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Pietro Verri

Storia di Milano.

Prefazione

Abbiamo un buon numero di scrittori della storia e della erudizione patria; eppure pochi sono i Milanesi, anche scegliendo gli uomini colti, i quali abbiano un'idea della storia del loro paese. Questa generale oscurit ci dispiace, e tavolta ancor ci pregiudica; ma gli ostacoli che dovremo superare per acquistare la notizia, sono tanti e s difficili, che, affrontati appena, ci sgomentano; e, trattine alcuni pochi eruditi per mestiere, i quali si appiattano a vivere fra i codici e le pergamene, non vi  chi ardisca di vincerli. Il Calchi, l'Alciati, il Corio han qualche nome. Sono preziosi monumenti de'secoli barbari gli scritti di Arnolfo, dei due Landolfi, di sire Raul, di Bonvicino da Ripa, del Fiamma, di Giovanni da Cermenate, di Bonincontro Morigia e di Pietro Azario. Abbiamo le Memorie di Andrea Biglia, di Giovanni Simonetta, di Donato Bossi, del Merula, del Bugatti, di Bonaventura Castiglioni, di Gianantonio Castiglioni, del Puricelli, del Bescap, del Ripamonti, di Francesco Castelli, del Benaglia, di Paolo Morigia, del Besozzi, del conte Gualdo Priorato, del Somaglia, del Torri, del Besta, di Andrea de Prato e di altri, i quali, o hanno scritta la storia dell'et loro in Milano, ovvero hanno illustrato il sistema politico del nostro governo, o in altro modo hanno lasciato memorie dello stato della citt al loro tempo. Negli anni a noi pi vicini il Grazioli, il Lattuada, il Sormani molto hanno travagliato per porre in chiaro le cose della nostra citt. Una singolar menzione d'onore merita da ogni buon cittadino, e da me particolarmente, il signor conte Giorgio Giulini, uomo che ha consacrata e logorata la sua vita, per dar luce ai sei pi tenebrosi secoli della nostra istoria, con una ostinata fatica di molti anni, e tale, che, superando le sue forze fisiche, lo ha ridotto a languire pi mesi, indi a terminare i suoi giorni. Chiunque prender nelle mani la voluminosa opera di quel benemerito cavaliere, non potr giudicarne con equit, se prima non distingua l'antiquario dallo storico; il primo cerca di sviluppare la verit di tutti gli antichi fatti, e non ne omette alcuno quand'abbia soltanto la probabilit che debba un giorno servire anche a una privata famiglia, e dispone in ordine un vastissimo magazzino di memorie; il secondo trasceglie dalla serie dei fatti antichi i soli importanti e caratteristici, li collega, e presenta quindi al lettore un seguito di pitture, atte a stamparsi facilmente nella memoria, dilettevoli ed utili a contemplarsi. Il conte Giulini non ha pensato mai di pubblicare la storia di Milano: egli ha pubblicato tutte le memorie opportune a servire alla storia, alle private e pubbliche ragioni, alla curiosa erudizione generalmente; ed io credo che l'antica stima ch'ebbi per lui, per la bont del suo carattere, non mi seduca punto se dico che in quell'opera si ammira la sagacit e la giustezza della sua mente nell'esatta sua critica; la quale se talvolta sembra venir meno, ci  di raro, e se ne vede facilmente la cagione. In mezzo per a tanta copia di autori non ne abbiamo ancora uno il quale, con chiarezza, metodo e discernimento, sviluppi il filo della nostra storia, e c'instruisca sugli oggetti pi importanti della nostra antichit. Questa verit mi ha determinato a tentare l'impresa: e se alla buona mia volont avr corrisposto il talento, potr compiacermi d'aver posto nelle mani degli uomini che cercano d'istruirsi, un'opera in due volumi, che per non li sbigottisca colla mole, e non pretenda una difficile attenzione per oggetti indifferenti, e per mezzo di cui non siamo pi noi Milanesi forestieri in casa propria. La pi bella parte della specie nostra, e la pi amabile potr essa pure, forse utilmente, passare qualche ora, riflettendo sulle vicende trascorse, e ricercarne le occulte cagioni se non colla energia, che  propria dell'uomo, colla dilicata finezza che il cielo ha a lei concessa a preferenza. Nell'educazione della nascente speranza della patria, potr forse aver luogo la notizia de'nostri antenati e delle rivoluzioni accadute. Tale almeno  stata la lusinga che mi ha fatto intraprendere questo lavoro. Se oltre la comune utilit dell'oggetto, anche il tedio superato per riuscirvi pu disporre il lettore all'indulgenza, io ardisco aspirarvi. Di cento fatti esaminati, talvolta ne ho trascelto un solo, ed ho fatto il possibile per non trasmettere al lettore la noia ch'io ho dovuta sopportare.
Posso assicurare i miei lettori che niente ho asserito prima di esaminare, e niente ho scritto che non mi paia vero. Ho rappresentati gli oggetti quali gli ho veduti. Non sempre in ci sono d'accordo co'nostri autori: ciascuno ha i propri principii e un modo suo proprio di sentire; e per essere di buona fede, non debbo inquietarmi se non sono dell'opinione comune. Molte idee nuove ed opposte a quanto, ripetendo, hanno scritto finora i nostri eruditi, si troveranno in quest'opera, sull'antichit, sui diversi Stati, e intorno alcuni supposti privilegi di Milano. Molti de'principi che hanno signoreggiato sulla nostra patria, si vedranno rappresentati da me con colori diversi dagli usati sinora; perch, combinando i fatti, ho cercato di cavare da essi le opinioni, anzich trascrivere i giudizi gi pronunziati. Non rispondo che in un'opera vasta per se medesima non mi possa esser corso qualche errore di fatto; e quale  mai l'opera dell'uomo che sia sicura di non averne! Rispondo bens che ho fatto quanto era possibile alla mia diligenza per non lasciarvene. Chi vorr essere minutamente istrutto delle antichit milanesi, non potr certamente divenirlo colla sola lettura di questo libro; ma, dopo di esso, converr che ricorra agli autori originali, e con essi si addomestichi: ma per le persone che cercano soltanto sgombrare le tenebre, ed acquistare una conveniente istruzione delle cose della patria, questo libro pu bastare, e per essi veramente ho travagliato.
Il linguaggio della storia  quello della verit: sacra, augusta verit, nemica di quella cinica invidiosa maldicenza che cerca di trovare la malignit nella debolezza: nemica della licenza, turbolenta, declamatrice, che, incautamente affrontando ogni opinione, tenta di svellerla, per ambizione di nuove dottrine, a cui sacrifica il proprio e l'altrui ben essere: verit, donna e signora delle menti assennate, che placidamente si annunzia e porta gradatamente la face dell'evidenza, senza offendere gli occhi con passaggero balenare d'una efimera luce. Questa amabile e virtuosa verit, dar l'anima al mio stile; e due sentimenti son certo che i giudiziosi miei lettori vi troveranno costantemente, amore del vero, ed amore della patria. Avrei tralasciato di porre il mio nome a quest'opera, se i fatti si potessero credere ad un incognito, come si possono esaminare i ragionamenti senza bisogno di sapere chi gli abbia tenuti. Ho rappresentato lo stato de'nostri maggiori, senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato la patria e i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho imparzialmente dipinte la grandezza e la depressione; la oscurit e la gloria; il vizio e la virt, quali mi sono presentati nella successione de'tempi. Destiamoci ora noi per trasmettere ai posteri, costumi ed azioni che la storia possa narrar con piacere, senza bisogno di alcun ornamento.

Capitolo 1.

Antichit di Milano sino alla devastazione di Attila, seguta nell'anno 452


L'origine di una citt antica si perde comunemente nella oscurit de'tempi favolosi, e ascende sino a que'rimoti secoli dai quali a noi non  trapassato monumento alcuno, e perci debbono considerarsi come secoli isolati e inaccessibili alla nostra curiosit. Tale si  la fondazione della citt di Milano, di cui Plinio, Giustino e Livio fanno menzione, con autorit per sempre dubbia; perch trattasi di un avvenimento accaduto pi secoli prima che questi autori scrivessero, e presso di un popolo che probabilmente ignorava persino l'arte della scrittura con cui passare a'posteri la notizia de'fatti. Conviene per queste opinioni conoscerle, e brevemente esaminarle, per separare dalla massa delle tradizioni quella porzione che sia pi credibile.
Gli scrittori latini concordemente fanno discendere gli abitatori dell'Insubria dai Galli, che, superate le Alpi, si collocarono in questa pianura; e perci quella che oggid chiamasi Lombardia, dai Romani ebbe il nome di Gallia Cisalpina. Questa generale opinion degli antichi viene confermata ancora al d d'oggi dalla pronuncia del dialetto popolare. La stessa lingua italiana presso gli abitanti di qua dalle Alpi, da Genova a Brescia, e da Torino a Piacenza, viene pronunciata con vocali ed accenti affatto forestieri all'Italia, per modo che, chiunque sia avvezzo al parlare di Napoli, di Roma, della Toscana o d'altra parte d'Italia, giudicher piuttosto Francesi, che Italiani i Lombardi che parlano il loro dialetto; il che rende verosimile l'origine pi sopra accennata. Dico l'origine, perch se bastasse un lungo soggiorno a lasciare una cos durevole diversit, noi dovremmo avere assai pi parole ed accenti teutonici che non abbiamo, sebbene la lunga dominazione de'Longobardi e l'invasione loro sia accaduta in secoli a noi pi vicini.
Tito Livio ci narra che Milano sia stata fondata da Belloveso, duce dei Galli, i quali colle armi scacciarono i Toscani, che prima avevano quivi collocate le loro sedi. Galli... fusis acie Tuscis, haud procul Ticino flumine: quum, in quo consederant, agrum Insubrium appellari audissent, cognomine Insubribus, pago Heduorum, ibi omen sequentes loci, condidere urbem, Mediolanum appellarunt.(1) Il saggio autore per dapprincipio dice ch'ei riferiva sulla rimota venuta de'Galli quanto gli era stato narrato: De transitu in Italiam Gallorum haec accepimus;(2) e poco sopra, parlando di questa venuta, dice: Eam gentem traditur... alpes transisse(3). Trattasi di un avvenimento che viene collocato nella 45 Olimpiade, vivendo Tarquinio Prisco, cio seicento anni prima dell'ra volgare. Non abbiamo nel nostro paese monumento che ci assicuri essere vissuta alcuna nazione colta entro di esso prima d'Augusto. Negli scavi che sinora si sono fatti sotto Milano e la adiacente campagna non si  trovata statua alcuna, scultura, iscrizione o lavoro qualunque di metallo o di creta, che in qualsivoglia guisa ci dia indizio che prima dell'ra volgare gli abitanti dell'Insubria conoscessero le arti. Non abbiamo libro alcuno scritto in Italia, di cui l'autore non sia vissuto pi secoli dopo l'epoca in cui si dice fondata la citt nostra. Livio stesso non indica di aver conosciuto carte, iscrizioni, monete o altri documenti che siano giunti intatti alle sue mani, anzi nulla pi dice, che haec accepimus, ovvero traditur; l'asserzione perci di Livio tutt'al pi ci far credere che l'opinione de'Galli Cisalpini, mentr'ei scriveva, fosse che la citt di Milano avesse per fondatore certo antico Belloveso, e che tale opinione dai rozzi ed agresti loro antenati, per molte generazioni, fosse discesa alla generazione allora vivente.
Si pu dunque ragionevolmente dubitare se Belloveso sia stato il fondatore di Milano: si pu anche ragionevolmente dubitare se Milano abbia avuto un fondatore, cio un capitano, un principe il quale, avendo il disegno di creare una citt, abbia collocato una popolazione nel sito ove sta Milano. La ragione di questa dubitazione nasce dall'osservare che le citt quasi tutte, e nella Lombardia e nell'Italia, sono collocate alle rive d'un lago, alle sponde d'un fiume, al lido del mare; e i luoghi muniti e forti si sono piantati anche lontani dall'acqua, ma in siti elevati e di accesso difficile. Milano non ha alcuno di questi vantaggi. Chiunque avesse avuto pensiero di fabbricare una nuova citt su di questa pianura, doveva essere invitato a disegnarla poche miglia lontano, alle sponde del Tesino, ovvero dell'Adda, oppure anche del Lambro: l'acqua  tanto necessaria agli usi comuni, e la navigazione  tanto opportuna per trasportare ogni genere, che si dovettero scavare artificialmente de'canali secent'anni sono, per rendere comuni anche a Milano questi comodi; il che si sarebbe certamente risparmiato qualora il sito fosse stato trascelto con determinazione di piantarvi una citt. Milano mi sembra formata per una serie di circostanze senza un fondatore, e mi pare che, dalla condizione d'un povero villaggio, gradatamente ampliatasi, diventasse insensibilmente una citt, senza che uomo alcuno avesse concepita l'idea dapprincipio di farla tale. Alcune misere capanne di agricoltori probabilmente avranno composta la prima riduzione; la fecondit della terra, la moltiplicazione degli abitanti avranno dato luogo a formarvi un villaggio per domiciliare il contadino vicino al suo campo, e cos la fertilit della terra avr dato motivo di sempre pi ampliare la popolazione, che nel corso de'secoli giunse poi a formarne una citt; in quella guisa appunto che vediamo qualche albero, fortuitamente trasportato dalla corrente di un fiume, arrestarsi laddove co'rami urti nel fondo, e servire indi a trattenere le ghiaie e le piante che successivamente il fiume trasporta, e cos formarsi un'isola coll'andare degli anni, su di cui gli uomini vi piantano poi la loro dimora. Tale almeno sembra la pi verosimile opinione, anzi che persuaderci che siasi formato un disegno di piantare una citt lontana dall'acqua, costretta a scavare de'pozzi per bere, e a trasportare tutto per terra. La ragione medesima per cui dubitiamo della fondazione attribuita a Belloveso, ci rende sospetto il racconto di certo famoso capitano, che aveva nome Medo, a cui si attribuisce la prima pianta della citt, accresciuta poi di molto da certo altro famoso capitano, per nome Olano, dalla unione de'quali nomi se ne pretende formato Mediolanum: sono opinioni senza alcuna prova, le quali sgorgano dai tempi oscuri, e perci le accenno al solo fine di non lasciar ignorare quello che si  pi volte ripetuto da chi ha scritto la storia del nostro paese.
La costruzione fisica della Lombardia sembra che possa darci de'sospetti verisimili sullo stato antico della medesima. Le Alpi contornano questa pianura dalla parte settentrionale, e gli Appennini dal ponente e dal mezzogiorno la chiudono. Si mutano i nomi, ma in realt la costiera non interrotta di monti chiude la Lombardia da tre parti, lasciandole l'aria libera soltanto all'oriente, laddove scorre il Po e va a sfogarsi placidamente nell'Adriatico. Perci i venti che, sopra gli altri, da noi prevalgono, sono que'di Levante. In questa pianura cos fiancheggiata le altissime montagne che la cingono vi gettano fiumi e torrenti, i quali si uniscono al Po, ed esso ha la sua foce nell'Adriatico. La terra fecondissima su di cui abitiamo, per poco che gli uomini cessassero di preservarla coll'arte, verrebbe coperta dalle acque, e si formerebbe una palude. Il signor abate Frisi, nostro illustre cittadino, di cui non ricordo i titoli, perch valgon meno che le due parole Paolo Frisi, mi ha graziosamente comunicate le notizie che i due laghi Maggiore e di Como, sono prossimamente allo stesso livello, cio centocinquanta braccia al disopra di Milano. Il lago di Lugano  braccia cento pi alto di quei due laghi; cos riesce braccia ducentocinquanta pi alto della citt di Milano, cio settanta braccia ancora pi alto sopra la sommit dell'aguglia del Duomo. Vi sono adunque de'vasti emporii di acque pi alte e imminenti. La pianura  alquanto pendente verso del Po. La citt di Milano, dalla parte pi elevata alla pi bassa, non avr venti braccia di caduta, cio dalle mura di porta Nuova a quelle di porta Ticinese, il che fa vedere l'assurdit della opinion volgare, che suppone la piazza del Duomo a livello della sommit della torre di Sant'Eustorgio. Le spese e le cure incessanti che esigono gli argini del Po, l'altezza a cui giungono le piene al disopra del livello de'campi, ci convincono che un mezzo secolo di negligenza sarebbe bastante a sommergere tutta la parte bassa di questa superficie. Abbiamo sul Bolognese gli esempi di terre e province coperte dalle acque del Reno sviato dal Po. Una dissertazione del maestro e lume della storia italica, signor Lodovico Antonio Muratori(4), ci dimostra con quanta facilit diventino lago o palude i paesi pi floridi della Lombardia, tosto che cessino gli uomini di riparare coll'arte l'azione non mai interrotta della natura, che sembra aver destinato questo suolo ai pesci, e sul quale artificiosamente vi si sono collocati e vi soggiornano gli uomini, quasi contro il di lei volere; simili in ci agli Olandesi, i quali, come noi, hanno pascoli, burro e caci eccellenti, e al par di noi hanno ottimi lini, e meglio di noi li preparano. Ogni volta che sia mancata la vigilanza nel preservare il piano della Lombardia dalle innondazioni, ivi si  formata una palude. Sant'Ambrogio, nella lettera XXXIX a Faustino, parlando di Modena, Reggio, Brissello, Piacenza ed altre citt dell'Emilia, le chiama tot semirutarum urbium cadavera(5). Queste erano al tempo di Cicerone splendidissime colonie del popolo romano, ridotte nel quarto secolo, dopo le guerre di Magno Massimo e di Costantino, prive d'abitatori, e in conseguenza poi, nel secolo decimo, immerse nelle acque, siccome leggesi nella vita di san Geminiano(6).
Mutinensis urbis solum, nimia acquarum insolentia enormiter occupatum, rivis circumfluentibus, et stagnis ex paludibus excrescentibus, incolis quoque aufugentibus noscitur esse desertum. Unde usque hodie multimoda lapidum monstratur congeries, saxa quoque ingentia, praecelsis quondam aedificiis aptissima, acquarum crebra, ut diximus, inundatione submersa.(7) Se dunque  vero che la costruzione fisica della Lombardia la conduca allo stato di una palude, da cui, per opera degli uomini, venga ridotta allo stato di coltura e di abitazione; se  vero che, dovunque cessi la attenzione degli uomini per la difesa, ivi le acque ripigliano il loro sito coprendo la terra; sar anche assai verosimile il dire che ne'tempi antichissimi questa pianura fosse un vasto lago o un aggregato di paludi; che i Galli, collocatisi sulle colline, gradatamente abbiano cercato di aprire lo scolo alle acque stagnanti, e cos riporsi ad abitare sopra di una terra pi feconda. Questa opinione corrisponde all'antica tradizione, che il luogo eminente di Castel Seprio, distrutto poi l'anno 1287, come vedremo, fosse una delle prime sedi degli Insubri; questo pure corrisponde a quanto scrissero Erodiano, Vitruvio e Strabone(8), descrivendoci il piano della Insubria tutto coperto di paludi; e a questa opinione corrisponde l'antica memoria d'un lago Gerundio ne'contorni di Cassano, ove oggid quella parte bassa  tutta abitata; e la memoria dell'isola di Fulcherio ne'contorni di Crema, di cui trattano le carte de'secoli bassi, sebbene al giorno d'oggi non sianvi in quel distretto paludi che formino isola alcuna. I documenti pi sicuri dell'antichit sono i fisici. La curiosit nostra vorrebbe sapere come e perch i Galli, uscendo dalla loro patria, sieno venuti, arrampicandosi sopra difficili montagne, a stabilirsi in questo clima, abitato forse da pochissimi pescatori; ma la confessione della nostra ignoranza  assai pi nobile che non lo sarebbero i sogni d'una immaginazione romanzesca. La storia  piena di emigrazioni di popoli interi; la fuga da qualche disastro fisico, inondazione, terremoto, ecc.; la violenza d'una barbara nazione che sforza a sloggiare e cercarsi nuova sede; l'ambizione di conquiste; l'avidit di godere una vita pi agiata; il fanatismo, queste sono le cagioni per le quali de'popoli interi cambiarono patria. Le colonie greche popolarono la Francia e l'Italia; le romane, la Ungheria ed altri regni; le spagnuole, le inglesi ecc., l'America. Al tempo delle crociate l'Europa tent di invadere l'Asia, come in prima l'Arabia si stese sull'Africa e sull'Asia. Vediamo gli avanzi di tali invasioni anche al d d'oggi. Gl'Inglesi parlano la lingua nata dal Sassone, mentre nel centro dell'isola si parla la lingua antica britanna, la quale nessuna connessione ha coll'altra, che essi chiamano lingua sassone. Nella Germania, in molte province, i contadini parlano l'illirico, mentre nelle citt la lingua naturale  la tedesca. Anche nella Spagna l'antica lingua conservasi nelle montagne della Biscaglia, e niente somiglia alla castigliana, nata dall'invasione de'Romani, e poscia degli Arabi. Questi fatti ci mostrano che ogni parte della terra ha sofferte le vicende di essere invasa da straniere popolazioni, che vi si piantarono, siccome i Galli antichissimamente fecero, in questo paese; ma per qual motivo questo accadesse, non ce lo pu dire la storia, che in Italia non riascende sino a que'tempi.
Della etimologia di Milano vi sono pure varie opinioni; oltre quella accennata dei due capitani Medo ed Olano, v' chi la deriva dal Tedesco Mayland (cos chiamasi Milano in Germania), e questa voce significa paese di maggio, paese di primavera; denominazione che veramente conviene poco ad una provincia in cui gli aranci non reggono scoperti, e in cui ne'sei mesi dell'anno che cominciano in novembre e terminano al fine d'aprile, l'altezza media del termometro  al disotto del temperato, e dove in quella met dell'anno la terra  soggetta al gelo ed alle nevi. La pi comune sentenza fa nascere la voce Mediolanum da un mostro che si vide nel luogo in cui  fabbricata, e questo mostro era un porco mezzo coperto di lana; Claudiano cos credette, ove, cantando le nozze dell'imperatore Onorio celebrate in Milano, ci rappresent Venere che, abbandonando Cipro, passa sul mare e si porta a Genova, d'onde, superati di volo i gioghi dell'Appennino, discende verso Milano.

ad moenia Gallis
Condita, lanigerae suis ostentantia pellem.(9)

Della opinione medesima si mostr Sidonio Apollinare, il quale, annoverando le citt pi illustri, cos volle indicarci Milano.

Et quae lanigero de sue nomen habet.(10)

Altri furono di parere che altre citt della Gallia e d'Albione si chiamassero con tal nome, e che i Galli perci chiamassero Milano la citt da essi fabbricata: opinioni tutte arbitrarie, incerte e di una infruttuosa discussione; perch i nomi s'inventarono prima che s'inventasse la scrittura, e la storia non ha principio se non dopo ritrovata la scrittura.
Il pi antico fatto da cui pu cominciare la storia di Milano, ascende all'anno di Roma 533, cio appunto duemille anni fa, scrivendo io nel 1779. I consoli Cnejo Cornelio Scipione e Marco Marcello conquistarono l'Insubria, e portarono sino a Milano la dominazione di Roma, l'anno 221 prima dell'ra volgare. Vorrei pure sapere a quale stato di coltura fossero giunti i nostri Insubri; quale fosse il loro governo civile; se conoscessero l'arte dello scrivere; se avessero monete; qual religione e qual linguaggio fossero naturali a quei popoli; se coltivassero i campi; qual forma presentasse la fisica in questo tratto di paese: ma di ci poco o nulla ci  possibile il saperne. Plutarco ci attesta che allora Milano era una citt molto popolata: urbem Galliae maximam et frequentissimam, Mediolanum vocant. Hanc Galli Cisalpini pro capite habent(11); ma Plutarco scrisse due secoli e pi dopo Marcello e Scipione. Polibio ci assicura che Marco e Cornelio, consoli, guerreggiando contro de'Galli Insubri Mediolanum, praecipuam Insubrum civitatem, petierunt; Cornelius, urbe, quae et frumento et omni genere commeatus refertissima erat, potitus, Gallos persequitur(12).  verisimile assai che Marco Marcello, dopo conquistata Milano, abbia eretta la famosa torre di marmi quadrati, la quale, coll'andare de'secoli, si chiam poscia l'Arco Romano. Di s fatti edifici i Romani ne innalzarono anche altrove, o in memoria delle conquiste fatte, ovvero per dominare la citt vinta, e dalla sommit della torre potere all'occasione vedere e nuocere.  tanto celebre presso degli storici nostri quest'Arco Romano, che conviene per qualche poco ragionarne.
Molte volte mi accadr nel decorso di quest'opera di nominare il signor conte Giorgio Giulini; egli da me viene ora ricordato, perch tutto quello che dir dell'Arco Romano, da lui l'ho preso; e chi volesse vedere l'oggetto pi distesamente, esamini il tomo sesto della di lui Storia, dalla pag. 108 alla pag. 126. Egli trov che il Fiamma, il Puricelli, il Grazioli, il Sassi ci descrivono quest'Arco Romano nella pi ampollosa e strana foggia: un arco lungo niente meno di due miglia; munito dai due lati di altissime mura; e nel mezzo di questo lunghissimo fabbricato si descrive una torre da cui si dominava nulla meno di tutta la Lombardia. L'edificio era sostenuto da spessissime colonne. La larghezza di questo Arco Romano era un getto di pietra, e si chiamava ora l'Arco Romano ed ora l'Arco Trionfale. Di questa mole immensa per non se ne mostra nessun vestigio: si disputa per fino sul luogo ove fosse collocato; e un architetto potrebbe fare un immenso portico eseguendo una tal descrizione, ma nulla farebbe che somigliasse a un arco, meno poi a un arco trionfale. In questo stato il nostro conte Giulini ritrov la storia. Egli prov che l'Arco Romano altro non era se non una massiccia torre, vasta e quadrata, piantata sopra quattro solidissimi pilastri, e sostenuta da quattro archi; opera tutta di pietre grandi e quadrate, che molto si innalzava, e conteneva stanze vaste e capaci di accogliere un presidio; che questa torre era collocata sulla via Romana, di contro al luogo ove oggi vedesi il monastero di San Lazaro(13). Di simili torri se ne vedono altre memorie nella storia di Roma, e Lucio Floro(14) scrive che Cnejo Domizio Enobarbo, e Quinto Fabio Massimo, nel luogo dove avevano vinto gli Allobrogi, fecero innalzare una simile torre di sasso, sopra di cui vi posero un trofeo delle armi dei vinti. Utriusque victorie quod quantumque gaudium fuerit, vel hinc existimari potest quod et Domitius nobarbus et Fabius Maximus, ipsis quibus dimicaverant in locis, saxeas erexere turres, et desuper exornata armis hostilibus trophaea fixere(15). La nostra torre divent celebre dappoi per le esagerazioni de'poco giudiziosi nostri storici, non meno che per gli avvenimenti accaduti durante la guerra che Federico I mosse ai Milanesi, intorno al qual tempo rimase distrutto quest'antico e forte edificio. La opinione del giudizioso nostro Giulini resta dimostrata sempre pi dal Chronicon Vincentii canonici Pragensis,(16) che per la prima volta fu pubblicato nel 1764, nella compilazione del padre Glasio Dobner, che ha per titolo; Monumenta Historica Bohemiae nusquam antehac edita. Pragae(17). Il canonico era testimonio di veduta e cos la descrive: turris fortissima, maxima, de fortissimo opere marmoreo, quae arcus romanus dicebatur(18). Questo testimonio non poteva essere noto al conte Giulini, perch non ancora pubblicato mentr'egli scriveva.
Poco  quello che sappiamo della citt di Milano durante la repubblica di Roma; e poco  pure quello che ne sappiamo durante i primi tre secoli dell'ra volgare. I Romani, stesa che ebbero sulla Insubria la loro dominazione, piantaronvi delle nuove citt; tali furono Piacenza, Cremona e Lodi; le due prime furono colonie, e con esse si resero padroni della navigazione del Po. Diedero moto alle acque stagnanti, e fra essi Emilio Scauro si distinse; poi mentre Roma era lacerata dalle fazioni, il senato, al tempo di Silla, accord la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'Insubria, e dilat i confini d'Italia, che prima terminavano al Rubicone vicino a Rimini, portandoli fino all'Alpi; e cos divenimmo Italiani per adozione. Il dominio adunque di Roma non distrusse le citt dei vinti, ma ve ne edific di nuove; rese il clima pi atto ad essere abitato, liberandolo dalle paludi; dallo stato di barbarie c'innalz a quello di una societ civile; e perfine, da sudditi che ci aveva resi la forza, la beneficenza romana ci fece liberi; e membri d'una illustre Repubblica, fummo capaci delle magistrature di Roma. Pompeo, Crasso, Cesare furono in Milano. Cenando quest'ultimo in Milano da Valerio Leone, osserv che gli eleganti Romani erano offesi in vista d'una mensa rustica e senza atticismo, e gi cominciavano a deridere l'albergatore, il quale ne provava confusione; ma Cesare giocondamente prese a mangiare quelle rozze vivande, e seriamente rivolto a'Romani fece loro la questione, se fosse pi rozzo e barbaro chi ospitalmente presentava i cibi alla foggia del suo paese, ovvero chi insultava l'albergatore(19). Marco Bruto resse questa provincia, e quell'anima virtuosa, forte e sublime, eccit tale ammirazione presso i nostri antenati, che gl'innalzarono nel fro una statua di bronzo; di che ci fanno fede Svetonio e Plutarco. Quando Augusto, reso padrone della terra, pass a Milano, si trattenne ad osservare questo monumento, non senza inquietudine dei Milanesi, ai quali non piaceva d'essere creduti nemici di lui, per l'ammirazione che mostravano verso l'uccisore di Cesare e il nemico della tirannia; Augusto prese anzi motivo di farci un encomio, perch rendevano omaggio alla virt indipendentemente dalle vicende capricciose della fortuna(20). Cos i Romani colti e potenti trattarono gl'Insubri agresti e deboli. I Romani giammai non insultarono ai vinti, n mai schernirono i meno forti. Arditi nei pericoli, fieri contro la resistenza, pare che stendessero la dominazione su i popoli per liberarli dalla tirannia, per condurgli alla coltura e allo stato civile. Non credettero mai utile n giusto il disprezzo anche verso un popolo barbaro. La grandezza di Roma abbracciava tutto il genere umano, e i popoli si dirozzavano per imitazione di esempi ch'erano loro cari. Il czar Pietro prese la strada opposta dell'assoluto comando: egli ha fatto maravigliare l'Europa; il tempo schiarir sempre pi il problema politico, se a incivilire un popolo pi giovi l'energia e la rapidit del comando, ovvero la industriosa sapienza de'mezzi trascelti; e se la vegetazione riesca pi ferma e durevole usando bene del clima nativo, e riparando accortamente le sole ingiurie di quello, o veramente con artificiale ed estraneo calore costringendo la natura.
Fra gl'imperatori de'primi secoli, Giulio Capitolino scrive che Publio Elvio Pertinace fosse nato nell'Insubria. Elio Sparziano e varii altri ci assicurano che Giuliano Didio, che fu proclamato imperatore l'anno 193, fosse milanese. Nel terzo secolo i popoli del Settentrione cominciarono a discendere dalle Alpi e tentare d'invadere questa parte d'Italia. Gli Alamanni, i Marcomanni comparvero e furon scacciati; e da ci ne venne la necessit che gli imperatori portassero la loro ordinaria sede pi vicina alle Alpi per vegliare pi di presso alla sicurezza d'Italia. L'Italia  circondata dal mare, e il solo canto per cui  annessa all'Europa  per le Alpi, catena raddoppiata di monti altissimi, per i quali pochi sono i luoghi ove aprirsi un passo; e tanto ardua e pericolosa cosa fu sempre il tentare di penetrarvi con un esercito, che s'inventarono de'favolosi aiuti per ispiegare il passaggio che vi fece Annibale, quantunque gli abitatori dell'Alpi non fossero suoi nemici. Questa costiera  un antemurale che nessuna estera nazione mai avrebbe ardito nemmeno di affrontare, se opportunamente gl'Italiani avessero saputo impadronirsi de'paesi, e custodire le alture che dominano sulle vie: e porre gli invasori nella condizione di comprare con una battaglia vinta il potere di avanzare pochi passi e disporsi a nuovo cimento, e ci con una lunga alternativa, che avrebbe annientato ogni esercito prima che uscisse da quell'enorme labirinto di voragini e di gioghi. Sbarchi di estere genti per mare non potevano allora temersi; perch non v'era alcuna nazione che avesse un corredo marittimo capace di tentarlo; l'Italia, per godere dei vantaggi d'un'isola, non ha che a rendersi forte ne'sbocchi delle Alpi; e cos fecero gl'imperatori verso la fine del terzo secolo, a ci anche doppiamente spinti dal pericoloso soggiorno di Roma, ove le fazioni, annoiandosi della dominazione di un Augusto, prevenivano il naturale corso degli avvenimenti, e trucidavanlo per collocare un successore sul trono del mondo. Ne'contorni di Milano qualche tempo soggiorn Galieno. Aureolo fu battuto ed ucciso verso Milano, e in memoria abbiamo un villaggio che dai latini chiamossi Pons Aureoli, ora Pontirolo. Marc'Aurelio Valerio Massimiano Erculeo  stato fra gl'imperatori quello al quale pi deve la citt di Milano; perch fu probabilmente il primo che colloc la sua sede in Milano, e fu quello che cinse di mura la citt. Ce lo attesta Aurelio Vittore. Novis, cultisque moenibus Romana culmina, et caeterae urbes ornatae, maxime Carthago, Mediolanum, Nicomedia(21). Il giro di queste mura per non era pi di due miglia, e viene assai accuratamente descritta la loro posizione nel libro: Le vicende di Milano durante la guerra con Federico I, imperatore, pubblicato con eleganza dalla stamperia dell'imperial monastero di Sant'Ambrogio Maggiore, l'anno 1778, ove trovasi la carta di Milano delineata, come verosimilmente lo era nel secolo XII, e col muro di Massimiano, che allora sussisteva. Io non ripeter quanto ciascuno ivi pu minutamente conoscere, e dir soltanto che probabilmente allora non v'erano che nove porte della citt. La Romana era poco lontana da San Vittorello; la Erculea(22) era fra il monastero della Maddalena e quello di Sant'Agostino; la Ticinese era al Carrobio; la Vercellina era vicina a San Giacomo dei Pellegrini, e perci la chiesa poco lontana ha il nome di Santa Maria alla Porta; la Giovia era vicina al monastero di San Vincenzino; la Comasina era poco discosta da San Marcellino; la porta Nuova stava collocata pi interna prima della chiesa de'Minimi; la porta Argentea, ora Renza, era prima di giugnere alla colonna, cos detta, del Leone; la porta Tosa era al fine della via di San Zenone. Dalla situazione delle porte facile sar a chiunque il comprendere a un di presso dove si trovassero le mura fabbricate da Massimiano. Le chiaviche e il condotto delle acque coperto che spurga la citt, sono l'acquedotto antico, il quale fiancheggiava esternamente le mura di quei tempi; e dove sono le colonne colle croci, ivi si aprivano le porte. Di queste mura molte descrizioni se ne sono fatte. Il Fiamma, al suo solito, asserisce che la larghezza di queste mura fosse di ben ventiquattro piedi di un uomo grande, e il giro di esse fosse pi di quindici miglia, l'altezza di settantaquattro piedi, e finalmente, che vi fossero trecento e pi torri sparse in questo circuito. Molti hanno dipoi ripetute simili fole, degne di stare accanto all'Arco Romano di due miglia. Gli scrittori di questi ultimi tempi si sono limitati a credere cento torri, dodici piedi di grossezza al muro, due miglia di estensione: ed anche di meno ne credo io; perch troppo sarebbe vicina una torre all'altra se ogni venti passi geometrici ve ne fosse una, e quella sola torre delle mura che ancora ci rimane nel monastero Maggiore, non ha dodici piedi di grossezza nel muro, n  difesa da sassi quadrati, come nemmeno lo sono le antiche mura di Roma istessa, tutte di mattoni, quali anche vedonsi al d d'oggi. Del Circo e del Teatro grandi cose, e probabilmente esagerate, ci raccontano i nostri storici. N pu negarsi che vi fossero tali fabbriche, poich, oltre la testimonianza degli scrittori, abbiamo anche oggid due luoghi della citt chiamati, l'uno al Circolo, l'altro al Teatro; ed  ben naturale che una citt in cui molto risedevano gli Augusti, avesse tai luoghi destinati agli spettacoli. Molto per conviene diminuire per accostarci alla verit. Nessun vestigio ci rimane di tai pretesi grandiosi edifici; e come vediamo intatte le altissime colonne di Ercole a San Lorenzo, non ci mancherebbe qualche avanzo di Circo, e massimamente di Teatro, se fosse stato eguale almeno a quello di Verona, che vedesi intero nella gradinata; opera che non si distrugge facilmente: e lo stesso dico pure del Palazzo Imperiale, il di cui nome conservasi tuttora dalla chiesa di San Giorgio, senza che nessun pezzo di antica architettura ce ne assicuri la decantata magnificenza. Lo scopo che mi sono proposto non  la descrizione di Milano, n l'esame minuto degli argomenti di critica. Altri ne hanno scritto, e forse di troppo ne abbiamo; la mia opinione si  che probabilmente il Circo, il Teatro, il Palazzo vennero costrutti nel decorso del quarto secolo, e furono opere inferiori al grido che ebbero dappoi, singolarmente ne'notissimi versi di Ausonio, che il nostro Tristano Calco, uomo fedele e veridico, trasse da un antico manoscritto della Biblioteca Ducale di Pavia, e che dicono:

Et Mediolani mira omnia: copia rerum;
Innumerae, cultaeque domus; facunda Virorum
Ingenia; antiqui mores; tum duplice muro
Amplificata loci species; populique voluptas
Circus, et inclusi moles cuneata theatri:
Templa, palatinaeque arces, opulensque Moneta,
Et regio Herculei celebris sub honore lavacri,
Cunctaque marmoreis ornata peristyla signis,
Moeniaque in valli formam circumdata limbo;
Omniaque magnis, operum veluta emula, formis
Excellunt: nec juncta premit vicinia Romae.(23)

Convien bens dire che nel quarto secolo Milano fosse una magnifica citt per la popolazione, l'abbondanza, la coltura, la fortezza ed il lusso; ma qualche espressione  da poeta. A un uomo che avea ammirato Roma, non potevano sembrare mira omnia(24) le cose di Milano. Noi non vediamo avanzo alcuno di que'tanti peristili di marmo che ornavano la citt. Se vi fossero state fabbriche innumerevoli e colte, da'rottami della antica citt, negli scavi che facciamo, dovremmo pure rinvenire o belle statue antiche, o busti, o bassi rilievi, o pezzi di superba architettura, avanzi dei tempii, de'palaggi, delle rocche emule della grandezza di Roma. Ma poco o nulla ci somministra la terra: e da essa ne'contorni di Roma, in quei di Napoli, nella Sicilia, nella Grecia si scavano ogni giorno de'preziosi avanzi della magnificenza e della coltura antica.
Gli amatori delle belle arti gi hanno osservato come presso de'Romani, dopo essere giunte alla somma perfezione nel secolo che ebbe il nome di Augusto, declinarono poscia ed invecchiarono da s, prima che i barbari entrassero a rovinarle. L'Arco di Severo, che vedesi in Roma, ci prova che nel terzo secolo l'architettura era gi diventata rozza e inelegante. Le medaglie, da Caracalla e Macrino in poi, s'andarono sempre pi degradando e diventando barbare. Al tempo poi di Costantino, al principio del quarto secolo, abbiamo un documento della totale decadenza della scoltura nell'Arco di Costantino, in cui si dovettero in Roma istessa, a costo di tradire la verosimiglianza, inserire i bassi rilievi tolti dall'Arco di Trajano; perch in Roma non v'era pi un artista capace di farvene; e veggonsi i Daci e la figura di Traiano incassati per ornare un monumento de'trionfi di Costantino; e que'pochi ornati che si dovettero allora aggiungere per riempire il vano sotto il grande arco, sono lavori infelicissimi, peggiori di alcuni simili travagli gotici. Ci posto, la grandezza di Milano s'innalz appunto nel tempo in cui tutte le idee grandiose e nobili delle belle arti gi svaporavano; e perci credo che, trattane la mole erculea, gli altri celebrati edifici fossero minori della fama. Sarebbe fuori di proposito se io qui tornassi a ripetere alcune mie idee, credo vere, e che ho pubblicate anni sono in un discorso sull'indole del piacere e del dolore, ove sviluppai il principio motore dell'uomo, che, a mio parere,  il solo dolore; ma siami permesso di accennare che, frammezzo agli orrori delle guerre civili di Mario e Silla, fra le atroci proscrizioni del triumvirato s'innalzarono i pi valorosi oratori, i pi sublimi poeti, gli scrittori, architetti, scultori, pittori pi illustri; e che, sotto un seguito di regni di cinque benfici e grandi augusti, Nerva, Trajano, Adriano, Antonino e Marc'Aurelio, regni preziosi alla virt, alla umanit ed al merito, le belle arti protette e pacifiche si esercitarono, perch onorate; ma non s'innestarono ne'giovani che nacquero in quei tempi felicissimi, onde, nella seguente generazione, scomparvero. Nel bell'Elogio del cavaliere Isacco Newton, che il nostro cittadino signor abate Paolo Frisi ha stampato, mostrasi come, fra le atroci rivoluzioni, al tempo del regicidio, sotto la tirannia di Cromwell e di Fairfax, mentre l'Inghilterra era grondante del proprio sangue, si svilupparono gl'ingegni sublimi che hanno resa gloriosa quell'isola: e cos dal seno de'dolori vengono a schiudersi que'principii di attivit, e l'animo viene a ricevere quell'energia e quell'impeto che lo scagliano al disopra degli ostacoli, e lo costringono a seguire ostinatamente una serie di idee per sottrarsi ai mali della comune esistenza; laddove nel placido asilo d'una dolce protezione s'abbandona a godere del momento presente. Con ci viene a rendersi ragione d'un avvenimento costantemente accaduto e nel secolo d'Alessandro e in quello d'Augusto e nei successivi tempi; cio, essersi riscossi gl'ingegni e comparsi sul teatro del mondo gli uomini grandi ne'tempi ne'quali il genere umano era pi vilipeso e tormentato; essersi innalzate le scienze, perfezionate le arti in mezzo alle calamit; e tutto essere svanito e depravato colla felicit dei tempi. Raffaello, Michelagnolo, Tiziano, Correggio dipingevano i loro lavori immortali prima che fosse instituita l'accademia di San Luca; e nacquero e si resero eccellenti sotto piccoli tiranni che reggevano i loro Stati colla morale pubblicata dal Segretario Fiorentino. I loro talenti gli innalzarono a godere poi della sicurezza e degli onori; ma la fatica, per diventar sommi artisti, l'affrontarono spintivi dai mali. Pietro Cornelio e Racine sublimarono il teatro francese al maggior grado di gloria senza aiuto, e vivendo fra i torbidi. Dacch venne eretta l'Accademia Francese in Roma non si  innalzato alcuno al grado dei Le Sueur, Le Brun, Poussin, nati, vissuti e resi grandi fra le turbolenze. Virginio aveva quarant'anni quando segu la battaglia d'Azio; Orazio era pi giovine di lui di cinque anni; Cicerone ebbe troncato il capo nella proscrizione; in somma nessun uomo ha mai potuto diventare grande in nulla, se non attraverso gli ostacoli, i quali avviliscono le anime deboli, e le robuste attizzano, irritano e spingono al di sopra del livello comune, qualora vi sia speranza di superarli; su di che bastantemente ho spiegata la mia opinione in quel discorso. Milano adunque sal a grande fortuna ne'tempi ne'quali l'architettura, insieme con tutte le belle arti, era gi invecchiata e giacente, e perci anche ragion vuole che credansi esagerate le magnificenze che gli scrittori nazionali ci hanno vantate. Un solo monumento ci rimane dell'antico, e sono le sedici superbe colonne di ordine corintio scannellate; pezzo di cos nobile e grandiosa architettura, che sarebbe pregevole ancora in Roma, collocato presso al Tempio della Pace o alle colonne di Giove Statore. Le proporzioni sono del buon secolo, n io potrei crederle mai innalzate al principio del quarto secolo, come finora si  scritto, attribuendole a Massimiano Erculeo. Il chiarissimo nostro P. Pini, benemerito della Metallurgia per l'opera De Venarum Metallicarum Excoctione(25), e benemerito per le cognizioni sue nella storia naturale e nell'architettura, crede che il marmo di quelle preziose colonne sia tratto dall'antica cava di Oligiasca, terra del lago di Como, posta fra Bellano e Piona. Si  opinato che questo fosse il fianco di un tempio, ovvero d'un pubblico bagno dedicato ad Ercole. Egli  difficile il provarlo, ed  difficile parimenti il confutarlo con ragioni positive. La sola cosa che  vera, si  che questo maestoso avanzo  il solo che ci sia rimasto; che sembra essere del secolo d'Augusto, o poco dopo, e che meriterebbe d'essere nuovamente riparato dalla rovina che minaccia, per trapassarlo a'posteri, come i nostri antenati fecero con noi, riparandolo nel secolo XVI.
Nel quarto secolo molto dimorarono i cesari in Milano; Massimiano Erculeo in Milano dimise la porpora l'anno 305. Nello stesso giorno, 1 di maggio, fu in Milano dichiarato cesare Flavio Valerio Severo. Costantino, Costanzo, Costante varie leggi scrissero in Milano, registrate nel Codice Teodosiano; e Costantino, nell'anno 313 in Milano, sottoscrisse la famosa legge di tolleranza, in vigore di cui venne legittimato l'esercizio della religione cristiana, sulla qual legge scrisse al preside di Bittinia, di averla pubblicata ut daremus, et cristianis, et omnibus liberam potestatem sequendi religionem, quam quisque voluisset(26). In Milano, l'anno 355, Giuliano fu dichiarato cesare; e Costanzo radun un concilio in Milano, a cui intervennero pi di trecento vescovi. Valentiniano e Valente promulgarono in Milano altre leggi. Teodosio soggiornava in Milano, ove anche mor l'anno 395, il 17 di gennaio. Onorio in Milano celebr le sue nozze. Dall'anno 373 fino al 401 appena sette anni si osservano senza leggi promulgate in Milano; e dal Codice Teodosiano medesimo si raccoglie che in quella compilazione vi sono trecentoundici leggi pubblicate in Milano dall'anno 313 al 412; n certamente in tale collezione si saranno trascritte, se non quelle che si credettero destinate a formare la stabile legislazione di tutto l'impero. Questo fatto solo ci prova come nel quarto secolo, e al principio del quinto, essendo diventata Milano la residenza ordinaria degli Augusti, dovette per conseguenza essere una cospicua citt, ricca, popolata e tanto colta quanto lo permetteva la condizione dei tempi.
Sanno gli eruditi che Costantino, temendo la troppo estesa potenza del prefetto del pretorio, potenza funesta a molti imperatori, diede una nuova forma al governo dell'Impero; abol il prefetto del pretorio e divise le province, affidandone il governo a distinti ufficiali. L'Italia allora in due parti venne divisa. La capitale della parte meridionale fu Roma, e della settentrionale fu Milano. In Roma vi pose il vicario di Roma, in Milano il vicario d'Italia. Il governo del vicario di Roma si stendeva sopra dieci province, cio la Campagna, l'Etruria, l'Umbria, il Piceno suburbicario, la Sicilia, la Puglia e Calabria, la Lucania e Bruzi, il Sannio, la Sardegna, la Corsica e la Valeria. Il vicario di Milano sette province governava, cio la Liguria, la Emilia, la Flaminia e Piceno annonario, la Venezia, a cui fu poi aggiunta l'Istria, le Alpi Cozie, e l'una e l'altra Rezia. Il sistema adunque costitu nel quarto secolo, e nel quinto ancora, la citt di Milano la prima citt d'Italia sicuramente dopo Roma; e di questa antica grandezza ne rimangono ancora alcune vestigia nella cospicua dignit della sede vescovile di Milano(27), giacch le giurisdizioni ecclesiastiche si modellarono sulla forma del governo civile de'primi tempi, e i metropolitani furono i vescovi delle citt capitali, ed ebbero per suffraganei i vescovi delle citt che nel governo politico da quelle dipendevano(28). Il che posto, conosciamo quanto cospicua citt sia stata Milano nel quarto e nel quinto secolo, osservando che il di lei vescovo metropolitano aveva i vescovi di ventuna citt da lui dipendenti, e furono Vercelli, Brescia, Novara, Bergamo, Lodi, Cremona, Tortona, Ventimiglia, Asti, Savona, Torino, Albenga, Aosta, Pavia, Acqui, Piacenza, Genova, Como, Coira, Ivrea ed Alba, e questi erano suoi suffraganei anche nei secoli posteriori. I confini delle diocesi, le preminenze delle sedi vescovili, sono per lo pi un indizio sicuro degli antichi confini delle pertinenze d'ogni citt e dell'antico stato di ciascheduna; perch le cose sacre, anco presso le nazioni barbare e feroci, vennero rispettate e lasciate, per lo pi, intatte frammezzo alle rivoluzioni civili.
La dignit del vescovo di Milano, che giustamente pu in questi tempi de'quali tratto, chiamarsi metropolitano bens, ma non gi arcivescovo, titolo posteriormente introdotto, e che significa onorificenza pi che giurisdizione; la dignit, dico, del metropolitano ricevette sommo risalto da sant'Ambrogio, uomo per la dottrina, per la piet, per la fermezza e per ogni sorta di virt celebratissimo, e collocato fra gli esimii dottori della Chiesa. Celebre  il coraggio nobile e virtuoso col quale escluse dai sacri misteri l'Augusto Teodosio. Nella Macedonia i popoli della citt di Salonicco, allora Thessalonica, tumultuarono contro alcuni imperiali ministri; Teodosio, spinto da una feroce inconsideratezza, slanci la licenza militare sulla infelicissima citt, ove vennero barbaramente scannati pi di settemila abitatori, donne, vecchi, fanciulli, innocenti o rei, senza distinzione; e le pubbliche strade e le case vennero coperte di cadaveri, vittime di quest'atroce crudelt. Questi orrori vengono dalla storia registrati nell'anno 390. Teodosio, in Milano, si preparava a comparire nella chiesa. Il santo vescovo, da saggio, fece che giugnesse a notizia di quell'augusto, che non l'avrebbe ammesso a partecipare de'sacri misteri, se prima non avesse espiato il suo delitto con pubblico pentimento. Voleva lasciare il pregio della spontaneit alla riparazione; ma il monarca, avvezzo a vedere tutto piegarsi ai suoi voleri, pens che la sola maest di sua presenza dovesse annientare ogni riguardo; s'incammin per entrare nella chiesa, ove, con passo grave, affacciossegli il santo vescovo, fermamente slanciandogli queste parole: Uomo grondante ancora di sangue innocente, ardisci tu con tal fronte portare la profanazione nel santuario, e collocare il delitto impunito nel tempio del Dio della giustizia, della mansuetudine e della pace? La voce del rimorso fece rimbombare nel cuore di quell'augusto la riprensione sacerdotale. Obbed al sacro ministro a vista di tutto il popolo, e partissene. Ripar la gran colpa con pubblica espiazione, o colla migliore di tutte, cio colle opere virtuose e col premunirsi da simili eccessi, comandando che qualunque ordine severo gli accadesse in avvenire di proferire, i ministri dovessero per trenta giorni sospenderne la esecuzione. Io non loder questa legge. L'uomo destinato a comandare agli uomini suoi fratelli, non deve loro manifestare il timore ch'egli ha d'essere ingiusto e violento. Questo  un colpo alla opinione, su di cui si appoggia il governo; s'ei non era padrone di s stesso, da uomo virtuoso doveva giudicarsi incapace di reggere gli altri e dimettere la porpora. Dir bens che ogni volta che i ministri della religione hanno alzata la loro voce coraggiosa contro i pubblici delitti, l'umanit intera ha tributato ad essi l'ammirazione; e forse questo fatto solo sarebbe stato bastante ad ottenerla al santo vescovo. L'ebbe in fatti a tal segno che da lui prese la chiesa milanese il nome, il rito e la dignit. La liturgia ambrosiana, che anche oggid si conserva, sebbene abbia sofferte molte variazioni co'secoli, essa per si  preservata attraverso i replicati sforzi che si tentarono per abolirla. Io non decider quale sia la migliore costituzion ecclesiastica, se la repubblicana, ovvero la monarchica; n mi propongo di trattare di cose sacre. So che col cambiare dei secoli le circostanze si cambiano; che una forma di civile governo, ottima in una combinazione di cose, pu diventare pessima cambiandosi quella; che la Chiesa, essendo una societ combinata per il bene spirituale degli uomini, prudentemente cambier la costituzione propria, qualora per quello ottenere i civili cambiamenti lo consiglino; e cos, senza ch'io intenda di preferire l'antico sistema all'attuale, unicamente come storico osserver che l'autorit del metropolitano era assai vasta e quasi indipendente da Roma in quei tempi; e che tale si conserv fino al duodecimo secolo, per lo spazio di circa ottocento anni. Il metropolitano di Milano veniva eletto per lo pi dai primari ecclesiastici, che si chiamarono cardinali della santa chiesa milanese: cos i vescovi suffraganei erano eletti dal clero delle loro citt. Non dipendeva il vescovo suffraganeo che dal metropolitano, dal quale era ordinato vescovo; ed il metropolitano era ordinato e consacrato vescovo dai suffraganei. Le controversie, o si decidevano dal metropolitano, ovvero, se erano maggiori, da un concilio provinciale, il quale giudicava sulla canonicit delle elezioni controverse, e su quant'altro occorreva al ceto ecclesiastico. Il successore di san Pietro, il capo visibile della Chiesa, era da tutti venerato, e Roma  sempre stata la norma del dogma e il deposito della credenza; ma quantunqe per circostanze particolari san Gregorio Magno, sommo pontefice, godesse di una superiore influenza inusitata, ei stesso dichiar di non mai intromettersi nella elezione del metropolita, ma unicamente ne ordinava la consacrazione, eletto ch'egli era canonicamente. Nella ventesimanona epistola del libro terzo, diretta ad presbyteros et clerum mediolanensem(29), quel sommo pontefice scrisse: Verumtamen quia antiquae meae deliberationis intentio est ad suscipienda pastoralis curae onera pro nullius unquam misceri persona, orationibus prosequor electionem vestram(30). Nei tempi successivi non si mantenne nemmeno la dipendenza di aspettare l'ordine del papa per la consacrazione. Il papa san Gregorio, scrivendo al metropolitano di Milano Lorenzo, per certe entrate che il metropolitano possedeva nella Sicilia dipendente da Roma, nomina la chiesa milanese santa. Quod autem perhibetis ab exactione patrimonii Siciliae provinciae, iuris sanctae, cui Deo auctore praesidetis, Ecclesiae... Proinde necesse est ut sanctitas vestra de hac re personam instituat, cum qua Romana Ecclesia aliquid debeat solide definire(31); e Giovanni VIII, nell'anno 878, scrisse un breve: Reverendissimo et sanctissimo confratri Ansperto venerabili archiepiscopo Mediolanensi(32). Ci sia detto per conoscere quanto fosse decorata la citt di Milano, fatta sede del prefetto d'Italia, soggiorno di molti imperatori durante il quarto secolo, e parte del quinto, per lo spazio di un secolo e mezzo, quanto ne trascorse dal sistema fissato da Costantino alla devastazione di Attila, foriera del totale eccidio che ne fecero i Goti; cosicch nessun'altra citt dell'Occidente fu a lei paragonabile per lo splendore, se ne eccettuiamo la sola Roma.
Nella mia raccolta di monete patrie alcune ne conservo di Magno Massimo, di Teodosio, di Arcadio e d'Onorio, le quali dagli eruditi si giudicano della zecca di Milano. Se ne conoscono di Valente, di Valentiniano II, di Vittore, di Eugenio e del tiranno Costantino, le quali si possono sostenere della zecca di Milano. Quelle d'argento hanno le lettere M. D. P. S., che s'interpretano Mediolani pecunia signata; quelle d'oro hanno semplicemente M. D., Mediolanum; cos vien letto. Hanno questi augusti regnato dal 364 al 407, ne'tempi appunto ne'quali Milano significava tanto. Anche Ausonio ricorda ne'riferiti versi: opulensque moneta; non vedo che vi sia improbabilit alcuna nel darvi una tale interpretazione. Le monete che si trovano negli scavi del nostro paese, sono per lo pi del terzo, quarto e quinto secolo.
Ho cercato inutilmente di saperne di pi di quei tempi. Gli storici nostri accuratamente si occupano a verificare la cronologia de'vescovi, descrivono i supplizi sofferti da molti martiri, l'acquisto di molte sante reliquie, fondazioni, etimologie di chiese, portenti accaduti e degni di una pia credenza; ma nulla ci ha lasciato l'antichit, onde avere una idea dello stato della popolazione, della civile costituzione, del governo e del genio de'Milanesi; se marziale, ovvero pacifico; se attivo, ovvero indolente; se colto e sensibile al bello, ovvero rozzo ed agreste durante quel secolo e mezzo che trascorse fra l'Impero di Costantino, e la devastazione d'Attila, accaduta nel 452. Cos diciamo d'essere nella ignoranza totale sullo stato della agricoltura del Milanese, sulla negoziazione in que'secoli, sopra i costumi s religiosi che civili del popolo, e in una parola sulla storia antica; nulla di pi sapendosene fuori che essere stata e nel quarto, e in parte del quinto secolo, cospicua la citt di Milano, e la prima in Occidente dopo di Roma.

Capitolo 2.

Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e sesto secolo; e dello stato della citt ne'secoli successivi, sino al di lei risorgimento

Attila, re degli Unni, aveva soggiogate gi alcune province dell'Impero. Alla testa d'una numerosa armata di popoli rozzi e feroci, tutto vedeva piegarsi a lui. Un uomo solo rimaneva alla difesa dell'Impero, e questi era Ezio. Egli dunque, spedito incontro ai nemici, sconfisse i Barbari ed obbligolli a rintanarsi fra i loro boschi nativi; ma la gloria di questo generale mossegli contro l'invidia de'cortigiani. Un accorto principe se ne sarebbe avveduto, ed avrebbe difeso se medesimo col proteggere il difensor dell'Impero; ma Valentiniano III non era n accorto n degno del trono augusto. Egli fu atroce e imbecille a segno che di sua mano a colpi di pugnale uccise Ezio; e dopo ci Attila invase l'Italia. Non v'era pi uomo capace di opporsegli. Aquileia, Padova, Milano e altre citt furono saccheggiate e distrutte; e questa sciagura miseranda avvenne l'anno 452. Noi non abbiamo autori contemporanei che ci descrivano il fatto. Abbiamo per quanto basta per comprendere che questa fu una vera distruzione ed una vera rovina della nostra citt; e per conoscerlo basta leggere la epistola che Massimo, vescovo di Torino, scrisse allora ai cittadini milanesi, la quale vedesi dapprincipio nell'antico codice di pergamena intitolato: Homiliarum hiemalium, dell'archivio degl'imperiali canonici di Sant'Ambrogio. Cos quel santo vescovo cercava di rincorare i nostri cittadini. Quidam imperiti nimis interpretes fuerunt dicentes: Periit haec civitas, collapsa est Ecclesia, non est jam causa vivendi. Immo causa est justius sanctiusque vivendi, quia Deus Omnipotens, qui cuncta haec magna cum pietate disponit, hostium manibus non civitatem, quae in vobis est, sed habitacula tradiit civitatis, nec ecclesiam suam, quae vere est ecclesia, consumi jussit incendio, sed pro correctione receptacula ecclesiae permisit exuri... nam post tantum, et tam lugubre illud excidium, ecce summus sacerdos suus astat incolumis, clerus integer, et plebs ipsa, licet sub quotidiano adhuc metu et moesta vivens, tamen in libertate perdurat... non ipsi nos, sed ea quae nostra videbantur, aut praedo diripuit, aut igni ferroque comsumpta perierunt... Quandoquidem, irruptis muris, armatos fortesque hostes populi inermes... fugerunt... Consolemur nos itaque fratres, nec usque adeo suspiremus collapsas esse domos, quia videmus reparationem domorum in dominis reservatam... vindictam erga nos suam Dominus temperavit ut, direptis urbibus, vastatis agris, imminuta substantia, nec animae nostrae, nec corpora lederentur... ac proinde non ambigamus posse nobis Deum posterisque nostris amissa reparare(33). Perch cos Attila maltrattasse gl'Italiani, perch questi non si difendessero, esattamente non lo sappiamo. Pare che il progetto di que'feroci fosse, non di piantare una dominazione, ma di saccheggiare e riportare un grosso bottino nel loro ovile. Gi regnando Teodosio il Giovine, otto anni prima, Attila aveva ottenuto un umiliante tributo dai Romani di settemila libbre d'oro. Egli guidava una moltitudine di armati, che dagli scrittori si fa ascendere a cinquecentomila e pi uomini. Gl'Italiani erano una nazione che, da conquistatrice, pass ad essere colta, e dalla coltura erasi degradata alla mollezza; e una schiera di arditi selvaggi non pu temere resistenza da una nazione corrotta, a meno che non vi supplisca la organizzazione ingegnosa del governo; e questa, dopo i lunghi disordini dell'Impero, affatto mancava. Il pi rapido mezzo per acquistare le ricchezze d'una citt si  il diroccarla; e cos intendiamo come Attila, mosso dalle insinuazioni del sommo pontefice san Leone, abbandonasse l'Italia subito dopo fattane la preda. Il ritratto che tutti gli storici fanno di questo generale  odiosissimo. Egli  vero per che nessuno fra questi storici  Unno, o Gepida, o Alano, o Erulo. Pochi conquistatori la storia ci ricorda che in cos breve tempo siansi cotanto estesi. Egli era sommamente riverito da'suoi, e temuto dovunque. Se gli Americani avessero scritti i fatti di Ferdinando Cortez, noi non conosceremmo di lui che i soli vizi esagerati. Ci non ostante Attila fu un barbaro, che devast depredando alla testa di ladroni, non lasciando che rovine e miserie dovunque pass. I Romani vincevano, perdonavano, erudivano, beneficavano.
Le sciagure cagionate da questa funestissima incursione diedero nascimento a Venezia. Gli abitatori di Aquileia, di Padova e di Verona, dopo quest'ultima incursione de'barbari, memori delle precedute, cercarono un asilo, e lo trovarono sopra di alcune isolette dell'Adriatico. Ivi collocarono il loro nido. Se il non aver mai obbedito che alle proprie leggi, promulgate e custodite da propri concittadini, e l'essersi costantemente preservati contro di ogni forza estranea  un titolo di nobilt, nessuna citt d'Europa pu vantarne di uguale alla veneta, la quale non ha acquistato il dominio del proprio suolo colla usurpazione e coll'esterminio di altri uomini, ma creando colla sagace e pacifica industria il suolo medesimo su di cui si  collocata; sorta di dominazione la pi giusta di ogni altra. Ivi si  conservato l'antico sangue puro italiano, sicuro contro l'invasione delle armate terrestri, fra un basso mare, difficilmente accessibile alle navi armate, e tuttavia si conserva sotto la tutela della virt e della sapienza dopo compiuti tredici secoli(34).
Scomparve Attila co'suoi predatori, e non pi Milano pot essere la residenza de'sovrani, distrutta e incendiata come ella era. In fatti quei pochi deboli augusti, che continuarono la serie dei Cesari ancora per ventiquattro anni, soggiornarono o in Roma o in Ravenna, non mai in Milano. Petronio Massimo i tre mesi che regn, li visse in Roma. Marco Macilio Avito per un anno circa fu imperatore, e visse nella Francia ed in Roma. Giulio Maggiorano resse l'Imperio prima in Ravenna, e dopo circa tre anni fu deposto in Tortona. Libio Severo fu proclamato augusto in Ravenna, e quattro anni dopo mor in Roma. Procopio Antemio in Roma fu proclamato, e vi regn circa cinque anni. Lo stesso dicasi di Anicio Olibrio, Flavio Glicerio, Giulio Nipote e di Romolo, che tutti insieme non pi di quattro anni regnarono succedendosi, quasi efimeri imperatori. Quest'ultimo, chiamato Romolo Augustolo, con un diminutivo indicante la somma debolezza a cui si era ridotta la dignit imperiale in lui, fu costretto da Odoacre, re degli Eruli, invasore d'Italia, a spogliarsi della porpora l'anno 476. O fosse che la dignit d'augusto, avvilita dagli ultimi imperatori, non sembrasse bastante grado all'ambizione del conquistatore, o fosse che gli usi e la forma di governo d'una nazione conquistata, sembrassero pregievoli al barbaro vincitore, egli ricus di chiamarsi Cesare, e assunse il titolo di re d'Italia. L'Imperatore Zenone, che allora regnava in Oriente, non aveva forze per ispedire da Costantinopoli un'armata a liberare l'Italia, e riunirla all'Impero. Egli amava Teodorico, figlio del re de'Goti, giovine allevato alla Corte di Costantinopoli, e innalzato al consolato. Quel giovine reale s'era talmente distinto col suo merito presso di Cesare, che nella imperiale citt gli fu innalzata una statua equestre per comando di quell'augusto, che l'aveva fatto suo figliuolo d'armi. Permise egli adunque a Teodorico che venisse in Italia co'Goti, e ne scacciasse gl'invasori, e cos fece. Tutto si dissip il furore degli Eruli al presentarsi di que'valorosi, e l'Italia rimase dei Goti. Il re Teodorico fu risguardato come un benefico liberatore. Egli accortamente adoper ogni mezzo acciocch gl'Italiani non s'avvedessero di obbedire a una dominazione estera. Obblig i Goti a vestire l'abito romano. Col proprio esempio insegn loro ad uniformarsi all'indole della nazione. Onor le scienze e le arti. Vegli sulla esatta osservanza della giustizia. Repristin i nomi e i riti delle antiche magistrature. Preserv da ogni vessazione i popoli nel pagamento dei tributi. Tenne animati gli spettacoli pubblici, e ristor i pubblici edifici. Egli era ariano, e protesse i cattolici contro di ogni violenza, lasciando loro un libero e rispettato esercizio della religione; e dopo trentasette anni di un regno felice, lasci un nome glorioso nella storia, che non sa rimproverargli nemmeno la morte di Boezio e di Simmaco, comandata per seduzione, e vendicata da crudelissimi rimorsi, che, accelerando la morte a Teodorico, dimostrarono quanto fosse straniero il delitto al di lui cuore.
Il regno de'Goti dur sulla Italia per lo spazio di sessant'anni. Cominci con Teodorico l'anno 493, e termin con Teja nel 553. I re che furono di mezzo si nominarono Atalarico, Teodato, Vitige, Teobaldo, Erarico e Totila. Il pi notabile per la storia di Milano  Vitige, sotto di cui la infelice nostra patria rimase presso che annichilata, come ora dir. Non avendo io preso a scrivere una storia generale, ma unicamente quella di Milano, n per ora n in seguito mi stender mai sugli avvenimenti d'Italia se non di volo, e per quella connessione che ebbero colla nostra citt. Quest'argomento, pi vasto e generale,  stato trattato prima del 1766 da un uomo che, nel fiore della giovent, ha posposti i piaceri che le grazie della persona e dello spirito potevano cagionargli, ai men volgari piaceri d'illuminare i suoi simili, e di lasciare una durevole memoria alla posterit. Alcune circostanze hanno consigliato il differire di render pubblico quel lavoro di erudizione, di fatica e d'ingegno non comune. I lettori un giorno giudicheranno se quel compendio della storia d'Italia sia stato annunciato da me con parzialit, e se l'autore medesimo, che gli ha fatti piangere colla Pantea, gli ha fatti fremere colla Congiura di Galeazzo Sforza, e gli ha occupati colla placida e sensibile narrazione di Saffo, abbia saputo dipingere al vivo il carattere de'secoli, e lo stato della felicit e della coltura degl'Italiani da Romolo fino a noi. Per quanto sieno stretti i vincoli del sangue, e pi quei d'una cara amicizia che mi legano a lui, io non posso dimenticare di rendere un tributo al merito ed ai servigi ch'egli ha preparati al pubblico. La storia d'Italia adunque dir di pi; e cos, io della dinastia de'Goti dir unicamente, che sembr riconoscessero il regno d'Italia come un beneficio dell'imperatore, al quale lasciarono l'apparenza della eminente sovranit: il che si scorge anche oggid nelle monete gotiche, sulle quali vedesi impressa l'immagine degli augusti colle loro iscrizioni, e unicamente dall'opposta parte il nome del re d'Italia senza immagine. Sin che dur la dominazione de'Goti, si vede che le citt considerate nell'Italia erano Roma, Napoli, Pavia, Ravenna, Verona, Brescia, non mai Milano, di cui non v' menzione, fuorch per la rovina accaduta sotto Vitige, l'anno funestissimo 538. L'imperatore Giustiniano mal soffriva che le province del Romano impero fossero invase da'popoli barbari. Amava la gloria, e la cerc co'pubblici edifici, col codice delle leggi, e coll'attivit de'suoi generali Belisario e Narsete. Belisario venne il primo nell'Italia, e ricuperata era gi dalle armi imperiali l'Italia meridionale sino a Roma. I Milanesi non erano stati distrutti da Attila, che aveva atterrata la loro citt; essi viveano e alloggiavano nelle terre, e se avevano perdute le ricchezze depredate dagli Unni, non perci si erano dimenticati della grandezza della loro patria, e quindi abborrivano l'estera dominazione che aveva loro cagionato tai danni. Se l'accorta politica e il felice carattere di Teodorico avevano, come dissi, acquistato tanto ascendente fino a fare illusione, e togliere agl'Italiani l'avvedersi che obbedivano a un popolo barbaro, i Milanesi, tanto offesi dagli Unni, non potevano dimenticare che i Goti pure dalle contrade medesime erano discesi: e quindi assai bramavano che le forze imperiali ristabilissero nell'Insubria l'antica maest e potenza de'Cesari. Questo fu il motivo per cui cautamente fu spedito a Roma Dazio, vescovo di Milano, con alcuni de'primari della patria, i quali, abboccatisi con Belisario, gli esposero lo stato dell'Insubria, il numero de'popoli, l'odio che generalmente regnava contro de'Goti, e la facilit di riunirla all'Impero, soltanto che vi si assegnasse un mediocre soccorso di armati. Belisario gli accolse amichevolmente, e affid a un valoroso capitano per nome Mondila un numero considerevole di soldati; i quali, imbarcati sul Tevere, sboccando nel Mediterraneo, giunsero a Genova, d'onde, superati i monti, scesero verso Milano. La provincia sarebbe stata tutta immediatamente dell'Impero, se non vi fossero stati in Pavia i Goti. Pavia era gi una citt forte, e gl'imperiali non erano n in numero da poterla sorprendere, n scortati da macchine sufficienti ad assediarla e impadronirsene. Milano, Novara, Como e Bergamo si unirono a Mondila. Vitige sped a questa vlta un buon numero de'suoi, guidati da Uraja di lui nipote. Le corrispondenze che passavano fra il re goto e gli abitatori delle Alpi, oggid chiamati Svizzeri, e allora Borgognoni (poich l'antica Borgogna si estendeva persino su quelle parti) fecero che un'armata di Borgognoni contemporaneamente scendesse dalle Alpi su di questa pianura; e i Goti, uniti a questi terribili alleati, acquistarono una forza preponderante. Forse alcune rivalit insorte fra i due generali dell'Imperio, Belisario e Narsete, recentemente mandato in Italia, si combinarono a desolare Milano; nessun soccorso vi si innoltr; scomparvero Mondila e i suoi; e dai Goti e dai Borgognoni venne non solamente atterrato il poco che aveva lasciato Attila, ma furono trucidati trecentomila abitanti, senza riguardo alcuno alla et; e le donne giovani furono regalate ai vincitori, singolarmente ai Borgognoni. Vi  chi in questo racconto, che ci viene da Procopio(35), crede di trovare una esagerazione, e limita l'eccidio a trentamila abitanti, e non pi, considerando la inverosimiglianza di supporre una cos grande popolazione in una citt di giro angusto, e gi da Attila diroccata e incenerita. Io per non oserei di accusare l'inesattezza di Procopio, che, sebbene scrivesse lontano da noi, scriveva per avvenimenti de'tempi suoi, e avvenimenti che alla corte di Costantinopoli dovevano essere esattamente palesi. Egli  vero che la citt era piccola, e gi ne ho indicato il recinto; ma  verosimile che l'esterminio cadesse sopra tutti gli abitatori del Milanese. Vero  altres che rari sono nella storia cos enormi atrocit; non sono per senza esempio, e uno de'pi sicuri lo somministra l'America meridionale.  finalmente vero che la umana natura non  spinta nemmeno fra i barbari a superflua crudelt; ma la condizione de'Goti era pericolosissima sin tanto che l'Insubria fosse popolata da una nazione loro infensa. I Greci sbarcavano nella Sicilia e nel regno di Napoli, e s'innoltravano da quella parte a far loro guerra. I Goti avevano per alleati gli oltramontani; ma se gl'Insubri, male affetti, vi rimanevano di mezzo, i Goti erano fra due armate nemiche, privi di ritirata. La necessit adunque suggeriva di non porre limite alla distruzione degli abitatori. Tutto ci, a mio credere, prova la possibilit della asserzione di Procopio; e quello poi che sopra tutto me la rende verosimile, si  la considerazione che la salubrit del clima, e singolarmente la fecondit della terra del Milanese sono tali, che sempre dopo le sciagure sofferte o per le vicende politiche, o per le pestilenze ed altri fisici disastri, passato un determinato numero di anni, la citt riprese vigore e si ristor allo stato primiero, siccome vedremo nel progresso; laddove da questa desolazione del 538 per cinque interi secoli non fu possibile che risorgesse. Quantunque sotto di Attila ottantasette anni prima fosse diroccata, smantellata, incendiata Milano, dispersi i cittadini, saccheggiate le loro ricchezze; noi vediamo che ebbero ardire e forza per collegarsi con Belisario, e porre in forse il regno de'Goti; e se per cinquecento anni, dopo l'eccidio di Vitige, rimase dimenticata la citt di Milano, e posposta a Pavia non solo, ma persino a Monza, forza  il dire che la spopolazione e l'esterminio veramente sieno stati enormi. Non per questo mi render io mallevadore del preciso numero scritto dallo storico greco, al quale il nostro Tristano Calco non dubit di far una diminuzione col limitare la strage a trentamila uomini; con tuttoci a me sembra che una tale perdita, bench funestissima, non sarebbe stata cagione bastevole a spiegare un cos lungo annientamento accaduto dappoi.
Gli storici milanesi sin ora hanno veduti questi fatti sotto un aspetto diverso da quello col quale mi si presentano. Per me i nomi di Uraja e di Vitige sono i pi funesti che possa rammemorare la nostra storia. E quali altri lo sarebbero se non lo sono i nomi di coloro che annientarono Milano dal secolo sesto sino al secolo undecimo? Gli storici nostri hanno temuto di deturpare lo splendore della patria raccontando una cos lunga depressione, e non potendo spiegare dappoi come i re d'Italia ponessero la loro corte a Pavia, da Pavia avessero la data quasi tutti i diplomi, in Pavia si facessero le solenni incoronazioni, immaginarono un privilegio dato da Teodosio a sant'Ambrogio, per cui non fosse pi lecito ai sovrani di soggiornare in Milano. L'assurdit di questo sognato privilegio si manifesta da ogni parte. Basta il riflettere che Teodosio istesso sarebbe stato il primo a violarlo, poich visse e mor in Milano, siccome ho detto. Onorio, di lui figlio, in Milano celebr le sue nozze, e nel capo antecedente si accenn quanto vi dimorassero dappoi gli augusti. Sarebbe cosa assai strana che i Goti, i Longobardi e i Franchi avessero obbedito con maggiore riverenza a un privilegio di Teodosio, di quello che ei medesimo, i suoi figli e successori non fecero. Il metropolitano di Milano in que'tempi non aveva giurisdizione o ingerenza nelle cose civiche, n a sant'Ambrogio si sarebbe accordato un privilegio quando si fosse voluto darlo alla citt. Se Milano avesse ottenuta una forma repubblicana, e avesse creato i propri magistrati, e riscossi i propri tributi sotto una semplice protezione del sovrano, poteva esservi il desiderio di non alloggiare un protettore sempre pericoloso al governo aristocratico o popolare; ma Milano era citt suddita come le altre, nella quale gli storici nostri c'insegnano che risedeva un governatore a nome del sovrano, chiamato duca sotto i Longobardi, e conte sotto i Franchi, dal quale si esercitava la somma autorit; il privilegio dunque si riduceva a condannar Milano a non essere mai pi la capitale del regno. Da qualunque parte si svolga una tale opinione, sebbene tanto ripetuta, non vi troveremo che degli assurdi e tali che, se vi  certezza nella storia, egli  evidente che un diritto cotanto indecente, e sconsigliato a chiedersi ed a concedersi, altro non  che un sogno immaginato per poter persuadere che Milano conservasse la sua grandezza ancora in que'secoli ne'quali la corte de'sovrani stava collocata poche miglia da lei lontana. Le citt che hanno un monarca desidereranno sempre di esserne la residenza, e la patria de'successori; e quelle che si reggono sotto altra costituzione, avrebbero un fragilissimo garante, se altro non le mantenesse in possesso de'loro diritti, fuorch una pergamena.
La riunione dell'Italia all'Impero, cominciata sotto il comando di Belisario, si perfezion reggendo l'armata cesarea il glorioso Narsete, spedito nella Italia da Giustiniano Augusto. Nell'anno 553 non rimase pi alcun Goto nell'Italia, se non reso suddito dell'imperatore, e da quell'anno cominci il governo di Narsete, che risedette in Roma, reggendo l'Italia per Giustiniano, lo spazio di quattordici anni. Ma estinto il generoso Narsete, non rest all'Italia uomo capace di preservarla da nuovi barbari, e nell'anno 569 entrovvi Alboino, guidando una sterminata moltitudine di Gepidi, Bulgheri e Longobardi. Occup egli senza contrasto buona parte dell'Italia, e il centro della nuova dominazione fu l'Insubria, che cambi il nome, e chiamossi Lombardia, dall'essere diventata la sede di questo nuovo regno de'Longobardi. Ravenna divent la residenza del ministro, che col nome di esarca gli augusti destinavano a reggere Roma, Napoli e altre citt che rimasero sotto l'imperatore preservate dalla invasione. I Longobardi, senza contrasto alcuno, s'impadronirono di Milano e delle altre citt: ma Pavia si difese e sostenne tre anni di assedio. I costumi di questi nuovi ospiti si conoscerebbero anche da un fatto solo. Soggiornava il re Alboino in Verona, e un giorno, pi ferocemente allegro del solito, costrinse la regina Rosmunda, sua moglie, a bere in una coppa orrenda, fatta col cranio di Cunigondo, di lei padre, ucciso da Alboino medesimo. La regina comper coll'adulterio un vendicatore; fu assassinato Alboino; Rosmunda, coperta dell'obbrobrio di due delitti, si avvelen: tali erano i costumi di quella nazione. I Longobardi radunaronsi in Pavia, ed innalzarono Clefi a regnare. Costui con tanta crudelt tratt gli uomini, che, dopo alcuni mesi, venne ucciso nel 575. I primi generali longobardi, in vece di passare a nuova elezione, si divisero lo Stato; furono trenta questi piccoli tiranni, che col titolo di duca si appropriarono una parte del regno, e Milano divent suddita di Albino, al quale si attribuisce d'aver fabbricato il suo alloggio in una parte di Milano vicina al centro, che oggid chiamasi Cords, nome derivato, a quanto pretendesi, dal latino Curia Ducis. Questa anarchia dopo dieci anni termin, avendo i proceri riconosciuto per loro re Autari, figlio dell'ucciso Clefi: ma in questa acclamazione i duchi vollero ritenere una sovranit secondaria, contribuendo bens i servigi militari e una porzione de'tributi al re, ma conservando ciascuno il dominio del proprio ducato; il che fece poi nascere il gius feudale appunto verso il finire del sesto secolo. La dinastia de'Longobardi dur per ventidue regni nello spazio di poco pi di due secoli. Le elezioni, le feste, le incoronazioni le nozze, tutto quello che indichi luogo di residenza, non mai si fecero in Milano durante la dinastia dei Longobardi. Paolo Diacono nomina Milano: suscepit Agilulfus, qui erat cognatus regis Authari, inchoante mense novembrio, regiam dignitatem. Sed tamen, congregatis in unum Langobardis postea mense madio, ab omnibus in regnum apud Mediolanum levatus est(36) e quell'apud fa vedere che l'adunanza si tenne nella pianura vicina, e non nella citt; e altrove: igitur sequenti aestate, mense julio, levatus est Adaloaldus rex super Longobardos apud Mediolanum in circo, in praesentia patris sui Agilulfi regis, astantibus legatis Theudeberti regis Francorum(37): e qui pure apud e non Mediolani, come avrebbe scritto Paolo Diacono; giacch, quantunque presso alcuni scrittori del buon secolo la voce apud non significhi ne'contorni, ma bens nel luogo nominato, lo stile di Paolo rende giustificata la interpretazione. Teodelinda e Agilulfo molto soggiornarono in Monza, ma gli altri re per lo pi tennero la loro corte a Pavia, che divent la capitale del regno d'Italia, in cui, per fine, fu da Carlo Magno assediato e preso, nel 774, Desiderio, ultimo re dei Longobardi, e condotto prigioniero in Francia; e cos in Carlo Magno cominci una dinastia nuova di re d'Italia francesi, e si rinnov il nome dell'Impero occidentale.
Di ci che spetti alla storia di Milano durante la dominazione de'Longobardi, non vi  cosa alcuna. Delle monete gotiche non se n' trovata una sola che indichi essere stata adoperata da essi la zecca di Milano. Delle monete longobarde due ne conservo: la prima d'oro potrebbe essere della zecca di Milano; essa  di Luitprand, che regn dal 712 al 744: ed ha un M. nel campo ove sta la immagine; ma ognun vede quanto ne sia incerta la prova; l'altra pure d'oro ha da una parte il nome del re Desiderio, e dall'altra Flavia Mediolano; essa prova che la zecca di Milano  stata adoperata prima del 775; poich questa rara moneta, che il solo Le Blanc ha pubblicata,  stata coniata ne'diecisette anni precedenti, ed  la pi antica moneta sicura della nostra officina monetaria, non avendo le pi antiche, che si credono di Milano, se non delle probabilit. Ci per basta per provare che da mille anni almeno a questa parte, la zecca di Milano ha battuto moneta. Se prestiamo credenza a Paolo Diacono, scrittore longobardo, la nazione de Longobardi veniva dalla Scandinavia. Forse quello storico non aveva letto la geografia di Tolomeo, in cui si vede: habitant Germaniam quae circa Rhenum est, a parte prima septentrionali Brusacteri parvi appellati, et Sicambri, Oqueni, Longobardi.(38) Erano adunque i Longobardi popoli della Germania, vicini al Reno, dalla parte settentrionale. Aggiunge poi Tolomeo: interiora atque mediterranea maxime tenent Suevi Angli, qui magis orientales sunt quam Longobardi(39). Sembra con ci indicarsi che la patria de'Longobardi fosse a un dipresso verso la Westfalia. Per la ragione medesima crederemo che nemmeno avesse osservato Cornelio Tacito nel libro de situ Germaniae, ove si legge: Longobardos paucitas nobilitat, quod plurimis et valentissimis nationibus cincti, non per obsequium, sed praeliis, et periclitando tuti sint(40); e Tacito istesso nelle storie, Longobardorum opibus refectus, per laeta, per adversa res Cheruscas afflictabat(41), dice di Italo Flavio, re dei Cheruschi, sotto Claudio Augusto. Se adunque cinque secoli prima che venissero i Longobardi a invadere l'Italia, erano essi popoli della Germania, non si pu attribuire che ad errore e falsa tradizione l'averli fatti discendere dalla Danimarca e dalla Svezia, cio dall'antica Scandinavia, nel secolo ottavo, nel quale scriveva Paolo Diacono.
Quando ho detto che la distruzione di Uraja sotto Vitige del 538 fu uno annientamento di Milano, dal quale per cinque interi secoli non pot risorgere, non intendo perci di asserire che non vi rimanessero pi abitatori nel luogo della citt, e che il suolo ne restasse deserto; dico annientata la citt cospicua, e rimasto al luogo di essa un ammasso di rovine, con alcune chiese e alcune case abitate da un piccolo numero di poveri uomini mal sicuri; perch le mura della citt atterrate lasciavano libero ingresso ad ogni invasore. Alcuni rari abitatori erano, dopo quest'eccidio, sparsi sulla campagna: poco in vigore era la coltura delle terre per mancanza di uomini; in somma non restava di grande che la memoria e la dignit del metropolitano, la quale non rovin colla citt, come per pi secoli si sostenne il decoro del patriarca d'Aquileia.
Il conte Giulini ci assicura in pi luoghi che prima del 1000 la maggior parte de'nobili abitava nelle terre(42): e l'asserzione di un autore tanto esatto, fedele e ingenuo,  maggiore di ogni eccezione; egli non l'ha fatta se non dopo di avere esaminata con attenzione e giudizio una sterminata mole di carte antiche. Il peso della autorit di questo erudito autore cresce, se si rifletta ch'egli ha procurato, quanto mai era possibile, di dar risalto alla storia nostra, e far comparire Milano sempre considerata; il che ha eseguito quanto gli  stato fattibile, salva la verit. Nelle diete, che pure era costretto a dire ch'eransi tenute in Pavia, egli aggiunge: naturalmente vi avr preseduto il nostro arcivescovo. M'immagino che la incoronazione l'avr fatta l'arcivescovo di Milano; cos dice narrando le solenni inaugurazioni dei principi: e cos cerca di grandeggiare anche in quei secoli che veramente mi sembrano di oscurit e depressione. Se adunque la maggior parte de'nobili in que'tempi non dimorava in Milano, egli  evidente che non vi potevano rimanere che pochi e miserabili abitatori, come anche al d d'oggi accadrebbe, se i cittadini nobili l'abbandonassero, e si collocassero a vivere sparsi nel contado. Tutti i fatti pi sicuri che rimangono, provano ad evidenza questo annientamento. Si  osservato nel capitolo primo come il circuito delle antiche mura era di circa due miglia; esattamente misurandolo sopra la carta di Milano, egli era di mille e seicento trabucchi, laddove il giro delle odierne mura  di circa quattromila trabucchi, compresovi il castello. Il miglio si calcola tremila braccia, cos il trabucco  cinque braccia, cos seicento trabucchi fanno un miglio. Quindi le mura antiche erano nel giro due miglia e due terzi, e le mura attuali sono sei miglia e due terzi. Lo spazio adunque dell'antica citt era appena la sesta parte dello spazio della citt attuale; dico appena, poich, laddove le mura attuali formano un poligono che si accosta al circolo, le antiche in pi d'un luogo irregolarmente portavano la convessit dalla parte del centro della citt medesima. Questo piccolo spazio nel quale era ristretta la citt, in molti luoghi era vacuo; vi erano perfino de'pezzi di terra coltivati, dei quali attualmente si conservano i contratti di locazione o di vendita; v'era il Forum Assamblatorum; v'era il Fro pubblico(43); v'era l'orto dell'arcivescovo in quello spazio che ora occupa la regia ducal corte, che perci si nomin il Broletto vecchio dalla voce Brolo, che ne'secoli bassi significava appunto un orto, come anche in oggi l'adopera in questo senso la nostra plebe(44). D'altra parte, l'arcivescovo aveva il giardino, Viridarium, Verz; cos attualmente chiamasi quel sito. Dietro la metropolitana eravi un campo, e quel sito conserva perci anche presentemente il nome di Campo Santo(45). Entro le mura della citt, vicino a San Giovanni alle quattro facce, v'erano in que'tempi dei campi coltivati(46). Altri pezzi di terra coltivati si ritrovavano vicino a San Satiro(47). Presso Santa Radegonda v'erano pezzi di terra coltivati, con una cascina(48). Altra terra coltivata trovavasi in citt vicino alle mura antiche di porta Vercellina(49). Vicino alla chiesa di San Giovanni sul muro, entro l'antico recinto, eranvi pure altre terre coltivate(50), e questi probabilmente non saranno stati i soli campi fruttiferi che si ritrovavano nella angusta citt, perch n saranno state pubblicate tutte le antiche carte di affitti o di vendite di simili fondi, n col trascorrere di tanti secoli questi contratti si saranno tutti conservati, n su tutti i pezzi fruttiferi si saranno fatti contratti per mezzo della scrittura, onde ne rimanesse memoria ai posteri. Data adunque l'area dell'antica citt meno della sesta parte della attuale, dato il buon numero de'siti che rimanevano vacui nella citt medesima, non vi poteva certamente essere molto popolo, a meno che il restante spazio non fosse occupato da case altissime, collocando una abitazione sopra dell'altra a molti piani: ma questo non era il modo certamente di fabbricare in quei secoli. Le memorie di quei tempi ci fanno anzi conoscere che in Milano erano poche e degne di osservazione le case che avessero piano superiore; comunemente un pian terreno e il tetto formavano una casa, e quelle poche le quali avevano un piano al disopra, chiamavansi solariatae, e venivano cos contradistinte dalle case comuni(51), ed erano rare tanto, che abbiamo la chiesa di Sant'Ambrogio in Solariolo, che cos fu chiamata perch ivi si trovava una piccola casa con camere superiori(52). Da tutto ci chiaramente si vede che poca e miserabile popolazione rimaneva nella distrutta citt prima del secolo undecimo, della quale scarsezza di abitatori ne fa menzione lo storico nostro Landolfo il Vecchio, il quale nel secolo undecimo scriveva, che si era perduta in Milano ogni forma di buon governo, ob nimiam hominum raritatem(53). Della povert poi di Milano in que'tempi tutto quello che ce ne rimane, ne d indizio. Alcune poche vie della citt chiamavansi carrobj, perch non tutte erano larghe abbastanza per il passaggio dei carri(54). Le piazzette della citt si lasciavano a prato, e servivano di pascolo alle bestie, d'onde nacque il nome milanese di pascu(55), e ben poche case erano di mattoni, ma anzi le muraglie erano formare con una grata di legno intonacata di creta e di paglia; il tetto era o di legno, ovvero di paglia. Siccome la pianura allora era coperta di boschi, singolarmente verso Milano(56), cos la materia pi comune era il legno; quindi spessi e fatalissimi erano gl'incendii nel secolo undecimo e al principio del seguente, mentre la popolazione si andava accrescendo; su di che  bene ch'io riferisca le parole del Fiamma, nel Manipolo dei Fiori: ubi est sciendum, quod civitas Mediolani propter multas destructiones non erat interius muratis domibus aedificata, sed ex paleis et cratibus quam plurimum composita. Unde si ignis in una domo succendebatur, tota civitas comburebatur(57). In fatti ci raccontano gli storici incendii fatali accaduti in que'tempi, negli anni 1071(58), 1075(59) 1104(60) e 1106(61).
Abbandoniamo adunque per sempre il privilegio ridicolo di non essere mai la dominante del regno, ma una citt suddita secondaria, diretta da un vicegerente del monarca, ch tale sarebbe il supposto privilegio di Teodosio al vescovo sant'Ambrogio; e per ispiegare come mai Milano fosse dimenticata per cinque secoli dopo di Vitige; come Pavia, Verona e Monza divenissero la residenza de'principi, piuttosto che Milano, riportiamoci alla ragione vera, confermata da ogni fatto, e che sinora nessuno ha avuto l'animo di pronunziare, cio che non vi sarebbe stato in Milano luogo per alloggiarvi i sovrani, n cosa alcuna conveniente ad una corte. Milano non cominci a risorgere se non dappoich, riparate le mura, gli abitatori poterono domiciliarvisi tranquilli. Se prima di ci si fossero radunati molti a convivere sullo stesso suolo, spogliato d'ogni riparo, sarebbe stato lo stesso che indicare ai barbari il luogo su di cui fare una scorreria con profitto. Prima che le mura si riducessero a stato di preservare gli abitatori dalle sorprese, comuni in que'tempi, non vi era altro partito per i nobili che lo abitare sparsi qua e l sulla campagna; e perci Milano era come annientata. Pochi anni dopo la distruzione di Federico Barbarossa riusc ai Milanesi di risorgere a segno di battere l'imperatore; dopo la distruzione di Uraja per cinque secoli rimase annientata Milano senza poter mai alzare la fronte da terra. Giudichi ciascuno se la posterit sia stata giusta dimenticando il nome di Uraja, e tanto scrivendo e parlando della distruzione di Federico, di cui tratteremo a suo luogo.
I Longobardi non dominarono mai interamente su tutta l'Italia; e Roma, fra le altre citt, fu sempre libera dal loro giogo, e soggetta all'imperatore; se pure pu chiamarsi soggezione un titolo di sovranit conservato ad un principe debole, lontano, che non aveva armate da spedire nell'Italia. I Longobardi cercavano di sempre pi dilatare il loro regno, e dominar soli nell'italico suolo. Roma era in pericolo; non v'era speranza di soccorso da Costantinopoli; Adriano papa lo implor da Carlo Magno, re di Francia, principe amante della gloria, e che aveva gi battuti e sottomessi i Sassoni. Scese Carlo Magno nell'Italia con un'armata: Desiderio, re de'Longobardi, si ricover in Pavia: Adalgiso si ricover in Costantinopoli. Presero i Franchi Pavia, e trasportarono Desiderio in Francia, ove mor monaco. Cos, nell'anno 774, termin nell'Italia la dominazione de'Longobardi, e principi quella de'Francesi. Ma non per furono scacciati dall'Italia i Longobardi: essi erano gi domiciliati da sei generazioni su questo suolo, poich erano gi trascorsi dugentocinque anni dopo la loro venuta; il cambiamento di fortuna percosse i re e i duchi. Il popolo longobardo rimase sotto la protezione della nuova dinastia, come vi rimasero gli altri abitatori. Da ci ne deriva che si videro nei secoli dappoi tre nazioni distinte naturalizzate nella Lombardia, viventi in pace fra di loro, ma professando ciascheduna di vivere colle leggi della propria origine. Gli antichi abitatori professavano di vivere colla legge romana, e a tenore di essa erano giudicati; i Longobardi professavano la legge longobarda; i Francesi, che s'andarono domiciliando nella Lombardia, professavano la legge Salica; e cos nelle antiche carte rare volte accade che leggasi un nome senza l'aggiunta: qui professus est vivere lege Romanorum; ovvero qui visus fuit vivere lege Longobardorum; ovvero qui professus sum, natione mea, lege vivere Salica(62), e simili dichiarazioni; e questa dichiarazione era opportuna e forse necessaria, acciocch i contraenti potessero conoscere il valore delle reciproche obbligazioni che incontravano, dipendendo queste in gran parte dal codice sul quale si doveva decidere la controversia, al caso che nascesse. Questo prova la rettitudine e l'umanit usata da Carlo Magno, il quale si rese celebre per le conquiste e per una vastissima dominazione, e tale che, dopo di lui, nessun altro monarca in Europa ha riunito sotto di s tanti regni. Le virt di quel monarca gli lasciarono la fama d'essere stato degno della elevazione a cui lo innalz la fortuna, ossia, per adoperare un linguaggio pi vero, d'aver egli corrisposto al grado a cui venne dalla divinit sublimato.
Abbiamo una moneta di Carlo Magno coniata in Milano, e la conservo nella mia raccolta; in essa vedesi che, non qualificandosi quel sovrano se non come re de'Franchi, dovette essere coniata dalla zecca di Milano prima dell'anno 800, in cui venne in Roma proclamato imperatore; e di questa e delle altre monete milanesi ne tratter distintamente in una separata dissertazione, e ci per non frammischiare l'erudizione colla storia. Pu sembrare strano il pensiero di Desiderio e di Carlo Magno di porre in attivit la zecca di una citt distrutta, e quasi disabitata da due secoli e mezzo: ma la gloria di moltiplicare le metropoli suddite, e richiamare a una vita apparente l'antica sede del prefetto d'Italia, basta a spiegarne la cagione.  per certo, come molti documenti e autori ci attestano, che Carlo Magno, nel tempo del suo soggiorno nell'Italia, si trov in varie citt, facendovi qualche dimora, ma di Milano non vi si fa cenno alcuno, perloch nasce dubbio ch'ei non la vedesse neppure; laddove in Pavia, nell'801, vi pubblic alcune leggi. Vero  che Pipino, figlio di Carlo Magno, mor in Milano nell'810; ma ci non accadde gi perch quivi quel principe tenesse la sua corte. Egli mor attraversando Milano, mentre veniva alla guerra co'Greci e co'Veneti; e il trasporto che si fece del di lui cadavere sino a Verona per tumularlo nella chiesa di San Zenone, fa sospettare che non vi fosse allora in Milano modo di fargli i funerali colla pompa conveniente al di lui carattere. Lottario, volendo stabilire delle scuole pubbliche nell'Insubria, le colloc a Pavia, dove, nell'823, fece venire certo Dongallo per ammaestrare i giovani nel poco che allora si sapeva, e di Milano nessun pensiero si prese. Non si sono finora conosciute carte n di Carlo Magno, n di Lodovico, n di Lottario, n di Lodovico II, imperatori e re d'Italia, i quali tutti soggiornarono nella Lombardia, che abbiano la data di Milano. La dieta in cui fu eletto Carlo il Calvo si tenne in Pavia, nell'875; in Pavia teneva egli la sua corte, e ve la tennero del pari Carlomanno e Carlo il Grosso. Di tanti diplomi che gli eruditi hanno esaminati finora, non ve n' alcuno ch'io sappia, n de'ventidue re longobardi, n de'primi sei re franchi, che porti la data di Milano precisa. Alcuni pochi mostrano che furono spediti bens nelle vicinanze di Milano, come i due di Carlo il Grosso, scritti nell'881, che hanno la data Actum ad Mediolanum, come se fosse attendato ne'contorni della rovinata citt(63). La dimora dei sovrani era per lo pi Pavia, su di che pu consultarsi la Dissertazione del signor dottore Pietro Pessani, intitolata: de'Palazzi reali che sono stati nella citt e territorio di Pavia, stampata in Pavia, 1771. Le ville reali erano Olona nel territorio pavese, e Marengo, terra vicina al sito in cui poi, nel secolo duodecimo, i Milanesi fabbricarono la citt d'Alessandria, siccome poi vedremo. Tutta la storia ci attesta l'annientamento di Milano sotto il regno infaustissimo di Vitige, e sotto il comando crudelissimo di Uraja. I pochi abitatori delle rovine di Milano erano dominati da un conte, che li reggeva in nome del sovrano. Ci restano le memorie di Leone conte, che governava nell'840, e d'Alberigo conte che governava nell'865, il quale stava di alloggio in Curia ducis, dove  ora il Cords, siccome gi accennai, e nelle carte s'intitolava: Nos Albericus comes, in Placitum publicum singulorum hominum iustitiam faciendam(64). Poche memorie ci rimangono di quei tempi. Il quartiere della citt delle Cinque vie si trova nominato sino nell'ottavo secolo. Alcune chiese avevano la stessa denominazione che conservano anche in oggi, di che pu consultarsi il benemerito conte Giulini, che laboriosamente ne ha sviluppata la erudizione.
Il primo passo che era da farsi per rianimare la citt giacente, egli era ripararne le mura, e cingerla per modo che vi potessero soggiornare sicuri gli abitatori. Questo pensiero non venne in mente ai sovrani; la condizion de'tempi non ne aveva fatto nascere l'idea. I Longobardi, rozzi ed agresti, non conoscevano le passioni delle anime grandi, non furono perci sensibili alla gloria di lasciare vestigio di opere pubbliche. I re franchi interrottamente comparivano nell'Italia per ricevere la corona imperiale, per farsi proclamare in una dieta dai signori italiani, e lasciavano poi un principe, da essi dipendente, col titolo di re d'Italia, a governarla. La sede era gi Pavia, e sotto tal forma di governo d'un monarca elettivo e lontano, non era sperabile che si pensasse a richiamare Milano a nuova vita. L'arcivescovo di Milano era considerato sempre il metropolitano e il pi venerando, per dignit, fra gli ecclesiastici del regno italico, malgrado l'infelice stato della citt.  assai verosimile che in que'tempi molti beni possedesse chi era innalzato alla sede arcivescovile. Occupava l'Impero e il regno d'Italia Carlo il Grosso, principe infermo di corpo e di mente, a quel grado che, ispirando un disprezzo universale, fu dalla sua dignit deposto. I popoli che gemono sotto un viziato sistema di governo, debbono far voti al cielo per ottenere o un principe sommo nella bont, ovvero uno sommamente vizioso. Sotto il debolissimo governo di Carlo il Grosso, era arcivescovo di Milano Ansperto da Biassono, terra del ducato lontana tredici miglia da Milano, di l da Monza tre miglia; e a questi dobbiamo noi Milanesi la venerazione che merita un ristoratore della patria. Gi sotto i regni indeboliti e brevi di Carlo il Calvo e di Carlomanno, l'arcivescovo Ansperto aveva cominciato a mostrare un vigore e un ardimento convenienti ad un principe. Egli, l'anno 875, ordin al vescovo di Brescia di consegnargli il cadavere dell'imperatore Lodovico II, e sul rifiuto che il vescovo bresciano gli diede, l'arcivescovo comand ai vescovi di Cremona e di Bergamo di ritrovarsi col loro clero ne'contorni di Brescia un dato giorno, nel quale, egli pure si ritrov sul luogo col clero che pot raccogliere, e cos questa forza combinata rap l'estinto augusto, che venne poi collocato in Milano nella chiesa di sant'Ambrogio(65). Egli grandissima influenza ebbe nella elezione di Carlo il Calvo, da cui ottenne il dono di alcuni poderi, e fra gli altri della terra d'Ornago. Egli era ricco assaissimo, generoso, amante della giustizia, fermo e ostinato ne'suoi progetti: Effector voti, propositique tenax,(66) come si legge nell'epitaffio che conservasi nella chiesa di Sant'Ambrogio. Un tale arcivescovo, nato a tempo, doveva richiamare a vita la sua citt; e cos fece con molti stabilimenti pubblici, e soprattutto col riparare e rialzare le mura giacenti, e ristorando l'opera di Massimiano Erculeo, ed assicurando la vita e le sostanze a chi volesse abitare in Milano. Noi non abbiamo scrittori che ci abbiano trasmesse le vicende della vita di quel nostro illustre cittadino e benefattore; le carte per che si sono ritrovate negli archivi, e la iscrizione sepolcrale che ce ne rimane, ci danno notizia che egli, semplicemente come diacono, era gi un personaggio ricco e considerato; che fu giudice, cosa in que'tempi di somma importanza; che era sotto la speciale protezione di Lodovico II; che poi fu creato arcidiacono e vicedomino, e che ebbe la dignit di messo regio. Egli fabbric l'atrio che sta d'avanti la chiesa di Sant'Ambrogio. Questo  il pi antico pezzo di architettura che abbiamo dopo i Romani. Nell'868 fu consacrato arcivescovo, e mor nell'881, avendo tenuta la sede arcivescovile tredici anni. Quest'atrio  di struttura assai bella, se si consideri che  stato fabbricato nel secolo nono. Gli archi sono semicircolari, e tutto l'edificio spira una sorta di grandezza e di maest, in confronto delle meschine idee di quei tempi.  vero che quel modo di fabbricare  assai lontano dalla venust ed eleganza greca, e dalla nobile semplicit toscana; ma egli  del pari lontano dalla confusione capricciosa, e dalla barbara e minuta prodigalit degli ornati che ne'secoli posteriori deturp interamente il gusto delle proporzioni architettoniche.  noto che fra gli errori volgari debbono riporsi i nomi di architettura gotica e di scrittura gotica; giacch le cose che portano questi nomi, vennero inventate pi di seicento anni dopo che termin la dominazione de'Goti, e ci vennero dalla Germania, siccome ne parler nuovamente quando la serie de'tempi mi avr condotto a trattare di Gian Galeazzo Visconti, primo duca di Milano, che fabbric il Duomo. L'arcivescovo Ansperto fu invitato dal sommo pontefice Giovanni VIII, acciocch intervenisse co'vescovi suoi suffraganei al concilio che il papa voleva radunare in Pavia nell'878, e gli scrisse intimandogli le pene d'inobbedienza qualora mancasse; ma n l'arcivescovo, n i suffraganei vi si prestarono, e il concilio non si tenne(67). Il papa chiam l'arcivescovo a un concilio in Roma per il mese di maggio 879, e l'arcivescovo Ansperto non si mosse(68). Sped Giovanni VIII due suoi legati a latere all'arcivescovo cercandogli obbedienza, e citando la pratica antica; e l'arcivescovo non volle n ascoltarli n riceverli, ma li fece dimorare fuori della sua porta senza riguardo alcuno, di che quel papa si lagn nella sua Epistola 196. Pretese il sommo pontefice che Ansperto, per la passata disobbedienza, fosse decaduto dalla dignit arcivescovile, e per ci scrisse al clero di Milano, acciocch, convocati i vescovi suffraganei, si passasse a nuova elezione, scegliendo fra i cardinali della santa chiesa milanese quello che fosse giudicato il pi degno: Qui de cardinalibus presbyteris aut diaconis, dignior fuerit repertus, eum, Cristi solatio, ad archiepiscopatus honorem promoverent(69), come dalle Epistole 221 e 222. Ma alcuno non obbed a quest'ordine, di che diffusamente tratta il conte Giulini, che sar ne'secoli bassi l'autore che io primariamente terr a seguitare per la sicurezza dei fatti(70). Ci non ostante papa Giovanni medesimo, in un'Epistola scritta nell'881, dopo tali fatti, loda l'abate di un monastero, perch fosse stato ossequioso verso l'arcivescovo Ansperto ed alla santa chiesa milanese: Fideli devotione, totoque mentis conamine, pro pristino statu et vigore atque restitutione sanctae mediolanensis ecclesiae, ter quaterque in obsequio Ansperti reverendissimi archiepiscopi tui, ac confratris nostri devotum atque in omnibus fidelissimum permanere, atque decertare omnino et evidenter comperimus(71); dal che si conosce che tutto pacificamente fin col sommo pontefice, e si conosce pure, non solamente quanto a ragione nell'epitaffio si applichi all'arcivescovo Ansperto l'oraziano propositique tenax, ma altres la riforma che quell'arcivescovo introdusse per restituire all'antica gloria, stato e vigore la chiesa di Milano. Tale era quel grand'uomo, alla memoria di cui dobbiamo la pi rispettosa gratitudine. Egli approfitt della debolezza de'sovrani per agir da sovrano benefico e ristoratore della sua patria; rianim il coraggio de'Milanesi; rese sicuro il soggiorno della citt col restituirvi le antiche mura; ristor le chiese; fond degli spedali: onde per tai mezzi invitata, cominci parte della popolazione, che stava diradata nelle terre, a domiciliarsi nella citt, che da tre secoli e mezzo era abbandonata: e da quell'epoca ricominci Milano a prendere nuova esistenza. Questa esistenza per l'and acquistando per gradi lenti, siccome vedremo, e non vi volle meno di due altri secoli ancora, prima che Milano giungesse a riacquistare sulla Lombardia la vera influenza d'una citt capitale; perloch la strage di Uraja lasci la depressione per pi di cinquecento anni, siccome ho gi detto, sulla patria nostra. I nomi di Uraja e di Ansperto meritano d'essere pi conosciuti in avvenire dai Milanesi, di quello che finora lo sono stati.

