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GRAZIA VERASANI.
L'AMORE  UN BAR SEMPRE APERTO.

1
Basta uno squillo a svegliarmi, e ho gi la mano sul ricevitore. Con un filo di corda vocale dico Pronto e guardo con orrore le lancette rosse della sveglia che segnano le dieci. Chi mi conosce un minimo, penso, non si sognerebbe mai di chiamarmi a quest'ora che per me  ancora l'alba. Dev'essere successo qualcosa di grave, penso anche, anzi di gravissimo, se no non si spiega. Poi, piano piano, la voce mesta di Nadia comincia a sciorinare l'ultima malefatta di Mario, suo fidanzato immaginario e mio migliore amico.
Mi intrometto a fatica nel delirio chiamandola due o tre volte per nome. Un Nadia detto pi forte finalmente le impone di tacere.
"Nadia" dico. "Sono solo le dieci del mattino!"
E lei, piagnucolando: "Ma io (pausa) sto male!"
"Perch", faccio io "tra due ore starai meglio? Richiamami pi tardi".

Metto gi, anche se so che non riprender sonno; spazzo via un lieve senso di colpa grattandomi il naso e rifletto.
Non le sopporto pi le pene d'amore, n le mie n quelle degli altri. Non ho pi niente da dire in proposito, nessun consiglio, nessun parere. Le mie orecchie sono diventate selettive. Forse hanno fatto dei test e hanno imparato a dare ascolto solo alle cose che sono in grado di tollerare.
Chiss, magari  una conquista, un traguardo. O  che sto diventando sempre pi egoista?

Sono sveglia.
Sbarro gli occhi nel semibuio e Ofilonoff salta sul letto strusciandosi contro la mia faccia e miagolando; uno che se non altro ha un problema concreto: ha fame. Ecco, un altro giorno in mano e non so cosa farne. Avessi almeno potuto continuare a dormire...
Mi alzo, incespico a piedi nudi nel corridoio - con Ofilonoff dietro -, e mi fermo per la consueta sosta davanti alla porta di casa. Di una porta normale ormai conserva solo la maniglia, per il resto  tutta tappezzata di foglietti adesivi con su scritti orari di piscina (mai che ci sia andata una volta), frasi tratte da film o canzoni, campagna abbonamenti Il Bologna  una fede, numeri di cellulari e, infine, il mio o.d.g., cio il piccolo elenco delle cose inutili che devo fare oggi.
Senza questo foglietto sarei persa. Lontani i tempi in cui a scuola meravigliavo studenti e professori con la mia memoria da elefante! Ora ho bisogno di appuntarmi tutto: telefonate, incontri, scadenze, cose da comprare. Non c' giorno che non vada a leggere quel foglietto. E non c' giorno che non rimandi tutto al giorno dopo.
Leggo "Telefonare a Angelo Cera". Oggi c' questa cosa da fare: telefonare a Angelo Cera.  un mese che rimando. Mi avvio verso il telefono con l'agenda dei numeri in mano, alzo la cornetta e sospiro sentendo tu tu. Digito il prefisso di Milano. Se riesco a fare questa benedetta telefonata, penso, dopo mi sentir esausta ma soddisfatta di me. E se invece mi innervosissi di brutto? Angelo Cera potrebbe dirmi qualcosa che non sono in grado di capire o che potrei fraintendere, e cos resterei imparanoiata per il resto del giorno. Sicuramente direi qualche cazzata e passerei un paio d'ore nel rimorso. No, non ce la faccio. Riappoggio la cornetta e rimando. Ancora.

Mi infilo il cappotto sopra il pigiama a righe bianche e blu, non mi lavo e non mi metto le scarpe. Esco cos: zoccoli ortopedici, capelli arruffati, occhi cisposi, portafoglio in una tasca e cellulare scarico nell'altra. Tanto, al bar mi conoscono. Ogni giorno mi vedono arrivare cos, direttamente dal letto, per un caff e a volte un bombolone. Emi, la barista, non mi chiede mai cosa voglio e questo  molto bello. Non ci parliamo, nemmeno buongiorno o buonasera. Mentre sfoglio il Carlino lei appoggia la tazzina sul banco, un bricco di latte freddo, una bustina di Dietor e un bicchiere di naturale. Conosce le mie abitudini e io la amo per questo. Sa che a certe ore i miei arti e le mie corde vocali sono ancora fuori uso; a volte ho la sensazione che si trattenga dal mescolarmi il Dietor nel caff, per risparmiarmi anche questa fatica. Ci sono giorni che pago ancora prima di berlo, il caff, e esco dal bar con la testa tra le nuvole. Emi allora mi richiama indietro. "Non lo bevi?", domanda. "Ah", sospiro io picchiettandomi la fronte, e torno dentro a bere il mio caff. (Per fortuna che c' Emi a ricordarmi le cose. Ci sono tabaccai che si prendono i miei soldi e non vengono certo a cercarmi in strada con in mano il pacchetto di Camel che ho scordato sul bancone.)
Pochi metri separano la mia abitazione dal bar di Emi, e questa  la sola ragione per cui li faccio a piedi. Per tutti gli altri posti, lo ammetto, ho sempre la mia macchina sotto il culo. Sono pigra, pigrissima. Sono la persona pi pigra che conosco. Solo l'altro ieri, ad esempio, ho scoperto che hanno costruito un grande parco dietro casa mia. Diego mi ha telefonato al cellulare mentre parcheggiavo l'auto, ed ero cos presa dalla conversazione che invece di entrare subito in casa mi sono messa a girellare a piedi l intorno.
A un certo punto ho alzato gli occhi, che tengo sempre a terra, e ho visto panchine, erbetta, lampioni, scivoli, altalene e un chiosco di gelati. Da un vicino ho poi saputo che il parco esiste da due anni. Due anni che io non lo sapevo. Cio, delle volte ho visto persone in tenuta da jogging svicolare dietro l'angolo, ma mai che mi sia chiesta dov' che andavano a correre. Ora lo so: nel parco. C' un parco proprio dietro casa mia.
Io jogging non lo faccio, non sono un tipo sportivo. A scuola fingevo attacchi di tachicardia per farmi esonerare dall'ora di ginnastica; mi sentivo goffa su quei materassini e pensavo che solo gli idioti fanno capriole, corsette e salti in lungo. Solo nuotare mi piace, ma mi piace cos, col pensiero. Mia madre l'anno scorso mi ha regalato una cyclette perch avevo messo su qualche chilo. Mai che ci sia salita sopra una volta. Sta al centro del salotto come una scultura moderna e i miei amici la usano come attaccapanni.

Anche a camminare non ho mai imparato. Infatti, pi che camminare barcollo. Inciampo spesso, non so stare diritta e basta un filo di vento a farmi procedere come se fossi sempre l l per svenire o per sonnambulare. Il perch non lo so, ma  cos da quando ero piccola. (I miei genitori credevano che bevessi di nascosto gi a sette anni.)
Quando cammino, il cielo lo guardo di rado. Non sollevo quasi mai gli occhi, non mi turbano stelle o nuvolaglie, ed  un sacco di tempo che non subisco l'infarto di un tramonto. Appena il sole cala sulla tangenziale, dietro case e colline, a parte il colore arancio e la forma da grosso mandarino sonnecchioso, non vedo altro che la mia malinconia definitiva. Per, essendo una persona che cambia spesso idea, umore e stato d'animo, allo stesso modo potrei dire che non c' un solo attimo in cui non guardi il cielo o in cui non ne avverta la presenza fuori e dentro di me, soprattutto durante i temporali.

2
Raccatto volantini pubblicitari dalla mia buchetta e li travaso direttamente in quella di Bitonti, il mio vicino del secondo piano che si incazza sempre. Entro in casa, apro una scatoletta di Petreet al gusto di granchio per Ofilonoff, mi tolgo il cappotto, telefono a RadioTaxi e chiedo che mi mettano in contatto con Venezia 6.
Dieci minuti dopo Mario mi richiama.
"Sveglia a quest'ora?" esclama stupefatto.
"Lasciamo perdere", gli dico. "Se non hai corse, ti aspetto per un toast".
"Vengo pi tardi, per il caff", dice lui.

Okay, torno a letto e vado a farmi qualche film su un uomo. Vado a immaginare un po'di scene roventi e frasette languide che gli direi se la vita fosse meravigliosa. Vado a masturbarmi senza mani, senza oggetti e senza ortaggi fino all'arrivo di Mario. L'uomo, ovviamente,  sempre lo stesso. Pietro.
Tra un ciack e l'altro ho qualche interferenza: la realt. Penso alla telefonata a Cera che non ho fatto e ai testi che dovrei scrivere e faxare a un numero di Roma. Okay, mi tiro su dal letto un'altra volta e indosso la mia solita divisa: un maglione nero e sformato, pantaloni di velluto blu scuro e vecchi stivaletti con cinque centimetri di tacco.
Mentre, con il pettine in mano, tento di dare un senso al nuovo taglio dei miei capelli elettrici e castani, incrocio nello specchio la faccia biancolatte di una trentaseienne dalle occhiaie profonde, occhi verdastri, piccoli come capocchie di spilli, e un paio di labbra spesse e negroidi - le stesse di mio padre - sempre indelebilmente dipinte, persino quando mangiano o baciano (porto sempre un rossetto di scorta in qualche tasca, mi sentirei nuda senza).
La donna che vedo non  bella, anche se, come buona parte delle donne di oggi, dimostra cinque o sei anni di meno. D'altronde viviamo in un mondo dove le trentenni sembrano ventenni, le quarantenni trentenni e cos via. Grande conquista femminile: dieci anni di meno. ("Ma va', gi quaranta? Te ne davo trentuno".) Dentro, per,  tutta un'altra cosa.

Bene. Cominciamo.
In bilico sul bordo della vasca: un pacchetto di Camel, un accendino Bic e una lattina di Coca. Sulle ginocchia: carta e penna e un walkman da battaglia. Il bagno  la stanza che io chiamo il mio studio.  qui che lavoro per ore, accovacciata sul water.
Sono un tipo nervoso e soffro di gastrite. Vado fiera del mio colon iperirritato, delle cicatrici ulcerose del mio stomaco e delle lunghe, tiepide diarree nel cuore della notte. (Dio, quante canzoni ho scritto seduta sulla tazza...)
Spingo avanti e indietro il nastro dove la cantante ha registrato una linea melodica di voce in inglese maccheronico su una base di piano e un groove di batteria.  la mia ultima cliente, ha ventitr anni e si chiama Linda. Guardo la sua foto: pugliese bionda, occhi chiari e felini. Ieri al telefono mi ha detto: "Sono molto solare, molto positiva". (Okay, Linda, scriver per te un testo molto solare e molto positivo. Mi pagano per questo.) "Tu mi capisci", ha aggiunto "fai la cantante anche tu, no?". Ho cambiato discorso.
Era troppo lungo da spiegare che cantavo e ora non canto pi. (Possibile che Martini, il suo manager, non gliel'abbia detto?)

Mi chiamo Adele Mainati e sono un'ex cantautrice che ha realizzato un paio di dischi di non assoluto insuccesso, e che poi ha rotto contatti e contratti dando forfait in un attimo a tutta un'improbabile carriera. Ho rinnegato copiosi sudori di gavetta e mi sono messa a scrivere per committenza canzonette orecchiabili, cose banali e finte di cui sono avide le radio, le televisioni, le case discografiche e le kermesse canore. Ho imparato a scrivere di gente che vuole volare o cadere - tipo 'cielo blu cado gi'o 'cielo blu volo su'-, di cuori adolescenti spezzati, innamoramenti senili, minacce strappalacrime contro chi tradisce, rime 'rose spose', 'sole bagliore', 'amore dolore'e lune che fanno da testimonial a spot di amori Motta o a approcci bucolici sui prati verdi. Cos, mi mantengo.
A parte questo, sono una che se camper fino a ottant'anni, cosa che non credo, della sua vita ne avr vissuta una minima parte e l'altra l'avr solo immaginata.
La realt mi sfugge. Anche se a volte ci sono fatti, meravigliosi o terribili, che mi colgono di sorpresa come un pacco-regalo sopra lo zerbino. Be', ne ho avuti almeno due di fatti cos: la musica e un batterista che si chiamava Pietro. Di lui parlo al passato perch ho smesso di vederlo tre anni fa, e poi perch quello che pi conta per me  dietro le mie spalle. No, nessuna nostalgia. Solo il passato. Questa materia che plasmo all'infinito. Questa scorrettissima memoria, percorsa e ripercorsa migliaia di volte e in migliaia di modi diversi.
Memoria... Detesto chi viaggia senza bagaglio. E il mio  abbastanza pesante. Anche se tra un po'verr qui Mario a dirmi che dovrei essere leggera come una rondine.

Allora. Lavoriamo di metrica. Linda. Solare e positiva. Parler di un amore a lieto fine. Un'altra, ennesima, canzone d'amore. (Perch, c' qualcos'altro di cui si pu parlare in una canzone?)
Prima per chiamo Nadia.

3
Abito a piano terra e ho un piccolo giardino. Non possedendo n un pollice n un mignolo vagamente verde, un anziano condomino a volte se ne occupa. In cambio, io gli porto la spesa o vado in posta per lui.
Ho un nespolo, un fico, un liquidambar e un limone.
Le piante di lauroceraso che compongono la siepe sono spesso malate e Galletti, il mio pensionato giardiniere, le unge con gocce misteriose e miracolose. Quando la mia amica Teresa la scorsa estate mi ha regalato una piantina di maria, Galletti pareggiandomi il prato mi ha detto: "Le taglio via anche quella?". "No!", ho gridato io. E lui, con l'orgoglio di un nonno che si tiene aggiornato, mi ha sorpreso dicendo: "Non creda che non sappia che cos'".
Il giardino  il territorio di Ofilonoff, il mio gatto. L'ho chiamato cos in onore di un pittore russo, morto di fame durante l'assedio di Leningrado perch si rifiutava di vendere i propri quadri;  grigio come un certosino ma non  di razza, e da tre anni ci facciamo una superba compagnia lasciandoci vivere come due coinquilini discreti e molto rispettosi.
Mescolo il caff che si sta raffreddando e mi chiedo perch Mario ritarda. Star portando in giro qualche cliente, penso, e aspetter che una corsa lo porti dalle mie parti.

Mario  uno dei miei migliori amici da quand'ero adolescente. L'altro  Diego ed  un fisico, studia le particelle. La nostra amicizia  nata nei bar e nelle strade dello stesso quartiere, ed  l'unica cosa che ho mantenuto intatta nel corso degli anni con una costanza e una fede di cui mi meraviglio.
Mario ha fatto mille mestieri prima di ereditare il taxi dal padre, morto qualche anno fa di un tumore al pancreas. Svagato, delicato,  di una magrezza scricchiolante e non supera il metro e settanta. Ha un grande naso che stona dentro la sua faccia scavata e occhi che luccicano come se fossero sempre sul ciglio di qualche commozione. Legge di tutto, tra una corsa e l'altra, ed  stato pestato e derubato un paio di volte durante il turno di notte. Non ha donne fisse, ma certi giorni gironzola nella strada dove abita un suo vecchio amore, che si  rifatto una vita e che lui osserva da lontano senza pretese di riconquista, senza nemmeno un saluto, un 'come va?', niente.

Rispondo al citofono e apro la porta. So gi che Mario trover mille argomenti per evitare che si parli di Nadia. Entra, si toglie il giubbotto di pelle e si tuffa sul divano a righe panna e bord con la tazzina in mano.
"C' una fiera", dice "c' molto lavoro... Stasera sei dei nostri?"
Si riferisce al nostro gioved di briscola, tresette e scopone scientifico.
"Il quarto chi ?", chiedo io.
"Baresi, un collega di Diego".
Davidoff, vino, carte e musica varia  ci che offre Diego tutti i gioved sera.
Tasto il terreno. "Nadia mi ha svegliato all'alba".
"Be'", fa lui "lo sai,  un tipo ansiogeno. Le hai gi parlato?"
"Ancora no. Non l'ho trovata".
Sospira, abbracciando un cuscino dell'Ikea. "Si sar sfogata con qualcun altro".
Gli sorrido con complicit. (E mi rendo conto, purtroppo, che sono solidale con quasi tutte le donne, a parte quelle dei miei amici.)
"Ad agosto compie quarant'anni e vuole un figlio".
Strabuzzo gli occhi. "E lo vuole da te?"
"Forse lo vuole in generale... Ma io non sono Manlio".
Manlio  stato il mio primo vero amore quando avevo diciassette anni. Da quando si  sposato e sua moglie  incinta, non  che lo vediamo granch.

Con la scusa che si innamora di tutte, Mario non si innamora mai. Tipo Casanova. Esce con donne diverse, gli piace chiacchierare con loro, portarle in osteria o in giro per la citt di notte - quando pu guidare senza traffico e senza tassametro - fino a imboscarsi col taxi in certe zone d'ombra che conosce solo lui. A volte ci fa l'amore, altre volte no. 'Non  questo che conta', dice. E io gli credo.
"Pensi di mollarla, Nadia?"
"Mica ci sto insieme".
Figurarsi. Anche dire 'stiamo insieme', per Mario  una responsabilit. Gli prendono i sudori freddi ogni volta che una donna si insinua nelle sue abitudini, raggiungendolo senza invito al bar Stadio dove fa sempre colazione o al Caccia e Pesca di via Arno dove passa buona parte del suo tempo libero.
Penso a Nadia che vorrebbe un figlio da lui e a lui che di figli non ne vuole. Anche se tre anni fa, quando rimasi incinta, mi disse: "Se vuoi tenerlo, Adele, ti do una mano io".
(So che sarebbe stato un padre splendido. Un padre libero di un figlio non suo.)

Il fantasma di Mario si chiama Cinzia e vive da sei anni col marito e il figlio in una villetta a schiera a San Lazzaro di Savena. Le zone d'ombra di Mario sono tutte stradine che portano a quel fiume. Il fiume Savena. Mi chiedo se mentre fa l'amore in macchina con una delle sue ragazze riesce a vedere le finestre illuminate di quella villetta.
Adesso si alza stancamente e si rimette il giubbotto.
"Potrei vendere il taxi e giocarmi tutto in borsa. Se lo avessi fatto qualche anno fa, ora avrei seicento milioni e vivrei di rendita..."
 la solita frase che dice da una vita, usando le stesse parole.
"Ci vediamo stasera", gli dico.
"S". Sbadiglia. E esce per la prossima corsa.

4
Di nuovo sola, mi rendo conto che non ho ancora toccato cibo da quando sono sveglia. Sto per infilarmi il cappotto e ritornare al bar quando sento suonare il telefono.  Linda. Mi informa che Martini mi aspetta a Roma, alla Bmg, per discutere dei testi.
"Cos potremo conoscerci meglio", dice, e sento dal tono della voce che  eccitata.
Mi  gi successo con altri cantanti. Interi pomeriggi a bere t ascoltando il racconto della loro vita, e io l a fare domande su domande come Maria De Filippi. Ce ne sono stati alcuni che si sono confidati con me come non avrebbero fatto nemmeno coi propri genitori, e io prendevo appunti come un'analista. (Certo, avrei scritto le stesse canzoni anche se non li avessi mai visti in vita mia.)
"Vorrei organizzare una festa in tuo onore", dice la mia nuova paziente, "presentarti al mio ragazzo e ai miei amici. Lo so, non  professionale..."
Odio le feste ma ugualmente rispondo: "Perch no?"

