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. Osservazioni sulla tortura.
" e singolarmente sugli effetti che produsse all'occasione delle unzioni malefiche alle quali si attribu la pestilenza che devast Milano l'anno 1630"
di Pietro Verri


1. Introduzione

Fra i molti uomini d'ingegno e di cuore, i quali hanno scritto contro la pratica criminale della tortura e contro l'insidioso raggiro de'processi che secretamente si fanno nel carcere, non ve n' alcuno il quale abbia fatto colpo sull'animo dei giudici; e quindi poco o nessuno effetto hanno essi prodotto. Partono essi per lo pi da sublimi principj di legislazione riserbati alla cognizione di alcuni pochi pensatori profondi, e ragionando sorpassano la comune capacit; quindi le menti degli uomini altro non ne concepiscono se non un mormoro confuso, e se ne sdegnano e rimproverano il genio di novit, la ignoranza della pratica, la vanit di voler fare il bello spirito, onde rifugiandosi alla sempre venerata tradizione de'secoli, anche pi fortemente si attaccano ed affezionano alla pratica tramandataci dai maggiori. La verit s'insinua pi facilmente quando lo scrittore postosi del pari col suo lettore parte dalle idee comuni, e gradatamente e senza scossa lo fa camminare e innalzarsi a lei, anzi che dall'alto annunziandola con tuoni e lampi, i quali sbigottiscono per un momento, indi lasciano gli uomini perfettamente nello stato di prima.
Sono gi pi anni, dacch il ribrezzo medesimo che ho per le procedure criminali mi port a volere esaminate la materia ne'suoi autori, la crudelt e assurdit de'quali sempre pi mi conferm nella opinione di riguardare come una tirannia superflua i tormenti che si danno nel carcere. Allora feci molte annotazioni sul proposito, le quali rimasero oziose. Parimenti gi da pi anni riflettendo io al fatto, che fece diroccare la casa di un cittadino e piantarvi per pubblico decreto la colonna infame, dubitai da principio se fosse possibile il delitto, per cui vennero condannati molti infelici, indi decisamente fui persuaso essere impossibile e in fisica e in morale che si diano unzioni artefatte maneggevoli impunemente dall'autore, le quali al solo tatto esterno, dopo essere state all'aria aperta sulle pareti delle strade, cagionino la pestilenza, e che possano pi uomini collegarsi affine di dare la morte indistintamente a tutta la loro citt. Mi venne a caso fra le mani il voluminoso processo manoscritto che riguardava quel fatto, e dall'attenta lettura mi trovo convinto sempre pi nella mia opinione. Questo libro  nato dalle osservazioni fatte e sugli autori criminalisti e sul fatto delle unzioni venefiche.
Cerco che il lettore imparziale giudichi se le mie opinioni sieno vere o no. Io mi asterr dal declamare, almeno me lo propongo; e se la natura mi far sentir la sua voce talvolta, e la riflessione mia non accorrer sempre a soffocarla, ne spero perdono: procurer di reprimerla il pi che potr, giacch non cerco di sedurre n me stesso n il lettore, cerco di camminare placidamente alla verit. Non aspetto gloria alcuna da quest'opera. Ella verte sopra di un fatto ignoto al resto dell'Italia; vi dovr riferire de'pezzi di processo, e saranno le parole di poveri sgraziati e incolti che non sapevano parlare che il lombardo plebeo; non vi sar eloquenza o studio di scrivere: cerco unicamente di schiarire un argomento che  importante. Se la ragione far conoscere che  cosa ingiusta, pericolosissima e crudele l'adoperar le torture, il premio che otterr mi sar ben pi caro che la gloria di aver fatto un libro, avr difesa la parte pi debole e infelice degli uomini miei fratelli; se non mostrer chiaramente la barbarie della tortura, quale la sento io, il mio libro sar da collocarsi fra i moltissimi superflui. In ogni evento, sebbene anche ottenga il mio fine, e che illuminatasi la opinione pubblica venga stabilito un metodo pi ragionevole e meno feroce per rintracciare i delitti, allora accader del mio libro come dei ponti di legno che si atterrano, innalzata che sia la fabbrica, e come avvenne al sig. marchese Maffei, che distruggendo la scienza cavalleresca e annientandone gli scrittori, annient pure il suo libro, che ora nessuno pi legge perch non esiste l'oggetto per cui era scritto.
La maggior parte de'giudici gradatamente si  incallita agli spasimi delle torture per un principio rispettabile, cio sacrificando l'orrore dei mali di un uomo solo sospetto reo, in vista del ben generale della intiera societ. Coloro che difendono la pratica criminale, lo fanno credendola necessaria alla sicurezza pubblica, e persuasi che qualora si abolisse la severit della tortura sarebbero impuniti i delitti e tolta la strada al giudice di rintracciarli. Io non condanno di vizio chi ragiona cos, ma credo che sieno in un errore evidente, e in un errore di cui le conseguenze sono crudeli. Anche i giudici che condannavano ai roghi le streghe e i maghi nel secolo passato, credevano di purgare la terra da'pi fieri nemici, eppure immolavano delle vittime al fanatismo e alla pazzia. Furono alcuni benemeriti uomini i quali illuminarono i loro simili, e, scoperta la fallacia che era invalsa ne'secoli precedenti, si astennero da quelle atrocit e un pi umano e ragionevole sistema vi fu sostituito. Bramo che con tal esempio nasca almeno la pazienza di esaminar meco se la tortura sia utile e giusta: forse potr dimostrare che  questa una opinione non pi fondata di quello lo fosse la stregheria, sebbene al par di quella abbia per s la pratica de'tribunali e la veneranda tradizione dell'antichit.
Comincier dal fatto della colonna infame, poscia passer a trattare in massima la materia; ma prima conviene dare un'idea della pestilenza che rovin Milano nel 1630.

2. Idea della pestilenza che devast Milano nel 1630

Il Ripamonti, cattivo ragionatore, buon latinista, cronista inesatto, ma sincero espositore delle cose de'suoi tempi, ha scritta la storia della pestilenza accaduta al tempo appunto in cui viveva, e fa una vivissima compassione la sola idea dell'esterminio, a cui soggiacque la nostra patria in quel tempo. Si tratta niente meno che della distruzione di due terze parti de'cittadini. La crudelissima pestilenza fu delle pi spietate che rammemori la storia. Alla distruzione fisica si accoppiarono tutti i pi terribili disastri morali. Ogni legame sociale si stracci; niente era pi in salvo, n le sostanze, n la vita, n l'onest delle mogli; tutto era esposto alla inumanit, e alla rapina di alcuni pessimi uomini, i quali tanto ferocemente operavano nel seno della misera lor patria spirante, come appena un popolo selvaggio farebbe nel paese nemico. I Monati, classe di uomini trascelta per assistere gli ammalati. invadevano le case; trasportavano le robe che vi trovavano; violavano le figlie e le consorti impunemente sotto gli occhi dell'agonizzante padre o marito; obbligavano a redimersi colla somma di danaro che lor piaceva i parenti, colla minaccia di trasportare i figli o le spose, bench sani, al lazzaretto. I giudici tremanti per la propria vita ricusavano ogni ufficio. Varj ladroni, fingendosi Monati, invadevano e saccheggiavano ogni cosa: tale  lo spettacolo che ci viene descritto dal Ripamonti, che pianse siccome egli attesta, pi e pi volte in vista di s orrende calamit. Tali erano i costumi, tale era lo spirito che agit i nostri antenati in quel tempo, che forse troppo incautamente taluni vorrebbero far ritornare coi loro voti.
La storia di questa sciagura conviene cominciarla da un dispaccio, che dalla corte di Madrid venne al marchese Spinola, allora governatore. Il dispaccio era firmato dal re Filippo IV. Rara cosa assai era in que'tempi la venuta di un dispaccio, ed era questo un avvenimento che occupava tutta la citt, poich non si partiva dalla corte un reale rescritto se non per gravissime cagioni. Il dispaccio avvisava il governatore essere stati osservati in Madrid quattro uomini, che avevan portati degli unguenti per recare la pestilenza in quella reale citt, essere costoro fuggiti, non sapersi in qual parte si fossero essi rivolti per recarvi le malefiche unzioni; quindi se ne avvisava il governatore, acciocch attentamente vegliasse in difesa anche del Milanese. Hae litterae, dice il Ripamonti, quia majestatis ipsius chirographo subsignatae fuerunt, grande sane momentum inclinandis ad pessima quaeque credenda animis facere potuerunt. [Queste lettere, essendo firmate di propria mano dal re, furono di gran peso sugli animi de'cittadini, gi proclivi a credere ogni pi nefando delitto]. In que'tempi l'ignoranza delle cose fisiche era assai grande. Taluno avr pensato allora:  egli possibile il formare una materia che toccandosi dia la pestilenza? Se anche sia possibile, potr un uomo portarla seco senza caderne vittima? Quattro uomini collegansi per un tale viaggio, e girano il mondo colla pestilenza nelle ampolle per divulgarla! A qual fine? Per quale utilit? Ma i pochi che avranno cos pensato, non avranno avuto ardire di palesarlo; l'autorit di un dispaccio, l'opinione popolare erano terribili contrasti che esponevano a troppo grave pericolo l'uomo che avesse annunziata questa verit. Si sparse adunque l'opinione e il sospetto generalmente di queste malefiche unzioni.
Sappiamo dalla storia come fossero allora governati i popoli sotto Filippo quarto. La pestilenza della Germania per la Valtellina liberamente entr nel Milanese, portatavi dalle truppe imperiali che transitarono per innoltrarsi a Mantova, poco dopo la vociferazione del dispaccio. Ma l'opinione comune del popolo volle ostinatamente piuttosto credere essere la vociferata pestilenza un'artificiosa invenzione de'medici per acquistar lucro, anzi che esaminare e chiarire il fatto. Era forse una tal diffidenza l'effetto della lunga serie d'inganni sofferti dalla classe superiore. Inutilmente i medici pi istruiti divulgavano le prove degli ammalati che avevano veduti morire di pestilenza, che la plebe sempre li risguardava come autori di una malignamente immaginata diceria. Celebre  il fatto accaduto al venerabile nostro Ludovico Settala, uomo sommo per que'tempi, non tanto per l'erudizione, la coltura, la scienza medica e le cognizioni di storia naturale di cui il nostro museo ebbe fra i contemporanei d'Europa il primato, quanto per la nobilt e virt del suo animo, che disinteressatamente e instancabilmente us dei talenti a beneficio del popolo. Questi mentre cavalcava, siccome allora era costume de'medici, venne attorniato tumultuosamente da una folla di uomini, donnicciuole, fanciulli, ed ogni classe di plebaglia, indi villanissimamente insultato quale principale autore della opinione che nella citt vi fosse la pestilenza, che le turbe esclamavano essere unicamente ne'peli della di lui barba: Ita gravissimus optimusque senex, et antistes sapientiae Septalius, qui innumeris pene mortalibus vitam excellentia artis, quique multis etiam liberalitate sua subsidia vitae dederat, ob petulantiam, stoliditatemque multitudinis periculum adiit [In tal guisa l'ottimo vecchio. che aveva salvata la vita ad un gran numero di persone colla perizia dell'arte e col largire il proprio denaro, corse un grave pericolo per la stolidaggine e la petulanza del volgo]. Cos il Ripamonti.
Convenne finalmente col crescere della peste e il moltiplicarsi giornalmente il numero de'morti disingannare il popolo, e persuaderlo che il malore purtroppo era nella citt, e laddove i discorsi nessun effetto producevano, si dovettero far manifesti sopra gran carri gli ammassi de'cadaveri nudi aventi i bubboni venefici, e cos per le strade dell'affollata citt girando questo spettacolo port infine la convinzione negli animi, e forse propag pi estesamente la pestilenza. Allora fu che il popolo furiosamente si rivolse ad ogni eccesso di demenza. Nei disastri pubblici l'umana debolezza inclina sempre a sospettarne cagioni stravaganti anzi che crederli effetti del corso naturale delle leggi fisiche. Veggiamo i contadini attribuir la gragnuola non gi alle leggi delle meteore, ma piuttosto alle streghe. Veggiamo i saggi Romani istessi al tempo, in cui erano rozzi, cio l'anno di Roma 423 sotto Claudio Marcello e Cajo Valerio, attribuire la pestilenza, che gli afflisse a'veleni apprestati da una troppo inverosimile congiura di matrone romane: come Livio lib. VIII, cap. XII, Dec. I: Proditum falso esse venenis absumptos, quorum mors infamem annum pestilentia fecerit [Falsamente si disse che erano morti avvelenati coloro la cui morte invece fu provocata, in quel terribile anno, dalla pestilenza]. Veggiamo in Napoli, pure nel secolo scorso, cio nel 1656, attribuita la pestilenza agli Spagnuoli o allo stesso vicer per rovinare il popolo con polveri pestifere, e si credette "che per la citt andavano girando persone con polveri velenose e che bisognava andar di loro in traccia per isterminarle; cos in varie truppe uniti andavan cercando questi sognati avvelenatori, ed avendo incontrati due soldati del torrione del Carmine, affin di attaccar brighe che poi finissero in tumulti, avventaronsi sopra di essi, imputandoli di aver loro trovato addosso la sognata polvere. Al rumore essendo accorsa molta gente, per buona sorte vi capit ancora un uomo dabbene, il quale con soavi parole e moderati consiglj li persuase che dassero nelle mani della giustizia uomini cotanto scellerati, affine, oltre del supplizio che di lor si sarebbe preso, si potesse da essi sapere l'antidoto al veleno, e con tale industria gli riusc di salvarli; ma appena saputosi che quei due soldati uno era di nazione Francese e l'altro Portoghese, ed uscita anche voce che cinquanta persone con abiti mentiti andavan spargendo le polveri velenose, si videro maggiori disordini; poich tutti coloro che andavan vestiti con abiti forastieri, e con scarpe o cappelli o altra cosa differente dal comune uso de'cittadini, correvan rischio della vita. Per acchetar dunque la plebe bisogn far morire sopra la ruota Vittorio Angelucci reo per altro di altri delitti, tenuto costantemente dal volgo per disseminatore di polveri, ma nell'istesso tempo fu presa rigorosa vendetta degl'inventori di questa favola, molti di essi essendosene stati in oscure carceri condotti, cinque di loro in mezzo al mercato sulle forche perderono ignominiosamente la vita, e in cotal guisa furono i rumori quietati": cos Giannoneal lib. XXXVII, cap. VII. Non  dunque da meravigliarsi se anche in Milano, in mezzo a tanta e s crudele sciagura, sotto un cos maligno flagello, se ne sospettasse volgarmente la cagione nella rnalignit degli uomini, e si credesse verificato il danno predetto del reale dispaccio e prodotto lo sterminio dalle malefiche unzioni. Simili opinioni, quanto sono pi stravaganti, tanto pi trovano credenza; perch appunto di uno stravagante effetto se ne crede stravagante la cagione, e pi si gode nel trovarne l'origine nella malizia dell'uomo, che si pu contenere, anzi che nella implacabile fisica che si sottrae alle umane istituzioni. In quel secolo poi sappiamo quale fosse la coltura degli studj, unicamente rivolti alle parole ed ai delirj della immaginazione. L'opinione quindi delle unzioni malefiche divenne generalmente la trionfante: ogni macchia che apparisse sulle pareti era un corpo di delitto: ogni uomo che inavvedutamente stendesse la mano a toccarle era a furore di popolo strascinato alle carceri, quando non fosse massacrato dalla stessa ferocia volgare. Il Ripamonti riferisce due fatti, dei quali  stato testimonio oculare. Uno, di tre Francesi viaggiatori i quali esaminando la facciata del duomo toccarono il marmo, e furono percossi malamente e strascinati in carcere assai mal conci; l'altro d'un povero vecchio ottuagenario di civile condizione, il quale prima di appoggiarsi alla panca nella chiesa di S. Antonio lev, col passarvi il mantello, la polvere: quell'atto, credutosi una unzione, inferoc il popolo nella casa del Dio di mansuetudine, e presolo pe'pochi capegli e per la barba a pugni, calci ed ogni genere di percosse, non l'abbandon se non poich lo rese cadavere. Tale era lo spirito di que'tempi.
La pestilenza andava sempre pi mietendo vittime umane, e si andava disputando sulla origine di quella anzich accorrervi al riparo. Gli uni la facevano discendere da una cometa che fu in quell'anno osservata nel mese di giugno truci u1tra solitum etiam facie [d'aspetto pi spaventevole ancora dell'usato], come scrive il Ripamonti. Altri ne davano l'origine agli spiriti infernali, e v'era chi attestava d'avere distintamente veduto giungere sulla piazza del duomo un signore strascinato da sei cavalli bianchi in un superbo cocchio, e attorniato da numeroso corteggio. Si osserv che il signore aveva una fisonomia fosca ed infuocata; occhi fiammeggianti, irsute chiome e il labbro superiore minaccioso. Entrato questi nella casa, ivi furono osservati tesori, larve, demonj e seduzioni d'ogni sorta, per adescare gli uomini a prendere il partito diabolico: di tali opinioni se ne pu vedere pi a lungo la storia nel citato Ripamonti. Fra tai delirj si perdevano i cittadini anche pi distinti e gli stessi magistrati; e in vece di tenere con esatti ordini segregati i cittadini gli uni dagli alti, in vece d'intimare a ciascuno di restarsene in casa, destinando uomini probi in quartieri diversi per somministrare quanto occorreva a ciascuna famiglia, rimedio il solo che possa impedire la comunicazione del malore, e rimedio che adoperato da principio avrebbe forse con meno di cento uomini placata la pestilenza; in vece, dico, di tutto ci. si  comandata con una mal'intesa piet una processione solenne, nella quale si radunarono tutti i ceti de'cittadini, e trasportando il corpo di S. Carlo per tutte le strade frequentate della citt, ed esponendolo sull'altar maggiore del duomo per pi giorni alle preghiere dell'affollato popolo, prodigiosamente si comunic la pestilenza alla citt tutta, ove da quel momento si cominciarono a contare sino novecento morti ogni giorno. In una parola, tutta l citt immersa nella pi luttuosa ignoranza si abbandon ai pi assurdi e atroci delirj, malissimo pensati furono i regolamenti, stranissime le opinioni regnanti, ogni legame sociale venne miseramente disciolto dal furore della superstiziosa credulit; una distruttrice anarchia desol ogni cosa, per modo che le opinioni flagellarono assai pi i miseri nostri maggiori di quello che lo facesse la fisica in quella luttuosissima epoca; si ricorse agli astrologi, agli esorcisti, alla inquisizione, alle torture, tutto divent preda della pestilenza, della superstizione, del fanatismo e della rapina; cosicch 1a proscritta verit in nessun luogo pot palesarsi. Cento quaranta mila cittadini Milanesi perirono scannati dalla ignoranza.



