Giovanni Verga.

Eva.

Trascrizione elettronica ad uso esclusivo dei non vedenti curata da:
Massimo Celani.
Revisione di: Edda Valsecchi.

Eccovi una narrazione, sogno o storia poco importa, ma vera, com' stata e
come potrebbe essere, senza retorica e senza ipocrisie. Voi ci troverete
qualcosa di voi, che vi appartiene, che  frutto delle vostre passioni, e se
sentite di dover chiudere il libro allorch si avvicina vostra figlia, voi che
non osate scoprirvi il seno dinanzi a lei se non alla presenza di duemila
spettatori e alla luce del gas, o voi che, pur lacerando i guanti
nell'applaudire le ballerine, avete il buon senso di supporre che ella non
scorga scintillare l'ardore dei vostri desideri nelle lenti del vostro
occhialetto, tanto meglio per voi, che rispettate ancora qualche cosa.
Per non maledite l'arte che  la manifestazione dei vostri gusti. I greci
innamorati ci lasciarono la statua di Venere; noi lasceremo il cancan
litografato sugli scatolini dei fiammiferi. Non discutiamo nemmeno sulle
proporzioni; l'arte allora era una civilt, oggi  un lusso: anzi, un lusso da
scioperati. La civilt  il benessere; ed in fondo ad esso, quand' esclusivo
come oggi, non ci troverete altro, se avete il coraggio e la buona fede di
seguire la logica, che il godimento materiale. In tutta la seriet di cui
siamo invasi, e nell'antipatia per tutto ci che non  positivo, mettiamo pure
l'arte scioperata, non c' infine che la tavola e la donna. Viviamo in
un'atmosfera di Banche e di Imprese industriali, e la febbre dei piaceri  la
esuberanza di tal vita.
Non accusate l'arte, che ha il solo torto di avere pi cuore di voi, e di
piangere per voi i dolori dei vostri piaceri. Non predicate la moralit, voi
che ne avete soltanto per chiudere gli occhi sullo spettacolo delle miserie
che create, voi che vi meravigliate come altri possa lasciare il cuore e
l'onore l dove voi non lasciate che la borsa, voi che fate scricchiolare
allegramente i vostri stivalini inverniciati dove folleggiano ebbrezze amare,
o gemono dolori sconosciuti, che l'arte raccoglie e che vi getta in faccia.

Avevo incontrato due volte quella donna, non era pi bella di tutte le altre,
n pi elegante, ma non somigliava a nessun'altra. Nei suoi occhi c'erano
sguardi affascinanti, come il corruscare di un'esistenza procellosa che era
piena di attrattive. Tutti gli abissi hanno funeste attrazioni, e quelle
voragini che ingoiano la giovinezza, il cuore, l'onore, si maledicono
facilmente, ahim! quando arriva la filosofia dei capelli bianchi. Era bionda,
delicata, alquanto pallida, di quel pallore diafano che lascia scorgere le
vene sulle tempie e ai lati del mento come sfumature azzurrine; aveva gli
occhi cerulei, grandi, a volte limpidi, quando non saettavano uno di quegli
sguardi che riempiono le notti di acri sogni; aveva un sorriso che non si
poteva definire, sorriso di vergine in cui lampeggiava l'imagine di un bacio.
Ecco che cosa era quella donna, quale si rivelava in un baleno, fuggendovi
dinanzi nella sua carrozza come una leggiadra visione, raggiante di
giovinezza, di sorriso e di belt. In tutta la sua presenza c'era qualcosa
come una confidenza fatta al vostro orecchio con labbra tiepide e palpitanti,
che vi rendeva possibile il sognare le sue carezze, e farci su mille castelli
in aria. Non era soltanto una bella donna, certe altezze non attraggono
appunto perch sono inaccessibili. L'ammirazione che ella destava assumeva la
forma di un desiderio; c'era nei suoi occhi qualche cosa come un sorriso e una
promessa che faceva discendere la dea dal suo cocchio superbo, o piuttosto vi
metteva accanto a lei, e faceva correre il vostro pensiero alle cortine della
sua alcova, e ai viali pi ombreggiati del suo giardino.
Si chiamava Eva, o almeno si faceva chiamare cos, e quel nome era forse un
epigramma. Tutti conoscevano la sua vita un po' pi in l del palcoscenico
della Pergola, e, forse meglio di tutti, le dame del gran mondo che parlavano
di lei celandosi dietro il ventaglio. Nessuno ne sapeva pi di un altro. Era
l'apparizione di un astro in mezzo alla splendida societ fiorentina, una
febbre di giovanotto fatta donna.
L'avevo incontrata due volte, e non mi era sembrata la stessa donna, forse per
le diverse disposizioni d'animo in cui mi ero trovato; e forse anche per ci
che era rimasta in me pi viva e profonda l'impressione di lei. La prima volta
la vidi pel Lungarno, in un elegante legnetto, e guidava una bella pariglia di
cavalli inglesi; aveva il sorriso negli occhi pi che nelle labbra, ed era una
cert'aria graziosa ed ardita in tutta la sua persona che vedendola faceva
sorridere di piacere. Io ero triste, senza saperne il perch, forse per non
avere meglio da fare, e macchinalmente la seguii cogli occhi e col pensiero, e
il pensiero corse lontano verso tutte le ridenti follie del cuore. Un'altra
volta la incontrai alle Cascine, in uno di quei viali che nessuno frequenta.
Quel mattino il mio cuore faceva festa, domeniche gioconde dei venticinque
anni che non tornano pi! Il sole splendeva, ed il sorriso brillava negli
occhi di Vittorina, larva di un di quei giorni in cui si prodiga tanta parte
di cuore come se non dovessero tramontare giammai, fantasma di un'ora felice
che si dimentica prima ancora che sia trascorsa, nello stesso modo che ella
avr dimenticato persino il mio nome, o lo rammenter come io adesso mi
rammento del suo, a proposito di qualche cosa che allora ci pass sotto gli
occhi senza che ce ne avvedessimo. Il viale era deserto, gli uccelli
cinguettavano fra gli alberi, e i rami sussurravano lieve lieve, intrecciando
mollemente le loro ombre in bizzarri disegni sulla ghiaia del viale. Noi non
si parlava certamente dell'ultimo fascicolo dell'Antologia. Vittorina era
allegra, cantava, rideva e il riso la faceva bella. Io guardavo ed ascoltavo.
Quando il nostro fiacre pass accanto ad un bellissimo legno, che stava fermo
in mezzo al viale, vidi, attraverso il cristallo scintillante, una testolina
bionda, come una rosea visione, incorniciata dall'imbottitura di seta della
carrozza. Ella ci volse uno sguardo, un solo sguardo limpido come l'azzurro
dei suoi occhi, ma disattento, anzi noncurante, uno di quegli sguardi che vi
affissano in volto senza vedervi, e torn a chinare gli occhi sul libro.
Vittorina chin il capo e ammutol, come se quella bionda e leggiadra visione
fosse sempre l, fra di noi, seduta sui cuscini della nostra carrozza.

La rividi anche mascherata ad un veglione della Pergola. La folla si apriva
sussurrante davanti a lei, e sguardi bramosi l'accompagnavano come se
indovinassero la sua bellezza soltanto a quello stivalino arcuato e a tacchi
alti che si posava da padrone sul tappeto. Io l'avevo vista un momento a viso
scoperto, mentre discendeva da una carrozza di cui i fanali scintillavano come
due stelle, sollevando arditamente la veste sul marciapiede con quella altera
civetteria che non si cura dello sguardo indiscreto, o gli getta come una
limosina l'onda vaporosa della battista e il lucido riflesso dello stivalino.
La rividi in mezzo alla folla, accompagnata da un elegante trovatore che le
dava il braccio, e seguita sempre da vicino o da lontano da un arlecchino, con
tanta insistenza che tutti la notavano. Ella passava sorridente sotto la sua
maschera, aveva un sorriso incantevole, e ogni volta che l'arlecchino
l'incontrava le ripeteva la sciocca domanda solita: Ti diverti, mascherina? Ed
essa rideva, rideva allegramente; e ridendo imporporava il basso delle sue
guance, quel po' che se ne poteva vedere. Una delle volte mi trovavo fra un
crocchio d'amici, e si fece largo davanti a quella regina che passava.
L'arlecchino la seguiva sempre, come un cane allampanato colla coda attaccata
al ventre e l'occhio bramoso intento al tozzo di pane che indovina nella tasca
del padrone; e ripeteva il suo ritornello col tono afflitto di un cane che
ustoli. Allora la bella mascherina, che non ne poteva pi, si strinse nelle
spalle con molta grazia, e gli gett in faccia una parola sola, voltandosi
dall'altra parte:
Noioso!
Noi ridevamo come matti. L'arlecchino si era fermato ritto, immobile, con
certi occhi che gettavano fiamme da sotto la maschera; e senza badare a quelle
risa, o senza accorgersene, esclam, obliando di contraffare la sua voce:
Ah!  lei!
E si allontan.
Il veglione era animatissimo. Si vedeva anche qualche domino elegante quasi
smarrito in mezzo alla folla. Fra il chiasso e la calda atmosfera s'indovinava
come un fiore di serra o di salone che passava, al profumo, al fruscio
particolare della veste, a certe leggiadre esitazioni, al guanto grigio che si
stringeva timidamente alla manica di una giubba. Per la bella mascherina e il
suo trovatore non si vedevano pi; erano forse partiti. Verso le due vedemmo
bens l'arlecchino tutto solo, grullo, smarrito, volgendo di qua e di l
occhiate da matto. Dava e riceveva colla stessa indifferenza spintoni da orbo.
Sembrava ubbriaco fradicio. Quei giovanotti, come lo videro, scoppiarono a
ridere fragorosamente, gridandogli dietro:
Uh! Noioso!
Egli si ferm, li guard con quell'aria stralunata, e sorrise stupidamente.
S, sono noioso disse sotto la maschera una voce che senza sapere il perch ci
fece trasalire come le tue liriche, come i tuoi drammi storici, come i tuoi
quadri di genere, come il tuo spirito di buona compagnia, come le tue fiabe.
Quest'ultimo complimento era diretto a me, sebbene non avessi aperto bocca, e
i miei amici avevano preso ciascuno il suo con pi o meno garbo, credendosi
obbligati a ridere.
Mi conosci? gli dissi.
Lo vedi.
Non c' che dire, hai dello spirito.
S, delle volte, a tavola. vogliamo andare a tavola?
Ci offri da cena? domand il conte C***.
No, vi offro di scommettere a chi la pagher.
Benissimo! e che scommessa?
Scommetto che dar un bacio a quella mascherina accompagnata dal trovatore.
Eh!
Ti gira?
Una cena di mille lire, disse l'arlecchino senza scomporsi. Nessuno gli
rispose. Lo credevamo matto.
Sembra che le tue scommesse non ispirino gran fiducia, disse il poeta.
L'arlecchino lo guard colla medesima calma, resa grottesca dall'aria
impassibile della maschera, e rispose:
Diamo in pegno il denaro.
A te?
No... rispose senza dar retta al motteggio. Mi affiss un istante, e
soggiunse: Ecco le mie cinquecento lire.
Quella preferenza mi sorprese. Ti conosco? gli domandai.
Non so, ma mi hai conosciuto.
Dove?
A Catania.
Cercai inutilmente di leggere sotto la sua maschera. Egli si lev il berretto
con comica gravit e ci disse:
Prima che finisca il veglione.
Ma s' partita? disse Arturo.
Non  partita rispose semplicemente l'arlecchino, e ci volse le spalle.
Egli era tutt'altro che stupido o ubbriaco; e l'imbarazzo del nostro silenzio
lo confessava chiaramente.
Che cos'era dunque?

M'aggiravo a casaccio fra le maschere, ora spingendo, ora spinto, allorch
sentii tirarmi per le falde dell'abito. Era di nuovo l'arlecchino, colla
stessa aria d'imbecille. Egli mi disse:
Vuoi venire con me?
Dove?
In palco.
Andiamo pure, risposi, curioso di sapere chi fosse.
Egli prese il mio braccio, mi fece salire al terz'ordine, e apr un palco.
Entrando si tolse la maschera, mi guard un attimo e mi domand:
Mi riconosci?
Avevo visto un volto pallidissimo, assai magro, con gli occhi luccicanti, come
per febbre, e incavernati in un'orbita accerchiata di livido, con certi
baffetti biondi appena visibili, e le labbra pallide.
No risposi Non ti riconosco.
Egli sorrise tristemente. Ah! esclam, son molto cambiato!... Enrico Lanti.
Infatti... adesso mi rammento...>
Fummo a scuola insieme. Tu avevi una giacchetta coi bottoni dorati ch'era la
tua disperazione, perch tutti ti canzonavano. Io ero cos grasso che mi
chiamavano badduzza; ti rammenti?
S.
Adesso non son pi badduzza! diss'egli; e l'accento contrastava stranamente
con la parola.
E' vero, sei molto cambiato.
Egli toss due o tre volte e non rispose.
Il silenzio si prolungava troppo; per dire qualche cosa gli domandai se egli
fosse da molto tempo in Firenze.
Da due anni rispose.
Sei pittore, mi sembra.
S. mi disse, con un sorriso che non dimenticher mai pi.
E dopo un istante:
Anche tu hai la malattia dell'arte!
La malattia?
Vuoi chiamarla follia? diss'egli con lo stesso sorriso amaro. Non discutiamo
sulle parole:  una malattia del cervello o del cuore, non mi picco gran fatto
di fisiologia, ma so ch' un gran malanno... Vedi, non son pi baddizza... ed
ho la febbre.
Si tolse il guanto e mi porse la mano, che scottava.
Ma tanto meglio! riprese con lo stesso tono, ridendo sempre in modo strano. Ti
ho cercato appunto per questo. Avevo bisogno di uno come te... Tu non mi
riderai in faccia almeno... Ed io non voglio che si rida di me!...
Gli occhi gli brillavano febbrilmente, e parlava concitato assai. Incominciai
a temere che fosse matto sul serio.
Tutt'a un tratto egli mi domand bruscamente:
Andrai in Sicilia?
Forse.
Conosci la mia famiglia?
No.
La conoscerai soggiunse son brava gente; non son signori, ma potrai stringer
loro la mano francamente... e parlar di me... Non dire di cotesta scommessa
per, e in caso di disgrazia non dire come sono morto... La mia povera mamma
piangerebbe anche la perdita dell'anima mia... D che son morto di tifo, di
miliare, in buona casa, ch in Sicilia l'idea dell'ospedale stringe il cuore,
e che sono stato assistito dagli amici fino all'ultimo momento...
Ma che discorsi mi fai!
Egli mi guard sorpreso, come se avessi rotto il filo logico di premesse ben
stabilite, e rispose tranquillamente:
Ma io potrei anche essere ucciso invece di uccidere.
E ne parlava con calma sinistra.
Che?...
T! non ti rammenti della scommessa?
Allora il vero scopo di quella follia mi balen in mente nudo e minaccioso.
Ti batterai?
Oh!! esclam con un sorriso indefinibile che era quasi lugubre su quel volto
cadaverico.
Odii quell'uomo?
S mormor coi denti stretti, e l'uccider!
Per colei?
S!
L'ami!
Egli trasal.
La odio! La disprezzo! Vorrei morderla, vorrei schiaffeggiarla!... vorrei
pestarmela sotto i piedi!
Toss di nuovo e soffoc la tosse col fazzoletto. Questa volta lo sforzo fu
cos violento che egli chiuse gli occhi, e sulle sue guance pallidissime
passarono certe fiamme di malaugurio. Allorch riapr gli occhi mi sembr di
vedere un cadavere. Egli mi disse con voce intieramente mutata da un istante
all'altro:
Tu lo vedi, se non muoio di spada morr di qualche altra cosa. Ma non penso a
ci che per i miei poveri genitori, e per la mia sorellina... Stringendo la
tua mano mi sembra di stringermi al cuore quei poveretti che saranno tanto
afflitti...Ecco perch ho voluto parlarti. Non  vero che in certi momenti,
quando siamo molto lontani dalla famiglia, proviamo delle strane tenerezze per
le persone che ce la rammentano, o che hanno il pi lontano rapporto con essa?
Mio caro... tu esageri...
Io esagero? rispose con lo stesso sorriso. Va' a chiederlo ai medici di Santa
Maria Nuova se esagero... o vieni alle Cascine fra le sei e le sette...
Cotesto duello  dunque inevitabile?
Egli mi guard sorpreso.
A meno che il conte non prenda in santa pace la scommessa.
Quale conte?
Il conte Silvani, il trovatore.
Ma puoi anche uscirne vincitore...
Perbacco! esclam con sinistro entusiasmo. Lo so!
Ma adesso hai la febbre. Non vorrai aspettare qualche altro giorno?
La febbre non mi lascia mai. Ma che importa!... Anzi!... Vedi che il pugno
trema!... e lo guardava con triste soddisfazione. Vedrai come ci star bene la
spada!
E la tua famiglia?
Povera mamma! diss'egli passandosi il guanto sugli occhi.
Non vorrai vederla?
No!... No!... ripet dopo un breve silenzio in tono tutto diverso e
afferrandomi le mani. Non ne ho il coraggio.
Le lagrime gli luccicavano nell'orbita, e sentii che quelle lagrime mi
toccavano il cuore.
Se sapessi come sono fatti gli occhi della madre che ti affissano in volto in
certi momenti e ti chiedono certe cose!... Se sapessi! mormor come parlando
fra di s.
Tutt'a un tratto sentii trasalire le sue mani nelle mie.
Guarda! esclam. La vedi?... Lei!... Non  bella? mi domand Enrico seguendola
tra la folla con gli occhi ardenti.
Oh!>
Se tu la vedessi senza maschera!...>
L'ho vista.
Ah! tu la conosci! Ella ti ha gettato la fiamma del suo sguardo... anche a
te!.. Non  vero che farebbe commettere tutte le pazzie?...
Essa scomparve verso la porta. Enrico era rimasto sempre con gli occhi fissi
dov'ella non era pi, e le scagli dietro una parola infame come
un'imprecazione.
Ah! Ah! sogghign con un riso che voleva essere allegro ed era tristissimo. Se
tu sapessi che cosa ho fatto per colei! e si torceva le mani. Tu riderai di
me, eh?
Oh, no! Ti compiango.
Non voglio della tua compassione! mi disse bruscamente.
Poscia, come pentito, e stringendomi la mano:
Se tu sapessi come mi sento spregevole e vile!... come mi disprezzo! Dimmi,
soggiunse dopo una breve esitazione, piantandomi in volto due occhi luccicanti
come quelli di un pazzo, voglio domandarne a te che ti occupi di coteste
orribile malattie... Dimmi come possono farsi di tali cose per una donna che
si disprezza, che si odia... Dimmi come pur sputandole in faccia tutto
quest'odio e questo disprezzo si possa morire per lei, si possa sacrificarle
l'onore, la vita, la famiglia, la giovinezza, l'arte, tutte le cose che
sorridono e che si amano, per abbeverarsi del fiele dell'amore di lei... Dimmi
come accada tutto ci...E dimmi che nei miei panni tu avresti fatto come me, e
saresti vile e spregevole del pari!...Oh dimmi questo!...ch mi sembra di
impazzire!...Vuoi che io ti narri questa storia...vuoi?...
S! gli dissi sentendomi invadere dalla sua commozione.

Ma bisogna che ti dica quello che ero per farti comprendere quel che sono
diventato. Ero un genio in erba, una speranza dell'arte italiana, coi capelli
lunghi e il cappellaccio alla Rubens; abitavo all'ultimo piano di una vecchia
casa in Santo Spirito che il vento, d'inverno, sembrava far traballare sulle
fondamenta, e desinavo a cinquantacinque lire al mese. Per in tutte coteste
cose ci mettevo, direi, tanta buona fede, che le rendevo quasi rispettabili.
Il mio paese mi pagava una pensione, allo scopo di aumentare il numero dei
suoi grandi uomini. I miei professori ed i miei colleghi mi tenevano in gran
conto,  vero che c'era poco da fidarsi di loro che avevano in corpo le stesse
magagne, ma chi ci avrebbe rinunciato? Il pubblico ed i giornali mi bruciavano
sotto il naso tutti gli stimolanti della vanagloria. Ebbene, chi sarebbe stato
pi forte di me scagli la prima pietra... Io battezzai pomposamente la mia
vanit; la chiamai amore dell'arte, e presi sul serio i miei capelli lunghi e
tutte le altre belle cose. Ero contento di passeggiare per le vie di Firenze,
come se andassi a braccetto con Raffaello o con Michelangelo. Mi pareva di
respirare l'arte a pieni polmoni; e avevo in cuore tutti gli entusiasmi, le
antipatie, gli affetti della mia illusione. Vivevo come in un'atmosfera del
Cinquecento che mi rendeva idolatra dei palazzi anneriti dal tempo, delle
gronde sporgenti e malinconiche, e delle acque torbide dell'Arno... In fede
mia! aggiunse con un ghigno amarissimo non avevo ancora pensato all'ospedale e
al camposanto...
Tacque e si pass a pi riprese la mano sulla fronte, come per scacciarne
molesti pensieri o la commozione che lo vinceva.
Follie! si! mormor dopo qualche istante quasi parlasse fra di s.
Sei certo di non sbagliarti giudicando cos dei sentimenti umani?
Oh, no...Nessuno potrebbe avere cotesta sicurezza... poich non ci sono
sentimenti veri.
Eh?!
Quistione d'ottica, mio caro. Io chiamo follie quelli che tu chiami nobili
affetti, rispose con cinismo amarissimo perch... perch mi hanno ridotto
quale mi vedi... Quanto guadagni con la tua arte? soggiunse dopo un breve
silenzio, appoggiando l'accento in modo ironico sull'ultima parola.
La domanda era cos brusca e brutale che lo guardai sorpreso. Egli scoppi a
ridere. Lo vedi, mi disse, ti vergogni a dirlo! Adunque sei un pazzo vanitoso,
il peggiore.
Ero disgustato da quell'affettazione, e gli risposi secco secco:
Io mi contento di non mischiare del danaro in certe idee.
Bella frase! disse senza scomporsi. Un tempo mi sarebbe parsa anche una nobile
risposta. Ma, amico mio, in un'epoca in cui le pi vive ambizioni dell'uomo,
ed i pi seri sforzi della sua attivit hanno uno scopo positivo, arricchire,
la logica ha il difetto di non prestarsi alle ipocrisie, confesserai anche tu
che le tue idee, nelle quali non vuoi mischiare del danaro, non valgono
nulla...Cio... no!... Valgono a gettarti fra i piedi di cotesta gente,
laboriosa perch  assetata di donne e di vino. E cotesta gente, che si
affretta verso la Borsa, rider di te, ubbriaco in pieno giorno delle sue
passioni. Ch anche tu vivi nella medesima atmosfera, e la bevi avidamente,
perch il tuo cervello e i tuoi nervi sono in uno stato di esaltazione
morbosa. E la folla ti schernir, finch arriva una pietosa guardia urbana che
ti conduce in prigione in nome della moralit, o ti chiude nel manicomio.
Egli si tacque per esaminare trionfante l'effetto della sua eloquenza da
pessimista.
Che cosa mi rispondi? domand sorpreso del mio silenzio.
Che hai veramente il cuore ammalato.
Sar anche vero. Gi te l'ho detto che  quistione d'ottica, ed io non
pretendo all'infallibilit.
E ti credo molto sventurato.
S! S! accenn col capo, e sembrava commosso; indi soggiunse: E' pure una
gran sventura quella di perdere certe illusioni... certe follie... care follie
che riempivano di rosei sogni la mia cameretta al terzo piano!...E poi, che
resta quando esse son svanite?...
Tu lo vedi!
S! ci dev'esser qualcosa di vero in coteste illusioni che spalancano il cuore
a due battenti verso tutto quello che  nobile e bello!... esclam lasciandosi
dominare dalla commozione. E poscia come pentitosi, rifacendosi scuro in
volto: Ma  poi vero che sia nobile e bello ci che mi  parso anche ridicolo
un giorno?...>
Un giorno di febbre o di sconforto!..>
Potresti assicurarmi quali sieno i giorni di sereno, per giudicare con
esattezza dei sentimenti, tu che hai amato e odiato la stessa cosa, che ne hai
pianto e riso nel medesimo giorno? domand con quel sorriso che voleva sembrar
cinico ed era una contrazione dolorosa del suo cuore. E lasciando pi libero
varco alla sua amarezza mormor: Non c' altro di vero che la modificazione
dei nostri nervi o la temperatura del nostro sangue.
La tua scienza  desolante! E' la scienza del nulla!
E' vero!
Non hai ma pensato alla tua famiglia?
Egli trasal e si fece pallido; accenn due o tre volte a voler parlare, e le
labbra gli tremavano.
Io l'ho abbandonata per correre dietro a quelle larve! mormor con voce
soffocata. E allora ho dovuto chiedermi quale di cotesti due affetti fosse il
vero, se il pi forte o il pi puro...E' stato un gran dolore!...Ma il dolore
 una debolezza, non  una verit...e dei due affetti sai quale ha vinto...nel
mio cuore entusiasta e vergine?... ha vinto il pi turpe; ha vinto il sensuale
nella mia anima che viveva in un mondo ideale...Ora dimmi tu le tue frasi
sonore; io ti getter fra i piedi i fatti eloquenti.