Mentre mi incammino nuovamente verso il bar di Emi, penso con tristezza al tempo che Linda ha ancora e che io non ho pi.
La mia gavetta  stata abbastanza dura: false promesse di contratti, porte sbattute in faccia, direttori artistici che mi adulavano nei club infimi dove cantavo le mie canzoni intimiste e che poi, l'indomani, nei loro uffici di lusso, non ricordavano nemmeno il mio nome.
La sua gavetta come sar?  il successo che vuole? Il successo... che parola stronza. Io non ci pensavo mai al successo, cantavo perch mi veniva, perch le dita mi andavano sul piano e ne usciva fuori qualcosa. Sentivo lo stesso un'ansia tremenda, una gran paura, perch il rischio era di rimanere eternamente sospesa dentro una cabinovia di montagna senza arrivare mai in cima.
Ora so che non si arriva da nessuna parte, cara Linda, ma a vent'anni anch'io, come te, non lo sapevo ancora.
Alla tua et dubitavo di tutto per indole. Ho sempre avuto questa abitudine di dubitare di tutto, persino dei ragazzi con cui stavo (infatti le mie relazioni con loro non erano altro che delle brevi o lunghe esercitazioni a perderli). Passavo il tempo a cercare complici tra i musicisti pi sgangherati della zona, dilettanti dal cuore tenero con cui provavo nelle cantine (di notte, perch di giorno loro lavoravano). Incidevo la mia voce su chilometri di nastro e avevo una voglia di cantare, dentro, pi pura di una bombola d'ossigeno.
La mia passione per la musica aveva qualcosa di evangelico, ed ero pi che certa che appena ne avessi avuta l'occasione avrei fatto linguacce a tutti i Mangiafuoco che mi avrebbero mostrato il loro biglietto da visita. No, non lo sapevo ancora che tutta quella purezza e quelle belle insolenze giovanili sarebbero diventate, col tempo, le mie occasioni perdute.
Per vivere, mi esibivo al pianoforte nei locali, guadagnando niente o pochissimo, pi volte niente. Fino a quella sera in cui vidi il Mangiafuoco, sornione e opulento come un grosso gatto, che se ne stava seduto a un tavolino dentro il Cirenaica, un night-club un po'snob dove la gente chiacchierava a gran voce mangiando e sorseggiando long drink. A onor del vero devo dire che nessuno mi ascoltava a parte lui. Alla fine del concerto, dopo aver avuto in mancia un paio di applausi svogliati, scappai via dal retro in tutta fretta. I sogni sono fatti per restare tali, mi ripetevo tornando verso casa, coi miei spartiti sottobraccio. Ma quella notte il Mangiafuoco aveva gi una mano sopra la mia spalla. Ci fu un contratto, un primo disco, poi un secondo...

Tre anni fa, scendendo da un palco in preda all'attacco d'ulcera pi forte che avessi mai avuto - e ripensando alle parole del mio medico: "Ti stai mangiando dentro" -, decisi che tanto valeva smetterla una buona volta di cantare sciocchezze che non avrebbero mai cambiato il mondo.
Pietro, il mio amante e il mio batterista, stava radunando spazzole e bacchette. Gli sfrecciai davanti tenendomi una mano sullo stomaco. " l'ultimo concerto", dissi prima di chiudermi a chiave dentro il camerino.
Oggi sono tre anni che ho lasciato la musica. (Si pu lasciare la musica?)
Mario e Diego furono felici quando li avvertii. "Ma s", esultarono in coro "pensa alla salute. Chi te lo fa fare di sbatterti sui palchi di mezz'Italia a quelle condizioni? Meglio che te ne stai tranquilla, a casa tua, a scrivere per quelli che sbavano dietro un occhio di bue, mentre tu, nell'ombra, guadagni in disparte sulle loro piroette da rockstar!"
S, certo, aveva tutta l'aria di una scelta sensata. Ma ancora non sapevo che, per sopravvivere, avrei dovuto accontentare altri Mangiafuoco riempiendo di stronzate le bocche di imberbi, innocenti ragazzine, emulatrici di Giorgia o Celin Dion, debuttanti a un Sanremo o a un Castrocaro.
Be', basta piangersi addosso. In fondo  stato anche divertente, sai, uscire dai miei panni, confezionare come una sarta abiti su misura, cercare le parole pi ovvie, scrivere per vivere.
E adesso ci sei tu, Linda. Largo a te, benvenuta. Solare e positiva.

5
Bene, ora che mi sono nutrita penso che passer il pomeriggio a scrivere per Linda. Dopodich, in una pausa, chiamer Angelo Cera in ufficio. Cera. Angelo Cera. L'unico manager d'Italia che si sia preso la briga di chiedermi perch ho mollato tutto.
Ripenso alla telefonata che mi ha fatto un pomeriggio dello scorso settembre.
"Ti ricordi di me?" (Lo avevo conosciuto a Milano proprio la sera del mio ultimo concerto. Sapevo che aveva 'scoperto'molti talenti difficili. Non ho mai dimenticato i suoi occhi, azzurri e gelidi come piscine.) "Vorrei incontrarti", ha proseguito "e porta con te le tue canzoni inedite".
"Ha artisti a cui farle cantare?"
"S. Tu".
Giuro, stavo per mettermi a ridere.
"Al momento, sei sotto contratto?"
Sotto contratto?
Pensavo alle settimane spese a girare a vuoto da una casa discografica all'altra alla ricerca di un nuovo contratto. Mesi a incontrare gente il cui unico scopo era guadagnare con la musica che andava di moda. "Cerchiamo cantanti giovani", mi sentivo dire "under venticinque, e canzoni decisamente pi pop". (Il messaggio era chiaro: "Tu sei gi bruciata".)
Sotto contratto...
Come spiegargli che tre anni prima avevo nascosto sotto un lenzuolo il mio vecchio Kaufmann? come spiegargli che non riuscivo pi a canticchiare persino durante i lavori domestici?
Angelo Cera si sarebbe certamente messo a ridere.
No, non lo richiamer, n oggi n mai, e non andr a Milano anche se gliel'ho promesso. Non far una piega.  un uomo d'affari dopotutto, un manager, un talent scout. Ne ho conosciuti tanti. Perch Angelo Cera dovrebbe essere diverso? Non ho niente da dirgli, niente da dire a uno come lui.
Mi dirigo verso la porta con la biro in mano e cancello sul foglietto "Telefonare a Angelo Cera". Oh, una cosa l'ho fatta. Perfetto, ora posso scrivere.

Impossibile.
Il telefono squilla. Dico Pronto una volta: silenzio all'altro capo del filo. Lo dico altre due volte poi butto gi.
Un orecchio sensibile avrebbe sicuramente colto, all'altro capo del filo, un respiro, un affanno, una piccola accelerazione del cuore... e il mio lo .
"Questa bambina ha orecchio", diceva a mio padre la mia vecchia insegnante di piano. La signorina Mannino abitava nella via parallela alla mia, in quello che in quartiere veniva chiamato "Il palazzo dei ciechi". A dieci anni entravo in quel palazzo con gli esercizi del Czerny dentro la cartella. Al primo piano una famiglia di ciechi, al secondo un cieco suonatore di trombone, al terzo, al quarto e al quinto ancora ciechi, e cieca la signorina Mannino. Ricordo le sue lacrime quando le dissi che non sarei andata pi, che avevo perso la voglia. "Non puoi buttare via tutti questi anni a battere sui tasti solo perch due o tre ragazzini ti aspettano qui sotto dopo la lezione!". Anche i ciechi piangono, pensavo senza ascoltarla, in quella stanza piena di spartiti impolverati e pizzi dappertutto. (L'ho imparata l, credo, la sensibilit.)
Che dire... Sono tre anni che ricevo telefonate cos. Lo so, potrebbe trattarsi di chiunque, qualcuno che si  semplicemente sbagliato, oppure un maniaco. Ma a me piace pensare che si tratti di Pietro e che all'ultimo momento gli viene meno il coraggio di parlarmi.

Pietro.
Tre anni fa Pietro ha venduto la sua DW argento. Ora fa lavori saltuari. Vive ancora con Elena (da un giorno all'altro mi aspetto che qualcuno casualmente mi dica che sono in attesa del loro primo figlio).
Negli anni della mia storia clandestina con lui, ho avuto spesso la tentazione di raccontare tutto alla sua donna, ma non l'ho mai fatto. Anche perch ero certa che lei sapesse, o perlomeno immaginasse, e che preferisse fingere, passare sopra, pur di non perderlo.
Era Elena a togliere dalle mani di Pietro un rum di troppo. Era Elena a somministrargli in orari precisi le pastigliette per il fegato. Era Elena a occuparsi di tutte le cose che concernevano affitto, bollette, rate dell'auto, scadenze.
Era Elena che conosceva i suoi cibi preferiti, che spazzolava via i suoi peli dalle lenzuola, che tirava lo sciacquone quando lui se ne dimenticava, che insaponava le ascelle delle sue magliette, che lo sentiva scoreggiare nel sonno.
Era Elena che gli ricordava le date dei compleanni dei suoi genitori e dei suoi fratelli. Ed era sempre Elena che gli telefonava, quando eravamo in tourne, sorvolando sulla mia presenza in camera.
Quando Pietro mi lasci, Elena vide passare il mio cadavere nel fiume e per un po'fu tranquilla. Non so quanto pu essere durata la sua tranquillit. Senza di me, Pietro dovette fare i conti solo con lei.
L'ultima notte, in quella stanza azzurra, la numero 44 dell'Hotel Spadari di Milano, eravamo sul letto, nudi, al buio, ad ascoltare da un mangiacassette una canzone dei Brad: Nadine.
"Devi guardarti dentro per capire cosa vuoi veramente", lo incalzavo.
E lui, tirandosi su dal letto: "Se mi guardo dentro, vedo solo il fegato che sta andando a pezzi..."
"Se smetti di cantare, Adele", continu, sulla soglia del bagno "io vendo la batteria. Non voglio finire a fare l'orchestrale in giro".
Quell'ultimo periodo era stato tremendo sotto molti aspetti. La mia casa discografica non aveva voluto rinnovarmi il contratto e Pietro si ubriacava prima e dopo i concerti. "Anche se bevo", diceva "io non vomito mai". Vero, mai che riuscisse a svuotarsi lo stomaco, teneva tutto dentro.
C'erano concerti in cui lei lo accompagnava. Distoglievo lo sguardo, a cena, per non vederli seduti vicini. (Se io non esistessi, pensavo, l'avrebbe gi lasciata.)

Ora il telefono  muto. Chiunque fosse non richiamer. Secoli fa afferravo il ricevitore sopra il comodino ancora prima che squillasse: sentivo che era lui. Mezz'ora dopo aprivo la porta a assalti e carezze che mi liquefacevano.
Ha mai capito che avrei saputo vivere anche solo di attimi? Si  mai chiesto cosa ho provato il primo giorno che l'ho visto, di schiena, mentre prendeva in mano con delicatezza i piatti della sua batteria? (Non avevo mai guardato la schiena di un uomo come un luogo di appartenenza, come un domicilio.)
Ha mai pensato all'emozione estrema che sentivo al centro del petto, in mezzo ai miei polmoni? Si  mai reso conto di avere dato ossigeno e fantasia a mille spartiti, canzoni, piogge, notti d'insonnia, e che non potr mai odiarlo ma solo ringraziarlo, anche se c' stato cos poco, anche se ho contato poco o nulla per lui?
E poi era anche sesso, s, sesso: desiderio di averlo davanti, dietro, nella bocca, dappertutto. Desiderio di fare carovane di sveltine nelle toilette di grandi magazzini, palasport, aeroporti, sottopassaggi. Desiderio che arrivasse da me in piena notte, sbronzo e vulnerabile come Mister Hyde, a impedirmi di pensare per qualche minuto a manager, contratti, vecchi e nuovi dischi; a sentirlo spingere, pulsare, scaricare dentro di me. Sesso, s, e non me ne vergogno.

Quando l'ho rivisto, tempo fa, in un discopub semideserto, era seduto con Elena a un tavolino; avevano entrambi gli occhi persi nel vuoto e non si parlavano. Non credo mi abbia vista.
Queste piccole societ fallite, ho pensato, che ancora, pallottoliere alla mano, si ostinano a rivedere i conti, mandando avanti le procedure stanche del loro consorzio quotidiano: "Hai comprato le mele? Domenica si va a pranzo dai tuoi? Che film danno in tv?" ...No, non sapr mai quanto gli  costato. E non sapr mai cosa li unisce davvero, quale esile e delicato respiro attraversa la loro camera da letto quando si abbracciano per non volare via.
 quasi sempre in un letto, quando ci si stacca, che si fanno i conti col nulla pi grande che esiste e che solo i vecchi o i pazzi amano ogni tanto: quando l'altro  sudato, si volta dall'altra parte, sta zitto, poi si accende una paglia, e un attimo prima, invece, solo un attimo prima, era dentro di te.
Pietro.
Rifletto. Mi sforzo di non pensare solo con le mie viscere e, per una come me, non  un'impresa facile. Soffrendo d'insonnia, passo le notti a rielaborare la memoria come un copywriter di programmi televisivi e mi convinco di avere vissuto grandi amori che, forse, grandi non lo sono mai stati.
Pietro, la mia immaginazione non ha limiti. A volte, come dice una canzone dei Joy Division, ho la sensazione di avere imparato a non volere di pi...

6
Mi perdo, mi distraggo, smangiucchio, apro un'altra Coca, e invece dovrei scrivere. Martini mi chiamer e vorr sapere a che punto sono con i testi. Linda entrer in studio a cantarli tra meno di un mese e deve avere il tempo di provarli, di farli suoi. Io dovr correggerli sul posto, cambiare parole all'ultimo momento. Sono trafile che ormai conosco bene.

Tamara Torlei, l'ultima artista per la quale ho lavorato, quando l'ho conosciuta era una ricciolona volgarotta, figlia di un industriale di Vicenza, con una voce standard da cantante di pianobar. Carrisi, il suo manager, si vantava di averla scoperta in un night club del veronese sentendola cantare cover di Mango e Irene Grandi.
"Io devo cantare assolutamente", ululava nell'ufficio di Carrisi, mentre il fidanzato, un tipo brufoloso e occhialuto che le sedeva accanto incoraggiandola tacitamente, non si rendeva conto che di l a poco avrebbe avuto un secco benservito dalla sua fidanzatina con smanie di successo.
Tamara Torlei adesso fa la donna del manager. Continuer a fare dischi anche se non ha talento, ma certo questo non vuol dire. ("Il talento  un'arma a doppio taglio", mi ha detto Mario una volta "puoi arrivare lontano, ma anche da nessuna parte".)

Prima di Tamara c' stato Alex Mei. Martini mi convoc a Roma per farmelo conoscere. " un chitarrista bravissimo", mi aveva annunciato al telefono, "compone musica rock e gli serve un paroliere.  anche bello e piace molto alle donne".
Era la prima volta che entravo nell'ufficio di Martini, in Bmg, ed era la prima volta che vedevo lui, la sua pancia enorme da ottima forchetta e il suo cranio sudato dove la calvizie aveva risparmiato le fasce laterali. Appena entrata, a parte uno stereo da buttare (sono tutti da buttare gli stereo dei direttori artistici, vecchi di un secolo, e dire che la musica dovrebbe essere il loro lavoro), notai un mobile basso, in angolo, dove erano ammassate pile di buste imbottite che arrivavano al soffitto. "Ne arrivano a migliaia ogni giorno, di cassette", disse Martini leggendomi nel pensiero "per non parlare delle fotografie: cantanti buddisti in meditazione, ragazzine seminude sul letto della loro cameretta piena di peluche..."
La sua risata sguaiata fu interrotta dall'arrivo di Alex Mei, l'artista che mi era stato assegnato. Andandogli incontro, osservai che era talmente pieno di s da spettinare un paio di segretarie che si erano trovate l l a passare per il corridoio.
"Hai presente Grignani, Ligabue?", mi chiese Mei quando fummo tutti di nuovo seduti nell'ufficio di Martini.
Annuii.
"Bene", prosegu lui "voglio dei testi cos".
Immaginai subito cosa mi aspettava: mesi di fax, montagne di testi da rifare e correggere per accontentare quel tipetto arrogante dal viso d'angelo, che non arrivava al metro e settanta di altezza nonostante i sovrattacchi dei suoi stivaletti da rocker.
Voleva dei testi che parlassero di libert, viaggi, e amori vagamente trasgressivi. L'importante era che usassi il 'linguaggio dei giovani'. "Tipo 'Ba-ba-bambolina', hai presente?"
Avevo presente.
Doveva diventare il nuovo idolo di sbarbe urlanti e piangenti sotto un palco, doveva spezzare il cuore a una massa di ragazzine con lo zainetto.
"Niente politica", concluse "o poca poca, tipo Piero Pel. Hai presente?"
Avevo presente.
Accompagnandomi alla porta, Martini aggiunse che aveva in serbo per me anche un altro artista. "Sentissi che vocione..." gongol " Michael Bolton sputato!"
Mi diedi disponibile.

7
Ricordo che quel pomeriggio (quando fu? un anno fa?) persi il treno, e me ne restai seduta al tavolino di un bar della stazione Termini ad aspettare il prossimo.
Non avevo nessuna voglia di girare per Roma, me la ricordavo troppo bene, o forse temevo di vedere fisicamente trasformati i miei ricordi. A ventun anni avevo vissuto l per un po'in cerca di fortuna.
Ricordavo perfettamente il profumo di arance e di anguille al mercato di Campo dei Fiori, le lische dei pesci ai piedi del Giordano Bruno, le primavere lunghe e precoci dai cieli color malva sul Gianicolo, gli stranieri che uscivano dall'hotel Excelsior per passeggiare tra le macerie della dolce vita, il Tevere in piena che nascondeva l'isola Tiberina, le corse su e gi per ponte Sisto, le gattare dei vicoli, il Compro Oro degli usurai romani dove esitavo l'anello d'oro del nonno per un barattolo di Nutella che faceva gola da mesi...
E poi ricordavo Damiano.

Faceva l'attore, Damiano, aveva un agente ed era molto richiesto: bello, biondo, selvaggio, e con tre anni meno di me. In realt a lui non importava granch del cinema, sapeva suonare bene la chitarra e anche il basso e per un po'di tempo fece parte della mia band romana Prime nuvole, quando gli impegni del set glielo permettevano.
Sui giornali parlavano di lui paragonandolo addirittura a James Dean, forse a causa del suo piglio ribelle e della sua androginia, che faceva flippare gay e adolescenti. Lo accompagnavo alle prime dei suoi film, senza soffrire troppo per tutte le ragazzine invasate che correvano a chiedergli un autografo.
Ero talmente rassegnata a perderlo che, in quegli otto mesi, una sola volta mi lasciai andare a qualche smanceria. Avevamo appena fatto l'amore e Damiano si stava addormentando.
"E se mi stessi innamorando di te?", gli dissi.
"Sono stanco", rispose "io sono ancora giovane".
Decisi che forse lo amavo perch non esisteva.

Trovavo irresistibili i suoi silenzi sfacciati, i suoi capelli punk, i suoi buchi nei pantaloni, i suoi diciott'anni e il fatto che non avesse mai letto un libro in tutta la sua vita.
Quando stava male, e non sapeva spiegarmene il motivo, avevo la sensazione che il suo dolore stesse cominciando, mentre il mio poteva solo progredire. Allora gli consigliavo di leggere dei libri, ma lui mi rispondeva che non era tipo da farsi gli affari degli altri.
Lo sentivo perdibile, pi perdibile di chiunque altro avessi mai conosciuto, e avevo una tale fretta di perderlo da non riuscire a viverlo. Sentivo sempre imminente il momento in cui avrei chiuso con lui e me ne sarei andata via.
La sua faccia sensuale sorrideva dai manifesti pubblicitari affissi su tutti i muri di Roma e dagli schermi dei cinema, eppure io sapevo che non era felice, oppresso da impegni pi grandi di lui, rincorso dai fan e dai registi perch era 'il suo momento', e dall'agente che gli procurava scritture senza consultarlo.
"Attore preso dalla strada..." sbuffava "non si dice cos?"
E intanto gli cresceva dentro un'infezione: quella di credersi davvero il nuovo Jimmy Dean.

Lo ringraziavo in silenzio di quegli splendidi otto mesi di addio, di tutte le vertigini, di tutte le risate. Ma avevo promesso di perderlo e lo feci. Ovviamente non fui io ad andarmene. Damiano sal su un treno per l'Umbria, regione dove si sarebbero svolte le riprese del suo prossimo film, e io lo guardai da gi, salutandolo. (Sono belle le persone quando partono, quando vanno via. Le fermi avidamente nello sguardo, sai che non saranno pi cos. E poi, come capita con tutti quelli che perdi senza averne voglia, sai che la condanna ovvia  che li amerai per sempre.)
Affacciato al finestrino mi disse: "Ricordati, amo solo te e Patsy Kensit". Risi dello scherzo e voltai i tacchi, pensando che naturalmente succedeva sempre come ne Il diavolo in corpo di Radiguet:  lei che muore.
Sapevo che avrei portato Damiano con me continuamente, ovunque andassi, perch nessuno di noi, in fondo,  solo di se stesso. "Siamo frasi composte, strade che si intersecano..." Eppure lo lasciai andare senza fare una piega, senza un'insistenza, un rilancio, con la disponibilit che ho e che ho sempre avuto a perdere tutti, soprattutto quelli che amo.

Quando tre mesi dopo lasciai la capitale per sempre, seppi da qualcuno che l'aveva lasciata anche lui. Si era trasferito a Parigi per amore di una vietnamita, e l aveva avuto qualche piccolo ruolo in un paio di film.
Sono quindici anni che non ne so pi niente. Ma un anno fa, al tavolino di un bar della stazione Termini, mi sembrava ieri che era ancora l, con me, come il giorno in cui era partito, con quegli occhi diffidenti e verdissimi e quel sorriso a met tra Walt Disney e L'impero dei sensi.