3. Come sia nato il processo contro Guglielmo Piazza commissario della sanit

Mentre la pestilenza inferiva pi che mai, dopo la processione gi detta, la mattina del giorno 21 giugno 1630 una vedova per nome Caterina Troccazzani Rosa, che alloggiava nel corritore che attraversa la Vedra de'cittadini, vide dalla finestra Guglielmo Piazza che dal Carrobio entr nella contrada, e accostato al muro dalla parte dritta entrando, pass sotto il corritore, indi giunto alla casa di S. Simone, ossia al termine della casa Crivelli che allora aveva una pianta grande di lauro, ritorn indietro. Lo stesso fu osservato da altra donna per nome Ottavia Persici Boni. La prima di queste donne disse nell'esame, che il Piazza "a luogo a luogo tirava con le mani dietro al muro": l'altra dice, che alla muraglia del giardino Crivelli "aveva una carta in mano, sopra la qual mise la mano dritta, che mi pareva che volesse scrivere, e poi vidi che levata la mano dalla carta la freg sopra la muraglia".
Attestano che ci accadde alle ore otto, che era giorno fatto, che pioveva. Le due donne sparsero nel vicinato immediatamente il sussurro di aver veduto chi faceva le unzioni malefiche, le quali in processo poi la Troccazzani Rosa disse "aveva veduto colui a fare certi atti attorno alle muraglie, che non mi piacciono niente". La vociferazione immediatamente si divulg da una bocca all'altra, come risulta dal processo; si ricerc se le muraglie fossero sporche, e si osserv che dall'altezza di un braccio e mezzo da terra vi era del grasso giallo, e ci singolarmente sotto la porta del Tradati, e vicino all'uscio del barbiere Mora. Si abbruci paglia al luogo delle unzioni, si scrost la muraglia, fu tutto il quartiere in iscompiglio.
Prescindasi dalla impossibilit del delitto. Niente  pi naturale che il passeggiare vicino al muro allorch piove in una citt come la nostra, dove si resta al coperto della pioggia. Un delitto cos atroce non si commette di chiaro giorno, nel mente che i vicini dalle finestre possono osservare; niente  pi facile che lo sporcare quante muraglie piace col favore della notte. Su di questa vociferazione il giorno seguente si port il capitano di giustizia sul luogo, esamin le due nominate donne, e quantunque n esse dicessero di avere osservato che il muro sia rimasto sporco dove il Piazza pose le mani, n i siti ne'quali si era osservato l'unto giallo corrispondessero ai luoghi toccati, si decret la prigionia del commissario della sanit Guglielmo Piazza.
Se lo sgraziato Guglielmo Piazza avesse commesso un delitto di tanta atrocit, era ben naturale che attento all'effetto che ne poteva nascere e istrutto del rumore di tutto il vicinato del giorno precedente, non meno che della solenne visita che il giorno 22 vi fece ai luoghi pubblici sulla strada il capitano di giustizia, si sarebbe dato a una immediata fuga. Gli sgherri lo trovarono alla porta del presidente della sanit, da cui dipendeva, e lo fecero prigione. Visitossi immediatamente la casa del commissario Piazza, e dal processo risulta che non vi si trovarono n ampolle, n vasi, n unti, n danaro, n cosa alcuna che desse sospetto contro di lui
Appena condotto in carcere Guglielmo Piazza fu immediatamente interrogato dal giudice, e dopo le prime interrogazioni venne a chiedergli se conosceva i deputati della parrocchia, al che rispose che non li conosceva. Interrogato se sapesse che siano stato unte le muraglie, disse che non lo sapeva. Queste due risposte si giudicarono "bugie e inverosimiglianze". Su queste bugie e inverosimiglianze fu posto ai tormenti. L'infelice protestava di aver detta la verit, invocava Dio, invocava S. Carlo, esclamava, urlava dallo spasimo, chiedeva un sorso di acqua per ristoro; finalmente per far cessare lo strazio disse: "Mi facci lasciar gi che dir quello che so". Fu posto a terra, e allora nuovamente interrogato rispose: "Io non so niente: V. S. mi facci dare un poco d'acqua"; su di che nuovamente fu alzato e tormentato, e dopo una lunghissima tortura nella quale si voleva che nominasse i deputati, egli esclamava sempre: "Ah Signore, ah S. Carlo! se lo sapessi lo direi"; poi disperato dal martirio gridava: "Ammazzatemi, ammazzatemi"; e insistendo il giudice a chiedergli "che si risolva ormai di dire la verit per qual causa neghi di conoscere i deputati della parrocchia, e di sapere che siano state unte le muraglie", rispose quell'infelice: "La verit l'ho detta, io non so niente, se l'avessi saputo l'avria detto; se mi vogliono ammazzare che mi ammazzino": e gemendo e urlando da uomo posto all'agonia persist sempre nello stesso detto, sinch submissa voce ripeteva di aver detta la verit, e perdute le forze cess d'esclamare, onde fu calato e riposto in carcere.
Qual'inverosimiglianza vi era mai nelle risposte del disgraziato Guglielmo Piazza? Egli abitava nella contrada di S Bernardino, e non alla Vedra, poteva benissimo ignorare un fatto notorio a quel vicinato. Che obbligo aveva quel povero uomo da saper chi fossero i deputati della parrocchia? Che pericolo correva mai egli, se gli avesse conosciuti, nel dirlo? Che pericolo correva mai se diceva pure di aver saputo che fossero state unte le muraglie alla Vedra?
Venne riferito al senato l'esame fatto e il risultato dei tormenti dati a quell'infelice: decret il senato che il presidente della sanit e il capitano di giustizia, assistendovi anche il fiscale Tornielli, dovessero nuovamente tormentare il Piazza acri tortura cum ligatura canubis, et interpollatis vicibus, arbitrio etc. [con aspra tortura, con legami di canapa e viti intercalate, ad arbitrio]; ed  da notarsi che vi si aggiunge, abraso prius disto Gulielmo et vestibus curiae induto, propinata etiam, si ita videbitur praefatis praesidi ct capitaneo, potione expurgante [dopo aver provveduto a rasare il capo al sunnominato Guglielmo, a vestirlo con abiti curiali e, se sembrava opportuno al presidente e al capitano predetti, a somministrargli una pozione purgativa]: e ci perch in quei tempi credevasi che o ne'capelli e peli, ovvero nel vestito, o persino negli intestini tranguggiandolo, potesse avere un amuleto o patto col demonio, onde rasandolo, spogliandolo e purgandolo ne venisse disarmato. Nel 1630 quasi tutta l'Europa era involta in queste tenebre superstiziose.
Fa commovere tutta l'umanit la scena della seconda tortura col canape, che dislocando le mani le faceva ripiegare sul braccio, mentre l'osso dell'omero si dislocava dalla sua cavit. Guglielmo Piazza esclamava, mentre si apparecchiava il nuovo supplizio: "Mi ammazzino che l'avr a caro, perch la verit l'ho detta"; poi, mentre si cominciava il crudelissimo slogamento delle giunture, diceva: "Che mi ammazzino, che son qui". Poi aumentandosi lo strazio gridava: "Oh Dio mi, sono assassinato, non so niente, e se sapessi qualche cosa non sarei stato sin adesso a dirlo". Continuava e cresceva per gradi il martirio, sempre s'instava e dal presidente della sanit e dal capitano di giustizia, perch rispondesse sui deputati della parrocchia e sulla scienza d'essere state unte le muraglie. Gridava lo sfortunato Guglielmo: "Non so niente! fatemi tagliar la mano, ammazzatemi pure: oh Dio mi, oh Dio mi!". Sempre instavano i giudici, sempre pi incrudelivano, ed egli rispondeva esclamando e gridando: "Ah Signore, sono assassinato! Ah Dio mi, son morto!". Fa ribrezzo il seguire questa atroce scena! A replicate istanze replicava sempre lo stesso, protestando di aver detto la verit, e i giudici nuovamente volevano che dicesse la verit; egli rispose: "Che volete che dica?". Se gli avessero suggerito un'immaginaria accusa, egli si sarebbe accusato; ma non poteva avere nemmeno la risorsa d'inventare i nomi di persone che non conosceva. Esclamava; "Oh che assassinamento!". E finalmente dopo una tortura, durante la quale si scrissero sei facciate di processo, persistendo egli anche con voce debole e sommessa a dire: "Non so niente, la verit l'ho detta, ah! che non so niente", dopo un lunghissimo e crudelissimo martirio fu ricondotto in carcere.

4. - Come il commissario Piazza si sia accusato reo delle unzioni pestilenziali, ed abbia accusato Gian Giacomo Mora

Il Ripamonti riferisce una crudelissima circostanza, ed , che terminata la tortura del Piazza, i giudici ordinassero di ricondurlo in carcere colle ossa slogate, quale era, senza rimetterle a luogo, e che l'orrore di continuare nello spasimo abbia allora cavato di bocca l'accusa a se stesso del Piazza; ma nel processo, che ho nelle mani, di ci non vedo alcun vestigio. Appare da questo, che fosse promessa al Piazza l'impunit qualora palesasse il delitto e i complici.  assai verosimile che nel carcere istesso si sia persuaso a quest'infelice, che persistendo egli nel negare, ogni giorno sarebbe ricominciato lo spasimo; che il delitto si credeva certo, e altro spediente non esservi per lui fuorch l'accusarsene e nominare i complici, cos avrebbe salvata la vita e si sarebbe sottratto alle torture pronte a rinnovarsi ogni giorno. Il Piazza dunque chiese ed ebbe l'impunit, a condizione per che esponesse sinceramente il fatto. Ecco perci che al terzo esame egli comparve, e accusandosi senza veruna tortura o minaccia d'avere unto le muraglie, pieno di attenzione per compiacere i suoi giudici, cominci a dire che l'unguento gli era stato dato dal barbiere che abitava sull'angolo della Vedra (ove attualmente sta la colonna infame) che questo unguento era giallo, e gliene diede da tre once circa. Interrogato se col barbiere egli avesse amicizia, rispose: " amico, signor s, buon d, buon anno,  amico, signor s". Quasi che le confidenze di un misfatto cos enorme si facessero a persone appena conoscenti, "amico di buon d, buon anno". Come poi segu cos orribile concerto? Eccone le precise parole. I1 barbiere di primo slancio disse al Piazza, che passava avanti la bottega "Vi ho poi da dare non so che; io gli dissi, che cosa era? ed egli rispose:  un non so che unto; ed io dissi: verr poi a torlo; e cos da l a tre d me lo diede poi". Questo  il principio del romanzo. Va avanti. Dice il Piazza, che allora che gli fece tal proposizione vi erano "tre o quattro persone, ma io adesso non ho memoria chi fossero, per m'informer da uno che era in mia compagnia chiamato Matteo che fa il fruttarolo e che vende gambari in Carrobio, quale io mander a dimandare, che lui mi sapr dire chi erano quelli che erano con detto barbiere". Chi mai creder, che in tal guisa alla presenza di quattro testimonj si formino cos atroci congiure! Eppure allora si credette:

1.	Che la peste, che si sapeva venuta dalla Valtellina, fosse opera di veleni fabbricati in Milano
2.	Che si possano fabbricar veleni, che dopo essere stati all'aria aperta, al solo contatto diano la morte.
3.	Che se tai veleni si dessero, possa un uomo impunemente maneggiarli.
4.	Che si possa nel cuore umano formare il desiderio di uccidere gli uomini cos a caso.
5.	Che un uomo, quando fosse colpevole di tal chimera, resterebbe spensierato dopo la vociferazione di due giorni, e si lascerebbe far prigione.
6.	Che il compositore di tal supposto veleno, in vece di sporcarne da s le muraglie, cercasse superfluamente de'complici.
7.	Che per trascegliere un complice di tale abbominazione, gettasse l'occhio sopra un uomo appena conosciuto.
8.	Che questa confidenza si facesse alla presenza di quattro testimonj, e il Piazza ne assumesse l'incarico senza conoscerli, e colla vaga speranza di ottenere un regalo promessogli da un povero barbiere!