Io non avevo mai amato, o almeno cotesto sentimento che era sparso in tutto il
mio essere non si era incarnato in una figura di donna. Ero superbo della mia
arte, superbo di me che la sentivo degnamente, e ci mi rendeva quasi geloso
di me medesimo. I miei sogni erotici non erano mai scesi pi gi di una
duchessa, cui prestavo gratuitamente tutti i miei entusiasmi, e piedi che non
si erano mai posati sul lastrico delle vie, e mani che nessuno aveva mai visto
senza guanti, all'infuori di me. E aspettando la duchessa che non veniva, io
facevo all'amore coi miei quadri, sognavo i capelli biondi della cameriera che
spolverava le tende della finestra di faccia alla mia, i soli capelli, o le
linee graziose degli omeri della modista che vedevo tutti i giorni dietro la
vetrina in via Rondinelli. Nella comprensione dell'arte c' una squisita
sensualit; la bellezza plastica che compenetravasi nel bello ideale aveva per
me certi affascinamenti, ancora verginali ma potentissimi.
La mia vita scorreva serenamente in un mondo che m'ero creato colla mia
fantasia. Non avevo mai rivolto un solo sguardo di desiderio su quei piaceri
di una grande citt che mi passavano sotto gli occhi, sebbene ad una certa
distanza, e come in una nube; oppure se ne avevo provata la curiosit, con un
amaro sentimento di privazione, m'ero rifugiato nella mia arte come nelle
braccia di un'amante. Il mio pi grande divertimento era quello di andare a
teatro la domenica. Avrei preferito,  vero, quegli spettacoli che parlano pi
vivamente all'immaginazione, come l'opera in musica ed il ballo; ma erano
spettacoli che costavano cari, e in ciascun mese ci son quattro o cinque
domeniche, troppo lusso per un bilancio di centocinquanta lire.
Ora se ti dir che senza fare un buco nel mio bilancio io non avrei fatto uno
strappo nel mio cuore, che se una domenica non fossi andato alla Posta per
riscuotere un vaglia non avrei visto forse il cartellone della Pergola; e se
non avessi finito il giorno innanzi un lavoro di cui ero soddisfattissimo, e
il sole di quella domenica non mi fosse perci sembrato in festa come il mio
cuore, io avrei visto il cartellone senza pensare a fare un buco nel mio
bilancio, tu mi darai del fatalista... Farai come tutti gli altri, ti
sbarazzerai con una parola di un esame increscioso.
Andai dunque alla Pergola di buon'ora per trovare un posto in platea; e l,
nella semi oscurit, col mio palet piegato sulla spalliera, l'ombrello fra le
gambe, il cappello sull'ombrello, l'occhio intento, stavo a godermi il mio
biglietto d'ingresso esaminando tutto, le dorature dei palchi, il leggio del
suggeritore, i lumi della ribalta, e soprattutto l'ora che segnava l'orologio.
I palchetti si andavano popolando di belle signore, almeno avevano indosso
tanti fiori, e gemme, e nastri, e bianco, e rosso, che nella mezza luce
sembravano tutte belle. Degli uomini poi ce n'erano cos ben vestiti e cos
ben rasi, e colle testine cos ben pettinate, ricciutelle e lucide, che quelle
belle donne dovevano al certo guardarli con tanto d'occhi spalancati, come io
guardavo loro, e istintivamente mi nascondevo le mani nude sotto il cappotto.
Squill un campanello; un'onda di luce invase quella splendida sala, e
incominci la rappresentazione. Io ascoltavo, guardavo, tutto commosso e
rimpicciolito nel mio cantuccio; il mio entusiasmo non si manifestava
altrimenti che come una gran soddisfazione di aver ben impiegato le mie tre
lire. Avevo comprato per tre sole lire un tesoro di emozioni. Costruivo un
paradiso di matte aspirazioni, di sogni e ne cercavo il riflesso negli occhi
scintillanti di quelle belle dame. E quando le vedevo parlare e ridere
sbadatamente, agitando il ventaglio o aggiustando il fisci, provavo una
molesta sensazione, e mi scuotevo bruscamente, come se m'avessero svegliato di
soprassalto da un sogno delizioso.
Vedi, mio caro, quante belle cose ci sono in tre lire per uno spettatore
novizio?
Alcuni istanti prima del ballo corse per la folla un mormorio di aspettazione.
Io sentivo come allargarmisi il cuore, e aggiustavo macchinalmente il mio
cappello sull'ombrello. Improvvisamente apparve una scena incantata,
riboccante di suoni, di luce, di veli e di larve seducenti che turbinavano
nelle ridde pi voluttuose, come una fantasmagoria di sorrisi affascinanti, di
forme leggiadre, di occhi lucenti e di capelli sciolti. Poi, quando quella
musica fu pi delirante, quando tutti gli occhi erano pi intenti, e tutti gli
occhialetti si affissavano bramosi sulla scena, corse un nuovo susurrio: Eva!
Eva! e in mezzo a un nembo di fiori, di luce elettrica, e di applausi, apparve
una donna splendente di bellezza e di nudit, corruscante febbrili desideri
dal sorriso impudico, dagli occhi arditi, dai veli che gettavano ombre
irritanti sulle forme seminude, dai procaci pudori, dagli omeri sparsi di
biondi capelli, dai brillanti falsi, dalle pagliuzze dorate, dai fiori
artificiali. Diffondeva un profumo di acri volutt e di bramosie penose.
Guardavo stupefatto, colla testa in fiamme e vertiginosa. Provavo mostruosi
desideri, e invidie, e scoramenti, e alterezze per la mia arte che sentivo
abbassarsi sino ai miei desideri, e pel mio ingegno che mi pareva si elevasse
sino a guardarla a faccia a faccia, l'arte; e in fondo a tutto questo, un
amaro rammarico di trovarmi in quel meschino posto di platea e senza guanti.
Poi tutta quella visione scomparve in un lampo di luce e in un'onda di musica.
Tutto torn buio. Rimasi ancora sognando, con quei suoni negli orecchi e
quelle larve davanti agli occhi. Mi alzai quando gli altri si alzavano; uscii
barcollando, urtando nel vestibolo tante belle signore, e calpestando tante
code, rischiando venti volte di gettarmi sotto i piedi dei cavalli in istrada.
Quella notte non potei dormire; mi sentivo come se avessi tutti i nervi
agitati; avevo bisogno di sfogarmi in qualche modo delle mie impressioni, e
giacch mi parve che il pennello non avrebbe potuto esprimerle tutte, mi misi
a scrivere... un vero delirio, un sogno da febbricitante, per senza pretese,
e senza altro scopo che quello di accenderne il fuoco quando avrei avuto
freddo.
Ahim! la stagione era mite; il caldo del cuore durava ancora troppo per
lasciar sentire il freddo alle membra, ecco perch quello scritto che non
raggiunse il suo scopo di comunicare la fiamma alle fascine del caminetto arse
il mio cuore e consunse la mia vita.

Un mio amico, appendicista molto conosciuto, veniva spesso a trovarmi, eravamo
giovani, artisti, entusiasti, matti del pari. Si fumava spesso la pipa insieme
e digerivamo la gloria di l da venire. Il mio cuore, o piuttosto la mia
immaginazione, aveva bisogno di espandersi. Gli parlai delle impressioni
ricevute con tanto calore che egli volle leggere il mio scritto e lo trov
bello. Dammelo, mi disse voglio farti amare da quella donna.
Eh?! risposi come sbalordito da quell'enormit.
Che ci trovi d'impossibile? La donna  cos vana! E la ballerina ha tanto
bisogno di simili entusiasmi che le facciano la reclame e si comunichino agli
altri!
Oh! amarmi! Lei... amar me!... Sei matto!
Chi lo sa! E poi mi renderai un servigio; mi risparmierai buona parte
dell'appendice teatrale che dovrei scrivere. Il tuo articolo  proprio bello;
me ne far onore.
E lo port via infatti, e la sera dopo trovai in camera il giornale ed una
letterina del mio amico.
Non te l'avevo detto? mi scriveva, il tuo articolo ha fatto furore. Eva
desidera conoscerti. Stasera trovati in teatro, ti presenter.
Provai come una fitta al cuore. Presentarmi a lei!... io!... cos fatto!... a
quella bellezza circondata da tante seduzioni, da tanti splendori, che non
aveva nulla di terreno!... proprio io!...E in me successe una lotta di mille
pensieri diversi, e l'intima soddisfazione ch'ella avesse letto il mio
articolo, avesse scorto una parte del mio cuore, e ne fosse lieta... e la
ripugnanza di svelare al pubblico e a lei stessa il segreto delle mie
impressioni, e il timore che esse fossero giudicate ridicole... Se ella mi
trovasse ridicolo?...
Non ebbi neanche un istante il coraggio di pensare ad accettare quell'invito.
Eppure ero felice, tutto solo nella mia cameretta, fantasticando cogli occhi
fissi sulla fiamma del caminetto.
A un tratto fu suonato il campanello con violenza. Io mi scossi bruscamente.
Udii nell'andito la voce di Giorgio. E cos, mi disse entrando, che cosa fai?
Non hai ricevuto il mio biglietto?
Si, ma...
O dunque?
Ma non verr... Non posso venire...
Eh! che diavolo! Ora che ho promesso di presentarti! Che figura mi fai fare?
Ma capisci...
Capisco che sei di una timidit ridicola.
Cos la paura di un ridicolo scacci l'altra, e mi lasciai condurre. Alle
porte del teatro sentii rinascere pi vive che mai le ultime esitazioni, e le
misi fuori risolutamente. Egli le respinse senza ammettere replica e mi prese
pel braccio. Infilammo alcuni corridoi poco illuminati, e ci trovammo quasi
improvvisamente in mezzo ad un caos di ordegni, di assi, di tele dipinte, di
scale; tutto polveroso, unto, sudicio, dove stavano a chiacchierare alcuni
macchinisti in maniche di camicia, e un pompiere faceva la corte ad una
figurante lercia, seduta a cavalcioni su di una seggiola zoppa. Era il
rovescio di quel paradiso di tele dipinte e di fiori di carta. Di fuori
risuonavano applausi fragorosi che soverchiavano la musica da ballo. Tutt'a un
tratto, dalle quinte, entr correndo un leggiadro folletto, tutto involto in
una nube di veli, e rialzando la gonnellina appoggi il piede su di uno
sgabello per allacciare meglio uno degli scarpini.
E' lei, mi disse Giorgio; vieni.
Essa lev il capo, ancora tutta rossa e anelante. Ci vide e ci sorrise. Ahim!
un sorriso stanco, distratto, reso sgarbato dalla respirazione accelerata. I
capelli le cadevano sul petto senz'arte; alcune stille di sudore rigavano il
suo belletto; le sue candide braccia, vedute cos da vicino, avevano certe
macchie rossastre, e nello stringere i legaccioli vi si rivelavano i muscoli
che ne alteravano la delicata morbidezza; le scapule si ravvicinavano
sgarbatamente, fin la suola del suo scarpino era insudiciata dalla polvere del
palcoscenico. Ti parlo da pittore; ma anche da pittore ne avevo ricevuto la
prima impressione. Era la silfide dietro la scena, nel suo momento di prosa,
in cui non ha bisogno di essere bella, e non si cura di esserlo. Ora 
impossibile esprimerti l'effetto che tutto ci doveva fare sulla squisita e
mobilissima sensibilit mia. La farfalla tornava bruco, ed io ne risentivo un
dispetto ed una amarezza indicibili.
Ah, il signore!... diss'ella sorridendo fra un nodo l'altro. Le sono molto
riconoscente del suo articolo.
E siccome io non rispondevo, il mio amico stim conveniente dire qualcosa per
conto mio. Ella si rizz, tutta rossa, ancora anelante, ed aggiustando i suoi
capelli e le pieghe del suo gonnellino, mi affissava coi suoi grand'occhi,
erano tutt'altri occhi che quelli lampeggianti ebbrezze e seduzioni mentite
che avevano sconvolto la mia ragione; ma ci era un'aria d'insistente e quasi
ingenua curiosit ch'era stranissima.
Rientro in iscena, disse vivamente e stendendoci le due mani nello stesso
tempo. Mi rincresce non potermi fermare pi a lungo. Ma spero che il signore
vorr farmi il piacere di venirmi a trovare...
Ci sorrise e con la vivacit piena di grazia spinse all'indietro colle due
mani quel fiocco di velo che formava il suo gonnellino; riprese come una
maschera il suo sorriso e disparve.
Rimanevo tristamente l dov'erano svanite le mie illusioni.
Che te ne sembra? domand Giorgio.
In fede mia... non valeva proprio la pena di venir qui a sciupare i bei frutti
delle mie tre lire!
Che bel matto! Avresti voluto essere accolto con una piroetta? E credi forse
che la prima ballerina della Pergola non debba far altro che sorrisi
convenzionali e gesti aggraziati? Puoi essere ben contento, giacch ti ha
invitato ad andarla a trovare...
Oh, grazie!
Saresti capace di non andarci!
Tanto capace che non ci andr.
Eh, via! cotesto si chiama viver nelle nuvole!...
Lasciami pure le mie nuvole cos belle, perch tutto il resto  cos brutto!
Amen! rispose Giorgio in tono derisorio. Non te le invidier, di certo!