Capitolo 3.

Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo

Da Carlo Magno fino a Carlo il Grosso la dignit imperiale elettiva erasi mantenuta come per successione in una stessa famiglia, e la dieta tenutasi in Germania l'anno 887, deponendo Carlo il Grosso, pretese d'innalzare all'impero Arnolfo, di lui nipote, e perci discendente da Carlo Magno. Ma gl'Italiani, senza il concorso de'quali si era fatta l'elezione, ricusarono di riconoscerla per valida. Il papa, il quale solo poteva conferire la dignit imperiale all'incoronazione, come in quei tempi credevasi, cominci a far uso di tale opinione per far cadere questo titolo sopra di un principe che, da lui riconoscendolo, fosse altres meno da temersi; onde l'autorit del romano pontefice sempre pi vivesse sicura, anzi a maggiore ampiezza si estendesse. L'arcivescovo di Milano doveva avere la stessa mira, dacch aveva gi assaporato il piacere di comandare nella sua citt. Un principe debole era per essi preferibile, posto che le circostanze esigevano che uno ve ne fosse. Pareva dunque che gl'interessi d'entrambi fossero d'accordo; se non che per l'arcivescovo di Milano la potenza d'un superiore ecclesiastico stabilito in Roma era pi da temersi che quella d'un laico, assente per lo pi ed occupato negli affari dei regni oltramontani; e perci la condotta degli arcivescovi poche volte s'accordava con quella dei papi, anzi bene spesso l'attraversava. Gl'Italiani elessero un nuovo re d'Italia, e fu Berengario, duca del Friuli, l'anno 888; e Anselmo, arcivescovo di Milano, solennemente lo incoron. Ma nell'anno seguente Stefano V, sommo pontefice, solennemente incoron imperatore Guido, duca di Spoleti. E l'uno e l'altro di questi due principi per parte di madre discendevano da Carlo Magno. Oltre questi due, che si disputavano la signoria del regno italico, scese dalle Alpi il re Arnolfo, conducendo un'armata per sostenere la elezione fatta dai Tedeschi. Per diciotto anni di seguito  difficile l'assegnare a quale de'tre pretendenti obbedisse l'Italia. Milano fu soggetta a Berengario, che risedeva in Pavia ed in Monza; poi si diede ad Arnolfo; poi fu conquistata dal figlio di Guido, che fu l'imperatore Lamberto. Arnolfo venne incoronato imperatore da papa Formoso, e cos passarono gli anni sino al 906 fra i rivali imperatore Arnolfo, imperatore Lamberto e re Berengario, al quale ultimo cedettero i due competitori. Fra questi torbidi andava cautamente schermendosi il nostro arcivescovo, e cogliendo le occasioni d'ingrandirsi e di rendere sempre pi importante la sua influenza nel regno d'Italia.
Nell'occasione in cui l'imperatore Lamberto conquist Milano, accadde un fatto che merita luogo nella storia. Milano erasi data ad Arnolfo, ed era per lui custodita dal conte Maginfredo. Il re Arnolfo, che ancora non aveva il titolo di augusto, erasi allontanato dall'Italia, quando Lamberto augusto mosse le sue forze per sottomettere la citt. L'onorato conte Maginfredo non volle abbandonare vilmente il suo posto, e si pose a sostenere l'assedio, il quale, per l'assenza del re, termin finalmente con la conquista. L'imperatore Lamberto fece tagliare la testa al conte; n pago ancora, volle punita la fede e il valore del padre anche in uno de'suoi figli e nel genero, privati entrambi degli occhi(72). All'atrocit un Lamberto la pi supina spensieratezza. Mosso da una simpatia veramente difficile a comprendersi, egli si lusing di acquistare un amico e di guadagnarselo nella persona di Ugone, figlio pure del decapitato conte Maginfredo. Credette che il non averlo privato degli occhi potesse essere considerato come dono; e che i regali e l'affabilit che seco usava, potessero fargli dimenticare che egli era l'assassino della sua famiglia. Seco lo teneva famigliarmente alla sua corte in Pavia, e seco lo condusse al luogo di delizia Marengo, dove un giorno, sbandatosi l'imperatore Lamberto alla caccia, e alcuno non avendo seco, fuori che il giovine Ugone, alla mente di questi si affacci in quel momento il teschio del buon padre grondante di vivo sangue, il fratello, il cognato ridotti allo stato deplorabile della cecit, la patria soggiogata, la sicura occasione, la facilit di vendicare sopra di un mostro cos atroci delitti, e l'imperatore si ritrov morto disteso al suolo(73); ed Ugone stesso raccont dappoi al re Berengario di aver gettato da cavallo Lamberto con un valente colpo di bastone sul capo, e colla percossa avergli tolta la vita(74). Non ci lagneremmo cotanto de'tempi presenti, se meglio ci fossero noti i costumi de'secoli passati. Non vi  certamente nella storia del nostro secolo un tratto di crudelt cos vile. La virt si onora anche dalle armate nemiche; nella resa d'una piazza nessun comandante  maltrattato perch siasi ben difeso; e nessun sovrano sceglie per favorito il figlio o il fratello di coloro che ha egli stesso consegnati al carnefice, il che  un misto della pi insensata dabbenaggine colla pi fredda crudelt. Quello che rende ancora pi strano il fatto si  che Lamberto venne ucciso nell'898, un solo anno appena dopo l'eccidio del conte Maginfredo; il che fa vedere che quel principe nemmeno aveva in favor suo il corso degli anni, per di cui mezzo, una lunga serie di beneficii avesse potuto rallentare nell'animo di Ugone il mordace sentimento della desolata sua famiglia.
Ucciso cos l'imperatore Lamberto, il re Berengario rimase solo sovrano d'Italia in Pavia, poich Arnolfo quasi nel tempo istesso aveva cessato di vivere, assediando Fermo. Liberato dai due rivali, ogni apparenza indicava l'augurio di un placido regno a Berengario. Ma un regno placido e uniforme d'un monarca che da Pavia signoreggiava Milano, non era quello che dovesse piacere al nostro arcivescovo Andrea. Chiunque posseda una dignit ragguardevole acompagnata da molta ricchezza, e sia avvezzo a influire nelle vicende di un regno, difficilmente antepone la tranquilla obbedienza alla tumultuosa inquietudine di spargere sopra un grande numero di uomini la speranza e il timore; n l'arcivescovo era giunto a tal grado di filosofia. Si cerc un rivale che potesse disputare a Berengario il regno, e s'invit Lodovico, re di Provenza, a ricevere la corona d'Italia. Scese Lodovico dalle Alpi, e sorprese Berengario, che pot appena aver tempo di rifuggiarsi in Verona: e Lodovico, collocatosi in Pavia, venne l'anno 900 proclamato re da una dieta d'Italiani, e in un suo diploma egli stesso ce lo insegna: Venientibus nobis Papiam in sacro palatio, ibique electione et omnipotentis Dei dispensatione in nobis ab omnibus episcopis, marchionibus, comitibus, cunctisque item majoris, inferiorisque personae ordinibus facta(75). Da queste parole si conosce che il regno d'Italia dal re istesso era considerato elettivo e dipendente dalla libera volont de'signori italiani, e si conosce pure che il sacro palazzo di residenza continuava tuttavia ad essere in Pavia, siccome costantemente lo fu dappoi. Milano fu suddita al nuovo re, il quale dal papa venne incoronato imperatore, ma poco pot godere di sua fortuna, poich ben tosto venne scacciato dall'Italia da Berengario che, rinvenuto dalla sorpresa, radun forze bastanti da opporsi al suo competitore. In fatti veggonsi dei diplomi del re Berengario del 903 dati in Pavia, in palatio ticinensi, quod est caput regni nostri(76), e da altri si scorge ch'egli soggiornava in Monza. Un nuovo tentativo fatto dall'imperatore Lodovico III per discacciare dal soglio il re Berengario gli cost la perdita degli occhi, che il vincitore Berengario gli fece guastare; onde quell'augusto ebbe il nome di Lodovico il Cieco, e nel 906 lasci libero il trono d'Italia al re Berengario, che da diciotto anni ne portava il titolo combattendo l'imperatore Guido, l'imperatore Lamberto, l'imperatore Arnolfo e l'imperatore Lodovico III. Cos, assicurato sul trono Berengario, tranquillamente cominci a regnare senza nemici. Aveva la sua corte in Pavia, e per dieci anni continui non se ne dipart, come ci fanno vedere i diplomi che ne portano la data. Se ne allontan nel 916 per portarsi a Roma, ove il sommo pontefice Giovanni X volle incoronarlo augusto, dopo ventotto anni da che era stato incoronato re d'Italia; indi se ne ritorn a Pavia. Tre anni dopo sappiamo dalle carte che questo augusto dimorava in Monza; la villa favorita da lui era Olona.
Nulla sappiamo nemmeno di questi tempi, che possa bastare a tessere la storia di Milano. Vediamo unicamente che, dopo il glorioso arcivescovo Ansperto, i prelati suoi successori avevano acquistata molta considerazione, e si occupavano di oggetti grandi. Abbiamo indizi che la citt si andava popolando. V'erano monasteri di vergini dedicate a Dio entro della citt di Milano. Il monastero di Santa Radegonda chiamavasi San Salvatore di Vigelinda; quello di Santa Margarita chiamavasi Santa Maria di Gisone; il Bocchetto aveva la denominazione allora di San Salvatore di Dateo; le monache di Santa Barbara in porta Nuova si chiamavano di Santa Maria di Orona; il monastero Maggiore chiamavasi Santa Maria inter Vineam; e per quei tempi, da'quali non  giunto a noi veruno scrittore che abbia registrate le cose della patria, e ne'quali ancora era nascente la citt, questo basta per conoscere che vi dovea essere radunato discreto numero di popolazione. L'instancabile conte Giulini ha dovuto mendicare dalle antiche pergamene, dai diplomi de'principi, dalle sentenze de'giudici, dai testamenti e dai contratti che tuttora conservansi negli archivi, le notizie isolate di questi tempi, le quali appartengono per lo pi a private persone, alla cronaca di qualche ordine monastico, alla erudita ricerca su i confini di qualche giurisdizione o distretto, alla dotazione od erezione di qualche chiesa; ma non possono servire alla storia. Di che, ben lungi dal farne io un rimprovero al saggio scrittore, gli tributo l'encomio che ha meritato colla immensa fatica da lui sopportata, e colla esatta critica adoperata esaminando fatti che meritavano la luce, e per essere preziosi avanzi di que'tempi, e per la possibilit che servano a beneficio di private persone; sebbene non sieno materiali servibili per tesserne una storia.
Erano gi trascorsi quindici anni dacch l'augusto Berengario regnava senza contrasto sull'Italia; e l'arcivescovo di Milano giaceva come ogni altro suddito, senza avere altro di pi che la venerazione inerente al carattere del metropolitano. L'imperatore stipendiava gli Ungari, di cui si era servito felicemente nelle vicende passate; e questi, valorosi alla guerra ed egualmente esperti predatori, avevano talmente imparata la strada d'Italia, che quasi ogni anno facevano una comparsa, e ne partivano con buona preda. Costoro lo stesso eseguivano nella Baviera, nella Suabia e nella Franconia. La Germania e l'Italia erano esposte al saccheggio; e allora quasi ogni borgo dovette cingersi di mura per vivere con sicurezza. Questo aveva reso odiosissimo il nome degli Ungari e fatto molti malcontenti dell'imperatore Berengario, che aveva per essi molti riguardi. Lamberto, arcivescovo di Milano, secretamente fomentava gl'inquieti, ed era avverso all'imperatore, anche per la tassa che aveva dovuto pagare a quell'augusto per essere da lui collocato sulla sede arcivescovile, a cui era stato canonicamente innalzato dai voti del clero(77). Questa tassa fu proporzionata a quanto bisognava per pagare la famiglia bassa di corte, camerieri, uscieri, uccellatori e simil gente(78). Si era secretamente introdotto un trattato con Rodolfo, re dell'alta Borgogna, invitandolo a venire nell'Italia, coll'offerta della corona. Berengario scopr la congiura; fece arrestare Olderico, conte del palazzo, e lo confid incautissimamente alla custodia dell'arcivescovo Lamberto, ch'ei credeva fedele, anche per l'assenso che poco prima gli aveva accordato ponendolo al possedimento della dignit arcivescovile. Poco dopo, l'imperatore conobbe d'avere malamente scelto il custode d'un prigioniero che non poteva restar libero senza pericolo di lui. Lo richiese. L'arcivescovo lo ricus collo specioso titolo che non dovea consegnare il prigioniero a chi poteva porlo in pericolo della vita. Lamberto non si arrest al rifiuto; lasci in libert l'affidatogli Olderico, il quale tosto and ad unirsi con Adalberto, marchese d'Ivrea, e con Gilberto conte, e, levatasi la maschera, comparvero disposti a detrudere colla forza l'augusto Berengario; il quale, assoldato un corpo di Ungari, vinse i ribelli, rimanendo estinto sul campo Olderico, prigioniero Gilberto, e fuggitivo il marchese. L'imperatore Berengario diede un generoso perdono a Gilberto conte, e resegli la libert. L'uso che fece di questo dono l'ingrato Gilberto, fu di portarsi immediatamente dal re di Borgogna, e, nello spazio di un mese, guidarlo nell'Italia e fino a Pavia, di dove sped Rodolfo un diploma del 992, riferitoci dal Muratori(79), e l'imperatore Berengario per la seconda volta dovette vedere un Oltramontano chiamato a discacciarlo coll'opera dell'arcivescovo di Milano; e per la seconda volta sorpreso, gli convenne fuggirsene al suo asilo di Verona, per l'invasione prima di Lodovico, re di Provenza, ed ora di Rodolfo, re di Borgogna. Quasi nella guisa medesima con cui Berengario scacci dall'Italia, nel 902, Lodovico, dopo due anni, ne'quali rimase rinchiuso in Verona; dopo due anni pure, ne'quali Verona fu il suo ricovero, riacquist quanto gli aveva occupato Rodolfo. Convien credere che l'imperatore avesse ragioni per risguardare i Pavesi complici dei mali che aveva sofferti, poich, nel 924, assedi co'suoi Ungari quella citt, la prese e la distrusse. Frodoardo e Liutprando descrivono questo esterminio con espressioni forse esagerate. Pretendono che quarantatre chiese vi fossero atterrate e incenerite; che vi fossero rovinate tute le abitazioni; e che appena ducento abitatori abbiano potuto salvate la vita. Se questo fosse, non si potrebbe spiegate come poi nello stesso anno vi soggiornasse Rodolfo, il che si raccoglie da un suo diploma del diciotto agosto 974, di cui tratta il conte Giulini(80). Sebbene poi anche a molto meno riducasi il danno della saccheggiata Pavia, egli  verosimile che un tale infortunio dovette essere favorevole alla crescente citt di Milano. L'imperatore Berengario appena dopo la presa di Pavia ritornossene a Verona, citt che gli era fedele, e che doveva esser ben munita di valida difesa. Ivi per una persona a lui cara, ed a cui aveva fatto l'onore di levare un figlio al sacro fonte, tram insidie per assassinare quel buon principe. Costui chiamavasi Fiamberto; venne scoperto il traditore, e l'augusto Berengario, fattolo venire a s, con umanit senza pari gli parl della vergogna che va in seguito al tradimento, dei rimorsi che produce l'ingratitudine, della felicit che accompagna la virt, a cui la via rimane aperta anche dopo di avere infelicemente trascorso. Gli perdon come gi aveva fatto al conte Gilberto; l'assicur che dimenticava il passato e l'avrebbe beneficiato in avvenire: e in prova, sul momento, dongli una preziosa coppa d'oro. Principe troppo incauto nell'usare della generosit; poich, pochi giorni dopo, l'empio Fiamberto lo sorprese alle spalle e lo trafisse. Cos termin i suoi giorni Berengario, che tenne il regno d'Italia per trentasette anni, e la dignit imperiale per nove; principe degno d'essere collocato fra i migliori, se non avesse portato la clemenza a un estremo vizioso; poich la libert data a Gilberto cagion al regno i mali gravissimi d'un'estera invasione, e la generosa sua bont verso Fiamberto priv anzi tempo l'Italia d'un buon monarca. Non sapeva egli che quell'eroico perdono, bastante a richiamare al dovere un'anima generosa e sensibile, traviata in un eccesso di passione da cui fu sedotta, non giova mai per acquistare l'anima bassa di colui che tranquillamente si  determinato ad un'azione perversa. La vista del magnanimo che ha saputo perdonare, diventa insopportabile al traditore. I principi illuminati conoscono che il perdono e la clemenza non sono lodevoli, se, lasciando in libert il malvagio, per beneficar lui, si espone la societ intera al pericolo di nuovi danni.
Estinto appena l'augusto Berengario nell'anno 924, il re Rodolfo rimase in Pavia senza chi gli disputasse il regno italico; ma nemmeno avea egli un partito bastante per essere proclamato re d'Italia. Una donna celebre per la bellezza, non meno che per l'arte scaltrissima di prevalersene; donna che sapeva far nascere l'amore e schermirsene, e che collocava la somma volutt nel regolare il regno a suo talento, Ermengarda, vedova di quell'Adalberto marchese d'Ivrea di cui poco anzi feci menzione, avea formato il progetto di collocare sul trono o Guido, duca di Toscana, di lei fratello, o qualche altro di sua famiglia. Rodolfo invitato, come dissi, al soglio italico dal marchese defunto, credeva che la vedova fossegli favorevole. Essa ordiva la trama di scacciarlo; e nel mentre che l'avea adescato anche cogli amori, colle arti medesime animava molti signori potenti a secondare il disegno di lei. Il re Rodolfo stavasene a Verona, ed Ermengarda, unita ai fratelli, si impadron di Pavia nel 925. Il re conobbe allora il disegno dell'ingannatrice donna, e si determin a scacciarla da quella citt, e, coll'aiuto dell'arcivescovo Lamberto, radun un esercito e marci alla volta di Pavia. Liutprando ci racconta che, in seguito d'uno scritto che la marchesa Ermengarda pot fargli giugnere, quel re furtivamente, di notte, abbandon i suoi, e secretamente entr come un'amante in Pavia, e si lasci persuadere a segno ch'egli credette suoi mascherati nemici e l'arcivescovo e gli altri principi che si erano armati per lui, e che l'assistevano con buona fede. L'arcivescovo allora abbandon quel sovrano, e propose la scelta di un nuovo re d'Italia nella persona di Ugone, conte del Delfinato e re di Provenza, al quale l'arcivescovo istesso sped l'invito(81). Lo schernito Rodolfo a stento pot uscire dal labirinto in cui la spensieratezza avevalo condotto. Si part quindi d'Italia per raccogliere un'armata ne'propri Stati, e con essa ritornossene, e giunse verso Ivrea; ma non trovandosi forte a segno di tentare da solo l'impresa, e conoscendo che assai importante riuscivagli il soccorso dell'arcivescovo, a lui sped Burcardo, il pi incapace signore che potesse mai scegliere, per conciliargli l'aiuto di Lamberto arcivescovo, deluso sotto Pavia, e impegnato gi col re di Provenza. Burcardo, orgoglioso ed incauto, nel portarsi a Milano, osservando le torri e il restante dell'antica fabbrica sacra ad Ercole, ove trovavasi e tuttavia si trova la chiesa di San Lorenzo, si spieg in lingua tedesca, che ivi voleva fabbricarsi una fortezza, con cui tener sottomessi, non i Milanesi soltanto, ma molti principi d'Italia: Eum ibidem munitionem construere velle, qua non solum Mediolanenses, sed et plures Italiae principes corcere decrevisset(82). Altri discorsi di quest'indole andava tenendo mentre cavalcava. Vi fu chi intendeva assai bene la lingua tedesca, e ne fece rapporto all'arcivescovo; il quale urbanamente e con ogni splendidezza accolse l'ospite illustre, giacch Burcardo era suocero dello stesso re Rodolfo; gli diede una caccia del cervo nel parco, cosa che Lamberto arcivescovo non soleva fare se non co'pi cari amici: Concessit cervum, quem is in suo brolio venaretur, quod nulli unquam nisi carissimis magnisque concessit amicis(83), cos dice Liutprando; in somma dissimul ogni risentimento per tutto quello che Burcardo avea detto, e non si sa con qual riscontro, ma certamente con molta officiosit, lo lasci partire. Ma Burcardo non ebbe tempo di riferire al re di Borgogna il risultato della negoziazione; poich, assalito ne'contorni di Novara da alcuni armati, vi lasci la vita; dopo di che il re Rodolfo abbandon per sempre l'Italia. Fra le altre cose che Liutprando asserisce dette da Burcardo alla vista de'Milanesi, dum juxta murum civitatis equitaret,(84) vi  la seguente: Lingua propria, hoc est teutonica, suos ita convenit. Si Italienses omnes uno uti tantummodo calcari, informesque non fecero equas caballitare, non sum Burchardus. Fortitudinem siquidem muri hujus, seu altitudinem nihili pendo; jactu quippe lanceae meae adversarios de muro mortuos praecipitabo(85). Veramente cos non parl Cesare alla cena, n Augusto alla vista del simulacro di Bruto. L'orgoglio dei popoli rozzi  feroce e muscolare; l'orgoglio de'popoli colti nobilmente grandeggia colla virt. Lo stolido Burcardo fu troppo punito, e la vendetta non fu nobile e generosa. L'arcivescovo forse non vi ebbe altra parte, se non coll'averne resa informata Ermengarda. Ma Burcardo non doveva simulatamente chiedere soccorso da un popolo che altamente disprezzava, n cercare l'assistenza degli Italiani, affine di ridurli poi ad una vituperosa depressione: il progetto non era n generoso n eseguito nobilmente. Le anime che non sono volgari, considerano che la terra  la patria a tutti comune; che gli uomini formano una famiglia che diradatamente l'abita; che l'essere domiciliati qualche grado pi al polo, ovvero all'equatore, non costituisce una diversit nella specie; che la fortuna, la gloria, la felicit passano da un popolo all'altro col girare de'secoli, e succedonvi la servit, l'avvilimento e la miseria; e che niente  pi meschino quanto l'odio nazionale, e niente pi ingiusto quanto il rimproverare altrui d'essere nati ove lo furono; e niente pi inutile e incauto, quanto il mostrare disprezzo verso una nazione la quale, se un tempo sia stata gloriosa e resti sensibile, sar sempre sconsigliato partito l'offenderla. I Romani non vollero lasciare queste tracce; essi camminarono per altro sentiero, e si resero padroni della terra.
Da questi fatti bastantemente si conosce che l'arcivescovo di Milano era gi diventato un personaggio di somma considerazione fra i principi del regno d'Italia; che le mura di Milano erano forti e tali da potervisi confidare; che Pavia non era distrutta a segno che non vi si abitasse tuttavia e non fosse capace di una difesa. Il parco poi dell'arcivescovo chiamato Brolio, in cui manteneva i cervi, era immediatamente fuori delle mura di que'tempi, e si stendeva dalla chiesa di Santo Stefano a quella di San Nazaro, e questo diede l'aggiunta in Brolio alle due nominate chiese; n questo  da confondersi coll'orto chiamato Broletto, che aveva l'arcivescovo al sito in cui vedesi oggid la ducal corte.
Abbandonata che fu l'Italia dall'incauto Rodolfo, e ritiratosi nell'alta Borgogna nel 926, Ugone, conte di Vienna e re di Provenza, gi invitato, come dissi, dagl'Italiani, sen venne: Venit Papiam, cunctisque conniventibus regnum suscepit(86). Qui non sar inutile l'osservare che sotto la denominazione di Alta Borgogna comprendevasi il paese degli Svizzeri, il Vallese, Ginevra e parte della Savoia; chiamavasi questa la Borgogna transjurana, ovvero l'alta Borgogna, e con ci facilmente comprendesi la somma celerit colla quale Rodolfo si fece venire nell'Italia a danno di Berengario augusto, e la rapidit con cui, partitosene, ritorn con un'armata. Ugone per cinque anni regn solo in Italia, ed ebbe moltissimi riguardi per la vedova marchesa d'Ivrea Ermengarda, sorella di lui per parte di madre; e molta attenzione fece all'arcivescovo Lamberto, a cui doveva il soglio d'Italia. Di questi cinque anni ne rimane un vestigio nella moneta milanese che conservo nella mia raccolta. Nell'anno 931 associ sul trono Lotario suo figlio, ed allora i diplomi, non meno che le monete, ebbero la leggenda di Hugo et Lotharius reges(87), anzi in modo assai pi scorretto e rozzo, come si vede nella moneta che ho presso di me. Ugone non aveva la condotta inconseguente dell'incauto Rodolfo; egli pensava d'innalzarsi all'Impero, e faceva servire gli amori al regno, quando il primo aveva fatto l'opposto. La famosa Marozia, vedova duchessa di Toscana, fu sposata da Ugone, acciocch con quell'appoggio non vi fosse chi gli disputasse l'Impero; e lo avrebbe ottenuto, se in Roma istessa non avesse con insulto irritato Alberico, figlio di Marozia, al segno che, sollevatasi la citt, dovette infelicemente ritornarsene in Pavia l'anno 933. Erano state in questo frattempo, per lo spazio di sette anni, tranquille le cose di Lombardia, e naturalmente i primi signori, e fra questi l'arcivescovo di Milano, che opportunamente profittava quando gli affari erano in movimento, dovevano essere annoiati. V'era un partito per richiamare al regno Rodolfo; quindi Ugone entr in trattato con quel principe, al quale cedette una parte de'suoi Stati di Provenza, cio la Borgogna cisjurana; e con tal mezzo si fece interamente cedere ogni di lui pretensione sul regno d'Italia. La fazione medesima aveva poi fatto invito ad Arnoldo, duca di Baviera, il quale, nell'anno 934, era comparso e s'era impadronito di Verona; ma Ugone lo vinse e lo fece scomparire dall'Italia. L'arcivescovo Lamberto aveva cessato di vivere; eragli succeduto un prelato di pi mite carattere. Ma il re Ugone, da accorto politico, non valendo colla forza a contenere chi occupava la cospicua sede, pens a farne cadere alla prima occasione la scelta sopra di un soggetto di cui interamente fidarsi, e questo fu Teobaldo, che gli era figlio naturale, partoritogli da Stefania, donna romana, che era la terza concubina del re. Per non violare le costumanze e le ragioni de'sacri canoni, lo fece tonsurare e ascrivere fra i cardinali della santa chiesa milanese, che gi anche avevano il titolo di ordinari(88), e cos con finissima politica, onorando quel ceto di potenti ecclesiastici, fra'quali gi si annoveravano de'principali cittadini milanesi e de'figli di conti e marchesi, dignit allora cospicue, si assicur la tranquillit. Ma il progetto, immaginato con avvedutezza, fu da Ugone medesimo, per impazienza, rovinato; poich durando a vivere l'arcivescovo Arderico pi che non desiderava il re, ansioso questi di vedere alla dignit innalzato il figlio Teobaldo, ord la trama che, mentre in Pavia si radunavano per di lui comando i primari del regno nel 944, i suoi facessero nascere una briga co'Milanesi, procurando fra il tumulto di uccidere l'arcivescovo. Il colpo and a vuoto; venne sparso il sangue di molti , ma fu salvo Arderico(89); il che rese i Milanesi alienissimi dal pensare a secondare le mire del re. Da quel punto pensarono anzi a liberarsene, e, secondo ogni probabilit, l'arcivescovo Arderico non ebbe poca parte nell'invitare Berengario, figlio di Adalberto marchese d'Ivrea, che si era sottratto dalle insidie del re Ugone, ricoverandosi in Germania. Questi era un signore possente, e vedendosi favorito dall'arcivescovo e da'signori suoi aderenti, comparve in Italia alla testa di alcuni armati. Nel 945 venne a Verona, d'onde pass a Milano. In Milano si radun la dieta de'primari Italiani. Ma non avendo il re Ugone forze per disputare contro dell'avversa fortuna, abdic la corona d'Italia; preg la dieta di non volerla togliere al figlio Lotario; e pass a reggere i suoi Stati nella bassa Borgogna, dopo di avere sostenuta la corona italica per dicianove anni, ne'quali tenne per lo pi la sua corte in Pavia, non potendo o non volendo soggiornare in Milano, o perch ancora non ben popolata e costrutta, o per la pericolosa vicinanza del potente arcivescovo. Cos rest semplice cardinale ordinario il figlio reale Teobaldo.
Berengario, alla venuta di cui partissene il re Ugone, era figlio, siccome dissi, di Adalberto, marchese d'Ivrea, e di Gisla, figlia dell'imperatore Berengario, di quell'Adalberto che si colleg con Gilberto conte e con Olderico per deprimere il suocero e collocare Rodolfo, re di Borgogna, in di lui luogo. Matrigna di Berengario era la marchesa Ermengarda, illustre per la sua bellezza, per la sua inquietudine politica, e pe'suoi amanti. Questo Berengario era un oggetto che non lasciava tranquillo il sonno allo scaltro Ugone, che lo conosceva troppo ardito, troppo forte ed illustre pi di quanto l'avrebbe egli desiderato. Pensando Ugone al modo di liberarsi da un tale oggetto, ricorse alla insidia, solito mezzo di un principe debole, spaventato e senza morale. Simul la maggiore amicizia che aver si potesse per il giovine Berengario; ogni volta che di lui ragionava, palesava una simpatia, una stima di Berengario somma; ogni arte pose in opera per invitarlo a venire a Pavia alla corte d'un re che tanto fingeva di amarlo. Tutto era disposto per arrestarlo, poich fosse caduto nella rete, e cavargli gli occhi; operazione che in que'secoli di ferro era pur troppo frequentemente praticata. Il re Lotario, figlio di Ugone, venne a sapere quale trattamento dal padre fosse riserbato al sedotto Berengario; egli quindi, sensibile alla compassione, inorridito all'aspetto del tradimento, risparmi al padre la macchia d'aver eseguito l'infame progetto, e rese avvisato Berengario dell'occorrente: di che Liutprando non arross di biasimarlo(90); tanto le idee della virt erano smarrite in que'tempi, non solamente nel turbine delle passioni, ma persino anche nell'animo di uno scrittore che tranquillamente raccontava gli avvenimenti! Tale fu il motivo per cui Berengario vivea da alcuni anni nella Germania, lontano dalla sorda insidiosa politica del re Ugone, di cui la storia non ci ha lasciato nessuna bella azione che in qualche modo bilanci i tratti di bassezza e di atrocit che hanno macchiato il suo regno. Il Muratori lo chiama una solennissima volpe: io non credo che vi facesse bisogno di tanta accortezza per ascendere a un trono a cui era invitato; per vivervi fra le insidie e i pericoli senza potere ottenere giammai dal papa la corona imperiale; per fuggirsene vilmente al primo comparire dei torbidi; per vivere nell'angustia, e lasciare di s alla posterit un'infausta memoria. Se l'accortezza  tale, e che sar mai la dappocaggine? La vera accortezza  quella che, conciliando al principe la riverenza e l'amore de'popoli, lo assicura sul trono; lo rinfianca contro gl'insulti nemici; e dopo una vita segnata colla giustizia, colla beneficenza e col valore, lascia alla fama il carico di eternare la sua gloria e trapassare alle et che nasceranno la memoria delle sue virt.
Nella dieta radunatasi in Milano al giugnervi del marchese d'Ivrea Berengario, l'anno 945, per unanime consenso de'signori d'Italia, fu collocato sul trono abbandonato da Ugone, il re Lotario, di lui figlio; di cui l'ottima indole s'era meritata la comune opinione. A questa scelta probabilmente avr contribuito Berengario istesso; se non per sentimento, ch l'anima di costui forse non ne era capace, almeno per decenza di comparire grato a un principe che l'aveva salvato dalle insidie del padre. Lotario altronde era gi stato solennemente associato al regno, e proclamato re d'Italia da quattordici anni addietro; n si poteva scacciare quell'innocente sovrano dal trono senza ribellione ed ingiustizia manifesta. Questa  la prima dieta del regno, e la prima proclamazione d'un re d'Italia che siasi fatta in Milano dopo la distruzione di Uraja nel 538, anno per sempre memorando. (945) Il regno del giovane Lotario fu puramente di nome, poich in fatti tutto si mosse coi voleri del marchese Berengario; al quale spiacendo anche quell'embrione di re, che gl'impediva di sedersi egli stesso sul trono, col veleno, dopo appena due anni, fe'terminare il regno dell'infelice Lotario, che, trasportato da Torino, ebbe la sua tomba nella chiesa di Sant'Ambrogio di Milano. Tale fu la ricompensa che il marchese Berengario diede al re Lotario, a cui doveva la luce del giorno. Dopo ventiquattro giorni appena estinto Lotario, l'anno 950, Berengario e Adalberto suo figlio vennero proclamati re d'Italia.
Ma lasciamo qualche spazio fra gli orribili casi di quel secolo crudele; ivi contempli ciascuno a qual grado di depravazione fosse disceso l'uman genere; esamini, chi il brami, pi minutamente gli storici, e veda poi se le querele sopra i costumi presenti sieno fondate; ovvero se in vece non vi sia ragione di offrire umili voti di riconoscenza a Dio. Dalla infelicit di quel secolo si conosce che vizio e miseria stanno collegati con nodi indissolubili; e che se qualche poco di bene e di felicit pu godersi sulla terra, questa  riserbata per l'uomo retto e saggio. Una occhiata sullo stato delle arti e delle lettere in que'barbari tempi, servir a distraerci dai veneficii, dagli accecamenti e dalle insidie che compongono la storia di quegli anni. Poich si dovette tumulare in Milano l'estinto re Lotario, tanto era lontana ogni idea della erudizione, che, per formarne l'urna sepolcrale, si ruppe una gran tavola di marmo, in cui eravi scolpita un'iscrizione di Plinio, e segata questa, si form l'avello, rovesciando dalla interior parte del sepolcro i caratteri; di che ce ne fanno testimonianza il Calchi e l'Alciati, i quali la riconobbero e ne pubblicarono i frammenti(91). La lingua latina scrivevasi coi pi strani solecismi: alcuni pochi esempi ne daranno idea. Un diploma di questi tempi comincia cos: Dum in Dei nomine, civitate Pisa ad Curte Domnorum regum, ubi Domnus Hugo et Lotharius gloriosissimi regibus preessent, subtus vites, quod topia vocatur, infra eadem Curte, etc(92). Una sentenza comincia cos: Dum in Dei nomine, ad monasterium sancti, et Christi confessoris Ambrosii, hubi ejus umatum corpus requiescit, ubi Domnus Lambertus piissimus imperator preerat, in domum eiusdem sancte mediolanensis ecclesie, in laubia ejusdem domui, in juditio resideret Amedeus comes palacii, una cum Landulfus, vocatus archiepiscopo, singulorum hominimum iustitiam faciendam, ed deliberandam, etc.(93). Altra sentenza cos comincia: In Dei nomine, civitatis mediolanensis, curte ducati, infra laubia ejusdem curtis in juditio ressederet Magnifredus comes palatii, et comes ipsius comitati Mediolanensis, singulorum hominum justicias faciendas, ressedentibus cum eo Rotcherius vicecomitis ipsius civitatis, etc.(94). Vero  che ancora pi scorrette carte ritrovansi di un secolo prima: e tale  quella riferita dal conte Giulini nel primo tomo, alla p. 17, ove cos leggesi: Confirmo ut omnes servos ed ancellas meas sint Aldiones, et pertinentes mundium eorum ad ipso Xenodochium, habentes per caput unusquis mascolis et femine solidus singolus; et ita volo, ut illi homines meis, qui consueti sunt cum suas anonas opera mihi faciendi, instituo, ut quandoque opera fuerint faciendi, ut cum anona ejusdem Xenodochii operas ipsas perficiant.(95) Ma convien confessare che assai barbaro era il modo col quale comunemente si scriveva anche nel decimo secolo. Nel testamento dell'arcivescovo Andrea, il quale pure, per la eminente sua dignit ecclesiastica, doveva essere uomo colto, egli, nel 903, cos scriveva: Senodochium istum sit rectum et gubernatum per warimbertus humilis diaconus de ordine sancte mediolanensis ecclesie nepoto meo, et filius bone memorie ariberti de besana diebus vite sue(96). Da ci comprendesi qual grado di coltura poteva esservi in que'tempi. Certamente dovevano rimanere sconosciuti gli autori de'buoni secoli preceduti; poich per poco che un uomo si addomestichi a leggerli, non sarebbe possibile che cos scrivesse. Non sar forse inverosimile l'opinione che sino da que'tempi si parlasse in Milano un dialetto poco dissimile da quello che si parla oggid; e che nello scrivere si adoperasse una lingua diversa da quella che volgarmente si parla. In fatti anche presentemente nello scrivere si adopera la lingua italiana, anche dalle persone meno colte; le quali parlando, non mai d'altro fanno uso che del loro dialetto, tanto sformato, che sarebbero inintelligibili ad un Toscano. Se dunque, anche a'nostri giorni i Milanesi, scrivono quella lingua che chiamasi italiana, e nel discorso non se ne servono comunemente mai, non vi pu essere difficolt a comprendere come nei bassi tempi scrivessero quella lingua che chiamavano latina, mentre parlavano il dialetto proprio. Quello che mi fa credere che la lingua che serviva per la scrittura, non fosse la usata nel parlare, si  che non vi trovo analogia veruna fra una carta e l'altra. I barbarismi, le sconcordanze sarebbero costanti se fossero state in uso nel parlare; n pu intendersi questa variet di errori, se non supponendo che ciascheduno s'ingegnasse di dare una desinenza latina, come meglio sapeva, alle cose che cercava di esprimere. Alcuni persino adoperavano latinizzati gli articoli del volgare da due parti, dalla terza, dalla quarta; come in una carta del 941. Coeret ei da duos partes tenente ursone, item de insola comense, de tercia parte terra sancti victori de masalia, da quarta parte terra sancti petri de clevade(97). Dallo stato della lingua pu conoscersi che affatto erano ignote le lettere; e di quei tempi nemmeno abbiamo veruno scrittor milanese che stendesse le memorie degli avvenimenti della citt; siccome cominciarono poi a fare nel secolo undecimo Arnolfo e Landolfo il Vecchio. Un'altra ragione poi mi persuase che, anche ne'secoli bassi, in Milano e nella Lombardia si parlasse a un dipresso il dialetto che il popolo tuttavia conserva; e ci perch le vocali u ed eu pronunziate coll'accento francese, e cos altre desinenze della lingua francese, non mi sembrano innesti fatti colla dominazione dei Franchi, ma una emanazione dell'antica lingua gallica originale, siccome disopra accennai. Gli Spagnuoli ne'due ultimi secoli dominarono il Milanese, e appena tre o quattro parole spagnuole ci sono restate, infado, amparo, giunta, desdita e poco pi. I Longobardi regnarono per pi lungo tempo che i Franchi, e poche voci abbiamo che traggano la sua origine dal tedesco. Questa generale pronunzia francese pi che italiana, adunque,  una tradizione da padre in figlio, che ascende sino all'antica venuta de'Galli, e per conseguenza non interrotta. In queste materie la dimostrazione non pu sperarsi; le sole probabilit ci determinano, ed esse mi sembrano favorevoli a questa opinione. Un contadino del milanese potr in breve tempo intendersela con un contadino provenzale; e pi difficilmente s'intenderanno fra di loro due contadini, uno milanese e l'altro calabrese; tanto il nostro dialetto appartiene pi alla lingua di Francia che all'italiana!
L'architettura, il disegno, la pittura non erano per avvilite al segno al quale lo erano le lettere. Oltre l'atrio della chiesa di Sant'Ambrogio, ci rimangono di quei tempi l'altare della chiesa istessa, i bassi rilievi del palio d'oro, il mosaico del coro e la tribuna. La porta della chiesa di San Celso, l'altare di San Giovanni in Conca sono di que'tempi: cose tutte lontane della eleganza che soddisfi un delicato conoscitore; ma per non affatto barbare, anzi lavori di qualche sorta di merito. Gli organi erano adoperati nelle chiese anche in Milano; ma erano fabbricati in Costantinopoli, dove rimaneva ancora ricoverato qualche avanzo di manifatture. Lodovico il Pio aveva ricompensato un prete veneziano che da Costantinopoli aveva portato l'arte di fare gli organi. Il papa Giovanni VIII aveva chiesto in grazia dal vescovo di Frisinga un organo, e chi lo suonasse, l'anno 873; il che ci fa vedere che nemmeno la musica aveva luogo nell'Italia.
Come potesse vivere il popolo in que'tempi in mezzo a una tale ignoranza, fra i torbidi dei magnati del regno, sotto il governo di sovrani che col veleno e cavare gli occhi cercavano di mantenersi sul trono, in un regno elettivo, esposto a invasioni straniere, facile  lo immaginarselo. Il visconte di Milano, che fra gli altri obblighi della sua magistratura, aveva quello di patrocinare i pupilli e convalidare gli atti che si facevano in loro nome, nell'876 non pot firmare una carta che anche oggid conservasi nell'archivio di Sant'Ambrogio, e vi fece in luogo del suo nome una croce per non sapere esso scrivere; e di sedici persone che intervennero a quel contratto, appena sette poterono fare il loro nome, e nove, per non saper scrivere, vi apposero la croce(98). Anche da ci facilmente comprendiamo in quale misero stato dovessero trovarsi gl'interessi de'cittadini. La carica di viceconte era immediatamente subalterna del conte, che reggeva la citt in nome del re, come la carica di vicedomino era immediatamente subalterna dell'arcivescovo, e il nome di queste dignit fu poi origine del cognome che ne prese la famiglia Visconti. I cognomi non ritornarono in uso se non verso la fine del secolo undecimo. Le leggi poi sotto le quali si viveva in quei tempi, erano quali lo potevano permettere i tempi stessi. Si credeva che bastasse l'ordinare una cosa per vederla eseguita. Negli anni di carestia la legge comandava che non si vendessero i generi troppo cari. Si fissavano limiti a quei che negoziavano fuori dello Stato. Si proibiva l'esportazione delle armi agli esteri. In somma tutto si credeva di poter fare con leggi vincolanti; o almeno si credeva il legislatore di avere bastantemente eseguito il dovere della sacra e terribile sua carica, comandando agli uomini d'essere felici; in vece di ascendere alle cagioni, e impedire che i mali nascessero.  da notarsi che le leggi stesse molto si estendevano contro coloro che col mezzo della magia devastavano colla grandine le messi, e si ordinava all'arciprete della diocesi il modo di costringerli a confessare il supposto delitto, onde punirli(99); e questo ci basta per conoscere lo stato dei nostri antenati in quei miseri tempi. L'ignoranza, la ferocia, l'infelicit, torno a ripeterlo, sono compagne indivisibili in un popolo corrotto; i lumi, l'urbanit, la felicit pubblica caramente si abbracciano(100).
Non credo che possa descriversi con esattezza qual fosse la costituzione civile di Milano in quei tempi oscuri ne'quali principiava a risorgere. Il governo passato della Polonia potrebbe darci qualche idea del governo d'Italia in que'tempi. Un re elettivo; il primate, che ha molta influenza in tutti gli affari; la plebe degradata sotto la potenza dei grandi, divenuti formidabili al re; la facilit della rivoluzione; la frequenza delle invasioni straniere; la concorrenza di pi rivali che coll'armi disputano il trono; la vera sovranit collocata nella dieta. Queste sono le rassomiglianze che si ravvisano. Ma noi avevamo di pi la rozzezza dei tempi, ne'quali, mancando l'arte dello scrivere, e non essendovi nomi di casati, nemmeno poteva esservi una costante tradizione di nobilt. Quindi, non solamente era difficile il modo per fare le risoluzioni, ma era un altro oggetto di confusione il verificare chi fosse o non fosse nobile, chi avesse o non avesse titolo per dare il voto; la quale controversia in un tale sistema doveva portare la confusione all'ultimo grado. Carlo Magno fu un gran principe, gran soldato, e col dritto di conquista, domin assolutamente sull'Italia. La politica gli sugger di rendere sacra la sua persona colle ecclesiastiche unzioni solenni, celebrate per il regno d'Italia in Pavia, e per l'Impero in Roma. I successori di lui non ebbero un vigore e un genio che lo pareggiasse. S'indebol la potenza del sovrano; e l'acclamazione de'magnati e la sacra cerimonia divennero condizioni pretese essenziali alla costituzione di un sovrano. Quindi nacque la potenza dell'arcivescovo di Milano, il quale, gettandosi ora da un partito ed ora dall'altro, riceveva doni continui di terre e accresceva l'opinione, vera ed unica base del potere politico, e giunse ad essere creduto il solo che colla incoronazione potesse creare un legittimo re d'Italia. Come poi i re d'Italia potessero donare poderi e terre cos frequentemente all'arcivescovo, e ad altre chiese e persone, essi, che per lo pi da paese estero erano recentemente chiamati a regnare; come fossero in poter dei re questi campi e queste terre, onde ne facessero un dono della loro propriet ai privati, non  facile lo spiegarlo; ammeno che non si creda, siccome a me pare credibile, che la successione fiscale alle eredit vacanti fosse allora incomparabilmente pi frequente che non lo  ai d nostri; per la ragione che, non essendovi cognomi delle famiglie, e pochi essendo coloro che sapessero scrivere, s tosto che un uomo non aveva figli o fratelli o nipoti, facilmente non si conosceva pi nessun parente a cui dovesse passare l'eredit; e quindi cadeva come un fondo vacante nelle mani del re. Questa potenza poi che s'andava ingrandendo nell'arcivescovo, cagion un inconveniente; e fu che i sovrani, laddove lasciavano in origine la libert dell'elezione al clero a norma de'sacri canoni e della tradizione, non consentirono pi che una dignit divenuta pericolosa al loro regno cadesse indifferentemente sopra chiunque; ma anzi, ora con modi indiretti, ed ora coll'aperto comando, costrinsero a riconoscere per arcivescovo colui dal quale speravano di temer meno in avvenire, e che, riconoscendo dal re la dignit, a lui fosse anco pi ligio ed ossequioso. Quindi si sconvolse l'ordine; la venalit apr la strada alla dignit ecclesiastica; fu di mestieri di venire a rimedi, che gettarono poi, siccome vedremo, la nostra patria fra le stragi civili e fra i torbidi dell'anarchia; e perdette la chiesa milanese interamente la sua antica costituzione. Sotto Carlo Magno e sotto i primi suoi successori, l'Italia fu immediatamente diretta da governatori in nome del sovrano, dei quali alcuni ebbero il non dovuto titolo di re, come lo ebbe Pipino, figlio di Carlo Magno, Bernardo, figlio di Pipino, e alcuni altri dei quali non ho fatta menzione. Comandavano in Milano il conte, i messi regii, il visconte, l'arcivescovo, chiamato anche dominus, il di lui vicario vicedominus, e ci a vicenda e confusamente, ora pi, ora meno, a misura della circostanza del momento.
Dello stato della popolazione nel decimo secolo nulla abbiamo di preciso. Mi pare verosimile che dovesse essere mediocremente popolata Milano. Le terre erano coltivate parte da servi e parte da liberti, i quali chiamavansi aldiones. Molta parte del ducato era bosco. In qualche luogo che ora si coltiva, forse ancora v'erano delle acque stagnanti. Non credo che ancora si coltivasse il riso, ma varie sorta di grano si coltivavano, e si coltivava anche il lino. Le terre, che prima si misuravano a pedatura, gi nel principio del nono secolo si misuravano a pertiche e tavole, come oggid si costuma; la misura del fieno era a fascio, quella del vino a stajo ed a mina, nella misura delle terre per eranvi juges, misura equivalente a dodici pertiche.
Il rito della chiesa milanese era l'ambrosiano, come continua ad esserlo. Moltissimi cangiamenti vi si sono fatti col passare dei secoli. Fu pi volte per essere abolito, e una di queste fu sotto Carlo Magno, che aveva preso concerto col papa di uniformare al rito romano tutte le chiese de'suoi dominii: e perci in Milano allora si fece il possibile per ritirare tutti i libri ambrosiani. Certo Eugenio, vescovo, non si sa di qual diocesi, ottenne per riverenza al santo institutore che non venisse abolito(101). Fra le mutazioni accadute nel rito ambrosiano, vi  in parte quella del battesimo, che allora si eseguiva immergendo nel sacro fonte, non porzione del capo soltanto, ma tutto il corpo del neofito; e perci eranvi due battisteri. Quello per le donne chiamavasi Santo Stefano alle Fonti, ed era dove ora trovasi Santa Radegonda, ove stavano nel decimo secolo le vergini sacre a Dio di Vigelinda, che assistevano alle fanciulle nel loro battesimo: massimamente finch dur il costume di non conferire comunemente quel sacramento a'bambini, ma a'fanciulli gi dotati di qualche uso di ragione, come insegna il conte Giulini(102). L'altro battisterio chiamavasi San Giovanni alle fonti, destinato per gli uomini; ed  tuttavia in piedi, sebbene mutato di forma. Ognuno pu ravvisarlo al capo della chiesa di San Gottardo, nella regia ducal corte, ed  quel fabbricato poligono in cui sta riposto l'altar maggiore; e quello  appunto l'antichissimo battisterio in cui probabilmente sant'Agostino venne battezzato dal nostro santo vescovo Ambrogio(103). Oltre la universale ignoranza di quei tempi si pu avere un'idea della religione, dalle prescrizioni che si fecero in un concilio tenutosi in Pavia l'anno 850, a cui presedeva l'arcivescovo di Milano. Si proibisce in quel concilio ai nobili che non andavano alle chiese, ma ne'privati oratorii facevano celebrare i divini misteri, di non farli celebrare se non da un sacerdote: Docendi igitur saeculares viri, ut in domibus suis mysteria divina jugiter exerceri debeant, quod valde laudabile est; ab his tamen tractentur, qui ab episcopis examinati luerint, et ab ordinatoribus suis commendatitiis litteris comitati probantur, cum ad peregrina forte migrare est. Si qui ergo contemptores canonum extraordinarie illicite ministrantes, et divina sacramentaliter violantes inveniuntur, primum ab episcopo uterque amoveatur, et vagans scilicet clericus, vel sacerdos, et is qui ejus usurpativo fruitur officio, et si noluerit se ab hac temeritate compescere, excomunicetur(104). Nel medesimo concilio si prescrive ai vescovi di non cagionare tante spese girando per la cresima, di non appropriarsi i beni delle pievi, e di non vivere con donne sospette. Questi fatti s'ignorano da coloro che vorrebbero indistintamente richiamare la piet degli antichi tempi.



Capitolo 4.

