioni violente, le quali si biasimano, ovvero si lodano a misura del male, o del bene che produssero poi. Il Corio, che ci lasci descritto il fatto, era testimonio di veduta; e come cameriere ducale, era nel seguito del suo sovrano, quando venne ucciso. Ei ci racconta i vizi del duca, anzi i suoi delitti. Galeazzo interpell un povero prete che faceva l'astrologo, per sapere quanto tempo avrebbe regnato. Il prete diegli in riscontro ch'ei non sarebbe giunto all'anno undecimo. Galeazzo lo condann a morir di fame. Egli per gelosia fece tagliar le mani a Pietro da Castello, calunniandolo come falsificatore di lettere. Egli fece inchiodare vivo entro di una cassa Pietro Drego, che cos venne seppellito. Egli scherzava con un giovine veronese, suo favorito, e lo scherzo giunse a tale di farlo mutilare. Un contadino che aveva ucciso un lepre contro il divieto della caccia, venne costretto ad inghiottirlo crudo colla pelle, onde miseramente mor. Travaglino, barbiere del duca, soffr quattro tratti di corda per di lui comando, e dopo continu quel principe a farsi radere dal medesimo. Egli avea un orrendo piacere rimirando ne'sepolcri i cadaveri. Univa a tutte queste atrocit una sfrenata libidine, anzi una professione palese di scostumatezza, costringendo a prostituirsi anche a'suoi favoriti quelle che cedevano alle brame di lui. Avidissimo di smungere danaro ai sudditi, gli opprimeva colle gabelle, non mai bastanti alle profusioni del di lui fasto. Oltre la splendidissima corte, teneva il duca Galeazzo Maria duemila lance e quattromila fanti stabilmente al di lui soldo. Il Corio dice ch'egli amasse gli uomini probi e colti, e fosse sensibile alle belle arti: io non trovo che tali inclinazioni sieno combinabili colle antecedenti, e sicuramente nessun vestigio ne  rimasto del suo regno. Egli fu ben diverso dal buon Francesco di lui padre! I fratelli Baggi, Pusterla e del Maino avevano ucciso Giovanni Maria Visconti, duca di Milano, in San Gottardo, e vennero applauditi. Il destino del Lampugnano e dell'Olgiato fu opposto. Credo che la gloria del duca Francesco, la prudenza della duchessa Bianca Maria, l'eccesso del fasto di Galeazzo, e la memoria delle miserie sofferte nell'interregno della repubblica sieno state le cagioni della diversit. S l'uno che l'altro attentato furono commessi nella chiesa; come nella chiesa, anzi nel pi sacro momento del rito, un anno dopo a Firenze Giuliano de'Medici ebbe il medesimo destino.
Il merito principale nell'aver conservata la citt tranquilla in mezzo a tale scossa improvvisa, l'ebbe Francesco Simonetta, che si chiamava Cicho Simonetta. Egli era stato il primo ministro e l'amico del duca Francesco; uomo di Stato e di molta virt, e tale che, allorch Gaspare Vimercato, a cui Francesco in parte doveva e Milano e Genova, ard parlargliene svantaggiosamente, il duca freddamente risposegli: essere tanto necessario a lui ed allo Stato Cicho, che s'ei morisse, ne avrebbe fatto fabbricare uno di cera. La vedova duchessa Bona lasci che Cicho disponesse ogni cosa. Egli si serv del conte Giovanni Borromeo per tenere in calma la citt. Il Borromeo possedeva la fiducia di ognuno, e il Corio dice che questo perhumanissimo conte era tanto abituato alla buona fede, che il pretendere da lui cosa alcuna contro la ragione, o contro la virt, sarebbe stato lo stesso che volere strappare dalle mani d'Ercole la clava, suo malgrado. Fu tumulato Galeazzo Maria coll'ordinaria pompa ducale. La vedova lo fe'vestire col manto d'oro; e fece chiudere nel sarcofago tre preziose gemme. Il figlio primogenito Giovanni Galeazzo venne proclamato duca, sebbene in et di sei anni. Simonetta abol tutte le gabelle imposte recentemente. Conferm gli stipendiati. Fece compra di grano, e ne fece largizioni alla plebe, che penuriava; e ci sotto nome della duchessa Bona, dichiarata tutrice del nuovo duca. Simonetta reggeva tutto come segretario di Stato.
V'erano due supremi consigli. Quello di Stato si radunava nel castello avanti il sovrano o la tutrice; quello di giustizia si radunava nella corte ducale di Milano. Lodovico e Sforza, fratelli del defunto duca, immediatamente dalla Francia, ove tenevali rilegati il fratello Galeazzo, volarono a Milano; lusingandosi, come zii del duca, di prendere le redini del comando. Simonetta li destin con onore a presedere al consiglio supremo di giustizia. Fremevano vedendosi cos delusi; ma il marchese di Mantova e il legato pontificio, venuti per ufficio alla corte di Milano, tentarono di calmare i loro animi; e rest concluso che si pagassero ogni anno dodicimila e cinquecento ducati a ciascuno degli zii del duca, e che si assegnasse a ciascuno un palazzo in Milano, e cos uscissero dal castello. I fratelli del duca Galeazzo, zii del vivente, erano cinque, cio Sforza, Filippo, Lodovico, Ascanio e Ottaviano.
(1477). Genova si ribell. Dodicimila uomini vennero spediti per sottometterla. Se ne confid il comando a Lodovico ed Ottaviano, fors'anco per allontanarli. L'impresa riusc bene, poich, malgrado la vigorosa resistenza de'Genovesi, gli Sforzeschi se ne impadronirono; e il giorno 9 di maggio 1477 resero i Genovesi nuovamente omaggio al duca(698). Ritornarono a Milano Lodovico ed Ottaviano colla benemerenza di tale vittoria. Simonetta teneva l'occhio sopra di essi. Venne imprigionato un confidente di questi due principi, da cui seppe le trame che ordivano contro lo Stato. I due fratelli pretesero che il loro confidente venisse liberato; e ci non ottenendo, posero mano alle armi, e sollevarono pi di seimila persone in Milano. La duchessa e Simonetta stavasene nel castello; e in esso, dalla parte esterna, fecero entrare tutte le genti d'armi vicino a Milano, il che bast per far deporre le spade. Ottaviano non volle fidarsi del promesso perdono, e se ne fugg; e, giunto a Spino, vicino a Lodi, temendo di essere arrestato, si avventur a passar l'Adda, e vi si affog cadendo da cavallo, il che avvenne l'anno 1477. Egli aveva 18 anni; il di lui cadavere si ritrov poi, e venne tumulato in Duomo. Simonetta fece formare un processo della sedizione, e risult che gli zii del duca avevano tramato di togliergli lo Stato. Indi vennero relegati, Sforza, duca di Bari, nel regno di Napoli, Lodovico a Pisa, ed Ascanio a Perugia.
Sforza, trovandosi nel regno di Napoli, mosse il re Ferdinando in favor suo e de'fratelli; e naturalmente la principessa Ippolita, sorella de'relegati, vi avr contribuito. Il re Ferdinando di Napoli anim i Genovesi a sottrarsi e prendere il partito degli esuli fratelli; anim gli Svizzeri a fare delle incursioni nel Milanese; Sforza duca di Bari, malgrado la relegazione, da Napoli pass nel Genovesato, ed ivi mor. (1479) Il ducato di Bari dal re di Napoli venne infeudato a Lodovico Sforza, detto il Moro, il quale con ottomila combattenti da Genova s'innoltr nel Milanese, ed occuponne tutta la porzione sino al Po. Ci accadde l'anno 1479. Lodovico per faceva dovunque gridare: viva il duca Giovanni Galeazzo, e protestava di aver mosse le armi in soccorso del nipote per liberarlo dalla tirannia del Simonetta e da'cattivi consiglieri. Il duca era fanciullo di dieci anni. La duchessa Bona era una bella principessa, e non per anco avea passata l'et della debolezza, ed era pi donna che sovrana. Eravi alla corte certo Antonio Trassino, ferrarese, uomo di bassi natali, e stipendiato come scalco; giovane per di ornata ed elegante figura, al quale la duchessa senza riserva confidava tutto ci che si faceva dal Simonetta e nel consiglio. Il Simonetta, sendosene avveduto, trascurava quell'indegno favorito; ma non osava di pi. Trassino, che si vedeva rispettato da ognuno e dal solo Simonetta disprezzato, lo abborriva. Questo Trassino fu il mezzo per cui Lodovico segretamente si riconcili colla duchessa. Improvvisamente Lodovico staccossi dal suo esercito, e comparve nel castello di Milano il giorno 7 di settembre 1479; il che sorprese il Simonetta. La duchessa e il duca lo accolsero come un cognato ed uno zio amico, e venne alloggiato nel castello. Cicho Simonetta venne accolto da Lodovico con apparente amicizia e stima, come un vecchio ministro benemerito; ma egli non si lasci ingannare, e nel momento in cui pot abboccarsi colla duchessa, le disse: Signora, io perder la testa, e voi lo Stato. (1480) E in fatti, il giorno 30 di ottobre del 1480, a Pavia, gli venne troncata la testa all'et di settant'anni; al quale destino, sebbene ingiusto, si pieg colla costanza e magnanimit che doveva coronare la virtuosa di lui vita. Cicho era fratello di Giovanni Simonetta, autore della storia sforzesca. E in vita e in morte Cicho si mostr degno di essere stato l'amico di Francesco Sforza. Si fecero allora i quattro versi seguenti:

Dum fidus servare volo patriamque ducemque,
Multorum insidiis proditus, interii.
Ille sed immensa celebrari laude meretur,
Qui mavult vita, quam caruisse fide(699).

Come poi venisse abbandonato a cos indegno destino un ministro tanto illibato ed illustre, ce lo dice il Corio; cio per la fazione de'nemici, i quali giunsero a prendere le armi contra lo stesso Lodovico, avendo alla testa Federico marchese di Mantova, Guglielmo marchese di Monferrato, Giovanni Bentivoglio ed altri illustri personaggi, i quali obbligarono Lodovico a far imprigionare il Simonetta, che, malgrado la protezione e gli uffici di altri principi, venne abbandonato alla vendetta de'nemici che gli avea conciliati la passata fortuna, e fors'anco la stessa sua virt.
Poco tard a verificarsi il rimanente del vaticinio del Simonetta. (1481) Il favorito della duchessa Trassino, accecato, siccome avviene alle anime basse, dalla prospera fortuna, mancando ai riguardi ch'egli doveva verso Lodovico, venne scacciato nel 1481, e port seco a Venezia un tesoro di gioie e di denaro. La duchessa si avvil talmente, che rinunzi a Lodovico la tutela con un atto solenne(700), sperando con ci di rimaner libera, ed uscendo dallo Stato rivedere il favorito: ma il primo uso che Lodovico fece del potere confidatogli, fu d'impedirle l'uscita dallo Stato, e ad Abbiategrasso venne arrestata. Cos Antonio Trassino, senza saperlo, fu quegli per cui la casa Sforza poi perdette lo Stato, i Francesi occuparono il ducato, gl'Imperiali gli scacciarono; e si form un nuovo ordine di cose per tutta l'Italia, come in appresso vedremo. Le debolezze di una donna, e la bella figura di uno scalco fecero maggior rivoluzione nel destino d'Italia, di quello che non avrebbe fatto un gran monarca od un conquistatore.
(1482) L'Italia si pose in armi l'anno 1482, e per due anni ne sopport i mali. Il re di Napoli Ferdinando e i Fiorentini erano collegati cogli Spagnuoli. I Veneziani, il papa e i Genovesi erano riuniti nel contrario partito. Il papa abbandon poscia i Veneziani e si un agli Sforzeschi. Non nuoce punto l'ignoranza di questi minuti avvenimenti guerreschi; anzi la scienza di essi  atta soltanto a caricare confusamente la memoria, a scapito degli avvenimenti degni della nostra attenzione. V'era in Milano un partito contrario a Lodovico il Moro; alcuni per compassione della duchessa Bona, altri per avversione al carattere ambizioso di Lodovico, altri per vendicare le ceneri del virtuoso Simonetta, altri in fine per la naturale lusinga di viver meglio. (1485) Venne cospirato di togliere dal mondo Lodovico Sforza; e fu concertato che il giorno 7 di dicembre l'anno 1485, venendo egli, secondo il costume, alla chiesa di Sant'Ambrogio, quivi fosse trucidato. Il colpo and a vuoto; atteso ch'egli vi fu bens, ma entrovvi per una porta alla quale non eranvi le insidie. Se ci non accadeva, egli spirava trafitto come il fratello, come il duca Giovanni Maria, come Giuliano, fratello di Lorenzo de'Medici. Non credo che i Gentili abusassero a tal segno de'sacri templi.
(1489) Il duca di Bari Lodovico il Moro, poich Giovanni Galeazzo, suo nipote, duca di Milano, giunse all'et di venti anni nel 1489, pens di accompagnarlo colla principessa Isabella di Aragona, a cui era gi stato promesso dal defunto duca. Ermes Sforza e il conte Gian Francesco Sanseverino furono destinati ambasciatori alla corte di Napoli per tal solenne inchiesta. Il Calco ce ne rappresenta la pompa. Erano questi accompagnati da trentasei giovani nobili milanesi. Fra essi vi fu una gara meravigliosa nel cambiare vestiti magnifici; chi dieci, chi dodici e chi sedici domestici conduceva seco, nobilmente vestiti di seta, con gemme e perle all'armilla del braccio sinistro. L'usanza di queste armille, ossia braccialetti gemmati, costava assai; poich i padroni ne avevano al loro braccio del valore di settemila fiorini d'oro, ossia zecchini. Il Calco dice che veramente sembravano tanti sovrani, e portavano collane pesantissime d'oro della grossezza di un pollice. Questa comitiva giunse a Napoli, ed era composta di circa quattrocento persone. Tutto ci che mostra il costume dei rispettivi tempi, debbe aver luogo nella storia(701). Perci riferir il magnifico pranzo che si present in Tortona alla sposa, a guisa di un'accademia poetica. Ogni piatto era presentato da una persona vestita poeticamente, e l'abito era relativo alla cosa che presentava. Giasone compariva portando il vello d'oro rapito in Colco. Febo offeriva il vitello rapito dalla mandra di Admeto. Diana poneva sulla mensa Atteone trasformato in cervo; e come la Dea avea cambiato un uomo in un animale, augurava che questi si trasformasse in uomo nel seno d'Isabella. Orfeo present diversi uccelli, ch'ei diceva essergli volati intorno per l'armonia della sua cetra or ora, mentre sull'Appennino cantava le divine sue nozze. Atalanta portava il cinghiale caledonio, da tanti secoli custodito, offrendo volentieri a s illustre principessa quel trionfo, riportato in faccia di tutta la giovent della Grecia. Iride venne poi offrendo un pavone tolto dal carro di Giunone, e ramment il destino di Argo. Ebe, figlia di Giove e ministra di nettare ed ambrosia tolta dalla cena de'Numi, porse i vini pi pregiati. Apicio dagli Elisii port i raffinamenti del gusto, formati di zucchero. I pastori d'Arcadia presentarono varie cose di latte, giuncate, ricotte, caci, ecc. Vertunno e Pomona posero sulla mensa frutti rarissimi, perch era inverno. Poi le Najadi, Dee dei fonti, portarono pesci. Glauco port frutti e pesci marini. Il Po, l'Adda, Silvano offerirono i pesci de'fiumi e laghi maggiori. Terminata la mensa, prosegu uno spettacolo composto degli attori medesimi, allusivo alle nozze. I costumi erano allora, come si scorge, ingentiliti e quasi troppo ricercati e rimoti dalla natura. Per si conosce che generalmente doveva essere colta la nobilt del paese, e sapere la favola e gustare la poesia. La maggior parte di questi personaggi present le vivande cantando versi appropriati. Ci hassi dal Calco. La sposa da Vigevano venne al castello di Abbiategrasso; d'onde sul canale detto Naviglio grande pass a Milano il giorno primo di febbraio del 1489, accompagnata dalla duchessa Bona, dal duca di Bari Lodovico, da don Fernando d'Este e da molti altri signori e matrone della pi illustre nascita, e dagli oratori di quasi tutt'i principi d'Italia. Il giorno 2 febbraio uscirono gli sposi dal castello in abito bianco; ed alle staffe eranvi il conte Giovanni Borromeo e Gianfrancesco Pallavicino, primari vassalli. Lodovico il Moro cavalcava in seguito alla testa dei principali ministri. Le vie erano tutte coperte dal castello al Duomo di parati magnifici. Cos celebraronsi le nozze del sesto duca Giovanni Galeazzo Sforza. Queste nozze ci fanno dubitare che allora forse Lodovico non avesse in mente il progetto di usurparsi il ducato di Milano.
Lodovico reggeva lo Stato come governatore a nome del duca, e nelle monete eravi da una parte l'immagine del duca: Johannes Galeaz Maria Sfortia Vicecomes Dux Mediolani Sextus, e dall'altra l'immagine di Lodovico colla leggenda: Ludovico Patruo gubernante. Ma questo governatore sotto varii pretesti rimosse dalle fortezze i castellani affezionati del duca, e sostitu uomini interamente dipendenti da esso Lodovico. (1491) Poi pens ad ammogliarsi; e l'anno 1491, al 31 gennaio, condusse a Milano la sua sposa la principessa Beatrice d'Este. Ella aveva diecisette anni, Lodovico contava il quarantesimo(702). Si fecero pompe grandissime per queste nozze, e il Calco le descrive. Allora l'abito de'dottori collegiati era pi allegro di quello che ora lo sia; purpureis vel coccineis togis fulgentes(703) comparvero in quelle feste; e gli abiti delle matrone erano falcatis infra ubera pectoribus, ac pallio, ritu gabino, dextro ab humero l vum in latus subducto(704). Avevano le matrone un lungo strascico, ed era pomposo, elegante e grave il loro vestito, in guisa che ballavano con graziosa lentezza: modice et venuste(705), dice il Calco. Per questi sponsali si fecero pure magnifiche giostre; et il pretio de s illustrata giostra per egregia virtute hebbe Galeazo Sanseverino e Giberto Borromeo.
Poste a convivere insieme le due principesse, cio la duchessa Isabella e la principessa Beatrice duchessa di Bari, nacquero de'dissapori. Isabella, come moglie del duca regnante, pretendeva d'essere sola sovrana; e che Beatrice fosse considerata suddita. Isabella era figlia di un re. Beatrice, moglie del tutore del duca, considerava la duchessa come la pupilla. L'avo d'Isabella era Ferdinando, nato da illegittima unione. Le meschine vicende della casa di Aragona nel regno di Napoli erano argomenti di cronologia contraposti all'illustre sangue estense(706). (1492) Il fatto di tai domestici partiti fu che Lodovico il Moro si rese padrone dell'erario, e pass a disporre il tutto da s. Promuoveva alle cariche, faceva le grazie, appena lasciava al nipote il nome di duca. Il duca Giovanni Galeazzo e la duchessa Isabella scarsamente erano alimentati e penuriavano di ogni cosa, sebbene fosse gi stata feconda la duchessa d'un bambino, nato in febbraio 1491. Posta in tale angustia la Isabella, trov modo di renderne informato Alfonso, di lei padre. Il re di Napoli sped a Lodovico il Moro i suoi oratori, i quali, con somme lodi innalzando quanto come tutore aveva fatto, conclusero chiedendogli che abbandonasse il governo dello Stato al duca Giovanni Galeazzo, che gi contava il vigesimoterzo anno dell'et sua. Lodovico tratt con onorificenza gli oratori del re Ferdinando, avo della duchessa: ma sul proposito di rinunziare al governo non die'risposta alcuna.
(1493) Dopo di ci Lodovico il Moro attentamente osservava i movimenti del re di Napoli. Seppe che si allestiva un'armata contro di lui, e si preparava una flotta a cui doveva comandare Alfonso, padre della duchessa, principe valoroso e prudente. A un tal nembo avrebbe potuto resistere Lodovico colle forze proprie, se avesse potuto fidarsi de'sudditi che governava. In ogni governo vi  sempre un buon numero di malcontenti, essendo le voglie de'popoli sempre maggiori del potere sovrano; e questi malcontenti avrebbero abbracciato il partito del loro sovrano, l'oppresso duca Giovanni Galeazzo, di cui la condizione moveva a piet, s tosto che si fosse avvicinata un'armata a sostenerlo. Conveniva suscitare un potente nemico all'Aragonese re di Napoli, e distoglierlo cos dal pensiero degli Stati altrui, per difendere il proprio. Carlo VIII, re cristianissimo, era nel bollore dell'et; aveva ventiquattro anni; amava le imprese grandi; era capace di riscaldarsi l'animo. Lodovico, che avea vissuto alcuni anni nella Francia e conosceva la nazione, form il progetto di far prendere le armi al re Carlo, per ricuperare il regno di Napoli. Spedigli come ambasciatore Carlo Barbiano, conte di Belgioioso, il quale lo anim a scacciare da Napoli gli usurpatori aragonesi, e rivendicando le ragioni della casa di Angi, unire quel regno alla corona di Francia. Il re aveva gi in mente di frenare i Turchi, che minacciavano la cristianit: e nessun paese era a ci pi vantaggioso, quanto il napoletano. Oltre a ci si rappresent al re Carlo, che il denaro di Lodovico, le sue milizie erano agli ordini suoi; i desiderii de'Napoletani erano per lui; i principi d'Italia, il papa, i Fiorentini, i Veneziani, tutti avrebbero favorita l'impresa. Cos offerivasi a Carlo VIII di rinnovare nell'Italia la memoria di Carlo Magno. Gi i Turchi minacciavano la Dalmazia e l'Ungheria. La gloria di salvare i regni cristiani era riserbata al primogenito fra i cristiani, il re di Francia. In tal guisa il conte di Belgioioso destramente persuase il re. Vinse colle maniere accorte e col denaro di Lodovico alcuni primari favoriti. L'impresa venne decisa, e il re, convocati gli Stati a Tours, pubblic la guerra pel regno di Napoli; ed ivi anticipatamente distribu i feudi di quel regno, e si appropri il titolo di re di Gerusalemme e di Sicilia, oltre quello di re di Francia. Alcuni ministri francesi, per comandare pi liberamente colla lontananza del re, applaudirono. Vi era chi conosceva non essere facile l'impresa; essere il re Ferdinando avveduto; essere valoroso Alfonso di lui figlio; aver essi il fiore della milizia al loro stipendio; essere tuttora dubbioso qual partito prenderebbero il papa, i Fiorentini e i Veneziani; doversi temere l'imperatore Massimiliano e il re di Spagna Ferdinando, pronti forse ad invadere la Francia, se ella rimaneva sprovveduta.
Lodovico si adoper per togliere le dissensioni fra Massimiliano imperatore e Carlo VIII. Senza di ci poteva il re cristianissimo venir costretto a retrocedere per difendere la Francia. Massimiliano era animato contro il re Carlo, che gli aveva ripudiata la figlia, e tolta la sposa ed una provincia. Lodovico cominci a dar timore a Massimiliano, che Carlo VIII in Roma non si facesse incoronar dal papa imperatore; giacch quell'augusto non per anco avea fatta cotesta cerimonia. Indusse il re Carlo ad usare tutti gli ossequi all'imperatore. Finalmente Lodovico coll'imperator Massimiliano concluse di dargli in moglie la principessa Bianca Maria di lui nipote, figlia del duca Galeazzo. Concert coll'imperatore di essere egli dichiarato duca di Milano; e quattrocentomila fiorini d'oro, ossia zecchini, vennero pagati all'imperatore. Le nozze della Bianca Maria seguirono nel Duomo di Milano il giorno l dicembre 1493, avendo qua spediti i suoi procuratori Massimiliano. Cos Lodovico liber il re Carlo dal timore di una sorpresa de'Cesarei. Colla Spagna pure segu l'accordo; per cui si cedettero a Ferdinando ed Isabella Perpignano e Roncilione. Assicuratosi per tal modo Carlo VIII la quiete interna, si dispose a passar le Alpi. Lodovico il Moro era un usurpatore, ma lo era grandiosamente. Egli si era sottratto alla morale, ed erasi scelta per giudice quella funesta ragion di Stato, che suol preferire i misfatti illustri alla oscura virt. Arbitro fra l'imperatore e il re di Francia, d una nipote per moglie al primo; fa passare il re nell'Italia. La scena ch'ei rappresent sul teatro di Europa,  da monarca assai superiore alla condizione di un semplice duca di Milano. Poich il re Ferdinando di Napoli vide il fulmine che stavagli imminente, sped a Lodovico il Moro Camillo Pandone, pregandolo acciocch volesse allontanare il re Carlo dalla impresa, e promettendogli di essere pronto dal canto suo a guarentire a Lodovico tutto quello che pi gli fosse piaciuto pel Milanese. Il conte Carlo di Belgioioso da Parigi vol in cinque soli giorni nella Lombardia(707); ed a nome del re di Francia venne a proporre a Lodovico una perpetua confederazione, offerendogli anche il principato di Tranto. Ma il saggio conte, da ministro fedele, cerc di sconsigliare Lodovico, mostrandogli l'incertezza della impresa e il pericolo dell'Italia e suo, qualora mai riuscisse. Lodovico, accettando i consigli del conte e le offerte del re Ferdinando, avrebbe potuto gloriosamente usurpare il dominio; egli volle nondimeno persistere nel primo impegno. Perch poi ricusasse quell'ottimo partito e preferisse una guerra pericolosa al godimento tranquillo dello Stato, non lo dice la storia. Forse egli non si fid del re Ferdinando, n delle forzate offerte di lui; sicch, passato il timore, non dovesse nuovamente vederselo nemico. Forse egli ascolt le personali passioni pi che non si conviene ad un sovrano; e l'odio contro la casa di Aragona, o la benevolenza verso gli amabili Francesi, presso i quali era vissuto, prevalsero ai sentimenti che doveva adottare come uomo di Stato. Il vero motivo non si sa: unicamente ci  noto che Lodovico promise al re Carlo di Francia cinquecento uomini d'arme, quattro navi, dodici galere, il suo erario e la sua persona. (1494) Inutilmente il papa Alessandro VI sped emissari nella Francia per frastornare la venuta del re. Lodovico se ne avvide: ed anim il re Carlo a non differire, acciocch i Napoletani, il papa e i Fiorentini non avessero tempo di radunare un'armata e disputargli i difficili passi degli Appennini. Il re Carlo VIII si ritrov in Asti il giorno 11 di settembre 1494. Poi, il giorno 14 ottobre, nel castello di Pavia venne magnificamente accolto da Lodovico il Moro. Ivi il re visit il duca Giovanni Galeazzo, ammalato di consunzione, e non senza qualche suspecto, dice il Corio; l'infermo raccomand alla piet del re Francesco suo figlio e la duchessa sua moglie; e fra pochi giorni termin la sua vita al 22 ottobre nella et di venticinque anni(708). Il di lui figlio Francesco poi visse nella Francia e fu abbate di Marmoutiers. Lodovico somministr al re non poca somma di denaro. Corio dice della morte del duca, che parve ad ognuno crudele cosa che, non attingendo anche il vigesimoquinto anno di sua etate, come immaculato agnello, senza veruna causa fusse spinto dal numero de'viventi. Il re di Francia si mostr sensibile a tal morte. Volle in Piacenza, ove lo seppe, onorare il defunto con funerali, e vest gran numero di poveri col danaro suo; il che fu forse cagione onde fosse da Lodovico fatto trasportare in Milano e tumulare in Duomo colle cerimonie consuete l'infelice nipote, che fu il sesto duca di Milano; non perch abbiavi comandato giammai, ma perch ne port il titolo; e le monete coniate ed i diplomi spediti furono in di lui nome e colla di lui effigie.

