
    Giovanni Verga.
    MASTRO DON GESUALDO.




















    INDICE.

    Parte prima: pagina 3.
    Parte seconda: pagina 185.
    Parte terza: pagina 301.
    Parte quarta: pagina 388.
















    PARTE PRIMA.

    1.

    Suonava la messa dell'alba a San  Giovanni;  ma  il  paesetto  dormiva
    ancora della grossa,  perch era piovuto da tre giorni, e nei seminati
    ci si affondava fino a mezza gamba.  Tutt'a un tratto,  nel  silenzio,
    s'ud un rovino,  la campanella squillante di Sant'Agata che chiamava
    aiuto, usci e finestre che sbattevano,  la gente che scappava fuori in
    camicia, gridando:
    - Terremoto! San Gregorio Magno!
    Era ancora buio. Lontano, nell'ampia distesa nera dell'Ala, ammiccava
    soltanto un lume di carbonai,  e pi a sinistra la stella del mattino,
    sopra un nuvolone basso che tagliava l'alba nel  lungo  altipiano  del
    Paradiso.  Per  tutta la campagna diffondevasi un uggiolare lugubre di
    cani.  E subito,  dal quartiere  basso,  giunse  il  suono  grave  del
    campanone di San Giovanni che dava l'allarme anch'esso; poi la campana
    fessa di San Vito;  l'altra della chiesa madre, pi lontano; quella di
    Sant'Agata che parve addirittura cascar sul capo agli  abitanti  della
    piazzetta.  Una  dopo l'altra s'erano svegliate pure le campanelle dei
    monasteri, il Collegio, Santa Maria, San Sebastiano, Santa Teresa: uno
    scampano generale che correva sui tetti spaventato, nelle tenebre.
    - No!  no!  E' il  fuoco!...  Fuoco  in  casa  Trao!...  San  Giovanni
    Battista!
    Gli  uomini  accorrevano  vociando,  colle  brache  in mano.  Le donne
    mettevano il lume alla finestra: tutto il paese,  sulla  collina,  che
    formicolava di lumi, come fosse il gioved sera, quando suonano le due
    ore  di notte: una cosa da far rizzare i capelli in testa,  chi avesse
    visto da lontano.
    - Don Diego!  Don Ferdinando!  -  si  udiva  chiamare  in  fondo  alla
    piazzetta; e uno che bussava al portone con un sasso.
    Dalla salita verso la Piazza Grande, e dagli altri vicoletti, arrivava
    sempre    gente:    un   calpesto   continuo   di   scarponi   grossi
    sull'acciottolato;  di tanto in tanto un nome gridato  da  lontano;  e
    insieme  quel bussare insistente al portone in fondo alla piazzetta di
    Sant'Agata, e quella voce che chiamava:
    - Don Diego! Don Ferdinando! Che siete tutti morti?
    Dal palazzo dei Trao, al di sopra del cornicione sdentato, si vedevano
    salire infatti,  nell'alba che cominciava a schiarire,  globi di  fumo
    denso,  a ondate,  sparsi di faville. E pioveva dall'alto un riverbero
    rossastro,  che accendeva le facce ansiose dei vicini raccolti dinanzi
    al  portone  sconquassato,  col naso in aria.  Tutt'a un tratto si ud
    sbatacchiare una finestra,  e una  vocetta  stridula  che  gridava  di
    lass:
    - Aiuto!... ladri!... Cristiani, aiuto!
    - Il fuoco! Avete il fuoco in casa! Aprite, don Ferdinando!
    - Diego! Diego!
    Dietro  alla  faccia  stralunata di don Ferdinando Trao apparve allora
    alla  finestra  il  berretto  da  notte  sudicio  e  i  capelli  grigi
    svolazzanti  di  don  Diego.  Si  ud  la  voce  rauca  del tisico che
    strillava anch'esso:
    - Aiuto!... Abbiamo i ladri in casa! Aiuto!
    - Ma che ladri!...  Cosa verrebbero a fare  lass?  -  sghignazz  uno
    nella folla.
    - Bianca! Bianca! Aiuto! aiuto!
    Giunse  in quel punto trafelato Nanni l'Orbo,  giurando d'averli visti
    lui i ladri, in casa Trao.
    - Con questi occhi!... Uno che voleva scappare dalla finestra di donna
    Bianca,  e s' cacciato dentro  un'altra  volta,  al  vedere  accorrer
    gente!...
    - Brucia il palazzo, capite? Se ne va in fiamme tutto il quartiere! Ci
    ho  accanto  la  mia  casa,  perdio!  -  Si  mise a vociare mastro-don
    Gesualdo Motta. Gli altri intanto, spingendo, facendo leva al portone,
    riuscirono a penetrare nel cortile,  ad uno ad uno,  coll'erba sino  a
    mezza gamba,  vociando,  schiamazzando,  armati di secchie, di brocche
    piene d'acqua;  compare Cosimo colla scure da far legna;  don Luca  il
    sagrestano  che  voleva  dar di mano alle campane un'altra volta,  per
    chiamare all'armi; Pelagatti cos com'era corso, al primo allarme, col
    pistolone arrugginito ch'era andato a scavar di sotto allo strame.
    Dal cortile non si vedeva ancora il  fuoco.  Soltanto,  di  tratto  in
    tratto,  come spirava il maestrale, passavano al di sopra delle gronde
    ondate di  fumo,  che  si  sperdevano  dietro  il  muro  a  secco  del
    giardinetto,  fra  i  rami  dei  mandorli  in fiore.  Sotto la tettoia
    cadente erano accatastate delle fascine;  e in fondo,  ritta contro la
    casa  del  vicino  Motta,  dell'altra  legna grossa: assi d'impalcati,
    correntoni fradici,  una trave di palmento che non si era  mai  potuta
    vendere.
    - Peggio dell'esca, vedete! - sbraitava mastro-don Gesualdo. - Roba da
    fare andare in aria tutto il quartiere!... santo e santissimo!... E me
    la  mettono  poi  contro  il mio muro;  perch loro non hanno nulla da
    perdere, santo e santissimo!...
    In cima  alla  scala,  don  Ferdinando,  infagottato  in  una  vecchia
    palandrana,  con un fazzolettaccio legato in testa,  la barba lunga di
    otto giorni, gli occhi grigiastri e stralunati,  che sembravano quelli
    di  un  pazzo  in quella faccia incartapecorita di asmatico,  ripeteva
    come un'anatra:
    - Di qua! di qua!
    Ma nessuno osava avventurarsi su per la scala che traballava. Una vera
    bicocca  quella  casa:  i  muri  rotti,  scalcinati,  corrosi;   delle
    fenditure  che  scendevano  dal  cornicione sino a terra;  le finestre
    sgangherate e senza vetri; lo stemma logoro, scantonato,  appeso ad un
    uncino  arrugginito,  al  di  sopra  della porta.  Mastro-don Gesualdo
    voleva prima buttar fuori sulla piazza tutta quella legna  accatastata
    nel cortile.
    -  Ci  vorr  un  mese!  - rispose Pelagatti il quale stava a guardare
    sbadigliando, col pistolone in mano.
    - Santo e santissimo!  Contro il mio  muro    accatastata!...  Volete
    sentirla, s o no?
    Giacalone  diceva  piuttosto  di  abbattere  la  tettoia;  don Luca il
    sagrestano assicur che pel momento non c'era pericolo: una  torre  di
    Babele!
    Erano accorsi anche altri vicini.  Santo Motta colle mani in tasca, il
    faccione gioviale  e  la  barzelletta  sempre  pronta.  Speranza,  sua
    sorella,  verde  dalla  bile,  strizzando  il  seno  vizzo in bocca al
    lattante, sputando veleno contro i Trao: - Signori miei... guardate un
    po'!...  Ci abbiamo i magazzini qui accanto!  - E se la prendeva anche
    con suo marito Burgio, ch'era l in maniche di camicia: - Voi non dite
    nulla! State l come un allocco! Cosa siete venuto a fare dunque?
    Mastro-don  Gesualdo si slanci il primo urlando su per la scala.  Gli
    altri dietro come tanti leoni per gli stanzoni scuri e vuoti.  A  ogni
    passo un esercito di topi che spaventavano la gente. - Badate! badate!
    Ora  sta per rovinare il solaio!  - Nanni l'Orbo che ce l'aveva sempre
    con quello della finestra, vociando ogni volta: - Eccolo! eccolo!  - E
    nella biblioteca,  la quale cascava a pezzi,  fu a un pelo d'ammazzare
    il sagrestano col pistolone di Pelagatti.  Si udiva sempre nel buio la
    voce chioccia di don Ferdinando il quale chiamava: - Bianca! Bianca! -
    E  don  Diego  che bussava e tempestava dietro un uscio,  fermando pel
    vestito ognuno  che  passava  strillando  anche  lui:  -  Bianca!  mia
    sorella!...
    - Che scherzate? - rispose mastro-don Gesualdo rosso come un pomodoro,
    liberandosi con una strappata. - Ci ho la mia casa accanto, capite: Se
    ne va in fiamme tutto il quartiere!
    Era  un  correre  a  precipizio  nel  palazzo  smantellato;  donne che
    portavano acqua;  ragazzi che si rincorrevano schiamazzando in mezzo a
    quella confusione,  come fosse una festa;  curiosi che girandolavano a
    bocca aperta,  strappando i brandelli di stoffa che  pendevano  ancora
    dalle  pareti,  toccando gli intagli degli stipiti,  vociando per udir
    l'eco degli stanzoni vuoti,  levando il naso in aria ad  osservare  le
    dorature  degli  stucchi,  e  i  ritratti di famiglia: tutti quei Trao
    affumicati che sembravano sgranare gli occhi al vedere tanta marmaglia
    in casa loro. Un va e vieni che faceva ballare il pavimento.
    - Ecco!  ecco!  Or ora rovina il tetto!  - sghignazzava  Santo  Motta,
    sgambettando  in  mezzo  all'acqua: delle pozze d'acqua ad ogni passo,
    fra i mattoni smossi o mancanti.  Don Diego e don Ferdinando,  spinti,
    sbalorditi,  travolti  in  mezzo  alla  folla  che  rovistava  in ogni
    cantuccio la miseria della  loro  casa,  continuando  a  strillare:  -
    Bianca!... Mia sorella!...
    -  Avete  il fuoco in casa,  capite!  - grid loro nell'orecchio Santo
    Motta. - Sar una bella luminaria con tutta questa roba vecchia!
    - Per di qua, per di qua! - si ud una voce dal vicoletto.  - Il fuoco
     lass, in cucina...
    Mastro Nunzio,  il padre di Gesualdo,  arrampicatosi su di una scala a
    piuoli,  faceva dei gesti in  aria,  dal  tetto  della  sua  casa,  l
    dirimpetto. Giacalone aveva attaccata una carrucola alla ringhiera del
    balcone per attinger acqua dalla cisterna dei Motta. Mastro Cosimo, il
    legnaiuolo,   salito  sulla  gronda,   dava  furiosi  colpi  di  scure
    sull'abbaino.
    - No! no! - gridarono di sotto. - Se date aria al fuoco, in un momento
    se ne va tutto il palazzo!
    Don Diego allora si picchi un colpo in fronte,  balbettando:    -  Le
    carte di famiglia!  Le carte della lite! - E don Ferdinando scapp via
    correndo, colle mani nei capelli, vociando anche lui.
    Dalle finestre, dal balcone, come spirava il vento, entravano a ondate
    vortici  di  fumo  denso,  che  facevano  tossire  don  Diego,  mentre
    continuava a chiamare dietro l'uscio: - Bianca! Bianca! il fuoco!...
    Mastro-don  Gesualdo  il  quale  si  era slanciato furibondo su per la
    scaletta della cucina, torn indietro accecato dal fumo,  pallido come
    un morto, cogli occhi fuori dell'orbita, mezzo soffocato:
    - Santo e santissimo!... Non si pu da questa parte!... Sono rovinato!
    Gli altri vociavano tutti in una volta,  ciascuno dicendo la sua;  una
    baraonda da sbalordire: - Buttate gi le tegole! - Appoggiate la scala
    al fumaiuolo! - Mastro Nunzio,  in piedi sul tetto della sua casa,  si
    dimenava  al pari di un ossesso.  Don Luca,  il sagrestano,  era corso
    davvero ad attaccarsi alle campane. La gente in piazza,  fitta come le
    mosche.  Dal  corridoio riusc a farsi udire comare Speranza,  che era
    rauca dal gridare strappando i vestiti di dosso alla gente  per  farsi
    largo,  colle unghie sfoderate come una gatta e la schiuma alla bocca:
    - Dalla scala ch' laggi,  in fondo al corridoio!  - Tutti corsero da
    quella  parte,  lasciando  don  Diego  che seguitava a chiamare dietro
    l'uscio della sorella: - Bianca!  Bianca!...  - Udivasi  un  tramesto
    dietro  quell'uscio;  un  correre  all'impazzata quasi di gente che ha
    persa la testa. Poi il rumore di una seggiola rovesciata. Nanni l'Orbo
    torn a gridare in fondo al corridoio: - Eccolo! eccolo! - E si ud lo
    scoppio del pistolone di Pelagatti, come una cannonata.
    - La Giustizia! Ecco qua gli sbirri! - voci dal cortile Santo Motta.
    Allora  si  apr  l'uscio  all'improvviso,  e  apparve  donna  Bianca,
    discinta,  pallida  come  una  morta,  annaspando colle mani convulse,
    senza profferire parola,  fissando sul fratello  gli  occhi  pazzi  di
    terrore  e  d'angoscia.   Ad  un  tratto  si  pieg  sulle  ginocchia,
    aggrappandosi allo stipite, balbettando:
    - Ammazzatemi,  don Diego!...  Ammazzatemi pure!...  ma  non  lasciate
    entrare nessuno qui!...
    Quello che accadde poi,  dietro quell'uscio che don Diego aveva chiuso
    di nuovo spingendo nella cameretta la sorella,  nessuno lo seppe  mai.
    Si  ud  soltanto la voce di lui,  una voce d'angoscia disperata,  che
    balbettava: - Voi?... Voi qui?...
    Accorrevano  il  signor  Capitano,   l'Avvocato  fiscale,   tutta   la
    Giustizia.  Don  Liccio  Papa,  il  caposbirro,  gridando  da lontano,
    brandendo la sciaboletta sguainata: - Aspetta! aspetta! Ferma!  ferma!
    -  E  il  signor  Capitano  dietro di lui,  trafelato come don Liccio,
    cacciando  avanti  il  bastone:  -  Largo!  largo!   Date  passo  alla
    Giustizia!  - L'Avvocato fiscale ordin di buttare a terra l'uscio.  -
    Don Diego! Donna Bianca! Aprite! Cosa vi  successo?
    S'affacci  don  Diego,  invecchiato  di  dieci  anni  in  un  minuto,
    allibito, stralunato, con una visione spaventosa in fondo alle pupille
    grige,  con  un  sudore  freddo sulla fronte,  la voce strozzata da un
    dolore immenso:
    - Nulla!... Mia sorella!... Lo spavento!... Non entrate nessuno!...
    Pelagatti inferocito contro Nanni  l'Orbo:  -  Bel  lavoro  mi  faceva
    fare!...  Un  altro po' ammazzavo compare Santo!...  - Il Capitano gli
    fece lui pure una bella lavata di capo: - Con le armi da fuoco!... Che
    scherzate?... Siete una bestia!  - Signor Capitano,  credevo che fosse
    il  ladro,  laggi  al buio...  L'ho visto con questi occhi!  - Zitto!
    zitto,  ubbriacone!  - gli diede  sulla  voce  l'Avvocato  fiscale.  -
    Piuttosto andiamo a vedere il fuoco.
    Adesso  dal corridoio,  dalla scala dell'orto,  tutti portavano acqua.
    Compare Cosimo  era  salito  sul  tetto,  e  dava  con  la  scure  sui
    travicelli.  Da  ogni  parte facevano piovere sul soffitto che fumava,
    tegole,  sassi,  cocci di stoviglie.  Burgio,  sulla scala  a  piuoli,
    sparandovi schioppettate sopra, e dall'altro lato Pelagatti, appostato
    accanto  al  fumaiuolo,   caricava  e  scaricava  il  pistolone  senza
    misericordia. Don Luca che suonava a tutto andare le campane; la folla
    dalla piazza vociando e gesticolando; tutti i vicini alla finestra.  I
    Margarone  stavano  a  vedere  dalla  terrazza  al di sopra dei tetti,
    dirimpetto,  le figliuole ancora coi riccioli incartati,  don  Filippo
    che  dava  consigli da lontano,  dirigendo le operazioni di quelli che
    lavoravano a spegnere l'incendio colla canna d'India.
    Don  Ferdinando,   il  quale  tornava  in  quel  momento   carico   di
    scartafacci,  batt  il  naso  nel corridoio buio contro Giacalone che
    andava correndo.
    - Scusate, don Ferdinando. Vado a chiamare il medico per la sorella di
    vossignoria.
    - Il dottor Tavuso! - gli grid dietro la zia Macr una parente povera
    come loro, ch'era accorsa per la prima. - Qui vicino, alla farmacia di
    Bomma.
    Bianca era stata presa dalle convulsioni: un  attacco  terribile;  non
    bastavano in quattro a trattenerla sul lettuccio.  Don Diego sconvolto
    anche lui,  pallido come un cadavere,  colle mani scarne  e  tremanti,
    cercava  di  ricacciare  indietro tutta quella gente.  - No!...  non 
    nulla!...  Lasciatela sola!...- Il  Capitano  si  mise  infine  a  far
    piovere  legnate  a  diritta  e a manca,  come veniva,  sui vicini che
    s'affollavano all'uscio curiosi.  - Che guardate?  Che volete?  Via di
    qua!  fannulloni! vagabondi! Voi, don Liccio Papa, mettetevi a guardia
    del portone.
    Venne pi tardi un momento il barone Mndola, per convenienza, e donna
    Sarina Cirmena che ficcava il naso da per tutto;  il canonico Lupi  da
    parte  della  baronessa  Rubiera.  La  zia  Sganci e gli altri parenti
    mandarono il servitore a prender  notizie  della  nipote.  Don  Diego,
    reggendosi  appena  sulle  gambe,   sporgeva  il  capo  dall'uscio,  e
    rispondeva a ciascheduno:
    - Sta un po' meglio... E' pi calma!... Vuol esser lasciata sola...
    - Eh! eh!  - mormor il canonico scuotendo il capo e guardando in giro
    le pareti squallide della sala: - Mi rammento qui!... Dove  andata la
    ricchezza di casa Trao!...
    Il  barone  scosse  il capo anche lui,  lisciandosi il mento ispido di
    barba dura colla mano pelosa. La zia Cirmena scapp a dire:
    - Sono pazzi! Pazzi da legare tutti e due!  Don Ferdinando gi  stato
    sempre uno stupido...  e don Diego...  vi rammentate! Quando la cugina
    Sganci gli aveva procurato quell'impiego nei mulini!... Nossignore!...
    un Trao non poteva vivere  di  salario!...  Di  limosina  s,  possono
    vivere!...
    - Oh! oh! - interruppe il canonico, colla malizia che gli rideva negli
    occhietti di topo, ma stringendo le labbra sottili.
    -  Sissignore!...  Come  volete chiamarla: Tutti i parenti si danno la
    voce per quello che devono mandare a Pasqua e a Natale... Vino,  olio,
    formaggio...  anche  del  grano...  La ragazza gi  tutta vestita dei
    regali della zia Rubiera.
    - Eh!  eh!...  - Il canonico,  con  un  sorrisetto  incredulo,  andava
    stuzzicando  ora  donna  Sarina ed ora il barone,  il quale chinava il
    capo,  seguitava  a  grattarsi  il  mento  discretamente,  fingeva  di
    guardare anch'esso di qua e di l, come a dire: - Eh! eh! pare anche a
    me!...
    Giunse  in  quel  mentre  il dottor Tavuso in fretta,  col cappello in
    capo, senza salutar nessuno, ed entr nella camera dell'inferma.
    Poco dopo torn ad uscire,  stringendosi nelle  spalle,  gonfiando  le
    gote,  accompagnato da don Ferdinando allampanato che pareva un cucco.
    La zia Macr e il canonico Lupi  corsero  dietro  al  medico.  La  zia
    Cirmena  che voleva sapere ogni cosa e vi piantava in faccia quei suoi
    occhialoni rotondi peggio dell'Avvocato fiscale.
    - Eh? Cos' stato? Lo sapete voi? Adesso si chiamano nervi... malattia
    di moda...  Vi mandano a chiamare per un nulla quasi potessero  pagare
    le  visite  del medico!  - rispose Tavuso burbero.  Quindi,  piantando
    anche lui gli occhiali in faccia a donna Sarina:
    - Volete che ve la dica? Le ragazze a certa et bisogna maritarle!
    E volt le  spalle  soffiando  gravemente,  tossendo,  spurgandosi.  I
    parenti si guardarono in faccia. Il canonico, per discrezione, prese a
    tenere  a  bada  il  barone  Mndola,  dandogli chiacchiera e tabacco,
    sputacchiando di qua e di l,  onde cercare  di  sbirciar  quello  che
    succedeva  dietro  l'uscio  socchiuso  di donna Bianca,  stringendo le
    labbra riarse come inghiottisse ogni  momento:  -  Si  capisce!...  La
    paura  avuta!...  Le avevano fatto credere d'avere i ladri in casa!...
    povera donna Bianca!... E' cos giovine!... cos delicata!...
    - Sentite, cugina!  - disse donna Sarina tirando in disparte la Macr.
    Don  Ferdinando,  sciocco,  voleva accostarsi per udire lui pure: - Un
    momento!  Che maniera!  - lo sgrid la zia Cirmena.  - Ho da dire  una
    parola  a  vostra  zia!...  Piuttosto  andate  a pigliare un bicchiere
    d'acqua per Bianca, che le far bene...
    Torn a scendere Santo Motta di lass,  fregandosi le mani,  coll'aria
    sorridente: - E' tutta rovinata la cucina! Non c' pi dove cuocere un
    uovo!...  Bisogner  fabbricarla  di  nuovo!  -  Come nessuno gli dava
    retta,  fissava in volto or questo  ed  ora  quello  col  suo  sorriso
    sciocco.
    Il canonico Lupi, per levarselo dai piedi, gli disse infine:
    - Va bene, va bene. Poi ci si penser...
    Il  barone  Mndola,  appena  Santo  Motta  volse le spalle,  si sfog
    infine:
    - Ci si penser?...  Se ci saranno i denari per pensarci!  Io gliel'ho
    sempre detto...  Vendete met di casa,  cugini cari... anche una o due
    camere... tanto da tirare innanzi!... Ma nossignore!.. Vendere la casa
    dei Trao?...  Piuttosto,  ogni stanza che rovina chiudono l'uscio e si
    riducono  in  quelle  che  restano  in  piedi...  Cos  faranno per la
    cucina...  Faranno cuocere le uova qui in sala,  quando le  avranno...
    Vendere  una  o  due  camere:...   Nossignore...  non  si  pu,  anche
    volendo...  La camera dell'archivio: e ci son le carte di famiglia!...
    Quella  della  processione:  e non ci sar poi dove affacciarsi quando
    passa il Corpus Domini!...  Quella del  cuc:...  Ci  hanno  anche  la
    camera pel cuc, capite!
    E  il  barone,  con  quella  sfuriata,  li  piant  tutti  l,  che si
    sganasciavano dalle risa.
    Donna Sarina,  prima d'andarsene,  picchi di  nuovo  all'uscio  della
    nipote,  per  sapere come stava.  Fece capolino don Diego,  sempre con
    quella faccia di cartapesta, e ripet:
    - Meglio... E' pi calma!... Vuol esser lasciata sola...
    - Povero Diego!  - sospir la zia Macr.  -  La  Cirmena  fece  ancora
    alcuni  passi  nell'anticamera,  perch  non  udisse don Ferdinando il
    quale veniva a chiuder l'uscio, e soggiunse sottovoce:
    - Lo sapevo da un pezzo... Vi rammentate la sera dell'Immacolata,  che
    cadde  tanta neve?...  Vidi passare il baronello Rubiera dal vicoletto
    qui a due passi... intabarrato come un ladro...
    Il canonico Lupi attravers il cortile,  rialzando  la  sottana  sugli
    stivaloni  grossi  in  mezzo alle erbacce,  si volt indietro verso la
    casa smantellata,  per veder se potessero udirlo,  e poi,  dinanzi  al
    portone, guardando inquieto di qua e di l, conchiuse:
    -  Avete udito il dottore Tavuso?  Possiamo parlare perch siamo tutti
    amici intimi e parenti... A certa et le ragazze bisogna maritarle!


    2.

    Nella piazza,  come videro passare don Diego Trao col cappello bisunto
    e la palandrana delle grandi occasioni,  fu un avvenimento: - Ci volle
    il fuoco a farvi uscir  di  casa!  -  Il  cugino  Zacco  voleva  anche
    condurlo  al  Caff  dei  Nobili:  - Narrateci,  dite come fu...  - Il
    poveraccio si scherm alla meglio; per altro non era socio: poveri s,
    ma i Trao non s'erano mai cavato il cappello a nessuno.  Fece il  giro
    lungo onde evitare la farmacia di Bomma,  dove il dottor Tavuso sedeva
    in cattedra tutto il giorno;  ma nel salire pel Condotto,  rasente  al
    muro,  inciamp in quella linguaccia di Ciolla, ch'era sempre in cerca
    di scandali:
    - Buon vento, buon vento, don Diego! Andate da vostra cugina Rubiera?
    Lui si fece rosso.  Sembrava che tutti gli leggessero in viso  il  suo
    segreto! Si volt ancora indietro esitante, guardingo, prima d'entrare
    nel vicoletto,  temendo che Ciolla stesse a spiarlo. Per fortuna colui
    s'era fermato a discorrere col canonico Lupi,  facendo di gran risate,
    alle  quali  il canonico rispondeva atteggiando la bocca al riso anche
    lui, discretamente.
    La baronessa Rubiera faceva vagliare del  grano.  Don  Diego  la  vide
    passando  davanti  la  porta  del magazzino,  in mezzo a una nuvola di
    pula, con le braccia nude,  la gonnella di cotone rialzata sul fianco,
    i capelli impolverati, malgrado il fazzoletto che s'era tirato gi sul
    naso a mo' di tettino. Essa stava litigando con quel ladro del sensale
    Pirtuso,  che  le voleva rubare il suo farro pagandolo due tar meno a
    salma, accesa in volto, gesticolando con le braccia pelose,  il ventre
    che le ballava: - Non ne avete coscienza,  giudeo?... - Poi, come vide
    don Diego, si volt sorridente:
    - Vi saluto, cugino Trao. Cosa andate facendo da queste parti?
    - Veniva appunto,  signora cugina...  - e don Diego,  soffocato  dalla
    polvere, si mise a tossire.
    - Scostatevi, scostatevi! Via di qua, cugino. Voi non ci siete avvezzo
    -  interruppe  la  baronessa.  -  Vedete cosa mi tocca a fare?  Ma che
    faccia avete, gesummaria! Lo spavento di questa notte, eh?...
    Dalla botola,  in cima alla scaletta di  legno,  si  affacciarono  due
    scarpacce,  delle  grosse  calze turchine,  e si ud una bella voce di
    giovanetta la quale disse:
    - Signora baronessa, eccoli qua.
    - E' tornato il baronello?
    - Sento Marchese che abbaia laggi.
    - Va bene, adesso vengo. Dunque, pel farro cosa facciamo, mastro Lio?
    Pirtuso era rimasto accoccolato sul moggio,  tranquillamente,  come  a
    dire che non gliene importava del farro,  guardando sbadatamente qua e
    l le cose strane che c'erano nel magazzino vasto quanto  una  chiesa.
    Una volta,  al tempo dello splendore dei Rubiera, c'era stato anche il
    teatro.  Si vedeva tuttora l'arco dipinto a donne nude e  a  colonnati
    come  una  cappella;  il gran palco della famiglia di contro,  con dei
    brandelli di stoffa che spenzolavano  dal  parapetto;  un  lettone  di
    legno  scolpito  e sgangherato in un angolo;  dei seggioloni di cuoio,
    sventrati  per  farne  scarpe;  una  sella  di  velluto  polverosa,  a
    cavalcioni sul subbio di un telaio; vagli di tutte le grandezze appesi
    in  giro;  mucchi di pale e di scope;  una portantina ficcata sotto la
    scala che saliva al palco, con lo stemma dei Rubiera allo sportello, e
    una lanterna antica posata sul copricielo, come una corona. Giacalone,
    e Vito Orlando,  in mezzo  a  mucchi  di  frumento  alti  al  pari  di
    montagne,  si dimenavano attorno ai vagli immensi, come ossessi, tutti
    sudati e bianchi di pula,  cantando in  cadenza;  mentre  Gerbido,  il
    ragazzo, ammucchiava continuamente il grano con la scopa.
    -  Ai miei tempi,  signora baronessa,  io ci ho visto la commedia,  in
    questo magazzino, - rispose Pirtuso per sviare la domanda.
    - Lo so! lo so!  Cos si son fatti mangiare il fatto suo i Rubiera!  E
    ora vorreste continuare!... Lo pigliate il farro, s o no?
    - Ve l'ho detto: a cinque onze e venti.
    - No, in coscienza, non posso. Ci perdo gi un tar a salma.
    - Benedicite a vossignoria!
    - Via, mastro Lio, ora che ha parlato la signora baronessa! - aggiunse
    Giacalone,  sempre facendo ballare il vaglio. Ma il sensale riprese il
    suo moggio,  e se ne and senza rispondere.  La  baronessa  gli  corse
    dietro, sull'uscio, per gridargli:
    - A cinque e vent'uno. V'accomoda?
    - Benedicite, benedicite.
    Ma  essa,  colla  coda  dell'occhio,  si accorse che il sensale si era
    fermato a discorrere col canonico Lupi, il quale,  sbarazzatosi infine
    del Ciolla,  se ne veniva su pel vicoletto.  Allora,  rassicurata,  si
    rivolse al cugino Trao, parlando d'altro:
    - Stavo pensando giusto a voi,  cugino.  Un po' di quel  farro  voglio
    mandarvelo a casa...  No,  no,  senza cerimonie...  Siamo parenti.  La
    buon'annata deve venire per tutti.  Poi il Signore ci aiuta!...  Avete
    avuto  il fuoco in casa,  eh?  Dio liberi!  M'hanno detto che Bianca 
    ancora mezza morta dallo spavento...  Io non potevo  lasciare,  qui...
    scusatemi.
    - S... son venuto appunto... Ho da parlarvi...
    -  Dite,  dite pure...  Ma intanto,  mentre siete laggi,  guardate se
    torna Pirtuso... Cos, senza farvi scorgere...
    - E' una bestia!  - rispose Vito Orlando dimenandosi sempre attorno al
    vaglio.  - Conosco mastro Lio.  E' una bestia!  Non torna.  Ma in quel
    momento entrava il canonico Lupi, sorridente,  con quella bella faccia
    amabile  che  metteva  tutti d'accordo,  e dietro a lui il sensale col
    moggio in mano.  - Deo gratias!  Deo  gratias!  Lo  combiniamo  questo
    matrimonio, signora baronessa?
    Come s'accorse di don Diego Trao, che aspettava umilmente in disparte,
    il  canonico  mut  subito  tono  e  maniere,  colle  labbra  strette,
    affettando di tenersi in disparte anche lui,  per  discrezione,  tutto
    intento a combinare il negozio del frumento.
    Si  stette  a  tirare  un  altro  po';  mastro  Lio  ora  strillava  e
    dibattevasi quasi volessero rubargli i denari di tasca.  La  baronessa
    invece coll'aria indifferente,  voltandogli le spalle, chiamando verso
    la botola:
    - Rosaria! Rosaria!
    - E tacete!  - esclam infine il canonico  battendo  sulle  spalle  di
    mastro Lio colla manaccia. - Io so per chi comprate. E' per mastro-don
    Gesualdo.
    Giacalone accenn di s, strizzando l'occhio.
    -  Non    vero!  Mastro-don Gesualdo non ci ha che fare!  - si mise a
    vociare il sensale. - Quello non  il mestiere di mastro-don Gesualdo!
    - Ma infine,  come s'accordarono sul  prezzo,  Pirtuso  si  calm.  Il
    canonico soggiunse:
    - State tranquillo, che mastro-don Gesualdo fa tutti i mestieri in cui
    c' da guadagnare.
    Pirtuso   il   quale  s'era  accorto  della  strizzatina  d'occhio  di
    Giacalone, and a dirgli sotto il naso il fatto suo: - Che non ne vuoi
    mangiare pane, tu? Non sai che si tace nei negozi? - La baronessa, dal
    canto suo,  mentre il sensale le voltava le spalle,  ammicc anch'essa
    al canonico Lupi, come a dirgli che riguardo al prezzo non c'era male.
    -  S,  s,  -  rispose  questi  sottovoce.  - Il barone Zacco sta per
    vendere a minor prezzo.  Per mastro-don Gesualdo  ancora  non  ne  sa
    nulla.
    -  Ah!  s'  messo  anche  a  fare il negoziante di grano,  mastro-don
    Gesualdo? Non lo fa pi il muratore?
    - Fa un po' di tutto,  quel diavolo!  Dicesi pure che vuol  concorrere
    all'asta per la gabella delle terre comunali...
    La  baronessa allora sgran gli occhi: - Le terre del cugino Zacco:...
    Le gabelle che da  cinquant'anni  si  passano  in  mano  di  padre  in
    figlio?... E' una bricconata!
    -  Non  dico  di  no;  non  dico di no.  Oggi non si ha pi riguardo a
    nessuno. Dicono che chi ha pi denari, quello ha ragione...
    Allora si rivolse verso don Diego,  con grande  enfasi,  pigliandosela
    coi tempi nuovi:
    -  Adesso  non c' altro Dio!  Un galantuomo alle volte...  oppure una
    ragazza ch' nata di  buona  famiglia...  Ebbene  non  hanno  fortuna!
    Invece  uno  venuto  dal  nulla...  uno come mastro-don Gesualdo,  per
    esempio!...
    Il canonico riprese a dire come in aria di mistero parlando piano  con
    la baronessa e don Diego Trao sputacchiando di qua e di l:
    - Ha la testa fine quel mastro-don Gesualdo!  Si far ricco ve lo dico
    io! Sarebbe un marito eccellente per una ragazza a modo...  come ce ne
    son tante che non hanno molta dote.
    Mastro Lio stavolta se ne andava davvero.  - Dunque signora baronessa,
    posso venire a caricare il grano?  - La  baronessa,  tornata  di  buon
    umore, rispose: - S ma sapete come dice l'oste? " Qui si mangia e qui
    si beve; senza denari non ci venire."
    -  Pronti  e  contanti,  signora  baronessa.  Grazie a Dio vedrete che
    saremo puntuali.
    - Se ve l'avevo detto!  - esclam Giacalone ansando sul vaglio.  -  E'
    mastro-don Gesualdo!
    Il canonico fece un altro segno d'intelligenza alla baronessa,  e dopo
    che Pirtuso se ne fu andato, le disse:
    - Sapete cosa ho pensato?  di concorrere  pure  all'asta  vossignoria,
    insieme a qualchedun altro... ci starei anch'io...
    - No,  no, ho troppa carne al fuoco!... Poi non vorrei fare uno sgarbo
    al cugino Zacco!  Sapete bene...  Siamo nel mondo...  Abbiamo  bisogna
    alle volte l'uno dell'altro.
    - Intendo... mettere avanti un altro... mastro-don Gesualdo Motta, per
    esempio. Un capitaluccio lo ha; lo so di sicuro... Vossignoria darebbe
    l'appoggio  del  nome...  Si potrebbe combinare una societ fra di noi
    tre...
    Poscia,  sembrandogli che don Diego Trao stesse ad  ascoltare  i  loro
    progetti,  perch  costui  aspettava il momento di parlare alla cugina
    Rubiera,  impresciuttito nella sua palandrana,  e aveva tutt'altro per
    la testa il poveraccio! il canonico cambi subito discorso:
    -  Eh,  eh,  quante  cose ha visto questo magazzino!  Mi rammento,  da
    piccolo,  il marchese Limli che recitava Adelaide  e  Comingio  colla
    Margarone,  buon'anima,  la madre di don Filippo, quella ch' andata a
    finire poi alla Salonia.  "Adelaide!  dove  sei?"  -  La  scena  della
    Certosa...  Bisognava vedere!  tutti col fazzoletto agli occhi!  Tanto
    che don Alessandro Spina per la commozione,  si mise  a  gridare:  "Ma
    diglielo che sei tu!..." e le butt anche una parolaccia...  Ci fu poi
    la storia della schioppettata che tirarono al marchese Limli,  mentre
    stava a prendere il fresco,  dopo cena;  e di don Nicola Margarone che
    condusse la moglie in campagna,  e non le fece pi vedere anima  viva.
    Ora  riposano  insieme marito e moglie nella chiesa del Rosario,  pace
    alle anime loro!
    La baronessa affermava coi segni del capo, dando un colpo di scopa, di
    tanto in tanto,  per dividere  il  grano  dalla  mondiglia.    -  Cos
    andavano in rovina le famiglie.  Se non ci fossi stata io, in casa dei
    Rubiera!... Lo vedete quel che sarebbe rimasto di tante grandezze!  Io
    non  ho fumi,  grazie a Dio!  Io sono rimasta quale mi hanno fatto mio
    padre e mia madre... gente di campagna,  gente che hanno fatto la casa
    colle loro mani,  invece di distruggerla!  e per loro c' ancora della
    grazia di Dio  nel  magazzino  dei  Rubiera,  invece  di  feste  e  di
    teatri...
    In quella arriv il vetturale colle mule cariche.
    - Rosaria! Rosaria! - si mise a gridare di nuovo la baronessa verso la
    scaletta.
    Finalmente  comparvero dalla botola le scarpaccie e le calze turchine,
    poi la figura di scimmia  della  serva,  sudicia,  spettinata,  sempre
    colle mani nei capelli.
    -  Don  Nin  non  era alla Vignazza,  - disse lei tranquillamente.  -
    Alessi  ritornato col cane, ma il baronello non c'era.
    - Oh,  Vergine Santa!  - cominci a strillare la padrona,  perdendo un
    po' del suo colore acceso.  - Oh,  Maria Santissima!  E dove sar mai?
    Cosa gli sar accaduto al mio ragazzo?
    Don Diego a quel discorso si faceva rosso  e  pallido  da  un  momento
    all'altro.  Aveva la faccia di uno che voglia dire: - Apriti, terra, e
    inghiottimi! - Toss, cerc il fazzoletto dentro il cappello,  apr la
    bocca  per  parlare;  poi  si volse dall'altra parte,  asciugandosi il
    sudore.  Il canonico s'affrett a rispondere,  guardando sottecchi don
    Diego Trao.
    - Sar andato in qualche altro posto...  Quando si va a caccia, sapete
    bene...
    -  Tutti  i  vizi  di   suo   padre,   buon'anima!   Caccia,   giuoco,
    divertimenti...   senza   pensare   ad   altro...   e   senza  neppure
    avvertirmi!... Figuratevi,  stanotte,  quando le campane hanno suonato
    al  fuoco,  vado  a  cercarlo  in  camera  sua,  e  non  lo trovo!  Mi
    sentir!... Oh, mi sentir!...
    Il canonico cercava di troncare il discorso,  col  viso  inquieto,  il
    sorriso sciocco che non voleva dir nulla:
    - Eh,  eh,  baronessa! vostro figlio non  pi un ragazzo; ha ventisei
    anni!
    - Ne avesse anche cento!...  Fin che si  marita,  capite!...  E  anche
    dopo!
    - Signora baronessa, dove s'hanno a scaricare i muli? - disse Rosaria,
    grattandosi il capo.
    - Vengo,  vengo.  Andiamo per di qua.  Voialtri passerete pel cortile,
    quando avrete terminato.
    Essa chiuse a catenaccio Giacalone e Vito Orlando dentro il magazzino,
    e s'avvi verso il portone.
    La casa della baronessa  era  vastissima,  messa  insieme  a  pezzi  e
    bocconi,  a  misura  che i genitori di lei andavano stanando ad uno ad
    uno i diversi proprietari,  sino a cacciarsi poi colla  figliuola  nel
    palazzetto  dei  Rubiera  e  porre  ogni  cosa in comune: tetti alti e
    bassi; finestre d'ogni grandezza, qua e l, come capitava;  il portone
    signorile incastrato in mezzo a facciate da catapecchie. Il fabbricato
    occupava  quasi  tutta  la  lunghezza  del  vicoletto.  La  baronessa,
    discorrendo sottovoce col canonico Lupi,  s'era quasi dimenticata  del
    cugino,  il  quale veniva dietro passo passo.  Ma giunti al portone il
    canonico si tir indietro prudentemente:  -  Un'altra  volta;  torner
    poi.  Adesso vostro cugino ha da parlarvi. Fate gli affari vostri, don
    Diego.
    - Ah, scusate, cugino. Entrate, entrate pure.
    Fin dall'androne immenso e buio,  fiancheggiato  di  porticine  basse,
    ferrate a uso di prigione,  si sentiva di essere in una casa ricca: un
    tanfo d'olio e di formaggio che pigliava alla gola;  poi un  odore  di
    muffa e di cantina. Dal rastrello spalancato, come dalla profondit di
    una caverna, venivano le risate di Alessi e della serva che riempivano
    i barili, e il barlume fioco del lumicino posato sulla botte.
    -  Rosaria!  Rosaria!  -  torn  a  gridare  la  baronessa  in tono di
    minaccia.  Quindi rivolta al cugino Trao: - Bisogna  darle  spesso  la
    voce,  a  quella  benedetta ragazza;  perch quando ci ha degli uomini
    sottomano  un affar serio!  Ma del resto   fidata,  e  bisogna  aver
    pazienza. Che posso farci?... Una casa piena di roba come la mia!...
    Pi in l, nel cortile che sembrava quello di una fattoria popolato di
    galline,  di  anatre,  di  tacchini,  che si affollavano schiamazzando
    attorno alla padrona,  il tanfo si mutava in un puzzo di concime e  di
    strame  abbondante.  Due o tre muli dalla lunga fila sotto la tettoia,
    allungarono il collo ragliando;  dei piccioni calarono  a  stormi  dal
    tetto;  un cane da pecoraio feroce, si mise ad abbaiare, strappando la
    catena;   dei  conigli  allungavano   pure   le   orecchie   inquiete,
    dall'oscurit  misteriosa  della  legnaia.  E  la baronessa in mezzo a
    tutto quel ben di Dio, disse al cugino:
    - Voglio mandarvi un paio di piccioni, per Bianca...
    Il poveraccio toss, si soffi il naso, ma non trov neppure allora le
    parole da rispondere.  Infine,  dopo  un  laberinto  di  anditi  e  di
    scalette,  per stanzoni oscuri, ingombri di ogni sorta di roba, mucchi
    di fave e di orzo riparati dai graticci,  arnesi di campagna,  cassoni
    di biancheria,  arrivarono nella camera della baronessa,  imbiancata a
    calce,  col gran letto nuziale  rimasto  ancora  tale  e  quale,  dopo
    vent'anni  di vedovanza,  dal ramoscello d'ulivo benedetto,  a pi del
    crocifisso, allo schioppo del marito accanto al capezzale.
    La cugina Rubiera era tornata a lamentarsi del  figliuolo:  -  Tale  e
    quale  suo padre,  buon'anima!  Senza darsi un pensiero al mondo della
    mamma o dei suoi interessi!...
    Vedendo  il  cugino  Trao  inchiodato  sull'uscio,   rimpiccinito  nel
    soprabitone,  gli porse da sedere: - Entrate,  entrate, cugino Trao. -
    Il poveretto si lasci cadere sulla seggiola,  quasi avesse  le  gambe
    rotte,  sudando  come  Ges  all'orto;  si cav allora il cappellaccio
    bisunto, passandosi il fazzoletto sulla fronte.
    - Avete da dirmi qualche cosa, cugino? Parlate, dite pure.
    Egli strinse forte le mani l'una nell'altra,  dentro  il  cappello,  e
    balbett colla voce roca, le labbra smorte e tremanti, gli occhi umidi
    e tristi che evitavano gli occhi della cugina:
    - Sissignora... Ho da parlarvi...
    Lei,  da  prima,  al vedergli quella faccia,  pens che fosse venuto a
    chiederle denari in prestito.  Sarebbe stata la prima volta,    vero:
    erano troppo superbi i cugini Trao: qualche regaluccio,  di quelli che
    aiutano a tirare innanzi, vino,  olio,  frumento,  solevano accettarlo
    dai parenti ricchi - lei,  la cugina Sganci, il barone Mndola - ma la
    mano non l'avevano mai stesa. Per alle volte il bisogno fa chinare il
    capo anche ad altro!...  La prudenza istintiva che era nel  sangue  di
    lei,  le  agghiacci  un momento il sorriso benevolo.  Poscia pens al
    fuoco che avevano avuto in casa,  alla malattia di Bianca  -  era  una
    buona  donna  infine  -  don  Diego  aveva  proprio  una faccia da far
    compassione...  Accost la sua seggiola a quella di  lui,  per  fargli
    animo, e soggiunse:
    -  Parlate,  parlate,  cugino  mio...  Quel che si pu fare...  sapete
    bene... siamo parenti... I tempi non rispondono... ma quel poco che si
    pu... Non molto... ma quel poco che posso...  fra parenti...  Parlate
    pure...
    Ma egli non poteva,  no!  colle fauci strette, la bocca amara, alzando
    ogni momento gli occhi su di lei,  e aprendo le labbra  senza  che  ne
    uscisse  alcun  suono.   Infine,  cav  di  nuovo  il  fazzoletto  per
    asciugarsi il sudore, se lo pass sulle labbra aride, balbettando:
    - E' accaduta una disgrazia!... Una gran disgrazia!...
    La baronessa ebbe paura di essersi lasciata andare troppo  oltre.  Nei
    suoi  occhi,  che  fuggivano  quelli lagrimosi del cugino,  cominci a
    balenare la inquietudine del contadino che teme per la sua roba.
    - Cio!... cio!...
    - Vostro figlio  tanto ricco!... Mia sorella no, invece!...
    A quelle parole la cugina Rubiera tese le orecchie,  colla faccia a un
    tratto  irrigidita  nella  maschera  dei suoi progenitori,  improntata
    della diffidenza arcigna dei contadini che le avevano dato  il  sangue
    delle vene e la casa messa insieme a pezzo a pezzo colle loro mani. Si
    alz,  and  ad  appendere  la  chiave allo stipite dell'uscio,  frug
    alquanto nei cassetti del cassettone.  Infine,  vedendo che don  Diego
    non aggiungeva altro:
    - Ma spiegatevi, cugino. Sapete che ho tanto da fare...
    Invece  di  spiegarsi  don  Diego  scoppi a piangere come un ragazzo,
    nascondendo il viso incartapecorito nel fazzoletto di cotone,  con  la
    schiena curva e scossa dai singhiozzi ripetendo:
    -  Bianca!  mia  sorella!...  E'  capitata una gran disgrazia alla mia
    povera sorella!... Ah, cugina Rubiera!... voi che siete madre!...
    Adesso la cugina aveva tutt'altra faccia anche lei: le labbra  strette
    per non lasciarsi scappar la pazienza,  e una ruga nel bel mezzo della
    fronte: la ruga della gente che  stata all'acqua e al sole per  farsi
    la  roba  -  o che deve difenderla.  In un lampo le tornarono in mente
    tante cose alle quali non aveva badato nella  furia  del  continuo  da
    fare:  qualche  mezza  parola  della cugina Macr;  le chiacchiere che
    andava  spargendo  don  Luca  il  sagrestano;   certi  sotterfugi  del
    figliuolo.  A  un  tratto  si  sent  la  bocca  amara  come  il fiele
    anch'essa.
    - Non so, cugino, - gli rispose secco secco. - Non so come ci entri io
    in questi discorsi...
    Don Diego stette un po' a cercare le parole,  guardandola fisso  negli
    occhi che dicevano tante cose,  in mezzo a quelle lagrime di onta e di
    dolore, e poi nascose di nuovo il viso fra le mani,  accompagnando col
    capo la voce che stentava a venir fuori:
    - S!... s!... Vostro figlio Nin!...
    La  baronessa  stavolta rimase lei senza trovar parola,  con gli occhi
    che le schizzavano fuori dal faccione  apoplettico  fissi  sul  cugino
    Trao,  quasi  volesse  mangiarselo;  quindi balz in piedi come avesse
    vent'anni, e spalanc in furia la finestra gridando:
    - Rosaria! Alessi! venite qua!
    - Per carit!  per carit!  - supplicava  don  Diego  a  mani  giunte,
    correndole  dietro.  -  Non  fate  scandali,  per carit!  - E tacque,
    soffocato dalla tosse, premendosi il petto.
    Ma la cugina,  fuori di s,  non  gli  dava  pi  retta.  Sembrava  un
    terremoto  per tutta la casa: gli schiamazzi dal pollaio;  l'uggiolare
    del cane; le scarpaccie di Alessi e di Rosaria che accorrevano a rotta
    di collo, arruffati, scalmanati, con gli occhi bassi.
    - Dov' mio figlio, infine?  Cosa t'hanno detto alla Vignazza?  Parla,
    stupido!  -  Alessi dondolandosi ora su di una gamba e ora sull'altra,
    balbettando,  guardando inquieto di qua e di l,  ripeteva  sempre  la
    stessa  cosa: - Il baronello non era alla Vignazza.  Vi aveva lasciato
    il cane,  Marchese,  la sera innanzi,  ed  era  partito:  -  A  piedi,
    sissignora.  Cos mi ha detto il fattore. - La serva, rassettandosi di
    nascosto, a capo chino, soggiunse che il baronello,  allorch andava a
    caccia  di buon'ora,  soleva uscire dalla porticina della stalla,  per
    non svegliar nessuno: - La chiave?...  Io non so...  Ha minacciato  di
    rompermi le ossa...  La colpa non  mia,  signora baronessa!... - Come
    le  pigliasse  un   accidente,   alla   signora   baronessa.   -   Poi
    sgattaiolarono entrambi mogi mogi.  Nella scala si udirono di nuovo le
    scarpaccie che scendevano a precipizio, inseguendosi.
    Don Diego,  cadaverico,  col fazzoletto sulla  bocca  per  frenare  la
    tosse, continuava a balbettare soffocato delle parole senza senso.
    -   Era   l...   dietro   quell'uscio!...   Meglio   m'avesse  ucciso
    addirittura...  allorch mi punt le pistole al petto...  a me!...  le
    pistole al petto, cugina Rubiera!...
    La baronessa si asciugava le labbra amare come il fiele col fazzoletto
    di cotone: - No!  questa non me l'aspettavo!... dite la verit, cugino
    don Diego,  che non me  la  meritavo!...  Vi  ho  sempre  trattati  da
    parenti...  E  quella gatta morta di Bianca che me la pigliavo in casa
    giornate intere... come una figliuola...
    - Lasciatela stare,  cugina Rubiera!  - interruppe don Diego,  con  un
    rimasuglio del vecchio sangue dei Trao alle guance.
    - S,  s,  lasciamola stare!  Quanto a mio figlio ci penser io,  non
    dubitate!  Gli far fare quel che  dico  io,  al  signor  baronello...
    Birbante! assassino! Sar causa della mia morte!...
    E le spuntarono le lagrime.  Don Diego, avvilito, non osava alzare gli
    occhi.  Ci aveva fissi dinanzi,  implacabili,  Ciolla,  la farmacia di
    Bomma,  le risate ironiche dei vicini, le chiacchiere delle comari, ed
    anche insistente e dolorosa, la visione netta della sua casa,  dove un
    uomo  era  entrato  di  notte: la vecchia casa che gli sembrava sentir
    trasalire ancora in ogni pietra all'eco di quei passi ladri: e Bianca,
    sua sorella, la sua figliuola,  il suo sangue,  che gli aveva mentito,
    che  s'era stretta tacita nell'ombra all'uomo il quale veniva a recare
    cos mortale oltraggio ai Trao: il suo povero corpo delicato e fragile
    nelle braccia di un estraneo!...  Le lagrime gli  scendevano  amare  e
    calde a lui pure lungo il viso scarno che nascondeva fra le mani.
    La  baronessa,  infine,  si  asciug  gli occhi,  e sospir rivolta al
    crocifisso:
    - Sia fatta la volont di Dio! Anche voi, cugino Trao,  dovete aver la
    bocca  amara!  Che  volete: Tocca a noi che abbiamo il peso della casa
    sulle spalle!...  Dio sa se della mia pelle  ho  fatto  scarpe,  dalla
    mattina  alla  sera!  se mi son levato il pan di bocca per amore della
    roba!...  E poi tutto  a  un  tratto,  ci  casca  addosso  un  negozio
    simile!...  Ma  questa   l'ultima che mi far il signor baronello!...
    L'aggiuster io, non dubitate! Alla fin fine non  pi un ragazzo!  Lo
    mariter a modo mio...  La catena al collo, l! quella ci vuole!... Ma
    voi,  lasciatemelo dire,  dovevate tenere  gli  occhi  aperti,  cugino
    Trao!...  Non  parlo  di  vostro  fratello  don  Ferdinando,  ch' uno
    stupido, poveretto, sebbene sia il primogenito... ma voi che avete pi
    giudizio...  e non siete un  bambino  neppur  voi!  Dovevate  pensarci
    voi!...  Quando si ha in casa una ragazza...  L'uomo  cacciatore,  si
    sa!... A vostra sorella avreste dovuto pensarci voi... o piuttosto lei
    stessa... Quasi quasi si direbbe... colpa sua!...  Chiss cosa si sar
    messa in testa?... magari di diventare baronessa Rubiera...
    Il cugino Trao si fece rosso e pallido in un momento.
    -  Signora  baronessa...   siamo  poveri...    vero...  Ma  quanto  a
    nascita...
    - Eh, caro mio! la nascita... gli antenati... tutte belle cose...  non
    dico di no...  Ma gli antenati che fecero mio figlio barone...  volete
    sapere quali furono?...  Quelli che zapparono la terra!...  Col sudore
    della  fronte,  capite?  Non  si ammazzarono a lavorare perch la loro
    roba poi andasse in mano di questo e di quello... capite?...
    In quel mentre bussarono al portone col pesante martello di ferro  che
    rintron per tutta la casa, e suscit un'altra volta lo schiamazzo del
    pollaio,  i  latrati  del  cane;  e  mentre  la  baronessa andava alla
    finestra, per vedere chi fosse, Rosaria grid dal cortile:
    - C' il sensale... quello del grano...
    - Vengo, vengo!  - seguit a brontolare la cugina Rubiera,  tornando a
    staccare  dal  chiodo  la  chiave del magazzino.  - Vedete quel che ci
    vuole a guadagnare un tar a salma, con Pirtuso e tutti gli altri!  Se
    ho lavorato anch'io tutta la vita, e mi son tolto il pan di bocca, per
    amore della casa, intendo che mia nuora vi abbia a portare la sua dote
    anch'essa...
    Don  Diego,  sgambettando  pi  lesto  che  poteva  dietro alla cugina
    Rubiera, per gli anditi e gli stanzoni pieni di roba seguitava:
    - Mia sorella non  ricca...  cugina Rubiera...  Non ha la dote che ci
    vorrebbe...  Le  daremo  la casa e tutto...  Ci spoglieremo per lei...
    Ferdinando ed io...
    - Appunto,  vi dicevo!...  Badate che c' uno scalino rotto...  Voglio
    che  mio  figlio sposi una bella dote.  La padrona son io,  quella che
    l'ha fatto barone.  Non l'ha fatta  lui  la  roba!  Entrate,  entrate,
    mastro Lio. L, dal cancello di legno. E' aperto...
    -  Vostro  figlio  per  lo  sapeva  che  mia sorella non  ricca!...-
    ribatteva il povero don Diego  che  non  si  risolveva  ad  andarsene,
    mentre  la  cugina  Rubiera aveva tanto da fare.  Essa allora si volt
    come un gallo, coi pugni sui fianchi, in cima alla scala:
    - A mio figlio ci penso io,  torno  a  dirvi!  Voi  pensate  a  vostra
    sorella...  L'uomo    cacciatore...  Lo mander lontano!  Lo chiudo a
    chiave! Lo sprofondo!  Non torner in paese altro che maritato!  colla
    catena al collo! ve lo dico io! La mia croce! la mia rovina!...
    Quindi, mossa a compassione dalla disperazione muta del poveraccio, il
    quale non si reggeva sulle gambe, aggiunse, scendendo adagio adagio:
    - E del resto...  sentite,  don Diego... Far anch'io quello che potr
    per Bianca...  Sono madre anch'io!...  Sono cristiana!...  Immagino la
    spina che dovete averci l dentro...
    - Signora baronessa,  dice che il farro non risponde al peso,  - grid
    Alessi dalla porta del magazzino.
    - Che c'?  Cosa dice?...  Anche il peso adesso?  La solita rinculata!
    per carpirmi un altro ribasso!...
    E  la  baronessa  part  come  una  furia.  Per  un  po'  si ud nella
    profondit del magazzino  un  gran  voco:  sembrava  che  si  fossero
    accapigliati.  Pirtuso  strillava  peggio  di  un  agnello  in mano al
    beccaio;  Giacalone e Vito Orlando vociavano anch'essi,  per  metterli
    d'accordo,  e  la  baronessa  fuori  di  s,  che ne diceva di tutti i
    colori.  Poscia vedendo passare il cugino Trao,  il quale se ne andava
    colla coda fra le gambe, la testa infossata nelle spalle, barcollando,
    lo ferm sull'uscio, cambiando a un tratto viso e maniere:
    -  Sentite,  sentite...  l'aggiusteremo  fra di noi questa faccenda...
    Infine cos' stato?... Niente di male,  ne son certa.  Una ragazza col
    timor di Dio...  La cosa rimarr fra voi e me... l'accomoderemo fra di
    noi... Vi aiuter anch'io, don Diego... Sono madre... son cristiana...
    La mariteremo a un galantuomo...
    Don Diego scosse il capo amaramente,  avvilito,  barcollando  come  un
    ubbriaco nell'andarsene.
    -  S,  s,  le  troveremo  un  galantuomo...  Vi aiuter anch'io come
    posso... Pazienza!... Far un sagrificio...
    Egli a quelle parole si ferm, cogli occhi spalancati, tutto tremante:
    - Voi!... cugina Rubiera!... No!... no!... Questo non pu essere...
    In quel momento veniva dal magazzino il sensale, bianco di pula, duro,
    perfino nella barba che gli tingeva di nero il  viso  anche  quand'era
    fatta di fresco: gli occhietti grigi come due tar d'argento, sotto le
    sopracciglia  aggrottate  dal  continuo  stare  al  sole e al vento in
    campagna.
    - Bacio le mani, signora baronessa.
    - Come? Cos ve ne andate? Che c' di nuovo? Non vi piace il farro?
    L'altro disse di no col capo anch'esso, al pari di don Diego Trao,  il
    quale se ne andava rasente al muro,  continuando a scrollare la testa,
    come fosse stato colto da un accidente,  inciampando  nei  sassi  ogni
    momento.
    -  Come?  -  seguitava  a  sbraitare  la  baronessa.  - Un negozio gi
    conchiuso!...
    - C' forse caparra, signora baronessa?
    - Non c' caparra; ma c' la parola!...
    - In tal caso, bacio le mani a vossignoria!
    E tir via,  ostinato come  un  mulo.  La  baronessa,  furibonda,  gli
    strill dietro:
    - Sono azionacce da pari vostro! Un pretesto per rompere il negozio...
    degno  di  quel  mastro-don  Gesualdo  che  vi  manda...  ora  che s'
    pentito...
    Giacalone e Vito Orlando gli correvano dietro anch'essi  scalmanandosi
    a fargli sentire la ragione.  Ma Pirtuso tirava via,  senza rispondere
    neppure, dicendo a don Diego Trao che non gli dava retta:
    - La baronessa ha un bel dire...  come se al caso non avrebbe fatto lo
    stesso  lei  pure!...  Ora che il barone Zacco ha cominciato a vendere
    con ribasso... Villano o baronessa la caparra  quella che conta. Dico
    bene, vossignoria?