Continuazione del risorgimento di Milano, che torna ad essere la pi importante citt della Lombardia nel secolo undicesimo

(950). Gi erano trascorsi pi di sessanta anni dacch l'Italia non aveva pi connessione alcuna co'regni di Francia n con quello di Germania, quando Berengario, marchese d'Ivrea, ascese sul trono italico l'anno 950. Gli Italiani eleggevano liberamente un re, e il papa lo incoronava imperatore. Frattanto nella Germania erano succeduti a Carlo il Grosso Arnolfo di lui nipote, poi Lodovico, figlio di Arnolfo, nel quale fin il sangue di Carlo Magno: a questo fu sostituito Corrado I, conte di Franconia, indi Enrico I, duca di Sassonia, a cui succedette Ottone, che gi da quattordici anni regnava sulla Germania, quando il marchese d'Ivrea fu incoronato in Pavia. Questi re di Germania, sebbene non dimenticassero l'Italia, e pensassero a regnarvi scacciandone quelli che la dominavano col titolo di re o d'imperatore, non ebbero per n occasioni n mezzi per eseguirne il disegno. Gi si  veduto come il duca del Friuli, Berengario I, per opera dell'arcivescovo Anselmo, ottenesse il regno d'Italia; poi da Giovanni X, sommo pontefice, fosse incoronato imperatore. Si  pure veduto come i duchi di Spoleti, Guido, poi il di lui figlio Lamberto, da Stefano V incoronati augusti, regnassero interrotamente. Questi Italiani, innalzati al trono italico ed alla dignit imperiale, dai Tedeschi vennero considerati come usurpatori, non meno di quello che consideravano Rodolfo, Ugone e Lotario, Svizzeri e Provenzali chiamati a regnare sull'Italia. Noi Italiani, all'opposto, non abbiamo collocato nella serie degli augusti n Arnolfo n Luigi n Corrado n Enrico, dagli Oltramontani inseriti nella cronologia degli imperatori; sebbene non incoronati dal papa, e sebbene n Corrado n Enrico nei loro diplomi si siano mai dato il titolo d'imperatori. Dal che nasce una confusione assai feconda di equivoci, perch Enrico I, imperatore, dagli Oltramontani si chiama Enrico II; e cos i Tedeschi contano sette Enrici nella serie, dove noi non ne annoveriamo che sei; e quindi le denominazioni oltramontane eccedono d'una unit le nostre. Io, Italiano, debbo servirmi della cronologia italiana, e ne prevengo i miei lettori, per non ripeterlo ogni volta; e credo che sia ragionevole di non qualificare n Corrado n Enrico con un titolo che, mentre erano in vita, non credettero essi medesimi fosse loro dovuto. Era adunque asceso sul trono d'Italia il marchese d'Ivrea Berengario, e a questa proclamazione sommamente aveva contribuito Manasse, da Berengario istesso violentemente intruso nella sede arcivescovile. Fremevano i Milanesi al vederlo sul trono, non solamente abborrendo la recentissima sceleraggine d'aver egli avvelenato l'innocente giovinetto re Lotario, suo benefattore, e l'altra che esercitava sull'infelice regina vedova Adelaide, ma in lui ravvisando un ingiusto oppressore del loro legittimo arcivescovo Adelmano.  assai probabile che da ci fosse mosso Adelmano, e lo fossero i Milanesi, ad invitare secretamente Ottone, re di Germania, a scacciare dal trono quel pessimo uomo, e ad unire il regno d'Italia agli altri ch'ei gi possedeva. Ottone sped a Milano cautamente il di lui figlio Litolfo per concertare l'impresa, e ci accadde appena un anno dopo che il marchese d'Ivrea Berengario era re, cio nel 951(105). Venne Litolfo a Milano, e poco dopo scese il re Ottone nell'Italia. Con quali aiuti poi si conciliasse l'arcivescovo Manasse il favore di quel re, non lo sappiamo; ci rimangono per dei diplomi di Ottone spediti in Pavia appunto nel 951, dai quali si conosce ch'egli aveva creato Manasse arcicappellano(106). (952) Pare che al comparire di Ottone si ecclissassero Berengario II e Adalberto. Tutto piegossi al re Ottone, il quale, senza contrasto, in Pavia assunse il titolo di re d'Italia; poi ritornato in Germania, dovettero col portarsi Berengario e Adalberto, abbandonandosi alla generosit di Ottone, da cui a titolo di feudo vennero in Augusta, nel 952, investiti del regno d'Italia, e da ci ne fa nascere il Muratori il diritto che pretesero in seguito i re di Germania di avere sopra l'Italia.
Passati appena i torbidi giorni, e liberati dall'imminente peso del re Ottone, Berengario col suo figlio Adalberto, ritornati in Italia, dalla vilt passarono alla prepotenza; solito costume delle anime basse, d'insultare quando la fortuna  loro prospera, e annichilarsi quando  loro contraria. Il loro governo era diventato insopportabile. Lo scisma della chiesa milanese era finito dopo cinque anni, e la reggeva Valperto; quando, nel 957, il principe Litolfo venne alla testa di un'armata nell'Italia, speditovi dal re Ottone di lui padre, che, occupato negli affari di Germania, non potea venire in persona a contenere i due tiranni. Litolfo per fu degno di venire invece di un gran re. Berengario e Adalberto fuggirono nell'isola di San Giulio sul lago di Orta. Il luogo era assai forte. Litolfo si mosse per forzarli. Una masnada di militi traditori, come dovevano essere coll'esempio di tai padroni, consegn nelle mani di Litolfo lo stesso Berengario, da cui erano stipendiati. Litolfo aveva l'anima grande, si sdegn di vincere senza gloria e di profittare dell'infamia; generosamente lo fece scortare libero nella fortezza. In que'tempi, sotto Ottone, sembra che qualche lampo si vedesse dell'antica magnanimit romana; e questo ci fa risovvenire di Camillo e di Fabricio. Ma il valoroso Litolfo, amato e venerato allora dagl'Italiani, poco dopo mor, non senza sospetto di veleno(107). Tali erano le armi di Berengario. Cos que'due cattivi uomini, degni di un infame patibolo, ripigliarono il dominio del regno, per essersi dispersi gli armati colla morte del condottiero. L'arcivescovo Valperto andossene dal re Ottone in Germania, implorando la sua venuta, per liberare Milano e l'Italia da coloro. Giovanni XII, sommo pontefice, spedigli dei legati pregandolo di venire, e offrendosi d'incoronarlo imperatore. (961) Scese finalmente in Italia il re Ottone nel 961, e in Milano nella chiesa di Sant'Ambrogio fu solennemente incoronato re d'Italia, e cos ce lo descrive Landolfo Seniore. Interea Valperto mysteria divina celebrante, multis episcopis circumstantibus, rex omnia regalia, lanceam, in qua clavus Domini habebatur, et ensem regalem, bipennem, baltheum, clamydem imperialem, omnesque regias vestes super altare beati Ambrosii deposuit... Valpertus, magnanimus archiepiscopus, omnibus regalibus indumentis, cum manipulo subdiaconi, corona superimposita, astantibus beati Ambrosii suffraganeis universis, multisque ducibus atque marchionibus, decentissime, et mirifice Ottonem regem, collaudatum et per omnia confirmatum, induit, atque perunxit.(108) Ho riferito le parole istesse di Landolfo, che scriveva circa un secolo dopo, acciocch si veda che nessuna menzione in que'tempi si faceva della corona ferrea, come nemmeno se ne trova cenno nelle precedute incoronazioni dei re d'Italia; e parimenti le ho riferite per dar luogo a riflettere che i suffraganei si chiamano beati Ambrosii, non gi Barnabae apostoli. Il Muratori ha scritto da quel gran maestro ch'egli era, per disingannare sulla corona ferrea. Altri hanno dissertato sopra la seconda opinione. E l'una e l'altra di queste opinioni sono state immaginate molto tempo dopo di Ottone, la incoronazione del quale  probabilmente la prima che siasi fatta in Milano: non potendosi chiamare incoronazione quella fatta pure in Sant'Ambrogio sedici anni prima, quando il giovane Lotario vi fu proclamato. Forse non si fece questa solenne incoronazione in Pavia nella chiesa di San Michele, come era costume, perch il palazzo reale era stato distrutto da Berengario, siccome accenna il conte Giulini appoggiato al testimonio di alcuni scrittori.
Da Milano pass a Roma Ottone, che ben si merita il nome di Grande. L'arcivescovo Valperto lo present al papa(109), da cui venne incoronato augusto nel 962. Appena celebrata questa sacra cerimonia se ne venne l'imperatore a Pavia; Berengario e Adalberto stavano ricoverati nel forte castello di San Leone. Villa, donna crudele e degna moglie di Berengario, erasi appiattata nell'isola di San Giulio sul lago d'Orta: Ottone assedi l'isola, fece prigioniera la regina, e poi che l'ebbe, la fece nobilmente scortare fino al castello di San Leone, e la lasci al marito. Due anni dopo si dovette rendere alle armi di Ottone Augusto anche San Leone, e allora Berengario e la moglie furono relegati nella Germania. La generosa e mite condotta del saggio augusto merita rispetto e lode. Egli dovette in Roma usare del rigore. Volle esserne il padrone; n entrer io ad esaminarne i titoli. L'amor nazionale ha forse dettata al chiarissimo Muratori la disapprovazione ch'ei ne fa. Io onoro quel gran maestro; ma nelle azioni di Ottone vi  sempre un non so che di grande e di generoso che le abbellisce; e s'egli voleva comandare agli uomini oltre i limiti, almeno convien confessare ch'egli era degno di un tal comando. Sotto di lui la zecca di Milano ha battuto moneta, ed io ne ho nella mia collezione. Il cronista Sassone, pubblicato dall'Eccart, dice che Ottone: Mediolanenses subjugans, monetam iis innovavit, qui nummi usque hodie Ottelini dicuntur(110). Vi  chi ha opinato che la nuova moneta fosse di cuoio(111); ma la moneta  di argento buono, simile a quello delle monete di Ugone e di Lotario, scodellata come quelle, e perci innovavit potrebbe intendersi, o per avere posta in azione la zecca, o per averla collocata in nuovo sito, e forse quello antichissimo che diede il nome alla vicina chiesa Alla Moneta, dove quell'officina si  conservata per pi di otto secoli sino all'anno 1778. Nulla di pi ci somministra la storia di Milano sotto di Ottone I, che mor l'anno 973, n sotto il di lui figlio Ottone II, che fu pure augusto e regn sulle tracce del padre. Sotto due regni attivi e rispettati, nulla poteva somministrarci la storia d'una citt la quale non influiva nel regno italico se non colla sagacit dell'arcivescovo metropolitano; importantissima sotto un monarca debole, e annullata sotto di un vigoroso. Durante la dominazione di Ottone I e di Ottone II per lo spazio di ventidue anni, sino al 983, Milano obbed e rimase tranquilla. Mor Ottone II in Roma, e colla di lui morte ritorn l'anarchia per quasi sei anni, ne'quali non si riconobbe verun re, giacch il fanciullo Ottone III era il soggetto delle dispute in Germania fra chi voleva essergli tutore, e gl'Italiani non conoscevano loro sovrano se non quello che fosse stato incoronato re d'Italia in Italia. Le carte di quell'epoca portano la data dell'incarnazione senza nominare il sovrano, siccome era e fu per lungo tempo il costume. Venne in Italia poi l'imperatrice Teofania correggente, e madre del giovine Ottone; il quale, coll'opera di lei, fu riconosciuto per sovrano; poi venne in Roma incoronato imperatore nel 996 da Brunone, ch'ei fece papa ed ebbe nome Gregorio V. L'imperatore Ottone III, contenendo l'ambizione dell'arcivescovo, soddisfaceva la di lui vanit, quando, nel 1001, lo destin suo ambasciatore all'imperial corte di Costantinopoli per ricercare agli augusti Costantino e Basilio la principessa Elena in isposa. Descrive Landolfo quest'ambasciata, ed io lo far colle parole di lui: Archiepiscopus, magno ducatu militum stipatus, quos pellibus martullinis, aut cibellinis, aut rhenonibus variis, et hermellinis ornaverat, quibus imperator mirifice eum imbuerat,(112) si port alla corte di Costantinopoli e si present ai greci augusti: Episcopalibus indumentis ornatus cum stola, sine qua nunquam foris, aut in civitate, ullis negotiis intervenientibus, aut perturbantibus, esse solitus fuit... et ab ipso admirabili monarcha magna susceptus honorificentia, satis episcopaliter conversatus est(113). L'ambasciata doveva essere pomposa. Era un augusto che la spediva ad un augusto, per una inchiesta solenne di nozze. Si vede che il lusso allora era nelle pellicce. Fra gli ornamenti vescovili ancora non eravi la mitra; e l'arcivescovo andava abitualmente vestito co'suoi paramenti, come appunto continuano a praticare i sommi pontefici colla stola, che non depongono mai. Fu consegnata all'arcivescovo la sposa; ma, giunto egli a Bari, nel 1002, colla principessa, intese la morte seguita poco prima di Ottone III, per cui Elena rimase vedova prima di conoscere lo sposo. A quest'ambasciata, sostenuta dal nostro arcivescovo Arnolfo, siamo debitori del famoso serpente di bronzo, che tuttavia resta collocato sopra di una colonna in Sant'Ambrogio. Non  cosa nuova ne'monarchi di premiare e ricompensare con donativi, il valore de'quali non pregiudichi l'erario. Il serpente di bronzo fu donato dal tesoro di Costantinopoli, facendo credere al buon arcivescovo, che fosse il medesimo che Mos innalz nel deserto; e con questa bella antichit fu rimeritato della enorme spesa che fece.
Morto appena Ottone III, frettolosamente si radunarono in Pavia alcuni signori italiani, e ventiquattro giorni dopo la di lui morte, proclamarono re d'Italia Arduino, marchese d'Ivrea; e tosto venne incoronato nella chiesa di San Michele in Pavia. L'arcivescovo era assente per l'ambasciata, e quando ritornossene a Milano portossegli incontro il nuovo re, e fece di tutto per renderselo amico(114). Il regno degli Ottoni, vigoroso e assoluto, aveva mossi i magnati d'Italia a crearsi un re debole ed italiano, sebbene d'una famiglia che non aveva dato che re malvagi. Questo Arduino per dodici anni sostenne la contrastata figura di re d'Italia, scacciato ogni volta che vennero i Tedeschi, e nel 1015 termin la scena col farsi frate e morire. I Milanesi non erano contenti di questo re Arduino, o perch eletto senza aspettare l'opera dell'arcivescovo, ovvero per l'odiosa memoria di Berengario, marchese d'Ivrea, e questa memoria non era lontana che di quarant'anni. L'arcivescovo era del partito di Enrico, che era fatto re di Germania; ma cautamente si conduceva a seconda del tempo(115). Venne Enrico nell'Italia nel 1004, e in Pavia fu incoronato re d'Italia, e da noi chiamasi Enrico I; e Ditmaro c'insegna che venne in Milano il nuovo re, Sanctissimi praesulis Ambrosii amore(116). Tutte le carte che ci rimangono negli archivi, da quel giorno, portano il nome di Enrico I re d'Italia; dal che vedesi che, sebbene Arduino, partito il re Enrico, ripigliasse in gran parte il dominio d'Italia, Milano si mantenne fedele ad Enrico. Enrico fu, nel 1014, incoronato imperatore dal sommo pontefice Benedetto VIII, e cess di vivere nel 1024. La memoria la pi importante che ci resta di lui,  la legge ch'ei pubblic nel 1021 per proibire ai sacerdoti il vivere colla moglie, mosso a ci da un concilio tenutosi a questo fine in Pavia(117). Allora la chiesa ambrosiana non vietava le nozze al clero; ne vedremo in seguito la crisi, che riusc assai crudele. Il conte Giulini, seguendo la traccia di altri autori, chiama questa costumanza concubinato, e i sacerdoti ammogliati concubinarii: io credo che sia pi conveniente voce quella di matrimonio e di ammogliati; perch nel nostro linguaggio comune, le prime parole significano una unione conosciuta illegittima da quei medesimi che la contraggono, e le unioni credute legittime chiamansi matrimoni anche fra gli ebrei e fra i pagani. Livia viene chiamata moglie di Augusto; Ottavia, moglie di Nerone; Domitilla, moglie di Vespasiano, e cos diciamo di ogni unione d'uomo con donna, creduta e sostenuta e dai contraenti e nella opinione della loro citt per legittima. Il celibato, a cui la Chiesa ha sublimato i ministri dell'altare, allora non era cos generalmente osservato. I sacerdoti milanesi, come nel rito, cos anche rispetto al celibato, si accostavano alla disciplina della chiesa greca. Disputarono, come vedremo, per conservare questa facolt di ritenere la moglie. Dico ritenere, poich il rito non permetteva ad alcun sacerdote di ammogliarsi e continuare nell'ufficio sacerdotale; ma unicamente concedeva agli ammogliati d'essere ordinati sacerdoti, e continuare a vivere colle loro legittime mogli; e perci credo che sia un dovere di non macchiarli coll'odioso nome di concubinari: non gi perch io preferisca l'antica alla vigente disciplina, ma perch l'imparzialit della storia mi determina a cos fare. Questo concilio ebbe alla testa il sommo pontefice Benedetto VIII, che vi  sottoscritto, e dopo lui vi  immediatamente l'arcivescovo Ariberto: Sanctae mediolanensis ecclesiae archiepiscopus,(118) cos egli si qualific, n gli altri vescovi chiamarono santa la loro chiesa. Ma l'arcivescovo non si prese molta briga perch fossero questi decreti nella sua diocesi bene eseguiti, dice il conte Giulini(119).
Quest'arcivescovo Ariberto merita un luogo assai distinto nella Storia di Milano. Gli scrittori per lo pi lo nominano Heribertus; ma egli si sottoscriveva Aribertus, e cos lo chiama il conte Giulini, come io pure lo nominer. Se Ansperto arcivescovo ebbe idee tanto generose e grandi da restituire le mura diroccate della patria e munirla di robusta difesa; opera degna d'un sovrano, e che eccedeva le forze e la comune inspezione d'un sacro pastore; Ariberto nacque a tempo per rianimare la patria, dargli colla sua indole ardita e grande un risalto ed una considerazione che ella conserv dappoi. Se noi risguardiamo questi due illustri cittadini come arcivescovi, certamente dobbiamo confessare che essi non professarono quella dolce mansuetudine e quel distacco dalle cose mondane che formano la base delle virt di un ecclesiastico: ma se gli risguardiamo come due cittadini ricchissimi, costituiti in una eminente dignit, che, profittando delle occasioni, sacrificarono le ricchezze, il riposo, e cimentarono valorosamente la vita per la gloria e l'amore della patria, che ad essi debbe il suo risorgimento, siamo costretti a ricordarli con una tenera venerazione. Ariberto era stato creato arcivescovo nel 1018, e nel corso di ventisette anni ch'egli occup questa sede, Milano divent la citt precipua della Lombardia, e in questo primato si mantenne poi sempre in appresso. Da Uraja ad Ariberto passarono appunto i cinque secoli di depressione per Milano. Ariberto da Antimiano era, nel 1007, suddiacono della santa chiesa milanese, cio cardinalis de ordine, dal che ne venne il vocabolo di ordinario, nome che conservano tuttavia i canonici maggiori della metropolitana. Egli era allora custode della chiesa di Galliano, che era capo di pieve in quel tempo. Cinque anni dopo che fu fatto arcivescovo, eresse uno spedale pe'poveri al luogo ove trovavansi, non ha guari, le monache Turchine, lo dot di molti e vasti poderi propri: de nostris proprietatibus, come egli dice, e assegn il fondo per mantenervi ad assisterlo e regolarlo dodici monaci, i quali dovessero osservare la regola di san Benedetto(120). Sanno gli eruditi che i monaci allora erano subordinati all'arcivescovo di Milano, come ogni altro ecclesiastico(121), e che i monasteri per lo pi avevano uno spedale vicino, in cui dai monaci si albergavano e nodrivano i poveri. Questo monastero era presso la basilica di San Dionisio. Morto Enrico Augusto senza figli nella Germania, fugli eletto per successore Corrado il Salico, duca di Franconia. I signori italiani, invitati, non comparvero in Germania, ma si radunarono in Pavia per passare alla elezione d'un re. Era tanto combattuta la dignit reale nell'Italia, che non potevansi mantenere senza una incessante forza; e perci il re di Francia Roberto, il duca d'Aquitania Guglielmo, e qualche altro principe, cui venne offerta la corona italica, non vollero accettarla. Era il regno nuovamente nello stato di anarchia, quando l'arcivescovo Ariberto: Suorum comparium declinans Heribertus consortium, invitis illis, ac repugnantibus adiit Germaniam, solus ipse regem electurus teutonicum, cos ce lo rappresenta Arnolfo, nostro milanese, scrittore di quel secolo(122); dal che vedesi abbastanza il carattere deciso e intraprendente di Ariberto, che non si curava dei pari; e posto che doveva avere un re da riconoscere per suo sovrano, voleva averlo ei solo in qualche modo trascelto, e che a lui dovesse la sua corona. Wippone, cappellano del re Corrado scrive questo arrivo dell'arcivescovo in Costanza, ove trovavasi il re Corrado, al quale dice che Ariberto, promise che, tosto che fosse venuto in Italia, l'avrebbe acclamato e incoronato re: Ipse eum reciperet, et cum omnibus suis ad dominum et regem publice laudaret, statimque coronaret;(123) il che gli promise con giuramento e col pegno di ostaggi. Questo produsse che il nuovo re concedette all'arcivescovo: Praeter dona quamplurima, Laudensem episcopatum; ut sicut consacraverat, similiter investiret episcopum(124); e con ci oltre il dritto, che era del metropolitano, di consacrare il vescovo suffraganeo, venne donato ad Ariberto il dritto di investitura, ossia di collocare al possesso della dignit e dei beni il nuovo vescovo: dritto che in que'tempi pretendevasi dal sovrano, non come un semplice placet, ma come una investitura, la quale cagion poi gravi sconcerti e guerre fatali fra il sacerdozio e l'Impero. Forse questo dono fatto al nostro arcivescovo, che in qualche modo gli dava la sovranit sopra di Lodi, fu cagione funesta dell'abuso che i Milanesi fecero della loro potenza ad esterminio de'Lodigiani, da che ne vennero fatali conseguenze per noi medesimi. Che che ne sia, l'arcivescovo, al dire del citato Arnolfo, rediens securus in omnibus, totam suis legationibus evertit Italiam, alios re, alios spe benevolos faciens(125). Tale era il carattere di quell'uomo, fatto o per rovinare, o per innalzare se stesso. Ariberto incoron in Milano Corrado l'anno 1026(126), o almeno assai convincenti sono le ragioni per crederlo. Venne Corrado poi, l'anno dopo, coronato imperatore in Roma dal sommo pontefice Giovanni XIX. L'arcivescovo era ricco e splendido a segno, che per pi settimane alloggi signorilmente il nuovo augusto e la sua corte a spese proprie, poi gli somministr l'aiuto per soggiogare i Pavesi, che ricusavano di riconoscerlo. Partitosene l'imperator Corrado verso Germania, Ariberto dispoticamente elesse un nuovo vescovo di Lodi; e sul rifiuto che i Lodigiani fecero di accettarlo, mosse verso Lodi alla testa di un numero d'armati bastante per costringere, siccome fece, i Lodigiani a riconoscerlo ed obbedirgli. In quei tempi non era cosa insolita il veder dei vescovi nelle armate: merita per riflessione il fatto di Ariberto, che tanta forza e autorit si era acquistata da potere da s fare la guerra(127). I Pavesi e i Lodigiani, cos, diventarono nemici dei Milanesi.
(1028). Un fatto accaduto circa questo tempo, cio nel 1028, merita di essere riferito; perch ci d idea de'tempi e del carattere di Ariberto. S'era sparsa voce che nel castello di Monforte, nella diocesi di Asti, vi fosse celata una nuova setta di eretici. Glabro dice che questa eresia approvava i riti de'pagani e de'giudei(128), quasi che fossero componibili i due riti dell'unit di Dio e del politeismo, della detestazione e del culto degli idoli. Landolfo il Vecchio dice che, interrogati questi eretici, rispondevano di essere pronti ad ogni patimento; che amavano la virginit, e vivevano castamente sino colle loro mogli; non mangiavano mai carne; digiunavano, e si distribuivano le orazioni in guisa che nessuna ora del giorno vi fosse in cui non offrissero a Dio le loro preghiere; che avevano i loro beni in comune; credevano nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito Santo; tenevano che vi fosse una podest in terra di legare e di sciogliere; e riverivano i libri del nuovo e del vecchio Testamento, i sacri canoni. Cos essi professavano la loro fede(129). Molti marchesi e vescovi e signori erano comparsi colle armi, per sottomettere quel castello di Monforte, ma inutilmente. L'arcivescovo Ariberto, girando, per la sua giurisdizione, sulle diocesi de'vescovi suoi suffraganei, scortato da militi valorosissimi(130), sebbene ascoltasse da Gaiardo, uno de'pretesi eretici, la professione di fede nella maniera che ho detto, credette di penetrare la malignit di quelle espressioni. Si posero loro in bocca molti sentimenti eterodossi sopra i santi misteri della Trinit e della Incarnazione; e si volle che, fra gli altri errori, coloro credessero che il matrimonio fosse cosa riprovabile, e che anche senza veruna opera di uomo sarebbero nati i fanciulli e continuato il genere umano. Ogni lettore che preferisca la verit alla opinione, giudichi se sia mai possibile che un ceto di uomini adotti e professi una tale dottrina! Certo  per che gli abitatori del castello di Monforte vennero in buon numero presi dai militi dell'arcivescovo, e tradotti a Milano insieme colla contessa di Monforte, signora del castello; e l'arcivescovo tent di convertirli col mezzo di ecclesiastiche e pie persone, ma ci non riuscendo, i primati della nostra citt, temendo, dice il conte Giulini(131) che non si spargesse pi largamente il veleno, alzata da una parte una croce e dall'altra acceso un gran fuoco fecero venire tutti gli eretici, e loro proposero l'inevitabil partito, o di gettarsi a pi della croce, e confessando i loro errori, abbracciare la dottrina cattolica, o di gettarsi nelle fiamme. Ne segu che alcuni si appigliarono al primo progetto; ma gli altri, ch'erano la maggior parte, copertisi il volto colle mani, corsero nel fuoco da cui furono miseramente consumati; al che aggiunge Landolfo il Vecchio, che un tal fatto accadesse per volere dei primati, Heriberto nolente.(132) In quei tempi il glorioso nostro sant'Ambrogio non si dipingeva punto in atto feroce con uno staffile nella mano; n si credeva che avesse contrastato al sovrano, n perseguitato gli eretici seguaci di Ario. Si sapeva che il santo vescovo aveva pazientemente sofferta la persecuzione del principe; e aveva tollerati con carit e mansuetudine i suoi fratelli, che traviavano nella fede; e a Dio, padrone di tutto, supplice offeriva le sue preghiere, acciocch misericordiosamente gli richiamasse alla strada della vita, senza adoperare egli altre armi o suggestioni, che la parola che persuade, l'esempio che persuade ancor pi, e la fraterna compassionevole affezione, colla quale si distinse quel beato nostro pastore. L'orgogliosa ambizione di sovraneggiare persino le idee, coprendosi col manto d'un religioso zelo, ha introdotta la persecuzione, la violenza, i roghi, i quali non hanno distrutto giammai il fanatismo, ma attizzandolo anzi, l'hanno alimentato, e resi irreconciliabili gli eterodossi. L'umanit, la dolce insinuazione, la pazienza disarmano gli avversari, e li chiamano a venerare il vero Dio, con mansuetudine, con pace, colla benevolenza e coll'esercizio della virt. Io mi sono prefisso di non considerare Ariberto come arcivescovo. Come uomo pubblico, cittadino, soldato politico, egli ha saputo rendersi padrone di quella rcca, il che in vano altri aveva tentato; e il suo cuore ricus di approvare l'atto ingiusto e crudele del supplizio. Vi  molto anche da dubitare se veramente quegl'infelici fossero in errore nel dogma. Mi pare incredibile l'errore di fisica sulla generazione. Mi sembra assurdo l'altro errore, loro imputato, cio che fosse loro opinione dannarsi ciascuno se non moriva fra i tormenti. Ripugna poi affatto al buon senso il costume che volevasi loro attribuire, cio che violentemente uccidessero i loro confratelli allorch gravemente erano ammalati. Se ci fosse rimasto qualche scritto in cui alcuno di questi infelici avesse rappresentata la causa propria, saremmo un po'meglio informati della verit. Forse erano costoro cristiani pi pii e segregati dalla depravazione generale, e per ci perseguitati. San Pietro Damiano, che viveva in quel secolo, cos scriveva: ad tantam faecem quotidie semitipso deterior mundus devolvitur, ut non solum cujuslibet sive saecularis sive ecclesiasticae conditionis ordo a statu suo collapsus jaceat, sed etiam ipsa monastica disciplina, solo tenus, ut ita dixerim, reclinata, ab assueta illa altitudinis suae perfectione languescat. Periit pudor, honestas evanuit, religio cecidit, et veluti facto agmine, omnium sanctarum virtutum turba procul abscessit(133). Cos quel santo descriveva i costumi di que'tempi infelici. Il supplizio adunque de'nominati abitatori di Monforte fu certamente atroce e poco cristiano; l'errore se vi fosse,  cosa dubbia. Cos leggiamo che dai pagani si trattassero i mrtiri; ma cos non si legge che gli apostoli dilatassero la santa e mansueta religione di Cristo. Questa per  la prima memoria e la pi antica di persecuzioni e patiboli adoperati da'cristiani per causa di religione; e mi dispiace che questo primo esempio, che ne'secoli posteriori  stato seguto da tanti altri funesti, sia stato dato in Milano l'anno 1028.
Frattanto che l'imperatore Corrado dimorava lontano dall'Italia, la potenza d'Ariberto andava ogni d crescendo, e la citt si avvezzava sempre pi a considerare l'arcivescovo come il capo della Repubblica. A tanto giunse il potere d'Ariberto, che, unitosi con Bonifacio, marchese di Toscana, formarono un esercito, e, sormontato il gran San Bernardo, si portarono in vicinanza del Rodano ad unirsi all'armata dell'imperatore Corrado, che pretendeva il regno della Borgogna, occupato da Odone, duca di Sciampagna. Wippo attesta il luogo in cui quest'aiuto venne ad unirsi all'imperatore, e i nemici furono sconfitti rimanendo il regno a Corrado; di che ne fa una menzione distinta lo storico nostro Arnolfo(134). Poi, ritornato Ariberto alla patria, sempre pi militare ed animoso, avvenne che un buon numero di militi milanesi, malcontenti di lui, cercarono il modo di contenerlo; e, memori della violenza usata da Ariberto contro i Lodigiani, passarono a Lodi, ed eccitarono quanti pi poterono a prendere le armi e seco loro unirsi per fiaccare la potenza di lui. Ariberto and incontro a costoro, avendo fra i suoi anche altri vescovi suffraganei. Segu una zuffa assai ostinata, e il partito dell'arcivescovo rimase con poco vantaggio, e fra gli altri uccisi si annover il vescovo di Asti, suo suffraganeo, che rimase sul campo(135). Venne poi l'imperator Corrado in Italia nel 1037; e si port a Milano. Cosa veramente gli accadesse non lo sappiamo; si parla dagli autori di inquietudine sofferta, di tumulto popolare. Quanto sappiam di certo si  che quell'augusto ben tosto portossi a Pavia, dove l'arcivescovo Ariberto lo raggiunse. Ma, sia che quell'augusto avesse attribuito ad Ariberto la poca sicurezza ritrovata in Milano, sia che l'arcivescovo usasse di un tuono poco rispettoso e sommesso, la storia c'insegna che Ariberto ivi fu arrestato, e sotto buona scorta trasportato a Piacenza prigioniero. Io non trovo difficilt a credere che realmente Ariberto non fosse contento che in Milano soggiornasse un uomo maggiore di lui; che egli indirettamente potesse aver fomentata la licenza del popolo per farne partire l'imperatore; e che, confidando sull'autorit che possedeva, o sulla illusione del principe, si presentasse a lui a Pavia con sicurezza. A custodire il prigioniero Ariberto l'imperatore aveva destinati i suoi pi fidi, ai quali l'arcivescovo offr una lauta cena, abbondante singolarmente di scelti vini. I custodi cedettero alla ghiottoneria, e la secondarono sino alla ubbriachezza; e questo era appunto lo stato al quale aveva pensato di ridurli l'arcivescovo per sottrarsi, come fece, alla loro custodia. Cos egli ricuper la sua libert, e cautamente portossi a Milano, accolto dalla citt con somma allegrezza. Poich Corrado intese il fatto, si mosse, e alla testa de'suoi s'accost a Milano per farne l'assedio, ad oggetto singolarmente di riavere l'arcivescovo in suo potere; ma i tempi erano assai cambiati. Milano non era pi la citt spopolata, distrutta e languente; era maxima multitudine munita,(136) come ci attesta Wippo; e i Milanesi gli andarono incontro, e pi volte si azzuffarono con gl'imperiali. Tutti i tentativi dell'imperatore riuscirono vani; ei pot devastare i campi e le ville: ma dovette abbandonare il pensiero di avere Milano. La collera dell'imperatore scelse allora un'altra specie di guerra. Pens egli di deporre l'arcivescovo Ariberto, e nomin Ambrogio prete, cardinale della santa chiesa milanese, in sua vece: forse credendo che alla citt medesima, stanca per avventura della dominazione di Ariberto, piacer dovesse la nuova scelta; ma nessuno de'cittadini da questa novit fu commosso(137). Vedendo riuscir vano il colpo, un altro ne rimaneva da provare, ed era di animare il sommo pontefice contro dell'arcivescovo; e Corrado perci portossi a Roma, e indusse Benedetto XI a scomunicare Ariberto: ma nemmeno perci l'arcivescovo cambi punto pensiero o sistema(138), e quindi Corrado il Salico abbandon l'Italia, e nella Germania poco dopo cess di vivere nel 1039.
Rimase cos quasi sovrano Ariberto alla testa della sua citt. Enrico, figlio di Corrado, era stato proclamato re di Germania. Ho accennato che, dopo l'infeudazione fatta da Ottone in Berengario e Adalberto, i re di Germania credevano che l'Italia fosse una parte della loro corona; e gl'Italiani diversamente credevano che il loro fosse un regno distinto, e che non si acquistasse se non colla proclamazione e incoronazione in Italia. Prima che non seguisse la incoronazione, le carte milanesi non facevano menzione alcuna del re. Il re Enrico fu poi imperatore, e fu il secondo che ne assumesse il titolo, e da noi perci chiamasi Enrico II, sebbene gli oltramontani lo chiamino III. Enrico era lontano; e l'impazienza del carattere facendo sembrare noioso il tempo della tranquillit, disgraziatamente anim i Milanesi ad una guerra civile fra i nobili e la plebe. Questo primo germe di discordia non si estinse mai pi, sebbene per intervalli venisse sopito. Tutta la storia seguente ne far testimonio. L'arcivescovo era alla testa del partito de'nobili, come quasi sempre lo furono gli altri suoi successori. La cosa  assai naturale, perch i cardinali erano scelti fra le pi nobili famiglie, e l'arcivescovo era trascelto dal loro numero. La plebe era trattata con molta durezza dai nobili. La nazione aveva gi preso un'educazione militare, e questa ha per solo rapporto fra un uomo e l'altro il comando e l'obbedienza. Un resto ancora rimaneva di servit longobarda, per cui un nobile era proprietario di molti uomini. I costumi erano ancora agresti, e spiravano il secolo di ferro. La plebe, che aveva col suo sangue contribuito anch'essa a difendere la patria, non poteva soffrire di vedersi cos non curata e depressa cessato che fu il pericolo. La plebe di Roma abbandon la patria e si ricover sul monte Sacro. Convien confessare che quella di Milano trov uno espediente migliore; poich invece ella scacci dalla citt l'arcivescovo e tutti i nobili: e ci avvenne l'anno 1042. Per pi di due anni continui si mantennero i plebei ben muniti e difesi in Milano; tentando incessantemente i nobili, o per assedio o per sorpresa, di rientrarvi; e sempre rispinti colla loro peggio. Vi volle un giusto timore che il re Enrico approfittasse di questa discordia, per riunire almeno in apparenza gli animi e calmare i partiti. L'arcivescovo Ariberto, nel 1045, fin la sua gloriosa carriera. Mentre egli era ammalato e vicino a morte, Uberto, fedele suo milite, mostravasi afflitto, e l'arcivescovo placidamente lo consol dicendogli: io vado sicuro ai piedi di sant'Ambrogio, tuo e mio padre. Landolfo Seniore ci descrive la religiosa piet del nostro Ariberto: Convocatis sacerdotibus et diaconis, summa cum devotione omnium peccatorum poenitentia accepta, atque confessione coram omnibus facta, atque absolutione a sacerdotibus per impositionem manuum, Spiritu Sancto cooperante, donata, Sanctam Eucharistiam humiliter ac devote suscepit,(139) e poco dopo mor; uomo che nel carattere ebbe molta grandezza; buon soldato, buon principe; aveva i costumi e la religione de'suoi tempi; egli nacque opportunamente per la sua gloria e per rianimare la sua patria, che dall'epoca sua pu contare il vero suo risorgimento.
L'arcivescovo Ariberto, le di cui armi portarono la vittoria oltre le Alpi, e seppero fare insuperabile resistenza all'imperatore, fu quello che invent l'uso di condurre nell'armata il carroccio, nome conosciutissimo, sebbene poco ne sia conosciuto l'oggetto. I nostri scrittori ci rappresentano questo carroccio come una superstizione, ovvero come una barbara insegna. Io credo che piuttosto debba riguardarsi come una invenzione militare assai giudiziosa, posta la maniera di combattere di que'tempi. Nel tempo in cui dura un'azione, egli  sommamente importante il sapere dove si trovi il comandante, acciocch colla maggior prestezza a lui si possa riferire ogni avvenimento parziale; egli  parimenti opportunissimo il sapere dove precisamente si trovino i chirurgi, per ivi trasportare i feriti; parimenti  necessario che il sito in cui trovasi il comandante, e in cui si radunano i feriti, sia conosciuto da ognuno, acciocch si abbia una cura speciale di accorrere a difenderlo. Questo sito deve essere mobile a misura degli avvenimenti, e a tutti questi oggetti serviva il carroccio, ch'era un'assai eminente antenna, alla sommit della quale stava un globo dorato assai lucido e distinguibile: sotto il quale pendevano due lunghe bandiere bianche, e al mezzo dell'albero stavavi una croce. Avanti a quest'antenna eravi l'altare sul quale celebravansi i sacri misteri per l'armata; e tutto ci era conficcato sopra di un carro assai vasto e sicuro, per servir di base a questo enorme vessillo, e trasportarlo. Un gran numero di bestie si adoperava per moverlo. Non  punto inverosimile il credere che su di quel carro o carroccio si ponesse la cassa militare, la spezieria e quanto pi importava di avere in salvo e pronto uso. Nemmeno sarebbe inverosimile il dire che con varii segnali da quell'altissimo stendardo si dessero gli ordini per un mezzo prontissimo, come si costuma anche ora nella guerra di mare. Terminata la guerra, si riponeva il carroccio nella chiesa maggiore, come cosa sacra e veneranda; e cos anche l'opinione religiosa contribuiva a fare accorrere alla di lui preziosa custodia i combattenti. Pare adunque che il comandante o rimanesse vicino al carroccio, o ivi almeno lasciasse l'indizio del sito a cui si volgeva, per subito rinvenirlo; che vicino al carroccio si portassero i feriti, sicuri di trovare ivi ogni soccorso, lontani da ogni pericolo; che dal carroccio si diramassero gli ordini per mezzo di segnali con somma rapidit; che ivi si custodisse quello che eravi di prezioso; e che gli occhi de'combattenti, di tempo in tempo rivolti a quel vessillo, conoscessero quali azioni ad essi comandava il generale, e quale fosse il luogo pi importante di ogni altro da custodirsi. Nella maniera di guerreggiare dei tempi nostri riuscirebbe inutile una tal macchina, ben presto rovesciata dall'artiglieria, che ridurrebbe quel contorno pi d'ogni altro pericoloso; il fumo impedirebbe spesse volte che quello stendardo fosse visibile: ma prima dell'invenzione della polvere, il carroccio inventato da Ariberto certamente fu con accortezza immaginato; e perci anche le altre citt della Lombardia, quando, coll'esempio de'Milanesi, acquistarono l'indipendenza e si ressero col loro municipale governo, adottarono ciascheduna il proprio gran vessillo, ossia carroccio. Cos facilmente intendiamo come la perdita del carroccio fosse un avvenimento che funestasse una citt; non gi per un'idea di Palladio, o per una vana opinione d'onore soltanto; ma perch la perdita del carroccio era prova di una totale sconfitta, al segno di non aver potuto preservare quello spazio che sommamente era cura di ciascuno il difendere.
La riconciliazione fra i nobili e i plebei era stata momentanea; e durava tutt'ora, come dappoi continu, lo spirito di partito. Acciocch il governo degli ottimati sia fermo, conviene che la costituzione ponga una distanza grande fra il ceto dei pochi, presso i quali sta il comando, e il vasto ceto di quelli che sono destinati alla passiva obbedienza. La loro persona deve comparire al popolo sacra e veneranda; ma conviene che ciascuno ottimate, al deporre che fa la toga e la pubblica persona, diventi popolare; e cos la plebe ama i padroni, e riceve come un beneficio que'momenti ne'quali discendono con lei i magnati. Niente di questo eravi nella informe costituzione nascente di Milano. L'autorit de'magnati non aveva l'augusto appoggio delle leggi, e il loro costume, violento e duro, insultava il popolo, e lo indisponeva ad obbedire ad un'autorit incautamente adoperata. Morto appena il grande Ariberto si rinnovarono i partiti, e cominci la plebe a pretendere di avere essa pure influenza nell'elezione dell'arcivescovo, dignit diventata assai pi politica che spirituale(140). Non fu possibile di terminare la controversia fra di noi; l'ostinazione era insuperabile, e quindi fu risoluto di ricorrere al re Enrico, e lasciare a lui la nomina del nuovo arcivescovo. Vennero adunque presentati al re i nomi di quattro cardinali della santa chiesa milanese, acciocch ne facesse la scelta. Ma il re profitt dell'occasione e nomin arcivescovo certo Guidone, Milanese bens, ma uomo ignobile, e conseguentemente che non era del ceto de'cardinali ordinari: e cos colloc sull'importante sede metropolitana una sua creatura, interamente da lui dipendente; si affezion il partito de'plebei, abbass i magnati, e si apr la strada per essere pi padrone del regno d'Italia, che non pot esserlo il di lui padre Corrado. Vi volle tutta l'astuzia di Guidone, tutto il timore che si aveva del re Enrico, e molto denaro per ottenere che fosse consacrato il nuovo arcivescovo(141). Il partito de'nobili fu talmente offeso nel vedere collocato un plebeo a loro dispetto sulla sede arcivescovile, che in un giorno solenne l'indecenza fu portata a segno di piantare abbandonato solo all'altare il nuovo arcivescovo, essendosi sottratti i cardinali in mezzo della sacra funzione, come ci attesta Landolfo Seniore. Non si pu a meno di non compiangere con san Pietro Damiano la misera condizione di que'tempi, e consolarci nel vedere i sacri ministri dell'altare de'giorni nostri ben diversi, col loro esempio insegnando al popolo la riverenza che si deve al santuario, e colla loro mansuetudine allontanandolo dal perseguitare i nostri fratelli sotto pretesto di religione. Pare che in quel secolo infelice la religione, in vece di contenere le malvagie passioni degli uomini, da essi fosse sfrontatamente adoperata, servendosene di pretesto per farvi un pi libero corso.
Il re Enrico venne in Italia; portossi a Roma; depose varii che si dicevano sommi pontefici; e fece eleggere dal clero o dal popolo Svidger, sassone, ch'egli aveva al suo seguito condotto a Roma. Nel giorno medesimo in cui Enrico fece incoronare papa Svidger col nome di Clemente II, Clemente II incoron imperatore Enrico. Cos quel sovrano, coll'assoluta sua autorit, eleggeva il papa e l'arcivescovo, e aveva annientato il potere de'sacri canoni e la libert dell'ecclesiastiche elezioni. Da ci nacquero le discordie, che durarono per secoli, a separare i cristiani in due partiti, gli uni a favore della sovranit, gli altri a favore della libert ecclesiastica; e se questo furore di partito finalmente nella vita civile  tolto, ne rimane per sempre qualche seme, almeno presso degli scrittori che ne raccontano la storia. Non pu, a mio parere, imputarsi a delitto se i vescovi, vedendo soggetta la loro citt a un sovrano elettivo, indifferente per lo pi al ben essere del suo popolo; vedendo il saccheggio, la rapina, la miseria essere diventati lo stato naturale e costante della citt; non si pu, dico, imputar loro a delitto, se, adoperando le pingui loro rendite per ripararne le mura, per assicurarne la difesa, con questo mezzo acquistarono la rispettosa riconoscenza del loro popolo. N si pu fare alcun rimprovero ai prelati se procurarono, colle forze acquistate e col loro credito, di accrescersi i mezzi per meglio difendere gli uomini della loro diocesi. Sin qui non si pu che venerare la loro condotta. Vero  che al comparire di re migliori, avrebbero essi ottimamente operato, se, limitandosi al sacro loro ministero, avessero abbandonato le cure del regno al sovrano: ma dagli uomini non si pu pretendere che, per essere rivestiti d'un carattere pio e santo, cessino d'essere uomini e si trasmutino in altrettante divinit. Ecco il modo col quale i vescovi diventarono potenti. Niente poi  pi naturale del partito che allora presero i sovrani mischiandosi nelle elezioni de'vescovi, la scelta dei quali era essenziale per la sicurezza della loro corona; partito che non aveva l'appoggio della tradizione; contrario alle opinioni di quei tempi, ma assolutamente necessario per restare tranquilli sul trono. Questo turbamento essenzialissimo, che rovesciava dai fondamenti la gerarchia ecclesiastica non solo, ma la disciplina istessa e il costume; che faceva collocare sulle sede vescovile soggetti inettissimi e affatto indegni di ascendervi; che apriva un mercato alla simonia, e faceva diventare un articolo di finanza per il sovrano l'investitura de'vescovadi e de'beneficii; era un oggetto turpe e luttuoso, meritevole di riforma; e nessun altro poteva tentarla fuori che il sommo pontefice capo della Chiesa. L'impetuoso zelo di Gregorio VII fu spinto da questo universale disordine. In ogni cosa umana, quando si ha da combattere, si corre rischio di trascorrere pi in l del giusto. Cos  accaduto ai due partiti pi di una volta, abusando delle circostanze favorevoli. Scegliendo i fatti della storia con impegno per un partito, e tacendo que'che non torna conto di ricordare, si trova una serie che prova e convince; tanto fecondi sono i casi favorevoli ora al sacerdozio ed ora al trono. Io non ardir di mischiarmi nella gran contesa; tralascerei anzi di parlarne, se fosse possibile l'omettere nella storia di Milano i fatti importanti e pi interessanti per la loro influenza: ma giacch la fatica che ho intrapresa, e il corso degli avvenimenti mi conducono a scrivere que'fatti che risguardano la citt, io lo far, mosso dal sentimento di compassione de'mali che da un tale dissidio sono nati; conoscendo il dissidio originato da una serie di cose che lo rendevano necessario; e sempre ricordandomi che la debolezza, la illusione e le passioni sono compagne degli uomini in tutti i secoli e in tutte le condizioni. Ma di ci tratteremo nel capo seguente.
Per ora ci pu servire, per avere idea del governo della citt in quei tempi, un passo del Fiamma, che cos c'insegna: Insuper archiepiscopus mediolanensis quosdam alios maximos redditus imperiali auctoritate recipiebat; quia super stratas regales, in exitu quolibet de comitatu, habuit teloneum, et dum intrabat aliquis extraneus in equo vel cum curru, aut pedibus, dabat telonario archiepiscopi, immo innumerabilibus telonarii scensum, et archiepiscopus tenebatur custodiri facere passus, et omnibus damnificatis intra territorium restituere de suo tantum quantum damna fuissent aestimata.(142) Da queste parole molte cognizioni si ricavano. Primieramente il sovrano  sempre stato considerato il re d'Italia o l'imperatore, e da lui, o per tacita o per espressa concessione, doveva provenire ogni diritto pubblico per essere considerato legittimo. L'arcivescovo realmente non  stato mai sovrano di Milano, e mi sembra una favola evidente la pretesa donazione che si asserisce fatta dal re Lotario nel 949 della zecca di Milano all'arcivescovo; giacch due anni dopo quest'epoca le monete di Milano portarono il nome di Ottone, e dipoi degli Enrici, dei Federici, dei Lodovici, indi dei Visconti e degli Sforza, non mai ebbero il nome di verun arcivescovo trattone quello dell'arcivescovo Giovanni Visconti, che fu successore di Lucchino nella signoria di Milano, e che la domin per titolo ereditario di sua famiglia, e non per la dignit ecclesiastica. Questa supposta donazione della zecca ha per appoggio una bolla di Alessandro III sommo pontefice, il quale poteva essersi ingannato nel suo fatto, e nella quale si considera come legittimo arcivescovo Manasse, sebbene tale non fosse. Questa bolla fors'anco  stata composta ne'tempi posteriori per altri fini, senza che il papa l'abbia spedita giammai. L'arcivescovo adunque riscuoteva per concessione del sovrano il tributo, e doveva l'arcivescovo istesso tenere difeso il contado, e risarcire del proprio i danni secondo la stima che ne venisse fatta. Il sistema fu introdotto dall'imperatore Ottone. Sappiamo che il tributo s'impone per supplire ai mezzi della difesa dello Stato.  strano il sistema che il sovrano confidi al pubblicano medesimo la cura della difesa: ma la sovranit elettiva d'un monarca per lo pi lontano, in tempi ne'quali non si tenevano milizie stabilmente assoldate, poteva renderne il progetto spediente. Dovevano temersi le scorrerie degli Ungheri, e da essi forse avevano anche imparato i vicini a depredare. Non era sicuro il contadino di raccogliere e conservare la msse del suo campo. I Pavesi, Lodigiani, Novaresi e i Comaschi venivano furtivamente a predare i Milanesi; e questi altretanto facevano fuori de'confini. Non v'era giudice che avesse una giurisdizione estesa per punire il delitto commesso da un uomo che abitava fuori di contado. Perci ogni distretto doveva essere custodito, e questa custodia era confidata all'arcivescovo, personaggio il pi facoltoso e autorevole della citt, ma non per l'arbitro di essa; poich v'erano i messi ed i giudici regii, che potevano e dovevano condannare l'arcivescovo al rinfacimento, tosto che per negligenza di lui gli estranei avessero portato danno a un Milanese. L'autorit dei conti, che in origine comandavano la citt in nome del sovrano, si andava indebolendo ogni anno. La potenza dell'arcivescovo non era dunque illimitata, anzi avendo preteso i fratelli dell'arcivescovo Landolfo, pr  solito, civitatis abuti dominio(143), venne scacciato per questa insolita pretenzione l'arcivescovo dalla citt, la quale, tempore Ottonis imperatoris primi, Bonizio...... virtute ab imperatore accepta, velut dux castrum procurando regebat.(144)
Alcune usanze ed opinioni di quel secolo meritano di essere ricordate. Continuava l'usanza, siccome ho detto, di considerare alcuni uomini come servi: a questi si tagliavano i capelli, e quando volevansi manomettere, era costume di presentare il servo a un sacerdote, che lo faceva passeggiare in giro intorno dell'altare, e, dopo una tal cerimonia, l'uomo era considerato libero. Per fare un atto solenne di donazione il costume esigeva che si adoperasse un coltello e un bastone nodoso, un ramo d'albero, ovvero un pampino di vite. Qualche altra volta si adoperava per tale atto un'altra cerimonia, ed era di porre sulla terra la carta e il calamaio, e il donante li prendeva dal suolo e li poneva nelle mani del notaio, pregandolo a scrivere la donazione e autenticarla. Il lardo era molto in uso presso la plebe. Abbiamo pi legati pii ai poveri, che dispongono di distribuirne. Uno di questi  nel testamento fatto dall'arcivescovo Andrea, in cui vuole che il suo erede, nel giorno anniversario di sua morte, pascere debeat pauperes centum, et det per unumquemque pauperem dimidium panem, et companaticum lardum, et de caseum, inter quatuor, libra una, et vino, stario uno.(145) Nella chiesa di Sant'Ambrogio avevamo tre oggetti di opinioni capricciose: un antico marmo rappresentante Ercole, e si credeva che l'Impero doveva conservarsi sin tanto che quella scultura rimaneva al suo luogo: di ci scriveva Fazio degli Uberti.

Hercules vidi, del qual si ragiona
Che, fin che'l giacer come fa ora,
L'Imperio non potr forzar persona.

Avevamo la sede vescovile marmorea nel coro, sulla quale ponendosi a sedere le donne incinte, credevano di non poter pi correre alcun rischio nel parto. In terzo luogo si credeva che quel serpente di bronzo collocato sulla colonna dal buon arcivescovo Arnolfo, qual prezioso dono de'Greci, avesse la virt di guarire i bambini dai vermi. Si credeva molto alle streghe, e si opinava ch'esse nulla potessero operare nelle case avanti le quali passavano le processioni delle Rogazioni; le quali sono assai antiche presso di noi. Quando le campagne avevano bisogno della pioggia si poneva una gran caldaia a fuoco in sito aperto; e vi si facevano bollire legumi, carni salate ed altri commestibili; poi si mangiava e spruzzavansi di acqua i circostanti. Nella vigilia del Santo Natale si faceva ardere un ceppo ornato di frondi e di mele, spargendovi sopra tre volte vino e ginepro; e intorno vi stava tutta la famiglia in festa. Questa usanza durava ancora nel secolo decimoquinto, e la celebr Galeazzo Maria Sforza. Il giorno del Santo Natale i padri di famiglia distribuivano, sin d'allora, i denari; acci tutti potessero divertirsi giuocando. Si usavano in quei giorni dei pani grandi; e si ponevano sulla mensa anitre e carne di maiale; come anche oggid il popolo costuma di fare. V' nell'archivio del monastero di Sant'Ambrogio una donazione, fatta nel 1013, da Adamo, negoziante milanese, all'abate del monastero; egli dona una casa, acciocch col fitto di essa i monaci comprino de'pesci, ed allegramente se li mangino nel giorno anniversario della morte di Falcherodo, monaco, e di Giovanni, prete: e ci per sollievo dell'anima de'trapassati. Sono anche curiose le parole: Emant pisces ad refectionem et hilaritatem annualem in die anniversario obitus eorum Falkerodi monaci et Johanni presbytero, pro animarum eorum remedio, quo ipsis proficiat at gaudium et anime salutem.(146) Si credeva da molti che giovasse al riposo della anime de'defunti l'accendere sulle tombe loro delle lampadi: Ut ipsa luminaria luceant pro anima ipsius.(147) Altre donazioni ritrovansi colla condizione: Et faciat ardere in quadragesima majore super sepulturam ipsius quondam Andreae genitoris(148). Di varie superstizioni di quei tempi ne tratta la dissertazione dell'illustre Muratori, alla quale si pu ricorrere per una pi vasta erudizione(149).
Non v' ai nostri giorni alcun giudice, per corrotto e meschino ch'egli si sia, che sfrontatamente ardisca di raccontare di avere venduta la sentenza. Allora l'imperatore Ottone III non ebbe difficolt, in un diploma del 1001, di asserire di aver ricevuto dal vescovo di Tortona la met dei beni disputati: Propter rectum judicium quod fecimus inter eum et Ricardum, ex jam praenominatis rebus(150). Facile  quindi il conoscere in quale stato fossero allora le leggi, la disciplina, le scienze. I vescovi erano soldati e vivevano pi nelle armate che nella Chiesa. Cos facevano gli abati(151). L'uso di decidere le questioni col preteso giudizio di Dio nel duello, sempre pi rendevasi comune. I beni ecclesiastici si dilapidavano dagli stessi prelati; e cos fece Landolfo, arcivescovo, il quale ecclesiae facultates et multa clericorum distribuit militibus beneficia(152); e pi distintamente lo spiega l'altro storico nostro contemporaneo Landolfo: Pollicens illis omnes plebes, omnesque dignitates atque Xenodochia, quae majores ordinarii atque primicerius decumanorum, archipresbyteri, et cimiliarchi hujus urbis ecclesiarum tenebant, jurejurando asserens, pactum usque detestabile patratus.(153) Io ripeter pi volte una verit che non sar mai ripetuta abbastanza; cio che le malinconiche declamazioni che si fanno contro i costumi del secolo in cui viviamo, suppongono una totale ignoranza della storia; e che, paragonando il tempo d'oggi ai tempi de'quali tratto, dobbiamo umilmente benedire e ringraziare l'Essere Eterno che ci ha riserbati a vivere fra uomini assai pi colti e ragionevoli, sotto governi assai pi saggi e benefici, diretti da un clero assai pi dotto, costumato e pio, mentre il vizio e il delitto cautamente fra le tenebre serpeggiano (poich la terra  la loro abitazione) ma non innalzano la temeraria fronte, n dettano precetti per confondere, come allora facevano, ogni idea di giustizia e di virt.

Capitolo 5.

Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina ecclesiastica dopo la met del secolo XI

La rivoluzione di cui sono per trattare in questo capitolo, ha cagionato pi di trenta anni di fazioni nella nostra citt. Stragi, incendii, odii, scandali, risse, questa  la scena che ci si apre davanti. Vorrei cancellare dalla storia la memoria di que'tristi avvenimenti; ma essi influirono sopra i posteriori, e furono troppo lunghi ed importanti. Costretto a riferirli, io lo far pi colle parole altrui, che colle mie. La libert ecclesiastica era stata depressa all'estremo dall'imperatore Enrico II, come gi accennai. Il pontificato istesso di Roma gi da una serie di anni era abbassato all'ultimo segno. Romano, console, duca e senatore di Roma, a forza di denaro si era fatto eleggere sommo pontefice col nome di Giovanni XIX nel 1024. Teofilato, di lui nipote, fanciullo ancora e appena cherico, a forza pure di denaro speso da'suoi parenti, gli succedette col nome di Benedetto IX. La vita libertina, le rapine, le crudelt che esercitava, indussero i Romani a scacciarlo. L'imperatore Corrado, colle sue armi, lo colloc di nuovo sulla sua sede; ivi per, circondato dalla detestazione pubblica ben meritata, vendette il sommo ponteficato a prezzo d'oro all'arciprete Giovanni Graziano, che fu Gregorio VI. L'imperatore Enrico II, successor di Corrado, volle che Gregorio VI fosse deposto in un concilio a Sutri. Poi costrinse i Romani a riconoscere per sommo pontefice Svidger, vescovo di Bamberga, ch'egli aveva dalla Germania condotto in seguito, e si chiam Clemente II. Morto questo, l'imperatore Enrico elesse a sommo pontefice Poppone, vescovo di Brixen, e lo sped a Roma, dove ebbe nome Damaso II; a cui l'imperatore stesso in Worms destin per successore Brunone di Egesheim, che fu in Roma chiamato Leone IX. Gli fu successore Geberardo, vescovo di Eichstat, scelto in Magonza, il quale in Roma si chiam Vittore II. Cos si facevano allora le elezioni. Ildebrando, nato nella Toscana, monaco in Roma, poi cardinale, viveva in que'tempi. Dotato di somma accortezza e di quella energia d'animo che caratterizza gli uomini grandi, fermo ne'suoi principii, audace, cautamente violento, fremeva nel mirare rovesciata la disciplina ecclesiastica, calpestata l'antica libert delle elezioni canoniche, soggiogata l'Italia da continue invasioni, umiliata Roma all'obbedienza, e collocati sulle sedi vescovili uomini talvolta i pi vili e i pi indegni d'occupare quel sacro luogo. Ildebrando era nato a tempo, poich il disordine era al colmo. L'evidenza de'mali pubblici, cresciuti a un dato segno, dispone gli uomini a desiderare e seguire una mente superiore riscaldata per una rivoluzione. In ogni altro tempo pi placido l'inerzia prevale; e il vigoroso entusiasmo sbalordisce e dispiace. La stima de'Romani l'aveva innalzato a tale ascendente, che Vittore II era pienamente governato da lui; ch'egli cre, si pu dire, Alessandro II; e che erano gi quasi vent'anni ch'ei dirigeva il sommo pontificato quando vi ascese col nome di Gregorio VII, nome che ei rese famoso nella storia. Egli si propose di assoggettare alla chiesa romana la milanese; di rendere il papato potente colla soggezione de'vescovi, e cos opporre alla forza dell'Impero la forza ecclesiastica riunita: mezzo che forse era il solo per allontanare la simonia nelle elezioni, e restituire alla Chiesa pastori degni dell'apostolato. La chiesa milanese era la pi importante di ogni altra, per il numero grande delle chiese da essa dipendenti, per l'opinione antica, per la venerazione del suo rito e per l'influenza che aveva l'arcivescovo nella elezione del re d'Italia. In fatti vedremo con quanta ostinazione Ildebrando abbia seguitato il suo piano senza mutare giammai consiglio, malgrado le gravissime difficolt che vi si frapposero.
(1056). Nell'anno 1056 era morto l'imperatore Enrico II, e restava collocato sul trono imperiale un bambino di sei anni, Enrico III, in mezzo alle turbolenze della Germania, sotto la tutela dell'imperatrice Agnese, di lui madre. Durante una lunga serie di anni l'Italia rimase come se non vi fosse un re, ed era libero il campo ai maneggi d'Ildebrando. Cominciarono essi appunto in quell'anno 1056. In quel tempo la chiesa milanese ordinava, siccome accennai, sacerdoti anche gli uomini che avevano moglie, e permetteva loro di convivere con essa. Non per ammetteva al sacerdozio coloro che fossero passati a seconde nozze, ovvero avessero presa per moglie una vedova. Non si proibiva poi che un sacerdote, rimasto vedovo, passasse a nuove nozze; ma gli restava sempre interdetto l'esercizio delle funzioni sacerdotali. Pretendevano i nostri sacerdoti che tale fosse il patrio rito sino dai tempi di sant'Agostino, il quale, come nella forma del Battesimo e in altra parte della liturgia aveva adottata la pratica della chiesa greca, cos ne avesse accettata anche la disciplina, che accorda il matrimonio ai sacerdoti. Questa opinione  stata contrastata con molta erudizione dal nostro Puricelli in una sua dissertazione, in cui volle provare non avere mai sant'Ambrogio permesso il matrimonio ai sacerdoti(154). Citavano allora i nostri ecclesiastici un testo del santo dottore del suo primo libro de officiis ministrorum(155), con queste parole: De monogamia sacerdotum quid loquar? quum una tantum permittitur copula, et non repetita; et haec lex est non iterare conjugium(156). Ma questo passo ora si legge cos: De castimonia autem quid loquar, quando una tantum nec repetita permittitur copula. Et in ipso ergo conjugio lex est non iterare conjugium(157). Non consta nemmeno che gl'impugnatori del matrimonio de'sacerdoti allora accusassero di malafede i nostri sacerdoti, che pubblicamente si appoggiavano a quella testimonianza; anzi in un'aringa pubblica si pretese allora che la seguente fosse dottrina di sant'Ambrogio: Virtutum autem magister apostolus est, qui cum patientia redarguendos docet et contradicentes, qui unius uxoris virum praecipiat esse, non quod exortem excludat conjugii, nam hoc supra legem praecepti est, sed ut conjugali castimonia fruatur absolutionis suae gratia; nulla enim culpa coniugii, sed lex. Ideo Apostolus legem posuit dicens: Si quis sine crimine est unius uxoris vir; ergo qui sine crimine est unius uxoris vir, teneatur ad legem sacerdotii supradicti; qui autem iteraverit conjugium, culpam quidem non habet coinquinati, sed'praerogativa exuitur sacerdotis(158). Questo passo del santo dottore ora si legge cos: Virtutum autem magister apostolus est, qui cum patientia redarguendos doceat contradicentes; qui unius uxoris virum praecipiat esse, non quo exortem excludat conjugii (nam hoc supra legem praecepti est) sed ut conjugali castimonia servet ablutionis suae gratiam: neque iterum ut filios in sacerdotio creare apostolica invitetur auctoritate, habentem enim dixit filios, non facientem, neque conjugium iterare(159). Il testo odierno  precisamente contrario a quello che allora si allegava in pubblico, senza che alcuno accusasse chi lo citava, di mala fede; e gli scritti di sant'Ambrogio dovevano essere noti al clero ambrosiano, che faceva professione di conservare i particolari instituti di quel santo vescovo. In seguito a ci, leggesi anche presentemente il passo in questi termini: Ideo apostolus legem posuit dicens: Si quis sine crimine est unius uxoris vir, tenetur ad legem sacerdotii suscipiendi: qui autem iteraverit conjugium, culpam quidem non habet coinquinati, sed praerogativa exuitur sacerdotis(160). Cresce anche al di pi la difficolt sul testo del santo dottore, osservando come poco dopo, a tal proposito, presentemente leggesi: Patres in concilio Nicaeno tractatus addidisse, neque clericum quemdam debere esse qui secunda conjugia sortitus sit;(161) il che non si sa come spiegarlo, poich ne'venti canoni del concilio Niceno nessuna menzione si fa de'cherici bigami; n  presumibile che il santo dottore Ambrogio ignorasse gli atti di quel primo concilio generale della Chiesa, che era celebrato appena settantun'anni prima del tempo in cui egli scriveva quelle parole; meno poi che allegasse l'autorit di quella celebre unione di trecento diciotto vescovi sopra un argomento di cui il concilio non avesse trattato. Il testo del santo padre allora era diverso da quello d'oggid; quale sia la genuina lezione a me non appartiene il deciderlo(162). I nostri ecclesiastici allora interpretavano letteralmente i testi di san Paolo: Bonum est homini mulierem non tangere; propter fornicationem autem unusquisque suam uxorem habeat(163); e l'altro: Oportet ergo episcopum irreprehensibilem esse, unius uxoris virum, sobrium, prudentem, etc.(164) Questa opinione, che attribuiva a sant'Ambrogio la disciplina favorevole al matrimonio de'sacerdoti, si vede ancora nell'antica cronaca di Dazio, riferita da Galvaneo Fiamma: In synodo Damasi Primi, centum quadraginta episcoporum, celebrata in Costantinopoli, ubi beatus interfuit Ambrosius, gravissima dissensio exorta est inter sacerdotes uxoratos ex una parte, et inter sacerdotes sine uxore viventes ex altera, qui sacerdotes sine uxore dicebant sacerdotes uxoratos salvari non posse. Summus pontifex hanc quaestionem commisit beato Ambrosio, qui sic ait: Perfectio vitae non in castitate, sed in charitate consistit, secundum illud apostoli: Si linguis hominum loquar et angelorum etc. Ideo lex concedit sacerdotes semel virginem uxorem ducere, sed conjugium non iterare. Si autem, mortua prima uxore, sacerdos aliam duxerit, sacerdotium amittit(165). Questa opinione durava ancora al principio del secolo decimoquarto, quando scriveva Pietro Azario, il quale, descritta che ebbe la gerarchia ecclesiastica di Milano, aggiunge: Iis omnibus benedicens beatus Ambrosius, una uxore uti posse concessit, qua defuncta et ipsi vidui in aeternum permanerent. Quae consuetudo duravit annis septingentis usque ad tempora Alexandri papae, quem civitas Mediolani genuerat.(166) E anche un secolo dopo cos credevasi; di che ci fanno testimonianza le seguenti parole del Corio, e concesse loro(167) che potessero avere moglie vergine, la quale morendo, restassero poi vedovi, come chiaramente si legge nella prima a Timoteo; parole che trovansi nelle prime edizioni di Milano 1503, e di Venezia 1565, ma che si tralasciarono nelle posteriori ristampe. Quantunque questa opinione di sant'Ambrogio sia considerata erronea; e la pratica di ammettere al sacramento dell'ordine le persone che avevano gi il sacramento del matrimonio, si risguardi come un abuso introdottosi posteriormente; egli  per certo che i sacerdoti che vivevano nel 1056, erano nati ed allevati con questo costume e con questa opinione che il matrimonio fosse permesso agli ecclesiastici, e che, almeno da cento anni, tale fosse la loro pratica; il che lo attesta il conte Giulini, che pure  poco amico di que'nostri ecclesiastici: cos egli: Non era cos antico, a mio credere, come quello della simonia, nella nostra citt l'altro abuso del matrimonio degli ecclesiastici, non avendone io trovato qualche indizio che nel secolo decimo(168).
Quand'anche io credessi migliore la disciplina ecclesiastica che permette le nozze ai sacerdoti, dell'altra che impone loro l'obbligo del celibato, io tacerei per riverenza verso della Chiesa, che ha stabilito generalmente il secondo. Ma tutto bene esaminato, parmi che il celibato sia lo stato pi conveniente ed opportuno agli ecclesiastici; perch meno legami gli attaccano alle brighe della societ; pi imparziali e liberi conservansi nell'esercizio del santo loro ministero; pi tranquillit loro rimane per occuparsi negli studi sacri; minori ostacoli hanno d'intorno, e possono interamente consacrarsi al bene degli uomini; i beneficii ecclesiastici possono essere ripartiti ai poveri, senza che i sentimenti della natura verso i figli allontanino il beneficiato dal distribuirli; finalmente i figli degli ecclesiastici, che vivono co'beni della Chiesa, contraggono con una eduzione civile i bisogni ai quali totalmente viene a mancare la base colla morte del padre, e corre pericolo la societ di avere pessimi cittadini, a meno che le cariche ecclesiastiche non diventassero feudi transitorii ne'figli. Quest'ammasso di ragioni mi persuaderebbe in favore del celibato, per i pochi cittadini trascelti per servire al ministero dell'altare, anche allor quando si disputasse se convenga non ammettere se non uomini che siano determinati a questo genere di vita giudicato pi perfetto, e pi dal popolo riverito. Ma questo non mi induce per a chiamare i sacerdoti della chiesa milanese di que'tempi concubinari, siccome in questi ultimi tempi sogliono fare alcuni; poich essi n difendevano il concubinato, n generalmente erano accusati di questo; e nemmeno li chiamer incontinenti, eretici, scismatici, nicolaiti, voci adoperate per un male inteso zelo, poich nessun rimprovero venne loro fatto sul loro dogma. La questione  stata unicamente per la disciplina del celibato, che da noi non si credeva una condizione essenziale per il sacerdozio. Posto cos lo stato della questione nel suo vero aspetto, vediamo ora per quai mezzi Ildebrando abbia incominciata in Milano la rivoluzione che si era prefissa.
Gi nell'anno 1021, siccome dissi, erasi da Benedetto VIII, nel concilio di Pavia, coll'autorit anche del re Enrico, fatta la legge che obbligava al celibato i sacerdoti. Anselmo da Baggio, ordinario cardinale della santa chiesa milanese, uomo di merito e di nascita distinta, e che godeva in Milano, sua patria, moltissima considerazione, fu il primo che cominciasse da noi a disapprovare il matrimonio degli ecclesiastici(169). Sappiamo che gli ecclesiastici erano del partito de'nobili, e nobili essi medesimi comunemente. I discorsi di Anselmo stavano per cagionare dei torbidi nella citt, dove le inimicizie fra i nobili e i plebei erano sopite, piuttosto che spente; e i popolari, prontissimi a cogliere l'occasione di umiliare gli ottimati. L'arcivescovo Guidone si adoper in modo che l'imperatore Enrico II creasse Anselmo vescovo di Lucca; e per tal mezzo (che nelle circostanze era, se non il solo, almeno il pi saggio e il pi mite) credette di avere allontanato il pericolo di un fermento nella citt. Anselmo da Baggio poi fu sempre ligio d'Ildebrando; con esso venne in Milano, siccome vedremo in seguito; e non dimentic mai l'oggetto di sottomettere l'arcivescovo alla giurisdizione romana, finch fu innalzato al sommo pontificato per opera d'Ildebrando, col nome d'Alessandro II. Credette l'arcivescovo di essersi assicurata la tranquillit coll'allontanamento dell'eloquente Anselmo. Ma se non si trov un uomo di quella autorit, non perci mancarono altri che decisamente cercarono di animare il popolo contro degli ecclesiastici. Tre uomini si collegarono, Arialdo, Landolfo e Nazaro: Arialdo era diacono; nessuno storico lo nega; Landolfo era cherico, se osserviamo quanto ne scrisse il beato Andrea; non era in modo alcuno ecclesiastico, se crediamo allo storico Arnolfo. Nazaro era uno zecchiere assai ricco, de'quali due compagni di Arialdo, uno con l'autorit, l'altro col danaro diede molto vigore al partito de'buoni, dice il conte Giulini(170). Convien credere che appunto questo fosse il solo appoggio che Nazaro diede al partito; poich di lui in nulla si fa menzione, n io pi lo nominer. I due che figurarono furono Arialdo e Landolfo. Sono concordi i due partiti nell'asserire che Landolfo fosse uomo di nascita nobile; discordano sulla famiglia di Arialdo, gli uni volendola plebea, e gli altri al contrario. Arnoldo, che viveva, in que'tempi, cos comincia il racconto di questa dissenzione: Hac eadem tempestate horror nimius ambrosianum invasit clerum... ... cujus initium et seriem, quum res nostris adhuc versetur in oculis, prout possumus enarremus... Quidam igitur ex Decumanis, nomine Arialdus, penes Widonem Antistitem multis fotus deliciis, multisque cumulatus honoribus, dum litterarum vacaret studio, severissimus est divinae legis factus interpres, dura exercens in clericos solos judicia. Qui quum modicae foret auctoritatis, humiliter utpote natus, pr vidit applicare sibi Landulphum, quasi generosiorem, et ad hoc idoneum, familiaris ejus factus assecla. Landulphus vero, quum esset expeditioris linguae ac vocis, nimiusque favoris amator, repente dux verbi efficitur, usurpato sibi, contra morem Ecclesiae, pr dicationis officio. Hic, quum nullis esset ecclesiasticis gradibus alteratus, grave jugum sacerdotum imponebat cervicibus, quum Christi suave est, et ejus leve sit onus(171). Landolfo adunque dai privati discorsi pass ai pubblici, e lo storico istesso ci ha trasmessa la prima parlata con cui eccit la plebe a disprezzare gli ecclesiastici, ed a saccheggiare le case loro. Ella  la seguente: Carissimi seniores, conceptum in corde sermonem ultra ritenere non valeo. Nolite, domini miei, nolite adolescentis et imperiti verba contemnere; revelat enim saepe Deus minori, quod denegat majori. Dicite mihi: creditis in Deum trinum et unum? Respondent omnes: credimus. Et adjecit. Munite frontes signo Crucis. Et factum est. Post haec, ait. Condelector vestrae devotioni, compatior tamen imminenti magnae perditioni. Multis enim retro temporibus non est agnitus in hac urbe Salvator. Diu est quod erratis, quum nulla sint vobis vestigia veritatis; pro luce palpatis tenebras, caeci omnes effecti, quoniam caeci sunt duces vestri. Sed numquid potest caecus caecum ducere? nonne ambo in foveam cadunt? Abundant enim stupra multimoda; haeresis quoque simoniaca in sacerdotibus et levitis, ac reliquis sacrorum ministris, qui, quum nicolaitae sint et simoniaci, merito debent abjici, a quibus si salutem a Salvatore speratis, deinceps omnino cavete, nulla eorum venerantes officia, quorum sacrificia idem est ac canina sint stercora, eorumque basilicae jumentorum praesepia. Quamobrem, ipsis amodo reprobatis, bona eorum publicentur. Sit facultas omnibus universa diripiendi ubi fuerint in urbe vel extra(172). Gli editori della raccolta Rerum Italicarum credono che quest'aringa sia una prova di eloquenza dello storico, e che unicamente Landolfo, parlando al popolo, acremente declamasse contro il matrimonio de'preti: acriter intonuisse(173); ma non producono alcuna ragione. La storia ci fa vedere che in seguito il popolo saccheggi le case degli ecclesiastici; e se crediamo a questo autore, che scriveva mentre attualmente accadevano le cose: Quum res nostris adhuc versetur in oculis(174), si vede che erano vaghe e generali le accuse per eccitare il popolo contro del corpo ecclesiastico. Landolfo il Vecchio, altro nostro scrittore di quei tempi, cos pi in breve ci descrive l'origine della dissenzione: Arialdus, cujusdam superbiae zelo gravatus, qui paulo ante de quodam scelere nefandissimo accusatus, et convictus ante Guidonem, adstantibus sacerdotibus hujus urbis multis, et partim quia urbani sacerdotes, forenses togatos urbem intrare minime consentiebant, et ecclesias civiles illis habere nisi per tonsuram illis non permittebant, per omnia occasionem quaerebat qualiter omnes sacerdotes ab uxoribus, populi virtutem sollicitando, removeret.(175) Il conte Giulini a questo passo aggiugne: Quanto al delitto che gli appone il maligno scrittore, si scuopre questa per una mera calunnia, osservando che Arnolfo, storico nemico egualmente di sant'Arialdo, nulla affatto ne dice. Oltrech, se fosse stato vero, non avrebbe lasciato Landolfo di spiegarne meglio le circostanze per renderlo credibile. Ma anche senza badare a ci, la santit di quel buon servo di Dio in tutto il resto della sua vita lo difende abbastanza da tale manifesta impostura(176). I due nostri scrittori Arnolfo e Landolfo Seniore sono i soli che abbiamo di quel tempo. Essi erano stati testimonii, e forse partecipi delle miserie nelle quali venne ingolfata la citt per queste dissenzioni: essi erano animati contro coloro che ne furono la cagione.  naturale altres il supporre che essi fossero affezionati alla disciplina che avevano trovata in uso presso de'loro padri; e questo baster perch non venga loro prestata ciecamente credenza nel male che dicono di Arialdo e di Landolfo. Se si fosse allora trattato unicamente di repristinare o dilatare la disciplina del celibato anche nella chiesa milanese, e non ammettere agli ordini sacri in avvenire se non coloro che si obbligassero alla vita celibe, la questione si sarebbe potuta discutere pacificamente: ma volendosi rimovere dall'altare i sacerdoti ammogliati, ognuno vede in quale angustia venivano riposti e i sacerdoti e i parenti delle loro mogli. Il metodo migliore per conoscere lo spirito dei partiti si  l'attenerci ai fatti non contrastati, e non far caso delle declamazioni.
Tra i fatti accordati dagli scrittori dell'uno e dell'altro partito, evvi il seguente: Arialdo, in un giorno solenne, radun sulla piazza un buon numero di popolo, e alla testa della moltitudine entrato nella chiesa, mentre i sacerdoti celebravano i divini uffici, violentemente scacciolli tutti dal coro, e perseguitolli in tutt'i canti e rispostigli; poscia dispose un editto in cui si comandava il celibato, e costrinse gli ecclesiastici a sottoscriversi. Frattanto si saccheggiarono le case degli ecclesiastici ed alcune si diroccarono. Arnolfo cos lo racconta: Die una solemni ad ecclesiam veniens [parla di Arialdo] cum turbis a foro, psallentes omnes violenter projecit a choro, insequens per angulos et diversoria; deinde providet callide scribi Pytacium de castitate servanda, neglecto canone, mundanis extortum a legibus, in quo omnes sacri ordines ambrosianae dioecesis inviti subscribunt, angariante ipso cum laicis. Interim praedones civitatis, praeter aedes aliquas in urbe dirutas, lustrabant parochiam, domos clericorum scrutantes, eorumque diripientes substantiam(177). Al qual passo di Arnolfo il conte Giulini cos riflette: Era per altro ben giusta cosa che quegli ecclesiastici viziosi ed ostinati i quali non volevano cangiar vita, venissero castigati anche col braccio secolare. Egli  ben vero che i rimedi violenti non vanno per l'ordinario disgiunti da qualche disordine; ma pure talora sono necessari(178); il che suppone che quegli ecclesiastici fossero viziosi e legalmente provati tali; che il loro vizio fosse della classe di quelli che sono sottoposti al braccio secolare; che Arialdo fosse rivestito della pubblica autorit, che legittimamente lo costituisse vindice della disciplina; e finalmente che il modo per esercitare questa magistratura fosse legale, movendo la plebe a tumulto, profanando l'asilo del sacro tempio, e scacciandone i ministri: cose tutte che non mi paion vere. Ridotto adunque lo scandalo a questo eccesso, dopo di aver sin da principio adoperati tutti i mezzi possibili per guadagnarsi Arialdo e Landolfo(179), Guidone arcivescovo doveva ricorrere al mezzo che i sacri canoni proponevano, cio alla convocazione d'un concilio in cui, radunati i vescovi suffraganei ed ascoltate le ragioni dell'una e dell'altra parte, si decidesse la questione, si restituisse la pace alla Chiesa, e il popolo ritornasse alla riverenza de'pastori. Cos appunto fece l'arcivescovo. Ma siccome il furore dei partiti rendeva troppo pericoloso il soggiorno di Milano, venne radunato il sinodo in Fontaneto, luogo del Novarese. Furono avvisati Arialdo e Landolfo di comparire al concilio, ed ivi esporre la loro dottrina e le querele contro del clero. Ma n Arialdo n Landolfo vollero presentarvisi(180), e quindi vennero da quel sinodo scomunicati(181). Questa scomunica sconcert i disegni di Arialdo e del compagno Landolfo. La storia c'insegna quanto obbrobriosa e precaria fosse in que'tempi l'esistenza di quell'infelice sul quale era stato pronunziato l'anatema. Arialdo perci abbandon Milano e portossi a Roma nel 1057, ove dal sommo pontefice Stefano X venne accolto con molta onorificenza(182). Landolfo aveva presa la strada medesima, e le insidie che trov nelle vicinanze di Piacenza fecero che ritornasse ferito in Milano(183). Allora sembrava ritornata la quiete nella citt.
Non poteva il cardinale Ildebrando, motore, siccome dissi, di questa rivoluzione, essere contento della sentenza proferita dal concilio di Fontaneto; per cui presso il popolo veniva screditato il partito contrario agli ecclesiastici e confermata la loro disciplina. Il fine era di sotto mettere alla giurisdizione di Roma la chiesa milanese: mezzo unico forse, come accennai, per impedire le elezioni simoniache e collocare prelati migliori al reggimento della Chiesa, alla quale non era pi possibile lo restituire l'antica libert, toltale dal potere dei re. Ildebrando istesso venne a Milano, e condusse con seco il vescovo di Lucca Anselmo da Baggio, primo autore della novit(184). L'arrivo de'due legati, che opravano in nome del sommo pontefice Stefano X, risvegli pi che mai le fazioni. La discordia era cresciuta a segno ch'era diventata guerra civile, e s da un partito che dall'altro le fazioni insieme crudelmente combattevano: i legati, temendo il furore del popolo, adunati di nascoso quanti cittadini potettero, dichiararono simoniaco Guidone arcivescovo, e detestabili tutte le sue operazioni; cos il conte Giulini(185): al che aggiugne questo pio e cauto scrittore che lo storico Landolfo Seniore, che ci narra il fatto, essendo nemico de'legati,  sospetto di parzialit. Si dee credere che la loro condotta sar stata molto pi regolare di quello che l'appassionato storico non la dipinga; e che non saranno giunti ad una s rigorosa sentenza se non dopo un maturo esame, e dopo aver perduta ogni speranza di ridurre l'arcivescovo a qualche onesto accomodamento. L'animosit di deprimere la chiesa ambrosiana era allora tale in Roma, che nemmeno pi si volle permetter dal papa che i monaci di Monte Cassino usassero del canto ambrosiano, che  il pi antico della chiesa latina; e venne ordinato che introducessero un nuovo canto(186). I due legati partirono, lasciando la citt immersa pi che mai nella discordia. Arialdo era ritornato. Varii rimproveri gli furono detti pubblicamente. Un sacerdote cos lo apostrof: Numquid tu solus per execrabilem Pataliam, et quamplurima sacramenta prava et detestabilia, populi flammam, quae impetu ut mare versatur, super nos accendis?(187). Da altro ecclesiastico distino era stato cos ripreso: Dum hujus inauditae Pataliae placitum cogitasti commovere, qualiscumque intentionis esses, ab aliquo religioso viro prius multis cum jejuniis debuisses consiliari(188). La voce patalia era quella colla quale si qualificava una dottrina nuova e discordante dalla opinione ortodossa; e coloro che sostenevano opinioni riprovabili chiamavansi patalini, patarini o catari, come oggid chiamansi novatori. Cos i due partiti, protestando ciascuno di sostenere l'ortodossia, vicendevolmente accusavano gli avversari di prevaricare, e si ingiuriavano a vicenda co'nomi di nicolaiti e di patarini. Le risse, i saccheggi, i tumulti sempre continuavano, anzi andavano frattanto crescendo. Il partito d'Arialdo, rinvigorito dalla sentenza de'legati, s'ingross col numero de'plebei animati ad umiliare i nobili, e l'accanimento giunse a segno che molti nobili, non avendo pi forza per sostenere i sacerdoti, dovettero allontanarsi dalla citt, e ritrovarsi un asilo tranquillo nelle terre: Ast nobiles urbis, quorum virtute sacerdotes paulo ante tuebantur, nimia ira et indignatione commoti, alii urbem exiebant, alii ut procellosae calamitati finem imponerent, tempus expectabant(189). Abbandonati cos gli ecclesiastici, il partito della plebe si era unito ad Arialdo; ed  facile l'immaginarsi quale doveva essere lo stato civile e religioso di Milano in quel tempo del quale, e del potere d'Arialdo allora, e del suo partito, dice lo storico nostro Tristano Calchi, che era forte: Fere cunctorum civium concursu, qui clericorum probra libenter audiebant: alii inopia, vel aere alieno pressi, et spem omnem in praeda et rapinis locantes, nihil minus quam pacem et civitatis concordiam optabant(190).
La sedizione era giunta al colmo, e il partito fomentato da Ildebrando aveva depresso gli avversari. Era giunto il momento opportuno per assoggettare la chiesa di Milano. Se i primi legati, incontrato l'ostacolo de'nobili e de'fautori del clero, ancora capace di sostenersi (per lo che non senza pericolo dimorarono in Milano) prontamente se ne partirono, condannando, siccome dissi, l'arcivescovo; ora la venuta de'legati doveva essere pi sicura, e la loro commissione pi facile ad eseguirsi. Ci non ostante non trov a proposito di venirvi il cardinale Ildebrando. Furono destinati a quest'ufficio nuovamente Anselmo da Baggio, vescovo di Lucca (il primo autore, come si disse, del partito) e gli si assegn per compagno il vescovo d'Ostia, Pietro di Damiano, che  conosciuto col nome di san Pier Damiano. Questa nuova legazione accadde l'anno 1059. Sebbene per Ildebrando non venisse ad eseguire l'impresa, egli interamente la diresse, come ce ne fanno fede le lettere di san Pier Damiano a lui indirizzate su di questa negoziazione. Non si potevano trascegliere due legati pi opportuni per ottenere l'intento. Il primo cospicuo nostro cittadino, appoggiato a'parenti ed a clientele; l'altro, eloquente, dotto e d'una piet celebratissitna. Non perci fu la cosa senza qualche difficolt, e questa la ritroviamo in una delle lettere scritte da san Pier Damiano al cardinale Ildebrando: Factione clericorum repente in populo murmur exoritur. Non debere ambrosianam ecclesiam romanis legibus subjacere, nullumque judicandi, vel disponendi jus romano pontifici in illa sede competere. Nimis indignum, inquiunt, ut quae sub progenitoribus nostris semper fuit libera, ad nostrae confusionis opprobrium nunc alteri, quod absit, Ecclesiae sit subjecta!(191) Cos scriveva il vescovo d'Ostia. Questa fazione naturalmente sar nata, perch il partito medesimo della plebe secondava le mire di Roma, sin tanto che queste la conducevano alla depressione dei nobili, ch'erano stati incauti a segno di opprimerla; ma un impegno nazionale poi la rendeva ritrosa nel secondarle, per assoggettare la Chiesa propria alla giurisdizione della romana. Il vescovo d'Ostia avendo cercato nelle funzioni solenni di precedere al nostro metropolitano, il popolo se ne sdegn. Cominciarono a vedersi dei torbidi; quindi i legati cautamente temperarono la pompa, e si posero a sbrigare sollecitamente gli affari. Imposero varie penitenze ad alcuni, differirono a giudicare di altri in migliore occasione; furono mutate le antiche costumanze, introdotte leggi nuove, e col favore del partito furono costretti l'arcivescovo e gli ordinari di porvi il loro nome. Cos di san Pier Damiano scrive il Calchi: Deinde fasto legationis inflatus voluit se in publicis actionibus archiepiscopo nostro praeferre: sed populus in propria dioecesi temerari ambrosianam dignitatem non laturus, frendere, ac tumulum circa facere coepit. Eo metu deterritus Ostiensis proposito destitit, et quae instabant negotia confecit: atque iis qui quid deliquerant, pro magnitudine delicti, varias ultor poenas irrogabat: alios, dilatione data, in aliud judicium reservabat. Denique, ut novus censor, et rerum nostrarum arbiter, veteres consuetudines mutat; novas leges inducit; litteris signisque suis adfirmat; iisdem ut subscriberent archiepiscopus et ordinarii Mediolani, incitata multitudine n obsequerentur, effecit(192). Queste pene, delle quali fu dispensatore san Pier Damiano, furono date ai simoniaci; poich, per un abuso assai antico, si gratificava dagli ordinandi il vescovo che li consacrava, e davano per essere suddiaconi duodecim nummos(193), diciotto per essere diaconi, e ventiquattro per il presbiterato(194): sul qual proposito cos scrive il conte Giulini: A coloro che avevano pagato la solita tassa gi stabilita ab antico, e che quasi non sapevano che ci fosse peccato, furono dati cinque anni di penitenza, nel qual tempo dovevano due giorni ogni settimana digiunare in pane ed acqua, e tre giorni nelle settimane delle due quaresime, cio quella avanti il Natale, e quella avanti Pasqua, ecc.(195). Questa sommissione poco spontanea diede motivo allo storico Arnolfo di esclamare: O insensati Mediolanenses! Qui vos fascinavit? Heri clamastis unius sellae primatum: hodie confunditis totius Ecclesiae statum: vere culicem liquantes, et camelum glutientes. Nonne satius vester hoc procuraret episcopus? Forte dicetis: veneranda est Roma in apostolo. Est utique: sed nec spernendum Mediolanum in Ambrosio. Certe certe non absque re scripta sunt haec in Romanis Annalibus. Dicetur enim in posterum subjectum Romae Mediolanum(196). Cos Arnolfo, che viveva in que'tempi: il di cui passo riferendosi dal conte Giulini, vi aggiugne: Se Arnolfo e gli altri nostri ecclesiastici in que'tempi credevano che la citt milanese non fosse punto soggetta alla romana, vivevano in un grandissimo errore. Egli  ben vero che prima la chiesa romana non esercitava tanto la sua giurisdizione sopra la milanese, quanto l'esercit dipoi; ma ci fu utile cosa, anzi necessaria, acci non nascessero in avvenire i disordini che gi eran nati dianzi: onde questa mutazione nella gerarchia ecclesiastica, di cui il citato storico fa tanto romore, non fu se non vantaggiosa alla chiesa ambrosiana, la quale perdette, a dir vero, alcun poco della primiera libert, ma acquist un miglior regolamento, e maggiore quiete e felicit(197). Appena l'arcivescovo Guidone fu dai legati pontificii assoggettato, che dal sommo pontefice Nicol II venne chiamato a Roma per intervenire ad un sinodo: Ecce metropolitanus vester, prae solito, romanam vocatur ad synodum(198), dice Arnolfo, continuando l'apostrofe ai Milanesi; ed il conte Giulini a questo passo dice: anche qui Arnolfo doveva parlare con maggior moderazione, perch non era cosa insolita affatto che il sommo pontefice invitasse l'arcivescovo di Milano ai concilii(199). Il dotto conte Giulini, che per altro non tralascia di esporre le pi minute circostanze nei fatti, che esamina e che con molto ordine e chiarezza  solito di porre in vista le ragioni delle opinioni che avanza, non ha allegato alcun fatto che provi come fosse stata in prima soggetta alla giurisdizione romana la chiesa milanese; n ha nominato alcuno arcivescovo che siasi portato a Roma per un concilio. Anzi non solamente non ne ha dato cenno in quel luogo, il che pure sarebbe stato opportuno per ismentire uno storico di quel secolo, ma nemmeno nei tre secoli precedenti, dei quali con tanta esattezza egli ha posto in ordine le notizie, non vi si legge alcun fatto che dia valore ai rimproveri ch'egli fa ad Arnolfo. In quest'ultimo caso non si tratta di un invito trascurato dall'arcivescovo, ma di una chiamata, alla quale dovette obbedire portandosi a Roma, ove fu obbligato a giurare sommissione ed obbedienza al papa; avvenimento sul quale poi lo stesso conte Giulini ha ragionato cos: non pu negarsi che allora il sommo pontefice non ottenesse molti punti importantissimi, con cui venne a dilatare non poco l'uso della sua giurisdizione sopra dell'arcivescovo di Milano. Il primo fu che il nostro prelato, chiamato a Roma ad un sinodo, prontamente vi si portasse; il secondo, ch'egli promettesse solennemente ubbidienza al papa; cosa che prima di Guidone non si era, ch'io sappia, mai praticata; il terzo finalmente, che ricevesse da lui l'anello; quando il costume o l'abuso di quei tempi portava di riceverlo dal sovrano. Pure siccome tutte queste pretensioni del sommo pontefice erano giuste, cos fu giusto che l'arcivescovo le accordasse(200).
I castighi che avevano dati i legati apostolici cadevano principalmente sopra i simoniaci; cio sopra quelli ecclesiastici che avevano pagata la solita retribuzione per essere ordinati. Continuavano per altro gli ammogliati a vivere colle loro mogli e figli, e sembrava che quasi fosse dimenticata la questione sul matrimonio de'sacerdoti. (1061) Qualche riposo ebbe la nostra citt frattanto sino al 1061; anno in cui mor il papa Nicol II, e per opera del cardinale Ildebrando fu innalzato alla sede pontificia il vescovo di Lucca, Anselmo da Baggio, che prese il nome, siccome ho detto, di Alessandro II. Lo storico nostro Tristano Calchi, ad altra opportunit nominando Ildebrando, cos parla di lui: Id quod maxima arte et astutia Hildebrandi monaci factum traditur, qui Soana Haetruriae urbe uriundus, promptitudini ingenii non mediocrem sacrarum litterarum eruditionem junxerat; et statim ob ingens meritum in ordinem cardinalium adscitus fuit: et cum vigore animi cunctis praestaret, facile primarium locum inter sacerdotes obtinuit(201). Maggiore accortezza non poteva certamente adoperarsi per consolidare la dipendenza da Roma, quanto il creare papa un Milanese; obbedendo al quale, il popolo, che poco vede e prevede pochissimo, non si accorgesse di obbedire ad una estranea giurisdizione. Appena dopo che fu creato, papa Alessandro II scrisse una lettera: Omnibus Mediolanensibus clero, et populo(202), nella quale, dopo molte affettuosissime espressioni, diceva: Speramus autem in Eo qui de virgine dignatus est nasci, quia nostri ministerii tempore sancta clericorum castitas exaltabitur, et incontinentium luxuria cum caeteris haeresibus confundetur(203). Questo fu un avviso che precorse le nuove imprese contro de'sacerdoti ammogliati; la tranquillit dei quali da due anni goduta si pu attribuire anche alla lunga malattia di Landolfo, che fu il primo, siccome abbiamo veduto, ad animare la plebe colla parola. Ma egli, dopo di avere perduta la voce per molti mesi, finalmente dovette soccombere. Arnolfo lo attribuisce a punizione del cielo, che, per avere colla parola peccato, gli facesse soffrire un tal genere di malattia: Quum vero placuit Altissimo, qui renes scrutatur et corda, ille qui alienam diu meditatus fuerat lassitudinem et inopiam, doluit sui ipsius aegritudinem: quumque langueret biennio pulmonis vitio, vocis privatur officio, ut in quo multos affecerat, in eo quoque deficeret, dicente Scriptura: per quae quis peccat, per haec et torquetur. Sed ne mortuos accusare videamur, de illo penitus taceamus(204). San Pier Damiano gli ricord di mantenere il voto che aveva fatto a Dio, di prendere l'abito monastico; voto che Landolfo fece nell'occasione d'un tumulto popolare che lo aveva posto in angustia. Questo si raccoglie dalla lettera di san Pier Damiano, la quale trovasi al lib. V delle sue epistole, ed  diretta: Landulfo, clerico et senatorii generis, et peritiae litteralis nitore cospicuo(205). Landolfo non si fece monaco. Taluno sostenne che Landolfo servisse meglio Dio non facendosi monaco, e occupandosi, come fece, in Milano(206). Il cardinale Baronio lo ascrive nel catalogo de'santi. La Chiesa per non rende verun culto a Landolfo, il di cui merito, e come cristiano e come cittadino, resta un libero soggetto di esame.
Sarebbe restato inoperoso il partito contrario agli ecclesiastici in Milano, se il solo Arialdo doveva tenerlo in moto. In fatti la malattia e la morte dell'accreditato Landolfo avevano calmata la fazione contraria al matrimonio de'preti. Un fratello del morto Landolfo trovavasi a Roma: il suo nome era Erlembaldo; egli era milite, e portato per il mestiere delle armi; il papa Alessandro II lo destin a tener luogo del fratello. Quel papa che, scrivendo ai Milanesi suoi concittadini, gli aveva chiamati Vos autem, dilectissimi, membra mea, viscera animae meae(207), arm solennemente campione della santa chiesa romana Erlembaldo; gli consegn un vessillo in un concistoro; gl'impose che si portasse a Milano, che si unisse con Arialdo, e che combattesse sino allo spargimento del sangue(208). Venne a Milano Erlembaldo; si un con Arialdo; cominciarono le fazioni, e il papa contemporaneamente sped un ordine che nessuno potesse ascoltare la messa di un prete ammogliato, la qual proibizione, dice il conte Giulini, dee singolarmente notarsi, perch cagion i pi gravi rumori in questa citt(209). (1063) Questo avvenne l'anno 1063, che era il settimo della guerra civile. Rianimatosi con tali aiuti il partito di Arialdo, si pose egli a combattere generalmente tutt'i riti della chiesa ambrosiana; e predicando dopo la festa dell'Ascensione ne'giorni nei quali, secondo l'antichissimo nostro rito, si fanno le processioni e il digiuno, che chiamiamo le Litanie e le Rogazioni: Inanem esse ritum dictitat, nulla Christi vel discipulorum instituitione traditum; ab antiquis tantum idolorum cultoribus usurpatum, qui vere ambire agros in honorem Bacchi, Cererisque solebant(210); cos il nostro Tristano Calchi ci riferisce aver sostenuto Arialdo(211), che quel digiuno e quelle pie processioni non fossero cristiane, ma un avanzo del gentilesimo. Predic adunque biasimando quella penitenza, e invitando il popolo a pascersi bene e rallegrarsi nel tempo pasquale. Non  punto da maravigliarsi se a tale invito il popolo lo abbandonasse, anzi si rivoltasse contro di lui. La morale severa predicata concilia partito, perch si crede santa, e perch ognuno ama che generalmente gli uomini la pratichino; chi predica il contrario, perde la stima e viene riguardato come un seduttore pericoloso. Declamando in favore del celibato, ebbe fautori; declamando contro il digiuno, rimase in preda al furore del popolo, dal quale fu ridotto a mal partito, e tale, che non si sarebbe salvato, se non fosse opportunamente accorso Erlembaldo. La chiesa nella quale predicava Arialdo  la canonica che sta fuori del ponte di porta Nuova. Ivi corse il popolo con furore. Mal per lui, dice il conte Giulini, se si fosse trovato col, che il furor del popolo non gli avrebbe lasciata la vita; e male per que'santi edifizi, se non accorreva prontamente sant'Erlembaldo con gli altri fedeli armati, i quali posero in fuga gli ammutinati, e fecero rendere alla Chiesa quasi tutto ci che l'era stato rapito(212). N questo avvenimento rallent punto l'ardore di Arialdo; il quale poco dopo, vedendo nella chiesa un sacerdote che cominciava la messa, e sapendosi che aveva moglie, si cred lecito di strappargli i paramenti d'indosso, e scacciarlo dall'altare, per lo che il popolo, fremendo, se gli avvent, e fortunatamente ottenne d'essere ascoltato, e con tal mezzo salvarsi(213). Di questi fatti ne era continuamente informato il cardinale Ildebrando, che era l'arbitro sotto un papa creato da lui, e da Roma riceveva Erlembaldo s'pe numero legationes(214), e lettere apostolicis praenotatas sigillis(215), come ci assicura Arnolfo(216). Ma questi due contrari moti del popolo nuovamente cagionarono alcuni mesi di calma; nel qual tempo Erlembaldo portossi a Roma(217).
(1066) Il ritorno di Erlembaldo da Roma port la fermentazione all'ultimo periodo. Ci avvenne l'anno 1066; quando, giunto in Milano, ei present all'arcivescovo Guidone le bolle della scomunica pronunciata dal papa. L'arcivescovo colse l'opportunit del vicino giorno solenne della Pentecoste, e poich radunato fu gran numero di gente nella chiesa, vi comparve l'arcivescovo colle bolle in mano; e con esse riscald il popolo animandolo a non soffrire l'ingiuria che si faceva alla chiesa ambrosiana. Il tumulto scoppi nel tempio del Dio della mansuetudine. Si venne ad una zuffa ai piedi dell'altare. Arialdo, che era nella chiesa, venne assalito, percosso, e rimase a terra creduto morto. L'arcivescovo dovette soffrire delle violenze, e la scena termin colla sentenza d'interdetto che l'arcivescovo pronunzi sulla citt, proibendo il celebrarvi i divini misterii, sintanto che non uscissero dalla citt i novatori. Il consiglio pubblico si un coll'arcivescovo, e impose la pena di morte a chi ardisse nemmeno di suonar le campane, sin che durava l'interdetto. Allora Arialdo ed Erlembaldo si ricoverarono fuori della citt, ed Arialdo fu preso e ucciso al lago Maggiore, e cos nel 1066 termin la sua predicazione; da martire secondo alcuni, appoggiati al fatto di Alessandro II, il quale un anno dopo la sua morte lo ascrisse nel numero de'santi(218); e con fama diversa secondo altri, i quali, vedendo che nessun culto offre la chiesa ad Arialdo, considerano quell'autorit come l'opinione d'un privato dottore, che rimase isolata, in tempi ne'quali si trascuravano i giudizi lunghi e minuti che presentemente si fanno precedere. Questo nuovo colpo ammorz per alcuni altri mesi il furor di partito.
Ogni altro fuori che Ildebrando, si sarebbe stancato per tante difficult, ma la fermezza e l'ostinazione erano la base dei suo carattere. Gi da pi di dieci anni la guerra civile era accesa. Un partito si era creato; si era rianimato con pi mezzi; s'erano riparati i colpi che pareva lo dovessero distruggere per sempre: ma non per questo si era sottomessa la chiesa milanese se non per un momento. I preti ammogliati continuavano a esercitare il loro ufficio. L'arcivescovo Guidone nessun caso faceva delle bolle della scomunica, n il popolo lo guardava come legittimamente scomunicato. I nobili stavansene fuori d'una citt abbandonata al furore de'partiti; potevano rientrare questi conducendo armati. Il re Enrico s'andava accostando all'et di regnare; poteva quel principe, con una discesa in Italia, distruggere il frutto del sangue sparso, dei saccheggi, dei tumulti. Conveniva perci cambiare oggetto, e tentare una stabile sommissione per altro mezzo. Sin che sulla sede arcivescovile vi stava Guidone, eletto da Enrico II, offeso da Roma per la forzata umiliazione, non era sperabile che il partito d'Ildebrando colla forza tenesse costantemente depresso il ceto dei nostri ecclesiastici. Era necessario il collocare sulla sede metropolitana un arcivescovo, il quale dovesse pienamente questo beneficio a Roma, e le fosse suddito per animo e per riconoscenza. Tale appunto fu il progetto col quale Erlembaldo, che nuovamente si era portato a Roma, rientr nella patria l'anno 1068. Questa proposizione, che tendeva a deporre l'arcivescovo Guidone, cominci a serpeggiare. Guidone gi da ventiquattro anni reggeva la chiesa milanese: stanco di vivere fra torbidi e pericoli continui, indebolito dagli anni, bramoso di godere il restante della vita in pace, pens di rinunziare la dignit, prima che la violenza del partito ve lo costringesse. Trascelse Gotofredo, cardinale ordinario della chiesa ambrosiana, e a lui rinunzi l'arcivescovato. Non era questi il soggetto che piacesse a Erlembaldo. Quindi col ferro, col fuoco, colla devastazione de'campi, colle nuove scomuniche di Roma si oppose al nuovo arcivescovo Gotofredo, il quale non pot conseguire mai la possessione n della carica, n delle entrate. Guidone pens allora a ripigliare la dimessa dignit, poich non si voleva che Gotofredo ne fosse rivestito. Guidone credette alla fede di Erlembaldo; si colleg incautamente con lui, e venne infatti da lui accompagnato sino a Milano. Ma quivi lo trad e lo rinchiuse in un monastero, ove lo tenne custodito(219) sin che mor. Il conte Giulini paragona Guidone all'eroe del Macchiavello: io non saprei sostenere quest'opinione. Egli fu bens tradito, ma non trad mai: promise una fedelt al papa, che non gli mantenne,  vero, ma in questo io ravviso piuttosto l'uomo debole, che il politico astuto. Egli cerc, per quanto gli fu possibile, di sedare il partito; di conservare la sua Chiesa come l'aveva trovata; non fece che la guerra difensiva: in somma non parmi un uomo meritevole di quella taccia. Il buon criterio del conte Giulini si conosce nella giudiziosa critica che generalmente esercita; ma conviene accordare che nell'esposizione di questi fatti egli credette che fosse piet l'esser parziale.
L'arcivescovato di Milano rest vacante per circa sette anni, dopo la rinunzia fattane da Guidone; perch Gotofredo non pot mai farne le funzioni per la potenza di Erlembaldo, che glielo impediva. Erlembaldo, di propria autorit, pretese di creare un arcivescovo, e innalz a questo grado un giovane chiamato Attone. Herlembaldus, dice Landolfo Seniore, producens quemdam Attonem, sibique consentientem, coram omni multitudine, ore suo inlicito elegit. Hoc videns majorum et minorum multitudo tam suorum quam adversariorum, quae noviter fidelitatem imperatori juraverat, sumptis armis, magnoque praelio, Attonem noviter electum, multis cum plagis, et sacramentis, archiepiscopatum inremeabiliter refutare fecit(220): su di che veggasi il conte Giulini(221). Papa Alessandro II tenne un concilio in Roma, in cui dichiar scumunicato l'arcivescovo Gotofredo, valida l'elezione di Attone, e nulla la rinunzia da lui fatta. Nel primo sabbato di quaresima del 1071 era avampato un grandissimo incendio in Milano, nell'anno 1075 un secondo incendio furiosissimo la devast pi che mai; e queste deplorabili sciagure forse non a caso piombavano sulla citt. Ad Alessandro II era succeduto Ildebrando, col nome di Gregorio VII. Egli non acquist influenza maggiore di quella che in prima aveva da pi anni: seguit il sistema introdotto; nuovamente scomunic l'arcivescovo Gotofredo, che pure era stato consacrato dai suffraganei, anim il vescovo di Pavia ad unirsi con Erlembaldo per sostenere Attone. Nella settimana Santa gli ordinari celebravano l'antica funzione di battezzare; Erlembaldo, colla forza, venne di mezzo ai sacri ministri, gitt a terra il Sacro Crisma, col motivo che fosse questo stato benedetto da un vescovo scismatico(222). In mezzo a questo cumulo di strane miserie, i nobili finalmente vedendo i mali giunti all'estremo, e non tollerando che affatto rimanesse la loro patria un mucchio di rovine, si collegarono, e dalla campagna ove, come dissi, stavano ritirati, presero il partito di ritornare unitamente in citt, conducendo una buona scorta de'loro vassalli armati, per discacciarne Erlembaldo. Erlembaldo, armato di tutto punto sopra d'un generoso destriero(223), preso il vessillo romano, si pose alla testa della sua fazione per disputarla; ma infelicemente per lui, che sul campo rimase ucciso. L'allegrezza nata nella citt per tal fatto meglio  l'udirla dallo storico contemporaneo Arnolfo(224): Eadem hora, post hoc insigne tropheum, cives omnes triumphales personant hymnos Deo, ac patrono suo Ambrosio, armati adeuntes ipsius ecclesiam. In crastinum, simul cum clero laici in letaniis, et laudibus ad sanctum denuo procedentes Ambrosium, reatus praeteritos confitentur alterutrum; absolutione vero a sacerdotibus, qui praesto aderant, celebrata, reversus est in pace populus universus ad propria. Hic jam apparet schismatis hujusce terminus, decem novem per annos semper ab ipsa radice pullulando protensi(225). Pochi anni dopo Urbano II riconobbe Erlembaldo per santo, e trasport solennemente le sue reliquie(226). La Chiesa per non celebra la memoria di Erlembaldo, e di lui pu liberamente la critica esaminare il merito e la virt.
Le forze di Roma rimasero dissipate affatto con questo avvenimento; si rivolse perci Gregorio VII ad un altro partito. Primieramente egli sottrasse molti vescovi suffraganei dalla dipendenza dell'arcivescovo di Milano. Qualche leggiero distacco n'era gi seguto in prima. Pavia, gi fino dal settimo secolo, s'era sottratta, e il di lei vescovo, come vescovo della citt dominante, si era reso indipendente dal metropolitano(227): indi Giovanni VIII, nell'874, aveva dilatata la giurisdizione del vescovo di Pavia a scapito della diocesi di Milano; ma Ildebrando sottopose Como al patriarca d'Aquilea; Aosta all'arcivescovo di Tarantasia; Coira all'arcivescovo di Magonza(228). Cos la dignit del metropolitano venne a scemarsi. Secondariamente, per i maneggi della contessa Matilde, ligia e mossa in tutto da Gregorio VII, Milano si ribell al re Enrico III, che allora era imperatore, per quei mezzi istessi pe'quali se gli ribell Corrado II, di lui figlio; e cos Milano, spontaneamente e quasi per stanchezza di resistere, dopo trentatr anni di guerra, si rese soggetta a Roma, e l'arcivescovo divenne semplicemente il vicario del sommo pontefice. Se alla fine del capitolo primo indicai con quali riguardi i sommi pontefici trattavano nelle loro lettere gli arcivescovi di Milano, ora non potr pi riferire che scrivessero: Reverendissimo et sanctissimo confratri(229), ma dir che Urbano II, nel 1093, scriveva: Discretioni nostrae videtur quatenus, secundum praecepti nostri tenorem... facias(230). Vero  che non per ci immediatamente la creazione dell'arcivescovo pot appropriarsela il papa; per qualche tempo dur un resto di libert nell'elezione. Ma i papi cominciarono a deviare dalla consacrazione de'suffraganei; e l'anno 1095, Urbano II volle che il nuovo arcivescovo Arnolfo venisse consacrato dall'arcivescovo di Salisburgo, dal vescovo di Passavia e dal vescovo di Costanza. S'introdusse il rito che l'arcivescovo non portasse il pallio, se non ricevuto che l'avesse dal papa. In appresso si volle che dovesse portarsi il nuovo arcivescovo in Roma per ricevere il pallio e giurare obbedienza. Poi si sottrassero dalla giurisdizione dell'arcivescovo i monaci, i quali, sino allora, erano stati a lui soggetti, come tutti gli altri ecclesiastici. Quindi si posero ad accordare delle indulgenze; e la pi antica che ne ha ritrovata il conte Giulini,  dell'anno 1099(231). In seguito Genova venne sottratta all'arcivescovo, e creata arcivescovato; Bobbio fu staccato dal metropolitano, e assoggettato a Genova. Gradatamente furono la maggior parte de'vescovi suffraganei, o dichiarati dipendenti immediatamente dalla santa sede romana, ovvero incorporati con altre chiese arcivescovili. Cos la gran mole della Chiesa ambrosiana venne a rendersi assai meno importante, e in ogni sua parte interamente sommessa alla giurisdizione romana.
Che accadesse ai sacerdoti ammogliati esattamente nol so. Nessuna memoria ritrovo da cui chiaramente si vegga accettata la proibizione di esercitare il sacerdozio a chi aveva moglie; anzi mi pare probabile che, rivoltesi le mire di Roma al punto della soggezione, poich vide piegarsi le cose a seconda, non si volle insistere sopra un punto irritabile, e che poteva dare nuove scosse e rovesciare il disegno. Pare che si avesse di mira d'obbligare piuttosto indirettamente al celibato coloro che dovevansi promuovere ai sacri ordini, anzi che instare e costrignere i sacerdoti ammogliati alla dura scelta, o di perdere lo stato loro, o di abbandonare disonorata e senza condizione la moglie, e macchiare i figli. Questa opinione mi sembra confermata, esaminando gli atti d'un sinodo tenutosi in Milano, pubblicati dal dottore Sormani nel libro intitolato: Gloria dei santi milanesi. Questa sacra adunanza si tenne l'anno 1098. Il fine sembr essere quello di consolidare il sistema dipendente da Roma, e di prescrivere una pi santa disciplina al clero. In quel concilio si pronunziava l'esecrazione contro della simonia; e del matrimonio degli ecclesiastici non si parla: Sicut a sanctis patribus statutum legimus, simoniacam haeresim in sacris ordinibus, et in ecclesiarum beneficiis execramus, et ab ecclesia radicitus extirpare per omnia volumus(232); cos leggesi in quegli atti. Delle due riforme la pi facile certamente non era quella di far abbandonare le mogli ai sacerdoti; anzi quella sola fu impugnata. Del pagamento che facevasi per le ordinazioni, non ne venne nemmeno fatta difficolt per abolirlo. O dunque questa legge contro la simonia  stata allora fatta, dappoich in pratica erasi abolita la tassa, unicamente per avvalorare sempre pi la riforma; e in tal caso non si sarebbe ommessa una dichiarazione uguale, sul non meno importante articolo del celibato, per rinfiancarne la perpetua osservanza, se gi si era ci ottenuto: ovvero la legge contro la simonia vogliam dire che supponesse ancora quella vigente; ed allora dovremmo supporre, essersi disimpegnato senza strepito alcuno l'oggetto intralciatissimo dei matrimoni, prima che si abolisse una tassa, che poi non era difficile l'abolire; e che il concilio nessun pensiero si prendesse del pericolo che la opinione tanto ostinatamente sostenuta pochi anni prima, ritornasse a prender partito, il che non mi pare verisimile. Il silenzio adunque di quel concilio sembra indicare una tolleranza per allora su quel punto di disciplina. Anzi mi sembra di ravvisare in quel concilio una legge che tende indirettamente al celibato degli ecclesiastici; quella cio con cui si proibisce che nessun ecclesiastico possa godere qualsivoglia beneficio, se prima non rinunzia a quanto possiede di suo patrimonio. Con tal legge s'allontanava l'ammogliato dal cercare beneficii per non lasciare i figli nell'inopia. Ecco le parole del sinodo: Statuimus etiam juxta sanctorum patrum instituta, et primitivae ecclesiae, formam, nullum clericorum ecclesiarum beneficia possidere, nisi, abrenuntiatis omnibus propriis, velit fieri ejus discipulus in cujus sorte videtur esse electus. Si quis autem foris esse maluerit, non ei clericatum auferimus, tantum ecclesiastica beneficia interdicimus(233). Mi pare ancora pi chiaramente provato che per allora si lasciavano al godimento dei loro beneficii i sacerdoti ammogliati, dall'altro canone dello stesso concilio, in cui si prescrive che, siccome per lo passato alcuni avevano ottenuto la successione ai beneficii goduti dal padre, quantunque il figlio all'atto di succedergli non fosse nemmeno cherico, cos si minaccia la scomunica a chiunque in avvenire tentasse di usurparsi per successione i beneficii medesimi; il che fa vedere che alcuni beneficiati allora avevano i loro figli, e che v'era pericolo che continuassero i beneficii per eredit: Et quia nonnulli intra sanctam Ecclesiam tam clerici, quam etiam laici per paternam successionem... archidiaconatum, vel archipresbyteratum, cimiliarchiam, aut etiam aliquid de beneficiis ad ecclesiarum officia pertinentibus hactenus possidere conati sunt: in hoc sacro conventu praefixum est, et omnibus definitum, ut si quis, hujusmodi nefanda cupiditate ductus, ecclesiam alterius possidere tentaverit, et haereditate sanctuarium Dei obtinere praesumpserit, juxta profeticam vocem, quousque resipiscat, anathematis vinculo subiaceat(234). Cos quel sinodo. Se le nozze dei preti fossero state proscritte,  naturale che, oltre di farne menzione, si sarebbero anche i figli de'sacerdoti dichiarati illegittimi, e per questo titolo esclusi dai beneficii. Parmi adunque probabile che si lasciassero per allora vivere in pace i sacerdoti ammogliati, e che siasi poi introdotto poco a poco anche da noi il celibato, senza violenza, puramente colle ordinazioni date solamente ai celibi. Difatti, nell'anno 1152, certo canonico di Monza Mainerio Bocardo, nel suo testamento, che ritroviamo in quell'archivio, in pergamena segnata n. 4 (di cui ho avuta la notizia dal chiarissimo signor canonico teologo don Anton Francesco Frisi, conosciuto per le erudite sue dissertazioni sulle antichit monzesi) ordina che se gli celebri l'annuale il d della sua morte, e che il di lui erede persolvat omni anno in annuali meo canonicis et decumanis et custodibus ipsius ecclesiae non habentibus uxorem, qui in annuali meo fuerint, per unumquemque canonicum denarios quatuor, custodibus et decumanis binos denarios(235); e poi pi sotto vi si legge: Si vero aliquis ex istis canonicis fuerit infirmus, etiam si non fuerit in annualibus istis, volo habeat istam benedictionem, et si aliquis habuerit uxorem, nolo ut habeat istam benedictionem(236). Le quali parole sembrano assai concludentemente provare che sino alla met del secolo duodecimo siasi continuata l'usanza di non escludere dagli ordini sacri gli ammogliati; e che, ottenuta che si ebbe la soggezione della chiesa milanese alla giurisdizione di Roma, si cess di perseguitare il matrimonio dei preti; e lentamente soltanto, e col favor del tempo, si dilat la legge del celibato.
Questa mutazione di stato della chiesa milanese rappresenta una serie crudele di partiti, tumulti, saccheggi, incendii, sacrilgi, profanazioni, orrori d'ogni sorta. Tutto fu opera d'Ildebrando, che tutto architett e diresse. Se risguardiamo il fine di togliere dalla Chiesa gli abusi nelle elezioni, ci si diminuisce in parte il sentimento contrario ai mezzi usati. Se poi consideriamo Ildebrando da un altro canto, non possiamo ricusare la nostra stima al progetto che immagin. Egli forse considerava l'Italia, un tempo signora, manomessa dai Goti, Vandali, Longobardi, Saraceni e Greci; divisa come ella era, doveva ubbidire ora ai Borgognoni, ora ai Provenzali, ora ai Bavari, ora ad altre straniere genti. Conveniva concentrare la forza d'Italia in un punto, ridurla ad uno stato unito per darle un'esistenza. Roma  la capitale; forza era adunque di assoggettare l'Italia a Roma, e cos far fronte agli estranei. Il tempo era opportuno, per la debolezza di Enrico. La forza politica della Lombardia era principalmente collocata ne'vescovi: sottomessi questi, era formata la romana potenza. L'oggetto era grande. Ma egli  giusto e ragionevole l'avventurare il riposo e la sicurezza della generazione vivente, che ha un dritto attuale di esistere bene, colla speranza incerta di procurare la tranquillit alle generazioni che nasceranno?  egli ragionevole e giusto un tal sacrificio, quando anche fosse sicuro il bene che procuriamo ai successori? Gli uomini che hanno fatto parlar di loro la storia e ottennero il nome di grandi, non hanno mai esaminate bene simili questioni.