Tutte queste otto proposizioni si pongano da una parte della bilancia. Dall'altra parte si ponga un timore vivissimo dello strazio e de'spasmi sofferti, che costringe un innocente a mentire, indi la ragione pesi e decida qual delle due parti contiene pi inverosimiglianza. Anche nella Francia in que'tempi fu bruciata 1a marescialla d'Ancre, come strega, per sentenza del parlamento di Parigi: tutta l'Europa era assai pi nelle tenebre, di quello che ora vi sia.  da osservare che anche in quest'orribile disordine vi si immischi il sortilegio, la fattucchieria; e l'infelice Piazza, per trovare la scusa perch non avesse fatto questo racconto, o come diceva allora il giudice, "detta la verit", in prima rispose di attribuirlo a un'acqua che gli diede da bere il barbiere, la qual'acqua perch poi non operasse nel terzo esame, siccome aveva fatto ne'due primi, nessuno lo ricerc.
Su questi fondamenti si pass a far prigione il barbiere Gian-Giacomo Mora; e quello che pure meritava osservazione fu, che lo colsero in sua casa fra la moglie e i figli (in quella casa poi che venne distrutta per piantarvi la colonna infame). Dal primo esame del Mora risulta che eragli stata nota la vociferazione dell'unto fatto nel quartiere il giorno di venerd 21 giugno; che parimenti eragli nota la prigionia del commissario Piazza, seguita il giorno 22 che fu sabato: e al mercoled, giorno 26, si sarebbe lasciato cogliere in sua casa se fosse stato reo? Tutto ci che avvenne all'atto dell'arresto conferma l'innocenza, non meno che la sorpresa di quest'infelice. Egli aveva preparato pel commissario un unguento che fabbricava per preservarsi dal mal contagioso, ugnendosi le tempia e le ascelle; unguento, di cui descrisse poi la ricetta, che in que'tempi si conosceva sotto il nome di "unguento dell'impiccato". Il commissario diede l'ordine al barbiere di prepararglielo, e fu fatto prigione prima che glielo consegnasse. Credette il Mora che la cattura fosse per aver egli fabbricato l'unguento che era di pertinenza degli speziali. Si lagnava di esser legato per un simile motivo: "Se per sorte", (dice egli mentre  arrestato in casa, prima di condurlo prigione) "sono venuti in casa, perch io abbia fatto quell'elettuario e non l'abbia potuto fare, non so che farci, l'ho fatto a fine di bene e per salute de'poveri"; poi allo sbirro diceva: "Non stringete la legatura alla mano, perch non ho fallato"; indi sospirando e battendo un piede, esclam: "Sia lodato Iddio!".
Nella minutissirna visita fatta alla casa in presenza del Mora egli rese conto de'barattoli d'unguenti, d'elettuarj e d'altre polveri e pillole che gli si ritrovarono in bottega. Poi nel cortile della sua piccola casetta vi si osserv "un fornello con dentro murata una caldaja di rame, nella quale si  trovato dentro dell'acqua torbida, in fondo della quale si  trovato una materia viscosa, gialla e bianca, la quale gettata al muro, fattane la prova, si attaccava" Chi mai crederebbe che un potentissimo veleno, che al toccarlo conduce alla morte, si tenesse in un aperto cortile, in una caldaja visibile a tutti, in una casa dove v'erano pi uomini, perch i Mora aveva figlj e moglie, come consta anche dal processo? Le tenere fanciulle e la figlia per la quale risulta che aveva fatto un unguento per i vermi, potevano elleno essere partecipi del secreto? Potevasi lasciare in libert di ragazzi un veleno che uccide col tatto, riponendolo in una caldaja fissata nel muro del cortile? Dopo che era tanto solenne il processo da sei giorni, era poi egli possibile che il fabbricatore e distributore dell'unto conservasse placidamente quel corpo di delitto alla vista, riposto nel cortile? Nessuno di tai pensieri venne in capo al giudice. Interrogato il Mora cosa contenesse quella caldaja, rispose nell'atto della visita: "L' smoglio", cio ranno. Nuovamente poi interrogato nel primo esame, rispose: "Signore, io non so niente, l'hanno fatto far le donne: che ne dimandino conto da loro che lo diranno; e sapeva tanto io che quel smoglio vi fosse, quanto che mi credessi d'esser oggi condotto prigione: e quello  mestiero che fanno le donne, del quale io non mi impedisco". Su di questo proposito interrogata la moglie dello sventurato Mora per nome Chiara Brivia, risponde d'aver fatto il bucato quindici giorni prima, e d'aver lasciato del ranno "nella caldara, quale  l nel cortino".
Questo ranno doveva essere il corpo del delitto. Si esaminarono alcune lavandaje. Margarita Arpizzanelli prima di visitare il ranno propala la sua teoria dicendo al giudice: "Sa V. S. che con il smoglio guasto si fanno degli eccellenti veleni che si posson fare?". Si vede che il fanatismo era al colmo, e che le persone che si esaminavano, a costo d'inventare nuove e sconosciute propriet, volevano sacrificare una vittima, e credevano di servir Dio e la patria inventando un delitto. Si visita il ranno da questa Arpizzanelli lavandaja, e questa giudica: "Questo smoglio non  puro, ma vi  dentro delle furfanterie, perch il smoglio puro non ha tanto fondo, n di questo colore, perch lo fa bianco, bianco, e non  tacchente come questo, il quale ha brutto colore, ed  tacchente, e sta a fondo, e pare cosa grassa; ma quello del vero smoglio, in movendosi il vaso in che si trova, si move tutto il detto fondo". Presso poco di lo stesso giudizio l'altra lavandaja Giacomina Endrioni, che disse: "Mi pare che vi sia qualche alterazione, ed il smoglio si vede che quanto pi se gli ruga dentro diventa pi negro e pi infame. Con lo smoglio marzo, cattivo, si fanno di gran porcherie e tossichi". Non credo che verun chimico saprebbe fare un veleno coll'acqua del bucato. In una bottega poi di un barbiere, dove si saranno lavati de'lini sporchi e dalle piaghe e da'cerotti, qual cosa pi naturale che il trovarvi un sedimento viscido, grasso, giallo dopo varj giorni d'estate?
N fu meno funesto il giudizio de'fisici. Il fisico collegiato Achille Carcano concluse con quella opinione: "Io non ho osservato troppo bene che cosa facci lo smoglio, ma dico bene che per rispetto alla ontuosit, che si vede in quest'acqua pu essere causata da qualche panno ontuoso lavato in essa, come sarebbe mantili, tovaglie e cose simili; ma perch in fondo di quell'acqua vi ho vista ed osservata la qualit della residenza che vi , e la quantit in rispetto alla poca acqua, dico e concludo non potere in alcun modo a mio giudizio essere smoglio". Le due lavandaje lo giudicano smoglio "con delle furfanterie" e con qualche "alterazione"; il medico dice che in alcun modo "non  smoglio", e lo asserisce perch a proporzione del sedimento vi  poca acqua, quasi che dopo quindici giorni che stava a cielo scoperto nel mese di giugno non potesse l'acqua essere svaporata per la maggior parte! Fa ribrezzo il vedere con quanta ignoranza e furore si procedesse e dagli esaminatori e dagli esaminati, e quanto offuscato fosse ogni barlume di umanit e di ragione in quelle feroci circostanze. Due altri, cio il fisico Giambattista Vertua e Vittore Bescap decisero presso poco come il fisico Carcano, e conclusero di non saper conoscere che composto fosse quello della caldaja.
Su questo giudizio e sulla deposizione del commissario Piazza, che anche al confronto col barbiere Mora sostenne l'accusa datagli, esclamando sempre il Mora e dicendo: "Ah Dio misericordia! non si trover mai questo", and progredendo il processo.
Terminato il confronto si pose al secondo esame il Mora. Il Piazza aveva detto di essere stato a casa del Mora, aveva citati Baldassare Litta e Stefano Buzzi come testimonj del fatto. Esaminato il Litta il giorno 29 giugno, "se mai ha visto il Piazza in casa o bottega del Mora", rispose: "Signor no". Esaminato il Buzzi nel giorno istesso, "se sa che tra il Piazza e il barbiere passi alcuna amicizia", rispose: "Pu essere che siano amici e che si salutassero, ma questo non lo saprei mai dire a V. S.". Interrogato, "se sa che il detto Piazza sia mai stato in casa o bottega del detto barbiere", rispose: "Non lo saprei mai dire a V. S.". Tali funno le deposizioni de'due testimonj, che il Piazza cit per provare di essere stato a casa del barbiere. Il barbiere negava che fosse mai stato il Piazza a casa di lui. Su questa negativa il barbiere fu posto a crudelissima tortura col canape. Ci si esegu il giorno 30 di giugno. Il povero padre di famiglia Gian-Giacomo Mora, uomo corpulento e pingue, a quanto viene descritto nel processo, prima di prestare il giuramento si pose ginocchioni avanti il Crocifisso ed or, indi baciata la terra si alz e giur. Quando cominciarono i tormenti esclam: "Ges Maria sia sempre in mia compagnia, son morto". Il tormento cresceva, ed egli esclamava, protestava la sua innocenza e diceva: "Vedete quello che volete che dica che lo dir". Fa troppo senso all'umanit il seguitare questa scena, che non pare rappresentata da uomini, ma da que'spiriti malefici che c'insegnano essere occupati nel tormentare gli uomini. Per sottrarsi l'infelice Mora promise che avrebbe detta la verit se cessavano i tormenti; si sospesero. Calato al suolo disse: "La verit  che il commissario non ha pratica alcuna meco". Il giudice gli rispose che "questa non  la verit che ha promesso di dire, perci si risolva a dirla, altrimenti si ritorner a far levare e stringere". Replic lo sgraziato Mora: "Faccia V. S. quello che vuole". Si rinnovarono gli strazj, e il Mora urlava "Vergine santissima sia quella che m'ajuta". Sempre se gli cercava la verit dal giudice, egli ripeteva: "Veda quello che vuole che dica, lo dir". L'eccesso dello spasimo attuale era quello che l'occupava, e finalmente disse il Mora: "Gli ho dato un vasetto pieno di brutto, cio di sterco, acci imbrattasse le muraglie, al commissario". Con tal espediente fu cessato il tormento, quindi per non essere nuovamente ridotto alle angoscie viene a dire: "Era sterco umano, smojazzo, perch me lo dimand lui, cio il commissario per imbrattar le case, e di quella materia che esce dalla bocca dei morti". Vedesi la produzione forzata dalla mente di un miserabile oppresso dallo spasimo. Lo sterco e il ranno non bastavano a dar la morte: egli inventa la saliva degli appestati; poi proseguendo le interrogazioni e le risposte, dice il Mora che ebbe dal commissario Piazza per il peso di una libbra di quella materia della bocca degli appestati e la vers nella caldaja, e che gliela diede per fare quella composizione onde si ammalassero molte pelsone, e avrebbe lavorato il commissario, e col suo elettuario avrebbe guadagnato molto il barbiere. Conclude col dire che questo concerto fu fatto, "trattandosi cos tra noi ne discorressimo".
Il Piazza che aveva levata l'impunit non diceva niente di tutto ci. Anzi diceva di essere stato invitato dal Mora. Come mai raccogliere clandestinamente tanta bava per una libbra? Come raccoglierla senza contrarre la peste? Come riporla nella caldaja, onde la moglie, i teneri incauti figli si appestassero? Come conservarla dopo le solenni procedure, e lasciarsi un simil corpo di delitto? Come sperar guadagno vendendo l'elettuario: mancavano forse ammalati in quel tempo? Non si pu concepire un romanzo pi tristo e pi assurdo. Pure tutto si credeva, purch fosse atroce e conforme alle funeste passioni de que'tempi infelici. Il giorno vegnente, cio il primo di luglio fu chiamato il Mora all'esame per intendere "se ha cosa alcuna da aggiungere all'esame e confessione sua che fece jeri. dopo che fu omesso da tormentare", ed ei rispose: "Signor no, che non ho cosa da aggiungervi, ed ho pi presto cosa da sminuire". Che cosa poi avesse da sminuire lo rispose all'interrogazione: "Quell'unguento che ho detto non ne ho fatto mica, e quello che ho detto, l'ho detto per i tormenti" A tale proposizione fugli minacciato, che se si ritrattava dalla verit detta il giorno avanti. "per averla si verr contro di lui a tormenti": a ci rispose il Mora: "Replico che quello che dissi jeri non  vero niente, e lo dissi per i tormenti". Postea dixit: "V. S. mi lasci un poco dire un'Ave Maria, e poi far quello che il Signore mi inspirer": postea genibus flexis se posuit ante imaginem Crucifixi depictam, et oravit per spatium unius miserere deinde surrexit, mox rediit ad examen. Et iterato juramento, interrogatus [indi si pose in ginocchio dinanzi all'immagine de Crocefisso e disse un miserere: si alz e ritorn all'esame. Ripetuto il giuramento, alla domanda]: "che si risolva ormai a dire se l'esame che fece jeri, e il contenuto di esso  vero", respondit "In coscienza mia, non  vero niente". Tunc jussum fuit duci al locum tormentorum [Allora si comand che fosse condotto al luogo del supplizio], con quel che segue, ed ivi poi legato, mentre si ricominciava la crudele carnificina, esclam che lo lasciassero, che non gli dessero pi "tormenti, che la verit che ho deposto la voglio mantenere"; allora lo slegarono e il ricondussero alla stanza dell'esame, dove nuovamente interpellato, "se  vero come sopra ha detto, che l'esame che fece jeri sia la verit nel modo che in esso si contiene", rispose: "Non  vero niente". Tunc jussum fuit iterum duci ad locum tormentorum etc.: e cos con questa alternativa dovette alfine soccombere, e preferire ogni altra cosa alla disperata istanza de'tormenti. Ratific il passato esame e si trov nel caso nuovamente di proseguire il funesto romanzo. Ecco quanto inverosimile sia il racconto. Dice egli adunque che quel Piazza che appena egli conosceva di figura, e col quale anche dal processo risulta che non aveva famigliarit, quel Piazza adunque "la prima volta che trattassimo insieme mi diede il vaso di quella materia, e mi disse cos: accomodatemi un vaso con questa materia, con la quale ungendo i catenacci e le muraglie si ammaler della gente assai, e tutti due guadagneremo". Che verosimiglianza! Se aveva la materia il Piazza in un vaso, perch consegnarla al barbiere acciocch "gli accomodasse un vaso?". Mancavano forse ammalati in quel tempo, mentre morivano 800 cittadini al giorno? Che bisogno di far ammalare la gente? Perch non ungere immediatamente? Non vi  il senso comune. Come poi componeva il barbiere questo mortale unguento? Eccolo. "Si pigliava", prosegue l'infelice Mora, "di tre cose, tanto per una; cio un terzo della materia che mi dava il commissario, dello sterco umano un altro terzo, e del fondo dello smoglio un altro terzo; e mischiavo ogni cosa ben bene, n vi entrava altro ingrediente, n bollitura". Lo sterco e l'acqua del bucato non potevano che indebolire l'attivit della bava degli appestati.
Tessuto cos questo secondo romanzo contradittorio del primo, si richiama all'esame il Piazza, che aveva l'impunit a condizione che avrebbe detta la verit intiera, e interrogato se sapesse di qual materia fosse composto o in qual modo fabbricato l'unguento datogli dal barbiere, rispose di non saperlo. Replic il giudice, se almeno sapesse che alcuno avesse data al barbiere materia per fabbricare quell'unguento, e rispose il Piazza: "Signor no, che non lo so". Se il Piazza avesse data la bava degli appestati, poich aveva l'impunit dicendo esattamente il tutto e doveva aspettarsi il supplizio non dicendolo esattamente, come mai avrebbe mutilata la circostanza principale nel tempo in cui il complice supposto, cio il barbiere Mora, co'tormenti l'avrebbe scoperta? Se dunque non si verifica che il Piazza abbia somministrato la bava, si vede inventata la forzata istoria del Mora. Questo ragionamento poteva pur farlo il giudice; ma sgraziatamente la ragione non ebbe parte veruna in tutta quella sciagura. Il giudice allora disse al Piazza, che dal processo risultava che egli avesse somministrato la bava de'morti al barbiere, e su di ci nuovamente il giudice l'interrog cos: "Che dica per qual causa nel suo esame e confessione, qual fece per godere l'impunit, non depose questa particolarit, sostanza del delitto, siccome era tenuto di fare?". E a ci rispose il Piazza: "Della sporchizia cavata dalla bocca dei morti appestati io non l'ho avuta, n portata al barbiere, e del resto che ho confessato, adesso che sono stato interrogato, non me ne sono ricordato, e per questo non l'ho detto". Allora gli venne intimato, che per non aver egli mantenuta la fede di palesare la verit, e per aver "diminuita la sua confessione" non poteva pi godere della impunit, a norma ancora della protesta fattagliene da principio. A questa minaccia il Piazza si rivolse subito ad accordare di aver somministrato la bava e di averne data al barbiere, non gi una libbra, come disse il povero Gian-Giacomo Mora, ma "cos un piattellino in un piatto di terra". Obbligato poi dall'interrogazione a dire come seguisse tutto ci, eccone la risposta, di cui l'assurdit abbastanza da s sola si manifesta. Cos dunque rispose lo sgraziato Piazza: "Io mi mossi instato e ricercato dal detto barbiere, il quale mi ricerc a cos fare con promessa di darmi una quantit di danari, sebbene non la specific, dicendomi che aveva una persona grande che gli aveva promesso una gran quantit di danaro per far tal cosa, e sebbene fosse ricercato da me a dirmi chi era questa persona grande, non me lo volle dire, ma solamente mi disse di attendere a lavorare ed untare le muraglie e porte, che mi avrebbe dato una quantit di danari". Conviene ricordarsi che il barbiere era un povero uomo, e basta vedere lo spazio che occupava la sua povera casetta. Egli poi era un padre di famiglia con moglie e figli, e non un ozioso e vagabondo, del quale si potesse far scelta per un simile orrore. Sin qui a forza di tormenti e di minacce si  trovato modo di far coincidere i due romanzi, e costringere il contraddicente a confermare la favola di chi aveva parlato prima. Vengono ora in campo da questa risposta due cose affatto nuove. Una si  che il barbiere promettesse "una quantit di danari"; l'altra si  che in questo affare vi entrasse "una persona grande": n l'una n l'altra era stata detta dal Mora. Si pose dunque nuovamente all'esame il Mora. Interrogato se egli avesse promesso una quantit di danari al Piazza, rispose il Mora nel quinto esame del giorno 2 luglio 1630: "Signor no; e dove vuole V. S. che piglimi questa quantit di danari?". Allora gli venne detto dal giudice quanto risultava in processo e sui danari e sulla persona grande, e si redargu perch dicesse la verit. Rispose il Mora queste parole: "V. S. non vuol gi se non la verit, e la verit io l'ho gi detta quando sono stato tormentato, e ho detto anche d'avvantaggio"; dal quale fine si vede come l'infelice avrebbe pure ritrattata tutta la funesta favola pronunziata, se non avesse temuto nuovi tormenti: "e ho detto anche d'avvantaggio"! Questo "anche" pi chiaramente lo disse allorch ai due di luglio furongli dati i reati, e stabilito il breve termine di due soli giorni per fare le sue difese; sul qual proposito si legge in processo che il protettore de'carcerati disse al notajo cos: "Per obbedienza sono stato dal signor presidente, e gli ho parlato; sono anco stato dal Mora, il quale mi ha detto liberamente che non ha fallato, e che quello l'ha detto per i tormenti; e perch io gli ho detto liberamente, che non voleva, n poteva sostenere questo carico di difenderlo, mi ha detto che almeno il sig. presidente sia servito di provvederlo di un difensore, e che non voglia permettere che abbia da morire indifeso": da che si vedono pi cose, cio che il Mora teneva per certo di dover morire, e tutta la ferocia del fanatismo che lo circondava doveva averlo bastantemente persuaso; che, sebbene tenesse per certa la morte, liberamente diceva di avere mentito per i tormenti; e che finalmente il furore era giunto al segno, che si credeva un'azione cattiva e disonorante il difendere questa disgraziata vittima, posto che il protettore diceva di non volere, n potere assumersene l'incarico. Il termine poi per le difese venne prorogato.


5. Delle opinioni e metodi della procedura criminale in quella occasione

Acciocch poi si possa concepire un'idea precisa e originale del modo di pensare in quel tempo, credo opportuno di trascrivere un esame, che sta nel corpo di quest'orribile processo; veramente serve egli di episodio alla tragedia del Piazza e del Mora; ma siccome originalmente vi si vedono la feroce pazzia, la Superstizione, il delirio, io lo riferir esattamente, ponendo in margine distintamente le osservazioni che mi si presentano. Ecco l'esame:

Die suprascripto, octavo Julii.
Vocatus ego notarius Gallaratus, dum discedere vellem a loco suprascripto appellato la Cassinazza, juvenis quidam mihi formalia dixit [Il giorno suindicato, 8 luglio: Mentre io, notaio Ga1larati, stavo allontanandomi dal luogo soprascritto, chiamato la Cassinazza, un giovane mi rivolse queste testuali parole] "Io voglio che V. S. mi accetti nella sua squadra, ed io dir quello che so".
Tunc ei delato juramento etc. [Allora, fattogli prestare giuramento].
Interrogatus de ejus nomine, cognomine, patria [Interrogato del suo nome, cognome, luogo di nascita]
Respondit: "lo mi chiamo Giacinto Maganza, e sono figliuolo di un frate, che si chiama frate Rocco, che di presente si trova in S. Giovanni la Conca, e sono Milanese, e molto conosciuto in porta Ticinese".
Int.: "Che cosa  quello che vuol dire di quello che sa".
Resp. titubando: "Io dir la verit,  un cameriere, che d quattro dobble al giorno". - Deinde obmutuit stringendo dentes [Indi tacque, stringendo i denti].
Et institus denuo [Sollecitato nuovamente] a dir l'animo suo, e finire quanto ha cominciato a dire.
Resp. " il Baruello padrone dell'osteria di S. Paolo in compito"., mox dixit [subito rispose], " anche parente dell'oste del Gambaro".
Int.: "Che dica come si chiama detto Baruello".
Resp.: "Si chiama Gian-Stefano".
Int.: "Che dica cosa ha fatto detto Baruello".
Resp.: "Ha confessato gi, che si  trovato delle biscie e de'veleni nella sua canepa".
Int.: "Dica come sa lui esaminato queste cose".
Resp.: "Il suo cognato mi ha cercato a voler andar a cercare delle biscie con lui".
Int.: "Che dica precisamente che cosa gli disse detto cognato, e dove fu".
Resp.: "Me lo ha detto con occasione che in porta Ticinese mi addimandano "il Romano", cos per sopra nome, e mi disse andiamo fuori di porta Ticinese, l dietro alla Rosa d'oro ad un giardino che ha fatto fare lui, a cercare delle biscie, dei zatti e dei ghezzi ed altri animali, quali li fanno poi mangiare una creatura morta, e come detti animali hanno mangiato quella creatura, hanno le olle sotto terra e fanno gli unguenti e li danno poi a quelli che ungono le porte; perch quell'unguento tira pi che non fa la calamita".
Int.: "Dica se lui esaminato ha visto tal unto".
Resp.: "Signor si, che l'ho visto".
Int.: "Dica dove ed a chi ha visto l'unto".
Tunc obmutuit, labia et dentes stringendo [Allora tacque, stringendo le labbra e i denti], et institus [e sollecitato] a rispondere allegramente alla interrogazione fattagli:
Resp.: "Io l'ho visto nella osteria della Rosa d'oro".
Int.: "Dica chi aveva tal unto, e in che vaso era".
Resp.: "L'aveva il Baruello".
Int.: "Dica quando fu che aveva tal unto il Baruello".
Resp.: "Saranno quindici giorni, ed era un mercoled, se non fallo, e l'aveva il detto Baruello in un'olla grande, e l'aveva sotterrato in mezzo dell'orto nella detta osteria della Rosa d'oro con sopra dell'erba".
Int.: "Dica se lui esaminato ha mai dispensato di quest'unto". |
Resp.: "Se io ne ho dispensato due scattolini mi possa essere tagliato il collo".
Int.: "Dica dove ha dispensato tal unto".
Resp.: "lo l'ho dispensato sopra il Monzasco".
Int.: "Dica in che luogo preciso del Monzasco ha dispensato tal unto".
Resp.: "lo l'ho dispensato sopra le sbarre delle chiese, perch questi villani subito che hanno sentito messa si buttano gi e si appoggiano alle sbarre, e per questo le ungeva".
Int.: "Dica precisamente dove sono le sbarre da lui esaminato unte, come ha detto".
Resp.: "lo ho unto in Barlassina, a Meda ed a Birago, n mi ricordo esser stato in altro luogo".
Int.: "Dica chi ha dato a lui esaminato l'unto".
Resp.: "Me l'ha dato il detto Baruello, e Gerolamo Foresaro in un palpero [papiro, cio carta] sopra la ripa del fosso di porta Ticinese vicino la casa del detto Foresaro, qual sta vicino al ponte de'Fabbri".
Int.: "Dica che cosa detti Fores e Baruello dissero a lui esaminato quando gli diedero tal unto".
Resp.: "Quando mi diedero tal unto fu quando io fui se non venuto dal Piemonte, e mi trovarono dietro il fosso di porta Ticinese; il Baruello mi disse: o Romano, che fai? Andiamo a bevere il vin bianco, mi rallegro che ti vedo con buona ciera: e cos andai all'osteria (mox dixit [subito si corresse]), all'offelleria delle Sei-dita in porta Ticinese, e pag il vin bianco e un non so che biscottini, e poi mi disse, vien qua Romano, io voglio che facciamo una burla a uno, e perci piglia quest'unto, quale mi diede in un palpero, e va all'osteria del Gambaro, e va l di sopra dove  una camerata di gentiluomini; e se dicessero cosa tu vuoi, di'niente, ma che sei andato l per servirli, e poi che gli ungessi con quell'unto e cosi io andai, e gli unsi nella detta osteria del Gambaro, qual erano l, io era dissopra della lobbia a mano sinistra; e m'introdussi 1 a dargli da bevere mostrando di frizzare un poco, cio per mangiare qualche boccone; e cos gli unsi le spalle con quell'unguento, e con mettergli il ferrajuolo gli unsi anco il collaro e il collo con le mani mie, dove credo sono poi morti di tal unto".
Int.: "Dica se sa precisamente che alcuno di quelli che furono unti da lui esaminato, come sopra, siano poi morti, o no".
Resp.: "Credo che saranno morti senz'altro, perch morono solamente a toccargli i panni con detto unto: non so poi a toccargli le carni come ho fatto io".
Int.: "Dica come ha fatto lui esaminato a non morire, toccando questo unto tanto potente, come dice".
Resp.: "El sta alle volte alla buona complessione delle persone".
Quo facto cum hora esset tarda fuit dimissum examen [Ci fatto, essendo tardi, fu sospeso l'inteuogatorio].

