Giovanni Verga.
TUTTO IL TEATRO.


Associazione carcere e territorio il Bivacco, Melegnano (MI) 2001.
Traduzioni telematiche per i non vedenti a cura di Rosaria Biondi, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo, Nadia Ponti (casa di reclusione - Opera).



INDICE.

I nuovi tartufi.
Rose caduche.
L'onore 1.
L'onore 2.
Cavalleria rusticana.
In portineria.
La lupa.
Dopo.
La caccia al lupo.
La caccia alla volpe.
Dal tuo al mio.
Il mistero 1.
Il mistero 2.

INEDITI PER IL TEATRO.

Le farfalle.
La commedia dell'amore.
Storia di una capinera.

INEDITI PER IL CINEMA.

Cavalleria rusticana.
Storie del castello di Trezza.



I nuovi tartufi.
Commedia in quattro atti.
(1865-66).

"L'ipocrisia  un omaggio che vien reso
alla virt o un agguato che le si tende?"

PERSONAGGI.

Prospero Montalti.
Emilia, sua moglie.
Carlo, Maria, suoi figli.
Dottor Ferdinando Codini.
Alberto Varesi.
Rodolfo Zanotti.
Giorgio Di S. Giocondo.
Giulia, Contessa Di Roccabruna.
Sassarini.
La signora Beghini.
Tonio, domestico di Montalti.
Vittorina.
Invitati; elettori.

La scena del primo atto  in una cittaduzza della Toscana (ottobre 1865). Negli altri tre a Firenze (primi mesi del 1866).


ATTO PRIMO.

Salotto in casa Montalti; uscio in fondo e due laterali. A destra un canap; accanto un tavolino da lavoro. A sinistra una tavola da the.

SCENA PRIMA.
Emilia presso il tavolino osservando il lavoro di Maria che ricama. Dottor Ferdinando, entrando dal fondo.

FERDINANDO: La riverisco, cara signora Emilia. Buon giorno, Maria.
EMILIA: Oh, ecco qui il dottor Ferdinando che ci reca qualche notizia. Non sedete un momento?
FERDINANDO: Cercavo il sig. Montalti.
EMILIA: E' uscito poco fa.
FERDINANDO: Non per andare in piazza ad aspettare l'esito della votazione, ne sono sicuro!
EMILIA: Oh, tutt'altro! E' cos agitato quel povero Prospero! Ma accordateci almeno cinque minuti (invitandolo a sedere sul canap). Il caff pel dottor Ferdinando, Maria! (siedono).
MARIA: Subito, mamma (esce).
EMILIA: A voi, sig. Ferdinando, che ci dite?
FERDINANDO: Buone nuove, ottime nuove! Lodato sia il Signore! (inchinando il capo).
EMILIA: Credete che riusciremo?
FERDINANDO: Coll'aiuto di Dio, s.
MARIA (entrando col vassoio): Signor Ferdinando, ha detto che riusciremo? Babbo sar deputato! Andremo dunque a Firenze, nella Capitale!... (posa il vassoio sul tavolino).
FERDINANDO: Pel servigio di Dio e della sua Chiesa! (con ipocrisia).
MARIA (battendo le mani con gioia): Che piacere!... che piacere! Senti, mamma,  sicuro che andremo a Firenze!
EMILIA (mescendo il caff a Ferdinando): Questa pazzarella di Maria non sogna che le Cascine da quindici giorni in qua.
FERDINANDO (bevendo il caff): Onnipotenza divina! che anche nei servigi che si rendono al trionfo della Sua Santa Chiesa (inchinandosi). Cattolica Apostolica Romana, fa trovare che sarebbero mondani se non fossero giustificati dalla santit del fine.
MARIA: Ma il babbo dunque?... non fa che parlare dell'onore di recare la medaglietta d'oro fra i ciondoli dell'orologio.
FERDINANDO: Ahi! pur troppo! tempi tristissimi sono quelli che corrono... tempi in cui il senso pi retto  traviato dalle aberrazioni pi stolte, quando non  perduto nell'empiet pi iniqua! in cui anche i pi elevati cattolici devono mettersi accanto agli atei ed ai bestemmiatori per far argine al torrente che minaccia sommergere la Chiesa e la societ (beve di nuovo il caff).
EMILIA (con ammirazione): Parole sante!
FERDINANDO (s'inchina in segno di modesta ritrosia).
MARIA: A me basta che la mamma mi conduca a spasso alle Cascine le Domeniche e babbo prenda ogni otto giorni un palchetto alla Pergola (occupandosi di nuovo del ricamo).
EMILIA: Pazzerella!
FERDINANDO: Giovent! Giovent! (pi basso ad Emilia) Per, mia eccellente amica, bisogna tenere d'occhio l'inesperienza e il bollore di questa et, massime in una capitale ove il vizio  pi sfrontato e i cattivi esempii pi frequenti.
EMILIA (nell'istesso modo): Credete che non abbia pensato anche a questo, e che non abbia dovuto combattere la ripugnanza d'andare ad esporre i miei due figli, queste due innocenti creature, al soffio avvelenato e corruttore della societ, come dite col vostro savio linguaggio?
FERDINANDO: E vi sar contato anche quest'altro sacrifizio, mia degna signora Emilia, siatene certa.
EMILIA: Oh, non dico questo poi, signor Ferdinando!
FERDINANDO: No!... no!... di tali elogi non bisogna essere ritrosi... E voi, modello della sposa e della madre cristiana, potete andare orgogliosa di averli meritati. Per voi il vostro degno consorte, il signor Montalti, si  deciso ad accettare la candidatura, sebbene esitasse molto a sobbarcarsi all'incarico che in questi tempi di iniquit  ambito, pur troppo! con tutti altri propositi.
MARIA: Oh! il babbo non fa che quello che dice la mamma.
EMILIA: Giacch voi me l'avete consigliato!... Vostro marito deputato potrebbe rendere importanti servigi alla nostra Sacrosanta Religione: mi avete detto, e son sicura che la mano di Dio non si allontaner dalla nostra famiglia finch amici come voi vi recano la benedizione del Signore. Vero  che l'esser Montalti, deputato mi lusingherebbe non poco!...
FERDINANDO: Lodevole orgoglio che il Signore benedice!
MARIA: E mia cugina Carlotta! e le Guignoli, come vorranno rimanere quando sapranno che andiamo a Firenze!... Mander a Carlotta un cappellino Don Carba, se non altro per provarle che  all'ultima moda, e che... aveva torto quando, al passeggio, me lo trovava ridicolo insieme a quelle invidiose delle Guignoli.
FERDINANDO (accarezzando ipocritamente la guancia di Maria): Testolina! Testolina!
MARIA: Dica, signor Ferdinando,  vero che a Firenze si balla tutte le sere, quando non si va a teatro, e si passeggia tutte le mattine, quando non si va a far visite?
FERDINANDO: Chi ve l'ha detto?
MARIA (con gravit): Oh, mio cugino Rodolfo, che c' stato lui, quattro anni fa e vi dimor due giorni intieri! Che fortuna andare a spasso tutte la mattine assieme a Carlo, e passare delle belle mezz'ore dietro le vetrine di mostra di quei bei magazzini di mode dove si vedono tante cose eleganti, e sentirci dire: Chi  quella graziosa signorina a braccio di quel bel giovanotto? Oh! sono i figli dell'onorevole deputato, del signor Montalti!... E poi a quelle belle feste da ballo gli uomini che vi dicono: Signorina, di chi siete figlia? Sono figlia del deputato Montalti, io!...
EMILIA (sorridendo): E perch non del ministro Montalti addirittura?
MARIA (con gravit): Sicuro!... Che ci sarebbe poi d'impossibile?
EMILIA (imitando Ferdinando): Giovinezza! Giovinezza!
FERDINANDO: Non temete ci penseremo; ci penseremo, mia egregia signora. Ove io non potessi affatto accompagnarvi vi metter in relazione con alcune persone di mia conoscenza che sono modelli di devozione e di piet; e coi buoni esempii che avranno sempre dinanzi agli occhi i vostri figli rimarranno degni di voi, mia cara signora Emilia.
EMILIA: Grazie, grazie, dottore! Voi mi rassicurate.
FERDINANDO: Ma la vostra edificante conversazione ha tali attrattive che io dimentico quanto siano preziosi per noi i momenti che corrono (osservando l'orologio). Fra un'ora, al pi tardi, noi sapremo l'esito della votazione. Che il Signore faccia riuscire a maggior sua gloria e servigio! (alzandosi).
EMILIA: Ci lasciate diggi?
FERDINANDO: Corro nella sala della votazione per vedere quello che si fa, per confortare i dubbiosi, animare i tiepidi, fare gli ultimi sforzi insomma acci vostro marito riesca.
EMILIA: Ma credete che ci siano nel nostro paese abbastanza onesti uomini e veri cattolici come voi per trionfare degli atei e dei bestemmiatori?
FERDINANDO: Ah! tanti ne fossero in tutti i collegi! (con un sorriso significativo). In quindici giorni le pecorelle smarrite ritornerebbero all'ovile! (esce).


SCENA SECONDA.
Emilia e Maria.

EMILIA: Che sant'uomo! Che amico prezioso! Ah, vedi figliuola mia, quelli sono gli esempii da seguire!... Se tuo padre gli somigliasse! Prospero pensa ancora molto alle vanit e agli interessi mondani, come dice il dottor Ferdinando;  troppo tiepido cattolico lui! Lascerebbe una predica per farsi la sua partita al re collo speziale!
MARIA: Oh! Ma ora ha accettato, non  vero mamma? Ora  di sicuro che andremo a Firenze
EMILIA: Non pensi ad altro, tu!
MARIA: Che vuoi! Me ne hanno detto tante belle cose!
EMILIA: Cl sono tante belle cose che son pericolose per la giovent, figliola mia: l'ha detto il dottor Ferdinando! Ma noi ci eserciteremo s spesso lo spirito ascoltando quelle deliziose prediche in S. Maria Novella di cui ci ha parlato il dottor Ferdinando.
MARIA (con impazienza): Sempre quel dottore Ferdinando! Se il babbo fa il deputato, se andiamo a Firenze, non  mica per andarci a seppellire tutti i giorni in S. Maria Novella!... Tanto fa se di Firenze non dobbiamo vedere che le chiese  meglio restare qui!


SCENA TERZA.
Carlo e dette.

CARLO (entra adirato): Giuraddio! la non pu andare come va! La non pu andare!
MARIA: Carlo!
EMILIA: Che hai, figlio mio? che bestemmie son queste! se ti sentisse il dottor Ferdinando!
CARLO: Al diavolo il dottore e tutti i corvacci pari suoi! Se la va di questo passo far uno sproposito! Vi dico che far uno sproposito!
EMILIA: Ma che c' infine? che cosa  accaduto?
CARLO: Che c'? C' che il nome di mio padre  strapazzato in piazza come quello di un mascalzone!... E' accaduto... Non voglio dirvi che  accaduto. Ma giuraddio! ... (si frena guardando Emilia).
MARIA: Strapazzato come un mascalzone il babbo!
CARLO: S! E questo per quel brutto ceffo del dottor Codini! Se mio padre vuol essere deputato non c' bisogno che quel signore vada strombettando che  lui che lo mette innanzi, come se mio padre fosse un fantoccio!... E sapete che n' venuto da questo? N' venuto che tutti quelli del paese che non tengono pel dottore dicono che mio padre  il candidato del partito nero!
EMILIA: Che cos' questo partito nero?
CARLO: Il partito delle sottane nere e dei cappellacci a tricorno. Il partito dei paolotti... Il partito del dottor Ferdinando, madre mia!
EMILIA (con indignazione): Oh, Dio! che tempi! che tempi!
CARLO: Mio padre infine  abbastanza ricco e abbastanza galantuomo per non essere debitore a chicchessia della sua elezione. E con tutto questo, in grazia delle mene nere di quel caro dottor Ferdinando, m' toccato!... Corpo di!...
EMILIA: Un'altra bestemmia!
CARLO: Lasciatemi stare, ch perdo la pazienza! (per uscire).


SCENA QUARTA.
Alberto Varesi e detti.

ALBERTO (dall'uscio): Si pu?
CARLO (con istizza): Avanti (vedendo Alberto). Oh, lei! Scusi sa, signor Varesi.
ALBERTO: Signora Montalti! (salutando Emilia e stringendo la mano di Carlo e di Maria) Buon giorno, Maria! Buon giorno Carlo (lo guarda fisso marcatamente e gli scuote di nuovo la mano con significazione ripetendo) Buon giorno!
CARLO (preoccupato avanza una sedia per Alberto, il quale guarda tutti con interesse): S'accomodi, signor Varesi.
ALBERTO: M'accorgo che il momento della mia visita  male scelto, e che io sono forse importuno.
EMILIA (con forzata garbatezza): Oh, tutt'altro! (siede con affettata indifferenza accanto a Maria che ricama) (da s) Costui! che vorr?... Il dottor Ferdinando dice che  un cattivo amico e che bisogna guardarsi di lui.
ALBERTO: Per la vecchia amicizia colla famiglia spero che mi verr scusata l'indiscrezione. Vi veggo tutti turbati, e ne indovino la causa. Desidero appunto parlare a Prospero in proposito.
MARIA: Il babbo  fuori!
ALBERTO: Anche voi, Carlo, siete stato in piazza?
CARLO (abbassa il capo confuso): S.
ALBERTO (dopo un momento di silenzio): Se credete che io sia importuno fatemelo capire non rispondendomi. Ma se stimate che i consigli sinceri di un amico devoto siano, se non altro, disinteressati, unitevi a me, voi soprattutto, signora Emilia, che avete un grande ascendente sull'animo di Prospero, per dissuaderlo dall'accettare questa candidatura.
EMILIA (levando il capo): Che! che! che!
MARIA: Non andare a Firenze!
CARLO: Perch poi?
ALBERTO: Perch non ancora Montalti  deputato ed ecco gi perduta la quiete e la calma invidiabile della vostra famiglia! Perch, credetelo al mio avveduto disinteresse d'amico, i fastidi ed i dispiaceri che accompagneranno Prospero in questa nuova posizione, i disturbi che ne risentirete tutti non verranno compensati menomamente dalle sterili soddisfazioni di vanit che, ad un uomo come Prospero, pu dare soltanto questa carica.
EMILIA (stizzosamente ironica): Soddisfazioni di vanit! Oh no! signor Varesi carissimo! Se mio marito accetta questa carica  per tutt'altri fini che non sono certo n meschini n sterili come volete.
ALBERTO: Fossero tali soltanto!
EMILIA (aspramente): Dovete spiegarvi, signore!
ALBERTO: Io vorrei, per l'interesse e l'onore del mio amico e di voi tutti, che non si facesse rappresentare a Prospero la parte in cui questi interessi sono pi tristi che sterili e meschini.
EMILIA: Oh! questo poi, signor Varesi!...
ALBERTO: Vi domando umilissime scuse, signora. Io non intendo, n lo potrei, pregiudicare menomamente la riputazione e i propositi di un uomo che ho appreso a stimare da venti anni, di un amico qual  Montalti. Io ho detto semplicemente che forse senza che lui se ne avveda, si avr l'arte tristissima di fargli rappresentare una parte che ogni uomo onesto rifuggirebbe di addossare.
EMILIA (con indignazione mal celata): Da chi?
CARLO (con dispetto): Da chi? Eh! lo so ben io da chi!
ALBERTO: Non discutiamo su supposizioni che ci porterebbero molto lontano. (risolutamente) Bisogna che crediate all'imparzialit dei miei sentimenti e, soprattutto all'onest di essi. Voi, signora Emilia, potete dire se io sono stato mai caldo rivoluzionario?
EMILIA (con ironia): No, davvero; n caldo cristiano!
ALBERTO: Come voi l'intendete forse. Ritenete almeno che io sia un galantuomo?
CARLO: Chi ne pu dubitare?
ALBERTO: Ebbene! Io da amico vi dico: Prospero Montalti in quest'affare non fa la figura n dell'onest'uomo, n tampoco quella dell'uomo di buon senso, credetemi!
CARLO: Anche lei, signor Varesi!
EMILIA: Questo poi, signor Varesi, passa i limiti!
MARIA: Scommetto che sia mandato apposta dalle Guignoli per far andare in fumo la nostra partenza!


SCENA QUINTA.
Rodolfo Zanotti e detti.

RODOLFO: Mille scuse, signori. Ah! ti trovo, Carlo! Per bacco!  un 'ora che ti cerco! La com' andata, infine? La com' andata?
ALBERTO (tossisce, cercando di fargli intendere, per segni, di tacere).
CARLO (bruscamente): Che cosa?
RODOLFO: Eh! cospetto! la baruffa in piazza!
MARIA: Dio mio!
EMILIA: Era questo? (a Carlo).
RODOLFO: Vi prego di credere che se mi ci fossi trovato io l non sarebbe proprio finita a quel modo... come vi protesto che non finir com' finita!
CARLO (con dispetto ironico): Rodomonte!
ALBERTO: Signor Zanotti, queste cose non si rimescolano. La  finita, e ben finita. Non se ne parli pi!
EMILIA: Ma infine si pu sapere che cosa  accaduto?
RODOLFO (sorpreso): Come!... Non lo sapevate!?... Che bestia! Non dico pi nulla!
MARIA: Perch nasconderlo, Carlo?
RODOLFO: Eh! signorina... Ne avr avute le sue buone ragioni... se gli son toccate le busse...
CARLO: Rodolfo, poi...
RODOLFO: Che! Ti offenderesti in famiglia? Non ho mica detto che sei un poltrone; ma abbaruffarsi contro venti o trenta persone... sfido io!
EMILIA: Ma per l'amor di Dio, diteci cos' stato!
RODOLFO: Oh! scusi signora, ma non apro pi bocca, io! Carlo  l per narrarvela, se vuole.
CARLO: Mi resterebbe ben poco a dire, ciarliero! (va a sedere con istizza sul canap).
RODOLFO: Ci ho colpa io? Bisognava avvisarmi; bisognava farmi intendere, cos in nube, che volevi tenere la famiglia al buio. E tuo padre poi? Anche lui avr saputo che ti sei battuto con quelli che dicevano roba da chiodi di lui...
MARIA: Oh!
RODOLFO: Tutta cattiva gente per; tutta cattiva gente! Gli  ben vero che vi ho veduti a caso i migliori galantuomini... Ma parlare a quel modo di quel fior di onest'uomo ch' il signor Montalti!...
EMILIA: E che dicevano?
RODOLFO: Eh! Carlo ve lo avr detto; fu la causa della baruffa. Dicevano che il signor Prospero  divenuto un clericale, un codino, un paolotto, uno strumento di reazione e peggio.
EMILIA: Se non dicevano che questo non era poi un motivo per andare a cercar lite.
CARLO (con dispetto): Vi pare, eh!? L'ha detto il dottor Ferdinando!?
EMILIA (sostenuta): Sicuro! Se l'ha detto il dottor Ferdinando  l'Evangelio.
RODOLFO (da s): Peccato che la signora bestemmii con le migliori intenzioni!
CARLO (con indignazione): E il dottor Ferdinando, perch lo dice, perch lo vuole, pu far stramazzare il nome di mio padre; pu farlo segno agli insulti di tutto il paese, di uomini onestissimi (poich devo confessare che fra quelli che pi ne dicevano male c'erano i migliori cittadini). Perch dunque il dottor Ferdinando non era l a difenderlo, quando si vituperava il nome di mio padre?
RODOLFO: Ah! tu sei ingrato, Carlo! Tu dimentichi che se non era la processione dei frati, istigata dal dottor Codini, la quale diede addosso, coi torcelli e le croci, a quelli che ti conciavano come va, tu, a quest'ora, saresti accomodato per benino!
CARLO: Accidente al dottor Codini e ai frati che mi difesero!... Mi sarei contentato che mi avessero rotte le ossa piuttosto che far dire che ce la intendiamo coi neri!
EMILIA: Carlo, ti dico di non ripetere quel brutto epiteto!
ALBERTO: Ci serva a mostrarvi, signora Emilia, quanto fossero giusti e sinceri i miei consigli.
EMILIA: Ci non mi mostra altro, signor Varesi, che nel paese ci sono molti empii... come... E che la collera di Dio sta forse su di noi.
RODOLFO (da s): Non sarebbe la miglior cosa, pel signor Prospero, ora che le vigne son cariche!
MARIA: Oppure che ci sono molte invidiose come le Guignoli che sarebbero indispettite di vederci andare alla Capitale.
ALBERTO: Signora Emilia, tutti quelli che dicono male di vostro marito perch ha accettato la candidatura del partito clericale non sono n empii, come me, n invidiosi.
EMILIA: Signor Varesi, mio marito non deve ascoltare che la sua coscienza. E con questo la riverisco, caro signore. (inchinandosi ad Alberto e Rodolfo) Vieni, Maria (esce).
MARIA: Signor Alberto, pare impossibile come abbiate potuto prendere le parti di coloro che non ci vogliono bene.
ALBERTO: Io, signorina?
MARIA: Eh! Vi pare che non sappiamo quanti gelosi farebbe la nostra gita a Firenze? (esce).


SCENA SESTA.
Alberto, Carlo, Rodolfo.

ALBERTO (dopo averle accompagnate collo sguardo): Accecate! accecate deplorabilmente da quel tristo!
CARLO: Signor Alberto, le domando scusa.
ALBERTO: Di che?
CARLO: Della vivacit di mia madre che sorprende me stesso.
ALBERTO: Ero sicuro di attirarmela, ma non desister per questo di fare ogni mio possibile per risparmiare dispiaceri gravissimi a voi tutti.
CARLO: Le pare dunque sul serio?...
ALBERTO: Parteggiate anche voi per la gita a Firenze?
CARLO: Perch no, se babbo padre riesce?
ALBERTO: Giovanotto!
CARLO: Non dico mica che abbia ad essere eletto dai preti e dai reazionarii, ma finalmente sarebbe un onore per la famiglia e un piacere per tutti.
RODOLFO: Senza contare la bella vita che si farebbe a Firenze fra una fioraia e una duchessa!
ALBERTO: Per lo meno, eh?
RODOLFO: Cospetto! Se ci vado a studiar veterinaria come ne ho l'intenzione!... Si dice da tutti che s'incontrano ad ogni passo principesse, o almeno baronesse, per le quali non bisogna darsi altro incomodo che quello di pestar loro un callo, offrire il braccio e pagare un caff e latte con brioche.
CARLO: Non occorre dire che vestiremmo i migliori abiti di Bichi... guanti bianchi... ed avremmo una poltrona d'orchestra alla Pergola.
RODOLFO: Io mi contenter di guanti a colore, e di un posto qualunque.
CARLO: Per il figlio di un deputato ti pare!
ALBERTO: Giovanotti! Io invidio i bei castelli in aria che siete in grado di fare; non voglio togliervi le vostre illusioni, ma non si transige con l'onore!
RODOLFO: Come c'entra ora l'onore?
ALBERTO: C'entra in quanto che quello di vostro padre, Carlo,  giocato ad un cattivo gioco.
CARLO: Quel dottor Codini, giuraddio!
ALBERTO: Il dottor Codini  un tristo; ma se Prospero si lascia accalappiare dalle sue arti sembrer un uomo poco onesto, o...
RODOLFO: O un babbeo. Scusino!
CARLO: Se  questo per quanto mi rincresca di rinunciare a Firenze, noi parleremo chiaro a mio padre. Noi gli diremo quello che corre per le bocche di tutti sul mio conto. Mio padre  un galantuomo, cospetto!
ALBERTO: La perla dei galantuomini. Ma Codini  molto scaltro, e vostra madre onnipotente sull'animo di Prospero.
RODOLFO: Le donne!!!
CARLO: Si vedr! si vedr!


SCENA SETTIMA.
Prospero Montalti e detti.

PROSPERO (entra leggendo un giornale;  preoccupato e di cattivo umore): Hum! hum!... Codino! reazionario!... Oh! questo poi! (leggendo). Il signor Montalti pare abbia smarrito davvero il senno nelle mani tenebrose del partito pretino, ora che si  lasciato persuadere a lasciare la sua buona cantina coi fiaschi di Chianti e di Montepulciano per andare a raccogliere ben altri fiaschi nell'aula dei Cinquecento. (riflette) Come c'entra nell'aula dei signori Cinquecento il mio Montepulciano?...
RODOLFO (da s): Che quintessenza d'onorevole.
PROSPERO: Fiaschi! io!... Oh! oh!... e dire che nel mondo ci son tanti invidiosi che se ti veggono una medaglietta della grandezza di due centesimi ne ambiscono una quanto un pezzo da cinque lire! Fiaschi!... Oh! oh!... Eccoti dunque, Alberto!... Signor Zanotti, riverito!... Che mi dici di nuovo, Alberto?
Sei stato in piazza?
ALBERTO: S.
PROSPERO: Che si dice di me? Che si dice?
ALBERTO: Si dicono tante cose.
PROSPERO: Cio, tante cose?
ALBERTO: I tuoi nemici dicono... quello che puoi bene immaginare. I tuoi amici, coloro che ti stimano ed hanno a cuore la tua riputazione, vorrebbero che non ti fossi messo in questo ginepraio.
PROSPERO: Sicch tra amici e nemici?
ALBERTO: La tua candidatura  malissimo accolta.
PROSPERO (sorpreso): Hum!... hum!... hum!... (guarda Alberto con malizia). E tu, vecchietto, con chi saresti? Cogli amici o coi nemici?
ALBERTO: La domanda  inutile se ti dico che amici e nemici disapprovano la tua elezione!
PROSPERO: Cio... la disapprovi anche tu?
ALBERTO: Pel primo.
PROSPERO (tossisce): Eh! eh! (seguitando a guardarlo con malizia battendogli sulla pancia). Eh!... dimmi un po', vecchietto, ameresti anche tu la medaglia?... il ciondolino?...
ALBERTO (sostenuto): Credi che io parli per invidia!
PROSPERO: No! no!... non dico questo, io! No! Ma, lo sai bene... si veggono tante cose il giorno delle elezioni!... Ho veduto amici che mi dissuadono... altri che mi incoraggiano...
ALBERTO: Quelli che ti dissuadono sono i vecchi amici, quelli che, come me, stimando l'onest dei tuoi sentimenti, hanno il rincrescimento di veder compromessa la tua riputazione. Quelli che t'incoraggiano sono gli amici d'oggi, i falsi amici, che si servono di te per strumento dei loro intrighi, delle loro mire; e che quando ti avranno rovinato nella stima dei migliori tuoi concittadini ti rideranno sul naso. In venti anni  questo il primo insulto che mi fai credendomi invidioso; se non me ne offendo, ci ti provi quanto mi stia a cuore che io riesca a persuaderti.
PROSPERO: Servire di strumento, io!... non sono poi tanto sciocco, mi pare!... Ho una posizione... Vorresti anche tu che andassero in Parlamento tutti gli spiantati, tutti i nullatenenti che non avendo un soldo da perdere ci rovinano con pesanti ed ingiusti balzelli?... Io, per esempio, che ho in cantina pi di cinquemila bottiglie di Montepulciano che valgono tant'oro avrei mai fatto passare il trattato commerciale con la Francia che mi danneggia con la concorrenza dei vini di Bordeaux e di Champagne; e quell'altra del Dazio consumo!... Potrei mai approvare la soppressione delle Corporazioni Religiose che mettendo in circolazione gli immensi beni dei Corpi Morali farebbe scadere il prezzo della propriet... io che ho per centocinquanta ettari di vigne!...
RODOLFO (da s): Si sente l'odore del Codini da una lega!
ALBERTO: Amico mio, parliamoci sul serio. Da quando in qua ti occupi cos furiosamente di politica e di amministrazione?
PROSPERO: Eh! sono i miei interessi, infine! Sono gli interessi del possidente!
ALBERTO: Non lo nego. Ma innanzi a tutto tu sei onest'uomo?
PROSPERO: Mi lusingo almeno di esser tale, per bacco!
ALBERTO: Un buon imbottigliatore di vini?...
RODOLFO (da s): Ombre di tutte le taverne della Toscana, ditelo voi!
PROSPERO (sorridendo con soddisfazione): Ho la medaglia pel Montepulciano del 1815 che mandai all'ultima esposizione; son membro della societ enologica!...
RODOLFO: Senza contare i numerosi attestati rilasciati gratis dai dilettanti.
ALBERTO: Ora se tu, membro della societ enologica e premiato della medaglia, vedessi un legale, un architetto, verbigrazia, volerti dare consigli sul modo d'imbottigliare il tuo vino, ti metteresti a ridere, senza dubbio?
PROSPERO (ridendo): Eh! eh! eh! per bacco!... Se ne rido solo a pensarci!
ALBERTO: Ma se fosse uno dei tuoi socii di vinicoltura, se fosse anche il tuo castaldo che ti desse un consiglio; tu l'ascolteresti per lo meno.
PROSPERO: Ad orecchie spalancate.
ALBERTO: Ebbene! Tu al Parlamento, sebbene possidente, sebbene onest'uomo, saresti il legale che venisse a consigliarti sulle tue vigne, mentre il nullatenente, come tu dici, lo spiantato, che avesse onest, studii adatti ed impegno, sarebbe il castaldo, il socio di vinicoltura.
PROSPERO (tossisce prendendo tabacco): Eh! ... eh! ... Non dico! ... Non nego!... Ma io poi!...
ALBERTO: Questo in tesi generale. In quanto a te, poi, specialmente, c' altro...
PROSPERO: Altro! che ci pu essere?...
ALBERTO: Ecco, se il causidico e l'ingegnere, venendo a darti consigli falsi, fossero mandati sottomano da chi ha interesse di guastare il tuo vino, di rovinarti, tu, onest'uomo, anche conoscendo per galantuomo l'ingegnere o il legale, non grideresti che la non sarebbe un'azione onesta?
PROSPERO: D pure una bricconata addirittura!
ALBERTO (stendendogli la mano): Credi che io ti parli senza secondi fini o solo pel tuo onore?
PROSPERO (turbato): S, s, lo credo
ALBERTO: Che ti parli senza interessi di parte; ma per te soltanto e pel nostro paese?
PROSPERO: Sei un galantuomo, per bacco!
ALBERTO: Grazie di questa parola; poich io stimato tale da te posso dirti: Prospero, tu onest'uomo rischi di fare un'azione inonesta; tu rischi di parer malvagio facendoti strumento di chi ha interesse, mandandoti alla Camera, d'ingarbugliare la matassa e di rovinare il paese.
PROSPERO (confuso): Alberto... amico mio, ti confesso che tu mi sconcerti... Io non so come, accettando il mandato del mio paese, possa mettermi a questo rischio...
ALBERTO: Se fosse il paese che ti mettesse avanti il torto sarebbe mio a dissuadertene. Ma tu non servi che agli intrighi di un partito, dei retrogradi e dei paolotti, di cui il campione  quel Ferdinando Codini.
RODOLFO: Ch' un codino di primo rango!
CARLO: Maledetto chi ce lo mise fra i piedi la prima volta!
PROSPERO: Ma il dottor Ferdinando gode la stima...
ALBERTO: Di quelli che ti accerchiano al presente per non darti il tempo di ascoltare i consigli sinceri dei tuoi vecchi amici. Ma la maggioranza del paese, intendo la maggioranza degli onesti e degli illuminati,  contro la tua candidatura.
PROSPERO: Credevo soltanto che qualche invidioso...
ALBERTO: Gli invidiosi ci sono. Ma non ti parlo di quelli.
RODOLFO: E quelli che attaccarono baruffa stamane con Carlo non potevano essere tutti invidiosi.
PROSPERO: Baruffa con Carlo!... Cos'? che dite?... E tu, giovanotto, non mi dici proprio nulla?...
CARLO (stizzoso): Che bisogno ne ho finch c' Rodolfo!
RODOLFO: Non vedi che lo faccio per ribadire il chiodo e cercare di persuadere tuo padre che di lui deputato non vogliono saperne?!
PROSPERO (sempreppi sorpreso): A questo punto!... (a Rodolfo). Avranno gridato?...
RODOLFO: E che gridare! Robaccia da...
PROSPERO: Basta! basta! ch non ne voglio saper pi nulla.
ALBERTO: E fai bene. Da noi sarai sempre l'illustrissimo signor Prospero, che tutti rispettano, a cui tutti fanno di cappello; mentre laggi nessuno penserebbe a te, sebbene deputato. Una buona scorsa fra i filati dei tuoi gelsi e delle tue viti colla tua famiglia, o una partita di tresette accanto al fuoco ti daranno maggiore piacere di quanto ne potresti avere andando ad addormentarti su di una poltrona nella sala del Palazzo Vecchio.
PROSPERO: Non ne voglio sapere! Non ne voglio sapere!... A questo punto? Sparlare di me!... Baruffe!... Non ne voglio sapere... Emilia, Emilia! (chiamando).
RODOLFO: Ora s che viene il buono!


SCENA OTTAVA.
Emilia, Maria e detti.

MARIA: Babbo... abbiamo udito gridare...
EMILIA (a Prospero con giubilo): Lo sei?!!
RODOLFO (da s): Ahi! ahi! ahi!
PROSPERO (confuso): Altro che esserlo! ...
EMILIA (trionfante): Quando ci si mette quel caro dottore!
PROSPERO: S eh?! a far nascere baruffe?! a far dire roba da cani dei galantuomini?!... Non voglio pi saperne della medaglia! Non voglio pi saperne dell'onorevole!... Voglio rimanere l'illustrissimo signor Prospero.
EMILIA: Che sento! che sento! (da s). Qualcheduna di quel libertino indemoniato. (forte) Oib! vergogna! Non si cangia cos, come un burattino, da un momento all'altro!
PROSPERO: Si cangia, sissignora, si Cangia! E' appunto per non voler fare da burattino in mano del signor Codini che si cangia!
EMILIA: La vedremo! Oh! la vedremo!
MARIA: Addio a Firenze! quanto sono disgraziata!
CARLO: Mamma, lasciaci stare senza deputazione, ma che si possa almeno uscire in strada senza arrossire!
EMILIA: Arrossire! perch arrossire? Dappoco che siete tutti!
CARLO: Tutto il paese  contro di noi, mamma!
MARIA: Sfido io! ci son tanti intriganti e tante invidiose!
EMILIA: Del paese me ne rido quando si tratta dell'anima, della coscienza, della Religione! Chi grida? Qualche mascalzone, qualche spiantato bramoso d'andarsi ad empire la pancia, a vendersi, a rubare a man salva, come dice il dottor Codini?!...
MARIA: O qualche invidiosa che non vedr mai Firenze eccetto che nelle fotografie!
RODOLFO (da s): Che tempesta! Povero signor Montalti! Se resiste  miracolo.
ALBERTO: Prospero, vedo che i miei consigli sui quali ho insistito per debito d'amico e di galantuomo, mi rendono importuno e... (per partire)
PROSPERO: No! no! Resta! resta, per bacco! Vedrai come son forte! Vedrai che quando voglio esser padrone anch'io in casa mia!... (sostenuto ad Emilia). Nossignora! e nossignora! Non lo sar! No! no! e poi no!... Ecco! (respira e prende tabacco).


SCENA NONA.
Dottor Ferdinando e detti.

FERDINANDO: Vittoria! vittoria! Gloria in excelsis!
ALBERTO (da s): Povero Montalti!
EMILIA (trionfante): Eh! eh! signor Ferdinando, lo siamo?! Lo siamo?!
FERDINANDO (asciugandosi il sudore): Lo siamo! mia egregia signora, ad maiorem gloriam Dei!
RODOLFO: Amen!
MARIA (battendo le mani): Oh Dio! che piacere!... Lo siamo!... partiremo!
CARLO (titubante): Infine, se babbo  riuscito...
PROSPERO (che  rimasto confuso ed interdetto senza poter fiutare il tabacco che si tiene fra le dita): Ma... ma... ma io... Ero per dire... Volevo dire...
FERDINANDO (abbracciandolo con ipocrisia): Che cosa? mio illustre ed onorevole deputato... Gedeone moderno della Chiesa... che cosa?
ALBERTO (risoluto): Il mio amico Prospero intende dire che poco fa ha deciso assolutamente di rinunziare al mandato dei suoi elettori.
EMILIA (mormorando con dispetto): Dai nemici mi guardi Iddio che di simili amici mi guardo io!
MARIA (sottovoce a Varesi): Andate che non vi voglio pi bene! Siete congiurato con quelli che c'invidierebbero se ci vedessero partire!
FERDINANDO (con risolino ipocrita): Che dice, egregia signora?... Che dice quel caro nostro signor Varesi?... Avr frainteso?
PROSPERO (spinto da Alberto): Eh! ehm! (tossisce)... No!... non ha frainteso... Ci rinunzio! ci rinunzio!... Abrenuncio satana!...
RODOLFO (da s): Che magnifica frase  scappata di bocca a quel povero Montalti.
EMILIA: Non sapete quel che vi dite!...
PROSPERO: Eh! lo so benissimo, per bacco!... per baccone!... Non voglio che si parli dei fatti miei!... Non voglio che si cerchi lite a mio figlio... Sono un galantuomo, non sono uno sciocco!... Non voglio esser mica il burattino d'alcuno!...
FERDINANDO (battendogli sulla spalla con ipocrisia): Caro quel nostro signor Prospero! (prendendo la mano di Alberto). Mio caro signor Varesi, abbia la bont di spiegarmi come va questa faccenda...
ALBERTO (ritirando la mano): E' semplicissimo: Prospero ha la modestia di non conoscersi senno e studi sufficienti per andare alla Camera a propugnare gli interessi dei suoi elettori, e discutere sulle gravi quistioni della Nazione. Una sola cosa avrebbe potuto confortarlo in tale sfiducia, qualora tutto il paese fosse stato unanime nell'eliggerlo...
FERDINANDO: Tutto il paese  stato unanime!... E bisognava vedere...
RODOLFO: L'accordo lodevole con cui si scambiavano botte da orbi, poco fa, i popolani che avversavano la candidatura del signor Prospero e i frati che la sostenevano!
ALBERTO: Se il paese fosse stato unanime...
PROSPERO: Sicuro, se fosse stato unanime...
FERDINANDO: Sicch rifiutate assolutamente?
PROSPERO (spinto da Alberto): Assolutissimamente.
EMILIA: Impossibile! Canger! oh! canger!
PROSPERO (in collera): Canger, eh!?... Ti far vedere che non canger!... Sono una rocca di granito!...
ALBERTO: Bravo!
RODOLFO (da s): Per chi ci crede.
FERDINANDO: Ma io precedo una deputazione di elettori che vengono a congratularsi...
PROSPERO: Che congratulazioni d'Egitto!... Che c'?... che c'?... La deputazione!...
RODOLFO (da s): Cambiazione a vista!
FERDINANDO: Eccola (verso la porta in fondo). Avanti, amici, avanti!
ALBERTO (da s): E' finita: non ho pi nulla a far qui (via dal fondo).


SCENA DECIMA.
Entrano una dozzina di elettori fra dei quali alcuni preti.

ELETTORI: Evviva l'onorevole Montalti; Evviva il nostro deputato Montalti!
FERDINANDO, EMILIA, MARIA: Evviva!
PROSPERO (confuso, ma con risolino di compiacenza): Ehm!... ehm!... Che dicono? (a Ferdinando) Che vogliono questi rispettabili signori?
FERDINANDO: Caro ed onorevole signor Montalti, questi signori sono i pi caldi ammiratori del vostro ingegno ed i pi ferventi sostenitori della vostra candidatura che vengono a ringraziarvi dell'esservi arreso alle istanze di tutti i buoni sobbarcandovi al grave incarico...
PROSPERO: Grazie! grazie!... Ma non saprei... Dicevo, caro signor Codini...
FERDINANDO (agli elettori): Il signor Montalti, oggi onorevole signor Montalti, ringrazia a sua volta le signorie vostre colendissime della fiducia che riponeste nella sua capacit e vi promette che l'impiegher tutta a far trionfare gli interessi che pi ci stanno a cuore: la Religione innanzi a tutto...
PROSPERO: Sicuro! La religione... La  una cosa... Ma caro signor Codini... dicevo...
FERDINANDO: Egli conosce come sieno tristi e numerosi i nostri nemici, che Dio perdoni! i quali attentano alla Religione usurpandone i beni che la societ dei fedeli lasci alle chiese per maggior lustro ed onore del nostro santissimo culto!
ALCUNI ELETTORI: Le Corporazioni Religiose non devono essere toccate!
PROSPERO: Certo, certissimo! Non si toccheranno, non si toccheranno... Ci deprezierebbe il valore della propriet in generale... e chi ha per centocinquanta ettari di vigne...
FERDINANDO: Egli dunque difender il Clero dagli assalti degli empii...
ELETTORI: E dei ladri!
RODOLFO: Che carit cristiana! (da s).
FERDINANDO: Egli infine voter contro ogni progetto di nuove imposte...
PROSPERO: Sicuro!... il Dazio consumo... il trattato commerciale!...
ALCUNI ELETTORI: Noi vogliamo abolita la leva!
FERDINANDO: E' questo uno degli scopi principali che si prefigge il nostro onorevole deputato. Soldati! oib!... Corruzione di costumi!... strapazzi!... pericoli!... deperimento dell'agricoltura!...
PROSPERO: La leva!... Eh!... eh!... certo!... la leva!... Non  la miglior cosa! La guerra!... Noi l'aboliremo... Non se ne parler pi di soldati!... Al pi verr conservata la Guardia Nazionale...
FERDINANDO (all'orecchio vivamente): Che diamine dite!...
PROSPERO: La Guardia Nazionale sar mantenuta per accompagnare le processioni del Corpus Domini.
ELETTORI: Evviva il signor Montalti! Evviva il nostro deputato!
RODOLFO (da s): Evviva l'ipocrisia e la debolezza di carattere!
MARIA: Carlo, a Firenze! capisci?! (esultante).
CARLO: Poich non la si pu sfuggire. (lieto).
RODOLFO (sottovoce a Carlo): Evviva le marchesine e fioraie di Lung'Arno Nuovo, eh!?...
EMILIA (trionfante a Ferdinando): Ve l'avevo detto!
FERDINANDO (con ipocrisia): La volont del Signore  pi forte di quella delle sue creature.
PROSPERO: Sono onorevole!... Membro della societ enologica, premiato alla esposizione industriale... ed onorevole!!! (da s).



ATTO SECONDO.

Sala in casa di Prospero a Firenze addobbata per festa. Specchi, lumi e fiori: usci nel fondo e laterali; ai due lati due tavole da the; pi avanti un tavolino con giornali e lettere; accanto poltrone.


SCENA PRIMA.
Ferdinando Codini recando un libriccino, Giorgio di S. Giocondo con un mazzo di fiori e Tonio.

FERDINANDO: Ci avete annunziato alla vostra padrona?
TONIO: Lustrissimo s. Ha detto si accomodino ch a momenti verr.
FERDINANDO (dandogli una moneta): Questa pel vostro incomodo, Tonio.
TONIO (ringraziando): Lustrissimo!... (per andare).
FERDINANDO: Eh! Sentite, Tonio!
TONIO (ritornando): Lustrissimo?
FERDINANDO: Dite un po': non restate contentissimo della casa ove vi ho collocato?
TONIO: Lustrissimo, non direi di no... Ma si suda! Oh, si suda!... La livrea  pulita; il pranzo... eh! eh!... non c' male... ma si suda!... Correr su e gi da mattina a sera! Specialmente oggi non ho pi gambe per aver corso tutti i quartieri di Firenze a recar lettere d'invito per stasera.
FERDINANDO: Verr molta gente?
TONIO: Eh! eh! lo sanno le mie povere gambe, lustrissimo! Tutti quelli che sono "onorevoli" come il padrone (inchinando il capo) tutte le pratiche di S. Maria Novella, che l'illustrissima signora padrona ha fatto invitare.
FERDINANDO: Ma in casa poi la va bene, eh? non potete lagnarvi! E' una casa quieta, col timore di Dio. Ove non ci son mai dispiaceri in famiglia... eh?
TONIO: Per quieta... lustrissimo... oh, la  quietissima... Se non fosse pel gridare che fa il padrone col signorino...
FERDINANDO: Ah, s! c' del chiasso qualche volta pel signor Carlo?
TONIO: E che chiasso!
FERDINANDO (facendogli segno d'avvicinarsi): Ditemi, ditemi tutto, caro Tonio, non potete credere quanto mi stia a cuore questa famiglia e come vorrei allontanarne tutte le cagioni di dissapori! Il signor Prospero dunque va in collera qualche volta col signorino?
TONIO: Lustrissimo s.
FERDINANDO: E quando? quando?
TONIO: Quando il signorino viene a casa molto tardi... e... e... credo anche che ci venga ubbriaco come un tedesco!
FERDINANDO (celandosi il volto fra le mani): Uh! uh! che orrore!... che scandalo. In questa famiglia modello!... E non c' altro?...
TONIO: C' altro, lustrissimo che anche il signorino grida quando il padrone non vuol dargli quattrini... E allora che chiasso! che chiasso indiavolato!
FERDINANDO (fa il segno della croce).
TONIO (guardandosi attorno come se vedesse gli spiriti): Che c' lustrissimo?
FERDINANDO: Avete ancora quel brutto vizio di nominare il diavolo!
TONIO: Ah! ah!... il diavolo!... Non lo far pi, lustrissimo.
FERDINANDO: Non c' altro poi?...
TONIO (con mistero): Eh!... ci sarebbe... oh, ci sarebbe... Mi fido di lei, lustrissimo; ma se il padrone lo sapesse!... ih! ih! ih!...
FERDINANDO (dandogli un'altra moneta): Non temete. Ho interesse di saperlo per il bene della famiglia; ma non dir nulla al signor Montalti.
TONIO (con mistero): C'... c'... che il signorino m'ha mandato qualche volta con regali da una bella signora... ih!... ih!...
FERDINANDO (piano a Giorgio): Ci siamo! (forte) come si chiama quella bella signora?
TONIO: M'ha detto di domandare della signora contessa di Pietra... no... di Rocca... nera...
GIORGIO: Di Roccabruna?
TONIO: S, s, lustrissimo! proprio quella! in via Borgognissanti?
FERDINANDO (sottovoce a Giorgio): Imprudente! (forte) Ah... s. Avremo udito qualche volta questo nome... E poi?
TONIO: E poi non c' altro, lustrissimo.
FERDINANDO (severamente): Non vi ho detto di narrarmi i fatti dei vostri padroni... Solamente pel bene della famiglia,  meglio che voi abbiate voluto informarcene... Sta bene.
TONIO: Lustrissimo, mi raccomando!...
FERDINANDO: Non ci pensare.
TONIO (ritirandosi con mistero): E' che da basso mi hanno detto che quella signora contessa  una di quelle contesse!... ma!... coi fiocchi! (parte).


SCENA SECONDA.
Ferdinando e Giorgio indi Maria di dentro.

GIORGIO: Che imbecille!
FERDINANDO: Anche costui pu essere utile, signor marchesino, quando c' la volont divina.
GIORGIO: Al contrario. Non so persuadermi come possiate servirvi di uno stupido di quella fatta.
FERDINANDO: Eppure vedete che abbiamo saputo quello che volevamo sapere.
GIORGIO: In famiglia c' del malumore! oh, c'! Quel Carlo ci seconda ch' un amore a vederlo fare!
FERDINANDO: Da quando in qua non avete veduto la contessa?
GIORGIO: Da ieri l'altro.
FERDINANDO: Le avete detto di far ricapitare come per isbaglio la lettera del padre, onde esser sicura di venirle pagate quelle noterelle?
GIORGIO: Gliel'ho scritto.
FERDINANDO (vivamente): Imprudente!
GIORGIO: Perch?
FERDINANDO: Scrivere!... Una lettera che vi potr compromettere!...
GIORGIO: Voi non m'avete suggerito quell'idea che a pranzo. La sera avevo un appuntamento colla Norina al quale non avrei mancato per tutto l'oro del mondo; quindi credetti salvare la capra e i cavoli andando dalla Norina e scrivendo alla Giulia... del resto non ho alcun timore; la contessa  tutta mia e non sarebbe mai capace... Ma giacch mi ci fate pensare, uno di questi giorni ander a domandargliela per distruggerla.
FERDINANDO: Non lo dimenticate. E Carlo  ancora innamorato?
GIORGIO: Pi che mai.
FERDINANDO (fregandosi le mani): Va bene! va benissimo! (ravvedendosi con ipocrisia) Sia fatta la volont del Signore!
GIORGIO (ridendo ironico): Che per voi deve essere la cosa pi comoda di questo mondo.
FERDINANDO: Giorgio!...
GIORGIO: Oh! guardiamoci in faccia, signor Codini... Mi fate il torto di credere che possiate illudere anche me colle vostre ipocrisie? O in voi l'ipocrisia  gi fatta natura?
FERDINANDO (spaventato): Silenzio! per l'amor di Dio!... Imprudente!
GIORGIO: Non c' imprudenza che tenga! se trovo il mio conto a fare il collotorto come voi, mi riserbo poi la libert di ridere dei brutti visucci che facciamo entrambi. Voglio potervi dire: Maestro, io sono un cattivo soggetto, ma voi siete un furbo matricolato!
FERDINANDO (alza con compunzione le mani e gli occhi al cielo).
GIORGIO: Tempo perduto, mio caro; ci conosciamo. Io, marchese di S. Giocondo, completamente rovinato (in parentesi) pel gioco e le donne, fo al caso vostro, villano rifatto che volete farvi avanti. M'avete detto: Innamorate la signorina Montalti; sposatela, ed io vi aiuter. Voi diverrete il sostegno del nostro partito, e col vostro nome, il vostro ingegno (bont vostra, veh!) ed il denaro che vi verr dalla dote sarete in grado di renderci servigi pi importanti di quelli che possa renderci un deputato imbecille come il Montalti. Voi siete giovane, risoluto, audace; avete bisogno di una posizione,  perci che avete abbracciato il nostro partito; noi ve la faremo a patto che voi ci sosteniate alla vostra volta, io mi contenter di un terzo della dote per senseria. Contratto fatto.
FERDINANDO: Tutto pel servigio di Dio e pel meglio della sua Chiesa, marchesino!
GIORGIO: Giuraddio ch' troppa sfrontataggine! (Maria dall'interno.)
MARIA: Giorgio, siete l?
GIORGIO: S, mia cara Maria, impaziente di vedervi e...
MARIA: E... ditelo pure.
GIORGIO: E di adorarvi davvicino (facendo boccaccia; a Ferdinando sottovoce). Va bene cos?
FERDINANDO (gli fa cenno di non compromettersi).
MARIA: Non vi credo.
GIORGIO: Cattiva! Non sapete che ardo dal desiderio di provarvelo?
MARIA: Finisco la mia toletta e vengo subito a leggervi negli occhi se mentite.
GIORGIO: Vi leggerete ch'io sono pazzo per voi.
MARIA: Se fosse vero! E' un pezzo che siete l?
GIORGIO: Dacch voi non ci siete mi pare un secolo.
MARIA: Se avete aspettato un secolo mi accorderete altri cinque minuti.
GIORGIO: Pensate che sono eterni per me (facendo boccaccia derisoria).
FERDINANDO: Giovanotto! giovanotto! Prudenza! prudenza!
GIORGIO: Eh! Signore, la Maria  cotta d'amore per me.
FERDINANDO: Non bisogna mai troppo fidarsi...
GIORGIO (con millanteria): Se mi fido ne avr le mie buone ragioni. Maria va pazza per me; sono il beniamino della madre; il migliore amico di Carlo... che in capo a poche settimane ho reso la pratica di tutte le case equivoche, di tutte le taverne della capitale, e che ho presentato a quel demonietto della contessa. Il merlotto ama la vita allegra, e in poco tempo ne ho fatto un discolo, in fede mia, sufficientemente discreto; e per giunta l'ho messo in urto col padre. Le cose non possono essere meglio avviate, mi pare!
FERDINANDO: Sino a questo punto s; ma domani, tutt'a un tratto, pu sorgere qualche cosa di nuovo, un caso inaspettato, ed ecco rovinate le miglior previsioni, la combinazione meglio fondata e pazientemente condotta, il vostro matrimonio colla Maria e...
GIORGIO: E la diseredazione di Carlo prima di tutto; badateci; io non scendo a patti di sorta. Se mi adatto a far la corte alla vecchia, e sposare Maria  perch io sia il solo erede delle ricchezze di Montalti.
FERDINANDO: La diseredazione non  pi ammessa che in rarissimi casi... Ma ci penseremo... ci abbiamo pensato, giovanotto... Una donazione pel disponibile... atti di vendita abilmente simulati... Prima di tutto bisogna metter Carlo in urto con tutta la sua famiglia... col padre specialmente, poich della madre faccio quello che voglio; egli ci arriver colla condotta che mena... Se riesce il colpo che abbiamo combinato stasera...
GIORGIO: Ma se ancora non abbiamo ottenuto nulla di positivo?... ed intanto le nozze si faranno prestissimo...
FERDINANDO: Non temete, non temete; sino ad ora si  lavorato alla larga; ora verremo all'assalto e vi prometto che otterremo ogni cosa.
GIORGIO: Tutto pel miglior servigio di Dio, eh!
FERDINANDO (ipocritamente): L'uomo pu fallare; ma l'intenzione...
GIORGIO: L'inferno  lastricato di buone intenzioni, mio caro!


SCENA TERZA.
Maria, Emilia, abbigliata con caricatura provinciale, e detti.

MARIA (a Giorgio): Guardatemi negli occhi, signorino.
GIORGIO (baciandone la mano): Non oso farlo, Maria, son troppo belli i vostri.
EMILIA (a Ferdinando): Carissimo dottore! (a Giorgio) Illustrissimo signor marchesino!
GIORGIO (baciandole la mano): Oggi  il giorno natalizio della Maria. Vorr permettermi, egregia signora, che le presenti, insieme a questi poveri fiori, le mie felicitazioni pi sincere? (dando i fiori a Maria).
MARIA: Oh, come son belli!... Grazie, Giorgio!
FERDINANDO (piano ad Emilia): Che raro esempio di moralit in mezzo alla corruzione della giovent del giorno, eh? Egli non ha nemmeno l'ardire di fare un complimento alla fidanzata senza il vostro materno permesso. (forte) Anch'io ho pensato alla signorina; per se il mio dono  meno vistoso  molto pi interessante e proficuo. Signorina, eccovi il Vero Mese Mariano (le presenta il libro). Raccolta di poesie ed orazioni in onore della Beata Vergine di cui portate il nome.
EMILIA: Sempre il nostro pio e degno dottore, amico impareggiabile (siedono).
GIORGIO: Sebbene il mio dono sia alquanto mondano, pure non vi  dimenticata la solenne ricorrenza che rammenta. Vi prego, Maria, di leggere quel che vi  ricamato sul nastro.
MARIA (legge): Te festeggiando inneggio con questa occasione / Alla divina Vergine. Che combinazione!.
FERDINANDO: Bello!... ammirabile!... stupendo!...
EMILIA: Benissimo, signor marchesino... degno amico di questo caro dottore.
GIORGIO (modestamente): Oh! Signora!... Si dice quel che si ha in cuore... la Religione...
MARIA (chiamando): Giorgio.
GIORGIO: Che volete? (andando a lei).
MARIA (sottovoce): Non avete trovato altro che questi stupidi versi per farmi un complimento?
GIORGIO (come sopra): Sapete che il miglior complimento che possa farvi  quello di amarvi come v'amo, e di rimanere estatico dinanzi a voi come rimango in questo momento.
MARIA: Adulatore!
GIORGIO: Non mi credete?
MARIA (guardandosi allo specchio con civetteria e sorridendo): No!
GIORGIO (additando lo specchio): Ecco l un adulatore pi entusiasta di me.
MARIA (sorridendo come sopra): Come mi trovate stasera? (acconciandosi allo specchio).
GIORGIO: Come sempre: adorabile!
FERDINANDO (ad Emilia additando i giovani): Giovinezza!
EMILIA: Et felice!
FERDINANDO: Et critica in cui  un favore privilegiato dal Cielo quando si possono incontrare cuori ingenui e costumi esemplari come quelli dei nostri ragazzi.
EMILIA: Io la devo a voi questa fortuna, caro dottore.
FERDINANDO: Oh... egregia amica...
EMILIA: Voi non solo ci avete fatto il favore di accompagnarci qui e di sostenerci e guidarci nella difficile scelta delle nostre conoscenze e attraverso i pericoli di una grande citt, ma ci avete proprio fatto un vero regalo procurandoci la conoscenza dell'illustrissimo signor marchesino di S. Giocondo. E non devo ai vostri sforzi, alla vostra profonda amicizia per noi questo matrimonio fra il marchese e la mia cara Maria?
FERDINANDO: Io sono fortunatissimo, mia degna signora, potendo rendervi servigio... e mi basta la soddisfazione della coscienza di aver fatto entrare nella vostra pia e devota famiglia un giovane come il signor marchesino, che per moralit di costumi e devozione preclara  degno di accompagnarsi a quel tesoro ch' la cara Maria, per render gloria a Dio e vivere sotto la sua Santa Custodia.
EMILIA: Cos sia, cos sia, mio caro dottore! Quei due giovani sembrano fatti l'uno per l'altra.
FERDINANDO: Ed il signor Montalti che ne dice di questo matrimonio?
EMILIA: Contentone! contentone anche lui!


SCENA QUARTA.
Prospero, dal fondo, e detti.

FERDINANDO (andandogli incontro): Il nostro carissimo onorevole!
GIORGIO (salutando): Illustrissimo signor deputato!
PROSPERO (di cattivo umore): Buona sera! buona sera, signori (tossisce). Uhm!... uhm!
EMILIA: Siete raffreddato?
PROSPERO: Uhm!... Uhm!... E che raffreddore!... Non  la miglior cosa parlare alla Camera... discutere gli alti interessi dello Stato (con gravit). Uhm! uhm! uhm... Si suda!... oh, si suda come bestie, si perde la voce... poi quel zefiretto che vi colpisce in Piazza della Signoria!...
GIORGIO: Che c' di nuovo, onorevole signor Montalti? Che si dice in Palazzo Vecchio.
FERDINANDO: Il nostro onorevole amico avr avuto qualche altro splendido successo giacch ha parlato!...
PROSPERO: Eh! eh!... successo... uhm!... uhm!... Sicuro, per bacco!... avrei dovuto ottenerlo!... Ma quando si  della minoranza...
FERDINANDO: Nequizie d'uomini e di tempi!
EMILIA: Tempi che annunziano la fine del mondo!
FERDINANDO: Interrompere l'eloquente parola al nostro onorevole Montalti!...
GIORGIO: Non sanno quel che si fanno!
FERDINANDO: Sono come gli increduli della Bibbia: hanno occhi e non vedono, orecchie e non odono.
PROSPERO: ma hanno bocche, per!... bocche indemoniate!... E se ne servono per fischiare e per fare il diavoletto quando un galantuomo si alza per parlare del Potere Temporale, delle Corporazioni Religiose... Vi scompigliano la mente, vi fanno perdere il filo delle idee... talch credete di parlare del Santo Padre e parlate del Montepulciano, confondete le Corporazioni Religiose col Dazio Consumo... Vi assordano, vi accecano... non sapete pi n quel che vi dite n quel che fate; prendete il cappello e andate via... Oh, non sono tutte rose quelle che spuntano sulla vita del deputato!... In fede mia, che quasi quasi sarei stanco della medaglia!
FERDINANDO: Perseveranza, mio degno ed onorevole amico!
GIORGIO: Pulsate et aperietur vobis.


SCENA QUINTA.
Tonio indi Alberto e Rodolfo.

TONIO: Sono arrivati due forestieri, lustrissimo.
PROSPERO: Due forestieri! Che diavolo dici? O che la mia casa  una locanda!?
TONIO: Domandano di lei... lustrissimo.
PROSPERO: Hanno detto chi sono?
TONIO: Ander a domandarglielo, lustrissimo.
PROSPERO: Falli entrare piuttosto, asino! (Tonio esce). Questo domestico che mi procuraste, dottor Ferdinando carissimo,  un'oca! Sarebbe mai Alberto uno dei due forestieri? (verso la scena). S, s,  lui! Caro Alberto! Avanti, avanti!
ALBERTO (abbracciandolo): Amico mio! (ad Emilia) Signora! Vi trovo bene; tutti benone! Anche voi, Maria! Vi trovo pi grande e pi bella.
MARIA: Grazie, signor Varesi (guardando Giorgio).
RODOLFO: E molto pi elegante, signorina. Una vera lionne!
GIORGIO (piano a Maria): Chi  quel bel modello di provinciale?
MARIA (additando Rodolfo): Un amico di casa, il signor Rodolfo Zanotti.
PROSPERO: Mio caro Alberto, Rodolfo, non potete immaginarvi il piacere che io provo nel rivedervi. Resterete qualche giorno?
ALBERTO: No; abbiamo fatto questa corsa per venirvi a vedere, godere con voi il giorno natalizio della Maria, e ripartire domani.
RODOLFO: Soltanto il tempo di divorare una dozzina di pasticcini e di raccogliere le impressioni di viaggio per metterci in grado di parlare per un mese delle meraviglie di Firenze.
PROSPERO: Cos presto! La vedremo, la vedremo! Vi arresto; v'imprigiono, resterete in casa mia. Emilia, ti prego di far subito allestire due camere pei nostri vecchi amici... (ad Alberto). Faremo una partita di tresette. Ti ricordi, eh!?... le belle partite di tresette dallo speziale?
MARIA: Ci vado anch'io, babbo. Far mettere in ordine la camera pel signor Alberto, il quale, in compenso, mi dir poi quel che si  detto della nostra partenza, non  vero? (ad Alberto). Il visaccio che avranno fatto certune! (esce dalla destra).
EMILIA (piano a Ferdinando): Ci mancava quest'altra seccatura!
FERDINANDO (come sopra): Pazienza, vi ripeto.
EMILIA (come sopra): Mi ci adatto perch lo dite voi. Ma dove andate? Non restate a prendere il the con noi?
FERDINANDO (come sopra): Vi pare! ... Un par mio!... Diletti profani!...
EMILIA (C.S.): Non me lo avete sconsigliato per...
FERDINANDO (C.S.): Certamente; purch non si tratti di ballo, di quel sollazzo scandaloso!
EMILIA (c.s.): Non si far altro che prendere il the. Ebbene?
FERDINANDO (c.s.): In tal caso ritorner. Vado a prendere la signora Beghini, la pia protettrice delle Dame del Sacro Obolo, che vi consigliai d'invitare.
EMILIA: Vi aspetto, dunque (esce dalla destra; Ferdinando esce dal fondo).


SCENA SESTA.
Prospero, Alberto, Giorgio, Rodolfo.

ALBERTO: E cos, come va? come va, mio caro Prospero? Come ti ci trovi a fare l'onorevole?
PROSPERO: Eh! mica male... mica male... Uhm! uhm!... Se non fosse per i raffreddori...
RODOLFO: Non c' rosa senza spine.
PROSPERO: E che spine! Cardi... cardi addirittura!
GIORGIO: Il nostro onorevole deputato intende parlare delle amarezze che si provano vedendo disconosciuti e calpestati in seno al Parlamento i pi sani principii e cause pi sante.
RODOLFO (da s): T!... un tartufo allievo!
PROSPERO: Eh! certo! certo!... Uhm! uhm! Se ascoltassero i sani principii... Se quando un galantuomo parla delle cause pi sante non gli gridassero oh! oh!... non gli fischiassero!...
RODOLFO: Quando il pubblico fischia  segno che non gli piace la rappresentazione.
GIORGIO: Bisogna perseverare; bisogna restar fermo al posto quando si tratta di difendere gli interessi della nostra sacrosanta Religione (inchinando il capo).
RODOLFO (da s): Quasi quasi mi pento d'esser venuto se devo vedermi sempre dinanzi simili colli-torti.
PROSPERO: Sissignore; si persevera, si resta fermo sino a quando si ode qualche fischio, sino a quando non cominciate ad imbrogliarvi... Ma quando poi sorge la tempesta, i basta! zitto! e qualche cosa di peggio... e cominciare a smarrire le idee, a confondere la societ enologica con l'imposta prediale... come si fa a star fermo, dico io?...
RODOLFO (ironico): Quanto mi rincresce di non aver assistito a qualcheduno dei suoi discorsi! (a Prospero).
PROSPERO: Oh! avreste udito, Rodolfo caro! che roba! che fior di roba!... Ma non parlo pi... non apro pi bocca!... Oh non apro pi bocca! Mi contento di veder le mosche a volare, di far pallottoline di carta.
RODOLFO: Occupazione che divider con molti suoi onorevoli colleghi.
ALBERTO (piano a Prospero): Te l'avevo detto. Ti sei messo su una falsa strada.
PROSPERO: Che vuoi?... infine... se mi lasciassero parlare... se potessi spiegarmi...
RODOLFO: Ah! signor Prospero, se si potesse mettere su una partita di tresette col vicino di banco, naturalmente amico politico, eh?!
ALBERTO (a Prospero): E' la festa della Maria, e non si deve parlare che di stare allegri... Ma se vorrai ascoltarmi domani... se crederai all'interesse che prendo di te e della tua riputazione... Aspetti gente stasera?
PROSPERO (gonfiandosi): Eh! eh!... che gente! Vedrai, vedrai, amico mio. Sono contentone che tu sii arrivato a tempo... quasi tutti i miei colleghi! Aristocratici puro sangue!... Professori!... Diplomatici!... E... e... in confidenza ti posso anche dire all'orecchio... che spero... che mi si  fatto credere... che un alto personaggio, ma molto alto!...
GIORGIO: E' indubitabile, egregio signor Montalti. Sua Eccellenza me lo promise all'udienza di stamattina.
PROSPERO (gongolante): Lo sentite! lo sentite!


SCENA SETTIMA.
Tonio con lettere e giornali e detti.

PROSPERO (a Tonio): Sono arrivati ora quei giornali e quelle lettere?
TONIO: Lustrissimo s; il fattorino li ha lasciati a momenti.
PROSPERO: Va bene; mettili su quel tavolino. Che c' altro? (vedendo Tonio che rimane immobile).
TONIO: Ce n' una per l'illustrissimo signor marchesino che un ragazzo lasci poco fa dicendo che era urgente.
PROSPERO: Dagliela, imbecille! e vattene.
TONIO (cerca la lettera fra le altre, la d a Giorgio e parte).
GIORGIO: Con permesso (apre la lettera): Di Codini! (legge) Bisogna affrettare; quell'amico di Prospero ora giunto attraverser tutti i nostri disegni. E' meglio che lo scandalo accada stasera. Fate quanto sapete; andate dalla contessa, e se potete, a trovare Carlo! (a Prospero). Vorr permettermi, onorevole signor Prospero, che mi assenti un momento per sbrigare un affare urgentissimo, che questa lettera mi ricorda?
PROSPERO: Si accomodi, si accomodi pure, signor marchesino. Ma non tardi molto... Quella povera Maria... lo sa?!...
GIORGIO: La prego appunto di fare le mie scuse alle signore, e di assicurarle che mi dar tutta la premura di ritornar subito (esce).


SCENA OTTAVA.
Prospero, Alberto, e Rodolfo.

ALBERTO: E' una conoscenza che ti ha fatto fare il dottor Codini questa?
PROSPERO: S: il signor marchesino di S. Giocondo!... E... non sai nulla?... Maria va sposa.
ALBERTO: Va sposa?
PROSPERO: Al marchesino in persona; ne pi ne meno!
RODOLFO: Che peccato!
PROSPERO: Come? come?...
RODOLFO: Volevo dire che peccato che non lo avessimo saputo prima onde fare le nostre congratulazioni agli sposi.
ALBERTO: Ed  un matrimonio combinato dal Codini, senza dubbio?
PROSPERO: Certo; dal Codini e da mia moglie. Che ne dici, eh?... Un matrimonione!...
ALBERTO (freddamente): Me ne congratulo.
RODOLFO: E di Carlo che n' che non l'ho visto?
PROSPERO (sospirando): Ecco la mia afflizione! La spina del mio cuore! Eh!!! Carlo mi d molti dispiaceri da quando siamo a Firenze!
RODOLFO: Lo credo. Si stancher molto a correre dietro le fioraie!
PROSPERO: Altro che!... altro che!... Sapere che stasera  la festa di sua sorella e non curarsi di prendervi parte! Lo vedo appena... Le mie occupazioni alla Camera... credetemi, amici, che sono afflittissimo su questo punto. Mio figlio travia; mio figlio si perde!... Alla Camera mi si fischia invece di applaudirmi... In fede mia che se non fosse per il matrimonio di Maria sarei ben stanco di Firenze e vi lascerei il mio onorevole, e la mia medaglia (va di cattivo umore a scorrere alcuni giornali). Ecco qui... i soliti complimenti che mi si fanno!... parolacce, in petto a cui quelle che fecero abbaruffare Carlo erano rose e fiori. Leggete, leggete!... Il meno che mi si possa dire  austriacante protettore dei briganti... io che basisco se si torce il collo a una gallina dinanzi a me! Sono un onest'uomo infine!... E queste caricature... indecenze! porcherie!... stenterello travestito da sagrestano... pulcinella che  condotto per il naso da un frate... ed in tutti il mio ritratto! la mia faccia da galantuomo! Se si sopprimessero i giornali!... quelli con caricature in ispecie! (scorre alcune lettere). E queste altre!... al solito... domande d'impieghi dei miei elettori... seccature! Mi rinfacciano il voto dato (legge). Se non fosse stato per me non sareste mai uscito dalla vostra cantina, ed ora che ho bisogno di voi e vi domando di farmi ottenere un miserabile impiego di 6000 lire fate il sordo! Se parlo un'altra volta alla Camera  per proporre un'affrancatura di 5 lire obbligatoria per le lettere da mandare ai deputati... Siamo invasi... annegati... si affoga in mezzo a lettere di ogni dimensione... Che se lo tengano il loro voto! Se sapessero quello che si gode a fare il deputato!... Ah! Alberto! il bel tempo che facevamo il nostro tresette dallo speziale!...
ALBERTO: Ne parleremo, ne parleremo, Prospero.
PROSPERO: Ne sono stanco! Seccature, e poi nient'altro che seccature!... Strapazzi, urli, fischi... insulti!... Mia moglie dice che son debole, che non so farmi rendere ragione; il dottor Ferdinando che bisogna soffrire per meritare... che i santi sono santi perch subirono il martirio... Diavolo! che voglia farmi subire anche il martirio colui?!
RODOLFO: Non ci pensi, signor Montalti. Se fossero quei beati tempi il dottor Ferdinando, e quelli della sua, riserverebbero ad altri questo piacere.
PROSPERO: Quello che pi m'accora  la condotta di Carlo. Quel giovinastro mi mette colle spalle al muro.
ALBERTO: Coraggio, amico mio; non ti rinfaccio quello che ti predissi, ma ti dico che ancora sei in tempo per toglierti da questi guai. Io ti aiuter per quanto mi sar possibile. A domani. Passo un momento in camera a spolverarmi onde farti onore presso Sua Eccellenza (esce dalla destra).
RODOLFO: In quanto a me mi lusingo che Sua Eccellenza trover di suo gusto l'unico abito che mi trovo disponibile. Vien gente e non voglio perdere un minuto della festa.


SCENA NONA.
Sassarini ed altri invitati, Emilia e Maria.

SASSARINI: Riveriti, illustrissimi signori! (a Montalti). Padrone mio colendissimo.
PROSPERO (guardando sorpreso gli invitati che si inchinano senza parlare): Umilissimo servitore! S'accomodino. In che posso servirli?
SASSARINI: Approfittiamo del gentilissimo invito con molto piacere poich si tratta di una famiglia che tutti i buoni citano a modello.
PROSPERO: Grazie, grazie. (a Rodolfo, piano). Chi sono? Non li conosco.
MARIA: Tutto  in ordine, babbo.
PROSPERO (ad Emilia): Hai dato un'occhiata ai preparativi della...? Sai bene... aspettiamo Sua Eccellenza!... (con enfasi).
EMILIA: Vengo di l. Oh! il signor Sassarini (presentandolo). Economo della Pia casa delle Orfanelle. Che degnazione, signor Sassarini carissimo! Quale onore (riconoscendo gli altri invitati). Il signor procuratore di S. Maria Novella!... Il reverendo segretario di Monsignor Arcivescovo!... L'illustrissimo signor Auditore della Sacra Rota!...
SASSARINI (ripetendo il complimento come se glielo avessero imparato a memoria): Approfittiamo del gentilissimo invito con molto piacere poich si tratta di una famiglia che tutti i buoni citano a modello.
RODOLFO (piano a Prospero): Sar della specie dei pappagalli quel signore.
MARIA: E Giorgio?
PROSPERO: Verr a momenti.
RODOLFO (a Maria): Vi fo i miei complimenti, signorina; andate sposa?
MARIA (arrossendo): Chi lo sa ancora?... In ogni caso grazie.
RODOLFO: E di cuore eh!?
PROSPERO (consultando l'orologio): Le undici, e ancora non si vede alcuno!
RODOLFO: Non lo sa che  di moda andare molto tardi alle pi aristocratiche riunioni?
PROSPERO: Se avessi prima conosciuto questa moda aristocratica avrei risparmiato per due chilogrammi di candele (piano a Rodolfo).
RODOLFO (a Prospero in disparte): Ma osservi che occhiate furibonde lancia il Pappagallo verso la porta!... Sta col naso al vento.
PROSPERO (come sopra): Che aspetta?
RODOLFO (c.s.): Per bacco! il the e le paste.
PROSPERO (c.s.): Se non vengono altri vuole star fresco!
RODOLFO (c.s.): Scommetto che quando vedr nel pieno esercizio delle loro funzioni quelle formidabili mascelle, non le rincrescer che Sua Eccellenza non sia venuto. Ho un occhio pratico per queste cose.
EMILIA: Signor Sassarini pregiatissimo, che dicono le orfanelle?
SASSARINI: Eh! eh!... signora colendissima... credo che... credo che dormano a quest'ora.
RODOLFO: Cospetto! che portento l'immaginazione!
EMILIA: L'Istituto va bene?
SASSARINI: Eh! eh!... come i tempi... come i tempi, signora colendissima... Il Governo... le imposte...
RODOLFO (da s): E' il tuono pi basso dell'ottava reazionaria quel signore (vedendo entrare Ferdinando). Ed ecco il tuono pi alto, il s di petto!


SCENA DECIMA.
Ferdinando, accompagnando la Signora Beghini e detti.

FERDINANDO: Che bella adunanza! che bella adunanza! Riverisco l'illustrissima societ. Signora Emilia, godo in trovarvi in s esemplare compagnia. Ho l'onore di presentare l'illustrissima signora Beghini; la quale si  decisa soltanto a rompere l'austerit delle sue abitudini onde venire a fare la conoscenza di una famiglia cos rispettabile che tutti segnano a dito. (a Prospero) Onorevole amico, avete una splendida societ!
PROSPERO: Uhm! uhm!... Eh! eh!... vi pare?... se  tutta questa non faceva conto...
FERDINANDO: Bella! bella! splendida!
MARIA: Dio! che splendore! (piano a Rodolfo).
RODOLFO: Eh! signorina. Con una societ di Beghini e di Sassarini!...
MARIA: Sempre maldicente!
RODOLFO: Non ho mai potuto esserlo verso di voi.
EMILIA: Intanto per animare la societ...
FERDINANDO: S per animare la societ propongo un trattenimento che ha nello stesso tempo uno scopo sublime: una colletta per l'obolo di S. Pietro.
RODOLFO (da s): E' divenuta un antro di reazione questa casa!
EMILIA: Che bella idea!
PROSPERO: Per... faccio osservare... non saprei, come deputato...
EMILIA (dandogli sulla voce): Oib! Prospero... vergogna!... L'obolo sacro!
FERDINANDO: Che! Non sareste pi cristiano?! Non sareste pi figlio della Chiesa, mio onorevole amico?!... Oh! ma voi siete di un'esemplare devozione, voi siete il modello dei deputati (comincia a raccogliere in giro su di un vassoio).
PROSPERO: Oh! oh! non dico... E' vero... la morale... la Religione... sono cose... ecco cinque lire!
FERDINANDO (ad Emilia): A voi, egregia signora Emilia; distinguetevi al vostro solito.
EMILIA (si stacca una catenella): Ecco!
FERDINANDO: Donna esemplare! Voi, Maria?
MARIA: Ho ben poco da offrire io.
EMILIA: Via; dona qualche cosa (sottovoce). Vergogna! innanzi a gente cos chiara per devozione! (Forte). Ecco per mia figlia! (si stacca un braccialetto).
FERDINANDO: Eroina! (Va in giro per tutti gli altri invitati i quali fingono di cercarsi addosso e non trovarsi denaro. Presenta il vassoio a Rodolfo).
RODOLFO: Le pare! Azzardarmi a far la carit a S. Pietro!... (Ferdinando lo presenta a Sassarini il quale tenta di toglierglielo dalle mani).
FERDINANDO: Si distingua anche lei, egregio signor Sassarini.
SASSARINI (tentando di prendere il vassoio): Mi distinguer... Oh, stia sicuro che mi distinguer! Dia qui la raccolta; vi aggiunger per un chilogrammo d'oro del mio... li far fondere... ne faremo un anello colossale da offrire all'angelico Pio Nono per suo anniversario...
RODOLFO (da s): Che te lo mettano al collo del piede quell'anello! Giammai anello di galeotto fu pi meritato!
FERDINANDO: Si risparmii; si risparmii!
SIGNORA BEGHINI (borbottando): Quel Signor Sassarini vorrebbe sempre carpire tutto lui... E' un ladro sfacciato ed insaziabile!
FERDINANDO: Che bella ed esemplare societ! Che trattenimenti ammirevoli! Per cambiare di passatempo comunicher alla compagnia il bel progetto che si  messo innanzi; cio, d'istituire una Pia Societ di Dame che avr per iscopo d'aver cura delle zitelle traviate.
EMILIA: Oh, la pia istituzione! Voi ne siete il promotore, senza dubbio?
FERDINANDO (con modestia): Signora!...
EMILIA: Via!... vi conosciamo, uomo esemplare!
FERDINANDO: E si  proposto di darne la presidenza a voi, pregiatissima signora Emilia, e la vice presidenza alla signorina (indicando Maria).
SIGNORA BEGHINI (con dispetto, da s): Tutto per costoro!... Se non fosse per... gli vorrei dire il fatto mio...
SASSARINI (con premura): E l'amministrazione chi la terr?
RODOLFO: Eh, mio caro signor Pappag... non so il suo nome, trattandosi di una societ per donzelle traviate ci sar poco da amministrare.


SCENA UNDICESIMA.
Giorgio e detti.

GIORGIO: Buona sera, signore e signori.
MARIA: Finalmente! Dove sei stato, signorino? (a Giorgio sottovoce).
GIORGIO: Vi avevo pur fatto le mie scuse per mezzo di vostro padre... Un affare urgentissimo...
MARIA: Eh!... li so questi affari che si trovano sempre quando si tratta di scappar via!...
GIORGIO: Sapete che la mia maggior felicit  di starvi vicino, e che non merito questo rimprovero; del resto vi domando perdono di nuovo.
MARIA: Siete sempre sicuro di ottenerlo:  perci che peccate spesso.
FERDINANDO (avvicinandosi a Giorgio sottovoce): E' fatta?
GIORGIO (c.s.): E' fatta!
FERDINANDO (c.s.): E Carlo?
GIORGIO (c.s.): Sar qui a momenti.
EMILIA (piano a Prospero): Faccio servire il the?
PROSPERO (sottovoce): Ti pare!... per quei quattro gatti affamati?...
EMILIA (come sopra): Come parlate leggermente di cos stimabili persone!
PROSPERO (come sopra): Fa pure quel che ti piace. (guardando l'orologio) Undici e mezzo, e ancora nessuno! (ad alta voce) Signor marchesino, come va che Sua Eccellenza non si faccia vedere?
GIORGIO: Verr, verr, mio caro signore; a meno che non si sia applicate le mignatte, come ha l'abitudine ogni quindici giorni.
RODOLFO: Allora  certo che Sua Eccellenza avr le mignatte addosso!
PROSPERO (chiamando con enfasi): Ehi! della servit!


SCENA DODICESIMA.
Tonio e detti.

TONIO: Lustrissimo.
PROSPERO: Fa' portare il the, il punch, le paste, i liquori e i rinfreschi.
TONIO (borbottando): Fa' portare! Come se ci fossero altri per portare tutta questa roba! (esce).

Sassarini, la signora Beghini e gli altri invitati cominciano ad assettarsi come se si preparassero ad un vero assalto.

RODOLFO (da s): Misericordia che disposizione d'attacco!
TONIO (ritorna con un vassoio di paste in una mano e quello pel the nell'altra. Gli invitati lo accerchiano e pare che vogliano rovesciarlo insieme ai vassoi.)
PROSPERO (di cattivo umore piano a Rodolfo): Che razza di gente  questa.
RODOLFO (piano a Prospero): Sono antropofaghi! Si salvi chi pu! (Tonio va via e ritorna con altri vassoi pieni. Prospero gli fa dei cenni).
TONIO: Che vuole, lustrissimo?
PROSPERO (piano): Asino! non recarne tanto alla volta!
TONIO: Ah, va bene! (parte. Prospero va in giro e cerca di smorzare qualche candela senza farlo scorgere).
PROSPERO (borbottando): Che saccheggio! che appetito! Non mi ci colgono pi! Se venisse Sua Eccellenza non avrei neppure una crosta di pane da offrirgli.
TONIO: Illustrissimo.
PROSPERO (irritato): Che c'? Ancora!...
TONIO (interdetto): No... non ne porto pi... non  per questo.
PROSPERO: Che diavolo dici?
TONIO (risoluto): Non vengo per questo no, non vengo per questo!... Le paste e i rinfreschi che mi ha raccomandato di non portare sono in cucina... Oh, non li tocco io, se non lo comanda! Stia tranquillo... Non vengo per questo...
PROSPERO: Questo diavolo in forma d'asino mi far perdere la pazienza!
TONIO (sempre pi imbarazzato): Vengo per dirle che di l, in anticamera, aspettano...
PROSPERO: Chi aspetta? Sua Eccellenza forse!... Lumi! lumi! (per accorrere)
TONIO: No, no; la risposta di questa lettera...
PROSPERO: Asino! imbecille! ti caccio via!... perch non dirlo subito? Dalla qui; vediamo cos'... Forse una scusa di qualche mio collega per non aver potuto... oppure di Sua Eccellenza... Eh!... vediamo; col permesso di loro signori... Capiscono?... sar forse una scusa di Sua Eccellenza!... (legge):

Per due cappellini di Parigi: L. 160
Per un'amazzone di velluto: L. 520
Per due abiti di stagione: L. 735
Per biancheria minuta: L. 400
Totale: L. 1815

Per una broche in brillanti: L. 1000
Per un paio d'orecchini: L. 340
Per un braccialetto in brillanti: L. 1300
Totale: L. 2640.

(Resta stupito, ricomincia a leggere qualche parola, indi): Che cos' questo?... Come mi riguarda? Avranno sbagliato indirizzo. Ah! ecco la lettera... Signor Carlo Montalti...  per mio figlio!... (legge):
Mio caro, Eh! eh! Ti acchiudo le noterelle del gioielliere e della sarta. Costoro non vogliono pi aspettare e mi annoiano maledettamente per essere pagati. Pensaci tu, mio caro, e se non hai quattrini cavali a babbo Prospero ch' tanto spilorcio quanto tu sei generoso (a misura che legge abbassa la voce e si allontana da chi potrebbe ascoltarlo, con segni di collera violenta). Ah! ah!... Per me questi complimenti! (legge):
La vita allegra che vogliamo fare quando non avrai pi nessuno che tenga i cordoni della tua borsa! Eh! eh!... vi pare! ci metteremo rimedio! ci metteremo rimedio (in collera, legge):
Dimani alla Pergola si d la nuova opera d'Apolloni. Fissa un palchetto e viemmi a prendere in carrozza col solito mio mazzo di viole. Tua: Giulia di Roccabruna. Ah, c' anche un Post scriptum! Sentiamo che dice il post scriptum. (legge):
Amerei avere qualche cosa di nuovo per domani sera, come un braccialetto o una broche. Non occorre che t'incomodi molto; mi basta una cosetta da 1000 o 1500 lire! (resta stupito e colla lettera in mano).
TONIO: Che cosa devo dire a quell'uomo che aspetta, lustrissimo?
PROSPERO (sottovoce arrabbiato): Va al diavolo con lui!
FERDINANDO (facendo il segno della croce): Pazienza, pazienza, mio caro!... Vediamo che c'... Perch impazientarvi cos?!...
PROSPERO (come sopra): C' che quel birichino di mio figlio un giorno o l'altro mi far fare uno sproposito... 4455 lire!... bagattella!... bagattella! E ancora ci vorrebbe una cosetta! (con amara ironia)... Cos, un 1000 o 1500 lire! Scusate s' poco!... Soffoco! soffoco!... Se non fosse per la gente che ho in casa... per i riguardi del mondo.
FERDINANDO: Pazienza, pazienza, mio onorevole amico!
PROSPERO (come sopra): Pazienza, eh?! La ce ne vuole! la ce ne vuole!... 4455 lire!... e una cosetta da 1500! Ma mio figlio mi deruba! mio figlio mi rovina!... Mio figlio mi mette sulla paglia!
FERDINANDO (tirandolo ancora pi in disparte): Bisogna pensarci... Non comprometta la dote della Maria...
PROSPERO: Che?! che?! La dote della Maria?!... Vorrei vedere anche questa, corpo di!...
FERDINANDO: Chi lo sa?
PROSPERO: Ci metter rimedio, ci metter rimedio!... Lo far chiudere in una casa di correzione!...
FERDINANDO: Oh, questo poi!... Bisogna essere indulgenti... Pensate alla parola del figliuol prodigo... Basterebbe semplicemente assicurare la dote della Maria con una buona donazione... si potrebbe anche simulare atti di vendita... Ma Casa di Correzione!... Oib!
PROSPERO: Donazione?... atti simulati!... Ma questo sarebbe spogliarlo, rovinarlo!... e infine quel birbante  mio figlio...
FERDINANDO: Non capite che sarebbe una semplice minaccia... Poich quando egli poi sar per rientrare nel retto sentiero, sua sorella... quell'angelo di morale che tutti conosciamo, senza dubbio avr la coscienza di restituire...
PROSPERO: Quand' cos vedremo, vedremo... ci penseremo.
FERDINANDO (piano a Giorgio): E Carlo che non viene!
GIORGIO (come sopra): Verr, e conciato per benino!
PROSPERO (confuso): Domando scusa all'illustre societ... Ma quel biglietto inatteso...
TONIO: Che cosa ho da dire, lustrissimo, a quell'uomo che aspetta la risposta?
PROSPERO: Mandalo al diavolo!
TONIO: Credo che non ci vorr andare. Ha detto che non parte se non  pagato.
PROSPERO (arrabbiato sottovoce): Zitto! o ti rompo una sedia sulla testa!... Digli che ritorni domani... Digli che pago io... (Tonio esce). Non ne posso pi!... Schiatto! schiatto!
FERDINANDO (piano): Coraggio, mio illustre amico! Ci metteremo rimedio... con una donazione ben combinata!... Ma sempre con carit paterna!...
PROSPERO: Non ne posso pi! Ho perduto la testa!... Quel birichino mi sciupa in un'ora 4455 lire... e una cosetta di 1500! Assassino!...


SCENA TREDICESIMA.
Carlo ubbriaco e detti.

CARLO: Riverisco la compagnia!... Come hai fatto a reclutare questa bella societ, babbo?... Sembra la rappresentanza di tutti gli spazzini e i sacrestani di S. Maria Novella!... Eh! eh!... che vedo Giuraddio! (fregandosi gli occhi). C' anche il bel sesso!... la mostra del sesso bello 50 anni fa!... (alla signora Beghini). Riverita, signora... Oh, bella compagnia!... Babbo, se lo sa Corsini te la ruba, la tua bella societ!... Ah! sei qui, Rodolfo? come va? (stringendosi la mano). Che ne dici, eh?... Sei venuto anche tu per la festa?... Fa un po' ballare quell'orso... Giuraddio che vogliamo vederne di belle!...
MARIA: Carlo!...
EMILIA: Figlio mio!...
SASSARINI: E' un'indecenza! vado via (prende il cappello e vi mette in fretta quanti dolci pu prendere).
SIGNORA BEGHINI: Che scandalo! che scandalo! (borbottando).
RODOLFO (da s): E' ubbriaco cotto!
GIORGIO (piano a Ferdinando): Va bene?
FERDINANDO (come sopra): Va benone!
PROSPERO (ch' rimasto attonito): Che scene son queste, signorino?!... Nella casa di vostro padre! nella casa di un deputato... Birbone! ti far vedere io!...
CARLO: Che cosa di nuovo, babbino?... a meno che non sia il colore dei tuoi marenghi che non vedo da un pezzo...
PROSPERO: Sfacciato! cos mi rispondi!... Ah! ci metter rimedio ci metter rimedio!... Hai coraggio di parlarmi di denaro?! Leggete questo, signorino! (porgendogli la lettera).
CARLO: Ah, di Giulia! C' una noterella... pagher babbo.
PROSPERO (esasperato): Babbo non pagher e ti far mettere in una Casa di Correzione!
MARIA (piangendo): Oh! Dio mio!
EMILIA: Signore, che tempi son questi?!... Come cresce la giovent?!
FERDINANDO (piano a Giorgio): Ma bene! ma non pu andar meglio! (forte): Prudenza! prudenza, signor Prospero! Ricordate il figliuol prodigo!
PROSPERO: Io non ricordo altro che questo birbante mi rovina! mi svergogna dinanzi a tanta gente!... mi uccide!... Io lo far recludere! io lo far mettere in prigione insieme a quella svergognata!...
GIORGIO (sottovoce a Carlo): Non ti perdere d'animo. Tuo padre grida, ma pagher.
CARLO: Perbacco se pagher!... Giuraddio!...
RODOLFO: Carlo! che diavolo fai?!...
PROSPERO (gridando): Minacce!... ah birbante! mascalzone!... ti far vedere io! ti far vedere!... Fuori di questa casa! (ad Emilia e Maria che s'interpongono). Non ascolto pi nessuno! Fuori di questa casa!
(Durante questa scena gli invitati avranno saccheggiato i vassoi e partono ad uno ad uno).
Fuori! fuori... ti caccio via. Non sei pi mio figlio!... Svergognarmi! svergognarmi dinanzi ad un'intera societ!...
SASSARINI (alla signora Beghini): Andiamo via da questa casa scandalosa!
SIGNORA BEGHINI: Oh! non ci metter pi piede!
(Maria, Emilia e Rodolfo s'interpongono ed accerchiano Carlo che ubbriaco com' vuol resistere e gridare).
FERDINANDO (piano a Prospero): Calma! calma, mio caro! Vi rovinate la bella reputazione!... Senza rumori! senza rumori!... Baster una buona donazione... e un atto di vendita fatto cos alla sordina...


SCENA QUATTORDICESIMA.
Alberto dalla destra, e detti.

ALBERTO (accorrendo): Che c'? che c' Prospero?... Ho udito gridare!...
PROSPERO: C' che mio figlio mi disonora! mi deruba! Che ho perduto il figlio, la pace, la riputazione!... la testa!... Oh, Dio! come sono disgraziato! come sono disgraziato! (quasi piangendo).
ALBERTO: Ritorna al paese. Non sarai onorevole ma sarai felice!



ATTO TERZO

Salottino in casa della Contessa di Roccabruna. A destra uno specchio; un po' indietro un divano. A sinistra un tavolino con l'occorrente per scrivere. Poltroncine, ecc.


SCENA PRIMA.
Giulia su di una poltroncina di faccia allo specchio, sbadigliando; Carlo appoggiato alla spalliera.

GIULIA: Che noia, Dio mio!
CARLO: Non siete molto obbligante stasera con me!
GIULIA: Al contrario. Amereste meglio che m'infingessi con voi... che amo?
CARLO: M'amate, dite!
GIULIA: Me lo domandate?
CARLO: Come vi amo io?
GIULIA: Vediamo: come mi amate voi?
CARLO: Al delirio, alla pazzia!... Come un uomo che si sentirebbe capace di far miracoli o delitti per quest'amore!... M'amate cos voi, Giulia?
GIULIA: Dippi ancora, se fosse possibile. Fatemi un "cigaretto".
CARLO (stizzoso): Siete spietata!
GIULIA (stringendosi nelle spalle): Dio mio! come siete provinciale e ragazzo, Carlo!
CARLO: Perch mi dite questo?
GIULIA: Perch voi vedete ancora l'amore dal suo lato noioso, direi insopportabile: dal lato dei giuramenti, delle lagrime e delle gelosie... (ridendo). In fede mia che ci  ben singolare dopo la vita che vi ho fatto fare da due mesi. Lass, su quel tavolino, troverete il tabacco ed i foglietti.
CARLO: Giulia!
GIULIA (battendo i piedi con impazienza): Il mio "cigaretto" dunque!
CARLO (va di malumore al tavolino e fa il cigaretto): Ecco.
GIULIA (guardandosi a fumare nello specchio): Che noia! Come son brutta stasera!... Che cera!... Che ve ne pare, Carlo!
CARLO (guardandola nello specchio al di sopra della sua testa): Dico che siete ben capricciosa e ben difficile!
GIULIA (sorridendo): Davvero? o me lo dite per galanteria?
CARLO: Sapete che vi amo troppo per poter fare il galante con voi.
GIULIA: Se mi amate tanto, come va che non mi avete recato la "broche" che vi ho domandato?
CARLO: Voi?
GIULIA: S ieri.
CARLO: Perdonatemi, ma ieri non m'avete detto nulla.
GIULIA: Vi scrissi, per.
CARLO: Ah! la lettera che leggeva ieri mio padre!
GIULIA: T! l'ha capitata vostro padre quella lettera?
CARLO: Giacch l'aveva in mano...
GIULIA (fingendosi sorpresa): Come va?! Del resto non importa... L'interessante  che Bigatti e madama Adele sieno pagati. E cos? Non rispondete? Sareste davvero rovinato, come mi si voleva far credere?
CARLO: Rovinato no, poich non potendo disporre del mio...
GIULIA: Ma non avete un soldo, che vale lo stesso?!
CARLO: Giulia.
GIULIA: Una meschina "broche" da 1500 lire!...
CARLO: Domani avrete la "broche".
GIULIA: Non parlo mica per averla; ma mi sorprende come con tutto l'amore estraordinario che mi giurate, non siate in grado di darmene maggiori prove.
CARLO: E' segno che sono impossibilitato a darvele... Poich sapete che per voi!...
GIULIA: Eh! via!... ed alla vostra et, con un padre ricco, forse che si  mai imbarazzati per trovar denaro?!
CARLO: Come fare?
GIULIA: Me lo domandate? Vi supponevo maggior dose di spirito!
CARLO (vivamente): Vi ho detto che domani avrete la "broche"... ed anche il braccialetto... Volete altro?
GIULIA: Ah no! non li voglio! Non voglio parere di aver parlato per quelle bazzecole, mentre ho detto questo per darvi un buon consiglio da amica di mondo (con un sorriso significativo).
CARLO: Trover un mezzo per farveli accettare.
GIULIA (sorridendo): Quale?
CARLO: Vi addormenter coi baci e quando vi sveglierete ve li troverete addosso!...
GIULIA: Discolo!... (sbadigliando). E cos? che facciamo stasera? non andiamo alla Pergola?
CARLO: Perch non avvisarmi onde fissare un palchetto?
GIULIA: Ve l'avevo scritto ed  andato perduto in mano di babbo Prospero. Siamo ancora in tempo, mi pare. Guardate che ora fa.
CARLO: Le otto e mezzo fra poco.
GIULIA: Va benissimo: un'ora per vestirmi e ritornare voi con la chiave del palchetto e la carrozza, mezz'ora per andare...
CARLO: Vorrei che foste un po' pi avara del tempo che potete accordarmi!
GIULIA (con ironia): Non avete denari per la carrozza o pel palchetto forse?!
CARLO (vivamente): Giulia!... che cuore avete dunque?!
GIULIA (ridendo): Come siete buono a domandarmelo! Non dimenticate, passando dalla fioraia, di recarmi il mio solito mazzo.
CARLO: E' cos che mi amate?!...
GIULIA: Spicciatevi, ch non saremmo pi a tempo. Avremo tutto l'agio di parlarne poi al teatro.
(Carlo fa un gesto di collera e va via).


SCENA SECONDA.
Giulia guardandosi allo specchio.

GIULIA: Sciocco... va! Non hai pi un soldo e pretendi ancora alla vita allegra!... (stringendosi nelle spalle). Vuoi sapere come ti amo?!... Fo di troppo, mi pare, se ti guardo e ti sorrido... Se tuo padre  spilorcio che ci ho da fare io? Ne ho abbastanza di sospiri e di seccature!... Ma d'imbecilli come te!... Qual differenza con Giorgio di S. Giocondo! Quello s ch' un uomo a cui non trema il bacio sulle labbra, n il bicchiere nella destra... n la mano nella scarsella!


SCENA TERZA.
Vittorina e detta; indi Codini.

VITTORINA: C' un signore che domanda di vederla.
GIULIA: Chi ?
VITTORINA: Il solito. Ha detto il vecchio.
GIULIA: Ah! lui!... Che noia! Fallo entrare. (Vittorina esce).
FERDINANDO (dal fondo): Come va? come va, mia cara contessa? Sempre bella! sempre adorabile!
GIULIA: Sempre galante, signor Codini! malgrado che si annunzii per vecchio.
FERDINANDO (con galanteria): Vicino a lei si  sempre giovani.
GIULIA: Davvero? Quel caro dottore!...
FERDINANDO: E lei, signora, fa ancora molti invidiosi?
GIULIA: Io? Me ne rincresce; poich non ne ebbi mai l'intenzione.
FERDINANDO: Le parlo sul serio: io, per esempio, che ho invidiato sempre quel marchesino di S. Giocondo. Giorgio che comincia ad essere invidioso di Carlo Montalti, di quel caro ragazzo!
GIULIA: Ah! ah! il suo protetto!...
FERDINANDO: Non lo dica tanto forte. L'ho prevenuta che se ho a cuore che sia felice e contento, per quanto potr esserlo, quel bravo giovanotto, dall'altro lato desidero ch'egli non sappia le premure ch'io ne prendo... fino al punto d'ignorare completamente le mie visite...
GIULIA: Stia pur tranquillo. Dacch Carlo mi fu presentato dal marchesino non si  mai parlato di lei.
FERDINANDO: Non trova giusto il mio desiderio? Alla mia et se si pu avere a cuore la felicit di un giovanotto che si ama, se si pu far le viste di chiudere un occhio sulle sue scappatelle, non si pu poi dimostrare apertamente che le si approvano!...
GIULIA: Ella dice egregiamente; ma per quanto vorrei contentarla devo confessarle per che con Carlo ci guasteremo, un giorno o l'altro.
FERDINANDO: Cattiva! Le baster il cuore di mettere alla disperazione quel caro ragazzo?
GIULIA (con cinismo): Se davvero lo mettessi alla disperazione dovrebbe trovare il mezzo di...
FERDINANDO: Eh!... non dice male... Anzi direi che... con un padre straricco come il suo... se non si  stupidi avari...
GIULIA: Ecco che anche lei mi d ragione!
FERDINANDO: Non posso fare a meno di convenire che... Ma...
GIULIA: Per esempio ancora non sono state pagate due noterelle di poco conto 4400 o 4450 lire!
FERDINANDO: Una miseria! Ma le dico...
GIULIA: E aggiunga che non avendogli potuto cavar denari ho messo in pratica il mezzo che mi sugger il marchesino di S. Giocondo e che credetti davvero infallibile.
FERDINANDO (da s): Ci siamo! (forte). Quale?
GIULIA: Di far ricapitare, come per isbaglio, la lettera al padre, nel bel mezzo di una societ che si teneva in casa Montalti, affinch il vecchio non avesse potuto esimersi di farsi pelare chetamente per evitare pettegolezzi e scandali. Giorgio soggiungeva un poscritto che, in ogni caso, ci sarebbe stato un filantropo cui sta tanto a cuore ch'io non la rompa con Carlo da pagare pel giovanotto.
FERDINANDO (da s con dispetto): Imprudente! (forte). Un filantropo?
GIULIA: S. Non lo indovinate?
FERDINANDO: No, davvero.
GIULIA: Molto modesto!
FERDINANDO: Sarei curioso di leggere quel poscritto.
GIULIA: E' semplicissimo, lo so a memoria: In ogni caso siate sicura, mia cara Giulia, che, purch questo scandalo accadr, vi  che paga per tutti: il Codini che voi dovete conoscere.
FERDINANDO (da s dispettoso): Maledetto! (forte). Non so come il marchesino di S. Giocondo, che non ho l'onore di conoscere intimamente...
GIULIA: S'ella mi fu presentata da lui!
FERDINANDO: S; lo pregai di rendermi questo servigio onde procurarmi il mezzo di poter intercedere per quel ragazzo che vorrei veder sempre felice; ma questo non prova ch'io dovessi esser amico del medesimo. Sono di quelle cortesie che si ricambiano fra amici di mezz'ora quelle!
GIULIA: E non vuole permettermi ch'io lo chiami filantropo!...
FERDINANDO: Che vuole? Quando non si pu pi godere la vita si ha qualche piacere nel vederla godere agli altri!
GIULIA (sorridendo): Oh! ma davvero, signor Codini, sono gusti quelli che non attestano molto favorevolmente della sua virt da giovanotto!...
FERDINANDO: Eh!... eh!... mia cara contessa!... Dicevo dunque che non so capacitarmi come il marchesino abbia potuto scrivere che io avrei pagato purch fosse accaduto lo scandalo... Quasicch io avessi avuto interesse che lo scandalo avvenisse in quella casa. Ci mi dispiace, e moltissimo!
GIULIA: Non  poi il caso di farne tanto conto. Giorgio avr espresso male quello che voleva dire... Perch in fondo  lui che amerebbe veder compromesso il giovane Montalti presso la sua famiglia, e fargliene fare di s grosse da costringere suo padre a metterlo alla porta.
FERDINANDO (fingendosi sorpreso): Perch poi?
GIULIA: Come, non sa nulla?
FERDINANDO: Che vuole ch'io sappia?
GIULIA: Il marchesino sposa la sorella di Carlo; quindi se riesce a convincere il suocero che suo figlio lo roviner completamente fra pochi mesi, ne avr in compenso tutte le ricchezze di Montalti sulla dote della moglie.
FERDINANDO (da s): Che imbecille di marchese! Confidare tutte queste cose (forte). Ed ella non ne  gelosa?
GIULIA (ridendo): Io?! Ah! per chi mi prende adunque, caro dottore?
FERDINANDO: Suppongo ch'ella avesse amato Giorgio tempo fa.
GIULIA: E l'amo ancora, con buona pace del suo protetto.
FERDINANDO: Ebbene?
GIULIA (con cinismo): Ebbene! Giorgio  uno spiantato; sposa la Montalti per la dote ed ama me perch lo diverto.
FERDINANDO: E per secondare il marchesino adunque ch'ella fa fare mille pazzie al giovane Montalti?
GIULIA: Un poco; ed anche per lei.
FERDINANDO: Per me?!... Mi pare al contrario...
GIULIA: S; se lei, carissimo signor Codini, non mi avesse promesso di pagare i suoi debiti sottomano, io, con tutta la buona intenzione che ho di favorire Giorgio, non avrei creduto di possedere tanta forza d'animo da subire tutte le insulsaggini che Carlo mi sciorina per tre o quattro buone ore della giornata. Sono un buon diavolo di figliuola! Ecco che le parlo franca: il mio tempo non lo voglio perdere.
FERDINANDO: Cara contessa, le confesso rincrescermi oltremodo che nella lettera del marchesino si parli cos leggermente di me, anche per errore. Le sarei tenutissimo s'ella volesse darmela per...
GIULIA: Oib!... le pare?
FERDINANDO: Che importa a lei?
GIULIA: Una lettera di Giorgio... Oh, pu sempre servire per le occasioni... chi sa? (da s). Se mi accorgo di qualche cosa con quella sfacciatella di Norina!...
FERDINANDO (da s): Quell'imbecille di Giorgio si  compromesso. Buono ch'io abbia combinato le cose in modo da sembrare non agisca d'accordo con lui. (forte). Assolutamente?
GIULIA: Non ci pensi. E' inutile.
FERDINANDO (da s): Ne parler a Giorgio. Bisogna che quella lettera sia distrutta! (forte). Non mi resta dunque che pregarla di una cosa, nell'interesse del mio protetto.
GIULIA: Dica pure.
FERDINANDO: Di non abbandonarlo mai (con galanteria). Se  tanto felice anche nella lusinga di essere amato da lei!... Che gli faccia fare pazzie non ci bado; poich, anche ammesso il caso che suo padre lo cacci via di casa, sono abbastanza ricco del mio per indennizzarlo ad usura di quanto potrebbe perdere dal lato del suo patrimonio. Secondi adunque il marchesino, se le piace; io non mi oppongo, poich so che questo non pu renderlo infelice!... anzi!... Ma s'ella ama Giorgio faccia almeno le viste di amare anche un pochino il mio ragazzo: ci gli baster. Gli faccia pur contrarre debiti, gli faccia attaccar baruffa con suo padre (ridendo con falsa ingenuit) veda quel che le concedo?!... Riesca pure a farlo mettere sulla strada!... Ma non gli chiuda mai la sua porta. Io pagher tutti i suoi debiti, soddisfer tutti i suoi capricci; ed un giorno o l'altro per giunta lo far ricco.
GIULIA: All'interesse che prende di quel giovanotto si direbbe...
FERDINANDO: Zitta, maldicente!... Sicch contratto fatto?
GIULIA (stendendogli la mano): E accettato. Lei pagher il sagrifizio ch'io fo per Giorgio.
FERDINANDO: Purch il mio protetto sia felice. Addio.
GIULIA: Ci rivedremo?
FERDINANDO: Spesso. Mi dar notizie del giovanotto.
GIULIA: E le presenter i conti ch'egli non potr saldare.
FERDINANDO: Ben inteso.


SCENA QUARTA.
Vittorina e detti.

VITTORINA (a Giulia): Un signore domanda di lei. Mi ha dato questo biglietto.
GIULIA (dopo aver letto): Alberto Varesi? Non lo conosco.
FERDINANDO: Varesi!... (da s). E' il diavolo costui! (forte). Non lo riceva.
GIULIA: Lo conosce?
FERDINANDO: Un poco. E' un cattivo soggetto!
GIULIA: Sono la mia passione.
FERDINANDO: Le dico un uomo pericoloso che non pu farle che male.
GIULIA: A me?! Lo sfido!
FERDINANDO: Non lo riceva le dico!...
GIULIA: Le pare?! Sul biglietto c' scritto col toccalapis. Per affari importantissimi. Affari! Capisce?!... Potrei rimandare chi venisse a parlarmi d'amore... Ma di affari!... Fallo entrare, Vittorina. (Vittorina esce).
FERDINANDO: Permetta almeno ch'io eviti d'incontrarlo
GIULIA: Lo sfugge?
FERDINANDO: S; (confuso) non amo quell'uomo.
GIULIA: Non basta.
FERDINANDO: Ho forti ragioni per...
GIULIA: Allora  tutt'altro. Entri pure in quella stanza (additando l'uscio a sinistra).
FERDINANDO: Non creda a quello che potrebbe dire quell'uomo. Egli avr forse interesse di rovinarla! (parte dalla sinistra).