Capitolo 6.

Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore Federico I

Si  veduto nel capitolo antecedente come l'imperatore non si intromettesse mai nella lunga guerra civile per la giurisdizione di Roma sulla chiesa milanese. I Milanesi profittavano della debolezza dell'imperatore per sottrarsi dalla soggezione del sovrano. Non solamente guerreggiavano per distruggersi, divisi in due fazioni, ma si arrogavano la facolt di farsi degli alleati, di mover guerre, e cos fecero nel 1059 unendosi coi Lodigiani contro de'Pavesi. Un pubblicista cercher con qual diritto cos pretendesse di operare una citt suddita. Uno storico si limita a dire che mancava al sovrano allora la forza, come ne'secoli precedenti ella era mancata a questi popoli a fronte de'Longobardi, de'Franchi e dei Sassoni; e che in que'secoli non si conoscevano fra il sovrano ed i sudditi i dolci e potentissimi vincoli della beneficenza e dell'amore. Sebbene per Milano si reggesse da s, una apparente dipendenza dal sovrano si conservava; e primieramente, prima dell'imperatore Federico, le monete di Milano portarono sempre il nome dell'imperatore, come fanno anche oggid le citt libere dell'Impero(237). Oltre all'onore di porre il nome nelle monete, egli  certo altres che l'anno 1075 i Milanesi vollero dipendere dal re Enrico per la elezione d'un arcivescovo. Guidone aveva rinunziato l'arcivescovato a Gotofredo, siccome dissi: questi era stato consacrato; ma il partito di Erlembaldo non permise mai che possedesse i beni o che esercitasse il suo ministero. Erlembaldo aveva eletto Attone: il popolo lo aveva colle percosse costretto a rinunziare; non era mai stato ordinato; e il papa lo sosteneva. I Milanesi ricorsero al re Enrico, che nomin per arcivescovo Tealdo, milanese, che possedeva un ufficio nella sua reale cappella. Gregorio VII gli comand che non ardisse di farsi ordinare se prima non veniva a Roma, ove il papa voleva decidere fra esso e Attone; nel tempo stesso scrisse ai vescovi suffraganei, comandando loro di non consacrare Tealdo. Tealdo nondimeno fu consacrato solennemente, e posto nel suo ufficio, poich Erlembaldo era stato ucciso. Il papa, in un concilio tenuto in Roma nel 1078, lo scomunic insieme coll'arcivescovo di Ravenna; eccone la cagione: Thealdum dictum archiepiscopum mediolanensem, et ravennatem Guibertum, inaudita haeresi et superbia adversus hanc sanctam catholicam ecclesiam se extollentes, ab episcopali omnino suspendimus, et sacerdotali officio, et olim jam factum anathema super ipsos innovamus(238). Pi volte fu ripetuta la scomunica; ma non per ci le funzioni di Tealdo vennero sospese. Ildebrando ebbe una superiorit senza esempio quando vide il re Enrico nel castello di Canossa, a piedi nudi, nel mese di gennaio del 1077, aspettare per tre giorni la grazia di gettarsegli ai piedi, e implorare l'assoluzione della scomunica. Ma fu ben diversa la scena nel 1084, quando Enrico s'impadron di Roma, fece incoronare papa appunto Guiberto, arcivescovo di Ravenna, e ne scacci Ildebrando, che, rifugiatosi in Salerno, poco dopo termin la sua vita. A questa impresa molto contribuirono i militi che l'arcivescovo Tealdo sped in soccorso di Enrico.
(1086) Morto che fu l'arcivescovo Tealdo, dall'imperatore Enrico fugli destinato a succedere Anselmo da Ro, il quale abbandon il partito imperiale, e interamente si colleg col partito romano. La famosa contessa Matilde sembrava che conservasse tutto lo spirito di Gregorio VII, a cui fu tanto ossequiosa mentre visse. Per opera di lei fu sedotto Corrado a diventare ribelle al padre Enrico Augusto. Essa lo adesc mostrandogli la corona d'Italia, e indusse l'arcivescovo di Milano a incoronare solennemente in Sant'Ambrogio Corrado (1093). Un arcivescovo che doveva ad Enrico la sua dignit, che da lui non fu mai offeso, che doveva ai popoli servire d'esempio di rettitudine, consacra nel tempio di Dio, scrutatore dei cuori, un figlio traditore e ribelle ad Enrico, per compiacere alle brighe della contessa Matilde, dimenticando il giuramento di fedelt, profanando le sacre cerimonie, abusando della religione... Volgiamoci ad altre idee, e benediciamo il secolo pi illuminato e pi felice in cui viviamo! Corrado, poich in tal forma venne unto re, come ostaggio rimase presso la contessa Matilde; e non avendo che il titolo di sovrano, dovette dare il suo nome a quanto a lei piacque. Mor Anselmo da Ro, e il legato romano elesse per arcivescovo Anselmo da Boisio, che ebbe il bastone pastorale dalla contessa Matilde, e il pallio dal papa; e si pose a esercitare il suo ministero senza dipendenza alcuna, n dall'imperatore Enrico n dal re Corrado. Assoggettata cos la dignit del metropolitano, e resa dipendente, si pu a quest'epoca fissare il primo germe della repubblica milanese: poich, se in prima l'arcivescovo godeva, per l'eminenza del suo grado, una sorta di principato nella citt; ora i nobili e la plebe, vedendolo ridotto all'obbedienza, poterono bens conservare una rispettosa deferenza al di lui sacro carattere, ma non vi trovarono pi quella distanza che l'opinione deve collocare fra chi obbedisce e chi comanda. Perci, verso la fine del secolo undecimo, si crearono per la prima volta i consoli della repubblica milanese, e con questa nuova magistratura si venne a formare una sovranit che rappresentava tutto il popolo(239), e si vennero ad abolire gli ufficiali regii. L'arcivescovo dovette subordinare a questo senato persino i decreti sinodali, acciocch venissero confermati coll'acclamazione fiat, fiat(240), quando piacevano. In fatti nel 1100 dovette l'arcivescovo ottenere il consenso di que'magistrati, perch si accordasse franchigia a chi veniva a certa solennit del Santo Sepolcro in Milano. Come poi questi consoli allora venissero eletti; se dai soli nobili, ovvero promiscuamente; quanti allora fossero; quando la loro dignit durasse, le memorie di quei tempi non ce lo insegnano. Certo  per che monete n di Corrado n col nome della Repubblica non ve ne sono; e che le sole fra gli Ottoni e Federico che si conoscono sinora, sono dei re Enrici e degl'imperatori Enrici, onde la repubblica si consider sempre sotto la protezione imperiale. Pochi anni dopo sappiamo che il numero dei consoli era diciotto, e talvolta anche maggiore. Sembra che questi consoli formassero il minore consiglio, sempre adunato e sempre attivo per reggere la citt; e che negli affari di maggiore importanza questi consoli intimassero una generale adunanza del popolo. Nel 1130 i consoli erano venti, ed erano stati eletti dalle tre classi di cittadini, cio dai capitani, i quali erano i nobili del primo ordine, dai valvassori, che erano nobili bens, ma di minore autorit, e dai cittadini, che erano come il terzo ordine. Il numero de'consoli cittadini era minore di quello di ciascuna delle altre due classi; onde l'autorit realmente era presso i nobili(241), non rimanendo ai cittadini poco pi che l'apparenza, come in Roma, ne'comizi centuriati. La repubblica di Milano per era ben piccola allora, poich la giurisdizione di lei si limitava a poco pi della mera citt; e la campagna che le stava intorno, formava diversi altri piccoli Stati indipendenti da lei, e cos v'erano i conti del Seprio, i conti della Martesana e altri distretti, che avevano un governo parziale e i loro consoli(242); di che rimasero sino al 1781 le vestigia nelle diverse misure, che furono in uso in Monza, Lecco ed altri borghi del ducato, abolite or ora. Questo  tutto quello che sappiamo intorno la costituzione civile di Milano verso il principio del secolo duodecimo. L'autorit suprema si riconosceva presso dell'imperatore, il di cui nome incidevasi nelle monete, e dal quale ricevevano la giurisdizione alcuni giudici e messi che decidevano le controversie dei privati(243). Ma il governo politico, la pace e la guerra, l'imposizione e riscossione de'tributi erano presso la citt istessa. Landolfo il Giovine, parlando dell'anno 1112, cos si esprime: Papienses et Mediolanenses statuerunt et juraverunt sibi foedera, quae nimium quibusdam videntur fuisse imperatoriae majestati, et apostolicae auctoritati contraria; cum illi cives jurarent sibi servare se et sua contra quemlibet mortalem hominem natum vel nasciturum(244); dal che pare che, collegandosi per difendere le cose loro contro qualunque uomo, tacitamente s'intendesse la disposizione di contrastare colla forza all'imperatore, qualora cercasse di toglier loro o i nuovi magistrati, o i tributi, o la giurisdizione che esercitavano. Nelle carte de'contratti, testamenti, sentenze, ecc., si soleva in prima porre il nome dell'imperatore o re d'Italia: Regnante Domino nostro, il tale. Al principio del secolo duodecimo non pi si fece questa menzione. In una parola la costituzione civile di Milano allora divenne, siccome dissi, a un dipresso simile a quella d'una citt libera dell'Impero.
Quantunque l'arcivescovo di Milano Anselmo da Boisio fosse un uomo di carattere assai mite, e quantunque dovesse interamente la sua dignit al papa, cui era nella pi esatta maniera sommesso; e quantunque l'autorit politica del metropolitano fosse di molto diminuita, ci non ostante dava ombra al papa il nome dell'arcivescovo di Milano: e per allontanare ogni pericolo e confermarne la soggezione, piacque a Roma che l'arcivescovo abbandonasse la sua diocesi, e, seguendo lo spirito delle Crociate al principio del secolo duodecimo, si portasse a guerreggiare nell'Asia. Gerusalemme era gi in potere dei cristiani. Non sembrava che vi rimanesse altro desiderio alla piet dei fedeli, se non se quello di custodirla. Ma, se crediamo allo storico nostro Landolfo il Giovine, altra impresa si propose Anselmo da Boisio, e tale, che la gravit della storia corre pericolo nel raccontarla; cio la conquista del regno di Babilonia. Eccone le parole dello storico: Anselmus de Buis, mediolanensis archiepiscopus, quasi monitus apostolica auctoritate, studuit congregare de diversis partibus exercitum cum quo caperet Babylonicum Regnum, et in hoc studio praemonuit praelectam juventutem mediolanensem cruces suscipere, et cantilenam de Ultreja, Ultreja cantare. Atque ad vocem hujus prudentis viri, cuiuslibet conditionis per civitates Longobardorum, villas et castella eorum cruces susceperunt, et eamdem cantilenam de Ultreja, Ultreja cantaverunt(245). Questa canzone latina inventata allora aveva la frequente esclamazione Ultreja, che il conte Giulini crede, assai verisimilmente, essere un composto di Eja! Ultra! Come sarebbe animo! avanti! eccitandosi cos la giovent lombarda a prendere le armi, e passare nell'Asia(246). Che questa crociata milanese, avendo alla testa l'arcivescovo Anselmo da Boisio, attraversasse l'Ungheria e si portasse in Costantinopoli, dove poco dopo l'arcivescovo mor, sembra cosa certa. Cosa poi facesse in quella comica impresa,  difficile il definirlo; tanto sono discordi gli scrittori. Orderico Vitale, scrittore di que'tempi, ci racconta che questo esercito si accost verso Gerusalemme, e in una battaglia verso Gandras fu malamente battuto, onde i fuggitivi si ricoverarono a Costantinopoli; ma i geografi non ci sanno dire in qual luogo trovisi questo Gandras. Radolfo, che scrisse le imprese di Tancredi, sotto del quale militava, ci lasci scritto che l'arcivescovo Anselmo da Boisio fu battuto dai Saraceni sotto Danisma; ma nemmeno Danisma si trova in nessuna carta geografica. L'abate Uspergense in vece c'insegna che la battaglia segu: contra terram Coritianam, quae est Turcorum patria(247); ma nemmeno questa terra  conosciuta nella geografia; e la patria de'Turchi, se crediamo a Pomponio Mela ed a Plinio,  nei contorni delle paludi Meotidi, ovvero fra l'Eusino e il Caspio, nelle vicinanze del Caucaso; parti del mondo assai sviate per coloro che dalla Lombardia cercavano di passare in Babilonia o nella Terra Santa. Guglielmo Tirio, che  riputato il pi sicuro scrittore di quelle guerre di Terra Santa, non fa menzione alcuna della spedizione dell'arcivescovo di Milano Anselmo, n delle disgrazie del suo esercito. L'arcivescovo mor in Costantinopoli l'anno 1110, e Landolfo il Giovine ce ne indica la malattia; ei mor di tristezza. Questo buon Anselmo da Boisio ce lo qualifica Landolfo il Giovine, per un povero uomo, semplice, timido, e ironicamente lo chiama nel testo riferito: ad vocem hujus prudentis viri(248). Probabilmente a queste disposizioni del di lui animo egli doveva la sua dignit. Questo moderatissimo prelato, se per il merito dell'obbedienza aveva animato i suoi a prendere le armi per combattere gl'infedeli; poich si vide affaticato da un assai lungo viaggio; trasportato in mezzo a popoli de'quali ignorava il costume e il linguaggio; abbandonato alla licenza militare di giovani incautamente espatriati per di lui consiglio, e inquieti per trovare mezzi da sussistere; in mezzo ai pericoli; senza forza d'animo e senza aiuto; mi sembra naturale ch'ei morisse d'affanno e di melanconia, e che si sbandassero i suoi, e ritornassero alla patria gli altri pochi rimasti, cui riusc di trovare la strada ed i mezzi per rivederla. Coloro che rimproverano alla generazione vivente d'avere minor senno di quello che si osservava altre volte, esaminino queste epoche.
Nel principio appunto del secolo duedecimo lo storico nostro Landolfo Juniore, che  il solo autore contemporaneo, ci racconta un fatto prodigiosissimo; e ce lo descrive con circostanze cotanto minute e singolari, che sembra quasi ch'ei temesse l'incredulit dei posteri. Sin ora il suo timore fu vano; ma io lo credo giustissimo. Il fatto  il seguente. Mentre Anselmo da Boisio era partito, comandando l'esercito che marciava alla conquista di Babilonia, il vescovo di Savona Grossolano, come vicario dell'assente arcivescovo, reggeva la chiesa milanese. Giunta la nuova della morte di Anselmo, Grossolano ebbe un partito, e fu eletto arcivescovo; e dal papa fugli spedito il pallio, che il portatore tenendo a guisa di stendardo, in cima del bastone, andava gridando: ecco la stola, o come dice Landolfo il Giovine: heccum la stola, heccum la stola(249); dal che vedesi che anche allora si parlava una lingua simile a quella che oggid si parla. Eravi in Milano un prete che aveva nome Liprando. Egli era zio di Landolfo Juniore, e convien dire che fosse di genio piuttosto attivo, poich ebbe tagliati il naso e gli orecchi in uno de'tumulti per la giurisdizione romana, per cui egli combatteva. Il papa Gregorio VII prese questo prete sotto la speciale protezione della Santa Sede, e nella bolla gli scrisse: Tu quoque, abscisso naso, et auribus pro Christi nomine, laudabilior es qui ad eam gratiam pertingere meruisti, quae ab omnibus desideranda est, qua a sanctis, si perseveraveris in finem, non discrepas. Integritas quidem corporis tui diminuta est, sed interior homo, qui renovatur de die in diem, magnum sanctitatis suscepit incrementum: forma visibilis turpior, sed imago Dei, quae est forma justitiae, facta est pulchrior. Unde in Canticis Canticorum gloriatur Ecclesia, dicens: nigra sum, filiae Hierusalem(250); e poi dopo lo chiama martyr Christi(251). Il prete Liprando era titolare della chiesa di San Paolo in Compito. Appoggiato a questa bolla, pretendeva di essere indipendente dall'arcivescovo, e da ci nacquero de'dissapori, i quali s'inasprirono. L'arcivescovo sospese il prete dal suo ufficio sacerdotale, e il prete accus pubblicamente l'arcivescovo di simonia, per munus a manu, per munus a lingua, per munus ab obsequio(252). La disputa and tanto avanti, che vi furono partiti; si venne alle solite zuffe, e Grossolani turba, dimicans adversus primicerium, Landulphum, ejusdem primicerii clericum lapide occidit(253). Fu perci costretto l'arcivescovo Grossolano a convocare un sinodo, in cui si giudicasse s'egli fosse legittimamente eletto, ovvero se fosse simoniaco; e il prete Liprando si esib di provare col giudizio di Dio, passando attraverso del fuoco, l'accusa che aveva fatta all'arcivescovo. Il popolo accett con avidit questa proposizione, che gli offeriva un genere di spettacolo maravigliosissimo. La curiosit di vedere un miracolo generalmente eccit l'impazienza di ognuno; e fu avvisato il prete Liprando di apparecchiarvisi: e il fatto ce lo descrive Landolfo nella maniera che dir. Distribu il prete Liprando in elemosina il grano ed il vino che possedeva; fece testamento, lasciando erede lo storico suo nipote; e dispose che se egli morisse nel giudizio, quel che le fiamme avessero lasciato del suo corpo, venisse seppellito nella chiesa della Trinit. Sia ch'ei temesse falsa la simonia asserita, ovvero non sicuro il miracolo, egli credette possibile il rimanervi abbruciato, sebbene con tanta fiducia ne cercasse l'occasione. Digiun il prete due giorni; poi, vestito con cilicio, camice e pianeta, a piedi nudi, portando la croce, da San Paolo in Compito venne a Sant'Ambrogio, e cant la messa all'altar maggiore in faccia dell'arcivescovo, che si era collocato sul pulpito con altri due personaggi. Forse in que'tempi il digiuno naturale, prima d'accostarsi all'altare, non era un precetto; almeno, nel secolo nono, la imperatrice Ermengarda, ante introitum missarum fatebatur se exardescere siti, et bibit plenam phialam vini peregrini, et post haec, coelestem participavit mensam(254). Comunque sia di ci, Landolfo non dice come celebrasse la messa quel prete sospeso dal suo ufficio: ci dice per che l'arcivescovo, poich la messa fu terminata, prese a dire cos: Aspettate, che con tre parole convincer quest'uomo; indi rivolto al prete, hai asserito, gli disse, che io sono simoniaco, ora dichiara soltanto, se il puoi, qual sia la persona a cui io abbia donato. Il prete si colloc sopra un sasso elevato che era nella chiesa, e indicando il pulpito: vedete, disse al popolo, vedete tre grandissimi diavoli, che possono confondermi col loro ingegno e coi denari che possedono; ma io rispondo che con quel danaro istesso che il diavolo gli sugger di adoprare per comprarsi l'arcivescovato, possono aver occultata la verit e togliermi i testimonii; e per ci ho scelto il giudizio di Dio, che non s'inganna. Il dialogo continu qualche poco, sin tanto che, impaziente il popolo di vedere questo prodigio, si ud gridare perch venisse al cimento il prete; il quale, sebbene fosse vecchio, e digiuno per il terzo giorno, ed avesse fatto un lungo cammino, balz dal sasso e si port coi suoi paramenti avanti l'atrio di Sant'Ambrogio; fuori del quale erano disposte due cataste di legna di quercia; ciascuna delle quali era lunga dieci braccia, alte entrambi pi di un uomo, e similmente larghe, e distanti l'una dall'altra un braccio e mezzo. Anzi nel viottolo istesso eranvi gettati dei pezzi di legna tratto tratto, per renderne pi lento e difficile il passaggio. Poich il prete e l'arcivescovo furono fuori dell'atrio, l'accusatore prese l'arcivescovo per la cappa, e disse: Iste Grossolanus, qui est sub ista cappa, et non de alio dico, est simoniacus de archiepiscopatu Mediolani(255). Ci fatto, l'arcivescovo non volle star pi presente, mont a cavallo, e se ne part. Arialdo da Meregnano, amico dell'arcivescovo, teneva frattanto il prete, acciocch ei non passasse, sin tanto che il fuoco non fosse bene acceso; e il fuoco crebbe a segno, che Arialdo ne ebbe offesa la mano. Allora dissegli: prete Liprando, mira la tua morte, piegati all'arcivescovo, e salva la vita; e se nol vuoi, vanne colla maledizione di Dio. Il prete rispose a lui: Sathana, retro vade(256), poi si prostr a terra, fece il segno della croce, ed entr fra le cataste ardenti. La fiamma si spaccava avanti di lui, e si riuniva tosto che era passato; pass sopra i carboni, come se fosse arena; due volte recit in quel passaggio: Deus, in nomine tuo salvum me fac, et in virtute tua libera me(257), e nella terza volta, alla parola fac, si trov sano dall'altra parte del fuoco, senza danno alcuno nella persona, o ne'lini del camice, o nella pianeta. Cos il nipote Landolfo ci racconta il fatto.
Questo fatto, riferitoci dal solo Landolfo, e adottato poscia da chi scrisse dopo di lui, ha tanta somiglianza con quello che Desiderio, abate di Monte Cassino, asserisce accaduto in Firenze, che non si potrebbe giudicare quale dei due fosse l'originale e quale la copia; se quello di Toscana non fosse stato collocato quarant'anni prima di questo di Landolfo, che si colloca nell'anno 1103. A Firenze si accusava quel vescovo di simonia: si propose di provarlo colla prova del fuoco; si prepararono due caste lunghe dieci piedi, alte e larghe cinque, distanti appunto un piede e mezzo. Le misure sono le medesime nel numero, sebbene da noi non erano piedi, ma braccia. Ivi pass illeso un monaco Giovanni Albrobandino, che fu poi chiamato Giovanni Igneo: e l'uno e l'altro fatto si dice accaduto in quaresima. Costretto a rinunziare alla fede di uno storico contemporaneo, ovvero al buon senso, io abbjurer la prima: n creder che la divinit abbia operato un portento per approvare una temerit solennemente riprovata dalla Chiesa in pi concilii. Dopo un fatto cotanto decisivo, non sarebbe stato possibile che i vescovi suffraganei, che erano in Milano pel sinodo, non conoscessero la mano di Dio, e non concorressero a deporre l'arcivescovo. Eppure lo stesso Landolfo ci avvisa che: praesentia episcoporum suffraganeorum huic legi et triumpho favorem integre non praebuit(258), e il popolo istesso, pochi giorni dopo, cambiossi di parere sul preteso miracoloso passaggio: turba tristis de casu et ruina Grossulani, in presbyterum, et ejus legem post paucos dies scandalizavit(259). Ci narra di pi lo stesso autore che in quella occasione il prete ebbe offesa bens una mano dal fuoco, ma che se l'abbruci prima di passarvi; che ebbe anche male a un piede, ma che ne fu cagione un cavallo da cui fu calpestato. La verit sola che oggi possiamo sapere , che il fatto, come ce lo racconta Landolfo, non  vero. Se qualche fatto simile vi  stato, conviene allargare il viottolo, abbassare e sminuire le cataste, supporre il prete che passi prima di una perfetta accensione; e allora con una mano ed un piede offesi potremo accordare i due fenomeni, il fisico ed il morale. Se poi il racconto fosse imitato da Landolfo dall'altra favola toscana, per vanit di raccontare cose prodigiose, e per farsi nipote di un taumaturgo, allora ne sarebbe ancora pi semplice la spiegazione. N sar questa un'accusa troppo severa che noi faremo all'ingenuit di questo storico, il quale ci vuol far credere che un angelo sia venuto ad avvertirlo, che il di lui zio Liprando era ammalato: Mihi angelus occurrit dicens: presbyter Liprandus, rediens a Valtellina, infirmus jacet ad monasterium de Clivate(260): asserzione sul proposito della quale saggiamente riflette il nostro conte Giulini, che sarebbe stato desiderabile che lo storico ci avesse additato i segni pe'quali egli s'avvide con tanta sicurezza, che quello era un angelo(261). Tutti i nostri autori per, ciecamente appoggiati all'asserzione del solo Landolfo, hanno creduto vero un tal prodigio; e nemmeno il nostro conte Giulini si  voluto segregare. Sarebbe stato veramente desiderabile che avessero seguta l'opinione piuttosto dei vescovi suffraganei e della plebe, che ne fu spettatrice. Ma il meraviglioso seduce; non si ha coraggio di affrontare una lunga tradizione per annunciare la verit, i di cui dritti non si prescrivono giammai; ed  costretta la storia a raccontare di tali inezie, qualora sieno generalmente credute.
Per otto anni ancora, dopo il raccontato prodigio, continu l'arcivescovo Grossolano a conservare la sua dignit, sebbene con un partito contrario. Il papa lo consider arcivescovo legittimo, e non cess d'esserlo, se non quando, portatosi egli, nel 1111, a Costantinopoli, se gli elesse in Milano un successore. Mor frattanto in Germania l'infelice imperatore Enrico III; ci avvenne l'anno 1106. Corrado, di lui figlio, se gli era ribellato, siccome dissi, adescato da una vana lusinga di essere re d'Italia, ove visse con questo titolo per obbedire a tutti i cenni della contessa Matilde. Anche l'altro figlio Enrico si trov modo di farlo ribelle al padre. Non si pu rinunziare ai sentimenti dell'umanit e della natura pi freddamente di quello che fece questo figlio Enrico, che il padre aveva gi fatto suo collega nel regno di Germania. Io ne racconter l'avvenimento colle parole istesse colle quali il conte Giulini lo riferisce. I vizi, le scostumatezze, la simonia, lo scisma dell'imperatore erano veramente cose orribili a chi le considerava; ma pure dovevano con pazienza tollerarsi da un suddito, e molto pi da un figliuolo. Per quanto la storia della vita di Enrico IV, re di Germania, e terzo imperatore e re d'Italia, desti odio ed abborrimento contro di lui, quella della sua morte non lascia di muovere gli animi a compassione e piet. Altro io non dir, se non che il misero principe, spogliato a forza de'reali ornamenti, pentito de'commessi delitti senza poter ottenere dal legato apostolico la desiderata assoluzione, proteso a'pie del figlio senza poter ottenere da lui un solo sguardo, finalmente da disperato diede nuovamente di piglio alle armi; ma abbandonato presso che da tutti, e giunto alle ultime angustie, alli sette di agosto del corrente anno 1106 termin in Liegi di puro cordoglio la vita. Cos castig Iddio i suoi delitti in vita(262). I delitti di questo principe sono di non aver voluto rinunziare alle investiture de'vescovi, che avevano goduto i suoi antecessori. Le sue buone qualit furono la generosit, la giustizia e il valore. Non rap l'altrui, non insidi alcuno, non se gli rimprovera alcuna crudelt. Egli comandava in persona la sua armata; si trov in sessantasei battaglie, e le vinse tutte, eccetto quelle nelle quali fu tradito. Il di lui figlio Enrico, che poi fu il quarto imperatore di questo nome, venne in Italia nel 1110; pretese dalle citt lombarde l'antica obbedienza; trov degli ostacoli, poich erano gi avvezze a reggersi da s. Novara, fra le altre, non fu docile, e il re Enrico la incendi; cos fece a varie altre castella e terre. L'infelice Enrico suo padre non adoper il fuoco per sottomettere i popoli. Questa feroce maniera di guerreggiare mosse le altre citt a cercare di guadagnarselo con denaro, con vasi d'oro e d'argento; ma la popolata e nobile citt di Milano non gli fece regalo alcuno, n in verun conto gli bad, come ci attesta il monaco Donizzone, che in quei tempi scriveva le gesta della contessa Matilde con versi assai meschini:

Aurea vasa sibi nec non argentea misit
Plurima cum multis urbs omnis denique nummis:
Nobilis urbs sola Mediolanum populosa
Non servivit ei, nummum neque contulit aeris(263).

Pareva che allora Milano ergesse gi la testa sopra delle altre citt del regno italico. Prestarono per i Milanesi assistenza ad Enrico, piuttosto come alleati, che come sudditi; e questa fu di molti armati che lo accompagnarono a Roma per ricevervi la corona imperiale.  noto che Pasquale II, papa, pretese, prima d'incoronarlo, che rinunziasse al diritto di dare l'investitura ai vescovi. Ricus Enrico di rinunziarvi, e pretese, non meno di quello che aveva fatto suo padre, di conservare questa ragione, posseduta dai precedenti augusti. Insisteva il papa; nacque in Roma una zuffa: i Lombardi, uniti coi Tedeschi, frenarono l'impeto de'pontificii, a segno che Enrico fece suo prigioniero il papa, lo condusse fuori di Roma, n gli accord la libert, se non quando gli promise con solenne scrittura di lasciargli le investiture come per lo passato. Ci fatto, ei lo pose in libert, e da esso fu incoronato imperatore nella basilica Vaticana, il giorno 13 di aprile 1111. Per questa zuffa ne dovettero soffrire anche i Milanesi, de'quali varii ne perirono, e fra gli altri Ottone Visconti: Otho autem mediolanensis Vicecomes, cun multis pugnatoribus ejusdem regis, in ipsa strage corruit in mortem amarissimam hominibus diligentibus civitatem, mediolanensem, et Ecclesiam(264). Questo Ottone  forse lo stesso reso immortale dai due versi del Tasso:

O 'l forte Otton, che conquist lo scudo,
In cui da l'angue esce il fanciullo ignudo(265)

L'imperatore Enrico V, che aveva degradato suo padre per aver sostenuto le investiture dei vescovati, non solamente le sostenne ei medesimo, ma colla forza sulla persona istessa del sommo pontefice se le fece accordare. Nella costituzione che avevano presa le citt italiche, non vi rimaneva pi altra dignit che potesse conferire l'imperatore, se rinunziava alle investiture; e il titolo di re d'Italia, gi diventato sinonimo di protettore piuttosto che sovrano, sarebbe stato colla rinunzia ridotto a una mera parola insignificante; come vi si ridusse in fatti undici anni dopo, colla cessione che ne fece. I Milanesi frattanto, inquieti, avvezzi alle fazioni, diretti da magistrati la nuova autorit de'quali era incerta, mancanti di un sistema civile che organizzasse la citt, privi d'un regolamento che assicurasse la vita e le sostanze del cittadino, avevano ottenuto piuttosto una turbolente indipendenza, anzi che la libert. Convien dire che allora o non vi fosse uomo capace di progettare una costituzione, ovvero che non venisse ascoltato. Avevamo impiegati i primi impeti nostri a lacerarci vicendevolmente colle civili dissensioni; i secondi impeti furono adoperati per rovinare i vicini meno forti di noi. La citt di Lodi fu distrutta da noi quasi sotto gli occhi dell'imperatore Enrico, che ritornava da Roma dopo la sua incoronazione: Mediolanenses quoque, cum iste imperator per Veronam a Roma in Germaniam properabat, gladiis et incendiis, diversisque instrumentis, funditus destruxerunt Laudem, in Langobardia civitatem alteram(266). Un calendario antico, stampato nella raccolta Rerum Italicarum(267), dice VII kal. (junii) MCXI capta est civitas Luadensis a Mediolanensibus (1111)(268); e la cronica di Filippo da Castel Seprio dice: anno MCXI die VII ante kal. junii destructa est civitas Laudensis, et jacuit annis XLVIII(269). Qual fosse il motivo che inducesse i Milanesi a simile crudelt, non lo sappiamo. Il nostro Tristano Calchi cos ne ragiona: De Laudis vero Pompejae eversione haud immerito prudens lector uberiora desideraverit: sed mecum transeat oportet, cujus in manus plura in eam rem, etsi diligenter perquisiverim, non venerunt. Caeterum constat et duras leges et foedam servitutem victis impositam fuisse: dejectisque caeteris aedificiis, et urbis moenibus, vix agrestium similes vici, et pauperum tuguria miseris civibus, quae inhabitarent relicta; et pro magno commodo existimatum, quod vicum cognomine Placentinum reliquerint, in quo solitum mercatum octavo quoque die continuarent, sed nec rem alienare, matrimonia contrahere, post occasum solis in pubblicum prodire, certosve fines excedere inconsulto magistratu mediolanensi licebat; si quipiam paulo remotius sermones contulissent, continuo, novorum consiliorum suspecti, aere multabantur, aut fustibus caedebantur, quibus aerumnis indignati plurimi diversa exilia petere maluerunt, et perpetuo patriis finibus carere(270). La citt di Lodi era fabbricata sopra di un fiumicello chiamato Silaro, fra l'Adda ed il Lambro: anche al d d'oggi se ne vedono le vestigia al sito che si chiama Lodi Vecchio. La citt di Lodi presentemente non dovrebbe pi portare il nome di Pompeo, poich deve la sua esistenza a Federico imperatore, che la fece fabbricare alle sponde dell'Adda, quattro miglia distante dalla citt di Pompeo.
(1127) Dopo avere per tal modo rovinati i Lodigiani, ci siamo rivolti a danneggiare i Comaschi, i quali, col favore d'un paese montuoso, disputarono per alcuni anni, ma finalmente, superati dai Milanesi, videro la loro citt e i sobborghi distrutti l'anno 1127. Co'Pavesi parimenti si mosse la guerra; e nel 1132 ci riusc di dar loro una rotta a Marcinago: ma la citt loro, munita di antiche e solide fortificazioni, fu un ricovero sicuro per essi. Attaccammo briga coi Cremonesi, e nel 1137 c'impadronimmo del castello di Zenivolta, e femmo prigioniero il vescovo di Cremona Uberto, che era armato con l'usbergo come un Paladino, e, inanimando i suoi alla battaglia, si era spinto contro uno de'nostri, e stava terminando di ammazzarlo(271). Tale era la strana condotta di una nascente Repubblica, che doveva saggiamente premunirsi contro le fondate pretensioni dell'Impero, collegandosi e rendendosi amiche le altre citt. Questo errore lo vedremo poi punito da Federico, e la punizione fu meritata. Lo stato della prosperit  il pi funesto di tutti per una citt che diventi libera dopo di avere sofferta la servit. Nella loro infanzia le repubbliche hanno bisogno d'essere circondate dai pericoli per obbligare i cittadini ad accostarsi fra loro, e prendere cura incessante degl'interessi comuni. Se questi manchino, non vi  pi quel principio che pu solo formare un sistema capace di reggere alla prosperit; vi vuole un nemico e un comune pericolo per acquistare un interesse e un sentimento comune, e cos animarsi la repubblica.
La Germania era divisa in fazioni, e l'imperatore aveva i suoi nemici, i quali vedevano volontieri che gl'Italiani non gli obbedissero. Fra questi eravi l'arcivescovo di Colonia Federico, il quale scrisse alla repubblica di Milano una lettera che comincia cos: Consulibus, capitaneis, omni militiae, universoque mediolanensi populo. - Civitas Dei Inclita, conserva libertatem, ut pariter retineas nominis tui dignitatem, quia quamdiu potestatibus Ecclesiae inimicis resistere niteris, verae libertatis auctore Christo Domino adjutore perfrueris(272). E in questa lettera ci avvisa come i principi della Lorena, della Sassonia, della Turingia e di tutta la Gallia (membri dell'Impero, come lo erano i Milanesi) si erano, al paro di noi, determinati di voler vivere liberi; e che tutti erano pronti a collegarsi con noi, ad assisterci; su di che aspettava il riscontro. Non ci rimane poi notizia alcuna se questa opportunissima offerta sia stata accettata; anzi dai fatti accaduti dappoi si pu presumere che se ne lasciasse sfuggire l'occasione. In somma Milano era una Repubblica; era gi forte e prepotente nella Lombardia; ma l'uso incautissimo che faceva della forza sua, eccitava l'invidia e l'odio delle altre citt: odio ed invidia superflue, sin tanto che la dignit imperiale passava da un principe debole a un altro debole; ma rovinose disposizioni al momento in cui fosse eletto imperatore un principe di animo e di forze robusto.
Mor in Germania l'imperatore Enrico IV l'anno 1125; e venne eletto per successore Lottario, duca di Sassonia, il quale fu poi Lottario III re d'Italia, e Lottario II imperatore. Alcuni signori tedeschi avevano protestato contro di questa elezione, la quale si pretendeva fatta per maneggi della Francia; e Corrado, duca di Franconia, del casato di Stauffen-Suabe, fu uno dei pi malcontenti. Conviene dire ch'ei praticasse delle secrete intelligenze co'Milanesi per togliere almeno il titolo di re d'Italia a Lottario. Certo  che Corrado, nel 1128, se ne venne a Milano, per la strada di Como; che fu acclamato re d'Italia, e incoronato prima in Monza, poi a Milano in Sant'Ambrogio. Sceso Lottario in Italia, si confeder colle citt di Lombardia, nemiche de'Milanesi, affine di umiliar Milano. Tent d'impadronirsi di Crema, citt amica de'Milanesi, ma non ebbe forze bastanti. Lottario non pot essere incoronato re d'Italia, e portossi a Roma, ove fu incoronato imperatore in San Giovanni Laterano dal papa Innocenzo II. Vi erano allora due che pretendevano la sovranit del regno d'Italia: Lottario, come imperatore; Corrado, come re incoronato d'Italia. Nello stesso tempo eranvi in Roma due, ciascuno de'quali pretendeva d'essere il vero papa; uno possedeva la chiesa di San Pietro, e l'altro quella di San Giovanni Laterano. Il papa di San Giovanni favoriva Lottario, lo riconosceva per solo legittimo re d'Italia, e scomunicava l'arcivescovo di Milano, perch aveva incoronato Corrado: il papa di San Pietro mandava il pallio al nostro arcivescovo. La origine di questi due papi fu che, essendo spirato Onorio II, sommo pontefice, il 14 di febbraio 1130, nel giorno medesimo, sedici cardinali de'pi famigliari del defunto pontefice, e de'pi assidui nell'assisterlo all'ultima malattia, prima che fosse pubblicata la di lui morte, elessero Gregorio canonico regolare lateranense, cardinale diacono di Sant'Angelo, che prese il nome di Innocenzo II. Il maggior numero de'cardinali, intesa che ebbe quest'elezione, si radun in San Marco, e cre papa Pietro di Leone, che prese il nome di Anacleto. Furono e l'uno e l'altro nello stesso giorno consacrati ed intronizzati. Innocenzo occupava San Giovanni Laterano; Anacleto aveva il partito pi forte, e risiedeva in Vaticano. I Milanesi erano per Anacleto e per Corrado; Lottario era per Innocenzo. Facilmente ognuno comprende qual confusione e quanti partiti dovevansi formare in mezzo ad un simile inviluppo di cose. San Bernardo fu quello che sed i partiti, e fece riconoscere anche in Milano per vero papa Innocenzo II, e per vero re d'Italia Lottario. Si erano gi domiciliati in Milano dei frati instituiti da San Bernardo. Il santo sosteneva papa Innocenzo, e l'arcivescovo di Milano Anselmo Pusterla aveva coronato Corrado, e aderiva ad Anacleto. Cominciarono in Milano i partiti contro dell'arcivescovo per deporlo. Quegli ordinari e decumani che erano del papa Innocenzo II, per preparare delle insidie all'arcivescovo, distribuirono il loro denaro ai giurisperiti ed ai militari; e dalla disputa l'arcivescovo fu costretto ad entrare nel pubblico arringo, ove Stefano Guandeca, arciprete, lo accus come eretico, spergiuro, sacrilego e reo d'altri delitti; giur per convalidare l'accusa, e si esib a provarla avanti ad alcuni vescovi suffraganei. Comparvero i vescovi, e seco loro comparvero pure molti vestiti in una nuova foggia con rozze lane e col capo raso; e questi, verisimilmente, erano i nuovi monaci di san Bernardo, che il popolo considerava come angeli del cielo. L'arcivescovo, vedendo costoro, rivolto al popolo, si pose a dire che tutti quei che comparivano vestiti con quelle cappe bianche e bigie, erano tutti eretici. Da ci ne nacque una zuffa, nella quale non fu per vinto l'arcivescovo; ma poi, mediante il denaro sparso dal contrario partito, fu scacciato dalla sua Sede. Quindi abbandonato Anacleto, Milano riconobbe il papa Innocenzo II. L'avvenimento ce lo descrive Landolfo il Giovine colle seguenti parole: Ordinarii itaque, et decumani sacerdotes, et caeteri faventes papae Innocentio Secundo, et insidias perpatrantes hujusmodi archiepiscopo suas pecunias effuderunt, et ipsa legis et morum peritis atque bellatoribus viris tribuerunt. Unde ipse archiepiscopus compulsus est intrare popularem concionem, ut ubi decertaret cum suis excomunicatis de excomunicatione. Cumque ipse expectaret sagittas de justa aut injusta excomunicatione, Nazarius primicerius, mirae callidatis homo, per prolixum sermonem cunctae concioni induxit fastidium. Archipresbyter autem Stephanus, qui cognominatur Guandeca, videns primicerium suum fastidiose fore locutum, vocem suam exaltavit, et contra archiepiscopum sic ait: Hoc quod isti nolunt tibi dicere ego dico: tu es haereticus, perjurus, sacrilegus, et aliis criminibus quae non sunt hic notanda, es reus. His auditis ex improviso, archiepiscopus obstupuit. Archipresbyter vero ille habens textum Evangeliorum ad manum, continuo juravit, quod ipse de istis rebus, quas dixerat esse in isto Anselmo, qui dicitur de Pusterla, in judicio episcopi novariensis et albanensis, qui sunt de suffraganeis Ecclesiae Mediolani, staret. Consules itaque Mediolani, in concordia utriusque partis, statuerunt ut ipsi et alii suffraganei venirent. In statuta itaque die non solum suffraganei, sed quamplures pure induti rudi et inculta lana, et rasi insolita rasura, concurrerunt. Cumque archiepiscopus iste Anselmus vidisset eos constare et populo quasi essent angeli de coelis, ad ipsum populum ait: omnes illi quos hic videtis cum illis cappis albis et grisiis, sunt haeretici. Inde simplices, et compositi, ad expellendum, bellum commoverunt. Veruntatem gladio Anselmi in die illa resistere non potuerunt. Sed mediante nocte, per expansam pecuniam, manus primicerii, et presbyteri Stephani fortissima, in summo diluculo ipsum Anselmum a sede compulit(273). Questi monaci, seguaci di san Bernardo, molto operarono per fare che Milano abbandonasse papa Anacleto e il re Corrado; e riconoscesse papa Innocenzo e l'imperatore Lottario: e san Bernardo medesimo moveva tutta questa rivoluzione, e come dice Landolfo il Giovine al luogo citato: Ad haec peragenda, papa adeo idoneum angelum habuit, sicut Bernardus abbas claraevallensis fuit(274). Il santo abate venne in Milano, e fu con tanta venerarazione accolto, che immediatamente divenne l'arbitro della citt. Egli mostrava dispiacere che nelle chiese vi fossero ornamenti d'oro o d'argento, e i Milanesi cessarono di esporli: ad nutum quidem hujus abbatis, omnia ornamenta ecclesiastica, quae auro et argento palliisque in Ecclesia ipsius civitatis videbantur, quasi ab ipso abbate despecta, in scrineis reclusa sunt(275). Tutto venne a prendere quell'aspetto che insinuava quel celebre santo, al di cui cenno i popoli europei passavano a guerreggiare nell'Asia, e riconoscevano o abbandonavano i sovrani ed i pontefici. Tanto era il potere dell'opinione generalmente sparsa di lui! Il popolo di Milano, poich era scacciato l'arcivescovo Anselmo Pusterla, accorse a San Bernardo, che stava alloggiato vicino a San Lorenzo, e con acclamazione lo voleva arcivescovo. Il santo aveva pi vasti affari da reggere, e disse alla moltitudine, che nel seguente giorno egli si sarebbe posto a cavallo, e che se il cavallo l'avesse condotto lontano dalla citt non sarebbe stato arcivescovo, e cos appunto fece e se ne part: Ego in crastinum ascendam palafredum meum, et si me extra vos portaverit, non ero vobis quod petitis, ac sic a Mediolano recessit(276). Cos Milano riconobbe papa Innocenzo e imperatore Lottario; e partito che fu San Bernardo, i suoi monaci, dice Landolfo al luogo citato: per civitatem euntes, collectam multam de auro et argento et rebus pluribus sibi fecerunt(277), e con questi mezzi fondarono i due monasteri di Chiaravalle e di Moribondo, cos nominati ad imitazione di due gi stabiliti in Francia, i quali avvenimenti accaddero l'anno 1134. L'arcivescovo Anselmo, scacciato cos dalla sua sede, per essere stato del partito di Anacleto, s'incammin verso Roma; dove Anacleto era riconosciuto per legttimo papa da un gran numero di persone, e risiedeva, siccome dissi, al Vaticano; ma, viaggiando, fu preso e consegnato a papa Innocenzo II, che trovavasi a Pisa per un concilio; e quel papa che possedeva, come gi dissi, in Roma il Laterano: illum captum Romam misit, dice Landolfo, ibique, prout fama est, Anselmus ille, in eodem mense, in manu Petri Latri, qui procurator est Innocentii, vitam finivit(278).
Corrado, sebbene fosse stato incoronato re d'Italia in Monza ed in Milano, vedendo di non avere forze bastanti a resistere, si pieg ai tempi, e riconobbe l'imperatore Lottario, e rinunzi ad ogni pretensione sul regno italico. Lottario, riconosciuto anche dai Milanesi, venne in Italia; e favor i Milanesi nelle dispute che avevano co'vicini. Mentre il nuovo arcivescovo Roboaldo scomunicava i Cremonesi, l'imperatore Lottario li sottopose al bando imperiale; e, unite le forze degl'imperiali e de'Milanesi, si devast il contado di Cremona, si prese Casalmaggiore, San Bassano e Soncino(279): poi queste forze si rivolsero contro Pavia, la quale venne umiliata. Cos assai incautamente i Milanesi, colla distruzione di Lodi e di Como, colla desolazione de'Cremonesi, e cogli insulti fatti ai Pavesi, si erano procurati dei nemici implacabili intorno le loro mura; e ne vedremo l'effetto nel capitolo seguente. Altro non mancava ad accendere il fuoco che doveva distruggerci, se non l'occasione d'un imperatore potente e voglioso di riacquistare la signoria d'Italia. Ma n Lottario, n Corrado istesso (che poi, nel 1138, colla morte di Lottario, fugli eletto in Germania per successore) ebbero forze per tentarlo. Corrado, obbedendo alle insinuazioni fattegli da san Bernardo a Spira, s'incammin alla testa di una armata per la Terra Santa; dove il suo esercito fu interamente distrutto per la mala fede dell'imperatore Manuello Comneno e per il valor militare de'Saraceni. Lottario debolmente regn fra i torbidi. Cos la indipendenza della repubblica di Milano si and rinfiancando.
La citt di Milano, divenuta opulenta e popolata nel secolo duodecimo, naturalmente doveva offrire agi migliori ad ogni cittadino. Non si discorreva pi di adoperare per companatico il lardo, come vedemmo al capitolo quarto; ma pretendevano i canonici di Sant'Ambrogio che un abate, in certo giorno di solennit, desse loro un pranzo con tre imbandigioni, ed erano queste: in prima appositione, pullos frigidos, gambas de vino, et carnem porcinam frigidam: in secunda, pullos plenos, carnem vaccinam cum piperata, et turtellam de lavezolo: in tertia, pullos rostidos, lombolos cum panitio, et porcellos plenos(280); sorta di vivande che non ha saputo indicare cosa fossero l'erudito nostro conte Giulini(281), e che molto meno potrei io spiegare. Bastano per queste per dimostrare che si viveva con una sorta di abbondanza. Fra le cerimonie religiose vi era quella che il parroco andasse a lustrare coll'acqua benedetta la casa da cui si era trasportato un morto; e che al Natale il parroco girasse per le case del suo distretto coll'incensiere a profumarle. Quando si contraevano sponsalia de futuro(282), cio quando si faceva la promessa del matrimonio, si regalava alla sposa un anello, ovvero una corona, o un cinto, ovvero una veste o un drappo, ovvero un zendado; e qualora il matrimonio poi non si dovesse pi fare, se lo sposo aveva dato un bacio alla sposa, non si doveva a lui restituire se non la met del regalo: Si nomine sponsalitiorum annulus, vel corona, vel cingulum, vel quid simile, seu amictum, vel pallium, vel zendadum detur; matrimonio non secuto, medietas redditur si osculum intercesserit(283); cos le consuetudini di Milano dell'anno 1216. Dello stato delle lettere in quei barbari tempi pochissimo se ne pu dire. Unicamente sappiamo che molti de'nostri giovani allora andavano in Francia a fare i loro studii; ed  assai probabile che le turbolenze interne alle quali era in preda la Repubblica, non permettessero quella placida educazione che  necessaria per avervi delle scuole e de'maestri utili. Fra i paesi vicini, il pi tranquillo e indifferente per noi era la Francia, colla quale non avevamo pi veruna politica relazione. Sotto Lottario s'erano scoperte in Amalf le Pandette, e s'era risvegliato un fermento universale per lo studio della giurisprudenza. Il nostro Oberto dall'Orto fu distinto fra i dottori di quel tempo; e maestro Giovanni, pure nostro cittadino, fu un medico che ebbe molta parte nel far risorgere la facolt che coltivava, in Salerno. Egli scrisse in versi latini un trattato di medicina per Enrico I, figlio di Guglielmo il Conquistatore, re d'Inghilterra, che cos comincia:
Anglorum regi scribit schola tota Salerni(284) ecc., e sebbene la ragione umana fosse coltivata da pochi, e con poverissimo successo, se vogliansi paragonare que'lavori colle produzioni di secoli pi felici; nondimeno dobbiamo accordare che ci eravamo scostati assai dall'ultima barbarie del secolo undecimo, quando ne'pubblici contratti si scriveva cos: deveniat in potestatem abas ipsius monasteri sancti Ambrosii in perpetuis temporibus in eodem sanctum monasterio ordinatus fuerit... capella una... que ego noviter edificavi... in onore sancti Michaelis et Petri, consecratam ab domnus Eribertus archiepiscopus(285). I cognomi cominciarono a formarsi nel secolo undecimo; e nel duodecimo erano generalmente praticati. La maggior parte ebbero l'etimologia dai luoghi d'onde traeva origine, ovvero dimorava la famiglia. Vorrei poter descrivere le azioni de'nostri Bruti, de'nostri Orazi, de'nostri Scevola; ma non balena alcun lampo di virt fra quei tempi ancora caliginosi; o se qualche uomo generoso e nobile visse allora fra noi, e produsse la sua virt fuori dalle azioni della famiglia, questa trov cos poca elasticit negli animi altrui, che non ne rimase memoria. La sola religione era il mobile di ogni azione in que'tempi... sebbene questa mia proposizione non  esatta. La sola corteccia della religione moveva ogni cosa, e la vera religione era trascuratissima. Il mancar di fede, l'assassinare, il distruggere, l'usurpare, il calunniare, l'opprimere, erano azioni comunemente praticate quasi senza ribrezzo. Dopo ci, tutte le esterne pratiche del rito religioso erano osservatissime, e servivano di pretesto allo sfogo della feroce inquietudine de'nuovi repubblicani; poco degni in verit d'esser liberi, per l'abuso che ne fecero a danno proprio e dei vicini.

Capitolo 7.

Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I

Il nome di Federigo I imperatore, comunemente conosciuto col soprannome di Barbarossa, non  ignoto a veruno anche del popolo di Milano. Ognuno sa che Milano fu distrutta da lui. Molte favolose tradizioni, come accade, si frammischiarono colla verit. Federico Barbarossa per si ricorda come un barbaro. L'epoca di questo imperatore  stata funesta. Siamo stati avviliti; ma non vili, n senza gloria. I Romani ebbero due epoche di somma umiliazione; le Forche Caudine e l'invasione de'Galli. Noi avemmo Uraja e Federico. Gli autori di Germania di que'tempi ne fanno un eroe; i nostri ne fanno un tiranno. L'unico partito ch'io prendo sar quello di appoggiare il mio racconto singolarmente agli autori tedeschi che scrivevano in que'tempi; e credere di Federico I tutto il bene che ne dicono i Milanesi, e tutto il male che ne dicono i Tedeschi. I primi autori che mi serviranno di guida, saranno Ottone, vescovo di Frisinga, figlio di Leopoldo Pio, marchese d'Austria, e zio paterno dello stesso imperatore Federico; il quale, come esercitato, quanto in que'tempi potevasi, nelle lettere latine, scrisse i fasti del nipote, da lui animato a farlo: l'altro sar il canonico di Frisinga Radevico, il quale, per ordine dello stesso imperatore, continu que'fasti dopo la morte del vescovo Ottone(286). Ivi si legge la lettera che l'imperatore diresse al vescovo suo zio, animandolo a scrivete e dandogli una traccia dei suoi fatti nell'Italia(287); ivi pure si vede che il continuatore Radevico, dice di avere scritto per obbedienza al desiderio del defunto vescovo: Ejus jussu, pariteraque divi imperatoris Friderici nutu(288). Sicuramente essi non hanno propensione per i Milanesi. Il terzo sar il canonico di Praga Vincenzo, che accompagn il suo vescovo in quella spedizione d'Italia, e fu presente alla maggior parte degli avvenimenti accaduti in Milano. La cronaca di Vincenzo fu data al pubblico per la prima volta nel 1764 dal padre Dobner, nel primo tomo dell'opera intitolata: Monumenta Historica Boemiae, stampata in Praga. Gli altri autori tedeschi, pubblicati nelle raccolte del Pistorio Nidano, del Menckenio, dello Struvio, dell'Oefalio, mi serviranno pure di guida. Far uso ancora de'nostri Italiani Morena e Sire Raul, autori tutti contemporanei; ma unicamente pe'fatti che non possono essere contrari all'imperatore; sebbene il Morena sia pi imperiale di alcun altro. Sar costretto a registrare pi le parole altrui, che a scrivere le mie; ma i lettori che temono lo spirito di partito e che bramano di conoscere quanto si pu la verit de'fatti accaduti, non mi sapranno mal grado, se pongo sotto a'loro occhi piuttosto i pezzi interessanti degli autori originali che scrivevano le cose dei loro tempi, anzi che un sempre incerto racconto negli argomenti contrastati. Questo  il solo partito che conviene allorch s'entra a narrare una porzione di storia controversa.
(1152) Corrado, poco dopo il suo ritorno da Terra Santa, mor in Bamberga l'anno 1152, e fu eletto re de'Romani il di lui nipote Federico Barbarossa. Egli allora aveva trentadue anni. Pieno di ardor militare e di un carattere fermo e impetuoso, sembra che il suo primo pensiero sia stato quello di sottomettere le citt del regno d'Italia, e di ridurle ad una reale obbedienza, dallo stato indipendente a cui si erano poste da centoventi anni e pi. Albernardo Alamano e Omobono Maestro, due cittadini lodigiani, si portarono alla dieta di Costanza, e gettaronsi a'piedi di Federico, implorando il suo aiuto contro de'Milanesi, i quali non cessavano di opprimere i Lodigiani, anche presso le diroccate mura della loro patria distrutta. Il re Federico destin Sicher per suo ministro a Milano, con un decreto in cui domandava che si cessasse di opprimere Lodi. I due Lodigiani ritornarono alla patria, per cui avevano operato senza commissione. Credevano di essere accolti come salvatori dei cittadini, e non ritrovarono che biasimo, strapazzi ed ingiurie; poich il timore de'Milanesi era il solo sentimento che restava a quegl'infelici, dopo il peso di lunghe e gravissime sciagure. Venne a Milano Sicher, e present il decreto del re. I consoli milanesi stracciarono la carta, la calpestarono; e a stento il regio messo pot sottrarsi al furore del popolo e fuggirsene di notte(289). Dopo un tale affronto Federico si determin di venire in Italia alla testa di un'armata. I nemici de'Milanesi non potevano mancare di unirsegli contro di Milano; la quale, come dice il panegirista e parente di Federico: Inter caeteras ejusdem gentis civitates primatum nunc tenet... non solum ex sui magnitudine, virorumque fortium copia, verum etiam ex hoc, quod duas civitates vicinas in eodem situ positas, idest Cumam et Laudam, ditioni suae adjecerit(290). Cominci Federico a devastare alcune nostre terre. Erano amici nostri i Tortonesi, i Piacentini, i Cremaschi ed i Bresciani. Federico assedi, prese e distrusse Tortona; e dai Pavesi fu accolto con solenne pompa. Cos il re Federico nella sua lettera riferita da Ottone di Frisinga: Destructa Terdona, Papienses, ut gloriosum post victoriam triumphum nobis facerent, ad civitatem nos invitaverunt(291). Col vocabolo per di distruzione non si pu intendere gi, che fossero atterrate le case della citt, ma deve intendersi soltanto la demolizione delle fortificazioni, e lo smantellamento de'ripari che la munivano. Poich nello stesso anno in cui venne distrutta Tortona, la repubblica di Milano scrisse ai Tortonesi la lettera seguente: Consules, populusque mediolanensis, consulibus derthonensibus, omnique populo, salutem - Cuncto romano Imperio notum fore credimus, urbem vestram, quam de caetero confidenter nostram dicemus, contra fas ac pium, injuria penitus, destructam, a nobis audacter nec non viriliter restauratam esse, murisque, omnium nostrorum invicem sudore constructis, circumdatam. Tria itaque civilia signa ad perennem memoriam ad vos dirigimus. Tubam videlicet aeneam, qua populos in unum convocetur, vetrum significantem incrementum. Album vexillum cum cruce Domini Nostri Jesu Christi, rubeum colorem habens per medium significans a manibus inimicorum post multas ac magnas angustias vos esse liberatos: in quo solem et lunam designari jussimus. Sol Mediolanum, luna Derthonam significat; lunaque lumen a sole suum trahit, omne a Mediolano Derthona suum trahit esse. Haec duo mundi sunt lumina, haec duo regna. Sigillum, quo vestrae signentur chartae, continens in se duas civitates Mediolanun et Derthonam, designans Mediolanum cum Derthona ita esse unitos, ut separari numquam possint amplius. Millenus centenus quinquagesimus annus quintus erat Christi, cum lapsa, refecta fuit(292). I Milanesi innalzarono la circonvallazione di Tortona con somma rapidit e con sommo ardire, nel tempo in cui Federico si port a Roma, e fu incoronato imperatore dal papa Adriano IV. Questa riparazione di Tortona dovette irritare sempre pi l'animo dell'imperatore; al quale inutilmente avevano gi in prima offerto i Milanesi considerabili somme di oro per accontentarlo. Non si trov forte Federico allora abbastanza per cimentarsi contro di Milano, ovvero gli affari l'obbligarono a portarsi in Germania. Prima per di abbandonare l'Italia, nelle vicinanze di Verona pubblic un decreto in cui spogliava i Milanesi della zecca, dei telonei, e di ogni podest: e ci in pena d'avere distrutto Lodi e Como, e oppressi que'cittadini, con contumacia agli ordini imperiali: per lo che li condann al bando dell'Impero(293). La sentenza di questo anatema non cagion male alcuno ai Milanesi. Essa era concepita con frasi che provavano l'inimicizia passionata dell'imperatore. Leggevasi che i delitti imputati ai Milanesi fossero enormi, commessi con animo sacrilego, empiissimamente, con iniquit, malizia e pertinacia. Ci non di manco, appena allontanato che fu Federico, i nostri ritornarono al loro abituale mestiere: batterono i Pavesi; insultarono e vinsero i Novaresi; presero Vigevano, e ne demolirono il castello. Tanto erano poco disposti a lasciar liberi i Lodigiani e i Comaschi gi sottomessi! Pretesero anzi dai Lodigiani un giuramento positivo di fedelt; e sull'opposizione che i Lodigiani fecero, volendo essi porvi la condizione che salvo fosse il primo giuramento di fedelt da essi gi prestato all'imperatore, e non accordandolo i nostri, vennero saccheggiate e abbruciate le povere abitazioni dei Lodigiani, ed essi costretti a ricoverarsi presso dei Cremonesi. Per tal modo erano nemici nostri i Lodigiani, i Comaschi, i Pavesi, i Novaresi, i Vigevanaschi e i Cremonesi.
Frattanto per che stavamo rendendoci pi odiosi ai vicini ed al lontano nemico, la sola cosa ragionevole che femmo, si fu di munire d'un valido fossato, ossia d'una linea di circonvallazione tutta la citt; la quale, sebbene avesse tuttavia in piedi le antiche mura di Massimiliano, ristorate dall'arcivescovo Ansperto due secoli e mezzo prima, nondimeno, per l'accresciuta popolazione doveva avere molte abitazioni esternamente adiacenti alle mura medesime. Questo fossato  precisamente quello per cui ora scorre il canale del Naviglio, e cos con chiarezza ognuno pu capire qual fosse il giro delle antiche mura, che ora  indicato dalle chiaviche, da noi chiamate cantarane, e quale quello del fossato, che visibilmente anche oggid circonda la citt. Di questo fossato ne parla il continuatore di Ottone da Frisinga Radevico(294), inimico de'Milanesi, con questi termini: Mediolanenses autem, utpote viri bellicosi et strenui, civitatem suam magnis fossis circumdederunt, et imperatori audacter et viriliter restiterunt(295); e della terra cavata nel fare la fossa se ne form il parapetto nel luogo che anche presentemente conserva il nome di Terraggio. Convien dire che queste fortificazioni fossero assai ben fatte; poich vedremo che non vennero mai superate colla forza; e che, perduta che fu la citt, ebbe somma cura il vincitore di vederle distrutte. Venne in Italia l'imperator Federico alla testa di un'armata poderosissima, la quale conteneva quasi tutte le forze della Germania. Basti il dire che aveva sotto di lui a bloccare Milano Ladislao re di Boemia, Corrado duca di Rotenburg, Lodovico conte palatino del Reno, Federico duca di Svevia, Enrico duca d'Austria, Alberto conte del Tirolo, Ottone conte palatino di Baviera, l'arcivescovo di Colonia Federico, Arnaldo arcivescovo di Magonza, Hellino arcivescovo di Treveri, Wikmanno arcivescovo di Magdeburg, il duca di Zaringhen, e altri principi sovrani(296). (1158) La venuta di questa terribile armata accadde l'anno 1158.  strana la cerimonia che l'imperator Federico volle premettere alle sue operazioni militari. Prima di innoltrarsi nel Milanese fece intimare alla citt un termine perentorio a presentare le discolpe, se ne aveva. Non volle dare un gastigo senza una sentenza, n una sentenza senza un giudizio, n un giudizio senza una citazione. Vennero i legati di Milano a questa formalit. L'eloquenza e i doni furono inefficaci; e la sentenza dichiarolli pubblici nemici. Cos, pagando questo facile tributo alla mana del secolo, che in Italia singolarmente aveva riscaldati gli animi nello studio del Codice e delle Pandette di Giustiniano, rese sacra in certo qual modo la vendetta e interessate pi che mai le citt nostre nemiche a favorire la rovina di Milano. Poich'ebbe data Federico la sentenza, si rivolse al Milanese, e, affacciatosi a Cassano per passar l'Adda, trov il ponte cos bene presidiato dai Milanesi, che non ard superarlo. Gl'Imperiali tentarono il guado verso Corneliano: alcuni perirono nel fiume; ma per un buon drappello di militi si post sulla sponda destra del fiume. Per lo che i nostri che trovavansi alla custodia del ponte, dovettero abbandonarlo, per non vedersi a un tempo stesso assaliti di fronte e al fianco; e si ricoverarono in Milano. L'esercito imperiale s'incammin a passare sul ponte, il quale si ruppe, non sappiamo se a caso, con qualche danno dell'esercito. Questi avvenimenti, anche minuti, meritano luogo nella storia; poich fanno conoscere che la guerra non si faceva con un cieco impeto, ma con arte e consiglio anche in que'tempi. Un errore per commisero allora i nostri, e fu quello di collocare un presidio nella torre dell'Arco Romano, di cui ho data notizia nel capitolo primo. Quella mole, fabbricata dai vincitori romani fuori del recinto per dominare la citt, e fondata sopra quattro enormi pilastri e quattro arcate, doveva atterrarsi da una citt che aspettava un potentissimo esercito nemico. Un presidio cos isolato non poteva n difendersi n reggere, soltanto che sotto vi si fosse collocata una catasta di legna e postovi il fuoco. Gl'imperiali, ben presto cominciando a rompere i pilastri, costrinsero gl'infelici situati tanto incautamente ad arrendersi, e dalla cima poi di quella gran torre, gl'imperiali, colla pietrera, scagliarono incessantemente de'sassi a danno ed incomodo inevitabile di coloro che stavano alla difesa della porta Romana. L'imperatore pose il suo quartiere verso la Commenda di Malta, che allora era la magione de'Templari. Il re di Boemia pose il suo a San Dionigi. L'arcivescovo di Colonia alloggi verso San Celso. Di contro a ciascheduna porta della citt vi si post un principe; e si circond la citt con un esercito di centomila uomini(297); ovvero, come dice lo storico nostro contemporaneo Sire Raul, di quindicimila cavalieri, e innumerevoli fantaccini. A tutte queste terribili forze della Germania, dalla quale erano venuti quasi tutti i sovrani alla testa de'loro sudditi armati, si unirono le forze di quasi tutte le citt di Lombardia; e il canonico di Praga Vincenzo, che vi era presente, nomina Pavesi, Cremonesi, Lodigiani, Comaschi, Veronesi, Mantovani, Bergamaschi, Parmigiani, Piacentini, Genovesi, Tortonesi, Astigiani, Vercellesi, Novaresi, d'Ivrea, di Padova, d'Alba, di Treviso, d'Aquilea, di Ferrara, di Reggio, di Modana, di Bologna, d'Imola, di Cesena, di Forl, di Rimini, di Fano, d'Ancona e di altre citt ancora, che tutte avevano mandate le loro milizie a combattere contro di noi(298). Al comparire di tante forze i Milanesi stavano armati, tranquillamente rimirandole dalle loro fortificazioni: Stabant armati super vallum, nihil omnino strepentes; dubium, principis advenientis aspectus utrum hanc reverentiam, et hujus silentii disciplinam, an metum universis incusserit(299), dice Radevico, lib. I, cap. XXXII. Una tanto spaventosa unione di forze non si impiegherebbe al d d'oggi per acquistare una citt presidiata da soli cittadini. Un esercito assai minore basterebbe, e coll'assedio, ovvero con un impetuoso assalto se ne renderebbe padrone; ma allora la polve per anco non era conosciuta (la pi antica memoria della polve ascende sino alla pubblicazione dell'opera: De nullitate Magiae, in Oxford, fatta da Rugiero Bacone circa l'anno 1260 cio quasi un secolo dopo i tempi de'quali tratto; e il pi antico uso della polve nella guerra segu l'anno 1346 nella battaglia di Crecy, come ci attestano Larrey e Mezerai. Il re d'Inghilterra Eduardo scompigli i Francesi con cinque o sei cannoni; ci accadde pi d'un secolo e mezzo dopo Federico). Troppo era ardua impresa il venire a cimento contro gli assediati, i quali, dalla sommit del terrapieno, scacciavano nella larga fossa gli aggressori prima che ad essi potessero nemmeno accostarsi, e perci: Divisis, ut dictum est, inter principes exercitus portis Civitatis, singuli eorum festinare, parare, sudibus, palis aliisque propugnaculis castra munire, propter improvisos hostium incursus, decertabant. Neque enim vineis, turribus, arietibus, aliorumque generum machinis tantam civitatem attentandam putabant. Sed longa potius obsidione fatigatos ad deditionem cogi, vel si foras propter fiduciam multitudinis erupissent, proelio superatum iri(300). Si aspett adunque che il tedio e i maneggi inducessero i Milanesi alla resa, e non ard Federico di sottometterli colla forza. Questi fatti, trasmessici da un Tedesco, nemico del nome italiano, e panegirista dell'imperator Federico, provano abbastanza che Milano in quel tempo era una repubblica, piccolissima per la sua estensione, ma di una forza e di un ardimento meravigliosi; e se ella avesse avuta tanta sapienza, quanto ardire e robustezza, forse la storia posteriore d'Italia sarebbe pi simile alla romana. Lo storico nostro Sire Raul ci parla di varie scorrerie che i Milanesi fecero su i nemici, col rappresagliar ai medesimi molti cavalli: Interea milites Mediolani egrediabantur de civitate, et auferebant scutiferis exercitus roncinos, et tantos abstulerunt, quod roncinus quatuor solidis tetriolorum vendebatur(301); e il Radevico, che scrisse i fasti dell'imperator Federico per comando di lui, e in conseguenza non  mai sospetto di parzialit per i Milanesi, descrive varie sortite da essi fatte; ed una singolarmente caduta sopra il conte palatino del Reno, e sul duca Federico di Svevia: Apertis portis, cum pugnacissimis egressi, disjectis custodibus, usque ad jam dictorum heroum castra excurrunt, oppugnant, sauciant. Alemanni, ubi hostes adventare senserant, inopinata re, ac improvisa primo perculsi (l'affare era di notte) alter apud alterum formidinem simul, et tumultum facere: deinde alius alium appellare, hortari, arma capessere, venientes excipere, instantes propulsare: clamor permixtus hortatione, strepitus armorum, etc(302)., e conchiude che, accorsovi poi il re di Boemia coi suoi, e cos resasi pi vasta l'azione, i Milanesi, non potendo reggere a tanti, ritornarono nella citt(303). Questo fatto, altrimenti in parte, lo descrive la cronaca del canonico Vincenzo da Praga, che si legge nel libro del P. Gelasio Dobner(304). Secondo detto cronista, la sortita fatta dai Milanesi non fu di notte, ma circa horam vespertinam... fit pugna ex utraque parte: fortissimi caeduntur milites, nec hi vincuntur nec illi. Videns autem praedictus princeps se eis sufficere non posse, ad Regem Bohemiae plurimos mittit nuncios, rogans ut ei sua subveniat militia(305); dice poi che il re accorse co'suoi, e piomb addosso ai Milanesi: Mediolanenses pro libertate adversariis suis fortissime resistunt; ex utraque, parte fortissimi caeduntur milites. A vespertina hora usque ad crepusculum durat praelium. Mediolanenses tandem, plurimis amissis, et captis, Bohemorum ictus non valentes sustinere, inter muros se retrahunt, quos Bohemi victores, usque ad ipsas portas caedentes, insequuntur. Interea nox praelium dirimit(306). Questo autore era presente, quindi il di lui racconto pare pi verisimile; poich di notte non poteva tentarsi un'operazione, quando si combatteva, come allora, in mischia. Altra uscita fecero i Milanesi per testimonianza dello stesso autore tedesco e panegirista dell'imperatore Federico, contro il duca d'Austria, che s'avanzava per attaccare una porta della citt: Mediolanenses quippe, molitiones nostrorum praesentientes, ignominiam judicabant, si pares, imo plures multitudine, minori animo venientibus non occurrerent(307): e allora pure furono respinti. La pi fortunata azione ce la descrive lo stesso Radevico(308), quando uscirono i Milanesi contro una schiera di mille volontari, comandati dal conte Ekeberto di Butene, che, dopo un ostinato conflitto, vennero fugati coll'uccisione del conte e di varii altri nobili imperiali. Osserva per lo stesso Radevico, come dalla porta che era bloccata dall'imperatore (ed era quella del Buttinugo, ora detto Bottonuto, e il conte Giulini la crede posta al ponte dell'Ospedale) i Milanesi non ardirono mai di presentarsi, o per timore o per riverenza verso la persona dell'imperatore: Sed nec ad portam, ubi militia principis obsidionem celebrabat, excursus facere, dubium an metu, an reverentia imperatoris cohiberentur(309). Tentarono gl'imperiali di prendere la citt di assalto, e pot loro riuscire di porre il fuoco ad una porta ed al bastione vicino, combustibile, perch composto di fascine e travi, che rassodavano la terra e la munivano al di fuori; ma furono vigorosamente respinti, e il colpo and a vuoto. Ci nondimeno fa meraviglia, come dopo un mese di blocco la citt si rendesse; e non  facile il persuaderci, come questa dedizione fosse allora cagionata dalla fame e dalle malattie, siccome varii scrittori asseriscono, appoggiati al testimonio Radevico(310). Non  da credersi che i Milanesi da lungo tempo prevenuti dell'odio dell'imperatore, e che con prodigioso dispendio ed ardimento avevano premunite le abitazioni colla linea di circonvallazione, avessero preparato cos poco ne'magazzini, da penuriare dopo di un mese; n  da credersi che un morbo contagioso ponesse tanta desolazione da obbligare in quattro settimane alla dedizione una citt non ancora offesa da macchina o assalto nemico; tanto pi che di questa supposta pestilenza, la quale avrebbe dovuto comunicarsi al campo nemico, nessuna menzione se ne fece poi; e il canonico Vincenzo di Praga, che era presente a questi avvenimenti, non scrive n della fame n d'altra malattia, se non che: Foetor cadaverum intolerabiliter ex utraque parte omnes cruciabat exercitus ita quod jam plurimi plurimis cruciabantur aegritudinibus(311). L'autore medesimo ci avverte che il patriarca d'Aquileia Peregrino, il vescovo di Praga Daniele, il vescovo di Bamberga Everardo aprirono i discorsi di pace co'Milanesi, e Radevico ci attesta che l'autore di questa dedizione de'Milanesi fu il conte Guido di Biandrate; eccone le parole: Hujus auctor negocii dicitur fuisse Guido comes Blanderatensis, vir prudens, dicendi peritus, et ad persuadendum idoneus. Is, cum esset naturalis in Mediolano civis, hac tempestate tali se prudentia et moderamine gesserat, ut simul, quod in tali re difficillimum fuit, et curiae charus, et civibus suis non esset suspiciosus(312). Questo conte Guido di Biandrate, per testimonianza del conte Giulini, era generale della milizia de'Milanesi(313). La maggior parte del Novarese era sua, ed esposta alle invasioni degl'imperiali. Il carattere e la fede di questo conte, anche prima in un fatto co'Pavesi, si resero soggetto di dubitazione, e sembra che, comandando i Milanesi, li disponesse per essere battuti(314). L'imperatore poi sempre se lo ebbe caro, l'adoper in molte commissioni, cre arcivescovo di Ravenna suo figlio, e fu perfino trascelto, insieme col cancelliere imperiale, per obbligare gl'infelici Milanesi, esuli dalla patria, a sborsare nuovi tributi(315). Posta tutta questa serie di fatti, io credo che, senza pericolo di oltraggiare indebitamente la memoria di lui, sospettar si possa aver egli sacrificata la patria alla personale ambizione. I patti della resa furono: 1) I Lodigiani e i Comaschi nel governo civile saranno indipendenti dai Milanesi; 2) i Milanesi giureranno fedelt all'imperatore; 3) fabbricheranno un palazzo imperiale; 4) pagheranno novemila marche d'argento; 5) daranno ostaggi; 6) i consoli saranno eletti dai Milanesi, ma approvati dall'imperatore; 7) nel palazzo imperiale risederanno i legati cesarei, e giudicheranno le liti; 8) si restituiranno i prigionieri; 9) saranno dell'imperatore la zecca e le regale; 10) saranno assoluti dal bando imperiale i Milanesi, tosto che dai Cremaschi sieno pagate centoventi marche; 11) eseguito ci, l'imperatore partir fra tre giorni, e tratter da amico i Milanesi e le cose loro; 12) i Milanesi eseguiranno i loro patti con buona fede, quando non siavi impedimento legittimo, ovvero il consenso cesareo non li dispensi; 13) potranno i Milanesi imporre una colletta per pagare la somma convenuta, e chiamare in contributo quei che solevano, eccetto i Lodigiani e i Comaschi, e alcuni del contado del Seprio, i quali, poco prima, avevano giurato fedelt all'imperatore(316). Cos Milano si rese, il giorno 7 settembre 1158, all'imperatore Federico.
Questo avvenimento non fu veramente n di gloria all'imperatore n di biasimo a Milano. Con un'armata immensa, atta a conquistare un regno, doveva certamente prendersi una citt abbandonata, e sola in mezzo a tanti e s potenti aggressori. N l'imperatore, scortato di tanti e s poderosi mezzi, allora mostr quel vigore militare che caratterizza un gran generale. Non pose assedio, non attacc le fortificazioni, non us dell'impeto, ma con mezzi industriosi, e probabilmente colla seduzione del comandante, acquist la citt. Questo avvenimento pure ci mostra quanto imprudente sia stata la scelta del conte Guido, che i Milanesi vollero avere per loro generale. Si trovano,  vero, delle anime nobili, pi sensibili alla gloria che a qualunque altro bene presente, capaci d'un generoso entusiasmo che faccia loro trovare il massimo interesse nelle azioni virtuose; ma furono sempre mai rare, e ne'secoli barbari singolarmente. In ogni tempo poi imprudentemente si pone un uomo nell'alternativa o di essere un eroe, o di sacrificarci. Se la capitolazione pose Milano nella dipendenza, per l'imperatore riconobbe nella citt una esistenza civile con quest'atto medesimo, perch capitol, e perch si obblig a partirsene, e lasci il reggimento della citt ai consoli; n proib ai Milanesi il governo della loro citt, o la facolt della pace e della guerra. Se la citt fosse stata resa suddita, si sarebbe posto un conte a governarla a nome dell'imperatore, si sarebbe abolita la nuova magistratura de'consoli nata colla Repubblica; e si sarebbe espressamente proibito di contrarre mai pi leghe o far guerre, come da un secolo e pi s'andava facendo. L'articolo della zecca  pure meritevole di osservazione. Ho gi accennato che di monete battute in Milano prima di Federico non ve ne sono, se non col nome dell'imperatore o re d'Italia; che le monete della Repubblica mancanti del nome del sovrano hanno l'immagine di sant'Ambrogio colla mitra, ornamento che prima di Federico non fu generalmente in uso. Dopo gli Ottoni, dei quali abbiamo le monete, non ho altre monete della nostra zecca, che di Enrico, non ben sapendosi se del primo, secondo, terzo o quarto; ma n dei Corradi n di Lottario II non ne ho; n alcuno ne ha pubblicate; e perci sembra verosimile che da molti anni la zecca di Milano fosse oziosa; appunto perch la nuova Repubblica non osasse di sottrarsi interamente da ogni protezione dell'Impero coll'omettere il nome augusto nel conio, e nemmeno volesse espressamente confermarsi dipendente col riporvelo. Conservo bens alcune monete dell'imperatore Federico coniate in Milano, e sono pubblicate in pi opere. Cos quel sovrano, richiamando a s la moneta, ravviv anche nel conio la soggezione dalla quale ci eravamo col favore dei tempi sottratti.
Poich fu sottomessa Milano, l'imperatore radun una dieta in Roncaglia. Ivi, ricorrendo molti per farvi giudicare le liti, quell'Augusto, se crediamo a Radevico, diceva: Mirari se prudentiam Latinorum, qui cum praecipue de scientia legum glorientur, maxime legum invenirentur transgressores; quumque sint tenaces justitiae sectatores, in tot esurientibus et sitientibus injustitiam evidenter apparere(317). Se quell'Augusto avesse riflettuto che lo studio delle leggi si fa per acquistare onori e lucro, e che questo desiderio non esclude i vizii dell'animo; che il raffinamento medesimo nell'interpretare le leggi debb'essere una fecondissima sorgente di litigi; che in una nazione ricca ed ingegnosa vi debbon essere pi controversie che in una pi povera e indolente; non avrebbe parlato con derisione degl'Italiani, perch, studiando molto le leggi di Giustiniano, erano in molte liti imbarazzati. Cesare, Ottaviano Augusto e gli altri Romani non deridevano i vinti. Il grande Ottone si mostr pure abitatore del mondo, come lo sono le anime grandi. Le antipatie nazionali sono minute opinioni del volgo. In ogni secolo e presso di ogni nazione le anime nobili sempre furono al disopra della popolare invidia, ingiusta per lo pi o fomentata da una meschina politica. Cercano esse indistintamente il vero merito, e si pregiano di onorarlo ovunque lo trovino; mirano la terra come la patria del genere umano, e gli uomini una famiglia, divisa in buoni e malvagi. Un sovrano poi, che  il padre dei suoi popoli, non pu avere piccole gelosie di fazione. Federico manc di politica. Dovevano accorgersi i Lodigiani, i Pavesi, i Cremonesi, i Comaschi e gli altri che l'imperatore non era punto affezionato n agli Italiani n ad essi. La guerra fatta ai Milanesi certamente non aveva per oggetto la loro felicit, liberandoli dall'oppressione; ma, profittando delle nostre discordie, cercava di sottometterci.  vero che con una pomposa formalit aveva Federico, il giorno 3 di agosto dello stesso anno 1158, consegnato ai consoli lodigiani in Monteghezzone un vessillo, e data loro la propriet di quello spazio alla sponda dell'Adda per fabbricarvi, siccome fecero, la nuova citt di Lodi; ma l'imperatore con questo dono non perdeva cosa alcuna; e le citt alle quali in quella dieta prese tutte le regale, per formare a se medesimo un tributo annuo di trentamila marche d'argento, perdevano assai. Pi accortamente avrebbe operato quell'Augusto, se, dopo di aver vinto, colla moderazione e colla clemenza si fosse proposto di far amare il suo governo; forse avrebbe lasciato a'suoi successori un regno fedele e tranquillo, fondato sull'interesse medesimo de'popoli governati, i quali avrebbero naturalmente preferita la pace sotto di una moderata monarchia, alla turbolenta indipendenza, alle stragi, all'incertezza che da lungo tempo li rendevano infelici, Ma  pi facile il vincere che il saper godere della vittoria; ed  pi facile il carpire la fortuna, che il convertirla in propria stabile felicit. L'incauta condotta dell'imperatore gett i semi di molte sciagure funeste ai popoli d'Italia; funeste all'Impero medesimo; perch, dopo le miserie di una seconda guerra, pot bens opprimere i malcontenti, ma rovin il suo Stato, e impresse un tal ribrezzo per la soggezione, che le citt giunsero poi a liberarsene interamente, e col fatto si resero indipendenti. Questo errore in politica fu allora tanto pi grande, quanto che il sistema feudale somministrava bens all'imperatore un'armata combinata per una spedizione; ma non gli lasciava mezzo di avere un corpo di truppe costantemente assoldate e acquartierate nell'Italia per mantenersela soggetta.
Nella dieta che tenne l'imperatore in Roncaglia, simul di essere interamente amico de'Milanesi, e come dice il canonico di Praga Vincenzo: Mediolanenses in suum vocat consilium, quomodo urbes Italiae sibi fideles habeat quaerit, qui ei dant consilium, quod eos quos per civitates Italiae sibi fideles habet, per suos nuncios, eos sibi suas constituat potestates... quod imperator laudans, usque ad tempus huic rei competens in corde suo recondit(318). I Milanesi, appoggiati alla fede di un trattato che lasciava loro il governo dei consoli, e l'elezione, soltanto da approvarsi dal sovrano, non sospettarono che un consiglio pronunziato con candore e con impegno di corrispondere alla confidenza di quell'Augusto, dovesse cadere a loro detrimento. Cos per avvenne. Il citato canonico era presente in Milano, quando i nunzi dell'imperatore pretesero di creare un podest, cio un dispotico ministro che reggesse a nome di Federico. Egli cos ci racconta la risposta dei Milanesi. Nullo modo se hoc facere posse respondent; verumtamen, sicut in privilegio imperatoris habebant, quod ego Vincentius ex parte imperatoris et regis Bohemiae scripseram, se per omnia facturos promittebant(319).  da notarsi che l'autore era presente, ed ei medesimo aveva scritto la capitolazione: Scilicet quod ipsimet, quos vellent, consules eligerent, et electos ad imperatorem, vel ad ejus nuncium ad hoc constitutum, pro juranda imperatori fidelitate. adducerent. Contra hoc, nuncii imperatori respondent quod ipsi Runcaliae hoc imperatori dederint consilium, quod per suos nuncios in civitatibus Lombardiae ponat potestates: eo consilio utantur et ipsi(320). Ognuno facilmente giudicher quale dei due mancasse ai patti. La maggior parte degli scrittori tedeschi incolpano gl'Italiani d'aver infranta la data fede; nessuno per era presente al fatto, come questo autore, che era al seguito del suo vescovo di Praga(321). Egli  certo che il popolo di Milano si mosse, e che si ascoltavano le grida fora, fora! mora, mora! come dice l'autore medesimo; e i nunzi (sebbene i nobili milanesi cercassero di guadagnarseli co'regali e procurassero di persuader loro che il rumor popolare si sarebbe calmato) non trovandosi sicuri, se ne partirono di notte e s'avviarono verso dell'imperatote. Egli era col suo esercito vicino a Bologna. (1159) E previe le citazioni perentorie legalmente promulgate, profer nuovamente una sentenza contro i Milanesi dichiarandoli contumaci, ribelli, disertori dell'Impero e nemici; condann quindi i beni de'Milanesi al saccheggio e le persone alla schiavit. Ognuno sente qual grado di nobile eroismo vi sia in tale sentenza, e s'ella rassomigli pi ai fasti dei Scipioni, ovvero a quei di Attila. La data di tale sentenza  16 aprile 1159. Dopo un tal fatto non vi era pi altro partito che tentare nuovamente la sorte delle armi. Il castello di Trezzo era presidiato dagl'imperiali, i quali devastavano le campagne all'intorno. I nostri prontamente ne fecero l'assalto, e condussero a Milano il comandante e la guernigione. L'imperatore aveva fatto un errore, allontanando la sua armata da Milano; nel tempo in cui, violando la convenzione, voleva renderla perfettamente suddita. Ora si accost, e, considerando Crema la amica alleata de'Milanesi, cominci dal porvi l'assedio. Sono concordi gli scrittori italiani e tedeschi nel fatto della Torre, e fu: l'imperatore aveva fatta fabbricare una torre di travi posta sulle ruote; e la faceva spignere verso le mura di Crema da un lato in cui erano giunti gli assedianti a riempire la fossa colla terra. Se riusciva di accostare tali ordigni alle mura, si combatteva a condizioni pari dalla torre al baloardo. I Cremaschi scagliavano colle loro macchine vigorosamente grossi macigni contro di quella torre, che innoltrando correva pericolo di essere rovinata. L'espediente che prese Federico, fu di far legare alcuni prigionieri cremaschi e milanesi fra i pi distinti, e con essi, coprendo il lato della Torre, che si presentava alla citt assediata, farla cos spingere da'suoi verso quelle mura. Cos furono ridotti i Cremaschi alla scelta o di essere crudelmente i carnefici dei loro parenti ed amici, ovvero di sacrificare la patria loro. Difesero la patria, e lasciarono all'imperatore la macchia d'una inutile atrocit. N questa fu la sola. I Cremaschi, usando del dritto di rappresaglia, uccisero sulle mura in faccia de'nemici alcuni prigionieri cremonesi e lodigiani: e l'imperatore fece tosto impiccare in faccia della citt due prigionieri cremaschi; e questi piantarono sulle mura le forche, e vi appesero due altri prigionieri; finalmente l'imperatore fece condurre sotto le mura tutti i Milanesi e Cremaschi che aveva in suo potere, e dispose perch tutti fossero appiccati. Se non che alla preghiera dei vescovi si arrese, e si accontent che ne fossero impiccati non pi di quaranta. Il fatto ce lo racconta il Morena, ed io lo riferir come lo espone Radevico, continuatore di Ottone Frisinghese. Egli comincia a incolpare i Cremaschi assediati, perch si difendessero con valore e facessero delle uscite coraggiosamente: In eruptionibus suis aut machinis flammas inire, aut turres destruere, aut lethali vulnere aliquos de nostris sauciare moliti sunt, nullumque specimen audaciae aut ostentationis fuit, quod illi futurorum ignari praetermitterent; et dum jam inclinata putaretur eorum superbia, de patratis facinoribus tumidi gloriabantur(322). L'imperatore perci, continua lo stesso autore a narrarci: Jubet ergo de captivis eorum vindictam accipere, eosque promuris jussit appendi(323). Non credo che Cesare, quando assediava le citt delle Gallie e della Germania, lasciasse ne'suoi fasti esempi tali. Contumax autem populus, nimis de pari volens contendere, etiam ipse quosdam de nostris in vinculis positos eodem modo traxit ad supplicium(324). E prosiegue a narrarci come allora Federico obsides eorum, numero quadraginta, adduci jubet ut suspendantur(325); e, non contento di quaranta miseri prigionieri di guerra, sei militi milanesi, allora clti, perch parlavano co'Piacentini, vennero condannati alle forche; Tum interim adducuntur captivi quidam de nobilibus mediolanensium sex milites, qui deprehensi fuerant ubi cum Placentinis perfida miscebant colloquia... nam ut supra dictum est, Placentia principi, etiam tum, ficta devotione, et simulata adhaerebat obedientia... hos itaque... duci jubet ad supplicium, similisque his, qui et prioribus, vitae finis extitit(326). Se Radevico avesse scritto per oltraggiare l'imperatore, non poteva fare di pi. Eppure egli scriveva, nutu serenissimi imperatoris Friderici(327). Convien confessare che le idee della virt e del vizio, dell'eroismo e della crudelt erano diverse da quello che ora sono generalmente. Finalmente, cos Radevico ci descrive il fatto della Torre. Jamque ad civitatis perniciem machinae plurimae admovebantur, jamque turres in altum extructae applicari caeperant. Tum illi summa vi atque pertinacia resistere, atque a muris turres arcere, suisque instrumentis, validis saxorum ictibus, nostras machinas impellere. Efferatis vero animis princeps absistendum putans, obsides eorum, machinis alligatos, ad eorum tormenta (quae vulgo mangas vocant, et intra civitatem novem habebantur) decrevit obiiciendos. Seditiosi, quod etiam apud barbaros incognitum, et dictu quidem horrendum, auditu vero incredibile, non minus crebris ictibus turres impellebant: neque eos sanguinis, et naturalis vinculi communio, neque aetatis movebat miseratio. Sicque aliquot ex pueris, lapidibus icti, miserabiliter interierunt. Alii, miserabilius adhuc vivi superstites, crudelissimam necem, et dirae calamitatis horrorem penduli expectabant: o facinus!(328) Secondo i principii che formano la base della giustizia e della morale, poteva controvertersi, se la indipendenza delle citt d'Italia fosse diventata legittima dopo molti anni, dacch erasi acquistata. Poteva anche chiamarsi ingiusta la guerra difensiva che facevano i Cremaschi. Ma non si pu biasimare come audacia, o superbia, o pertinacia, o sfrenatezza di animo la costanza e il valore dei combattenti: n imputare a delitto se gli assediati respingevano le macchine degli aggressori; e se vuolsi compiangere, come lo merita, il fato degl'infelici legati alla Torre, la barbarie  da imputarsi non mai a'Cremaschi. L'imperator Federico per volle che i suoi fasti fossero scritti, come Radevico lo fece. Crema fu obbligata a rendersi finalmente dopo un lungo assedio, e Radevico ci dice: Ipsum castrum, egressis inde quasi XX millibus hominum diversi generis, flammis traditum, et militibus ad diripiendum permissum est(329). Questo modo di assediare e di prendere una fortezza l'imperator Federico lo credette modo clemente: e la presa d'una piccola citt, dopo un lungo assedio, ei la chiam una vittoria. La lettera circolare che allora scrisse l'imperatore, ce la conserv Radevico(330) nel libro secondo, cap. 43; Fridericus, Dei gratia Romanorum imperator, et semper augustus. Scire credimus prudentiam vestram, quod tantum Divinae Gratiae donum, ad laudem et gloriam nominis Christi, honori nostro tam evidenter collatum occultari vel abscondi tamquam res privata non potest. Quod ideo dilectioni vestrae ac desiderio significamus, ut, sicut charissimos et fideles, vos partecipes honoris et gaudiorum habeamus. Proxima siquidem die post conversionem S. Pauli, plenam victoriam de Crema nobis Deus contulit, sicque gloriose ex ipsa triumphavimus, quod tam miserae genti, quae in ea fuit, vitam concessimus. Leges enim tam divinae quam humanae summam semper clementiam in principe esse testantur(331).
(1159) Durante tutto l'anno 1159 e 1160 niente intraprese l'imperatore Federico direttamente contro di Milano; e si pass il tempo in varie zuffe, per lo pi dai Milanesi provocate, e terminate con vario successo, ora felice, ed ora contrario. L'erudizione tutto raccoglie; la voce della storia racconta que'soli fatti che meritano di essere conosciuti o per la relazione che ebbero cogli avvenimenti accaduti dappoi, ovvero per l'influenza che hanno a dimostrarci lo stato delle cose in quei tempi. Aspettava quell'Augusto nuovi soccorsi dalla Germania, e frattanto girava per la Lombardia convocando concilii, sostenendo papa Vittore, scomunicando i partigiani di papa Alessandro III, il quale scomunicava i fautori di Vittore. L'origine di questo scisma venne, perch morto, nel 1159, Adriano IV, che nascostamente animava i Milanesi a resistere a Federico, i cardinali si divisero in due partiti: l'uno cre papa il cardinale Rolando, che poi fu chiamato Alessandro III; l'altro cre papa Ottaviano, cardinale di Santa Cecilia, col nome di Vittore III. Federico era del partito di Vittore; convoc in Pavia un concilio di cinquanta vescovi suoi sudditi o aderenti, al quale invit i due pretendenti al papato. Vittore solo vi comparve, e fu dichiarato legittimo papa; e contemporaneamente in Anagni si tenne un concilio, con molti vescovi e cardinali, nel quale fu riconosciuto per vero papa Alessandro III, che ivi il giorno 24 marzo, che era il gioved Santo, scomunic Federico. Vittore scomunic i Milanesi e i loro fautori. Alessandro scomunic Federico, l'antipapa e i consoli cremonesi, pavesi, novaresi, vercellesi e lodigiani, aderenti all'imperatore e all'antipapa. Tali erano le occupazioni e gli affari di quegli anni, interrotti da piccoli e giornalieri fatti ostili, che, con un lento macello, affliggevano l'umanit, senza ricompensare in qualche modo il danno con qualche gran mutazione. La guerra  sempre un male atroce, e le societ civili si sono instituite al fine di non provarla. Ma s'ella cagiona una gran rivoluzione, perde in certo qual modo la sua atrocit per i beni ch'ella talvolta produce; che se lascia il genere umano come prima, anzi pi afflitto di prima, non si pu rimirarla senza ribrezzo. (1160) Erano giunti rinforzi all'imperatore Federico, che divisava d'impadronirsi di Milano; e a noi era accaduto il pi sciagurato avvenimento, un incendio cio furiosissimo, che, il giorno 25 agosto 1160, abbruci quasi tutti i nostri magazzini e quasi la terza parte di Milano. A questa disgrazia dobbiamo attribuire interamente l'umiliazione alla quale venimmo ridotti; e dopo il giorno in cui Uraja distrusse Milano, dobbiamo negli annali nostri ricordare il 25 d'agosto, come il giorno sopra gli altri infausto: poich ci trovammo da quel momento in faccia di un potentissimo nemico, aiutato dai nostri nemici vicini; tagliata ogni corrispondenza colle citt amiche; privi d'ogni speranza di aver pane; e desolate le campagne nostre da ogni parte; per lo che una disperata fame ci costrinse a rinunziare ad ogni difesa.
(1161-1162) Il secondo blocco della citt di Milano dur quasi sette mesi, e termin alla fine di febbraio dell'anno 1162(332). Non segu alcuna operazione militare che forzasse alla resa; non furono diroccate le fortificazioni in verun modo; non fu dato l'assalto; ma l'unica cagione della dedizione in quella seconda volta  da attribuirsi alla fisica mancanza d'alimento. Lo storico nostro contemporaneo Sire Raul ci dice che, per provvedere la citt, electi sunt de unaquaque parochia civitatis duo homines, et de iisdem tres de unaquaque porta, quorum unus ego fui, ut eorum arbitrio annona, et vinum, et merces venderentur, et pecunia mutuo daretur, quod in perniciem civitatis versum est(333): parole che non furono abbastanza sinora meditate; perch la violazione della propriet, e la mediazione del legislatore fra chi vende e chi compra furono sempre mai operazioni insterilitrici, sebbene di autorit e lucro per gli esecutori, i quali soli parlano per un popolo che non ragiona ed ubbidisce, e perci continuate per lunga serie di secoli. L'incendio memorando distrusse, in agosto del 1160, quasi tutte le provvisioni. L'esercito nemico, del 1161, cominci a postarsi tra levante e tramontana della citt; poi sloggi e colloc il suo campo, inviandosi a ponente, poi a mezzod, sempre facendo fronte verso Milano. Una cos poderosa armata copriva frattanto dietro di lei una moltitudine di guastatori, i quali tagliavano i grani ancor verdi, le viti, le piante, e devastavano, per la distanza di quindici miglia, tutte le terre. Poi l'esercito nemico scomparve; e si accamp verso Lodi, lasciandoci il miserando spettacolo d'una terra devastata che non poteva darci nulla; e non lasciando altro compenso per vivere, fuori che i pochi grani scampati dall'incendio.  assai facile il figurarci la depressione e l'avvilimento nel quale dovettero a tal vista cadere gli animi de'Milanesi. Il solo scampo che poteva loro rimanere, era quello di avventurare tutto a una giornata: uscire dalla loro citt con tutte le forze riunite, dare una battaglia, e terminare la vita con onore, e salvare la patria, distruggendo il nemico, e obbligandolo a lasciarla libera. Ma per abbracciare questo estremo partito, vi voleva quel vigor d'animo ne'cittadini e quell'entusiasmo della patria, che cominciava a venir meno dopo tante infelici vicende. Molti cittadini avevano abbandonato il partito della patria, e si erano gettati a vivere co'nemici. L'esempio del conte di Biandrate ci allontanava dall'affidarci ad un secondo dittatore. Ne'casi estremi il dispotismo solo pu salvare la citt; ma non sempre vive nella citt l'uomo che, per la sua virt e talenti, meriti il deposito di quella terribile autorit; n sempre il popolo ha mezzi per conoscerlo. Cercarono perci i consoli di aprire la strada a una convenzione col nemico; e, chiesti i salvacondotti dal duca di Boemia e dal conte Palatino del Reno, fratelli dell'imperatore, non meno che dal landgravio di Assia, di lui cognato, scortati con questi, uscirono dalla citt per entrare con essi in parlamento. Il Morena, lodigiano e fautore di Federico, ci racconta(334) che dalle truppe dell'arcivescovo di Colonia Reinoldo, contro il gius delle genti, vennero fatti prigionieri; e, quantunque i tre nominati principi altamente se ne dolessero, l'imperatore approv il fatto. Lo storico nostro Sire Raul ci descrive molte crudelt praticate dall'imperatore in questo secondo blocco. Pretende quell'autore contemporaneo, che ai prigionieri che andava facendo in alcune scorrerie de'nostri, Federico facesse tagliar le mani. Nomina sei Milanesi nobili, a cinque dei quali fece cavare gli occhi, lasciando al sesto un occhio solo, acciocch servisse di guida a ricondurre nella citt i suoi compagni. Comunque sia, egli  certo che i Milanesi, in dicembre dell'anno 1161, e molto pi in gennaio del 1162, erano ridotti all'estremo della penuria, a tal segno che colle armi nelle domestiche mura si vegliava, perch il padre non rubasse al figlio, il marito alla moglie il pane, e come ci dice il nostro Calchi: Fame inopiaque cuncti urgebantur; vir uxorem, socrus nurum, frater fratrem, pater filium strictis gladiis incessebat, quod pane fraudarentur, passimque domesticae discordiae et privata jurgia audiebantur(335). Tutto mancava. Ancora cinque mesi era lontano il raccolto. Soccorso non se ne poteva ottenere da veruna parte; poich le strade erano occupate dai nemici. Il popolo incessantemente tumultuava. La morte era il solo termine, e non lontano, che si prevedeva dover succedere alla fame. Esclamava il popolo volendo che la citt si rendesse all'imperatore. Si opponevano i consoli; ancora volevano che non si disperasse, asserendo che il tempo partorisce talvolta inaspettate vicende, e procura soccorsi non preveduti. Ricordavano essi che l'armata imperiale, gi da tre anni dimorante nell'Italia, non vi poteva pi a lungo soggiornare, o per bisogni della Germania, o per la stanchezza de'principi: essere sempre aperto il disperato partito di assoggettarsi ad un monarca offeso e adiratissimo; del quale, nello stato in cui erano le cose, non era da sperarsi diminuito lo sdegno, quand'anche si accelerasse di qualche poco la dedizione; per modo che una pi lunga resistenza riusciva in favore della citt. Cos allora dicevano i consoli, dei quali i nomi meritano di essere ricordati, Ottone Visconte, Amizone da Porta Romana, Anselmo da Mandello, Gottifredo Mainerio, Arderico Cassina, Anselmo dell'Orto, Aliprando Giudice, ed Arderico da Bonate. (1162) Ma l'intollerabile peso de'mali della carestia mosse il popolo, e la vita de'consoli fu in pericolo; per lo che si dovettero spedire immediatamente all'imperatore le condizioni della resa. Nessuna condizione volle ammettere il vincitore, e volle che ci rendessimo senza alcun patto, abbandonandoci alla clemenza sua. Cos Milano se gli rese; a ci anche animati i Milanesi dalle promesse de'principi, i quali assicuravano che l'imperatore avrebbe operato generosamente; il che ce lo attesta lo stesso Bucardo, oltre il Morena.
La sommissione dei Milanesi si rappresent, al principio di marzo 1162, nella nuova citt di Lodi. Ivi si prostrarono avanti l'imperatore gli otto consoli. Furongli consegnati quattrocento ostaggi, trascelti fra gli ottimati. Le armi e le insegne militari furono depositate a'suoi piedi. Gli fu giurata obbedienza illimitata. Io non descriver minutamente quello spettacolo umiliante; poich quando una citt si rende a discrezione, come facemmo noi,  detto tutto. Ogni avvilimento, ogni insulto di pi che debba soffrire il popolo che in tal modo si  reso, pu far torto bens alla grandezza d'animo del vincitore, ma non aggiugne alcuna macchia di pi ad una citt che non ha pi mezzi per resistere. Il giorno 26 marzo 1162 l'imperatore Federico venne a Milano; e comand che i cittadini tutti uscissero dalla citt, e che la citt venisse distrutta. L'imperatore medesimo ce lo attesta nella sua lettera diretta al conte di Soissons, in cui dice: Fossata complanamus, muros subvertimus, turres omnes destruimus, et totam civitatem in ruinam, et desolationem ponimus(336). Radevico descrive cos: Deinde muri civitatis et fossata et turres paulatim destructi sunt, et sic tota civitas de die in diem magis in ruinam et desolationem detracta est(337). Dodechino, nella continuazione della cronaca di Mariano Scoto, dice: Populus expulsus: murus in circuito dejectus: aedes, exceptis Sanctorum templis, solo tenus destructae(338); e nella cronaca dell'abate Anselmo Gemblacense, cos racconta: Mediolanenses, obsidione, fame, inopia, dissensione coarctati, per internuntios petunt ab Imperatore misericordiam... Imperator, qui proposuerat eos, ad terrorem aliorum, diversis suppliciis interimere, vita donatos, rebusque necessariis, quantum secum ferre poterant, concessis, per regiones dispersit, ita ut non haberent licentiam in civitatem amplius revertendi: deinde jussit suos civitatem ingredi, muros, turres, alta et supera fastigia, et aedificia destrui(339). L'anonimo autore della cronaca Sampietrina Erfurtense, cos dice: Mediolanenses, regis, et italici atque teutonici exercitus obsidione, jant quadriennio, arctati, post multa et praeclara militaris audaciae facinora, tandem pertaesi malorum, et inedia magis quam armis devicti manus imperatori tradunt supplices, regiae potestati se suaque omnia dedentes. Optimatibus igitur ac populo in deditionem susceptis, Rex civitatem cum victricibus aquilis, ac grandi multitudine circa Palmas ingreditur, et civibus salute, omnique supellectile concessa, eo jubente valli complanantur, muri, turres, omnisque munitio destruitur, caetera aedificia, excepta matrice ecclesia, ac reliquis ecclesiis, voraci flamma consumantur, et civitas opulentissima... terrae funditus coaequatur(340); indi pi oltre, per accennare il modo con cui i Milanesi alloggiavano, dice: Mediolanenses, post suae excidium civitatis, quatuor oppida per quatuor plagas, imperiali edicto, fecerunt(341); e nel Cronico Boemico si legge che l'imperator Federico allora, muros urbis diruit, et aspera mutat in plana(342). Il canonico di Praga Vincenzo cos ci descrive pi a lungo questo avvenimento: Mediolanenses autem tantae fortitudini resistere non valentes, crebris vastationibus, fame, siti, diversis captionibus, fratrum quoque et amicorum suorum diversis cruciatibus, et interfectionibus defatigati, a princibus, tam Lombardiae, quam Teutoniae, inveniendi gratiam imperatoris modum quaerunt, quibus sic a principibus respondetur: quod nullo modo gratiam domini imperatoris obtinere valeant, nisi prius Mediolanum in manus domini imperatoris tradant. Et ex-consilio suorum fidelium Laudam civitatem veniunt, et imperatore pro tribunali suo cum suis principibus sedente, claves omnium portarum mediolanensium ante ipsum portantes, coram eo, et tantis principibus, nudis pedibus, ad terram se prosternunt. Ex mandato imperatoris surgere jubentur, ex quibus Alucherus de Wimarkato sic incipit. Peccavimus; injuste egimus, ita quod contra romanorum imperatorem dominum nostrum naturalem arma movimus; culpam nostram recognoscimus, veniam petimus, colla nostra imperiali majestati vestrae subdimus; claves civitatis nostrae, urbis antiquae, imperiali majestati vestrae offerimus, et ut tantae urbis, tam antiquorum imperatorum operi antiquissimo, pro Dei et S. Ambrosii amore, et eorum qui intus requiescunt sanctorum misereri subditis, pacem dare subjectis imperialis dignetur pietas, vestigia pedum vestrorum adorantes, humili, et supplici prece rogamus. Hic eorum imperator auditis precibus, claves portarum mediolanensium recipit, et sic contra respondet: quod sicut per quatuor partes orbis terrae innotuit quod contra dominum imperatorem orbis terrae dominum arma movere praesumpserunt, sic per quatuor orbis terrae partes eorum poena innotescat. Per quatuor partes circa Mediolanum, ad Orientem, ad Occidentem, ad Aquilonem, et Austrum, qua quis vult suam deportet pecuniam, Mediolanum urbem imperatoris in potestatem reddant. Hoc audito, Mediolanenses ejus assistunt volontati, et licet inviti, ejus obtemperant imperio. Per praedictas quatuor partes sua ponunt domicilia, ad Orientem, Occidentem, Aquilonem, et Austrum: Mediolanum in potestatem domini imperatoris reddunt. Imperator autem, Teutonicorum, Papiensium, Cremonensium et aliorum Longobardorum collecta militia, Mediolani suo residet pro tribunali; quid de tanta urbe faciendum sit consilium quaerit. Ad quod a Papiensibus, Cremonensibus, Laudensibus, Cumanis, et ab aliis civitatibus, respondetur: qualia pocula aliis propinaverint civitatibus, talia gustent et ipsi. Laudam, Cumas, imperiales destruxerunt civitates, et eorum destruatur Mediolanum. Hoc audito, imperator ex eorum consilio tali in Mediolanum data sententia, extra progreditur in campestria. Primo dominus Theobaldus, frater domini regis Wladislai, deinde Papienses, Cremonenses, Laudenses, Cumani et diversi de diversis civitatibus, ocyus dicto, ignem ex omni parte in Mediolanum jaciunt, hoc ipso imperatore cum suis exercitibus spectante. Sic Mediolanum, urbs antiqua, civitas imperialis, diversis attrita miseriis, destruitur. Imperator autem, Mediolano destructo, in tota Italia imperialem exercebat potestatem, tota enim in cospectu ejus tremebat Italia, et in urbibus Italiae suis positis potestatibus, versus Siciliam cum Siculo de ducatu Apuliae rem acturus, suos disponit exercitus(343). Tutti i riferiti autori tedeschi (e per conseguenza non mai sospetti di essere animati contro dell'imperatore) uniformemente ci assicurano che fummo dalla citt scacciati, ripartiti a vivere in quattro borghi; e che la citt non solamente fu smantellata, ma posta in rovina e desolazione, e distrutte le case, trattene le chiese. I quattro borghi o terre nelle quali venne collocata tutta la popolazione di Milano, sono a vista delle porte della citt, e distanti appena due miglia; e sono Noceto, Vigentino, Carraria e San Siro alla Vepra. Se questo numero di autorit ancora non bastasse, un fatto solo basterebbe a provare che i Milanesi, dal mese di marzo 1162 sino al 1167, non abitarono in Milano, ma ne'suddetti luoghi; e questo si  che nessun contratto, nessuna carta scritta in quello spazio di cinque anni porta la data di Milano; ma i nostri archivi conservarono i contratti di quell'epoca, i quali portano In burgo de Veglantino, ovvero In burgo Noceti, che anche chiamavasi Burgo Porte Romane de Noxeda(344); e le monache de'monasteri di Milano facevano i loro contratti in questi borghi, nei quali si erano ricoverate; come accadde all'abadessa del monastero di Orona, di cui vi  un livello fatto nel 1163: Ante portam sancti Georgii de Noxeda(345). Da tutto ci, senza alcun dubbio, si conosce che non le sole fortificazioni di Milano furono demolite, ma realmente fu rovinata la citt, la quale per cinque anni rimase un acervo di rottami disabitati, mentre i cittadini vennero separatamente collocati nei quattro nominati luoghi, che ora sono povere terre suburbane, capaci appena di ricoverare alcuni contadini.
I nemici o si disarmano co'benefici, o si spengono, come insegn il Segretario Fiorentino: i partiti mediocri guastano l'impresa. I Goti, considerando gl'Insubri come nemici, affezionati all'Impero, per non trovarsi assaliti dagl'imperiali con averci alle spalle, e per conservarsi la comunicazione co'Borgognoni, ossia Svizzeri, loro alleati, sotto Vitige, spedirono Uraja, il quale, alla testa d'un'armata, pass a fil di spada i nostri maggiori, e lasci il paese deserto per cinque secoli, siccome si  veduto. La condotta dell'imperatore Federico  stata men crudele; ma non pi eroica n pi saggia. Egli voleva che non vi fosse pi Milano; ne fece uscire gli abitanti, e distrusse la citt. Doveva prima giudicare se uno sterile ammasso di rovine deserte sia una dominazione gloriosa ed utile per un monarca. Poi, supposto che trovasse conveniente un tal partito, doveva trasportare i cittadini nel fondo della Germania, divisi in modo che non pi potessero concertare il ritorno. Collocandoli alle porte della citt, non potevasi aspettare l'imperatore altro avvenimento, se non di vedere rinata la citt al primo istante in cui fosse allontanata la forza ch'egli vi esercitava. Nel 1758 gli Austriaci furono a Berlino, e i Prussiani a Dresda; che direbbe la storia se avessero posto l'incendio nelle due citt? In mezzo all'ardore della guerra le nazioni colte ed i sovrani illuminati risparmiano all'umanit tutti i danni superflui. Tutti sono concordi gli scrittori asserendo che non furono demolite le chiese; ed abbiamo anche oggid il colonnato di San Lorenzo, l'atrio di Sant'Ambrogio, le torri di San Sepolcro, le chiese di San Giovanni in Conca, di San Sempliciano, di San Celso, di San Satiro, il battisterio incorporato nella chiesa di San Gottardo, ed altri edifici, che ci fanno prova del riguardo usato allora ai luoghi sacri. A qual uso poi si riservassero questi edifici privi di ministri e di adoratori, non saprei dirlo; tanto pi che le reliquie ivi esistenti furono trasportate dai vincitori nella Germania, dove anche oggid in Colonia veggonsi i tre corpi che si dicevano de'Magi, dall'arcivescovo di Colonia Reinoldo levati da Sant'Eustorgio. La superstizione di quei tempi avr fatto credere che fosse un maggior delitto il diroccare le mura d'un tempio, che di ridurre alla estrema angoscia gli uomini d'una citt. Il Morena, lodigiano ed imperiale, ci lasci scritto, che: Quinquagesima pars Mediolani non remansit ad destruendum(346); lo storico milanese Sire Raul ci scrive: Primo succendit universas domos, postea destruxit et domos(347). Vero  che il guasto principalmente lo soffrimmo dai nostri nemici italiani, cremonesi, lodigiani, pavesi, comaschi, vercellesi, novaresi, e dagli abitanti del ducato medesimo delle province Martesana e Seprio, i quali, a pi riprese, ritornarono a demolire e incendiare le antiche abitazioni d'una citt che gli aveva con troppo orgoglio e ingiustizia maltrattati; ed  probabile che l'imperatore Federico fondasse su questo radicato livore il progetto di impedire che i Milanesi mai pi non osassero rientrare nella citt; e dovessero vivere sempre a vista della rovinata citt, ma separati in quattro terre. Ma gli amori e gli odii d'una citt e di una nazione sono tanto variabili quanto l'autorit e l'interesse; poich la prima li dirige nei paesi ignoranti, l'altro, negli illuminati. Gli autori contemporanei non parlano, n che fosse sparso il sale sulle rovine della citt, n che vi fosse passato l'aratro. Queste circostanze s'immaginarono dal Meimbomio, e dal Fiamma posterormente; e il giudizioso nostro conte Giulini dissipa queste favole, troppo incautamente ripetute da chi descrisse questa nostra sciagura(348). I buoi non potrebbero trascinare l'aratro sopra di un ammasso di mura diroccate: n in un paese mediterraneo e senza miniere, il sale  tanto abbondante da farne tal uso insolito ed inefficace. Il sale anzi si vendeva in Milano soldi trenta lo stato, come ci attesta Sire Raul, e i trenta soldi di allora valevano, secondo il calcolo del conte Giulini, pi che non valgono tredici zecchini ai tempi nostri(349); tanta era la carestia di ogni cosa, da cui erano i miseri nostri cittadini oppressi. Sire Raul ci descrive: Planctum, et luctum marium, atque mulierum, et maxime infirmorum, et foeminarum de partu, et puerorum egredientium et proprios lares reliquentium(350). E a dire vero, questo trattamento fatto ai milanesi dall'imperatore Federico non ha, ch'io sappia, molti esempi nella storia. Non ancora erano cessati i freddi dell'inverno, che da noi anche in marzo  durevole. La neve, il ghiaccio non sono cose insolite in Milano in quella stagione. Donne da parto, infermi, vecchi, bambini, costretti a sgombrare e collocarsi a cielo scoperto per ivi mirare la rovina delle loro case! Una popolazione invitata ad abbandonare se stessa alla clemenza di quell'augusto dalle promesse de'principi, che assicuravano una generosa accoglienza(351), dopo aver dati ostaggi e deposte le armi, condannata cos a penuriare di tutto e soffrire una morte lenta, miseranda, amareggiata dalla baccante vendetta dei nemici, che sotto i loro occhi distruggevano la citt infelice, non fanno un'epoca gloriosa per la magnanimit di Federico. Debellare gli arditi e perdonare ai vinti furono le virt dei Romani; e Federico credette cos gloriosa impresa per lui l'avere, non gi sottomessa, ma distrutta Milano, che in varii diplomi, che tuttora si conservano, vi pose la data: Post destructionem Mediolani(352), e ne fece solenni feste in Pavia, ove con nuova pompa sedette incoronato ad un pranzo colla imperatrice, pure incoronata, ed i vescovi colla mitra sul capo; ornamento che allora si rese universale ai vescovi.
Sebbene io creda verisimile l'asserzione del Morena, il quale narra che appena la cinquantesima parte di Milano rimase intatta, non credo io gi per ci che le quarantanove cinquantesime parti della citt siano state distrutte in modo che veramente fossero le case dai fondamenti demolite. Una demolizione ridotta a quel segno costerebbe un lavoro grandissimo; e chiunque abbia sperienza di fabbricare, comprende quanto dispendio e quanto tempo vi voglia per appianare una casa di buone e antiche mura.  verisimile che lo sfogo della vendetta de'nemici desse il guasto alle abitazioni, a tal segno da renderle inservibili; ma probabilmente le muraglie o in tutto o in parte restarono, se non altro nella parte pi vicina al suolo; poich i mattoni, la calce, i travi, cadendo, le dovevano sepellire sotto il mucchio di que'rottami. E ci sembrami assai naturale, osservando la capricciosa tortuosit e l'angustia di molte delle nostre vie, singolarmente al centro della citt; poich se non si fossero riattate le case sopra i fondamenti antichi, vedremmo della simmetria, come si vede in ogni citt fabbricata tutt'in un tempo. Quel disordine che ci rimane al centro di Milano a me pare che provi l'opinione da me esposta sin dapprincipio, cio che Milano non abbia fondatore alcuno, ma dallo stato di semplice villaggio, gradatamente crescendo sia diventata una citt. Le prime case che piantano gli uomini in mezzo ai campi sono collocate con nessuna legge, ma puramente a libero comodo del padrone; a queste si aggiungono altre abitazioni sul pezzo di terra che ciascuno acquista, e si forma un villaggio colla sola distanza fra casa e casa, che ne lasci l'uscita e l'ingresso. Cresciuto che sia poi il numero degli abitatori, si comincia a conoscere la necessit d'un regolamento, e si obbligano i nuovi che vengono ad osservare nelle nuove case che v'innalzano certa distanza e certo ordine; e come i nuovi sono costretti a sempre pi allontanarsi dal centro, quanto pi tardi si determinano a scegliervi la dimora, perci sempre pi regolari e spaziose sono le vie lontane dal mezzo della citt; perch le case dei centro sono state aggiunte ad un villaggio; e quelle pi lontane, ad una citt che aveva un regolamento di Edili. Io perci opino che la maggior parte delle vie interne di Milano sieno antichissime, e le case, ristorate sempre sopra i primi fondamenti; poich dopo cinque anni ciascuno sar ritornato esattamente a possedere lo spazio della sua casa, e l'avr riattata sopra gli antichi fondamenti.
Come fossero trattati i Milanesi confinati nei quattro borghi, e quanti vilipendii ed a quante miserie andassero esposti,  facile immaginarselo, e gli autori ce lo descrivono. Se  possibile un governo civile che abbia per oggetto l'infelicit del popolo, lo fu quello; e negli annali nostri ancora si ricordano i nomi di Pietro da Cunin, di Marquardo di Wenibac e del conte di Grumbac, i quali poterono distinguersi nella rapacit, durezza ed oppressione sotto cui fecero gemere i nostri antenati(353). Il terrore di questo trattamento costrinse Piacenza, Brescia e Bologna a sottomettersi a Federico: ne sicut Mediolanum, quod fuerat flos Italiae, si ribelles imperatori existerent, funditus subverterentur(354), dice il Morena. Tutte le citt del regno italico, anche le adiutrici dell'imperatore, dovettero soffrire l'orgoglioso disprezzo dei ministri imperiali, che le avevano poste nella servit. Le doglianze non portavano in risposta che scherno e vilipendio(355). Tale fu il punto a cui le interne discordie condussero le citt della Lombardia. Tale fu la condotta dell'imperatore Federico, che non collocheremo fra gli eroi benfici, n fra gli eroi militari; poich per vincere una citt fiancheggiata da'nemici, ed ancora mal ferma nella propria costituzione, circondandola con un esercito, di cui dice Wernero Rolewinck: Federicus imperator, quasi cum innumerabili Alamannorum exercitu, Mediolanum obsedit(356), non fa mestieri di arte alcuna; peggio poi, con un apparato simile, il non acquistare la citt per assalto, ma l'ottenerla colla subordinazione in prima, poi colla fame. Un numero assai minore di forze poteva restituire all'Impero la citt; e rivolgendo poi la subordinazione in beneficio dei vinti, poteva Milano trovare sotto il governo d'un solo quell'ordine, quella pace e quella sicurezza che desiderava nella passata condizione; e poteva un pi virtuoso monarca, dandoci una stabile esistenza civile, farci amare la perdita della indipendenza, di cui incautamente avevamo abusato per acquistarci la civile libert. Allora non avrebbe la storia lasciato scritto quello che il monaco bavaro pose nella sua cronaca: Mediolanenses sponte se suaque imperatori dederunt, qui absque ulla clementia Mediolanum destruxit(357). Una scorreria di barbari pu demolire molte citt: ma appena nel corso d'un lungo regno pu un monarca potente fabbricarne ed abbellirne una sola. Questi umani e deliziosi sentimenti non si conoscevano in que'secoli feroci; e ci diminuisce in qualche parte la colpa dell'imperator Federico.

Capitolo 8.