8
Sto per uscire di casa per andare da Diego quando suona il telefono. Rispondo e sento la sua voce bassa e sicura che dice: "Ciao, Adele. Sono Angelo Cera, chiamo per il nostro appuntamento. Potrebbe andare bene luned?"
"Luned?", tartaglio. "Be', s, sono libera, non ho ancora preso impegni..."
"Allora me lo segno", fa lui. (Segna segna, penso, tanto non verr. N a Roma da Martini n a Milano da te. Io odio spostarmi. Io odio muovermi. Lasciatemi qui, nel mio bunker, col mio gatto, il mio giardino, i miei libri, i miei amici, i miei fantasmi. Io non disturbo voi, voi non disturbate me.)
"Adele", ancora la sua voce "nessuno ti costringe".
E lo dice in un modo che, improvvisamente, se potessi, mi precipiterei da lui.
"Lo so", rispondo, e c' un leggero imbarazzo nella mia voce.

Salgo in macchina che sono parecchio agitata. 'Adele, nessuno ti costringe'.  come ha pronunciato il mio nome, o  stata la frase 'nessuno ti costringe'a farmi venire un po'di tremarella? Stupida, mi dico, pensa alla serata che ti aspetta, a vincere a tresette; riguardo a Cera hai tempo fino a luned. (Ma ho ancora la sua voce all'altezza dell'inguine.)
Cerco di ricordarlo.  alto? Non ne ho idea, certo non  basso. Che et avr, cinquant'anni? Poco pi poco meno... C'era troppo buio in quel locale di Milano - com' che si chiamava? Il gatto e la volpe - e troppa confusione. Era seduto a un tavolino in angolo, avvolto in una nuvola di fumo, composto e rigidissimo come la sua stretta di mano. "Piacere, Angelo Cera". Dopo il concerto salut Beppe Marina, il mio produttore, e a me rivolse qualche complimento di circostanza, fissandomi con uno sguardo azzurro e impenetrabile prima di voltare la sua schiena eretta e uscire dal locale. Aveva un'aria da ex ragazzo stanco; la magrezza delle sue gambe, messa in evidenza dal tessuto svolazzante dei pantaloni ampi, mi fece pensare all'eleganza innata di certi ballerini.

L'appartamento di Diego  spazioso e arredato con gusto. Mobili antichi di famiglia, pezzi di valore ereditati da nonni e zii forlivesi, sono disseminati un po'ovunque. Il mio preferito  un armadietto per i medicinali del diciannovesimo secolo, lungo e pieno di cassetti. Il salone  una grande stanza con un angolo cottura completo di camino. La carta da parati a strisce bianche e avorio  tappezzata dai quadri a china del padre, docente universitario di fisica e artista amatoriale. Per il resto, libri e riviste scientifiche sparsi dappertutto.
 qui che iniziamo la nostra serata al bourbon on the rock.
Mario  sdraiato sul tappeto indiano, con la testa appoggiata a una poltrona a scacchi; sta rollando una canna. Mi chiedo se stasera la musica di Satie riuscir a calmare i suoi bollenti spiriti.
"S,  molto bella, ma l'ascoltiamo sempre", si lamenta.
E Diego, dal corridoio: "Preferisci Bach?"
"Ancora con quel clavicembalo?"
"Non capisci un cazzo". Sento il passo pesante di Diego rimbombare sul parquet lucidissimo (stamane deve essere passata Rina, la donna delle pulizie).
"Se ascolto questa roba adesso", sbuffa Mario "a settant'anni cosa ascolter?"
Scoppio a ridere. "Ha ragione", intervengo "dopotutto ha solo quarant'anni. Ce l'hai l'ultimo degli Smushing Pumpkins?"
"Ah, no", si impone Diego. "O i Devo o i Talking Heads".
"Qualcosa di moderno mai?", salta su Mario.
"Ad esempio?"
"Underworld, Prodigy, Chemical Brothers..."
"Non se ne parla", taglia corto Diego. "Se devo ascoltare quella roba, allora sempre meglio gli Ultravox... Ah, Baresi non viene".

Lo so gi come andr a finire, che alle due del mattino ci ritroveremo sdraiati sul parquet, cotti dal fumo e dal bourbon, ad ascoltare un vecchio vinile di John Foxx. Da giovani mettevamo su My sex anche venti volte di seguito, e a volte funziona ancora cos, con Mario e Diego che non vedono l'ora di fare i nostalgici. "Cosa ti ricorda questo pezzo?", "Ah, un sacco di cose", "E in particolare, cosa?", "Oh, non mi ricordo"... L'importante  che del passato si respiri ancora l'aria.  stata un tale guazzabuglio la nostra giovinezza; troppi aneddoti, ripetuti troppe volte, che ogni volta cambiano, si colorano, e salta fuori un nuovo particolare, un nuovo punto di vista.
Cominceranno a contraddirsi, a fare della polemica. "No, non  cos che  andata", "Ti sbagli. Tu poi a Lisbona non c'eri nemmeno". E come al solito si divertiranno ad analizzare i fatti, passati e presenti, con quel gusto che hanno per la psicologia 'da fondopullman'.

Un'abitudine ricorrente delle nostre serate  parlare male di Fulvio Guidetti, un vecchio amico comune che io e Mario incrociamo di rado e che Diego vede ancora abbastanza di frequente.
Fulvio Guidetti  un ingegnere di trentotto anni che insegna meccanica in un istituto tecnico,  molto alto, robusto e quasi albino. Quando si laure, ci disse che per lui insegnare era una missione. Ora  odiato da tutti i suoi studenti perch li boccia uno dopo l'altro.
 talmente pieno di s che le sue affermazioni sugli argomenti pi disparati sono sempre concise, perentorie, senza sfumature, chiaroscuri, dubbi: solo dogmi. Lucia, la sua fidanzata, lo definisce 'sensibile come una lavatrice'.
Noi lo abbiamo soprannominato L'intelligente.
Dalla laurea con lode in poi non  pi stato lo stesso. Fiero di concorsi e cattedre vinti con scioltezza, si  gonfiato a vista d'occhio, al punto che la persona che gli  pi vicina, Lucia, a trentacinque anni non si  ancora laureata:  morta alla tesi. La capisco. Non deve essere facile vivere con un uomo che ti mortifica da mane a sera col suo ego che fa faville mentre tu ti arrabatti alla meno peggio.
L'intelligente sa tutto, o crede di sapere tutto. Di qualunque cosa si parli, lui ne sa pi di te. Quando ti chiama e non ti trova, ti cerca e ti trova anche dove penseresti che nessuno al mondo ti troverebbe mai. Se ci vai al cinema, il film lo deve scegliere lui, cos per il ristorante o per qualsiasi altra cosa. Se dici no, insiste cos bene e cos a lungo che alla fine sei costretto a fare come vuole lui.
L'intelligente non ha mai delle sfighe. "Eh, lo so", mi ha detto una volta "voi vi vedete spesso perch dovete sfogarvi sui vostri problemi... Non  mica colpa mia se io non ne ho!". L'intelligente ha questo di bello, che lo vorresti strangolare ma poi ti metti a ridere; soprattutto quando sostiene che l'amore non esiste e che i nostri sono guai da femminucce.
Lui, Lucia non la bacia mai in pubblico, mai uno sguardo complice, mai una frase carina. Sembra che l'abbia deciso a tavolino che voleva lei e non un'altra. (Forse prima le ha guardato i denti come si fa coi cavalli e poi le detto: "Vuoi metterti con me?")
Basterebbe dirgli che ultimamente l'abbiamo vista fuori con un altro, Lucia, e forse L'intelligente vacillerebbe un po', ma non ne abbiamo il cuore, e poi sappiamo bene che il giorno che crollasse farebbe un tale tonfo e un tale polverone che non si rialzerebbe pi.
L'intelligente vuole certezze e le trova, basta raccontarsele.
L'intelligente si alza ogni giorno alle sette, mentre io vivo sul primo gradino della notte (come diceva Eluard). L'intelligente  eterno, e io morir stupida. L'intelligente ha una sola donna e per sempre, anche se dice che non l'ama perch l'amore non esiste. Io non ho nessuno ma li ho amati tutti.

"Si  comprato la Passat", ci racconta Diego "ultimo modello. Quando gli ho detto che anche Baresi ce l'ha, ha risposto: Impossibile,  appena uscita, e io ero il primo dal concessionario!"
Ridiamo cos forte che quasi non sentiamo suonare il campanello.
"Chi ?" chiedo a Diego.
"Sorpresa", fa lui.
Dopo qualche secondo vedo Manlio, il mio primo amore, entrare dalla porta.

9
Quando ho conosciuto Manlio io avevo diciassette anni e lui uno pi di me.
Frequentavamo la stessa compagnia dell'American bar, punto di ritrovo di tutti i perdigiorno del quartiere (ora al suo posto c' una banca).
Manlio se ne stava per ore nella sala dei biliardi a giocare a goriziana, e io passavo i pomeriggi seduta sul jukebox. Nell'attesa che smettesse di giocare, ammazzavo il tempo chiacchierando coi coatti del bar: spacciatori o tossici che spesso si facevano dentro la toilette. Cercavo di convincerli a cercarsi un lavoro e a smettere di farsi, veri e propri sermoni che li commuovevano, al punto che mi regalavano stereo da macchina rubati che io rifiutavo puntualmente e che loro rivendevano a cinquanta sacchi per pagarsi una dose. Aral, Nebbi, Lobochiaro... tutta gente che fregava la pensione alla nonna, tutta gente che aveva padri alcolizzati e fratelli in galera, tutta gente morta di l a poco di aids o di overdose.

Manlio era alto, carino, con una testa di riccioli neri e due volpi al posto degli occhi. Era spesso sfottente. Se qualcuno raccontava un fatto o era fermamente sicuro di qualcosa, lui faceva spallucce e diceva: "Probabile". Diceva sempre Probabile e non dava mai niente per scontato.
Studiava ragioneria e girava su una vecchia lambretta scassata di cui passava il tempo a cambiare i pezzi (amava quel rottame pi della sua stessa vita). Gli piaceva leggere, parlare di politica e uscire con ragazzi pi grandi di lui. Il suo amico del cuore, infatti, era un trentenne che aveva un'edicola, e Manlio lo andava a trovare per parlare di eurocomunismo e di donne, soprattutto di donne (il suo nome era Remo, ma tutti lo chiamavano Lingua di velluto per via della sua fama di esperto nelle cose di sesso).
Il padre di Manlio era un ex partigiano che faceva volontariato alle feste dell'Unit di sezione, e lui ne aveva ereditato l'ironia e la fede per il comunismo, oltre ai Quaderni di Gramsci sottolineati (il primo maggio andava con la lambretta a distribuire garofani rossi in tutte le case del quartiere e, davanti a pensionati e massaie annichilite, citava la famosa massima gramsciana sull'ottimismo della volont e il pessimismo della ragione).
La madre, ex ballerina di liscio, era un donnone alto e formoso che amava civettare col mondo sbattendo le palpebre ombrettate di violetto; diceva 'gangio, gabina, gollier', ed era anche - come molte altre madri del quartiere - un vero genio del mattarello: le sue specialit erano le sfrappole, le crescentine e il dolce al fior di latte...
Mi innamorai di Manlio osservando al flipper la sensualit un po'rude dei suoi slanci in avanti e dei suoi contorcimenti d'anca mentre indirizzava la pallina sollevando il flipper, spostandolo e manovrandolo come fosse una donna.
"La prima volta che ho toccato un flipper" mi diceva "ho vinto venti partite e ho pensato che era un gioco da ragazzi... Cazzate. Col tempo ho capito che c' sempre qualcosa da scoprire, un marchingegno nascosto... Il flipper si evolve, i bobbini si deformano, e la spinta  diversa..."
Non ci capivo niente, ma lo ascoltavo ammirata.
Per un'estate intera scesi di casa trovandomelo l, alle ventuno in punto, seduto sulla sua lambretta, che mi aspettava cantando Nuvolari e fumando una delle sue amate Lucky Strike.
Giravamo i colli di Bologna sotto un cielo di stelle, per poi parcheggiare la lambretta sulla strada e andare a cercare pezzi di prato dove sdraiarci a vedere dall'alto la citt illuminata. L mi parlava della Spagna e delle corride, citando a memoria dei passi di Morte nel pomeriggio, oppure mi raccontava la trama de Il lungo addio, un film che aveva visto tredici volte. (Quasi sempre, prima di riportarmi a casa, fresco delle lezioni di Lingua di velluto, passava con me dalla teoria alla pratica.)

Un pomeriggio di settembre, sotto un castagno di quattrocento anni, gli dissi che la cosa stava diventando troppo seria, che io avevo solo diciassette anni e che dovevo fare... esperienza. Manlio schiacci la sua Lucky sotto la suola della scarpa da tennis senza dire nulla, infine mi caric sulla lambretta e mi scaric sottocasa: lo vidi abbassare la testa senza riuscire a guardarmi e ripartire come uno che, se soffre, non lo fa in compagnia.
Per parecchi anni ci perdemmo di vista. Seppi da Mario che aveva sempre qualche donna, che lavorava come programmatore di computer, che gli erano diminuiti i riccioli - ora cosparsi di molti fili bianchi -, cos come aveva perso un po'di quella sua aria furba e scanzonata. Poi, una sera di quattro anni fa, Diego mi disse: "Hai saputo che Manlio si sposa?"
Il giorno del suo matrimonio mi presentai al pranzo nuziale col mio biglietto d'invito. Manlio era un uomo fatto, ancora bellissimo, e sembrava felice. Battei le mani con gli altri durante i 'Bacio bacio'e simpatizzai all'istante con la sua sposa in bianco, una ragazza mora e magrolina che faceva il vigile. Dopo un assaggio svogliato alla torta di frutta, mi allontanai dal ristorante per addentrarmi nel parco. Scesi gi fino a un ruscello e mi sedetti a riflettere su un piccolo sasso. Quando vidi Manlio arrivare io piangevo come una cretina: lo guardai in quegli occhi che avevano messo le loro volpi in fuga.
"Sono un'egoista", gli dissi, come per scusarmi "la mia vita non va,  per questo che piango..." Poi, indagandogli la fronte per rinverdire vecchie sintonie, aggiunsi: "Ti ricordi?"
"S, mi ricordo", rispose, abbassando la testa e sedendosi anche lui.
"Esperienze... ne ho fatte".
E lui, quasi ridendo: "S, ne hai fatte".
"Bisognerebbe tenersi stretta la prima persona che ci fa battere il cuore", dissi "e non lasciarla pi..."
Rimanemmo abbracciati per un tempo lunghissimo. Io singhiozzavo contro la sua giacca di Prada e lui mi passava una mano tra i capelli con molta tenerezza.
"Lo sai che non  vero", sospir.

"Ehi, sciagurati!" esclama Manlio appoggiando sul tavolo una bottiglia di Cabernet. "Se non vi chiamo io..."
"Sai com'", si giustifica Mario "tua moglie  incinta..."
"E voi, figli... quando?"
Vedo Mario deglutire e alzarsi alla ricerca di un cavatappi.
"Va be', ho capito, non ne farete mai..."
Mi guarda, mi studia attentamente. "Adele", dice "ti trovo in forma".
Arrossisco. "Ma no", dico "stasera sono distrutta".
"Sempre ore piccole? Adesso con chi stai?"
"Si lamenta che non scopa da un secolo", risponde Diego per me.
"Non mi lamento affatto".
"Eh, che coda di paglia", fa Mario.
"Stai scrivendo per qualche cantante famoso?"
"Macch", interviene Mario al mio posto "basterebbe che firmasse una parola, una sola parola, in una canzone di quel cieco... come si chiama?... ah, Andrea Bocelli, e sarebbe gi in pensione ad aspettare ogni semestre i milioni della Siae!"

Bene, ora se non altro il quarto c' e giocheremo a carte.

10
Mi alzo di buon'ora: le dodici e trenta. Oggi non ho nemmeno bisogno di leggere il mio foglietto:  venerd e devo ancora scrivere i testi per Linda. Prima per vado al bar e chiedo a Emi di scaldarmi una pizzetta. (Non posso certo scrivere a stomaco vuoto.)
Seduta su una vecchia sedia di legno dietro al bancone, Emi  intenta ad ascoltare uno sceneggiato radiofonico.
L'ultima tintura ha sfumature gialloarancio che mi fanno pensare che il parrucchiere deve aver sbagliato qualcosa, ma Emi non  tipo da fare caso a questi particolari. Somiglia a certe donne russe, floride e sensuali anche a sessant'anni, che nei giorni di festa indossano vestiti a fiori dai colori vivaci, e ballano e cantano come ragazzine. Mi chiedo se anche lei ha il suo giorno di festa e bicchierini di vodka da mandare gi in compagnia di qualche spasimante.  vedova da anni, ma qui in quartiere ci sono due o tre arzilli signori che le fanno la corte e che lei licenzia cordialmente con un sorriso e una scrollata di testa.

Nel bar, sedute a un tavolino, madre e figlia mangiano in silenzio. La ragazzina ha capelli ricci di un naturale rosso Aperol e un viso paffuto cosparso di piccole efelidi. Sembra molto timida, molto chiusa in se stessa, mentre apre senza vigilanza - la madre, una quarantenne dall'aria sciupata, sta sfogliando il giornale - la terza confezione di flauto al cioccolato, che divora tranquilla.
Anche Betty aveva le lentiggini, le aveva dappertutto, pi evidenti in estate, e anche lei a quell'et scontava il sovrappeso di una passione incontrollata per i dolci. Ma Betty, contrariamente a questa, era bionda e molto pi vivace. I suoi occhi grandi, gialli, da gatta, erano sempre beffardamente pronti a cogliere il lato comico delle cose e a ridere delle stranezze dei grandi, comprese quelle di sua madre. (Ne rideva fino a un certo punto, per.)

Torno a casa e provo a lavorare. Squilla il telefono, rispondo. "Adel?" Oh,  Marie, che felicit, la mia petit Marie da Marsiglia.
"Alors, comment a va?"
"Bien, bien..."
"Et tes amours?"
"De merde... laisse tomber..."
Marie...
Purtroppo vive distante e ci vediamo poco. Quando viene a trovarmi, in estate o per le vacanze di Natale, mi riempie la casa di piccole sculture - sirene in creta dalla coda lunghissima -, della sua dolcezza e del suo simpatico accento alla 'ispettore Clouseau'.  molto bella, Marie, e ha sempre storie fragili con uomini di cui si innamora con l'ingenuit di un'adolescente.
"Un peu de folia...", sospira. Gi, vorrebbe un uomo con un po'di folia, come dice lei. Difficile trovarne.
"Se io torna indietro", dice "io non farei plus... non direi plus... non..."
Io non conosco il francese e Marie non conosce l'italiano. Ognuna fa a pezzi la lingua dell'altra, ma ci intendiamo che  una meraviglia. Misteriosamente riesco a capire che si  innamorata di un ragazzo canadese e sogna di andare a vivere con lui a Montreal, dice anche che a lui piacciono i bambini. (Se fossi una che viaggia, forse andrei con lei.)
Ci salutiamo ripromettendoci di rivederci al pi presto. Marie sa che non andr mai a Marsiglia a trovarla, ma per fortuna a lei viaggiare piace.

Stacco il telefono. Sorseggiando il caff, mando avanti e indietro il nastro con la voce registrata di Linda. Cerco parole adatte a questa melodia. Inseguo un sogno d'Africa... un'isola nell'anima... il mare che si agita... Il ritornello potrebbe fare... Onde... Onde? Mi ricorda qualcosa... Ah s, una canzone di Alex Baroni. Non si pu, cambiamo argomento. Cristo, non ho nessuna idea, nessuna voglia di scrivere...
Mi scopro a ripensare alla ragazzina rossa e golosa dentro il bar di Emi e gli occhi vanno inevitabilmente alla cornice d'argento sopra il pianoforte e, pi precisamente, alla foto della persona che ho amato di pi a questo mondo: una donna, anzi una bambina.