Anzi, avevo detto a Giorgio un altro giorno, voglio tornare a vederla, cotesta
sirena che abbaglia la ragione collo scintillare delle sue pagliuzze dorate, e
che irrita i sensi colle sue vesti vaporose, che mette la febbre nel sangue, e
fa scrivere appendici ridicole. Voglio ridere di me anch'io, giacch ne hanno
riso gli altri, e lei per la prima.
Si direbbe che nella tua ironia c' molta amarezza!
No! c' del dispetto!... C' il dispetto di aver visto il mio cuore
ginocchioni davanti a cotesta dea che si allaccia le scarpe come l'ultima
donnicciuola...
Giorgio quest'altra volta era accanto a me, in teatro, e guardava cogli occhi
spalancati quella donna circondata dagli stessi splendori, e irradiante le
medesime ebbrezze. E a rispondere colla sua ammirazione al mio sarcasmo,
esclamava quasi fra s: Perdio!... com' bella!...
Oh! S! S! Ed  qualcosa che irrita, che fa dispetto, questa bellezza alla
cui presenza il cuore si contorce di spasimo e la ragione diventa vigliacca,
cotesta profanazione del bello che, sorridente e non curante, calpesta colle
sue scarpine di raso tutto quello che abbiamo creduto puro e santo, la donna,
l'amore, l'ideale. Vedi, essa mi ha messo la febbre nel sangue, ed io mi sento
come schiaffeggiato.
Mio caro esclam Giorgio uscendo fuori dai gangheri qualche volta io credo che
tutte le nostre creazioni rachitiche non valgano un capello della schietta
bellezza fisica.
Ah! s, per esempio cotesta vale tre lire.
Oh!
S, ella vende per tre lire le sue spalle, il suo seno, le menzogne dei suoi
sguardi, i baci del suo sorriso, il suo pudore, per tre lire, a me, a te, a
quel grasso signore con l'occhio imbambolato dal vino, a quel giovane che le
getta in faccia i suoi sozzi desideri con esclamazioni da trivio, a
quell'elegante annoiato che fissa su lei il suo occhialino distratto dal fondo
del suo palchetto, a quella signora che non si fa pagare la seminudit, ma che
la guarda con disprezzo. Tutto ci non vale che tre lire; ella ebbra, procace,
in mezzo a gente che ha la testa a segno, e qualche volta il sorriso o la
curiosit insultante!... Nelle medesime condizioni la cortigiana ha su di lei
il vantaggio di aver di faccia un uomo abbietto e ridicolo del pari.
Essa ha udito tutto quello che hai detto di lei! rispose ridendo Giorgio che
da qualche istante non mi dava pi retta.
Io trasalii, spiegamene tu il motivo, se puoi.
Davvero? esclamai come se fosse stato possibile.
S. Non vedi come ci guarda?
Allora mi accorsi che la mia sorpresa e la mia credulit erano ridicole, e
giacch mi sentivo umiliato, senza saperne il perch, ammutolii.
Giorgio era partito prima di me. Quando fui per uscire mi si avvicin un
inserviente del teatro e mi porse un biglietto.
A me? esclamai sorpreso.
Sissignore, mi fu ben indicato.
Da chi?
Dalla signora Eva.
Eh?!...
Che l'aspetti nel vestibolo. Verr fra mezz'ora.
La mia sorpresa era tale che non potei metter fuori una sola delle
interrogazioni che mi si affollavano in mente.
Apersi il biglietto e lessi:
Non siete venuto: perch? Se volete accompagnarmi dopo il ballo, aspettatemi
nel vestibolo.
Rimanevo come sbalordito dalla sorpresa, leggendo e rileggendo quelle due o
tre righe, sentendomi serpeggiare fiamme ignote per le vene, provando
improvvisi ed inesplicabili turbamenti. Gli spettatori, gli artisti, gli
impiegati del teatro erano tutti partiti gli uni dopo gli altri; i lumi erano
stati spenti; non rimaneva che qualche fiammella di gas per i corridoi, e il
lampione di un fiacre che si riverberava sull'invetriata del vestibolo. Avrai
osservato come in certi momenti eccezionali un oggetto insignificante
assorbisca tutta la nostra attenzione e s'inchiodi nel nostro cervello. Quel
lume che brillava al di fuori esercitava una specie di fascino sui miei occhi,
e sembrava mi penetrasse sino al cuore con un raggio di fuoco. Non sapevo da
qual parte ella sarebbe venuta, e al menomo rumore che udivo su per le scale o
pei corridoi il sangue mi si rimescolava tutto. Venti volte provai una gran
tentazione di scappar via. Avevo paura, ecco!
Udii un leggero fruscio di seta dietro a me; usc dall'ombra di un corridoio
una donna tutta infagottata nelle sciarpe, nelle pellicce, e col velo sul
viso. Attravers quasi correndo il vestibolo; pass la sua mano sotto il mio
braccio, senza dirmi una sola parola; spinse l'usciale, e mentre raccoglieva
lo strascico della veste per montare in carrozza, mi disse con voce soffocata
sotto il cappuccio e il velo: Venite.
Appena fui seduto al suo fianco cal il cristallo, sporse il viso in fuori, ed
ordin al cocchiere:
Ai colli.
Poscia sollev il cappuccio che le veniva fin sugli occhi, gett il suo velo
all'indietro, e si volse a guardarmi fisso, senza dir motto, con un'aria di
curiosit insistente, e quasi fanciullesca. Erasi sdraiata in un angolo del
legno, col capo rivolto dalla mia parte. Sembrava assai stanca, e faceva
scorrere quell'occhio curioso su tutta la mia persona, dal capo alle piante.
A un tratto si rizz sulla vita, e mi domand semplicemente:
Come vi chiamate?
Enrico Lanti.
Quanti anni avete?
Venticinque.
Siete da molto tempo in Firenze?
No, da due mesi.
Ci resterete ancora del tempo?
Tre o quattro anni.
Io partir in giugno mi disse con una lieve tinta d'ingenua malinconia.
Aveva la voce sonora, di quella sonorit ch' dolce come una musica.
E s'abbandon sui cuscini, appoggi la testa all'indietro e chiuse gli occhi.
Sembrava che dormisse.
La notte era tiepida e rischiarata da un bel lume di luna. Sentivo accanto a
me quel respiro lievissimo come quello di una bambina; di quando in quando, a
seconda delle svolte che faceva il legno, un raggio di luna passava dallo
sportello e gettava dei capricciosi chiaroscuri su quel viso cos bianco da
sembrare diafano, su cui svolazzavano pel vento che veniva dal di fuori,
alcuni ricci biondi cos fini e leggieri che sembravano delle vaporose piccole
ombre cinerine. Credevo di sognare. Ero proprio io! dentro quel legnetto!
Sotto quel mucchio di velluto e di seta che era proprio lei!
Perdonatemi mi disse ella, dopo alcuni minuti di silenzio, senza neanche
aprire gli occhi. Sono molto stanca! E tutte le sere di solito mi riposo cos
un pochino.
E siccome volevo rialzare il cristallo che aveva lasciato aperto, mi disse:
Lasciatelo cos. La sera  bella!
Ma vi far male.
No, anzi!
Sporse la testa fuori dello sportello e respir con forza.
Mio Dio, come fa bene!
E rimase immobile, guardando lungamente al di fuori.
A un tratto si volse verso di me, e mi disse quasi bruscamente:
Perch non siete venuto a trovarmi?
Ero imbarazzato a rispondere, ed ella seguit, senza attendere la mia
risposta:
Siete poeta?
No, sono pittore.
E' lo stesso, siete artista! mormor, e mi affiss a lungo coi suoi
grand'occhi lucenti; cos a lungo che il mio imbarazzo si faceva visibile. Voi
non mi avete trovato pi cos bella, da vicino!... esclam con tutta
naturalezza, rompendo improvvisamente quel silenzio che mi sembrava eterno,
bench non durasse da due secondi. Oh, non mi dite nulla!... soggiunse con un
grazioso movimento del capo. E' cos!
E si tacque nuovamente, guard al di fuori, si pass a pi riprese le mani su
quei ricci ribelli, e di quando in quando mi affissava sempre con quello
sguardo insistente.
Di dove siete? mi domand.
Son siciliano.
E' assai lontana la Sicilia?
S.
Pi lontana di Napoli?
S.
Avete visto il San Carlo di Napoli?
No.
Io ci andr forse in dicembre.
Era una conversazione bizzarra, in cui le parole avevano tutt'altro
significato, e nell'accento della voce erravano certi suoni che ricercavano le
pi intime fibre del cuore.
E' vero che i siciliani sieno gelosi? mi domand dopo qualche istante.
N pi n meno degli altri.
Voi non siete geloso?
Non lo sono mai stato.
Non avete mai amato?
No.
Giammai?
Giammai.Mi affiss alcuni istanti e riprese:
Siete innamorato dell'arte vostra?
S.
Come di una donna?
Come di una donna.
Come lo sapete se non avete mai provato l'amore della donna?
Parve sorpresa ella stessa della sua scappata, e soggiunse, quasi per non
darmi il tempo di rispondere:
Come siete fatti voi altri artisti!
Nuovo silenzio, oscillante di vibrazioni arcane, e pieno di turbamenti
misteriosi.
Ho conosciuto molta gente, ma non un artista soggiunse. Dicono che sono cos
matti! Vi ho guardato con curiosit per questo. Ve ne siete accorto?
S.
Ma non ho visto nulla! Vi credo troppo superbi per lasciarvi scorgere... Avrei
una grande curiosit di leggervi in cuore le vostre stranezze. Vi guardo quasi
come un animale curioso.
E rideva schietta, ingenua, scoprendo i suoi piccoli denti, bianchi e lucidi.
Quasi vi faccio paura? le dissi ridendo.
No!... no!... rispose stringendomi la mano. Siete stato cos buono verso di
me!
Sembr esitare qualche istante, e all'improvviso mi disse con vivacit:
Ditemelo francamente: voi altri non vi montate la testa da per voi quando
pensate tante belle cose di una donna?
No.
Davvero?
Davvero.
Ah, com' bello quello che avete scritto di me! esclam battendo le mani con
aria infantile. M'ha fatto tanto piacere!
La sua vanit era cos sincera, cos ingenua, direi, ch'era quasi commovente.
Abbandonava fra le mie la sua mano senza guanto, quella piccola mano affilata,
tiepida, colla pelle fine come il raso.
Che sciocca sono stata a farmi vedere da voi tra le scene! soggiunse. Non me
lo sono mai perdonato! La colpa  mia. Vi ho letto in cuore come su di un
libro aperto...
Mi strinse la mano, per proibirmi di rispondere; mise la testa fuori lo
sportello e soggiunse come parlando a se stessa:
Rincresce davvero l'aver sciupate certe illusioni... Anche delle illusioni!...
Guardate! esclam con infantile vivacit poco dopo, tirandomi per la mano.
Guardate com' bello!
Misi anch'io la testa fuori dello sportello. Il legno correva pei deliziosi
viali dei Colli. L'alito di lei mi sfior il viso, e un brusco movimento della
carrozza spinse il suo volto sul mio.
Oh! esclam sorridendo e arrossendo, e buttandosi vivamente indietro. Che
bella sera! Vogliamo scendere?
Salt a terra leggiera come un uccelletto, e siccome la notte era freddina, si
strinse al mio braccio.
Che bel freddo! esclam ridendo e rabbrividendo con tanta grazia che mi
comunic il brivido delle sue membra. Corriamo!
E corremmo come due fanciulli, ella posando appena i suoi piedini sul suolo,
compiacendosi del fruscio della sua veste, e tirandosi sul viso il mantello
che il vento gonfiava.
Oh, com' bello! esclamava quando non tremava dal freddo. Oh! che bella sera!
Quando fummo di nuovo in carrozza ella chiuse tutti i cristalli, e si
rannicchi in un angolo del legno tremando e ridendo a sbalzi: Accostatevi di
pi mi disse; ho freddo.
Le misi un cuscino sotto i piedi, e il palet sui ginocchi.
Ma voi avrete freddo! diss'ella. Facciamo a met.
Tir indietro i suoi piedini, e gett sulle mie spalle met del suo mantello
di velluto.
Eccovi met del manicotto, soggiunse.Avete le mani gelate! Che piccole mani
che avete, signore!
E poscia con un sospiro tutto gaio: Ah come si sta bene cos!
Sentivo il suo corpicino delicato, tremante, raggomitolato in un cantuccio, e
che mi mandava sul viso il suo alito tiepido e profumato.
Che avete che non parlate? mi disse dopo un breve silenzio.
Nulla.
Siete contento di questa passeggiata?
S.
Anch'io! esclam, e un istante dopo, con quella sua bizzarra mobilit di
pensiero: Fate anche dei ritratti?
S.
Volete fare il mio?
S
Mi farete bella?
Come siete.
Vi piaccio?
Assai!
Anche voi mi piacete.
Tutto ci con tal franchezza e tal semplicit come se fossimo fratello e
sorella, o forse la cosa pi naturale di questo mondo.
Ebbene, che fate adesso? mi disse vedendomi sedere di faccia a lei.
Ho bisogno di guardarvi in faccia!...
Ella sorrise dolcemente, con quello stesso sorriso di piena e schietta
ingenuit, pieg la testa all'indietro, socchiuse gli occhi, schiuse le labbra
senza far motto.
E piovvero da tutta la sua persona su di me le sue emanazioni inebbrianti.
Poscia scoppi a ridere allegramente: Oh! che matti! che matti!... ma pure 
una gran felicit esser matti di tanto in tanto!... Quanta noia in tutto il
resto!
Anche il teatro? domandai.
Oh, soprattutto il teatro.
Allora perch non lo lasciate?
Ella mi guard sorpresa, con quei suoi grand'occhi spalancati da bambina, e mi
disse ingenuamente:
Ma  il mio mestiere, signore!
Ah!
E poi ci sono anche dei bei momenti.
Gli applausi?
S... in mezzo a tutti quei lumi, e quella musica, e quegli entusiasmi... e si
sente bella...
Si sente?
S, proprio! Da principio anche cotesto fa una certa paura... a trovarsi cos
bella e cos poco vestita sotto tutti quegli occhialetti che luccicano... E'
qualcosa che fa piacere e fa soffrire. Poscia quei sorrisi, quegli occhi,
quelle grida, quelle mani inguantate che si sporgono fuori dei palchi, montano
alla testa come una febbre... E poi c' anche una grande soddisfazione d'amor
proprio.
Quale?
Quelle di sentirci dire da tanti signori eleganti che siamo pi belle di
quelle gran dame superbe che ci guardano sdegnosamente come cagnolini
ammaestrati.
Ah! le visite sul palcoscenico?
S, e anche in casa.
Vi piacciono?
S, ce ne sono di quelle che piacciono
Diceva tutto questo guardandomi tranquillamente negli occhi, con una
grand'aria di semplicit e di naturalezza.
Che cosa avete che non dite pi nulla?
Proprio nulla.
Vi dispiace che vi abbia detto queste cose?
Oh, no!
Poich fra le visite che mi piacciono c' anche la vostra. E' vero che non me
ne avete fatte, ma me ne farete.
Oh, no.
Come no?! Perch?
Ella aspett lungamente la mia risposta, e riprese con la voce dolce ed il
fare insinuante di un bambino che teme di aver torto:
Ma se chiudo la porta in faccia a tutti quei signori sar fischiata... E
allora a voi per primo non sembrer pi bella...
C'era una sincerit, tale accento di verit nella sua voce, che non seppi che
cosa rispondere a quell'osservazione di cui la cruda verit mi spezzava il
cuore. Anche lei s'era fatta pensosa, e teneva il capo chino fra le mani.
La carrozza si ferm. Essa mise fuori il capo dallo sportello e mormor:
Diggi!
Volete tirare il campanello del primo piano? mi disse.
Al primo piano c'erano le finestre illuminate.
C' gente da voi!
S, mi rispose semplicemente e prese la mia mano.
Si era fatta improvvisamente triste. Erano le due del mattino; la carrozza era
partita; la strada era deserta e vivamente rischiarata dalla luna. Eravamo
soli, davanti a quella porta, come un commesso ed una sartina che fanno
all'amore di nascosto.
Verrete a trovami? domand.
Forse.
Perch forse? Non potete promettermelo?
Temerei di mancare.
Ah! temete diggi di mancare!
Mi scosse la mano, dopo un breve silenzio, e ripet con voce quasi
supplichevole:
Venite a trovarmi!
Verr.
Ah! bravo cos! Domani?
Domani.
Verrete a prendermi dopo il ballo?
Se lo volete...
Ma non lo voglio! Mi fareste un piacere, ecco!
Ebbene, s!
Arrivederci, dunque.
E scomparve nell'andito. Avevo fatto una ventina di passi quando udii che mi
chiamava per nome. Era la prima volta che udivo il mio nome in bocca sua, e mi
parve che mi mescolasse tutto il sangue. Mi volsi, era ancora sulla soglia, e
la luna l'irradiava tutta.
Dove abitate? mi domand semplicemente.
In Santo Spirito. E le dissi anche il numero.
Che piano?
Il terzo, l'ultimo.
Buona sera! e stavolta part davvero.

Rimanevo estatico, come inchiodato davanti a quella porta, respirando l'aria
fredda della notte a pieni polmoni. Sentivo un'esuberanza di vita quasi
dolorosa, che mi dilatava e mi comprimeva il cuore a vicenda. Mi pareva che
ella dovesse guardarmi dietro i vetri, e quelle finestre illuminate, dinanzi
alle quali passavano tutt'altre ombre che la sua, mi abbacinavano gli occhi.
Si, ero geloso di quegli uomini che l'aspettavano in casa sua, alle due del
mattino, e li vedevo belli, orgogliosi e sorridenti, rubarmi le sue parole, la
sua vista, e la felicit. Vidi come un baleno dell'avvenire; mi trovai povero,
solo, meschino, ridicolo, abbandonato su quella soglia, tremante di freddo e
divorato dall'invidia! Che cos'ero io per disputare quella donna a quegli
uomini felici? Provai dispetto, vergogna, gelosia rabbiosa; sentii che la
vertigine di quella sera mi strappava violentemente da tutte le mie affezioni,
e mi gettava nell'ignoto. Ebbi paura, e l'orgoglio mi diede la forza di
giurare che mai pi avrei riveduto quella donna, la quale si sarebbe
vergognata di confessare il suo amore per me.
Non dir che quel giuramento non mi costasse, e molto; ma ebbi la forza di
mantenerlo, per invidia, per dispetto, per orgoglio, per gelosia... non lo
so...

Il giorno dopo, nell'ora in cui avevo promesso di andarla a trovare, combattei
una lotta terribile. Venti volte fui sul punto di uscire, di correre a
buttarmi ai suoi piedi. Mi afferrai a due mani a tutte le mie pi dispettose
passioni, e non mi mossi... e se piangevo ero felice che nessuno mi vedesse
piangere.
Cos suon un'ora. Allora respirai con forza, come se avessi superato una gran
prova.
Faceva freddo. Di fuori un vento impetuoso scuoteva i vetri, e gemeva per le
strette viuzze di oltr'Arno. Guardavo i rari fiocchi di neve che svolazzavano
sui vetri, e pensavo alla mia famiglia lontana, e a tutte le tranquille gioie
che avevo abbandonato per correre dietro a larve affascinanti. Mi sentivo
invadere da cento ispirazioni gigantesche, e sognavo tutte le ebbrezze della
gloria.
All'improvviso fu suonato violentemente all'uscio. Saltai sulla seggiola come
se il filo del campanello fosse stato attaccato al mio cuore. Presi un lume e
andai ad aprire tutto tremante, come se attendessi una disgrazia...
Indietreggiai stupefatto.

Era Eva, tutta imbacuccata, pallida e tremante dal freddo, che mi guardava con
certi occhi dove avrei giurato che ci fossero delle lagrime.
Mi aspettavo rimproveri, scene drammatiche; nulla di tutto ci. Ella entr,
sedette accanto al camino spento, e mi disse tranquillamente:
Non siete venuto!
Voi!
Ella sorrise dolcemente. Aveva gli stivalini tutti coperti di neve.
Siete venuta a piedi?
S.
Perch?
Non so. Avevo bisogno di farmi perdonare l'altra sera.
E si sforzava di non tremare, di non far scricchiolare i suoi dentini, come se
avesse temuto di rimproverarmi il freddo glaciale che regnava nella mia
cameretta. Sebbene cotesta delicatezza mi commovesse, io ero tutto vergognoso,
pel mio camino spento, pei miei mobili pi che modesti, e pel mio vecchio
mantello che avevo gettato su di una seggiola.
Ruppi il cavalletto e accesi il fuoco nel camino.
Ella sorrise; aveva la labbra violette e stese le manine tremanti sulla fiamma
che le rendeva quasi trasparenti.
Oh! che bel fuoco! ripeteva.
Io m'inginocchiai ai suoi piedi; asciugai i suoi stivalini con un lembo del
mio mantello, e poscia glielo stesi sotto i piedi a guisa di tappeto. Ella mi
lasciava fare, ridendo come una bambina; guardava all'intorno con curiosit, e
mi sembrava che in cotesta curiosit, cos espressa, non ci fosse pi nulla di
mortificante pel mio amor proprio.
E' la vostra camera? mi domand.
S.
Come siete felici voi altri artisti!... Quanti bei sogni dovete aver fatto fra
queste pareti.
Oh! il bel sogno ch'era la sua leggiadra figurina, col sorriso dolce, gli
occhi umidi, le bianche mani incrociate sulle ginocchia, e la veste bruna che
si piegava mollemente sulla sua persona come carezzandola, l, in quel povero
angolo della mia cameruccia, illuminata dalla fiamma del mio camino!
Ella aveva capricci improvvisi, bizzarri, dietro ai quali si smarriva
volentieri il proprio buon senso come dietro al sorriso di un bambino. Fatemi
vedere! disse. E si mise a rovistare in tutti gli angoli, in tutti i miei
disegni, in tutti i miei cartoni, ponendo tutto sottosopra, scappando in mille
ingenue esclamazioni, facendomi mille domande prive di senso e piene di
grazia. Oh! bello! e seguitava a metter tutto sossopra, battendo le mani
dinanzi alle mie tele.
Come fate a creare tante belle cose? mi domand, facendosi seria, e senza
aspettare la mia risposta: Regalatemene una.
Scegliete voi stessa.
Datemi quel paesaggio. E' una spiaggia di mare?
Sono i Ciclopi.
Che cosa sono i Ciclopi?
Si chiamano cos certi scogli giganteschi sulla spiaggia di Aci Trezza.
In Sicilia?
S.
Oh, come sono belli!
Prese un pennello e sul margine della tela scrisse:
Eva, 22 Marzo.
Cos ci avr lavorato anch'io! aggiunse con quel sorriso vago.
E poi, facendosi seria:
Voi altri dovete trovare un paradiso da per tutto.
Gir all'intorno uno sguardo sorridente e riprese:
Son contenta di essere venuta. Cos ho visto il vostro nido.
Il suo sguardo cadde sul modesto lettuccio, e sorrise vagamente senza dir
motto. Poi torn a sedersi accanto al fuoco, con un atto di dimistichezza
carezzevole, e soggiunse guardandomi fisso:
S, son contenta di esser venuta; ma mi avete pur dato un grande dispiacere!
Perdonatemi!
Oh, non ho nulla da perdonarvi! Non vi ho nemmeno domandato perch non siate
venuto. Quando non vi ho visto, all'uscire dal teatro, ho subito indovinato il
motivo che vi faceva mancare alla vostra promessa... e son venuta.
Mi stese le mani, mi guard negli occhi sorridendo, e soggiunse:
Siete ancora geloso?
Oh...
Mi amate molto?
Mi par d'impazzire.
Molti mi hanno detto la stessa cosa.
Oh, Eva!... perch mi dite questo?
Ma a voi vi credo. Dovete amarmi cos! Oh, Dio mio! com' bello essere amata
cos! Ho dovuto piacervi molto per farvi pensare di me a quel modo... Se
sapeste che cos' per una donna il sapere di aver tanto piaciuto! Quanto
durer questa impressione in voi? Chi lo sa! Ma non importa. E' pur dolce
l'averla destata, anche per un momento solo. Anch'io vi amo.
Voi! voi!
S, vi amo perch vi piaccio tanto.
Mi guardava con tanta serenit, che quelle semplici parole avevano un senso
affascinante.
E poi, in questo momento, anche voi mi piacete.
Ah! in questo momento!...
S, mio Dio!... bisogna mentire per farvi piacere! Con voi credevo che potessi
aprire il cuore schiettamente. Potreste giurare che mi amerete sempre come
oggi?
S! oh, s!
Fanciullo! esclam essa con un triste sorriso, Quanti me lo hanno detto!
Non mi parlate in tal modo, Eva!
Che v'importa, se in questo momento non amo che voi! Mi crederete almeno,
giacch sono cos franca! S, sar un capriccio, sar una pazzia. Vi amo
perch siete ingenuo, perch non siete ricco, perch non siete elegante,
perch avete in cuore tutte le follie dell'arte, perch mi guardate con quegli
occhi, e anch'io divento come voi, non mi riconosco pi! Ecco perch vi amo.
Domani forse mi piacer di pi la cravatta di un bel giovane, come a voi
piaceranno le mani rosse di una sartina. Avremmo avuto torto per ci di godere
insieme questo momento di felicit? O saremmo pi stimabili se mentissimo oggi
con promesse per mentirci ancora domani con menzogne? Io ne ho amati tanti!
Anche voi chiss quante donne avete amato! Oggi mi piacete, vi piaccio, e son
felice di dirvelo, ecco! Domani... Chi lo sa il domani? Dunque vedete che se
vi parlo con tanta franchezza avete torto di essere geloso.
C'era tanta sincerit, direi tanto cuore, in quelle cose dure, che le rendeva
affascinanti. Avrei potuto farmi saltare le cervella, ma non avrei potuto
abbandonare la mano di quella donna che mi diceva di amarmi in tal modo,
facendomi indovinare il giorno in cui non mi avrebbe pi amato.
Ella era seduta di faccia a me, dinanzi al camino, e quasi le nostra ginocchia
si toccavano; teneva le mani nelle mie e i suoi piccoli polsi bianchi e
rotondi uscivano fuori dalle trine delle maniche; mi guardava sorridente,
fiduciosa, con abbandono, felice di espandersi cos sinceramente, e di
parlarmi col suo cuore, povera e modesta come me. Ella mi disse anche:
Vedete che vi amo davvero, se ve lo dico qui, quasi al buio, cos infagottata,
senza che possiate trovarmi bella...
Il fuoco s'era spento. Ella s'inginocchi dinanzi al camino, ella s elegante,
s delicata, che avevo vista circondata di tutti gli splendori del lusso,
s'inginocchi dinanzi al mio povero camino, affumicato e pieno di cenere, e
cerc di rianimare le poche braci. Io andavo attorno per vedere che cosa
potessi sacrificare al gran freddo che faceva. Ella si avvide del mio
imbarazzo e mi disse:
Vogliamo andare a prendere il th?
Dove?
A casa mia.
Ma come? a piedi?
A piedi, come due scampati. Voi mi darete il vostro mantello.
Andiamo.
Faceva un freddo di gennaio; le strade erano tutte bianche di neve; ella
tremava. Allorch fummo in piazza d'Azeglio, il mio primo sguardo cadde su
quelle finestre del primo piano ancora illuminate. Ella che si stringeva al
mio braccio, lo sent trasalire, e lo premette leggermente come per attaccarsi
a me.
Non ci ho colpa, vi giuro! esclam con voce supplichevole. Speravo che a
quest'ora fossero partiti!...
Mi prese per mano, come un bambino, e mi fece salirle scale appresso a lei.
Zitto! mi sussurr all'orecchio. Non voglio che vi vedano; spegnete il gas.
Io girai la chiavetta. Eravamo al buio, e sentivo il profumo del suo
fazzoletto, il soffio del suo respiro. Essa cerc tastoni il campanello e
suon quasi timidamente. Venne ad aprire una leggiadra cameriera. Eva le disse
all'orecchio qualche parola, mi spinse in un andito, e scomparve senza far
rumore da un altro uscio a vetri.
La cameriera mi fece entrare in una stanza da letto, debolmente illuminata, e
scomparve anche lei.

La camera era piccola e imbottita di seta bianca come un elegante scatolino.
In un canto c'era un letto tutto velato di trine, con certe cortine diafane
che sembravano i vapori di un sogno d'amore, e lasciavano trasparire certe
coperte color di rosa, di cui la seta doveva carezzare l'epidermide, e
nascondere nelle sue pieghe scrosci di risa soffocate, di palpiti virginei.
C'era un profumo singolare in quella camera, un profumo di cosa viva, un
profumo di donna e di donna amante. C'erano in tutti gli angoli quei piccoli
oggetti che luccicano e che hanno forme e colori leggiadri. C'erano negli
specchi come il riflesso di chiome bionde, come il lampo di occhi lucenti e di
sorrisi giovanili; vi si riverberavano ombre leggiere, colori delicati; il
moto dell'orologio era silenzioso; il tappeto era spesso, bianco e carezzava i
piedi.
Nell'altra stanza si udivano voci di uomini, e di tanto in tanto delle risa
allegre. Si ud anche per qualche istante il suono del pianoforte, e ad
intervalli la voce di Eva, fresca, spensierata, giuliva. Poi si ud un rumore
di tazze mosse.
Improvvisamente una luce pi viva invase la camera ed entr Eva.
Ella corse verso di me; mi afferr improvvisamente il capo, senza dire una
sola parola, e mi diede un bacio.
Ecco il tuo th! mi disse.