SCENA QUINTA.
Giulia indi Alberto.

GIULIA: Rovinarmi?... Non  tanto facile poi!
ALBERTO (salutando): La signora contessa di Roccabruna?...
GIULIA: Io stessa, signore (indicandogli una poltroncina)
ALBERTO: Vengo a chiederle un gran favore, signora... e forse un sagrifizio.
GIULIA: Mi crederei fortunata se..
ALBERTO: Ella pu rendere un gran servigio non a me solo ma ad una intiera famiglia.
GIULIA: Io?!...
ALBERTO: S, la famiglia Montalti.
GIULIA: Mille scuse, signore; ma sul biglietto mi pare d'aver letto: per affari importantissimi.
ALBERTO: E non le pare un affare abbastanza importante quello di rendere la felicit ad una famiglia che l'ha perduta per suo mezzo?
GIULIA: Signore!...
ALBERTO: Ho detto per suo mezzo e non per cagion sua.
GIULIA: Mi permetta di farle osservare, signore, che per quanto sia interessante l'argomento della conversazione, essendomi completamente estraneo...
ALBERTO: Forse molto meno di quanto ella voglia farmi credere.
GIULIA: Signore!...
ALBERTO: Carlo Montalti poco fa era qui!
GIULIA (alzandosi): Se questo era l'affare importante che mi procurava l'onore della sua visita poteva ben risparmiarsene l'incomodo...
ALBERTO: Non si alteri, signora contessa. Son preparato a tutte le fasi che potrebbe subire la nostra conversazione, e quella della sua collera non vi era dimenticata. Siccome per m'interessa assai il colloquio che teniamo, cos mi permetter, spero, che non mi sgomenti e non disanimi prima che abbia la fortuna di convincerla. Signora, Carlo Montalti poco fa usciva da questa casa: egli  suo amante!
GIULIA: Se preferisce invece che sia io forzata a ritirarmi!... in casa... (facendo un passo per uscire).
ALBERTO (senza scomporsi): Io la costringer ad ascoltarmi, signora, con una sola parola: Carlo  perduto; quanto prima sar disonorato!
GIULIA: Siccome le ho detto che ci non mi riguarda...
ALBERTO (freddamente): Una sola domanda, signora: ella ama Carlo?
GIULIA: Io?...
ALBERTO: Ella ha almeno interesse per lui? Veda che domando il meno. Tutto quello che ho a dirle dipende dalla sua risposta.
GIULIA (con impazienza): E se l'amassi, signore?
ALBERTO: S'ella lo amasse io le direi che il suo amore gli  fatale come una maledizione!... Che come oggi gli ha fatto perdere la famiglia, domani gli far perdere l'onore!
GIULIA: E se non?...
ALBERTO: Se non lo amasse le direi: Signora, ella  troppo giovane e troppo bella per essere cattiva soltanto pel piacere di esserlo. Il suo capriccio per quel giovane somiglia molto ad una malvagit.
GIULIA: Signore!...
ALBERTO: Poich rovinandolo non ha nemmeno per scusa la passione.
GIULIA: Signore, al modo (devo dirlo) un po' troppo franco ch'ella si permette con me si direbbe che abbia sul conto mio idee...
ALBERTO: Esattissime, signora contessa, ne stia sicura. Prima di decidermi al passo che ho fatto, per bilanciare tutte le eventualit possibili, ho dovuto partire da un punto noto, come si dice nelle metafisiche: ed il punto noto pel caso mio si  la perfetta conoscenza della persona con cui ho da fare.
GIULIA: Perfetta?
ALBERTO: Perfettissima!
GIULIA: E se si fosse ingannato?
ALBERTO: M'inganno assai di rado, signora.
GIULIA: Questa potrebbe essere una delle rade volte... Anzi, se credo poco a questa infallibilit  per la prova che ne ho in questo momento.
ALBERTO: Una prova?
GIULIA: Brillantissima. Ella venendo in casa mia, con un motivo lodevole al certo ma che non entra nelle mie vedute di discutere, fissandosi al suo piano, com'ella ha detto, esaminando tutte le probabilit, ha basato i suoi disegni su di una donna (di condizione pi o meno elevata) per rimuovere la quale sarebbe bastata una parola, una lagrima o una minaccia... Ecco adunque che ella si  ingannata, e che trovando invece la donna che ride ugualmente alle sue minacce e alle sue lagrime ha fatto, come suol dirsi, i conti senza l'oste. Pu ben vedere che se entro in materia con questa calma  perch son sicura.
ALBERTO: Io non ho contato n sulle lagrime, n avrei osato le minacce... Io cercher soltanto di persuaderla.
GIULIA: Chi lo sa?... Ci saremmo arrivati fra poco... Il discorso era gi incamminato su famiglie desolate... Ma non ci pensiamo; supponiamo invece che ella si sia limitata al ragionamento calmo, che meglio sarebbe convenuto a due persone di spirito e di mondo come noi siamo. Ella avrebbe dovuto immaginare due casi prima di darsi la pena della sua visita, due casi ch'ella ha previsto, ma da un punto di vista differente.
ALBERTO: Io?
GIULIA: S: o che io amassi Carlo, ed in tal caso il passo ch'ella fa presso di me, oltre ad essere sconveniente, sarebbe anche inutile, o che io non l'amassi e mi si dovrebbe supporre un interesse qualunque, pi o meno grave, lo confesso, ma che pure ella avrebbe dovuto tenere in qualche conto.
ALBERTO: E' di questo interesse che vengo a parlarle, signora. Ecco dunque ch'io l'avevo previsto.
GIULIA: Davvero?!... Come mai non me ne sono accorta prima?!... Sarei curiosa di conoscerlo.
ALBERTO: Gli  molto semplice: Carlo  senza un soldo.
GIULIA: Lo so.
ALBERTO: E domani sar privato di tutto il suo patrimonio.
GIULIA: Probabilmente.
ALBERTO: Ecco dunque ch'ella non ha pi che farsi di lui.
GIULIA: Chi lo sa?
ALBERTO: A meno che non volesse una capanna e il suo cuore (ironico).
GIULIA: E se lo volessi?
ALBERTO: Lei!
GIULIA: Io! si!
ALBERTO: Lei!... Non ha mai fatto simili sciocchezze!
GIULIA: Potrei farle per.
ALBERTO: Ci proverebbe un'altra cosa.
GIULIA: Che?
ALBERTO: L'interesse per perdere quel disgraziato.
GIULIA: Forse.
ALBERTO: E siccome quest'interesse non pu esserle esclusivo...
GIULIA: Potrei avere cointeressati.
ALBERTO: Oh! Ma la sarebbe un'azione tenebrosa ed infame, quella!
GIULIA: Le pare?
ALBERTO (resta colpito. Indi, dopo un momento di riflessione con secondo fine): E' forse un regalo di Carlo questo? (indicando il braccialetto di Giulia).
GIULIA: Oh, non si roviner per regali Carlo!... Ne stia sicuro!
ALBERTO: Vediamo, quale sarebbe il suo valore?
GIULIA: Lo domandi al suo Montalti che mi rifiut una simile miseria.
ALBERTO: Ha avuto torto. Per esempio, questo varrebbe bene una informazione.
GIULIA: E' forse troppo o troppo poco.
ALBERTO: E' troppo, poich non sarebbe che di sapere come Carlo fece la sua conoscenza.
GIULIA (con cinismo): Tutto questo?... Oh! ma allora lei  generoso per quanto babbo Montalti, che lo manda,  spilorcio! E' semplicissimo: lo conobbi in casa di una certa persona, ch'ella conoscer se ha a menadito il calendario di tutte le celebrit... Una tale Norina... ove il giovane mi fu presentato come un provinciale che conveniva dirozzare.
ALBERTO: Presentato da chi?
GIULIA: Oh, ecco che dal troppo passiamo al troppo poco!
ALBERTO: Ci passo cos facilmente come potrei passare da un braccialetto di 600 lire ad una broche di 1000.
GIULIA: In f mia! Se lo fa con tanta disinvoltura non voglio restarle addietro. e il marchesino di S. Giocondo che me lo present sar mortificato di vedersi prevenuto in questo regaluccio che mi fa aspettare da un pezzo.
ALBERTO (battendosi la fronte): Ah! lui! non mi ero ingannato dunque?!
GIULIA: Che dice?...
ALBERTO: Nulla!... Grazie!... Ho nelle mani un filo che strapper molte maschere... (vedendo uscire Ferdinando dalla sinistra). Quella prima delle altre.


SCENA SESTA.
Ferdinando e detti.

FERDINANDO (che alle ultime parole ha fatto capolino, da s): Siamo perduti! Colei ci rovina!... Bisogna tutto rischiare!... (forte, fingendosi ansante). Molte scuse, signora contessa! Ah!... qual fortuna, mio carissimo signor Varesi! La ringrazio molto signora contessa (facendo un segno d'intelligenza a Giulia). Ho approfittato della scaletta secreta di cui mi mand la chiave... (indicando l'uscio a sinistra). Temevo d'imbattermi in Carlo Montalti; poich, sebbene venga per fargli del bene, egli non me ne ringrazierebbe certamente... Ma in amaritudine salus!...
ALBERTO (ironico): Cos all'egro fanciullo... e quel che segue, eh?!
FERDINANDO: Precisamente, mio ottimo signor Varesi, precisamente! E son sicuro che la trovo qui per lo stesso motivo filantropico. Quando si ha una certa conoscenza delle persone si pu ben dire: Ecco l uno che vi  per far bene!
GIULIA: Ma signori, in fede mia! che mi pare di...
ALBERTO: Signor Codini, arriva in un momento opportuno: dicevo alla contessa ch'erano per cadere molte maschere.
FERDINANDO (con finta ingenuit): Molte maschere?... Oh! oh! vogliamo ridere...
ALBERTO: Maschere d'ipocrisia, di virt menzogniera... Maschere pi vili ed infami di quella che nasconde il volto del sicario che colpisce a tradimento.
FERDINANDO: Pur troppo!... Se ne incontrano tante nel mondo!... Noi smaschereremo al giovane Montalti la trista posizione in cui si trova... Gli faremo sentire la ragione... E' per questo che siamo qui. (piano ad Alberto) Dopo il deplorabile eccesso di ieri sera mi sono informato dell'abitazione della signora e facendole chiedere un abboccamento per cercare di ricondurre Carlo con mezzi indiretti nella giusta via l'ho pregata altres di volermi indicare il modo di non incontrarmi col giovane, di cui non vorrei destare i sospetti. (alzando la voce) La signora contessa ha avuto la bont di mandarmi la chiave della scaletta secreta per la quale son venuto (facendo d'occhio a Giulia).
ALBERTO (da s): Galeotto! Non credo niente.
GIULIA: Signori, sapete che comincio a credere volervi prendere spasso di me?
FERDINANDO: Prenderci spasso, illustrissima signora contessa!... Oh!...
GIULIA: Lei pel primo, signor protettore di giovanotti scapestrati...
FERDINANDO (interrompendola): Protettore, s, e me ne vanto: poich ne proteggo l'et difficile dell'inesperienza e del bollore di sangue dai pericoli gravissimi dell'errore e del vizio... e glielo provi l'essere io qui.
GIULIA (con ironia): Ah!...
FERDINANDO: Poich momenti sono, per un caso, ho potuto calcolare tutta l'estensione della rovina a cui corre Carlo Montalti...
GIULIA (indispettita): Parliamoci un po' sul serio, caro signore, che la farsetta comincia ad annoiarmi poich tocca certi punti che mi premono. Sarebbe a dire che lei non pagher d'ora innanzi i capricci di lui?
FERDINANDO (da s): Maledetta! (forte) Giammai.
GIULIA: Grazie! E' bene il saperlo.
ALBERTO (con ironia): Ah! il signor Codini paga i capricci del giovanotto?!...
FERDINANDO: Sissignore. Ho detto alla contessa che avrei pagato io le pazze spese fatte sin'ora dal giovane (piano e come in confidenza ad Alberto). Capisce? onde evitare scandali come quelli di ieri sera.
GIULIA: Ebbene?
FERDINANDO: Ed ora vengo a pregarla di aiutarmi a distogliere Carlo dalla via pericolosa ove mi sono accorto essersi messo.
GIULIA: Sicch quanto fu stabilito fra di noi?...
FERDINANDO: Resta fissato; purch abbi la bont di uniformarsi alle istruzioni che le do... Anzi che le diamo insieme al signor Varesi (abbracciandolo), amico carissimo che trovo sempre ove si tratta far bene.
ALBERTO (da s): Briccone matricolato! Se sei costretto ad aiutarmi me ne giover, per ora.
GIULIA (da s): Quest'uomo o  pazzo o  cima di birbante. (forte) E queste istruzioni sarebbero?...
FERDINANDO: Prima di tutto chiudere la porta sul naso al ragazzo ogni qualvolta si presenta.
GIULIA: E' curiosa!... Se io non dovea mai abbandonarlo!...
FERDINANDO (con ipocrisia e doppio senso): L'uomo propone e Dio dispone, mia cara.
GIULIA: Cio, ch'ella ha cangiato proposito?
FERDINANDO: No, quello che ho promesso lo mantengo. Mandi da me la nota dei suoi debiti e saranno soddisfatti.
GIULIA: L'interesse pel giovanotto.
FERDINANDO: E' quello che pi mi guida. E' come una bella prova, mi pare, se pago i suoi debiti.
GIULIA (con ironia e doppio senso): Ma io mi credevo facoltata a fargliene contrarre altri...
FERDINANDO (bruscamente): Ora che sa di non esserci chi pagarli non glieli far fare.
GIULIA: Ah! Lei... s ricco!... che pu fargli passare tutti i capricci purch goda la vita!...
FERDINANDO: Son ricco soltanto dell'amor di Dio, cara contessa.
GIULIA: Un fallimento?
FERDINANDO: Non ha da temere fallimenti chi agisce per una buona causa.
GIULIA (indispettita da tutta questa scena): Signori! guardiamoci un po' tutti allo specchio... E vediamo chi di noi ha perduto la testa!...
FERDINANDO: Nessuno, mia cara signora. Spesso in questa bassa valle accade il caso che gli individui credono scambievolmente di agire e di parlare a rovescio, mentre che ognuno secondo le proprie viste parla ed agisce esattamente. Il signor Varesi ed io, per esempio, che siamo mossi unicamente dal bene di Carlo, non saremo forse compresi da lei, che per fini particolari...
GIULIA (stizzosa): Mi era parso per ch'ella intendesse in tutt'altro modo il bene di Carlo!
FERDINANDO: Ed ecco la prova di quanto ho detto. Lei, secondo i suoi interessi e le sue idee, ha capito e creduto diversamente di quello che noi intendiamo.
GIULIA: Se non son matta ci vuol poco a divenirlo!
ALBERTO: Insomma, signora, il mio desiderio sarebbe che la rompesse con Carlo. (da s) Aiutami, briccone! che domani l'avrai da fare con me!
FERDINANDO: Io fo dippi: pago i suoi debiti a condizione ch'egli non metta pi piede in questa casa.
GIULIA (irata): Non ci metter pi piede, ve l'assicuro! Se non altro, a monte le noie che mi procura, a monte i debiti che non sar pi in grado di pagare, per non avere a temere pi la fortuna di simili visite, che mi fanno dubitare della mia ragione.
ALBERTO: Come far?
GIULIA: Lo licenzier su due piedi appena sar di ritorno.
ALBERTO: Ne nascer una scena!
FERDINANDO: Che importa? Purch il vizio si corregga!
GIULIA: S, che importa?... Purch mi tolga a tante seccature!...
ALBERTO: Faccia meglio: gli scriva.
FERDINANDO (da s): Diavolo d'uomo. (forte) Benissimo! gli scriva.
GIULIA (impaziente): Ebbene! Gli scriver!... Gli scriver subito!
FERDINANDO: Che non sia in modo troppo aspro!...
GIULIA (con ironia): Il protettore!!
FERDINANDO: Che vuole? Mi rincrescerebbe se Carlo facesse qualche altra pazzia invece di correggersi.
GIULIA (nella massima impazienza): Dettate voi stessi! Che ho da dirvi? Purch tutto questo abbia un fine!... Ch, per l'anima mia, non mi fido pi di resistervi! (mettendosi al tavolino) Vi basta questo?
ALBERTO: Signora...
GIULIA (battendo i piedi con impazienza): Ma via, dettate almeno!... E che la sia presto finita!...
FERDINANDO: Il Signore vi terr conto del vostro sagrifizio! (dettando). Carlo non vi fate pi vedere da me! La fatalit... la volont di Dio!...
ALBERTO: Che diavolo dice?!... (dettando) Non vi fate pi vedere da me; sar inutile. Non vi amo e non vi ho mai amato; e siccome ora sono stanca di mentire, vi consiglio di non cercarmi pi...
GIULIA: Oh! questo poi!...
ALBERTO: Che c', signora?
GIULIA: Mentire!... Quella parola!...
ALBERTO: Ha mai amato Carlo?
GIULIA: Ma...
ALBERTO: Dicendogli che l'amava cosa faceva, o signora?.
GIULIA: Ma questo poi, signore! (per lacerare la lettera).
FERDINANDO (con ipocrisia): Oh! figliuola mia! Non si mentisce giustamente quando l'intenzione  buona?
GIULIA: Ma, signori! siete dunque congiurati per farmi disperare?
FERDINANDO: Oib! Oib!... Figliuola!... Il fine che ci proponiamo  tanto morale.
GIULIA (scrivendo con dispetto): Mentire! ecco fatto!... Che devo aggiungere dippi?
ALBERTO: Nulla, baster.
GIULIA (alzandosi con un sospiro): Viva il cielo!!
FERDINANDO (da s): Quest'uomo indiavolato roviner tutto!... Alla vigilia della vittoria! E se questa lettera avesse il suo effetto?... Come impedirlo?... Costui non mi lascer pi solo con Giulia... A noi! un mezzo pronto, audace!... Scandalo! scandalo!... Quale idea?... Giorgio!... Quella lettera cade a proposito... A noi due ora, signor Varesi! Codini non si arrende senza giocare l'ultima posta! (forte). Benissimo! Quella lettera far il suo effetto... Ma come ricapitarla? (da s) Se l'affidassero a me!...
ALBERTO: Me ne incarico io.
FERDINANDO: Oib! Le pare?... Si vedr l'opera nostra e Carlo diffider...
ALBERTO: Per quanto birbante stavolta ha ragione (da s).
FERDINANDO: Propongo un altro espediente. Carlo sar qui fra poco; baster lasciarla sul tavolino e che la signora non si faccia trovare.
GIULIA: Va bene cos.
FERDINANDO: Non andiamo ora, signor Varesi carissimo?
ALBERTO: No, signore. Resto un altro momento.
FERDINANDO: Se Carlo venisse...
ALBERTO (con ironia): Approfitterei della scaletta secreta.
FERDINANDO: A rivederci in tal caso. (da s) Sciocco! credi di rovinarmi restando... e ti darai colla zappa nei piedi!... Se ti lascio solo con lei  segno che non ti temo, e che corro a prepararti un colpo da maestro. Vedrai chi sia Codini! (salutando). Signora Contessa! (via dal fondo).


SCENA SETTIMA.
Alberto e Giulia.

ALBERTO (accompagnandolo con lo sguardo): Ipocrita! ... Sei molto abile e mi hai giovato, temendo che ti fosse caduta dal volto la maschera... Ma vi ho letto sotto. E la vedremo!
GIULIA: Che altro pi volete da me, signore?
ALBERTO (cambiando tono e maniere): Quanto vi fate pagare dal signore ch' uscito poco fa l'amore che fingete per Carlo?
GIULIA: Signore!...
ALBERTO: Non mi sono bene spiegato? Ho detto: Quanto vi si paga da chi ha interesse di rovinar Montalti, perch fingiate d'amarlo?
GIULIA: Signore!...
ALBERTO: Oh! Non facciamo parolone, signora! Ci conosciamo, e siamo faccia a faccia. So con chi parlo;  perci che di una quistione di amore ne fo una quistione di denaro. Non vi dico: Abbiate compassione di un povero ragazzo che si vuol perdere per vostro mezzo; vi dico: Ditemi quanto pagano per perderlo, e vi do il doppio per non farlo.
GIULIA: Ma Signore...
ALBERTO: Non  parlare abbastanza chiaro questo?
GIULIA: Infine, signore, sono in casa mia e...
ALBERTO: Vediamo: tremila lire?...
GIULIA: Chiamer i miei domestici...
ALBERTO: Quattromila?
GIULIA (raddolcendosi): Ma che volete da me, signore?...
ALBERTO: Pago quattromila lire un mezzo pronto, infallibile di svelare la trama ordita contro Montalti, e di smascherare i suoi nemici camuffati da amici e da protettori.
GIULIA: Signore...
ALBERTO: Cinquemila?
GIULIA: Ma qual mezzo?
ALBERTO: Seimila?
GIULIA: Trame contro Montalti?... Vuol scherzare!... Chi potrebbe...
ALBERTO: Il dottor Codini! Do seimila lire se ne ho la prova.
GIULIA: Il dottor Codini mi si  fatto conoscere come un uomo cui stava a cuore che Carlo Montalti facesse una vita allegra, con qualunque mezzo... ma non mi ha mai accennato a secreti di sorta... n di trame si  mai parlato.
ALBERTO: Briccone matricolato! E Giorgio?!...
GIULIA: Signore...
ALBERTO: Giorgio di S. Giocondo  il complice di Codini.
GIULIA: Il complice?... Se si conoscono appena!
ALBERTO: V'ingannate o volete ingannarmi.
GIULIA: No, davvero!
ALBERTO: Datemi un mezzo, un filo per arrivare a scoprire quest'intrigo, per togliere la maschera al marchesino e la vedrete cadere anche a Codini.
GIULIA (da s): Il mezzo l'avrei... la lettera di Giorgio!... Ma non la cedo cos facilmente!... E' un tesoro quella per aver sempre il marchesino tutto mio!...
ALBERTO: Ebbene?
GIULIA: Ebbene, signore! Che altro volete da me? (con impazienza). Avete ottenuto ch'io licenziassi Carlo, m'avete fatto arrabbiare!... Ora volete ch'io sogni e inventi trame e secreti per farvi piacere?
ALBERTO: Inventarle?... No signora.
GIULIA: Andatevene allora! Dio mio!... Poich ho la testa orribilmente stanca!... Vi dissi di non sapere altro.
ALBERTO (con la fronte fra le mani, quasi da s): Che fare? che fare? ... Essere convinto... convinto come il sole illumina... E non poterlo colpire!... Non aver prove! Addio signora, e grazie della compiacenza...
GIULIA (stizzosa): Non occorre. Carlo mi pesava e l'avrei messo alla porta anche senza di questo!
ALBERTO (da s uscendo): Che donna! (via dal fondo).
GIULIA: Finalmente!

Giulia sola, indi Vittorina.

GIULIA: Come sono stanca, Dio mio!... Come mi sento la testa confusa e sconvolta! Pareva si fossero data la parola per farmi impazzire! E quel Codini? Pazzo anche lui o arcibriccone!... C' del mistero sotto!... Che m'importa?... Sono libera!... Carlo... povero ragazzo... non mi vedr pi!... Mi amava tanto. (guardandosi allo specchio con civetteria) Ma non ha un soldo!... Una carrozza?... Sar lui senz'altro!... Vittorina!
VITTORINA: Signora?
GIULIA: Se viene Carlo digli che non ci sono... Che sono uscita... Quello che ti salta in mente purch si persuada a non cercarmi nelle mie stanze.
VITTORINA: S, signora.
GIULIA: Badaci bene. Mettiti in anticamera per questo.
VITTORINA: E se viene qualcun'altro?
GIULIA: E' lo stesso, a meno che non sia Giorgio.
VITTORINA: Devo farlo entrare se viene il signor marchesino?
GIULIA: S... cio... non verr... Ma se viene... (via dalla destra).


SCENA NONA.
Codini e Vittorina.

FERDINANDO (entrando dal fondo): La signora contessa?
VITTORINA: E' uscita.
FERDINANDO: Va bene, l'aspetter.
VITTORINA: Vorr aspettarla per un pezzo.
FERDINANDO: Non importa. Suonano; vedete chi sia. (Vittorina esce). E' Montalti, lo precedo di pochi passi... Sar qui quella lettera?... Ah! s! A noi!... (scrive un rigo in fretta colla mano sinistra in piedi al biglietto della contessa e lo rimette al suo posto). E' fatto! (si allontana).


SCENA DECIMA.
Giorgio indi Montalti e Rodolfo.

GIORGIO (entrando con premura a Codini sottovoce): Ho fatto subito quanto mi diceste. Appena Montalti ud che Carlo avrebbe stasera firmato per diecimila lire di cambiali mont su tutte le furie ed accorre!... Ora non capisco quello che volete fare...
PROSPERO (infuriato): Eh! mandate al diavolo quell'onorevole maledettissimo !
FERDINANDO: Come esprimervi il dispiacere che provo trovandoci qui riuniti per impedire un eccesso di quella fatta?!...
PROSPERO (irritatissimo): Oh! la vedremo! la vedremo! Sono un coniglio, come dice mia moglie, fin quando lo voglio... Ma quando mi si mette colle spalle al muro divento un leone!... una tigre!... una bestia feroce!...
RODOLFO: Signor Prospero, si calmi... Vedremo in fine cos'!
FERDINANDO (piano a Giorgio): Perch condurre anche colui? (indicandogli Rodolfo).
GIORGIO (come sopra): Si trovava assieme al signor Montalti e non potei impedirgli...
PROSPERO: Oh! la vedremo, signorino garbatissimo!... Vedremo se mi chiamo o no Montalti... Ed anche quella signorina!...
VITTORINA: Ma che cosa desiderano, signori?... La mia padrona non c'.
GIORGIO: Come! E' uscita?
VITTORINA (piano a Giorgio): Cio, per lei soltanto  in casa.
FERDINANDO (che avr udito): Ah, va bene! State attenta se viene qualcuno (a Vittorina, la quale esce dal fondo). Marchesino carissimo, evitiamo almeno al nostro Montalti una scena spiacevole... Amo di far le cose alla buona... Di cercare i mezzi termini, gli accomodamenti... Se voi, nella vostra qualit di futuro cognato di Carlo cerchereste di accomodar l'affare? di persuadere quella signorina a rinunziare a Carlo... a non fargli commettere pi simili eccessi?...
PROSPERO: Sicuro, per bacco! Non mi dispiacerebbe!... Se potessimo evitar scandali, pettegolezzi...
FERDINANDO: E' trovata! Voi, signor marchesino, cercate di trovare la contessa, poich certamente non avr voluto ricevervi ma sar in casa (piano a Giorgio). Per voi lo  di sicuro. (forte) E procurate di fare il possibile...
GIORGIO (piano con sorpresa): Perch mi fate fare questo?
FERDINANDO (sottovoce): Zitto! Lo saprete.
GIORGIO (come sopra): Ma devo sul serio?...
FERDINANDO (spingendolo verso l'uscio a destra): Persuadere la contessa...
GIORGIO: Ma...
FERDINANDO (sottovoce): E accorrere con lei se udite rumore. Avete capito?
GIORGIO (come sopra): Non troppo. Ma faccio quanto dite.

Prospero, Codini e Rodolfo.

PROSPERO: Bell'idea! Vorrei che tutto fosse accomodato alle buone... Se non altro per non incontrarmi col quel birichino...
FERDINANDO: Il marchesino  un portento d'eloquenza, quando lo vuole.
RODOLFO (da s): Ecco perch probabilmente  destinato ad essere l'oratore della reazione.
PROSPERO (turbandosi): Sento rumore di carrozza!... Che fosse lui?...
RODOLFO (avvicinandosi all'uscio in fondo): Sar lui!!
FERDINANDO (da s): Va benone! Va benone!


SCENA DODICESIMA.
Carlo e detti.

CARLO: Mio padre!!...
PROSPERO: Signorino!... Ehm!... Vostro padre che si vede ridotto a corrervi dietro per impedirvi di rovinare la vostra famiglia... Poich di voi infine gliene importa meno di un cavolo!
CARLO: Padre mio!
PROSPERO (sempre pi adirandosi): Via di qua! svergognato! cattivo soggetto!... Rossore della tua onorata famiglia!...
CARLO: Ditemi quel che volete... Ma non alzate tanto la voce, per grazia!
PROSPERO: Perch non oda quella sfacciata, eh?!...
CARLO: Per grazia, padre mio!
PROSPERO: Perch non oda un padre che viene a rimproverare l'onta e la perdizione del figlio suo?!...
CARLO: Per grazia, padre mio!...
PROSPERO: Oh! non abbiate timore! Non arrossir quella donna che ti fa firmare per diecimila lire di cambiali!...
CARLO: Quali cambiali?
PROSPERO: Ma la vedremo! La vedremo! Parler a questa...
CARLO: Oh! per piet!...
PROSPERO: Alzer tanto la voce che mi far udire...
CARLO (giungendo le mani): Padre mio! ve ne prego!!...
PROSPERO: Tu l'ami dunque colei?!
CARLO: S.
PROSPERO: Ah! l'ami quella disgraziata!... Tu ami una donna come quella!
CARLO: Io l'amo com', padre mio! E l'amo talmente che avrei commesso un delitto se tutt'altri che voi avesse detto la ventesima parte di quello che avete detto di lei!...
PROSPERO Minacci?!
CARLO (quasi piangendo di dolore e di disperazione): no!... padre mio!... No!... Non potrei minacciare!... Ma per piet!... risparmiatemi!... Soffro tanto!...
PROSPERO: Piange quel disgraziato!... L'ama tanto adunque!... L'ama davvero!...
FERDINANDO: Signor Prospero, moderazione! moderazione! Procuriamo di accomodare le cose alla meglio... Non  conveniente far chiassate qui. Partiamo: Carlo verr con noi (piano a Montalti). A casa poi parleremo del conto di nozze di Maria... Combineremo le cose in modo... (forte a Carlo). Andiamo! via, Carlo!
CARLO: Io?!...
FERDINANDO: Preferite che la arrivi in questo punto? (piano a Carlo).
CARLO: Oh! Dio mio! no!... Ma come fare?
FERDINANDO: Lasciatele un biglietto... Adducete qualche pretesto che basti a scusa. (lo spinge verso il tavolino) E' vostro padre che ve lo comanda infine.
CARLO: Scriverle?!... (gettando gli occhi sul tavolino) Qui c' un biglietto (lo prende) Suo!!... (legge sottovoce) Non vi fate pi vedere da me, sarebbe inutile. Non vi amo e non vi ho mai amato; e siccome ora sono stanca di mentire vi consiglio di non cercarmi pi... Impossibile!... C' un poscritto! (legge un po' pi forte). Se Carlo vorr conoscere il rivale che l'ha supplantato presso la contessa non ha da fare che aspettare il primo che uscir dalle sue stanze insieme a lei!... Impossibile  un'altra scrittura questa!
PROSPERO: Andiamo o no?!
CARLO: Andare?!... Oh, no!... C' un mistero!... Un mistero terribile che mi preme scoprire... Dovesse andarne di mezzo la mia vita!
PROSPERO (irritato): Disgraziato!!
CARLO (al colmo della disperazione): Bisogna ch'io guardi faccia a faccia l'uomo che ardisce infrapporsi fra il mio amore e Giulia!... (vedendo entrare Giorgio assieme alla contessa) Ah!... Quello!!!


SCENA TREDICESIMA.
Giorgio, Giulia e detti.

CARLO: Voi, Giorgio?!
GIORGIO: Io stesso, Carlo! Che volete da me?
CARLO: Voglio... Vorrei... Potervi dire quanto siete infame! quanto siete vile!... Voglio, se non arrossite con questo, sputarvi in faccia, schiaffeggiarvi siffattamente che l'impronta della mia mano tenga luogo a quel sangue che l'insulto non pu chiamarvi sul volto!... Vorrei... Se avete ancora una goccia di sangue nelle vene... del nobile sangue dei vostri antenati, vituperarlo con questo sulla vostra faccia (gli lancia in volto la lettera che avr aggrovigliato a pallottola).
GIULIA: Oh! Dio!
RODOLFO (trattenendolo): Carlo.
GIORGIO (per slanciarsi): Giuraddio!...
FERDINANDO (trattenendolo): Va bene! Va benissimo! Non pu andar meglio. (piano a Giorgio).
GIORGIO: Signore!
FERDINANDO (come sopra): Va benone, vi dico! Lasciate correre le cose!
PROSPERO: Ah! figlio disgraziato! Figlio infame!
CARLO (a Giorgio): Non ti basta questo? Vuoi che ti rompa una sedia sulla testa per farti mettere in collera?!... Bisogna forse che ti sfidi io stesso?!
GIORGIO: No!, signore!... Non occorre tanto! Baster che domani, alle cinque, vi troviate a Porta S. Gallo con due spade.
CARLO: Non ti fare aspettare, se non vuoi ch'io venga a smuoverti col piede d'accanto alla gonnella di quella donna tanto svergognata quanto tu sei vile!...
GIULIA: Ah!
RODOLFO (trascinando fuori Carlo): Carlo! Ascolta un po' la ragione!... Questo poi  troppo!
GIORGIO: Oh, Vivaddio!
FERDINANDO (trattenendolo, sottovoce): Lasciate dire. Abbiamo vinto.
GIORGIO: Ma signore!
FERDINANDO (come sopra): Vi dir poi. (a Prospero) Come sono dispiacente!... Oim!... Che tempi orribili!... Che giovent!...
PROSPERO: Soffoco, soffoco, mio caro dottore!... Una sfida!... Non ne posso pi!...
FERDINANDO: Quel povero marchesino tentando di fare il bene...
PROSPERO: Una sfida!... si batteranno!... Quel disgraziato potrebbe essere ucciso!...
FERDINANDO: Eh, via! Forse che non disponiamo dell'animo del marchesino per mezzo di Maria?
PROSPERO: Ah! Mi date la vita!... S; bisogna cercare d'accomodare le cose...
FERDINANDO: Le accomoderemo, mio caro e degno amico; le accomoderemo.



ATTO QUARTO.

La scena come nell'atto secondo, meno i lumi e i preparativi della festa.


SCENA PRIMA.
Prospero passeggiando agitato e prendendo tabacco con stizza; Maria piangendo; Emilia confortandola.

PROSPERO (soffiandosi il naso con rumore onde dissimulare che piange): Uhm! uhm! Ma basta!... basta vi dico!... Non vedete che io son calmo?... Che non me ne importa un fico!... Uhm! uhm!... S! s! s! per bacco! Non me ne importa un fico... (quasi piangendo).
MARIA (singhiozzando): Oh! Dio!... Come siamo disgraziati!...
EMILIA: Il Signore ci prova con le tribolazioni!... Ma questa croce  dura a sopportare!... Perdonateci, Dio mio, se mi lamento! (battendosi il petto).
PROSPERO: Basta vi dico!... Che v'importa?!... Uno scapestrato!... un rompicollo!...
MARIA: Oh, babbo!...
PROSPERO: S, l'ho detto e lo ripeto! Un rompicollo che non si contenta di rovinarmi, di rendermi la favola del mondo... Vuole ucciderci di crepacuore tutti quanti siamo!... Birbante (colle lagrime nella voce). S!... S!... ne morir... se quel disgraziato dovesse... (piange).
MARIA: Oh! no!, no!, babbo!... Non dire quelle cose!... Mio Dio! il nostro Carlo!...
EMILIA: Preghiamo Dio piuttosto. Egli  misericordioso e gli toccher il cuore.
MARIA: Com'eravamo felici al paese!... ove non c'erano n duelli, n...
PROSPERO: Maledetta la deputazione! Maledetta Firenze e chi ci sta!... Non voglio saper pi nulla!... Fo fagotto!
EMILIA: Siete sicuro almeno che il dottor Ferdinando?...
PROSPERO: Maledetto anche lui che mi ha messo in queste diavolate!
MARIA: Ma credi che riuscir, babbo?... credi che riuscir ad accomodare ogni cosa?... senza quel brutto affare del...
PROSPERO: Me l'ha promesso; ieri pareva cos sicuro del fatto suo che mi disse: Potete rassicurare la famiglia, che ogni cosa sar accomodata.
EMILIA: Se l'ha detto lui  sicurissimo.
PROSPERO: Brava!... Se l'ha detto lui!... Oh!... ha detto tante cose lui che mi hanno fatto dar di testa contro il muro!...
MARIA: Ma se riesce ad accomodare ogni cosa!... Quante obbligazioni gli avremo!
EMILIA: Il Signore l'aiuta perch  un suo servo devoto.


SCENA SECONDA.
Ferdinando, Giorgio e detti.

MARIA: Oh, Dio! (giubilante). Eccoli! eccoli!... Tutto  finito, tutto  accomodato, non  vero? Giorgio?... Non se ne parler pi!... Oh, Giorgio!... sapeste come vi son grata!... Se sapeste quanto mi avete fatto piangere!... cattivo!...
PROSPERO (a Codini): Accomodata, eh?
FERDINANDO (sospira scuotendo il capo tristamente).
PROSPERO: Come! come!
EMILIA: Oh! Dio mio!
MARIA: Giorgio! E' cos che mi amate?!...
GIORGIO: Signorina...
MARIA: Oh! Giorgio!... vedete... io vi amo!... Ma con questo duello voi mi uccidete!... Voi mi spezzate il cuore! (piangendo e prendendogli la mano) Oh! no!... Giorgio!... Voi non vi batterete con mio fratello!... Grazie, Giorgio!... Avete voluto soltanto farmi paura... Avete voluto ridere della mia credulit... non  vero, Giorgio! (ridendo fra le lagrime) Cattivo!... Ma io non ci credo ora!...
GIORGIO: Maria, per quanto vi ami ci sono doveri per un par mio...
PROSPERO: Ma come!... Io credeva... Mi s'era fatto sperare... E in tal caso, signore, che venite a far qui?... in casa mia?... in casa del padre a cui forse andate ad uccidere il figlio?! (quasi piangendo ma dispettoso).
MARIA: Ah!
FERDINANDO (con un sorriso ipocrita): Dio ce ne guardi! Dio ce ne guardi! Rassicuratevi, signori miei: Carlo non sar toccato nemmeno con la punta di un dito.
EMILIA: Ah! Dottore!
PROSPERO: Eh! vivaddio!
MARIA: Grazie, Giorgio!... cuor nobile!
PROSPERO: Ma vorrei un po' spiegato come... se non si  accomodata ogni cosa...
FERDINANDO: Riserbiamo al signor marchesino la giusta soddisfazione di spiegarvi la sua condotta che pu dirsi eroica.
GIORGIO: Signore...
FERDINANDO: Parlate, parlate pure!... Si ammira la vostra modestia ma a questo punto poi...
GIORGIO: Signor Montalti, mia cara suocera (se Dio mi d la grazia di esserlo). Maria! Il signor Codini l'ha detto: Carlo uscir incolume da questo disgraziatissimo incontro che deploro, ma che ho la coscienza di non aver provocato.
FERDINANDO: Oh, lo sappiamo, lo sappiamo!
PROSPERO: Non posso fare a meno di convenire che...
FERDINANDO: Carlo  un buon ragazzo... Ma un po' vivo... un po' guasto dalle massime corruttrici del secolo. Invece di ringraziarvi del bene che intendevate fargli. Ma il mondo paga spesso cos. La soddisfazione di avere operato il bene basta alle coscienze oneste.
PROSPERO: Ma come... se questo scontro deve aver luogo?...
GIORGIO (con finta ritrosia): Signore...
FERDINANDO: Esita a confessare la sua generosit; ma io posso dirlo, posso proclamare ai quattro venti questa magnanima risoluzione: il marchesino ha intenzione di lasciarsi uccidere piuttosto che fare la menoma sgraffiatura al figlio e al fratello di chi ha pi a cuore al mondo, dopo Dio.
PROSPERO: Eh! eh!... Avete detto?...
MARIA: Ah! Giorgio.
GIORGIO: Quanto ha voluto svelare quel caro dottore  verissimo... Ander sul terreno ma soltanto per difendermi senza fare alcun male a Carlo, poich un par mio pu ben lasciarsi uccidere ma non deve ricusarsi ad uno scontro d'onore.
FERDINANDO: Magnanimi sensi!
EMILIA: Eppure m'avete detto, mio caro dottore, che la legge divina non ammette n scontri d'onore n...
FERDINANDO: Che volete, mia cara signora?!... Il saggio prende il mondo com' e quando non pu calpestarne le debolezze ne fa tanti atti d'eroismo.
EMILIA: Non capisco molto. Ma lo dite voi!...
MARIA: Ah! Giorgio, credete che io possa essere tranquilla perch m'avete detto questo?... Non vi battete, Giorgio... per carit!...
GIORGIO: Maria! l'onore!...
MARIA: Ingrato! ed io?...
PROSPERO: Eh! che onore d'Egitto?! Vorrei farvi vedere come manderei a spasso chi mi parlasse d'andarci a sbudellare pacificamente per l'onore!!! (con caricatura). L'onore!!... bell'onore quello che vi mette sulla punta di una spada a torto o a ragione!... Vorrei vedere se questo tale onore vale una presa del mio tabacco! (prende tabacco).
MARIA: Giorgio voi non vi batterete!
GIORGIO: Impossibile, Maria!
MARIA: Spietato!... Non vi basta quanto ho pianto?!
EMILIA: Ma infine, signor genero, se si tratta di una questione in famiglia.
GIORGIO: Sar felice di appartenere a questa famiglia quando avr dato prove maggiori dei sagrifizi che mi sono possibili per essa.
FERDINANDO: Che generosit!... Che cuore!... Ah! mio caro marchesino, permettete che vi abbracci... In verit sono commosso (con finta emozione).
PROSPERO: Non dite queste cose!... Non fate cos!... che mi viene anche a me una certa debolezza... Caro marchesino!
EMILIA: Figlio mio!
MARIA: Giorgio!
FERDINANDO: Andare con tanta nobilt a mettere la vita nella mani di...
PROSPERO (irato): Di quello scapestrato!
FERDINANDO: Oh! oh!... oh!... Ma per aver procurato di fargli bene...
PROSPERO (come sopra): Per aver procurato di... Ah! la lingua!... Ci son donne, caro dottore!...
GIORGIO: Signori,  l'ora; addio; pregate per me.
MARIA (con un grido): Ah! Giorgio!... Come hai cuore di partire cos?!... No! no! no!... Giorgio...
PROSPERO: Marchesino mio!...
EMILIA: Mio caro genero!
FERDINANDO: Di che temete, gente di poca fede?!... Dio  giusto?... Temete forse che Dio non aiuti le buone azioni?... che non faccia restare tanto incolume il marchesino quanto Carlo ch'egli si propone di risparmiare a qualunque costo?
EMILIA (battendosi il petto): Ah! s! Siamo gente di poca fede!... Perdonateci, Dio mio!...
PROSPERO: Eh! eh!... Non dico che la fede... la giustizia... Ma in verit mi sarebbe meglio piaciuto un buon accomodamento...
FERDINANDO: Fede! fede! Fra mezz'ora ritorneremo assieme a Carlo, sani e salvi.
PROSPERO (in collera): Oh! non mi parlate di colui!... Non voglio pi vederlo! Lo diseredo... lo scaccio!... Anzi voglio affrettare il contratto di nozze; appena sarete di ritorno firmeremo, e vi far veder io!
MARIA: Ah!
FERDINANDO (da s): Bene! benissimo! (piano a Giorgio). Siamo in porto!
GIORGIO (piano a Ferdinando nell'uscire): Furbaccio! Sapete che l'aiuto di Dio regge? nella superiorit immensa che ho su di Carlo in fatto di scherma, e che non devo fare che un semplice movimento per fargli saltare la spada dalle mani.
FERDINANDO (come sopra): Diamo gloria a Dio! anche quando si devono mascherare i mezzi mondani colla sua Infinita Onnipotenza. (escono dal fondo).
EMILIA (vedendo piangere Maria): Fede, figlia mia! fede!
MARIA (piangendo): Oh! siete facilissimi a confortarvi voi altri!... Ma sar forse perch non ho fede... sar una cattiva cristiana... un'eretica... ma ho qui, nel cuore, una cosa che mi fa male... che mi fa piangere... andate!... (via dalla destra).


SCENA TERZA.
Prospero ed Emilia.

PROSPERO: Povera ragazza! come mi spezza il cuore!
EMILIA: Se fidasse in Dio, come ha detto il dottor Ferdinando!
PROSPERO (indispettito): Eh! non tutti possono avere la tua beata fiducia!
EMILIA: S; tutti quelli che credono in Dio e nella sua Giustizia.
PROSPERO: Ci credo quanto te, ma son uomo e non un santo infine... E se il cuore, mio malgrado... malgrado le assicurazioni e le proteste del marchesino, mi trema...
EMILIA: Dio guarder Carlo... ed anche il marchesino... poich  un giovanotto esemplare quello! Dio toccher il cuore a mio figlio.
PROSPERO: Non lo sperate... Uno scapestrato di quella fatta!... E' rotto oramai,  rotto a tutti i vizii! un duello!... un duello!... Non bastava il vino, le donne, i debiti... ci voleva anche l'omicidio... Sissignore, ch io lo considero come omicidio con premeditazione!... E andare a sfidare giusto il suo futuro cognato, alla vigilia delle nozze!... E perch poi? Perch quegli tentava richiamarlo con mezzi persuasivi ai suoi doveri... Ah! birbante!... Ma vieni! vieni che ti voglio far vedere io!... Ti voglio far trovare tanto di catenaccio alla porta! (intenerendosi suo malgrado). Vieni subito che la vedremo!... Vieni!... Vorrei vederti diggi qui per dirti quanto sei birbante! discolo! ingrato! cattivo!... (piange).
EMILIA: Nozze disgraziate!
PROSPERO: No! no! vivaddio! Voglio sperare che ritornino tutti sani e salvi, poich infine quel disgraziato...  un birbante, non lo voglio pi vedere... non voglio pi saperne... ma  mio figlio... Ma voglio che non gli accada nulla, che stia bene... per scontare la penitenza che gli far fare! Oh! vedrete! vedrete che penitenza! Ho tal rabbia e paura in corpo che gli accada qualche sinistro!... che me ne vendicher su di lui... s me ne vendicher!


SCENA QUARTA.
Alberto e detti.

ALBERTO (dal fondo): Eccomi.
EMILIA: Sempre costui! (via dalla destra).
PROSPERO: Vieni, vieni amico! (con premura). Ebbene?... l'hai veduto? Che ti disse?
ALBERTO (tristemente): Incaponito pi che mai!
PROSPERO: Incorreggibile! Scapestrato! Non  ancora contento!
ALBERTO: Sventurato devi dire.
PROSPERO: Battersi! Volersi battere ad ogni costo! Ma gli hai detto che son io che mi degno di mandarlo a pregare perch non si batta?
ALBERTO: Gli ho detto questo e altro.
PROSPERO: E mi dici che non  figlio snaturato?... che non vuole la mia vita?...
ALBERTO: Dico che si ha avuta l'arte infernale di perderlo avviluppandolo in trame s nere che non possono n scoprirsi n evitarsi.
PROSPERO: Trame!... E da chi?
ALBERTO: Da chi non guarda a mezzi per arrivare al suo fine: il disonore, la rovina, l'omicidio; da chi approfitta ugualmente dell'amore casto della vergine e delle seduzioni della cortigiana; e da chi ruba l'affetto della moglie e della madre ai figli e al marito per concentrarlo in uno stupido e micidiale ascetismo.
PROSPERO (sempre pi sorpreso): Ma chi? chi?... in nome di Dio!
ALBERTO: Chi? Codini prima di tutti, Giorgio dopo.
PROSPERO: Oh!... Eh! via!
ALBERTO: Cos fossi sicuro di trionfare delle loro orribili macchinazioni.
PROSPERO: Mio caro Alberto, l'amicizia ti fa travedere. Non sai dunque che il marchesino ha avuto la generosit di assicurarci ch'egli si far uccidere piuttosto che fare il pi piccolo male a mio figlio? !
ALBERTO: E tu sei sicuro di questo?
PROSPERO (turbandosi): Per bacco!... Non lo sei tu forse?...
ALBERTO: Pi di te, poich vedo pi lontano.
PROSPERO: Come sarebbe a dire?
ALBERTO: Vedo lo scopo a cui mirano Codini e Giorgio, a cui ti hanno condotto insensibilmente, gradatamente, con un'infernale abilit... Rendendoti odioso il figlio; fargli donare tutto a Maria (il che vale a Giorgio che deve sposarla) farti apprezzare quest'ultimo ch' una schiuma di briccone, come un modello di virt e di nobilt. E per far questo hanno toccato tutte le corde sensibili della famiglia: la tua vanit, il misticismo di tua moglie, l'affetto puro ed ingenuo di Maria, l'inesperienza giovanile di Carlo, il tuo amore paterno, poich tu sei commosso della nobile azione del marchesino che ti risparmia il figlio, mentre costui ha gi da un pezzo abilmente combinate tutte queste cose, e ci che pare un'abnegazione eroica non  che un triste inganno.
PROSPERO (confuso): Eh!... eh!... Dio mio!... Mi confondi!... Mi turbi talmente che mi pare di perdere le idee. Ma sono stato presente anch'io... ieri... dalla contessa...
ALBERTO: Non sai che la contessa  pagata dal Codini per farti perdere il figlio?
PROSPERO: Oh! oh! oh!
ALBERTO: Ch'egli le fu presentato da Giorgio?
PROSPERO: Sar... discolerie di giovent... Ma poi...
ALBERTO: Ch'essi sono di accordo per rovinare Carlo, per farti fare una pazzia... e perdere anche quell'ingenua creatura ch' la Maria?
PROSPERO: Tutte queste cose son belle a dirsi... Ma come sei sicuro poi?
ALBERTO: Oh! sicuro come ti vedo e ti parlo.
PROSPERO: Ma una prova finalmente... una prova!... Non si decide cos delle persone che si ritengono per oneste!... E molto pi quando si  potuto vedere e toccare con mano, come ho fatto io... lo scopo lodevole...
ALBERTO: Ah, credi che se io avessi queste prove non avrei a quest'ora strappato le maschere infami che nascondono i pi tristi propositi?!
PROSPERO: Dunque convieni anche tu?
ALBERTO: Che cosa?
PROSPERO: Che son mere supposizioni; forse l'antipatia che t'ispirano...
ALBERTO: Cospetto!... Esserne sicuro come!...
PROSPERO: Ma le prove? le prove?
ALBERTO: Ecco la sciocca parola! Quando si ha a fare con uomini come Codini non si domandano prove; s'interroga il cuore.
PROSPERO: Oh!
ALBERTO: E il cuore non falla!... Il cuore indovina ov' nequizia e ribalderia!
PROSPERO: Caro mio, dimentichi che sono un uomo politico finalmente!... e che del cuore... senza prove...
ALBERTO: Dio mio! E tentando di salvare Carlo ho affrettato la sua rovina!


SCENA QUINTA.
Giorgio con un braccio fasciato e detti.

GIORGIO: Lode a Dio!
PROSPERO (impallidendo): Giorgio!... e mio figlio?!
GIORGIO: Sano e salvo. Dio mi ha fatto la grazia di mantenervi la parola a costo del mio sangue (mostrando il braccio fasciato).
ALBERTO (da s): Come non c' una legge che colpisce questi delitti?
PROSPERO (giubilante): Maria! Emilia! Maria!


SCENA SESTA.
Emilia e Maria accorrendo.

MARIA: Oh! Dio!... Il babbo  contento!... Nessuna disgrazia!... Carlo!... Giorgio... come sono felice!...
EMILIA: Dio sia lodato nella sua Onnipotenza!
GIORGIO: Amen!
MARIA: Ma, Dio mio!... Giorgio... siete ferito?!
GIORGIO: Non  nulla; purch vi avessi mantenuta la parola. Son venuto a rompicollo, anche a rischio di far ribaltare la carrozza per abbreviarvi, per quanto mi era possibile, le angoscie della incertezza.
MARIA: Oh! Dio mio!
PROSPERO (piano ad Alberto): Lo vedi (forte). Anche questo?!... Anche la delicatezza!
ALBERTO (da s): E' questo che fa dubitare della giustizia della virt.
EMILIA: Ma fatevi curare, caro marchesino, genero mio.
GIORGIO: Ci ho gi pensato.
PROSPERO: S, figlio nostro quanto prima!... Sapr mostrarvi come intenda la gratitudine. Voglio fare le cose a modo. Quel birichino non dissiper pi nulla!... Oh! ci ho trovato rimedio!... Dacch so che non corre pi pericolo mi sento inesorabile verso di lui...


SCENA SETTIMA.
Codini, Carlo e detti.

FERDINANDO: Perdonate i nostri peccati come noi perdoniamo i nostri nemici.
MARIA (abbracciando Carlo con effusione): Carlo!!... fratello!!
PROSPERO: Che! che!... Hai il coraggio, sciagurato?!
EMILIA: Figlio mio! Come hai potuto traviare con l'esempio di tanta virt dinanzi agli occhi? (indicando Codini e Giorgio).
GIORGIO (piano a Ferdinando): Che diavolo avete fatto?
FERDINANDO (piano a Giorgio): Un colpo da maestro! Apprendete!
ALBERTO: Io perdo la testa.
FERDINANDO (a Prospero): Perdonate, mio caro ed onorevole amico. Dio ch' misericordioso dice di perdonare. Signor Varesi, uniamoci anche una volta in quest'opera di rappacificazione.
ALBERTO: Io temerei di fare una cattiva azione anche ascoltando la messa insieme a voi!
FERDINANDO: Come?!... che dice quel caro signor Varesi?...
PROSPERO (in collera): Non perdono! Non perdono!... Dacch lo vedo sano e salvo mi sento crescere la bile in corpo!...
CARLO: Padre mio!
ALBERTO: Prospero!
PROSPERO: Non ascolto alcuno! Sono una bestia feroce!
MARIA: Babbo!...
EMILIA: Infine mio caro, ve lo dice il dottor Ferdinando!...
PROSPERO: Lo dica chi vuole, non dimentico che stamattina mi sono abbassato sino mandarlo a pregare... io stesso! Io, suo padre!... Birbante! non aver piet della famiglia che moriva di crepacuore!...
FERDINANDO (con secondo fine): Che volete mio caro?... La giovinezza dimentica in certi momenti i doveri pi sacri...
PROSPERO: Ah! Li dimentica. Ebbene! io dimentico che mi sia figlio!
FERDINANDO: Lo diceste:  vostro figlio infine!
MARIA: Babbo, per carit!...
PROSPERO: Me ne importa un fico!
CARLO: Padre mio!...
ALBERTO: Prospero, lasciti un po' persuadere che...
FERDINANDO (aizzandolo indirettamente): E malgrado le scappatelle in cui potrebbe... lo sciupo che potrebbe fare del vostro denaro... i crepacuori che potrebbe dare...
PROSPERO: Potrebbe fare?!... Eh! eh! Non potr fare pi nulla il signorino, ve l'assicuro io!... Ci ho pensato!... Una buona donazione!...
ALBERTO: Prospero, non sai quello che dici.
PROSPERO: S lo so, per bacco!
FERDINANDO (come sopra): Eh! Una donazione!... sebbene assicurerebbe alla dote di Maria il patrimonio disponibile... sebbene, in regola generale, sarebbe il freno pi efficace ai traviamenti della giovent... Pure... Non vi credo un uomo di carattere s fermo!... voglio dire irremovibile... E voglio sperare...
PROSPERO: S, son uomo di carattere!... Vi far vedere se son uomo di carattere!
CARLO: Padre mio, non  per il vostro patrimonio che desidero il vostro perdono...
MARIA: Oh, babbo... perdonalo il nostro Carlo!... Sai quanto abbiamo pianto per lui!...
PROSPERO: Per bacco! E' di queste lagrime appunto che voglio vendicarmi!...
GIORGIO (stendendo la mano a Carlo): Ma io ho perdonato prima di tutti, mio onorevole suocero! E se persistete nella determinazione di donare alla Maria tutto il vostro disponibile non potrete certamente impedirmi di compensare Carlo con donargli tutto il mio.
FERDINANDO (piano a Giorgio): E' troppo facile se non avete un soldo. (forte) Che cuore nobile! che cuore raro!...
CARLO (risentito): Signore, ad evitare la taccia d'ingrato devo prevenirvi che nulla pu ormai essere di comune fra di noi.
FERDINANDO (con finta sorpresa): Oh! oh! oh!
PROSPERO: Oh! oh! oh!
FERDINANDO: Questo poi, Carlo,  lo stesso che mettermi al rischio di farmi rifiutare il perdono che domando per voi a vostro padre!... E... davvero... io non saprei che rispondergli!...
PROSPERO (in collera): No! che non glielo do!... Anzi lo scaccio di casa mia, il briccone! il cattivo soggetto!... che non contento di quel che ha fatto attacca briga un'altra volta alla mia presenza!
MARIA: Ah!
EMILIA: Prospero!...
PROSPERO: Fuori!... fuori di casa mia!...
ALBERTO: Oh! Pel nome di Dio! che io non so capacitarmi come l'ipocrisia, il tradimento possano trionfare a questo punto!... Questa infame e vile menzogna  durata anche troppo! Prospero, apri bene gli occhi prima di lasciarti indurre ad una cattiva azione da costoro tanto sfacciati quanto astuti e birbanti.
FERDINANDO (alzando con ipocrisia le mani al cielo): Signore! Vi offerisco questi oltraggi! Voi che volete l'umiliazione del vostro servo e conoscete il fine per cui me li sono attirati!
GIORGIO (ad Alberto): Signore!
FERDINANDO: Marchesino mio, fatevene anche voi un merito presso Dio! E' cos l'umiliazione che ci manda il Signore!
EMILIA: Ma questo  troppo!
PROSPERO: S per bacco! questo  troppo! vi far vedere s'io sia o no padrone in casa mia!... E prima di tutto fuori! fuori! (a Carlo, il quale esce).
MARIA: Ah! (piangendo).
EMILIA: Signore Iddio!
PROSPERO (chiamando verso la scena): A voi eih! (a Tonio che si affaccia all'uscio infondo). Va subito dal notaio e fallo venire, ch ho da parlargli. Genero mio, studiamo subito il contratto (a Giorgio). Amico mio, voi sarete uno dei testimoni (a Codini). Ecco come rispondo alle false accuse... Ecco come so ricompensare chi mi favorisce!
FERDINANDO: Noi abbiamo perdonato, caro amico. Accetto di mettere la mia firma al contratto perch mi prova che mi mantenete la vostra stima che mi  preziosa, e che non date retta alle accuse di chi ci  nemico certamente per un malinteso, per un errore della mente... Che Dio gli perdoni come noi perdoniamo! (ad Emilia e Maria accorate). Voi, signore mie, abbiate fiducia in quel Dio che rinvia i traviati e tocca i cuori pi induriti.
EMILIA: Sant'uomo! Il Signore ascolti le sue parole!
MARIA (piangendo): Il mio povero fratello!...
PROSPERO: Non me ne importa un fico! Non me ne importa un fico! Questo almeno gli servir di lezione.
FERDINANDO: Non dite questo, ma gli servir a correggerlo. Sarebbe una cattiva cosa il castigare se il castigo non dovesse fruttare l'ammenda del peccatore.
PROSPERO: Se lo corregger! Sfido io, per bacco! Avr s poco da spendere!
FERDINANDO: Eh! Quando si hanno cattive abitudini... passioni mondane... basta il poco...
PROSPERO: Che potrei fare dippi? Se gli lascio soltanto quello che non posso togliergli per legge!...
FERDINANDO (piano): Eh... vedremo!... Per il fine che ci proponiamo... per la buona intenzione di ridurlo al dovere... Combineremo atti di vendita simulati... sicch...
PROSPERO: Non dite male, lo metter sulla paglia... Quel crapulone dovr ricorrere a me poi per...
FERDINANDO: Sicuro; ed in tal modo sar forzato a correggersi!
ALBERTO: Dov' la giustizia?


SCENA OTTAVA.
Rodolfo dal fondo e detti.

RODOLFO: Signori miei!... Sono l'umilissimo servitore di tutta la compagnia! Mi congratulo! mi congratulo!... Che ha, signor marchesino (additando la ferita di Giorgio).
GIORGIO: Nel duello... un colpo di spada...
RODOLFO: T!... Avrei creduto che foste caduto su vetri rotti!... E dire che essendo stato uno dei testimoni del duello non mi accorsi di quel tal colpo!... Basta, ci avr veduto poco. Si fanno le nozze, eh? Le si fanno?... Evviva ci volevano! Dopo il dolore la gioia: legge provvidenziale, come dice il nostro caro dottore (con una riverenza a Codini, il quale ringrazia).
FERDINANDO (da s): Che vorr mai costui?
PROSPERO: Ma infine che c' di nuovo?
RODOLFO: Oh, nulla... meno che nulla! Son venuto di corsa per godere anch'io del festino di nozze, e recare al carissimo dottore qui un regaletto... di una certa persona... che desiderava molto di avere... Ed anche a lei, signor marchesino carissimo... sar il mazzo per lo sposo.
ALBERTO (da s): Oh Dio!... Se Rodolfo!...
FERDINANDO: Non si dia questa briga, mio caro Zanotti... Avremo tempo, dopo la firma del contratto... Non disturbiamo la gioia comune di questo momento solenne con affari che mi sono personali.
RODOLFO: Eh! le pare?... Avremo tutto il tempo anche "per la gioia comune del momento solenne". Incontrai per le scale Tonio che andava dal notaio e, in f mia, quel poltronaccio non mostrava di avere molta fretta.
PROSPERO: Ma infine?...
RODOLFO: Eccomi: Signor marchesino, l' forse in collera colla contessa di Roccabruna?
GIORGIO (da s): Oh Dio. (forte) Io?
RODOLFO: Eh... M'era parso... Ieri essendo presente alla scena deplorabile in quella casa che fin colla sfida...
FERDINANDO: Che fortunatamente... grazie a...
PROSPERO: Grazie alla generosit del marchesino mio genero...
EMILIA: E all'intromissione di quel caro dottore...
RODOLFO (rivolto a Codini): Che fortunatamente grazie alla (rivolgendosi a Prospero) generosit del marchesino suo genero (rivolgendosi ad Emilia) e all'intromissione di quel caro dottore, non ebbe cattive conseguenze, tranne la caduta sui vetri... voglio dire la ferita riportata dal signor marchesino.
FERDINANDO (piano a Giorgio): Presagisco qualche sciagura...
GIORGIO (piano a Ferdinando): Pur troppo! Anch'io!...
RODOLFO: Dico io a che servono gli amici? ad evitare le dispute; e come si evitano queste? col chiarire i fatti. Ecco perch da ieri sera mi sono scervellato a trovare il bandolo arruffato di quella matassa in fondo a cui stava un duello.
GIORGIO: Ma infine, signore...
RODOLFO: Infine lo sorprender certamente ch'io sia riuscito a trovare questo bandolo; indovini dove?
GIORGIO: Cospetto!...
FERDINANDO: Ebbene, dove?
RODOLFO: In una semplicissima pallottola di carta che Carlo aveva avuto la poca garbatezza di lanciare in volto al signor marchesino qui presente.
GIORGIO: Signore!
RODOLFO: Che? ho detto qualche cosa che non sia stata? Mi correggano pure, signori. Dico: una lettera che Carlo aveva trovato sul tavolino, la quale, appena letta, era montato in bestia, e l'aveva aggrovigliata in forma di pallottola gettandola contro la nobile faccia dell'illustrissimo signor marchesino: Non  andata cos?
GIORGIO: Ma signore!...
ALBERTO: E cos?
RODOLFO: E cos m'ero accorto che il diavoletto era nato dalla lettura di quel biglietto: perci, dopo che quella pallottola, "vulgo" biglietto, ebbe percorso la "parabola" dalla mano di Carlo al volto del signore (indicando Giorgio) e che cadde in terra, come tutti i corpi che hanno un centro di gravit... io la raccolsi e me la misi in tasca. Era semplicissimo; nessuno ci badava.
PROSPERO: Avanti.
FERDINANDO (da s): Diavolo!
RODOLFO: Vo avanti. Con quella pallottola nelle mani mi pareva di tenere il filo d'Arianna. Corro a casa, spiego il foglio, lo liscio, lo stiro, e mi metto a studiarlo con un'attenzione che, parola d'onore, non ho messo mai studiare libro al mondo, neanche quelli di veterinaria.
ALBERTO: Ebbene?...
RODOLFO: La filosofia, voglio dire il sistema analitico,  una bella cosa, e serve, se non altro, a decifrare quello che c' in una semplice pallottola di carta. La mia analisi vi trov due parti distinte: una tracciata con caratteri da zampe di mosca, che diceva al nostro Carlo di risparmiarsi l'incomodo di far le scale d'ora innanzi. La seconda, carattere d'avvisi, fatto evidentemente con la precauzione di non far conoscere la mano che aveva scritto, indicava al giovane il modo come scoprire il suo surrogante presso la... contessa.
ALBERTO: Ah! ah! ah!
FERDINANDO (da s con dispetto): Diavolo d'uomo!
GIORGIO (piano a Codini): Che faremo?
FERDINANDO (piano a Giorgio): Zitto! le circostanze ce lo diranno.
RODOLFO: Queste due parti tanto distinte della lettera mi dicevano due cose: l'una che la dama non voleva pi saperne di Carlo, e questo andava bene; e l'altra che c'era stato chi aveva avuto interesse di far conoscere a Carlo il suo rivale, ma farglielo conoscere in un modo da rendere inevitabile la sfida... E fu l'autore di questa carit pelosa che volli conoscere...
PROSPERO: Eh! eh!...
ALBERTO: E lo conosceste?
RODOLFO: S.
GIORGIO (piano a Ferdinando): Siamo perduti!
FERDINANDO (piano a Giorgio): Coraggio! ancora non dell'intutto!
RODOLFO: Quest'esame era molto difficile, sebbene mi ricordassi d'aver visto, entrando dalla Roccabruna, il nostro caro dottore spingere il marchesino nelle stanze della contessa... Ma non mi poteva entrare in capo neppure per ombra... I motivi che ci aveva addotti per farlo erano s plausibili... Anche noi li avevamo approvati.
ALBERTO (da s): Arte infernale!
RODOLFO: L'interessante era dunque di sapere chi aveva potuto scrivere quegli ultimi due righi in piedi alla lettera posta sul tavolino della contessa.
ALBERTO: Bravo!
PROSPERO: S, bravissimo!
FERDINANDO: Benone!
RODOLFO: Con questa buona risoluzione in corpo, dopo che ebbi assistito Carlo nel duello (dove, in parentesi, mi accorsi che sapeva appena se la spada si tenesse dalla punta o dall'elsa) mi misi la via fra le gambe, afferrai a due mani tutte le risorse del mio spirito, ed andai dalla contessa
PROSPERO: Che?... che?... che dite?
RODOLFO Andai da quella tale contessa dei Monti Urali, poich ella sola poteva darmi la chiave dell'enigma e puramente e semplicemente le spiegai sotto gli occhi la lettera in questione.
PROSPERO (con ansiet): E cos? e cos?
RODOLFO: Che dir?!... La contessa diede in tutte le furie e fece chiamare la cameriera per domandarle chi fosse entrato dopo che ella aveva lasciato la lettera sul tavolino... E... per bacco!... la cameriera rispose che prima di noi non c'era stato altri che...
PROSPERO, ALBERTO (vivacemente): Chi?
RODOLFO: Il dottor Codini... che Dio mi guardi con questo di volere accusare...
ALBERTO (trionfante): Ah!
EMILIA: Eh! eh!
PROSPERO: Oh!
FERDINANDO: Sicuro, sicuro... io ci fui. Ma non mi avvidi di nulla...
RODOLFO: Ecco quel che dicevo a quella tale contessa della Mecca. Quel caro dottore ci sar stato ma non si sar accorto di nulla!... Ma le donne! lo sapete!? quando si mettono una cosa pel capo... La contessa era sbruffante, e arrivava anche a dire...
PROSPERO: Che cosa?
RODOLFO: Eh. Dio mio! non oso...
FERDINANDO: Dica, dica pure... il Signore ci prova colle umiliazioni...
RODOLFO: Diceva che siete un birbo matricolato! un infame ipocrita! un furfante a cui i lavori a vita starebbero tanto bene quanto a me la laurea in veterinaria!
FERDINANDO (con ipocrisia): Sia fatta la volont di Dio!
RODOLFO: Badi per che non son io che dico queste cose,  la contessa... Come anche non credo a quello che voleva supporre...
ALBERTO: Che?... Su, Rodolfo!
RODOLFO: Che tutto questo fosse un'infame macchinazione ordita dal dottore e dal marchesino per rovinare Carlo, farlo diseredare, ed avere nella dote di Maria tutta l'eredit di Montalti; ella voleva parlare anche di... (a Giorgio) Dica un po', fra di noi, marchesino carissimo, si sarebbero guastati con la contessa?... Le donne... lo sa?... quando sono in collera inventano di tali cose!... Oh ma io non ci ho creduto... io non ci credo affatto... La contessa ha sudato per benino, per persuadermi; mi ha dato anche una lettera da consegnare al nostro egregio signor Codini e m'ha detto: ora comprendo perch Codini avesse tanto interesse da togliermela di mano! Recategliela, che gli farete piacere: Oh! l'ha principalmente con lei, quella, caro dottore... ma io non ci credo affatto, sebbene le abbia recato la lettera (mostrandola) cos per compiacenza...
FERDINANDO (tentando di carpirgliela): Vediamo.
RODOLFO: Adagino! adagino, dottore caro! Sono caporale nella Guardia Nazionale io, e me ne intendo di consegne! La mia : leggerla innanzi a tutti (indicando la lettera): Coram populo! prima di dargliela.
MARIA: Giorgio!...
GIORGIO: Mia cara Maria, potete crederlo?!...
RODOLFO: Illustrissimo signor marchesino, avrebbe ella promesso a quell'adorabile contessa qualche cosa come un cronometro con catenella?
GIORGIO: Io?... Signore...
RODOLFO: E' che colei quando ancora esitava a consegnarmi la lettera mi diceva: Faccia conoscere al marchese di S. Giocondo (capisce? quella signora mi faceva forse in mente sua... l'onore di credermi suo amico) che malgrado ch'egli m'abbia rifiutato un semplice cronometro con catenella, malgrado che mi si fosse offerta una bella somma, 6000 lire, per la sua lettera, malgrado ch'io ne darei altrettante per smascherare quel tristo ipocrita del Codini (scusi, dottore caro,  la contessa che parla) io ho la generosit di risparmiarlo...
GIORGIO: Ma signore...
RODOLFO: Allora... che vuole? Per l'amicizia che nutro per lei non potei pi esimermi di prendere le sue difese, di scusarla alla meglio... e dissi alla contessa che non era stata spilorceria la sua di rifiutarle il cronometro, ma che avendo fatto un regalo di un finimento completo a quella pazzerella della Norina, presso la quale ebbi l'onore d'incontrarla l'altra sera venendoci con Carlo, probabilmente la ristrettezza finanziaria del momento non le permetteva...
MARIA (allontanandosi): Dio mio! Giorgio!...
RODOLFO: Eh! avr detto male... Non mi sar ben spiegato... Ma fu come mettere il fuoco alla polvere. La contessa cominci a strillare come un'ossessa, a prodigarle gli epiteti meno lusinghieri, e fin col dirmi: In tal caso rechi questa lettera a Giorgio e al Codini, e dica all'uno che se lo servo un po' tardi meglio tardi che mai, e all'altro, al marchesino, che questa vale bene un finimento e una cena dalla Norina.
FERDINANDO: Ma infine, signore, se quella lettera va a noi... (facendo un movimento per prenderla).
ALBERTO (afferrandolo pel braccio): A modo! caro dottore, a modo! Rodolfo, compiacete questi signori che sono impazienti.
RODOLFO: Eccomi (leggendo): Carina mia!. E' il marchesino che scrive: Carina, stasera non vengo da voi perch non ho potuto esimermi d'accompagnare un amico dalla Norina; quello che pi mi rincresce  che probabilmente neanche domani potr avere il piacere di venire a passare la sera presso di voi, essendo condannato a subirmi una ridicola festa da quello sciocco di Montalti....
PROSPERO: Oh! oh! oh!
RODOLFO (leggendo): Quello sciocco di Montalti in occasione dell'onomastico della sua figliuola Maria che m' tanto stucchevole e noiosa per quanto sono innamorato di voi e che ho il dispiacere di dovere sposare ora che mi porta una bella dote che scialacqueremo assieme....
MARIA: Vile!!!
RODOLFO (leggendo): In barba a quell'imbecille di mio suocero ed alla vecchia squarquoia di sua moglie....
EMILIA: Ehi? ehi!?... avete letto signor Rodolfo?
RODOLFO (leggendo): Ed alla vecchia squarquoia di sua moglie.... Scusino, saranno errori d'ortografia. Ella possiede una bella scrittura, signor marchesino...
GIORGIO (per slanciarsi): Vivaddio signore!
ALBERTO: A voi! al dovere! signor marchesino illustrissimo!
FERDINANDO: Ecco quello che f mettersi con simili imbecilli (con dispetto da s indicando Giorgio).
RODOLFO (leggendo): Sicch vi scrivo per prevenirvi di non aspettarmi e far capitare in casa di Montalti, appunto la sera che si dar la festa, le noterelle che mi diceste non aver pi pagato Carlo, con una letterina che fingerete di far recapitare al padre per isbaglio. Ne nascer un diavoletto, e ci ci divertir senza contare che servir ai nostri fini mettendo sempre pi in urto Carlo con la famiglia. In ogni caso siate sicura, mia cara Giulia, che purch questo scandalo accada vi  chi paga per tutti: il Codini, che voi dovete conoscere.
PROSPERO (stupefatto): Oh! oh! oh!...
EMILIA: Dio mio! come sarebbe possibile?!...
MARIA: Com' possibile che l'infamia dia pane, che l'ipocrisia non sia stimmatizzata su quelle fronti (indicando Giorgio e Ferdinando) e che riesca a trionfare qualche volta... Com' possibile che tutto ci ch' fango, malvagit, abbiettezza contamini tutto ci ch' onesto, puro e nobile... Com' possibile che due vili assassini dell'onore, della pace, della felicit delle famiglie non possano essere colpiti da una condanna capitale.
GIORGIO: Signore!
PROSPERO: Bene! per bacco! Hai ragione... Hai parlato come uno dei miei onorevoli colleghi... Ma di Camera non voglio pi saperne; ho avuto torto non ascoltando i tuoi consigli e godo nel confessartelo. Oh! Dio! come son contento d'esser scappato a tutte queste orribili macchinazioni... di tornare oscuro ma felice in seno alla mia famiglia... con mio figlio!... Poich infine  mio figlio quel disgraziato che hanno traviato!... Dov' desso?... Presto, correte a chiamarlo.


SCENA NONA. ED ULTIMA
Tonio e detti, indi Carlo.

TONIO: D l c' il notaio.
PROSPERO: Al diavolo il notaio e il matrimonio!... Corri piuttosto a chiamare mio figlio.
RODOLFO: Non occorre; ci avevo gi pensato. L'incontrai per le scale e lo indussi ad aspettarmi in anticamera. Avanti, amico, avanti!
CARLO (gettandosi nelle braccia dei suoi): Padre mio! Mamma! Maria!
GIORGIO (minaccioso a Rodolfo): Ci parleremo, signore.
RODOLFO: Dove? Alla Corte d'Assise? Non sono avvocato mio caro, sono veterinario.
FERDINANDO (con ipocrisia): Signore! Quali sono i tuoi imperscrutabili misteri? Calunniati a questo punto!...
ALBERTO (con indignazione): Ma uscite dunque! Non avete almeno l'ipocrisia del pudore? (a Codini e Giorgio additando il gruppo della famiglia Montalti abbracciati) (Ferdinando e Giorgio partono).

EMILIA: Dio mio! Se fallai perdonatemi! Credetti che quell'uomo fosse davvero vostro servo devoto!
MARIA: Carlo! Fratello mio! Ci sei reso!... Quei cattivi non ti allontaneranno mai pi da noi!.
CARLO: Mai pi! Mai pi...
PROSPERO: L'ho scappata bella per un miracolo!... un puro miracolo!
ALBERTO: Un miracolo, ch' di conforto alle anime oneste, perch prova che non sempre a questo mondo trionfa ci ch' falso ed ingiusto.



Rose caduche.
Commedia in tre atti.
(1867).


PERSONAGGI.

Adele Landi.
Alberto Giliotti.
La contessa Baglini.
Lucrezia.
Paolo Avellini.
Il cavaliere Falconi.
La signora Merelli.
Il commendatore Gaudenti.
Giulietta.
Tonio.
Un domestico.


ATTO PRIMO.

Giardino della Contessa Baglini a Montenero, presso Livorno. A destra un'elegante pagoda cinese, pi in l un viale con pergolato; a sinistra un grande viale; in fondo una serra da fiori a vetri; dinanzi al padiglione un tavolino con albums, giornali, ecc., presso il viale un sedile.


SCENA PRIMA.
Il cavalier Falconi dal viale di sinistra, e Tonio dal padiglione.

FALCONI: La contessa?
TONIO: Sar qui a momenti, signor cavaliere.
FALCONI (consultando l'orologio): Temevo d'essere in ritardo. Il "rendez-vous" non  per le dieci?
TONIO: Non sa nulla adunque di quel ch' accaduto al commendator Gaudenti?
FALCONI: No davvero.
TONIO: Nel seguire a cavallo la "calche" della signora contessa  andato gi bel bello, e si  trovato, senza sapersi poi il come, fra le quattro zampe d'"Isolina".
FALCONI (ridendo): Ah! ah! ah! Ma questa  magnifica in parola d'onore! Quel caro commendatore non ne fa mai delle altre!... e se "Isolina" non gli ha giocato qualche brutto tiro  stato in grazia della sua buona educazione e non per riguardi alla Commenda!... Ah per bacco!... Un cavaliere... un commendatore per sopramercato, che non sa tenersi in sella!... La signora Merelli ne sar desolata!... Ridi, briccone?
TONIO: Io, signore?
FALCONI: Ridi, ridi pure! Al Club se ne rider per una settimana. Ma se quel disgraziato commendatore avesse dovuto montare il mio Solimano! quel diavolo di Solimano che fa venire la pelle d'oca ai pi arrischiati dei nostri "sportsmen"!... Scommetto che quando mi vedi venire a briglia sciolta dici fra te e te: Ecco l un matto che arrischia l'osso del collo con disinvoltura.
TONIO: No, signore, lo giuro...
FALCONI: No? Me ne rincresce per te. Solimano  magnifico quando vuol farmi il cattivo... bisogna vederlo!... Ma s!... "oop! oop!"... ha dovuto metter giudizio! Conosce la mano. Non star poi a riferire alla tua padrona il paragone poco galante!
TONIO: Signore... io bado ai fatti miei, io!
FALCONI: Smetti via, mariuolo! Non mi fare il discreto!... e ricordati che quando mi vorrai mettere a parte dei segretucci della tua padrona ci sar una buona mancia per te.
TONIO: Mi meraviglio, signore!... Io non sono di quelli!...
FALCONI: Eh! al solito! Sei di quegli altri, tu!... Ma si sa che i domestici sono i confidenti volontari o involontari dei padroni... E quando avrai udito quelle signore occuparsi di me, non ti sarai certamente turate le orecchie per la sola ragione che stavi ad origliare dietro l'uscio!... Che diavolo!  naturale. Quelle signore si occupano dei fatti miei?... avranno per questo le loro ragioni... (borioso) ci non mi riguarda! Tu le ascolti?... ci riguarda te,  il tuo mestiere. Io non ci abbado, lascio vedere e lascio dire... e scommetto che tu sai anche meglio di me che io monto a cavallo come Guillaume, tiro alla pistola come Montecristo e mi batto alla spada con Parise... Ah! birbone! (in tono di confidenza prendendolo per un orecchio. Poi vedendo dietro le spalle di Tonio la contessa, ch' venuta pel viale di destra). Oh! (Tonio via dalla sinistra).


SCENA SECONDA.
La contessa Baglini e il cavalier Falconi.

CONTESSA: Da bravo, cavaliere! Siete in vena di famigliarit oggi!
FALCONI: Cara contessa, facevo l'onore qui a Tonio di dargli una lezione...
CONTESSA: Che? avrebbe osato?...
FALCONI: Ahim! tutt'al contrario!... Non osa!
CONTESSA (in aria lievemente ironica): Ad ogni modo vi ringrazio della lezione per quel povero domestico.
FALCONI (con galanteria): Non monta! Me ne date tante, voi!... e non vi ringrazio!...
CONTESSA (c.s.): Procurate di non meritarvele.
FALCONI: Ma al contrario!... Ci tengo!
CONTESSA: In verit non siete difficile!
FALCONI (c.s.): Siete cos bella quando andate in collera che quasi quasi sono arrivato a trovare deliziosi i vostri rabuffi.
CONTESSA: E' una strana soddisfazione!
FALCONI: Mi ci avete abituato, che volete!
CONTESSA: E se questo vi basta mi sar facile contentarvi.
FALCONI: Ah, madama! Voi siete crudele!...
CONTESSA (c.s.): E voi non dovete esservi avvezzo... colle altre.
FALCONI: Ma si direbbe che avete preso impegno di vendicare...
CONTESSA (sorridendo ironica): Le altre?
FALCONI: Fui punito col mio peccato! (con galanteria). Dal giorno che deposi le armi ai vostri piedi son vittima anch'io!
CONTESSA (c.s.): Badate, cavaliere, che noi entriamo in pieno dramma a gonfie vele. Vi ho permesso di farmi la corte, ma non di farmi della poesia.
FALCONI: Non ne far pi, bella contessa, e comincio dall'approfittare del vostro permesso, prendendone un acconto in buona prosa (le bacia la mano).
CONTESSA: Questa  prosa da cavaliere errante.
FALCONI: I cavalieri erranti non sono pi di moda,  vero, ma la loro prosa  di tutti i tempi.
CONTESSA: Matto!
FALCONI: Ma a proposito di cavalieri, cara contessa, ne avete di quelli che perdono le staffe!
CONTESSA: Ne ho anche di quelli che perdono il giudizio.
FALCONI (con galanteria): Ah, contessa!... chi potete avere il cuore d'incolparne... voi?!
CONTESSA: Che so io?... Il caso, il caldo, i bagni di mare, i bei chiari di luna... le corse all'Ardenza, un velo svolazzante... un guanto perduto... Domandatene alle signore Merelli, forse ne sapranno pi di me (andando ad incontrare la signora Merelli e Lucrezia che vengono dalla sinistra).


SCENA TERZA.
La signora Merelli. Lucrezia e detti.

SIG.RA MERELLI: Che cosa vuol sapere, mia cara contessa?
CONTESSA: La spiegazione di un indovinello che il cavalier Falconi non ha saputo darmi: che cosa faccia dar di volta a certi cervelli, se una passeggiata romantica con effetto di luna, o un nastro indiscreto che sventoli sulla brezza del mare al di sopra di una tenda dello stabilimento balneare.
SIG.RA MERELLI: Io voto pel nastro.
FALCONI: Per ragion della brezza?
SIG.RA MERELLI: No, per ragion del caldo.
FALCONI (piano alla contessa): E' un motivo da cinquant'anni... con vedovanza.
CONTESSA (c.s.): Stordito!
SIG.RA MERELLI (in aria pretenziosa): Che dice, cattivo soggetto?
FALCONI: Nulla. Facevo delle osservazioni sulla canicola.
CONTESSA: E lei, madamigella?
LUCREZIA: Io sto pel chiaro di luna.
FALCONI: Il sogno di una notte d'est!...
LUCREZIA (vivamente con ingenuit ed accento significativo al Falconi): Sissignore!... Gi lei non ci crede!... Non  "chic".
FALCONI: Io?... Oh, tutt'altro!
CONTESSA: Sicch a voi, cavaliere! Il nastro o il chiaro di luna?
FALCONI: N l'uno n l'altro, madama ma il "macao".
SIG.RA MERELLI: Quando si perde o quando si guadagna?
FALCONI: Quando si perde.
CONTESSA: Oib! La sarebbe una scusa comodissima per non pagare i debiti di giuoco.
FALCONI: Ecco perch molti si dimenticano di pagarli.
CONTESSA: Volete che io vi metta tutti d'accordo? Si,  il "macao",  il chiaro di luna,  il nastro indiscreto. Soltanto avete dimenticato una circostanza importantissima che s'accompagna alla luna, al nastro e alle carte da giuoco.
LUCREZIA: E sarebbe?
CONTESSA: Una bella signora (bisogna poi crederla tale poich fa girare tutte le teste) che avr l'onore di presentarvi oggi, e della quale ho fatto la conoscenza or son pochi giorni.
FALCONI: (con galanteria): Contessa, io protesto in favore delle belle donne presenti!
SIG.RA MERELLI: Adulatore!
LUCREZIA: Colla mano sulla coscienza?
FALCONI: Con tutt'e due le mani!
CONTESSA: Badate, cavaliere, che prendo nota della vostra dichiarazione!
FALCONI: Volete ch'io la sottoscriva?
CONTESSA: Non vi tagliate le mani, mio caro; la signora Adele Landi venendo qui potrebbe leggere la vostra firma.
FALCONI: Oh! Oh!
SIG.RA MERELLI: La donna del nastro!
LUCREZIA: Il chiaro di luna!
CONTESSA: Ed il "macao" del cavalier Falconi; o pi semplicemente la sirena dell'Ardenza, la celebre artista. Mio Dio! Noi altre povere donne abbiamo questo di buono o di cattivo; tocchiamo subito gli estremi con miracolosa facilit. Che il primo fannullone del bel mondo si dia la pena di farci una riputazione qualunque al Club o al Caff e fra ventiquattr'ore tutti i fannulloni suoi pari si saranno fatto un debito di "saper vivere" di pubblicarla ai quattro venti. La signora Landi  stata fortunata, a quel che pare; io ho voluto vedere da vicino codesta meraviglia. Ho afferrato il mostro per le corna e ve lo metto faccia a faccia. (al cavaliere) Chi non sapr difendere il suo cuore dalle unghie di questa leonessa, suo danno!
SIG.RA MERELLI: Ah, un'eroina da palcoscenico! Una di quelle che comprano l'avvenenza al "Regno di Flora" e l'eleganza dai rivenduglioli d'abiti usati!
CONTESSA: Via, signora, noi non abbiamo il diritto di essere maldicenti poich non siamo ancora sue amiche.
SIG.RA MERELLI: Eh! non  maldicenza, mia cara. Certi entusiasmi non posso soffrirli... (pavoneggiandosi) Si sa, codesti cerotti e codesti abiti di seconda mano fanno un certo effetto... ma al lume della ribalta!
FALCONI: Potrei assicurarle, madama, che la signora Landi quel "certo effetto" lo fa anche alla luce del sole.
CONTESSA (ironica): Ah! ecco il cavaliere! Adesso lo riconosco!
LUCREZIA (dispettosa): Sembra ch'ella l'abbia esaminato molto davvicino quella meraviglia... e alla luce del sole!
SIG.RA MERELLI: E che il sole sia stato cocente per scaldare cos il suo entusiasmo!
CONTESSA: Povero cavaliere, che vespaio avete stuzzicato!
FALCONI: Non son cavaliere per nulla, belle dame!
SIG.RA MERELLI: Del resto chi la conosce questa elegante, questa incantatrice? Metto pegno che madama Bossi non saprebbe dirci la storia delle sue acconciature, n Marchesini quella dei suoi gioielli di princisbecco.
FALCONI: Niente di meglio! Sarebbe segno che a cotesta storia non c' l'appendice del conto arretrato!
SIG.RA MERELLI: Le do un consiglio d'amica sincera: procuri di allegarlo meglio il suo spirito, e non ne faccia sciupio per difendere simili avventuriere... Ella  cos perfetto cavaliere!...
LUCREZIA: E soprattutto ci lasci tranquille coi suoi entusiasmi da palcoscenico!
CONTESSA (al cavaliere sottovoce e con doppio senso): Il dispetto di quella piccola ape (accennando Lucrezia) mi d a pensare... per voi... Badate, mio caro, vi punger! (forte) Signore mie, posso assicurare che codesta del cavaliere  una difesa officiosa, di pura forma, e per l'onore del titolo; ma nessuno meglio di lui rende omaggio alla vera bellezza e all'eleganza di buon genere (inchinandosi alla Merelli).
SIG.RA MERELLI (minacciando il Falconi col ventaglio): Ah! quel matto sa scegliere il suo avvocato!
CONTESSA: Ed ora domando indulgenza per la mia invitata... almeno oggi che ho la fortuna di riunire quattro amici qui a Montenero. Passeremo la giornata il meno male che si pu. Saremo in otto o nove: la signora Landi, il commendatore Gaudenti, un altro signore che dovr presentarmi l'avvocato Avellini...
SIG.RA MERELLI (con interesse): E il signor Avellini ci sar anche lui?
CONTESSA: Certamente, il signor Paolo  dei nostri.
SIG.RA MERELLI: Ho piacere.
CONTESSA: Grazie... per lui.
SIG.RA MERELLI: Il signor Avellini  un giovane distinto.
CONTESSA: Distintissimo anzi!
SIG.RA MERELLI: E un giorno o l'altro sar il luminare del Foro. L'ha detto il Commendatore!
FALCONI: Ah! se l'ha detto lui!
CONTESSA: Tutti gli amici del signor Paolo ne sono convinti del pari.
SIG.RA MERELLI (marcatamente): Io sono certa che render felice la donna che sposer.
CONTESSA: Oh... questo poi sta al signor Avellini a provarlo.
FALCONI: In coscienza io non potrei impegnare la mia parola.
SIG.RA MERELLI (vivamente): Che! Avrebbe qualche motivo per dubitarne, signore?
FALCONI: No, certamente!... Come non ne ho alcuno per affermarlo!
SIG.RA MERELLI: Quando non l'ha cotesto motivo non c' ragione di dare l'allarme... e in presenza di certe persone per giunta!
FALCONI: Ma io non do l'allarme, madama... Che diamine! mi pare che non siamo in caso di guerra!... (guardandosi attorno) n in presenza del nemico! (piano alla contessa) Come prende fuoco la vecchia galante! Che voglia sposarlo lei?...
SIG.RA MERELLI: Eh!... potrebbe anche essere!...
LUCREZIA (vivamente): Mamma!
CONTESSA: Ma guardi, signora, che ci mette in tal curiosit!...
FALCONI: Che? Si sentirebbe diggi l'odor della polvere?...
SIG.RA MERELLI (con finto ritegno): Chiss!...
FALCONI: Chiss!... E' una parola gravida di rivelazioni matrimoniali chiss! Vogliamo guardarci dentro a rischio di essere indiscreti.
SIG.RA MERELLI: Mio Dio!... Non saprei...
FALCONI (inchinandosi con ironica galanteria): Ah! ci sono! Madama, io non posso giurare che l'avvocato Avellini riesca la perla dei mariti, ma garantisco ch'egli  molto fortunato! (Nel passare accanto alla contessa, accennando la Merelli) E' una fortuna spaventosa!... Povero diavolo!
SIG.RA MERELLI: Lo credo anch'io... Non posso dir nulla ma lo credo anch'io!
FALCONI: Per bacco! Chi ne pu dubitare! (ironico).
CONTESSA (con ironia): Bisogna che io mi congratuli col signor Paolo.
SIG.RA MERELLI: Il signor Paolo  un eccellente giovane, ma... non fo per dire... modestia a parte, anche la sposa non c' mica male!...  un boccio di rosa.
FALCONI (con ironica galanteria): Un vero bomboncino!
SIG.RA MERELLI: Grazie!
FALCONI (sottovoce alla contessa): Santi del paradiso! Le prende su con una disinvoltura!...
SIG.RA MERELLI (con falsa e pretenziosa modestia): Il commendatore, ch' sempre quel caro matto che tutti sapete, ci paragona a due rose sullo stesso cespo...
CONTESSA (ironica): Il commendatore  la quintessenza della galanteria.
FALCONI (imbarazzato): Ma come due rose? Non sar mica una rosa anche lui!... Potrebbe essere uno spino, tutt'al pi... Non faccio cattivi auguri, ma potrebbe essere...
SIG.RA MERELLI: Ma che lui!... lei invece.
FALCONI (c.s.): Chi lei?
SIG.RA MERELLI: Mio Dio! La sposa!
LUCREZIA (vivamente imbarazzata): Mamma! ti prego!...
FALCONI (c.s.): Non mi raccapezzo pi!... Ma non si tratta di lei? (alla Merelli).
SIG.RA MERELLI: Io non ci penso... pel momento... La faccio da buona sorella stavolta.
CONTESSA: Ah, finalmente!
SIG.RA MERELLI: Per carit non mi costringete... non posso dir nulla ancora...
FALCONI: Ma qui... siamo in famiglia...
SIG.RA MERELLI: Mi rincresce, mi rincresce davvero... Ma non posso dir nulla... E' stato il commendatore che ha combinato l'affare... Mi raccomando!... che la cosa rimanga qui, fra noi... Le convenienze...
LUCREZIA: Oh, mamma!...
SIG.RA MERELLI (piano alla contessa, ma in modo di essere udita anche dal cavaliere): Il commendatore dice che sembrano fatti l'uno per l'altra. (accennando Lucrezia) Che Dio li benedica!
LUCREZIA (passando accanto al Falconi, sottovoce): Devo parlarvi... da solo.
FALCONI: Ah! ci sono! Ci sono anch'io!... Madamigella, a rischio di essere accusato d'indiscrezione voglio essere il primo a farle le mie congratulazioni e i miei auguri... pel suo sposo. (mentre s'inchina, sottovoce) Capisco. Verr.
CONTESSA (ironica): Ah, davvero! Il signor Avellini  un eccellente partito! (essendosi avvista del parlare sottovoce del Falconi con Lucrezia) Che ne dite, cavaliere?
FALCONI: Proprio magnifico! E giacch  avvocato non sar un marito seccatore, di quelli che si cuciono alla gonnella della moglie.
SIG.RA MERELLI: Ma per adesso mi raccomando... ch la cosa  ancora cos... Non avrei aperto bocca con anima viva... e il commendatore... Ma a proposito del commendatore dov' che non si vede?
FALCONI: Ah, bisogna che gli si faccia metter giudizio a quello scapato! (ironico) Fa ancora delle pazzie, alla sua et!
SIG.RA MERELLI: Oh! La sua et!... Non  poi un vecchio!
FALCONI: No, non dico questo... Ha un'et ragionevole!... Soltanto non  ragionevole riguardo alle leggi dell'equilibrio; egli le sfida imprudentemente!
SIG.RA MERELLI: Ma io non capisco, cavaliere.
CONTESSA: Non  nulla. Non pu dirsi nemmeno una caduta da cavallo.
SIG.RA MERELLI: Mio Dio! una caduta!... Forse ferito!...
CONTESSA: Si rassicuri; sar qui a momenti. L'ho lasciato nel salotto che scacciava la paura avuta con una bottiglia di rosolio.
FALCONI: Quel caro commendatore ha di comune con i ragazzi la passione per gli sciroppi... e se c' qualche ferito sar quella povera "Isolina" che avr la schiena rovinata. Il commendatore dovrebbe adottare la sella all'americana... per compassione di quelle povere bestie, se non altro.


SCENA QUARTA.
Il comm. Gaudenti e detti.

GAUDENTI: Eccomi, eccomi, belle dame. Si parlava di me?
SIG.RA MERELLI: Un'altra pazzia!... Vi siete fatto male? Non abbiate ritegno di dircelo almeno!
GAUDENTI: Nulla... Proprio nulla!... un passo falso...
FALCONI: Bisogna vedere dove si mettono i piedi, mio caro!
CONTESSA (ironica): Ah! ella fa ancora dei passi falsi!
GAUDENTI (pavoneggiandosi): Eh eh!... (accorgendosi di un'occhiata severa della Merelli). Cio... Stavolta il passo falso l'ha fatto "Isolina".
SIG.RA MERELLI (severa): Caro commendatore, qualche volta coi passi falsi ci si rimette l'osso del collo!... Per io vi avevo offerto un posto nel mio legno!...
GAUDENTI (imbarazzato): E' vero, bella signora... Ma dir... l'occasione... la giornata  cos bella!... e poi l'equitazione attiva talmente... che in ispecie prima del desinare... e una trottatina allo sportello della carrozza di madama credevo che... (sempre pi sconcertato dallo sguardo severo della Merelli) Insomma ho avuto torto a venire a cavallo... lo veggo, lo confesso, e ne chiedo scusa.
CONTESSA: Oh, son dolentissima d'esserne stata la causa... bench lontana!...
GAUDENTI (cercando ripigliarsi): Che dice? Che dice mai? Anzi!... (accorgendosi di un'altra occhiata fulminante della Merelli). Cio ho avuto torto ad accompagnarla a cavallo...  verissimo...  verissimo... (accorgendosi di un movimento della contessa e ripigliandosi) Ma se l'avessi accompagnata in carrozza... (sconcertato da uno sguardo corrucciato della Merelli) o a piedi... E' meno comodo ma pi sicuro... e attiva anche dippi... (sogguardando alla sfuggita e come pauroso la Merelli) Anzi se fossi venuto nel legno della signora Merelli... (vedendo venir Tonio) Auff!!
SIG.RA MERELLI (sottovoce, ma severamente): Signore! Non amo che voi facciate il galante con quella civetta!


SCENA QUINTA.
Tonio e detti.

TONIO: E' giunto l'avvocato Avellini in compagnia di un altro signore.
CONTESSA: Ah! sar quel giovanotto di cui mi si  tanto parlato, e che il nostro Paolo mi deve presentare. (a Tonio) Pregate quei signori di venirci a raggiungere qui. (Tonio via). E' un signor Giliotti; lo conoscete forse, cavaliere?
FALCONI: No. Non  stato presentato al Club.
CONTESSA: Infatti sarebbe stato difficile... E' un poeta.
FALCONI: Un poeta! Ma avrete tutti i sette peccati mortali alla vostra tavola!
GAUDENTI: Bravo! Grazioso!
CONTESSA: Quando sarebbe bastata la sola gola, non  cos? Del resto rassicuratevi,  un poeta che porta il cappello a cilindro e si fa pettinare all'inglese.
LUCREZIA: Un poeta! Che gusto! Mi far mettere in versi il proverbio che il cavaliere Falconi scrisse sul mio album.
CONTESSA (con lieve tinta d'ironia): Un proverbio del cavaliere!... Deve essere un proverbio galante di prima forza!
GAUDENTI: Infatti ci voleva qualche cosa di spiritoso... di galante...
LUCREZIA: Peccato che sia stato scritto in un accesso di galanteria nera!... (ironica) Un bel proverbio del resto... ed anche gentile!... Le rose cascano e le spine rimangono.... Il cavaliere non ha voluto dirmi se ci sieno poi delle rose che durano pi delle spine.
FALCONI (con galanteria): S, quelle che somigliano a lei!
LUCREZIA (inchinandosi con sussiego ironico): Ooh!
GAUDENTI: Bravo! Ben detto!
SIG.RA MERELLI: Ne domanderemo a cotesto signor poeta.
CONTESSA: Son veramente curiosa di conoscerlo... Me l'hanno dipinto come una specie di originale. E un poeta che ha finito per diventare uno spirito forte passando per tutte le possibili stravaganze.
GAUDENTI: Ci son degli originali originali, e degli originali che sono brutte copie.
FALCONI: Sar la brutta copia di lord Byron col mantello di Mefistofele.
CONTESSA: Badate, cavaliere! Che la lingua dei poeti  pericolosa... quanto la vostra spada.
FALCONI (inchinandosi con galanteria in aria spavalda): Se fossimo ai tempi dei cavalieri erranti vi risponderei: Gliela recider, bella dama, per deporla ai vostri piedi.
CONTESSA: Oib! Si dice che per noi donne... una sia anche troppa!


SCENA SESTA.
Alberto Giliotti, Paolo Avellini, Tonio dal viale a sinistra e detti.

TONIO (rientra nella pagoda).
PAOLO: Contessa, ho l'onore di presentarvi il signor Alberto Giliotti, uno dei miei amici pi intimi ed uno dei vostri pi caldi ammiratori.
CONTESSA: Ho sentito parlare del signor Giliotti con tanto favore che mi fate un vero regalo! Io spero che il signore vorr presto sostituire alla sua ammirazione, cui non ho alcun titolo, un'amicizia che procurer di meritarmi.
ALBERTO (inchinandosi): Madama!
SIG.RA MERELLI (piano al commendatore): Per un poeta  molto laconico.
CONTESSA: Oggi avremo qui in villa qualche amico. Faremo un po' di tutto: della musica, della maldicenza, e delle contradanze. So che ella  poeta distinto. Nella mia qualit di padrona di casa reclamo da lei un favore per i miei invitati... Pochi versi...
ALBERTO: Mi rincresce doverla disingannare, contessa; ma io non sono stato mai poeta... a meno che non si voglia abusare di codesto titolo affibbiandolo al primo venuto.
CONTESSA: Per un primo venuto ella  molto fortunata, giacch il suo nome non m'era ignoto!
ALBERTO: Ho peccato contro le Muse,  vero, ma ne ho fatto penitenza leggendo il mio nome sui cartelloni dei librai... (sorridendo) Non vorr essermi indulgente per un errore giovanile?...
CONTESSA: Troppa severit!
ALBERTO: No, contessa, ho fatto semplicemente delle esperienze, e siccome le ho pagate assai care ne ho dedotto dei principi inalterabili... (sorridendo). Cos credo che in poesia bisogna andar cauti... come... come in amore per esempio.
FALCONI: Per timore dello scandalo, probabilmente? (in aria di motteggio).
ALBERTO (con freddezza sarcastica): No, signore, per timore del ridicolo.
FALCONI (spavaldo): Per bacco! Il ridicolo lo si para con una stoccata!
ALBERTO (c.s.): Non vorrei per stare continuamente in guardia... se non altro per non far ridere della mia spada.
FALCONI (vivamente): Signore!
CONTESSA (presentando il cavaliere ad Alberto): Il cavalier Falconi.
FALCONI (salutando): Signore!... Son lieto...
CONTESSA: Ma, signor Giliotti, i suoi principi sono troppo rigorosi... (sorridendo) per la poesia almeno.
ALBERTO: Non  colpa mia, contessa. Son puritano per convinzione. Ho visto ridere dei poeti e degli innamorati... ed ho finito col ridere anch'io.
CONTESSA: Degli innamorati o dei poeti?
ALBERTO: Qualche volta anche di quelli che ridevano.
GAUDENTI: Bravo! Questa  vera filosofia!
FALCONI: Adagio colla filosofia, commendatore! e soprattutto al momento di mettersi a tavola.
CONTESSA (sottovoce ad Avellini): Il vostro amico  innamorato!
PAOLO (sottovoce): Alla follia.
CONTESSA (c.s.): Sapete che son curiosa!
PAOLO (c.s.): Che  quanto dire: siate indiscreto! Ama perdutamente la signorina Landi, la celebre artista.
CONTESSA (c.s. e con lieve tinta di dispetto): Ah!... Ed  riamato?
PAOLO (c.s.): Non  neanche conosciuto.
CONTESSA (c.s.): E' un matto adunque... giacch non  pi un ragazzo?
PAOLO (c.s.): No,  un poeta.
CONTESSA: Signori, intanto vi prego di considerarvi come in casa vostra. Nei viali c' ombra; sui tavolini ci son sigari, carte da giuoco e giornali; in quel padiglione c' un pianoforte. Giocate, passeggiate, fate della politica o della musica come meglio vi aggrada. Approfittiamo dei privilegi della campagna. Libert per tutti!
GAUDENTI: Io ne approfitter per andare a fare un giro nella sala da pranzo. Non potei darci che un'occhiata attraverso l'uscio mentre quella bella giovane della sua cameriera mi guidava da queste parti, ma, non faccio per dire, ella ha una sala da pranzo che ci si passerebbero venticinque ore del giorno!
SIG.RA MERELLI (volgendo un'occhiata imperiosa al commendatore che non se ne avvede): Piuttosto desidero vedere la sua nuova uccelliera; me ne sono state dette meraviglie!
CONTESSA: Vada pure a giudicare quelle modestissime meraviglie... (prendendo per mano il Falconi che stava per offrire il braccio a Lucrezia). Il cavaliere gliene far gli onori.
FALCONI (piano e dispettoso): Ah! E' cos che intendete la libert!
CONTESSA (piano e sorridendo): E' cos che voi intendete la devozione?
FALCONI (c.s.): Ma questa  schiavit del Kentucky!
CONTESSA (c.s.): Dove starebbe il vostro merito altrimenti?
FALCONI (alla Merelli, offrendo il braccio con mala grazia). Signora!...
SIG.RA MERELLI (prendendo dell'istessa guisa): Grazie!... Ma, commendatore! ... Mi sembra che anche voi desideravate vederla questa benedetta uccelliera!... (sottovoce e con stizza) A meno che non preferiate farvi indicare la sala da pranzo dalle belle cameriere...
GAUDENTI (seguendola tutto confuso): E' vero...  verissimo... Faccio le mie scuse... Credevo che fosse ora. Ho avuto torto. (Via).


SCENA SETTIMA.
La contessa, Lucrezia, Paolo ed Alberto.

CONTESSA: Lucrezia, che cosa c' di bello in quel giornale?
LUCREZIA: La musica di una graziosissima ballata tedesca.
CONTESSA: Se vuol provarla di l c' il pianoforte. Il signor Giliotti, (presentandolo),  un distinto pianista, a quel che me ne dissero, e l'aiuter (Lucrezia ed Alberto si salutano). Anzi, a proposito di musica, ne ho della nuovissima che Ricordi mi mand l'altro giorno: Don Carlos e Dinorah. (suona il campanello e a Tonio che esce dal padiglione) Dite a Carolina che rechi sul pianoforte la musica che mi giunse ieri l'altro. Poscia andate ad aspettare la signorina Landi al cancello. Tarder poco a venire. (Tonio rientra nella pagoda, poscia attraversa la scena e va via dal viale a sinistra).
LUCREZIA (ad Alberto): E' la mia parte di libert che mi vien data, signore, forse a spese della sua.
CONTESSA: Procuro di farvi sembrare meno lunghe le ore che vi condanno a passare in casa mia.
ALBERTO (dando il braccio a Lucrezia): Davvero che sono un condannato invidiabile! (entrano nella pagoda).


SCENA OTTAVA.
La contessa e Paolo.

