Giovanni Verga.

Il marito di Elena.

Trascrizione elettronica ad uso esclusivo dei non vedenti curata da:
Edda Valsecchi.

1.
Camilla picchi all'uscio, mentre i genitori stavano per andare a letto, e
disse: Elena  fuggita.
Don Liborio rimase collo stivaletto in mano, sbalordito. Poscia and ad aprire
zoppicando, pallido come un morto.
La figliuola, colla sua voce calma di ragazza clorotica, ripet
tranquillamente: L'ho cercata dappertutto. Non c' pi.
Allora la mamma si rizz a sedere sul letto e cominci a strillare: M'hanno
rubata mia figlia! m'hanno rubata mia figlia! Taci! le disse suo marito. Non
gridare cos, ch i vicini sentono!
Il pover'uomo, tutto sottosopra, ancora mezzo scalzo, colla camicia che gli si
gonfiava al pari di una gobba fra la croce degli straccali, and ad accendere
un'altra candela; ma non ci riusciva, tanto gli tremavano le mani. Poi si
misero insieme a cercar per la casa, come se l'Elena stesse giuocando a
rimpiatterello.
Quando don Liborio rientr nella camera nuziale era pi pallido della sua
camicia, e i capelli gli piangevano di qua e di l del cranio nudo. Egli pos
il candeliere sul tavolino da notte, e rimase colle braccia ciondoloni, di
faccia a sua moglie seduta sul letto come una chioccia.
Donn'Anna ricominci a guaire: Perch non correte? Siete ancora qui? M'hanno
rubata mia figlia Elena!
Don Liborio andava raccattando i panni per la stanza, correndo all'impazzata
su e gi, urtando nelle seggiole e nel cassettone, brancicando fra le sottane
della moglie affagottate sul canap. Camilla l'aiutava ad insaccarsi nel
vestito, gli assettava la camicia sulle spalle, gli correva dietro col
cappello e la mazza in mano. Donn'Anna, accosciata sul letto, seguitava ad
inveire. E' stato Cesare! Bisogna andare dal commissario, e dirgli che Cesare
ci ha rubata la figliuola, e andr in galera se non la sposa!
Continuando a gemere e a lamentarsi infil una gonnella, si butt uno
scialletto sulle spalle, e si diede a frugare per le stanze anche lei,
tirandosi dietro la Camilla col lume, mentre suo marito scendeva le scale
barcollando. Ella rovistava in tutti i cassetti, buttando in aria ogni cosa,
tastando in fondo colle mani i fazzoletti di seta ad uno ad uno, passando in
rivista gli astucci degli oggetti d'oro, spalancando gli sportelli degli
armadi che mostravano pendenti le spoglie inerti di Elena, gli stivalini messi
in fila sotto, quasi volessero dire che i piedi di lei battevano a quell'ora
la campagna. Infine, pi tranquilla, and a sedere al solito posto, davanti al
tavolino della briscola, e diede sfogo alle lagrime. Camilla impalata sulla
seggiola di faccia a lei, colle braccia sotto il seno e il viso dilavato, non
apriva bocca. Dopo un pezzetto, vedendo che la mamma stava a sfogarsi da sola,
cerc pian pianino il refe e la spoletta nel cestino, e si mise a far la trina
cheta cheta, senza alzare gli occhi. In tutto il quartiere di Foria non si
udiva che il tictac dell'orologio, in un angolo buio della stanza, di l del
cerchio luminoso che la ventola spandeva sul lembo della sottana di donn'Anna,
e sulle mani color di cera della figliuola.
All'improvviso il gatto si mise a miagolare sottovoce, nel vano nero
dell'anticamera, guardando il lume insolito cogli occhi luccicanti, e
donn'Anna che s'era appisolata, si dest con un sospiro.
 Il babbo tarda molto a venire, disse allora Camilla.
Sua madre sgran gli occhi del tutto, e rispose colla voce rauca: Pover'uomo!
Finalmente si ud tornare il pover'uomo, strascicando i passi nella via.
Appena entrato si lasci andare sul canap, quasi avesse le gambe rotte,
disfatto, col cappello in testa e il bastone fra le mani. E come le donne lo
interrogarono ansiose, si mise in collera per darsi animo.
 Che volete adesso? Avete perso la mula, e andate cercando la cavezza? Mi
hanno riso in faccia quando hanno sentito che il rapitore  pi giovane di mia
figlia. Capite, donn'Anna? Al giorno d'oggi non c' polizia, n giustizia, n
niente! Capite? Se la serva vi ruba le posate, dovete produrre i testimonii.
Se uno vi ruba la figliuola, dovete dichiarare quanti anni ella abbia!
 Non han portato via nulla; rispose donn'Anna tuttora assonnata. Ho passato in
rivista anche le posate.
 Hanno portato via il nostro onore, donn'Anna! tuon allora il marito
rizzandosi in piedi, e picchiando della mazza sul pavimento. Hanno vituperato
i nostri capelli bianchi!
E si mise ad andare su e gi per la stanza, come un leone. Donn'Anna, dinanzi
a quella collera straordinaria, si rimpiccioliva nello scialletto. Infine
disse:
 Io ho pianto tanto! Domandatene a Camilla.
Don Liborio, trovandosi di faccia alla figliuola, la quale alzava il naso
dalla trina per far la testimonianza, le prese il capo fra le braccia, e se la
strinse al petto, dicendo che quella era la sua diletta, e non aveva altre
figlie oramai. Poscia and a pigliare la fotografia di Elena, messa in una
cornicetta di velluto, e la volt colla faccia contro il muro.
 Cos! esclam. Io non ho pi figlia! Mia figlia  morta!
A quelle parole, per la prima volta il pover'uomo scoppi a piangere davanti
al rovescio bianco del quadretto che gli voltava le spalle. Le lagrime erano
commoventi su quella faccia da ritratto antico, posata gravemente sulla barba
a collana di padre di famiglia e di vicesegretario giubilato; sicch la
Camilla istessa adagio adagio trasse il fazzoletto di tasca, e si soffi il
naso; donn'Anna scacci il gatto che le si era accovacciato in grembo, e
successe un silenzio funebre. In quella stanza muta tutto parlava ancora di
Elena, la quale l'aveva piantata come aveva voltate le spalle nel ritratto: le
copertine all'uncinetto che decoravano le spalliere venerande delle poltrone
floscie; i fiori di carta, inalterabilmente petulanti, sugli stipi e sulle
cantoniere senza pretese, senza stile, senza et e senza vernice; i vetri del
balcone dipinti come una finestra di chiesa.
 Ha le fate nelle mani quella ragazza! soleva dire donn'Anna allorch passava
in rivista le virt della figlia dinanzi alle nuove conoscenze; e aggiungeva
che le due ragazze erano pratiche altres di tutti quei lavori pi intimi e
modesti che deve conoscere una buona madre di famiglia. Su ogni mobile c'erano
dei ninnoli graziosi che Cesare aveva regalati ad Elena; sul tavolino i libri
e i giornali che solevano leggere insieme; in un canto aspettava l'ultima
pennellata un acquerello rappresentante una cascata argentina, fra due rocce
color tan, sotto un cielo oltremare, che due viandanti, maschio e femmina,
osservavano dall'alto della rupe, tenendosi per mano, quasi avessero voluto
fare il salto di Leucade; e fra i due usci si allungava il pianoforte che era
costato degli anni di privazioni al povero genitore. Egli si faceva forza per
aggrottare le ciglia guardando ad uno ad uno quegli oggetti, e si soffiava il
naso furiosamente.
 La colpa  tutta nostra, donn'Anna! riprese infine battendosi la fronte col
palmo della mano. L'abbiamo educata come una principessa! come se avesse
dovuto sposare un re di corona! la figlia di un povero cancelliere di
tribunale!...
Allora donn'Anna, seccata dal freddo e dal sonno, perse la pazienza.
 Voi non sapete come vanno queste cose! In giornata le ragazze se non sono
bene educate non si maritano, quando non hanno dote.
 Vedete come si maritano! proruppe don Liborio. Ecco come si maritano!
Rendendovi la favola di Napoli! gettando il disonore sui vostri capelli
bianchi.
Donn'Anna stavolta si pass la mano sui capelli neri come scarpe nuove, e si
mise a brontolare fra i denti.
 Mamma! osserv timidamente Camilla.
 Infine, purch si mariti! disse la mamma. Alla morte solo non c' rimedio. E
questa non  la prima, n l'ultima...
Ma don Liborio si alz inferocito, colle mani in aria, dalle quali penzolava
il bastone, gridando:
 Mai! sentite, donn'Anna? Giammai!
 Cosa vuol dire questa parolaccia! strill allora donna Anna levando anche lei
le mani e la voce. Volete che vostra figlia non si mariti? Volete lasciarla
nel peccato? Siete cristiano s o no stasera? E se ne and infuriata a
cacciarsi in letto, battendogli l'uscio in faccia. Per il marito, senza darle
retta, s'era calcato il cappello in testa, e s'era rimesso a sedere col
bastone fra le gambe, girando tristamente i pollici, e guardando intorno in
quella stanza dove soleva passare le serate tranquille, giuocando a briscola
con donn'Anna, seduto in mezzo alle figliuole, di cui l'una cercava le
sciarade con Cesare, mentre l'altra ricamava al fianco del cugino Roberto, che
doveva sempre sposarla da anni ed anni, e le contava i punti del canovaccio,
cogli occhi fissi sulle mani di lei, senza dire una parola. A quel ricordo il
genitore intenerito fiss gli occhi su di Camilla, e usc a dire: Roberto s
che  un galantuomo!
Camilla sorpresa lev il capo, e guard il padre un istante indecisa. Poscia
non trovando che dire, torn a chinare gli occhi sulla trina.
 Roberto non mi avrebbe fatto un tiro di quella fatta! seguit don Liborio.
Cesare non me l'avrebbe dovuto fare nemmen lui un simile affronto! Non era
accolto come un figliuolo in casa nostra? Non gli volevamo bene tutti? Che gli
mancava? Avrebbe dovuto aspettare che i suoi parenti si fossero persuasi a dir
di s, come tuo cugino, un anno, due anni, dieci anni se bisognava!
 Cosa gli andate contando a quella ragazza? gli rimbecc la moglie dall'altra
stanza. Che avete perso il giudizio stasera? Venite a letto piuttosto, se no
domani sarete malato.
No! rispose don Liborio con fermezza. No, non m'importa di morire!
Di faccia a lui, in mezzo a tutta una parete di parenti e di amici in
fotografia, rilegati in cornicette di cartapesta, c'era il ritratto di Cesare
pi grande degli altri, col collo preso fra due rigidi solini, che nondimeno
sorrideva sempre graziosamente. Don Liborio si sentiva insultato da quel
sorriso, ma non poteva staccarne gli occhi, e si sfogava apostrofando il
ritratto, rimproverandogli la cornicetta dorata che lo faceva posare come un
re in mezzo a tutti quegli altri ritratti pi modesti. Cos egli era stato
accolto in quella casa confidente e ospitale a braccia aperte, come un
beniamino, come un figliuolo; babbo e mamma s'erano abituati a non pensare ad
Elena, a non far dei progetti per l'avvenire della figliuola, senza
accomunarla al giovane avvocato. E costui li aveva ricompensati rubando loro
la ragazza! Il povero genitore, stanco di brontolare e di mulinare col
cervello, gemeva di tanto in tanto: Tradimento! tradimento! come un uomo preso
fra le tanaglie del dentista.
Camilla! torn a dire dal letto donn'Anna che non poteva conciliar sonno a
quel miagolio. Tuo padre domani sar malato. Non senti che freddo? Fallo
andare a letto.
Camilla si lev, avvolse accuratamente il bigherino nella spoletta, lo ferm
con uno spillo, ripose il batufoletto nel cestino, infine venne a piantarsi
davanti al babbo, col candeliere in mano, fissandogli in faccia
tranquillamente gli occhi grigi. Don Liborio, continuando a brontolare: No!
lasciatemi crepare! segu la figliuola in camera picchiando un'ultima volta
colla mazza sul pavimento prima di deporla al solito posto dietro l'uscio.
Camilla dopo che gli ebbe preparato in silenzio la camicia e il berretto da
notte sulla sponda del letto, e le pantofole dinanzi la poltrona, gli baci la
mano, and a baciare la mano alla mamma, come le altre sere, e stava per
andarsene, quando il padre le butt le braccia al collo un'altra volta, per
lamentarsi che gli restava quella sola, la sua Camilla. Essa lasci sfogare il
babbo, si rassett i capelli, prese il lume, e se ne and chetamente
chiudendosi dietro l'uscio perch non entrasse il gatto.
Il letto di Elena era tuttora preparato per la notte, di faccia al suo, nella
medesima cameretta bianca ornata di immagini di santi in tappezzeria colle
teste e le mani di cartapecora in rilievo. Camilla disfece la rimboccatura,
stese sul letto della sorella la coperta di lana a fiori, si acconci i
capelli quasi senza guardarsi nello specchio, messo fra due cortine, su di un
tavolinetto ornato di mussolina trasparente, e cominci a spogliarsi
lentamente, fissando il letto vuoto della sorella, restando assorta di tanto
in tanto ad accarezzarsi le braccia pallide e un po' magre.
Don Liborio dal canto suo non poteva risolversi ad andare a letto; e seguitava
a passeggiare su e gi, in maniche di camicia e col berretto da notte in capo,
ficcando le dita ogni cinque minuti nella tabacchiera. Sua moglie gemeva sotto
le coperte: Io mi sento malata! Domani chiamatemi il medico, per carit!
Il buon'uomo allora si ferm dinanzi alla consorte, che gli mostrava un occhio
malinconico di sotto le lenzuola, preso da una specie di singhiozzo che gli
comprimeva la pancia dentro i calzoni fin sotto alle ascelle, scuotendo
tristamente il fiocco del berretto di cotone. Quell'assassino ci far morir
tutti! osserv infine. E tir una presa per ricacciare indietro le lagrime.
Sicuro che morremo tutti, se vi strapazzate cos la salute! Adesso non abbiamo
fatto tutto ci che si poteva? Domani si penser al resto. Ma se vi allettate
voi, vedrete che bel costrutto! Vuol dire che non ve ne importa niente di
vostra moglie, e dell'altra figlia che vi rimane!...
Don Liborio, vinto, cominci a spogliarsi, con degli ohi! ad ogni movimento
che faceva, seguitando a dondolare il capo amaramente. Poi mise la tabacchiera
sotto il guanciale, e si cacci fra le coperte in fretta e in furia,
bofonchiando degli ohi! su di un altro tono, e rimase immobile, naso a naso
colla moglie, cogli occhi chiusi, e la faccia lunga sotto il berretto da
notte. Donn'Anna sperando che fosse finita per quella sera soffi sulla
candela.
Ma il marito dopo un pezzetto sospir:
Dove sar adesso quella disgraziata?
Donn'Anna non fiat. Per da l a poco soggiunse:
Quel giovane ha il fatto suo; ha preso la laurea d'avvocato, e non le far
mancare nulla a sua moglie. Il dispiacere l'abbiamo avuto, riprese dopo un
altro breve silenzio. Ma quando vedremo nostra figlia ben situata ci
consoleremo.
Don Liborio colla testa sprofondata nel guanciale, preso dal tepore del letto,
non ebbe animo di protestare altrimenti che con un grosso sospiro. E sua
moglie conchiuse: Guardate! Giacch il dispiacere bisognava averlo, quasi
quasi vorrei che fosse fuggita anche la Camilla.
Roberto  un galantuomo! torn allora a dire don Liborio riaprendo gli occhi
torvi. Roberto non te l'avrebbe fatta una bricconata simile, dovesse aspettare
dieci anni!
S! non ve l'ha fatta perch non l'hanno avanzato nell'impiego. Vorrei vedere
che pensasse di farmela quando non ha di che mantenere la moglie!
Don Liborio voleva protestare, rispondere qualche cosa, per non sembrare che
si arrendesse. Ma sua moglie stavolta gli diede sulla voce.
Ora dormite, che ne parleremo domattina.
E fece cigolare il letto, col voltargli la schiena.

2.
Elena intanto, a braccetto di Cesare, andava bussando di porta in porta, dagli
amici e dai parenti, in cerca di asilo. Dopo che sua zia donn'Orsola aveva
rifiutato di riceverla, sotto pretesto di non guastarsi con donn'Anna, i due
amanti si erano persi d'animo.
Si trovarono di nuovo nella strada, a capo chino, incerti sul da fare,
sgomenti. Elena aveva suggerito di andare a chiedere ospitalit alla madre di
Roberto, un'altra parente lontana di don Liborio. Ma Roberto era corso a casa
mezz'ora prima a dar l'allarme, e sua madre perci aveva avuto il tempo di non
esser colta alla sprovvista, e ricevette i profughi nell'anticamera, col
candeliere in mano, e le ciglia in arco, fingendo di farsi la croce dalla
sorpresa, protestando che non poteva alloggiare una ragazza, in coscienza, col
figlio giovane che aveva in casa. Il vicinato avrebbe mormorato. Ella era
molto scrupolosa su certe cose delicate. Il suo confessore era il padre
Mansueto dei Cappuccini, il quale non era di manica larga. Roberto ascoltava
dietro l'uscio. Elena un po' pallida, col mento leggermente convulso
dall'emozione, chinava il capo, e tirava pel braccio Cesare, il quale cercava
di insistere balbettando, col cappello in mano, quasi chiedesse l'elemosina,
evitando gli occhietti acuti della sua interlocutrice. Costei, quando li ud
sgattaiolare tastoni per le scale al buio, mise un sospirone, e disse al
figliuolo, che allungava il capo dall'uscio:
Finalmente! se ne sono andati!
Ci mancava quest'altra! osserv Roberto. Ho avuto buon naso, ho fatto bene a
prevenirvene. Chi sa quando si sarebbe aggiustato il matrimonio. E intanto ci
toccava mantenere la ragazza!
Mentre scendevano le scale, annientati, Elena si ramment che al secondo piano
ci stava una vedova, la quale passava per ricca, e andava a far la calza ogni
sera dalla mamma di Roberto, dove si erano prese di una grande amicizia con
donn'Anna. Cesare non seppe che dire, e tornarono a far le scale. La vedova
era presente allorch Roberto trafelato era giunto a portar la notizia, ed era
fuggita, dimenticando persino la borsa coi gomitoli, a chiudersi in casa,
raccomandando alla sua donna di non aprire a nessuno, se venivano, e
rispondere che la padrona non era in casa. Pareva che il cuore le parlasse, e
come ud il campanello esclam senz'altro:
Eccoli!
La donna dal buco della serratura rispondeva che la padrona era uscita, e come
Cesare, sorpreso dall'incredibile avvenimento, tornava a insistere, supponeva
un equivoco, domandava se sarebbe stata molto a tornare, ella sugger:
Di' che sono in letto ammalata. Di' che ho la terzana!
I due amanti volsero le spalle senza aggiungere altro, e sotto la porta si
consultarono sul partito da prendere. Mezzanotte suonava l vicino. Uno
spiraglio di luce penetrava dall'uscio di un panattiere che dava nel cortile,
e si udiva l'abburattare del frullone. Un cane chiuso nel magazzino della
legna si mise ad abbaiare. Cesare, senza dir nulla, abbracci stretta la
ragazza. Ella si svincol dolcemente. Non si vedeva che la sua forma
indistinta nell'oscurit, tutta vestita di nero, col velo sul viso. Poi disse:
Usciamo di qua.
Dove andremo?
Non lo so.
La strada era deserta e sonora pel primo freddo d'autunno, fiancheggiata a
lunghi intervalli da fanali a gas che mettevano una striscia luminosa nelle
vie laterali. Nelle facciate oscure delle case si apriva di tratto in tratto
qualche finestra illuminata, silenziosa. Da lontano si udiva ancora il rumore
delle carrozze nelle vie pi frequentate.
Elena taceva; quando passavano sotto un fanale, si vedeva la punta dei suoi
stivalini sotto il lembo della veste che teneva raccolta e un po' sollevata da
un lato colla mano destra. Cesare con voce esitante, le chiese:
Mi ami sempre?
Ella gli strinse il braccio silenziosamente. Due questurini passarono rasente
il muro, colle mani nelle tasche del cappotto.
Il giovane scoraggiato, a secco di risorse, balbett:
Andiamo a casa mia?
No! diss'ella risolutamente.
Egli la guardava in silenzio, timidamente, quasi per chiederle se fosse gi
pentita. Elena, come gli leggesse negli occhi, riprese:
T'amo sempre! Tornerei a fare quello che ho fatto per essere tua!
Egli voleva prenderle la testa fra le mani, con un bacio casto da fratello. Ma
Elena lo respinse, mettendogli le mani sul petto, senz'aprir bocca. Solo di
tratto in tratto gli si stringeva al braccio, camminandogli allato. Cesare non
sapeva dove la conducesse, con una gran confusione nella mente, e il cuore che
gli martellava. Elena teneva il mento sul petto. Tutto a un tratto si
trovarono in via del Duomo. Cesare chiese infine:
Dove andiamo?
Da tuo zio don Luigi.
Il giovane si ferm su due piedi. Elena soggiunse: Lo so, tuo zio mi  ostile,
ma non mi lascer in mezzo alla strada. Vedrai.
Cesare voleva obbiettare che suo zio era severo ed inflessibile, e che egli
non andava pi a fargli visita dacch aveva ricevuto una certa ramanzina a
proposito della sua assiduit in casa dell'Elena.
Tanto meglio! ribatt costei. Vuol dire che sa tutto! Una volta o l'altra
bisognava pure far la pace con tuo zio, che  ricco. Vedrai che ti perdoner.
Sulla via larga e buia luccicavano una miriade di stelle, nel cielo profondo e
freddo. Elena le fece osservare all'amante, posandogli la testa sull'omero,
col bel viso bianco rivolto verso il cielo.
Cesare picchi risolutamente.
Lo zio Luigi non teneva domestici, dicendo che eran nemici salariati, e venne
ad aprire in persona, tutto rabbuffato, pallido di freddo e di ansiet per
quella visita notturna, cercando dieci minuti colla chiave prima di trovare il
buco della toppa. Egli rimase attonito davanti al gruppo che gli si present
appena aperto l'uscio.
Elena gli si butt ai piedi, piangendo, chiamandolo caro zio.
Lo zio non ebbe bisogno di chiedere altro. Egli andava cercando dove posare il
lume, tanto era turbato. Infine si sfog contro di Cesare, dandogli dello
scapestrato, dicendogli che era la rovina della famiglia, che sarebbe stato
causa della morte di sua madre, che pensava a maritarsi senza sapere ancora n
leggere n scrivere, e senza avere pane da mangiare. Per conto suo, padrone!
Il poco che aveva bastava appena a lui e a sua moglie! Elena col bel viso in
lagrime, gli teneva le mani, scongiurandolo di non lasciarla in mezzo alla
strada. Infine lo zio sent piegarsi le gambe strette fra le braccia di quella
bella ragazza, riabbotton sulla camicia scomposta il vecchio palet che gli
serviva da veste da camera, e fin col borbottare:
 Quanto a voi, restate pur qui, se volete, giacch avete fatto la frittata.
Non posso lasciarvi in mezzo alla strada! Mia moglie vi preparer un letto
alla meglio. Ma avete fatto una rovina! Cosa credete di aver preso? un terno
al lotto, o il figlio di Vittorio Emanuele?
Cesare non osava levare il capo. Tu vai a dormire in piazza! gli grid lo zio.
Va a riposarti oramai della gloriosa impresa! Hai fatto una bella cosa!
E come lo spingeva fuori peggio di un cane, Elena sull'uscio prese la mano di
Cesare, e gli disse:
 Ora son tua, sta tranquillo!
E per la prima volta lo baci in fronte.
Cesare si allontan passo passo, stretto nelle spalle, colle mani in tasca; e
per la prima volta ebbe un'idea chiara di quel che aveva fatto, come un fitta
al cuore, un misto d'angoscia, di tenerezza e di sgomento.
La sera innanzi, Elena, cogliendo l'istante in cui il babbo si bisticciava
colla mamma, e Roberto guardava in silenzio le mani di Camilla, gli aveva
piantato in faccia uno sguardo singolare, balbettando:
 Ho paura!
Era bianca come cera in quel momento; teneva chino il capo, su cui posavansi
mollemente le folte trecce, e in quell'atteggiamento metteva a nudo un collo
da statua, una nuca superba, piantata di capelli fini e folti, che si
stendevano molto basso, e si arricciavano leggermente. Successe un lungo
silenzio. Infine, mentre Roberto e Camilla scambiavano per caso qualche parola
con voce discreta, Elena prese la mano di Cesare sotto il tappeto del
tavolino, e gli disse:
 La mamma sa tutto!
Il giovane allib. Pure egli l'aveva quasi indovinato alle labbra strette di
donn'Anna, ad un che d'imbarazzato che pesava sui frequenti silenzii quella
sera, ai monosillabi straordinari di Roberto, il quale tentava di rianimare la
conversazione, alle occhiate lunghe che Camilla posava sulla sorella, senza
aprir bocca, lasciando cadere mollemente le mani sui ginocchi. La partita
finiva in quel momento, clamorosamente, al solito.
Donn'Anna, suo marito e Camilla parlavano tutti insieme. Lo stesso Roberto
s'era lasciato andare a prender parte alla discussione animata con dei cenni
del capo.
Cesare domand sottovoce.
 Come faremo?
 Io non lo so, rispose Elena. Aiutami tu!
Era la prima volta che gli dava del tu, siffattamente era turbata. La
conversazione cadde ad un tratto.
Don Liborio aveva segnato la partita sul registro apposito, scrupolosamente.
Quindi pos il berretto ricamato sulla tavola, accanto alla tabacchiera, tir
una presa, e si appoggi alla spalliera della seggiola, con un grosso sospiro,
per riposarsi. Donn'Anna riponeva le carte e i lupini che servivano a segnare
i punti nella solita scatola di cartone.
L'innamorato taceva, guardando Elena, la quale teneva il mento sul seno, su
cui luccicava ad intervalli una crocetta di vetro nero fra la trina della
scollatura. Ella aveva un vestitino bianco che le andava come un guanto, un
po' aperto a cuore sul petto, e colle maniche sino al gomito. Gli occhi di lui
passavano allora dalla figliuola alla mamma, la quale se ne stava quella sera
colle labbra strette e le ciglia aggrottate, e non gli aveva detto una parola.
Ella sgridava perfino l'Elena che non s'era affrettata a levarle di mano la
scatola di cartone per andarla a riporre nello stipo, e le domandava dove
avesse la testa quella sera!
Don Liborio caricava l'orologio diligentemente, fermandosi ad ogni giro per
non guastar la macchina. Allora Cesare disse sottovoce all'Elena, accanto al
pianoforte:
 Volete che mi allontani?
Ella gli rivolse uno sguardo lungo lungo, e rispose:
 Potresti farlo?
 Se tu vuoi... Se tua madre...
 No! rispose Elena.
 No! ripet poco dopo, fingendo di cercare fra le carte di musica. Non potrei
pi stare senza vederti.
 Cosa faremo?
 Quello che tu vuoi; rispose la ragazza semplicemente.
Egli si sent penetrare e sconvolgere da quelle parole dettegli con un soffio
di voce, mentre Elena evitava gli occhi di lui, gli voltava quasi le spalle.
Ma la tentazione che quelle parole gli mettevano nel cervello lo spaventava.
Elena vedendo che non rispondeva altro, ripet:
 Quello che vuoi. Tutto quello che vuoi!
Cesare si fece rosso. Cercava far intendere che i suoi parenti non avrebbero
acconsentito a dargli moglie, finch non ci avesse uno stato, ed anche i
parenti di lei avrebbero risposto di no.
 Allora?
Ei taceva. Elena ripet: Allora?
Egli non sapeva che dire. Sentiva fisso su di lui quegli occhi penetranti.
 Fuggire?... balbett.
Elena si rec le mani al petto, bianca come statua, e non rispose. Egli non
fiatava, atterrito dalla parola che gli era sfuggita. Elena lo guard in
faccia un lungo momento, e chin il capo lentamente.
Il cugino si alz per aiutare Camilla a riporre in ordine gli aghi ed i
gomitoli nel cassettino del telaio. Donn'Anna era scomparsa. In quel mentre
Elena china sul pianoforte scriveva due parole sulla fascia di un giornale, e
com'ebbe finito disse forte:
 Sentite, se domani non potete venire, mandatemi questa romanza.
Nella strada, al lume di un lampione, Cesare seppe che romanza gli chiedeva
l'Elena.
Domani sera, alle undici, dopo che sar partito Roberto. Aspettami nella
scala.

Come gli aveva promesso, dopo una mezz'ora che stava aspettando, al buio,
comprimendo colle mani il batticuore, la vide arrivare in punta di piedi, col
viso cos pallido e affilato che sembrava tagliare il velo. Aveva le mani
fredde, ma non tremava. Gli disse con voce breve e sorda:
 Andiamo!
Egli voleva abbracciarla, ma la giovinetta storn il viso dai baci che ei non
osava darle, e soggiunse collo stesso tono:
 No, non ancora.
Il primo bacio doveva darglielo lei per la prima, sulla porta dello zio Luigi,
dicendogli che ormai era sua.