Capitolo 19.

Di Lodovico il Moro, settimo duca di Milano, e della venuta del re di Francia Lodovico XII

Lodovico aveva il diploma imperiale che lo dichiarava duca di Milano; ma lo teneva nascosto. Gi vedemmo che l'imperator Federigo non concesse mai il ducato di Milano n a Francesco Sforza n a Galeazzo Maria. Giunto alla suprema dignit dell'impero Massimiliano I, ei ne confer il ducato, non gi al primogenito dell'ucciso Galeazzo, ma al tutore di esso, Lodovico il Moro. Il diploma venne spedito in Anversa il giorno 5 settembre 1494. In esso diploma dichiara quell'angusto che preferiva Lodovico, perch esso fu generato da Francesco Sforza mentre possedeva il ducato; il che non poteva dirsi di Galeazzo. Pare che avrebbe dovuto l'estensore del diploma omettere questa cavillazione, superflua presso l'imperatore, che non riconosceva altri duchi di Milano, se non i nominati ne'cesarei diplomi. Con altro diploma 8 ottobre 1494, dato pure in Anversa, l'imperatore dichiara che Lodovico gli facesse istanza per ottenere l'investitura del ducato in favore di Giovanni Galeazzo; ma che l'imperatore Federigo, suo padre, ed egli lo aveano ricusato, perch praefatus Joannes Galeaz ipsum ducatum et comitatum a populo Mediolanensi recognovit, quod quidem fuit in maximum Imperii praejudicium; et quia est de consuetudine Sacri Romani Imperii neminem unquam investire de aliquo statu sibi subjecto, si eum de facto sibi usurpavit, vel ab alio recognoverit(709). Lodovico, mentre in segreto possedeva questi diplomi imperiali, convoc nel castello i primari dello Stato; e notificando la morte seguta del duca Giovanni Galeazzo, propose loro d'acclamare per duca Francesco, bambino primogenito del defunto. Il presidente della camera Antonio Landriano vi si oppose, attesa l'et del fanciullo: e ricordando le inquietudini della minorit passata; lo stato d'Italia col re Carlo alla testa d'un armata; i pericoli imminenti, propose che Lodovico medesimo fosse da riconoscersi duca, come quel solo che nelle procelle attuali poteva difendere lo Stato. Nessuno ard di uniformarsi alla proposta di Lodovico; e il voto del Landriano venne secondato da tutti. Ben tosto, uscendo dal consiglio, lo proclamarono duca nel mentre appunto che nel Duomo, allo spettacolo dell'estinto Giovanni Galeazzo, esposto colla pompa funebre allo sguardo di ognuno, si versavano lagrime di compassione sul misero di lui fato. La vedova duchessa Isabella, coi poveri bambini suoi, stavasene in Pavia, rinchiusa entro una stanza, ricusando la luce del giorno, giacendo per tristezza sulla nuda terra, in mezzo a lugubri abbigliamenti. Ivi intese una tale proclamazione, che toglieva la sovranit anche ai meschini avanzi del giovine suo sposo, e poneva il colmo al trionfo della rivale duchessa Beatrice. (1495) Quando il popolo invidia la condizione de'signori grandi, ha egli sempre ragione? Due ministri imperiali vennero a Milano per conferire la dignit ducale a Lodovico; ed era appunto allora che si compieva il secolo in cui la stessa cerimonia erasi fatta per il primo duca. Il giorno 26 maggio del 1495, alla porta del Duomo, con stupende cerimonie, dice il Corio, ornarono Lodovico del manto, berretta e scettro ducale, sopra un eminente trono. Giasone del Maino, celebre legista, pronunzi l'orazione; poscia si and a Sant'Ambrogio; d'unde in castello, dove furono celebrati li stupendi triumphi quanto a nostro secolo fussino d'altri; cos il Corio.
Stacchiamo lo sguardo, almen per poco, dai tristi avvenimenti della politica, rimiriamo oggetti pi ameni, cio i progressi che la coltura fece presso di noi sotto il governo di Lodovico il Moro. Lodovico dapprincipio fabbric il vastissimo claustro del Lazzaretto secondo l'uso di que'tempi; ma in appresso egli pose all'architettura per maestro il Bramante da Urbino, alla pittura, Leonardo da Vinci. Questi grandi uomini erano cari a Lodovico. Sotto la scuola di quest'ultimo si formarono Polidoro da Caravaggio, Cesare da Sesto, Bernardo Luino, Paolo Lomazzi, Antonio Boltrasio ed altri, dai quali ebbe vita ed onore la scuola milanese. L'architettura era ne'primi anni sotto Lodovico resa elegante bens, ma conservava capricciosi ornamenti, siccome scorgevasi nella facciata della casa de'signori conti Marliani(710). Poi s'innalz il magnifico tempio della madonna di San Celso; si eresse la facciata del palazzo arcivescovile; si fabbric il chiostro, veramente nobile e grandioso, dell'imperial monastero di Sant'Ambrogio(711); e cos si esposero allo sguardo pubblico modelli di bella architettura. Lodovico grandiosamente stipendiava gli abili artisti e gli uomini d'ingegno; accordava loro piena immunit da ogni carico; animava i progressi della coltura. Demetrio Calcondila, Giorgio Merula, Alessandro Minuziano, Giulio Emilio erano fra noi gl'illustri letterati protetti e beneficati dal Moro. Bartolomeo Calco, segretario di Stato ed uomo colto, per secondare il genio del suo principe, institu le scuole pubbliche, le quali sino a'giorni nostri ne portano il nome. Tommaso Grossi eresse e dot altre pubbliche scuole per gratuita istituzione della giovent; e queste pure conservano il nome del loro fondatore. Tommaso Piatti, che sommamente era in favore presso Lodovico, institu pubbliche cattedre di astronomia, geometria, logica, lingua greca ed aritmetica. Con tali beneficenze pubbliche si otteneva l'amicizia di Lodovico; il che certamente fa sommo onore alla memoria di lui. Non  dunque da meravigliarsi se di que'tempi le belle lettere venissero in fiore, e se da quella scuola uscissero poi Girolamo Morone, di cui accader in breve ch'io parli, Andrea Alciato e Girolamo Cardano. Scrivevano allora la storia patria Tristano Calco, memorabile per l'elegante stile latino, e per la molta accuratezza; Bernardino Corio, inelegante scrittore bens, e credulo compilatore delle antiche favole, ma accurato e fedele espositore delle cose de'tempi pi vicini. Allora la poesia, la musica, tutte le belle arti ebbero vita e onore. Il cavaliere Gaspare Visconti in quella et scriveva rime degne di leggersi(712). Ecco quasi per saggio tre sonetti di lui fra i molti che ho esaminati. Il primo, singolarmente nei due quaderni, mi pare assai robusto e poetico.

Rotta  l'aspra catena e il fiero nodo
Che l'alma iniquamente gi mi avvinse;
Rotto  il gruppo crudel che il cor mi strinse,
Onde mia sorte ne ringrazio e lodo.
Fuor del pensiero ho l'amoroso chiodo,
Che poco meno a morir mi sospinse;
E il volto che nel petto amor mi pinse,
L dentro  casso, e senza affanni or godo.
Ringrazio il cielo, il qual m'ha liberato
Dalla cieca prigion, piena d'orrore,
Dove gran tempo vissi disperato.
E quando a s pur mi rivogli amore,
Me leghi a un cuor che sia fedele e grato,
Ch'io servir per fino all'ultim'ore.

L'altro sonetto seguente parmi assai leggiadro, e ci fa vedere che l'allegria e la sociabilit erano conosciute da que'nostri antenati. Anco un'altra osservazione sul costume ci si presenta; ed  che, usando allora le gentildonne abiti pesantissimi di broccato, non potevano altrimenti ballare e vivacemente, come ora si costuma; ma unicamente potevano moversi con graziosa lentezza, modice et venuste, siccome nel capitolo precedente vedemmo(713): perci Gaspare Visconti, nel seguente sonetto, fra i pregi delle ballerine, annovera il mover lenti lenti i piedi. Ecco il sonetto:

Io vidi belle, adorne e gentil dame
Al suon di soavissimi concenti
Co'loro amanti mover lenti lenti
I piedi snelli, accese in dolci brame.
E vidi mormorar sotto velame
Alcun degli amorosi suoi tormenti,
Dividersi, e tornare al suono intenti,
E cibar d'occhi l'avida sua fame;
Vidi stinger le mani, e lasciar l'orme
Dolcemente stampate in lor non poco,
E trovarsi in due cor desio conforme.
N mirar posso cos lieto giuoco,
Ch'a pensier lieto alcun possa disporme
Senza colei che notte e giorno invoco.

D'un altro genere, men elevato s, ma pregevole per la facilit,  il sonetto seguente ch'ei scrisse a messer Antoniotto Fregoso, da cui veniva avvisato che una indiscreta vecchia non cessava d'infamarlo. Cos rispose:

Omai, Fregoso, io son come il cavallo
Che porta il tuon delle pannonie schiere,
O come quel qual usa il schioppettere,
Che al bombo del schioppetto ho fatto il callo
Riprenda pur la plebe ogni mio fallo,
Che tanto fa il suo dir quanto il tacere,
Qual son l'opere mie, quale il volere,
Chi il vero intende, apertamente sallo.
Che diavol sar poi con questa femmina,
La qual non altra cosa che zizania
Nel steril orto del rio volgo semina!
Sola s stessa infin, non altri lania;
E quanto pi suo pazzo error s'ingemina,
Tanto a chi sa, dimostra pi sua insania.

Dal fine d'un sonetto ch'egli scrisse alla Beatrice d'Este si conosce qual ascendente quella principessa avesse sull'animo di Lodovico:

Donna Beata, e spirito pudico,
Deh, fa benigna a questa mia richiesta
La voglia del tuo sposo Lodovico.
Io so ben quel che dico:
Tanta  la tua virt, che ci che vuoi
Dello invitto suo cor disponer puoi(714).

Di questo magnifico e generoso cavaliere aurato, Gaspare Visconti, consigliere ducale, evvi pure un poema stampato per magistro Philippo Mantegatio, dicto el Cassano, in la excellentissima cittade de Milano, nell'anno MCCCCLXXXXV, a d primo de aprile. Questo poema ha per titolo: Paulo e Daria amanti. Non v' traccia che meriti di seguirne la lettura. Vi sono per alcune ottave passabili, come:

Messer Luchino in segno di letizia
Fece ordinar un bel torneamento,
E de'compagni della sua milizia
Ne scelse appunto al numero ducento;
Ciascun de'quali ha forza e gran divizia;
Milanese ciascun, pien d'ardimento;
Che allor Milano al marzial negozio
Molto era intento e non marciava in ozio
Giunto era il giorno al tornear proposto
Da Luchin di Milan, signor e padre,
Qual credo fosse a'quindici d'agosto.
Quando vennero in campo ambe le squadre
Ognun quanto pi pu, fa del disposto,
Con sopraveste e fogge alte e leggiadre,
All'uso pur di quel buon tempo prisco,
Ch'ogni ornamento suo pagava el fisco.
La compagnia d'stor tutta ross'era;
L'altra di Dario candida si vede,
Che de'Visconti la divisa vera
Bianca e rossa , se al ver si presta fede, ecc.

Canto II(715).

Il Corio ci descrive l'urbanit, l'opulenza, il raffinamento e il lusso della corte di Lodovico, prima che sventuratamente promuovesse l'invasione dei Francesi. Spettacoli, giostre, tornei occupavano l'ozio felice di que'tempi, ne'quali quel signore compariva il pi rispettato principe d'Italia. L'ambasciator veneto Ermolao Barbaro, spettatore di quei'tornei, compose i seguenti versi conservatici dal Corio:

Cum modo constratos armato milite campos
Cerneret, expavit pax, Ludovice, tua.
Et mihi: surge inquit; circum sonat undique ferrum,
Me meus eject Conditor arma parat.
Te rogo per Veneti sanctissima jura Senats,
Occurre ingenti, si potes, exitio.
Tunc ego: pone metum, Dea; te Lodovicus adorat,
Numine plus gaudet, quam Jovis, ille tuo.
Nec tu bella time, simulacra et ludrica sunt haec;
Misceri hoc tantum convenit arma loco.
I nunc, et coelo terras cole, Diva, relicto;
Sin minus, hic pro te sufficit, alta pete,
Sforciadasque tuos terr defende marique,
Et belli et pacis artibus egregios(716).