CONTESSA (sfogliando un libro): Ah! siete ancora qui, signore?
PAOLO: Vi rincresce?
CONTESSA: No... (ironica) Ma davvero che per un promesso sposo voi siete originale!
PAOLO: Contessa...
CONTESSA (sempre con sfumatura d'aria ironica): Vi confesso che se il mio fidanzato mi trattasse colla vostra indifferenza io non vorrei saperne mai pi!... Ho dovuto pregare quel signore di accompagnare la Lucrezia!...
PAOLO: Codesti frizzi mi dicono che la signora Merelli ha chiacchierato.
CONTESSA (c.s.): In famiglia per... qui, fra di noi...
PAOLO: Tanto meglio. Ci mi risparmia molti imbarazzi per intavolare un colloquio decisivo... forse ultimo...
CONTESSA (c.s.): Mio Dio, signore! Il nostro prende una certa aria di solennit che quasi mi fa paura!
PAOLO: Contessa, vi prego di ascoltarmi seriamente... per la prima volta almeno!
CONTESSA (c.s.): Ma io ascolto, signore.
PAOLO: S,  vero... Ho molto sofferto... Ho pensato che bisognava far qualche cosa per strapparmi da quell'inferno!...
CONTESSA (c.s.): Prendendo moglie?
PAOLO: S...
CONTESSA (c.s.): Tanto meglio!
PAOLO: Ah!... signora!...
CONTESSA: Tanto peggio allora! Che volete che io vi dica?
PAOLO: Ditemi pazzo... ditemi vile, che vi ho amato sino a non vedere che non avete n cuore, n...
CONTESSA (dignitosa): Non potete dire per che io non abbia della bont... molta bont... per ascoltarvi come faccio.
PAOLO: Oh, perdonatemi, perdonatemi!... E' quel povero cuore che delira!...
CONTESSA: Parliamogli del vostro matrimonio!...
PAOLO: Del mio matrimonio!... In quel pasticcio che il commendatore Gaudenti ha manipolato d'accordo colla Merelli io non ci ho avuto altra parte che quella della collera, del dispetto e della gelosia!
CONTESSA (c.s.): Ecco una felicit domestica che non ha basi molto ridenti!
PAOLO: E' vero... e spesso mi sono domandato se non  una vilt... se non  una colpa... quella di far vittima delle mie passioni una giovanetta... che stimo, che  degna di essere stimata!... perch quando diedi il mio assenso a cotesto matrimonio io non avevo testa... avevo perduto la mia ragione... avevo addosso tutte le febbri, tutte le furie... Voi mi avevate spezzato il cuore, a me innamorato, cieco, pazzo di voi!... Cercai del commendatore e dissi di s!
CONTESSA (c.s.): Faceste malissimo. Avreste dovuto prendere un bagno e andare a letto.
PAOLO (con amaro sarcasmo): Ohim, contessa! non era soltanto una quistione di nervi!
CONTESSA: Mio Dio! non esageriamo. Il cuore lasciamolo l. Gli fate cambiar di padrone con tanta disinvoltura!
PAOLO (c.s.): Che volete, era stanco di essere accarezzato colle unghie!
CONTESSA: No; no, mio caro, ch io vi stimo troppo, malgrado le vostre eccentricit... e mi pare anche di avervelo provato.
PAOLO (c.s.): Alla vostra maniera... strascinandomi fra la turba dei vostri adoratori!
CONTESSA: Non potete dire di essere stato in cattiva compagnia.
PAOLO (c.s.): Oh, tutt'altro!... Il fiore della buona societ!... Ma io sono uno zotico! Preferivo di esser solo!
CONTESSA: Avete torto a lagnarvi se siete stato il preferito... e vi rendo codesta giustizia che voi meritate la preferenza. Tutt'altri al vostro posto me ne sarebbe stato gratissimo; voi me ne ringraziate con un'esagerazione d'egoismo... Confessate che sarebbe stato molto pi semplice mettermi alla gola il coltello del matrimonio...
PAOLO (c.s.): Oh, contessa!... Io non avrei osato!...
CONTESSA (con grazia ma ironica): Non avreste avuto che un torto e un difetto: siete avvocato, e non appartenete al "Jockey Club"... A voi si pu dirlo, ch siete un uomo di spirito... Ma per un uomo di spirito non avete fatto troppo onore alla vostra riputazione. Se il domani di una cattiva accoglienza tutti gli innamorati dovessero prender moglie!... Voi vi ammogliate per dispetto, e prendete la peggiore delle risoluzioni. Credetemi, il dispetto  cattivo consigliere.
PAOLO: Sar forse il solo caso che avr consigliato il meglio.
CONTESSA (con ironica freddezza): Ammogliatevi allora.
PAOLO: S, ho la pazzia di credere ancora al cuore, e voglio farne l'esperimento.
CONTESSA (c.s.): Badate per, che tali esperimenti sono pericolosi! Ma il matrimonio  un rimedio eroico; forse vi guarir.
PAOLO: Guarir, contessa!


SCENA NONA.
Alberto e detti.

ALBERTO (sorridendo): Sei dunque malato, Paolo?
PAOLO: Malattia di cuore. Passer.
CONTESSA: No,  alla testa:  l'amore ridotto ad emicrania. Lo guarisca, signor Giliotti.
ALBERTO: Malattia grave! Ci vuole altro medico!
CONTESSA: Ne conosco qualcuno che non dubita punto della guarigione. Dov' la signorina Merelli?
ALBERTO: L'ho lasciata alle prese con una difficolt di Meyerbeer.
CONTESSA: Vado a raccomandarle il mio infermo. Ah! noi donne non disperiamo giammai! (via).


SCENA DECIMA.
Alberto e Paolo.

PAOLO: Ti dico ch' malattia ridicola... malattia indegna di un uomo che si rispetti... malattia leggiera come quella donna che n' la causa.
ALBERTO: Ah! c'entra un poco quella donna?
PAOLO: E' una civetta e nulla pi! Ti lusinga con tutti i mezzi, ti fa ardere il cuore ed i sensi... e poi ti ride in faccia!
ALBERTO: Bisogna ridere con lei.
PAOLO: Lo faresti tu con l'Adele?
ALBERTO (vivamente): Che?
PAOLO: Anch'io amavo colei come tu ami la Landi!
ALBERTO: Non  vero!
PAOLO: Alberto!
ALBERTO: Non  vero! Poich non mi vorrai far credere che tu sii l'ultimo degli uomini!
PAOLO: Alberto, perdio!
ALBERTO: Oh, non andare in collera. Quella donna ti ha riso in faccia e sei ancora qui!... e dici d'amarla!...
PAOLO: Hai ragione. Bisogna vendicarsi!... Bisogna...
ALBERTO: Non esagerare. Di che ti vendicheresti? Accendi un sigaro piuttosto e dalle la mano per andare a tavola. Fra un bicchiere e l'altro entrambi converrete di aver avuto torto prendendo sul serio un cattivo scherzo.
PAOLO: Poeta!
ALBERTO: Dimmi poeta acci io non vi dica matti. S, matti, che vi formate un dolore di una cosa ridicola... e credete che il vostro cuore deliri quando siete ebbri di sciampagna... e parlando d'amore gettate un'occhiata allo specchio... e prendete in tutta buona fede il benessere di un'eccellente digestione per la febbre del cuore...
PAOLO: Alberto, tu ridi di tutto!...
ALBERTO: Io rido delle cose ridicole, perch gli altri ridono di me, dei miei sogni e delle mie follie. Tu hai mai amato una donna che divideva a bricioli, fra te e dieci altri, il suo cuore, il suo sorriso, le sue promesse... Tu l'hai amata, un giorno, sei mesi, non hai ucciso nessuno di quelli che ti rubavano una parte di quel cuore, la tua parte di paradiso, non ti sei fatte saltare le cervella... e in un momento d'egoismo l'accusi di una colpa che hai accettato, che hai subito, che hai diviso anche tu... Chiami civetta colei che pu dirti merlo!... Matto! matto! tre volte matto! Te lo dice chi  pi matto di te... ed ha amato dei mesi, dei lunghi mesi una donna che non lo conosce, che non si cura di lui, che non sa ch'egli esiste, che l'ha seguita per ogni dove, a Milano, a Firenze, qui, che passa le notti sotto le sue finestre, che un suo sguardo gli mette il paradiso nel cuore e la sua voce la febbre nel sangue... Se tu sapessi quello che passa nel mio cuore... ora che l'aspetto, che le sar vicino, che le parler!... Senti...  qualcosa che mi fa paura!... Matto! Matto! pi di te!... Oh, dammi retta, amico mio: prendi moglie e metti pancia:  il segreto della vita.
PAOLO: S, sposer Lucrezia; non fosse altro per fare arrossire quella civetta sotto lo sguardo puro di una giovanetta... che amer!


SCENA UNDICESIMA.
Il cavalier Falconi e detti.

FALCONI: Caro signor Avellini, mi permetta che io sia il primo a congratularmi con lei della sua buona fortuna. In tutta Toscana non avrebbe potuto fare scelta migliore.
PAOLO (sorpreso e freddo): Signore...
FALCONI: Via, via, mio caro, mi perdoni se non ho saputo serbare il segreto per esprimerle tutta la mia soddisfazione... Sono amico di casa... ho l'onore di essere intimissimo della signora Merelli... anzi sono stato tanto fortunato da darle il braccio per una mezz'ora... finch il commendatore Gaudenti ebbe la bont... volle per forza che io gli cedessi il piacere... (piano) A proposito del commendatore, apra bene gli occhi nello stendere il contratto di nozze... altrimenti il commendatore gliela fa...
PAOLO (risentito): Signore!
FALCONI: Eh! so io quello che dico. La signora Merelli ha ancora dei grilli pel capo, malgrado la sua et... e quel caro commendatore aspira maledettamente ad un canonicato... fosse anche per mezzo di un matrimonio... Mi perdoni... Ho parlato perch nutro una sincera stima per lei. Noi saremo amicissimi; il cuore me lo dice.
PAOLO (c.s.): Grazie.
FALCONI: Ho avuto sempre una gran simpatia per lei... Proprio! Ci conosciamo da un pezzo in casa della contessa!... ed ora che una fortunata combinazione... Sarei felicissimo di provarle...


SCENA DODICESIMA.
La contessa. Lucrezia e detti: indi Tonio.

CONTESSA: Non gli proverete nulla, cavaliere; il nostro Avellini  in un accesso di "spleen".
PAOLO (con ironica galanteria): Che dite mai?... Vicino a voi!... giacch il mio regno sta per tramontare;  arrivata la regina... (vedendo venir Tonio dalla sinistra) ecco l'araldo!
TONIO: La signora Landi!
CONTESSA: Viva la regina!
FALCONI: Viva le regine!


SCENA DODICESIMA.
Adele Landi, la signora Merelli, il comm. Gaudenti dal viale a sinistra e detti.

ADELE: Grazie del suo invito, contessa! Glielo dico venendomi a mettere francamente fra i suoi vecchi amici.
CONTESSA: Madama, io la ringrazio di esser venuta pei miei amici, che avr l'onore di presentarle, e per me! La signora Merelli e madamigella Lucrezia sua figlia (presentandole).
ADELE: Ebbi gi la fortuna d'incontrare la signora Merelli, e mi congratulo con la madre di una cos bella signorina (inchinandosi a Lucrezia).
CONTESSA: Il signor Avellini, avvocato distinto, presto... (accennando Lucrezia con lieve tinta d'ironia) sposo fortunato.
ADELE: Signor avvocato, spero di non aver mai bisogno di lei. Ma chiss?... In ogni evento mi rammenter che ella  fortunato, e che sa benissimo perorare le cause che le stanno a cuore.
PAOLO (quasi con amarezza): Io temo, madama, che la bont della contessa non le faccia prendere abbaglio riguardo a cotesta mia fortuna!
CONTESSA: Il cavalier Falconi.
ADELE: Ho sentito molto parlare dei cavalli del signore.
FALCONI: Grazie... pei miei cavalli che mi procurano l'onore d'esser conosciuto da lei!
ADELE: E' una riputazione brillante per uno "sportsman". E quando avr un cavallo bisbetico da ridurre al dovere sapr a chi rivolgermi.
FALCONI: Madama! Ella con uno sguardo ammanserebbe un orso!
ADELE (con significazione): Non vorrei provarmi. Tanto pi che gli orsi non hanno spirito. Il commendatore Gaudenti senza dubbio?
GAUDENTI: Servitor suo e di queste gentili dame!
ADELE (piano alla contessa guardando colla lente Alberto che se ne sta alquanto in disparte): E quel signore?
CONTESSA (presentandolo): Il signor Giliotti. (Adele e Alberto s'inchinano).
ADELE (sottovoce al cavaliere): Che cos' quel signore?
FALCONI (sottovoce): E' l'orso di cui parlavamo.
ADELE (c.s. sorridendo): Davvero... (Esamina a lungo Alberto, poi fa un lieve movimento di spalle e domanda sottovoce alla contessa). Che cos' il signor Giliotti?
CONTESSA (piano): E' un poeta.
ADELE (c.s. con un sorriso): Ah!... Avrei dovuto indovinarlo!
FALCONI (sottovoce a Lucrezia): Troviamoci nella serra, nel tempo che andranno via tutti (parte dal viale a destra procurando di non farsi scorgere).
CONTESSA: Signor Giliotti, vogliamo aprire la marcia? (Alberto le d il braccio).
LUCREZIA (con vivacit infantile): Ah! la bella farfalla! (parte correndo come se inseguisse una farfalla).
CONTESSA (guardandosi attorno e vedendo che il Falconi  scomparso anche lui, con ironia): Quella cara pazzarella! Commendatore, ella mi sar gratissimo della fortuna che le procuro! (accennandogli di dare il braccio alla Landi).
SIG.RA MERELLI (afferrando con vivacit il braccio di Gaudenti): Ma commendatore! Avete lasciata correr sola la mia bambina!
GAUDENTI (imbarazzatissimo alla Landi): Egregia signora!... faccio le mie scuse! (alla Merelli). Andiamoci assieme; la troveremo senza dubbio nella sala da pranzo.
ADELE: Oh, senza complimenti. Siamo in campagna (via).
SIG.RA MERELLI (piano al commendatore): Signore! voi vi compromettete (vanno).
CONTESSA (ironica): Mio caro Paolo, ecco una magnifica occasione per fare la corte alla vostra fidanzata. Correte dietro alle farfalle... come il cavaliere (via con Alberto).


SCENA QUATTORDICESIMA.
Paolo, indi Tonio, poi Lucrezia.

PAOLO (mentre sta per avviarsi anche lui, al passare vicino i vetri della serra ascolta con sorpresa): La voce di Lucrezia!
LUCREZIA (dentro la serra): Non lo voglio e non lo voglio! Non l'amo ecco!... Non basta stimarlo!... Mi avete promesso tante volte di domandare la mia mano!... Che aspettate altro?... Cattivo!
FALCONI (dentro la serra): Ohim!... per ora non posso, ve l'ho pur detto! Ma vi prover che il mio amore arriva sino all'eroismo!... S, mi sacrificher alla vostra felicit... Sposate il signor Avellini... Siate felici anche con un altro!... Io sono amico del signor Avellini... assister alla felicit di lui tutti i giorni... ma non cesser mai di amarvi!
TONIO (a Paolo): Signore  in tavola (via).
LUCREZIA (di dentro): Oh, Dio! C' gente! (uscendo e vedendo Avellini). Ah!! (si cela il viso fra le mani).
PAOLO (freddamente, offrendole il braccio): Andiamo a tavola, madamigella.



ATTO SECONDO.

Salotto in casa della Landi. In fondo una galleria che mette dalla destra all'anticamera e dalla sinistra alla sala da ballo. A destra l'appartamento di Adele; a sinistra le altre sale. Lumi e fiori dapertutto.


SCENA PRMA.
Il cavalier Falconi dalla destra. La contessa Baglini dal fondo; Adele andandole incontro.

CONTESSA: Giungo tardi!
ADELE: Grazie, contessa, di esser venuta, ancorch tardi.
CONTESSA (avanzandosi e salutando in aria motteggiatrice il Falconi): Cavaliere!... Che fortuna! Ma io v'incontro sempre sui miei passi!
FALCONI (con galanteria): Non  colpa vostra, madama, giacch da otto giorni procurate sempre di rivolgere altrove i vostri passi.
CONTESSA: E perch dovrei essere in collera con voi? Avreste qualche colpa sulla coscienza? (ironica e con accento significativo). (Ad Adele) Ma questa  una festa, non un semplice "the danzante"! Una festa incantevole! Quanti bei fiori! Che "bijou" di salotto! Madama, il suo  un soggiorno da fate!
ADELE (con grazia): In questo momento lo credo anch'io giacch le fate son venute a trovarmi.
FALCONI: Si pu dire che vi si hanno dato "rendez-vous".
CONTESSA (ironica): Badate, cavaliere! Le mie amiche dicono che l'adulazione mi ha guastata.
ADELE: In compenso per i suoi amici vorranno provarle il contrario.
CONTESSA: Dio mio,  naturale! Resta poi a vedere chi abbia ragione dei due.
FALCONI: Gli amici di sicuro, poich sono di sesso diverso.
CONTESSA: Non  una buona ragione neanche quella. Gli amici non saranno invidiosi, ma potrebbero essere bugiardi (sorridendo ma con significazione al Falconi).
FALCONI: Non apro pi bocca. Mi accorgo che non ne indovino una.
ADELE: Sarebbe incredula, contessa?
CONTESSA: S, e no! Da otto giorni in qua, per esempio, credo meno agli omaggi che alle tacite e misteriose adorazioni... di cui avrei riso... E bizzarria! (con significazione) Ho visto un miracolo! L'amore pi cieco, pi ardente che nasconde gelosamente le minime sue manifestazioni. Il delirio della passione che si maschera d'indifferenza. Ho visto un giovane che corre dietro al suo sogno, al suo ideale da Milano a Firenze e da Firenze a Livorno senza cercare di farsi conoscere, senza chiederle un'occhiata o una parola... Un amore da pazzo, s, perch noi non abbiamo altra parola per dinotare questa sublime aberrazione dell'anima che si pasce delle sue febbri, dei suoi sogni, e dei suoi palpiti, che passa le notti sotto le finestre della donna amata per vedere soltanto l'ombra di lei passare dietro le cortine... Ma da una settimana in qua sarei tentata di credere piuttosto all'amore di un uomo che mi amasse in tal istrana guisa che non a quello di un galante che mi assediasse con mille proteste prese al formulario della galanteria (al Falconi con sorriso sarcastico, mentre vuol sembrare leggiero). Per carit non badate alla mia supposizione, ch non mi conosco tali meriti da permettermi una simile ambizione!
ADELE: E' strano.
CONTESSA: S,  strano, come tutto ci che  poesia. Ma qualche volta bisogna credere alla poesia se non altro perch non  prosa... Ci credo anch'io!... e non sono delle fortunate!
ADELE: Ah! la poesia! (con un sorriso d'incredulit!)
CONTESSA: Ah! i poeti!
ADELE (collo stesso ingenuo e spensierato sorriso): Credo d'indovinare...
CONTESSA: Voglio essere discreta!
ADELE: E l'ideale, il sogno, la dea incognita? (c.s.).
CONTESSA (con sardonica aria di discrezione): Ah! davvero, voglio essere discreta!
ADELE (c.s.): Per un sogno!
FALCONI: Una pazzia addirittura!
CONTESSA (c.s.): Eh! sogni di sonnamboli che possono avere le loro conseguenze.
ADELE (ridendo): Ah!
CONTESSA: Non crede ai sonnamboli, madama? (c.s.).
ADELE: Non bisogna mai creder nulla sulla parola: n i falsi entusiasmi, n le tacite e misteriose adorazioni.
CONTESSA (con doppio senso): Quello che dite potrebbe essere una crudelt...
ADELE (vivamente e con dignit): Per chi?
CONTESSA (c.s.): Per nessuno e per tutti. Una bella signora fa senza saperlo la felicit o la disperazione di cento sconosciuti con un sorriso o una parola che per essa non hanno alcuno indirizzo n alcun secondo fine.
ADELE (con grazia): Contessa, a sua volta ella adopera la pi pericolosa delle adulazioni: quella che  pi delicata.
CONTESSA (con grazia ed un sorriso significativo): Non ho che una scusa, madama: io non le ho fatto mai il torto di dubitare neppure un istante della sua penetrazione.
ADELE (seccamente e con dignit): Le assicuro che non ho nulla penetrato... come non mi pare che ci sia nulla da penetrare. (con grazia) Del resto ella non mi ha detto il nome dei sonnamboli... ed io non mi curo di conoscerlo.
CONTESSA (c.s.): Perdoni, signora... Ma capir benissimo che in argomenti cos delicati la discrezione  un dovere... (come per cambiare discorso, con altro tono, ma con raddoppiamento di sarcasmo) Ma il signor Giliotti?... E' un pezzo che non lo vedo! Verr alla sua festa?
ADELE (con dignit): Perch mi fa questa domanda, contessa?
CONTESSA: Il signor Giliotti  poeta e di codesto sonnambolismo potrebbe dircene forse qualche cosa.
ADELE: Ah!... Il signor Giliotti ha dimenticato di lasciarmi la sua carta da visita... e non conoscendo il suo indirizzo non ho potuto avere la fortuna d'invitarlo (con dignit).
CONTESSA: Oooh!... (ironica).
ADELE: Perch tanta sorpresa?
CONTESSA: Il signor Giliotti  cos perfetto gentiluomo!... e quest'oblio degli usi sociali... tanto straordinario!...
ADELE: Che vuole?... Una dimenticanza  tanto facile e scusabile... in questi tempi di bagni e di divertimenti... Tant' bisogna rassegnarsi: il signor Giliotti non potr spiegarle la sua teoria del sonnambolismo.
CONTESSA: Meglio cos. Simili malattie del cuore vanno curate col sistema omeopatico.
FALCONI: Quando non si curano all'ospedale dei matti.
CONTESSA (con ironia): Sapete il proverbio, cavaliere: "Tutti i matti non sono all'ospedale!"... Ma, a proposito di matti, sciorinateci il vostro resoconto galante della giornata.
FALCONI: E' poverissimo... all'infuori di un meschino duello, di una sfida corsa l'altra sera al "Ricasoli". Il termometro dell'"highe-life" segna il bel tempo stabile, ch' quanto dire la noia a 20 gradi Reamur.
ADELE: Ma mi pare che sia abbastanza!... e anche troppo! Un duello!... Vuol dire una riputazione compromessa, forse, e del sangue sparso!
FALCONI (con fatuit): Oh, nulla! Proprio nulla! Una bazzecola!
CONTESSA: Infatti si parla di uno scandalo, e quel che pi mi rincresce, avvenuto nel mio giardino, il di che ebbi il piacere di riunire alcuni amici a casa mia, a Montenero... Non so bene... Si diceva di un colloquio interrotto... di una sorpresa... di una signora orribilmente compromessa... Ma Dio! come si diventa maligni a questo mondo!... E tutto ci con tale insistenza e tanti particolari che avrei dovuto crederci anch'io... (guardando con significazione il Falconi) se non avessi avuto delle prove in contrario.
FALCONI: Oh, contessa,  naturalissimo. Il vostro giardino  il boschetto di Armida, e cos, per dare al quadro il colore locale ci avranno ricamate su le ninfe... coi relativi "tte--tte".
CONTESSA: Ecco, madama, il solo poeta di cui io debba contentarmi!
ADELE: E probabilmente la conseguenza di tutto questo sar una persona disonorata ed un'altra uccisa!... Conveniamone, signori, che per un cicaleccio di buona societ  una cattiva azione.
CONTESSA (con ironico doppio senso): Oh, madama! Quei signori quasi quasi ci direbbero che nella menzogna pi assurda c' sempre qualche cosa di vero, e che la calunnia perch si attacchi bisogna che trovi un appicco... Del resto la societ dei bagni si annoia; non  vero, cavaliere? Il termometro dell'"highe-life" segna lo sbadiglio, e un cavaliere che si rispetti, che conosca appena appena il suo mestiere deve avere sulla punta delle dita la cronaca degli scandali. E la vostra, cavaliere?
FALCONI: Nemmeno il pi meschino scandalo. Il termometro vuole avere ragione per forza.
CONTESSA (con ironia): Chiss! Mettetelo all'ombra di un viale coperto... o dietro i vetri di una serra... e forse avr torto.
FALCONI: Potrebbe esser guasto e mentire.
CONTESSA: No, no: quel povero strumento non ha abbastanza spirito per dire una bugia: anzi spesso vien confermato dagli sforzi che si fanno per ismentirlo... Che so io... una lettera... delle scuse che nessuno si sognava di chiedere e che valgono la confessione di un torto... (cavaliere fa un movimento). E allora io do ragione al termometro. Confessate mio caro, che  un utilissimo strumento, e se si potesse consultare sempre (con accento significativo ma senza esagerazione) chiss se non servirebbe a prevenire certe infermit ridicole e pericolose... (ridendo con leggerezza). E il medico non avrebbe bisogno di tastare il polso.
FALCONI (imbarazzato ma cercando di rimettersi): Io mi curo all'indiana, senza il medico.
CONTESSA (c.s.): In tutti i casi?
FALCONI: S, perch spesso non occorre che una cavata di sangue!
ADELE: Oh! eccoci allo spettro rosso di voi altri signori uomini!
CONTESSA (c.s.): Quando non  lo spettro bianco!
FALCONI (in aria spavalda che vuol fingersi modesta): Signore mie, protesto!... Ho il dovere di protestare... in questo momento specialmente... Io prendo troppo sul serio il duello per lasciare supporre... che si possa servirsene come di spauracchio... di fantasma...
ADELE: Ho detto spettro rosso come avrei potuto dire spettro bianco, e non mi disdico. E' uno spettro ch' ridicolo quand' bianco, ma  brutale quando  rosso.
FALCONI: Domando mille perdoni, ma io trovo invece che il duello  la salsa della vita, il piccante delle buone avventure. Senza il duello non ci sarebbero pi delle creanze. Tolgasi il duello e non rimarranno pi che le legnate da paltonieri... Infine, francamente... io non sento la vita che allorquando la gioco sulla punta della spada.
CONTESSA (sorridendo con ironia): Anche quando sapete di aver cattivo giuoco?
FALCONI (con enfasi da gradasso): Non so se avr cattivo giuoco; ma so che giocher del mio meglio!
CONTESSA: "Avr"  un tempo definito! C' del serio adunque sotto questo cattivo scherzo?
ADELE: Signore, io avrei amato meglio ignorare una disgrazia che non posso impedire.
FALCONI (c.s.): Oh, non  nulla! Non ci pensi!... Proprio una bagatella!...
CONTESSA: Vi battete?
FALCONI (c.s.): Non l'ho detto.
CONTESSA: Avrei dovuto indovinarlo. Ecco che il termometro ha ragione!... All'ombra per.


SCENA TERZA.
Un domestico recando un biglietto di visita e detti.

DOMESTICO: Il signore che mi ha dato questo biglietto desidera sapere se madama potrebbe accordargli alcuni minuti.
FALCONI (piano alla contessa nel tempo che Adele legge il biglietto): Siete inesorabile! Avete ricevuto la mia lettera?
CONTESSA (ironica): La prova che il termometro non mentiva? S.
FALCONI (c.s.): Vorrete ricevermi? Vorrete permettermi che io mi giustifichi?
ADELE (al domestico): Ma certamente, che venga!... Non occorreva... (domestico via). E' il signor Avellini che impiega tutto questo cerimoniale... Io non capisco... L'avevo pur pregato di venire a prendere il the...
CONTESSA (al cavaliere con ironia): Scommettiamo che il signor Avellini sapr dirci il motivo del vostro duello?


SCENA TERZA.
Paolo Avellini dal fondo, e detti.

ADELE: Signor Avellini, ho molto a lagnarmi di lei. Ella si fa troppo desiderare dai suoi amici... e dippi, quando si decide di venirli a trovare lo fa con tutto il cerimoniale di un ambasciatore (dandogli la mano).
PAOLO: Perdono, madama; ma vengo infatti come ambasciatore a chiederle pochi momenti di udienza... e temevo di abusare del suo tempo adesso che  reclamato dai suoi invitati.
ADELE: Gli invitati saranno indulgenti se la sua missione  urgente.
PAOLO: No, signora; pu aspettare e aspetter.
CONTESSA: Che nuove di quelle care Merelli?
PAOLO: Da qualche giorno non ho la fortuna di vedere le signore Merelli.
CONTESSA (sardonica al Falconi): Che mi dicevate dunque, cavaliere, che la Lucrezia fosse indisposta?...
FALCONI (sorpreso): Io, contessa?...
CONTESSA (c.s.): Avete cattiva memoria! Vi aiuter...
FALCONI (imbarazzato e con vivacit): Ah, s!... Adesso mi rammento benissimo... Infatti si diceva che madamigella fosse indisposta...
CONTESSA (c.s.): In seguito di una sorpresa... di una paura avuta... e quel che pi mi dispiace in casa mia, traversando la serra dei fiori... per aver messo il piede su di una innocentissima lucertola che prese per un serpente... Ma sar cosa da nulla, spero... per lei... (stendendo la mano a Paolo con un sorriso ironico) e per i suoi amici.
PAOLO (freddamente): Grazie, contessa.
ADELE: Ma lei, signor Avellini,  di una negligenza veramente colpevole... anche per un avvocato.
CONTESSA (ironica): Gli avvocati sono filosofi.
PAOLO (c.s.): Infatti, contessa, io sono avvocato.
CONTESSA (c.s.): Ed anche filosofo!
PAOLO (c.s.): E anche filosofo.
ADELE: Per l'aspetta una s bella fortuna che la sua filosofia verr messa a ben dura prova.
CONTESSA (c.s.): Eh! Chiss che il signor Avellini non sia gi agguerrito contro tutte le prove possibili?... Ma a proposito di guerra guerreggiata, voi che dovete saperlo, diteci qualche cosa del duello del cavaliere, il quale, per un caso miracoloso,  discreto.
FALCONI: Ma contessa!... Vi prego...
PAOLO: So soltanto che il cavaliere dovr battersi.
ADELE: Con chi?
PAOLO: E' un segreto del cavaliere.
CONTESSA (con doppio senso ed aria sardonica): Notate, caro Avellini, che ho creduto superfluo farvi quest'ultima domanda!


SCENA QUARTA.
Il domestico annunziando; indi la signora Merelli, Lucrezia e il comm. Gaudenti.

DOMESTICO: Le signore Merelli. Il signor Commendatore Gaudenti.
ADELE (andando ad incontrarli): Oh! che fortuna!
CONTESSA (piano a Paolo nel tempo che il Falconi si  scostato alquanto per andare incontro ai nuovi arrivati): Mio caro Avellini, vi do un consiglio d'amica sincera: imparate la scherma da oggi a domani, se potete, altrimenti darete buon gioco su tutti i punti a quel cattivo cavaliere.
SIG.RA MERELLI (ad Adele): Il suo invito  stato cos gentile, che non abbiamo voluto mancare, sebbene il commendatore veramente abbia dovuto sacrificarmi mille importantissime occupazioni.
GAUDENTI: Proprio! Proprio!... Ma per avere il piacere!
ADELE: Grazie a lei e al commendatore! Non speravo pi di vederle! Madamigella, ella ha torto di tenere in pena i suoi amici! Come va?
LUCREZIA: Ma benissimo, come sempre.
CONTESSA (al cavalier Falconi, fingendosi sorpresa): Che dicevate adunque, cavaliere?
FALCONI (imbarazzatissimo): Ma io... M'avevano pur detto... Capiranno bene... Siccome  un pezzo che non ho l'onore di vedere le signore Merelli... Proprio un secolo!...
ADELE: Sar stato un falso allarme, un cattiva notizia che non ha fatto altro male che quello di renderci pi vivo il piacere di stringere la mano a madamigella (con grazia e stringendole le mani).
SIG.RA MERELLI: Cavaliere, dove va ella a pescare le indisposizioni di mia figlia?
GAUDENTI: Se madamigella  sempre fresca come una rosa...
CONTESSA: Commendatore, non s' pi visto! E le sue lezioni di cavallerizza?...
GAUDENTI: Le dir, bella dama... La signora Merelli... le mie importantissime occupazioni... Anche stasera veramente non avrei potuto... Ma la signora lo volle...
SIG.RA MERELLI: Il commendatore diceva di no ed io dicevo di s.
CONTESSA: Ed  stato s!
SIG.RA MERELLI: Sfido io!
ADELE: Il commendatore sar stato felice di confessarsi dalla parte del torto.
GAUDENTI: Eh, eh... bella signora... Ma propriamente io non dicevo...
SIG.RA MERELLI (piano ad Adele e alla contessa): Veramente quel povero commendatore non ci aveva colpa... Ma se sapeste, mie care, quante cure! quante gravissime occupazioni!... Gran brutta cosa, da un certo lato, essere persone di merito! Quel povero commendatore!... Non lo lasciano tranquillo un momento, che  un momento!... E anche adesso... c' per aria qualche cosa di grosso per lui... qualche cosa come un titolo di barone e una poltrona in Senato!...
CONTESSA: Oh!
SIG.RA MERELLI: S, proprio! La signora che sposer sar una baronessa!... Non dico altro... Mi raccomando, veh! Signor Avellini!... E' un secolo che non si vede!...
PAOLO: Ho avuto torto, madama, e ne domando perdono.
SIG.RA MERELLI: Oh! non a me!...
LUCREZIA: Oh! i magnifici mazzi! Come si chiama questo bel fiore, cavaliere?
CONTESSA (frapponendosi al Falconi che vuole avvicinarsi da solo a Lucrezia): Cavaliere mio, vi risparmio il fiasco. E' un'azalea madamigella. Il cavaliere in fatto di fiori conosce soltanto quelli della sua fioraia. Non andate in collera per questo, caro Falconi, io vi rendo giustizia per tutte quelle conoscenze dello "sport" che vi hanno meritato la riputazione di perfetto cavaliere... E a proposito di "sport" diteci chi fu il vincitore alle ultime corse.
FALCONI: Sempre quel diavolo di Berri. L'altro giorno al Club si scommetteva che egli ferra i suoi cavalli con dei biglietti da mille lire.
ADELE: E' ferrarli un po' forte!
CONTESSA: E che ne dicevano i suoi amici del Club?
FALCONI: Che quando si posseggono dei cavalli ferrati in oro non si ha il diritto di farli correre con quelli ferrati... come semplici mortali.
CONTESSA: L'osservazione  spiritosa.
FALCONI: Quanto siete buona, contessa!
CONTESSA: Modestia a parte, cavaliere. (sottovoce, vedendo ch'egli tenta di accostarsi a Lucrezia) Ma guardate quella povera bambina!... Son sicura che ha qualche cosa da dirvi... della farfalla che avete cercato insieme.
FALCONI (supplichevole e sottovoce): Siete spietata! Ma se vi giuro...
CONTESSA (forte): Che giova, caro mio! Il signor Avellini  scettico come... un avvocato. Non vi crederebbe.
SIG.RA MERELLI: Che si dice del signor Avellini?
CONTESSA (a Paolo): Amico mio, il cavaliere mi assicura che la causa di quel duello di cui dovete saperne qualche cosa sia una calunnia.
PAOLO: E' verissimo!
CONTESSA: Oh!... Ecco una credulit... prodigiosa!
GAUDENTI: Ah! Ah! So anch'io di che si tratta. Poich le storielle galanti anch'io... Qualche cosa come un appuntamento... un colloquio interrotto sul pi bello... Ah! Ah!
SIG.RA MERELLI (dandogli sulla voce): Ma commendatore! Noi non vi domandiamo le vostre storielle da giovinotti! (piano) Che discorsi son questi, davanti alla mia bambina! Ma avete perduto la testa!
ADELE: Ci siamo occupati anche troppo di quella stupida ciarla. Ma di l devono esserci venti ballerini che attendono ansiosamente il regalo che vado a far loro. (accennando a Lucrezia) Commendatore, in quella sala c' un tavolino di scacchi. Le procurer un partner degno di starle a fronte: la contessa Gigotti.
SIG.RA MERELLI (afferrando il commendatore e prendendone il braccio): Il commendatore mi deve una rivincita... E' diggi impegnato.
GAUDENTI: E' verissimo... Domando scusa... Sono impegnato...
SIG.RA MERELLI (conducendolo via): Sareste stato capace di accettare, signor Ganimede! (vanno via).
LUCREZIA (imbarazzata, cercando di far segno al Falconi): Ah!... il mio "carnet"!... Non l'ho pi!... Che il commendatore l'abbia lasciato l, per caso? (fingendo di cercare vicino al cappello che il commendatore ha lasciato sul tavolo presso l'uscio in fondo).
CONTESSA (frapponendosi fra lei e il Falconi): Madamigella, giacch non lo trova, vuol permettermi di offrirle il mio?
LUCREZIA (con dispetto mal dissimulato): Grazie! (via con Adele dalla galleria che mette alla sala da ballo).


SCENA QUINTA.
La contessa Baglini, il cavalier Falconi e Paolo alquanto in disparte presso il tavolo dei giornali.

CONTESSA (vedendo che il Falconi, preso il cappello che il commendatore aveva lasciato sul tavolo, cerca di andarsene): Ah! ah! ah! Dove andate? Cos presto! Tutte quelle dame vi terranno il broncio per una settimana, e per vendicarsene... (osservando in aria ironica il cappello del commendatore che il Falconi ha fra le mani) metteranno in caricatura il vostro cappello di una forma assai singolare per un "fashionable" vostro pari.
FALCONI (piano e supplichevole): Ebbene!... Giacch non volete ascoltarmi... Partir, s... Vi lever l'incomodo... Ma accordatemi cinque soli minuti... forse anche per l'ultima volta...
CONTESSA: Voi sapete che ricevo tutti i gioved. Venite gioved.
FALCONI: Servitore umilissimo, contessa mia!... (per partire).
CONTESSA: Volete andarvene ad ogni costo?... Decisamente bisogna che io vi accusi alla padrona di casa... (sorridendo ironica), o ricorra al Commendatore Gaudenti per farmi spiegare l'ostinazione che mettete a voler scambiare il suo cappello col vostro... e s che ci corre!... Ma via! Lasciate quel povero tubo del Commendatore. (Falconi mal dissimulando l'interna stizza va a deporre sul tavolino il cappello). Povero cavaliere!... In parola d'onore che mi fate proprio pena in questo momento. Dovete trovarvi come tra l'incudine e il martello... Mi fate l'effetto di quelle maschere che ridono d'un occhio mentre piangono dell'altro...
FALCONI (stizzito e a mezza voce): Contessa, io rido di tutt'e due gli occhi!... e se cercate qualcheduno che debba piangere volgetevi dall'altra parte. (via dalla sinistra).


SCENA SESTA.
La contessa Baglini e Paolo Avellini.

CONTESSA (si volge verso di Paolo, lo guarda comicamente, indi scoppia a ridere): In verit, no! Non mi avete l'aria di un uomo che pianga.
PAOLO (freddamente): Madama, voi avete detto che io sono filosofo, ed i filosofi non piangono mai.
CONTESSA: Per orgoglio.
PAOLO (c.s.): No, ma perch la filosofia insegna anzitutto che certe disgrazie vanno sopportate con rassegnazione.
CONTESSA: Sapete, signore, che io non saprei giudicare se siete... troppo filosofo... o molto screanzato.
PAOLO (con ironica galanteria): Contessa voi siete troppo bella, e soprattutto troppo buona, perch io possa alludere a voi.
CONTESSA (ironica): Grazie!... Per devo confessare che i vostri principi sono comodissimi. Peccato che qualche volta essi non reggano alla pi piccola prova... che so io... ad uno stormire di frondi... all'eco di un viale... all'illusione ottica prodotta dai vetri di una serra... Allora si lasciano bravamente da parte i principi e si mette mano alla spada.
PAOLO (c.s.): La mia dorme nel fodero.
CONTESSA (sorpresa): Non vi battete?
PAOLO: No.
CONTESSA: Sul serio?
PAOLO: Seriissimamente.
CONTESSA (in aria sarcastica): Ma l'eco?
PAOLO: Poteva sbagliarsi.
CONTESSA (c.s.): Scettico! Non credete nemmeno agli echi!
PAOLO: Ci credo come alle false testimonianze.
CONTESSA (con comica seriet): Mio caro Paolo permettetemi che io vi faccia i miei complimenti! Non c' che dire. La vostra fede ha del miracoloso, giacch nulla la scuote... neanche le false testimonianze. E' quella stessa fede che fece i santi... e che oggi fa i mariti. Bisogna inchinarsi dinanzi al miracolo, ed io m'inchino per la prima. Eccovi un documento, una "prova scritta", come dite voi altri avvocati, (mostrandogli una lettera) che giustificher pienamente la vostra fede e smentir le false testimonianze. E' un prezioso autografo del cavalier Falconi. Ve lo legger: (legge). Contessa, per grazia, ascoltatemi! Siete in errore, mi hanno calunniato dicendovi che io sia stato sorpreso nel vostro giardino in colloquio amoroso colla signorina Merelli; e voi avete creduto che amando voi si possa far la corte ad altra donna! Ah! voi non mi amate come io vi amo! Permettetemi. (a Paolo) Vedete che avete fatto bene a non svegliare la vostra spada!
PAOLO (freddamente): Siate tranquilla. Dorme sempre.
CONTESSA (dopo averlo guardato un istante comicamente ma con ironia, gli stende la mano): Decisamente mio caro Avellini, fate bene ad ammogliarvi. Voi renderete felice vostra moglie!
PAOLO (freddamente ma con dignit): Lo spero almeno; e la prova ne sia che comincio dal mettere sotto la salvaguardia del mio onore una fanciulla tanto ingenua da ingannarsi sul valore dei suoi sentimenti, tanto pura da non comprendere che le promesse e i giuramenti dell'uomo che giurando d'amarla le consiglia di sposare un altr'uomo erano un mortale insulto per lei. Io ho fiducia nel dovere, contessa; il matrimonio ci salver entrambi: me dal prostituire la mia dignit correndo dietro una chimera... (inchinandosi con ironica galanteria), una seducentissima chimera!... lei dalla pi pericolosa tentazione ch' quella che sembra venire dal cuore.
CONTESSA (c.s.): Ma bravo! bravo di cuore! Caro Avellini, voglio aiutarvi ad ogni costo; voglio rendervi un servigio. Spero di arrivare a convincervi che io sono la migliore vostra amica... Questa lettera certamente ha sbagliato indirizzo, ma m'incarico io del ricapito. Mi promettete di ballare con me la seconda contradanza se vi rendo questo servigio?
PAOLO (con ironica galanteria): Voi mi domandate come un compenso ci che  una vera fortuna per me.
CONTESSA: Vi far un prezioso dono in contracambio... e non avr altro merito che quello di farvelo trovare quando l'avete gi sotto la mano... Mio Dio! come siete stupidi, voi altri filosofi! Non ci siamo che noi teste vuote capaci di sorprendere un intrigo in un segno impercettibile fatto colla coda dell'occhio... nel domandare come si chiami un fiore a chi ne deve sapere quanto di astronomia... o nell'andare a cercare un "carnet" dove si sa bene che non c'... (ridendo) o nell'insistenza di un cavaliere qualunque a voler andar via ostinandosi a scambiare il suo cappello con quello di un commendatore qualunque... (prendendo il cappello di Gaudenti). V'immaginereste mai, signor avvocato, che quel venerabile cilindro del commendatore sia in flagrante delitto di contrabbando verso le R.R. Poste?... Quel povero Commendatore ne sarebbe scandalizzato assai... eppure a sua insaputa, il suo Ufficio Postale deve funzionare con pi regolarit di quello del governo... e scommetterei che il corriere d'oggi deve recare dispacci importantissimi... a giudicare da certe occhiate eloquenti... da certe insistenze... Il cavalier Falconi aveva una premura maledetta di affacciarsi alla Posta ma io non glie ne ho dato il tempo... ed eccovi qui... (traendo un bigliettino dalla fodera del cappello in aria di trionfo). Ah! Non m'ingannavo! Tocca a voi entrare nei vostri diritti di marito. Eccovi.
PAOLO: Contessa, io non vorrei commettere un'indiscrezione neanche se li avessi cotesti diritti.
CONTESSA: Sarebbe provvidenziale l'ostinata cecit di certuni!... Ebbene legger io: (legge)
Ingrato! Ho tanto sofferto e voi non mi avete scritto il pi piccolo rigo per tranquillizzarmi! Sono sulle spine! Che si dice di noi? Si sa la scena del giardino? Bisogna che io vi parli. Verr apposta al "the" della signora Landi. Procurate d'incontrarmi da sola dopo la prima contradanza che baller. (a Paolo dandogli il biglietto). A voi! Tenetelo per le grandi occasioni.
PAOLO (con calma): Infatti voi mi rendete un gran servigio procurandomi un colloquio che desideravo avere con madamigella Lucrezia.
CONTESSA (sempre sardonicamente): Davvero? In tal caso vi spiano ancora dippi la via. Lasciate fare. La vostra delicatezza non avr a soffrire. (mette la lettera che ricevette dal cavaliere nel cappello del commendatore ove trov quella di Lucrezia pel Falconi). Fatevi trovar qui dopo la prima contradanza... e non dimenticate di mandarmi il primo biglietto di partecipazione... Ma soprattutto non abbandonate neanche per un minuto il campo di battaglia. (vedendo il cavalier Falconi) Vedete che gli avvoltoi gi sentono l'odor della preda.


SCENA SETTIMA.
Il cavalier Falconi dalla sinistra, indi Adele dalla sala da ballo, e detti.

CONTESSA (al Falconi): Caro cavaliere, scommetto che cercate ancora il vostro cappello per andarvene! Non voglio che voi partiate cos (prendendone il braccio e vedendo entrare la Landi). Madama, le denuncio un disertore!
FALCONI (imbarazzato): Ma, signore mie...
ADELE: Davvero, cavaliere? Io intercedo per le mie invitate.
FALCONI: Madama... troppo gentile!...
ADELE: E anche lei, contessa... Non balla!
CONTESSA: Ho accordato un giro per le sale al cavaliere... a condizione che s'impegni a vincere Berri alle prossime corse. (via col Falconi dalla sinistra).


SCENA OTTAVA.
Adele e Paolo.

ADELE (con grazia): Signore, la sua missione s'impazienta forse aspettando, e non vorrei fare attendere pi oltre un cos gentile ambasciatore. Ascolto.
PAOLO: La mia missione  cos delicata... che se non avessi la coscienza di compiere un dovere... se non contassi su tutta la sua bont...
ADELE: Oh, mio Dio! E' una vera missione diplomatica adunque?
PAOLO: Una missione d'amico.
ADELE: Ah! Meglio cos! L'accetto con tutto il cuore! (stringendogli la mano).
PAOLO: Poco fa si parlava di un duello.
ADELE: S, a quanto pare causato da uno scandalo...
PAOLO: Peggio ancora! Una calunnia!
ADELE: Ah! Bisogna smentirla, se si pu!
PAOLO: Ohim, signora!... Mi condanni, se vuole, ma io non posso smentirla in modo assoluto senza rigettarne gli effetti su di una persona... di cui l'onore deve stare al di sopra del mio...
ADELE: Ma signore... Io non saprei indovinare...
PAOLO: Ella infatti non potrebbe immaginare tanta bassezza! Ecco perch quello che  uno scandalo per tutti resta ancora un mistero per lei... ed ecco perch ci che mi resta a dirle  il pi difficile... Ma lo dir! E' un dovere d'onest.
ADELE: Mio Dio!
PAOLO: Lo scandalo che si dice avvenuto nel giardino della contessa Baglini, il d che fummo invitati tutti noi, ricade su di una persona... che  innocente... Ma la sua stessa innocenza le fa avere le apparenze del torto perch non la mette in guardia contro le maligne insinuazioni di una folla di maldicenti e d'invidiose che travisano i suoi pi semplici atti di cortesia per farne degli indizi di colpa... Quella persona... quella donna...  bella...  il sospiro di tutti i galanti... perci un tristo, un avventuriero di buone fortune approfittando del mistero di cui si circonda quel romanzetto sbozzato all'ombra di una serra si  servito del nome di quella persona per farsene credere egli l'eroe.
ADELE (vivamente e come colpita): Bisogna che mi dica tutto, signore!... tutto!
PAOLO: Son venuto per questo, madama.
ADELE (c.s.): Si parla di me?... Voglio saperlo!... Oh Dio! Dio mio!
PAOLO: Dirle tutto  stato mio dovere d'amico, d'uomo onesto. S'ella continuasse ad ignorare di essere lo scopo di tanta calunniosa maldicenza questa si servirebbe delle apparenze che possono sembrare pi insignificanti per darsi tutto l'aspetto della verit... Ella non avrebbe immaginato al certo che c' un uomo cos abbietto da approfittare delle gentili maniere con cui  ricevuto in casa sua per accreditare le sue menzogne di trionfi immaginari.
ADELE: E un'infamia!... Un'orribile infamia!
PAOLO: Tanto pi orribile che pu fare un male immenso.
ADELE: E c' chi crede a quest'infamia?
PAOLO: Ier sera, al "Caff Ricasoli" il cavalier Falconi raccontava a chi voleva e a chi non voleva udirlo, con tutte quelle misteriose e trasparenti reticenze che sono la bava del veleno, una spiritosa storiella, di cui, naturalmente, si faceva l'eroe. Tutti conoscono il cavaliere per uno sfacciato millantatore, ma la storiella era piccante, e raccontata con un certo garbo... Si rideva... Il cavaliere inoltre citava degli indizii di un'amicizia confidente... quasi intima... si offriva di dare delle prove... Un giovanotto, un cuore onesto, che si trovava l presso, gli diede una di quelle mentite che si lavano col sangue e una sfida ebbe luogo.
ADELE: Dio! Dio mio!... Anche il duello!... Non ci manca nulla perch lo scandalo sia completo!... E per me!... (rimane un istante col viso fra le mani, poscia levando il capo in aria risoluta) Chi fu costui?
PAOLO: Madama...
ADELE (vivamente e con dignit): Signore, io non ho dato il diritto al primo venuto di usurparsi la mia riconoscenza neanche per difendermi da una calunnia!
PAOLO: Non  un usurpatore, poich non si far mai conoscere.
ADELE: Ma non capisce che se questo duello avr luogo esso ferir prima di tutto la mia reputazione? Che queste due spade lacereranno il mio onore?... Dica a quest'uomo che non ne voglio della sua difesa, della sua cavalleria... del suo eroismo da romanzo che si serve del nome di una povera donna per piedistallo!...
PAOLO (tristamente): Madama, egli dar il suo sangue senza pretender nulla di tutto questo.
ADELE (con amarissima ironia): Ah! il suo sangue!
PAOLO: Egli non ha toccato mai un fioretto, e il cavaliere  valente spadaccino.
ADELE (dopo aver esitato un istante): Chi  costui? Voglio saperlo!
PAOLO: Signora...
ADELE (improvvisamente, come colpita da un'idea): Ah!... il signor Giliotti! (come abbattuta, pausa). Oh! la mia testa!... la mia povera testa!... (dopo un'altra pausa e con vivacit estrema) Questo duello non lo voglio!
PAOLO: Signora...
ADELE: Oh, signor Avellini!... ella  un cuore onesto... Ella ha della stima per me... Non  vero?
PAOLO: Dippi ancora: ho dell'amicizia!
ADELE: Ebbene! Mi aiuti! Che posso fare io sola?... Sono una povera donna senza difesa... tutti si credono in diritto di oltraggiarmi colla maldicenza... perch mi dicono bella... perch ho calcato le tavole del palcoscenico... Ho il peccato dell'arte!... Mi aiuti! Che bisogna fare?
PAOLO: Coraggio! Se gli onesti non avessero il conforto che la menzogna ha corta vita... e in questo caso  cos facile la giustificazione!...
ADELE (vivamente e con dignit): Che!... scendere a delle giustificazioni!... Io!...
PAOLO: No. Baster semplicemente mettere alla porta il Falconi. Chi ieri dubitava ancora della falsit delle sue millanterie cos oggi dovr esserne convinto.
ADELE: Ma che potr fare per disarmare la malignit che sogghigner della cavalleria di... di colui che prese le mie difese?... Anche pochi momenti or sono, in questo istesso luogo, io ho sentito sbattermi sul viso, per senza comprenderle, le pi oltraggiose allusioni di un amore romanzesco che io avrei ispirato... romanzesco tanto che dava occasione di un'adulazione ironica, pungente come uno spillo... Le mie amiche... e ne ho molte di queste, rideranno dietro il ventaglio, parlando dell'eroico difensore che passa le notti sotto le mie finestre prima di andare a battersi... Oh! questo mi  stato detto signore! Mi  stato detto in faccia, qui, in questo istesso luogo!... Quelle allusioni, quei sarcasmi, quegli epigrammi erano a me diretti... e naturalmente si pensava che la devozione di quell'uomo... non dev'essere senza compensi...
PAOLO: Ahim, signora! Nulla potrebbe fare per disarmare la malignit di coteste amiche che son gelose della sua bellezza, che le invidiano il suo romanzo. Ella ha un gran torto! Son ferite nella loro vanit, sono umiliate nella loro civetteria... Si vendicano!
ADELE: Ma  un'infamia!
PAOLO: Esse risponderebbero invece che  anche un'infamia quella di offuscarle colla bellezza e di involar loro, anche senza volerlo, gli omaggi di adoratori su cui avevano esse gettato gli occhi... Di coteste amiche tanto scandolezzate ne conosco una che sarebbe felicissima di compromettersi in modo orribile per quel matto poeta che per le sue stravaganze  diventato un oggetto di curiosit...
ADELE: La contessa!... colei!...
PAOLO: E cento altre.
ADELE: E cento altre.
ADELE: Gelosa!... Gelosa di me!... di me che non conosco colui... e non me ne curo...
PAOLO: Tanto meglio! La Contessa che se n' curata tanto non ha potuto avere la soddisfazione di vedersi ringraziare delle sue sollecitudini!
ADELE (dopo aver meditato un istante): Questo duello non si far! No!... Voglio vedere quest'uomo!...
PAOLO: Perch? Sarebbe inutile.
ADELE: No, signore, non sar inutile! E' necessario che io lo veda che gli parli!... Quest'uomo che ha un cuore cos nobile... comprender... che bisogna risparmiarmi un'altra calunnia... e forse un rimorso...
PAOLO: Non verr.
ADELE: Perch?
PAOLO: Non saprei dirlo... Bisogna indovinarlo quell'uomo... E' cos eccentrico, ma nello stesso tempo tanto orgoglioso... e quando sapr...
ADELE: Non gli dica nulla... Non gli dica che so tutto... Prenda un pretesto qualunque... Gli dica quel che vuole... Ma che venga!... che venga subito!
PAOLO: Signora...
ADELE (con vivacit): Ma non capisce che questo duello  un'infamia, un delitto, una cosa orribile!... che io devo fare tutto il possibile per impedirlo!... Che quell'uomo l'uccider!...
PAOLO: Ebbene, signora, verr.
ADELE: Ed ora bisogna che io parli a questo cavaliere... Mio Dio... ma non adesso!... Ho la testa in fiamme! (via dalla destra: Paolo l'accompagna sino all'uscio).


SCENA NONA.
Paolo; indi Lucrezia, dalla sala da ballo.

LUCREZIA (entra in punta di piedi per vedere se la sua lettera sia ancora nel cappello del commendatore, prendendola): Ah!  ancora qui! (Accorgendosi di Paolo vuole andarsene)
PAOLO (salutando): Madamigella!... vi aspettavo.
LUCREZIA (imbarazzata): Me... signore?
PAOLO: S, sapevo che avreste dovuto trovarvi qui dopo la prima contradanza.
LUCREZIA (turbata): Chi ve l'ha detto?
PAOLO (mostrandole la lettera che la contessa gli fece trovare nascosta nel cappello): Il vostro biglietto. Permettetemi di considerarlo come se fosse stato diretto a me, poich desidero avere cinque minuti di colloquio con voi.
LUCREZIA: Ah! (consultando con un rapido sguardo la lettera che si nasconde nel pugno) Ma come?...
PAOLO: Voi cercavate del cavalier Falconi... Io vengo diritto al fatto... Perdonatemi se son costretto ad intavolare cos bruscamente un colloquio spinoso; ma ho l'abitudine della franchezza, e spero che, almeno stavolta, giover a qualche cosa. Non ho il diritto di farvi dei rimproveri; entrambi abbiamo dei torti da perdonarci... e delle rappresaglie a prendere da chi ci trad... Ecco perch vi stendo la mano e vi dico: Volete aiutarmi a vendicarci entrambi?... Non vi sgomentate. La nostra vendetta non far del male a nessuno. Noi ci vendicheremo rendendoci felici. La contessa mi direbbe "marito filosofo"; voi forse mi chiamerete vostro amico. Voi amate il cavalier Falconi, cio credete di amarlo, e non volete sposarmi per questo: lo so. Anch'io credevo amare una di quelle donne leggiere che hanno bisogno degli omaggi di tutti. Ho veduto che nel cuore di codeste donne c' troppa vanit per esserci posto ad un affetto sincero. Il cavaliere non vi ama, egli v'inganna e vi tradisce vilmente. Uniamo le nostre mani e vendichiamoci cos.
LUCREZIA: Signore!...
PAOLO: Se non potessi provarvi quello che dico forse passerei ai vostri occhi per un geloso che tenta di supplantare con illeciti mezzi il suo rivale. Invece eccomi semplicemente un amico che vi dice: Facciamo causa comune e prendiamo la nostra rivincita del tradimento di cui siamo state vittime collo stimarci scambievolmente. Io non vi dir come abbia potuto arrivare a conoscere questa prova, ma il modo in cui l'ho avuta vi far indovinare la mano di una gelosa rivale. Lucrezia, non vi siete mai domandata quale amore si fosse quello dell'uomo che pur giurandovi di adorarvi vi esorta ad unire il vostro destino a quello di un altro?... Se non l'avete indovinato, meglio per la vostra innocenza! In tal caso quella lettera (indicando la lettera che Lucrezia tiene in mano) vi prover quale amore sia quello del cavalier Falconi. Non esitate, Lucrezia, leggetela, giacch quella lettera non  la vostra... La vostra eccola qui.
LUCREZIA (quasi senza pensarci ma con vivacit apre la lettera che ha trovato nel cappello, e che  quella del Falconi alla contessa, vi getta gli occhi e la scorre rapidamente): Ah!... il vile!
PAOLO: Queste vilt, nel gergo del "bon ton", si chiamano tradimenti galanti.
LUCREZIA (dopo essere rimasta alcuni istanti in silenzio e col viso fra le mani): Signore... voi siete un uomo onesto... e un nobile cuore... Vi giuro che ho avuto sempre la pi profonda stima pel vostro carattere... ma dopo questa prova della vostra delicatezza... della vostra generosit... io ho della gratitudine... della pi sincera amicizia per voi... S, io sar vostra amica... ma null'altro... Dopo quello ch' accaduto io non potrei alzare gli occhi su di voi... senza arrossire... come arrossisco in questo momento. Ritirate la vostra parola, signore... Io porter la pena della mia leggerezza e della mia irriflessione...
PAOLO: Non ritirer la mia parola, Lucrezia, poich la nobilt del vostro cuore mi risponde di esso.
LUCREZIA: Ma se accettassi la vostra mano... dopo quella lettera... io sarei l'ultima delle donne!
PAOLO (sorridendo): No. Sarete semplicemente quello che sono state moltissime ottime madri di famiglia alla vigilia del loro matrimonio: l'ultima delle ragazze sentimentali e la prima delle buone mogli.
LUCREZIA (commossa): Oh! Paolo... Come non ho veduto prima d'ora qual nobile cuore sia il vostro?...
PAOLO: No, no, madamigella. Io ho forse agito per egoismo. Vi ho dato la mia parola per avere una rivincita qualsiasi da una donna che si faceva giuoco di me... onde non servire pi oltre di trastullo alla vanit di una di quelle civette alla moda che amano il lusso degli adoratori come quello dei cavalli. Entrambi siamo partiti da un brutto movente... chiss se a mezza strada la stima reciproca non ci faccia incontrare quell'amicizia sincera e completa ch' pi durevole e forse pi simpatica dell'amore istesso? Se credete che un giorno potr arrivare ad ispirarvi una tale amicizia... allora... lacerate la vostra lettera (dandole la lettera di lei scoperta dalla contessa). Io l'ho dimenticata.
LUCREZIA (gli si accosta esitante, col capo chino e arrossendo gliela restituisce): No... serbatela... affinch io possa provarvi... colla devozione di tutta la mia vita... ch'essa non fu altro che un brutto sogno.


SCENA DECIMA.
La contessa Baglini al braccio del cavalier Falconi, dalla sinistra.

CONTESSA (con doppio senso ironico): Caro signor Avellini, mi pare che sia tempo di reclamare il vostro ballo. (al Falconi) Cavaliere! Che lo scherzo di cui parlano i vostri amici vi riguardi un pochino?!... No, davvero! Non vi lascer scappare cos facilmente! Miei cari, aiutatemi a trattenere il cavaliere che vuole andarsene... Scommetto che ha paura del vostro scherzo!
LUCREZIA (con ironia): Sarebbe vero, cavaliere? Ma invece quello che vi resti di meglio a fare per sostenere la vostra riputazione di uomo di spirito  di riderne pel primo.
FALCONI (imbarazzato): Signore mie!...
LUCREZIA (c.s.): Perdonateci, cavaliere. Io non vi nominer i colpevoli, ma interceder per essi... Voi altri signori del Club avete messo alla moda le scommesse... e noi fummo tentati di scommettere... Una pazzia! Una fanciullaggine!... (con grazia). Guardateci, e scoprirete il reo! La riputazione del vostro spirito sembrava cos incontestabile che ci fu chi ebbe il capriccio di metterlo in dubbio, e siccome il vostro lato vulnerabile  la vanit... (veramente voi non ci avete colpa, poich le vostre numerose conquiste hanno giustificato la vostra vanit) cos vi si attacc da quel lato. (piano e con doppio senso ironico accennando alla contessa) Chiss se qualcuno dei colpevoli non si sia prestato allo scherzo per mettere alla prova la vostra costanza? (dandogli la lettera di lui alla contessa, trovata nel cappello invece della sua). Dimenticate lo scherzo e procurate per l'avvenire di non smarrir pi i vostri autografi! In quanto a noi... (con grazia prendendo la mano di Avellini), vi promettiamo di non ridere dell'avventura che fra noi due... accanto al fuoco...
FALCONI (con collera): Io invece vorrei trovare qualcheduno che ridesse onde renderlo responsabile di questo cattivo scherzo!
PAOLO (con ironica calma): Caro cavaliere, se cerca un gerente responsabile di questo scherzo procuri anzitutto di non farlo ridere... poich uomo che ride  uomo disarmato.
FALCONI (minaccioso): Signore!


SCENA UNDICESIMA.
Adele e detti, indi la signora Merelli e il comm. Gaudenti.

ADELE: Che c'? Un altro duello! Ma, cavaliere, ella diventer il Don Chisciotte dei bagni! Signori, voi conoscete l'avversione che ho per gli spettri rossi o bianchi... (con grazia), e voi siete troppo galanti per far paura ad una donna!
SIG.RA MERELLI: Mia cara Lucrezia, il Commendatore casca dal sonno e vuole andarsene ad ogni costo. (ad Adele) Mi rincresce, madama, di dovere abbandonare cos presto la sua bella festa.
ADELE: Le sar sempre grata di esserci venuta!
GAUDENTI: Oh! Non  propriamente che io abbia sonno... Ma alcuni lavori urgentissimi... Non son padrone del mio tempo!...
SIG.RA MERELLI: E' verissimo! Sa bene... quella nomina di senatore che ci minaccia! ... Tanti lavori... tanti fastidi... tante seccature!
ADELE: Le son proprio tenuta del sagrificio che me ne ha fatto... Ma si rammenti sar pi gelosa delle sue occupazioni (con grazia).
GAUDENTI: Madama!... Mi confonde!... Proprio!...
SIG.RA MERELLI: Eh, chiss!... Non potrei prometterglielo... veramente... Se ci fermeremo ancora qui... Ma non si pu dire quello che avverr da qui ad una settimana... Il commendatore dovr forse andare a Firenze... a trovare dei Ministri... dei Senatori... che so io?... (piano alla contessa e ad Adele) E adesso che ho quasi collocata la mia bambina... Ci saranno altre novit forse... Si partir in due coppie... per un viaggio di luna di miele (prendendo il braccio del commendatore).
LUCREZIA (vedendo che il cavaliere imbarazzatissimo per non sapere che fare  per svignarsela col cappello in mano): Che fate, cavaliere? (ironica) Rimanete, ve ne prego. Non sono egoista, e non vorrei mettere il lutto nella festa!... Non siate in collera con me. Avete avuto torto... (sottovoce e con grazia prendendo il braccio di Avellini). Ma io vi dovr forse la mia felicit.
(Escono dal fondo la sig.ra Merelli al braccio del commendatore e Lucrezia con Paolo).


SCENA DODICESIMA.
Adele, la contessa Baglini e il cavalier Falconi.

CONTESSA (sarcasticamente): Decisamente, povero cavaliere, alla vostra aria sembra che quello scherzo sia stato molto pungente!
FALCONI (cercando di dissimulare il suo dispetto sotto un'aria di galanteria): Spine di rosa! Puntura lieve!
CONTESSA: Sara stato qualche spillo invece che vi avr punto.
ADELE (ironica): Punture galanti alle quali un uomo del bel mondo dev'essere abituato!
FALCONI: Eh!... pur troppo!
CONTESSA: No, no. Questi signori sono cos vani! Pretendono saper giocare colle rose senza pungersi le dita... e quando hanno le mani in sangue si mettono i guanti per nascondercelo.
ADELE: Si tolga i guanti, cavaliere...
CONTESSA: Lasciateli, mio caro. (ad Adele) Egli sarebbe capace d'inventarci che cadde su di un mucchio di vetri.
ADELE (c.s.): Oib!... il cavaliere mentire!
FALCONI: Ma, signore mie, mi pare che se ci fosse dovrei anzi andare orgoglioso delle mie mani sanguinanti.
ADELE (c.s.): Come un veterano delle sue ferite?
FALCONI: Ma certamente! Chi  ferito sulla breccia non  forse un buon soldato?
ADELE (c.s.): Per io conosco di quei soldati che si feriscono da s per farsi mettere in sicuro all'ambulanza.
CONTESSA: Allora credo che non ci resta di meglio a fare che preparare la vostra barella. (ridendo).
FALCONI: Se mi promettete di essere la mia suora di carit mi rassegno all'ospedale. (con galanteria).
CONTESSA (con comica esitazione e sorridendo ironica): ... Preferisco vedervi in buona salute.
FALCONI: Non vi date la pena di esser meco gentile, contessa!
CONTESSA: E' la moda "Jockey-Club".
FALCONI: Eppure sarei tentato di non credere alla vostra inimicizia. (con galanteria).
CONTESSA: Siete modesto!
FALCONI (come sopra): Volete dire che sono fortunato... (piano), se  vero che avete prestato i vostri spilli alla signorina Merelli per mettermi alla prova!
CONTESSA (ironica): Non avete sospettato che anche questa supposizione potrebbe essere uno scherzo di Lucrezia?
FALCONI: Amo credere il contrario.
CONTESSA (c.s.): Alla buon'ora! Questo si chiama afferrare la fortuna pei capelli!... (piano e con grazia) Del resto  possibile che presto o tardi abbiate ragione!...
FALCONI (vivamente): Ah! quando, contessa?... quando?
CONTESSA (sorridendo con leggerezza): Quando avrete vinto sul "turf" quel diavolo di Berri. E' una scommessa; sapete che noi donne siamo capricciose! Procurate di vincere! (stringendo la mano alla Landi). Addio, madama. Io conto su di lei tutti i miei gioved perch mi aiuti ad incatenare questi signori attorno alle nostre poltrone. (vedendo che il cavaliere prende il cappello per accompagnarla) Cavaliere, rimanete. Vi lascio in troppo bella compagnia per avere il coraggio di farvi eclissare con me... Non vi date la pena di raggiungermi che quando avrete a darmi la buona notizia che avete vinto la vostra scommessa... Non vi perdoner se non a condizione che diventiate il leone del giorno, e facciate omaggio del vostro "chic". Addio (parte).


SCENA TREDICESIMA.
Adele e il cavalier Falconi.

ADELE: Ella non ha fortuna stasera, cavaliere!
FALCONI (imbarazzato ancora): Lo crede, madama?
ADELE: E' la seconda volta che prende il suo cappello e vien pregato di deporlo col pi grazioso sorriso; ma di tali sorrisi noi donne c'intendiamo. E per non farglielo tenere pi in mano le dico: si metta a sedere e discorriamo.
FALCONI (con galanteria): Ecco invece che son ben fortunato!... E' un vero favore!... Oh, grazie!
ADELE: Grazie. Ma perch? Non siamo amici?... amici sinceri?...
FALCONI: Me ne vanto.
ADELE: E non  naturale che io stia pi volentieri cogli amici?... Tanto peggio per gli altri!
FALCONI (inchinandosi): E tanto meglio per me!
ADELE (c.s.): Grazie! Del resto non ho la pretenzione di fare dei gelosi. Tutti i miei amici hanno gli uguali diritti alla mia stima, n credo che il mondo possa trovarci nulla da criticare.
FALCONI: Oh, certo!
ADELE: Ecco perch io ho la fiducia pi completa, pi cieca nell'amicizia: perch non so immaginare che la vilt pi vile possa arrivare a calunniare il pi nobile dei sentimenti, che l'abiettezza pi turpe possa arrivare a commettere il pi odioso attentato sotto la maschera dell'amicizia... Non ho ragione di pensare cos?
FALCONI: Certamente... Anch'io sono del suo parere... perfettissimamente...
ADELE (stendendogli la mano e con amaro sarcasmo): Oh! lo sapevo: ecco perch siamo amici! Ma parliamo un poco delle sue buone fortune.
FALCONI (con finta modestia): Oh, madama!...
ADELE: Fra amici!... E poi tutti lo sanno... Ella ha una terribile riputazione!
FALCONI: Si esagera!... Si esagera di molto!...
ADELE (con amichevole confidenza sorridendo): Quella povera contessa!...
FALCONI: Lasciamola l, di grazia.
FALCONI: La contessa  bella, elegante, seducentissima...
ADELE: Ma...
FALCONI: Ma come ce ne sono tante altre.
ADELE: Ah! cerca una fenice!
FALCONI: L'avrei anche trovata! (con galanteria).
ADELE: Ah!... L'avverto, cavaliere, che cogli amici sono terribilmente indiscreta.
FALCONI: Madama...
ADELE: Voglio conoscere madama Fenice!
FALCONI: Non oso...
ADELE: Non osare!... lei... un "Lovelace"!... Sarebbe una galanteria? Temerebbe che io mi offendessi del paragone... Ah! cavaliere, ella fa torto al mio spirito!
FALCONI: No!... Non avrei nulla a temere!...
ADELE: Che!... Sarei una fenice anch'io?...
FALCONI (con entusiasmo): Un miracolo addirittura!
ADELE: Ah! ah! Povero cavaliere! Ma io sono una fenice della specie pi comune!... come ce ne sono mille!
FALCONI (c.s.): Ah! s'ella si potesse mirare coi miei occhi! Se potesse giudicarsi col mio cuore!
ADELE (sardonica): M'innamorerei di me stessa?
FALCONI (c.s.): Al delirio!... alla follia!... come me!
ADELE: Oh! oh! Troppa roba per un capriccio!
FALCONI: Capriccio!
ADELE: Chiamiamolo un puntiglio. Vuol sapere cos' questo capriccio? Glielo dir! Si rammenta di quand'era bambino?
FALCONI: Che vuol dir ci, signora?...
ADELE: Si rammenta quale balocco preferisse fra i cento giocattoli?
FALCONI: Madama...
ADELE: La luna.
FALCONI: Signora, io non posso tollerare...
ADELE: Sissignore, la luna! Non perch le sembrasse pi bella o perch lo divertisse meglio dei suoi giocattoli, ma perch capiva per istinto che le sue piccole braccia che stendeva strillando per possederla sarebbero state sempre troppo corte per acchiapparla. E' sorprendente come sia precoce nell'uomo la brama dell'impossibile! Adesso che non  pi bambino, che  un perfetto cavaliere e si balocca con altri giocattoli pi fragili ma pi divertenti ella si  ricordato degli istinti da bambino, e si  convinto di essere innamorato di me perch ha sentito dire che il mio cuore  di accesso difficile assai... per poter dire: sono arrivato dove gli altri non hanno mai potuto pervenire! E' un puntiglio di galante che vale un capriccio di bimbo.
FALCONI: No, signora! Tutto questo  ingiusto!... Non  vero!
ADELE (con scherno velato): Mi amate?
FALCONI: Ma io vi adoro!
ADELE: Per me?... o per gli altri?
FALCONI: Quali altri?
ADELE: I vostri amici, voi lo sapete, quelli cui dovete far credere alla vostra riputazione di seduttore! Me ne rincresce per voi, ma se mi aveste consultato io vi avrei dato un buon consiglio per far credere alla vostra buona fortuna e farvi invidiare da tutto il "Jockey-Club".
FALCONI: Ma io non capisco...
ADELE (colla stessa amara ironia): Come siete poveri di spirito voi altri seduttori! Ci vuol molto ad inventare una storiella piccante, una di quelle calunniette, appoggiate a plausibili indizi... una di quelle astuzie di buon genere... che il volgo degli sciocchi chiama birbonate e vigliaccherie addirittura!... (riprendendosi). Mio Dio!  quistione di ottica. Tutto sta a non esagerare, a non prendere sul serio i paroloni, le frasi rotonde! Infamie! Calunnie! Vigliaccherie!... Ma si pu essere pi stupidi! per un semplice tratto di spirito, uno di quegli aneddoti galanti profumati di tutte le grazie dello scandalo che le dame ascoltano turandosi le orecchie, e che piacciono a tutti!... Una persona perbene! un uomo elegante, che si batte per un sorriso equivoco e che si lava le mani con acqua di Colonia!... Eh! via!
FALCONI: Ma che bisogna fare per farvi credere al mio amore... ad un amore senza limiti!...
ADELE (sardonica): Come me lo dite!...
FALCONI: Ma io ve lo dico ai vostri piedi! (inginocchiandosi). Ve lo dico supplichevole! Ve lo dico con tutta l'anima mia!
ADELE (ridendo): Alzatevi, signore; ch i vostri pantaloni prendono cattive pieghe!
FALCONI (rizzandosi indispettito): Ah!
ADELE: Voi siete ridicolo posando da innamorato. Posate da seduttore invece e la vostra vanit sar soddisfatta!... A prezzo del vostro onore potrebbero dire gli sciocchi... No, perch voi rubate quello degli altri!
FALCONI: Signora!...
ADELE (con dignit): Non ho finito. Per qualche cosa di simile dovete battervi col signor Giliotti. Questo duello non voglio che abbia luogo!
FALCONI (con rabbia concentrata sorridendo): Mi rincresce, signora, ma colui pagher per tutti.
ADELE (con forza): Questo duello non avverr! Vi perdono a questa sola condizione!
FALCONI: Grazie del perdono!
ADELE (c.s.): Questo duello non avverr. Io vi render ridicolo, vi render spregevole, vi render infame!... dir tutto! tutto quello che avete fatto, tutto quello che siete!
FALCONI: Dica pure! Io far! (per partire).
ADELE (con impeto): Ebbene!... Adesso non mi rester alcun rimorso per quest'assassinio! Il signor Giliotti si batter alla pistola, petto a petto, tirando a sorte il primo colpo.
FALCONI (interdetto): Eh!... Ma... Ci non  cavalleresco!...
ADELE: Ah! perch siete uno spadaccino preferireste assassinare cavallerescamente il vostro avversario che non sa di scherma!... Il signor Giliotti ha la scelta delle armi ed usa del suo diritto.
FALCONI (turbato): Ebbene... prover che un cavaliere... quantunque ferito nel pi vivo dell'amor proprio... non pu negar nulla ad una dama... per parte mia rinunzio alla riparazione che mi  dovuta...


SCENA QUATTORDICESIMA.
Il domestico, annunziando; indi Alberto.

DOMESTICO: Il signor Alberto Giliotti.
FALCONI (sardonico): Ah!... ecco il momento di prendere il mio cappello!...
ADELE (con dignit): Non ho pi nulla a dirle, cavaliere! (al domestico) Accompagnate il signore e fate entrare. (Falconi via dal fondo).
ALBERTO (entra senza salutare il cavaliere): Signora, il mio amico mi ha detto che ella desiderava...
ADELE (fa segno ad Alberto di mettersi a sedere, e siede anche lei agitatissima di faccia a lui. Pausa): Signore... io non avrei osato... Mi perdoner se... Non saprei io stessa... Sono cos turbata!... Ella  un cuore onesto... Devo chiederle un gran servigio e forse una riparazione.
ALBERTO: A me, signora?
ADELE: So che dovr battersi col cavalier Falconi.
ALBERTO: Ebbene?
ADELE: E so perch si batte!
ALBERTO: Ah!
ADELE: C' di mezzo l'onore di una donna che soltanto voi due sapete ch' innocente; ma il mondo dir che fra due uomini che si battono per una donna ce n' sempre uno che si batte perch ne ha il diritto. Ora domando a lei che sa come il cavaliere non abbia questo diritto: L'ha ella forse?
ALBERTO: No!
ADELE: In tal caso bisogna ch'ella rinunzi a questo duello, come vi ha rinunziato il cavaliere per la sua parte.
ALBERTO: E il mio onore?... Io non mi faccio giudice di quello del cavaliere.
ADELE: Ma io penso all'onore di una povera donna che diverr la favola del mondo!
ALBERTO: I nostri secondi hanno avuto incarico di stabilire come causa del duello un diverbio d'argomento politico.
ADELE: Chi ci creder?
ALBERTO: Madama... io invoco la sua stessa testimonianza... Crede che io sia un onest'uomo? Crede che io darei tutto il mio sangue per affogare ogni calunnia possibile? Ebbene!... Bisogna che io mi batta con quell'uomo!
ADELE: Perch?
ALBERTO: Non lo so!... L'odio! Lo detesto! Bisogna che io l'uccida o ch'egli mi ammazzi!
ADELE: Ahim! E' uno schermidore di prima forza!
ALBERTO: Che m'importa! Se potr comunicare il mio odio alla mia spada trover la via del suo cuore!
ADELE: Vi uccider!
ALBERTO: Che m'importa! Io l'odio!
ADELE (commossa): E se questo sangue fosse un rimorso per quella donna causa innocente del delitto?
ALBERTO: Un rimorso!!! (esitando) Tanto meglio! E' un ricordo che vale la vita di un uomo!
ADELE (c.s.): Ebbene no! Io non voglio! Io non voglio! Oh, signore, ascoltatemi, per tutto quello che avete di pi sacro! Rinunziate a questo duello... e partite!
ALBERTO: Partire!... e perch?
ADELE: Perch... Bisogna dirvi tutto!... Perch voi mi fate un gran male!... Oh, no!...  la vilt del mondo!... S, il mondo ch' sciocco e maligno, il mondo che si pasce di pettegolezzi e di scandali ha raccolto con cura gelosa cento particolari che passerebbero inosservati se non fossero preziosi per la sua malignit!... (animandosi grado a grado con amara ironia) Stasera... un'"amica"... fra un sorriso e una stretta di mano mi parlava di un uomo... che passa le notti sotto le mie finestre... Ebbene, il mondo sorrider nel ripetere la notizia... come sorrideva la mia "amica"!... Soltanto non si curer di nascondere i denti con cui lacera tutto quello che c' di pi delicato nella donna... e aggiunger che se quest'uomo ha seguita questa donna da Milano a Firenze non sar senza una ragione... anzi c' tutto a scommettere che egli non perda il suo tempo!...
ALBERTO (con impeto): Il mondo  vile!
ADELE (con dignit): Lo so!... Ma il mondo  forte della sua vilt, si nasconde dietro quella nebbia che si chiama voce "pubblica" ed ha una logica terribile!
ALBERTO (dopo aver esitato): Ebbene... gli si dica che quest'uomo  pazzo... gli si dica che  un poeta... Il mondo si vendicher col ridicolo della maldicenza che gli sfugge.
ADELE (stendendogli la mano): Signore!... Ella mi ha fatto un gran male senza saperlo... ma nello stesso tempo mi ha dato prova della sua lealt!... Signore! Io sono una povera orfana. Da bambina ho provato tutti i mali di questo triste isolamento... Ho molto sofferto, ho pianto molto!... Non ho avuto altro conforto, altro amore che questa arte che forma il mio orgoglio ma  per me un altro motivo di debolezza. Son sola, sono artista, l'ultimo imbecille si crede in diritto d'insultarmi col suo oro!... Ecco quello che sono, signore! Sono stimata meno di una donna e la mia riputazione dev'essere al di sopra di quella di una duchessa!... Oh, signore!...  ben triste! non  vero?... ma  cos!... Dica a quell'uomo che sia generoso... che parta... che abbandoni Livorno... Ci sar una donna che lo ringrazier da lontano... se ci gli coster qualche sacrificio!
ALBERTO (alzandosi bruscamente, ma risoluto): Partir, signora!... Addio!
ADELE (lo segue collo sguardo, esitante, commossa): Signore!
ALBERTO (volgendosi, anch'egli assai commosso): Che volete dippi, signora?
ADELE: Voglio che mi perdoniate le parole di poco fa... e che ci lasciamo amici!...
ALBERTO: Se c' qualcuno che ha bisogno di esser perdonato son io!... Non ho che una parola di giustificazione: son poeta... son matto!... Ho qui nel petto questa lebbra che ci rode e ci rende miserando spettacolo al vulgo degli scioperati!... Se vi ho fatto del male accusatene questa follia che ha la stranezza di adorare alla sua maniera e di bruciare l'incenso alla sua divinit senza curarsi del mondo!... Accusatene questa febbre che mi arde le vene, questa larva che mi abbacina gli occhi, questo delirio che sconvolge la mia ragione! Accusatene voi, il giorno in cui vi vidi, questo istante in cui vi sto dinanzi! Accusatene i miei occhi che vi vedono, la vostra voce che mi parla, il mio cuore che divora la vostra bellezza da tutti i sensi del mio corpo! (amaramente) E' un'infermit! Una terribile infermit!... Bisogna guarirne e partire.
ADELE (commossa, esitante): Quando partirete?
ALBERTO: Domani, col primo treno.
ADELE (c.s.): Dove andrete?...
ALBERTO: Non lo so.
ADELE (con crescente commozione): Ci rivedremo?
ALBERTO: Forse.
ADELE (c.s.): Saremo amici?
ALBERTO: No.
ADELE: Perch?
ALBERTO: Non potrei che odiarvi se non posso amarvi. Addio!
ADELE (come fuori di s, quand'egli  sulla soglia): Signore... Non mi lasciate cos, signore! (pausa - indi avvicinandosi lentamente ad Alberto colle lagrime agli occhi). Siete cattivo, signore!... Vi ho domandato il vostro perdono... e voi mi lasciate in collera!...
ALBERTO: Io!... Dio mio!
ADELE: Ma se il mondo avesse torto?... Se il mondo fosse troppo meschino per giudicarci e condannarci?... e allora perch tanti dolorosi sacrifici di cuore?...
ALBERTO (commosso): Ah! voi dubitate di questo famoso giudizio del mondo?!...
ADELE (con incantevole abbandono): Adesso... s!...
ALBERTO (con entusiasmo): E credete che ci sia una felicit al di sopra della sua condanna?!...
ADELE (dandogli le mani con abbandono): Ho bisogno di crederci!



ATTO TERZO.

Giardino invernale pieno di luci e di colori.


SCENA PRIMA.
Alberto dalla destra. Adele dalla sinistra.

ALBERTO: M'avete fatto chiamare?
ADELE: S. Ho visto aprire le vostre finestre che ancora non era giorno, e desideravo vedervi prima che foste uscito.
ALBERTO: Che! Levata a quell'ora!... Ma voi ammalerete, Adele!... Quale pazzia?
ADELE (con grazia un po' amara): Non me la rimproverate, Alberto!... Perch c' stato un tempo quando di tali pazzie ne abbiamo fatte insieme!... (cambiando discorso con uno sforzo penoso, ma con grazia). Ma voi non mi avete dato il buongiorno, signore!
ALBERTO (baciandola in fronte ma con freddezza): Ecco!
ADELE: Non sedete un momento? Avete fretta?
ALBERTO (freddo e pensieroso): Oh... no...
ADELE: Abuso del vostro tempo?
ALBERTO (c.s.): Oh... tutt'altro!... Voi lo sapete.
ADELE (con grazia e passione): Sono forse esigente!... Bisogna perdonarmi... Che volete... mi avete avvezzata cos male!... (ravvivandogli i capelli). Come siete diventato, Alberto!... Voi trascurate orribilmente i vostri capelli... i vostri vestiti...
ALBERTO (c.s.): Davvero?...
ADELE: S, proprio!... Non vi si riconosce pi!... Non pensate che alla caccia... e andar fuori... a divertirvi...
ALBERTO (come uomo mortalmente annoiato): Se sapeste come mi diverto, Adele!
ADELE (con segreta amarezza): Vi annoiate?
ALBERTO (c.s.): Oh!... assai!... (riprendendosi). All'infuori di quando sono presso di voi.
ADELE (vivamente e con grazia): Chi vi manda via signore?
ALBERTO (imbarazzato): Ah, temo di annoiare anche voi.
ADELE (con amarezza mal repressa): Oh! quanti timori!... (rimettendosi, con grazia). Ma sapete, signore, che io son gelosa dei divertimenti che vi procurate senza di me!... Oh, dico per ischerzo, sai!... Che hai fatto ieri? (prendendogli le mani).
ALBERTO (freddo): Una visita al podere di uno dei nostri amici.
ADELE: Tornasti assai tardi.
ALBERTO: E' vero.
ADELE: Dopo le due.
ALBERTO: Come lo sai?
ADELE (con grazia): Ero l ad aspettare.
ALBERTO (con mal dissimulato dispetto): Un'altra bambinata!
ADELE (con amarezza): Ah!... bambinata!
ALBERTO (c.s.): Perch darvi la noia di aspettarmi?
ADELE (c.s.): Ma io non mi annoio aspettandovi, signore!
ALBERTO (c.s.): Questo  un modo indiretto di rimproverarmi la mia tardanza... e un uomo di cuore...
ADELE (con amarezza): Ah!... giacch voi avete cuore!... vi ricorderete che io non vi ho mai detto una sola parola... (riprendendosi e con affetto). Ho avuto torto... ma non sai... Non  mia colpa... La notte, prima che oda rinchiudere il cancello... prima che oda il tuo passo nel viale... mi sembra che mi manchi qualche cosa... e non posso dormire... (con grazia affettuosa).
ALBERTO: Permettetemi di dirvelo, mia cara, questa  un'affezione che somiglia alla tirannia...
ADELE: Oh!!!
ALBERTO (rimettendosi e stringendole la mano): Perdonatemi, Adele!... Sapete che qualche volta sono cos fuori di me!... Ho tanti pensieri, tanti fastidi pel capo!...
ADELE: Perch non confidarmeli?
ALBERTO: Che potreste farci?
ADELE: Un tempo vi era di conforto soltanto il confidarmeli!
ALBERTO: Ma lo so io stesso?... tante esigenze della vita!... Bisogna pure ricordarsi che al di fuori di questa casa c' un mondo con altre leggi ed altre esigenze!...
ADELE: Io son pi fortunata di voi, giacch il mio mondo finisce al cancello del giardino;  tutto qui!
ALBERTO: Per converrete, amica mia... che anche un paradiso a lungo andare... e lo star sempre in campagna... stanca orribilmente!...
ADELE: Siete stanco?
ALBERTO (imbarazzato): Di star in villa... s.
ADELE: Dicevate di volerci passare la vita!
ALBERTO: Pazzie!
ADELE: Ah!...
ALBERTO: Che avete?...
ADELE: Nulla!... E quando volete partire?
ALBERTO: Ma quando vorrete. Sapete bene che non ho altra volont che la vostra.
ADELE: Che faremo? Dove andremo?
ALBERTO: Non lo so... Dove vanno tutti... Faremo quello che fanno gli altri... Purch si cambi!
ADELE: Ah!
ALBERTO: Mio Dio! perdonatemi, Adele! Sono orribilmente noioso oggi!... Perdonatemi!  perch sono orribilmente annoiato!
ADELE: Di me?...
ALBERTO: Oh, no!
ADELE: Ebbene! Facciamo i nostri castelli in aria per quest'inverno onde distrarvi (prendendogli le mani con grazia ed affetto; vedendolo che osserva l'orologio, con amarezza). Che ore sono?
ALBERTO: Le otto.
ADELE: Il vostro appuntamento  per le otto?
ALBERTO: S.
ADELE: Andate a caccia?
ALBERTO: S.
ADELE: Sarete in molti?
ALBERTO: Non molti; i nostri vicini di villeggiatura soltanto: Paolo, il commendatore Gaudenti, e il cavalier Falconi.
ADELE: Ah!... anche il cavaliere?
ALBERTO: Che volete, il cavaliere  fatto di quella gomma elastica di uomo di buona societ che si adatta a tutte le situazioni pi scabrose ed  impenetrabile a tutte le ingiurie. La prima volta che ci siamo incontrati il cavaliere mi ha steso la mano come se nulla fosse stato. Non c' verso di schiaffeggiare un uomo che vi disarma col sorriso.
ADELE: E le loro signore?
ALBERTO: Verranno anch'esse a raggiungerci laggi, presso la crocevia che  il nostro ritrovo di caccia... (imbarazzato). Non vi ho pregato di venirci anche voi perch so che sarebbe stato inutile... Vivete cos ritirata!...
ADELE (reprimendo un sospiro): Infatti...
ALBERTO (dopo una pausa imbarazzante, esitante e commosso): Se ho avuto torto perdonatemi!
ADELE: No, no mio buon Alberto!... Voi non avete torto... anzi vi son grata della delicatezza con cui cercate di risparmiarmi tutte le umiliazioni che colpiscono la mia posizione... Questa posizione io la conosco; l'ho accettata con tutte le prove e le amarezze che l'accompagnano... (stendendogli le mani) e non me ne pento!
ALBERTO (baciandole la mano): Grazie, Adele!
ADELE (vivamente, mettendogli le mani sulla bocca): Oh, no!... Non mi dire questo, per carit!... Tu non sai quanto male mi faccia!
ALBERTO: Che?...
ADELE (come lasciandosi trasportare): Oh, lasciami rammentare il tempo quando tu non mi ringraziavi dei sacrifici che ti facevo!... quando il tuo amore era s ardente che era egoista, e mi chiedeva inesorabilmente il mio onore, la mia riputazione, la mia vergogna!... ed io ero felice di darti tutto perch cos non mi rimaneva pi che il tuo amore!... Oh, perdonami, Alberto!... Ti sei fatto triste!... Non badare a me, sai!... Sono fanciullaggini!... Divertiti alla caccia... non pensare che ho pianto... Oh! ti giuro che sono allegra... Vedi?... Divertiti... Poi, quando sarai tornato, l, accanto al fuoco, mi narrerai com' andata la caccia. (con sforzo penoso e sorridendo fra le lagrime) Ben inteso che mi tacerete se avete fatto il galante con quelle signore!
ALBERTO (crucciato internamente come da un rimorso): Oh, Adele!...
ADELE: E' cos!... fanciullo che siete! Un cattivo scherzo di nervi di donnicciuola vi rende melanconico!... E s che dovreste rimproverarmi perch non sono ragionevole!... Via, ecco, vi prometto di esser buona. Che mi porterete voi in premio? Non vi chiedo molto, sapete... Un fiore, un filo d'erba che avrete portato all'occhiello del vostro vestito tutta la giornata per mia memoria...
ALBERTO: Cos poco!...
ADELE: Oh, mio Dio! E vi par poco!... (con dolore). Come siete diventato, Alberto!...
ALBERTO: Perch mi dite questo, Adele?
ADELE: Perch il cuore non vi ha detto che io indoviner dove andrete a raccogliere quel fiore per me.
ALBERTO: Ma dappertutto dove ne trover dei pi belli!
ADELE (con tristezza): Speravo che aveste pensato semplicemente a quella siepe fiorita, laggi, presso il mulino, che vi ripar colla sua ombra tante volte e dalla quale voi cogliavate quei gentili fiorellini che mettevate colle vostre mani fra i miei capelli.
ALBERTO: Ebbene, se ci vi fa piacere io ci ander.
ADELE (con amarezza): E' inutile giacch il cuore non ve l'ha suggerito!
ALBERTO: Ma che!... Voi piangete, Adele!... Per un capriccio!...
ADELE: Un capriccio!... Oh, perdonatemi! Come son cattiva oggi!


SCENA SECONDA.
Giulietta e detti.

GIULIETTA: La signora Avellini domanda se madama pu riceverla.
ALBERTO (con moto involontario di sorpresa): Come!...
ADELE: La signora Avellini!... Una visita a me?... Che ne dite, Alberto?
ALBERTO (imbarazzato): Ma... veramente... non saprei...
ADELE (a Giulietta): Ha chiesto proprio di me?
GIULIETTA: S, madama.
ADELE: Sa che sono in casa?
GIULIETTA: Gliel'ha detto il giardiniere.
ADELE (consultando Alberto): Come si fa a non?...
ALBERTO (c.s. e guardando l'orologio)... Ma... io...
ADELE (dissimulando una tinta di amarezza): Forse si fa tardi per voi... Ricever io quella signora. Non vi fate aspettare.
ALBERTO: Grazie... Anzi... per far pi presto, ander via da quella parte (accennando la terrazza). Addio.
ADELE (con tristezza): Addio. (a Giulietta). Fate entrare. (Giulietta via). Ah! Dio mio!


SCENA TERZA.
Lucrezia e Adele.

LUCREZIA: Madama, io vengo a farle le mie lagnanze! Come! Siamo vicini di campagna da un tempo e non ci siamo viste una sola volta!... e senza una fortunata combinazione non avrei saputo che a due passi della nostra brigata d'amici ce n'era un'altra delle amiche che non si curava di cercare di noi, e di farci sapere che esisteva!... Sarebbe in collera con noi? Perch? Non saprei; ma se abbiamo dei torti vengo a scusarmene, e se no vengo a perdonare il suo e ad esigerne riparazioni!... Mentre tutti gli altri corrono alla caccia, io che non mi ci diverto gran che son passata dal suo villino, il suo giardiniere mi ha detto di averla vista su quella terrazza fin dall'alba, quindi non corro rischio di essere importuna che a met... e tant' l'occasione di vederla non ho voluto lasciarmela scappare.
ADELE (tentando dissimulare la sua aria malinconica): Madama, ella  stata troppo buona a rammentarsi di me, e questo solo mi d torto... Ma vivo cos ritirata!...
LUCREZIA: Io ho per la pretensione di rompere il suo ritiro. Che vuole? Ho l'ambizione di essere sua amica un po' pi delle altre (offrendole la mano). Non vuole?
ADELE: Grazie! e di tutto cuore!
LUCREZIA: Veramente nella mia amicizia c' un po' d'egoismo. Vede bene che non mi faccio migliore di quel che sono. Tutti quelli che mi stanno d'attorno sono talmente occupati di s stessi o degli altri che quando non sono con mio marito mi sento pi sola che mai... e la mia felicit si annoia a star sola! (con grazia).
ADELE (con triste sorriso): Oh, ella le procura una ben triste compagnia!
LUCREZIA: Come? Non  felice anche lei? Che le manca? (prendendole la mano). Cos bella!... Tutto deve sorriderle!...
ADELE (dissimulando la sua tristezza con un sorriso): Mi manca un poco della sua felicit, madama!
LUCREZIA: Oh! Io non gliene do davvero! Ne sono avara!... Mi dicono ch' cos capricciosa la felicit!... E' vero?
ADELE (con un sospiro): E' vero!
LUCREZIA (c.s.): Ma io la tengo pei capelli... Paolo mi aiuta del suo meglio... e un angioletto di sei mesi stende dalla culla le sue manine per aiutarmi anche lui.
ADELE: Ella ha ragione di esserne gelosa della sua felicit... Perch  assai rara.
LUCREZIA: Non  vero che la mia  migliore di quella che tentano di darsi gli altri?... Perch certi legami quando non sono di rose son catene da galera.
ADELE (come colpita dolorosamente): Ah!
LUCREZIA: Eh! La contessa e il cavalier Falconi lo sanno! Poverini! Si son messi la catena al collo senza avere la menoma stima l'uno per l'altro... prendendosi dal lato peggiore, quello del capriccio e della vanit... e ora si ingegnano di svincolarsene senza darvi uno strappo, senza fare una graffiatura all'epidermide del loro amor proprio, ch' assai suscettibile... ci ch' difficile...  un vero inferno! Un inferno per mascherato di sorrisi e di parole gentili.
ADELE: Una tortura!
LUCREZIA: Non  vero? Inferno per inferno preferisco quello che regna tutti i giorni in casa di mia madre dacch ha sposato il commendator Gaudenti. Quelli l almeno si sfogano in gridori ma non ci sono ipocrisie!
ADELE: Ah! il commendatore che sembrava cos buono!...
LUCREZIA: Non lo  che a tavola. Del resto dacch  diventato il padrone dispotizza in casa, ma, poverino, la paga anche cara giacch la mamma s' fitta in capo di essere gelosa di lui!... S, s proprio gelosa!... gelosa come potrei esserla io... come potrebbe esserla lei.
ADELE (con dignit): Madama, io no ho il diritto di essere gelosa... poich non ne ho l'occasione...
LUCREZIA: Oh!... Mi perdoni... Non ho inteso...
ADELE (reprimendo un sospiro): Ne son persuasa.
LUCREZIA (sorridendo e porgendole la guancia): La prova.
ADELE (baciandola): Ecco!
LUCREZIA: Alla buon'ora!... Ma che ha? Mio Dio!... Avrei avuto la disgrazia di rattristarla coi miei discorsi?...
ADELE (sorridendo tristemente): Ohim, signora! Si dice che nella vita non ci sia di vero e di duraturo che il dolore... ma, ad ogni modo la felicit dev'essere ben rara e ben fugace se tutti lo dicono!... Ella non ha raccontato che la storia di tutti i giorni, e di tutti... eccetto le rare eccezioni che, come lei, provano non essere un nome vano codesta felicit... ma bisogna saperla cercare...
LUCREZIA: Veramente io non ci ho avuto un gran merito. Me la son trovata fra i piedi... Ma adesso che l'ho trovata non me la faccio sfuggire.
ADELE (con interesse): Come far?
LUCREZIA: Amer sempre mio marito.
ADELE: Non basta.
LUCREZIA: Egli mi amer sempre.
ADELE: Sempre?
LUCREZIA: S, sempre! In un altro modo, ma sempre. Non sono la madre di suo figlio, la donna che porta il suo nome, l'altra met della sua famiglia, la sua confidente, la sua amica?
ADELE (tristemente e sopra pensiero): E' vero!
LUCREZIA: Non saremo due amanti ma saremo la stessa persona. In confidenza, poi, io credo che amarli troppo si guastino codesti signori uomini. Bisogna tenerli a stecchetto, poich sotto il pretesto di aver pi testa di noi donne hanno meno cuore... non ne hanno che un briciolino cos... e per giunta hanno il coraggio di fare i prodighi! i generosi... Diventano cattivi, egoisti, ingiusti, stupidi...
ADELE (c.s.): Oh! mio Dio! come tutto ci  triste!
LUCREZIA: Ma  vero.
ADELE (c.s.): Forse...
LUCREZIA: S, egoisti, ingiusti e cattivi!... Arriverebbero ad odiarci perch noi li amiamo ancora quando essi non ci amano pi!
ADELE (vivamente e quasi con le lagrime agli occhi): Oh! no!... non pu essere!... E' orribile! Sarebbe un'infamia!
LUCREZIA: Non abbiamo il diritto di chiamarla anche cos perch essi hanno il privilegio dei grandi paroloni... Per quando si sa prenderli... codesti animali feroci che ci spezzerebbero il cuore senza un rimorso... non romperebbero un riccio di capelli con cui si saprebbe legarli mani e piedi... (con un sorriso maligno) Tutto sta a saperli legare!
ADELE (amaramente e come rispondendo ad un intimo pensiero): A che legarli... legare un cadavere!...
LUCREZIA (c.s.): Non un cadavere, ma un ladro!
ADELE (vivamente e come colpita da quella parola): Non  vero che  un furto, un'infamia, toglierci la pace del cuore, la riputazione, il sorriso, la fede, tutto quello che abbiamo di buono tutto quello che abbiamo di santo?... Non  furto quando si sa che quell'amore in cambio di che ci lasciamo togliere tutto, non durer sempre, non potr darcelo che un giorno... dei mesi, degli anni... ma che non sar per sempre?... Ma si sa questo?... Quando si d il cuore si  cos felice che si crede quella felicit debba essere eterna! (con scoppio di amarezza) Ah! gli amori eterni! Ci si crede ancora quando l'anima  sazia, stanca... Si ha bisogno di crederci per debito di lealt e di coscienza!... Ahim! quando l'amore  morto!... E allora accade qualche cosa di pi straziante ancora... le ipocrisie dell'affetto, la menzogna del sorriso, i tentativi, le invocazioni di quell'amore che si cerca con baci disperati da labbra di ghiaccio!... Oh! Dio' Ma morire mille volte!... Ma fuggire, strapparsi dal petto il cuore, l'angoscia, anzich assistere a questo spettacolo'
LUCREZIA: Oh! mio Dio! com' commossa!... ma che razza di discorsi andiamo facendo!...
ADELE: E' vero, sar questo tempo orribile che mi d sui nervi... (suona), che cattiva giornata... per i cacciatori!


SCENA QUARTA.
Giulietta e detti.

GIULIETTA: Signora?
ADELE: Fate entrare un po' d'aria. Si soffoca qui!... (a Lucrezia sorridendo). E questi benedetti nervi ci fanno dei brutti scherzi!... Come siamo matti e come siamo deboli!... che c'importa di tutti questi discorsi a lei ch' cos felice... e a me... che non ho di che lagnarmi?... (a Giulietta) Piove?
GIULIETTA (dopo aver aperta l'invetriata della terrazza): A momenti sar un diluvio! Ecco una carrozza con delle signore che scappa a tutta corsa per i primi goccioloni. Viene qui, ha passato il cancello.
ADELE: Delle signore!...
GIULIETTA: Mi sembra anche di averle riconosciute.
LUCREZIA: Saranno le nostre cacciatrici che son cacciate a lor volta dalla pioggia. Mia madre e la Contessa Baglini.
ADELE (imbarazzata): Ah!... da me!... Veramente... sono lietissima... (a Giulietta). Andate a ricevere quelle signore. (Giulietta via).
LUCREZIA (affacciandosi inquieta alla terrazza): Ma i signori cacciatori dove saranno con questo bel tempo?... E' un vero finimondo! Glielo avevo pur detto a Paolo di rimandare codesta maledetta caccia ad un altro giorno... Ma nossignore! s'ha a fare il gradasso... anche a rischio di buscarsi una infreddatura e peggio!... Lui! un avvocato!... Mi vuol sentire il signor avvocato!


SCENA QUINTA.
Giulietta, quindi la contessa Baglini e la signora Merelli.

GIULIETTA: La signora Merelli e la contessa Baglini.
CONTESSA: Cattiva! cattiva! signora cattiva! (ad Adele) E' proprio il caso di dire: Ci volle un temporale!
SIG.RA MERELLI (con ironia e doppio senso ipocrita): Madama, le domandiamo perdono se costretti dalla pioggia... E la prego di credere che senza questa ragione non avremmo osato... essere indiscreti...
ADELE (con dignit): Nessuna indiscrezione, madama!
SIG.RA MERELLI (c.s.): Chiamiamola importunit!... Sappiamo che non riceve nessuno... e...
ADELE (c.s.): Gli amici s! E son lieta di riceverla in casa mia.
SIG.RA MERELLI (a Lucrezia con significazione): Ah! tu qui?
LUCREZIA: Fra il vostro antipatico divertimento e il piacere di rivedere un'amica... che non si degnava di farsi viva, non ho esitato.
CONTESSA: Come va? Sempre bella! Sempre adorabile!... Non la si vede pi...  un vero ritiro... Ma per non si ha il diritto di essere egoisti a questo segno! Non  vero, signora Merelli?
SIG.RA MERELLI (con ipocrita reticenza): Ma... secondo le circostanze!...
ADELE: Il mio egoismo  cos innocuo...
CONTESSA: I suoi amici non la pensano cos! Egoismo di felicit presente o egoismo di dolci memorie; qualche cosa ci deve essere per vivere cos ritirata... Noi ce ne intendiamo!... noi che abbiamo avuto la nostra luna di miele... Ch' passata.
SIG.RA MERELLI: Pur troppo!
ADELE (sforzandosi a sembrare gaia): Ma non si direbbe nemmeno... alla sua aria... O c' un crepuscolo di luna tramontata che somigli molto ad un'aurora.
CONTESSA: Crepuscoli! crepuscoli... Eh! bisogna contentarsi di questi, tanto per non dare il gusto di vederci afflitte a quei nostri che hanno messo lo spegnitoio su quello straccio di luna. Oh! gli uomini!
SIG.RA MERELLI: Birboni! birboni e poi birboni! Non c' da fidarsi nemmeno di... A momenti la dicevo proprio grossa!
LUCREZIA: Via! Via non li maltrattiamo tanto!... o almeno facciamo delle eccezioni.
SIG.RA MERELLI: A tuo beneficio?
LUCREZIA: Ebbene! s! a mio beneficio!... Io so di chi fidarmi.
SIG.RA MERELLI: Se non , te l'auguro... Ma sar un miracolo.
CONTESSA: Non  un miracolo ma  un rarit: specie marito-filosofo, e per giunta avvocato; la legalit a braccetto dell'amore e della flemma, stavo per dire indifferenza, filosofica. Ma, mia cara, le rarit hanno il difetto di essere rare... e noi non siamo state fortunate.
ADELE: La fortuna  cieca: ecco perch s' sbagliata (con grazia alla contessa).
CONTESSA: Ahim! non ho neanche questa scusa... Non avrei avuto lo spirito di ravvisarla; mi fosse anche passata sotto gli occhi... (con doppio senso ironico) e non mi sono curata di lei! Colpa della societ in cui viviamo. Siamo cos capricciose, cos leggere, cos vane noi donne del nostro mondo! Non ci seduce che ci che brilla... senza pensare che pu anche essere orpello e allorch ci diamo vinte bisogna che la reputazione d'irresistibile del vittorioso don Giovanni ci salvi dall'onta della sconfitta. Noi giochiamo ad un giuoco pericoloso; ecco perch ci tagliamo le mani con le stesse nostre armi. Don Giovanni si renderebbe ridicolo se divenisse un marito modello, e la prima ballerina ha il diritto di distrarlo.
SIG.RA MERELLI (vivamente): Come! Come! Ah! vorrei vedere! Il diritto!... il diritto di distrarlo!... Ma io vorrei che il mio signor marito si provasse a metterlo avanti cotesto diritto!
CONTESSA: Oh, madonna... io non ho parlato del commendatore... quello l  un uomo serio... un futuro senatore... e barone.
SIG.RA MERELLI: Eh! so io! ... so io di che  capace il signor senatore in erba... adesso che ne ha molti da spendere... e certe sguaiate corrono dietro i portafogli vigenti... E dovrei con i miei denari!... Ma io... sarei capace di fare un eccesso!...
CONTESSA: Ma, cara mia, sarebbe fare troppo onore a certa classe di donne!... Noi non abbiamo il diritto di essere gelose che delle baronesse in un... (come riprendendosi ad Adele) Ah! perdono... madama!
ADELE (con dignit, sorridendo): Fortunatamente, signora, se non ho l'onore di essere una baronessa non ho neanche l'occasione di essere gelosa.
CONTESSA: Oh! Fortunata lei!... Ma se le somigliassi non lo sarei nemmeno io!
SIG.RA MERELLI: Grazioso quel diritto! Io non sono di manica cos larga, io! Il meglio mi sembra n baronesse n ballerine.
CONTESSA: Chi dice di no? Ma il meglio  nemico del bene. Che farci?
SIG.RA MERELLI: Eh! so ben io! Sono un agnellino, sono una colomba, ma su questo particolare divento una tigre!
CONTESSA: Peggio! Una donna in collera  cos brutta!... E noi abbiamo bisogno di piacere!
LUCREZIA: Il meglio si  di lasciare stare i Don Giovanni nei romanzi.
CONTESSA: Ma come? Dacch i signori hanno messo i romanzi in pratica!... e ci rappresentano anche la loro parte, la parte peggiore, in fede mia! Giacch, bisogna convenirne, signore mie, i nostri Don Giovanni della buona societ saranno fatui, saranno volubili, ci faranno arrabbiare di gelosia, ma noi li paghiamo di rimando colla stessa moneta... li castighiamo colle stesse debolezze... li rendiamo innamorati, gelosi, disperati... Essi ci adulano, ci corteggiano, strisciano ai nostri piedi, son capaci di un'infedelt ma non di un abbandono. Ma quei signori poeti! (marcatamente) cuori di bolle di sapone, immaginazioni epilettiche, noiosi e annoiati!... che ci amano dall'alto, ci stimano meno dei loro versi, ci accarezzano per fare il solletico alla loro musa, ci parlano senza ascoltarci e ci chiudono la bocca con un bacio quando vogliamo mischiare qualche parola ai loro vaneggiamenti!... Oh, io non vorrei saperne!... Me li vedessi ai piedi esalarmi lo spirito in versi endecasillabi... Poich essi sono pericolosi, quei signori!... Hanno le attrattive di ci ch' strano e noi siamo cos leggiere! Il loro fascino sta appunto nell'esaltare la nostra immaginazione... Noi arriviamo a crederli semidei... e questi semidei "cristophle" ci voltano le spalle e si avvolgono maestosamente, nelle loro nuvole di fisime!... Non  vero tutto ci signora? (alla Landi).
ADELE (con dignit): Contessa, mi permetter di trovare la sua domanda alquanto strana.
CONTESSA (affettando ingenuit): Mio Dio! Me ne appello a lei perch  artista, e deve conoscere i poeti e avere in petto un po' del loro cuore... Ma sar sempre cuore di donna e far la nostra causa.
ADELE (con dignit e sorridendo con lieve ironia): Ella ne ha parlato con tanta conoscenza che deve averli studiati assai meglio di me!
CONTESSA (ironica): S, un poco. Ma da lontano e per curiosit.
ADELE (c.s.): Sar dunque quistione d'ottica. I semidei stanno cos in alto!
CONTESSA (piano alla Merelli): Insolente!
LUCREZIA: Avvocati vogliono essere, avvocati! e non don Giovanni, n poeti!
CONTESSA: Oh, se i don Giovanni a lungo andare non divenissero uggiosi!
SIG.RA MERELLI: Oppure se certi altri di mia conoscenza fossero meno scapestrati!
CONTESSA: Del resto, mie care, in confidenza possiamo dirlo: noi non abbiamo il diritto di sparlarne tanto di cotesti signori uomini.. dacch non ci curiamo pi di loro.
LUCREZIA: Oh! signora!...
CONTESSA: Mia cara Lucrezia non parlo per le spose la cui luna di miele dura degli anni. Quanto a me ne ho abbastanza della mia!... e per farla risorgere non muoverei un dito.