11
L'amica della mia adolescenza o, come si dice, l'amica del cuore, l'ho conosciuta sui banchi di scuola media tra un esperimento sulla bile in classe e qualche festicciola dove ballavamo The Hustle di Van Mc Coy o Lazy Lady.
Ci sedevamo in fondo all'aula a disegnare ardite caricature dei nostri professori, soprattutto di Pomati, il vecchio insegnante di disegno di cui coglievamo sempre la stessa espressione di terrore di quando lo avevamo scoperto - un pomeriggio in centro - uscire da un cinema a luci rosse, annientato dalle nostre risatine.
Invece di studiare, io e Betty passavamo i pomeriggi a rubare mignon di Vov e China Martini nei grandi supermarket, a spaccare noci di cocco buttandole gi dalla terrazza e a fumare le prime Mercedes, nascoste nella cantina dei miei tra salumi, bottiglie d'olio e vecchie gabbie per i canarini.
Sua madre tradiva il marito con un ragazzo di vent'anni pi giovane e, durante le scopate pomeridiane con l'amante, la scacciava di casa con centomila lire in tasca. Betty spendeva i soldi abbuffandosi dentro una pasticceria e, quando rientrava, mandava gi senz'acqua svariate medicine. La madre allora, per evitare la noia delle lavande gastriche, le infilava subito un dito in bocca per farla vomitare. "Elisabetta", gridava "quando la smetterai di tirarmi questi brutti scherzi!"

A scuola, Betty era portata per le lingue e diceva sempre che da grande avrebbe volato sugli aerei, facendo l'hostess o l'interprete. Le piaceva guardarmi imitare le attrici famose, o fare il verso a Mina e alla Vanoni quando, prendendo in mano i libricini coi testi delle canzoni di Sanremo e agitando il manico della scopa a mo'di microfono, salivo su una sedia a fare i miei show. Lei batteva le mani con forza, lanciandomi addosso bign e carte di cioccolatini come fossero fiori.
Certi pomeriggi registravamo con un vecchio Geloso gli amplessi della madre con l'amante e li ascoltavamo piegate in due dal ridere, altri mettevamo in scena veri e propri spettacolini (io volevo sempre fare Cleopatra e utilizzavo il metro da sarta di mia madre al posto della serpe). Consumavamo Battisti dentro il giradischi - e anche Tubular Bells perch avevamo visto L'Esorcista al cinema - facendo indigestione di cremini e gianduiotti e spruzzandoci bombolette di panna l'una nella gola dell'altra fino a soffocare.
Le notti che i miei genitori mi davano il permesso di dormire da lei, soprattutto nei giorni festivi, quando non c'era scuola, restavamo sveglie fino all'alba a ridere e parlottare a bassa voce. Prima di dormire, Betty mi si stringeva addosso con tutto il suo peso, al punto che mi immobilizzava e spesso faticavo a prender sonno. (Dopo ventidue anni, sento ancora il suo odore.)
In certe fughe al mare in corriera, nelle stagioni fredde, io mi sedevo su un moscone a scrivere poesie e lei, camminando su e gi per la spiaggia, aspettava buona buona che io avessi finito. "Le tue poesie sono all'acqua di rose", mi diceva dopo averle lette. Allora, soffrendo, io buttavo i fogli in mare e lei scoppiava a ridere.
" un'amicizia morbosa, bisogner dividerle", si lamentava mia madre al telefono con la sua. L'altra era d'accordo. (Ma come si fa a dividere qualcuno da se stesso?) Poi per un po'smisero di opporsi.

Il giorno del sedicesimo compleanno di Betty, dopo aver suonato al piano Al chiaro di luna per lei e aver ricevuto gli applausi di tutti i partecipanti alla sua festa, mi misi a ballare con un compagno di liceo, uno che aveva i polpacci grossi e che da grande voleva fare il calciatore.
La citt boccheggiava e le finestre del salone erano spalancate. Quando il primo fulmine di un temporale estivo ruppe il cielo in filamenti di pioggia spessi come righelli, tirammo tutti un sospiro di sollievo. Barry White scatarrava da un giradischi, coppie di liceali ridevano e ballavano bevendo Fanta e Coca Cola. Betty, seduta in un angolo, reggeva sulle gambe un grande cabaret di pasticcini e li sbocconcellava tra una Mercedes e l'altra.
Il ragazzo con cui stavo ballando continuava a parlare di rigori e calci d'angolo; mi distrassi e, con la coda dell'occhio, vidi la mia amica alzarsi, appoggiare il cabaret semivuoto sopra un tavolino e avvicinarsi lentamente verso una finestra.
Istintivamente, allora, allungai una mano verso di lei, ma non riuscii a toccarla. Il salto fu un tuffo agile, perfetto, sotto una pioggia tiepida e scheggiata. Mi sporsi dalla finestra e vidi il corpo di Betty che troneggiava largo, sereno, sul cofano di un'Audi; sentii qualcuno dire: " sempre stata una ragazza strana".
Dieci giorni pi tardi, Betty usc dal reparto di rianimazione e fu trasferita d'urgenza all'ospedale elioterapico di Cortina. Non la vidi pi. I suoi si separarono e lei cambi citt al seguito di sua madre e del suo amante. Sei anni dopo un trafiletto di cronaca nera sul Resto del Carlino ne riportava la morte per overdose.

Il resto  musica.
L'ho portata con me dentro i tasti, nei miei accordi minori, e tutte le volte che, scrivendo una canzone, mi sono chiesta: "Sar all'acqua di rose?". Certe notti mi tornano alla mente le paperette rosa del suo giocadormi, un pigiama tutto d'un pezzo che usava per dormire o quando stava in casa; chiudo gli occhi e la sento avvicinarsi nel buio - con un rumore di carta stagnola e un profumo denso di cioccolatini - infilarsi nel mio letto e abbracciarmi in cerca di tepore.

Sposto gli occhi dalla foto e mi metto al lavoro.

12
Finisco di battere al computer i testi per Linda, mangio un'insalata davanti a Friends alla tv, e dopo decido di vestirmi: una maglia a maniche lunghe verde militare e un paio di jeans neri.
Anche se non so bene dove sono diretta, alle undici e qualcosa esco di casa. Potrei andare a dare un'occhiata al Circus caf, un locale che ha appena aperto in via Murri, oppure girare a caso in macchina con Home dei Depeche Mode nello stereo...

Mi avvio fumando verso la mia auto, sull'altro lato della strada, e poi lo vedo: seduto per terra, appoggiato a una cabina del telefono, con in mano l'immancabile bottiglia di anice mezzo consumata.
Le macchine gli passano negli occhi da destra e sinistra, ma lui sembra occupato a fissare un punto imprecisato della notte o dell'umana viabilit. Non so se  il caso di disturbarlo o di passare oltre. Ma sento la sua voce, placida come un lago: "Ciao Adele", e non mi sta guardando. Mi chiedo se, come un cieco, mi ha riconosciuta dall'odore.

Ho conosciuto Boris due anni fa al concerto dei Faretra blu. Suonava la fisarmonica in alcuni pezzi, in qualit di ospite del gruppo. Aveva i capelli bianchi raccolti in una coda, pesava centodieci chili e suonava a occhi bassi, toccando i tasti pi struggenti con aperture lente e elastiche di mantice e chiusure stanche, innervate sui registri bassi.
Dimostrava quarant'anni, ma ne aveva soltanto ventisei.
La nostra piccola storia ebbe inizio quella notte stessa. Finito il concerto, lui mi segu in strada. "Hai bisogno di un passaggio?", gli chiesi. "No", rispose "abito qui vicino". E poi, molto semplicemente: " che questa notte, se non hai altri impegni, vorrei fare l'amore con te".

Mi addormentavo all'ombra della sua pancia enorme, lattea, da grande leviatano, rassicurata e protetta come una bambina. Certe notti mi svegliavo all'improvviso sentendolo alzarsi dal letto per andare a raggiungere in soggiorno il mio Kaufmann scordato. Lo ricordo cos: piegato sui tasti, nudo, flaccido e senza inibizioni mentre, improvvisando languide melodie alle sei del mattino, obbligava i miei vicini a bussare insistentemente contro il muro.
Tra un accordo minore e l'altro, nell'ovatta della sordina, ruttava anice e mi parlava di musica. Possedeva entrambi i miei dischi e gli piacevano. "Non puoi smettere di scrivere le tue canzoni", diceva, incoraggiandomi a vedere le cose dal suo punto di vista, ma senza la pretesa di convincermi (non credo che abbia mai diretto il traffico, suo o di altri, in tutta la sua vita). Lui non aveva mai sognato di diventare qualcuno con la musica, mi disse. Suonava nei centri sociali, nei club, a sagre di paese, a volte senza compenso o con gruppi che si autoproducevano un disco per venderlo ai concerti a diecimila lire. Per il resto, a parte qualche lavoretto in nero, passava il tempo al bar Max di vicolo degli Angeli a bere anice e a parlare coi vecchi.
In sei mesi non ci facemmo una sola telefonata, n ci demmo mai un qualche appuntamento.
Ogni tanto io capitavo al bar Max e lo trovavo l, seduto su un trespolo con un bicchiere di anice in mano. "Come va?", gli chiedevo. Lui mi guardava con un mezzo sorriso - espressione massima della sua contentezza -, si infilava la stessa giacca stretta che usava sia d'estate che d'inverno, e usciva dal bar per fare pisciare il suo piccolo cane che, vicino a lui, sembrava un moscerino. Oppure saliva subito sulla mia Clio, lasciandosi mollemente portare a casa mia dove facevamo l'amore con Famous blue raincoat di Cohen o Thank you Satan di Ferr in sottofondo.
Potevo stare anche quindici giorni senza vederlo, per, quando entravo nel bar, ce lo trovavo sempre. Boris non si negava mai, era sempre l, al suo posto, con la schiena larga appoggiata alla parete piena di trofei della Virtus, il suo mezzo sorriso, il suo cane e una bottiglia di anice sotto il braccio.
Una volta sola, quando mancai per un mese, appena entrata nel bar lo sentii dire: "Da quando ti conosco bevo il doppio". Allora, in un accesso di onest gli parlai di un batterista e lui mi ascolt per pi di un'ora, solidale e attento, fissandomi con quei suoi occhi grigi e perforanti.
"Ho capito", mi disse, in bilico sul trespolo, quando ebbi finito. "Non preoccuparti per me".
"Perch non dovrei?", chiesi io.
E lui, mezzo ridendo, liquidamente assorto contro la vetrata del bar, butt l la frase: "Ho imparato a sopravvivere a tutti i miei desideri".
Lo incontrai per caso parecchi mesi dopo, in un altro bar. Mi sorrise nello stesso modo, mi ferm e mi chiese come stavo. (Forse se lo avessi preso per un braccio e lo avessi trascinato a casa mia, avremmo fatto l'amore fino all'alba, parlando di musica e ascoltando le stesse canzoni, e non ci saremmo chiesti niente: n un favore, n un prestito, n una mollica di futuro.)

"Come mai da queste parti?", domando.
"Ho un amico che abita in zona..."
Mi siedo sul marciapiede accanto a Boris; lui mi fa spazio per permettermi di appoggiarmi contro la cabina; e restiamo cos, credo un quarto d'ora, in totale silenzio.
"Ci pensi ancora" mi chiede a un certo punto "a quel batterista?"
Sorrido. "E tu... donne?"
"No, solo la mia fisa... Lei... c' sempre".
"Suoni ancora?"
"La musica  come l'anice... mica si pu smettere".
Poi ancora silenzio per altri dieci minuti.
Socchiudo gli occhi e sento che potrei assopirmi cos, con la testa sopra la sua spalla, e risvegliarmi nel traffico di domani come nell'inferno.
"Sai cosa dice Clint Eastwood in un film?", dice dopo avere dato un lungo sorso dalla bottiglia. "Si nasce soli e si muore soli, tutto il resto  regalo... Il problema  che non mi ricordo il titolo del film..."
"Perch,  importante?"
"No, ma lo rivedrei".
Comincia a piovere; si alza barcollando. "Ci si vede".
Lo guardo camminare, stanco su strade pi stanche di lui (non a caso, secoli fa, le strade si chiamavano rughe), poi si volta all'improvviso e torna indietro. (Ha nello sguardo un sovraccarico di strappi, di cose portate via. Beve e mangia troppo, penso, ma non glielo dir.)
"Una donna a dire il vero c'..." dice calciando con un piede il mozzicone che ha appena spento "ma non la vedo mai, mi manca l'entusiasmo..."
La pioggia ora ci sta inzuppando dalla testa ai piedi.
Mi viene in mente una canzone di Hendrix. Prendi tutti i tuoi blues e gettameli ai piedi. Oh,  a questo che servono gli amici...
"Hai voglia di parlarmene?", gli chiedo.
13
Ho gi mangiato un tramezzino al bar, bevuto due caff e fumato cinque sigarette. Ho anche gi faxato a Martini tre testi per Linda: semplici, ma abbastanza dignitosi.
In questo preciso istante mi rendo conto che oggi  sabato, gli uffici sono chiusi e non faccio pi in tempo a disdire il mio appuntamento di luned con Angelo Cera. Non posso pi annullarlo. Pazienza. Mi inventer qualcosa all'ultimo minuto.
Mi sdraio sul letto, leggo qualche pagina di un libro e, non so perch, mi viene subito da chiudere gli occhi anche se non ho sonno. (Una nuova depressione o  sempre la stessa?)
Un'ora dopo mi vesto, salgo in macchina e imbocco la tangenziale. Esco a Roveri e, dopo circa dieci chilometri, arrivo in prossimit della Valletta; parcheggio davanti al cancello e mi accendo una paglia.

Passate le fabbriche, in un angolo di verde della zona industriale, c' questa vecchia casa colonica, mai ristrutturata, dai muri colorati di graffiti; sul campanello c' scritto Centro giovanile la Valletta. Sotto, in quelle che un tempo erano le stalle, ci sono due sale attrezzate con un'amplificazione logorata dall'andirivieni di gruppi vecchi e nuovi che, suddivisi in turni, si dividono quel piccolo spazio a un prezzo decisamente politico, se si pensa alla penuria di sala prove in citt.
Qualcuno ha spesso minacciato di chiuderne i battenti per utilizzarla in modo diverso ma poi, nelle varie riunioni di quartiere, c' sempre stato un responsabile dell'ufficio Promozione Giovani che ha detto: "Non mi interessa che l dentro nascano i nuovi Rolling Stones! Dovr pur esserci uno spazio per il doposcuola o il dopo lavoro!". Cos, grazie a gente come lui, la Valletta ha potuto tirare il fiato.
Al piano alto c'era, e credo ci sia ancora, un grande locale adibito a studio di registrazione dove i gruppi potevano registrare con due lire i loro demo. E fu l che salii anch'io, un freddo pomeriggio di otto anni fa, in cerca di alleati.

Ci che vidi, mettendo piede per la prima volta in quello strano universo, furono divani smembrati, ex cattedre scolastiche che reggevano un mixer, un sedici piste e due casse Martin; attaccapanni di cavi, jack maschi e jack femmine; poster cadenti di Blondie e di Siouxie and the Banshees che svenivano dai muri; sacchi di immondizia secolare abbandonati negli angoli, posacenere stracolmi col fondo cementato di gomme da masticare, cenere, filtri e strisce di cartine; miriadi di cicche, bottiglie vuote e rotoli di carta igienica sopra il pavimento; foglietti volanti di cercasi, vendesi, s'impartiscono lezioni affissi alle pareti...
I miei futuri complici se ne stavano l, in mezzo a quel casino, a passarsi canne e a suonicchiare per ammazzare il tempo. Fernando, il chitarrista, un gigante buono di ventiquattro anni, mi offr una mano sudaticcia invitandomi a sedere su un divano dove affondai subito. Marchino stava infilando il suo basso GL a cinque corde bord dentro la custodia; si volt a sorridermi con un paio d'occhi di pece e una dentatura bianca come un bucato. Pietro era di schiena, impegnato a smontare la vecchia Pearl verde che di l a poco avrebbe venduto; feci appena in tempo a notare i suoi occhi verdognoli e sfuggenti, sulla difensiva, mentre infilava il rullante in un baule (capii immediatamente che era di quelli che, per sensibilit smodata e diffidenza, alzano ponti levatoi con una sola occhiata). Infine, ingobbito sopra una tastiera, c'era Danilo, detto "Flemma", il clone di Woody Allen, solo un po'pi alto. (Appena ci mettemmo a provare, capii la ragione di quel soprannome: Flemma passava il tempo a cercare suoni di tastiera con una lentezza esasperante.)

Bastarono poche settimane per rendermi conto che erano tutti musicisti di talento. Eppure, non so perch, sembravano nati sotto una cattiva stella. Gente, insomma, che non si era mai trovata nel posto giusto al momento giusto. (Droga e alcol, imparai col tempo, avevano precluso loro molte opportunit di lavoro. A parte Marchino, che non beveva e non fumava - ed  l'unico infatti che adesso suona nella band di un cantante di successo -, bevevano tutti come spugne.)
Commisi subito e senza rimpianti lo sbaglio di innamorarmi di loro, per questo non riuscii mai a tenerli a freno e, nelle tourne che facemmo in seguito, accadde di tutto. Flemma si perse in molte citt con molte ragazze del posto, costringendoci a cercarlo per mari e per monti con l'angoscia che saltassero le date successive. Nando, la volta che sua sorella commise l'errore di annunciargli al telefono la morte del suo amato gatto Jimi finito sotto un camion, in preda alla disperazione pi nera si rifiut di suonare per due sere di seguito, obbligandoci a salire in quattro sul palco. Pietro fece risse con clienti o gestori dei locali dove suonavamo, con Marchino che lo trascinava via prima che si facesse male sul serio. Io, come una maestrina in gita con la scolaresca, vivevo nella speranza che andasse tutto liscio. Niente andava mai liscio. Ma li amavo. Li amavo e li trovavo irresistibili.
Con loro mi feci le pi grasse risate di tutta la mia vita. Con loro dormii nei furgoni e negli alberghi abituandomi a puzze, calci, rutti e manie; Flemma parlava nel sonno, Nando intasava di vomito tutti i lavandini d'Italia, Marchino si lamentava che non c'erano mai soldi e Pietro beveva per dimenticare che si stava innamorando di me. Sul palco, per, facevano faville.
Ci furono i concerti affollati e altri davanti a dieci persone (barman, pierre e cameriere). Ci furono organizzatori stronzi che si rifiutarono di pagarci; piogge che fecero saltare i concerti all'aperto, e altri che facemmo sotto lampi e tuoni col rischio di morire fulminati.
Vedemmo posti che non avremmo mai pi visto, alcuni li sfiorammo appena, altri li scordammo subito. Incontrammo persone alle quali raccontammo la nostra vita in una notte, forse proprio perch non le avremmo pi riviste, e altre che ci seguirono come cani fedeli a ogni tappa nella loro regione.
Albe in cui Nando, ubriaco, a cavalcioni sulla ringhiera del terrazzo di un hotel, minacciava di buttarsi di sotto, con Flemma, assonnato in un angolo, che gli diceva: "Scendi e smettila di fare il cretino". Quando finalmente si decideva a scendere, Nando finiva quasi sempre col prendersela con le sue chitarre. "Le vendo tutte!", urlava, come se a noi ci importasse qualcosa. Ne aveva sette, di chitarre, e le amava tutte a un tale livello che a volte, per il troppo amore, gli prendeva una gran voglia di distruggerle. Ricordo di averlo visto singhiozzare davanti alla vetrina di "Guitars", un pomeriggio, in preda a un colpo di fulmine per una Stratocaster del '64, ed  l che ho capito perch non aveva mai donne.

Questo eravamo io e la mia vulnerabile trib: battitori liberi dentro lo stesso gruppo, sognatori incalliti seduti in ultima fila, cacciatori che non prendono la mira, innamorati che non si dichiarano mai. Ancora adesso, quando ci vediamo, ci sale un magone per cose pi grandi di noi, per come sono andate, per come potevano andare... Non abbiamo pi sogni o progetti in comune, solo questa comunione di debolezze, questa intimit definitiva.
Flemma ora fa piano bar in locali tra Modena e Parma. Nando suona con un paio di rockband di ragazzini, ma viene spesso buttato fuori per eccessi alcolici e manie di protagonismo. Quando prende la chitarra in mano, in certi locali dove si fa musica dal vivo, sforna tonnellate di note al minuto con svisi alla Hendrix di mero virtuosismo. Alla fine, sentendolo suonare, c' sempre un dilettante seduto a qualche tavolo che decide di vendere chitarra e amplificatore il giorno dopo.