Frutto di questa universale coltura promossa dal duca e dalla giudiziosa scelta ch'egli sapeva fare degli uomini di merito, fu la riunione del canale della Martesana con l'altro antico, cavato del Tesino. Lionardo da Vinci, siccome ho accennato al capitolo decimosettimo, con sei sostegni super la differenza del livello di circa tredici braccia, e rese la navigazione comunicante dal Tesino all'Adda. L'invenzione dei sostegni a gradino era appunto di quel tempo; e i primi modelli in questo genere si sono veduti nei navigli di Bologna e di Milano. Cos dice il sullodato Paolo Frisi(717).
Il sistema del governo allora era questo. Lodovico aveva quattro segretari. Bartolomeo Calco era alla testa degli affari di Stato; egli apriva le lettere dei principi esteri; disponeva le risposte; dirigeva il carteggio co'ministri alle corti estere; trattava coi ministri forestieri residenti in Milano. Aveva sotto di s varii cancellieri, uno per Francia, uno per Germania, uno per Venezia, e cos dicendo. Il reverendo Jacopo Antiquario era segretario per le cose ecclesiastiche, per le spedizioni de'benefizi e cause dipendenti. Giovanni da Bellinzona era segretario per gli affari di giustizia e singolarmente criminali. Giovanni Jacopo Terufio aveva gli affari della camera, e fissava la lista delle spese de'salariati ed altre costanti, spedendole ai Magistri delle entrate, ossia a quel corpo che oggid chiamasi Magistrato, accioch ne facesse seguire alle scadenze i pagamenti. Questi quattro segretari avevano i loro dipartimenti nel castello, ordinaria residenza del duca(718). Le entrate del duca ascendevano, tutto compreso, a seicentomila annui zecchini(719). Delle gioie da monarca che Lodovico il Moro possedeva, le quali diede in pegno per averne danari, quattro pezzi sol bastano per darcene idea. Da un manoscritto antico conservato nella grandiosa collezione del signor principe di Belgioioso d'Este(720), ci ho rilevato. La carta si intitola: Zoye impegnate che erino dell'illustrissimo signor Lodovico Sforza - El balasso chiamato el Spino, estimato ducati venticinquemille. El rubino grosso con la insegna del Caduceo, de carati 22. Con una perla de carati 29, estimati ducati venticinquemille. La punta grossa di diamante, estimata ducati venticinquemille. La perla grossa pesa con l'oro den. 6, gra. 9, vale ducati diecimille. Il Corio ci descrive Lodovico Sforza come uomo di molto ingegno, d'aspetto veramente maestoso, di contegno nobile e singolarmente pacato mai sempre, anche nelle occasioni nelle quali  pi difficile il conservarsi tale. Le immagini che ci rimangono di lui, ci rappresentano appunto una fisionomia corrispondente, ed anche nel conio delle monete di allora si conosce la eleganza e maestra d'ogni bell'arte.
Ripigliamo il filo della storia. I Francesi, entrati nell'Italia sotto il loro re Carlo VIII, la trascorsero come un fulmine dalle Alpi sino al regno di Napoli, di cui quasi senza contrasto s'impadronirono. Nessun riguardo usarono sulle terre del duca; anzi a Pontremoli uccisero varii del paese, ed alcuni degli stipendiati del duca. Cominci allora, ma tardi, ad accorgersi Lodovico del vortice pericoloso in cui si era voluto immergere. Il duca d'Orleans in Asti non dissimulava punto d'essere quella l'occasione opportuna per far valere le ragioni della principessa Valentina, di lui ava, sul ducato di Milano. Il re Carlo si presenta a Firenze, e senza ostacolo se gli aprono le porte. Passa a Roma; indi, in tredici giorni, scaccia da Napoli e dal regno gli Aragonesi, ai quali appena erano rimaste alcune citt marittime. Questo fatto veramente memorando e romanzesco, bench verissimo, sbigott tutti gli Stati d'Italia. Ma il tempo lasci loro ripigliar animo. L'armata francese insolentita per tanta fortuna, disprezzava troppo gli abitatori del paese. Non avevano limite alcuno le violenze di ogni genere. La rapina era senza nemmeno un velo di pudore. La virt e la bellezza si credevano un prezzo giusto della conquista. Nessun asilo era sicuro contro della scostumatezza del vincitore. Il nome francese in pochi giorni divenne odioso a tutto il regno; ed il re Carlo trovossi mal sicuro e incerto di avere la comunicazione libera colla Francia. Il duca di Orleans mosse le sue genti dalla citt di Asti verso Novara, e inaspettatamente la occup; spiegandosi senza mistero di prendere egli per s il Milanese, come discendente dalla Valentina. Lodovico Sforza, costernato per tal rovescio, mal sicuro dei sudditi (presso i quali la morte dell'innocente duca Giovanni Galeazzo, la depressione della misera duchessa Isabella, il supplizio del Simonetta, l'usurpato dominio e la comperata investitura erano argomenti di avversione, malgrado le altre molte sue eccellenti qualit), Lodovico Sforza adunque in tal condizione si abbandon d'animo a segno, che divis di ricoverarsi in Aragona, ed ivi privatamente finire i giorni suoi, di che tenne discorso col ministro di Spagna residente in Milano. Ma Beatrice d'Este lo rianim, s'intromise e lo costrinse a pensar da sovrano. Si form una nuova lega fra il papa, i Veneziani e il duca di Milano. Sollecitamente riunirono le loro milizie per la comune salvezza dell'Italia. Le forze si postarono verso gli Appennini, attraverso dei quali dovevano passare i Francesi. Il re immediatamente part da Napoli, lasciando in quel regno varii presidii nelle fortezze, e conducendo seco circa quindicimila uomini. Il papa si ricover in Ancona. Pass il re dalla Romagna e dalla Toscana, e giunto fra le angustie de'monti a Val di Taro, ivi ritrov circa dodicimila soldati della nuova lega. Per un araldo il re fece significare ai collegati di maravigliarsi, trovando impedito il passaggio, non cercando egli se non di ritornarsene in Francia, pagando col suo denaro i viveri. Risposero i collegati che non lo avrebbero permesso, se prima non si restituiva Novara, indebitamente sorpresa. Ritorn l'araldo dicendo, che il re intendeva di passare senza condizione veruna; e che in caso di rifiuto ei si sarebbe fatta la strada sopra i cadaveri degl'Italiani. Questi risposero al re Carlo, che non si sarebbe egli spianata la via cos facilmente, come gli era accaduto a Napoli, che lo aspettavano alla prova. Segu poscia un'azione sanguinosa da ambe le parti, in cui per nessuna ebbe compiuta vittoria. Il re non si apr l'uscita, n rimase oppresso. Conobbe per il re Carlo che l'impresa non era s facile, quanto se l'era immaginato. Sped un araldo chiedendo tregua per tre giorni, onde seppellire i cadaveri, e i collegati l'accordarono per un giorno e mezzo. In s fatto labirinto trovavasi il re cristianissimo, donde ne usc il giorno 8 di luglio 1495, fingendo di attaccare l'armata della lega, e frattanto ponendosi in marcia per uno stretto mal custodito dalla parte della Trebbia, e cos ritornossene nel suo regno con poca gloria: poich il re aragonese di Napoli, il quale erasi ricoverato nell'isola d'Ischia, ben tosto ricomparve nella sua capitale, dove fu con applauso e festa ricevuto; ed i presidii francesi, mancando di soccorso, attorniati da un popolo nemico, dovettero un dopo l'altro abbassare le armi e rendersi. Lo storico Voltaire si  lasciato sedurre dall'amor nazionale a segno di essere ingiusto cogl'Italiani in raccontando questa spedizione del suo re; quasi che effeminati, molli, degradati, non vi fosse pi fra di noi n coraggio n valor militare. Gli storici contemporanei d'Italia sono una manifesta prova dei traviamenti dell'autore francese nella decantata sua opera sulla storia generale; traviamenti che io appunto ho notati, perch in moltissimi altri luoghi, riscontrandolo, hollo trovato tanto vero ed esatto, quanto elegante pensatore.
(1496) Il duca Lodovico, quantunque liberato dall'imminente pericolo, non avea peranco riacquistato quel robusto vigor d'animo, senza di cui non si preserva lo Stato negli eventi contrari. Fortunatamente la duchessa Beatrice pot far le sue veci. Si raccolsero i confederati a scacciare il duca d'Orleans da Novara. Ivi Beatrice d'Este vedeva schierarsi gli armati al suo conspecto, dice il Corio. Novara ritorn al duca. I Francesi abbandonarono il paese. La pace venne sottoscritta. Cos in un anno cominci e fin la rapidissima spedizione di Carlo VIII, senza verun frutto pei Francesi, anzi con loro danno e con danno dell'Italia. Cessato appena il pericolo dei Francesi, nacquero le solite rivalit fra gli Stati d'Italia. I Fiorentini volevano assoggettar Pisa. I Pisani si offersero al duca Lodovico, il quale, per non offendere i Fiorentini, non volle accettarli. I Pisani si esibirono ai Veneziani; e questi, sebbene formalmente non gli accettassero, destramente posero in Pisa un presidio. Lodovico, signore di Genova e dell'isola di Corsica, da Genova dipendente, non mir con indifferenza tal fatto, per cui le forze marittime venete potevano acquistare nuovi appoggi nel mar Tirreno. Pisa era considerata citt imperiale. Il duca sped all'imperatore Massimiliano Marchesino Stanga, animandolo a passare nell'Italia e soccorrere Pisa. Poi, nell'anno medesimo 1496, egli e la duchessa Beatrice sua moglie per Bormio si portarono incontro a quell'augusto a Malsio, e seco lungamente concertarono la spedizione. Per lo che l'imperatore per la Valtellina sen venne a Como; indi a Meda venne accolto dal duca e dalla duchessa Beatrice con pompa conveniente. Ivi concorsero gli oratori di quasi tutt'i principi d'Italia. Perch l'imperatore non volesse veder Milano non lo so. Egli per Abbiategrasso, Vigevano e Tortona pass a Genova, d'onde per mare pass a Pisa, e festosamente vi fu accolto. Nessun altro frutto nacque da tale comparsa. L'imperatore ritornossene in Germania. Cos il duca Lodovico fece comparire inutilmente nell'Italia il re di Francia prima, poi l'imperatore. (1497) Al cominciar dell'anno 1497 accadde al duca Lodovico Sforza la maggiore disgrazia; e fu che il 2 di gennaio la duchessa Beatrice d'Este mor di parto, lasciandogli due figli, Massimiliano di cinque anni, e Francesco di quattro. La duchessa mor nell'et di ventitr anni. Donna di animo virile; l'ascendente di cui reggeva la volont del marito. Lodovico, dopo un caso s funesto, non visse che in mezzo alle disgrazie, siccome vedremo, e non ne dimentic mai la memoria. Vennero celebrate le solenni pompe funebri alla duchessa nella chiesa delle Grazie, dove fu tumulata: et quivi fine al septimo giorno con la nocte, senza interposizione pur de uno quarto d'hora, si celebrarono messe e divini officii, il che veramente fu cosa di non puocha admiratione, dice il Corio. Il mausoleo di marmo colla statua di lei cost pi di quindicimila ducati d'oro. Quella statua giacente scorgesi oggid nella chiesa della Certosa presso Pavia, a canto ad una simile del di lei marito Lodovico, come si  accennato pi sopra. L'anno del lutto fu tristissimo per l'infelice vedovo duca, privato della cara amica, unica confidente e reggitrice de'suoi pensieri. L'uso sin d'allora era di stendere i parati neri su tutti gli addobbi di corte. Terminato appena l'anno, l'inaspettata morte del re di Francia Carlo VIII, che non lasciava figli maschi, fe'passar la corona sul capo del duca d'Orleans Lodovico XII, primo principe del sangue, discendente dal re Carlo V. L'ava di Lodovico XII fu appunto la Valentina Visconti, figlia del primo duca di Milano Giovanni Galeazzo. Il re nuovo di Francia pretendeva que'diritti che non poteva allegare Carlo VIII, che da lei non discendeva; ed il nuovo re aveva chiaramente gi palesata co'fatti la volont di farli valere. Il re aveva trentasei anni; e come duca d'Orleans assumeva il titolo di duca di Milano.
I Veneziani, il papa Alessandro VI e il nuovo re di Francia Lodovico XII si collegarono. I Veneziani pretendevano il Cremonese e la Gera d'Adda; per modo che i confini loro si stabilissero quaranta braccia lontani dalla sponda sinistra dell'Adda, rimanendo il fiume colle due sponde al ducato di Milano. Il papa pretendeva Imola, Forl, Pesaro e Faenza, per formarne uno Stato al duca di Valentinois Cesare Borgia, suo figlio. Il re di Francia pretendeva il regno di Napoli e il Milanese. (1498) Si collegarono promettendosi vicendevole assistenza; ed il trattato si sottoscrisse in Blois il giorno 25 di marzo dell'anno 1498(721). Il re di Francia aveva ottenuto dal papa Alessandro VI di ripudiare Giovanna, duchessa di Berr, figlia di Luigi XI, re di Francia, che da ventitre anni eragli moglie; e cos pot sposare la vedova di Carlo VIII, Anna di Bretagna, che gli recava la Bretagna in dote. Per tal benemerenza Cesare Borgia fu creato duca di Valentinois, e furongli promesse la citt della Romagna, che possedevansi dai signori della Rovere. Soprastava un tal nembo sul capo del gi abbattuto duca Lodovico, quando, per parte del re di Francia, gli venne fatta proposizione di lasciargli godere il ducato sin ch'ei fosse vissuto, e per due anni ancora lo godessero dopo sua morte i di lui figli, a condizione che frattanto egli sborsasse ducentomila ducati d'oro al re di Francia. V'era di pi la condizione che qualora Lodovico XII non avesse figli, non si turbasse il dominio dei successori dello Sforza. L'affare venne proposto nel consiglio del duca. Il tesoriere ducale Landriano(722) altamente opin, che mai non si dovesse accettare un tale progetto, poich con ducentomila ducati ve n'era abbastanza, a parer suo, per far la guerra per ducent'anni al re di Francia. La bravata era senza fondamento; pure il duca vi si uniform. Quando poscia ne venne in seguito la eversione totale dello Stato, un gentiluomo milanese, che nominavasi Simone Rigoni, affront l'adulatore Landriano, per cui lo Stato e la patria erano in rovina, e lo uccise(723). (1451) I Francesi avevano un punto di appoggio di qua dalle Alpi nella citt di Asti; ed ivi il re Lodovico XII fece passare un grosso esercito, e ne diede il comando a Gian Giacomo Trivulzio, valoroso soldato, illustre Milanese, nemico personale del duca Lodovico Sforza, da cui gli erano stati confiscati i beni. Questo comandante aveva la cognizione del paese, un partito, una passione sua propria per abbattere il duca; avea servito gi nella spedizione di Carlo VIII; era in somma il pi opportuno generale che il re di Francia potesse scegliere a questa impresa. Il duca non poteva fidarsi n delle forze proprie, n della volont dei sudditi, per le ragioni gi accennate. I soccorsi da Napoli o da Firenze erano incerti e rimoti. L'imperatore Massimiliano, nipote del duca, era di buona fede impegnato per lui; ma il pericolo sovrastava a giorni. Il duca scelse il partito di abbandonare lo Stato e seco condurre nel Tirolo i figli, ricorrendo a quell'augusto. I Veneziani s'avanzavano dalla parte d'Oriente; dall'opposta s'innoltravano i Francesi sotto del Trivulzio: non v'era tempo a consigli. In quel punto venne presentata al duca una lista di quindici primari signori del paese che tramavano contro di lui, e tenevano segreta corrispondenza col nemico.
I fatti erano avverati. Il duca non volle far male alcuno a coloro che avea beneficati ed amava. Prima di abbandonar Milano egli portossi dalla duchessa Isabella, le cedette il ducato di Bari, le chiese il di lei figlio Francesco per salvarlo e condurlo seco nella Germania; ma la duchessa nol consent. Pens Lodovico il Moro di confidare il castello di Milano ad un uomo di provata fede, giacch dalla difesa di esso dipendeva la sovranit. Nel castello era riposto l'archivio ducale, vi erano tutte le preziose suppellettili della duchessa Beatrice e degli antecessori, valutate centocinquantamila ducati. V'era un presidio di duemila ottocento fanti, milleottocento pezzi d'artiglieria, e abbondantissime vittovaglie e munizioni di guerra. Lodovico divis di affidarne il comando a Bernardino da Corte. Il cardinale Ascanio Sforza, fratello, e il Sanseverino l'avvertirono di non fidarsi di colui. (1499) Ma il duca non bad loro, e fattolo a s chiamare, lo dichiar castellano; indi, umanissimamente abbracciandolo, gli disse: io vi confido la pi preziosa fortezza del mio Stato, difendetela per soli tre mesi, e se dentro questo spazio non vi mander soccorso, disponetene come giudicherete a proposito; il che accadde nel giorno memorabile 2 settembre 1499. Ci fatto, il duca verso sera uscissene dal castello, e di congedo a'molti signori ch'erano disposti ad accompagnarlo. Altra cura aveva nell'animo, suggerita dall'intimo del cuore, la quale non poteva essere che frastornata dai vani omaggi de'sudditi. Non poteva allontanarsi da Milano senza sentire che si allontanava dall'amata spoglia della Beatrice, a cui destin l'ultima visita. Cavalc alle Grazie; volle rivedere la tomba e l'effigie della perduta sposa. I sentimenti di natura si rinvigoriscono a proporzione che dileguansi le larve della fortuna. Non poteva staccarsene e costretto pure a partirsene, pi volte si rivolse a mirare il monumento della sua tenerezza e del dolor suo. Immediatamente di l s'incammin a Como; d'onde pel lago pass nella Valtellina. Indi per Morbegno, Sondrio, Tirano, Bormio, Bolzano e Brixen pass ad Inspruck, residenza dell'imperatore Massimiliano. Prima per d'imbarcarsi sul lago di Como, il duca, da una loggia in Como, si present al popolo, e fece da quel luogo pubblicamente noti i sentimenti suoi, dicendo: "Che la fortuna avversa l'aveva ridotto a quel duro passo di abbandonare lo Stato, senza ch'egli avesse luogo a rimproverarsi imprudenza o spensieratezza alcuna. Che l'unico motivo di tale ingrato destino egli doveva riconoscerlo dalla perfidia di coloro ne'quali sventuratamente aveva riposta la pi sincera fidanza. Egli confessava di essersi ingannato nella scelta, e di essersi con troppo buona fede lasciato sedurre da que'visi mascherati i quali attorniano i sovrani. Il male era fatto. In quel punto egli andava co'suoi figli a ricoverarsi presso dell'augusto Massimiliano; giacch s'egli avesse preteso in quel punto di opporsi alla prepotente armata de'Francesi invasori, avrebbe fatto versare il sangue umano senza probabilit veruna di preservare lo Stato dalla inevitabile occupazione. Ch'egli dall'imperatore si prometteva ogni soccorso, e pei stretti vincoli di sangue che lo univano a quel monarca, e per la giustizia della sua causa, che interessava l'Impero in favore di s, come feudatario del medesimo. Che gli onori gi concessigli dalla cesarea maest erano una caparra del buon successo; sicch sperava fra poco di rivedere la patria con una armata bastante a liberarla dall'usurpazione del re di Francia. Raccomand ai sudditi di accomodarsi ai tempi, di non eccitare con intempestivo zelo la vendetta de'Francesi, onde al suo ritorno potessero accoglierlo come loro padre, giacch egli li considerava tutti come suoi figli". La presenza di spirito di parlare in pubblico, e di parlarvi in tanto angustiosa occasione, e s acconciamente, fanno conoscere che l'amore di Lodovico per le lettere e le belle arti non era una principesca vanit, ma sentimento di un uomo colto e d'ingegno. Mentre ancora stava il duca parlando dalla loggia ai Comaschi, erano gi penetrati i Francesi ne'sobborghi di Como, con animo di farlo prigioniero; ma per buona sorte avvisato, appena ebbe tempo di balzare in una barca e recarsi a Bellagio.
Gian Giacomo Trivulzi, che da alcuni anni era esule dalla patria, entr in Milano come generalissimo dell'armata francese il giorno 6 di settembre, quattro giorni dopo che il duca l'aveva abbandonata. Egli si port solennemente al Duomo a ringraziare l'Arbitro delle cose, di un avvenimento gloriosissimo per esso lui. Tre giorni dopo l'armata francese venne in Milano; e furono collocate le truppe a San Francesco, a Sant'Ambrogio, all'Incoronata. La licenza militare de'giovani soldati francesi era somma in ogni genere; e il Trivulzio pens di contenerla con fermo rigore nella disciplina. Il Corio ci racconta che per un pane violentemente rapito, due soldati guasconi vennero tosto appiccati a due piante fuori della porta Ticinese; che un altro Francese, per aver rubata una gallina, venne immediatamente appeso; che al Pontevetro sul momento venne appeso un Francese che aveva rubato un mantello; e che ivi pure, senza riguardo n indugio, fu fatto appiccare un cavalier francese, monsieur di Valgis, che aveva poste le mani violentemente sopra di una zitella. Ci serviva ad impedire quei disordini che avevan reso odioso il nome francese nel regno di Napoli quattr'anni prima; e serviva pure a conciliare la benevolenza de'nazionali verso del comandante. Ma il posseder Milano, mentre una fortezza, quale era il castello, era presidiata validamente dagli Sforzeschi, era un pericolo anzi che un vantaggio. Una vigorosa uscita degli Sforzeschi poteva essere funesta ai Francesi sparsi ne'conventi. Pens dunque il Trivulzio di corrompere Bernardino da Corte castellano, giacch la strada di un formale assedio doveva esser lunga, di evento dubbioso, di molto dispendio e diminuzione delle forze francesi. Il vilissimo Bernardino da Corte, senza nemmeno aspettare un apparente assedio cominciato, pattu il prezzo del suo tradimento, e si divisero le ricchezze depositate nel castello fra il Trivulzio, il Corte e varii altri complici. Il Corio ci racconta che tal novella arrivasse all'orecchio dell'infelice duca mentre egli cavalcava fra i Grigioni prima di giungere nel Tirolo; ma siccome il tradimento si esegu e manifest il giorno diecisette di settembre del 1499, cio quattordici giorni dopo che Lodovico era gi partito da Como, mi pare pi verosimile la cronaca del Grumello, che dice: et ritrovandosi epso Ludovico in la cita di Insprucho in sua camera, assentato sopra il suo lecto, parlando co'suoi gentilhomini di riacquistar el stato suo di Milano, hebe nuova del perduto castello suo di porta Giobia. Leggendo le lettere recepute, intendendo nuova pessima, stando sopra di s, non parlando come fusse muto, alciando gli occhi al cielo, disse queste poche parole; da Juda in qua non fu mai il maggior traditore di Bernardino Curzio; et per quello giorno non mosse altre parole(724).
Resasi per tal modo l'armata francese padrona in un baleno del ducato di Milano, il re Lodovico XII immediatamente scese dalle Alpi; il 21 settembre fu a Vercelli, il 23 a Novara, il 26 a Vigevano, che egli eresse in marchesato e lo confer al Trivulzio, che assunse il titolo di marchese di Vigevano e vi batt monete. Questo marchesato gli fu dal re dato in compenso dell'artiglieria del castello di Milano, che doveva essere per met del Trivulzio. Lodovico XII entr solennemente in Pavia il giorno 2 di ottobre, e il giorno 6 dello stesso mese fece il suo pomposo ingresso in Milano, per Porta Ticinese. Gli ambasciatori dei Veneziani, Fiorentini, Bolognesi, di Siena, di Pisa e di Genova conducevano seco loro un seguito di seicento cavalli, e andarono incontro al re. Il re aveva seco il duca di Savoia, il marchese di Monferrato, il cardinale di San Pietro in Vincola. Tutto il clero in abiti pontificali precedeva. Poi venivano i carriaggi, riccamente coperti, trenta del duca di Savoia, quarantadue del cardinale anzidetto, sessantaquattro del re. Moltissimi altri carriaggi, coperti d'oro e di seta, di altri distinti personaggi. Poi cento suonatori di trombe con altri musici. Quindi venivano i paggi, otto di Savoia, quattro del duca di Valentinois, dodici del re, magnificamente corredati, con arnesi d'argento anche sotto i piedi de'cavalli. Poi quattrocento fanti reali, in uniforme giallo e rosso, armati di picche. Poscia il capitano della guardia a cavallo, alla testa di mille e venti cavalieri, che avevano tutti uniforme verde e rosso, e sul petto ricamato l'Istrice, divisa che Lodovico aveva assunta. Questi mille e venti uomini a cavallo erano tutti di statura stragrande. Appresso venivano ducento gentiluomini a cavallo, armati e vestiti superbissimamente. Da ultimo veniva il re sopra di un bellissimo destriero. Il re era vestito di bianco, coi contorni di pelliccia, e portava in capo la berretta ducale di Milano. Egli marciava sotto di un baldacchino di broccato d'oro e bianco, preceduto dal generale Gian Giacomo Trivulzio col bastone dorato in mano. Il baldacchino era portato da otto dottori e fisici di collegio, vestiti di scarlatto, col bavero di pelli di vaio. Giunto il re al ponte vicino alle colonne di San Lorenzo, dove era in allora la porta della citt, ricevette le chiavi che gli present il contestabile di quella porta. Il contestabile s'inginocchi; ed il re, toccandolo sopra le spalle collo scettro che avea nella destra, lo cre cavaliere. Il contestabile baci lo scettro, e continu il re il suo cammino processionalmente sino al Duomo. Seguivano il re i cardinali di Burges, San Pietro in Vincula e di Rohan, e gli ambasciatori di Napoli, Savoia, Estensi, Mantovani, e i disopra nominati. Il giorno seguente, cio il 7 di ottobre, il re volle assistere ad una solenne messa dello Spirito Santo in Sant'Ambrogio; indi si pose a conversare co'nobili milanesi pi da gentile signor forestiere, che da monarca. Lodovico XII allora viveva come farebbe un buon sovrano ai tempi nostri. Egli fu a godere di balli e pranzi presso molti de'nostri. Il giorno 15 ottobre fu ad una magnifica festa di ballo e cena da messer Francesco Bernardino Visconte in Porta Romana. Il giorno 18, messer Francesco Trivulzio, commendatore di Sant'Antonio, gli diede un pranzo(725). Il giorno 20, a nome della citt di Milano, fugli imbandito un pranzo nella corte vicina al Duomo. Le pareti della gran sala erano coperte di drappo celeste, ricamato a gigli d'oro; vi si trovarono convitate quaranta damigelle(726); v'intervennero motti ambasciatori, illustri personaggi e principi, fra i quali il duca di Valentinois e il duca di Savoia, i marchesi di Monferrato e di Saluzzo, il cardinale Orsini. Una festa di ballo termin quella giornata. Il re, sempre cortese e affabile, accett di levare al sacro fonte un bambino del conte Lodovico Borromeo; and a visitare la contessa Bona Borromeo, partoriente, al di lei giardino fuori di porta Tosa; volle darle in dono una collana d'oro del prezzo di cinquecento ducati, e volle cenare da lei. Lodovico XII alloggi nel castello, e si trattenne per tal modo in Milano ventisette giorni, essendone partito il 3 di novembre del 1499(727).
Giunto a Vigevano, il re Lodovico, prima di ripassar le Alpi e rivedere il suo regno, volle piantare un nuovo sistema politico nel Milanese. Quindi, in data del giorno 11 novembre 1499, in Vigevano, volle pubblicare un editto perpetuo(728). Primieramente stabilisce che nella citt di Milano risieda un governatore suo luogotenente, nobile, cospicuo e militare, da cui dipenda tutto ci che concerne la guerra, e che abbia la plenaria podest sulle citt, borghi e terre, per la loro conservazione, come se fosse il re. Secondariamente stabil che vi fosse un gran cancelliere forastiero e custode del sigillo, e nel tempo stesso presidente del senato. In terzo luogo che non vi fossero pi due consigli, uno di Stato, l'altro di giustizia; ma un solo supremo consiglio col nome di Senato, sotto la presidenza dell'anzidetto gran cancelliere. Volle che i senatori fossero di professioni diverse, cio due prelati, quattro militari, e il rimanente dottori, de'quali alcuni volle che fossero forastieri. Queste cariche furono dichiarate perpetue e indipendenti dal governatore; anzi stabil il re che il solo senato dovesse giudicare de'casi ne'quali un senatore avesse meritato il congedo. Concesse al senato la facolt di confermare o infirmare i decreti del re, di accordare ogni dispensa; e che tutte le grazie, donativi, privilegi o editti di giustizia o di polizia emanati dal trono, fossero di nessun valore, se non venivano interinati dal senato. Comand che qualunque sentenza del senato si eseguisse, e che gli atti fossero in nome del re(729). Al senato medesimo affid la scelta de'professori dell'universit di Pavia. Finalmente cre due nuove cariche, un avvocato fiscale e un procurator fiscale. Nomin poi governatore e suo luogotenente Gian Giacomo Trivulzio, marchese di Vigevano e maresciallo di Francia; gran cancelliere il vescovo di Luon, Pietro di Saverges; senatori, Antonio Trivulzio, vescovo di Como, Girolamo Pallavicino, vescovo di Novara; i militi Pietro Gallarate, Francesco Bernardino Visconte, conte Gilberto Borromeo ed Erasmo Trivulzio; i dottori Claudio Leistel, consigliere del parlamento di Tolosa, Gian Francesco Marliano, Michele Riccio, Gian Francesco Corte, Gioffredo Caroli, consigliere del parlamento del Delfinato, Giovanni Stefano Castiglione, Girolamo Cusano, Antonio Caccia. L'avvocato fiscale fu Girolamo Morone, uomo di cui pi volte avr in seguito a far menzione; ed il procurator fiscale fu Giovanni Birago. Ci fatto, il re ripass le Alpi conducendo seco il conte Francesco Sforza, figlio dell'estinto duca, fanciullo di otto anni, il quale dappoi sempre visse in Francia tranquillamente ed agiatamente come un ricco gentiluomo, godendo l'abbazia di Marmoutiers. La duchessa Isabella si stacc in tal guisa per sempre dal figlio; ed ella pure partissene da Milano, e visse a Bari nel regno di Napoli, seco conducendo le due figlie Bona ed Ippolita; la prima delle quali fu sposata da Sigismondo re di Polonia, l'anno 1518. Cos termin la discendenza dell'infelice sesto duca Giovanni Galeazzo Sforza.
La condotta del re Lodovico XII non poteva essere pi giudiziosa per rendersi affezionati i nuovi sudditi. Egli affid la suprema autorit alle mani di un nazionale. Visse colla maggiore affabilit, quasi da privato conversando. Stabil un senato colle facolt da me ricordate. Con tal sistema la forza militare rimase unicamente in potere del luogotenente, e cos sciolta e pronta senza alcuna formalit alla difesa dello Stato. La vita e la libert e le sostanze dei sudditi rimasero all'ombra di una moderata monarchia, dipendenti da quel senato, composto di molti senatori, di stato differente; per modo che non era da temersi che la violenza entrasse a prendere giammai il nome della giustizia. La piet degli ecclesiastici, l'onore de'militari, l'accurata ponderatezza dei dottori, vicendevolmente doveano contenere i privati affetti. Il gran cancelliere, senza il sigillo del quale non valeva alcun decreto, poteva riferire nel senato, indipendentemente dal governatore, que'tentativi che per avventura il governatore proponesse a danno della civile libert di alcuno, e cos eluderli. Il governatore, non potendo da s punire i senatori, dovea per vegliare sopra di essi, e col diretto carteggio alla corte dovea prevenire l'abuso che mai o il senato o gli individui di esso facessero della autorit. Per una provincia rimota, alla testa di cui si voglia porre un suddito, non pare possibile l'architettare un sistema pi ragionevole di questo, e convien dire che tale ei fosse, se malgrado le variazioni che vi si fecero guastandolo, pure, anche sotto diverse dominazioni, si sostenne poi per secoli.

Capitolo 20.

Breve ritorno del duca Sforza, fatto prigioniere; e governo del re di Francia Lodovico XII, fino alla lega di Cambrai