SCENA SESTA.
Giulietta e detti.

GIULIETTA: I signori cacciatori!
CONTESSA: Oh! bravi! E' il maltempo che ce li manda. Saranno bagnati fradici! Ci ho gusto!
LUCREZIA: Io no, davvero!
SIG.RA MERELLI: Che razza di gusti! Non ci mancherebbe altro che una buona malattia del mio signor marito adesso! Ne ho abbastanza di decotti, in fede mia!
LUCREZIA (al balcone): Non piove pi!
CONTESSA: Temporale d'estate! Ah, se le tempeste del cuore durassero cos poco!


SCENA SETTIMA.
Alberto, Paolo, il commendatore Gaudenti, il cavalier Falconi e detti.

CONTESSA: Oh! Oh! Signori!... eccovi qui!... come  andata? Che cera scontenta... sant'Uberto non  stato propizio.
FALCONI: Al contrario! Ci procura una s bella fortuna!... (inchinandosi ad Adele con galanteria), che saremmo assai ingrati se ci lamentassimo.
ADELE (alla contessa): Il cavaliere  pi galante che mai! Gliene faccio i miei complimenti...
CONTESSA: Non li merito davvero... e non vorrei assumerne la responsabilit.
FALCONI (alla contessa): Ah! mia cara! Come il matrimonio vi ha reso caustica! (volgendosi ad Adele) Spero almeno che madama sia pi indulgente di voi... son davvero felice... ringrazio la fortuna che mi ha procurato il piacere... l'onore... di presentarle i miei umili omaggi.
ADELE (ironica): Signore!...
CONTESSA: Oh! Signor Giliotti!... che viso scuro!... dev'essere assai contrariato della cattiva riuscita della caccia!...(con malizia).
ALBERTO: No, contessa... Non sono pi cacciatore degli altri.
PAOLO: Eppure vai a caccia pi spesso degli altri!
LUCREZIA: Tutti i giorni! E il mio signor marito s'ingegna d'imitarlo!
CONTESSA (con ironia e doppio senso): Eh! peggio! Ardore di novizio... o uomo annoiato che ha bisogno di distrarsi. (sogguardando Adele con malizia).
ADELE (reprimendo un sospiro): Ah!
ALBERTO (sforzandosi di sembrare allegro, con galanteria, ma imbarazzato): Ma, contessa, io avrei torto a cercare altre distrazioni, quando sono in cos bella compagnia!
CONTESSA (c.s.): Grazie!... e per tutti! (prendendo Adele per la mano e Lucrezia per l'altra) Adesso siamo sicuri che quei gentili cavalieri non ci lasceranno pi sole!... e anche lei, signor poeta, ci far il sacrificio di Sant'Uberto, tanto pi che gli ha procurato l'occasione di rivedere la nostra eccellente amica che si nascondeva... cattiva!
ALBERTO (imbarazzatissimo): Oh!... contessa.
CONTESSA (passando accanto alla Merelli, sottovoce): L'hai visto com' imbarazzato! Non sa che dire!
SIG.RA MERELLI (c.s.): Eh! via, fingiamo di non saper nulla! Come me la godo a metterli in imbarazzo tutt'e due!... Quella superba che crede tutti gli uomini debbano andare pazzi per lei!
GAUDENTI: Per Sant'Uberto non mi coglie pi! Bel divertimento, in fede mia! Un diavolo d'acquazzone! Romperci il collo correndo di su e di gi inutilmente! una magnifica colazione perduta e doverci contentare in cambio di una frittata di uova, in una cattiva osteria ove ci affumicarono come salami sotto il pretesto di far asciugare i nostri vestiti!... Ne ho abbastanza di Sant'Uberto, in parola d'onore!
SIG.RA MERELLI: Ci ho gusto! Ci ho proprio gusto! Se mi aveste dato retta avreste avuto la vostra buona colazione, le vostre brave pantofole accanto al fuoco...
GAUDENTI: Al diavolo le vostre pantofole! Se vi dessi retta dovrei passarci la vita in quelle maledette pantofole!
SIG.RA MERELLI: Eh! sappiamo come vorreste passarla la vostra vita! (piano)... a fare il rompicollo, a fare lo scapestrato, il donnaiuolo!... E queste cacce non sono altro che un pretesto per correr dietro alle contadine... Vergognatevi.
GAUDENTI (piano): Ma cara, vi avverto che quando ho fatto una cattiva colazione di uova... non sono molto paziente!...
SIG.RA MERELLI (C.S.): Ah! Signore!... e perch vi mostrate cos paziente... allora!... Se avessi potuto prevedere!...
GAUDENTI (c.s.): Ah! Se avessi previsto anch'io!...
ADELE: Commendatore, la sua sposa era cos inquieta per lei che bisogna esserle grato della premura...
GAUDENTI: Eh! Le conosco codeste premure!... purtroppo!
SIG.RA MERELLI (piano a Lucrezia): Se non fossimo qui vorrei fare una scena!
LUCREZIA (indicando Paolo): Ecco invece un signore che di tali premure non ne ha per la sua signora moglie!... Non mi ha neppure domandato dove mi cogliesse il temporale!
PAOLO: Perdonami mia cara. Ti avevo lasciato in compagnia di madama e della contessa e vedi bene non avrei potuto essere inquieto.
LUCREZIA: Ma io avevo cambiato idea e non ero andata con quelle signore.
PAOLO (sorridendo): In tal caso non avrei potuto essere inquieto per quel che ignoravo.
LUCREZIA: Gi! Non si  avvocati per nulla! Trova risposta a tutto, lei!
CONTESSA: La signora Lucrezia  stata assai meglio di noi, ed ha fatto miglior caccia... (ad Adele con adulazione ironica). La migliore e la pi bella delle amiche! E pensare che siamo passate cento volte dinanzi a questo villino che ce la nascondeva senza sospettare altra cosa se non che fosse un nido d'amore'
(con doppio senso). Eppure se avessimo avuto un po' pi di immaginativa avremmo dovuto sospettarlo... ch il nido era degno di lei! (ad Adele con accento lusinghiero ma con malizia) La colpa  tutta sua, signor Giliotti!
ALBERTO: Mia?
CONTESSA: S; ella poeta avrebbe dovuto indovinarlo prima di noi!
ALBERTO (imbarazzatissimo): Ma io, contessa...
ADELE (reprimendo un sospiro pel contegno di Alberto): ah!... (alla contessa con un sorriso forzato) Il signor Giliotti avr voluto rispettare il mistero dell'incognito.
CONTESSA (con malizia): Ah! Signor Poeta!... Non ci sono che le donne per togliere d'imbarazzo, cos alla lesta, gli uomini di spirito!
ALBERTO (ad Adele imbarazzatissimo): Grazie, madama...
CONTESSA (piano alla Merelli): Come mi diverto!
SIG.RA MERELLI (c.s.): E' un'immoralit!
PAOLO: Vuol dire che quel cervellino di mia moglie ha avuto il torto di non badarci a questo mistero! E tocca a me fargliene le scuse.
CONTESSA: E ha fatto bene!
ADELE (con forzata allegria): E ha fatto bene, perch il mistero non esisteva... che come immagine poetica.
CONTESSA (ad Alberto, scherzando ma con malizia): Questo  un modo di farle la corte; signor poeta!
LUCREZIA: Ed ho fatto bene, perch cos eccoci riuniti tutti amici e amiche!
FALCONI: Si torna ai bei tempi di Livorno!
LUCREZIA: Oh! i tempi felici! quando il cavaliere scriveva dei proverbi!
CONTESSA: E non ne faceva!
FALCONI: Oh, quanto a farne domando perdono che ne facciamo un po' tutti... almeno di quelli colle spine!
SIG.RA MERELLI: Certi proverbi sembrano una predilezione: Le rose cascano e le spine rimangono... e che spine!
GAUDENTI: Rovi addirittura!
LUCREZIA: Cio ne facciamo tutti?... Tutti poi no!
FALCONI: Intendo dire quelli cui, cadute le rose non sono rimaste che le spine.
CONTESSA (ad Adele): Ecco la galanteria del cavaliere mio marito... Non avevo dunque torto a lasciargliene tutto il merito!
FALCONI: Ma s'intende benissimo che parlando di spine io non alludo a quelle del nostro matrimonio... non voglio parlare delle vostre... insomma  chiaro come la luce del sole che voi, mia bella, mi avete provato il rovescio del proverbio, cio che le rose rimangono, e quelle che se ne vanno sono le spine... se mai ce ne furono.
CONTESSA (salutandolo con caricatura): Tutto merito suo cavaliere! Ecco una galanteria pungente.
ADELE: Com' severa, contessa!
CONTESSA: Chiamiamola dunque senza sale. Via via, perdonatemi, amico mio. Voi sapete che non ci sono grandi uomini pel cameriere, n uomini di spirito per la moglie... Del resto bisogna ammettere che il verme sia proprio nelle rose... se ne vediamo tante avvizzite, e quelle che sembravano pi belle!... Di chi la colpa? Certe illusioni bisogna guardarle ad una certa distanza (piano al cavaliere come facendosi vento col ventaglio). Ecco perch quando ci siamo visti davvicino ci abbiamo perduto tutt'e due.
FALCONI (piano con affettata galanteria): Io! Io solo! ... Ve lo giuro!
CONTESSA (c.s.): Quanto a me non posso disdirvi. Ma rassegnatevi.... Il nostro capriccio non fu mai una tempesta del cuore. (forte) E anche gli uragani voi avete visto come finiscono! (additando il tempo che si  rasserenato, ma con malizia alludendo ad Adele e Alberto e accennandoli anche).
PAOLO: Col far pi bello il sereno.
LUCREZIA: Io preferisco il sereno senza l'uragano.
SIG.RA MERELLI: Ed io preferisco l'uragano a certe acque chete! ...
GAUDENTI: Ed io preferisco la frittata di stamattina tutti i giorni anzicch certi temporali che mandano i bocconi per traverso!
ADELE: Oh, signori, preferiamo il sereno ch' bello!
CONTESSA: Ma suol durare tanto poco!
LUCREZIA: Oh! no!
SIG.RA MERELLI: E' vero!
GAUDENTI: Pur troppo!
ADELE (con un sospiro): Forse!...
CONTESSA: Felice lei che ne dubita! Ma noi!... Non ha sentito che si parlava di spine?... Sar una fatalit, rassegniamoci! Perch dura cos poco? Chi lo sa?... Stanchezza forse, caducit, impoverimento di cuore... Quanto dura?... Delle volte la durata di un sogno! Quando tramonta? Chi pu conoscerlo?... Un sorriso freddo, una parola distratta, un gesto stentato... una mancanza di delicatezza... E' sogno e sfuma del pari. Ah! Le grandi riflessioni morali che potrebbero farsi sulla durata di certe felicit!... Non andate in collera, Lucrezia, la vostra  eccezionale...
PAOLO: Perch  la vera leggittima.
CONTESSA (ironica): Oh! Il codice!
PAOLO: Eppure bisogna crederci... a quello della famiglia almeno!
CONTESSA (comicamente ma con significazione): Ma lei ci vuol mettere fuori della legge?...
PAOLO (ironico ma con malizia): Ma non ho parlato del codice che condanna alla galera!
ADELE (con gaiezza forzata ma profonda amarezza): Oh, non ci crediamo, signore mie! Non crediamo a quel che ha detto la contessa! E' uno spiritoso pessimismo, ma fa male al cuore! Meglio ingenui che scettici!... credere al cuore, a qualche cosa di vero, di profondo, di santo, che non si consuma, che non avvizzisce, che non muore!
CONTESSA: Pure  nato! Le rose cascano! La caducit  una legge!
ADELE: No, non pu essere! (con entusiasmo). Quando si guardano le stelle, quando si respira l'aria del mattino, quando si  felici si deve sentire la presenza di qualche cosa che non pu essere caduca, che non pu morire!... Ebbene, c' anche qualche cosa di pi ineffabile di un'alba, di pi sublime di una notte stellata, di pi inebriante della felicit, qualche cosa che non pu avere la durata di un delirio... o di una rosa!...
CONTESSA: Poesia! Sublime poesia!... (volgendosi ad Alberto) Eppure un poeta innamorato... delle stelle, dell'alba e della campagna potrebbe dirci quanto durer la sua nuova passione per la caccia!... Ah! Il mio scetticismo  inguaribile, madama, io non credo alla durata del sereno!
ADELE (con tinta d'amarezza e d'ironia): Procuriamo piuttosto che il mondo non ce l'invidi!
LUCREZIA: Non me ne curo!
SIG.RA MERELLI: Io s! E' quasi una jettatura!
CONTESSA (con sarcasmo): Mi congratulo con lei che non l'ha visto nella sua pi turpe manifestazione: quando avvelena, perseguita, calunnia ed accarezza!... quando morde sorridendo e soffoca in un abbraccio!
CONTESSA (con sarcasmo): Oh, la calunnia poi!... Anzitutto io non credo alla calunnia che nel Barbiere di Siviglia... e son certa che nulla s'inventi nell'assolutamente falso. Ci potr essere esagerazione, ma non si dica calunnia! Non si dia appicco all'esagerazione... ecco tutto! (con raddoppiamento di sarcasmo). Si faccia un po' quello che fanno gli altri e soprattutto si rispettino le apparenze... Ecco il segreto!
ADELE (quasi fuori di s dall'amarezza e dal dispetto, vivamente): Segreto da gesuiti! No! No! Mille volte! Calunniati s, ma ipocriti no! (suona). Vogliamo prendere il caff sulla terrazza? Di l possiamo scendere in giardino. Il tempo si  fatto bello! (a Giulietta) Fateci servire il caff sulla terrazza. (Giulietta apre le invetriate e via).
LUCREZIA (correndo al balcone): Che bella giornata!
CONTESSA (piano alla Merelli avviandosi): L'ho punta sul pi vivo e il veleno le schizza dagli occhi.
SIG.RA MERELLI (piano): Oh! Che scandalo! Che immoralit! (forte al commendatore) Caro lei! Ha sentito che si va in giardino?
GAUDENTI: Ho sentito. Si accomodi.
LUCREZIA (dalla terrazza a Paolo): E cos? Ci lasciano andar sole?... Che cavalieri!
PAOLO (prendendo il braccio del Gaudenti): Andiamo, via Commendatore. Bisogna compatirla quella povera donna!
GAUDENTI (seguendolo): Nessuno per ha compassione di me!... Ma un giorno o l'altro faccio uno sproposito! Parola d'onore che faccio uno sproposito! (via).
(Le invetriate della terrazza si rinchiudono).


SCENA OTTAVA.
Alberto e Adele.

ADELE (commossa): Restate, Alberto!
ALBERTO: Che avete, Adele?...
ADELE (quasi smarrita): Nulla... non lo so... Ho bisogno di parlarti... Ho bisogno di vederti...
ALBERTO: Ma che avete, Dio mio?!
ADELE (desolata): Oh! Non lo so!... (riprendendosi). Non lo vedi?... Questo cattivo tempo, questa pioggia, queste nuvole... mi danno ai nervi... mi irritano... mi fanno male... Dimmi... (vivamente). Quando partiremo?
ALBERTO: Perch questa domanda?
ADELE: Non me lo domandare... Non saprei dirlo... Ho bisogno di muovermi, ho bisogno di fare qualche cosa, ho bisogno di non pensare... ho bisogno di parlare con te... dell'avvenire... del nostro avvenire! Dimmi. Vuoi che andiamo a Firenze?... Vuoi che andiamo a Milano?... (con impeto scuotendogli le mani). Ma dilla qualche cosa!
ALBERTO: Vi giuro che non vi comprendo...
ADELE: Ah!
ALBERTO: Voi che amate tanto la campagna!... Questo desiderio cos improvviso e cos forte...
ADELE: Ma non vedi?... (riprendendosi). Non vedi com' triste... come piange... com' orrida cotesta campagna!... E poi... Non puoi mica vivere sempre a questo modo tu... Non sono egoista ti giuro! Bisogna che tu ti diverta...
ALBERTO (pensieroso): E che io pensi al mio avvenire...
ADELE (amaramente): Lo vedi! Non puoi seppellirti vivo in fondo ad una campagna, accanto ad una povera donna che non pu darti altro che tutto il suo amore... Ma lo so... la tua giovent... la tua vita... ha altre esigenze... altri bisogni... Non ci hai pensato tu?
ALBERTO: ... Ma... s... da qualche tempo...
ADELE: E non me ne hai detto nulla?...
ALBERTO: Temevo di rattristarvi!
ADELE: Ah! Temevi d'attristarmi!... Dunque c' qualche cosa di doloroso?...
ALBERTO: Mio Dio... Nulla di doloroso... Ma vi sapevo talmente assorbita dal nostro amore... che non avrei osato distogliervene per farvi riflettere alle volgari ma imperiose esigenze della vita.
ADELE: Un tempo non ci pensavi neanche tu!...
ALBERTO (imbarazzato): E' vero... Ma...
ADELE (vivamente come se temesse la risposta di lui): Oh, io avr torto!... Vivo nelle nuvole!... Voi siete pi ragionevole di me; ma vi prometto di essere ragionevole anch'io... (con un triste sorriso) per quanto lo potr!... Oh, lo so bene... Non si pu pretendere... bisogna che viviate anche voi come tutti gli altri... Andrete in societ... ai teatri... ai balli...
ALBERTO: E voi?
ADELE (sorridendo fra le lagrime): Mi baster sapervi felice!
ALBERTO: Come siete buona, Adele!
ADELE (con confidente abbandono): Tu sei bello, sei giovane, hai ingegno... tutte le donne ti adoreranno... e se t'innamorassi di qualche altra donna?...
ALBERTO (con aria di stanchezza quasi amara): Io!... Oh!...
ADELE: Ipocrita!
ALBERTO (c.s.): Non  un complimento che voglio farvi... (con abbattimento) Ma vi giuro ch' impossibile!...
ADELE (con amarissimo scherzo): La contessa la chiamerebbe stanchezza di cuore!...
ALBERTO (c.s. e freddamente): Oh... non per voi.
ADELE (reprimendo un sospiro): Ah!... (con civetteria prendendogli le mani). Mi ami?
ALBERTO: S.
ADELE: Molto?
ALBERTO: Molto.
ADELE: Son bella?
ALBERTO: Bellissima.
ADELE: E se m'innamorassi di un altro?
ALBERTO: Voi!...
ADELE: S... se ti lasciassi?... (con impeto). Ma, guardami in viso e dimmi che faresti se io ti lasciassi?
ALBERTO: Ma... cara mia... certe domande...
ADELE (vivamente e con improvvisa ispirazione scuotendogli le mani): Dimmi, Alberto!... Ci credi tu a quello che ha detto la contessa?... Ci credi tu che l'amore si spenga, che il cuore si stanchi, che la febbre si estingua?... Ci credi?
ALBERTO: No!... Non voglio crederci!...
ADELE: Ah! Non vuoi!... Dunque ci credi! Non negare! Ci credi! Il dubbio  nella mente, ma la morte nel cuore!... Ah!
ALBERTO: Calmatevi, Adele... Che penseranno quelle signore!...
ADELE (vivamente): Ah!... Quelle signore!.:. E' vero!... potrebbero credere... e ci vi dispiace!...
ALBERTO (imbarazzato): A me?... Oh, no!... E' per voi che...
ADELE (c.s.): Che m'importa a me!... Che m'importa di loro, di quello che supporranno, di quello che sanno... se ho la morte nell'anima!
ALBERTO: Che vi ho fatto? Dio mio! Ditemi che vi ho fatto?...
ADELE: Nulla!... Tu non lo vedi ed io non saprei dirtelo... Anche pochi momenti vi sono... mentre quella donna... quella contessa parlava... tu non hai inteso nulla tu!...
ALBERTO: Ma che cosa?...
ADELE: E me lo domandate?... E' inutile giacch il vostro cuore non ve l'ha detto! Quella donna mi ha abbeverato di fiele, di vergogna, mi ha coperto di allusioni oltraggiose, di motteggi, di insulti, e voi non avete visto! Non avete udito!... Non avete avuto n cuore, n intelligenza, n piet. (con un scoppio d'amarezza) Come siete diventato adunque, Alberto!
ALBERTO: Mio Dio, Adele, come esagerate! Ma siete certa che alludesse a voi, che si mirasse ad oltraggiarvi? Che vi hanno detto infine?
ADELE: Che m'hanno detto? Nulla! Voi non avete udito nulla!... Voi che avete tanto ingegno!... Ho sofferto?... No!... Voi non ve ne siete accorto!... Voi che leggevate nei miei occhi tutta l'anima mia!
ALBERTO: Ma che cosa avrei dovuto fare, ditelo? Avrei dovuto fare una scena?
ADELE (amaramente): Con qual diritto? Fingeste di conoscermi appena!
ALBERTO: Ah! Avrei dovuto autorizzare quei sospetti? Confessare quello che ancora  un dubbio?
ADELE (c.s.): Voi avete il pudore della colpa, voi!
ALBERTO: Ma infine avrei dovuto calpestare tutte le convenienze, mettermi sotto i piedi le apparenze che devo salvare... almeno per voi...
ADELE (con un grido): Ah!... (con abbattimento) Voi non avreste dovuto giammai dirmi questo!
ALBERTO: Mio Dio che vi ho detto?
ADELE: E non te ne avvedi nemmeno!
ALBERTO (disperato): Oh, no! no!... Dio mio!... Ho la testa in fiamme!
ADELE: Non mi capisci pi, l'hai detto! Non puoi vedere come insieme al tuo affetto si estingua la tua intelligenza, la squisita percezione dell'anima tua, quella qualche cosa che faceva battere il mio cuore nel tuo!... Tu non puoi vedere ci!... Meglio per te!... Avresti paura!... Io ho paura... Tu sei spaventoso!
ALBERTO: Oh, Adele!... Ma non vi basta!... Oh, quanto sono infelice!...
ADELE: Infelice! E perch sei infelice?...
ALBERTO: Non lo so... Non lo so... Non me lo domandate!...
ADELE: Io lo so!... perch io ti leggo in cuore! perch io ti amo!... Tu sei un cuore nobile... ma all'amore non si comanda... e tu non mi ami pi!... Ti giuro che se potessi strapparmi il cuore per nasconderti le mie lagrime io lo farei...
ALBERTO: Oh...
ADELE (vivamente mettendogli una mano sulla bocca): Non mentire!... Non ti avvilire. Voglio amarti ancora... e ho bisogno di stimarti sempre! Tu mi fai un'immensa piet! Delle volte ti guardo come trasognata... come per accertarmi che sei tu... proprio tu... il mio amore, il mio Alberto! che mi amava a quel modo!... come mi spaventavo a sentirmi amata perch sembravami che cotesto miracolo non potesse durare eterno!... Oh, bisogna che qualche cosa siasi guastata nel mio cervello... Non ti riconosco pi! Ma dimmi che sono malata, che son folle... Sorridimi! Oh, Dio! Se fossi folle davvero!... Se tu mi amassi sempre come allora!... Perch, vedi, Alberto mio!... io non mi lagno di nulla! io non soffro di nulla!... che m'importa di quella donna, della societ, dei loro insulti, del loro scherno, dell'obbrobrio del mondo?... Che m'importa?... Non lo sapevo?... Non l'ho accettato per te? Perch... vedi... adesso non mi resta pi che il tuo amore... e bisogna che io sia amata sempre allo stesso modo da te!... Mi hai avvezzata male!... Che vuoi? Colpa tua! (sorridendo fra le lagrime) Ecco perch quando penso che il tuo amore abbia a diminuire mi par di perdere la ragione!... Ma io son matta!... (prendendogli le mani) Non  vero che son matta?
ALBERTO (triste e con freddezza): Perch questi pensieri adunque?
ADELE: Non lo so... Non lo so... Dio mio!... Ci pensi tu? (vivamente).
ALBERTO: Io... no..
ADELE (dopo averlo fissato con espressione penetrante mettendogli la mano sugli occhi): No! Non voglio vederti! Ho bisogno di crederti!... (scoppiando in singhiozzi). Se tu ti vedessi, Alberto!... Se tu ti vedessi tanto cambiato!... (pausa) Oh, perdonami! Ho torto... ma quel dubbio  pi forte di me!... Sar forse il fascino del male!... Ma  un pensiero orribile! Non so come sia venuto... e perch... ma  anche un brutto segno il pensarci sopra!... Sono malata...  vero... Son matta... Non ridere di me, cattivo! Non ti rattristare... Non mi dare retta... ho torto! Di che temo? Il tuo amore... tutto ci che mi abbisogna, non l'ho... mio!... tutto mio! Non  vero?... ardente, cieco, pazzo??? Come allora... come sempre!... Non  vero?... (con ansia crescente) Dammi la tua mano!... guardami negli occhi!... Non  vero che il tuo amore  sempre lo stesso?... sempre?... sempre?... Non  vero?... (colla voce piena di lagrime con terrore) Ma che hai, mio Dio!?
ALBERTO: Che vi ho fatto perch dobbiate dubitarne adesso? (imbarazzato).
ADELE (con uno scoppio di amarezza e di passione): Ma no! Non  cos che si risponde, signore!... (singhiozzando) Voi non mi rispondevate cos!
ALBERTO: Ditemi che volete, Dio mio! (nel massimo abbattimento della tristezza)
ADELE: Nulla! Voi non potete darmi pi nulla! Non avete cuore... non sapete neanche mentire!... non sapete ingannarmi quando ho bisogno di essere ingannata!
ALBERTO: Adele!
ADELE: Se ti vedessi! Se vedessi il tuo sorriso freddo, le tue parole che ti tremano sul labbro, i tuoi occhi senza febbre! Se tu vedessi la stanchezza, lo sfinimento del tuo cuore! Se comprendessi quello che vuol dire il non avere pi bisogno di starmi accanto ad ogni istante, il cercare gli svaghi, il pensare alle convenienze, all'avvenire!... il pensare a qualche cosa... aver bisogno di qualche cosa che non sia me, me sola!
ALBERTO: Mio Dio, Adele! Non si possono far sempre delle pazzie!
ADELE: Ah! Eccola che l'hai detta l'orribile parola! Ma non capisci che se avessi ragionato io non ti avrei mai amato! Ma non capisci che quando tu ragionerai sar tutto finito!... L'amore la felicit, la... Decisamente, signore, voi non avete cuore!
ALBERTO (abbattuto): Ah! se vedeste il mio vi farebbe piet!
ADELE: Piet?... No! per l'anima mia!... M'indispettisce! mi irrita!... Mi mette addosso tutte le furie!
ALBERTO: Adele! voi siete ingiusta, assai ingiusta verso di me! Quale  la mia colpa?... Quale  il mio torto? Che posso farci se il vostro cuore  migliore del mio! se esso  sempre giovane e pi ardente, pi entusiasta che mai.
ADELE: Mentre il vostro!...
ALBERTO: Ah! vorrei morire! (con l'abbattimento del disperato).
ADELE: E' il vostro cuore che se ne muore?
ALBERTO: Quale esso sia non  sempre vostro?
ADELE (con la morte nel cuore): Che m'importa?... se  cadavere!... Se non mi ama pi...
ALBERTO: Oh, no.
ADELE (quasi fuori di s): Non mi ama pi!... Non voglio compassione, signore!... Non voglio amicizia! Non voglio i palliativi dell'indifferenza!... Non voglio gli avanzi del vostro amore!... S, sono stanca di voi! sono stanca delle vostre ipocrisie! sono stanca di quest'elemosina di piet che mi fate! Voglio essere amata! Sono bella! Lo so! Non so che farmene di voi, cuore decrepito!...
ALBERTO: Signora... questo  un congedo!...
ADELE (c.s.): Prendetevelo!


SCENA NONA.
Il cavalier Falconi dalla terrazza e detti.

ALBERTO (sul divano col viso fra le mani).
FALCONI: Signora!... Ma senza di lei il caff  stato amaro!... la conversazione languisce... c' il vuoto. Io vengo a reclamare...
ADELE (vivamente): Cavaliere, ci credete voi agli amori eterni?
FALCONI (un momento sconcertato): Eh?... Se credo agli amori eterni io!... Mi domanda se ci credo!... Ma ci scommetto sopra io!...
ADELE: Eppure la contessa non dice lo stesso.
FALCONI: Ma veda... la contessa... quello  un altro paio di maniche!... Non  propriamente che non... Ma la contessa... capisce bene?... L c' il lenitivo del sagramento... il matrimonio  un cataplasma, un narcotico, un calmante... E per amore come l'intendo io occorre invece qualche cosa di pizzicante, occorre la salsa del frutto proibito... (sogguardando Alberto e come lasciandosi andare ad una provocazione)... Occorre il fascino della colpa!... il fascino, checch si dica!... Oh, e ci credo!... Ma io capisco il delitto! il mostruoso! l'impossibile!
ADELE (quasi fuori di s): anch'io ci credo! Ho bisogno di crederci! Voglio crederci!
FALCONI: E fa benissimo! Che cosa esiste nel mondo all'infuori dell'amore?... e l'amore perch sia il dio del mondo bisogna che sia eterno... bisogna che sia senza limiti!... bisogna che sia onnipotente!
ADELE: S,  vero! Lo sento anch'io... (guardando con immensa amarezza Alberto), perch ho ancora del cuore!... Ma voialtri uomini!... egoisti, pusillanimi, meschini! poveri di cuore e di spirito... che potreste voi fare per mostrarmi che abbiate in petto qualche cosa anche voi?
FALCONI: Un delitto... o un miracolo!
ADELE: Miracoli che durano un giorno!...
FALCONI (con galanteria ma sempre guardando con sospetto Alberto): Ah! Madama quando si  bella come voi si ha torto a pensare cos!
ADELE (amaramente): Oh! mi si era pur detto cos!
FALCONI (sottovoce): Se non ci fossero tanti testimoni!... Veda... per una sola parola della donna che... so io... Ma io farei stupire il mondo!...
ADELE (con amara energia): Non avete dunque paura dei giudizi del mondo voi?
FALCONI: Me ne impipo del mondo!
ADELE (c.s.): Della gelosia di vostra moglie?
FALCONI: Si accomodi... Non mi sono mostrato altrettanto esigente io!
ADELE (c.s.): La rompereste con la famiglia, col dovere, coll'onore?...
FALCONI: Senza pensarci.
ADELE (dandogli la mano): Voi avete cuore, voi!... ed io non me ne ero accorta!...
FALCONI (dopo aver sogguardato di nuovo Alberto come decidendosi: Ah!... accada quel che pu... Voi siete adorabile!
ALBERTO (si alza dopo aver guardato Adele con compassione e parte dalla sinistra).
ADELE (con un grido): Ah!... Non  neppur geloso!
FALCONI: Ma sarei un Otello (credendo che quell'esclamazione gli fosse diretta).
ADELE: Non mi ama pi dunque!
FALCONI (con calore): Ma io vi adoro. Ma io vi ho amato da anni... Volete che io vi segua in capo al mondo per provarvelo!
ADELE: Che m'importa di voi?! Andatevene! Non vedete che non mi ama pi! Non vedete che son pazza!... Non vedete che deliro!...
FALCONI: Ma, signora...
ADELE: Andatevene! Andatevene!
FALCONI (sorpreso e sconcertato): Che vuol dire ci?... Diavolo! Diavolo!... (via dalla terrazza).


SCENA DECIMA.
Adele; indi la contessa Baglini.

ADELE: Non mi ama pi! Non mi ama pi; Oh! quell'uomo!... Dio mio!
CONTESSA: Che cosa  accaduto? Che cosa hai?... Quel povero cavaliere  tutto sottosopra!
ADELE (come delirante): Ho che ho l'inferno nel cuore! Ho che ho l'anima rotta!... Ho che sono gelosa!
CONTESSA: Gelosa!
ADELE: S! che m'importa?... Ridetene!... Non ho pi riguardi! Non temo pi nulla!... Non ho pi nulla da nascondere! Non ho pi nulla da perdere! Ho la morte nel cuore!
CONTESSA (con maligna ed interessata curiosit): Ma gelosa di chi?
ADELE (c.s.): Non lo so!... Di nulla! Di tutto!... del tempo che scorre! dell'amore che langue!... del sorriso che muore!... della parola che non trova l'accento del cuore!... del cielo ch' bello e distrae i suoi occhi dai miei!... della vita che ha altri bisogni oltre quello di amarmi!... Del mondo intero! dell'allegria! del dolore! degli amici! delle donne!... (come per subitanea ispirazione), di voi!
CONTESSA (senza dissimulare un movimento di trionfo): Di me!
ADELE (c.s.): S! di voi!... Quell'uomo!... quell'uomo che mi adorava in delirio!... quell'uomo ch'era tutto il mio cuore... non mi ama pi!... Ama voi!
CONTESSA (c.s.): Me!... Alberto!
ADELE (c.s.): S! Lui!... Interrogatelo!... Io fuggir da questa casa maledetta! Fuggir da lui! da voi!... da tutti che odio! che maledico! (via dalla destra).
CONTESSA (trionfante): Ah! Finalmente!


SCENA UNDICESIMA.
Il cavaliere Falconi e detta.

FALCONI: Ma, cara mia, sapreste spiegarmi questa sciarada che si chiama signora Landi? Che  accaduto? Che cosa vi ha detto?... Dev'esserci stato qualche cosa di grosso... Mi pare di ammattire anch'io!
CONTESSA: Amico mio, fatemi il piacere di chiamarmi il signor Giliotti.
FALCONI: Eh?
CONTESSA: Ho da dirgli qualche cosa.
FALCONI: Da parte della signora Adele forse?... Ma, cara mia, che figura vi fanno fare!... e che figura volete che faccia io!...
CONTESSA: Di quella che ci fate voi m'importa. Quanto a me ci penso io.
FALCONI: Eh!... Grazie!... Ma mi pare, perbacco! che io abbia il diritto!...
CONTESSA: Non avete il diritto di immischiarvi in quello che non vi riguarda.
FALCONI: Che non mi riguarda!... Corpo di!... Questa  grossa!...
CONTESSA: A meno che non vogliate rappresentarmi la ridicola parte del marito geloso.
FALCONI: Ma no!... al contrario!... Mi rispetto troppo per essere... Ma capite bene... che la parte d'intermediaria fra due amanti... non  molto lusinghiera... alla vostra et e colla vostra bellezza!... Che diavolo!... rispettatevi per me almeno!
CONTESSA: Vuol dire che lo chiamer io!...
FALCONI: Vado io! giacch siete risoluta vado io!...  il meno male!... salver le apparenze almeno!... Ma poi mi spiegherete... (aprendo l'invetriata della terrazza) Signor Alberto! Signor Alberto!... C' qui la contessa mia moglie che dovrebbe dirle qualche cosa... so di che si tratta... spero che andrete d'accordo.


SCENA DODICESIMA.
Alberto e detti.

ALBERTO: Contessa?
CONTESSA (al cavaliere): Ebbene?
FALCONI: Ebbene?
CONTESSA: Ma capite che dovendo parlare da sola al signore...
FALCONI: Capisco! Capisco benissimo!... Giacch volete dirglielo voi!... (piano). Che figuraccia mi fate fare! (via dalla terrazza).


SCENA TREDICESIMA.
Alberto e la contessa

CONTESSA (con finta emozione ed ipocrita compassione per Adele): Signore... Io ho fiducia, molta fiducia nella sua lealt, nel suo delicato sentire, nella nobilt dell'anima sua! Ella comprender perfettamente tutta la delicatezza della mia posizione e sapr apprezzare il sentimento che mi decide a fare un passo... che uno spirito volgare potrebbe reputare sconveniente... (con espressione quasi soffocata dall'emozione), e che forse mi coster molto!... Devo parlarle di una povera donna che mi ha commosso fino alle lagrime svelandomi l'angoscia che la divora in segreto... di una povera donna che ha riposto tutta la sua esistenza in un affetto!... E' un debito di lealt che compio... forse una riparazione!... Ma Dio m' testimonio!... Oh, noi povere donne!... Come siamo deboli!
ALBERTO (sorpreso): Ma, signora... non saprei...
CONTESSA: Comprendo tutta l'importanza del sacrificio che le domando! (con un sorriso). Ma quanto pi grande sar cotesto sacrificio tanta maggiore  la mia fiducia che il suo nobile cuore lo accetter!... (con finta emozione). Bisogna farlo, signore! ... per lei!... e per me! (con voce soffocata e come vinta dall'emozione si nasconde il viso fra le mani).
ALBERTO (c.s.): Ma che ho fatto?... Dio mio!...
CONTESSA (marcatamente): Nulla... lo so anch'io... Ma certi segreti si leggono negli occhi!...
ALBERTO: Quali segreti?
CONTESSA: Ella ha indovinato tutto!... (come arrossendo).
ALBERTO: Tutto!... Dio mio!
CONTESSA: Or ora... in questo istesso luogo, me l'ha detto!
ALBERTO: Ma avr visto anche che io non ci ho colpa... che ho lottato, che ho sofferto che  una fatalit pi forte di me, della mia volont, della mia disperazione!... che io sono assai pi felice di lei!
CONTESSA (col viso fra le mani): Ahim!
ALBERTO: E giacch la mia volont  fiacca, giacch il cuore se ne muore, giacch la mia lealt  compromessa... io mi far saltare le cervella!
CONTESSA (vivamente): Ah!
ALBERTO (con espressione d'indicibile abbattimento): S morire! morire mille volte!
CONTESSA (con civetteria): Ingrato!
ALBERTO: Sciagurato piuttosto!
CONTESSA (con finto trasporto): Ingrato ed egoista che non vedete quello che soffrono gli altri... e non pensate che la vostra follia sarebbe un doppio delitto... e spezzerebbe il cuore di altre persone!... (chinando il capo come vergognosa di essersi lasciata trasportare dalla commozione).
ALBERTO: Oh, meglio! Meglio il delitto! Meglio l'assassinio che questo spasimo di tutte le ore, di tutti i minuti, questa tortura a fuoco lento, questo sforzo impotente del cuore, queste ipocrisie dell'amore!... Meglio mille volte!... Sono stanco! orribilmente stanco!
CONTESSA (vivamente) Ma non vedete che soffro anch'io!... che soffro pi di voi! Ebbene fuggitemi! fuggitemi!
ALBERTO (sorpreso): Fuggirvi!... e perch?
CONTESSA: Ma non vi ho detto che quella donna vi ha letto in cuore... ed  gelosa!
ALBERTO (c.s.): Gelosa... e di chi?
CONTESSA (col viso fra le mani): E me lo domandate!... Oh, fatelo per me Alberto!... fatelo almeno per me!... fatelo per il mio onore, per la mia pace, pel mio cuore!... giacch anch'esso  debole!... uomo fatale!
ALBERTO (c.s.): Ma, signora... io non comprendo... io non so come Adele abbia potuto dirle... quello che non ho detto... quello che non ...
CONTESSA (vergognosa e furibonda): Ah! ma questa  un'infamia!...  un indegno agguato di cui sono vittima!...


SCENA QUATTORDICESIMA.
Il cavalier Falconi e detti.

FALCONI (che  stato a spiare di tanto in tanto dietro l'invetriata, entra furibondo): Non parlate di agguati, signora, che son furibondo! Ah! avevo ben ragione di dubitare!... Ho fatto per la prima volta in vita mia la parte del marito geloso... Mai non l'avessi fatta!... Quello che ho visto!... Ma capite benissimo che non sono geloso, signore!... altrimenti vi sfiderei!... vi ucciderei!... Ma  il ridicolo della mia posizione che mi rende furioso!... il ridicolo di cui sono vittima!
ALBERTO: Signore, io sono ai vostri ordini.
FALCONI (c.s.): Non s'incomodi... non l'ho con lei!... Che diavolo poteva fare dippi... anzi di meno?... Non si sfidano i Giuseppe!... E' madama Putifarre che deve rendermi conto!...
CONTESSA (in collera): Che m'importa di voi! Andate al diavolo voi e tutti i Giuseppe! (via).
FALCONI (seguendola): Di voi m'importa anche meno!... ma per l'onore della mia posizione maritale!... Oh! mi renderete conto! strettissimo conto (via).


SCENA QUINDICESIMA.
Adele e Alberto.

ADELE (che ha ascoltato tutto dietro la tappezzeria dell'uscio corre a lui smarrita delirante quasi in istato di esasperazione): Dimmi!... Non ami neanche colei!... quella donna bella, elegante, affascinante di vezzi e di spirito!... Non l'ami!... Dillo! Te l'ho gettata fra le braccia per vedere se il tuo cuore  ancor vivo... e tu la respingi!... Ma dunque!... Ma dunque non hai pi cuore!... Ma dunque  impossibile che tu mi ami pi!... Tutto  finito... Oh, Dio!
ALBERTO: Oh! Adele!... per piet!...
ADELE (interrompendo come disperata): Non dirmi nulla!... Non dirmi nulla! Strappami il cuore dal petto con le tue mani piuttosto... mi farai bene! Non ho pi speranza, capisci?... No, tu non puoi capire perch ti spezzeresti il capo dalla disperazione su queste pareti!... Non mi ami pi!... Peggio ancora! non puoi pi amare!... ho provato di farti sentire il veleno della gelosia, quello pi acre, pi feroce per voialtri uomini, quello dell'amore colpevole!... Se tu avessi urlato di spasimo!... se mi avessi strangolata con le tue mani!... se ti fossi fatto uccidere da quell'uomo!... Neanche questo!... Tu non hai detto nulla... il tuo cuore  morto, vigliacco!... Ho cercato di farti provare un capriccio per un'altra donna... s sono stata io!... io tua amante! io gelosa come una furia, che ti ho gettato ai piedi quella sfacciata... per provare se in fondo a questa massa inerte che ti sta in petto ci sia ancora un briciolo di vita, una scintilla di elettricit!... Tu!... Tu uomo d'ingegno!... tu poeta... tu non puoi comprendermi!!! non hai immaginato che se avessi visto innamorarti di un'altra donna avrei avuto sempre la speranza di riacquistare il tuo amore... giacch nessuna potr mai amarti come io t'amo!... s, s! t'amo ancora... disgraziato! e saresti tornato a me!... ebbene! no! il tuo cuore  stanco di amare!... Tu l'hai respinta quella contessa... quella abbietta creatura che veniva a chiederti i resti del mio amore! Ho visto tutto, ho udito tutto, dietro quella portiera! Sono stata gelosa di quella donna, del suo sorriso, delle sue parole, delle sue moine, della sua civetteria, della sua bellezza!... perch quella donna  cos bella!... e tu non ti sei gettato nelle sue braccia!... Ma che sei diventato adunque? Non senti pi; non vedi pi, non hai pi cuore!... Tutto  finito!... Tutto!... e per sempre (piangendo).
ALBERTO (risoluto ma colla morte nell'anima): Ascoltami, Adele! Per l'anima mia! ascoltami!... ch mi sembra di parlarti per l'ultima volta... Hai sofferto?... se tu mi vedessi in cuore avresti paura!... S, sono stanco! sono stanco di fingere, di mentire, di invocare quello che  sempre sfuggito, di dissimularti quello che soffro!... Tu non puoi immaginartelo!... E' qualche cosa di spaventoso! L'hai visto con i tuoi occhi istessi... non potrei amare altra donna... il mio cuore non potr essere che tuo... Oh! ti giuro che sar sempre tuo!... sempre! sofferente, malato, moribondo! Ma qualche cosa si  avvizzita qui dentro... Io non so come ci sia avvenuto... C' un vuoto che fa terrore! T'amo ancora!... Oh, ti amo! te lo giuro!... Ma come ti amo?... Non lo so e non mi basta!... Vorrei amarti... ho bisogno di amarti con gli stessi trasporti, colle stesse frenesie di un tempo... quando tutto il tuo amore, e la tua bellezza, la tua vita non bastavano ad estinguere l'immensa sete che avevo di te!... Quando passavo le notti sotto le tue finestre fantasticando col lume della tua lampada notturna, baciando cogli occhi la tua ombra, sognando ad occhi aperti tutte le carezze e tutte le ebbrezze di una passione insensata il mio sogno non arrivava sino al desiderio di baciare il lembo della tua veste... ed ho bevuto dai tuoi labbri il segreto del tuo cuore e mi sono cullata la tua testa nei miei ginocchi! ed ho immerso le mie mani nei tuoi capelli ed i miei occhi nei tuoi!... avrei dato tutto il mio sangue per udire soltanto il mio nome proferito con la tua bocca... e tu m'hai detto che mi ami!... e non sono morto! e non son rimasto fulminato di delirio, di gioia, di felicit!... Ma poi... quando cotesto sogno febbrile di amore non ebbe pi misteri per me... quando non ci fu nulla di inesplorato nel tuo cuore pel mio... io non ho desiderato pi nulla!... nulla!... E' orribile!... No! ho desiderato il fascino, il mistero di una volta!... ho desiderato che fosse ancora un mistero per me cotesto amore di cui mi sono abbeverato sino alla saziet! E' un'orribile malattia del cervello!  l'infame brama dell'ignoto che appagata si spegne... e ci strappa dal cuore ogni illusione, ogni entusiasmo, ogni energia d'amore!... Ho cercato quei sogni pronato alle tue ginocchia, quell'ebbrezza che trovavo nelle tue carezze, quel fascino che c'era nei tuoi occhi!... desolato. Ho fatto di tutto... ho mentito a te, e non trovo pi nulla!... nulla! a me... Oh; tu non puoi sapere com' atroce questa tortura!... Odio me stesso, questa inferma e povera natura umana, mi disprezzo, mi maledico! Sono stanco, Adele. Sono orribilmente stanco di questa lotta disperata... e vorrei morire!
ADELE: Perch non ti sei fatto saltare le cervella adunque! uomo senza cuore?
ALBERTO: Per te...
ADELE: Per me?... Che m'importa di te a me! Che m'importa se soffri, che m'importa se piangi, che m'importa se muori!... Ho pi cuore forse io?... Tu che me l'hai sciupato... ladro! ladro! ladro! (con lagrime disperate).
ALBERTO: Oh! Adele! Abbiate piet di me!...
ADELE: Piet! Ma hai avuto piet di me, tu?... Ah! era forse piet la tua ipocrisia, le tue finte carezze, la limosina del tuo sorriso?... Ma non avesti cuore per indovinare che sarebbe stato meglio lasciarmi le mie illusioni, le mie memorie... non umiliarmi con la tua piet, non avvilirmi, con la tua finzione... fuggirmi... lasciarmi credere che ti fossi annegato... che ti fossi ucciso! Ma non capisci che noi non possiamo pi vivere insieme... non possiamo pi essere amici. Ma non capisci che tu mi sei odioso!... Che la tua presenza qui, in questa casa,  un insulto! che mi irrita! che mi fa soffrire! che io ti odio! che io ti disprezzo!
ALBERTO (con amara ma dignitosa risoluzione): Meglio per voi, signora!... e forse per me!
ADELE: Ma vattene dunque! Vattene! Maledetto! maledetto! maledetto!
ALBERTO (c.s.): Io non avrei creduto che dovessimo arrivare a questo punto... ma giacch ci siamo arrivati  meglio non tornarci mai pi.
ADELE (c.s.): S! Vattene!... tu che non mi ami pi... ascolta! Ascolta!... Non partire!... non voglio! capisci? Pel mondo... per quei curiosi... bisogna fingere... Non partire!... partir io!... stasera... stanotte... domani quando non mi vedranno...
ALBERTO: Addio, Adele! (via dalla sinistra).
ADELE (cadendo sul divano col viso fra le mani): Ah! mio Dio! Ah! mio Dio! Ah! mio Dio!


SCENA SEDICESIMA.
La signora Merelli, il comm. Gaudenti, Lucrezia e Paolo, dalla terrazza e detta.

SIG.RA MERELLI (entrando piano al commendatore): Che vuol dir ci? La contessa che se ne va con suo marito senza dirci nulla! Gatta ci cova!
ADELE (facendo uno sforzo per ricomporsi): Ah! ancora il mondo.
LUCREZIA: Signora! Signora!... Mio Dio! che ha, signora?... Che  stato?
ADELE (nella massima agitazione): Nulla... E' che... non sto proprio bene... Vi prego di scusarmi, signori...
LUCREZIA: Oh! Mio Dio! Ma  in uno stato da far spavento!
PAOLO: Bisogna mandare pel medico.
GAUDENTI: Corro io stesso!
SIG.RA MERELLI (sottovoce): Quanta premura!... Non ne avete altrettanta per vostra moglie!
GAUDENTI (sottovoce): Ohim! Non me ne date mai l'occasione... Voglio dire grazie a Dio.
ADELE (con uno sforzo penoso): Oh, non occorre!... Ecco  passata!... Questi benedetti nervi!... Ma adesso sto bene... Anzi, per non tenere questi signori... se volessimo scendere in giardino... (scoppiando in singhiozzi) Ah! Dio mio!
LUCREZIA: Ma sta proprio male!... Oh, Dio!
ADELE (con un riso amarissimo): E' proprio nulla!... noi donne... non si muore cos per poco!... Siamo cos leggiere (come fuori di s) che anche il dottore... E il dolore di nervi  presto passato!... (come parlando in delirio fra se stessa) Ah! Dio mio!... Che fa?... Che fa adesso?... (suona). Signori... domando scusa... ho bisogno di dire qualche cosa alla mia cameriera.
SIG.RA MERELLI (piano al commendatore): Eh! gi in questi casi equivoci c' sempre del torbido.
GAUDENTI (piano): Delizie! Delizie addirittura in confronto delle dolcezze che mi procurate in casa nostra.


SCENA DICIASSETTESIMA.
Giulietta con una lettera e detti.

GIULIETTA (prima che Adele che si  a lei avvicinata abbia potuto dirle nulla): Il signor Alberto mi ha dato questa lettera per madama.
ADELE: Una lettera!... a me!... che sar?... Signori vi domando perdono... Ma sono cos... sto proprio male... Ho bisogno di restar sola... Scusino... Ho bisogno di sapere... di vedere... di essere...
LUCREZIA (baciandola): Vado via... ma proprio con dolore!... Come devi soffrire!
ADELE (sorridendo convulsamente): S!... No!... Al contrario... questa lettera... sar forse felice... mi dir che... vorrei...
PAOLO (stringendole la mano): Si rammenti di noi, almeno, se ha bisogno di nulla.
ADELE: Grazie... Lo so... grazie... gli amici... grazie...
SIG.RA MERELLI (con ipocrita compassione): Signora, i miei complimenti!
ADELE: Madama...
GAUDENTI: Ci comandi pure... Saremo felici...
ADELE: ... Signore...
SIG.RA MERELLI (prendendogli il braccio): Commendatore!
GAUDENTI: Il diavolo vi porti. (via).


SCENA DICIOTTESIMA.
Adele sola.

ADELE: Che sar?... Che vorr dirmi?... Mio Dio, come tremo!... Perch tremo? Mi amer ancora... me l'avr scritto... perch non pu essere... Mio Dio! la mia povera testa!... Non pu abbandonarmi... Non pu abbandonarmi cos... Non potr vivere... Mio Dio... Perch tremo? Mio Dio! la mia testa!... (apre la lettera e legge). Signora... signora... signora... Al punto in cui siamo... non possiamo pi vivere insieme! Io parto! Addio!  (con un grido selvaggio scotendo il campanello) Ah!!!


SCENA DICIANNOVESIMA.
Giulietta e detta.

ADELE (convulsa): Il signore... il signore Alberto!... Chiamatelo! Subito! Subito!
GIULIETTA: Il signor Alberto  partito a cavallo subito dopo avermi consegnata quella lettera.
ADELE: Partito! Partito! E' partito!... Ma dunque... ma non c' pi... Ma tutto  finito!... Sola! Dio mio! Sola!



L'onore 1.
Abbozzi e schema della commedia in cinque atti.
(1869).


PERSONAGGI
dal manoscritto n. 5364.

Becerra.
Cesari.
Scipioni.
Negri.
Delle Gargantas.
Lionelli.
Del Rivo.
Emma.
Virginia.
Elvira.
La Duchessa Delle Gargantas.
Un domestico di Becerra.
Giulietta.


dal manoscritto n. 5365.

Di Becerra.
Cesari.
Ballantino.
Scipione.
Delle Gargantas.
Emma.
Virginia.
Lucrezia.
Giulietta.
Una domestica del Marchese.


DESCRIZIONE DEI PERSONAGGI (DAL M. N. 5365).

IL MARCHESE DI BECERRA: Carattere leggiero, imprevidente assetato di piaceri, corrotto pi dall'esempio cattivo, e per vanit, che per indole, non conoscendo altri dettami morali che quelli "dell'onore" del mondo. Giuoca, ha debiti, ed un'amante perch tutti ne hanno; perch  bonton. Da giovane faceva la corte alla signorina Lucrezia Rinaldi ora maritata Borsieri, per ha sposato la marchesa Emma di Becerra per prendere una bella dote, un bel nome, e una propria donna che faceva gli onori della sua casa. La Rinaldi, nobile, non aveva un soldo di dote e lui ne aveva pochini. Mezzo rovinato contrae debiti che sa di non poter pagare per soddisfare a un debito di giuoco, debito "d'onore". Non si fa scrupolo di sciupare mezza (la) dote della moglie che trascura; e dissimula appena agli occhi di costei la corte che fa alla Borsieri, donna alla moda che i suoi amici gli insidiano. Anzi irritato dalla ripugnanza che la Marchesa dimostra per la sua falsa amica, la Borsieri, risponde alle giuste osservazioni di lei con fredda alterigia e con massime egoistiche e mondane. Costringe la moglie ad accettare un invito della Borsieri, e alla moglie desolata che fa appello al suo amore alla sua gelosia ma con dignit, e per sottintesi risponde con motteggi alteri velati sotto forma rispettosa di fiducia. Alla festa della Borsieri messo in guardia da certo discorso della duchessa Di Becerra, sua suocera, cui la figlia si  sfogata in un impeto di gelosia e di amore, si accorge che il suo amico Cesari ha avuto nella serra colla Marchesa uno di quei colloqui di poche parole, ma decisivi, di cui si indovina quasi all'odore l'importanza.
Allora si mette nelle guardie e sta a spiare le azioni della moglie. Avrebbe trattata la corte fatta a sua moglie dal suo amico, con scherzi ironici e di buon genere, come cosa naturalissima finch il mondo, il mondo nel quale e per quale vive, non avrebbe trovato a ridirci; ma adesso che si avvede di essere venuto il momento in cui cotesto tal mondo non perdonerebbe pi una semplice galanteria, e coprirebbe di ridicolo il marito indulgente, comincia ad essere inquieto, e a sentire le punture di una gelosia che presso di lui manifestasi in modo singolare. Infatti sorprende Giulietta, la cameriera di sua moglie, la quale colto il pretesto di andare a visitare la madre inferma a Palermo, sta per recapitare una lettera della Marchesa che pentita disdice l'appuntamento, al Cesari; il Marchese riesce ad intercettare la lettera (malgrado la resistenza della cameriera la quale si fa un "punto d'onore" di non tradire la sua padrona in un intrigo che non ha certo odore d'essere dei pi onesti), ma per un (componente) di delicatezza e "di onore" pi forte della sua curiosit e della sua gelosia fa partire per Palermo la cameriera e non osa aprire la lettera. Si propone di spiare la moglie e l'amico. Infatti da mille indizi ha luogo di credere che qualche cosa nascer dal suo fatto.
La moglie incerta se la cameriera abbia recapitato a tempo il biglietto che disdiceva l'appuntamento  sulle spine, e come si approssima l'ora in cui il Cesari avrebbe dovuto venire sta per tradirsi - il marito che insieme alla Borsieri e a parecchi amici trovasi in quella parte della casa ove ella avrebbe dovuto aspettare il Cesari s'accorge dal contegno di lei che qualche cosa deve accadere in quel luogo e fra breve comincia ad essere inquieto anche lui. Le domanda di nascosto cos'abbia e le accenna al caso per salvarsi entrambi dal ridicolo. Emma nega, in questo sopravviene Cesari che non ha ricevuto il biglietto. Egli mostrasi un istante sorpreso e confuso del trovare tutta quella gente, ma il Marchese lo salva dalla sua falsa posizione da uomo di spirito. Per s'accorge che qualche cosa  rimasta come nell'aria, come un sospetto di tutti gli astanti, e per sviarlo e per vendicarsi, per dare una soddisfazione al mondo finge di credere che il Cesari sia venuto per la Borsieri, e colto un pretesto lo sfida.
Duello -  ferito gravemente. Rovinato gli amici lo abbandonano tutti. Non si trova accanto che la moglie la quale lo assiste all'insaputa di lui e nella convalescenza di lui gli si butta ai piedi e gli fa una confessione franca e commovente. Egli risponde che pur riconoscendo i suoi torti e perdonandola (quando essa gli dimostra la sua innocenza provandogliela con la lettera che egli stesso ha intercettato a Giulietta) (per) siccome c' un uomo che sa il vero motivo della sua sfida egli sarebbe ridicolo agli occhi di quell'uomo se perdonasse. In questo giunge un'altra provocazione del Cesari il quale per salvare Emma che ama finge di credere che essa siasi burlata di lui d'accordo col marito e ne chiama responsabile quest'ultimo. Alla buon'ora dice allora il marchese abbracciando la moglie, adesso che il mio onore  salvo agli occhi di quest'uomo, posso aprirvi le braccia e buscarmi un'altra stoccata.
LA MARCHESA EMMA DEL RIVO: cuore buono. Carattere viziato da precetti falsi, da cattivi esempi, dall'abbandono del marito. Gelosa, innamorata del marito, superba, dissimula col marito e colla Borsieri sua rivale, ed ha delle tentazioni di vendetta, che crede dolcezze di cuore che vince per un certo di rispetto a se stessa.
Accoglie da principio la corte del Cesari con leggerezza elegante di mondana in cui balenano dei lampi dalla tempesta nascosta in lei.
Troppo presa per lagnarsi colla madre non ne ha che massime egoistiche di saper vivere e dal marito cortesia somma, e riguardi, e motteggi di buon genere. La fiducia di lui la colpisce come un insulto come un disdegno. Una sera punzecchiata da tutte coteste passioni, in un momento di allegria di musica, di abbandono, si lascia strappare dal Cesari il consentimento ad un appuntamento nella serra che comunica da una parte colla sua villa e dall'altra con quella della Borsieri. L'indomani per se ne pente e scrive un dignitoso biglietto al Cesari per disdire il suo appuntamento. Il Marchese intercetta questa lettera per senza aprirla. Ella  tutta la sera sulle spine non sapendo se Giulietta abbia recapitato il biglietto, e perch la Borsieri, il Marchese di Becerra e Garbuglini non si muovano dalla serra. Il Marchese le dice che conviene separarsi. Ella ricorre alla madre la quale la respinge con massime egoistiche (per ella non sa ancora della sfida, (che)
Dopo che il marchese  trasportato a casa ferito, il Cesari viene a proporle di dedicarsi a lei. Ella rifiuta con indignazione; allora il Cesari le promette di salvarla ad ogni costo. Ella di nascosto sta col Marchese e l'assiste malato.)
Egli convalescente. La moglie va a buttarglisi ai piedi e gli confessa la sua colpa. Il marito la perdonerebbe se non fosse per Cesari che solo scoprendo il motivo della sua sfida lo troverebbe ridicolo. In questa arriva la provocazione di Cesari. Il marito l'abbraccia e la perdona.
CESARI: tipo dell'elegante rompicollo con tutti quei falsi principi d'onore e di dovere che formano il codice del mondo. Non si fa scrupolo di corteggiar la moglie dell'amico, e finisce per innamorarsene sul serio.
Per in fondo ha un cuore, e delicato alla sua maniera non osa servirsi come mezzo di seduzione dello svelare alla moglie la condotta del marito colla Borsieri e quando il Marchese accortosi delle sue trame crede fare tutto il suo dovere mettendosi a disposizione di lui. Respinto una prima volta dalla Marchesa torna a lei nella festa della Borsieri, e in un momento d'ebbrezza da una parte e d'abbandono dall'altra ottiene la promessa di un appuntamento. Il giorno dopo arriva infatti al luogo e all'ora fissata, non avendo ricevuto il biglietto intercettato dal Marchese nel quale Emma pentita disdiceva l'appuntamento. Trova tutta la comitiva. La sorpresa sua e degli altri. Il Marchese lo salva con spirito, indi finge di essere geloso per la Borsieri e lo sfida su di una futile quistione. E ferisce il marchese. Dopo pentito viene ad offrire in espiazione tutta la sua vita ad Emma e quando ella rifiuta, le promette nobilmente di salvarla ad ogni costo, e appena il Marchese e guarito lo provoca alla sua volta fingendo di credere che questi d'accordo colla moglie siasi burlato di lui e abbia voluto renderlo ridicolo agli occhi della Borsieri e degli altri.
BERSIERI: ricco banchiere, figlio di un onesto negoziante che si  ucciso rovinato dalla sua lealt, messo in mezzo da speculatori senza fede  perduto nell'onore e nella borsa. Il figlio per unico ammaestramento della fine del padre mette in mezzo gli altri, invece di farsi mettere in mezzo; ma non manca a nessuno degli obblighi della stretta onoratezza commerciale. Ha sposato la Virginia Rinaldi nobile e senza un soldo per dar tono alla sua casa (mancata). Ingolfato negli affari non si accorge che la moglie lo rende ridicolo agli occhi di tutti che alla loro volta si fanno complici dei colpevoli.
Rifiuta la figliuola al Garbuglini perch costui  un figlio naturale. Quando accade la sfida fra il Marchese e Cesari, egli che ha delle forti somme impegnate sulla sola firma del Marchese tenta di comporre la lite supponendo fare (oblata) sul motivo futile che gli si  dato a pretesto e si intromette coi due testimoni del Marchese e di Cesari, De Becerra e Garbuglini. De Becerra che si  accorto che il motivo addotto  un pretesto e che di mezzo vi sia la Bersieri, mostrasi meravigliato delle pratiche che fa il marito, gli dice che non tocca a lui immischiarsene che  troppo e si fa beffe di lui. Bersieri ricorre a Garbuglini il quale non sapendo nulla di quel che ha risposto De Becerra risponde che il duello non pu scongiurarsi perch il vero motivo  una donna. Bersieri inquieto comincia a capire; ma non osa crederci. Finalmente da una parola imprudente della moglie scopre ch' lei la colpevole. Dissimula la sua scoperta per non perdere la riputazione della figlia e l'accorda a Garbuglini, il quale diventa pi esigente sulla dote. Poscia, conchiuso il negozio vuol scacciare la moglie ma quando sente da Garbuglini che non sposa la figlia se si fa lo scandalo per la madre e che conviene dare la dote intera per separarsi d'accordo ci pensa su. Il suo onore valeva bene 15 o 20 lire al giorno ma non 3.000 franchi.
SCIPIONE: figlio naturale della duchessa di Becerra, ambizioso, invidioso, punto nel pi vivo del cuore dall'ingiusto disonore, ha giurato di salire alto, di vendicarsi mettendosi sotto i piedi tutte quelle leggi mondane che l'hanno fatto un paria. Avvocato, giornalista, senza fede nei principi di cui fu provato ci crede meglio degli altri in tutte le dolcezze del secolo; e le fa venire ai suoi fini, aspira alla deputazione al potere e alla fortuna.
Uomo compassato, accorto, padrone di s. Senza parata e senza espansione di quei suoi principi. Sa che la duchessa  sua madre; non le perdona l'abbandono in cui l'ha lasciato, ma si serve di lei per salire. Fa la corte alla figlia del banchiere Ballantino perch i quattrini sono la considerazione e una gran leva. L'ama mediocremente e la domina col prestigio del suo carattere robusto, e colla padronanza di s, coll'esperienza del mondo. Immischiato in tutti gli affari finanziari del banchiere di cui  avvocato e del Marchese li mena sulle punte delle dita, viene a domandare il suo appoggio alla duchessa per la sua candidatura, fa un imprestito al Marchese che non vorrebbe compromessa la suocera di cui conosce il segreto all'appoggio di questa candidatura, e lo fa suo delicatamente. Alla festa del Ballantino concertano colla Lucrezia di far la domanda della mano di lei al Banchiere. Il banchiere rifiuta perch Scipione non ha altro nome - orgoglio di democratico - La ragazza offregli di fuggire insieme. Scipione rifiuta dicendole che non voleva dare quest'esempio alla loro figlia, se mai ne avranno. Quando il Marchese sfida Cesari, Scipione ne odora la vera causa e mostrasi sorpreso allorch Ballantino cerca di accomodare la cosa. Non  affare di cui dovete immischiarvi, gli risponde. Infine quando il banchiere scopre il disonore di cui lo copre la moglie e gli accorda Lucrezia egli rincara sulla dote, proibisce al Ballatino di fare scandali colla moglie. Ammogliandosi, deputato, al colmo dei suoi voti finisce col dire: Il mondo  nostro. Noi lo prenderemo appunto non solo da quello che ci manca, ma da quel che gli manca.
LUCREZIA: fanciulla viziata e romantica, trascurata dalla madre si innamora di Scipione che  un carattere virile e il solo che la domini, e si compromette in un tte a tte con lui e allorch il padre glielo rifiuta si propone di fuggire con lui. Conseguenze del cattivo esempio e dell'abbandono materno. Sposandosi, finisce col dire a Scipione: I miei figli non faranno come me perch so adesso che bisogna fare il contrario di quel che mia madre ha fatto con me.
LA DUCHESSA DELLE GARGANTES: nata in tal nome, ma sposata ad un semplice proprietario di vigne di Marsala un modesto signor Rivaglia ha preso di costui i quattrini e tenuto il nome e il titolo della sua nascita. Tipo della donna aristocratica piena di pregiudizi mondani, ora vecchia e bigotta. In giovinezza ha fatto molto parlare di s e Scipione  frutto di una sua debolezza pel sottotenente Tofano, che non ha sposato per disparit di condizione neanche per legittimare il fallo - Poi sposa il Rivaglia di impari condizione ma ricco... Tronfia dall'orgoglio aristocratico. Vedova non sposa il Tofani per non accreditare la voce che le addebitano la colpa neanche per legittimare il figlio - per un falso onore retroattivo. N il Tofani osa riconoscere il figlio per non venire meno al suo dovere d'onore verso la donna che si  resa colpevole per lui. Egli muore colonnello in ritiro abbandonato da tutti e pressoch disonorato per avere il primo abbracciato la causa nazionale e mancato al suo onore di soldato. La duchessa respinge la figlia quando ella viene a domandarle aiuto e ospitalit dopo la separazione con suo marito perch ne soffrirebbe la sua riputazione di santa donna, se il mondo, quel mondo dei cui pregiudizi  l'incarnazione la vedesse farsi riparo della figlia che il mondo per mezzo del marito ha condannato. Da principio quando dall'animo esulcerato di Emma scappa suo malgrado qualche lamento sull'abbandono del marito ella risponde prendendo la cosa leggermente e dal punto di vista mondano. Poi, dopo il fallo rimprovera alla figlia come il suo pi grave fallo di aver scritto la lettera provi appunto la sua innocenza e di essersi compromessa pi che d'aver fallato. Appoggia Scipione nella candidatura sebbene nemica del nuovo ordine di cose per orgoglio di madre e di protettrice.
DELLE GARGANTAS: tipo del nobiluomo spiantato, sciocco, vanitoso, parassita, vivendo alle spalle della duchessa per !'onore del nome, scopre a Ballantino senza volerlo che sua moglie e la vera causa del duello fra il Marchese e Cesari.
GIULIETTA: tipo di cameriera destra e astuta, onore a suo modo, di prestarsi agli intrighi della padrona e di non tradirla nemmeno per del denaro del padrone che infine  dalla parte del diritto.


DIVISIONE DEGLI ATTI.

ATTO PRIMO.
In casa Becerra, il salotto della Marchesa.

Seduzione del Cesari; Emma, virtuosa in fondo, lo respinge, motteggiando, prendendola su di un (tasto) leggiero di donna di mondo. Civetteria della Ballantino. Isolamento della marchesa. Sua madre risponde agli sfoghi mal repressi di lei con logica mondana. Scipione viene a domandare l'appoggio del Marchese e della Duchessa per la sua candidatura. Imbarazzi finanziari del Marchese. Il Marchese e la moglie situazione.


ATTO SECONDO.

Da Ballantino. Il salone a destra dove si balla, una terrazza sul davanti, in fondo il mare. Scipione e Lucrezia - Scene di amore - Erminia sopravviene leggerezza di madre, leggerezza di moglie quando sopravviene il Marchese colla moglie e colla suocera - Gelosia di Emma. Predicozza della Duchessa al Genero Ballantino - Schizzo - Scena fra Cesari e Emma. - Sospetti del Marchese.


ATTO TERZO.
Davanti alla villa di Becerra.

La Marchesa pentita disdice per lettera l'appuntamento accordato a Cesari. Il Marchese sorprende Giulietta che deve recapitare la lettera e se la fa dare. Scipione viene a domandare che la Duchessa si faccia intermediaria del suo matrimonio presso Ballantino che deve venire colla moglie e la figlia invitato dal Marchese a passare una settimana nella casa Becerra. - la Duchessa dapprima rifiuta poi accetta - Ballantino risponde che risponder direttamente a Scipione a lui rifiuta perch non ha altro nome. Angoscia della Marchesa che non sa se fu recapitato il suo biglietto. Scena fra Ballantino la moglie. Emma, Becerra Scipione e Delle Gargantes. Sopravviene Cesari. Il Marchese finge di ingelosirsi di Virginia e sfida Cesari.


ATTO QUARTO.
Lo biblioteca del Marchese.

Ballantino cerea di accomodare la lite per non perdere le firme impegnate sulla sola firma del marchese. Delle Gargantes si ride di lui e gli dice che non gli tocca aprire bocca sulla quistione, e lo pianta in asso. Scipione, che sopravviene gli dice che la lite non pu accomodarsi perch la vera causa del duello non  il pretesto finto ma una donna. Ballantino dalla meraviglia dimostratagli da Delle Gargantes comincia a concepire sospetti. Emma che non sa nulla comincia ad aver dei sospetti quel va e vieni che c' per casa. Scena fra le due donne. Emma sa che il marito  partito per battersi - Davanti a Virginia - Ballantino apprende tutta intera la verit dalla scena fra le due donne.


ATTO QUINTO.
La stessa decorazione dell'atto quarto.

Il Marchese fu ferito - La Duchessa respinge la figlia. Cesari viene ad offrire ad Emma tutto il suo avvenire ella respinge l'offerta, con amore Cesari le promette di salvarla, Scena fra Ballantino e la Marchesa. Ballantino per salvare almeno la figlia l'accorda a Scipione il quale rincara sulla dote e gli vieta di fare scandali. Quando il Ballantino sa che la separazione della moglie gli costerebbe 300.000 franchi dissimula. Scena tra Lucrezia e Scipione. Emma assiste il marito. Costui pentito. Gratificazione completa della moglie. Provocazione del Cesari. Pace.


DIVISIONE DELLE SCENE.

ATTO PRIMO.
In casa Becerra il salotto della Marchesa.


SCENA PRIMA.

CESARI, EMMA: Dunque Addio? Addio.
VIRGINIA e DETTI: La faccio scappare io, cavaliere? Ma viene a gettare una puntura ad Emma, ma immagina sulla visita del Cesari, un sospetto sulla trascuraggine del marito. Domanda ad Emma il favore di presentare Scipione alla Duchessa. Sta in tutto cinque minuti e va via, facendo capire che parte per discrezione.


SCENA SECONDA.

EMMA e CESARI: Rimprovero di Emma perch egli non sia partito, delineazione della situazione. Emma ha capito la delicatezza di Cesari che non ha fatto un'azione della tresca del marito con Virginia,  nervosa ed eccitata, partito Cesari, fa portare via i suoi fiori dal domestico.


SCENA TERZA.

LA DUCHESSA ed EMMA: Il lamento di Emma, costei lasciasi scappare suo malgrado qualche lagnanza verso il marito e la madre risponde con logica mondana.


SCENA QUARTA.

SCIPIONE e DETTI: Emma presenta Scipione - Scena fra madre e figlia.


SCENA QUINTA.

IL MARCHESE e DETTI: Egli mostrasi sorpreso di trovare Scipione dalla suocera e dolente che ella appoggi la sua candidatura, la marchesa li lascia soli.


SCENA SESTA.

IL MARCHESE e SCIPIONE: Scipione compera destramente e delicatamente l'acquiescenza del Marchese con un interesse.


SCENA SETTIMA.

EMMA ed IL MARCHESE: Il Marchese mostrasi dolente che ella abbia presentato Scipione e viene a domandargli aiuto per certi suoi imbarazzi finanziari - La Marchesa cerca di riacquistare il suo affetto e accenna ai pericoli del suo isolamento. Becerra risponde con leggerezza, fidandosi e motteggiando.


SCENA OTTAVA.

EMMA: Sola. Isolamento.



ATTO SECONDO.
Da Ballantino; una terrazza; in salone dove si balla a destra; in fondo il mare.


SCENA PRIMA.

SCIPIONE e LUCREZIA: Scena d'amore.


SCENA SECONDA.

BALLANTINO e DETTI: Leggerezza di padre che ritiene ancora una bambina la figlia. Schizzo del carattere di Ballantino. Lucrezia via. Discorrono di affari con Scipione, dei progetti di entrambi, promettono di appoggiarsi l'uno all'altro. Ballantino fa capire che conosce il segreto della nascita di Scipione.


SCENA TERZA.



ATTO TERZO.
Giardino dinanzi alla villa De Becerra.


SCENA PRIMA.

EMMA e GIULIETTA: Emma incarica Giulietta di recapitare a Palermo la lettera per Cesari.


SCENA SECONDA.

BECERRA e GIULIETTA: Il Marchese intercetta la lettera e fa partire Giulietta.


SCENA TERZA.

SCIPIONE e DETTO: Scipione viene a domandare che la Duchessa si faccia intermediaria del suo matrimonio presso Ballantino.



ATTO QUARTO.
La Biblioteca del Marchese.


SCENA PRIMA.

BALLANTINO e DELLE GARGANTES: Ballantino cerca accomodare la lite. L'altro si ride di lui.


SCENA SECONDA.

BALLANTINO e SCIPIONE: Costui gli dice che il vero motivo del duello  una donna, sospetti di Ballantino.


SCENA TERZA.

EMMA e DETTI: Inquieta pel va e vieni che c' in casa.


SCENA QUARTA.

VIRGINIA e DETTI: Sospetti di Ballantino a certe risposte della moglie.


SCENA QUINTA.

Annunzio del duello. Scena violenta fra le due rivali. Ballantino conosce il suo disonore.



ATTO QUINTO.
La stessa decorazione.


SCENA PRIMA.

BALLANTINO e SCIPIONE: Ballantino gli accorda la figlia e Scipione gli vieta di fare scandali.


SCENA SECONDA.

LUCREZIA e DETTI: Scena fra i due amanti e col padre, al momento in cui  per entrare Virginia, il marito la conduce con s.


SCENA TERZA.



L'onore 2.


PERSONAGGI.

Becerra.
Cesari.
Scipioni.
Negri.
Delle Gargantas.
Lionelli.
Del Rivo.
Emma.
Virginia.
Elvira.
La Duchessa delle Gargantas.
Un domestico di Becerra.
Giulietta.


ATTO PRIMO.

In casa Becerra. Il gabinetto del Marchese.


SCENA PRIMA.
Cesari, delle Gargantas.

DEL. GARG.: Ebbene?
CESARI: Dov' Corrado?
DEL. GARG.: E' andato a prevenir Biondi e m'ha incaricato d'aspettarti.
CESARI: Non c' pi bisogno di Biondi. Tutto  accomodato.
DEL. GARG.: Adagio, coll'accomodare! Io non son tanto facile ad accomodare le partite dei miei amici. Lionelli ci fa delle scuse.
CESARI: No, d spiegazioni.
DEL. GARG.: Soddisfacenti?
CESARI: Soddisfacentissime: la contessa era indisposta.
DEL. GARG.: Se c' chi ci crede!
CESARI: Bisogna crederci, noi per i primi, e farlo credere agli altri.
DEL. GARG.: Gli altri sanno che la contessa Lionelli ha lasciato il ballo per non trovarsi di fronte alla signora Negri. Corrado era il cavaliere delle Negri e...
CESARI: Corrado pu ballare colla signora Negri, ma non pu battersi per lei.
DEL. GARG.: Scusa, caro Cesari, appunto perch Corrado non pu battersi per Madama Negri,... non pu lasciarla insultare.
CESARI: Eh! lasciala stare, ch si difende da s:  la pi bella donna di Palermo.
DEL. GARG.: Ma che figura ci fa Corrado?
CESARI: La figura che ci fanno gli altri ad esser discreti, caro Delle Gargantas! La buona creanza insegna a chiudere gli occhi, ed anche le orecchie, sui fatti altrui. Ma  un'incivilt, far del chiasso come se coloro che chiudono gli occhi e le orecchie fossero ciechi o sordi, perch  lo stesso che costringerli a svegliarsi o a farli passare per complici.
DEL. GARG.: E un caso di coscienza delicatissimo.
CESARI: Del resto tutti sanno che sotto la vendettuccia da beghina della Lionelli ci sia una vecchia ruggine di gelosia. La contessa, prima, che Del Rivo ne facesse una puritana era dei cavalieri. Corrado sarebbe perci obbligato ad usarle dei riguardi.
DEL. GARG.: Riassumiamo la quistione: il nostro amico trovasi fra il fare torto alla riputazione di una donna, e il fare torto alla riputazione propria. Di qui non si scappa. Se trovi un solo espediente per uscirne tutti con onore senza andare sul terreno, son qua. In caso diverso sar una disgrazia, ma non so che farci. Non transiggo con l'onore dei miei amici.
CESARI: In tal caso, giacch il tuo amico non pu farsi il paladino dell'onore della Negri, avresti dovuto fare quel che ho fatto io.
DEL. GARG.: Cosa?
CESARI: Cercare un pretesto, e sfidare Lionelli per conto proprio.
DEL. GARG.: Eh? Come? Qual pretesto?
CESARI: Io ero il cavaliere della contessa e son responsabile del torto di lei in faccia a Corrado. Lionelli non m'ha fatto delle scuse per sua moglie ed io gliele ho chieste... almeno non passo per essere l'amante della Negri.
DEL. GARG.: E sei l'amico di Corrado! T! Un'idea che m' sfuggita di mente!... Dove l'hai trovata?
CESARI: A casa mia, aspettando i testimoni di Lionelli.
DEL. GARG.: Scommetto d'indovinare.
CESARI: No... non lei, l'avvocato Scipione.
DEL. GARG.: Come c'entra costui?
CESARI: E' amico di casa Negri, e avr interesse che non si faccia del chiasso attorno alla madre di Madamigella Elvira.
DEL. GARG.: Il signor Avvocato non avrebbe il diritto di fare il difficile.
CESARI: Tu non hai il diritto di dirglielo.
DEL. GARG.: Ad ogni modo non si pu negare che costui abbia delle idee. Quanto a te, tocca su, se non fossi Delle Gargantas...
CESARI: Non potresti essere altri.
DEL. GARG.: Tutto ben considerato... non c' d'aversela a male.


SCENA SECONDA.
Cesari, delle Gargantas, Emma.

DEL. GARG.: Buond, cugina.
EMMA: Buond, cugino, buond signor Cesari.
DEL. GARG.: Son venuto per farvi i miei auguri... anzi i miei complimenti. Cos'altro potrei augurarvi? Siete il pi bel fiore del vostro salotto.
EMMA: Grazie (ridendo).
DEL GARG.: La bella toeletta? E' di Worth?
EMMA: No,  della Bossi.
DEL. GARG.: Perch non foste al ballo ier sera?
EMMA: Ero stanca.
DEL. GARG.: Temevo foste indisposta non avendovi vista al Bellini. Era la vostra sera; tutti i cannocchiali vi cercavano. C'era la vostra nuova parente, l'Acardio, una delizia! Verrete almeno sabato dalla zia Principessa?
EMMA: Forse.
DEL. GARG.: Ci saranno tutti i nostri, il fior fiore.
UN DOMESTICO (annunziando): La signora Negri.


SCENA TERZA.
Cesari, delle Gargantas, Emma, Virginia.

VIRGINIA: Buond, cara.
EMMA: Buond, Virginia.
VIRGINIA: Non ti domando della salute. Sei pi bella che mai. Buond, Cesari. Buond, Delle Gargantas.
DEL. GARG.: Madama...
VIRGINIA: Non eri al ballo? Se avessi vista l'Acardio al Bellini un onore! (osservando il vestito della marchesa): E' della Bossi?
EMMA: S.
VIRGINIA: Bellino. No, due minuti soli, all'impiedi. Son venuta per farti un bacio e i miei auguri, ed anche per domandarti un servigio da parte di mio marito. Prima il servigio. Negri ti prega di presentare un suo protetto alla duchessa tua madre.
EMMA: Chi?
VIRGINIA: Il signor Scipioni, l'avrai incontrato dieci volte in casa mia.
EMMA: L'avvocato?
VIRGINIA: Avvocato. Ma uno non se ne avvede. E' uomo di spirito e "trs comme il faut". Negri dice che  di coloro i quali arrivano dove vogliono. Che bel mazzo! Di tuo marito?
EMMA: No.
VIRGINIA: E' vero, troppo bello per un marito. A proposito del tuo digli che diventa impossibile. Ier sera non ho avuto nemmeno il tempo di dirglielo durante il ballo. Ma  un'ora che avrei dovuto andarmene. Addio, a gioved.
DEL GARG.: Vuol permettermi d'accompagnarla sino alla sua carrozza?
VIRGINIA: Le permetto tutto quel che vuole. (ad Emma) Conducimi il nostro disertore. (dall'uscio) A proposito; Cesari, se vede Becerra lei ch' il suo indivisibile gli domandi l'indirizzo del conte Lionelli. M'ha fatto chiedere un invito. Addio, cara, rimani, addio.


SCENA QUARTA.
Cesari, Emma.

EMMA: Che folletto, la Virginia.
CESARI: E' un avvocato Scipioni, donna.
EMMA: In che senso?
CESARI: Nel miglior senso. E' di quelle che arrivano dove vogliono.
EMMA: Ella  nata arrivata. E' una Montereale.
CESARI: Quello che dico io. Non le mancava altro che arrivare a sposare un milionario per essere quella che ; una donna "trs comme il faut".
EMMA: Si direbbe che le tenete il broncio.
CESARI: Non le ho fatto mai la corte.
EMMA: Per generosit, per scoraggiamento, o per altri riguardi?
CESARI: Per riguardo d'altri...
EMMA (seccamente): Il signor Negri  nel numero dei vostri amici.
CESARI: Nel numero del pi.
EMMA: Grazie per mio marito  il vostro Pilade. L'avete visto?
CESARI: Ier sera al Circolo.
EMMA: Perde sempre?
CESARI: Come tutti quelli che hanno altre fortune.
EMMA: Becerra desidererebbe precisamente quella che gli manca.
CESARI: E' il fato comune.
EMMA (odorando i fiori): Ho ricevuto i vostri fiori. Bellissimi.
CESARI: Volete permettermi di mandarvene di simili tutti i giorni, giacch vi piacciono?
EMMA: S, tutti i giorni in cui ricorrer il mio onomastico, e vi rammenterete di farmi i vostri auguri.
CESARI: Scusatemi. Non ho dimenticato di farveli.
EMMA (coi fiori in mano): Grazie, e son [...]
CESARI: E soprattutto non c' il pericolo che perdono la bussola come delle Gargantas.
EMMA (seccamente): Voi avete molto tatto.
CESARI: In che senso? per dire come dite voi.
EMMA: Nel miglior senso. Andrete a questo ballo della Principessa?
CESARI: Se mi promettete la prima contradanza, s.
EMMA: Da oggi a sabato!... Mi supponete una bella memoria.
CESARI: Non ve la suppongo tanto cattiva!
EMMA: Oh, cattivissima, se non fosse il mio libriccino...
CESARI: Quando si pu iscriversi?
EMMA: Dalla principessa.
CESARI: Ci andrete almeno?
EMMA: Io vado a tutti i balli.
CESARI: Che fortuna, per tutti.
EMMA: Mi diverto;  il mio mestiere.
CESARI: Vedete che invece di auguri non ho altro a farvi che delle congratulazioni. (pausa)
EMMA: Foste al Bellini?
CESARI: S.
EMMA: Molta gente?
CESARI: Molta.
EMMA: Vedeste l'Acardio?
CESARI: Mangiava gli occhi.
EMMA: Che donna ?
CESARI: Una magnifica bruna, con nastri rossi, tipo arabo o granatino.
EMMA: Un bel tipo insomma?
CESARI: Secondo le latitudini.
EMMA: Sembra non sia il vostro.
CESARI: S, in Norvegia.
EMMA: Ragion dippi. So che al Meridiano del Geraci hanno fortuna i tipi delle lontane latitudini.
CESARI: Chi ve l'ha detto?
EMMA: Mio marito, parlando d'altri.
CESARI: Vostro marito ha torto di burlarsi degli altri.
EMMA: Si dice che a Firenze l'Acardio abbia fatto furore.
CESARI: Firenze  al Nord.
EMMA: Ed ha fatto parlar di s.
CESARI: I nastri rossi col danno nell'occhio.
EMMA: Delle Gargantas ne era entusiasta.
CESARI: Delle Gargantas, l'avr vista senza nastri.
EMMA: Decisamente... il nostro discorso scorazza per le latitudini.
CESARI (alzandosi): Ors. Addio.
EMMA: "Sans rancume"?
CESARI: "Sans rancume". Abbiamo parlato del Bellini, dell'Acardio, del ballo, della Negri, me ne vado perch non abbiamo pi nulla a dire.
EMMA: A rivederci allora.
CESARI (in piedi): Davvero  una cosa singolare.
EMMA: Che vi dica a rivederci?
CESARI: Che una donna come voi non possa scambiare dieci parole con un uomo come me senza prendere l'attitudine di due avversari. Da un quarto d'ora non facciamo che giocare di scherma.
EMMA: Perch la prendete quest'attitudine voi altri?
CESARI: Perch voi altre prendete quella della difesa prima ancora che vi si attacchi.
EMMA: Siete un impertinente.
CESARI: Ecco!
EMMA: Vi sorprende anche cotesto?
CESARI (serio): Mi sorprende che abbia potuto supporre che vi si parli come alle altre donne.
EMMA: Infatti, m'ero sorpresa anch'io.
CESARI: Avete avuto torto.
EMMA: Scusatemi (ironica).
CESARI: Voi altre siete ingiuste ed irragionevoli, ci accusate di esser leggieri e volgari incapaci di un sentimento schietto e profondo, e allorquando osiamo manifestarvene uno ci ridete in faccia, voltate la cosa in ridicolo, ci obbligate ad assumere quel tono di leggerezza che ci rimproverate.
EMMA: Abbiamo torto anche in questo.
CESARI: S, voi pi di ogni altra verso di me.
EMMA (suona, il Domestico): La mia carrozza - aspettate, prima. Mettete in ordine quei fiori.
CESARI: Uscite?
EMMA: S, ho delle visite.
CESARI: Il giorno della vostra festa?
EMMA: Sar di ritorno prima delle due.
CESARI (inchinandosi a lei a voce bassa, serio e grave): Io vi amo.
EMMA (tirandosi indietro nuovamente): Oh! (indi rimettendosi ironica) Grazie. E' un gran pezzo che mi dovete questo complimento.
CESARI: E' un gran pezzo che voi lo sapete, che questo sentimento mi riempie tutto, che questa parola mi viene sulle labbra e mi arde negli occhi... So tutto quello che potreste dirmi, e vi lascio prima che siate obbligata a mettermi alla porta. Addio. Emma. Addio.


SCENA QUINTA.

EMMA (passeggia agitata pochi istanti, visibilmente indispettita. Fermandosi di botto, al domestico): Cosa fate l.
DOMESTICO: La signora Marchesa mi aveva ordinato...
EMMA: Va bene. Portate via quei fiori (indicando il mazzo di Cesari).
DOMESTICO: Dove?
EMMA: In anticamera, dove volete. Mi danno alla testa.
DOMESTICO: A che ora la signora Marchesa desidera la carrozza?
EMMA: No, non esco pi.
DOMESTICO (ma subito ritornando): La signora Duchessa.


SCENA SESTA.
Duchessa, Emma.

EMMA (andandole incontro): Mamma!
DUCH.: Tuo marito?
EMMA: Non so. Dammi un bacio tu. Oggi  la mia festa.
DUCH.: Come stai?
EMMA: Benissimo.
DUCH.: Mi sembri un po' pallida.
EMMA: T'inganni, tu piuttosto sei agitata.
DUCH.: Son venuta in fretta. Tuo marito  in casa?
EMMA: Non l'ho ancora visto.
DUCH.: Il d del tuo onomastico! Ai miei tempi... m'avrebbe sentita il mio signor genero!
EMMA (sorridendo): No, mamma! non ti avrebbe sentito! Del resto tu te ne sei rammentata. Mi basta.
DUCH.: Mi sembra che l'abbiano rammentato anche degli altri.
EMMA: S, i miei amici.
DUCH.: Che vuoi, figlia mia, un marito non  un amico.
EMMA: E' vero.
DUCH.: Cattiva. Non ho voluto dir questo. Un marito  il migliore degli amici,  come chi dicesse un amico che non ci compromette n con Dio n col mondo. Tuo marito non  obbligato a mettersi i guanti, a giorno fisso, e di darti dei fiori per dirti che ti vuol bene.
EMMA: Mio marito mi d 12.000 lire all'anno per i miei spilli.
DUCH.: Tu gli hai portato in dote dieci volte tanto, sia per non detto.
EMMA: Che brutte parole, mamma, ai tuoi tempi non si dicevano.
DUCH.: E' vero: anzi non venivano neppure in mente. Del resto sei felice?
EMMA: S.
DUCH.: Tuo marito ti vuol bene, voglio dire ti rispetta?
EMMA: Immensamente.
DUCH.: E' perfetto gentiluomo. Che Dio vi benedica. Venite a desinare da me oggi. Son venuta a prendervi.
EMMA: Se Corrado non ha altri impegni.
DUCH.: Fallo chiamare.
EMMA (inquieta): Cosa devo dirgli (suonando).
DUCH.: Devi dirgli di venire a desinare da me.
EMMA (al domestico): Domandate se il Marchese  in casa. Dimmi cosa succede per l'amor di Dio.
DUCH.: Cosa vuoi che succeda?
EMMA: Non so, ho paura.
DUCH.: Zitta! C' stata gente?
EMMA: Si, Delle Gargantas, Cesari, Virginia.
DUCH.: La signora Negri!
EMMA: Ti sorprende. E' un pezzo che non si faceva viva, ma il d della mia festa... non  un merito.
DUCH.: Cosa t'ha detto Cesari?
EMMA: Perch me lo domandi?
DOM.: Il signor Marchese  uscito.
DUCH.: Da quando?.
DOM.: Da un'ora circa.
DUCH.: Solo?
DOM.: Solo.
EMMA: Sta bene, quando sar di ritorno pregatelo di venir qui. (alla duch.) Corrado si batte?
DUCH.: Cosa ti salta in mente?
EMMA: Giurami che non .
DUCH.: Cosa vuoi che giuri, quel che non so.
EMMA: Dimmi tutto quel che sai. Sarebbe peggio.
DUCH.: Ma che cosa ti fa immaginare...
EMMA: Non lo so, il mio cuore, i tuoi occhi. Vedo! Dimmi cosa succede a Corrado. Una contesa! non m'ingannare, non sapresti mentire.
DUCH.: Una cosa da nulla, una di quelle cose che accadono tutti i giorni, al giorno d'oggi. Un semplice diverbio che gli amici metteranno in chiaro.
EMMA: Con chi?
DUCH.: Col conte Lionelli.
EMMA: Una quistione di giuoco?
DUCH.: No.
EMMA: Di donne allora?
DUCH.: Questo non  supposizione degna della Marchesa di Becerra.
EMMA: Io non suppongo nulla.
DUCH.: E' proprio quel che si dice nulla! Quando verr tuo marito vedrai tu stessa...
EMMA: Ma non gli dir nulla.
DUCH.: Non vuoi?
EMMA: No. Sarebbe inutile. Mentirebbe.
DUCH.: Lui, Becerra!
EMMA: Cosa vuoi che faccia?
DUCH.: E' vero. Lo vedi anche tu! Sei di buon sangue! (l'abbraccia). Capisci anche tu che quando una  moglie del marchese di Becerra bisogna fare la parte del fuoco, vuol dire dell'onore del marito.
EMMA: Credevo che l'onore di mio marito fossi io.
DUCH.: S, s, tu sei il suo orgoglio, la corona del suo stemma. Ma l'onore di un marito non  come quello della moglie.
EMMA: Fortunatamente.
DUCH.: Fortunatamente per loro. Ma che vuoi farci, bambina mia! Gli uomini son gli uomini; e bisogna prenderli come son fatti e non come son fatti nei romanzi. Credi a me che conosco il mondo da 20 anni prima di te. Un marchese di Becerra, sai, non  un marito come un altro, n un amante.
EMMA: Perch?
DUCH.: Perch, perch? Insomma, queste cose non si domandano. Tuo marito  quel che dev'essere e tu sei messa troppo in alto perch possano giungere sino a te i pettegolezzi del mondo.
EMMA: Come si chiama costei?
DUCH.: Chi costei?
EMMA: Non temere ho del coraggio; e mi rispetto. So il mio dovere, come si chiama questa donna.
DUCH.: Non lo so.
EMMA: Lo sapr.
DUCH.: Ma cosa immagini?
EMMA: Nulla.
DUCH.: Sei gelosa di tuo marito?
EMMA: Gelosa ! io?
DUCH.: Dimmi tutto. Non son tua madre? Tuo marito ti d dei dispiaceri?...
EMMA: No.
DUCH.: Corrado  gentiluomo. Del resto, figlia mia, d retta a me, per mantenere la buona intelligenza nell'intimit, giacch pure bisogna starci, pel mondo, per gli uomini e per Dio, bisogna fare come quando si viaggia in ferrovia, ora che non si usano le buone sedie di posta; se non si trovano posti di rango, e bisogna adattarsi ad essere pi d'uno in una carrozza, bisogna tirarsi un po' in qua perch il tuo vicino si tiri altrettanto in l, e se [...] il cristallo, purch non sia quello del tuo lato, bisogna chiudere un occhio, Emma. Del resto tuo marito sa il dover suo.
EMMA (con amarezza): Mio marito  perfetto. Io ho le pi ricche toilette, i migliori cavalli, i pi bei diamanti, vado al teatro, al ballo, al corso, sola, con chi pi mi piace, ricevo i miei amici, sono corteggiata, incensata, mi diverto. Mio marito ne  contento, mi accompagna al ballo se lo desidera, e mi lascia libera di essere felice.
DUCH.: Figlia mia!
EMMA (asciugandosi risolutamente le lagrime con amarezza ed orgoglio): Non gli dir nulla, non voglio aver l'aria di una donna trascurata. Chi ?


SCENA SESTA.
Domestico e dette.

DOM.: Il sig. Scipioni.
DUCH.: Chi  costui?
EMMA: Un protetto del Sig. Negri. Virginia mi ha pregato di presentartelo.
DUCH.: Dite che la marchesa non  in casa (domestico via): Dove va a ficcarsi costei! Perch ti ha domandato questa presentazione.
EMMA: Sembra che tu potresti giovar molto a costui.
DUCH.: Lo conosci, tu?
EMMA: L'ho incontrato qualche volta in casa Negri.
DOM. (ritornando): il signor Scipioni insiste per esser ricevuto, perch ha una comunicazione da far pel Sig. Marchese.
DUCH.: Fate entrare (domestico via).
EMMA: Cosa sar, mamma!
DUCH.: Ora la sapremo.


SCENA SETTIMA.
Scipioni e dette.

SCIPIONI: Marchesa la prego di perdonarmi se insisto per esser ricevuto. Il Sig. di Becerra aspetta una risposta dal conte Lionelli, urgente a quanto sembra. Il conte vedr stasera il Sig. di Becerra e gliela dar egli stesso con una stretta di mano.
EMMA: Grazie, signore. Mamma, il Sig. Scipioni
DUCH.: Siete il benvenuto.
EMMA: Il sig. Lionelli ha detto in qual luogo si trover con mio marito.
SCIPIONI: Sembra che sia sicuro di trovarlo ad un ballo dove sar il Sig. Becerra.
EMMA: La sua commissione sar tosto fatta appena Becerra sar di ritorno. Mamma il sig. Scipioni  dei miei amici (via).


SCENA OTTAVA.
Scipioni, la Duchessa.

DUCH.: Voi siete un uomo di spirito, signore.
SCIPIONI: Son lieto d'essere arrivato fino a Lei, Duchessa.
DUCH.: Siate il benvenuto ora che ci siete. Come avete indovinato...



Cavalleria rusticana.
Scene popolari.
(1884).

"A Giuseppe Giacosa".


PERSONAGGI.

Turiddu Macca.
Compar Alfio di Licodiano.
La Gn Lola, sua moglie.
Santuzza.
La Gn Nunzia, madre di Turiddu.
Lo zio Brasi, stalliere.
Comare Camilla, sua moglie.
La zia Filomena.
Pippuzza.

La piazzetta del villaggio, irregolare. In fondo a sinistra, il viale alberato che conduce alla chiesuola, e il muro di un orto che chiude la piazzetta; a destra una viottola, fra due siepi di fichidindia, che si perde nei campi. Al primo piano a destra, la bettola della gn Nunzia, colla frasca appesa all'uscio; un panchettino con su delle uova, pane e verdura, in mostra; e dall'altra parte dell'uscio una panca addossata al muro. La bettola fa angolo con una stradicciuola che mette nell'interno del villaggio. All'altra cantonata la caserma dei carabinieri, a due piani, collo stemma sul portoncino. Pi in l, sulla stessa linea, lo stallatico dello zio Brasi, con un'ampia tettoia sul davanti. Al primo piano, a sinistra, una terrazza con pergolato. Poscia una stradicciuola. Infine la casetta della zia Filomena.


SCENA PRIMA.
Lo zio Brasi attraversa la scena dalla sinistra con un fascio di fieno in capo, che va a deporre sotto la tettoia. Comare Camilla sulla terrazza, ripiegando della biancheria di bucato. Donne lungo il viale per andare in chiesa. Un contadino seduto sotto la tettoia, col mento fra le mani, canticchiando. Suona la messa. La zia Filomena esce dalla bettola della gn Nunzia, portando roba sotto il grembiale.