Umiliazione dell'Imperatore Federico, e stabilimento d'un sistema politico

Alessandro III godeva il favore della Francia e dell'Inghilterra; presso di lui erasi ricoverato il nostro arcivescovo Oberto da Pirovano, prima dell'eccidio della patria; e l'imperatore Federico, all'incontro, sosteneva il partito dell'antipapa. Se la prepotenza de'Milanesi aveva destata l'invidia e l'odio universale, l'estrema loro oppressione aveva cominciato a farvi sostituire la piet. Le citt tutte del regno d'Italia s'accorgevano omai quanto incautamente si fossero abbandonate allo spirito della discordia, e gemevano sotto il giogo de'ministri imperiali, spogliate delle regalie, e ridotte a sopportare la dispotica dura alterigia di un conquistatore. In questo stato era la Lombardia, quando Alessandro III dalla Francia, ove aveva ritrovato un asilo, pass in Italia l'anno 1165. L'imperator d'Oriente Manuello Comneno era passionatamente animato contro i Tedeschi, i quali, sotto Corrado, erano comparsi ne'suoi Stati per la Crociata. Guglielmo, re di Sicilia, si colleg col papa e coll'imperatore d'Oriente, e cos il papa si avventur al ritorno nell'Italia. Gl'interessi del papa e quelli delle citt lombarde erano i medesimi, cio di sottrarsi dalla dominazione dispotica dell'imperator Federico. Ma la difficolt era grandissima, perch n Alessandro aveva forze bastanti per iscacciare Federico, n pareva possibile il formare una lega fra molte citt oppresse, dominate e sospettosamente custodite da un terribile vincitore. Secondo tutte le apparenze, queste difficolt vennero superate coll'opera de'frati, ai quali, come ad uomini affatto alieni dalle cose mondane, non si prest attenzione. Essi conoscevano in ciascheduna citt gli uomini pi accreditati; insinuarono il progetto d'una confederazione, e ne prepararono e fomentarono la corrispondenza. Il primo congresso che si tenne secretissimamente per formare la lega, fu nel monastero di Pontida, nel territorio di Bergamo, il giorno 7 aprile 1167; ed ivi si trovarono alcuni de'principali cittadini delle citt lombarde(358). Il primo articolo che vi si tratt e concluse, fu di ristabilire i Milanesi nella loro patria, riparare le loro fortificazioni, aiutarli a ripristinare le case loro; e cos dare nuova vita alla citt, che doveva essere la prima della confederazione. Per quanto per fosse stato condotto con mistero questo primo congresso, non pot a meno che il conte di Disce, ministro imperiale, non ne concepisse qualche sospetto. Pretendeva egli quindi dai Milanesi nuovi ostaggi, e per ogni modo pi che mai gli opprimeva. Privi di tutto, disarmati, avviliti, divisi nelle quattro terre da cinque anni, mirando i rottami della patria, senza potervi nemmeno riporre pi il piede, i Milanesi, ignari probabilmente di quanto si andava da alcuni pochi cittadini trattando per la comune salvezza, tremavano ad ogni minaccia. I Pavesi, antichi nostri nemici, erano i pi affezionati all'Impero; Pavia era la sede della corte del regno italico, e diventava, nello stato libero, una citt secondaria. In questi ultimi periodi l'inquietudine sospettosa de'ministri imperiali faceva tutto paventare agl'infelici: O quantus clamor, dice Sire Raul, et quantus timor, quantus fletus per quatuor hebdomadas in burgis fuit, maxime in burgo Noxede et Vegentini! nemo erat, qui auderet lectum intrare. Quotidie enim dicebatur: Ecce Papienses burgos comburere(359). L'imperatore trovavasi verso Roma: i Cremonesi, i Bresciani, i Bergamaschi, i Mantovani e i Veronesi vennero a Milano; e il giorno 27 aprile dell'anno 1167 scortarono i Milanesi nella loro citt, come leggiamo anche nella iscrizione posta allora sulla porta Romana, la quale attualmente si conserva, unitamente ai rozzi e preziosi bassi rilievi che indicano questo ritorno; la spiegazione de'quali io non intraprender, s per essere questo un oggetto pi d'antiquario che da storico, come anche per non ripetere quanto si pu vedere nella diligente e laboriosa opera del nostro conte Giulini(360), al quale non saprei che aggiungere. Queste sculture ci mostrano che l'antesignano di questa impresa fu appunto un frate, che precede i militi e porta il vessillo: n si pu dubitarne, poich vi  scolpito sotto: Frater Jacobo; il che avvalora sempre pi l'opinione che de'frati siasi servito il papa Alessandro per questa impresa, condotta cos felicemente a fine, che venti giorni appena trascorsero dal congresso all'esecuzione.
Per ricondurre i Milanesi nella loro patria, rialzare le loro fortificazioni, rendere abitabili le loro case e sicura la loro citt, vi voleva l'aiuto dei collegati; e si colse il tempo in cui l'imperatore stavasene colla sua armata nella Romagna per discacciarne il papa Alessandro III. La novella inaspettata del risorgimento di Milano fece che l'imperatore abbandonasse il papa e si rivolgesse alla Lombardia. Ognuno vede che il beneficio che il sommo pontefice ci aveva fatto, non era per lui senza ricompensa. Appena ricondotti alla nostra patria, muniti di armi e assicurati dalla sorpresa, il valore dei nostri si rianim. Ci portammo ad assediare il castello di Trezzo, presidiato dagl'imperiali, e presimo la guernigione e la condussimo prigioniera in Milano. I Lodigiani ricusavano di entrare nella nuova lega; e ci portammo colle armi a Lodi, e vennero obbligati que'cittadini ad unirsi con noi. Tutto ci si fece prima che l'imperatore fosse giunto in Lombardia. Vi giunse. Pose al bando dell'Impero quasi tutte le citt della Lombardia, le quali, o palesemente o cautamente, avevano acceduto alla lega. Cominci a fare delle scorrerie sul Milanese; ma si presentarono gli alleati con forza tale, che obbligarono l'imperatore a contenersi e a ritirarsi nella Germania per la strada della Savoia, l'unica che gli rimaneva. Allora le citt di Lombardia: Insimul unum corpus effectae sunt(361), come dice il continuatore del Morena. Si trattava di ben ventitr citt collegate: Milano, Cremona, Lodi, Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Vercelli e Novara. Tal macchina aveva saputo preparare contemponeamente l'accorto Alessandro III, con mezzi in apparenza inettissimi; e le citt confederate, appena formata la loro unione, pensarono, in un modo grandioso e trascendente la maniera di ragionare di que'tempi, di rendere immortale la fama del sommo pastore, creando una nuova citt, che portasse ai secoli venturi il di lui nome e la memoria del beneficio. I Pavesi ancora erano imperiali; essi preferivano la condizione d'una reggia suddita a quella d'una citt libera del second'ordine. Imperiale si dichiarava ancora pure il marchese di Monferrato, che vessava i popoli tortonesi con frequenti scorrerie sulle loro terre. Gli alleati trascelsero il sito ove il fiume Brmida sbocca nel Tnaro, e vi piantarono una nuova citt, che difendeva Tortona dagli attacchi del marchese; e, radunati in questa nuova citt gli abitatori delle vicine terre, diederle il nome di Alessandria. Le nazioni barbare e le incivilite hanno fatte delle guerre e delle conquiste; le prime, distruggendo ogni cosa; le seconde, riparando i mali della guerra con monumenti che ricordano alle nazioni venture la loro grandezza. La Francia, l'Inghilterra, la Germania, l'Ungheria conservano ancora gli avanzi delle grandiose opere che a pubblica utilit vi lasciarono i Romani, un tempo loro padroni e loro benfici legislatori e maestri. L'Egitto conserva ancora i monumenti della conquista di Alessandro. Gli uomini anche agresti, anche viziosi e corrotti, col disprezzo e coll'insulto non si migliorano n si uniscono a noi. L'uomo grande, posto a comandare un popolo, sa che  in sua mano l'imprimervi il carattere che vuole; e che il sublime dell'arte consiste nella scelta dei mezzi; ma l'ambizione dell'imperatore Federico non fu illuminata a questo segno.
Il conte di Savoia, il marchese di Monferrato, i Pavesi stimolavano l'imperatore Federico perch venisse con un potente esercito nella Lombardia a distruggere la nuova lega. L'imperatore della Germania venne nella Savoia; il conte vi un le sue armi; entr l'esercito nell'Italia; e, nel 1174, si post sotto la nuova citt, e la cinse d'assedio. L'imperatore non la chiamava Alessandria, nome del papa suo nemico, ma la chiamava Rovereto, nome proprio d'uno de'vicini villaggi, gli abitatori del quale concorsero a formare la citt; e vi  una carta di quell'augusto che ha la data: In episcopatu papiensi, in obsidione Roboreti(362). L'assedio fu ostinato, e dur tutto l'inverno, che fu anche pi del solito rigido. Questi avvenimenti vengono raccontati sotto aspetti assai diversi dagli scrittori tedeschi, di quello che li riferiscano gli scrittori italiani. Federico  un eroe per quelli;  un barbaro tiranno per questi; io per mi attengo principalmente agli autori tedeschi, acciocch non sia il mio racconto sospetto di parzialit. Il monaco Gottofredo, tedesco, dice che la nuova citt di Alessandria era popolata da ladroncelli, da rapitori e da servi che erano scappati dai loro padroni: Multitudo latrunculorum, raptorum, servorum dominos fugientium, incolebat(363). Pare veramente difficile che degli alleati volessero impegnarsi tanto per la salvezza di uomini che avessero loro rubato e disertato dal loro servigio. Comunque sia, l'autore istesso ci riferisce che ivi: Magna costantia ex utraque parte militaris res fervebat: interdum ex his et illis quidam capti, nonnulli occisi et suspensi sunt. Imperator vero quiddam laude dignum gessit. Tres enim ex captis ante faciem ejus cum essent ducti, mox oculos eorum erui praecepit. Duobus primum coecatis, tertium, juniorem aliis, cur contra Imperium ribellis existeret inquisivit; ast ille: non (inquit) contra te Caesar, vel imperium tuum gessi: sed habens dominum in civitate, ejus jussis paravi, et ei fideliter servivi: qui si tecum contra cives suos pugnare voluerit, aequa vice ei fideliter serviam. Quibus verbis illectus imperator, luminibus ei permissis, alios coecatos in urbem ab eo reduci praecepit(364). Nel capitolo antecedente ho riferito quello che il milanese Sire Raul ci lasci scritto; cio che l'imperatore Federico, nel blocco di Milano, facesse cavare gli occhi ai prigionieri, e tagliar le mani a chi portava provvisioni nella citt. Poteva credersi esagerata quell'accusa; ma questo autore tedesco, che negli altri suoi racconti  sempre parziale a Federico ed animato contro gl'ltaliani, pare che provi tale essere stato pur troppo il modo di guerreggiare dell'imperatore, facendo mutilare i prigionieri di guerra. Io lascer che i Tedeschi medesimi, che in questo secolo hanno tanti uomini illuminati e sensibili, giudichino se sia quiddam laude dignum(365) quello che fece Federico, perch fece accecare due soli di que'disgraziati; e se possa pretendere un posto fra gli uomini grandi quel Cesare, che pronunziava tai sentenze e le faceva eseguire dal carnefice in sua presenza. Il discorso di quel servo non era certamente da ladroncello n da disertore. Egli parl come fa un uomo fermo e colto. Assai pi verisimile  il racconto che ce ne lasci il cronografo Siloense: Alexandriam obsidione cinxerunt, civitatem, sicut dicunt, munitissimam, non murorum ambitu, sed positione loci, et vallo incredibiliter magno, un quo vicinum derivaverunt fluvium, viri quoque virtutis in ea plurimi, fortiter ex adverso resistentes, quos imperator non tam cito quam voluit expugnavit, sed multo labore, magnaque suorum caede, interjectis etiam aliquot annis(366); anzi a dir vero n tosto n tardi la pot Federico espugnare. Giunta la primavera del 1175 gli alleati formarono un esercito combinato, il quale si radun presso Piacenza; d'onde marci verso Alessandria per obbligare Federico a togliervi l'assedio. L'imperatore non si credette forte abbastanza per resister coll'armi: sciolse Alessandria, e cominci a parlare di pace. L'esito poi fece conoscere ch'ei con ci non cercava che d'acquistar tempo sin che gli giugnessero nuovi rinforzi, ch'egli aspettava dalla Germania. L'imperatore propose di abbandonare all'arbitramento di alcune persone saggie le di lui ragioni, salvi i diritti dell'Imperio; e le citt confederate accettarono la proposizione, salvo la loro libert e quella della Chiesa romana. Si pass all'elezione degli rbitri, e l'imperatore nomin Filippo arcivescovo di Colonia, Guglielmo da Piozasca, torinese, e Rainerio da San Nazaro, pavese. Le citt collegate nominarono Girardo Pisto, milanese, Alberto Gambara, bresciano, e Gezone da Verona.
Si cominci a trattare per questa pace fra gli rbitri. Ma prima di esporre il soggetto del loro parlamento, conviene che io accenni l'opinione di alcuni cronisti tedeschi, i quali pretendono che l'imperatore siasi indotto a trattar di pace per le suppliche fattegli dalle citt di Lombardia: anzi il citato monaco Gottofredo ci vuol far credere che, quando l'armata degli alleati si port verso Alessandria, sebbene fosse un esercito forte, alla vista delle truppe imperiali si ponesse ad implorare perdono, e che, sguainando le spade, ciascuno se le collocasse sul capo per dar segno che s'impetrava clemenza. La storia tutta smentisce un tal racconto; n  mai stato l'uso che per mostrar sommissione, molte citt collegate radunino un'armata cospicua, e con tal cerimoniale vadano a cercare misericordia. Siamo tutti d'accordo nell'asserire che l'imperatore si pose ad assediare Alessandria; che gli alleati col loro esercito marciarono a quella vlta; che l'assedio di Alessandria fu sciolto; che s'apr un congresso di pace; e di pi che le proposizioni delle citt alleate furono: che l'imperatore riconoscesse per legittimo il papa Alessandro III; che nulla pi pretendesse dalle citt confederate di quanto avevano fatto duranti i regni dei due ultimi cesari Lottario II e Corrado III: Volumus facere domino imperatori Friderico, accepta ab eo pace, omnia quae antecessores nostri a tempore mortis posterioris Henrici imperatoris antecessoribus suis sine violentia, vel metu fecerunt(367); cos impariamo da una carta pubblicata dall'esimio nostro Muratori. Esigevano pure le citt collegate che l'imperatore restituisse tutto ci che aveva tolto alle citt, ai vescovi, ai signori; e lasciasse loro godere in pace le consuetudini e comodit che erano in uso di godere ne'pascoli, nelle pescagioni, ne'mulini, ne'forni, ne'banchi, ne'macelli, nelle case fabbricate sulle strade pubbliche: regalie tutte che l'imperator Federico pretendeva fossero di sua ragione. Queste pretensioni, che allora promossero le citt alleate, e che seppero ottenere dappoi, non lasciano luogo a credere che l'armata marciasse verso Alessandria per umiliazione. Il monaco suddetto fa un ritratto odioso e meschino degl'Italiani, quasi che allora fossero un composto di inquietudine, di vilt e di mala fede. Romualdo, arcivescovo di Salerno, scrivendo dei Lombardi in que'tempi, dice: Lombardi in utraque militia diligenter instructi; sunt enim in bello strenui, et ad concionandum populo mirabiliter eruditi(368); e Ottone da Frisinga, tedesco, anzi zio dello stesso imperator Federico, di noi scrisse: Latini sermonis elegantiam, morumque retinent urbanitatem. In civitatum quoque dispositione, ac reipublicae conservatione antiquorum adhuc Romanorum imitantur solertiam(369). I fatti successivi abbastanza ci provano che in quei tempi i Milanesi non mancarono n di valor militare n di condotta; e che furono tanto urbani e colti, quanto lo permetteva l'indole del secolo.
Dalle condizioni proposte in questo trattato di pace, che l'imperatore aveva offerto con poco buona fede, per aspettare le nuove forze della Germania e acquistare tempo frattanto; da tali condizioni, dico, si ha idea quai fossero le regalie, ossia i tributi che si usavano in que'tempi. Non sar discaro, cred'io, il darne un breve cenno. I tributi si sono dovuti accrescere nell'Europa in questi ultimi secoli il doppio, il triplo e pi ancora, che non pagavasi al sovrano in que'secoli de'quali finora ho trattato. Questo accrescimento di tributo non  meramente apparente, o per la diminuzione delle lire, o per l'avvilimento dei metalli nobili, resi assai pi comuni e abbondanti dopo la scoperta delle miniere d'America; ma  fisico e reale, indipendentemente ancora da queste cagioni. Ci doveva accadere; poich gli Stati erano organizzati allora in guisa, che ogni uomo capace di portare le armi, veniva costretto a marciare alla guerra avvisatone dal proprio padrone, e questi, al cenno del sovrano, compariva all'armata reggendo i suoi; terminato il bisogno, si scioglieva l'esercito. I signori ritornavano a'loro piccoli Stati o castelli, e i vassalli a lavorare i loro campi. Cos, invece di tributo, i sudditi prestavano servigi. Si cambi poco a poco il sistema ne'secoli seguenti. Si stipendiarono i militari, poi gradatamente si and formando di essi una classe distinta dagli altri sudditi, classe costantemente addetta alla sola milizia, e conseguentemente da mantenersi col tributo ripartito sul rimanente della societ: e questo ceto cli uomini, che non contribuisce all'annua riproduzione e consuma, si and sempre aumentando nei tempi a noi pi vicini; ed accresciutosi da un sovrano, fu d'uopo che gli altri a proporzione pure lo accrescessero. Questa  stata la cagion principale per cui nell'Europa sono stati di tanto multiplicati i tributi sopra de'popoli, i quali per hanno acquistata la libert di passare tranquillamente la vita nelle loro case; e furono liberati dall'obblico di espatriare e di soffrire le inquietudini della milizia. Il lusso poi delle corti ingrandito, la schiera dei ministri che abitualmente si trasmettono gli Stati gli uni agli altri, hanno ancora di pi aumentata la necessit dei tributi, i quali, e nella quantit e nel peso, generalmente si troveranno pi che raddoppiati in quasi tutti gli stati di Europa. Sarebbe un quesito politico l'antivedere qual limite avranno le armate; e se trover maggiore utilit qualche Stato a rendere la condizione del soldato pi ampia oltre i bisogni fisici, a costo di averne in minor numero e pi contenti; ma ci mi farebbe traviare in una folla d'idee disparate dalla storia. Unicamente ricorder una verit assai facile e comune; cio che i tributi, giunti a un dato limite, non si accresceranno senza una diminuzione di rendita; stabile, se vogliasi perseverare; e irremediabile talvolta, se alla diminuzione si creda di supplirvi con nuovi accrescimenti. Ne'tempi dei quali ragiono non erano la geometria e la cognizione del cielo giunte a segno da potersi formare una carta esatta d'un paese; conseguentemente non si poteva ripartire sulle terre il fondo principale del tributo. Egli  vero che nel Milanese il fondo principale della riproduzione  la terra ferace sulla quale siamo nati, ma senza un'esatta misura de'campi non si poteva collocare su di quella il tributo. A questa difficolt si aggiugneva un'altra di opinione, ch credevasi ingiusta cosa lo stabilire un carico uniforme e permanente sopra una ricchezza che  variabile colla diversit delle annate. Perci anticamente, piuttosto si volle ogni anno esporsi alla spesa e all'arbitrio d'un generale catastro dei frutti raccolti, anzi che mancare all'apparente giustizia distributiva. L'erudito circospettissimo nostro conte Giulini asserisce di non avere osservato mai alcun carico anticamente imposto su i fondi; ma bens ai frutti, ovvero alle persone(370). Forse l'antichissimo carico dell'Imbottato, abolito dalla beneficentissima Sovrana l'anno 1780, era una tradizione discesa sino da que'secoli rimoti. Pagavansi antichissimamente da alcune terre delle tasse al sovrano. La terra di Limonta, prima del secolo decimo, pagava lire tre e mezza in denaro, dodici staia di grano, trenta libbre di cacio, trenta paia di polli, trecento uova e cento libbre di ferro(371), e con ci aveva pagato il suo annuo tributo. Alcune tasse personali s'imponevano all'occasione de'bisogni dello Stato: e questa, ne'tempi rozzi, doveva essere la ripartizione pi facile e breve del tributo. Cos, per liberarci dall'invasione degli Ungheri nell'anno 947, s'impose la tassa straordinaria di un denaro a testa, a cui vennero assoggettati anche le donne ed i fanciulli(372). I telonei sono antichissimi, ed era il tributo che pagava la merce nell'entrare nella citt e nel distretto. In origine pagavasi tanto per ogni carro e tanto per ogni bestia da soma; ed  assai probabile che venisse questo assegnato alla conservazione e al rifacimento delle strade che, dal passaggio a cui erano destinate, ricevevano i mezzi per mantenersi. Col progresso del tempo si fece poi riflessione alla sproporzione intriseca di questo carico, per cui aggravavasi un carro di paglia ugualmente come un carro di panni lani; e si pass a formare una tariffa che, avendo per norma il valore della merce, vi regolava proporzionatamente il tributo. Nel 1216 questa tariffa vi era. Vedemmo gi al capitolo quarto come da prima l'arcivescovo ne ricevesse i prodotti. Ora colle condizioni medesime era passata alla comunit de'mercanti, i quali avevano il peso della custodia e manutenzione delle strade; essendo essi obbligati a risarcire con quel fondo i danni che venissero a soffrire le merci, anche pei furti commessi sulle pubbliche strade(373). Abbiamo stampata, colla edizione del 1480 dei nostri statuti, anche la tariffa pubblicata nel 1396, in cui vennero tassate le merci in ragione di dodici denari per ciascuna lira di valore, sia il cinque per cento, senza distinzione alcuna di merci. Ne'tempi pi colti si vede che la tariffa in origine, oggetto di mera polizia, diventata poi oggetto di finanza, poteva innalzarsi al grado di oggetto di legislazione; per rendere pi o meno difficile l'ingresso e l'uscita delle merci, a norma de'bisogni, e dell'industria nazionale. Nei tempi per dell'imperatore Federico, il teloneo n la curtadia, che era un nome quasi sinonimo(374), non si vedono nominati; e perci  assai probabile che fossero un tenue tributo, tuttora destinato alla riparazione delle strade pubbliche, di cui non si curava l'imperatore; e questo teloneo, nei tempi de'quali tratto, nemmeno  certo se si ricevesse tutto in denaro, e non per decimazione, come dice il Fiamma che anticamente si percepiva dall'arcivescovo: De quolibet curru lignorum recipiebat unum, de qualibet sporta piscium, unum, de qualibet fornata panis, unum(375). V'erano altri tributi. Ogni barca per poter girare ne'laghi e fiumi pagava un annuo tributo, che si chiamava Nabullum. In oltre per poter legare la barca alle sponde si pagava altro tributo, che si chiamava Abdicius(376). Un'altra tassa si conosceva col nome di Fodro, e il conte Giulini opina assai probabilmente che consistesse nel somministrare il foraggio per il vitto e l'equipaggio del sovrano(377). V'erano inoltre delle tasse sopra i porti, ossia ponti de'fiumi; sopra i mulini, le pescagioni, sopra i forni, sopra le macellerie e sulle case contigue alle strade pubbliche: e queste ultime tasse sono quelle che volevano rivendicare dall'imperatore le citt della lega, come vedesi da una carta pubblicata dal nostro Muratori di veneranda memoria(378). Da questa generale idea pu conoscersi che al tempo dell'imperatore Federico assai scarsa doveva essere, a proporzione d'oggi, la percezione del tributo; poich mancava il censo sulle terre, mancava la gabella della mercanzia, e nemmeno si nominava il tributo del sale; i quali tre oggetti formano oggid il nerbo principale della finanza del Milanese. Il sale allora parmi che fosse una mercanzia di libera contrattazione; e le terre erano certamente meno coltivate, che ora non lo sono, per le paludi e boschi che tuttavia ci rimanevano. E forse il guasto che i nostri nemici fecero al circondario di Milano durante il secondo blocco, fu la cagione che, trovandoci poi svelte le piante e inceneriti i boschi, si stese la cultura sopra un parte di terra, di cui prima se ne godevano i pochi spontanei prodotti della legna.
Ripigliamo il filo della storia. Circa dodici mesi destramente ci tenne a bada l'imperatore Federico, lasciando che gli rbitri discutessero gli articoli d'una pace chimerica; e frattanto nella Germania andava radunando le forze quanto pi poteva per sorprendere le citt collegate ed opprimerle. (1176) In fatti, nella primavera del 1176, seppe Federico che il nuovo rinforzo di principi e di militi stava per entrare nell'Italia dalla strada di Bellinzona; e l'imperatore andgli incontro. La citt di Como gli era fedele, come lo era Pavia. Unitosi al nuovo esercito, al quale aggiunse i militi di Como, s'invi per marciare a Pavia, dove stava il rimanente delle sue forze e il marchese di Monferrato co'suoi. I Milanesi saggiamente vollero tentare una giornata, prima che le forze riunite piombassero sopra della loro citt. Gi ogni discorso di pace era stato rotto dall'imperatore, dal momento in cui ebbe le nuove forze. Avevamo il soccorso di molti militi alleati, bresciani, veronesi e piacentini. Uscimmo all'incontro dell'imperatore, e lo raggiunsimo verso Busto Arsizio. L'azione fu tanto felice per i Milanesi, che tutta l'armata imperiale fu annientata. Molti rimasero sul campo. I fuggitivi, inseguiti sino alle sponde del Tesino, vi furono gettati e si affogarono. Il rimanente si rese, e vennero i prigionieri condotti in Milano. Fra i prigionieri si contarono il duca Bertoldo, un principe nipote dell'imperatore, e il fratello dell'arcivescovo di Colonia. La cassa militare venne acquistata dai Milanesi, e lo scudo e la lancia dell'imperatore, il quale ebbe fortunatamente occasione di salvarsi sconosciuto, e ricoverarsi a Pavia. Questo fatto rese celebre il giorno 29 di maggio 1176. I trattamenti usati da Federico co'suoi prigionieri non ci furono di norma, quando prospera avemmo la sorte delle armi; n alcuno degli scrittori tedeschi (tanto favorevoli a quell'augusto, e cos poco inclinati a trovarci buoni) si lagna di abuso commesso da noi nella vittoria. Questa giornata termin per sempre tutte le operazioni militari dell'imperatore Federico in Italia: il che prova che il fatto sia appunto accaduto quale minutamente ce lo descrivono Sire Raul e il calendario Sitoniano, non gi come da alcuni scrittori tedeschi  stato rappresentato. Poich se unicamente fosse stato l'imperatore, scortato da pochi, involto in una insidiosa sorpresa de'Milanesi, da cui colla fuga si sottraesse, questo avvenimento non avrebbegli fatto mutar parere, n pensare a dare la pace e la libert alla Lombardia, che ostinatamente per lo spazio di dodici anni aveva cercato di assoggettare. Il Pagi, trattando dell'anno 1176, ha pubblicata la lettera conservataci da Rodolfo di Diceto, con cui i Milanesi resero informati allora i cittadini di Bologna di questa loro vittoria. Tutte queste testimonianze, e molto pi il partito mansueto ed umano che prese e conserv in seguito Federico, dimostrarono la verit del racconto e l'importanza di quella grande giornata. Apr subito l'imperatore la strada per accomodarsi col papa Alessandro, pronto a riconoscerlo per legittimo pontefice. Accord separatamente le condizioni che potevano accontentare alcune citt; e cos fece a Cremona ed ai Tortonesi. Pareva che cercasse di rendere tutti contenti, purch si abbandonasse Milano; e la sua politica si rivolse a distaccare da noi gli alleati. Se ne avvidero i Milanesi, non senza inquietudine; ma le pratiche loro, e molto pi i veri interessi che ciascuna delle citt aveva dovuto imparare a meglio conoscere, non permisero che si rinunziasse a quella unione che rendeva solida la costituzione dello Stato, e dalla quale unicamente ogni citt poteva aspettare la sicurezza propria. N si lasci di conoscere che se una citt preponderante di forze  necessaria per essere come il centro della riunione, molto pi lo era il non lasciare nella Lombardia uno spazio sul quale collocare si potesse una forza gi troppo irritata, e animata contro il nome e la libert dell'Italia. Quest'interesse per non era tanto immediato al papa, il quale accomod ben presto le cose sue coll'imperatore, esigendo da lui soltanto una tregua per sei anni colle citt confederate; di che molto, e non senza ragione se ne lagnarono le citt della lega. Cos il papa pot entrarsene alla residenza di Roma, d'onde sino allora era stato escluso dal partito imperiale, che vi prevaleva in favore dell'antipapa.
La pace che separatamente aveva fatta Alessandro III coll'imperator Federico, abbandonando le citt confederate al loro destino, non cagion danno veruno alla lega lombarda. L'imperatore andossene in Germania; e le citt, sgombrato ogni timore, formarono in Parma un congresso, nel quale si presero a trattare gl'interessi comuni, per rassodare sempre pi la loro concordia. Parma era la citt pi comoda per collocarvi un centro di comunicazione da Padova ad Alessandria, da Milano a Bologna, e da tant'altre citt che disopra ho nominate. (1183) La tregua si cambi in una pace segnata in Costanza l'anno 1183, il 25 giugno; pace resa famosa sopra ogni altra, perch stata collocata nel corpo delle leggi, acciocch servisse ne'secoli successivi di norma dei diritti e del governo delle citt lombarde. Chi brama di conoscere esattamente gli affari della lega lombarda e di quella pace, ne trover la istruzione nella dissertazione quarantottesima dell'immortale nostro Lodovico Antonio Muratori. Dopo i lavori erculei di questo illustre erudito, a noi non rimane che di scavare piccoli fili della grande miniera da lui esausta; a meno che non ci rivolgiamo a far uso dell'oro gi estratto per ridurlo a pi finito lavoro. Ecco per lo spirito della celebre pace di Costanza: le citt lombarde potranno fortificare le loro mura; potranno avere la loro armata; potranno mantenere e rinnovare la confederazione a loro piacere; goderanno di tutte le regalie, e conserveranno le loro consuetudini; le citt giureranno fedelt all'imperatore; gli pagheranno ogni anno in segno d'omaggio duemila marche d'argento(379); l'imperatore avr i suoi legati nella Lombardia, i quali daranno l'investitura ai consoli delle citt, e giudicheranno le cause di maggiore somma, qualora la parte succombente lo cerchi; ma saranno obbligati a profferire la loro sentenza fra due mesi, e dovranno giudicare secondo le leggi della citt; ogni cinque anni le citt della lega manderanno i loro oratori alla corte imperiale, per ricevere l'investitura, ed ogni dieci anni si rinnover il giuramento di fedelt; le controversie per cagione dei feudi fra l'imperatore e alcuno della lega, verranno decise dai Pari della citt, secondo le di lei consuetudini, fuori che nel caso in cui l'imperatore si trovasse in Lombardia; allora potr, se lo vuole, ei stesso giudicarle; e quando verr l'imperatore nella Lombardia, se gli somministreranno i foraggi consueti, e si accomoderanno i ponti e le strade. In questa forma si venne nell'Italia a constituire un'associazione di citt libere, sotto la protezione dell'Impero, come lo erano poco prima diventate nella Germania le citt anseatiche, Lubecca ed Amburgo; e come nell'anno medesimo 1183, nella Germania pure, lo era diventata Ratisbona; e da quella data ricominciarono a comparire nelle carte le sottoscrizioni dei consoli Reipublicae Mediolanensis(380).
Colla pace di Costanza avevano i Milanesi acquistata la libert municipale, sotto una limitata protezione dell'Impero; ma nessuna dominazione rimaneva ad essi, o ben poca: essendo le province della Martesana, del Seprio ecc., cio la maggior parte de'borghi e delle terre che ora formano il ducato, indipendenti, anzi nemiche. (1185) L'imperatore Federico medesimo, con una carta segnata in Reggio agli 11 febbraio 1185, e pubblicata dal Puricelli(381), a noi rinunzi omnia regalia quae Imperium habet in Archiepiscopatu Mediolanensi, sive in comitatibus Seprii, Martesanae, Bulgariae, Leucensi etc.(382). Nella carta medesima si vede che Federico, ad istanza dei Milanesi, si obblig a procurare che si riedificasse Crema, e si sarebbe opposto a chiunque tentasse di frastornarne il risorgimento; e promise in oltre che non avrebbe fatto altra lega con altra citt di Lombardia senza il consenso de'consoli di Milano(383). Cos giur, e promise di far giurare anche il suo figlio Enrico, gi eletto re de'Romani, entro quel termine, che sarebbe piaciuto ai consoli ed al consiglio di Milano di assegnare: ad terminum quem consules Mediolani com Consilio credentiae nobis dixerint(384). I Milanesi, in ricompensa, si obbligarono a garantire all'imperatore gli Stati suoi d'Italia, e singolarmente le terre della contessa Matilde. In questa carta vi si legge espresso il patto che se mai l'imperatore, ovvero il re Enrico, avessero contravvenuto a quanto fu stipulato nella pace di Costanza, la repubblica di Milano sarebbe stata disobbligata dalla garanzia; e se mai alcuna citt della lega avesse mancato di tributare all'imperatore quanto nella pace di Costanza erasi promesso, la repubblica di Milano avrebbe assistito colle sue forze l'imperatore per ottenergli una condegna soddisfazione. Finalmente i Milanesi promisero che non avrebbero contratta veruna speciale alleanza con altre citt di Lombardia, eccetto la confederazione, ossia lega lombarda, a meno di ottenere l'assenso dell'imperatore e del re Enrico, di lui figlio. Questo trattato di Reggio ci d a conoscere quanto fosse mutato l'aspetto delle cose dopo la giornata 29 maggio 1176. L'imperatore non ci risguardava pi come schiavi, n conservava pi l'opinione d'essere signore del globo terraqueo, orbis terrae dominum; ma era un principe che, quasi da pari a pari, faceva un trattato con un popolo libero. Noi in quel trattato acquistammo la signoria delle terre; e ce lo ricorda il manoscritto compilato trent'anni dopo, in cui si contengono le nostre consuetudini; leggendosi in quello che appunto l'imperatore Federico plenam jurisdictionem concessit(385) alla citt di Milano sulle terre del suo distretto, su di che veggasi il diligente nostro ed erudito conte Giulini(386) Nel ducato si distinguono Monza, Varese, Vimercato, Triviglio, Busto, Gallarate, Lecco, da noi chiamati borghi, e che in altri regni verrebbero chiamati citt.  bens vero che non sappiamo se allora essi fossero nello stato in cui si trovano oggid.
(1186) Dopo questi particolari legami di amicizia (se pure non  profanazione d'un nome consacrato al sentimento l'adoperarlo in questo luogo) l'imperatore Federico venne a Milano, ed alloggi nel monastero di Sant'Ambrogio, e in quello poi si celebrarono con pompa imperiale le nozze del re Enrico con Costanza, figlia di Ruggieri re di Sicilia. La chiesa non si trov bastantemente capace, e perci si fabbric una magnifica sala di legno nel giardino del monastero medesimo. Il corredo della sposa ce lo indica la Cronaca Piacentina. Aveva seco la sposa ben centocinquanta cavalli carichi d'oro, argento, drappi di seta, panni, pellicce: Plusquam CL equos oneratos auro, et argento et samitorum et palliorum et grixiorum, et variorum, et aliarum bonarum rerum(387). Queste nozze ebbero il fine di rendere il re Enrico sovrano degli Stati del re Ruggieri, il quale non aveva che l'unica figlia Costanza. Tale nobilissima funzione ricevette ancora nuovo splendore dalla solenne incoronazione che vi si fece del re Enrico, imponendogli la corona del regno d'Italia; la quale consacrazione di motivo di querela al papa. Allora era sommo pontefice Urbano III, cio Uberto Crivello, milanese ed arcivescovo di Milano. Egli era stato innalzato al sommo ponteficato pochi giorni dopo la morte di Lucio III, accaduta in Verona ai 24 novembre 1185. Urbano, sebbene papa, volle conservare per se stesso la sede arcivescovile; onde nell'incoronazione del re Enrico, accaduta in gennaio 1186, non essendovi in Milano l'arcivescovo, l'imperatore, senza chiederne licenza al papa arcivescovo, fece che il patriarca d'Aquilea ne facesse il ministero. Poco o nulla per influ lo sdegno, sebbene giusto, del papa, che non giunse a regnare due anni. In seguito l'imperatore, diventato umano, moderato, e quasi debole, prese a trattare i Milanesi con tutti i riguardi possibili, e mostr loro deferenza e considerazione costantemente dappoi; a segno che, in vigore della pace di Costanza, avendo l'imperatore il diritto di avere un Giudice imperiale anche in Milano, il quale in grado di appellazione pronunziasse la sentenza, si vede che Federico a questa carica aveva in quello stesso anno 1186 destinato un milanese Ottone Zendadario(388). Con tutto ci la memoria di Federico I rimase in esecrazione ai Milanesi, e da padre in figlio la tradizione ha tramandato sino alla generazione vivente il nome di lui come quello d'un barbaro feroce. N egli, n suo figlio, n il figlio di suo figlio, entrambo imperatori, co'nomi di Enrico V e di Federico II, ebbero mai la benevolenza de'Milanesi, n essi ebbero mai per noi buona volont. Quando le ingiurie sono state commesse sino a un dato limite  possibile il dimenticarle; ma quando ai danni della collera si aggiunsero l'insulto e la derisione, ancora pi amara dello stesso esterminio, non  pi possibile che un popolo sensibile sinceramente si affezioni. Gli oltramontani ci accusano di essere vendicativi. Io non dir gi, che la vendetta sia lodevole; anzi dir, che un animo grande sa perdonare: ma n vi  stata mai, n vi pu essere, una nazione di magnanimi, o di eroi. Prendendo una moltitudine di uomini quali sono, dir, che le meno vendicative nazioni saranno le meno sensibili, e per conseguente le meno grate altres ai beneficii; e dir che l'entusiasmo istesso, che tiene stampata nel cuore a colori di sangue la memoria degl'insulti sofferti, e spinge alla viziosa vendetta, tiene altres vivace l'immagine de'beni e de'piaceri ricevuti, e ci porta con giubilo alla riconoscenza virtuosa verso del benefattore. Le anime energiche perdonano per virt: quelle che non lo sono, dimenticano l'offesa, perch non reggono alla fatica di sovvenirsene. Tutte le nazioni pi animate sono capaci di maggiori virt e di vizi maggiori; e il rimproverarci la vendetta  lo stesso che l'accusarci d'avere un maggior grado di vita e di sensibilit. Parlo delle nazioni prese in massa, e il cielo mi guardi dal contaminare mai la mia penna coll'apologia del vizio o coll'oltraggiare la virt!
Ritorniamo all'imperator Federico. Nessuno lo accusa di pusillanimit; anzi tutti i monumenti che la storia ci ha tramandati, ci fanno testimonio ch'egli fu un principe d'animo fermo, ardito, intraprendente, e in pi d'una battaglia espose la sua persona al pericolo al pari di ogni altro milite. Si cerca poi s'egli avesse il talento militare, o se possa meritare un luogo fra i capitani illustri. Considerando le forze immense che seco strascinava; la piccolezza delle citt, disunite e rivali, che attacc; il modo con cui vinse, ora per maneggio, ora per l'inedia, non mai con un assalto impetuosamente guidato, o con un assedio giudiziosamente condotto; e sopra tutto il cambiamento assoluto ch'ei fece alla prima rotta che ebbe da'Milanesi al 29 maggio 1176 nella giornata di Busto Arsizio o di Legnano, come altri la chiamarono; forza  pure il confessare ch'egli nessuna azione militare intraprese, la quale provi la superiorit della sua mente. Egli con aiuti grandissimi intraprese piccole cose, e al primo rovescio di fortuna abbandon il progetto. Si cerca s'egli fosse uomo di gran talento per il governo. Gli effetti gli furono poco favorevoli. Il suo progetto era di sottomettere il regno Italico alla dipendenza assoluta; e lo lasci pi indipendente di prima. Egli pensava di far rivivere, anzi di ampliare tutte le ragioni della suprema dignit imperiale; e lasci la Germania immersa ne'torbidi; e la dignit decaduta, contrastata e divisa pi che mai forse non lo era stata per lo passato. Come mai adunque la maggior parte degli scrittori della Germania innalza tanto l'imperatore Federico I! e come  mai possibile, dopo quasi sei secoli, che gli scrittori di due nazioni, cio gli uomini per loro mestiere consacrati a trovare la verit, non sieno per anco d'accordo! Credo che non sia tanto difficile il rinvenirne la cagione. Primieramente, allorch viveva Federico I, tutta la Germania lo temeva sommamente; e sino dal primo viaggio ch'ei fece nell'Italia, corse la voce delle devastazioni che aveva commesse, e ciascuno de'Tedeschi, al di lui ritorno, gli and incontro con sommissione, e a gara cercava di procurarselo placato. Ottone Frisingense, suo zio, ce ne assicura: Tantus enim in eos qui remanserant, ob ipsius gestorum magnificentiam, invaserat metus, ut omnes ultro venirent, et quilibet familiaritatis ejus gratiam obsequio contenderet invenire. Quantum enim Italis timorem incusserat factorum ejus memoria, ex legatis Veronensium perpendi potest(389). Questo timore che sempre pi si and accrescendo, e pe'fatti che si intesero dall'Italia, e per gli esempi che pi da vicino osserv la Germania, quando postosi in animo l'imperatore di comandare nella Polonia, vi entr, e, territorium Episcopii quod vocatur Uratislavia, transcurrens, in Episcopatum Posnaniensem, totamque terram etiam ipse igne et gladio depopulatus est(390), come ci dice il Radevico, che scriveva que'fatti, siccome giova il ricordare, per comando dell'imperatore medesimo(391). Questo timore, dico io, doveva in buona parte reggere lo stile de'cronisti che allora registravano i fasti di quell'augusto. Parmi che il vescovo di Frisinga medesimo, cronista dell'imperatore e suo nipote, me ne dia un cenno dove scrive: Durum siquidem est scriptoris animum, tanquam proprii extorrem examinis, ad alienum pendere arbitrium(392). Passata che fu la vita di lui, a mirare il complesso delle azioni di Federico, da un certo lato ci si presenta un quadro maestoso e seducente. Due competitori si disputano la corona della Danimarca: l'imperatore Federico vi si intromette come arbitro, e gli si fa omaggio del regno. Il re di Inghilterra gl'invia i suoi deputati alla dieta dell'impero. L'Italia sommessa; un re dato all'Ungheria; un altro re dato alla Boemia; un terzo re dato alla Sardegna; il marchese d'Austria creato duca; il regno della Polonia fatto tributario; il conte Palatino e l'arcivescovo di Magonza castigati; la Baviera assegnata a un nuovo padrone; la Sassonia donata ad un altro; il Tirolo staccato dalla Baviera; la Stiria eretta in ducato; la fermezza delle azioni e del discorso tenuto ai Romani; tutta questa folla di grandiosi avvenimenti certamente presenta un non so che di augusto e d'imponente. Le pretensioni poi di Federico, che sosteneva l'onore dell'Impero, al segno di sdegnarsi contro chi gli concedeva soltanto l'usufrutto del globo terrestre e non l'assoluta propriet, dovevan disporre a favor suo l'animo degli scrittori della Germania; sulla quale tanto influisce la gloria dell'Impero. Ma esaminando imparzialmente questi fasti, e colla indifferenza storica, vediamo che niente eravi di pi facile che l'esigere un omaggio dalla Danimarca nel momento della sua divisione; ma poi la Danimarca fin collo staccare dall'Impero qualche provincia. L'Italia ricuper la libert, anzi l'ottenne confermata dall'imperatore medesimo. L'avere spedite varie pergamene, accordando il titolo di re a sovrani che in prima erano diversamente nominati, e cos dando altri titoli, nemmeno , per se medesima, grande cosa. L'avere poscia dispoticamente detronizzati alcuni principi della Germania, ed altri ad essi sostituiti, nel momento in cui tutta l'Alemagna era divisa in fazioni ed immersa ne'torbidi, nemmeno  tanto grande impresa da compensare i mali che alla Germania istessa ei cagion. Certo  che il peso del di lui dispotismo fu tale, che molte citt della Germania si determinarono allora a stabilire un governo municipale, e con una apparente dipendenza diventarono libere in fatti; ed  pur certo che debole e vacillante ei lasci la dignit imperiale, e in cattivo stato la Germania; da cui al fine della sua vita estrasse centomila Tedeschi, e miseramente li condusse a perire nelle terre dell'impero di Costantinopoli, col fine di conquistare la Terra Santa, alla qual impresa non ebbe luogo di cimentarsi, poich, bagnandosi in un fiume della Cilicia, vi rimase sommerso l'anno 1190, il giorno 10 di giugno. La parlata che Ottone Frisingense pone in bocca ai deputati di Roma, e la riposta che pone in bocca a Federico, sono una scena nella quale gl'Italiani compaiono pieni d'una presunzione ridicola, e l'imperatore vi rappresenta il gran principe. Egli  per lecito, senza temere la taccia d'irragionevole, di crederla un pezzo di rettorica dello scrittore. Nella storia ognuno ha il diritto di sospettare false le lunghe parlate; poich lo scrittore non era presente comunemente, e in questo caso il vescovo Ottone sicuramente non vi era. I Romani sono stati sempre, anche in mezzo a'secoli barbari, pi colti del restante dell'Europa; e fra gli altri, i brevi e le bolle pontificie conservarono qualche eleganza della lingua latina, mentre ella era abolita e sconosciuta in ogni altra parte. Non  punto verisimile che i Romani spedissero incontro a Federico (che veniva alla testa d'un'armata, e che aveva gi fatto tremare la Lombardia) i loro legati per esigere da lui quasi un giuramento di fedelt, e osassero dirgli: Tu eri forestiere e ti abbiamo fatto nostro; eri un viaggiatore oltramontano, e ti abbiamo fatto principe: giura che spargerai sino all'ultima stilla il tuo sangue per mantenere la nostra repubblica. Nemmeno  verisimile il lungo discorso che fa ripetere a Federico; il quale, per quanto si travede da altri luoghi, nemmeno intendeva il latino, ed  assai probabile che conseguentemente ignorasse la storia degli Ottoni, di Carlo Magno e degli antichi Romani, della quale nel discorso si vuole mostrarlo assai istrutto. Merita pure qualche osservazione il vedere che il vescovo di Frisinga, colpito dalla morte l'anno 1158, non pot stendere i fasti sino alla distruzione di Milano; e il continuatore di esso, canonico Radevico, termin di scrivere all'anno 1160; e il canonico di Praga Vincenzo all'anno 1167 termin la sua cronaca, cio sino al punto da cui cominci il rovescio della fortuna di Federico; e cos alla posterit restarono le felici sue imprese, e da pochi altri e meno chiari cronisti appena  passata la notizia dell'umiliazione alla quale venne poscia ridotto.
Prima di abbandonare l'argomento dell'imperatore Federico, io ricorder alcuni tratti della di lui maniera di operare; acci si formi un giudizio, e della umanit sua e de'principii della sua virt; e questi li prender tutti da autori tedeschi e parziali suoi. Il primo documento sar la lettera con cui l'imperatore istesso rende informato il vescovo di Frisinga Ottone, suo zio, de'suoi gesti nella prima spedizione in Lombardia, acciocch con essa avesse lo scrittore una traccia per tramandare ai posteri i fasti del suo regno; eccone alcuni pezzi: Dum ab eis, cio dai Milanesi, dice l'imperatore, mercatum quaereremus, et ipsi nobis eum negarent, nobilissimum castrum eorum, Rosatum videlicet quod quingentos milites habebat, capi et incendio destrui fecimus... inde tria castra eorum fortissima, Minimam videlicet, Gailardam, et Trecam destruximus, et natale Domini cum maxima jucunditate celebrato... inde Chairam, maximam, et munitissimam villam, destruximus, et civitatem Astam incendio vastavimus... inde venimus Spoletum, et quia rebellis erat... vi cepimus, ignet videlicet et gladio, et infinitis spoliis acceptis, pluribus igne consumptis, funditus eam destruximus(393). Questo  il modo col quale guerreggiavano i popoli barbari, convien pur dirlo. Perch Spoleti (che, sotto i Longobardi, ebbe i suoi duchi a parte, e che non era citt della Lombardia) Federico la chiamasse ribelle, non lo so; il modo per col quale fu trattata ce lo dice Ottone Frinsingense: Civitas direptioni datur, et antequam asportari usui hominum profutura possent, a quodam apposito igne, concrematur. Cives qui ferrum, flammamque effugere poterant, in vicinum montem seminudi, vitam tantum servantes, se recipiunt... postera die, eo quod ex adustione cadaverum totus in vicino corruptus aer intoterabilem generaret nidorem, ad proxima exercitum transtulit loca... donec igni residua in usus exercitus, non miserorum Spoletanorum, cederent spolia(394). Nell'assedio di Tortona l'imperator Federico teneva le forche piantate a vista della citt, e i prigionieri li faceva impiccare: ce lo racconta lo stesso Frisingense: Quicumque ex eis deprehensi fuissent, patibuli, quod in praesentiarum erectum cernebant, expectabant supplicium(395); e quando prese Tortona, Civitas, primo direptioni exposita, excidio et flammae mox traditur(396): cos il Frisingense(397). Il medesimo Ottone Frisingense ci riferisce per esteso freddamente un fatto atroce; e fa maraviglia come non si accorgesse, scrivendolo, che l'azione era obbrobriosa. Dice egli adunque che l'imperatore Federico, volendo passare un distretto alla Chiusa, dove un monte del Veronese  imminente all'Adige, ritornandosene in Germania, trov il luogo occupato da molti armati, i quali gl'impedivano il passaggio. Dovette pi volte in vano tentare di superarli; finalmente arrampicatisi a stento molti imperiali sulla parte opposta del monte, giunsero a dominare quegli armati ed a superarli. L'imperatore li prese; erano cinquecento, e tutti li condann subito alle forche, trattone un d'essi, che pales d'essere Francese, d'essere stato in quella compagnia, senza sapere di opporsi all'imperatore, e d'essere cavaliere e libero; e a questi don la vita, obbligandolo a fare il carnefice dei suoi compagni. Erant pene omnes qui in vinculis tenebantur, equestris ordinis. Praesentatis igitur praedictis viris principi, ad patibulique supplicia adjudicatis, unus ex eis inquit: Audi, impeator nobilissime, miserrimi hominis sortem. Gallus ego natione sum, non Lombardus, ordine, quamvis pauper, eques, conditione liber, etc.. Hunc solum imperator gloriosus de caeteris sententia mortis, eripiendum decrevit: hoc ei tantum pro poena imposito, ut funibus cervicibus singulorum appositis, ligni supplicio commilitones plecteret. Sicque factum est(398); e i cadaveri poi di questi, ut cunctis transeuntibus temeritatis suae praeberent documenta, in ipsa via, in cumulos acti: fuerint autem, ut dicitur, quingenti(399). Un altro fatto accaduto nel Veronese, alla prima comparsa che fece nell'Italia l'imperator Federico, ce lo racconta il canonico Vincenzo di Praga, e ce lo racconta con mirabile indifferenza. I Veronesi pretesero che Federico dovesse pagar loro il passaggio nel castello di Garda, perch non era per anco consacrato imperatore. Il castello era inespugnabile. L'imperatore promise con buone parole che avrebbe pagato. I Veronesi gli aprirono il passo, affidati alla promessa. Passato ch'ei fu, avvis i Veronesi acciocch mandassero a ricevere il denaro. Egli era accampato col suo esercito. Dodici fra i pi nobili signori veronesi, perci, si presentarono, avendo un seguito di molti altri nobili. L'imperatore li accolse con volto ridente. Li fece arrestare. Molti li fece trucidare. I dodici deputati li fece impiccare; ed uno di essi, avendogli provato d'essere consanguineo dell'istesso imperatore, lo fece impiccare sopra di un pi alto patibolo. Eccone le parole: Rex Fridericus collecta plurima multitudine principum, et aliorum militum, Henrico duce Saxoniae, et Friderico filio regis Corradi, aliisque principibus sibi adjunctis, Romam ad Papam Adrianum, ut eum in Caesarem jure debito consecret, iter cum forti manu militum arripuit; cum autem in exitu Alpium ante ipsam Veronam civitatem ad Guordum castellum inexpugnabile pervenerunt, Veronenses, tamquam ex suo jure, transitum sibi et suis prohibent, dicentes eum esse nondun Caesarem, sed regem, propter hoc eam, ex eorum jure, eis debere pecuniam persolvere si inde Romam transire velit: postquam vero eum in Caesarem consecratum receperint, ei tunc honorem Caesari debitum persolvent, non ante. Haec Fridericus audiens, iram reprimit, et eam dissimulans, verba dat bona, pecuniam quam exquirunt eis promittit, et tanquam super hoc securitate data Veronam, illaesis exercitibus suis, transit. Regalibus itaque ultra positis excercitibus, mandat Veronensibus ut pro debita pecunia veniant; qui verbis ejus credentes, XII meliores et nobiliores, et aliis pluribus nobilibus adjunctis, pro pecunia promissa ad regem dirigunt, quos ipse rex hilari vultu suspiciens, de promissa pecunia verbis datis optimis, eos capi praecipit, et plurimis ex eis trucidatis, XII nobiliores suspendi praecipit. Et cum quidam de propinquiori linea cognatum ejus esse se diceret, et hoc testimonio comprobaret, propter hoc altius, tamquam nobiliorem, suspendi praecipit(400). Giudichi ognuno come sente, del merito di questo principe. Io non saprei paragonarlo a veruno de'grandi uomini che sedettero sul trono; sia che lo consideri per il talento militare, sia che lo esamini come politico, sia finalmente che lo risguardi come uomo, dal canto dell'umanit, della fede e della grandezza de'sentimenti. Pongansi al confronto i due imperatori tedeschi Ottone e Federico, e vedremo al paragone l'uomo grande e l'uomo barbaro.

Capitolo 9.

Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione incerta dalla morte di Federico I sino alla met del secolo XIII

Dopo la morte di Federico I venne incoronato imperatore Enrico di lui figlio; il quale mostr sempre mal animo ai Milanesi, e suscit loro la rivalit di molte citt lombarde. La gran lega si ruppe e si divise in associazioni minori. Ma non ebbe quell'augusto forza bastante per danneggiare Milano, nel breve suo impero di appena sette anni. Questo imperatore Enrico (comunemente chiamato sesto, e che realmente nella serie degl'imperatori  il quinto, come noi Italiani lo chiamiamo) lasci un figlio, gi conosciuto come re de'Romani, per nome Federico. Egli poi giunse all'Impero e si chiam Federico II. Ma alla morte dell'imperatore Enrico egli era ancora bambino, abbandonato alla tutela di suo zio paterno Filippo, duca di Svevia e di Toscana; il quale, approfittando della debolezza del fanciullo, fece proclamare se medesimo re di Germania, sebbene un altro partito nella Germania medesima innalzasse alla stessa dignit Ottone, duca di Sassonia, principe del sangue estense, che fra gl'imperatori si nomina Ottone IV. Cos ne'sette anni del regno di Enrico V, e ne'dieci anni ne'quali tre rivali pretendevano l'Impero, Federico, Filippo ed Ottone, quasi nessuna influenza ebbe la Germania sulla Lombardia.
I cronisti di questi tempi sono abbondantissimi nel racconto minuto delle piccole rivalit che portavano le citt dell'Insubria alle zuffe, alle scorrerie, alle paci appena giurate infrante, e alle depredazioni. Io non mi sono prefisso di raccontare tutti gli avvenimenti, ma di trascegliere que'pochi i quali o sono capaci di darci idea de'costumi e della felicit di que'tempi, ovvero sono un seme degli avvenimenti importanti accaduti dappoi. Le inquietudini co'vicini furono incessanti. I nostri fedeli amici furono i Piacentini, i Cremaschi, i Novaresi, i Vercellesi, e le citt pi lontane, Verona, Bologna, Faenza e Treviso. I Pavesi e i Cremaschi furono quelli co'quali maggiormente si stava in guerra. Co'Bergamaschi, e co'Lodigiani e Comaschi pure, poco sicura fu la concordia. Ma queste inquietudini, troppo uniformi e insignificanti, non meritano luogo nella memoria de'posteri. La citt di Milano aveva disgraziatamente una guerra civile, assopita per qualche intervallo, ma spenta non mai. Gi si  veduto al capitolo quarto l'aperta disunione fra i nobili ed i plebei, scoppiata prima della met del secolo undecimo. Sia che l'animosit fosse tramandata da padre in figlio per cinque generazioni sino al principio del secolo decimoterzo; sia, il che  assai pi probabile, che la prepotenza de'primi signori inconsideratamente continuando ad offendere i pi deboli, ma non meno sensibili, spingesse questi all'associazione ed all'uso della forza; egli  certo che realmente la citt era divisa in pi fazioni. (1198) I nobili in prima erano collegati contro de'popolari; ma nel secolo decimoterzo anche i nobili stessi erano divisi, facendo un partito distinto i nobili minori. La plebe form da s un corpo politico nell'anno 1198; e questo prese il nome di Credenza di sant'Ambrogio. Questo corpo aveva la sala per le sue radunanze; creava i giudici che decidessero le controversie del popolo; e percepiva una parte delle rendite della Repubblica(401). I nobili del primo ordine chiamavansi capitani, e formavano la Credenza dei consoli; e i nobili valvassori, i quali in origine erano come sottofeudatari dipendenti dai capitani, formavano La Motta; nome che presero dal sito d'una zuffa datasi fra Lodi e Milano, fra i capitani e i valvassori(402). Cos v'erano tre consigli in Milano, uno di quattrocento, l'altro di trecento, il terzo finalmente di cento consiglieri. Siccome la sovranit risedeva realmente nella riunione di questi tre consigli, gelosi e rivali reciprocamente,  facil cosa l'immaginarsi in quale incertezza e sotto qual torbido cielo si trovasse allora la costituzione civile durante il fine del secolo duodecimo, e nel corso di quasi tutto il secolo decimoterzo. Queste intestine discordie furono poi la cagione per cui lo stato di repubblica finalmente, dopo dissensioni e turbolenze incessanti, cadesse in quello del governo d'un solo; rimedio unico per una inveterata anarchia procellosa. Da principio ogni anno si creavano i consoli, presso de'quali stava il governo della citt; ma tante dissensioni e tante difficolt s'incontravano nel momento di sceglierli, che, per disperazione, conveniva crearsi un dittatore per un determinato intervallo, sotto il dispotismo del quale calmandosi le fazioni, si potesse poscia procedere all'elezione de'magistrati. Questa verit non  stata sinora chiaramente annunziata: confusissime anzi ho ritrovate le memorie de'nostri scrittori; ma tutti i fatti ce la provano ad evidenza. Nel 1186 dovettero i Milanesi creare un magistrato dispotico, col nome di podest, perch tutta l'autorit era in lui collocata; e questo fu il primo podest di Milano. Per evitare l'invidia venne proclamato un Piacentino, e fu Uberto Visconti. L'autorit confidata a questo magistrato era per un anno; e il vizio costituzionale era tale, da ricorrere al disperato partito di abbandonare vita, roba e libert senza limite a un temporario sovrano. L'anno vegnente fummo diretti dai consoli, e cos per quattro anni ci riusc di eleggerli. Poi l'anno 1191 fummo costretti a chiamare un Bresciano, che dominasse per sei mesi; sinch fosse eseguibile l'elezione de'consoli, e questo podest fu Rodolfo da Concesa. (1201) Sul principio del secolo decimoterzo ancora maggiori variazioni accaddero; poich nel 1201, temendo forse di collocare in un uomo solo l'autorit, ovvero ostinandosi i tre partiti ciascheduno a sostenere il podest da lui proposto, venne confidato il governo a triumviri, e furonvi tre podest. (1202) L'anno vegnente 1202 tante fazioni vi furono per eleggere chi governasse, che commissum fuit Anselmo de Terzago, quod provideret secundum suam discretionem de regimine civitatis; qui elegit duos consules, qui regerent per annum(403). (1203) L'anno immediatamente seguente, cinque podest ressero Milano. (1204) Poi, nel 1204, due podest. I partiti, sempre animati, scindevano la citt in guisa che realmente l'unica libert era quella di nominare il dispotico ogni anno; e finito quel breve tumulto popolare, ogni cittadino serviva al podest. In mezzo a questa deformissima costituzione, i beni de'privati erano in preda alle rapine de'potenti, i quali, abusando di alcune formalit legali, e facendo pronunziare da alcuni giudici delle sentenze vendute, usurpavano gli altrui fondi. (1205) Quindi in una concordia momentanea che si fece fra i partiti nel 1205, si stabil che: Nulli bonis suis interdicatur, nisi causa cognita et probata communi, potestati mediolani, vel rectoribus communitatis, ut leges desiderant(404); legge la quale supponeva un disordine universale ed essenzialissimo. Il potere del podest era, siccome dissi, assoluto e dispotico. Egli faceva leggi, e le faceva eseguire: Dico, jubeo et statuo perpetuo firmiter observari(405), sono le frasi che adoperavano i podest, e ne abbiamo la memoria in una legge di Oberto da Vialta, bolognese, podest di Milano nel 1214.
Questo vizio interno (che, accendendo una guerra intestina, sbandiva realmente la forma repubblicana dalla citt, e la costringeva a rifugiarsi nel dispotismo per l'impossibilit di reggersi) nasceva a mio credere per colpa de'nobili. Il dominare, l'innalzarci sopra i nostri fratelli, il dimenticare persino che lo sono,  cosa naturalissima all'uomo; ma la plebe milanese non poteva sopportare l'orgoglio de'nobili, n i valvassori quello de'capitani. Sappiamo quante inquietudini prov la repubblica di Roma per l'impazienza del popolo, e quante guerre dovette intraprendere per allontanare la plebe dalla citt. I nobili di Roma avevano nelle loro mani gli auguri, gli auspici e tutte le forze del culto religioso; eppure il partito popolare finalmente scoppi, rovesci la repubblica, innalz Cesare e cre i primi imperatori, i quali, colla rovina de'nobili, pagavano le largizioni e gli spettacoli per favorire la plebe. Il povero ed il plebeo d'Italia sentono di avere men potere che non ha il ricco ed il nobile; ma persuasi che gli uomini sono d'una specie sola, si considerano come meno fortunati, ma non diversi, anzi eguali, al momento in cui riesca di radunare della ricchezza. Nella Lombardia (se ne eccettuiamo il marchese di Monferrato ed il conte di Biandrate) non so che allora vi fosse alcun signore che dominasse citt o borghi, o nemmeno terre intiere. Questo sistema di tenere divise le terre  antichissimo nella Lombardia; dove i feudi non furono mai tanto considerabili, come in altri regni d'Europa. Quasi tutte le terre del Milanese anche oggid sono divise in pi possessori. A primo aspetto sembra che siavi qualche cosa di pi grande nella Germania, dove un monarca ha sotto il suo impero de'sudditi che posseggono delle signorie di intere citt, e de'distretti di pi miglia di paese. Questo da noi non vi .  bens vero che l'estensione dello stato di Milano non  grande, e pu paragonarsi ad un rettangolo lungo sessanta e largo cinquanta miglia; entro del quale spazio una porzione sensibile  montuosa, quale il contado di Como e i contorni di Lecco, che sono l'emanazione delle Alpi; e in questo piccolo spazio vivono un milione e centomila abitanti; i quali da questo spazio di terra ricavano, oltre il loro cibo, un eccedente d'un milione e trecentocinquantamila annui zecchini. Un milione di zecchini ce lo somministra la seta che si trasporta agli esteri. I caci ed il lino c'introducono pi di duecento altri mila zecchini. Centocinquantamila zecchini ci fanno acquistare i grani che vendiamo pure agli esteri; onde, presa nel suo tutto, l'annua riproduzione  assai pi grande di quello che si trover in eguale spazio di terra, ove le fortune sieno radunate in pochi possessori. Il villano da noi non ha altro rapporto col proprietario, che un contratto non perpetuo. La divisione de'frutti delle terre si fa per met fra il terriere ed il colono; ovvero s'aggrava il colono di pagare una determinata somma o in denaro o in frutti, e tutto l'eccedente ricade a suo profitto. Questo antico sistema, da una parte, anima la coltivazione delle terre, cointeressando il villano; e dall'altra, pone minore intervallo fra il signore e il villano medesimo; poich in luogo di comando e subordinazione, da noi non vi  che un contratto prodotto dai bisogni vicendevoli fra un ricco ed un povero. Perci io credo che da noi sarebbe impossibile il conservare lungamente un governo aristocratico, a meno che gli ottimati non discendessero a quella popolarit che rende cara ai Veneziani la forma del loro governo; se pure anche Venezia non deve in parte la sua antichissima tranquillit alla natura del luogo su di cui  piantata: mentre ogni cittadino, sentendo di vivere dove perirebbe nel momento in cui nascesse confusione nel governo, forza  che freni l'inquietudine, e contribuisca a quell'ordine sociale, senza di cui ivi n avrebbe alimento n mezzi di procurarselo. I costumi de'nobili da noi erano invece orgogliosi e dispotici, talvolta sino all'atrocit. Il Fiamma ci racconta che a'suoi tempi certo popolare, per nome Guglielmo da Salvo, di porta Vercellina, andava creditore di rilevante somma verso di Guglielmo da Landriano, uomo nobile; e che il debitore invit il popolare ad una sua villa in Marnate, posta nel contato del Seprio, ove, per liberarsi dal pagamento, trucid miseramente il povero creditore. Il qual fatto sospettatosi nella citt, la plebe, inferocita per l'enorme tradimento, si port a Marnate, scopr il cadavere, lo trasport a Milano, e mostrando per le strade lo strazio crudele, la prepotenza, l'insidia, la violata fede d'ospitalit, vennero diroccate le case dei Landriani e scacciati nuovamente i nobili tutti dalla citt. Cos racconta il Fiamma questo fatto; e a lui dobbiamo prestar pi fede che non al Corio ed al Calco, i quali erano scrittori pi lontani; e forse non avevano stima bastante de'nobili del tempo loro per credere che dovesse essere sempre loro piacevole la verit della storia, quand'anche annunziasse i delitti de'loro maggiori. Il Corio per altro non ebbe difficolt di assicurarci che, prima dell'anno 1065, siasi fatta dai nobili la legge orrenda: che ciascuno nobile potesse occidere un plebeo con la pena de'libre septe, e soldo uno de terzoli, per la qual cosa molti erano morti. Io credo falsa questa asserzione. Essa per fa conoscere come si pensava; poich il Corio l'avr trovata in qualche antica tradizione. Per tai motivi pu facilmente intendersi la costanza della dissensione, sempre mantenutasi nella citt; giacch la plebe naturalmente non ha mire ambiziose per dominare su i nobili, n da essi si allontana n con essi guerreggia, se non per intolleranza dell'oppressione. Colla morte dell'imperatore Corrado cominciarono le inquietudini del popolo contro de'nobili; poi si sfogarono i due partiti colla questione de'preti ammogliati; indi i pericoli di un esterno nemico contennero le interne fazioni; ma cessati che furono, sempre si videro rianimate, sintanto che, come dissi e come in appresso vedremo, rovin la Repubblica, e la citt si rese suddita di un solo.
(1208) Colla morte di Filippo, duca di Svevia, seguta l'anno 1208, non rimanevano che due pretendenti alla dignit imperiale, Ottone e Federico; ma Ottone venne proclamato in Germania re de'Romani, e in Roma incoronato imperatore da Innocenzo III. L'imperatore Ottone IV era, siccome dissi, del sangue della casa d'Este; egli era figlio di Arrigo il Leone, il quale, dopo d'avere seguitato l'imperatore Federico I nelle lunghe spedizioni d'Italia, per un tratto del suo dispotismo era stato privato della Baviera e della Sassonia. Questa era una cagione bastante per rendere l'imperatore Ottone nemico di Federico, e per renderlo caro ai Milanesi, come lo fu sommamente. In una lettera che quell'augusto scrisse ai Milanesi, si legge: Oblivisci non etiam possumus, quod vos, jam pacato Imperio, quod diu turbatum fuerat, tam discretos et tam honestos nuncios cum muneribus vestris ad nos destinastis, quos nos, sicut decuit, et sub illa gratia et devotione qua vos semper fovimus, et semper amplectemur, recepimus, munera quoque vestra tanto nobis fuerunt gratiora, quanto magis scimus illa ex affectu purae dilectionis fuisse transmissa(406). (1210) Venne in Milano Ottone IV l'anno 1210; e fu generale il giubilo e il plauso in tutti gli ordini della citt. Vi fu adorato; ed ei fece nascere questo caro sentimento coll'affabilit e colla bont sua. Egli non volle immischiarsi nelle cose della citt, ma, premuroso d'avere assistenza da noi, l'ottenne largamente: e part, accompagnato da buona scorta de'nostri militi, e d'ogni altro aiuto, per la conquista della Puglia, la quale sarebbe caduta in suo potere, se i maneggi del papa e del re di Francia non gli avessero suscitato nella Germania un forte partito, per collocare sul trono il giovine Federico. Il papa scomunic l'imperatore Ottone, il quale fu da ci obbligato a ritornarsene nella Germania ed abbandonare la Sicilia. Cremona, Pavia, Verona e alcune altre citt della Lombardia credettero di non dover pi riconoscere un imperatore scomunicato. Ma i Milanesi sempre gli furono affezionati, e nel ritorno per passare nella Germania fu in Milano accolto ed onorato. Partito che fu Ottone IV, passava da Genova per andarsene pure in Germania il di lui rivale Federico, e i Milanesi attaccarono i Pavesi, per contrastare ad esso il passaggio. (1212) Il papa, con sua lettera 21 ottobre 1212, c'intim che se non fossero state da noi rivocate alcune leggi, e se non fossero stati restituiti a Pavia i prigionieri che avevamo fatti, nessuno potesse pi parlare con un Milanese, nessuna citt potesse scegliere un Milanese per suo podest. Ordin in oltre che tutte le mercanzie de'Milanesi si sequestrassero; che alcuno non dovesse pagare i debiti che avesse verso di un Milanese; e in questa lettera perfino minacci di volerci trattare come Saraceni, e mandare contro di noi una Crociata(407). Tanto era impegnato il papa Innocenzo III contro di Ottone! L'amore de'Milanesi verso di Ottone IV non si cambi punto, nemmeno per questo. Il papa andava stimolando sempre pi i Milanesi ad abbandonare Ottone, il di cui partito s'indeboliva anche nella Germania; ma inutilmente. Sped finalmente a Milano due cardinali legati l'anno 1216, i quali, dopo aver adoperati, senza effetto, i loro maneggi per rimoverci dall'imperatore cui eravamo affezionati, ricorsero all'ultimo spediente: scomunicarono ogni Milanese, posero la citt a interdetto, ma non rimossero mai la fede dei Mlianesi dalla divozione verso dell'imperatore Ottone sino alla di lui morte, accaduta l'anno 1218. Per ottenere questa costante benevolenza, inalterabile in mezzo alle pi terribili prove che in que'tempi la potessero cimentare, bast a quel principe la sua bont e la cortesia delle sue maniere.
(1216) Nel tempo di questi torbidi, fra le censure e gl'interdetti, l'anno 1216, si compilarono in un codice gli statuti e le consuetudini di Milano; acciocch la sorte dei giudizi non fosse pi tanto arbitraria ed incerta, come lo doveva essere prima, appoggiata a mere tradizioni, e senza uno stabile monumento. Di questo codice se ne conserva un antico esemplare manoscritto nella biblioteca Ambrosiana. Un'altra bell'opera s'intraprese l'anno 1220, mentre era podest di Milano Amizone Carentano, lodigiano, e fu lo scavo d'un canale che da Cassano sino a Castiglione Lodigiano deriva le acque dell'Adda. Questo canale forma la ricchezza del contado di Lodi. Allora si chiamava Adda nuova; ora, non saprei per qual cagione, si chiama la Muzza(408). Gi quaranta anni prima era stato fatto l'altro cavo, che, guidando le acque del Tesino sulle terre sino ad Abbiategrasso, rendeva irrigabile una parte delle campagne milanesi; indi, nel 1257, questo cavo fu prolungato sino a Milano, siccome poi dir.  cosa maravigliosa che fra i torbidi interni ed esterni, in mezzo all'ignoranza di quel secolo, si ardisse di pensare a cos grandiose ed utili opere pubbliche, e si eseguissero, domando le acque, e guidando de'fiumi artificiali per lunghi tratti di paese.
S'erano dilatati, al principio del secolo decimoterzo, i due ordini de'frati predicatori e dei frati minori; e si erano intraprese moltissime ricerche contro l'eresia. Sappiamo le guerre mosse per questo titolo nella Francia contro gli Albigesi. Nella Germania non mancarono simili inquisizioni; e presso di noi si trovarono quindici stte di eretici, de'quali i nomi sono i Patarini, i Cattari, i Carani, i Concorezi, i Fursici, i Vanni, gli Speronisti, i Carantani, i Romulari, i Poveri di Lione, i Passagini, i Giuseppini, gli Arnaldisti, i Credenti di Milano, i Credenti da Bagnuolo; e quello che vi era di pi singolare, nessun uomo si nominava che fosse capo di setta, o nessun libro sul quale fosse appoggiata l'eresia. Nella Grecia sappiamo chi abbia insegnato gli errori degli Ariani, degli Eutichiani, de'Nestoriani, ecc. Ne'tempi pi a noi vicini sappiamo pure da chi prendessero le loro dottrine gli Hussiti, i Wiclefiti, i Luterani, ecc. Ma nel secolo decimoterzo si scopersero quindici stte di Novatori nel Milanese, senza che la storia ci nomini l'autore maestro delle dannevoli novit! Due secoli prima gli abitatori del castello di Monforte, nella diocesi di Asti, furono presi; e per titolo d'eresia terminarono la vita nel fuoco, siccome dissi al capitolo quarto. Fu quello il primo esempio, ch'io sappia, in cui solennemente siasi adoperata la violenza del supplicio, per difendere la mansueta religione di Cristo. Ora, nel secolo decimoterzo, questa maniera di sostenere il dogma venne generalmente in uso. Venne deputato dal sommo pontefice ad agire contro gli eretici san Pietro Martire, che allora si chiamava fr Pietro da Verona. Egli era domenicano, e per la distruzione dell'eresia aveva formato in Milano una compagnia(409), la quale era stata presa dal sommo pontefice sotto la sua protezione; e il breve di Gregorio XI si conserva nell'archivio di Sant'Eustorgio tuttavia. L'anno 1233 era podest di Milano Oldrado da Tresseno, lodigiano, il quale, secondando le mire dell'Inquisizione, consegn alle fiamme non pochi cittadini. La figura equestre di questo podest mirasi anche al presente, a basso rilievo in marmo, nella facciata verso mezzo giorno della sala del consiglio della Repubblica, ora l'archivio pubblico; e nell'iscrizione leggesi l'encomio d'aver bruciato i Cattari: Catharos ut debuit uxit, barbarismo postovi per far la rima col verso leonino: Qui solium struxit, Catharos ut debuit, uxit. Il Fiamma, riferendo le gesta di questo podest, dice: In marmore super equum residens sculptus fuit: quod magnum vituperium fuit. Hic primo haereticos capere fecit(410). Il conte Giulini non crede che questa sia stata cosa nuova di cos procedere cogli eretici; ma non allega fatto alcuno antecedente, n alcuna prova. Il supplizio dato agl'infelici abitatori del castello di Monforte fu una violenza militare che non aveva appoggio di legge, non tribunali o metodi costanti che ne formassero la sanzione. Ora si tratta di sistema. (1228) Noi abbiamo Tristano Calchi, il quale ci insegna che nell'anno 1228 furono pubblicate queste nuove leggi penali contro gli eretici: Novae leges latae adversus haereticos, quorum multiplices, et inauditis nominibus distinctae sectae erant; nam praeter Patarenos, quorum supra in Arnulpho memini, Cathari, Carani, Concoretii, Fursici, Vanii, Speronistae, Carantani, Romulares nuncupabantur; haecque labes non minus ad foeminas, quam viros pertinebat. Ita utrique sexui irterdicta superstitio est: proposita poena capitis, et domorum destructionis iis qui in ea perseverarent, aut tecto reciperent, alioque juvarent. Et subsequente anno, mense januario, Gufredus cardinalis sub titulo Sancti Marci, legatus pontificius, Mediolanum ingressus, lege sanxit (de comuni tamen archiepiscopi, ordinariorum, et populi consensu) ut praetor damnatos judicio ecclesiastico, intra decem dies capitali poena afficiat(411); e il Corio, nella sua storia, ci ha conservato lo statuto che allora si fece, e lo riferisce colle seguenti parole: In nome di Dio mille ducento vintiocto, ad uno giorno de zobia, al tredecimo de genaro, inditione seconda, in publica concione convocata a sono di campana secondo il solito: Che ne lo advenire niuno heretico dovesse stare n dimorare ne la citt de Milano... Che qualunque persona a sua libera voluntate potesse prendere ciascuno heretico. Item, che le case dove erano ritrovati, si dovessino ruinare, e li beni in epse si ritrovavano, fusseno pubblicati(412). Dal che pare evidente che il rigore delle legge penali contro gli eretici veramente nascesse nel 1228. L'arcivescovo di Milano in que'tempi era Enrico da Settala, ed era un attivo cooperatore coll'inquisitore per eliminare gli eretici. Dal gran numero delle stte improvvisamente scoperte,  facile l'argomentare che un gran numero di cittadini doveva essere poco contento di queste nuove leggi. In fatti l'arcivescovo fu bandito. Perci vennero scomunicati da un legato pontificio il podest e il consiglio di Milano. Nell'iscrizione sepolcrale di questo arcivescovo si scolp: Instituto inquisitore, jugulavit haereses(413), come riferisce il Puricelli(414); e chiaramente si conosce anche dalla storia milanese quanto poco si pregiassero allora la dolcezza, la mansuetudine e la piet; le quali ora, in tempi pi illuminati e felici, formano il principale fregio delle virt ecclesiastiche. L'inquisitore, nel corso di dicianove anni, aveva fatte incessanti ricerche contro tanti eretici, per modo che l'esempio di molti bruciati, altri banditi, le molte case demolite, molti patrimoni pubblicati, dovevano avere reso ammirabile il di lui zelo al di lui partito; ma del pari resa odiosissima la sua persona a chiunque temeva d'essere accusato di opinioni eterodosse. Ci non doveva essere difficile in Milano, dove ad un tratto quindici diverse eresie si erano inaspettatamente scoperte, e si volevano esterminare. Era stato bandito, come eretico, Stefano Confalonieri d'Alliate. Il Corio ci dice ch'esso Confalonieri venne avvisato, come per Fr Pietro era misso nel bando(415). Questo Confalonieri, di cui si doveva diroccare la casa, i di cui beni dovevano essergli tolti, si colleg con alcuni altri malcontenti. Il concerto si fece nelle terre di Giussano con Manfredo Cliroro, Guidotto Sacchella, Jacopo della Chiusa, Tommaso Giuliano, Carlo da Balsamo e Alberto Porro. Colsero essi l'inquisitore, mentre in compagnia di fr Domenico ritornava da Como a Milano, e nelle vicinanze di Barlassina, il giorno 6 aprile 1252, con una falce lo uccisero; e fr Domenico lasciarono s malamente concio, che in pochi giorni cess di vivere. Il partito maggiore allora cominci a risguardarli come due martiri della fede. Uno degli uccisori fu preso e posto prigione. Egli se ne fugg. Il popolo inquieto, che avidamente aspettava di vederne il supplicio, tumultuariamente strascin il podest e i suoi tre giudici, come complici della fuga, al tribunale dell'arcivescovo; saccheggi il pretorio; e fu deposto il podest, dopo avere corso grave pericolo della vita. Dei due uccisi, un solo ottenne la venerazione di santo, cio san Pietro Martire, canonizzato tredici mesi dopo la sua morte dal sommo pontefice Innocenzo IV. Alcuni anni dopo accadde un fatto simile nella Valellina, quando, l'anno 1277, frate Pagano da Lecco, domenicano, vi si port con fr Cristoforo e due notai, a fine di processarvi l'eresia; e Corrado da Venosta, signore consideratissimo in quel distretto, lo fece uccidere il giorno 26 dicembre 1277. I Domenicani ne conservano le reliquie in Como, e lo chiamano beato.
Dello spirito di questi tempi ce ne somministra idea il famoso affare della Guglielmina. Questa donna, nata in Boemia, viveva in Milano, dove mor nel 1281. Guglielmina fu tumulata pomposamente a Chiaravalle, le fu recitato il panegirico come beata. Lampade e cerei furonle accesi intorno al sepolcro, che diventava ogni d pi celebre per la guarigione degl'infermi; contribuendo a tale celebrit certa Mainfreda, e certo Andrea, sacerdote, ch'erano stati discepoli ed ammiratori della Guglielmina. L'Inquisizione volle istituire processo intorno a ci, e la conseguenza di tale processo fu che Guglielmina fu cavata dal sepolcro, e le di lei ossa bruciate; e la Mainfreda fu gettata viva nelle fiamme, e vivo parimenti fu bruciato il prete Andrea. Il popolo credette tutto nascere da prostituzione esercitata sotto velo di religione nelle adunanze della Guglielmina, e tuttora tal tradizione volgarmente vien ripetuta. Il Muratori, da un manoscritto antico che si trova nella biblioteca Ambrosiana, ha scoperto le accuse che si fecero a quegl'infelici(416). Guglielmina pretendeva d'essere lo Spirito Santo incarnato, e di essere figlia di Costanza, regina di Boemia, a cui l'arcangelo Rafaele l'aveva annunziata nel giorno di Pentecoste. Essa diceva d'essere venuta al mondo per salvare i Saraceni, i Giudei e i cattivi cristiani. Insegnava che sarebbe morta come donna, ma poi risorta per salire al cielo alla presenza de'suoi discepoli; e che Mainfreda sarebbe rimasta sua vicaria in terra, ed avrebbe celebrata la messa al sepolcro di lei, poi nella metropolitana in Milano, indi in Roma, ove, abolendo il papato mascolino, avrebb'ella seduto papessa. Tali almeno furono i deliri che vennero imputati a que'miseri, i quali, sotto il pietoso e illuminato regno dell'augusto Giuseppe II, riceverebbero una caritatevole assistenza de'medici per ricuperare il senno perduto; e allora furono consegnati al carnefice per una morte orrenda.
Comunemente le opinioni nuove intorno agli articoli della religione nacquero o presso nazioni occupate di oziose o sofistiche ricerche metafisiche, le quali si pregiavano di chimeriche e realmente vacue disputazioni, ovvero nacquero esse per un abuso degli studii sacri e dell'erudizione. Da noi, in mezzo all'ignoranza del secolo decimoterzo, nessuno di questi poteva aver loro dato nascimento. Il padre della erudizione italiana, Lodovico Antonio Muratori, ci ha fatto l'enumerazione degli errori che venivano attribuiti a questi eretici. La maggior parte di quelle opinioni chiaramente non  cattolica. Egli  vero per che alcune opinioni ivi censurate potrebbero avere un significato innocente, quali sarebbero le seguenti: Obest subdito et sacrato mala vita praelati. - In Ecclesia Dei non debent esse sacerdotes et diaconi mali. - Mali presbyteri non possunt ministrare. - Ecclesia non debet possidere aliquid nisi in communi. - Nullus malus potest esse episcopus. - Non licet occidere(417); ed  pur vero che non ci rimane alcun libro di quei tempi, nel quale si contengano le altre eresie che s'imputavano a tanti nostri Milanesi; ed il Muratori le ha tutte prese da un solo manoscritto di Armanno Pungilupo. Certo  che, essendo gl'inquisitori dipendenti affatto dal papa, e le loro sentenze dovendosi eseguire dalla podest civile col bando e colla morte, la vita e i beni di ciascun cittadino erano dipendenti dalla podest ecclesiastica di Roma, e conseguentemente Roma vi aveva indirettamente acquistata la sovranit.
(1220) Ritorniamo al filo della storia civile. Dopo la morte di Ottone IV, tanto benevolo verso di noi, Federico II venne in Italia, e fu coronato imperatore l'anno 1220. Venne dichiarato re de'Romani il di lui figlio Enrico. Federico odiava i Milanesi, ed era ben corrisposto. Noi lo consideravamo come erede del nome e dei sentimenti dell'avo distruggitore della nostra citt; e come l'inimico del nostro Ottone IV. Egli intim una generale dieta in Cremona; e questa voce precorsa bast a sedare le dissensioni civili. L'oggetto della propria conservazione soffoc le simult private, e fece rivolgere gli animi a concordi pensieri per la comune salvezza. Le citt di Lombardia, istrutte dai passati esempi, rinnovarono la loro confederazione. Venne l'imperatore in Cremona, e non vi trov i rettori di molte citt, i quali pure dovevano esservi tutti. Mancavano Milano, Verona, Piacenza, Vercelli, Lodi, Alessandria, Treviso, Padova, Vicenza, Torino, Novara, Mantova, Brescia, Bologna, Faenza e Bergamo. Se ne part sdegnato da Cremona, e immediatamente andossene a Borgo San Donnino, ed ivi dal vescovo d'Ildeseim fece scomunicare le citt che non erano comparse alla indicata dieta generale. Federico II and poi nella Sicilia, indi in Terra Santa; n gli avvenimenti e le relazioni che passarono fra il papa e lui appartengono al mio proposito. Enrico, re de'Romani, si ribell al padre. Sped a Milano lettere ed ambasciatori. I Milanesi si collegarono con lui. Venne Enrico superato dal padre, e fin i giorni suoi in carcere. Quest'ultima azione de'Milanesi determin pi che mai lo sdegno dell'imperatore Federico II a nostro danno. Egli entr dalla Germania nella Lombardia con un'armata, alla quale si unirono le forze d'Ezelino da Romano. (1237) L'anno 1237 l'armata imperiale, che aveva gi devastate le terre dei Mantovani, de'Veronesi e Vicentini, si accost a Brescia per soggiogarla. I Milanesi, che avevano pi volte ottenuta la fedele assistenza dei Bresciani, non tardarono a marciare al loro soccorso. I militi di Vercelli, di Alessandria e di Novara si unirono con noi; e il comandante era Enrico da Monza. Il nostro comandante fu uomo di talento nello scegliere il campo, poich si colloc in un luogo del Bresciano detto Minervio, avendo avanti la fronte un fiumicello profondo e un terreno paludoso, per cui il nemico non poteva venire a noi; e cos con un'armata inferiore di forze, pose l'imperatore nel caso di non poter tentare cosa alcuna sopra la citt di Brescia, senza temerci ai fianchi. L'imperatore, in fatti, abbandon l'impresa di Brescia, e si rivolse ad altro progetto. La stagione era gi inoltrata: eravamo gi in novembre. L'imperatore, congedati alcuni militi poco sicuri, fece credere di volersene andare a Cremona a svernare, e pass l'Oglio. I nostri, incautamente, sloggiarono dal loro campo; e si posero a tener dietro la marcia degl'imperiali, il perch non lo sappiamo. Passammo l'Oglio, e, nelle vicinanze di Cortenova, ci trovammo un fiume alle spalle, e da ogni altra parte gl'Imperiali, che di molto superavano le nostre forze. L'imperatore ci attacc in quella disgraziata situazione. La battaglia fu sanguinosissima. Noi eravamo stretti da ogni parte. Si combatt ostinatamente, finch la notte obblig i due eserciti a dar pausa all'azione. Noi eravamo, come dissi, alla fine di novembre, sotto una pioggia incessante, fra strade rese impraticabili in terreno cretoso. Gli avanzi ancor vivi del nostro esercito erano ammucchiati vicini al carroccio, che avevano sempre difeso. Al comparire del nuovo giorno pi non rimaneva che o la morte o la prigionia ai pochi Milanesi. Essi profittarono dell'errore che gli Imperiali commisero, col lasciare un lato scoperto, e per quello unitamente si salvarono. Prima per spogliarono il carroccio del gran vessillo, e lo fecero in pezzi; giacch non era possibile il trasportarlo. Se furono biasimevoli i Milanesi per essersi tanto incautamente avventurati a fronte di un nemico superiore di molto, essi per meritano stima per aver combattuto senza limite in una situazione nella quale non sarebbe stata vilt il deporre le armi, come fece, a Maxen nella Sassonia un grosso corpo di Prussiani che appunto aveva l'Elba alle spalle, e dalle armi imperiali austriache si trov attorniato in novembre dell'anno 1759. I nemici, al comparire del giorno, viddero con sorpresa che la preda era sfuggita. La disfatta de'Milanesi per a Cortenova fu un oggetto grande. L'imperatore Federico II certamente se ne glori con molto fasto. Il Martene ci ha conservata la lettera che quell'Augusto ne scrisse a Federico, duca di Lorena, in cui lo informa che fra morti e prigionieri si contavano diecimila de'nostri(418); e lo stesso autore ci ha conservata la lettera che l'imperatore scrisse al senato e popolo romano, al quale trasmise i rottami del nostro carroccio: Antiquos namque in hoc recolimus Caesares, dice l'imperatore, quibus ob res praeclaras victricibus signis gestas, senatus populusque romanus triumphos et laureas decernebant, ad quod, per praesens nostrae Serenitatis exemplum, vias votis vestris a longe praeparamus, dum, devicto Mediolano, currum civitatis, utique factionis Italiae principis, ad vos victorum hostium praedam et spolia destinamus, arrham vobis magnalium nostrorum et gloriae vestrae praemittimus(419). Da questo fatto si raccoglie di quanta considerazione fosse Milano in que'tempi,  factionis Italiae civitas princeps(420).
Gl'infelici avanzi del macello di Cortenova dovevano perire attraversando le terre di Bergamo; poich la totale sconfitta da noi sofferta aveva fatto nascere un timore sommo nelle altre citt: nessuno osava dichiararsi pi per noi, trattone Brescia, Piacenza e Bologna, citt le quali mantennero una ferma e sincera fede in favor nostro. Mancavamo di tutto, e di nulla eravamo sicuri; quando Pagano della Torre, che era signore della Valsasina, si slanci a proteggere gli avanzi dei nostri; gli scort nelle sue terre; somministr loro generosamente ogni soccorso; e li ricondusse nella patria. Quest'atto di beneficenza non rimase isolato. La gratitudine de'Milanesi non se ne dimentic, a segno che l'amore costante e la fiducia che i popolari milanesi conservarono dappoi verso la casa de'signori della Torre, tanto innalz l'illustre loro prosapia, che per qualche tempo ottenne la sovranit di Milano, come vedremo. Le azioni benefiche e le valorose sicuramente fanno nascere il rispetto presso di ogni popolo e in ogni tempo; e pare che in questo caso dovessero reciprocamente rispettarsi, e chi faceva e chi riceveva il beneficio. L'imperatore, dopo la vittoria, vedendosi padrone di quasi tutta la Lombardia intimorita, volle possedere Milano; e pretese che ci rendessimo a discrezione. Ma i Milanesi non si trovarono allora in quelle angustie che avevano oppressi i loro avi settantasei anni prima; e unanimemente deliberarono di morire tutti colle armi alla mano, anzi che soggiacere a tale misera condizione. L'imperatore fece venire nuove forze dalla Germania. Cominci a cimentarsi con Brescia, la quale si difese. (1239) Pass poi con una poderosa armata nel Milanese l'anno 1239. Due avvenimenti accaddero in favor nostro. Il papa Gregorio IX scomunic l'imperatore, ed accord indulgenze a chi avesse portate le armi contro di lui. A questo avvenimento convien pure aggiungerne un altro; e fu un ecclisse solare, accaduto il terzo giorno di giugno, il quale fu (secondo l'opinione di que'tempi) un manifesto segno della collera celeste contro di quel monarca. Egli era adunque alla testa d'una numerosa armata sulle nostre terre. Si propose in Milano la questione se dovevamo tenerci alla sola difesa, muniti entro della citt; ovvero se saremmo usciti ad affrontare il nemico. E quest'ultimo partito, proposto da Ottone da Mandello, prevalse. La condizione dell'imperatore, se di molto era migliore della nostra, per il numero de'suoi armati, essa per era assai attraversata dalle opinioni religiose. Preti, frati combattevano contro di lui, e confortavano ognuno ad offenderlo; e come l'imperatore stesso, scrivendone al re d'Inghilterra, dice: Ordinis fratrum minorum, qui non solum accincti gladiis, et galeis muniti, falsas militum imagines ostendebant, verum etiam praedicatione insistentes, Mediolanenses, et alios, quicumque nostram, et nostrorum personam offendebant, a peccatis omnis absolvebant(421). Uscimmo incontro a lui, e ci accampammo a Camporgnano. Le truppe avanzate imperiali si accostarono, e furono fatte in pezzi da'nostri, e il rimanente condotto a Milano. Si riconobbe che costoro erano Saraceni. Allora l'imperatore si inoltr, e pose il campo col grosso del suo esercito a Cassino Scanasio, d'onde l'obbligammo a sloggiare ben presto, coll'aver rotti alcuni sostegni ed inondato il di lui campo. Portossi l'imperatore a nuovo campo fra Besate e Casorate; ed ivi pensarono i Milanesi a restituire a Federico II il trattamento sofferto due anni prima a Cortenova. Mancava un fiume da porgli alle spalle. Scavammo un profondo canale fra il nostro campo ed il nemico, e vi facemmo sboccare l'acqua del Naviglio grande che allora chiamavasi il Tesinello. Tutto ci sembrava un'opera destinata alla difesa del nostro campo; ma il disegno era di chiamare l'imperatore di qua del canale, poi, per sorpresa, attaccarlo. Per riuscirvi si finse che i Comaschi avessero abbandonato il nostro partito, e pi non volendo combattere contro dell'imperatore, ci avessero lasciati. Dopo ci levammo le tende, e quasi ci ritirassimo per essere di troppo inferiori di forza, scomparvimo. Gl'Imperiali credettero a quest'apparenza, e passarono il canale per accostarsi a Milano; ma impetuosamente assaliti dai nostri, usciti all'improvviso dall'imboscata, vennero disfatti gl'Imperiali. Molti furono i prigionieri, e molti gli estinti sul campo, o precipitati nel fiume artificialmente scavato per tale effetto. Questo rovescio fece cambiare idea a Federico, che abbandon il Milanese, e si rivolse verso della Toscana.
(1245) Un altro tentativo fece l'imperatore Federico II contro di noi, sei anni dopo. Comparve egli l'anno 1245 con un'armata, e si pose dalla parte del Tesino, mentre al re Enzo, suo figlio, affid un altro corpo di truppe, che dalla parte opposta minacciasse la citt. I Milanesi da un canto seppero sempre opporsi a Federico, ed impedirgli di passare il Tesinello; e rimase loro un numero bastante di armati, per affrontare il re Enzo verso Gorgonzola, e farlo prigioniere. I prigionieri che Federico II aveva fatti a Cortenova erano stati barbaramente trattati. Il podest di Milano (che era Pietro Tiepolo, conte di Zara e di Tripoli, figlio di Jacopo Tiepolo, doge di Venezia) era caduto fra i prigionieri; e l'imperatore lo aveva fatto ignominiosamente legare sopra il fusto del riattato carroccio; e con vilipendio, condottolo prima in tal foggia a Cremona, lo trasport poi in seguito, unitamente agli altri prigionieri, nella Puglia, dove lo fece impiccare; e gli altri infelici con varii supplizi del pari ivi terminarono la vita loro. Ora i Milanesi avevano in poter loro i prigionieri fatti a Camporgnano, a Casorate, ed il figlio medesimo del nemico, il quale da noi fu restituito illeso al padre, colla condizione soltanto che n l'uno n l'altro avrebbero mai pi portate le armi contro Milano. Le armate partirono, n pi Federico ebbe che fare con noi.
Se la nostra citt fosse stata nel suo reggimento civile tanto saggia, generosa e cauta, quanto si mostrava valorosa, nobile e prudente nelle imperese militari, sarebbe assai pi grata la occupazione che ho scelta di tesserne compendiosamente la storia. Mio malgrado l'augusta verit mi obbliga ad alternare imparzialmente il racconto delle glorie esterne, e degli interni mali della patria; in cui l'incorreggibile prepotenza de'gradi teneva sempre irritato e nemico il partito del popolo; il quale (sensibile, com'egli ) colla virt e coll'amorevolezza avrebbe potuto affezionarsi ai nobili, e di concerto operar sempre per la felicit comune. I popolari, affezionatissimi a Pagano della Torre, per il beneficio ottenuto dagli avanzi di Cortenova, lo scelsero per loro protettore. Egli soggiornava in Milano, e del pubblico amore ne fa anche oggid testimonianza l'iscrizione posta al suo sepolcro in Chiaravalle:

Magnificus populi dux, tutor et Ambroxiani
Robur justitie, procerum jubar, arca Sophie,
Matris et Ecclesie defensor maximus alme
Et flos totius regionis amabilis hujus,
Cujus in occasu pallet decor ytalus omnis,
Heu de la Turre nostrum solamen abivit
Paganus, latebris et in umbram utitur istis.
MCCXLI. VI. jan. obiit dictus dominus Paganus de la Turre, potestas populi Mediolani(422).