3.
Il padre di Cesare di Altavilla era morto di una perniciosa acchiappata nel
sorvegliare la magra raccolta dell'annata. Nel delirio dell'ultimo momento,
guardando ad uno ad uno i visi che gli stavano attorno al letto stralunati,
borbottava:
 Quei poveri orfani!.. Quei poveri orfani!... come faranno?
Cesare era ancora fanciullo. Per fortuna un fratello del padre, canonico,
aveva assunto coraggiosamente la tutela della vedova e degli orfani, aveva
rimboccata la sottana sugli stivali, e s'era messo in campagna a comporre
litigi, a rinnovare ipoteche, a sorvegliare i raccolti. Il primogenito
d'accordo era stato destinato alla carriera forense, perch la famigliuola, in
lotta perennemente col bisogno, aveva sempre avuto paura dell'usciere, e in
provincia sembra un mestiere d'oro quello di vender chiacchiere. In casa
Dorello c'era l'esempio dello zio don Anselmo, il quale al seminario aveva
appeso a un chiodo di faccia allo scrittoio un berretto da prete, per averlo
sempre sotto gli occhi a guisa di un faro, ed era arrivato ad essere canonico.
Cesare doveva continuare la tradizione dello zio. Vedendolo delicato e
malaticcio da fanciullo, i parenti avevano conchiuso che era un ragazzo di
talento, e l'avevano tirato su a rossi d'uova e pannicelli caldi. Egli era
stato il chierico della famiglia, il fondamento di tutti i castelli in aria
che avevano fabbricato i genitori, quando si mettevano sul terrazzino, al
fresco, dopo il sole dei campi, colle mani pendenti fra le ginocchia,
tagliando col desiderio delle grosse porzioni pei bisogni della famiglia
numerosa in tutto quel ben di Dio che si stendeva dinanzi ai loro occhi, al di
l delle ultime case del paesello. Lo zio canonico, ogni volta che sua cognata
si metteva a letto coi dolori del parto borbottava, soffiando e passeggiando
nella stanza accanto, che in quella casa non c'era prudenza. Egli aveva preso
quindi a ben volere Cesare per quel fisico intristito che gli sembrava una
garanzia contro i rischi del matrimonio, e gli prometteva che il nipote
dovesse riuscire un uomo prudente, come l'intendeva lui.
Il giovanetto aveva ricevuto un'educazione quasi claustrale. Ogni giorno
estate o inverno andava a prendere lo zio canonico in chiesa, dopo i vespri, e
se pioveva entravano dallo speziale a veder sgocciolare l'acqua lungo i vetri,
lo zio colla sottana raccolta fra le gambe, scambiando qualche parola col
farmacista o con altri della conversazione che stavano a ragionare colle mani
sul pomo del bastone. Quand'era bel tempo facevano insieme quattro passi fuori
del paese, lemme lemme, scambiando dei saluti coi conoscenti che
s'incontravano, e si conoscevano tutti, oziando cogli occhi sulle gran macchie
grigiastre degli oliveti, le quali si velavano gi della tristezza del
tramonto, ascoltando distrattamente il cicaleccio che facevano le donne alla
fontana, e le voci che salivano dalle stradicciuole; discorrevano di quei
campi che conoscevano palmo a palmo, s'interessavano alla loro cultura;
misuravano a occhio il maggese della giornata che spiccava in bruno sulle
stoppie giallastre; osservavano la chiusa preparata per le fave, punteggiata
in nero dai mucchietti d'ingrasso; commentavano la vigna spampanata di fresco,
irta e spugnosa in mezzo agli altri filari verdeggianti. Poi, giunti al limite
solito della loro passeggiata, che era un muricciuolo soprastante un orto, lo
zio spolverava col fazzoletto due sassi, e si mettevano a sedere, coi gomiti
sui ginocchi, riposando gli sguardi sulla bella vallata che si stendeva ai
loro piedi, scolorita, sparsa di ciuffetti di verde cupo, accanto ai rari
casamenti, chiazzata di toni bruni, e biondicci, e verde pallido, solcata
dalla striscia sottile dello stradone che si dileguava in lontananza.
Accompagnavano macchinalmente col pensiero i carri che sfilavano come punti
neri, e mettevano delle ore a scomparire laggi per la grande distanza; e alle
volte, nel vasto silenzio della pianura sottoposta, credevano di udire il
fischio della ferrovia, di l delle colline, come l'eco di un altro mondo.
Allora il prete rientrava in s, e sorrideva discretamente della loro
fantasticheria come di una scappatella. Il sole intanto tramontava dietro le
montagne nebbiose, e in alto, sulle loro teste, le finestre della chiesa
scintillavano in cima al paese come una fantastica illuminazione, e chiamavano
a raccolta i loro pensieri.
Poi ritornavano indietro passo passo, colle mani dietro la schiena,
accompagnandosi ai contadini che tornavano in paese spingendo innanzi l'asino
o la mula carichi, mentre tutte le campane suonavano l'avemaria, nel paesetto
aggruppato come un branco di pecore, sotto il cielo smorto. Lo zio canonico
tornava dallo speziale dove convenivano immancabilmente il notaio, il
vicepretore e qualchedun altro, sempre le medesime persone, a far crocchio, e
raccontare i loro affari, o discorrere di quel che nella giornata avevano
osservato degli affari altrui sulla faccia dei poderi, nella passeggiata
vespertina. Cesare aveva il permesso di stare ad ascoltare anche lui sino ad
un'ora di notte. Al primo tocco di campana augurava la buona sera alla
compagnia, e andava a casa, dove le sorelle stavano sul terrazzino, al buio,
chiacchierando colle vicine dalla strada. Pigliava il lume e saliva nella sua
cameretta per mettersi a studiare. Pi tardi si sentiva l'acciottolio delle
stoviglie, gli altri rumori delle faccenduole domestiche alle quali
attendevano le donne. E ogni sera, alla stess'ora, si vedeva il solito lume
alla finestra dei vicini dirimpetto che si mettevano a cenare.
L'influenza di siffatta adolescenza in quel temperamento delicato aveva
sviluppata una sensibilit inquieta, una delicatezza di sentimenti affinati
dalle abitudini contemplative, della stessa severa disciplina ecclesiastica
che li rendeva timidi, raccolti, e meditabondi.
Don Anselmo non aveva guardato a sacrificii perch il nipote fosse avvocato.
La rivoluzione del '60 aveva gettato il discredito sulla professione del
prete, e lo zio canonico anzitutto era un contadino pieno di buon senso, che
prendeva le cose com'erano nel loro tempo e dal lato migliore. Ora il migliore
dei mestieri gli sembrava fosse quello dell'uomo di legge, una specie di prete
senza sottana che confessa in casa, e si fa pagar caro i casi di coscienza
delicati, che va a passeggio spalla a spalla col sindaco e col pretore, al
dopo pranzo, scappellato da tutti, salutato col grosso titolo ch'empie la
bocca: avvocato!
Per siffatto castello in aria la mamma s'era visto partire il figliuolo per
l'universit di Napoli, a piedi, dietro il carro che gli portava il letto e il
tavolino colle gambe in aria, e le sorelle si erano cavati gli occhi a
cucirgli il corredo quasi ei fosse andato a nozze.
A Napoli Cesare era andato ad abitare un quartierino da 35 lire e 75 al mese,
insieme a quattro compagni, ci che ripartiva le rate di fitto in ragione di
sette lire e tanti centesimi a testa, e le frazioni davano origine a dispute
senza fine, ogni qualvolta si facevano i conti, all'ora del desinare, col pane
sotto il braccio, per timore che un compagno ci addentasse distrattamente.
Nella corte della stessa casa, di faccia al quartierino degli studenti, erano
le finestre della signorina Elena, e quei diverbi clamorosi facevano correre
al terrazzino tutta la famiglia del vicecancelliere, le signorine col sorriso
impertinente, il babbo col berretto di velluto in testa, la serva collo
strofinaccio in mano; e alle volte perfino la mamma affacciava fra le tende
giallastre il viso scialbo e discreto.
La famiglia dirimpetto aveva una grande importanza agli occhi di studenti
alloggiati in ragione di sette lire e pochi centesimi a testa, e che si
rubavano il pane. Le signorine avevano ricevuta un'educazione quasi fossero
destinate a sposare dei principi. Si udivano parlare inglese e francese sul
terrazzino, suonavano il piano come non dovessero far altro tutta la vita, e
di tanto in tanto mettevano alla finestra per asciugare dei dipinti che
sembravano meravigliosi da lontano. Contuttoci la sorella maggiore aveva gi
32 anni, e la signorina Elena, la quale leggeva dei romanzi, quando non
suonava il pianoforte, guardava con certi occhi, allorch era per la strada o
sul terrazzino, come se aspettasse il personaggio romanzesco che doveva
offrirle la mano, il cuore, e una carrozza a quattro cavalli. Ogni volta che
le signore uscivano di casa tutte in fronzoli, i giovani studenti, nascosti
dietro le invetriate, si mangiavano cogli occhi lo stivalino sdegnoso della
signorina Elena che attraversava la corte fangosa in punta di piedi e colle
gonnelle in mano.
Cesare, mentre i camerati esprimevano la loro ammirazione un po' volgarmente,
da contadini che aspiravano a prendersi la loro parte nella ricca messe della
vita, era il solo che si tenesse contegnoso e riserbato, come uno avvezzo
dalla educazione ecclesiastica a rispettare le gerarchie. Da ragazzo era
sempre vissuto in mezzo a quella miseria decente che stende una tinta grigia
su tutti gli atti della vita, e li regola con un calcolo implacabile, che d
un'enorme importanza alla ricchezza pel penoso e continuo contrasto fra
l'essere e il parere. Egli sapeva quel che ci vuole a portare il don nel
paesetto, il cappello a cilindro alla domenica, i guanti per andare a messa le
sorelle; quel che costi di scarpe una bella passeggiata, e quel che valga una
giornata di studente. Egli lavorava quindi come un mezzadro coscienzioso che
non voglia rubare la sua giornata. Le signorine dirimpetto, quando rientravano
a casa tardi, vedevano sempre il lume alla finestra di lui, davanti ai libri
schierati sul tavolino. Egli non ignorava che bisognava picchiare e picchiare
nella testa come colla zappa per farci entrare la laurea. Per tutta
distrazione, alla sera, quando i camerati sgattaiolavano fuori alla conquista
delle serve del vicinato, egli si metteva alla finestra, pensando alle sorelle
che chiacchieravano a quell'ora colle vicine dal terrazzino, e alla mamma che
gli aveva messo di nascosto cinque lire in tasca prima di partire.
La corte deserta era silenziosa e malinconica, chiusa da tre lati fra alti
muri nerastri, colle finestre quasi tutte murate dall'epoca della tassa sulle
aperture, e rimaste cieche dal 1848 per economia di vetri, sulle pareti
scalcinate, senz'altro rilievo che quei davanzali scantonati che lasciavano
colare tuttora la striscia sudicia degli antichi condotti. Dall'altro lato si
rizzava un alto muro di chiesa, tutto bucherellato al pari di una colombaia,
con una grande finestra ad arco in cima, che lasciava passare dai vetri
cascanti e polverosi, il pallido riflesso delle lampade e un vago odor di
cantina. All'imbrunire una campanella fessa suonava l'angelus, in cima al
muraglione della chiesa, fra i quattro pilastri neri del campanile ritti sul
fondo pallido del crepuscolo, e sembrava gettare a fiotti nella corte delle
ombre grigie, una solitudine pi desolata, un desiderio malinconico del
paesetto natale, dell'ora in cui i lumi si accendono ad uno ad uno nella
stradicciuola tortuosa. Ogni sera alla stessa ora la serva di don Liborio
accendeva anch'essa il lume, e lo lasciava solo, nell'anticamera vuota dalla
quale arrivavano il suono gaio del pianoforte di Elena, o la voce delle
ragazze.
Il giorno della laurea, quando si dovette spalancare il portone a due battenti
per lasciar penetrare nella corte la carrozza che veniva a pigliare Cesare in
giubba e cravatta bianca, fu un grande avvenimento per tutto il vicinato. La
notizia correva da un terrazzino all'altro. Le signorine seppero in tal modo
che il giovanotto andava a pigliare la laurea d'avvocato, la parola magica che
faceva dire al genitore, col berretto di velluto in capo:
 Oggi quella  la carriera che mena a tutto. Chiss? forse in cotesto giovane
c' la stoffa di un ministro.
E la mamma donn'Anna che suggeriva all'Elena:
 Adesso, colla cravatta bianca, non c' male. E' vero?
La signorina Elena, com'era tornata l'estate, si affacciava spesso, coi
romanzi, coi versi, coi quadri dipinti. La sorella si metteva anche lei a
lavorare sul terrazzino, al fresco, silenziosamente e cogli occhi fitti sul
ricamo. La mamma non compariva mai, e don Liborio, vedendo sempre quel
giovanotto tranquillo e studioso alla finestra di faccia lo salutava
toccandosi il berretto.
E naturalmente finirono anche per incontrarsi, di sera o di giorno,
nell'androne, nell'uscire o nel tornare a casa, e attaccar discorso con un
pretesto qualsiasi. Cos a poco a poco, un passo dietro l'altro, mentre le
ragazze procedevano per la scala a capo chino, i due coniugi dissero al
giovanotto che se desiderava fare qualche visita, giacch erano vicini, quando
le sue occupazioni d'avvocato gliene avessero lasciato il tempo, sarebbero
stati lietissimi di riceverlo, cos alla buona, in famiglia. Le ragazze
possedevano qualche piccolo talento di societ, a don Liborio gli piaceva
ragionare con gente istruita, per scambiare delle idee sulla legislazione, la
politica, ed altri argomenti serii.
Il giovane andava in casa della signorina Elena a parlare di cose serie, molto
serie, guardando di sottecchi la signorina, ed imbrogliandosi allorch costei
gli piantava in faccia i suoi occhioni castagni. La sorella Camilla, tacita
come un'ombra, non levava il naso dal lavoro. Il babbo, commentando le
questioni del giorno, faceva la partita colla moglie, un'abitudine che aveva
presa da tanti anni, nel lungo tirocinio che aveva fatto in provincia, dove le
sere durano eterne, una specie di omaggio reso alla sua buona e fedele
compagna per ricompensarla dalle lunghe peregrinazioni, dell'esilio in cui
l'aveva costretta a passare quasi tutta la vita. Donn'Anna, quando non stava a
bisticciarsi col marito, era sempre in moto, da buona massaia. Assicurava che
le sue ragazze, con quelle manine bianche, e le virt che possedevano,
sapevano anche far di tutto in famiglia, ed erano pi brave di lei.
Fra gli ospiti abituali della casa c'era un giovanotto maturo, vestito sempre
all'ultima moda, il quale non mancava mai, non parlava mai, non fumava, sedeva
sempre accanto a Camilla, sotto il paralume verde, e passava la sera a
sceglierle i gomitoli, e a contarle i punti sul canovaccio. Donn'Anna nel
presentare Roberto, aveva aggiunto che era impiegato all'ospizio dei
trovatelli, ed era un po' loro parente. Pi tardi, allorch il giovane
avvocato fu maggiormente nell'intimit della famiglia, venne a sapere che
doveva entrare nel parentado sposando la signorina Camilla, appena avesse
ottenuto l'avanzamento che aspettava da sett'anni.
A poco a poco era arrivato ad essere come un parente della famiglia anche lui.
La mamma gli sorrideva, don Liborio l'accoglieva con un Oh! cordiale, la
signorina Camilla, senza aprir bocca, metteva una seggiola accanto a quella
della sorella, presso il tavolino, e Roberto gli stendeva in silenzio la mano,
perennemente inguantata. Ma prima di arrivare a questa intimit egli era
passato per una specie di tirocinio, aveva dovuto subire qualcosa come un
interrogatorio, o piuttosto un esame. Il padre della signorina Elena era stato
vicecancelliere al tempo dei Borboni, e aveva sulla punta delle dita tutte le
questioni legali. Peggio pel governo attuale che aveva messo al riposo un uomo
di quella capacit, tanto, s'andava a finire colla repubblica! il vecchio
cancelliere borbonico, messo a riposo, era diventato rosso sino al bavaro
spelato del soprabito, e prestava anche un po' di orecchio alle novit del
socialismo. La mamma, col lungo stare in provincia, quando suo marito era in
carica, aveva appreso perfettamente che in certi paesucoli ci sono delle
fortune modeste e solide da invidiare sinceramente, quei giorni in cui il
calzolaio o il fornaio assediano la casa, e tutta la famiglia esciva a
passeggio in gran gala per non udire ad ogni momento il campanello dell'uscio.
Ella assumeva il contegno bonario di una donna di casa ormai lontana dalle
frivolezze, e si intratteneva col giovane in discorsi serii anch'essa, a modo
suo, di quel che rendevano i suoi poderi di Altavilla, del vino che davano le
vigne, di quanti erano a berlo, e il giovanotto, commosso della premura
affettuosa, raccontava per filo e per segno i fatti di casa sua, faceva il
conto delle poche entrate della famiglia, e di quanti erano a tavola; anzi un
poco vergognoso del numero, arrivava a sopprimerne qualcuno, diceva che una
delle sue sorelle era troppo devota per entrare nel mondo, e voleva darsi a
Dio. La sproporzione delle ricchezze  un'ingiustizia! sentenziava don Liborio
calcandosi il berretto sugli occhi. Voi non avete che una modesta
indipendenza, ma siete giovane e avete una professione che vi pu far giungere
a tutto. Mi piacete meglio cos! Donn'Anna allora gli sorrideva amorosamente,
Camilla cercava cogli occhi la sorella, e poi interrogava collo sguardo
Roberto, il quale approvava silenziosamente, con un cenno del capo.
Elena sola si manteneva riservata in tutta quella espansione d'amicizia. Se il
giovane sorprendeva i suoi sguardi fissi su di lui, ella abbassava tosto gli
occhi. Leggeva delle sere intere a capo chino, colla nuca bianca vellutata da
una lanuggine finissima. Suonava delle ore, cogli occhi lucenti piantati sulla
carta, appoggiava sulla tastiera le belle braccia nude sino al gomito,
guardando qua e l distrattamente, e posava delle lunghe occhiate sul parente
Roberto il quale sedeva accanto alla Camilla, col naso sul ricamo, guardandole
le mani. Ella non aveva detto al giovane avvocato venti parole, quantunque
fossero stati soli e senza alcun sospetto un centinaio di volte, cercando
insieme una carta di musica dove non era, trovandosi per caso in anticamera
quando egli arrivava, andando insieme a lui all'avanguardia se le dava il
braccio. Per il giorno in cui da Altavilla gli scrissero, al tempo della
vendemmia, che l'uva infradiciava tutta e non vedevano l'ora di abbracciarlo,
appena il giovanotto and a prender congedo dalla famiglia di Elena, la
ragazza gli piant in viso quegli stessi occhi castagni, che alle volte
parevan neri, e chiese:
Tornerete presto?
A met di novembre, balbett lui.
Tanto tempo!
Non si dissero altro.
Donna Anna si congratul perch se avevano bisogno dell'assistenza di lui
nella vendemmia, era segno che la raccolta sarebbe stata abbondante.
 Bisogna rendersi utili alla societ! osserv il genitore. In fin dei conti la
prosperit delle famiglie torna a vantaggio della ricchezza generale.
La signorina Elena non diceva pi nulla. Era andata a sedersi nel vano della
finestra e guardava fuori nella strada buia, sollevando le tendine, colla
fronte appoggiata ai vetri. Allorch il giovane si alz per andarsene, si lev
anch'essa lentamente, e and a stringergli la mano, come tutti gli altri, e in
mezzo al cicaleccio generale chiese:
 Ci scriverete almeno?
E non gli lasciava le mani.
Il giovanotto, tornato ad Altavilla, nelle tranquille passeggiate, mentre il
tramonto si stendeva come una nebbia nella valle sottoposta, quando i lumi
s'accendevano smorti ad uno ad uno sulle facciate vaghe delle case, lungo la
stradicciuola tortuosa, pensava all'avemmaria che cadeva mesta dall'alto del
campanile nel cortile di Elena, al gran muro tetro, seminato di buchi neri,
alla lampada solitaria che si dondolava in mezzo all'anticamera silenziosa.
Per mantenere la promessa egli scrisse al padre di lei una lunga lettera, di
cui fece e disfece una dozzina di minute, quasi avesse dovuto sostenere con
quella l'esame di laurea, e che il babbo mise sotto la tabacchiera, sebbene ci
fosse un periodo affettuosissimo per donn'Anna, e dei saluti assai rispettosi
per le ragazze. La signorina Elena, colla sua bella calligrafia inglese,
rispose pel babbo, ch'era occupatissimo, e gli cinguett un po' di tutto, con
certo abbandono confidenziale, dandogli conto di quel che era avvenuto dopo la
partenza di lui, del come passavano le serate, e che sentivano tutti la sua
mancanza e si rammentavano spesso di lui. Qui la lettera si dilungava
alquanto. Finiva se le nostre notizie vi hanno fatto veramente piacere,
pensate che quelle che ci darete voi ne faranno altrettanto al babbo, alla
mamma, a Camilla, ed anche a chi fa da segretario.
Egli rispose subito, ma si ostin a scrivere a don Liborio, stavolta senza
minuta, descrivendogli le occupazioni della sua giornata ora per ora,
diffondendosi con tenerezza sui ricordi delle belle serate che aveva avuto
l'onore e la fortuna di passare in casa di lui. Ah! che piacere sarebbe stato
trovarci insieme alla campagna in questi ultimi giorni d'autunno! Quanti bei
quadretti avrebbe fatto la signorina Elena! e come sarebbero stati contenti la
signora Camilla e Roberto di chiacchierare sul ballatoio, al chiaro di luna,
ascoltando le storielle ingenue e le canzoni delle vendemmiatrici, sdraiate
alla rinfusa nella corte!...
Torn a rispondere la figliuola pel babbo sempre occupato, e si lasci andare
anch'essa sulla china delle memorie. Vi rammentate di quella bella sera che
passammo insieme alla Villa? quasi nascosti dietro un gruppo d'alberi,
attraverso i quali si vedeva sfilare la folla elegante, alla luce del gas? e i
lieti suoni della musica che venivano a mischiarsi allo stormir delle frondi?
Cos mi par di vedervi nel quadretto che mi fate della vostra casina. Ella
firmava: La vostra amica affezionatissima Elena. Poi la vostra
affezionatissima Elena. Infine, La vostra Elena senz'altro.
Sicch a vendemmia finita, allorch il giovanotto torn in citt a far la
pratica d'avvocato, Elena appena lo rivide si fece di bracia in viso, e gli
diede il bentornato con tal voce tremante che il giovane si chiuse quella voce
in cuore per non dimenticarla mai pi.
Entrambi si trovarono imbarazzati. Una volta che si sorpresero guardandosi a
lungo negli occhi, arrossirono. Il rossore passava come una fiamma luminosa
attraverso il pallore trasparente di Elena. Ella quasi inconsciamente gli
accenn la mamma con uno sguardo rapidissimo che pel giovane fu tutta una
rivelazione. Sino a quel momento egli non le aveva detto una parola che
quell'angelo custode della Camilla non avesse potuto ascoltare senza levare
gli occhi dal ricamo, seduta fra la sorella e il cugino. Le prime che le
rivolse timidamente, una sera che don Liborio tardava a venire oltre
l'avemmaria, e donn'Anna era andata ad aspettarlo sul balcone, furono queste:
 Vostra madre  in collera con me?
Elena scosse il capo negativamente, ma rimase a testa bassa, colla fronte
sulla mano.
 Perdonatemi Elena, aggiunse egli dopo un lungo silenzio.
Allora per la prima volta la giovinetta gli prese la mano di nascosto,
timidamente, e gliela strinse forte, senza guardarlo.
Da quel momento per lui cominci un'altra vita, tutta di sogni, in cui le
esigenze della realt sembravano svegliarlo di soprassalto con altrettante
strappate al cuore. Egli s'indebit coi colleghi, cogli amici, col sarto,
colla camiciaia, per essere ben vestito e portar sempre dei guanti come
Roberto. Ogni volta che scriveva alla sua famiglia gli toccava mentire,
inventare de' pretesti per farsi mandare del denaro che era divorato prima
ancora che arrivasse. Nella tranquilla mediocrit in cui era vissuto sino
allora non aveva mai provato quelle angoscie acute in mezzo all'indifferenza
esigente d'una grande citt. Molte volte, nelle tetre ore di scoraggiamento,
solo nella sua cameretta, coi gomiti sul tavolino e la testa fra le mani,
pensava come un rifugio alla vasta campagna serena che si svolgeva di l della
sua finestra di Altavilla, a quella pace inalterabile del paesello in cui i
ferri di una cavalcatura e gli stivali dei contadini che risuonavano a rari
intervalli sul selciato delle stradaccie, avevano qualcosa di noto e di amico.
E gli venivano le lagrime agli occhi nel contemplare le fotografie de' suoi
parenti, messe in fila lungo il muro, neri e stecchiti nei loro abiti da
festa, accanto al ritratto di Elena. Ormai quando arrivava in casa di don
Liborio tutto gli pareva mutato come si sentiva mutato internamente. Donn'Anna
sembrava covasse l'Elena cogli occhi, posava sulla figliuola certi sguardi
lunghi e desolati quasi tutte le sue viscere materne vi si stemperassero.
Camilla, impassibile, quando tutti tacevano da un pezzo senza saper perch,
diceva qualche parola sottovoce al cugino, come in chiesa, colla sua voce
calma che sembrava misteriosa in quel silenzio imbarazzante. Don Liborio
stesso non era pi quello, trinciava delle sentenze radicali sulle questioni
politiche, aveva degli occhiacci torvi sulla faccia incorniciata dalla onesta
barba bianca, si calcava sugli occhi il berretto ricamato, e fra una partita e
l'altra tirava su delle prese di tabacco rumorose come razzi. Elena, colla
testolina china sul libro o sul lavoro, in atteggiamento da vittima, figgeva
in viso a Cesare delle occhiate lente e malinconiche, ogni volta che alzava il
capo, e il seno le si gonfiava e faceva alitare la blonda come cosa viva. Il
pianoforte, lungo disteso, taceva anch'esso da settimane e settimane, talch
la cosa pi allegra di quel salotto, in mezzo al fruscio delle carte da
giuoco, e lo scricchiolio secco dei ferri di Camilla, era Roberto, seduto
accanto a lei, a guardarle le mani che facevano andare la spoletta, inamidato
e taciturno.
Quell'aria di musoneria si estendeva come un contagio. Persino la briscola
languiva, e don Liborio mischiava le carte svogliatamente. Donn'Anna una volta
arriv a troncare la partita prima del solito per chiedere al giovane quando
pensava ad aprir studio d'avvocato, se nella sua famiglia c'era qualche
progetto riguardo al suo avvenire, se le sue sorelle pensavano di accasarsi
prima di lui, ecc. ecc. Don Liborio, coi gomiti sul tavolino, e il berretto
fra le mani, ascoltava taciturno. Infine, sentenzi che il primo dovere di
ogni galantuomo era di crearsi una famiglia, e un avvocato per posarsi agli
occhi del pubblico, ha bisogno indispensabile di prendere moglie. Roberto, il
quale aspettava da sett'anni l'avanzamento nell'ospizio dei trovatelli per
ammogliarsi anche lui, approvava col capo, seduto accanto alla sorella
maggiore.
 Per una madre di famiglia, conchiudeva donn'Anna,  un gran pensiero quello
di dar stato ai figliuoli. Lo so io cos' aver in casa delle figliuole da
marito. E bisogna star sempre cogli occhi aperti. Non parlo per voi, Cesare,
che siete un galantuomo. Ma  un pericolo serio, Dio liberi!
E don Liborio andando su e gi per la stanza colla tabacchiera in pugno,
aggiungeva:
 La nostra legislazione  incompleta, perch non punisce sufficientemente i
tradimenti domestici. Chi abusa della fiducia e dell'ospitalit di una
famiglia onesta dovrebbe essere condannato ai ferri!
Oppure:
Vorrei vedere, adesso che hanno messa questa moda dei giurati, cosa mi
direbbero se mi facessi giustizia colle mie mani, in un caso simile?
Fu allora che Elena, nel momento che il babbo aveva ripreso a giuocare e a
bisticciarsi colla mamma, aveva piantato in faccia a Cesare gli occhi
penetranti, e gli aveva detto con quella voce tutta sua: Ho paura!

4.
Lo zio Luigi telegraf ad Altavilla che il nipote aveva fatta la frittata. Il
telegramma arriv in casa Dorello mentre la famigliuola stava per mettersi a
tavola. Don Anselmo impallid leggendolo, e lo porse senza dir parola alla
cognata; la quale lasci cadere il cucchiaio nel piatto. Gli altri rimasero
allibiti coi gomiti sulla tovaglia, davanti alla finestra tutta verde del noce
dell'orto.
Nessuno osava fiatare; le ragazze, spaventate, si guardavano in faccia quasi
fossero state colte in fallo. Dopo qualche momento donna Barbara torn a
prendere in silenzio il tondo del cognato per riempirlo, ma questi disse con
un gesto calmo, levando la mano collo smeraldo al dito.
 No, non ho pi fame.
Si pass il tovagliuolo sulla bocca, quasi a tergerne l'amaro, lo ripieg, lo
pos sulla sponda, e sal in camera sua a frugare nelle carte che erano sullo
scrittoio. La cognata rimasta colle figliuole, si cacci le mani nei capelli,
senza dir nulla.
Le ragazze sparecchiarono in silenzio, e andarono a rincantucciarsi nelle loro
stanzette. Lo zio canonico non usc nel dopo pranzo. Verso sera la cognata
and a picchiare timidamente all'uscio di lui.
 Sto mettendo in ordine le sue carte, disse il canonico leggendo negli occhi
sgomenti della povera madre. Ci vorr un po' di tempo, perch non mi sarei
aspettato di dovergli rendere questi conti cos presto.
La poveretta si lasci cadere su di una sedia vicino all'uscio, annientata,
colle braccia in croce sulle ginocchia, seguendo macchinalmente cogli occhi
lagrimosi ogni gesto del cognato, il quale sembrava tranquillo. Infine,
vieppi spaventata da quella calma, balbett:
 Siamo rovinati!
 Voi altri no. Per voi altri finch vivr ci penser io, se volete continuare
a star con me; rispose il canonico.
Ma lei piangeva in silenzio colle mani sul viso. Poi balbett:
 E lui?...
 Ecco qui rispose il cognato. Egli ha settemila lire di sua rata sul
patrimonio paterno. Se si contenta di pigliare le vigne di Rosamarina,
quantunque valgano qualcosa di pi, e quel che gli tocca della casa paterna,
faremo le cose all'amichevole, a risparmio di spese, e sar meglio per tutti.
 Settemila lire!... Son poche per vivere!
Allora il prete si strinse nelle spalle, e fu il solo movimento brusco che gli
scapp.
 Qualcosa di dote gli porter la moglie. Poi ha un'eccellente professione, e
dovete pensare che gli altri vostri figliuoli non hanno neppure quella, e non
vi sono costati tanto! Egli ci ha rovinati tutti!
La madre a tutte quelle ragioni rispondeva piangendo. Infine calmata tutta a
un tratto, quasi lo Spirito Santo l'avesse illuminata, colle membra ancora
scosse dai singhiozzi, e la faccia bagnata di lagrime, disse:
 Andr io stessa alla citt, da mio figlio. Gli parler, gli toccher il
cuore. Egli ha avuto sempre il cuore buono per la sua mamma!
Il cognato la guard in viso, come fosse colpito anche lui da
quell'ispirazione. Poi torn a leggere il telegramma, e scosse il capo, per
dire che era inutile.
 Fate come volete, conchiuse porgendole il dispaccio.
La povera madre si mise in viaggio il domani all'alba, con un fardelletto che
Rosalia si affaccend a metterle insieme tutta sgomenta quasich partisse per
l'America nella carrozzaccia sconquassata che portava la posta alla stazione.
Il cognato l'accompagn sino al ballatoio.
 Se si ravvede, se vuol tornare qui, la casa  sempre aperta, diteglielo, per
lui, ma per lui soltanto!

Il giovane, non osando farsi pi vedere dai genitori di Elena, era andato a
stare all'albergo. I suoi camerati in massa gli avevano prestato cento lire,
col viso serio, come gli fosse accaduta una sventura, e il pi anziano, uno
studente di medicina, alla prima barzelletta che avevano arrischiato i
compagni sull'avventura di lui, sentenzi che sarebbe stato meno male se si
fosse rotta una gamba. A Cesare per disgrazia erano rimaste le gambe sane e
vagabondava tutto il giorno, come un delinquente, finch tornava a buttarsi
rifinito sul letto, cogli occhi stralunati, e il viso sfatto. Cos rientrando
a casa trov nella sua cameretta la mamma, seduta vicino all'uscio, pallida e
stanca anche lei, col suo fardelletto posato accanto sul tavolino.
Ei sent darsi un tuffo nel sangue e rimase immobile dinnanzi a lei, avvilito,
colle braccia penzoloni, gli occhi impietriti, il mento cascante.
Sua madre s'era preparata tutto il discorso lungo la strada, colle risposte di
lui, figurandosi al vivo gli atti, le inflessioni di voce, i menomi gesti, il
pentimento del figliuolo il quale si sarebbe buttato piangendo fra le sue
braccia, e sarebbe tornato al paese con lei. Con quelle immagini nella mente
andava fissando lagrimosa i campi che fiancheggiavano la strada, gli alberi
che sfilavano, quasi per stamparseli in mente, per gustare la gioia del
contrasto nel momento in cui avrebbe rifatta quella strada con suo figliuolo.
Il sole sorgeva glorioso come una promessa fra le gole dei monti, e la
poveretta diceva al sole colle mani giunte, fervidamente: Vergine santa! Vi
ringrazio! Vi ringrazio, Dio mio! Ma adesso al cospetto del figliuolo
atterrato, a guisa di un reo, lei rincattucciata accanto all'uscio come
un'estranea, non sapeva che dire, non si rammentava una sola di quelle parole
che dovevano toccargli il cuore. Scoraggiata, cominci a far greppo in
silenzio, al pari di una bimba, sporgendo il labbro, e tremando tutta pei
singhiozzi rattenuti. Quell'angoscia puerile diveniva straziante su quella
faccia sbattuta, sotto quei capelli bianchi.
 Oh mamma! oh mamma! singhiozzava il figliuolo cadendole finalmente ai piedi,
colla faccia sui ginocchi di lei. Oh mamma! E non sapeva dir altro.
La povera mamma piangeva cheta cheta, china su di lui, tastandolo colle mani
sulla faccia e sulle spalle; gli accarezzava il capo come quando bambino se lo
teneva allo stesso modo fra le ginocchia, singhiozzando ad alta voce dalla
gioia. Andava persuadendolo cos: Sai, l'annata  stata scarsa. Il grano 
andato tutto a male. Sulla vigna ha grandinato. Quest'inverno c' stata una
gran mortalit di pecore, s che i Forano hanno venduta la casa. Ci vuole
l'aiuto di Dio! Tutte quelle povere ragioni dei poveretti che sono eloquenti
soltanto per loro, e colle quali le pareva che tutto fosse accomodato. Talch,
sperando che Cesare fosse gi partito, le sembrava di scorgere il sole radioso
del mattino in quella cameruccia sconosciuta che le aveva stretto il cuore
d'angoscia al primo entrare.
Come furono pi calmi and a sedersi sulle ginocchia del figliuolo, e se lo
teneva abbracciato stretto, colla testa sull'omero, ripetendo in cuor suo:
 Vergine santa, vi ringrazio! Sono state le anime del Purgatorio che gli hanno
toccato il cuore al figlio mio! E' stata l'anima di suo padre!
E si dava a rassettare ogni cosa per la stanza, quasi ora si sentisse a casa
sua, sollevata da un gran peso, colle mani tremanti tuttavia, disfaceva il suo
fagottino, guardando dove potesse mettere la roba: Mi terrai qui, con te, non
 vero? Poi domani torneremo insieme al paese. Tuo zio ti manda a dire che
t'aspetta a braccia aperte. Andremo domani. Ora mi sento stanca, sono vecchia.
Mi sento vecchia.
 No, mamma, balbett il figliuolo. Non posso pi tornare a casa!...
Fu come se ricordasse, e rimase colle sue robe sulle braccia, che non sapeva
dove metterle. Poi le pos un'altra volta sul canterano, giunse le mani
scarne, forte forte: E cosa hai fatto che non puoi tornare a casa? Cosa hai
fatto, figlio mio?...
Egli non rispose, scuotendo il capo, cogli occhi colmi di lagrime, seduto
tristamente sulla sponda del lettuccio, stringendo fra le mani il fazzoletto
fradicio.
 Io son vecchia. Per me fa pure quello che vuoi. Ma pensa che le tue povere
sorelle rimarrebbero in mezzo a una strada se tuo zio ci abbandonasse anche
lui.
 Ah! mamma! rispondeva il giovane scuotendo il capo e col fazzoletto fra le
mani. Se sapeste! se sapeste!
 S, s, lo so, figlio mio! povero figlio mio! Lo so quel che devi averci in
cuore! Ma cosa puoi farci se siamo poveri! Tu non sai... tu non sai nulla!...
Alle volte, quando aspettavi la mesata, tuo zio non dormiva la notte. A
Natale, che massaro Nunzio non aveva mandati i denari del vino, e il camparo
era tornato colle mani vuote dalla fiera, che giornata! Per noi non importava,
perch le tue povere sorelle sono avvezze a tutto, e con quattro legumi... Ma
il martello era per te... Colui non sa come fare, in paese forestiero! diceva
tuo zio. Allora ho pianto tanto, seduta in un cantuccio della camera, ch
pensavo Lui, non sa come fare in paese forestiero! e mi pareva di vederti
andare affamato per le vie della citt che non conoscevo, di l dei monti, a
quell'ora che solevi tornare a casa, quand'eri al paese, e le tue sorelle ti
conoscevano al rumore dei passi, e dicevano: Questo  lui che torna a casa.
Vedi, le tue sorelle non sono belle come tante altre, no, non sono belle come
tante altre, ma ti vogliono bene di pi... e parlavano sempre di te, la sera,
mentre facevano la calza nel tinello, sotto il quadro grande, e dacch sei
partito ti rammenti? che eravamo tutti sul ballatoio, finch ti si pot
vedere, non hanno mancato un giorno di rifarti il tuo letto, come se avessi
dovuto tornare, la sera, e la tua stanza  rimasta tal quale l'hai lasciata, e
nessuno se ne  mai servito, nemmeno quando si raccolsero tante di quelle
carrubbe, ma tante, che non si sapeva dove metterle, e ce n'erano persino due
cestoni sotto il letto di tuo zio. Tuo zio ha detto Mettetene una manciata nel
forno, che gli piacciono tanto a lui, quando torner.
 No, mamma! ripeteva il figliuolo. Io non posso pi tornare a casa...
 Ma cosa hai fatto, che non puoi tornare a casa? Dillo a tua madre! Cosa hai
fatto?
 Ho fatto... che ella  fuggita da casa sua per amor mio. E' fuggita con me.
Ha abbandonato i suoi parenti, e non ha pi nessuno, mamma!
A quella risposta la poveretta non seppe pi che dire. Non pensava pi
all'abbandono del figliuolo e allo sgomento di ricomparir con quella notizia
alla presenza del cognato. Aveva dinanzi agli occhi le sue ragazze che
fuggivano coll'amante come quell'altra, il sottosopra della casa al primo
momento che si scopriva la terribile disgrazia. Allora si mise a raccogliere
lentamente le sue cose, accasciata, senz'altra speranza. In quel momento le
cadde sotto gli occhi il ritratto di Elena, inchiodato a capo del letto, nella
sua bella cornice dorata, colle labbra e le sopracciglia possenti sul volto
color d'ambra.
La poveretta rimase un istante immobile l accanto, col suo fagottino in mano,
umiliata dalle sue vesti meschine e dalla sua figura timida e magra, colle
povere dita ossute intrecciate nel nodo del fardelletto. Oramai sentiva che
tutto era finito, e che sarebbe stato inutile lottare coll'incantesimo di
quella bellezza che le aveva tolto il cuore del figliuolo. Soltanto soffriva
uno schianto doloroso, e una desolata piet pel suo ragazzo che doveva penar
tanto nel vederla partire. Ella non pensava ad altro. Gli diceva: Senti, io
devo andarmene perch il treno sta per partire. E' meglio tornar presto al
paese giacch le tue sorelle son rimaste sole, e tuo zio si adirer
maggiormente se gli facciamo aspettare la risposta. Sar tanto di risparmiato
nella spesa del viaggio.
Ora lui sconvolto andava su e gi per la stanza, come cercasse qualche cosa,
collo sguardo fisso e vitreo.
Sua madre sulla soglia, gli disse:
 Io pregher Dio perch tocchi almeno il cuore di tuo zio. Le anime sante mi
aiuteranno, Cesare!
Ei si era messo il cappello in capo, macchinalmente, e voleva levarle di mano
il fardelletto, senza sapere che facesse. Ora abbracciami! gli disse la madre
ch se tuo zio non vuol perdonarti forse non ti vedr mai pi. Son vecchia, e
potrei morire.
 Mamma! disse lui. Vorrei esser morto!
La madre, mentre se lo teneva fra le braccia, trasalendo in tutte le membra,
rispose:
 Cosa vuoi che io faccia? Le tue sorelle non hanno altro sostegno se non tuo
zio. Che vuoi che io faccia?
E andava ripetendo le stesse parole, mentre scendeva adagio adagio la scala,
tenendosi alla ringhiera. Ad un tratto egli parve che si ricordasse di qualche
cosa, corse in camera sua di nuovo, e torn coi pochi denari che gli
rimanevano in mano.
 Tenete, vi serviranno pel viaggio. Non ho altro, mamma!
 Ecco cos'! osserv la mamma. Se fossimo ricchi n tu n io avremmo questa
croce in cuore adesso!
 Aspettate, aspettate, ch voglio accompagnarvi alla stazione.
Al momento di montare in carrozza, mentre la povera forestiera guardava
attonita e sgomenta il via vai della folla, e teneva stretta di nascosto sotto
lo scialle la mano del figliuolo, ch cos si sentiva stretto il cuore
dall'angoscia e le pareva che glielo strappassero colle unghie, egli ripet
ancora:
 Aspettate, che voglio accompagnarvi per un altro po'.
Non gli bastava il cuore di staccarsi da lei. Ella lo sentiva, tenendogli
sempre stretta la mano sotto lo scialle, seduta accanto a lui nel carrozzone,
guardando la pianura grigia di stoppie che fuggiva dietro a loro. Infine
dovette lasciarlo, per montare nella carrozzella sconquassata che aspettava i
viaggiatori del paesetto, coi ronzini dormenti all'ombra magra delle robinie.
E l'era parso che egli le avrebbe detto ancora: Aspettate, che voglio
accompagnarvi sino al paese... stringendogli sempre la mano di nascosto sotto
lo scialle.
Egli affacciato allo sportello, premendosi il fazzoletto sulla bocca, seguiva
cogli occhi il mantice polveroso del legnetto che ondeggiava e traballava
allontanandosi per la straduccia bianca. Quando non vide pi nulla, si
rincantucci in un angolo, buio come l'animo suo, nella notte che avviluppava
diggi ogni cosa, piangendo come un ragazzo. Ma allorquando i lumi della citt
cominciarono a risplendere nell'orizzonte, anch'egli si rischiar, ripreso
dall'immagine di Elena, e rifletteva che sua madre andava calmandosi essa
pure, pensando alla famigliuola che l'aspettava al villaggio. Cos la fiumana
della vita li ripigliava e li allontanava sempre pi.
La madre arriv a casa di notte, affranta. Le ragazze dormivano, suo cognato
solo vegliava aspettandola, come avesse indovinato che doveva tornare subito.
Egli non disse una parola, mentre la cognata posava il fardelletto, e le
sporse una sedia. Ma a lei quel silenzio le serrava maggiormente la gola.
Allora il canonico, vedendola presa da un tremito nervoso in tutte le membra
and ad empirle un bicchier d'acqua.
 Pensate che se vi ammalate sar anche peggio per le vostre figliuole le disse
egli con voce calma. Alla fin fine non  morto nessuno.
La poveretta si fece animo, e raccont finalmente tutto quello che sapeva,
fissando timidamente in volto il cognato, per seguir ansiosamente l'effetto
delle sue parole. Il prete rimase impassibile. Alla fine disse:
 Ora bisogna maritarli.
E siccome sua cognata lo guardava attonita:
 Se no sarebbe uno scandalo. Nel paese, a diritto o a torto, passo pel capo di
casa, e il vescovo mi toglierebbe la messa. Del resto non potete impedire che
vostro figlio si mariti. Se gli negate il consenso, glielo danno i tribunali.
 Io non glielo nego balbett ella timidamente, agitata fra la speranza e il
timore, parendole che il cognato inclinasse di gi a perdonare.
Il cognato approv col capo in silenzio.
Allora la povera madre proruppe in lagrime di consolazione. Lo sapevo che le
anime del Purgatorio non ci avrebbero abbandonato! singhiozzava; e voleva
correre a svegliare le figliuole per dar loro la buona novella che lo zio
canonico perdonava al nipote e gli apriva le braccia.
Ma il prete la ferm dolcemente, posandole sulla spalla la mano coll'anello, e
disse:
 Adagio! Quanto a perdonare, perdono; ch devo andare a celebrar messa domani,
ma altro non voglio n devo fare. Quel poco che posso per la famiglia di mio
fratello lo d volentieri. Ma non ho la prebenda di un vescovo, e non posso
tirarmi sulle braccia anche la famiglia dei figli di mio fratello. Ognuno a
casa sua. Se voi altri volete andare a stare con vostro figlio, padronissimi.
Ma in casa mia no! pensateci bene.
Il giorno appresso dopo pranzo, lo zio canonico, invece di fare la solita
passeggiata fuori del paese, and a trovare il notaio suo amico, e scrissero
insieme a don Liborio una bella lettera.
In casa dell'Elena, passato il primo sfuriare della burrasca, s'erano un po'
calmati. Soltanto don Liborio invece di fare la solita partita continuava a
girare i pollici sulla tabacchiera, seduto di faccia al ritratto di Elena che
gli voltava sempre la schiena. Roberto, come un'ombra, arrivava all'ora
solita, stringeva la mano in giro a tutti, e andava a mettersi al suo posto,
colla sua regolarit d'impiegato.
Al giungere della lettera dello zio canonico che prometteva il consenso della
madre del giovane, e voleva sapere quel che avrebbero assegnato in dote
all'Elena, donn'Anna salt su tutte le furie, ricordandosi dell'offesa mortale
che avevano fatto alla sua casa, e cominci a strillare che la gallina si
piuma dopo morta, e invece loro erano ancora in vita, lei e suo marito, e non
intendevano spogliarsi a beneficio di un'ingrata che li aveva piantati a quel
modo. Del resto poi avevano un'altra figlia da maritare, e quella siccome era
buona ed amorevole, meritava pi dell'Elena. Lui, se aveva fatto quella
prodezza voleva dire che si sentiva di mantenere la moglie, senza bisogno
della dote. La sua figliuola portava con s non una ma cento doti, con tutte
quelle virt che possedeva, e come l'avevano insegnata lei. Il signor avvocato
poteva ringraziare Dio e i Santi per la fortuna che aveva acciuffata, e non
andare a cercar altro.
Don Liborio, rigido come un Bruto, calcandosi sul capo il berretto ricamato,
aggiungeva:
 Io non ho dote da assegnare! Io non ho pi figlia!
Quanto al consenso lo diedero con tutte e due le mani. Alla fin fine avevano
viscere paterne, e la mamma arriv anche ad intenerirsi ricordando che a quel
giovane gli aveva voluto bene, ed era arrivata a considerarlo come uno della
famiglia. Don Liborio, rabbonito, confess che gli era stato simpatico anche a
lui, e per questo gli avevano aperto il cuore e l'uscio di casa, favore che
non soleva accordare a tutti, Roberto era l per farne testimonianza. Roberto,
l presente, accanto alla Camilla, affermava col capo.
 Un avvocato pu arrivare a tutto al giorno d'oggi! finiva don Liborio. In
quel giovane c' la stoffa di un ministro.
E donn'Anna soggiungeva:
 Lo zio canonico poi, ch' un servo di Dio, non dovrebbe badare tanto al
sottile, per levare due anime dal peccato.
Ella rilasci generosamente alla figliuola tutti gli abiti e il corredo che
possedeva da ragazza. Il giovane aveva la sua rata di patrimonio paterno, pel
valore di settemila lire, rappresentato dal fondo rustico di Rosamarina, e la
rata della casa. Siccome il tempo stringeva e mancavano i denari di metter su
un quartierino, i due sposi decisero d'andare a passare l'autunno nella loro
propriet.
Essi arrivarono in una piovosa giornata di ottobre, preceduti da un carro
carico dei bauli, casse e cassettini di Elena. Il primo giorno alla Rosamarina
fu malinconico, in quelle stanzuccie nude, dove si ammonticchiavano quei
cassoni come in un magazzino di ferrovia, al cadere di quella giornata
scialba, colla prospettiva del paesetto perduto nella nebbia, grigiastro e
scolorito nel cielo scuro. Il giovane avrebbe voluto correre subito ad
Altavilla per abbracciare sua madre. Ma il canonico gli fece sapere che ella
stava poco bene, e l'avrebbe vista in chiesa, quando poteva cominciare ad
uscire di casa.
Nel paese dicevano: Come principia allegramente questo matrimonio d'amore!