COMARE CAMILLA: Spesa, zia Filomena?
ZIA FILOMENA: Oggi  Pasqua, colla grazia di Dio! (Entra in casa.)
COMARE CAMILLA (a Santuzza che arriva agitata dalla prima viottola a sinistra, col viso nascosto nella mantellina): O comare Santa, che andate a confessarvi?
(Santuzza leva il capo verso di lei, e tira via senza rispondere.)
ZIO BRASI (a comare Camilla, dalla porta dello stallatico): Tu rientra in casa, e bada ai fatti tuoi, linguaccia!
(Comare Camilla rientra in casa. A un carabiniere ch' affacciato sul terrazzino della caserma):
Mi vuol sempre cimentare, quel diavolo di mia moglie!
(Al contadino ch' sotto la tettoia):
Venite qua, compare Peppi.
(Lo conduce via nello stallatico.)
SANTUZZA (sull'uscio della bettola): O gn Nunzia!
GNA' NUNZIA (affacciandosi): O tu! ... che vuoi?
(Il carabiniere rientra.)
SANTUZZA: Non temete, me ne vado subito. Ditemi soltanto se c' vostro figlio Turiddu.
GNA' NUNZIA: Sin qui vieni a cercarmi mio figlio Turiddu?... Non c'.
SANTUZZA: Ah, Signore benedetto!
GNA' NUNZIA: Lo sai che nei vostri pasticci io non voglio entrarvi!
SANTUZZA (scostando la mantellina): Ah, gn Nunzia, non mi vedete la faccia che ho? Fate come Ges Cristo a Maria Maddalena... Ditemi dov' vostro figlio Turiddu, per carit!
GNA' NUNZIA: E' andato a Francofonte per il vino.
(La Zia Filomena s'affaccia all'uscio della sua casetta colle mani sul ventre.)
SANTUZZA: No! Ier sera era ancora qui. L'hanno visto a due ore di notte.
GNA' NUNZIA: Che vieni a dirmi!... In casa non  tornato stanotte... Entra.
SANTUZZA: No, gn Nunzia. In casa vostra non ci posso entrare.
ZIO BRASI (dalla tettoia): O zia Filomena, oggi che  la Santa Pasqua, e fanno pace suocera e nuora, abbiamo da abbracciarci e baciarci anche noi?
ZIA FILOMENA: Zitto, scomunicato! (Rientra in casa.)
GNA' NUNZIA (a Santuzza): Parla dunque! Cos' successo a mio figlio Turiddu!
SANTUZZA: Non gridate forte, gn Nunzia!
PIPPUZZA (dalla stradicciuola in fondo a destra, con un paniere infilato al braccio): Volet'ova, gn Nunzia?
GNA' NUNZIA: A tre due soldi, se ti contenti. Guarda, ne ho tante.
PIPPUZZA: Allora mi contento di mangiarmele coi miei figliuoli, e far la Pasqua anch'io, piuttosto.
(Per andare.)
ZIO BRASI: O che non siete stata a confessarvi, gn Nunzia?
GNA' NUNZIA: Via, perch oggi  Pasqua, un soldo l'uno! Ne piglio dodici; ma uno me lo darai per giunta, in regalo. Mettile insieme alle altre, l... Senza romperle, bada! E te' i danari. Un pugno di palanche ti porti via, guarda!
ZIO BRASI: Senti, senti Pippuzza, cerchiamo di far negozio anche noi. Vieni qua, a casa mia.
(La conduce nella prima stradicciuola a sinistra.)
GNA' NUNZIA (a Santuzza): Parla dunque! Che sai di mio figlio Turiddu?
SANTUZZA: Niente so.
GNA' NUNZIA: Dov' stato questa notte, che non  tornato a casa?
SANTUZZA: (scoppiando a piangere col viso nella mantellina): Ah, gn Nunzia! che chiodo c' qui dentro nel mio cuore!
GNA' NUNZIA: Dunque lo sai dov' stato Turiddu?
COMPAR ALFIO (dalla prima stradicciuola a destra, con un fiasco in mano): Che ne avete ancora di quello buono da sei soldi, gn Nunzia?
GNA' NUNZIA: Vado a vedere. Turiddu doveva portarne oggi da Francofonte.
COMPAR ALFIO: Vostro figlio Turiddu  ancora qui. L'ho visto stamattina. Non ha il berretto rosso di bersagliere?
(Comare Camilla si affaccia di nuovo alla terrazza.)
SANTUZZA (levando il fiasco di mano a compare Alfio e dandolo alla gn Nunzia): Intanto andate a vedere se ce n' ancora.
(La gn Nunzia rientra nella bettola.)
COMPAR ALFIO: Si capisce che siete di casa, ormai, comare Santa.
COMARE CAMILLA: Siete venuto a far la Pasqua colla gn Lola vostra moglie, compar Alfio?
COMPAR ALFIO: S, almeno le feste principali.
ZIA FILOMENA (dall'uscio, colla mantellina sul braccio, a comare Camilla): Che non ci venite a messa voi?
ZIO BRASI (accorrendo dalla sinistra): Viene! viene! O compar Alfio, che potete pigliarlo un viaggio per Militello?
COMPAR ALFIO: S' per domani, s, zio Brasi. Oggi son venuto a far la Pasqua a casa mia.
ZIA FILOMENA: Il Carnevale fallo con chi vuoi. Pasqua e Natale falli con i tuoi.
COMARE CAMILLA (a compar Alfio): E vostra moglie, che vi vede soltanto a Pasqua e a Natale, cosa dice?
COMPAR ALFIO: Io non lo so cosa dice. Questo  il mio mestiere, comare Camilla. Il mio mestiere  di fare il vetturale e di andare sempre in viaggio di qua e di l.
GNA' NUNZIA (ritornando col fiasco colmo e colla mantellina ripiegata, che lascia sul panchetto della verdura): E' meglio di quell'altro, compar Alfio; me lo direte poi, quando l'avrete bevuto, buon pro vi faccia. Diciotto soldi.
ZIA FILOMENA: Non  bene quello che avete detto, compar Alfio; ch avete la moglie giovane.
COMPAR ALFIO: Mia moglie sa che la berretta la porto a modo mio; (battendo sulla tasca del petto) e qui ci porto il giudizio per mia moglie, e per gli altri anche.
(Due carabinieri in tenuta escono dalla caserma e si allontanano pel viale della chiesa.)
I miei interessi me li guardo io, da me, senza bisogno di quelli del pennacchio. E in paese tutti lo sanno, grazie a Dio!
(Suona la messa una seconda volta.)
ZIA FILOMENA (facendosi il segno della croce): Lontano sia!
(Chiude l'uscio a chiave, e si mette la mantellina in capo, avviandosi verso la chiesa.)
COMARE CAMILLA: Vengo anch'io, vengo anch'io, zia Filomena. (Via dalla terrazza.)
ZIA FILOMENA (a compar Alfio): Piuttosto andate a dire a vostra moglie che suona la messa, scomunicato!
COMPAR ALFIO: Corro a governare le mie bestie, e vado a dirglielo. Non dubitate, son cristiano anch'io.
GNA' NUNZIA (a compar Alfio): Diciotto soldi.
COMPAR ALFIO: Vengo, vengo, pittima! Lasciatemi contare i denari.
COMARE CAMILLA (dalla prima stradicciuola a sinistra, con la mantellina in capo, va a dare la chiave a suo marito): Eccovi la chiave, se mai. E voi non venite al solito quando stanno per terminare le funzioni in chiesa.
(Via verso la chiesa colla zia Filomena.)
(Lo zio Brasi rientra nello stallatico. Dell'altra gente attraversa la piazzetta alla spicciolata per andare in chiesa:)
COMPAR ALFIO (alla gn Nunzia): E diciotto, a voi! Buon pro vi facciano.
(S'avvia per andarsene dond' venuto.)
GNA' NUNZIA: O dove l'avete visto mio figlio Turiddu, compar Alfio?
SANTUZZA (piano, dandole una strappata alla veste):Non gli dite nulla, per carit!
COMPAR ALFIO (tornando indietro): L'ho visto dalle mie parti, all'alba, mentre arrivavo a casa mia. Egli andava correndo, come avesse fretta, e non si accorse di me. Volete che ve lo mandi, se l'incontro?
GNA' NUNZIA: No, no. (Compar Alfio via. A Santuzza): Perch mi hai fatto segno di star zitta? (Santuzza non risponde e china il capo.)
GNA' NUNZIA: Ah!... Cosa ti salta in mente?
SANTUZZA (celandosi il viso nel grembiale, e scoppiando in lagrime): Ah, gn Nunzia!
GNA' NUNZIA (stupefatta): La gn Lola?... La moglie di compar Alfio?...
SANTUZZA: Come far adesso che Turiddu mi abbandona?...
GNA' NUNZIA: O poveretta me! Cosa mi vieni a dire!... Non pu essere; ti sbagli; compar Alfio si sbaglia anche lui!... Poi ci sono tanti che hanno il berretto rosso di bersagliere...
SANTUZZA: No, non si sbaglia compar Alfio. Era lui, Turiddu!
GNA' NUNZIA: Come lo sai?
SANTUZZA: Lo so... Compare Turiddu, prima d'andar soldato... si parlavano colla gn Lola.
GNA' NUNZIA: Be' ! Poi al suo ritorno la trov maritata con compar Alfio di Licodiano, e si mise il cuore in pace.
SANTUZZA: Ma essa no! Essa non se lo mise il cuore in pace.
GNA' NUNZIA: O come sai quest'altra cosa?
SANTUZZA: Lo so, che si affacciava ogni volta, quando lo vedeva passare dinanzi alla mia porta, e me lo rubava cogli occhi quella scomunicata! e cercava di attaccar discorso con lui anche! Compare Turiddu, che ci venite a fare da queste parti? Non lo sapete che non ci fu la volont di Dio? Ora lasciatemi stare che son di mio marito. - La volont di Dio era per tentarlo! Egli si metteva a cantare sotto la mia finestra per far dispetto a lei che s'era maritata con un altro. Tanto  vero che l'amore antico non si scorda pi. Io come lo sentivo cantare, quel cristiano, sembrava che il cuore mi scappasse via dal petto. Ero pazza, s! Come potevo dir di no, quand'egli mi pregava: - Apri, Santuzza, s' vero che mi vuoi bene!... - Come potevo? Allora gli dissi: - Sentite, compare Turiddu, giuratemi innanzi a Dio, prima! - Egli giur. Dopo, come lo seppe lei, quella mala femmina, divent gelosa a morte; e si mise in testa di rubarmelo. Mi cambi Turiddu di qua a qua.
(Col gesto della mano.)
Egli nega, perch gli faccio compassione; ma d'amore non mi ama pi!... Ora che sono in questo stato... che i miei fratelli quando lo sapranno m'ammazzano colle sue mani stesse! Ma di ci non m'importa. Se Turiddu non volesse bene a quell'altra, morirei contenta. Ieri sera venne a dirmi: - Addio, vado per un servizio. - Colla faccia tanto buona! Signore! com' possibile avere in core il tradimento di Giuda con quella faccia? Pi tardi una vicina che veniva per filato mi disse di aver visto compare Turiddu l dalle nostre parti, dinanzi all'uscio della gn Lola.
GNA' NUNZIA (facendosi la croce): O figlia di Dio, cosa mai vieni a contarmi la santa giornata ch' oggi!...
SANTUZZA: Ah! che giornata spunt oggi per me, gn Nunzia!
GNA' NUNZIA: Senti va a buttarti ai piedi del crocifisso.
SANTUZZA: No, in chiesa non ci posso andare, gn Nunzia.
GNA' NUNZIA (spiegando la mantellina e mettendosela sul capo): Le funzioni sacre non voglio perderle anch'io per.
SANTUZZA: Voi andateci, che vi terr d'occhio la bottega... Non temete, non sono ladra anche!
GNA' NUNZIA: M che vuoi fare?
SANTUZZA: Non lo so. L'aspetter qui (accennando la panca accanto all'uscio) come una poveretta di limosina!
GNA' NUNZIA: Qui? in casa mia?
SANTUZZA: Non dubitate, in casa non entrer. Non mi scacciate anche dalla porta, gn Nunzia, se volete fare come il Signore misericordioso, che andate a pregare in chiesa. Lasciatemi qui, vi dico! Lasciate che parli con lui quest'ultima volta, per l'anima dei vostri morti!
GNA' NUNZIA (s'avvia verso la chiesa brontolando): O Signore, pensateci voi!
ZIO BRASI (accorrendo dallo stallatico): Aspettate, aspettate, gn Nunzia; noi che abbiamo bottega aperta e arriviamo sempre gli ultimi.
(La gn Nunzia  andata via - Lo zio Brasi a Santuzza:)
Ah, voi non andate neppure alle funzioni di Pasqua, comare Santa? Volete che recitiamo insieme il santo rosario?
SANTUZZA: Lasciatemi stare.
ZIO BRASI: Eh!... che non vi mangio, diavolo!... Come se non si sapesse...
SANTUZZA: Lasciatemi stare.
PIPPUZZA (dalla prima viottola a sinistra, affannata): Che ci arrivo alle funzioni, zio Brasi?
ZIO BRASI: Se corri, ci arrivi.
(Pippuzza via. - Lo zio Brasi a Santuzza:)
Vedete, io faccio come il campanaro, che chiama la gente in chiesa, ma lui se ne sta fuori.
(Guardando verso la viottola in fondo, a destra.)
Ah! ecco perch volevate che vi lasciassi stare!... Eccolo il merlo... Ora me ne vado anch'io...
(Via verso la chiesa.)


SCENA SECONDA.
Turiddu Macca in fretta dalla viottola in fondo a destra e Santuzza che balza in piedi al vederlo.

TURIDDU: Oh, Santuzza!... che fai qui?
SANTUZZA: Vi aspettavo.
TURIDDU: Dov' mia madre?
SANTUZZA: E' andata in chiesa.
TURIDDU: Allora vacci anche tu: ch qui ci abbado io.
SANTUZZA: No, non ci vado in chiesa.
TURIDDU: Il giorno di Pasqua!
SANTUZZA: Lo sapete che non posso andarci.
TURIDDU: Allora cosa vuoi fare?
SANTUZZA: Voglio parlarvi.
TURIDDU: Qui? In mezzo alla strada?
SANTUZZA: Non me ne importa.
TURIDDU: La gente che pu vederci!
SANTUZZA: Non me ne importa.
TURIDDU: Che hai?
SANTUZZA: Ditemi donde venite.
TURIDDU: Oh, oh! Che vuol dire questa cosa?
SANTUZZA: Dove siete stato questa notte?
TURIDDU: Ah! devo dire dove sono stato?
SANTUZZA: Perch andate in collera se vi domando dove siete stato? Non me lo potete dire?
TURIDDU: Sono stato a Francofonte, sono stato.
SANTUZZA: Non  vero. Ieri sera a due ore di notte eravate ancora qui.
TURIDDU: Allora sono stato dove mi pare e piace.
SANTUZZA (lasciandosi cadere la mantellina sulle spalle): O compare Turiddu, perch mi trattate in tal modo? Non mi vedete in faccia? non vedete che piglio morte e passione?
TURIDDU: Colpa tua: che ti sei messa in capo non so che cosa; e vai a svergognarmi con questo e con quello; e a spiare dei fatti miei, come se fossi ancora un ragazzo; e non sono pi padrone di fare ci che voglio?
SANTUZZA: No, non sono andata a domandare. L'hanno detto qui, or ora, che vi hanno visto all'alba sull'uscio di gn Lola.
TURIDDU: Chi l'ha detto?
SANTUZZA: Compar Alfio stesso, suo marito.
TURIDDU: Lui! Ah,  questo il grande amore che mi porti? che vai a mettere di queste pulci nell'orecchio di compar Alfio? e risichi di farmi ammazzare?
SANTUZZA (cadendo ginocchioni a mani giunte): Ah! compare Turiddu, come potete dirlo?
TURIDDU: Alzati, non mi fare la commedia! Alzati o me ne vado.
SANTUZZA (rialzandosi lentamente): Ah, ora ve ne andate? Ora che mi lasciate come Maria Addolorata?
TURIDDU: Cosa vuoi che faccia se non credi pi alle mie parole? A ci che dicono gli altri invece, s, ci credi! Non  vero niente, ti ripeto; Compar Alfio ha sbagliato. Andavo per i fatti miei. Guarda, ti sei messa in capo questa storia della gn Lola, giusto quando c' qui in paese suo marito! Vedi quanto sei sciocca?
SANTUZZA: Suo marito  giunto stamattina soltanto.
TURIDDU: Ah, sai anche cotesto? Brava! Mi fai la spia in tutto e per tutto! Non sono pi padrone di nulla!
SANTUZZA: S, compare Turiddu, siete padrone di scannarmi colle vostre mani stesse come un agnello, se volete che vi leccherei le mani come un cane.
TURIDDU: O dunque?
SANTUZZA: Ma la gn Lola, no, vedete! Quella l mi vuol fare dannare l'anima.
TURIDDU: Lascia stare la gn Lola ch' per casa sua.
SANTUZZA: E lei perch non mi lascia stare, me? Perch mi vuol rubare voi, che non ho altro?
TURIDDU: Bada che ti sbagli.
SANTUZZA: No, che non mi sbaglio! Non le correvate dietro prima d'andar soldato?
TURIDDU: Acqua passata! Ora la gn Lola  maritata per casa sua.
SANTUZZA: Che importa! Non le volete bene ancora, quantunque sia maritata? Ed essa vi ha rubato a me per gelosia? E non mi sento qui dentro il fuoco per voi che mi tradite?
TURIDDU: Taci, taci.
SANTUZZA: No, non posso tacere, che ho la rabbia canina in cuore! Ora come far se voi mi abbandonate?
TURIDDU: Io non ti abbandono, se tu non mi metti colle spalle al muro. Ma te l'ho detto: voglio essere padrone di fare quel che mi pare e piace. Sinora, grazie a Dio, catena al collo non ne ho.
SANTUZZA: Cosa intendete di dire?
TURIDDU: Intendo che sei una matta con questa gelosia senza motivo.
SANTUZZA: Che colpa ci ho io? Vedete come son ridotta? La gn Lola  meglio di me, lo so! Ha il collo e le mani cariche d'oro! Suo marito non le fa mancare nulla, e la tiene come la Madonna sull'altare, quella scomunicata!
TURIDDU: Lasciala stare!
SANTUZZA: Vedete se la difendete?
TURIDDU: Non la difendo. A me non me ne importa se suo marito la tiene come la Madonna sopra l'altare. Quello che m'importa  di non passare per uno che non sia padrone di fare quello che gli pare e piace. Questo no!


SCENA TERZA.
La gn Lola dalla prima viottola a destra. Turiddu e Santuzza.

GNA' LOLA: Oh, compare Turiddu! Che l'avete visto andare in chiesa mio marito?
TURIDDU: Non so, comare Lola, arrivo in questo momento.
GNA' LOLA: Mi disse: vado dal maniscalco pel baio che gli manca un ferro, e subito ti raggiungo in chiesa. Voi, che state a sentirle di qua fuori le funzioni di Pasqua, facendo conversazione?
TURIDDU: Comare Santa qui, che stava dicendomi...
SANTUZZA: Gli dicevo che oggi  giornata grande; e il Signore, di lass, vede ogni cosa!
GNA' LOLA: E voi che non ci andate in chiesa?
SANTUZZA: In chiesa ci ha da andare chi ha la coscienza netta, gn Lola.
GNA' LOLA: Io ringrazio Iddio, e bacio in terra. (Si china a toccare il suolo colla punta delle dita che poscia si reca alle labbra.)
SANTUZZA: Ringraziatela, gn Lola, quand' cos. Ch alle volte si dice: Quello, nella terra su cui posa i piedi, non  degno di metterci il viso.
TURIDDU: Andiamo via, gn Lola, che qui non abbiamo nulla da fare.
GNA' LOLA: Non v'incomodate per me, compare Turiddu, che la strada la so coi miei piedi, e non voglio guastare i fatti vostri.
TURIDDU: Se vi dico che non abbiamo nulla da fare!
SANTUZZA (trattenendolo per la giacchetta): No, abbiamo da parlare ancora.
GNA' LOLA: Buon pro vi faccia, compare Turiddu! E voi restate qui pei fatti vostri, ch io me ne vo pei fatti miei. (Via per andare in chiesa.)


SCENA QUARTA.
Turiddu e Santuzza.

TURIDDU (furibondo): Ah! vedi cosa hai fatto?
SANTUZZA: S, lo vedo!
TURIDDU: L'hai fatto apposta dunque?
SANTUZZA: S, l'ho fatto apposta!
TURIDDU: Ah! sangue di Giuda!
SANTUZZA: Ammazzami.
TURIDDU: L'hai fatto apposta! l'hai fatto apposta!
SANTUZZA: Ammazzami, non me ne importa, via!
TURIDDU: No, non voglio manco ammazzarti! (Per andare.)
SANTUZZA: Mi lasci?
TURIDDU: S, questo ti meriti. (Suona la campana dell'elevazione.)
SANTUZZA: Non mi lasciare, Turiddu! Senti questa campana che suona?
TURIDDU: Non voglio essere menato pel naso, intendi?
SANTUZZA: Tu puoi camminarmi coi piedi sulla faccia. Ma essa, no!
TURIDDU: Finiamola! Me ne vado per troncare queste scenate!
SANTUZZA: Dove corri?
TURIDDU: Dove mi pare... Vado a messa.
SANTUZZA: No, tu vai a far vedere alla gn Lola che m'hai piantata qui per lei; che di me non t'importa!
TURIDDU: Sei pazza!
SANTUZZA: Non ci andare, Turiddu! Non andare in chiesa a far peccato oggi! Non mi fare quest'altro affronto di faccia a quella donna.
TURIDDU: Tu piuttosto! Vuoi farmi l'affronto di mostrare a tutto il mondo che non sono padrone di muovere un passo; che mi tieni sotto la tua scarpa come un ragazzo!...
SANTUZZA: Che te ne importa di quel che dice lei, se non mi vuoi far morire disperata?...
TURIDDU: Sei pazza!
SANTUZZA: S,  vero, son pazza! Non mi lasciare con questa pazzia in testa!
TURIDDU (strappandosi da lei): Finiamola ti dico! mannaggia!
SANTUZZA: Turiddu! per questo Dio che scende nell'ostia consacrata adesso, non mi lasciare per la gn Lola!
(Turiddu via.)
Ah! mala Pasqua a te!


SCENA QUINTA.
Compar Alfio in fretta, dalla viottola in fondo a destra e Santuzza a met della scena.

SANTUZZA: Oh, il Signore che vi manda, compar Alfio!
COMPAR ALFIO: A che punto  la messa, comare Santa?
SANTUZZA: Tardi arrivate. Ma vostra moglie c' andata per voi con Turiddu Macca.
COMPAR ALFIO: Che cosa volete dire?
SANTUZZA: Dico che vostra moglie va attorno carica d'oro come la Madonna dell'altare, e vi fa onore, compare Alfio!
COMPAR ALFIO: Oh, a voi che ve ne importa?
SANTUZZA: Me ne importa per voi che, mentre girate il mondo a buscarvi il pane e a comprar dei regali per vostra moglie, essa vi adorna la casa in altro modo!
COMPAR ALFIO: Cosa avete detto, comare Santa?
SANTUZZA: Dico che mentre voi siete fuorivia, all'acqua e al vento, per amor del guadagno, comare Lola, vostra moglie, vi adorna la casa in malo modo!
COMPAR ALFIO: Pel nome di Dio, gn Santa, che se siete ubbriaca di buon'ora la mattina di Pasqua, vi faccio uscire il vino dal naso!
SANTUZZA: Non sono ubbriaca, compar Alfio, e parlo da senno.
COMPAR ALFIO: Sentite! S' la verit che m'avete detto, allora vi ringrazio, e vi bacio le mani, come se fosse tornata mia madre istessa dal camposanto, comare Santuzza! Ma se mentite, per l'anima dei miei morti! vi giuro che non vi lascer gli occhi per piangere, a voi e a tutto il vostro infame parentado!
SANTUZZA: Piangere non posso, compar Alfio; e questi occhi non hanno pianto neppure quando hanno visto Turiddu Macca che m'ha tolto l'onore, andare dalla gn Lola vostra moglie!
COMPAR ALFIO (tornando calmo tutto ad un tratto): Quand' cos, va bene, e vi ringrazio, comare.
SANTUZZA: Non mi ringraziate, no, ch sono una scellerata!
COMPAR ALFIO: Scellerata non siete voi, comare Santa. Scellerati son coloro che ci mettono questo coltello nel cuore, a voi e a me. Che se gli si spaccasse il cuore davvero a tutti e due con un coltello avvelenato d'aglio, ancora non sarebbe niente! Ora, se vedete mia moglie che mi cerca, ditele che vado a casa a pigliare il regalo pel suo compare Turiddu.
(Via dalla prima viottola a destra.
La gente comincia a tornare dalla chiesa e si disperde a destra e a sinistra. Turiddu Macca, la gn Lola, comare Camilla, la gn Nunzia, la zia Filomena vengono avanti senza badare a Santuzza che resta verso la viottola in fondo a destra, imbacuccata nella mantellina. Solo lo zio Brasi, che viene l'ultimo, accorgendosi di lei:)
ZIO BRASI: O comare Santa, che va in chiesa quando non c' pi nessuno!
SANTUZZA: Sono in peccato mortale, zio Brasi! (Via verso la chiesa.)


SCENA SESTA.
Lo zio Brasi rientra un momento nello stallatico. Comare Camilla s'avvia a casa sua. La zia Filomena mette la chiave nella toppa. La gn Nunzia entra nella bettola per togliersi la mantellina.

TURIDDU (alla gn Lola che s'avvia a casa anche lei): Comare Lola, che ve ne andate cos, senza dirci niente!
GNA' LOLA: Vado a casa perch sono in pensiero per mio marito, che non l'ho visto in chiesa.
TURIDDU: Non ci pensate, che capiter qui in piazza. Ora abbiamo a bere un dito di vino tutti qui, amici e vicini, alla nostra salute, e far la buona Pasqua. Qua, gn Camilla e anche voi, zia Filomena!
ZIA FILOMENA: Vengo, vengo. (Entra in casa a lasciare la mantellina e torna subito.)
GNA' LOLA: Vi ringrazio, compare Turiddu, ma sete non ne ho.
TURIDDU: Non mi fate quest'affronto, comare!... Allora vuol dire che siete in collera con me?...
GNA' LOLA: Per quale motivo dovrei essere in collera con voi?
TURIDDU: Questo dico io: per qual motivo dovreste essere in collera con me che non vi ho fatto nulla?... E poi il giorno di Pasqua ha da essere come il bucato, se abbiamo dei torti l'un coll'altro. Ora manderemo a chiamare compar Alfio vostro marito, e ha da bere con noi lui pure.
ZIO BRASI (avvicinandosi): Allegria! Allegria!
COMARE CAMILLA: A queste allegrie vi ci trovate sempre voi! (Ripiega la mantellina e se la mette sul braccio.)
TURIDDU (chiamando verso l'interno della bettola): O madre! Che ne avete ancora di quel buono?
GNA' NUNZIA (s'affaccia brontolando). S, di quel buono che dovevi portar oggi da Francofonte!...
TURIDDU: Via, via, oggi ch' Pasqua! Non mi fate il muso lungo anche voi. Vi spiegher pi tardi. Vedete gli amici qui che aspettano?
ZIA FILOMENA: O gn Nunzia, a questa vendita oggi non ci guadagnate nulla!
TURIDDU: Pago io, pago io coi miei denari! (La gn Nunzia rientra.)
ZIO BRASI: Chi ne ha ne spende!
GNA' LOLA: Chi sa quante ne avete fatte di queste galanterie colle donne di laggi, fuorivia, mentre eravate soldato! Si vede che ci avete pratica!
TURIDDU: Ma che donne! Ma che donne! Io la testa l'avevo sempre qui, al mio paese.
COMARE CAMILLA: Questa poi andate a contarla ai morti.
TURIDDU: Parola mia, comare Camilla! I bersaglieri, sapete bene, sono come il miele per le donne... con quelle piume. Bel moretto di qua, occhiate che volevano dire dall'altra parte... Ma io non ero di quelli che, dice il dettato, lontan dagli occhi, lontan dal cuore.
GNA' LOLA: O gli uomini! Chi li crede?
TURIDDU: Dite le donne, piuttosto! che prima vi fanno mille giuramenti; e poi, quando un povero diavolo se n' andato lontano, che il cuore l'ha lasciato via, e la testa anche, e non mangia, e non dorme pi, pensando sempre a una cosa, tutt'a un tratto gli arriva come una schioppettata la notizia: - Sai? la tale si marita! - Come se vi pigliasse un accidente!
ZIA FILOMENA: "Matrimoni e vescovati dal cielo destinati".
GNA' LOLA: Voi che ci credete? Che ci credete che pensano sempre a una cosa quando son via, in mezzo alle altre donne? e non le guardano neppure? Lo volete vedere che subito poi si mettono il cuore in pace colla prima che gli capita?
TURIDDU: Scusate, scusate...
GNA' NUNZIA (tornando col boccale e un bicchiere). Di quello che c' rimasto. Colpa sua!
COMARE CAMILLA: Allegria! Allegria!
ZIO BRASI: Ora s'ha da berci su, come avete detto voi.
TURIDDU: L'ho detto e lo faccio. Voi, madre, che non ne volete?
GNA' NUNZIA: No, non ne voglio. (Rientra in casa brontolando.)
TURIDDU: E' in collera perch so io... Vecchi benedetti! che non si vogliono rammentare di quel che hanno fatto in giovent! Alla vostra salute, gn Lola! Voi, comare Camilla! Bevete, zio Brasi. Oggi vogliamo uccidere la malinconia.


SCENA SETTIMA.
Compar Alfio, dalla destra, Turiddu, lo zio Brasi, la gn Lola, comare Camilla e la zia Filomena.

COMPAR ALFIO: Salute alla compagnia.
TURIDDU: Venite qua, compar Alfio, ch avete a bere un dito di vino con noi, alla nostra salute l'uno dell'altro.
(Colmandogli il bicchiere.)
COMPAR ALFIO (respingendo il bicchiere col rovescio della mano): Grazie tante, compare Turiddu. Del vostro vino non ne voglio, che mi fa male.
TURIDDU: A piacer vostro.
(Butta il vino per terra e posa il bicchiere sul deschetto. Rimangono a guardarsi un istante negli occhi.)
ZIO BRASI (fingendo che qualcuno lo chiami dalla stalla): Vengo, vengo.
TURIDDU: Che avete da comandarmi qualche cosa, compar Alfio?
COMPAR ALFIO: Niente, compare. Quello che volevo dirvi lo sapete.
TURIDDU: Allora sono qui ai vostri comandi.
(Lo zio Brasi di sotto la tettoia fa segno a sua moglie di andarsene a casa. Comare Camilla via.)
GNA' LOLA: Ma che volete dire?
COMPAR ALFIO (senza dar retta alla moglie e scostandola col braccio): Se volete venire un momento qui fuori, potremmo discorrere di quell'affare in libert.
TURIDDU: Aspettatemi alle ultime case del paese, che entro in casa un momento a pigliar quel che fa bisogno, e son subito da voi. (Si abbracciano e si baciano. Turiddu gli morde lievemente l'orecchio.)
COMPAR ALFIO: Forte avete fatto, compare Turiddu! e vuol dire che avete buona intenzione. Questa si chiama parola di giovane d'onore.
GNA' LOLA: O Vergine Maria! Dove andate, compar Alfio?
COMPAR ALFIO: Vado qui vicino. Che te ne importa? Meglio sarebbe per te che non tornassi pi.
ZIA FILOMENA (s'allontana balbettando): O Gesummaria!
TURIDDU (chiamando in disparte compar Alfio): Sentite, compar Alfio, come  vero Dio so che ho torto, e mi lascerei scannare da voi senza dir nulla. Ma ci ho un debito di coscienza con comare Santa, ch son io che l'ho fatta cadere nel precipizio; e quant' vero Dio, vi ammazzer come un cane, per non lasciare quella poveretta in mezzo alla strada.
COMPAR ALFIO: Va bene. Voi fate l'interesse vostro. (Via dalla viottola in fondo a destra.)


SCENA OTTAVA.
Turiddu e la gn Lola.

GNA' LOLA: O compare Turiddu! In questo stato mi lasciate anche voi?
TURIDDU: Non ci ho nulla a fare con voi. Adesso  finita fra noi due. Non avete visto che ci siamo abbracciati e baciati per la vita e per la morte con vostro marito? O madre.
GNA' NUNZIA (affacciandosi): Che c' ancora?
TURIDDU: Vado per un servizio, madre. Non ne posso fare a meno. Datemi la chiave del cancello, che esco dall'orto per far pi presto. E voi, madre, abbracciatemi come quando sono andato soldato, e credevate che non avessi a tornar pi, ch oggi  il giorno di Pasqua.
GNA' NUNZIA: O che vai dicendo?
TURIDDU: Dico cos, come parla il vino, che ne ho bevuto un dito di soverchio, e vado a far quattro passi per dar aria al cervello. E se mai... alla Santa, che non ha nessuno al mondo, pensateci voi, madre.
(Entra in casa.)
(La gn Nunzia attonita; la gn Lola in gran turbamento; comare Camilla che fa capolino dalla cantonata; la zia Filomena sull'uscio di casa; lo zio Brasi presso la tettoia.)
GNA' NUNZIA: O cosa vuol dire?
ZIO BRASI (accostandosi premuroso): Gn Lola, tornate a casa, tornate!
GNA' LOLA (turbatissima): Perch devo tornare a casa?
ZIO BRASI: Non sta bene in questo momento che vi troviate qui, in piazza! Se volete essere accompagnata... Tu, Camilla, resta qui con comare Nunzia, se mai.
ZIA FILOMENA (avvicinandosi): O Gesummaria! Gesummaria!
GNA' NUNZIA: Ma dov' andato mio figlio?
COMARE CAMILLA (accostandosi all'orecchio di suo marito): O ch' stato?
ZIO BRASI (piano): Non hai visto, sciocca, quando gli ha morsicato l'orecchio? Vuol dire, o io ammazzo voi, o voi ammazzate me.
COMARE CAMILLA: O Maria Santissima del pericolo!
GNA' NUNZIA (sempre di pi in pi smarrita): Ma dov' andato mio figlio Turiddu? Ma che vuol dire tutto questo?
GNA' LOLA: Vuol dire che facciamo la mala Pasqua, gn Nunzia! E il vino che abbiamo bevuto insieme ci andr tutto in veleno!
PIPPUZZA (accorre dal fondo gridando): Hanno ammazzato compare Turiddu! Hanno ammazzato compare Turiddu!
(Tutti accorrono verso il fondo vociando, la gn Nunzia colle mani nei capelli, fuori di s. Due carabinieri attraversano correndo la scena.)
(Cala la tela.)



In portineria.
Scene popolari in due atti.
(1885).


PERSONAGGI.

Battista, portinaio.
Giuseppina, sua moglie.
Mlia, Gilda, modista (loro figlie).
Carlini, operaio.
Assunta, serva.
Don Gerolamo, prete.
La Signora.
Il Dottore.
Luisina, giornalaia.
Angiolino, cuoco.
La Modella.
Il Postino.

In Milano. - Epoca presente.


ATTO PRIMO.

La corte di una vecchia casa. A destra la tromba del pozzo, a sinistra la porta di un magazzino, in fondo il portico e l'androne. Sotto il portico, a destra, l'uscio a vetri della portineria, a sinistra la scala, in mezzo il cancello dell'androne. Al di l del cancello, a destra, l'uscio per cui si entra in portineria, in fondo la porta che d sulla strada. Sull'imbrunire. Nella via passa di tanto in tanto della gente, e cominciano ad accendere i lampioni. Si ode la Luisina strillare Secolo! Pungolo! Corriere della Sera!


SCENA PRIMA.
Giuseppina e Luisina.

GIUSEPPINA (attraversando il portico, dalla sinistra, e chiamando verso la portineria): Ehi, Mlia,  ora di accendere il gas.
LUISINA (venendo dalla strada, in fondo): Pungolo e Corriere! Sora Giuseppina? Ehi, sora Giuseppina?
GIUSEPPINA: Ehi?
LUISINA (passandole i giornali attraverso il cancello): Ecco! (Sottovoce:) Badi poi che la sua Gilda c' un certo tizio che le corre dietro.
GIUSEPPINA: La Gilda? Oh, Madonna!
LUISINA: Sicuro! Li ho visti vicino al ponte, che essa gli faceva una gran scena! ed era fuori della grazia di Dio! Parlava di buttarsi nel naviglio, nientemeno!
GIUSEPPINA: Ah, Signore! Cosa viene a dirmi!...
LUISINA: Alle volte, non si sa mai... E' meglio aprirle gli occhi. Dico bene?
GIUSEPPINA: La ringrazio, sora Luisina.
LUISINA: Siamo mamme, cara lei! Per mi raccomando, non mi tradisca!
(Esce strillando:)
Secolo! Pungolo! Corriere della Sera!


SCENA SECONDA.
Mlia e Giuseppina; indi il Postino e poi Carlini.

MALIA (venendo in corte dalla portineria, collo streghino acceso): Mamma, anche la scala?
GIUSEPPINA: S, s... (Brontolando tra s:) Ora l'accomodo io!
IL POSTINO (dalla porta di strada, in fondo): Posta! (Entra in portineria dall'uscio al di l del cancello, mentre Giuseppina vi entra da quello sotto il portico.)
CARLINI (uscendo dal magazzino, e andando a lavarsi le mani alla fontanella della tromba): Oh, sora Mlia!... buona sera!
MALIA (con un sorriso dolce e timido): Buona sera, sor Carlini.
CARLINI: Bene, bene! Adesso va meglio, eh? Vedo che comincia a uscir di casa... (Asciugandosi le mani col fazzoletto.) Vuole che l'aiuti?
MALIA: No, grazie... non si incomodi...
CARLINI (togliendole lo streghino di mano): Lasci fare, lasci fare a me. (Accende il lampione sotto il portico.)
IL POSTINO (nell'andarsene, dall'androne, verso la portineria): Io non ne so nulla, cara lei. Le mettono alla posta, e noi le portiamo. (Esce.)
MALIA: Grazie della gentilezza, sor Carlini!... Grazie tante.
CARLINI: Niente, niente. Son contento di vederla guarita. E' un po' pallida ancora, ma passer.
MALIA (con un sorriso triste): S, adesso sto meglio... il dottore dice che va meglio...
CARLINI: Bene, bene, mi fa tanto piacere.
MALIA (timidamente affettuosa): Dice davvero, sor Carlini?
CARLINI: S, proprio, di tutto cuore.
MALIA (arrossendo e chinando il capo): M'era parso invece... che non gliene importasse pi di me.
CARLINI: O cosa le viene in mente adesso?
MALIA: Un pezzo che non si fa vedere, in casa!...
CARLINI: Che vuole?... tanto da fare nel magazzino!...
MALIA: Io lo vedo sempre, l!...
CARLINI: Anch'io, anch'io... Sua sorella per, non s' vista tornare ancora!...
MALIA: Tanto da fare dalla sarta anche lei, povera Gilda!
CARLINI: Vede, ho i miei fastidii!... Ciascuno ha i propri fastidii in capo. Non voglio venire a seccar la gente anche!
MALIA: Oh, che dice mai!...
CARLINI: Nulla... non dico nulla... Non glielo posso dire...
MALIA: Tutti le vogliono bene qui, invece!...
CARLINI: Grazie, bont sua. Vuol dire che lei  sempre la stessa... Ma sua sorella, cos'ha, dica?...
MALIA: Ma... nulla... non saprei...
CARLINI: Avr i suoi fastidi anch'essa... Prima non era cos! ...
MALIA (guardandolo negli occhi, con un vago turbamento): Perch?...
CARLINI: Niente... (Offrendole un garofano che si  tolto dall'occhiello.) Lo vuole questo fiore?
MALIA (con effusione contenuta, facendosi rossa): Oh, sor Carlini!... grazie!...
CARLINI: Lei  tanto buona!... si merita questo e altro!... Sono proprio contento di vederla guarita!...
MALIA (tra lieta e commossa, ma sempre timida e imbarazzata): Lei piuttosto!... lei!...
(Odorando il garofano.)
Grazie!... Che bella sera!...
CARLINI: Ha fatto anche un bel caldo, oggi!
MALIA (confusa, vedendo venir gente): Riverisco, buonasera!... (Scappa su per le scale.)


SCENA TERZA.
La Modella dalla porta di strada, Carlini al di qua del cancello; poi Giuseppina uscendo dalla portineria, e infine Assunta e Mlia dalla scala.

LA MODELLA (facendo capolino in portineria, dall'uscio al di l del cancello): Di grazia, il sor Flori, quello che fa il pittore?
(Pausa.)
Ha lasciato detto nulla, se venivano a cercarlo? (Pausa.)
Partito!... cos all'improvviso!... E' un bel mobile! glielo mandi a dire! Un bel figuro! glielo mandi a dire, da parte della modella!...
(Se ne va sbattendo l'usciale della portineria.)
CARLINI: Piss!... Piss!
LA MODELLA (voltandosi indispettita): Stupido! (Esce dalla porta in fondo.)
GIUSEPPINA (venendo in corte dalla portineria): Va l! va l anche te!...
CARLINI (ridendo): Roba di contrabbando, eh, sora Giuseppina?
GIUSEPPINA: Non me ne parli! Non me ne parli che  una vera porcheria! Tutto il giorno quella processione!... tanto che glielo dissi, a quel pittore delle mie ciabatte! Caro lei, questa  una casa onesta... Ho due ragazze da marito...
CARLINI: Ah, vede bene!...
GIUSEPPINA: E lui ora, mi pianta l'alloggio, vede?
CARLINI: Meglio! buon viaggio!
GIUSEPPINA: Sicuro! per quello che ci perdo!... cinque lirette appena, Natale e ferragosto, cascasse il mondo! e poi la mesata magra, stirare a far le stanze...
CARLINI: Per, scusi, alle volte... la sora Gilda non doveva mandarla da un giovanotto a far le stanze...
GIUSEPPINA: La mandavo quand'era uscito! Non posso mica farmi in quattro! La Mlia in fondo a un letto... la porta da guardare!... Per quando vidi che non ci era da fidarsi... Bene, dissi bene! vuoi stare nella polvere e il sudiciume? bene!
ASSUNTA (scendendo dalla scala insieme alla Mlia, col paniere delle bottiglie e una bugia in mano): Le hanno scritte anche sul libro! Se manca una bottiglia c' una scena. Vogliono anche la pelle!
GIUSEPPINA: Si diceva di quel pittore, sora Assunta! Seguita la processione anche dopo ch' partito! Un'altra ch' venuto a cercarlo, adesso!...
ASSUNTA: Una bella porcheria!
GIUSEPPINA: Dico bene! con due ragazze che ci ho in casa!... (A Mlia, bruscamente:) Cosa stai ad ascoltare?
MALIA (mortificata): Vado, mamma. (Rientra in portineria.)
ASSUNTA: Una bella porcheria! Affittano a chicchessia per pigliare quei quattro soldi, e poi vogliono la pelle della gente di servizio!
GIUSEPPINA: E io? Con due ragazze che ho, e imparano la malizia!
CARLINI: Certo! specie la sora Gilda!
GIUSEPPINA: Perch? cos'ha da dire, lei?
CARLINI (mortificato): Io?... niente, scusi
GIUSEPPINA. Perch le piace figurare colle sue compagne? E' naturale, alla sua et...
CARLINI: Scusi tanto; sar benissimo. Lei  la mamma; ha da pensarci lei.
(Esce.)
ASSUNTA: Il sor Carlini parla nel suo interesse; perch le vuol bene, sora Giuseppina. Una bella ragazza come la Gilda... Bisogna aprire gli occhi.
GIUSEPPINA (sospirando): A chi lo dice, cara lei!
ASSUNTA: Con tanti sfaccendati che c' intorno!...
GIUSEPPINA: A chi lo dice! a chi lo dice! Sapesse che pensiero!... Guardi un po' adesso cosa mi succede!... che alla Gilda le ronzano gi i mosconi intorno, e le mandano le lettere col bollino da cinque!
(Mostrandole la lettera che ha recato il postino.)
ASSUNTA: Volevo ben dirle! Bisogna aprire gli occhi!
GIUSEPPINA: Guardi un po' lei che ci vede meglio in questi sgorbi. (Dandole la lettera.)
Glieli far aprire io gli occhi!
ASSUNTA (leggendo tra s la lettera): Dice cos, in sostanza, ch' una stupida... una brutta stupida, che non  altro, dice... E si crede non so che cosa... Ma quel bel mobile del suo spasimante ora la pianta col danno e le beffe, per tornarsene al suo paese, e ben gli stia!... Brutta sfacciata, che ne ha tanto piacere, lei... quest'altra... (restituendole la lettera). Dev'essere una donna che scrive.
GIUSEPPINA: Vede? Ah, Signore! Ora l'aggiusto io, appena torna a casa!
ASSUNTA: No, con prudenza, se no fa peggio. Che vuole? un visetto come quello della sua Gilda, che d subito nell'occhio!...
GIUSEPPINA: S, non lo dico perch  mia figlia; ma essa con uno straccetto di vestito figura meglio di una principessa... Tutti i risparmi delle sue mani, per; che suo padre, benedett'uomo, in casa non fa regnare un quattrino.
ASSUNTA: Badi, badi! Eccolo qui!


SCENA QUARTA.
Battista e dette.

BATTISTA (venendo di fuori, dopo esser passato dalla portineria): E cos, non si desina oggi? La Gilda  ancora a spasso?
GIUSEPPINA: Eccolo! Lui non vuol sapere altro! Chi ha i guai invece se li tenga!
BATTISTA: Che c'? che c'?
GIUSEPPINA: Niente c'! A te cosa importa? che t'importa della moglie? che t'importa delle figliuole? Sempre fuori cogli amici! tutto il giorno dal Brusetti!...
ASSUNTA: Riverisco, riverisco.
(Riprende il paniere e la bugia che ha lasciato sullo scalino, e scappa in cantina.)
BATTISTA: Ho inteso! Riverisco anch'io! (Per andarsene.)
GIUSEPPINA: E' questa la maniera?
BATTISTA: Vuoi proprio leticare? Io no, veh!
GIUSEPPINA: Tu no! Tu  meglio darti bel tempo fuori di casa! E chi ha da tribolare qui, ci stia.
BATTISTA: Hai finito?
GIUSEPPINA Con due figliuole da maritare! Vergogna!
BATTISTA: Hai finito? Anche le figliuole da maritare adesso?
GIUSEPPINA: Vergogna! Non ci pensi neppure!...
BATTISTA: Devo andare intorno a cercare i mariti per le figliuole, anche? Devo pigliare pel collo la gente che passa?
GIUSEPPINA: No, no, non importa! Che se capita una disgrazia poi!...
BATTISTA: Ehi?
GIUSEPPINA: Sissignore! Non pensi che la Gilda  grandicella?... con tanti rompicolli che c' intorno!... e anche qui, in casa! ...
BATTISTA: Devo stare a covare le figliuole? Mi tocca fare il carabiniere anche?
GIUSEPPINA: No, non lo stare a fare il carabiniere. Li chiamerai dopo i carabinieri, quando ti capita quel che ti meriti!
BATTISTA: Ehi! ehi, dico!
GIUSEPPINA: T! vuoi saperlo? A tua figlia cominciano a ronzarle i mosconi intorno!... T! piglia!
BATTISTA: Io? Io, piglio? Punto primo, la mia figliuola sa il suo dovere! punto secondo, se non lo sa glielo insegno io! Colle cattive glielo insegno! Non sono mica di quelli che chiudono gli occhi! I mosconi so scacciarmeli io di torno!... colle cattive, intendi?
GIUSEPPINA: Caro te,  inutile far lo spaccamonte qui, dietro il cancello! E' inutile farmi gli occhiacci!
BATTISTA: Foss'anche Domeneddio, intendi? Far una cosa che la metteranno sui giornali! La sora Gilda l'avr da far con me!


SCENA QUINTA.
La Signora, venendo di fuori, poi Assunta dalla cantina e detti.

LA SIGNORA: Cos' Battista? Cos' questo chiasso? Vi par d'essere all'osteria?
BATTISTA (cavandosi il berretto): Scusi tanto, sora padrona!... mia moglie, qui, che mi diceva...
LA SIGNORA: Bella maniera! Badate piuttosto che stasera aspetto gente. Venite di sopra, a dare una mano, qualcuno di voi.
BATTISTA: Sissignora, subito.
(La Signora va su per la scala. Battista buttando il berretto a terra.)
E' una galera, tale e quale!
ASSUNTA: Cos' stato, sor Battista?
BATTISTA: Nulla, mi lasci crepare. (Esce di casa.)
ASSUNTA: Che c', sora Giusepppina?
GIUSEPPINA: Ecco il bel costrutto, con lui! Chi ha i fastidi se li tenga, e se gliene parlano, poi, ecco che monta in furia!
ASSUNTA: Gli ha detto qualche cosa?
GIUSEPPINA: Eh, cosa vuole che gli dica? Lui altro che gridare non sa! Pi tardi ci sar l'inferno, colla Gilda!
ASSUNTA: Senta... perch non la marita?
GIUSEPPINA: Magari maritarla! ma trovare con chi poi...
ASSUNTA: Scusi, e il sor Carlini perch le bazzica in casa?
GIUSEPPINA: Quello  per la Mlia. Un pezzo che me ne sono accorta.
ASSUNTA: No, sora Giuseppina, adesso  per la Gilda. Anzi si lamenta di lei, che non  pi quella di prima.
GIUSEPPINA: O Madonna! Cosa mi viene a dire?
ASSUNTA: Sicuro, lo so di positivo.
GIUSEPPINA: E la Mlia che se l'era messo in testa!...
ASSUNTA: Sta a vedere se lui poi...
GIUSEPPINA: S, s, anche lui! Veniva ogni sera, mentre era malata...
ASSUNTA: Veniva per la Gilda, cara lei!
GIUSEPPINA: No, no. Faccio finta di niente, ma ci vedo!
ASSUNTA: Bene, sar come dice lei. Vuol dire che vicino a quell'altra poi...
GIUSEPPINA: E' una bella porcheria!
ASSUNTA: Son cose che succedono, sora Giuseppina!
GIUSEPPINA: Sar benissimo, ma  una bella porcheria!
ASSUNTA: E poi... dica lei stessa... la sposerebbe una ragazza malaticcia, com' sempre la Mlia, dica?
GIUSEPPINA: Ah, meschina me!
ASSUNTA: Siamo povere genti, bisogna pensare a questo.
GIUSEPPINA: Ma la Mlia cosa dir?
ASSUNTA: Cosa vuole che dica?... Gi, se non pu accasarsi lei,  meglio lasciare il posto a sua sorella. Le pare?
GIUSEPPINA: A me mi pare che sar un gran colpo per quella figliuola!...
ASSUNTA: Cara lei, bisogna esser signori per fare ci che accomoda meglio. Ma che mi scherza? Un povero diavolo che campa a giornata!... Un galantuomo per, la vede bene!
GIUSEPPINA: Un galantuomo... sar...
ASSUNTA: La vede bene s' un galantuomo! se si tira indietro di sposare le sue ragazze, l'una o l'altra... Che ne dice?
GIUSEPPINA: Che vuole?... Sono mamma... sono come quello che non sa che fare... di qua mi pungo, di l mi dolgo...
ASSUNTA: Brava, perch' mamma! Le si presenta un buon partito... Non se ne trovano tanti fra i piedi oggi!
GIUSEPPINA: Va benissimo, ma io penso a quell'altra poveretta, che se l'era messo in testa...
ASSUNTA: Ragazzate, cara lei! Cose che succedono tutti i giorni! Vuole che lo dica la sora Mlia stessa? Non ci penser pi neanche lei, adesso. Vuole che la chiami, eh?
GIUSEPPINA: No, non ora!
ASSUNTA: Lasci fare! Cos per discorrere...
(Chiamando verso la portineria):
Ehi, sora Mlia!
(A Giuseppina): Cos, per sentire che ne dice...


SCENA SESTA.
Mlia dalla portineria, e detti.

ASSUNTA: Dica lei, sora Mlia, dica lei stessa. Sarebbe contenta di veder maritare sua sorella?
MALIA (sorpresa, guardando sbigottita or l'una or l'altra delle due donne): Io?... ma perch?...
ASSUNTA (a Giuseppina): Lasci fare! (a Mlia) di veder che sua sorella sposa un buon giovane, uno che sarebbe come un fratello anche per lei?... il sor Carlini, l!
MALIA (quasi le mancasse il fiato): Il sor Carlini, mamma?
ASSUNTA: S, che ne dice?
MALIA: Io?... Devo dirlo io?...
GIUSEPPINA: No... son discorsi in aria ancora...
ASSUNTA: No, no, so quello che dico! mi lasci parlare. La sora Mlia  tanto una brava ragazza! tanto che vuol bene alla sorella! Sar contenta di veder maritare sua sorella almeno! Qui si fanno le cose d'amore e d'accordo.
GIUSEPPINA: Poi ci dev'essere la volont di mio marito.
ASSUNTA: Suo marito far quel che vuole lei. Ora bisogna che dica la sua anche la sora Mlia.
MALIA (premendosi il petto colle mani, balbettando dall'angoscia): Ma cosa devo dire io?
ASSUNTA: S' contenta anche lei d'avere per cognato il sor Carlini.
MALIA: Io... s... s' contento lui... e anche la Gilda...
ASSUNTA (a Giuseppina, trionfante): Vede, vede se la sua ragazza  una perla!
GIUSEPPINA (baciando Mlia, con le lagrime agli occhi): T! che voglio dartelo proprio di cuore!
MALIA (vacillando, e scostandola colle mani tremanti): Oh, mamma!...
(Siede sullo scalino, pallidissima.)
GIUSEPPINA: Cos'hai?
MALIA: Nulla... il mio solito male... qui...
ASSUNTA: Vede, vede se quella  una ragazza da maritare!
GIUSEPPPINA: Oh, Signore Iddio!
MALIA: Non  nulla mamma... Non ti spaventare...
ASSUNTA: Su, su... che torna il sor Carlini...
MALIA: Non  nulla... Non gli dite nulla, per carit!


SCENA SETTIMA.
Carlini e detti.

CARLINI: O cos'ha la sora Mlia?
(Mlia lo guarda accorata un breve istante negli occhi, e china il capo facendo un gesto vago, senza aprir bocca.)
ASSUNTA: Niente...  la coda di quella lunga malattia...
GIUSEPPINA: Colpa sua, di lui!
MALIA: No, mamma!... no!
CARLINI: Colpa mia? Che le ho fatto?
ASSUNTA: Ma no! E' che non sta bene in gamba ancora, e ogni piccola cosa...
GIUSEPPINA: Questa, vede,  un angioletto! messa al mondo per portare la croce!
CARLINI: Lo so. E' vero...
GIUSEPPINA: Lo sa. E per questo le ha piantato i chiodi anche lei!
MALIA: Mamma, basta!...
CARLINI (discolpandosi, colle mani in croce sul petto): Sora Giuseppina!
ASSUNTA: Basta, ora  accomodata ogni cosa. Vuol bene a sua sorella, ed  contenta che sia felice almeno lei.
CARLINI: Perch? cos' successo?
ASSUNTA: Via, non faccia pi misteri. La sora Giuseppina, qui, sa tutto.
CARLINI: Chi gliel'ha detto?...
ASSUNTA: Sono stata io, caro lei! Le ho detto quello che mi canta ogni volta. Perch viene a seccarmi allora?
GIUSEPPINA (a Carlini): Per, se aveva quell'intenzione, perch mi ha scaldato il capo a quest'altra poveretta?
CARLINI: Io? pu dirlo lei stessa, sora Mlia!...
MALIA (dolcemente e con tristezza): S... s...  vero...
ASSUNTA: Alle volte qualche parola, di quelle che non vogliono dir nulla, cos nel vedersi tutti i giorni... Ma la sora Mlia  tanto una buona ragazza!...
CARLINI (con calore): Quanto a questo sono il primo io a dirlo! Una ragazza che si fa voler bene per forza!
GIUSEPPINA: Intanto mi tocca tenermela malata!
CARLINI: Vorrei essere un signore, guardi! Vorrei essere un signore per pigliarmela cos com'... e mantenerla magari a medici e speziali! glielo dico qui in faccia!
GIUSEPPINA: Lo so ch' un galantuomo; per questo l'ho lasciato bazzicare in casa.
ASSUNTA (a Giuseppina): Vede? Se l' venuto in casa, ci  venuto col buon fine!
GIUSEPPINA (a Carlini): Almeno mi vorr bene a quell'altra?
CARLINI: A tutt'e due gliene vorr! Voglio che mi abbiate come un altro figliuolo, sora Giuseppina!


SCENA OTTAVA.
Angiolino dalla sinistra; poi Gilda e detti.

ANGIOLINO: Ehi? ehi, Assunta?
ASSUNTA: Che c'?
ANGIOLINO: La padrona! presto!
ASSUNTA: Vengo! vengo! Non ho le ali per volare!... col paniere pieno, anche!
ANGIOLINO: Oh, la bella compagnia! Anche la sora Mlia!
MALIA: Riverisco, sor Angiolino.
ANGIOLINO: Bene. E' guarita? Mi rallegro.
GIUSEPPINA: Vede? Ne ha viste tante, poveretta!
ANGIOLINO (voltandosi verso l'interno): Pronto! Comandi! (Rientra.)
ASSUNTA: Accidenti! (Ripiglia il paniere e la bugia, e s'avvia su per la scala.)
GIUSEPPINA: Vengo anch'io, se no mi tocca sentirle. (A Mlia) Tieni d'occhio la porta, e bada al desinare intanto.
MALIA: S, mamma. (Giuseppina ed Assunta vanno via.)
CARLINI: Vada, vada, sora Mlia. Non stia qui a prendere il fresco.
MALIA (con un sorriso umile e triste): Mi manda via anche?
CARLINI: No. Dico per lei, che le pu far male.
MALIA (con una tinta d 'amarezza): Non mi fa nulla... Che le fa a lei?...
CARLINI (imbarazzato): Ce l'ha con me adesso? Dica?
MALIA (con dolcezza rassegnata): No, sor Carlini... no...
CARLINI (prendendole la mano): Vorrei che sua sorella avesse il suo cuore, vede!
MALIA (tirandosi indietro, colle lagrime agli occhi): Mi lasci stare adesso!... (Vivamente, vedendo entrare la Gilda dalla porta di strada:) Mi lasci!...
CARLINI: Oh! Buona sera, sora Gilda! (Gilda entra in portineria senza rispondere.) Non risponde? Cos'ha?
MALIA (giungendo le mani): Senta!... Non dica nulla alla Gilda almeno!... Di me non dica nulla!... E' mia sorella, capisce!...
CARLINI (commosso): Oh, sora Mlia!... Lei...
MALIA: Basta. Siamo intesi. (Dolcemente.) Riverisco, sor Carlini. (S'avvia verso la portineria.)
GILDA (che ne esce in quel punto, di cattivo umore, colla secchia vuota): Ah, vi credevo tutti a spasso. In casa non c' una goccia d'acqua.
MALIA: La mamma  andata di sopra. Dai a me!...
GILDA: Non far la brava adesso! Va, va!
MALIA (insistendo per toglierle la secchia di mano): Ma no...
GILDA (bruscamente): Va, ti dico! Va! (Mlia rientra in portineria, mortificata.)


SCENA NONA.
Carlini e Gilda.

CARLINI (facendo per aiutarla, per ancora imbronciato): A menare la tromba ero buono anch'io, se me l'avesse detto...
GILDA: No, grazie, non s'incomodi.
CARLINI: Lasci, lasci fare a me, (menando la tromba) che almeno son buono per questo...
GILDA: Perch dice cos?
CARLINI: Perch... perch... Basta, lo sa!
GILDA (impazientita): Io non so nulla, caro lei.
CARLINI: Ah, no? Non ne vuol sapere?
GILDA: Badi ora, che riversa...
CARLINI: Mi tratta come un cane oggi, guardi!
GILDA: Sa, non ho voglia di fare le solite scene, adesso!
CARLINI: O cos'ha infine? Me lo dica, cos'ha?
GILDA: Nulla, cosa mi vede?
CARLINI (riscaldandosi): Vedo che mi tratta come un cane! Da un pezzo che non  pi quella di prima! Ed io, bestia, che le voglio sempre bene!...
GILDA: Badi, che possono udire...
CARLINI: Non me ne importa. Lo sanno tutti.
GILDA: Eh? Che significa questo discorso?
CARLINI: Che la sua mamma sa ogni cosa adesso... ed  contenta lei!...
GILDA: Ah!... Beata lei, allora!
CARLINI (mortificato): Lo dica chiaro e tondo dunque che non gliene importa pi nulla di me!... Mentre mi pareva d'aver preso il terno al lotto!...
GILDA: Eh, per esser contenti ci vorrebbe davvero il terno al lotto per tutt'e due.
CARLINI: Perch non siamo ricchi, eh?... I suoi genitori non ne hanno colpa se non l'hanno fatta nascer ricca...
GILDA: E neppure io ne ho colpa.
CARLINI: E allora, cosa vuol dire?
GILDA: Nulla. Mi lasci stare!
CARLINI: Basta volersi bene!...
GILDA: Bella consolazione!
CARLINI: Vede come mi tratta?
GILDA: Dico, bella consolazione!
CARLINI: Eh, una volta non parlava cos!... Vuol dire che ci ha altro pel capo!
GILDA: Senta! Mi lasci in pace oggi!
CARLINI: Ah!... Bene!... La lascio!...
GILDA: Bene.
CARLINI: La lascio!... Ma prima voglio dirle il fatto mio!...
GILDA: Oh! sono stufa, sa!
CARLINI (rimasto un momento sconcertato, strappandosi il berretto di capo): Ecco!... Sono un asino!... Una vera bestia!... (Vedendo venir la Mlia rientra nel magazzino, sbattendo l'uscio.)


SCENA DECIMA.
Mlia e Gilda.

GILDA (irritata a Mlia): Ah! Eri l ad ascoltare! ...
MALIA: No... Ti giuro...
GILDA: Non me ne importa, sai!
MALIA: Oh, Gilda!... che t'ho fatto?
GILDA: Non me ne importa! Va pure a dirglielo al sor Carlini!
MALIA: Io?...
GILDA: S, ti pare che non lo sappia? Guarda, sei pallida!
MALIA (accorata): Oh, Gilda!... come mi tratti male!
GILDA: Vedi, sono cattiva anche! (Asciugandosi gli occhi stizzosamente.) Lasciami rompere il collo, ch' meglio per tutti quanti!
MALIA (vivamente, mettendole la mano sulla bocca): Zitta! Non dir cos!
GILDA: Lasciami! Son arcistufa! Non ne posso pi di questa vita!
MALIA: Ma perch? Cos'hai?
GILDA: Nulla. Non te lo posso dire.
MALIA (con un lieve tremito nella voce): Pensa alla mamma, poveretta, che ha avuto tanti dispiaceri!... Gliene ho dati tanti, con questa grama salute!...
GILDA: Vorrei esser morta io, invece!
MALIA: ...Pensa a lui... che ti vuol tanto bene!...
GILDA: Grazie. Bont sua!
MALIA: Dice che gliene volevi anche tu... allora...
GILDA: Allora, era allora.
MALIA (sbigottita): Oh, Gilda!...
GILDA: Allora era allora. Ho altro per il capo adesso.
MALIA: Poveretto!... Come far?
GILDA: Come far?
(Prendendole la fronte fra le mani, e guardandola fisso negli occhi.)
Tu sei una santa!... Perdonami!
(Asciugandosi di nuovo gli occhi stizzosamente.)
MALIA (abbracciandola tutta tremante): No, Gilda, no!...
(Chinando il viso.)
Ti dir tutto!... come se fossi in punto di morte... Sai che sono stata in punto di morte!... Lui non mi ha detto una parola... una parola sola... mai!... Veniva a vedermi perch ero ammalata... E nient'altro, ti giuro!... ti giuro!... Gli facevo soltanto compassione, ecco... Mentre io, sciocca...
(Scoppia a piangere col viso tra le mani.)
GILDA (commossa, quasi con le lagrime agli occhi): Vedi! vedi se sono stata cattiva!
MALIA (rossa in viso e tentando di sorriderle fra le lagrime): Ma non ci penso pi ora!... Vedi che ne rido io stessa?... Purch siate felici!...
GILDA: No, non pu essere... Diglielo tu che sei buona, e te lo meriti il bene...
MALIA (sbigottita, trasalendo): Oh, no!... Io No!...
GILDA (bruscamente): Digli quello che vuoi... Non me ne importa.
MALIA (supplichevole): Ma perch? perch?...
GILDA: Vuoi sapere il perch?... No... non posso dirtelo, a te che sei una santa!
MALIA (a mani giunte): Oh, Gilda!...
GILDA: Digli che ho promesso ad un altro... Che  finita ormai...
MALIA (alla Giuseppina che sopravviene): Ah!... Mamma! mamma!...


SCENA UNDICESIMA.
Giuseppina e dette, poi Carlini

GIUSEPPINA (a Gilda, irritata): Ah! Sei qui finalmente!
GILDA: Mamma, sentite! Lasciatemi stare oggi! Non sono in vena d'ascoltare la predica!
GIUSEPPINA: Te la dar io la predica! Sentirai! Sentirai tuo padre appena torna a casa!
MALIA: Mamma, per carit!...
GILDA: Lasciatemi stare, o faccio qualche pazzia!
GIUSEPPINA: Cos mi rispondi? Cos rispondi a tua madre, per giunta?
GILDA: Che c' infine? Che c'?
GIUSEPPINA (spiegazzandole in viso la lettera): Ecco! Ecco cosa c'!
MALIA (vedendo venir Carlini, supplichevole): Mamma!... Guarda che vien gente!...
GILDA: Fatele dinanzi a tutti le scene!
GIUSEPPINA: Sentirai tuo padre!... Appena torna a casa!...
CARLINI (frapponendosi): Via, sora Giuseppina!...
GILDA (a Carlini): Mi lasci stare anche lei!
GIUSEPPINA: Stupida!... Che sei una stupida, c'!... E hai quel che ti meriti, guarda!
GILDA (agitatissima, strappandole di mano la lettera): Ah cos? Volete cos?...
(Entra correndo in portineria.)
CARLINI (a Giuseppina): Vede come mi tratta?
MALIA: Per carit, sor Carlini!...
GIUSEPPINA (a Carlini): Non cominci a far scene anche lei, benedetto Iddio!
CARLINI: Le scene!... Le far!... Con chi mi tocca farle le far!... Arriver bene a scoprire quel che c' sotto!...
MALIA: Senta! Senta!...
CARLINI: Cosa vuole che senta? Non vede ch' bell' finita? Segno che c' qualche altra cosa sotto!
MALIA (agitatissima): No!... Glielo dir io!... Devo dirglielo io il perch...
CARLINI: Lei non me l'avrebbe fatto questo servizio!... Dopo tanto che le volevo bene!... Tanti giuramenti, qui, in questo stesso posto!...
(Gilda in questo momento passa dall'androne e scappa correndo fuori di casa.)
MALIA (a Carlini): Ecco!... Ecco il motivo... Mamma, devo dirglielo a lui solo!... Ecco cos'... In causa mia!... Per amor mio!... E' mia sorella, vede!... Mi vuole tanto bene!... E credeva che anch'io... a lei (a Giuseppina) Mamma, non ho coraggio dinanzi a te...
GIUSEPPINA (a Mlia, accennando del capo, accorata): Va l! va l! che tu sei nata proprio per portare la croce!
(Entra in portineria.)
MALIA: Capisce?... Ha capito quello che voglio dire?...
CARLINI: No, no, sono pretesti, creda!
MALIA: Teme che io pensi sempre a lei... Teme di darmi un gran dolore...
GIUSEPPINA (correndo come pazza dalla portineria verso la strada e gridando). Ferma! ferma!... La mia Gilda!... La mia figliuola!...
MALIA: Ah! sor Carlini, ah! (Fa per correre anche lei e cade sotto il portico, svenuta.) (Cala la tela.)



ATTO SECONDO.

Interno della portineria. A destra un caminetto; pi in l la scala che mette alla soffitta; a sinistra una grande finestra e l'usciale che d in corte. Sul davanti presso il camino una poltrona, un'ottomana, e qualche seggiola; a sinistra un attaccapanni e il tavolone da sarto, su cui  appeso uno specchio; un cassettone e la scansia delle lettere, accanto all'uscio d'ingresso; un paravento dietro la poltrona; un becco di gas acceso sul cammino. - In fondo, attraverso i vetri della finestra e dell'usciale si vedono l'androne della casa, a destra, e a sinistra il portico e la corte, pure illuminati a gas.


SCENA PRIMA.
Mlia seduta sulla poltrona, pallida e rifinita, abbandonando di tratto in tratto il capo sui guanciali posti dietro le sue spalle. Assunta in piedi, accanto a lei; il Dottore sull'uscio, per andarsene, accompagnato dalla Giuseppina.

DOTTORE (colla mano sulla gruccia dell'uscio, stringendosi nelle spalle, piano a Giuseppina): Cosa vuole che le dica? E' giovane e pu tirare in lungo. Ma a buon conto, se vuol vedere il prete...
GIUSEPPINA (sbigottita, giungendo le mani): Oh, Signore!
ASSUNTA (a Mlia che li segue cogli occhi inquieta): Dia retta a me! Dia retta a me!
DOTTORE (c.s. a Giuseppina): No. Dico perch so quel che succede poi: se campa,  la Madonna che fa il miracolo; se muore, l'ha ammazzata il medico. Con queste malattie di cuore non c' da scherzare, da un momento all'altro. Io me ne lavo le mani.
(Esce.)
MALIA: Mamma cos'ha detto il medico?
GIUSEPPINA (afflitta, tentando di dissimulare): Nulla, figliuola mai. Che va bene... va benone...
MALIA (scuotendo il capo): No, mamma, non mi sento bene.
GIUSEPPINA (cercando di rassicurarla, per colle lagrime nella voce): Non dubitare che la Madonna far il miracolo. Oggi  la festa di San Giorgio: gli ho fatto voto che se guarisci, quest'altro anno andremo tutti insieme a fare il San Giorgio.
MALIA (assentendo dolcemente col capo, come per illudersi anche lei): S mamma!
GIUSEPPINA: Sai... lo zio prete ha mandato a dire che vorrebbe farti una visita...
MALIA (sgomenta, fissandola in viso cogli occhi inquieti): Ah!... lo zio prete?... Non viene quasi mai! Vuol dire che sto peggio, mamma?
GIUSEPPINA: Ma, no, cara! No!...
ASSUNTA: O Dio! Signore! Preti e medici dicono sempre cos... per farsi merito... Dieno retta a me, invece! Qui ci vuole la sonnambula. Con tre lire e una ciocchetta di capelli appena, la sonnambula vi vede dentro e fuori come in uno specchio, quello che avete e quello che non avete, e vi spiattella subito il suo bravo consulto in due parole.
MALIA: E' vero, mamma?
ASSUNTA: S, s, lasciate fare a me.
(Va a prendere le forbici dal banco.)
Lasci che le tagli una ciocca di capelli, e in due salti vado e torno colla risposta della sonnambula.
GIUSEPPINA (fermandole le mani): No, no, sora Assunta! Dicono che non  bene tagliare i capelli agli ammalati.
ASSUNTA: Eh, che diavolo!
GIUSEPPINA: S... Dicono che la testa se ne va via dietro ai capelli...
ASSUNTA: Sciocchezze! La Dorina, mia nipote, che la conoscente tutti, sana e salva, non se n' tagliati tante volte, per guarire dal brutto male? Anzi la sonnambula le fece trovare al Municipio un orecchino che aveva perso questo carnevale...
MALIA (rassegnata): Fate come volete... Fate tutti come volete...
ASSUNTA: Qui, che non si vedono... Mi lasci fare... Faccia conto che sieno per l'innamorato...
(A Giuseppina.)
Le prometto che la sonnambula gliela rimette subito in gamba meglio di lei e di me... O almeno, s' destinata, non vi rovinate a spendere, tutta la famiglia, e a guastarle lo stomaco con quelle porcherie...
(Esce.)


SCENA SECONDA.
Mlia e Giuseppina, indi il Postino, la Signora e Angiolino.

MALIA (dopo qualche istante di silenzio): Mamma, che ora ?
GIUSEPPINA: Il Secolo non l'ho sentito ancora.
MALIA: La sora Luisina sar andata a fare il San Giorgio anche lei.
GIUSEPPINA (accarezzandola sui capelli): Quest'altr'anno, se Dio vuole, ci andremo tutti insieme a fare il San Giorgio.
MALIA (chinando il capo due o tre volte dolcemente): S, mamma...
IL POSTINO (entrando): Posta! (Lascia lettere e giornali sulla tavola ed esce.)
GIUSEPPINA (distribuendo la posta nelle varie caselle della scansia): Vuoi vedere le figure dell'Illustrazione?
MALIA: No, mamma. Sono stanca.
GIUSEPPINA: Cos, stando a sedere. Dicevo per distrarti. (Sfoglia il giornale. Pausa.)
MALIA (pensierosa): Mamma... perch vuol venire a vedermi lo zio prete?
GIUSEPPINA (accorata): Ma per nulla, figliola mia... Non affliggerti, ora!...
MALIA (rassegnata): No, mamma... fallo venire, se vuoi...
GIUSEPPINA: C' tempo... c' tempo. (Pausa.)
MALIA (inquieta): Mamma, va a vedere che ora .
GIUSEPPINA: Adesso vado. (Vedendo entrare la Signora.) La Signora.
LA SIGNORA (facendo capolino dall'uscio): E cos, come va questa ragazza?
GIUSEPPINA: Come Dio vuole, signora mia! Eccola l.
MALIA: Riverisco, sora padrona!
LA SIGNORA: Buona sera, cara! C' stato oggi il medico?
GIUSEPPINA: Sissignora,  venuto adesso. Dice sempre le stesse cose. Che posso farci, Madonna santa?... Di lass deve venire il miracolo!
LA SIGNORA: S, s, poveretta. Buona sera.
MALIA: Grazie, signora. Buona sera. (La Signora esce.)
GIUSEPPINA (teneramente): Vedi, vedi, lo dicono tutti che il Signore far il miracolo.
MALIA: S, mamma.
GIUSEPPINA: Hai bisogno di niente ora?
MALIA: No... di niente.
GIUSEPPINA: Allora vado. (Vedendo entrare Angiolino.) Vado a vedere un momento, mentre c' qui il sor Angiolino. (Esce.)
ANGIOLINO: Buona sera. Come va adesso?
MALIA: Bene, Grazie, sor Angiolino.
ANGIOLINO: La cera non c' malaccio. Tanto meglio. L'Assunta  andata per lei dalla sonnambula.
MALIA: S. Dio gliene renda merito.
ANGIOLINO: Niente, niente. Lei si merita questo e altro.
MALIA: Dio glielo renda... di tante gentilezze... a tutti loro del vicinato...
ANGIOLINO: Lo sa! lo sa che le vogliono tutti bene nel vicinato! Magari Assunta le portasse una buona notizia adesso!
MALIA: La Madonna far il miracolo.
ANGIOLINO: S, poveretta. Il Purgatorio l'ha avuto qui, lei! (A Giuseppina che rientra:)
Dicevo, sora Giuseppina, magari la sonnambula mandasse una buona risposta!
GIUSEPPINA: Magari!
ANGIOLINO: Se ne son viste tante! Lei  giovine e guarir. Mangiare, bere e stare allegri: ecco quel che ci vuole! Scappo perch ho da fare. Riverisco.
MALIA: Riverisco, sor Angiolino.
GIUSEPPINA: Buona sera, buona sera. (Angiolino esce. Mlia s'asciuga gli occhi col fazzoletto.)
GIUSEPPINA: Perch piangi adesso, sciocca?
MALIA: Niente, mamma... Sono contenta anzi... Perch vedo che mi vogliono bene... Ora che son tanto malata tutti quanti mi vogliono bene.
GIUSEPPINA: S, cara! s.
MALIA (accorata): Ma guarir,  vero?... E' vero, mamma, che guarir?... Non sto tanto male poi,  vero?
GIUSEPPINA: No! Ma no!
MALIA (accennando del capo affettuosamente, con un sorriso dolce e triste): Anch'io vi voglio bene!... A tutti quanti vi voglio bene!...
GIUSEPPINA: Sta quieta ora, che il dottore ha detto di non pensare a nulla.
MALIA: Come posso fare, mamma?
GIUSEPPINA: E tu fallo! (Pausa. Giuseppina prepara la minestra al caminetto.)
MALIA: Mamma, il babbo star ancora molto a tornare?
GIUSEPPINA: No, no... anche lui!... Chetati ora!
MALIA: Non gli dir nulla... Ha tanti dispiaceri qui!... Sta fuori per questo, che non ci regge, poveretto!... Tu no, mamma!
(Sorridendole dolce e triste.)
Tu ci sei avvezza, a tribolare!... In causa mia, anche, povera mamma!...
GIUSEPPINA (colle lagrime agli occhi): Guarda ora che mi fai andare in collera!
MALIA: Mamma, il riso l'hai messo a bollire?
GIUSEPPINA: S, s, l'ho messo.
MALIA: Io non posso aiutarti, vedi...
GIUSEPPINA: Quest'altra adesso!
MALIA: Dico perch quando sar guarita voglio far tutto io in casa, e tu ti riposerai, povera mamma!
GIUSEPPINA: S, figliuola mia
MALIA (sorridendo dolcemente, quasi sottovoce): Voglio star sempre in casa... Con te e col babbo... sempre!... capisci?... finch sar vecchia...
GIUSEPPINA: S, s, sta quieta.
MALIA (chinando il capo, con verecondia): Capisci... Non vi lascer mai... Non mi mariter...
GIUSEPPINA: Oh, Signore! che discorsi!... apposta per tormentarti!...
MALIA: No... non mi tormento. (Pausa.)
MALIA (scoppiando a piangere): Mamma, quando non ci sar pi, e non mi vedrai pi qui, come farai tutta sola?
GIUSEPPINA (scoppiando in lagrime anche lei): Ah! senti, Mlia!...
MALIA (stringendole la mano, e tenendosela vicina): No, mamma. Sto quieta, guarda!
(Pausa.)
MALIA: La Gilda ha mandato oggi a vedere come stavo?
GIUSEPPINA (afflitta): S, poveretta. Ha mandato del denaro anche.
MALIA: Perch non me la fate vedere mia sorella?
GIUSEPPINA (sospirando): Ah, Signore! se stesse in me!...
MALIA (supplichevole): Bisogna perdonarle...
GIUSEPPINA (piangendo): S... quanto a me le ho perdonato... Ne ho troppi dispiaceri!...
MALIA: Glielo dir io al babbo... quando star un po' meglio... Allora sar contento, pover'uomo, e mi far la grazia!...
GIUSEPPINA (abbracciandola): Cara! cara!... Un vero angioletto sei!...
MALIA (scostandola, alterandosi maggiormente in viso): No, no cos... Mi manca il fiato...
(Dopo un momento d'esitazione.)
E il sor Carlini non s' fatto vedere oggi, mamma?
GIUSEPPINA: E' andato in campagna cogli amici, a fare il San Giorgio.
MALIA (sorridendo dolcemente): Se guarisco, quest'altro anno andremo tutti insieme a fare il San Giorgio. Non  vero?
GIUSEPPINA: S, figliuola cara!
MALIA: E il sor Carlini anche lui...
GIUSEPPINA: S, s, anche lui. (Vedendo entrare Don Gerolamo.) Oh, ecco qui tuo zio! Riverisco, Don Gerolamo. (Mlia sbigottisce e si scompone in viso.)


SCENA TERZA.
Don Gerolamo e dette.

DON GEROLAMO: Buona sera, buona sera. E cos? Come va questa figliuola?
GIUSEPPINA: Come Dio vuole. Vede, poveretta!...
DON GEROLAMO: Ho sentito che stava poco bene, e sono venuto apposta.
MALIA: Mamma, perch piangi?
DON GEROLAMO (a Giuseppina): Perch piangi, sciocca? Vedi che tua figlia ha pi giudizio di te? Bisogna fare la volont di Dio, e pigliarsela in santa pace. Sentiamo, cos'ha detto il medico?
GIUSEPPINA: Tutti impostori, cugino mio! E' un pezzo che va e viene senza concludere nulla!
DON GEROLAMO: Il vero medico  lass, il medico per l'anima e pel corpo. Lasciate fare a Lui, che sa quello che fa.
GIUSEPPINA: Oh, Don Gerolamo, come parla bene!
DON GEROLAMO: E quell'altra disgraziata, ch' anch'essa sangue vostro?
GIUSEPPINA: Ah, poveretta me! Che spina, che crepacuore anche quell'altra!
DON GEROLAMO: Sicuro! sicuro! Quando la incontro mi sento il rossore al viso... Vesti di seta, penne sul cappello, scarrozzate come una signora... Insomma un disonore per tutto il parentato! Suo padre che non ci pensa?
GIUSEPPINA: Non vuole pi vederla. Non vuole che se ne parli... Come se fosse morta, vede!
DON GEROLAMO: Avrebbe fatto meglio ad aprir gli occhi prima!
GIUSEPPINA: S, Don Gerolamo! Quello che gli dicevo!...
DON GEROLAMO: Anche lui non le ha dato il buon esempio! Sempre quel viziaccio, eh! Basta, che il Signore gli tocchi il cuore a tutt'e due!
GIUSEPPINA: Il cuore l'ha buono, povera Gilda!... Ci ha soccorso quanto ha potuto, durante la malattia di sua sorella...
MALIA: Mamma, vorrei parlare da sola a solo allo zio prete... No, mamma! non piangere di nuovo!
GIUSEPPINA (col grembiule agli occhi): No, no... vado qui un momento, sulla porta... Vedi, non piango...
(Esce.)
DON GEROLAMO: Brava! brava! Tu sei stata sempre una buona figliuola. Il Signore pu farti la grazia di guarire, ma  sempre meglio trovarsi pronti a fare il suo volere. Tutti possiamo morire da un momento all'altro.
MALIA: Sissignore...
DON GEROLAMO: Ora di', che sto ad ascoltarti.
MALIA: Sissignore... s...
DON GEROLAMO: Cos'hai da confessare?
MALIA: Non so... Non so come dire...
DON GEROLAMO: Vediamo, vediamo. Cosa ti sta sulla coscienza? Qualche mancanza verso i genitori o verso il prossimo? Qualche peccatuccio di giovent?...
MALIA: Sissignore... Ho un cruccio qui... sul cuore... che mi pesa... e non so come dirlo...
DON GEROLAMO: Dio t'ascolta ed  misericordioso, figliuola mia. Diglielo a Lui e domandagli perdono.
MALIA: S, gli domando perdono... di tutto cuore!...
DON GEROLAMO: Bene. Ora di' cosa  stato?
MALIA (smorta e affilandosi in viso): C'era un giovane... che gli volevo bene...
DON GEROLAMO: Questo non  peccato, se c'era la volont di Dio e dei genitori.
MALIA: Nossignore... non sapevano nulla... Egli lavorava nel magazzino, qui in corte... E cos, vedendolo ogni giorno... Poi quando m'ammalai la prima volta, prese a venire anche la sera... L, dov' adesso vossignoria...
(Tace un istante soffocata dalla commozione.)
Veniva a leggere il giornale... o portava qualche regaluccio... e si stava chiacchierando tutti insieme, colla mamma e la Gilda, quand'essa tornava dalla maestra...
(Tace un istante, sopraffatta dalla commozione.)
DON GEROLAMO: Bene, avanti.
MALIA (quasi le mancasse il fiato, e facendo un gesto vago): Aspetti un momento... Scusi...
DON GEROLAMO: Povera figliuola!... Su, coraggio!...
MALIA: Sissignore... Allora... allora lui vedendo la Gilda ch' bella e sana...
(Accennando col capo e guardando il prete cogli occhi lucenti di lagrime e un nodo alla gola.)
Capisce?... Capisce, vossignoria?
DON GEROLAMO (scrollando la testa): S figliuola! S!
MALIA: Il Signore mi perdoner,  vero, se non ho potuto rassegnarmi subito a fare il suo volere... se non ho potuto togliermelo dal capo, quel giovane?
DON GEROLAMO: Ah, poveretta, ancora?
(Mlia chiude gli occhi e accenna di s.)
Bisogna distaccarsi da ogni cosa quaggi, figliuola mia, se Lui vuol farti la grazia di chiamarti in Paradiso.
MALIA (rassegnata, colle mani in croce): Sissignore... Far il possibile...
DON GEROLAMO: E' tutto qui? Non c' altro?
MALIA: Nossignore... No...
DON GEROLAMO: Bene, bene. Sta su allegra che Dio ti perdona, come io ti assolvo e benedico. (Posandole la mano sul capo. Indi chiama.) Giuseppina? (Giuseppina entra asciugandosi gli occhi.)
MALIA (sorridendo dolcemente): Vedi, mamma?... non  nulla!...
GIUSEPPINA (abbracciandola teneramente): Figlia! Figlia mia! Di', ora come ti senti?
MALIA: Bene, mamma. Mi sento bene.
DON GEROLAMO (accomiatandosi): Che il Signore vi assista! (a Giuseppina che l'accompagna verso l'uscio, piano:) E' un angioletto, poverina!... Ma voi avreste dovuto tenere gli occhi aperti... Con due ragazze in casa...
GIUSEPPINA: O Madonna!... Come ho da fare?...
DON GEROLAMO: Basta, basta. Se mai, Dio non voglia, al funerale penso io. Mandatemi a chiamare in parrocchia, all'occorrenza...


SCENA QUARTA.
Battista e detti.

BATTISTA (col berretto in testa, in tono burbero, al prete): Riverisco!
DON GEROLAMO: Buona sera, Battista.
BATTISTA (come sopra): Riverisco! (Don Gerolamo esce.) Cosa viene qui a fare costui?
MALIA: Babbo...
GIUSEPPINA: E' venuto cos... trovandosi a passare...
BATTISTA: Alla larga! Gente che porta la jettatura! Non voglio che le portino la jettatura alla mia figliuola! (Chinandosi ad accarezzare Mlia e pigliandole il mento fra le dita.) Cara! Come va adesso?
MALIA: No, babbo... Non mi sento bene...
GIUSEPPINA: Don Gerolamo  venuto per lei... sapendola cos malata!...
BATTISTA (amareggiato, sbuffando e volgendo loro le spalle): Bella risorsa! Bell'aiuto avere il parente prete! Mesi e mesi che siamo nei guai, e non  venuto una volta a dirci crepa!
MALIA: No, babbo! non parlar cos!...
GIUSEPPINA: Vedi, la tua figliuola che non sta mica bene!
BATTISTA: No! No! Non mi fate venire la bocca amara adesso! Cara la mia figliola! E' qui il tuo babbo, sai! Non dubitare!... Quell'altro impostore del medico va e viene e non conclude nulla!... E' buono soltanto a spillarci i denari, lui!... Lui e lo speziale!... Peggio di due mignatte! Da' retta al tuo babbo che ti vuol tanto bene! Non sei ancora confinata in un letto, grazie a Dio... Guarirai, te lo dico io!
MALIA: No... non mi sento bene, babbo!...
BATTISTA: Guarirai! guarirai! Da' retta a me! Sei giovane, e ti rimetterai in gambe. Il peggio  per noi vecchi, che in gambe non ci siamo pi. Ora viene l'estate, e guarirai!
MALIA: Davvero, babbo?
BATTISTA: Te lo dico io! Per vederti guarita mi farei in quattro, guarda!... Senti, quelli che tornano dalla scampagnata!...
GIUSEPPINA: No, no,  la sora Assunta.


SCENA QUINTA.
Assunta e detti.

ASSUNTA (entrando frettolosa con una boccetta in mano): Allegri! allegri! Ve l'avevo detto!
GIUSEPPINA: Oh Signore! Cos'ha risposto?
ASSUNTA (ancora tutta scalmanata): Ha detto cos, che non  nulla... Che sta benone e guarir fra pochi giorni, con due cucchiaiate di quest'affare rosso qui, una la mattina e una la sera... Il male viene da debolezza e languori di stomaco. Come chi dicesse un sacco vuoto che non pu reggersi in piedi. Quando si sar rinforzata poi, star meglio di voi e di me.
MALIA: Oh mamma!
GIUSEPPINA: Il Signore l'ascolti, quella buona donna!
BATTISTA: Ma che roba ? Qualche altra porcheria?...
ASSUNTA: Porcheria! ... Il "tocca e sana", caro lei!
BATTISTA: Il "tocca e sana"! "il tocca e sana"! Ce n'ho un com pieno l!... Tutte storie, imposture!
ASSUNTA: Storie? Son storie che conta la sonnambula? Per tre lire che spendete!...
BATTISTA: Non so... Io tre lire le spendo volentieri, se fosse vero, per la mia figliuola. Mi leverei il pane di bocca addirittura!
(A Giuseppina.)
Ma i denari dove li hai presi?
GIUSEPPINA: I denari li avevo.
BATTISTA: Allora, quando ti ho chiesto tre soldi per la pipa, perch mi hai detto che non ne avevi?
GIUSEPPINA: Me li ha mandati poi la Provvidenza.
BATTISTA: La Provvidenza?... La Provvidenza che manda soldi?
ASSUNTA: Insomma, i denari li ha avuti da chi poteva darglieli. E ora le dico ch' tempo di finirla, e che la Gilda ha mandato a dire che vuol vedere sua sorella.
MALIA(supplichevole): S, babbo!
BATTISTA: Io?... La Gilda?... Io non ho pi figlia!...
MALIA (supplichevole): S, babbo!
BATTISTA: Io?... La Gilda?.... Io non ho pi figlia!...
MALIA (c.s., colle lagrime agli occhi): S, babbo! s!
BATTISTA (accalorandosi): Io non ho pi figlia! E' morta e seppellita! Ci ho fatto su la croce! (Gesticolando e facendo la croce in terra.) Ingrata! Io di figlie ci ho questa sola qui! (Abbracciando Mlia.) Non ne ho altre! (Piange.)
ASSUNTA: Vede? Vede che il cuore le dice di finirla?
BATTISTA: Perch mi vede angustiato? Perch vede che infine il sangue non  acqua? No! no!... Ingrata!... Ecco come ci ha lasciati!... soli a tribolare con questa poveretta!... Mi vergogno anche ad uscire di casa... a trovarmi cogli amici dal Brusetti...
MALIA: Oh, babbo!...
ASSUNTA (piano a Mlia): Stia cheta, stia cheta, lo lasci cantare.
BATTISTA (sbuffando e andando su e gi per la stanza): No! Non sono di quelli che chiudono gli occhi! Sono un povero diavolo, ma il mio onore non lo voglio toccato!
ASSUNTA: Eh, caro lei, chi glielo tocca? (Piano a Giuseppina che piange in silenzio:) La sua Gilda  qui vicino, dal sor Ambrogio, e aspetta che la chiami. Ora gliela faremo in barba a lui!


SCENA SESTA.
Carlini, la sora Luisina e detti.

CARLINI (entrando gaiamente): Ehi, sora Mlia! San Giorgio anche per lei! (Dandole delle arance.) Prenda, prenda pure senza cerimonie...
MALIA (tutta contenta, animandosi in viso): Oh!... Oh!...
BATTISTA: Beati voi!
LUISINA: Buona sera, buona sera.
GIUSEPPINA: Ben tornati!
MALIA: Oh sor Carlini!... Grazie... grazie tante!... Che bei fiori!
(Accennando ad un mazzolino che Carlini ha all'occhiello.)
CARLINI: Vuole anche questi? Ecco. (Si toglie il mazzolino dal petto e glielo d.)
MALIA (volgendosi alla madre, giuliva): Mamma guarda!
LUISINA (dando anche lei delle arance a Giuseppina): Aranci di Palermo; li abbiamo comperati apposta.
MALIA (con dolcezza vereconda): Si rammenta, sor Carlini, che anche allora mi regalava dei fiori... quando stavo un po' meglio?... E' un buon augurio...
CARLINI: S, di tutto cuore!
MALIA: Questi ora li metto nell'acqua... se no muoiono,  vero? Mamma, d qua il bicchiere.
GIUSEPPINA (cercando sul com un bicchiere vuoto): Quante gentilezze, sor Carlini!
CARLINI: La bella scampagnata eh, sora Luisina? (A Mlia): Se ci fosse stata anche lei!...
MALIA: Io?... Cosa vuole...!
LUISINA: Siamo stati proprio bene. Risotto, manzo a lesso, il fritto, un vino sincero che andava bene... Doveva venire almeno il sor Battista.
BATTISTA: Eh, cara lei! Ci ho altro pel capo adesso!
ASSUNTA: Passer, passer, vedranno!
CARLINI (ridendo e cavando di tasca un'arancia per l'Assunta): Brava. Ecco anche a lei... per la buona parola...
ASSUNTA (ridendo): Mi piace il sor Carlini, perch sa pigliarsela colle donne, e non viene mai con le mani vuote.
CARLINI (ridendo): Dice davvero che le piaccio? Ah, se avesse vent'anni meno!
ASSUNTA: Lo sappiamo, lo sappiamo ch' anche un mostro, un donnaiolo!
CARLINI (rabbuiandosi): No, no!... Sono stato scottato!... Come va oggi, sora Mlia?
MALIA: Bene, grazie, sor Carlini!
LUISINA: Poveretta! Tanto tempo che non piglia una boccata d'aria! Ma ora torna la bella stagione!
(Volgendosi agli altri.)
Avete visto che bel sole?
MALIA (con un sorriso triste, guardando la finestra): S...
BATTISTA: Quello che le dico sempre! La tormentano in mille modi. Chi dice bianco e chi dice nero. Come pu ripigliare fiato?... Ci tormentano tutti quanti!
LUISINA: Poveretti! Ne avete viste!
BATTISTA: Tante! Ne ho il cuore pieno.
ASSUNTA ora  finita. Ci si  messa la sonnambula!
GIUSEPPINA: Magari, Madonna santa!
ASSUNTA: Ve lo dico io! Vuoteremo presto una bella bottiglia alla sua salute!
LUISINA (accomiatandosi): Allora buona sera! Vado a prendere il mio uomo, qui, dal Brusetti.
ASSUNTA: Venga anche lei, sor Battista, un momento. Andiamo a bere alla salute della sua figliuola.
BATTISTA: Mi lasci stare. Non ne ho voglia adesso
GIUSEPPINA: No, no, lo lasci stare.
ASSUNTA (piano a Giuseppina): Ve lo levo dai piedi, e cos vado a chiamare la sua Gilda.
(A Battista:)
Venga! venga! Non si faccia pregare per fare un brindisi alla salute della sua figliuola.
BATTISTA: Cara! S' per la mia figliuola, non so che dire... E tratto io! A condizione che pago io per tutti!
(Piano a Giuseppina:)
Dammi qualche soldo.
GIUSEPPINA: Ma...
BATTISTA: Vuoi dirmi ancora che non ne hai?
(Giuseppina gli d i denari.)
Venga anche lei, sor Carlini.
CARLINI: No, grazie, ne ho abbastanza. Faccio un po' di compagnia alle sue donne piuttosto.
BATTISTA: Bene, bene. Torno subito. (Esce con Luisina.)
ASSUNTA (a Giuseppina e Mlia piano): Aspettino un momento. Torno subito.
(Esce.)


SCENA SETTIMA.
Carlini, Mlia e Giuseppina.

MALIA: Come  buono lei, sor Carlini, a restare qui solo con noi!...
CARLINI: Niente, niente. Lo fo volentieri. Sono un po' stanco anche, ma ci siamo divertiti. Peccato che non abbia potuto venire anche lei coi suoi genitori!
MALIA: Quest'altro anno, se guarisco, la mamma dice che andremo tutti insieme...
GIUSEPPINA: S, s.
MALIA: Sar contento anche lei, sor Carlini, che vi andremo tutti insieme?
CARLINI: Contento, contentissimo. Lo sanno che sono contento di stare con loro! Ho avuto dei dispiaceri... dei crepacuori anche!... Ma pazienza! Qui almeno c' gente che mi vuol bene!
GIUSEPPINA: Perch se lo merita!
CARLINI: E anch'io, sa! Vede questa poveretta? Mi piglierei il suo male per vederla guarita.
MALIA: Oh, sor Carlini...
CARLINI: No, no, me lo lasci dire.
MALIA: Dio gliene renda!... come lei desidera!...
CARLINI (accorato, scrollando le spalle): Ma che! Ma che! ...
GIUSEPPINA (a Mlia): E tu calmati. Non ti stancare.
MALIA: No, mamma... lasciami parlare... Mi fa bene anzi... Ora ch' qui il sor Carlini...
CARLINI: S, s, la lasci dire.
MALIA (a Carlini timidamente dopo aver esitato un istante): Oggi, sa... c' stato lo zio prete...
CARLINI: Oh, perch?
MALIA: ...Perch... dice... possiamo tutti morire da un momento all'altro...
CARLINI: Non dia retta. Dicono sempre cos. Ma lei guarir. Creda a me che guarir!
GIUSEPPINA: Dio l'ascolti, sor Carlini! Non le pare? Da un po' in qua essa ha miglior cera!...
CARLINI: E' vero...  vero...
GIUSEPPINA (a Mlia): Vedi? Lo dicono tutti. Sta su allegra dunque! Non ti angustiare!
MALIA: S, mamma.
GIUSEPPINA (a Carlini): Mentre c' lei che le fa un po' di compagnia, vado un momento sulla porta a prendere una boccata d'aria.
MALIA: Povera mamma!
GIUSEPPINA (piano a Mlia): No, vado a vedere se arriva la Gilda. Ho paura che la sora Assunta mi faccia qualche pasticcio con quel benedett'uomo di tuo padre.
(A Carlini:)
Con permesso. (Esce.)


SCENA OTTAVA.
Mlia e Carlini.

MALIA (timida e imbarazzata): Davvero?... non s'annoia a stare con una povera malata?
CARLINI: Che dice mai? Sa che ci sto tanto volentieri con lei.
MALIA (quasi colle lagrime agli occhi): La ringrazio!... Di tutto cuore la ringrazio, sa!...
CARLINI: Ma di che?
MALIA: Niente... La ringrazio... Mi lasci ringraziarla...
CARLINI (sospirando e accennando col dito): Il cuore ce l'ha almeno lei... l!
MALIA (con un sorriso triste): Dicono ch' tanto malato anche!
CARLINI (alzando le spalle): Li lasci dire... Non sanno quel che si dicono, alle volte.
MALIA: Mi rincrescerebbe tanto... di morire adesso!...
CARLINI: Ma cosa le viene in mente ora?
MALIA (con le lagrime che le fanno nodo alla gola): E anche a lei gli rincrescerebbe...  vero?
CARLINI: Non parli cos, o me ne vado!
MALIA (pigliandogli la mano, affettuosamente): No, sono contenta, anzi... Tanto contenta!...
CARLINI: Bene, bene, cos!
MALIA: (dopo un breve silenzio, timidamente, chinando il capo): Lo zio prete dice che devo togliermi dal capo ogni cosa!...
CARLINI: Chiacchiere! Lo lasci dire anche lui. A me invece il cuore dice che guarir presto. Ne ha avuto abbastanza lei pure!
MALIA: S, s!...
CARLINI: Ne ha passati dei guai! E anche i suoi genitori poveretti! Tanti dispiaceri che sono piovuti in questa casa!
MALIA: Oh!... tanti!
CARLINI: Prima la sua malattia, poi la storia di sua sorella!... Si rammenta, eh, che colpo!
MALIA: Povera Gilda!
CARLINI: Che le mancava qui, in casa sua? Tutti che le volevano bene!... Ah, sora Mlia, quel tiro che m'ha fatto non posso mandarlo gi!... O cos'ha?
MALIA (scomponendosi sempre pi in viso): Nulla...
CARLINI: Dopo tanto che le volevo bene!... E anch'essa diceva... Diceva, almeno!... Chi lo sa poi?... Essa era in giro per Milano tutto il giorno, ed io qui a lavorare nel magazzino... lavoravo contento, pensando... Ecco, stasera poi la vedo! ... Si stava felici e contenti tutti... Si rammenta?
MALIA: ...S, mi rammento...
CARLINI: Ah! sua sorella non ha il cuore che ha lei, sora Mlia! Siete nate tutte e due dalla stessa madre, ma il cuore che ha lei, sua sorella non ce l'ha!... Mi struggevo per lei, mi sarei cavato il sangue dalle vene per farla contenta... Ma essa, via!... per un nastro, per un vestito nuovo, per un altro che sapesse abbindolarla meglio di me colle belle paroline... Come un Giuda mi ha tradito!
MALIA (abbattuta e sfigurata in viso): Basta! Basta!
CARLINI: No! Mi lasci sfogare! Lei  buona e sa compatirmi. Ne ho inghiottito tanto dell'amaro! Ne ho il cuore grosso cos!... Ho bisogno d'alleggerirmi il cuore... Adesso che le parlo, vede, mi sembra di spiattellare il fatto mio a sua sorella! Era proprio qui... vicino a lei!... Qui l'ho persa la mia bella pace! L'ho avuto qui il boccone amaro!... Ma cos'ha? Le vien male?
MALIA: No... no... senta!...
CARLINI: Scusi, scusi tanto, sora Mlia! Lei mi compatisce e sa quel che voglio dire!...
(Vedendo il pallore della Mlia, che s'abbandona sui guanciali.)
Ma ohi? Che succede? Chiamo la sua mamma?


SCENA NONA.
Assunta, poi Gilda, Giuseppina e detti.

ASSUNTA (entrando vivamente): E' qui!  qui!
GILDA (correndo ad abbracciare la Mlia): Mlia! Mlia!
MALIA (tra le braccia della sorella, balbettando e piangendo di gioia): Ah!... ah!...
GIUSEPPPINA (col grembiule agli occhi): Signore benedetto!
ASSUNTA: Ve l'avevo detto che gliela facevo in barba!
GILDA (a Mlia): Oh! come sei ridotta, poverina!
GIUSEPPINA: Adesso sta un po' meglio. Se l'avessi vista! E' un pezzo che il medico va e viene...
ASSUNTA: Non  nulla, non  nulla! Sono stata a consultare la sonnambula e dice che non  nulla.
GIUSEPPINA (a Gilda): Vedi, il sor Carlini.
GILDA: Buona sera, sor Carlini...
CARLINI (che  rimasto imbarazzato, un po' in disparte): Riverisco... Buona sera...
MALIA (colla voce rotta): Oh Gilda!... Come sono contenta ora!...
ASSUNTA: Io vado sulla porta, perch non vorrei che arrivasse quel guastamestieri del sor Battista. Se mai lo terr a bada, e voialtri, appena mi sentite parlar forte, scappate sotto il portico.
GIUSEPPINA: Va bene, va bene. Intanto bado al desinare.


SCENA DECIMA.
Giuseppina presso il caminetto, Gilda e Carlini accanto alla Mlia.

MALIA (come sopra, tenendo Gilda per mano): Mamma! ... Eccola qui, infine!
GILDA: Come sei pallida!... Che viso hai!...
MALIA: Il vederti!... Tanto tempo senza!...
GIUSEPPINA: S, s, non ti stancare.
GILDA: Non ti stancare. Noi staremo qui, vicino a te; ma tu sta cheta.
MALIA: Bene... Sta qui...
GILDA: S, sono qui... Verr anche domani...
MALIA: Domani? Chiss!... Non lasciarla sola la mamma...
CARLINI: Stia tranquilla, sora Mlia. Siamo tutti qui, vede?
GIUSEPPINA (alla Gilda): Vedi che buon amico il sor Carlini!
GILDA: S, lo so.
CARLINI: No, non ho fatto niente. Loro si meriterebbero questo e altro. Per loro mi butterei nel fuoco.
MALIA: Grazie!... grazie!... Non so dirle altro...
CARLINI: Quando la gente se lo merita!... Bisognerebbe essere senza cuore a piantarli nei guai... E un po' di quella roba in petto ce l'ho anch'io!... Bene o male ce l'ho anch'io!... (Vedendo che la Gilda non gli d retta.) E lei  stata sempre bene, sora Gilda?
GILDA: S, grazie. E lei?
CARLINI: Io? Come vuole... Come un povero diavolo... Come uno che non importa... Non importa a nessuno...
GIUSEPPINA: Oh! Che dice mai?
CARLINI: Eh! So quel che dico... Chi vuole che gliene importi? (Alla Gilda:) Lei per  sempre bella e fresca come una rosa!
GILDA: Eh, caro lei!...
CARLINI: S, s, dico quel che penso... Parliamo spesso di lei qui, con sua sorella e la sua mamma... Non  vero, sora Giuseppina?
GILDA: Bont sua. Non me lo merito.
CARLINI: Gi!... Il cuore non si cambia da un momento all'altro... Vengono le amarezze, vengono i dispiaceri, ma il cuore  sempre quello!...
GILDA: Dispiaceri ne abbiamo tutti.
CARLINI: Che dispiaceri vuole aver lei? Lei bella, lei senza fastidii, lei portata in palmo di mano!...
GILDA: Lasciamo stare questi discorsi.
CARLINI: Come? Non  contenta?
GILDA: S... Lasciamo stare.
MALIA: Mamma, vuoi darmi la medicina della sonnambula?
CARLINI (premuroso): A me, a me! Dieno qui il bicchiere.
GIUSEPPINA: Ci ho messo i fiori adesso.
MALIA: Portali qua, mamma... Voglio darli alla Gilda...
GILDA: No, non privartene, poverina.
MALIA (dandole i fiori): Prendili... Me li ha dati lui...
CARLINI: Son poca cosa... Non son degni... Lei ne avr avuti tanti pi belli, lo so...
GILDA: Non volevo dir questo... anzi, la ringrazio tanto.
CARLINI: Ognuno da quello che ha... Quando si da con tutto il cuore, basta.
GIUSEPPINA (a Mlia dandole la medicina): Ecco la medicina... Non la vuoi pi adesso?
MALIA (sempre pi abbattuta): Non so... Sollevami il capo, mamma...
CARLINI (affrettandosi ad aiutarla): Ecco, ecco!
MALIA (respingendolo colle mani tremanti): No!... Lei, no!...
GIUSEPPINA: Perch, poveretto?  cos buono!
(Mlia scuote il capo dolorosamente, e lo china sul petto, mentre delle lagrime le scendono gi per le guance.)
CARLINI (chino su di lei): Dica, la vuole la medicina?
MALIA: No... Mi lasci stare,..
CARLINI (a Giuseppina): S' stancata troppo. L'avete fatta parlare...
GIUSEPPINA (a Mlia): Pi tardi eh? Vuoi riposare un momento ora?
(Mlia fa cenno di s, chiudendo gli occhi.)
GILDA: Povera Mlia!... Signore Iddio!...
CARLINI: Lei non ha visto niente! Oggi poi  stata una giornataccia!... E anche la sua visita!... Che vuole? E' naturale... Mi sono sentito rimescolare io pure, appena l'ho vista entrare...
GILDA: Oh... Non merito tanto...
CARLINI: Che vuol farci,  cos... Penso a quei bei tempi che si era tutti qui, felici e contenti... Lei non se ne rammenta neppure forse...
GILDA: Oh!... a che giova ormai?...
CARLINI: Ecco! Non vuol nemmeno sentirne parlare!...
MALIA: Basta, basta, per carit!...
GILDA: Basta, sor Carlini!... Vede, quella poveretta!...
(Volgendosi alla Mlia che si scompone sempre pi in viso, ed  rimasta immobile col capo chino sul petto.)
Mlia! Mlia!
(Gridando.)
Ah, mamma!... La Mlia!
CARLINI (correndo tutto sossopra): Presto! presto! La medicina!
GIUSEPPINA (correndo colle mani nei capelli): Mlia!... Figlia!... Figlia mia!...
(Tela.)



La lupa.
Scene drammatiche in due atti.
(1886).


PERSONAGGI.

LA GNA' PINA, detta "la Lupa", ancora bella e provocante, malgrado i suoi trentacinque anni suonati, col seno fermo da vergine, gli occhi luminosi in fondo alle occhiaie scure e il bel fiore carnoso della bocca, nel pallore caldo del viso.
MARA, sua figlia, giovanetta delicata e triste - quasi la colpa non sua le pesasse sul capo biondo, e non osasse fissare in viso alla gente i begli occhi timidi.
NANNI LASCA, bel giovane - tenero con le donne, ma pi tenero ancora del suo interesse; sobrio e duro al lavoro, come chi mira ad assicurarsi uno stato. - Fronte bassa e stretta, sotto i capelli ruvidi - denti di lupo, e begli occhi di cane da caccia.
BRUNO, contadinotto sano ed allegro, che piglia il tempo come viene di lass, e le ragazze come capitano nell'aia.
CARDILLO, forte e paziente al pari di un bue, di cui ha il pelo fulvo, che sembra mangiargli il volto - ed anche il giudizio.
NELI, giallo e allampanato, roso dalla malaria, che lo butta stremato in un canto, dopo ogni giornata di lavoro.
COMPARE JANU, il capoccia - serio e contegnoso come conviene all'et e all'ufficio suo - fedele alle buone usanze antiche sin nel taglio della barba, che porta a guisa di due lasagnette grigie al sommo delle guance. - Sputagrave e sentenzioso meglio di Ponzio Pilato.
LA ZIA FILOMENA, vecchietta arzilla e indurita al lavoro. - Parla come un oracolo, e ne sa pi del capoccia.
GRAZIA, ragazza che sembrerebbe un uomo, tanto  piatta e abbronzata, se non fosse il riso delle labbra fresche e degli occhi nerissimi.
LIA, contadina quasi senza et e senza sesso anche lei, sciupata dagli stenti - e sorridendo nonostante alla vita e all'amore.
MALERBA, il buffone della compagnia - faccia di scimmia, dal ghigno malizioso.
NUNZIO, ragazzo magro e nero come un grillo.

Nel contado di Mdica.


ATTO PRIMO.

Nell'aia, sull'imbrunire. A destra la capanna dei mietitori, a sinistra una gran bica; mucchi di covoni e di attrezzi rurali, sparsi qua e l. In fondo l'ampia distesa della pianura carica di messe gi velata dalla sera, e il corso del fiume, tra i giunchi e le canne palustri. Si odono passare in lontananza delle voci, delle canzoni stracche; il tintinnio dei campanacci delle mandrie che scendono ad abbeverare, e di tanto in tanto l'uggiolare dei cani, sparsi per la campagna, sulla quale scorrono delle folate di scirocco, con un fruscio largo di biade mature. Negli intervalli di silenzio sembra sorgere e diffondersi il mormorio delle acque e il trillare dei grilli incessante. La luna incomincia a levarsi, accesa - sbiancandosi man mano, in un alone afoso.


SCENA PRIMA.
Bruno, Malerba, Neli, Cardillo, Grazia e Lia stanno seduti in crocchio, dopo cena, ascoltando una fiaba che narra la zia Filomena. Compare Janu sull'uscio della capanna, fumando. Nunzio sbocconcella pian piano un tozzo di pan bigio, accoccolato sulle stanghe della treggia, in fondo all'aia.

FILOMENA (narrando): La Maga dunque...
CARDILLO (levando il capo ad ogni soffiar di vento): Sentite che scirocco? Domani si vuol sudare il pane!
FILOMENA (seccata): Mi lasciate narrare la fiaba?
CARDILLO (con una spallucciata): A voi.
FILOMENA: La Maga dunque se ne stava nel palazzo incantato tutto d'oro e di pietre preziose, e come passava un viandante s'affacciava alla finestra per tirarlo in peccato mortale. Giovani e vecchi, vi cascavano tutti!... religiosi anche, e servi di Dio!...
BRUNO (ridendo): Bene, bene!
FILOMENA: Voi che cosa avreste fatto? Se vi ho detto che era una Maga!... e di vecchia si faceva giovane!... bianca e rossa come una ragazza di quindici anni!... con due occhi in fronte che erano due stelle!...
MALERBA (ghignando): Bene, bene, ditemi dove sta di casa!
FILOMENA: Dove sta? All'inferno! E volete sapere che ne faceva di quei poveri disgraziati, poi? Con un colpo di bacchetta, paff! li mutava in asini o in maiali, con rispetto parlando. Finch un santo eremita, che venne a saperlo, disse: Qui bisogna che vada io, se no finisce il mondo...
CARDILLO (colla sua aria bonacciona): Uno che si pigliava le corna altrui, quel santo eremita, e se le metteva in testa!
MALERBA (sghignazzando): Eh! eh! avr voluto provare anche lui!...
FILOMENA (scandalizzata): Cos parlate dei santi? Allora non dico pi nulla.
MALERBA: Infine non me ne importa. Son storie che si raccontano.
FILOMENA: Storie? Saranno storie! Per accadevano allora, quando c'era il timor di Dio!
BRUNO (in tono di scherzo): No, no, ci credo! Quando vi guardo negli occhi, comare Grazia, ci credo alla Maga!
(Le scocca un bacio da lontano, colle dita.)
JANU (gravemente, togliendosi la pipa di bocca): Maga o non Maga, sapete come dice il proverbio? L'uomo  il fuoco, la donna  la stoppa: viene il diavolo e soffia!
BRUNO (alle ragazze, facendo per abbracciarle): Soffia tu, che soffio io! Ora son io la stoppa, com' vero Dio!
GRAZIA (lo respinge ridendo): Tenetevi le vostre mani, per!
CARDILLO (col fare di un puledro messo a un tratto in allegria): E' la favola della Maga che ci ha messo il pizzicore addosso! Facciamo quattro salti!
BRUNO (al ragazzo): Su, su, Nunzio! Mano alla zampognetta!
NELI (brontolando): Quattro salti! Vi ringrazio tanto!... Come se fossi stato a spasso tutta la giornata!...
JANU: Come se fossi stato a spasso! Te la pago la giornata, s o no?
NELI: Me la pagate... me la pagate... Ora ho le ossa rotte. Vi ringrazio tanto.
CARDILLO: Non gli badate a quel poltronaccio. Su, Nunzio, suonaci il ballo tondo. Qui non si spende nulla.
BRUNO (allegro): Comare Grazia, su!... Gn Lia! Ora comincia il festino !
(Nunzio, si alza, cava fuori la zampognetta dalla bisaccia appesa alle stanghe della treggia, e comincia a suonare, dondolandosi goffamente ora su di un piede e ora sull'altro.)
MALERBA (a Grazia e Lia): Ehi, ragazze!... Si fanno pregare anche loro! Benedetta la gn Pina che porta l'allegria dove va lei!
(Sghignazzando.)
Quella s che non si fa pregare!
BRUNO (chiamando ad alta voce verso il fondo della scena): O gn Pina!... Che diavolo fa sino a quest'ora? Ci voleva tanto a raccogliere quelle quattro spighe?
(Torna a chiamare c.s. in tono di scherzo.) O venite qua, gn Pina bella!