Il popolo, dopo la morte di Pagano, scelse il di lui nipote, Martino della Torre, per essere da lui protetto contro de'nobili, ed a questo fu dato il titolo di Anziano della credenza. L'ufficio di questo tribuno del popolo era difendere ciascun popolare contro la usurpazione o prepotenza d'un nobile; sopraintendere all'uso ed amministrazione del pubblico erario; acciocch le entrate della Repubblica non venissero convertite in comodo privato. Oltre ci la Repubblica era sempre in que'tempi a cassa vuota, sebbene i privati fossero benestanti; quindi si voleva dal popolo assicurare un fondo stabile, che potesse servire alle pubbliche spese, e prevenisse le angustie all'occasione della difesa; angustie provate singolarmente nell'ultima guerra che ci port Federico II, siccome or ora dir. Allora non vi  memoria che si ricevesse per anco tributo sul sale. Il pedaggio che pagavano le mercanzie era tutto a profitto della comunit de'negozianti; i quali avevano l'obbligo di conservare le strade, ripararle e custodirle, in modo che delle mercanzie rubate sulle pubbliche strade la comunit medesima era tenuta a rifarne il danno. La tariffa si vede annessa all'antico codice de'primi statuti, compilati nel 1216, siccome ho detto, e il conto si vede fatto a quattro denari di pedaggio per ogni lira di valore della merce; il che rimonta al tenue tributo di uno e due terzi per cento sul valore. Nemmeno la mercanzia adunque contribuiva alla cassa pubblica. Alcuni che pretendevano alla signoria delle terre, obbligavano gli abitatori di quelle a ricevere da essi i pesi, le stadere e le misure(423). Alcuni privati possedevano un consimile diritto in Milano medesima, e chiamavasi jus sextarii(424). Ma nemmeno di questi tributi sopra i pesi e le misure colava alcuna somma nell'erario della Repubblica. V'erano anche allora i diritti esclusivi di poter tenere osteria nelle terre e di vendere vino minutatim ad modum tabernae(425), come da una carta dell'archivio di Monza pubblicata dal conte Giulini(426). Ma di essi non pare che fosse al possesso la comunit di Milano. Erano dritti posseduti da privati. Da ci facilmente si comprende che pochissima rendita doveva avere la Repubblica, e quella sola che proveniva dai delitti i quali, per l'antica tradizione longobardica, erano condannati con pene pecuniarie. Ma questa rendita era insufficiente, massimamente ne'bisogni straordinari; tanto pi che le terre dei banditi si abbandonavano senza cultura, con incauto consiglio, se puramente si consideri l'economia pubblica; ma non affatto senza ragione, qualora si rifletta a que'tempi burrascosi, nei quali conveniva che nessuna utilit uomo alcuno potesse ritrarre dalla rovina d'un cittadino. Una legge  come una fabbrica d'architettura; conviene averla osservata da tutt'i lati, prima di poterne dare una opinione ragionevole; e le pi strane talvolta, in alcune circostanze, sono le pi sapienti. Per riparare la miseria della Repubblica gi s'era, l'anno 1228, fatto un decreto per cui sei eletti aver dovessero l'ufficio di censura e conoscere ogni amministrazione pubblica; ed  una prova della difficolt somma che s'incontrava nelle elezioni per il contrasto dei partiti, l'osservare come il decreto stabil: che diciotto uomini si scegliessero a sorte, e di questi se ne eleggessero sei, i quali, dopo sei mesi, terminassero il loro ufficio ed eleggessero altretanti loro successori(427). Questo modo di eleggere a sorte, per necessit s'era anco esteso ad altri uffici(428). Ma queste circospezioni non rimediavano alla povert del fondo pubblico. Perci, all'occasione della guerra di Federico II, i nostri antenati ricorsero ad uno spediente che comunemente si crede una invenzione de'tempi a noi pi vicini: e lo spediente fu, di porre in corso della carta in vece del denaro. Abbiamo nel Corio, all'anno 1240, i decreti fatti dalla Repubblica per conservare il credito a questa carta. Decreti saggi veramente, coi quali si ordinava che tutte le condanne pecuniarie si potessero pagare al comune di Milano colla carta; che nessun creditore privato fosse obbligato a riceverla in pagamento; che nessun debitore potesse essere nemmeno soggetto a sequestro, s tosto che possedesse tante carte corrispondenti al suo debito. Si doveva pensare dunque a ritirare le carte in giro, sostituendovi egual valore in denaro. Si doveva pensare a costituire alla Repubblica una rendita indefettibile e proporzionata ai bisogni dello Stato. Non v'era altro spediente, se non se quello di formare un catastro delle terre, e sopra del loro valore distribuire un carico. A ci naturalmente si opponevano i ricchi ed i nobili; su questo insisteva il popolo; e di ci singolarmente venne commessa la cura al nuovo anziano della Credenza, Martino della Torre.
Per dare un'idea delle somme angustie di denaro nelle quali la nostra repubblica si trov in que'tempi, e per comprendere sempre pi lo spirito del sistema nostro civile e delle opinioni, non sar discaro a'miei lettori ch'io per intiero trascriva in questo luogo il contratto che si fece fra la citt di Milano e il capitolo di Monza, per ottenere un calice d'oro in mero deposito, per servircene di pegno affine di ritrovare denaro. La carta sta nell'Archivio di Monza, segn. n. 91, e a me fu cortesemente somministrata dal signor canonico teologo Frisi, noto scrittore di quella basilica. In nomine Domini nostri Jesu Christi. Anno nativitatis ejusdem millesimo ducentesimo quadragesimo quinto, die veneris, tertio die novembris, indictione quarta. Cum dominus Ubertus de Vialata, potestas Mediolani, et Guido de Casate, Guido de Mandello, Philippus de la Turre, Johannes de la Turre, Guillelmus de Sorexina, Probinus Ingoardus, Rezardus de Villa, Justamons Cicata, Lampugnianus Marcellinus, Burrus de Burris, Artuxius Marinonus, Guillelmus de Lampuniano, Anselmus de Lampuniano, Anselmus de Tertiago, Roxate de la Cruce, Landulphus Crivellus, Niger Grassus, Guizardus Morigia, Mollo Bechanus, Caruzanus Moronus, Ameratus Mainerius, et Bonincontrus Incinus, consiliarii, et secretarii, et sapientes Communis Mediolani, plurimum cum precum instantia institissent apud dominum Ardicum de Sorexina, archipresbyterum de Modoetia, et Canonicos, et Capitulum illius Ecclesi , et cum domino G. de Montelongo, Apostolic  Sedis Legato, ut concederent et accomodarent eidem Potestati et Consiliariis et Sapientibus, seu Comuni Mediolani, partem aliquam thesauri illius Ecclesi  ad ponendum in pignore pro pecunia necessaria habenda Comuni Mediolani, qu  alio modo inveniri vel haberi non potest, ut asserebant expresse; et illam Ecclesiam indepnem servare volebant, et cito illum thesaurum restituerent: ad quorum preces et istius domini Legati suprascripti, domini Archipresbyter et Canonici humiliter, pro honore et utilitate Comunis Mediolani, condescendentes, pr sente et volente isto domino Legato, obtulerunt, concesserunt istis Potestati, et Consiliariis, et Sapientibus, et Comuni calicem unum auri de thesauro Modoetiensis Ecclesi , ponderis unciarum centum septem auri, cum auriculis et cum ornamento multorum lapidum pretiosorum. Et ideo pr dictus dominus Ubertus de Vialata, Potestas Mediolani, et isti Consiliarii, et Secretarii, et Sapientes, data eis licentia, et fortia, et auctoritate a Consilio quadringentorum, et trecentorum, et centum novo et veteri, sicut dicebant, reformato, inscriptum in libro Comunis Mediolani fatiendi infrascriptam obligationem et omnia infrascripta, promiserunt namque et gaudiam dederunt, et omnia eorum bona et bona Comunis Mediolani pignori obligaverunt, quilibet eorum in solidum, dicto domino Arderico de Sorexina archipresbytero de Modoetia, recipienti suo nomine, et nomine Ecclesi , et totius Capituli de Modoetia, et singulorum Canonicorum dict  Ecclesi , quod exigent, reddent, et dabunt absque aliqua diminutione, libere et absolute, hinc ad natale proximum, isto domino Archipresbytero et Canonicis seu Capitulo suprascriptum calicem aureum cum gemmis et lapidibus preciosis ornatum, omnibus eorum et Comunis Mediolani dampnis et expensis, istorum Archipresbyteri, et Canonicorum et Ecclesi . Et renuntiaverunt exceptioni non accepti calicis, et omni alii exceptioni, qua se tueri aliquo modo possent, et defendere, et maxime quod non possent dicere se obligatos esse pro Comuni seu pro rebus Comunis, sed ita teneantur ut conveniri possint in solidum etiam finito et deposito eorum offitio et fortia et auctoritate, ac si pr dicta omnia in propria cujuslibet eorum proprietate pervenissent. Et renuntiaverunt beneficio nov  constitutionis et epistol  Divi Adriani et omni alio auxilio quo aliquo modo se tueri possent, usus et legis et statuti et ordinamenti facti vel quod a modo possit fieri vel fieret. Sed omni tempore possint cum effectu conveniri, non obstantibus aliquibus feriis vel earum dilationibus faciendis vel factis. Et promiserunt ut supra dictus Potestas et isti Consiliarii, et Sapientes quod nec aliquis pr dictorum dabit aliquo modo vel aliquo ingenio, etiam consentientibus istis Archipresbytero et Canonicis aliquid aliud pr ter pr dictum calicem loco illius calicis, sed ipsum specialem calicem integrum cum lapidibus et gemmis absque diminutione aliqua. Et ibi dictus dominus, G. de Montelongo Legatus Apostolic  Sedis, auctoritate su  legationis et voluntate ipsius Potestatis, et Secretariorum, et Consiliariorum, et Sapientum pr dictorum, ab infrascripto termino in antea eos omnes et Consilium Comune excomunicationis vinculo subjecit et subposuit ex tunc si pr dicta ut supra ad ipsum terminum non essent servata, excepto Potestate pr dicto. Ad quorum observantiam et majorem firmitatem praedicti Secretarii, et Consiliarii, et Sapientes superius nominati juraverunt, corporaliter tactis Sacrosantis Evangeliis, omnia superius memorata, et quodlibet pr dictorum observare el facere et facere observari per Comune Mediolani. Actum in campis de Albairate, in exercitu contra Fridericum condam imperatorem(429). Poi vi sono le sottoscrizioni. Da questa carta conosciamo primieramente a quale estremit fosse il credito della Repubblica, se di tante cautele vi fu bisogno per ottenere in deposito, dal giorno tre di novembre sino al 25 dicembre, un calice d'oro, e se fu bisogno di ricercarlo. Il peso dell'oro corrispondeva a millequattrocento zecchini, i quali nessuno gli affidava senza quel pegno. Poi riscontriamo le formalit dei contratti quasi simili alle nostre. Scorgesi come il legato pontificio vi fa la figura che ne'secoli prima avrebbe fatta l'arcivescovo, ma per gradi l'autorit del metropolitano s'era omai annientata, e il sommo pontefice, colle bolle e coi brevi, disponeva di tutto. In questi brevi, dice il conte Giulini parlando di questi tempi(430), ben si scuopre la differenza che passa fra l'autorit ch'esercitava il papa (Gregorio IX) a Milano ne'presenti tempi, e quella ch'esercitava ne'secoli scorsi. L'introduzione de'religiosi Minori e de'Predicatori nelle citt, come giov maravigliosamente a ricondurvi i buoni costumi ed a bandire gli errori, cos serv anche ad accrescere in esse il dominio del sommo pontefice, e diminuire quello de'vescovi. I frati s'erano resi indipendenti dai vescovi. Anche le monache erano indipendenti. Un frate francescano era salito sulla sede metropolitana, e ne sosteneva la dignit cos poco, quasi nemmeno fosse vicario del papa. Questo arcivescovo chiamavasi Leone da Perego; e allora il legato del papa, che quasi sempre risiedeva in Milano, faceva operare in Milano i vescovi di altre diocesi, senza nemmeno parteciparlo all'arcivescovo(431). Alessandro IV termin l'opera di Gregorio VII. Due secoli si adoperarono per una tale rivoluzione. Nel 1056 cominciarono i primi tentativi: e nel 1255, al 5 di febbraio, Alessandro IV scrisse ai vescovi di Novara e di Tortona, ordinando loro che ponessero in Milano i Francescani in possesso della basilica e canonica di San Nabore; il che fu eseguito senza nemmeno vi fosse nominato l'arcivescovo(432). Il papa medesimo comandava ai frati di abbandonare il rito ambrosiano(433). Cos, era affatto annientata l'autorit del metropolitano, di cui ho dato cenno sul fine del capitolo primo. La pontificia romana autorit ordinava che pi non si riedificasse la fortezza di Cortenova nella diocesi di Bergamo. Ordinava che i Milanesi si portassero a conquistare il castello di Mozzanica. Questi ordini venivano scritti all'inquisitore, acciocch egli comandasse alla Repubblica con apostolica autorit. Ordinava che si entrasse nel castello di Gattedo; che colla forza se ne dissotterrassero i cadaveri e si abbruciassero; che tutte quelle case si demolissero; e ci perch Egidio, conte di Cortenova, Uberto Pelavicino, Manfredo da Sesto, Roberto Patta di Giussano erano qualificati fautori di eretici(434). Non far dunque maraviglia se nessun cenno si fa dell'arcivescovo nel pegno di questo calice, ma bens del legato. In questa carta  pur meritevole di osservazione il vedere che gi eravi l'uso delle ferie, e il privilegio di non essere chiamati in giudizio i debitori in que'giorni feriati. Si osserva che il podest era eccettuato dalla scomunica, perch, col terminare dell'anno, cessava ogni potere in lui. Finalmente veggonsi chiaramente indicati i tre partiti dei Capitani, della Motta, e la Credenza di Sant'Ambrogio: a consilio quadringentorum et trecentorum et centum, novo et veteri(435). Il consiglio de'quattrocento era composto da'nobili del primo ordine, e gli altri da quei della Motta e della Credenza di Sant'Ambrogio(436). Mi lusingo che questa uscita non sar spiaciuta a'miei lettori, ai quali dir che liti e scomuniche e disturbi lunghi vi furono poi per ottenere che il calice d'oro venisse restituito; il che era bene da prevedersi: mentre, dopo cinquantadue giorni, nell'estrema angustia della guerra nella quale si trovava la citt, non era possibile ch'essa rinvenisse il denaro per ricuperare quel pegno. I contratti, quando hanno bisogno di tante e s moltiplicate cautele, per lo pi non sono osservati. La buona fede  chiara e semplice, e l'artificio  pieno di previdenze.
La necessit di stabilire un carico indefettibile sulle terre, si  conosciuta abbastanza da quanto si  detto. Questo era il voto del popolo: a questo fine Martino della Torre era stato creato anziano della Credenza; e si eresse un ufficio censuario, che si chiam Officium inventariorum, perch ivi contenevasi il catastro, ossia l'inventario (siccome volgarmente si dice) di tutt'i fondi stabili, coi loro possessori, senza eccettuarne gli ecclesiastici(437). Il legato apostolico proib con suo decreto l'imporre gravezza veruna alle persone o case religiose(438); ma, ridotto a termine il generale catastro, si pens a porre un sistema. Si fece una ricapitolazione dei debiti pubblici; e, ripartita questa somma in otto eguali porzioni, si stabil che per otto anni si distribuisse sopra del censo una di queste porzioni ogni anno, col nome di fodro ovvero taglia; e cos dopo otto anni venisse saldato ogni debito e tolta alla circolazione la carta. (1248) Questo regolamento fu pubblicato l'anno 1248, come pu vedersi nel Corio a quell'anno, e questa  la pi antica memoria del carico prediale nel nostro paese: giacch prima non si ha notizia se non di tributi sopra i frutti ovvero sulle persone. Col terminare dell'anno 1256 i debiti pubblici dovevano essere pagati. (1257) Fu eletto podest di Milano, per l'anno 1257, Beno de'Gozadini, bolognese. Egli aveva gi, negli anni precedenti, servito utilmente la Repubblica, perfezionando il catastro de'fondi censibili. Egli pens di lasciare un monumento benefico e glorioso, prolungando sino alla citt di Milano il cavo del Tesinello, il quale terminava ad Abbiategrasso. Ho gi detto come dal Tesino sino ad Abbiategrasso fu derivata l'acqua del Tesinello, settantotto anni prima, cio nel 1179. Si trattava ora di produrre il cavo per lo spazio di quattordici miglia, e cos dare un nuovo e perpetuo valore alle campagne per tutta quell'estensione. V'era il fondo censibile ridotto a catastro. Da otto anni era gi in pratica l'esazione di quel tributo. Beno de'Gozadini vide che, prolungando questo carico, a fine di eseguire il suo progetto, realmente non pagavasi dai contribuenti un tributo, ma si bonificavano le terre, e s'impiegava il denaro in utilit sensibile di quei medesimi che venivano tassati. Su questo principio, credette egli non potersi con giustizia lasciar esenti i fondi ecclesiastici, n obbligare i laici a pagare la porzione del beneficio fatto ai primi. Fu la grande opera intrapresa, e vigorosamente, in pochi mesi, condotta a fine. Meritava Beno de'Gozadini le adorazioni de'suoi contemporanei, e un pubblico monumento che ricordasse alle et future ch'egli, nel 1257, per quattordici miglia condusse le acque del Tesino sino ai sobborghi di Milano, creando un valore nuovo e perpetuo sulle campagne irrigabili, e preparando il comodo della navigazione, che venne da poi aperta dodici anni dopo. Vorrei poter tacere la ricompensa che ne ottenne. Il popolo, prima che fosse terminato l'anno, tumultuariamente lo massacr, e, strascinandolo ignominiosamente sino al navilio da lui scavato, ivi lo affog miseramente! La memoria di lui fu calunniata; e la calunnia eccheggi sin ora ne'libri de'nostri storici, imputandogli avane e tributi imposti, o non facendo menzione di lui, ovvero diminuendo il merito dell'impresa. Il conte Giulini lo condanna pure, ma racconta i fatti(439).  tempo omai, dopo cinquecento ventidue anni (nel 1779), che la voce libera d'uno scrittore implori all'onorata cenere di Beno de'Gozadini riposo e pace, e ricordi ai concittadini suoi questa atroce ingiustizia commessa dai loro antenati, troppo incautamente sedotti, a quanto pare, in que'tempi infelici da un ceto venerabile che voleva difendere le immunit come parti essenziali della religione. Ripariamola ora noi, e la riparino i nostri posteri, ed ogni volta che rimireremo il canale che d ricchezza alle terre e porta l'abbondanza nella citt, ricordiamoci che ne abbiamo l'obbligazione a un onoratissimo Bolognese, Beno de'Gozadini, e ne sia consacrato il fausto nome all'immortalit!

Capitolo 10.

Della signoria de'Torriani; e principii della grandezza della casa Visconti, sino al cominciamento del secolo XIV

Verso la met del secolo decimoterzo l'Impero era immerso nell'anarchia e nella confusione. Vi erano pi rivali, e ciascuno s'intitolava augusto ed aveva un partito; rivali deboli per, e appena bastanti a nuocersi scambievolmente; e perci l'autorit imperiale pi non vi era; anzi, riguardo alla storia di Milano, dobbiamo considerare l'influenza dell'imperatore sospesa sino alla fine del secolo decimoterzo. Gl'imperatori Corrado IV, Guglielmo d'Olanda, Riccardo di Cornovaglia, Alfonso di Castiglia, Rodolfo di Habsburg, Adolfo di Nassau e Alberto I non ebbero che poca o nessuna parte negli avvenimenti di Milano, dove si ritorn a riconoscere l'autorit cesarea colla venuta di Enrico (sesto per gl'Italiani, ma comunemente chiamato settimo), che ascese alla dignit imperiale l'anno 1308. Frattanto la citt viveva tra le fazioni, cercando al solito i nobili d'opprimere la plebe, e questa di contenere i nobili ed umiliarli. La forma civile della societ era incerta, non fondata sopra costituzione alcuna. La libert, i beni, la vita non avevano altra protezione che la forza o l'astuzia. Questo stato di vera guerra piuttosto che di repubblica, peggiore della stessa tirannia, rendeva insopportabile a ciascun cittadino la propria condizione. Il solo motivo per cui non si eleggeva un principe stabile, era la fiducia che hanno sempre i governi liberi, di correggere colla propria autorit i propri mali; ma frattanto per intervalli si eleggeva un dittatore. Si  gi veduto nel capitolo precedente come Pagano della Torre dominasse col titolo di protettore del popolo; egli fu proclamato tre anni dopo l'affare d Cortenova, cio l'anno 1240. Si  pure accennata la nuova carica di anziano della Credenza, conferita dal popolo a Martino della Torre, nipote di Pagano, l'anno 1247. Cos la citt cominciava ad accostumarsi al governo d'un solo. Il disordine civile crebbe dappoi, e si dovette pensare ad eleggersi un sovrano potente, a fine di preservarci dagli insulti de'nemici vicini, e di contenere i mali delle civili dissensioni. Il primo passo verso la monarchia ascende all'anno 1253, nel quale Manfredo Lancia, marchese d'Incisa, fu creato signore di Milano per tre anni. E ben si vide quanto fosse necessario quel partito, poich, appena terminata che fu quella temporaria monarchia, scoppiarono pi che mai gli odii e le dissensioni fra la plebe e gli ottimati, avendo sempre la plebe alla testa i signori della Torre. Si cercava non pi se dovesse la citt esser libera ovvero soggetta, ma si disputava a chi dovesse consegnarsene la signoria. Le fazioni, spossate e stanche, combattevano alla fine per far avere la preferenza a quel signore che ciascuna bramava. Il popolo voleva Martino della Torre; un altro partito voleva Guglielmo da Soresina; i nobili espulsi proponevano Ezelino da Romano, uomo celebre nella storia di Brescia, Verona, Vicenza, Padova e Marca Trivigiana. Accadde che nessuno volle cedere al partito contrario, e si elesse il marchese Oberto Pelavicino signore di Milano per cinque anni. I signori della Torre rimanevano frattanto in Milano, godendo di tutta l'influenza del popolo, ma riconoscendo la signoria del marchese, il quale s'intitol capitano generale di Milano. Non piaceva al papa che si andassero formando nell'Italia signori troppo potenti; perci gli erano poco accetti e i Pelavicini e i Torriani ed Ezelino. L'Inquisizione non manco di adoperarsi per abbassare il capitano generale di Milano. I frati predicatori lo diffamavano come fautore degli eretici; e frate Rainerio da Piacenza, inquisitore in Milano, dal pulpito minacci scomunica ai Milanesi se ricevevano il marchese(440): e il marchese scacci l'inquisitore da Milano. Una moltitudine di forestieri s'incammin processionalmente verso Milano. S'era inventata in Perugia allora l'usanza di flagellarsi, e si era sparsa questa opinione che fosse atto religioso il percuotere se medesimo; onde a turbe andavano, nudi dalla cintura in su, da una citt all'altra questi promulgatori del nuovo rito, rappresentando dovunque un orrendo spettacolo di cilicii e di flagelli. Il marchese Pelavicino si diffid di tanta divozione, e sulla strada fece piantare seicento forche, vedute le quali, la processione rivolt cammino: Sexcentae furchae parantur; quo viso recesserunt(441), dice il Fiamma(442). Sembra che i papi avessero formato il progetto di stendere insensibilmente la loro sovranit anche sopra Milano e sopra la Lombardia, profittando della debolezza dell'Impero e delle civili discordie delle citt. A tal fine si opponevano, destramente bens, ma non risparmiando mezzo alcuno, contro di ogni famiglia che alzasse il capo a primeggiare: poich, rimanendo alle citt il solo partito del principato per dare una forma stabile e sicura al loro governo, quello che sopra d'ogni altro avvenimento pi doveva spiacere a Roma, era appunto che alcuna famiglia s'innalzasse ad ottenerlo. Questa fu la base della politica de'sommi pontefici; e la storia seguente ci far conoscere quanti ostacoli abbia sempre posti la corte di Roma all'ingrandimento, prima dei signori della Torre, poscia dei signori Visconti, che Roma istessa aveva da principio favoriti, per abbassare con essi il potere de'Torriani.
(1261) L'origine della grandezza della casa Visconti si pu fissare all'anno 1261: non gi che io intenda per ci, ch'ella da prima fosse oscura affatto od ignobile, il che sarebbe falso. Gi accennai un celebre Ottone Visconti al capitolo sesto, che mor in Roma centocinquant'anni prima di quest'epoca. Accennai pure altro di simil nome, console della citt, assediata dall'imperatore Federico cent'anni prima. Ma l'origine di sua grandezza non ascende pi in l: perch, sebbene ella si fosse gi condecorata con feudi ed antichi privilegi, sebbene ella si fosse gi illustrata col valore di qualche suo antenato, nulla era di pi che una delle famiglie nobili e generose, ma non potente n ricca n in condizione di lasciar prevedere la grandezza a cui rapidamente ascese; diventando poi, non solamente sovrana della sua patria, ma in meno d'un secolo regnando sopra venti altre citt, e dilatandosi poi poco dopo alla grandezza di aspirare al regno d'Italia e possedere trentacinque citt, fra le quali le pi floride della parte settentrionale d'Italia, come vedremo. Colla fortuna de'Visconti crebbe l'adulazione, e i genealogisti ammassarono le pi grossolane menzogne, le quali vennero poi accettate con rispetto e credulit. Di ci accader in seguito occasione di accennarne qualche cosa di pi; ora conviene indicare come nacque la fortuna dei Visconti. Gi sino dal 1257, in cui mor l'arcivescovo Leone da Perego, la sede metropolitana di Milano era vacante a cagione di due ostinati partiti che dividevano gli elettori. I nobili volevano fare arcivescovo Francesco da Settala, e i popolari volevano Raimondo della Torre, figlio di Pagano e zio di Martino, anziano della Credenza. Venne a Milano, l'anno 1261, il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, ritornando dalla legazione di Francia. Egli alloggiava nel monastero di Sant'Ambrogio. Sono d'accordo i nostri scrittori nell'asserire che Martino della Torre, un giorno in cui meno se lo aspettava il cardinale legato, comparve sulla piazza di Sant'Ambrogio alla testa d'un forte squadrone di cavalleria, che ivi fece schierare; e il cardinal legato, sorpreso dal rumore delle trombe militari, non senza inquietudine ne ricerc il motivo; al che fu dato riscontro, come il signor Martino della Torre informato che allora il signor cardinale partiva, era venuto per onorevolmente accompagnarlo fuori della citt. Il cardinale scelse il miglior partito; dissimul, e ricevette cortesemente come un onore la violenza che gli veniva fatta, e se ne part. (1262) Pochi mesi dopo, cio il giorno 22 luglio 1262, il papa Urbano IV nomin arcivescovo di Milano Ottone Visconti, arcidiacono della chiesa milanese(443), uomo che il cardinale legato aveva riconosciuto in Francia ambiziosissimo, smanioso per comandare, violento; l'uomo in somma opportuno a bilanciare ed abbattere il potere de'Torriani, tosto che ne avesse i mezzi. L'elezione era sempre stata libera agli ordinari, e quella fu la prima volta in cui il papa vi s'intromise; il che  stato anche osservato dal nostro conte Giulini. La lunga discordia, dic'egli, de'nostri ordinari fu ad essi molto nociva, perch a cagion di questa soffer un gran crollo il loro antico insigne diritto di eleggere l'arcivescovo(444). Alcuni de'nostri scrittori attribuiscono il fatto di Martino della Torre a ci che, invogliatosi il legato d'una preziosa gemma del tesoro di Sant'Ambrogio, da essi chiamata carbonchio, cercasse colla sua autorit di appropriarsela; per lo che i canonici erano assai imbarazzati, e Martino per tal modo li trasse d'inquietudine. Altri credono che il legato si adoperasse per escludere dall'arcivescovado Raimondo della Torre; e sembra cos pi verosimile la cagione del vigoroso partito preso da Martino. Ma questa inaspettata elezione d'un arcivescovo fatta dal papa, doveva cagionare sorpresa nella citt, negli ecclesiastici e nella signoria. In fatti Martino della Torre e il marchese Pelavicino, intesa ch'ebbero tale novit, occuparono immediatamente tutti i beni dell'arcivescovado. Il papa, senza indugio, pose la citt di Milano all'interdetto. Poco dopo, in Lodi, venne a morte Martino della Torre, e prima di morire ottenne che il popolo di Milano eleggesse alla sua dignit Filippo, di lui fratello, siccome avvenne, ed ebbe il titolo di podest perpetuo del popolo; ma ne godette poco, poich mor improvvisamente, e gli fu successore Napoleone, ossia Napo della Torre, figlio del famoso Pagano.
I signori della Torre andavano crescendo sempre pi in potenza. L'arcivescovo Ottone Visconti aveva un nome vano; ma, esule dalla patria, non poteva ricavare cosa alcuna, nemmeno dalle terre arcivescovili, occupate dai Torriani. L'interdetto e gli anatemi non avevano arrestato il corso della grandezza loro. Essi possedevano Como, Lodi, Novara, Vercelli, Bergamo e Brescia; non gi con sovranit decisa ed ereditaria, ma indirettamente, con varii titoli e magistrature, esercitandovi il supremo potere. La influenza loro negli affari d'Italia era gi tale, che Filippo della Torre si era collegato con Carlo conte d'Angi e di Provenza, fratello del re di Francia Luigi IX, affne di far ottenere il regno di Napoli al conte d'Angi; e l'accortezza di Napo della Torre gli sugger d'indurre il popolo di Milano ad eleggere esso conte per suo signore per cinque anni, dopo che fu egli dichiarato re di Sicilia. Cos, dando l'odioso titolo di sovrano al re Carlo, lontano, beneficato e debole, Napo della Torre dominava con minore invidia nella Lombardia, celando la sovranit e adescando la moltitudine con modi popolari e con largizioni splendidissime, aprendo corti bandite, con mense apprestate sulle pubbliche strade della citt, a beneficio del popolo: di che minutamente ne tratta il conte Giulini(445). Furono magnificamente accolti in Milano, mentre i signori della Torre la reggevano, il papa Innocenzo IV, il quale vi fece ingresso il giorno 7 luglio 1251; il re di Francia Filippo III, nel 1271; il re d'Inghilterra Edoardo, colla regina Leonora sua moglie, nel 1273. Pare esagerato il numero di duecentomila persone, che i nostri autori asseriscono essere uscite da Milano per incontrare il papa Innocenzo; ma certamente la citt si andava popolando e crescendo, a misura che in essa si ergeva una potenza capace di mantenervi l'ordine. Le strade della citt cominciavano a lastricarsi nel 1271. I signori della Torre avevano un alloggio grandioso. Il loro palazzo era dove oggid trovasi la chiesa del Giardino, e in quei contorni si cominciarono a lastricare le strade. Napo della Torre non voleva apertamente palesarsi sovrano, n romperla colla corte di Roma. Egli teneva in suo potere i beni dell'arcivescovato; teneva esiliato l'arcivescovo Ottone, che per quindici anni non pot mai vedere la sua sede, non che goderne; teneva depressi i nobili ed esuli i fautori del Visconte; ma non si opponeva alle preghiere che la citt faceva al papa per essere liberata dall'interdetto. (1268) Venne a questo fine a Milano un legato pontificio, l'anno 1268, cio sei anni dopo fulminata la censura; e il Corio c'informa che il legato expuose come non levarebbe lo interdicto insine che tutta la plebe e famiglie non iuravano fede ala Romana Chiesia. Il che essendosi exequito: a Turriani dimand che principalmente si reconoscessino ad Otho Vesconte, come a vero presule e pastore: secondariamente, che fusse restituito quanto era occupato de la archiepiscopale sede: tertio, che a li chierici nel tempo a venire non fosse posta alchuna graveza: le quali cose facendosi, lev lo interdicto. La prima condizione mostra chiaramente quai fossero le mire di Roma, e l'ultima era la pi a proposito per sanare la perdita dell'elezione dell'arcivescovo, e rendere il clero della chiesa milanese propenso alle mire di Roma. Gl'interessi dell'Italia, se si fosse avuto in vista di conservarla una nazione sola riunita, erano conformi alle mire di Roma; ma l'interesse personale super sempre. Quindi anche queste promesse furono senza effetto veruno; poich n l'arcivescovo pot venire in Milano e godere delle rendite, n gli ecclesiastici furono esentati dai carichi, ai quali i frati e i preti si tennero soggetti nel tributo che tre anni dopo, cio nel 1271, impose il podest di Milano Roberto de'Roberti(446).
Lasciavasi dai Torriani un'apparente libert alla patria. Napo della Torre si accontentava del titolo di anziano perpetuo del popolo. Cos l'accorto ambizioso regnava senza avere intorno di s i pericoli che circondano un nuovo sovrano che vuole annientare una repubblica. V'era il parlamento, ossia il consiglio degli ottocento, il quale rappresentava la repubblica. V'era un podest, che presedeva al consiglio. Ma il podest era eletto ad arbitrio dell'anziano perpetuo, e il Corio ci ha conservato il giuramento del Piacentino che fu trascelto alla dignit pretoria, ossia podest, l'anno 1272: Principalmente che iurasse ad honore de la Beata Vergine et il Divo Ambrosio di questa cit potentissimo patrone: ad exaltatione di Santa Chiesia e di Carlo serenissimo re de Sicilia, et a bono stato de la cit e destricto de Milano e de la Turriana famiglia, inscieme con gli amici de quella, remotto ogni odio o amore, gubernerebbe il dominio. Dal quale principio non sarebbe facile il decidere se la citt fosse libera, ovvero suddita al re Carlo, ovvero alla casa della Torre; ma continua il giuramento e ci palesa la costituzione di que'tempi: Item che obedirebbe tutti li precepti della Credentia de Sancto Ambrosio, e similmente li mandati de Napo Torriano, anziano e perpetuo rectore dil populo; e nessuna menzione si fa de'mandati del re di Sicilia, al quale nemmeno si diede il titolo di signore di Milano. Il solo freno che poteva avere Napo della Torre, era per parte del consiglio degli ottocento; ma anche a ci era posto tal sistema, che fosse una mera apparenza di libert. Ecco nel giuramento istesso cosa fu ingiunto al podest: Item che fusse tenuto con quello consiglio meglio li parirebbe (al podest), con dui homini per porta, elegere la mit de la mit del consiglio de li octocento, che spectava a la societate de'capitani e valvasori, cio ducento de li predicti, e ducento fusseno electi a sorte secondo la consuetudine, e in questa forma fusseno electi li quatrocento appartenevano ala societate de Mota e Credentia. Da ci vediamo come non rimaneva pi nemmeno alla citt la nomina dei suoi rappresentanti. Il consiglio che rappresentava la repubblica, ogni anno si cambiava: era composto di ottocento, la met nobili e la met popolari; la met di questi consiglieri era nominata dal podest, che aveva giurato di obbedire ai mandati di Napo della Torre; la sorte faceva eleggere il rimanente, se pure anche questa sorte non era una mera apparenza. Cos il consiglio era unicamente una macchina destinata a lasciar credere che ancora vi fosse una repubblica, mentre la citt era governata dal valore di un uomo solo; il quale, vigorosamente contenendo i nobili, lasciava che il popolo gliene sapesse buon grado: quasi a ci venisse sollecitato per sola benevolenza, affine di preservarlo dall'oppressione, mentre egli teneva nell'umiliazione i suoi emuli. Le corti bandite, le mense generosamente esposte sulle strade a piacere del popolo, gli spettacoli pubblici di giostre e tornei, un costume semplice, affabile, popolare, tutto si univa in Napo per renderlo l'uomo il pi opportuno ad istabilire una nuova sovranit senza che il popolo se ne avvedesse.
Napo della Torre non pose veruna marca alla moneta che allora si batteva nella zecca di Milano, n alcuno di sua famniglia ve la pose. L'impero si considerava vacante, e le monete nostre, s d'oro che d'argento, avevano da una parte sant'Ambrogio, e dal rovescio o i santi Gervaso e Protaso, ovvero una croce, col nome Mediolanum, senz'altro nome di principe o stemma alcuno. Nella mia raccolta ne ho d'oro, d'argento e di lega. La pulizia e l'ordine cominciarono a comparire nella citt. Ma per far questo, e molto pi per sostenere le frequenti guerre co'vicini, e assoggettarli alla dominazione de'Torriani, non meno che per dare alla plebe le feste, i conviti ed i giuochi frequenti, era necessario l'accrescere i tributi o l'imporne di nuovi. Si  gi veduto nel capitolo precedente, come, al tempo di Martino della Torre, venisse formato il catastro dei fondi stabili, e sopra di esso ripartito il carico. L'anno 1271 s'imposero dieci soldi e cinque denari per ogni cento lire del valore de'fondi, e l'anno 1275 s'imposero due lire di terzioli sopra di ogni centinaio di lire d'estimo. La pi antica memoria che abbiamo della gabella del sale ascende all'anno 1272(447).
I due carichi prediali imposti nel 1271 e 1275 sembrano assai gravosi a primo aspetto, ora che il valore capitale delle terre si calcola comunemente moltiplicando trentatr volte la rendita annuale. Un campo che produca tre scudi all'anno al padrone, si calcola valere cento scudi; e cento scudi dati a mutuo oggid rendono il frutto di scudi tre, o tre e mezzo all'incirca. Allora il mutuo fruttava usure assai maggiori. Troviamo che verso il fine del secolo duodecimo venne da noi fatta una legge, ordinando che fra privati non si potesse esigere il frutto de'prestiti pi di tre soldi per lira(448), che corrispondono al quindici per cento. E poich tai frutti produceva il denaro al limite moderato dalla legge, forza era che il valore dei campi proporzionatamente diminuisse; non potendosi sperare che alcuno comprasse per cento lire un fondo, se da esso non potesse ricavarne ogni anno quindici lire. Con tal principio l'imposizione del 1271 di soldi dieci e denari cinque per ogni centinaio di valore de'fondi, era assai tenue, cio circa la trentesima parte dell'annuo ricavo; e sebbene assai pi importante fosse quella del 1275, cio di lire due per ogni cento lire di valor capitale, ella pure si riduceva alla settima parte dell'entrata. Su queste imposizioni veggasi il nostro conte Giulini(449).
Queste imposizioni sopra le terre cadevano a danno de'nobili; e cos Napo della Torre da'suoi rivali e nemici cavava i mezzi per sempre pi indebolirli e rinfiancare il suo partito. (1273) Un seguito di prosperi eventi aveva innalzato Napo della Torre, il quale, anche per appoggiare sempre pi la signoria, appena che fu terminata l'anarchia dell'Impero coll'elezione di Rodolfo conte di Habsburg, seguta l'anno 1273, ottenne da quell'augusto la nuova dignit di vicario imperiale in Milano; dignit la quale costituiva Napo luogotenente dell'imperatore, e davagli tutto l'esercizio della suprema autorit che nella pace di Costanza era stata accordata ai cesari. Questo titolo di vicario imperiale serv poi d'introduzione alla signoria de'Visconti, come vedremo.
Pareva fondata ben sodamente la fortuna di Napo e de'Torriani. Se Napo avesse conservato, anche in mezzo degli avvenimenti felici, la moderazione, i suoi nemici verisimilmente non avrebbero potuto giammai prevalere. Ma due cose furono cagione del rovescio di sua fortuna: la prima fu il titolo ch'ebbe dall'imperatore, col quale troppo chiaramente dimostr il suo fine di assoggettare la citt; l'altra fu che alla fine commise molte crudelt, condannando varii nobili al supplicio; ci che lo appales anche alla plebe smascherato, e assai distante da quella dolcezza ch'egli, sino a quel punto, aveva saputo mostrare. Molti nobili milanesi andavano esuli dalla patria, o scacciati da Napo, ovvero spontaneamente sottrattisi ad un governo nemico. (1277) Poich videro intiepidito il favore del popolo, i nobili fuorusciti si collegarono coll'arcivescovo Ottone Visconti, esule da quindici anni; lo elessero per loro capo; e sotto di lui radunati, con varia fortuna fecero dei tentativi e delle invasioni sul Milanese; sin tanto che, nel giorno memorabile 21 di gennaio 1277, sorpresero i Torriani a Desio, borgo distante dieci miglia dalla citt, e fatto un macello de'Torriani, che appena s'erano avveduti d'aver vicino il nemico dalla strage de'loro compagni, rimase Napo istesso prigioniere. Entr in Milano l'arcivescovo Ottone Visconti, e tutto il popolo lo acclam signore. Cos termin Napo della Torre; il quale sopravisse ancora un anno e mezzo, miseramente rinchiuso entro di una gabbia, in cui cess di vivere e di soffrire, il giorno 16 agosto 1278. I Novaresi, i Pavesi, i Comaschi ed altri del contado istesso di Milano avevano resa forte l'armata dell'arcivescovo.
L'arcivescovo Ottone Visconti poco tempo pot rimanere principe tranquillo di Milano. Sebbene Napo della Torre non fosse pi capace di fargli ostacolo, comparvero in campo molti signori della famiglia della Torre, e fra questi il patriarca d'Aquileia Raimondo, Cassone, Gotifredo, Salvino ed Avone, tutti della Torre; e colle scorrerie, sino sotto le porte di Milano, rendevano pericolosa e precaria la condizione di Ottone Visconti, ancora troppo debole per opporre una valida resistenza; e perci l'arcivescovo, costretto ad eleggersi un signore, prima di cadere nelle mani dei Torriani suoi nemici, stim miglior partito il dare la signoria di Milano al marchese di Monferrato per dieci anni, colla facolt della guerra e della pace. Questa dedizione, cominciata nel 1278, non dur che quattro anni soli; giacch, battuti che furono i Torriani a Cassano, e indeboliti a segno di non potere s tosto innalzarsi, l'arcivescovo Ottone, cessando il timor in lui e il bisogno dell'assistenza del marchese, le di cui forze erano di molto peso, non ebbe ritegno alcuno di violare il contratto. (1282) Colse il momento opportuno, e, montato a cavallo, il giorno 27 dicembre 1282, coll'armi in mano, alla testa dei suoi fedeli, scacci gli ufficiali tutti del marchese, e ritorn a signoreggiare da s. Queste zuffe di patriarchi e di arcivescovi, tanto aliene dallo spirito del sacerdozio, sono una prova de'progressi che la ragione e seco lei la virt hanno fatto ai tempi nostri, ne'quali ad alcuni sembreranno o supposti o esagerati questi fatti. Sembrer poco credibile altres che l'arcivescovo avesse adottato per suo figlio Guido da Castiglione, e che Milano venisse sottoposto all'interdetto l'anno 1381, perch una famiglia aveva fatta ingiuria al prior d'un convento. Ma il Calco ce lo attesta: Sacris interdicta manserat civitas Mediolanum ex controversia qua per injuriam gens Mirabilia priorem Pontidae premere videbatur(450); e cos, per il fatto d'un casato, si maledisse tutta la citt. La storia tutta di que'tempi ci prova l'abuso di ogni cosa sacra. Ho detto che Ottone Visconti diede la signoria di Milano al marchese di Monferrato: non per la diede violando le apparenze della libert, poich anzi ne ottenne l'adesione del pubblico consiglio; e mentre comandava il marchese, si continuarono ogni anno a creare due magistrati, uno col nome di podest, e l'altro con quello di capitano del popolo, e sempre si eleggeva il consiglio degli ottocento; consiglio, come ho detto, mutabile ogni anno, e che non rappresentava la citt ed il popolo che per mera apparenza, perch composto da membri non eletti del popolo. Il signore creava il podest, e il capitano del popolo; i quali, siccome dissi, giuravano obbedienza a lui; e il podest e capitano creavano il consiglio. La citt era realmente priva di libert; soggetta a signorie temporarie del marchese d'Incisa, del marchese Pelavicino, del marchese di Monferrato: ma le fazioni interne erano almeno frenate e non rimanevano da soffrire che gl'insulti d'un solo, sempre da principio cauto nel celare l'abuso del potere, non solo, ma persino la di lui ampiezza. Ne'tempi de'quali trattiamo, mentre il marchese di Monferrato godeva la signoria di Milano, si cre il Tribunale di Provvisione, ossia dodici sapienti uomini che presedevano alla provvisione del comune di Milano. Ci viene dall'erudito conte Giulini fissato all'anno 1279(451), e quel tribunale e il podest sono le due pi antiche magistrature che ancora ci rimangono. Il podest cominci coll'anno 1188; e poco manca a compiere il sesto secolo dalla sua instituzione, e i dodici di provvisione contano l'antichit di cinque secoli gi trascorsi.
Il carattere di Ottone Visconti era assai meno moderato di quello di Napo Torriano. Cerc ed ottenne l'arcivescovo che l'imperatore Rodolfo facesse lega con lui, quantunque avesse fatto morire entro di una gabbia il suo vicario creato dieci anni prima. Ma l'influenza dell'Impero, dopo le segute vicende, era assai debole nell'Italia, e conveniva cogliere ogni opportunit per acquistare appoggio. In ci Napo ed Ottone palesarono ambizione uguale; ma Ottone Visconti con maggior impeto si volle mostrar prepotente. Egli band le famiglie che gli erano sospette, e fece diroccare le case de'signori da Soresina. Poscia, disgustatosi del figlio adottivo, fece diroccare parimenti le case di Guido Castiglione. Indi, dopo una concordia giurata, l'arcivescovo istesso a tradimento s'mpadron di Castel Seprio, e distrusse quella rcca, celebre per la tradizione che in quel luogo eminente avessero collocata la prima loro sede gl'Insubri, e celebre non meno per la fortezza del luogo medesimo; e fece porre negli statuti: Castrum Seprium destruatur, et destructum perpetuo teneatur, et nullus audeat vel presumat in ipso monte habitare(452); e questo statuto  stato obbedito finora. Il Calco, scrivendo di quei tempi e di Ottone, c'insegna: Cum suspicionibus plena omnia viderentur, nova etiam consilia vicatim agitari dubitabat, proindeque armatas cohortes die noctuque circumire urbem, et ne conventus inter cives fierent curare jussit(453). Cercava, coll'orribile argomento delle torture, quell'arcivescovo di schiarire i molti sospetti. Era in somma un cattivo principe; come lo sar sempre un uomo pauroso e potente. La citt sentiva il peso d'un tal nuovo governo. Era probabilmente vicina una strage, se l'arcivescovo Ottone opportunamente non si piegava, abbandonando ogni cura civile a Matteo Visconti, suo pronipote, capitano del popolo, e creato podest l'anno 1288. Ottone sopravisse ancora sette anni oscuramente, pieno di paura della morte, ed attorniato da'medici, i quali non l'abbandonavano mai; e coll'assistenza di essi, all'et di ottantotto anni, mor, il giorno 8 agosto 1295, a Chiaravalle. Il tumulo di quest'Ottone, il primo de'Visconti che ebbe la signoria di Milano, sta nel coro del Duomo, ove fu trasportato dalla vecchia chiesa di Santa Tecla. L'arca viene sostenuta da due colonne; e vi si legge l'epitaffio dell'arcivescovo Giovanni Visconti, postogli da poi, allorch venne tumulato nella stessa tomba di Ottone. La signoria di Ottone dur circa undici anni. Egli nulla fece che meriti d'essere dalla storia ricordato con lode. Si pu dire in sua discolpa ch'egli domin fra le turbolenze. Ma la mancanza di fede commessa col marchese di Monferrato, scacciandolo dalla signoria di Milano, prima che i dieci anni finissero,  un tratto d'aperta ingiustizia che non ha discolpa. Cos non si doveva da lui tradire un principe coll'assistenza del quale era stato liberato dalle mani de'Torriani nemici. La fede mancata a Guido Castiglione, dopo appena giurata concordia con lui, introducendo degli uomini travestiti in Castel Seprio, e con tradimento invadendo quella rcca, nemmeno pu dar luogo a discolpa. I bandi, le torture, le case diroccate, la pusillanime paura di morire, anche dopo d'essere vissuto ottant'anni, mostrano un uomo che nulla aveva di grande, nulla di generoso, e che forse nessun altro talento aveva per diventar principe, che la smania di comandare. Durante la signoria d'Ottone si abbandon l'usanza di condurre il carroccio alla guerra; usanza che da due secoli e mezzo era stata in vigore, e di cui ho parlato al capitolo quarto. N questo cambiamento possiamo attribuirlo alle armi da fuoco, le quali si cominciarono ad usare pi di mezzo secolo dopo. Forse si cambi l'usanza del carroccio, perch allora si introdusse quella di stipendiare una classe di uomini particolarmente addetta alla milizia, e conseguentemente disciplinata in modo, ch'ella non avr avuto bisogno di segnali tanto visibili per eseguire le evoluzioni: il che faceva di bisogno per rendere uniformi e cospiranti ad un fine le mosse di una moltitudine di cittadini, condotti a combattere senza una determinata educazione a quel solo oggetto. Anche questo costume di assoldare truppe, e inventare una classe di milizia, conduceva alla signoria d'un solo: perch allontanava da una parte il popolo dall'uso delle armi e lo disponeva all'obbedienza, e dall'altra parte dava il comando d'una forza preponderante nelle mani d'un uomo solo: forza composta di elementi staccati in certa guisa dalla societ civile, il ben essere di cui in nessun modo influisce sul loro, e conseguentemente dipendenti affatto dall'arbitrio del comandante.
(1287) Matteo Visconti, col titolo di capitano del popolo, cominci la signoria di Milano. I nostri scrittori lo chiamano Matteo Magno. Io mi limiter a chiamarlo Matteo I, per distinguerlo da un altro dello stesso nome che regn poi. Il Fiamma ci attesta che, sino dal principio del suo governo, Matteo I ebbe cura di conservare le pubbliche entrate, e non se ne appropri la menoma parte; che non sparse mai sangue d'alcuno; che consegnava ai nobili le signorie de'borghi e delle terre, cambiandole per ogni anno; ch'egli era molto compiacente verso dei nobili; agile di corpo, e di tale robustezza, che colle sue mani spaccava il ferro d'un cavallo; ch'egli, in mezzo alla sua robustezza, era morigerato; che aveva la sua corte ripiena di frati; che vestiva colle sue mani i sacerdoti, esercitava giornalmente atti di religione, e obbligava i suoi domestici ogni anno nella quaresima a confessarsi, e i renitenti castigava: Cum autem praedictus Matheus Magnus Vicecomes dominium Mediolani obtinuisset, in ipso primo regimine nimis virtuose se habuit: fuit enim tantae castitatis et honestatis, quod tota ejus curia ex religiosis viris conserta videbatur. Missas devotissime audiebat, sacerdotes propriis manibus vestiebat. In omni quadragesima suos domicellos et caeteram familiam confiteri faciebat; aliter, ipsos graviter puniebat. Nobiles de Mediolano libenter audiebat, quorum consilio non contradicebat. Bona communitatis conservabat, sibi nihil retinebat. Nullius unquam sanguinem effudit. Dominia burgorum et villarum inter nobiles dividebat: omni tamen anno istorum dominia permutabat, unde omnes nobiles provocabat in amorem sui. Fuit etiam fortissimus corpore et agilis: ferratam magni dextrerii manibus lacerabat: et multa alia commendabilia faciebat(454), Vedremo poi che Matteo I, scomunicato, interdetto, mor senza ottenere nemmeno gli onori d'un funerale. Non sar forse discaro il leggere qual giuramento facesse Matteo Visconti come capitano del popolo per cinque anni; il Corio ce lo ha tramandato: Ad honorem Domini nostri Jesu Christi, et gloriosae Virginis Mariae, suae matris, et beati Ambrosii confessoris nostri, et beatorum Vincentii, Agnetis, Dionisii, et omnium sanctorum, sanctae matris Ecclesiae, et summi pontificis, et domini regis Romanorum, et ad conservationem Status venerabilis patris domini Othonis, sanctae mediolanensis Ecclesiae archiepiscopi, et ad bonum, tranquillum et pacificum statum populi et communis Mediolani, ac omnium amicorum, et ad mortem et destructionem marchionis Montisferrati, et ejus omnium sequacium, vos, domine capitanee, cos a Matteo Visconti diceva Francesco da Legnano, vos, domine capitanee, jurabitis regere populum Mediolani ab hodie in antea, ad annos quinque proxime venturos, bona fide, sine fraude, et quod custodietis et salvabitis ipsum populum... et statuta... et si deficerent, servabitis leges romanas(455). I signori della Torre avevano il capitaniato del popolo, perpetuo nelle loro persone; poi si fece un annuale capitano; indi Matteo Visconti l'ebbe per cinque anni. Nel giorno di sant'Agnese, Ottone Visconti vinse i Torriani a Desio; nel giorno di san Vincenzo, Ottone s'era impadronito di Milano; nel giorno di san Dionigi, erano ultimamente stati sconfitti i Torriani a Vaprio: ecco il motivo per cui que'tre santi furono nominati. Per conoscere poi il cambiamento felice de'nostri costumi, si veda se oserebbe ora pi alcuno, assumendo una solenne dignit, di promettere mortem et destructionem marchionis Montisferrati, et ejus omnium sequacium(456): giuramento crudele, iniquo e sacrilego, nulla pi potendo un sovrano cercar dal nemico, se non la riparazione de'mali che gli ha fatto, e la sicurezza di non riceverne di nuovi, non mai la morte e distruzione di esso e de'suoi; pensiero atroce, che offende la religione e persino le stesse leggi di natura. Merita osservazione altres il vedere come si cercassero le leggi romane per servire ai giudici in caso non contemplato dallo statuto; la qual reviviscenza del gius romano presso di noi,  la pi antica memoria sinora osservata in questo giuramento, fatto l'anno 1288.
La signoria di Matteo Visconti non era ben sicura; egli era appena capitano del popolo per cinque anni, e terminavano coll'anno 1292. I Torriani, sebbene colla disfatta di Vaprio, seguita nel 1181, fossero stati per allora ridotti all'impotenza di nuocere, non vennero ivi estinti, e, col tempo, ricomparvero ancora potenti. (1290) Mosca ed Errecco della Torre, l'anno 1290, invasero da pi parti le terre milanesi. Avevano degli alleati, e fra questi il marchese di Monferrato, nominato nel giuramento solenne del nostro capitano del popolo. L'infelice marchese fu preso dagli Alessandrini, e fin i giorni suoi entro di una gabbia, come Napo della Torre. L'umanit geme alla memoria di tai venture! Quasi tutte le citt della Lombardia avevano, verso la fine del secolo decimoterzo, due fazioni e due famiglie prepotenti che si disputavano la signoria, come accadeva in Milano fra i Torriani e i Visconti. Pavia, per esempio, aveva i Beccaria e i Langosco; Novara, i Tornielli e i Cavalazzi; Vercelli, gli Avvocati e i Tizzoni; Bergamo, i Colleoni e i Suardi; Lodi, i Vignati e i Vistarini; Como, i Rusca e i Vitani: e cos altre citt erano internamente lacerate da'partiti. Mentre in tale imbarazzo si trovava Matteo I, due frati si posero a predicare pubblicamente per Milano la Crociata per Terra Santa, e radunavano molta gente pronta ad abbandonare la citt per le indulgenze di quella impresa. Matteo perdeva se stesso e la signoria, se avesse concesso che si allontanassero dalla patria le persone atte alle armi, nel tempo in cui aveva tanto bisogno d'essere difesa; e perci imped questa emigrazione(457): il che poi fu uno dei capi di accusa che vennero fatti a Matteo. Cercava accortamente Matteo I di fiancheggiare la sua nascente sovranit. Egli signoreggiava in Como, in Alessandria, in Novara e nel Monferrato, in qualit di capitano temporario del popolo di quei luoghi. Era stato eletto imperatore Adolfo conte di Nassau, l'anno 1292; e Matteo cautamente spedigli persona che lo impegnasse in favor suo, affine di ottenergli il titolo di vicario imperiale. Non cercava Matteo la signoria della sola citt sua patria; pi vaste erano le sue mire, e nulla meno desiderava che d'essere signore della Lombardia tutta. (1294) Il nuovo cesare era poco sicuro sul suo trono; nella Germania aveva un potente partito contrario, al quale finalmente dovette piegarsi. I denari dell'Inghilterra non furono inefficaci presso di lui; e non senza ragione crediamo noi che i doni e le promesse di Matteo avranno indotto quell'augusto a spedire a Milano, siccome fece nell'aprile dell'anno 1294, quattro legati cesarei; i quali, introdotti nel pieno generale consiglio, vi pubblicarono l'imperiale diploma, in cui Matteo Visconte veniva dichiarato vicario imperiale in Milano e per tutta la Lombardia, con mero e misto imperio, come lo aveva lo stesso re de'Romani. L'accorto Matteo si alz, si mostr sorpreso, e protest ch'egli non accettava quella sublime dignit, salvoch il consiglio generale non l'ordinasse. Il che fu immediatamente determinato da quel consiglio, scelto da Matteo medesimo, mutabile ogni anno, e che si pretendeva che rappresentasse il volere de'cittadini, dai quali non aveva ricevuta veruna commissione. Il consiglio supplic Matteo ad accettare la dignit. N meno accorto si dimostr Matteo nel fare in modo che in quel diploma medesimo l'imperatore assai onorevolmente confermasse tut'i privilegi della nostra citt; la qual graziosa conferma dispose i cittadini a giurare volentieri fedelt all'imperatore, e indirettamente al suo vicario. Sped Matteo i suoi legati per la Lombardia, per essere riconosciuto rivestito del potere imperiale. Ma non tutte le citt fecero loro facile accoglienza. Le citt di Lodi, di Crema ed alcun'altra avevano anzi fatto lega co'signori della Torre, per bilanciare la potenza del Visconte. Matteo prudentemente pens a farsi confermare dai Milanesi per altri cinque anni capitano del popolo, per togliere ogni odiosit al nuovo titolo, e riconoscere sempre temporaria e dipendente dal consiglio la signoria esercitata. Tale era il carattere di Matteo; l'uomo che meglio di ogni altro seppe adattarsi ai tempi e cavare profitto dalle circostanze.
(1298) Il successore del deposto imperatore Adolfo, cio Alberto re de'Romani, innalzato l'anno 1298, conferm a Matteo Visconti il diploma di vicario imperiale, che quattro anni prima aveva ottenuto. Il titolo che si dava a Matteo era al magnifico ed egregio uomo il signor Matteo de'Visconti. Varie citt, siccome dissi, eransi collegate coi Torriani a danno del Visconte, la di cui rapida fortuna e la di cui vasta ambizione facevano temere un padrone a molti piccoli Stati, i quali, in mezzo alla discordia, al disordine, alla tirannia di pi padroni, avrebbero anzi dovuto desiderarne un solo, se la lusinga d'una chimerica libert non gli avesse sedotti. Le terre del Milanese erano devastate dalle scorrerie de'Torriani. (1299) Matteo Visconte fece radunare in Milano il consiglio generale il giorno 9 di aprile 1299. Ivi espose lo stato delle cose, le alleanze dei Torriani, i guasti cagionati dalle loro incursioni, le forze loro, le nostre, gli appoggi su i quali potevamo noi far conto; indi propose il partito se convenisse fare la guerra ovvero la pace. Detto ci, volle abbandonare l'adunanza, affine di lasciare un'intera libert alle opinioni di ciascuno. Con tale accorgimento Matteo si rendeva affezionata la citt; credendosi libero il volgo, pago dell'apparenza e dei nomi; e credendosi considerati i pochi avveduti, per l'artificio medesimo che adoperava colui che aveva il potere nelle mani. La determinazione del consiglio fu, di confermare per altri cinque anni Matteo Visconte capitano del popolo, colla facolt di fare la guerra o la pace a suo piacimento. Il credito di Matteo era tale, che i Veneziani e i Genovesi lo scelsero per arbitro d'una loro contestazione, ch'egli termin; e quasi tutta la Lombardia si reggeva da lui. Alla moderazione e prudenza aggiungeva Matteo la liberalit pubblica. (1300) L'anno 1300 egli ammogli Galeazzo, suo primogenito, con Beatrice d'Este, sorella di Azzone VIII, signore di Modena e Reggio e marchese di Ferrara. Lo sposo era pi giovine della sposa. Galeazzo aveva ventitr anni, e Beatrice trentadue. Fra le singolari pompe che diede Matteo all'occasione di queste nozze illustri, per otto giorni vi fu corte bandita, cio cibo e bevanda per chiunque la volesse; e alla mensa nuziale sedettero mille convitati, vestiti tutti in abito uniforme a spese della comunit di Milano. Per conciliarsi la corte di Roma, Matteo lasciava che il papa Bonifacio VIII regolasse e disponesse della chiesa milanese a suo libero arbitrio, eleggendo i candidati per qualunque beneficio, e dando ordine ai regolari senza saputa dell'arcivescovo; in somma comandando senza limite quanto voleva nella gerarchia ecclesiastica. Pareva infatti consolidata la signoria di Matteo di modo che nessun avvenimento potesse rovesciarlo giammai. Ma l'amore paterno deluse la politica nel cuore di Matteo: il che non lo rammento per biasimo, anzi per lode; giacch  grande colui che talvolta  sedotto dalla benevolenza. Un cuor gelato che lascia l'ingegno arbitro de'propri interessi in ogni occasione, non pu avere mai l'eroismo: e gli uomini tutti, e molto pi i principi, si possono non credere benfici, sin tanto che, mostrandosi tali, promovono i propri interessi; ma laddove, beneficando, li pregiudicano, forza  conoscere l'animo loro sensibile e generoso. Galeazzo, sposo, giovine, imprudente, era l'idolo di suo padre; il quale fece passare in lui la carica di capitano del popolo. I nemici, siccome dissi, devastavano colle loro scorrerie lo Stato. Il nuovo capitano del popolo, senza sperienza militare, senza talenti, col solo inquieto ardimento dell'et sua, prese a fare diverse spedizioni, ora contro de'Novaresi, ed ora contro de'Pavesi; con nessun profitto, e con notabile dispendio e incomodo dei Milanesi. Mosca, Errecco e Martino della Torre erano acquartierati in Cremona, ed avevano in favor loro Novara, Pavia, Vercelli, Lodi, Crema, ed il giovine marchese di Monferrato. Tutta questa lega era combinata per ricondurre i signori della Torre in Milano, e deprimere la nascente potenza de'Visconti il governo de'quali era diventato spiacevole colla condotta imprudente di Galeazzo. La sorte rimase indecisa sino all'anno 1302, nel quale i Visconti caddero alla condizione di semplici privati. Matteo non ebbe altro partito da prendere, se non quello di ritirarsi a Peschiera presso il lago di Garda, indi a Nogarola nel Veronese, dove con pochi beni di fortuna si pose a vivere una vita libera e campestre, lontano da ogni cura pubblica. Galeazzo si rifugi colla moglie presso il marchese suo cognato, ed in Ferrara divent padre di Azzone Visconti. Ho risparmiato al lettore il racconto delle zuffe datesi con varia fortuna in questa ed in altre occasioni, e lo risparmier sempre; fuorch non siavi qualche circostanza che sembri meritevole di essere conservata nella memoria degli uomini. Matteo non si mostr mai buon soldato. Galeazzo aveva impeto, ma non condotta. Dovettero perci soccombere a forze assai preponderanti.
(1302) Ritornati alla patria i signori della Torre l'anno 1302, dopo venticinque anni d'esilio, mostrarono ne'primi cinque anni d'essere alieni da ogni vita ambiziosa, e di volere essere cittadini di una patria libera; non ottennero dignit alcuna. La citt si reggeva co'soli magistrati, il podest e il capitano del popolo. Si nominava ogni anno il consiglio degli ottocento; e sarebbe stata libera la patria, se i consiglieri avessero ricevuta la loro dignit dall'elezione del popolo. Nondimeno la rispettosa opinione verso de'signori della Torre non era svanita. Mor in Milano Mosca della Torre, e il di lui funerale si celebr con pompa sovrana, vestendo di porpora il cadavere, e trasportandolo sotto un baldacchino alla chiesa di San Francesco. (1307) Guido della Torre rimase il capo della sua casa, e a lui venne offerta la carica di capitano del popolo per un anno, e l'accett il giorno 17 dicembre 1307. Fu tanto gradito il governo di Guido alla citt, che, al terminare dell'anno, per acclamazione pubblica, non solo venne creato capitano perpetuo del popolo, ad esempio di quanto si era fatto con Martino, con Filippo e con Napo dello stesso casato, ma di pi gli venne data la facolt di fare nuovi statuti; il quale attributo, costituendolo legislatore, gli dava la vera sovranit. Guido si mostr sorpreso da un impensatissimo avvenimento, quando vide attorniata la sua casa dai popolari applausi; e accondiscese quasi a stento a portarsi alla sala, ove il popolo lo volle accompagnare; ed ivi dagli ottocento radunati consiglieri era aspettato per dare il giuramento della dignit. Quasi crederei sincera la sorpresa, e sincera la renitenza in Guido della Torre, il quale, dimenticando le gabbie orrende che avevano rinchiusi Napo suo zio e il marchese di Monferrato suo amico, non pens mai a tessere insidie a Matteo Visconti, che, privo di denaro e di forze, viveva tranquillamente alle sponde dell'Adige. Guido non pot piegarsi mai alla dissimulazione, anche in tempo in cui il solo partito che gli rimaneva era quello.
Mentre Guido della Torre godeva d'una sovranit la pi legittima di ogni altra, poich spontaneamente offertagli dai voti pubblici, si preparava nella Germania la di lui rovina coll'elezione di Enrico di Lucemburgo, innalzato alla cesarea dignit. Guido, in mezzo alla prosperit, fece chiedere a Matteo Visconti come vivesse, e quando sperasse di riveder Milano. I due quesiti vennero fatti in nome di Guido a Matteo mentre passeggiava alle sponde dell'Adige; e la risposta fu precisa; come io viva lo vedi, passeggiando e adattandomi alla fortuna; per ritornare alla patria aspetto che i peccati de'Torriani sieno maggiori de'miei(458): tale fu il riscontro ch'egli fece fare a Guido della Torre. Alcuni amici rimanevano ancora a Matteo, ma dispersi, abbattuti e proscritti. Fra questi merita distinta menzione Francesco da Garbagnate, milanese, esiliato per essere del partito di Matteo; uomo di studio, di et fresca e di ottime maniere. Viveva egli in Padova insegnando la giurisprudenza, e traendo da quest'esercizio il suo vitto. Ma poich intese l'elezione accaduta in Germania di Enrico di Lucemburgo, annoiato egli della sua ristrettissima condizione, e probabilmente a ci spinto da Matteo, vendette i suoi libri; e, col denaro che ne pot adunare, s'equipaggi alla meglio, e pass in Germania, cercando stipendio sotto il nuovo imperatore. Il Garbagnate era un giovine colto, amabile, di felice aspetto, accorto, informato dello stato d'Italia, e probabilmente parlava la lingua tedesca. Si present al nuovo augusto in un momento felice, e fu bene accolto ed ammesso fra gli stipendiati. Enrico gi pensava all'Italia, e non potevagli essere indifferente il Garbagnate; il quale anzi in breve seppe cos ben soddisfare la curiosit di Enrico, che acquist la sua grazia e benevolenza, per modo che lo inform minutamente del carattere di ciascuno de'signori che possedevano le citt lombarde, degli appoggi, delle amicizie, degli odii di ciascuno, delle loro forze, dello stato di ciascuna citt: il che alla venuta che fece poi Enrico nell'Italia, lo trov esattamente vero. Il Garbagnate non mai dimenticava ne'suoi discorsi con Cesare il suo Matteo Visconti, di cui la fedele divozione all'Impero, la bont, la prudenza, la moderazione, il disinteresse, la beneficenza e tutte le virt venivano poste in tal lume da invogliare l'imperatore a conoscerlo, e preparare la confidenza in lui, come il pi conveniente di ogni altro per terminare le intestine discordie, e far rivivere l'autorit dell'Impero sulle citt lombarde, tosto che ei fosse tratto da quell'oscurit in cui la capricciosa fortuna l'avea gettato.
L'eletto imperatore si dispose a venire nell'Italia, ove disegnava di ricevere la corona del regno italico prima, indi la imperiale. (1310) Egli previamente sped a Milano il vescovo di Costanza, il quale, nell'aprile dell'anno 1310, si present al consiglio generale; ed ivi ricerc, seguendo l'antica pratica usata nel viaggio dei cesari, che la comunit facesse accomodare le strade e i ponti per dove il nuovo augusto doveva passare; ed avvis i conti, i baroni e i vassalli tutti che si portassero alle Alpi ad incontrare il sovrano. Lo storico milanese Giovanni da Cermenate, che viveva in que'tempi, espone l'arringa officiosa di quel vescovo; il quale, fra le altre cose, disse che Enrico di Lucemburgo, incoronato gi in Acquisgrana col diadema d'argento, aveva destinato di ricevere in Milano la corona di ferro; Quod, clarissimi cives, significat, quod sicuti per ferrum et istrumenta ferrea c tera metalla domantur, sic per salubre consilium, nec non praeclaram armorum virtutem italicorum, et pr cipue Mediolanensium, domare debet imperator c teras nationes(459). Il punto era assai scabroso per Guido della Torre, il quale, come capitano perpetuo, sedeva nel consiglio. L'opporsi alla domanda, era lo stesso che il dichiararsi apertamente ribelle; la domanda era giusta, conforme alla pratica, e fatta colla maggiore onorevolezza; n si poteva contrastarla, se non innalzando lo stendardo della fellonia; e Guido non era sicuro d'essere secondato dalle altre citt, ossia da'molti vacillanti principi che le reggevano. L'aderire alla richiesta era lo stesso che porre nelle mani del nuovo eletto la citt, la signoria acquistata, e la propria persona. Promettere tutto, e mancare poi, non lo permetteva il carattere di Guido. L'imbarazzo era grande per darvi una risposta; e chi lo sciolse fu un di lui amico intimo, un giureconsulto che sedeva nel consiglio, Bonifacio da Fara. Incominci questi un discorso ampolloso, magnificando primieramente la maest del romano Impero, il rispetto dovuto al trono augusto, la divozione che sempre la citt di Milano aveva dimostrato ai cesari benfici; pass quindi a trattare della venuta degli augusti nell'Italia, per ricevere la corona d'oro in Roma, dopo essere incoronati col ferro in Milano, e coll'argento prima nella Germania; viaggio di somma importanza e per il sublime personaggio che lo fa, e per la sacra solennit che viene a celebrarvi; poscia discese a trattare della venerazione che meritava il vescovo di Costanza, non meno per l'episcopale dignit, che per l'importantissima legazione che eseguiva, rappresentando il pi gran monarca del mondo; e dopo una lunga amplificazione concluse, essendo perci quest'affare della maggior importanza, o si risguardi l'eccelso principe che lo promoveva, o il venerabile ministro che lo annunziava, o la maest della cosa che veniva proposta; quindi come i grandi oggetti meritano rispetto e ponderazione somma per ogni riguardo, tempo perci vi voleva per maturamente esaminarlo, e preparare una confacente determinazione. Con tale artificio l'astuto Bonifacio da Fara offr il disimpegno per guadagnar tempo e sciogliere il consiglio, come si fece; e il vescovo ne usc nulla pi informato di prima sulle intenzioni del signor Guido della Torre, capitano perpetuo del popolo di Milano.
Guido della Torre si approfitt del tempo, e chiam a Milano tutti i signori che dominavano nelle citt della Lombardia ad un congresso; a fine di concertare il partito che conveniva di prendere intorno la venuta del nuovo imperatore. Erano trascorsi gi centoventiquattr'anni dopo l'ultima coronazione, fatta in Milano nel 1186, di Enrico, figlio di Federico I. Gl'imperatori non erano stati dopo quell'epoca nominati da noi, se non o per qualche diploma, ovvero per le guerre che avevamo con essi. Radunatisi questi principi in Milano, Guido propose che tutti seco lui si collegassero a far causa comune per la comune loro salvezza, e, combinando tutte le forze loro in una armata, si portasse questa ai difficili passi delle Alpi, e s'impedisse la insolita venuta d'un imperatore nell'Italia; il che non facendosi, Guido annunziava, non solamente ecclissato lo splendore delle loro famiglie, ma schiantata dalle radici la loro dominazione sulle citt. Guido prevedeva esattamente la cosa, come la sperienza mostr poi. Ma il conte di Langosco, suo suocero, rammentando la devozione che i maggiori suoi ebbero sempre all'Imperio, ricordandosi vassallo dell'imperatore, sosteneva doversi anzi preparar tutto per accogliere quell'augusto coll'onore e colla riverenza che era dovuta da uno Stato fedele al suo legittimo sovrano. Replicava Guido, sin ora non essere concorsa nell'elezione di Enrico di Lucemburgo che la sola Germania; non essere il regno d'Italia per anco radunato, n acclamazione o incoronazione alcuna seguta, onde potesse qualificarsi sovrano legittimo; trattarsi la questione appunto se convenga, coll'accettazione, crearlo tale; il che egli dimostrava contrario ai comuni interessi delle loro famiglie, e lo sosteneva con forza e con passione. Ma non gli riusc di fare che gli altri abbracciassero questa opinione. Fosse negli altri timidit, fosse virt, fosse ritrosa gelosia di non mostrarsi vinti dalle parole di Guido, fosse che l'eloquenza passionata e di sentimento vigoroso, che trascina le anime energiche, rende diffidenti ed ostinate le anime piccole e fredde, qualunque ne fosse la cagione, Guido usc da quel congresso smanioso, esclamando d'aver trattato con ciechi, sordi ed insensati, che rifiutavano l'unico partito che rimaneva per la loro salvezza. Gli storici ce lo dipingono quasi fuori di s, che, smanioso, passando da una sala all'altra del suo palazzo, andava ripetendo: "Che ho io che far mai con quest'Enrico di Lucemburgo? Che c'entra egli mai a turbare il mio Stato? Che gli debbo io; che mai gli dovettero quei di mia casa? Io mai nol vidi, n mai ebbi relazione alcuna con lui". Cos egli diceva, e, rivolto ad alcuni domestici che, sebbene sbigottiti, non lo perdevano di vista: "Dite, dite, rispondete (esclamava), che cosa ho io che fare con Enrico, o Tedesco o Francese ch'ei sia? Cosa gli debbo io? Qual ragione pu egli aver mai per togliermi il mio? Perch non ci difendiamo noi dunque?" Cercarono di calmarlo i signori del congresso, e fu concluso che, dovendo il re entrare nell'Italia per la strada di Savoia, siccome aveva egli disposto, nulla pregiudicava il lasciarlo avanzare sino al Piemonte; che ivi poi alcuni di essi sarebbergli andati incontro, ed esaminando pi da vicino quali pretensioni avesse quel sovrano, o avrebbero fatte le scuse per gli assenti, qualora mite e benevolo lo trovassero; ovvero avrebbero avvisati gli amici lontani per l'opportuno concerto, quando mai avessero ravvisato lui disposto a contrastare la loro autorit. Guido fu costretto ad accontentarsi di questo complimento; e il congresso fu sciolto con una determinazione che da una parte doveva alienare l'animo del nuovo augusto da questi piccoli principi, e dall'altra nessuna precauzione preparava per mettersi al coperto dei danni che poteva loro cagionare. Guido non misurava l'indipendenza sua colle sue forze. Proib che nessuno in Milano nominasse Enrico da Lucemburgo, o ragionasse della venuta d'un nuovo imperatore. I vassalli s'erano allestiti per andare incontro al nuovo cesare, e Guido proib loro l'uscire dalla citt.
Il re Enrico, verso la fine di ottobre dell'anno 1310, venne a Susa, d'onde pass a Torino, indi ad Asti. Egli aveva seco la regina Margherita sua moglie, principessa d'una bellissima figura; conduceva seco molti principi tedeschi e francesi, e lo accompagnavano mille arcieri e mille uomini d'arme. I vassalli d'Italia, che gli andavano giornalmente incontro co'loro militi, rendevano sempre pi forte il seguito di quell'imperatore. Alcuni del congresso di Milano si presentarono al nuovo cesare. Enrico parlava di pace, di ordine, di tranquillit civile, e di voler dare questi beni alle citt d'Italia, le quali da lungo tempo ne erano prive. Il re si mostrava imparziale, non inclinato a fazione alcuna; e da quanto aveva gi fatto in Torino ed in Asti, si comprendeva qual fosse il piano da lui abbracciato per procedere a questo fine; cio togliendo ai privati ogni dominio, restituendo il governo di ciascuna citt al suo consiglio generale, sotto il presidio di un vicario imperiale. Con questo saggio e benefico progetto ogni gara veniva annientata; e l'Italia, sotto un moderato governo, veniva a goder della pace; e la regia autorit si rianimava sol tanto quanto bastava ad escludere gli usurpatori, con utilit reciproca del sovrano e del popolo. Allora compresero Langosco e gli altri che pi poco v'era da sperare per la loro dominazione; e conobbero tardi che Guido aveva saputo prevedere.
Francesco da Garbagnate, sempre caro e sempre vicino al nuovo imperatore, era in Asti, venuto in seguito di lui; n mai trascurava l'occasione di encomiare le qualit e il merito di Matteo Visconti. Allorch vide il re invogliato di conoscerlo, e che dal re medesimo ne intese la brama, cautamente oper in modo che Matteo, travestito e colla compagnia d'un solo domestico, per strade inosservate, prestamente da Nogarola si port in Asti. Tanta era la fama di quest'uomo e tanta la fiducia che avevano in lui i nemici dei Torriani, che, risaputosi appena l'arrivo di questo illustre solitario, un'immensa folla di persone and al suo albergo, e lo accompagn al palazzo ove risedeva il re Enrico, i cortigiani del quale conobbero di quanta considerazione godesse l'uomo che cercava d'essere al re presentato, il che subito gli venne concesso. Il Visconti, introdotto alla presenza del nuovo cesare, levatosi il cappuccio, si gett a'suoi piedi, e raccomand alla giustizia e clemenza sua la persona propria e i suoi. Fu accolto con molta grazia dal re. Dicono i nostri scrittori che nella stanza medesima vi fossero varii altri signori delle citt lombarde, e fra questi il conte Langosco; che Matteo, poich ebbe reso omaggio al re, si accostasse per abbracciare il conte, dal quale villanamente gli fossero voltate le spalle; il che desse luogo a Matteo di ammonirlo, esser tempo omai di por fine alle inimicizie private, e di servire tutti d'accordo all'utilit pubblica sotto di un cos benigno, cos giusto e cos grazioso monarca. Se questo fatto  accaduto, egli  certamente lontano dai nostri costumi, che non permettono in faccia del sovrano di essere occupati da simili personalit. Si dice di pi, che ivi rabbiosamente taluno rinfacciasse a Matteo Visconti d'essere il perturbatore della Lombardia; e che Matteo, sempre padrone de'suoi moti, pacificamente indicando il re, null'altro rispondesse se non: ecco il nostro re, che dar la pace a ciascuno. Se ci avvenne, la inurbana ostilit de'suoi nemici dovette dare risalto alla cortese moderazione del saggio Matteo. Il re, sorridendo, termin il discorso col dire: la pace per met  gi fatta; a me spetta il compierla. Cos racconta il Corio.
Guido della Torre frattanto se ne stava in Milano. Egli alloggiava nel palazzo fabbricato quindici anni prima da Matteo Visconte, allora vicario imperiale dell'imperatore Adolfo; il qual palazzo era situato dove oggid vi  la real corte arciducale(460). Guido aveva al suo stipendio mille soldati a cavallo. Il re gli aveva spedito ordine di consegnargli liberi i due fratelli dell'arcivescovo, ch'egli teneva prigionieri; e Guido non aveva dato riscontro alcuno. Sperava Guido che i consigli de'Langoschi e di altri suoi aderenti avrebbero dissuaso il re dal venire a Milano; e si fidava che in ogni evento, Vercelli, Novara e Vigevano, ben presidiate citt, avrebbero resistito alla venuta di Cesare. Il Langosco, in fatti, e gli altri suoi aderenti adoperarono ogni arte per fare che il re prescegliesse di farsi incoronare a Pavia, e non venisse a Milano. Ma il Garbagnate e il Visconte fecero comprendere ad Enrico che non v'era sicurezza sin tanto che Milano era in potere di Guido della Torre; che anzi era indispensabile che in Milano l'imperatore piantasse la sua sede: poich, padrone una volta della citt, e ricevuta che avesse ivi solennemente la corona del regno italico, alcuno pi non avrebbe osato di fargli opposizione. Il re deliber appunto di cos fare. Al presentarsi del re colle sue forze prima a Vercelli, poscia a Novara, nessuna opposizione ritrov: venne anzi onoratamente accolto e venerato come sovrano. Vigevano fu preso dalle truppe reali senza spargimento di sangue, poich un medico del paese cautamente ve le introdusse. Il re non permise che si oltraggiassero i vinti, e il solo uso ch'ei fece dell'autorit, fu per sedar le fazioni. Informato Guido di tai progressi, finalmente sped a Novara anch'egli alcuni de'suoi, per rendere omaggio in di lui nome al re, e presentargli i due fratelli dell'arcivescovo. S'incammin poscia il re de'Romani verso Milano; dove aveva gi spedito il suo maresciallo di corte con truppe, affine di preparare gli alloggiamenti; e mentre era innoltrato nel cammino da Novara a Milano, ricevette un avviso dal maresciallo, che Guido della Torre non voleva sbrattare dal suo palazzo per lasciarlo al re; e che non voleva licenziare i mille armati del suo stipendio. Il re, scostatosi dalla via pubblica, chiam a parlamento i suoi. Nessuno ard di consigliargli il partito ch'egli saggiamente prese. Sped rapidamente avanti di s l'ordine che il maresciallo al momento pubblicasse in Milano il comando, che ciascuno uscisse incontro del re fuori della porta della citt. La sorpresa, la fama gi precorsa della bont di quel sovrano, l'amore delle cose insolite, naturale al popolo, che sente i mali presenti e si lusinga d'un favorevole cambiamento; la maest d'un augusto, la noia de'Torriani, tutto in un momento si riun, e fece uscire i Milanesi affollati fuori della porta della citt ad incontrare l'imperatore. Guido della Torre, per non rimanere solo, s'indusse egli pure ad uscire; e fu degli ultimi. A misura che il re s'andava accostando alla citt, cresceva il numero de'Milanesi che gli rendevano omaggio. I signori cavalcavano, secondo l'uso di que'tempi, col loro scudiere, che portava innalberata la loro insegna; e a misura che compariva il re, le insegne si abbassavano per riverenza. Presso le porte, al fine della citt, comparve Guido della Torre, preceduto dal podest, che in quell'anno era Ricuperato Rivola, bergamasco. Il podest umilmente present al re il bastone del comando, ch'era il distintivo della sua dignit; il re lo prese, indi graziosamente glielo riconsegn. Guido della Torre teneva immobilmente innalberato il suo stendardo; e alcuni del seguito del re de'Romani, ragionevolmente sdegnati di questo inopportuno orgoglio, si scagliarono sullo scudiero, glielo strapparono dalle mani e lo gettarono nel fango. Sconcertata cos ogni pretensione di Guido, scese da cavallo, e umiliatosi al re, baciogli il piede, siccome allora era il costume. Il saggio Enrico allora lo accolse con bont, e con paterno amichevole tuono gli disse: sia d'ora innanzi fedele e paciflco; questo  il solo buon partito che ti resta da prendere.
Resosi per tal modo padrone di Milano, Enrico di Lucemburgo, and ad alloggiare nel palazzo, ove sta oggid la real corte, il quale era signorilmente fabbricato per l'uso di que'tempi. Questa entrata del re in Milano accadde il giorno 23 dicembre 1310. La prima cosa che ordin Enrico fu: che fra le due famiglie Visconti e della Torre vi fosse una perpetua pace; che le cose passate nemmeno pi si potessero nominare; che da quel punto ogni fazione si'ntendesse proscritta ed abolita per sempre; che i fuorusciti liberamente ritornassero tutti nel seno della loro patria, e fossero repristinati nel godimento de'loro beni. Ciascuno dovette giurare di osservare questa legge; in cui venne imposta la pena contro i contravventori di mille libbre d'oro: per fare il qual peso vi vogliono centomila zecchini, somma che, in que'tempi singolarmente, doveva essere difficile il far pagare. Io quasi dubiterei di errore, se la carta non dicesse chiaramente mille librarum auri puri poena, e non l'avesse pubblicata il nostro esimio Muratori(461). Il re Enrico fece dappoi radunare il popolo sulla piazza di Sant'Ambrogio. Ivi si colloc sopra di un eminente e magnifico trono, a'piedi del quale fece sedere i signori Visconti e della Torre; e in questa circostanza, d'ordine del re, un oratore prese a parlare al popolo, dichiarando che il nuovo augusto non era venuto in Italia per proteggere alcun partito, ma per fare indistintamente il bene, e senza parzialit, a tutti; ch'egli voleva la pace e la concordia; ed in prova indic i signori che unitamente sedevano sui gradini del trono. Questi benfici sentimenti, la vista inaspettata e tenera di due famiglie irreconciliabili, rese tranquille dalla felice autorit del monarca, fecero che il popolo scoppiasse in lagrime di gioia e in applausi al virtuoso e benigno principe; e cos l'eloquenza del cuore della moltitudine coron, nella pi sensibile maniera e nella pi fausta, il principio della nuova sovranit, anche prima della sacra cerimonia, che si celebr poi in Sant'Ambrogio il giorno 6 gennaio 1311; dove l'arcivescovo di Milano, assistito da due arcivescovi e da ventun'altri vescovi, solennemente incoron colla corona ferrea del regno d'Italia il nuovo augusto. I due arcivescovi assistenti furono quei di Treveri e di Genova. I vescovi furono di Liegi, di Ginevra, d'Asti, di Torino, di Vercelli, di Novara, di Bergamo, di Padova, di Vicenza, di Treviso, di Verona, di Mantova, di Piacenza, di Parma, di Reggio, di Modena, di Lucca, di Brescia, di Lodi, di Como e di Trento. Questa solennit fu resa pi augusta dall'assistenza del duca d'Austria, del duca di Baviera, del conte di Lucemburgo, fratello dell'imperatore, del conte di Fiandra, del conte di Savoia del Delfino, del marchese di Monferrato, e di gran numero d'altri baroni e signori italiani e tedeschi. Il vescovo di Vercelli ebbe l'onore di cingere la spada al re, al quale vennero con cerimonia consegnati il pomo d'oro, lo scettro e la verga, prima che l'arcivescovo terminasse il rito, imponendogli la corona.  degno di memoria un fatto, ed  che non fu possibile per quante ricerche se ne facessero, di ritrovar conto dell'antica corona del tesoro di Monza, colla quale era tradizione che fossero stati incoronati gli antichi re d'Italia. Forse il far smarrire quell'antico cerchio  stata una minuta animosit di Guido della Torre; ma vi si suppl ben tosto con poca difficolt da un fabbro, che form d'acciaio una corona di ferro, a foggia di due rami d'alloro intrecciati. In quel giorno solenne il nuovo re d'Italia cre alcuni militi, siccome era l'uso di fare nelle grandi occasioni, e il primo nominato fu Matteo Visconti.
Sin qui la novit della venuta del re Enrico non aveva cagionato se non giubbilo e consolazione alla citt. Ma terminata appena la incoronazione, venne convocato il consiglio generale; dove, entrando un ministro del re con un notaio, ricord ai consiglieri radunati l'antica usanza del regalo da farsi all'imperatore nuovamente coronato; e, rivoltosi al notaio: scrivete, disse, ci che una citt s grande e magnifica determiner di offrire al nuovo cesare. Nessuno ardiva essere il primo a favellare. Un cupo silenzio regn per qualche tempo in quella numerosa adunanza. Pure conveniva proferire; e il primo eccitato a parlare, per liberare s medesimo d'imbarazzo, altro non seppe suggerire, se non d'incaricare uno dei pi stimati fra'consiglieri, a lui rimettendo il determinare la somma. Nomin poi Guglielmo della Pusterla; e tutti i consiglieri, contenti di questo disimpegno, replicarono il nome di Guglielmo della Pusterla: il quale, cos impensatamente clto, avrebbe pur voluto potersi liberare da quella briga, e uscire dall'alternativa o di mancare con suo danno ai riguardi verso del nuovo augusto, ovvero d'esporsi, pure con suo danno, ai venturi rimproveri de'cittadini. Non v' cosa buona che qualche volta non rechi incomodo; persino la buona riputazione. Costretto Guglielmo a nominare una somma, profer cinquantamila fiorini d'oro. Il consiglio approv questo donativo. Matteo Visconti non voleva tralasciare occasione di farsi merito; quindi, dopo di avere anch'egli assentito al donativo proposto, quest', disse, per l'imperatore; ma lasceremo noi di offrire qualche segno d'omaggio alla incomparabile imperatrice? Presentiamo alla bellissima principessa dieci altri mila fiorini d'oro. Cos propose Matteo; e, sebbene tacessero i consiglieri tutti, il notaio andava scrivendo anche questo secondo regalo; Guido della Torre, impetuosissimo uomo e incapace di piegarsi ai tempi, non si pot contenere; o fosse sdegno contro di Enrico, o fosse insofferenza vedendo un antico rivale diventato l'arbitro del consiglio, qualific altamente Matteo per un cattivo cittadino, che con una comodissima liberalit donava l'altrui; s'alz borbottando e dicendo con ironia: e perch non piuttosto il numero compito di centomila fiorini? Il notaio puntualmente scrisse centomila fiorini d'oro, e si dovettero pagare, malgrado i maneggi fatti poscia inutilmente per diminuire tal somma.
Mi sia permessa una breve digressione. Se la somma di centomila fiorini d'oro era allora tanto grave a pagarsi, quantunque ripartita su tutta la citt, come adunque una somma di tal valore poteva minacciarsi a un privato, il che pocanzi si  veduto nella pace ordinata fra i Visconti e i Torriani? La storia ci presenta frequenti occasioni di dubitare, anche sopra de'pi autentici documenti, perch i costumi, co'secoli, si sono cambiati; e se oggid sarebbe ridicola una legge che imponesse la pena d'un milione di scudi al delinquente, forse allora non lo sar stata, e la esagerata minaccia era forse lo stile del legislatore. Fors'anco l'antico spirito delle leggi longobarde, che fissava le pene pecuniarie, non permetteva di imporre, se non indirettamente, le pene personali, cio fissando una somma impossibile, la quale, non pagata, il delinquente cadeva in potere del legislatore.  noto come il fiorino d'oro  la stessa moneta che oggi chiamiamo il gigliato, che, da Fiorenza e dal fiore che aveva ed ha nell'impronto, si chiama fiorino; che questa moneta di purissimo oro si cominci a coniare in Firenze l'anno 1252; e che ben presto acquist tal credito, che molti altri Stati lo imitarono. Anche Milano ebbe i suoi fiorini d'oro nei tre secoli che vennero dopo quell'epoca: ed io credo che una di tali monete che possedo, coll'immagine da una parte di sant'Ambrogio, e dall'altra, de'santi Gervaso e Protaso, e colla data Mediolanum, possa essere coniata circa l'anno 1258, nel quale si fece uno statuto per migliorare la moneta, ovvero circa al 1260; anno al quale il Muratori attribuisce altre monete d'argento battute in Milano senza nome di principe, poich l'Impero era vacante(462).
Era sul punto il re Enrico d'incamminarsi verso di Roma, per ivi ricevere la terza incoronazione come imperatore; ma ben prevedeva quel prudente signore che sarebbe stata di corta durata la pace data a Milano, s'egli si allontanava, conducendo seco le sue milizie. Gli armati che lo accompagnavano non erano numerosi abbastanza per poterne staccare porzione in custodia della Lombardia. Doveva aspettarsi che l'odio e la rivalit delle fazioni sopite, scoppiassero al momento in cui veniva levato il peso che le aveva fiaccate; e che o i Visconti o i Torriani ben tosto venissero espatriati e resi raminghi co'loro aderenti. Il saggio principe, con accorto consiglio, nomin cento nobili milanesi, dai quali voleva essere onorevolmente accompagnato nel suo viaggio di Roma; e in questo numero erano compresi i capi e i pi distinti d'una e dell'altra fazione. Questa determinazione, che in fatti era decorosa per gli eletti, piacque sommamente alla citt, che ne traeva l'augurio della ventura quiete e dell'ordine. Gli eletti, per lo contrario, cercavano il pretesto onde potere sventarne l'idea; e quello che singolarmente rappresentavano, era la mancanza del denaro per un decente corredo: mancanza in parte vera; poich gli espulsi, nel tempo dei partiti, avevano perduto i loro beni. Comand adunque il re che la comunit di Milano dovess'ella somministrare i mezzi convenienti per i cento nobili nominati ad accompagnarlo. Pareva che per tal modo fosse spianata ogni difficolt; ma le sorde ed implacabili passioni rovesciarono ogni cosa. Sembrava quasi che secretamente i due partiti operassero di concerto per annientare ed eludere il potere benefico del re, che altro non toglieva loro che la facolt di nuocersi. I centomila fiorini d'oro del regalo si riscuotevano con violenze, e in modo cotanto odioso, che la citt era piena di lamenti. Si dissemin la vociferazione del nuovo aggravio da imporsi, per equipaggiare i cento nobili ed abilitarli al viaggio di Roma. Si cercava di far nascere l'avversione contro del re e dei Tedeschi, come invasori dello Stato. In queste circostanze, e mentre cominciava gi a spargersi la tristezza, venne radunato il consiglio generale per ordine del re, nel quale comparve Niccol Bonsignore di Siena, come ministro del re, proponendo al consiglio d'assumersi la spesa per il viaggio de'cento nobili. Aveva Niccol Bonsignore fatto circondare dalle armi del re la sala del consiglio, quella cio dove attualmente si trova l'archivio pubblico. Fatta ch'ebbe quel signore la proposizione, un cupo silenzio occup tutta la sala, e non vi fu mai modo che un solo de'consiglieri rispondesse alle molte istanze e interpellazioni di quel ministro. Credette Niccol di essere deriso; e dopo inutili tentativi, part dal consiglio lasciando gli ottocento radunati e custoditi dalle guardie, s che nessuno potesse uscirne. Portossi immediatamente dal re, al quale esponendo l'ostinazione del consiglio, procur di animarlo contro de'Milanesi; gli signific come la citt fosse inquieta; che fuori di porta Ticinese, ne'prati ove scorre la Vecchiabbia, eransi veduti Galeazzo Visconti e Francesco della Torre in secreto misterioso colloquio, d'onde, non credendosi veduti, s'erano separati prendendosi per la mano in atto di reciproca promessa; il che fra due case cotanto nemiche non poteva indicare se non una congiura contro del nuovo regno; eccit l'animo reale a farsi perfine temere da un popolo che non poteva guadagnare co'beneficii, e chiese se dovesse trasportare in carcere i taciturni consiglieri, ovvero passarli tutti a fil di spada. Tale fu il bel parere che quell'italiano diede ad Enrico. Ma il re aveva un miglior naturale del suo ministro. L'ora  ben tarda, rispose il re; i consiglieri non hanno pranzato; licenziate il consiglio, e lasciategli andare alle case loro. Cos rispose quell'augusto, il quale merita d'aver sempre un luogo onorato nella memoria di tutti i buoni. Cos venne fatto. Questa nel saggio monarca era virt, era umanit, nobile sicurezza e moderazione; non era spensieratezza o mancanza di azione. Egli cautamente sapeva diffidare; vegliava sopra tutti i movimenti d'una citt abituata ai cambiamenti; era di tutto informato; e con varii pretesti giravano sovente le truppe imperiali per i quartieri della citt.
La congiura fra i Visconti e i Torriani forse non era un sogno. Galeazzo Visconti fors'anco vi ebbe parte; almeno il popolo credette gi preso il concerto di scacciare il re ed i suoi. Taluno dubita che Matteo istesso vi avesse parte; io non lo credo. Egli  certo che Matteo comparve innocente e fedele presso dell'imperatore. Chi crede gli uomini troppo buoni s'inganna; e s'inganna non meno chi li crede troppo maligni. Matteo Visconti non si  mostrato mai uomo di cattivo carattere; e bisognava supporlo d'un pessimo animo, se appena ottenuto il beneficio di ricuperare la patria e i beni, appena onorato del cingolo della milizia, avesse tramata una insidia contro dell'augusto benefattore. Il fatto  questo. Gi era cominciato il tumulto nella citt, e molti erano usciti dalle loro case armati. Correva voce che i Visconti e i Torriani riuniti volessero scacciare i forestieri, a cagione de'quali s'erano imposte le ultime gravezze. Il luogo per radunarsi si vociferava alle case de'Torriani, le quali erano al Giardino, al Teatro Nuovo, ne'contorni di San Giovanni alle Case Rotte; denominazione data dappoi, quando, diroccate le case de'Torriani, cos rimasero per alcuni anni. La citt era in allarme; ma le truppe tedesche eranvi in buon numero, e giravano per le strade, in modo da non essere sorprese o poste facilmente in fuga. Si pretende da alcuni che il complotto fosse concertato fra l'inquieto Galeazzo, figlio di Matteo, e Francesco, figlio di Guido; il quale Guido della Torre trovavasi ammalato. Dai movimenti dei Tedeschi pot Galeazzo accorgersi che pi non era possibile il sorprenderli, e che la mina era sventata. Il partito pi scaltro era quello di ripiegare a tempo, di non arrischiarsi; comparire fedele, e lasciare che tutta la colpa e la macchia piombasse sopra dei Torriani. Se la cosa sia stata fatta a disegno e con malizia non lo sappiamo. Egli  vero che Matteo Visconti nascose entro un ripostiglio di sua casa Lodrisio Visconti, che era gi armato per uscire; e fatto ci, Matteo, in abito da casa, si pose a sedere sotto il porticato del suo cortile, e fece venire intorno di s alcuni domestici, co'quali si mise tranquillamente a ragionare, come se nulla accadesse nella citt, o non fosse a di lui notizia che dovesse accadere. Il re aveva spedita una banda de'suoi per arrestare Matteo, qualora lo cogliessero in armi. Entrarono improvvisamente gl'imperiali, e furono sorpresi di trovare il silenzio e la pace in quel ricetto in cui erano disposti a combatter i nemici. Matteo, spogliato, e attonito a quella novit, mostr tutte le apparenze d'un buon uomo che vive nella tranquillit la pi profonda: fece offrire cibo e bevanda con ogni ospitalit a que'stipendiati; i quali non ricusarono il dono, indi, preso il galoppo, si inviarono alle case dei Torriani, intorno alle quali tutto era in armi. Pagano della Torre, vescovo di Padova, si pose gli abiti episcopali indosso, la mitra, il baston pastorale, e si colloc sulla porta di sua casa per ricevere i Tedeschi; come i Romani al tempo di Camillo ricevettero i Galli. La persona del vescovo non fu offesa da alcuno, ma non pot per questo impedire l'ingresso. I signori della Torre, vedendosi sorpresi e male assistiti da una moltitudine disordinata, raccomandarono la loro vita a generosi cavalli, ai quali tagliarono gli usati ornamenti per renderli pi veloci alla fuga; e cos Francesco e Simone, figli di Guido, giunsero a ricoverarsi a Montorfano. Guido, infermo, si alz da letto, e, sorpassando il muro del giardino, si appiatt entro un monastero di monache; d'onde poi ebbe asilo presso un antico suo amico, e pot nascondersi e passare a salvamento. Frattanto gl'Imperiali con poco stento uccisero e sbandarono quegli ammutinati. Le case de'Torriani, bagnate di sangue e ingombrate di cadaveri, vennero esposte al saccheggio dalla licenza militare.
Mentre questa tragedia si esegu in Milano, Matteo Visconti e Galeazzo, di lui figlio, rappresentavano due scene in luoghi distinti. Matteo aveva comandato a Galeazzo di starsene in casa sino al di lui ritorno. Ma Galeazzo, appena fu il padre uscito, si arm, si pose a cavallo e si mostr per le strade. Matteo Visconti, poich vide sgombrati gl'imperiali dalla sua casa, si port disarmato dal vescovo di Trento, cancelliere imperiale, e lo preg di volerlo presentare al re; mentre non osava di presentarglisi solo nel momento in cui poteva ogni cittadino essere sospetto. Il vescovo fu compiacente; e la spontanea presenza del Visconti, i suoi ragionamenti, la relazione dello stato in cui venne sorpreso nella sua casa, persuasero il re che Matteo fosse innocente: e tutta la trama ricadde soltanto sopra i Torriani. Probabilmente, o non vi fu intrigo dalla parte di Matteo, ovvero fu concertato dal solo Galeazzo senza saputa del padre. Nel momento poi in cui scoppi il tumulto, facilmente Matteo avr conosciuto come fosse stata ordita la trama. Mi piace, se posso, senza mancare alla verit, di togliere quest'ingrata e bassa accusa alla memoria di un uomo la di cui vita non presenta azioni nere; e mi piace pure di non lasciare al buon re Enrico un inganno, per mercede della bont del suo animo. Matteo da Enrico non aveva ricevuto se non beneficii. Per lui aveva riacquistati i beni e la patria. Per lui il sommo potere non era pi fra le mani di Guido, suo nemico, da cui doveva temere nuovi danni se cessava il potere d'Enrico. Quindi a me sembra poco verosimile la congiura di cui alcuni nostri autori lo voglion complice, e della quale minutamente descrivono persino i familiari colloqui di Guido con Matteo. Forse i Torriani con tai dicerie cercarono poi d'offendere la fama di Matteo, la sola che avevan forze bastanti per invadere; e gli scrittori ne furono sedotti facilmente; perch riesce pi frizzante la storia, quando pi malignamente dipinge gli uomini; e lo storico signoreggia pi, indicando ingegnosamente le cagioni, ancor false, anzi che raccontando i fatti soli, ove siano incerte le cagioni che li produssero. Io mi creder onorato ancora pi, rendendo un omaggio costante alla verit. Si pu credere innocente anche Galeazzo, di lui figlio, il quale usc armato; e, inalberando l'insegna della vipera, aveva radunato un buon numero di cavalieri, che marciavano dietro di lui pronti a combattere. Questo drappello marciava dal Bocchetto al Corduce; quando improvvisamente se gli fece incontro un grosso squadrone di Imperiali, in numero da non cimentarvisi. Gl'Imperiali, avevano gi le lance in resta, ma Galeazzo, alzata la visiera, si di a conoscere venuto per unirsi a combattere contro i sediziosi e in servizio del re. I Tedeschi erano comandati da un vescovo(463). Con essi si accompagn Galeazzo, e fece in modo che s'introdusse nella citt un corpo di Austriaci acquartierati a San Simpliciano, che allora esisteva fuori delle mura. Accadde in tale occasione che il duca Leopoldo d'Austria, passando in mezzo a questi popolari tumulti, nelle vicinanze della chiesa di San Marcellino corse pericolo d'essere trasforato da una lancia; se un suo fedele non avesse spronato il cavallo, e, postosi di mezzo, salvata la vita a questo giovine principe, glorioso ascendente dell'augusta casa d'Austria. La lancia fortunatamente pass fra le vesti del generoso suddito, senza nocumento di Leopoldo.
I Torriani in quel giorno perdettero per sempre la patria, da cui vennero proscritti; e sempre dappoi riuscirono vani gli sforzi che posero in opera per ritornarvi. Cos termin la dominazione de'Torriani, la quale interrottamente dur anni trentatr, cominciando da Martino, che, nel 1247, intraprese a reggere il popolo, e lo resse per anni sedici, poscia Filippo, per anni due, indi Napoleone ossia Napo, per anni dodici, poi (dopo l'intervallo di Ottone Visconti e di Matteo), Guido della Torre lo resse per anni tre sino al 1311, il che forma il periodo di trentatr anni. Non ho interrotto il racconto di questa interessante serie di avvenimenti colle frequenti citazioni; perch l'epoca  assai nota, quantunque gli autori raccontino variamente le circostanze. Chi bramasse di esaminare il fatto dalla sorgente, vegga il tomo XII della Raccolta Rerum Italicarum; Bonincontro Morigia, Cronaca di Monza(464); Giovanni Villani, Storia, lib. IX; Cronaca d'Asti(465); Giovanni da Cermenate, Istoria(466); il Corio, all'anno 1311; e pi d'ogni altro, la diligente e laboriosa opera del nostro conte Giulini, al tomo VIII.