(1500) Poich il re Lodovico XII ebbe abbandonato Milano per ritornarsene nel suo regno, una porzione dell'armata francese s'incammin verso della Romagna per togliere Imola e le altre citt promesse al duca di Valentinois, dalle mani del conte Girolamo della Rovere. Il duca di Valentinois era figlio di Alessandro VI, il conte Girolamo era figlio di Sisto IV.  facile l'immaginarsi quai dovessero essere i costumi di que'tempi, se tali esempi diedero anche i poscia graduati al sommo sacerdozio. Doveva quindi quel corpo di Francesi innoltrarsi ad occupare il regno di Napoli. Divenne cos meno imponente nella Lombardia la nuova forza conquistatrice. Il governatore maresciallo Trivulzio stabil la sua residenza nella corte vicino al Duomo, avendovi una guardia di trecento Tedeschi. Malgrado la severit della disciplina usata dal Trivulzio, siccome accennai, non era possibile il prevenire ogni disordine. Un Francese pose violentemente le mani sopra di una contadina che portava il pane a cuocere al pubblico forno in Lardirago, terra lontana da Pavia cinque miglia. La contadina si difese robustamente. Il Francese non volea desistere. Accorse il di lei padre con un bastone. Il Francese lo stese morto. Varii contadini si scagliarono sull'uccisore, che dovette soccombere. Un corpo di Francesi postato nel contorno sopravenne; saccheggi la terra, bruci le case, impicc varii. In Milano pure si cominciarono a vedere delle tumultuarie adunanze di malcontenti. La plebe in Porta Ticinese si attrupp e gett a terra i banchi ai quali si riscuotevano le gabelle. Il governatore Trivulzio vi si rec; e dopo di avere inutilmente procurato che badassero alle di lui parole, di mano alla spada, e, secondato da'suoi domestici, uccise alcuni e molti altri rimasero assai mal conci. L'affare non terminava cos, se messer Francesco Bernardino Visconte, signore sommamente autorevole, non vi accorreva. Si abolirono alcune gabelle, venne sedato quel disordine; ma non perci rimase quieta la citt. Frate Girolamo Landriano, generale degli Umiliati, messer Leonardo Visconte, e messer Alessandro Crivello, proposto di San Pietro all'Olmo, animavano la plebe contro del nuovo governatore Trivulzio. Lodovico il Moro accostatosi a Como, col favore dei cittadini v'era rientrato, ed eransi espulsi i Francesi. Ivi s'andavano radunando Tedeschi e Svizzeri allo stipendio sforzesco. Il giorno 27 di gennaio 1500 si cominci a conoscere nella citt una inquietudine che minacciava la sedizione. Il Trivulzio pose dell'artiglieria sulla torre che allora sosteneva le campane del Duomo, e si premun in corte; ma trovandosi ivi mal collocato, e nel centro di una citt mal contenta, pens di ricoverarsi nel castello. Il popolo violentemente se gli oppose; giacch temevasi che, giuntovi, non adoperasse quell'artiglieria sulla citt. Il Trivulzio parl al popolo, lagnandosi di non essere profeta nella sua patria. Mostr essere pazzia l'ostinarsi a voler essere piuttosto sudditi di un picciolo principe, ramingo, bisognoso, e che smunga i popoli colle gabelle, anzi che ubbidire ad un monarca generoso, potente, ricco... Le grida insultanti del popolo non gli permisero di continuare il discorso, e non senza pericolo; sicch appena gli riusc di ricoverarsi nuovamente in corte. Poco dopo, il popolo pose le barricate alle imboccature delle strade, e tutte le finestre ebbero provvisione di sassi ed altre materie, per offendere i Francesi. Fra le lettere di Girolamo Morone una ve n' del 4 marzo 1500, in cui, descrivendo a Girolamo Varadeo quest'incontro, dice del Trivulzio: che in tantam prorupit iracundiam, ut prudentiam omnem abjecisse videretur... seroque cognovit humanitatem et mansuetudinem, saeviente populo, magis quam vim et arrogantiam proficere(730). Vi fu chi rimproverogli di aver tre facce, come ne portava lo stemma(731); fugli rinfacciato di essere egli ribelle al suo sovrano(732), subdolo, traditor della patria, e dovette soffrire tutto ci da una moltitudine di seimila persone armate, il che si scorge nella citata lettera. A tale stato si ridussero gli affari de'Francesi poco dopo partito il re.
Frattanto Lodovico il Moro (che in Inspruck era stato accolto umanamente e con sensibilit dall'imperator Massimiliano) non aveva omessa cosa alcuna affine di accelerare il suo ritorno nella patria. Vero  che nell'avversa fortuna quel principe non seppe mostrare quel vigor d'animo e quella serenit di mente, che solo possono farci reggere fra le sventure e superarle. Egli da Inspruck sped Ambrogio Bugiardo per Bari, e Martino Casale per Pesaro, colle istruzioni a ciascuno di portarsi a Costantinopoli. Questa commissione fu data a due, e per vie separate, acciocch uno almeno potesse eseguirla. Voleva che a di lui nome animassero il Turco a passare nell'Italia ed aiutarlo a ricuperare Genova, promettendo di unirglisi per far la guerra ai Veneziani. Parrebbe incredibile questo partito, se il Corio non ci avesse stampate le istruzioni dalle quali furono accompagnati que'due ministri(733). Ma la protezione dell'imperatore procur allo Sforza soccorsi pi reali e solleciti; essendosi per ordine suo radunato un valente corpo di Svizzeri e di Tedeschi. Questi l'aspettavano ne'confini; e trovandosi, siccome accennai, diminuite le forze dei Francesi, pel corpo di milizia spedito all'impresa d'Imola sotto il comando dell'Allegre, riusc facil cosa al duca di nuovamente presentarsi; e le inquietudini del popolo ne furono opportuna occasione. Messer Sanseverino comandava quattromila fanti svizzeri. All'accostarsi di questi, il Trivulzio abbandon Milano. Il giorno 4 di febbraio 1500 il duca Lodovico rientr in Milano per Porta Nuova, cinque mesi e due giorni dopo che l'ebbe abbandonata. Tutti i corpi politici gli andarono incontro. Mentre il duca Lodovico passava verso la Scala, dove oggid  il teatro, venne avvisato che i Francesi, padroni del castello, facevano una sortita; il che alquanto lo sconcert. Nulladimeno vi si pose ordine, ed egli prosegu l'intrapreso cammino al Duomo, d'onde pass ad alloggiare nella corte, su cui l'artiglieria del castello, sebbene operasse, non pot far danno, per esserne premuniti i tetti. Un giorno solo rimase Lodovico in Milano: egli pass a Pavia, lasciando al governo di Milano il cardinale Ascanio suo fratello.
Gli Sforzeschi saccheggiarono le case del castellano traditore Bernardino Corte e de'Trivulzi(734). Messer Erasmo Trivulzio si avventur di presentarsi al duca, chiedendogli perdono. Il duca, innasprito dalle vicende, lo condann ad esser chiuso nel forno di Monza, cio nel carcere orrendo fabbricato e sofferto da Galeazzo I(735). Ma il cardinale Ascanio, pi saggio, persuase al duca di non usare la vendetta. Il tempo era quello pi che mai di acquistarsi gli animi colla benignit e col perdono.
Dee cagionar maraviglia il vedere come senza spargersi quasi sangue umano, ritornassero gli Sforzeschi ad impadronirsi di Milano, e ne scacciassero i Francesi. Vero , com' notato pi sopra, che l'armata francese erasi indebolita per la spedizione dell'Allegre; vero pure  che sedicimila Svizzeri e mille corazzieri tedeschi s'erano uniti allo stipendio del duca Lodovico; che non mancava il duca n d'artiglieria n di corrispondenti munizioni: ma pure potevasi disporre colle truppe francesi un campo e disputare almeno l'ingresso nel Milanese allo Sforza. Ci non si fece per le rivalit consuete fra i primi generali e ministri. Gian Giacomo Trivulzio era, come si  detto, luogotenente del re e governatore. Ma i primari Francesi, mal sofferendolo, attraversavanlo in ogni cosa. Il conte di Lign, uomo di somma autorit nella guerra, disponeva le cose per modo, che appena lasciava al Trivulzio il titolo di governatore. Il vescovo di Luon, gran cancelliere e presidente del senato, bramava non meno dell'altro la rovina del Trivulzio. Si voleva che gli affari andassero male a segno, che il re fosse costretto di togliere al Trivulzio la dignit. Di ci scrive minutamente Girolamo Morone a Girolamo Varadeo, in data del 31 dicembre 1499(736). Questo illustre nostro cittadino Morone in seguito ebbe molta parte negli avvenimenti pubblici del Milanese e dell'Italia, come vedremo. Fu veramente uomo grande, di un giudizio esatto, di penetrante ingegno, e tale che in ogni secolo, e presso qualunque nazione avrebbe potuto primeggiare; il che non si pu dire di molti. Lodovico XII nel nuovo piano politico aveva creato un avvocato fiscale, il quale per ufficio avesse cura e tutela delle ragioni del principe, s per gl'interessi camerali, che per la giurisdizione rispetto a'feudi, alla corte di Roma e ad ogni altra competenza. Questo avvocato del principe aveva la facolt d'intervenire a qualunque adunanza, in cui potesse avere interesse la giurisdizione sovrana; n potevasi dai tribunali determinare, se prima su tai punti non avesse esposte le sue ragioni l'avvocato del re. A questa carica volle Lodovico XII promovere un nobile milanese, che ne avesse il talento; e scelse il giovane Girolamo Morone, mosso dalla buona fama che correva di lui, senza ch'ei lo sognasse nemmeno. Tant'egli era alieno dal pensarlo, che vennegli l'annunzio per parte del re, mentre egli, ritirato in una villa, stavasene lontano dalla tumultuosa rivoluzione che cagionava nella citt la venuta de'Francesi. Morone nelle sue lettere descrive il fatto. Egli esegu assai bene il proprio ufficio finch dominarono i Francesi. Partiti questi, egli rimase in Milano senza inquietudine, perch senza colpa. Il duca Lodovico lo chiam, e lo accolse con somma cortesia. Gli propose di volerlo spedire a Roma ed a Napoli per ricercare soccorsi contro de'Francesi; e lo avvis di prepararsi ad eseguire questa commissione. Il Morone ringrazi il duca dell'onore che voleva fargli; ma considerandosi ancora assai giovine ed imperito per affari di Stato, supplic per essere dispensato da una commissione che difficilmente sarebbe riuscita con buon servizio del duca e con onore di lui. Il duca Lodovico graziosamente replic che il senno del Morone era virile se l'et era fresca, e che sperava sarebbe ottimamente riuscito. Il Morone soggiunse al duca che n il papa n il re di Napoli si sarebbero fidati di lui, attesoch dai Francesi era stato beneficato, e che questo solo bastava a renderlo un negoziatore infelice. Nemmeno a ci s'arrese il duca, replicando che la confidenza ch'egli mostrava di avere in esso lui, avrebbe convinti e il papa e il re per modo che avrebbero liberamente trattato seco. Vedendo il Morone deluso ogni sotterfugio, con sommessione dichiar ch'egli avrebbe data la vita pel servizio del suo natural principe; ma che egli sentiva una ripugnanza invincibile a far cosa alcuna in danno de'Francesi, dai quali era stato favorito. Lodovico lod la virt del Morone, lo conged, ma si conobbe che non ne rimase contento: profecto rationis efficacia victus, manum dedit; attamen, dum me dimisit, eum mihi subiratum dignovi, quoniam, ut scis, principes quod volunt, nimium velle solent, et ut plurimum quod juvat magis, quam quod decet, cogitant(737). Le lettere del nostro Morone si trovano nella biblioteca del fu conte di Firmian, e meriterebbero di veder la luce, poich sono l'opera di un uomo di Stato, che ebbe fra le mani i principali affari d'Italia de'tempi suoi; e conseguentemente servono di molto aiuto per la storia.
Lodovico il Moro stette per due settimane a Pavia per ivi radunare le sue soldatesche, le quali s'andavano ogni d aumentando, merc gli Svizzeri e Tedeschi che scendevano dalle Alpi e si ponevano allo stipendio di lui. Milano frattanto era inquietata dalle scorrerie che tentavano i Francesi acquartierati nel castello, malgrado la custodia del cardinale Ascanio; volavano di tempo in tempo le palle sulla citt: avvenimento che cinquant'anni prima avea preveduto il buon Giorgio Piatto. Il duca, avendo pi di sedicimila Svizzeri, mille corazzieri tedeschi e molta cavalleria italiana, forz'era che tentasse qualche azione. Egli mancava di denaro, n poteva lungamente mantenere al suo stipendio quest'armata. I Francesi dell'Allegre da Imola ritornarono per unirsi ai compagni. Dalla Francia era spedito nuovo rinforzo sotto il comando del duca della Tremouille; non v'era speranza pel Moro, se non nella rapidit di approfittare dell'occasione favorevole. Dispose adunque d'impadronirsi di Vigevano, e da Pavia partitosi ai 20 di febbraio 1500, il giorno 25 se ne rese padrone. Per animare i suoi egli aveva loro promesso il saccheggio di quella citt, e gli Svizzeri avevano raddoppiati con tal mercede i loro sforzi. Ma il duca amava quel luogo, e non ebbe cuore di vedere eseguita la rovina di que'cittadini. Fece distribuire a ciascun soldato un ducato d'oro, di che rimasero tutti assai malcontenti. Poi Lodovico Sforza co'suoi si inoltr verso Mortara, otto miglia distante da Vigevano, e colloc le tende in faccia del Trivulzio. I Francesi erano alquanto sbigottiti dai prosperi eventi dello Sforza; gli Sforzeschi per questi medesimi erano animosi. Francesco Sanseverino, uomo che avea un nome nella milizia, animava il duca a cogliere l'occasione e venire tosto a giornata, prima che un nuovo corpo di Svizzeri e il duca de la Tremouille rendessero formidabile il nemico; ma il duca, sempre incerto e mancante di energia, rispondeva esser meglio il vincere temporeggiando, che tentare l'incerta fortuna di una battaglia; la qual massima non poteva essere pi fuori di luogo che in bocca d'un principe gli Stati di cui sieno occupati da un nemico potente, e che non avea per liberarsene altro mezzo che una momentanea armata, senza un erario con cui tenerla quanto occorresse allo stipendio; giacch il cardinale Ascanio, per raccogliere danaro, era ridotto a far coniare moneta cogli argenti delle chiese di Chiaravalle, del Duomo, di Sant'Eustorgio, di San Francesco e di San Marco. Ma il duca Lodovico non aveva ereditati i talenti militari del duca Francesco suo padre. Egli era un principe colto bens, ma non un eroe; principe di vaste idee anzi che di grandi e solide, snervato dall'avversa fortuna, privato della duchessa, abbandonato a consigli vacillanti. Avrebbe dovuto cimentarsi coll'armata francese; ma invece lev le tende e trasport il suo campo sotto Novara, che era in poter de'Francesi sotto il comando del conte di Musocco, figlio del maresciallo Trivulzio. Il duca promise il sacco di Novara; il che era in quei'tempi un diritto militare, allorch per assalto e senza capitolazione veniva presa una citt. Alcuni cittadini novaresi segretamente intrapresero a concertare col Moro per introdurlo nella citt. Novara era assai ben munita, n facil cosa era l'impadronirsene. La prima condizione che i cittadini vollero, fu quella di aver salve le cose loro. Il duca, contentissimo per s inaspettato mezzo, che spianava ogni ostacolo, a tal condizione ader, e cos entrarono gli Sforzeschi in Novara; sicch a stento pot appena per la porta opposta correre a salvamento quel presidio. Ci accadde il giorno 20 di marzo 1500. I soldati si posero a saccheggiare a norma della parola datane loro dal duca; ma egli nuovamente lo proib; il che sempre pi alien da lui l'animo di quell'armata, composta di soldati che non aveano legame veruno col duca; gente collettizia, radunata allora allora per la speranza di far bottino, e che vedevasi delusa e quasi schernita dal duca, malgrado la sua parola, e malgrado anche i loro diritti militari.
Mentre Lodovico Sforza stavasene co'suoi entro Novara, il di cui castello tuttavia era in mano dei Francesi, il ministro del re di Francia alla dieta del corpo elvetico, Antonio Brissey, maneggiava il colpo decisivo, per cui il suo re, senza contrasto, rimanesse duca di Milano. Gli scrittori sinora hanno rappresentata la prigionia del Moro come un tradimento degli Svizzeri; ed hanno offeso con ci, non solamente il carattere de'fedeli ed onorati Elvezii, ma la verit e il buon senso, che non permetterebbe mai di credere che sedicimila uomini si unissero per tradire chi li paga(738). Le lettere del Morone ci svelano come seguisse il fatto(739). Poich fu Lodovico in Novara, i Francesi s'accrebbero; e molta gente venne dalla Svizzera sotto le loro bandiere. S'avvide allora il duca del male che avea fatto non ascoltando i consigli del Sanseverino; e, come dice il Morone: se ipsum arguere, propriamque vecordiam accusare non cessabat, nec quid consilii caperet satis intelligebat(740). Galeazzo Visconti era il ministro del duca alla dieta elvetica, ed ivi non cessava di animare quella sovranit a cogliere l'onorevole occasione di dar la pace alla Lombardia. Solo che la dieta lo volesse, doveano cessare al momento le ostilit; giacch le forze principali dei due eserciti consistevano negli Svizzeri, che avevano bens la libert di vendere i loro militari servigi alla potenza che pi era in grado a ciascuno; ma conservavano sempre il carattere di sudditi della dieta, alla quale non avrebbero potuto mancare, se non sacrificando l'onore, la patria, i parenti e i loro poderi. Bastava un ordine supremo agli Svizzeri dei due eserciti, per cui si vietasse loro di combattere, che la sospensione d'armi era al momento fatta. Bastava spedire abili negoziatori che, a nome della sovranit elvetica frapponendosi, conciliassero la pace; e per necessit doveano l'una e l'altra parte piegarsi e ricevere in certo modo la legge. Il progetto era nobile, umano e grande. Fu aggradito. Si spedirono gli ordini sovrani per due corrieri alle due armate. Si trascelsero dodici deputati, i quali venissero a dar la pace. Assicurato di ci il duca, si colloc in Novara. Ma il destrissimo Antonio Brissey corruppe il corriere che portava il decreto all'armata francese, per modo ch'ei s'appiatt in un villaggio per pi giorni, mentre l'altro corriere spedito al Moro diligentemente accelerava il suo cammino. Cos doveva accadere che gli Svizzeri sforzeschi ricevessero il comando di non combattere, ed i Francesi non lo ricevessero. Di ci venne sollecitamente avvisato il Trivulzio. Qualche notizia ne ebbe anche il Moro, leggendosi nella cronaca del Grumello: Essendo una sera Ludovico Sforcia in camera sua, in Novara, poco prima di essere preso, giocando a scacho con Franchasso Sanseverino; et essendo in epsa camera Almodoro, suo favorito astrologo, et Jo. Stephano Grimello co'suoi fratelli, gionse una spia a lui, quale li parl in le orecchie uno poco di tempo, che niuno intendere poteva. Giochando epso Ludovico Sforcia alzando gli occhi a lo Almodoro astrologo, disse queste parole: - Almodoro, Johane Jacobo Trivulcio ha dicto che, avanti passino giorni quindici, sero prigione del Gallico Re; che dicesi da voi? Dette risposta Almodoro che il Trivulcio non diceva vero, perche non si ritrovava alcuno pianeto per il qual si potesse coniecturar tal cosa che sua Signoria havesse ad esser prigione, anzi victoriosissimo. Giunse agli Svizzeri sforzeschi il divieto sovrano che proibiva loro di battersi. L'armata francese, il giorno 4 di aprile, si pose in marcia e si colloc un miglio distante da Novara, in modo da impedire al duca ogni soccorso di viveri. I Francesi gli presentarono la battaglia; e il duca non sapeva comprendere come ci fosse, poich, dal decreto recato agli Svizzeri suoi, vedevasi che un consimile ordine contemporaneamente si spediva agli Svizzeri nemici. Tent varie strade per far notificare agli Svizzeri della Francia l'ordine dei loro sovrani, ma la vigilanza de'Francesi lo imped. Non aveva provvisione di viveri in Novara; e forz'era sloggiare i Francesi, per non perirvi di fame. Invano il duca chiese agli Svizzeri il loro aiuto, che nol potevano prestare senza fellonia. Essi soltanto si offersero a schierarsi bens in ordine di battaglia, acciocch'egli co'Tedeschi e cogl'Italiani che aveva staccato, si potesse, volendo, aprirsi vigorosamente una strada e ricoverarsi in Milano, dove il cardinale Ascanio teneva cinto il castello con diecimila uomini, ed erano vicini nuovi soccorsi dell'imperatore. I Tedeschi e gl'Italiani, che il Moro seco aveva in Novara, erano ottomila uomini, picciolo corpo bens a fronte dell'armata francese, ma bastante per una impetuosa incursione che lo ponesse in salvamento. Cos venne stabilito. Ma usciti appena gli Svizzeri da Novara e trovatisi a fronte dei nemici, nemmeno sostennero quell'apparenza; ed improvvisamente piegando le loro bandiere e riponendole nel sacco, abbandonarono il posto; il che pose in tal disordine gli ottomila Tedeschi e Italiani, che, sorpresi, volsero le spalle, e, disordinatamente fuggendo, si ricovrarono di bel nuovo entro le mura di Novara, dove fu costretto di ricoverarsi frettolosamente il duca. Mancavano i viveri pel giorno seguente. La notte si tratt fra il Ligny e il duca, e si concert una capitolazione. Il giorno vegnente, cio il memorando giorno 10 aprile 1500, il Trivulzio la disdisse e dichiar nulla, pretendendo che mancasse nel generale francese la facolt di concertarla. Un onorato capitano albanese, che trovavasi nell'armata del duca, lo consigli di montare sul di lui cavallo barbero, di prodigiosa fortezza e velocit, sul quale sicuramente si sarebbe portato a Milano; ma il duca, timido, avvilito, non seppe risolversi. Si rivolse invece a pregar gli Svizzeri che lo vestissero come uno de'loro fantaccini, acciocch sconosciuto, potesse evitare la prigionia. Capitolarono gli Svizzeri sforzeschi co'nemici, ed ottennero di liberamente tornarsene al loro paese. Mentre uscivano da Novara gli Svizzeri, e con essi il duca travestito, un araldo a nome del duca usc da Novara, e si port dal generale Ligny per confermare la capitolazione. Sperava il Moro con tale astuzia di occupare frattanto i generali francesi e distorgli dal sospettare la fuga di lui. Lodovico, attorniato da sedicimila Svizzeri, era gi fuori della citt, e consolavasi credendosi in salvo, senza avere con veruna capitolazione abdicate le sue ragioni. Il cardinale di Rohan comand all'armata francese di porsi in ordine di battaglia, acciocch gli Svizzeri dovessero sfilate due a due attraverso. V' chi crede che lo stesso comandante svizzero sforzesco avesse tradito il duca, avvisandone il cardinale. La faccia dei sovrani  nota, e corre sulle loro monete. Il Moro venne scoperto, tanto pi facilmente, quanto che egli per la statura eccedeva la comune, e pel fosco colore del volto ebbe per sopranome il Moro. Nella lettera il Morone dice: infelix Ludovicus, qui non oris, non majestatis quam in vultu semper habuit, non proceritatis habitum mutare potuerat, licet vestes commutasset, agnitus apprehensusque fuit(741). Quel drappello di cavalleria sforzesca che trovavasi in Novara, clto il momento in cui i Francesi ebbero preso il duca, facta statim eruptione(742) si salv, attraversando l'armata francese; il che mostra qual fosse il partito che avrebbe dovuto prendere il duca.
Appena fu il duca nelle mani de'Francesi, che, in quel medesimo umiliante arnese da fantaccino svizzero, fu condotto alla presenza del comandante Gian Giacomo Trivulzio. Pareva che la presenza di quel principe, gi suo sovrano, ora suo prigioniero, dovesse eccitare nell'animo del Trivulzio, non gi la collera, ma la compassione. La perduta sovranit, e l'abbiezione presente, la prigionia dovevano eccitare in un cuor generoso la brama di alleggerire i mali del suo avverso destino, non di aggravarli. Convien dire che non fosse mosso da questi principii l'animo del maresciallo Trivulzio, poich duramente allora gli rinfacci il bando che gli aveva dato. Pass il duca in custodia del duca de la Tremouille, il quale, rispettando la sventura di lui, lo providde di abiti e di quanto conveniva alla di lui condizione(743). Il giorno 17 d'aprile, che fu venerd santo, part da Novara per la Francia, abbandonando per sempre l'Italia. Il duca de la Tremouille con trecento cavalli lo scortava. Passando per Asti, lo sventurato Lodovico dovette ascoltare mille ingiurie dal popolaccio affollato, che gli avrebbe fatto insulti anche maggiori, se la nobile generosit francese non l'avesse impedito. Arrossiva il disgraziato principe, cadevangli amare ed inutili lagrime, scoppiavagli il cuore, onde a Susa cadde in tal languore, che convenne sospendere per qualche giorno il cammino, che poi ripigliossi. Onde, passate le Alpi e condotto in Francia, fu dapprima collocato nella torre dei Gigli di San Giorgio nel Berry. Ivi pot corrompere poi i custodi, e, nascosto sotto il fieno d'un carro, usc dalla rcca: ma, al suo solito, mancando pure di ardimento in quella occasione, si smarr ne'boschi vicini, e fu nuovamente raggiunto. Quindi, in pi stretta custodia collocato nel castello di Loches, fin i suoi giorni nel 1508, ai 27 di maggio, nell'anno cinquantesimosettimo di sua vita. Principe a cui furono rimproverate le morti del duca Giovanni Galeazzo, e dell'onorato e venerando Cicho Simonetta; ma che nel rimanente fu un sovrano sincero, generoso, liberale, amico del merito, conoscitore dei talenti, promotore della coltura in ogni genere, tenero marito, padre affettuoso, principe capace di amicizia e di benevolenza, e tale insomma che probabilmente venne spinto dal predominio altrui a macchiarsi contro sua voglia. Come politico poi, o come militare, convien confessare ch'ei mancava intieramente di talento, e che non mostr nemmeno di avere condotta alcuna. Fluttuante, incerto, pare che i soli casi momentanei determinassero le sue azioni, senza avere un costante principio; il che rese gli ultimi fatti suoi meschini agli occhi di ognuno. Cos termin lo splendore della casa Sforza, che dur cinquant'anni e non pi; giacch, come vedremo, assai breve e povera comparsa fecero dappoi i due figli di Lodovico, Massimiliano e Francesco, ch'ei lasci ricoverati nella Germania presso dell'imperatore. Il cardinale Ascanio fu preso e condotto parimenti nella Francia. Gli stipendiati sforzeschi che rimanevano in Milano, si sbandarono. Sulla prigionia del duca Lodovico si coni la medaglia in cui, al rovescio della testa del maresciallo Trivulzi, leggesi: Expugnata Alexandria, delecto exercitu, Ludovicum Sfortiam ducem expellit, reversum apud Novariam sternit, capit(744). Il maresciallo Trivulzio aveva, siccome vedemmo, molti nemici. Il tumulto accaduto in Milano sotto il governo di lui doveva condurre il re Lodovico XII a confidare in altra mano la suprema dignit, siccome fece, dichiarando suo luogotenente e governatore il cardinale di Rohan, che si chiamava il cardinale d'Amboise. Nemmeno per tre mesi il Trivulzio dur governatore. Per pochi mesi pure tenne questa carica il cardinale, a cui fu successore, nell'anno medesimo 1500, il signore du Benin. Entr in Milano il Trivulzio il giorno 15 aprile, e andossene ad alloggiare in sua casa(745), non pi in corte. Il cardinale, il giorno 17 di aprile, entr come governatore.  facile l'immaginarsi quale fosse l'inquietudine de'Milanesi in tale rivoluzione, disperando di pi rivedere il loro natural principe, e temendo la vendetta de'Francesi, offesi nell'ultima rivoluzione. In fatti, il cardinale pretendeva dalla citt ottocentomila scudi, ossia dodicimila marche d'oro, in rifacimento delle spese fattesi per ricuperare lo Stato. La pena fu poi ridotta a soli trecentomila scudi, e nemmeno di quest'ultima somma se ne port tutto il carico, poich, trattine centosettantamila scudi effettivamente pagati, merc di un regalo di gioie del valore di ottomila scudi d'oro fatto alla regina Anna di Brettagna, moglie del re Lodovico XII, ella impetr dal sovrano suo sposo il dono del rimanente.
Dalla presa del duca Lodovico sino al 1507, poco o nulla accadde nel Milanese che meriti luogo nella storia, fuori che gli Svizzeri si resero padroni di Bellinzona, ed il re di Francia accondiscese a lasciarne loro il dominio. Negli anni 1502 e 1503 la pestilenza venne a Milano da Roma e fece strage. Quest'era la undecima volta, dal nono secolo in poi, in cui Milano fu esposta a tal miseria; avendo io osservate memorie di pestilenza negli anni 883, 964, 1005, 1244, 1259, 1361, 1373, 1400, 1406 e 1485. Nel secolo XVI, del quale ora scrivo, pi volte vi penetr, come vedremo. (1507) L'anno 1507, il giorno 24 di maggio, Lodovico XII, per la seconda volta, venne in Milano. Egli si era impadronito di Genova e fece il solenne ingresso, andandogli incontro, oltre il clero e i corpi pubblici, ducento giovani vestiti di drappo di seta celeste, ricamato a gigli d'oro. Il re entr per Porta Ticinese sotto diversi archi trionfali, essendo le vie tutte coperte di tela, magnificamente parate. Cos erano le vie sino al castello, dove termin l'entrata. Eranvi in seguito de'carri dorati, a foggia de'trionfi dei Romani antichi. Il re stava sotto a baldacchino di drappo d'oro, con corteggio immenso di principi, marchesi, conti, sei cardinali, e quattro altri ne vennero il giorno seguente, in tutto dieci cardinali. Il re visse in Milano coll'affabilit istessa dell'altra volta; andava ai pranzi, e fu da Galeazzo Visconti, da messer Antonio Maria Pallavicino; e sopra ogni altro si ricorda il festino veramente magnifico che diede Gian Giacomo Trivulzio al re ed alla corte, in cui sedettero pi di duecento gentiluomini, cinque cardinali e centoventi damigelle milanesi. Inoltre vi furono tavole imbandite per quattrocento arcieri reali, ed altretanti domestici e cortigiani; onde pi di mille convitati sedettero alle mense del Trivulzio: e ci, essendo la stagione favorevole, segu il 27 di maggio, sotto sale posticcie, piantate lungo il corso di Porta Romana. Indi vi si ball e s'ebbe il divertimento delle maschere. Al re singolarmente piacque una bellissima giovine, Catterina di San Celso, che cantava, suonava e ballava sorprendentemente, ed aveva somma grazia, ingegno e vanit di conquiste.
Fra i varii spettacoli che in quella occasione si videro, uno ve n'ebbe il quale minacci di cagionare degli inconvenienti. Il giorno 14 giugno 1507 fu destinato ad una rappresentazione militare. Il giorno precedente cadeva la solennit del Corpus Domini, ed il re, con sette cardinali, col duca di Savoia, e i marchesi di Monferrato e Mantova, e una schiera di ministri esteri, aveva decorata la solita processione. La comparsa militare consisteva nel mostrare l'attacco di una fortezza. Erasi accomodato, a foggia di una rcca, a quest'oggetto, il palazzo dove soleva dimorare il governatore, ch'era Carlo, gran maestro d'Amboise, succeduto al cardinale di Rohan(746). A difendere il forte, stavano esso governatore, il marchese di Mantova e il maresciallo Trivulzio, con cento uomini d'armi. L'attacco si faceva con forti bastoni, e tanto fu l'ardore, che alcuni vi rimasero morti, molti feriti; e la cosa era talmente impegnata, non volendo alcuna delle due parti cedere, che, per evitare una funesta scena, dovette il re in persona porsi di mezzo. Un mese e mezzo dimor il re Lodovico questa seconda volta in Milano, d'onde partissene il giorno 11 luglio alla vlta di Savona, per abboccarsi col re di Spagna, e concertar il matrimonio della sorella del duca di Nemours con quel re. I Veneziani, vedendo che il re Lodovico XII si era con facilit impadronito di Genova, cominciarono a temere questo potentissimo vicino, che aveano incautamente invitato ed assistito. Mossero delle pratiche per animare l'imperator Massimiliano, il quale aveva alla sua corte i due esuli principi Massimiliano e Francesco, figli del duca prigioniero. Non poteva il capo dell'Impero considerare mai come legittima l'invasione fatta dal re di Francia nel Milanese. Il feudo non passava nelle femmine, e quindi era viziato il titolo su cui fondavasi il re. Veramente ancora pi viziato era quello che poteva mostrare Francesco Sforza; poich la Bianca Maria, nella sua origine, aveva una macchia, della quale era immune la Valentina. Ma appunto per questo, quell'augusto avea, con nuova investitura, costituito duca Lodovico secondogenito, acciocch l'investitura mostrasse l'arbitrio cesareo nella scelta. Oltre poi l'augusta maest dell'Impero, nel cuore di Massimiliano parlavano i moti del sangue in favore dei due giovani principi oppressi. (1508) Lusingato adunque Massimiliano del favore de'Veneziani, si present ai difficili passi dell'Adige per discendere dal Tirolo nella Lombardia; e, col pretesto di passar poi a Roma per farsi incoronare, scacciar prima i Francesi dal ducato di Milano. Ma trov opposizione tale de'Veneziani, che dovette tornarsene. Egli mosse le armi contro i Veneti, ed essi occuparono le terre imperiali di Gorizia e Trieste. Questi furono gli ultimi motivi che determinarono la famosa lega di Cambrai l'anno 1509; lega in cui il papa, l'imperatore, il re di Francia, il re di Spagna, e vari altri minori principi Gonzaghi, Estensi, ecc., si unirono a danno della prepotente repubblica veneta; lega per cui Venezia fu nel punto di perire, e per cui ricevette un colpo siffatto, che pi non le fu possibile riascendere alla primiera grandezza. Era egli meglio per Venezia l'avere per confinante un principe di forze moderate, come lo Sforza, ovvero un re di Francia? Sulla casa Sforza essa acquist Brescia, Bergamo e Crema. Il tempo cambia i principi, e le repubbliche immortali seguitano sempre la stessa politica. Un successore debole sul trono di Milano accresceva nuove spoglie ai Veneti; Cremona, la Gera d'Adda terminarono in mano de'Veneti... Quantunque, era forse un bene per Venezia l'accrescere tanto lo Stato suo? E se, invece di farsi delle citt suddite, ella ne avesse fatte altretante alleate e partecipi della veneta libert, dando la cittadinanza veneta ai vinti, come i Romani... forse rinasceva Roma nel seno dell'Adriatico. Mi si perdoni questa digressione. Facil cosa  giudicare dagli effetti, siccome fa lo storico; ma gli uomini di Stato, costretti ad antivedere, sono dalle apparenze sedotti facilmente. L'oggetto di questa unione si era che il papa togliesse alla Repubblica le citt marittime della Romagna; l'imperatore acquistasse Verona, Vicenza e Padova; il re di Francia riunisse al Milanese Crema, Bergamo e Brescia. Gli altri principi tutti avevano concertata la porzione che lor doveva appartenere dello spoglio de'Veneziani.
I Veneziani radunarono un esercito di sessantamila uomini; e ne confidarono il comando al conte Bartolomeo d'Alviano. Si presentarono i Veneti all'Adda. Di contro comparve il governatore di Milano gran maestro Carlo d'Amboise, con una men forte armata. I Veneziani posero il fuoco a Treviglio; il loro comandante voleva prendere Lodi e Milano, od almeno tentarlo prima che giugnesse il re di Francia, il quale con nuovi armati passava le Alpi; ma i provveditori veneti non lo permisero. (1509) Comparve Lodovico XII in Milano il giorno l di maggio del 1509, e fu questa la terza volta. Vi dimor otto giorni; indi co'suoi s'incammin alla vlta di Cassano. Egli avea al suo seguito da cento de'primi gentiluomini milanesi, che seco conducevano pi di mille cavalli corredati con maravigliosa magnificenza; e questi combattevano a proprie spese senza stipendio; su di che il Prato: al vedere quelle cavalcanti compagnie s di Francesi come di Milanesi, con i sajoni quasi tutti di broccato d'oro sopra le fulgenti armi, avendo il re, vestito di bianco, nel mezzo, era veramente uno obstupescere l'occhio del riguardante. Giunse il re a Cassano; si pose di fronte ai Marcheschi. I Veneziani erano vantaggiosamente accampati alla sinistra riva dell'Adda, che scorreva avanti al loro campo. Voleva il re arditamente passare il fiume ed attaccarli, ma Giovan Giacomo Trivulzio lo sconsigli da questo temerario partito a fronte di una numerosa armata, provveduta di molta artiglieria. Il re fece de'ponti, e su di essi passarono i Francesi; ci accadde il 10 maggio 1509. V'erano il Trivulzio, La Palisse, il duca di Bourbon. Il conte Bartolomeo d'Alviano voleva attaccare i Francesi al momento in cui stavano passando il fiume; e si lagn de'provveditori veneti, che gli strappavano dalle mani la vittoria e lo esponevano poi alla rovina. Non permisero i provveditori che scendesse dal suo campo trincerato. Il re pose il suo accampamento col fiume alle spalle e fece rompere i ponti, acciocch i soldati sapessero che non rimaneva scampo alcuno colla fuga. I Veneziani si ritirarono verso Caravaggio. Il 14 maggio 1509 si posero in marcia i Francesi. I Veneziani avevano circa ventimila fanti e mille uomini d'armi. Fra i primi nell'attaccare furono i nostri Milanesi. Il fatto segu fra Agnadello e Mirabello. Rimasero sul campo sedicimila persone. Alcuni dissero persino ventimila. L'Alviano fu ferito. Ventitre pezzi di grossa artiglieria vennero in potere de'Francesi. Molti Veneziani rimasero prigionieri. Il poco che rimase dell'armata marchesca fugg verso Brescia. Dopo questa insigne sconfitta d'Agnadello, del 14 maggio, i Francesi presero Caravaggio il 16; il giorno 18 maggio Bergamo si sottomise al re; e il giorno 23 maggio Brescia pure conobbe il re di Francia per suo signore. Crema nel mese istesso si sottomise. Tale fu l'impressione che fece la vittoria di Agnadello, che Verona, Vicenza e Padova portarono al re le chiavi, e il re le fece consegnare agli ambasciatori del re de'Romani, come citt a lui appartenenti.
Dopo un cos rapido corso di vittorie il re Lodovico XII, il giorno 1 di luglio, entr in Milano con una sorta di trionfo. Gir da San Dionigi dietro la fossa per entrare solennemente da Porta Romana, che allora era al ponte; e da Porta Romana al castello erano le case coperte di panni di razza, con li padiglioni sopra; come dice il Prato, che descrive la pompa essere stata tale, che ardiva paragonarla ai trionfi de'Romani antichi. Vi erano quattro archi trionfali, e l'ultimo sulla piazza del castello, il quale, fra gli altri belli, era bellissimo, d'altezza di pi di cinquanta braccia, disopra avendo di rilievo la imagine del re, sopra un cavallo tutto messo a oro, di maravigliosa grandezza, con due giganti a canto, e tutte le commesse battaglie intagliate e dipinte, che era una bellezza a vedere, e pi superba cosa saria stato, se la subita venuta del re non avesse il mezzo dell'opera intercisa; cos il Prato. Il re era preceduto da carri dorati, che rappresentavano le citt sottomesse, alla foggia de trionfi romani. S'era preparato un magnifico carro trionfale, tutto dorato e condotto da quattro cavalli bianchi, coperti superbamente di ricamo, e scortato da ventiquattro pomposi custodi; ma il re non volle ascendervi e rimase a cavallo, corteggiato da gran numero di principi, conti e marchesi, ducento gentiluomini francesi, e molti gentiluomini milanesi s superbamente vestiti, che il pi domestico abito era semplice broccato; cos il Prato. Il re poco dopo torn in Francia(747).
Mentre i Francesi riunivano al ducato di Milano Brescia, Bergamo e Como, l'imperatore possedeva Verona, Vicenza e Padova; e il papa s'era reso padrone di Ravenna, Cervia, Imola, Faenza, Forl, Rimini e Cesena. Ma, come accade sempre alle forze collegate, che i separati interessi de'soci le scompongono ben tosto, cos riusc ai Veneziani di riprendere Padova. Poco dopo, segretamente il papa fece pace co'Veneziani, ed ottenne la signoria delle citt che avea conquistate nella Romagna, con di pi il patto che la Repubblica non mai occupasse Ferrara. Cos, mancando il papa di fede alla Lega, questa cess, e ciascuno si rivolse a provvedere a'casi suoi.