SCENA SECONDA.
Nanni Lasca, dalla sinistra in fondo, con una forca sulle spalle, e i suddetti.

NANNI (in tono di scherzo anche lui, ficcando la forca nella bica): Ohi! non gridare al lupo, se no viene e ti mangia!
BRUNO: Ah, che ne hai fatto della gn Pina?
NANNI: Io? Non ne ho fatto niente. L'ho forse legata alla cintola la gn Pina?
CARDILLO (col suo riso grossolano): No. E' lei che ti corre dietro le calcagna!
NANNI: Ho altro pel capo adesso! Dopo una giornata di mietere! Vengo da governare le bestie.
MALERBA (chiamando lontano, colle mani alla bocca, in tono di scherzo): Venite qua dunque, gn Pina bella!... Gioia mia!
JANU: Zitto, linguaccia!
MALERBA (sempre in tono di scherzo): Gioia mia! Gioia vostra! Ce n' per tutti colla gn Pina!
CARDILLO: Intanto il suono si perde. A noi, zia Filomena!
(Comincia per ischerzo a ballare di faccia a lei.)
Date voi il buon esempio... Per mostrare a queste ragazze come si faceva ai vostri tempi!
FILOMENA (si alza vispa ed allegra): Ai miei tempi si diceva: Vile chi si pente!
(Si mette a ballare di contro a Cardillo.)
Il buon panno sino alla cimosa!
(Continua a ballare dirimpetto a compare Janu, per invitarlo dopo che Cardillo ha terminato.)
Facciamoglielo vedere, compare Janu, il buon panno antico!
JANU: Eh! Panno vecchio ormai!... che volete farci!
GRAZIA (eccitandolo, con gaiezza): Vile chi si pente, compare Janu!
JANU (risolvendosi infine): E va bene!
(Si alza e comincia a dondolarsi goffamente di faccia alla zia Filomena; poi, quando costei torna a sedere, va ad invitare allo stesso modo la Grazia.)
Ora a te, che hai la lingua lunga, cutrettola!
(Grazia balla con compare Janu, e dopo che costui  tornato a sedere, va ad invitare Bruno come hanno fatto gli altri, ballando di contro a lui.)
BRUNO (saltando in giro allegramente, e facendo scoppiettare le dita): Ohi! Ohil!
NANNI (ridendo): O Bruno, questo lavoro non te lo paga oggi compare Janu!
BRUNO (continuando c.s.): Non me ne importa! Lo fo per amore! Ohil! ohil!
(Dopo che Grazia  tornata a sedere accanto alla zia Filomena, va ad invitare Lia, sgambettando dinanzi a lei.)
Ohil!
NELI (brontolando, sdraiato sulla paglia): Bel gusto!... Divertitevi!
MALERBA (facendosi avanti e tirando Bruno per un braccio): A me ora! Un po' per uno!
BRUNO (svincolandosi): Va al diavolo! Ohi! Ohil!


SCENA TERZA.
La gn Pina dal fondo a destra, con un fascio di manipoli sul capo, e i precedenti.

MALERBA (correndo colle braccia aperte verso la gn Pina che ha buttato il fascio di spighe in un canto, e s'avanza sorridente, rassettandosi il fazzoletto in capo): O gn Pina!... benedetta! gioia mia!... cuore mio!... Venite qua che vogliamo fare un terremoto!
PINA (ridendo): No... Voglio ballare con compare Nanni... (Con civetteria facendo una bella riverenza a Nanni Lasca,) se son degna di questo onore...
MALERBA (ironico): Ah, dev'essere proprio lui? Lo sappiamo che vi piace! Un pezzo che lo sappiamo! Buon pro vi faccia!
PINA (sdegnosa): E a voi chi vi parla adesso?
MALERBA (canzonatorio): Parla a te, Nanni! Non vuoi sentirci di quell'orecchio?
BRUNO (ridendo): Nanni Lasca non vede e non sente.
PINA (a Nanni, tra scherzosa e ironica, canticchiando nel passargli accosto):
O voi che avete occhi e non vedete, allora di quegli occhi che ne fate?.
CARDILLO: Su, su, Nanni!... poltronaccio!
NANNI (brontolando): Avete voglia, voialtri! Prima una giornata colla falce in pugno!... E poi pigiarsi le budella anche! Come se v'invitassero a maccheroni e stufato, adesso!
JANU (ridendo): Nanni Lasca non fa niente per niente, gn Pina.
PINA (a Nanni con civetteria): E voi sapete che vi dico? Chi non mi vuole non mi merita.
(Va ad invitare Cardillo e balla con grazia dinanzi a lui, tenendo distese le due cocche del grembiule colla punta delle dita, e piegando il capo sull'omero.)
CARDILLO (eccitandosi): Tanto peggio per Nanni Lasca!... Mi sento diventare un leone con voi!... Fossi anche morto nel cataletto, guardate!
MALERBA (accendendosi anche lui al veder ballare la Pina): Un po' anche a me, gn Pina!... Non mi tengono le catene!... Chi non vi vuole non vi merita!... Perdete il ranno ed il sapone con quella bestia di Nanni Lasca!...
GRAZIA (ridendo): Vile chi si pente, compare Nanni!
NANNI (pigliando fuoco infine lui pure, e risolvendosi ad alzarsi, con un risolino goffo): Sangue di...! Corpo di...! Se mi pigliate per quel verso! Via, eccomi qua.
PINA: Chi tardi arriva male alloggia, compare Nanni!
(Gli volta le spalle con una risata, e se ne va a destra colle altre donne.)
NANNI (piccato): Ora che mi avete scaldato le orecchie? Ora non mi tengo pi! Mi sento un Mongibello!


SCENA QUARTA.
Mara dal fondo a destra, con un covone di spighe sul capo, e detti.

NANNI (andando incontro a Mara, che va a deporre il covone accanto a quello di sua madre): Vostra madre mi ha lasciato nel meglio, gn Mara! Almeno venite qua voi. Voglio fare il ballo tondo! Voglio sudare una camicia!
MARA (ravviandosi, in aria timida): Vi ringrazio, compare Nanni...
NANNI: Non volete neanche voi?... perch ve lo dico io?
MARA (sempre pi imbarazzata): No, scusatemi... non ballo.
NANNI: Che avete? le gambe molli? O avere il cuore duro?
MARA (a capo chino, rossa fino ai capelli): No... Vi ringrazio anzi... Scusatemi, compare Nanni.
NANNI (tra piccato e scherzoso):
Cuore duro, cuore di sasso!
La voglia in corpo mi lasciate adesso?....
MALERBA (canzonatorio a Nanni): Ma no! ma no! Vuoi che si piglino pei capelli con sua madre?
PINA (a Malerba, bruscamente): Finiamola! Lasciate in pace mia figlia!
MALERBA: Chi ve la tocca? (A Nanni dandogli uno spintone per ischerzo.) Lasciala in pace!...
NANNI (ridendo): Ah! Si fa questo giuoco, adesso?
(Ricambia la spinta a Neli.) A te!
NELI (che sta per cadere, si rivolta irato): Eh... Io che c'entro! (Poi si sfoga con Bruno, dandogli un urtone.) Divertitevi tra voi!
BRUNO: Ah s? Ah s? (Tenta di abbracciare Grazia.) Ora tocca a voi, bellezza!
GRAZIA (lo schiva ridendo, e respinge Malerba dall'altra parte): Non mi piace questo giuoco.
(Lia scappa essa pure.)
MALERBA (finge di barcollare, avanzandosi verso la gn Pina colle braccia aperte): Allora la gn Pina, che le piace...
PINA (respingendo sdegnosa): Tenete le mani a casa, voi!
MALERBA (ironico): Perch? Ho le mani sudice forse? Bisogna lavarsi le mani con voi, ora?
PINA: Avete le mani e la lingua, sporche!
MALERBA: Guarda la gn Pina che patisce il solletico, adesso! Vuol dire che il diavolo si fa eremita, adesso!
PINA: Vuol dire che siete una bestia.
MALERBA (c.s. sardonico): Una bestia! Sissignora! Per questo non volete che vi tocchi! Toccala tu, Nanni, che hai le mani pulite!
NANNI (ridendo): Non gli date retta, gn Pina. E' il vino che lo fa parlare.
PINA (accorata): E voi che vi fa parlare, l'aceto?... che sputate amaro quando vi parlano gli altri?
NANNI: Perch? Che vi ho detto?
PINA (tristemente): Niente... Lasciamo andare...
(Cambiando tono, e con dolcezza ancora un po' triste.)
Vi avevo portato un pugno di ciliege, lass dalla vigna... Non importa che sputiate amaro con me... Le ho colte per voi. Le volete?
(Gli offre le ciliege raccolte nel grembiule.)
NANNI: S, vi ringrazio... se volete darmele...
BRUNO: A pigliare  sempre pronto lui!
NANNI: Piglia anche tu... Malerba...
PINA (buttando per aria le ciliege): Tutti quanti! pigliate!...
NANNI (sorpreso): O bella! perch?
PINA (quasi colle lagrime agli occhi, ma contenendosi): E voi, perch?
(Gli volta le spalle corrucciata.)
NELI (raccattando le ciliege, carponi): Peccato! la grazia di Dio!
MALERBA (sbracciandosi a impor silenzio): Sss! sss!
JANU: Che c'? (Si odono uggiolare i cani per la campagna.)
MALERBA (scoppiando in una risata buffa): Niente. Avete fatto ribellare i cani...
JANU: Ora piglio un pezzo di bastone per te e per loro!
CARDILLO: I cani abbaiano alla luna.
BRUNO: I cani e gl'innamorati. (Rivolto a Grazia, in aria galante.) Vediamo, chi ci avete in testa, voi?
GRAZIA (schermendosi con civetteria): Io? Nessuno.
LIA: E neppure io.
MALERBA: O gn Pina, perch non parlate voi? L'avete con la luna, che le contate le vostre pene?
NANNI (canticchiando in tono di scherzo):
Chi ha la doglia se la tiene.
Chi sospira  fra le pene.
PINA (con una tinta d'amarezza): La luna c' per tutti lass, compare Nanni.
CARDILLO: O gn Mara, parlate voi almeno! Ditelo voi chi ci avete in testa.
NANNI (ridendo, a Mara): Non ballate! non parlate!... che diavolo avete dunque?
MARA (senza dar retta): Mamma, devo andare al fiume per l'acqua?
PINA (bruscamente): Va, va!
NANNI: Eh, che male c'? Avete la roba, grazie a Dio!... e gli anni pure, per maritarsi...
MARA (voltandogli le spalle): Io non voglio maritarmi. (Entra nella capanna.)


SCENA QUINTA.
Tutti, meno Mara.

MALERBA (facendo portavoce delle mani alla bocca, grida dietro a Mara): Allora badate che ve lo fa vostra madre questo servizio!...
PINA (irritata): Voi che c'entrate nei fatti miei?
MALERBA: Dico che siete in gamba, meglio di vostra figlia! E non vi piace la vedovanza... Oh no!
PINA (minacciosa): Se ce l'avete con me, e cercate di attaccar briga, guardate che li ho i denti per mordere!
MALERBA: S, lo so che ce li avete! Tanto che vi mangiate i cristiani!... pelle e ossa!... soltanto a guardarli, Dio ce ne scampi e liberi!
CARDILLO: Va, va, che ti lasceresti mangiare volentieri anche tu!
MALERBA: E tu? E Nanni Lasca? (Cambiando tono, con sorriso ironico.)
NANNI (ridendo): No, io ho la pelle dura! Non mi lascio mangiare.
PINA (a Malerba): E quello che vi fa vostra moglie non lo sapete voi?
MALERBA: Senti la lupa, adesso!
JANU: Finitela! Finitela, voialtri! Si chiacchiera per ridere, per passare il tempo.
NANNI (accostandosi a Pina, in tono di scherzo): Che gli fa? che gli fa, la moglie di Malerba?
PINA (corrucciata): Niente. E neppure io vi ho fatto niente, a voi che sputate amaro e avete la pelle dura... Ma il cuore l'avete peggio, anche!
NANNI (le volta le spalle canticchiando):
Cuore duro, cuore tiranno....
BRUNO (a Grazia con galanteria):
Mi dice il cuore che tiranno siete,
o mi scordaste, e che pi non mi amate....
GRAZIA (risponde sullo stesso tono, sorridendo, ma come parlando alle altre donne):
Non ci credete, no, non ci credete,
ragazze, alle parole inzuccherate....
CARDILLO: Bravo! Ora ciascuno deve dir la sua!
NANNI: Comincia tu, Neli.
NELI: Io non so niente.
MALERBA: Aspettate!... la dico io!
FILOMENA: Voi tacete! Ci sono delle ragazze! Le sappiamo le vostre belle canzoni!
BRUNO (a Lia): Allora comare Lia!
LIA (ritrosa): No, non ne so.
GRAZIA: Neppure io.
CARDILLO: Gn Pina, voi.
PINA: No, non ho voglia.
GRAZIA: Ne sapete tante!
NANNI: Vuol farsi pregare, adesso!
PINA (saettandogli una occhiata, e tornando a chinare il capo): Bene, dir quella che mi viene in mente. (Dolcemente, quasi parlando fra s, coi gomiti sui ginocchi e il capo fra le mani:)
Garofano pomposo, dolce amore,
dimmelo tu come ti debbo amare!
Tu di nascosto m'hai rubato il cuore,
ed io qui venni se mel vuoi ridare.
E n'ho toccati tanti cuori duri!
Solo il tuo non si lascia intenerire!
Ora men vado a governo d'amore...
Il mio lo lascio a te. Non ti scordare.

BRUNO: Bene! Brava! Guarda come l'ha trovata, quel diavolo di donna!
MALERBA (a Nanni, in tono canzonatorio): Ora a te, garofano pomposo!
NANNI (ridendo goffamente): No... non ne so di cos belle... Sono una bestia.
CARDILLO: Se non rispondi adesso, o sei proprio una bestia, o vuol dire che non ci senti da quell'orecchio.
LIA: Ora vuol farsi pregare lui.
NANNI (si risolve infine ad alzarsi, mezzo ridendo e mezzo seccato, collo sguardo errante e vago, accompagnando goffamente ogni verso in cadenza col gesto dell'indice teso):
Vedi e taci, se bene aver tu vuoi.
Porta rispetto al luogo dove stai.
Non fare pi di quello che tu puoi.
Pensa la cosa, prima che la fai.
MALERBA (a Pina, sghignazzando e forbendosi la bocca col rovescio della mano): Avete sentito, gn Pina? Dunque mettetevi il cuore in pace!
PINA (alzandosi infuriata e buttandogli in faccia una scodella): Te'! senti questa, tu!
MALERBA: Ah! Lupa maledetta! Giuoca colle mani anche! (Fa per slanciarsi su lei.)
JANU: Ehi! Ehil! Basta!
(Un tafferuglio: tutti vociano insieme, gli uomini trattenendo Malerba da una parte e le donne la gn Pina dall'altra.)
NELI (salvandosi dalla ressa): Finisce sempre cos, come all'opera di Pulcinella!


SCENA SESTA.
Mara, accorrendo dalla capanna, e detti.

MARA (spaventata, quasi piangente): Mamma! Mamma mia! Che fu?
NANNI (a Malerba): Lasciala stare in pace. Sei tu che la stuzzichi ogni momento.
MALERBA (ancora irritato): E tu che la difendi!... perch ti fa gli occhi dolci, la lupa!... buon pro ti faccia!
PINA (a Malerba mostrandogli il pugno da lontano): Com' vero che mi chiamano la Lupa!
JANU (dando loro sulla voce): Avete mangiato e bevuto, e ora il vino vi d alla testa!
(Alla gn Pina:)
A voi, scacciamo la tentazione! Andate al fiume per l'acqua, piuttosto! Vi rinfrescher il sangue.
PINA (va a prendere la brocca, minacciando sempre Malerba): M'avessero a sbattezzare, vedi!
MARA: Mamma! mamma! per carit! (La gn Pina s'avvia colla brocca al fiume dalla sinistra.)
MALERBA: Lupaccia maledetta! Se la piglia con questo e con quello perch non pu sfogarsi con Nanni Lasca!
JANU (spingendolo verso il fondo a destra): Tu, pensa alle bestie! Vedi che hanno mangiato l'orzo, e d la paglia fresca, prima di andare a dormire. Hai inteso?
MALERBA (brontolando, nell'andarsene): Ho inteso! ho inteso! Per fareste meglio non pigliando a giornata di queste Marie Maddalene... Che vengono a seminare zizzania!... e a cercarsi gl'innamorati! E con questo vi lascio! Benedicite e buona sera. (Esce.)
NELI (avviandosi dietro a lui): Benedicite, benedicite.
NANNI (a Mara che  rimasta in disparte, asciugandosi gli occhi col grembiule): Non gli badate, gn Mara; sapete che  una bestia Malerba.
MARA (accorata): Perch devono pigliarsela sempre con lei? Non hanno altro che fare?
NANNI: Vi dico che  una bestia. Lasciatelo cantare dunque.
MARA (c.s. e quasi in tono di rimprovero): Vorrei vedervi voi, se parlassero cos di vostra madre!...
NANNI: Ve la pigliate con me adesso?
MARA: No! me la piglio colla mia disgrazia...
NANNI: Bene, ma io non c'entro... e voi non c'entrate nemmeno. Sapete come si dice: dalla spina, nasce la rosa...
MARA (accennando col capo, amaramente): Anche voi, adesso!... S!... quello che state dicendo!...
NANNI: Che dico di male?
MARA: Niente!... Lasciatemi stare anche voi! (Gli volta le spalle ed entra nella capanna.)
NANNI (stringendosi nelle spalle): Bene. Non me ne importa.
FILOMENA (a Grazia e Lia): Andiamo, andiamo ch' tardi, e il sole si alza presto, domani.
BRUNO (fingendo di voler andare colle donne): Pronto! Eccomi qua!
LIA (scappa ridendo): Gesummaria!
GRAZIA (respingendolo): Voi dalla vostra parte, tentazione!
FILOMENA (brandendo una forca): Vedete? C' questa per voi. (Entra nella capanna con Grazia e Lia.)
JANU (spingendo Bruno e Cardillo verso il fondo a destra): A cuccia! via, andiamo!
(Bruno e Cardillo escono.)
Chi  a guardare le pecore adesso?
NUNZIO (raccogliendo la sua roba): Io, vossignoria.
JANU: E perch sei ancora qui, paneperso? Ti piacciono le chiacchiere? Bada che se le pecore vengono a farmi del danno nell'aia ti rompo le ossa.
NUNZIO: Come ho da fare a guardarle anche di notte? Non me lo dicono prima se vogliono venire nell'aia.
JANU: Paneperso! Scansafatica!
NUNZIO: Scansafatica!... dite bene vossignoria!...
JANU: Va, va, che se no ti arriva qualche pedata.
NANNI: Va, che qui ci abbado io. Dormo qui al fresco. (Nunzio si allontana dal fondo a sinistra.)
JANU: Bene, santanotte. Occhi alla roba dunque. (Esce dalla destra.)
NANNI (disponendo la sua roba per dormire): Benedicite, benedicite.
(Si ode la voce di Nunzio che si allontana cantando:)
Muta  la viaaaa.
E' mezzanotte, e ora vo a trovarlaaaa....
NANNI (facendo eco alla canzone, mentre accomoda la paglia sotto una bisaccia per sdraiarvisi sopra):
La figlia bella dell'anima miaaa....
(Sedendo sul giaciglio e stirando le braccia.)
Ah!... E domani daccapo!
(Si ode in fondo, tra i seminati, un fruscio di foglie secche.)
Ehi!... Chi  l?... Bestie feroci, o spiriti maligni?...


SCENA SETTIMA.
La gn Pina, dalla sinistra in fondo, recando sul capo la brocca d'acqua, e Nanni.

NANNI: O gn Pina, siete voi? Che paura mi avete fatto!
PINA (accigliata, nell'andare a deporre la brocca accanto all'uscio della capanna): Scherzate sempre, voi! Vi piace burlarvi del prossimo!...
NANNI: Siete ancora in collera? Non ve lo siete rinfrescato il sangue, laggi al fiume?
PINA (come risolvendosi, dopo un istante d'esitazione, andando diritto a lui, risoluta, ma colle braccia cadenti in atto triste e desolato): Perch ce l'avete con me compare Nanni? Che vi ho fatto?
NANNI: Io? Perch?... Che vi ho detto?
PINA (siede accasciata su di un covone l presso, quasi parlando fra s e lamentandosi): Se ho fatto del male, l'ho fatto a me stessa... Ma a voi non ho fatto nulla. E neanche a quella bestia di Malerba... Allora perch m'ingiuria e mi carica d'improperi?... In presenza vostra, anche!
NANNI: Malerba scherza sempre. Non ci pensate pi. Buona notte.
PINA: Buonanotte a voi, che potete dormire!
NANNI (sempre in tono quasi canzonatorio): E voi, no?
PINA: Io no, compare Nanni. Lo sapete bene!
NANNI: Fatevi cantare la ninna nanna da qualchedun altro allora e lasciatemi dormire, che ho sonno.
PINA: Benedetto il vostro santo patrono, che vi ha fatto di quella pasta!
NANNI (ridendo): O come son fatto?
PINA: Finta che avete occhi e non vedete, finta!
NANNI: No, al buio non ci vedo, gn Pina.
PINA: S' buio, tanto meglio!... che le parole non si perdono al buio!... ma vanno dritte, come escono dal cuore. Le vostre tagliano peggio d'un coltello, compare Nanni!
NANNI: Non le capisco le parabole, gn Pina.
PINA (in tono d'amarezza): Ah! che testa avete voi! E il cuore anche!... duro come un sasso!
NANNI: Non le capisco! non le capisco!
PINA: Non le capite!... E vi lasciate morire la gente dinanzi!... E voi voltate la testa dall'altra parte!...
NANNI: Ohi! ohi! Si parla gi di morti e di feriti?
PINA (dopo un breve silenzio, coi gomiti sui ginocchi e il mento fra le mani, quasi soffocata dalla passione dolorosa):
Garofano pomposo, dolce amore,
dimmelo tu, come ti debbo amare!....
NANNI: Che non ne sapete altra canzone, gn Pina?
PINA (asciugandosi gli occhi febbrilmente): Mi torna in bocca sempre quella... perch ne ho il cuore pieno!... Finta che non lo sapete, voi! Finta che non mi vedete cuocere a fuoco lento! Mi chiamano la lupa... ma il lupo siete voi che vi lasciate morire la gente dinanzi...
NANNI: O che volete infine, gn Pina?
PINA (chinandosi su di lui, viso contro viso, con un suono rauco e inarticolato di belva): Voglio te!...
NANNI (scoppiando in riso): Voi!... Perch non mi date vostra figlia invece?... Datemi vostra figlia ch' carne fresca invece...
PINA: Ah, compare Nanni!... Come vorrei vedervi piangere coi miei occhi!
NANNI: Scusate!... Dico per ischerzo... Sapete la canzone?
Se vuoi dar retta al maestro di scuola,
lascia la madre e piglia la figliuola. 
PINA: Come potete scherzare adesso? Perch vi divertite a calpestarmi coi piedi sulla faccia? Sono la lupa  vero... Sono una cosa vile... Vedete come divento soltanto a parlarvi?... un pezzo di cosa vile! Mi butterete via come un cencio poi... quando non mi vorrete pi...
NANNI: No! no!...
Pensa la cosa prima che la fai!
PINA (amaramente): Quanto siete giudizioso! Pensate le cose prima, voi!
NANNI: Devo pensare ai fatti miei... Sono un povero diavolo che campa a giornata... Non posso mettermi in questo imbroglio... e avere poi chiss che fastidi.
PINA (umilmente): Che fastidi potreste avere con me?... Sapete quella che sono!...
NANNI: S, perch lo so! Non me ne sbarazzo pi, se mi metto in quest'imbroglio. E io devo pensare a trovarmi un po' di dote, capite? Ditelo voi stessa... Gliela dareste vostra figlia a un cristiano che si fosse messo in quest'imbroglio?... con una come voi? Non vi offendete, ora...
PINA (avvilita): No, non mi offendo. Da voi non mi offende nulla, compare Nanni.
NANNI: Dunque lasciamo stare le chiacchiere che  tardi. E buona notte davvero, adesso.
(Torna a distendersi sulla paglia, voltandosi dall'altra parte.)
PINA (quasi lamentandosi tra s dopo essere rimasta alcuni istanti in silenzio, col capo tra le mani): Anche questa mi fate?... Mettete il coltello in mano alla mia famiglia stessa, anche?...
NANNI (infastidito): Io non vi faccio niente. Lasciatemi dormire, caspita!
PINA (con voce sorda, come fuori di s, balbettando): Bene... volete sposare mia figlia, dunque?
NANNI (sorpreso, voltandosi a met): Diavolo! diavolo!... Dite sul serio stasera?
PINA (come sopra): S, dico sul serio.
NANNI (ancora incredulo, ma levando il capo e sgranando gli occhi): E voi davvero me la date in moglie?
PINA (soffocata, chinando prima il capo due o tre volte senza poter parlare): S... Posso negarvi niente a voi?... Sposerete mia figlia, giacch cos volete... Ed io me ne andr... lontano... per non vedervi pi.
NANNI (dopo averla fissata un momento, dubbioso, torna a voltarsi dall'altra parte, quasi temesse d'esser preso a gabbo): Va bene, se ne pu parlare pi tardi, quand' cos.
PINA (come sopra): E anche adesso, giacch cos volete... E' meglio parlarne adesso.
NANNI (vivamente, rizzandosi a sedere): Dite proprio sul serio, gn Pina?
PINA (amara): Vi pare che abbia voglia di scherzare in questo momento?
NANNI (gongolante, alzandosi del tutto): Be', be'! quand' cos vi piglio in parola! E maledetto chi si pente, gn Pina!
PINA (accasciata): Maledetto chi si pente.
NANNI: E domenica si va dal notaio, per fare le cose spiccie... Per, badate che non ho niente.
PINA: Che volete che vi dica?...
NANNI: Il buon nome e la buona salute... Questo s! Ma infine, la roba la date a vostra figlia.
PINA: Tutto quello che volete... Ormai non m'importa di nulla!... Lo trover un cantuccio, dove cadere e morire, lontano dagli occhi vostri!...
NANNI: No, sarete sempre la padrona in casa vostra.
PINA: Non me ne importa, ormai! E' finita... per sempre  finita!
NANNI: Resta a vedere cosa dice vostra figlia, adesso. Bisogna che dica la sua anche lei.
PINA (colle lagrime agli occhi): Oh! mia figlia  sangue mio! Vorr anche lei, non dubitate! Ora ve la chiamo io stessa. (chiamando verso la capanna) Mara!...
NANNI: Subito? Volete far le cose a precipizio?
PINA: Meglio cavarselo subito il dente che duole! Voi non cambiate certo...
NANNI: No, io non cambio. Ma c' tempo... Domani...
PINA: Meglio cavarselo subito il dente che duole. Gi non dormiamo pi n voi n io con questa spina in mente!
NANNI: Bene, bene... fate come volete.
PINA (respingendolo, quasi duramente): Ma andatevene, ora, andatevene! Lasciatemi sola con mia figlia, ora. Voi non c'entrate tra madre e figlia.
(Chiamando.)
Mara!... Mara!... Eccola che viene! Vedete che viene subito? Andatevene!
(Nanni esce dalla sinistra.)


SCENA OTTAVA.
Mara, e la gn Pina.

MARA (dalla capanna, ancora assonnata, ravviandosi i panni addosso): Mamma, che volete?
PINA (facendosi forza, per raffermare la voce tremante): Ho... che compare Nanni... si  gi spiegato infine... Dice che vuol sposarti...
MARA (sorpresa, recandosi le mani al petto, quasi colpita al cuore): Me?
PINA: Te! Non mi far la stupida! Io ho detto di s... e ora devi dire se sei contenta anche tu...
MARA: Io, mamma?...
PINA (masticando amaro): Sei tu la sposa... Sei tu che devi parlare adesso...
MARA (sempre pi sbigottita): Che volete che dica?... Cos all'improvviso!... Se non lo conosco nemmeno quel cristiano?
PINA: Ah! non lo conosci? Da un mese che  qui a lavorare nello stesso podere!...
MARA (smarrita, balbettando): Non ci ho mai pensato con quest'idea... vi giuro!... vi giuro, mamma!
PINA: Bene... ora si  spiegato chiaro... E' l, che aspetta la risposta.
MARA (vivamente): No! diteglielo voi!
PINA (dura): Io? Perch?
MARA: Perch non mi marito!... Non voglio maritarmi...
PINA (sarcastica): Cosa vuoi fare?... la monaca santa?
MARA (come sopra): Non voglio maritarmi!... Non lo voglio quel cristiano!...
PINA (torva, quasi minacciosa): Non lo vuoi? Perch non lo vuoi?
MARA (tutta tremante, fuori di s dallo sbigottimento): Perch non pu essere... (fissandola con gli occhi in cui balena il sospetto atroce). Sapete bene che non pu essere!
PINA (bieca, andandole quasi con le mani addosso): Che vuoi dire? Parla chiaro!
MARA (scoppia a piangere): Mamma! Perch mi tormentate adesso?... che vi ho fatto?
PINA: Ti fai anche pregare! ... Vuoi che ti preghi io stessa? Sarebbe bella anche questa!
MARA: Lasciatemi andare, per carit! Diteglielo voi stessa, che non pu essere questo matrimonio...
PINA: Io ho detto di s. Dirai di s anche tu, perch cos voglio!
MARA: Voi mamma!
PINA (incalzandola, fiera e risoluta): Io!... Te lo do io! Lo piglierai perch te lo do io!
MARA (supplichevole, a mani giunte): No, mamma! non lo fate!
PINA: Dovessi trascinarti all'altare pei capelli...
MARA: Non fate questo, mamma!... non fate questo! Il Signore ci castiga!...
PINA (afferrandola per le treccie e guardandola torva, viso contro viso): Che dici? Parla! parla chiaro!
MARA (strillando): Mamma! Mamma mia!


SCENA NONA.
Nanni e dette.

NANNI: No, gn Pina!... colle buone!
PINA (a Mara, ancora stravolta): Vattene ora, vattene! Voi non c'entrate tra madre e figlia!... (A Mara c.s.:) Vattene! Non mi fare dannare l'anima del tutto. (Mara piangendo rientra nella capanna.)
NANNI: Che  stato?... Perch?... Dice di no?
PINA (ricomponendosi a poco a poco, ma ancora tutta tremante con un sorriso amaro): No... non temete per voi... Sono io che devo portare il carico adesso... son io!
NANNI: Ma che avete? Parlate!... Siete tutta sottosopra...
PINA: Ah, vi par nulla quello che ho fatto?...
NANNI: Scusate... perdonate... Ma non c' bisogno di guastarvi il sangue per questo. S' cosa che si pu fare, bene; se no, pazienza, e vi ringrazio lo stesso del vostro buon cuore.
PINA: Lasciatemi... lasciatemi stare adesso!... (Scoppia in lagrime, col volto fra le mani.)
NANNI: E piangete anche!... Ma ch' successo? parlate.
PINA: Niente: lasciatemi sfogare il cuore. Sapeste che c' qui dentro!
NANNI (imbarazzato): Sentite!... mi dispiace proprio... s' per causa mia... o per qualche parola che ho detto... proprio per ischerzo... (confondendosi sempre pi, con calore). Ma finitela ora, caspita!
PINA: Adesso fate come il coccodrillo, voi!
NANNI: No, com' vero Dio!... Finitela, com' vero Dio!
PINA (scuotendo il capo desolata): Non posso!... non posso pi! Ho fatto tutto quello che volete voi, ma ora non posso pi!... Ah, quello che mi avete fatto fare, compare Nanni!...
NANNI: Non lo sapevo! Non voglio farvi fare le cose per forza, no!
PINA (fissandolo cogli occhi ardenti e lagrimosi): Lo vedete almeno se vi ho voluto bene?
NANNI: Sarei un ingrato se non lo vedessi. Mi date la figlia, mi date la roba! Che potete fare di pi?
PINA (col capo fra le mani): Niente! niente!
NANNI: Avete un cuore grande come il mare!... Il vostro che non  vostro!... Vi spogliate anche della roba per darla a vostra figlia!...
PINA (scuotendo la testa, col grembiule agli occhi): Questo  nulla!... questo  nulla!...
NANNI: Sar niente, ma  anche un bel tratto! Spogliarvi viva del fatto vostro!... mentre siete ancora in gamba!... meglio di vostra figlia!... Lo ha detto lo stesso Malerba...
(In tono di scherzo, onde rabbonirla.)
Fortuna che ci mettiamo il parentato fra di noi!... Eh!... eh!...
(Sempre pi imbarazzato.)
Via, finitela, e non so che dirvi pi... Vedete che non so dire due parole? Mi fate fare qualche sciocchezza!
(Ridendo goffamente.)
Mando all'aria San Giovanni e il parentato!
PINA: Ah!... scherzate anche coi santi, voi!
NANNI (mentre il riso gli muore sulle labbra, sempre pi commosso e turbato di mano in mano lui pure): No, no dico sul serio... Siete un diavolo in carne ed ossa!... Ora finitela e asciugatevi gli occhi... Fatelo per amor mio!
PINA: Lo sapete quello che mi avete fatto fare?... che mi avete messo il coltello in mano voi stesso... e poi mi avete detto... Te', ora!... strappati il cuore tu stessa!
NANNI (smarrendosi del tutto): Basta ora, basta... Non posso vedervi piangere cos!... Mi fate perdere la tramontana anche a me!... Basta ora!... fatelo per amor mio!
(L'abbraccia.)
PINA (svincolandosi di scatto, tutta tremante e sconvolta): No!... Lasciatemi!... Fate come il coccodrillo adesso!...
(Rimangono a guardarsi negli occhi, pallidi entrambi.)
NANNI (smarrito, balbettando): Perch?... Perch gn Pina?...
PINA (con voce sorda e rotta, quasi incalzando irata): Fai come il coccodrillo!... infame!... scellerato!... per farmi impazzire del tutto!...
NANNI (indietreggiando, come per fuggirla): No!... gn Pina!... Che volete?
PINA (con voce sorda, afferrandolo pel braccio, fiera e risoluta): Taci!... Ci sentono qui...
NANNI (tentando di svincolarsi): No, gn Pina! (Cava dal petto l'abitino della Madonna con mano tremante.) Vi faccio lo scongiuro, guardate!
PINA: Lascia stare quell'abitino che non giova! Te l'ho fatto io tante volte lo scongiuro... e non  giovato!...
NANNI: No!... no, gn Pina!... Andiamo diritto all'inferno adesso!...
(Si ode stridere in alto la civetta.) Sentite, la civetta! (Imprecando col pugno rivolto al cielo.)
Su te il malaugurio, bestiaccia!
PINA: Su me! Sono io la maledetta! Non me ne importa, ormai! L'inferno l'ho avuto qui! L'ho pagato prima il male che fo!
NANNI (vinto, colle gambe molli, la faccia stravolta, senza aver pi la forza di resisterle): Ah, maledetto Giuda!...
PINA (tirandoselo dietro pel braccio, a capo chino, torva come una vera lupa): Taci!... Non bestemmiare adesso!
(Scompaiono dalla sinistra, in fondo. Silenzio; odesi lontano il mormorio del fiume, il fruscio delle spighe, il trillare dei grilli, e di tanto in tanto, l'uggiolare dei cani, lugubre, nell'ora tragica. A un tratto passa di nuovo stridendo la civetta.)
(Tela.)



ATTO SECONDO.

Cortile rustico. A destra l'uscio e la finestra della casa, sotto un pergolato. A sinistra il pozzo e la legnaia. Sedile di pietra fra l'uscio e la finestra. Nel muro in fondo, coronato d'erbacce e vetri rotti, la porta che si apre sulla via. Al di l veduta del villaggio, in proscenio, sino al Monte dei Cappuccini, di cui si vede a sinistra un angolo del convento, e la gran croce di pietra dinanzi alla chiesa. Le finestre e i terrazzini delle case dirimpetto sono ornati a festa, con lampioncini di carta e coltroni colorati.


SCENA PRIMA.
Mara, poi Nanni. Mara  occupata ad ornare la casetta con ramoscelli di mortella e lampioncini di carta colorata. Entra Nanni dalla porta in fondo, e va ad abbracciarla, commosso.

MARA (sorpresa e tutta contenta): Ah!... ah!... Che buono!... (In atto di gentil ritrosia.)
Cosa fate adesso?... Possono vedere i vicini!
NANNI: Portami qua mio figlio; voglio baciare anche lui.
MARA: Siete stato a confessarvi?
NANNI: S, lo vedi.
MARA (sorridendo): E' questa la penitenza che vi ha dato il confessore?
NANNI: No, non  la penitenza... Sono contento... Chiama il bambino.
MARA: Sentiamo, che gli avete detto al confessore?
NANNI: Ah!... allora mi confesso con te adesso...
MARA (come sopra): Non me lo potete dire, sentiamo?
NANNI (tornando ad abbracciarla): Basta, ti voglio bene, e te lo meriti.
MARA (cogli occhi luccicanti di riconoscenza): Proprio proprio, me ne volete?
NANNI: Sciocca, adesso! sciocca! Fa bisogno?...
MARA (quasi piangendo dalla contentezza): S, vi credo, ora! vi credo! Avete la faccia che vi credo!
(Chinandosi a baciargli la mano.)
Benedetto!... le buone feste che mi date!... benedetto!...
NANNI (commosso anche lui): Basta, sciocca!... povera sciocca!... Basta ora!
MARA (col cuore riboccante): Voglio dirvelo! Mi avete dato tante pene! Tanto mi avete fatto penare, senza saperlo voi stesso!...
NANNI (imbarazzato): Io?...
MARA (mettendogli una mano sulla bocca): S, non mi dite altro. Non mi fate parlare...
(Guardandolo amorosamente viso contro viso e scuotendo il capo.)
Ma ora no,  vero? Ora volete bene a me sola?...
NANNI: Vedi!...
MARA: No, non andate in collera.
(Sorridendogli amorevolmente.)
Vedete che mi confesso io stessa con voi?... Prima ero io che non vi volevo... Sapete... m'ero messa una cosa in testa... una brutta cosa!...
(Con impeto di tenerezza e le lagrime agli occhi.)
Ma ora no! Ora siete il padre dei miei figli!... Siete il padrone!... tutto!... No, basta, non ne parliamo pi. Ora il Signore mi ha fatto la grazia!
NANNI (tra commosso e imbarazzato): Bene, bene...
MARA (tornando a baciargli le mani, una dopo l'altra): Ora vi ringrazio!
(Giungendo le mani con fervore e levando il viso al cielo.)
Signore vi ringrazio!
(Piange di consolazione nel grembiule.)
NANNI: Bene. Questa  ora la conclusione, invece di essere contenta, come dici?
MARA (con calore, asciugandosi gli occhi): No, sono contenta! Voglio accendere di tutto cuore le lampade a Maria Addolorata! Tutte le lagrime che ho pianto di nascosto voglio metterle in quelle lampade!
(Torna a disporre i lampioncini alla finestra.)
NANNI (aiutandola, commosso anche lui, e collo stesso fervore religioso): Dio sia lodato!... Ce lo render bene alla raccolta! I seminati sono un paradiso!... Chiama il bambino che cos si diverte anche esso, ti dico.
MARA (tutta vibrante di emozione, mentre seguita a ornare di fiori la finestra): Aspettate... Un momento... Termino qui prima... L'ho lasciato apposta dalla vicina... Stanno vestendolo per la processione... tutto di bianco!... Andr cogli angioletti nella processione... con un canestro di fiori!... Ora ve lo faccio vedere. Anima pura! E' lui che mi ha ottenuta la grazia!... Ora ve lo chiamo.
(Chiamando dalla porta in fondo.)
Agrippino!


SCENA SECONDA.
Lia, poi Grazia, Neli e detti.

LIA (entrando dalla porta in fondo): Viene, viene!... lo vestono adesso...
(Guardando attorno.)
Oh! com' bello qui. Sembra un giardino!
(Chiamando fuori dell'uscio.)
Venite qua, a vedere quello che ha fatto compare Nanni!
GRAZIA (dopo aver ammirato anche lei): Bello! bello! Anche la casa del sindaco, avete visto?... e la piazza lass, tutta di verde! Sono venuti tanti forestieri a vedere!
NANNI: La gente  contenta, avremo una buona annata, se Dio vuole.
(Si odono nella via le ragazze che passano cantando le litanie.)
LIA (che  andata a vedere): Le figlie di Maria. Vanno alla processione.
GRAZIA (sull'uscio lei pure): Anche la Carolina! Oh, guarda che sfacciata!
MARA: Se  pentita!... Vuol dire che la Madonna le ha aperto gli occhi!
NANNI: Vuol dire che  pentita. Tanto meglio.
NELI (entrando dalla strada): Mi manda compare Janu. Vi manda a dire...
(Rimane a bocca aperta, ammirando.)
Oh! oh!... Che fate qui?... Oh!
NANNI: Quello che possiamo... di tutto cuore!
NELI: Compare Janu vi manda a dire... Sentite, lo stendardo della Confraternita dovete portarlo voi, dice.
MARA: Ah! ah! Vedete!
NANNI (tra la confusione e la gioia): Io? Se lo dice lui che  il capo... sono qua!... Lo porto anche in palma di mano lo stendardo!
GRAZIA: Ecco che si gonfia e fa il bell'uomo, ora! ...
NANNI: No... pel piacere... per l'onore...
MARA (giubilante, rivolta alle amiche, in tono di scherzo): E' roba mia, veh! E' mio marito!
NELI: Dice per dare il buon esempio. Gliel'ha ordinato il vostro confessore.
NANNI: Son qua, son qua! Per dare il buon esempio io son qua! mani e piedi, tutto quanto!
MARA: Voglio confessarmi anch'io con quel sant'uomo!... domani stesso.
NANNI (commosso lui pure e sorridendo): Tu?... A te l'assoluzione posso dartela io!...
LIA: Bene... sentite... se ne spendono dei denari oggi! Se ne fanno dei peccati tutto l'anno! Ma viene una giornata come questa poi!...
NELI: Ne avete spesi dei denari qui!... Tutti quei lumi! Ce ne vuole dell'olio!
MARA: Me lo caverei dagli occhi, guardate! Il Signore mi ha concesso tante grazie! Gli avevo fatto il voto, quando Nanni era stato in punto di morte, vi rammentate! La casa era tutta nera! Ne ho viste delle pene! Tante ne ho viste!
NANNI: Basta, quello che si promette ai santi, bisogna farlo. Bisogna farlo!
MARA: Ora  finita, Dio sia lodato. L'ha fatto per quel povero innocente! Qualche avemaria detta bene!...
NANNI: Voglio vederlo, vestito da angioletto...
MARA: S, venite, prima che incominci la processione.
(Esce frettolosa e giuliva, insieme a Grazia e Lia.)
NELI: Dunque gli dico di s?
NANNI: S, s... Quante volte?
NELI: Bene.
(S'avvia per uscire.)
NANNI: E sentite... ditegli pure a compare Janu... la corona di spine in capo, la voglio di spine vere! che pungano! Non si deve dar da burla dinanzi al Cristo morto!
NELI: Se vi piace cos, meglio.
NANNI: Mi piace quel ch' giusto. Siamo penitenti, s o no?
NELI: Va bene, glielo dico.
(Mentre fa per uscire s'imbatte nella Pina.)
La gn Pina! Oh! vostra suocera!
NANNI (sorpreso e contrariato): Ah!... Oh!


SCENA TERZA.
Pina e detti.

PINA (entra timida e sorridendo umilmente, come a farsi perdonare la sua venuta): Vi saluto... Buone feste... Sono venuta a portarvi le buone feste... Tanto tempo che non vi vedo...
NELI: Glielo dico sempre per la corona di spine?
NANNI (irritato): Quante volte? quante volte?
NELI: Dico se ci andrete sempre collo stendardo, ora che avete gente in casa?
NANNI: S! e tre volte!...
NELI: Bene, bene. (Esce stringendosi nelle spalle.)
PINA (che  rimasta in un canto, imbarazzata): Sono stata malata anche... Tanto ch' piovuto!... Ho preso le febbri... Ma del resto tutto va bene laggi, grazie a Dio... I seminati sono gi alti.
NANNI: E la vigna?
PINA (facendosi animo, quasi incoraggiata da una buona parola): Bene! bene! Anzi comincia a mettere i tralci... Dei bei tralci lunghi cos!... Bene, ho detto, giacch non ci pensano loro al podere, andiamo a portargli la buona notizia.
(Smarrendosi di nuovo al vedere l'aria inquieta di Nanni.)
E volevo dirvi pure che bisogna venire ad aiutare... Io non basto pi da sola a strappar la gramigna... Vedete che mani?...
NANNI (di cattivo umore): Bastava mandarlo a dire.
PINA (mortificata): Vi dispiace che sia venuta?
NANNI: Non mi dispiace. E' che adesso non c' nessuno a guardare la casa, laggi.
PINA: Ho lasciato detto al vicino Raja di tenerla d'occhio la casa e il podere anche... Poi non c' bisogno neppure. Sono tutti ai paese, a godere la festa.
(Guardando intorno.)
Ecco, vi preparate anche voi.
NANNI: Basta, giacch siete venuta, ora...
PINA (timidamente): Se vi dispiace, me ne torno indietro come sono venuta...
NANNI (brontolando): Se mi dispiace... se mi dispiace...
PINA (quasi cercando le parole): Volevo vedervi... vedere come state... Gi voialtri non mi avreste cercata...
(Accorata.)
Potevo morire, senza che nessuno lo sapesse!
NANNI: Basta... giacch siete qui, a vostra figlia diremo che siete venuta pel medico.
PINA (amaramente): Mia figlia? Che gliene importa di me a mia figlia?
NANNI: No, gliene importa; tacete.
PINA (siede sotto il pergolato, come avesse le gambe rotte, e si volta dall'altra parte, per asciugarsi gli occhi di nascosto): Sono come un cane... un cane senza padrone...
NANNI: Ora finitela, almeno!... Non vi fate trovare cos! Se vi fate trovare con quella faccia sarebbe stato meglio non venire.
PINA (levando verso di lui gli occhi lagrimosi): Perch? Che vi fo?
NANNI (senza osar di guardarla, dandosi da fare intorno per nascondere il suo imbarazzo): Niente...
PINA: Niente vi fo... Non voglio niente.
NANNI (agitatissimo, dopo averla fissata un istante in silenzio, andandole incontro risolutamente, con voce bassa e concitata): No!... sentite!... Oggi sono stato a confessarmi... Mi son messo in grazia di Dio...
PINA (chinando il capo e aprendo le braccia in aria umile e sottomessa): Bene, meglio per voi... Allora di che temete?
NANNI: Temo per vostra figlia... se vi trova qui!
PINA: Che male c' se mi trova qui? Posso venire in paese, almeno le feste principali.
NANNI: Che male c'!... Che male c'!... Voi lo sapete... e anche essa lo sa!...
(Pina gli volta le spalle, senza dir nulla, e va a prendere la mantellina che ha lasciato sul sedile. Si ode di fuori un brusio di folla.)
NANNI (fermandola bruscamente): No... restate... Giacch vi hanno vista i vicini... sarebbe peggio...
(Corre alla porta e la spalanca, chiamando fra la gente che passa.)
Oh! Cardillo! vieni a vedere... Che te ne pare?
CARDILLO: Che me ne pare? (Rimane sorpreso al vedere la Pina.) Oh! la gn Pina!... Scusate, scusate... (Fa per andarsene.)
NANNI: Bestia! se t'ho chiamato io stesso!...
CARDILLO (sospettoso, guardando ora lui e ora la Pina): Bestia! meglio! Voglio esser bestia oggi piuttosto! Una giornata come questa!...
VOCI FESTANTI DI FUORI: Gli angioletti! - Ecco gli angioletti! - Viva Maria Addolorata!
CARDILLO (scandalizzato): Chiudete la porta almeno!
(Mentre sta per uscire s'imbatte in Grazia, la quale entra premurosa.)
GRAZIA: Compare Nanni! Non venite?... (Sorpresa anche lei e cambiando tono al vedere la Pina.) Oh!... Voi!... Vi saluto, gn Pina.
PINA (timida e umiliata): Vi saluto.
GRAZIA (a Nanni, con imbarazzo): Vi mandava a chiamare vostra moglie... Ma ora le dico di aspettare un momento.
(Per uscire.)
NANNI: No, sentite...
GRAZIA: Scusate, devo andarmene.
(Esce in fretta.)
CARDILLO: Sapete colui ch'era pieno di peccati? Gliene aveva fatti tanti a Ges Cristo! Ma quello che trov scritto sul libro, quando dovette fare i conti col Padre Eterno... Basta!  meglio non parlarne!... Oggi ch' il Venerd Santo, per giunta!... Ti mancava anche questo scandalo per ribadire i chiodi al mio Figliuolo? gli disse il Padre Eterno... E con questo vi lascio e vi saluto!
(Esce chiudendo la porta in furia dietro di s.)
(Nanni e Pina.)
NANNI (concitato): Vedete?... Tutti quanti!...
(Pina rimane immobile, senza saper che dire.)
NANNI: E non rispondete neppure?
PINA (colle lagrime agli occhi): Cosa volete che dica?
NANNI (eccitatissimo, parlandole quasi coi pugni sul viso, sottovoce): Volete che ve la dica io? Quando sono stato malato... in punto di morte... non volevano neppure portarmi il viatico!
(Prorompendo.)
Ho visto la morte cogli occhi, vi dico!
PINA (arretrandosi, tutta tremante): Che devo fare? parlate.
NANNI (andando su e gi per la scena, agitato): Perch siete venuta oggi? perch?
PINA (colle lagrime agli occhi): Perch? che vi fo?
NANNI: Mi fate... mi fate... che mi fate perdere la confessione!
PINA (irrigidita dall'angoscia, balbettando tra le lagrime che la soffocano): Sentite! E quello che mi fate a me, voi?... quello che mi avete fatto?... Io non ve lo dico!... Mi vedete che parlo e rido... ma quello che ho in cuore non lo vedete!...
NANNI: Lo vedo, s!... Questo  il peggio, che lo vedo! E anche vostra figlia! Vedeste come  ridotta... pelle e ossa! Non parla, non dice nulla... ma dentro si rode e si consuma. Ogni notte la sento che piange e si dispera!... in causa vostra!... Vorrei piuttosto che mi piantasse un coltello qui, quando mi guarda con quegli occhi, senza dir nulla!...
PINA (col viso torvo, evitando di guardarlo): E a me che mi pianta quegli occhi in faccia, appena arrivo!... e d la poppa alla tua creatura!... dinanzi a me!...
(Con voce sorda.)
Vi ho fatto il letto colle mie mani, la prima notte!...


SCENA QUARTA.
Mara e detti.

MARA (entrando di furia, sconvolta): Ah!... era vero!... Siete qui, voi?
PINA: S... sono venuta a vedervi... per vedere come state...
MARA (chinandosi a baciarle la mano, ma col pianto agli occhi): Lo vedete come stiamo... bene.
(A Nanni, rivolgendogli un'occhiata scintillante tra le lagrime.)
Per questo non siete venuto a vedere vostro figlio... prima che andasse alla processione?...
PINA: La colpa  mia... perch sono venuta,  vero?
NANNI: No, no... avete fatto bene.
MARA: Avete fatto bene, siete la padrona.
(Breve pausa. Silenzio imbarazzato di tutti tre.)
PINA: C' anche la vigna da zappare; son venuta a dirvelo.
NANNI: Bene, andremo luned.
MARA: Ah! siete venuta a prenderlo?
PINA: Non posso far tutto io sola. C' l'erba alta cos. Se piove, l'erbacce si mangiano ogni cosa.
MARA (con uno scoppio di amarezza): Ormai, in questa casa ci piove e ci grandina, madre mia!
PINA: E' per me questo discorso?
NANNI: No, no! che dite...
PINA: Io faccio tutto quello che posso. Ho sudato sangue sulla vostra terra... all'acqua e al vento... Il pane che vi mangio, non ve lo rubo, no!
(Mara senza rispondere si mette a piangere col grembiule agli occhi.)
NANNI (irritato): Ecco, ora! ecco!
MARA: Lasciatemi piangere. Non vi dico nulla!...
PINA (amaramente): Non c' bisogno di parlare alle volte.
NANNI (a Mara): Puoi venire anche tu alla vigna, per dare una mano.
MARA: Che verrei a fare? Non vi servo a nulla!... Non posso aiutarvi...
(Accennando amaramente alla sua gravidanza.)
nello stato in cui sono!... col castigo di Dio addosso!...
PINA: Ah, il castigo di Dio?
MARA (prorompendo): Perch ve la pigliate con me? Pigliatevela col Signore piuttosto! Pigliatevela con voi stessa che avete voluto maritarmi!
PINA: E questa  la ricompensa! La bella accoglienza che mi fai!
MARA (eccitata, cogli occhi accesi e lagrimosi): Cosa devo fare? Volete che canti e rida, mentre c' il Cristo morto per le strade?
NANNI: Basta! leviamo l'occasione.
(Prendendo la Pina per un braccio.)
Venite a vedere vostro nipote, piuttosto.
MARA (non frenandosi pi): Lasciatelo stare mio figlio almeno... povero innocente!...
PINA: Hai paura che te lo mangi tuo figlio?
MARA: Perch dovreste mangiarmelo? Non  anch'esso sangue vostro? Forse che i cristiani si mangiano tra di loro adesso?
NANNI (minaccioso a Mara): La finisci?... com' vero Dio!
MARA (chinando il capo, accorata): Battetemi! Se mi volete battere, battetemi!... Se vi pare che me lo merito... son qua!
PINA: Alle volte, sai, le parole fanno peggio ancora!... Le parole di una santa come te!... che fanno peggio di un coltello!...
NANNI (che sta per prorompere fa il segno della croce): Brutto diavolo, va via!... tentazione!...
MARA: L'avete con me? Volete che vi lasci e me ne vada?
NANNI: Escir io!... Io me ne vo!... al diavolo!... poich c' l'inferno in casa, quando siete insieme madre e figlia!...
(Esce infuriato.)


SCENA QUINTA.
Mara e Pina. Madre e figlia si guardano alcuni istanti in silenzio, pallide e corrucciate.

PINA: Sei contenta ora, sei contenta?
(Mara seguita a fissarla senza rispondere, col rancore negli occhi.)
PINA: Quasi fossi venuta a chiedervi l'elemosina oggi!... a te e a tuo marito!...
(Mara china il capo, sempre tacendo, accigliata.)
PINA: Dopo che mi hai preso tutto!... Quello s, l'hai preso!... la roba e tutto!
MARA (voltando le spalle bruscamente, col viso tra le mani): Mamma, lasciatemi stare! Lasciatemi stare oggi!
PINA: Ti lascio stare. Vuoi che ti lasci e me ne vada? e non ci metta pi piede in casa tua?... nella casa che t'ho data io stessa?
MARA: Me l'avete data perch ci morissi a fuoco lento, la casa! Per farmi dannare l'anima me l'avete data!
PINA: T'ho dato tutto! M'hai preso ogni cosa tu!
MARA (voltandosi verso di lei, cogli occhi scintillanti e con voce vibrata): Tacete! tacete!
PINA: Parla tu allora! sfogati!
MARA (aggirandosi desolata per la scena colle mani nei capelli): Ah! Signore! toglietemi voi da queste pene!
PINA: Le tue pene?... Lascia stare le tue pene!... Lascia stare i santi! Li ho pregati tanto anch'io! Non odono, lass!
MARA (scattando): Ve la pigliate anche coi santi, scomunicata!
PINA: Vedi? Vedi che lo sputi fuori il veleno?... Un pezzo che lo vedo... in ogni tua parola!...
MARA: Il veleno che m'avete messo qui!
PINA (investendola, bieca e con voce sorda): Schiacciami la testa colle tue mani allora... giacch sono io la vipera!... Andrai dal confessore poi... anche tu!
MARA: Scomunicata! scomunicata che siete!
MARA: Taci!
MARA: Ladra! ladra!
PINA: Taci!
MARA: Ladra! Venite sin qui a rubarmi la mia pace! Madre scellerata!
PINA (come una belva ferita): Ah, vedi? vedi?...


SCENA SESTA.
Grazia, poi Lia e Bruno accorrendo alle grida di Pina e Mara dalla strada, e dette.

GRAZIA: Che c'? che c'? Sembra che caschi la casa.
MARA: E' cascata e rovinata la casa!... C' la maledizione di Dio!
LIA: Gn Mara, fate prudenza voi! Non fate ridere la gente!
PINA: C' che mi danno il calcio dell'asino, adesso, lei e suo marito!...
GRAZIA: Vi mancava tempo a discorrere dei vostri interessi? Giusto quando sta per passare la processione!...
PINA: Mi danno il calcio dell'asino!... dopo avermi preso la roba e tutto!... Gli mangio il pane a tradimento, ora!... Il sangue mi mangiate!
LIA: Cominciate a tacere voi che siete la figlia, via!
GRAZIA: Basta, non fate scandali!...
BRUNO (entrando): Vi si sente dalla piazza... pi forte della banda! Pare che sia qui la festa. Un altro po' lasciano la banda e corrono tutti qui.
PINA: S, correte! Chiamate i carabinieri anche, per farmi legare!
MARA: La lingua vi dovrebbero legare! Vi dovrebbero legare pei capelli, sulla pubblica piazza!
LIA: Che parolacce, gn Mara! A vostra madre!...
MARA: Son parole che mi bruciano qui dentro!
GRAZIA: Andiamo via, gn Pina. Voi che siete pi giudiziosa!... Non facciamo peccati oggi...
PINA: No, non voglio andarmene. Sono in casa mia.
MARA: Restateci! Me ne vado io!... per sempre! Per sempre ve la lascio questa casa maledetta!
PINA (minacciosa): Vattene! via! vattene! Non mi fare impazzire del tutto!
BRUNO (frapponendosi tra di loro): Ehi! ehi! che fate?


SCENA SETTIMA.
Nanni accorrendo di fuori al rumore della lite, seguito da Cardillo, Filomena, Malerba e Neli.

NANNI (irato, picchiando a diritta e a manca Mara e la Pina): A te!... e a voi pure! Non volete finirla? Sono la favola del paese!
NELI: E addio stendardo!
MALERBA (sbracciandosi a metter pace, col suo fare canzonatorio): La banda!... Ecco la banda!
BRUNO: Basta, Nanni!
CARDILLO: Ma che siete, cristiani o turchi?
FILOMENA: Sentite!...  uno scandalo per tutto il vicinato! Finitela questa vergogna!
NANNI: Sono la favola del paese! Siete contente ora?
GRAZIA (aiutando la Pina ad asciugarsi il viso insanguinato): Lasciate vedere!... Avete del sangue l...
PINA: Nulla... non  nulla.
MALERBA: Le carezze dell'asino! Vuol dire che le piacciono le carezze dell'asino...
NANNI (irritato, spingendo fuori Malerba): Va via ora, tu! o me la piglio con te, anche!
GRAZIA (a Pina, conducendola via): Venite, venite! (Escono con Lia e Filomena.)
CARDILLO (uscendo con Bruno): Turchi! Peggio dei turchi, Dio ce ne scampi e liberi!
MARA (piangendo; a Nanni, in atto di andarsene anche lei): Guardate!... quello che fate a me!... Basta! che il Signore non ve ne domandi conto, poi!...
NANNI: Finiscila adesso, tu!... Non mi mettere colle spalle al muro tu pure!
MARA: L'avete fatta?... anche questa?... che mi avete battuta dinanzi a lei? Gliel'avete data questa soddisfazione, a mia madre!
NANNI: Mi farete commettere qualche pazzia, tu e tua madre!
MARA: Scomunicati! scomunicati tutti e due!
NANNI: Via!... fallo per amor mio!... se  vero che mi vuoi bene.
MARA: Per questo mi calpestate sotto i piedi? perch sapete che vi voglio bene?... perch fate di me tutto quello che volete?... Mi fate morire disperata!
NANNI (quasi supplichevole): Senti, Mara! senti!...
MARA: Scellerato! Come vi  bastato l'animo? Mentre sono in questo stato!... Come potete guardarlo in faccia vostro figlio, quando viene a baciarvi la mano povero innocente!
NANNI: Senti!... Non mi mettere colle spalle al muro tu pure!... Ogni tua parola  una coltellata!... Te la levo dinanzi quella scomunicata di tua madre!
MARA: Non vi credo! Non vi credo pi! Come volete che vi creda! vi ho visto con questi occhi!... la faccia che avevi... tutti e due... voi e quella scomunicata di mia madre!... Vi pare che sia cieca? Cosa siete andato a dirgli al confessore, dunque?
NANNI (fuori di s, cercando di chiuderle la bocca colle mani): Basta! basta!


SCENA OTTAVA.
Compare Janu e detti.

JANU: Bestie! Peggio delle bestie siete!
NANNI (irritato e confuso): Loro!... In causa loro!... Mi faranno fare qualche pazzia!
MARA (singhiozzando): E' finita, compare Janu! Non posso pi starci in questa casa!
JANU: No, ascoltate. Abbiate giudizio almeno voi.
MARA: Non posso pi starci! Me ne vo con mio figlio... povero orfanello!
NANNI (esasperato): Lasciatela andare, compare Janu! Lasciatela andare, ch' meglio!
MARA (a Nanni, piangendo, dall'uscio): Pensateci che avete lasciato vostro figlio orfano... in mezzo alla strada...
(Esce.)
JANU (a Nanni): Pezzo di birbante. Sei degno della forca.
NANNI: Dite bene; avete ragione, vossignoria!
JANU: E la prima! E la seconda! Torni a promettere, e poi torni a cascarci!
NANNI: Non  vero! Son le male lingue che vorrebbero essere tagliate! ...
JANU: Le male lingue sono tutto il paese. Anche tua moglie adesso, vedi!
NANNI: Mia moglie  pazza! pazza da legare anche lei!... che si mette in testa non so cosa!
JANU: Si mette in testa che sei una bestia! Come le bestie sei!
NANNI: Come le bestie; avete ragione!
JANU: Bella ragione! C' il bastone per le bestie.
NANNI (prorompendo): Vorrei vedervi, vossignoria! E quella scomunicata che non posso togliermela d'addosso?... Non vado pi neppure alla vigna, per sfuggirla!...
JANU: Che paura hai, se non c' nulla di male?
NANNI (borbottando): Che paura ho... che paura ho...
JANU (severo): Vedi!...
NANNI (eccitatissimo): Lo sapete anche voi che donna  quella!... come la chiamano!... che donna !... che vi fa dannar l'anima come vuol lei!
JANU: Vedi... anche adesso!... come ne parli!
NANNI: Corpo di!... Cosa devo dirvi?... Cosa devo fare?
JANU: Parlale chiaro e tondo. Dille che ti lasci in pace.
NANNI: Come posso fare? E' padrona anche lei qui... Non posso chiuderle l'uscio in faccia, se viene.
JANU: Lasciale la casa. O fuori lei, o fuori tu insomma.
NANNI: Fuori? Dove ho da andare?
JANU: Lontano: in campagna.
NANNI: In campagna? Fate presto anche questa! Non sapete nulla, vossignoria! E quando viene a ronzarmi intorno poi? sul colle e sul piano... Non sapete ch' peggio! Gira e rigira... col pretesto di cogliere erbe selvatiche... come una vera lupa!...
(Prorompendo.)
Non posso pigliarla a schioppettate da lontano.
JANU: Allora sai cosa devi fare? Vendi ogni cosa e vattene via dal paese, tu e tua moglie.
NANNI: Non posso neanche vendere. E' roba della dote!...
(Smaniando.)
Sono legato stretto, vi dico!... mani e piedi!... Bisogna romperla d'un colpo questa catena!


SCENA NONA.
Pina e detti.

NANNI: Vedete? Vedete, vossignoria?
JANU: Sst! sst!
NANNI: Vedete? Torna da capo! Non  contenta se non mi fa andare in galera!
JANU: Senza strepiti, senza galere. C' modo d'accomodare ogni cosa. Comare Pina, sapete come dice il proverbio: Maritati e muli lasciali soli.
PINA: E chi li tocca? Che gli fo adesso?
JANU: Che fate... che fate... Bene non fate certo. Qui c' l'inferno ogni volta, fra di voi.
PINA (asciugandosi gli occhi febbrile): Sapete il calcio dell'asino vossignoria? Mi danno il calcio dell'asino, ora che son povera e pazza.
JANU: Volete da campare voi? E' giusto. C' modo d'accomodarvi... ma voi da una parte e loro dall'altra. Il mondo  grande sorella mia. Mancassero uomini, che diavolo!
PINA: Dite bene, vossignoria! E mi merito quello che dite...
JANU: Vi meritate... che la gente parla per quel che sente dire... Oppure  segno che scontate adesso qualche peccato vecchio... Saranno chiacchiere, saranno bugie... Adesso per bisogna far tacere le male lingue. Giacch vostro genero si  messo in grazia di Dio, lasciatelo in santa pace.
(Pausa. Nanni e Pina rimangono a capo chino.)
JANU (a Nanni): Hai inteso dunque? Ora vo ad accordare l'altra campana, e ti conduco qui tua moglie. Voi, gn Pina, giacch avete capito il latino andatevene pei fatti vostri, e cercate di mettervi in grazia di Dio anche voi, se potete.
(Esce.)


SCENA DECIMA.
Nanni e Pina.

PINA (fosca, come parlando tra s): No! Non ce n' confessore per le madri come me!
NANNI: Andatevene dunque, andatevene!
PINA (rivoltandosi, colla bocca amara): Che non ne sapete altra canzone anche voi?
NANNI (riscaldandosi sempre pi): Ve l'ho detto tante volte, ed  sempre inutile!...
PINA: Dunque, s' inutile, perch ci tornate adesso?
NANNI (esasperato): Perch voglio finirla!... una volta per sempre! Voglio uscirne da quest'inferno!
PINA (sarcastica): Vi siete messo in grazia di Dio! Che paura avete dunque?
NANNI: Ho paura di voi!... che siete il diavolo in carne ed ossa!... m'avete fatto qualche malefizio!... Venite a tentarmi anche adesso!...
PINA (dura e ostinata, senza guardarlo neppure, attingendo acqua dal pozzo): Sono venuta per la festa. Sono cristiana anch'io.
NANNI (furioso, afferrandola pel braccio): Voi? voi?
PINA (svincolandosi): Lasciatemi lavare il viso ora! Non mi strappate il vestito della festa anche!
NANNI: Ve la dar io la festa! Ora stesso ve la dar!
PINA: Ah, se ti bastasse l'animo!
NANNI: Sangue di!... Corpo di!...
PINA (guardandolo fisso, in tono di amarezza disperata): Non ti basta l'animo, no! Sei buono soltanto a far impazzire gli altri, tu! Ma a toglierli dalle pene con un colpo solo non ti basta l'animo!
NANNI: Maledetta!... tutta quanta!...
PINA: S, ti pare che non lo sappia? Le madri come me andrebbero bruciate vive!... Dovrebbero mangiarsele i cani, le madri come me!... E tu pure che mi tieni nell'inferno!... pei capelli!... come una pazza!... Hai un bell'andare a confessarti... Il diavolo ci ha legati insieme!
NANNI (brandendo una scure, furioso): Ah!... Lo rompo io il legame!
PINA (voltandosi verso di lui, col petto nudo, come a sfidarlo): Finiscila! Via! colle tue mani!
NANNI (la spinge sotto la tettoia, cogli occhi pazzi d'ira e di orrore, la scure omicida in alto, urlando colla schiuma alla bocca): Ah!... ah!... Il diavolo siete?
(Cala la tela.)



Dopo.
Dramma intimo?.
(1886).

Terrazza della villa Negri che d sulla strada. Maria seduta a ricamare sotto la tenda, Giacinta affacciata alla ringhiera.


1.

MARIA: S' fermato qui?
GIACINTA: S.
MARIA: Chi ?
GIACINTA: Il signor Vitali.
VITALI (dalla strada): Buon d, signorina.
GIACINTA (freddamente): Buon d... (per andare).
MARIA: Te ne vai?
GIACINTA (tornando a sedere): No.


2.

MARIA (a Vitali, che sopravviene): Finalmente!
VITALI: Finalmente davvero! Sapesse quanti impicci! Temevo di non uscirne pi.
MARIA: Affari?
VITALI: Quasi.
MARIA: Gravi?
VITALI: E' inutile che ve lo dica, giacch vedo che non serviranno a scusarmi.
MARIA: Non  obbligato a scusarsi...
VITALI: Grazie... (pausa). E suo marito?
MARIA: In citt. Non l'ha visto?
VITALI: Non fui allo studio, e dovetti fare un lungo giro per venir qui. Giunger col treno delle undici?
MARIA: S, ha telegrafato.
VITALI: Che lavoratore! Ora che  in campagna gli tocca riposarsi in ferrovia...
MARIA: Giacinta dice che  la sua villeggiatura.
GIACINTA (alzandosi, seccamente): E' cos buono!... E lo fa per noi.
VITALI: Proprio... la faccio scappare, signorina?...
GIACINTA: Stavo per andarmene gi...
VITALI (ridendo): Vuol dire che le devo cinque minuti e cinque parole... (Giacinta, esce).


3.

MARIA (alzandosi, rapidamente, a voce bassa): Avete ricevuto?
VITALI: S.
MARIA: Parlaste colla portinaia?
VITALI: Assicura di non avervi vista.
MARIA: Non  vero. Che ci guadagna, a mentire?
VITALI: Quello che le ho dato per tacere.
MARIA: Tacer sempre, almeno?
VITALI: Sinch le chiuderemo la bocca...
MARIA: Di Antonio siete sicuro?
VITALI: Come della portinaia...
MARIA: In che mani siamo!...
VITALI: Pazienza, giacch bisogna essere nelle mani di qualcuno, meglio sieno di quelle che possono ungersi.
MARIA: Del denaro... per aver dei complici... Sia!... Avete bruciato la lettera?
VITALI: No: questo lo farete voi. Eccovela.
MARIA: Perdonatemi... Ormai... La portinaia, Antonio, il primo che passa... Ecco cos'!...
VITALI: Oh! Maria!
MARIA (dandogli le mani): Non  ci che credete... Se non ti avessi dato tutto il mio cuore, vorrei dartelo. Ti basta?
VITALI (guardingo): Badate!
MARIA: Ecco, siete divenuto timido anche voi!
VITALI: Vostra sorella sospetta qualche cosa.
MARIA: Giacinta?
VITALI: Non vi sembra mutata?
MARIA: Tutto mi sembra mutato!
VITALI: Povero amore... Come sei pallida!
MARIA: Non ho dormito.
VITALI: Come sei bella... cos!... (per afferrarle le mani).
MARIA (ritirandosi vivamente): No... lui!


4.

NEGRI: Oh, Vitali! Bravo! (a Maria, dandole la mano). Come stai?
MARIA: Bene.
NEGRI: Con quel viso!... (a Vitali). Quando sei arrivato?
VITALI: Or ora.
NEGRI: Cercavi di me, allo studio?
VITALI: ...No...
NEGRI: Pietro t'ha visto dalla portinaia.
VITALI: Ci sono stato a vedere se v'erano lettere per me.
MARIA: Gegina non  venuta alla stazione?
NEGRI: S,  rimasta un po' indietro... Un gran segreto!... E Giacinta?
MARIA: Era qui; sta bene.
NEGRI: Bene. Ora, sino a luned son libero. Auff!


5.

GEGINA: Mamma! Le prime fragole... Guarda!...
MARIA: Oh!... E i bei fiori!...
VITALI: Son della vostra campagna?
NEGRI: No, la mia campagna non d che rami.
MARIA (a Negri): Grazie, sai!
NEGRI: Per Gegina.
GEGINA: No, li ha portati il babbo per te...
NEGRI: Cotesto non era necessario dirlo, signorina. Andate a dare un bacio al vostro amico Vitali.
VITALI (ridendo): Buon d, signorina.
GEGINA: Oh, buon d!... (fa per buttargli le braccia al collo).
MARIA: (trattenendola): Cos basta. Ora vai dalla zia. Sei tutta scalmanata.
GEGINA (mortificata): Buon d... (esce).
NEGRI (ridendo): Scusami cara, non sapeva che fosse un gran male.
MARIA: Non  un gran male...
NEGRI (a Vitali): Hai studiato quel processo?
VITALI: Non ne ho avuto il tempo.
NEGRI: In otto giorni! Che ne fai del tuo tempo, ragazzo mio? Dunque, in due parole: separazione di beni e di persona per incompatibilit di carattere. Il torto  del marito.
VITALI: Abbiamo contro delle prove...
NEGRI: Il torto  sempre del marito, e poi, quando capitano di queste disgrazie, non si vanno a mettere in carta bollata. Basta, vedremo insieme, giacch ti fermi qui...
VITALI: No.
NEGRI: Come no? Se era gi inteso? Che vi  di nuovo?
MARIA: Avr da fare...
NEGRI: Lo ha detto a te?
MARIA: A me, no...
NEGRI: Che v' di nuovo, via? Perch fate quella faccia, tutti e due?...



La caccia al lupo.
Bozzetto scenico.
(1901?).


PERSONAGGI.

Lollo.
Mariangela.
Bellam.

Casolare di pastori. Notte di vento e pioggia - vero tempo da lupi. Si ode bussare ripetutamente all'uscio d'ingresso, a sinistra.


MARIANGELA (tutta sossopra, ancora mezzo discinta, chiudendo in fretta l'uscio della cucina in fondo): Vengo!... Vengo!... Sono in letto... mi vesto...
(Va infine ad aprire la porta, si trova faccia a faccia Lollo, grondante acqua, col fucile in mano e il viso torvo. Egli resta un momento fermo sulla soglia, guardando intorno cogli occhi inquieti e sospettosi. - Fuori l'ira di Dio. - La moglie, al vedersi dinanzi il marito a quell'ora insolita, con quel tempo, e con quella faccia, comincia a tremare come una foglia, ed ha appena il fiato di balbettare): Che fu?... Che avvenne?...
(Ma egli non risponde nemmeno crepa. - Uomo di poche chiacchiere, specie quando ha le lune a rovescio. Mastica sa lui che parole fra i denti, e seguita a cercare in ogni angolo cogli occhi torbidi. Il lume  sulla tavola; il letto bell'e rifatto; tanto di stanga all'uscio della cucina, in fondo, dove galli e galline, spaventati anch'essi pel temporale, di certo, fanno un gran schiamazzo - tanto che la povera donna si confonde sempre pi, e non osa neppur guardare in faccia il marito.)
Ges! Che paura mi avete fatta!...
LOLLO (chiude bene l'uscio, prima di tutto, appende lo scapolare a un chiodo e asciuga col fazzoletto l'acciarino del fucile, borbottando): Oh bella! ti fo anche paura?... tuo marito ti fa paura adesso?
MARIANGELA: Con questo tempo! E' accaduta qualche disgrazia nell'ovile? Perch andate intorno con questo tempo?
LOLLO (girandolando di qua e di l, come un fantasma, adagio adagio, strascicando le ciocie fradicie, frugacchiando in ogni angolo col fucile in mano. La moglie dietro, ansiosa): Vo per le mie faccende. Fammi lume, laggi, dietro il letto... Ma che diavolo hai che tremi tutta? Non ti basta l'animo neppure di reggere il lume stasera?
MARIANGELA (inquieta): Ditemi che cercate?
LOLLO: Fammi lume, ti dico.
MARIANGELA: Vedete, qui non c' niente.
LOLLO: C', c'... Ci dev'essere... Ecco.
(Si china a raccattare un pezzetto di legno lungo poco pi di un palmo.)
MARIANGELA: Per questo siete venuto?
LOLLO (con un risolino ambiguo): Per questo e per un'altra cosa... Dev'essere l...
(Indicando l'uscio della cucina in fondo.) Certo ch' l...
(S'avvia per aprire.)
MARIANGELA (quasi perdendo la testa, buttandoglisi dinanzi, colle braccia protese, pallida come un cencio): Ma che cercate?... Non me lo potete dire?
LOLLO: Certo... Sicuro... Perch non dovrei dirtelo?
MARIANGELA (tutta tremante): Ditemi che vi abbisogna... Vi servo io... Non sono vostra moglie?
LOLLO: Certo... sei mia moglie... Appunto... Va avanti tu col lume... Apri quell'uscio, via...
(A un tratto salta su di lei, che sta per lasciarsi cadere la lucerna e gliela toglie di mano.)
Ehi, Mariangela!... Vuoi lasciarmi al buio... perch non trovi nulla?
MARIANGELA (confusa, balbettando): Con tanta legna che v' l dentro!... temo qualche disgrazia ad entrarvi col lume... Ditemi quel che vi occorre, che forse potr aiutarvi io stessa...
LOLLO (dopo aver esitato un momento): Ecco... cerco una funicella, per legarla in capo a questo legnetto qui.
MARIANGELA: Volete i legacci del mio grembiule? Vi servono?
LOLLO (ridendo): S, coi legacci delle donne si lega anche il diavolo!...
(Posa il lume sulla tavola, appoggia il fucile alla parete, e siede l accanto sulla scranna, curvo, a gambe larghe, colle mani ciondoloni fra le coscie, senza dir altro. Mariangela si toglie il grembiule e glielo d; egli lo spinge in l, sulla tavola, accanto al regoletto di legno. La moglie intanto gli mette dinanzi pane, vino, formaggio, e la pipa carica anche, che non sa pi quel che si faccia in quel turbamento.)
A che pensi? Dove hai la testa? Una cosa alla volta, bestia!
(Cava il coltello da tasca, l'apre e comincia a mangiare lentamente, colle spalle al muro e il naso sulla grazia di Dio. Di tanto in tanto alza il capo e volge all'uscio della cucina un'occhiata che la moglie segue ansiosa.)
S' visto Bellam?
MARIANGELA (si lascia cadere la roba di mano, mentre sta servendolo, e balbetta): No... Perch?... Non s' visto...
(Lollo brontola qualcosa d'indistinto fra i denti e si mesce da bere.)
MARIANGELA: Ma perch... Che c'entra ora Bellam?
LOLLO (si asciuga la bocca colla mano e la guarda come non avesse udito, con quegli occhi spenti che non dicono nulla, accendendo la pipa tranquillamente: tanto che la povera donna si smarrisce sempre pi, e a un tratto, gli cade ginocchioni dinanzi, per slacciargli le ciocie fradicie. Egli la respinge col piede, borbottando): Che fai adesso?
MARIANGELA: Voglio asciugarvi i piedi... Siete tutto bagnato...
LOLLO: Lascia stare. Torno ad uscire.
MARIANGELA (tirando un sospirone, rianimata): Ah!... Avete da fare?...
LOLLO (alza il capo e la fissa prima un istante. Poi con un sorriso ironico): Sicuro. Vado al festino.
(E seguita a fumare sputacchiando di qua e di l.)
MARIANGELA (sparecchia in silenzio colle mani tremanti. A un tratto borbotta): Dite certe cose, stasera!... con una certa faccia!...
LOLLO: Dico che ho da fare... coi Musarra... Mi aspettano qui accanto... Dobbiamo prendere un lupo stanotte.
MARIANGELA: Un lupo?...
LOLLO: Si, tanto tempo che gli facciamo la posta! Gli ho teso la trappola... una trappola sicura... Vedi, come uno che fosse preso qui dentro, che neanche il diavolo lo salverebbe... Ed ora c' caduto! Ecco, mentre ti parlo non vorrei essere nella sua pelle!
(Mariangela istintivamente volge prima ansiosa un'occhiata all'uscio di fondo, e poi al marito che non la guarda neppure, chino sulla pipa, assaporandola, quasi assaporasse gi il piacere di cogliere il lupo. Scroscio di tuono - un lampo illumina vivamente la scena.)
MARIANGELA (segnandosi): Che notte, Ges mio!
LOLLO: Questo  il tempo che ogni mala bestia va intorno a far delle sue. Ma stavolta ci lascia la pelle, te lo dice compare Lollo!...
(Afferra lo schioppo a un rumore che si ode all'improvviso dietro l'uscio in fondo.)
Ehi l!
MARIANGELA (pi morta che viva): Saranno le galline... che le ho chiuse in cucina... pel temporale che faceva...
LOLLO: Avranno paura anch'esse... come te. Guarda, sei pallida. (Le mesce del vino.) Bevi un dito di vino.
MARIANGELA: No. Ho lo stomaco chiuso per cent'anni.
LOLLO: Allora lo bevo io.
(Beve, poi si mette a tagliare il regoletto di legno col coltello da tasca, soffiando e fischiettando, tutto intento al suo lavoro, legando il legaccio a una delle estremit del legnetto.)
MARIANGELA (fingendo di stare a vedere attentamente per nascondere la sua inquietudine, coi gomiti sulla tavola e il mento fra le mani, guardandolo fisso fisso, cercando di leggergli nel viso impenetrabile): E questo che state facendo che cos'?
LOLLO (senza guardarla, continuando a soffiare e a fischiettare): Questo?... Che  questo?... Questo  il biscotto per chiudere la bocca al lupo... Ce ne vorrebbe un altro anche per te, ce ne vorrebbe... Ah, Ah! Ridi adesso?... T' tornato il rossetto in viso?... Voi altre donne avete sette spiriti, come i gatti...
(Tira forte il legaccio per provarlo.)
Non si romper nel meglio poi questo qui?... No,  forte il tuo legame!
(Mariangela seguita a fissarlo in viso, per indovinare che ci covi sotto quel ghigno; gli si struscia addosso, proprio come una gatta, col seno palpitante, e il sorriso pallido in bocca.)
Sta ferma, sta ferma adesso che fai cadere la lucerna... L'olio porta disgrazia...
MARIANGELA (prorompe, quasi piangendo): S, che porta disgrazia! Ma che avete stasera?... Parlate, in nome di Dio!
LOLLO: Niente ho. Tu cosa mi vedi?
MARIANGELA: Vedo che l'avete con me... senza motivo!
LOLLO: To! to! Ecco che vai in collera ora! Le sai tutte, le sai!
MARIANGELA: Come fossi una bimba!... Mi contate la storia del lupo! ...
LOLLO: Storia?... vedrai! E' vero come  vero Iddio!... Ti divertirai anche tu, quando l'avremo preso!...
MARIANGELA: Oh!... no!... Io no!...
LOLLO: Perch? Non sei mia moglie?
MARIANGELA (imbarazzata, colle lagrime agli occhi e facendo quasi per prendergli la mano senza osarlo): S... Vostra moglie... che vi vuol tanto bene!...
LOLLO: Bene. E il danno che si fa a me non lo fanno a te pure?
MARIANGELA (timidamente): Voi siete il padrone...
(Accennando col capo.)
Il mio padrone siete!...
LOLLO: Lasciami fare dunque, non aver paura.
MARIANGELA: Ho paura per voi, che non ho altro al mondo!...
LOLLO: Oh, per me non temere, che alla mia pelle ci penso io!... Ci vorrebbe questa anche!... Avere il danno e le beffe anche?... Ah no! Ho trovato dei compagni che mi daranno una mano...
(Ridendo).
Anzi lo faccio prendere colle loro mani... E' una bestia cattiva, sai!... che morde, quand' messa colle spalle al muro!... Voglio fargli la festa a modo mio, senza arrischiarci la mia pelle.
MARIANGELA: Che cuore dovete avere!
LOLLO: E la bile che ci ho messo dentro non la conti?...
(Fosse il vinetto che gli scioglie la lingua, o provasse gusto a rimasticare pian piano la bile che deve averci in corpo - oppure volesse contar proprio la storia del lupo a sua moglie, per chetarla, continua a ciarlare come una gazza grattandosi il mento rugoso, appisolandosi quasi sulla scranna.)
Vuoi sapere come si fa?... Ecco, si scava una bella buca fonda, nascosta sotto i rami secchi, gli si prepara il suo bel letto sprimacciato di frasche e foglie in fondo alla trappola, e dentro vi si mette un'agnella per attirarlo... Lui se ne viene come a nozze, al sentire la carne fresca... Col muso al vento, se ne viene! e gli occhi lucenti di voglia!... Ma appena cade nel trabocchetto poi non la tocca neppure, l'agnella, ch ha altro da pensare...
MARIANGELA (sospettosa, scrutandolo sempre in viso cogli occhi sorridenti per nascondergli il turbamento interno, accennando al regoletto di legno): E cosa gli fate con quello?
LOLLO: Questo gli si caccia in bocca, perch non morda. Uno glielo cala nella buca, e appena il lupo l'addenta, un altro, lesto, gli passa il legaccio dietro le orecchie, e glielo ferma all'altro capo del bavaglio... Poi viene il meglio...
(Il turbine in quel momento sembra portarsi via la casupola. - S'ode uno scompiglio in cucina. - Una ventata soffia sul lume e lo spegne.)
MARIANGELA (strillando, per maggior confusione, e brancolando verso l'uscio in fondo): Santa Barbara!... Santa Barbara! Aspettate... Cerco gli zolfanelli... Dove siete adesso?...
LOLLO (ch' saltato all'uscio di sinistra, collo schioppo in mano, minaccioso): Ferma! Sta zitta! Non ti muovere, sai!
(S d a battere l'acciarino, verde come lo zolfanello che ha in mano, e accende il lume.)
Chtati, chtati, non fare tanto chiasso per niente... (Va a staccare lo scapolare dal chiodo.)
MARIANGELA: Ve ne andate?
LOLLO: Lo vedi.
MARIANGELA: Tornerete presto?
LOLLO: Perch vuoi sapere se torno presto o tardi?
MARIANGELA: Cos... per aspettarvi... per aspettarvi alzata...
LOLLO: No, va a coricarti. Eri gi a letto quando son venuto.
MARIANGELA (imbarazzata): Io?...
LOLLO: L'hai detto tu stessa. Torna a letto dunque e raccomandati a Dio, senza aver paura di niente, che chi  in grazia di Dio non ha paura di niente. Tanto, non posso dirtelo se torno presto o tardi.
MARIANGELA: Io male non ne ho fatto.
LOLLO: Meglio: male non fare paura non avere. (Prende la chiave dal cassetto della tavola.)
MARIANGELA: Che mi chiudete a chiave anche?
LOLLO: S, per non farti alzare di nuovo, quando torno.
MARIANGELA (smarrita, buttandogli le braccia al collo): No!... No!...
LOLLO: Ora cosa vuol dire?
MARIANGELA (stringendosi a lui, carezzevole): Non mi lasciate!... Non mi lasciate cos!... Ho paura!... Venite a letto piuttosto... con questo freddo!... sentite?...
LOLLO A letto?... No... No... Grazie tante!... Prima... No! a letto, no!... Chi dorme non piglia pesci...
MARIANGELA: Non ve ne importa pi di me?... Non vi fanno pi nulla le mie parole?... Mi vedete in che stato sono?
LOLLO: Ti vedo, s, ti vedo, ma ora devo andarmene. Mi aspettano i Musarra, padre e figlio, qui accanto... Sai, il figlio Musarra, che chiamano il matto perch sua moglie gli  fuggita con Bellam, quello che fa il gallo colle donne altrui... Lo sai anche tu.
MARIANGELA (confusa, balbettando): Io?
LOLLO: S, lo sai. Poi, quando fu sazio, Bellam piant la moglie di Musarra in mezzo alla strada, povera e pazza davvero, lei!... ch suo marito almeno, quando si sar lavata la faccia nel sangue di quell'altro...
MARIANGELA: Ges!... Ges!
LOLLO: Ah, Ges? Avere una donna ch' tutto per un pover'uomo... e tenerla in palma di mano... e darle il sangue e la pelle perch se ne faccia scarpe... e vedersi poi cambiare pel primo che la vuole!... Ma lasciami stare. Che vuoi?
MARIANGELA (supplichevole, a mani giunte, colla voce rotta): Compare Lollo!...
LOLLO (duro): Che vuoi? Via, dillo!
MARIANGELA: Compare Lollo!... Guardatemi in faccia!...
(Si butta ginocchioni ai suoi piedi e cerca d'afferrargli la mano)
Lasciatevi baciare la mano... come Ges misericordioso.
LOLLO (svincolandosi): Quante tenerezze stasera! Hai le lagrime in tasca. Lasciami andare, via!
(Appena apre l'uscio Mariangela cerca di svignarsela. Egli l'afferra per un braccio, e la ricaccia bruscamente dentro).
Ehi! Dove vai? Tu aspettami qui!
(Esce e chiude l'uscio a chiave di fuori).
MARIANGELA (colle mani nei capelli): Perch?... Che sar?... Vergine Maria!...
BELLAMA' (pallido e inquieto fa capolino dall'uscio in fondo, poi attraversa in punta di piedi la scena, dicendo sottovoce a Mariangela nel passarle accanto): Addio, addio.
MARIANGELA (sgomenta e corrucciata): Cos mi lasci anche tu?
BELLAMA' (tentando di aprire): Eh, cara mia! Non  il momento delle paroline dolci, adesso! Tuo marito pu tornare da un momento all'altro!
(Scuotendo inutilmente l'uscio.) Diavolo d'una porta!...
MARIANGELA: E' chiusa a chiave, di fuori!
BELLAMA': Oh!... questa, ora!...
MARIANGELA: Ci ha chiusi a chiave!... lui!...
BELLAMA' (inquieto): Perch? Cos'ha detto? Di l non si ode bene...
MARIANGELA: Diceva tante cose!... con una faccia!... Dio mio!...
BELLAMA' (dapprima vuol fare il bravo, tirando su i calzoni, incrocicchiando le braccia sul petto, borbottando): Zitta! ... son qua io!... Non temere!...
(Poi, tutt'a un tratto, fosse il naturale suo proprio che la vince, o il nervoso che gli mette addosso il va e vieni della donna la quale sembra proprio una bestia colta in trappola, scappa a correre all'impazzata di qua e di l, in punta di piedi, pallido e stralunato, tentando di nuovo la porta e l'inferriata della finestra a destra.)
Di qua non si esce neppure!... Adesso come si fa?
MARIANGELA: Non so! Non so! Ho paura!...
BELLAMA' (correndo a lei, concitato, afferrandole le mani e scuotendogliele): Paura? Di che hai paura, di'?!
MARIANGELA: Di lui!... Di mio marito!... Non l'ho mai visto cos!
BELLAMA': Parla! Spigati, per amor di Dio!
MARIANGELA (lasciandosi cadere sulla scranna, pi morta che viva): Ho le gambe rotte!... Non mi reggo pi!
BELLAMA' (furioso, reggendola): Quest'altra ora! Non mi far la stupida!
MARIANGELA: Mariano! Mariano mio!
BELLAMA' (scuotendola brutalmente): Parla! Spigati, accidente!
MARIANGELA (buttandosi sulla tavola, col capo fra le mani): Mio marito sa tutto!... E' venuto apposta, per sorprenderci!
BELLAMA' (agitato): No... Non pu essere... Nessuno m'ha visto, al buio...
MARIANGELA (cogli occhi scintillanti): Gliel'ho letto in faccia... Certo certissimo!... Cercava da per tutto, col fucile in mano!...
BELLAMA': Ma non mi ha trovato... E' tornato ad andarsene senza avermi visto...
MARIANGELA: Allora perch ha chiuso a chiave?
BELLAMA' (tornando inquieto): Perch? (Cercando di farsi animo, ripete:) Ma allora perch se n' andato?
MARIANGELA: Diceva che l'aspettano... Che dnno la caccia al lupo stanotte...
BELLAMA': Al lupo?... Sar benissimo... Allora io che c'entro?
MARIANGELA: Ora diceva una cosa, ora ne diceva un'altra... Parlava come quello della mala ventura! E poi ci ha chiusi dentro!
BELLAMA' (guardando intorno ansioso, quasi in cerca di scampo): Diavolo!... E' vero anche questo!
MARIANGELA: Ci ha chiusi dentro come il lupo in trappola. Poi quando torna...
BELLAMA' (vivamente): Quando torna? Quando?
MARIANGELA: Non so, non volle dirmelo.
BELLAMA': Non sai mai nulla, tu!
MARIANGELA: Quando torna ci fa la festa!
BELLAMA': Eh?...
MARIANGELA (colle mani nei capelli): Abbiamo la morte sul collo, tu ed io!
BELLAMA': Non mi fare la jettatura, anche!
MARIANGELA (abbracciandolo, piangendo): Mariano! Mariano mio! Non ho che te al mondo!
BELLAMA': S, ma lasciami ora!...
MARIANGELA: Tu mi difenderai! Hai detto tante volte che facevi qualunque cosa per la tua Mariangela!
BELLAMA': Non ho neanche un temperino addosso...
MARIANGELA (col viso nel grembiule, piangendo): Vedi cosa ho fatto per te?...
BELLAMA': M'hai messo in un bell'imbroglio!
MARIANGELA: Io? Io?
BELLAMA': Chi dunque? Via, non perdiamo tempo in chiacchiere. Pensiamo ad uscir d'imbroglio, piuttosto. Forse  vero che dnno la caccia al lupo... E allora abbiamo tempo sino a domani.
MARIANGELA: Magari Dio!... Ci aiutassero le Anime Sante!...
BELLAMA' (alquanto rincorato lui pure): Non temere, t'ho detto!... sono qua io!...
MARIANGELA: Ma verr coi Musarra!... Dnno la caccia al lupo anche loro.
BELLAMA' (spaventato): Eh? Chi hai detto? Eh?
MARIANGELA: S, i Musarra, padre e figlio...
BELLAMA' (scappa come un pazzo, senza darle pi retta, in cerca di scampo. A un tratto, come colto da un'idea, mette una scranna sul letto e fa per arrampicarvisi): Di qua... Se ci arrivo!... se posso arrampicarmi sino al tetto!... Sfondo le tegole, com' vero Dio! Tu reggimi questa scranna.
MARIANGELA: Ed io come resto?
BELLAMA' (in piedi, sul letto, concitatissimo): La storia del lupo pu farla bere a te che sei una sciocca, tuo marito!...
MARIANGELA: Ed io?... quando mio marito vede che sei fuggito dal tetto?
BELLAMA' (facendo sforzi disperati per arrivare al tetto): Si  messo d'accordo coi Musarra perch ce l'hanno con me anche loro.
MARIANGELA (esasperata): Lo so! A causa della moglie di compare Neli Musarra... scomunicato che siete!
BELLAMA' (agitatissimo): M'importa assai della moglie di Musarra adesso!... Fammi anche la gelosa in questo momento!...
MARIANGELA (eccitata anche lei): Pensi solo alla tua pelle tu! ...
BELLAMA' (furioso): Alla mia pelle!... Sissignora!... M hai fatto cadere in trappola!...
MARIANGELA (tirandolo per una gamba): E mi lasci sola... colla morte sul collo!...
BELLAMA' (dandole un calcio): Lasciami andare, maledetta!
MARIANGELA: (esasperata, facendolo cadere gi dalla scranna): Maledetto tu! Tutto maledetto, che mi hai rovinata!
BELLAMA' (brandendo la scranna furioso sul capo di lei): Ti faccio la festa! Com' vero Dio, ti faccio la festa, prima di tuo marito!
MARIANGELA: Doveva cogliermi un accidente, quando mi siete venuto fra i piedi! Doveva venirmi una febbre maligna!
BELLAMA': Meglio sarebbe stato!
MARIANGELA: A causa vostra!... M'avete rovinata come la moglie di Musarra, scellerato!
BELLAMA': Adesso mi rinfacci la moglie di Musarra? Quando mi correvi dietro per farmela lasciare, no!
MARIANGELA: Io vi correvo dietro, scomunicato?
BELLAMA': Tu, sfacciata! Ti mettevi sulla porta, e mi ridevi!... Con un marito che non te lo meritavi, lo cambiavi pel primo che passava!...
MARIANGELA (udendo metter la chiave nell'uscio di fuori, si mette a strillare): Aiuto! Aiuto!
BELLAMA' (afferrandola alla gola): Taci, maledetta!... Ti strozzo!...
MARIANGELA (dibattendosi, mordendogli le mani): Aiuto!... Cristiani!...
BELLAMA' (udendo aprir l'uscio scappa a rifugiarsi nello stanzino in fondo, imprecando): Maledetta!... Maledetta!...
MARIANGELA (al marito che appare sulla soglia, guardingo, e col fucile spianato): Aiuto! C' un uomo! l dentro! ... Mentre stavo spogliandomi!...
LOLLO (chiamando i Musarra di fuori): Musarra! Compare Neli!... E' qui quello che andate cercando...
(Tela.)



La caccia alla volpe.
Bozzetto scenico.
(1901).


PERSONAGGI.

Donna Livia.
Artale.
Di Fleri.

Casa rustica presso Ponte Nomentano. Entrano Donna Livia ed Artale reggendo Di Fleri zoppicante - i due uomini in abito rosso Donna Livia in amazzone. Essa  commossa e un po' agitata; Artale pi calmo e quasi sospettoso; Di Fleri sembra fresco come una rosa, malgrado la sua disgrazia e il viso lungo che fa.

DONNA LIVIA: Qui, Fleri... su questa panca... S'appoggi bene... No badi...
DI FLERI: Grazie, marchesa!
ARTALE (a Di Fleri): Ma come diavolo hai fatto?
DI FLERI: Ahi! Ahi!
DONNA LIVIA (vivamente): Piano, Artale, per carit!
ARTALE: Se non l'ho toccato neppure! (A Di Fleri:) T'ho fatto male?
DI FLERI: No... non molto.
ARTALE: Non  nulla, sai. Me ne intendo di cadute.
DONNA LIVIA (ad Artale): Ora mandi quel contadino a chiamare un chirurgo... presto!
DI FLERI: Al contadino ho dato da tenere il cavallo. Vai tu stesso, caro Artale, ti prego... E' pi sicuro.
ARTALE: Ma che chirurgo! Faremo ridere. Se non  proprio nulla!
DI FLERI: S, t'assicuro!.
DONNA LIVIA: S, Artale! Rimonti a cavallo, corra.
ARTALE: Ah!...
(Rizza il capo e fissa un istante in viso Di Fleri e la marchesa.)
Corro, corro quand' cos.
DI FLERI: D pure un'occhiata a quella povera bestia, passando. L'ho mezza rovinata.
ARTALE: Non dubitare. C' il "groom" della marchesa coi cavalli...
(Con una sfumatura d'ironia.)
Gli dir di farli passeggiare anche loro...
(Esce.)
DONNA LIVIA (a Di Fleri): Poveretto!... Come si sente ora?
DI FLERI (balzando in piedi allegramente): Bene! Non sono mai stato cos ben!...
(Tentando di prenderle le mani.)
E cos felice!
DONNA LIVIA (sorpresa aggrottando le ciglia e tirandosi indietro): Oh!
DI FLERI (ridendo): Ho finto di rompermi il collo per liberarci di quel noioso d'Artale.
DONNA LIVIA: Cos'ha mai fatto!...
DI FLERI (piano, tra scherzoso e appassionato, guardandola teneramente negli occhi): Lei piuttosto, cos'ha fatto di me?
DONNA LIVIA (seccata): Ha fatto male! malissimo! Artale non  un ingenuo...
DI FLERI (alzando le spalle): M'importa assai di lui!
DONNA LIVIA: Importa a me, mio caro!
DI FLERI (inchinandosi ironico): Ah!
DONNA LIVIA: Faremo ridere tutta Roma con questa sciocca faccenda!
DI FLERI (con tal impeto da sembrar quasi sincero): Ma io me la rompo davvero la gamba, se volete!
DONNA LIVIA (alzando le spalle): Bravo, ora!
DI FLERI: Via, perdonatemi!
DONNA LIVIA: Perdonarvi,  presto detto... Ma io?...
DI FLERI: Voi da due mesi che mi fate impazzire!... E senza neanche potervelo dire... bene...
DONNA LIVIA (ironica): Bene, come?
DI FLERI (un po' sconcertato da prima): Come adesso... da soli... Due mesi che mi fate durare la settimana di passione!... Almeno a me!... Voi non so. Siete cos strana! A volte arrivo a dubitare persino delle parole che mi dite... con cui mi fate perdere la testa... dinanzi a tutto il mondo per!
DONNA LIVIA (sorridendo): Questo che fa?
DI FLERI: Che fa? Non fa nulla, appunto!... Quello che volete!...
DONNA LIVIA: Che non  precisamente quello che vorrebbe lei!
DI FLERI (quasi celiando): E vi sembra onesto ci che fate?
DONNA LIVIA: Se facessi il contrario sarei una santa, lo so!
DI FLERI (dopo essere stato a fissarla in silenzio, fra tenero e scherzoso): Come siete bella, perfida creatura!
DONNA LIVIA: Non so se devo ringraziarla ora...
DI FLERI: Ma s, che ve ne importa? Ecco come fate... una frustata nel sangue, e poi subito la doccia fredda! Tanto peggio per chi ci casca! Voi non la perdete la testa, beata voi!
DONNA LIVIA: Che ne sa lei?
DI FLERI (si accosta a lei, guardandola fisso negli occhi, e le dice piano, con voce calda e penetrante): S?...
DONNA LIVIA: Non ho detto questo poi.
DI FLERI (a voce ancora pi bassa, quasi gli costasse di continuare sullo stesso tono leggero): Ho passato delle notti intere sotto le vostre finestre... come un trovatore. Lo sapete?
DONNA LIVIA (con un risolino malizioso tra pelle e pelle): Io no.
DI FLERI (prorompendo): Cos dovete ridere di tutte le sciocchezze che mi fate fare!... quando vi seguo dappertutto, sconvolto, pallido...
DONNA LIVIA: Pallido no.
DI FLERI (con convinzione): Pallidissimo! ... soltanto per vedervi... per cuocermi in un cantuccio, mentre gli altri vi fanno la corte!
DONNA LIVIA: Oh, quanto a questo, anche voi!...
DI FLERI: Come tutti gli altri, n pi n meno, e colla stessa fortuna, volete dire!
DONNA LIVIA: Credete?
DI FLERI (supplichevole accostandosi a lei): Allorch fo il trovatore... perch vi chiudete dunque nella vostra torre di bronzo... sempre?...
DONNA LIVIA: Ma... perch ho paura probabilmente.
DI FLERI: Di chi?
DONNA LIVIA: Eh... di tutti, caro mio! E di voi prima di tutti.
DI FLERI: Di me che vi amo alla follia?
DONNA LIVIA: Appunto per questo.
DI FLERI: Oh, marchesa, non la prendiamo pi su quel tono! Non ci reggo pi! Vuole che non la secchi altro? Che lasci Roma, una buona volta?
DONNA LIVIA: Ma... se volete...
DI FLERI (vivamente). Io no!
DONNA LIVIA (sorridendo, e dandogli la mano): E neppur io.
DI FLERI (le bacia la mano e cerca di attirarla a s. Ella s'irrigidisce. Allora egli cambia tono): Ah! quel che mi fate soffrire!... Anche oggi, alla "buvette"... e mentre vi vedevo galoppare al fianco di Artale!... Lo detesto colui!
DONNA LIVIA (ridendo): Oh, poveretto
DI FLERI: Lo detesto! Me lo trovo sempre fra i piedi quando vi vedo...
DONNA LIVIA: Ebbene?
DI FLERI (scrutandola in viso avidamente): No?... Proprio?...
DONNA LIVIA (seccamente): Ma che cosa, via?...
DI FLERI: Nulla!... Non credo nulla!... Non voglio crederlo! Farei davvero qualche sciocchezza!
DONNA LIVIA: Quest'altra adesso!
DI FLERI (dopo una lieve esitazione): Sono geloso... Ecco!
DONNA LIVIA: Voi?
DI FLERI (chinando il capo, quasi umiliato): S!... proprio io!... Anche questo!
DONNA LIVIA: Oh, Roberto!
DI FLERI (scuotendole le mani, scuotendo il capo, appassionato e supplichevole): No? no?... E' vero, no?
DONNA LIVIA: Ingrato!
DI FLERI (con trasporto, attirandola a lui): Ah!... Livia! (L 'avvince fra le braccia.)
DONNA LIVIA (difendendosi mollemente): Basta ora!... basta!...
DI FLERI (come un uomo che perde la testa, ma cercando di farla perdere a lei soprattutto): Adorata! ... Livia adorata! ... Lasciatevi adorare!... in ginocchio!... tutta la vita!...
DONNA LIVIA (con voce rotta, quasi per abbandonarsi): Basta, basta, per carit!...
DI FLERI (concitato, balbettando quasi per l'impeto della passione, ma attento a cogliere il momento buono): Tutta la vita!...
(S'interrompe a un tratto fingendo di tender l'orecchio a non si sa che rumore, ed esclama:)
Ah, maledetti.
(Va per chiudere l'uscio.)
DONNA LIVIA (vivamente): Che fate?
DI FLERI: Sentite? La caccia!
DONNA LIVIA: No.
DI FLERI: S, v'assicuro! Qualche altro seccatore!...
DONNA LIVIA: Non importa. Lasciate.
DI FLERI (scongiurandola a mani giunte): Livia!... Adorata!...
DONNA LIVIA: Non sono una bimba, sapete!
(Rimangono faccia a faccia, in silenzio, lei rigida e fiera, lui sconcertato da prima, leggendosi chiaramente negli occhi l'un l'altro.)
DI FLERI (dopo aver fatto per accendere una sigaretta che butta via subito, sorridendo sarcastico): Peccato! E dire che ci amiamo tanto!
DONNA LIVIA (sullo stesso tono): E' vero. Dovrei rompermi il collo come avete fatto voi!
DI FLERI (facendo una spallucciata ironica): Tanto, poich nessuno vorr crederci poi... n a me n a voi!...
DONNA LIVIA (indignata, sorridendo amaramente): Ah! Ecco che ci parliamo col cuore in mano, finalmente!
DI FLERI (calmo, ed in tono un po' canzonatorio): Allora torno a fare il malato, perch Artale  l fuori, e non voglio che vi annoi lui pure.
(Siede sulla panca.)
DONNA LIVIA (sorpresa): Lo sapevate?
DI FLERI: L'immagino. Avete detto che non  un ingenuo.
DONNA LIVIA: Oh!... (Va risolutamente all'uscio, e chiama a voce alta di fuori:) Artale! (Si ode dall'uscio aperto il tall oh della caccia.)
DI FLERI (ridendo): Badate, sar furioso!
DONNA LIVIA (tornando indietro e piantandosi di faccia a lui, cogli occhi sfolgoranti di disprezzo e di collera): Volete che vi dica pure come si chiama quello che avete fatto?
DI FLERI: Francamente, e quello che non avete fatto voi?
DONNA LIVIA (sardonica): Vi ho mancato di parola!...
DI FLERI: Eh!... Siete d'una bella forza!... Prendete un galantuomo pei capelli, cos senza pensarci, per adornarvene, per stuzzicare l'altro magari, lo scaldate a freddo, lo date in ispettacolo per mesi e mesi, gli fate perdere il tempo, la testa, l'amico, l'innamorata se ne ha, gli fate fare ogni sciocchezza, e poi gli dite che non volete rompervi il collo! Ma uno che si mette a giuocare senza denari in tasca e senza voglia di pagare, lo si affigge, al club!
DONNA LIVIA: Ebbene, affiggetemi. (Gli volta le spalle per andarsene.)
DI FLERI: Un momento, e la mia gamba?
DONNA LIVIA: Non ve la porto mica via.
DI FLERI: Artale sar seccatissimo di trovarmela... tal quale.
DONNA LIVIA: Accomodatevela con lui.
DI FLERI (in aria di minaccia): Ah! Io non cerco di meglio!
DONNA LIVIA (tornando indietro fiera ed irosa): Basta cogli scandali, nevvero?
DI FLERI: Ditemi ch' il vostro amante, e non sar io di certo...
DONNA LIVIA: Insolente!
DI FLERI: Perch? Perch mi avete giuocato? o perch voglio sapere per chi m'avete giuocato?
ARTALE (entrando): Eccomi, marchesa.
DONNA LIVIA: Ah, finalmente!
DI FLERI (ad Artale fingendo la sorpresa, quasi beffardo): Oh, eri l?
ARTALE (senza dargli retta, con calma alquanto ironica): Bravo, t' passata.
DI FLERI: E tu il mio chirurgo l'hai lasciato per via?
ARTALE: Vedi che non ce n'era proprio bisogno.
DI FLERI (provocante): Se lo sapevi dunque perch ti sei data la pena?...
ARTALE: La marchesa era cos inquieta...
DONNA LIVIA (interrompendo): Grazie. Ora faccia il piacere, Artale di chiamare il mio "groom". Lei mi accompagna,  vero?
ARTALE: Certamente, marchesa. (Va per uscire.)
DI FLERI (fermandolo): Senti prima...
ARTALE: Che cosa?
DI FLERI: Questo: che se mi pare d'aver male a una gamba voglio esser creduto sulla parola.
ARTALE: Ti duole ancora?
DI FLERI (minaccioso): Finiamola, via!
ARTALE: Cosa diavolo hai?
DONNA LIVIA (risoluta): Ecco: Fleri ce l'ha con me, ed anche un po' con lei, Artale...
DI FLERI (protestando per galanteria): Oh, no, marchesa!
DONNA LIVIA: S, sveliamo gli arcani: Era... come direi... preso di me...
DI FLERI (come sopra, accentuando ancor pi l'aria sarcastica): E'! ! Presissimo!
(Ad Artale con un sorriso provocante:) Non te ne eri accorto?
ARTALE (calmo e un po' sardonico lui pure): Quasi.
DONNA LIVIA: Se si vedeva ad occhio nudo!... Ma non mi sentivo di cadergli fra le braccia. Proprio non mi sentivo! Me lo perdona, Fleri?
DI FLERI (ad Artale, sarcastico): Questo per non lo sapevi!
DONNA LIVIA (stendendo la mano ad Artale): S... Spero almeno di s!
DI FLERI (inchinandosi ironico): Ah!... Ecco una cosa che ignoravo io!... Complimenti!
ARTALE (seccamente): Senti, Fleri, se hai bisogno di prendertela con qualcuno, o per qualche cosa, ci vediamo al Circolo ogni sera. Colle carte in mano si fa presto ad intendersi, senza far ridere nessuno.
DI FLERI: Oh, quanto a ridere...
ARTALE: Non parlo per me, sai.
DONNA LIVIA (ridendo): Voglio sperare che non mi giuocherete mica alle carte!
DI FLERI: Ah no! Egli  troppo fortunato!
ARTALE (seccato): Che intendi dire?
DONNA LIVIA (risoluta e fiera): Vuol dire che lei ... fortunato con me. Sia, mettiamo che lo sia.
(A Di Fleri sorridendo ironica:)
Si lascia giuocare da lei, si lascia ingannare da me... Di che si lagnerebbe dunque?
DI FLERI (dopo un momento di esitazione, risolvendosi a prender la cosa da uomo di spirito): Di esser giuocato, se mai. Ma quando ho perduto io pago. A buon rendere, Artale.
ARTALE (sorridendo anche lui): A buon rendere.
DI FLERI (inchinandosi): Sono buon giocatore, marchesa. (Esce. Pausa.)
DONNA LIVIA (accorata, prendendo la mano di Artale): Perch avete fatto questo, Mario?
ARTALE (le bacia la mano. e torna a fissarla senza rispondere; poi lentamente, come pesando le parole): Perch ci tengo a voi... molto... e non voglio perdervi.
DONNA LIVIA (sorridendo amaramente): Ah!
ARTALE: Vi eravate montata un po' la testa... senza avvedervene, pel mio amico Fleri... Mi seccava, ma non volevo seccarvi...
DONNA LIVIA: E mi avete fatta seccare da lui!
ARTALE (ridendo): Io non l'ho pregato di farlo.
DONNA LIVIA: Ma egli l'ha fatto... tanto!
ARTALE: E tanto peggio per lui, non  vero?
DONNA LIVIA: Per... Non avete temuto... un momento, che il rimedio fosse troppo... eroico?
ARTALE (inchinandosi a lei): Tanto, se ero condannato...
DONNA LIVIA: E' vero.
ARTALE: Ma ho fede in voi.
DONNA LIVIA (con un sorriso alquanto triste): Ed anche un po' in voi. Dite la verit!
ARTALE: Non ci avrei guadagnato nulla a fare il geloso... e, perdonatemi, non avrei voluto cominciare a farlo proprio con voi.
DONNA LIVIA (scuotendo il capo tristamente): No, Mario!
ARTALE: Vi amo come volete essere amata, come va amata una donna del vostro mondo e del vostro spirito, e so che il miglior modo di difendere il mio amore  di non farvelo troppo pesare.
DONNA LIVIA (come sopra): No, Mario non  cos!... Non  cos che dovrebbe essere almeno!... Me lo fate pesare cos poco il vostro amore... che quasi non lo sento pi...
(Scuotendo il capo, e affettando una gaiezza che non riesce a mascherare la sua malinconia.)
e lo cerco forse altrove, come vi sembra... Poich sarebbe ridicolo che nessuno mi facesse la corte. Non me lo perdonereste voi pel primo, caro Artale. Bisogna, a maggior gloria vostra... e mia, che vi vediate desiderata e insidiata dagli altri, e io sappia che ci non vi fa nulla...
ARTALE (protestando): Questo poi...
DONNA LIVIA: Proprio nulla... in apparenza soltanto... come in apparenza deve importare a me di chi mi fa la corte... Ma se me ne importasse poi, pi tardi?... Cos a poco a poco siamo arrivati al punto in cui siamo, ciascuno per la sua strada, sfogliando le margherite con questo e con quello per vedere se ci amiamo ancora... e giocando d'astuzia per metterci alla prova o per difendere il nostro amore... Talch quando un Fleri qualunque si scalda la testa e vuol precipitare gli eventi, mi lasciate faccia a faccia con lui!... senza sentirvi montare il sangue alla testa...
(Facendo uno sforzo per sorridere e vincere la sua tristezza.)
Scusatemi, sono cos triste, malgrado la mia leggerezza, perch penso a una cosa che vi farebbe ridere, voi che non volete cominciare a far il geloso proprio con me.
ARTALE (sorridendo in aria di galanteria): Vi piacerebbe che lo fossi?
DONNA LIVIA: S, un pochino, di tanto in tanto, come piace di tanto in tanto al mio cavallo di puntare sulla mano, e appoggiare alle redini... per non farmi inciampare nei Fleri.
ARTALE (ridendo): Povero Fleri!
DONNA LIVIA (dopo aver scosso il capo, quasi a scacciarne la tristezza, e tornando a mostrarsi gaia e sorridente): Per non deve essere contento di voi, il vostro amico!
ARTALE (ridendo): N di me, n di voi, mi basta.
DONNA LIVIA (con un gesto grazioso di minaccia): Per questa volta!
(Prende il braccio di lui ed escono.)
(Tela.)