    3.

    La signora Sganci aveva la casa piena di gente,  venuta per vedere  la
    processione del Santo patrono: c'erano dei lumi persino nella scala; i
    cinque  balconi  che  mandavano  fuoco  e  fiamma sulla piazza nera di
    popolo;  don Giuseppe Barabba in gran livrea e coi guanti  di  cotone,
    che annunziava le visite.
    - Mastro-don Gesualdo!  - voci a un tratto,  cacciando fra i battenti
    dorati  il  testone  arruffato.  -  Devo  lasciarlo  entrare,  signora
    padrona?
    C'era il fior fiore della nobilt: l'arciprete Bugno,  lucente di raso
    nero; donna Giuseppina Alsi, carica di gioie; il marchese Limli, con
    la faccia e la parrucca del secolo scorso. La signora Sganci, sorpresa
    in quel bel modo dinanzi a tanta gente, non seppe frenarsi.
    - Che bestia! Sei una bestia! Don Gesualdo Motta, si dice! bestia!
    Mastro-don Gesualdo fece cos il suo ingresso fra i pezzi  grossi  del
    paese,  raso di fresco,  vestito di panno fine,  con un cappello nuovo
    fiammante fra le mani mangiate di calcina.
    - Avanti,  avanti,  don Gesualdo!  - strill il  marchese  Limli  con
    quella sua vocetta acre che pizzicava. - Non abbiate suggezione.
    Mastro-don Gesualdo per esitava alquanto,  intimidito,  in mezzo alla
    gran sala tappezzata di damasco giallo,  sotto gli occhi di tutti quei
    Sganci  che  lo  guardavano  alteramente  dai  ritratti,  in giro alle
    pareti.
    La padrona di casa gli fece animo:
    - Qui, qui, c' posto anche per voi, don Gesualdo.
    C'era appunto il balcone del vicoletto,  che guardava di sbieco  sulla
    piazza,  per  gli  invitati di seconda mano ed i parenti poveri: donna
    Chiara Macr,  cos umile e dimessa che pareva una serva;  sua  figlia
    donna  Agrippina,  monaca  di casa una ragazza con tanto di baffi,  un
    faccione bruno e bitorzoluto da zoccolante,  e due occhioni neri  come
    il  peccato che andavano frugando gli uomini.  In prima fila il cugino
    don Ferdinando, curioso pi di un ragazzo,  che s'era spinto innanzi a
    gomitate,  e  allungava il collo verso la Piazza Grande dal cravattone
    nero, al pari di una tartaruga, cogli occhietti grigi e stralunati, il
    mento aguzzo e color di filiggine,  il gran naso dei Trao  palpitante,
    il codino ricurvo,  simile alla coda di un cane sul bavero bisunto che
    gli  arrivava  alle  orecchie  pelose;  e  sua  sorella  donna  Bianca
    rincantucciata  dietro  di  lui,  colle spalle un po' curve,  il busto
    magro e piatto, i capelli lisci, il viso smunto e dilavato, vestita di
    lanetta in mezzo a tutto il parentado in gala.
    La zia Sganci torn a dire:
    - Venite qui, don Gesualdo. V'ho serbato il posto per voi. Qui, vicino
    ai miei nipoti.
    Bianca si fece in l,  timidamente.  Don Ferdinando,  temendo  d'esser
    scomodato, volse un momento il capo, accigliato, e mastro-don Gesualdo
    si avvicin al balcone,  inciampando,  balbettando,  sprofondandosi in
    scuse. Rimase l,  dietro le spalle di coloro che gli stavano dinanzi,
    alzando  il  capo  a  ogni  razzo che saliva dalla piazza per darsi un
    contegno meno imbarazzato.
    - Scusate! scusate! - sbuff allora donna Agrippina Macr, arricciando
    il naso, facendosi strada coi fianchi poderosi,  assettandosi sdegnosa
    il fazzoletto bianco sul petto enorme;  e capit nel crocchio dove era
    la zia Cirmena colle altre dame,  sul balcone grande,  in mezzo  a  un
    gran mormoro,  tutte che si voltavano a guardare verso il balcone del
    vicoletto, in fondo alla sala.
    - Me l'han messo l... alle costole, capite!... Un'indecenza!
    - Ah,   quello lo sposo!  - domand sottovoce donna Giuseppina Alsi,
    cogli  occhietti  che  sorridevano  in  mezzo  al viso placido di luna
    piena.
    - Zitto! zitto. Vado a vedere...  - disse la Cirmena,  e attravers la
    sala  - come un mare di luce nel vestito di raso giallo - per andare a
    fiutare che cosa si macchinasse nel balcone del  vicoletto.  L  tutti
    sembravano  sulle  spine:  la  zia  Macr  fingendo  di guardare nella
    piazza, Bianca zitta in un cantuccio, e don Ferdinando solo che badava
    a godersi la festa,  voltando il capo di qua e di l,  senza dire  una
    parola.
    - Vi divertite qui, eh? Tu ti diverti, Bianca?
    Don  Ferdinando  volse  il  capo  infastidito;  poi  vedendo la cugina
    Cirmena, borbott: - Ah... donna Sarina... buona sera! buona sera! - E
    torn a voltarsi dall'altra parte.  Bianca alz  gli  occhi  dolci  ed
    umili sulla zia e non rispose; la Macr abbozz un sorriso discreto.
    La Cirmena riprese subito, guardando don Gesualdo:
    - Che caldo, eh? Si soffoca! C' troppa gente questa volta..
    La cugina Sganci ha invitato tutto il paese...
    Mastro-don Gesualdo fece per tirarsi da banda.
    - No,  no,  non vi scomodate,  caro voi...  Sentite piuttosto,  cugina
    Macr...
    - Signora!  signora!  - voci in quel momento  don  Giuseppe  Barabba,
    facendo dei segni alla padrona.
    - No, - rispose lei, - prima deve passare la processione.
    Il  marchese  Limli la colse a volo mentre s'allontanava,  fermandola
    pel vestito: - Cugina,  cugina,  levatemi una  curiosit:  cosa  state
    almanaccando con mastro-don Gesualdo?
    -  Me  l'aspettavo...  cattiva lingua!...  - borbott la Sganci;  e lo
    piant l,  senza dargli retta,  che se la rideva fra le gengive nude,
    sprofondato nel seggiolone, come una mummia maliziosa.
    Entrava in quel punto il notaro Neri,  piccolo,  calvo,  rotondo,  una
    vera  trottola,  col  ventre  petulante,   la  risata  chiassosa,   la
    parlantina  che  scappava stridendo a guisa di una carrucola.  - Donna
    Mariannina!... Signori miei!... Quanta gente!... Quante bellezze!... -
    Poi,  scoperto anche mastro-don Gesualdo  in  pompa  magna,  finse  di
    chinarsi per vederci meglio,  come avesse le traveggole,  inarcando le
    ciglia, colla mano sugli occhi;  si fece il segno della croce e scapp
    in furia verso il balcone grande,  cacciandosi a gomitate nella folla,
    borbottando:
    - Questa  pi bella di tutte!... Com' vero Dio!
    Donna Giuseppina Alsi istintivamente corse con la mano sulle gioie; e
    la signora Capitana,  che non avendo da sfoggiarne metteva  in  mostra
    altre  ricchezze,  al  sentirsi frugare nelle spalle si volse come una
    vipera.
    - Scusate, scusate; - balbettava il notaro. - Cerco il barone Zacco.
    Dalla via San Sebastiano,  al disopra dei tetti,  si  vedeva  crescere
    verso la piazza un chiarore d'incendio,  dal quale di tratto in tratto
    scappavano dei razzi,  dinanzi alla statua del santo,  con un voco di
    folla che montava a guisa di tempesta.
    -  La  processione!  la  processione!  - strillarono i ragazzi pigiati
    contro la ringhiera. Gli altri si spinsero innanzi;  ma la processione
    ancora  non spuntava.  Il cavaliere Peperito,  che si mangiava con gli
    occhi le gioie di  donna  Giuseppina  Alsi  -  degli  occhi  di  lupo
    affamato  sulla  faccia  magra,  folta di barba turchiniccia sino agli
    occhi  -  approfitt  della  confusione  per  soffiarle  nell'orecchio
    un'altra volta:
    - Sembrate una giovinetta, donna Giuseppina! parola di cavaliere!
    -  Zitto,  cattivo  soggetto!  -  rispose la vedova.  - Raccomandatevi
    piuttosto al santo Patrono che sta per arrivare.
    - S, s, se mi fa la grazia...
    Dal seggiolone dove era rannicchiato il marchese Limli  sorse  allora
    la vocetta fessa di lui:
    - Servitevi, servitevi pure! Gi son sordo, lo sapete.
    Il barone Zacco,  rosso come un peperone,  rientr dal balcone,  senza
    curarsi del santo, sfogandosi col notaro Neri:
    - Tutta opera del canonico Lupi!...  Ora mi cacciano fra i piedi anche
    mastro-don  Gesualdo  per concorrere all'asta delle terre comunali!...
    Ma non me le toglieranno! dovessi vendere Fontanarossa, vedete!  Delle
    terre che da quarant'anni sono nella mia famiglia!...
    Tutt'a un tratto,  sotto i balconi, la banda scoppi in un passodoppio
    furibondo,  rovesciandosi in piazza con un'onda di popolo che sembrava
    minacciosa. La signora Capitana si tir indietro arricciando il naso.
    - Che odore di prossimo viene di laggi!
    -  Capite?  -  seguitava a sbraitare il barone Zacco - delle terre che
    pago gi a tre onze la salma! E gli par poco!
    Il notaro Neri,  che non gli piaceva far sapere  alla  gente  i  fatti
    suoi,   si   rivolse   alla   signora   Capitana  scollacciata  ch'era
    un'indecenza, col pretesto che si faceva mandare i vestiti da Palermo,
    la quale civettava in mezzo a un gruppo di giovanotti.
    - Signora Capitana!  signora Capitana!  Cos rubate la festa al santo!
    Tutti gli voltano le spalle!
    - Come siete stupidi, tutti quanti! - rispose la Capitana, gongolante.
    - Vado a mettermi vicino al marchese, che ha pi giudizio di voi.
    - Ahim! ahim! signora mia!...
    Il  marchese,  cogli  occhietti  svegli  adesso,  andava fiutandole da
    presso il profumo di bergamotta tanto che essa doveva  schermirsi  col
    ventaglio, e il vecchietto ad ostinarsi:
    - No! no! lasciatemi fare le mie devozioni!...
    L'arciprete  prese tabacco,  si spurg,  toss,  infine si alz,  e si
    mosse per andarsene,  gonfiando le gote - le gote lucenti  la  sottana
    lucente,  il grosso anello lucente,  tanto che le male lingue dicevano
    fosse falso; mentre il marchese gli gridava dietro:
    - Don Calogero!  don Calogero!  dico per dire che  diavolo!  Alla  mia
    et...
    E  appena cessarono le risate alla sortita del marchese,  si ud donna
    Giuseppina Alsi, che faceva le sue confidenze al cavaliere.
    -... come fossi libera, capite! Le due grandi al Collegio di Maria; il
    maschio al Seminario;  in casa ci ho soltanto l'ultimo,  Sarino,  ch'
    meno alto di questo ventaglio.  Poi i miei figliuoli hanno la roba del
    loro padre, buon'anima...
    Donna Sarina torn verso il balcone  grande  chiacchierando  sottovoce
    colla cugina Macr, con delle scrollatine di capo e dei sorrisetti che
    volevano dire.
    -  Per  non  capisco  il  mistero che vuol farne la cugina Sganci!...
    Siamo parenti di Bianca anche noi, alla fin fine!...
    - E' quello?  quello l?  - torn  a  chiedere  donna  Giuseppina  col
    sorriso maligno di prima.
    La  Cirmena accenn di s,  stringendo le labbra sottili,  cogli occhi
    rivolti altrove,  in aria di mistero anch'essa.  Infine non  si  tenne
    pi:
    -  Fanno  le  cose  sottomano...  come  se  fossero  delle  sudicerie.
    Capiscono anche loro che manipolano delle cose sporche...  Ma la gente
    poi  non   cos sciocca da non accorgersi...  Un mese che il canonico
    Lupi si arrabatta in questo negozio...  un va e vieni fra la Sganci  e
    la Rubiera...
    - Non me lo dite!  - esclam Peperito. - Una Trao che sposa mastro-don
    Gesualdo!... Non me lo dite!... Quando vedo una famiglia illustre come
    quella scendere tanto  basso  mi  fa  male  allo  stomaco,  in  parola
    d'onore!
    E  volse  le  spalle  soffiandosi  il  naso  come  una  trombetta  nel
    fazzoletto sudicio,  fremendo d'indignazione per tutta  la  personcina
    misera, dopo aver saettato un'occhiata eloquente a donna Giuseppina.
    - Chi volete che la sposi?...  senza dote!...  - ribatt la Cirmena al
    cavaliere ch'era gi lontano. - Poi, dopo quello ch' successo!...
    - Almeno si metter in grazia di Dio! - osserv piano la zia Macr. La
    sua figliuola che stava ad ascoltare  senza  dir  nulla,  fissando  in
    volto a chi parlava quegli occhioni ardenti,  scosse la tonaca,  quasi
    avesse temuto d'insudiciarla fra tante sozzure,  e mormor colla  voce
    d'uomo,  colle  grosse  labbra  sdegnose  sulle  quali  sembrava veder
    fremere i  peli  neri,  rivolta  al  chiarore  della  processione  che
    s'avvicinava al di sopra dei tetti della via, come un incendio:
    - Santo Patrono! Guardatemi voi!
    - Queste sono le conseguenze!...  La ragazza si era messa in testa non
    so che cosa... Un disonore per tutto il parentado!... La cugina Sganci
    ha fatto bene a ripararvi...  Non dico di  no!...  Ma  avrebbe  dovuto
    parlarne  a  noi  pure  che  siamo  parenti di Bianca al par di lei...
    Piuttosto che fare le cose di nascosto...  Scommetto che  neppure  don
    Ferdinando ne sa nulla...
    - Ma l'altro fratello... don Diego, cosa ne dice?...
    - Ah,  don Diego?...  sar a rovistare fra le sue cartacce... Le carte
    della lite!... Non pensa ad altro... Crede d'arricchire colla lite!...
    Lo vedete che non  uscito di casa neppure per la festa...  Poi  forse
    si  vergogna  a  farsi  vedere dalla gente...  Tutti cos quei Trao...
    Degli stupidi!...  gente che si troveranno un bel giorno morti di fame
    in casa, piuttosto di aprir bocca per...
    - Il canonico,  no! - stava dicendo il notaro mentre s'avvicinavano al
    balcone  discorrendo  sottovoce  col  barone  Zacco.  -  Piuttosto  la
    baronessa... offrendole un guadagno... Quella non ha puntiglio!... Del
    canonico non ho paura... - E tutto sorridente poi colle signore:
    - Ah!...  donna Chiara!...  La bella monaca che avete in casa!...  Una
    vera grazia di Dio!...
    - Eh, marchese? eh?  Chi ve l'avrebbe detto,  ai vostri tempi?...  che
    sareste  arrivato  a  vedere la processione del santo Patrono spalla a
    spalla con mastro-don Gesualdo,  in casa Sganci!  - riprese il  barone
    Zacco,  il quale pensava sempre a una cosa, e non poteva mandarla gi,
    guardando di qua e di l cogli occhiacci da spiritato, ammiccando alle
    donne per farle ridere.
    Il marchese, impenetrabile, rispose solo:
    - Eh, eh, caro barone! Eh, eh!
    - Sapete quanto ha guadagnato nella  fabbrica  dei  mulini  mastro-don
    Gesualdo?  - entr a dire il notaro a mezza voce in aria di mistero. -
    Una bella somma! Ve lo dico io!...  Si  tirato su dal nulla...  Me lo
    ricordo  io  manovale,  coi sassi in spalla...  sissignore!...  Mastro
    Nunzio, suo padre,  non aveva di che pagare le stoppie per far cuocere
    il   gesso  nella  sua  fornace...   Ora  ha  l'impresa  del  ponte  a
    Fiumegrande!... Suo figlio ha sborsato la cauzione,  tutta in pezzi da
    dodici  tar,  l'un  sull'altro...  Ha  le  mani in pasta in tutti gli
    affari del comune...  Dicono che vuol mettersi anche a speculare sulle
    terre...  L'appetito viene mangiando...  Ha un bell'appetito...  e dei
    buoni denti, ve lo dico io!... Se lo lasciano fare, di qui a un po' si
    dir che mastro-don Gesualdo  il padrone del paese!
    Il marchese allora lev un istante la sua testolina di scimmia; ma poi
    fece  una  spallucciata,   e  rispose,   con  quel  medesimo  risolino
    tagliente:
    - Per me... non me ne importa. Io sono uno spiantato.
    - Padrone?... padrone?... quando saran morti tutti quelli che son nati
    prima di lui!...  e meglio di lui!  Vender Fontanarossa;  ma le terre
    del  comune  non  me  le  toglie  mastro-don  Gesualdo!  N  solo,  n
    coll'aiuto della baronessa Rubiera!
    - Che c'?  che c'?  - interruppe il notaro correndo al balcone,  per
    sviare il discorso,  poich il barone non sapeva  frenarsi  e  vociava
    troppo forte.
    Gi  in  piazza,  dinanzi  al  portone  di  casa  Sganci,  vedevasi un
    tafferuglio,  dei vestiti chiari in mezzo  alla  ressa,  berretti  che
    volavano  in  aria,  e  un  tale che distribuiva legnate a diritta e a
    manca per farsi largo. Subito dopo comparve sull'uscio dell'anticamera
    don Giuseppe Barabba, colle mani in aria strangolato dal rispetto.
    - Signora!... signora!...
    Era  tutto  il  casato  dei  Margarone  stavolta:  donna  Fif,  donna
    Giovannina,  donna  Mita,  la  mamma  Margarone,  donna Bellonia,  dei
    Bracalanti di Pietraperzia,  nientemeno,  che soffocava in un busto di
    raso  verde,  pavonazza,  sorridente;  e  dietro,  il  pap Margarone,
    dignitoso,  gonfiando le gote,  appoggiandosi alla canna  d'India  col
    pomo  d'oro,  senza voltar nemmeno il capo,  tenendo per mano l'ultimo
    dei Margarone, Nicolino,  il quale strillava e tirava calci perch non
    gli facevano vedere il santo dalla piazza. Il pap, brandendo la canna
    d'India, voleva insegnargli l'educazione.
    -  Adesso?  -  sogghign il marchese per calmarlo.  - Oggi ch' festa?
    Lasciatelo stare quel povero ragazzo, don Filippo!
    Don Filippo lasci stare,  limitandosi a lanciare di  tanto  in  tanto
    qualche occhiataccia autorevole al ragazzo che non gli badava. Intanto
    gli  altri facevano festa alle signore Margarone: - Donna Bellonia!...
    donna  Fif!...  che  piacere,  stasera!...  -  Perfino  don  Giuseppe
    Barabba,  a modo suo,  sbracciandosi a portar delle altre seggiole e a
    smoccolare i lumi.  Poi dal balcone si mise a fare  il  telegrafo  con
    qualcuno  ch'era  gi in piazza,  gridando per farsi udire in mezzo al
    gran bruso della folla: - Signor  barone!  signor  barone!  -  Infine
    corse dalla padrona, trionfante:
    - Signora! signora! Eccolo che viene! ecco don Nin!.
    Donna  Giuseppina  Alsi  abbozz  un  sorrisetto alla gomitata che le
    piant nei fianchi il barone Zacco.  La  signora  Capitana  invece  si
    rizz sul busto - come se sbocciassero allora le sue belle spalle nude
    dalle maniche rigonfie.
    - Sciocco! Non ne fai una bene! Cos' questo fracasso? Non  questa la
    maniera!
    Don Giuseppe se ne and brontolando.
    Ma in quella entrava don Nin Rubiera,  un giovanotto alto e massiccio
    che quasi non passava dall'uscio, bianco e rosso in viso,  coi capelli
    ricciuti,  e  degli  occhi  un po' addormentati che facevano girare il
    capo alle ragazze. Donna Giovannina Margarone,  un bel pezzo di grazia
    di  Dio  anch'essa,  cinghiata nel busto al pari della mamma,  si fece
    rossa come un papavero, al vedere entrare il baronello. Ma la mamma le
    metteva sempre innanzi la maggiore,  donna Fif,  disseccata e  gialla
    dal  lungo  celibato,  tutta  pelosa,  con  certi  denti  che sembrava
    volessero acchiappare un marito a volo,  sopraccarica  di  nastri,  di
    fronzoli e di gale, come un uccello raro.
    - Fif vi ha scoperto per la prima in mezzo alla folla!...  Che folla,
    eh? Mio marito ha dovuto adoperare il bastone per farci largo. Proprio
    una bella festa!  Fif ci ha detto:  Ecco  l  il  baronello  Rubiera,
    vicino al palco della musica...
    Don  Nin  guardava intorno inquieto.  A un tratto scoprendo la cugina
    Bianca rincantucciata in fondo al balcone  del  vicoletto,  smorta  in
    viso,  si  turb,  smarr  un istante il suo bel colorito fiorente,  e
    rispose balbettando:
    - Sissignora... infatti... sono della commissione...
    - Bravo! bravo! Bella festa davvero! Avete saputo far le cose bene!...
    E vostra madre, don Nin?...
    - Presto!  presto!  - chiam dal balcone la zia Sganci.  - Ecco qui il
    santo!
    Il marchese Limli,  che temeva l'umidit della sera,  aveva afferrato
    la mamma  Margarone  pel  suo  vestito  di  raso  verde  e  faceva  il
    libertino: - Non c' furia,  non c' furia!  Il santo torna ogni anno.
    Venite qua, donna Bellonia.  Lasciamo il posto ai giovani,  noi che ne
    abbiamo viste tante delle feste!
    E  continuava  a biasciarle delle barzellette salate nell'orecchio che
    sembrava arrossire dalla vergogna;  divertendosi alla faccia seria che
    faceva don Filippo sul cravattone di raso; mentre la signora Capitana,
    per  far  vedere  che  sapeva stare in conversazione,  rideva come una
    matta,  chinandosi in avanti ogni momento,  riparandosi col  ventaglio
    per  nascondere  i denti bianchi,  il seno bianco,  tutte quelle belle
    cose di cui studiava l'effetto colla coda dell'occhio,  mentre fingeva
    d'andare  in  collera allorch il marchese si pigliava qualche libert
    soverchia - adesso che erano  soli  -  diceva  lui  col  suo  risolino
    sdentato di satiro.
    - Mita! Mita! - chiam infine la mamma Margarone.
    - No! no! Non mi scappate, donna Bellonia!... Non mi lasciate solo con
    la  signora Capitana...  alla mia et!...  Donna Mita sa quel che deve
    fare.  E' grande e grossa quanto le sue sorelle messe insieme;  ma  sa
    che deve fare la bambina, per non far torto alle altre due.
    Il notaro Neri,  che per la sua professione sapeva i fatti di tutto il
    paese e non aveva peli sulla lingua, domand alla signora Margarone:
    - Dunque,  ce li mangeremo presto questi confetti  pel  matrimonio  di
    donna Fif?
    Don  Filippo  toss  forte.  Donna  Bellonia  rispose  che sino a quel
    momento erano chiacchiere: la gente parlava  perch  sapeva  don  Nin
    Rubiera un po' assiduo con la sua ragazza:
    -  Nulla  di  serio.  Nulla di positivo...  - Ma le si vedeva una gran
    voglia di non esser creduta.  Il marchese Limli al  solito  trov  la
    parola giusta:
    -  Finch  i  parenti non si saranno accordati per la dote,  non se ne
    deve parlare in pubblico.
    Don Filippo afferm col capo,  e donna Bellonia,  vista l'approvazione
    del marito, s'arrischi a dire:
    - E' vero.
    -  Sar  una  bella  coppia!  -  soggiunse  graziosamente  la  signora
    Capitana.
    Il cavaliere Peperito,  onde non stare a bocca chiusa come un allocco,
    in  mezzo  al  crocchio dove l'aveva piantato donna Giuseppina per non
    dar troppo nell'occhio, scapp fuori a dire:
    - Per la baronessa Rubiera non  venuta!...  Come va che la baronessa
    non  venuta dalla cugina Sganci?
    Ci  fu un istante di silenzio.  Solo il barone Zacco,  da vero zotico,
    per sfogare la  bile  che  aveva  in  corpo,  si  diede  la  briga  di
    rispondere ad alta voce, quasi fossero tutti sordi:
    - E' malata!... Ha mal di testa!... - E intanto faceva segno di no col
    capo.  Poscia,  ficcandosi in mezzo alla gente,  a voce pi bassa, col
    viso acceso:
    - Ha mandato mastro-don Gesualdo in vece sua!...  il futuro  socio!...
    sissignore!...  Non  lo  sapete?  Piglieranno  in affitto le terre del
    comune... quelle che abbiamo noi da quarant'anni... tutti i Zacco,  di
    padre in figlio!...!...  Una bricconata! Una combriccola fra loro tre:
    Padre figliuolo e spirito santo!  La baronessa non ha il  coraggio  di
    guardarmi  in  faccia  dopo questo bel tiro che vogliono farmi...  Non
    voglio dire che sia rimasta a casa per non incontrarsi con  me...  Che
    diavolo!  Ciascuno fa il suo interesse... Al giorno d'oggi l'interesse
    va prima della parentela...  Io poi non ci tengo molto alla  nostra...
    Si  sa  da  chi    nata  la  baronessa  Rubiera!...  E  poi fa il suo
    interesse...  Sissignore!...  Lo so da gente che  pu  saperlo!...  Il
    canonico  le  fa  da  suggeritore;  mastro-don  Gesualdo  ci  mette  i
    capitali,  e la  baronessa  poi...  un  bel  nulla...  l'appoggio  del
    nome!...  Vedremo  poi  quale  dei  due conta di pi,  fra il suo e il
    mio!...  Oh,  se la vedremo!...  Intanto per provare cacciano  innanzi
    mastro-don Gesualdo... vedete, l, nel balcone dove sono i Trao?...
    - Bianca! Bianca! - chiam il marchese Limli.
    - Io, zio?
    - S,  vieni qua.  - Che bella figurina! - osserv la signora Capitana
    per adulare il marchese,  mentre la giovinetta attraversava  la  sala,
    timida,  col suo vestito di lanetta,  l'aria umile e imbarazzata delle
    ragazze povere.
    - S, - rispose il marchese. - E' di buona razza.
    - Ecco! ecco! - si ud in quel momento fra quelli ch'erano affacciati.
    - Ecco il santo!
    Peperito colse la palla al balzo e si cacci a capo fitto nella  folla
    dietro la signora Alsi. La Capitana si lev sulla punta dei piedi; il
    notaro,  galante,  proponeva  di  sollevarla  fra  le  braccia.  Donna
    Bellonia corse a far la mamma, accanto alle sue creature; e suo marito
    si content di montare su di una sedia, per vedere.
    - Cosa ci fai l con mastro-don  Gesualdo?  -  borbott  il  marchese,
    rimasto solo colla nipote.
    Bianca fiss un momento sullo zio i grandi occhi turchini e dolci,  la
    sola cosa che avesse realmente bella sul viso  dilavato  e  magro  dei
    Trao, e rispose:
    - Ma... la zia l'ha condotto l...
    - Vieni qua, vieni qua. Ti trover un posto io.
    Tutt'a un tratto la piazza sembr avvampare in un vasto incendio,  sul
    quale si stampavano le finestre delle case, i cornicioni dei tetti, la
    lunga balconata del Palazzo di Citt, formicolante di gente.  Nel vano
    dei  balconi  le  teste degli invitati che si pigiavano,  nere in quel
    fondo infuocato;  e in quello di centro la figura  angolosa  di  donna
    Fif Margarone,  sorpresa da quella luce,  pi verde del solito, colla
    faccia arcigna che  voleva  sembrar  commossa,  il  busto  piatto  che
    anelava come un mantice,  gli occhi smarriti dietro le nuvole di fumo,
    i denti soli rimasti feroci;  quasi abbandonandosi,  spalla  a  spalla
    contro  il  baronello  Rubiera,  il  quale sembrava pavonazzo a quella
    luce, incastrato fra lei e donna Giovannina;  mentre Mita sgranava gli
    occhi  di  bambina,  per  non vedere,  e Nicolino andava pizzicando le
    gambe della gente, per ficcarvi il capo framezzo e spingersi avanti.
    - Cos'hai?  ti senti male?  - disse il marchese vedendo la nipote cos
    pallida.
    - Non  nulla... E' il fumo che mi fa male... Non dite nulla, zio! Non
    disturbate nessuno!...
    Di  tanto  in  tanto  si  premeva sulla bocca il fazzolettino di falsa
    batista ricamato da lei stessa, e tossiva, adagio adagio,  chinando il
    capo; il vestito di lanetta le faceva delle pieghe sulle spalle magre.
    Non  diceva  nulla,  stava  a  guardare i fuochi,  col viso affilato e
    pallido,  come stirato verso l'angolo  della  bocca,  dove  erano  due
    pieghe dolorose, gli occhi spalancati e lucenti, quasi umidi. Soltanto
    la  mano colla quale appoggiavasi alla spalliera della seggiola era un
    po' tremante e l'altra distesa lungo il fianco si  apriva  e  chiudeva
    macchinalmente: delle mani scarne e bianche che spasimavano.
    -  Viva  il  santo  Patrono!  Viva san Gregorio Magno!  - Nella folla,
    laggi in piazza,  il canonico Lupi,  il quale urlava come un ossesso,
    in  mezzo  ai  contadini,  e  gesticolava  verso i balconi del palazzo
    Sganci, col viso in su, chiamando ad alta voce i conoscenti:
    - Donna Marianna?... Eh?...  eh?...  Dev'esserne contento il baronello
    Rubiera!...  Baronello?  don Nin?  siete contento?...  Vi saluto, don
    Gesualdo!  Bravo!  bravo!  Siete  l!...   -  Poi  corse  di  sopra  a
    precipizio,  scalmanato, rosso in viso, col fiato ai denti, la sottana
    rimboccata,  il mantello e il nicchio sotto l'ascella,  le mani sudice
    di polvere,  in un mare di sudore:  - Che festa, eh! signora Sganci! -
    Intanto chiamava don Giuseppe Barabba che  gli  portasse  un  bicchier
    d'acqua: - Muoio dalla sete,  donna Marianna!  Che bei fuochi,  eh?...
    Circa duemila razzi!  Ne ho accesi pi di duecento  con  le  mie  mani
    sole.  Guardate  che  mani,  signor marchese!...  Ah,  siete qui,  don
    Gesualdo? Bene! bene! Don Giuseppe?  Chiss dove si sar cacciato quel
    vecchio stolido di don Giuseppe:
    Don Giuseppe era salito in soffitta, per vedere i fuochi dall'abbaino,
    a rischio di precipitare in piazza.  Comparve finalmente, col bicchier
    d'acqua, tutto impolverato e coperto di ragnateli, dopo che la padrona
    e il canonico Lupi si furono sgolati a chiamarlo per ogni stanza.
    Il canonico Lupi, ch'era di casa,  gli diede anche una lavata di capo.
    Poscia,  voltandosi  verso  mastro-don Gesualdo,  con una faccia tutta
    sorridente:
    - Bravo,  bravo,  don Gesualdo!  Son contentone  di  vedervi  qui.  La
    signora  Sganci  mi  diceva da un pezzo: l'anno venturo voglio che don
    Gesualdo venga in casa mia, a vedere la processione!
    Il marchese Limli,  il quale  aveva  salutato  gentilmente  il  santo
    Patrono al suo passaggio, inchinandosi sulla spalliera della seggiola,
    raddrizz la schiena facendo un boccaccia.
    - Ahi! ahi!... Se Dio vuole  passata anche questa!... Chi campa tutto
    l'anno vede tutte le feste.
    -  Ma di veder ci che avete visto stavolta non ve l'aspettate pi!  -
    sogghignava il barone Zacco,  accennando a mastro-don Gesualdo.  - No!
    no!  Me lo rammento coi sassi in spalla...  e le spalle lacere!... sul
    ponte delle fabbriche, quest'amicone mio con cui oggi ci troviamo qui,
    a tu per tu!...
    Per la padrona di casa era tutta cortesie  per  mastro-don  Gesualdo.
    Ora  che  il  santo aveva imboccato la via di casa sua sembrava che la
    festa fosse per lui: donna Marianna parlandogli di questo e di quello;
    il canonico Lupi battendogli sulla spalla;  la  Macr  che  gli  aveva
    ceduto persino il posto;  don Filippo Margarone anche lui gli lasciava
    cadere dall'alto del cravattone complimenti simili a questi:
    - Il nascer grandi  caso,  e non virt!...  Venire su dal nulla,  qui
    sta  il  vero merito!  Il primo mulino che avete costruito in appalto,
    eh? coi denari presi in prestito al venti per cento!...
    - S signore,  - rispose tranquillamente don Gesualdo.  - Non chiudevo
    occhio, la notte.
    L'arciprete Bugno,  ingelosito dei salamelecchi fatti a un altro, dopo
    tutti quegli spari,  quelle grida,  quel  fracasso  che  gli  parevano
    dedicati  un po' anche a lui,  come capo della chiesa,  era riuscito a
    farsi un po' di crocchio attorno pur esso,  discorrendo dei meriti del
    santo  Patrono:  un  gran  santo!...  e  una  gran  bella statua...  I
    forestieri  venivano  apposta  per  vederla...  Degli  inglesi,  s'era
    risaputo poi, l'avrebbero pagata a peso d'oro, onde portarsela laggi,
    fra i loro idoli... Il marchese che stava per iscoppiare, l'interruppe
    alla fine:
    - Ma che sciocchezze!...  Chi ve le d a bere, don Calogero? La statua
     di cartapesta... una brutta cosa!... I topi ci hanno fatto dentro il
    nido...  Le  gioie?...   Eh!   eh!   non  arricchirebbero  neppur  me,
    figuratevi! Vetro colorato... come tante altre che se ne vedono!... un
    fantoccio da carnevale!...  Eh?  Cosa dite?...  S,  un sacrilegio! Il
    mastro che fece quel santo dev'essere a casa del diavolo...  Non parlo
    del  santo  ch'  in paradiso...  Lo so,   un'altra cosa...  Basta la
    fede... Son cristiano anch'io, che diavolo!... e me ne vanto!...
    La signora Capitana affettava di guardare con insistenza la collana di
    donna Giuseppina Alsi, nel tempo stesso che rimproverava il marchese:
    - Libertino!...  libertino!  - Peperito  s'era  tappate  le  orecchie.
    L'arciprete Bugno ricominci daccapo: - Una statua d'autore!... Il Re,
    Dio guardi, voleva venderla al tempo della guerra coi giacobini!... Un
    santo miracoloso!...
    - Che c' di nuovo, don Gesualdo? - grid infine il marchese ristucco,
    con  la  vocetta  fessa,  voltando le spalle all'arciprete.  - Abbiamo
    qualche affare in aria?
    Il barone Zacco si mise a ridere forte,  cogli occhi  che  schizzavano
    fuori dell'orbita;  ma l'altro, un po' stordito dalla ressa che gli si
    faceva attorno, non rispose.
    - A me potete dirlo,  caro mio,  - riprese il vecchietto malizioso.  -
    Non avete a temere che vi faccia la concorrenza, io!
    Al  battibecco  si  divertivano  anche coloro che non gliene importava
    nulla. Il barone Zacco, poi, figuriamoci! - Eh! eh!  marchese!...  Voi
    non la fate, la concorrenza?... Eh! eh!
    Mastro-don  Gesualdo  volse  un'occhiata in giro su tutta quella gente
    che rideva, e rispose tranquillamente:
    - Che volete, signor marchese?... Ciascuno fa quel che pu...
    - Fate, fate, amico mio. Quanto a me, non ho di che lagnarmene...
    Don Giuseppe Barabba si avvicin in punta di piedi alla padrona,  e le
    disse in un orecchio, con gran mistero -
    - Devo portare i sorbetti, ora ch' passata la processione?
    - Un momento!  un momento! - interruppe il canonico Lupi, - lasciatemi
    lavar le mani.
    - Se non li porto subito,  - aggiunse il servitore,  - se  ne    vanno
    tutti  in broda.  E' un pezzo che li ha mandati Giacinto,  ed eran gi
    quasi strutti.
    - Va bene, va bene... Bianca?
    - Zia...
    - Fammi il piacere, aiutami un po' tu.
    Dall'uscio spalancato a due battenti entrarono poco dopo don  Giuseppe
    e  mastro  Titta,  il  barbiere  di  casa,  carichi di due gran vassoi
    d'argento che sgocciolavano;  e cominciarono  a  fare  il  giro  degli
    invitati,   passo   passo,   come  la  processione  anch'essi.   Prima
    l'arciprete,  donna Giuseppina Alsi,  la Capitana,  gli  invitati  di
    maggior riguardo.  Il canonico Lupi diede una gomitata al barbiere, il
    quale passava dinanzi a mastro-don Gesualdo senza fermarsi.  - Che  so
    io?...  Se ne vedono di nuove adesso!...  - brontol mastro Titta.  Il
    ragazzo dei Margarone ficcava le dita dappertutto.
    - Zio?...
    - Grazie, cara Bianca... Ci ho la tosse...  Sono invalido...  come tuo
    fratello...
    - Donna Bellonia,  l,  sul balcone! - sugger la zia Sganci, la quale
    si sbracciava anche lei a servire gli invitati.
    Dopo il primo movimento generale, un manovrar di seggiole per schivare
    la pioggia di sciroppo, erano seguiti alcuni istanti di raccoglimento,
    un acciottolo discreto di piattelli, un lavorar guardingo e tacito di
    cucchiai,  come fosse una cerimonia  solenne.  Donna  Mita  Margarone,
    ghiotta,  senza  levare il naso dal piatto.  Barabba e mastro Titta in
    disparte, posati i vassoi,  si asciugavano il sudore coi fazzoletti di
    cotone.
    Il  baronello  Rubiera  il quale stava discorrendo in un cantuccio del
    balcone grande naso a naso con donna Fif,  guardandosi  negli  occhi,
    degli occhi che si struggevano come i sorbetti,  si scost bruscamente
    al veder comparire la cugina,  scolorandosi  un  po'  in  viso.  Donna
    Bellonia  prese  il  piattino  dalle  mani  di  Bianca,   inchinandosi
    goffamente:
    - Quante gentilezze!...  troppo!  troppo!
    La figliuola finse di accorgersi soltanto allora della sua amica:
    - Oh,  Bianca...  sei qui?...  che piacere!...  M'avevano detto ch'eri
    ammalata...
    - S... un po',... Adesso sto bene...
    -  Si  vede...   Hai  bella  cera...   E  un  bel  vestitino  anche...
    semplice!... ma grazioso!...
    Donna Fif si chin fingendo d'osservare la stoffa, onde far luccicare
    i topazii che aveva al collo. Bianca rispose, facendosi rossa:
    - E' di lanetta... un regalo della zia...
    - Ah!... ah!...
    Il baronello ch'era sulle  spine  propose  di  rientrare  in  sala:  -
    Comincia ad esser umido... Piglieremo qualche malanno...
    - S!... Fif! Fif! - disse la signora Margarone.
    Donna Fif dovette seguire  la  mamma,   coll'andatura cascante che le
    sembrava molto sentimentale, la testolina alquanto piegata sull'omero,
    le palpebre che battevano,  colpite dalla luce pi viva,  sugli  occhi
    illanguiditi come avesse sonno.
    Bianca  pos  la  mano  sul  braccio  del  cugino,  il quale stava per
    svignarsela anche lui dal balcone, dolcemente, come una carezza,  come
    una preghiera; tremava tutta, colla voce soffocata nella gola:
    - Nin!...   Senti,  Nin!...  fammi la carit!... Una parola sola!...
    Son venuta apposta...  Se non ti  parlo  qui    finita  per  me...  
    finita!...
    -  Bada!...  c'  tanta  gente!...  -  esclam  sottovoce  il  cugino,
    guardando di qua e di l cogli occhi che fuggivano.  Ella  gli  teneva
    fissi addosso i begli occhi supplichevoli, con un grande sconforto, un
    grande  abbandono  doloroso  in  tutta la persona,  nel viso pallido e
    disfatto,  nell'atteggiamento  umile,  nelle  braccia  inerti  che  si
    aprivano desolate.
    - Cosa mi rispondi,  Nin?...  Cosa mi dici di fare?...  Vedi...  sono
    nelle tue braccia... come l'Addolorata!...
    Egli allora cominci a darsi dei  pugni  nella  testa,  commosso,  col
    cuore  gonfio  anch'esso,  badando  a  non  far  strepito  e  che  non
    sopraggiungesse nessuno nel balcone. Bianca gli ferm la mano.
    - Hai ragione!...  siamo due disgraziati!...  Mia madre non mi  lascia
    padrone neanche di soffiarmi il naso!...  Capisci? capisci?... Ti pare
    che non ci pensi a te?... Ti pare che non ci pensi?... La notte... non
    chiudo occhio!...  Sono un povero disgraziato!...  La gente  mi  crede
    felice e contento...
    Guardava  gi  nella  piazza,  ora  spopolata,  onde evitare gli occhi
    disperati della cugina che gli passavano il cuore,  addolorato,  cogli
    occhi quasi umidi anch'esso.
    - Vedi?  - soggiunse.  - Vorrei essere un povero diavolo... come Santo
    Motta, laggi!... nell'osteria di Pecu-Pecu... Povero e contento!...
    - La zia non vuole?
    - No, non vuole!... Che posso farci?... Essa  la padrona!
    Si udiva nella sala la voce del barone Zacco, che disputava, alterato;
    e poi, nei momenti ch'esso taceva,  il cicaleccio delle signore,  come
    un passeraio,  con la risatina squillante della signora Capitana,  che
    faceva da ottavino.
    - Bisogna confessarle tutto, alla zia!...
    Don Nin allung il collo verso il vano del balcone, guardingo. Poscia
    rispose, abbassando ancora la voce:
    - Gliel'ha detto tuo fratello... C' stato un casa del diavolo!... Non
    lo sapevi?
    Don Giuseppe Barabba  venne  sul  balcone  portando  un  piattello  su
    ciascuna mano.
    - Donna Bianca, dice la zia... prima che si finiscano...
    - Grazie; mettetelo l, su quel vaso di fiori...
    - Bisogna far presto, donna Bianca. Non ce n' quasi pi.
    Don Nin allora mise il naso nel piattello,  fingendo di non badare ad
    altro: - Tu non ne vuoi?
    Essa non rispose. Dopo un po', quando il servitore non era pi l,  si
    ud di nuovo la voce sorda di lei:
    - E' vero che ti mariti?
    - Io?...
    - Tu... con Fif Margarone...
    - Non  vero... chi te l'ha detto?...
    - Tutti lo dicono.
    - Io non vorrei... E' mia madre che si  messa in testa questa cosa...
    Anche tu... dicono che vogliono farti sposare don Gesualdo Motta...
    - Io?...
    - S, tutti lo dicono... la zia... mia madre stessa...
    Si   affacci  un  istante  donna  Giuseppina  Alsi,   come  cercando
    qualcheduno;  e vedendo i due giovani in  fondo  al  balcone,  rientr
    subito nella sala.
    -  Vedi?  vedi?  -  disse  lui.  - Abbiamo tutti gli occhi addosso!...
    Piglia il sorbetto...  per amor mio...  per la gente che ci osserva...
    Abbiamo tutti gli occhi addosso!...
    Essa  prese  dolcemente  dalle mani di lui il piattino che aveva fatto
    posare sul vaso dei garofani;  ma tremava cos che due  o tre volte si
    ud il tintinno del cucchiaino il quale urtava contro il bicchiere.
    Barabba corse subito dicendo:
    - Eccomi! eccomi!
    - Un momento! Un momento ancora, don Giuseppe!
    Il  baronello  avrebbe  pagato  qualcosa  di  tasca sua per trattenere
    Barabba sul balcone.
    - Come vi tratta la festa, don Giuseppe?
    - Che volete, signor barone?... Tutto sulle mie spalle!...  la casa da
    mettere in ordine, le fodere da togliere, i lumi da preparare... Donna
    Bianca,  qui,  pu  dirlo,  che  mi ha dato una mano.  Mastro Titta fu
    chiamato solo pel trattamento.  E domani poi devo tornare a scopare  e
    rimettere le fodere...
    Don  Giuseppe  seguitando a brontolare se ne and coi bicchieri vuoti.
    Dalla sala arriv il suono di una sghignazzata generale,  subito  dopo
    qualcosa  che  aveva detto il notaro Neri,  e che non si pot intender
    bene perch il notaro quando le diceva grosse abbassava la voce.
    - Rientriamo anche noi,  - disse il baronello.  -  Per  allontanare  i
    sospetti...
    Ma  Bianca  non si mosse.  Piangeva cheta,  nell'ombra;  e di tanto in
    tanto si vedeva il suo fazzoletto bianco salire  verso  gli  occhi.  -
    Ecco!...  Sei  tu  che fai parlare la gente!  - scapp detto al cugino
    ch'era sulle spine.
    - Che te ne importa? - rispose lei. - Che te ne importa?... Oramai!...
    - S! s!... Credi che non ti voglia pi bene?...
    Uno struggimento,  un'amarezza sconfinata venivano dall'ampia  distesa
    nera dell'Ala,  dirimpetto,  al di l delle case  dei Barresi,  dalle
    vigne e gli oliveti di Giolio, che si indovinavano confusamente, oltre
    la via del Rosario ancora formicolante di lumi,  dal  lungo  altipiano
    del  Casalgilardo,  rotto dall'alta cantonata del Collegio,  dal cielo
    profondo,  ricamato di stelle - una pi lucente,  lass,  che sembrava
    guardasse,  fredda,  triste,  solitaria.  Il  rumore  della  festa  si
    dileguava e moriva lass, verso San Vito.  Un silenzio desolato cadeva
    di  tanto  in  tanto,  un silenzio che stringeva il cuore.  Bianca era
    ritta contro il muro,  immobile;  le mani e  il  viso  smorti  di  lei
    sembravano  vacillare  al  chiarore  incerto  che saliva dal banco del
    venditore di torrone.  Il  cugino  stava  appoggiato  alla  ringhiera,
    fingendo  di  osservare  attentamente  l'uomo  che andava spegnendo la
    luminaria, nella piazza deserta,  e il giovane del paratore,  il quale
    correva  su e gi per l'impalcato della musica,  come un gattone nero,
    schiodando,  martellando,  buttando gi i festoni e  le  ghirlande  di
    carta.  I  razzi  che scappavano ancora di tratto in tratto,  lontano,
    dietro la massa nera del Palazzo di Citt,  i colpi  di  martello  del
    paratore,  le  grida  pi  rare,  stanche  e  avvinazzate,  sembravano
    spegnersi lontano,  nella vasta campagna solitaria.  Insieme  all'acre
    odore  di  polvere  che  dileguava,  andava  sorgendo un dolce odor di
    garofani;  passava  della  gente  cantando;   udivasi  un  baccano  di
    chiacchiere e di risate nella sala,  vicino a loro,  nello schianto di
    quell'ultimo addio senza parole.
    Nel vano luminoso del balcone  pass  un'ombra  magra,  e  si  ud  la
    tosserella del marchese Limli:
    - Eh,  eh,  ragazzi!...  benedetti voialtri!... Sono venuto a veder la
    festa...  ora ch' passata...  Bianca,  nipote mia...  bada che l'aria
    della sera ti far male...
    - No, zio, - rispose lei con voce sorda. - Si soffoca l dentro.
    - Pazienza!...   Bisogna sempre aver pazienza a questo mondo... Meglio
    sudare che tossire... Tu,  Nino,  bada che le signore Margarone stanno
    per andarsene.
    - Vado, zio.
    -  Va,  va,  se no vedrai che denti!  Non vorrei averli addosso neppur
    io!...  E s che non posso fare lo schifiltoso!...  Che diavolo gli  
    saltato in corpo a tua madre, di farti sposare quei denti?...
    - Ah... zio!...
    - Sei uno sciocco! Dovresti lasciarle fare il diavolo a quattro quanto
    le pare e piace,  a tua madre!...  Sei figlio unico!... A chi vuoi che
    lasci la roba dopo la sua morte?
    -  Eh...  da  qui  a  trent'anni!...  Il  tempo  di  crepare  di  fame
    intanto!...  Mia madre sta meglio di voi e di me, e pu campare ancora
    trent'anni!...
    - E' vero!  - rispose il marchese.  -  Tua  madre  non  sarebbe  molto
    contenta di sentirsi lesinare gli anni... Ma  colpa sua.
    - Ah! zio mio!... Credetemi ch' un brutto impiccio!...
    - Clmati! clmati!... Conslati pensando a chi sta peggio di te.
    S'affacci  la  signora  Capitana,   svelta,   irrequieta,   guardando
    sorridente di qua e di l nella strada.
    - Mio marito?... Non viene ancora?...
    - Il santo non  ancora rientrato - rispose don Nin.  - Si ode subito
    il  campanone  di  San  Giovanni,  appena giunge in chiesa,  e attacca
    l'altra festa.
    Per la gente cominciava ad andarsene di casa Sganci.  Prima  si  vide
    uscire  dal  portone  il  cavalier  Peperito,  che scomparve dietro la
    cantonata del farmacista Bomma.  Un momento dopo spunt il  lanternone
    che precedeva donna Giuseppina  Alsi,  la quale attravers la piazza,
    sporca di carta bruciata e di gusci di fave e nocciuole,  in punta  di
    piedi,  colle sottane in mano,  avviandosi in su pel Rosario; e subito
    dopo, dalla farmacia, scanton di nuovo l'ombra di Peperito, che le si
    mise dietro quatto quatto,  rasente al muro.  La signora Capitana fece
    udire una risatina secca, e il baronello Rubiera conferm:
    - E' lui!... Peperito!... com' vero Dio!
    Il  marchese  prese  il  braccio di sua nipote e rientr con lei nella
    sala. In quel momento mastro-don Gesualdo, in piedi presso il balcone,
    discorreva col canonico Lupi. Questi perorando con calore,  sottovoce,
    in aria di mistero,  stringendoglisi addosso,  quasi volesse entrargli
    in tasca col muso di furetto;  l'altro serio,  col mento  nella  mano,
    senza  dire  una  parola,  accennando  soltanto  col capo di tratto in
    tratto.  - Tale e quale come un  ministro!  -  sogghignava  il  barone
    Zacco.  Il  canonico  conchiuse  con  una  stretta  di  mano enfatica,
    volgendo un'occhiata al barone,  il quale finse di  non  accorgersene,
    rosso al par di un gallo.  La padrona di casa portava le mantiglie e i
    cappellini delle signore,  mentre tutti i Margarone in piedi mettevano
    sossopra la casa per accomiatarsi.
    - To'... Bianca!... Ti credevo gi andata via!... - esclam donna Fif
    col sorriso che mordeva.
    Bianca  rispose soltanto con un'occhiata che sembrava attonita,  tanto
    era smarrita e dolente; in quel tempo suo cugino si dava gran moto fra
    le mantiglie e i cappellini, a capo basso.
    - Un momento!  un momento!  - esclam don Filippo levando  il  braccio
    rimastogli libero, mentre coll'altro reggeva Nicolino addormentato.
    Si  udiva  un tafferuglio nella piazza;  strilli da lontano;  la gente
    correva verso San Giovanni,  e il campanone  che  suonava  a  distesa,
    laggi.
    La  signora  Capitana rientr dal balcone tappandosi le orecchie colle
    belle mani candide, strillando in falsetto:
    - Mio marito!... Si picchiano!...
    E si abbandon sul canap, cogli occhi chiusi.  Le signore si misero a
    vociare  tutte  in una volta;  la padrona di casa gridava a Barabba di
    scendere a dare il catenaccio gi al portone;  mentre  donna  Bellonia
    spingeva le sue ragazze in branco nella camera di donna Mariannina,  e
    il marchese Limli picchiava sulle mani della Capitana dei  colpettini
    secchi. Il notaro Neri propose anche di slacciarla.
    -  Vi pare?...  - diss'ella allora balzando in piedi infuriata.  - Per
    chi m'avete presa, don asino?
    Giunse in quel momento il Capitano,  seguito da don  Liccio  Papa  che
    sbraitava  in  anticamera,  narrando  l'accaduto,  -  non lo avrebbero
    trattenuto in cento.
    - La solita  storia  di  ogni  anno!  -  disse  finalmente  il  signor
    Capitano,  dopo  che  si  fu  rimesso  vuotando d'un fiato un bicchier
    d'acqua.  - I devoti di San Giovanni che danno mano  al  campanone  un
    quarto d'ora prima!... Soperchierie!... Quelli di San Vito poi che non
    vogliono tollerare... Legnate da orbi ci sono state!
    -  La  solita  storia di ogni anno!  - ripet il canonico Lupi.  - Una
    porcheria! La Giustizia non fa nulla per impedire...
    Il Capitano in mezzo alla sala, coll'indice teso verso di lui,  sbuff
    infine:
    -  Sentitelo!...  Perch  non ci andate voi?  Un altro po' facevano la
    festa a me pure!... Vostro marito ha corso pericolo della vita,  donna
    Carolina!...
    La signora Capitana, col bocchino stretto, giunse le mani:
    - Gesummaria!... Maria Santissima del pericolo!...
    -  Stai fresca!  - borbott il notaro voltandosi in l.  - Stai fresca
    davvero!...  se aspetti che tuo marito voglia arrischiare la pelle per
    lasciarti vedova!...
    Don Nin Rubiera cercando il cappello s'imbatt nella cugina, la quale
    gli andava dietro come una fantasima,  stravolta,  incespicando a ogni
    passo.
    - Bada!...  - le disse lui.  - Bada!...  Ci guardano!...  C'  l  don
    Gesualdo!...
    -  Bianca!  Bianca!  Le  mantiglie  di queste signore!  - grid la zia
    Sganci dalla camera da letto dove s'era ficcato tutto  lo  stormo  dei
    Margarone.
    Essa frugava in mezzo al mucchio,  colle mani tremanti.  Il cugino era
    cos turbato anch'esso che seguitava a cercare  il  suo  cappello  lui
    pure. - Guarda, ce l'ho in testa! Non so nemmeno quello che fo.
    Si  guard attorno come un ladro,  mentre ciascuno cercava la sua roba
    in anticamera, e la tir in disparte verso l'uscio
    - Senti... per l'amor di Dio!... sii cauta!...  Nessuno ne sa nulla...
    Tuo fratello non sar andato a raccontarlo... Ed io neppure... Sai che
    t'ho voluto bene pi dell'anima mia!...
    Essa non rispose verbo, gli occhi soli che parlavano, e dicevano tante
    cose.
    -  Non guardarmi con quella faccia,  Bianca!...  no!...  non guardarmi
    cos... mi tradirei anch'io!...
    Donna Fif usc col cappello e  la  mantiglia,  stecchita,  le  labbra
    strette quasi fossero cucite;  e siccome sua sorella,  giovialona,  si
    voltava a salutare Bianca, la richiam con la voce stizzosa:
    - Giovannina! andiamo! andiamo!
    - Meno male questa qui! - borbott il baronello. - Ma sua sorella  un
    castigo di Dio.
    La zia Sganci,  accompagnando le Margarone  sino  all'uscio,  disse  a
    mastro-don Gesualdo che si sprofondava in inchini sul pianerottolo,  a
    rischio di ruzzolare gi per la scala:
    - Don Gesualdo,  fate il favore...  Accompagnate i miei nipoti Trao...
    Gi siete vicini di casa... Don Ferdinando non ci vede bene la sera...
    - Sentite qua! sentite qua! - gli disse il canonico.
    Zacco  non  si  dava  pace;  fingeva  di  cercare  il  lampione  nelle
    cassapanche  dell'anticamera,   per  darlo  da  portare  a  mastro-don
    Gesualdo.  - Giacch deve accompagnare donna Bianca... una dei Trao...
    Non gli sarebbe passato neppure pel capo di ricevere tanto onore...  a
    mastro-don  Gesualdo!...   -  Per  costui  non  poteva  udire  perch
    aspettava nella piazza,  discorrendo col  canonico.  Solo  don  Liccio
    Papa,  il  quale  chiudeva la marcia colla sciaboletta a tracolla,  si
    mise a ridere: - Ah! ah!
    - Che c'?  - chiese il Capitano,  che dava  il  braccio  alla  moglie
    infagottata. - Che c', insubordinato?
    -  Nulla;  -  rispose  il marchese.  - Il barone Zacco che abbaia alla
    luna.
    Poi,  mentre scendeva insieme a Bianca,  appoggiandosi al  bastoncino,
    passo passo, le disse in un orecchio:
    -  Senti...  il  mondo  adesso    di  chi ha denari...  Tutti costoro
    sbraitano per invidia.  Se il barone avesse una figliuola da maritare,
    gliela  darebbe  a  mastro-don  Gesualdo!...  Te  lo  dico  io che son
    vecchio, e so cos' la povert!...
    - Eh? Che cosa? - volle sapere don Ferdinando,  il quale veniva dietro
    adagio adagio, contando i sassi.
    - Nulla... Dicevamo che bella sera, cugino Trao!
    L'altro  guard  in  aria,  e ripet come un pappagallo: - Bella sera!
    bella sera!
    Don Gesualdo stava aspettando,  l  davanti  al  portone,  insieme  al
    canonico  Lupi che gli parlava sottovoce nella faccia: - Eh?  eh?  don
    Gesualdo?... che ve ne pare? - L'altro accennava col capo, lisciandosi
    il mento duro di barba colla grossa mano. - Una perla! una ragazza che
    non sa altro: casa e chiesa!... Economa... non vi coster nulla...  In
    casa non  avvezza a spender di certo!...  Ma di buona famiglia!... Vi
    porterebbe il lustro in casa!... V'imparentate con tutta la nobilt...
    L'avete visto, eh,  stasera?...  che festa v'hanno fatto?...  I vostri
    affari andrebbero a gonfie vele...  Anche per quell'affare delle terre
    comunali... E' meglio aver l'appoggio di tutti i pezzi grossi!...
    Don Gesualdo  non  rispose  subito,  sopra  pensieri,  a  capo  chino,
    seguendo  passo  passo  donna  Bianca  che  s'avviava  a  casa  per la
    scalinata di Sant'Agata insieme allo zio marchese e  al  fratello  don
    Ferdinando.
    - S...  s...  Non dico di no...  E' una cosa da pensarci... una cosa
    seria...   Temo  d'imbarcarmi  in  un  affare  troppo   grosso,   caro
    canonico...  Quella    sempre  una  signora...  Poi  ho tante cose da
    sistemare prima di risolvere...  Ciascuno  sa  i  propri    impicci...
    Bisogna dormirci sopra. La notte porta consiglio, canonico mio.
    Bianca  che  se ne andava col cuore stretto,  ascoltando la parlantina
    indifferente dello zio,  accanto al fratello taciturno e  allampanato,
    ud quelle ultime parole.
    La  notte  porta consiglio.  La notte scura e desolata nella cameretta
    misera.  La notte che si portava via gli ultimi  rumori  della  festa,
    l'ultima luce,  l'ultima speranza...  Come la visione di lui che se ne
    andava insieme a un'altra,  senza voltarsi,  senza dirle nulla,  senza
    rispondere  a lei che lo chiamava dal fondo del cuore,  con un gemito,
    con un lamento d'ammalata, affondando il viso nel guanciale bagnato di
    lagrime calde e silenziose.


    4.