Da questo esame solo ne ricaver chi legge l'idea precisa della maniera di pensare e procedere in quei disgraziatissirni tempi. Ho creduto bene di riferire fedelmente un esame, acciocch si vedano le cose nella sorgente, e non resti dubbio che mai l'amore del paradosso, il piacere di spargere nuova dottrina, o la vanit di atterrare una opinione comune, mi facciano aggravare le cose oltre l'esatto limite della verit. Il metodo, col quale si procedette allora, fu questo. Si suppose di certo che l'uomo in carcere fosse reo. Si tortur sintanto che fu forzato a dire di essere reo. Si forz a comporre un romanzo e nominare altri rei; questi si catturarono, e sulla deposizione del primo si posero alla tortura. Sostenevano l'innocenza loro; ma si leggeva ad essi quanto risultava dal precedente esame dell'accusatore, e si persisteva a tormentarli sinch convenissero d'accordo.
Altra prova di pazzia di que'tempi  l'esame lunghissimo fatto il 12 settembre a Gian-Stefano Baruello, il quale ebbe la sentenza di morte dal Senato il giorno 27 agosto (morte, che dopo le tenaglie, il taglio della mano, la rottura delle ossa e l'esposizione vivo sulla ruota per sei ore, terminava coll'essere finalmente scannato), e fu sospesa proponendogli l'impunit se avesse palesato complici e esposto il fatto preciso. Questi dunque tess una storia lunghissima e sommamente inverosimile, per cui il figlio del castellano di Milano compariva autore di quest'atrocit, affine di vendicarsi di un insulto stato fatto in porta Ticinese, e si voleva che il signor D. Giovanni Padilla figlio del castellano avesse lega col Fores, Mora, Piazza, Carlo Scrimitore, Michele Tamburino, Giambattista Bonetti, Trentino, Fontana ecc. e varj simili uomini della feccia del popolo. Redarguito poi, come avendo egli il mandato per la uccisione di porta Ticinese, ne facesse spargere in altre porte, e convinto d'inverosimiglianza somma nel suo racconto, ecco cosa si vede che rispondesse esso Gian-Stefano Baruello nel suo esame 12 settembre 1630.
Et cum haec dixisset, et ei replicaretur haec non esse verisimilio, et propterea hortaretur ad dicendam veritatem [Avendo ci detto ed essendogli stato replicato che le cose da lui dette non erano verosimili, fu esortato a dire la verit]
Resp.: "Uh! uh! uh! Se non la posso dire", extendens collum et toto corpore contremiscens, et dicens [tendendo il collo e scuotendo tutto il corpo]: "V. S. m'ajuti, V. S. m'ajuti".
Ei dicto [Essendogli stato detto]: "Che se io sapessi quello vuol dire potrei anco ajutarlo, che per accenni, che se s'intender in che cosa voglia essere ajutato, si ajuter potendo".
Tunc denuo incepit se torquere, labia aperire, dentes perstringendo, tandem dixit [Allora nuovamente cominci a torcersi, ad aprire le labbra, a stringere i denti e finalmente disse]: "V. S. mi ajuti; signore, ah Dio mio! ah Dio mio!".
Tunc ei dicto: "Avete forse qualche patto col Diavolo? Non vi dubitate e rinunziate ai patti, e consegnate l'anima vostra a Dio che vi ajuter".
Tunc genuflexus dixit [Allora inginocchiatosi disse]: "Dite come devo dire, signore".
Et ei dicto: "Che debba dire: io rinunzio ad ogni patto che io abbia fatto col Diavolo, e consegno l'anima mia nelle mani di Dio e della B. Vergine, col pregarli a volermi liberare dallo stato nel quale mi trovo, ed accettarmi per sua creatura".
Quae cum dixisset, et devote et satis ex corde, ut videri potuit, surrexit, et cum loqui vellet, denuo prorupit in notas confusas porrigendo collum, dentibus stringendo volens loqui, nec valens, et tandem dixit [Dette queste cose, devotamente e abbastanza sinceramente, come si pot vedere, si alz e, volendo parlare, emise dei suoni confusi, sporgendo il collo, stringendo i denti, volendo parlare e non riuscendovi, tuttavia disse]: "Quel prete Francese".
Et cum haec dixisset statim se projecit in terram, et curavit se abscondere in angulo secus bancum, dicens [E, pronunziate queste parole, si gett immediatamente a terra, tentando di nascondersi in un angolo sotto il banco, e disse]: "Ah Dio mi! ah Dio mi! ajutatemi, non mi abbandonate".
Et ei dicto: "Di che temeva?".
Resp.: " 1,  l quel prete Francese con la spada in mano, che mi minaccia, vedetelo l, vedetelo l sopra quella finestra".
Et ei dicto: "Che facesse buon animo, che non vi era alcuno, e che si segnasse e si raccomandasse a Dio, e che di nuovo rinunziasse ai patti che aveva col Diavolo, e si donasse a Dio ed alla Beata Vergine".
Cum haec verba dixissem, dixit iterum [Avendo io detto queste parole, esclam nuovamente]: "A signore, ei viene, ei viene colla spada nuda in mano": quae omnia quinquies replicavit, et actus fecit quos facere solent obsessi a Daemone, et spumam ex ore sanguinemque e naribus emittebat, semper fremendo et clamando [e ripet queste parole cinque volte, e fece quegli atti che sono soliti fare gli ossessi dal demonio, emettendo bava dalla bocca e sangue dal naso, sempre tremando ed esclamando]: "Non mi abbandonate, ajuto, ajuto, non mi abbandonate".
Tunc jussum fuit afferri aquam benedictam, et vocari aliquem sacerdotem, quae cum allata fuisset, ea fuit aspersus: cum postea supervenisset sacerdos, eique dicta fuissent omnia suprascripta, sacerdos, benedicto loco et in specie dicta fenestra ubi dicebat dictus Baruellus extare illum praesbiterum cum ense nudo prae rnanibus et minantem, variis exorcismis tamen usus fuit, et auctoritate sibi uti sacerdoti a Deo tributa, omnia pacta cum Daemone innita, irrita et nulla declarasset, immo ea irritasseti et annullasset, interim vero dictus Baruellus stridens dixit [Allora venne ordinato di portare dell'acqua benedetta e di chiamare qualche sacerdote; come arriv l'acqua, ne fu asperso. Sopraggiunse un sacerdote al quale vennero riferite le cose suddette e il sacerdote, dopo aver benedetto il luogo e in special modo la finestra dove il Baruello diceva essere il prete con la spada in mano e minaccioso, fece vari esorcismi e, con l'autorit concessagli da Dio quale sacerdote, dichiar annullato ogni patto col Diavolo, anzi lo annull e lo rese vano; frattanto il detto Baruello urlando disse]: "Scongiurate quello Gola Gibla", contorquendo corpus more obsessorum, et tandem finitis exorcismis sacerdos recessit [contorcendo il corpo al modo degli ossessi e infine, terminati gli esorcismi, il sacerdote se ne and].
Excitatus pluries ad dicendum, tamen in haec verba prorupit [Pi volte invitato a parlare, disse infine con foga]: "Signore, quel prete era un Francese, il quale mi prese per una mano, e levando una bacchettina nera, lunga circa un palmo che teneva sotto la veste, con essa fece un circolo, e poi mise mano a un libro lungo in foglio, come di carta piccola da scrivere, ma era grossa tre dita, e l'aperse, ed io vidi sopra i fogli dei circoli e lettere attorno, e mi disse che era la Clavicola di Salomone, e disse che dovessi dire, come disse queste parole: "Gola Gibla"; e poi disse altre parole ebraiche, aggiungendo che non dovessi uscir fuori del cerchio perch mi sarebbe succeduto male, e in quel punto comparve nello stesso circolo uno vestito da Pantalone, allora detto prete, ecc.". Cade la penna dalle mani, e non si pu continuare a trascrivere un tessuto simile di pazzie troppo serie e funeste in que'tempi. Il risultato di un lunghissimo cicalo di questo disgraziato, che sperava la vita e l'impunit con un romanzo di accuse, fu di far credere autore il cavaliere D. Giovanni di Padilla delle unzioni venefiche, sparse coll'opera di certi Fontana, Mora, Piazza, Vaccara, Licchi, Saracco, Fusaro, un barbirolo di porta Comasina, certo Pedrino daziaro, Magno Bonetti, Baruello, Girolamo Foresaro, Trentino, Vedano e simili infelici della pi bassa plebe.
Quanto poi alle vociferazioni pubbliche, alcune attribuivano queste unzioni ai Tedeschi, altre ai Francesi che tentavano di distruggere l'Italia, altre agli Eretici e particolarmente Ginevrini, altre al duca di Savoja, altre, non si sa poi ben come, ad alcuni gentiluomini Milanesi, fatti prigionieri dal papa e rnandati in Milano; altre finalmente al conte Carlo Rasini, a D. Carlo Bossi, pi che ad ogni altro si attribuirono al cavaliere di Padilla. Si diceva che per ogni quartiere della citt vi fossero due barbieri destinati a fabbricare gli unti, e che pi di cento cinquanta persone fossero adoperate a spargere l'unzione. Che varj banchieri pagassero largamente questi emissarj, e fra questi Giambattista Sanguinetti, Gerolamo Turcone e Benedetto Lucino, e che questi sborsassero qualunque somma, senza ritirarne quitanza, a qualunque uomo si presentasse loro in nome del cavaliere Padilla. Sopra simili assurdit, sebbene esaminati minutamente i libri de'negozianti suddetti non si trovasse veruna annotazione nemmeno equivoca, si pass a crudeli torture contro di essi. Il cavaliere Padilla si trov che nel tempo, in cui si diceva che in Milano avesse formato e diretto questo attentato, egli era a Mortara e altre terre del Piemonte, ove combatteva alla testa della sua compagnia in difesa di questo stato. Merita di essere trascritta la risposta ch'ei fece in processo quando fu costituito reo di queste unzioni. Cos egli dice: "Io mi maraviglio molto che il senato sia venuto a risoluzione cos grande, vedendosi e trovandosi che questa  una mera impostura e falsit fatta non solo a me, ma alla giustizia istessa". Ed aveva ben ragione di dirlo, perch dalla narrativa istessa del reato appariva la grossolana impostura. "Come", prosegu esso cavaliere, "un uomo di mia qualit, che ho speso la vita in servizio di S. M., in difesa di questo stato, nato da uomini che hanno fatto lo stesso, avevo io da fare, n pensare cosa che a loro e a me portasse tanta nota di infamia? E torno a dire che questo  falso, ed  la pi grande impostura che ad uomo sia mai stata fatta." Questa risposta, detta nel calore di un sentimento,  forse il solo tratto nobile che si legga in tutto l'infelice volume che ho esaminato. Il delitto non parla certamente un tal linguaggio, e il cavalier Padilla era sicuramente assai al dissopra del livello de'suoi giudici e del suo tempo.
La serie del delitto contestato al cavaliere di Padilla Si ricava dalla narrazione medesima del reato, e vi si scorge il sugo de'romanzi forzatamente creati colla tortura: io ne compiler l'estratto semplicemente, giacch troppo riuscirebbe di tedio l'intiera narrazione, e porr in margine le osservazioni opportune. Risult adunque la diceria seguente:
Circa al principio del mese di maggio il cavaliere di Padilla vicino alla chiesa di S. Lorenzo parl al barbiere Giacomo Mora, ordinandogli che facesse un unto da applicare ai muri e porte onde risultasse la morte delle persone, assicurandolo che danari non ne sarebbero mancati, e non temesse, perch "avrebbe trovato molti compagni". Indi altra volta, pochi giorni dopo, gli diede delle dobble perch ungesse, e vi era presente un gentiluomo, Crivelli; e il trattato fu fatto da certo D. Pietro di Saragozza; indi il barbiere allora fu avvisato che i banchieri Giulio Sanguinetti e Gerolamo Turcone avevano ordine di somministrare tutto il danaro occorrente a chiunque andava da essi in nome di D. Giovanni di Padilla. Carlo Vedano poi maestro di scherma fu il mezzano per indurre Gian-Stefano Baruello a fare di queste unzioni, e condusse il Baruello sulla piazza del castello, ove ritrovavansi Pietro Francesco Fontana, Michele Tamburino, un prete e due altri vestiti alla francese, ove dal cavaliere furongli dati dei danari, perch il Baruello ungesse e facesse parimenti ungere le forbici delle donne da Gerolamo Foresaro, e gli consegn un vaso di vetro quadrato dicendogli: "Questo  un vaso d'unguento di quello che si fabbrica in Milano, ed ho a centinaia de'gentiluomini che mi fanno questi servizj, e questo vaso non  perfetto"; quindi gli ordin di prendere de'rospi, delle lucertole ecc., e farle bollire nel vino bianco e mischiare tutto insieme. Poi temendo il Baruello di proprio danno col toccarlo, gli fece vedere il cavaliere a toccarlo senza timore. Poi viene il circolo fatto dal prete e il Pantalone, del quale ho gi data notizia. Indi si vuole che il cavaliere dicesse al Baruello di non dubitare, che se la cosa andava a dovere, esso cavaliere sarebbe stato "padrone dl Milano, e voi vi voglio fare dei primi"; soggiungendo di nuovo "che se per sorte fosse pervenuto nelle mani della giustizia, non avrebbe in alcun tempo confessato cosa alcuna". Tale  la serie del fatto deposto contro il figlio del castellano, la quale sebbene smentita da tutte le altre persone esaminate (trattine i tre disgraziati Mora, Piazza e Baruello che alla violenza della tortura sacrificarono ogni verit, serv d base a un vergognosissimo reato.


6. Della insidiosa cavillazione che si us nel processo verso di alcuni infelici

Soffoco violentemente la natura, e superato il ribrezzo che producono tante atrocit, io trascriver per intiero l'esame fatto al povero maestro di scherma Carlo Vedano. La scena  crudelissima, la mia mano la strascrive a stento; ma se il raccapriccio che io ne provo giover a risparmiare anche una sola vittima, se una sola tortura di meno si dar in grazia dell'orrore che pongo sotto gli occhi, sar ben impiegato il doloroso sentimento che provo, e la speranza di ottenerlo mi ricompensa. Ecco l'esame.

1630 die 18 septembris etc.

Eductus e carceribus Carolus Vedanus [18 settembre 1630, ecc. Tradotto dalle carceri Carlo Vedano].
Int.: "Che dica se si  risolto a dir meglio la verit di quello ha sin qui fatto circa le cose che  stato interrogato, e che gli sono state mantenute in faccia da Gio Stefano Baruello".
Resp.: "Illustrissimo signore, non so niente".
Ei dicto: "Che dica la causa perch interrogato se aveva mangiato in casa di Gerolamo cuoco, che fa l'osteria l a S. Sisto di compagnia del Baruello, non contento di dire una volta di no, rispose: "Signor no, signor no, signor no"".
Resp.: "Perch non  la verit".
Ei dicto: "Che per negare una cosa basta dire una volta di no, e che quel replicare signor no, signor no, signor no, mostra il calore con che lo nega, e che per maggior causa lo neghi che perch non sia vero".
Resp.: "Perch non vi sono stato".
Ei dicto: "Che occasione aveva di scaldarsi cosi?".
Resp.: "Perch non vi sono stato, illustrissimo signore".
Ei denuo dicto: "Perch interrogato, se aveva mai mangiato col detto Baruello all'osteria sopra la piazza del castello, rispose: "Signor no, mai, mai, mai""
Risp. "Ma, signore, vi ho mangiato una volta, ma non solo, ma in compagnia di Francesco barbiere figliuolo d'Alfonso, e quando ho risposto: "Signor no, mai, mai, mai'mi sono inteso d'avervi mangiato col Baruello solamente".
Ei dicto: "Prima, che esso non era interrogato se avesse mangiato l col Baruello solo o in compagnia d'altri, ma semplicemente se aveva mangiato con lui alle dette osterie, e per se gli dice che in questo si mostra bugiardo, poich allora ha negato e adesso confessa; di pi se gli dice che si ricerca di saper da lui, perch causa con tanta esagerazione neg di avervi mangiato; n gli bast di dire di no, che anco vi aggiunse quelle parole "mai, mai, mai"".
Resp.: "Ma, signore, perch io non vi ho mai mangiato, altro che quella volta, ed intesi l'interrogazione di V. S. se aveva mangiato con lui solo; e quanto al secondo, dico che mi sfogava cos perch non vi ho mai mangiato".
Ei denuo dicto: "Perch, interrogato se mai ha trattato col Baruello di far servizio al signor D. Giovanni, rispose di no, ed essendogli replicato che ci gli sarebbe stato mantenuto in faccia, aveva risposto che questo non si sarebbe trovato mai, ed essendogli di nuovo replicato che di gi si era trovato, rispose con parole interrotte: "Sar, uh! uh! uh!"".
Resp.: "Perch non ho mai parlato con lui"
Int.: "Chi  questo lui?".
Resp.: " il figliuolo del signor castellano".
Ei dicto: "Perch questa mattina, interrogato se si  risoluto a dire la verit meglio di quel che fece jeri sera, ha prorotto in queste parole: "Perch io ne sono innocente di quella cosa che mi imputano", le quali parole, oltrech sono fuori di proposito, non essendo mai stato interrogato sopra imputazione che gli sia stata data, mostrano ancora che esso sappia d'essere imputato di qualche cosa; e pure interrogato che imputazione sia questa, ha detto di non saperlo: onde se gli dice, che oltrech si vuol sapere da lui perch ha detto quella risposta fuori di proposito, si vuol anche sapere che imputazione  quella, che gli vien data".
Resp.: "Io ho detto cos perch non ho fallato".
Ei dicto denuo: "Perch, interrogato se quando pass sopra la piazza del castello col detto Baruello videro alcuno, ha risposto prima di no, poi ha soggiunto: "Ma, signore, vi erano della gente, che andavano innanzi e indietro"; e dettogli perch dunque aveva detto "signor no", ha risposto: "Io m'era inteso se aveva veduto dei nostri compagni": soggiungendo: "No, signore, siano per la Vergine santissima, che non ho fallato"; le quali parole ultime, come sono state fuori di proposito, non essendo egli finora stato interrogato di alcun delitto specificatamente, cos mettono in necessit il giudice di voler sapere perch le ha dette, e per s'interroga ora perch dica, perch ha detto quelle parole fuori di proposito con tanta esagerazione".
Resp.: "Perch non ho fallato".
Ei dicto: "Che sopra tutte le cose che  stato interrogato adesso si vuole pi opportuna risposta, altrimenti si verr ai tormenti per averla".
Resp.: "Torno a dire che non ho fallato, ed ho tanta fede nella Vergine santissima che mi ajuter, perch non ho fallato, non ho fallato"
Tunc jussum fuit duci ad locum Eculei, et ibi torturae sujici, adhibita etiam ligatura canubis ad effectum ut opportune respondeat interrogationibus sibi factis, ut supra, et non aliter etc., et semper sine praejudicio confessi et convicti ac aliorum jurium etc.; prout fuit ductus, et ei reiterato juramento veritatis dicendae, prout juravit etc. fuit denuo [Allora fu comandato di condurlo al luogo del cavalletto ed ivi sottoporlo a tortura, usando anche la legatura con la canape affinch rispondesse in modo opportuno alle interrogazioni fattegli, come sopra e non altrimenti, ecc. e sempre senza pregiudizio del diritto del reo confesso e convinto degli altri diritti, ecc.; fu pertanto ivi condotto e, ripetutogli il giuramento di dire la verit, egli giur ecc. e fu quindi]:
Int.: "A risolversi a rispondere a proposito alle interrogazioni gi fattegli, come sopra, altrimenti si far legare e tormentare".
Resp.: "Perch non ho fallato, illustrissimo signore".
Tunc semper sine praejudicio; ut supra, ad effectum tantum, ut supra, et eo prius vestibus Curiae induto jussum fuit ligari, prout fuit per brachium sinistrum ad funem applicatus, et cum etiam ei fuisset aptata ligatura canubis ad brachium dexferum fuit denuo [Allora, sempre senza pregiudizio, come sopra, agli effetti di quanto sopra, e dopo avergli fatto indossare abiti talari, si comand che fosse legato, quindi venne sospeso ad una fune per il braccio sinistro, dopo che anche al braccio destro fu adattata una legatura di canape. Indi fu nuovamente]:
Int.: "A risolversi di rispondere a proposito alle interrogazioni dategli, come sopra, che altrimenti si far stringere".
Resp.: "Non ho fallato, sono cristiano, faccia V. S. illustrissima quello che vuole".
Tunc semper sine praejudicio, ut supra, jussum fuit stringi, et cum stringeretur, fuit denuo [Allora sempre senza pregiudizio, come sopra, fu ordinato che si stringesse e, quando fu stretto, fu nuovamente]:
Int.: "Di risolversi a rispondere a proposito alle interrogazioni dategli".
Resp.: "Ah Vergine santissima, acclamando [gridando], non so niente".
lterum institus ad dicendam veritatem, ut supra [Di nuovo sollecitato a dire la verit, come sopra].
Resp. acclamando [rispose gridando]: "Ah Vergine santissima di S. Celso, non so niente".
Ei dicto: "Che dica la verit, se no si far stringere pi forte: cio risponda a proposito".
Resp.: "Ah, signore, non ho fatto niente".
Tunc jussum fuit fortuis stringi, et dum stringeretur, fuit pariter [Fu ordinato allora di stringere pi forte, e mentre lo si stringeva, gli fu chiesto ancora]:
Int.: "A risolversi a dir la verit a proposito".
Resp. acclamando: "Ah, signore illustrissimo, non so niente:".
Institus ad opportune respondendum, ut supra [Invitato a rispondere a tono, come sopra].
Resp.: "Son qui a torto, non ho fallato, misericordia, Vergine santissima".
Inter.: Iterum ad opportune respondendum, ut supra [Di nuovo invitato a rispondere a tono, come sopra] "che altrimenti si far stringere pi forte".
Resp. acclamando: "Non lo so, illustrissimo signore, non lo so, illustrissimo signore"
Tunc jussum fuit fortius stringi, et dum stringeretur fuit denuo [Fu allora ordinato di stringere pi forte, e mentre lo si stringeva gli fu di nuovo].
Int. ad opportune respondendum, ut supra [Intimato di rispondere a tono].
Resp. acclamando: "Ah Vergine santissima, non so niente";
Tunc postergatis manibus et ligatus, fuit in Eculeo elevatus, deinde [Allora, postegli le mani dietro il dorso, fu sollevato sul cavalletto].
Int.:"A risolversi a rispondere opportunamente alle interrogazioni gi dategli".
Resp. acclamando: "Ah, illustrissimo signore, non so niente".
Int. ad opportune respondendam, ut supra
Resp.: "Non so niente, non so niente. Che martirj sono questi che si danno ad un cristiano! Non so niente"
Et iterum institus, ut supra.
Resp.: "Non ho fallato".
Tunc ad omnem bonum finem jussum fuit deponi et abradi, prout fuit depositus; et dum abraderetur fuit iterum [Allora, ad ogni buon fine, fu ordinato che fosse messo a terra e che gli fosse rasato il capo; fu quindi deposto e, mentre lo si radeva, fu di nuovo]:
Int. ad opportune respondendam, ut supra
Resp.: "Non so niente, non so niente".
Et cum esset abrasus, fuit denuo in Eculeo elevatus, deinde [E come fu rasato, lo fecero nuovamente salire sul cavalletto, indi]:
Int.: "A risolversi ormai a rispondere a proposito".
Resp. acclamando: "Lasciatemi gi, che dico la verit".
Et dicto: "Che cominci a dirla, che poi si far lasciar gi".
Resp. acclamando: "Lasciatemi gi che la dico".
Qua promissione attenta fuit in plano depositus, deinde [Ottenuta la promessa, fu deposto a terra indi]:
Int.: "A dir questa verit che ha promesso di dire".
Resp.: "Illustrissimo signore, fatemi slegare un pochettino, che dico la verit".
Ei dicto: "Che cominci a dirla".
Resp.: "Fu il Baruello che mi venne a trovare in porta Ticinese, e mi domand che andassi con lui per certo formento che era stato rubato, e disse che avressimo chiappato un villano, che aveva lui una cosa da dargli per farlo dormire, ma non vi andassimo". Postea dixit [indi disse]: "No signore, V S. mi faccia slegare un poco, che dico che V S. avr gusto"
Ei dicto: "Che cominci a dire, che poi si far slegare".
Resp.: "Ah signore fatemi slegare che sicuramente vi dar gusto, vi dar gusto".
Qua promissione attenta jussum fuit dissolvi, et dissolutus, fuit postea:
Int.: "A dire la verit che ha promesso di dire".
Resp.: "Illustrissimo signore, non so che dire, non so che dire; non si trover mai che Carlo Vedano abbia fatta veruna infamit"
Institus: "A dire la verit che ha promesso di dire, che altrimenti si far di nuovo legare e tormentare, senza remissione alcuna".
Resp.: "Se io non ho fatto niente...".
Iterum institus, ut supra.
Resp.: "Signor senatore, vi sono stato a casa di messer Gerolamo a mangiare col Baruello, ma non mi ricordo della sera precisa".
Et cum ulterius vellet progredi jussum fuit denuo ligari per brachium sinistrum ad funem, et per brachium dextrum canubi et cum ita esset ligatus, antequam stringeretur [E, poich non voleva dire altro, fu comandato di legarlo per il braccio sinistro alla fune e per il braccio destro al canape e, cos legato, prima che si stringesse].
Int.: "Ad opportune respondendum, ut supra".
Resp.: "Fermatevi; V. S. aspetti, signor senatore, che voglio dire ogni cosa".
Ei dicto: "Che dunque dica".
Resp.: "Se non so che dire".
Tunc jussum fuit stringi, et dum stringeretur acclamavit: "Aspettate che la voglio dire la verit".
Resp.: "Che cominci a dirla".
Resp.: "Ah signore! se sapessi che cosa dire, direi": et acclamavit: "ah, signor senatore!".
Ei dicto: "Che si vuole che dica la verit".
Resp.: "Ah, signore, se sapessi che cosa dire la direi".
Et etiam institus ad dicendam veritatem, ut supra
Resp. acclamando: "Ah signore, signore, non so niente".
Et jussum fuit fortius stringi, et dum stringeretur, fuit denuo:
Institus: "A risolversi a dire la verit promessa, e di rispondere a proposito".
Resp. acclamando: "Non so niente, signore, signore, non so niente".
Et cum per satis temporis spatium stetisset in tormentis, multunque pati videretur, nec aliud ab eo sperari posset, jussum fuit dissolvi et reconsignari, prout ita factum est [E, poich era stato alla tortura per un tempo sufficiente ed era evidente che soffriva molto e che d'altra parte non vi era altro da sperare da lui, fu comandato di scioglierlo e di ricondurlo in prigione; ci che fu fatto]