Dal tuo al mio.
Dramma in tre atti.
(1901-1902).


PERSONAGGI.

Il Barone Navarra.
Lisa, Nina, sue figlie.
La zia Bianca.
Don Rocco.
Luciano.
Don Serafino.
La Marchesa.
Il Marchese.
Il Cavaliere.
Rametta.
Padre Carmelo.
Il Notaio Zummo.
Nardo, Matteo, Bellomo, Lavoranti della Zolfara.
Donna Barbara, vecchia domestica.
Sidoro.
L'usciere.


ATTO PRIMO.

In casa Navarra. Sala arredata all'antica. Usci a destra e a sinistra (quello dell'anticamera in fondo). Mobili vecchi, ma custoditi gelosamente. Ritratti di antenati alle pareti, tipi fra il contadino e il nobiluccio di provincia, in parrucca e spadino, oppure in toga. Girandole rococ agli stipiti degli usci con candele accese. Una bella lumiera di Murano pendente dalla volta.


SCENA PRIMA.
Il Barone, dal viso bonario, un po' rustico, reso burbero dalle avversit, sta accendendo le candele della lumiera, salito su di una vecchia seggiola di cucina, in maniche di camicia, ma gi in cravattone bianco per la cerimonia. La giubba, di taglio antico, come tutto il suo vestiario,  buttata sul canap. Sidoro, insaccato in una vecchia livrea, coi calzoni lunghi color nocciola, raso di fresco, ma coi capelli irti ed indocili malgrado l'unto, pi arcigno del solito in grazia della solennit, aiuta goffamente il padrone. Nardo e Luciano stanno a guardare dall'uscio in fondo, aspettando.

IL BARONE (a Sidoro): Cos, santo Dio! Ci vuol tanto?
SIDORO (brontolando): Non so. Non ho mai fatto il sacrestano io!
IL BARONE: Tu non hai fatto mai nulla!
NARDO: Dunque, signor Barone, cosa facciamo?
IL BARONE (senza dargli retta e senza voltarsi): Lo vedi quel che sto facendo.
(Si ode una scampanellata in anticamera).
Chi ? Di gi? Santo Dio...
D. BARBARA (accorrendo dall'uscio a sinistra, vestita da festa anche lei, tutta scalmanata con un gran vassoio di dolci nelle mani, a Sidoro). Date, date qua, Don Sidoro.
SIDORO (brontolando): Anche Donna Barbara adesso!
IL BARONE (a Donna Barbara stizzito): No, no, non  ora dei dolci. Di l, di l in cucina.
(Donna Barbara rimane col vassoio in mano, in mezzo alla stanza, senza saper che fare.)
LISA (dall'uscio a destra, terminando d'acconciarsi): Sentite che suonano?
D. BARBARA (guardando intorno estatica): Che bellezza! Sembra una chiesa...
IL BARONE (gridando): Si pu sapere chi , Sidoro?
SIDORO: Vado, vado. Non posso far tutto in una volta!
(Va a vedere in anticamera, e Donna Barbara posa il vassoio sulla consolle per corrergli dietro.)
NARDO (al Barone, senza muoversi): Allora, me ne vo. A me non m'importa...
IL BARONE (sempre voltandogli le spalle e seguitando come prima): E neanche a me.
LUCIANO (colle mani nelle tasche dei calzoni, in aria provocante): Questa  faccenda che si deve accomodare, signor Barone!
IL BARONE (voltandosi verso di lui, irritato): Anche Luciano, ora?
(Cacciandosi le mani in tasca lui pure, ironicamente.)
Sentiamo come vuole accomodarla, signor capopopolo, padrone mio?
LISA (correndo a prendere il vestito ch'era buttato sul canap e aiutando il padre a infilarlo): Presto, pap. Non vi fate trovare cos.
IL BARONE (strillando verso l'anticamera): Chi ? Sono scappati tutti?
D. BARBARA (tornando indietro con due bottiglie di rosolio): Lo speziale: ha mandato il rosolio pel trattamento.
IL BARONE (stizzito): E me lo porta qui!
(A Sidoro che reca anche lui delle bottiglie e va per posarle sulla consolle.)
Che fai? che fai? Di l vi dico. In cucina, insieme ai dolci del monastero.
D. BARBARA: (porta via il vassoio ed esce dalla sinistra.)
SIDORO: Ho due sole mani. C' anche questo qui.
(D il conto piegato al padrone.)
Il garzone  l che aspetta.
IL BARONE (strappandogli il foglio di mano e cacciandoselo in tasca): Domani! D che passo io stesso da lui domani. Non ha da comprarsi il pane stasera lo speziale?
(Voltandosi a un tratto verso di Nardo, infuriato.)
Ma lasciami stare oggi, Nardo! Non mi far fare la bocca amara anche tu!
(Altra scampanellata all'uscio. Sidoro va a vedere chi . Lisa corre a prendere le bottiglie rimaste sulla consolle, mentre il Barone fa per portar via la vecchia seggiola su cui era prima salito.)


SCENA SECONDA.
(La zia Bianca, in fronzoli, festante, accaldata, facendosi vento):

Son qua!... La prima!... Che caldo! Che contentezza oggi in casa vostra!
LISA (correndo ad abbracciarla): Oh! Zia Bianca!
IL BARONE: Grazie, grazie, cugina Bianca. Non possiamo dubitare...
D. BIANCA (abbracciando Lisa): Cara Lisa!... (Poi al Barone.)
Un matrimonione!... La gente lasciatela parlare. Verr anche lo zio Marchese?
IL BARONE: Sicuro. Perch non dovrebbe venire?
D. BIANCA: Quello che dico io. Certi fumi, al giorno d'oggi, bisogna lasciarli stare. Lui ha pure sposato una maestrina, perch parlava col squinci e linci... forestiera per giunta!... alla sua et!... Vostra figlia ora  contenta?
IL BARONE: Se non fosse contenta lei...
D. BIANCA: Lo so, lo so, Don Mondo. Voi non siete di quelli che vorrebbero far bere l'asino per forza. La Nina poi  cos ubbidiente, cos giudiziosa!...
IL BARONE (giungendo le mani): Per forza, cugina mia! Come si fa, santo Dio? Quell'altro che non aveva niente: qui in casa! lo sapete!
D. BIANCA: S, s, lo sa anche lei. Vedete, che s' persuasa anche lei alla fine... Che volete? ragazzi! S'era messo in testa quell'altro vedendolo per casa... Cugini,  naturale; ma poi ha chinato il capo.
(Guardando intorno.)
Bene! Avete fatto le cose bene. La casa  sempre quella: Chi sa che trambusto oggi in casa vostra! Vi vedo ancora in faccende.
LISA: Pap  stato in giro finora.
IL BARONE (con un sorriso un po' amaro): S, sono andato a spasso!
NARDO: Dunque, me ne posso andare?
IL BARONE (voltandosi a lui irritato): Nardo, sei ancora qui?
NARDO (facendo per andarsene): Benedicite; me ne vo...
(Tornando a un tratto indietro, scaldandosi e gesticolando vivamente.)
Ma se non possiamo tirare avanti colla paga che abbiamo, vossignoria! Quei quattro soldi che guadagnano i carusi se li mangiano i maestri...
LUCIANO (interrompendolo bruscamente): Si mangiano le vostre corna, mastro bestia! Quasi i maestri non fossero scontenti anche loro!
NARDO: Dico bene: il dazio, la ricchezza mobile, la tassa sul pelo, col rispetto parlando! Chi possiede anche un misero asinello, deve pagare! Ora poi hanno inventato la legge pei ragazzi che lavorano nelle miniere. Un povero galantuomo non pu nemmeno campare sui suoi figliuoli!...
IL BARONE: (amaramente ironico): Sicuro! Ci campo io!
NARDO (sorridendo goffamente): Eh vossignoria... vi manca il pane e il companatico qui!...
LUCIANO: Deve accomodarsi questa faccenda delle paghe, signor Barone. Sentite a me, che vi voglio bene.
IL BARONE (irritato): Si vede come mi vuoi bene! Mi rendi il bene che ti ho fatto crescendoti orfano in casa mia!
LUCIANO (rigirando il berretto tra le mani): In casa vostra... Io pure ci ho lavorato in casa vostra... Domando il fatto mio... quello che  giusto.
IL BARONE (gli d un'occhiataccia torva senza rispondere, e poi si rivolge a Nardo investendolo): Nardo mi trovi mille lire che mi servono come il pane? Tutto il giorno che sudo sangue per cercarle...
NARDO (con un sorriso sciocco): Eh... quando le incontro per strada, le mille lire...
IL BARONE (prendendo per le spalle lui e Luciano e spingendoli fuori): Allora vattene! Allora vattene! Non mi fate perdere la pazienza!
LISA (calmandolo): Pap...
D. BIANCA: Via, Don Mondo, non vi guastate la festa..
IL BARONE (asciugandosi la bocca amara col fazzoletto): Me la guastano! Me la guastano, cugina mia!
D. BIANCA: Vediamo la sposa. Nina? Nina? dov', quanto l'abbraccio...
LISA: Or ora viene, zia.
D. BIANCA: Sar ancora allo specchio. E' giusto. La festa  per lei. Verr anche la tua festa, non temere. Perch? Cosa vuol dire? Su quella testa, sciocca! Ti mariterai anche tu, non temere!
LISA (a capo chino, colle ciglia aggrottate): Ma s! Ma s! Chi vi dice?...
D. BIANCA: Tu devi dire quel che dice tuo padre. Lascia fare a lui che non ci dorme su, poveretto. Hai visto tua sorella? Pareva che finisse il mondo se non sposava suo cugino Lucio; invece tuo padre gliene ha trovato un altro che  cento volte meglio. Pensa invece come sei nata.
LISA (interrompendola sorridendo, ironica): Per grazia di Dio, lo so!
D. BIANCA (accalorandosi): Per grazia di Dio! Sissignora! (Al Barone:) Questa poi non le somiglia a sua sorella.
IL BARONE (sorridendo bonariamente): Che volete? E' cos giovane!
D. BIANCA: No, no,  di un'altra pasta. (A Lisa:) Giacch Dio ti ha fatto nascere in questo stato, bisogna aver pazienza. Ridi perch ne ho avuta tanta io ?
LISA (ridendo): No, zia, non rido.
D. BIANCA: Non ne son morta, vedi? (Vedendo entrare Nina.) Oh, Nina.
NINA (abbracciandola): Cara zia!
D. BIANCA: Qua, qua, figliuola mia!... Mi sento tutta cos... (Si asciuga gli occhi.) Lasciati vedere!... (Tastando la stoffa del vestito.) Questa  roba di fuori?
IL BARONE: La roba s, ma quanto al resto...
D. BIANCA: Lo so, lo so. Mani benedette! Mezza dote l'hanno nelle mani le vostre figliuole. (A Nina:) Che Dio ti benedica! Vedi come gli ridono gli occhi anche a tuo padre, poveretto?...
IL BARONE (commosso): Oh, per me... io ci sono avvezzo ai guai... Ma almeno che non abbiano a tribolare anche loro... (Nina, senza parlare, ma con le lagrime agli occhi, gli butta le braccia al collo.) T'avr fatto piangere, figliuola mia... Ti sar parso un tiranno...
NINA (mettendogli una mano sulla bocca): Zitto, babbo! Non dite cos!
D. BIANCA: Non dite cos. Lo sa anche lei perch facevate il tiranno. Quello l che non aveva niente, qui in casa... Basta, ora Nina  contenta. (Nina scoppia a piangere fra le sue braccia.) Cos'? cos' adesso?
IL BARONE (quasi colle lagrime agli occhi): Cos', figlia mia? Parla! Dillo a tuo padre...
LISA (asciugandosi gli occhi): Povera Nina!...
D. BIANCA (scattando): Ma che povera!... Sar la prima del paese!... Brava!... E' cos che incoraggi tua sorella?...
IL BARONE (c.s.): Non sei contenta, di'?... Dillo a tuo padre...
NINA (chinandosi a baciargli la mano): S, pap... sono contenta.
IL BARONE (accarezzandola, affettuoso e commosso tanto da non trovar le parole): Perch... perch piangi, dunque?... Cos'?
NINA (asciugandosi gli occhi): E' la gioia...  la contentezza... piango per la contentezza.

D. BIANCA (abbracciando e baciando Nina): T! che voglio dartelo proprio di cuore! La tua povera mamma, lass, ti benedice, ed  contenta anche lei, vedi!
(Volgendosi a Lisa che ha ancora il fazzoletto agli occhi.) Vi guarda di lass tutt'e due...
SIDORO (accorrendo, tutto sossopra): La carrozza!... La carrozza del signor Marchese!...
IL BARONE: Lume! Presto, fate lume!
D. BARBARA (viene dalla destra, correndo, col lume di cucina).
IL BARONE: No! Quello no, bestia!... Sidoro, un lume...
SIDORO: C' il lume! C'! Sin nella scala ho acceso il lume. (Tornano correndo in anticamera.)


SCENA TERZA.

SIDORO (con enfasi, precedendo dall'anticamera il Marchese e la Marchesa): Eccolo qua!... Colla signora Marchesa anche!
IL BARONE (andando ad incontrarli, ossequioso): Quanto onore stasera! Quanto onore in casa mia!
IL MARCHESE (in cravatta bianca, ripicchiato, azzimato, coll'aria affettatamente amabile di gran signore): Che piacere, volete dire! Caro Barone... cuginette care... Che piacere per tutto il parentado! Anche la Marchesa, qui, diceva...
LA MARCHESA (in gran toletta, incipriata sino agli occhi, dandosi delle grandi arie anche lei e parlando leziosamente): Certo, certo! Non avremmo voluto mancare. Siamo parenti stretti.
(Presentando un mazzo di fiori a Nina.)
Cugina cara tante felicitazioni... tantissimi auguri...
LISA (ammirando i fiori): Come son belli!
IL BARONE (a Nina): Vedi, la zia Marchesa ha voluto incomodarsi.
NINA: Grazie.
LA MARCHESA: Niente, niente, quattro fiori. Li ho fatti venire apposta da Palermo, perch qui non se ne trovano.
IL MARCHESE: Che vuoi, mia cara, un piccolo paese...
D. BIANCA (ironica): Qui non c' niente. Vengono tutte di fuori le cose belle!
IL BARONE (presentandola): Questa  nostra cugina. Donna Bianca Delisi.
D. BIANCA (ruvidamente): La conosco, la conosco!
LA MARCHESA: Ci vediamo poco perch mancano le occasioni...
D. BIANCA: Eh, abbiamo tanto da fare, ciascuno a casa sua!
LA MARCHESA (piano a suo marito): E' una vera contadina.
D. BIANCA: Eh? Che dite?
IL MARCHESE (a tagliar corto con un sorrisetto): Mi dispiace di non vedere i Montalto, che sarebbero parenti stretti anche loro.
IL BARONE: Dispiace anche a me. Ma siamo in lite per quel pezzo di terra...
LA MARCHESA (facendo una smorfia): Brutte cose fra parenti!
D. BIANCA (ironicamente alla Marchesa): A me piace che vi scaldate per il parentado come se ci foste nata.
IL MARCHESE (rivolto alla moglie, colla stessa aria conciliativa di prima): Eh, amica mia...
IL BARONE (sorridendo bonariamente anche lui): Quando ce n' poca, cara cugina, uno tira di qua e l'altro tira di l...
(Altra scampanellata frettolosa.)
(Il Barone a Sidoro che  rimasto sull'uscio dell'anticamera:)
E tu che fai, a bocca aperta? Non senti che suonano di nuovo?
SIDORO (brontolando): Sento, sento. (Esce.)
DON ROCCO (entra quasi subito, col fiato ai denti, vestito coi suoi migliori abiti di vent'anni fa, asciugandosi il faccione rosso col fazzoletto di colore): Ho visto la carrozza, e sono corso...
(Si cava i guanti, sbuffando, e li caccia dentro il cappello insieme al fazzoletto.)
IL BARONE: Oh, cugino Rocco! E vostra moglie?
D. ROCCO: Malata, malatissima! Vi manda a dire di scusarla. Abbaja come un cane, poveretta, chiusa all'oscuro, figuratevi!
D. BIANCA (sorridendo ironica): Il solito mal di capo, si sa.
D. ROCCO (scattando): Vorrei vedervi voi! con tanti figliuoli sulle spalle! Non ha il tempo di stare a lisciarsi come voi.
IL MARCHESE (conciliante): Certo, certo. Quando c' tanto da fare in una casa...
D. ROCCO: Ci vuol l'aiuto di Dio. Voi, cugino Don Mondo, siete stato fortunato. Lo dico con piacere perch ci ho un po' di merito anch'io.
IL BARONE: Grazie... Non possiamo dubitare...
D. ROCCO: Non fo per vantarmi. Ma questo matrimonio  come un terno al lotto...
IL MARCHESE: Oh! oh!
D. ROCCO: Eh, scusate, caro Marchese! Possiamo parlare, qui in famiglia, eh? Le tasse, il governo, le malannate... Siamo tutti d'un colore: io e mio cugino il Barone, qui, a grattare quel po' di zolfo che ci hanno lasciato nella miniera quelli l...
(Accenna ai ritratti degli antenati.)
IL BARONE: Mi hanno lasciato quel che hanno potuto.
D. ROCCO: Quello che non hanno potuto portar via, volete dire. Zitto; parlo cos nell'interesse vostro, non per la misera parte che ci ho anch'io nella zolfara. Invece il padre di vostro genero ha portato a casa sua?
IL MARCHESE (sorridendo con malizia): E come! E come!
D. ROCCO: Che uomo quel Rametta! Un naso! Un colpo d'occhio!... Se Don Nunzio Rametta si mette in testa d'avere il cappello del Padre Eterno, ci arriva!
(Volgendosi a Nina.)
Tu sei proprio fortunata, cara Nina!
LA MARCHESA (ridendo): Eh, non sposa mica lui!
D. ROCCO: E il figlio meglio del padre. Vedrete! Quando m'accorsi di quel telegrafo colla finestra qui dirimpetto...
NINA (vivamente, facendosi rossa): Io?
D. ROCCO: No, tu no: ma non importa. Quando vidi che il figlio di Rametta pigliava fuoco per mia cugina, dissi subito al Barone: Don Mondo, volete far risorgere la vostra casata, eh?... Volete farla risorgere?
(Calorosamente gesticolando, rivolto al Barone, come parlasse di cosa presente.)
IL BARONE (sorridendo bonariamente): Voglio farla risorgere.
D. ROCCO (rimane un istante a bocca aperta, guardando il Barone senza saper che dire e poi gli volta le spalle, alzando le braccia indispettito): Allora... se non si pu discorrere nemmeno.
(Va a sedere in un canto imbronciato.)
LA MARCHESA (a Nina osservando l'anello che essa ha in dito): Questo  il regalo dello sposo?
LISA: S.
IL MARCHESE: Bello! Bello!
LA MARCHESA: Vero regalo d'innamorato. Si capisce!
D. ROCCO: E gli orecchini? Sembrano due stelle! (Ridendo.) Si vede anche allo scuro che mia cugina  fortunata.
IL MARCHESE: Oh, oh! Io direi invece che  una fortuna per tutti e due gli sposi!
D. ROCCO: Certo, sicuro, ma  sempre meglio prendere uno che vi voglia bene a quel modo.
LA MARCHESA (leziosamente, minacciando col ventaglio): Oib! Che prosa!
D. BIANCA (seccata): Oh Dio! non capita a tutti saper fare un matrimonio romanzesco!
LA MARCHESA (affettando di non darle retta, rivolta al Barone): E i cugini Santoro non verranno? Credevo di trovar qui il bel cuginetto Lucio.
D. ROCCO (vivamente, facendo segno di tacere anche con le mani): Sss! Sss!...
D. BIANCA (a Don Rocco): Eh! Che diamine! (Momento di silenzio imbarazzato di tutti quanti.)
NINA (che si  fatta rossa e poi pallida in viso, ma calma e dignitosa): Non c' niente da nascondere, Don Rocco.
LISA (rossa in viso anche lei): Pap ha invitato tutti i parenti. Chi vuol venire la strada la sa.
D. ROCCO (cercando di rompere il ghiaccio): Dico che i cugini Santoro sdegneranno d'imparentarsi coi Rametta...
(Ironico.)
Loro discendono dalle anche d'Anchise!
IL MARCHESE (per rimediare anche lui): Saranno andati in campagna... mi par d'aver sentito a dire...
IL BARONE: Buon viaggio!... colle anche d'Anchise! Le abbiamo tutti le anche d'Anchise!
LA MARCHESA (piano nel crocchio delle donne): Sono proprio mortificata! Non vorrei aver messo il dito...
(sorridendo,)
su qualche piccola ferita...
D. ROCCO: Niente, niente, qui non c' n morti, n feriti.


SCENA QUARTA.
Entrano Padre Carmelo, mezzo prete e mezzo contadino, colla barba rasa sino agli occhi, le mani nere, la risata grossolana. Il notaio Zummo, inguantato, cerimonioso, con un soprabitone sino ai piedi. Don Serafino, giallo, allampanato, vestito miseramente.

P. CARMELO: "Deo gratias"... Ho trovato la porta aperta... Si vede ch' festa in chiesa!
D. ROCCO: Festa in chiesa e festa in cucina. Siete venuto all'odore, Padre Carmelo?
P. CARMELO: E voi, no? E il notaio Zummo, qui?...
ZUMMO: Eh? Che cosa? Di che ridete, Don Corvo?
P. CARMELO: Niente, andate avanti.
ZUMMO: Riveriti. Padroni miei. Ci siamo? Siamo pronti?
IL BARONE: Un momento. Abbiate pazienza.
ZUMMO (cavando l'orologio): Non s'era detto per le nove in punto? Entrate, Don Serafino. Questo  il mio giovane di studio.
IL BARONE (piano a Padre Carmelo, tirandolo in disparte): Niente, eh?
P. CARMELO: Mi dispiace. Sarei venuto a portarvi i denari. Ma  un cane peggio degli altri. Dice che se non ve li presta Rametta, ora che vi  parente, significa che non vi  la cautela sufficiente... Provate a parlargli voi.
(Indicando il notaio.)
ZUMMO: Chi  che s'aspetta ora?
LA MARCHESA: Lo sposo, nientemeno!
D. ROCCO: Mandatelo a chiamare, sta qui di faccia.
IL BARONE: Mi dispiace, signori miei. Tarder perch suo padre  andato alla miniera a dare un'occhiata.
IL MARCHESE: E' giusto,  giusto.
P. CARMELO (ironico): E' giusto. Tanto tempo che Don Nunzio gli faceva l'occhietto alla zolfara! Sin da quando vi lavorava a cottimo...
IL BARONE: E' andato a vedere per questa benedetta faccenda dell'acqua. Abbiamo l'acqua nella zolfara.
ZUMMO: Non importa, aspettiamo. Siamo in bella compagnia.
LA MARCHESA: Grazie, grazie.
D. BIANCA (piano alle ragazze): Piglia tutto lei!
IL BARONE: Intanto beviamo un bicchierino di qualcosa. Lisa.
LISA (chiamando): Sidoro? Donna Barbara? (Esce a sinistra.)
IL MARCHESE: Dicono che per toglier l'acqua ci sono delle macchine adesso.
IL BARONE: Sicuro, delle macchine che costano un occhio! (Lisa rientra precedendo Sidoro e Donna Barbara che recano i vassoi coi rinfreschi.) Qui, qui, metteteli qui. Non si finisce pi di spendere. Caro notaio, un bicchierino di rosolio? Posso servirvi io?
ZUMMO: Tante grazie. (Bevendo.) Proprio eccellente! Lo speziale s' fatto onore.
IL BARONE (piano): Padre Carmelo vi ha parlato?
ZUMMO: Figuratevi se mi ha parlato!... Alla salute della sposa!
LA MARCHESA (a Lisa che le offre del rosolio): Io no. Prego di scusarmi.
ZUMMO (complimentoso): La signora Marchesa sar avvezza a chiss che roba!...
IL BARONE (piano, tornando ad insistere): Ci vogliono capitali...
ZUMMO (forte, sviando il discorso): Rametta li ha i capitali...
IL BARONE: Certo, certo, ma ha le mani in tante altre imprese!... Per in questa dello zolfo i capitali sono anche sicuri... (Pi piano.) Se avete difficolt per gl'interessi...
ZUMMO: No, no. Rametta non vi lascia nell'imbarazzo ora che sta per imparentarsi con voi. (Appoggiando le parole coi cenni del capo.) Non gli mancano i denari a Don Nunzio!
P. CARMELO (al Barone ridendo): Li ha cavati nella vostra stessa miniera colle sue mani!...
ZUMMO: Col suo lavoro. Il lavoro oggi  tutto.
P. CARMELO: Appunto! Voi fate il presidente dei lavoratori!
ZUMMO (irritato): E voi che fate?
(Padre Carmelo gli ride in faccia senza rispondere.)
IL MARCHESE (sorridendo al Barone): Sentite? Questo  per voi che non fate nulla!
NINA (con un sorriso pallido): Povero pap!
IL BARONE (sforzandosi di sorridere anch'esso): Eh! eh! Appunto dicevo al notaio... Ciascuno sa i guai di casa sua. Ora credono che imparentando con Rametta...
ZUMMO (mescendosi di nuovo del rosolio, e parlando col bicchiere in mano quasi facesse un brindisi): Don Nunzio Rametta, signori miei, al giorno d'oggi pu fare quello che vuole. Certamente egli deve tutto al proprio lavoro: , come si dice oggi, figlio delle sue opere.
P. CARMELO: Sentite? Vi fa la sua predica anch'esso!
IL MARCHESE: Ai miei tempi bastava esser figlio di suo padre.
ZUMMO (riscaldandosi): Specie quando era Marchese, eh?
IL MARCHESE (collo stesso ironico sorriso): Io non ne ho colpa, caro Don Bastiano.
ZUMMO: E neppure gli altri ci hanno colpa quelli che nascono senza titoli e senza beni di fortuna. Perci...
P. CARMELO (ridendo): Vogliono quelli degli altri...
(Tutti ridono. Zummo rimane un momento sconcertato.)
SIDORO (dall'anticamera): Viene, viene. Salgono le scale.
IL BARONE: Perch non corri ad aprire, bestia?
SIDORO: Prima dicono portate l'imbasciata... Insomma non si sa come accontentarli!
(Se ne va brontolando.)
ZUMMO: Ebbene, perch non entra?
D. BIANCA: Dobbiamo mandarlo a prendere col baldacchino?
IL MARCHESE: Avanti! Avanti!
IL CAVALIERE (con un soprabitino che sembra preso in prestito, conducendo per mano due ragazzi mal vestiti e mal pettinati, si ferma all'uscio un po' imbarazzato, ma sorridente): E' permesso? Si pu? Mira o Norma ai tuoi ginocchi...
IL MARCHESE (ridendo): Oh, cavaliere! Siete voi lo sposo?
IL CAVALIERE: Ah, no! Non ci casco pi! Mi bastano questi cari pargoletti!
(Mostrando i suoi ragazzi.)
Mira, o Norma, ai tuoi ginocchi... Non ci fu verso di tenere a casa i due pi grandicelli, appena sentirono l'odore del trattamento.
(Ai ragazzi, sgranando gli occhi:)
Sedete l, e non toccate niente, se non ve lo dicono!...
(Al cugino:)
Scusate, caro cugino!
IL BARONE: Anzi! Anzi! Doveva venire anche la cugina Donna Orsola!... Ci avrebbe fatto tanto piacere anche vostra moglie...
IL CAVALIERE: No! No! Bastano questi!
(Accennando ai suoi figliuoletti. Poi a Nina che prende per mano i ragazzi:)
Non gli date confidenza o fanno sacco e fuoco!
(Al Barone:)
Mia moglie dovete scusarla...
D. BIANCA (ridendo): Avr il mal di capo anch'essa!
D. ROCCO (irritato): Peccato! Avrebbe dovuto venire ad ammirare il vostro bell'abito a coda!
LISA (ai ragazzi): Venite con me, venite.
IL CAVALIERE: Chi s'aspetta? Non siamo pronti?
ZUMMO (ridendo): S'aspetta lo sposo, che aspetta suo padre.
IL CAVALIERE (ridendo anche lui): Pap deve condurlo per mano, come i miei cari pargoletti?
D. ROCCO: Che c' da ridere? Perch  un ragazzo sottomesso, ubbidiente?...
ZUMMO (cavando l'orologio): S, s, ma son quasi le dieci.
IL BARONE (imbarazzato): Non so cosa dire... proprio... non so che dire... Di qui alla miniera non c' poi tanto... Luciano ch'era qui poco fa deve aver visto Don Nunzio alla zolfara.
D. ROCCO: Mandate a chiamare Luciano.
IL BARONE (gridando verso l'anticamera): Sidoro? Che fai? Muoviti! Vedi se Luciano  ancora laggi in piazza.
NINA (imbarazzata): Loro signori scuseranno...
D. BIANCA: Niente, niente...
LA MARCHESA: Stiamo benissimo.
IL MARCHESE: Stiamo benone. Non vi affannate, cugino. (Pausa.)
LISA: E' qui. E' qui.
IL BARONE (correndo all'uscio dell'anticamera): Ah! Luciano!... Finalmente!...


SCENA QUINTA.

LUCIANO: Son qua, signor Barone.
IL BARONE (agitato): E Don Nunzio? Hai visto Don Nunzio Rametta alla zolfara?
LUCIANO: Sissignore. Figuratevi.
IL BARONE: Che fa? Perch non viene?
LUCIANO: Che ne so io? Quello  un uomo che non lo dice il fatto suo. La gente sprecava il fiato a dirgli le sue ragioni... Gi ve l'abbiamo cantato anche a vossignoria...
IL BARONE (impaziente): Cos'ha detto? Perch non viene?
LUCIANO: Niente diceva. Badava all'acqua che ha inondata la galleria nuova.
IL BARONE (turbato): Ancora dell'acqua, Santo Dio!
LUCIANO: Un fiume, signor Barone. Si porta via la gente come fili di paglia...
NINA (sbigottita): Almeno non ci furono altre disgrazie?
LUCIANO: No, Donna Nina. Io solo, per miracolo... Stavo per lasciarvi la pelle.
NINA (giungendo le mani): Sia lodato Dio!
IL BARONE (pallido e smarrito fregandosi le mani): Davvero sia lodato!
IL MARCHESE: Non vi perdete d'animo cugino, che, alle volte, il diavolo non  cos brutto... L'acqua si pu togliere. Ci sono delle macchine apposta.
P. CARMELO: Allora cosa vi serve Don Nunzio coi suoi denari? (Si ode una scampanellata.)
IL BARONE (premuroso, correndo verso l'uscio): E' qui,  qui! Fatelo entrare. (Si trova sull'uscio faccia a faccia con Donna Barbara.)
D. BARBARA: Quello dei gelati. Dice se  ora pel trattamento?
IL CAVALIERE (correndo ai suoi ragazzi per chetarli): Un momento! Aspettate un momento!
IL BARONE (confuso, rivolto a Luciano): Tu cosa dicevi? Non  tornato a casa sua Don Nunzio?
LUCIANO: Sissignore. E' rimontato a cavallo e se n' andato senza fiatare.
SIDORO: Vado a chiamarlo? (Tutti tacciono e si guardano l'un l'altro imbarazzati.)
NINA (pallidissima): No!... No!...
LISA (fermandolo): Non c' bisogno, se vuol venire...
IL MARCHESE: Verr, verr. Siamo galantuomini, che diavolo!
LA MARCHESA (sorridendo leziosamente): Stavolta sar il figlio che condurr per mano pap.
D. BIANCA (a Barbara che  rimasta sull'uscio ad aspettare): Pi tardi, pi tardi. Non vedete cosa c' adesso?
ZUMMO: Intanto che si fa?
IL BARONE (agitato): Non capisco... Vorrei andare a vedere. (Fa per andare.)
NINA (fermandolo): No, pap! Voi, no!
D. ROCCO (premuroso): E' vero, non conviene. Piuttosto vado io...
LISA: Che bisogno c'? Non lo sa che stiamo aspettando?
ZUMMO (cavando l'orologio): Sono le dieci e mezza passate.
IL BARONE (mortificato): Signori miei: vi domando scusa.
IL MARCHESE: Niente, niente. Per non  questa la maniera di trattare, Don Nunzio!
D. ROCCO: Mettiamoci ne' suoi panni.
IL MARCHESE: Non  questa la maniera. Almeno si manda a dire.
D. ROCCO: Cosa mandava a dire? La bella notizia che mandava a dire?
P. CARMELO: E' una porcheria. Diciamo la cosa com'.
D. BARBARA (accorrendo premurosa): Don Nunzio! Don Nunzio Rametta!


SCENA SESTA.

RAMETTA (entra col viso lungo un palmo, ancora vestito com' andato alla miniera, cogli scarponi grossi e la cacciatora): Carissimo Barone... signori miei... Lasciatemi sedere. Ho le gambe rotte.
IL BARONE: Sedetevi, accomodatevi... Sidoro, un bicchiere di rosolio, qui, a Don Nunzio...
RAMETTA: No, no; ci vuol altro!
D. BIANCA: Spiegatevi, Don Nunzio. Finite di tenerci sulla corda!
RAMETTA (guardando la gente in viso, or questo or quello, e fingendo di scaldarsi man mano): Sembrano sciocchezze, eh? Sembrano chiacchiere di donnicciuole?. Quando si dice la jettatura!...
IL BARONE (in grande agitazione): Spiegatevi. Parlate chiaro.
RAMETTA: Cosa volete che vi dica? Se mi fate cavar sangue, non vi esce una goccia.
IL CAVALIERE: Guardate cosa capita!
IL MARCHESE: Caro Don Nunzio, non  questa la maniera di tirar il fiato alla gente.
RAMETTA: E' colpa mia, eh? Adesso  colpa mia se casca la casa?
ZUMMO: Don Serafino, avete capito? Noi possiamo levar l'incomodo.
RAMETTA: Mi dispiace per voi, caro notaio
P. CARMELO: Ma infine si pu sapere?
RAMETTA: Cosa volete sapere voi che non c'entrate?
LA MARCHESA (a Rametta): Guardi in che stato  quella povera ragazza.
(Accennando a Nina.)
NINA: No! no!
RAMETTA: E mio figlio? (Picchiandosi il petto.) Son padre anch'io! Lo sa Dio cosa c' qui dentro! (A Sidoro:) Ma che rosolio, un bicchier d'acqua.
IL BARONE (disfatto): Sidoro, un bicchier d'acqua... Io no, non posso.
RAMETTA: Avete ragione. A voi  capitata questa.
IL BARONE: Scusate... Scusatemi tutti, signori miei... (Cade a sedere affranto.)
IL MARCHESE: Permettete, caro Don Nunzio; ma l'affare dell'acqua poi si sapeva.
RAMETTA: Si sapeva e non si sapeva. Andate a vedere adesso!
LUCIANO: Un mare. Ci si affoga!
RAMETTA: Parla tu, Luciano, che c'eri.
IL BARONE (sconvolto): Vado subito... appena giorno...
RAMETTA: Fate bene. E' affar vostro.
LUCIANO: Dev'essere stata un'altra frana. Ieri ancora ci si poteva arrischiare nella miniera... Un uomo risoluto... Ma oggi, appena entrai nella galleria nuova... (Sorridendo ma senza spavalderia.) Sapete che non ho paura di niente...
RAMETTA: E' vivo per miracolo.
LISA: Luciano, un bicchierino di rosolio? (Mescendoglielo.)
LUCIANO: Grazie, Donna Lisetta. A quello non si dice di no. (Beve.)
NINA (sbigottita): Non andate, pap! Non andate!
IL BARONE: Ormai... sarebbe meglio che non tornassi pi dalla zolfara!
D. BIANCA (sgridandolo): Ma che dite? Un padre di famiglia!...
LUCIANO: Non andate, Signor Barone. Conosco la miniera. Mio padre vi lasci la pelle.
RAMETTA: La conosce da ragazzo. Ora vi guadagna quasi tre lire al giorno.
LUCIANO: Un altro po', oggi facevo una bella giornata.
RAMETTA: E non sono mai contenti, vedete?
LUCIANO: Vossignoria siete contento perch ci avete guadagnato altro che tre lire al giorno!
RAMETTA (riscaldandosi): Vi fanno i conti in tasca! Un altro po' vogliono fare a met col padrone, vedete!
IL MARCHESE (ironico): Eh, Caro Don Nunzio, allorch eravate col piccone in mano anche voi...
P. CARMELO (sogghignando in faccia a Rametta): Ora  un altro paio di maniche. Quando il villano  sul fico non conosce n parente n amico!
D. BIANCA (a Luciano): Basta. Ve ne potete andare. (Luciano esce.)
ZUMMO: Allora, dico io, possiamo levar l'incomodo?
IL MARCHESE: Ma come? Per un po' d'acqua?...
RAMETTA: Eh, se avete dei denari da buttarci in quel pozzo...
D. ROCCO: A voi non mancano i mezzi.
RAMETTA: Sicuro, se la zolfara fosse mia!
IL BARONE: E' come se fosse vostra.
RAMETTA (tornando a sedere, con un sorrisetto bonario): Quand' cos... (A Zummo:)
Non vi movete. Abbiamo qui il notaio. In due parole ci aggiustiamo.
IL BARONE: Come, ci aggiustiamo?
RAMETTA: Fate donazione della miniera a vostra figlia, e al resto penso io.
D. BIANCA: Sentite questa, ora!
D. ROCCO (ridendo): Cio, cio... Salvo il diritto dei terzi! Non vorrete togliermi anche la piccola rata che ci ho pure nella zolfara, per ringraziarmi della senseria!
IL BARONE: E all'altra figlia poi cosa rimane?
RAMETTA: A me lo domandate?
D. BIANCA (a Rametta in tono di rimprovero): Insomma, vi siete messo in testa di spogliarli del tutto?
RAMETTA: Ah! se sono venuto qui per farmi insultare...
LISA (indignata): Ma dategli tutto quello che vuole e finiamola!
NINA (colla voce rotta dall'emozione, fermando Rametta col gesto della mano tremante): Aspettate... prima d'andarvene... Giacch questo matrimonio non si pu fare... Giacch non c' la volont di Dio...
(Fissando il padre colle lagrime agli occhi quasi a domandargli perdono, quasi soffocata.)
Pap... Avrei fatto il mio dovere... da buona figlia... da cristiana... Giacch il Signore non ha voluto...
IL BARONE (commosso anche lui, abbracciandola): Figlia mia!...
NINA (togliendosi l'anello e gli orecchini): Questi sono i regalucci che avevo avuto da vostro figlio...
D. ROCCO (interrompendola): No, no!... Che fate?... Non precipitiamo!...
NINA: Dovrei restituirli a lui...
(Facendosi rossa e chinando il viso umiliata.)
Ma giacch non  venuto... Giacch non ha creduto di dover venire...
D. ROCCO (insistendo c.s.): Non precipitiamo. Quello  un ragazzo.
P. CARMELO (ridendogli in faccia): Lasciatelo crescere. Sapete come disse quel sagrestano che gli era caduto un gran Cristo di marmo sulla testa, e aveva paura anche del piccolo crocefisso che voleva fargli baciare il confessore in punto di morte?... Lasciatelo crescere che fa peggio dell'altro.
(Se ne va sbattendo l'uscio.)
NINA (porgendo anello ed orecchini a Rametta): Glieli darete voi. Ditegli che se abbiamo avuto il danno nella zolfara, non  giusto che ci perda qualcosa anche lui.
LISA (fremente): S, s, Nina!
RAMETTA: Piccolezze... non importa. Capisco che non volete restare in obbligo...
(Li intasca.)
Mi dispiace.
ZUMMO: Ho capito. Possiamo levare l'incomodo.
RAMETTA (scattando contro il notaio): Mi dispiace, caro notaio. Quante volte volete sentirlo?
ZUMMO (alzando la voce anche lui): Io voglio sentire chi paga la carta bollata, almeno!
RAMETTA: Chi ve l'ha ordinata la carta bollata?
IL MARCHESE (ridendo, ironico): E' giusto. E' giusto anche questo.
IL BARONE: E' giusto. Sono stato io; pagher... sono galantuomo.
ZUMMO: Siamo tutti galantuomini, quando possiamo. Sentite, Don Serafino, cosa vi dice il signor Barone? Tornate domani.
(A Sidoro che gli offre del rosolio.)
No, grazie, non ho pi sete.
(Esce con Don Serafino.)
RAMETTA: Chi volete che abbia sete? Abbiamo tutti la bocca amara.
IL CAVALIERE: E' vero! E' vero!... Permettete.
(Empiendo le tasche di dolci ai figliuoletti.)
Loro ragazzi non capiscono niente. Buona notte. Mi dispiace proprio!...
(Ai ragazzi:)
Ringraziate, maleducati. Dite buona sera a tutti.
(Escono.)
RAMETTA (ossequioso, accomiatandosi): Signor Barone!... Padroni miei!...
(A Nina:)
I regalucci che ebbe mio figlio vi saranno restituiti puntualmente.
NINA (rigida come una morta, colle lagrime impietrate nell'orbita): No... non ha nulla da restituirmi vostro figlio... Non mi pu restituire ci che ho perduto per lui, ci che gli ho sacrificato!... Pi della zolfara, pi della ricchezza, pi del pane che mi assicurava... Assai, assai, assai pi!
(Colla voce rotta dai singhiozzi e celandosi il viso tra le mani.)
Lo dico qui dinanzi a tutti... senza arrossire... Lo sanno tutti che ho dovuto strapparmi di qua!...
(Colle mani contratte sul petto.)
Che ho dovuto prendere il mio cuore a forza... con queste mani... e gliel'offrivo a vostro figlio... lealmente, onestamente... pregando Dio di farmi dimenticare... di farmi perdonare un altro!...
(Si butta piangendo nelle braccia del padre.)
Perdonatemi! perdonatemi anche voi!...
IL BARONE (commosso, stringendola tra le braccia): Tu piuttosto!... Tu!...
LISA (col fazzoletto agli occhi a Nina): Taci! Taci!
D. BIANCA: Lasciala dire che se lo merita!
RAMETTA: Meno male che avete parlato a tempo!
IL MARCHESE (prendendo Rametta per le spalle e spingendolo fuori): Andatevene ora, galantuomo! Andatevene!
D. ROCCO: Se siete tutti pazzi in questa casa!... Io me ne lavo le mani e me ne vo. (Esce dietro Rametta.)
D. BIANCA (sputando dietro a tutti e due): Pp! Pp!
LA MARCHESA: Io sono strabiliata! Che gente! Che gentaglia, padre e figlio!... Diceva bene il canonico! (Accomiatandosi da Nina.) Cara cugina, mi congratulo che l'avete scampata bella!
IL MARCHESE: Certo, certo, l'abbiamo scappata bella! (Esce colla moglie.)
NINA (piangendo fra le braccia del padre): Pap mio! Povero pap mio!
SIDORO: Posso spegnere, signor Barone?
IL BARONE (intontito): Che vuoi?... Spegni... Fa quello che vuoi...
(Tela.)



ATTO SECONDO.

Alla casina della zolfara. Stanza comune d'ingresso. A sinistra una finestra; indi, in linea diagonale, un finestrone che d sulla scala per cui si scende nel cortile. Uscio in fondo. Altri due usci a destra, e fra di essi uno scaffale coi libri e i registri della miniera, pi avanti una scrivania. Dalla finestra e dall'uscio a vetri si vedono il muro di cinta del cortile, e la sommit del portone coronato di merli; poi la terra brulla e arsiccia della zolfara, e in fondo le alture rocciose su cui serpeggia il sentiero che va al paese. Vocio di donne e di ragazzi che ballano e fanno il chiasso nel cortile, misto al suono di tamburelli e di un organetto.


SCENA PRIMA.

LISA (ridendo, sale di corsa dal cortile, con un mazzo di fiori selvatici in mano, inseguita da Luciano, eccitato ed acceso in volto anche lui).
LUCIANO (fermandosi sul terrazzino colle braccia tese e gli occhi bramosi, ma senza osare d'entrare): Ah, no! L, no!
LISA (trionfante, voltandosi verso di lui, mentre si riannoda le trecce scomposte): Vedi?
LUCIANO: L, no! L no!
LISA (con uno scoppio di risa, sbattendogli in viso il mazzo di fiori): Allora prendi!
LUCIANO: (passandosi sulla faccia la manica della giacca): E va bene! Avete ragione voi adesso!
LISA (provocante): S'intende! Sono la tua padrona, s o no?
LUCIANO (col gomito allo stipite del finestrone e la testa sulla mano, gli occhi sfavillanti): Siete la mia padrona... La mia padroncina cara...
(Si china a raccattare un fiore da terra, lo bacia e se lo passa all'occhiello.)
LISA (ridendo): Come sei bello con quel fiore! Sembri un cavaliere.
LUCIANO (imbronciato, buttando via il fiore): Io non sono un cavaliere, lo sapete bene!
LISA (voltandogli le spalle): Quanto sei sciocco!
LUCIANO: No, sono pazzo, volete dire!
LISA (torna a voltarsi verso di lui e si guardano negli occhi, smarrendosi un istante. Poi essa storna il capo facendo per stornare il discorso, turbata sotto la gaiezza che affetta): Almeno state allegri laggi! Qui par di morire!... Chi  che canta adesso?
LUCIANO: Nardone. Quello non farebbe altro che cantare...
Amore, amore, che m'hai fatto fare?...
(Si fissano come prima, egli appoggiato allo stipite, ella seduta sulla scrivania e col mento sulla mano.)
Non farebbe altro che cantare Nardone... Ha il cuore contento, lui.
LISA: E tu, no?
LUCIANO: Anch'io!... Tanto!... Alle volte s, e alle volte no... Non mi par neanche vero, alle volte! ... Sorte infame! che ci abbiano a essere ricchi e poveri a questo mondo!...
(Interrompendosi le fa segno che vien gente dall'altra stanza. Poi continua a voce pi alta, cambiando tono.)
Sicuro! C' un gran malumore nella zolfara...
(Lisa si alza, voltandosi per vedere chi .)
Vogliono cresciuto il salario.


SCENA SECONDA.

NINA (dal primo uscio a destra, si ferma un momento sulla soglia, guardando Lisa e Luciano con un rapido aggrottar di ciglia e turbandosi in viso. Luciano, imbarazzato, entra nella stanza come se giungesse allora, dandosi un gran da fare per frugarsi addosso, cavandosi il cappello a cencio, passandolo da una mano all'altra, riponendolo in capo. Infine cava di tasca dei fogli e degli scartafacci.)
LUCIANO: Ah, ecco! eccoli! qua! Ero venuto a fare i conti della settimana, se volete, vossignoria...
NINA (senza rispondere lo guarda fisso, alzando gli occhi al cappello che egli ha in testa. Luciano, sempre pi imbarazzato si cava il cappello).
LUCIANO: Per, se non foste comoda, vossignoria...
NINA (sempre tacendo, va alla scrivania apre il cassetto con la chiave che ha in tasca, ne cava un registro, e siede. Lisa rimane appoggiata allo stipite del finestrone. Luciano continua a scartabellare i suoi fogliacci): Questo  lo zolfo spedito alla stazione... Non serve per ora... Paghe della settimana. Ecco!
(Ripone uno scartafaccio nella tasca interna della giacca, e posa l'altro rispettosamente sulla scrivania, facendo subito un passo indietro.)
NINA (seccamente, accennando col capo verso il cortile): Cos'hanno laggi! Non si fa niente qui con quel chiasso!
LUCIANO (correndo alla finestra): Sss! A voi dico, laggi! Ecco qua, quelli che mancano nel libro di vossignoria: Cannata, sei; Bongiardo, pure sei; Nardone, cinque; Bellomo, quattro e mezzo, stavolta...
NINA (senza guardarlo): Perch?
LUCIANO: E' malato. La terzana se lo mangia vivo, Bellomo.
(Seguendo sempre col dito i nomi segnati sullo scartafaccio.)
Viscardo sette anche lui... Ora poi si guast la macchina e non si va pi avanti.
NINA: Come si fa per riempire il vagone?
LUCIANO: Si potrebbe tentare nella galleria vecchia; ma  troppo pericolosa... Nessuno ci si arrischia.
NINA (alzando il capo e guardandolo fiso negli occhi): Bisognava pensarci prima, invece di stare a perder il tempo.
LUCIANO (punto): Io non sto a perdere il tempo.
NINA (china sul registro accennando colla penna al chiasso che si fa in cortile): Tutti quanti siete!
LUCIANO: Io, se comandate, ci vo anche subito nella galleria vecchia... con qualchedun altro di buona volont... quelli che pensano pi al pane che alla pelle...
NINA (senza rispondergli, seguitando a rivedere i conti): Sono quattrocento... quattrocentosessantacinque lire, compreso il resto della settimana scorsa.
LUCIANO (consultando il suo scartafaccio): Col resto dell'altra settimana giusti come l'oro, vossignoria.
(Ripone in tasca il conto, e rimane in piedi, aspettando.)
NINA (chiude a chiave il cassetto, e si alza. Vedendo che l'altro non si muove, balbetta poi arrossendo): Adesso non c' danari... Aspettiamo pap, stasera.
LUCIANO: Almeno per Bellomo che gli servono quei pochi soldi. Dice che deve andare a curarsi.
NINA (cercando nel cassetto): Far quel che potr... Cos lo facessero gli altri il dover loro...
LUCIANO: Il mio dovere io lo fo, Donna Nina!
LISA (che  uscita sul terrazzino un po' imbarazzata): Oh, la zia Bianca! E' arrivata la zia Bianca!
NINA (sorpresa): La zia Bianca? Qui? Cos all'improvviso?...
LISA: Smonta adesso dall'asinello. Zia? Zia?
NINA (dando dei denari a Luciano): Ecco questi intanto. Pel resto puoi aspettare a stasera?
LUCIANO (facendo ballare i denari nella mano e contandoli): Oh, per me, aspetto anche sino a domani. Per me, non fiaterei. Non verrei qui a seccarvi... a farmi dire che sto a perdere il tempo...
NINA (seccamente, voltandogli le spalle): Per non si potr spedire zolfo, luned!
(Va sul terrazzino incontro alla zia.)
LUCIANO (seguendola): Per me, se comandate, ci vo io stesso nella galleria vecchia.
LISA (vivamente, a mezza voce, fermandolo): Non c' bisogno d'andarci tu.
LUCIANO: Per forza! Chi volete che vada, se non vo io?
LISA: Tu no!... Non voglio!
LUCIANO: Ah, s, gli altri! Un branco di poltroni! Avete visto quando stava per scoppiare la macchina? Tutti che gridavano, ma se tardavo ancora un po'...
(Lisa gli sorride, innamorata, accennando col capo.)
Chi lo sentiva poi Don Nunzio, se gli facevano scoppiare la macchina?
LISA (alzando le spalle): Ah, Don Nunzio!...
LUCIANO: Quello  un boia, lo so. Ma  lui che paga adesso. Come si farebbe senza Don Nunzio?


SCENA TERZA.

D. BIANCA (rossa in viso, collo scialle di traverso, continuando a parlare con Nina): S, s, ti dir poi...
(Abbracciando Lisa distrattamente.)
Cara Lisa...
(Volgendosi burbera a Luciano.)
Troppi pensieri vi prendete voi, capomastro! (Tornando a fissare Lisa in faccia.)
Come stai?... Hai una certa faccia!...
(Volgendosi poi di nuovo a Luciano collo stesso tono di prima.) Se siete capomastro dovete fare il capomastro e badare alla zolfara, invece di star qui a chiacchierare...
LUCIANO (piccato): Ah, per giunta!...
D. BIANCA: Per giunta v'immischiate in ci che non vi riguarda. Paghi Tizio e paghi Sempronio, purch siete pagato, voi!...
LUCIANO: Che bella paga!...
NINA: Bella o brutta non si sa donde prenderla. Lo sai, questo?
D. BIANCA: Bella o brutta, se non vi piace ve ne andate.
LUCIANO (riscaldandosi): Sissignora! Tutti quanti ce ne andiamo! Vi piantiamo la baracca tutti quanti! Sono tutti malcontenti.
NINA: E c' chi soffia nel fuoco!
LUCIANO: Ciascuno soffia sotto la sua pentola, signora mia! Voi qui mangiate pasta e carne, mentre i poveri diavoli che lavorano per voi devono contentarsi di pane e cipolla!
D. BIANCA (cacciandosi le mani sui fianchi): Ma voi che siete insomma? Capomastro? Capopopolo? Che diavolo fate qui?
LUCIANO: O capomastro, o capopopolo, sono figlio di un galantuomo che ci ha lasciato le ossa in questa casa!
LISA (stringendosi le tempie fra le mani): Basta, basta per carit! Ne abbiamo tanti dei guai!
LUCIANO: No, Donna Lisa! So bene perch parlo. So bene perch son trattato cos! Il sangue ce l'ho anch'io in faccia. Se voi siete figlia di barone, io son figlio di un galantuomo e quei soldi che ci ho in tasca li ho guadagnati onestamente, col mio lavoro, non  sangue di poveretti, come le migliaia e le centinaia che portava in dote il figlio di Rametta.
D. BIANCA (saltando su infuriata): Basta, basta! Abbiamo sentito.
LUCIANO: Queste sono le cose che fanno ribellar la gente! Allora, quando la gente d addosso ai cappelli per chiedere la sua parte al sole!...
LISA: Basta, Luciano!
LUCIANO (ancora concitato, ma cambiando tono a un tratto, anzi con un'occhiata tenera, quasi a provocare gli altri): Ah, con voi  un altro conto!... Voi potete far di me tutto quello che volete! Basta, me ne vado.
(Esce.)
D. BIANCA: Troppa confidenza gli date a costui!...
NINA: E' cresciuto in casa. Ora poi Rametta lo tiene alla miniera per badare ai suoi interessi...
D. BIANCA: Alla miniera, sia. Ma qui non ci ha che fare. Siete due ragazze sole... Mi spiego?
NINA: Che possiamo farci? Povero pap, deve arrabbattarsi di qua e di l... Ora  andato a parlare con Rametta che ci ha prestato del denaro e non vuol pi attendere...
D. BIANCA: Lo so, lo so.
NINA: Povero pap! Ne ha tanti dei guai! bisogna aiutarlo come possiamo.
D. BIANCA (commossa abbracciandola): Tu s!... Tu s!... (Ravvedendosi e abbracciando anche Lisa.) E tu pure... Non gliene darai altri dispiaceri al pover uomo. Tua madre era una santa donna. Siete figlie di chi siete...
LISA (sciogliendosi dalle braccia di lei con un sorriso amaro): Ah! s, le anche d'Anchise!
D. BIANCA: Pigliatela con Domeniddio che ti ci ha fatto nascere!
LISA (fa un'alzata di spalle e va a sedere accigliata col gomito alla scrivania e il capo sulla mano).
NINA: Zia!
D. BIANCA: Non le posso sentire certe cose!
LISA (con amarezza): Al punto in cui siamo ridotte ci fanno assai le anche d'Anchise!
D: BIANCA: Fa! fa! che avete tutti gli occhi addosso!
LISA: Ah, ormai chi volete che si occupi di noi?
D. BIANCA: Chi?... Tutto il paese! Ci son le male lingue dappertutto!
NINA (sorpresa): Che intendete dire, zia?
D. BIANCA: Parlo per quel povero galantuomo di vostro padre, che dispiaceri non gliene mancano.
(Rivolta a Lisa, con calore.)
Sai cos' venuto a fare quel ladro di Rametta? Vuol prendergli la zolfara!... Per un pezzo di pane! Gli ha dato corda lunga per mangiarselo vivo, vivo.
NINA (giungendo le mani addolorata): Ah, Signore!
D. BIANCA: Quello neanche al diavolo crede! Se ha prestato del danaro a tuo padre fu per mettergli il laccio al collo. Ora l'ha citato e vuol porre anche il sequestro. Vostro padre non v'ha detto niente, che da un pezzo va da Erode a Pilato e combatte col giudice e colla carta bollata?
NINA (assai turbata): No, poveretto, li tiene tutti per s i crucci.
D. BIANCA: Non avr avuto il coraggio di dirvelo. Ma  storia che dura da un pezzo. E' ridotto colle spalle al muro. Rametta s'era messo in testa d'avere la zolfara per un pezzo di pane, e c' arrivato!
LISA: Bisognava aspettarsela, tosto, o tardi.
D. BIANCA (scattando): Bene, eccoti servita. Quando non vi rester pi nulla poi, andrai a far la serva.
LISA: Questo lo so gi.
NINA: Taci, taci... Scusateci zia Bianca. Non sappiamo neppur quel che diciamo, tanto l'angustia!... Non ci voltate le spalle anche voi, zia!
D. BIANCA: No, cara, no! Vedi che son corsa a rompicollo, appena seppi che venivano a mettere il sequestro. Siamo parenti? Siamo cristiani, s o no?
NINA: Povero pap!... quel che ci avr in cuore adesso!...
D. BIANCA: Coraggio. Vedremo cosa si pu fare. Vado un momento a lavarmi le mani...
(Mostrandole.)
Vedi che sole? Ho le ossa rotte dalla cavalcatura. (Esce dalla destra.)


SCENA QUARTA.

NINA: Lisa! sorella mia!...
LISA: E la zia che mi faceva la predica!
NINA: Povero pap!... Poveretti noi!... Questo  l'ultimo colpo!... la rovina completa!
LISA (amaramente): Non lo vedevi tu dove s'andava a finire!
NINA: Che faremo? che sar di noi, Vergine Santissima?...
LISA: Faremo le serve, hai sentito! Che vuoi fare?
NINA (giungendo le mani): No, Lisa! Non parlare a quel modo! Mi fai paura quando ti vedo cos!
LISA (nervosamente): Tanto, a che giova? Al punto in cui siamo arrivati... Ecco come siamo ridotte!...
(Mostrando il vestito misero e sorridendo amaramente.)
Le figlie del Barone!... C' rimasto il baronato!... come un sasso al collo, per buttarsi a fiume! Giusto appunto la zia Bianca mi faceva la predica!
NINA: No, Lisa, no!
LISA: E tu pure!... Ti facevano sposare il figlio di Rametta per salvare la casa. Allora la zia Bianca non li tirava in campo gli antenati!
NINA (chinando il capo): Non ho potuto... non vi ho giovato a nulla... Non valgo nulla.
LISA: Cosa volevi fare, povera Nina? Ti pare che non lo sappia il piangere che hai fatto di nascosto?
NINA (mettendole una mano sulla bocca): Taci! taci!
LISA: Ti pare che non lo sappia il bene che volevi a un altro?
NINA (pallidissima, cogli occhi lucenti di lacrime, accennando del capo colla voce rotta): T'ho dato il cattivo esempio... Perdonami!... Dimmi che mi perdoni... e che anche tu... anche tu non...
(Si confonde; non osa pi dire; afferra le mani della sorella ansiosamente guardandola fissa.)
Non so come dire... non oso... Dammi le mani... qui, nelle mie! Ascoltatemi, sorella mia!....come fossi la mamma!... la nostra povera mamma che ne avrebbe tal dolore!... Ormai son vecchia, vedi?... Tanto tempo  passato!... Tante cose! tante cose tristi in questi due anni... che non ci penso pi a... a quel tempo... Vedi? Non mi vergogno... Confidati anche tu a tua sorella... senza arrossire...
D. BARBARA: E' arrivato il padrone con un mondo di gente. Come si fa a dar da mangiare a tutti quanti?
NINA (per correre): Ah, il pap...
(Torna vivamente verso di Lisa e la bacia febbrilmente.)
No,  vero, Lisa? No! Ha tante altre amarezze adesso il povero pap!
D. ROCCO (scalmanato, salendo in furia dal cortile): Senza tante chiacchiere! In due parole... Gli volete bene a vostro padre?... Gli volete bene s o no?
LISA: Perch? Che intendete dire?...
D. ROCCO: Prima rispondete. Volete salvare vostro padre?... Proprio dall'ultimo capitombolo? Altrimenti non vi restano gli occhi per piangere, a lui e a voi!
(Nina e Lisa lo guardano sbigottite.)
S, s, lo so che cuore avete! Poi c' anche l'interesse vostro... Parlo nel vostro interesse... per la santa parentela che  fra noi. Vedete che son venuto dal paese fin qui a rotta di collo!
LISA: Ma che dobbiamo fare?
D. ROCCO: Niente. Lasciate fare a me. Aiutatemi a persuadere vostro padre. A Don Nunzio penso io...
(Si ode della gente che alterca nel cortile fra cui la voce del Barone e quella di Rametta.)
Sentite? Sentite?
NINA (vivamente, per accorrere): S! S!...
D. ROCCO (trattenendola): Non  niente, vi dico! Leticano fra di loro. Ciascuno difende il suo interesse, si sa. Mettiamoci nei suoi panni! Glielo ha dato il suo denaro Don Nunzio? Vorrei vedervi voi!
LISA: Mai gliel'avesse dato! Fu quella la rovina.
D. ROCCO: Questo  quello che si dice poi, al momento di pagare. Prima, invece, sono suppliche e benedizioni. Non che Rametta sia un santo da metterlo sull'altare; ma infine il suo denaro l'ha speso qui, nella miniera! macchine, soccorsi, anticipazioni...
LISA: Cos ci ha messo il laccio al collo.
D. ROCCO: To' ! Perch ve lo siete lasciato mettere?
NINA: Infine, che possiamo fare noi?
D. ROCCO: Aiutarmi a persuadere vostro padre ch' una bestia... per la testa dura che ha, intendo. Dice che non vuol spogliare le sue figliuole, che non pu cedergli la miniera perch c' la dote di vostra madre. Un mondo di chiacchiere.
(Affacciandosi alla scala e chiamando con gran gesti.)
Qua, venite qua, potete discorrere anche qui, con maggior comodo.


SCENA QUINTA.
Salgono la scala il Barone eccitato e sconvolto, col viso pallido e le mani tremanti di collera; Rametta come una vittima menata al macello, tentennando il capo, stringendo in pugno il fazzoletto madido, con cui si asciuga di tanto in tanto le labbra, il notaio Zummo sorridente, cerimonioso, col cappello in mano. L'usciere si ferma tranquillamente sulla soglia, col cappello in testa e le carte sotto il braccio, seguito da testimoni. Sidoro, curvo, porta delle seggiole. Ragazzi e minatori si affollano di fuori, curiosi. Don Rocco si affaccenda dall'uno all'altro parlando con gran calore e grandi gesti, ora all'orecchio del Barone, ora a quello di Rametta e del notaio che non gli dnno retta.

NINA (correndo verso suo padre): Coraggio, pap!... Non importa...
LISA Non pensate a noi, pap!
ZUMMO: S... colle belle maniere s'accomoda ogni cosa... (Sorridendo garbatamente.)
Attacca la lite che l'accordo viene dice il proverbio... Ehi?... Signor Barone, a voi vi dico!
(Questi china il capo; fa un gesto vago, aprendo le braccia, e siede accasciato presso la scrivania.)
Sentite
(a Rametta:)
anche voi, testone!
RAMETTA (sedendo anche lui dall'altro lato della scrivania, curvo colle braccia penzoloni fra le gambe e il fazzoletto pendente dalle mani): Son qui... come Ges all'orto. Sono nelle vostre mani... fatene quel che volete...
(Alzandosi a un tratto e volgendosi al Barone gesticolando con le mani giunte.)
Avete visto se v'ho usato dei riguardi!... Se ho pazientato sin'ora!... Sapete il rispetto che ho per voi, per la famiglia!...
(Volgendogli di nuovo le spalle e tornando a sedere colle braccia in aria, in tono piagnucoloso.)
Ma, Dio Santo, quel che  giusto,  giusto!... V'ho dato il sangue mio!
D. ROCCO: Povero galantuomo!... Cosa volete che dica di pi?
D. BIANCA (venendo dalla destra): Ah! Eccovi!
ZUMMO (accennando al Barone): Anche qui avete da fare con galantuomini, Don Nunzio. Ci accomoderemo senza bisogno dell'usciere.
(Rivolto a quest'ultimo che stava preparando le sue carte).
Per ora non abbiamo bisogno di voi, Don Calogero. Andate, andate. Potete scendere in giardino intanto a cogliere quattro fiori!
L'USCIERE (brontolando): Ma che fiori! Non mi lasciate due ore al sole, almeno!...
(Se ne va coi testimoni.)
ZUMMO (sedendo anche lui accanto al Barone): Sediamoci per stare pi comodi.
(Al Barone:)
Qui, qui, vicino a me. Dunque, dicevamo, il conto  presto fatto. Avere di Don Nunzio, fra capitali e interessi... Don Nunzio, date qua il conto:
(Voltandosi a quelli che stanno a guardare dall'uscio:)
Che volete, voi? Che aspettate? C' l'opera di Pulcinella? Andate via!
(Sidoro respinge vivamente ragazzi e zolfatai che scappano in branco, e va via con loro.)
IL BARONE: Figliuole mie, cosa ci state a fare voi? Andate di l. Andate voi altre...
NINA (pallida e ferma): No, pap, lasciateci stare.
D. BIANCA: Lasciatele stare. E' giusto che sentano anche loro.
ZUMMO (che ha aspettato discretamente, collo scartafaccio in mano, torna a mettersi gli occhiali, e legge fra i denti con un brontolio): Dunque dicevamo, il vostro debito con Don Nunzio Rametta, capitale e interessi...
IL BARONE: Al dodici e mezzo per cento!
ZUMMO (vivacemente): Questo non dovete dirlo ora! Ora dovete vedere se il conto torna, guardate...
(Indicando col dito sul registro.)
Qui, vicino a me, guardate.
(Il Barone china il capo e si stringe nelle spalle rassegnato, accennando con un gesto a Rametta, come per rimettersi a lui. Don Nunzio risponde allo stesso modo, indicando il Barone col pugno chiuso in cui tiene il fazzoletto. Il notaio, alzando la voce in collera, torna a dirgli.)
E' vero s o no? Guardate!
RAMETTA (in tono bonario e rassegnato): Fate voialtri. Come volete voi.
ZUMMO (irritato): Come vogliono i vostri stessi conti, don asino!
(Rametta ripete lo stesso gesto vago chinando il capo.)
Avanti. Reddito della miniera...
(Consulta il registro.)
RAMETTA (voltandosi di botto, bruscamente): Cosa state a cercare? Niente.
IL BARONE: Come, niente?
RAMETTA: Nientissimo! Io non ho preso un soldo. Non ho fatto altro che pagare. Ecco!
(Cavando un altro scartafaccio di tasca.)
Settemila lire!... Ottomila e cinquecento!... Ancora settemila! Novemila tonde! queste alla vigilia del santo Natale, giorno segnalato! E' passato l'anno!
ZUMMO (con fare persuasivo): Scusate, questo lo so. Li avete tutti qui, in colonna i vostri denari,
(Mettendogli il registro sotto il naso.)
RAMETTA: Se li ho in colonna vuol dire che non li ho in tasca.
D. ROCCO: Per questo siamo qui a discorrere. Mio cugino vi rimborser sino all'ultimo centesimo.
(Scattando a un tratto quasi a prendersela con qualcheduno.)
Siamo galantuomini corpo di Bacco!
IL BARONE: Non li ho mangiati i vostri denari. S' dovuto fare tutto di nuovo, macchine, gallerie, condotti d'acqua... Lo sapete anche voi!
ZUMMO: Vediamo prima queste spese, dunque. Passiamo al passivo.
(Ridendo.)
Bella! Ho fatto un verso!
D. BIANCA: Vi basta l'animo di scherzare anche!
ZUMMO: No, parola! L'ho fatto naturale.
(Tornando a leggere serio.)
Spese generali... Spese d'amministrazione... Mantenimento...
RAMETTA (scattando): E devo mantenerli io, tutti quanti?
IL BARONE (irritato): Voi?...
D. BIANCA (saltando su lei pure): Cosa volete mantenere voi che avete fatto morire la moglie tisica!...
RAMETTA: Ah! Se sono venuto per sentirmi dire...
(Si alza per andarsene sbuffando.)
D. ROCCO (afferrandolo pel petto della giacca e scuotendolo): Siete come i ragazzi parola d'onore!
ZUMMO (chiudendo il libro): Se la pigliamo cos non la finiamo pi! Insomma la miniera per ora non d nulla.
(Rivolgendosi a Rametta in tono decisivo.)
Ebbene, che volete fare?
RAMETTA (stringendosi nelle spalle e prendendo tabacco): Io? Devono dirlo loro quel che vogliono fare.
(Breve silenzio fra tutti quanti.)
D. ROCCO (quasi pigliando ad un tratto una risoluzione): Voglio dire la mia, sia per non detta... Lasciatemi dire una bestialit anche a me.
ZUMMO: Dite, dite, siamo qui per questo.
D. ROCCO: La miniera non ha dato niente sinora perch invece s' dovuto spenderci.
ZUMMO: Questo  vero.
D. ROCCO: Ma col tempo... non dico quanto...
(Eccitandosi e gesticolando calorosamente.)
Un valore lo ha la zolfara, s o no?
ZUMMO: Giusto...
RAMETTA (sospettoso): Basta, cosa volete conchiudere?
D. ROCCO: Mio cugino vi cede bonariamente la zolfara, a sconto del suo debito... per dieci anni, mettiamo...
IL BARONE: No, no!
D. ROCCO: Mettiamo quindici. (A Rametta:) Voi vi godete la miniera per quindici anni...
RAMETTA: Io ho dato del denaro contante, e in cambio mi si d la miniera che non val niente.
IL BARONE: Non val niente la mia zolfara?
RAMETTA (soffiando sulla mano): Ecco!
IL BARONE: Questo lo dite per carpirmela.
RAMETTA (offeso): Dunque sono un ladro?
D. ROCCO: Zitto, parole di negozio. Mettiamo quindici anni.
(Al Barone:)
Voi gli cedete la miniera per quindici anni.
(A Rametta:)
E voi gli assicurate un tanto al mese, acci amministri per conto vostro.
(Scaldandosi ad un tratto e gridando con enfasi.)
Ha da mangiare anche lui.
ZUMMO (guardando or l'uno, or l'altro): E' un'idea. Questo si pu fare.
IL BARONE: Un tanto al mese, come un servitore!
D. ROCCO (scattando): Ah! Se avete ancora la boria!
RAMETTA (restio): No, non mi lascio prendere in quest'imbroglio! Ho una sentenza di tribunale...
D. ROCCO: Benone. Quand' cos, fate conto che non vi abbia detto niente!
(Volgendosi verso gli altri.)
Andiamo via, lasciamoli fare.
RAMETTA: Ci vuol poco. Metto il sequestro.
D. ROCCO: Fate conto che non abbia parlato. Ho sudato una camicia a persuadere anche loro...
(Rivolto alle ragazze.)
Dite voi!
RAMETTA: Persuaderle a che cosa? Colla roba mia? Io ho dato il sangue mio! Anche voi che venite a chiedermi denari in prestito ogni momento, e poi mi tirate al cuore!
D. ROCCO (indignato): Io vi tiro al cuore? Io?...
(Picchiandosi colle mani sul petto.)
Io?...
(Ad un tratto spinge Rametta in un canto parlandogli all'orecchio sottovoce, concitato, scuotendo per fargli intendere la ragione.)
Ma non capite che fo il vostro interesse. Da asino? Mio cugino non vuol cedere la miniera per non spogliar del tutto le figliuole. C' su la dote della loro madre. Farete cent'anni di lite prima d'arrivare alla zolfara! Vi ridurrete poveri e pazzi tutti quanti siete.
RAMETTA (colla schiuma alla bocca): Col mio denaro? Dopo tutto quello che ho speso e anticipato?
D. ROCCO: La miniera vale di pi. Lo sapete anche voi.
RAMETTA (gridando): Ma allora ditemi che volete anche la pelle! Par d'essere in un bosco, parola d'onore!
IL BARONE: In un bosco di ladri, ditelo!
ZUMMO (che  stato ad attendere, calmo, guardando or questo e or quello, accenna colle mani a Rametta di tacere): Sss! Sss!...
(Calmando anche il Barone.)
Parla delle liti che non vi lascerebbero la camicia addosso. A fabbriche e liti non vi mettete.
(Ridendo.)
Io parlo contro il mio interesse.
IL BARONE: Si ribella la natura, caro notaio! Si ribella lo stesso sangue delle vene! Anche un agnello, se gli mettete il coltello alla gola...
ZUMMO: Siamo tutti galantuomini, capperi! Nessuno vuol mettervi il coltello alla gola.
IL BARONE: Spogliarmi della zolfara, dopo che mi hanno rovinato cogli interessi al dodici e mezzo!
D. ROCCO: Cio, cio...
RAMETTA: Io non ho visto un soldo.
D. ROCCO: Ora lo vedrete. Ora la miniera ricomincia a fruttare.
RAMETTA: Io non posso aspettare.
D. BIANCA: Lo dite adesso che lo tenete pel collo!
IL BARONE (risoluto): Fate quel che volete, io non firmo! Dovevano tagliarmi le mani quando firmai la prima cambiale. Mi son rovinato! Ma spogliare del tutto le mie figliuole, ora...
(Si asciuga gli occhi col fazzoletto.)
NINA (abbracciandolo): No, no, non dite cos!
LISA (in silenzio si asciuga gli occhi anche lei).
IL BARONE: Non firmo, dovessero ammazzarmi!
D. ROCCO (investendolo come prima ha fatto con Rametta e spingendolo all'altro lato per parlargli calorosamente all'orecchio): Ma come farete senza denari? E la lite? e gli avvocati? E la carta bollata?... Non capite? Siete proprio una bestia, lasciatemi dire! E' per la santa parentela che m'arrabbio! Vi ridurrete alla limosina! Ridurrete le vostre figliuole all'elimosina!
(Alle ragazze, gesticolando con calore.)
Ma aiutatemi voi altre! venite qua!
LISA: Cosa possiamo fare?
NINA: Il padrone  lui!
D. ROCCO (al Barone): Fatelo per queste povere creature innocenti. Avrete cos un pane assicurato per voi e per loro.
IL BARONE (SCOSSO): Rinunziare alla miniera adesso che comincia a fruttare di nuovo!...
D. ROCCO (su di un altro tono, persuasivo): Questo  un altro paio di maniche. Ora vedremo quello che frutta.
ZUMMO: Questo  giusto. Vedremo i conti.
RAMETTA: Che conti volete vedere ancora?
IL BARONE: Dacch siamo venuti a capo dell'acqua, la sola galleria nuova ha dato...
RAMETTA (interrompendolo): Non  vero!
IL BARONE: Se non mi lasciate parlare! Per altro lo sapete anche voi. Siete venuto adesso a mettere il sequestro apposta!
ZUMMO (sfogliando il registro): Vedremo, vedremo...
RAMETTA: Cosa volete vedere?
IL BARONE: L non c' il conto della galleria nuova... L'ho notato qui, nel mio taccuino...
(Cavandolo di tasca.)
RAMETTA: Potete scriverci quel che vi pare.
IL BARONE: Chiamiamo Luciano. A lui gli crederete.
RAMETTA: Io non credo niente.
D. ROCCO: A lui potete credergli, lo pagate apposta per guardarvi i vostri interessi.
RAMETTA: Appunto perch lo pago! Oggi per un bicchier di vino...
ZUMMO: Luciano  un galantuomo. (Affacciandosi all'uscio e chiamandolo.) Luciano? Luciano?
RAMETTA: E' un galantuomo perch  iscritto nella vostra lega dei lavoratori...
ZUMMO (indignato): A sentir voi, siamo tutti ladri.
RAMETTA: Io non so niente!
D. ROCCO: Se facciamo cos, restiamo qua fino a domani.


SCENA SESTA.

LUCIANO: M'hanno chiamato? Vengo perch sono stato chiamato.
ZUMMO: Sentiamo. Voi che fate qui?
LUCIANO: Ancora? Dunque perch mi chiamano?... (Per andarsene.)
D. ROCCO: Dice che impiego avete? Chi  che vi paga al presente?
LUCIANO: Don Nunzio. Mi tiene qui per badare ai suoi interessi.
ZUMMO: Benissimo. Vuol dire che sapete quel che rende la zolfara.
LUCIANO (esitante guardando ora Rametta e ora il Barone): Quello che rende la zolfara...
D. ROCCO: Insomma, la zolfara rende adesso, s o no.
LUCIANO (imbarazzato): Sicuro che deve rendere... Allora perch si lavora?
RAMETTA: Bravo. Vediamo quello che costa!
D. ROCCO: C' la galleria nuova. Vediamo cosa d la galleria nuova? RAMETTA: Una miseria!
IL BARONE: Una miseria?... Il conto  qui, (mostrando il taccuino,) giorno per giorno.
NINA (a Luciano): Devi avercelo anche tu, il conto.
D. ROCCO: Vediamolo questo conto.
RAMETTA: Ma che volete vedere?
ZUMMO (a Luciano): L'avete o non l'avete questo conto?
LUCIANO: Certo... dovrei avercelo...
(Frugandosi addosso.)
Non so dove l'abbia messo
D. BIANCA: Cercate bene. Il conto dovete averlo. Siete pagato per questo.
LUCIANO (scattando): Ogni momento me la buttano in faccia quella misera paga!
RAMETTA: E non sono mai contenti, vedete? Tutto quello che si ricava e per loro. Vorrebbero anche la camicia vostra.
LUCIANO: Vogliamo il fatto nostro!
RAMETTA: Il fatto vostro  il fatto mio! Sono i miei denari!
ZUMMO: Questo non c'entra. Non sviate il discorso. Vediamo il conto.
LISA (risoluta a Luciano): Mostragli il conto! Vediamo chi  il ladro qui!
LUCIANO (frugandosi in tasca): Il conto devo averlo... Vi do il conto e me ne vo... Ecco! ecco!
RAMETTA (sogghignando): Ecco! lo sapevo!
ZUMMO (a Luciano): Date qua.
RAMETTA: Ma io non son tanto bestia!
D. ROCCO: Aspettate, prima, a parlare.
RAMETTA (indicando il Barone): Scommetto ch' suo carattere!
IL BARONE: Che intendete dire, Don Nunzio?
RAMETTA: Dico quel che dico!
D. BIANCA: Badate a quello che dite!
D. ROCCO (facendo dei gesti per chetarli): Sss!... Sss!...
RAMETTA: Non mi fate parlare!
IL BARONE (minaccioso): Siamo tutti d'accordo per imbrogliarvi?
NINA: Pap! Pap!
RAMETTA: Sono venduto come Cristo all'Orto!... Non mi fate parlare!
D. ROCCO (conciliativo): Ma chi  che vuol vendervi? Chi?
LISA: Voi piuttosto che ci avete assassinati!
RAMETTA (al Barone, indicando Luciano): E questo mi fa il Giuda... perch chiudete un occhio anche voi!...
LUCIANO: Io ora? Io?
IL BARONE (andando addosso a Rametta): Che intendete dire, don coso?
RAMETTA (mettendosi dietro la scrivania): Lo sanno tutti quello che succede in casa vostra! E voi che siete il padre chiudete gli occhi!
D. ROCCO (mettendogli la mano sulla bocca): Zitto! Che dite?
IL BARONE (rimane dapprima sbalordito. A un tratto afferra una seggiola e si precipita su Rametta gridando): Ah! Le mie figlie, assassino... anche le mie figlie!...
NINA (buttandosi su di lui): Pap! Pap mio...
LISA (pallidissima, ginocchioni): No! No!
ZUMMO (trattenendo il Barone): Signor Barone!...
D. ROCCO (imprecando colle mani in aria): Santo e Santissimo! Questo si chiama darsi colla zappa nei piedi.
D. BIANCA (investendo Rametta): Briccone! Pezzo d'usuraio! Ladrone che siete!
RAMETTA: Signori miei, siatemi testimoni che voleva anche ammazzarmi!
(Scappa via per la scala.)
(N.B. Tutta la fine di questa scena va fatta rapidamente.)


SCENA SETTIMA.

IL BARONE (ancora fremente, lasciando ricadere la seggiola): L'ammazzo! Com' vero Iddio, l'ammazzo!
D. ROCCO (irritatissimo): Ora siamo da capo! Non s'accorda pi questa canzone!
ZUMMO (cercando di calmare il Barone): Via, parole di collera... Alle volte nella collera si dice quel che non si dovrebbe dire.
D. ROCCO: Non avere un'oncia di giudizio, tutti quanti siete!
IL BARONE: Il sangue mio! Quel briccone mi assassina anche le mie creature!
LUCIANO: Abbaia contro tutti per farsi ragione.
D. BIANCA (severamente a Luciano): Andatevene, galantuomo, anche voi...
IL BARONE (investendo Luciano): Vattene, vattene!
LISA (pallidissima): Pap!
LUCIANO: Ve la pigliate con me, adesso?
ZUMMO (conducendo via Luciano): Andiamo, andiamo... "pro bono pacis". (Escono.)
D. ROCCO (al Barone): Ah, sentite! Io vi pianto a me ne vo. Non si fanno cos gli affari. Sbrigatevela coll'usciere.
(Finge d'andarsene anche lui; ma vedendo che nessuno lo trattiene, si ferma sull'uscio, guardando irritato or questo or quello.)
IL BARONE (eccitatissimo rivolto alle figliuole): Me la piglio con tutti quanti perch gli avete dato troppa confidenza a colui!...
(A Nina:)
Dico a te che sei la maggiore. La gente parla perch ve lo vede sempre fra i piedi.
NINA (china il capo e non risponde).
LISA (turbata, quasi per scusare la sorella): No, pap...
D. BIANCA (al Barone): Ve la pigliate con chi non c'entra.
D. ROCCO (tornando alla carica): Chi gliel'ha messo tra i piedi? voi!
IL BARONE (furioso): Andatevene al diavolo!
D. BIANCA (a D. Rocco): Non  questa la maniera. Tacete!
D. ROCCO: Non sono io che parlo. E' il sangue! La parentela! Grida lo stesso sangue al vedere dove sono ridotte quelle povere ragazze.
IL BARONE: Per colpa mia, ditelo!
D. ROCCO: Io non so per colpa di chi. Dico che bisogna pensare al rimedio.
IL BARONE (guardando or l'una or l'altra delle sue figlie e picchiandosi il petto coi pugni chiusi): Per colpa mia, che vi ho rovinate! figliuole mie!
NINA: No, pap, non dite cos!
D. BIANCA: Che l'avete fatto apposta?
D. ROCCO: Non l'avete fatto apposta; ma questa  la conseguenza. Che diavolo! avete i peli bianchi!... Dovete saperlo come va il mondo.
IL BARONE (concitato e quasi fuori di s): Come va il mondo?... che mentre io correvo di qua e di l per cercare di riparare... come un pitocco, come un disperato... Alle volte l'usciere andavo ad aspettarlo lass in cima al sentiero perch loro non sapessero... Quando tornavo dal paese che Don Nunzio mi aveva sbattuto l'uscio in faccia...
(S'intenerisce e nasconde la faccia nel fazzoletto.)
NINA (abbracciandolo): Pap mio!... Povero pap!...
D. ROCCO: Poverette, le vedete!... Anche loro qui sole, in campagna... come lupi, in mezzo ai contadini... che volete?
IL BARONE: Come, cosa voglio?
D. ROCCO (scattando): Caspita! Doveva venire un re di corona a innamorare vostra figlia?
IL BARONE (da prima rimane a bocca aperta, quasi non avesse capito; poi fa atto di slanciarsi su Don Rocco coi pugni chiusi, ma si volge alle figliuole balbettando): Che vuol dire?... Nina... Parla tu, Lisa...
D. ROCCO: Cosa volete che dica?
IL BARONE (al vedere che Lisa tace e china il capo, pallidissima): Parla!... Parla!...
(A un tratto come essa si smarrisce sempre pi, leva i pugni minaccioso.)
Ah! ah!
NINA (frapponendosi spaventata): Pap! Pap!
IL BARONE: Era dunque vero? Era vero? Lo sapevano tutti?
LISA (pallida come una morta, indietreggia dinanzi a lui tremando dalla testa ai piedi, senza dir nulla).
NINA (convulsa, stendendo verso il padre le mani tremanti): No, pap! No! no!
D. BIANCA: Don Mondo!...
IL BARONE: Il mio sangue! l'onor mio!
D. BIANCA: Ma che onore? Cosa andate dicendo?
D. ROCCO (cercando di condurre via Lisa): Togliamoci di qua per ora! Andiamo! Leviamo l'occasione!
LISA (svincolandosi): No!
(Rimane di faccia al padre, pallidissima, rispettosa, ma ferma.)
IL BARONE: La superbia l'hai con tuo padre!... L'hai nel sangue la superbia!... Ma per scendere sino a colui!...
D. ROCCO (gridando): Ma che scendere e salire!
IL BARONE: Mia figlia!... Una Navarra!...
D. ROCCO: L'altra volevate pur darla al figlio di Rametta, che non discende dal Re Pipino.
IL BARONE: Mia figlia sulla bocca di tutti!
D. BIANCA: Ma che siete pazzo?
IL BARONE: Giacch lo vuole... (A Lisa:) E' vero che lo vuoi?
LISA (china il capo, assentendo).
NINA (come fuor di s): No, Lisa! No, pap! Perdonatele perch non sa quel che dice!... Siamo tanto disgraziati!
(Singhiozzando.)
Tanto! tanto!...
IL BARONE (senza darle retta, svincolandosi dalle sue mani sempre pi irritato avanzandosi minaccioso verso di Lisa): Hai detto di s? Hai detto di s?
LISA (pallida come un cadavere, ma guardando la finestra e affermando col capo): S, pap.
NINA (buttandosi addosso a lei, chiudendole gli occhi, chiudendole la bocca colle mani convulse): Sei pazza! Sei pazza!
IL BARONE: Sposalo! Sposalo! Io non ti do nulla. Non ho nulla da darti.
D. ROCCO: Questo gi lo sa.
IL BARONE: E vattene subito! Via di casa mia! Vattene a scavar zolfo insieme a tuo marito!
NINA (c.s.): No!... no!...
LISA (svincolandosi da lei): Lasciami andare!
IL BARONE (furibondo): Lasciala andare!... o... o...
D. BIANCA (conducendo via Lisa): Per carit!... Cosa facciamo!
D. ROCCO: Barca rotta  questa casa! A fondo deve andare!
IL BARONE (soffermandosi dinanzi a lui e a capo chino colla voce soffocata dall'onta e dall'emozione): A Don Nunzio ditegli che gli domando scusa... Se vuol darmi ancora quell'impiego... Ditegli che sono nelle sue mani...
D. ROCCO (levando le braccia al cielo): Sia lodato Iddio! Questo si chiama parlare!
(Tela.)



ATTO TERZO.

Il cortile della casina, di notte. A destra la scala che mette alle stanze di sopra occupate ora da Rametta. Sotto l'arco della scala l'ingresso delle stanzette a terreno dove s' ridotto il Barone. A sinistra la chiesetta sormontata dal piccolo campanile. In fondo l'abbeveratoio addossato al muro di cinta, e il portone merlato. Al di l dal muro le alture brulle della zolfara. Di tanto in tanto si odono latrare dei cani in lontananza per la campagna buja.


SCENA PRIMA.

RAMETTA (in maniche di camicia, col cappellaccio di paglia in capo, uscendo sul terrazzino e chiamando verso le stanze di sotto): Ehi? Siete tutti morti laggi? Don Mondo? Don Raimondo? Barone, voi?... Questa la sentite!
IL BARONE (uscendo nel cortile dalle stanze a terreno). Che c' Don Nunzio!
RAMETTA (irritato): Don Nunzio! Don Nunzio! Non sapete dir altro, voi!
IL BARONE (mortificato): Che c'? Che comandate?
RAMETTA: Comando che  un'ora che chiamo l fuori. Siete diventato sordo anche?
IL BARONE: Stavo mangiando un boccone, signor Don Nunzio.
RAMETTA: Benedetto voi! Ve la godete come un principe a tavola? Intanto coi tempi che corrono, nella zolfara non c' neppure un cane di guardia!
IL BARONE: Se non c' pi nessuno nella zolfara!...
RAMETTA: Lo so, lo so. Di ci a voi non importa, perch il salario corre sempre per voi!... Chiamano di lass, dalla rocca.
SIDORO (che  uscito anch'esso nel cortile dietro il Barone): A quest'ora?
IL BARONE: Che vogliono a quest'ora?
RAMETTA: Andate a vedere, che vogliono! (Gli sbatte l'uscio in faccia e rientra in casa.)
SIDORO (dopo essere stato in ascolto lui e il Barone): Io non sento niente. Si sar sognato Don Nunzio nel vino.


SCENA SECONDA.

D. BARBARA (dalla stanza a terreno, con voce roca dal sonno al Barone). Signor Barone, dice la signorina...
IL BARONE (interrompendola bruscamente e tendendo l'orecchio): Sss!... Vi caschi la lingua...
BARBARA (sorpresa): Perch?
IL BARONE (vivamente a Sidoro): Gente! C' gente l, nel sentiero!
SIDORO (dopo esser stato ad ascoltare, come prima): Io non sento niente... Ma a buon conto chiudiamo?
BARBARA (brontolando quasi fra s): Questa  gente che non ha buone intenzioni, certo!
IL BARONE (prendendola per le spalle): Andate a dormire se avete sonno.
BARBARA: Veh!... A chi la conta ora lui? (Rientra in casa borbottando).
SIDORO (premuroso): Chiudiamo, signor Barone?


SCENA TERZA.

D. ROCCO (mentre Sidoro stava per chiudere entra trafelato, gridando): Che mi lasciate fuori, perdio!
IL BARONE: Ah, siete voi, Don Rocco?
D. ROCCO (irritato): Chi volete che sia adesso? Chi avete messo in quest'inferno?
SIDORO: Vossignoria che chiamava di lass?
D. ROCCO (voltandosi contro di lui): Io? per prendermi una schioppettata nella schiena? Fortuna che i cani mi conoscono!
(Al Barone):
Avete voluto lo sciopero?...
IL BARONE: Io?
D. ROCCO (chiamando di sopra): Don Nunzio? Sar andato a letto, quell'animale!
(Al Barone):
Avete messo il paese intero sossopra col vostro sciopero!
SIDORO: Saran quelli dello sciopero che si danno la voce per metter mano al sacco e fuoco!
D. ROCCO: Avete messo il paese intero a sacco e fuoco, per non crescere le paghe!...
IL BARONE: E i danari?
D. ROCCO: Mancano danari a quell'usuraio! Quando v'arricchite...
IL BARONE (sorridendo amaramente): Io non mi sono arricchito, certo!
D. ROCCO: Noi no. Ma intanto chi ne va di mezzo son io!
IL BARONE (scaldandosi anche lui): Ed io?
D. ROCCO (eccitatissimo, parlandogli colle mani sul viso): Ne avete voi covoni sull'aja, eh? Ne avete roba e bestiame all'aperto che con un fiammifero ve la...
(Soffiando sul palmo della mano aperta.)
Cos! era un momento!
(Vedendo Rametta che  affacciato sul terrazzino.)
Con voi parlo... Don come vi chiamate! Ci avete scatenato addosso un nugolo di affamati, col vostro sciopero! Avete rovinato un paese, per non voler aumentare le paghe!
IL BARONE: Come si fa ad aumentare le paghe quando gli zolfi ribassano sempre!
D. ROCCO (esasperato): Voi siete un minchione! Per questo v'hanno preso la zolfara per nulla!
IL BARONE (ironico): Voi, che non siete un minchione per non state meglio di me!
D. ROCCO (a Rametta): Minacciano di distruggere ogni cosa! Son giunte notizie d'inferno, al Delegato!
(Al Barone:)
E il capoccia, il capobanda,  vostro genero quel viso di forca!
IL BARONE: Io non ho generi!
RAMETTA: Ci pensi il Delegato. Per questo pago le tasse.
D. ROCCO: Andate a contarla alla gente che ha fame, questa delle tasse! Ora parlate cos perch siete diventato ricco e avete la pancia piena!
RAMETTA: E voi parlate cos perch non avete pi nulla!
D. ROCCO: Fanno bene se vi incendiano la zolfara!
IL BARONE: Ma state zitto! Anche voi ci avete la vostra quota... nella zolfara...
D. ROCCO (in tono calmo e contratto): Non me ne importa. L'ho venduta a lui... Per un pezzo di pane,  vero!...
(Salendo di corsa ad investire Rametta.)
M'avete pignorato fino i peli della barba per quella miseria che vi dovevo!... per ringraziarmi anche per l'aiuto che vi ho dato!... che vi ho tenuto il sacco, ladrone che siete! Non mi rimane se non quel poco di seminato che ci ho l
(accennando di fuori a destra),
in pericolo! in causa vostra! con quattro figli e la moglie da mantenere, avete capito?
RAMETTA: A me la contate?
D. ROCCO (furioso): A voi! Finiamola con questo sciopero! Pagate meglio la gente!
IL BARONE: Come si fa a pagarla meglio?
D. ROCCO: A voi che importa? (A Rametta:)
Sono un nugolo d'affamati! L, a Vetrabbia, a Goramorta, alla Salina, tutto intorno! Contentateli per ora; almeno finch avremo messo al sicuro il raccolto. Dopo rompetevi il collo.
RAMETTA: Il collo rompetevelo voi. Io mando a chiamare la forza.
D. ROCCO: Ma che forza? Non potete mettere un soldato su ogni palmo di terra.
RAMETTA: Io li metto alla mia zolfara.


SCENA QUINTA.
Donna Barbara, accorrendo scalmanata dalla destra e detti.

D. BARBARA: Signor Barone!... Signori miei!... Laggi nella valle!... Venite a vedere!...
D. ROCCO (eccitatissimo, andando addosso a Rametta): No! Finiamola com' vero Iddio! Vado a prendere un lenzuolo dallo stesso vostro letto e l'appendo alla finestra com' vero Dio! Pace, pace, bandiera bianca! (A Sidoro:) Voi attaccatevi alla campana perch vengano a vederci...
RAMETTA (respingendolo): Ma siete ubbriaco, a quest'ora...
D. BARBARA: Fuoco! Fuoco! Laggi... guardate!...
IL BARONE: Dove? dove?
SIDORO (indicando un chiarore al di sopra del muro a destra): L nella valle, si vede anche di qua.
D. ROCCO: Sar il fienile che ha preso fuoco.
SIDORO: No,  dietro il casamento vecchio.
D. BARBARA: Sar la legna della zolfara.
IL BARONE (sconvolto): La zolfara! la zolfara!
RAMETTA (che  salito a vedere dal terrazzino): Ma che zolfara! Son quattro covoni laggi...
D. ROCCO (cacciandosi le mani nei capelli): Ah! i miei covoni! (Parte correndo.)
RAMETTA (dai terrazzino, al Barone e a Sidoro): Andate al paese a chiamare la forza. A voi dico! Correte!
SIDORO: Correte! Chi ha da correre ora?
RAMETTA: Devo andarci io a chiamare i soldati?
IL BARONE (eccitatissimo): Io!... Vado io!...
D. BARBARA (facendo per trattenerlo): No, signor barone!
IL BARONE: Devo aspettare che vengano a metter fuoco alla zolfara? A mia figlia non dite niente. In mezz'ora vado e torno.
SIDORO: Aspettate!...
IL BARONE: Aspettate un corno!
(Parte correndo a sinistra.)
D. BARBARA (a Rametta): In causa vostra!... Un padre di famiglia!...
RAMETTA: Chiudete il portone, e non aprite neanche a Domeneddio!
SIDORO: S, s... (Va a chiudere.)
D. BARBARA: Lo dissero e la fecero di mettere a sacco e fuoco!
SIDORO: Tre settimane che non si lavora! La gente muore di fame. Comare Grazia ha chiuso bottega per non far pi credito.


SCENA SESTA.

NINA (accorrendo dalle stanzette a destra mezzo discinta, e tutta sottosopra): Pap?... Cosa avviene laggi nella valle?... Dov' mio padre? Dov'?
RAMETTA: L'ho mandato a chiamare la forza, per Bacco! (Le volta le spalle bruscamente e rientra in casa sua).
NINA (smarrita, facendo per correre). Ah!
D. BARBARA (trattenendola): Ma dove andate? Siete pazza?
NINA (imprecando dietro a Rametta): Assassino!
SIDORO: Or ora il padrone  qui coi soldati.
NINA (smaniando). Ah, Signore!... Accompagnatelo voi, Signore... (Cade ginocchioni e colle mani giunte dinanzi alla cappelletta, balbettando sconnessamente le parole dell'Avemar.a.) Dio vi salvi o Maria... o Maria... Dio vi salvi o Maria...
D. BARBARA (inginocchiata, e pregando lei pure). Santa Maria, Madre di Dio... Ci ammazzano tutti quanti!
SIDORO (a Nina): Non temete. Siamo qui noi.
NINA (vivamente): Sss! Sentite!
SIDORO: Non apro neanche a Domeneddio!... E quel poltrone di Don Nunzio che si  chiuso dentro! Che ci lasciate in ballo noi soli, Don Nunzio?
LISA (tornando a bussare): Aprite! Aprite!
D. BARBARA: La voce di donna Lisa! E' donna Lisa!
NINA: Lisa! Lisa!
(Apre.)


SCENA SETTIMA.

LISA (entrando, pallida e trafelata): Pap!... Dov' il pap?
NINA (abbracciandola con impeto di tenerezza): Lisa! Lisa mia!
(Scoppia a piangere.)
D. BARBARA: Donna Lisa! Qui! A quest'ora!
LISA (ancora ansante): Quelli dello sciopero! ... si sono ribellati! ... Vogliono distruggere ogni cosa!... Dov' il pap? Dov'?
D. BARBARA: Non c'. E andato al paese.
LISA (cadendo a sedere sugli scalini della casa, come le mancassero le forze): Signore, Vi ringrazio! Come ho fatto quella strada... dal casamento vecchio fin qui... col fiato ai denti! Non sentono pi nessuno, neanche mio marito! Hanno quasi ammazzato il soprastante perch mand a chiamare la forza...
SIDORO: La testa dovrebbero averla tagliata quelli che hanno soffiato nel fuoco prima!
LISA (cogli occhi accesi): Dite bene, voi che non vi manca nulla, qui, nella casa di mio padre!
NINA: Ah, povera sorella! Come sei ridotta!
D. BARBARA (a Sidoro): Non ci manca nulla! Sentite?
NINA (mettendole una mano sulla bocca): Tacete! Tacete!
RAMETTA (uscendo di nuovo, pallido, col fucile in mano): Il portone! Chiudete il portone!
SIDORO: Eccoli! Vengono!
D. BARBARA: Chiudete! Chiudete!
(Si ode avvicinare un rumore di folla in tumulto.)
LISA (correndo verso il portone): Luciano! ... Luciano!...
D. BARBARA: Il padrone! La voce del padrone!
NINA: Pap! Pap!


SCENA NONA.