E quand'io la baciavo, quand'io la soffocavo di carezze deliranti, ella
metteva un piccolo grido: un grido pieno d'amore e di volutt.
Ahi! mi fate male!
Si svincol ridendo dalle mia braccia; mi guard fisso, con quegli ardori
negli occhi, stendendo le mani per tenermi discosto ed esclam:
Come sei bello! Come devi amare tu! Vieni! soggiunse sottovoce, prendendomi
per la mano. Zitto! vieni qui, accanto a me!
Lisciava i miei baffi, arruffava i miei capelli e li intrecciava coi suoi, mi
prendeva la testa fra la mani per guardarmi a lungo negli occhi, e mormorava:
Bambino! bambino mio bello!
Ad un tratto si fece seria; mi affiss con certi occhi attoniti, e mi disse:
Mi pare di amarti davvero, guarda!
Salt dalle mia ginocchia come un uccello, corse all'uscio e gir la chiave.
Buona notte, signori! disse, e volgendosi verso di me, con uno scroscio di
riso infantile: Se ci vedessero!
Si ud uno scoppio di voci e di recriminazioni al di l dell'uscio.
Ho sonno! ripet Eva, Buona notte!
Che imbecilli! soggiunse poi si credono in diritto di annoiarmi anche quando
sono felice!
Stette ad ascoltare, e ripigli dopo alcuni istanti:
Se ne vanno; finalmente! Verrai domani, non  vero?
S.
Alla stessa ora, mi aspetterai in teatro?
S.
Anzi, fai cos: m'aspetterai in fiacre, in piazza Santa Maria Nuova. Verr a
trovarti io stessa. Prendi il fiacre numero nove;  la data del giorno in cui
mi hai conosciuta. Ora che farai?
Come vuoi ch'io te lo dica se non lo so... se non ho pi la testa, se ho la
febbre!...>
Ella aveva i capelli sciolti, e me ne sferzava il viso con certi movimenti
felini. Ebbene, mi disse, se hai la febbre vai a casa.
No, star a vederti dormire.
Eh?!
Star a guardare le tue finestre dalla via, e ti vedr dormire.
Ella sorrise in modo inesprimibile, e mi avvent un bacio come un morso.
Birbone!
Scost colle sue mani i capelli dalla mia fronte; mi guard con certi lampi
abbaglianti negli occhi, mi guard a lungo cos, tenendomi la fronte fra le
mani, e poscia, come rispondendo a se stessa:
Vattene! mi disse vattene! E non mi lasciava, e sporgeva verso le mie le sue
labbra sitibonde, e chiudeva gli occhi.
Mi richiam di nuovo, quand'ero sulla soglia dell'uscio. Dammi qualche cosa di
tuo mi disse; dammi il tuo fazzoletto.
E poscia un'altra volta:
Aspetta! Voglio che anche tu pensi a me.
Si stacc dal seno uno spillo d'oro, e mi punse leggermente sulla mano.
Bravo! esclam dandovi su un bacio. Ora vattene. Addio!
Attraversai l'andito al buio, e andavo tastando tutte le serrature dell'uscio,
senza trovar modo di aprirle.
Al di l dell'altro uscio udivo un fruscio di vesti e di passi, come se Eva
andasse e venisse per la camera. Questa situazione si prolungava e cominciava
a farsi imbarazzante. Non potevo tornare indietro, e non potevo chiamare la
cameriera. Tutt'a un tratto udii uno scoppio di risa fresco, gaio, argentino,
uno scoppio di risa che mi chiamava per nome, e comprendeva tutte le mie
follie. Mi trovai, non so come, sull'uscio della sua camera; sollevai la
portiera, e vidi quella leggiadra testolina che si affacciava fra le cortine
del letto incorniciata dai biondi capelli e dai candidi merletti, saettandomi
il delirio del suo sorriso, le ebbrezze dei suoi sguardi, e il fascino del suo
silenzio.

Io non saprei dirti quanto durasse cotesto sogno febbrile, e quello ch'io vi
provassi. Avevo in seno tutte le gioie, tutti gli entusiasmi, tutte le
frenesie... e mi soffocavano. Sembravami che il cuore mi si dilatasse
talmente, per tanta piena di affetti, che il mio petto non bastasse a
contenerlo. Provavo nello stesso tempo tal fastidio di me, tal rimorso, come
un dolore pungente. Sentivo che ero tremendamente felice. Passavo i giorni
sognando ad occhi aperti, alla finestra, o presso il camino, o gironzolando
per le vie, senza vedere, senza udire, senza pensare, e la notte divoravo
avidamente tutte le ebbrezze. Partivo da lei all'alba, di nascosto, come un
ladro che ha rubato il paradiso.
Provavo sgomenti inesplicabili; di tratto in tratto il cuore mi palpitava di
gioie improvvise, acri e dolorose; sentivo arcane e infinite ispirazioni
artistiche che non avrei neppure tentato di esprimere, e impotenze desolanti.

Ella mi amava veramente. Quell'amore sar stato un capriccio, ma in quel
momento era sincero. Le arrecavo paura e diletto. Delle volte mi guardava
timidamente, e all'improvviso mi saltava al collo, ebbra anch'essa d'amore.
Aveva certe strane curiosit di sapere come fosse fatto il mio cuore che
l'amava in tal modo. Mi chiudeva gli occhi con le mani, metteva la sua bocca
nella mia per sentire come fosse caldo il mio alito, ed appoggiava l'orecchio
sul mio cuore per udire come battesse. Mi voltava e rivoltava in tutti i
sensi, scomponeva i miei capelli, e quando l'affissavo a lungo negli occhi, li
chiudeva con un piccolo grido di paura.
Se avessi saputo di doverti amare cos mi diceva, non ti avrei pi cercato. Mi
fai male!

Delle volte voleva che le suonassi al pianoforte la musica dei suoi balli, ed
ella mi appariva improvvisamente dinanzi nel suo leggiadro costume, e spiegava
intorno a me tutte le seduzioni, per me! per me solo! il sorriso inebbriante,
gli sguardi pieni di promesse, i capelli disciolti, il seno palpitante... E
tutte le volte finiva saltandomi sulle ginocchia, e annegandomi in un'onda di
velo.
Come ti amo! mi diceva. Come ti amo!
Un giorno mi disse, quasi paurosa: Come far a non amarti pi?
E un'altra volta: Sai ch' pi di un mese che ti amo cos!
Erano esclamazioni di una commovente ingenuit, ma mi arrecavano aspri dolori.
Non mi amerai sempre cos? le dissi.
Oh, sempre! mormor con mestizia. Neanche tu m'amerai sempre cos!

In cotesto delirio, che si prolungava tanto, capirai che il mio tenore di vita
era molto cambiato. Non lavoravo pi, non ricevevo pi nessuno, non scrivevo
pi nemmeno alla mia famiglia, tranne delle brevissime lettere, ad uso
telegramma, e tutte le volte per chiedere denaro.
Non puoi immaginare come una tal passione sia divorante per uno che si trovi
nella mia disgraziata condizione, e come divori specialmente il denaro, ch'
la cosa pi preziosa. Io non spendevo un soldo per Eva, nemmeno per regalarle
un mazzolino di viole, ma provavo mille nuovi bisogni: avevo comperato degli
abiti nuovi, avevo bisogno di essere elegante, di lavarmi le mani con acqua di
Colonia, di essere ben alloggiato, di desinare da Doney, di portar dei guanti,
e tutti questi nonnulla sono enormemente dispendiosi per un pensionato del
Comune a centocinquanta lire.
Ohim! Vorrei credere che fossi pazzo, perch fui assai vigliacco, perch fui
infame. Io divenni esigente sino all'impossibile verso la mia povera famiglia,
fino a strapparle il necessario per comprarmi delle cravatte. Non scrivevo
altro che per chiedere denaro, e mentivo anche l'affezione! Oh, mia povera
mamma! Oh, padre mio!... e non arrossivo allorch vedevo giungere quel denaro
che costava tanti stenti ai miei genitori! No! Non arrossivo! E allorch le
mie richieste si fecero pi frequenti, pi insistenti, vidi le lagrime di mia
madre, lo sconforto di mio padre per non potermi mandare pi nulla, e non
provai altro dolore che la paura di rimanere senza quattrini, e non esitai,
no! ad abusare dell'inesauribile affetto paterno fingendomi ammalato, e
scrivendo di aver bisogno di denaro a ogni costo, e non pensai al dolore
immenso, alle ansie morali dei miei genitori che per specularci sopra... Ah!
cos'ero divenuto, mio Dio!... dove avevo la testa? che se n'era fatto del mio
cuore?
Non pensai neanche a morire; non pensai a buttarmi in Arno, avevo bisogno di
vivere.
La risposta non si fece attendere. Ricevetti un vaglia di centoventicinque
lire e una lettera che mi avrebbe lacerato il cuore se non l'avessi avuto di
pietra. Mia madre ci aveva aggiunto i suoi scarabocchi e li aveva inzuppati di
lagrime; mio padre mi scongiurava di vendere tutto quello che possedevo, se
quei denari non mi fossero bastati per fare il viaggio, e di ritornarmene a
casa, giacch non poteva mandarmi pi nulla.
Riscossi il vaglia e lacerai la lettera.
Ero malato, non  vero? Avevo un'orribile malattia di cervello o di cuore! Ero
pazzo! Non ero io!

Alcune volte, quando aspettavo Eva delle ore intere nella sua camera, mentre
ella riceveva i suoi numerosi amici, mentre la sentivo ridere e folleggiare
nel suo salotto, provavo delle collere sorde ma selvagge contro di lei. Allora
tutte le amarezze che quell'amore mi costava mi sfilavano davanti agli occhi.
Ero geloso, e mi vedevo ridicolo, nascosto dietro il suo uscio a divorare in
silenzio la mia gelosia. Alcune volte sembravami che tutta quella gran gelosia
non si riducesse ad altro che ad una febbrile impazienza di stringermi Eva tra
le braccia. Poi ella compariva, sorridente, inebbriante, la luce si faceva e
mi abbagliava.

Ella trovava cento pretesti per venire a stare con me due o tre volte durante
quelle visite, e in quei due minuti in cui ella mi saltava sulle ginocchia
aveva tali carezze, tali baci, tali parole da farmi impazzire. Sembrava che
gli ostacoli irritassero il suo amore e gli dessero mille nuove attrattive.
Noi ci dicevamo delle cose futili, sciocche, senza significato, sottovoce,
tremanti, estatici. Poi ella mi lasciava con un bacio e scappava via.

Una volta mi trov che ridevo.
Che hai che ridi cos? mi domand.
Penso alla bella figura che ci fanno quei tuoi amici di l, mentre tu sei qui
con me...
Oh, mio Dio!... ma ne ridi in un certo modo!...

Un altro giorno le dissi:
Senti Eva, delle volte mi assale la tentazione di entrare all'improvviso in
quel salotto, e schiaffeggiare tutti quei bei signori.
Sei matto?...
Lo so anch'io. E' una pazzia; ma ci avrei gusto, ecco!

Una sera ebbi la tentazione di origliare dietro l'uscio e di guardare dal buco
della serratura. Lo feci con un gran battito di cuore, non di vergogna, ma di
paura.
Quand'ella venne da me, mi trov cos pallido e corrucciato che mi domand
dolcemente che cosa avessi. Io le dissi con amaro sorriso:
Che persone sono quelle, Eva?
Oh, della migliore societ.
Infatti sembrava che si tenessero molto al di sopra di voi. Vi fumavano in
faccia!
Hai visto?
S! esclamai con un sogghigno dove cercai di mettere tutto il fiele che avevo
in cuore.
Ella non mi rimprover la mia indiscrezione.
Hai fatto male mi disse semplicemente facendosi triste.
Ho avuto torto, lo so.
Non dico ci per me, ma per te.
Oh, per me!
Non ridere cos, Enrico! Ascoltami; se vuoi essere felice contentati di amarmi
e di essere amato come io ti amo. Tu hai il cuore caldo e la mente esaltata.
Certe curiosit a mio avviso ti farebbero male.
Ah! voi lo sapete!
S, rispose tranquillamente, guardandomi con tutta franchezza. Ma che vuoi
farci? Tu sai che cosa sono: mi hai amato appunto per questo. Ora per essere
quella che sono bisogna che io mi rassegni a siffatte visite, anche quando mi
annoiano.
Soltanto questo?
Soltanto questo.
Oh! non baster!
Baster... perch ti amo!... Hai torto a lagnarti!
Mi guard a lungo negli occhi con tanto amore che avrei giurato fosse sincero;
mi prese entrambe le mani, e mi disse con seriet, ella che non era mai seria:
Ti amo ancora e voglio che tu mi ami. Mi prometti una cosa?
Di'.
Giurami che non starai ad origliare dietro quell'uscio.
Ah! mormorai amaramente con un riso ch'era una contrazione dolorosa del cuore.
Oh, mio Dio! esclam torcendosi le mani Che timore potrei avere di essere
spiata se volessi ingannarti?
Perch non volete dunque che io ascolti?
Perch... tu l'hai visto... Perch quelle familiarit insolenti che per me
sono soltanto una mortificazione d'amor proprio, per te sarebbero morsi acuti
di gelosia... Per risparmiarti dispiaceri...
Che m'importa se questi non mi vengono da voi!
Ella lesse nei miei sguardi tutta l'amarezza che non c'era nelle mie parole,
chin gli occhi e mi disse solamente:
Come siete ingiusto!
C'era tal suono di verit nella sua voce, e cos schietta e dignitosa
franchezza nelle sue parole, nei suoi occhi, e nel suo gesto, che mi facevano
soffrire orribilmente per tutte le sciagurate contraddizioni della vita.
S, lo sento che sono ingiusto! esclamai. Ma soffro orribilmente! sono geloso,
Eva! Son geloso di te, di tutti quelli che ti vedono in teatro perch tutti ti
desiderano; son geloso di tutti quelli che ti parlano, perch ti parlano per
averti...
Oh! esclam Eva con uno scoppio di risa schiette e gaie se sapeste come
dovrebbero invidiarvi quei signori di cui siete geloso!
Non importa; essi vi vogliono...
Oh, non tutti! Ci sono quelli che vengono per prendere il mio th, gli altri
per trovare gli amici, altri perch la mia casa  di moda, altri pur di far
sapere che ci vengono.
Io vorrei che non foste obbligata a ricevere tutte quelle persone, Eva.
Sono tutti abbonati, giovanotti chic, di quelli che dispongono dell'esito di
uno spettacolo, ed io appartengo al teatro.
Io intendo che la donna che mi ama appartenga a me anzitutto!
Allora non avresti dovuto innamorarti di una ballerina.
Oh, io mi innamorai della donna, perdio!
Ella sorrise tristamente.
La donna la vedesti un momento, nel dietro scena... e scappasti via.
Ma io vi amo cos, come siete!
Lo sai tu come sono? Una donna non  che come vuol essere. Sai tu che cosa
sarei senza la mia gonnellina corta e le mie scarpine di raso? Sarei una
modesta operaia colle dita punzecchiate dall'ago, e con un vecchio ombrello
sotto il braccio; una ragazza che potrebbe dirsi bellina se non avesse gli
stivalini rotti e il cappellino di traverso, che andrebbe al mercato, farebbe
la cucina, e se avesse fortuna sposerebbe un cuoco o un cocchiere. Ecco che
cosa sarei, mio caro; invece ecco che cosa sono: faccio fare anticamera a
tanti signori che sarebbero gelosi di te, e tu che non mi avresti neanche
guardato se m'avessi vista andare attorno colle scarpe rotte, tu hai fatto
delle pazzie per me. Oh! lo so bene ch' assai meglio non esser costretti a
far buon viso a quelli che ci sono uggiosi, e a soffrire delle galanterie
insolenti. Ma che vuoi farci? Non son nata duchessa!
Venne a sedermi sulle ginocchia; mi cinse il collo delle sue braccia, e mi
baci a pi riprese.
Andiamo, via! non piangere, bambino mio! amor mio! non piangere! mi fai male!
Io ti amo davvero, sai! Non ho nulla da sperare da te, anzi potresti nuocermi,
vedi che son sincera! Mi credi dunque che ti amo?
Se tu non mi amassi cos io farei una cosa semplicissima, mi ucciderei.
Ah! no! esclam essa con quel riso da bambina, tenendosi appesa al mio collo
colle mani intrecciate, e dondolandosi sulle mie ginocchia. Non voglio che tu
ti uccida perch sei il mio amore, il mio amore bello! il mio amore bello! e
nella voce aveva la dolce cantilena con cui si cullano i bambini.

Alcune sere quelle visite si prolungavano molto innanzi nella notte. Era un
giuoco di scherma fra quei signori a chi dovesse rimaner padrone del campo.
Una volta Eva entr improvvisamente e come se fuggisse. Era rossa in viso, e
avea le narici dilatate. Chiuse l'uscio a chiave, si gett su di me con
passione, e nascose il mio viso sul suo seno, baciandomi sui capelli, come per
impedirmi di uscire, o per nascondermi qualche cosa.
Che hai? le chiesi svincolandomi dalle sue braccia, vedendola cos turbata e
colle lagrime agli occhi.
Nulla! rispose.
Io impallidii, e non osai domandarle altro.

Il giorno dopo ella mi vide cos cambiato che mi domand anche lei. Che hai? E
stavolta fui io che risposi: Nulla!
Ella si fece pensierosa e parl d'altro.
Passammo quella notte come le altre, soffocando le ciarle infantili sotto i
guanciali e scambiandoci i sorrisi nelle dolci ombre dei cortinaggi; per
sentivamo che fra noi due c'era qualche cosa che ci faceva morire il bacio
sulle labbra ed il riso in cuore. Ella mi guardava con quei suoi grand'occhi
spalancati, col gomito sul guanciale, il mento sulla mano, il braccio
trasparente attraverso la nebbia dei merletti, e i capelli che gettavano onde
dorate sui candidi lini. Aveva degli accessi quasi tristi e paurosi di
tenerezza; mi gettava al collo le braccia nude, e mi nascondeva in petto la
sua bionda testolina. Poi mi stava di nuovo a guardare fisso senza dir parola,
colla testa affondata nella tela batista, ed il braccio disteso, mentre le sue
piccole dita giocherellavano colla trina della coperta.
Una volta, mentre si parlava d'altro, esclam: Come son pazza ad amarti cos!
E pi tardi, dopo uno scoppio di risa tanto allegre e matte che mi facevano un
senso di pena:
Come far quando non mi amerai pi?
Poi, senza badare a quel che rispondessi, mi parl della sua sarta, delle sue
vesti, dei suoi cavalli, dei suoi fiori, del teatro, di musica, di balli, mi
parl della mia arte, di me, del mio paese, giammai ella non mi aveva parlato
della mia famiglia; era una circostanza che incominciava a sorprendermi. Era
delicatezza? era istinto di gelosia?
Allorch partivo, sull'alba, ella mi richiam, mi attir sui guanciali,
allacciandosi tenacemente al mio collo, e mi domand collo stesso tono della
prima volta, come se fra la prima domanda e la seconda non ci fossero passate
tutte quelle ore e quelle follie. Che hai?
Nulla.
Oh, non partire cos! esclam colle lagrime nella voce.
Perch me lo domandi? Non mi ami? Non ti amo? Non siamo felici?
Ella appoggiava la testa sul cuscino, rivolta dalla mia parte, e mi fissava
senza parlare, coi suoi grandi occhi pieni di lagrime.
Credimi, soggiunsi, la nostra curiosit  funesta. Io l'ho capito, e non ti ho
domandato altro, quando l'altra sera mi hai risposto: nulla.
Mi prese le mani e le baci, le sentii umide di lagrime.
Non mi ami pi! disse.
Dio lo volesse! esclamai con un'esplosione di tutte quelle angosce che mi
rodevano da due giorni.
Ella si rizz a sedere di botto, splendida di bellezza, sotto la fine batista,
come una statua greca, e mi si butt al collo, coprendomi di lagrime e di
baci.
Si, tu mi ami! tu mi ami! singhiozz ed io pure ti amo come una pazza!
Poscia, tenendosi allacciata a me come l'edera, nascondendo il suo capo nel
mio seno, e parlandomi sottovoce, come vergognosa per quello che doveva dirmi:
Non credi che ti amo?
S!
Temi che io possa ingannarti per un altro?
Oh, no!
E chinando maggiormente la testa, e abbassando di pi la voce, e
abbracciandomi pi strettamente:
Perch quella domanda adunque?
Perch ti amo! Perch son geloso... in un altro modo.
Come?
Oh!... non lo so!... non te lo dir mai!
Tuttavia sembr aver compreso, poich allent le braccia, non disse molto, e
ricadde sul guanciale, nascondendovi il viso.
Ascolta! mi disse vivamente, afferrandomi per le mani, mentre era per partire.
Piuttosto che cessare di amarmi... quando lo vorrai... domandami quello che
vuoi... Ti giuro che lo far!
Non voglio che tu venga a teatro mi avea detto altre volte.
Perch?
Perch... perch... E' una fanciullaggine, lo so... ma se ti sapessi l... in
mezzo a quella folla... ci mi farebbe pena.
Io le fui grato di cotesta delicatezza, e promisi, e un giorno, la sera della
sua beneficiata, con la logica cos strana del cuore umano, le domandai di
sciogliermi dalla mia promessa. Ella mi guard sorpresa.
Perch?
Voglio vederti.
Non mi vedi adesso?
No! vederti l... a quel modo!...
Mi vestir qui per te.
Oh,  tutt'altro!...
Ella sorrise e mi disse: Orgoglioso!
Orgoglioso?
Si, vuoi godere del tuo trionfo, e dire: Quella donna che tutti desiderano mi
appartiene!
E' vero... s!
Ebbene, soggiunse semplicemente, dillo pure giacch  la verit.
La sua cameriera l'attendeva per pettinarla; prima di lasciarmi ella mi disse,
come risovvenendosi:
Per mi prometterai di non essere geloso!
Ahim! prevedeva forse che avrei dovuto esserlo?
Non l'avevo pi vista sul palcoscenico, e quando la rividi mi parve
tutt'altra! Io comprendo come si possano fare quelle cose che si dicono
pazzie, e sono brani di cuore strappato da penose volutt, brani di ragione
torturati dal delirio, per coteste donne che hanno un pubblico per amante, che
ci sbattono sul viso tutte le seduzioni, inchiodandoci ad una poltrona
d'orchestra, e che ci abbruciano gli occhi col lampo della loro bellezza,
costringendoci ad affissarle avidamente. Cotesta volutt che s'inebbria di
suoni, che abbaglia di luce, che sollecita con acri profumi, che vi fa
ondeggiare dei veli dinanzi alla curiosit spasmodica, che ha il sorriso
sfacciato, e la nudit pudica, che idealizza tutte le vostre pi sensuali
passioni,  mostruosa del pari, con tutte le cecit, con tutte le frenesie, e
lo spasimo di sguazzarci dentro, le mani, i piedi, il petto, i capelli, di
abbeverarsene, di affogarvi la coscienza, il cuore, il sentimento della vita,
ha le medesime estasi inenarrabili, i medesimi splendori, le stesse torture,
le stesse infamie... Se si potesse vedere in cuore ad uno di quei felici
mortali, su cui passa il turbine di una tal passione, e che va invidiato dalla
moltitudine!...
Quella donna per cui gli applausi avevano fremiti di desiderio era mia, avea
posato la testa sul mio guanciale; ma io non ci pensai che per essere geloso
delle sue spalle nude, della trasparenza dei suoi veli, di quei cannocchiali
che sembravano baciarla con lingue di fuoco, di quelle mani inguantate che mi
sembrava accarezzassero le sue spalle.
Partii come un pazzo, assai prima che fosse terminato il ballo, ed andai ad
attenderla in casa sua, arso di gelosia, di corruccio, di desiderio, spiegami
tu questo contrasto. E allorch udii il suo passo leggiero per le scale,
allorch me la vidi comparire dinanzi ancora ansante, allegra, ridente, colle
guance rosse e gli occhi brillanti di giubilo, me le gettai al collo,
stringendola freneticamente come se temessi di vedermela strappare dalle
braccia. Ella credette che fosse l'entusiasmo destatomi dal suo trionfo!
Oh! come son contenta che tu sia stato l! mi disse senza scorgere il male
orribile che mi facevano quelle parole. Fu un vero entusiasmo, non  vero?
Vedi quanti fiori!
E si pavoneggiava ingenuamente in mezzo agli enormi mazzi che il domestico
aveva portato in sala. Io dovevo avere l'aria orribilmente stralunata; ma ella
era cos compresa della gioia del suo trionfo che non se ne avvide. Si
aggirava intorno alla stanza con movimenti bruschi, vivi, quasi serpentini. Si
mirava nello specchio, mi abbracciava e mi baciava, come baciava quei fiori,
per sfogare la sua contentezza.
Quanto sono felice, mio Dio! esclamava, senza avvedersi che egoismo c'era
nella sua felicit.
Suonarono il campanello. Eravamo nel salotto; ella mi prese per mano, e mi
fece entrare nella sua camera. Aspettami qui mi disse.
E' inutile, giacch me ne vado.
Te ne vai! E perch?
Avrete molte visite... E' la vostra festa...
E' vero! disse tutta giuliva.
Vedete che mi rassegno anch'io...
Ella mi guard in volto con sorpresa.
Fai il broncio alla mia contentezza? Uh, brutto!
No.
Davvero?
Davvero.
Domani dunque?
A domani.
Buona sera
Io non risposi; ella non se ne accorse. Era impaziente, tutta commossa di
gioia, si contentava facilmente della mia affermazione, e non mi leggeva nulla
in cuore.