    Mentre i muratori  si  riparavano  ancora  dall'acquazzone  dentro  il
    frantoio  di  Giolio  vasto quanto una chiesa facendo alle piastrelle,
    entr il ragazzo che stava a guardia sull'uscio,  addentando un  pezzo
    di pane, colla bocca piena, vociando:
    - Il padrone!... ecco il padrone!...
    Dietro   di  lui  comparve  mastro-don  Gesualdo,   bagnato  fradicio,
    tirandosi dietro la mula che scuoteva le orecchie.
    - Bravi!...  Mi piace!...  Divertitevi!  Tanto,  la paga vi  corre  lo
    stesso!... Corpo di!... Sangue di!...
    Agostino,  il  soprastante,  annaspando,  bofonchiando,  affacciandosi
    all'uscio per guardare il cielo ancora nuvolo coll'occhio orbo,  trov
    infine la risposta:
    -  Che  s'aveva  a fare?  bagnarci tutti?...  La burrasca  cessata or
    ora...  Siamo cristiani o porci?...  Se mi coglie qualche malanno  mia
    madre non lo fa pi un altro Agostino, no!
    -  S,  s,  hai  ragione!...  la  bestia  sono io!...  Io ho la pelle
    dura!...  Ho fatto bene a mandare qui mio fratello per badare ai  miei
    interessi!...  Si vede!... Sta a passare il tempo anche lui giuocando,
    sia lodato Iddio!...
    Santo,  ch'era rimasto a bocca aperta,  coccoloni dinanzi al  pioletto
    coi quattrini, si rizz in piedi tutto confuso, grattandosi il capo.
    Gesualdo, intanto che gli altri si davano da fare, mogi mogi, misurava
    il muro nuovo colla canna; si arrampicava sulla scala a piuoli; pesava
    i sacchi di gesso,  sollevandoli da terra: - Sangue di Giuda!...  Come
    se  li  rubassi  i  miei  denari!...   Tutti   quanti   d'intesa   per
    rovinarmi!...  Due giorni per tre canne di muro? Ci ho un bel guadagno
    in questo appalto!...  I sacchi del gesso  mezzi  vuoti!  Neli?  Neli?
    Dov' quel figlio di mala femmina che ha portato il gesso?... E quella
    calce  che  se ne va in polvere,  eh?...  quella calce?...  Che non ne
    avete coscienza di cristiani?  Dio di paradiso!...  Anche la pioggia a
    danno mio!...  Ci ho ancora i covoni sull'aia!... Non si poteva metter
    su la macina intanto che pioveva?... Su! animo!  la macina!  Vi do una
    mano mentre son qua io...
    Santo  piuttosto  voleva  fare  una  fiammata  per asciugargli i panni
    addosso.  - Non importa,  - rispose lui.  - Me ne sono asciugata tanta
    dell'acqua  sulle  spalle!...  Se fossi stato come te,  sarei ancora a
    trasportare del gesso  sulle  spalle!...  Ti  rammenti?...  E  tu  non
    saresti qua a giuocare alle piastrelle!...
    Brontolando,  dandosi  da  fare  per preparare la leva,  le biette,  i
    puntelli,  si voltava indietro per  lanciargli  delle  occhiatacce.  -
    Malannaggia!  - esclam Santo.  - Sempre quella storia!...  - E  se ne
    and sull'uscio accigliato, colle mani sotto le ascelle,  guardando di
    qua e di l. I manovali esitavano, girando intorno al pietrone enorme;
    il pi vecchio,  mastro Cola,  tenendo il mento sulla mano, scrollando
    il capo,  aggrondato,  guardando la  macina  come  un  nemico.  Infine
    sentenzi  ch'erano  in  pochi  per  spingerla sulla piattaforma: - Se
    scappa la leva, Dio liberi!... Chi si metter sotto per dar lo scambio
    alle biette? Io no, com' vero Dio!... Se scappa la leva!... mia madre
    non lo  fa  pi  un  altro  mastro  Cola  Ventura!...  Eh,  eh!...  Ci
    vorrebbero  dell'altre  braccia...  un  martinetto...  Legare  poi una
    carrucola lass alla travatura del tetto...  poi  dei  cunei  sotto...
    vedete,  vossignoria,  a far girare i cunei, si sta dai lati e non c'
    pericolo...
    - Bravo!  ora mi fate il capomastro!  Datemi la stanga!...  Io non  ho
    paura!...  Intanto  che  stiamo  a  chiacchierare  il tempo passa!  La
    giornata corre lo stesso,  eh?...  Come se li  avessi  rubati  i  miei
    denari!...  Su!  da  quella parte!...  Non badate a me che ho la pelle
    dura... Via!... su!... Viva Ges!... Viva Maria!...   un altro po'!...
    Badate!  badate!...  Ah Mariano! santo diavolone, m'ammazzi!... Su!...
    Viva Maria!... La vita! la vita!... Su!... Che fai, bestia,  da quella
    parte?...   Su!...  ci  siamo!  E'  nostra!...  ancora!...  da  quella
    parte!... Non abbiate paura che non muore il papa... Su!... su!...  se
    vi  scappa  la leva!...  ancora!...  se avessi tenuta cara la pelle...
    ancora!...  come la tien cara mio fratello Santo...  santo  diavolone!
    santo  diavolone,  badate!...  a  quest'ora sarei a portar gesso sulle
    spalle!... Il bisogno... via! via!...  il bisogno fa uscire il lupo...
    ancora!... su!... il lupo dal bosco!... Vedete  mio fratello Santo che
    sta a guardare?...  Se non ci fossi io egli sarebbe sotto...  sotto la
    macina...  al mio  posto...  invece  di  grattarsi...  a  spingere  la
    macina...  e  la  casa...  Tutto sulle mie spalle!...  Ah!  sia lodato
    Iddio!
    Infine, assicurata la macina sulla piattaforma, si mise a sedere su di
    un sasso, trafelato,  ancora tremante dal batticuore,  asciugandosi il
    sudore col fazzoletto di cotone.
    - Vedete come ci si asciuga dalla pioggia?  Acqua di dentro e acqua di
    fuori! - Santo propose di passare il fiasco in giro.  - Ah?...  per la
    fatica  che  hai  fatto?...  per  asciugarti  il  sudore  anche tu?...
    Attaccati all'abbeveratoio... qui fuori dell'uscio...
    Il tempo s'era abbonacciato.  Entrava un  raggio  di  sole  dall'uscio
    spalancato  sulla  campagna  che ora sembrava allargarsi ridente,  col
    paese sull'altura, in fondo, di cui le finestre scintillavano.
    - Lesti, lesti, ragazzi! sul ponte, andiamo! Guadagniamoci
    tutti la giornata...  Mettetevi un po' nei panni del  padrone  che  vi
    paga!...  L'osso  del  collo ci rimetto in quest'appalto!...  Ci perdo
    diggi,  come   vero  Iddio!...  Agostino!  mi  raccomando!  l'occhio
    vivo!...  La  parola  dolce e l'occhio vivo!...  Mastro Cola,  voi che
    siete capomastro!...  chi vi  ha  insegnato  a  tenere  il  regolo  in
    mano?...  Maledetto voi! Mariano, dammi quass il regolo, sul ponte...
    Che non ne avete occhi, corpo del diavolo!...  L'intonaco che screpola
    e sbulletta!...  Mi toccher  poi sentire l'architetto,  malannaggia a
    voialtri!...   Quando torna quello del gesso ditegli il fatto  suo,  a
    quel  figlio di mala femmina!...  ditegli a Neli che sono del mestiere
    anch'io!... Che ne riparleremo poi sabato, al far dei conti!...
    Badava a ogni cosa,  girando di qua e di l,  rovistando nei mucchi di
    tegole  e  di  mattoni,  saggiando  i  materiali,  alzando  il capo ad
    osservare il lavoro fatto,  colla mano sugli occhi,  nel gran sole che
    s'era  messo  allora.  - Santo!  Santo!  portami qua la mula...  Fagli
    almeno questo lavoro, a tuo fratello!  - Agostino voleva trattenerlo a
    mangiare  un  boccone,  poich  era  quasi  mezzogiorno,  un  sole che
    scottava,  da prendere  un  malanno  chi  andava  per  la  campagna  a
    quell'ora. - No, no, devo passare dal Camemi... ci vogliono due ore...
    Ho  tant'altro  da  fare!  Se  il sole  caldo tanto meglio!  Arriver
    asciutto al Camemi... Spicciamoci,  ragazzi!  Badate che vi sto sempre
    addosso  come la presenza di Dio!  Mi vedrete comparire quando meno ve
    lo aspettate!  Sono del mestiere  anch'io,  e  conosco  poi  se  si  
    lavorato o no!...
    Intanto che se ne andava,  Santo gli corse dietro,  lisciando il collo
    alla mula, tenendogli la staffa.  Finalmente,  come vide che montava a
    cavallo  senza  darsene  per  inteso,  si piant in mezzo alla strada,
    grattandosi l'orecchio: - Cos mi lasci?  senza domandarmi neppure  se
    ho bisogno di qualche cosa?
    - S, s, ho capito. I denari che avesti luned te li sei giuocati. Ho
    capito! ho capito! eccoti il resto. E divrtiti alle piastrelle, che a
    pagare poi ci son io... il debitore di tutti quanti!...
    Brontolava  ancora  allontanandosi  all'ambio della mula sotto il sole
    cocente: un sole che spaccava le pietre adesso,  e faceva scoppiettare
    le  stoppie  quasi  s'accendessero.  Nel  burrone,    fra i due monti,
    sembrava d'entrare in una fornace;  e  il  paese  in  cima  al  colle,
    arrampicato  sui  precipizi,  disseminato  fra rupi enormi,  minato da
    caverne che lo lasciavano come sospeso in aria,  nerastro,  rugginoso,
    sembrava abbandonato, senza un'ombra, con tutte le finestre spalancate
    nell'afa, simili a tanti buchi neri, le croci dei campanili vacillanti
    nel cielo caliginoso. La stessa mula anelava, tutta sudata, nel salire
    la  via  erta.  Un povero vecchio che s'incontr,  carico di manipoli,
    sfinito, si mise a borbottare:
    - O dove andate vossignoria a quest'ora?...  Avete tanti denari,  e vi
    date l'anima al diavolo!
    Giunse  al  paese  che suonava mezzogiorno,  mentre tutti scappavano a
    casa come facesse temporale.  Dal Rosario  veniva  il  canonico  Lupi,
    accaldato, col nicchio sulla nuca, soffiando forte:
    - Ah, ah, don Gesualdo!... andate a mangiare un boccone?... Io no, per
    mia  disgrazia!  Sono  a  bocca  asciutta  sino a quest'ora...  Vado a
    celebrare la santa messa...  la messa di mezzogiorno!...  un capriccio
    di Monsignore!
    -  Sono  salito  al  paese  apposta  per  voi!....   Ho  fatto  questa
    pettata!...  E' caldo,  eh!  - intanto  si  asciugava  il  sudore  col
    fazzoletto.  -  Ho  paura  che  mi giuochino qualche tiro,  riguardo a
    quell'appalto delle strade comunali, signor canonico.  Vossignoria che
    vi fate sentire in paese... ci avete pensato? So poi l'obbligo mio!...
    - Ma che dite?...  fra di noi!... ci sto lavorando... A proposito, che
    facciamo per quell'altro affare?  ci avete pensato?  che  risposta  mi
    date?
    Don  Gesualdo  il  quale  aveva messo al passo la mula,  camminandogli
    allato, curvo sulla sella, un po' sbalordito dal gran sole, rispose:
    - Che affare? Ne ho tanti!... Di quale affare parlate vossignoria?
    - Ah! ah! la pigliate su quel verso?... Scusate... scusate tanto!...
    Il canonico mut subito discorso,  quasi non gliene importasse neppure
    a  lui: parl dell'altro affare della gabella,  che bisognava venire a
    una conclusione colla baronessa Rubiera:  -  C'  altre  novit...  Il
    notaro Neri ha fatto lega con Zacco... Ho paura che...
    Don Gesualdo allora smont dalla mula, premuroso, tirandola dietro per
    le redini,  mentre andava passo passo insieme al prete, tutto orecchi,
    a capo chino e col mento in mano.
    -  Temo  che  mi  cambino  la  baronessa!...  Ho  visto  il  barone  a
    confabulare  con quello sciocco di don Nin...  ieri sera,  dietro  il
    Collegio...  Finsi d'entrare nella farmacia per  non  farmi  scorgere.
    Capite?  un affare grosso!...  Son circa cinquecento salme di terra...
    C' da guadagnare un bel pezzo di pane, su quell'asta.
    Don Gesualdo ci si scaldava lui pure: gli occhi  accesi  dall'afa  che
    gli  brillavano  in  quel  discorso.  Temeva  per  gli intrighi degli
    avversari, tutti pezzi grossi, di quelli che avevano voce in capitolo!
    E il canonico  viceversa,  andava  raffreddandosi  di  mano  in  mano,
    aggrottandosi in viso, stringendosi nelle spalle, guardandolo fisso di
    tanto  in  tanto,  e scrollando il capo di sotto in su,  come a dargli
    dell'asino.
    - Per questo dicevo!... Ma voi la pigliate su quel verso!...  Scusate,
    scusatemi  tanto!...  Volevo con quell'affare procurarvi l'appoggio di
    un parentado che conta in paese...  la prima nobilt...  Ma  voi  fate
    l'indifferente...  Scusatemi  tanto  allora!...  Anche  per  dare  una
    risposta alla signora Sganci che  ci  aveva  messo  tanto  impegno!...
    Scusatemi,  una porcheria...
    - Ah, parlate dell'affare del matrimonio?...
    Il  canonico  finse  di non dar retta lui stavolta: - Ah!  ecco vostro
    cognato! Vi saluto, massaro Fortunato!
    Burgio aveva il viso lungo un palmo, aggrottato, con tanto di muso nel
    faccione pendente.
    - V'ho visto venire di laggi,  cognato.  Sono stato ad aspettarvi l,
    al  belvedere.  Sapete  la  notizia?  Appena quindici salme  fecero le
    fave!... Neanche le spese,  com' vero Iddio!...  Son venuto apposta a
    dirvelo...
    -  Vi  ringrazio!  grazie tante!  Ora che volete da me?  Io ve l'aveva
    detto,  quando avete voluto prendere quella chiusa!...  buona soltanto
    per  dar  spine!...  Volete  sempre  fare  di  testa vostra,  e non ne
    indovinate una, benedett'uomo! - rispose Gesualdo in collera.
    - Bene,  avete ragione.  Lascer la chiusa.  Non la  voglio  pi!  Che
    pretendete altro da me?
    -  Non la volete?...  L'affitto vi dura altri due anni!...  Chi volete
    che la pigli?... Non son tutti cos gonzi!...
    Il canonico,  vedendo che il discorso si metteva per le lunghe,  volse
    le spalle:
    -  Vi saluto...  Don Luca il sagrestano mi aspetta...  digiuno come me
    sino a quest'ora! - E infil la scaletta pel quartiere alto.
    Don Gesualdo allora infuriato prese a sfogarsi col cognato: - E venite
    apposta per darmi la bella notizia?...  mentre stavo a discorrere  dei
    fatti  miei...  sul  pi  bello?  mi  guastate  un  affare  che  stavo
    combinando!...  I bei negozi che fate voi!  Chi volete  che  la  pigli
    quella chiusa?
    Massaro Fortunato dietro al cognato tornava a ripetere:
    - Cercando bene...  troveremo chi la pigli... La terra  gi preparata
    a maggese per quest'altr'anno... mi costa un occhio...  Vostra sorella
    fa  un  casa del diavolo...  non mi d pace!...  Sapete che castigo di
    Dio, vostra sorella!
    - Vi costa,  vi costa!...  Io lo so a chi costa!  - brontol  Gesualdo
    senza  voltarsi.  -  Sulle  mie  spalle  ricadono  tutte  queste belle
    imprese!...
    Burgio s'offese a quelle parole:
    - Che volete dire?  Spiegatevi,  cognato!...  Io gi lavoro per  conto
    mio! Non sto alle spalle di nessuno, io!
    - S,  s,  va bene; sta a vedere ora che devo anche pregarvi? Come se
    non l'avessi sulle spalle la vostra chiusa...  come se il garante  non
    fossi io...
    Cos brontolando tutti e due andarono a cercare Pirtuso,  che stava al
    Fosso,  laggi verso San Giovanni.  Mastro Lio stava mangiando quattro
    fave, coll'uscio socchiuso.
    -  Entrate,  entrate,  don  Gesualdo.  Benedicite  a  vossignoria!  Ne
    comandate? volete restar servito?  - Poi come ud parlare della chiusa
    che Burgio avrebbe voluto appioppare a un altro, di allegro che era si
    fece scuro in viso, grattandosi il capo.
    -  Eh!  eh!...  la  chiusa del Purgatorio?  E' un affar serio!  Non la
    vogliono neanche per pascolo.
    Burgio s'affannava a lodarla,  terre di pianura,  terre profonde,  che
    gli avevano dato trenta salme di fave quell'anno soltanto, preparate a
    maggese per l'anno nuovo!...  Il cognato tagli corto, come uno che ha
    molta altra carne al fuoco, e non ha tempo da perdere inutilmente.
    - Insomma, mastro Lio, voglio disfarmene.  Fate voi una cosa giusta...
    con prudenza!...
    - Questo si chiama parlare! - rispose Pirtuso. - Vossignoria sa fare e
    sa  parlare...  -  E  adesso ammiccava coll'occhietto ammammolato,  un
    sorrisetto malizioso che gli errava fra le rughe della bazza  irta  di
    peli sudici.
    Sulla  strada  soleggiata  e  deserta  a quell'ora stava aspettando un
    contadino, con un fazzoletto legato sotto il mento,  le mani in tasca,
    giallo e tremante di febbre. Ossequioso, abbozzando un sorriso triste,
    facendo  l'atto  di cacciarsi indietro il berretto che teneva sotto il
    fazzoletto: - Benedicite,  signor don  Gesualdo...  Ho  conosciuto  la
    mula...  Tanto  che  vi cerco,  vossignoria!  Cosa facciamo per quelle
    quattro olive di Giolio? Io non ho denari per farle cogliere... Vedete
    come sono ridotto?...  cinque mesi  di  terzana,  sissignore,  Dio  ne
    liberi vossignoria!  Son ridotto all'osso... il giorno senza pane e la
    sera senza lume...  pazienza!  Ma la spesa per coglier  le  olive  non
    posso  farla...  proprio  non posso!...  Se le volete,  vossignoria...
    farete un'opera di carit, vossignoria...
    - Eh! eh!...  Il denaro  scarso per tutti,  padre mio!...  Voi perch
    avete  messo il carro innanzi ai buoi?...  Quando non potete...  Tutti
    cos!...  Vi mettereste sulle spalle un  feudo,  a  lasciarvi  fare...
    Vedremo... Non dico di no... Tutto sta ad intendersi...
    E lasci cadere un'offerta minima,  seguitando ad andarsene per la sua
    strada  senza  voltarsi.   L'altro  dur  un  pezzetto  a  lamentarsi,
    correndogli   dietro,   chiamando   in   testimonio  Dio  e  i  santi,
    piagnucolando, bestemmiando, e fin per accettare,  racconsolato tutto
    a un tratto, cambiando tono e maniera.
    -  Compare  Lio,  avete udito?  affare fatto!  Un buon negozio per don
    Gesualdo... pazienza!...  ma  detta!  Quanto a me,   come se fossimo
    andati dal notaio! - E se ne torn indietro, colle mani in tasca.
    -  Sentite  qua,  mastro  Lio,  -  disse  Gesualdo tirando in disparte
    Pirtuso.  Burgio s'allontan colla  mula  discretamente,  sapendo  che
    l'anima  dei  negozi   il segreto,  intanto che suo cognato diceva al
    sensale di comprargli dei sommacchi,  quanti  ce  n'erano,  al  prezzo
    corrente.  Ud soltanto mastro Lio che rispondeva sghignazzando, colla
    bocca sino alle orecchie: - Ah! ah!... siete un diavolo!...  Vuol dire
    che  avete  parlato col diavolo!...  Sapete quel che bisogna vendere e
    comprare otto giorni prima... Va bene, restiamo intesi...  Me ne torno
    a casa ora. Ho quelle quattro fave che m'aspettano.
    Burgio  non si reggeva in piedi dall'appetito,  e si mise a brontolare
    come il cognato volle passare dalla posta. - Sempre misteri... maneggi
    sottomano!
    Don Gesualdo torn tutto  contento,  leggendo  una  lettera  piena  di
    sgorbi e suggellata colla midolla di pane:
    - Lo vedete il diavolo che mi parla all'orecchio!  eh? M'ha dato anche
    una buona notizia, e bisogna che torni da mastro Lio.
    - Io non so nulla...  Mio padre  non  m'ha  insegnato  a  fare  queste
    cose!...  - rispose Burgio brontolando. - Io fo come fece mio padre...
    Piuttosto,  se volete venire a prendere un boccone a  casa...  Non  mi
    reggo in piedi, com' vero Dio!
    - No, non posso; non ho tempo. Devo passare dal Camemi, prima d'andare
    alla Canziria. Ci ho venti uomini che lavorano alla strada... i covoni
    sull'aia... Non posso...
    E se ne and sotto il gran sole, tirandosi dietro la mula stanca.
    Pareva  di  soffocare  in  quella  gola  del  Petraio.  Le rupi brulle
    sembravano arroventate.  Non un filo di ombra,  non un filo di  verde,
    colline su colline,  accavallate,  nude,  arsicce,  sassose, sparse di
    olivi rari  e  magri,  di  fichidindia  polverosi,  la  pianura  sotto
    Budarturo  come  una  landa  bruciata  dal sole,  i monti foschi nella
    caligine,  in fondo.  Dei corvi si levarono gracchiando da una carogna
    che appestava il fossato; delle ventate di scirocco bruciavano il viso
    e  mozzavano  il  respiro;  una  sete  da  impazzire,  il sole che gli
    picchiava sulla testa come fosse il martellare  dei  suoi  uomini  che
    lavoravano alla strada del Camemi.  Allorch vi giunse invece li trov
    tutti quanti sdraiati bocconi nel fossato,  di qua e di l,  col  viso
    coperto  di mosche,  e le braccia stese.  Un vecchio soltanto spezzava
    dei sassi,  seduto per terra sotto un  ombrellaccio,  col  petto  nudo
    color di rame,  sparso di peli bianchi, le braccia scarne, gli stinchi
    bianchi di polvere,  come il viso che pareva una maschera,  gli  occhi
    soli che ardevano in quel polvero.
    - Bravi! bravi!... Mi piace... La fortuna viene dormendo... Son venuto
    io a portarvela!...  Intanto la giornata se ne va!...  Quante canne ne
    avete fatto di massicciata oggi, vediamo?... Neppure tre canne!... Per
    questo che vi  riposate  adesso?  Dovete  essere  stanchi,  sangue  di
    Giuda!...  Bel guadagno ci fo!... Mi rovino per tenervi tutti quanti a
    dormire e riposare!... Corpo di!... sangue di!...
    Vedendolo con  quella  faccia  accesa  e  riarsa,  bianca  di  polvere
    soltanto  nel cavo degli occhi e sui capelli;  degli occhi come quelli
    che d la febbre,  e le  labbra  sottili  e  pallide;  nessuno  ardiva
    rispondergli.   Il  martellare  riprese  in  coro  nell'ampia  vallata
    silenziosa,  nel polvero che si levava sulle  carni  abbronzate,  sui
    cenci  svolazzanti,  insieme  a  un ansare secco che accompagnava ogni
    colpo.  I corvi ripassarono  gracidando,  nel  cielo  implacabile.  Il
    vecchio  allora  alz  il viso impolverato a guardarli,  con gli occhi
    infuocati, quasi sapesse cosa volevano e li aspettasse.
    Allorch finalmente Gesualdo arriv alla Canziria, erano circa due ore
    di notte.  La porta  della  fattoria  era  aperta.  Diodata  aspettava
    dormicchiando  sulla soglia.  Massaro Carmine,  il camparo,  era steso
    bocconi sull'aia,  collo schioppo fra le gambe;  Brasi Camauro e Nanni
    l'Orbo  erano  spulezzati di qua e di l,  come fanno i cani la notte,
    quando sentono la femmina nelle vicinanze; e i cani soltanto davano il
    benvenuto al padrone, abbaiando intorno alla fattoria. - Ehi?  non c'
    nessuno?  Roba senza padrone,  quando manco io!  - Diodata,  svegliata
    all'improvviso, andava cercando il lume tastoni, ancora assonnata.  Lo
    zio Carmine, fregandosi gli occhi, colla bocca contratta dai sbadigli,
    cercava delle scuse.
    -  Ah!...  sia  lodato  Dio!  Voi  ve la dormite da un canto,  Diodata
    dall'altro,   al  buio!...   Cosa   facevi   al   buio?...   aspettavi
    qualcheduno?... Brasi Camauro oppure Nanni l'Orbo?...
    La  ragazza  ricevette  la sfuriata a capo chino,  e intanto accendeva
    lesta lesta il fuoco, mentre il suo padrone continuava a sfogarsi,  l
    fuori, all'oscuro, e passava in rivista i buoi legati ai pioli intorno
    all'aia.  Il  camparo  mogio mogio gli andava dietro per rispondere al
    caso: - Gnors,  Pelorosso sta un po' meglio;  gli ho dato la gramigna
    per  rinfrescarlo.  La  Bianchetta ora mi fa la svogliata anch'essa...
    Bisognerebbe mutar di pascolo... tutto il bestiame... Il mal d'occhio,
    sissignore!  Io dico ch' passato di qui qualcheduno  che  portava  il
    malocchio!...   Ho  seminato  perfino  i  pani  di  San  Giovanni  nel
    pascolo...  Le pecore stanno bene,  grazie  a  Dio...  e  il  raccolto
    pure...  Nanni  l'Orbo?  Laggi a Passanitello,  dietro le gonnelle di
    quella strega...  Un giorno o l'altro se ne torna a casa  colle  gambe
    rotte,  com'  vero  Dio!...  e  Brasi Camauro anch'esso,  per amor di
    quattro spighe...  - Diodata grid dall'uscio ch'era pronto.  - Se non
    avete  altro  da  comandarmi,  vossignoria,  vado  a  buttarmi  gi un
    momento...
    Come Dio volle finalmente,  dopo un digiuno  di  ventiquattr'ore,  don
    Gesualdo  pot  mettersi  a  tavola,  seduto  di faccia all'uscio,  in
    maniche di camicia,  le maniche rimboccate al disopra dei gomiti,  coi
    piedi indolenziti nelle vecchie ciabatte ch'erano anch'esse una grazia
    di  Dio.  La  ragazza  gli  aveva  apparecchiata  una minestra di fave
    novelle, con una cipolla in mezzo, quattr'ova fresche,  e due pomidori
    ch'era andata a cogliere tastoni dietro la casa. Le ova friggevano nel
    tegame,  il  fiasco  pieno  davanti;  dall'uscio entrava un venticello
    fresco ch'era un piacere, insieme al trillare dei grilli,  e all'odore
    dei  covoni nell'aia: - il suo raccolto l,  sotto gli occhi,  la mula
    che abboccava anch'essa avidamente nella bica dell'orzo, povera bestia
    - un manipolo ogni strappata! Gi per la china, di tanto in tanto,  si
    udiva  nel  chiuso il campanaccio della mandra;  e i buoi accovacciati
    attorno all'aia, legati ai cestoni colmi di fieno,  sollevavano allora
    il  capo pigro,  soffiando,  e si vedeva correre nel buio il luccicho
    dei loro occhi  sonnolenti,  come  una  processione  di  lucciole  che
    dileguava.
    Gesualdo posando il fiasco mise un sospirone,  e appoggi i gomiti sul
    deschetto:
    - Tu non mangi?... Cos'hai?
    Diodata stava zitta in un cantuccio,  seduta su di  un  barile,  e  le
    pass negli occhi, a quelle parole, un sorriso di cane accarezzato.
    - Devi aver fame anche tu. Mangia! mangia!
    Essa mise la scodella sulle ginocchia,  e si fece il segno della croce
    prima di cominciare, poi disse: - Benedicite a vossignoria!
    Mangiava adagio adagio, colla persona curva e il capo chino. Aveva una
    massa di capelli morbidi e fini, malgrado le brinate ed il vento aspro
    della montagna: dei capelli di gente ricca, e degli occhi castagni, al
    pari dei capelli,  timidi e dolci: de' begli occhi di cane carezzevoli
    e pazienti,  che si ostinavano a farsi voler bene,  come tutto il viso
    supplichevole anch'esso.  Un viso su cui erano passati gli stenti,  la
    fame,   le  percosse,   le  carezze  brutali;  limandolo,  solcandolo,
    rodendolo;  lasciandovi l'arsura del solleone,  le rughe  precoci  dei
    giorni  senza  pane,  il lividore delle notti stanche - gli occhi soli
    ancora giovani, in fondo a quelle occhiaie livide.  Cos raggomitolata
    sembrava  proprio una ragazzetta,  al busto esile e svelto,  alla nuca
    che mostrava la pelle bianca dove il sole non aveva bruciato. Le mani,
    annerite,  erano piccole e scarne: delle  povere  mani  pel  suo  duro
    mestiere!...
    - Mangia, mangia. Devi essere stanca tu pure!...
    Ella sorrise,  tutta contenta,  senza alzare gli occhi.  Il padrone le
    porse anche il fiasco: - Te', bevi! non aver suggezione!
    Diodata,  ancora un po' esitante,  si pul la bocca  col  dorso  della
    mano,  e  s'attacc  al fiasco arrovesciando il capo all'indietro.  Il
    vino, generoso e caldo, le si vedeva scendere quasi a ogni sorso nella
    gola color d'ambra; il seno ancora giovane e fermo sembrava gonfiarsi.
    Il padrone allora si mise a ridere.
    - Brava, brava! Come suoni bene la trombetta!...
    Sorrise anch'essa,  pulendosi la bocca un'altra volta col dorso  della
    mano, tutta rossa.
    - Tanta salute a vossignoria!
    Egli  usc  fuori  a  prendere  il  fresco.  Si mise a sedere su di un
    covone, accanto all'uscio, colle spalle al muro, le mani penzoloni fra
    le gambe.  La luna doveva essere gi  alta,  dietro  il  monte,  verso
    Francofonte.  Tutta  la  pianura  di  Passanitello,  allo sbocco della
    valle, era illuminata da un chiarore d'alba. A poco a poco, al dilagar
    di quel chiarore,  anche nella costa cominciarono a spuntare i  covoni
    raccolti in mucchi,  come tanti sassi posti in fila. Degli altri punti
    neri si movevano per la china, e a seconda del vento giungeva il suono
    grave e lontano dei campanacci che portava il bestiame grosso,  mentre
    scendeva  passo passo verso il torrente.  Di tratto in tratto soffiava
    pure qualche folata di venticello pi fresco dalla parte di ponente, e
    per tutta la lunghezza della valle udivasi  lo  stormire  delle  messi
    ancora  in  piedi.  Nell'aia  la  bica  alta  e  ancora scura sembrava
    coronata d'argento,  e nell'ombra si  accennavano  confusamente  altri
    covoni in mucchi; ruminava altro bestiame; un'altra striscia d'argento
    lunga si posava in cima al tetto del magazzino,  che diventava immenso
    nel buio.
    - Eh? Diodata? Dormi, marmotta?...
    - Nossignore, no!...
    Essa  comparve  tutta  arruffata  e  spalancando  a  forza  gli  occhi
    assonnati.  Si  mise a scopare colle mani dinanzi all'uscio,  buttando
    via le frasche,  carponi,  fregandosi gli occhi di tanto in tanto  per
    non  lasciarsi  vincere  dal  sonno,  col  mento  rilassato,  le gambe
    fiacche.
    - Dormivi!... Se te l'ho detto che dormivi!...
    E le assest uno scapaccione come carezza.
    Egli invece non aveva  sonno.  Si  sentiva  allargare  il  cuore.  Gli
    venivano tanti ricordi piacevoli.  Ne aveva portate delle pietre sulle
    spalle,  prima di fabbricare quel magazzino!  E ne aveva  passati  dei
    giorni senza pane, prima di possedere tutta quella roba! Ragazzetto...
    gli sembrava di tornarci ancora, quando portava il gesso dalla fornace
    di suo padre,  a Donferrante! Quante volte l'aveva fatta quella strada
    di Licodia,  dietro gli asinelli che cascavano per via e morivano alle
    volte sotto il carico!  Quanto piangere e chiamar santi e cristiani in
    aiuto!  Mastro Nunzio allora suonava il deprofundis sulla schiena  del
    figliuolo,  con la funicella stessa della soma... Erano dieci o dodici
    tar che gli cascavano di tasca  ogni  asino  morto  al  poveruomo!  -
    Carico  di  famiglia!  Santo  che  gli  faceva  mangiare  i gomiti sin
    d'allora;  Speranza che cominciava a voler marito;  la  mamma  con  le
    febbri,  tredici mesi dell'anno!... - Pi colpi di funicella che pane!
    - Poi quando il Mascalise,  suo zio,  lo  condusse  seco  manovale,  a
    cercar  fortuna...  Il padre non voleva,  perch aveva la sua superbia
    anche lui, come uno che era stato sempre padrone, alla fornace,  e gli
    cuoceva di vedere il sangue suo al comando altrui.  - Ci vollero sette
    anni prima che gli perdonasse,  e fu quando finalmente Gesualdo arriv
    a  pigliare  il  primo  appalto  per  conto  suo...  la  fabbrica  del
    Molinazzo...  Circa duecento salme di gesso  che  andarono  via  dalla
    fornace  al  prezzo  che volle mastro Nunzio...  e la dote di Speranza
    anche,  perch la ragazza non poteva pi  stare  in  casa...  -  E  le
    dispute  allorch  cominci  a  speculare sulla campagna!...  - Mastro
    Nunzio non voleva saperne...  Diceva che non era il  mestiere  in  cui
    erano  nati.    "Fa l'arte che sai!" - Ma poi,  quando il figliuolo lo
    condusse a veder  le  terre  che  aveva  comprato,  l  proprio,  alla
    Canziria, non finiva di misurarle in lungo e in largo, povero vecchio,
    a gran passi,  come avesse nelle gambe la canna dell'agrimensore...  E
    ordinava  "bisogna  far  questo  e  quest'altro"  per  usare  del  suo
    diritto,  e  non  confessare  che suo figlio potesse aver la testa pi
    fine  della  sua.   -  La  madre  non  ci  arriv  a  provare   quella
    consolazione,  poveretta.  Mor  raccomandando a tutti Santo,  che era
    stato sempre il suo prediletto e Speranza carica di  famiglia  com'era
    stata  lei...  -  un  figliuolo  ogni anno...  - Tutti sulle spalle di
    Gesualdo,  giacch lui guadagnava per tutti.  Ne aveva guadagnati  dei
    denari!  Ne  aveva  fatta della roba!  Ne aveva passate delle giornate
    dure e delle notti senza chiuder occhio!  Vent'anni che non  andava  a
    letto  una sola volta senza prima guardare il cielo per vedere come si
    mettesse.  - Quante avemarie,  e di quelle proprio  che  devono  andar
    lass,  per la pioggia e pel bel tempo!  - Tanta carne al fuoco! tanti
    pensieri, tante inquietudini, tante fatiche!...  La coltura dei fondi,
    il  commercio delle derrate,  il rischio delle terre prese in affitto,
    le speculazioni del  cognato  Burgio  che  non  ne  indovinava  una  e
    rovesciava tutto il danno sulle spalle di lui!...  - Mastro Nunzio che
    si ostinava ad arrischiare cogli appalti il denaro del figliuolo,  per
    provare  che era il padrone in casa sua!...  - Sempre in moto,  sempre
    affaticato, sempre in piedi, di qua e di l, al vento,  al sole,  alla
    pioggia;   colla   testa   grave   di   pensieri,   il   cuore  grosso
    d'inquietudini,  le ossa rotte di stanchezza;  dormendo due ore quando
    capitava,  come  capitava,  in  un cantuccio della stalla,  dietro una
    siepe,  nell'aia,  coi sassi sotto la schiena;  mangiando un pezzo  di
    pane nero e duro dove si trovava,  sul basto della mula,  all'ombra di
    un ulivo, lungo il margine di un fosso,  nella malaria,  in mezzo a un
    nugolo di zanzare. - Non feste, non domeniche, mai una risata allegra,
    tutti che volevano da lui qualche cosa, il suo tempo, il suo lavoro, o
    il  suo  denaro;  mai  un'ora  come  quelle  che  suo  fratello  Santo
    regalavasi in barba sua all'osteria!  - trovando a casa poi ogni volta
    il  viso  arcigno  di  Speranza,  o  le  querimonie del cognato,  o il
    piagnucolo dei ragazzi - le liti fra tutti loro quando gli affari non
    andavano bene.  - Costretto a difendere la sua roba contro tutti,  per
    fare  il  suo  interesse.  -  Nel  paese non un solo che non gli fosse
    nemico, o alleato pericoloso e temuto. - Dover celare sempre la febbre
    dei  guadagni,  la  botta  di  una  mala  notizia,   l'impeto  di  una
    contentezza;  e aver sempre la faccia chiusa,  l'occhio vigilante,  la
    bocca seria!  Le astuzie di ogni giorno;  le ambagi per dire  soltanto
    "vi saluto"; le strette di mano inquiete, coll'orecchio teso; la lotta
    coi  sorrisi  falsi,  o  coi visi arrossati dall'ira,  spumanti bava e
    minacce - la notte sempre inquieta, il domani sempre grave di speranza
    o di timore...
    - Ci hai lavorato,  anche tu,  nella roba del tuo padrone!...  Hai  le
    spalle grosse anche tu... povera Diodata!...
    Essa,  vedendosi rivolta la parola, si accost tutta contenta e gli si
    accovacci ai piedi, su di un sasso, col viso bianco di luna, il mento
    sui ginocchi, in un gomitolo. Passava il tintinno dei campanacci,  il
    calpesto  greve  e  lento per la distesa del bestiame che scendeva al
    torrente,  dei muggiti gravi e come sonnolenti,  le voci dei guardiani
    che  lo guidavano e si spandevano lontane,  nell'aria sonora.  La luna
    ora discesa sino all'aia,  stampava delle  ombre  nere  in  un  albore
    freddo;  disegnava  l'ombra  vagante  dei  cani di guardia che avevano
    fiutato il bestiame;  la massa inerte del  camparo,  steso  bocconi  -
    Nanni  l'Orbo,  eh?...  o Brasi Camauro?  Chi dei due ti sta dietro la
    gonnella? - riprese don Gesualdo che era in vena di scherzare.
    Diodata sorrise: - Nossignore!... nessuno!...
    Ma il padrone ci si divertiva: - S, s!... l'uno o l'altro... o tutti
    e due insieme!...  Lo sapr!...  Ti sorprender con loro nel  vallone,
    qualche volta!...
    Essa  sorrideva  sempre  allo  stesso  modo,  di  quel sorriso dolce e
    contento,  allo scherzo del padrone che  sembrava  le  illuminasse  il
    viso, affinato dal chiarore molle: gli occhi come due stelle; le belle
    trecce allentate sul collo; la bocca un po' larga e tumida, ma giovane
    e fresca.
    Il padrone stette un momento a guardarla cos, sorridendo anch'esso, e
    le diede un altro scapaccione affettuoso.
    -  Questa  non  roba per quel briccone di Brasi,  o per Nanni l'Orbo!
    no!...
    - Oh, gesummaria!... - esclam essa facendosi la croce.
    - Lo so, lo so. Dico per ischerzo, bestia!...
    Tacque un  altro  po'  ancora,  e  poi  soggiunse:  -  Sei  una  buona
    ragazza!... buona e fedele! vigilante sugli interessi del padrone, sei
    stata sempre...
    - Il padrone mi ha dato il pane, - rispose essa semplicemente. - Sarei
    una birbona...
    - Lo so! lo so!... poveretta!... per questo t'ho voluto bene!
    A  poco a poco,  seduto al fresco,  dopo cena,  con quel bel chiaro di
    luna, si lasciava andare alla tenerezza dei ricordi. - Povera Diodata!
    Ci hai lavorato anche tu!...  Ne abbiamo passati dei brutti giorni!...
    Sempre all'erta,  come il tuo padrone!  Sempre colle mani attorno... a
    far qualche cosa!  Sempre l'occhio attento sulla mia  roba!...  Fedele
    come un cane!... Ce n' voluto, s, a far questa roba!...
    Tacque un momento intenerito. Poi riprese, dopo un pezzetto, cambiando
    tono:
    - Sai? Vogliono che prenda moglie.
    La ragazza non rispose; egli non badandoci, seguit:
    - Per avere un appoggio...  Per far lega coi pezzi grossi del paese...
    Senza di loro non si  fa  nulla!...  Vogliono  farmi  imparentare  con
    loro... per l'appoggio del parentado, capisci?... Per non averli tutti
    contro, all'occasione... Eh? che te ne pare?
    Ella tacque ancora un momento col viso nelle mani. Poi rispose, con un
    tono di voce che and a rimescolargli il sangue a lui pure:
    - Vossignoria siete il padrone...
    - Lo so,  lo so...  Ne discorro adesso per chiacchierare...  perch mi
    sei affezionata...  Ancora non ci penso...  ma  un  giorno  o  l'altro
    bisogna pure andarci a cascare...  Per chi ho lavorato infine?...  Non
    ho figliuoli...
    Allora le vide il viso,  rivolto a  terra,  pallido  pallido  e  tutto
    bagnato.
    - Perch piangi, bestia?
    - Niente, vossignoria!... Cos!... Non ci badate...
    - Cosa t'eri messa in capo, di'?
    - Niente, niente, don Gesualdo...
    -  Santo  e  santissimo!  Santo  e  santissimo!  - prese a gridare lui
    sbuffando per l'aia.  Il camparo al rumore lev il capo sonnacchioso e
    domand:
    - Che c'?... S' slegata la mula? Devo alzarmi?...
    - No, no, dormite, zio Carmine.
    Diodata gli andava dietro passo passo, con voce umile e sottomessa:
    - Perch v'arrabbiate, vossignoria?... Cosa vi ho detto?...
    - M'arrabbio colla mia sorte!... Guai e seccature da per tutto... dove
    vado!... Anche tu, adesso!... col piagnisteo!... Bestia!... Credi che,
    se mai, ti lascerei in mezzo a una strada... senza soccorsi?...
    - Nossignore... non  per me... Pensavo a quei poveri innocenti...
    - Anche quest'altra?...  Che ci vuoi fare! Cos va il mondo!... Poich
    v' il comune che ci pensa!...  Deve  mantenerli  il  comune  a  spese
    sue...  coi denari di tutti!...  Pago anch'io!... So io ogni volta che
    vo dall'esattore!...
    Si gratt il capo un istante, e riprese:
    - Vedi,  ciascuno viene al mondo colla sua  stella...  Tu  stessa  hai
    forse  avuto  il padre o la madre ad aiutarti?  Sei venuta al mondo da
    te,  come Dio manda l'erba e le piante che nessuno  ha  seminato.  Sei
    venuta  al  mondo  come  dice  il  tuo nome...  Diodata!  Vuol dire di
    nessuno!...  E magari sei forse figlia di barone,  e i  tuoi  fratelli
    adesso  mangiano  galline  e piccioni!  Il Signore c' per tutti!  Hai
    trovato da vivere anche tu!...  E la mia roba?...  me l'hanno  data  i
    genitori forse? Non mi son fatto da me quello che sono? Ciascuno porta
    il suo destino!...  Io ho il fatto mio,  grazie a Dio,  e mio fratello
    non ha nulla...
    In tal modo seguitava a brontolare,  passeggiando per l'aia,  su e gi
    dinanzi la porta. Poscia vedendo che la ragazza piangeva ancora, cheta
    cheta  per  non  infastidirlo,  le  torn  a  sedere  allato di nuovo,
    rabbonito.
    - Che vuoi?  Non si pu far sempre quel che si desidera.  Non sono pi
    padrone...  come quando ero un povero diavolo senza nulla... Ora ci ho
    tanta roba da lasciare... Non posso andare a cercar gli eredi di qua e
    di l, per la strada... o negli ospizi dei trovatelli. Vuol dire che i
    figliuoli che avr poi,  se Dio m'aiuta,  saranno nati sotto la  buona
    stella!...
    - Vossignoria siete il padrone...
    Egli  ci pens un po' su,  perch quel discorso lo punzecchiava ancora
    peggio di una vespa, e torn a dire:
    - Anche tu...  non hai avuto n padre  n  madre...  Eppure  cosa  t'
    mancato, di'?
    - Nulla, grazie a Dio!
    -  Il Signore c' per tutti...  Non ti lascerei in mezzo a una strada,
    ti dico!... La coscienza mi dice di no... Ti cercherei un marito...
    - Oh... quanto a me... don Gesualdo!...
    - S, s, bisogna maritarti!... Sei giovane,  non puoi rimaner cos...
    Non ti lascerei senza un appoggio...  Ti troverei un buon giovane,  un
    galantuomo... Nanni l'Orbo, guarda! Ti darei la dote...
    - Il Signore ve lo renda...
    - Son cristiano!  son galantuomo!  Poi te lo meriti.  Dove andresti  a
    finire  altrimenti?...  Penser  a  tutto  io.  Ho  tanti pensieri pel
    capo!... e questo cogli altri!... Sai che ti voglio bene. Il marito si
    trova subito. Sei giovane... una bella giovane...  S,  s,  bella!...
    lascia  dire a me che lo so!  Roba fine!...  sangue di barone sei,  di
    certo!...
    Ora la pigliava su di un altro tono,  col risolino furbo e le mani che
    gli pizzicavano.  Le stringeva con due dita il ganascino. Le sollevava
    a forza il capo,  che ella si ostinava a tener basso per nascondere le
    lagrime.
    -  Gi per ora son discorsi in aria...  Il bene che voglio a te non lo
    voglio a nessuno, guarda!... Su quel capo adesso, sciocca!...  sciocca
    che sei!...
    Come vide che seguitava a piangere,  testarda, scapp a bestemmiare di
    nuovo, simile a un vitello infuriato.
    - Santo e santissimo! Sorte maledetta!... Sempre guai e piagnistei!...


    5.