5.
Era di ottobre. Tutte le famiglie di Altavilla erano in villeggiatura per
sorvegliare la vendemmia. Alla Rosamarina l'arrivo degli sposi fu un
avvenimento. Elena colle sue toelette nuove, coi suoi ombrellini vistosi,
metteva i gai colori cittadini nel verde pallido delle vigne, sulle roccie
pittoresche, gi brulle, in mezzo alle tinte melanconiche dell'estate che si
dileguava. Ella era realmente felice, nel pieno sviluppo della sua natura
esuberante, avida di sensazioni piacevoli, sedotta dallo spettacolo nuovo
della campagna, accarezzata dalla adorazione concentrata e quasi timida del
marito, lusingata dal rispetto semibarbaro con cui i contadini accoglievano la
nuova padrona, da quell'ammirazione attonita che leggeva sui loro volti quando
si allineavano lungo il muro per lasciarla passare ogni volta che la
incontravano mentre andava pei suoi viali, nella sua vigna, nel suo podere,
coll'ombrellino sulla spalla, al braccio di suo marito, il padrone, che le si
inginocchiava ai piedi, dietro la siepe, e le baciava gli stivalini di pelle
dorata. All'alba correva nei campi velati dalla nebbia del mattino, in mezzo
alle lodole che si levavano trillando verso il cielo color di madreperla,
ancora spettinata, senza guanti, tenendo a due mani il lembo del vestito,
respirando a pieni polmoni l'aria frizzante e imbalsamata di nepitella e di
ramerino. Godeva in sentire la frescura della rugiada sotto i piedi. Le
piaceva sdraiarsi sull'erba sempre verde, in mezzo al folto delle macchie,
nelle ore calde del meriggio, supina, colle braccia in croce sotto l'occipite,
e bersi cogli occhi, colle labbra turgide, colle narici palpitanti, con tutta
la persona avida e abbandonata, l'azzurro intenso del cielo, quei profumi
acuti, quel ronzio e quel crepitio sommesso di tanti organismi, quella quiete
solenne in cui si sentiva l'espandersi di una vita universale, quel canto dei
vendemmiatori che non si vedevano, tutti quei rumori e tutte quelle voci che
venivano a morire sull'alta muraglia brulla della Rocca, senza un'ombra, senza
un filo d'erba; arsa dal sole, in fondo al verde cupo e profondo dei
nocciuoli, ritta contro il cielo turchino. Quel paesaggio per la maggior parte
infruttifero era di un pittoresco stupendo, si svolgeva a destra e a sinistra
con bruschi cambiamenti di prospettiva, con ricca variet di toni e di colori,
coi greppi brulli e giganteschi, le macchie sterminate, i valloni profondi, a
guisa di un parco immenso, con una grandiosit di linee che Elena sola sapeva
apprezzare. Per i villani facevano spallucce al suo entusiasmo per quella
Rocca di granito che non fruttava niente, e di cui ella andava superba come di
possedere un feudo. Invece il loro entusiasmo lo riserbavano per le terre del
Barone, piatte, senza una pennellata di colori ricchi, vere terre da maggese,
che nell'estate si screpolavano come un vulcano estinto. Elena era forse la
sola che fosse orgogliosa di possedere quel paesaggio. Il sentimento della
propriet nasceva e si sviluppava in lei con alcunch d'artistico e di
raffinato. Quando il sole tramontava nella sua vigna, aveva l, e non altrove,
quegli ultimi effetti di luce calda e dorata sulle foglie ingiallite, sul
verde cupo dei roveti che imboscavano il vallone, sulla grigia montagna di
granito tinta di roseo e di violetto pallido. L'ombra si allargava dalla
Rocca, dal folto dei nocciuoli come un velo di tristezza, e il sole invece
saliva lentamente sulla facciata bianca della casina, accendeva i vetri delle
finestre, sembrava far sbocciare in quel punto i fiori campestri in cima alla
siepe coronata da un pulviscolo dorato. In fondo, nella valle, le terre del
Barone si stendevano diggi scure, annegate nella nebbia, solcate dalla lunga
fila d'aratri che preparavano il maggese tutto l'anno. E Cesare, il marito,
colla testa sui ginocchi di Elena, le diceva:
 Vorrei essere ricco come il Barone per renderti felice.
Quel paesaggio, quelle nuove sensazioni avevano una grande influenza sulla
natura di Elena, impressionabile e appassionata. In quell'ora di effusione,
nel gran silenzio della sera, nell'isolamento completo della campagna
profumata, il marito le si abbandonava completamente, le apriva intero il suo
cuore, coi pudori, colle timidezze, colle espansioni, colle angoscie e i
rimorsi del suo affetto fervente e vergine. Guardando le stelle che sorgevano
al disopra della Rocca, col capo fra i ginocchi di Elena, le narrava le pene
che aveva sofferto pel suo amore, il rimorso che ella gli era costato, quando
aveva visto partire la sua povera madre desolata. Ora anch'egli non aveva
altri al mondo, perci alle volte sentiva il bisogno di immergere il suo volto
nel seno di lei, di chiudere gli occhi, di non pensare pi a nulla.
Con lei dimenticava le inquiete preoccupazioni dell'avvenire e le molestie
pungenti e meschine del presente che lo costringevano a farsi prestar denaro
dal notaio. Ella non sapeva nulla di tutto ci. Lo credeva felice come lei era
felice, avrebbe voluto correre pei campi insieme a lui, come due fanciulli,
abbandonarsi completamente ai suoi capricci. La sera stavano a prendere il
fresco sulla terrazza, di faccia alla roccia, che tagliava come una gran tenda
nera il cielo tutto luccicante di stelle. Di l si udivano discorrere i
vendemmiatori nel palmento, e dall'altra parte della vallata, nella viottola
che correva sulla cornice della Rocca, si udiva il corno che annunziava
l'arrivo degli altri carichi d'uva. Elena, coi gomiti sulla ringhiera, al
fianco del marito, ascoltava distrattamente quell'affaccendarsi di gente a
tarda ora, quei suoni di corno lontani, vagava cogli occhi sull'aspetto
indeciso del podere, di cui i confini sembravano allargarsi indefinitamente
nelle tenebre, sino al lumicino lontano che tremolava in fondo la valle, nel
vasto caseggiato del Barone. Si sentiva ricca e felice. Allora, stranamente
commossa, si stringeva contro il marito, in mezzo al discorrere sommesso di
tutta quella gente che viveva per loro, e gli appoggiava la testa sulla
spalla, con un abbandono pieno e riconoscente di tutto il suo essere.
Lui, nel sogno febbrile della sua luna di miele, aveva dei risvegli bruschi e
penosi, dei sussulti inquieti, delle vaghe angoscie. Ogni cantuccio di quella
villetta rustica aveva delle memorie care ed intime, che si ridestavano come
un rimorso. Quand'era solo al balcone, verso l'avemaria, e il paesello di
faccia andava abbuiandosi, e spandeva nel cielo pallido, dall'alto, le note
meste delle sue campane, e si accendevano ad uno ad uno i suoi lumi
tranquilli, gli passava dinanzi agli occhi la visione di tanti ricordi
domestici che mai gli erano sembrati tanto affettuosi e impressi al vivo
dentro di s. Ripensava alle parole di sua madre: Chiss se ti vedr mai
pi? come una dolcezza melanconica e lontana. Solo si rasserenava al sentirsi
accanto l'Elena che si appoggiava al suo omero. N l'accusava di indifferenza,
per la sua gaiezza spensierata.
 E' una bambina! ella non sa nulla!... diceva fra di s colla generosa
indulgenza delle nature vittime della propria bont, e che cercano nella
propria debolezza la spiegazione e la scusa di ogni fallo altrui.
Un giorno and ad Altavilla all'ora dei vespri, per incontrare la mamma in
chiesa.
L, nella penombra della navata, resa pi triste dal lumicino che ammiccava
davanti all'altare e dalle lunghe tende violette che chiudevano le arcate,
egli vide la sua vecchiarella curva sull'inginocchiatoio, e che pregava
certamente il Signore anche per lui. La poveretta piangeva e rideva di gioia
nel rivedere il figliuolo, e si stringeva il suo capo sul petto scarno,
dinanzi agli occhi della Madonna, che  madre anche lei. Ella sembrava pi
grande di Cesare in quel momento. Il tramonto, scintillante sui vetri come una
gloria, riempiva ancora di luce la volta della chiesa alta e sonora.
 Ora, disse la madre, inginocchiati con me. E preghiamo insieme Iddio.
Signore, dategli la grazia dell'anima! borbottava tenendo per mano Cesare come
un bambino. Signore, dategli la salute! Signore, dategli la providenza,
dategli la pace e la felicit coi suoi cari, soprattutto con sua moglie.
Chi gliel'avrebbe detto allora, a quella povera madre!...
Ella rimase qualche momento pregando fervidamente dentro di s, cogli occhi
ardentemente fissi sul Crocifisso. In questo momento si udiva nelle tenebre
del coro, dietro l'altare, il salmodiare funebre dei canonici, nel silenzio
della chiesa che cominciava a esser rotto dallo scalpicciare di qualche
fedele. In alto la campana chiamava alla benedizione. Un chierico accese
quattro candele sull'altare maggiore, e un prete piccolo e grasso, rizzandosi
sulla punta dei piedi, apr il tabernacolo, or un momento colla fronte
appoggiata all'altare, e poi si volt verso il pubblico, accompagnato dallo
scampanio festoso, colla sfera raggiante in alto, benedicendo il mondo di l
del finestrone lucente, su cui calava la notte. La vecchierella agitava
febbrilmente le labbra con una tacita preghiera, tenendo stretta la mano del
figliuolo quasi per comunicargli la sua fede. La cantilena malinconica degli
astanti si estinse a poco a poco.
 Ora lasciami vedere come stai, gli disse conducendolo alla luce incerta del
crepuscolo, sulla porta della chiesa. Ella per era abbattuta e gialla come
una cartapecora. Io son vecchia, ripeteva, e non importa. Ma ti raccomando le
tue sorelle, se venisse a mancare tuo zio, e ti raccomando pure di voler
sempre bene a tua moglie. Ora tu appartieni a lei. Te l'ha data quel Signore
istesso che ci ha benedetti or ora.
La gente sgranava gli occhi vedendo Cesare al fianco di sua madre. Ma questa
gli diceva: Non ci badare. Tuo zio non dir nulla se accompagni tua madre sino
alla porta di casa.
Lungo la strada si andava informando di tanti piccoli particolari. Gli
chiedeva se il suo studio di avvocato cominciasse ad avviarsi, se la casa
l'avesse ben fornita a Napoli, se sua moglie fosse buona massaia. Gli dava dei
consigli grossolani da contadina: Pensaci, figliuol mio! ora che hai il peso
della casa addosso. La Rosamarina non ti baster a tirare innanzi. Bada a non
fare debiti, ch si mangiano la casa. Settemila lire volano in un lampo. Non
far debiti. Ella andava ripetendo tutte le massime giudiziose che si dicevano
in paese, e andava cercando sgomenta se non avesse dimenticato qualcosa. Non
sapeva che lui aveva cominciato a far debiti sulla Rosamarina. Vorrei vedere
tua moglie per dirle queste cose.
Intanto erano giunti dinanzi alla casa, e alzando il capo vide il lume nella
camera del cognato. Se le tue sorelle avessero saputo che venivi, sarebbero al
balcone per vederti. Ma torna domenica, che se posso le condurr un po' fuori
a spasso per vederti. Le povere ragazze non osano parlarne dinanzi allo zio.
Se non fosse per lui ti farei salire di sopra... Ma sai che abbiamo bisogno di
lui. Ora addio!
E infil la scala, stanca, tenendosi alla ringhiera. Il figlio torn indietro,
col cuore stretto, avendo sempre dinanzi agli occhi quella mano scarna, che si
appoggiava alla ringhiera, e quel dorso curvo, che ansimava ad ogni scalino.
Quante volte, in mezzo alle spensierate prodigalit del presente ricco di
sensazioni e di divertimenti, gli si sar abbuiata la gioia rammentando le
inquiete raccomandazioni della mamma e i suoi consigli di parsimonia? Finita
la vendemmia, i vicini di campagna, i quali non sapevano come ingannare il
tempo, mentre aspettavano la raccolta delle olive, vennero a fare visita agli
sposi: la signora Goliano, la signora Brancato, le ragazze Favrini,
infagottate in abiti da festa, rialzando sino al ginocchio le sottane per non
insudiciarle sull'erba umida: i mariti nascondendo nei guanti nuovi le loro
mani nere dal sole, vere mani da contadini. Si faceva della musica, si
ballava, si improvvisavano delle merende nell'erba, delle sciarade in azione,
prendendosi in giro per le mani a significare O, e camuffati colle coperte del
letto, e cogli scialli avvolti in turbante quando il tutto era Serraglio.
Elena, elegante, piena di brio, aveva messo in rivoluzione il vicinato. Le
signore, tappate in casa, lavoravano d'ago e di forbice tutto il giorno per
copiare le sue vesti attillate, i suoi guanti lunghi, i suoi cappellini
arditi, si cucivano delle sottane, si mettevano in testa tutti i fiori del
giardino. Ella era tanto felice che non si accorgeva dei momenti di
preoccupazione, delle ansiet crudeli che passavano di tanto in tanto sul
volto del marito, allorch andava a rincantucciarsi nello studiolo per
scrivere al notaio, delle lunghe confabulazioni col messo che portava la
risposta. Tutt'al pi gli domandava:
 Di che scrivi?
 D'affari, rispondeva lui.
 Ah! E si stringeva nelle spalle con un atto d'ingenuo egoismo, quasi il suo
solo e grande affare fosse di godersi quella vita facile e allegra, senza
badare alle pene segrete che arrecava a Cesare tutto quel movimento,
quell'allegria rubata alla sua luna di miele, quel desiderio di piacere che
ispirava sua moglie, che egli indovinava colla sua penetrazione delicata e
quasi malaticcia, che sentiva ronzare l intorno, per quei burroni, fra quelle
macchie, dove i vicini stavano tutto il giorno col pretesto di cacciare. Per
sarebbe morto di vergogna prima di confessarle la sua strana gelosia. Anzi,
allorch udiva l'abbaiare dei cani nella Rocca, o lo sparo dei fucili, la
chiamava, le indicava la leggera fumata che si dileguava lentamente da un
folto di macchie arrampicate sulla fenditura della montagna ad un'altezza
vertiginosa, e le diceva: L, vedi, l! dev'essere il tale, o il tal altro.
 Ah! esclamava Elena, mettendosi una mano sugli occhi, lass?... su quel
precipizio?
E restava intenta, coi pugni stretti. Alle volte chiedeva:
 Perch non sei cacciatore anche tu?
Ella aveva di cotesti istinti, quella giovinetta. Lui non trovava altro che un
sorriso dolce e triste. Delle altre volte ella esclamava:
 Se fossi un uomo, vorrei andare a caccia anch'io!... Dev'essere una bella
cosa!... una cosa in cui ci si sente vivere!
I vicini avevano progettato una cavalcata sugli asini che per Elena fu un vero
avvenimento. Era una bella sera fresca e profumata. Ogni siepe, ogni macchia
di capperi, ogni sterpolino di rovo era in festa, coi suoi fiori, colle sue
bacche, coi suoi ciuffetti ondeggianti, col ronzio degli insetti, col trillare
dei grilli, col cinguettio dei pettirossi che si annidavano, col gracidar
delle rane che saliva dalla pianura, stesa come un mare, laggi, sino alle
montagne color di cielo. Tutte quelle cose che lasciano germi misteriosi nella
testa o nel cuore. Di tanto in tanto la brezza recava il suono delle campane
dal paesetto in festa, dorato dal sole, scintillante da tutte le sue finestre.
Elena chiamava suo marito che cavalcava un po' avanti, col pretesto di farsi
accorciare la staffa, ma in realt per vedersi china sul ginocchio la sola
testa in cui potesse supporre in quel momento i medesimi pensieri che si
agitavano nella sua, in mezzo a quegli uomini che cavalcavano come se
andassero alla fiera, e quelle donne che ciarlavano tutte insieme al pari di
gazze.
 Tu sei per me! gli disse all'orecchio. Stammi vicino. Non mi lasciar sola.
La viottola formava un gomito e s'internava in un boschetto lungo il vallone,
di cui i rami si intrecciavano sul sentiero perennemente verde di muschio,
irto di sassi umidi. In fondo l'acqua scorreva con un gorgoglio sommesso,
quasi fosse stata a cento metri di profondit sotto i roveti che coprivano il
vallone, su cui si posavano le cicale al meriggio, colle ali aperte, con un
ronzio fresco anch'esso come lo scorrere delle acque, e le rondini volavano
inquiete. Ogni volta che i rami si diradavano vedevasi sempre a sinistra la
Rocca, ritta sino al cielo, nuda, screpolata da larghe fenditure boscose,
sparsa come una lebbra da qualche rara macchia. Si sentiva sempre, a ridosso
del sentiero, anche quando i rami la nascondevano, dall'uggia densa,
dall'umidit perpetua, da un non so che di tetro e di selvaggio che spandeva
fin dove stendevasi la sua ombra. Di tratto in tratto un merlo fuggiva
all'improvviso, schiamazzando, facendo scrosciare le frasche. Erano rimasti
soli; si era dileguato perfino il rumore delle cavalcature che precedevano.
Elena allora trasaliva e scoppiava a ridere. E all'orecchio, attirandolo pi
vicino a s: Se ci assalissero i ladri, mi difenderesti? Egli si metteva a
ridere; Elena tornava ad insistere, voleva sapere se si sentiva di difenderla.
Si corrucciava quasi che egli non fosse un ercole, e che non fosse pronto a
farsi ammazzare per lei. Infine gli diceva:
 Quanto ti voglio bene! Come mi sento felice!
E sporgendo il viso verso di lui, gli avventava un bacio.
Giunti alla pianura uno della comitiva propose di fare una visita alla villa
del Barone.
A dritta e a manca si stendevano delle praterie immense, solcate dal maggese,
tagliate a vasti quadrati di fave; qua e l giallastre di stoppia a perdita di
vista. Alle falde delle colline si arrampicavano le vigne, in interminabili
filati gi diradati dall'autunno, sino agli oliveti, folti, vasti come un mare
di nebbia, grigiastri nell'ora malinconica. Pi in alto, sulle cime brulle, si
vedevano errare le numerose mandre, come delle immense ombre di nuvole vaganti
in un giorno procelloso sul paesaggio lontano, e i buoi che scendevano al
piano, pi radi, di cui si sentiva la campanella monotona nel gran silenzio
del tramonto. Di tanto in tanto, s'incontrava un casolare, un gruppetto di
fabbricati rustici, specie di piccoli centri di cultura, cogli arnesi sparsi
all'intorno sull'aia verde, le alte biche di paglia che sovrastavano il tetto
colla crocetta di canna. In fondo, in mezzo a un quadrato di verdura cinto da
un muro bianco si vedeva un gran casamento col tetto rosso, i vetri delle
finestre lucenti, sormontato da un campanile tozzo.
 Son le case del Barone, dicevano. C' anche la chiesa. Quei possessi, di qua,
di l, dappertutto, erano del Barone, sin dove si vedevano biancheggiare delle
mandre che pascolavano nelle sue terre, sin dove si udiva la campanella della
sua chiesa. Narravano pure quel che rendevano quelle vigne, quanto valessero
quegli oliveti, quanti capi di bestiame pascolassero nel suo, quanto
misuravano quelle buone terre in pianura che valevano 200 ducati la salma.
Pareva che volessero fare entrare nella testa di quella cittadina l'importanza
enorme della ricchezza. Alle volte, quando l'annata  buona, quei casamenti l
non gli bastano per rinchiudervi la sua raccolta. I giorni in cui vendemmia il
Barone non si pu avere pi un ragazzo o una vendemmiatrice a 15 miglia in
giro. I suoi fattori facevano il prezzo del bestiame alle fiere. I denari gli
piovevano da ogni parte come la grandine. Ed  figliuol unico! Nelle case
ricche i figliuoli vengono sempre con parsimonia! Sua madre, la baronessa, per
non lasciarlo affogare nel denaro, ogni anno gli comprava una tenuta, o un
oliveto. E' una donna coi calzoni, dicevano. Se campa lascer tanta terra al
figliuolo, che i suoi possessi non finiranno pi. Non si pu maritare, perch
 difficile trovare una moglie ricca come lui.
 La viottola, dacch erano entrati nelle terre del barone, diventava una bella
strada carrozzabile, fiancheggiata da una doppia fila di alberi giovani,
ancora circondati da un muricciuolo a secco per difenderli dalle bestie.
Faranno ombra quando saranno cresciuti, e intanto daranno frutto, e non si
mangeranno la terra a tradimento aggiungevano. La baronessa  una donna coi
calzoni! Facendo la strada non ha voluto perder del tutto la terra, e ha fatto
la strada perch ci hanno cavalli e carrozze. Potrebbero sfoggiarla in citt,
tanto son ricchi!
Sulla strada passavano continuamente carri, e bestie da soma, e vetturali che
salutavano i vicini rispettosamente, da gente di buona famiglia. Di l dalle
siepi, pei campi, scorazzavano stormi interi di tacchini e di polli. In fondo
si vedeva il caseggiato massiccio, grande quanto un villaggio, su cui
aleggiava un nugolo di piccioni. Tutt'intorno all'aia che si stendeva dinanzi
al portone spalancato erano delle carrette colle stanghe in aria, degli aratri
staccati, una doppia fila di cestoni giganteschi di vimini, che aspettavano i
buoi, riboccanti di fieno, fissati al suolo con dei cavicchi di legno e la
fune pendente da un lato. A diritta ed a manca si stendevano delle tettoie
immense, delle montagne di fieno grandi come case; sulla porta stavano una
dozzina di contadini, delle donne accoccolate, dei campieri massicci, colla
tracolla sull'uniforme sbottonato e gli sproni agli stivali, a godersi la
domenica, senza far nulla, colle mani in mano, e un branco di cani ronzanti e
abbaianti intorno.
Il fattore si alz per ricevere gli ospiti, e and ad acquietare i cani a
grida e a sassate. La piccola comitiva entr in una corte vasta quanto una
piazza, coperta di erba secca come un prato. Alcuni sentieri battuti la
segnavano con lunghe strisce biancastre da un capo all'altro e la facevano
sembrare pi grande. All'ingiro erano dei magazzini che non finivano pi, con
piccole finestre ingraticolate lungo i muri screpolati, con delle immense
cantine di cui l'umidit sotterranea trasudava dalle muraglie verdastre, delle
rimesse spalancate come stallazzi, delle case di contadini nere e profonde a
guisa di antri. Ai due lati, degli abbeveratoi larghi come stagni, che
allagavano quella parte della corte, dove sguazzavano le anitre e
sgambettavano i monelli colle brache tirate sul ginocchio. La notte vi si
sentivano le rane. Da un lato era la scala sconquassata, tremante in ogni
balaustro di granito, larga come una scalinata di cattedrale, che si
arrampicava tutta a gobbe sino alla porta dell'abitazione principale
sormontata da un grande scudo, sbocconcellato, incoronato da un cimiero di cui
restava una sola piuma di pietra confitta a un rampone di ferro. Sotto l'arco
della scala si rincantucciava come sotto il pronao di una basilica medioevale,
la porta della chiesa sgangherata, bianca dal tempo, murata da ciottoli e da
arnesi gettati l contro per tener sgombra la corte, e al di sopra, sullo
scudo impennacchiato che si reggeva sui ramponi arrugginiti, rizzava il capo
dimezzato il campanile, colla campanella fessa, colla croce magra di ferro,
sull'immenso azzurro del cielo.
Elena camminava adagio sull'erba secca, in quell'immensa corte deserta e
silenziosa, quasi timida, dietro il servo dagli scarponi da contadino che
andava ad annunziare la visita col berretto in mano, precedendoli in punta di
piedi per la vasta anticamera sonora e scura come una chiesa, dall'ammattonato
nudo, dalle pareti imbiancate a calce, alle quali tutt'ingiro, al disopra di
selle vecchie e di finimenti messi sul cavalletto, di giganteschi cestoni
colmi di legumi e di nocciuoli, erano appesi dei ritratti di famiglia, fatti
colla scopa, polverosi, alcuni senza cornice, ma tutti decorati da un grosso
blasone messo in cima, di lato, sotto i piedi, coronato, zeppo di croci, di
torri, di sbarre, di stelle, e di bestie feroci. I ritratti rappresentavano
cavalieri bardati di ferro, gentiluomini di s. m. cattolica, colla testa
adagiata sul collaretto spagnuolo come su di un piatto, creadi del re; gli
ultimi, i pi recenti, vestiti dell'abito di spada, o in costume da senatore,
la pi alta carica municipale del paese, imbacuccati nella toga che nessuno
aveva mai avuto, e che l'artista disegnava di maniera su di un modello noto;
dame stecchite nel busto, e che sembrava fossero state sempre dipinte, per non
aversi a piegare. Tutti sotto il nero fumo, e il giallo d'ocra, serbavano il
cipiglio solenne, l'atteggiamento maestoso di gente che ha l, a portata di
mano, il berretto ricamato di perle da barone; e persino quei faccioni moderni
di buoni campagnuoli, erano posati pian piano dall'artista sul rettangolo
bianco del collare della toga, onde mostrare che erano teste per quelle corone
l. Son gli antenati del Barone, andavano chiacchierando dietro le spalle di
Elena gente venuta di Spagna col re, ce n' di 600 anni fa! Hanno avuto sempre
voce in capitolo. E la fortuna poi di non aver mai troppi figliuoli!
Elena ascoltava, intenta, colle sopracciglia aggrottate, passando in rivista i
ritratti, senza dire una parola, mentre gli altri chiacchieravano
familiarmente col domestico della raccolta, degli armenti, dei nuovi acquisti
che aveva fatto la baronessa, interessandosi come se fossero della famiglia
anche loro; il servitore stesso diceva: Le nostre pecore, le nostre vigne, la
tenuta che abbiamo acquistato da ultimo.
La baronessa soleva stare in una cameraccia tutta bucata da porte e da
finestre, nella quale si gelava d'inverno, ingombra di mobili dorati, di
specchi, di scaffali pieni di cartaccie polverose, di macchine per far nascere
i bachi, di sacchetti che contenevano i campioni delle derrate, col suo
vecchio scrittoio in mezzo, e le sue donne in giro, ciarlanti tutte in una
volta, spettinate, male in arnese, alcune delle quali si arrischiavano di
venire anche scalze nelle ore tarde, filavano, facevano la calza, litigavano
fra loro, mentre la padrona rivedeva i conti, dava gli ordini ai fattori,
consultava l'avvocato che veniva apposta da Altavilla, spartiva il lavoro.
Ella accolse i nuovi arrivati colla cordialit che si leggeva sulla faccia dei
suoi antenati imbavagliati nel collare della toga; baci le donne, fece
portare dei rinfreschi che sarebbero bastati per una compagnia, li men in
giro per la casa, vasta quanto un convento, nel tinello in cui nessuno
mangiava pi da un secolo, nel salone che non era stato mai terminato, negli
stanzoni abbandonati e ingombri di mobili vecchi, e che servivano quasi tutti
da magazzini.
 Non c' dove mettere uno spillo diceva la baronessa. La casa  tanto piccola!
Gli uomini ammiccavano cogli occhi, e immergevano le mani nei cestoni
riboccanti di ogni ben di Dio. Queste son le stanze di mio figlio; disse poi
la baronessa conducendoli in un altro quartierino un po' meglio arredato del
resto della casa, di cui per il solo lusso erano delle armi e degli arnesi da
caccia di gran prezzo, sparsi per ogni dove, in ogni angolo, sui divani, sui
mobili, sullo scrittoio polveroso e dal calamaio vergine.
 E' la sua passione, diceva la baronessa. Cani e schioppi! non pensa ad altro.
Voglio maritarlo per fargli entrare qualche altra cosa in testa. Le signore
guardavano contegnose, colle labbra strette, e il fazzoletto ricamato fra le
mani inguantate.
Ella si era presa di una gran simpatia per l'Elena, la conduceva per mano, la
chiamava figliuola mia, le diceva: Voglio cercargli una moglie bella come voi,
al mio Peppino. Ma non una cittadina, perch con noi non saprebbe adattarsi,
in paese, e da mio figlio voglio separarmi solo quando sar morta. Che volete,
 figlio unico! Poi facendogli vedere nella sua camera, a capo del lettuccio
piatto, il ritratto di un giovanotto bruno e tarchiato, un po' al modo di quei
signori messi a festa, soggiunse: Questo  Peppino!
Elena lo guard un po' per compiacenza, e rispose qualche parola
insignificante. Peppino era uno come tutti gli altri, coi capelli ricciuti per
giunta, e pettinati apposta per andare a farsi il ritratto, insaccato in un
vestito che voleva esser di citt, con certi solini e certa cravatta che Elena
aveva visti solamente ad Altavilla. Poi si rimise a considerare
silenziosamente la baronessa che discorreva con gli uomini di maggese, di
rimonda d'olive, di prezzi di derrate, e interrogava le donne sui lavori che
avevano per mano, con la benevolenza di una parente. Era una donnetta piccola
e magra, cogli occhiali sul naso, vestita sempre di scuro dacch le era morto
il marito, con un grembiale di seta verde, ed uno scialletto nero
incrocicchiato sul petto; infine aveva sul mento un po' di barba, e un modo di
camminare dondolandosi, cos piccola com'era, quasi fosse stata sempre a
cavallo, per giustificare quel che dicevano di lei che portasse i calzoni per
forza! diceva a chi le raccomandava di riposarsi oramai alla sua et; quel
ragazzo non ha nessuno altri che badi ai suoi interessi; se non ci fossi io se
lo mangerebbero vivo. Tutti ladri! lo sapete meglio di me, cari miei!
Al momento di accomiatarsi li accompagn sino al ballatoio, volle
assolutamente farli scortare da due campieri colle lanterne accese, che si era
fatto buio. La cittadina avr paura a quest'ora, per le nostre campagne. Io
non avrei paura di niente; tutti mi conoscono, grazie a Dio. Mi dispiace che
non ci sia Peppino. Ma tornate un'altra volta, quando andrete a spasso da
queste parti. Venite a San Martino, sapete, gusteremo il vino nuovo.
Era sopraggiunta la notte, profonda tutto intorno ai lumi del casamento, nella
campagna silenziosa, scintillante di stelle al di sopra della Rocca che si
stampava in distanza come un nugolone minaccioso. Le cavalcature andavano
passo passo, fiutando il cammino dietro i fanali delle guide che sembravano
far saltellare i ciottoli della viottola. Qua e l un lumicino ammiccava nel
tenebrore, e ad ogni fermata si udiva l'acqua del vallone che scorreva lenta,
sotto i macchioni, e il gracidare lontano delle rane nella pianura. Ad
intervalli arrivava l'uggiolare di un cane, perduto nello spazio, in quello
sterminato silenzio che faceva rabbrividire leggermente l'Elena quasi pel
primo freddo dell'autunno inoltrato. Tutto a un tratto si ud lo scalpitio di
un cavallo.
Questo  il Barone! disse uno dei campieri.
Un cane si mise ad abbaiare sospettoso e feroce in fondo alla viottola. Poco
dopo comparve infatti don Peppino, nell'ombra, sull'alto cavallo pugliese come
un fantasma nero, seguito da due campieri di cui luccicavano le borchie
d'ottone, e le carabine ad armacollo.
Qualcuno diede la voce, e il Barone ferm il cavallo per salutare le signore.
Siamo stati alla villa, gli dissero. Questa qui  la signora forestiera.
Don Peppino allora smont da cavallo, per salutare la signora, tenendo il
cappello in mano, colossale al lume dei fanali che lo rischiaravano dal petto
in su; ma timido, come un ragazzo.
Elena aveva inchinato appena il capo. Il barone consegn le redini ad uno dei
campieri. Egli continuava a discorrere, col piede su d'un sasso, mentre il
vecchio servo inginocchiato gli sfibbiava gli sproni, colla testa bianca a
livello degli stivali del padrone.
 Ora andate alle case, disse infine. Io verr dopo. Badate di non fare star
fermo il cavallo a questa aria.
Egli volle accompagnare la brigatella sino al principio della viottola. Poi
salut le signore, si inchin pi profondamente all'Elena, e scomparve nel
buio.
 E pensare che se lo incontrasse qualche briccone, potrebbe cavargli 20 mila
ducati di taglia! osserv uno della brigata.
 Don Peppino  bravo come un cane corso, aggiunse un altro. E non si
lascerebbe pigliare.
Allora senza saper perch Elena, per tutto il resto del viaggio, pens a quel
ragazzo che non aveva paura di andare solo al buio, a quell'ora.