Partii con tal corruccio in cuore che mi sembrava di odiarla. Quando fui
istrada piansi come un bambino. E il giorno appresso, dopo una notte di
collera, di gelosia, e d'amore, appena furono le dieci corsi da lei.
Avevo bisogno di vederla, di vedere i suoi occhi chiusi, di vederla dormire, e
di sognare ancora le dolci notti di abbandono e d'amore. Avevo bisogno di
schiudere le sue cortine, e di vedere il sorriso incerto di quelle labbra
vermiglie ancora tiepide del respiro notturno, e quegli occhi ancora socchiusi
che cercavano i miei. Entrai nella sua camera in punta di piedi, ma trovai
ch'era gi alzata, e che leggeva una lettera accanto al caminetto.
Vedendomi entrare all'improvviso, si scosse bruscamente, come sorpresa, e fece
un movimento istintivo e impercettibile quasi per nascondere la lettera che
stava leggendo. Non fu che un lampo, ma bast al mio occhio acutamente
sospettoso. Si alz, venne a gettarmi le braccia al collo, e mi disse con
effusione:
Ah! bravo! Mi hai fatto un gran bene!
E gett la lettera con tutta naturalezza sul marmo del caminetto.
Perch? io le dissi.
Ieri sera mi lasciasti in tal modo! Vedi, ero cos commossa che non mi avvidi
che partivi in collera. Tu sei pi buono di me... Ci ho pensato tutta la
notte... Sei ancora in collera?
Oh, no!
Ma perch eri in collera? che ti avevo fatto?
Io chinai la testa senza rispondere.
Vedi, soggiunse, se io avevo ragione di temere quello ch' avvenuto! Ho pi
giudizio di te, io, o piuttosto t'amo di pi.
Mi prese per mano e mi fece sedere accanto al fuoco.
Come sei pallido! mi disse. Non hai dormito stanotte?
No.
Caro! caro! caro! esclam con trasporto infantile baciandomi in fronte.
Indi con improvvisa e ingenua vivacit:
Vedi, io t'amo per questo! T'amo perch mi ami cos, perch sei matto, perch
sei geloso, perch sei ingiusto e cattivo. Mi piaci cos, ecco!
In questo momento sorprese i miei occhi che involontariamente si fissavano
sulla lettera, e credette forse che la mia curiosit fosse rivolta a un
braccialetto ch'era anch'esso sul marmo del camino, accanto alla lettera.
Ti piace quel braccialetto? mi disse prendendolo in mano onde prevenire i
sospetti che credeva scorgere in me.
Non l'avevo visto.
Ah! esclam sconcertata.
Apr e richiuse due o tre volte la busta di velluto, facendo scintillare i
raggi delle gemme, e soggiunse per riprendere un certo contegno, o per
disarmarmi colla franchezza:
E' un regalo per la mia beneficiata.
Oh!
E' bello, non  vero?
Io, che avevo la testa a tutt'altro, risposi: Bellissimo.
E' di gran valore.
Varr per lo meno duecento lire.
Oh! esclam Eva, dimenticando a quella mia ingenua scappata tutte le sue
preoccupazioni in una schietta risata. Ne vale almeno duemila!
Ebbene, francamente, io fui umiliato della mia ignoranza sul valore delle
gemme.
A che pensi? ella domand con una certa inquietudine.
Penso che sono ben fortunati coloro che possono offrire regali di duemila
lire.
Tu mi dai il tuo amore che vale assai di pi!
Io sorrisi amaramente.
Si parl un po' di tutto, ora seri, ora innamorati, ora quasi giulivi. Ad un
tratto, le gettai fra i piedi questa domanda, che la fece trasalire, tanto era
fatta bruscamente:
Chi t'ha regalato quel gioiello?
Ella rispose con la maggior franchezza. Il conte Silvani. Saresti geloso di
lui? soggiunse vedendo che m'ero fatto serio.
Oh, avrei torto!
E avresti torto davvero! esclam essa con tale accento dignitoso che mi
umili.
Oh, Eva, perdonami! esclamai quasi fuori di me, Io m'avvengo che sono ingiusto
e cattivo! Faccio dispetto a me stesso!... Ma son geloso! orribilmente geloso!
Per tutta risposta ella mi dette un bacio.
Perch non hai rimandato quel braccialetto? le domandai dolcemente.
Ella mi guard con tanto d'occhi spalancati, come se stentasse a capire il
significato delle mie parole.
Come, rimandarlo? Ma vuol dire rifiutarlo!
S, rifiutarlo.
Quel rifiuto sconcertava tutti i suoi principi sinceramente e francamente
accettati da tanto tempo.
Ma non si usa in teatro! mi disse sorridendomi come si fa ad un bambino che ha
detto una sciocchezza.
Ah! sogghignai. Credevo che ci fosse della dignit anche fra le persone del
teatro!
Ma, mio caro,  un altro genere di dignit. C' l'uso di far dei regali agli
artisti in occasione delle loro beneficiate, e ci non ha nulla di umiliante
pel loro amor proprio. Perch ridi?
Rido perch sono uno sciocco, un provincialetto, perch non so tutte coteste
cose, e soprattutto perch non oserei mai offrire un regalo simile ad una
signora per bene... senza temere di farmi rosso in viso, o di farmi gettar
dalla finestra dai suoi domestici.
Ma un'artista non  una duchessa, mio caro! te l'ho gi detto.
E ci metteva tanto candore che avrebbe disarmato tutt'altro risentimento che
non fosse stato il mio.
Andavo su e gi per la stanza, ed ella mi teneva dietro con gli occhi, tenera,
amorosa, quasi timida, ella che era cos orgogliosa! Io sentivo quello sguardo
attaccato su di me, e sentivo che cercava il mio, che vinceva la mia collera,
e m'irritava. Improvvisamente mi arrestai dinanzi al camino, soverchiato dal
fascino mordente che quella lettera esercitava da un'ora su di me, e la presi
in mano. Ella trasal, ma non si mosse.
Entrando ho interrotto la tua lettura; le dissi, e le porsi la lettera.
Ella la prese vivamente.
Oh, nulla d'importante.
Ebbene, leggila pure.
L'avevo gi letta, e con un gesto naturalissimo la butt nel camino.
Io non seppi dominare un movimento come per buttarmi sul fuoco.
Chi ti scrive? le domandai facendomi rosso in volto.
Il conte Silvani.
Ah!
Mi pare che la mia franchezza dovrebbe disarmare i tuoi pazzi sospetti!
Tanto pi che adesso devo contentarmi della franchezza! le dissi amaramente,
additando il foglio che ardeva.
Oh! esclam ella celandosi il viso fra le mani. Oh!
Sentivo montarmi alla testa dei caldi soffi di collera selvaggia. Ella rimase
un istante in silenzio, col viso rosso di vergogna, poi esclam: Siete pazzo!
Avete ragione! le dissi mettendo tutta la mia amarezza in un sorriso; e
aspettai che mi rispondesse qualche cosa per sfogarmi di tutti i sarcasmi che
mi bollivano in seno.
Ella non mi diceva pi nulla; attizzava il fuoco colle molle e aveva l'aria
severa.
Quella lettera naturalmente accompagnava quel gioiello! ripresi dopo un lungo
silenzio, poich sentivo il bisogno ch'ella dicesse qualcosa.
S rispose seccamente.
Allora, irritato di tanta calma, le domandai bruscamente:
Perch l'avete bruciata?
Perch non vi riguardava.
Perdei la testa: E' vero; le dissi, io non posso farvi dei regali di duemila
lire!
Ella si rizz come se l'avessi morsa al cuore, pallida, con certe lagrime
ardenti negli occhi, e mi disse con un accento che non dimenticher giammai:
Adesso siete pi che ingiusto e pi che cattivo!
C'era tanta collera nel mio cuore che non ne fui scosso. Rimasi com'ero,
appoggiato al caminetto, duro, pallido, fosco. Ella fece due o tre giri per la
camera, asciugandosi dispettosamente le lagrime; poi venne a me
all'improvviso; prese le mie mani, e mi fiss in volto i suoi occhi lagrimosi.
M'avete fatto molto male! mi disse. M'avete detto quello che nessuno m'ha
detto; mi avete rinfacciata la mia condizione come io sentivo di meritarmi, ma
come nessuno osava dirmelo... Ora che volete che io faccia?
Scacciatemi.
Oh, no! ti amo troppo!
Tu vedi come ti amo, come son geloso, giacch ti faccio piangere, e non fai
nulla per togliermi da quest'inferno!
Che cosa vuoi che io faccia? tutto quello che posso fare per provarti il mio
amore non l'ho fatto? Tutto ci che posso dissimularti per risparmiarti dei
dispiaceri non te lo dissimulo? E tu me ne ringrazi con un aumento di sospetti
ingiuriosi e d'insulti! La mia sincerit dovrebbe rassicurarti e t'irrita! Gli
stessi fastidi che mi prendo per nasconderti quelle cose che possono ferire il
tuo amore o il tuo orgoglio dovrebbero provarti che io ti amo tanto, sino a
mentire per te!
Io la guardai in viso coll'occhio freddo e scintillante di collera come una
lama di acciaio, e le piantai in faccia queste parole, come una pistolettata a
bruciapelo:
Non vi credo!
Ella si cel il viso tra le mani, e si lasci cadere sulla poltrona, come se
quelle parole le avessero schiantato il cuore. Poscia lev verso di me il viso
tutto bagnato di lagrime, e i singhiozzi le soffocavano la parola: Perch?
balbettava perch?
Perch ti ho visto fingere allo stesso modo sul palcoscenico; perch il tuo
volto  una maschera; perch dubiter sempre che tu mentisca; giacch la tua
arte  una menzogna! gridai fuori di me, sputandole in faccia tutta la mia
rabbia, tutta la mia gelosia e tutto il mio amore.
Mi attendevo un'esplosione di collera. Ella si alz, pallidissima, si tenne
ritta in faccia a me, piangendo silenziosamente e cogli occhi come attoniti
per tanto dolore. Le labbra le tremarono due o tre volte prima di poter
parlare.
Non mi credi! balbett. E che dovrei fare perch tu mi creda? Dillo.
Dovresti abbandonare il teatro.
Oh!
Dovresti romperla con tutto il mondo.
Oh!
Dovresti venire a vivere con me.
Oh, no! non lo far mai, perch ti amo! mi rispose con uno scoppio di pianto.
Ah!  una ragione singolare!
Si! Tu pel primo te ne pentiresti, tu!... No! no! no!
Allora, due o tre volte, feci per precipitarmi su di lei, e strangolarla; le
gettai in faccia un sorriso che valeva uno schiaffo, e scappai via. Quando la
notte tornai a casa, con tutte le smanie, tutte le frenesie, tutte le pi
pazze risoluzioni in cuore, trovai Eva, sulla soglia della porta, che mi
aspettava.
L'hai voluto: mi disse semplicemente, ecco che t'ho obbedito.

Credetti di esser felice. Ella mi apparteneva intieramente; non aveva che me.
Mi pareva di avere avvinto pi solidamente la sua esistenza alla mia, rompendo
tutti i legami che l'attaccavano al mondo esteriore. Io pi non sarei stato
geloso di tutta Firenze, e avrei potuto uccidere come un cane colui che avesse
osato stendere la mano verso la mia felicit.
Mille volte avevo fatto quel sogno senza sperare di realizzarlo giammai, e
l'avevo abbellito con seducenti particolari. L'idea sola di avere Eva accanto
a me, ad ogni ora della mia vita, sotto il mio medesimo tetto, mi avea creato
altre volte delle estasi di paradiso. Avevo sognato le ridenti follie di una
eterna luna di miele, le passeggiate in campagna, la fiamma del caminetto, la
lucerna della sera, i giuochi infantili, e i dolci silenzi. Avevo pensato a
tutte le parole pi comuni che ella avrebbe potuto dirmi nelle pi
insignificanti congiunture. L'avevo vista come un raggio di sole in tutti gli
angoli della mia camera.
Ahim! il domani, allorch la vidi sotto le povere cortine del mio letto,
allorch ebbe freddo e non ebbi altro da metterle sui piedi che il mio palet,
allorch accese il fuoco del mio camino e si tinse le mani, quelle candide
manine, e toss due o tre volte pel fumo, allorch dovette trascurare i suoi
capelli per fare il caff, provai un dolore nuovo e come una spaventosa
sorpresa; mi parve che la fata fosse svanita, e non rimanesse pi che una
bella donnina, di quelle che piacciono, ma io avevo bisogno di adorarla!
Un demone maligno si assise sogghignando al capezzale del mio letto sin dalla
prima notte, per trascinare nel volgare e nel ridicolo tutte le mie illusioni.
La realizzazione dei miei castelli in aria era diventata la sorgente di mille
fastidi, di mille sorprese, ed anche di mille dolori. Ero costretto a starmi
fuor di casa la maggior parte del tempo per non spoetarmi intieramente l'anima
alla vista di lei che, con un'abnegazione senza pari, affaccendavasi nelle
cure domestiche. Mi era parso che lo starle sempre vicino dovesse essere una
felicit sovrumana, e quella felicit, vista da vicino, aveva particolari cos
volgari che mi facevano chiudere gli occhi e sanguinare il cuore. Delle notti
intiere, col gomito sul guanciale, vedendola dormire accanto a me, bella,
serena, quasi felice anche nel sonno, lei che mi aveva tutto sacrificato,
domandavo a me stesso se ella soffocasse, come me, le medesime dolorose
impressioni, oppure se non le provasse nemmeno perch mi amava di pi, o in un
altro modo, o se nella donna ci fosse, come un istinto provvidenziale,
l'affetto del focolare domestico... oppure se la sua condizione, l'educazione
ricevuta, i suoi sentimenti, la tenessero molto al di sotto della mia ombrosa
e delicata suscettibilit... E finivo per darle torto, a lei! di non aver la
delicatezza di risparmiarmi certi particolari volgarissimi che mi sembrava
affrontasse con la pi volgare disinvoltura...
Non cerco di spiegarti cotesto mostruoso mistero che chiamasi cuore. Non mi
sono mai sognato di giustificarlo. Ti faccio osservare un fatto.
Cotesta disillusione, cotesta amarezza intima, m'invadeva tutto, la mente come
il cuore. L'arte mi negava anch'essa le sue ispirazioni; era forse gelosa, o
la vita mi assorbiva troppo per potermi sollevare sino ad essa. Per fu un
altro gran dolore per me. Provare la febbre e l'impotenza di creare! L'hai tu
provato? Ero stato delle ore intere dinanzi a quel cavalletto, accanto a
quella donna che mi aveva riempita l'anima di tanta luce e di tanti colori,
che adesso attaccava i bottoni ai miei vestiti, e mi rendeva ebete; e qualche
volta mi ero strappato i capelli, qualche altra volta avevo pianto di rabbia,
o avevo tirato gi linee o pennellate che il giorno dopo scancellavo. Ella mi
guardava con sorpresa, mi stringeva le mani, mi diceva delle parole
affettuose. Io le rispondevo sgarbatamente, infastidito, quasi iroso, e delle
volte, trovandomi l'anima cos vuota, piangevo tutt'altre lagrime.
Intanto i bisogni materiali della vita si facevano sentire pi che mai. Quel
pochissimo di cui potevo disporre era stato dissipato in un lampo; ero
indebitato fin sopra ai capelli coll'oste, col padrone di casa, con tutti i
miei amici, ed anche coi semplici conoscenti, poich la necessit mi aveva
reso sfacciato. Avevo momenti di preoccupazione tale che le carezze di Eva mi
avrebbero fatto montare in collera. Non osavo pi scrivere ai miei genitori
perch avevo l'orgoglio del mio fallo, ed il mio amore sciagurato non era
abbastanza potente per assorbire anche e soffocare il rimorso di strappare il
pane di bocca alla mia famiglia onde prolungare la mia dolorosa follia. Ero
troppo orgoglioso per far trapelare ad Eva la menoma mia preoccupazione; e
allorch ella si mostrava pi affettuosa, pi sommessa, e cercava timidamente
di prender parte alle mie angustie e di venirmi in aiuto, avevo per lei modi
aspri e parole dure. Per vivere alla meglio avevo accettato una delle pi
umili occupazioni, dipingevo ad oleografia; il mio cervello si atrofizzava, ma
si tirava innanzi.

L'inverno era ritornato, e rigidissimo. Io andavo al caff tutte le sere a
bere il ponce e a leggere il giornale, mentre Eva mi aspettava a casa. Mi
occupavo delle quistioni internazionali e tenevo dietro al corso dei valori
pubblici con interesse! Leggevo sino alla quarta pagina; poi facevo quattro
chiacchiere coi vicini, e tornavo a casa sbadigliando. Una sera avevo trovato
il ponce freddo; la politica volgevasi contraria al mio colore, poich avevo
gi un colore politico! Il mio vicino era stato sgarbato; fioccava
maledettamente, e tornando a casa avevo trovato il camino spento.
Perdio! dissi ad Eva aspramente; ella lavorava presso il lume. Non vien
certamente la voglia di tornare a casa.
Essa lev su me i suoi occhi sempre dolci e sereni, e non rispose.
Con una notte come questa farmi trovare una ghiacciaia! ripresi. Vedevo che
ella avea il viso livido, che tremava dal freddo sotto il suo scialle, e non
pensai che in quella ghiacciaia ella avea dovuto pur starci tutto quel tempo
in cui io avevo acconciato l'Europa a modo mio, seduto in un angolo ben
riscaldato del caff.
Non  freddo rispose.
Perdio, s' freddo, si gela.
Non c' pi legna, soggiunse timidamente.
Non ce n' pi in Firenze?
Ella chin il capo sul lavoro e stette zitta.
Non hai danari? domandai.
Era la prima volta che quella parola mi veniva sulle labbra, e malgrado fossi
tanto cambiato, mi fece una singolare impressione, come se avesse suonato
altrimenti della mia intenzione.
No, rispose Eva dolcemente.
Come! non hai danari? replicai, senza che la parola quella volta mi
ripugnasse. Hai fatto delle spese straordinarie?
No.
Ma non siamo che ai venti del mese.
E' vero.
Malgrado il mio abbrutimento un raggio di luce si fece nella mia mente, e mi
parve che attraversasse la parte pi sensibile del mio cuore come uno stile di
acciaio.
Vuol dire...> esclamai, sentendo che la voce mi tremava, vuol dire che i
danari che ti ho dato ciascun mese... non bastavano!
Che importa? mi diss'ella sorridendomi con la stessa dolcezza.
Ma allora... come hai fatto?...
Avevo del danaro.
Tu!!! e mi nascosi il volto fra le mani.
Il mio orgoglio si contorceva dolorosamente, poich il mio cuore non si
commoveva pi.
S.
Tu non avevi nulla quando venisti.
Avevo quei pochi gioielli.
Li hai venduti?
S.
Ah!
Ella venne a me dolcemente; mi rialz il capo, e mi baci in fronte.
Non mi ami pi? disse.
Perch?
Perch quello che io ho fatto ti dispiace.
No.
Ti fa arrossire.
S.
Non mi ami pi! Io non mi son vergognata di quello che hai fatto per me.
E' tutt'altra cosa; io sono un uomo.
E' lo stesso quando si ama!
Io le baciai le mani, e la guardai con occhi che avevano le migliori
intenzioni di adorarla. Ella aveva una cuffietta assai modesta; alcune ciocche
di biondi capelli le scappavano attraverso i nastri scoloriti; sul suo seno
s'incrociava un leggiero scialletto; aveva le labbra pallide e le mani livide.
Le prime parole che mi vennero in bocca furono:
Ed ora come si fa?
Bisogna aver coraggio!
Oh, se potessimo contentarci delle belle parole! le dissi aspramente.
Mio Dio! rispose ella timidamente, come per rabbonirmi, non sono stata mai
ricca, tu lo sai; quella bella casa e quei bei mobili non mi appartenevano, e,
pur troppo, tutto il mio danaro lo spendevo malamente per vivere in un certo
lusso; sicch quando gli ho voltato le spalle possedevo ben poco. Ho fatto
tutto quello che ho potuto, e te l'ho nascosto per risparmiarti un dispiacere
di pi. Adesso non ho pi nulla.
Io non vi ho chiesto nulla! le dissi amaramente.
Oh!
E se l'avessi saputo non vi avrei permesso di infliggermi questa umiliazione
che adesso mi rinfacciate!
Oh! ripet Eva con un raddoppiamento di dolore.
Io non ebbi cuore per prendere le sue mani, con le quali si celava il viso, e
asciugarle le lagrime che vedevo scorrerle fra le dita.
Enrico! mi disse ella dolcemente come nei nostri pi bei giorni d'amore, vedi
come sei diventato? Vedi se m'ingannavo presagendo quel ch' successo? Tu te
ne sei pentito pel primo!
L'abbassamento morale, direi, era cos pronunziato in me che non pensai
nemmeno di protestare per illuderla; e non pensai che quel mio lugubre
silenzio doveva pesarle sul cuore come piombo fuso. Poi, quando me ne avvidi,
dopo un lungo e mortale indugio, non trovai di meglio per consolarla che
sciorinare un'imprecazione.
Arte pitocca e bugiarda! esclamai stendendo il pugno verso il cavalletto che
vai tronfia d'orgoglio e non dai pane da sfamare!
Eva mi guard sorpresa, quasi addolorata. Io le risposi quel ritornello che
riepilogava tutte le mie abbiezioni: Ed ora come si fa?
Non rispose.
Se tu tornassi al teatro? le dissi con tutta naturalezza, compiacendomi,
direi, della mia vigliaccheria.
E' impossibile; rispose colla stessa calma rassegnata; non  la sola abilit
che forma l'artista; ma la carriera fatta, il palcoscenico, il pubblico, i
giornali teatrali, i cartelloni degli spettacoli, gli agenti, gli impresari.
Bisogna vivere in questo mondo per appartenervi. Io ne sono uscita, e nessuno
pi mi conosce. Per rientrarvi bisognerebbe che incominciassi da capo.
Allora soltanto mi balen dinanzi agli occhi tutta l'estensione del sacrificio
che ella avea fatto alle mie folli esigenze.
E tu sapevi tutto questo? le dissi.
S rispose tranquillamente e sapevo anche che doveva arrivare questo giorno.
Ti giuro, esclamai, che ti render tutto quello che mi hai sacrificato, o mi
uccider!
Ella mi guard in modo singolare con quei suoi occhi mesti e dolci, e mi disse
quasi con un soffio di voce:
Io non me ne sono mai lagnata, e tu non mi avevi mai promesso di ucciderti.