    Masi, il garzone, corse a svegliare don Gesualdo prima dell'alba,  con
    una voce che faceva gelare il sangue nelle vene:
    -  Alzatevi,  vossignoria;  ch'  venuto  il manovale da Fiumegrande e
    vuole parlarvi subito!...
    - Da Fiumegrande?...  a quest'ora?...  -  Mastro-don  Gesualdo  andava
    raccattando  i  panni  tastoni,  al  buio,  ancora  assonnato,  con un
    guazzabuglio nella testa. Tutt'a un tratto grid:
    - Il ponte!... Deve essere accaduta qualche disgrazia!...  - Gi nella
    stalla trov il manovale seduto sulla panchetta,  fradicio di pioggia,
    che faceva asciugare i quattro cenci a una fiammata di strame.  Appena
    vide giungere il padrone, cominci a piagnucolare di nuovo:
    -  Il  ponte!...  Mastro  Nunzio,  vostro  padre,  disse ch'era ora di
    togliere l'armatura!... Nardo vi  rimasto sotto!...
    Era un parapiglia  per  tutta  la  casa:  Speranza,  la  sorella,  che
    scendeva  a  precipizio,  intanto che suo marito s'infilava le brache;
    Santo, ancora mezzo ubbriaco,  ruzzoloni per la scaletta della botola,
    urlando  quasi l'accoppassero.  Il manovale,  a ciascuno che capitava,
    tornava a dire:
    - Il ponte!...  l'armatura!...  Mastro Nunzio dice che fu  il  cattivo
    tempo!...
    Don  Gesualdo andava su e gi per la stalla,  pallido,  senza dire una
    parola, senza guardare in viso nessuno, aspettando che gl'insellassero
    la mula,  la quale spaventata anch'essa sparava calci,  e  Masi  dalla
    confusione  non  riusciva  a mettergli il basto.  A un certo punto gli
    and  coi  pugni  sul  viso,  cogli  occhi  che  volevano  schizzargli
    dall'orbita.
    -  Quando?  santo  e santissimo!...  Non la finisci pi,  peste che ti
    venga!
    - Colpa vostra!  Ve l'avevo detto!  Non sono imprese per  noialtri!  -
    sbraitava la sorella in camicia, coi capelli arruffati, una furia tale
    e quale!  Massaro Fortunato,  pi calmo,  approvava la moglie,  con un
    cenno del capo,  silenzioso,  seduto sulla  panchetta,  simile  a  una
    macina di mulino. - Voi non dite nulla! state l come un allocco!
    Adesso Speranza inveiva contro suo marito: - Quando si tratta d'aiutar
    voi,  che  pure  siete  suo cognato!...  carico di figliuoli anche!...
    allora saltano fuori le difficolt!...  denari non ce  ne  sono!...  i
    denari che si son persi nel ponte della malora!
    Gesualdo da principio si volt verso di lei inviperito,  colla schiuma
    alla bocca. Poscia mand gi la bile,  e si mise a canterellare mentre
    affibbiava  la  testiera  della  mula: un'allegria che gli mangiava il
    fegato.  Si fece il segno della croce,  mise  il  piede  alla  staffa;
    infine di lass, a cavallo, che toccava quasi il tetto col capo, sput
    fuori il fatto suo, prima d'andarsene:
    -  Avete  ragione!  M'ha  fatto  fare dei bei negozi,  tuo marito!  La
    semenza che abbiamo buttato via a Donninga!  La vigna che  m'ha  fatto
    piantare  dove  non  nasce neppure erba da pascolo!...  Testa fine tuo
    marito!...   M'  toccato  pagarle  di  tasca  mia  le  vostre   belle
    speculazioni!  Ma son stanco, veh, di portare la soma! L'asino quand'
    stanco si corica in mezzo alla via e non va pi avanti...
    E spron la mula,  che borbottava  ancora;  la  sorella  sbraitandogli
    dietro,  dall'uscio  della  stalla,  finch  si  udirono i ferri della
    cavalcatura sui ciottoli della stradicciuola, nel buio. Il manovale si
    mise a correre,  affannato,  zoppicando;  ma il padrone,  che aveva la
    testa  come  un  mulino,  non  se ne avvide.  Soltanto allorch furono
    giunti alla chiusa del Carmine,  volse il capo all'udire lo scalpicco
    di lui nella mota, e lo fece montare in groppa. Il ragazzo, colla voce
    rotta dall'andatura della mula, ripeteva sempre la stessa cosa:
    -  Mastro  Nunzio  disse  che era tempo di togliere l'armatura...  Era
    spiovuto dopo il mezzogiorno... - No, vossignoria, disse mastro Nardo;
    lasciamo stare ancora sino a domani...  - Disse mastro  Nunzio:  -  tu
    parli  cos  per  papparti  un'altra giornata di paga...  - Io intanto
    facevo cuocere la minestra  per  gli  uomini...  Dal  monte  si  udiva
    gridare:    "La  piena!  cristiani!..." Mentre Nardo stava sciogliendo
    l'ultima fune...
    Gesualdo, col viso al vento, frustato dalla burrasca,  spronava sempre
    la  mula colle calcagna,  senza aprir bocca.  - Eh?...  Che dite,  don
    Gesualdo?... Non rispondete?...   - Che non ti casca mai la lingua?  -
    rispose infine il padrone.
    Cominciava ad albeggiare prima di giungere alla Torretta.
    Un   contadino   che   incontrarono   spingendo   innanzi  l'asinello,
    pigliandosi l'acquazzone sotto la giacca di cotonina,  col  fazzoletto
    in  testa e le mani nelle tasche,  volle dire qualche cosa;  accennava
    laggi,  verso il fiume,  mentre il vento si portava lontano la  voce.
    Pi  in l una vecchierella raggomitolata sotto un carrubbio si mise a
    gridare:
    - Non potete passare, no!... Il fiume!... badate!...
    In fondo,  nella  nebbia  del  fiume  e  della  pioggia,  si  scorgeva
    confusamente  un  enorme  ammasso di rovine,  come un monte franato in
    mezzo al fiume, e sul pilone rimasto in piedi, perduto nella bruma del
    cielo basso,  qualcosa di nero  che  si  muoveva,  delle  braccia  che
    accennavano lontano.  Il fiume, di qua e di l dei rottami, straripava
    in larghe  pozze  fangose.  Pi  gi,  degli  uomini  messi  in  fila,
    coll'acqua  fino  al  ginocchio,  si  chinavano in avanti tutti in una
    volta, e poi tiravano insieme, con un oooh! che sembrava un lamento.
    - No! no!  - urlavano i muratori trattenendo pel braccio don Gesualdo.
    - Che volete annegarvi, vossignoria?
    Egli  non rispondeva,  nel fango sino a mezza gamba,  andando su e gi
    per la riva corrosa, coi capelli che gli svolazzavano al vento. Mastro
    Nunzio,  dall'alto del pilone,  gli gridava qualche cosa: delle  grida
    che le raffiche gli strappavano di bocca e sbrindellavano lontano.
    - Che ci fate adesso lass?...  State a piangere il morto? Lasciate...
    lasciate andare!  - gli rispose Gesualdo dalla riva.  Il rumore  delle
    acque  si  mangi  anche le sue parole furiose.  Il vecchio,  in alto,
    nella nebbia,  accennava sempre  di  no,  testardo.  Dell'altra  gente
    gridava  anche  dalla  riva opposta,  sotto gli ombrelloni d'incerata,
    senza potere farsi intendere, indicando verso il punto dove gli uomini
    tiravano in salvo delle travi.  A seconda del vento giungevano pure di
    lass,  donde veniva la corrente, delle voci che sembravano cadere dal
    cielo, delle grida disperate, e un suono di corno rauco.
    Gesualdo,  curvo sotto l'acquazzone,  sfangando sulla riva,  aiutava a
    tirare  in  salvo  i  legnami  dell'armatura  che  la corrente furiosa
    seguitava a scuotere e a sfasciare.  -  A  me!...  santo  Dio!...  non
    vedete  che  si  porta anche quelli?...  - A un certo punto barcoll e
    stava per affondare nella melma spumosa che dilagava.
    - Santo diavolone!  Che volete lasciarvi anche la  pelle?  -  url  il
    capomastro afferrandolo pel bavero. - Un altro po' strascinate me pure
    alla perdizione!
    Egli,  pallido come un morto,  cogli occhi stralunati,  i capelli irti
    sul capo, quasi colla schiuma alla bocca, rispondeva:
    - Lasciatemi crepare! A voi non ve ne importa!... Dite cos perch voi
    non ci avete il sangue vostro in mezzo  a  quell'acqua!...  Lasciatemi
    crepare!
    Mastro Nunzio,  vedendo smaniare a quel modo il suo figliuolo,  voleva
    buttarsi a capo fitto gi nella corrente addirittura: - Per non  stare
    a sentir lui!...  Adesso mi dir ch' tutta colpa mia!...  vedrete!...
    Non son padrone di muovere un dito in  casa  mia...  Sono  padrone  da
    burla...  Allora  meglio finirla in una volta!... - E andava tentando
    l'acqua col piede.
    - Sentite!  - interruppe il figliuolo con voce sorda.  - Lasciatemi in
    pace anche voi! Io v'ho lasciato fare, voi! Avete voluto che prendessi
    l'appalto del ponte...  per non stare in ozio... Vedete com' andata a
    finire!...  E bisogna tornare da   capo,  se  non  voglio  perdere  la
    cauzione...  Potevate  starvene  quieto e tranquillo a casa...  Che vi
    facevo mancare?... Lasciatemi in pace almeno. Tanto,  voi non ci avete
    perso nulla...
    -  Ah!  Non  ci  ho  perso  nulla?...  Sapevo  bene che glielo avresti
    rinfacciato... a tuo padre!... Gi non conto pi nulla io!  Non so far
    pi nulla!...  Ti ho fatto quel che sei!...  Come se non fossi il capo
    di casa!... come se non conoscessi il mio mestiere!...
    -  Ah!...  il  vostro  mestiere?...  perch  avevate  la  fornace  del
    gesso?...  e mi  toccato ricomprarvela due volte anche!... vi credete
    un ingegnere!... Ecco il bel mestiere che sapete fare!...
    Mastro Nunzio guard infuriato il suo figliuolo, annaspando,  agitando
    le  labbra senza poter proferire altre parole,  strabuzzando gli occhi
    per tornare a  cercare  il  posto  migliore  da  annegarsi,  e  infine
    brontol:
    -  E  allora perch mi trattieni?...  Perch non vuoi che mi butti nel
    fiume? perch?
    Gesualdo cominci a strapparsi i capelli,  a mordersi  le  braccia,  a
    sputare   in  cielo.   Poscia  gli  si  piant  in  faccia  disperato,
    scuotendogli le mani giunte dinanzi al viso.
    - Per l'amor di Dio!... per l'anima di mia madre!... con questo po' di
    tegola che m' cascata fra capo e collo... capite che non ho voglia di
    scherzare adesso!...
    Il capomastro si intromise per calmarli.  - Infine quel ch'  stato  
    stato.  Il  morto  non  torna pi.  Colle chiacchiere non si rimedia a
    nulla. Piuttosto venite ad asciugarvi tutti e due,  che arrischiate di
    pigliare un malanno per giunta, cos fradici come siete.
    Avevano  acceso  un  gran  fuoco  di  giunchi e di legna rotte,  nella
    capanna.  Pezzi di travi su cui erano ancora appiccicate  le  immagini
    dei  santi  che dovevano proteggere il ponte,  buon'anima sua!  Mastro
    Nunzio,  il quale perdeva anche la fede in quella disdetta,  ci  sput
    sopra  un  paio  di  volte,  col  viso  torvo.  Tutti  piangevano e si
    fregavano gli occhi dal fumo,  intanto che facevano asciugare i  panni
    umidi.  In  un canto,  sotto quelle quattro tegole rotte,  era buttato
    Nardo,  il manovale che s'era rotta la gamba,  sudando  e  spasimando.
    Volle  mettere  anch'egli  una  buona  parola nel malumore fra padre e
    figlio:
    - Il peggio  toccato a me; - si lament,  - che ora rimango storpio e
    non posso pi buscarmi il pane.
    Uno dei suoi compagni,  vedendo che non poteva muoversi, gli ammucchi
    un po' di strame sotto il capo. Mastro Nunzio,  sull'uscio,  coi pugni
    rivolti al cielo, lanciava fuoco e fiamme.
    - Giuda Iscariota! Santo diavolone! Doveva venire adesso questa grazia
    di Dio!...
    Ciascheduno  diceva  la  sua.  Dei  vicini,  venuti  per  vedere;  dei
    viandanti che volevano passare il fiume, e aspettavano, al riparo, con
    la schiena alla fiammata.
    - Evviva voi! Avete fatto un bel lavoro! Tanti denari spesi!  I denari
    del comune!...  Ora ci tocca aspettare chiss quanto,  prima di vedere
    un altro ponte... O com'era fatto, di ricotta?
    - Questi altri, adesso!... Arrivate giusto nel buon momento!... Volete
    che faccia scendere Dio e  i  santi  di  lass?...-  sbraitava  mastro
    Nunzio.
    Gesualdo,  lui, non diceva nulla, con la faccia color di terra, seduto
    su di un sasso,  le mani fra  le  cosce,  penzoloni.  Quindi  prese  a
    sfogarsi col manovale.
    -  Guarda quella carogna!  Mi lascia fuori la mula,  con questo tempo!
    Poltronaccio! Nemico del tuo padrone!
    - Non vi disperate, vossignoria! - piagnucol Nardo dal suo cantuccio.
    - Finch c' la salute, il resto  niente!...
    Gesualdo gli lanci addosso un'occhiata furibonda.
    - Parla bene, lui... che non ha nulla da perdere!...
    - No, no, vossignoria!... Non dite cos, che il Signore vi gastiga!...
    Mastro Nunzio, appoggiato allo stipite dell'uscio, stava masticando da
    un po' la sua idea,  fra le gengive sdentate.  Infine la butt  fuori,
    rivolgendosi verso il figliuolo all'improvviso:
    - E sai cos'ho da dirti?  Che non ne voglio pi sapere di questo ponte
    della  disgrazia!  Piuttosto  faremo  un  mulino,  coi  materiali  che
    riusciremo a mettere in salvo... Un affare sicuro quello...
    - Un'altra adesso!  - salt su Gesualdo.  - Siete ammattito davvero? E
    la cauzione?  Volete che ci perda anche quella?  Se lasciassi  fare  a
    voi!...  Quando presi a fabbricare dei mulini,  mi toccava sentire che
    era la rovina... Ora che vi siete persuaso,  non vorreste far altro...
    come se tutto il paese dovesse macinarsi le ossa notte e giorno,  e le
    mie prima degli altri!... santo e santissimo!
    La lite s'accese un'altra volta.  Mastro Nunzio  che  strillava  e  si
    lagnava di non esser rispettato.  - Vedete se sono un fantoccio?... un
    pulcinella?...  il capo della casa...  signori  miei!...  guardate  un
    po'!...  - Gesualdo per finirla salt di nuovo sulla mula, verde dalla
    bile, e se ne and mentre l'acqua veniva ancora gi dal cielo come Dio
    la mandava,  col capo nelle spalle,  bagnato sino alle ossa,  il cuore
    dentro  pi  nero  del  cielo nuvolo che aveva dinanzi agli occhi;  il
    paese grigio e triste nella pioggia anch'esso, lass in cima al monte,
    col suono del mezzogiorno che passava a ondate, trasportato dal vento,
    e si sperdeva in lontananza.
    Quanti lo incontravano,  conoscendo la disgrazia che gli era capitata,
    dimenticavano  di  salutarlo  e  tiravano  via.  Egli guardava bieco e
    borbottava di tanto in tanto fra di s:
    - Sono ancora in piedi! Mi chiamo mastro-don Gesualdo!...  Finch sono
    in piedi so aiutarmi!
    Un solo, un povero diavolo, che andava per la stessa strada, gli offr
    di prenderlo sotto l'ombrello. Egli rispose:
    -  Ci  vuol altro che l'ombrello,  amico mio!  Non temete,  che non ho
    paura d'acqua e di grandine, io!
    Arriv al paese dopo mezzogiorno.  Il  canonico  Lupi  s'era  coricato
    allora allora, subito dopo pranzo. - Vengo, vengo, don Gesualdo! - gli
    grid dalla finestra, sentendosi chiamare.
    Qualcheduno che andava ancora pei fatti suoi,  a quell'ora,  vedendolo
    cos fradicio, piovendo acqua come un ombrello, gli disse:
    - Eh, don Gesualdo?... che disgrazia!...
    Lui duro come un sasso,  col sorriso  amaro  sulle  labbra  sottili  e
    pallide, rispondeva:
    - Eh, cose che accadono. Chi va all'acqua si bagna, e chi va a cavallo
    cade. Ma sinch non v' uomini morti, a tutto si rimedia.
    I  pi  tiravano  di  lungo,  voltandosi  per  curiosit dopo ch'erano
    passati. Il canonico comparve infine sul portoncino, abbottonandosi la
    sottana.
    - Eh? eh? don Gesualdo? Eccovi qua... eccovi qua!...
    Don Gesualdo s'era fatta una faccia allegra per quanto  poteva,  colla
    febbre maligna che ci aveva nello stomaco.
    - Sissignore,  eccomi qua!  - rispose con un sorriso che cerc di fare
    allargare per tutta la faccia scura. - Eccomi qua,  come volete voi...
    ai vostri comandi...  Per,  dite la verit,  voi parlate col diavolo,
    eh?
    Il canonico finse di non capire: - Perch? pel ponte? No, in fede mia!
    Mi dispiace anzi!...
    - No, no, non dico pel ponte!... Ma andiamo di sopra, vossignoria. Non
    son discorsi da farsi qui, in istrada...
    C'era il letto ancora disfatto nella camera del canonico; tutt'in giro
    alle pareti un bel  numero  di  gabbioline,  dove  il  canonico,  gran
    cacciatore al paretaio,  teneva i suoi uccelli di richiamo;  un enorme
    crocifisso  nero  di  faccia  all'uscio,   e  sotto  la  cassa   della
    confraternita,  come una bara da morto,  nella quale erano i pegni dei
    denari dati a prestito; delle immagini di santi qua e l,  appiccicate
    colle  ostie,  insudiciate  dagli uccelli,  e un puzzo da morire,  fra
    tutte quelle bestie.
    Don Gesualdo cominci subito a sfogarsi narrando i suoi guai: il padre
    che si ostinava a fare di testa sua, per mostrare ch'era sempre lui il
    capo,   dopo  aver  dato  fondo  al  patrimonio...   Gli  era  toccato
    ricomprargliela  due  volte  la  fornace  del  gesso!  E  continuava a
    metterlo in quegli  impicci!...  E  se  lui  diceva  ahi!  quando  era
    costretto a farsi aprire la vena e a lasciarsi cavar dell'altro sangue
    per pagare, allora il padre gridava che gli si mancava di rispetto. La
    sorella  ed  il cognato che lo pelavano dall'altra parte.  Una bestia,
    quel cognato Burgio!  bestia e presuntuoso!  E chi pagava  era  sempre
    lui,  Gesualdo!...  Suo  fratello Santo che mangiava e beveva alle sue
    spalle, senza far nulla, da mattina a sera: - Col mio denaro,  capite,
    vossignoria?  col  sangue  mio!  So  io  quel che mi costa!  Quando ho
    lasciato mio padre nella fornace del  gesso  in  rovina,  che  non  si
    sapeva  come  dar  da mangiare a quei quattro asini del carico,  colla
    sola camicia indosso sono andato via... e un paio di pantaloni che non
    tenevano pi, per la decenza... senza scarpe ai piedi, sissignore.  La
    prima cazzuola per incominciare a fare il muratore dovette prestarmela
    mio zio il Mascalise...  E mio padre che strepitava perch lasciavo il
    mestiere in cui ero nato...  E poi,  quando presi il  primo  lavoro  a
    cottimo...  gridava  ch'era  un precipizio!  Ne ho avuto del coraggio,
    signor canonico!  Lo so io quel che mi costa!  Tutto frutto  dei  miei
    sudori, quello che ho... E quando lo vedo a buttarmelo via, chi da una
    parte  e  chi  dall'altra!...  che volete,  vossignoria!  il sangue si
    ribella!...  Ho taciuto sinora per aver la quiete in  famiglia...  per
    mangiare  in  santa  pace  un  boccone  di  pane,  quando torno a casa
    stanco...  Ma ora non ne posso pi!  Anche l'asino quando  stanco  si
    corica  in  mezzo  alla via e non va pi avanti...  Voi non sapete che
    gastigo di Dio  Speranza, mia sorella!... Voglio finirla!... Ciascuno
    per casa sua. Dico bene, canonico mio?
    Il canonico intanto governava i suoi uccelli di richiamo.  - Se non mi
    date retta, vossignoria,  inutile che parli!
    - S, s, vi ascolto. Che diavolo! non ci vuole poi un sant'Agostino a
    capire  quel  che  volete!...  In  conclusione si tratta di salvare la
    cauzione, non  cos? di avere qualche aiuto dal comune?
    - Sissignore... la cauzione...
    Poi Gesualdo gli piant  addosso  gli  occhi  grigi  e  penetranti,  e
    riprese:
    - E un'altra cosa anche...  Vi dicevo che voglio far casa da me... per
    conto mio...  se trovo la moglie che mi conviene...  Ma se non mi date
    retta,  vossignoria...  allora    inutile...  O  se  fingete  di  non
    capire... Vi ricordate?...  quel discorso che mi faceste la sera della
    festa del santo Patrono?...  Ma se fate le viste di non capire, perch
    sono venuto qui da voi...  quando vi ho detto per prima cosa...  Vi ho
    detto: "Eccomi qua, come volete voi..."
    -  Ah!...  ah!...  - rispose il canonico alzando il capo come un asino
    che strappi la  cavezza.  Poi  lasci  stare  il  nicchio  che  andava
    spolverando  attentamente,  e gli fiss addosso anche lui i suoi occhi
    da uomo che non si lascia mettere nel sacco.
    - Sentite,  don Gesualdo...  questo non  discorso che venite a  farmi
    adesso,  a questa maniera! Allora vuol dire che non conoscete chi vi 
    amico e chi vi  nemico, benedetto Dio! Ho piacere che abbiate toccato
    con mano se il consiglio che vi  ho  dato  allora  era  tutt'oro!  Una
    giovane ch' una perla,  avvezza ad ogni guaio, che l'avreste tutta ai
    vostri comandi,  e di famiglia primaria anche!...  la quale vi farebbe
    imparentare con tutti i pezzi grossi del paese!... Lo vedete adesso di
    che  aiuto vi sarebbe?  Avreste dalla vostra i giurati e tutti quanti.
    Anche per l'altra faccenda della  gabella,  poi,  se  volete  entrarci
    insieme a noi...
    - Sissignore - rispose Gesualdo vagamente.  - Tante cose si potrebbero
    fare... Si potrebbe parlarne...
    - Si dovrebbe parlarne chiaro, amico mio.  Mi prendete per un ragazzo?
    Una  mano  lava  l'altra.  Aiutami  che t'aiuto,  dice pure lo Spirito
    Santo. Voi,  caro don Gesualdo,  avete il difetto di credere che tutti
    gli  altri  sien  pi minchioni di voi.  Prima fate lo gnorri,  non ci
    sentite da quell'orecchio, e poi, al bisogno,  quando vi casca la casa
    addosso, mi venite dinanzi con quella faccia.
    - Sar il caldo...  saranno tutti quegli uccelli... - balbett l'altro
    un  po'  scombussolato.  -  Vorrei  vedervi  nei  miei  panni,  signor
    canonico! - esclam infine.
    -  Nei vostri panni...  sicuro...  mi ci metto!  Voglio farvi vedere e
    toccar con mano chi vi vuol bene o no!  Eccomi  con  voi.  Pensiamo  a
    quest'affare  del  ponte  prima...  a  salvare  la cauzione...  con un
    sussidio del comune. Andremo adesso dal capitano...  e dai giurati che
    non ci sarebbero contrari... Peccato che il barone Zacco abbia gi dei
    sospetti per l'affare della gabella!... Lasciatemi pensare...
    Mentre  terminava  di legarsi il mantello al collo andava raccogliendo
    le idee, colle sopracciglia aggrottate, guardando in terra di qua e di
    l.
    - Ecco! Io vo prima dalla signora Sganci... no! no!  non le dico nulla
    per  adesso!  qualche parola cos in aria...  in via accademica...  Mi
    basta che donna Marianna scriva due righe  al  capitano.  Quanto  alla
    baronessa  Rubiera posso dormire fra due guanciali...   come se fosse
    la vostra stessa persona, se mi promettete... Ma badiamo, veh!...
    E il canonico sgran gli occhi.  Don Gesualdo stese la mano  verso  il
    crocifisso.
    - No,  dico per l'altro affare,  quello della gabella.  Non vorrei che
    giuocassimo a scarica barile fra di noi, caro don Gesualdo!
    Costui voleva allungare la mano di nuovo;  ma il  canonico  aveva  gi
    infilato l'uscio.  - Voi m'aspetterete gi,  nel portone.  Un momento,
    vado e torno.
    Torn fregandosi le mani: - Ve l'avevo detto.  Non ci vede dagli occhi
    donna Marianna per quella nipote! Farete un affarone!
    Appena  fuori si imbatterono nel notaro Neri,  che andava ad aprire lo
    studio,  e fece il viso di  condoglianza  a  don  Gesualdo.  -  Brutto
    affare, eh? Mi dispiace! - Sotto si vedeva che gongolava. Il canonico,
    a tagliar corto,  rispose lui: - Cosa da nulla... Il diavolo poi non 
    cos brutto... Rimedieremo...  Abbiamo salvato i materiali...  - Dopo,
    quando  furono  lontani,  e  il  notaio  con  la chiave nella toppa li
    guardava ancora ridendo,  il  canonico  gli  soffi  nell'orecchio,  a
    mastro-don Gesualdo:
    - E' che avete una certa faccia, caro mio!...
    - Io?
    - S. Non ve ne accorgete, ma l'avete! Se fate quella faccia, tutti vi
    metteranno  i piedi sopra per camminarvi!...  Con quella faccia non si
    va a chiedere un favore...  Aspettatemi  qui;  salgo  un  momento  dal
    cavalier Peperito. E' una bestia; ma l'hanno fatto giurato.
    Appena il canonico se ne fu andato su per la scala rotta e scalcinata,
    arriv  il  cavaliere  dal  poderetto,   montato  su  di  un  asinello
    macilento,  con una bisaccia piena di fave dietro.  Don  Gesualdo  per
    ingraziarselo  lo  aiut  a  scaricar le fave,  e a legar l'asino alla
    mangiatoia, sotto l'arco della scaletta;  ma il cavaliere parve un po'
    seccato d'esser stato sorpreso in quell'arnese, tutto infangato, e col
    vestito lacero da campagna.
    - Non ne facciamo nulla,  - disse il canonico ritornando poco dopo.  -
    E' una bestia!  Crede di fare il cavaliere sul serio...  Deve avercela
    con voi...  Bisogna trovare la persona.  Ciolla?  ohi?  Ciolla?  A voi
    dico, Ciolla! Sapete s' in casa don Filippo? L'avete visto uscire?
    Ciolla  ammicc  coll'unico  occhio,   torcendo  ancora  la  bocca  di
    paralitico.
    - No,  Canali  ancora l,  da Bomma, che l'aspetta per condurlo dalla
    cognata,   la  ceraiuola,   sapete  bene?   E'  la  loro  passeggiata,
    dopopranzo... a trastullarsi con lei, dietro lo scaffale... Che c' di
    nuovo, don Gesualdo? Andate a benedire il ponte, insieme al canonico?
    Don  Gesualdo si sfog infine con lui,  appuntandogli contro le corna,
    con tutt'e due le mani.
    - Vi stava sulla pancia quel ponte!...  Come aveste dovuto spendere di
    tasca vostra!...
    Il canonico lo tir per un braccio:
    - Andiamo, andiamo! Volete chiudere la bocca a tutti gli sfaccendati?
    Nel salire per la stradicciuola dei Margarone incontrarono il marchese
    Limli,  che andava a fare la sua passeggiatina solita della sera, dal
    Rosario a Santa Maria di Ges,  sempre solo  e  con  l'ombrello  rosso
    sotto   il   braccio.   Il  canonico,   rispondendo  alla  scappellata
    cerimoniosa del marchese, ebbe un'ispirazione.
    - Aspettate, aspettate un momento!
    Di l a un po' torn a raggiungere don Gesualdo con tutt'altro viso.
    - Un gran diavolo quel marchese!  Povero come Giobbe,  ma  uno che ha
    voce in capitolo!  S'aiutano fra di loro,  tutti in un gruppo!...  una
    buona parola, alle volte!...  fra di loro non possono dir di no...  Lo
    lascerebbero morir di fame, ma un favore non glielo negano...
    Don Filippo era ancora in casa,  occupato a rigar la carta per le aste
    di Nicolino: - Che buon vento?  che buon vento?...  -  Poscia  vedendo
    entrare  anche  don  Gesualdo,  dietro il canonico,  cal di nuovo gli
    occhiali sul naso. - Ho tanto da fare!... Ah,  s!...  la cauzione?...
    Volete   che   il  comune  vi  aiuti  a  ripescarla?   Volete  qualche
    agevolazione per riprendere i lavori?...  Vedremo...  sentiremo...  Se
    l'avete  sbagliato  la  prima  volta questo ponte benedetto?...  E' un
    affar grave... Non so di che si tratti... Non sono informato...  Da un
    pezzo  che  non  me  ne  occupo...  Tanto da fare!...  Non ho tempo di
    soffiarmi il naso... Vedremo... sentiremo...
    In quella entr Canali, il quale veniva a cercare Margarone,  sorpreso
    di non vederlo all'ora solita.  Anch'esso sapeva del ponte, e sembrava
    che si divertisse mezzo mondo a prolungare le condoglianze - il veleno
    che  gli  scorreva  sotto  il  faccione  giallo:  -  Ahi!   ahi!   don
    Gesualdo!...   Era   un'impresa   grossa!...   Un   colpo  da  mandare
    ruzzoloni!...  C'era troppa carne al fuoco in casa  vostra!...  -  Don
    Filippo,  ora  che  aveva l'appoggio,  si rivolt anche lui: - Bisogna
    fare il passo secondo la gamba,  mio  caro!...  Volevate  pigliare  il
    cielo  a  pugni...  Il posto a chi tocca,  caro amico!...  Non bisogna
    mettersi in testa di dare il gambetto a un paese intero!...
    Don Gesualdo allora perse la pazienza. Si alz di botto, rosso come un
    gallo,  e apr la bocca per sfogarsi.  Ma il canonico gliela tapp con
    una mano. - State zitto! Lasciate dire a me! Sentite qua, don Filippo!
    Lo  tir  per  la falda nell'anticamera.  Di l a un po' rientrarono a
    braccetto,  don Filippo tornato un pezzo di  zucchero  con  mastro-don
    Gesualdo, spalancandogli addosso gli occhioni di bue, quasi lo vedesse
    allora  per la prima volta: - Vedremo!...  Quanto a me...  quel che si
    pu fare... Ho parlato nel vostro interesse, caro don Gesualdo...
    Don Gesualdo, scendendo le scale, brontolava ancora:
    - Perch dovrei averli tutti contro?...  Non fo male a  nessuno...  Fo
    gli affari miei...
    -  Eh,  caro don Gesualdo!  - scapp a dire infine il canonico.  - Gli
    affari  vostri  fanno  a  pugni  con  gli  affari  degli  altri,   che
    diavolo!...  Apposta  bisogna  tirarli dalla vostra...  Fra di loro si
    danno la mano... son tutti parenti... Voi siete l'estraneo... siete il
    nemico, che diavolo!
    Il canonico si ferm su due piedi, in mezzo alla piazzetta,  di fronte
    al palazzo dei Trao,  alto,  nero e smantellato, e guardando fisso don
    Gesualdo,  cogli  occhietti  acuti  di  topo  che  sembrava  volessero
    ficcarglisi  dentro  come  due spilli,  il viso a lama di coltello che
    sfuggiva da ogni parte:
    - Vedete?... quando sarete entrato nel campo anche voi...  Quella  la
    dote che vi porterebbe donna Bianca!...  E' denaro sonante per voi che
    avete le mani in tanti affari.
    Mastro-don Gesualdo torn a lisciarsi il mento,  come quando  stava  a
    combinare qualche negozio con uno pi furbo di lui; guard il palazzo;
    guard poi il canonico, e rispose:
    - Per caparra in mano,  eh? signor canonico? Prima voglio vedere come
    la pigliano i parenti di lei.
    - A braccia aperte la pigliano!...  ve lo dico io!  Fate conto che  il
    fiume  torni  a rifarvi il ponte meglio di prima,  e andate a dormirci
    su.
    Nel vicoletto l accanto,  vicino a casa sua,  trov Diodata che stava
    aspettandolo  colla  mantellina in testa,  rincantucciata sotto l'arco
    del  ballatoio,   poich   in   casa   non   la   volevano,   Speranza
    principalmente,  e  la  tolleravano soltanto in campagna,  pei servigi
    grossi.  Appena la ragazza vide il suo padrone ricominci a piangere e
    a  lamentarsi,  quasi  fosse  caduto  addosso  a  lei  il ponte: - Don
    Gesualdo,   che  disgrazia!   Mi  sarei  contentata   d'annegarmi   io
    piuttosto!...  Son venuta a vedervi,  vossignoria...  con questa spina
    che dovete averci in cuore!...
    - Quest'altra adesso! Perch sei venuta? Tutta bagnata sei!... guarda!
    come le bestie!...  dalla Canziria fin qui  a  piedi!...  apposta  per
    farmi il piagnisteo... Come non ne avessi abbastanza dei miei guai!...
    Ora dove vai a quest'ora?
    La fece entrare nella stalla. Essa nello staccarsi dal muro lasci una
    pozza d'acqua, l davanti all'uscio dove era stata ad aspettare. Anche
    lui si sentiva le ossa rotte.  Per giunta,  sua sorella l'accolse come
    un cane.
    - Siete tornato dalla festa? Avete visto che bel guadagno?
    Poi si rivolse inviperita a suo marito,  nera,  magra  al  par  di  un
    chiodo,  cogli occhi di carbone,  tanto di bocca aperta, quasi volesse
    mangiarsi la gente:
    - Voi non dite nulla?... A voi non bolle il sangue?...
    Burgio,  pi pacifico,  cercava  di  svignarsela,  facendo  le  spalle
    grosse, chinando il testone di bue.
    - Ecco!... Nessuno si d pensiero dei guai che ci cpitano!... Io sola
    mi mangio il fegato!
    Il fratello Gesualdo, colla bocca amara, le andava cantando:
    - Lascia stare,  Speranza! Lasciami stare, che ne ho abbastanza, anche
    senza la tua predica!
    - Non volete sentire neppure la predica?  Non volete che  mi  lamenti?
    Tanti denari persi!... Che non li guadagnate i vostri denari, voi?...
    Egli  per fuggire quella vespa,  andava cercando in cucina qualcosa da
    mettere sotto il dente, dopo una giornata simile.  Frugava nel cassone
    del pane. Speranza sempre dietro, come il gastigo di Dio.
    -  Fra poco,  seguitando di questo passo,  non ce ne sar pi del pane
    nel cassone, no!... e non ci sar neppure il cassone,  non ci sar!...
    La casa se ne andr tutta al diavolo!...
    Santo,  che  tornava  affamato  dal  bighellonare  in  piazza tutta la
    giornata,  al trovare il fuoco spento diede nelle furie,  come un vero
    animale.  I ragazzi che strillavano;  tutti i vicini alle finestre per
    godersi la scena; tanto che Gesualdo infine perse la pazienza:
    - Sapete cosa vi dico? che mi fate fare uno sproposito! Tante volte ve
    l'ho predicato!... ora lo fo sul serio, com' vero Dio! L'asino quando
    non ne pu pi si corica, e buona notte a chi resta!
    E se ne and nella stalla, mentre Speranza gli strillava dietro:
    - Scappate anche?  per andare a  trovare  Diodata?  Vi  pare  che  non
    l'abbia vista? Mezza giornata che vi aspetta, quella sfacciata!...
    Egli sbatacchi l'uscio.  Da prima non voleva neppur mangiare, digiuno
    com'era da ventiquattr'ore, con tutti quei dispiaceri che gli empivano
    lo stomaco.  Diodata and a comprargli del pane e del salame,  bagnata
    sino alle ossa al par di lui,  colla gola secca.  L,  sulla panchetta
    della stalla, dinanzi a una fiammata di strame,  almeno si inghiottiva
    in pace un po' di grazia di Dio. - Ti piace, eh, questa bella vita? Ti
    piace  a  te?  -  domandava  egli  masticando  a due palmenti,  ancora
    imbronciato.  Essa stava a vederlo mangiare,  col viso arrossato dalla
    fiamma,  e  diceva  di  s,  come voleva lui,  con un sorriso contento
    adesso.  Il giorno  finiva  sereno.  C'era  un'occhiata  di  sole  che
    spandevasi   color   d'oro   sul  cornicione  del  palazzo  dei  Trao,
    dirimpetto,  e donna Bianca la quale sciorinava un po'  di  biancheria
    logora,  sul terrazzo che non poteva vedersi dalla piazza,  colle mani
    fine e delicate,  la persona che sembrava pi alta e sottile in quella
    vesticciuola  dimessa,  mentre  alzavasi  sulla  punta  dei  piedi per
    arrivare alle funicelle stese da un muro all'altro.
    - Vedi chi vogliono farmi sposare? - disse lui. - Una Trao!... e buona
    massaia anche!... m'hanno detto la verit...
    E rimase a guardare,  pensieroso,  masticando adagio  adagio.  Diodata
    guardava anche lei,  senza dir nulla,  col cuore grosso.  Passarono le
    capre belando dal vicoletto. Donna Bianca, come sentisse alfine quegli
    occhi fissi su di lei,  volt il viso pallido e sbattuto,  e si trasse
    indietro bruscamente.
    - Adesso accende il lume,  - riprese don Gesualdo.  - Fa tutto in casa
    lei.  Eh,  eh...  c' poco da scialarla in quella  casa!...  Mi  piace
    perch   avvezza ad ogni guaio,  e l'avrei al mio comando...  Tu di',
    che te ne pare?
    Diodata volse le spalle,  andando verso il fondo della stalla per dare
    una  manciata  di  biada fresca alla mula,  e rispose dopo un momento,
    colla voce roca:
    - Vossignoria siete il padrone.
    - E' vero... Ma veh!... che bestia! Devi aver fame anche tu... Mangia,
    mangia, poveretta. Non pensar solo alla mula.

    6.