6.
L'ortolano, tutto sottosopra, venne ad annunziare che arrivava la visita del
signor Barone.
Elena era sotto il pergolato, dove soleva passare le ore calde della giornata,
col ricamo o con un libro in mano. Senza scomporsi accenn di s col capo al
contadino stupefatto e ricevette il Barone fra quelle quattro macchie di dalie
come una regina.
Don Peppino, avvezzo alle accoglienze premurose e imbarazzate, fu sconcertato
da quella disinvoltura signorile. Egli era venuto con delle intenzioni
conquistatrici veramente baronali, vestito in gala, sbattendo il frustino
sugli stivali. Giunto al cospetto dell'Elena, per non fare la figura che aveva
visto fare agli altri, girando il cappello nelle mani, cominci ad ammirare il
paesaggio, il banco di legno rustico sotto il pergolato, il panierino da
lavoro adorno di nastri.
Elena offr il rosolio in una cassetta da liquori simile a quella che la
Baronessa madre teneva sottochiave per le grandi occasioni. A don Peppino
sembrava di trovarsi al teatro, quando i dilettanti di Altavilla rizzavano una
campagna di cartone, nella quale le pastorelle recitavano coi guanti e le
scarpette verniciate. Al momento di congedarsi offr di venire a prendere la
signora in carrozza, per fare una trottata sino ad un paesetto vicino. Elena
dopo un lieve cenno di ringraziamento che non voleva dire n si n no, ed un
mezzo sorriso pi insignificante ancora, seguitava a lavorare d'uncinetto
attentamente, lasciando al marito la cura di rispondere. Questi disse:
Volentieri, se ci fa piacere ad Elena.
Ma appena il barone fu partito, Elena gli butt le braccia al collo.
Hai fatto bene a dir di s. Ne morivo di voglia!
Nella sera, alla Rosamarina si parlava ancora del Barone, ed Elena disse:
Peccato che colui sia tanto ricco!
Io son pi ricco di lui! rispose suo marito baciandole le mani. Intanto il
Barone non ha queste!
No! no davvero! disse Elena con un movimento leggiadro della spalla, e non le
avrebbe mai. Mi piacerebbe esser ricca, ma non con un marito cos fatto!
 Oh, tu sapresti ridurlo a modo tuo! rispose storditamente Cesare sorridendo.
Chi pu analizzare le conseguenze lontane delle parole pi semplici! Elena si
mise a ridere del pari, mormorando:
 Ah, s! Ma rimase un momento soprappensieri.
Il barone venne il giorno dopo sino al principio della strada carrozzabile col
suo phaeton e i suoi quattro cavalli bai. Elena era leggiadrissima nel suo
vestito grigio e nero, sotto l'ombrellino di seta greggia. Due altre signore
del vicinato erano venute, e riempivano il legno di stoffe gaie, di ombrellini
rossi, di allegria e di risa. Raramente gli abitanti del villaggio avevano
visto siffatto spettacolo per le strade larghe e deserte del paese, e fu un
gridio, una festa generale, lungo i muri degli orti, le facciate basse delle
casette, appena si ud da un capo all'altro del paese il trotto sonoro dei
quattro cavalli. I monelli correvano vociando dietro il cocchio, le comari si
additavano Elena dagli usci, colle rocche, a bocca aperta, tutti quelli che
giuocavano a tresette si affacciarono sulla porta del casino. Il barone
arrest il phaeton dinanzi al caff, con un tratto vigoroso del polso che fece
piegare sui garretti i cavalli fumanti, e ordin dei gelati. Le signore, rosse
come i loro ombrellini, vergognose di vedersi il punto di mira di tutto il
paesetto affollato intorno al legno, col naso in aria, per vederle mettere il
cucchiarino nel gelato, chiacchieravano a voce alta, ridevano forte, con la
bocca stretta, e tenevano il mignolo in aria, quasi fossero innanzi allo
specchio. Elena invece discorreva tranquillamente col Barone, tutto occupato
di lei, colla frusta ritta come un cocchiere, sorbiva il suo gelato guardando
i curiosi, assisa naturalmente sull'alto cocchio come su di un trono,
coll'ombrellino sulla spalla, rispondeva con un lieve chinar di capo alla
presentazione che le faceva don Peppino dei primarii del paese venuti dal
casino a far circolo intorno al legno, a testa scoperta. Soltanto le narici
delicate di lei si dilatavano di tanto in tanto, e al marito che le domandava
se si divertisse, rispondeva di s, di s, chinandosi verso di lui, cogli
occhi lucenti il suo sorriso non era stato mai cos grazioso.
Quando ritornarono indietro, a sera, ella non disse pi una parola, stretta
nel suo scialletto. Guardava la vasta pianura che si addormentava, le colline
sfumate in un nembo di vapori azzurrognoli, su cui si spegnevano gli ultimi
raggi del sole dorati nelle nuvole bianche, aspirando avidamente i vigorosi
profumi dell'autunno, assorta, in mezzo al cicaleccio delle sue compagne, nel
ronzio misterioso che fanno gli insetti al cader della sera, nel trillare dei
grilli lontani che davano un che di sconfinato alla campagna. La prima parola
che le rivolse il marito la scosse bruscamente come da un sogno.
Il barone torn spesso alla Rosamarina, a far visita alla signora Elena, a
bere il rosolio sotto il pergolato, a cacciare la beccaccia nel vallone. A
poco a poco diveniva disinvolto, ed anche Elena, che si abituava alle maniere
ed alle mode della provincia, andava familiarizzandosi con lui. Scopriva che
egli era un buon giovane, in fondo, semplice e bravo all'occorrenza, generoso
e servizievole. Fra i signorotti e le dame del vicinato che formavano la
societ della Rosamarina egli era il gallo della Checca, gli uomini gli
facevano la corte come una signora, e le donne se lo mangiavano cogli occhi.
Coll'Elena sola egli era ancora timido, chinava il capo ai menomi capricci di
lei, lusingava in tutti i modi la sua vanit, le esprimeva la sua adorazione
nel modo che un seduttore raffinato avrebbe solo stimato opportuno con lei,
cercando di vederla il pi che poteva, standole vicino in silenzio, cogli
occhi sul lembo della sua veste, seguendola come un cane. Ella diceva: E' un
buon ragazzo! e si metteva a ridere stringendosi nelle spalle.
Per non lo evitava pi colla stessa indifferenza; alle volte accettava il suo
braccio, andando per la viottola, si faceva accompagnare pei sentieri del
giardino, lo riceveva sotto il pergolato, chiacchierando di tutto, cogliendo
insieme i pi bei fiori pel vaso della mensa, facendosi aiutare nello
scegliere la lana per un tappetino che destinava al marito. Spesso, quando
organizzavano coi vicini una qualche scarrozzata nei dintorni, ella aveva il
capriccio di guidare i cavalli accanto a don Peppino, ritta sul seggio, coi
piedini posati arditamente sulla panchetta, tenendo una sigaretta fra le
labbra, raggiante, e si voltava di tanto in tanto verso il marito e la
compagnia, esclamando: Va bene? va bene? con una voce vibrante senza saperlo
di volutt, di una gioia fanciullesca.
Il Barone stava tutt'occhi alle teste dei cavalli, faceva sentire la sua voce;
di tanto in tanto posava la mano su quella di lei per dare una trinciata di
morso, era costretto a premere qualche volta col ginocchio le ginocchia di lei
strette nel vestito attillato. Una sera, nella vasta pianura gi velata di
ombra, mentre il gracidare delle rane spandeva come una larga malinconia, egli
raccolse un fiore campestre che le era caduto dal petto, e se lo port alle
labbra.
Elena aggrott le ciglia, e per tutta la sera fu di un umore orribile. Suo
marito non le aveva mai visto quegli occhi sotto quelle sopracciglia
aggrottate e quasi congiunte; n aveva mai sospettato quanta violenza di
malumore ci potesse essere in quel carattere. Ma la moglie, mentre risalivano
la viottola, sotto i rami intrecciati come una volta, stringendosi al petto il
braccio di lui, gli disse:
 Io ti voglio un gran bene, sai!
D'allora in poi, n scarrozzate, n gite nei dintorni, n partite di piacere.
Elena lasci cascare persino l'invito che aveva fatto la baronessa di andare a
passare il San Martino in casa sua. Sembrava in collera con don Peppino che
aveva interrotto bruscamente i suoi piaceri fanciulleschi.
Ella continuava a riceverlo perch non poteva fare altrimenti, per non dare
nell'occhio, ma tutti s'accorgevano del suo mutamento; e il Barone stava
davanti a lei come uno scolaretto, a testa bassa, tanto che fin col diradare
le visite. Per era sempre a ronzare l intorno, colla cacciatora di velluto e
lo schioppo in spalla. Elena lo vedeva da lontano, fra i cespugli della Rocca,
o sui greppi vicini, e seguitava a chiacchierare col marito, o a lavorare
sotto il pergolato, senza alzare il capo. Per le si leggeva nel sorriso che
si arrestava all'angolo della bocca, nella ruga che si disegnava rapidamente
fra le sue sopracciglia, in certo imbarazzo dello sguardo, come una vaga
preoccupazione, una sfumatura d'inquietudine. E, cosa strana, guardava alle
volte Cesare che era sempre vicino a lei delicatamente affettuoso, con una
certa timidezza carezzevole e femminina nelle sue espansioni. Ella sembrava
dirgli storditamente:
 Cosa te ne importa? Dimmi che cosa te ne importa?
E la sua voce si animava di una sorda vibrazione. Una sera che c'era stata pi
gente, suo marito dovette andare a cercarla sulla terrazza, dove stava
appoggiata alla ringhiera, imbacuccata in uno scialle, assorta nella
contemplazione della Rocca che si levava come un'ombra gigantesca e
minacciosa, l di faccia. Ella trasal leggermente al sentirselo vicino, e gli
piant in faccia quegli occhi strani. Ah! finalmente! disse: E' un'ora che ti
aspetto!
Ella sentiva per quel cuore amante e delicato una tenerezza capricciosa e
dispotica. Rivolta verso di lui, colle labbra strette, bianca come un
fantasma, a quel chiarore incerto, lo guardava con degli occhi che
corruscavano di tratto in tratto, quasi per l'irrompere di una scarica
elettrica, come non sapesse ella stessa il sentimento che suo marito le
ispirava.
All'improvviso afferr la fronte di lui colle due mani, e la baci.
Cesare, nelle maggiori effusioni del suo affetto, subiva un inesplicabile
imbarazzo vicino a lei; sembrava che una parte di quella donna, entrata a met
in tutta la sua esistenza, che faceva parte di s, gli fosse rimasta estranea
e sconosciuta. Allorch se la teneva fra le braccia, stretta, e non avrebbe
voluto lasciarla pi, sentiva una specie di sgomento, come la prima volta che
Elena si era abbandonata a lui, nella via scura.
 Che hai? ripeteva Elena. Dillo a me!
Allora, egli cercando cosa avesse, trovava la vaga angoscia che offuscava
tutta la sua felicit. Le parlava di sua madre inferma, della sua casa, dalla
quale era bandito. Elena, colle ciglia aggrottate, non rispondeva,
passeggiando al buio pei sentieri del giardino, in mezzo alle lucciole che
sprizzavano scintille fra le tenebre, e di tanto in tanto gli si stringeva
contro il braccio, quasi pel trasalire di una commozione inesplicata.
 Per me! per me! Ma allora si irrigidiva a un tratto come pel corruscare di
una sorda irritazione. Camminava assorta, fissando le tenebre, ascoltando
vagamente il vento autunnale che gemeva nella gola del vallone, e faceva
mormorare il giardino a guisa di un mare, e Cesare non scorgeva quella ruga
sottile e fuggevole che si disegnava in mezzo alle sopracciglia di lei, n
l'inspirazione avida che le faceva bere l'aria fredda della notte colle narici
palpitanti, colle labbra turgide e semiaperte, con un anelito vigoroso del
petto che somigliava molto ad un sospiro. E se egli la interrogava:
 Nulla! rispondeva con quell'aggrottare di sopracciglia. Tu non mi vuoi bene.
Non so. Mi pare che dovrebbe essere altrimenti.
Alle volte per, impietosita dall'afflizione che scorgeva nei lineamenti del
marito gli diceva:
Non mi vuoi bene?... Non mi vuoi bene quanto ne vuoi a tua madre?... Non ti
basto io?...
Gli abbandonava il capo sull'omero, con una brusca risoluzione accarezzandolo
coll'anelito e col suono della voce, cedendo alla tentazione istintiva di
provare su di lui il suo fascino irresistibile, coll'occhio fisso, intento a
qualcosa che capiva e vedeva soltanto lei.
In quel tempo i vicini avevano fatto ritorno ad Altavilla, e il barone venne a
congedarsi. Elena lo vide cos stravolto in viso, cos imbarazzato, che di
tanto in tanto saettava su di lui alla sfuggita un'occhiata acuta,
accompagnata da un sorriso sardonico che le contraeva l'angolo della bocca.
Don Peppino chiacchierava col marito di caccia, di affari di campagna, di
pettegolezzi municipali. Ella si scaldava al sole di novembre dietro i vetri,
agghiacciata dal primo freddo, dondolando il piede, pigliando pochissima parte
alla conversazione e quel poco dedicandolo quasi esclusivamente a suo marito.
Don Peppino aveva chiesto se si fermassero ancora qualche tempo in villa,
Elena aveva risposto:
 Finch mio marito vorr starci io non mi annoier di certo.
Il marito dovette andare a prendere una lettera che aveva preparato per sua
madre, e che don Peppino si era offerto di recapitare. Rimasta sola col
barone, Elena riprese vivamente la conversazione, quasi temesse di lasciarla
languire. Ma il suo interlocutore non l'ascoltava pi, quantunque tenesse gli
occhi fissi su di lei, facendosi sempre pi smorto. Tutt'a un tratto, con voce
malferma le chiese:
 Mi avete perdonato?
 Che cosa? rispose Elena tranquillamente. Egli non insistette, fece per
alzarsi, ricadde sulla sedia. Infine le prese la mano, sinceramente commosso.
 Ci lasciamo amici? dite?
 Perch non dovremmo lasciarci amici? esclam Elena, ritirando adagio adagio
la mano.
 Mi permettete dunque di venire a trovarvi.
Ella si fece seria in viso, e stava per rispondere no. Ma la parola le parve
troppo dura. Sent per istinto di donna come fosse anche compromettente.
 Noi ci fermeremo appena qualche giorno prima di tornare in citt. Avr tutta
la casa sottosopra. Non so nemmeno se ricever.
Don Peppino si alz contegnoso, un po' triste, nel momento in cui rientrava il
marito, prese la lettera, salut la signora, che gli stese la mano, e part.
Il barone s'era incaricato pure di una lettera di Cesare pel notaio, il quale
il giorno dopo era passato dalla Rosamarina, andando al suo podere, ed Elena
aveva visto che si erano messi a discorrere con suo marito sulla porta del
palmento, accanto alla mula che brucava l'erba fra l'acciottolato. Il notaio
si stringeva nelle spalle, guardava il casamento dall'alto al basso, andava a
misurare i muri colla sua bacchettina, dimenava il capo, e l'altro gli andava
dietro, mogio, parlando basso, quasi supplichevole. Infine il notaio si
arrampic di nuovo sulla mula, facendo ohi! e l, dall'arcione che gli
arrivava al petto: Non val tanto; credete a me che me ne intendo. Fate venire
anche cento periti, se volete. Saranno tutte spese buttate. Questo  un fondo
d'economia, da tirarne frutto coi denti. Vostro padre, buon'anima, c'era
affezionato perch era stato il primo pezzo di terra della famiglia. Ma del
resto fate bene a venderlo, giacch avete dei debiti. Se no, ve lo mangiano!
Egli raccolse le redini, e s'avviava passo passo per la scesa della viottola,
dondolando sulla sella, senza dar retta all'altro che gli andava dietro,
continuando a parlargli sottovoce.
S, diceva il notaio, s, son tutte chiacchiere. Ma vostro zio non vuole
sentir nulla. Vi ha dato il fondo, e la parte di casa che vi spettava
dell'eredit di vostro padre, tre stanze. Ci ha fatto a sue spese la scala, da
una delle finestre. Cos, se volete vendere subito la Rosamarina, avrete dove
stare, sin che non tornate in citt.
Elena era stata a sentire tutto dal balcone. Appena suo marito le comparve
dinanzi, disse:
 Vendi la Rosamarina?
Cesare balbett una risposta evasiva. Ma ella pi ferma di lui, soggiunse:
 Sar meglio, giacch hai dei debiti, e la Rosamarina non rende nulla. Ora 
finito il tempo della villeggiatura, bisogna avere anche di che istallarci in
citt.
 Non osavo dirtelo, perch credevo ti ci fossi affezionata.
Ella rispose colla solita scrollatina di spalle.
 Non importa. Giacch bisogna vendere  meglio farlo subito.
Da quel momento divenne tutt'a un tratto completamente estranea e indifferente
a quella bella natura che l'aveva fatta andare in estasi di ammirazione,
appoggiata al balcone, o sdraiata sull'erba. Gettava via con noncuranza le
ultime rose intristite che suo marito andava a cercarle al riparo degli alti
aranci. Sbadigliava nelle stanze, dietro i vetri ermeticamente chiusi. La
campagna, di un verde pi cupo nelle parti boscose, andavasi scolorando nella
pianura solcata da lunghe fila d'uccelli neri, sotto un cielo grigio,
macchiato dalle case nerastre del paese. Ella doveva subire potentemente quel
mutamento. Ripeteva: Quando partiremo?
Suo marito voleva farle osservare che era meglio aspettare l'esito delle
pratiche intavolate dal notaio. Ma Elena rispondeva:
 Qui non c' pi nessuno. Non mi ci posso vedere, ora che dobbiamo vendere il
podere.
 Non avremo dove abitare. L'hai sentito. Appena tre stanze.
 Che importa? Per quel che dobbiamo starci!...
A lui stringeva il cuore di andare ad abitare accanto ai suoi, coll'uscio
murato, di salire e scendere per quella scaletta esterna adattata al balcone,
senza vedere alcuno dei suoi. Gli pareva ora veramente di esser il Figliuol
Prodigo, sentiva la collera fredda e implacabile di quello zio che l'aveva
idolatrato alla sua maniera calma, dietro quei vetri inesorabilmente chiusi.
Elena, appena giunta in paese, era andata a far visita ai Goliano, ai
Brancato, a tutte le amiche della villeggiatura, che l'avevano ricevuta
impalate su divani pompejani, duri come banchi di pietra, in vecchi saloni
saccheggiati, mobigliati soltanto di stemmi giganteschi, dove si sentiva
l'odor delle scuderie sottoposte, sciorinando ad ogni momento la litania delle
loro parentele aristocratiche e dei loro possessi, saettando alla sfuggita
sguardi velenosi sulle sue eleganti toelette nuove da sposa, e ad ogni suo
atto da cittadina. Ella, dopo che ebbe fatto passeggiare per tutte le
stradicciuole di Altavilla le sue belle toelette nuove, davanti ai curiosi che
si affacciavano agli usci, cominci ad annoiarsi nel suo salottino, che aveva
messo in ordine alla meglio con quattro gingilli ed un po' di stoffa,
aspettando il ricambio delle visite che non venivano, mentre suo marito
correva dal notaio e dall'agrimensore, leggiucchiando dietro i vetri, colla
prospettiva della piazza deserta e allagata di fango, e del casino di
conversazione, dove i primari del paese correvano a rintanarsi in fretta,
sotto l'ombrello, coi calzoni rimboccati. Ella vedeva sempre don Peppino sulla
porta del casino, il quale guardava anche lui la pioggerella fina che cadeva
inesauribile, con una grande aria di melanconia in tutta la sua persona .
Suo marito tornava a casa tardi dalla Rosamarina, le domandava scusa se era
stato costretto a lasciarla sola tutto quel tempo, le domandava se si fosse
annoiata di soverchio. L'abbracciava sempre colla stessa tenerezza come se
fosse la prima volta; le diceva che con lei era felice, e non pensava ad
altro; le accarezzava i capelli e le baciava l'omero. Ella si lasciava
abbracciare distrattamente, collo sguardo vagabondo, rispondeva che era felice
anche lei, ma cominciava a far freddo col. S'irritava ad ogni nuova
difficolt che incontrava la vendita, e ritardava la partenza. Oramai si
sentiva scacciata dal paese, insultata da quelli stessi che erano andati a
divertirsi nella sua campagna, ed a bere il suo vino.
Allora, aggrottando le sopracciglia, diceva:
 Alla fin fine, se tu avessi sposata una serva, i tuoi parenti non avrebbero
potuto far peggio!
Un giorno il marito commosso, quasi colle lagrime agli occhi dal giubilo, la
preg di affacciarsi alla finestra che dava nel cortile, perch sua madre
voleva conoscerla dal finestrino dirimpetto. Elena accondiscese senza esitare,
ma egli lesse tale ironia sottile nella sua premura che credette di dover
aggiungere:
 Sai, quella povera donna  fra l'incudine e il martello. Mio zio  ostinato,
ma  il sostegno della famiglia!
E le teneva le mani, fermandola un momento, fissandola cogli occhi lustri,
palpitante. A lei non piacevano quelle debolezze sentimentali. Ritrasse le sue
mani e and alla finestra.
La suocera aspettava nascosta nel vano dello spiraglio di faccia, col viso
pallido, e dietro alle sue spalle curve si vedevano le faccie timide e curiose
delle figliuole, che volevano conoscere la cognata. Elena fece una graziosa
riverenza, come se l'avessero presentata alla suocera nel salone del
municipio, e la madre alz la mano per benedirli, lei e il figliuolo, il quale
si sentiva piegar le ginocchia e stringere il cuore, mentre sua moglie
salutava leggiadramente.
Ei tenendo la testa di Elena fra le mani, dopo averla baciata in fronte,
mormor: Povera mamma! anch'essa ti vorrebbe bene!
Io non ci ho colpa, rispose Elena freddamente.
Altre volte ella osservava anche sorridendo che era un'intrusa, nella famiglia
e nel paese, con un sorriso amaro che si fermava e durava nell'angolo della
sua bella bocca. Finalmente chiese a suo marito:
Perch non vengono a restituirmi la visita i Goliano, e i Brancato?
Lasciali stare! borbott suo marito. Son villani superbiosi!
Anch'io sono superba, disse Elena secco secco.
E non cessava dal ripetere: Spicciati a conchiudere questo affare della
vendita. Mille lire dippi o di meno non fanno nulla. L'importante  tornar
presto in citt e che tu ripigli la professione.
Egli rispondeva che era in trattative con Brancato, il vicino, il quale se
odorava la premura di vendere l'avrebbe menato per le lunghe, onde strozzarlo.
 Ah! esclamava Elena. E' cos? Che bella gente!
In questo mentre ingannava il tempo coi preparativi della partenza, faceva e
disfaceva i bauli, poi tornava a sbadigliare dietro i vetri del balcone, a
guardare la pioggerella fina d'autunno che cadeva sempre. Ogni volta vedeva il
barone piantato sulla porta del casino, si sentiva attratta insensibilmente
verso di lui dalla monotonia di quella vita che li accomunava nella stessa
noia; gli era quasi grata, inconsciamente, della compagnia che egli le teneva
da lontano, nelle lunghe ore malinconiche in cui aspettava sola a casa il
risultato degli andirivieni di suo marito, di occupare, in certo qual modo, la
sua attenzione. Gradatamente s'interessava ai suoi gesti, al suo modo di
vestire, all'aria del suo volto, all'uggia che doveva mettergli in corpo quel
tempaccio, ai pensieri che doveva ruminare per occupare la mente; e in fondo a
quei pensieri, vedeva se stessa, la simpatia che le aveva mostrato quell'uomo
scappellato da tutti, in quel paese che a lei faceva fare anticamera, che la
trattava da eguale soltanto in campagna, dove pu permettersi delle
familiarit anche con dei subalterni. Questa idea la faceva arrossire di
sdegno ogni volta che vedeva passare il signor Goliano, o il signor Brancato,
sotto l'ombrello, coi calzoni rimboccati, e facevano tanto di cappello al
barone, il quale rispondeva soltanto con un cenno amichevole del capo. Allora
delle tentazioni strane le brulicavano nel cervello.
 Ma spicciati! diceva a suo marito. Tu non ne vieni mai a capo.
 Oggi abbiamo un'altra offerta dal Goliano, ma non vuole arrivare ai settemila
 Tu ti lasci soprastare dai Goliano e dai Brancato. E sei un uomo di legge!
Il barone, aveva preso gusto a fare la sentinella, e a poco a poco s'era
scaldata la testa. Alla Rosamarina era ancora una ragazzata, il contagio
dell'allegria spensierata e della grazia seduttrice di lei. Ora, dietro i
vetri del balcone, nella tristezza delle giornate piovose, la vista di Elena
assumeva un che di malinconico e d'interessante che non gli si levava pi dal
pensiero. Egli passava i giorni sulla porta del casino anche dopo che era
tornato il bel tempo; passeggiava la sera per la piazza dinanzi la casa di
lei, quando Cesare non c'era.
Elena cominciava a sentirsi preoccupata di quell'uomo che pensava
continuamente a lei, che era sempre l intorno, a spiare ogni suo movimento,
nascosto dietro l'angolo di una viuzza, nel vano di una porta, come un
innamorato di quindici anni, e indovinava i momenti crudeli che colui doveva
passare ogni volta che suo marito tornando dalla campagna, nel buio del
balcone dov'ella aveva voluto aspettarlo, la baciava sui capelli e sulle mani.
Nelle sere di luna, vedendo quell'ombra nella piazza solitaria e inondata di
luce pallida, le tornavano in mente le canzoni e le aspirazioni indistinte dei
sedici anni, quando alla primavera aveva sentito battere il cuore verso
qualche cosa che non aveva raggiunto mai, e le aveva lasciato una malinconia e
un rancore di promessa delusa. Una di quelle sere che Cesare tardava a tornare
pi del solito, levando gli occhi a caso sulle finestre di fianco abitate
dallo zio canonico, che le tenevano il broncio, vide un uomo che non
conosceva, nero, nel vano luminoso del balcone, il quale la spiava, pallido e
impassibile.
Allora tutta la sua fierezza si ribell in un lampo.
Si rizz in piedi, rossa come se l'avessero schiaffeggiata, senza pensare a
suo marito che doveva arrivare da un momento all'altro, e fece segno a
quell'uomo che passeggiava nella piazza di salire.
Don Peppino entr, pallido come un cencio, cercando la prima parola. Ma ella
era infuocata in viso, le si leggeva in volto una strana risoluzione, e se
aveva le mani tremanti, la voce era ferma.
 Signore! gli disse. Qui, nella casa accanto, c' un uomo che ci spia. Avete
visto?
Don Peppino voleva balbettare qualche cosa. Ma Elena l'interruppe:
 Ditemi se  lo zio di mio marito.
 S, disse il Barone.
 Tanto peggio per lui! esclam allora Elena bruscamente. Vi ho chiamato perch
avevo bisogno di parlarvi.
Don Peppino fuori di s dalla sorpresa e dalla gioia stava per recitare la sua
parte. Le diceva colle mani giunte e l'accento sincero e commosso, che l'amava
come un pazzo, l'aveva amata sin da quando l'aveva conosciuta alla Rosamarina
e amava per lei quei luoghi dove l'aveva vista. Che non poteva pi vivere
senza sapersi amato da lei, ora che ella gli aveva detto una buona parola, che
l'avrebbe seguita a Napoli, in capo al mondo. Elena a misura che si rimetteva
andava facendosi sempre pi pallida. Chinava il capo come per mettersi in
difesa, fissava su di lui gli occhi profondi, diffidenti, quasi corrucciati.
 No! gli disse con voce sorda. Restate dove siete, non mi seguite, non fate
altri scandali. Vi ho chiamato per dirvi che non vi amo, e che voglio amare
soltanto mio marito.
Il barone se ne and barcollando, e sulla scala s'incontr col marito. Questi
vedendo Elena cos sconvolta, le chiese:
 Che hai?
Ella non rispose, poi, dopo un pezzetto, gli annunzi:
 Il barone  venuto a farmi visita, sai?
Don Peppino, sentendo che la Rosamarina era in vendita, and dal notaio e
offr diecimila lire. A sua madre che voleva impedire quella prodigalit
rispose:
 E' un capriccio, lo so, lasciatemelo soddisfare. Alla Rosamarina v' la
caccia pi abbondante del territorio. Poi ho impegnata la mia parola.
Goliano e Brancato, come seppero che l'acquisto che avevano maturato con tante
lungaggini sfumava loro di mano, fecero un casa del diavolo, dicendo che il
barone spendeva diecimila lire per comprarsi la grazia del venditore. Il
notaio diede questo consiglio:
 Lasciateli dire,  il dispetto che li fa parlare, quando il contratto sar
firmato si rosicheranno le mani.
Cesare arriv a casa con tal viso che Elena domand subito:
 Cos' stato?
 Il barone ha offerto diecimila lire della Rosamarina, rispose il marito.
Elena rimase immobile, rigida e bianca come una statua di marmo, scrutando
profondamente negli occhi del marito coi suoi occhi grigi. Dopo un istante di
silenzio gli chiese con voce lenta:
 E tu?... Tu che ne dici?
 Nulla, rispose egli seccamente.
Poscia le afferr le mani con impeto, l'avvinghi fra le braccia con uno
slancio di tenerezza quasi minacciosa.
 Va a firmare il contratto con Brancato, per settemila lire, disse Elena. E'
la miglior risposta.