Passai la notte in magnanime risoluzioni, e appena fu giorno cominciai a darmi
le mani attorno per cercare altre occupazioni che mi fruttassero qualcosa. Ma
le magnanime risoluzioni non riuscirono che a procurarmi un modesto impiego,
presso un fotografo. Di meglio in meglio, dalle nebulose altezze della grande
arte io ero arrivato a stendere i colori dietro le fotominiature che si
vendevano a dodici lire l'una. E neanche questo bastava. Io ero inquieto,
irascibile, dispettoso. Ella trascurava il suo vestire, era triste, e qualche
volta stizzosa; aveva certi suoni di voce aspri, certi sorrisi che non la
rendevano bella. Io credevo coscienziosamente di farle dei veri sacrifici
andando a casa la sera invece di andare al caff, e fumando la pipa accanto a
lei, leggendo il giornale, mentre ella lavorava. Ambedue senza dire una
parola, sentendoci gravare quel silenzio sul petto come un peso enorme.
Dopo alcuni giorni osservai in lei un cambiamento che mi avrebbe sorpreso se
il mio cuore fosse stato pi all'erta. Ella cantava per la camera, sembrava
allegra, aveva comperata una veste di seta e degli stivalini nuovi coi suoi
risparmi, faceva gi dei risparmi! Aveva dei guanti e si abbigliava con cura!
Quell'aria di festa si era stesa anche al mio focolare e sulla mia mensa, ed
io ne godevo come un parassita!
Mi accadde due o tre volte di non trovarla in casa, e non le domandai dove
fosse stata. Una sera trovai la chiave nella serratura. La camera era buia. La
chiamai e non rispose. Accesi il lume e vidi la camera vuota; sul camino,
appoggiata allo specchio, e messa con cura in evidenza, c'era una lettera
aperta; era per me, ecco che cosa lessi:
 Mio caro Enrico, tu non mi ami pi, io non ti amo pi nemmeno, e siamo pari.
Te l'avevo predetto! Tu mi hai visto attizzare il fuoco, e far la calza; io ti
ho visto stendere tranquillamente i colori sulle tue stupide fotografie, senza
ispirazione e senza entusiasmo; ecco perch non ci amiamo pi. Le asprezze, i
diverbi, le amarezze, son degli accessori. Domani forse saremmo arrivati a
picchiarci! Ti lascio, e credo fare del bene anche a te. Tu hai bisogno di
sognare per buscarti gloria e quattrini; io non ho che la mia giovinezza, e
bisogna che ne approfitti se non voglio andare a finire all'ospedale. Tu hai
il cuore buono; ti ho parlato con franchezza, e credo perci di non lasciarti
in collera. Io ti voglio sempre del bene, e te lo prover, quando potr.
Eccoti 500 lire.

Devo confessare che la prima impressione destatami da quella lettera fu di
sollievo. Tutto quello che c' di falso e di malsano in tali legami si scorge
al sentimento inesplicabile di soddisfazione che si prova rompendoli, anche
quando il romperli costi qualche lagrime. Poi, quando la tempesta  passata
rimangono qualche volta nei bassi fondi limacciosi le serpi che si sono
avviticchiate pi strettamente al cuore, e che hanno pi tenace vitalit: il
dispetto, l'amor proprio ferito, la vanit schiaffeggiata. Trovandomi solo in
quella camera ove m'aveva aspettato tante volte, non pensai ad altro che al
modo con cui ella l'aveva abbandonata; e quando mi avvicinai a quei guanciali
che conservavano ancora l'impressione del suo capo non pensai a quell'altro
letto dove ella forse dormiva, se non perch non era il mio. Non pensai a quei
baci che pi non desideravo se non perch un altro li aveva.
E al nuovo giorno il raggio di sole che veniva dalla finestra era cos
allegro, diceva tante belle cose della giovinezza, dell'arte, dell'avvenire,
della mia famiglia, cui non avevo rivolto il pensiero prima senza una spina
nel cuore, che mi trovai con sorpresa l'animo in festa: esso non voleva
rammaricarsi ad ogni costo dell'abbandono di Eva.
Scrissi ai miei genitori, fumai la mia pipa, riordinai tutti i miei utensili
da dipingere, come se non dovessi che ritornare all'arte perch l'arte mi
sorridesse, e non pensai ad Eva che pel dispetto di aver trovato fra la cenere
del caminetto una busta mezzo arsa, ove l'indirizzo di lei era scritto con
quello stesso carattere elegante della lettera che accompagnava il
braccialetto del conte Silvani, e per quel biglietto di cinquecento lire che,
tutto sdegnato, misi nel portafogli, col fermo proposito di buttarglielo in
volto quando l'avessi vista.
Ahim! io non la rividi! non le buttai nulla in viso! Il vuoto che si era
fatto nel mio cuore, a furia di vivere soltanto per esso, mi avea prostrato
intieramente, e aveva isterilito il mio ingegno. Tutte le orride lingue della
miseria del cuore, dell'intelletto e della borsa, lambivano la mia esistenza.
L'avvilimento mi snervava, e logorava la mia vita nell'ozio, sulle panche di
un bigliardo o di un caff. I debiti, l'inerzia, e la miseria mi affogavano;
tutta l'attivit del mio spirito non aveva altra mira che di farmi acconciare
alla meglio in quel fango, ed io mangiai tranquillamente il biglietto di
cinquecento lire.

Poi anche questo fin.
E allora incominciai un'altra lotta pi bassa, pi accanita, pi dolorosa, la
lotta degli espedienti, delle transazioni d'amor proprio, delle vilt, contro
un desinare. Dopo aver venduto tutto quello che era vendibile, le tele, i
disegni, le scatole, i colori, gli abiti, le scarpe, tutto, mi trovai senza
pane, quasi senza vesti, alloggiato come in ostaggio del mio debito, con
cinque lire in tasca, e certe allucinazioni come quelle che si devono provare
al momento di smarrire la ragione.
Mi venne in mente di giocare. Mi ricordai di tutte quelle storielle e di tutti
quei bei romanzi ove si parla di guadagni enormi fatti con un nulla, e mi
parve d'esser ricco possedendo cinque lire e quella bella idea. Salii senza
esitare le scale di una casa ove gli artisti e gli studenti poveri andavano a
disputarsi l'un l'altro il pane quotidiano; arrischiai una lira, poi l'altra,
poi l'altra, poi l'ultima. Vedevo delle fiamme abbaglianti passarmi dinanzi
agli occhi, e provavo degli improvvisi sbalordimenti. Mi parve che si facesse
un gran vuoto nel mio cuore e ne sentii tutta la penosa sensazione, nel
momento in cui si voltava la carta che doveva decidere dell'ultima mia lira.
Tu non sai quel che voglia dire l'ultima lira; vuol dire il pane
dell'indomani, e si ha lo stomaco vuoto! e i fantasmi dei tuoi bisogni ti
attraversano in un lampo lo spirito!... Poi sentii una gran calma improvvisa,
come una specie di benessere, una terribile lucidit d'idee. Avevo perduto.
Almeno non avevo pi nulla!
Scesi le scale con passo fermo. Avevo la vista chiara e la mente tranquilla.
Passeggiai per le vie pi frequentate; lessi gli annunzi degli spettacoli;
passai dinanzi alle vetrine di parecchi caff provando una strana
soddisfazione a veder la gente che vi era; andai pel Lungarno alla Pescaia, e
stetti una mezz'ora a guardare i bizzarri riflessi del gas sulle acque del
fiume, senza pensare un istante che sarebbe stato anche pi bello trovarvisi
in mezzo. Poi, quando suon la mezzanotte, mi trovai come per abitudine nella
mia strada. Avevo freddo, e mi ricordai che non avevo meglio da fare che
andare a letto.

Il giorno dopo pensai che era naturalissimo di andare a chiedere qualche cosa
in prestito al solo amico che non mi voltasse ancora le spalle, come tutti gli
altri, Giorgio, e mi meravigliai come quell'idea non mi fosse venuta prima.
Quell'idea non mi frutt che una lunga corsa, ed io non ero molto in forze.
Giorgio non era in Firenze. Domandai quando sarebbe ritornato; mi risposero,
fra dieci o quindici giorni. Dieci o quindici giorni!
Quella risposta mi lasci come istupidito; tornai indietro colle mani nelle
tasche, e zufolando un'arietta fra i denti.
Mi venne in mente di fumare. Cercai in tutte le mie tasche, e non vi trovai
che uno scatolino di fiammiferi; era pieno. Se potessi cambiarlo con un
sigaro!... pensai, o con un pezzo di pane!
E credo anche che scappai a ridere!
Avevo una preoccupazione insistente; quella di ammazzare il tempo, come se
aspettassi qualche avvenimento e l'indugio mi pesasse. Pensai di trastullarmi
colle mie fantasticherie, giacch non avevo pi fiducia nell'ispirazione, e di
andare alle Cascine per cercarvi la solitudine. Ahim! la mia mente era vuota,
come il mio cuore, come il mio stomaco. Andavo baloccandomi come un imbecille
pei viali, ora guardando correre le nuvole pi basse e brune su di un cielo di
piombo, attraverso gli incrociamenti dei rami nudi, ora tenendo dietro con
grande curiosit ai passeri che correvano sull'erba riarsa dal gelo in cerca
di cibo, anch'essi avevano fame. Tutt'a un tratto udii uno scalpito accelerato
e un grido guarda! e mi gettai sul ciglione, tutto sossopra, come se ne
valesse la pena! E vidi passare come frecce due cavalieri, anzi un cavaliere e
un'amazzone. L'amazzone era lei, Eva! La riconobbi al riso, rideva
allegramente, e alla persona: ma non la vidi in faccia; era rivolta verso il
suo compagno, gli parlava e non mi vide, credo almeno che non mi abbia visto.
Il suo cavallo era coperto di sudore, aveva le narici rosse e mandava nugoli
di fumo. Ella era leggermente inclinata sulla sella; acconsentiva la mano alle
redini e tutta la persona ai bruschi movimenti del cavallo, con grazia ardita
e sicura. Si udivano stridere il cuoio e le cinghie della sella; il velo le
svolazzava dietro coi biondi capelli, e la lunga veste ondeggiava come un
prolungamento della sua persona. Il giovane che l'accompagnava aveva la
sigaretta fra le labbra, il brio spensierato, e nel sorriso, nel gesto, nel
guanto, aveva come l'insolenza di tutte le ricchezze, della giovent, della
salute, dell'avvenenza, della condizione e del danaro. Non so se Eva mi vide;
so che vedendola cos bella e accanto a quel bel giovane mi parve tutt'altra
donna; mi parve che non avrei giammai osato di stringerle la punta di un dito.
Pi non sentivo il menomo desiderio di lei. C'era come un abisso fra di noi.
Ella era cos lontana, cos in alto, che non provavo n desiderio, n memorie,
o erano di tutt'altro genere. Se mi avesse gettato un pezzo da cinque lire,
non l'avrei preso, ma se mi avesse buttato un pezzo di pane, chiss... quando
ella avesse svoltato l'angolo del viale!...

Verso le sei mi trovai senza avvedermene dinanzi all'osteria dove solevo
desinare. Mi sentivo stanco, e mi rammentai che non avevo mangiato dal giorno
innanzi.
Allora provai una paura improvvisa, rapida come un lampo.
Dio mio! balbettai, se lo sapesse mia madre!
Mi aggirai tutta la sera per le vie come un fantasma, senza direzione, senza
sapere che fare, guardando stupidamente tutti quelli che incontravo, non per
altro che per cercar d'indovinare se avessero desinato.

Il freddo mi arrecava le convulsioni; avevo le vertigini; la mia camera era
gelata, e le coltri della padrona erano povere come il mio vestito. Tutta la
notte non potei chiuder occhio: provavo degli stiramenti convulsivi di
stomaco, delle nausee che mi facevano assai soffrire.
Mi rammentai di Eva, di averla incontrata alle Cascine, e quel ricordo fu come
di persona che avessi conosciuto molto tempo addietro. Nella mia mente c'era
un penoso sonnambolismo che faceva correre incessantemente il mio pensiero
stanco dietro certe larve senza forme precise, o dietro le memorie del
passato. Mi ricordavo di tutti i particolari del mio amore per Eva, anzi una
forza che non era nella mia volont vi costringeva quasi ostinatamente il mio
pensiero, e parevami che mi ricordassi di un fatto accaduto ad altra persona,
o narratomi molto tempo addietro. Non mi sorprendevo nemmeno di non esserne
geloso. Prima di tutto l'amore sta in un complesso di circostanze, e in me
allora non c'erano che circostanze negative. L'avevo amata quando la mia
immaginazione e il mio cuore sarebbero stati ricchi. Quanto alla gelosia, essa
richiede, se non un grande amore, almeno una certa dose di amor proprio che
renda possibile un parallelo anche ipotetico fra due rivali. Io avevo fame!

Avevo anche preoccupazioni lugubri. Pensavo alle ore che mi rimanevano ancora
di vita e alle sofferenze che dovevano accompagnare tal genere di morte, come
per conciliarmi con quell'idea. Non osavo uscir di casa, non ne avrei avuto la
forza, e sembravami che tutti dovessero leggermi in viso la fame. Avevo ancora
dell'orgoglio!
L'aria era frizzante. Dalla finestra vedevo la gente andar lesta, certuni
avevano la cera sorridente: molti una tranquilla spensieratezza; tutti erano
certi di trovare a casa il desinare. Vedevo i camini che fumavano, e,
attraverso i vetri delle finestre di faccia alla mia, donne affaccendate e
fumo di vivande. Vedevo tutto ci con una dolorosa lucidit di mente, e
fermavo il mio pensiero in mezzo a tante domestiche felicit, che vedevo o che
indovinavo, con una penosa volutt; e domandavo a me stesso, con immenso
sconforto, se fosse possibile che tutta quella gente felice potesse credere
che a venti passi c'era un uomo che moriva di fame.
Verso sera le mie sofferenze si fecero insopportabili. Uscii come un pazzo. Mi
trascinai dinanzi a tutti i caff e a tutti i teatri, nascondendomi fra i
monelli, cercando il buio, esitando lungamente. Poi, tutt'a un tratto, mi
trovai abbietto, rassegnato, contento di esserlo. Vidi uscire una coppia di
giovani eleganti dalla Pergola; la donna bella, coperta di pellicce e
sorridente; l'uomo con la cravatta bianca, e guardava lei con occhi
innamorati. Ella mont in una bella carrozza, gli strinse la mano e gli
sorrise. Egli la vide partire, col cappello in mano e gli occhi intenti; allo
svolto della via un guanto bianco si affacci allo sportello del legno, e il
giovane salut nuovamente quel guanto; poi si avvicin al gas e lesse un
piccolo bigliettino che aveva in mano; gli occhi gli raggiavano, sembrava
felice, doveva esser buono. Me gli avvicinai col cappello in mano e gli dissi:
Ho fame.
Cotesta terribile verit doveva leggersi chiaramente sul mio volto, poich
quel giovane mi guard sorpreso, senza parlare, e mi diede un biglietto da
cinque lire. Dovette accorgersi delle lagrime che avevo negli occhi febbrili;
si ferm a guardarmi e mi disse:
Voi siete giovane, e sembrate sano; come va che avete fame?
Per non attese altra risposta da me, io non avevo alcuna da dargliene, e
soggiunse:
Se volete occuparvi venite a questo recapito domani alle undici.

Era giovane, amato, ricco, felice, aveva del cuore, e quel ch' pi raro, la
delicatezza del cuore. Egli mi fece fare il suo ritratto, me lo pag
benissimo, non solo, ma risparmi anche il mio amor proprio comprendendo le
cinque lire che mi aveva anticipato nel prezzo del lavoro. Egli mi aiut in
tutti i modi, col danaro, con le raccomandazioni, cogli incoraggiamenti, ed
anche, posso dirlo, colla sua amicizia. Merc sua entrai in un'altra vita,
nella vita operosa, lauta e onorata. Povero giovane! aveva il cuore pieno e
l'espandeva! Un bel giorno la sua felicit si esaur, egli aveva creduto che
fosse inesauribile. La sua amante era una gran dama, portava un bel nome, e
cambiava spesso d'abiti e d'amiche intime. Egli ebbe un duello, per una
quistione di giuoco, con un capitano di cavalleria, e fu ucciso, il marito
fece da secondo del capitano. I suoi migliori amici gli diedero torto; dissero
che egli spingeva le cose sino al romanticismo, che aveva mancato di
delicatezza e di saper vivere, che l'avea ricompensata di tutti i sacrifici
ch'ella gli avea fatti pel passato, e della felicit che gli avea regalato,
compromettendola; che era ridicolo mostrarsi pi geloso del marito. Egli pag
con la vita.

Perch ti ho narrato anche questo episodio estraneo al mio racconto? Tant',
acci serva a qualche cosa, ti dir che, non so perch, pensai ad Eva che non
era ricca, che non era gran dama, che non aveva un bel nome, e che era nella
condizione di dover smungere borsa dai suoi amanti, come la gran dama smungeva
i cuori dei suoi.

Io avevo vissuto vent'anni in dieci mesi, e mi sentivo forte, pieno di vita,
di cuore, di memorie e d'immaginazione. Se non avessi tanto goduto e tanto
sofferto credo che non avrei mai avuto tanta vigoria di mente e d'anima, tanta
felicit di trasmettere nelle mie opere cotesta sovrabbondanza di vita. Avevo
una bella riputazione, ero quasi ricco, e godevo la vita, io che avevo avuto
l'anima piena di sogni luminosi e di aspirazioni ideali, e l'avevo ancora
qualche volta! La contraddizione che c'era nella mia esistenza fra le passioni
e i sentimenti, si rivelava nelle mie opere. Ero falso nell'arte com'ero fuori
del vero nella vita, e il pubblico mi batteva le mani. Quegli applausi, delle
volte, mi umiliavano agli occhi miei stessi, ma sovente mi ubbriacavano.
Sembravami che andassi tentoni in cerca di non so che; mi sentivo isolato, e
spesso ridicolo; avevo una menzogna per l'arte che avvilivo e per la societ
che ingannavo; mi inebbriavo di tutti i piaceri, e di tanto in tanto sentivo
il bisogno di uscir fuori da quell'atmosfera come un nuotatore che annega. Non
mi rimanevano che le passioni pi sterili, e le arricchivo di tutte le
esuberanze del mio cuore, poich sentivo il bisogno di avere delle passioni ad
ogni costo. Non credevo pi nell'amore, dopo averne fatto lo sciagurato
esperimento, e dopo aver veduto nelle braccia del grosso capitano di
cavalleria quella donna per la quale il mio benefattore avea dato sorridendo i
suoi venticinque anni, quella donna cos elegante, cos delicata, cos
poetica, e mi sbramavo nel capriccio. Non avevo un caldo sentimento religioso;
il sentimento civile lo vedevo sciupato nelle lotte dei partiti, e intorbidato
dalle dispute di giornali, rare volte convinti di aver ragione. Vivevo lontano
dalla famiglia, in mezzo ad un mondo di usurai e di egoisti e di gaudenti;
l'atmosfera era calda di effluvi giovanili. Come vuoi che io potessi
comprender l'arte in tali condizioni?... mettendomela sotto i piedi! Arrossivo
delle mie illusioni di una volta, e per non ridere di me che mi ostinavo
ancora a sognare in mezzo a tanti che tenevano gli occhi aperti, risi di
quella buffonesca seriet, e di quella sordida preoccupazione generale. Risi
del contegno ipocrita per nascondere il marcio, della frase elegantemente
vaporosa che conteneva desideri volgari, del pudore del velo, e dell'innocenza
dello sguardo.
Ero ricco di giovinezza, di gloria e di fiducia in me. Pi di uno stivalino
altiero, di quelli che avevo sognati, avea toccato per me il lastrico della
via, e si era posato furtivo sul tappeto della mia scala. Pi di un guanto
profumato era stato dimenticato sul mio canap. Ti giuro che i miei sogni
valevano assai pi della realt! Ah! le mie duchesse di via Santo Spirito! Se
avessi saputo che la scienza della vita dovea costarmi tante e s care
illusioni, io avrei preferito la miseria, l'oscurit e i miei castelli in
aria. Non ti dir di chi fosse il torto, anzi probabilmente era il mio,
perch'ero sognatore, perch'ero ombroso e diffidente, perch'ero divenuto
scettico, perch amavo da osservatore, e mettevo sempre del riserbo, direi
della restrizione mentale, nelle espansioni del cuore. Quando nei trasporti
amorosi non si mette lo stesso abbandono dalle due parti, una delle due 
ridicola di certo. Non so quale.