14
Negli ultimi anni, intorno alla Valletta c' stata una grande moria di gruppi: gente che arrivata ai trent'anni non se l' pi sentita di giocare. Dino Ballardi, il chitarrista dei She's in Blue, quando l'ho incontrato tempo fa mi ha detto: "Vado a fare il camionista, dopotutto  un mestiere romantico...". "Basta che non lo dici a un camionista", gli ho risposto io. Mi ha raccontato che suo padre, un muratore di Calderino, lo aveva preso a cinghiate il giorno che era tornato a casa con una Gibson verde e un piccolo amplificatore Marshall, ma poi gli aveva dato un limite di tempo per fare della musica un mestiere, e il tempo era scaduto.  andata cos per molti che conosco.
Ci si  sposati come cuccioli alla stessa scodella, ci si  fatti buona compagnia a tutte le manifestazioni cittadine, ci si  scambiati un'idea, una chitarra, un turno in sala prove, con negli occhi un terrore comune di crescere, di alzarci alle sette per andare al lavoro...
Eppure qui, in questo posto bellissimo, la Valletta, e pi precisamente in una sala prove zeppa di fumo e di sudore, un tempo anch'io e la mia band abbiamo chiuso gli occhi e sognato di spiccare il volo. (Questo prima che il business ci stanasse, ce li facesse aprire e che un Mangiafuoco qualsiasi arrivasse con la sua aria da sbirro o da pompiere a spegnere scintille, a impedire corto circuiti e a dirci: "Ragazzi, il pop ha le sue regole".)

"Adele, basta che sorridi", diceva il Mangiafuoco. "In tv, nelle foto, dappertutto, sorridi. E cambia look. Con quel broncio e quelle calze nere sembri uscita da un caveau di Parigi!"
Mi esibivo in playback negli studi televisivi, tra manichini di cartapesta e gli applausi a comando di un pubblico di zombie. Sorridevo a presentatori-guru di fasce giovanili senza senso critico, che mi chiedevano "A chi ti ispiri? chi imiti? in chi ti riconosci?" come se si dovesse sempre per forza somigliare a qualcuno. Poi, uscendo di scena per fare largo a un cantante di mezz'et molto famoso, incrociavo il suo sguardo insoddisfatto da Alessandro Magno che, dopo essersi preso oriente e occidente, non sa pi che cosa conquistare. (Eccolo il successo, pensavo, eccolo.)
La mia band, intanto, chiusa giorno e notte dentro uno studio di registrazione a fare e rifare pezzi per dischi che avrebbero avuto i soliti problemi: nessuna promozione, distribuzione a singhiozzo nei negozi...
"Non  roba commerciale", diceva il Mangiafuoco "non piace ai dj".
Allora tutto quell'amore, tutto quel sudore, finivano sull'ultimo scaffale del reparto Curiosit di un negozio di dischi.
Adesso qualcosa  cambiato. I Mangiafuoco mi portano rispetto, mi affidano i loro artisti.
L, in quegli uffici da padrini dove scartano, ingaggiano, dispensano fortune o calci nel sedere, succede ancora di tutto. Contratti svaniti, liquidati; artisti prima illusi e poi rispediti a fare i pizzaioli, vite distrutte da un giorno da leoni sul palco di Sanremo e mille da pecora nell'ambulatorio di uno psicologo. E loro sempre l, sempre gli stessi, a preoccuparsi di non perdere il posto e ad attendere sempre, instancabilmente, un nuovo Ramazzotti...
"Tra essere una rockstar o il brevettatore, che ne so, di una cosa banale tipo una cannuccia", disse Nando una volta "propenderei subito per la seconda scelta. Inventi una stronzata cos, una cannuccia per la Coca Cola e te la ridi per tutta la vita senza nemmeno bisogno di stupefacenti". "Vero", gli feci eco io "peccato non averci pensato noi... alla cannuccia".

La scorsa estate, nel luglio pi caldo che io ricordi, mentre il mondo sveniva, tappato in casa con la faccia contro un ventilatore, mentre incendiava, collassava e c'era sempre un padre che faceva fuori un'intera famiglia, ci siamo ritrovati tutti, a parte Pietro, a guardare la partita Italia-Camerun a casa di Nando.
"Dopo i trent'anni hai solo voglia di voltarti indietro", ha detto il mio ex chitarrista "non pensi pi che il meglio debba ancora arrivare. Racconti a qualche ragazza le tue vecchie imprese per farti bello, i complimenti che hai raccolto suonando..."
"Non ci abbiamo creduto abbastanza", lo ha interrotto Flemma "o avevamo altro per la testa..."
"Va be'",  saltato su Marchino per cambiare argomento "brindiamo all'Italia che ha vinto tre a zero".
Ci siamo alzati tutti con l'intenzione di accostare i bicchieri quando Nando, con una bottiglia di grappa Val di Cembra in mano, ha letto: "Da consumarsi preferibilmente entro il millenovecentonovantaquattro".
Flemma, l'unico che aveva gi bevuto, ha deglutito con una smorfia di disgusto. "Ma di', ci vuoi avvelenare?"
"Oh", ha sospirato Nando in vena di precisazioni "c' scritto preferibilmente", e ha mandato gi in un solo sorso il liquido scaduto.

Do un ultimo sguardo alla Valletta. Un gruppo di ragazzi con gli strumenti a tracolla si sta dirigendo verso la sala prove. Accendo il motore e esco dal parcheggio.
(No, Angelo Cera. Scusami, ma non verr a Milano.)

15
Domenica. Una riga di luce, spessa e abbagliante come una spada laser di Star Trek, filtra dalla tapparella. Sbarro gli occhi e scendo dal letto con la lentezza ingessata di una settantenne. Be'non sono certo quel che si dice 'una donna che si tiene in forma'.
Vado in cucina e sciolgo un'alka seltzer in un bicchiere d'acqua; in genere  cos che curo i miei mal di testa dopo una notte alcolica.

Ieri sera, a mezzanotte, mi sono diretta verso il Link. Alla biglietteria c'era una lunga fila per un concerto dub pubblicizzato dalla scritta criptica di un manifestino. Mentre aspettavo di entrare mi si  avvicinato un tipo sulla trentina. "Sei sola?", mi ha chiesto. "S", ho ammesso io con un po'di imbarazzo. E lui, prontamente: "Se mi paghi il biglietto, ti faccio compagnia". Ho voltato la testa dall'altra parte senza rispondergli, pensando 'Bel modo di iniziare una serata'.
Entrata al Link, mi sono appoggiata a una parete con una Beck's in mano. La musica mi martellava dentro i condotti uditivi come il trapano del mio vicino di casa quando, certe mattine, gli viene la bella idea di fare dei lavoretti. Finita la birra, ho ordinato un gin lemon e mi sono messa a guardare il passeggio.
Troppi ventenni smaliziati, troppi universitari fuorisede, troppi hipopisti. Ma anche troppa gente tra i trenta e i quaranta: informatici, grafici, pubblicitari, artistoidi vari del computer (dovevano inventare questa scatola per dare un senso e un lavoro alla mia generazione?). Eterni Peter Pan bellocci che sembravano usciti direttamente dalla pubblicit del Martini dry, con quell'aria casuale e sorridente da lounge music, e i loro aperitivi al bar dei Commercianti per scroccare notizie sulle feste (ma non sono stanchi di andare alle feste?).
Dopo un secondo gin lemon mi sono fatta largo a spallate - urtandomi con tizi che salutavano altri tizi continuando imperterriti il percorso vitae dei riconoscimenti esclamativi (ehi, ohi, ol, anche tu qui?), delle conversazioni interrotte (interessante! ehm... scusa, devo salutare un amico) -, e ho raggiunto l'uscita.

Sui viali della Fiera: trans mezzonudi con pellicciotti finti e tacchi a spillo. Mi  venuto da ridere ripensando a quella volta in cui passando in auto sui viali con mia madre l'ho sentita dire: "Povere donne, che mestiere ingrato, chiss che freddo hanno". "Non sono donne, mamma", l'ho informata io "sono uomini travestiti da donne". Lei mi ha guardato, incredula, assottigliando gli occhi. "Te l'ho sempre detto, figlia mia, che hai troppa fantasia".

Mia madre.
"Che tipo  tua madre?", mi ha chiesto Pietro una volta. "Una che vive fuori dal mondo", ho risposto io.
Mia madre.
L'hanno messa sotto un paio di volte sulle strisce pedonali, ma ha un fisico d'acciaio. Solo la sua mente va e viene come un tergicristallo, a volte c' e a volte non c', batte un tempo tutto suo da quando mi ha partorito, anni di cliniche non  che siano serviti a granch.

Tornata a casa, ad aspettarmi sulla soglia c'era la mia solita amica: l'insonnia.
Anni fa la seminavo scrivendo canzoni, ma adesso canzoni non me ne escono pi. Adesso, appena sento battermi alla gola una melodia, la scaccio via subito; la sento scalciare come un cane al guinzaglio, mugolare per intenerirmi, e infine arrendersi e appisolarsi dentro il suo recinto.
Mi sono spogliata a fatica perch ero mezzo sbronza e mi sono buttata sul letto. Sono mesi che un uomo non mi tocca, ho pensato, mesi lunghi come anni che ho il corpo gelato, spintonato, come se lo avessi messo in castigo dietro una lavagna. Ho infilato nel mangiacassette, ai piedi del letto, una vecchia cassetta di Faust'o: J'accuse, amore mio e via di seguito Hotel Plaza. "Amo i tuoi fiori come nevrastenie... le mani fredde, oblique nelle mie... il cuore  un dubbio intermittente... la notte  un segno permanente...". Ho chiuso gli occhi sognando, come ogni notte, il mio fantasma preferito.
La mia amica Teresa: "Adele, il sesso  salute, bisogna farlo spesso. Tu, gli uomini, non li guardi nemmeno!". E io: "Teresa, hai ragione, ormai non mi si bagna pi neanche in piscina". (Gi. Che amarezza.) Ormai riesco solo a farmi dei film. Mi ficco sotto le lenzuola e torno a essere la bambina con la benda sugli occhi (in quel gioco del bacio in cortile) che doveva indovinare dai fiati e dagli odori i bambini che si avvicinavano. (Il problema  che adesso non si avvicina pi nessuno.)
Il mio ultimo pensiero prima di addormentarmi  stato 'Patetica, lui non torner. Sono tre anni che non torna'.


16
Afferro le chiavi della macchina e esco cos come sono.
Mezz'ora dopo mi ritrovo a guidare fuori citt con una cassetta di P. J. Harvey nello stereo. Fuori: l'autunno.
Supero piccoli cimiteri di paese con croci bianche e essenziali: tutto un buon vicinato di vecchi contadini, ormai senza preoccupazioni, che hanno smesso di lavorare la terra, e che ora non hanno altro da fare che ascoltare le bestemmie dei figli che ancora la lavorano...
Vagoni arrugginiti dove giovani senza senso lirico hanno spruzzato graffiti di cui, ahim, non so cogliere il significato; vigneti su vigneti, sotto un velo di nebbia setosa come cipria; vecchi in bicicletta, altri che portano a spasso i cani. (Adoro questa stagione:  quiete dentro la tempesta.  la mia preferita.)

Guardando la campagna, mi tornano alla mente le prime volte che ho fatto sesso tra i papaveri con un ragazzino. Lo rivedo alzarsi soddisfatto per il pompino rubato a un'intera giornata di picnic coi nostri genitori; ricordo la pozzetta del mio vomito dietro un cespuglio dopo che gli avevo detto: "Tu vai avanti, io arrivo".
Oh, s,  di questo che sono fatti i ricordi.
La lunga sequela di amorazzi da un giorno o da una notte. Loro che chiedevano: "Hai una sigaretta?", rispondevo di no, ma me ne andavo via accendendomene una.
Finelli, il vecchio professore di liceo (vecchio? aveva quarant'anni e certo a me sembrava vecchio) che voleva lasciare moglie e figli per me.
"Io non la amo", gli dissi nella sala insegnanti.
E lui, togliendosi gli occhiali per sfocarmi: "Scusa, non ho capito, puoi ripetere?"
La sua ostinazione ad avermi come un capogiro, come un ultimo colpo di testa. Che avrei potuto dirgli? Che ero felice di parlare con lui solo di filosofia? Che nulla a diciott'anni avrebbe potuto distogliermi dall'amore che avevo di me? Che in tutto mi sarei buttata, soffrendo di vertigini, ma mai nella sua bocca che puzzava di sigaro, rive gauche, sessantotto e il sogno fallito di fare il giornalista? Che volevo reggere la fronte dei miei coetanei eroinomani vicino alle fontane dove collassavano? Che ero affamata di infelicit e di notti che volevo vivere tutte, qualunque appuntamento fosse, inutile o immancabile?
L'ultimo giorno di scuola, uscendo dalla sua vita senza esserci mai entrata, gli chiesi solo il senso di anni, i miei, dove tutto si preparava e non sapevo per cosa. Finelli mi port a fare un giro in auto fuori citt e infine si ferm davanti a un alberghetto di Sasso Marconi. Dalla finestra si vedevano tutte le colline, ma io non ero in grado di apprezzare n lui n il panorama.
"Cosa vuoi, di'?", si arrabbi.
Con un filo di voce vergognosa, risposi: "Cantare".
Allora, per un'ora circa, lo ascoltai deridere le mie illusioni e sconsigliarmele con la scusa di volermi difendere dalla mia ingenuit e dalla mia impazienza.
"La giovinezza crede di avere tutto davanti", disse "ma ha davanti solo il tempo che occorre ai sogni per spegnersi".

Entrando a Bentivoglio, non trovo pi il grande salice piangente riverso sul canale, ma il castello  sempre l, al suo posto, e come da bambina vedo le ombre dei tedeschi vagare presso le finestre dai vetri ancora rotti.
Parcheggio l'auto davanti alla vecchia casa dei nonni, chiedendomi chi ci vive ora. Le finestre della facciata sono seminascoste dai rampicanti. Mi tornano alla mente il pavimento in cotto dell'ingresso, la poltrona di velluto marrone dai braccioli ampi e dallo schienale alto, davanti al camino; la cucina con una parete intera ricoperta di utensili e la vecchia stufa di ferro in un angolo; la credenza di quercia, cos come il tavolo e le sedie; infine, il massiccio letto a baldacchino dove spesso dormivo in mezzo ai nonni.
Dalle inferriate arrugginite del cancello intravedo il giardino, lo stesso in cui giocavo coi miei numerosi cuginetti; dalla scala vedo scendere mia nonna, sento ancora la sua risata bassa, da fumatrice clandestina, mentre mi vedeva arrivare con la pelle graffiata dalle ortiche e quel senso di colpa negli occhi per avere giocato al dottore con un cugino grande.
Lascio la casa e mi incammino a piedi verso il viale che conduce all'ospedale. Arrivo fino alla grande vasca per i pesciolini, ora ricovero di insetti e foglie secche; torno indietro e mi siedo sulla stessa panchina del viale su cui sedevo col nonno all'ombra dei cipressi. Era qui che lui mi parlava della guerra, di quando i tedeschi occuparono il castello, della piccola orchestra con cui suonava in giro e di una figlia avuta da un'altra donna. Quando  morto di prostata, fuori dal cinematografo di C de Fabbri dopo avere visto Gi la testa, mia nonna lo ha seguito a ruota qualche mese pi tardi. Credo si siano amati sempre nello stesso modo, in giovinezza e in vecchiaia, e credo anche che a lei sia venuto naturale tenere tra le cose pi care una foto di Vera a dodici anni - quella bambina concepita una notte, fuori da una balera, e mai riconosciuta -, perch non c' stata rabbia o gelosia da parte sua, dal momento che quella foto oggi mi appartiene e si tramanda come un vecchio orologio o una bussola.

Mi chiedo cosa sono venuta qui a fare, ma so gi la risposta. I ricordi. Esiste qualcosa di pi ambiguo di un ricordo? Cosa aggiunge o sottrae, la mia mente, ad ognuno di essi?
Questo  uno dei rari posti in cui un tempo sono stata felice, o dove ho deciso che lo sono stata.
Mentre sono qui, con le mie radici in mano, squilla il cellulare:  Teresa che, come ogni domenica, mi ricorda di andare a cena a casa sua. Mi alzo dalla panchina e torno verso la macchina.



17
Teresa ha capelli neri come gli occhi e un viso tondo che, quando sorride, si riempie di fossette. Ci conosciamo da anni. Considerando la mia negazione ai fornelli e la brutta piega che ha preso la mia alimentazione,  una vera fortuna che almeno un giorno alla settimana ci sia lei a occuparsi di me.
Vive con Leo, il suo bambino di quattro anni, in una casa piena di tappeti, divani, giochi sparsi di Leo, disegnini incollati alle pareti, e lampade di carta che progetta e costruisce nei ritagli di tempo. Ogni domenica sera l'atmosfera  sempre la stessa: candele accese un po'ovunque, uno sformato di verdura nel forno e una bottiglia di Lambrusco dolce sul tavolo. In genere Leo  gi a dormire, oppure  rannicchiato su un divano davanti a Robin Hood in videocassetta, con la Titti, una bastardina di due anni, accucciata tra le sue gambette. Stasera  con il padre.

Teresa non forza mai le mie confidenze. Mi apre la porta, mi guarda buttarmi su un divano, socchiudere gli occhi, riflettere, dormire, non pensare a niente. Sa che prima o poi parler, mi sfogher su qualcosa, allora ride, sbriga faccende in cucina.
"Ma quale paradiso", dice sempre con una scrollata di spalle "Leo mi succhia il sangue, il mio ex marito mi passa sempre meno soldi e io non ho mai tempo per le mie lampade!"
Solo con lei riesco a parlare a volte di quel bambino che non ho potuto (voluto) tenere. "Non volevo fare come l'amante di certi brutti film che ricatta l'ennesimo uomo sposato con la scusa di un figlio". "S, lo so, non pensarci pi".  un dialogo che si ripete spesso. Teresa lo sa, me lo legge negli occhi, che quando sono gi penso sempre a quello.

Un giorno di tre anni fa chiamai un taxi per farmi portare all'ospedale. Fuori era ancora buio pesto e, quando arrivai, nel corridoio dell'I.V.G. c'era solo un'anziana donna delle pulizie impegnata a dare lo straccio. Pi tardi mi ritrovai con altre cinque donne in uno stanzino freddo del sotterraneo, anticamera alla sala operatoria, dove una solerte e sbrigativa infermiera ci ordin di indossare cuffiette verde mela e copriscarpe dello stesso colore. Fui la numero due.
Quando mi risvegliai dall'anestesia, sul letto numero settantotto bis, ero un'altra persona.
Avevo fatto l'amore con Pietro nel parcheggio della Valletta tante volte ma, quella volta, lo avevo trattenuto in me senza pensare al rischio che correvo. Dentro la sua Escort bersagliata dagli scrosci violenti di un forte temporale, abbracciati stretti in preda a una passione da romanzo, avevamo sognato di morire fulminati. (Questo prima che io mi rimettessi gli slip e che lui, guardando l'orologio, dicesse: "Merda,  tardissimo, Elena si star preoccupando".)
Ci eravamo lasciati con un bacio freddo. Io ero salita nella mia macchina e avevo azionato il tergicristallo - ma ormai pioveva piano e il temporale, a parte qualche lampione, non aveva ucciso nessuno.

Dopo l'intervento mi feci di nebbia per un mese, mentendo su un viaggio che non ho mai fatto. Pietro non sospett, non fece domande, non venne mai a saperlo. Honey, disconnect the phone, dice un pezzo dei Beatles.
"Adele, Adele!" si sgolava Mario nella mia segreteria. Ero imbottita di Valium e non credevo proprio che avrei trovato la forza di sollevare il ricevitore.
Mi ritrovai nello stesso ospedale, con una flebo al braccio e con Mario, furibondo, seduto sul mio letto.
"Tientelo per te", gli dissi.
Annu, socchiudendo gli occhi arrossati. "Tira fuori una sigaretta", disse "e raccontami tutto".
Due mesi dopo Pietro mi lasci (o lo avevo gi lasciato io tenendolo all'oscuro di tutto?). La musique se meurt, pensai, cos come questa storia.

Questo ho imparato: le cose vanno dette. A bassa voce o urlate, vanno dette. Se no, si rischia di camminare tutta la vita a tentoni sopra campi di mine inesplose, tra silenzi che allungano distanze e che spezzano i fili.
Quando do il via ai ricordi e sputo sentenze sulla mia vita passata, sui miei errori e sulle mie occasioni perdute, Teresa si incazza.
"Hai troppo tempo libero", protesta. "Sei piena di rancore, non puoi passare altri trent'anni a roderti cos".
Poi mi sgrida davvero: "Mi manca non sentirti pi cantare..."