7. Come terminasse il processo delle unzioni pestifere

Se volessi porre esattamente sott'occhio al lettore la scena degli orrori metodicamente praticati in quella occasione, dovrei trascrivere tutto il processo, dovrei inserire le torture fatte soffrire ai banchieri, ai loro scritturali ed altre civili persone; torture crudelissime, date per obbligarli a confessare, che dal loro banco si dava qualunque somma di danaro a chiunque anche sconosciuto, purch nominasse D. Giovanni di Padilla; e danaro, che si sborsava senza averne alcuna quitanza e senza scriversi partita ne'loro libri: e tutte queste assurde proposizioni emanate dal forzato romanzo, che la insistenza degli spasimi fece concertare fra i miseri Piazza e Mora. Ma anche troppo  feroce il saggio che di sopra ne ho dato, e troppo funesti alla mente ed al cuore sono s tristi oggetti. Dalla scena orribile che ho descritta si vede l'atroce fanatismo del giudice di circondurre con sottigliezza un povero uomo che non capiva i raggiri criminali, e portarlo alle estreme angosce, d'onde l'infelice si sarebbe sottratto con mille accuse contro se medesimo, se per disgrazia gli si fosse presentato alla mente il modo per calunniarsi. Colla stessa inumanit si prodig la tortura a molti innocenti: in somma tutto fu una scena d'orrore.  noto il crudele genere di supplizio che soffrirono il barbiere Gian-Giacomo Mora (di cui la casa fu distrutta per alzarvi la colonna infame), Guglielmo Piazza, Gerolamo Migliavacca coltellinajo, che si chiamava il Fores, Francesco Manzone, Caterina Rozzana e moltissimi altri; questi condotti su di un carro, tenagliati in pi parti, ebbero, strada facendo, tagliata la mano; poi rotte le ossa delle braccia e gambe, s'intralciarono vivi sulle ruote e vi si lasciarono agonizzanti per ben sei ore, al termine delle quali furono perfine dal carnefice scannati, indi bruciati e le ceneri gettate nel fiume. L'iscrizione posta al luogo della casa distrutta del Mora, cos dice:
HIC . UBI . HAEC . AREA . PATENS . EST
SURGEBAT . OLIM . TONSTRINA
JO . JACOBI . MORAE
QUI . FACTA . CUM . GULIELMO. PLATEA
PUB . SANIT . COMMISSARIO
ET . CUM . ALIIS . CONJURATIONE
DUM . PESTIS . ATROX . SAEVIRET
LAETIFERIS . UNGUENTIS . HUC . ET . lLLUC . ASPERSIS
PLURES . AD . DIRAM . MORTEM . COMPULIT
HOS . IGITUR . AMBOS . HOSTES . PATRIAE . JUDICATOS
EXCELSO . IN . PLAUSTRO
CANDENTI . PRIUS . VELLIICATOS . FORCIPE
ET . DEXTERA . MULCTATOS . MANU
ROTA . INFRINGI
ROTAQUE . INTEXTOS . POST . HORAS . SEX . JUGULARI
COMBURI . DEINDE
AC . NE . QUID . TAM . SCELESTORUM . HOMINUM
RELIQUI . SIT
PUBLICATIS . BONIS
CINERES . IN . FLUMEN . PROJICI
SENATUS. JUSSIT
CUJUS . REI . MEMORIA . AETERNA . UT . SIT
HANC . DOMUM . SCELERIS . OFFICINAM
SOLO . AEQUARI
AC . NUNQUAM . IMPOSTERUM . REFICI
ET . ERIGI . COLUMNAM
QUAE . VOCETUR . INFAMIS
PROCUL . HINC . PROCUL . ERGO
BONI CIVES
NE . VOS . INFELIX . INFAME . SOLUM
COMACULET
MDCXXX . KAL . AUGUSTI

[Qui dov' questa piazza / sorgeva un tempo la Barbieria / di Gian Giacomo Mora / il quale congiurato con Guglielmo Piazza / pubblico commissario di sanit e con altri / mentre la peste infieriva pi atroce / sparsi qua e l mortiferi unguenti / molti trasse a cruda morte / questi due adunque giudicati / nemici della patria / il senato comand / che sovra alto carro / martoriati prima con rovente tanaglia / e tronca la mano destra / si frangessero colla ruota / e alla ruota intrecciati / dopo sei ore scannati / poscia abbruciati / e perch nulla resti d'uomini cos scellerati / confiscati gli averi / si gettassero le ceneri nel fiume / a memoria perpetua di tale reato / questa casa officina del delitto / il senato medesimo ordin spianare / e giammai rialzarsi in futuro / ed erigere una colonna / che si appelli infame / lungi adunque lungi da qui / buoni cittadini / che voi l'infelice infame suolo / non contamini / il primo d'agosto MDCXXX.]

Come poi subissero la pena, il canonico Giuseppe Ripamonti, che era vivo in que'tempi, ce lo dice: Confessique isti flagitium, et tormentis omnibus excruciati perseveravere confitentes donec in patibulum agerentur. Hi demum juxta laqueum inter carnificis manus de sua innocentia ad populum ita dixere: mori se libenter ob scelera alia, quae admisissent; caeterum unguendi artem se factitavisse nunquam, nulla sibi veneficia aut incantamenta nota fuisse. Ea sive insania mortalium, sive perversitas, et livor astusque daemonis erat. Sic indicia rerum, et judicum animi magis magisque confundebantur. (Dopo di avere ne'tormenti confessato ogni delitto, di cui erano ricercati, protestavano all'atto di subire la morte di morir rassegnati per espiare i loro peccati avanti Dio, ma di non aver mai saputo l'arte di ungere, n fabbricar veleni, n sortilegi.) Cos dice il Ripamonti, che pure sostiene l'opinione comune, cio che fossero colpevoli.
Le crudelt usate da pi di un giudice in quel disgraziato tempo giunsero a segno, che pi di uno fu tormentato tant'oltre da morire fra le torture: il Ripamonti lo dice, e invece d'incolpare la ferocia de'giudici, va al suo solito a trovame la meno ragionevole cagione, cio che il Demonio li strangolasse. Constitit flagitii reos in tormentis a Daemone fuisse strangulatos [Constatava che alcuni reii del misfatto, sottoposti alla tortura, furono strozzati dal demonio].
Il cardinale Federico Borromeo, nostro illustre arcivescovo in que'tempi, dubitava della verit del delitto, e in una di lui scrittura inserita nel Ripamonti cosi disse: Non potuisse privatis sumptibus haec potenta patrari. Regum, principumque nullus opes authoritatemque comodavit. Ne caput quidem, authorve quispiam unctorum istorum, furiarumque reperitur; et haud parva conjectura vanitatis est, quod sua sponte evanuit scelus, duraturum haud dubio usque in extrema, si vi aliqua consilioque certo niteretur. Media inter haec sententia, mediumque inter ambages dubiae historiae iter. (Non si sarebbe co'danari d'un semplice privato potuto fare una cos portentosa cospirazione. Nessun re o principe ne somministr i mezzi, o vi di protezione. Non apparve nemmeno chi fosse l'autore o il capo di tali unzioni e furiosi disegni; e non  piccola congettura che fosse un sogno il vedere una tale cospirazione svanita da s, mentre avrebbe dovuto durare sino al totale esterminio, se eravi una forza, un disegno, un progetto, che dirigessero una tale sciagura. Fra tali dubbiet e incertezze deve la storia farsi la strada.) N quel solo illuminato cardinale vi fu allora che ne dubitasse, che anzi convien dire che la dubitazione fosse di varj, poich tanto il Ripamonti che il Somaglia e altri scrittori di que'tempi si estendono a provare la reit dei condannati; cosa che non avrebbero certamente fatta, se non fosse stato bisogno di combattere un'opinione contraria. Anzi lo stesso Ripamonti, che di proposito scrisse la storia di quella pestilenza, per timidit piuttosto che per persuasione sostenne l'opinione degli unti malefici, dolendosi egli del difficile passo in cui si trova di opinare se oltre gl'innocenti, i quali furono di tal delitto incolpati, realmente vi fossero veri spargitori dell'appestata unzione, mostri di natura, obbrobrj della umanit e nemici pubblici; n tanto gli sembra scabroso il passo per la dubbiezza del fatto, quanto perch non trovavasi posto in quella libert in cui uno scrittore possa spiegare i sentimenti dell'animo suo, "poich se io dir (cos il Ripamonti) che unzioni malefiche non vi furono, tosto si grider ch'io sia un empio e manchi di rispetto ai tribunali. L'orgoglio de'nobili e la credulit della plebe hanno gi adottata questa opinione, e la difendono come inviolabile, onde cosa inutile e ingrata sarebbe se io volessi oppormivi". Eccone le parole: Caeterum his ita expositis anceps atque difficilis mihi locus oritur exponendi, praeter innoxio istos unctores, et capita honesta quae nihil cogitavere mali et periculum adiere ingens, putemne veros etiam fuisse unctores, monstra naturae, propudia generis humani, vitae communis inimicos, quales etiam isti (cio alcuno de'quali ha raccontato i casi) nimium injuriosa suspicione destinabantur. Neque eo tantum difficilis ancepsve locus est, quia res etiam ipsa dubia adhuc et incerta, sed quia ne illud quidem liberum solutumque mihi relinquitur quod a scriptore maxime exigitur, ut animi sui sensum de unaquaque re depromat atque explicet. Nam si dicere ego velim unctores fuisse nullos frustra caelestes iras et consilia divina trahi ad fraudes artesque hominum, exclamabunt illico multi historiam esse impiam, meque ipsum impietatis teneri, judiciorumque violatorem. Adeo sedet contraria opinio animis; pariterque et credula suo more plebs, et superba nobilitas cursu in eam vadunt amplexi rumoris hanc auram, quomodo qui aras et focos et sacra tueretur. Adversus hosce capessere pugnam ingratum mihi nunc, inutileque est [Ora mi si fa innanzi un argomento incerto e difficile a svolgere; se oltre questi innocui untori, uomini dabbene, che nulla macchinarono di male, e colsero nonostante pericolo di vita, vi siano stati altres veri untori, mostri di natura, infamia del genere umano e nemici alla vita comune, siccome con troppo ingiurioso sospetto si andava affermando. E non solo  argomento arduo perch di dubbioso in se stesso; ma altres perch non mi  conceduta la libert s necessaria allo storico di emettere e sviluppare la propria opinione sopra ciascun fatto. Ov'io volessi dire che non vi furono untori, e che indarno si attribuiscono alle frodi ed alle arti degli uomini i decreti della Provvidenza ed i celesti gastighi, molt griderebbero tosto empia la mia storia, e me irreligioso e sprezzatore delle leggi. L'opposta opinione  ora invalsa negli animi: la plebe credula, com' suo stile, ed i superbi nobili essi pure, seguendo la corrente, sono tenaci in dar fede a questo vago rumore come se avessero a difendere la religione e la patria. Ingrata ed inutile fatica sarebbe per me il combattere siffatta credenza]. Da ci conoscesi qual fosse la opinione del troppo timido Ripamonti, il quale dice: Quaestio multiplici torsit ambage dubitantes fuerintne venena haec, et aliqua ungendi ars, an vanus absque re ulla timor, qualia saepe in extremis malis deliramenta animos occupare consueverunt [Gli animi ondeggiavano in molte dubbiezze circa la questione se vi furono realmente unti ed un'arte di spargerli, ovvero se fu uno di quei vani timori senza fondamento che spesso fan delirare gli uomini caduti nell'estremo de'mali]; perloch evidentemente si conosce, che malgrado l'infelicit de'tempi vi era nella citt nostra un ceto d'uomini che non si lasciarono strascinare dal furore del volgo, e sentirono l'assurdit del supposto delitto e la falsit dell'opinione.
Riepilogando tutto lo sgraziato amrnasso delle cose sin qui riferite, ogni uomo ragionevole conoscer, che fu immenso il disastro che rovin in quell'epoca infelicissima i nosti maggiori, e che quest'ammasso crudele di miserie nacque tutto dall'ignoranza e dalla sicurezza ne'loro errori, che form il carattere de'nostri avi. Somma spensieratezza nel lasciare indolentemente entrare nella patria la pestilenza; somma stolidit nel ricusare la credenza ai fatti, nel ricusare l'esame di un avvenimento cosi interessante; somma superstizione nell'esigere dal cielo un miracolo, acciocch non si accrescesse il male contagioso coll'affollare unitamente il popolo; somma crudelt e ignoranza nel distruggere gl'innocenti cittadini, lacerarli e tormentarli con infernali dolori per espiare un delitto sognato. Insomma la proscritta verit in nessun conto pot manifestarsi; i latrati della superstizione e l'insolente ignoranza la costrinsero a rimanersene celata. Per tutto il passato secolo si risent in questo infelicissimo stato la enorme scossa di quella pestilenza. Le campagne mancarono di agricoltori; le arti e i mestieri si annientarono; e fors'anche al giorno d'oggi abbiamo de'terreni incolti, che prima di quell'esterminio fruttavano a coltura. Si avvil il restante del popolo nella desolazione in cui giacque; poco rimase delle antiche ricchezze, e non si citer una casa fabbricata per cinquant'anni dopo la pestilenza, che non sia meschina. I nobili s'inselvatichirono; ciascuno vivendo in una societ molto angusta di parenti, si risguard come isolato nella sua patria; e non si rpigliarono i costumi sociali, che erano tanto splendidi e giocondi prima di tale sciagura, se non appena al principio del secolo presente. Tanti malori pot cagionare la superstiziosa ignoranza!