Capitolo 11.

Di Matteo I, di Galeazzo I, e d'Azzone Visconti, signori di Milano.

La storia d'un paese repubblicano pu paragonarsi ad una vasta pittura che rappresenti un grande ammasso di oggetti variati, sulla quale scorre lo sguardo, incerto talora quali delle figure meritino un'attenzione distinta; alcuni oggetti veggonsi bene illuminati, altri indicati appena in lontananza; e nella memoria non rimane poi se non un tutt'insieme. Laddove la storia d'un paese soggetto ad un principe si rassomiglia ad un quadro storiato, di cui le figure tutte servono al risalto del principale ritratto, che a s chiama i primi sguardi dello spettatore, nella mente di cui rimangono le tracce distinte della fisionomia rappresentata e della disposizione del quadro. Mutata la forma tumultuosa ed instabile della nostra citt; assoggettata questa alla signoria de'Visconti, i costumi, la felicit, la pace, la guerra, la povert o la ricchezza diventarono dipendenti dalla buona o cattiva indole del sovrano, sul quale principalmente convien fissare lo sguardo. (1311) I Torriani vennero per sempre scacciati, siccome dissi, dalla citt. Matteo Visconti, collo sborso di quarantamila fiorini d'oro, l'anno 1311, nel mese di luglio, ottenne dal re de'Romani, Enrico di Lucemburgo, un diploma col quale lo cre vicario imperiale nella citt e contado di Milano. Diciassette anni prima, Matteo istesso era stato creato vicario imperiale dall'augusto Adolfo, non di Milano soltanto, ma di tutta la Lombardia, con mero e misto imperio. Il re Enrico doveva abbandonare la Lombardia, ed inoltrarsi verso Roma, ove ricevette la corona imperiale. Egli aveva in animo di sottomettere il regno di Napoli, ma gli mancavan i denari; non  quindi maraviglia che, volendo egli trar profitto dalla carica di vicario dell'Impero, la concedesse ad un uomo che gli dovea tutto, cio a Matteo Visconti. (1313) Pass poi quel buon imperatore nella Toscana, ove a Buonconvento, mor il giorno 24 agosto 1313. La controversa cagione della di lui morte non  un oggetto appartenente alla storia di Milano. L'arcivescovo di Milano era uno della casa della Torre, cio Cassone della Torre; e doveva vivere esule dalla sua patria, seguendo il destino della sua famiglia. Egli dalla Francia, ove stavasene ricoverato presso del papa, si port a Pavia, citt che allora non era dominata dai Visconti, e l'anno 1314 da Pavia scrisse a Matteo Visconti una lettera che comincia cos: Cassonus etc. Viris utinam providis Mattheo Vicecomiti, vicario et rectori, sive capitaneo, potestati, sapientibus et antianis, consiliariis, consulibus, consilio, Communi civitatis Mediolani, et Galeatio, Luchino, etc(467).; indi espone i mali fatti alle possessioni della mensa arcivescovile, e conclude: ut ideo tu Mattheus Vicecomes, et alii ut supra nominati, nisi vos emendaveritis de praedictis, in perpetuum excomunicamus, anathematizamus, omnique commercio humano ac ecclesiastica sepultura atque sacris ordinibus privamus(468). Pare che questo sia stato il primo annunzio degli anatemi che vennero scagliati dappoi. Matteo era uomo cauto e pacato. Poco a poco stese la sua dominazione su Piacenza, Bergamo, Novara e qualche altra citt. (1315) Pavia era una citt forte, nemica di Milano quasi da trecento anni. Matteo Visconti fece comparire le sue armi sotto Pavia, le quali intrapresero dalla parte di Milano un finto attacco, a rispingere il quale incautamente accorsero tutte le forze del presidio. Frattanto un altro corpo di Militi di Matteo, assistito da'corrispondenti ch'erano nella citt, entr dall'opposta parte in Pavia, guidato da Stefano Visconti, uno dei figli di Matteo; e cos Pavia divent dei Visconti l'anno 1315, e si assicur Matteo che da quella vicina e forte citt l'arcivescovo Cassone della Torre non gli avrebbe pi scritte di tai lettere. I Pavesi, un secolo e mezzo prima, avevano avuta gran parte nella rovina di Milano. Ne'meschini tuguri ove stavano appiattati i nostri maggiori a Noceto e Vicentino, risuonavano ancora i singulti degli avviliti cittadini, che temevano non incendiassero i Pavesi anche que'tristi ricoveri. Matteo Visconti risparmi ogni danno possibile ai Pavesi; fabbric un castello col quale assicurarsi quella signoria, e ne confid il comando a Luchino suo figlio. Matteo non era punto atroce, e pensava alla stabile grandezza del suo casato. Le sue armi erano confidate a'suoi figli. Non sembra ch'egli fosse in conto alcuno uomo da guerreggiare; Marco Visconti comandava Alessandria e Tortona, Galeazzo comandava Piacenza, Luchino, Pavia, e Lodrisio, cugino di Matteo, comandava Bergamo. I figli suoi avevano ardor militare e perizia; e l'estensione del dominio n' la prova; poich in breve furono assoggettate Piacenza, Bergamo, Lodi, Como, Cremona, Alessandria, Tortona, Pavia, Vercelli e Novara; e cos Matteo signoreggiava undici citt, compresa Milano.
Non poteva piacere al papa la signoria de'Visconti per le ragioni che altrove ho indicate. Il papa, sebbene rifugiato nella Francia, sempre aveva in vista l'Italia. Dopo la morte di Enrico di Lucemburgo gli elettori nella Germania formarono due partiti, e furono incoronati re di Germania e de'Romani Federico d'Austria e Lodovico di Baviera. Il papa Clemente V aveva inalberata una pretensione, che fu poi cagione di una lunga guerra fra l'Impero ed il Sacerdozio. Pretendeva quel papa che il giuramento che solevano gl'imperatori pronunziare nella incoronazione fatta dal sommo pontefice, fosse un giuramente di fedelt e di vassallaggio. (1317) Questa opinione la sosteneva anche il suo successore Giovanni XVII; e in conseguenza sped, l'anno 1317, due frati nella Lombardia, i quali in di lui nome dichiararono invalide le elezioni di Federico e di Lodovico: pubblicarono vacante l'Impero, e comandarono che non ardisse alcuno di arrogarsi il titolo di vicario imperiale. La cosa era chiara che si aveva di mira Matteo Visconti, la cui pieghevole politica non urtava mai, e secondava anzi i tempi. Matteo cess di chiamarsi vicario imperiale, e assunse il titolo di signor generale di Milano e suo distretto(469). Forse il papa e l'arcivescovo Cassone della Torre si aspettavano minore compiacenza; e quindi speravano un pretesto per venire ad un'aperta rottura. Matteo, da saggio, abbandon una parola, per non compromettere la dominazione. L'arcivescovo era esule; ma non sappiamo che potesse darsene colpa a Matteo; poich forse non v'era atto di autorit che lo allontanasse dalla diocesi, in cui non si credeva per sicuro l'arcivescovo, sotto la signoria de'rivali della sua famiglia. Non vedendo quindi Cassone della Torre speranza alcuna di ritornare al possesso della sua sede arcivescovile, cerc dal papa il patriarcato di Aquileia, e il papa glielo confer. Poich Matteo Visconti seppe essere vacante la sede metropolitana, maneggi la cosa in modo, che gli ordinari passarono ad eleggere arcivescovo Giovanni Visconti, altro figlio di Matteo. Cassone della Torre era stato parimenti eletto dagli ordinari l'anno 1308, senza che il papa Clemente V vi facesse opposizione. Questo era il metodo delle elezioni praticato sempre nella nostra chiesa, prima che Urbano IV, di propria autorit, eleggesse l'arcivescovo Ottone Visconti, l'anno 1262. Con tutto ci il papa non bad punto alla canonica elezione fatta dagli ordinari, e in Avignone consacr arcivescovo di Milano certo frate francescano, per nome Aicardo. L'elezione che aveva fatta il papa dell'arcivescovo Ottone poteva comparire in qualche modo giustificata, attesa la discordia degli ordinari, che da pi anni lasciavano sprovveduta del pastore la chiesa milanese. Ma questa non curanza d'una elezione regolare e canonica non poteva comparire altrimenti che una ostilit. Matteo Visconti era cauto, moderato; ma non era pusillanime. Non permise mai che frate Aicardo ponesse il piede ne'suoi Stati.
Matteo Visconti aveva cinque figli: Galeazzo, Luchino, Marco, Stefano e Giovanni, creato arcivescovo. Sebbene Galeazzo, Luchino e Stefano abbiano mostrato valor militare in ogni occasione presentandosi ai nemici, Marco per li superava, e aveva i talenti d'un buon generale. Fu spedito dal padre a tentare la conquista di Genova; e l'impresa non riusc; perch il re Roberto di Napoli vi trasport un flotta ed un'armata in soccorso. Non per abbandon s tosto quell'impresa Marco Visconti; che anzi, avendogli fatto intimare il re che sciogliesse tosto l'assedio, poich altrimenti sarebbe venuto ad attaccarlo alle porte di Milano, Marco gli fece dire per risposta, che non occorreva andar tanto lontano, giacch egli era pronto a riceverlo ivi alle porte di Genova(470). Il re Roberto era collegato col papa; e, portatosi egli in Avignone, Matteo Visconti fu uno de'principali oggetti che si trattarono in tal conferenza. Egli veniva accusato de pessimis criminibus, et de haeresi, licet non foret noxius(471). Il cardinale Berengario, vescovo tusculano, fu destinato a formare il processo a Matteo Visconti, ed ivi in Avignone quel cardinale rifer in concistoro, che risultava dall'asserzione di testimonii degni di fede, essere Matteo Visconti gravemente diffamato come reo di sacrilegi, delitti ed eccessi. La fama di tali accuse giunse a Milano; e Matteo, per calmare la procella, cominci a permettere che frate Aicardo fosse dal clero riconosciuto per arcivescovo; e cos rinunzi al dritto acquistato da Giovanni suo figlio, gi canonicamente eletto alla medesima sede. (1319) Oltre ci, volendo dare un pubblico attestato insigne della sua divozione alla Chiesa, ricuper il rinomatissimo tesoro di Monza, che nei passati guai era stato depositato in pegno al tempo di Napo Torriano; e colle sue mani, la vigilia del Natale dell'anno 1319, lo port in Monza e lo deposit sull'altare di quella chiesa di San Giovanni. Questo tesoro consisteva in corone e calici d'oro gemmati; e convien dire che fosse veramente un tesoro, poich veniva stimato allora ventiseimila fiorini d'oro(472). Ma questa pieghevolezza di Matteo Visconti non bast a concigliargli l'aderenza del papa; il quale voleva esclusi i Visconti dalla dominazione, assoggettato l'Impero, e dipendente l'Italia. Giovanni XXII sped nella Lombardia il cardinale Bertrando del Poggetto in qualit di legato(473), il quale dichiar l'Impero vacante; nulla l'elezione di Lodovico il Bavaro; cre vicario imperiale il re Roberto di Napoli; comand a tutto il clero di Lombardia di ubbidire al nuovo vicario imperiale; e finalmente intim a Matteo Visconti di doversi presentare in Avignone al papa per rendergli conto dei delitti che gli erano imputati. L'affare era serio, perch era gi in marcia alla vlta della Lombardia un'armata di Francesi, comandata dal conte del Maine, in nome del nuovo vicario il re Roberto di Napoli. Matteo, richiamando Galeazzo da Piacenza, Marco da Genova, e Luchino da Pavia, radun tutte le sue forze, le quali consistevano in cinquemila cavalli e quarantamila fanti(474). Il comando venne affidato a Galeazzo e non a Marco, fors'anco perch non si doveva decidere la questione colle armi. Marci l'armata sino verso Sesia nel Piemonte, ove si trov in faccia i nemici. Pose le sue tende Galeazzo; indi sped al conte del Maine due botti d'argento, che si dicevano piene di generoso vino; facendogli dire ch'ei provava sommo rincrescimento nel vederselo nemico, s per l'ossequio ch'ei professava alla casa di Francia, quanto per essere stato ei medesimo onorato del cingolo della milizia dal conte di Valois, di lui padre. I due eserciti non si offesero, anzi i Francesi dopo due giorni piegarono le tende, e ripassate le Alpi, tornarono alla loro patria, lasciando la Lombardia come prima. Si credette da alcuni che le due botti fossero ripiene di monete, e che Matteo con quelle armi si fosse difeso. Per quanto miti fossero i ripieghi di Matteo, il papa non voleva in conto alcuno n tregua n pace; anzi da lui si voleva annientato nell'Italia il potere nascente de'Visconti. Il papa sped un breve in cui diceva che, quantunque Matteo Visconti avesse deposto il titolo di vicario imperiale, nondimeno aveva osato chiamarsi signore di Milano; e in pena di questo disprezzo della Santa Sede lo scomunic. Ordin che la scomunica si pubblicasse in tutte le chiese, e cit nuovamente Matteo a comparire in Avignone a dire le sue discolpe(475). Il cardinale legato Bertrando del Poggetto, da Asti, ove si era domiciliato, sped a Milano certo Ricano di Pietro, suo cappellano, incaricato di consegnare il breve. Ma appena era il cappellano disceso nell'albergo, si vide attorniato da un grosso numero di sgherri, i quali l'obbligarono a rimontare tosto a cavallo, e partirsene: di che se ne lagn il cardinal legato in una sua enciclica: individuando che nemmeno si era voluto permettere che facesse abbeverare i cavalli, e il cappellano e i suoi seguaci dovettero lasciare a mezzo il loro pranzo, facendogli persino difficolt dalla gran fretta di ripigliare il cappello, che aveva deposto, e scortandoli direttamente fuori dello Stato senza permetter loro di parlare con alcuno(476). Se il cardinal legato trovava biasimevole Matteo, perch si riparava da un colpo mortale da esso slanciatogli, doveva almeno non lagnarsi della moderazione istessa con cui se n'era riparato. (1320) Il cardinale Bertrando del Poggetto, il giorno 3 settembre 1320, nella chiesa de'Francescani in Asti, nuovamente scomunic Matteo, e nuovamente lo cit a comparire in Avignone. Matteo cercava pure le vie d'un accomodamento; ma le condizioni che si proponevano, erano inammissibili da un uomo che era sovrano, e talmente sovrano, che veniva considerato come un re della Lombardia, siccome dice il Villani(477). Si voleva che rinunciasse al governo di Milano; che riconoscesse per suo signore Roberto re di Napoli; e che i signori della Torre ritornassero alla loro patria(478). Queste proposizioni non piacquero a Matteo n alla citt di Milano. Il papa continuava a citare Matteo Visconti; pubblicava incessantemente i monitorii, e in essi gli rinfacciava i delitti: i quali consistevano in esazioni fatte sul clero, giurisdizione esercitata sopra persone ecclesiastiche, autorit adoperata nelle elezioni de'superiori de'conventi. (1321) Poi nel 1321, il giorno 20 di febbraio, lo stesso papa Giovanni XXII, con sua bolla, pubblicata dal nostro conte Giulini(479), condann Matteo a pagare diecimila marche d'argento; nuovamente lo scomunic, e lo dichiar decaduto da tutt'i beni, feudi, onori, ragioni, ecc., e dice che cos le sentenziava: Tum quia reatus sacrilegii cognitio et punitio ad ecclesiasticum forum spectat, tum etiam quia, vacante Imperio, sicut et nunc vacare dignoscitur, ad nos et apostolicam Sedem pertinet excedentium hujusmodi in Imperio existentium ausus comprimere, oppressionem tollere, ac lassis et oppressis justitiam ministrare(480). Poco dopo and pi avanti il papa; scomunic anche i figli di Matteo, pose all'interdetto le citt possedute dai Visconti, ordin agli inquisitori di processarlo, e il breve comincia cos: Profanus hostis, et impius auctor immanis scelerum et culparum, Mathaeus Vicecomes de Mediolano, partium Lombardiae rabidus populator, etc.(481). (1322) Gl'inquisitori citarono Matteo a doversi presentare al loro tribunale il giorno 25 febbraio 1322 in una nominata chiesa, presso Alessandria. Vi comparve il di lui figlio Marco, con grande comitiva di cavalli e fanti e bandiere spiegate. Gl'inquisitori si trasportarono a Valenza, ove condannarono Matteo, come reo di venticinque delitti, molti de'quali consistevano in avere Matteo imposto carichi anche al clero, ed avere esercitata giurisdizione sopra i beni, i corpi e le persone ecclesiastiche. Se gli faceva delitto perch avesse impedito che le chiese del Milanese pagassero tassa al cardinale legato ed alla camera apostolica. Altro delitto se gl'imputava, d'aver impedita l'emigrazione per la Crociata. Indi fra le sue colpe due se ne ricordano le quali meritano riflessione; cio d'aver posto argine all'Inquisizione, e d'avere pregato per liberare l'infelice Mainfreda, che fu, malgrado le sue preghiere, bruciata viva, siccome narrai al capitolo nono. Concludeva la narrazione de'delitti, asserendo che Matteo negava la risurrezione de'corpi; aveva da'suoi progenitori ereditato il veleno dell'eresia; era collegato co'scismatici; sentiva male de'sacramenti; disprezzava l'autorit delle chiavi, e aveva fatto lega co'demonii, pi volte da lui esecrabilmente invocati. Quindi si sentenziava Matteo Visconti eretico; i suoi beni mobili ed immobili confiscati; veniva privato del cingolo della milizia, dichiarato incapace di nessun ufficio pubblico, degradato da ogni dignit ed onore, e nominato perpetuamente infame, dando la facolt a chiunque di arrestarlo. In oltre i figli di Matteo, e persino i figli de'suoi figli, vennero dichiarati incapaci perpetuamente di qualunque ufficio, di qualunque dignit e di qualunque onore. La sentenza  del giorno 14 marzo 1322, data nella chiesa di Santa Maria di Valenza, e la pronunziarono frate Aicardo, arcivescovo di Milano, frate Barnaba, frate Pasio da Vedano, frate Giordano da Montecucco, frate Onesto da Pavia, domenicani inquisitori, alla presenza del cardinale legato(482). Il cardinal legato, in Asti, pubblic una remissione plenaria, non solamente della pena, ma della colpa de'peccati, a chiunque prendesse le armi, e marciasse sotto lo stendardo che ivi fece inalberare, alla distruzione di Matteo Visconti e de'fautori suoi: Fecit portare vexillum sactae Ecclesiae super solarium de domo; praedicatum fuit ibi, quilibet vir et mulier, qui vellet sequi dictum vexillum ad destruendum dictum Mathaeum et coadjutores ejus, liber et mundus sit tam a culpa, quam a poena(483); e nella cronaca di Pietro Azario si legge che le maledizioni furono estese sino alla quarta generazione da quel cardinale legato: Sententias excommunicationis proferendo, thesauris Ecclesiae apertis, et undequaque stipendio perquisito contra praefatum dominum Mathaeum et sequaces, usque in quartum gradum suarum progenierum(484).
In quale misero stato si ritrovasse, dopo tutto ci, Matteo Visconti,  facile l'immaginarselo. Molti dei nobili, per la naturale invidia d'una nascente potenza, aderivano al legato. Altri tremavano per obbedire ad un eretico scomunicato; e il popolo tutto era inorridito per l'anatema e l'interdetto pronunziati sopra della citt. Il Corio riferisce quell'epoca, ed io mi servir delle parole di lui. I nobili adunque di continuo interponevano littere al legato, ed in altro non havevano il pensiere se non excogitare in quale modo Matteo con li figlioli potessino rimovere dal governo dil milanese imperio. Mattheo da questa hora avante pi non si volse intromettere de veruna cosa concernente al Stato suo, ma in tutto ne le mano de Galeazo renunti il dominio, grandemente condolendosi de la lite quale contra la Chiesia cognosceva moltiplicare, ed anche perch non altramente da li citadini milanesi se haveva a guardare come da pubblici e capitali inimici, inde tutto il pensiere suo puose, con devotione a visitare li templi, et ultimamente un giorno avante alo altare de la chiesia maggiore havendo facto convocare il clero, e pervenuti alla presenzia de quello con alta voce cominci a dire Credo in Deum Patrem, e disse tutto lo symbolo, lo quale fornito, levando il capo, cridava che questa era la sua fede, la quale haveva tenuto tutto il tempo della vita sua e che qualunque altra cosa gli era imposto, con falsitate lo accusavano, e de ci ne fece conficere un publico instrumento(485). Il Rainaldi confessa che in quei processi vi  stata della parzialit: Certe fidei censores studio partium nimium commotos in percellendis sententia haereseos Gibellinis aliquibus constat(486); e il papa Benedetto XII, dicianove anni dopo, con sua bolla del 7 maggio 1341, dichiar e sentenzi iniqui e nulli i processi fatti nel 1322: Processus, et sententias supradictas, ex certis causis legitimis atque justis repertis in eis, inique factos invenimus existere, atque nullos ipsos processus et sententias per archiepiscopum, Paxium, Jordanem, Honestum et Barnabam praefatos, et eorum quemlibet super praemissis, communiter vel divisim, contra Johannem et Luchinum praedictos (erano allora quei due figli di Matteo signori tranquilli di dodici citt) habitos atque latos, et quaecumque secuta sunt ex eisdem vel ob eos, de ipsorum Fratrum nostrorum consilio, et authoritate apostolica, inique facta ac nulla atque irritata declaramus(487). Comunque fossero i processi, certo  che un seguito di tante angustie oppresse l'animo di Matteo, gi indebolito anche dalla non pi vegeta et di sessantadue anni; e dopo breve malattia, nella canonica di Crescenzago, tre miglia lontano da Milano, fin i suoi giorni il 24 di giugno dello stesso anno 1322, poco pi di tre mesi dopo la sentenza. I figli tennero per alcuni giorni occulta la di lui morte; anzi si facevano entrare medici e cibi nella stanza, come se Matteo tuttora fosse vivo; e ci si fece per aver modo almeno di salvare le di lui ceneri, e riporle celatamente in luogo ove alcuno non potesse insultarle per paura dil pontefice, che il cadavere non facesse remanere insepulto, dice il Corio. Qual carattere abbia fatto di Matteo il Fiamma, si  veduto nel capitolo precedente. La fisonomia di Matteo era piacevole: due begli occhi cerulei, vivaci, carnagione bianca, tratti del volto fini e gentili. Egli non si mostr crudele giammai. Ebbe il raro talento di sopportare in pace la fortuna contraria, e il talento pi raro ancora di non ubriacarsi co'favori di lei. Nessuna prova egli diede mai di valor militare, e tutti i successi felici delle sue armi si debbono al coraggio ed al talento di Luchino, di Galeazzo, e sopra gli altri di Marco, suoi figli. Di quest'ultimo l'Azario dice: qui omnes alios probitate excedebat(488), e si vede che credette di significare prodezza. Per altro in Matteo non si conosce alcuno di que'tratti sovrani che indicano le anime grandi, capaci d'innalzarsi al sublime. Egli si limit sempre a pensieri proporzionati alla sua condizione presente, e prefer la prudenza all'eroismo. La grandezza della sua casa singolarmente si deve a lui; ma piuttosto per una combinazione di circostanze, che per un ardito progetto ch'ei ne avesse immaginato. Matteo  stato un buon uomo, un buon padre, un buon principe, accorto, giudizioso; ma non l'ho chiamato Matteo Magno, perch quel titolo  consacrato per distinguere quelle anime vigorosamente energiche, le quali, slanciatesi oltre la sfera comune degli uomini, formano un'epoca della felicit, della coltura e dei progressi della ragione negli annali del genere umano.
Se la guerra contro di Matteo Visconti fosse stata mossa per motivi personali, colla di lui morte sarebbe terminata, ed avrebbe Milano nuovamente goduta la tranquillit; ma l'oggetto della ostilit era di opprimere una nascente potenza; e perci Galeazzo I, al quale Matteo aveva rinunziato avanti di morire il governo dello Stato, si trov esposto alle persecuzioni, pi animose ancora di quelle che afflissero gli ultimi anni della vita di suo padre. Gi vedemmo che Galeazzo, coll'inquietudine sua incautamente indisponendo i Milanesi, era stato cagione della perdita della signoria, del ritorno de'Torriani e dell'esilio a cui soggiacque la sua casa. La sperienza di venti anni che erano trascorsi, non aveva reso molto prudente Galeazzo; il quale, nell'anno medesimo in cui mor Matteo, perdette il dominio di Piacenza per un'inconsideratezza appena perdonabile nel primo bollore della giovent. Il signor Versuzio Lando era uno de'primari nobili di Piacenza, distinto per il valore, per i costumi e per le ricchezze; egli aveva in moglie la signora Bianchina Landi, bellissima giovine, che amava teneramente il suo sposo. Galeazzo, credette, con poca accortezza, di renderla infedele, ed essa inform il caro sposo dell'insidie che se gli tessevano; e cos il Lando, unitosi al cardinal legato Bertrando del Poggetto, occup Piacenza a nome del papa. In quella sorpresa corse gran rischio d'essere preso il giovine Azzone, figlio di Galeazzo, il quale trovavasi in Piacenza, con Beatrice d'Este, di lui madre. Questa virtuosa donna lo salv, sottraendolo con poca scorta, al primo avviso ch'ebbe della sorpresa; indi ebbe la fermezza di rimanere esposta al rischio degl'insulti nel suo palazzo, acciocch non si dubitasse della partenza d'Azzone, e frattanto egli profittasse del tempo per salvarsi; anzi andava ella gettando delle monete ai vincitori, e cos fece perdere pi lungo tempo. Ma quando s'avvidero poi che in nessun ripostiglio si trovava il giovine principe, troppo tardi s'accorsero del pietoso inganno della principessa madre, la virt della quale venne rispettata da'nemici, i quali onorevolmente la scortarono fuori di Piacenza. Galeazzo I non aveva in somma le virt di suo padre, e perci, quantunque in Milano avesse un forte partito che lo sosteneva malgrado gli anatemi, fu egli costretto di fuggirsene il giorno 9 dicembre di quell'anno 1322; sebbene un mese dopo vi rientr come privato, e prima del terminar di quell'anno, a grido generale del popolo, venne proclamato signore di Milano il giorno 29 dicembre. Ma il papa non lo lasci tranquillo. Pubblic una bolla per cui ordin a tutto il clero di Milano che immediatamente uscisse dalla citt, e non si accostasse a quella per lo spazio di tre miglia. Ognuno s'immaginer qual turbamento doveva nel popolo cagionare questa novit, che toglieva la possibilit d'assistere ai sacri misteri, privava i moribondi del soccorso de'ministri dell'altare, ed esiliava dalla patria i cittadini nei quali stava comunemente collocata la maggiore confidenza e venerazione. N quivi pure ebbe confine la controversia. Fece il papa predicare nell'Inghilterra, nella Francia e nell'Italia un'indulgenza generalissima in beneficio di chiunque prendesse le armi contro de'Visconti; e cos venne a formare una Crociata contro di essi, come si era fatto contro de'Saraceni. L'armata de'crocesignati gi aveva occupato alcuni borghi del Milanese. La comandava Raimondo di Cardona, nipote del cardinal legato Bertrando del Poggetto. Le cose de'Visconti andavano alla peggio. (1323) Il giorno 13 giugno 1323 l'esercito sacro s'impadron dei sobborghi di Milano, e singolarmente quelli di porta Nuova, porta Renza e porta Comacina furono in preda alla licenza de'crocesignati, che, violando le donne, passando a fil di spada gli uomini e distruggendo colle fiamme le case, portarono gli eccessi al colmo(489). Nella citt per essi non poterono entrare. La citt era bloccata, e ci riferisce il Corio che i Fiorentini ch'erano nell'esercito pontificio, il giorno del loro santo protettore san Giovanni Battista, fecero correre il palio sotto le mura di Milano(490); sorta d'insulto che talvolta si usava per dimostrare che non si temeva in verun conto dell'inimico, non credendosi in lui coraggio nemmeno di uscire per interrompere i giuochi degli assedianti. Talvolta ancora si us di coniare moneta sotto le mura nemiche, ponendo una preziosa officina, che non pu sottrarsi con celerit, sotto gli occhi de'nemici, in segno di disprezzo. Tale era la condizione de'Visconti, che pareva inevitabile la totale loro rovina. Due cose per concorsero ad impedirla: il valore, l'attivit, la condotta militare di Marco Visconti, e la riunione degl'interessi d Lodovico il Bavaro con quei de'Visconti. Il papa dichiarava vacante l'Impero; pretendeva di far egli frattanto l'ufficio dell'imperatore; creava vicario imperiale Roberto, re di Napoli. Lodovico di Baviera, che si considerava imperatore legittimo, non poteva preservare il regno italico e impedire l'intrusione di questo preteso vicario imperiale, se non soccorrendo i Visconti; poich da solo non aveva forze bastanti per tentare l'impresa. In fatti Lodovico il Bavaro aveva spedito ai Visconti un corpo di truppe comandate dal conte di Mhrenstdten. L'instancabile papa Giovanni XXII non bilanci punto a scomunicare Lodovico di Baviera, incolpandogli fra le altre cose l'aiuto ch'egli aveva dato ai Visconti. Il Rainaldi, che ne pubblic la bolla, cos riflette: Non deerant tamen Ludovico plures rationes, quae ipsius gesta apud plerosque excusarent. Controversiam de Imperio cum Federico austriaco jam direptam ferro. Mediolanum vero defensum, non ut Galeatio haeretico studeret, sed ut assereret sibi Imperii jura, neque a Roberto Siciliae rege amplissimam Imperii provinciam nunquam forte recuperandam occupari pateretur. Non his tamen Johannes a meditato consilio revocatus est(491). Lodovico venne cos impegnato pi che mai a sostenere i Visconti. L'armata dei Crociati aveva l'interno vizio d'un'armata combinata di drappelli di varii principi e di varie nazioni; basta il tempo per indebolirla colle gelosie, le rivalit e i sospetti. (1324) Nel giorno 28 di febbraio 1324 a Vaprio venne potentemente battuta. Il generale Raimondo di Cardona fu preso: egli era nipote, siccome dissi, del cardinal legato; Simone della Torre rest ucciso sul campo; Enrico di Fiandra se ne fugg a piedi; molti rimasero sul campo; molti, fuggendo, s'affogarono nell'Adda; in somma la vittoria fu compita per i Visconti. Marco Visconti voleva profittare del momento, e marciare a sloggiare da Monza i crocesignati che vi avevano trovato ricovero. Ei conosceva che l'opinione decide nella guerra pi che la forza fisica; che le battaglie non si vincono per aver ridotto l'inimico all'impossibilit di continuare la contesa, ma per lo spavento che gli si  potuto imprimere; e che, assalendo un'armata nel punto in cui gli uomini sono sgomentati per una rotta, la vittoria  sicura. Cos pensava Marco; ma il primogenito Galeazzo, forse perch il progetto era del fratello, non lo volle secondare. I crocesignati in Monza si premunirono, ripresero animo, si prepararono una difesa contro di qualunque insulto; e Marco, deridendo Galeazzo, gli diceva poi: Fratello, va a Monza, che si vuol rendere. Otto mesi di blocco dovette spendere Galeazzo per averla. Infine poi, dopo di avere sofferti tutti i mali della fame e della libidine militare, Monza si rese il giorno 10 dicembre 1324; e cos Galeazzo vide terminar la Crociata mossa contro di lui.
Mentre era Monza bloccata e abbandonata in preda alla violenza che usavano questi avanzi di un'armata collettizia, i canonici di San Giovanni di quel borgo avevano somma inquietudine che le rapine non si estendessero sopra del pregevolissimo tesoro della loro chiesa; il quale allora, siccome dissi, era valutato ventiseimila fiorini d'oro, oltre il pregio delle cose sacre antiche. Deputarono quindi quattro canonici del loro ceto, ai quali commisero di pensare a un sicuro nascondiglio, ed ivi riporlo. Fecero giurar loro un inviolabile secreto, da non rivelarsi se non in punto di morte. Poich da essi fu eseguita la commissione, e il tesoro collocato, non si sapeva dove, il capitolo obblig i quattro depositari del secreto a partirsene, e separatamente frattanto vivere altrove; acciocch non potesse colle minacce, e fors'anco colle torture, costringersi alcun d'essi a parlare; e in potere di que'licenziosi non rimanesse alcuno presso cui fosse il secreto. Pensare non si poteva pi cautamente: eppure Monza perdette il tesoro. Uno de'quattro canonici, che aveva nome Aichino da Vercelli, stavasene in Piacenza, ove venne a morte, e pales il secreto a frate Aicardo, arcivescovo di Milano. Da esso ne fu bentosto informato il vigilantissimo cardinale legato, Bertrando del Poggetto; il quale non perd tempo, e incaric Emerico, camerlingo di santa Chiesa, che trovavasi in Monza, di trasmettergli quel tesoro, siccome esegu puntualmente; e indi fu trasportato in Avignone, dove dimorava il papa; d'onde, venti anni dopo, signoreggiando Luchino, venne restituito l'anno 1344. Io lascer al chiarissimo signor canonico teologo don Antonio Francesco Frisi la cura di verificare se la restituzione siasi fatta senza alcuna perdita. Il valore dell'oro e delle gemme che oggid ivi si mostrano, non giunge fors'anco a duemila fiorini d'oro. Egli, che con varie dissertazioni ha illustrate le antichit di Monza, ci render istrutti esattamente anche di ci, nella dissertazione che si  proposto di pubblicare sul tesoro di quella chiesa.
Poich Galeazzo ebbe Monza in suo potere, e si vide liberato dalla Crociata, pens tosto a rendere quel luogo munito in avvenire contro simili accidenti. Importava molto il non avere alla distanza di sole dieci miglia da Milano un borgo facilmente prendibile, e nel quale i nemici, con molto numero d'armati, potessero sostenersi per alcuni mesi, siccome poco anzi era accaduto. (1325) Per tal motivo Galeazzo I, l'anno 1325, fabbric un castello in Monza, di cui vedesi ancora oggid la torre rovinosa. Il modo col quale fece quel principe fabbricare quella torre ci prova sempre pi quanto poco ei rassomigliasse al buon Matteo suo padre. Veggonsi anche al d d'oggi le prigioni orrende, destinate a far soffrire l'umanit, calandovi gli uomini come entro un sepolcro per un buco della volta, ove discesi posavano sopra d'un pavimento convesso e scabroso, tanto vicino alla vlta da non potervisi reggere in piedi. Cos egli aveva immaginato il modo di aggiugnere all'angustia, alla privazione della libert, al timore dell'avvenire, al maligno alimento del cibo e dell'aria, anche il tormento di far succedere una positura dolorosa ad un'altra dolorosa. Galeazzo I questa unica memoria ci lasci come sovrano; poich la signoria di lui fu breve, e la cagione la troviamo nella domestica discordia. Marco, che col suo valore aveva conservato e difeso lo Stato, non poteva soffrire il fasto di Galeazzo I, a cui il padre aveva lasciata la signoria. La distanza che passa fra un sovrano ed un suddito, rendeva insopportabile a Marco la sua condizione. I principi cadetti delle case sovrane, sono educati sin dalle fasce a venerare nel primogenito il venturo signore: ma a ci non era disposto dall'educazione l'animo di Marco. La dominazione di Matteo Visconti, loro padre, fu tanto eventuale, precaria ed incerta, che nessun uomo, per illuminato ch'ei fosse, avrebbe potuto con ragione antivedere s'egli avrebbe finito come privato, siccome nacque, ovvero qual principe, siccome avvenne. Perci la disparit fra i fratelli sopragiunse come un avvenimento impensato, il quale doveva eccitare la vampa delle passioni nei cadetti. Giovanni era di carattere mite, e la condizione sua d'ecclesiastico moderava l'invidia. Luchino aveva egli pure la prudenza di accomodarsi ai tempi. Stefano aveva moglie e figli. Marco era quello che pi si mostrava intollerante. Egli s'era fatto conoscere e stimare dagli stipendiari tedeschi, spediti da Lodovico il Bavaro; onde non gli fu cosa difficile l'indurre quell'eletto imperatore a venire nell'Italia, per celebrare le incoronazioni a Milano ed a Roma. Si pretende ch'egli trovasse il modo d'irritare l'animo di quell'augusto contro de'suoi fratelli, e contro di Galeazzo I singolarmente, supponendogli dei maneggi col papa Giovanni XXII, dal quale, siccome ho detto, Lodovico era stato maltrattato. (1327) Quello che sappiamo di certo si  che, nel giorno 17 di maggio dell'anno 1327, Lodovico il Bavaro entr solennemente in Milano, accompagnato da quattromila cavalli. Egli e la regina Margherita, sua moglie, stavano sotto di un baldacchino. Andarono a prendere alloggio nel palazzo del Broletto vecchio, cio dove oggid trovasi la corte; e il giorno ultimo di maggio Lodovico fu incoronato in Sant'Ambrogio. Il giorno 5 di luglio, per ordine del nuovo re d'Italia, vennero arrestati Galeazzo, Luchino e Giovanni. Azzone, figlio di Galeazzo, ebbe la medesima sventura. Stefano Visconti mor improvvisamente nella notte precedente. Gli arrestati vennero collocati nelle nuove carceri della torre di Monza, ove Galeazzo fu il primo a far prova dell'architettura che aveva cos malamente raffinata. Il re ebbe dalla citt il dono di cinquantamila fiorini d'oro, e part da Milano alla vlta di Roma il giorno 5 d'agosto, avendo nel suo seguito Marco Visconti. Questa serie di fatti, e quello che accadde dappoi, ci rendono verosimile l'opinione che Marco avesse parte nella sciagura de'fratelli. Galeazzo lo credeva; e andava dicendo: Marco ferisce se medesimo; e ci risaputosi da Marco, in contracambio diceva: Galeazzo vuol esser solo, e solo si regga. Sperava forse Marco di ottenere dal nuovo augusto la signoria di Milano; ma anche allora si dovette conoscere che nelle altercazioni domestiche  facile il recare danno ad altri, ma difficilissimo il trarne bene per noi. Lodovico form un consiglio di ventiquattro cittadini, e vi pose a presedere suo luogotenente il conte Guglielmo Monforte. Cos diede nuova forma al governo della citt; mentre i tre fratelli ed un nipote giacevano nello squallore della torre di Monza, e Marco, confuso, negletto, e forse disprezzato, languiva nella folla de'cortigiani che accompagnavano Lodovico a Roma. L'annientamento della sua famiglia di riverbero aveva abbassato Marco Visconti, il quale, non avendo pi speranza alcuna di rialzarsi col favore di Lodovico, si rivolse a Castruccio Antelminelli, signore di Lucca, uomo potente e celebre nella storia di que'tempi, ed amico de'Visconti; e col di lui mezzo ottenne dall'imperatore, debole e bisognoso di soccorso, la liberazione de'suoi congiunti, i quali erano in Monza, custoditi da truppe bavaresi. Marco tent poi di avere una sovranit sulla citt di Pisa, ma gli and il colpo a vuoto. Egli ritornossene a Milano, sempre impetuoso ed impaziente di non vedervisi sovrano; sin tanto che, il giorno 8 di settembre dell'anno 1329, cadde da una delle finestre della corte ducale, alcuni dicono dopo di aver sofferta una morte violenta, e l'Azario dice, de cujus morte certum ignoratur(492).
Si cerca come siasi fatta l'incoronazione di Lodovico in Milano, poich trattavasi di consacrare uno scomunicato in una citt posta all'interdetto. L'arcivescovo Aicardo era assente; e, come aderente al papa Giovanni XXII, non avrebbe mai osato di venire a Milano nel tempo in cui vi si trovava il re de'Romani Lodovico. Bonincontro Morigia, autore che allora vivea ci dice(493) che Lodovico cre arcivescovo di Milano Guido Tarlati, vescovo di Arezzo, e che questi lo incoron, assistendovi alcuni pochi vescovi; cio Federico Maggi, vescovo di Brescia, Arrigo, vescovo di Trento e alcuni altri ben pochi; essendosi ritirati gli altri vescovi, per non concorrere a incoronare e riconoscere un principe che dal papa era scomunicato e non riconosciuto imperatore. Il Muratori non credette che Guido Tarlati facesse le funzioni d'arcivescovo(494). Il conte Giulini  dell'opinione del Muratori. L'autorit di questi due eruditi uomini  presso me di gran peso; ma n l'uno n l'altro dicono la ragione del loro dissenso. Il Muratori s'accontenta d'asserire che Bonincontro Morigia a vero longe abest(495); il conte Giulini s'appoggia all'autorit del Muratori. Io ingenuamente confesso che le asserzioni loro non mi persuadono abbastanza, per abbandonare il testimonio d'un autore contemporaneo; tanto pi che, essendo sempre stato lontano della sua sede frate Aicardo, e dovendosi la consacrazione in Milano fare dall'arcivescovo, niente vi trovo d'incredibile se Lodovico, che aveva in Trento deposto il papa come eretico, e che in Roma ne fece creare un nuovo, altretanto facesse in Milano creando un arcivescovo; sebbene in seguito quel posticcio metropolitano non abbia pi nemmeno preteso di conservarsene il titolo.
Della improvvisa morte di Stefano Visconti (dal quale discesero Barnab, Galeazzo II e i tre duchi Visconti, siccome vedremo) varie sono le opinioni degli autori; alcuni attribuendola a veleno, altri ad eccesso di vino; tutti per sono d'accordo nel riconoscerla improvvisa(496). Il mausoleo di Stefano vedesi nella chiesa di sant'Eustorgio, nella cappella di san Tommaso d'Aquino; lavoro il quale probabilmente si fece verso la met del secolo decimoquarto. Poich allora, oltre l'incertezza nella quale trovavasi la signoria de'Visconti, anche l'interdetto avr impedito questi onori funebri; molto pi a Stefano Visconti, scomunicato, perch figlio di Matteo, quantunque egli non abbia mai avuto parte nel governo dello Stato e nelle dispute col papa. Quel mausoleo merita d'essere osservato, per avere idea della magnificenza de'Visconti in que'tempi; e in quella chiesa medesima merita pi d'ogni altra cosa osservazione il nobilissimo deposito di marmo in cui stanno le reliquie di san Pietro Martire; opera che  delle prime e delle pi antiche per servire d'epoca al risorgimento delle arti, e da cui si pu conoscere quanto fossero gi onorate e risorte verso la met del suddetto secolo decimoquarto. Le figure e i bassirilievi sono di un artista pisano, che travagli con una maestria e grazia affatto insolita a'suoi tempi.
Galeazzo I fu liberato dal forno (che tal nome aveva l'orrido carcere di Monza) il giorno 25 di marzo 1328. Furono parimenti resi liberi Luchino, Giovanni ed Azzone. Egli per pi di otto mesi aveva dovuto soffrire que'mali istessi che aveva immaginati per gli altri. S'incammin nella Toscana, per ricovrarsi presso dell'amico e benefattore Castruccio; ma nella prigionia aveva tanto sofferto, che in Pescia, nel contado di Lucca, mor il giorno 6 d'agosto dell'anno 1328, all'et d'anni cinquantuno. Cinque anni dur la combattuta signoria di Galeazzo I; giacch, dopo il principio di luglio del 1327, da che fu posto in carcere, nulla gli rimase pi che fare nel governo. Il Corio ce lo descrive di statura mediocre, di bella carnagione, di faccia rotonda, e robusto della persona; ei lo qualifica liberale, magnifico, coraggioso, prudente, e parco nel parlare, ma eloquente e colto nel poco che diceva. Il Corio sarebbe un cattivo giudice del colto ed eloquente modo di parlare. Galeazzo fece perdere lo Stato alla sua casa colla sua imprudente condotta vivendo suo padre. Perdette Piacenza per avere imprudentemente tentata la signora Bianchina Landi. Lasci per pi mesi in preda al saccheggio militare Monza, che avrebbe potuta liberare al momento, ascoltando un opportuno parere; tutto ci dimostra che prudente era ben poco. Il carcere di Monza non lascia luogo a crederlo sensibile ed umano. Non sappiamo che egli abbia commesse crudelt; ma nemmeno ebbe egli mai sicurezza bastante per commetterle; e forse per la sua gloria  un bene ch'ei non abbia mai posseduto senza contrasto il sommo potere; onde dobbiamo collocarlo nella classe numerosa ed oscura de'principi di nessuna fama. Ei venne tumulato in Lucca, ove il suo amico Castruccio ne fece celebrare la pompa con magnificenza.
Lodovico il Bavaro, entrato che fu in Roma, intese come nuovamente papa Giovanni XXII dalla Francia l'avesse scomunicato, e dichiarato illegittimo cesare(497). Quindi, vedendo anche il popolo di Roma assai malcontento del papa, che stavasene in Avignone, sentenzi che il papa Giovanni (ch'ei non altrimenti nominava se non col suo primo nome, cio Giacomo da Euse, e come altri dicono, d'Ossa), come scismatico, profano ed eretico, era cassato, rifiutato; e che non pi alcuno dovesse riconoscerlo per pontefice. Poscia, il giorno 12 maggio 1328, radunatisi in San Pietro il clero e i capi di Roma, venne proclamato papa frate Pietro di Corvaria, che prese il nome di Nicol V; e il popolo lo riconobbe come vero papa. Frate Nicol da Fabriano allora recit una solenne orazione, di cui il tema fu questo: Reversus Petrus ad se dixit: venit Angelus Domini et liberavit nos de manu Herodis, et de omnibus factionibus Judaeorum(498). Questo Pietro di Corvaria era francescano, e i francescani accusavano il papa Giovanni XXII di avere delle opinioni eterodosse sulla visione beatifica; il che anche venivagli rimproverato dai teologi di Parigi, censurando tre omelie da lui pubblicate. Il papa prima di morire ritratt quelle sue private opinioni. Di Pietro di Corvaria ne scrivono bene alcuni, qualificandolo buono, pio e quasi contro sua voglia diventato antipapa(499). Egli termin poi i suoi giorni in Avignone in carcere, dopo di avere chiesto perdono a Giovanni papa. Ci avvenne perch Lodovico ogni giorno di pi s'andava indebolendo; e la ragione era la medesima per cui la maggior parte de're de'Romani dalla Germania entrarono fortissimi nell'Italia, e videro tutto da principio piegarsi; indi poco a poco svanirono le forze loro. Nelle diete de'principi della Germania molte volte si pens a far cadere la dignit cesarea sopra di un principe che non avesse forze da opprimere. Eletto che egli era, secondo le leggi dell'Impero ciascun sovrano della Germania era obbligato a scortare il nuovo augusto alla spedizione romana colle sue armi. Quindi il nuovo eletto scendeva le Alpi comandando una rispettabile armata, e si trovava arbitro dell'Italia. S'inoltrava a Roma. L'armata cominciava a soffrire un clima infuocato. Le malattie, il tedio della spedizione, l'amore della patria, la mancanza de'viveri facevano che, un dopo l'altro, i principi prendessero congedo dal nuovo augusto, pi solleciti degli Stati propri e de'propri sudditi, che d'altro pensiero. E quindi vediamo molti cesari costretti a ricorrere ai maneggi, al partiti, alle brighe per protrarre la loro dominazione e soggiornare pi a lungo nell'Italia. Cos dovette fare Lodovico, forzato, per non inimicarsi Castruccio, ad accordare la libert ai Visconti; laonde (1329), per ottenere sessantamila fiorini d'oro, che gli erano necessari per pagare lo stipendio alle truppe tedesche che gli rimanevano, dovette vendere ad Azzone Visconti il vicariato imperiale; il che avvenne il giorno 15 di gennaio dell'anno 1329. Indi il falso papa Niccol V cre cardinale della santa romana chiesa Giovanni Visconti, zio di Azzone, e lo costitu legato apostolico nella Lombardia, invece di Bertrando del Poggetto. Quasi tutto il clero e popolo di Milano si gett dal partito di papa Niccol; e molti frati, francescani singolarmente, declamando nelle prediche, annunziavano al popolo che Giovanni, ossia Giacomo da Euse, non era altrimenti pontefice, ma era anzi un eretico, uno scomunicato, un pessimo omicida; e che il solo vero legittimo papa era il saggio, il pio, il virtuoso Niccol V. Queste grida potevano sedurre la moltitudine, e piaceva ai Visconti ch'ella cos fosse persuasa; ma gli uomini un poco informati non potevano dubitate che il legittimo papa era Giovanni XXII canonicamente eletto e riconosciuto, vivo e sano, focoso e imprudente bens, ma non mai eretico, n legittimamente deposto. L'affare per era serio per papa Giovanni, e tale ch'ei facilmente perdeva ogni influenza sull'Italia, se non piegava a tempo, siccome fece, riconciliandosi coi Visconti, e liberando finalmente i Milanesi dagl'interdetti che da otto anni erano stati pronunziati. La data del breve  del giorno 15 settembre 1329, in Avignone(500), e il mediatore di questa pace fu il marchese d'Este. L'imperatore Lodovico fremeva contro Azzone. Venne colle sue armi sotto Milano; ma egli era troppo indebolito e nulla pot occupare. Il Fiamma ci ha trasmessa la cantilena che i Milanesi dalle mura ripetevano: die el nocte clamabant in vituperium Bavari: Ob Gabrione, ebrione, bibe, bibe, h, h, Babii Babo(501). Cosa volessero significare quelle voci ultime, e quel Gabrione non lo sappiamo. Egli  certo che non si parlava latino, anzi da pi di cinquant'anni s'era cominciato anche a scrivere volgare italiano, e probabilmente il Fiamma ha guastato il senso traducendolo nel suo barbaro latino. In quell'occasione  probabile che, uscendo i Milanesi dalla porta Ticinese, abbiano battuti gl'Imperiali; poich le monache, le quali sino a quel tempo si chiamavano le signore bianche sotto il muro, cambiarono dappoi il nome, e si chiamarono Della Vittoria, denominazione che attualmente ancora conservano.
Azzone Visconti, unico figlio di Galeazzo I e di Beatrice d'Este, era diventato, siccome dissi, vicario imperiale, al prezzo di sessantamila fiorini d'oro. Ma poich egli fu rappacificato col sommo pontefice (da cui non era conosciuto Lodovico per imperatore) il titolo di Vicario eragli di nessun uso; perch dato da chi non poteva pi concederlo. Perci egli ottenne la signoria di Milano dal consiglio generale della citt, il giorno 14 marzo 1330; e cos si ritrov sovrano e principe senza contrasto alcuno. Azzone veramente meritava d'essere il primo della sua patria; e gi mentre signoreggiava Galeazzo I, di lui padre, s'era guadagnato un nome distinto nella milizia, avendo egli acquistato borgo San Donnino(502), aiutato il Bonacossi a battere i Bolognesi, ed assistito Castruccio Antelminelli a battere i Fiorentini. Azzone in quest'incontro non dimentic di far correre il palio sotto le mura di Firenze, per bilanciare il trattamento che i crocesignati fiorentini avevano fatto, due anni prima, ai Milanesi. Allora fu che egli acquist la stima e l'amicizia di Castruccio; il che poi fu la cagione per cui egli e il padre e gli zii riacquistarono, siccome dissi, la libert.
Appena si trov Azzone alla testa d'uno Stato tranquillo, ch'ei pens a circondare di mura la citt. Le antiche di Massimiano Erculeo, cio quelle che sono parallele al sotterraneo condotto delle acque e delle chiaviche, erano state demolite al tempo di Federico I. Le mura di Azzone si fabbricarono al luogo medesimo in cui si form il terrapieno, ossia il fossato, nell'assedio di Barbarossa, e s'innalzarono nelle parti della citt che ancora oggi chiamansi Terraggio, con vocabolo che nasce dalla barbara latinit, per indicare un terrapieno, ossia un rialzamento di terra e di legna; ad oggetto di preservare i cittadini dalle incursioni e dagl'insulti dei nemici. Celebr Azzone le sue nozze con Catterina di Savoia, figlia del conte Lodovico, e magnificamente le celebr. Azzone stese la signoria sopra Bergamo, Vercelli, Vigevano, Treviglio, Pizzighettone, Pavia, Cremona e Borgo San Donnino; e ci nei primi due anni del suo principato. Indi divent signore di Como; prese Lecco; fabbric il ben ponte sull'Adda, che anche oggid vi si ammira; s'impadron di Lodi e Crema. A lui premeva anche Piacenza, ma ella era posseduta dal papa, col quale non conveniva di urtare. Francesco Scotti ambiva d'avere Piacenza, ed Azzone non lo storn dall'impresa. L'ebbe Francesco; e allora il Visconti si pose in campo, la tolse all'usurpatore del dominio pontificio; e cos, colla rispettosa apparenza di vendicare la Santa Sede, riacquist Piacenza, che Galeazzo I, suo padre, aveva imprudentemente perduta. Azzone ebbe pure Brescia in dominio; e mentre cos andava dilatando lo Stato, pi per dedizione e per accordi, che per violenza delle armi, egli introduceva nella citt una pulizia ed un ordine sconosciuto nei tempi rozzi precedenti. Abbell egli le strade, e sbrattolle dalle sozzure; all'acque di pioggia, che prima le allagavano, di sfogo con opportuno scolo nelle cloache; dett provvide e moderate leggi per la conservazione dell'ordine civile: tutto in somma fu rianimato dalla cura indefessa di quel buon principe.
La gloria e la felicit di Azzone erano un tormento atroce nell'animo di Lodovico, ossia Lodrisio Visconti, cugino in quarto grado del principe. Lodrisio era buon soldato; pareva che fosse trasfusa in lui l'anima orgogliosa e forte di Marco. Gi vedemmo come Lodrisio fosse celato in sua casa da Matteo, nel giorno in cui scoppi la sollevazione contro del re Enrico. Veduto pure abbiamo come Matteo gli avesse dato il comando di Bergamo. Morto che fu Matteo, nessun caso pi si faceva di Lodrisio. Lo Scaligero, signore di Verona, aveva licenziata una di quelle compagnie militari che prendevano in quei tempi servizio indifferentemente; e che pronte erano ad uccidere e devastare dovunque, in favore di chi voleva pi pagarle. Lodrisio assold questa truppa, per tentate il colpo di scacciare il cugino, e collocarsi sul trono. Entr nel Milanese e fece guasto largamente; e coll'improvvisa intrusione sbigott e sorprese. Ma Lodrisio aveva preso a combattere contro di un principe che era buon soldato e che era amatissimo da tutti i sudditi. Nobili, popolari, tutti a gara corsero intorno di Azzone; cercando quanti erano capaci di portare armi, di combattere volontari per lui. Lodrisio si era attendato a Parabiago, e la sua armata era composta di duemila e cinquecento militi; ciascuno de'quali aveva due altri combattenti a cavallo di suo seguito; in tutto settemila e cinquecento cavalli. Aveva di pi un buon numero di fanti e di balestrieri; il che formava un corpo d'armata poderosa per quei tempi; uomini tutti veterani e di somma bravura nel mestiero delle armi. L'armata d'Azzone and a raggiugnere l'inimico; e talmente lo distrusse, che la giornata 21 febbraio 1339  notata ancora ai tempi nostri nei calendari del paese, e se ne celebra la commemorazione. Dopo lunghissimo conflitto, in cui Luchino Visconti rimase ferito, pi di tremila uomini e settecento cavalli restaron morti sul campo; duemila e cento cavalli furono presi; e fra i combattenti ben pochi fuorono quei che restarono illesi e senza ferita. Tanto ostinata fu la battaglia in cui, per colmo della vittoria, Lodrisio istesso rimase prigioniero d'Azzone! Federico I poneva i prigionieri sulla torre contro Crema, gli faceva impiccare, o per clemenza, loro faceva cavar gli occhi. Federico II li conduceva nudi, legati a un palo, in trionfo, poi, trasportandoli nel regno di Napoli, li consegnava al carnefice. Azzone non incrudel contro alcuno de'prigionieri; e Lodrisio istesso, pure meritava la morte, come un suddito ribelle, fu umanamente trasportato prigioniero a San Colombano. Questa battaglia famosa di Parabiago viene riferita da due nostri cronisti che allora vivevano; da Galvaneo Fiamma e da Bonincontro Morigia; i quali, per rendere pi maraviglioso il loro racconto, asserirono d'essersi veduto da molti sant'Ambrogio che stava in alto, e con una sferza nelle mani andava combattendo per Azzone Visconti. La chiesa milanese per non adott tal visione, e unicamente attribu alla protezione del santo l'esito fortunato della vittoria(503); anzi ora pi nemmeno se ne celebra la messa. Al luogo della battaglia presso Parabiago s'innalz una chiesa dedicata a sant'Ambrogio; la quale, nel secolo passato, fu distrutta, per edificare la pi grandiosa che oggid vi si osserva. Tutte le immagini di sant'Ambrogio che hanno la destra armata d'uno staffile, sono posteriori all'anno 1339, ossia all'epoca della battaglia di Parabiago. Si cominci, sulla tradizione di questa visione, a rappresentare il saggio, prudente e mansuetissimo nostro pastore con volto furibondo, in atto di sferzare; e si  portata l'indecenza al segno di rappresentarlo sopra di un cavallo, a corsa sfrenata, colla mitra e piviale, e la mano armata di flagello in atto di fugare un esercito, e schiacciare co'piedi del cavallo i soldati caduti a terra. Il volgo poi favoleggi, e crede tuttavia, che ci significhi la guerra di sant'Ambrogio cogli Ariani; coi quali il santo pastore non adoper mai altre armi che la tolleranza, la carit, l'esempio e le preghiere. Sarebbe cosa degna de'lumi di questo secolo, se nelle nuove immagini ritornassimo ad imitare le antiche; togliendo la ferocia colla quale calunniamo il pio pastore. Nelle monete milanesi da me vedute, le prime che portano quest'iracondia da pedagogo, sono posteriori di quindici anni alla battaglia; e le mie di Azzone, di Luchino e di Giovanni, hanno sant'Ambrogio in atto di benedire. Il conte Giulini ne riferisce una di Luchino collo staffile, ch'ei dice tratta dal museo di Brera(504): ora non credo che vi si trovi quella moneta; almeno nel museo di Brera a me non  accaduto di riscontrarla. Come mai questo fatto d'armi si rendesse tanto celebre, e come nei giorni fausti siasi tanto distinto il 21 di febbraio, e nessuna menzione trovisi fatta del giorno, ben pi memorando, 29 di maggio, in cui l'anno 1176 venne totalmente battuto Federico I dai Milanesi, potrebbe essere il soggetto d'un discorso. Nel primo caso un ribelle che non aveva sovranit o Stati, fu sconfitto da un principe che dominava dieci citt; nel secondo una povera citt, che aveva sofferto i mali estremi, sconfisse un potentissimo imperatore che avea fatto tremare la Germania, l'Italia e la Polonia. Nel primo caso si combatt per ubbidire pi ad Azzone che a Lodrisio; nel secondo si combatt per essere liberi, o per essere schiavi. Pare certamente che meritasse celebrit assai maggiore la giornata 29 di maggio. Ma la fortuna ha molta parte nel distribuire la celebrit.  vero che una nascente repubblica nel secolo duodecimo non aveva n l'ambizione n i mezzi che poteva avere un gran principe nel secolo decimoquarto, per tramandare ai posteri un'epoca gloriosa.
Le dieci citt sulle quali dominava Azzone Visconti erano Milano, Pavia, Cremona, Lodi, Como, Bergamo, Brescia, Vigevano, Vercelli e Piacenza. Oltre le fabbriche pubbliche, delle mura, de'ponti, delle strade, questo principe rifabbric ed orn, in modo meraviglioso per que'tempi, il palazzo gi innalzato dal di lui avo Matteo I, dove ora sta la regia ducal corte. Il Fiamma, autore allora vivente, ce ne d una magnifica idea. V'era un gran numero di sale e di stanze, tutte fregiate di assai pregevoli pitture. Il gran salone era sopra tutto ammirato per le pitture eccellenti; il fondo era d'un bellissimo azzurro; e le figure e l'architettura erano d'oro. Quel salone rappresentava il tempio della Gloria, ed  strana la riunione degli eroi che vi si vedevano dipinti; Ettore ed Attila; Carlomagno ed Enea; Ercole ed Azzone Visconti. La storia era poco conosciuta in que'tempi, e le idee della gloria e dell'eroismo non erano chiare. Queste pitture erano opera del famoso Giotto, che diede vita alla pittura, giacente da mille anni; e il Vasari ci attesta ch'ei da Firenze venne a Milano(505), e vi lasci bellissime opere(506).  anche probabile che vi lavorasse Andrino da Edesia, pavese, uno de'pi antichi ristoratori della pittura, che viveva in quel secolo(507). N la sola pittura era premiata e promossa da questo buon principe, tanto pi degno di stima, quanto che allora appena spuntava l'aurora delle belle arti. Egli invit e protesse Giovanni Balducci, pisano, esimio scultore per quei tempi, di cui si pu conoscere il valore nell'arca di marmo di san Pietro Martire, poco fa da me ricordata(508). Col mezzo di questi artisti, i primi del loro tempo, Azzone abbell la sua corte, e insegn ai nobili un genere di lusso colto ed utilissimo ai progressi delle belle arti. La torre di San Gottardo  il solo avanzo che ci rimane per avere una idea del gusto dell'architettura di Azzone; ed  un pregevole monumento, singolarmente perch erano i primi passi che si facevano dalla somma barbarie al nobile ed elegante modo di fabbricare. Anche un altro motivo rende quella torre degna d'osservazione; ed  che ivi Azzone fece collocare un orologio che batteva le ore; macchina allora affatto nuova e sorprendente, dalla quale prese nome la via delle ore, come anche in oggi viene chiamata. Anticamente eranvi le guardie per le strade, le quali, colle clepsidre, ovvero cogli oriuoli a polvere misurando il tempo, ad ogni ora gridavano, avvisando i cittadini, come ancora si suole nella Germania. Questa macchina ingegnosa, che batte tanti colpi sulla campana quante sono le ore, fu inventata da un monaco benedettino, inglese, per nome Wallingford, e posta ad uso pubblico in Londra l'anno 1325. Ma probabilmente allorch Azzone la colloc sulla sua torre, ancora non ve n'era alcuna nell'Italia; poich il famoso orologio che fece porre in Padova Giovanni Dondi, per cui la famiglia acquist il sopranome Dondi Orologio, vi fu collocato cinque anni dopo morto Azzone, cio l'anno 1344; e l'orologio in Bologna si conobbe dopo che era celebre quello di Padova. Cos Azzone aveva rivolto il lusso e la magnificenza verso di oggetti che tutti animavano il paese a illuminarsi, a risorgere, ed avanzarsi al buon gusto ed alla perfezione. Egli amava le curiosit, e aveva nella corte i serragli di fiere. Leoni, scimmie, babbuini, struzzi, ecc.; oggetti tanto allora pi rari, quanto meno in quei tempi era la fratellanza e la sicurezza fra nazione e nazione. Aveva delle vaste uccelliere, coperte di rame, come si fa ancora presentemente, e queste popolate da uccelli rari e di paesi lontani. In mezzo al cortile v'era una magnifica peschiera, entro della quale dalle fauci di quattro leoni, scolpiti in marmo con nobile lavoro, sgorgava l'acqua limpidissima ed abbondante; e quest'acqua, la quale presentemente passa coperta sotto della regia ducal corte, l'aveva Azzone raccolta da due sorgenti ritrovate fuori di porta Comasina, nel luogo detto alla Fontana, e per canali sotterranei l'aveva condotta sino al suo palazzo. S'ingannano coloro che confondono quest'acquedotto col Seveso, colla Cantarana o col Nirone. Non so se presentemente potrebbe quell'acqua sgorgare, come prima, entro di una peschiera; poich il suolo, colle ripetute demolizioni e fabbriche accadute in quel palazzo, si  notabilmente innalzato, come si vidde l'anno 1779, allorquando si abbass la strada che divide il Duomo dalla Corte, la quale si era alzata pi di tre braccia da che venne fabbricato il Duomo. Il Fiamma ci racconta che in quella peschiera vi stavano diversi uccelli acquatici, e che eravi in piccolo formato, da un canto, il porto di Cartagine, con figurine rappresentanti la guerra Punica. Ci basta per dare una idea del gusto di quel buon principe, il quale termin i suoi giorni il 16 di agosto dell'anno 1339, senza lasciare figli. Undici anni soli regn quell'amabile signore, che gli autori contemporanei, tutti concordemente, ci descrivono di bella figura, di nobile aspetto, grazioso, buono, giusto, e adorato da'suoi popoli; che rimasero inconsolabili, dovendo perdere un tanto caro protettore della patria, nell'et ancor fresca di trentasette anni. Pi di tremila persone vestirono il lutto alla di lui morte. La figura di questo amato principe si vede nel di lui mausoleo, che trovasi presso del signor conte Carlo Anguissola, nobilissimo amatore delle belle arti e dell'antichit della patria. Azzone fu il primo che veramente fosse sovrano; e laddove nessuno dei Torriani, n Ottone Visconti, n Matteo I, n Galeazzo I ardirono mai di porre il loro nome nella moneta; la quale anzi sempre fu coniata o col nome solo di Milano e di sant'Ambrogio, ovvero coll'aggiunta del nome del re de'Romani o dell'imperatore; Azzone pose il suo nome e la biscia nelle monete milanesi. E in ci  degna d'osservazione la gradazione tenuta; avendo io delle monete milanesi di Lodovico il Bavaro, coniate sul modello di quelle di Enrico di Lucemburgo; indi una di Lodovico, la quale ha nel campo unicamente le due lettere A Z. Fu questo il primo tentativo di Azzone, in seguito a cui, trascur poi interamente il nome imperiale, e sostitu il proprio, apponendovi lo stemma del suo casato.