Esco da casa di Teresa che sono le dieci. Abbiamo orari diversi: lei si sveglia presto, porta Leo all'asilo e poi raggiunge l'ufficio per le sue sei ore. Io scendo in strada e ho la notte davanti.
Purtroppo o per fortuna, l'incertezza  l'unica certezza che possiedo. Non posso contare, come Teresa, su uno stipendio sicuro a fine mese, ma la vita che faccio  pur sempre quella che ho scelto, ed  forse l'unica che mi si addice (l'inquietudine pu essere un lavoro).
Una piccola pioggia scende sulle cose con circospezione, salgo in macchina e accendo la radio appena in tempo per ascoltare il finale di Aspettando il sole di Neffa, a mio parere una delle canzoni pi belle degli ultimi cinque anni. Guido lentamente, dato che non ho nessuna fretta, e mi sforzo di non pensare che domani avrei un treno per Milano nel primo pomeriggio. (Lo prender?)
Mi fermo a un distributore automatico di sigarette, compro due pacchetti di Camel, rientro in macchina e, dopo circa una decina di minuti, parcheggio sotto casa. Entro, saluto Ofilonoff - che mi guarda dal divano - con un ehil; vado in cucina, apro il frigo e bevo a collo da una lattina di Coca sgassata.
Percorro il corridoio fino a raggiungere la camera, poi mi butto di peso sul letto, al buio. Mi sollevo a fatica e comincio a spogliarmi; imbambolata e ferma per qualche secondo, con il pigiama in mano, mi sento nuda come una chitarra nell'attimo in cui le cambiano le corde...

Guardo il telefono sopra il comodino e ho un solo desiderio: quello di sentire il respiro di Pietro all'altro capo del filo, anonimo come una canzone che nessuno ha firmato, dove non c' chi bisticcia e si accapiglia per i diritti d'autore. Ti prego, chiama - penso -, ma non fare il tuo nome, non dire chi sei, non dire niente.
Ossessione... Strana parola. Credo sia anche il titolo di un film. Uno psicanalista potrebbe spiegarmi il significato esatto, dirmi se  una malattia, di quelle che si studiano e si curano. Qualunque cosa sia, le ho dedicato molto del mio tempo, non c' dubbio, per attitudine o ereditariet.
Silenzio assoluto.
Tra poco chiuder gli occhi: sogner, dormir. Oppure sfoglier fino a domani i petali di una margherita immaginaria: andare a Milano, non andare a Milano, andare a Milano, non andare a Milano, andare, non andare, andare...
18
L'Eurostar arriva puntuale al binario 1. Procede lento e sinuoso come un cane di razza, con un ronzio vellutato da disco jazz graffiato dalla vecchia puntina di un grammofono.
La buona educazione insegna che bisogna assistere pazientemente alla discesa dei viaggiatori giunti a destinazione; ci si mette in fila, in ansia, urtandosi per guadagnare l'area dove poggia la scaletta, poi, finalmente, ognuno sale e cerca a fiuto il proprio posto libero.
Sono solo due le cose che mi necessitano dentro un treno poco affollato: un sedile vicino al finestrino e il permesso di fumare.
Mi siedo nello scompartimento numero 7. Non ho ancora voglia di togliermi la giacca n di guardarmi intorno. Il mondo moderno ha stanchezze e freddezze che non mi interessano: ombrelli, soprabiti, valigette, trilli di telefonini, ronzii di computer portatili, conversazioni ovattate, pennichelle, quotidiani sfogliati. Il treno si muove e avverto un leggero mal di mare, come se fossi su una barca tranquilla sospesa vagamente su rotaie liquide e vaporose.
Mi chiedo perch sono partita.
Ho le narici intasate dalla puzza di orina di questa toilette vacillante. Schizzo pip sull'asse contro la mia volont. Carta igienica non ce n'. Lascio che le mie scorie vengano assorbite dal salvaslip, mi riallaccio i pantaloni e torno al mio posto.
La signora che ho di fronte mi ha appena chiesto qualcosa, non ho sentito cosa ma ho risposto di s. Mi ha guardato con aria sospetta, annuendo. Avr sessant'anni e una gran voglia di parlare di nipoti; mi osserva guardare fuori senza vedere niente, con la mente altrove. Vento a fiumi contro il finestrino; il cielo ha i colori di un'autofficina, tra poco piover.
In questo treno la gente fuma e legge giornali mentre pensa ad altro. D'Alema sta meglio coi baffi o senza? La Cina diventer pi potente dell'America o lo  gi? Un giorno anche i pi indigenti usufruiranno di un piccolo laboratorio per clonare i propri geni? Potremo davvero farci trapiantare reni, fegato, polmoni e avere a settant'anni il cuore di quando ne avevamo quindici? Il mondo migliora o peggiora? Un giorno si potr comprare in farmacia un anticancro in pastiglie allo stesso modo di un tubetto di aspirina?
Una sola notizia  in grado di rendermi ottimista, ed  sapere che le donne, in Africa e in Indonesia, stanche di sfornare marmocchi a catena, cominciano a prendere la pillola, cos nel 2008 o nel 2010 forse ci sar posto per tutti e non si morir di fame, almeno non pi di ora.
Chiacchiere rubate a un treno dove non si parla. Persino la signora sessantenne si  assopita e dorme con la testa insaccata nel bavero del cappotto grigio, grigio come i suoi capelli, come questi sedili, come questa pioggia.
Un'adolescente in pantacalze fucsia sta leggendo un giornalino per teen-agers che ha sulla copertina la foto di Nek. Piccola, inconsapevole mucca da ingrasso del mercato giovanile di questo mondo makegood. Per lei inventeranno nuovi gusti di gelato, e il signor Burghy creer un hamburger speciale pagandone a caro prezzo la ricetta a qualche creativo della culinaria. Appena sar pronta per un centro sociale o una discoteca, la ragazzina perder la testa per le mani di un dj, agili e screccianti sulla piastra, e capir che il mondo  acid: mescola e rimescola. (It's only rock'n roll but i like it...  una vecchia storia.) Oppure, la piccola brucer le foto di Nek e di Di Caprio, si bucher di piercing, baller speed garage e drum'n'bass e si fidanzer con uno dei tanti gemelli diversi, che verr a prenderla col suo berretto a calzino e le mosse di un Fonzie cyberevoluto.
Ma a lei verr risparmiata la lunga coda al cine d'essai dell'esistenzialismo, non si far pippe introspettive, non cercher di capire come gira il mondo: ci fruller dentro e basta con molto senso pratico. Un giorno porter i suoi figli al Megagardaland; e, quando aprir la finestra per sbattere un tappeto, abbraccer con lo sguardo un panorama di Supermall svettanti uno sopra l'altro; scriver la lista della spesa su un computer grande come una scatola di cerini e progetter di andare con tutta la famiglia in ferie sulla luna...

Mi chiedo quali pensieri occupano la mente dell'uomo che sta parlando a un Motorola, oltre quello di arrivare tardi ad un appuntamento di lavoro (che anima pu avere un uomo che accavalla le gambe lasciando intravedere un paio di calzettini bianchi?). E l'apatia della quarantacinquenne che sta leggendo Sepulveda? Dov' finita quella frase che sottolineava a diciott'anni sul libro dei poeti americani? Dalle braccia di un amore nelle braccia di un altro, s, ora ricorda, era di Gregory Corso. Da quanto tempo  che non sprofonda dentro un batticuore, che non si sente viva facendo un'avance al ragazzino di un Pronto Pizza?

Ovunque mi volto vedo esistenze definite per tutti, preoccupate solo di difendere una calma apparente, senza eccessi di gioia o di disperazione. Mi sbaglio? Io non faccio forse lo stesso?
Sono troppo occupata a guardarmi dentro, a fare l'antropologa dei cazzi miei, a studiare il mio passato nell'illusione di capire qualcosa del mio presente e del mio futuro. Sono una corda tesa pronta a rompersi in qualunque momento, e sono cos impegnata a difendermi, a erigere barriere, che non mi accorgo di quello che mi succede intorno.
Che tempo far a Milano?

Il ragazzo in divisa militare non avr pi di vent'anni, il volume del suo walkman  molto alto e sento, attraverso le cuffie, la voce di Kobain cantare I'd rather be dead than cool.
Mi chiedo perch Kurt abbia preferito fucilarsi piuttosto che continuare a timbrare un cartellino sul palco. (In fondo poteva andargli peggio, no? Mica gli si chiedeva di scaricare casse di frutta al mercato!) Mi chiedo perch avesse tanta paura di svegliarsi, un mattino, insensibile e freddo come un cavatappi o un triciclo. Anche Ian Curtis aveva questo tipo di paura?  per questo che ostentava sul palco le crisi epilettiche che aveva nella vita? Per boicottare la sua vita da poster? Per farsi amare - povero illuso - al di l dell'immagine?
Guardo il ragazzo che ascolta a occhi chiusi i Nirvana e mi chiedo cosa ascoltavo io alla sua et.
Mi vengono in mente gli Smiths (Non ho mai avuto un lavoro perch sono troppo timido), Janis Joplin (Tu lo sai che c' un intimo dolore, signore, che fa cantare i blues alle donne), Lou Reed (soprattutto Think it over), i Joy Division (soprattutto She's lost control), sono i primi di un lungo elenco. (Rivedo me a tredici anni sdraiata sul tappeto in finto agnello della mia camera a sentire Money dei Pink Floyd, quel battito cardiaco...)
Adesso ascolto di tutto, persino certe canzonette italiane che mi spezzano il cuore come se fossi ancora un'adolescente. La musica ha questo di bello:  un'emozione. Niente di pi e niente di meno.  pesante,  lieve, ti fa ballare o piangere, arriva dritta al cuore delle cose e a volte te le confonde chiaramente.

La luce opaca dell'autunno batte contro il finestrino e le immagini accelerano, affaticandomi la vista come se fossi seduta in prima fila sotto lo schermo di un cinema affollato.
Mi guardo intorno. Facce. Facce neutre, facce stanche. Orecchie che aspirano musica da un walkman, occhi che guardano sfrecciare campi, fiumiciattoli, paesi. Liberi pensatori che fanno libere interpretazioni sui loro fatti personali; compostezze, silenzi, sospiri; bottigliette d'acqua.
Sarebbe bello saltare su e dire a questa gente "Okay, siamo tutti nella merda" - come a un raduno di alcolisti o a una seduta di psicoterapia di gruppo -, e spargere sorrisi e pacche sulle spalle anche in questo treno.
S, dovrei farlo, dovrei averne il coraggio. Se no, il rischio  che l'anima si defili e che non ci siano pi fionde, frecce che possano colpirla, n amore che dilaghi, n ospiti a cena. (Paura di soffrire... c' qualcosa di peggio?)
Come vorrei che adesso ci cogliesse di sorpresa una tempesta, un imprevisto che mandasse all'aria i nostri appuntamenti. Invece siamo qui, ognuno sulle sue, a pensare male di tutto.
Tutti sigillati come sogliole nel Domopak. Tutti a illudersi di avere in pugno il proprio destino e di avere imparato a non mettere le dita sul fuoco. Tutti attaccati alla vita come a un termosifone casalingo. Tutti ad abbassare tapparelle quando cala la notte o c' troppo sole o pioggia che pu sporcare i vetri. Tutti ad accendere un televisore, un computer, un forno a microonde. Tutti, dall'alto di una torre di controllo, a rimproverare qualcuno di esserci sfuggito... come se fosse un gatto che piscia fuori da una lettiera, come se non esistessero patti che si possono sciogliere o macchine che investono mentre attraversi una strada. Fino a morire dentro un vento fermo, che non scompiglia niente, fissi e impolverati come vecchie linci imbalsamate al centro di un salotto...
 cos che mi sento: una stanza chiusa dove l'aria non gira e dove il vento, per orgoglio ferito, non scuote pi la finestra. Penso ad Angelo Cera. (Cosa mi dir? che non sono fatta d'oro? che devo darmi una mossa? che posso ancora essere venduta?) Mi chiedo se mi far piangere di nuovo.

Periferia di Milano.
La gente comincia a infilarsi giacche e cappotti e a avvicinarsi in fila indiana verso l'uscita.
Sono arrivata.

19
Ho appena dato l'indirizzo a un taxista, un uomo coi baffetti che ha annuito con un breve cenno del capo e che ora si sta facendo largo nel traffico con agilit nervosa, senza la minima voglia di intavolare con me una conversazione sul tempo o su questa citt che lui viaggia a memoria.
Nella pancia sento frusciare un battito d'ali:  la paura di ci che non conosco, l'ansia di leggere i nomi di strade sconosciute mentre il taxista le attraversa.
Canticchio mentalmente "La meteorologia del cuore ha troppi naufraghi...", un verso di una mia vecchia canzone, e guardo dal finestrino squarci di una citt abbastanza grande da farmi pensare che qui, come a Roma, Parigi o Londra, debba sempre succedere qualcosa.
La pioggia squaglia la mia visibilit e proietta le insegne luminose dei negozi e dei bar come grosse uova strapazzate contro il vetro del finestrino; ho la sensazione che tutto, al passaggio di questo taxi e dei miei occhi umidi e curiosi all'interno, prenda una piega artistica, conformandosi al mio stato d'animo come una realt ritoccata. Milano.

Pago la corsa, scendo dal taxi e mi ritrovo davanti a un negozio di antiquariato. A lato c' un portone con venti campanelli, scelgo il pulsante, lo premo, e la voce efficiente e giovanile di una segretaria mi informa di salire al quarto piano.
"Lei  Adele Mainati?", mi dice poi sulla soglia, e al mio s sfodera un sorriso gentile da ragazzona florida e informale.
Mi invita a entrare e mi accompagna lungo uno stretto corridoio dove, affissi alle pareti, luccicano dischi d'oro e di platino oltre ai poster autografati di vari cantanti. Arrivate in fondo, apre la porta bianca dell'ufficio del suo capo. "Prego", mi dice, sempre gentilissima, e si accomiata con un ultimo sorriso.

Angelo Cera  seduto su una poltrona di pelle, dietro a una scrivania di faggio chiaro su cui non vi  altro che una bottiglia d'acqua e un bicchiere (nessuna agenda, nessuna scartoffia, niente fa pensare che lui, l dentro, lavora).
La stanza  un ambiente spazioso e razionale dal soffitto alto; dipinti, sculture in bronzo e vari objets d'art sovrastano mobili antichi e moderni; in un angolo, una lunga cassettiera nera laminata usata a mo'di schedario regge un lettore cd e un mangiacassette.
Sedendomi su una poltroncina di vimini verde bosco, di fronte a Cera, mi accorgo con piacere che sul fondo della scrivania c' anche un piccolo posacenere di vetro.
Colgo il suo sguardo blunotte mentre mi dice: "Ho smesso di fumare, ma tu se vuoi...", lo ringrazio e accendo subito una Camel.
Appena il fumo si espande per la stanza, capisco dall'espressione irritata delle sue labbra che si sta sforzando di sopportarlo come una cortesia controproducente; capisco anche che quest'uomo non far nulla per mettermi a mio agio, anche se esce dall'ufficio per andare a prendere un secondo bicchiere dopo avermi chiesto "Hai sete?"

Dalla finestra vedo rabbuiarsi il cielo di Milano e perdo la cognizione del tempo. Cera sta ascoltando una cassetta su cui sono incise alcune canzoni che ho scritto anni fa con l'intenzione di venderle (le ho scelte a caso, prima di partire, e gliele ho portate cos come mi ha chiesto).
Ne ascolta cinque in rigoroso silenzio poi, mentre l'ultima sfuma, mi guarda e dice: "Queste canzoni non mi interessano, non sembra nemmeno che le hai scritte tu... Sono canzoni scritte per piacere agli altri".
Lo guardo anch'io, indifferente a ci che ha appena detto.
I suoi capelli brizzolati sono pettinati con cura e il suo torace magro  avvolto in un maglione largo, di un grigio chiaro che esalta il colore dei suoi occhi. La sua voce  bassa e noto che si mangia le parole come se volesse buttarle via, disfarsene in fretta.
"Sono fuori dal giro da pi di due anni, lo sapevi? Sono stato in una clinica all'estero a disintossicarmi dalla cocaina... Ora sto abbastanza bene. Sono tornato al lavoro, mi sei venuta in mente e ti ho telefonato..."
Non si fa scrupoli e dice esattamente quello che pensa.
"Il tuo primo disco era un pugno nello stomaco, lo ascolto ancora ogni tanto..." Mi punta addosso i suoi occhi nudi e crudi: "Queste canzoni invece non emozionano".
"Nelle radio non mandavano i miei pezzi" annaspo "e..."
"E allora?"
"C'era un altro tipo di richiesta... non so..."
"E allora?" ripete.
Mi sento presa in giro e non so cosa rispondere. Alla fine, dico la prima cosa che mi viene in mente. "Soffrivo d'ulcera".
Allora lui finalmente sorride come se gli avessi chiesto il permesso di grattarmi.

"Mi sono innamorato dei tuoi primi dischi" dice lentamente, adesso "perch erano diversi... pieni di rabbia... Tu eri bella per la tua rabbia, eri piena di tempesta..."
Stringe il bicchiere con entrambe le mani. "Quello che scrivi adesso, per le radio  perfetto, ma io l'ho gi sentito... Spiegami una cosa, ti sei rassegnata?"
"No", rispondo "quelle canzoni le ho scritte tre anni fa quando avevo gi perso la voglia..."
"La voglia... di cantare?"
"S" annuisco "anche quella".
"Peccato", dice frettolosamente "avrei voluto aiutarti".
Si alza per congedarmi, mi tende la mano e aggiunge: "Auguri per la tua... ulcera".
Con un alito di voce, rispondo: "Grazie".

Percorro nuovamente il corridoio, passo davanti alla segretaria, che per fortuna  impegnata al telefono, e sgattaiolo via senza salutarla. Esco dall'ascensore e mi ritrovo in strada dove adesso diluvia. Mentre aspetto il mio taxi sotto una valanga di pioggia ho solo voglia di accendermi una Camel, sono nervosa ma presente a me stessa, anzi sono persino fiera di me.
Dura poco.
Due o tre lacrime grosse come bocce da bowling cominciano a rotolarmi sulla faccia. Vorrei urlare, ma poi lo vedo uscire dal portone, con un ombrello e il suo maglione grigio, e avvicinarsi porgendomi un fazzoletto.
Con gli occhi rossi e stizziti di una bambina permalosa rifiuto il fazzoletto e mi scosto dal suo ombrello aperto.
Insiste. Accetto.
"Non sono di quelle che piangono", gli dico con orgoglio mentre mi soffio il naso. "Tu... non piangi mai?"
Non sorride e mi fa cenno di seguirlo dentro la caffetteria di fronte. A bassa voce risponde: "Puoi piangere una vita senza che si veda".

20
Ci sediamo su due poltroncine di stoffa color pesca. Il tavolino tondo, coperto da una tovaglietta di pizzo, ha al centro un piccolo vassoio con varie bustine di t e di tisane, oltre a una zuccheriera e a un posacenere di ceramica bianca. Ordiniamo due t al bergamotto.
Sono fradicia, sopra e sotto la giacca. Lui  impeccabile. "Farai bene a togliertela", mi dice. Resto in maglietta e sento bisce di brividi serpeggiare lungo tutta la schiena. La pioggia batte come una furia contro la vetrata della caffetteria; il vento fa tintinnare la porta.
Angelo Cera parla guardandomi negli occhi.