8. Se la tortura sia un tormento atroce

Non pu mettersi in dubbio, che nell'epoca delle supposte unzioni pestilenziali la tortura non sia stata veramente atrocissima Ma si potrebbe anche dire che i tempi sono mutati, e che fu allora un eccesso cagionato dalla estremit de'mali pubblici da non servire di esempio. Io per credo che al giorno d'oggi la pratica criminale sia diretta da quei medesimi libri che si consultavano nel 1630, e appoggiato su questi parmi facile cosa il conoscere, che veramente la tortura  un infernale supplizio.
Col nome di tortura non intendo una pena data a un reo per sentenza, ma bens la pretesa ricerca della verit co'tormenti. Quaestio est veritatis indagatio per tormentum, seu per torturam; et potest tortura appellari quaestio a quaerendo, quod judex per tormenta inquirit veritatem [L'interrogatorio  l'indagine della verit per mezzo dei tormenti, ovvero della tortura; e la tortura si pu chiamare interrogatorio, essendo questo un'inchiesta, poich il giudice inquisisce la verit per mezzo dei tormenti].
I fautori della tortura cercano calmare il ribrezzo, che ogni cuore sensibile prova colla sola immaginazione del tormento. Poco  il male, dicono essi, che ne soffre il torturato; si tratta di un dolore passaggiero, per cui non accade mai l'opera di medico o cerusico; sono esagerati i dolori che si suppongono. Tale  il primo argomento, col quale si cerca di soffocare il raccapriccio, che alla umanit sveglia la idea della tortura. Pure dai fatti accaduti nel 1630 viene delineato a caratteri di sangue l'orrore di questi tormenti; le leggi, le pratiche sotto le quali viviamo sono le stesse, siccome ho detto, ed altro non manca per ripetere le stesse crudelt, se non che ritornassero de'giudici simili a quelli d'allora. Si adopera attualmente per tortura la lussazione dell'osso dell'omero; si adopera talvolta il fuoco a'piedi, crudeli operazioni per se stesse, ma nessuna legge limita la crudelt a questi due modi; i dottori che sono i maestri di questi spasimi, i dottori che si consultano per regola e norma de'giudizj criminali, non prescrivono certamente molta moderazione. Il Bossi Milanese, che tratta della pratica criminale di Milano, al tit. De Torturis, n. 2 dice: "Non chiamer tortura ogni dolore di corpo: la tortura debb'essere pi grave, che se si tagliassero ambe le mani; e soffrir la tortura, egli  patire le estreme angosce dello spasimo... E basta osservare i preparativi e i modi di tormentare per conoscerlo: niente  mite, anzi tutto  crudelissimo; e perci spesse volte si d la tortura col fuoco, e quel che dice l'uomo tormentato col fuoco si reputa la verit istessa". (Nec quodlibet tormentum cum dolore corporis dicitur quaestio: hinc est quod gravior est tortura, quam utriusque manus abscissio; et pati torturam est supremas angustias sustinere, ut vidimus et audivimus, et de his tormentis loquitur totus titulas de quaestionibus; sic etiam loquuntur doctores quod maxime patet dum congerunt instrumenta et modos torquendi; quia nihil horum est leve, immo crudelissimun, et ideo etiam igne saepe rei torquentur: igne defatigati, quae dicunt ipsa videtur esse veritas.) Dopo ci non saprei mai come possa dirsi, che la tortura per s sia un male da poco. Non nego che un giudice umano potr temperare la ferocia di questa pratica, ma la legge non  certamente mite, n i dottori maestri lo sono punto. Veggasi con qual crudelt il Zigler descrive questa inumanissima pratica "Oltre lo stiramento, con candele accese si suole arrostire a fuoco lento il reo in certe parti del corpo; ovvero alle estremit delle dita si conficcano sotto l'unghie de'pezzetti di legno resinoso, indi si appiccica il fuoco a que'pezzetti; ovvero si pongono a cavallo sopra un toro o asino di bronzo vacuo, entro cui si gettano carboni ardenti, e coll'infuocarsi del metallo acerbamente e con incredibili dolori si cruciano." Tali sono i precetti che d questo dottore, di cui ecco le parole originali: Praeter expansionem, carnifices cutem inquisiti cadentibus luminibus in certis corporis partibus lento igne urunt; vel partes digitorum extimas immissis infra ungues piceis cuniculis, iisque postmodum accensis per adustionem inquisitos excruciant; aut etiam tauro vel asino ex metallis formato, ut incalescenti paullatim per ignes injectos, tandemque per auctum calorem nimium doloribus incredibilibus insidentes urgeant, delinquentes imponunt. Farinaccio istesso parlando de'suoi tempi asserisce che i giudici, per il diletto che provavano nel tormentare i rei, inventavano nuove specie di tormenti; eccone le parole: Judices qui propter delectationem, quam habent torquendi reos, inveniunt novas tormentorum species. Tale  la natura dell'uomo che superato il ribrezzo de'mali altrui e soffocato il benefico germe della compassione, inferocisce e giubila della propria superiorit nello spettacolo della infelicit altrui; di che ne serve d'esempio anche il furore de'Romani per i gladiatori. Veggasi lo stesso Farinaccio, ove d il ricordo al giudice di moderarsi ed astenersi dal tormentare il reo colle sue proprie mani; e cita chi vide un pretore, che prendeva il carcerato pe'capelli e gli orecchi, e fortemente lo faceva cozzare contro di una colonna, dicendogli: "ribaldo, confessa"; cosi egli: abstineat etiam judex se ab eo quod aliqui judices facere solent, videlicet a torquendo reos cum propriis manibus... Refert Paris de Puteo se vidisse quemdam potestatem, qui capiebat reum per capillos, vel per aures, dando caput ipsius fortiter ad columnam, dicendo: confitearis et dicas veritatem, ribalde [si astenga il giudice da ci che alcuni giudici sogliono fare, dal torturare cio gli imputati con le proprie mani... Paride del Pozzo riferisce d'aver egli stesso visto un giudice che afferrava il reo per i capelli, per le orecchie e, battendogli la testa contro una colonna, diceva: confessa, ribaldo, di'la verit]. Il celebre Bartolo di se stesso ci significa, come gli accadde di rovinare un giovine robusto uccidendolo colla tortura; quindi ne deduce che non mai si debba imputare al giudice un simile accidente. Hoc incidit mihi, quia dum viderem juvenem robustum, torsi illum et statim fere mortuus est; e con tale indifferenza racconta il fatto atroce quel freddissimo dottore. Dopo ci convien pure accordare, e sull'esempio delle unzioni pestifere e sulle dottrine de'maestri della tortura, ch'ella  crudele e crudelissima e che se a1 giorno d'oggi la sorte fa che gli esecutori la moderino, non lascia perci di essere per se medesima atroce e orribile, quale ognuno la crede, e queste atrocit e questi orrori legalmente autorizzati pu qualunque uomo nuovamente soffrirli, sintanto che o non sia moderata con nuove leggi la pratica, ovvero non sia abolita. N gli orrori della tortura si contengono unicamente nello spasimo che si fa patire, spasimo che talvolta ha condotto a morire nel tormento pi d'un reo; ma orrori ancora vi spargono i dottori sulle circostanze di amministrarla. Il citato Bossi asserisce, che se un reo confessa invitato dal giudice con promessa che confessandosi reo non gli accader male, la confessione  valida e la promessa del giudice non tiene. Il Tabor dice che anche a una donna che allatti si pu benissimo dar la tortura, purch non accada diminuzione di alimenti al bambino: Etiam mulieri lactanti torturam aliquando fuisse indictam, cum ea moderatione ne infanti in alimentis aliquid decedat, quam declarationem facile admitto. Per dare poi la tortura a un testimonio, basta che egli sia di estrazione vile perch sia autorizzato il tormento: Vilitas personae est justa causa torquendi testem, e il Claro asserisce che basta vi siano alcuni indizj contro un uomo, e si pu metterlo alla tortura; e in materia di tortura e di indizj, non potendosi prescrivere una norma certa, tutto si rimette all'arbitrio del giudice: Sufficit adesse aliqua indicia contra reum ad hoc, ut torqueri possit... In hoc autem quae dicantur indicia ad torturam sufficientia scire debes, quod in materia judiciorum et torturae propter varietatem negotiorum et personarum, non potest dari certa doctrina, sed remittitur arbitrio judicis. La sola fama basta perch, se il giudice lo vuole, sia un uomo posto alla tortura. Basti un solo orrore per tutti; e questo viene riferito dal celebre Claro Milanese, che  il sommo maestro di questa pratica. "Un giudice pu, avendo in carcere una donna sospetta di delitto, farsela venire nella sua stanza secretamente, ivi baciarla. accarezzarla, fingere di amarla, prometterle la libert affine d'indurla ad accusarsi del delitto, e con tal mezzo un certo reggente indusse una giovine ad aggravarsi di un omicidio, e la condusse a perdere la testa" Acciocch non si sospetti che quest'orrore contro la religione, la virt e tutti i pi sacri principj dell'uomo sia esagerato, ecco cosa dice il Claro: Paris dicit, quod judex potest mulierem ad se adduci facere secreto in camera, et eidem dicere quod vult eam habere in suam, et fingere velle illam deosculari et ei pollicere liberationem; et quod ita factum fuit a quodam regente qui quamdam mulierem blanditiis illis induxit ad consfitendum homicidium, quae postea decapitata fuit.
Non credo di essere acceso da molto entusiasmo, se dico essere la tortura per se medesima una crudelissima cosa, essere orribile la facilit, colla quale pu farsi soffrire ad arbitrio di un solo giudice nella solitudine del carcere, ed essere veramente degna della ferocia de'tempi delle passate tenebre la insidiosa morale, alla quale si ammaestrano i giudici da taluno de'pi classici autori. Si tratta adunque di una questione seriissima e degna di tutta l'attenzione, e non regge quanto si pu dire per diminuirne il ribrezzo o l'importanza.

9. Se la tortura sia un mezzo per conoscere la verit

Se la inquisizione della verit fra i tormenti  per se medesima feroce, se ella naturalmente funesta la immaginazione di un uomo sensibile, se ogni cuore non pervertito spontaneamente inclinerebbe a proscriverla e detestarla; nondimeno un illuminato cittadino preme e soffoca questo isolato raccapriccio e contrapponendo ai mali, dai quali viene afflitto un uomo sospetto reo, il bene che ne risulta dalla scoperta della verit nei delitti, trova bilanciato a larga mano il male di uno colla tranquillit di mille. Questo debb'essere il sentimento di ciascuno, che, nel distribuire i sensi di umanit, non faccia l'ingiusto riparto di darla tutta per compassionare i cittadini sospetti, e niente per il maggior numero de'cittadini innocenti. Questa  la seconda ragione, alla quale si cerca di appoggiare la tortura da chi ne sostiene al giorno d'oggi l'usanza come benefica ed opportuna, anzi necessaria alla salvezza dello stato.
Ma i sostenitori della tortura con questo ragionamento peccano con una falsa supposizione. Suppongono che i tormenti sieno un mezzo da sapere la verit: il che  appunto lo stato della questione. Converrebbe loro il dimostrare che questo sia un mezzo di avere la verit, e dopo ci il ragionamento sarebbe appoggiato; ma come lo proveranno? Io credo per lo contrario facile il provare le seguenti proposizioni:

1.	Che i tormenti non sono un mezzo di scoprire la verit.
2.	Che la legge e la pratica stessa criminale non considerano i tormenti come un mezzo di scoprire la verit.
3.	Che quand'anche poi un tal metodo fosse conducente alla scoperta della verit, sarebbe intrinsecamente ingiusto.

Per conoscere che i tormenti non sono un mezzo per iscoprire la verit, comincier dal fatto. Ogni criminalista, per poco che abbia esercitato questo disgraziato metodo, mi assicurer che non di raro accade, che de'rei robusti e determinati soffrono i tormenti senza mai aprir bocca, decisi a morire di spasimo piuttosto che accusare se medesimi. In questi casi, che non sono n rari n immaginati, il tormento  inutile a scoprire la verit. Molte altre volte il tormentato si confessa reo del delitto; ma tutti gli orrori, che ho di sopra fatti conoscere e disterrati dalle tenebre del carcere ove giacquero da pi d'un secolo, non provan eglino abbastanza che quei molti infelici si dichiararono rei di un delitto impossibile e assurdo, e che conseguentemente il tormento strapp loro di bocca un seguito di menzogne, non mai la verit? Gli autori sono pieni di esempi di altri infelici, che per forza di spasimo accusarono se stessi di un delitto, del quale erano innocenti. Veggasi lo stesso Claro, il quale riferisce come al suo tempo molti per la tortura si confessarono rei dell'omicidio d'un nobile e furono condannati a morte, sebbene poi alcuni anni dopo sia comparso il supposto ucciso, che attest non essere mai stato insultato da'condannati. Veggasi il Muratori ne'suoi Annali d'Italia, ove parlando della morte del Delfino cos dice: "Ne fu imputato il conte Sebastiano Montecuccoli suo coppiere, onorato gentiluomo di Modena, a cui di complessione dilicatissima... colla forza d'incredibili tormenti fu estorta la falsa confessione della morte procurata a quel principe ad istigazione di Antonio de Leva e dell'imperatore stesso, perloch venne poi condannato l'innocente cavaliere ad una orribile morte". Il fatto dunque ci convince che i tormenti non sono un mezzo per rintracciare la verit, perch alcune volte niente producono, altre volte producono la menzogna.
Al fatto poi decisamente corrisponde la ragione. Quale  il sentimento che nasce nell'uomo allorquando soffre un dolore? Questo sentimento  il desiderio che il dolore cessi. Pi sar violento lo strazio, tanto pi sar violento il desiderio e l'impazienza di essere al fine. Quale  il mezzo, col quale un uomo torturato pu accelerare il termine dello spasimo? Coll'asserirsi reo del delitto su di cui viene ricercato. Ma  egli la verit che il torturato abbia commesso il delitto? Se la verit  nota, inutilmente lo tormentiamo; se la verit  dubbia, forse il torturato  innocente: e il torturato innocente  spinto egualrnente come il reo ad accusare se stesso del delitto. Dunque i tormenti non sono un mezzo per iscoprire la verit, ma bens un mezzo che spinge l'uomo ad accusarsi reo di un delitto, lo abbia egli, ovvero non lo abbia commesso. Questo ragionamento non ha cosa alcuna che gli manchi per essere una perfetta dimostrazione.
Sulla faccia di un uomo abbandonato allo stato suo natura delle sensazioni si pu facilmente conoscere la serenit della innocenza, ovvero il turbamento del rimorso. La placida sicurezza, la voce tranquilla, la facilit di sciogliere le obbiezioni nell'esame possono far ravvisare talvolta l'uomo innocente; e cos il cupo turbamento, il tono alterato della voce, la stravaganza, l'inviluppo delle risposte possono dar sospetto della reit. Ma entrambi sieno posti, un reo e un innocente fra gli spasimi, fra le estreme convulsioni della tortura; queste dilicate differenze si eclissano; la smania, la disperazione, l'orrore si dipingono egualmente su di ambi i volti, gemono egualmente, e in vece di distinguere la verit, se ne confondono crudelmente tutte le apparenze.
Un assassino di strada avvezzo a una vita dura e selvaggia, robusto di corpo e incallito agli orrori resta sospeso alla torura, e con animo deciso sempre rivolge in mente l'estremo supplizio che si procura cedendo al dolore attuale; riflette che la sofferenza di quello spasimo gli procurer la vita, e che cedendo all'impazienza va ad un patibolo; dotato di vigorosi muscoli, tace e delude la tortura. Un povero cittadino avvezzo a una vita pi molle, che non si  addomesticato agli orrori, per un sospetto viene posto alla tortura; la fibra sensibile tutta si scuote, un fremito violentissimo lo invade al semplice apparecchio: si eviti il male imminente, questo pesa insopportabilmente, e si protragga il male a distanza maggiore; questo  quello che gli suggerisce l'angoscia estrema in cui si trova avvolto, e si accusa di un non commesso delitto. Tali sono e debbono essere gli effetti dello spasimo sopra i due diversi uomini. Pare con ci concludentemente dimostrato, che la tortura non  un mezzo per iscoprire la verit, ma  un invito ad accusarsi reo egualmente il reo che l'innocente; onde  un mezzo per confondere la verit, non mai per iscoprirla.

10. Se le leggi e la pratica criminale risguardino la tortura come un mezzo per avere la verit

Ho stabilito di provare in secondo luogo che le leggi e la pratica istessa de'criminalisti non considerano la tortura come un mezzo per distinguere la verit. Ci si conosce facilmente osservando, che non trovasi prescritto alcun metodo o regolamento nel Codice Teodosiano, e nessuno parimenti nel Codice Giustinianeo per applicare ai tormenti i sospetti rei. In que'sterminati ammassi di leggi e prescrizioni, ove si sminuzzano le minime differenze de'casi e civili e criminali, niente si prescrive per la tortura. Se la legge adunque avesse risguardati questi tormenti come un mezzo per iscoprire la verit, non se ne sarebbe fatta una omissione in ambo i Codici del modo, de'casi, e delle riserve, colle quali si dovesse adoperare. Concludo adunque dal silenzio stesso del corpo delle leggi, che la legge non considera la tortura come un mezzo per rintracciare la verit. Se poi il solo argomento negativo non sembrasse bastante a dimostrar questa verit, veggasi la legge I  25 ff. de quaestionibus, ove ben lontano lo spirito delle leggi romane dal riguardare la tortura come un mezzo da rinvenire la verit, anzi vi si legge: "La tortura  un mezzo assai incerto e pericoloso per ricercare la verit, poich molti colla robustezza e la pazienza superano il torrnento e in nessun modo parlano; altri insofferenti mentiscono mille volte, anzi che resistere al dolore". Quaestio res est fragilis et periculosa, et quae ventatem fallat. Nam plerique patientia, sive duritia tormentorum illa tormenta contemnunt, ut exprimi eis veritas nullo modo possit; alii tanta sunt impatientia, ut quodvis mentiri, quam pati tormento velint. Cos si esprime positivamente il Digesto, e tale era l'opinione de'Romani nostri legislatori e maestri, i quali conoscevano l'uso della tortura sopra gli schiavi, siccome vedremo poi. Dunque la legge non risguarda la tortura come un mezzo per la scoperta della verit
Io per ho asserito di pi che non solamente la legge, ma nemmeno la pratica criminale considera la tortura per un mezzo d'avere la verit. Pare questo un paradosso, eppure io credo di poterlo evidentemente dimostrare.
Primieramente, se i dottori risguardassero la tortura con un mezzo per iscoprire la verit nei delitti, non escluderebbe se medesimi dall'essere torturati, poich  tale l'interesse dell'umana societ che i delitti si scoprano, che nessuno pu essere sottratto dai mezzi di scoprirli; in quella guisa che nessuno sottratto de'dottori dalla pena di morte, esiglio ecc., ogni qualvolta co'suoi delitti l'abbia meritata. Io perdoner se ciascun cerchi di rialzare il proprio mestiero, e non mi far maraviglia che il Wesembeccio dica che i dottori sono per dignit eguali ai nobili e decurioni, e per meriti eguali ai militari: Doctores nobilibus et decurionibus dignitate, militibus autem meritis aequiparantur; ma non sarebbe perdonabile alcuno, che osasse dare alla propria facolt una impunit nei delitti. Se adunque i nobili e i dottori sono privilegiati per la tortura, segno  che non viene essa dai criminalisti considerata come un mezzo per avere 1a verit.
Secondariamente, se i dottori considerassero la tortura come un mezzo per avere la verit, prescriverebbero di attenervisi e considerare per certo quello che un tormentato dice fra i tormenti. La pratica per ordina che ci non sia attendibile, se l'uomo qualche tempo dopo e in luogo lontano da ogni apparecchio di tortura non ratifica l'accusa fatta a se medesimo, acciocch non rimanga sospetto che la violenza dello spasimo abbia indotto il torturato ad accusarsi indebitamente. Dunque la pratica stessa criminale non risguarda lo strazio della tortura come un mezzo per avere la verit. Questa pratica si  veduta eseguita anche sugli infelicissimi Piazza e Mora, ed  poi una contraddizione veramente barbara quella di rinnovare la tortura all'uomo che revochi l'accusa fattasi nei tormenti. Alcuni dottori trovano giusta una tale alternativa indefinitivamente, per quante volte il torturato disdice l'accusa datasi; cosicch o deve alla fine morire di spasimo ripetuto, ovvero perseverare anche fuori del tormento ad accusare se stesso. Altri dottori limitano questa altemativa a tre torture, come il Claro. Se dunque la stessa pratica criminale insegna di non credere a quanto un torturato dice in propria accusa fra i tormenti della tortura, ma esige che l'accusa la ratifichi con tranquillit e libero dallo spasimo, forza  concludere ad evidenza, che la stessa pratica criminale non considera la tortura come un mezzo da conoscere la verit.