    Don Luca il sagrestano andava spegnendo  ad  una  ad  una  le  candele
    dell'altar  maggiore,  con  un  ciuffetto  d'erbe  legato in cima alla
    canna,  tenendo d'occhio nel tempo istesso una banda  di  monelli  che
    irrompevano  di  tratto  in  tratto  nella  chiesa  quasi  deserta  in
    quell'ora calda, inseguiti a male parole dal sagrestano.  Donna Bianca
    Trao,  inginocchiata dinanzi al confessionario, chinava il capo umile;
    abbandonavasi in un accasciamento desolato;  biascicando delle  parole
    sommesse che somigliavano a dei sospiri. Dal confessionario rispondeva
    pacatamente  una  voce  che insinuavasi come una carezza,  a lenire le
    angosce, a calmare gli scrupoli,  a perdonare gli errori,  a schiudere
    vagamente nell'avvenire,  nell'ignoto,  come una vita nuova,  un nuovo
    azzurro.  Il sole di sesta scappava dalle cortine,  in alto,  e faceva
    rifiorire  le  piaghe  di  sant'Agata,  all'altar maggiore,  quasi due
    grosse rose in mezzo  al  petto.  Allora  la  penitente  risollevavasi
    ansiosa,  raggiante  di  consolazione,  aggrappandosi  avidamente alla
    sponda dell'inginocchiatoio,  con un accento pi fervido,  appoggiando
    la  fronte  sulle  mani  in  croce  per  lasciarsi penetrare da quella
    dolcezza.  Veniva un ronzo di mosche sonnolenti,  un odor d'incenso e
    di  cera  strutta,  un torpore greve e come una stanchezza dal luogo e
    dall'ora.  Una vecchia aspettava accoccolata sui gradini  dell'altare,
    simile  a una mantellina bisunta posata su di un fagotto di lavandaia,
    e quando destavasi borbottando, don Luca le dava sulla voce:
    - Bella creanza!  Non vedete che c'  una  signora  prima  di  voi  al
    confessionario?... quelle non sono le quattro chiacchiere che avete da
    portarci  voi  al tribunale della penitenza!...  discorsi di famiglia,
    cara voi!... affari importanti!
    Nell'ombra del confessionario biancheggi una mano che faceva il segno
    della croce,  e donna Bianca si alz infine,  barcollando,  chiusa nel
    manto  sino  ai piedi,  col viso raggiante di una dolce serenit.  Don
    Luca,  vedendo che la vecchia non si risolveva ad andarsene,  tocc la
    mantellina colla canna.
    - Ehi?  ehi?  zia Filomena?... E' tardi oggi,  tardi. Sta per suonare
    mezzogiorno, e il confessore deve andarsene a desinare.
    La vecchia lev il capo istupidito, e si fece ripetere due o tre volte
    la stessa cosa, testarda, imbambolata.  - Sicuro,  sto per chiudere la
    chiesa.  Potete andarvene,  madre mia.  Oggi?...  neppure!... ci ha la
    trebbia al Passo di Cava padre Angelino. Giorni di lavoro, cara mia! -
    Bel bello riesc a mandarla via, borbottando, trascinando le ciabatte.
    Poi,  mentre il prete  infilava  l'uscio  della  sagrestia,  don  Luca
    dovette  anche  dar  la  caccia  a quei monelli,  rovesciando banchi e
    sedie, facendo atto di tirare l'incensiere: - Fuori!  fuori!  Andate a
    giuocare in piazza!  - Nello stesso tempo passava e ripassava vicino a
    donna Bianca che si era inginocchiata a pregare dinanzi alla  cappella
    del  Sacramento,  sfolgorante  d'oro  e di colori lucenti da accecare,
    tossendo, spurgandosi, fermandosi a soffiarsi il naso, brontolando:
    - Neppure in chiesa!... non si pu raccogliersi a far le orazioni!...
    Donna Bianca si alz in piedi,  segnandosi,  colle labbra ancora piene
    di  avemarie.   Il  sagrestano  le  rivolse  la  parola  direttamente,
    mentr'essa avviavasi per uscire:
    - Siete contenta,  vossignoria?  Un  sant'uomo  quel  padre  Angelino!
    Confessa bene, eh? V'ha lasciata contenta?
    Ella accenn di s col capo,  col sorriso breve,  rallentando il passo
    per cortesia.
    - Un bravo uomo! un uomo di giudizio!  Quello s che ve lo pu dare un
    buon consiglio... meglio di vostro fratello don Ferdinando... ed anche
    di don Diego, s!...
    Guard  intorno  cogli  occhi di gatto avvezzi a vederci al buio nella
    chiesa e  su  per  la  scala  del  campanile,  e  aggiunse  sottovoce,
    cambiando tono, in aria di gran mistero:
    -  Sapete  che  risposta  gli  hanno dato a don Gesualdo Motta?  Aveva
    mandato a fare la domanda formale di matrimonio, ieri dopo pranzo, col
    canonico Lupi...
    Bianca arross senza levare il capo.  Il sagrestano  che  la  guardava
    negli occhi bassi, seguendola passo passo, riprese pi forte:
    - Gli hanno detto di no...  tale e quale come ve lo dico adesso...  Il
    canonico  rimasto di sale!...  Nessuno si  sarebbe  aspettato  quella
    risposta,  non    vero?...  il  canonico  donna  Marianna,  anche  la
    baronessa vostra zia, tutti che ci avevano posto un grande impegno!...
    Si sarebbe mosso quel Cristo ch' di legno, vedete!  Nessuno l'avrebbe
    creduto cos duro,  quel don Diego vostro fratello! un signore umile e
    buono che pareva di potersi confessare con lui!...  Non parlo  di  don
    Ferdinando, ch' peggio di un ragazzo, poveretto!...
    Egli era riuscito a fermare donna Bianca, piantandosele dinanzi, cogli
    occhi lucenti, il viso acceso, abbassando ancora la voce nel farle una
    confidenza decisiva:
    - Don Gesualdo sembra impazzito!... Dice che non pu mandarla gi! che
    ne far una malattia, com' vero Iddio!... Sono andato a trovarlo alla
    Canziria...  faceva trebbiare il grano...  - Don Gesualdo, ch' questa
    la maniera di prendersela?... Ci lascerete la pelle, vossignoria!... -
    Lasciatemi stare, caro don Luca,  che so io!...  dacch il canonico mi
    port   quella   bella   risposta!...   -  Sembra  davvero  malato  di
    cent'anni!... La barba lunga... Non dorme e non mangia pi...
    In quel momento si ud uno scalpicco di gente  di  chiesa.  Don  Luca
    alz la voce di botto, quasi parlasse a un sordo:
    -  Oggi  padre  Angelino  ci ha la trebbia al Passo di Cava.  Se avete
    qualche  altro  peccato  da   confessarvi,   c'   l'arciprete   Bugno
    sfaccendato... buono anche quello! un servo di Dio...
    Per   vedendo   il  canonico  Lupi  che  s'avanzava  verso  di  loro,
    inchinandosi a ogni altare,  colla destra stillante d'acqua benedetta,
    il nicchio pendente dall'altra mano:
    - Benedicite, signor canonico! Come va da queste parti?...
    Il canonico,  invece di rispondergli, si rivolse a donna Bianca con un
    sorriso sciocco sul muso aguzzo di furetto color di filiggine.
    - Facciamo del bene, donna Bianca!  Raccomandiamoci al Signore!  Vi ho
    vista  entrare  in chiesa,  mentre andavo qui vicino,  da don Gesualdo
    Motta,  e ho detto: Ecco donna  Bianca  che  fa  la  sua  visita  alle
    Quarant'ore, e d il buon esempio a me, indegno sacerdote...
    -  Giusto...  qui  c'  il signor canonico!...  Se avete qualche altro
    peccato da dirgli, donna Bianca...
    - Io non posso, mi dispiace! Monsignore non mi ha data la confessione,
    perch sa che me ne manca il tempo...  - Indi aggiunse  con  un  certo
    risolino,  lisciandosi il mento duro di barba. - Poi i vostri fratelli
    non vorrebbero...
    Donna Bianca,  rossa come se avesse avuto sul viso tutto  il  riflesso
    della cortina che velava l'altare del Crocifisso, finse di non capire.
    Il canonico ripigli, mutando registro:
    - Ci ho tante faccende gravi sulle spalle...  mie e d'altrui... Andavo
    appunto da don Gesualdo per  commissione  di  vostra  zia.  Sapete  il
    grosso affare che hanno insieme,  colla baronessa?  -Donna Bianca fece
    segno di no.
    - Un affare grosso...  Si tratta di pigliare in affitto  le  terre  di
    tutti i comuni della Contea!... Don Gesualdo ha il cuore pi grande di
    questa chiesa!...  e i conquibus anche!... Assai! assai, donna Bianca!
    Assai pi di quel che si crede...  Uno che si far ricco  come  Creso,
    con quella testa fine che ha!
    Don Luca si lasci scappare di bocca, mentre andava spogliandosi degli
    abiti ecclesiastici,  col viso dentro la cotta, le braccia in aria, la
    voce soffocata:
    - Bisogna vedere quel che ha raccolto alla Canziria, bisogna vedere!
    - Ah, ah! venite di lass?
    - Sissignore,  - rispose il sagrestano,  cavando fuori il viso rosso e
    imbarazzato.  - Cos,  per fare quattro passi... Ci vado ogni anno per
    la limosina della chiesa... Don Gesualdo  devoto di sant'Agata!
    -  Un  cuor   d'oro!   -   interruppe   il   canonico.   -   Generoso,
    caritatevole!... Peccato che...
    E si diede della mano sulla bocca.
    -  Quello  che  stavo dicendo a donna Bianca!...  - conferm don Luca,
    ripreso animo, cogli occhietti di nuovo petulanti.
    - Basta! basta! Ciascuno dispone a suo modo in casa sua! Ora vi lascio
    pei fatti vostri. Tanti saluti a don Diego e a don Ferdinando!
    Donna  Bianca  imbarazzata  voleva  andarsene  anche  lei;  ma  ma  il
    sagrestano la trattenne:
    - Un momento!  Cosa devo dire a padre Angelino,  se volete mettervi in
    grazia di Dio prima della festa di san Giovanni Battista...
    Il canonico insisteva anche lui: - No, no, restate, donna Bianca, fate
    gli affari vostri. - Poscia,  appena egli lasci ricadere la portiera,
    uscendo,  don Luca ammicc: - E cos? che devo dire a don Gesualdo, se
    mai lo vedo... per caso?..
    Essa sembrava esitante.  Seguitava ad avviarsi verso  la  porta  della
    chiesa,  passo  passo,  tenendo  gli  occhi  bassi,  come  infastidita
    dall'insistenza del sagrestano.
    - Giacch i miei fratelli hanno detto di no...
    - Una sciocchezza hanno detto!  Avrei voluto condurli  per  mano  alla
    Canziria,  e  fargli  vedere  se  non  vale  tutti  i  vostri ritratti
    affumicati!...  Scusatemi,  donna Bianca!...  parlo nell'interesse  di
    vossignoria... I vostri fratelli tengono al fumo perch sono vecchi...
    hanno  i piedi nella fossa,  loro!...  Ma voi che siete giovine,  come
    rimanete?  Non si rovina cos una sorella!...  Un marito simile non ve
    lo manda neppure san Giuseppe padre della provvidenza!... Sono pazzi a
    dir  di  no i vostri fratelli!...  pazzi da legare!...  Le terre della
    Contea se le piglier tutte lui,  don Gesualdo!...  e poi le  mani  in
    pasta  da  per  tutto.  Non  si  mura un sasso che non ci abbia il suo
    guadagno lui... Domeneddio in terra! Ponti, mulini, fabbriche,  strade
    carreggiabili!...  il mondo sottosopra mette quel diavolo! Fra poco si
    andr in carrozza sino a Militello, prima Dio e don Gesualdo Motta!...
    Sua moglie andr in carrozza dalla  mattina  alla  sera!...  camminer
    sull'oro  colato,  come    vero  Dio!  Anche  padre  Angelino vi avr
    consigliato la stessa cosa che vi dico io...  Non ho udito nulla,  per
    non violare il suggello della confessione, ma padre Angelino  un uomo
    di  giudizio...  vi avr consigliato di prendere un buon marito...  di
    mettervi in grazia di Dio.
    Donna Bianca lo guard sbigottita,  col  mento  aguzzo  dei  Trao  che
    sembrava  convulso.  Indi  alz verso il crocifisso gli occhi umidi di
    lagrime,  colle labbra pallide serrate  in  una  piega  dolorosa.  Con
    quelle labbra senza sangue rispose infine sottovoce:
    - I miei fratelli sono padroni... tocca a loro decidere...
    Don  Luca  a  corto  d'argomenti  rimase  un istante quasi sbalordito,
    piantandosi dinanzi a lei per non  lasciarla  scappare,  soffocato  da
    tante  buone  ragioni  che  aveva  in gola,  balbettando,  annaspando,
    grattandosi rabbiosamente il capo,  con gli occhietti scintillanti che
    andavano  come  frugandola  tutta da capo a piedi per trovare il punto
    debole,   scuotendole   dinanzi   le   mani   giunte,   minaccioso   e
    supplichevole. Alla fine proruppe:
    - Ma  giustizia,  santo Dio?  giustizia far tribolare in tal modo un
    galantuomo che vi vuol tanto bene?...  Dare un calcio alla fortuna?...
    Scusatemi,  donna  Bianca!  io  parlo  nel vostro interesse...  Dovete
    pensarci voi! Non siete pi sotto tutela, alla fin fine!...  Mi scaldo
    il  sangue per voi...  perch sono buon servo della vostra famiglia...
    una gran casata!...  peccato che non sia pi quella di  prima!...  Ora
    che  avreste il mezzo di far risorgere il nome dei Trao!...  Questo si
    chiama dare un calcio alla fortuna!...  si chiama essere ingrati colla
    divina Provvidenza.
    Essa seguitava ad andare verso la porta, irresoluta, a capo chino. Don
    Luca  alle  calcagna  di lei,  accalorandosi,  toccando tutti i tasti,
    mutando tono a ogni registro: - E  certe  giornate,  donna  Bianca!...
    certe giornate che spuntano a casa vostra!...
    Basta,  scusatemi,  io  ne parlo perch ci bazzico sempre ad aiutarvi,
    insieme a mia moglie...  E quando i vostri parenti si dimenticano  che
    siete al mondo!...  certe giornate d'inverno come vuol Dio!...  Basta!
    Potreste esser la  regina  del  paese,  invece!  pensateci  bene.  Don
    Gesualdo spiccherebbe di lass il sole e la luna per farvi piacere!...
    Non ci vede pi dagli occhi!... Sembra un pazzo addirittura.
    Donna Bianca s'era fermata su due piedi,  a testa alta, con una fiamma
    improvvisa che parve buttarle in viso la portiera  sollevata  in  quel
    momento  da  qualcuno  che  entrava  in  chiesa.  Comparve  una  donna
    macilenta,  colla gonnella in cenci sollevata dalla  gravidanza  sugli
    stinchi sottili,  sudicia e spettinata, come se non avesse fatto altro
    in vita sua che portare avanti quel  ventre  -  un  viso  di  chioccia
    istupidita  dal  covare,  con  due  occhietti tondi su di una faccia a
    punta,  gialla e incartapecorita,  e un fazzoletto lacero  da  malata,
    legato  sotto il mento;  nient'altro sulle spalle,  da persona ch' di
    casa in casa del Buon Dio.  Essa dalla soglia si mise a gemere,  quasi
    avesse le doglie:
    - Don Luca?...  che non lo suonate mezzogiorno?...  la pentola sta per
    bollire...
    - Perch l'hai messa a bollire cos presto? Il sole  ancora qui,  sul
    limitare...  L'arciprete fa un casa del diavolo per questa faccenda di
    suonare  mezzogiorno  prima  dell'ora...  Per  stavolta...  giacch  
    fatta... eccoti la chiave del campanile...
    Don  Luca,  tenendo  ancora la cotta sotto il braccio,  litigava colla
    moglie,  stecchito nella sottana bisunta quant'era  enorme  il  ventre
    della donna:
    - Tu ci hai l'orologio l,  nella pancia!... Pensi solo a mangiare!...
    Ci vuol la grazia di Dio!... I vicini sono ancora tutti fuori...  Ecco
    l i ragazzi di Burgio!...
    -  Aspettano  anche  loro!...  - piagnucol la moglie,  sempre su quel
    tono. - Aspettano che suonate mezzogiorno... - E se ne and col ventre
    avanti.
    - I nipoti di don Gesualdo! - riprese il sagrestano ammiccando in modo
    significativo a donna Bianca nel tornare indietro. - Stanno l a farci
    la spia!...  Li manda sua madre apposta comare  Speranza,  per  sapere
    tutto  quello che facciamo!  Tiene d'occhio la roba,  colei!...  quasi
    fosse sua!...  Ci ha fatto i suoi disegni sopra!...  Quando m'incontra
    ha l'aria di mangiarmi!...
    Finse  di  precedere  donna  Bianca  per  sollevare la portiera,  onde
    trattenerla ancora un momento: - Lui fa  proprio  compassione!...  Una
    faccia  da malato!...  Mi parl tutto il tempo di vossignoria...  Dice
    che forse il canonico Lupi non avr saputo  fare  l'imbasciata...  che
    vorrebbe parlarvi... per vedere... per sentire...
    Donna Bianca si fece di fuoco.
    - E' innamorato,  che volete farci? Innamorato come un pazzo. Dovreste
    tornare a parlargliene coi vostri fratelli.  Mandargli  qualche  buona
    parola...   una  risposta  pi  da  cristiani...  Verr  io  stesso  a
    prenderla, dopo mezzogiorno, quando don Diego e don Ferdinando sono in
    letto... col pretesto dei fiori per la Madonna... S? Cosa mi dite?
    Essa chin il capo rapidamente, nel passare sotto la cortina,  ed usc
    fuori.  Don Luca credette di scorgere che volesse frugarsi in tasca, e
    seguit, correndole dietro:
    - Che fate? No! Mi offendete!  Un'altra volta...  pi tardi...  quando
    potrete...  Ho  pensato  meglio  di mandare mia moglie,  a prendere la
    risposta di vossignoria.  Non vorrei che i vostri fratelli,  vedendomi
    bazzicare per casa, sospettassero che mi manda il canonico...
    Dopo  vespro spicci lesto lesto il servizio della chiesa e corse alla
    Canziria: cinque miglia di salita, pazienza, per amore di don Gesualdo
    che se lo meritava, in verit! - Sta per cascare, don Gesualdo! Ancora
    essa non mi ha detto chiaro di s,  colla sua bocca;  ma si  vede  che
    tentenna,  come  la pera quand' matura.  Sono pratico di queste cose,
    perch vedo tutti i giorni in chiesa  delle  donne  che  ricorrono  al
    tribunale  della  penitenza...  prima  e poi...  M'ha fatto sudare una
    camicia!... Ma ora vi dico che la pera  matura!  Un'altra crollatina,
    e vi casca fra le braccia;  ve lo dico io! Dovreste correre al paese e
    scaldare il ferro mentre  caldo.
    Per don Gesualdo non fece una gran festa all'imbasciata  amorosa  che
    gli  capitava  in  quel  momento: - Vedete,  don Luca,  ci ho tutta la
    raccolta nell'aia...  Sono in piedi da stanotte...  Non ho  sempre  il
    vento in tasca per trebbiare a comodo mio!...
    L'aia  era  vasta  quanto  una piazza.  Dieci muli trottavano in giro,
    continuamente; e dietro i muli correvano Nanni l'Orbo e Brasi Camauro,
    affondando nella pula sino ai ginocchi, ansanti,  vociando,  cantando,
    urlando.  Da un lato,  in una nuvola bianca,  una schiera di contadini
    armati di forche,  colle camice svolazzanti,  sembrava che  vangassero
    nel  grano;  mentre lo zio Carmine,  in cima alla bica,  nero di sole,
    continuava  a  far  piovere  altri  covoni  dall'alto.   Delle  tregge
    arrivavano  ogni momento dai seminati intorno,  cariche d'altra messe;
    dei garzoni insaccavano il grano e lo portavano  nel  magazzino,  dove
    non  cessava  mai la nenia di Pirtuso che cantava "e viva Maria!" ogni
    venti moggi. Tutt'intorno svolazzavano stormi di galline, un nugolo di
    piccioni per aria; degli asinelli macilenti abboccavano affamati nella
    paglia,  coll'occhio spento;  altre bestie da soma erano sparse qua  e
    l;  e dei barili di vino passavano di mano in mano,  quasi a spegnere
    un incendio.  Don Gesualdo sempre in moto,  con un fascio di taglie in
    mano,  segnando  il  frumento  insaccato,  facendo  una croce per ogni
    barile di vino, contando le tregge che giungevano,  sgridando Diodata,
    disputando  col  sensale,  vociando  agli uomini da lontano,  sudando,
    senza voce, colla faccia accesa,  la camicia aperta,  un fazzoletto di
    cotone legato al collo, un cappellaccio di paglia in testa.
    -  Lo vedete,  don Luca,  se ho tempo da perdere adesso!...  Vino qua!
    Date da bere a don Luca!... S, s, verr; ma quando potr...  Per ora
    non  posso  muovermi,  cascasse il mondo!...  Diodata!...  bada che il
    vento spinge la fiamma verso l'aia,  santo e  santissimo!...  No,  don
    Luca! non sono in collera pel rifiuto dei suoi fratelli... Venite qua,
    accostatevi,  ch'  inutile  far  sapere alla gente i fatti nostri!...
    Ciascuno la pensa a modo suo... Poi  lei che deve risolvere... Se lei
    dice di s,  io per me non mi  tiro  indietro...  Ma  oggi  non  posso
    venire...  e  neppure domani...  Be'!  dopodomani!...  Dopodomani devo
    venire anche per l'affare della gabella, e ne discorreremo.
    Don Luca sugger pure di far precedere  due  paroline  scritte:  -  Ci
    abbiamo  appunto  mia  moglie  che  par  fatta apposta per consegnarle
    sottomano a donna Bianca, senza destar sospetti.  Una bella letterina,
    con  due  o  tre  parole  che  fanno  colpo  sulle  ragazze!   Capite,
    vossignoria? Ciolla ci ha la mano... Ne parlerei io stesso a Ciolla in
    segretezza, senza stare a rompervi il capo, vossignoria;  e vi fa fare
    una  bella  figura.  Con un bottiglione di vino poi ve lo chetate,  il
    Ciolla.
    Don Gesualdo non volle sapere di lettera: -  Non  per  risparmiare  il
    vino;  ma  che  storie  mi andate contando?  Se a lei l'affare gli va,
    allora che bisogno c' di tante chiacchiere.
    - Basta! basta! - conchiuse don Luca.  - Dicevo per piantare meglio il
    chiodo. Ma voi siete il padrone.
    Don  Luca  se  ne torn tutto contento,  con un agnello e una forma di
    cacio.  Per prudenza mand la moglie a  fare  l'imbasciata,  sotto  un
    pretesto:  -  Circa  a  quel discorso che siete intesi con mio marito,
    vossignoria,  dice che il confessore verr dopodomani  a  prendere  la
    risposta!...  Il  confessore  domenica  aspetta la risposta!...  - Don
    Ferdinando che aveva udito aprire il portone, comparve in quel momento
    come un fantasma.
    - Il confessore!...  - riprese a dire la gn Grazia senza che  nessuno
    le  domandasse nulla.  - Donna Bianca voleva confessarsi!...  Oggi non
    pu, il confessore... E domani neppure...  Domenica piuttosto,  se gli
    fate sapere che siete pronta...
    La  poveraccia,  sotto quegli occhi stralunati di don Ferdinando,  che
    pareva la  frugassero  tutta,  sospettosi,  inquieti,  si  confondeva,
    balbettava, cercava le parole. Poscia, vedendo che l'altro stava zitto
    e non si moveva,  allampanato,  tacque anch'essa, e si mise a guardare
    in aria,  a bocca aperta,  colle mani sul ventre.  Bianca,  a  tagliar
    corto,  la  condusse nella dispensa,  per darle una grembiata di fave.
    Don Ferdinando, sempre dietro,  cucito alle loro calcagna,  taciturno,
    guardando  in  ogni  cantuccio,  sospettoso.  Si  chin  anch'esso sul
    mucchietto di fave,  covandolo colla persona,  misurandolo ad  occhio,
    palpandolo colle mani.  E dopo che la sagrestana se ne fu andata, come
    un'anatra,  reggendo il grembiule pieno sul ventre enorme,  si mise  a
    brontolare:
    - Troppe!... Ne hai date troppe!... Stanno per terminare!...La zia non
    ne manda altre prima di Natale!...
    La sorella voleva andarsene;  ma lui seguitava a cercare, a frugare, a
    passare in rivista la roba  della  dispensa:  due  salsicciotti  magri
    appesi  a un gran cerchio;  una forma di cacio bucata dai topi;  delle
    pere infracidite su di un'asse;  un orciolino d'olio appeso dentro  un
    recipiente  che ne avrebbe contenuto venti cafisi;  un sacco di farina
    in fondo a una cassapanca grande quanto  un  granaio;  il  cestone  di
    vimini che aspettava ancora il grano della Rubiera.
    Infine riprese:
    - Ci vuol l'aiuto di Dio!...  Siamo tre bocche da sfamare, in casa!...
    Ti par poco?  Ci vorrebbe anche un po' di brodo per  Diego...  Non  mi
    piace da qualche tempo!...  Hai visto la faccia che ha? Lo stesso viso
    della buon'anima,  ti rammenti?...  quando si mise  a  letto  per  non
    alzarsi  pi!  E  il medico non viene neppure,  perch ha paura di non
    esser  pagato...  dopo  tanti  denari  che  s'  mangiati  nell'ultima
    malattia della buon'anima!... La zia Rubiera s' dimenticata che siamo
    al mondo... ed anche la zia Sganci...
    Cos brontolando andava passo passo dietro alla sorella,  chinandosi a
    raccattar per terra le fave cadute dal grembiule  di  Grazia.  Poscia,
    come svegliandosi da un sogno, domand:
    - Tu perch non vai pi dalla zia Rubiera?  Avrebbe mandato un paio di
    piccioni,  sapendo che Diego non sta bene...  per  fargli  un  po'  di
    brodo...
    Bianca  divenne  di brace in viso,  e chin gli occhi.  Don Ferdinando
    aspett un momento la risposta a bocca aperta,  battendo le  palpebre.
    Indi  torn  nella  dispensa  a  riporre le fave che aveva raccolte da
    terra. Poco dopo essa se lo vide comparire dinanzi un'altra volta, con
    quell'aria sbalordita.
    -  Se  torna  la  sagrestana  non  gli  dar  nulla,   un'altra  volta!
    Sanguisughe  sono!  Le  fave  stanno  per terminare,  hai visto?...  E
    un'altra cosa... Dovresti andare dalla zia Sganci per un po' d'olio...
    in prestito...  Diglielo bene che lo vuoi in prestito,  perch noi non
    siamo  nati  per  chiedere  la  limosina...  giacch  la zia non ci ha
    pensato...  Fra poco saremo al buio...  anche Diego  che    malato...
    tutta la notte!...
    E spalancava gli occhi,  accennando ancora colle mani e col capo,  con
    un terrore vago sul viso attonito.  Da lontano si udiva  di  tanto  in
    tanto la tosse che si mangiava don Diego,  attraverso agli usci, lungo
    il corridoio,  implacabile e dolorosa,  per tutta  la  casa...  Bianca
    sussultava  ogni  volta,  col  cuore  che le scoppiava,  chinandosi ad
    ascoltare, o fuggiva come spaventata, tappandosi le orecchie.
    - Non ci reggo, no! Non ci reggo!...
    Infine Dio le diede la forza di ricomparire dinanzi a lui, quel giorno
    in cui don Ferdinando le aveva detto che  il  fratello  stava  peggio,
    nella  cameretta  sudicia,  sdraiato su quel lettuccio che sembrava un
    canile.  Don Diego non stava n peggio n meglio.  Era l,  aspettando
    quel che Dio mandava, come tutti i Trao, senza lagnarsi, senza cercare
    di fuggire il suo destino, badando solo di non incomodare gli altri, e
    tenersi  per s i suoi guai e le sue miserie.  Volse il capo,  vedendo
    entrare  la   sorella,   quasi   un'ombra   gli   calasse   sul   viso
    incartapecorito.  Poscia le accenn colla mano di accostarsi al letto.
    - Sto meglio...  sto meglio...  povera  Bianca!...  Tu  come  stai?...
    Perch non ti sei fatta vedere?... perch?...
    Le  accarezzava  il  capo  con  quella mano scarna e sudicia di malato
    povero.  Gli era rimasto sulle guance incavate e sparse di peli  grigi
    un calore di fiamma.
    - Povera Bianca!...  son sempre tuo fratello,  sai!... il tuo fratello
    che ti vuol tanto bene... povera Bianca!...
    - Don Ferdinando mi ha detto... - balbett essa timidamente.  - Volete
    un po' di brodo?...
    Il malato da prima fece segno di no,  guardando in aria,  supino.  Poi
    volse il capo, fissandola cogli occhi avidi dal fondo delle orbite che
    sembravano vuote,  filigginose.  - Il brodo,  dicevi?  C' un  po'  di
    carne?...
    - Mander dalla zia... dalla zia Sganci!... - s'affrett ad aggiungere
    Bianca,  con una vampa improvvisa sulle guance. Sul volto del fratello
    era passata un'altra fiamma simile.
    - No! no!... non ne voglio.
    Neppure il medico voleva: - No,  no!  Cosa mi fa il  medico?...  Tutte
    imposture!...  per spillarci dei denari...  Il vero medico  lass!...
    Quel che vorr Dio... Del resto mi sento meglio...
    Parve migliorare realmente, di l a qualche giorno: del buon brodo, un
    po' di vino vecchio che mandava la zia Sganci,  l'aiutarono ad alzarsi
    da letto,  ancora sconquassato,  col fiato ai denti.  Venne pure donna
    Marianna in persona a fargli  visita,  premurosa,  con  un  rimprovero
    amorevole sulla faccia buona: - Come?  Siete in quello stato ed io non
    ne so nulla? Siamo in mezzo ai turchi? Siamo parenti, s o no?  Sempre
    misteri!   Sempre   ombrosi  e  selvatici,   tutti  voialtri  Trao!...
    rincantucciati come gli  orsi  in  questa  tana!  Un  bel  mattino  vi
    troveranno  belli  e  morti  all'improvviso  che sar una vergogna per
    tutto il parentado!...  Neppure di quel negozio del matrimonio non  me
    ne avete detto nulla!...
    E sfil quest'altro rosario: Erano pazzi, o cos'erano, a rifiutare una
    domanda simile a quella?... Uno sulla strada di farsi riccone come don
    Gesualdo  Motta!...  -  Don Gesualdo!  sissignori!  I pazzi lasciateli
    stare!...  Vedete bene in quale stato vi hanno ridotto!...  Un cognato
    che  potrebbe aiutarvi in tutti i modi...  che vi toglierebbe da tante
    angustie!... Ah!... ah!...
    Donna Marianna guardava intorno per la stanzaccia squallida, crollando
    il capo. Gli altri non fiatavano: Bianca a capo chino;  don Ferdinando
    aspettando che parlasse suo fratello, cogli occhi di barbagianni fissi
    su di lui.
    Don Diego da principio rimase attonito, brontolando:
    -  Mastro-don  Gesualdo!...   Siamo  arrivati  fin  l!...  Mastro-don
    Gesualdo che vuol sposare una Trao!...
    - Sicuro!  Chi volete che la sposi?...  senza  dote?  Non    pi  una
    bambina neppure lei!...  E' un tradimento bell'e buono!...  Cosa far,
    quando chiuderete gli occhi voi e vostro fratello?... la serva, eh? La
    serva della zia Rubiera o di qualchedun altro?...
    Don Diego si alz da letto come si trovava, in camiciuola di flanella,
    col fazzoletto in testa,  le gambe stecchite che gli tremavano a verga
    dentro  le  mutande logore: un ecceomo!  Andava errando per la stanza,
    stralunato, facendo gesti e discorsi incoerenti, tossendo,  tirando il
    fiato a stento, soffiandosi il naso, quasi suonasse una tromba.
    -  Mastro-don  Gesualdo!...  Saremmo  arrivati a questo,  che una Trao
    sposerebbe mastro-don Gesualdo! Tu acconsentiresti, Bianca?... di'!...
    Tu diresti di s?...
    Bianca pallidissima, senza levare gli occhi da terra,  disse di s col
    capo, lentamente.
    Egli  agit  in aria le braccia tremanti,  e non seppe pi trovare una