"Sono appena uscito dalla droga... Si pu uscire dalla droga? Non lo so... Diciamo che sto meglio, che ho persino smesso di bere e di fumare, sto attento a quasi tutto ormai... Ho tre figli che non conosco, nel senso che non li vedo mai. Sono sempre in settimana bianca: sanno sciare, cavalcare e tirare di scherma. Le loro madri sono ex modelle che mi hanno trascinato in tribunale, e quasi tutti i miei soldi se ne vanno a loro... Non mi lamento, ho fatto una bella vita, sono stato giovane in tempi d'oro per la musica e ho avuto fortuna. In quegli anni ho conosciuto artisti straordinari. Potrei farti dei nomi, ma li conosci gi. Ora li chiamano geni. Una volta venivano sbeffeggiati appena varcavano la soglia degli uffici con le loro canzoni... I discografici mi dicevano 'Stai perdendo il tuo tempo', ma io tenevo duro: chi fa il mio mestiere deve credere in un artista fino in fondo. Non c' nulla che si possa ottenere con facilit. Quello che conta  l'ostinazione. L'ostinazione  invincibile... Molti, appena acciuffavano il successo, mi abbandonavano per mettersi nelle mani di chi un tempo pensava male di loro. Be', ho sofferto quando se ne andavano, anche se ho fatto parecchi errori anch'io. No, non sono un santo, e non  facile lavorare con me. Adesso sono pi vecchio, pi stanco e pi deluso, ma c' una cosa che non ho ancora perso: il mio intuito..."
Appoggio la tazza nel piattino e evito il suo sguardo. Lui, il suo t, non l'ha ancora bevuto.
Sentendomi in colpa, accendo un'altra Camel. Adesso  silenzioso e guarda fuori;  sottinteso che  solo una pausa e che non vuole essere interrotto. Raduna i suoi pensieri, li ordina, li mette in fila.  come se temesse un cedimento improvviso della mente, o solo una mia fuga improvvisa.
Dietro la sua durezza sento che c' un lungo lavoro (forse ha partecipato allo stesso corso di autostima che ha fatto Beppe Signori prima di tornare a goleare sul campo?)
Riprende a parlare.
"Quando ti ho sentita cantare tre anni fa in un locale di qui, avevo un ricovero alle porte per ordine del medico. Allora non ho potuto fare altro che segnarmi il tuo nome sopra un taccuino... Gli addetti ai lavori scuotevano la testa quando accennavo a te. Nessuno ti voleva, per loro eri un investimento sbagliato, una causa persa. Seduti in quel locale erano in molti a giurare che fosse il tuo ultimo concerto, e cos  stato, o mi sbaglio? Ma tu cantavi e non te ne accorgevi, eri troppo occupata a insultare il mondo e a spezzarti il cuore. Cos dissi a me stesso che appena fossi stato in grado di lavorare di nuovo ti avrei telefonato..."
Non so dove mettere gli occhi, se potessi me li caverei. Il suo  uno sguardo difficile da sostenere; lo infila dritto dritto come sale nelle mie ferite ancora aperte; lui non guarda: trafigge.
So che adesso si aspetta che risponda, che dica qualcosa tipo 'Grazie della fiducia', ma anche se dicessi Vaffanculo so che non farebbe una piega. L'unica cosa sincera che mi verrebbe da dire  che ho voglia di vomitare.
Mi irrigidisco, e intanto tremo per il freddo. "Io non so perch mi trovo qui".
Noto nel suo sguardo un bagliore di disappunto, poi si ricompone. (Uscito da qui, cercher altri diamanti grezzi su cui mettere gli occhi.)
"Allora beviamoci il t" dice "e poi buona fortuna".
Con la coda dell'occhio, mentre fingo di guardare la pioggia di l dal vetro, lo scopro osservarmi con molta attenzione e sento qualcosa tipo una vertigine. Sar la pioggia, o un antico dolore, ma ho paura di cadere.
Si alza, paga il conto e usciamo dalla caffetteria. L'ultimo saluto ha tutta l'aria di un addio.

21
In questo bar della stazione dove mi sono seduta a bere un caff - qui, sotto queste luci spietate che mettono in evidenza le occhiaie violacee, gonfie come valige, di un anziano signore, o l'acne sul volto di qualche ragazza; qui, tra angoli di sporcizia, resti di panini, cicche col rossetto e segatura; qui dove lo squallore  uno standard e non c' un essere umano, borghese, barbone o straniero, che non sembri stanco, indifferente o in attesa da un secolo - mi sento ammaccata come una macchina dopo un incidente.
Sono salita su un taxi mentre Cera, ritto sotto l'ombrello davanti alla vetrina della caffetteria, mi guardava con occhi impassibili. Ora, per riprendere la calma e il controllo della situazione, non conosco altro rimedio che accendermi una sigaretta dopo l'altra. Negli ultimi venti minuti ho perso due treni per Bologna, li ho guardati partire senza riuscire a prenderli, a salirci sopra. Ero immobile, pietrificata - con la bocca aperta e il braccio teso verso un treno in partenza - l, sulla banchina.

Mi chiedo come posso stare cos male per due o tre belle canzoni che non ho pi voglia di scrivere. Mi chiedo perch un talent scout dagli occhi di ghiaccio voglia riesumare una che ho messo in naftalina, una che sapeva solo macerarsi e mettere cuore, nervi, ulcera in piazza come se tutto - persino una canzone - fosse una questione di vita o di morte.
I grandi artisti, quelli di cui parla, hanno dato tutto, il culo, il sangue, l'impossibile... Chissenefrega, io non li voglio avere gli occhi di quel tizio che  primo in classifica, non lo voglio avere quel rancore, quel senso di rivalsa, e quel terrore di precipitare all'improvviso all'ultimo dei numeri. Non la voglio avere quella libert di esprimermi su tutto, non la voglio vedere la gente sotto la finestra che prende per oro colato ogni cazzata che mi esce di bocca. Non voglio ritrovarmi nella mia villa sull'Etna sola come un cane con la paranoia che gli amici mi cerchino solo per chiedermi un favore, con l'angoscia che un pazzo mi spari alle spalle, che il mio commercialista mi freghi dei soldi, e con la paura di non riuscire pi a bissare un successo, a comporre un nuovo hit...
No, grazie, non fa per me, non mi interessa.
Caro Angelo Cera (come dice Billy Corgan in Zero): Sono innamorata della mia tristezza. Lasciamela. La preferisco al sorriso smagliante del successo di chiunque. Solo la musica mi manca, quell'adrenalina prima, durante e dopo un concerto mi manca, quel brivido, quella paura, tutto questo, a volte, mi manca. Ma sono tre anni che ho un sapore amaro di bile in bocca e non so se passa.
(Lampi di magnesio: rivedo il palco all'aperto di Napoli, estate '95, la gente in coda alla biglietteria, i cavi attorcigliati sul palco come vene azzurre, il fonico con le cuffie alle orecchie e le dita sui pulsanti, l'entrata al buio col foglio della scaletta in mano, i bassi inguinali della voce, il sound della band, la nostra sintonia e la carezza finale degli applausi.)

Ne abbiamo avute di occasioni perdendole dice Battiato in una sua canzone...
Se  l'inciso la parte rilevante di un brano musicale, se  l'apertura in maggiore a provocare un fuoco d'artificio, un apice, un'esplosione, preferisco dilungarmi nella strofa in minore, in questa sorta di petting malinconico: piacere senza orgasmo. (Il godimento delude, scriveva Kierkegaard, non cos la possibilit.) Forse  l'attesa il mio solo campo d'azione, e non esistono arrivi.
Cosa devo fare per convincerti? Dirti che non mi escono canzoni, che non ho pi merda dentro il mio intestino? S, lo so, sono una vigliacca. Ho atteso tutta la vita di incontrare uno come te. Se fossi arrivato prima, se fossi arrivato anche solo due anni fa a dirmi tutte quelle belle parole, chiss, forse si era ancora in tempo. Ma i nostri tempi, come in certi amori, non hanno coinciso. Peccato.
La gente... cambia.

22
Non mi sono neppure accorta di avere lasciato la stazione e di essermi incamminata a piedi verso il centro. Avevo troppi pensieri per la testa.
Come per magia, mi ritrovo davanti all'Hotel Spadari, alla destra del Duomo, e i miei occhi vanno inevitabilmente alla vetrata di quella stanza azzurra al secondo piano. Sar destino, o sar che di Milano conosco solo quel locale sui Navigli, Il gatto e la volpe, e questo bellissimo albergo. ( un attimo. Io, nuda, alle sei del mattino che scosto la tenda per guardare fuori. "Amo i battelli, e poi ho il terrore degli oceani... Non  un controsenso?". E Pietro, dal letto: "Dove vuoi andare, dove vuoi arrivare? Accendi la tv, Adele, cosa ci vedi? Pose, plagi, simulazioni, bugie... Cosa te ne importa di finire l dentro?")
L'ultimo concerto, l'ultima notte con Pietro. Quanti secoli sono passati... Beppe Marina in realt aveva prenotato la camera per me sola, sperando in una mia capatina nella sua al piano di sopra. Quando avevo imposto la presenza di Pietro per la notte, il mio produttore non aveva fatto un piega: la sua intenzione a quel punto era di portarci a letto entrambi. Non riusc nel progetto. Lo lasciammo disteso sul suo matrimoniale, avvolto nell'accappatoio che aveva ricamate da ogni parte le lettere HS, mentre fatto di coca delirava del suo terrore di venire licenziato, della sua pretesa di una buonuscita da trecento milioni, della sua vita insulsa di aerei, hotel, auto noleggiate, due mogli e qualche figlio, e del suo sogno di scrivere un best-seller per sputtanare rivali e colleghi del mondo discografico.

Entro.
Un signore dai capelli bianchi, in livrea, mi sorride.
"Vorrei una singola con bagno", dico "solo per stanotte".
"Bene", dice dopo avere dato un'occhiata al quadro delle chiavi "stanza 71. I suoi documenti?"
Ci ripenso. "Senta, non  che per caso la numero 44  libera?"
"Ma  una doppia".
Annuisco, piena di speranza. Dopo qualche minuto lui si volta e mi allunga la chiave.

Salgo le scale parlando da sola.
Pietro, la nostra stanza  libera e io la sto occupando. Apro la porta. Qui  ancora tutto azzurro. Il divano dec, la moquette, la carta da parati, i paralumi, i comodini, il copriletto di ciniglia. (Stanco morto, ti tuffasti su questo letto alle cinque del mattino, confuso nell'azzurro di questi venti metri quadri oceanici. Ricordi? Facemmo l'amore scivolandoci addosso come dentro l'acqua di una piscina. Alla fine ci mancava il fiato. Avremmo dovuto addormentarci subito, dopo. Non avremmo dovuto parlare.)
 molto tardi ma voglio restare sveglia, nuda, davanti alla vetrata come allora, a galleggiare dentro l'azzurro terso di quest'isola felice, chiedendomi se in questo albergo ogni stanza ha un colore diverso e se a noi era capitata questa solo per un caso.

Stanotte azzero il metronomo e riparto dal tempo in cui sono. Domani vedr la musica uscirsene di casa o restare, faccia quello che vuole, ormai  grande. Sono libera. Posso continuare a scrivere cazzate a pagamento, posso persino ammettere che non voglio un figlio. Posso guardare dalla finestra Milano, la luna che esce di campo come un giocatore e fa un cinque al sole che entra al suo posto. (Sar un giorno migliore?)
Posso fumarmi questa stecca di Camel comprata alla stazione, sentire i gargarismi del mio vicino di stanza e pensare che a quest'ora c' gi gente che si lava la faccia e si rimette a vivere. Posso scolarmi tutti gli alcolici di questo mobiletto-bar azzurro: non ci sar pi insonnia per quattro o cinque ore...

Tu non preoccuparti, farai una buona fine. Ti porter con me, fantasma tra i fantasmi, tutte le volte che il passato non vorr passare. Ti porter con me anche se sarai invisibile, e non ci sar posto al mondo dove potrai nasconderti perch ti porter con me, dentro di me, attraverso tutte le distanze. Ma adesso, ti prego, resta nel tuo angolo, nel posto che io ti ho assegnato, innocuo come una visione o come un bel ricordo.

23
In un'edicola della stazione ho trovato una biografia fresca di stampa di Jeff, l'ho comprata e l'ho letta tutta d'un fiato in treno, nel viaggio di ritorno.
Jeff Buckley, figlio di Tim, cantante e musicista affogato a trent'anni nel Mississippi, che mi ha lasciato qui a consumare per sempre il suo unico disco, Grace, e a immaginare tutti quelli che non potr pi incidere.
Pare che alla fine di un lungo tour senza interruzioni, durato un anno e mezzo, Jeff fosse allo stremo e che, per ritrovare se stesso, se ne sia andato in giro a suonare, sotto falso nome e senza una band di accompagnamento, nei locali pi assurdi degli Stati Uniti: solo, con la sua voce e la sua chitarra, anonimo, depresso e disorientato dall'improvvisa notoriet.

 difficile mantenere un amore puro, cristallino, per la musica o per qualunque altra cosa, quando ormai sei diventato troppo diffidente nei confronti di tutto, quando il mondo ti tira da una parte all'altra come un pallone e ti ritrovi sballottato da gente che decide per te.
Jeff si sar guardato allo specchio, un mattino, nel suo appartamento di New York, cercandosi disperatamente. Passata l'euforia momentanea del successo, si sar sentito ingabbiato dentro i fotogrammi di un film che non era il suo. Allora si sar messo carponi sopra la moquette alla ricerca dei suoi vecchi indumenti da annusare per ritrovare il suo odore; e lo avr ritrovato, pi tardi, usando il solito trucchetto dei grandi trasformisti: mimetizzandosi su un palchetto di provincia sotto qualche pseudonimo tipo Johnny Brown.
L avr potuto cantare solo per la voglia di farlo, senza un plauso pregiudizievole. L si sar sentito libero come il Jeff di una volta, avr tirato il fiato e guardato il cielo a polmoni aperti.
Guardando la sua foto sulla copertina del libro, ho pensato che Jeff ce l'aveva scritto in faccia un destino cos. Forse  per questo che la sua voce e la sua musica erano bellissime. Ce l'aveva scritto sulla faccia che una notte o l'altra avrebbe fatto un tuffo in qualche fiume e non l'avremmo visto riaffiorare mai pi.
Amen.

Casa dolce casa. Ofilonoff  una statuina riflessiva davanti alla portafinestra che d sul giardino, tra poco lo lascer uscire a pisciettare sopra le foglie cadute intorno al liquidambar; hanno un colore cos intenso e sanguigno che ognuna di esse sembra un duello al sole.
Autunno.
Distendo le gambe sopra il tavolo-scrittoio di noce americano del soggiorno e compongo il numero di Mario. A quest'ora  certamente a casa per la pausa pranzo. Dopo tre squilli, infatti, mi risponde.
Decido di non dirgli nulla di Milano. So gi che mi chiederebbe col suo solito scetticismo cosa ci sono andata a fare e troverebbe qualcosa da ridire sul mio appuntamento con Angelo Cera.
Lasciamo stare, oggi sono troppo stanca per le ramanzine. E poi a Mario Milano non piace, anzi gli fa schifo (ci  mai andato?, mi chiedo); una volta l'ho sentito dire che  una citt che pu piacere solo a un milanese ma non gli ho chiesto il perch.
(Mi scopro a sorridere della forte influenza che hanno su di me, da sempre, i miei due alter ego: Mario e Diego.)
Eppure, appena sento la sua voce,  pi forte di me: gli confesso tutto.
"Devo parlarti. Quando ci vediamo?"
"Come si chiama?" chiede lui con tono rassegnato.
"Come si chiama chi?"
"Dai, Adele... conosco meglio te del mio culo. Quando fai quella voce, c' sempre un uomo di mezzo".
"Angelo Cera", ammetto. Poi, fingendo distacco e gettando l le parole come se non avessero alcuna importanza, aggiungo: " un talent scout di Milano, mi ha fatto una proposta che ho gi rifiutato..."
"Va bene, ho capito", mi interrompe subito "sentiamoci pi tardi. Dovrei uscire con Nadia, ma non sono sicuro di averne voglia..."


24
Sono sdraiata sul tappeto, sotto la luce della lampada a stelo, fuori  gi calato il buio; l'unico rumore proviene dalla cucina dove Ofilonoff sta triturando le sue crocchette di pesce, concreto e individualista come al solito. Ancora il telefono ma non ho voglia di rispondere. Nella segreteria, la voce garrula di Linda mi comunica la piena approvazione, sua e di Martini, dei testi che le ho scritto. Dice: "Mi hai proprio capita... C' quella frase 'Sono libera di giocarmi l'anima, vivo un sogno d'Africa...'che mi piace un sacco... Grazie, grazie mille". Ascolto e annuisco senza cambiare espressione ( bello quando ti dicono che sai fare il tuo lavoro, soprattutto se, facendolo, non hai compiuto il minimo sforzo).

Credo che rester cos, assorta e catatonica, fino all'inizio del TG. Magari. Il telefono  gi l che mi fa sobbalzare di nuovo e stavolta rispondo.  Nadia.
"Dovevo uscire con Mario, ma non posso, ho un altro impegno, e poi lui stasera lavora, anzi mi ha detto di avvertirti..."
Ha un tale carico di ansia nella voce che quasi non capisco cosa vuole dirmi: che devo ritenermi libera? che Mario non pu uscire con me?
"Credo che ti chiamer lui stesso per dirtelo", riprende, sempre con tono concitato "sai, c' il Cosmoprof, vuole fare il turno serale... Finisco il corso di fotografia verso le nove. Perch non ceni con me da Clorofilla? C' anche una mia amica, una ragazza che fa il corso con me..."
Apro col pensiero il mio frigorifero e vedo due o tre lattine di birra Peroni, altre di Coca light, un limone dell'anno scorso e un barattolo di soia aperto due mesi fa. "Per la cena ci sono", rispondo.
"Fantastico", esulta lei.
Temendo che mi trattenga a parlare di Mario tutta la notte, l'avverto che sono appena rientrata da Milano. "Sono a pezzi, non vorrei fare tardi", le dico, cercando di non offenderla.
"Non c' problema", fa lei, e interrompe la comunicazione prima che io abbia il tempo di cambiare idea.

Quando due ore dopo entro al Clorofilla, in tuta da ginnastica e senza un filo di trucco, Nadia  seduta a un tavolino nella seconda stanza, quella dei fumatori (se non altro, ha avuto questa accortezza).
La raggiungo e appoggio sul tavolo un pacchetto di Camel, un accendino Bic, il cellulare scarico e il portafogli.
"Esci sempre senza borsa?", chiede lei.
Ha un vestitino di lana grigia col colletto di pizzo bianco che le d un'aria da collegiale. La permanente bionda addolcisce ulteriormente il suo viso tondo, i suoi grandi occhi nocciola e il suo sorriso gengivale. A vederla, sembra un'insegnante di qualcosa, efficiente e molto equilibrata - e effettivamente insegna italiano e storia in un liceo -, in realt,  una nevrotica col brutto vizio di straparlare e di non ascoltare mai i suoi interlocutori, ma, a parte questo,  una donna affidabile e molto generosa.
"La tua amica?", le chiedo, sedendole di fronte e accendendomi una paglia.
In quel momento vedo uscire dalla toilette una ragazza bruna, pallida e sovrappeso: Elena. Incede verso il nostro tavolo con passo lento. Non sembra sorpresa di vedermi. Nadia fa la mossa di presentarci, ma lei la blocca subito. "Ci conosciamo", dice, e nella sua voce, stranamente, non c' nessuna ironia.

Troppe emozioni in una sola giornata. Mi chiedo se non sarebbe meglio inventarmi un malore improvviso e correre verso la porta, ma sono inchiodata a questa poltroncina floreale dentro un ristorante vegetariano affollato di donne, di amiche. No, non posso andarmene.
A differenza di me, Elena  tranquilla. Il seno abbondante  nascosto sotto un maglione ampio di lana blu; la gonna plissettata, anch'essa blu, le arriva fino ai piedi; ha una sciarpa di seta al collo, viola come il nastro di velluto che le stringe la coda dei capelli neri e lunghissimi. Non  bella, credo non lo sia mai stata, e non solo per quei dieci chili di troppo. Ma la tristezza - di cui, tra l'altro, non si compiace affatto - dei suoi occhi scuri e lucidissimi, la rende bella di una bellezza complessa. Non la conosco. Non l'ho mai conosciuta. E anche se la sua forza mi confonde, anche se sento per lei qualcosa di molto simile alla stima, non riesco a fare la carina. Nemmeno lei. Lo capisco da come dice: "Ordiniamo?", sfogliando il men e guardandomi dritta negli occhi, educata ma gelida.
Nadia  un gradevole sottofondo di parole inutili - sembra uno di quei testi che ho scritto per Linda seguendo le indicazioni di Martini ("Mi raccomando, Adele, non voglio testi che dicano qualcosa!") Bene. Perfetto. Anche perch io e Elena non la stiamo ascoltando, siamo troppo eccitate e dolenti per questo imprevisto braccio di ferro che rimandiamo da tre anni.

Destino vuole che, a met della cena, Nadia si alzi per salutare un amico seduto a un altro tavolo e si allontani per circa dieci minuti; dieci tra i pi lunghi, densi minuti di tutta la mia vita.
"Non essere a disagio con me", mi rassicura Elena appena rimaniamo sole. Estraggo una Camel dal pacchetto e le porgo quest'ultimo. "Grazie, non fumo".
Il tono della sua voce piacerebbe a Mario,  aereo e delicato... leggero come una rondine.
Questa donna nutre nei miei confronti un rancore troppo civile da sopportare. Riesco ugualmente a guardarla negli occhi nel timido tentativo di esprimerle il mio sincero dispiacere di ex rivale. Ma lei non  questo che vuole.
"Pietro  un uomo di cui salvo poche cose", dice, grattando la tovaglia a quadri con una forchetta. "Non sono mai stata un'ape", ride e accenna al suo aspetto. "Sono troppo goffa per volare da un fiore all'altro, e poi non  nella mia indole. Dieci anni fa l'ho scelto e non lo lascer mai... Ti piace il caff d'orzo?" mi chiede, fermando la cameriera che sta passando.
"S", rispondo con energia, anche se in questo momento preferirei un vero caff.
"Allora due", la sento ordinare. Guardo la cameriera svaporare tra i tavoli. Coi gomiti sul tavolo, Elena avvicina la testa alla mia e a bassa voce dice: "Non ti ha tradita solo con me".
La sento ridere e poi smettere di colpo. "Non sono tua amica, non lo sono stata e non lo sar mai".
Do una breve occhiata a Nadia che sorride, all'oscuro di tutto, e mi fa un cenno della serie 'finisco un discorso e arrivo'. Vorrei che non tornasse. Vorrei prolungare questi minuti il pi a lungo possibile. Vorrei anche dire a Elena che non ha pi niente da temere da me. "Sono tre anni che mi faccio la mia vita", dico, sulla difensiva, come per tranquillizzarla.
Sorride con quelle sue belle labbra screpolate. La forma della sua bocca  la stessa di Monica Vitti. (Fu la prima cosa che pensai quando Pietro me la present. Ricordo che deglutii, mandando gi la mia delusione, mentre pensavo 'Pietro non  libero, ha una donna'. Una donna. Eccola qui la sua donna. Quella che passava sopra a tutto, quella che non c'era mai. "Vedo pi te di lei", urlava Pietro ogni volta che reclamavo pi tempo e pi attenzioni "ma lei, al contrario di te, non si lamenta!")