11. Se la tortura sia un mezzo lecito per iscoprire la verit

Mi rimane finalmente da provare, che quand'anche la tortura fosse un mezzo per iscoprire la verit dei delitti, sarebbe un mezzo intrinsecamente ingiusto. Credo assai facile il dimostrarlo. Comincier col dire che le parole di "sospetti, indizj, semi-prove, semi-plene, quasi-prove ecc.", e simili barbare distinzioni e sottigliezze, non possono giammai mutare la natura delle cose. Possono elleno bens spargere delle tenebre ed offuscare le menti incaute; ma debbesi sempre ridurne la questione a questo punto, il delitto  certo, ovvero solamente probabile. Se  certo il delitto, i tormenti sono inutili, e la tortura  superfluamente data, quando anche fosse un mezzo per rintracciare la verit, giacch presso di noi un reo si condanna, bench negativo. La tortura dunque in questo caso sarebbe ingiusta, perch non  giusta cosa il fare un male, e un male gravissimo ad un uomo superfluamente. Se il delitto poi  solamente probabile, qualunque sia il vocabolo col quale i dottori distinguano il grado di probabilit difficile assai a misuararsi, egli  evidente che sar possibile che il probabilmente reo in fatti sia innocente; allora  somma ingiustizia l'esporre un sicuro scempio e ad un crudelissimo tormento un uomo, che forse  innocente; e il porre un uomo innocente fra que'strazj e miserie tanto  pi ingiusto quanto che fassi colla forza pubblica istessa confidata ai giudici per difendere l'innocente dagli oltraggi. La forza di quest'antichissimo ragionamento hanno cercato i partigiani della tortura di eluderla con varie cavillose distinzioni le quali tutte si riducono a un sofisma, poich fra l'essere e il non essere non vi  punto di mezzo, e laddove il delitto cessa di essere certo, ivi precisamente comincia la possibilit della innocenza. Adunque l'uso della tortura  intrinsecamente ingiusto, e non potrebbe adoprarsi, quand'anche fosse egli un mezzo per rinvenire Ia verit.
Che si  detto mai delle leggi della Inquisizione, le quali permettevano che il padre potesse servire di accusatore contro il figlio, il marito contro la moglie! L'umanit fremeva a tali oggetti, la natura riclamava i suoi sacri diritti; persone tanto vicine per i pi augusti vincoli, distruggersi vicendevolmente! La legge civile abborrisce siffatti accusatori, e gli esclude. Mi sia ora lecito il chiedere se un uomo sia meno strettamente legato con se medesimo, di quello che lo  col padre e colla moglie. Se  cosa ingiusta che un fratello accusi criminalmente l'altro, a pi forte ragione sar cosa ingiusta e contraria alla voce della natura che un uomo diventi accusatore di se stesso, e le due persone dell'accusatore e dell'accusato si confondano. La natura ha inserito nel cuore di ciascuno la legge primitiva della difesa di s medesimo: e l'offendere se stesso, e l'accusare se stesso criminalmente egli  un eroismo, se  fatto spontanearnente in alcuni casi, ovvero una tirannia ingiustissima se per forza di spasimi si voglia costringervi un uomo.
L'evidenza di queste ragioni anche pi si conoscer riflettendo, che iniquissima e obbrobriosissima sarebbe la legge, che ordinasse agli avvocati criminali di tradire i loro clienti. Nessun tiranno, che io ne sappia, ne pubblic mai una simile; una tal legge romperebbe con vera infamia tutti i pi sacri vincoli di natura. Ci posto chiederemo noi se l'avvocato sia pi intimamente unito al cliente, di quello che lo  il cliente con se medesimo? Ora la tortura tende co'spasimi a ridurre l'uomo a tradirsi, a rinunziare alla difesa propria, ad offendere, a perdere se stesso. Questo solo basta per far sentire, senza altre riflessioni, che la tortura  intrinsecamente un mezzo ingiusto per cercare la verit, e che non sarebbe lecito usarlo quand'anche per lui si trovasse la verit. .
Ma come mai una pratica tanto atroce e crudele, tanto inutile, tanto ingiusta, ha mai potuto prevalere anche fra popoli colti e mantenersi sino al giorno d'oggi? Brevemente accenner quali sieno stati gli usi anticamente, come siasi introdotta, su quai principj fondata, da quai leggi diretta; poi qualche cosa dir delle opinioni di varj autori e degli usi attuali di alcune nazioni d'Europa con che creder di aver posto fine a queste Osservazioni con un esame generale dei diversi punti di vista, sotto i quali pu ragionevolmente riguardarsi un cos tristo e cos interessante oggetto.


12. Uso delle antiche nazioni sfilla tortura

L'invenzione della tortura, se crediamo a Remus e a Gian-Lodovico Vives, dovrebbe attribuirsi all'ultimo re di Roma Tarquinio il Superbo, a Masenzio ed a Falaride; convien lodare il criminalista Remus, poich almeno giudiziosamente ha trascelti tre notissimi tiranni per far cadere sopra tre tiranni l'obbrobrio di cos inumana invenzione. Sappiamo per che al tempo de'tiranni Falaride, Nearco e Gerolamo furono posti alla tortura i pi rispettabili filosofi de'loro tempi, Zenone Eleate e Teodoro; e il filosofo Anassarco fu crudelmente torturato per ordine del tiranno Nicocreonte.
L'origine di una cos feroce invenzione oltrepassa i confini della erudizione, e verosimilmente potr essere tanto antica la tortura, quanto  antico il sentimento nell'uomo di signoreggiare dispoticamente un altro uomo, quanto  antico il caso che la potenza non sia sempre accompagnata dai lumi e dalla virt, e quanto  antico l'istinto nell'uomo armato di forza prepotente di stendere le sue azioni a misura piuttosto della facolt che della ragione. Io prescindo dal risguardare la legislazione dei libri sacri, come la legge dettata dall'autore stesso della natura a una nazione di cuor duro; e considerando unicamente quel monumento come il pi antico testimonio che sia a nostra notizia de'costumi de'secoli remoti, osservo che nel sacro testo nessuna menzione vi si fa della tortura; che anzi nel prescrivere le pratiche da usarsi co'rei si vuole la strada della convinzione co'testimonj, n si esige la confessione del reo. Veggasi il Deuteronomio al Cap. 19 num. 10. "Non si sparga il sangue innocente su questa terra, che Dio ti dar da abitare, acciocch tu non sia reo di sangue". Ed al num. 16 viene ordinato il modo onde provare i delitti, cio coi testimonj, e si prescrive che "un solo testimonio non valga, qualunque sia il delitto, di cui si tratti, ma che due o tre testimonj facciano la prova completa". E un calunniatore "dovr comparire coll'accusato in faccia a Dio e de'sacerdoti e giudici, i quali diligentissimamente scandaglieranno entrambi, e trovata la calunnia la puniranno della stessa pena che era dovuta al delitto falsamente imputato". Tale fu la legislazione criminale del popolo ebreo, dove il delitto si prov co'testimonj, e la contraddizione fra l'accusatore e il reo con una diligentissima ricerca dei giudici, non mai cogli spasimi della tortura. Che mai potranno dire i fautori della tortura, che la credono necessaria al buon governo del popolo? Il sommo legislatore avrebbe egli tralasciato un oggetto di buon governo per il suo popolo eletto? Saranno gli uomini sotto la legge di grazia da trattarsi pi duramente che sotto la legge scritta? Sono forse i popoli di questi secoli pi induriti e bisognosi di giogo di quello che lo erano gli Ebrei? Troviamo noi Cristiani nel Vangelo qualche seme, onde incrudelire co'nostri fratelli? Il solo giudizio che Cristo pronunci durante il corso della sua vita fu per assolvere la donna che si voleva lapidare; e i Cristiani che sono imitatori, o debbon esserlo, della vita paziente, benefica, umana, compassionevole del Redentore, scrivono i trattati per tormentare colle pi atroci e raffinate invenzioni i loro fratelli? La contraddizione  troppo evidente. Ritorniamo all'antichit.
Presso de'Greci egualmente che presso de'Romani fu sconosciuto l'uso della tortura per gli uomini. Non parlo degli schiavi, i quali nel loro sistema non si consideravano come persone, ma superficialmente come cose: in guisa che si vendevano, si uccidevano, si mutilavano colla padronanza e libert medesima, colla quale si fa di un giumento, senza che le leggi limitassero la padronanza sopra di essi. La tortura si dava ai servi, ossia schiavi, ma non ai cittadini e agli uomini. Se fosse male o ben fatto il degradare una porzione dell'umanit al segno de'giumenti, io non ardirei di deciderlo. Quelle due nazioni sono state le nostre maestre, la loro grandezza tutt'ora ci fa maraviglia, noi non siamo giunti a pareggiare la loro coltura; e da un canto solo d'inconveniente mal si giudicherebbe del tutto insieme e della connessione necessaria che un disordine parziale talvolta tiene colla perfezione generale del sistema. So che quando in uno stato si voglia tenere una classe d'uomini annientata sotto l'arbitrario potere della nazione, ogni cosa che avvilisca e degradi quella classe sar conforme al fine politico. Mi trovo al punto medesimo, sul quale fu l'immortale presidente di Montesquieu, e non saprei dir meglio che servendomi delle di lui parole: Tant d'habiles gens, et tant de beaux gnies ont crit contre l'usage de la torture, que je n'ose parler aprs eux. J'allais dire qu'elle pourrait convenir dans le gouvernements despotiques, o tout ce qui inspire la crainte entre dans les ressorts du gouvernement; j'allais dire que les esclaves chez les Grecs et chez les Romains... mais j'entend la voix de la nature qui crie contre moi [Tante persone illustri, e tanti nobili ingegni hanno scritto contro l'uso della tortura che, dopo di loro io non oso parlare. Stavo per dire che essa potrebbe convenire ne governi dispotici, presso i quali tutto ci che ispira la paura entra nel meccanismo governativo; stavo per dire che gli schiavi presso i Greci e presso i Romani... ma sento la voce stessa della natura che grida contro di me]. Che i Greci non usassero tormenti contro i cittadini si scorge in Lisia Orat. in Argorat., e Curio Forturato Retore Schol. lib. 2, e per i cittadini Romani dalla stessa legge 3 e 4 ad Legem Juliam majestatis. Dopo che la libert di Roma fu soggiogata e piantata la tirannia, veggonsi esentate dalla tortura le persone di nascita, dignit o servigi militari. Durante per la repubblica, unicamente i servi erano sottoposti a questo strazio, non mai gli uomini figli della patria e aventi una personale esistenza; quindi la L. 27 alla L. Jul. de adult.  5 dice che liber homo tortus, non ut liber, sed ut servus existimatur [L'uomo libero torturato  considerato non libero ma schiavo]. Veggasi Sallustio in Catilin., che pure attesta che le leggi Romane proibivano il dare la tortura agli uomini liberi. Quindi Cicerone, nella sua orazione Pro Silla, esclama contro l'insolita tirannia minacciata: Quaestiones nobis servorum, et tormenta minitantur [Ci minacciano gli interrogatori e le torture dei servi].

13. Come siasi introdotto l'uso di torturare ne'processi criminali

La corruzione del sistema di Roma produsse l'uso della tortura. Concentrate nella sola persona degli imperatori le principali dignit di console, tribuno della plebe e pontefice massimo, si annient la repubblica e si form il governo dispotico, collocandosi nell'uomo medesimo il supremo comando dell'armata, la presidenza al senato, il diritto di rappresentare la plebe e quello di presiedere alle cose sacre, agli augurj ed a quanto moveva le opinioni del popolo. Se in Venezia lo stesso uomo fosse comandante delle armi, doge, avogador, inquisitore di stato e patriarca sarebbe abolita la repubblica al momento senza alcun cambiamento di sistema: cos accadde a Roma. Da principio Cesare, poi Augusto rispettarono la memoria della libert, che era recente nell'animo de'Romani; poich gradatamente s'indebol quella, si spanse con minor ritegno il natural desiderio ne'despoti di avere una illimitata potenza su tutto. Quindi si procur di rendersi ben affetta la plebe co'donativi, cogli spettacoli, coll'abbondanza dell'annona e coll'avvilire le cospicue famiglie consolari.. E cos consolando la plebe colla umiliazione de'nobili, l'orgoglio de'quali le era di peso, ebbero la politica di formarsi il pi numeroso partito in favore; e facendo causa comune il principe colla plebe contro i nobili, rapironsi le sostanze degli opulenti impunemente, onde bastare al lusso capriccioso del principe ed alla scioperata indolenza della plebe Romana, si annient quel numero di famiglie le quali sole potevano servire di argine alla tirannia col loro credito e colle ricchezze, e rimase un governo in cui uno era tutto: e il restante, posto a bassissimo livello, di nessun inciampo pot essere alle voglie illimitate del despota. Tale  il principio che fond l'impero romano.  dunque conforme a tal principio che si degradassero i nobili e i cittadini e si pareggiassero ai servi, e quindi la tortura usata per questi ultimi soli durante i tempi felici di Roma, fosse dilatata anche ai liberi, a misura che la tirannia si rassodava. Quindi Emilio Fervetti assicura che non invenies ante Diocletianum et Maximianum imperatores quaestionem unquam habitam fuisse de homine ingenuo [non troverai prima degli imperatori Diocleziano e Massimiano la tortura usata per gli uomini liberi]. Vi  chi asserisce che al tempo di Carlo Magno venisse nuovamente stabilito che gli uomini liberi ne fossero esenti. Certa cosa ella  che nessuno scrittore si trova, a quanto so, il quale abbia trattato con un metodico esame del modo di tormentare i rei prima del secolo 14esimo, il che fa conoscere, che non si risguardava la tortura come essenziale ai giudizj criminali. Dopo quel tempo vennero gli scrittori criminalisti, i quali se avessero scritto in una lingua meno barbara, farebbero ribrezzo a chiunque si pregia di avere una porzione d'umanit nel cuore. Allora fu che usciti gli uomini dalla ignoranza si occuparono faticosissimamente nell'addestrarsi fra un inviluppo di opinioni e di parole, e che sui rottami delle opinioni greche, arabe ed ebree si eressero le universit, nelle quali gravemente colle opinioni platoniche, peripatetiche e cabalistiche, unite ai dettami di Avicenna e di Averro, s'impar a delirare metodicamente in metafisica, in fisica, in medicina, in giurisprudenza e in tutte le altre facolt. Vennero poi il Claro, il Girlando, il Tabor, il Giovannini, il Zangherio, I'Oldekop, il Carpzovio, il Gandino, il Farinaccio, il Gornez, il Menocchio, il Bruno, il Brunoro, il Carerio, il Boerio, il Cumano, il Cepolla, il Bossio, il Bocerio, il Casonio, il Cirillo, il Bonacossi, il Brusato, il Follario, l'Iodocio, il Damoderio e l'altra folla di oscurissimi scrittori celebri presso i criminalisti, i quali se avessero esposto le crudeli loro dottrine e la metodica descrizione de'raffinati loro spasimi in lingua volgare, e con uno stile di cui la rozzezza e la barbarie non allontanasse le persone sensate e colte dall'esaminarli, non potevano essere riguardati se non colI'occhio medesimo col quale si rimira il carnefice, cio con orrore e ignominia.
Forse la metodica introduzione de'tormenti accaduta dopo il secolo 11esimo trae la sua origine dallo stesso principio, che fece instituire i "Giudizj di Dio"; quando cio si volle interporre con una spensierata temerit il giudizio dell'eterno motore dell'universo nelle pi frivole umane questioni; quando col portare un ferro arroventato in mano, ovvero con immergere il braccio nell'acqua bollente, e talvolta coll'attraversare le cataste di legna ardenti, si decideva o l'innocenza o la colpa dell'accusato. In quella barbarie dei tempi si credette che l'Essere eterno non avrebbe sofferto che l'innocenza restasse oppressa, e che anzi l'avrebbe sottratta al dolore e ad ogni danno; quasi che per le piccole nostre questioni dovesse Dio sconvolgere le leggi fisiche da lui medesimo create, ad ogni nostra richiesta. Scemata poi col tempo la grossolana ignoranza, sentirono i popoli la irragionevolezza di tai forme di giudizio: e quelle del ferro, dell'acqua bollente e del fuoco ferendo gli sguardi della moltitudine, perch fatte con solennit in pubblico e precedute dalle pi auguste cerimonie, dovettero cedere e annientarsi a misura che progred la ragione; laddove esercitandosi le torture nel nascondiglio del carcere senz'altri testimonj che il giudice, gli sgherri e l'infelice, non trovarono ostacolo al perpetuarsi, essendo per lo pi incallita la naturale compassione in chi per mestiero presiede a quelle metodiche atrocit, deboli i lamenti di quei che ne hanno sopportato l'orrore, e rari gli uomini, i quali riunendo le cognizioni all'amore dell'umanit, abbiano avuto la costanza di esaminare un s lugubre oggetto colla lettura de'pi rozzi e duri scrittori di tal materia, e la forza di resistere al ribrezzo che porterebbe a lasciar cadere pi volte la penna dalle mani.
Comunque siasi della vera origine da cui emani la nostra pratica criminale, egli  certo che niente sta scritto nelle leggi nostre, n sulle persone che possono mettersi alla tortura, n sulle occasioni, nelle quali possano applicarvisi, n sul modo da tormentare, se col fuoco o col dislogamento e strazio delle membra, n sul tempo per cui duri lo spasimo, n sul numero di volte da ripeterlo; tutto questo strazio si fa sopra gli uomini coll'autorit del giudice, unicamente appoggiato alle dottrine dei criminalisti citati. Uomini adunque oscuri, ignoranti e feroci, i quali senza esaminare d'onde emani il diritto di punire i delitti, qual sia il fine per cui si puniscono, quale la norma onde graduare la gravezza dei delitti, qual debba essere la proporzione fra i delitti e le pene, se un uomo possa mai costringersi a rinunziare alla difesa propria e simili principj, dai quali intimamente conosciuti possono unicamente dedursi le natulali conseguenze pi conformi alla ragione ed al bene della societ; uomini, dico, oscuri e privati con tristissimo raffinamento ridussero a sistema e gravemente pubblicarono la scienza di tormentare altri uomini, con quella tranquillit medesima colla quale si descrive l'arte di rimediare ai mali de corpo umano: e furono essi obbediti e considerati come legislatori, e si fece un serio e placido oggetto di studio, e si accolsero alle librerie legali i crudeli scrittori che insegnarono a sconnettere con industrioso spasimo le membra degli uomini vivi e a raffinarlo colla lentezza e colla aggiunta di pi tormenti, onde rendere pi desolante e acuta l'angoscia e l'esterminio. Tai libri, che avrebbero dovuto con ragione ricoprire i loro autori di una eterna ignominia, e che se fossero in lingua volgare e comunemente letti pi che non sono, o farebbero orrore alla nazione, ovvero spegnendo in essa i germi di ogni umana virt, la compassione e la generosit dell'animo, la precipiterebbero nuovamente verso il secolo di barbarie e di ferro; tai libri, dico, presero fra la oscurit credito, e venerazione acquistarono presso gl'istessi tribunali; e sebbene mancanti dell'impronta della facolt legislativa e meri pensamenti d'uomini privati, acquistarono forza di legge, legge illegittima in origine, e servono tuttavia per esterminio de'sospetti rei, anche nel seno della bella, colta e gentile Italia, madre e maestra delle belle arti, anche nella piena luce del secolo 18esimo: tanto difficil cosa  il persuadere che possano essere stati barbari i nostri antenati, e rimovere un'antica pratica per assurda che ella possa essere!