7.
Don Liborio e tutta la famiglia erano andati ad incontrare gli sposi, in gala,
con un gran land di rimessa. Donn'Anna inzupp un fazzoletto di lagrime
nell'andare. Ma eran lagrime di gioia, e avrebbe voluto pianger cos anche per
l'altra figliuola che se ne stava tranquilla, colle mani conserte sotto il
seno, sulla panchetta dirimpetto. Don Liborio, pi padrone di s, irrigidito
nel solino inamidato, si asciugava la fronte col fazzoletto, guardando la
sfilata dei viaggiatori che uscivano dal cancello. Come spunt Cesare, colla
sacca a tracolla, dando il braccio all'Elena elegantissima, gli stese pel
primo la mano con un gesto magnanimo che scancellava tutto quel che era stato.
Donn'Anna intanto si abbrancicava alla figliuola, la quale sorrideva, e si
aggiustava il cappellino scomposto dalle espansioni materne. Don Liborio non
permise che gli sposi andassero all'albergo, sinch avessero trovato di fare
il nido, e li volle tutti a casa.
La sera, appena giunse Roberto, ricominciarono le strette di mano. Poi
ciascuno se ne torn al suo posto, come al solito. Elena quasi fosse in
visita, coi guanti, lodando tutto, assicurando che sarebbe stata benissimo,
pregando Roberto di aiutarla a trovare un quartierino, non troppo grande, un
nido, purch fosse in una casa di bell'apparenza, colla scala di marmo.
La Rosamarina e le tre stanze di Altavilla avevano dato novemila lire di
netto. Elena, quando ebbe trovato il nido che cercava, arred un salotto, una
camera da letto, uno spogliatoio, ed uno studiolo pel marito. Sull'uscio
inchiodarono una bella placca d'ottone Avvocato Dorello e il marito, nello
studiolo nuovo, aspett i clienti.
In questo tempo Elena era occupatissima a mandare delle partecipazioni alle
sue amiche di collegio pi in vista, alle conoscenze migliori che aveva
racimolate qua e l, e a ricever visite nel suo salottino color d'oro, in
mezzo ai suoi ninnoli luccicanti e ai suoi vasi pieni di fiori. In meno di un
mese aveva il suo giorno di ricevimento, il suo taccuino pel giro delle
visite, qualche amica che veniva a prenderla in carrozza, gli assidui che
aspettavano il suo turno al San Carlo per farsi vedere nel palchetto di lei.
Aveva fatto buona impressione nella societ dov'era penetrata, seguita dal
marito in guanti grigi.
 Farai delle conoscenze che potranno esserti utili, gli diceva. Magistrati,
colleghi illustri; acquisterai dei clienti ricchi che ti metteranno in voga.
E lo lasciava nel vano di una porta, nell'angolo di un divano, accanto a un
tavolino di primiera, a soffocare gli sbadigli dietro il cappello, a
interessarsi al giuoco che non capiva, a rispondere al chiacchierio vuoto dei
conoscenti che passando accanto a lui barattavano quattro parole per cortesia,
quando una contradanza improvvisata o un pezzo di musica scacciavano nei vani
delle finestre e sotto le cortine degli usci gli uomini serii, deputati
provinciali, consiglieri di corte d'appello, avvocati panciuti che si facevano
vento col cappello a molle, ammiravano la folla, si lagnavano del caldo, gli
spifferavano dei complimenti intorno alla grazia e all'eleganza della sua
signora, osservavano che era necessario un po' di svago per uno che ha delle
occupazioni serie nella giornata, si meravigliavano come mai non lo vedessero
spesso al Tribunale.
Lui, arrossendo, doveva confessare che non aveva affari. Il suo interlocutore,
per cortesia, rispondeva garbatamente che la andava cos, quando si voleva
mantenere un po' di decoro, in principio di carriera... A meno di buttarsi in
braccio agli albergatori, agli osti, ai sensali di affari, come quelli che
fanno la posta a qualche cliente che arriva smarrito dalla provincia. E
finivano col volgere un'occhiata discreta sulla moglie dell'avvocato senza
affari, elegante, sorridente, disinvolta al pari di una gran dama, e
corteggiata come una regina.
Allorch Elena, appena finito di desinare, correva ad accendere tutte le
candele del suo spogliatoio, e si abbigliava per andare a passare la sera a
teatro, alla Filarmonica, o in societ, il marito rimaneva un po' triste,
pensando al tempo in cui ella era tutta per lui, alle serate intime della
Rosamarina. Gli pareva che degli estranei che lo salutavano appena, della
musica che non capiva, dei piaceri che non divideva, gli rubassero qualche
cosa della sua donna, un pensiero, un'attenzione, qualche momento di allegria,
e forse anche di ebbrezza. Egli provava una volutt amara ad analizzare, colla
delicata percezione della sua natura quasi femminea, quelle sfumature dei
sentimenti di Elena che si dileguavano da lui. Poi, come la vedeva ricomparire
in gala, raggiante di sapersi cos bella, le sorrideva, affascinato da quel
sorriso trionfante di vanit. N osava pi dire, a lei, sfolgorante di tanta
eleganza, che avrebbe preferito andare a passeggio da soli, al buio, ben
stretti l'un contro l'altro, misteriosamente, come quella sera in cui per la
prima volta erano andati per le strade silenziose tremando, e stringendosi il
braccio.
Elena, com'egli le aveva espresso una volta timidamente cotesto desiderio,
l'aveva guardato in viso un momento, con lieve aria di sorpresa, poi aveva
risposto compiacentemente:
 S, come vuoi.
Egli non aveva voluto.
Nelle case dove accompagnava l'Elena, mentre rimaneva a discorrere colle
persone serie, non vedeva pi sua moglie per tutta la sera che dietro una
siepe di abiti neri, nel gruppo pi vivace delle stoffe vistose e dei ventagli
che alitavano come farfalle, sotto le lumiere scintillanti, nel cerchio che
allargavasi attorno alle contradanze improvvisate, accanto al pianoforte,
quando provavasi della musica alla sordina, nel circolo ristretto dei
privilegiati che si aggruppavano vicino al canap della poltrona di casa. Di
tanto in tanto, come un getto fresco di allegria, udiva una parola di lei, uno
scoppio di risa represso col fazzoletto profumato. Osservava alla sfuggita,
con uno sguardo discreto che voleva parere distratto, la sua testolina fine,
bruna e piena di vita, un riflesso della seta della sua veste, un movimento
del suo ventaglio o delle sue spalle seminude, la posa leggiadra con cui si
appoggiava al braccio del suo ballerino, o l'atteggiamento improntato di
diffidenza ironica e graziosa con cui ascoltava il discorso misterioso ed
animato che le sussurava sotto il naso un individuo elegante, imprigionandole
il vestito colla sua poltrona, piegando verso di lei il petto rigido della
camicia e il capo diviso nettamente in due dalla riga irreprensibile. Egli
solo, il marito, il pi estraneo di tutti, non poteva prendere il braccio di
lei che nell'anticamera, dopo che il corteggiatore pi assiduo della serata
l'aveva aiutata a indossare la mantellina, sfiorandole coi guanti le spalle
nude.
Alcune volte, per quanto ei si sforzasse dissimulare, Elena si accorgeva della
sua tristezza nel tornare a casa. E gli domandava inarcando le ciglia,
sinceramente sorpresa:
 Che hai?
Egli arrossiva sotto lo sguardo penetrante di lei. Sarebbe morto piuttosto che
confessare a se stesso la gelosia vaga, dolorosa, umiliante, che tentava di
soffocare. Accusava la noia di passare una serata con gente che non conosceva,
la sua indole timida e ritrosa, la preoccupazione che gli dava lo stato
d'incertezza dei suoi affari. Ella non si lasciava illudere, gli leggeva in
cuore meglio di come non sapesse egli stesso; gli diceva:
 Che vuoi... Bisogna fare come fanno gli altri. Ma son tutta tua, lo sai.
Per aveva bisogno di quella vita, di quel lusso, di quelle seduzioni, se ne
inebbriava spensieratamente, senza sospettare il male. Dopo aver assaporato il
trionfo della sua eleganza, della sua bellezza e del suo spirito, quando aveva
indovinato vagamente l'ammirazione bramosa corruscante negli occhi ardenti che
si posavano sulle sue spalle, l'emozione dalla quale prendevan risalto i
complimenti insignificanti che le erano stati rivolti, si buttava al collo di
suo marito, gli diceva:
 Come ti amo! senza accorgersi ch'egli impallidiva a quell'effusione. Nel
salotto dai fiori azzurri tornava ad esser di lui, gli parlava guardandolo
nello specchio del grande armadio di mogano che prendeva intera la parete,
mentre si svestiva lentamente, al lume delle candele che dorava la bianchezza
pallida delle sue spalle e la sottile lanuggine delle braccia bellissime. Si
lasciava accarezzare distrattamente, gli porgeva le labbra e la fronte, e gli
diceva: Ora discorriamo un po' fra di noi. Raccontava gli aneddoti della
serata, le galanterie che le avevano recitato, sorridendo indifferentemente,
con un moto leggiadro delle spalle nude. Quindi gli stendeva le mani al di
sopra del capo, senza voltarsi, come a dirgli: Di che temi, scioccherello? E
gli domandava se si fosse divertito egli pure, se fosse contento della sua
serata, con chi avesse parlato, se avesse trovato qualche cosa. Trovare! Ella
lo ripeteva con una leggerezza incantevole, quasi fosse stata la cosa pi
facile del mondo, senza accorgersi dell'ombra che la sua domanda metteva negli
occhi del marito, o se accorgevasene si faceva a un tratto anch'essa
pensierosa, guardandosi seminuda nello specchio con occhi vaghi che sembravano
neri come carboni. Infine si scuoteva con quel moto impaziente delle spalle,
si voltava bruscamente verso di lui, per dirgli:
 Non temere. Ci arriveremo!
Ella parlava di questo avvenire come di uno stato di altre soddisfazioni ed
altre agiatezze. Non sapeva nemmeno che i denari della vigna e della casa
sfumavano rapidamente. Credeva di non spendere altro che le cinque lire dei
guanti o della carrozza che l'accompagnava a casa. Suo marito avrebbe voluto
risparmiarle a qualunque costo le sorde angoscie che lo tormentavano, mentre
ella rideva e folleggiava in un salone tutto oro. Per lui solo le meditazioni
penose, i tentativi umili, l'andar su e gi per le scale altrui, i batticuori
dell'aspettativa, gli scoramenti amari. Ch'ella non sappia nulla almeno... sin
che si pu! E non lo sorprendeva la crudele indifferenza di lei riguardo ai
loro interessi. Solamente Elena cominciava a notare che quell'avvenire si
faceva aspettare, e che alla moglie del procuratore generale o di un avvocato
illustre venivano usati dei riguardi che mancavano a lei, ricercata,
corteggiata, con guanti da venti lire alle mani. Suo marito non ci pensava,
lui! E il sorriso di Elena finiva allo specchio, in una contemplazione
astratta di se stessa.
Un mattino egli ricevette due righe per la posta.
Badate a Cataldi! marito esemplare!.
Cataldi era un giovanotto il quale spendeva pazzamente il denaro che non
aveva, biondo e delicato come una fanciulla, bel giuocatore, carico di debiti,
audace cogli uomini, e cortesemente impertinente colle signore. Elena
sorrideva volentieri con quel pazzo, il quale non cercava di meglio che
saldare i suoi debiti, facendosi uccidere in duello, dicevano. Elena invece,
col fazzoletto ricamato sulla bocca, mormorava sorridendo: Che matto!
Cataldi se lo lasciava dire di buon grado in faccia, ogni volta che
l'asserragliava in un cantuccio, nel vano di una finestra, dietro un canap, a
ridosso della coda del pianoforte, dove poteva. E s'impadroniva del suo
ventaglio, del ciondolo del braccialetto, del lembo di un pizzo, senza
lasciarsi imporre dai suoi corrucci da bambina o dalla sua collera leggiadra,
facendole piegare il capo e arrossire la nuca sotto le sue calde proteste,
recitate con una flemma imperturbabile, con una franchezza che aveva del
cinismo.
 Via! quando vi risolverete a dirmi che mi amate! Lasciatevi far la corte. Che
temete? Non ci crediamo n voi n io. Voi non amerete mai, come me. Voi avete
tutti i miei difetti. Siete insensibile, egoista e vana. Voi dareste l'anima
ed il corpo per conoscere l'amore anche di vista. Io son l'uomo fatto apposta
per voi.
Elena gli dava del ventaglio sulle mani, si turava le orecchie, chinava
graziosamente il capo per sfuggirgli, ridendo insieme agli altri che
protestavano per lei, e accennavano al marito. Cataldi alzava le spalle. N
lui, n nessuno, diceva. Ella non amer mai altri che se stessa. Il marito
alle volte, in mezzo al cicaleccio grave degli uomini serii, nel vano degli
usci, e colla destra dentro lo sparato del panciotto, coll'occhio turbato e
fisso sul gruppo intorno all'Elena, impallidiva leggermente, e smarriva la
risposta.
Senza pensarci un momento, al leggere la lettera anonima, egli and in cerca
dell'Elena che suonava al piano, e gliela porse.
 Questa  della Silvia, disse subito Elena. E' una cosa secca e brutta come
lei.
 E siccome il marito rimaneva zitto. Ebbene, gli disse, che vuoi fare?
 Io non lo so. Tu saprai meglio di me.
 Non bisogna badarci. E' una calunnia di gelosa. Tu ci credi? brutto!
Ma ella non aveva giammai visto suo marito cos pallido. Improvvisamente si
fece rossa come il fuoco.
 Tu ci credi?
Egli esclam con una voce che Elena non aveva mai udito, guardando stranamente
qua e l:
 Ah, no! Elena... Non ci credo!
 Ebbene? Cosa vuoi che faccia?
 Non lo so. Non lo so! ed evitava di guardarla, e la voce gli tremava.
Elena in fondo non si sentiva cattiva. Si avvicin a lui pentita, e gli disse:
 Perdonami... Cosa vuoi che io faccia?... Vuoi che non esca pi la sera? Tutto
quello che vuoi lo far.
 No... no... mormor egli scuotendo tristamente il capo... Tu non m'intendi...
E con uno sforzo, afferrandole la mano, a viso basso:
 Voglio... voglio che tu mi ami sempre!
 Ah! cattivo!... come sei cattivo oggi!...
D'allora in poi and di rado in societ, onde evitare d'incontrarsi col
Cataldi. Questi ogni volta che poteva vederla le diceva:
 Come? mi fuggite! Comincereste ad amarmi diggi?
Elena non era donna da restare imbarazzata per cos poco. Rispondeva:
 S, comincio ad amarvi, da lontano. Pi lontano starete e meglio sar per
voi...
E Cataldi imperturbato:
 Tosto o tardi finirete per cedere all'attrazione. Sapete l'affinit dei
simili? Io la subisco diggi!
In prova di che la seguiva da per tutto dove poteva. Faceva stupire il mondo
colla costanza della sua inclinazione.
 Cotesta piccina, dicevano, ha stregato quel farfallone di Cataldi. Non s'
visto mai cos accecato! Elena stessa diventava schiva a restia a poco a poco.
Non poteva dissimulare un lampo degli occhi, o una fiamma fugace alle gote, o
un leggiero palpito delle narici appena lo vedeva comparire dove ella si
trovava. In cuor suo, al vederlo cos sottomesso, pensava: Com' carino! E
s'irritava che non le permettessero quel trastullo innocente. Alle volte
faceva anche il broncio. Cataldi le ripeteva:
 Non credo ai vostri sguardi. Non credo al vostro rossore. Non credo che mi
fuggiate, e nondimeno eccomi accanto a voi, a rendermi perfettamente ridicolo
per voi.
Un giorno s'incontrarono a caso ad una serata di musica dove Elena aveva
risoluto di non andare perch suo marito faceva il muso lungo. Ma all'ultimo
momento... Cataldi la colse sulla gran terrazza che sporgeva sul mare per
dichiararle:
 Quando mi direte che mi amate me lo direte, siatene certa sar forse la prima
volta in cui amer davvero, perch non vi creder affatto.
 Tanto meglio. Siete avvisato. Non perdete il tempo dunque.
 Io non ho nulla da fare. Intanto mi piace misurarmi con voi che siete di una
bella forza.
In questo momento un'ombra tagli il vano luminoso del balcone, e apparve il
marito.
Il suo viso sembrava pi bianco nell'oscurit. Egli disse ad Elena con voce
calma che l'aspettavano per suonare un pezzo a quattro mani nel salone, e fece
un cenno impercettibile onde pregare Cataldi di fermarsi un istante.
Elena stavolta allib. Per era una di quelle fragili donnine che hanno una
gran forza di dissimulazione. Faceva scorrere nervosamente intorno ai polsi i
suoi numerosi braccialetti mentre spiegavano la musica sul leggio, cogli occhi
sul balcone. Ma quasi subito rientr suo marito, tranquillo in apparenza come
l'aveva visto pochi minuti prima, e Cataldi rimase ad ascoltare sotto le
tende, impenetrabile anche lui.
Stavolta fu Elena che cerc di scambiare due parole da solo a solo con lui,
dopo che ebbe suonato assai male, mentre duravano gli applausi. Ella lo ferm
in un canto, un po' pallida, facendosi vento col ventaglio, e gli chiese con
voce breve e secca:
 Cos' stato?
 Una cosa assai strana. Mi ha pregato di lasciarvi in pace. Cos come ve lo
dico adesso, tranquillamente e con queste medesime parole. E' una cosa
semplicissima, che a nessuno  venuta in mente di dire, e che vi fa rimanere
senza risposta.
Il marito invece non le diceva nulla, n lungo la strada, n per tutto il
tempo che ella aveva messo a fare la sua toletta da notte con studiata
lentezza, sino all'ora in cui egli andava, come di solito a lavorare per un
par d'ore. Allora ella lo ferm sull'uscio, prendendogli le mani, e
guardandolo fiso.
 Son sempre la tua Elena! lo sai?
Egli esit, arrossendo, impallidendo a vicenda, col viso basso. Ad un tratto
le butt le braccia al collo, e si mise a piangere come un ragazzo.
Piangeva d'amore, di vergogna, di collera e di gelosia. Piangeva di doverla
accompagnare lui stesso nelle feste, in mezzo alla folla, colle braccia nude,
colle spalle nude, lui che avrebbe schiaffeggiato chi le avesse detto,
vedendola passare: Com' bella! che avrebbe ucciso chi avesse osato sollevare
con due dita il velo che copriva le spalle di lei. Piangeva per quella
contraddizione vergognosa, per quella tirannia della corruzione mondana che
costringeva lui, il marito, a lasciare la moglie adorata senza difesa, in
mezzo alle insidie velate, e alle brame incessanti dei seduttori, sola, perch
gli altri fossero pi liberi di confessarle col frasario ipocrita tutte le
brame oscene che accendeva la sua casta bellezza nella loro fantasia viziosa,
coi complimenti sfacciati, cogli sguardi impudichi che la ricercavano sotto le
stoffe trasparenti. E andarsene lontano per non sembrare di voler ascoltare
quel che le dicevano, e guardarla alla sfuggita, e se ella arrossiva dover
fingere di non accorgersene, e se sorrideva volentieri con un altro trattarlo
da amico! Ecco cos'era ridotto a fare lui, il marito, il tutore, l'amante, lui
che avrebbe dato tutto il sangue delle vene per lasciarle ignorare l'esistenza
del male: ad aiutarla colle sue mani a spogliarsi del pudore, dell'innocenza,
ad essere spettatore di tutte le lusinghe che le offrivano a suo discapito, a
sentir discutere e dileggiare la fedelt delle mogli, a sapere che l'uomo il
quale le parlava all'orecchio sottovoce le diceva che l'amava pi del marito,
il bugiardo! mentre doveva lasciarla fra due ore, e andarsene col sigaro in
bocca, e avere l'indomani degli interessi e dei pensieri che non erano per
lei! E lei l'ascoltava! e gli sorrideva, pur non credendogli una parola, ma
per mostrarsi disinvolta, per paura che l'accusassero di non aver spirito, per
abitudine di donna avvezza ad esser corteggiata, sicch era di cattivo umore
tutta la sera quando l'erano mancate di queste piccole soddisfazioni di amor
proprio, ed egli doveva scorgere i suoi trionfi cogli altri nel buon umore che
gli dimostrava allorch rimanevano soli. Ah! e questo lo spaventava e
l'irritava! ch'egli l'amasse in tal modo, che egli la sentisse cos dentro e
palpitante nella sua carne, nel suo cuore, in tutto il suo essere, che non
potesse pi vivere senza di lei! che ormai dovesse amarla ad ogni costo,
com'ella avrebbe voluto essere amata.
No, egli non era geloso di Cataldi, n di questo n di quell'altro. Era geloso
di tutto, di tutti quelli che le dicevano quant'era bella; del bisogno che
ella provava di sentirselo dire e di veder prostrate ai suoi piedi tutte
quelle adulazioni. Indovinava che egli non le bastava pi, che c'era qualcosa
di lei che gli si involava ogni giorno, ora per un invito a un ballo, domani
per una serata di gala al San Carlo, quando era attesa nei ritrovi, il momento
in cui si faceva bella per gli altri, i capelli che adornava, le braccia che
scopriva, la veste che non gli era dato sgualcire. E l'amava sempre, come
prima, pi di prima, in un modo diverso! E si rassegnava a ci, e si
contentava di quello che ella poteva lasciargli nel suo cuore, nella sua
mente, quando aveva pensato: Piacer in tal modo a questo o a quell'altro? e
quando il cuore di lei aveva battuto pi forte al sentire altre parole che
egli non le aveva dette! Non era una cosa abbietta? Non era orribile? Ma
l'amava cos! Oggi diceva:
 Ella si lascia dire che  amata, ma non ama che me! domani avrebbe detto:
Ella sorride, ella arrossisce di piacere, ella china il capo lentamente... Ma
poi, quando ritorner ad esser mia!...
Pi tardi... Chiss?... chiss?...
Elena aveva chinato il capo, colle sopracciglia aggrottate, indovinando
vagamente. Poi gli fiss gli occhi in faccia, in silenzio, a lungo. Egli
teneva fra le mani il viso pallido.
Poi lentamente Elena gli prese il capo fra le mani, e lo baci, a lungo, senza
dire una parola.

8.
E tuo marito?
Sta bene. Un po' musone, come al solito, ma di salute sta bene.
Elena col cappellino in testa, e il libricciuolo da messa in mano, andava ogni
domenica a far visita alla mamma, seduta sul canap, senza levare la veletta,
elegante persino se metteva un vestito di percallo, diceva donn'Anna; e il
vestito di Elena era di seta nera, tutto ricami e fronzoli di conterie che le
pesavano sul corpicino delicato, e glielo modellavano artisticamente.
Donn'Anna, cogli occhiali sul naso, palpava il tessuto fitto, il ricco ricamo,
con un accennare soddisfatto del capo, e soggiungeva:
 E le cose tue? vanno benone, lo vedo. Tuo marito ha degli affari?
 Cos. Non molti... Sai bene... In principio...
 Non fa nulla. Tuo padre dice che in quel ragazzo c' della stoffa buona...
Intanto non ti lascia mancar niente. Vorrei vedere tua sorella accasata come
te. Quel benedetto ospizio  sempre ad un punto. E' li trattano come cani quei
trovatelli! Roberto dice sempre che a gennaio gli impiegati avranno
l'avanzamento non so di quanto, ma  sei anni che lo dice.
Camilla, col libro da messa in mano anche lei, aggiunse:
 Duemila e cinquecento lire.
 Duemila e cinquecento lire! ripet donn'Anna. Tuo marito li guadagna in un
mese, scommetto. Tu stai come una regina. Teatri, conversazioni, ricevimenti.
Non ti manca nulla, figlia mia, che Dio ti benedica.
 Non vado quasi pi, mamma. Esco di rado. Mio marito preferisce stare in casa.
 Ah! che idee gli vengono in capo a quel benedetto uomo. Cosa ci state a fare
in casa? la muffa? A cosa ti servir in casa l'educazione che ti ho fatto
dare? e mi  costata un occhio! Dimmi la verit. Tuo marito comincia a
diventare geloso?
 No, mamma. Non ho detto questo.
 Non ci badare. Tutti i mariti sono cos. Tanti turchi addirittura. Anche tuo
padre, se ci avessi badato... Loro a divertirsi di qua e di l; ma la povera
moglie tappata in casa. Vedi, lo stesso Roberto, che non pu stare un momento
lontano da tua sorella, quando sar suo marito...
Si ud una scampanellata, e arriv Roberto in persona, con un mazzolino da un
soldo, che si tolse dall'occhiello del vestito per aumentarne il valore. Ma
vedendo le due sorelle l presenti non sapeva come dividerlo.
 Tocca a lei, disse Elena con una smorfietta. Io son maritata.
 Parlavamo appunto di ci, aggiunse donn'Anna. Che voi altri uomini siete
tutti premurosi prima del matrimonio, e dopo correte di qua e di l, Dio sa
dove. Anche don Liborio, vedete, il quale non ha nulla da fare, non si vede
pi in casa.
 Viene tutti i giorni a trovar Cesare, rispose Elena.
Don Liborio andava dal genero ogni mattina, pettoruto, facendo risuonare la
mazza sugli scalini di marmo. S'istallava nello studio, colla fronte tra le
mani, scartabellando libracci, pigliando delle note, parlando di scrivere un
trattato che sarebbe bastato da solo a spalancargli le porte della fama. I
clienti verranno in seguito, aggiungeva. I clienti sono come le pecore.
E si sdraiava nel seggiolone per sviluppare la sua idea, stuzzicandola con
grosse prese di tabacco. Andava dicendo dappertutto:
 Mio genero, l'avvocato, sta scrivendo un trattato di polso, che far rumore.
Donn'Anna invece predicava che bisognava darsi le mani attorno per acchiappare
dei clienti, che stando rinchiuso nello studio non si accorgevano di lui, e
gli lasciavano far la muffa.
Dov'erano andati i sogni da ragazza dell'Elena? i castelli in aria fatti al
chiaro di luna sul terrazzino, cogli occhi fissi alla finestruola dello
studente, nei lunghi silenzi riboccanti di echi di un mondo sconosciuto,
allorch l'amante le sedeva accanto nel salottino di via Foria? Ora vedeva
ritornare a casa suo marito stanco e disanimato. Egli le rispondeva col
sorriso triste. Aveva il povero orgoglio mascolino di nasconderle le sue
angoscie e di risparmiarle delle pene alle quali ella non poteva arrecare
alcun rimedio. A lei invece la preoccupazione concentrata di lui sembrava
egoistica; l'irritava alle volte contro di lui; le pareva della rassegnazione
fiacca. E mentre stavano zitti l'uno di fianco all'altra, gli volgeva alla
sfuggita degli sguardi singolari, gli diceva:
 Ci devono essere tante vie aperte per un uomo...
Oppure:
 Se fossi in te mi par che troverei...
I giorni che scorrevano uniformi! Ogni mattina Cesare come apriva il balcone,
e si vedeva dinanzi il mare azzurro e scintillante di sole, sentiva rinascere
in cuore una vaga speranza, qualcosa che gli faceva baciare come un buon
augurio i capelli di Elena disciolti sul guanciale, o la manica della sua
veste da camera bianca nella quale ella cominciava ad aggirarsi per le
stanzine ridenti, fresca e rosea. Subiva delle strane superstizioni. Aveva i
suoi giorni fausti, dei segni che gli presagivano bene, se un bambino passava
per la strada, se si udiva il fischio della ferrovia, se il vento spingeva al
largo il fumo dei piroscafi dentro al molo. Recitava mentalmente, e a mani
giunte, una corta preghiera dinanzi al ritratto della madre che aveva
inchiodato sulla parete di faccia alla scrivania, e sull'uscio, di nascosto,
prima di uscire, si faceva la croce, come faceva lo zio canonico, mentre Elena
andava a mettersi al balcone e pareva che volesse accompagnarlo cogli occhi
pi che poteva. Per lei! mormorava Cesare fervidamente. Purch Elena non
manchi di nulla! Purch non soffra di tali angustie! Si fermava sulla porta
per udire il suono del pianoforte di lei. La salutava colla mano dalla strada,
mentre ella gli sorrideva dal balcone, discinta, languida e abbandonata sulla
ringhiera, nella fresca brezza mattutina. E incontrando Cataldi, che ronzava
l attorno, provando dei cavalli, imbarcandosi in una lancia sottile ed
elegante, passeggiando lentamente col sigaro in bocca, e la mazzettina sotto
l'ascella, Cesare pensava tristamente fra se stesso:
 Ah! perch non sono come costui!
I procuratori ai quali andava a raccomandarsi lo facevano aspettare in
un'anticamera piena di gente. L'ascoltavano appena, in piedi, distratti,
facendo segno a qualcun altro che erano subito da lui, cercando fra le
cartacce della scrivania, gli promettevano che all'occorrenza si sarebbero
ricordati di lui, e lo congedavano con una stretta di mano calorosa. Il suo
antico maestro, un avvocato in voga sopraffatto dal lavoro in modo che doveva
rifiutare dei clienti, gli aveva risposto francamente che aveva gi nello
studio due giovani senza beni di fortuna, che bisognava aiutare a spingere
innanzi in tutti i modi. Egli aveva accolto l'antico alunno come un padre, gli
parlava amichevolmente, e faceva aspettare una folla di gente per discorrere
con lui, ma credeva che Cesare non fosse tanto bisognoso quanto i due giovani
che proteggeva. Lo vedeva ben vestito, gli sapeva una moglie elegante. Cesare
non ebbe il coraggio di disingannarlo, e torn colle gambe ed il cuore rotti
nello studiolo, dove il suocero si accaniva ad aiutarlo nel suo lavoro
immaginario, sprofondato dietro un monte di libri e di opuscoli, cos
infatuato dalla sua idea che non si avvedeva dello scoraggiamento e della
stanchezza che c'erano negli occhi fissi del genero, nel viso lungo, nelle
braccia pendenti. Elena al sentirsi ripetere continuamente: Nulla! nulla! al
veder sempre quella fisonomia scorata, sentiva mancarsi d'animo anche lei;
l'insuccesso continuo l'indispettiva contro quell'uomo che non sapeva esser
forte, che non sapeva lottare, che non sapeva pigliare d'assalto la sua
posizione, che cercava di dissimularle la stanchezza del viso, e la
preoccupazione fissa dinanzi all'occhio. Stava ritta sull'uscio, ascoltando
sbadatamente il cicaleccio vuoto del genitore, senza aprir bocca. O al pi
mormorava:
 Non capisco. Mi pare che se fossi un uomo saprei trovare!
Don Liborio affermava: Tuo marito ha ingegno da vendere. Peccato che gli
manchi la fibra!
Elena scrollava il capo.
Infine un procuratore legale, degli infimi, vero strascina faccende, venne a
proporgli un processo importante, diceva lui, una causa di prescrizione in cui
erano in giuoco 200.000 lire. Il poveretto non bad che il leguleio unto e
sciamannato gli parlava col cappello in capo; e dopo che l'ebbe accompagnato
sino all'uscio, corse ad abbracciar l'Elena per darle la buona notizia, cogli
occhi gonfi di lagrime e la voce tremante di gioia.
Elena non divideva quel giubilo sproporzionato, ma ne indovinava confusamente
il motivo e si sentiva montare le fiamme al viso.
 Va! va! ripeteva in preda a un esplicabile turbamento.
 Lasciami sola un momento. Son fatta cos. Son cattiva! son cattiva! Ma ti
voglio tanto bene... Povero Cesare!
Per l'affare grosso del procuratore strascina faccende non frutt nulla a
Cesare, malgrado l'impegno col quale ci si mise. Il cliente fu condannato a
rilasciare il fondo che voleva appropriarsi, e il procuratore, furibondo, per
non dargli un soldo, and predicando dappertutto che Dorello aveva rubata la
laurea. I colleghi si scandolezzarono che egli avesse assunto la difesa di
quel processo vergognoso e infruttifero. Un camerata dell'universit, ch'era
andato ad esercitare la professione di notaio in provincia, gli mand una
cliente la quale aveva il marito accusato di grassazione, giurando che non
poteva pagar pi di 25 lire. Il presidente del tribunale gli assegn qualche
difesa officiosa al correzionale, che lo faceva guardare in cagnesco
dall'imputato, il quale si credeva condannato perch era difeso gratis. Invano
si arrabattava nei bassi fondi e nelle anticamere della giustizia, in mezzo a
gente cenciosa e colla barba lunga, su e gi per le scale tappezzate di
cartacce sudicie, nella folla dei causidici e dei litiganti ansiosi. Quello 
il tuo campo di battaglia! profferiva il suocero. L trionferai!
Donn'Anna voleva sapere perch il genero non rinunziava alla lusinga di far
l'avvocato, e non cercava invece un impiego, come Roberto il quale aveva il
suo soldo fisso, e se gli aumentavano lo stipendio avrebbe potuto ammogliarsi,
senza altri fastidi. Don Liborio saltava in aria al sentir parlare d'impiego,
diceva che era un avvilirsi, per un avvocato, il quale aveva la stoffa di
ministro, lo stesso che diventare un rodicarte, un servitore del pubblico.
Piuttosto avrebbe voluto fare del genero un deputato, un consigliere
provinciale. Elena non apriva bocca in quelle discussioni di famiglia, ma si
ribellava in cuor suo all'idea di presentarsi in un salone accompagnata da uno
scribacchino di tribunale, o da un impiegatuccio dell'agenzia delle tasse; si
accasciava anche lei sul divano, colle braccia in croce sui ginocchi, cogli
occhi fissi che splendevano di luce nera. Adesso non gli domandava pi nulla.
Lo aspettava sul terrazzino, lo vedeva venire a testa bassa, col cappello
all'indietro, il vestito sbottonato, le scarpe polverose, strascinando i
passi; andava ad aprirgli l'uscio, e tornavano a sedere sul balcone, senza
dire una parola, colle braccia inerti, sino a tarda sera.
Ormai amava anch'essa la solitudine della via Piliero, il mormorio del mare,
il silenzio della notte stellata, tutte quelle cose che almeno la lasciavano
fantasticare come voleva. Allora prestava l'orecchio al rumore di un passo
noto, sotto le sue finestre, perseverante, che sembrava recarle l'omaggio di
un cortigiano fedele nella sventura, e le rammentava il lusso in cui era
vissuta, le feste splendide, l'ossequio universale alla sua bellezza.
La sua bellezza! cosa valeva? a che serviva adesso? A vedersi sempre fra i
piedi un marito che non osava amarla, tanto era avvilito. A stare accanto a
lui, la sera, nel buio del terrazzino, quando avrebbe voluto star sola, ad
udir quel passo, a guardar quell'ombra che passeggiava l davanti la
cancellata del molo. E la presenza del marito richiamava ruvidamente ad un
guardingo esame di se stesso il pensiero di lei, il quale scorazzava tra
fantasie che non avrebbe confessato a se stessa.
Dio solo pu sapere quali idee passassero in mente a quel marito e a quella
moglie, seduti tanto vicini sul medesimo balcone.


9.
La casa era continuamente assediata da creditori, da gente che veniva per aver
saldato un conto di venti lire, e perdeva mezza giornata ad aspettare sulla
scala. La serva, creditrice di parecchie mesate, faceva causa comune con loro,
restava un quarto d'ora a confabulare sottovoce, sporgendo il mento aguzzo,
impietosita dalle loro lagnanze, portava delle seggiole in anticamera perch
aspettassero comodamente, andava a chiamare la padrona ad alta voce,
grattandosi i gomiti nudi in aria ingenua, per impedirle che facesse dire di
non essere in casa. Elena allora, pallida di collera, doveva rispondere
sorridendo, doveva trovare delle buone parole per quella gente che le parlava
a voce alta, e col cappello in capo.
Suo marito avrebbe sofferto la tortura per risparmiare a sua moglie coteste
scene. Non usciva quasi pi, non aveva pi testa di lavorare, gli toccava
stare ad attendere dietro i vetri se arrivava un creditore. Alle volte, nelle
ore in cui la via Piliero era pi frequentata, vedeva passare Cataldi, e
sentiva a quella vista pi doloroso e profondo il suo avvilimento; arrossiva
se lo sorprendeva la moglie quasi stesse a spiarla, gli pareva di vederla
aggrottar le ciglia o impallidire. Accorreva il primo ad ogni scampanellata
minacciosa, per mettersi a parlamentare, a promettere, a scongiurare. Erano
lotte di tutti i giorni, angoscie dissimulate a voce bassa, con aria calma, a
capo chino, rosso di vergogna, col creditore insolente, nel vano dell'uscio,
tendendo l'orecchio ansioso ad ascoltare se alcuno udisse nelle altre stanze,
impallidendo se l'altro alzava la voce, e cercando di calmarlo col gesto
supplichevole pi che colla voce e colle parole. Erano ripieghi meschini,
sotterfugi volgari coi quali bisognava ingannare la spietata curiosit della
serva, o la vaga inquietudine di Elena. Ma almeno si lusingava che ella non
sapesse nulla, non fosse consapevole delle umiliazioni che gli toccava subire.
Esciva per procurarsi cinquanta lire con un lavoro che gli davano a fare di
seconda mano. E tornava di corsa, col denaro in tasca, acchiappato dopo due
ore di corsa, di sollecitazioni, di raggiri, inquieto, spiando le finestre da
lontano, tremando di incontrare qualcuno per le scale. Gli toccava scongiurare
umilmente le minacce del beccaio e del fornaio, che l'aspettavano sulla scala
di marmo, entravano dietro a lui nell'anticamera, lo seguivano scamiciati
colla pipa in mano sino allo studio. Egli doveva tirarli ad uno ad uno nel
vano di una finestra, abbassando il viso e la voce perch nessun altri udisse,
e soprattutto l'Elena, posando la mano sulla manica delle loro camicie sudicie
per ammansarli, accompagnandoli egli stesso all'uscio perch non osava
chiamare la serva, la quale, nella cucina fredda, alzava le spallacce, sotto
il fazzoletto unto. Poi doveva fingere di essere tranquillo, rientrando nelle
belle stanzine arredate di mobili nuovi, colle stoffe freschissime, si
sdraiava sul divano soffice, posava i piedi indolenziti sul tappeto morbido.
Sua moglie fingeva anch'essa di non accorgersi del pallore di lui, della sua
agitazione; non gli diceva nulla di quel che accadeva nella sua assenza. Si
dava sempre da fare nelle altre stanze per non esser costretta a rimanere
faccia a faccia con lui.
Una volta sola, usc in questa osservazione:
 Quando non ci sei,  una cosa da impazzire con quello scampanellio continuo
all'uscio!
Un mattino vennero dei facchini a prendere il pianoforte. Il marito che non
sapeva nulla, esc al rumore dallo studio per informarsi cosa fosse.
 Ho venduto il pianoforte, rispose Elena secco secco.
Egli arross, e non apr pi bocca sinch i facchini portarono via lo
strumento prediletto di Elena.
Poi, come l'uscio fu rinchiuso, prendendo il suo coraggio a due mani,
balbett:
 Perch hai venduto il pianoforte?
 Era necessario.
 Lo so, dico perch non hai venduto qualche altra cosa?
 Il pianoforte era mio... Intendo che non serviva pi a nulla. Non suono pi.
Lagrime amare comparvero negli occhi di lui, che non osava alzare il capo.
Elena seguit a spingere alcune poltrone nel posto lasciato vuoto dal
pianoforte. Poi lo schianto di quel dolore timido e peritoso le tocc il
cuore. Si accost a lui intenerita, e l'abbracci senza dir motto.
Egli guardandola negli occhi parve volesse dirle qualcosa di decisivo. Ma era
cos commosso che non trovava parola. Solo di tanto in tanto le stringeva le
mani senza aprir bocca.
 Come ti ho reso infelice! mormor alfine.
 Tu? rispose Elena, stringendosi nelle spalle. Che idea? Tu hai fatto quel che
potevi.
Ma egli aspettava qualche altra parola, avrebbe voluto che Elena indovinasse
qual dolore, quale umiliazione fosse stata per lui vederla nascondere e
dissimulare le sue sofferenze. Gli sembrava che ella lo respingesse, e in
certi momenti si spalancasse fra di loro un gran vuoto.
 Senti, Elena! le disse timidamente, se potessi morire, per levarti da questo
stato, lo farei.
Elena non ebbe un sol lampo di carit negli occhi, quel lampo che forse suo
marito aspettava trepidante. Soffriva troppo da qualche tempo anche lei.
 No! tu non ci hai colpa, no! gli diceva. Son io che non ho fortuna; non ne ho
mai avuta, mai! da bambina, da giovanetta tante belle promesse, tante
parole... ecco il risultato! Se l'avessi saputo...
 Elena! balbett il marito.
Ella lo guard un istante: Che idea! Sei matto? No, non dico questo...
 Se morissi, mormor Cesare tristamente, tu saresti libera.
 Belle cose che mi dici! Bel conforto che mi dai! Adesso specialmente... Se
l'avessi saputo non avrei voluto mettere delle altre creature infelici al
mondo, ecco!... Tu non sapevi quest'altra cosa...
Il marito impallid al sentirsi annunziare in tal modo quell'avvenimento che 
una festa per ogni madre, e per un po' rimase soprapensieri.
 Che brutta accoglienza trova questa povera creaturina! mormor infine.
Elena non rispose.
Per anch'essa si lasciava vincere a poco a poco, senza coraggio per
rinunziare ai sogni della sua giovinezza, senza forza per cercare un conforto
e una distrazione nella maternit, avvilita dal rovescio, con degli impeti di
rivolta comechesia contro il destino, dei rancori sordi contro tutto ci che
contribuisse alla sua sorte, come della frenesia, un bisogno di rappresaglia,
cedendo grado a grado a delle aspirazioni insensate di cercarsi da s quello
che la sorte le negava, di fuggire dalla realt in qualsiasi modo.
Allora la tentazione che stava in agguato, che le ronzava d'attorno, nel
cervello, nel sangue, dinanzi agli occhi, la colse, se non pel cuore, per la
mente guasta e fuorviata, nello spirito inquieto e bramoso. L, sul canto del
Piliero, mentre andava dalla mamma per fuggire le angustie della casa e si
ferm su due piedi al veder Cataldi, impallidendo a un tratto quasi fosse gi
colpevole. E le lusinghe di lui, e le parole scellerate, l'accento caldo, gli
sguardi che accendevano il sangue:
 No! no! no! ripeteva ad intervalli, sempre con voce pi fioca, sempre colla
fronte pi bassa. Infine...
Adesso esciva tutti i giorni. Si vestiva in fretta, modestamente, di nero,
sgattaiolava lesta per le scale, e correva dalla mamma, al passeggio, pur di
non stare in casa. La serva si presentava al padrone tranquillamente, colla
sporta al braccio, perch gli desse il denaro per le provviste. C'erano dei
momenti in cui al poveretto sembrava di perdere completamente la testa nel
cercare di combinare la spesa colle poche lire che gli restavano. Doveva
ricorrere a degli espedienti, far dei calcoli mentali, inventar dei pretesti,
perch la serva che gli piantava gli occhi in faccia, con un sorrisetto
ironico sulle labbra sottili, colle braccia pendenti come a significargli che
si seccava ad attendere, non indovinasse il suo imbarazzo, il suo rossore.
Alle volte la serva posava la sporta per terra, si metteva le manacce sotto il
grembiale sudicio, per fargli capire che era stanca di quella storia ogni
santo giorno, e borbottava che cotesto avrebbe dovuto essere affare della
signora, che gli uomini non se ne intendono, che in tutte le case dov'era
stata, non aveva mai visto una cosa simile. Egli doveva mandarla via colle
buone, senza rimproverarla, e dopo che se n'era andata brontolando e
strascinando le ciabatte per gli scalini di marmo, venti volte si era piegato
sulla ringhiera, come attratto dal vuoto che si sprofondava sotto di lui per
tre piani.
Ormai nessun'altra risorsa. Quei due o tre procuratori che gli avevano
procurato del lavoro di seconda mano gli facevano rispondere che non erano in
casa. O se non potevano evitarlo per le scale gli spiattellavano sul viso: Mio
caro, voi siete una macchina. Comprendiamo i vostri bisogni, ma non possiamo
rinunziare al lavoro utile per darlo a voi.
Ei sarebbe morto dieci volte di fame, piuttosto che andare a domandare del
denaro in prestito, se non fosse stato per l'Elena. L'unico a cui credeva di
potersi rivolgere era il cugino Roberto.
Ma gli ripugnava l'idea che Elena avesse potuto saperlo. Piuttosto, spinto
dalla necessit si risolvette a tornare dallo zio Luigi, il quale gli aveva
chiuso l'uscio sul naso dopo il suo matrimonio, prevedendo quello che doveva
succedere coll'istinto dell'avaro. Ma il bisogno stringeva talmente alla gola
il povero giovane, gli metteva tal disperazione nell'anima e negli occhi, che
lo zio Luigi stesso non pot parare interamente la stoccata. Egli sfog la
bile che gli recava la domanda facendogli un lungo sermone, rimproverandogli
la sua follia, rinfacciandogli che glielo aveva predetto. Il poveretto, seduto
di faccia allo scrittoio, inerte, col dorso abbandonato sulla spalliera della
seggiola, si lasciava dir tutto, confessava tutto, conveniva che si meritava
tutto. Egli aveva bisogno di duecento lire, tutto era l. Ne aveva bisogno
come il pane da mangiare. Egli era venuto per chiederne in prestito
cinquecento. Ma il cuore gli era venuto meno dinanzi alla faccia dello zio.
 Duecento lire! esclam lo zio Luigi rizzandosi sul seggiolone, come se gli
avessero dato una coltellata. No! non posso. Facciamo a met. Cento li perdi
tu, e cento io.
Il disgraziato torn a casa con cento lire in tasca come se ci avesse un
tesoro. E sinch durarono si chiuse nello studiolo, senza dar retta al suocero
il quale gli suggeriva temi importantissimi di legislazione. All'Elena, che
tornava inquieta all'ora del desinare, si mostrava pi calmo, e alle volte
sembrava che fosse spinto a farle una confidenza, la guardava con effusione di
tenerezza, le diceva:
 Se mi riesce quel che ho in mente di fare, le nostre angustie avranno fine.
Ma quando terminarono anche quelle poche lire, il poveretto non ebbe pi testa
di lavorare, n d'altro. Ricominciarono le angoscie di ogni giorno. Infine,
colla disperazione nel cuore torn dallo zio, balbettando che gli prestasse
ancora cento lire, cinquanta anche... quel che voleva. Non avevano pi un
soldo in casa, non avevano da comprare il pane, fra una settimana... a
qualunque costo... gli avrebbe restituite le cento lire... Oppure... oppure...
 Ma s gli rispose questa volta lo zio pacificamente. Figurati! Le ho messe
qua apposta. Ti dar quelle stesse cento lire che dovevi restituirmi il mese
scorso. Se le hai restituite devono esser l. E gli apriva il cassetto della
scrivania.
 Non c' nulla. Che vuoi farci? Vuol dire che non me le hai restituite. Quando
me le porterai, le metter l. Talch se ne avrai bisogno un'altra volta,
saprai dove trovarle.
Il povero Cesare grado grado s'era adattato anche alla vergogna di chieder del
denaro in prestito al cugino dell'Elena. And a trovarlo nell'ora in cui
sapeva che doveva essere in casa, finito il servizio dell'ufficio. Infatti lo
trov in pantofole, scamiciato, che spazzolava dei panni, distesi su di una
cordicella, e li ripiegava accuratamente, imbottendo di giornali vecchi le
maniche dei vestiti perch non prendessero delle pieghe. Se non si ha questa
cura, uno ha sempre l'aspetto di essere vestito come un ciabattino, gli diceva
per scusarsi di essersi fatto trovare in quell'arnese, pregandolo di mettersi
a sedere sul canap duro come una panchetta, domandandogli a qual motivo
doveva ascrivere la fortuna...
Come Cesare gli spieg il motivo arrossendo, Roberto non batt ciglio. Per s
poca cosa che non valeva la pena, immaginarsi! fra amici come loro, poteva
quasi dire parenti! Era che il suo sarto la mattina stessa gli aveva portato
via una grossa somma. Tutto ci che aveva sottomano in quel momento. Mio caro
Dorello, non potete immaginare quel che si spende, per poco che uno non voglia
andar vestito come un ciabattino. Gi voi lo sapete. Come si chiama il vostro
sarto? vedo che vi serve bene. Un po' passata quella moda del bavero di
velluto, ma  ben fatto. Tutto l'abito sta nel bavero. E' una disperazione
come cangian le mode. Certi colori vistosi poi se li portate una stagione vi
strillano addosso l'anno dopo. E sempre spendere! Al giorno d'oggi prender
moglie diventava una cosa impossibile. Ora usavano i calzoni larghissimi.
Tutti quelli dell'anno passato erano inservibili.
Cesare, colla febbre nel cervello, dovette subirsi la discussione ragionata
dell'ultimo figurino, e dichiarare se preferiva le camicie col colletto ritto
oppure rovesciato. Roberto spinse l'amabilit sino a fargli passare in
rassegna i suoi vestiti, le camicie ricamate, le scarpe messe in fila sotto il
cassettone.
Il poveretto disperato ricorse alla sua mamma, e scrisse una lettera in cui si
sentivano delle lagrime vere.
Due giorni dopo gli giunse un vaglia telegrafico di duecento venti lire.
Pallido di gioia e di commozione corse a dire all'Elena: Mia madre mi ha
mandato del denaro!
Egli non sospett nemmeno quel che fosse costato, e quel che dovesse ancora
costare alle povere donne quel vaglia mandato a fare di nascosto, coi denari
ricavati da una vendita di sommacco insaccato di notte nel magazzino. Nel
mercato del paesetto quella vendita clandestina gett lo scompiglio, alter i
prezzi della derrata. Si venne a conoscere che erano state fatte delle vendite
fuori della piazza, e l'ufficiale telegrafico and a raccontare al caff e
alla spezieria il grosso vaglia che gli avevano fatto fare.
Lo zio canonico senza dire una parola torn subito a casa, giallo come una
candela, e si fece consegnare le chiavi da Susanna alla quale erano affidate
da tempo immemorabile. La ragazza allibita, corse a dire alla mamma:
 Lo zio ha scoperto ogni cosa!
La madre si mise a letto la sera stessa colla febbre, e nel delirio
farneticava che il cognato li scacciava tutti di casa, e le sue orfanelle
andavano a vendere del sommacco per le strade.
Cesare, ignaro di tutto ci, ripeteva all'Elena, per farsi coraggio:
 Se mi riesce quello che ho in mente, finiranno le nostre angustie.
Elena ormai sembrava che si fosse rassegnata a quello stato, o che le fosse
divenuto indifferente. Dapprima mal dissimulava il cattivo umore che le
arrecava il vedersi continuamente il marito in casa. Ripeteva le osservazioni
di sua madre che a quel modo avrebbe fatto la muffa. Tradiva dei momenti di
esasperazione in cui la sua testa era altrove, cogli occhi fissi ed astratti,
il viso un po' pallido e le labbra serrate. Usciva spesso, in fretta, a capo
chino, e quando suo marito le domandava dove fosse stata, una fiamma appena
repressa passava attraverso il suo pallore trasparente.
Egli invece aveva rinunziato all'avvocatura, al ministero, alle splendide
aspirazioni del suocero. S'era rassegnato a scendere di un grado nella
gerarchia forense, e s'era fatto iscrivere qual procuratore legale. Finalmente
capit un affar grasso, che ebbe buon esito, e se ne tir dietro degli altri.
Cesare respir. Andava a sollevarsi dal lavoro pesante presso di Elena,
prendendole le mani coll'effusione timida di un fanciullo. Ella, pallida come
uno spettro, si lasciava abbracciare.
Don Liborio, quando seppe la cosa, cominci a strillare che il genero aveva
fatto una corbelleria, si era tagliata l'erba sotto i piedi, aveva voltate le
spalle ad una strada larga e nobile, per sgambettare tutta la vita in un
sentieruzzo angusto e senza uscita, e non voleva sentire le ragioni del genero
sbigottito dal rabuffo.
 Babbo, rispose pacatamente Elena, coteste son belle cose quando si  ricchi,
o almeno quando si pu aspettare il portafoglio di ministro.
 E chi v'impediva di aspettare? esclam don Liborio incalorito. Che fretta
avevate? Non siete abbastanza giovani tutti e due?
 No, babbo! Non avevamo tutti i giorni dei pianoforti da vendere.
 Avete venduto il pianoforte? rispose il babbo sorpreso di non veder pi lo
strumento che mancava da un mese in quel salotto dove egli veniva ogni giorno.
E se ne and borbottando, perch non sapeva pi che dire, n come spiegare la
sua collera.