Questa donna ha addosso un mestiere di vivere che mi uccide e mi riempie di invidia, eppure non mi fido di lei. Che lei non si fidi di me  fin troppo scontato.
"Le tue canzoni mi piacevano molto", dice adesso con calma. "Una notte, dopo un tuo concerto, mentre ero chiusa in macchina ad aspettare che Pietro finisse di smontare la batteria sul palco, misi su una tua cassetta nello stereo. Conoscevo a memoria tutte le parole... Passasti l vicino per raggiungere la tua auto e bussasti contro il finestrino, allora abbassai subito il volume: non volevo che sapessi che era la tua musica quella che stavo ascoltando... Per quanto ti sforzassi, la vostra storia ce l'avevi stampata negli occhi come un manifesto. Tu metti passione in tutte le cose, vero?"
Abbasso gli occhi e non le rispondo.
"Io, in quasi niente. Per questo mi  stato facile convincermi che stavo immaginando tutto e che Pietro... era solo il tuo batterista".
Non riesco a pensare ad altro che a lei seduta dentro l'Escort di Pietro, una notte di quattro o cinque anni fa, che lo aspettava ascoltando i miei pezzi, anzi, cantandoli con me. Potrei commuovermi, ma non voglio entrare in uno di quei film dove le rivali stringono assurdi patti di amicizia. Per non voglio neanche che Nadia torni al tavolo, perlomeno non ancora. Voglio godermi questo silenzio tra me e Elena, e i nostri occhi appoggiati come cocci, adesso, tra le stoviglie sporche sopra il tavolo, stanchi come dopo un conflitto e eternamente indecisi tra la repulsione e un moto d'affetto.
"Quindi lo hai sempre saputo?"
Solleva lo sguardo, sorride. "Ti sbagli. Non c' niente che so e che voglio sapere".
Annuisco.
"Sapevi che sarei venuta qui stasera?"
"Nadia mi ha solo detto che sei un'amica di Mario, ma non mi ha fatto il tuo nome. Di Mario, invece, parla di continuo..."
"Gi", faccio io, e per un attimo siamo due donne che scherzano e simpatizzano.

Mezz'ora dopo, ci salutiamo tutte e tre davanti al Clorofilla. Nadia mi informa che mi chiamer domani per parlare un po'. "Tranquilla", dice "non ti sveglier".
Da lontano, mentre salgo in macchina, vedo Elena togliere la catena al suo Ciao bianco parcheggiato in fondo alla strada.

25
Mi sveglio alle tre del pomeriggio e mi dirigo a piedi verso il bar latteria di Emi come un automa. Stranamente non c' traffico, i negozi sono chiusi, poca gente in giro. Perch? Cazzo, ecco perch,  il primo di novembre,  festa,  il giorno dei santi, e nessuno lavora!

Sono gi nei pressi del bar, sto per fare dietrofront e ritornare a casa, quando mi accorgo che la saracinesca  abbassata per met. Infilo la testa, indecisa se entrare, e vedo questa scena: Emi sta ballando tra i tavoli, in quello spazio ridicolo, con un sessantenne magro come una stecca da biliardo e dall'aria di chi  al sesto frizzantino del giorno.
Noto che si  fatta dei colpi di luce: ciocche platinate e arricciate le ciondolano sulla fronte sudata e sul suo incarnato roseo da buona salute; il grembiule  slacciato e svolazza dietro a lei come la federa di un cuscino. Nonostante i suoi settantacinque chili,  agile e va a tempo; lattea e cremosa come un barattolo gigante di yogurt.  evidente che il suo corteggiatore le sta insegnando qualche passo di tango. Si voltano e mi vedono.
"Ehm", faccio io con imbarazzo "volevo un caff ma..."
"Entri, entri", dice il vecchio. "Emi, glielo facciamo un caff a questa bella signora... o signorina?"
Sento la risata di Emi accompagnarla fin dietro il bancone. "Stavo per chiudere la macchina.. Vieni, vieni, non nego mai un caff a nessuno".
"Sa", riprende l'uomo con tono malizioso "stasera porto la nostra Emi a ballare al circolo del Vallereno... Per caso, ha bisogno di lezioni anche lei?"
Solitamente non do mai confidenza a nessuno in questo bar, n a Emi n a i suoi clienti, ma oggi mi sento in dovere di fare un'eccezione e di guadagnarmi questo caff fuori orario.
"No, no...", rispondo sorridendo.
"Ho capito", fa lui "lei balla solo il rock".
Improvvisamente, mi guarda come se gi mi conoscesse. "Ma questa" chiede a Emi indicandomi " la ragazza che tu e la Nilde chiamate sempre La neve?"
Nilde  la proprietaria del Lavasecco qui a fianco. Sono un po'confusa. "Come?", domando.
"Oh, non stare ad ascoltarlo", esclama Emi, scuotendo la testa e guardando l'uomo di traverso. " che arrivi qui tutti i giorni con un acquazzone sulla faccia, te ne stai zitta zitta, mica come questo chiacchierone. Qui dentro, sai, non ci siamo abituati. Qui parlano tutti..." appoggia sul banco la tazzina di caff, il bricco del latte e un bicchiere d'acqua "Allora la Nilde, una volta che eri appena uscita dal bar dopo la colazione, ha detto 'Questa ragazza  freddina e di poche parole... proprio come la neve', e abbiamo riso tutti..."
Arrossisco, e mi va via la voce mentre dico: "Be',  un bel soprannome".
Cala un silenzio da cui vorrei uscire con una battuta di spirito, ma non me ne viene in mente nessuna. Per fortuna, il sessantenne magro mima un casquet per farci divertire e la risata di Emi allenta la tensione. "Aldo, smettila", gorgoglia "tieniti in forma per stasera..."
"Allora accetti, vieni con me al Vallereno?", chiede lui speranzoso.
"Accetto, accetto... ma tu non ti esaltare", risponde lei facendomi l'occhietto.

In tutto il quartiere non vola una mosca; solo il buonumore di questo piccolo bar forse illegalmente aperto. Mentre mi dirigo alla cassa per pagare mi sento in obbligo di dire qualcosa.
"Grazie per il caff. Immagino che se fossi arrivata cinque minuti pi tardi..."
"No, non  detto", mi interrompe Emi, asciugandosi la fronte con un lembo del grembiule pulitissimo. "Un bar  come l'amore" dice, e sospira " sempre aperto".
Gi, rifletto,  sempre aperto. (Un bar  come l'amore, l'amore  come un bar, un bar sempre aperto, un bar senza il giorno di riposo.)
Aldo scuote la testa. "Emi, non mentire. Quando  morta quella tua cugina friulana, l'hai chiuso tre giorni per lutto... E poi, in agosto, non dirmi che non fai le ferie!"
"Oh", sbuffa lei "voi uomini siete troppo scientifici", mi sorride, cercando la mia solidariet "io facevo per dire, per rendere l'idea..."
Ricambio il suo sorriso.
"Buon tango", dico prima di uscire dal bar, rivolta a entrambi.
Aldo fa un inchino. Sento alle mie spalle la voce di Emi. "Che scemo!", e poi riprende a ridere.

Tornata a casa, compongo il suo numero. Ovviamente l'ufficio  chiuso, ma lascio lo stesso un messaggio nella segreteria. "Sono Adele Mainati, pensavo che... cio... non  che tu passi qualche volta da Bologna? Mi piacerebbe... non so... Io a Milano non vorrei tornare, per se  l'unico sistema... be', fammi sapere... e scusa... ciao".

26
Verso sera, ancora a digiuno, parcheggio la macchina sotto il numero 11 di via Domokos. Scendo, mi appoggio alla portiera e guardo in direzione di quella grande finestra al terzo piano. Tendine bianche e buio: chiunque abiti l, adesso non  in casa.
Ricordo quasi tutto di quel lussuoso e labirintico appartamento. Il tappeto persiano del salone dove io e Betty, sdraiate, sfogliavamo atlanti e depliant turistici. Lei che sognava ad alta voce i viaggi che non ha mai fatto, e i rituali, i miti, le leggende di popoli antichissimi. "Facciamo un gioco: io sono Seth, il dio del deserto", diceva "e tu Athor, la dea della gioia di vivere".
La donna di servizio in cucina, occupata nelle sue faccende. La madre dal massaggiatore, o a fare acquisti in centro, o in qualche camera d'albergo col suo giovane amante. Il padre, perennemente assente, chiuso tutto il giorno nel suo studio di avvocato, o con la toga addosso in un'aula di tribunale.
Se c'era una cosa che Betty odiava di quella grande stanza piena di finestre era il camino a gas che occupava un'intera parete. In inverno, la donna di servizio premeva un pulsante e, come per miracolo, le fiamme rosse dei ceppi artificiali guizzavano nel buio emanando un forte calore. " tutto finto", malignava Betty "qui  tutto finto, a parte le pellicce di mia madre".
(L'armadio della madre ne conteneva sei, di pellicce. Ricordo che una volta bruci apposta con la sigaretta una manica di quella di volpe argentata, dicendomi: " la sua preferita".)

Ho una Ceres calda tra le mani, comprata in un bar qui a fianco. Bevo e la chiamo. Betty! Betty! Betty!
La chiamavo sempre da qui sotto, aspettando di vederla affacciarsi alla finestra e di sentire la sua voce dire: "Scendo subito".
Betty! Betty! Betty! Nessuno mi sente.  un palazzo signorile, con un giardino ben curato, e immerso nel silenzio. Nessun cane, gatto, voce o televisione. Eppure, una notte d'estate di tanti anni fa, c'era gente curiosa, in cerchio, che si copriva gli occhi con le mani. La madre di Betty fumava in faccia a un agente. "Si  sporta troppo,  scivolata... Non  vero, Adele?". Io, Adele, davanti a un'Audi color ruggine, unica macchina senza valore in una strada di ultimi modelli. Sento ancora il gomito ossuto di quella donna urtare contro il mio braccio, e la sua voce stridula ripetere: "Non  vero, Adele?". "S, certo", mentivo, tenendole la parte e guardando fissa la pioggia che lavava il sangue sul cofano dell'Audi color ruggine. (Betty gi lontana, dentro l'autoambulanza. "Respirava?", chiedevo. E sua madre, sbuffando: "Oh, non preoccuparti. Al peggio rester zoppa...")
Scegliere di abitare in un appartamento a piano terra forse non  stato casuale, e forse non  nemmeno casuale che dal terrazzo di Diego al quinto piano non mi affaccio mai.
Ecco perch sono qui, Betty, per fare i conti con le mie vertigini. Betty. Betty. Betty. Do un sorso alla Ceres e sussurro il tuo nome. Darei qualunque cosa per rivedere i tuoi capelli biondi abbagliarmi da quella finestra o per saperti al sicuro, in qualche buco di culo del mondo, felice e infelice come me, ma viva.
(Domani i cimiteri si affolleranno come stadi. Domani  il due novembre: giorno dei fiorai e dei defunti.)
"Ognuno fa della propria vita ci che vuole. Non avere sensi di colpa, bambina", non  cos che disse lo psicologo? Nessuno mi voleva dire dove stavi, Betty. Io, sai, t'immaginavo in paesi lontanissimi a studiare le lingue straniere e a tradirmi con amiche migliori di me.
Sei anni dopo, per, quando ti trovarono sopra una panchina davanti al lago di Como, con la siringa ancora infilata nel braccio, scoprii finalmente il tuo indirizzo.

Per anni sono andata al cinema da sola pagandoti il biglietto. Per anni i ragazzi mi hanno schiacciato il seno durante un ballo lento, a quelle feste dove qualcuno mi afferrava da dietro mentre anch'io, come te, prendevo la rincorsa.
Spirito inquieto, firmavi cambiali ai fratelli Wright? Non  cos che volano le hostess, lo sapevi? Un volo non  un cofano di un'Audi e non  un buco. Perch? Betty, perch?
Per certe piogge non c' ombrello che tenga, cos come per certe domande non esiste risposta. Quella finestra  stato il tuo modo di andar via. Ognuno ha il suo. Continuer a soffrire di vertigini e a rifiutarmi di imparare l'inglese o il francese, come se fossero lingue pericolose.
(Perch? Betty, perch?)

27
"Pronto".
"Ti ho svegliata?"
"No... s..."
"Ho sentito il tuo messaggio... Sono in macchina e sto andando a Roma. Devo incontrare un artista, dicono che sia il nuovo Cocciante... Passer da Bologna tra un'ora o forse meno... Hai tempo per un caff?"

Al tavolino di un bar deserto, davanti a Piazza Maggiore, solo io e questo uomo magro, in completo nero, nero come la Jaguar che ha parcheggiato dove non si potrebbe.
I suoi occhi blu ricordano l'oceano, ma non quello Pacifico.  nervoso. Nervoso al punto da rubarmi una Camel dicendo: "Impossibile smettere del tutto".
Sorride. Forse  il primo vero sorriso che gli vedo da quando lo conosco.
"Sto andando a Roma a perdere del tempo", dice. Questo nuovo cantante  gi sicuro che non gli piacer ma...
"Ma?"
"Un tempo il mio lavoro lo facevo bene, voglio vedere se..."
"Se?"
"Mi fido solo della mia pelle d'oca... Anni fa mi aggiravo tra i tavoli di un club a sentire artisti sconosciuti..."
E a volte l'emozione, vero?, come una vampata... poi una stretta di mano in uno squallido camerino, e il potere e la voglia di fare di nessuno qualcuno.
Ordiniamo. Mi guarda. Lieve eccitazione. Bologna  calma e vuota. Solo io e questo uomo affascinante che non ha certo l'aria di cadere sempre in piedi, nonostante la Jaguar e la giacca firmata.
Chiedimi tutto, penso, ma non cosa ho deciso. L'unica domanda che vorrei farti io  se nella tua casa di Milano hai - come aveva lei - al centro del salone, di fronte a un orribile camino, un pianoforte a coda dove nessuno mette mai le mani. Perch  questo che avrei voglia di fare adesso, di suonare, suonare e suonare - per te e per me, per chi cammina in strada o per la gente che ha le finestre aperte - Al chiaro di luna, un pezzo che non suono da vent'anni. Mentre mi servi un whisky, potrei suonare e bere e ascoltarti parlare di te, dei tuoi progetti sul nuovo Cocciante o il nuovo De Gregori. Ma lascia stare me (io non canto pi, ho smesso), me lasciami altrove, davanti alla porta della tua camera da letto: l'unica porta, sai, che abbia una qualche importanza.
No, non chiedermi se ho cambiato idea in merito alla tua proposta. Sta zitto. Non siamo in un film americano dove lui dice a lei: "Leccati le ferite, cara, e poi rimettiti in piedi". No, lasciami a terra, qui dove le vertigini fanno meno chiasso. Resta con me, o parti subito per il tuo appuntamento.
"Dopo Roma" dice, "torner in clinica per dei controlli..."
"A Londra?", chiedo.
Farei le valige e partirei con te, adesso. Ma no, non me lo chiedere.  presto. E forse  solo il cuore che ha voglia di pompare, oggi, in questo bar del centro, l'unico aperto.
La gente  ai cimiteri. Sei mai stato in Russia? Al cimitero di Leningrado? Musica classica a tutto volume dagli altoparlanti ventiquattr'ore su ventiquattro. Potremmo andarci un giorno, con la tua Jaguar nera. Eh, che ne pensi?
Scuoto la testa dentro di me mentre ti guardo. E cambio idea, no, non ti amo. Fa'qualcosa, un gesto, un'occhiata, prima che sia troppo tardi, prima che ci perdiamo. Fatti offrire da me che non ho un soldo un altro cappuccino, e togliti la giacca, buttala ai piccioni. Per me sei solo un uomo. Non mi interessa che lavoro fai e se hai visto cantare tre anni fa a Il gatto e la volpe una persona che non sono pi io.
Sarebbe tutto pi semplice, se non avessimo un passato. Tutti avremmo bisogno di un nuovo inizio, non credi? Senza ricordi. E di un bar sempre aperto, come quello di Emi. (L'amore... be', c' qualcos'altro?)

Guardi l'orologio.  evidente che hai fretta.
"Potremmo rivederci un'altra volta", dici, e non sembri convinto.
Niente  per sempre, amore. Puzziamo di finito. Come queste foglie che cadono, eh l'autunno... Ma che spreco sarebbe essere gi morti e non saperlo. Che spreco sarebbe non risponderti subito, non metterti alle strette con un: "Quando?".
"Quando..."
Stai sfogliando un'agenda?
No, io non faccio parte del tuo lavoro, scordatelo. Sulle decisioni che ho preso non ritorno. E non ti lascio salire su quella cazzo di Jaguar spaziale finch non mi hai detto l'ora, il giorno e il posto.
"Quando?"
Puoi anche dirmi "Mai", e io ti sorrider lo stesso. Senza rancore, lo giuro. Non c' niente di terribile in un rifiuto.
"Quando?"
Cosa ti costa dirmi un giorno a caso? Tanto, puoi sempre disdire. Ma se hai un po'di voglia di me, rispondimi "Adesso", come se la vita fosse una canzone di Baglioni e potessimo tirare un po'il fiato.
"Quando?"

"Vieni a Roma con me?"
(Oh, be', non sarebbe stato male se me lo avesse chiesto.)











Ringrazio:
Giorgio Pozzi e la sua Fernandel. Tutti i miei amici, in particolare Claudino e Mauro la cui amicizia mi  da sempre di irrinunciabile sostegno. La mia famiglia. Il mio gatto Ippolito: vigile e geloso guardiano delle mie notti passate al computer. Tutti i musicisti che hanno suonato con me in questi anni. David, che mi ha fatto nascere la voglia di cantare. Ricky, Max e la Groove Factory. Il Florian studio che mi d da vivere e i doppiatori con cui lavoro. Agns e la sua Marsiglia. Lorella e il piccolo Filippo. Eleonora. Dario. Paola, Domenico, Rosy e Matteo. David e Cosetta. Elena. Cosimo, Boca, Francesca, Bobo, Fabri & company. Alfio. Easy. Marco e Giuseppe. Sandra e il suo Friuli. Francesco. Faria, Daniele, Steve e Paolo. Luca, le sorelle Pozzi, Matteo M., Mortimer & family. Paola B. Alessandra. Ale e Germana. Dani. Fede. Lele. Lucio. Lucia. Michela e Roberto. Angela M. Andrea e Katia. Mery per sempre. Anna Iori e Luca Oleastri per le bellissime ipotesi di copertina. Paola Cevenini. Carlo Basile, Marisa e la Promosystem. Roberto Roversi. Gianni Celati. Tonino Guerra. Stefano Benni. Luigi Ghirri. Musicultura. Zero in condotta. La Blue Sky. Claudio Agostinoni e Radio Popolare di Milano. Giovanni Egidio. Paolo Scotti. Massimo Pasquini. Laura Putti. Giancarlo Susanna. Ivana Zomparelli. Benedetta Cucci. Gerrado Panno. Maurizio Iorio. Andrea Tinti. Alba Solaro. Claudio Todesco. Guido Epifanio. Giancarlo Mei. Andrea Silenzi. Gino Castaldo. Mario Luzzato Fegiz. Jethro Tull. Elio e le storie tese. Amarcord. Aeroplanitaliani. The Gang. Massimo Volume. La Crus. Nada. I miei bar. L'edicola di via degli Orti. Gli artisti per i quali scrivo. Tutte le attrici porno che ho doppiato...


Fatti, luoghi e persone di questo libro sono... immaginari.


Per scrivere a Grazia Verasani: fernandel@fabula.it
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