Capitolo 21.

Lodovico XII, re di Francia, perde il Milanese, ove  riconosciuto Massimiliano Sforza, ottavo duca

Dopo la vittoria di Agnadello, il re di Francia Lodovico XII aveva ottenuta dall'imperatore Massimiliano l'investitura del ducato di Milano collo sborso di centocinquantacinquemila scudi d'oro(748). Cos quell'augusto parve che sagrificasse i due suoi cugini germani, Massimiliano e Francesco Sforza, spogliandoli di quel diritto ch'ei medesimo aveva dato ad essi nell'investitura di Lodovico il Moro, loro padre. Ma se le circostanze momentanee consigliarono un tal partito, in forza della lega di Cambrai, considerata per un mostro politico; cambiate queste, ben tosto gl'interessi di ciascun potentato ripigliarono il loro vigore; e nello Sforza prefer Cesare un principe stretto parente e protetto da lui, ad un rivale formidabile, quale era il re di Francia. (1510) Il papa Giulio II, staccatosi dalla lega, unitosi co'Veneziani, teneva segrete pratiche cogli Svizzeri, a fine di scacciare dal Milanese i Francesi, o d'inquietarli per lo meno. Quella nazione bellicosa e confinante, cinta da montagne altissime, poteva con improvvise incursioni sorprendere, e, rispinta, ancora ricoverarsi fra le rupi native fuori da ogni pericolo di offesa. Dopo di avere gli Svizzeri occupata Bellinzona nella rivoluzione in cui Lodovico il Moro fu preso, resi padroni di quella rcca, in addietro posseduta dai duchi di Milano, non solamente si videro rbitri di invadere la sottoposta pianura del Milanese, ma formarono disegno di occuparne una porzione. Il papa, che aveva gi l'animo rivolto a Parma e Piacenza, citt state sempre unite al ducato di Milano, a fine di staccarle ed appropriarsele come citt comprese anticamente nell'esarcato di Ravenna, e nella donazione che la contessa Matilde aveva fatta alla Santa Sede, adesc gli Svizzeri a staccare altres dal ducato medesimo Lugano, Locarno e Mendrisio, tre distretti i pi vicini alle Alpi. Anim i Grigioni ad acquistar Bormio e la Valtellina. Il principal motore presso gli Svizzeri fu Matteo Scheiner, uomo di nascita plebea, dapprincipio maestro di scuola, indi curato, poi canonico di Sion, piccola citt del Vallese, uomo di una impetuosa eloquenza e di un carattere violento, ostinato ed appassionatamente nemico dei Francesi, fatto per le armate pi che pel sacerdozio, il quale, per testimonianza di Varilas, sforz col ferro alla mano il suo capitolo a nominarlo coadiutore; e fatto indi vescovo di Sion, rese celebre il suo nome per le imprese militari e per la somma influenza che ebbe presso gli Svizzeri, e conseguentemente negli affari di que'tempi, ne'quali gli Svizzeri avevano moltissima parte; uomo perfine, che dal papa, per sempre pi rendersi amici gli Svizzeri, fu creato cardinale, e dagli scrittori chiamasi il cardinale di Sion. Nel mese di settembre del 1510 gli Svizzeri fecero una incursione dal ponte della Tresa a Varese. I Francesi erano sparsi nei presidii di Brescia, Peschiera e altre fortezze, che ora sono dello Stato veneto. Cinquecento lance stavano a fronte dell'esercito veneziano. Altre cento lance francesi erano passate ausiliarie del duca di Ferrara, minacciato dal papa, il quale aveva accordato co'Veneziani, ch'essi non gl'impedirebbero di impadronirsi di quella citt, togliendola agli Estensi. Il qual progetto non riusc allora a Giulio II; ma ottantasette anni dopo, cio nel 1597, Clemente VIII Aldobrandino lo ridusse a compimento. I Francesi non avevano quindi forze bastanti per impedire simili scorrerie degli Svizzeri; i quali, dopo di avere saccheggiate le terre, si ricoverarono prima dell'inverno sulle loro Alpi. (1511) Ma l'anno seguente, cio 1511, sedicimila, secondo il Guicciardini, o venticinquemila Svizzeri, secondo il Prato, scesero dalle loro montagne, occuparono di bel nuovo Varese, s'innoltrarono a Gallarate, a Rho, e si presentarono fin sotto le mura di Milano il giorno 14 dicembre 1511. Ma non avendo costoro artiglieria, non passarono pi oltre; anzi, incamminatisi verso la loro patria, lasciarono devastate od arse le terre di Bresso, Affori, Niguarda, Cinisello, Desio, Barlassina, Meda ed altre. Queste incursioni rendevano sempre pi deboli le intraprese de'Francesi e contro i Veneziani e contro del papa, che gi consideravasi come aperto nemico del re di Francia. Quai fossero i pensieri di papa Giulio II in quest'affare, si vede nel Guicciardini(749). Avea il pontefice, dice egli, propostosi nell'animo, e in questo fermati ostinatamente tutti i pensieri suoi, non solo di reintegrare la Chiesa di molti Stati i quali pretendeva appartenersegli, ma oltre a questo, di cacciare il re di Francia di tutto quello possedeva in Italia, movendolo la occulta ed antica inimicizia che avesse contro lui, o perch il sospetto avuto tanti anni si fosse convertito in odio potentissimo, o la cupidit della gloria di essere stato, come diceva poi, liberatore d'Italia dai barbari. I Francesi non avevano nell'Italia se non mille e trecento lance e ducento gentiluomini(750), parte a Brescia, parte a Bologna, parte a Faenza.
Il governatore di Milano e comandante delle armate francesi nell'Italia era il gran maestro Carlo d'Amboise di Chaumont, il quale, nel 1505, era succeduto al signore du Benin; e questi aveva avuti due altri prima di lui, il maresciallo Trivulzio e il cardinale di Rohan. Questo quarto governatore mor di malattia in Coreggio, il 10 marzo 1511, e venne trasportato solennemente in Milano il 31 di esso mese. Il Prato ci descrive quel corredo funebre. Due cavalli coperti di velluto nero, ricamato d'oro, portavano il sarcofago, similmente coperto, con sopra la collana d'oro di San Michele. Precedevano cinque cavalli coperti sino a terra di velluto nero. Sul primo eravi un paggio con in mano la lancia: sul secondo, altro paggio portando un bastone dorato; sul terzo, un simile con mazza dorata; sul quarto il paggio aveva sul capo l'elmo dorato, e nella mano lo stocco; il quinto cavallo era a sella vuota, collo stocco pendente dall'arcione, ed era condotto a mano. Veniva poi la cassa di piombo, portata e coperta come ho scritto; seguitavanla i soldati e cortigiani, tutti in lutto, con abiti sino a terra, e con certi cappucci in capo, con cui quasi elefanti mi sembravano, dice il Prato. Indi seguivano quattrocento poveri, vestiti di nuovo, con torce nere in mano; poi quanti preti e frati v'erano in Milano, venivangli dietro con torce in mano. Il Duomo, ove la pompa fin, era tutto coperto di panni funebri, ed ornato di torce in s gran numero, che una non era pi di due braccia discosta dalle altre. Stavano alle porte alcuni che gettavano denaro ai poveri. La funzione fu magnifica. Il cadavere poi privatamente fu trasportato in Francia. Tali singolarit meritano luogo nella storia, perch ci rappresentano i costumi ed il lusso dei tempi. L'onorare le ceneri de'trapassati sembra cosa quasi naturale all'uomo, poich sino da'pi remoti secoli se ne scorgono le tracce; e le nazioni selvagge eziandio ne hanno dato esempio. L'estinguere questo pietoso sentimento sarebbe difficilissimo e forse un cattivo progetto. Il limitare la profusione di tai pompe sembra conforme ad una saggia legislazione. Se questo affetto poi di preservare la spoglia e perpetuar la memoria delle persone che ci furono care, si rivolga in favor delle belle arti, animando la scultura, merita incoraggiamento e lode. Nel secolo XVI cominci tra noi una severa e poco avveduta vigilanza contro siffatti monumenti, e se ci non fosse stato, avremmo assai pi ornati i nostri sacri templi di riconoscenti memorie de'cittadini, e del progresso delle belle arti, che non abbiamo.
Poich Giulio II ebbe mancato di fede al re di Francia, staccandosi dalla lega ed unendosi coi Veneziani, movendo gli Svizzeri, ed accostandosi agli Spagnuoli, alcuni cardinali, o partitanti della Francia, o malcontenti per la vita assai pi militare che ecclesiastica del sommo pontefice, si radunarono in Pisa, ove si andava formando un concilio per deporlo, e dichiarar vacante la Santa Sede. In Pisa non si credendo eglino bastevolmente sicuri, passarono alcuni cardinali a Milano colla idea di quivi congregare il concilio. Come fossero accolti, lo scrive il Guicciardini(751): Ma a Milano i cardinali, seguitando per tutto il dispregio e l'odio dei popoli, avrebbero avute le medesime o maggiori difficolt; perch il clero milanese, come se in quella citt fossero entrati, non cardinali della chiesa romana, soliti a essere onorati e quasi adorati per tutto, ma persone profane ed esecrabili, si astenne subitamente da se stesso dal celebrare gli uffizi divini, e la moltitudine, quando apparivano in pubblico, gli malediceva, gli scherniva palesemente con parole e gesti obbrobriosi, e sopra gli altri il cardinale di Santa Croce, riputato autore di questa cosa. Il cardinale di Santa Croce, spagnuolo, era uno dei primi autori di tale scisma. I nostri ecclesiastici, immediatamente dopo la loro venuta, cessarono di celebrare le sacre funzioni, considerando come soggetta all'interdetto la terra ove abitavano questi prelati. Il governo comand loro di continuare nel solito ministero; ed il Prato ci avvisa che i monaci Benedettini, Cisterciensi e Lateranesi per non aver voluto ubbidire, ebbero i militari posti ad alloggiare sulle loro terre. (1512) Il giorno 4 gennaio 1512 si radun nel Duomo questo concilio. Il cardinale di Santa Croce cant la messa pontificale: il cardinale Sanseverino ed un altro cardinal francese servivano da diacono e suddiacono; v'erano altri due cardinali assistenti, e ventisette colle mitre bianche in testa, altri vescovi, ed altri abbati. Trattossi di portare giudizio su papa Giulio; ed eravi per notaio, che scriveva gli atti del concilio, un messer Ambrogio Boltraffo. Tenne varie sessioni questo concilio, ed in una del giorno 21 d'aprile venne dichiarato il sommo pontefice sospeso dalla sua dignit papale. Di tutto ci fa menzione il Prato.
N gi i pericoli che stavano d'intorno a Giulio II limitavansi a questa scarsa e dispregiata congregazione, gi dal papa scomunicata e resa obbrobriosa o ridicola ai popoli. Il pericolo assai maggiore stava riposto nel valor militare del duca di Nemours, Gastone di Foix, nipote per parte di madre del re Luigi XII, fatto governatore e capitano generale dopo la morte del gran maestro di Amboise. Questo giovine eroe, all'et di soli ventidue anni, mostr i talenti di un gran generale. Dal Milanese vola a soccorrere Bologna, assediata da don Pietro di Navarra, e lo sorprende prima ch'egli abbia nemmeno notizia ch'ei marciasse a quella vlta; lo pone in fuga, batte la retroguardia di lui; rende libera Bologna. Coglie il momento di questa impresa il conte Luigi Avogadro, e, profittando della assenza de'Francesi, apre le porte di Brescia a'Veneziani, i quali occupano Brescia e s'innoltrano sino al Mincio. Al momento parte Gastone dal Bolognese, si affronta al Mincio coi nemici, che gliene disputano il passo, e li disperde; si presenta a Bergamo e la prende; si presenta a Brescia, e se ne rende padrone; e tutta questa maravigliosa serie di fatti si eseguisce in pochi giorni. Il 29 di febbraio prese Bergamo, il l di marzo prese Brescia; al quale proposito il Guicciardini scrive(752): Fu celebrato per queste cose per tutta la Cristianit con somma gloria il nome di Fois, che con la ferocia e celerit sua avesse in tempo di quindici d costretto l'esercito ecclesiastico e spagnuolo a partirsi dalle mura di Bologna, rotto alla campagna Giampagolo Baglione con parte delle genti dei Veneziani, ricuperata Brescia con tanta strage de'soldati e del popolo, di maniera che, per universale giudizio, si confermava non avere gi parecchi secoli veduta Italia nelle opere militari una cosa somigliante.
Questa presa di Brescia serv di argomento al signor di Belloy per la tragedia che intitol: Gaston et Bayard, nella quale l'Avogadro apparisce come un ribelle del suo legittimo sovrano, e traditore della patria, e gl'Italiani vi figurano miseramente il personaggio di gente senza virt alcuna. I Bresciani da ottantatre anni vivevano sudditi della repubblica veneta; quando, nel 1509, furono assoggettati alla forza dell'armi francesi. Il conte Avogadro tent di liberare se stesso e la patria da un giogo straniero, e riconsegnarsi al nativo suo principe. Il governo poi che i Francesi facevano della di lui patria, suggeriva di liberarla da quella infelicit(753). Il grado di longitudine sotto cui siamo nati su questa sferoide, non dovrebbe cagionate diversit di partiti: l'uomo virtuoso e dabbene  patriota de'suoi simili sparsi per ogni clima, ed  forestiere al suo vicino malvagio e vizioso. L'infelice conte Avogadro termin miseramente i suoi giorni sul patibolo, ed i suoi figli, tradotti a Milano, per mano del carnefice finirono pure la vita. V' chi incolpa Gastone di Foix di avere voluto contemplare la morte di questi infelici, che avrebbero un nome glorioso, qualora avessero avuta la fortuna delle armi, e sarebbero stati coronati da quella gloria medesima che ottennero di que'tempi alcuni Francesi scacciando gl'Inglesi, che avevano occupate le province della Francia. Il saccheggio di Brescia rec poi a Milano la pestilenza, che per due anni vi rest.
Dopo ch'ebbe di volo sottomesse le citt di Bergamo e Brescia, il duca di Nemours Gastone di Foix pass per Milano; indi rapidamente marci a Ravenna.  celebre la battaglia che vi si di il giorno 11 d'aprile, che in quell'anno fu il giorno di Pasqua, cio quaranta giorni dopo la presa di Brescia; ed  notissima non meno la morte che vi trov Gastone, dopo di avere riportata una compiuta vittoria; n appartiene alla storia ch'io mi sono limitato a scrivere, la precisa narrazione di tai fatti. Marc'Antonio Colonna comandava nella citt di Ravenna; il vicer di Napoli Pietro di Navarra aveva il comando degli Spagnuoli; sotto di lui serviva Fabrizio Colonna. I collegati pontificii erano millesettecento uomini di armi e quattordicimila fanti. Usarono allora i pontificii de'carri falcati(754). I Francesi avevano, sotto il comando del duca di Nemours, il marchese di Ferrara e il cardinale Sanseverino. Oltre il duca di Foix, che vi fu ucciso, rimasero sul campo il signor d'Allegre con suo figlio, il signor Molard, sei capitani tedeschi, il capitano Maugiron, il barone di Grammont, e pi di duecento gentiluomini di nascita distinta. Se tale sciagura non veniva a rovesciare tutt'i disegni de'Francesi, il papa Giulio II correva rischio grande di perdere lo Stato, e di ubbidire al sinodo tenutosi in Milano. Ma una giornata cambi totalmente l'aspetto degli affari, e il languente comando de'Francesi pass nelle mani del signor de la Palisse, che pu essere collocato nella serie de'governatori di Milano, ed  il sesto. La spoglia del duca di Nemours venne trasportata a Milano e sospesa entro di un sarcofago di piombo fra una colonna e l'altra del Duomo, siccome eranlo i duchi di Milano. La cassa venne coperta come lo erano le altre pure, con uno strato magnifico di broccato soprarizzo, dice il Prato: eranvi ricamati i gigli d'oro; pendeva la spada pontificia col fodero d'oro, acquistata a Ravenna; v'erano collocati all'intorno il vessillo del papa e quindici altre bandiere, prese in quella battaglia. Ma lo spirito feroce di partito e la superstizione non lasciarono tranquille le ceneri di questo giovine eroe; gli Svizzeri, i quali, come or ora vedremo, s'impadronirono in breve di Milano, entrati nel Duomo, sormontandosi l'un l'altro, scomposero, rovesciarono quel monumento, e le spoglie vennero disperse. Cambiatasi poi nuovamente la fortuna, e ritornati i Francesi, fu innalzato un mausoleo magnifico di marmo alla memoria di questo principe, e collocato nella chiesa delle monache di santa Marta. Di questo mausoleo or non ne rimane che la statua, sotto della quale si legge l'iscrizione seguente:

SIMVLACRVM GASTONIS FOXII
GALLICARVM COPIARVM DVCTORI
QVI IN RAVENNATE PRAELIO CECIDIT ANNO
MDXII
CVM IN AEDE MARTAE RESTITVENDA
EIVS TVMVLVS DIRVTVS SIT
HVIVSCE COENOBII VIRGINES
AD TANTI DVCIS IMMORTALITATEM
HOC IN LOCO COLLOCANDVM CVRAVERE
ANNO MDLXXIV(755)

I bassi rilievi che adornavano la tomba, vennero, non saprei per qual destino, rotti e divisi; alcuni se ne veggono nella deliziosa villa di Castellazzo, altri sono presso alcuni privati. Sempre pi si conosce che un buon libro  il solo monumento durevole, col quale un uomo sia sicuro di tramandare ai secoli venturi la memoria di se medesimo: i marmi, gli edifizi, le pubbliche fondazioni, tutto si scompone e disperde; ma Orazio aveva ragione di scrivere, ch'egli s'innalzava un monumento co'versi suoi pi durevole de'bronzi(756).
Dopo la battaglia di Ravenna, in cui si disse che rimasero morti sul campo ottomila fanti e mille cavalieri pontificii, e prigionieri il vicer di Napoli don Pietro di Navarra, il cardinale dei Medici, il marchese di Pescara, Fabrizio Colonna, il marchese di Padule, il figlio del principe di Melfi, don Giovanni Cardona ed altri; l'armata francese, sebbene vincitrice, si trov talmente rovinata, che il cavaliere Bayard, nella lettera citata, assicura(757) che in cento anni di tempo la Francia non poteva risarcire la perdita che aveva fatta. Dopo questa tal battaglia, il papa Giulio II sempre pi si strinse co'Veneziani per discacciare i Francesi, i quali a nome del concilio avevano cercato di occupar la Romagna. L'interesse dei Veneziani consigliavali a dar mano alla rovina dei Francesi per ricuperare Brescia e il restante della terra-ferma, e collocar sul trono di Milano un principe da cui non dovessero temere invasione. Innoltr il papa i suoi maneggi coll'imperatore Massimiliano per restituire il ducato di Milano a Massimiliano Sforza, cugino dell'imperatore medesimo. L'imperatore, con un proclama, richiam alla patria tutti i Tedeschi che militavano nell'armata francese; e questi abbandonarono i loro stipendi, resi poco sicuri; e sempre pi s'indebolirono le forze comandate dal signor de la Palisse. Dall'attivit di papa Giulio II gli Svizzeri incessantemente animati, scesero questi nuovamente in Italia; e profittando della confusione e debolezza de'Francesi, occuparono i tre baliaggi di Lugano, Locarno e Mendrisio, i quali continuarono a possedere gli Svizzeri dappoi, come al presente. I Grigioni s'impadronirono di Chiavenna, Bormio e della Valtellina, attualmente possedute da essi. Il papa occup Parma e Piacenza(758). In questo stato di cose il signor de la Palisse si ricover a Pavia, citt forte, e, abbandon Milano. Il consiglio generale de'novecento si radun per dare le ordinarie provvidenze alla citt, e porre qualche riparo alla pestilenza che l'affliggeva. Gli Svizzeri, sotto il comando del cardinale di Sion, invadono lo Stato in nome della Santa Lega: occupano Cremona, indi Lodi: si unisce al cardinale svizzero il vescovo di Lodi Ottaviano Sforza, cugino di Massimiliano. Milano riconosce la Santa Lega il giorno 16 giugno: il giorno 20 giugno entra il vescovo di Lodi in Milano come luogotenente del duca Massimiliano. Il papa libera la citt di Milano dall'interdetto, in cui la considerava incorsa per esservisi ricoverati i cardinali suoi nemici. L'assoluzione venne il giorno 6 di luglio, e quella fu l'ottava volta in cui Milano si trov in siffatta circostanza(759). I Francesi, non essendo numerosi a segno di custodire Pavia, l'abbandonarono, e per la fine del 1512 non ve ne rimasero se non ne'castelli di Milano e di Cremona.
Massimiliano Sforza dall'et di nove anni sino al vigesimoprimo era stato esule dalla patria e ricoverato sotto la protezione dell'imperator Massimiliano, suo cugino. Egli, scortato dal cardinale di Sion e dagli Svizzeri, entr solennemente in Milano il giorno 29 dicembre 1512. L'ingresso si fece al solito da Porta Ticinese con pi di cento gentiluomini che lo precedevano, usciti ad incontrarlo con un abito uniforme, composto dei colori medesimi che il duca aveva scelti per sue livree, cio pavonazzo, giallo e bianco. I gentiluomini per, oltre l'essere vestiti di seta, erano altres ricamati d'oro; per lo che non si potevano confondere co'domestici del duca. Il duca cavalcava vestito di raso bianco trinato d'oro; portavangli il baldacchino i dottori di collegio. Cesare Sforza, fratello naturale del duca, portava immediatamente avanti di esso la spada ducale sguainata. Lo seguitavano il vescovo Valese cardinale di Sion, e i legati del re de'Romani, del re di Spagna e di altri sovrani. Non mancarono a tal funzione i soliti archi trionfali. Egli finalmente and a risiedere nella corte ducale; giacch il castello, nel quale solevano alloggiare i duchi, era in potere de'Francesi. Il potere ducale Massimiliano lo ricevette dagli Svizzeri; e, come dice Guicciardini(760): Il cardinale (Sedunense lo chiama il Guicciardini, ed  il vescovo di Sion), in nome pubblico degli Svizzeri gli pose in mano le chiavi, ed esercit quel d, che fu degli ultimi di dicembre, tutti gli atti che dimostravano Massimiliano ricevere la possessione da loro; il quale fu ricevuto con incredibile allegrezza di tutti i popoli per il desiderio ardentissimo di avere un principe proprio, e perch speravano avesse a essere simile all'avolo o al padre, la memoria dell'uno de'quali per sue eccellentissime virt era chiarissima in quello Stato, nell'altro il tedio degl'imperi forestieri aveva convertito l'odio in benevolenza.
(1513) Giulio II, il primo motore degli avvenimenti de'tempi suoi, quel papa che, coll'usbergo sul petto e l'elmo in capo, diresse l'assedio della Mirandola, e vi entr per la breccia, termin la sua vita la notte dal 20 al 21 di febbraio del 1513. Questo colpo cambi nuovamente le combinazioni politiche in Europa. I Veneziani, che tre anni prima, per ricuperare la terra ferma occupata da'Francesi uniti coll'imperatore, avevano cedute al papa le citt marittime della Romagna, ascoltarono le proposizioni che fece loro la Francia, la quale prometteva ad essi la terraferma, Verona, Vicenza, Brescia, Bergamo e Crema, e con tali condizioni si collegarono con Lodovico XII nel trattato di Blois 13 marzo(761). Con tale nuova confederazione si obbligavano i Veneziani ad assistere il re per ricuperare il Milanese; ed il re obbligavasi ad aiutare la Repubblica per riacquistare le terre della Romagna perdute colla lega di Cambrai. Contro del papa si mossero parimenti gli Spagnuoli; ed il vicer di Napoli s'impadron di Parma e di Piacenza, sebbene per poco, costretto a restituirle al papa(762). Mentre si andava disponendo nella Francia una nuova invasione nel Milanese, a respingere la quale forz'era rivolgere le spalle a'Veneziani collegati colla Francia, il duca Massimiliano Sforza si abbandonava alla molle lascivia, che appena si perdona ai principi sicuri nel loro Stato. Per festeggiare il soggiorno che la marchesa di Mantova faceva in corte col nostro duca, ad altro non pensava egli che a giuochi ed a pompe, quasi ch'ei fosse nel seno della pace. Fece fare, fra le altre cose, un torneamento; il che accadde il giorno 13 di febbraio 1513, dimenticandosi che nel castello stavano i Francesi. Il duca vide, per le palle di cannone ch'essi gli fecero piovere sulla corte, che aveva inopportunamente scelto il tempo ed il luogo(763). Questo principe non sembra che avesse alcuna energia n elevazione d'animo; egli spensieratamente portava il titolo di duca, e in mezzo all'umiliazione propria ed alla miseria de'sudditi pensava a passar giocondamente il suo tempo. Donava feudi, donava regalie, regalava denaro, roba, a tutti i suoi favoriti con profusione, in guisa che aveva sempre l'erario esausto. Don a Girolamo Morone la contea di Lecco: la citt di Vigevano al cardinale di Sion; Rivolta e la Ghiara d'Adda ad Oldrado Lampugnano. Coteste sue profusioni facevansi da esso lui come se nulla fossero, dice il Prato, il quale si esprime a tal proposito cos: ma poco delle dicte cose curandosi il duca nostro, facea, como dice il proverbio, manco roba, manco affanni; et solo attendeva a piaceri; unde essendo venuto a Milano la moglie del marchese di Mantova con alquante sue zitelle, o per meglio dire ministre di Venere, tanto piacere de conviti e de balli e de altri che io non scrivo, se prendea assieme con lo effeminato vicer di Spagna, che era una cosa a ogni sano judicio biasimevole, et non so se mi dica una parola, tuttavia, essendo dicta da Salomone nella Cantica, la posso dir anch'io: Veh tibi terra cuius rex est puer(764)! Cos il Prato. Ma chi  fanciullo a ventun'anni, non  giunto mai a diventar uomo. Questa scioperatezza dovea ricadere a danno de'sudditi, ai quali forza era d'imporre maggiori aggravii; e non osandolo fare da s il duca Massimiliano, prima di accrescere la gabella del sale di trenta soldi ogni staio, ne impetr dal papa il permesso; della qual supplica ho letta io stesso una copia, scritta di quei tempi e conservata nella signorile raccolta de'manoscritti nell'insigne archivio Belgioioso d'Este, e dice cos: Beatissime Pater: - Manifesta est et satis nota apud S. V. immoderata nimium longe lateque dominandi ambitio, et aliena indebite usurpandi cupiditas Gallorum regis, adeo ut non modo principatum Mediolanensem, verum et universae Italiae subjugandae omnibus votis aspirare videatur: e conclude alla fine: quare ad B. V. confugere cogor pro re quae (sic) in evidentem totius Italie commodum cedet et mihi et tam immensae publicae necessitati consulet; etiam supplicando quatenus, in praemissis opportune providendo, B. V. auctoritate Apostolica qua fungitur, motu proprio, ex certa scientia et de plenitudine potestatis etiam absolutae, licentiam potestatem et auctoritatem indulgere dignetur in universa ditione ducatus Mediolani imponendi praedictas additiones solidorum triginta pro stario salis etc(765). N ci bastando, deleg il duca Bernardino ed Enea Crivelli per esigere dai feudatari uno straordinario tributo(766). Vend persino i due canali navigabili, il Naviglio grande e quello della Martesana alla citt di Milano(767). In un sol mese vendette tante regalie, che ne incass dugentomila ducati; alienazioni tutte fatte in ragione del sette per cento(768). Impose nuovi aggravii sopra di ogni ruota di mulino, accrebbe i tributi sopra le terre irrigate(769). I sudditi, al paragone del governo francese conobbero quanto avessero peggiorato sotto di questo sventato principe naturale. Lodovico XII, re di Francia ne'tredici anni ne'quali signoreggi nel Milanese, non impose alcuna taglia n tributo straordinario. Fu un buon principe, moderato nelle spese, popolare, amante dell'ordine e della giustizia. Egli piant nel Milanese quel sistema di governo che dur sino a'tempi nostri. Questo monarca prima di regnare era dominato dall'amore; la giovent, la grazia, la bellezza lo seducevano: poich sal sul trono, seppe frenarsi, e nobilmente signoreggiare sopra di se medesimo. Ei merit dai posteri il glorioso nome di Padre del popolo. Il paragone colla spensierata condotta del duca Massimiliano era svantaggioso pel successore.
Non sar discaro a'miei lettori, s'io sottopongo a loro sguardo lo specchio delle spese fisse che si facevano sotto il duca Massimiliano dall'erario ducale. Questo prezioso aneddoto, siccome molt'altri, fu da me tratto dall'insigne collezione pocanzi ricordata(770).

Spese dello stato di Milano sotto il duca Massimiliano Sforza


Pensioni agli Svizzeri
ducati
100,000
Alle guardie de'castelli di Milano, Cremona, Novara, guardia della corte, e capitano di giustizia

"

72,000
Alla gente d'armi
"
74,600
Alla compagnia del Bregheto, computata la provvisione sua
"
3,000
Al signor Manfredo da Coreggio, per esso e cavalli cento
"
6,800
Alla casa ducale, computata la stalla
"
26,000
Spese delli cavallari
"
8,000
Agli oratori e famigli cavallanti
"
12,000
Alla munizione e lavoreri ducali
"
12,000
Alle guardie delle fortezze, oltre le dette disopra
"
6,000
Spese straordinarie
"
25,000
Officiali salariati
"
25,000
Vestiario del duca
"
30,000
Spese di Sanit
"
4,000
Elemosine ducali
"
2,000
Staffieri del duca
"
660
Trombetti
"
540
Interessi passivi di debiti
"
10,000
Ristauri per guerra e peste
"
6,000
Lettere e bollettini di esenzione
"
2,000
Beneplacito del duca
"
5,000
A conto del signor duca di Bari
"
3,350
Legna e altro per la cancelleria ducale e camera
"
2,000
Al signor Giovanni e a Maddalena Lucrezia per suo vivere
"
1,700
Annuali ed obblazioni
"
500


________

ducati
438,150

Le rendite poi del duca a quel tempo veggonsi nel codice medesimo(771) ascendenti a scudi d'oro del sole 499,660, soldi 64, denari 8. Ora computati gli scudi del sole com'erano, una mezza doppia, e i ducati in valore di un gigliato, apparisce che il duca aveva ogni anno una spesa eccedente di pi di ventiquattromila ducati, quand'anche nelle spese di capriccio ei non avesse ecceduto.
I Francesi adunque, nel numero di dugento uomini d'armi e ventimila fanti, sotto il comando di Luigi de la Tremouille e del maresciallo Trivulzio, superate le Alpi, scesero verso lo Stato di Milano. A tal nuova i Veneziani si accostarono e si resero padroni di Pizzighettone, di Martinengo e di Cremona. Molti fra i sudditi del duca, malcontenti del governo di un tal principe, bramavano di ritornare sotto il dominio del re Lodovico XII. Un tumulto popolare si eccit in Pavia, un simile contemporaneamente comparve in Alessandria. Gi queste due citt non avevano aspettato l'arrivo de'Francesi per considerarsi suddite della Francia. Messer Sacramoro Visconti, che aveva il comando degli Sforzeschi posti a bloccare il castello di Milano, lasciava segretamente che entrassero di notte le vittovaglie ai Francesi del presidio; il che scoperto, egli si ricover nella Francia, ed ebbe dal re la collana, pregevolissima allora, dell'ordine di San Michele. In somma le cose andavano come forz'era pure che andassero sotto di un principe sfornito di mente e di cuore che lo innalzassero sugli uomini volgari, e lo mostrassero degno di comandare agli altri uomini. Gli Svizzeri per vollero sostenere questo duca, e con ci conservarsi non solamente i baliaggi che avevano occupati, ma il dominio del Milanese, che realmente esercitavano gi sotto il nome del duca Massimiliano. Si radunarono ne'contorni di Novara nel numero di diecimila, a quanto scrive il Guicciardini(772), o settemila, come scrive il Prato; e il giorno 6 di giugno del 1513 assalirono l'armata francese con tanto impeto e s impensatamente, che, quasi per sorpresa impadronitisi dell'artiglieria de'nemici, la rivoltarono contro de'Francesi medesimi; e questo arditissimo impeto sgoment talmente i Francesi (i quali s'immaginarono essere sopraggiunta una nuova armata di patriotti svizzeri), che senza consiglio si abbandonarono alla fuga; e da un drappello di fantaccini, senza cavalleria, senza artiglieria venne siffattamente distrutto un corpo di armata, che si contarono rimasti sul campo ben diecimila de'Francesi, ed il rimanente con somma sollecitudine ripass le Alpi. Cos gli Svizzeri in quel luogo medesimo ove tredici anni prima erano stati accusati di aver tradito il padre, avendo a fronte lo stesso Trivulzi, in quello stesso luogo, e contro del generale medesimo, col loro valore mantennero lo Stato al figlio Massimiliano Sforza, e ripararono l'onore delle loro armi e della fedelt loro. Il Prato attribuisce quella sciagura de'Francesi al disprezzo che imprudentemente essi fecero de'loro nemici; non supponendo possibile ch'essi ardissero di provocar l'armata francese. Attribuisce per singolarmente allo sbigottimento che ebbe colla sorpresa il comandante supremo la Tremouille, il poco onore che in quella giornata si fecero le armi francesi; ed il Trivulzio, costretto a fuggire cogli altri, andava ripetendo, a quanto il Prato scrive, noi fuggiamo et la victoria  nostra. Nella Francia la Tremouille vide, non senza carico di vituperio, cassato il suo nome dalla lista dei stipendiati, la qual cosa non avvenne al Trivulzio; ma sia come si voglia, la fuga fu vituperosa(773). Gli Svizzeri raccolsero in quella giornata un prezioso bottino, avendo perduti i Francesi tutti i loro attrezzi. Dopo un tal fatto i Veneziani sgombrarono il paese; ritornarono le cose come se nulla fosse accaduto; e il duca, acceso d'una passione degna del suo animo, si rec a stanziare nei contorni di Pavia per vagheggiare una mugnaia che vi stava domiciliata(774).
La gloria delle armi francesi non poteva essere riparata nell'Italia con nuovo esercito, poich gl'Inglesi avendo allora appunto mossa la guerra a Lodovico XII, ei doveva adoperare le sue forze per impedire i progressi di trentamila Inglesi e ventitremila Tedeschi, i quali erano spediti nella Francia da Enrico VIII e Massimiliano Cesare collegati. Quindi i pochi Francesi che stavano al presidio de'castelli di Milano e di Cremona, esausti di munizioni e di viveri, oppressi da miserie, disperando soccorso, cedettero le fortezze ed uscirono, salve le persone e robe loro. Il castello di Milano per tal modo venne in potere dello Sforza il giorno 19 novembre 1513, e da quel giorno non rimase pi dominazione alcuna nell'Italia al re Lodovico XII. (1514) Ma lo Sforza altro di duca non conserv che il titolo; vivendo egli meschinamente come un ostaggio sotto la tutela degli Svizzeri, e sopra tutto del terribile cardinale di Sion, il quale col nome del duca adoperava ogni mezzo per cavar denaro dai popoli, abbandonati ad un'anarchia militare; e cos senza alcun memorabile avvenimento pass l'anno 1514. (1515) L'anno seguente 1515 incominci colla morte del re Lodovico XII senza figli, e colla incoronazione di Francesco I, l'avo paterno del quale era zio paterno del defunto, anche egli discendente dalla principessa Valentina Visconti. Il nuovo re era nel ventesimoprimo anno dell'et sua. Trov la Francia in pace pel trattato seguito poco prima della morte di Lodovico XII. Il suo primo pensiero fu di ricuperare il Milanese; ed a fine di radunare nell'erario quanto bastasse alla spedizione, pose, con esempio infausto, in vendita le cariche della giudicatura della Francia. Si colleg nuovamente co'Veneziani. Dichiar reggente del governo la duchessa d'Angoulme sua madre; e si dispose a venire egli stesso alla testa della sua armata nel Milanese. Il duca prese al suo stipendio, in qualit di capitano delle genti d'armi, Prospero Colonna. E come tutto ci che d idea de'costumi di quei tempi deve aver luogo nella mia storia, cos io non ometter un magnifico convito che il Colonnese imband in quella occasione, e di cui ci lasci memoria il Prato. Ci segu il giorno 20 di febbraio 1515. Il duca e i cortigiani furono invitati, ed inoltre trentasei damiselle milanesi, dice il Prato. Fabbric apposta un superbo salone di legno, riccamente dorato e dipinto, e dagli architetti fu stimato cosa notandissima, come dice il nostro scrittore. Quattro ore dur la mensa. Si continuava il costume di servire in piatti separati ciascuno degli invitati. Ognuno avea una pernice, un fagiano, un pavone, un pesce, ecc.; contemporaneamente dinanzi a ciascuno si riponeva una finta pernice, un fagiano, un pavone, un pesce finti, o di marzapane, o d'altra materia, dorati, inargentati, ecc., e vi furono abbondanti e deliziose pastiglie ed acque odorose. In fine della cena comparve un finto gioielliere che recava collane, braccialetti ed altri vezzi di gemme e d'oro; present le sue preziose merci alle damigelle, come se cercasse venderle; ed allora il Colonnese s'intromise quasi volesse rendersi mediatore dei contratti, e con generosa urbanit regal ciascuna delle convitate senza far mostra di regalarle. Ci veramente fu materia di non picciolo valore, e dice il Prato che venisse fatto al solo fine per potere la sua amata senza biasimo d'infamia con le proprie mani presentare. Il che dimostra quanto venissero rispettate le damigelle e il costume. Cose siffatte sembrano romanzesche; ma contemplate saggiamente dimostrano una nazione ingentilita e generosa. La mattina vegnente ciascuna delle invitate ricevette un canestro inargentato con entro la colazione. Al duca fece egli recare venticinque carichi di selvaggiume.
Poco giovava alla difesa dello Stato la scelta di un magnifico e galante generale; conveniva avere un'armata, e gli Svizzeri s'impegnarono a difenderlo colla paga di trecentomila ducati. Comparvero in Milano dodici commissari per ricevere anticipatamente la promessa paga. Il duca pubblic una imposizione per riscuotere dai sudditi questa eccessiva tassa. Sotto il regno di Lodovico XII non s'era mai pagato, se non i tributi costituzionali. Un'arbitraria tassazione, per tal modo dispoticamente comandata, commosse gli animi de'cittadini. L'editto si pubblic il giorno 8 di giugno del 1515. Sembr questa una vera oppressione. La citt fece presentare le sue preghiere al cardinal di Sion, precipuo motore di simili risoluzioni; ma l'inflessibile prelato non di orecchio a verun moderato partito. La citt si pose in tumulto; alcuni Svizzeri furono uccisi; alcuni Milanesi pure rimasero morti in una zuffa alla sala della piazza dei Mercanti. E come si avvicinavano i Francesi, ed il partito de'malcontenti con tale notizia si rianimava, cos il duca fu costretto con nuovo proclama a disdire l'imposta taglia. Si entr a trattare. La citt di Milano compr dal duca il Vicariato di provvisione, la giudicatura delle strade e quella delle vettovaglie collo sborso di cinquantamila ducati, di che stesero pubblico documento, il giorno 11 di luglio 1515, i notai Stefano da Cremona e Paolo da Balsamo. Da quel contratto ebbe origine poi la nomina che la citt di Milano presentava al principe od al suo luogotenente, di alcuni cittadini, dai quali esso trasceglieva chi gli era in grado alle accennate cariche, che cominciarono allora ad essere privativamente appoggiate ai cos detti patrizi milanesi. Con questi cinquantamila ducati, cio colla sesta parte soltanto della somma loro promessa, ritornarono i commissari svizzeri al loro paese. Nella dieta nazionale si pose in deliberazione, se meglio convenisse l'accettare le pensioni che offeriva con molta istanza il re Francesco, ovvero proseguire all'impegno di mantenere Massimiliano Sforza duca di Milano; ed il secondo prevalse, avendo gli Svizzeri profittato pi de'Francesi nemici colla recente sconfitta data loro presso Novara, di quanto ne avrebbero ottenuto se fossero stati loro alleati. A ci s'aggiunse poi la considerazione, che, fin tanto che Massimiliano Sforza rappresentava il personaggio di duca di Milano, non sarebbe mancata occasione e mezzo di costringere la citt allo sborso della promessa paga, e di maggiori ancora. In pochi giorni quarantamila Svizzeri scesero dai loro monti, e si radunarono verso Novara. Il cardinale di Sion tanto dispoticamente e con tanta atrocit comandava in Milano, che, sospettando egli di Ottaviano Sforza, cugino del duca e vescovo di Lodi, che avesse delle pratiche co'nemici, nulla rispettando il carattere di consanguinit col sovrano, n la persona del vescovo, crudelmente per mero sospetto lo fece torturare con quattordici tratti di corda; il che narrato viene dal Prato, e dalla cronaca manoscritta di Antonio Grumello, pavese(775). Il Prato nota persino il giorno in cui ci avvenne, che fu il 21 di maggio 1515, e racconta che il vescovo spontaneamente veniva al castello per corteggiare il duca, quando quivi fu arrestato, rinchiuso nella rcca, ed aspramente torturato a fine di chiarirsi s'egli mai avesse tramato contro lo Stato. Dopo due settimane, non risultando dai processi altro che la innocenza del vescovo cugino del duca, fu il vescovo tradotto nella Germania, d'onde l'infelice prelato pass a Roma. Tali erano i costumi e le opinioni d'allora; tali i pensieri di un cardinale, di un vescovo di Sion, verso d'un figlio d'un sovrano, di un vescovo, di un innocente. Gli uomini presso a poco son sempre stati gli stessi; ma questo presso a poco  il vantaggio della generazione vivente. Invidii chi non sa la storia i tempi antichi. Benediciamo Dio, di vivere in un secolo in cui le passioni e i vizi degli uomini sono (almeno in apparenza) meno atroci, e meno sfacciatamente insultano la virt. Racconta il Prato che il duca Massimiliano, vedendo il duca di Bari Francesco (questi era fratello minore del duca, che regn dopo lui; ed il titolo di duca di Bari nella casa Sforza era proprio del secondogenito) starsene pensieroso, appoggiato ad una finestra, improvvisamente se gli avvent dicendogli: Monsignore, io so che voi mirate a farvi duca di Milano; ma cavatevelo dalla fantasia, che io vi prometto da leale signore che io vi far morire. A tale minaccia, senza dubbio non meritata, rispose il fratello colla riverenza ch'ei doveva al suo signore; ma il duca, sospettoso, ingiusto, depresso, timido, violento, non meritava certo di essere sovrano.