10.
Cesare era tornato a casa ad ora insolita, e fu sorpreso di non trovare sua
moglie.
Che so io dov'! rispondeva la serva. Io non mi immischio dei padroni. So che
 uscita.
Egli prese le carte che era venuto a cercare e stava per andarsene quando
entr l'Elena, livida, colle labbra smorte, e gli occhi luccicanti di febbre
sotto il velo.
All'incontrarsi col marito in anticamera diede un passo indietro bruscamente,
al primo momento. Poi cerc di passar oltre, senza guardarlo, senza parlargli.
 Elena! balbett Cesare stupefatto.
 Che c'? disse lei con voce irritata, fermandosi di botto. Cosa vuoi?
 Dimmi cos'hai? cos' stato? Non ti senti bene?
 No. Non  nulla, sta tranquillo.
 Dimmi cos'hai?
 Nulla ti dico. Lasciami andare, lasciami, sto benissimo.
Cesare non sapeva che fare.
La serva ascoltava a bocca aperta dall'uscio della cucina, lo spingeva fuori
sgarbatamente, ripetendogli:
 Lasciatela stare, lasciatela stare. So io quel che essa ha. Voi non ve ne
intendete. Voi gli fate pi male che bene colla vostra vista. Son cose di
donne.
Lei sola poteva acchetarla, toccandola colle manaccie unte, poteva mormorarle
di tanto in tanto all'orecchio qualche parola a voce bassa, mentre il marito
dietro l'uscio udiva piangere sua moglie cheta cheta. Sul tardi arriv
donn'Anna e tutta la famiglia, tanto che la serva chiuse l'uscio perch non
empissero la camera. Camilla pot sgusciare accanto alla sorella, tenendole un
braccio al collo, parlandole nell'orecchio, senza guardarla, e l'Elena
accennava di s, col capo basso, asciugandosi gli occhi. Roberto si era messo
a sedere discretamente accanto a Cesare, don Liborio andava su e gi pel
salotto, col cappello in testa, e donn'Anna ripeteva al genero:
 E' mal di nervi; so cos'. Quand'ero incinta di Camilla l'ho avuto anch'io
tal'e quale. Una notte svegliai don Liborio perch aveva voglia di mangiare
dei mattoni pesti. Sciocchezze.
Tutt'a un tratto si apr l'uscio della camera, e comparve Elena, seguita dalla
sorella, molto abbattuta, cogli occhi gonfi, strascinandosi a fatica. Non vuol
darmi retta, biascic Camilla. Dice che ha bisogno di respirare sul balcone.
Elena si appoggi alla ringhiera del terrazzino, guardando il mare, col mento
fra le mani. La sera scendeva calma e serena e si udiva fin l il fischio dei
vapori che partivano. Spirava una brezzolina fresca, ed Elena rispondeva
ostinatamente alla sorella che la supplicava all'orecchio scuotendo il capo
risolutamente, e ripeteva con voce sorda:
 No! no! lasciatemi stare! lasciatemi stare!
Infine si volt inasprita, cogli occhi scintillanti di collera, la voce rauca:
 Lasciatemi, vi dico! Lasciatemi sola! Che paura avete?... Perch non mi
lasciate sola?...
Ma, scorgendo suo marito non disse pi nulla, e si appoggi un'altra volta
alla ringhiera col mento sulle palme. Due colonne di fumo nerastro si
svolgevano attraverso gli alberi fitti del porto che frastagliavano di linee
nere e sottili l'opale del tramonto. Poi cominciarono a scorrere lentamente
lungo il muraglione del molo, e girarono la punta del faro, sbuffando pi
densi, accompagnati da un fischio prolungato e lontano. Due grandi piroscafi
uscirono insieme fuori del molo, e s'avanzarono nel mare che imbruniva, come
una sola gran massa nera bucata di punti luminosi lungo il bordo, con un
rumore sordo di ale possenti che battevano l'onde. Poi gradatamente si
separarono, l'uno parve rimpicciolire virando di bordo, dileguandosi verso il
capo Campanella, e l'altro seguit ad avanzarsi a diritta, gettandovi il
riflesso ancora incerto del suo fanale rosso.
Elena, com'era sopravvenuta la sera, domand a Roberto che l'era vicino,
dietro alla Camilla:
Qual' dei due che parte per Genova?
La sua voce era talmente mutata che Roberto non si raccapezz subito. Cesare
rispose per lui: Questo qui, a destra.
Elena trasal all'udir la voce del marito, e tir dentro pel braccio la
Camilla, collo sguardo smarrito, stringendola cos forte che anche la sorella
spalancava gli occhi dal dolore. And a sedersi nella sua camera, al buio, e
non volle vedere pi alcuno.
Non  nulla! ripeteva donn'Anna chiudendo il balcone. Non vi spaventate.
Quand'ero nello stato in cui  lei adesso, facevo anche peggio.
Nei giorni seguenti Elena and calmandosi a poco a poco. Il medico conferm il
giudizio di donn'Anna, raccomand il riposo, una vita calma, delle distrazioni
quanto si poteva, ed un moto regolare. Elena ebbe una gestazione
travagliatissima. Il caldo eccessivo della stagione aveva contribuito ad
abbattere le sue forze. In poco pi di un mese ella era divenuta
irriconoscibile, colle guance scarne, gli occhi stanchi e profondamente
solcati, qualcosa di cascante in tutta la sua persona. Ella si alzava tardi,
passava delle giornate intiere sdraiata sul canap, senza aprir bocca. Non si
occupava pi di nulla, non s'interessava a nulla. S'annoiava di tutto,
s'irritava alla pi lieve contrariet. Diceva che oramai si era fatta vecchia.
Non si guardava pi nello specchio, si lasciava pettinare come volevano,
indossava la sera una specie di accappatoio lungo, si buttava uno scialle
indosso, e andava a fare una passeggiata a lenti passi, appoggiandosi
svogliatamente al braccio del marito, spesso senza dire venti parole in tutta
la sera, senza fare attenzione alle amorevoli sollecitudini di lui, il quale
sentiva il cuore stretto da quella vaga indifferenza che li separava a poco a
poco, che si insinuava in mezzo a loro due allorch stavano a sedere al buio,
su qualche banco remoto della Villa, senza aver pi nulla da dirsi,
interessandosi piuttosto alla gente che passava, correndo l'uno lontano
dall'altro col pensiero, uniti soltanto dalle preoccupazioni comuni e dalle
piccole noie. Quando andavano dalla mamma, Elena si metteva al balcone
l'intera sera, guardando nella strada, facendosi vento col ventaglio, mentre
Camilla agucchiava e Roberto stava a vedere. Poi come don Liborio andava a
rimontare la pendola, tornavano a casa, passo passo, a braccetto, in silenzio,
per quelle stesse strade che avevano fatto col cuore in tumulto nel trovarsi
insieme la prima volta. E i conoscenti che li incontravano a caso non
ravvisavano pi in quella matrona larga e lenta l'Elena di un tempo, modellata
leggiadramente dal vestito, ancora un po' rigida, ma diggi serpentina ed
elegante, coi grandi occhi curiosi sotto il cappellino modesto.
Ella non era perversa no! si credeva sinceramente disgraziata, faceva il
possibile per riannodare il passato, sorrideva dolcemente allorch suo marito
le prendeva le mani come una volta, senza osare di parlare. Egli la guardava
sempre in quegli occhi stanchi con una gran tenerezza, e la baciava a lungo, a
lungo, quasi avesse voluto dirle cose che non sapeva spiegare egli stesso in
quel bacio. Tanto che alle volte Elena, staccandosi da lui, gli fissava in
volto uno sguardo strano, come sorpreso gradevolmente di quell'amore che
durava sempre, e domandava:
 Davvero? mi ami ancora lo stesso? sempre come prima?
Oh! se ella l'avesse incoraggiato!... Se ella non gli avesse agghiacciato le
parole in cuore con quella fredda incredulit!... E' che egli non osava, al
vedere quello sguardo strano, al contatto di tutta quell'aria di indifferenza
che ella non dissimulava neppure. Egli l'amava come prima, pi di prima,
perch ella era la parte migliore di se stesso, la sua gioia, il pensiero di
tutti i giorni, lo scopo del suo lavoro, la dolcezza della sua casa, l'essere
intimo e caro in cui si incarnavano tutte le sue speranze, le sue gioie, i
suoi sogni, per cui aveva sofferto, e nel cui sorriso era la sua felicit.
Allora si abbandonava all'espansione dei suoi sentimenti, tornava ad
accarezzarla colle parole e colle mani tremanti, a stringerla forte, quasi
avesse temuto che le fuggisse, e coprirla di baci deliranti sulle mani, sulle
labbra, sul collo, sugli occhi, sui capelli.
Dapprincipio si animava anche lei a quella foga d'affetto, dimenticava ogni
altra cosa, dibattendosi sotto quelle carezze, chinando il capo con piccoli
gridi selvaggi; chiudeva gli occhi, sorridendo, coi cappelli allentati; si
abbandonava. Poi tornava in s, abbuiavasi, aggrottava le ciglia, gli posava
le mani sul petto, si irrigidiva. Gli diceva:
 No! no! lasciami, non siamo pi ragazzi... Che pazzie!... Ora sono
un'altra... sono un'altra...
Pensava alla sua giovinezza miseramente sfiorata? alla sua bellezza distrutta?
ai sogni che si erano dileguati? alla maternit che l'aspettava come un
sacrifizio? E di tutti questi pensieri nasceva e ingigantiva un rancore
indistinto, un umor tetro che scolorava ogni cosa ai suoi occhi. Il marito,
colla divinazione penetrante di chi ama davvero, si sentiva avvolto in quel
rancore, in quell'umor nero anch'esso, gli pareva di essere allontanato e
respinto, quasi gli pesasse addosso la responsabilit di quei sogni di ragazza
che s'erano involati. Tutto ci metteva un gran vuoto in quelle stanzine
ristrette, un freddo che agghiacciava il cuore di lui, e gli faceva cercare il
lavoro come uno svago, come qualcosa in cui c'era ancora il pensiero di Elena
senza che si vedesse il suo pallore, il suo sorriso glaciale, il suo occhio
distratto. Il poveretto si faceva in quattro per procurarle qualche
soddisfazione col suo lavoro. Passava le notti a scrivere per portarle un
regaluccio modesto, un cappellino nuovo, un braccialetto, un ventaglio,
aspettando ansioso un sorriso di lei, un gesto, un cenno del capo, una parola.
Colle ossa rotte dalla fatica, dal salire e scendere scale di procuratori e di
avvocati, le offriva di accompagnarla al passeggio, in teatro, magari in
societ, ora che avevano fatto pelle nuova, e cominciavano a respirare. Ella
non voleva, faceva la vittima ingenuamente, si creava delle tristezze
solitarie da romanzo, provava una volutt amara a far l'Arianna, la caduta, la
disillusa, strascinando la sua noia da una stanza all'altra, agucchiando
svogliatamente a dei capi di corredo piccini come se dovessero servire per la
bambola, e le sembrava in tal modo di sorvegliare minutamente ogni cosa, tale
e quale come donn'Anna. Costei, di tanto in tanto veniva anche lei a dare una
mano, a consigliare su quel che doveva farsi, a sgridare la serva, la quale
allungava il muso a tutte quelle novit, e strascinava le ciabatte per la
casa, brontolando, guardando cogli occhi torvi ogni pannolino che le davano da
stirare, sbattendo la granata contro gli usci nello spazzare, sfogandosi a
picchiare i mobili collo spolveraccio; e si calmava soltanto se rompeva
qualche cosa, restava l a guardarla e a girarvi attorno, alle sgridate di
Elena rispondeva che non l'aveva fatto apposta, non sapeva far meglio, se non
erano contenti se ne andava posava lo spolveraccio sulla prima suppellettile
che capitava, grattandosi i gomiti aguzzi: Tanto per quel che si buscava
adesso!...
Solo donn'Anna bastava a rintuzzare la petulanza di quella donnaccia, la quale
appena la vedeva arrivare andava a rintanarsi quatta quatta in cucina, colla
granata sotto il braccio.
La mamma rimbrottava alla figliuola: Come puoi tollerare gli sgarbi di colei?
Non vedi che ti ruba sulla spesa? Rivedeva il conto in presenza della serva,
la quale rispondeva ad ogni osservazione: Io non so altro che ho speso tanto,
sono i prezzi soliti. C' anche qui la padrona che pu dirlo. E guardava
l'Elena, la quale chinava il capo.
Donn'Anna pretendeva che il genero ci pensasse lui alla spesa, la mattina,
prima di andare all'ufficio, cos faceva don Liborio. E Cesare allora per
mettere la pace in famiglia, prometteva che sarebbe andato. La serva tornava
in cucina sogghignando, rivolgendogli delle parolacce dietro le spalle.
 Vorrei vedere cosa farai con una disutilaccia di quella fatta ora che
giunger il marmocchio! Tu non ci reggerai, cos delicata come sei. Ti sei
vista allo specchio? Dovete pensare a procurarvi una buona balia, di quelle
del contado, che son sane e lavorano per quattro. Roberto che  nei trovatelli
te la cercher.
Elena non sapeva risolversi a congedare la serva; ma dall'altro canto, l'idea
di essere costretta ad allattare lei il bambino, la spaventava. Malgrado il
suo orgoglio, si ridusse a parlarne bonariamente colla donna, quasi a
domandarle consiglio, a metterla a parte del suo imbarazzo.
 Non  nulla! Vuol dire che faccio i quindici giorni e poi me ne vado. Tanto
in questa casa passo per ladra. Adesso che il padrone va fuori per la spesa,
appena arriva la balia non avrete pi bisogno di me. Gi mi toccherebbe fare
la serva alla balia, se il padrone non pu tenere altre persone di servizio. E
la serva alla balia non la farei, no! Questo mettetevelo in testa.
Invano Elena cercava di essere indulgente verso di lei, di trattarla meglio
che poteva, regalandole dei vestiti smessi, uno scialle quasi nuovo. La serva
compiva i suoi quindici giorni come se nulla fosse stato, era sempre colla
granata e collo spolveraccio in mano, affettava di andare a prendere gli
ordini dal padrone ad ogni minima cosa, giacch il padrone scendeva perfino ad
andare al mercato. Quando arrivava il ragazzo colla spesa cacciava le mani nel
paniere, brandiva i pesci o il fascio degli spaghetti, si informava cosa li
avessero pagati, ficcava il naso dentro le branchie dei merluzzi, o sul grasso
della carne, e fingeva di essere stomacata, borbottava: E' roba di otto
giorni, capisco adesso perch costa meno. Valeva la pena di andare un
galantuomo col cilindro e la canna d'india per risparmiare cinque soldi su
della roba che non vuol nessuno! Se le vivande erano bruciate, o malcotte,
rispondeva: La spesa non la faccio io. Questa  la roba che ha comprato il
padrone. E alle volte poi rifiutava la parte che le toccava, mettendo il
piatto sotto la tavola perch se ne accorgessero; fingeva che lo stomaco le si
rivoltasse, e si metteva a parlare col gatto. Non credere che sia incinta
anch'io... Se facessi come tante altre sarei rimasta a balia nella casa! E
quando non c'era Elena soggiungeva: Ragazze o maritate, so io quello che
fanno. E le padrone anche! Se dicessi tutto quello che ho visto in questo
mondo! Molte di quelle signore che portano la veste di seta non son degne di
leccarmi queste ciabatte qui! E si toccava le ciabatte e le baciava, sotto il
naso del padrone, per far intendere che quelle almeno erano onorate.
L'aveva specialmente col padrone, buono soltanto per andare a fare le
provviste, che non poteva mantenere alla moglie la balia senza toglierle la
cameriera. Quando uno  disperato come lui non si marita, o deve lasciar
mantenere la moglie dagli altri, e non fare il superbo. Ella andava a
domandargli se bisognava lasciare il fuoco acceso per l'acqua calda o se
dovesse mondare l'insalata pel giorno appresso, giusto allorch lo vedeva pi
occupato. Si metteva a scopare nel corridoio, si accaniva contro l'uscio dello
studiolo, non la finiva di strofinare ogni spigolo col grembiule sudicio,
cercava ogni mezzo di tormentare il pover'uomo, gli metteva sottosopra le
carte e i libri col pretesto di spolverare, gli rovesciava il calamaio sulla
scrivania, tutto coll'aria calma di fare il suo dovere, gongolando dentro di
s al vedere che lui stava per perdere la pazienza, e si agitava nervosamente
sulla seggiola, lo stuzzicava col suo cicaleccio da zanzara: Ella non ne aveva
colpa se sceglieva giusto quel momento. Non poteva farsi in quattro per badare
al tempo stesso in cucina e nella casa. A lei toccava di fare da cuoco e da
stalliere. La padrona faceva il diavolo per un granello di polvere, come se
tenesse quattro persone di servizio. Adesso che non esciva pi, e non aveva
pi da fare fuori di casa, andava a cercare i granelli di polvere.
Il padrone aveva un bel supplicare che lo lasciasse tranquillo, che andasse
dalla padrona, per sentire se bisognava mondare la lattuga o lasciare acceso
il fuoco. L'indomani lei tornava da capo, diceva che non poteva andare da
Erode a Pilato, si ostinava a fargli contare le fette di carne prima di
andarle a friggere, lo strutto che era avanzato dalla padella, il prezzemolo
che era andata a comprare, perch non la tenessero in conto di ladra, all'onor
suo ella ci teneva pi di qualchedun'altra; rovesciava le saccocce e contava
gli spiccioli sullo scrittoio del padrone Povera. ma onorata!

11.
Ah! in questa casa!... Non si finisce pi dal salire e scendere le scale! E'
durato cent'anni questo mese! Andare per i pomidoro sino al mercato, e per due
soldi di lattuga fin laggi, a casa del diavolo! Ora anche le lettere che non
son giuste di peso, e bisogna riportarle indietro. Ecco qua! Fortuna che ci ho
pensato prima di lasciarla andare nella buca! Un'altra volta, quando scrivete
lettere cos grosse, pesatele bene prima di metterci il francobollo, o
mettetecene due addirittura. Se la lettera arrivava colla multa si giurava che
mi ero messi in tasca i soldi, e passavo per ladra. Questo no! Povera, ma
onorata! Ecco qua.
Cesare impallid. La lettera messa in fascio coi pomidoro e le lattughe, era
di Elena, diretta a Cataldi, in America.
 Va bene, disse. Lasciatela qui. La metter io alla posta.
La donna indugiava a strascicar le ciabatte per la stanza, lentamente, col
grugno composto ad una certa maligna compiacenza nel porre in ordine le
seggiole, e gli oggetti minuti sopra i mobili. Cesare, colla voce tremante di
collera, torn a dire:
 Andatevene, vi ho detto! Andatevene!
Non c'era dubbio. Era il carattere d'Elena che scriveva a Cataldi, a
Montevideo, Cesare si slanci per correre dalla moglie, poi si arrest prima
di aprire l'uscio dello stanzino, pensando alla serva, che ronzava pel
corridoio. Torn allo scrittoio colla testa fra le mani, senza poter trovare
in quel tumulto d'affetti il pi semplice pretesto per mandar fuori la serva,
sforzandosi di pensare ad altro per calmarsi.
Ma l, seduto davanti alla scrivania, gli pareva d'impazzire. L'idea prima,
sola, implacabile, era che la serva indugiasse apposta. Fece due o tre giri
per la stanza in punta di piedi, perch ella non udisse, stringendosi forte il
petto colle due braccia. Poi and a chiudere le tende, si asciug colla manica
il sudore della fronte, stette alquanto in ascolto, col cuore che gli batteva,
e chiam.
La donna comparve subito, fissandogli in viso gli occhi rotondi, collo
spolveraccio sotto l'ascella, e rimase attonita, come il padrone le ordinava
di andare a fare una piccola commissione fuori casa. Subito? Non era meglio
aspettare che avesse finito di spolverare? Ella aveva anche la pentola sul
fuoco, pel brodo della signora. Non poteva far tutto nello stesso tempo.
 Va bene, spicciatevi, rispose lui.
And a chiudere l'uscio che la donna avea lasciato aperto, aspettando
febbrilmente che ella avesse finito. La udiva, coll'orecchio alla serratura,
andare e venire lentamente, battendo colpi fiacchi collo spolveraccio. Di
tanto in tanto l'uscio della cucina cigolava.
Il suo pensiero correva da Elena alla serva, con una dolorosa rapidit, con un
va e vieni di pendolo che gli martellava il cervello e lo faceva trasalire
d'impazienza. Ad un tratto cotesto pensiero si arrest sull'Elena, all'istante
in cui sarebbe comparso dinanzi a lei colla lettera in mano. Allora si
rassegn immediatamente ad aspettare; voleva avere il tempo di calmarsi, e di
sapere quel che andava a dirle.
Quel che andava a dirle? Che cosa? Che ella amava un altro, Cataldi? che ella
glielo scriveva, in quella lettera l, sotto i suoi occhi? E se non glielo
scriveva? Se gli imponeva invece di lasciarla tranquilla e onorata, di non
disturbare la sua pace?... Ma come, se egli era lontano? Egli le aveva scritto
dunque? In qual modo? La serva doveva saperlo. Essa che assaporava
ipocritamente le sue angoscie, che gli dissimulava male il suo disprezzo... E
quando? Dove erano queste lettere? Egli pens ad Elena, tentando di indovinare
il motivo del cambiamento, passando in rassegna giorno per giorno tutti i suoi
atti e tutte le sue parole di cui poteva rammentarsi. Tutto a un tratto gli si
rizz dinanzi agli occhi il ricordo di un giorno in cui l'aveva incontrata
sull'uscio, pallida, colla colpa ancora negli occhi. E rimase fulminato.
Una sera ella si era sentita male, sul balcone, all'imbrunire, mentre un
piroscafo partiva per l'America. Vedeva ancora il fanale rosso che guardava
fisso dal mare, e lei che sbatteva i denti dal dolore.
Anch'essa aveva sofferto, quella volta, come lui adesso; chiss? forse dippi.
Ella aveva visto partire per sempre l'uomo che amava sopra ogni altro, e aveva
dovuto soffocare la sua disperazione sotto gli occhi del marito. Un momento
stette pensando a quel marito, l presente a quella scena, quasi si trattasse
di un altro. Poi Elena a poco a poco si era calmata, era giunta a parlargli
amorevolmente, a lasciarsi baciare da lui. Egli stesso, quando si sarebbe
calmato quell'atroce spasimo, avrebbe ceduto anche lui? le avrebbe rivolto
ancora delle parole affettuose? avrebbe cercato le carezze di lei?... E quelle
carezze gli si inchiodavano ferocemente nel pensiero! Non per lui, per un
altro che vedeva ronzare attorno alla sua casa, quando egli correva
scoraggiato a caccia di risorse. E l'Elena che evitava i suoi sguardi, che
diveniva sempre pi indifferente, che tornava a casa pallida, colle labbra
secche, cogli occhi ancora pieni di visioni!... Dov'era stata? S, dove andava
ogni volta che usciva di casa in fretta, col velo sul viso? Ella non glielo
avrebbe confessato giammai! Quella lettera forse l'avrebbe detto. Perch non
l'apriva? Perch non cercava di sapere? E se Elena era innocente tuttavia? E
se quella lettera non fosse l? Se egli l'avesse ignorata?... Se egli avesse
potuto immaginarsi che Elena non aveva scritta quella lettera? Quando egli
fosse stato certo del contrario, cosa le avrebbe detto? Cosa avrebbe fatto?
Cosa sarebbe accaduto in quella casa, in quella camera dal letto bianco, in
quello stanzino dove aveva pensato tanto a lei? E quella creatura che stava
per nascere?... Quella creatura... quando sarebbe nata? Da quanto tempo Elena
non era pi sua? Sino a qual punto s'era data ad altri? Avea dato soltanto il
cuore? la testa? Ella aveva avuto sempre una testolina leggiera, ma il cuore
buono. Se ella non fosse colpevole d'altro che di una leggerezza! Ah! come era
terribile quella lettera immobile sulla scrivania, con quel nome scritto dalla
mano elegante e tranquilla di Elena! Se ella potesse dire che Elena non era
colpevole d'altro che di una leggerezza!...
Allora si mise a piangere, coi pugni sugli occhi, come un bambino, soffocando
i singhiozzi col fazzoletto perch la serva era ancora l, si udiva spolverare
e strascicar le ciabatte per la casa. Ella indugiava ad arte, stava a spiarlo.
A quell'idea un impeto di collera l'assalse, and in traccia di una mazza per
correre a bastonarla, si aggirava muto e furibondo per lo stanzino. Ma torn a
sedersi, colle mani nei capelli, gli occhi ardenti e fissi, i denti stretti.
Bisogna essere calmi! balbettava. Bisogna esser calmi! Si asciug gli occhi ed
il viso. Stette alquanto immobile, poi torn a mettere il capo nel corridoio,
a domandarle se potesse escire finalmente. Bisogna schiumare il brodo per la
padrona rispondeva la donna dalla cucina. La padrona non si sente bene. Non
posso lasciarla sola.
 Ah! mugolava il disgraziato mordendosi i pugni, come una bestia feroce. Mi
par d'impazzire! mi par d'impazzire! Cosa le ho fatto a questa infame donna?
Perch mi tormenta cos? Come gode del mio supplizio! Ella sa tutto, ella
potrebbe dirmi tutto quello che vorrei sapere a costo della vita... Ella andr
a dirlo alla fruttivendola e al calzolaio qui sotto appena lascer questa
casa, ma non a me! Andr a ridere con loro delle mie smanie. Bisogna fingere
per costei che non riescir ad illudere. Bisognerebbe mostrarmi al vicinato
insieme all'Elena, uniti come prima!... Come prima!...
I suoi occhi caddero nuovamente sulla lettera implacabile. Se quella lettera
potesse smentire in parte i suoi sospetti! Una lettera! cos' infine? Delle
parole. Vi amo. Che cos'era quella fredda parola in confronto di ci che
l'Elena aveva sentito per lui, in quella stessa casa, uniti per tutta la vita,
senza un pensiero che non fosse comune? Che cos'era l'amore di lei per
quell'uomo se lo poteva dissimulare? Che cos'era questa passione di un mese o
due, nascosta, vergognosa, in cambio di quella che ella aveva concesso a lui,
per sempre, intera, alla luce del sole? Come amava quell'uomo che lasciava
partire? ella che aveva abbandonato casa e genitori per darsi a lui, per
darglisi vergine, per affidargli non solo il suo cuore, ma anche la sua
esistenza? E pensava al dolore che avevano dovuto provare i genitori
quand'egli l'aveva rapita. Anch'essi s'erano calmati col tempo, le avevano
perdonato, s'erano rappaciati con lui. Ora non ci pensavano pi. E pensava se
un giorno anche egli avrebbe obliato il dolore acuto che gli straziava il
cuore in quel momento. Se sarebbe tornato ad accompagnare l'Elena in via Foria
dandole il braccio, sentendola appoggiarsi a lui. Allora gli mancava la forza
di andare ad affrontare su due piedi il terribile enigma.
In quel momento istesso ella era l accanto nella sua camera, la vedeva
sdraiata sulla poltrona, colla sua aria abitualmente stanca ed infastidita,
che si mutava in un'inquietudine vaga all'entrare di lui, in un pallore
minaccioso. E se egli sospettava a torto? S'ella fosse innocente? Se quella
lettera lo provasse? Ella non gli avrebbe perdonato giammai! giammai? Tutto
sarebbe finito fra di loro, da un momento all'altro, per sempre! O se invece
era colpevole non avrebbe negato risolutamente? Non avrebbe sconfessata la
lettera? e quando egli si fosse spinto a mettergliela dinanzi agli occhi, a
mortificarla coll'evidenza, tutto non sarebbe egualmente finito fra di loro? A
lei non sarebbe rimasto in fondo al cuore la spina di quel torto che aveva
dovuto farsi perdonare da lui? Ella si sarebbe acconciata a riconquistare,
poco a poco, l'affetto di suo marito che l'amava sempre? S, l'amava il
disgraziato! Avrebbe voluto ignorare ancora tutto come due ore innanzi! Vivere
come prima, a costo di essere ingannato! Almeno dubitare ancora, non aver la
certezza che tutta la sua felicit gli era crollata addosso.
Egli ritardava col pensiero il momento di quella prova terribile, come il
malato che a rischio della vita supplica il chirurgo di sospendere per un
giorno l'operazione che deve subire. Si persuase che era meglio di aspettare
che la serva fosse uscita. Giunse a temere che ella non si affacciasse
all'uscio, colla sporta al braccio per dirgli: vado! Ebbe paura all'idea di
rimaner solo colla moglie. Usc pian piano di casa, con quel martello in
testa, quella punta acuta in cuore, camminando rasente al muro per non esser
visto dal calzolaio o dalla fruttivendola. And a sedersi su quel banco
solitario della Villa, a piangere di nuovo, lungamente, nel fazzoletto. Gli
toccava nascondere le lagrime, perch ognuno avrebbe riso del suo dolore.
Chi ne avrebbe avuto compassione? chi ci avrebbe creduto? chi avrebbe creduto
che egli potesse amare adesso pi che mai sua moglie, e piangere non di
collera, ma di angoscia? Egli rifece le strade per le quali soleva passare
coll'Elena, and a guardare da lontano la sua casetta ancora tranquilla,
bianca di sole, nella quale nulla sembrava cambiato. Le finestre stavano
aperte come al solito, e il sole vi rideva sopra. Infine si risolvette a
rincasare. Era gi l'ora del desinare. Elena doveva aspettarlo. Cosa avrebbe
risposto se ella domandava il motivo del suo ritardo? Cosa avrebbe fatto se
l'avesse guardato in faccia? Dalla cucina veniva un buon odore appetitoso. La
tavola era imbandita. Elena l'aspettava infatti leggicchiando; gli disse
soltanto che trovava la minestra fredda. Il marito si mise a mangiare
avidamente, cogli occhi sul piatto, fingendo di avere una gran fame, cercando
di prolungare il pranzo per ritardare l'ora in cui la serva avrebbe
sparecchiato e li avrebbe lasciati soli faccia a faccia, coi gomiti sulla
tavola.
Elena era tranquilla come al solito. Di tanto in tanto suo marito trasaliva
all'udire la sua voce calma, incontrandone a caso gli sguardi sereni. Sentiva
per istinto che la dissimulazione che si era imposto sin allora gli toglieva
gran parte della sua forza, diminuiva la sua parte di diritto, lo avvinceva a
poco a poco alla rassegnazione. Se Elena sapeva che la sua lettera era in mano
di lui fin dalla mattina, come dirle che aveva aspettato tanto tempo con
quella ferita nel cuore? come parlare della sua collera e della sua gelosia,
che aveva saputo far tacere quando dovevano essere pi vive? La serva
sparecchiava, gli levava i tondi di sotto le mani, e il tovagliuolo dalle
ginocchia, che egli era ancora a tagliuzzare le buccie delle pesche. Elena era
andata sul balcone. Di l a un istante rientr annunziando che arrivavano
donn'Anna e la Camilla. Cesare mise un respiro lungo.
La sera pass triste, malgrado il cicaleccio imperturbabile di donn'Anna, la
calma serena di Camilla, lo scricchiolio delle scarpe del cugino, le
divagazioni assurde di don Liborio il quale venne a riprendere la famiglia sul
tardi.
Si sentiva vagamente una preoccupazione comune, un'inquietudine indefinibile
che li impacciava gli uni di faccia agli altri, e li costringeva a stare
insieme. Cesare pensava: Quando saremo soli... e allontanava col desiderio
quel momento. Si sentiva agghiacciare il cuore ogni volta che la conversazione
accennava a languire. Finalmente tutta la famiglia si alz e stettero un gran
quarto d'ora a mettersi i cappelli e a darsi la buona notte in anticamera. La
serva and a far lume sulle scale. Cesare disse fra di s: Lasciamo andare a
letto la serva.
Essa torn colla bugia in mano, chiuse l'uscio, andava e veniva sonnacchiosa
per le stanze, mettendo in ordine ogni cosa per la notte. Quando si ritir
finalmente nel suo camerino Elena era gi a letto. Cesare aspett ancora
qualche tempo dietro l'uscio che tutti i rumori della casa tacessero. Gli
pareva in quel momento che stesse cercando le parole colle quali doveva
incominciare, spiegare il motivo per cui s'era taciuto sino a quell'ora; tutte
le angoscie che aveva sofferto dal mattino, tutte le gioie che gli si erano
mutate in dolore gli tornavano vive alla memoria, ad una ad una, l davanti a
quello stesso uscio, in quella stessa camera dove Elena aveva abbandonata la
testolina bruna sull'omero di lui. Egli pianse lungamente, amaramente, colla
fronte sullo stipite, con un tremito di tutta la persona, soffocando i
singhiozzi perch Elena non udisse. Ella non doveva udire, non poteva nemmeno
piangere dinanzi a lei, sfogare sui suoi ginocchi l'immensa sua angoscia. Era
il marito che non  pi amato, di cui le lagrime sono ridicole.
Quando si sent gli occhi secchi sulle guance asciutte, dischiuse dolcemente
l'uscio. Elena dormiva col respiro leggiero da bambina, colla testa bruna
posata sul braccio candido, coi suoi folti capelli neri che facevano una
grande ombra sul guanciale. Il poveretto sospir un'altra volta dal profondo
delle viscere, con un senso di angoscioso sollievo.
Domani! Bisognava aspettare a domani. Domani sarebbe stato pi calmo e pi
chiaroveggente. Giacch aveva aspettato sino allora, poteva aspettare ancora
sino al domani, e farle comprendere che agiva senza precipitazione e dopo
matura riflessione. Una notte passa presto. Per che notte! in quello
studiolo! colla testa fra le mani! Quanti pensieri, quanti ricordi, quante
visioni, quanti sogni!
Se Elena venisse a cercarlo inquieta di non averlo sentito andare a letto
nella camera accanto? Se ella aprisse l'uscio dello studiolo? Se ella avesse
indovinato tutto, e venisse a dirgli: Guarda, sono innocente? Oppure Ti amo
ancora, ti ho sempre amato. Perdonami! Perdonami?...
Che alba scolorita e triste imbiancava i vetri del balcone! Un altro giorno
che incominciava! Un altro giorno come il giorno passato! collo stesso dolore,
colla medesima irresolutezza, senza il conforto terribile di poter dire: E'
finito! tutto  finito! Quando avrebbe potuto dire che era finito? Mai! mai!
Anche se avesse avuto il coraggio di affrontare quella scena terribile
coll'Elena, tutto non sarebbe finito! Anche se ella fosse fuggita via, anche
se l'avesse scacciata di casa, tutto non sarebbe finito! anche se ella gli
avesse detto: S,  vero; non ti amo pi! Ella viveva ancora, quella che gli
faceva trasalire le viscere col suono della voce, che gli scendeva nell'animo
collo sguardo; quella che aveva i capelli folti e neri, le braccia bianche, le
sopracciglia folte, quella pozzetta sulle guancie quando sorrideva, quel viso,
quella mano che aveva infilato nel suo braccio tremante, la sera in cui
l'aveva guardato con quegli occhi luminosi, che gli aveva presa la fronte fra
le mani per baciarlo, che aveva passeggiato con lui sotto gli aranci della
Rosamarina, che sino all'altro giorno appoggiava la fronte pallida al balcone
e lo guardava, che recava nelle viscere una parte di lui. Ah! s'ella fosse
morta, s'egli l'avesse vista la sera innanzi per l'ultima volta colla gran
macchia dei capelli neri sul guanciale, cogli occhi chiusi! s'egli le avesse
incrociato le mani sul petto per sempre, lui solo! e avesse potuto baciarla in
fronte colla certezza che mai in quella fronte non c'era stato posto per altri
baci, mai un pensiero che per lui non fosse! Il sole entrava dal balcone,
gaio, sereno, nello stanzino bianco e arioso. Rivide i bei giorni di miseria
ivi passati, l'alba che lo sorprendeva nel fare delle copie per gli avvocati,
e l'Elena che dormiva l presso senza saperne nulla. Apr il balcone che dava
sul mare luccicante. Qualche viaggiatore arrivava dalla Immacolatella carico
di sacche da viaggio; alcuni cocchieri provavano dei cavalli; delle barchette
svoltavano lente lente la lanterna del molo, laggi, dove il mare s'increspava
e bolliva in spuma d'oro e d'argento. Dappertutto saliva un'aria di calma e di
serenit che gli stringeva il cuore e a poco a poco l'attirava,
l'addormentava, l'istupidiva.
Erano appena le sei; Elena dormiva ancora, anzi non si soleva levare prima
delle nove. Ci volevano ancora tre ore. Cesare sent il bisogno di escire a
prendere una boccata d'aria, e far quattro passi. Quando ritorn, Elena aveva
gi fatto apparecchiare la colazione nella sua camera, perch non si sentiva
bene. Ella era pallida, sembrava stanca, si strascinava lentamente coi capelli
ancora disfatti su di una lunga veste di camera slacciata. Senza che egli
glielo avesse chiesto gli disse:
 Sono indisposta, ma non  nulla. Un po' di stanchezza. Ho dormito poco in
questi giorni... Bisogna aspettarselo.
Non mangi quasi a colazione, sembrava che a tavola ci stesse per far
compagnia al marito. Dopo sparecchiato si sdrai sulla poltrona, rifinita, e
lui non os lasciarla sola mentre la donna si affaccendava ancora per la
camera. Entrambi cercavano gli argomenti per scambiare qualche parola breve e
fredda.
Cos trascorsero parecchi giorni. Col tempo il primo impeto di dolore
disperato che sembrava collera andava mutandosi in una tristezza desolata e
taciturna. Un giorno verso sera, arriv donn'Anna, tutta scalmanata, collo
scialle gi per la schiena, facendosi accompagnare stavolta da Roberto. Nella
notte Elena diede alla luce una bambina. Il marito che aveva atteso nella
stanza accanto, trasalendo dall'intimo delle viscere ad ogni lamento soffocato
che si udiva, allorch aprirono l'uscio si sent balzare il cuore alla gola in
un sol palpito. Egli si accost al letto di sua moglie, sgomento, con un gran
tumulto di pensieri e di affetti in cuore. Elena, abbattuta, col viso bianco,
pareva non ci avesse pi una sola goccia di sangue nelle vene. Come la
chiamavano con voce carezzevole ella volt il capo dall'altra parte, con
quell'espressione di disgusto, di dispetto infantile che hanno certi ammalati,
senza aprire gli occhi. Le sole parole che disse furono:
 Lasciatemi stare! Lasciatemi stare!
La bambina l'avevano messa da parte, come un mucchio di biancheria. La madre
in silenzio, aveva interrogato la levatrice con uno sguardo ansioso e
febbrile, ma al sentirsi rispondere la magra consolazione: Una bella
bambina, aveva richiuso gli occhi con quella stessa aria di noia, di
stanchezza e di fastidio.
Don Liborio era corso a prendere la Camilla. Donn'Anna affaccendata s'era
impadronita della bambina, la portava in trionfo, tornava a posarla sul
guanciale accanto all'Elena per fargliela vedere. Questa finalmente apr gli
occhi a stento, e le rivolse uno sguardo stanco.
 Sar bella come un amore! esclam la nonna. Elena rispose con un movimento
delle spalle che fece smuovere le coperte, e mormor, rinchiudendo gli occhi:
 A che giova?...
Il povero marito ne fu mortificato, quasi quelle parole fossero rivolte a lui.
Egli non osava fiatare e si sentiva estraneo in mezzo a tutta quella gente che
riempiva la sua casa, donn'Anna, il suocero, Camilla, Roberto, si lasciava
scacciare a poco a poco fuori della camera, dalla suocera, dalla levatrice,
dalla serva che si affaccendavano intorno al letto di Elena. And ad attendere
nel salotto, insieme al suocero che chiacchierava con Roberto sul canap. Di
tanto in tanto Camilla veniva a dire qualche parola al cugino sotto voce, e
tutti e due scomparivano nel terrazzino; e il babbo aspettava sbadigliando,
colle mani sul bastone. L'alba cominciava ad imbiancare nella piazza. Infine
donn'Anna venne col cappello in testa ad annunziare che Elena stava riposando.
Roberto diede il braccio a Camilla, e tutti se ne andarono.
Rimase solo colla moglie, la quale aveva le mani e il viso bianchi come la
tela su cui posavano, assopita in un sonno penoso che di tanto in tanto la
faceva riscuotere con un gemito soffocato, senza aprire gli occhi. Il medico
non si era mostrato del tutto tranquillo, ed era tornato due volte nella
giornata. Cesare solo spiava ansiosamente il volto e le parole di lui.
Donn'Anna, Camilla, tutta la famiglia, andavano e venivano senza sospettare di
nulla, empivano di frastuono e di via vai tutta la casa. Elena aveva un moto
doloroso della fisonomia per esprimere il male che le arrecavano i pi lievi
rumori, un voltar la testa pallida dall'altra parte, una contrazione delle
sopracciglia sulle palpebre chiuse, uno stringer di labbra. Soltanto allorch
il marito si chinava sul letto per dirle sottovoce di bere una tazza di brodo
o di prendere una medicina, apriva gli occhi, lo guardava con una specie di
meraviglia, lo seguiva collo sguardo mentre egli andava e veniva per la stanza
in punta di piedi, con rara sollecitudine, delicata e femminea. Allorquando si
svegliava di soprassalto dal suo corto sonnecchiare, lo vedeva sempre l,
sulla poltroncina ai piedi del letto, che si alzava pian piano, e si accostava
per domandarle all'orecchio come si sentisse. Molte volte, in quelle tristi
veglie al lume della lampada notturna che lasciava il letto nell'ombra,
dinanzi a quella forma indistinta di cui non si udiva neppure un soffio, di
cui spiccavano solo i capelli bruni, e le ombre vaghe del viso, Cesare fu
assalito da un pauroso presentimento da un terrore superstizioso che gli
agghiacciava il sangue nelle vene al pensare che in un momento di disperato
dolore egli aveva invocata la morte, la morte per s o per lei, non sapeva per
chi. Allora tutta la sua collera, tutta la sua angoscia si fondeva in un'altra
angoscia sorda e molle, in una tenerezza cieca e disperata che gli avrebbe
fatto afferrare piangendo quelle mani lunghe e bianche posate sulle lenzuola,
se non avesse temuto di destarla. Ella, quando si sentiva un po' meglio, lo
guardava con quegli occhi pieni di febbre, troppo sfinita per poter parlare, o
come se non avesse osato farlo, quasi volesse domandargli perdono del male che
gli aveva fatto, con certa serenit carezzevole di bestia malefica, inconscia
ed irresponsabile, con un sorriso melanconico, stendendogli le mani pallide.
In quei momenti ei le leggeva sino in fondo all'anima, attraverso quegli occhi
limpidi, e pensava che ella gli aveva dilaniato il cuore senza sospettare di
fargli male, al pari del fanciullo che tortura un uccelletto. S'egli avesse
avuto l'ispirazione di parlarle in questo senso Elena forse avrebbe pianto con
lui. Ora, pensava lui, era tardi. Ora bisogna distruggere e dimenticare
persino quella lettera fatale, e ricominciare un'altra vita di intimit e
d'affetto per riconquistare quel cuore a furia d'abnegazione e di sacrifici,
col dimostrarle che le si abbandonava tutto intero, fiducioso e dimentico di
quel ch'era stato.
Un mattino in cui il medico aveva detto finalmente che non c'era pi bisogno
di lui, e l'Elena appoggiata a un monte di guanciali sorrideva del suo sorriso
pallido, in mezzo a tutti i suoi parenti, ei domand:
 Vuoi vedere la Barbara?
 Che Barbara?
 Nostra figlia.
 Vuoi chiamarla Barbara? Ah,  vero. E' il nome di tua madre. Ma non  bello;
del resto fa come vuoi.
La mamma, che aveva i suoi pregiudizii a questo riguardo, e sapeva che se c'
due dello stesso nome nella famiglia il pi vecchio se ne va per cedere il
posto, conchiuse:
 Bisogna trovare un bel nome per la piccina; un nome di buon augurio:
Fortunata, per esempio!
 Aurelia! sugger Camilla.
 Barbara! sentenzi don Liborio. Il primo nato deve portare un nome dei
genitori del marito, il secondo quello dei genitori della moglie, e cos di
seguito per tutta la parentela.
 Grazie tante! esclam Elena alzando la voce per la prima volta. Quanto a me
mi fermo alla Barbara!