Nei crocchi eleganti che frequentavo sentivo spesso parlare di Eva come si
parla del miglior cavallo da corsa, dell'opera in voga, e della pi bella
pariglia. Era un'appendice necessaria a quella vita di lusso e di piaceri. Io
avevo buttato dalla finestra le poche memorie che mi rimanessero di lei, i
suoi nastri scoloriti, i suoi stivalini rotti, i suoi guanti scompagnati.
Avevo lasciato da molto tempo quella cameretta dov'ella aveva dormito tanti
sonni, ed ora, a volte, sentivo un ardente desiderio di rivederla,
d'incontrarla, di gettarle in faccia il lusso della mia felicit. Non era pi
amore, ma era vanit. Io non so quale dei due sentimenti sia pi forte; certo
spesso si scambiano l'uno per l'altro.
Non l'avevo pi vista. La dicevano bella come prima, elegante come un mazzo di
fiori, e corteggiata come una regina. Molti entusiasmi giovanili si scaldavano
parlando di cotesta donna che avevo visto attizzare il fuoco del mio camino; e
non rammentai altro che la sua bellezza, la sua eleganza, e il suo sorriso,
ricordi che mi montavano alla testa. Ero dispettoso che la fosse cos, e che
sembrasse ancora cos agli altri.

Una sera ero al Pagliano, in uno di quei palchetti dove  favore distinto
essere ammesso, dove i numi dell'olimpo fiorentino si pigiavano come ad una
mostra, per scambiare un sorriso o una stretta di mano, in faccia ad un
pubblico di gelosi, con la dea del santuario. Io le sedevo accanto, e la dea
mi largiva parole e sorrisi. Tutt'a un tratto la vidi aggrottare il
sopracciglio, da vera dea, prendere l'occhialetto, e dirigerlo bruscamente su
di un palchetto di faccia, era uno di quei gesti espressivi che usano le gran
dame quando non vogliono scendere alla parola, ma siccome non mi curavo di
seguire il capriccio di lei, cos mi contentai di guardare quel braccio nudo,
tanto bello ch'era pudico, e si nascondeva nel guanto sino a met. Per
l'osservazione di lei era cos insistente che, senza volerlo, seguii la
direzione di quell'occhialetto, e ne vidi un altro che gli rispondeva come una
pistola da duellante. La dea si stanc per la prima, e distese mollemente il
braccio sul velluto del parapetto. Allora anche l'altro occhialetto scomparve,
e riconobbi Eva, Eva sfolgorante di tutta la sua bellezza, colle spalle e le
braccia nude, i diamanti fra i capelli, i merletti sul seno, la giovinezza, il
brio, l'amore negli occhi, anzi, la volutt, e il sorriso inebbriante, il
sorriso che faceva luccicare come perle i suoi denti.
Chi c' nel palco numero tre, in seconda fila? domand la dea con
quell'accento inimitabile che hanno le dee quando parlano dei semplici
mortali.
L'officioso pi lesto e pi fortunato rispose:
Il conte Silvani.
E' un pezzo che non si vede il conte!
E' stato in Germania.
E ha preso moglie?
No.
Ah!
Nel vestibolo incontrai di nuovo Eva di faccia a faccia. Ella mi lanci di
bruciapelo uno di quei tali sguardi, come se mi desse un pugno al cuore.
La dea aveva un altro genere di sguardi, quelli della lente che vi tiene a
distanza poich l'occhio non vi vuol riconoscere, e domand, con quel muto
linguaggio, all'insolente che osava fissare gli occhi su di lei, come non
rimanesse abbagliata da tanto splendore. Eva si content di sorridere, levando
il capo per dire qualche parola al suo compagno, mentre si appoggiava al suo
braccio con un raddoppiamento di leggiadra civetteria; il conte era alto e le
dava il vantaggio di levare il capo verso di lui per parlargli, vantaggio
grandissimo per le donne che sanno farlo in un certo modo! Lasci anche
scivolare la mantiglia sulle spalle, e mi pare che osservasse con la coda
dell'occhio se io facessi attenzione a tutta cotesta manovra. Quelle due donne
che non si conoscevano nemmeno, che non si sarebbero incontrate giammai,
dovevano odiarsi cordialmente.
Io non potei dimenticare un momento quegli occhi che mi avevano dardeggiato, e
che si erano volti sorridenti verso di me.

Un giorno all'improvviso Eva venne da me, leggiadra, pazzerella, sorridente
come sempre, girando per tutte le stanze, toccando tutto, facendo frusciare
gaiamente la sua veste sul tappeto, come se ci fossimo lasciati il giorno
innanzi. Mi domand se fossi in collera con lei, se avessi pensato a lei, se
l'amassi ancora; mi disse che non mi aveva mai dimenticato, che era contenta
di vedermi in quello stato, che era orgogliosa di avermi amato; mi disse cento
cose seducenti come ella le sa dire, scaldandosi al fuoco, e sollevando la
veste per posare i piedini sugli alari. E' impossibile esprimerti tutto quello
che c'era nelle sue parole, nel suo riso, nei suoi occhi e nei suoi gesti. Mi
parl del passato; mi domand dei miei amori, e come amassi, e come fossi
amato, e se amassi di pi o in un altro modo, e mi diede anche un bacio come
mi avrebbe dato una stretta di mano. Poi, dopo ch'ebbe fatto ardere il mio
sangue con quella grazia cos calma e nello stesso tempo cos spensierata, con
quei suoi sguardi sorridenti come ad un fratello, col profumo del suo
fazzoletto e coi tacchi degli stivalini, ella si alz tranquillamente e mi
stese la mano. Se ne andava! erano le due, doveva andare dalla modista, dalla
sarta, da Marchesini, a fare un giro alle Cascine. Alle sei poi davano in
tavola, mille ragioni inoppugnabili! Io chiusi la porta e le presi le mani;
ella me le strapp, e si mise a correre per le stanza, ridendo, folleggiando
come una bambina, e poi mi si abbandon tutta tremante, collo stesso sorriso,
con un movimento infantile e inebbriante.

Matto! matto! mi disse lisciandosi i capelli allo specchio. Ed io pi matta di
te! A proposito, e la tua dea?
Quale dea?>
Quella del Pagliano, la superbiosa. L'ami molto?
Punto.
Ti credo. Siete cos orgogliosi entrambi! Dovete bisticciarvi sempre. L'amerai
per vanit.
Sono troppo orgoglioso per avere di coteste vanit.
Come sei diventato! e mi guardava tutta sorpresa, con cert'aria ingenua che
possedeva ancora. Dimmi come amano le gran dame e annodava i nastri del
cappellino.
Come le piccole.
Adulatore! Ma io perdo il mio tempo con te! Addio.
Verrai a trovarmi?
No.
Verr io?
No.
Come, no! Ma non capisci che ho bisogno di vederti!
Ella mi guard e scoppi a ridere.
Proprio? mi disse.
Come dell'aria per respirare!
Sei pur stato tanto tempo senza, e non sei morto!
Perch sei venuta dunque, maliarda? perch mi hai fatto ardere il sangue colle
stesse febbri?...
Ella mi guard nello specchio, con quel sorriso! e mi disse:
Ero gelosa!
Dunque mi ami!
No. Tu non capisci coteste gelosie di donna, tu! e sei un uomo di spirito!
Andiamo, via, non pi sciocchezze! riprese con dolcezza dopo alcuni istanti,
accarezzandomi la mano per rabbonirmi. Ti voglio ancora del bene, ma bisogna
essere ragionevoli. Non scherziamo pi col fuoco!
Ella seguitava ad accarezzarmi le mani, e vedendomi sempre accigliato
soggiunse:
Ti giuro che se avessi prevista cotesta nuova follia non sarei venuta!
Ah! non lo sapevi?
No! Mi pareva di trovarti pi ragionevole.
Ma adesso che vedi come non lo sono, e che son pi pazzo di prima, e che son
geloso non del tuo cuore, ma del tuo corpo, e che un lembo della tua veste se
mi tocca mi fa perder la testa, perch non seguitare, se non ad amarmi, almeno
a lasciarti amare?
Eva mi guard in viso in modo singolare e mi disse tranquillamente:
Perch ho pi giudizio di te.
Non mi ami pi?
No.
Perch sei venuta dunque? Dimmelo, maledetta! maledetta! Fu un capriccio?...
S... e se durasse sarebbe una follia... per te, e per me.
Allora io andai all'uscio, senza far motto, e l'apersi.
Senza rancore! diss'ella stendendomi la mano.
E lasciandola cadere dopo aver aspettato inutilmente soggiunse:
E' pure una gran disgrazia che siate fatto cos.
Usc stringendosi nella veste per non toccarmi. Io corsi a nascondere il viso
e le lagrime nei guanciali ancora odorosi del profumo dei suoi capelli.

Quelle due ore avevano gettato sul mio cuore il soffio ardente delle tempeste
del passato. Io l'adoravo, s, l'adoravo cos com'era, l'adoravo perch'era
cos! Avevo il desiderio frenetico dei suoi guanti che si lasciava strappare e
lacerare ridendo, e dei suoi stivalini di cui la seta strideva fra le mie
mani.
Feci mille pazzie per lei, la cercai, implorai, piansi, passai le notti sotto
le sue finestre, vidi l'ombra di lei accanto all'ombra di un uomo dietro le
cortine, seguii di notte la sua carrozza per le vie e vidi il suo capo
sull'omero di lui. Ella mi ravvis, e chiuse le imposte o si tir vivamente
indietro, o volse il capo dall'altra parte. Sirena! maliarda! che mi aveva
inebbriato coll'amore, ed ora mi intossicava con la gelosia! Le scrissi; le
scrissi umile, delirante, minaccioso. Ella mi rimand le mie lettere con un
sol motto:  Una follia non si fa due volte o diventa sciocchezza. Una sera la
rividi in teatro; ella non mi gett che un'occhiata dal suo palchetto, a me
che divoravo la sua bellezza con tutti i sensi e ne ero geloso! La vidi uscire
raggiante, superba, colla testa alta, il cappuccio sugli occhi, e il braccio
nudo appoggiato a quello di lui. Io feci stridere la seta della sua veste
imprigionata sotto al mio piede; ella si volse vivamente e mi gett in faccia
un'occhiata di collera, forse senza riconoscermi.

E cos la seguo da mesi, con questo acre desiderio di lei ch' memoria e
gelosia mischiate insieme; e cerco di vederla; e frequento i luoghi dove spero
incontrarla; e la riconosco al portamento, al posare del piede, al muover
della testa; e stasera la riconobbi subito appena la vidi, sebbene mascherata,
e quando potei farla parlare ed accertarmi ch'era proprio lei non la lasciai
pi, da lontano o da vicino, e so quel che ha fatto, quel che far, l'ora in
cui la carrozza verr a prenderla, e poco fa, mentre era seduta nel ridotto,
nel momento in cui vidi allontanare il conte per andare a comprarle dei dolci,
sedetti accanto a lei e mi tolsi la maschera.
Voi! esclam. Ancora!
S! non tentate di sfuggirmi; voglio il tuo amore!
Siete pazzo! mi disse, gettandomi in faccia la doccia fredda della sua calma.
E voi senza cuore!
Io! che vi ho sacrificato dieci mesi della mia giovinezza, i pi belli! che vi
ho sacrificato la mia carriera, e che avete messo alla porta quasi in cenci!
Ah! e volete vendicarvi!...
No, ve lo giuro. Non sono in collera con voi. Non lo sarei che ove vi
ostinaste in questa follia. Noi ci siamo trastullati con una cosa pericolosa,
abbiamo preso sul serio il romanzo del cuore; ecco il nostro torto, perch
anch'io ci ho creduto per un istante. Ma non siamo abbastanza ricchi per
permetterci questo lusso.
Non credete all'amore? le dissi insolentemente. non ci credete pi?
Oh, tutt'altro! E' il ferro del mestiere. Ma credo a quello degli altri. Anche
voi dovete crederci, ma in tutt'altro modo, per scaldare la vostra fantasia e
farne risultare dei bei quadri che vi frutteranno onori e quattrini.
Oh,  un'infamia!
Ella si drizz come una duchessa cui si fosse mancato di rispetto e mi disse
seccamente:
Me l'avete insegnata voi! Ora andatevene, ch viene il conte.
Oh! tanto meglio! Voglio conoscerlo questo felice mortale che vi paga i baci e
le menzogne!
Ah! esclam con un sorriso che non avevo mai visto in lei mi ricompensate
cos! Ma guardatevi! che il conte, oltre il pagarmi tutto questo, regala anche
dei famosi colpi di spada!
Pel nome di Dio! mormorai ebbro di collera e di gelosia, che egli non ti
pagher pi nulla, e domani sarai sulla strada se non vorrai venire a
chiedermi ospitalit!
<Tu sai che ho scommesso! fin Enrico guardandomi con occhi sfavillanti.

Enrico si pass la mano sugli occhi, per scacciarne la frenesia che vi
lampeggiava, e riprese dopo alcuni istanti di silenzio:
Sono pazzo! lo so anch'io! Ma la ragione mi  insopportabile. Non ho pi fede
nell'arte, nella vita, di cui posso contare i giorni che ancora mi rimangono,
nell'amore... e son geloso!...
Hai visto le sue braccia nude? mi domand dopo un istante con voce rauca, come
se parlasse in sogno.
Ma la tua famiglia? gli dissi.
Non rispose. Poscia, dopo un lungo silenzio e asciugandosi gli occhi. E' il
solo dolore che mi rimanga!
Potrebbe anche essere un conforto, e tale da compensarti ampiamente.
Enrico mi rise in faccia con un'ironia quasi insolente.
Mio caro, i sentimenti puri non sono che per le anime pure. Che cosa porterei
in mezzo alla mia famiglia che ha sacrificato tutto al mio egoismo?... i miei
infami sogni? i miei sozzi desideri? i miei disinganni colpevoli? Grazie a
Dio, non sono arrivato cos in basso da non comprendere che morrei di vergogna
pensando ad Eva, nelle braccia di mia madre, e che profanerei vilmente le
labbra di mia sorella, coi baci che ho dato a quella donna!
Si alz bruscamente, come se temesse qualche altra osservazione.
Fra mezz'ora, mi disse, al buffet; il conte vi ha dato appuntamento ad un suo
amico che parte per Parigi col primo treno. Sono le quattro; hanno ordinato la
carrozza per le cinque; sono certo di non mancare.
Mi tocc appena la mano, ed usc.

Egli mi aveva rovesciata addosso quella narrazione come una valanga, tutta di
un fiato, quasi fosse stato uno sfogo supremo e disperato, con parole rotte,
con frasi smozzicate, con accenti che solo il cuore sa metter fuori, e cui
solo lo sguardo sa dare un significato. Io non potrei accennare la millesima
parte dell'impressione che faceva quella dolorosa frenesia, irrompente,
concitata e febbrile di un uomo col piede diggi nella fossa, che gemeva, si
contorceva ed urlava nel suono della voce, nel tremito delle labbra, nelle
lagrime degli occhi, mentre la folla delle maschere urlava anch'essa ebbra di
vino e di musica rimbombante. Tutto ci mi saliva alla testa, mi ubbriacava.
Ero rimasto attonito, quasi annichilito dinanzi a quella tempesta del cuore,
come dinanzi ad una tempesta degli elementi. Uscii dal palco dopo di Enrico, e
lo cercai inutilmente pei corridoi, in platea, sul palcoscenico, da per tutto.
Dov'era andato?
Vidi l'elegante coppia che aveva attirati tutti gli sguardi dirigersi verso il
buffet, e la seguii. Quella strana avventura mi aveva gettato in una singolare
preoccupazione. Il trovatore si tolse la maschera; era veramente il conte
Silvani, bel giovane, ricco, prodigo, coraggioso. Era l'ora in cui la
stanchezza, o il caldo, o il vino, o la follia, fanno cadere tutte le
maschere, ed anche Eva si tolse la sua. Aveva il viso rosso, volse in giro
un'occhiata quasi timida; poi si assise di faccia al suo compagno. Lo
sciampagna spumeggiava nei bicchieri, gli occhi brillavano, e l'eguaglianza
sociale regnava in un modo che mai democrazia al mondo ha sognato possibile. A
poco a poco vidi radunarsi nella sala tutti quei giovanotti che si erano
trovati impegnati, senza saper come, in quella bizzarra scommessa. Si
guardavano attorno con curiosit, sorridevano, e si parlavano a bassa voce. Di
quando in quando Eva volgeva uno sguardo sulla folla che andava e veniva
dall'uscio, e poi tornava a ridere e a parlare col conte. La mezz'ora suonava.
Io tenevo gli occhi fissi su di Eva, e tutt'a un tratto la vidi impallidire
lievemente, chinarsi all'orecchio del conte e dirgli qualche parola; questi
sorrise e accenn negativamente; prese il bicchiere di lei, e lo riemp di
sciampagna. Seguii la direzione degli occhi della donna, straordinariamente
spalancati, e vidi Enrico, che si teneva sulla soglia, senza maschera, con
certa faccia pallida di malaugurio che gli dava l'aspetto di un cadavere. Non
so perch, non conoscevo, direi, costui che da due ore, ma il cuore mi batt
forte.
Infatti vi dovea essere veramente qualcosa di straordinario nel suo aspetto,
poich tutti lo guardarono in un certo modo come di sorpresa. Anche il conte
si volse a guardarlo, vedendo che tutti lo guardavano, e sorrise.
T! ancora quell'originale!
Enrico gli si avvicin con tutta calma, e si tolse il berretto con comica
seriet.
Ti diverti? gli disse sorridendo il conte per dire qualche cosa, giacch quel
saluto gli avea tirato addosso l'attenzione generale.
S! in fede mia, si! quando ti vedo mi diverto.
Mi conosci?
Diavolo! Chi non ti conosce!
Bevi alla mia salute, dunque, gli disse porgendogli il bicchiere spumeggiante.
In coscienza non posso; ch tu stai molto male!
Ah! ah! una delle solite facezie! sghignazz il conte rivolto ad Eva. Adesso
ci dir i nostri segreti!
Io guardai Eva e la vidi pallida come cera.
Oh! oh! rispose Enrico ridendo come avrebbe potuto ridere uno spettro se gli
spettri potessero ridere; il segreto di pulcinella!
Il conte sembr imbarazzato per un istante; ma non era uomo da darsi per vinto
alla prima, e replic: Sapevo la tua risposta:  vecchia come il tuo
travestimento.
Da arlecchino d'onore, no! Anzi, per provarti che non sono un ciarlatano, ti
dir quelli di lei e accenn ad Eva. Non i segreti del suo cuore, poich non
ne ha; ma posso dirti quelli della sua vita.
Eva fece un movimento per alzarsi, quasi avesse perduta la testa, e agit due
o tre volte le labbra pallide senza poter parlare. Attorno a quel gruppo si
era formato un cerchio di curiosi, di cui il centro era occupato da quei due
uomini che sorridevano. Ci fu un istante di silenzio. Evidentemente il conte
avrebbe fatto a meno di quella lotta di frizzi, ma come trarsi indietro?
Enrico gli sorrideva sempre, col suo viso cadaverico e gli occhi luccicanti
come quelli di un fantasma.
Ah! davvero? E come lo sai? disse il conte con uno sforzo d'audacia, perch
era imbarazzato egli medesimo del suo silenzio.
Enrico appoggi ambe le mani sul marmo del tavolino, si chin verso di lui sin
quasi a soffiargli in faccia le parole, e rispose lentamente:
Lo so, perch sono stato l'amante della tua amante.
Nell'occhio del conte pass un lampo, e le sue labbra si contrassero
sforzandosi di sorridere ancora. Sembr ondeggiare un istante sul partito da
prendere, e istintivamente volse attorno uno sguardo furtivo e lo ferm su di
Eva. Ella era pallidissima, avea le labbra livide e l'occhio smarrito quasi
stesse per svenire. Tutti quegli occhi che si fissavano sul conte sembrarono
raddoppiare il sangue freddo di lui. Egli esit un solo momento; poi alz il
bicchiere ricolmo all'altezza del naso di Enrico ed esclam:
Alla salute dei tuoi amori passati dunque! e vuot il bicchiere d'un fiato.
Ci fu uno scoppio di applausi.
Bravo! disse anche Enrico. Sei un uomo di spirito!
Grazie!
Io lo sapevo, e perci ho fatto la scommessa.
Davvero?
S, ho scommesso che avrei dato un bacio alla tua amante, e che tu non
l'avresti avuta a male.
Eh, caro mio! Scommessa arrischiata! rispose il conte che cominciava a farsi
serio.
Ohib! Sei un uomo ammodo! Guarda!...
E senza precipitazione, con quella calma che non l'aveva abbandonato un solo
istante, si chin su di Eva, la quale era quasi fuori di s, e non si
aspettava certamente quell'eccesso di follia, e la baci sulla guancia.
Il conte si rizz come un fulmine, e gli applic un sonoro schiaffo.
Oh, oh esclam Enrico senza scomporsi, sorridendo ancora del suo lugubre riso,
e passandosi la manica sulla guancia rossa. Vedi che avevo ragione di non bere
alla tua salute.