14. Opinione d'alcuni rispettabili scrittori intorno la tortura, ed usi odierni di alcuni stati

N mancarono di tempo in tempo uomini illuminati, che apertamente mostrarono la disapprovazione loro all'uso della tortura. Veggasi Cicerone nella citata orazione Pro Silla; egli chiaramente dice: Illa tormenta moderatur dolor, gubernat natura cujsque tum animi, tum corporis, regit quaesitor,flectit livido, corrumpit spes, infirmat metus, ut in tot rerum angustiis nihil veritati locus relinquatur. (La tortura  dominata dallo spasimo, governata dal temperamento di ciascuno, s d'animo che di membra; la ordina il giudice, la piega il livore, la corrompe la speranza, la indebolisce il timore, cosicch fra tante angosce nessun luogo rimane alla verit.) Cos Cicerone parlava della tortura, sebbene co'soli servi venisse allora costumata. Veggasi S. Agostino dove tratta dell'errore degli umani giudizj quando la verit  nascosta, de errore humanorum judiciorum dum veritas latet, ove chiaramente disapprova l'uso della tortura: "Mentre si esamina se un uomo sia innocente si tormenta, e per un delitto incerto dassi un certissimo spasimo; non perch si sappia che sia reo il paziente, ma perch non si sa se sia reo, quindi l'ignoranza del giudice ricade nell'esterminio dell'innocente". (Dum quaeritur utrum sit innocens cruciatur, et innocens luit pro incerto scelere certissimas poenas, non quia illud commisisse detegitur, sed quia commisisse nescitur, ac per hoc ignorantia judicis plerumque est calamitas innocentis.) Quintiliano pure accenna la disputa che eravi fra quei che sostenevano che la tortura  un mezzo di scoprire la verit, e quei che insegnavano esser questa la cagione di esporre il falso, poich i pazienti tacendo mentiscono, e i deboli sforzatamente mentiscono parlando: Sicut in tormentis, qui est locus frequentissimus cum pars altera quaestionem vera fatendi necessitatem vocet, altera saepe etiam causam falsa dicendi, quod aliis patientia facile mendacium faciat, aliis infirmitas necessarium. Su tal proposito Seneca dice: Etiam innocentes cogit mentiri: Il dolore sforza anche gl'innocenti a mentire. Valerio Massimo tratta pure della tortura disapprovandola. Principalmente poi il Vives, nel Commentario al citato passo di S. Agostino, detesta la pratica della tortura ampiamente: io per ne riferir soltanto parte. "Io mi maraviglio", dice quest'autore, "che noi Cristiani riteniamo tuttavia delle usanze gentilesche, e ostinatamente le difendiamo: usanze non solamente opposte alla carit Cristiana, ma alla stessa umanit". (Miror Christianos homines tam multa gentilia et ea non modo charitati et mansuetudini christianae contraria, sed omni etiam humanitate, mordicus retinere.) Indi soggiunge: "Qual' mai questa pretesa necessit di tormentare gli uomini, necessit deplorabile, e che se fosse fattibile dovrebbe con un rivo di lacrime cancellarsi, se la tortura non  utile, anzi se se ne pu far senza, n perci ne verrebbe danno alcuno alla sicurezza pubblica? E come vivono adunque s gran numero di nazioni anche barbare, come le chiamano i Greci ed i Latini, le qual nazioni credono feroce e orrenda cosa torturare un uomo, della di cui reit si dubita?... Non vediamo noi ben sovente degl'infelici che incontrano la morte, anzi che poter sopportare lo spasimo e si accusano di un delitto non commesso, certi del supplizio, per evitare la tortura? In vero debbe aver l'animo da carnefice chi pu reggere alle lacrime, ai gemiti, alle estreme angosce espresse dallo spasimo di un uomo che non sappiamo se sia reo. E una cos acerba, cos iniqua pratica lasciamo noi che domini sul capo di ciascuno di noi?". (Quae est enim ista necessitas tam intollerabilis et tam plangenda, etiam si fieri potest fontibus lacrymarum irriganda, si nec utilis est, et sine damno rerum publicarum tolli potest? Quomodo vivunt multae gentes et quidem barbarae, ut Graeci et Latini putant, quae ferum et immane arbitrantur torqueri hominem, de cujus facinore dubitatur... An non frequentes quotidie videmus, qui mortem perpeti malint quam tormenta, et fateantur fictum crimen de supplicio certi, ne torqueantur? Profecto carnifices animos habemus, qui sustinere possumus gemitus et lacrymas, tanto cum dolore expressas, hominis quem nescimus sit ne nocens. Quidquod acerbam et per quam iniquam legem sinimus in capita nostra dominari?) N fra i criminalisti medesimi manc mai un numero di uomini pi ragionevoli e colti, che detestarono l'uso de'tormenti: cos lo Scalerio, il Nicolai, Ramirez de Prado, Segla, Rupert, il Weissenbac, il Wesembeccio e simili; l'ultimo chiama la tortura una invenzione diabolca portata dall'inferno per torrnentare gli uomini: inventum diabolicum ad excruciandos homines de tormentis infernalibus allatum. E il Mattei nel suo trattato De criminibus ha scritto contro l'uso de tormenti; e il Tommassi dice, che onestamente confessa che la tortura  cosa iniqua e indegna di un popolo cristiano: iniquam esse torturam et Christianas respublicas non decentem cordate assero. Finalmente un trattato completo scrisse su tal argomento Giovanni Grevio col titolo: Tribunal reformatum, in quo sanioris et tutioris justitiae via judici Christiano in processu criminali commonstratur, rejecta et fugata tortura, cujus iniquitatem et multiplicem fallaciam, atque illicitum inter Christianos usum libera et necessaria dissertatione aperuit Joannes Grevius ecc. [la Riforma del tribunale, in cui si indica al giudice cristiano la via di una pi sana e pi sicura giustizia da seguire nei processi, viene negata e messa al bando la tortura; la cui iniquit e frequente fallacia e l'ingiusto uso che se ne fa dai cristiani, Giovanni Grevio ha acclarato in una libera e indispensabile discussione].
Da questa serie d'autorit sembra bastantemente chiaro il torto di coloro, che asseriscono che sia un nuovo ritrovato de'moderni filosofi l'orrore per la tortura; essi non possono aspirare a questa gloria di aver i primi sentita la voce della ragione e dell'umanit su di tale proposito; ma tanto  antica la contraddizione a questa barbara costumanza, quanto  antico il ragionare e l'abborrire le inutili crudelt. Io non citer adunque alcuno de'moderni filosofi, contento di aver allegate le autorit di Cicerone, di S. Agostino, di Quintiliano, di Valerio Massimo e degli altri.
Resta finalmente da conoscere, se quello che pot praticarsi presso la repubblica degli Ebrei, presso la Grecia e presso Roma, sia eseguibile ancora ai tempi nostri. Io su tal proposito citer uno squarcio di quello che il re di Prussia ha scritto nella dissertazione, Dei motivi di stabilire o d'abrogare le leggi. "Mi si perdoni", dice il reale autore, "se alzo la voce contro la tortura; ardisco assumere le parti dell'umanit contro di una usanza indegna de'Cristiani, indegna di ogni nazione incivilita, e tanto inutile quanto crudele. Quintiliano, il pi saggio e il pi eloquente retore, riguarda la tortura come una prova di temperamento; uno scellerato robusto nega il fatto, un innocente gracile se ne accusa.  accusato un uomo; vi sono degli indizj, il giudice vuol chiarirsene, si pone lo sgraziato uomo alla tortura. Se egli  innocente, qual barbarie  ella mai l'avergli fatto soffrire il martirio? Se la violenza del tormento lo sforza ad accusare se stesso indebitamente, quale detestabile inumanit  ella mai quella di opprimere cogli spasimi i pi violenti, e condannare poi al supplizio un cittadino virtuoso? Sarebbe men male lasciar impuniti venti colpevoli, di quello che lo  il sacrificare un innocente. Se le leggi vengono stabilite per il bene de'popoli, come  mai possibile che si tollerino di tali che prescrivono ai giudici di commettere metodicamente delle azioni tanto atroci, e che ributtano la stessa umanit? Sono gi otto anni (allora che il re scriveva, ora saranno trenta) dacch la tortura  abolita in Prussia; siamo sicuri di non confondere il reo coll'innocente, e la giustizia non perci ha ella perduto punto del suo vigore". (Qu'on me pardonne si je me recrie contre la question. J'ose prendre le parti de l'humanit contre un usage honteux  des Chrtiens et  des peuples polics, et, j'ose ajouter, contre un usage aussi cruel qu'inutile. Quintilien, le plus sage et le plus loquent des rhteurs, dit en traitant de la question, que c'est une affaire de temprament: un sclrat vigoureux nie le fait, un innocent d'une complexion faible l'avoue. Un homme est accus, il y a des indices, le juge est dans l'incertitude, il veut s'claircir: ce malheureux est mis  la question. S'il est innocent, quelle barbarie de lui faire souffrir le martire? Si la force des tourmens l'oblige  dposer contre lui-meme, quelle inhumanit pouvantable que d'exposer aux plus violentes douleurs, et de condamner  la mort un citoyen vertueux, contre lequel il n'y a que des soupons? Il vaudrait mieux pardonner  vingts soupables, que de sacrifier un innocent. Si les loix se doivent tablir pour le bien des peuples, faut-il qu'on en tolre de pareilles qui mettent les juges dans le cas de commettre mthodiquement des actions criantes, qui rvoltent l'humanit? Il y a huit ans que la question est abolie en Prusse: on est sr de ne point confondre l'innocent et le coupable, et la justice ne s'en fait pas moins.) Cos parla, cos attesta uno de'pi grandi uomini che sta sul trono. In Prussia, nel Brandeburghese, nella Slesia e in ogni parte della dominazione prussiana non si d pi tortura di veruna sorta, e la giustizia punisce i rei, e la societ vi  sicura.
Nell'Inghilterra gi da molto tempo non si tollera pi la tortura: la legge condanna a un genere di morte il reo che ricusa di rispondere al giudice, questa si chiama la peine forte et dure, ma a torto chiamerebbesi tortura, poich finisce colla morte e non  veritatis indagatio per tormentum. Veggasi sul proposito dell'Inghilterra il barone di Bielfeld. Dacch l'esperienza fa vedere che nell'Inghilterra e nella Prussia i delitti si discoprono e si puniscono, che la giustizia si esercita e la societ non ne soffre, ella  cosa quasi barbara il non abolire l'uso della tortura. Chiunque ha viscere, ed abbia una volta veduto commettere una tal violenza alla natura umana, non pu, cred'io, essere di un parere diverso; cos egli: Depuis qu'on voit en Angleterre et en Prusse que tous les crimes se dcouvrent, qu'ils sont punis, que la justice est rendue, que la socit n'en souffre point, il est presque barbare de ne pas abolir l'usage de la question. Quiconque a des entrailles, et a vu une fois faire cette violence  la nature humaine, ne saurait s'empcher, je pense, d'etre de mon sentiment. Che nell'Inghilterra sia affatto abolita la tortura, lo attesta anche il presidente di Montesquieu. Anche nel regno della Svezia non si usano torture, se crediamo a Ottone Tabor. Nei regni d'Ungheria, di Boemia, nell'Austria, nel Tirolo ecc., per una ordinazione degna del regno di Maria Teresa, nell'anno 1776 rest abolito l'uso della tortura; e sulla fine dell'anno medesimo un cos umano regolamento promulgossi nella Polonia con una legge che comincia cos: "La costante esperienza dimostra quanto sia vizioso il mezzo impiegato in varj processi criminali per venire in cognizione della verit mediante la tortura, e nello stesso tempo quanto sia cosa crudele il farne uso per provare l'innocenza"; quindi se ne abolisce la pratica, e si prescrive che si debbano adoperare i soli mezzi di convinzlone.
Vi sono stati e vi sono tuttavia alcuni, i quali per ultimo rifugio ricorrono alle locali circostanze del Milanese, ed asseriscono non potersi far senza della tortura presso della nostra nazione. Incautamente al certo, e per soverchia venerazione agli usi trapassati in tal guisa calunniano la nostra patria; quasi che i cittadini nostri, d'indole oltre modo feroce e maligna, con altro miglior mezzo non si potessero contenere se non trattandoli con atrocit e degradandoli all'essere di schiavi; quasi che i principj di virt e d sensibilit fossero talmente spenti nel nostro popolo, che quei mezzi che bastano presso le altre nazioni fossero insufficienti per noi! Io ben so che chi fa tale eccezione non riflette alle conseguenze, che pure immediatamente ne emanano. Chiunque conosce la nostra patria, per i nostri concittadini ne ha un'idea ben diversa; risovvengasi ciascuno dell'epoca non molto remota, quando la nostra benefica ed immortale sovrana Maria Teresa essendo in pericolo di soccombere al vajuolo, stavano aperte le chiese alle pubbliche preghiere; allora fu che ogni ceto di persone, artigiani, contadini, nobili, plebei, tutti, posposti gli ufficj loro, a pi degli altari singhiozzando offrivano voti all'Onnipotente per conservare i preziosi giorni di una sovrana, alla quale la virt, la beneficenza e il dovere hanno guadagnato i cuori sensibili. I teneri e spontanei movimenti della moltitudine, che non poteva essere mossa da verun fine politico, bastano a provare il sentimento di bont e di rettitudine che  comunemente piantato ne'cuori. No, non si dica che i Milanesi sieno una eccezione odiosa della regola.

15. Alcune obbiezioni che si fanno per sostenere l'uso della tortura

Ma come costringeremo noi a rispondere un uomo, che interrogato dal giudice si ostina al silenzio, se non abbiasi il mezzo di costringerlo coi tormenti? Gl'Inglesi medesimi, che si citano per abolire la tortura, in tal caso la costumano. Ma a ci si risponde, che  vero che gl'Inglesi nel solo caso in cui si ricusi di rispondere al giudice, usano "la pena forte e dura" siccome essi la chiamano, la quale termina colla morte, lasciando cadere un pesantissimo sasso a schiacciare intieramente il contumace; ma questa non pu chiamarsi tortura, ma bens supplizio, al quale talvolta preferirono alcuni di soccombere, anzi che essere giudicati rei di un delitto che portasse la confisca de'beni, oltre la morte; essendo che le leggi del regno non permettono che il fisco si approprj i beni di chi mor colla "pena forte e dura", e in tal guisa l'amore de'congiunti indusse alcuni a preferire il silenzio e questa pena. Si dice di pi, che forse gl'Inglesi hanno conservato una porzione dell'antica barbarie col non abolire anche la "pena forte e dura", poich se nelle liti civili le leggi condannano il contumace reo a seconda delle ricerche dell'attore, bastava portare alle procedure criminali quello stesso metodo, e riguardando il contumace a rispondere come reo confesso condannarlo a norma delle leggi; cosi sar tolta ogni necessit di tormentare o chi non risponde, ovvero chi non risponde a proposito. Se il prigioniero sar ammonito pi e pi volte che il suo silenzio avr luogo di confessione de'delitti per i quali viene processato, non vi sar dubbio che si trovi chi ostinatamente cerchi di perdere se medesimo.
A questo passo replicano i sostenitori della pratica attuale: noi non abbiamo la legge che ci autorizzi a condannare come convinto l'uomo, che si ostina al silenzio o alla inconcludente risposta. Su di che essi hanno ragione di sostenere, che una sola legge che abrogasse la tortura sarebbe dannosa al corso della giustizia, qualora contemporaneamente non venisse promulgata l'altra che dichiarasse convinto il contumace.
La nostra pratica criminale  veramente un labirinto di una strana metafisica. Si prende prigione un uomo, che si sospetta reo di un delitto. Quest'uomo cessa in quel momento di avere una esistenza personale. Egli  un essere ideale posto nelle mani del fisco, il quale lo interroga, lo inviluppa, lo spreme, lo tormenta sinch o colle contraddizioni o colle incoerenze, ovvero colla confessione del delitto smunta col tedio del carcere, colla miseria e colle torture, possa il fisco aver tratto da lui medesimo abbastanza per citarlo in giudizio. Fatte tutte queste lunghe e crudeli procedure, nel qua1 tempo non  permesso al reo di essere assistito o difeso, ecco il fisco che lo cita e lo costituisce avanti il giudice reo del tal delitto. Nei paesi pi illuminati, invece, si prende una strada pi breve e naturale. Appena posto in carcere il sospetto uomo, nel primo esame si considera cominciare il giudizio. Gli si pone in faccia il motivo per cui si sospetta reo; gli accusatori gli si pongono davanti, se ve ne sono. Se gli cerca ragione o discolpa: e cos facilmente, e per una via pi chiara, placida e regolare si termina ogni processo. Cos si fa ne'processi militari, e cos si pratica nei due reggimenti milanesi composti certamente di soldati, i quali non sono scelti n fra i pi virtuosi n fra i pi semplici del popolo; e i delitti celeremente sono puniti, e vi  una fondata idea della rettitudine de'giudizj ne'consiglj militari.
Come mai, dicono gli apologisti della tortura, come mai indurremo un reo a palesare i complici senza il mezzo della tortura? Tutte queste obbiezioni sono in fatti una perenne supposizione di quello che  il soggetto appunto della questione. Si suppone che la tortura sia un mezzo per rintracciare la verit. Ma anche prescindendo da questo si risponde, che un uomo che accusa se medesimo non avr difficolt di nominare ordinariamente i complici; che un uomo che nega il delitto, non li pu nominare senza accusare se stesso; che finalmente per volere saper tutto e scrivere tutta la serie della vita di un uomo e de'delitti che ha commessi o veduti commettere, ordinariamente si riempiono le prigioni di tanti disgraziati, e si vanno protraendo a somma lentezza i processi.  men male l'ignorare un complice e il punire sollocitamente un reo, di quello che sia, dopo averlo lasciato languire nello squallore del carcere per mesi ed anni, punire pi uomini di un delitto, di cui nessuno ha pi memoria: cosicch altro non vede il popolo, che la isolata atrocit che eseguisce solennernente il carnefice.
Supponiamo che l'imperator Giustiniano fosse stato obbedito dai posteri. Egli radun le leggi sparse, le opinioni de'pi accreditati giureconsulti romani, le decisioni del senato, quelle del popolo, e ristringendo tutto quello che credette utile e buono dalla sterminata mole de'libri, ne fece compilare il Codice e le Pandette, nelle quali tutto il corpo della legislazione si conteneva, proibendo decisamente che alcuno pi non osasse farvi commenti a scrivere per interpretarle. Se ci fosse stato eseguito, come mai faremmo noi i giudizj criminali? Nessuna legge vi  per ammortizzare civilmente il prigioniero, per torturarlo, per farlo poi rivivere dopo scritto il processo. Se non vi fossero stati il Claro, il Bossi, il Farinaccio e gli altri che di sopra ho nominati, non si prenderebbe prigione alcun cittadino se non vi fossero gravi sospetti della di lui reit. Questi o nascono da'testimonj che lo accusano d'un delitto, ovvero dalla vita sfaccendata e sospetta che mena, ovvero dalle spese che fa senza che se ne veda il come, ovvero da inimicizia violenta e minacce contro un uomo che fu offeso, e simili. Poi si condurrebbe il prigioniero avanti non ad un solo, ma a molti destinati a giudicarlo; verrebbe allo stesso francamente posto in faccia il sospetto e i motivi; s'interrogherebbe, se si tratta di un omicidio o furto, a giustificare dove egli abbia passato le ore nelle quali fu commesso il delitto; se di un furto, come egli abbia il danaro che se gli  trovato, e cos a ciascun caso; e in poche ore si conoscerebbe se veramente il prigioniero fosse reo, ovvero innocente. Questo  il metodo che verrebbe usato, se nella giustizia criminale si osservassero le sole leggi, e non una pratica fondata illegittimamente sulle private opinioni di alcuni oscuri e barbari scrttori. Tale  il metodo de'processi nella Gran Bretagna, ove altres l'uomo accusato ha due sommi vantaggi: uno cio di essere giudicato da persone scelte fra i suoi pari e non incallite ai giudizj criminali; I'altro di poter ricusare un dato numero degli eletti per giudicarlo, qualora abbia motivo di diffidenza. Tale parimenti  il metodo che si usa nel militare anche in Milano pei reggimenti italiani, e la giustizia fa rapidamente il suo corso senza che si lagni alcuno di tirannia, e senza che si condannino come rei gl'innocenti: caso che non tanto di raro avviene, quanto forse si crede.

16. Conclusione

Io ben so che le opinioni consacrate dalla pratica de'tribunali, e tramandateci colla veneranda autorit de'magistrati, sono le pi difficili e spinose a togliersi, n posso lusingarmi che ai  nostri sia per riformarsi di slancio tutto l'ammasso delle opinioni che reggono la giurisprudenza criminale. Credono tutti quei che vi hanno parte, che sia indispensabile alla sicurezza pubblica di mantenere la pratica vigente: la loro opinione, vera o falsa che sia, non pregiudica alla purit del fine che li move. Per conviene che gli sostenitori della tortura riflettano, che i processi contro le streghe e i maghi erano egualmente come la tortura appoggiati all'autorit d'infiniti autori, che hanno stampato sulla scienza diabolica; che la tradizione de'pi venerati uomini e tribunali insegnava di condannare al fuoco le streghe e i maghi, i quali ora si consegnano ai pazzarelli, dacch  stato dimostrato che non si danno n maghi n streghe. Tutto quello che si pu dire in favore della tortura, si poteva cinquant'anni sono dire della magia. Mi pare impossibile, che l'usanza di tormentare privatamente nel carcere per avere la verit possa reggere per lungo tempo ancora, dopoch si dimostra che molti e molti innocenti si sono condannati al supplizio per la tortura: che ella  uno strazio crudelissimo, e adoperato talora nella pi atroce maniera: che dipende dal capriccio del giudice solo e senza testimonj l'inferocire come vuole: che questo non  un mezzo per avere la verit, n per tale lo considerano le leggi, n i dottori medesimi: che  intrinsecamente ingiusta: che le nazioni conosciute dell'antichit non la praticarono: che i pi venerabili scrittori sempre la detestarono: che si  introdotta illegalmente ne'secoli della passata barbarie: e che finalrnente oggigiorno varie nazioni l'hanno abolita e la vanno abolendo senza inconvenionte alcuno.