12.
Nel salottino color d'oro, alla luce tranquilla della lampada, Elena,
inginocchiata sul tappeto, si trastullava colla sua bambina come fosse
ridivenuta bambina anch'essa. La spogliava per rivestirla a modo suo, si
divertiva a vederla agitare le gambucce e a baciarle i piedini color di rosa,
sembrava invasa da impeti di frenesia al sentirla galloriare, quasi la
Barberina prendesse parte alla festa, colle manine tese e brancicanti, cogli
occhietti ancora vaghi e senza sguardo; si slanciava su di lei come volesse
soffocarla colle carezze, e la baciava con una specie di furore amoroso. Di
tanto in tanto si arrestava, anelante, seduta sulle calcagna, lisciandosi i
capelli sulla fronte, per riprender fiato, e balbettava al marito:
 Guarda! guarda! che amore!
Poi se la pigliava al seno, nudo, per sentirsi fra le braccia tutta la sua
creatura, andava a mettersi dinanzi allo specchio, discingendosi con arte,
acconciandosi sul capo un fazzoletto rosso a guisa di quelle Madonne che aveva
viste dipinte, assorta in un'ammirazione cos ingenua della sua bellezza
sensuale che diceva di allattar lei la bimba, e non voleva la toccassero altre
mani.
La maternit era un'altra maniera di espandersi la sua sensualit sottile,
l'ambizione, la leggerezza, la bizzarria che c'era nel suo temperamento. Il
marito, l davanti, colle sue cartacce sotto il braccio, col viso pallido
dalla fatica, col sorriso distratto, non aveva nulla di artistico agli occhi
di tal moglie, nulla di teatralmente affettuoso. Per poco non gli
rimproverava:
 Tu non le vuoi bene alla Barberina!
In lui tutto era modesto: il lavoro, la tenerezza, la generosit delicata.
Quando facevano dei progetti per l'avvenire della bimba, dei castelli in aria,
quelli di Elena erano sempre i pi belli e i pi pittoreschi. Parlava di
cercare una bambinaia inglese, e una istitutrice toscana, maestri di musica,
di disegno, di lingua, che so io. Una volta lanciata, rifaceva colla figliuola
i fantastici progetti della sua giovinezza, che non si erano realizzati.
Cesare non osava per rompere con una parola quelle divagazioni sfrenate
dell'immaginazione, sorrideva dolcemente, quasi per richiamarla alla realt.
Ma in cuor suo si sentiva delle vaghe angoscie, come l'eco dei dolori che
quelle illusioni gli erano costate.
Per le sue inquietudini si calmavano alla luce blanda di quella lampada, fra
quelle note pareti, al cinguettio infantile di quelle due voci adorate. E
ripeteva dentro di s: E' una bambina anch'essa! e glielo diceva anche col suo
sorriso un po' triste, accarezzandole colla mano la testolina bruna allo
stesso modo che accarezzava la testolina bionda della figliuoletta: Bambina!
bambina mia! Tu sei ancora una bambina.
E sentiva una dolcezza melanconica, una specie di conforto al pensare che la
sua Elena era cos giovane od inesperta, da non accorgersi quasi del male che
poteva fare, ch'egli era il suo protettore e la sua guida, e se pure un
momento ella si era smarrita per correre dietro il suo cervellino romantico,
la colpa era di lui, che non era stato abbastanza prudente, n abbastanza
forte. Il sentimento della propria debolezza era il suo maggiore tormento. Gli
pareva di diffidare della moglie perch diffidava di se stesso. Si attaccava
tanto pi a lei quanto meno si sentiva a livello di quel carattere energico e
risoluto. Egli era la donna, l'amante, senz'altra forza che la devozione,
l'abnegazione, il sagrificio. Ma quante cose non gli aveva sacrificato
l'Elena! Quanti pensieri gli tornavano in mente mentre accarezzava la testa di
Elena! ed uno, il pi doloroso di tutti, che non si presentava mai nettamente,
ma gli offuscava, gli avvelenava ogni gioia, se Elena gli fissava gli occhi
addosso, se gli rideva, se nella voce di lei sentiva un'intonazione pi dolce,
s'ella chinava il capo sotto la sua carezza come una colomba innamorata! No!
no! era impossibile che quella colomba avesse guardato un altro cos! che gli
avesse parlato in tal modo!
Era una bambina! Era una bambina!
Allora posava la testa sulle spalle di Elena, la cingeva colle braccia, come
per proteggerla, le parlava della figliuola per metter questa fra il presente
e il passato.
 L'importante  d'impararle ad essere felice, la povera creaturina, a
contentarsi del suo stato. Non  vero, Elena? Quando si  contenti del proprio
stato si  felici. Noi non siamo ricchi. Abbiamo avuto dei guai tanti! Ti
ricordi, povera Elena? Ma ora son finiti. Non  vero che son finiti?... Dimmi,
sei felice anche te?
Elena diceva di s col capo, cogli occhi, colle carezze, coi baci... Poscia
tornava a baciucchiare la sua bambina, e a sballottarsela fra le braccia.
Giurava che oramai apparteneva alla sua creatura, nient'altro.
L'unica vanit d'Elena era di mostrare la sua creaturina alla mamma, alla
sorella, alle amiche che venivano a trovarla, il visino roseo, nella cuffietta
di pizzo, quel corpicino infagottato in una lunga vesticciuola ricamata, se la
conduceva a spasso, sulle braccia della balia in gala. Avrebbe voluto
adornarla tutti i giorni a nuovo, come una pupattola, avere anche lei per la
sua bimba una balia dal costume pittoresco, colle spalline d'oro, tutta ricami
e gale di nastri. Mentre componeva allo specchio un quadretto di genere, colla
bambina al seno, drappeggiandosi lo scialletto sulle spalle, con un fazzoletto
a colori vivi acconciato sul capo artisticamente, cominci a provarsi di nuovo
i cappellini impennacchiati, le vesti alquanto passate di moda. Rivide il
sorriso agro delle amiche, e le occhiate insistenti degli ammiratori. A poco a
poco la bimba che strillava sempre, che le sgualciva il vestito, che le
pigliava tutto il tempo, fu lasciata alla balia. Elena torn alle sue visite,
ai suoi concerti della Filarmonica, alla messa delle due, la domenica, prima
di passare davanti al Caff d'Europa, e prima d'andare a fare la passeggiata
alla Villa, dalle quattro alle cinque. Il marito fu persuaso che il suo studio
ingombrava il quartiere, e lo trasport al pian di sopra. Nelle due stanze un
tappezziere allog a credenza tutta la sua roba vecchia, in un disordine
artificioso e pieno di pretese suggerito dall'Elena. Fu preso un altro
domestico pel venerd, canuto, maestoso, accuratamente raso, che aveva l'aria
di aver fatto ballare sulle sue ginocchia la padrona. Gl'intimi della casa si
erano aumentati prodigiosamente. Le serate musicali della signora Elena erano
affollate di baronesse e di marchese pi o meno decadute, di signore senza
titolo ma che davano il tono alla moda, di uomini tutti della miglior societ
che potevano parlare sul serio delle loro relazioni aristocratiche, e venivano
davvero da casa B. e dalla duchessa C. colle violette all'occhiello, e il
cappello a molle sotto il braccio, a fare il loro dito di corte alla signora
Elena, in crocchio attorno alla poltrona di lei, in aria di amabile
confidenza, con quella disinvolta cortesia che ha in ogni parola, in ogni
atto, in ogni inflessione di voce, delle sfumature finissime di alterigia, che
affascina le donne, fa imporporare di sdegno la fronte degli uomini che ne
sono feriti senza esserne presi di mira, e umilia i timidi e i delicati. Essi
mostravano di non accorgersi se mancava qualche cosa nel servizio, se il
domestico che doveva aver l'aria per bene commetteva qualche goffaggine, se il
padrone di casa era pi timido dei suoi invitati. Ma Elena arrossiva, si
sentiva avviluppare da un certo impaccio anche lei, perdeva la sua
disinvoltura nella preoccupazione continua di non esser ridicola per colpa
altrui. Il marito che non aveva avuto il coraggio di opporsi a quel nuovo
tenore di vita, si eclissava spontaneamente per la sua riserbatezza abituale,
ed anche per un certo amor proprio fine ed ombroso il quale gli faceva evitare
dei contrasti umilianti che indovinava per istinto. Egli voleva solo che Elena
fosse felice, e dopo tutti i guai che avevano passati insieme, e nei quali gli
pareva che avessero avuto una gran parte gli stenti attraverso i quali erano
passati, gli pareva ora di dovere a lei quel compenso; credeva di
riattaccarsela pi strettamente colle soddisfazioni e coi divertimenti che le
procurava per mezzo del suo lavoro. Ella avrebbe detto: C' l in un angolo,
nascosto, noncurato, un uomo a cui devo questo lusso, queste feste, questi
omaggi. Contava sulla gratitudine per rinsaldare l'affetto che vedeva
vacillare negli sguardi distratti di lei. Gli amici che bevevano il suo th e
logoravano i suoi tappeti non lo conoscevano quasi. Il tono elegante della
moglie, senza volerlo, lo allontanava da lei. Le grandi maniere che Elena
scimmiottava per tenersi a livello della sua societ, e che non poteva
cambiare da un momento all'altro come i servitori a giornata spogliavano la
livrea e spegnevano i lumi, allargavano sempre pi quella specie di
separazione fra marito e moglie. Egli tornava a casa stanco, disfatto, quando
Elena usciva dal suo spogliatoio vaporosa ed elegante come una figura da
giornale di mode. Ella gli domandava affrettatamente se avesse bisogno di
qualche cosa, suonava per chiamargli la serva. Si lagnava: Dio mio! a
quest'ora! Con tanta gente che ci ho! Trovava alle volte qualche minuto per
sparire fra due usci, e andava a mettere la sua testolina ornata di rose
purpuree o di camelie nel vano del suo uscio, dicendogli: Non vieni un
momento? Un momento solo! per farti vedere e non aver l'aria di non so che.
Poi la mattina, stanca, assonnata, tornando dal teatro, o dal ballo, o dalle
serate di musica si lasciava accarezzare sbadatamente, impazientandosi se egli
le intrigava un nodo, o le strappava una forcellina. Dio mio! Dio mio! Tu non
sai come son stanca! Tu ti alzi adesso! E la bimba? ha pianto? Perch non sei
passato da casa Galli, un momento, per farti vedere? Che sonno! lasciami
dormire!
Ma lui colla sua tacita devozione, colla sua generosit ignorata, coi suoi
servizi senza pompa, col suo aspetto modesto, non poteva appagare il bisogno
irrequieto di emozioni vietate, il sentimentalismo isterico, le tentazioni
malsane, che la complicit di una vita facile doveva sviluppare ed irritare in
Elena. Ella si creava ingenuamente delle sofferenze ideali, si atteggiava da
incompresa, da vittima, nel tempo stesso che godeva il frutto di quei
sacrifici ignorati.
Cercava ancora il sogno della sua giovinezza delusa, ma rimaneva inespugnabile
in mezzo a tutto un avvicendarsi di intrighi galanti, e di scandali color di
rosa. Prima fu un poeta che la ispir. Una gloria futura, che scriveva dei
versi a Lei! a Te sola! a Te che sai! colle sopracciglia aggrottate, e la
destra nello sparato del panciotto, ritto su di un piede come un gallo, in
mezzo alle dame che stralunavano gli occhi onde far credere ciascuna di esser
lei, la sola, quella che sapeva. Elena aveva voluto avere anche lei nel suo
salotto quel cappone dalle penne di fagiano. Leggevano insieme Musset ed
Heine, contraffacendo il ghigno satanico. Egli s'era spinto sino a tollerare
Stecchetti per parlarle delle carni bianche, dei baci dietro la veletta.
Ella rimaneva assorta, sprofondata nella gran poltrona di velluto nero, col
libro sulla ginocchia, le labbra scolorite, gli occhi vaghi ed erranti in
cerca delle larve che creava ella stessa. La bambinaia le irritava
continuamente i nervi, una volta al giorno, cogli strilli della Barberina,
strilli che la mamma non poteva soffrire. Mio Dio! mio Dio! Son queste le
gioie della maternit? E si metteva la testa fra le palme, disperata, con un
arsenale di boccettine e di sali a portata di mano.
Di tanto in tanto donn'Anna, ansante dall'adipe, saliva le scale di marmo, e
veniva a sfogarsi colla figliuola, regalandole anch'essa il racconto di suoi
guai, don Liborio che correva dietro le donne, Roberto che non otteneva pi
l'avanzamento, Camilla che non si maritava mai. Gran disgrazia! rispondeva
Elena. Col poco che ha Roberto, bella prospettiva, quel matrimonio! Lasciateli
in pace, mamma! Quando non si hanno almeno centomila lire di entrata,  meglio
restar a casa.
 A te cosa ti manca? Di', cosa ti manca?
 Nulla! rispondeva Elena.
Cesare, sopraffatto dal lavoro, era felice allorch poteva rubare qualche
minuto alle sue occupazioni, e veniva a sederlesi accanto, modestamente
orgoglioso del benessere che le procurava, timidamente affettuoso. Le parlava
dei suoi progetti, della loro bambina, di tutte quelle cose che gli sembravano
altrettanti legami fra di loro. Come la vedeva distratta e indifferente, le
chiedeva anch'esso:
 Che hai? Cosa desideri?
 Nulla, rispondeva Elena.
Egli si sentiva stringere il cuore a quella parola, all'aria di quel viso, al
tono di quella voce. Tornavano ad assalirlo suo malgrado dei sospetti
angosciosi, delle memorie tristissime, una amara inquietudine che lo tentava,
lo spingeva a cercare di leggere negli occhi e sulla fronte di lei.
No! no! Egli se ne accusava internamente e gliene domandava perdono. Non
voleva cercare in quegli abissi del cuore dove si snodano inesorabili e feroci
tutte le serpi della gelosia. Non voleva dubitare di lei, non voleva soffrire
come aveva sofferto. Non voleva passare quelle notti insonni accanto al suo
capezzale, e quei giorni di sole implacabile. Ella era stata fantastica,
leggiera anche, ma colpevole no! Lo dimostrava l'imprudenza stessa di quella
lettera, il non saper dissimulare, la sincerit delle sue stranezze. Follie
della mente, null'altro. Ella viveva troppo in quell'atmosfera artificiale
delle sue letture romanzesche. La lettera a Cataldi era stata l'episodio di un
romanzetto da educanda. Ora era entrata nella vita vera, era madre, era troppo
altera per non pensare a sua figlia. Poi era troppo circondata, troppo
adulata. L'esuberanza morbosa della sua sensibilit avrebbe trovato uno sfogo
in quell'esistenza di cui tutte le ore erano prese ripiene di distrazioni
diverse, di allettamenti che si eludevano scambievolmente. S, era stata
educata come una principessa, don Liborio l'aveva detto. Aveva bisogno di
vivere a quel modo, ci la rialzava nella sua stima stessa, l'avrebbe resa pi
fiera e invulnerabile, rialzava anche lui, il marito che gliene dava il mezzo.
Oltre la sensibilit pericolosa, ella aveva anche nel cuore le delicatezze
squisite. Ella avrebbe pensato a Cesare che l'amava come ella voleva essere
amata, che viveva solo per lei, pel lusso in cui la faceva brillare, per le
gioie che le procurava, che racchiudeva tutta la sua gioia, tutti gli
splendori della sua vita, tutte le feste del suo cuore nel sorriso che le
stava sul labbro, quando entrava nel suo studiolo, accompagnata dal fruscio
superbo della sua veste, per dirgli Ancora alzato? Povero Cesare!

Dalle finestre lucenti le ombre nere degli uomini, i profili eleganti delle
signore, si allungavano nella queta oscurit del molo, ciangottante del
sommesso mormorio del riflusso, nel formicolio dei lumicini delle barche
ancorate, sotto il cielo alto e stellato. Gli uomini si affollavano sui
terrazzini spalancati, dietro le tende trasparenti, sotto la lumiera
scintillavano le gemme. Una voce calda e potente cantava al piano la romanza
in voga.
La padrona di casa, pi bella di tutte nel suo pallore color d'ambra, sembrava
volesse eclissassi nel fondo della poltrona, colla fronte sulla palma, il bel
braccio ignudo dorato dai riflessi di tutta quella luce, quasi sotto il
fascino di due occhi ardenti che la fissavano dal vano di un uscio, ostinati,
provocatori nella loro insistenza, su di un viso pallido e capelluto che
attirava l'attenzione nella severa uniformit di tutti quei vestiti
d'etichetta.
 Fategli la carit di rivolgergli un'occhiata, a quel povero Fiandura.
Elena si strinse nelle spalle, e cerc di sorridere, poich il duca Aragno non
era di quelli cui si pu dare dell'insolente. Pi tardi, quando la folla
cominci a diradare dalle sale, nel crocchio degli intimi, le dame all'occaso
che si arrabattavano in tutti i modi per afferrarsi al mondo che le
abbandonava, cominciarono a sussurrare: Fiandura! Fiandura! Dei versi di
Fiandura! sottovoce, con delle sfumature di sorrisi beati, battendo
discretamente in anticipazione le mani inguantate.
Il poeta era arcigno, inflessibile, comprimendo tutte le tempeste del cuore
col guanto grigio, scuotendo l'olimpica chioma ad un rifiuto superbo. Allora
tutte quelle Muse e quelle Grazie stagionate si rivolsero in coro alla padrona
di casa, con gesti supplichevoli, con un interesse ridicolmente esagerato.
Elena arrossendo suo malgrado, disse con voce calma:
 Andiamo, Fiandura... per queste signore...
Egli rispose con uno sguardo profondo, inarcando i baffetti ad un leggero
sorriso, inchinandosi in modo che voleva dire:
 Per voi! per voi sola! Poi lev al soffitto la fronte ispirata.
Il successo fu enorme. Quelle signore sembravano invase dal demone
dell'entusiasmo. Aragno batteva le mani come un ossesso. E il baccano fu tale
che all'uscio del salotto comparve il viso sorridente di Cesare, un po'
sbattuto e stanco, recante ancora le tracce del suo lavoro ingrato e senza
poesia.
 Vedete per chi?!... Vedete per chi?!... sussurr il poeta caldo ancora di
ispirazione all'orecchio di Elena, seduta in disparte, smarrita nella folla
che ingombrava la sua casa, cogli occhi ardenti e vaghi, sul viso smorto. Per
quest'uomo che scrive delle citazioni! ed io che vi porto in cuore come un
raggio di sole, come un profumo, come un tormento, devo lasciarvi nel talamo
di quest'uomo... Ah! se sapeste, Elena! quanti sogni, quante follie! quali
tentazioni mi assalgono!...
 Tacete! disse ella.
 No! Non posso. Mi sento pazzo, Elena! Vorrei stamparvi in faccia al mondo la
stimate del mio amore! Vorrei morire ai vostri piedi!
 Tacete!
 Ah! voi! cuore di marmo! Non sapete quel che ho sofferto, da quanto tempo!
Come vi ho invocata! come ho teso le braccia verso di voi! E quante volte!...
a mani giunte! quando vi ho scongiurato di accordarmi un'ora di cielo! Quante
volte mi  parso di vedervi, la vostra ombra, il vostro fantasma, la vostra
aureola, il vostro profumo, nella mia cameretta solitaria! Il rumore del
vostro passo per le scale; il fruscio della vostra veste, la prima vostra
parola, il primo sguardo, i primi baci dietro la veletta!...
 Domani! balbett Elena con voce sorda.

13.
Oh, i primi baci dietro la veletta! Ella li aveva dinanzi agli occhi febbrili,
mentre saliva trepida e guardinga le rampe del Vasto, col passo leggiero,
chiusa nella mantiglia, pallida. Il ciabattino lercio che faceva da portinaio
si fece ripetere due volte il nome del suo inquilino, guardandola
sfacciatamente, canticchiandole dietro una canzonaccia oscena, che
accompagnava picchiando del martello sulla suola, mentre ella saliva
rapidamente la scala sudicia e nera, premendosi la mantiglia sul seno ansante,
sino a un quinto piano smantellato. Egli l'aspettava dietro l'uscio, pi
pallido di lei, e nell'anticamera buia, le domand prima di ogni altra cosa se
fosse certa di non essere seguita. Poi le prese la mano per guidarla negli
andirivieni dell'andito. Ella non rispondeva, e si lasciava condurre nella
vasta cameraccia piena soltanto di sole e di luce. Di l si scorgeva come un
panorama il mare, Capri, e un'immensa distesa d'azzurro. Il poeta, trionfante,
aveva spalancato il balcone per preparare la messa in scena, la festa del
cielo che armonizzava colla festa dei loro cuori, la natura che sorrideva del
loro sorriso, tutta la ricchezza di sensazioni delle anime privilegiate, che i
ricchi della terra non possono comprare a peso d'oro. Elena volse le spalle a
quella luce sfacciata che la imbarazzava, infastidita, irritata.
 Non temere; nessuno pu vederti, disse lui, le case dirimpetto non arrivano
al secondo piano. Se no, avrei chiuso il balcone.
 S, chiudete.
Fiandura indovin vagamente la goffaggine in cui era caduto, chiuse le
imposte, con un'aria misteriosa. Poi corse a buttarsi ai piedi di lei, con uno
slancio di tenerezza commovente, benedicendola per la felicit che gli
arrecava sotto il suo povero tetto, baciandole il lembo della veste,
mormorando con voce melodrammatica: Grazie! grazie!
 Ho fatto male! diss'ella.
 Male? Ah! la gran parola! la parola di tutti coloro che non hanno mai
sofferto, che non hanno amato, che non sanno quanto valga uno di cotesti
momenti per certe anime! come uno di cotesti ricordi basti a riempire
un'esistenza!
Qual'era il male, per lui, dotato della scintilla divina che rischiara ogni
sentimento della sua vera luce, e lo rende etereo? che cos'era il marito, la
legge, il mondo, per lui che aveva in cuore tutto l'amore dell'universo, nella
sua pi sublime essenza? Che cos'era la figlia di Elena per le opere che
avrebbe potuto crear lui, ispirato da questo amore, in cui ella avrebbe messo
la favilla, il pensiero, il soffio, il fiato? Egli aveva aspettato questo
momento dieci anni! Aveva vissuto con questo sogno, aveva avuto sempre l
quell'immagine che aveva presentito, aveva atteso colla doppia vista degli
spiriti superiori, la sua ispirazione, la sua musa, verso cui aveva steso le
braccia supplichevoli nei giorni neri, nei giorni di sconforto, che aveva
invocato, che aveva conquistato, che gli apparteneva, era cosa sua, pel
diritto che gli dava il suo lungo martirio, il suo amore, l'ispirazione che
ella gli avrebbe dato, la gloria che l'attendeva, l'ingegno che metteva ai
piedi di lei. Elena, disattenta, con cento pensieri confusi negli occhi,
guardava intorno come sbigottita, le pareti nude, la finestra senza tende, il
lettuccio basso e piatto, i libracci squinternati, e gli scartafacci polverosi
accatastati sulle seggiole in artistico disordine, tutta quella gloria di
cartacce sudicie. Ella ritir vivamente la mano di cui egli voleva
impadronirsi.
Allora il poeta, un po' sconcertato, prese a parlare dei suoi versi, degli
argomenti che aveva in testa, di quello che voleva fare per rendersi degno di
lei, perch ella andasse superba di poter dire, quando la folla pronunziava
commossa il nome di lui: E' mio!
Si rizz adagio adagio, poich le ginocchia gli dolevano, e cominciava a
comprendere che era ridicolo il rimanere in quella positura, se ella non lo
tirava su fra le sue braccia. And a rintracciare delle poesie che aveva
scritto per essa, ispirato dall'amore, in quella stanzaccia tutta vibrante del
pensiero di lei. Ella ascoltava, cogli occhi intenti, bramosa di commuoversi
alla cadenza melodiosa di quella voce concitata, che suonava come un sermone
nel silenzio della vasta camera, isolata sui tetti. Cercava anche lei qualche
cosa, una parola adatta, un argomento che non seguitasse a far battere la
campagna al pensiero, lontano dalla loro situazione. Trov soltanto:
 Avete scritto qui... queste cose?
 S, rispose lui, pensando a voi! Qui non giungono altri pensieri, non sale
voce umana. Quando apro quelle imposte vedo soltanto dinanzi a me il mare
immenso, e mi basta. E' l'alloggio di un uccello solitario. Ve l'avevo detto.
 E' un po' alto, osserv Elena.
 Ha il vantaggio di non esserci vicini curiosi e importuni. Mi piace la mia
libert. Anzi posso ricevere chi voglio senza che nessuno se ne avvegga.
 Ah! diss'ella.
 Elena!... No!... Non quello che pensate. Qui non ha messo il piede
nessun'altra donna.
 Ah!
 Mi credete? Credete che allorquando si ha il cuore e la mente pieni della
vostra immagine  impossibile profanarla!... Mi credete che dacch vi conosco,
dacch vi siete impadronita di tutto l'essere mio, mai un pensiero... mai un
atto... Elena!...
 No! esclam Elena bruscamente, tirandosi indietro. No, Fiandura... Non mi
fate pentire di esser venuta!...
 Perdonatemi, Elena! son pazzo! E' che vi amo come un pazzo! Elena gli
abbandon la mano. Allora il poeta incoraggiato, continu: Se sapeste come vi
amo! Se potessi mostrarvi il cuore delirante per voi! Se potessi dirvi le
parole con cui vi ho invocata! se potessi narrarvi le notti insonni, i giorni
desolati, le febbri, quel che sento a una vostra parola, quel che  per me un
vostro sguardo, quel che provo a un vostro sorriso, un gesto, il fruscio della
vostra veste, il profumo dei vostri guanti! Quando vi vedo nelle vostre sale,
circondata, corteggiata, adulata... comprimendo l'angoscia nel mio petto!... E
come son geloso di tutti, delle ore in cui non vi vedo, delle case in cui non
posso seguirvi, delle parole che vi dicono, degli uomini che discorrono con
voi, dell'aria che respirate, del vostro passato...
Elena lev il capo con tal moto improvviso che gli tagli netta la parola.
 Oh! mormor ella amaramente col volto in fiamme.
 Che cosa?
 Nulla!
Il poeta sconcertato, riprese con fuoco:
 S, son geloso di quell'imbecille che si crede in diritto di farvi la corte
perch ha un cerotto di corona sul biglietto di visita...
Elena fece una spallucciata che lo scombussol completamente. Oramai aveva
vuotato il sacco del lirismo melodrammatico e cercava il modo, anche lui, di
mettersi in carreggiata. Quanto era felice, al pensare che ella era l, che
era venuta per lui! Come le stava bene quel vestito nero! Perch non si
lasciava togliere un guanto? Soltanto cotesto! Ella diceva di no, imbarazzata
anche lei, umiliata di sentirsi ridicola ancor essa. Era tardi, doveva
andarsene. Ancora un istante! Egli aveva bisogno ancora di saziarsi gli occhi
ed il cuore di quella visione celeste! Oh! il suo povero tetto! le sue povere
gioie! la sua vita deserta! tanti anni! Aveva un mondo di cose da dirle e non
le trovava. Si sentiva sbalordito dalla felicit. A volte Elena gli saettava
un'occhiata, rapida, avida anch'essa e pur diffidente, con un sorriso che si
agghiacciava sulle labbra.
 No! no! Elena! non ancora! Se tu sapessi cos' questo momento per me! per un
cuore di poeta! Ne saresti superba anche tu. Voglio crearti un trono di
gloria, voglio eternare in un canto... E ci tornava con un'insistenza
spietata, ingenua, instancabile. Il tempo scorreva rapidamente, sebbene nella
stanza non ci fosse neppur l'ombra di quel volgare arnese che lo misura agli
intelletti piccini, che regola prosaicamente le occupazioni dei borghesi.
Elena guard il suo orologio, e si rizz di botto, pi seria di com'era
venuta, aggiustandosi in furia i nastri del cappello e il lembo della veletta,
cercando istintivamente cogli occhi uno specchio... No! no!  tardi, devo
andarmene...
 Perch siete venuta dunque? esclam il poeta lasciandosi vincere dal
dispetto.
Elena si tir indietro bruscamente, completamente trasformata da un istante
all'altro, col viso basso, tutto una vampa, i lineamenti contratti, le
sopracciglia aggrottate. Poscia gli saett in faccia un'occhiata che pel poeta
fu una rivelazione, un lampo, l'ispirazione di gettarlesi ai piedi un'altra
volta, scongiurandola di perdonargli. Era pazzo, era pazzo d'amore. Aveva
persa la testa. Se ella non gli avesse stesa la mano si sarebbe buttato dal
balcone, davanti a quell'immensit azzurra. Si sarebbe sfracellato il cranio
in mezzo a tutta quella festa di luce.
Elena nervosamente agitata, coi denti stretti, l'occhio smarrito sotto la
veletta, aggiustandosi febbrilmente la mantiglia addosso, balbettava:
 Lasciatemi andare! lasciatemi andare!
 Ditemi che mi avete perdonato, Elena! Non mi lasciate cos! Ditemi che vi
rivedr!...
 S, s! ripeteva ella macchinalmente.
 Grazie. Oh! grazie! Quando?... quando vi rivedr?...
 Non lo so... non posso dirvelo ora... E' tardi... Non ho un minuto di
tempo... Vi scriver... Ci vedremo...
Egli la seguiva passo passo per l'andito, mogio, a capo basso, inciampando nei
mattoni smossi, dietro il passo rapido di lei che sembrava fuggire. Elena
chin il capo nel passare per l'uscio che le era aperto, gettandogli una
stretta di mano lenta e una parola che spir sotto la veletta. Ei rimase sul
pianerottolo, col cuore che gli martellava, accompagnando ansioso quella veste
nera che si dileguava rapidamente lungo le rampe della scala, quel sogno
ambizioso e febbrile che sfumava volgarmente. Quando era per scomparire, col
cuore stretto dall'angoscia, le grid:
 Ricordatevi!
Elena abbass il capo, come se le fosse caduta una tegola addosso,
stringendosi nella mantiglia. Il portinaio tempestando di colpi di martello la
suola della ciabatta le cant un'altra volta dietro il ritornello osceno.
 Ah! mormorava Elena fuggendo, colle labbra contratte dal disgusto. Ah!