Capitolo 22.

Di Francesco I re di Francia, e suo governo nel ducato di Milano

Il buon re di Francia Francesco I radun un'armata formidabile, e si prepar a discendere egli stesso nell'Italia. Accrebbe sino a millecinquecento il corpo delle sue lance, numero per que'tempi esorbitante; allest un imponente corredo d'artiglieria; prese al suo stipendio diecimila Lanschinetti, seimila fanti della Gheldria; radun diecimila Guasconi(776): in somma, form una terribile armata con quindicimila uomini d'armi, quarantamila fantaccini, tremila pionieri ossia guastatori(777), e nell'esercito si contarono pi di ottantamila persone(778). Il contestabile di Bourbon aveva il comando della vanguardia. Il re s'era riserbato il comando del corpo di battaglia; al duca d'Alenon aveva affidata la retroguardia; Lautrec, Navarra, Gian Giacomo Trivulzi, la Palisse, Chabanne, d'Aubigny, Bayard, d'Imbercourt, Montmorency, i pi illustri che militavano sotto le insegne di Francia, tutti gareggiavano per combattere sotto del giovane e coraggioso loro re. Reso istrutto il duca di tai preparativi, e di forze di gran lunga superiori alle sue, le quali senza dimora s'andavano innoltrando, mentre egli aveva alle spalle i Veneziani, combinati a di lui danno, affid a Prospero Colonna dugento uomini d'armi e quarantamila Svizzeri. Non conveniva aspettare nella pianura della Lombardia un esercito fortissimo, animato dalla presenza del re; ed era sperabile l'arrestarlo colle forze affidate al Colonna. Quindi, da saggio comandante, ei s'innoltr nelle difficili strette delle Alpi, nei contorni di Susa, ed ivi, impadronitosi de'luoghi eminenti, si dispose a disputare con molto vantaggio il passo all'armata nemica. Egli era acquartierato a Villafranca, vivendo sicuro che i Francesi dovessero presentarsi a Susa. In fatti, due strade sole erano conosciute allora onde passare dal Delfinato nell'Italia; una pel monte di Ginevra, l'altra pel monte Cenis; e tutte due si univano a Susa. L'esercito francese, avvisato come in quelle angustie de'monti l'aspettassero i nemici, disperando di superarli, era in procinto di abbandonare l'impresa: ma il maresciallo Gian Giacomo Trivulzi, che gi una volta aveva conquistato alla Francia il Milanese, ebbe il merito di farglielo acquistare anco in quella seconda occasione. Egli divis una nuova strada affatto impensata; e, coll'aiuto di alcuni cacciatori nazionali, trov il modo d'evitare il passo di Susa, e di guidare l'armata per Saluzzo. Cos entr in Italia l'armata francese: e Prospero Colonna, mal servito dagli esploratori, venne sorpreso e fatto prigioniere da que'Francesi ch'egli supponeva di l dai monti. Cos, scesa nella pianura senza contrasto, si avvicin l'armata francese quasi alla vista di Milano. Il duca si ricover nel castello. La citt sped i suoi deputati al re Francesco I, che gli accolse umanamente. La citt di Milano per non era disposta a ricevere presidio; ed il maresciallo Trivulzio, avendo procurato impensatamente d'introdurvene da Porta Ticinese, la plebe si pose in armi. Il duca, consigliato da Girolamo Morone a giovarsi di quel movimento popolare, usc con parte del presidio per sostenere il popolo; per lo che, conoscendo il Trivulzio che l'impresa non era tanto facile quanto l'aveva sperata, con qualche uccisione de'suoi, si ritir all'armata, ch'era accampata a Boffalora. Il duca, per sempre pi animar la plebe, fece proclamare ch'egli voleva affidar le chiavi della citt al suo popolo; che in avvenire voleva rendere immuni i cittadini da ogni aggravio, e che i pesi dello Stato dovevano portarli i ricchi e i nobili. Contemporaneamente vennero cacciati i nobili dalle magistrature municipali, e collocate persone le pi accette alla plebe. L'odio ereditario contro de'nobili si manifest con eccessi d'ogni sorte. La plebe, sensibile alle prepotenze ed al fasto orgoglioso de'magnati, non ebbe limite, dappoi che venne sciolta ad agire, anzi animata. La roba, la vita de'nobili non rimase pi sicura; e il duca, arbitrariamente, esigeva esorbitanti sussidi dai facoltosi, usando ridire spesse fiate: essere meglio rovinare ch'essere rovinato. Cos procur egli d'impegnare in sua difesa il numero maggiore e i pi determinati sudditi, come quelli che poco hanno da perdere.
Se dall'una parte questa imponente e vigorosa comparsa del re in Italia cagionava molta inquietudine al partito dello Sforza, non lasciava dall'altra di valutarsi il numero e la risolutezza degli Svizzeri, pronti a discendere, e l'animo de'popolani del paese, che gi s'era manifestato. Quindi in Gallarate s'erano introdotti da ambe le parti discorsi d'accomodamento(779); anzi erasi al punto di stabilire la pace, collo sborso di grosse pensioni del re di Francia agli Svizzeri; e gli articoli principali, che gi sembravano accordati, erano: che il Milanese fosse del re di Francia; che gli Svizzeri e i Grigioni restituissero al ducato le valli che avevano occupate, cio Lugano, Mendrisio, Locarno, Valtellina, ecc.; che il re assegnasse a Massimiliano Sforza il ducato di Nemours, ed un'annua pensione di dodicimila franchi: che gli concedesse una principessa del sangue reale in moglie, e gli desse la condotta di cinquanta lance al servigio della Francia(780). Ma il cardinale di Sion tronc i discorsi di accomodamento. Egli condusse in Milano, il giorno 10 di settembre del 1515, un corpo di Svizzeri numeroso. Cotesto cardinale compariva militarmente in habito de bruno seculare,come dice il Prato; e gli Svizzeri vennero eccitati a combattere colla grandiosa promessa di ottocentomila ducati d'oro, se vincevano. Della qual somma il ministro del re di Spagna, residente a Milano, ne promise dugentomila a nome del suo monarca, ed a nome del papa Leone X dugento altri mila ne furono promessi; cosicch al duca rimaneva il peso di quattrocento mila ducati. Gli Svizzeri, gloriosi per la sconfitta data, due anni prima, a Novara ai Francesi sotto il comando de la Tremouille, si consideravano il terrore de'monarchi, e tenevansi la vittoria sicura. Il re, vedendo inevitabile il tentar la fortuna delle armi, avendo consumati i viveri de'contorni di Magenta, Corbetta e Boffalora, marci coll'armata, prima a Binasco, indi pass a Pavia; finalmente pose, in settembre, il suo campo a Marignano. Le scorrerie de'Francesi venivano sotto le mura della citt, e, non solamente da quella parte che risguardava la loro armata, ma persino sulla strada di Monza, per lo che non eravi sicurezza nell'uscire da Milano.
Il giorno 14 di settembre 1515 divenne famoso nella storia per la battaglia di Marignano, da alcuni anche detta di San Donato. Il Prato ci racconta, come venuta la chiarezza del d, cominciarono essi (Svizzeri) ad uscire per Porta Romana; et dur il loro passaggio sino alle ventidue ore, il che prova il loro numero, con animo tale, che non pareva gi che a guerra, ma pi presto a certi segni di vittoria andassero, et con essi era il cardinale. Il re di Francia aveva seco lui sei ambasciatori svizzeri, i quali stavano trattando della pace; per lo che l'attacco fu una vera sorpresa pei Francesi, e potrebbe chiamarsi anche un'insidia oltraggiosa al gius delle genti, se il corpo elvetico non fosse un aggregato di pi distinte sovranit. I cantoni di Uri, Swit e Undervald, i quali privatamente possedevano Bellinzona e le province acquistate sul ducato di Milano, dovevano preferire il rischio della battaglia, anzi che cedere le loro conquiste: gli altri cantoni, dai quali non si cercava nella pace sagrifizio alcuno, non avendo che l'utilit delle pensioni dalla Francia promesse, dovevano preferire la pace ai pericoli di una giornata. In fatti, gli Svizzeri di Berna, Soletta e Basilea ricusarono di marciare contro de'Francesi; ma destramente ingannati coll'avviso che la vittoria era gi decisa pe'loro compatriotti, essi, per non ritornare alle case loro colla vergogna di non aver partecipato alla gloria degli altri, e per non perdere la porzion loro del bottino, che gi si tenevano sicuro, sull'esempio di quanto era loro toccato a Novara col la Tremouille, si unirono e marciarono a San Donato. Il progetto era di vincere con impeto la prima resistenza de'Francesi: impadronirsi, come era seguto a Novara, dell'artiglieria, e adoperarla contro del re. Guicciardini, Gaillard, Prato vanno concordi nella descrizione di quanto v' di essenziale in questo fatto, che decise totalmente in favore del re, e che fu una delle pi ostinate e sanguinose battaglie che si sieno date. Cominci la mischia il giorno 14 settembre, due ore prima del tramontar del sole(781). Dur ferocemente sino alle quattro ore della notte, non volendo n cedere i Francesi, n ritirarsi gli Svizzeri. Le tenebre si accrebbero al segno, che fu indispensabile il cessare, pioch non si distinguevano pi gli amici dai nemici. Il re profitt di quell'intervallo, sped ordine all'Alviano, comandante de'Veneti, acciocch si presentasse tra Milano e San Donato. Pass il re il rimanente della notte, animando e disponendo i suoi, e giacque in riposo sopra un cannone. Al comparire dell'aurora, pi accaniti che mai, ritornarono al loro impeto gli Svizzeri, ed i Francesi con fermezza lo sostennero e rispinsero. Si sparse voce fra gli Svizzeri che l'Alviano marciava per coglierli alle spalle. Laonde, spossati dalla enorme fatica, disperando di superare i Francesi comandati dal loro re, vedendosi in pericolo di ritrovarsi fra due fuochi, piegarono alla vlta di Milano. Affermava il consentimento comune, dice il Guicciardini(782), di tutti gli uomini, non essere stata per moltissimi anni in Italia battaglia pi feroce... Il re medesimo, stato molte volte in pericolo, aveva a riconoscere la salute pi dalla virt propria e dal caso, che dall'aiuto de'suoi... in maniera che il Triulzio, capitano che aveva vedute tante cose, affermava questa essere stata battaglia, non di uomini, ma di giganti; e che diciotto battaglie alle quali era intervenuto, erano state, a comparazione di questa, battaglie fanciullesche. Vi si contarono morti sul campo pi di quindicimila Svizzeri e seimila Francesi. Il Trivulzi vi corse pericolo: ei s'era impegnato fra le alabarde e le aste nemiche per salvare un suo alfiere, gi circondato dagli Svizzeri; ebbe ferito il cavallo, il suo elmo privato de'pennacchi; era ridotto al punto di essere oppresso dal numero, se non veniva un drappello de'suoi, che lo trasse a salvamento. Il re ebbe il cavallo ferito, e nella persona ricev molte contusioni, e vi combatt come ogni altro soldato: vi si distinsero il contestabile di Bourbon, il conte di San Pol. Il conte di Guise ricevette molte ferite; rimase sul campo Francesco di Bourbon, fratello del contestabile, che aveva il titolo di duca di Castelleraud; vi rimasero morti parimenti Bertrando di Bourbon Carenci, un fratello del duca di Lorena e del conte di Guise, il principe di Talmont, i conti di Sancerre, di Bussi, d'Amboise, di Roye ed altri(783). Il cavaliere Bayard, quegli che aveva e meritava il titolo di Cavaliere senza tema e senza macchia, in quella memorabile azione fece prodigi di valore, per modo che il re di Francia medesimo, Francesco I, dopo ottenuta la vittoria, volle ivi sul campo essere creato cavaliere per mano del valoroso Bayard. Gli Svizzeri mal conci sopravissuti a quella carneficina ritornarono a Milano, ed io li rappresenter colle volgari, ma ingenue parole adoperate da un merciaio che allora aveva bottega aperta in Milano, e si chiamava Gian Marco Burigozzo: tanto che fu la rotta a questi poveri Sviceri, et se comenzorono a voltare, et vennero a Milano quelli pochi che erano avanzati, et tutti avevano bagnate le gambe, et questo era perch il signor Giovan Jacopo, come astuto capitano, venendo li Sviceri in campo su un certo prato, et lui li dette l'acqua, per modo che la fu una gran ruina a quelli poveri Sviceri, tanto che a Milano non se ne vedeva altro se non ammalati et homeni maltrattati, in modo che pareva che costoro fusseno stati in campo dieci anni, tutti polverenti dal mezzo in suxo, et dal mezzo in giuxo bagnati, tanto che li homeni de Milano, vedendo tanta desgrazia, tutti si miseno sulle porte ovver botteghe, chi con pane, et chi con vino, a letificar li cori di questi poveri homini, et questo facevano a honor di Dio, et per tutto questo d non cesorno de venire poveri Sviceri, tutti malsani, et il pi sano durava fatica a star su in piedi(784).
Dopo la battaglia di Marignano il duca si ricover nel castello di Milano con bastante presidio. Il cardinale di Sion prese seco il duca di Bari Francesco, e lo condusse alla corte imperiale, dove era stato educato, riserbandolo a tempi migliori pel caso che Massimiliano rimanesse in potere de'Francesi, che il cardinale odiava irreconciliabilmente. Gli avanzi di Marignano si ricoverarono nelle loro montagne svizzere, e cos il Milanese rimase sgombrato ed aperto al dominio del re, tranne i castelli di Milano e di Cremona. Si vociferava non per tanto della disposizione di cinquanta altri mila Svizzeri a venire in soccorso del duca. Era recente la memoria di quanto aveva saputo fare Giulio II; e non era da fidarsi di Leone X, che gli era succeduto nel sommo sacerdozio. Un regolare assedio al castello di Milano, ben provveduto di viveri e di munizioni, portava molti mesi di tempo, ne'quali i maneggi della politica potevano annientare i vantaggi dal valore e dal sangue francese ottenuti nella recente segnalatissima vittoria. Voleva la ragione di Stato che il re offerisse a Massimiliano Sforza i compensi che egli avesse saputo chiedere, purch cedesse il castello di Milano, rinunziasse alle pretensioni sul ducato, e riconoscesse il re Francesco per duca di Milano. Girolamo Morone, che stavasene nel castello col duca, fu mediatore di quest'accordo. Massimiliano Sforza rinunci al re di Francia il ducato di Milano, gli consegn il castello, pass a terminar da privato i suoi giorni nella Francia con trentaseimila scudi di pensione, che assegnogli il re, il quale oltre a ci s'obblig di pagargli i debiti. Al Morone il re promise di farlo senatore e regio auditore. Il giorno 8 di ottobre del 1515 venne ceduto il castello ai Francesi; e non erano ancora compiuti i due anni da che n'erano usciti. E cos termin la sovranit di Massimiliano Sforza, il quale per poco pi di tre anni rappresent la figura dell'ottavo duca di Milano; principe che venne definito assai bene dal Gaillard nella vita di Francesco I re di Francia colle seguenti parole:  juger de lui par sa conduite, il paroit que c'toit un prince foible, fait pour tre gouvern. Ni politique, ni belliqueux, on ne l'avoit vu ni prparer sa defense par les intrigues du cabinet, ni commander ler armes qui combattoient pour lui. Il sembloit que la querelle du Milans lui ft trangre. Mais il eut du moins le mrite d'avoir renonc de lui mme  un rang au quel il n'toit point propre, et de ne l'avoir jamais regrett dans la suite. Egli pass nella Francia, dove sette anni prima era morto Lodovico suo padre; vi camp quindici anni, essendo poi morto a Parigi il giorno 10 di giugno del 1530. Il re Francesco I volle mantener la promessa data per Girolamo Morone, il quale forse s'aspettava d'essere fatto senatore del senato di Milano: ma il re temeva il talento di quest'uomo, e non doveva dimenticare che Francesco Sforza era salvo: perci lo destin a risedere nel parlamento della provincia di Bresse, la quale forma una porzione del regno di Francia fra la Borgogna, la Franca Contea, la Savoia e il Viennese: alla quale onorevole destinazione mostr di ubbidire il Moroni, e fingendo d'incamminarsi al nuovo suo destino, strada facendo, svi e ricoverossi nel Modanese(785).
Nel tempo stesso in cui si assicur il re di Massimiliano Sforza, e s'impadron delle fortezze del Milanese, mosse colla maggiore sollecitudine i suoi maneggi per concertarsi col papa Leone X, detto prima il cardinal Giovanni de'Medici, che combatt a Ravenna contro dei Francesi. Sommamente stava a cuore al pontefice l'assicurare alla sua casa in Firenze quella sovranit che effettivamente godeva, sebbene sotto apparenza di repubblica, e sempre per se medesima precaria. Il re si fece garante di mantenere il governo di Firenze nel sistema in cui si trovava. La citt di Bologna, e per la sua grandezza e per la situazione vantaggiosa, premeva al papa di possederla assai pi di quello che dovessero interessarlo Parma e Piacenza. I Francesi avevano mantenuti i Bentivogli nella signoria di quella citt, anche cogli ultimi fatti del duca di Nemours, che ne aveva discacciati i pontificii, i quali l'assediavano. Il re si mostr disposto ad abbandonare i Bentivogli, e guarentire Bologna alla Santa Sede. In compenso il papa doveva riconoscere il re come sovrano del ducato di Milano, e restituirgli Parma e Piacenza, come due citt dipendenti dal ducato. Cos venne concertato, ed il trattato venne sottoscritto in Viterbo il giorno 13 di ottobre 1515.
Quantunque i Francesi possedessero Milano sino dal giorno 17 settembre, il re, sin che non ebbe la dedizione del castello, volle risedere a Pavia, ed in Milano dimorava il contestabile di Bourbon, luogotenente e governatore a nome del re. Resosi poi padrone del castello, il re fece la sua solenne entrata in Milano il giorno 11 d'ottobre 1515. Lo corteggiavano il duca di Savoia, il duca di Lorena, il marchese di Monferrato, il marchese di Saluzzo, e varii altri signori, tutti partecipi della battaglia di San Donato. Alla porta Ticinese gli si presentarono i delegati della citt, i quali gli offersero lo scettro ducale, la spada e le chiavi della citt. Il re era a cavallo, vestito di ferro, con un manto di velluto celeste a gigli ricamati d'oro. Avanti se gli portava una spada sguainata; dodici gentiluomini milanesi lo fiancheggiavano. Dugento gentiluomini francesi, coperti di ferro e con ricchissimi manti, venivangli in seguito. Poi mille fantaccini tedeschi armati, condotti dai loro capitani riccamente ornati, venivangli in seguito. Chiudeva la marcia un corpo di cavalleria. Giunti alla notizia dell'imperator Massimiliano questi avvenimenti, egli sped a Milano un suo ambasciatore al re di Francia per interpellarlo con qual titolo egli occupasse il ducato di Milano. Il re indicogli la sua spada; giacch non essendo egli discendente dell'ultimo investito, cio Lodovico XII, non aveva alcun altro titolo da addurre fuori che l'essere discendente ei pure dalla Valentina, madre del di lui avo Giovanni conte d'Angoulme; il quale titolo non era adattato ai principii dell'Impero, n alle leggi del feudo instituito da Venceslao, siccome transitorio ne'soli discendenti maschi. Se l'interpellazione fatta da Cesare aveva l'apparenza di un feciale spedito a intimare la guerra, la risposta del re aveva il significato della disposizione sua per difendersi. Il re, per rassodare sempre pi la buona corrispondenza col pontefice, concert d'abboccarsi con esso a Bologna; part da Milano, dopo di esservi dimorato cinquantatre giorni, il 3 del mese di dicembre, e il giorno 14 dello stesso mese e dello stesso anno 1515, in Bologna, col papa Leone X si stabil il concordato famoso, per cui, abolita nella Francia la prammatica sanzione, venne spogliato il corpo della chiesa Gallicana de'suoi immemorabili possessi, e si regalarono il re e il papa vicendevolmente la roba altrui. Non mai per addietro gli ecclesiastici francesi avevano pagate a Roma le annate, ed il re don al papa il dritto di farsele pagare. Le nomine ed elezioni de'vescovadi erano di competenza dei rispettivi capitoli delle cattedrali per diritto stabilito dai canoni conciliari; ed il papa invece don al re di Francia queste nomine. Inutilmente i parlamentari del regno fecero le loro rimostranze; inutilmente le fece il clero gallicano in corpo: poich si volle ad ogni modo che il concordato fosse posto in esecuzione. (1516) Dopo ci, ne'primi giorni di gennaio il re part dall'Italia, ove lasciava per la forza delle sue armi, per la fama della sua vittoria, e per i negoziati col papa e co'Veneziani una dominazione apparentemente sicura e tranquilla. Lasci il duca di Bourbon suo governatore e luogotenente in Milano.
Frattanto per l'ostinatissimo cardinal di Sion moveva ogni mezzo alla corte imperiale per determinare Cesare a scendere nell'Italia. Varii Milanesi, avversi alla dominazione francese, dimoravano negli Svizzeri, e procuravano di promovere gl'interessi della casa Sforza, tuttora intatti nella persona del duca di Bari Francesco, il quale non aveva abdicata, come aveva fatto il maggior fratello Massimiliano, la ragione sua alla successione nel ducato di Milano. La fiera risposta data dal re alla intimazione imperiale, sembrava che obbligasse quell'augusto a prendere il partito suggerito dal cardinale. Cos appunto segu, e nel 1516 l'imperatore Massimiliano scese in persona dal Trentino alla testa di sedicimila Lanschinetti, quattordicimila Svizzeri, e un nerbo poderoso di cavalleria. Il maresciallo di Lautrec abbandon Brescia, ch'ei teneva bloccata. I Francesi, vedendo l'imperatore che si accostava per impadronirsi di Milano, n potendo difendere i borghi, presero il partito terribile di porvi il fuoco. Furono inceneriti i sobborghi di Porta Romana, Porta Tosa e Porta Orientale. L'imperatore, il giorno 3 di aprile 1516, minacci un assalto a Milano, ne intim la resa, vantossi di voler rinnovare la memoria di Federico Barbarossa; ma il contestabile di Bourbon prese s bene le sue misure temporeggiando, che l'imperatore, mancando di denaro, gli Svizzeri minacciarono di abbandonarlo. Il maresciallo Gian Giacomo Trivulzio, informato di ci e della inquietudine che ne provava l'imperatore, scrisse al colonnello Staffer, comandante degli Svizzeri imperiali, una lettera da cui risultava un concerto di tradire Massimiliano Cesare, e consegnarlo al contestabile; e questa carta venne confidata ad uno il quale appostamente si lasci prendere. Poich ebbe letto un tal foglio, l'imperatore talmente gli prest fede, che, sotto apparenza di andare a prender denaro a Trento, se ne part; e la sua armata, mancando di comandante, e, ci che per essa era ancora peggio, di danaro, si sband a saccheggiare Lodi e Sant'Angelo, e da'Francesi venne poi discacciata. Cos termin con poca gloria una impresa incominciata in guisa di doversene aspettare tutt'altro fine. Brescia fu da'Francesi tolta agl'Imperiali. I Francesi operavano come ausiliari de'Veneziani; ma non ci fu modo di prendere Verona, difesa valorosamente da Marc'Antonio Colonna, degno nipote di Prospero. Lautrec la assediava. I Veneziani, collo sborso di centomila scudi, ottennero dall'imperatore, che abbandonasse Verona; e fra l'imperatore, i Veneziani e i Francesi venne segnata la pace. Cos i Veneziani riacquistarono la terra-ferma(786). Si fece la pace fra il re e gli Svizzeri. Si accord un perdono generale, acciocch tutt'i Milanesi che avevano preso partito contro della Francia, ed erano esuli e confiscati, ritornassero pacificamente ne'loro diritti nella patria. Si impose una tassa straordinaria per pagare le somme promesse agli Svizzeri; ed il maresciallo Trivulzio obbligava i cittadini ricchi ad imprestar denaro al regio erario, carcerandoli se ricusavano. Tali conseguenze portava la mancanza di un catastro, sul quale ripartire i carichi delle terre. I nostri vecchi credevano che quella oscurit fosse un bene; quasi che meglio fosse un tributo arbitrariamente estorto colla forza militare, esercitata odiosamente sopra alcuni cittadini pi accreditati, anzi che un proporzionato riparto sulle facolt di ciascuno; e, quasi che la influenza che la difficolt di riscuoterlo pu avere onde evitarlo, sia paragonabile col disordine di tal forma di riscossione, inevitabile quando le urgenze pubbliche lo esigono.