RAMETTA: Signori miei! Badate a quello che fate! C' la legge! C' la giustizia!
IL BARONE (si scioglie bruscamente dalle braccia di Nina, guardando Lisa che rimane tutta tremante dinanzi a lui, senza trovar parola; fa per borbottare qualche cosa, a un tratto se la piglia infuriato con Nardo che  entrato anche lui: Prima lvati il berretto quando entri in casa mia!
NARDO (cavandosi il berretto): Sissignore, ma sentite...
BARONE (eccitatissimo, guardando ora Lisa e ora gli operai affollati all'uscio): Entra chi vuole in casa mia! Come fosse una piazza!
NARDO: Siamo colle spalle al muro. Vossignoria! Siamo come quelli che succede quel che succede!...
MATTEO (vociando pi di tutti, e gesticolando colle mani giunte): Ma che si deve andare davvero in galera, sangue di Giuda ladro?... Ma che s'ha a morir di fame o andare in galera?
NARDO: Pelle per pelle, meglio la galera!
BARONE (gridandogli sul muso): L'avrai questa soddisfazione, l'avrai!
MATTEO: Ma dunque per forza s'ha a morir di fame, cristiani del mondo!
NARDO: Ci siamo mangiata sino la camicia! Tre settimane che non si lavora!.,.
IL BARONE (sarcastico): Meglio. Vi riposate.
LISA (giungendo le mani): Pap! Pap!
IL BARONE (la guarda irato e poi scatta a sfogarsi contro gli altri colla schiuma alla bocca): Il fegato dovete mangiarvi! il fegato!
NINA (supplichevole): Ah no! no!
RAMETTA (facendo uno sforzo per frenarsi, parlando agli operai con un sorrisetto ironico): Scusate, perdonate, signori miei... Potete comandare... quel che volete...
GLI ALTRI (che sono fuori, gridando): Vogliamo quello ch' giusto! Ecco!
MATTEO: O ce lo pigliamo noi!
RAMETTA (che  stato a guardare or l'uno or l'altro colle braccia incrociate): Servitevi. Padroni!
NARDO: Cos non possiamo andare avanti. Vogliamo cresciuta la paga.
IL BARONE: Anche noi qui non andiamo avanti!...
RAMETTA: Facciamo crescere anche il prezzo degli zolfi per aumentare le paghe!
MATTEO: A questo dovete pensarci voi.
IL BARONE (ironico): E' vero. Devo pensarci io ai denari.
NARDO: Per questo siete il padrone.
BELLOMO: Ma non vedete come sono ridotto? Ve l'ho dato il mio lavoro e la mia salute!...
MATTEO: Vent'anni che scavo zolfo sotto terra!
IL BARONE: Se non c' denaro!
NARDO: C' lo zolfo, se non c' denari.
RAMETTA: Vendetelo se vi riesce.
MATTEO (inferocito): Se non si pu vendere lo bruceremo. Bruciamo la zolfara! N io n tu!
ALTRI (urlano): Finiamola! Finiamola!
D. BARBARA: Sparano! Sono armati!
NINA (strillando): Ah!
LISA: Sparano, pap!
IL BARONE: Via di qua! Vuoi farti ammazzare per giunta?
NINA (al Barone): Ma dategli quel che vogliono!
IL BARONE (pallidissimo, colla schiuma alla bocca): Che debbo dargli? Non ho nulla da dargli!
URLI DI FUORI: Alla zolfara!
LUCIANO (facendosi largo fra la folla): Un momento, signori miei, un momento!
IL BARONE (sorpreso alla prima, vedendo comparire Luciano, gli volta poi subito sdegnosamente le spalle): Sembra una piazza, la mia casa, oggi!
LUCIANO: Lasciatemi capacitarli, signor Barone.
IL BARONE (senza voler rispondere a lui, rivolto agli ammutinati): Ora vengono i soldati a capacitarvi! Aspettate!
MATTEO E GLI ALTRI DELLA FOLLA: Non ce ne importa! Non abbiamo paura!
LUCIANO: Neanche del cannone abbiamo paura!
(Volgendosi poi in tono diverso ai compagni che vociano tutti insieme.)
Ma signori miei, qui parlate a un muro. Il padrone non  lui. La zolfara adesso se la gode Rametta. Deve pagare Rametta.
IL BARONE (furioso, voltandosi in l): Vengono i capopopolo a dettar legge in casa mia!
LUCIANO (al Barone): Rametta ci mangia vivi tutti quanti, Vossignoria!
IL BARONE (c.s. ma gridando la stessa cosa sul muso a Luciano): Vengono a dettar legge; se mi piace farmi mangiare da chi mi pare...
LUCIANO (riscaldandosi anche lui): Buonpr vi faccia! Ma anche la roba di vostra figlia s'ha da mangiare quel ladro?
RAMETTA (irritatissimo, agli operai): Che pretendete? Che m'andate cantando? Sono stato operaio anch'io, come voi... Ho lavorato tutta la vita, sino a vecchio... Un soldo per un sigaro non l'ho speso! all'osteria non m'hanno visto... Ho lavorato come un cane nella miniera sottoterra, a scavar zolfo!... E ora perch so il fatto mio, e voi no...
MATTEO: Basta colle chiacchiere! (Tutti gridano e Rametta  travolto nel parapiglia.)
LUCIANO (al Barone): Badate! Badate! Ora succede quel che succede. Danno fuoco alla zolfara. Mi dispiace per voi!... per le vostre figlie!...
IL BARONE (furioso, prendendo Nardo per le spalle e respingendolo insieme agli altri): Vattene ora vattene! Fuori di casa mia!
URLI DI FUORI: Alla zolfara! Alla zolfara!
(Il tumulto cresce di fuori. A un tratto si vede comparire nella folla, una fiaccola accesa.)
MATTEO: Bravo! Date qua!
LUCIANO (afferrandolo pel petto): Ehi! Che fai? Dici sul serio?
MATTEO: Come, sul serio? L'hai detto tu stesso!
LUCIANO: T'ho detto di dar fuoco alla zolfara di mia moglie?
NARDO: Volti faccia anche tu! Tradisci i tuoi fratelli!
IL BARONE: Luciano!
LISA (facendo per corrergli dietro anche lei, come una pazza): Luciano! Luciano!
IL BARONE (fermandola): Tu no! Bada!
LISA (smaniando): Non m'importa! E' mio marito.
LUCIANO (torna pallido e stravolto, colle mani nei capelli): Cosa hanno fatto! Cosa hanno fatto! Datemi un fucile!
(Afferra il fucile di Rametta e corre all'uscio.)
IL BARONE: Vuoi farti ammazzare anche tu?
(Facendo per tranquillarlo.)
LUCIANO (senza dargli retta e portandosi al portone, risoluto, col fucile spianato): Devono passare di qui per la zolfara!...
IL BARONE (gli strappa il fucile di mano e lo caccia dentro fra le braccia sue e di Lisa): Pensa a tua moglie ora!
(Squilli di tromba all'interno.)
(Tela.)



Il mistero 1.
Bozzetto per un dramma lirico in un prologo e in un atto.
(1908 autografo Biblioteca Civica Berio di Genova).


PERSONAGGI.

Mara.
Nela.
Bruno.
Nanni.
Il frate.
L'indovina.
Il cantastorie.
Personaggi del mistero.
L'angelo.
Incappati.
Chierici.
Trecconi.
Giuocatori di bussolotti.
Contadini, contadine.
Pastori.


ARGOMENTO.

Nanni  gi l'amante di Mara: - Un d, nella caldura della messe, la ragazza non aveva saputo pi resistergli, e gli si era abbandonata. La tresca era poi durata fra di loro, avvinti dalla colpa, nel mistero. Nessuno arrivava a capire come lei, ch'era pure fra le pi belle ragazze del paese, non si fosse ancora maritata - anzi sembrava che cercasse dei pretesti per rifiutare, ogni volta, se gliene parlavano. Bruno, suo padre, aggrottava le ciglia, allora, e si faceva pi scuro in viso.
Nanni, innamorato pazzo, dimenticava moglie e figliuolo per lei, e andava a trovarla, quando poteva, di notte, a rischio della vita, giacch Bruno, sebbene pel suo mestiere di guardaboschi al Feudo Grande fosse di rado in paese, a guardia della sua casa e della sua figliuola, non era uomo da prendersi a gabbo.
Ma Dio non paga il sabato - e la Madonna non vuol esser presa a gabbo neppur lei - ch la ragazza quell'anno, sebbene a malincuore, doveva far la parte della Vergine nel Mistero sacro. Ma come rifiutarsi? Che avrebbe detto la gente? E suo padre, ahim!...
Egli tornava appunto a casa quella notte, ch'era festa grande in paese, quando gli parve fra lustro e scuro, di vedere un uomo che scappasse al vederlo - e si dilegu in quel laberinto di viuzze. Non si dette pi pace, con quella spina in cuore. Non volle neppure entrare in casa n vedere la figliuola, prima di venire in chiaro della faccenda.
- Apri gli occhi - Guarda - Vedi e pensa - gli disse l'Indovina. Ah! quel che pensava lui! Fosse stato anche sugli scalini dell'altare, s'era quello che pensava! Ahim! ahim! il cuore glielo diceva anche a lei mentre la vestivano per far la parte della Vergine! - No! Non era degna di fare quella parte, e la Madonna non vuol essere presa a gabbo! - gli disse in faccia, Nela, la povera moglie tradita e abbandonata, vedendola passare in piazza colla banda e la processione. - Pi morta che viva per; tanto che cadde in ginocchio l dinanzi la chiesa, e confess la colpa, chiedendo perdono a Dio e al popolo.
Successe un tafferuglio nella folla. Nanni colpito a morte, fece ancora qualche passo barcollando fuori della ressa, e cadde senza dire una Parola.


DESCRIZIONE DEI COSTUMI.

MARA in tunica di lana rossa e manto celeste, come le Marie.
NELA nel costume delle donne di Piana dei Greci; oppure come nella fotografia... giubbetto di velluto, aperto sul petto e incrociato in basso alla cintura, dov' chiuso da una doppia fila di bottoncini dorati; ornato di una larga lista di ricamo allo sparato e ai polsi. Camicetta bianca e crocetta al collo. Gonnella di seta ornata in fondo di una doppia e larga lista di ricamo. Mantellina bianca buttata sulle spalle. Capelli lisci sulle tempie.
NANNI. Costume del contado di Modica. Camicia di tela bianca senza colletto n polsini, larga di maniche. Farsetto di albagio nero, senza bavero e senza maniche, chiuso sul petto da una doppia fila di bottoncini. Brache larghe dello stesso albagio, lunghe un poco pi gi del ginocchio, a toppino aperte in fondo sui calzettoni di lana scura. Scarponi. Berretto di lana scura, pendente da un lato o all'indietro, oppure di cui l'estremit  raccolta e rimboccata in dentro alla sommit del capo, in forma di cono tronco.
BRUNO. Lo stesso costume ma col farsetto non abbottonato e una piccola accetta infilata alla cintura, sulle reni. Stivali.
IL CANTASTORIE. Lo stesso costume, ma di lana bianca - calzettoni pur bianchi - un fazzoletto annodato in testa; coi capi pendenti all'indietro. Oppure vestito di vecchi abiti cittadineschi, con un cappellaccio sbertucciato a tuba sul fazzoletto annodato in testa.
L'INDOVINA. Bruna e segaligna, aria e costume da zingara.
I PERSONAGGI DEL MISTERO nel costume tradizionale del Nuovo Testamento.
L'ANGELO colla tunica corta di seta bianca, gambe e braccia nude, sandali a coturno. Biondo e inanellato, colla spada fiammante in mano, le ali d'argento iridate. (N.B. In questo stesso costume press'a poco anche le Verginelle che portano sui cuscini i misteri, o emblemi della Passione, e i doni, focacce, polli, frutta, nei canestri infiorati).
INCAPPATI. Bigi, turchini, neri, col cappuccio ritto a punta, forato per vederci.
TRECCONI di tutte le foggie [sic] e in tutti i costumi del contado.
IL FRATE da cappuccino.
CONTADINI - CONTADINE E PASTORI SU per gi come Nela e Bruno.


PROLOGO.

Di Notte - senza luna. - Interno della casuccia di Nela che sta cullando il figliuoletto.
NELA (asciugandosi gli occhi di tratto in tratto col grembiule...): Dormi, bimbo mio!... Non piangere anche tu... che non sai... non puoi sapere!... Povero figlio abbandonato anche tu dal padre tuo!... Ah, che fuoco c' qui dentro nel mio cuore!... Che gelosia!....
(L'uscio si spalanca di botto, ed entra Nanni, sconvolto quasi fosse inseguito, chiudendo subito l'uscio pian piano.)
NANNI (sottovoce, ancora ansante): Zitta!... Non fiatare!... Spegni quel lume!....
NELA (sbigottita): Ch' stato?... Donde vieni a quest'ora?... Ah, quella scellerata che mi ruba il padre di mio figlio!....
NANNI (minaccioso): Taci!... Vuoi farmi uccidere?... (Spenge il lume).
(Appena buio la scena cambia.)
(Come albeggia si va scoprendo la piazzetta del villaggio, colla chiesuola a destra e in fondo il teatrino, ornato di fronde e fiori, per la rappresentazione del Mistero. Arco di verzura dinanzi la chiesa; zendadi e festoni alle porte e alle finestre delle casette. Le campane suonano a festa. Donne che vanno in chiesa. Comincia a venir gente dal contado per la festa; venditori di clia e di torrone, merciaiuoli, giuocatori di bussolotti che dispongono i loro trespoli e vociano la roba. Poi il cantastorie, condotto per mano dal suo ragazzo, e l'Indovina che va dicendo la buona ventura collo scarabattolo al collo. Cresce man mano il brusio e il movimento della folla.)
IL FRATE (dinanzi il teatrino): Venite, cristiani a vedere, che oggi nella nostra "citt" si rappresenta il Mistero... coi personaggi vivi!....
IL CANTASTORIE:
ella  bella come il sole,
Principi e baroni che la chiedevano in isposa...
Ma lei sempre - No! No!...
Suo padre che faceva come un pazzo...
Figlia, Perch non vuoi maritarti?
Che vuol dir ci?... La cosa non  chiara!...
Lei poi, in punto di morte....
L'INDOVINA: Dico la buona ventura... Fo la sorte e il maleficio....
BRUNO (scuro in viso, all'Indovina): Voglio tirata la sorte... Voglio sapere quel che dico io!....
L'INDOVINA: Tu l'hai scritta in fronte la mala sorte. Hai la faccia gialla e gli occhi cattivi... Che vai cercando?.
BRUNO: Quello che so io! Voglio sapere quello che succede in casa mia quando io son lontano.
L'INDOVINA: Apri gli occhi - Guarda - Vedi - E pensa!... Guarda la tua casa, invece di star lontano.
BRUNO: Io devo fare il guardaboschi, laggi, al Feudo Grande... Dimmi tu, piuttosto, che sai!....
L'INDOVINA: Vedo un gatto nero... Poi una colomba bianca... Ha un segno rosso in petto....
BRUNO: E poi? E poi?.
L'INDOVINA: Non vedo pi... E' tutto rosso intorno!... Senti a me, figliuol mio, non cercare!.
BRUNO (impetuosamente): No! Voglio sapere!.
L'INDOVINA: Tua moglie  bianca e pura come la colomba....
BRUNO: Mia moglie  in paradiso!.
L'INDOVINA (smarrendosi maggiormente): Allora... non so pi....
BRUNO (quasi minaccioso): Parla! Parla!.
L'INDOVINA: Ahi!... Mi fai male al braccio!.
BRUNO: Chi era colui che incontrai stanotte dinanzi la mia porta, tornando a casa, e si mise a fuggire appena mi vide?.
L'INDOVINA: Oggi  festa grande - La folla  grande pure... Cerca tra la folla... con questo capello in mano... (dandogli un capello che si  strappato dal capo). Guarda - Vedi - E pensa!....
BRUNO (sconvolto): Ah! Quel che penso adesso!... Signore Iddio, perdonatemi!....
L'INDOVINA (facendosi il segno della croce): Libera nos Domine!... Con quella faccia che hai!....
BRUNO (smaniando): S' vero quel che penso!... che mi si legge in faccia!... Non sono andato neppure a casa per non farmi vedere in faccia da mia figlia... Mia figlia! Il sangue mio!... Foss'anche ai piedi dell'altare, s' vero quello che penso io!.... (Scappa al sopraggiungere della processione coi personaggi del Mistero.)
(La banda - La processione preceduta dagli Incappati - L'Angelo colla spada nuda - Gli Innocenti e le Verginelle che portano gli emblemi della Passione sui cuscini e i doni nei canestri infiorati. - Indi i personaggi del Mistero, in costume, tra i quali Mara, ultima, come si trascinasse a stento, ma rigida, quasi jeratica nel suo pallore e nella fissit degli occhi lustri, colle mani giunte.)
LE FANCIULLE: La Vergine! Ecco la Vergine!.
LE VECCHIE: Santa e pura, figliuola! Com' bella! Una vera Madonna!... Pareva destinata ch non ha voluto maritarsi... mai!.
L'INDOVINA (rispondendo ad altre giovinette che le fanno ressa intorno, chiedendo la sorte): Che mi andate contando? Le ragazze son fatte per maritarsi.
IL FRATE (agli attori del "Mistero" che sfilano dinanzi a lui per andare a prendere la benedizione in chiesa, prima della recita): Pensate all'onore grande che vi tocca, figliuoli miei!... Guai a chi essendone indegno... vivendo nel peccato....
LE DONNE: Signore, liberateci!... Piet e misericordia!....
MARA (come soffocata dalle lagrime, fervidamente, cogli occhi rivolti al cielo): Voi, Vergine santa!... Voi che leggete nei cuori e avete piet di chi fu debole e cadde....
IL FRATE: Guai! Guai!.
(Entra in chiesa colla processione. La folla comincia a prender posto per assistere alla rappresentazione o si dispone a gruppi intorno ai trecconi, al Cantastorie e all'Indovina.)
MARA (a Nanni che la sorregge e tenta di farle animo): Non posso!... Non posso pi!....
NANNI: Bada, Mara!... Bada!....
MARA: Le gambe non mi reggono... Non posso anche in chiesa... con queste vesti... Anche il sacrilegio!....
NANNI: Per l'amor di Dio!... Abbiamo tutti gli occhi addosso!....
MARA (smarrita, guardandosi intorno): Se sapessero!... Se potessero vedere!... Io sotto queste vesti!... Anche l'oltraggio alla Madonna!... Anche il sacrilegio dopo il peccato!... Ah, che mi fanno fare!....
NANNI: Come rifiutare?... Che avrebbe detto la gente?... E tuo padre?....
L'INDOVINA (nel crocchio dinanzi al teatrino): L  scritto, nel Mistero!.
MARA (celandosi il viso tra le mani: A che son ridotta, ahim!.
NANNI: Sei pentita?... Non m'ami pi?....
MARA (colle lagrime agli occhi e nella voce): Se ti amo! Lo vedi quel che ho fatto!... quel che fo per amor tuo... perch non si sospetti... Mio padre t'ucciderebbe!.
NANNI: Non me ne importa! Di nulla m'importa!... Moglie, figlio, la vita stessa!... Di te sola m'importa! Sono pazzo per te!.
MARA (smarrendosi negli occhi di lui): Ah! quando mi parli cos!... Quando mi guardi con quegli occhi!... C' il sole nei tuoi occhi, e io mi struggo e son felice! Vedi come divento?... Un cencio... Cosa tua... Cos ti son caduta nelle braccia e tornerei a cadervi mille volte!....
L'INDOVINA: Sentite a me, cristiani! Mettetevi in grazia di Dio, chi  in peccato mortale! che ho visto la cometa, sul paese, e predice cose brutte!.
NELA (stravolta, al vedere suo marito insieme a Mara): Sulla mia casa  la mala pianeta! Nella mia casa si piange a lagrime di sangue notte e giorno!....
NANNI (esasperato): Anche qui viene a farmi le scene adesso?.
NELA (senza dargli retta, sfidando quasi Mara cogli occhi ardenti di gelosia): Ha da bruciar viva nell'inferno colei che mi fa piangere a lagrime di sangue e mi fa consumare a fuoco lento!.
MARA (umilmente, sforzandosi di trattenere la sua immensa angoscia): Tu che sei cristiana, Nela... e sai come brucino quelle lagrime e quel fuoco... pensa a chi deve piangerle in secreto... e soffocarle, dentro... sempre!... Senza neanche poter chiedere piet e misericordia lass!....
NELA (disperatamente, quasi implorando colle braccia stese): Ma mio figlio che non ti ha fatto nulla, scellerata!... Almeno mio figlio che gli rubi anche il padre!....
MARA (smarrendosi del tutto): No!... Non ci reggo pi!.... (Fugge verso la chiesa barcollando e inciampando a ogni passo nelle vesti.)
NANNI (minaccioso, levando i pugni sulla moglie): Ah!... Com' vero Dio!....
NELA (imprecando): Scomunicati! Scomunicati tu e lei!....
BRUNO (frapponendosi allora fra marito e moglie): Lasciala, malacarne!.
NANNI: Tu?... Chi ti porta, fra marito e moglie?.
BRUNO: La tua mala sorte.
NELA (quasi fuori di s): No! no!....
(a Nanni, smarrita.)
Tu vattene! Vattene!....
(Nanni assai turbato va a cacciarsi tra la folla che esce di chiesa.)
BRUNO: Perch fugge?... E tu con chi ce l'avevi or ora?.
NELA: Colla mia mala sorte... La mia  la mala sorte!.
IL CANTASTORIE (continuando tra la folla la sua storia):
Il padre che faceva come un pazzo...
La figlia poi in punto di morte confess....
(Escono intanto dalla chiesa gli attori del Mistero. La folla ondeggia e bisbiglia in fondo alla piazza; i ragazzi agitando le palme - le verginelle gridando osanna. Le campane a stormo. Qualche vecchia si asciuga gli occhi dalla commozione. Voci diverse. - Gloria in eccelsis! - Viva Ges e Maria! - Signore, piet e misericordia pei nostri peccati!)
MARA (ginocchioni dinanzi la Chiesa). Piet e misericordia, Signore!... Popolo, mi confesso,... dinanzi a tutti quanti!....
BRUNO (con un grido selvaggio, brandendo l'accetta che porta alla cintura): Ah, fosse pure ai piedi dell'altare!.... (Corre a raggiungere Nanni tra la folla.)
(Un tafferuglio, un fuggi fuggi in fondo alla piazza. Poi un grido di morte. Nanni esce barcollando dalla ressa e va a cadere come un masso dinanzi a Mara.)
L'INDOVINA: Ah! La mala pianeta!.



Il mistero 2.
Libretto di Giovanni Monleone con annotazioni a matita e a penna del Verga (tra parentesi quadre nel testo telematico).


PERSONAGGI.

Lucia, ["(Mara) meglio Mara"].
L'Eremita, ["Si lasci pure l'Eremita"].

["N.B. - Anche l'Eremita si potrebbe mantenere, che  pi leggendario del Frate"].


PROLOGO.

Nella stanzuccia di Lucia... ["Mara"]
Presso la culla, Lucia, ["Mara"]
LUCIA ["Mara"]: Nella culla mi colcai / e quattr'angeli trovai, ["Benissimo"] / che teneano aperte l'ale / torno torno al capezzale... / e nel mezzo era Ges. / Ges disse... Un passo!?
(Mettersi in ascolto). No! ... La gelosia!! ["o gelosia! mi sembra pi chiaro"].
Oh! dormi, pomo! bozzolo d'oro!... ["Ma dormi, pomo! bozzolo d'oro!"]
Se la sapessi l'angoscia mia!... ["Se tu sapessi!"]. 
Dorme... Passero, che qui nel nido tuo padre scorda (sobbalzando), Vergine!... Un grido!! (s'inginocchia davanti all'Immagine e prega presto presto). ["Dorme... Passero che qui nel nido suo padre scorda (sobbalzando) Madonna! Un grido!! (s'inginocchia davanti all'Immagine e coprendosi con la sinistra prega presto presto"].
(... Bruno... rinchiude subito l'uscio cautamente). ["piano piano"]
BRUNO (spegne il lume. La scena resta al buio): Taci! ["Preferirei far spegnere il lume all'ultima battuta di Bruno, in fine della scena, pel cambiamento a vista di essa"].
LUCIA: Ch'essa rida di me?
BRUNO (minaccioso): Taci!!
LUCIA (singhiozzando): ... no!
BRUNO: Vuoi ch'egli m'uccida?
["Bisognerebbe sostituirvi qualche verso che indichi pi chiaramente (condizione indispensabile l'evidenza, nella rapidit e brevit del dramma lirico).
- Ah! quella scellerata che ti ruba a me! Cambiando naturalmente, per la rima, anche l'ultimo verso: - Vuoi ch'egli mi uccida?"].


ATTO UNICO.

La piazzetta del paese, sulla cima ["in vetta a"] d'un poggio... la vallata, che prima s'abbassa profonda e poi s'erge ["per ergersi poi"] (...) Davanti alla siepe, verso destra (...) Il palcoscenico s'accosta, ad angolo ["a destra"], alla chiesuola, a cui si accede ["cui si accede"] (...)

LA PROCESSIONE (dalla strada): Vergine Maria, / laudata virgo pia. / Vergine serena, / pi dell'alba pur mo'nata, / salutata / d'ogni grazia piena! / Vergine d'amore, / da te venne il dolce fiore; / qual da rosa bella / bocciolo mattutino, / d'oro fino / rilucente stella! ["Bello!"]
(La processione arriva in piazza. Procedono alcuni fanciulli recanti canestri donde spargono fiori. Seguono i personaggi del Mistero....) ["N.B. La banda non  necessaria. La metta il maestro se gli torna comodo".]
LA PROCESSIONE (sulla piazza): Pura come bianco giglio, / bianca pi che neve, / passi lieve, / lieve sfiori; / e ove passi sboccian fiori, / e il tuo viso / nel sorriso / di vermiglio / ci rivela il paradiso. / Salve, Vergine soave! / Salve! Osanna! Ave! ["Bello e ben trovato"].
L'EREMITA (dagli scalini...): ...Guai se talun che fosse indegno!... se ancor sozzo di peccato!... ["per miglior chiarezza sostituirei: - fosse indegno della veste che indossa e del personaggio che rappresenta".]
NELA (guardandolo con la passione negli occhi): ["Bene!"] Se t'amo!... Dio sa la mia vita!... Che notti!... Mio padre nel Feudo... io anela alla fessura dell'uscio a spiar lungi nella via...
E la paura nel sangue!... e l'anima sospesa nell'attesa!... Poi giungevi,... amore!!... ed era tutta la primavera che mi sbocciava in cuore!...
Ora per te mi rendo vile, e un'abbietta commedia gioco, e il padre e il Cielo offendo... ch sol per te la temo la vendetta!...
BRUNO (calmo ma risoluto): Morire!... E sia! - D'una vedova il lutto...
e un orfano... - Ecco tutto. (infiammandosi, con impeto.) Ma per lasciarti, Nela, no, morire!
quella follia che nel sole di giugno
il primo ti strappava grido d'amore, ardermi come lava ancor oggi la sento nelle vene!
Non ti sovviene di quel d fiammante?...
Tu ritta e tentatrice in mezzo al grano ridesti a me anelante; sicch vinta ti ha tocca la mia mano, e il primo bacio te l'ho dato in bocca!... ["Tutta questa scena va benissimo".]
NELA (smarrendosi negli occhi di lui): Ah! parlami cos!... Ecco, son tua!... Siccome una mala nell'anima mi canta la tua voce... e il morso atroce sopisce del rimorso, e tutta dolce fa la colpa e pia!... quel che ti ho dato l nell'abbandono fu bacio di peccato e di amarezza... oggi  l'anima mia che ti carezza, e il labbro chiede e mormora perdono! ...
L'INDOVINA (nel crocchio delle donne in fondo): Meglio mettersi in grazia di Dio, ch stanotte pass la cometa! ["Qui bisogna mettere in rilievo l'ammonimento - quasi la minaccia - che  nelle parole dell'Indovina - Cristiani, sentite a me! Mettiamoci in grazia di Dio chi  in peccato mortale! Ch stanotte ho visto la cometa, al paese, e predice cose brutte! - E Lucia di rimando; - Sulla mia casa  la mala pianeta! Nella mia casa ecc. ecc."]
LUCIA (piombando in piazza, stravolta): Cadde sulla mia casa! L dentro c' chi lacrima sangue!
BRUNO (esasperato): Che vuoi?...
LUCIA (senza dargli retta, sfidando quasi Nela cogli occhi ardenti): Ma viva ha da bruciare nell'inferno quella che il cuor mi rode!...
LUCIA ["Mara"] (sempre pi veemente): ...le far malo gioco, ch lo sa Cristo se ci ho dentro fuoco. ["ch lo sa Iddio se ci ho qui dentro fuoco".] ["N.B. Il popolo dice Cristo quando bestemmia".]
NELA (accorata, quasi umile): Tu che ci credi in Cristo e vedi se strazia quella fiamma... ["Avevo fatto dire a Nela - Tu che sei cristiana, ecc. non nel senso che Nela fosse miscredente, ma piuttosto Tu che sei cristiana e pietosa e indulgente alle colpe altrui o misericordiosa - e mi sembra pi efficace in quella implorazione umile di donna che si accusa e domanda perdono del suo fallo. Bisognerebbe anche lasciarle dire tutto senza l'interruzione di Bruno e di Lucia: almeno lasciarle esprimere intero e chiaramente il suo pensiero".]
BRUNO (a Nela): Va! t'aspettano!
NELA: ... pensa a chi l'ha nel cuore! e ci si danna! e tace!! ...
LUCIA (interrompendo): ...e non pu chiedere piet lass!

LUCIA ["Mara"] (con subita tenerezza a Nela inquieta): Non per me, Nela... ma c' un innocente!... per lui ti supplico! Picciolo amore! che non ti ha fatto niente!... e il male che gli fai manco non sa!... Vedessi!... nella culla come un passero frulla... E quel suo riso  tutto il mio dolore... E nel suo viso  Dio!...
(scoppia in singhiozzi e cade ginocchioni davanti a lei.)
Orfano mio!... ["Lucia non implora qui Dice fra le lagrime roventi - Ma mio figlio che non ti fa fatto nulla > perch < come non hai compassione almeno di lui, che gli rubi il padre? - Battuta breve ed eloquente".]
NELA (sconvolta): Ah non posso pi (fugge verso la chiesa). ["Non ci reggo pi mi sembra pi efficace. (Fugge). A me sembra necessario lasciare a questo punto la breve scena che avevo messo nella trama, per spiegare il nascere del primo sospetto di Rocco, che le parole del cantastorie poi e la confessione pubblica della figlia confermano. Ma ad ogni modo se si vuol togliere per brevit, si pu far cos, appena si allontana Nela"].
FOLLA: La Vergine!
(Al grido della folla giunge in piazza Rocco.)
LUCIA (scorgendolo con un urlo che non pu reprimere): Bruno!! (Bruno, scossosi, si caccia tra la folla, seguito da Lucia).
ROCCO (che s' accorto della fuga): E' lui!
["LUCIA (imprecandole dietro): - Scomunicata!"]
["BRUNO (minaccioso): Taci!"]
["LUCIA: Scomunicati tutt'e due! Sopraggiunge in quella Rocco. Bruno > al vederlo < che sta per inveire sulla moglie, al veder Rocco scappa anche lui verso il fondo, cacciandosi nella folla."]
["ROCCO (a Lucia): Di chi parli? E lui perch scappa?"]
["LUCIA - < (No! No!) > (sbigottita): No! non ho detto nulla!... Per carit!..."]
NELA (atterrita): No!
ROCCO (veemente, per avviarsi): Che sai?
NELA (sbarrandogli il passo): Lascialo!
IL CANTASTORIE (in fondo): ...ma nel morir la figlia al confessore disse: Mi pesa in cuore un gran peccato!.
D, su! - fa il vecchio, e lei: Fu per amore...!
NELA (che non sa pi resistere, con atto improvviso e disperato, gettandosi ginocchioni davanti al popolo, della chiesa): Gente di Cristo, m'odi, io mi confesso!
LA FOLLA (avvicinandosi curiosa):
Il Mistero!
Comincia!
- Zitti, adesso!
NELA: Quella ch'io fingo terra e Cielo inganna!
LA FOLLA: Che dice? !
NELA: ...e in fornicar l'anima danna e a s fa strazio!
LA FOLLA: Zitti!
- Parla oscura, in parabola. ["La scena corre benissimo sino a questo punto. Dopo bisogna accorciarla. La confessione di Nela, chiara e commovente - Ho peccato e ne domando perdono a Dio e agli uomini e il grido di Rocco alle ultime sue parole - Ah! fosse ai piedi dell'altare! La scena di tumulto, poi l'immagine dell'Indovina, quasi fatidica - Ah la mala pianeta!"]
NELA: ... e, vile, ess'ha paura del serpe che l'attorce... ["No, in quelle condizioni d'animo in cui l'ha lasciata Rocco essa non pu dir cos".]
LA FOLLA (ammirata): Bello! ["Troppo lunga la scena in questo punto".]
NELA: ...e il frutto, che le fu dolce,  fiele! sicch tutto la attosca!
LA FOLLA: Bene !
NELA: Or l'anima a salvare, ecco, s'umilia!...
ROCCO (che in fondo all'allegoria di Nela ha scorto il vero: con un grido selvaggio): Ah fosse in sull'altare!!...
(si precipita in fondo e cerca pazzo tra la folla.)
NELA (proseguendo con pi ardore e curvandosi a toccare colle labbra il suolo): ... bacia la terra!!... (Un tafferuglio davanti alla chiesa).
LA FOLLA (urlando e agitandosi inorridita): Uhh!!
NELA: ... e a te si snuda cos com' - Io Vergine??... (Bruno esce dalla ressa, barcollante e va a cadere come un masso davanti a Nela). Sua druda!! (s'accoscia come a sprofondarsi, e si nasconde inorridita la faccia).
LA FOLLA (in iscompiglio e in fuga): Uhhh!!!...
L'INDOVINA (in mezzo, colle mani ne' capelli: La cometa!! ["Ah! la mala pianeta!"].



Inediti per il teatro.


Le farfalle.
Inedita.
(1893).


PERSONAGGI.

D'Almia, mondano, libertino per leggerezza e per posa, 32 anni.
La Marchesa, sua moglie, elegante, civettuola, guasta pi che altro dall'esempio, 25 anni.
La Motta, giovane alla moda, un po' discolo, stanco per di correre la cavallina, 35 anni.
Donna Vittoria Serralta, mondana, compromessa e disillusa, un po' scettica, gran dama, 36 anni.
Gelmi, bel giovane, legato a Donna Vittoria, stanco per, e umiliato da questa catena, 32 anni.
La Contessa Malariva, 40 anni.
Donna Bianca, sua figlia, civettuola, spiritosa, 19 anni.
Donna Faustina, zitellona, curiosa, indiscreta, avida di intrighi suoi e altrui, 45 anni.
Giannetto Miramonte, gran signore, corretto, indulgente per scetticismo, 48 anni.
Sanvitale, sportman, rompicollo, scettico, 40 anni.
Grammilla, l'ombra di Sanvitale, ragazzo che posa a far lo scettico e l'annoiato, 20 anni.
Nardi, bottegaio arricchito, scimmiotta i signori, geloso della moglie, 39 anni.
La Signora Nardi, sua moglie, scimmiotta le mondane, vana ma onesta in fondo, 30 anni.
Regalmetta, giuocatore, l'amico di tutti, frequenta tutti i ritrovi eleganti, 50 anni.
Rigoli, vecchio ganimede, mondano, elegante, 54 anni.
St. Laurent, commesso viaggiatore, presuntuoso, maleducato, volgare, 30 anni.
Geremei, suo collega, pi riservato per timidezza, volgare anch'esso, 28 anni.
Sommer, ricco e rozzo inglese, 55 anni.
Mss Sommer, sua moglie, avara e puritana, 48 anni.
Florence, loro figlia, sentimentale e pretenziosa, 24 anni.
Mand, ragazzina insipida, 10 anni.
Bem, ragazzo maleducato, 12 anni.
Miss Lucy, governante dei ragazzi Sommer, zitellona arcigna, 35 anni.
Ende, professore tedesco, pesante e dotto, 58 anni.
Mss Ende, sua moglie, ammiratrice eterna del marito, 42 anni.
Libenau, loro compagno di viaggio, curioso e sciocco, 50 anni.
Il Maestro, di pianoforte, povero diavolo allampanato e timido, 35 anni.
Il Professore, di magnetismo fisico e di prestidigitazione, ciarlatano, 40 anni.
Giovanni, mastro di casa dell'albergo, dignitoso e corretto, 50 anni.
Giustino, cameriere, astuto, servizievole e sgarbato secondo i casi, 35 anni.
Un cameriere.
Villeggianti, Canottieri, Barcaiuoli, Contadini.

Preludio sinfonico, a sipario calato, che incomincia colle prime battute del valzer Godetevi la vita e colorisce l'allegria spensierata e la festevolezza dei villeggianti, la quale a poco a poco muore e si fonde nella frase larga della quiete sul lago, col soffio del venticello e il fiotto sommesso dell'onda sul greto; poscia il suonare delle ore nei paesetti circostanti, dileguando e perdendosi lontano, la canzone villereccia che passa e s'affievolisce, mutandosi grado grado, nel canto pi fine della folla elegante che porta in quei luoghi la nota mondana - civetteria, leggerezza, intrighi galanti, amori frivoli e passeggeri di cui la vanit  la nota fondamentale, e che la gelosia accarezza pi che non punga. - E infine il fischio e il rumore del battello a vapore che arriva; portando il tumulto e la festa dei nuovi venuti, fondendosi di nuovo col motivo del valzer accennato nelle prime battute, il quale continua poi suonato al pianoforte ch' sulla scena, a sipario levato, per tutto il tempo che si balla.


ATTO PRIMO.

Porte della gran sala a terreno dell'Albergo Di Villa d'Este - il viale a destra - La terrazza e poi il lago di Como in fondo. Grandi usci e vetri che mettono dalla sala nel viale e sulla terrazza. Lume di luna sul viale e sulla terrazza che sono pure illuminati da lampioncini alla veneziana. Le ville dell'altra sponda del lago illuminate a festa.
Nella sala, a destra, un biliardino. Pi in l, fra i due usci un canap. Un altro canap in fondo e un tavolino. A sinistra un caminetto con specchio e due poltrone. Poi il pianoforte, e infine una tavola preparata pel giuocatore di bussolotti. All'angolo a sinistra un altro canap e tavolino come a destra.
Seggiole e tavolini rustici nel viale. Il fondo della scena semicircolare.


SCENA PRIMA.
Gelmi al pianoforte. Il Maestro in piedi accanto a lui. Giovanni sorvegliando Giustino e il Cameriere che preparano la tavola pel giuocatore di bussolotti. Libenau in piedi accanto a loro osservando i preparativi fra timido e curioso. Ende e Mss. Ende seduti in fondo a sinistra leggendo e bevendo della birra. Sommer e Mss. Sommer giuocando agli scacchi su di un piccolo tavolino sul davanti. Florence e Miss Lucy giuocando al biliardino. Bem e Mand ballando insieme e rincorrendosi pel viale. La Contessa e donna Faustina sedute presso il caminetto a sinistra. La Motta, Regalmetta e Miramonte in piedi discorrendo con loro. Geremei e St. Laurent un po' pi in l, sul davanti, in piedi, rivolti verso la sala. Grammilla sul viale, dinanzi all'uscio, fumando una sigaretta.
Al levarsi del sipario Donna Vittoria sta ballando il valzer con Rigoli; la Signora Nardi incomincia in quel punto a destra il suo giro con Sanvitale; Donna Bianca invece sta per terminare il suo con Nardi a sinistra.
N.B. Le coppie fanno un giro o due di valzer, l'una dopo l'altra. Tutti sono in abito da mattina: le signore col cappello in testa tranne Donna Bianca. Sanvitale e Grammilla in costume di canottieri.

ST. LAURENT (a Geremei): C'est joli!
GEREMEI: Oui, c'est trs joli.
DONNA BIANCA (lasciando Nardi, il quale passa a sinistra, e correndo verso La Motta gaia e sorridente, inchinandoglisi comicamente, e facendosi vento col ventaglio tenuto a due mani): Voil!
NARDI (stanco e anelante, lasciandosi cadere su di una seggiola accanto alla Contessa): Ah!... Una... una silfide la sua figliuola... Ah!
LA MOTTA (applaudisce ridendo).
MIRAMONTE (invitando Donna Bianca): Donna Bianca... un altro giro?...
DONNA BIANCA (accettando): Grazie... a lei!
LA MOTTA (in tono di scherzo): E tanto peggio per gli altri!
DONNA BIANCA (ricominciando a ballare con Miramonte): Ma s!
DONNA FAUSTINA: Veramente  una vergogna... questi signori che si fanno pregare!...
NARDI (protestando): Cio... cio...
REGALMETTA (alla Contessa per evitare Donna Faustina): Eccomi qua, contessa. Non si dir mai...
LA CONTESSA (ridendo): Oh, Regalmetta che diventa galante... colle mamme!...
DONNA FAUSTINA (leziosa): Regalmetta, quando non giuoca,  la stessa galanteria.
REGALMETTA (facendo un passo indietro e accostandosi a La Motta): Grazie, grazie!... piano. Non mi pigli!
DONNA VITTORIA (cessando di ballare con Rigoli, gaiamente, come eccitata dal valzer):D'Almia? Dov' D'Almia?
RIGOLI: D'Almia! D'Almia!
GRAMMILLA (entrando): D'Almia  andato ad incontrare sua moglie, che deve arrivare col battello, adesso.
(Rigoli passa a sinistra. Bem e Mand si fermano un momento a guardare sull'uscio. Poi vanno a raggiungere Florence e Miss Lucy al biliardino.)
REGALMETTA (invitando Donna Vittoria): Se posso sostituirlo... indegnamente...
DONNA VITTORIA (accettando): Che guignon!
GRAMMILLA (sarcastico): Il dovere innanzi tutto!
GELMI (per alzarsi): Auff! Maestro, a lei!
DONNA VITTORIA: No, Gelmi! S'andava tanto bene cos! (ricomincia a ballare con Regalmetta).
(Sommer e Mss. Sommer seccati vanno a giuocare in fondo, a destra, lanciando occhiate furibonde ai ballerini. Florence e Miss Lucy smettono di giuocare per veder ballare. Bem e Mand si mettono a giocare al biliardino.)
DONNA FAUSTINA (civettando con Grammilla): E lei non lo fa il suo dovere di ballerino... alla sua et?...
GRAMMILLA (come sopra): No, lo lascio fare al mio amico Rigoli che  pi giovane di me.
DONNA FAUSTINA (fra i denti, piano a Rigoli, per adescarlo): Per lo meno  pi gentile!
RIGOLI (allontanandosene anche lui con un comico inchino): No no, non merito tanto! (Rivolto a Sanvitale il quale si  fermato in quel punto colla Signora Nardi a sinistra): Se fa delle pazzie anche Sanvitale, adesso!...
GRAMMILLA (c.s.): Il faut que jeunesse se passe!
SANVITALE (gaiamente): Colpa della Signora Nardi! Ti farebbe perdere la testa anche a te, giovane Mentore!...
LA SIGNORA NARDI (minacciando Sanvitale col ventaglio): Matto!... Sapete bene quel che si dice... coi matti!...
RIGOLI (alla Signora Nardi, supplichevole, invitandola a ballare): Per l'amor di Dio... Non mi lasci Donna Faustina sulle spalle!
NARDI (accostandosi alla moglie premuroso): Gigina, riposati adesso!... Guarda, sei gi accesa!...
LA SIGNORA NARDI (piano, seccata): Non dite sciocchezze, per carit! (Piano a Rigoli civettando). Povera Donna Faustina!... come siete cattivi con lei... tutti quanti! (Si d una ravviata ai capelli, guardandosi nello specchio. Nardi mortificato risale verso il fondo, a sinistra.)
SANVITALE (piano a La Motta e Grammilla): Una donnina deliziosa miei cari!... Tutte le grazie dell'innocenza... curiosa, diremmo! (forte dietro le spalle della Signora Nardi.) Deliziosa! (Continua a parlarle all'orecchio.)
LA SIGNORA NARDI (con uno scoppio di riso provocante, tappandosi le orecchie e correndo a sedere a destra sul canap): Che orrore!
SANVITALE (correndole dietro): S, s, parola d'onore! (Florence e Miss Lucy sortono sul viale a destra.)
LIBENAU (timidamente a Giovanni): Pre-sti-di-gi-ta-zione?
GIOVANNI (contegnoso): Ja!
LIBENAU (va a ripetere a Ende): Pre-sti-di-gi-ta-zione!
ST. LAURENT (a Geremei): Vous ne dansez pas, voyons?
GEREMEI: Je ne connais personne.
ST. LAURENT: Mais l'on se fait connatre, parbleau! [sic]
(Va ad invitare Donna Faustina, la quale si precipita ad accettare.
Geremei passa a destra, cercando di pigliare parte al giuoco di Bem e Mand, i quali lo guardano corrucciati e vanno ad osservare i preparativi pel giuoco di bussolotti in fondo a sinistra. Florence e Miss Lucy si fermano sull'uscio a destra, guardando nella sala curiose.)
ENDE (brontolando): Dass (sic.) ist lustig! (si pronunci Das ist lustic).
MISS ENDE: Wie viele laente (sic.) (pron.: Vi file leute)
LIBENAU: Ja! ja! (Ende, Mr. Ende e Libenau escono sulla terrazza.)
DONNA BIANCA (fermandosi a sinistra, ancora ansante, con grazia maliziosa a Miramonte che le s'inchina, ma con un'occhiata di rimprovero a La Motta): Ma grazie... a lei!
LA CONTESSA (alzandosi e avvicinandosi alla figliuola): Bianca... basta ora. Ti stancherai troppo!
DONNA BIANCA (supplichevole): No, mamma! Mi diverto tanto!
LA MOTTA (invitandola per scherzo): Allora... se vuol divertirsi ancora...
DONNA BIANCA (ironicamente): Oh... lei! ... si degnerebbe! ...
RIGOLI (supplicandola comicamente col cappello in mano): Fate la carit... anche a Don Guritano!...
DONNA MARIA (risolutamente e ridendo con malizia, accettando l'invito): A Don Guritano, s! (Ricomincia a ballare con Rigoli).
GRAMMILLA (alla Contessa, ironico): Ma s, ma s, lasciamo divertire la giovent! (Risale verso il fondo a sinistra colla Contessa e Miramonte. Bem e Mand escono sulla terrazza.)
REGALMETTA (fermandosi a destra con Donna Vittoria, col fiato ai denti): Per l'amor di Dio... Donna Vittoria!...
DONNA VITTORIA (gaiamente): Povero Regalmetta! Non ne pu pi... Che peccato!...
REGALMETTA (ansante): No... E' che fa perdere la testa davvero... lei!... (Si butta a sedere su di una poltrona a sinistra.)
LA MOTTA (gaiamente, correndo dietro a Donna Vittoria): Donna Vittoria!... Voglio perdere la testa anch'io!...
DONNA VITTORIA (eccitata, ridendo anche lei): Ma s... volentieri!...
LA MOTTA (passandole il braccio intorno alla vita): Lass... nell'azzurro...
DONNA VITTORIA (come sopra): S, s! (Ricomincia a ballare con La Motta - Miramonte passa a sinistra.)
ST. LAURENT (dopo aver accompagnato a sinistra Donna Faustina, a Geremei. trionfante): Voil comme a se fait, mon cher!


SCENA SECONDA.

LA MARCHESA (dalla sinistra in fondo e detti).
LA MARCHESA (esitando gaiamente): Ed io? Ed io, signori miei?
MIRAMONTE (correndole incontro): Ah, la Marchesa d'Almia! Evviva!
GRAMMILLA: Evviva la Marchesa! Ipp! ipp! ipp!
(Regalmetta, Sanvitale, Miramonte, Grammilla, Donna Faustina circondano la Marchesa facendole festa. Gelmi, smette di suonare e va a salutarla anche lui.)
NARDI (passando a destra, piano alla moglie): Senti... Non  per fare delle osservazioni...
SIGNORA NARDI (piano, seccata): Ah! Ricominciamo colle osservazioni!...
(La Contessa ridiscendendo a destra s'unisce a loro due.)
NARDI (forte): Graziosissima... Un'entrain!... (sic)
DONNA VITTORIA (che quasi non si  accorta di esser cessata la musica, staccandosi vivamente da La Motta, e scendendo verso la Marchesa, festosamente, quasi ancora inebriata dal valzer, ridendo): Brava, Mary! Ci trovi in piena ebbrezza, come vedi!
LA MARCHESA (sorridendo anche lei, ma a denti stretti): Vedo! vedo!
RIGOLI (senza lasciare il braccio di Donna Bianca): Ci mancava lei... alla festa, marchesa!...
LA MARCHESA (gaiamente): Eccomi! eccomi qua!
DONNA FAUSTINA: Un secolo che ti si aspetta!
LA MARCHESA (un po' confusa nella ressa che le fanno intorno gli amici): Mia madre non voleva lasciarmi scappare, poveretta... Addio, Miramonte! Addio, Grammilla! (stringendo loro la mano e cercando quasi nella folla.) Vorrei salutare anche mio marito, se ci fosse...
GRAMMILLA: E' andato ad aspettarla allo sbarcatoio... poich lei doveva venire dall'altra parte.
LA MARCHESA (ridendo): Proprio! Passiamo il tempo a correrci dietro, con mio marito!
DONNA FAUSTINA: Sei venuta in carrozza?
LA MARCHESA (gaiamente): S, or ora, tal quale mi vedete. Adesso fatemi ballare. Voglio anch'io la mia parte di Godetevi la vita!.
MIRAMONTE: Eccomi!
REGALMETTA: Eccomi!
GELMI: Eccomi!
LA MARCHESA: No, lei stia al suo posto. L, al piano... Al pi bravo!...
(Butta in aria il fazzoletto che Regalmetta e Miramonte si precipitano a disputarsi: Sanvitale meno premurosamente e Grammilla solo pro forma. Gelmi torna al piano. Grammilla, per rinuncia subito a dar la caccia al fazzoletto e va a raggiungere La Motta che  disceso sul davanti a sinistra.)
SOMMER (chiamando infuriato): Cameriere?
GIUSTINO (accorrendo): Monsieur?
(Sommer gli parla sottovoce, a solo, e Giustino va a riferire a Giovanni, il quale gli volta le spalle, senza dargli retta, ed esce dalla sinistra insieme all'altro Cameriere, Sommer e Mss. Sommer piantano l gli scacchi ed escono sulla terrazza.)
LA MOTTA (a Grammilla): Mi fai il piacere di presentarmi alla Marchesa D'Almia?
GRAMMILLA: Volentieri (Avvicinandosi insieme a La Motta alla Marchesa.) Marchesa, mi permette di presentarle il mio amico La Motta?
(Regalmetta intanto si  impadronito del fazzoletto. Ma Miramonte, pi lesto, ha gi passato il braccio intorno alla vita della Marchesa, la quale stende la sinistra a La Motta, ridendo, mentre posa la destra sull'omero di Miramonte, e fugge via ballando con lui. Donna Vittoria e Donna Faustina s'avvicinano a Gelmi il quale sta suonando. Regalmetta insegue Miramonte e la Marchesa gridando): Al ladro! Al ladro!
LA CONTESSA (a Rigoli, il quale sta per ricominciare a ballare con Donna Bianca): Ma anche lei, Rigoli!...
RIGOLI (comicamente risentito): Come, anche lei?... Li sfido tutti quanti!... (Ricomincia a ballare con Donna Bianca.)
SIGNORA NARDI (piano al marito): Perch non vi siete fatto presentare alla Marchesa d'Almia?
NARDI: Ma non posso cogliere la gente al volo, mia cara!... Lasciala prima fiatare...
SIGNORA NARDI (accennando alla Contessa che ritorna a sinistra, piano): Almeno non vi fate udire, per carit!
(Forte, avvicinandosi a Sanvitale con civetteria, scherzosa.) E' rimasto a mani vuote? Ci ho gusto!
SANVITALE (a mezza voce, con galanteria): Anch'io... se ella me ne sar grata! Je meure (sic) ou je m'attache!
LA SIGNORA NARDI (come sopra): Oh, poveretta me, se le credessi!
SANVITALE (come sopra): Ingrata!
DONNA FAUSTINA (che si avvicina a loro, passando a destra, cogliendo la parola a volo curiosa e indiscreta, ma insinuante): Anche ingrata!
SANVITALE (presso il biliardino): Dica lei, Donna Faustina. Le offro d'insegnarle il giuoco...
LA SIGNORA NARDI (leziosa e civettando): No, non voglio che m'insegni nulla lei!
DONNA FAUSTINA (insinuante): Vediamo, vediamo.
SANVITALE: No, lei ci fa soggezione.
ST. LAURENT (a Geremei): Vous ne dansez pas donc? Voyons!
GEREMEI: Je ne connais personne.
ST. LAURENT: Mais l'on se fait connatre, parbleu. Venez.
REGALMETTA (come sopra, passando accanto a Donna Faustina): Questo si chiama rubare al giuoco.
DONNA FAUSTINA (offrendoglisi): Povero Regalmetta! Eccomi qua io!
ST. LAURENT (presentandole Geremei): Voulez vous me permettre, madame...
DONNA FAUSTINA (alteramente, voltandogli le spalle, e allontanandosi al braccio di Regalmetta): Je ne vous connais pas, monsieur.
REGALMETTA (tirandosi dietro a malincuore Donna Faustina): Ma no! Ma no! Non mi lascio cambiare le carte in mano!
ST. LAURENT (scombussolato, risalendo a sinistra con Geremei): Ah!... Mais c'est trop fort!
DONNA VITTORIA (scendendo a destra con Grammilla per schivare St. Laurent): E' terribile quel signore!
GRAMMILLA: Per carit, Vittoria!... Lasciamo stare Sanvitale che fa il ragazzo!...
DONNA VITTORIA: Fa come lui, cugino mio. Da retta!
GRAMMILLA: Oh, se do retta a te!...
(La Marchesa e Miramonte si fermano a sinistra; Donna Bianca e Rigoli a destra. St. Laurent e Geremei escono sulla terrazza.)
GELMI: Punto coronato, e punto fermo! (alzandosi). Adesso il soldino pel suonatore... Vediamo, signore mie, un giretto pel povero cieco?...
(La Motta passa a destra.)
LA MARCHESA (a Gelmi ridendo ancora ansante): Ah... Sar per un'altra volta...
LA CONTESSA (a Donna Bianca): Bianca, basta davvero, adesso!
LA SIGNORA NARDI (a Gelmi il quale passa dall'una all'altra): Scusi... Vede bene... (Accenna al giuoco che le spiega Sanvitale.)
DONNA FAUSTINA (a Gelmi leziosa): Mi rincresce... Ma non vorrei rapirla a tante belle signore... Vittoria, per esempio...
GELMI (inchinandosi ironico, e voltandole subito le spalle): Io non osavo chieder tanto!...
DONNA FAUSTINA (fra i denti, passando a destra): Malcreato!
DONNA VITTORIA (seccata, ma fingendo di non accorgersi dell'allusione, e del rifiuto inflitto a Gelmi, pigliando il braccio di lui): Si faccia rapire da me. Andiamo a vedere cosa ci preparano laggi. (Passa a sinistra con Gelmi.)
SANVITALE (fingendo di sbagliare il colpo, e di urtare colla stecca La Motta ridendo): Scusa... Ecco cosa succede a voler mettere il naso nel giuoco altrui!...
DONNA FAUSTINA (punta dall'allusione): S' un giuoco che lo sanno tutti, caro mio!... Mi rincresce per Vittoria... (Risale a destra.)
GELMI (a Donna Vittoria piano ma irritato, con un sorriso amaro passando a sinistra): Vi ringrazio... tanto pi che sono al bando dei vostri amici!... Ma non voglio compromettervi maggiormente!...
DONNA VITTORIA (con un sorriso amaro): Oh!... (Incontrando la Marchesa nel risalire verso il fondo a sinistra) - Cara Mary!...
REGALMETTA (pigliando il braccio di Gelmi continuando a risalire con lui verso il fondo, a sinistra): Vede, se c' giustizia a questo mondo...
(Miramonte passa a destra.)
RIGOLI (a Donna Bianca la quale passa a sinistra): Grazie tante, Donna Bianca.
(Rigoli rimane a destra.)
LA MOTTA (seguendo Donna Bianca la quale s'avvicina allo specchio, a sinistra, in tono di scherzo): Io per non la ringrazio, sa!
DONNA BIANCA (ancora ansante ma sorridente, con ironia): Oh, non c' di che... Non aveva neppur lei una gran voglia di ballare... Almeno con me!... Ci ha altro pel capo oggi, lei!
LA MOTTA (come sopra): Che cosa, vediamo?
DONNA BIANCA (soffermandosi appena colla medesima aria ironica): Ma... che ne so io... (Guardando in aria). Le nuvole che passano... Guardi, l, nello specchio... (Gli volta le spalle e ritorna a destra).
LA MOTTA (voltandosi e vedendo Donna Vittoria che si  avvicinata colla Marchesa, come sopra): Oh! Donna Vittoria!
DONNA VITTORIA (sul medesimo tono di scherzo): Oh! La Motta che casca dalle nuvole.
LA MARCHESA (Anche lei in tono di scherzo, ma alquanto ironica): Ma... Mi pare che ci siate un po' tutti in piena ebbrezza, qui!... Ballate con tanto entusiasmo! (a La Motta). Scusi, poco fa avevo anch'io il mio valzer nella testa... Ora facciamo meglio conoscenza... con tutt'e due le mani... (volgendosi a Donna Vittoria, gaiamente, ma con una sfumatura di sarcasmo). Voglio esserci anch'io... della festa!...
DONNA VITTORIA (con gaiezza amara): S!... Godiamoci la vita!... (risale verso il fondo a sinistra, raggiungendo Gelmi con cui parla animatamente sottovoce).
LA MARCHESA (piano a La Motta): Ah, sembra che facciate strage di cuori qui!
LA MOTTA (piano, vivamente): Badate, Mary! Ci osservano!
LA MARCHESA (forte, come continuando il discorso in tono naturale): La conoscevo un po', per via delle mie amiche... Ma sono stata tanto tempo assente... viaggiando di qua e di l... Anche lei, so...
LA MOTTA: S, fo un po' anch'io l'Ebreo Errante. (Sommer e Miss Sommer escono dalla destra.)
LA MARCHESA: E adesso  qui da un pezzo?
LA MOTTA (sottovoce e sorridendo): Da che lei mi ha ordinato di venire ad aspettarla qui.
LA MARCHESA (piano anche lei, e in aria di rimprovero): Valeva proprio la pena... per trovarvi a civettare con tutte quante... Chi  quella ragazza con cui parlavate poco fa?
LA MOTTA: La contessina Malariva.
LA MARCHESA (c.s. vivamente): Badate che detesto la contessima Malariva!
LA MOTTA (sorridendo): Oh!... Una bambina che ho veduto crescere sotto i miei occhi, quasi!
LA MARCHESA: Per questo vi pianta addosso quegli occhi... adesso ch' cresciuta!... E voi vi lasciate adorare dalle ragazze e dalle maritate anche!... Ho sentito parlare sino in Brianza delle vostre gesta con Vittoria!
LA MOTTA: Gesta, no! Ma non potevo neppure far l'orso con tutte quante... perch si capisce che...
LA MARCHESA: So! so!... Un riguardo delicato che mi usate, corteggiando le mie amiche... Cos, vedendovi fra le braccia di questa e di quella... Non negate! Vi ho visto io! Bisogna vedere il viso che avevate tutti e due ballando il valzer! ... Un'indecenza!
LA MOTTA (piano, con calore ma in tono affettuosamente scherzevole): Ah, come siete bella!... Non vi ho visto mai quegli occhi!...
LA MARCHESA (sottovoce, bruscamente, accorgendosi di suo marito che  arrivato dalla destra, dietro le spalle di La Motta): Badate! Lui!


SCENA TERZA.

D'ALAMIA (dalla destra e detti).
LA MOTTA (senza voltarsi, e col tono di chi continua un discorso gi incominciato): Sono lietissimo, marchesa... Desideravo da un pezzo...
LA MARCHESA (stendendo la mano a suo marito): Ah, finalmente!
D'ALAMIA: Scusami, Mary, credevo che tu venissi col battello, ed ero andato...
LA MARCHESA: No, il lago mi fa paura, di sera. Mi rincresce di non aver pensato a prevenirti... (presentando La Motta) Il signor La Motta: il marchese d'Almia, mio marito.
ST. LAURENT (in questo tempo si  avvicinato a Mand facendole una carezza per attaccare conversazione colla sorella. Mand lo guarda corrucciata, e gli volta sgarbatamente le spalle, andando a raggiungere Florence e Miss Lucy insieme a Bem. St. Laurent si accosta salutando graziosamente Florence e Miss Lucy): C'est ferique! N'est-ce pas, mesdemoiselles?
(Florence, Lucy, Bem e Mand voltano le spalle e sortono dalla destra senza rispondere.)
D'ALAMIA (salutando La Motta): Ho gi il piacere...
LA MARCHESA: E' vero. Fra voi altri che siete da un pezzo qui... nella festa...
ST. LAURENT (rientrando e fermandosi dinanzi al tavolino del giuocatore di bussolotti insieme a Geremei): Ils ne sont pas aimables ici!
D'ALAMIA (alla moglie): Anche tu, cara Mary!... I miei complimenti alla villeggiatura di tua madre! Non ti ho mai visto cos bella cara!
LA MARCHESA (a La Motta il quale fa per allontanarsi discretamente, ridendo): No, no. Non abbia timore che mio marito mi guasti di soverchio. (Vedendo Regalmetta che le si avvicina agitando in aria il suo fazzoletto): Ah! bravo. Il mio fazzoletto!...
REGALMETTA: Nossignora! Nossignora! Il mio valzer, o tengo il pegno!
LA MARCHESA (come sopra ridendo): Me ne duole, caro Regalmetta, non posso pi far la matta, ora che c' qui il mio signore e padrone.
DONNA VITTORIA (ch' ridiscesa a sinistra, unendosi a loro, a Regalmetta, accennando al fazzoletto ch'egli tiene ancora in mano, ridendo): Se lo leghi al dito, e non se ne parli pi.
LA MARCHESA (a Regalmetta in tono ironico ch' rivolto a Donna Vittoria ridendo): Ecco qui Vittoria, ch' libera come l'aria. Tenti con lei.
DONNA VITTORIA (ribattendo il sarcasmo col sarcasmo, in aria di scherzo): Quanto a tentarmi... Non c' che La Motta o tuo marito per ballare il valzer!
LA MARCHESA (come sopra): Oh... Se non  che questo... Ti cedo il posto, mia cara!... (Passa a destra. Presentazione fra la Contessa Donna Bianca e la Marchesa).
REGALMETTA (verso Donna Vittoria): Protesto! protesto!
D'ALAMIA (a Regalmetta intercettandogli il passo verso Donna Vittoria della quale prende il braccio): Scusa. Hai inteso, tocca a me!
DONNA VITTORIA (come sopra): Cio, cio... tutt'al pi a met con La Motta!...
D'ALAMIA (allontanandosi con Donna Vittoria, piano in tono di scherzoso rimprovero): Ah! Vuol proprio che ci tagliamo la gola, con La Motta!
DONNA VITTORIA (come sopra): Oh, caro D'Almia. Lei prende il valzer troppo sul serio!
D'ALAMIA (come sopra): Con lei, s! Lo sa bene! (supplichevole). Un giro solo! (Forte a Gelmi). Faccia il favore, Gelmi, un altro giro solo!...
GELMI (seccato, scendendo a sinistra): Grazie tante, signori miei! Mi sembra di avere il diritto di essere un po' stanco anch'io!...
DONNA VITTORIA (bruscamente staccandosi da D'Almia e passando a destra): E' inutile. Non ballo pi!
LA MARCHESA (rivolgendosi a Regalmetta ridendo): Allora si tenga il pegno... per un'altra volta... Chiss che non le porti fortuna al giuoco?...
REGALMETTA: Certo. Non mi lascia pi... Punter sempre sulla dama di cuori...
(Entrano il Professore, Giovanni e Giustino e cominciano a preparare i giuochi.)
DONNA FAUSTINA (alla Marchesa): Bada, Mary! Ti comprometti con Regalmetta!
LA MARCHESA (ironica, rivolta a Donna Vittoria in aria di scherzo): Tanto meglio, non  vero? Ci si guadagna sempre ad esser compromesse...
DONNA VITTORIA (seccamente): Sempre, no, cara! (Le volta le spalle e risale a sinistra.)
(La contessa, Donna Bianca, Nardi e Rigoli passano a sinistra anch'essi, seguiti dalla Marchesa, fermandosi dinanzi al tavolino del giuocatore di bussolotti.)
D'ALAMIA (a Gelmi): Lei per non  molto compiacente, caro Gelmi!
GELMI (seccamente): No, caro marchese. N molto, n un poco. Et qu'on se le dise!
D'ALAMIA (sarcastico, passando a destra, a Sanvitale): Il signor Gelmi non  compiacente.
GELMI (irritato): Cosa intende dire, signore?
D'ALAMIA (come sopra): Ci che m'ha detto lei. (Gli volta le spalle e passa a sinistra.)
DONNA VITTORIA (vivamente sottovoce passando accanto a Gelmi): Non voglio scene, sapete!
GELMI (sullo stesso tono): Ed io non voglio esser ridicolo, badate!
DONNA VITTORIA (forte, risolutamente a La Motta): La Motta, mi dia il braccio. (Prende il braccio di La Motta ed esce con lui sul viale, a destra. Gelmi fa un atto di dispetto e sorte dalla sinistra.)
LA SIGNORA NARDI (piano a Sanvitale): O Dio! Cosa succede adesso?
SANVITALE (calmissimo): Succede che ho vinto la partita, e mi deve una discrezione.
LA SIGNORA NARDI (come sopra civettando): Purch sia discreto realmente! ...
SANVITALE: Glielo dir poi, a quattr'occhi... Che non ci senta Donna Faustina... Venga a vedere l'illuminazione... Ma che!... Vede che ci vanno tutti!... (Induce la Signora Nardi esitante a uscire con lui dalla destra.)



La commedia dell'amore.
Inedita.
(1890).


PERSONAGGI.

La marchesa Anna D'Almia, 21 anni, civettuola, mondana, onesta.
Il marchese Filippo D'Almia, suo marito, 32 anni, mondano e leggiero.
Mario La Motta, 35 anni, uomo di mondo, un po' stanco, cerca l'amore.
La contessa Malariva, 40 anni, scaltra, ancora elegante.
Donna Maria, sua figlia, 19 anni, civettuola.
Donna Vittoria Serralta, 35 anni, gran dama, divisa dal marito.
Gelmi, 27 anni, bello e nullo, vano e ambizioso.
Don Fabio Rigoli, 58 anni, vecchio ganimede.
Donna Faustina, 45 anni, parassita.
Nardi, 45 anni, arricchito, sottomesso alla moglie.
La signora Nardi, 28 anni, borghesuccia che scimmiotta le dame.
Sanvitale, 40 anni, sportman, fa l'uomo stufo.
Il duca di Grammilla, 18 anni, scimmiotta Sanvitale.
Giannetto Miramonte, 48 anni, vecchio scapolo e mondano.
Regalmetta, 45 anni, giuocatore, l'ombra di Miramonte.
Mr de St. Laurent, 35 anni, commesso viaggiatore, ciarlone, presuntuoso.
Geremei, 30 anni, commesso viaggiatore italiano.
Mr Sommer, 55 anni, arricchito e rozzo.
Mss Sommer, sua moglie avara e puritana, 42 anni.
Miss Lucy, loro figlia, 22 anni, sentimentale.
Mand, 14 anni, altra loro figlia, insulsa.
Bem, 12 anni, maleducato, altro dei ragazzi Sommer.
Miss Florence, istitutrice dei ragazzi, 35 anni zitellona pudica.
Il prof. Ende, 55 anni, dotto e pesante.
Mss Ende, sua moglie, 40 anni, in ammirazione di lui.
Libenau, 50 anni, imbecille.
Il maestro, 32 anni, povero suonatore di pianoforte.
Il professore, 40 anni, giuocatore di bussolotti, ciarlatano.
Giustino, 45 anni, cameriere d'albergo, arrogante e ossequioso, furbo.
Leonie, 40 anni, cameriera, corretta, fredda, scaltra.
viaggiatori, canottieri, barcaiuoli, contadini, camerieri d'albergo, servitori e cocchieri.


ATTO PRIMO.

La scena  all'albergo di Villa d'Este, sul lago di Como. Epoca presente.
Preludio sinfonico, a sipario calato, che incomincia colle prime battute del valzer "Godetevi la vita". L'allegria spensierata e la festivit febbrile dei villeggianti, la quale a poco a poco muore e si fonde nella pace larga della quiete al di fuori col soffio del venticello e il fiotto sommesso dell'onda sul greto. Poscia il rumore delle ore nei paesetti lontani; la canzone villereccia che passa e si perde, mutandosi, grado grado, nel canto pi fine della gente elegante che porta in quei luoghi la nota mondana - civetteria, intrigo, leggerezza, amor proprio che sembra gelosia, vanit soprattutto. E infine il fischio e il rumore del battello a vapore, che arriva da lontano, portando la festa e il tumulto dei nuovi venuti e, si muta poi nel motivo gajo del valzer con cui  cominciato il preludio, e che ripigliasi al pianoforte sulla scena, per tutto il tempo che si balla.


SCENA PRIMA.
Gelmi al pianoforte - Il Maestro ritto in piedi dall'altro lato, come aspettando gli ordini. - Giustino e due camerieri, in fondo a sinistra, preparano il tavolino pel giuocatore di bussolotti - Libenau vicino a lui, osservandoli attentamente, fra impacciato e curioso - Il prof. Ende alquanto pi in l, verso il fondo, sdraiato su di una seggiola a dondolo, accanto a un tavolino con della birra, leggendo un giornale - Mss. Ende dall'altro lato del tavolino colla guida in mano - Miss Florence e Miss Lucy appoggiate al parapetto della terrazza, rivolta verso il lago - Mand e Bem si rincorrono pel viale, e irrompono ad ogni momento nella sala - Grammilla appoggiato allo stipite dell'uscio, a destra, colla sigaretta fra le labbra e le mani in tasca - La contessa Malariva, in piedi, nella sala verso la sinistra chiacchierando con La Motta, Nardi e Regalmetta - Donna Faustina seduta in disparte sul piccolo canap a destra - Mr. de St. Laurent e Geremei un po' pi in qua, sul davanti, voltando le spalle al pubblico - Mr. Sommer e sua moglie stanno trasportando il tavolinetto col giuoco degli scacchi verso il fondo, a destra, brontolando contro quelli che ballano.
All'alzarsi del sipario Donna Vittoria sta ballando il valzer con Sanvitale - La signora Nardi e Don Fabio cominciano il loro giro in quel momento - Donna Maria invece ha terminato il suo con Miramonte e lo lascia, per avvicinarsi al crocchio dov' sua madre, facendosi vento con vivacit, il ventaglio tenuto con tutte e due le mani. - Nardi, premuroso, la invita a fare un altro giro, ed essa acconsente di malagrazia, lanciando un'occhiata di rimprovero a La Motta.
Le coppie fanno un giro appena, l'una dopo l'altra. Tutti in abito di mattina: le signore col cappello in testa, tranne Donna Maria. Sanvitale e Grammilla in giacchetta da canottieri; Mr. Sommer coll'elmo da turista; sua moglie colla cuffietta ornata di nastri viola; Miss Lucy colle trecce sugli omeri. Miss Florence con un cappellino di paglia da uomo, al quale ha messo dei fiori naturali; Mr. de St. Laurent in soprabito e calzoni chiari, e cappello grigio, a cilindro. Libenau coll'ombrello in mano e lo spolverino sul braccio.

ST. LAURENT (a Geremei): C'est joli!
GEREMEI: Oui c'est trs joli!
D. VITTORIA (terminato il giro lascia Sanvitale seguita da Miramonte che non vorrebbe ballare con lei, e cercando): D'Almia! Dov' D'Almia?
D. FABIO (lascia in asso la signora Nardi, e si precipita chiamando): D'Almia, D'Almia!
GRAMMILLA (entrando nella sala): D'Almia  andato al pontile ad incontrare la marchesa.
MIRAMONTE: Il dovere coniugale innanzi tutto!
SANVITALE: C'est juste; mais svre!
D. VITTORIA: Che guignon! (ricomincia a ballare con Miramonte.)
D. FAUSTINA (a Grammilla): E lei, cos giovane, non lo fa il suo dovere di ballerino?
GRAMMILLA: No, lo lascio fare al mio amico Sanvitale, ch' pi giovane di me. (Le volta le spalle, accostandosi al crocchio della contessa Malariva).
MISS LUCY (a braccetto di Miss Florence viene a passeggiare nel viale guardando la luna e declamando): Come, gentle night, come, loving, black-browed night.
LIBENAU (a Giustino, timidamente indicando col dito il giuoco dei bussolotti): C'est... c'est... drle?
GIUSTINO (senza badargli, e quasi respingendo per far posto al tavolino): Oui, monsieur.
(Libenau imbarazzato va a piantarsi accanto a Mss. Ende. La contessa Malariva va a sedere sul canap a destra, seguita da La Motta e Regalmetta.)
S. NARDI: Andiamo all'arrivo del battello. Aspetto gente anch'io.
SANVITALE: No, no, non  ancora suonato l'arrivo. (piano) Per carit, non mi lasci alle prese con Donna Faustina! (Le d il braccio per avviarsi a ballare).
ST. LAURENT (a Geremei): Vous ne dansez pas?
GEREMEI: Je ne connais personne.
ST. LAURENT: L'on se fait connatre, parbleau! (Va ad invitare Donna Faustina, la quale si precipita ad accettare.)
LIBENAU (a Miss. Ende): Dass ist lustig (si pronunzi: Das ist lustic).
MR. ENDE: Wie viele Leute! (si pronunzi: Vi file laeute!)
MR. SOMMER (furibondo, approva col capo e col gesto della mano, sbuffando. Miss Florence e Miss Lucy vengono a guardare i ballerini, attraverso l'invetriata).
D. MARIA (terminato il suo giro di valzer con Nardi): No, no, basta!
LA MOTTA: E a me nulla, signorina?
D. MARIA: Lei giunge tardi. Peggio per lei!
D. FABIO (col cappello in mano): Fate la carit anche a Don Guritano!...
D. MARIA: A Don Guritano s! (Ricomincia a ballare il valzer con Don Fabio.)
(La contessa Malariva si alza per avvicinarsi al tavolino del prestigiatore, insieme a Nardi, che le fa da cicerone, e La Motta.)
ST. LAURENT (ritornando pettoruto verso di Geremei, dopo aver ringraziato Donna Faustina con un profondo inchino, terminato il giro di valzer): Voil comme a se fait, mon cher!


SCENA SECONDA.
La marchesa d'Almia e detti.

LA MARCHESA (entrando con vivacit dalla sinistra): Ed io? ed io? signori miei?
SANVITALE: Ah! La marchesa d'Almia! Evviva!
GRAMMILLA: Evviva la marchesa! Hipp! hipp!! hipp!!!
(Donna Vittoria, Donna Faustina, Sanvitale, Grammilla e Regalmetta vanno incontro festanti alla Marchesa; un po' pi in l La Motta e Miramonte. Gelmi s'alza anche lui. La signora Nardi s'accosta al crocchio dov' suo marito e la Contessa Malariva. Miss Florence e Miss Lucy vengono a guardare nella sala attraverso i vetri. Libenau s'accosta per vedere, fra timido e curioso. Bem e Mand si cacciano nel crocchio. Mand alquanto in disparte fra curiosa e allampanata. Mr. Sommer continua a sbuffare, e a lanciare occhiate di collera contro coloro che disturbano il suo gioco. St. Laurent si scosta con esagerazione di finta discrezione seguito da Geremei.)
D. FABIO (sempre tenendo sotto il braccio Donna Maria da lontano alla Marchesa, agitando in aria il cappello): Ben arrivata! benarrivata!
D. VITTORIA: Brava, Anna! Sei stata di parola!
REGALMETTA: E' giunta col battello, marchesa?
LA MARCHESA: No, son venuta in carrozza; or ora, il tempo soltanto di darmi una ravviata. Addio, Faustina. Addio, Grammilla (stringendo la mano agli amici). Vorrei salutare anche il mio signor marito se ci fosse... (con una breve tinta d'ironia, cercandolo cogli occhi per la sala).
D. FAUSTINA: Poveretto,  andato ad aspettarti all'arrivo del battello invece. Non  fortunato!
LA MARCHESA (c.s.): Come me. Passiamo il tempo a correrci dietro, con mio marito (allegra, volgendosi agli amici). Voglio anch'io la mia parte di Godetevi la vita!
SANVITALE: Eccomi!
GRAMMILLA: Eccomi!
GELMI: Eccomi!
LA MARCHESA: No, lei stia al suo posto. Al pi bravo! (Butta in aria il fazzoletto. Tutti si precipitano a disputarselo).
(Gelmi di mala voglia si rimette a suonare. Miss Florence e Miss Lucy si mettono a ballare anche loro nel viale. Donna Vittoria va a sedere sul canap a sinistra, facendosi vento col ventaglio.)
MR. SOMMER (infuriato): Cameriere!
GIUSTINO: Monsieur?
(Mr. Sommer parla con calore a Giustino, il quale si stringe nelle spalle ed esce dalla sinistra. Gli altri due camerieri si piantano l'uno di qua e l'altro di l del tavolino del prestigiatore.)
LA MOTTA (a Miramonte): Fammi il piacere di presentarmi alla marchesa d'Almia.
MIRAMONTE: Volentieri... Marchesa, mi permette di presentarle il mio amico La Motta?
(Regalmetta intanto si  impadronito del fazzoletto della marchesa; Sanvitale, pi lesto, le ha gi passato il braccio attorno alla vita per ballare con lei. La marchesa, ridendo colla destra sull'omero del suo ballerino, nel punto di cominciare a ballare, stende la sinistra a La Motta, e fugge nel valzer con Sanvitale.)
REGALMETTA: Ma questo  rubare al giuoco! (li insegue gridando): Al ladro! al ladro!
LA CONTESSA: Basta, ora, Maria! Ti far male!
D. MARIA: No, mamma. Mi diverto tanto! (Balla anch'essa, con Don Fabio).
ST. LAURENT (a Geremei): Vous ne dansez pas donc, voyons?
GEREMEI: Je ne connais personne.
ST. LAURENT: Mais l'on se fait prsenter, parbleu! Venez.
REGALMETTA (trovandosi di faccia a Donna Faustina, e mostrandole il fazzoletto): M'hanno cambiato le carte in mano!
D. FAUSTINA (premurosa, come cedendo al suo invito): Povero Don Fabio! Eccomi qua io!
S. LAURENT (presentando Geremei a Donna Faustina): Voulez vous me permettre, madame?...
D. FAUSTINA (alteramente): Je ne vous connais pas, monsieur (gli volta le spalle, e si allontana con Don Fabio).
ST. LAURENT (scombussolato): Ah!... Mai c'est trop fort. (Esce nel viale, seguito da Geremei, Miss Florence e Miss Lucy scappano in sala, al vederli, e si mettono a giuocare al bigliardino inglese. Mand e Bem arrampicandosi al bigliardo): Quel drle de pays!
D. FABIO (ansante, terminato il suo giro con Donna Maria): Grazie... tante... Donna... Maria!
LA MOTTA (a Donna Maria, ironico): Guardi come mi ha ridotto quel povero Rigoli!
D. FABIO: Meglio di te... buon'a nulla!... Vergognati! (s'allontana, accostandosi a donna Vittoria, e sedendole allato sul canap).
D. MARIA (ironica): Oh, il signore ha altro pel capo!
LA MOTTA: Davvero? Chi gliel'ha detto?
D. MARIA (c.s. guardando in aria): Le nuvole che passano... Guardi l, nello specchio!
LA MOTTA (sullo stesso tono di lei): E' vero! Che signorina cattiva ci si vede!
D. MARIA: Cattiva, poi, perch ci vedo bene!
LA MOTTA: Nello specchio?
D. MARIA: Ed anche in viso alla gente... quand' distratta, preoccupata, tutta [...] tutta cos, come lei stasera.
LA MOTTA: Stasera soltanto?
D. MARIA: Mi pare.
LA MOTTA: Ahim, donna Maria! Son tutto [...] cos da un pezzo quando anche lei  [...] tutta cos!
D. MARIA: Oh, oh. Davvero?
LA MOTTA: S, proprio, davvero.
D. MARIA: Allora sar nell'aria.
LA MOTTA: Forse. Sar nell'aria.
D. MARIA: E allora, perch ci sta?
LA MOTTA: Lei lo sa perfettamente.
D. MARIA: Io no! (gli volta le spalle).
LA MOTTA (correndole dietro): Senta, senta, donna Maria. Quando far il suo esame di coscienza, a Pasqua, si rammenti di dirsi piano in un orecchio: Lo sapevo benissimo. E ho detto una bugietta grossa... cos!
D. MARIA: Grazie... dell'avviso!
LA MARCHESA (che ha terminato il suo giro di valzer con Sanvitale, accostandosi a La Motta): Scusi. Avevo il mio valzer nella testa! Ora facciamo meglio conoscenza, con tutte e due le mani! (stendendogli le mani. Donna Maria s'allontana, per avvicinarsi al crocchio dov' sua madre). Non voglio che facciate la corte a quella pupattola! (piano e vivamente.)
LA MOTTA (come lei): Badate, Anna! Ci osservano!
LA MARCHESA (continuando la conversazione in tono naturale): La conoscevo un po', per via delle mie amiche. So che viaggia sempre.
LA MOTTA: S,  vero. Faccio un po' l'Ebreo Errante.
LA MARCHESA: E adesso  qui da un pezzo?
LA MOTTA (piano e sorridendo): Dacch lei me l'ha ordinato.
LA MARCHESA (piano): Avete bruciato la mia lettera?
LA MOTTA (c.s.): Non ne ho avuto il coraggio. Ma se volete, la distruggerete voi.
LA MARCHESA (C.S.): Che pazzia! (forte) E cosa si fa qui, a Villa d'Este? Ci si diverte?
LA MOTTA: Ma... secondo.
LA MARCHESA: C' molta gente? Chi  quella ragazza?
LA MOTTA: La contessina Malariva.
LA MARCHESA (sottovoce e vivamente): Badate che detesto la contessina Malariva!
LA MOTTA (piano): Avete torto; perch  un eccellente paravento.
LA MARCHESA (incredula): So! so!
LA MOTTA (c.s.): Sapete che son qui per voi; ma non voglio che nessuno lo sospetti. Ho preso le mie precauzioni.
LA MARCHESA (c.s.): Ho paura delle precauzioni, signor mio.
LA MOTTA (c.s. e sorridendo carezzevole): Io invece ho paura di perdere la testa, cara Anna!
LA MARCHESA (sottovoce e vivamente, vedendo venire suo marito dalla destra, dietro le spalle di La Motta): No!... Lui!


SCENA TERZA.
D'Almia dalla destra e detti.

LA MOTTA (ricomponendosi immediatamente e ripigliando il dialogo colla Marchesa in modo disinvolto): Era attesa per le regate, marchesa...
LA MARCHESA (stendendo la mano a suo marito): Ah! Finalmente!
D'ALAMIA: Scusa, cara Anna! Sono proprio sfortunato. Ero andato ad aspettarvi all'arrivo del battello...
LA MARCHESA: No, il lago mi fa paura di sera... Mi rincresce di non aver pensato a prevenirti. (presentando La Motta a D'Almia) Il signor La Motta; il marchese d'Almia, mio marito.



ATTO SECONDO


SCENA.
Anna e La Motta.

ANNA (alquanto turbata, ma sorridente affettando gaiezza e disinvoltura): Oh, buongiorno!
LA MOTTA (sullo stesso tono di lei): Buongiorno, marchesa! ... Che fortuna!... (alzandosi).
ANNA (c.s.): Prego, prego... Non voglio disturbarla... (finge di cercare un libro sulla tavola).
LA MOTTA (afferrandole le mani): Finalmente!... cara!...
ANNA (c.s.): Eh!... Stiamo ai patti! Tenetevi per voi le vostre espansioni e le vostre mani.
LA MOTTA (imitandola, c.s., giungendo le mani sorridente e carezzevole): Cos, a mani giunte, come dinanzi ai santi!... Va bene?
ANNA: Benissimo. Del resto non mi fate paura, sapete!
LA MOTTA: Tanto meglio.
ANNA: Avete voluto questa prova... Eccomi qui... nell'antro del leone... Siete contento ora.
LA MOTTA: Tanto tanto!... Anna buona! Anna bella! (sfiorandole la mano).
ANNA: Alla buon'ora! Non direte pi che manco di parola... (vedendo che La Motta ha messo un ginocchio sullo sgabelletto posto ai piedi di lei): Che fate adesso?
LA MOTTA Vi adoro, santa mia bella! Almeno lasciatevi baciare le mani... (tentando di toglierle i guanti).
ANNA: No, alzatevi, vi dico, o scappo via... (si alza).
LA MOTTA (passando dietro di lei, e chiudendo l'uscio a chiave): Questo poi, no!
ANNA (vivamente): No, no!... (cambiando tono, c.s.). Del resto non mi fate paura, sapete?
LA MOTTA (come lei): Tanto meglio!
ANNA (passando a destra, con uno scoppio di risa nervose): Se vedeste come siete buffo, colla vostra aria terribile!... Che viso avete!... Non vi ho mai visto cos!...
LA MOTTA (seguendo il tono motteggevole di lei, e andandole dietro a destra): Anche voi che... fate la brava!... (mutando tono). Come siete bella! cos!... Come son felice, finalmente siamo qui, mia!
ANNA: Cio, cio!...
LA MOTTA (teneramente): Anna mia! (abbracciandola). Anna bella! Anna adorata...
ANNA (turbata): Cio... (Svincolandosi): No, Roberto, non mi fate pentire d'esser venuta... Ho mantenuto la promessa... Eccomi qua... Dieci minuti soli, sapete! (Rinfrancandosi e accostandosi alla pendola per veder l'ora. Si toglie il cappello e lo posa sul caminetto). Siete sicuro poi che siano partiti tutti?
LA MOTTA: S.
ANNA: Anche lui?
LA MOTTA: Anche lui, con tutti gli altri.
ANNA: Come siete stato buono a sagrificarmi la bella gita e la bella compagnia (sul tono di prima).
LA MOTTA (sul medesimo tono): Dovreste esser buona anche voi adesso!
ANNA: Ma lo son troppo, mi pare! Che volete di pi?
LA MOTTA (supplichevole, insinuante): Che vi lasciate amare... Qui... ai vostri piedi... Le vostre manine fra le mie... La vostra mano che trema. Il vostro visetto smarrito!... Bimba mia cara! S, s, siete commossa anche voi! Fate la brava siete commossa.
ANNA (china il capo con un sorriso dolce e timido).
LA MOTTA (c.s.): Anche voi! Anche tu!... (L'avvince a poco a poco colle braccia parlandole sommesso con voce carezzevole.) Se sapessi come t'ho aspettata! come mi batteva il cuore! S batteva il cuore anche a te, dimmi. Ho l'aria stranita, di?... L'aria di uno che  pazzo di gioia... d'amore!... Dimmi che sei felice anche tu, Anna!... Dimmelo!...
ANNA (confusa, turbata, cercando di svincolarsi): S, s... per carit...
LA MOTTA (tristemente, allentando le braccia): Come lo dici!
ANNA (nervosamente, [...] colle proprie parole): Ma Roberto... cosa credete?... Non  mica una cosa tanto facile!... Avrei voluto vedervici voi!... Mio marito che voleva sapere, la cameriera, il domestico per le scale... (Rinfrancandosi). Il bello  che nessuno m'avrebbe creduto... Neanche a giurarlo... Avete voluto questa prova... en tout bien tant honneur... Mi credete adesso?... Via! Siate ragionevole anche voi...
MOTTA (interdetto): Ma... (Riprendendosi) S, s avete ragione (in tono di scherzo, ma animandosi grado grado, seducente). E' che non  neppure tanto facile sentirsi dire tutte queste belle cose... a sangue freddo, diremo!... Soli come siamo, e con quegli occhi che mi fanno perdere la testa!... (Allacciandola colle braccia e avvicinando al viso di lei il viso innamorato). Lasciatemi vedere il colore dei vostri occhi, Anna!



Storia di una capinera.
Abbozzi per un testo teatrale. Inediti.
(1893).


LA SPOSA DI GERICO.

Maria, rimasta orfana di madre in tenera et  stata educata in convento sin dalla fanciullezza, ed  destinata a farsi monaca perch priva di beni di fortuna. La regola per precisa che prima di prendere i voti solenni, la novizia debba stare due mesi fuori dal convento, per conoscere il mondo al quale deve rinunciare per sempre. La giovanetta, condotta nella villa paterna insieme (?)
Suo padre Marcello si  subito risposato.


PERSONAGGI.

Maria (Cenerentola).
Gianni.
Giannetta, sorella di Maria.
Nina, sorella di Gianni.
Carlo, fratello di Maria.
Marcello, loro padre.
Elena, loro madre e madrigna di Maria.
Bruno, padre di Gianni e Nina.
Berta, sua moglie.


CENERENTOLA.

Maria, orfana di madre e senza beni di fortuna  stata educata in convento sin dalla fanciullezza ed  destinata al chiostro. Prima di pronunziare i voti solenni per  fatta uscire dal monastero, come precisa la regola, perch conosca il mondo cui deve dire addio per sempre e la sua rinunzia sia pi sincera e meritevole.
Il padre la conduce in villa insieme alla matrigna insieme agli altri due figliuoli che gli sono nati dalla seconda moglie. Qui il cuore della giovinetta chiuso fino allora nelle pratiche austere del chiostro, si apre alle prime impressioni della giovinezza ed anche dell'amore, poich vicino di campagna  un giovanotto Gianni, destinato per tacito consenso delle due famiglie amiche a sposare la sorella di Maria, Giannetta. Questo sentimento buono di Maria si espande in una grande effusione colla Giannetta, col padre, il fratello e anche colla Nina. In un ballo campestre improvvisato fra i vicini per festeggiare l'arrivo della novizia Gianni scherzando vuol far ballare anche lui, ed  preso anche lui dall'attrattive verginali e dal delizioso turbamento di cui  assalita Maria. Perci in un momento (?) solo con lei mentre tutti gli altri si sono allontanati per il giardino rivela l'impressione che essa ha fatto su di lui. Maria turbata, sgomenta e come inondata da una letizia sino allora sconosciuta si lascia prendere dalle parole dolci, carezzevoli e timide anch'esse del giovanotto. In quel punto sono sorpresi da Giannetta, istintivamente gelosa della sorella e di Gianni che sa esserle destinato sposo.


ATTO SECONDO.

Maria  agitata e combattuta da tanti e contrari sentimenti, quando la sua amica Nina sorella di Gianni la quale arriva tutta festante a (dirle in segreto) accennando la sua gioia segreta che presto i vincoli fra le due famiglie diverranno pi intimi pel matrimonio di suo fratello Gianni. La povera novizia per un momento crede che la sposa debba essere lei ed esulta. Ma sopravviene la matrigna Elena la quale viene ad (?) velatamente che la sua celata speranza  una follia perch deve essere monaca e Gianni deve sposare Giannetta. Arrivano in quel mentre i genitori di Gianni a festeggiare la sposa. Maria  quasi dimenticata. Rimasta sola scoppia in un pianto sommesso che rivela tutta la passione dell'animo suo, mentre tutti sono andati alla grande fiera del villaggio, anzitutto sopraggiunge Gianni, turbato, quasi fuori di s, il quale le dice che l'ama, ama solo lei, e non pu lasciarsi sacrificare dalla volont dei suoi parenti. Maria piangendo risponde che egli deve rinunciare a questo amore e sposare sua sorella. Poich elle deve essere monaca. E si separano con schianto di dolore.


ATTO TERZO.

Quadro primo.

Maria rientrata in convento, e compiuto il noviziato, sta per pronunciare i voti solenni e prendere il velo. I parenti vanno a salutarla in parlatorio, insieme alla famiglia di Gianni. Addio di Maria ai parenti e a tutti. Colloquio fra lei e la sorella. Maria presso la chiesa in processione vestita da sposa.

Quadro secondo.

I parenti e gli invitati in chiesa. In alto nel coro la cerimonia per la vestizione.


DOLORES.

1.

Una festicciola alla villa in onore della novizia. Juan fidanzato in pectore di Jannette, scherzando vuol far ballare Dolores. Primo turbamento della novizia la quale rimane sola. Soggiunge Juan che risente anch'esso una gran simpatia per lei. Vaghe confidenze reciproche e accenni a un sentimento pi dolce ed intimo. Sono sorpresi da Jeannette istintivamente gelosa della sorella.

2.

Dolores sola e agitata da contrari sentimenti. La matrigna insospettita viene a rimproverarle velatamente la sua folle passione, accennando che Juan deve sposare Jeannette, e lei  votata al chiostro. Sopraggiungono i parenti di Juan a festeggiare la sposa. Juan rimasto solo con Dolores, le svela il suo amore al quale ella gli dice di rinunciare, essendo decisa di andare monaca. Separazione.

3.

Nel parlatorio del Convento. I parenti vanno a salutare Dolores che sta per prendere il velo. Poi Juan e Jeannette sposi. Addio di Dolores che pronunzia i voti.



Inediti per il cinema.


Cavalleria rusticana.
Per l'adattamento cinematografico.
(1912).


QUADRO PRIMO.

La piazzetta del villaggio alpestre, a sera tarda. La luna batte in pieno sulla casuccia di Lola, a destra, fra i rami del pergolato che incornicia la finestra e la scaletta esterna, spicca qua e l sul buio del cortiletto della casa di Santuzza, a sinistra, colla legnaia in fondo, e sopra la finestra appena rischiarata dal lume interno. Un lume  pure acceso all'uscio della bettola all'angolo della stradicciuola che sale a gradinata verso la chiesola; in ombra, soltanto l'alto della facciata e il campanile come tagliati fuori nella luna che alterna la luce e le ombre sulla montagna, in fondo.

Affacciati, bella, affcciati,
che c' l'innamorato...

Canta Turiddu Macca, sotto la finestra di Lola, coll'accompagnamento di chitarre e mandolini di alcuni amici. I rari passanti si fermano ad ascoltare, e i vicini si affacciano agli usci e alle finestre. Anche Santuzza, di tanto in tanto, fa capolino dalla sua, cercando di non farsi scorgere.



Storie del castello di Trezza.
Inedita. Per il teatro o per il cinema.
(1915?).


QUADRO PRIMO.

Il Barone del Castello gi rotto alle armi e agli amori, ha sposato infine una damigella dei Santasilia onde averne un erede.


PEL DIRITTO DELLA SPADA.

SCENA PRIMA.
Il corteo nuziale.

La cavalcata del corteo nuziale per le vie del villaggio in festa. Alabardieri, uomini d'armi, paggi e damigelle a cavallo; la sposa sulla chinea di gala; il giovinetto paggio a piedi regge il freno a sinistra; a destra il barone sul suo stallone da caccia, col pugno sull'anca e gli occhi alle belle ragazze che si affollano agli usci e alle finestre ornate di fiori e fronde. In fondo erto sugli scogli il torrione del castello stende l'ombra sua fosca sul tramonto e sul mare.

SCENA SECONDA.
L'omaggio dei vassalli.

All'ingresso del castello, dinanzi al ponte levatoio, le ragazze del villaggio, vestite a festa, offrono fiori alla sposa, la quale sorridente prende quelli di Venera la pi bella, tanto che il Barone le piglia fra le dita il ganascino, per ringraziarla a modo suo. La sposa, a quell'atto, avvampa in viso, e fa per tirarsi indietro, voltandosi dall'altra parte. Paggio Corrado, commosso anche lui, fissa un istante la sua signora, e si affretta a tenerle la staffa per aiutarla a smontare di sella, mentre Venera si ritira vergognosa dall'altra parte tra le risate delle compagne, e il Barone sorride brutalmente lui pure, lisciandosi i baffi.


SCENA TERZA.
Ben venuti gli sposi.

E' gi sera all'ingresso del castello. Tutte le finestre s'illuminano a un tratto e sui merli scoppiano fuochi d'artifizio. Dei valletti accorrono a far ala con le torcie accese sul ponte levatoio, dove il Barone s'inchina alla signora perch entri prima nel suo regno, seguita dal paggio che le regge la coda dell'amazzone.


SCENA QUARTA.
Il brindisi a chi tocca e il bacio a chi lo piglia.

Al convito di gala nella gran sala del castello parata di arazzi antichi e dei ritratti dei signori che vi hanno dominato. Il Barone dopo il brindisi vuol dare alla sposa, seduta alla sua destra, il bacio di rito; ma essa arrossendo si ritrae; sicch il marito, gi alticcio, fa scoccarlo invece alla damigella sedutale dall'altro lato. Paggio Corrado che fa da coppiere dietro la sua signora, si affretta a mescerle del vino onde frapporsi; ma turbato anch'esso dal turbamento che scorge in lei, versa senz'accorgersene del vino sulla tavola. Il barone fa per dargli uno scapaccione. La moglie gli ferma il braccio e guarda commossa il paggio che china il capo e si ritrae arrossendo.


SCENA QUINTA.
La caccia del signore.

Caccia al falcone. Il barone che precede a cavallo moglie, paggio e falconieri, incontrando pei sentieri del bosco Venera, intenta a raccogliere castagne insieme alle altre contadinelle, ferma bruscamente il cavallo per dire qualche cosa all'orecchio della ragazza, che ritrosa dapprima lo guarda, infine sorridendo e china il capo facendosi rossa, mentre egli rimette il cavallo al galoppo, al sopraggiungere degli altri cacciatori, e tutti si allontanano tra gli alberi.


SCENA SESTA.
Il diritto baronale.

Nella radura. Sbucano dalla macchia a galoppo la baronessa e il paggio in cerca del barone di cui tutta la cavalcata ha perduto le tracce. Si fermano a un tratto sorpresi di vedere l il cavallo di lui legato all'uscio chiuso di una capanna, dove la baronessa vorrebbe andare a cercare suo marito. Ma Corrado la ferma e la supplica di allontanarsi piuttosto, di tornare indietro. E com'essa insiste, sempre pi inquieta ed agitata, egli si caccia dinanzi all'uscio, scongiurandola a mani giunte, quasi con le lagrime agli occhi: - No! - No! - Che non veda! - Non sappia... - Tanto che ella indovina al fine, e si mette a piangere col viso tra le mani, mentre il giovinetto commosso quanto lei cerca di calmarla, e giunge anche a prenderle una mano che essa gli abbandona a capo chino.
Il fido sgherro del barone che li ha seguiti passo passo e si  fermato a spiarli di tra le macchie sino a che il paggio prende il morso del cavallo della sua signora e la induce ad allontanarsi con lui, sprona allora verso la capanna e va a bussare all'uscio guardandosi intorno.


PEL DIRITTO DEL CUORE.

SCENA SETTIMA.
Dinanzi al mare e ai sogni.

La baronessa appoggiata al davanzale dell'alta finestra istoriata della camera nuziale, contempla tristamente la luna che splende sul mare muto e deserto come l'anima sua. Ad un tratto china il capo e si mette a piangere cheta cheta. Corrado  venuto a prendere i suoi ordini, e sta da un po' a fissarla dall'uscio in fondo con gli occhi umidi di lagrime lui pure, senza osare di farsi innanzi, si accosta infine passo passo e piega il ginocchio dinanzi a lei in silenzio. Ella lo sente, si scuote, volge a lui il capo e gli occhi lagrimosi, e gli stende la mano che egli bacia avidamente, rizzandosi come attratto a poco a poco, finch l'avvince tra le braccia ed essa piega il capo su quello di lui.
Allora si schiude un po' l'uscio nascosto sotto la ricca tappezzeria e scorgesi un istante balenare il viso arcigno del fido sgherro del signore.


SCENA OTTAVA.
In agguato.

Pel corridoio scuro e tetro, dove profondasi il trabocchetto, lo sgherro che il barone ha messo a guardia del suo onore, lo conduce in punta di piedi, facendogli lume con una lanternina cieca, fermandosi anzi sull'orlo del precipizio onde assicurarsi che la bodola ne sia ben chiusa fin che vi passa sopra il signore e tornando a riaprirla dopo.
Vanno sino all'uscio segreto dell'alcova dov'egli si ferma accennando: - l.


SCENA NONA.
Colti in fallo.

Il barone sta un po' ad origliare dietro l'uscio. A un tratto lo sfonda con un urto furibondo, e irrompe nella camera con la spada in pugno.


PASSATO CHE RITORNA.

SCENA DECIMA.
In attesa.

Nella veranda che d sul giardino dell'Albergo dei bagni. In fondo il mare e le rovine del castello sugli scogli del lido, dove le nuvole e il plenilunio disegnano ombre fantastiche. Attraverso i vetri, dall'altra parte, vedesi la sala splendidamente illuminata e affollata di coppie di ballerini che vi si alternano. Luciano tutto solo passeggia come in attesa nella veranda, e di tanto in tanto va a guardare dall'uscio che d sul viale d'ingresso. Tutt'a un tratto si tira indietro bruscamente vedendo giungere dal giardino la Signora Matilde al braccio di Riccardo suo marito, e finge che stava a vedere dietro i vetri della sala da ballo.

SCENA UNDICESIMA.
Finalmente.

Appena essi entrano Luciano corre ad aiutare la signora togliendole di dosso il mantello. Scambio di saluti, pi freddi da parte del marito, il quale corre a dare il braccio alla signora Oldani che  venuta nella veranda insieme agli altri amici per far festa ai nuovi arrivati, e va a ballare con lei nella sala. Luciano vorrebbe invitare anche lui la signora Matilde a fare un giro; ma essa rifiuta pur di entrare nella sala e rimane un istante dietro i vetri a guardar fisso il marito che fa la corte alla signora Oldani. Volge poi a Luciano uno sguardo eloquente additandogli la coppia, e si mette a sedere a capo chino sul canap. Luciano le siede accanto, parlandole animatamente, sino a prenderle una mano che essa lascia tra quelle di lui.


SCENA DODICESIMA.
I fantasmi!

All'udire che vien gente dalla sala da ballo, si rizzano a un tratto bruscamente, scostandosi. Entra correndo la signora Oldani seguita da molti altri esclamando... - Guarda! guarda! - E addita la mole del castello sotto la luna piena, dove sembra di veder correre e dileguarsi ombre e fantasmi. Tutti si affollano dietro i vetri a vedere. La signora Oldani prende per mano Matilde perch venga anche lei: - Ma cos'hai? Cos turbata!... Hai visto anche tu? - Andiamo al castello, andiamo a vedere - dicono gli altri. I camerieri spalancano l'usciale che d sul giardino. Tutti si affrettano ad indossare scialli e mantelli ed escono continuando a vociare additando: - L! - L!... ecco!


SCENA TREDICESIMA.
Perch hai paura, tu?

Come la signora Matilde  rimasta tra gli ultimi, esitante, suo marito la spinge col sorriso ironico, accennando a Luciano che  corso a prenderle il mantello. Essa china il capo e si lascia condurre, seguita passo passo dal marito che li osserva entrambi con quel risolino sarcastico.
Escono sulla riva. Salgono tutti sulle barchette dei pescatori che hanno fatto accostare al lido, e remano verso l'isolotto dove sorgono gli avanzi del castello, fantastici. Ombre e figure sembrano alternarsi infatti tra quelle rovine al chiarore lunare. E tutti esclamano quasi indicando col gesto quelle visioni: - Ecco! - Ecco! - L.


SCENA QUATTORDICESIMA.
Sopra l'abisso.

Al posto del ponte levatoio, ora rovinato, sono dei lunghi tavoloni buttati da un capo all'altro delle rovine, e sospesi sul precipizio irto di scogli, in fondo a cui il mare spumeggia. I marinai hanno acceso delle torce a vento e fanno la catena sui tavoloni per dar la mano uno dopo l'altro ai visitatori del castello. La signora Matilde esita ancora nel seguire il marito che  andato innanzi con la signora Oldani. Chiude gli occhi quasi colta dalla vertigine sull'abisso, tanto che Luciano, senza badare ad altro, si spinge con un balzo a sorreggerla, mentre il marito si volta a guardarli dall'altra sponda, sempre con quel sorriso mefistofelico che  quasi una minaccia.


SCENA QUINDICESIMA.
Sulle orme del dramma.

La comitiva segue i marinai che fanno la guida con le torcie a vento pei corridoi e gli anditi oscuri dove di tratto in tratto il chiaro di luna irrompe tra le rovine come fantasmi che si dileguano.


SCENA SEDICESIMA.
Era qui.

Tutti si affollano attorno a Luciano che fa da cicerone, e accenna ai particolari della leggenda disegnando i luoghi di mano in mano, mentre alcuni guardano attorno come cercando i fantasmi e altri van sino a toccare gli spigoli ancora ornati dei muri in rovina


SCENA DICIASSETTESIMA.
La sala del convito.

Sulle pareti rotte e scalcinate s'intravedono ancora gli avanzi degli affreschi e delle dorature, i resti di quello stemma geloso che non si macchiava senza pagare col sangue. Parecchi si fermano ad osservare mentre Luciano addita qualche particolare. Il marito della signora Matilde ridendo fa l'atto di baciarla in memoria della scena del convito nuziale, ma com'essa si tira indietro arrossendo fa per dare il bacio alla signora Oldani che  dall'altro lato tra le risate generali. Luciano si affretta a troncare guidando la comitiva pel corridoio accanto.


SCENA DICIOTTESIMA.
Il trabocchetto.

Nell'andito cos buio che le torcie a vento lo rischiarano appena si spalanca sul mare una buca chiusa da una grossa tavola. Tutti si affollano intorno per vedere e appena un marinaio la solleva saltano fuori gli sprazzi di un'onda che dnno l'immagine di un fantasma. Delle signore chi scappa di qua e di l; chi ridendo invece si lascia stringere dal vicino, come la signora Oldani che finge di svenire tra le braccia di Riccardo.


SCENA DICIANNOVESIMA.
Passato che ritorna.

Matilde, quasi fuggendo, esce sulla spianata dov'era prima la camera nuziale, ingombra adesso di massi e rovi e va ad appoggiarsi tristamente agli avanzi della finestra che d sul mare. Luciano che l'ha seguita passo passo, si ferma un momento indeciso, poi vedendola piangere col viso tra le mani, corre a prenderle la destra, parlandole calorosamente e rimangono assorti poi, accanto, rivolti verso il mare, quasi nella visione di un dolce passato. Sopraggiungono intanto gli altri della brigata.


SCENA VENTESIMA.
Eccoli! L!

All'alternarsi di luce ed ombre sulle rovine sembra di vedere infatti dei fantasmi ergersi fra i merli e correre sui muri cadenti dell'alcova e lungo i corridoi e le sale, dietro la comitiva che va in fretta tra le rovine. Matilde, che  rimasta ultima, barcollante, guarda intorno spaurita e mette a un tratto un grido al vedere un'ombra dietro di lei fuggendo con le mani in aria senza badare al pericolo di cadere nel precipizio. Luciano la sorregge, stringendola fra le braccia, mentre sopravviene il marito.


SCENA VENTUNESIMA.
Nel precipizio.

Essa, senza accorgersi delle tavole sconnesse, mette un piede in fallo e precipita nella voragine insieme a Luciano che fa invano per trattenerla, tra gli atti di terrore di tutti gli altri che son gi sull'altra sponda.