Le condizioni del duello furono stabilite quasi subito fra due amici del conte
e due dei giovanotti che avevano impegnato la scommessa con Enrico. Silvani
era partito. Io accompagnai il mio amico che sembrava diventato un altro,
indifferente a tutto, anzi un po' inebetito come quando girava fra la calca
del veglione. I suoi occhi luccicavano da pazzo: era la sola manifestazione di
quello che dovea chiudersi in petto. Passando attraverso la ridda frenetica
dei ballerini e delle maschere sorrideva in modo strano; e un momento si ferm
a guardare come uno sfaccendato che si balocca con la sua spensieratezza.
Quella musica, quell'allegria scapigliata e quell'uomo che guardava
sorridendo, mi stringevano il cuore. Allorch fummo in carrozza, m'accorsi che
Enrico tremava come chi  colto da febbre. Volli dargli il mio palet; lo
rifiut.
Non occorre; mi disse, fa caldo.
Hai la febbre!
Lo so. Son parecchi mesi che l'ho tutte le sere... Passer.
E rideva.
Era ancora buio. Nella notte era caduta molta neve che imbiancava le strade e
i tetti sicch la carrozza vi correva sopra senza far rumore, come se
facessimo un viaggio fantastico. Lasciammo il legno al piazzale delle Cascine,
e ci mettemmo a piedi per un lungo viale. L'aria era frizzante; i primi
chiarori dell'alba imbiancavano debolmente il cielo attraverso l'incrociarsi
dei rami inargentati dalla neve; una sfumatura opalina si disegnava in fondo
al viale sull'orizzonte, e il viale stesso appariva come una lunga striscia
candida su cui risaltava, ad una certa distanza, un'ombra indistinta che si
avvicinava senza far rumore, facendo tremolare due fiammelle rossigne ai due
lati.
L'alba si era fatta pi chiara quando il conte e i suoi testimoni ci
raggiunsero. Erano avvolti nei loro mantelli e avevano il sigaro in bocca. Ci
fu uno scambio generale di saluti fatti in silenzio. Quei due uomini si
guardarono senza batter ciglio, quasi non si fossero conosciuti mai.
Gli uccelli cominciavano a pispigliare, e un raggio indorato corse come una
freccia sui rami pi alti. Il conte accese un'altra sigaretta mentre si
compivano le formalit preliminari, ed uno dei testimoni alz il naso verso il
cielo dicendo:
Sar una bella giornata.
Poscia tutti i sigari si spensero, e tutti i volti assunsero la maschera di
circostanza.
Enrico si tolse l'abito e lo pieg accuratamente; vi sovrappose il cappello,
rimbocc le maniche della camicia sino al gomito, prese la spada che gli
presentavano, la pieg in tutti i sensi sulla punta del piede, e frust l'aria
con essa. Successe un istante di silenzio. Poi si ud una voce:
A voi, signori!.
E le due lame scintillarono.
Ho ancora dinanzi agli occhi quel triste spettacolo.
Enrico avea la guardia un po' spavalda, ma ferma come il bronzo, che gli
spagnoli ci hanno lasciato a noi del mezzogiorno; sembrava tutto d'un pezzo
dalla punta della spada alla punta del piede, e parava con un semplice
movimento del pugno. Il conte era bravo spadaccino, snello, agile, nervoso; la
spada gli guizzava fra le mani come un baleno, cavando e ricavando colla
rapidit di un mulinello; si raccorciava, si nascondeva quasi sul fianco, e
vibravasi improvvisamente come un giavellotto a spuntarsi su quei pochi
centimetri di coccia, dietro alla quale Enrico riparavasi come dietro ad uno
scudo che coprisse tutta la sua persona.
Dopo alcuni istanti il conte ruppe di un passo, e si rimise in guardia come
per vedere con chi avesse a che fare. Due o tre minuti rimasero immobili, con
il ferro sul ferro, gli occhi negli occhi, l'odio che si scontrava con l'odio.
Enrico ritir la sua spada facendola strisciare lento lento su quella
dell'avversario con un movimento felino. Parve che un fremito si fosse
comunicato dal suo ferro a tutto il suo corpo, ed assalt bruscamente. A un
tratto si pieg come un arco colla rapidit del lampo, ed io che gli stavo
alle spalle vidi luccicare la punta della spada nemica dall'altra parte del
suo petto.
Alto! gridarono i secondi, mettendo la spada fra i duellanti.
Non  nulla! disse Enrico scoprendosi il petto. E' una scalfittura.
Il ferro per aveva fatto quel che avea potuto, e aveva portato via quello che
aveva incontrato. Una striscia di carne lacerata solcava il petto di Enrico e
la camicia, ch'era stata meno lesta di lui, era stata bucata netta.
Il chirurgo, un nostro carissimo amico, molto conosciuto a Mentana come il
Dottore dal cappello bianco, esamin la ferita; era infatti orribile a
vedersi, ma non era grave, e quei signori potevano ancora seguitare a bucarsi
la pelle.
Diavolo! esclam Enrico. Non credevo che ci fosse ancora tanta carne nelle mia
ossa.
Il dottore voleva fasciargli la ferita. No, egli rispose; il signore ha
diritto di aver nudo il suo bersaglio.
Il conte s'inchin.
Non c'era che dire, quei due bravi giovanotti si scannavano da perfetti
gentiluomini.
Tornarono a mettersi in guardia; ma stavolta erano pallidi entrambi di un
pallore sinistro. Lo scherzo di buona societ cominciava a farsi serio. Enrico
sentiva al certo che non aveva tempo da perdere, perch il sangue gli scorreva
fra le dita della mano che si teneva sulla ferita, e la mano e la camicia gli
si erano fatte rosse. Si vedeva una terribile tensione in tutta la sua
persona, nell'occhio intento, nei movimenti nervosi, nel garretto saldo, nel
corpo piegato all'indietro: sembrava una molla d'acciaio che stia per
scattare. Il conte l'assaliva colla furia di chi capisce d'avere a che fare
con un temibile avversario, e sente di dover uccidere per non essere ucciso.
Tutt'a un tratto si vide una striscia di luce correre e serpeggiare come una
biscia sulla spada del conte, Enrico andare a fondo tutto d'un pezzo, e
saltare indietro levando in alto la spada.
Il conte port vivamente la sinistra sul petto, stralun gli occhi, abbandon
la guardia e si appoggi un'istante alla spada che si pieg sotto il suo peso;
poscia barcoll e cadde su un ginocchio.
Tutti si precipitarono su di lui. Enrico si fece ancora pi pallido, e lo
guard cogli occhi di un mentecatto.
Il Dottore dal cappello bianco s'inginocchi presso del conte, mentre uno dei
suoi secondi gli teneva il capo sui ginocchi, e gli apr la camicia.
La ferita non doveva essere grave; era appena visibile, fra la terza e la
quarta costola, e mandava pochissimo sangue. Sembrava davvero una cosa da
nulla. Il dottore non ebbe bisogno che di una sola occhiata, per ordinare, con
quell'accento che hanno soltanto i medici in certe occasioni, rialzandosi
bruscamente: La carrozza! presto, la carrozza!

Passarono alcuni mesi senza che io pi rivedessi Enrico Lanti. Ero tornato in
Sicilia, ma non ne avevo avuto pi notizia. Un mattino, verso gli ultimi di
ottobre, mi fu recapitata da un contadino una lettera urgente in Sant'Agata li
Battiati, ove mi trovavo.
Il carattere di quella lettera che veniva a cercarmi con urgenza mi era
assolutamente sconosciuto, e sembrava tracciato con mano tremante. Per non ci
volle molto per correre alla firma, giacch la lettera era brevissima; era di
Enrico Lanti e diceva:
 Amico mio, vorrei vederti, e siccome me ne rimane pochissimo tempo ti prego
di affrettarti, se vuoi rendermi quest'ultimo servigio.
Mi misi in viaggio immediatamente, facendomi guidare dal contadino che aveva
recato la lettera.
Fuori Aci Sant'Antonio, dopo un cinque minuti di corsa per quella bella strada
che svolge agli occhi del viandante l'incantevole panorama della vallata di
Aci, tutta seminata di ville e di villaggi, fra le vigne e i boschi di aranci,
sino al mare, la mia guida mi addit una casetta elevata su di un ciglione.
Bisogn lasciare la carrozza e metterci per una viottola attraverso i campi.
Alla svolta del sentiero mi si present la casa ridente ed ariosa, ornata di
viti e di rosai, con una bella spianata sul davanti, e due magnifici castagni
che le facevano ombra.
Sotto un di quegli alberi c'era una poltrona colla spalliera appoggiata al
tronco; un mucchio di guanciali le dava l'aspetto doloroso che hanno le
poltrone degli infermi. Vidi una scarna e pallida figura quasi sepolta fra
quei guanciali, e accanto alla poltrona un'altra figura canuta e veneranda, la
madre accanto al figliuolo che moriva.
Corsi a lui con una commozione che non sapevo padroneggiare. Com'egli mi vide
mi sorrise di quel riso cos dolce degli infermi, e fece un movimento per
levarsi.
Si vedeva diggi il cadavere: il naso affilato, le labbra sottili e pallide,
l'occhio incavernato.
Lo tenni stretto fra le mie braccia, ed egli mi baci pi volte; quel bacio
era caldo di febbre; tutta la sua epidermide era riarsa, e l'anelito frequente
ed affannoso gli si sprigionava dal petto con un sibilo.
Sedetti di faccia a lui. Egli non volle abbandonare le mie mani, e cercava di
sorridermi ancora quantunque dovesse molto soffrire, a giudicarne dalla
contrazione dei suoi lineamenti, che di tratto in tratto non poteva
dissimulare.
Grazie! mi disse tutto commosso. Tu almeno non mi hai dimenticato!
Tacque subito, sopraffatto da un violento scoppio di tosse, che, ahim!, non
ebbe neanche la forza di prorompere, ma si content di lacerare quel povero
petto, facendolo sobbalzare convulsivamente. Poi si abbandon sui cuscini
cogli occhi chiusi, sfinito. Quali occhi! Le palpebre nerastre si affondavano
nell'occhiaia incavata, e quando si riaprivano scoprivano qualche cosa che
parlava dell'altro mondo. Nell'impeto della tosse tutto quel poco sangue che
gli rimaneva sembrava correre, con rossori fuggitivi, sulla mortale pallidezza
delle gote; poscia quella pallidezza si faceva pi mortale ancora. La madre
teneva abbracciati i cuscini dove si perdeva quasi il corpo del figlio, e
guardava quelle sembianze adorate, ove la morte sbatteva diggi la sua livida
ala, con l'occhio asciutto, quasi il cuore avesse bevuto tutte le sue lagrime.
Feci un movimento per alzarmi. Egli che possedeva la squisita percezione di
tutto ci che si faceva vicino a lui, come l'hanno i moribondi di quel male,
mi strinse le mani, senza riaprir gli occhi, e mi fece cenno di non muovermi.
Dopo qualche secondo volse lentamente il capo, e fiss un lungo sguardo negli
occhi di sua madre. Negli occhi della madre e in quelli del figlio non c'erano
lagrime: c'era un silenzio che spezzava il cuore.
Mamma! disse Enrico, e la sua voce fioca vibrava come una carezza in quella
dolce parola. Ecco il mio amico. Tu gli vuoi bene, non  vero?
La povera donna mi stese la mano, ed io la baciai religiosamente.
Dove sono gli altri? domand Enrico con la curiosit inquieta, particolare al
suo stato.
Tuo padre  andato ad accompagnare il medico, e l'Agatina  andata a coglierti
una manata di gelsomini che ti piacciono tanto.
Il medico!... mormor il moribondo con accento che stringeva il cuore.
Nessuno di noi ebbe il coraggio di rispondere.
Ti ho disturbato forse? mi domand dopo alcuni istanti.
Oh, no!
Avevo bisogno di vederti... e di parlarti.
Mi fiss col suo sguardo espressivo e lucidissimo, e soggiunse:
Noi non fummo mai intimi; ma ci siamo incontrati in una tal epoca della mia
vita che mi pare di non avere altri amici che te. Eppoi e sorrise
dolorosamente ho diritto alla tua indulgenza... come tutti quelli che se ne
vanno verso quelli che rimangono...
Enrico! esclamai stringendogli le mani con dolce rimprovero, e rivolgendo
involontariamente uno sguardo alla madre di lui.
Anch'egli rivolse su di lei quegli occhi che dopo alcuni secondi di angosciosa
contemplazione gli si riempirono di lagrime.
Mamma! le disse dopo una qualche esitazione, non vorresti dire all'Agatina di
fare anche un mazzolino pel nostro amico?
La povera madre si lev in silenzio, e si allontan.
Rimasti soli ci guardammo senza aprir bocca. Nessuno di noi due trovava la
prima parola, e quel suo sguardo mi trafiggeva il cuore.
Io muoio!... diss'egli finalmente, con un accento che non potr mai
dimenticare. Lo vedi!...
Non potei frenare le lagrime, e gli strinsi la mano con forza.
Coraggio, povero amico mio!
Credi dunque che mi rincresca di morire?... Io non avrei bisogno di
coraggio... se non fosse per quei poveri vecchi che mi spezzano il cuore!
I suoi occhi, dove soltanto sembrava essersi raccolta la vita, luccicavano di
lagrime, mentre li volgeva su tanto sorriso di cielo, su tanto azzurro di
mare, su tanto verde di giardini che gli stava attorno. Il suo cuore
d'artista, che possedeva la squisita suscettibilit d'idealizzare quelle
impressioni dei sensi, doveva grondar sangue parlando di morte fra tante
ricchezze di vita. Non ebbe pi a lungo la forza di dissimulare l'angoscia che
doveva lacerarlo a quelle parole, e mormor con un sospiro a stento represso:
Com' bello tutto ci!... Io solo posso sentirlo in quest'ora...
Rimanemmo qualche tempo in silenzio.
L'hai veduta? mi domand tutt'a un tratto, come se non ci vedessimo soltanto
da pochi giorni, o come se seguitasse un discorso incominciato.
No! risposi con ripugnanza, poich il ricordo di tal donna mi pareva una
profanazione in quel momento.
Egli cap, e sorrise ironicamente.
Ah! voi altri puritani!... come siete sciocchi!
Apr la camicia sul petto per cercarvi un pacchetto di carte. Le ossa
sembravano forargli la pelle gialla e arida come cartapecora.
Guardala! mi disse trionfante, svolgendo da quelle carte una piccola
miniatura, e dimmi se il vostro puritanismo vale il suo sorriso!
Quel disgraziato, diggi per tre quarti cadavere, faceva un ultimo sforzo onde
delirare per quella donna che gli sorrideva ancora nel ritratto, e che non si
ricordava pi di averlo amato.
Quando sarai al punto in cui sono, mi disse Enrico, o quando sarai vecchio, il
che  peggio, maledirai la tua saviezza che ti ha fatto insensibile alla luce,
ai profumi, alle dolcezze della giovinezza!... E c'era tanto calore nel
paradosso di quel moribondo che lo rendeva, direi, solenne.
Oh, povero amico mio! Interroga la tua coscienza, interrogala senza rimpianti
e senza collera, e non dirai pi cos.
Che m'importa! salt su Enrico con tal impeto quasi un serpe l'avesse
morsicato. Che m'importa della coscienza, e di tutti quei fantasmi che voi
altri avete creato a furia di paroloni! Che m'importa del vero e del falso!...
Ho tempo di perderci la testa, io?... e neanche voi altri ce l'avete... voi
che m'isterilite il cuore mentre la giovinezza fugge come un lampo! Tu, vedi,
sei giovane, sano, forte... tu mi guardi forse con maggior sorpresa che
compassione, e domandi a te stesso come mai sia possibile che la vitalit che
senti in te rigogliosa e robusta possa giungere a tanta miseria di
deperimento... Eppure, vedi! Tutta cotesta robustezza, tutta cotesta forza...
un soffio... e se ne vanno!... E l'uomo... l'uomo che sente dentro di s
ancora tutto questo inesplicabile mistero di desideri, di speranze, di gioie e
di dolori, che la malattia non ha n indebolito, n ucciso, l'uomo che lo
sente pi forte e tumultuoso per quanto pi infiacchiscono le sue forze,
domander a se stesso, come te, cosa sia dunque questa vita, e questa
incognita che chiamano cuore!... Chi lo pu dire?... Nessuno. E se nessuno lo
sa, chi pu dargli torto o ragione?
Tacque anelante, rifinito al pari di un uomo che abbia fatto una lunga corsa;
e dopo un triste silenzio ripigli con esaltazione morbosa:
Ho visto tante mostruosit rispettate, tante bassezze cui si fa di cappello,
tante contraddizioni di quello che chiamate senso morale, che non so pi dove
stia la verit. Tu che mi parli di gioie false dimmi quali sieno le vere:
quelle che costano pi lagrime, o quelle che lasciano pi rimorsi? O perch
rimorsi? Qual  l'amor vero, quello che muore, o quello che uccide? E qual 
la donna pi degna di amore, la pi casta, o la pi seducente? dov'
l'infamia? nella donna che ama per vivere, o nell'uomo che vive per godere? o
che tiene il sacco dell'adulterio colla complicit del silenzio, o che gli
s'inchina quando lo vede passare in carrozza? Chi sentenzia del bene e del
male? Il mondo! Che cos'? Quali sono i suoi diritti? e non mentisce? e non
s'inganna? e non  ipocrita? o non ha altra scienza che quella di negare? e
quell'altra di biasimare?
Si arrestava di quando in quando, e agitava la testa sul cuscino come se i
pensieri che gli martellavano il cervello non potessero pi irrompere. La
parola gli usciva rotta, a sibili, a rantoli.
Era uno spettacolo straziante.
I pazzi son pi felici di voi e ripet due o tre volte questa frase. Se vivete
di menzogne, se non avete di certo che le illusioni, perch le maledite quando
son belle?... Voi altri savi... che vi affannate dietro ad illusioni che non
raggiungerete giammai... o che sconfesserete quando le avrete raggiunte,
chiamate pazzo colui che si vive beato nelle sue illusioni!... il pazzo come
vi chiamer, voi altri savi?
E l'arte... soggiunse dopo poco, Menzogna anch'essa!... Menzogna... o
illusione!
Dopo coteste parole stette a lungo in silenzio, cogli occhi chiusi come se la
vita l'avesse abbandonato intieramente. Era un lugubre silenzio. Poscia
fissandomi in volto uno sguardo relativamente calmo, e dove c'era una tinta di
sorpresa:
E' strano! mormor; mi pareva che avessi bisogno di parlare di lei... e che tu
mi dicessi che ella ti ha parlato di me... Ora non lo desidero pi... Ho
pensato ad Eva... e alla mia giovinezza... e le ho vedute lontan lontano...
Sar perch sono stanco!
E dopo un silenzio:
Posso contare le ore che mi restano di vita, posso dire: Domani... fra due
giorni... quando quel bel sole far scintillare l'immensa pianura d'acqua che
si stende laggi, e colorir del suo bell'azzurro questo cielo... quando lo
stesso albero getter la stessa ombra sulla mia povera casa, e quegli uccelli
schiamazzeranno fra le foglie... io sar morto... non vedr e non sentir pi
nulla... nemmeno i pianti desolati dei miei genitori che mi chiameranno... Che
rimarr di me? di tutta cotesta confusione di pensiero che sento in cos
fragile involucro?... Non lo so! nessuno me lo sa dire! Ci  ben triste!...
Non  vero?
Volse gli occhi lentamente, con stanchezza, su tutto l'orizzonte che lo
circondava, e con una certa inesprimibile amarezza:
La vita!... mormor chiudendo gli occhi di nuovo, come se quella vista
l'affaticasse, o gli lacerasse l'anima, e dopo una lunga esitazione: S! s...
c' qualche cosa di vero nell'arte!...
Il dolore m'opprimeva. Non sapevo far altro che stringere fra le mie quelle
povere mani scarne.
Tu non muori, tu! mi disse egli con una sublime e lacerante ingenuit e forse
la vedrai! Prendi soggiunse dopo qualche secondo d'esitazione consegnandomi
quel pacchetto che non aveva abbandonato. Se mai la rivedrai un giorno... se
si rammenter di me... dagliele... Se no... fanne quello che vuoi...
bruciale... Domani forse sar morto, e mia madre, e mia sorella... non devono
vederle...
Ed esit ancora lungamente prima di darmi il ritratto. In questo momento si
udirono le voci dei suoi parenti che si avvicinavano. Maledetta! esclam
trasalendo e buttando il ritratto per terra. Maledetta! Menzogna infame che mi
hai rubato la felicit vera! Maledetta! E maledetta anche te, arte bugiarda
che c'inebbrii con tutte le follie! Maledetta!
Un accesso di tosse sembr soffocarlo; il corpo era troppo debole; ma lo
spasimo lo faceva sollevare sulla poltrona, agitando le braccia smaniosamente;
e tentava quasi colle mani contratte di strapparsi dalla bocca e dal petto
quel dolore insoffribile. In quel momento temei sul serio che mi morisse tra
le braccia.
Allorch sopraggiunsero i suoi parenti era abbandonato sui cuscini, con un
soffio di vita sulle labbra, cogli occhi fissi e le lagrime che gli rigavano
le guance.
Qual pi doloroso spettacolo di persone che si adoperano, che hanno la
terribile certezza di doversi separare per sempre, che hanno il cuore a brani
pel dolore, e che devono nasconderselo reciprocamente! Nella madre quel dolore
era sovrumano, ma rassegnato, quasi sacro; nel padre era cupo e profondo;
nell'ingenua e candida giovinetta era meno dissimulato, ma anche meno vivo,
forse perch a quell'et non si crede giammai intieramente alla sventura.
Eccoti i tuoi gelsomini, Enrico!> diss'ella scuotendo il suo grembialino sulle
ginocchia del fratello. Ed ecco per lei... aggiunse arrossendo con un grazioso
sorriso e inchinandosi con bel garbo.
La ringraziai, commosso al vivo. Il desolato genitore venne a stringermi la
mano.
Vidi la madre che si chinava sui cuscini del figliuolo e gli diceva qualche
parola all'orecchio. Dal triste sorriso con cui il figlio rispose indovinai
che gli aveva domandato come si sentisse, quella dolorosa domanda che si
ripete pi spesso quanto minori sono le speranze di avere una risposta
rassicurante. Il padre che aveva lasciato il medico pochi momenti prima, non
ebbe il coraggio di domandargli.
Lo sguardo intelligente del moribondo si affissava con indefinibile
espressione sui suoi cari, come se volesse saziarsi della felicit di
vederseli accanto mentre sentiva l'angoscia di allontanarsene sempre pi ogni
secondo.
Perch mi lasci cos spesso? diss'egli al padre con accento che spezzava il
cuore, stendendogli la mano che ricadde senza forza.
Accompagnai il dottore, figliuol mio... rispose il povero vecchio facendo
sforzi sovrumani per dissimulare le sue lagrime.
Ah!... il dottore!... esclam l'ammalato stringendosi nelle spalle.
Nessuno os aprir bocca.
Mi alzai, poich non mi sentivo le forze di assistere pi a lungo a quello
spettacolo, e perch mi sembrava di dover rispettare il pudore di quelle
angosce.
Te ne vai diggi? diss'egli stendendomi la mano.
Si.
Verrai domani?
Verr.
Credeva ancora al domani!
Domani!... esclam quindi tristamente. Chi lo sa?... Ad gni modo, soggiunse
stringendomi le mani, baciamoci... come due amici che si lasciano per lungo
tempo...
Quel bacio caldo, in cui si sentiva gi l'anelito del moribondo, mi trafisse
il cuore. Egli mi segu con quello sguardo che strappava le lagrime finch
svoltai l'angolo della viottola.
Il padre suo insisteva per accompagnarmi sino allo stradale. Mi parve un
delitto rapirgli quegli ultimi e solenni momenti che poteva passare ancora
presso il figlio che la morte gli rapiva. Partii addolorato profondamente.
Tutta la notte non potei dormire. Sembravami di sentire al mio capezzale il
rantolo di quel moribondo, e di vedermi dinanzi agli occhi quello sguardo e
quel sorriso nuotanti nell'agonia.
Il giorno dopo, di buon mattino, ritornai ad Aci Sant'Antonio.
Sulla strada di Valverde incontrai i contadino che mi avea recato la lettera
di Enrico il giorno innanzi. Lessi tutta la verit nell'occhiata che egli mi
volse, e l'interrogai col solo sguardo. All'alba! mi rispose levandosi il
cappello e segnandosi.
Ordinai al cocchiere di tornare indietro; mi buttai in fondo alla carrozza, e
piansi.
FINE.