    sola parola. Don Ferdinando non fiatava neppur lui,  atterrito che Don
    Diego non riuscisse a persuader Bianca.
    - Cosa volete che dica?  - esclam la zia.  - Vi pare un bell'avvenire
    quello  d'invecchiare  come   voialtri...   fra   tante   angustie?...
    Scusatemi,  ne parlo perch siamo parenti... Fo quel che posso anch'io
    per aiutarvi... ma non  una bella cosa infine neanche per voialtri...
    Ed ora che vi si  offre  la  fortuna,  risponderle  con  un  calcio...
    Scusatemi, io la direi una porcheria!
    Tutt'a  un  tratto  don  Diego  si  mise  a  ridere,  quasi colpito da
    un'ispirazione,  ammiccando dell'occhio,  fregandosi le mani,  con dei
    cenni del capo che volevano dire assai.
    - Va bene!  va bene!... Non  che questo?... perch ora come ora siamo
    un po' angustiati?... Ti pesa, di'?... ti pesa questa vita angustiata,
    povera Bianca?... Hai paura per l'avvenire?...
    Si freg il  mento  peloso  colla  mano  ischeletrita,  seguitando  ad
    ammiccare, cercando di rendere furbo il sorriso pallido.
    -  Vieni  qua...  Non ti dico altro!...  Anche voi,  zia!...  Venite a
    vedere!...
    S'arrampic tutto tremante su di una seggiola per aprire un armadietto
    ch'era nel muro, al di sopra della finestra, e ne tir fuori mucchi di
    scartafacci e di pergamene - le carte della lite - quella  che  doveva
    essere la gran risorsa della famiglia,  quando avessero avuto i denari
    per far valere le loro ragioni contro il  Re  di  Spagna:  dei  volumi
    gialli,  logori e polverosi,  che lo facevano tossire a ogni voltar di
    pagina.  Sul letto era pure sciorinato  un  grand'albero  genealogico,
    come  un  lenzuolo:  l'albero della famiglia che bagnava le radici nel
    sangue di un re libertino, come portava il suo stemma - di rosso,  con
    tre gigli d'oro, su sbarra del medesimo, e il motto che glorificava il
    fallo della prima autrice: Virtutem a sanguine traho.
    S'era  messi  gli  occhiali,  appoggiando  i  gomiti  sulla sponda del
    lettuccio,  bocconi,  con gli occhi che si accendevano in  fondo  alle
    orbite livide.
    -  Son seicent'anni d'interessi che ci devono!...  Una bella somma!...
    Uscirete d'ogni guaio una volta per sempre!...
    Bianca era cresciuta in  mezzo  a  simili  discorsi  che  aiutavano  a
    passare  i  giorni  tristi.  Aveva  veduto sempre quei libracci sparsi
    sulle tavole sgangherate e per le sedie zoppe.  Cos essa non rispose.
    Suo  fratello  volse  finalmente il capo verso di lei,  con un sorriso
    bonario e malinconico.
    - Parlo per voialtri... per te e per Ferdinando... Ne godrete voialtri
    almeno... Quanto a me... io sono arrivato... Te'!... te' la chiave!...
    serbala tu!
    La zia Sganci, a quei discorsi, da prima scatt come una molla: - Caro
    nipote,  mi sembrate un bambino!  - Ma subito si  calm,  col  sorriso
    indulgente di chi vuol far capire la ragione proprio a un ragazzo.
    - Va bene!...  va benone!... Intanto maritatela con lo sposo che vi si
    offre adesso, e poi, se diverrete tanti Cresi, sar anche meglio.
    Don Diego rimase interdetto al vedere che la sorella non  prendeva  la
    chiave, e torn daccapo:
    - Anche tu, Bianca?... Dici di s anche tu?...
    Essa, accasciata sulla seggiola, chin il capo in silenzio.
    - E va bene!...  Giacch tu lo vuoi...  giacch non hai il coraggio di
    aspettare...
    Donna Mariannina seguitava  a  perorare  la  causa  di  don  Gesualdo,
    dicendo ch'era un affare d'oro quel matrimonio,  una fortuna per tutti
    loro;  congratulandosi con la nipote  la  quale  fissava  fuori  dalla
    finestra,  cogli occhi lucenti di lagrime;  rivolgendosi financo a don
    Ferdinando che guardava  tutti  quanti  ad  uno  ad  uno,  sbalordito;
    battendo  sulle  spalle di don Diego il quale sembrava che non udisse,
    cogli occhi inchiodati  sulla  sorella  e  un  tremito  per  tutta  la
    persona. A un certo punto egli interruppe la zia, balbettando:
    -  Lasciatemi solo con Bianca...  Devo dirle due parole...  Lasciateci
    soli...
    Essa alz gli occhi sbigottita,  faccia  a  faccia  col  fratello  che
    sembrava un cadavere, dopo che la zia e don Ferdinando furono usciti.
    Il  pover'uomo esit ancora prima di aggiungere quel che gli restava a
    dire,  fissando la sorella con un  dolore  pi  pungente  e  profondo.
    Poscia le afferr le mani,  agitando il capo,  movendo le labbra senza
    arrivare a profferir parola.
    - Dimmi la verit, Bianca!... Perch vuoi andartene dalla tua casa?...
    Perch vuoi  lasciare  i  tuoi  fratelli?...  Lo  so!  lo  so!...  Per
    quell'altro!... Ti vergogni a stare con noi, dopo la disgrazia che t'
    capitata!...
    Continuava  ad  accennare  del  capo,  con  uno  struggimento  immenso
    nell'accento e nel viso,  colle lagrime amare che gli scendevano fra i
    peli ispidi e grigi della barba.
    - Dio perdona...  Ferdinando non sa nulla!...  Io...  io... Bianca!...
    Come una figliuola ti voglio bene!... Mia figlia sei... Bianca!...
    Tacque sopraffatto da uno scoppio di pianto.
    Ella pi morta che viva scosse il capo lentamente e biascic:
    - No... no... Non  per questo...
    Don Diego lasci ricadere adagio adagio le mani della  sorella,  quasi
    un abisso si scavasse fra di loro.
    - Allora!... Fa quello che vuoi... fa quello che vuoi...
    E le volse le spalle,  curvo,  senza aggiunger altro,  strascicando le
    gambe.


    7.

    Nella casa antica dei La Gurna,  presa  in  affitto  da  don  Gesualdo
    Motta,  s'aspettavano gli sposi.  Davanti alla porta c'era un crocchio
    di  monelli,  che  il  ragazzo  di  Burgio,  in  qualit  di  parente,
    s'affannava  a tener discosti,  minacciandoli con una bacchettina;  la
    scala sparsa di foglie d'arancio;  un lume  a  quattro  becchi  posato
    sulla ringhiera del pianerottolo;  e Brasi Camauro, con una cacciatora
    di panno bl,  la camicia di  bucato,  gli  stivali  nuovi,  che  dava
    l'ultimo  colpo  di  scopa  nel  portone imbiancato di fresco.  A ogni
    momento succedeva un falso allarme.  I ragazzi  gridavano:  -  Eccoli!
    eccoli!  -  Camauro lasciava la scopa,  e della gente si affacciava ai
    balconi illuminati.
    Verso un'ora,  di notte arriv il  marchese  Limli,  facendosi  largo
    colla canna d'India. Vide il lume, vide le foglie d'arancio e disse: -
    Bravo!  - Ma nel salire le scale, stava per rompersi l'osso del collo,
    e allora scapp anche a bestemmiare:
    - Che bestie!... Han fatto un mondezzaio!..
    Brasi corse colla scopa.  - Spazzo via tutto,  signor marchese?  Butto
    via ogni cosa?
    -  No,  no!...  Adesso  son  passato.  Non grattar troppo colla scopa,
    piuttosto... Si sente l'odor di stalla.
    Udendo delle voci,  Santo Motta che aspettava  di  sopra,  vestito  di
    nuovo,  coi  pantaloni  a  staffe  e un panciotto di raso a fiori,  si
    affacci nel pianerottolo, infilandosi la giamberga.
    - Eccomi! eccomi!...  Sono qui!...  Ah,  signor marchese!...  bacio le
    mani!...
    E rimase un po' confuso, non vedendo altri che il Limli.
    - Servo,  servo, caro don Santo!... Non baciate pi nulla... ora siamo
    parenti.
    In cima alla scala comparve anche donna Sara Cirmena, la sola di tutto
    il parentado della sposa che si fosse degnata di venire, con un moggio
    di fiori finti in testa,  il vestito di seta che aveva preso le pieghe
    come  la  carta,  nel  cassettone,  i  pendagli  di  famiglia  che  le
    strappavano le orecchie,  seccata di aspettare da un gran pezzo in  un
    bagno di sudore, e si mise a strillare di lass:
    - Ma che fanno? C' qualche altra novit?
    - Nulla, nulla, - rispose il marchese salendo adagio adagio.
    - Son uscito prima per non far vedere ch'ero solo in chiesa,  di tutti
    i parenti... Son venuto a dare un'occhiata.
    Don Gesualdo aveva fatto  delle  spese:  mobili  nuovi,  fatti  venire
    apposta  da Catania,  specchi con le cornici dorate,  sedie imbottite,
    dei lumi con le campane di cristallo: una fila di  stanze  illuminate,
    che  viste  cos,  con  tutti gli usci spalancati,  pareva di guardare
    nella lente di un cosmorama.
    Don Santo precedeva facendo la spiegazione, tirando in su ogni momento
    le maniche che gli arrivavano alla punta delle dita.
    - Come?  Non c' nessuno ancora?  - esclam il  marchese,  giunti  che
    furono nella camera nuziale, parata come un altare.
    Compare Santo rannicchi il capo nel bavero di velluto, al pari di una
    testuggine.
    - Per me non manca... Io son qui dall'avemaria... Tutto  pronto...
    -  Credevo  di  trovare  almeno gli altri parenti...  Mastro Nunzio...
    vostra sorella...
    - Nossignore... si vergognano... C' stato un casa del diavolo! Io son
    venuto per tener d'occhio il trattamento...
    E apr l'uscio per farglielo vedere: una gran tavola carica di dolci e
    di bottiglie di rosolio,  ancora nella  carta  ritagliata  come  erano
    venuti  dalla  citt,  sparsa di garofani e gelsomini d'Arabia,  tutto
    quello che dava il paese,  perch la signora Capitana aveva mandato  a
    dire  che  ci  volevano  dei fiori;  quanti candelieri si erano potuti
    avere in prestito, a Sant'Agata e nell'altre chiese.  Diodata ci aveva
    pure  messi  in  bell'ordine  tutti i tovagliuoli arrotolati in punta,
    come tanti birilli, che portavano ciascuno un fiore in cima.
    - Bello! bello! - approv il marchese.  - Una cosa simile non l'ho mai
    vista!... E questi qui, cosa fanno?
    Ai  due  lati della tavola,  come i giudei del Santo Sepolcro ci erano
    Pelagatti e Giacalone,  che sembravano di  cartapesta  cos  lavati  e
    pettinati.
    -  Per servire il trattamento,  sissignore!...  Mastro Titta e l'altro
    barbiere suo compagno si son  rifiutati,  con  un  pretesto!...  Vanno
    soltanto  nelle casate nobili quei pezzenti!...  Temevano di sporcarsi
    le mani qui, loro che fanno tante porcherie!...
    Giacalone, premuroso, corse tosto con una bottiglia per ciascuna mano.
    Il marchese si scherm:
    - Grazie, figliuol mio!... Ora mi rovini il vestito, bada!
    - Di l ci sono anche le tinozze coi sorbetti! - aggiunse don Santo.
    Ma appena apr l'uscio della cucina, si videro fuggire delle donne che
    stavano a guardare dal buco della serratura.
    -  Ho  visto,  ho  visto,  caro  parente.  Lasciateli  stare;  non  li
    spaventate.
    In  quel momento si ud un baccano gi in istrada,  e corsero in tempo
    al balcone per vedere arrivare la carrozza degli sposi.  Nanni l'Orbo,
    a  cassetta,  col cappello sino alle orecchie,  faceva scoppiettare la
    frusta come un carrettiere, e vociava:
    -  Largo!...  A  voi!...  Guardatevi!...  -  Le  mule,   tolte  allora
    dall'armento,  ricalcitravano e sbuffavano, tanto che il canonico Lupi
    propose di smontare l  dov'erano,  e  Burgio  s'era  gi  alzato  per
    scavalcare  lo  sportello.  Ma le mule tutt'a un tratto abbassarono il
    capo insieme, e infilarono il portone a precipizio.
    - Morte subitanea!  - esclam il  canonico,  ricadendo  col  naso  sui
    ginocchi della sposa.
    Salivano  a braccetto.  Don Gesualdo con una spilla luccicante nel bel
    mezzo del cravattone di raso, le scarpe lucide, il vestito coi bottoni
    dorati,  il sorriso delle nozze sulla faccia rasa di fresco;  soltanto
    il bavero di velluto, troppo alto, che gli dava noia. Lei che sembrava
    pi  giovane  e  graziosa  in  quel vestito candido e spumante,  colle
    braccia nude,  un po' di petto nudo,  il  profilo  angoloso  dei  Trao
    ingentilito  dalla  pettinatura  allora in moda,  i capelli arricciati
    alle tempie e fermati a sommo del capo dal pettine alto di  tartaruga:
    una  cosa  che fece schioccare la lingua al canonico,  mentre la sposa
    andava salutando col capo a destra e a sinistra, palliduccia,  timida,
    quasi sbigottita, tutte quelle nudit che arrossivano di mostrarsi per
    la prima volta dinanzi a tanti occhi e a tanti lumi.
    - Evviva gli sposi! evviva gli sposi! - si mise a gridare il canonico,
    messo in allegria, sventolando il fazzoletto.
    Bianca prese il bacio della zia Cirmena,  il bacio dello zio marchese,
    ed entr sola nelle belle stanze, dove non era anima viva.
    - Ehi?  ehi?  bada che perdi il marito!  -  le  grid  dietro  lo  zio
    marchese fra le risate generali.
    - Ci siamo tutti? - borbott sottovoce donna Sarina.
    Il canonico si affrett a risponder lui.
    - Sissignora. Poca brigata, vita beata!
    Dietro  di loro saliva Alessi,  colla berretta in mano,  intimidito da
    quei lumi e da quell'apparato. Sin dall'uscio si mise a balbettare:
    - Mi manda la signora baronessa Rubiera...  Dice che  non  pu  venire
    perch le duole il capo...  Manda a salutare la nipote, e don Gesualdo
    anche...
    - Vai in cucina, da questa parte - gli rispose il marchese.  - Di' che
    ti dieno da bere.
    Don  Gesualdo  approfitt di quel momento per raccomandare sottovoce a
    suo fratello:
    - Stai attento, dinanzi a tutta questa gente!... Ti metti a sedere,  e
    non ti muovi pi. Come vedi fare a me, fai tu pure.
    - Ho capito. Lascia fare a me!
    La zia Cirmena si era impadronita della sposa, e aveva assunta un'aria
    matronale  che  la faceva sembrare in collera.  Dopo che ciascuno ebbe
    preso posto nella bella sala cogli specchi, si fece silenzio; ciascuno
    guardando di qua e di l per fare qualche cosa, ed ammirando coi cenni
    del capo. Alla fine il canonico credette di dover rompere il ghiaccio:
    - Don Santo, sedetevi qua. Avvicinatevi; non abbiate timore.
    - A me? - rispose Santo che si sentiva dar del don lui pure.
    - Questo  tuo cognato, - disse il marchese a Bianca.
    Il notaro ripigli di l a un momento:
    - Guardate! guardate! Sembra lo sbarco di Cristoforo Colombo!
    Vedevasi  sull'uscio  dell'anticamera  un  mucchio  di  teste  che  si
    pigiavano,  fra curiose e timide, quasi stesse per scoppiare una mina.
    Il canonico fra gli altri monelli scorse Nunzio,  il nipotino  di  don
    Gesualdo,  e  gli fece segno d'entrare,  ammiccandogli.  Ma il ragazzo
    scapp via come un selvaggio; e il canonico, sempre sorridendo, disse:
    - Che diavoletto!... tutto sua madre...
    Il marchese,  sdraiato sulla sedia a bracciuoli,  accanto alla nipote,
    sembrava un presidente, chiacchierando soltanto lui.
    - Bravo!  bravo!...  Tuo marito ha fatto le cose bene!... Non ci manca
    nulla in questa casa!...  Ci starai da principessa!...  Non hai che  a
    dire una parola... mostrare un desiderio...
    -  Allora  ditegli  che  vi  comperi  delle  altre  mule - aggiunse il
    canonico ridendo.
    - E'  vero;  sei  alquanto  pallida...  Ti  sei  forse  spaventata  in
    carrozza?
    - Sono mule troppo giovani... appena tolte dall'armento... non ci sono
    avvezze... Ora usano dei cavalli per la carrozza - disse il canonico.
    - Certamente!  certamente!  - si affrett a rispondere don Gesualdo. -
    Appena potr. I denari servono per spenderli... quando ci sono.
    Il marchese e il canonico Lupi tenevano  viva  la  conversazione,  don
    Gesualdo approvando coi cenni del capo;  gli altri ascoltavano: la zia
    Cirmena con le mani sul ventre e  un  sorrisetto  amabile  che  faceva
    cascare  le  parole  di  bocca: un sorriso che diceva: - Bisogna pure!
    giacch son venuta!...  Valeva proprio la pena di mettersi in gala!...
    -  Bianca  sembrava  un'estranea,  in mezzo a tutto quel lusso.  E suo
    marito imbarazzato anche lui, fra tanta gente, la sposa, gli amici,  i
    servitori, dinanzi a quegli specchi nei quali si vedeva tutto, vestito
    di  nuovo,  ridotto  a  guardare  come  facevano  gli  altri se voleva
    soffiarsi il naso.
    - Il raccolto  andato bene!  - disse il marchese  a  voce  pi  alta,
    perch gli altri lo seguissero dove voleva arrivare. - Io ne parlo per
    sentita dire. Eh? eh? massaro Fortunato?...
    - Sissignore, grazie a Dio!... Sono i prezzi che non dicono!...
    - Ci sar tanto da fare in campagna! Nel paese non c' pi nessuno.
    La zia Cirmena allora non pot frenarsi:
    -  Ho  vista  al  balcone  la  cugina  Sganci...  credevo che venisse,
    anzi!...
    - Chiss? chiss?  Quella pioggerella ch' caduta ha ridotto la strada
    una pozzanghera!... Io stavo per rompermi il collo. Per dicono che fa
    bene alle vigne. Eh? eh? massaro Fortunato?...
    - Sissignore, se vuol Dio!...
    -  Saranno  tutti  a prepararsi per la vendemmia.  Noi soli no,  donna
    Sarina! Noi beviamo il vino senza pregare Dio per l'acqua!...  Bisogna
    condurre la sposa a Giolio per la vendemmia,  don Gesualdo!...  Vedrai
    che vigne, Bianca!
    - Certo!...  la padrona!... certo!...
    - Un momento!... - esclam il canonico balzando in piedi. - Mi pare di
    sentir gente!...
    Santo,  che stava all'erta,  cogli occhi fissi sul fratello,  gli fece
    segno  per  sapere  se  era  ora d'incominciare il trattamento.  Ma il
    canonico rientr dal balcone quasi subito, scuotendo il capo.
    - No!...  Son villani che tornano in paese.  Oggi   sabato  e  arriva
    gente sino a tardi.
    -  Io  l'avevo  indovinato!  -  rispose  la  Cirmena.  - Ho l'orecchio
    fine!... Chi aspettate, voi?
    - Donna Giuseppina Alsi, per bacco!... Quella almeno non manca mai!
    - L'avr trattenuta il cavaliere...  - si lasci scappare il marchese,
    perdendo la pazienza.
    Santo, che s'era gi alzato, torn a sedere mogio mogio.
    - Con permesso!  con permesso! - disse il canonico. - Un momento! Vo e
    torno!
    Donna Sarina gli corse dietro nell'anticamera,  e si ud  il  canonico
    rispondere forte:
    - No! Qui vicino... dal Capitano!...
    Il  marchese  che stava coll'orecchio teso fingeva d'ammirare ancora i
    mobili e le stanze, e torn a dire:
    - Belli!  belli!...  Una casa  signorile!  Siete  stati  fortunati  di
    potervi cacciare nel nido dei La Gurna!... Eh! eh!... Se ne videro qui
    delle feste... in questo stesso luogo!... Mi rammento... pel battesimo
    dell'ultimo  La  Gurna...  Corradino...  Adesso  sono andati a stare a
    Siracusa,  tutta la famiglia,  dopo aver dato fondo  a  quel  po'  che
    rimaneva!...  Mors  tua vita mea!...  Qui starete da principi!...  Eh!
    eh!... son vecchio e la so lunga!...  Ci staremmo bene anche noi,  eh,
    donna Sarina?... eh?
    Donna  Sarina si dimenava sulla seggiola per tener la lingua in freno:
    - Quanto a me!...  - disse poi - grazie a Dio!...  La prova   che  il
    ragazzo La Gurna, Corradino, viene da me per la villeggiatura. Lui non
    ci ha colpa, povero innocente!
    - No, no,  meglio star seduti in una bella sedia soffice come questa,
    che  andare  a  buscarsi  il pane di qua e di l,  come i La Gurna!...
    quando  si  pu  buscarselo  anche!...   E  avere  una  buona   tavola
    apparecchiata,  e  la carrozza per far quattro passi dopo,  e la vigna
    per  la  villeggiatura,   e  tutto  il  resto!...   La  buona   tavola
    soprattutto!... Son vecchio, e mi dispiace che il marchesato non possa
    servirsi  in  tavola...  Il  fumo  buono soltanto in cucina...  La so
    lunga... C' pi fumo nella cucina,  che arrosto sulla tavola in molte
    case...  quelle che ci hanno lo stemma pi grosso sul portone... e che
    arricciano pi il naso!... Se torno a nascere, voglio chiamarmi mastro
    Alfonso Limli, ed esser ricco come voi,  nipote mio...  Per godermi i
    miei denari fra me e me... senza invitar nessuno... no!...
    - Tacete!...  Sento il campanello!  - interruppe donna Sarina. - E' un
    pezzo che suonano mentre voi state a predicare...
    Per era un tintinno sommesso di gente povera. Santo corse ad aprire,
    e si trov faccia a faccia col sagrestano,  seguito dalla  moglie,  la
    quale  portava  sotto  il  braccio un tovagliuolo che pareva un sacco,
    quasi fosse venuta per lo sgombero.  Al primo momento don Luca  rimase
    imbarazzato,  vedendo  il fratello di Speranza che gli aveva mandato a
    dire mille improperi con suo marito Burgio;  ma non si  perse  d'animo
    per questo, e trov subito il pretesto:
    - C' il canonico Lupi?...  Mia moglie, qui, m'ha detto ch'era montato
    in carrozza cogli sposi...
    La gn Grazia allora entr svolgendo adagio adagio il  tovagliuolo,  e
    ne cav una caraffina d'acqua d'odore,  tappata con un batuffoletto di
    cenci.
    - L'acqua benedetta!... Abbiamo pensato per donna Bianca!
    E si misero ad aspettare tranquillamente,  marito e moglie,  in  mezzo
    alla sala.
    In  quel  momento  torn il canonico Lupi,  rosso in viso,  sbuffando,
    asciugandosi il sudore.  E a prevenire ogni domanda si rivolse  subito
    al padrone di casa, sorridendo, coll'aria indifferente:
    - Don Gesualdo... se avete intenzione di farci fare la bocca dolce!...
    Mi pare che sia tempo!...  All'alba ho da dir messa, prima d'andare in
    campagna.
    - Vado? - salt a dire subito Santo. - Mettiamo mano?
    Si alz in piedi la sposa; si alzarono dopo di lei tutti gli altri,  e
    rimasero  fermi  ai  loro  posti,  aspettando a chi toccasse aprire la
    marcia.  Il canonico si sbracciava a far dei segni a compare Santo,  e
    vedendo  che  non  capiva,  gli  soffi  colla voce di petto,  come in
    chiesa, allorch sbagliavasi la funzione:
    - A voi!... Date braccio alla cognata!...
    Ma il cognato non si sentiva  di  fare  quella  parte.  Infine  glielo
    spinsero  dietro  a  forza.  Lo  zio Limli intanto era passato avanti
    colla sposa, e il canonico borbott all'orecchio di don Gesualdo:
    - Credereste?...  fa la sdegnosa anche la Capitana!  Lei che non manca
    mai dove c' da leccare piatti!  Fa la sdegnosa anch'essa! Come se non
    si sapesse donde viene quella gran dama!...  No!  no!  che fate?...  -
    esclam a un tratto slanciandosi verso compare Santo.
    Costui,  persa la pazienza,  quatto quatto rimboccavasi le maniche del
    vestito. Per fortuna la cognata stava parlando collo zio Limli, e non
    se ne accorse. Il marchese, dal canto suo, era distratto,  cercando di
    evitare  Giacalone  e Pelagatti che volevano servirlo a ogni costo.  -
    Faranno nascere qualche guaio quei due ragazzi! - borbott infine.
    Anche Bianca abbozz un sorriso a quell'uscita,  e si scostarono dalla
    tavola tutti e due, per evitare il pericolo.
    -  Non vuol nulla!...  - torn dicendo il cognato don Santo,  quasi si
    fosse tolto un gran  peso  dallo  stomaco.  -  Io,  per  me,  gliel'ho
    offerto!...
    - Neanche un bicchierino di perfetto amore? - entr a dire il canonico
    con  galanteria.  La  zia Cirmena si mise a ridere,  e Santo guard il
    fratello, per vedere cosa dovesse fare.
    - Eh!  eh!...  - aggiunse il marchese con la  sua  tosserella.  -  Eh!
    eh!...
    - Qualcosa, zio?
    - Grazie,  grazie,  cara Bianca... Non ho pi denti n stomaco... Sono
    invalido... Sto a vedere soltanto... non posso fare altro...
    Il canonico si fece pregare un  po',  e  quindi  trasse  di  tasca  un
    fazzoletto  che sembrava un lenzuolo.  Intanto la zia Cirmena s'empiva
    il borsone che portava al braccio,  dov'era  ricamato  un  cane  tutto
    intero,  e ce n'entrava della roba!  Il canonico invece,  che aveva le
    tasche sino al ginocchio, sotto la zimarra, delle vere bisacce, poteva
    cacciarvi dentro tutto  quello  che  voleva  senza  dare  nell'occhio.
    Bianca  pure  regal con le sue mani stesse una scatola di confetti al
    cognato Santo.
    - Per vostra sorella e i suoi ragazzi...
    - Di' che  glieli  manda  lei  stessa...  la  cognata...  -  soggiunse
    Gesualdo tutto contento, con un sorriso di gratitudine per lei.
    Erano  un  po'  in  disparte,  mentre  tutti  gli altri si affollavano
    intorno alla tavola.  Egli  allora  le  disse  piano,  con  una  certa
    tenerezza:
    -  Brava!  mi piaci perch sei giudiziosa,  e cerchi di metter pace in
    famiglia...   Non   sai   quel   che   c'   stato!...   Mia   sorella
    specialmente!...  M'hanno fatto andare tutto in veleno anche il giorno
    delle nozze!...
    Com'essa gli ispirava confidenza,  col viso buono,  stava per sfogarsi
    del  rimanente,  senza  avvedersene,  quando  la  zia Cirmena venne ad
    interromperlo dicendogli:
    - Pensate al sagrestano;  l che aspetta con sua moglie.
    Don Luca,  vedendo arrivare  tanta  grazia  di  Dio,  finse  di  esser
    sorpreso.   -  Nossignore!   Non  siamo  venuti  per  i  dolci...  Non
    v'incomodate, vossignoria!  - Sua moglie intanto andava sciorinando la
    tovaglia che pareva quella dell'altare.  Lui invece, per dimostrare la
    sua gratitudine,  fingeva di guardare in  aria,  inarcando  le  ciglia
    dalla sorpresa.
    - Guarda, Grazia!... Quanta roba!... Ce ne sono stati spesi dei denari
    qui! - Poscia, appena don Gesualdo volse le spalle, aiut ad insaccare
    anche lui.
    - Par d'essere appestati!... - borbott donna Sarina che rientrava col
    borsone pieno insieme al canonico Lupi.  - Neppure i suoi fratelli son
    venuti!... avete visto?...
    - Poveretti!...  poveretti!...  - rispose  l'altro  agitando  la  mano
    dinanzi  alla  fronte,  come  a  dire che coloro non ci avevano pi la
    testa a segno.  Poi si guard intorno abbassando la voce:  -  Sembrava
    che piangessero il morto,  quando siamo andati a prendere la sposa!...
    due gufi,  tale e quale!...  Si rintanavano di stanza  in  stanza,  al
    buio...  Due gufi,  tale e quale!... Donna Bianca, invece, voleva fare
    le cose con bella maniera...  almeno pei riguardi umani!...  Infine se
    si  indotta a questo passo...
    Fece un altro segno,  coll'indice e il pollice in croce sulla bocca. E
    sbirciando colla coda dell'occhio che rientravano in sala anche Bianca
    e suo marito,  disse forte,  come in seguito  di  un  altro  discorso,
    mostrando  il  fazzoletto  pieno: - Sono le mie propine!...  frutti di
    stola...
    La moglie del sagrestano, che non si era accorta della sposa aggiunse:
    - Sono ancora l, tutti e due, dietro i vetri della finestra, al buio,
    a guardare  in  piazza  dove  non  c'  nessuno!...  come  due  mummie
    addirittura!...
    Donna Bianca, nel passare, ud quelle parole.
    - Tanta salute!  - interruppe il sagrestano vedendo la signora. - Sar
    una festa per  quei  ragazzi,  quando  arriveremo  a  casa!...  Cinque
    figliuoli, donna Bianca!...
    Poi,  voltandosi  verso  la  moglie che se ne andava barcollando,  con
    quell'altro fardello sulla pancia:
    - Salute e figli maschi!...  La roba ce l'avete!...  Ora pregheremo il
    Signore di darvi i figliuoli...  Vogliamo vedervi come Grazia fra nove
    mesi...
    Il marchese per tagliar corto l'accomiat: - Va bene! Buona sera, caro
    don Luca!
    Nell'altra stanza,  appena furono  usciti  gli  invitati,  si  ud  un
    baccano  indiavolato.  I  vicini,  la  gente  di casa,  Brasi Camauro,
    Giacalone, Nanni l'Orbo, una turba famelica,  piomb sui rimasugli del
    trattamento,   disputandosi   i  dolciumi,   strappandoseli  di  mano,
    accapigliandosi  fra  di  loro.  E  compare  Santo,  col  pretesto  di
    difendere la roba,  abbrancava quel che poteva, e se lo ficcava da per
    tutto, in bocca, nelle tasche, dentro la camicia.  Nunzio,  il ragazzo
    di Burgio,  entrato come un gatto,  si era arrampicato sulla tavola, e
    s'arrabbattava a calci e pugni anche lui,  strillando come un ossesso;
    gli  altri  monelli  carponi sotto.  Don Gesualdo,  infuriato,  voleva
    correre col bastone a far cessare quella baraonda;  ma lo zio marchese
    lo ferm pel braccio!...
    - Lasciateli fare... tanto!...
    La  zia Cirmena che si era divertita almeno un po',  si piant nel bel
    mezzo della stanza,  guardando in faccia la gente,  come a dire ch'era
    ora  d'andarsene.  In  quel  frattempo  torn  di corsa il sagrestano,
    ansante, con un'aria di gran mistero:
    - C' qui tutto il paese!...  gi in istrada,  che stanno a vedere!...
    Il barone Zacco,  i Margarone,  la moglie di Mndola anche...  tutti i
    primi signori del paese!...  Fa  chiasso  il  vostro  matrimonio,  don
    Gesualdo!...
    E se ne and com'era venuto, frettoloso, infatuato.
    La zia Cirmena borbott:
    - Che seccatura!... Ci fosse almeno un'altra uscita!...
    Il canonico invece, curioso, volle andare a vedere.
    Di  rimpetto,  alla cantonata di San Sebastiano,  c'era un crocchio di
    gente;  si vedevano biancheggiare dei vestiti chiari  nel  buio  della
    strada.  Altri  passavano  lentamente,  in punta di piedi,  rasente al
    muro, col viso rivolto in su.  Si udiva parlare sottovoce,  delle risa
    soffocate  anche,  uno scalpicco furtivo.  Due che tornavano indietro
    dalla parte di Santa Maria di Ges si  fermarono,  vedendo  aprire  il
    balcone.  E  tutti sgattaiolarono di qua e di l.  Rimase solo Ciolla,
    che fingeva d'andare pei fatti suoi canticchiando:

    Amore, amore, che m'hai fatto fare?