Per la strada incontr il marito, il quale correva come un cavallo da lavoro
su e gi per Napoli, carico d'affari e di preoccupazioni, in mezzo al via vai
chiassoso della folla, e fece fermare la carrozzella, tutto felice
d'incontrarla, di dirle una buona parola, di mettere un momento la sua
immagine leggiadra fra le occupazioni noiose della sua professione.
 Come stai bene! Hai passeggiato molto? Sei rossa in viso. Vuoi che ti
accompagni in legno?
 No, vado qui vicino. Grazie.
 Sai! per la causa col demanio, sono in giro dalle otto. Va benone!
 Addio.
Egli si sporgeva ancora dal legnetto che correva saltellando sul lastricato
per seguire cogli occhi amorosi l'andatura modesta ed elegante della sua
Elena, la quale si allontanava frettolosa, rasente al muro, a capo chino,
grave del pentimento di una colpa inutile. Cesare invece correva dagli
avvocati, dai procuratori, su e gi per le scale dei tribunali, tutto invaso e
commosso dal pensiero di lei, onde procurarle quella vita agiata, quei mobili
antichi, quei servitori coi capelli bianchi che avevano l'aspetto di averla
tenuta a balia. La casa oramai era messa su questo piede, che le amiche intime
fossero almeno delle baronesse, e Cesare che pagava tutto si presentasse
timidamente nel suo salone, fra le tende di broccato antico, e il duca Aragno
desse a ogni cosa il tono, il gusto, il colore, le maniere grandiose che
lusingavano la vanit borghese di Elena, le tenevano luogo dei suoi castelli
in aria da ragazza, la rialzavano dall'umiliazione che aveva ricevuto dalla
sua scappata sino alla soffitta del poeta, completamente obliato. Il duca
trionfava colla sua scuderia, col suo sarto, col suo gran nome buttato
dall'alto in anticamera, colla gelosia pettegola di una vera dama che faceva
parlare di s tutta Napoli. La tresca col duca era profumata, elegante, in un
ambiente che raffina la colpa, l'accarezza e l'addormenta con tutte le
mollezze, nel velluto, tra i fiori, coi piaceri artificiosi, coi riguardi
scambievoli, coll'etichetta inflessibile, con tutte le buone maniere inventate
dalla raffinata corruzione per far cadere mollemente l'onore di una donna.
Il poetuccolo, geloso per vanit, aveva scritto una satira furibonda contro di
Lei. Ti rammenti? L'elegia erotica e accusatrice. Ti rammenti, nel salotto
color d'oro? Ti rammenti, quando venisti a trovarmi nella povera stanzetta? La
povert tornava bene coll'intonazione piagnucolosa. Le allusioni erano
trasparenti come il cristallo, i particolari precisi per l'impronta di
intimit che richiedeva l'argomento. Ti rammenti il primo bacio, sulla
poltrona di velluto nero, ricamato colle tue cifre? e il fazzoletto che
dimenticasti nella mia stanza? il profumo che vi lasciasti con esso? il tuo
nome dolce al pari di quello della tua greca sorella? Ah! dove l'hai portato
adesso quel profumo, traditrice? Nell'alcova principesca! nelle stanze
anticipatamente profanate da altri amori volgari. Hai barattato il tuo motto
altero "Tant que vivray autre n'auray " contro una corona a cinque fioroni,
perch'essa t' parsa pi nobile di una fronda d'alloro, e pi bella dei
vent'anni, e pi splendida dei capelli biondi....
La romanza continuava su questo tono per tre facciate di uno di quei
giornaletti grandi quanto un foglio di lettera, che nessuno compra, e che
tutti leggono ogni volta che si vitupera un uomo, un libro, o qualche altra
cosa in vita. Il marito della greca donna seppe in tal modo, un mese dopo, lo
scempio turpe che si era fatto del suo onore.
Ma allorquando tent di lavare la macchia in una maniera qualsiasi, con un
colpo di sciabola o di pistola, non trov per assisterlo un solo di quegli
amici che gli stringevano la mano, che gli lasciavano il loro nome alla porta,
venendo a far visita a sua moglie, che gliela avrebbero nascosta colla loro
persona s'egli l'avesse sorpresa fra le braccia del suo amante, e che in
cambio gli avrebbero fatto da testimonio s'egli avesse dovuto battersi per una
ballerina o per una cortigiana. Il poeta, in cima alle sue povere stanze, si
drappeggiava superbamente, come nel suo palet spelato, nella dignit
dell'arte, nel sacerdozio della penna. Trinceravasi dietro la irresponsabilit
della finzione poetica. Gli amici non osavano insistere onde approfondire la
cosa. Avevano fretta di levare i piedi da quella mota. Schieravano dinanzi al
marito la fama delicata della moglie, l'avvenire della figliuoletta, il
pericolo di uno scandalo che sarebbe stato pregiudizievole in qualsiasi
evento. Citavano Cesare e sua moglie. Infine, infine... E questa gente che si
stringe nelle spalle allorch vi sentite spezzare il cuore pel tradimento di
lei in cui avete riposto tutto il vostro affetto, la vostra fede, la vostra
felicit, questa gente, se non sapete resistere a lei per cui il cuore vi
sanguina, che amate ancora, e la quale vi dice, con lagrime vere, con
singhiozzi che sentite venire dal cuore, aggrappandosi al vostro collo coi
capelli sciolti, colle braccia convulse: Perdonami! Perdonami! perdonami come
Dio!... Ebbene, questa gente, se voi fate come Dio, si stringe egualmente
nelle spalle, ma di sprezzo.
Cesare torn a casa, pallido come uno spettro. E l, colla figlioletta fra le
braccia, pianse a lungo, disperatamente, di quelle lagrime che piombano ad una
ad una sul cuore, e vi scavano un solco.
Tutt'a un tratto entr l'Elena, coll'occhio impietrato, le labbra convulse e
cascanti...

14.
La gente, quando vedeva passare il marito un po' triste, ma calmo, come un
uomo in lutto, accanto alla bruna e fiera belt, gli gettava dietro il suo
scherno, li seguiva cogli sguardi sfacciatamente curiosi, con un senso di
desiderio e quasi di ammirazione per la donna, col cinico egoismo della folla,
col sarcasmo feroce che getta il fango a due mani, senza cercare chi, fra la
donna che inganna e l'uomo che  ingannato, sia realmente ridicolo. Le
menzogne, le finzioni, le prostituzioni dell'una, quando gli usci son chiusi,
e i domestici dai capelli bianchi si sono ritirati, i sorrisi falsi, le parole
false, le carezze false, gli occhi pieni di un'altra immagine, farli mentire
nel fissare gli occhi del marito, coll'eco di una parola ardente nelle
orecchie, torturarsi il cervello per trovar una parola d'amore per quest'altro
che non si ama pi, il rimorso, l'ostacolo vivente, il giudice, la paura.
Tutto ci con un crescendo in proporzione della colpa che si sente montare al
viso come una marea. E quest'altro, l'uomo ingannato, sincero invece, che pu
guardare in faccia senza finzioni, che pu stringere la mano quando vuole e a
chi vuole, che pu piangere a viso aperto allorch il cuore gli scoppia
d'amarezza o quando gli esulta, eppure  costretto a confessare sottovoce, nel
cavo del suo orecchio istesso: Chi sono io?
Quando il marito offeso non schiaccia la donna sotto il tacco, al primo
momento, non ha altro di meglio a fare che prendere il cappello e andarsene.
Se la donna ha il tempo di dire due parole, di spargere una lagrima, di fare
un gesto, il marito perdona, e nove volte su dieci si rassegna. Elena sar
caduta ai piedi di lui di un sol colpo, coi due ginocchi per terra, le braccia
aperte, il viso disfatto, dicendo: Uccidimi! O si sar arrestata sull'uscio,
ritta, immobile, pallida, fiera, a fronte alta, ripetendo cogli occhi limpidi
e lucenti No! no! no! O infine, sedendo in disparte e accavallando le gambe,
colle sopracciglia aggrottate, col labbro sdegnoso gli avr detto: S! Che
vuoi? non ti amo pi! Egli rimaneva pur sempre lo stesso uomo, fulminato dalla
scoperta. Trasalendo, ancora ansioso sotto il fascino di lei; e quegli occhi
stralunati come quelli del moribondo che cerca la luce, hanno forse ancora in
quel momento la dolorosa visione della gioia fuggita per sempre, di tutti quei
fantasmi rapidi e vivi che inchiodano la lingua e fanno cascar le braccia.
Quindi l'abbattimento che sembra oblio, le tacite e scorate rassegnazioni, una
parola vaga e senza senso, poi due individui che, dopo essersi tanto amati, si
voltan le spalle silenziosi, si vedono solo dinanzi alla gente, scambiano
qualche parola a tavola, dinanzi ai domestici, evitando di guardarsi,
dimenticano a poco a poco, coi gomiti sulla tovaglia, fumando un sigaro sul
canap, affacciati al balcone le abitudini che vi riprendono, la tirannia
degli affari, con le mollezze della vita domestica, le attrattive
dell'intimit, il sorriso della propria creatura, un parola, una mano
incontrata a caso, un gesto molle, un ritorno del passato esitante, lento, che
ha tutte le seduzioni di un primo abbandono. Poscia ancora tutte le debolezze
dell'amore che non siete riescito a soffocare completamente, tutti i languori
del desiderio che vi si inspira, tutte le fiacchezze dei lieti ricordi che vi
disarmano, tutte le tentazioni dell'egoismo che vi si insinuano. Ella torner
ad amarmi. Ella si rammenter anche lei. Ella ha fatto per me quello che per
nessuno avrebbe fatto. Un bacio, infine cos'? Lo stesso ragionamento fatto
per la lettera, quei ragionamenti biascicati sottovoce, col viso rosso. Vi
amo! cos'? una parola! un momento di debolezza, di vanit, l'esempio delle
altre, la vita disoccupata. Poteva strapparsela dal cuore cos facilmente come
poteva fuggirla? Cosa ci avrebbe guadagnato? E se ella reietta e libera si
fosse abbandonata senza ritegno ad altri amori? Ella cercava l'amore. La colpa
era di lui che non aveva saputo darglielo. Cosa era l'opinione del mondo in
confronto di riaver l'Elena? Quando egli l'avesse scacciata, quando fosse
rimasto solo, colla bambina macchiata nella culla, desolato, senza conforto,
senza speranze, senza nemmeno il compenso di vederla restare con lui, cosa ci
avrebbe guadagnato? Egli l'avrebbe riconquistata colla generosit,
coll'abnegazione, coll'affetto, rendendole lieta e facile l'esistenza.
S, l'amava ancora il disgraziato! Era geloso al modo dei deboli, senza aver
la forza di rompere la sua catena, colla vaga speranza che non osava
confessare a se stesso di riconquistare il suo affetto a furia di generosit,
di devozione, di rassegnazione persino! S, una vilt! Ma non  la peggiore
delle disgrazie esser vile? Se cercate bene, in ogni marito offeso che si
vendica, allorch non vendica soltanto il sentimento sociale, c' un residuo
d'amore, il bisogno di rialzarsi agli occhi stessi della traditrice, il
rimpianto dei giorni lieti dovuti a lei, delle sue attrattive rubategli.

15.
Vostra madre sta male, e desidera vedervi. Venite. Don Anselmo Dorello.
Cesare si sent mancare le ginocchia. Poi, accasciato sulla poltrona, si mise
a piangere dirottamente. Elena era l presente, immobile, sembrava commossa
anche lei. Per la prima volta, dopo tanto tempo, gli prese il capo fra le
braccia, e se lo strinse al seno, in silenzio. Il poveretto, in quell'ora nera
che gli si stringeva addosso, sent scendersi al cuore quella piet come
un'amara dolcezza. La guard cogli occhi lagrimosi, balbettando:
 Mia madre, Elena! mia madre, Elena!
 Vengo con te diss'ella. Voglio venire anch'io.
Arrivarono al paesello verso l'alba. Le finestre della casa paterna lucevano
ancora. Attraversarono le stanze in disordine, cogli usci spalancati, pei
quali passavano i pianti della famiglia, l'odor vago dell'incenso, delle
candele di cera, e della morte. Don Anselmo, tutt'ora ornato dalla stola nera,
venne loro incontro, sbarrando l'entrata colla sua persona, e in quell'istante
solenne abbracci il nipote, senza dir motto, lo port quasi di peso sul
vecchio canap, in mezzo alle sorelle che piangevano.
 La volont di Dio! disse il prete, pallido anche lui. In ogni cosa c' la
volont di Dio.
Elena, in quella desolazione, rimaneva come obliata in un cantuccio, si
sentiva che era la sola estranea a quel dolore. Chi si occup di lei fu lo zio
canonico, colui dal quale l'era stata mossa la guerra pi aspra, quasi ora la
morte avesse dissipato ogni rancore, gli avesse data una lezione severa di
carit e di perdono.
 Siete tutti figli miei, diss'egli. L'ho promesso a quella poveretta.
Nel paese fu una sorpresa generale. L'argomento di tutte le conversazioni, lo
stupore di coloro che tenevano il canonico per un uomo di carattere, e non
avrebbero mai creduto che si lascerebbe abbindolare dalle moine della
Napoletana, la forestiera che avrebbe dissipato i risparmi di don Anselmo,
avrebbe mangiato le speranze delle cognate, per ecclissare le signore del
paese col suo lusso. Un maturo benestante che faceva la corte dalla finestra
ad una delle sorelle di Dorello non si fece pi vedere. Lo zio Luigi, al quale
delle anime caritatevoli erano corse a dare l'allarme, arriv all'improvviso,
tutto sottosopra, commosso sino alle intime viscere dal timore che suo
fratello il canonico potesse essere rapito al suo affetto da un momento
all'altro, come la cognata. Quando la morte picchia ad una casa non si
contenta di cos poco. Il sangue gli parlava nelle vene, il sangue stesso di
don Anselmo, il quale aveva accumulato una bella sostanza, e doveva
rammentarsi del sangue suo, prima di disporre in favore dei nipoti, e di gente
estranea per soprammercato, che aspettava la sua morte per scialarla coi suoi
denari. Il paese intero diceva la stessa cosa. Nella spezieria e nel casino
non si parlava d'altro che del lusso di Elena, dei suoi ricevimenti
principeschi, delle sue dozzine di cappelli, aneddoti, pettegolezzi,
maldicenze. La signora Brancato, la signora Golano, tutte, andarono a farle
visita in gala, seguite da certi servitori insaccati in livree a colori
vivaci, impastoiati in guanti bianchi di cotone.
Elena sembrava tornata ai bei tempi della Rosamarina. La morte che aveva
colpito come un fulmine, il lutto che si era stretto attorno alla famiglia,
l'aveva riaccostata intimamente e sinceramente al marito, di cui sentiva
essere il solo conforto, quasi una cara e dolorosa memoria vivente delle
amarezze che gli era costata. Cesare non le aveva detto nulla, ma ella
indovinava ai suoi tristi silenzi, agli occhi che gli si gonfiavano di
lagrime, quando le stringeva commosso la mano, scrollando il capo, e pareva
volesse dirle:
 Dimentichiamo! dimentichiamo!...
Una delle sorelle, nell'espansione disperata delle lagrime, aveva detto che la
mamma non s'era pi riavuta dallo spavento quando il canonico aveva scoperto
la vendita segreta del sommacco e l'affare del vaglia mandato a Cesare di
nascosto. Sembrava che zio e nipote avessero sempre dinanzi agli occhi quelle
parole, e non potessero guardarsi senza ricordarsene.
A poco a poco nella famigliuola andavasi facendo la calma del dolore, si
riprendevano tristamente le abitudini della vita, l'intimit era meno
silenziosa ma meno stretta. Il prete tornava alla sua chiesa e ai suoi poderi.
Cesare aveva dovuto fare una o due gite alla citt per affari, quantunque
fosse l'epoca feriale.
Le ragazze ricominciavano ad occuparsi di faccende domestiche. La vita li
ripigliava, li distraeva, li separava, ognuno per la sua strada. Dopo pranzo
la Barberina, la quale prima col ricordo soltanto del suo nome, faceva
gonfiare gli occhi di lagrime, chiamava alcuni istanti di allegria schietta,
di vera festa domestica, colla sua innocente serenit, colle sue monellerie da
bambina viziata. Nelle carezze le fronti si spianavano, delle risate gioconde
tornavano a risuonare nella vasta stanza piena di tante memorie tristi.
Elena godeva anch'essa di quei piaceri intimi, della gioia tranquilla, di
quell'esistenza raccolta. Colla volubilit estrema della sua natura le pareva
che fossero passati dei secoli dal tempo delle feste mondane. Provava una
soddisfazione raffinata, un contrasto piccante, nell'evocare i sogni
romanzeschi come cose lontane, nella fantastica contemplazione della natura,
nell'azzurro del cielo, nel violetto delle montagne lontane, nella pace
dell'ora silenziosa, nel cinguettio volgare delle dame colle mani rosse che
andavano a trovarla.
Il barone si era fatto sposo con una delle pi ricche damigelle di Avellino, e
venne a far visita anche lui sorpresi entrambi di trovarsi tanto mutati. Elena
sapeva ormai per esperienza che anche nelle sale sdegnose della grande citt
l'eco di una sostanza colossale ha sempre una grande importanza. Egli aveva
viaggiato e aveva lasciato qua e l un po' della sua pinguedine e molto del
suo denaro. In cambio aveva riportato dei vestiti di un sarto in voga, le
maniere distinte, il frasario convenzionale dei saloni, la disinvoltura e
l'impertinenza della sua ricchezza. Elena ne fu piacevolmente impressionata,
quasi lusingata, come ci fosse opera sua, pel lievito che aveva lasciato la
sua memoria in quel mezzo contadino. E per quanto fosse padrona di s, per
quanto volesse persuadersi sinceramente di non aver pi un pensiero che non
fosse per suo marito, era troppo donna per non lasciarglielo indovinare. Don
Peppino dal canto suo era abbastanza incivilito per non accorgersene, per non
fondarci sopra mille castelli in aria, aiutandoli colle chiacchiere sentite in
caff, dinanzi al banco del farmacista, nello studio del notaio. Egli aveva
raccolto, come gli altri del paesello, i pettegolezzi che correvano sulla
riputazione dell'Elena. Alla sua primitiva ammirazione ingenua per la
cittadina, gonfiata nella disoccupazione del paesello, si mescolava adesso un
sapore pi acuto, l'immagine della sua nuca bianca, dei suoi occhioni grigi,
le carezze della sua voce, il ricordo delle sue civetterie innocenti, il
desiderio delle sue labbra rosse. Il poco che ella gli aveva accordato
s'ingigantiva e si inaspriva ora al sorgere di tutte quelle memorie, gli
pareva che ella fosse stata qualcosa per lui, gli avesse lasciato come una
promessa. Ma tornando a farle visita, ogni volta, si trovava di nuovo
impacciato e timido; sentiva ingigantire il suo desiderio all'ostacolo che
incontrava in se stesso; continuava ad esprimerle la sua ammirazione bramosa
con una riserbatezza esitante che aveva l'attrattiva del pudore. La donna
ricominciava a sentire un piacere mascolino nell'indovinare tutte coteste
impressioni, nel solleticare coteste simpatie, nel provocare la confessione di
questi sentimenti, come un seduttore raffinato gode nell'assaporare il
turbamento che mette nell'anima d'una giovinetta, per l'attrattiva della
novit, per la freschezza della sensazione, pel gusto di destare l'incendio
senza lasciarsi scottare, di sfiorare il male senza cascarci. No! stavolta non
voleva cascarci! Egli le portava dei fiori, passava delle ore ad adorarla in
silenzio. Aveva finito per mandare a monte il suo matrimonio. Tutta Altavilla
avrebbe potuto credere che era l'amante di Elena. Ma ella non gli aveva dato
la punta di un dito. No, neppure la punta di un dito.
Perch avete rotto il matrimonio? Sapete, non mi piace! No: siamo amici,
sentite, ma niente dippi! No!
Don Peppino arrivava a piangere di desiderio, di gelosia, di disperazione,
baciandole le mani fredde.
No! No! giammai! Io son maritata.
Poi le crudelt della civetteria: Cosa facevate ieri sera in casa Brancato?
Non voglio che vi sdolciniate con quella sguaiata della Golano! Nessuno dei
miei amici deve andare in casa Azzari. Buona notte ora, che  tardi.
E tutto il paese, inquieto, geloso, spiava per turno le finestre, si attardava
nelle piazze, dai vicini, trascurava gli affari proprii per veder chiaro nella
cosa, mandava in visita le donne, corteggiava don Peppino, sperando che
cascasse in alcuno dei trabocchetti che gli si tendevano con discorsi
insidiosi, che mettevano da lontano al punto controverso, interrogava ansioso
il volto impenetrabile dello zio canonico, il lume della sua finestra che
vegliava su quella di Elena nell'oscurit. Almeno quello era un uomo, aveva la
bocca per non parlare, ma aveva pure degli occhi per vedere; non somigliava a
quel marito che se n'era andato a dar sesto ai suoi affari di Napoli, senza
accorgersi del malanno che gli cascava sul capo ad Altavilla. I pi indulgenti
dicevano che marito e moglie erano separati di fatto, da un pezzo, e serbavano
le apparenze esteriori per riguardi umani. Elena aveva procurato a Dorello una
clientela ricca e numerosa. Egli l'aveva sposata per questo, e faceva affari
d'oro a Napoli, senza curarsi d'altro. Si citavano nomi senza fine, date,
aneddoti precisi e accertati. Nella spezieria e al casino non parlavasi
d'altro. I curiosi si affacciavano sugli usci allorch le sorelle di Cesare
andavano a messa; le signore allungavano il giro e passavano dalla piazza per
vedere se c'era l'Elena affacciata, e scambiare un saluto dalla finestra, e se
potevano anche quattro chiacchiere. L'impiegato postale esaminava attentamente
ogni lettera che partiva per Napoli all'indirizzo di Cesare Dorello,
voltandola e rivoltandola dieci volte per ogni verso, prima di decidersi con
un sospirone a metterla colle altre nel sacco della spedizione.
Se incontravano per via don Luigi, con suo fratello il canonico, andavano loro
dietro, raccolti, intenti, per cercare di carpire qualche parola dei loro
discorsi, e sentire se trattavasi del nipote o di sua moglie.
Il loro buon istinto non li ingannava del tutto. Lo zio don Luigi andava a
cercare ogni volta suo fratello il canonico per dirgli:
E' una porcheria! Non posso pi escire di casa dalla vergogna. Tutto il paese
non parla d'altro. La roba dei Dorello andr in mano di una che ci disonora
tutti!
No; rispondeva il fratello colla sua calma inalterabile. Lascia fare a me.
Vedr io.
E parlava d'altro, evitando il discorso ogni volta che il fratello don Luigi
ce lo tirava pian piano, fermandosi a chiacchierare colla gente che incontrava
quasi non ci avesse altro in capo, pi gentile ed ossequioso che non era mai
stato verso il barone.
Ma le ragazze, le quali lo conoscevano meglio, sentivano, malgrado il loro
triste raccoglimento, qualcosa di straordinario che pesava sulla casa, ormai
vasta e deserta, come un pericolo, una minaccia, che maturava e si accostava
lentamente; ed entravano timide nelle stanze della cognata, quelle stanze dove
c'erano ancora tante memorie della loro povera morta, senza osare di fissarvi
gli occhi, senza osare di fermarvisi, in presenza della foresteria, nel
mutamento che indovinavano senza comprendere.
Una sera don Anselmo, passando dinanzi all'uscio di Elena, picchi
discretamente.
Don Peppino era seduto presso la finestra, e si alz al comparire del
canonico, quasi ei fosse stato un vescovo per lo meno, tutto ossequioso e
imbarazzato. Stette ancora un poco, chiacchierando a casaccio col prete
impenetrabile e coll'Elena perfettamente calma. Poi si conged, come fosse
sulle spine, e se ne and un'ora prima del solito.
All'Elena, che glielo faceva osservare con perfetta disinvoltura, in presenza
dello zio, appena don Peppino se ne fu andato, il canonico disse sorridendo:
Son le dieci. Voi credete sempre d'essere a Napoli. Le dieci qui sono un'ora
straordinaria.
Stette un momento in silenzio. Poscia le prese la mano, e soggiunse colla sua
voce insinuante da confessore: Anzi, ascoltatemi, nipote mia. Certe visite, a
certe ore, qui da noi danno nell'occhio. Siamo in un piccolo paese, pieno di
pregiudizii, di pettegolezzi, sapete... Vi parlo come un parente, come un
padre, come un confessore. Non ve l'avrete a male.
No! disse Elena.
Lo so, meschinerie, pura maldicenza. Che volete farci? Non chiuderete la bocca
ai calunniatori. Don Peppino  giovane, ricco, scapolo... si dice anzi che
abbia voluto rimanere scapolo... Il meglio  tagliare corto alle chiacchiere
maligne, senza scandali, con bella maniera...
Va bene, interruppe Elena. Ho inteso.

16.
Cesare torn da Napoli all'improvviso, chiamato da un telegramma urgente di
don Anselmo per affari che reclamavano la sua presenza. Da qualche tempo il
canonico servivasi del telegrafo come un banchiere. Elena al veder comparire
suo marito si fece rossa. Alle domande che lui balbettava, colla testa
altrove, rispondeva distrattamente anch'essa:
S, la Barberina sta bene, tutti stanno bene... Chi non sta bene qui sono io
sola.
Cesare evit di rispondere. Elena allora gli domand, col suo viso duro che la
trasformava completamente da un momento all'altro:
Tuo zio t'ha scritto?
Cesare lev il capo, e i loro occhi s'incontrarono.
Voleva dire qualche cosa, ma non poteva. Si scolorava in volto, impallidiva
grado grado in un modo spaventevole. Infine balbett:
E' vero che la baronessa... ti ha fatto scacciare di casa sua?...
Elena avvamp in viso. Poscia impallid anch'essa. Ma non rispose, guardandolo
fisso.
Suo figlio... ha mandato a monte il matrimonio... per te?...
Ella non rispose nemmeno.
Lo speziale ha visto uscire don Peppino da questa casa... di notte.
Cesare aspett, ansante, tremando in tutte le membra, cogli occhi ardenti di
lagrime.
Ma rispondi! rispondi, sciagurata! Rispondi qualche cosa!...
Voglio andarmene a Napoli, dai miei parenti, rispose soltanto Elena.
Egli non disse motto, apr la bocca senza fiato. Barcoll. Poi cadde su di una
sedia.
Ah! ecco la risposta che gli dava! Non una parola di giustificazione, di
conforto, d'affetto, di piet, pel dolore atroce che pur doveva leggere nei
lineamenti di suo marito! Non un pensiero per lui! non un pensiero per sua
figlia? Allora tutte le memorie nere, tutte le gelosie, tutti i dolori del
passato gli morsero il cuore, vive, implacabili. Un'immensa vergogna, un
immenso scoramento, una collera amara lo invasero. Egli non trovava le parole,
ma tutto ci gli scintillava in quegli occhi ardenti e pieni di lagrime, gli
tremava nelle membra convulse. Le afferr le mani, con uno schianto di quella
angoscia sovrumana. Ella ebbe paura, soltanto paura, e si svincol atterrita.
No! esclam Cesare con un riso amaro. Non temere!

Don Liborio arriv colla famiglia, compresa la Camilla, arcigna. S'istallarono
nelle migliori stanze della casetta. Non aprivano bocca a tavola. E dopo
pranzo il babbo usciva a passeggiare col canonico, per regolare gli affari
della figliuola, prima di riprendersela.
Egli era venuto armato del codice, del commentario, di tutti i suoi libri
legali, felicissimo di poter sfoderare la sua eloquenza e i suoi cavilli.
Donn'Anna rovistava le casse e gli armadii della figliuola, andava attorno pel
vicinato a dir roba da chiodi del genero, tirandosi dietro, in prova, la
Camilla rassegnata e calma come una vittima. Il paese ci godeva nello
scandalo, lo allargava coi commenti, lo faceva irrimediabile. Elena chiusa
nella sua stanza, non si lasciava veder pi, e don Peppino se n'era andato a
Napoli per fuggire lo scandalo per aspettarla laggi dicevano le male lingue.
 Ah! finiamola, finiamola presto, per carit, diceva Cesare allo zio, come uno
che stia per perdere la ragione.
Il canonico, onde cercare di evitare il chiasso quando poteva, aveva fatto
ogni concessione. Finalmente, regolati gli interessi, come voleva don Liborio,
fissarono il giorno della partenza. La Barberina doveva restare colla madre,
sino all'et di metterla in collegio. La sera prima della partenza la
bambinaia la port dal genitore perch l'abbracciasse.
Cos la rompevano col passato! dimenticavano ogni cosa! e gli voltavano le
spalle! Elena, in quei cinque giorni, non aveva provato una sola di quelle
tentazioni che a lui avevano fatto girare il capo, di correre fra le sue
braccia, di dimenticare tutti i rancori e tutti i dolori in un amplesso! Non
gli si era fatta pi vedere. Partiva senza dirgli una parola. Che cuore aveva
cotesta donna? Qual sentimento aveva avuto per lui? Allora, in quella notte
eterna, fra le quattro pareti tetre della sua cameretta, il pensiero delle
altre ore di angoscia, delle altre notti insonni, torn invariato a
torturarlo. Cataldi! il poeta! il duca!... Dunque era vero? Si trovava
avvilito, non credeva a se stesso. Era sceso tanto in basso? Era stato geloso
di tanti?... Quanto c'era di vero nei sospetti? di fondato nella sua
gelosia?... Ah!... Ora che essa lo lasciava! Quando sarebbe stata libera...
Elena!... la sua Elena! sua moglie, la madre della sua bambina! La sua donna
adorata!... E poteva partire cos? E poteva lasciarlo, e non sentire proprio
pi nulla per lui? Dopo tanto amore, tante carezze, tanta intimit, tante
gioie, tanti sagrifizi!... Ella pure l'aveva amato. Ella pure!... Com'era
bella! quanto quanto!... come l'amava! E potevano lasciarsi cos? senza
vedersi!... L'avesse vista almeno un'ultima volta... in quel letto, coi
capelli sciolti... vederla dormire!... un'ultima volta!... Poteva dormire?...
La fiamma del lume solitario drizzavasi diritta sulle pareti nere. La piazza
deserta, di l dei vetri. Non un passo, non una voce, non un tocco d'orologio.
Nella casa non si udiva un sol rumore della numerosa famiglia. Il passato
scompariva tutto, la gelosia, la collera, il dolore, tutto... Non restava che
Elena, la sua Elena, di l, dopo due o tre stanze, che partiva il giorno dopo,
per sempre!... Almeno vederla un'ultima volta! l'ultima!... S'ella si fosse
svegliata? se gli avesse buttato le braccia al collo? se gli avesse detto:
Perdonami! S, anche allora!... fosse anche stato certo!... che gliene
importava a lui, se Elena avrebbe potuto amarlo un'altra volta?... Sarebbero
fuggiti insieme, lontano!... Ma lasciarla!... Forse lasciarla ad un altro!...
Piuttosto si sarebbe ucciso sotto i suoi occhi, con quel pugnale, se lo
lasciava cos!... No! no! senza di lei non poteva restare... senza la sua
Elena... Meglio la morte... meglio!
Le stanze erano buie, in fondo trapelava dall'uscio il lume della lampada di
lei. Un lieve sforzo e l'imposta cedette. Elena non era di quelle che hanno
paura. Dormiva serena, quasi sorridente, coi capelli neri sul guanciale, il
viso bianco posato sul braccio nudo. Quante memorie, quanta dolcezza, quanto
amore c'eran l! Che dolore, che angoscia terribile, che smania, che
gelosia!... Degli altri! degli altri!... quel braccio nudo, quell'omero nudo!
quella bocca profumata! quei capelli folti... Ah! degli altri! degli altri,
come lui! come lui!... Ella... come a lui... E quando fosse stato lontano...
quando ella fosse stata libera... Allora... allora!... E se dopo gli avesse
detto: Vieni, egli sarebbe andato! E qualunque cosa avesse voluto da lui, egli
l'avrebbe fatto! E finch fosse stata viva, lo avesse anche tradito cento
volte, egli sarebbe tornato cento volte a leccarle i piedi! Vile! vile!
vile!... Era malato, era pazzo! quella era la sua malattia, quella era la sua
pazzia! finch'ella vivrebbe!... finch vivrebbe!... Di altri!...
Ebbene.. s! che importa?... Il passato... che importa il passato?... Cos' il
passato?... Purch Elena fosse tornata ad amarlo? Purch fosse tornata ad
esser sua!... Fuggirebbe. Cambierebbe nome... Dimenticherebbe ogni cosa!... Se
ella poteva tornare ad amarlo!... Se ella lo vedeva! l, in quel momento
supremo, pronto a morire, con quel pugnale per uccidersi! Le scoperse il seno,
e chiam con voce sorda: Elena!
Ella si riscosse atterrita, cogli occhi stralunati. Ebbe paura, e balz fuori
del letto, colla voce soffocata in gola dal terrore.
Egli continua a chiamarla, con uno strano accento di desiderio e d'amore:
Elena! Elena!...
Ella cominci a gridare, pazza di terrore, chiamando aiuto!
Ah! balbett Cesare rabbrividendo sino alla radice dei capelli. Ah! non mi ami
pi! non mi ami pi! Non hai che paura!...
Allora, afferrandola per il braccio, colla mano ferma, colp disperatamente,
una, due, tre volte.

FINE.