Il principio del regno di Francesco I, poi che fu in pace, promise un ridente avvenire ai Milanesi; e il duca di Bourbon, generoso e magnanimo principe, governatore e luogotenente del re, procur di rendersi affezionati gli animi di questi nuovi sudditi, e far loro dimenticare con un felice governo e i suoi naturali principi, e i mali sofferti. Il senato di Milano, che tanto a dire quanto esso re (dice il Prato), ordin che venissero stimati i danni sofferti da'cittadini per le case incenerite ne'borghi, e sulla relazione degl'ingegneri commise ai tesorieri del re di risarcirli. Ma le angustie dell'erario non permisero che interamente fossero indennizzati. In oltre il contestabile di Bourbon don alla citt il dazio della macina, che si valutava allora diecinovemila ducati di annua entrata; e don pure il dazio del vino minuto, d'annua rendita di settemila ducati. Nacque disparere fra i ventiquattro rettori della citt. Alcuni proposero di abolire questi due aggravii, perch venisse sollevato il popolo, e non si accumulasse denaro nella cassa pubblica, d'onde sovente, col titolo di prestito, i rettori medesimi lo sviavano per non pi restituirlo, abolendo cos il nome di un molesto aggravio. Tal proposizione era di pochi; i pi si opponevano; la disputa era impegnata, ostentando l'uno e l'altro partito il nome di patria e di pubblico bene, siccome  l'uso. N accadde allora ci che pure succede, cio che, mentre due partiti cozzano e guerreggiano, entri una pi scaltra, o pi potente persona di mezzo ad usurparsi la cosa disputata. Venne ordine in nome del re alla citt di non disporre di tai regalie, intendendo il sovrano di conservare intiera la corona ducale. In vece per di que'due tributi il re assegn diecimila ducati annui alla citt, da convertirsi in opere di pubblico beneficio. L'ordine del re  in data del 7 luglio 1516, e contiene: Christianissimus rex, animo revolvens fidelitatem et integritatem quam cives Mediolanenses erga Suam Majestatem habuerunt, et damna intolerabilia, quae passi fuerent, libere praedictae civitati donat atque concedit summam ducatorum decem milium annui et perpetui redditus, per manus receptoris civium recipiendos a mercaturae datiariis, quae quidem summa in commodum et utilitatem praedictae civitatis tantummodo et non aliter convertatur(787). Poi passa a stabilire che la met di questa somma s'impieghi ogni anno per formare un canale sotto la direzione del vicario e dei Dodici di Provvisione; ducento annui ducati si lasciano da distribuire all'arbitrio del vicario e Dodici suddetti; e quattromila e ottocento si distribuiranno chiamando col vicario e Dodici anche quattro dottori di collegio de'fisici, quattro negozianti e quattro nobili deputati dello spedale. Ogni anno il ricettore render i suoi conti al magistrato camerale, chiamandovi il vicario e i fiscali(788). Era vicario di provvisione Bernardo Crivelli(789). Gli architetti idraulici che s'impiegarono, furono Bartolomeo della Valle e Benedetto Missaglia. Si cerc di fare un canale che ci rendesse comoda la navigazione col lago di Como. Primieramente si esamin la valle di Malgrate, e risult impossibile, perch conveniva scavare un canale profondo trenta braccia per pi d'un miglio, e ci sotto il fondo del lago di Civate; e protraendo il canale sino al lago di Pusiano per imboccare il Lambro, che ne esce, conveniva sprofondare il Lambro cento braccia e dieci once. Perci abbandonarono quella idea, e si rivolsero ad esaminare se meglio convenisse cominciare il canale sotto Airuno, e trovando che ivi dovevasi sprofondare centosessantadue braccia per attraversare quella costa, ne lasciarono pure anche tale idea. (1517) Poi, l'anno seguente, esso Missaglia con altri ingegneri, Giovanni Simone della Porta e Giovanni Balestrieri si posero ad osservare la Valle del Seveso, che comincia a Cavallasca, e passa per Lentate, e viene a Milano. Trovarono che per essa non era sperabile di condurre un canale per l'angustia e le alte rive che in pi luoghi s'incontrano; e ci quando anche vi fosse stato modo d'introdurvi le acque del lago di Como, cosa assai difficile e pel livello, e per le montagne frapposte; ed anche questo pensiero per tai motivi fu giudicato inutile. Visitarono una valle presso Chiasso, e non trovarono modo di aprirvi un emissario che ricevesse le acque del lago di Como. A Como presso a Sant'Agostino si argomentarono di potervi aprire un emissario, imboccando la valle del Fiume Aperto e dell'Acqua Negra, ma calcolate le molte emergenti difficolt, senza fare alcuna livellazione, riconobbero ineseguibile anche questo progetto. Tentarono poscia se da Porlezza a Menaggio si potessero unire i laghi di Lugano e di Como; la distanza  di sei miglia, ma conveniva discendere dal primo cento braccia per entrare nel lago di Como, e lo trovarono impossibile. La Tresa, emissario del lago di Lugano, che sfogasi nel lago Maggiore, fu trovata povera di acque e di caduta impetuosa, e giudicata perci indomabile. Esaminarono a Porto ed a C di Lago se potessero estraersi le acque ed incanalarle per la Lura verso Seregno, d'indi poi a Milano; e ci pure non trovarono espediente. Ritornarono a tentare di fare un emissario nell'Adda, visitarono se mai per Oggionno e Valmadrera si potesse incanalare l'acqua verso Rovagnate, ovvero nel Lambro; ma senza profitto, n speranza, rinunciarono a quel partito. Ripigliarono l'esame sotto Airuno, e passata la costa, alta, come dissi, braccia centosessantadue, videro che si sarebbe potuto condurre un canale per Cernusco Lombardone, indi Usmate, poi ad Arcore: ma tutto con sommo dispendio. Questo fu il progresso per cui si determinarono il Missaglia e il della Valle a progettare per rendere navigabile l'Adda da Brivio a Trezzo. La citt supplic, perch s'impiegassero i cinquemila zecchini nel rendere navigabile l'Adda, invece di scavare di nuovo un emissario, e da ci si prometteva abbondanza di calce, legna e carbone. Era riserbata quest'opera ai nostri giorni, merc la protezione ed attivit del passato governo.
Queste beneficenze del re animarono la citt di Milano a spedire a Parigi alcuni deputati con una supplica al re in cui proposero alcuni stabilimenti. Essa distesamente vien riferita nel manoscritto del Prato. Io ne esporr quanto vi  di pi importante. Si chiedeva dalla citt di Milano che il governatore e luogotenente non avesse n direttamente n indirettamente ingerenza alcuna nelle cose di giustizia tanto civile quanto criminale; che nessuna autorit egli avesse negli affari delle regalie, e nemmeno facolt di proclamare editti; ci che il re non volle accordare. Accord egli bens che nessun comandante militare potesse nelle citt di presidio o nei castelli esercitare giurisdizione sopra i cittadini. Si conosce da quanto trovasi in quella supplica, che di que'giorni i questori, i quali dovevano giudicare delle questioni fra gl'impresari e il popolo, non erano di rado soci secreti degl'impresari medesimi; onde essendo costoro ad un tempo giudici e parte, non vi era pi modo agli oppressi di trovare giustizia; su di che la citt implor la sovrana provvidenza. Essi poi, come ministri camerali, all'occasione di confische (le quali in quella et di frequente cambiamento di dominazione, col pretesto di fellonia non erano rare) occupavano indistintamente tutto il patrimonio e del reo e de'consanguinei che vivessero indivisi con lui, e quindi gl'innocenti si trovavano costretti a dispendiosissime liti, dalle quali erano prima rovinati che ottenessero la loro porzione devastata. Fa poi ribrezzo maggiore il conoscere da quella supplica quanto ingiusta e crudele fosse la procedura criminale esercitata in quell'epoca da coloro che avevano una carica di capitano di giustizia. Questo supremo giudice, assistito dal suo vicario e da quattro fiscali, procedeva servato et non servato jure comuni(790). Vi fosse o non vi fosse il corpo del delitto, questo non arrestava la procedura. Il primo atto del processo era citare formalmente il tal cittadino, acciocch si presentasse all'esame. In questo esame non di rado veniva il cittadino posto ai tormenti, e quindi cum terrori sit omnibus officium illud(791) (dice il Prato), molti chiamati all'esame, per sottrarsi fuggivano, e poi si condannavano come contumaci anche gl'innocenti. Da questi aggravi chiesero i deputati che venisse liberata in avvenire la citt; ed il re comand al senato di proporre i rimedii. Se colle livellazioni fatte sulla pianura del ducato, alcuni uomini di quel secolo acquistarono diritto alla stima e riconoscenza de'loro nipoti e successori, i togati di quei tempi cominciarono a farci conoscere che quella loro arte cui definiscono: ars boni et aequi, justi atque injusti scientia(792),  un'arte affatto staccata dal senso morale. Da quella carta istessa impariamo che allora pi non si univa il consiglio dei novecento, ma era di centocinquanta il consiglio generale della citt di Milano; e que'centocinquanta nobili rappresentavano veramente la loro patria, poich da quella erano eletti a parlare e ad agire per essa. Il metodo della elezione era questo. Ogni parrocchia si radunava e nominava due sindaci. Tutti i sindaci poi di ogni porta si radunavano ed eleggevano quattro. Questi quattro eletti da ciascuna delle sei porte, ossia de'sei rioni o quartieri della citt, si univano e formavano i ventiquattro elettori. Da questi poi nominavansi venticinque nobili per ciascuna porta, i quali formavano il consiglio della citt, a cui era concessa la nomina del vicario di provvisione, scelto dal collegio de'giureconsulti, la nomina de'due assessori, scelti pure dal collegio medesimo, e quella degli altri nobili per le giudicature della citt e pel tribunale di provvisione. Essi tuttavia formavano la terna, e la scelta facevasi dal luogotenente e governatore dello Stato. Ma quella forma di elezione termin due anni dopo; e per un fatto dispotico del governatore Lautrec, vennero da esso lui nominati sessanta nobili, ai quali commise di rappresentare il consiglio generale della citt(793); e cos continuarono dappoi i successori nel governo a nominare, senza opera della citt, a misura che vacavano; ed il ceto dei sessanta decurioni (l'adunanza de'quali dicevasi la Cameretta), dur fino all'epoca della repubblica Cisalpina.
La plebe era superstiziosa e violenta oltre modo; e ne fecero la prova i monaci di San Simpliciano, i quali nell'anno 1517, avendo scoperte alcune urne, ed esposti i corpi creduti di San Simpliciano, di San Martino, di San Siro ed altri santi; ed essendo per disgrazia caduta in que'd una grandine dalla quale vennero flagellate e devastate le nostre campagne; col modo di ragionar volgare attribuendosi il fenomeno fisico allo sdegno dei santi, i quali bramassero riposo ed oscurit, anzi che luce e movimento; e traducendosi i Benedettini siccome rei di sacrilegio e di pubblica sciagura; non furono essi pi sicuri non solamente nelle piazze e per le vie della citt, ma nemmeno nel loro monastero; e dice il Prato ch'essi furono s sconciamente battuti, che tal fu di loro, che vi lasci non solamente la cappa, ma et la forma di quella. N la supposta empiet di cavare dalla tomba i santi bastava a spiegare allora cagion della grandine. La inquisizione non volle starsene oziosa; volle trovar delle streghe colpevoli di quel turbine, e volendolo efficacemente, se ne trovano sempre. Alcune infelici donnicciuole avevano dei segni, quai fossero non lo sappiamo; bastarono per a farle splendidamente gettar nel fuoco. Si ascolti il Prato: anche da li segni le quali, judicate dalla inquisizione per strie, furono in quelli medesimi d a Ornago et a Lampugnano sul monte di Brianza a gran splendore arse. Convien dire che anche nel ceto ecclesiastico allora l'ignoranza fosse grande; e merita d'essere riferito a tal proposito un fatto singolare che ci vien raccontato e dal Prato e dal Burigozzo. Un uomo sen venne a Milano grande, sottilissimo per l'estrema magrezza, che, andando scalzo, vestito di rozzo panno, a capo scoperto, non portando camicia, vivea con pane di miglio, erbaggi ed acqua, e dormiva sulla nuda terra. Costui, presentatosi alla curia arcivescovile, chiese il permesso di predicare; ma siccome egli era laico e non fregiato di alcun ordine ecclesiastico, gli venne ci negato. Malgrado ci egli cominci nel Duomo a parlare al popolo, e continu per un mese a farlo ogni giorno con tanta grazia di lingua, che tutto Milano vi concorreva(794). Egli prese un tal ascendente col favor del popolo, che nessuno poteva fargli contrasto; e nella chiesa del Duomo disponeva come se ne avesse titolo. Le costui prediche versavano singolarmente nel rimproverare la corruttela degli ecclesiastici; i quali, indifferenti per la religione, col di lei manto altro non bramavano se non ricchezza, autorit e comodi; non mai sazi di onori, di latifondi, di volutt, nimici delle sante regole de'loro istitutori, alieni dalla carit, dallo studio de'libri sacri, dalla cura del bene altrui, dalla pazienza, dalla umilt, dai travagli; cose tutte che pure sono di obbligo dello stato a cui sono sublimati; e quindi in vece di animare i laici alla virt col loro esempio, sono la cagione della corruttela universale de'costumi. Cos con veemente eloquenza questo uomo laico cercava di scuotere gli ecclesiastici. I preti non si mossero; ma i frati non furono tanto pazienti; e que'di Sant'Angelo l'accusarono come sedizioso, fautore segreto de'nimici del re. Egli, interrogato dal maresciallo Trivulzi e dal presidente del senato, fu trovato un uomo semplice, pio, ed affatto diverso da quello che era stato rappresentato. Insensibilmente poi questo amor popolare, prodotto dalla eloquenza e dalla austerit, sempre imponente, della vita, svan; ed il romito dopo sei mesi, senza alcun romore, se ne part. Era costui dell'et di trent'anni, Toscano; aveva nome Girolamo; dotto assai nelle sacre pagine. Tutto ci il Prato. Di costui il Burigozzo dice che era di Siena, di bella persona, e nobile: era vestito de panno tan, haveva le brazza discoperte et le gambe nude senza niente in testa, con la barba lunga, ed haveva dissopra un certo mantelletto a modo de sancto Giovanni Battista. Se mi si permette una conghiettura, parmi che questa straordinaria missione fosse un avviso salutare degl'imminenti torbidi luttuosi che nacquero pochi mesi dopo nella Germania contro degli ecclesiastici; e che riuscirono, come ognun sa, all'infausto dissidio dei protestanti e dei pretesi riformati.
Il contestabile duca di Bourbon, governatore e luogotenente del re, venne richiamato per uno di quegl'intrighi, i quali non son rari nelle corti, quando il monarca non giudichi co'suoi principii, ma si lasci indurre ad abbracciare i partiti che destramente gl'insinuano le persone che se gli accostano pi da vicino. La duchessa di Angoulme aveva molto ascendente sull'animo del re suo figlio. Non minor potere aveva nel cuore di quel giovine e vivace sovrano la contessa di Chateau-Briant, che era nel fiore dell'et, il fiore della bellezza e della grazia; ed era amata dal re(795). La duchessa favoriva il duca di Bourbon, senza ch'egli se ne avvedesse, per inclinazione naturale; la contessa bramava che si desse a Lautrec, di lei fratello germano, il comando nell'Italia delle armi francesi. Perci nel 1517 egli venne a Milano governatore, e fu il settimo. Odetto di Foix, signore di Lautrec, maresciallo di Francia, era cugino e compagno d'armi del celebre Gastone di Foix. Alla battaglia di Ravenna egli fu de'pochi che non l'abbandon, quando, per uno sconsigliato ardimento, si scagli incontro alla sua morte. Si batt, lo difese quanto un uomo solo lo poteva contro di una folla di armati. Lautrec gridava agli Spagnuoli, mentre combatteva, avvisandoli che Gastone era il fratello della regina loro. Ferito egli pure in pi guise, giacque creduto morto a canto a Gastone. Riconosciuto poi, ed assistito, ripigli Lautrec il suo vigore, e sotto del contestabile continu a dar saggi del suo valor militare. Le ferite che Lautrec aveva ricevute sul viso nella battaglia di Ravenna, l'avevano reso di aspetto truce e deforme; n il di lui carattere contrastava colla fisionomia(796). (1518) Lautrec, governatore di Milano, mal sofferiva il maresciallo Trivulzio, il quale viveva con una magnificenza reale, ed era pi considerato nella citt, che non lo fosse Lautrec. Trivulzio era maresciallo, era stato governatore, aveva acquistato alla Francia il Milanese, viveva indipendente. Il perch venne accusato e indicato per sospetto, per essere egli il capo della potente fazione de'Guelfi, e per essersi fatto ascrivere alla naturalizzazione elvetica, e perch il di lui nipote serviva i Veneti. Queste accuse del Lautrec vennero nell'animo del re malignamente rinforzate dalla contessa di Chateau-Briant, la favorita di quel monarca. Trivulzio, franco e sensibile, informato dell'attentato, al momento part; e quantunque avesse ottant'anni, nel cuore dell'inverno, superate le Alpi, si present alla corte di Francia, dove per non pot avere udienza dal re. Questo rispettabile vecchio si fe'condurre in luogo per cui doveva passare il monarca; e poich fu alla distanza di essere ascoltato, disse: Sire, degnatevi di accordare un momento d'udienza ad un uomo che s' trovato in diciotto battaglie al servigio vostro e dei vostri antenati. Il re, sorpreso, lo guarda, lo ravvisa, e passa oltre senza far motto. Tale fu la mercede di quarant'anni di servigi resi alla Francia. Trivulzio si ammal gravemente. Il re gli fece fare delle scuse; ed il Trivulzio gli rispose che era sensibile alla bont del re, ma che lo era stato pure ai rigori, ed il rimedio era tardo(797). Frattanto il Lautrec profitt dell'assenza del Trivulzio per arrestare a Vigevano la vedova ed i figli del conte di Musocco, nuora e nipoti del Trivulzio. Il maresciallo fu sepolto a Bourg de Chartres, sotto Montlehery, dove aveva trovata la corte, e dove mor(798). Burigozzo dice ch'ei mor il giorno 4 di dicembre del 1518. Nel vestibolo di San Nazaro Maggiore della nostra citt avvi un tempio di assai grandiosa e nobile architettura, intorno al cui architrave veggonsi collocate in alto le tombe della famiglia Trivulzio; il qual edifizio credesi fatto fabbricare dal maresciallo, la tomba del quale sta nel mezzo, colle due sue mogli poste ai lati; e sta scolpito: QUI NVNQVAM QVIEVIT HIC QVIESCIT. TACE(799). Della sconoscenza ed ingratitudine del re Francesco I ne scrive anche il Prato; havendo non una, ma due et tre volte, dic'egli, con tanta fatica et arte in bona parte dato il stato di Milano a Francesi, ed hora ne ha pagato di s meritevole guiderdone. Il Trivulzio fu un gran soldato, un signore magnifico, e d'animo reale. L'ambizione sua per fu rivolta pi a soggiogare i nemici viventi, ed a vendicarsene, che a procacciarsi una fama generosa presso la posterit. Ei non temette la voce imparziale della storia.  tristo quel popolo che  dominato da un ambizioso che non la teme! Trivulzio, con la sua ambizione, rovin la patria, scaccionne i naturali suoi duchi, e la immerse nelle miserie che l'afflissero per pi di un secolo. Egli non ha diritto veruno alla nostra riconoscenza.
Dell'atrocit di que'tempi, e degli effetti dell'ignoranza e delle torture pu esserne pure chiara testimonianza il fatto orribile di Isabella da Lampugnano, la quale, il giorno 22 di luglio del 1519, sulla piazza del castello, fu arruotata viva ed abbruciata. Si credette che per sola crudelt ella colle lusinghe si facesse venir in sua casa i bambini, e loro togliendo il sangue, gli salasse e divorasse. Si asser che la cosa venisse a sapersi, perch una gatta di lei fu osservata avere in bocca la mano d'un bambino: Fu subito detenuta, dice il Prato, et stata per alcun tempo perseverante ne'tormenti horribili, negando sempre il vero, finalmente confess il tutto. La logica non permette di credere che si commettano siffatti orrori per sola crudelt e senza un fine. La cognizione del cuore umano nemmeno consente di crederne preferibilmente capace una donna, pi sensibile alla compassione che non  l'uomo. La ragione e la sperienza ci dimostrano che questa  una prova di pi, che coll'uso dei tormenti horribili finalmente si costringe un innocente ad accusarsi di qualunque pi chimerico delitto. Ci accader di trattarne pi diffusamente, mi lusingo, in avanti, proseguendo la storia.
La condizione de'Milanesi era assai infelice sotto il duro e dispotico governo del maresciallo Lautrec: aggravii indiscreti, indiscretamente percepiti: patiboli, confische, proscrizioni; quest'era l'arte colla quale colui governava. Io non riferir quanto ne scrivevano gl'Italiani di quel tempo, che potrebbe forse anco credersi dettato dallo spirito di partito nazionale. Brantome cos parla nella vita di Lautrec. On dit qu'avant qu'il fust chass de Milan, venoient au roy plusieurs nouvelles et plaintes de luy, et qu'il estoit trop svre et mal propre pour un tel gouvernement.... mais pour gouverner un tat il n'y estoit bon. Madame de Chasteaubriant, soeur de mons. de Lautrec... en rebatit tous les coups, et le remettoit tousjours en grace. E lo storico Gaillard, nella vita di Francesco I re di Francia, dice: le marchal de Lautrec gouvernoit depuis long temps le Milans avec une rigueur bien contraire  la clemence de son matre. Les proscriptions avoient depeupl Milan. Les bannis toient en si grand nombre qu'on les voit jouer un rle dans l'histoire, se rassembler, former des entreprises, et susciter beaucoup d'affaires aux Franois. On remarqua que la plus part de ces bannis toient les plus riches citoyens du Milans(800). Fu ben diverso il regno di Lodovico XII da quello di Francesco I, non gi per cattiva indole di quest'ultimo, ma perch, sotto il nome suo spensieratamente lasciava in bala d'un favorito il destino de'sudditi. In quel torno mor il nostro celebre Bernardino Corio(801), d'anni sessanta, e fu l'anno 1519. Quattro anni prima lo storico Tristano Calco lo avea preceduto.