    Donna Sarina e il marchese Limli si  erano  avvicinati  anch'essi  al
    balcone. Quest'ultimo allora disse:
    -  Adesso  potete  andarvene,   donna  Sarina.  Non  c'  pi  nessuno
    laggi!...
    La zia Cirmena scatt su come una molla:
    - Io non ho paura, don Alfonso!...  Io fo quel che mi pare e piace!...
    Son  qui  per  far da mamma a Bianca...  giacch non c' altra parente
    prossima.  Non possiamo piantar la sposa quasi fosse una trovatella...
    pel decoro della famiglia almeno!...
    - Ah? ah?... - sogghignava intanto il marchese.
    Donna Sarina gli ribatt sul muso, frenando a stento la voce:
    -  Non mi fate lo gnorri,  don Alfonso!...  Lo sapete meglio di me!...
    Deve premere anche a voi che siete della famiglia... Bisogna farlo per
    la gente...  se non per  lei!...  -  E  infil  l'uscio  della  camera
    nuziale, continuando a sbraitare.
    -  Va  bene,  va  bene!  Non andate in collera...  Vuol dire che ce ne
    andremo noi!...  Ehi,  ehi,  canonico...  Mi  par  che  sarebbe  tempo
    d'andarcene!... Un po' di prudenza!...
    - Ah! ah!... Ah! ah! - chiocciava il canonico.
    -  Buona notte,  nipoti miei!  Vi d pure la benedizione che non costa
    nulla...
    Bianca s'era fatta pallida come un cencio lavato.  Si alz anche  lei,
    con  un lieve tremito nei muscoli del mento,  coi begli occhi turchini
    che sembravano smarriti, incespicando nel vestito nuovo, e balbett:
    - Zio!...  sentite,  zio!...  - E lo tir in  disparte  per  parlargli
    sottovoce, con calore.
    -  Sono  pazzi!  -  interruppe  il marchese ad alta voce accalorandosi
    anche lui.  - Pazzi da legare!  Se torno a nascere,  lo dir  anche  a
    loro, voglio chiamarmi mastro Alfonso Limli!...
    - Bravo! - sghignazz il canonico. - Mi piace quello che dite!
    - Buona notte! buona notte! Non ci pensare! Andr da loro domattina...
    E fra nove mesi,  ricordati bene,  voglio essere invitato di nuovo pel
    battesimo...  il canonico Lupi ed io...  noi due soli...  Non ci  sar
    neppure bisogno della cugina Cirmena!...
    - Poca brigata, vita beata! - conchiuse l'altro.
    Don  Gesualdo  li accompagn sino all'uscio,  solleticato internamente
    dai complimenti del canonico, il quale non finiva dal dirgli che aveva
    fatto le cose ammodo:  -  Peccato  che  non  sieno  venuti  tutti  gli
    invitati!  Avrebbero visto che spendete da Cesare. Mi sorprende per la
    signora Sganci!...  Anche la baronessa Rubiera sarebbe stata  contenta
    di vedere come le rispettate la nipote...  che non siete di quelli che
    hanno il pugno stretto... giacch dovete esser soci fra poco.
    - Eh!  eh!  - rispose don Gesualdo che si sentiva  ribollire  in  quel
    punto  i denari male spesi.  - C' tempo!  c' tempo!  Ne deve passare
    prima dell'acqua sotto il ponte che non c'  pi...  Diteglielo  pure,
    alla signora baronessa.
    - Come? come? Se era cosa intesa? Se dovete esser soci?
    -  I  miei  soci  son  questi qua!  - ripet don Gesualdo battendo sul
    taschino.  - Non vorrei che la  signora  baronessa  Rubiera  avesse  a
    vergognarsi d'avermi per compagno... diteglielo pure!
    - Ha ragione!  - aggiunse il marchese fermandosi a met della scala. -
    Ha l'amor proprio dei suoi denari,  che diavolo!...  La cugina Rubiera
    avrebbe potuto degnarsi...  Non si sarebbe guastato il sangue per cos
    poco, lei!...
    - Chiss?  chiss perch non  venuta?...  Ci dev'essere  qualch'altro
    motivo...  Poi, gli affari...  un'altra cosa... Pensateci bene!... Vi
    mancher un appoggio!... Li avrete tutti nemici allora!...
    - Tutti nemici... oh bella! perch?
    - Pei vostri denari,  caspita!...  Perch potete mettere anche voi  le
    mani  nel  piatto!...  Poi  vi  siete  imparentato  con  loro!...  Uno
    schiaffo, caro mio! Uno schiaffo che avete dato a tutti quanti!
    - Sapete cosa ho da dirvi?  - si mise a strillare allora  il  marchese
    levando  il  capo  in  su.  - Che se non avessi il vitalizio della mia
    commenda di Malta per non crepare di fame,  sarei costretto a dare uno
    schiaffo  anch'io  a  tutta  la nobile parentela...  Sarei costretto a
    scopar le strade!...
    E se ne and borbottando.
    - Don Gesualdo, - disse Nanni l'Orbo facendo capolino dalla cucina.  -
    Son qui i ragazzi che vorrebbero baciar la mano alla padrona... se non
    c' pi nessuno...
    - Spicciatevi! spicciatevi! - rispose lui infastidito.
    Prima s'affollarono sulla soglia simili a un branco di pecore; poscia,
    dopo  Nanni  l'Orbo,  sfilarono  dietro  tutti gli altri,  col sorriso
    goffo,  il berretto in mano,  le donne salutando sino a terra come  in
    chiesa, imbacuccate nelle mantelline.
    - Questa  Diodata,  - disse Nanni l'Orbo.  - Una povera orfanella che
    il padrone ha mantenuto per carit.
    - Sissignora!... Tanta salute!... - E Diodata non seppe pi che dire.
    -  Un  cuore  tanto  fatto,  don  Gesualdo!  -  seguit  Nanni  l'Orbo
    accalorandosi.  -  Gli ha fatto anche la dote!  Domeneddio l'aiuta per
    questo!
    Don Gesualdo andava spegnendo i lumi.  Poi si  volt  tutto  di  nuovo
    vestito,  che Diodata non osava nemmeno alzare gli occhi su di lui,  e
    conchiuse:
    - Va bene. Siete contenti?
    - Sissignore, - rispose Nanni l'Orbo, guardando con tenerezza Diodata.
    - Contentoni!... pu dirlo anche lei!...
    - E' un pezzo che compare Nanni teneva d'occhio a quei  baiocchi,  per
    non  lasciarseli  sfuggire!  -  aggiunse Brasi Camauro.  - E' nato col
    berretto in testa!
    - Sposa Diodata, - narr allora alla moglie don Gesualdo.  - La marito
    con lui.
    Il camparo aggiunse altre informazioni, ridendo:
    -  Si  correvano dietro!  Bisognava far la guardia a loro pure!...  Il
    padrone mi dovrebbe ancora qualche regaluccio per quest'altra custodia
    che non era nel patto!...
    Allora scoppi una risata generale,  perch compare Carmine era  molto
    lepido,   di  solito.   La  ragazza,  tutta  una  fiamma,  gli  lanci
    un'occhiata di bestia selvaggia.
    - Non  vero! nossignore, don Gesualdo!...
    - S!  s!  e Brasi Camauro anche!  e Giacalone,  allorch veniva  pel
    carro!... Tutti d'amore e d'accordo, insieme!...
    Le  risate non finivano pi;  Nanni l'Orbo pel primo,  che si teneva i
    fianchi. Solo Diodata, rossa come il fuoco,  colle lagrime agli occhi,
    s'affannava a ripetere:
    - Nossignore!... non  vero!... Come potete dirlo, compare Carmine?...
    non ne avete coscienza?
    Donna  Sarina comparve di nuovo sull'uscio,  colle braccia incrociate,
    senza profferire una parola;  soltanto i fiori che le si agitavano sul
    capo parlavano per lei.
    - Ora basta! - conchiuse il padrone. - Andatevene, ch' tardi.
    Essi salutarono un'altra volta,  inchinandosi goffamente,  balbettando
    confusamente in coro,  urtandosi nell'uscire,  e se ne andarono con un
    calpesto  pesante  di  bestiame  grosso.  Appena fuori cominciarono a
    ridere e scherzare fra di loro;  Brasi  Camauro  e  Pelagatti  dandosi
    degli spintoni;  Nanni l'Orbo e compare Carmine barattando parolacce e
    ingiurie atroci,  colle braccia l'uno al collo  dell'altro,  come  due
    fratelli  messi  in  allegria  dal vino bevuto.  Una baldoria che fece
    ridere anche lo stesso don Gesualdo.
    - Son come le bestie!  - diss'egli rientrando.  - Non dar retta,  cara
    Bianca!
    - Un momento! - strill la zia Cirmena respingendolo colle mani, quasi
    egli  stesse per farle violenza.  - Non potete entrare adesso!  fuori!
    fuori!
    E gli chiuse l'uscio sul muso.
    Diodata risal di corsa in quel punto, scalmanata,  colle lagrime agli
    occhi.
    - Don Gesualdo!... Non vogliono lasciarmi andare pei fatti miei!... Li
    sentite, laggi?... compare Nanni e tutti gli altri!...
    - Ebbene? Che c'? Non dev'essere tuo marito?...
    - Sissignore... Dice per questo!... ch' il padrone... Non mi lasciano
    andare in pace!... tutti quanti!
    - Aspetta! aspetta, che piglio un bastone!
    - No!  no! - grid Nanni dalla strada. - Ce ne andiamo a casa. Nessuno
    la tocca.
    - Senti? Nessuno ti tocca. Vattene... Che fai adesso?
    Essa, stando due scalini pi gi, gli aveva presa la mano di nascosto,
    e andava  baciandola  come  un  vero  cane  affezionato  e  fedele:  -
    Benedicite!... benedicite!...
    - Ora ricomincia il piagnisteo!  - sbuff lui.  - Non ho un momento di
    pace, questa sera!...
    - Nossignore... senza piagnisteo...  Tanta salute a vossignoria!...  e
    alla  vostra  sposa  anche!...  E'  che  volevo  baciarvi  la mano per
    l'ultima volta!...  Mi tremano un po' le gambe...  Tanto bene  che  mi
    avete fatto, vossignoria!...
    - Be'! be'!... Sta allegra tu pure!... Dev'essere un giorno d'allegria
    questo!...  Hai  trovato un buon marito anche tu...  Il pane non te lo
    far mancare... E quando verr la malannata,  ricordati che c' sempre
    il mio magazzino aperto... Sei contenta anche tu? di'?
    Essa  rispose  ch'era  contenta,  chinando il capo pi volte,  giacch
    aveva un groppo alla gola e non poteva parlare.
    - Va bene!  Ora vattene via contenta...  e  senza  pensare  ad  altro,
    sai!... senza pensare ad altro!...
    Com'essa  lo  guardava  in  un  certo  modo,  cogli occhi dolorosi che
    sembrava gli leggessero anche a  lui  il  cruccio  segreto  in  cuore,
    cominci a gridare per non pensarci, quasi fosse in collera.
    -  E  senza  cercare il pelo nell'uovo!...  senza pensare a questo e a
    quell'altro...  Il Signore c' per tutti...  Anche tu sei  una  povera
    trovatella,  e  il Signore ti ha aiutato!...  Al caso poi,  ci son qua
    io...  Far quello che potr...  Non ho il cuore di sasso,  no!...  Lo
    sai! Vai, vai; vattene via contenta!...
    Ma  Diodata,  che  gli voltava le spalle,  col petto pigiato contro la
    ringhiera, quasi si sentisse morire dal crepacuore, non pot frenare i
    singhiozzi che la scuotevano dalla  testa  ai  piedi.  Allora  il  suo
    padrone scapp a bestemmiare:
    - Santo e santissimo!... santo e santissimo!
    In  quel  momento  comparve la zia Cirmena in cima alla scala,  con lo
    scialle in testa, il borsone infilato al braccio, e gli occhi umidi di
    lagrime,  come si conveniva alla parte  di  madre  che  l'era  toccata
    quella volta.
    - Eccomi qua,  don Gesualdo!  eccomi qua! - E stese le braccia come un
    crocifisso per buttargliele al collo.  - Non ho bisogno  di  farvi  la
    predica...  Siete  un  uomo  di  giudizio...  Povera  Bianca!...  Sono
    commossa, guardate!
    Cerc nel borsone il fazzoletto di battista,  fra la roba di  cui  era
    pieno,  e  si  asciug  gli  occhi.  Poi  baci  di  nuovo  lo  sposo,
    asciugandosi anche la bocca con lo  stesso  fazzoletto,  e  chiam  il
    servitore che aspettava gi col lampione.
    - Don Camillo!  Accendete,  ch' ora di andarsene.  Don Camillo?  ehi?
    cosa fate? dormite?
    Dalla strada rispose Ciolla, ripassando col chitarrino:

    Amore, amore, che m'hai fatto fare?

    E  degli   altri   sfaccendati   gli   andavano   dietro,   facendogli
    l'accompagnamento coi grugniti.
    - No! - esclam la zia Cirmena piantandosi dinanzi al nipote, quasi ad
    impedirgli di fare una pazzia.  - Non date retta... Sono ubbriachi!...
    canaglia  che  crepano  d'invidia!  Andate  a  trovare  vostra  moglie
    piuttosto!  Ve  la raccomando...  non va presa come le altre...  Siamo
    fatti di un'altra pasta... tutta la famiglia... Mi pare di lasciare il
    sangue mio nelle vostre mani adesso!... Non ho avuto figliuole...  non
    ho  mai provato una cosa simile!...  Mi sento tutta sconvolta!...  No!
    no! Non badate a me!... mi calmer... Voi, don Camillo,  andate avanti
    col lume...
    Egli  volse  le  spalle.  - Quante chiacchiere!  Infine siamo marito e
    moglie s o no? - Entrando nella camera nuziale trasse un sospirone.
    - Ah! se Dio vuole,   finita!  Ce n' voluto...  ma  finita,  se Dio
    vuole!...  Non lo fo pi, com' vero Iddio, se si ha a ricominciare da
    capo!...
    Voleva far ridere anche la sposa,  metterla un po' di buon umore,  per
    star  meglio  insieme  in  confidenza,  come  dev'essere  fra marito e
    moglie.  Ma lei,  ch'era seduta dinanzi  allo  specchio,  voltando  le
    spalle  all'uscio,  si  riscosse udendolo entrare,  e avvamp in viso.
    Indi si fece smorta pi di prima,  e  i  lineamenti  delicati  parvero
    affilarlesi a un tratto maggiormente.
    Proprio  quello  che  aveva  detto la zia Cirmena!  Una ragazza che vi
    basiva per un nulla, e v'imbrogliava la lingua e le mani. Gli seccava,
    ecco,  quel giorno di nozze che non gli  aveva  dato  un  sol  momento
    buono.
    - Ehi?...  Perch non dici nulla?...  Cos'hai?...  - Rimase un momento
    imbarazzato,  senza saper che dire neppure lui,  umiliato nel suo  bel
    vestito nuovo, in mezzo ai suoi mobili che gli costavano un occhio del
    capo.
    - Senti... s' cos... se la pigli su quel verso anche tu... Allora ti
    saluto e vo a dormire su di una sedia, com' vero Dio!...
    Essa  balbett  qualche parola inintelligibile,  un gorgoglo di suoni
    timidi e confusi,  e  chin  il  capo  ubbidiente,  per  cominciare  a
    togliersi  il  pettine  di  tartaruga,  colle  mani  gracili  e un po'
    sciupacchiate alle estremit di ragazza povera avvezza a far di  tutto
    in casa.
    - Brava!  brava!  Cos mi piaci!... Se andiamo d'accordo come dico io,
    la nostra casa andr avanti...  avanti assai!  Te lo dico  io!  Faremo
    crepare gli invidiosi...  Hai visto stasera, che non son voluti venire
    alle nozze?... Quante spese buttate via!...  Hai visto che mi mangiavo
    il fegato e ridevo?...  Rider meglio chi ride l'ultimo!...  Via, via,
    perch ti tremano cos le mani?...  non sono tuo marito  adesso?...  a
    dispetto  degli  invidiosi!...   Che  paura  hai?...   Senti!...  quel
    Ciolla!... mi far fare uno sproposito!...
    Essa torn a balbettare qualche parola indistinta,  che  le  spir  di
    nuovo  sulle labbra smorte,  e alz per la prima volta gli occhi su di
    lui,  quegli occhi turchini e dolci  che  gli  promettevano  la  sposa
    amorevole  e  ubbidiente  che  gli  avevano  detto.  Allora egli tutto
    contento,  con un risata larga che gli spian il  viso  ed  il  cuore,
    riprese:
    - Lascialo cantare.  Non me ne importa adesso di Ciolla... di lui e di
    tutti gli altri!...  Crepano d'invidia perch i miei  affari  vanno  a
    gonfie vele,  grazie a Dio!  Non te ne pentirai, no, di quello che hai
    fatto!... Sei buona!... non hai la superbia di tutti i tuoi...
    In cuore gli si gonfiava un'insolita  tenerezza,  mentre  l'aiutava  a
    spettinarsi.  Proprio le sue grosse mani che aiutavano una Trao,  e si
    sentivano divenir leggere leggere fra quei capelli fini!  Gli occhi di
    lui  si  accendevano  sulle  trine che le velavano gli omeri candidi e
    delicati,  sulle maniche brevi e rigonfie che le mettevano quasi delle
    ali  alle  spalle.  Gli  piaceva la peluria color d'oro che le fioriva
    agli  ultimi  nodi  delle  vertebre,   le  cicatrici  lasciatele   dal
    vaccinatore  inesperto  sulle  braccia  esili  e bianche,  quelle mani
    piccole,  che avevano lavorato come le sue,  e tremavano sotto i  suoi
    occhi, quella nuca china che impallidiva e arrossiva, tutti quei segni
    umili di privazioni che l'avvicinavano a lui.
    -  Voglio  che tu sii meglio di una regina,  se andiamo d'accordo come
    dico io!...  Tutto il paese sotto i piedi  voglio  metterti!...  Tutte
    quelle  bestie che ridono adesso e si divertono alle nostre spalle!...
    Vedrai! vedrai!... Ha buon stomaco, mastro-don Gesualdo!... da tenersi
    in serbo per anni ed anni tutto quello  che  vuole...  e  buone  gambe
    pure...  per  arrivare  dove  vuole...  Tu sei buona e bella!...  roba
    fine!... roba fine sei!...
    Essa rannicchi il capo nelle spalle,  simile a una colomba trepidante
    che stia per esser ghermita.
    -  Ora  ti  voglio  bene davvero,  sai!...  Ho paura di toccarti colle
    mani... Ho le mani grosse perch ho tanto lavorato...  non mi vergogno
    a dirlo... Ho lavorato per arrivare a questo punto... Chi me l'avrebbe
    detto?...  Non mi vergogno,  no!  Tu sei bella e buona... Voglio farti
    come una  regina...  Tutti  sotto  i  tuoi  piedi!...  questi  piedini
    piccoli! Hai voluto venirci tu stessa... con questi piedini piccoli...
    nella mia casa...  La padrona!...  la signora bella mia!... Guarda, mi
    fai dire delle sciocchezze!...
    Ma essa aveva l'orecchio altrove.  Pareva  guardasse  nello  specchio,
    lontano, lontano.
    - A che pensi?  ancora al Ciolla?... Vo a finire in prigione, la prima
    notte di matrimonio!...
    - No!  - interruppe lei balbettando,  con un filo  di  voce.  -  No...
    sentite... devo dirvi una cosa...
    Sembrava che non avesse pi una goccia di sangue nelle vene, tanto era
    pallida e sbattuta. Mosse le labbra tremanti due o tre volte.
    - Parla,  - rispose lui. - Tutto quello che desideri... Voglio che sii
    contenta tu pure!...
    Com'era di luglio, e faceva un gran caldo,  si tolse anche il vestito,
    aspettando.  Ella si tir indietro bruscamente,  quasi avesse ricevuto
    un urto in pieno  petto;  e  s'irrigid,  tutta  bianca,  cogli  occhi
    cerchiati di nero.
    -  Parla,  parla!...  Dimmelo  qui all'orecchio...  qui che nessuno ci
    sente!...
    Rideva tutto contento colla risata grossolana,  nell'impeto caldo  che
    cominciava  a  fargli  girare  il  capo,  balbettando e anfanando,  in
    maniche di camicia,  stringendosi sul cuore che gli  batteva  fino  in
    gola  quel corpo delicato che sentiva rabbrividire e quasi ribellarsi;
    e come le sollevava il capo dolcemente si  sent  cascar  le  braccia.
    Ella  si  asciug  gli  occhi  febbrili,  col  viso  tuttora contratto
    dolorosamente.
    - Ah!... che gusto!... Aveva ragione la zia Cirmena!...
    Bel divertimento!... Dopo tanti stenti, tanti bocconi amari!...  tante
    spese  fatte!...  Si  dovrebbe essere cos contenti qui...  due che si
    volessero bene!...  Nossignore!  neanche questo mi tocca!  Neanche  il
    giorno delle nozze, santo e santissimo!... Dimmi almeno che hai!...
    - Non badate a me... Sono troppo agitata...
    - Ah!  quel Ciolla!...  ancora!... Com' vero Dio, gli tiro addosso un
    vaso di fiori adesso!...  Voglio far la festa anche a  lui,  la  prima
    notte di matrimonio!










    PARTE SECONDA.

    1.

    - Tre onze e quindici!... Uno!... due!...
    - Quattr'onze! - replic don Gesualdo impassibile.
    Il  barone  Zacco  si alz,  rosso come se gli pigliasse un accidente.
    Annasp alquanto per cercare il cappello,  e fece  per  andarsene.  Ma
    giunto  sulla  soglia torn indietro a precipizio,  colla schiuma alla
    bocca, quasi fuori di s, gridando:
    - Quattro e quindici!...
    E si ferm ansante dinanzi alla scrivania dei giurati,  fulminando  il
    suo contradittore cogli occhi accesi.  Don Filippo Margarone, Peperito
    e gli altri  del  Municipio  che  presiedevano  all'asta  delle  terre
    comunali,  si parlarono all'orecchio fra di loro. Don Gesualdo tir su
    una presa, seguitando a fare tranquillamente i suoi conti nel taccuino
    che teneva aperto sulle ginocchia.  Indi alz il capo,  e ribatt  con
    voce calma:
    - Cinque onze!
    Il  barone  divent  a  un tratto come un cencio lavato.  Si soffi il
    naso; calc il cappello in testa, e poi infil l'uscio, sbraitando:
    -   Ah!...   quand'   cos!...   giacch'   un   puntiglio!...    una
    personalit!... Buon giorno a chi resta!
    I  giurati si agitavano sulle loro sedie quasi avessero la colica.  Il
    canonico Lupi si alz di botto, e corse a dire una parola all'orecchio
    di don Gesualdo, passandogli un braccio al collo.
    - Nossignore,  - rispose ad alta voce  costui.  -  Non  ho  di  queste
    sciocchezze... Fo i miei interessi, e nulla pi.
    Nel pubblico che assisteva all'asta corse un mormoro. Tutti gli altri
    concorrenti si erano tirati indietro,  sgomenti, cacciando fuori tanto
    di lingua.  Allora si alz in piedi il baronello  Rubiera,  pettoruto,
    lisciandosi  la barba scarsa,  senza badare ai segni che gli faceva da
    lontano don  Filippo,  e  lasci  cadere  la  sua  offerta,  coll'aria
    addormentata di uno che non gliene importa nulla del denaro:
    - Cinque onze e sei!... Dico io!...
    -  Per  l'amor  di  Dio,  -  gli  soffi nelle orecchie il notaro Neri
    tirandolo per la falda. - Signor barone, non facciamo pazzie!...
    - Cinque onze e sei! - replic il baronello senza dar retta, guardando
    in giro trionfante.
    - Cinque e quindici.
    Don Nin si fece rosso,  e apr la bocca per replicare;  ma il  notaro
    gliela  chiuse  con  la  mano.  Margarone  stim  giunto il momento di
    assumere l'aria presidenziale.
    - Don Gesualdo!...  Qui non stiamo per scherzare!...  Avrete denari...
    non  dico  di  no...  ma  una bella somma...  per uno che sino a ieri
    l'altro portava i sassi sulle spalle...  sia detto senza offendervi...
    Onestamente...  "Guardami quel che sono, e non quello che fui" dice il
    proverbio...  Ma  il comune vuole la sua garanzia.  Pensateci bene!...
    Sono circa cinquecento salme...  Fanno...  fanno...  - E si  mise  gli
    occhiali, scrivendo cifre sopra cifre.
    - So quello che fanno,  - rispose ridendo mastro-don Gesualdo. - Ci ho
    pensato portando i sassi sulle spalle... Ah!  signor don Filippo,  non
    sapete che soddisfazione, essere arrivato sin qui, faccia a faccia con
    vossignoria e con tutti questi altri padroni miei,  a dire ciascuno le
    sue ragioni, e fare il suo interesse!
    Don Filippo pos gli occhiali sullo  scartafaccio;  volse  un'occhiata
    stupefatta  ai  suoi  colleghi  a  destra  e  a  sinistra,   e  tacque
    rimminchionito.   Nella  folla  che  pigiavasi  all'uscio  nacque   un
    tafferuglio. Mastro Nunzio Motta voleva entrare a ogni costo, e andare
    a  mettere le mani addosso al suo figliuolo che buttava cos i denari.
    Burgio stentava a frenarlo.  Margarone suon il campanello per intimar
    silenzio.
    - Va bene!... va benissimo!... Ma intanto la legge dice...
    Come  seguitava  a  tartagliare,  quella  faccia  gialla di Canali gli
    sugger la risposta, fingendo di soffiarsi il naso.
    - Sicuro!... Chi garantisce per voi?... La legge dice...
    - Mi garantisco da me,  - rispose don Gesualdo posando sulla scrivania
    un sacco di doppie che cav fuori dalla cacciatora.
    A quel suono tutti spalancarono gli occhi. Don Filippo ammutol.
    - Signori miei!...  - strill il barone Zacco rientrando infuriato.  -
    Signori miei!... guardate un po'! a che siam giunti!...
    - Cinque e quindici! - replic don Gesualdo tirando un'altra presa.  -
    Offro  cinque  onze e quindici tar a salma per la gabella delle terre
    comunali. Continuate l'asta, signor don Filippo.
    Il baronello Rubiera scatt su come una molla,  con tutto il sangue al
    viso. Non l'avrebbero tenuto neppure le catene.
    -  A  sei onze!  - balbett fuori di s.  - Fo l'offerta di sei onze a
    salma.
    - Portatelo fuori!  Portatelo via!  - strill don Filippo alzandosi  a
    met.  Alcuni battevano le mani.  Ma don Nin ostinavasi, pallido come
    la sua camicia adesso.
    -  Sissignore!  a  sei  onze  la  salma!   Scrivete  la  mia  offerta,
    segretario!
    - Alto!  - grid il notaro levando tutte e due le mani in aria.  - Per
    la legalit dell'offerta!... fo le mie riserve!...
    E si precipit sul baronello, come s'accapigliassero. L, nel vano del
    balcone, faccia a faccia, cogli occhi fuori dell'orbita,  soffiandogli
    in viso l'alito infuocato:
    - Signor barone!... quando volete buttare il denaro dalla finestra!...
    andate  a  giuocare  a carte!...  giuocatevi il denaro di tasca vostra
    soltanto!...
    Don Nin sbuffava peggio di un toro infuriato. Peperito aveva chiamato
    con  un  cenno  il  canonico  Lupi,  e  s'erano  messi  a  confabulare
    sottovoce,  chinati sulla scrivania, agitando il capo come due galline
    che beccano nello stesso tegame.  Era tanta la commozione che le  mani
    del canonico tremavano sugli scartafacci. Il cavaliere lo prese per un
    braccio  e  andarono  a  raggiungere  il  notaro  e  il  baronello che
    disputavano animatissimi in un canto della sala. Don Nin cominciava a
    cedere,  col viso floscio e le gambe molli.  Il canonico  allora  fece
    segno a don Gesualdo d'accostarsi lui pure.
    - No, - ammicc questi senza muoversi.
    -  Sentite!...  C'  quell'affare  della  cauzione...  Il ponte se n'
    andato,  salute a noi!...  C' modo  d'accomodare  quell'affare  della
    cauzione adesso...
    - No,  - ripigli don Gesualdo. Sembrava una pietra murata. - L'affare
    del ponte... una miseria in confronto.
    - Villano!  mulo!  testa di corno!  - ricominci ad inveire il  barone
    sottovoce.
    Don Filippo, dopo il primo momento d'agitazione, era tornato a sedere,
    asciugandosi  il  sudore  gravemente.  Intanto che il canonico parlava
    sottovoce a mastro-don Gesualdo,  il notaro da lontano cominci a  far
    dei segni.  Don Filippo si chin all'orecchio di Canali. Sottomano, in
    voce di falsetto, il banditore replic:
    - L'ultima offerta per le terre del comune!  A sei onze  la  salma!...
    Uno!... due!...
    - Un momento, signori miei! - interruppe don Gesualdo - Chi garantisce
    quest'ultima offerta?
    A  quell'uscita  rimasero  tutti  a  bocca aperta Don Filippo apriva e
    chiudeva la sua senza trovar parola. Infine rispose:
    - L'offerta del barone Rubiera!... Eh? eh?
    - Sissignore. Chi garantisce pel barone Rubiera?
    Il notaro si gett su don Nin che sembrava volesse fare un  massacro.
    Peperito dimenavasi come l'avessero schiaffeggiato. Lo stesso canonico
    allib. Margarone balbettava stralunato.
    - Chi garantisce pel barone Rubiera?... chi garantisce?... -
    A  un  tratto  mut  tono,  volgendola  in burla: - Chi garantisce pel
    barone Rubiera!... Ah! ah!... Oh bella! questa  grossa! - E molti, al
    pari di lui, si tenevano i fianchi dalle risate.
    - Sissignore, - replic don Gesualdo imperturbabile.  - Chi garantisce
    per lui? La roba  di sua madre.
    A  quelle  parole  cessarono  le  risate,  e  don Filippo ricominci a
    tartagliare.  La gente si affollava sull'uscio come ad un  teatro.  Il
    canonico,  che  sembrava pi pallido sotto la barba di quattro giorni,
    tirava il suo compagno pel vestito.  Il notaro era riuscito a cacciare
    il  baronello  contro  il  muro,  mentre costui,  in mezzo al baccano,
    vomitava:
    - Becco!... cuor contento!... redentore!
    - La parola del barone!  - disse infine don Filippo.  - La parola  del
    barone Rubiera val pi delle vostre doppie!... don... don...
    - Don Filippo!  - interruppe l'altro senza perdere la sua bella calma.
    - Ho qui dei testimoni per metter tutto nel verbale.
    - Va bene! Si metter tutto nel verbale!...  Scrivete che il baronello
    Rubiera ha fatto l'offerta per incarico di sua madre!...
    -  Benone!  - aggiunse don Gesualdo.  - Quand' cos scrivete pure che
    offro sei onze e quindici a salma.
    - Pazzo!  assassino!  nemico di Dio!  - si ud gridare  mastro  Nunzio
    nella folla dell'altra sala.
    Successe un parapiglia. Il notaro e Peperito spinsero fuori dell'uscio
    il baronello che strepitava,  agitando le braccia in aria.  Dall'altro
    canto il canonico, convulso, si gett su don Gesualdo, stringendoglisi
    addosso,  sedendogli quasi sulle ginocchia,  colle braccia  al  collo,
    scongiurandolo  sottovoce,  in  aria  disperata,  con parole di fuoco,
    ficcandoglisi nell'orecchio, scuotendolo pei petti della giacca, quasi
    volesse strapazzarlo, per fargli sentir ragione.
    - Una pazzia!... Dove andiamo, caro don Gesualdo?...
    - Non temete, canonico. Ho fatto i miei conti. Non mi scaldo la testa,
    io.
    Don Filippo Margarone suonava il campanello da cinque minuti per avere
    un  bicchier  d'acqua.   I  suoi  colleghi  s'asciugavano  il   sudore
    anch'essi,  trafelati.  Solo don Gesualdo rimaneva seduto al suo posto
    come un sasso, accanto al sacchetto di doppie. A un certo punto, dalla
    baraonda ch'era nell'altra stanza,  irruppe nella sala  mastro  Nunzio
    Motta,  stralunato,  tremante di collera, coi capelli bianchi irti sul
    capo,   rimorchiandosi  dietro  il  genero  Burgio  che   tentava   di
    trattenerlo per la manica della giacca, come un pazzo.
    - Signor don Filippo!...  sono il padre,  s o no?... comando io, s o
    no?... Se mio figlio Gesualdo  matto!...  se vuol rovinarci tutti!...
    c'  la  forza,  signor don Filippo!...  Mandate a chiamare don Liccio
    Papa!...  - Speranza,  dall'uscio,  col  lattante  al  petto,  che  si
    strappava  i  capelli  e urlava quasi l'accoppassero.  - Per l'amor di
    Dio!  per l'amor di Dio!  - supplicava il canonico,  correndo dall'uno
    all'altro.  - I denari del ponte!... Vuole la mia rovina!... Nemico di
    suo padre stesso! - urlava mastro Nunzio. - Erano forse denari vostri?
    - scapp infine a gridare il canonico;  - non era  sangue  del  figlio
    vostro? non li ha guadagnati lui, col suo lavoro? - Tutti quanti erano
    in  piedi,  vociando.  Si udiva Canali strillare pi forte degli altri
    per chetare don Nin Rubiera.  Il barone Zacco avvilito,  se ne  stava
    colle spalle al muro,  e il cappello sulla nuca. Il notaro era sceso a
    precipizio,  facendo gli scalini a quattro  a  quattro,  onde  correre
    dalla  baronessa.  Per  le  scale era un via vai di curiosi: gente che
    arrivava ogni momento attratta dal baccano che udivasi nel Palazzo  di
    Citt.  Santo  Motta dalla piazza additava il balcone,  vociando a chi
    non voleva saperle le prodezze del fratello.  S'era affacciata perfino
    donna  Marianna  Sganci,  coll'ombrellino,  mettendosi la mano dinanzi
    agli occhi.
    - Com' vero Dio!...  Io l'ho fatto e io  lo  disfo!...  -  urlava  il
    vecchio  Motta  inferocito.  -  Largo!  largo!  - si ud in mezzo alla
    folla.
    Giungeva don Giuseppe  Barabba,  agitando  un  biglietto  in  aria.  -
    Canonico! canonico Lupi!... - Questi si spinse avanti a gomitate. - Va
    bene  - disse,  dopo di aver letto.  - Dite alla signora Sganci che va
    bene, e la servo subito.
    Barabba corse a fare la stessa imbasciata nell'altra sala.
    Quasi lo soffocavano dalla ressa.  Il canonico si  busc  uno  strappo
    alla  zimarra,  mentre  il  barone  stendeva le braccia per leggere il
    biglietto. Canali,  Barabba e don Nin litigavano fra di loro.  Poscia
    Canali  ricominci a gridare: - Largo!  largo!  - E s'avanz verso don
    Gesualdo sorridente:
    - C' qui il baronello Rubiera che vuole stringervi la mano!
    - Padrone! padronissimo! Io non sono in collera con nessuno.
    - Dico bene!... Che diavolo!... Oramai siete parenti!...
    E tirando pel vestito il baronello li strinse entrambi in un amplesso,
    costringendoli quasi a baciarsi.  Il barone Zacco corse a gettarsi lui
    pure nelle loro braccia, coi lucciconi agli occhi.
    - Maledetto il diavolo!... Non sono di bronzo!... Che sciocchezza!...
    Il  notaro  sopraggiunse in quel punto.  And prima a dare un'occhiata
    allo scartafaccio del segretario, e poi si mise a battere le mani.
    - Viva la pace! Viva la concordia!... Se ve l'ho sempre detto!...
    - Guardate cosa mi scrive vostra zia donna Marianna Sganci!... - disse
    il canonico commosso,  porgendo la lettera aperta a  don  Gesualdo.  E
    fattosi al balcone agit il foglio in aria,  come una bandiera bianca;
    mentre la signora Sganci dal balcone rispondeva coi cenni del capo.
    - Pace! pace!... Siete tutti una famiglia!...
    Canali corse a prendere per forza mastro Nunzio, Burgio, perfino Santo
    Motta,  scamiciato,  e li spinse nelle braccia dei nuovi  parenti.  Il
    canonico abbracciava anche comare Speranza e il suo bambino. Avrebbero
    pianto gli stessi sassi. - Per parte di moglie... siete cugini...
    - E' vero,  - aggiunse don Nin tuttora un po' rosso in viso.  - Siamo
    cresciuti insieme con Bianca... come fratello e sorella.
    - Caro don Nunzio!...  vi rammentate la fornace  del  gesso...  vicino
    Fontanarossa?...
    Il  vecchio  burbero  fece  una  spallata,  per  levarsi  d'addosso la
    manaccia del barone Zacco, e rispose sgarbatamente.
    - Io mi chiamo mastro Nunzio,  signor barone.  Non ho i  fumi  di  mio
    figlio.
    - E perch poi?  A vantaggio di chi vi fate la guerra?...  Chi ne gode
    di tanto denaro buttato via?... - conchiuse Canali infervorato.
    - Pazzie!  ragazzate!...  Un po' di sangue alla testa!...  La giornata
    calda!...  Un puntiglio sciocco... un malinteso... Ora tutto  finito!
    Andiamo via! Non facciamo ridere il paese!... - E il notaro cercava di
    condurli a spasso tutti quanti.
    - Un momento! - interruppe don Gesualdo. - La candela  ancora accesa.
    Vediamo prima se hanno scritto l'ultima mia offerta.
    - Come, come? Che discorsi!... Cosa vuol dire?... Torniamo da capo?...
    - Di nuovo s'era levato un putiferio. - Non siamo pi amici? Non siamo
    parenti?
    Ma don Gesualdo s'ostinava, peggio di un mulo:
    - Sissignore, siamo parenti.  Ma qui siamo venuti per la gabella delle
    terre  comunali.  Io  ho fatta l'offerta di sei onze e quindici tar a
    salma.
    - Villano! testa di corno!
    Don Filippo, in mezzo a quel trambusto, fu costretto a sedere di nuovo
    sul seggiolone, sbuffando.  Vuot di un fiato il bicchiere d'acqua,  e
    suon  il  campanello.  -  Signori  miei!  - vociava il segretario,  -
    l'ultima offerta... a sei onze e quindici! - Tutti se n'erano andati a
    discutere strepitando nell'altra sala,  lasciando  solo  don  Gesualdo
    dinanzi  alla scrivania.  Invano il canonico,  inquieto,  gli soffiava
    all'orecchio:
    - Non la spuntate, no!... Si son dati l'intesa fra di loro!... - A sei
    onze e quindici la salma!... ultima offerta!...
    - Don Gesualdo!  don Gesualdo!  - grid il  notaro  quasi  stesse  per
    crollare la sala.
    Rientrarono nuovamente in processione: il barone Zacco facendosi vento
    col  cappello;  il  canonico  e Canali ragionando fra loro due a bassa
    voce;  don Nin,  pi resto,  in coda agli altri.  Il notaro  con  le
    braccia fece un gesto circolare per radunarli tutti intorno a s:
    - Don Gesualdo!... sentite qua!
    Volse in giro un'occhiata da cospiratore e abbass la voce:
    - Una proposta seria!  - e fece un'altra pausa significativa.  - Prima
    di tutto, i denari della cauzione... una bella somma!...  La disgrazia
    volle  cos...  ma voi non ci avete colpa,  don Gesualdo...  e neppure
    voi, mastro Nunzio...  E' giusto che non li perdiate!...  Accomoderemo
    la  cosa!...  Voi,  signor  barone Zacco,  vi rincresce di lasciare le
    terre che sono da quarant'anni nella vostra famiglia?... E va bene!...
    La baronessa Rubiera adesso vuole la sua parte anche lei?... ha pi di
    tremila capi di bestiame sulle spalle...  E va bene anche questa!  Don
    Gesualdo,  qui,  ha  denari  da  spendere  lui pure;  vuol fare le sue
    speculazioni sugli affitti...  Benissimo!  Dividete le terre,  fra voi
    tre...  senza  liti,  senza puntigli senza farvi la guerra a vantaggio
    altrui...  A vantaggio di  chi,  poi?...  del  comune!  Vuol  dire  di
    nessuno!  Mandiamo a monte l'asta...  Il pretesto lo trovo io!...  Fra
    otto giorni si riapre sul prezzo di prima; si fa un'offerta sola... Io
    no...  e nemmeno loro!...  Il canonico Lupi!...  in nome  vostro,  don
    Gesualdo...  Ci  fidiamo...  Siamo  galantuomini!  Un'offerta sola sul
    prezzo di prima;  e vi rimangono aggiudicate le terre senza un baiocco
    d'aumento. Solamente una piccola senseria per me e il canonico... E il
    rimanente lo dividete fra voi tre,  alla buona... d'amore e d'accordo.
    Vi piace? Siamo intesi?
    - Nossignore, - rispose don Gesualdo, - le terre le piglio tutte io.
    Mentre gli altri erano contenti  e  approvavano  coi  cenni  del  capo
    l'occhiata trionfante che il notaro tornava a volgere intorno,  quella
    risposta cadde come una secchia d'acqua.  Il notaro per  primo  rimase
    sbalordito;  indi fece una giravolta e s'allontan canterellando.  Don
    Nin scapp via senza dir nulla.  Il barone stavolta finse di calcarsi
    il  cappello  in  capo  per  davvero.  Lo  stesso  canonico  salt  su
    inviperito:
    - Allora vi pianto anch'io!... Se volete rompervi le corna, il balcone
     l, bell'e aperto!... Vi offrono dei buoni patti!...  vi stendono le
    mani!... Io vi lascio solo, com' vero Dio!
    Ma don Gesualdo si ostinava, col suo risolino sciocco, il solo che non
    perdesse la testa in quella baraonda.
    - Siete una bestia!  - gli disse sempre ridendo.  Il canonico spalanc
    gli occhi e torn docile a vedere  quel  che  stava  macchinando  quel
    diavolo di mastro-don Gesualdo.
    Il  notaro,  prudente,  seppe  dominarsi  prima  degli altri,  e torn
    indietro col sorriso sulle labbra e le tabacchiera in mano lui pure.
    - Dunque?... le volete tutte?
    - Eh... eh... Cosa stiamo a farci qui dunque! - rispose l'altro.
    Neri gli offr la tabacchiera aperta, e riprese a voce bassa,  in tono
    di confidenza cordiale:
    - Che diavolo volete farne?... circa cinquecento salme di terre!...
    Don Gesualdo si strinse nelle spalle.
    -  Caro notaro,  forse che voglio ficcare il naso nei vostri libracci,
    io?
    - Quand' cos, don Gesualdo, state a sentire...  discorriamola fra di
    noi...  Il puntiglio non conta... e nemmeno l'amicizia... Badiamo agli
    interessi...
    A ogni frase piegava il capo ora a destra e ora  a  sinistra,  con  un
    fare cadenzato che doveva essere molto persuasivo.
    - Se le volete tutte,  ve le faremo pagare il doppio,  ed ecco sfumato
    subito met del guadagno... senza contare i rischi... le malannate!...
    Lasciateci l'osso,  caro don Gesualdo!  tappateci la bocca...  Abbiamo
    denti,  e  sappiamo  mordere!  Andremo a rotta di collo noialtri e voi
    pure!...
    Don  Gesualdo  scrollava  il  capo,  sogghignando,   come  a  dire:  -
    Nossignore!  Andrete a rotta di collo voialtri soltanto! - Seguitava a
    ripetere:
    - Forse che io voglio cacciare il naso nei vostri scartafacci?
    Poi, vedendo che il notaro diventava verde dalla bile, volle offrirgli
    una presa lui.
    - Vi spiego il mistero in due parole,  giacch vedo che mi parlate col
    cuore  in  mano.  Piglier in affitto le terre del comune...  e quelle
    della Contea pure...  tutte  quante,  capite,  signor  notaro?  Allora
    comando ai prezzi e all'annata,  capite?... Ve lo dico perch siete un
    amico,  e perch a far quel che dico io ci vogliono molti capitali  in
    mano,  e  un  cuore  grande  quanto il piano di Santamargherita,  caro
    notaro. Perci spinger l'asta sin dove voialtri non potrete arrivare.
    Ma badate! a un certo punto, se non mi conviene,  mi tiro indietro,  e
    vi lascio addosso il peso che vi rompe la schiena...
    - E questa  la conclusione?...
    - Eh? eh? Vi piace?
    Il notaro si volse di qua e di l,  come cercasse per terra,  si calc
    il cappello in capo definitivamente, e volse le spalle:
    - Salute a chi rimane!...  Ce ne andiamo...  Non abbiamo pi nulla  da
    fare.
    Il canonico,  ch'era stato ad ascoltare a bocca aperta,  si strinse al
    socio con entusiasmo, appena rimasero soli.
    - Che botta, eh? don Gesualdo! Che tomo siete voi!...  La mia mezzeria
    ci sar sempre?
    Don  Gesualdo  rassicur il canonico con un cenno del capo,  e disse a
    Margarone:
    - Signor don Filippo, andiamo avanti...
    - Io non vo niente affatto! - rispose finalmente Margarone adirato.  -
    La  legge dice...  Non c' pi concorrenza!...  Non trovo garanzia!...
    Devo consultare i miei  colleghi.  -  E  si  mise  a  raccogliere  gli
    scartafacci in fretta e in furia.
    - Ah!  cos si tratta?...   questa la maniera?... Va bene! va benone!
    Ne  discorreremo  poi,  signor  don  Filippo...  Un  memoriale  a  Sua
    Maest!...  -  Il  canonico  col  mantello sul braccio come un oratore
    romano, perorava la causa dell'amico minaccioso.  Don Gesualdo invece,
    pi  calmo,  riprese  il suo denaro e il taccuino zeppo di cifre: - Io
    sar sempre qua signor don Filippo, quando aprite di nuovo l'asta.
    - Signori miei!... guardate un po'... a che siam giunti!  - brontolava
    Margarone.  Per la scala del Palazzo di Citt e per tutto il paese era
    un subbuglio,  al sentire la lotta che c'era stata per levare di  mano
    al  barone  Zacco  le terre del comune che da quarant'anni erano nella
    sua famiglia e il prezzo a cui erano salite.  La gente  si  affacciava
    sugli usci per veder passare mastro-don Gesualdo.
    -  Guardate un po',  signori miei,  a che s'era arrivati!...  - Fresco
    come un bicchier d'acqua,  quel mastro-don Gesualdo che se ne andava a
    casa,  colle mani in tasca... In tasca aveva pi denari che capelli in
    testa!  e dava da fare ai primi  signori  del  paese!  Nell'anticamera
    aspettava don Giuseppe Barabba,  in livrea: - Signor don Gesualdo, c'
    di l la mia padrona a farvi visita... sissignore!  - Donna Mariannina
    in gala era seduta sul canap di seta, sotto lo specchio grande, nella
    bella sala gialla.
    - Nipote mio, l'avete fatta grossa! Avete suscitato l'inferno in tutto
    il parentado!...  Sicuro!  La moglie del cugino Zacco  venuta a farmi
    vedere i lividori!... Sembra ammattito il barone!... Prende a sfogarsi
    con chi gli capita...  Ed anche la  cugina  Rubiera...  dice  ch'  un
    proditorio! che il canonico Lupi vi aveva messi d'amore e d'accordo, e
    poi  tutt'a  un tratto...  E' vero,  nipote mio?  Son venuta apposta a
    discorrerne con  Bianca...  Vediamo,  Bianca,  aiutami  tu.  cerchiamo
    d'accomodarla.  Voi,  don Gesualdo,  le farete questo regalo, a vostra
    moglie. Eh? che ne dite?
    Bianca guardava timidamente ora lei ed ora il marito,  rannicchiata in
    un  cantuccio del canap,  colle braccia sul ventre e il fazzoletto di
    seta in testa, che s'era messo in fretta onde ricevere la zia. Apr la
    bocca per rispondere  qualche  cosa,  messa  in  soggezione  da  donna
    Mariannina, la quale continuava a sollecitarla:
    - Eh? che ne dici? Adesso sono anche affari tuoi.
    Bianca  torn a guardare il marito,  e tacque imbarazzata.  Ma egli la
    tolse d'impiccio.
    - Io dico di no, - rispose semplicemente.
    - Ah? ah? Dite cos?...
    Donna Mariannina rimase a bocca aperta lei pure un istante.
    Poscia divenne rossa come un gallo: - Ah! dite di no?...  Scusatemi...
    Io  non  c'entro.  Ero  venuta  a parlarne con mia nipote,  perch non
    vorrei liti e  questioni  fra  parenti...  Anche  coi  tuoi  fratelli,
    Bianca...  quel che non ho fatto per indurli... don Diego specialmente
    ch' cos ostinato!... Una disgrazia... un gastigo di Dio!
    - Che volete farci?  - rispose don Gesualdo.  -  Non  tutti  i  negozi
    riescono bene.  Anch'io,  se avessi saputo...  Non parlo per la moglie
    che  ho  presa,   no!   Non  me  ne  pento!...   Buona,   interessata,
    ubbidiente...  Glielo  dico  qui,  in  faccia  a  lei...  Ma quanto al
    resto... lasciamo andare!
    - Dite bene, lasciamo andare. Apposta son venuta a parlare con Bianca,
    perch so che le volete bene. Adesso siete marito e moglie,  come vuol
    Dio. Anch'essa  la padrona...
    - Sissignore,  la padrona. Ma io sono il marito...
    - Vuol dire che ho sbagliato, - disse la Sganci punta al vivo.
    -  No,  non  avete  sbagliato  vossignoria.  E'  che  Bianca non se ne
    intende, poveretta. E' vero, Bianca, che non te ne intendi, di'?
    Bianca disse di s, chinando il capo ubbidiente.
    - Sia per non detto.  Non ne parliamo pi.  Ho fatto il mio dovere  da
    buona zia, per cercare di mettervi d'accordo... Anche oggi, laggi, al
    Municipio,  avete  visto?...  quello  che  vi  feci  dire dal canonico
    Lupi?...
    - Lupus in fabula! - esclam costui entrando come in casa propria, col
    cappello in testa, il mantello ondeggiante dietro, fregandosi le mani.
    - Sparlavate di me, eh? Mi sussurravano le orecchie...
    - Voi piuttosto, buonalana!  Avete la cera di chi ha preso il terno al
    lotto!
    - Il terno al lotto?  Mi fate il contrappelo anche?  Un povero diavolo
    che s'arrabatta da mattina a sera!...
    - Si discorreva della gabella delle  terre...  -  disse  don  Gesualdo
    tranquillamente, tirando su una presa, - cos, per discorrere...
    - Ah!  ah! - rispose il canonico; e si mise a guardare in aria. La zia
    Sganci osservava lei pure i mobili nuovi,  voltando la testa di qua  e
    di l.
    - Belli! belli! Me l'aveva detto la cugina Cirmena. Peccato che non mi
    sentissi bene la sera del matrimonio...
    -  E gli altri pure,  signora donna Mariannina!  - rispose il canonico
    con una risatina. - Fu un'epidemia!...
    -  No!  no!   Posso  assicurarvelo!   in  fede  mia!...   La  Rubiera,
    poveretta!...  E anche suo figlio... Lo sento sempre che si lagna... -
    Zia,  come potrei?...  - Donna Mariannina s'interruppe.  - Ma  abbiamo
    detto  di  non  parlarne pi.  Lui per si duole di non poter venire a
    fare il suo dovere...  Dissidi ce  n'  sempre,  dico  io,  anche  tra
    fratelli e sorelle... Ma passeranno, coll'aiuto di Dio... Sai, Bianca?
    tuo cugino si marita.  Ora non c' bisogno di far misteri perch tutto
     combinato.  Don Filippo d la tenuta alla Salonia,  trenta salme  di
    terra! Una bella dote.
    Bianca  ebbe un'ondata di sangue al viso,  indi divenne smorta come un
    cencio; ma non si mosse n disse verbo.
    Il canonico rispose lui invece, masticando ancora l'amaro.
    - Lo sappiamo! lo sappiamo! L'abbiamo capita oggi, al Municipio!...  -
    Infine non seppe pi frenarsi, quasi bruciasse a lui la ferita.
    - La baronessa Rubiera ha cercato di dare il gambetto a me pure!...  a
    me che le avevo proposto  l'affare!...  Si    messa  d'accordo  cogli
    avversari!  Tutti contrari!... I parenti della moglie schierati contro
    il marito!...  Uno scandalo che non s' mai visto...  Hanno bandito un
    nuovo  appalto  per  il ponte onde fargli perdere la cauzione a questo
    disgraziato!  Tutte le angherie!...  Per la  costruzione  delle  nuove
    strade  fanno venire i concorrenti sin da Caltagirone e da Lentini!...
    - Di l almeno non ci capita addosso  qualche  altro  parente!...-  ha
    detto il barone Mndola, colla sua stessa bocca nella farmacia.
    Donna  Marianna  diventava  di cento colori e si mordeva le labbra per
    non spifferare  il  fatto  suo.  Don  Gesualdo  invece  se  la  rideva
    tranquillamente,  sdraiato  sul  suo bel canap soffice,  e a un certo
    punto gli chiuse anche la bocca colla mano al canonico.
    - Lasciate stare!...  Queste son chiacchiere che non vanno al  mulino.
    Ciascuno fa il suo interesse.
    -  Dico  per rispondere a donna Mariannina.  Volete sentirne un'altra,
    eh? la pi bella?  Si sono pure messi d'accordo per vendere il grano a
    rotta  di  collo,  e far cascare i prezzi.  Una camorra!  Il baronello
    Rubiera ha detto che non gliene importa di perdervi cent'onze,  pur di
    farne  perdere  mille  a  don Gesualdo che ha i magazzini pieni...  Al
    marito di sua cugina! Vergogna!  Ce n'ho venti salme anch'io,  capite,
    vossignoria! Una birbonata!
    Il canonico andava scaldandosi maggiormente di mano in mano, rivolto a
    mastro-don  Gesualdo:  -  Bel  guadagno avete fatto a imparentarvi con
    loro. Chi l'avrebbe detto... eh? L'avete sbagliata!... Scusate,  donna
    Bianca!  non parlo per voi che siete un tesoro!...  Allora, cara donna
    Mariannina!...  allora,  quand'  cos,  muoia  Sansone  con  tutti  i
    Filistei.
    - E lasciamoli morire,  - disse la signora Sganci alzandosi.  - Gi il
    mondo non finir per questo.  - Come la nipote s'era alzata  anch'essa
    dal  canap,   mortificata  da  tutti  quei  discorsi,  colle  braccia
    incrociate sul ventre,  donna Mariannina continu ridendo e fissandole
    gli  occhi  addosso:  -  E' vero,  Bianca che il mondo non lo lascerai
    finire, tu? - Bianca torn a farsi rossa. - Evviva! Mi congratulo. Ora
    che avete questa bella casa dovete fare un bel battesimo...  con tutti
    i parenti...  d'amore e d'accordo. Se no, perch li avrete spesi tanti
    denari?
    Don Gesualdo non voleva darla vinta  ai  suoi  nemici,  ma  dentro  si
    rodeva,  perch  davvero non gli servivano gran cosa tutti quei denari
    spesi.  - Eh,  eh,  - rispose con quel certo  buon  umore  che  voleva
    sfoggiare allora. - Pazienza! Serviranno per chi verr dopo di noi, se
    Dio  vuole!  -  E  batteva  affettuosamente sulla spalla della moglie,
    amorevole e sorridente,  mentre pensava pure che se i  suoi  figliuoli
    avessero  avuto  la  stessa  sorte,  erano proprio denari buttati via,
    tante fatiche, i guadagni stessi, sempre con quel bel risultato!  Poi,
    quando  la  zia  Sganci se ne fu andata,  prese a brontolare contro di
    Bianca,  che non si era messo il vestito buono per ricevere la zia:  -
    Allora a che serve aver la roba?  Diranno che ti tengo come una serva.
    Bel gusto spendere i denari, per non goderne n noi n gli altri!
    - Lasciamo stare queste sciocchezze,  e  parliamo  di  cose  serie!  -
    interruppe  il canonico che s'era riannuvolato in viso.  - C' un casa
    del diavolo.  Cercano di aizzarvi contro tutto il paese,  dicendo  che
    avete le mani lunghe,  e volete acchiappare quanta terra si vede cogli
    occhi, per affamare la gente...  Quella bestia di Ciolla va predicando
    per conto loro...  Vogliono scatenarci contro anche i villani... a voi
    e a me, caro mio!  Dicono che io tengo il sacco...  Non posso uscir di
    casa...
    Don Gesualdo scrollava le spalle. - Ah, i villani? Ne riparleremo poi,
    quando verr l'inverno. Voi che paura avete?
    - Che paura ho, per... mio!... Non sapete che a Palermo hanno fatto la
    rivoluzione.
    And a chiudere l'uscio in punta di piedi, e torn cupo, nero in viso.
    -  La  Carboneria,  capite!...  Anche  qui  hanno portato questa bella
    novit!  Posso parlare giacch non l'ho avuta sotto il suggello  della
    confessione. Abbiamo la stta anche qui!
    E  spieg cos'era la faccenda: far legge nuova e buttar gi coloro che
    avevano comandato sino a quel giorno.
    - Una setta, capite? Tavuso, mettiamo, al posto di Margarone;  e tutti
    quanti  colle  mani  in pasta!  Ogni villano che vuole il suo pezzo di
    terra! pesci grossi e minutaglia, tutti insieme.  Dicono che vi  pure
    il figlio del Re, nientemeno! il Duca di Calabria.
    Don  Gesualdo,  ch'era  stato  ad  ascoltare con tanto d'occhi aperti,
    scapp a dire:
    - S' cos...  ci sto anch'io!  non cerco altro!...  E me lo dite  con
    quella faccia? Mi avete fatto una bella paura, santo Dio!
    L'altro  rimase  a  bocca  aperta:  - Che scherzate?  O non sapete che
    voglia dire rivoluzione? Quel che hanno fatto in Francia,  capite?  Ma
    voi non leggete la storia...
    - No, no, - disse don Gesualdo. - Non me ne importa.
    -  Me  ne  importa  a me: Rivoluzione vuol dire rivoltare il cesto,  e
    quelli ch'erano sotto salire a galla: gli affamati, i nullatenenti!...
    - Ebbene? Cos'ero io vent'anni fa?
    - Ma adesso no!  Adesso avete  da  perdere,  cristiano  santo!  Sapete
    com'?  Oggi vogliono le terre del comune; e domani poi vorranno anche
    le vostre e le mie!  Grazie!  grazie tante!  Non ho  dato  l'anima  al
    diavolo tanti anni per...
    -  Appunto!  Bisogna  aiutarsi per non andare in fondo al cesto,  caro
    canonico!  Bisogna tenersi a galla,  se non vogliamo che i villani  si
    servano colle sue mani. Li conosco... so fare, non dubitate.
    E  spieg meglio la sua idea: cavar le castagne dal fuoco con le zampe
    del gatto;  tirar l'acqua al suo mulino,  e se capitava  d'acchiappare
    anche  il mestolo un quarto d'ora,  e di dare il gambetto a tutti quei
    pezzi grossi che non era riescito ad ingraziarsi neppure sposando  una
    di loro, senza dote e senza nulla, tanto meglio...
    Gli   andarono   in  quel  momento  gli  occhi  su  Bianca  che  stava
    rincantucciata sul canap,  smorta in viso dalla paura,  guardando  or
    questo e or quello, e non osava aprir bocca.
    - Non parlo per te,  sai.  Non me ne pento di quel che ho fatto. Non 
    stata colpa tua. Tutti i negozi non riescono a un modo.  Poi se capita
    di fare il bene, nel tempo stesso...
    Il  canonico  cominciava  a  capacitarsi,  cogli  occhi  e la bocca di
    traverso, pensieroso,  e appoggiava anche lui il discorso del socio: -
    Non si voleva torcere un pelo a nessuno... se si arrivava ad afferrare
    il mestolo un po' di tempo... quante cose si farebbero...
    - Voi dovreste farne una!...  - interruppe don Gesualdo. - Parlare con
    chi ha le mani in questa faccenda,  e dire che vogliamo esserci  anche
    noi.
    - Eh? Che dite?... un sacerdote!
    - Lasciate stare,  canonico!...  Poi se vi  il figlio del Re,  potete
    esserci anche voi!
    - Caspita! Al figlio del Re non gliela tagliano la testa, se mai!
    - Non temete,  che non ve la tagliano la testa!  Gi,  se  come avete
    detto,  dovrebbero tagliarla a un paese intero.  Credete che non abbia
    fatto i miei conti, in questo tempo?... Quando saremo l, a veder quel
    che bolle in pentola...  Bisogna mettersi vicino al mestolo...  con un
    po' di giudizio... col denaro... So io quello che dico.
    Bianca  cominci  allora  a  balbettare:  - Oh Signore Iddio!...  Cosa
    pensate di fare?... Un padre di famiglia!... - Il canonico,  indeciso,
    la guardava turbato,  quasi sentisse il laccio al collo.  Don Gesualdo
    per rassicurarlo soggiunse:
    - No,  no.  Mia  moglie  non  sa  cosa  dice...  Parla  per  soverchia
    affezione,  poveretta.  - Poscia,  mentre accompagnava il suo socio in
    anticamera, soggiunse:
    - Lo vedete? Comincia ad affezionarmisi.  Gi i figliuoli sono un gran
    legame.  Speriamo  almeno che abbiano ad esser felici e contenti loro;
    giacch io... Volete che ve la dica,  eh,  canonico,  come in punto di
    morte?  Mi  sono  ammazzato  a lavorare...  Mi sono ammazzato a far la
    roba...  Ora arrischio anche la pelle,  a sentir voi!...  E che ne  ho
    avuto, eh? ditelo voi!...


    2.

    C'era un gran fermento in paese.  S'aspettavano le notizie di Palermo.
    Bomma che teneva cattedra nella farmacia,  e Ciolla che  sbraitava  di
    qua  e  di  l.  Degli  arruffapopolo stuzzicavano anche i villani con
    certi discorsi che facevano spalancare loro gli occhi:  Le  terre  del
    comune  che uscivano di casa Zacco dopo quarant'anni...  un prezzo che
    non s'era mai visto l'eguale!...  Quel mastro-don  Gesualdo  aveva  le
    mani  troppo lunghe...  Se avevano fatto salire le terre a quel prezzo
    voleva dire che c'era ancora da guadagnarci su!...  Tutto sangue della
    povera  gente!  Roba  del comune...  Voleva dire che ciascuno ci aveva
    diritto!...  Allora tanto valeva che  ciascuno  si  pigliasse  il  suo
    pezzetto!
    Fu una domenica,  la festa dell'Assunta.  La sera innanzi era arrivata
    una lettera da Palermo  che  mise  fuoco  alla  polvere,  quasi  tutti
    l'avessero  letta.  Dallo spuntare del giorno si vide la Piazza Grande
    piena zeppa di villani: un brulicho di berrette bianche; un brontolo
    minaccioso.  Fra Girolamo dei Mercenari,  che  era  seduto  all'ombra,
    insieme  ad  altri malintenzionati,  sugli scalini dinanzi allo studio
    del notaro Neri,  come vide passare il barone Zacco colla coda fra  le
    gambe, gli mostr la pistola che portava nel manicone.
    -  La  vedete,  signor  barone?...  Adesso    finito  il  tempo delle
    prepotenze!...  D'ora innanzi siam tutti eguali!...  - Correva pure la
    voce dei disegni che aveva fatto fra Girolamo: lasciar la tonaca nella
    cella, e pigliarsi una tenuta a Passaneto, e la figliuola di Margarone
    in moglie, la pi giovane.
    Il notaro ch'era venuto a levar dallo studio certe carte interessanti,
    dovette far di cappello a fra Girolamo per entrare: - Con permesso!...
    signori miei!...  - Poi and a raggiungere don Filippo Margarone nella
    piazzetta di Santa Teresa: - Sentite qua; ho da dirvi una parola!... -
    E lo prese  per  un  braccio,  avviandosi  verso  casa,  seguitando  a
    discorrere  sottovoce.  Don  Filippo  allibbiva  ad  ogni gesto che il
    notaro trinciava in aria;  ma si ostinava a dir di  no,  giallo  dalla
    paura.  L'altro gli strinse forte il braccio,  attraversando la viuzza
    della Masera per salire verso Sant'Antonio.  - Li vedete?  li sentite?
    Volete che ci piglino la mano, i villani, e ci facciano la festa? - La
    piazza,  in fondo alla stradicciuola,  sembrava un alveare di vespe in
    collera.  Nanni l'Orbo,  Pelagatti,  altri  mestatori,  eccitatissimi,
    passavano  da  un  crocchio  all'altro,   vociferando,   gesticolando,
    sputando fiele.  Gli avventori di mastro Titta  si  affacciavano  ogni
    momento  sull'uscio  della  bottega,  colla  saponata al mento.  Nella
    farmacia di Bomma disputavasi colle mani negli occhi. Dirimpetto,  sul
    marciapiede  del  Caff  dei  Nobili,  don  Anselmo il cameriere aveva
    schierate al solito le seggiole al fresco;  ma non c'era altri che  il
    marchese  Limli,   col  bastone  fra  le  gambe,  il  quale  guardava
    tranquillamente la folla minacciosa.
    - Cosa vogliono, don Anselmo? Che diavolo li piglia oggi? Lo sapete?
    - Vogliono le terre del comune, signor marchese.  Dicono che sinora ve
    le  siete  godute voialtri signori,  e che adesso tocca a noi,  perch
    siamo tutti eguali.
    - Padroni! padronissimi! Quanto a me non dico di no!  Tutti eguali!...
    Portatemi un bicchier d'acqua, don Anselmo.
    Di tanto in tanto dal Rosario o dalla via di San Giovanni partiva come
    un'ondata di gente, e un brontolo pi minaccioso, che si propagava in
    un baleno.  Santo Motta allora usciva dall'osteria di Pecu-Pecu,  e si
    metteva a vociare, colla mano sulla guancia:
    - Le terre del comune!...  Chi vuole le terre del  comune!...  Uno!...
    due!... tre!... - E terminava con una sghignazzata.
    - Largo!...  largo!...  - La gente correva verso la Masera. Al disopra
    della folla si vide il baronello Rubiera colla frusta in  aria,  e  la
    testa  del  suo  cavallo che sbuffava spaventato.  Il campiere che gli
    stava alle costole,  armato sino ai denti,  gridava come un ossesso: -
    Signor barone!...  Questa non  giornata!... Oggi ci vuol prudenza!...
    - Dalla parte di  Sant'Agata  comparve  un  momento  anche  il  signor
    Capitano,  per  intimorire la folla ammutinata colla sua presenza.  Si
    piant in cima alla scalinata,  appoggiato  alla  canna  d'India,  don
    Liccio  Papa  dietro,  che  ammiccava  al sole,  con tanto di tracolla
    bianca attraverso la pancia.  Ma vedendo quel  mare  di  teste  se  la
    svignarono  subito  tutti  e due.  Alle finestre facevano capolino dei
    visi inquieti, dietro le invetriate, quasi piovesse. Il palazzo Sganci
    chiuso ermeticamente, e don Giuseppe Barabba appollaiato sull'abbaino.
    Lo stesso Bomma aveva sfrattato gli amici prima del solito, per timore
    dei vetri. Di tanto in tanto,  nel terrazzo dei Margarone,  al disopra
    dei  tetti  che  si  accavallavano  verso  il  Castello,  compariva la
    papalina e la faccia gialla di  don  Filippo.  A  mezzogiorno,  appena
    suon  la messa grande,  ciascuno se ne and pei fatti suoi;  e rimase
    solo a vociare Santo Motta, nella piazza deserta.
    - Avete visto com' andata a finire?  - Ciolla corse  a  desinare  lui
    pure.  Don  Liccio  Papa,  adesso  che non c'era pi nessuno,  si fece
    vedere di nuovo per le vie,  con la mano sulla sciaboletta,  guardando
    fieramente gli usci chiusi.  Infine entr da Pecu-Pecu,  e si posero a
    tavola con compare Santo.
    - Avete visto com' andata a  finire?  -  Ciolla  soleva  desinare  in
    fretta e in furia col cappello in testa e il bastone fra le gambe, per
    tornar  subito  in  piazza  a mangiar l'ultimo boccone,  portandosi in
    tasca una manciata di lupini o di ceci abbrustoliti,  d'inverno  anche
    con lo scaldino sotto il tabarro, bighellonando, dicendo a ciascuno la
    sua,  sputacchiando di qua e di l,  seminando il terreno di bucce.  -
    Avete visto com' andata  a  finire?  -  Faceva  la  prima  tappa  dal
    calzolaio,  poi  dal  caffettiere,  appena apriva,  senza prendere mai
    nulla,  girava a  seconda  dell'ombra,  d'inverno  in  senso  inverso,
    cercando il sole. E le cose tornarono ad andare pel suo verso, al pari
    di  Ciolla.  Giacinto mise fuori i tavolini pei sorbetti,  don Anselmo
    schier le seggiole sul marciapiede del Caff dei  Nobili.  Rimanevano
    le ultime nuvole del temporale: dei capannelli qua e l,  dinanzi alla
    bottega di Pecu-Pecu  e  al  Palazzo  di  Citt;  gente  che  guardava
    inquieta,  curiosi  che  correvano  e  si  affollavano  al pi piccolo
    rumore.  Ma del resto ogni cosa aveva ripreso l'aspetto  solito  delle
    domeniche.  L'arciprete  Bugno  che stava un'ora a leccare il sorbetto
    col cucchiarino; il marchese e gli altri nobili seduti in fila dinanzi
    al Caff;  Bomma predicando in mezzo  al  solito  circolo,  sull'uscio
    della farmacia;  uno sciame di contadini un po' pi in l, alla debita
    distanza;  e ogni dieci minuti la vecchia berlina del  barone  Mndola
    che scarrozzava la madre di lui,  sorda come una talpa,  dal Rosario a
    Santa Maria di Ges: le orecchie pelose  e  stracche  delle  mule  che
    ciondolavano fra la folla, il cocchiere rannicchiato a cassetta, colla
    frusta fra le gambe,  accanto al cacciatore gallonato,  colle calze di
    bucato che sembravano  imbottite  di  noci,  e  le  piume  gialle  del
    cappellone   della   baronessa   che   passavano   e   ripassavano  su
    quell'ondeggiare di berrette bianche.
    Tutt'a un tratto accadde un fuggi fuggi: una specie di  rissa  dinanzi
    all'osteria.  Don Liccio Papa cercava d'arrestare Santo Motta,  perch
    aveva gridato  la  mattina;  e  il  capitano  l'incitava  da  lontano,
    brandendo la canna d'India: - Ferma! ferma!... la giustizia!
    Ma  Santo  si  liber  con  uno  spintone,  e  prese  a  correre verso
    Sant'Agata.  La folla fischiava  ed  urlava  dietro  allo  sbirro  che
    tentava d'inseguirlo.  - Ahi!  ahi!  - disse Bomma ch'era salito su di
    una sedia per vedere. - Se non rispettano pi l'autorit!...  - Tavuso
    gli fece segno di tacere,  mettendosi l'indice attraverso la bocca.  -
    Sentite qua,  don Bastiano!  - E si  misero  a  discorrere  sottovoce,
    tirandosi in disparte. Dalla Maddalena scendeva lemme lemme il notaro,
    col  bastone  dietro la schiena.  Bomma cominci a fargli dei segni da
    lontano;  ma il notaro finse di non accorgersene;  accenn al Capitano
    che  s'avviava  verso il Collegio,  ed entr in chiesa anche lui dalla
    porta piccola.  Il Capitano passando dinanzi alla farmacia  fulmin  i
    libertini di un'occhiataccia, e borbott, rivolto al principale:
    - Badate che avete moglie e figliuoli!...
    -  Sangue  di!...  corpo  di!...  -  voleva  mettersi  a  sbraitare il
    farmacista. In quel momento suonava la campanella della benedizione, e
    quanti erano in  piazza  s'inginocchiarono.  Poco  dopo,  Ciolla,  che
    ingannava il tempo sgretolando delle fave abbrustolite, seduto dinanzi
    alla  bottega  del  sorbettiere  vide una cosa che gli fece drizzar le
    orecchie: il notaro Neri che usciva  di  chiesa  insieme  al  canonico
    Lupi,  e  risalivano  verso  la  Maddalena,  passo passo,  discorrendo
    sottovoce. Il notaro scrollava le spalle, guardando sottecchi di qua e
    di l. Ciolla tent di unirsi a loro, ma essi lo piantarono l. Bomma,
    da lontano, non li perdeva di vista dimenando il capo.
    - Badate a quel che fate!... Pensate alla vostra pelle! - gli disse il
    Capitano passandogli di nuovo accanto.
    - Becco!...  - voleva gridargli dietro il farmacista.  - Badate a  voi
    piuttosto!...  -  Ma  il dottore lo spinse dentro a forza.  Ciolla era
    corso dietro  al  canonico  e  al  notaro  Neri  per  la  via  di  San
    Sebastiano,  e  li  vide  ancora  fermi sotto il voltone del Condotto,
    malgrado il gran puzzo,  quasi al buio,  che  discorrevano  sottovoce,
    gesticolando.  Appena  s'accorsero  del  Ciolla  se  la  svignarono in
    fretta, l'uno di qua e l'altro di l.  Il notaro continu a salire per
    la  stradicciuola  sassosa,  e  il canonico scese apposta a rompicollo
    verso San Sebastiano, fermando il Ciolla come a caso.
    - Quel notaro...  me ne ha fatta una!...  Aveva il consenso di massaro
    Sbrendola...  un  contratto  bell'e  buono...  e  ora  dice che non si
    rammenta!
    - Va l, va l, che non me la dai a bere!  - mormor Ciolla fra di s,
    appena  il  canonico  ebbe  voltate  le  spalle.  E  corse subito alla
    farmacia:
    - Gran cose c' per aria!  Cani e gatti vanno insieme!  Gran  cose  si
    preparano!  - Tavuso gonfi le gote e non rispose.  Lo speziale invece
    si lasci scappare: - Lo so! lo so!
    E si picchi la  mano  aperta  sulla  bocca,  fulminato  dall'occhiata
    severa che gli saett il dottore.
    Verso  due  ore  di  notte,  don Gesualdo stava per mettersi a cenare,
    quando venne a cercarlo in gran mistero  il  canonico,  travestito  da
    pecoraio. Bianca fu l l per abortire dallo spavento.
    - Don Gesualdo siamo pronti, se volete venire; gli amici vi aspettano.
    Ma  gli  tremava  la  voce al poveraccio.  Lo stesso don Gesualdo,  al
    momento di buttarsi proprio in quella faccenda,  gli vennero in  mente
    tante brutte idee;  si fece pallido, e gli cadde la forchetta di mano.
    Bianca poi si alz convulsa, incespicando qua e l,  pigliandosela col
    canonico, che metteva in quell'impiccio un padre di famiglia.
    -  Se  fate  cos!...  -  balbett il canonico;  - se mi fate anche la
    jettatura... allora, buona notte!
    Don Gesualdo cercava di volgerla in  ridere,  colle  labbra  smorte  -
    Bravo  canonico!  Adesso si vedr se siete un uomo!...  Sono contento,
    vedi, Bianca!  Sono contento d'andare magari verso il precipizio,  per
    vedere che cominci ad affezionarti a me e alla casa...
    Tutto sudato, colle mani un po' tremanti, si imbacucc ben bene in uno
    scapolare,  per prudenza,  e scesero in istrada. Non c'era anima viva.
    Sul terrazzo del Collegio una mano ignota  aveva  spento  finanche  il
    lampione  dinanzi  alla  statua  dell'Immacolata:  una  cosa  da  fare
    accapponar la pelle,  quella sera!  Egli allora si sent stringere  il
    cuore da una tenerezza insolita, pensando alla casa e ai parenti.
    -  Povera  Bianca!  Avete  visto?  E' buona,  s,  in fondo...  Non lo
    credevo, davvero!...
    - Zitto! - interruppe il canonico. - Se vi fate conoscere alla voce, 
    inutile nascondersi e sudare come bestie!
    Ogni momento andava voltandosi,  temendo di  essere  spiati.  Arrivati
    nella  via  di  San Giovanni videro un'ombra che andava in su verso la
    piazza, e il canonico disse piano:
    - Vedete?... E' uno dei nostri!... Va dove andiamo noi.
    Era in un magazzino di  Grancore,  gi  nelle  stradicciuole  tortuose
    verso San Francesco,  che sembravano fatte apposta.  Una casetta bassa
    che aveva una finestra illuminata per segnale.  Si bussavano tre colpi
    in  un  certo  modo  alla  porticina  dove  si  giungeva scendendo tre
    scalini; si attraversava un gran cortile oscuro e scosceso, e in fondo
    c'era uno stanzone buio  dove  si  capiva  che  stava  molta  gente  a
    confabulare  insieme  dal  sussurro  che si udiva dietro l'uscio.  Il
    canonico disse: - E' qui! - e fece il segnale convenuto.
    Tutti e due col cuore che saltava  alla  gola.  Per  fortuna  in  quel
    momento giunse un altro congiurato,  imbacuccato come loro, camminando
    in punta di piedi sui sassi del cortile, e ripet il segnale istesso.
    - Don Gesualdo,  - disse il notaro Neri cavando il naso  da  una  gran
    sciarpa.  -  Siete  voi?  Vi ho riconosciuto al canonico che sembra un
    cucco, poveraccio!
    Il notaro la pigliava allegramente.  Narrava  che  a  Palermo  avevano
    fatto  il  pasticcio;  avevano  ammazzato il principe di Aci e s'erano
    impadroniti di Castellammare: - Chi comanda adesso  un  prete,  certo
    Ascenso!
    - Ah? - rispose il canonico che si sentiva in causa. - Ah?
    -  Silenzio per ora!...  Andiamo adagio!  Sapete com'?...  a chi deve
    prima attaccare il campanello al gatto! E ogni galantuomo non vorrebbe
    mettere il piede in trappola.  Ma se siamo in tanti...  C'  anche  il
    barone Zacco stasera.
    - Che aspettiamo ad entrare, signori miei? - interruppe don Gesualdo a
    quella notizia, coraggioso come un leone.
    Quando tornarono ad uscire,  dopo un gran pezzo, erano tutti pi morti
    che vivi. Bomma sforzavasi di fare il gradasso;  Tavuso non diceva una
    parola;  e  il  notaro  stava soprapensieri anche lui.  Zacco corse ad
    attaccarsi al braccio di don Gesualdo, quasi fossero divenuti fratelli
    davvero. - Sentite, cugino, ho da parlarvi.  - E seguitarono ad andare
    a braccetto in silenzio.
    - Ssst!... un fischio!... verso i Cappuccini!... - Il barone mise mano
    alla  pistola:  tutti con un gran batticuore.  Si udirono abbaiare dei
    cani.  - Fermo!...  - esclam il  canonico  sottovoce,  afferrando  il
    braccio  armato del barone che mirava al buio,  -  fra Girolamo,  che
    non vuol esser visto da queste  parti!  -  Appena  si  ud  richiudere
    l'uscio,  nel  vano  del  quale  era  balenata una sottana bianca,  il
    farmacista borbott col fiato ai denti: -  L'abbiamo  scappata  bella,
    parola  d'onore!  -  Il  barone invece strinse forte il braccio di don
    Gesualdo senza dir nulla.  Poi  lasci  andare  ciascuno  per  la  sua
    strada,  Bomma in su,  verso la Piazza Grande, il canonico a pi della
    scalinata che  saliva  a  San  Sebastiano.  -  Da  questa  parte,  don
    Gesualdo...  venite  con  me.  -  E  gli  fece  fare il giro lungo pei
    Cappuccini,  risalendo  poi  verso  Santa  Maria  di  Ges  per  certe
    stradicciuole buie che non si sapeva dove mettere i piedi. A un tratto
    si  ferm  guardando  faccia  a  faccia il suo amico novello con certi
    occhi che luccicavano al buio.
    - Don Gesualdo,  avete sentito quante belle chiacchiere?  Adesso siamo
    tutti fratelli.  Nuoteremo nel latte e nel miele,  d'ora in poi... Voi
    che ci credete, eh?
    L'altro non disse n s n no, prudente, aspettando il seguito.
    - Io no...  Io non mi fido di tutti questi  fratelli  che  non  mi  ha
    partorito mia madre.
    - Allora perch siete venuto, vossignoria?
    - Per non farci venire voi,  caspita!  Io non fo misteri. Giuochiamo a
    tagliarci l'erba sotto i piedi fra di  noi  che  abbiamo  qualcosa  da
    perdere,  ed  ecco  il bel risultato!  Far la minestra per i gatti,  e
    arrischiare la roba e la testa!...  Io bado ai  miei  interessi,  come
    voi...  Non ho i fumi che hanno tanti altri...  Parenti! parentissimi!
    quanto a me volentieri... Allora mettiamoci d'accordo piuttosto fra di
    noi...
    - Ebbene? che volete fare?
    - Ah?  che voglio  fare?  La  pigliate  su  quel  verso?  Mi  fate  lo
    gnorri?...  Allora  sia  per  non detto...  Ciascuno il suo interesse!
    Fratelli!  Carbonari!  Faremo la rivoluzione!  metteremo  il  mondo  a
    soqquadro anche!...  Io non ho paura!... - Nel calore della disputa il
    barone si era addossato all'uscio di un cortile.  Un cane  si  mise  a
    latrare  furiosamente.  Zacco  spaventato  se  la  diede a gambe colla
    pistola in pugno,  e don Gesualdo dietro di  lui,  ansante.  Prima  di
    giungere in piazza di Santa Maria di Ges,  uno che andava correndo lo
    ferm mettendogli la mano sul petto.
    - Signor don Gesualdo!...  dove andate?...  c' la  giustizia  a  casa
    vostra!
    Quello che temeva il canonico!  quello che temeva Bianca! Egli correva
    al buio,  senza saper dove,  con una gran confusione in  testa,  e  il
    cuore  che  voleva  uscirgli  dal  petto.  Poi,  udendo  colui che gli
    arrancava dietro,  con un certo rumore quasi picchiasse in  terra  col
    bastone, gli disse: - E tu chi sei?
    - Nardo,  il manovale, quello che ci lasci la gamba sul ponte. Non mi
    riconoscete pi,  vossignoria?  Donna Bianca mi ha mandato a svegliare
    di notte.
    E  narrava  com'era  arrivata la Compagnia d'Arme,  all'improvviso,  a
    quattr'ore di notte. Il Capitano e altri Compagni d'Arme erano in casa
    di don Gesualdo.  Lass,  verso il Castello,  vedevansi luccicare  dei
    lumi;  c'era  pure  una  lanterna  appesa  dinanzi  alla  porta  dello
    stallatico,  al Poggio,  e dei soldati che strigliavano.  Pi  in  l,
    nelle  vicinanze  della  Piazza  Grande,  si udivano di tanto in tanto
    delle voci: un mormoro  confuso,  dei  passi  che  risuonavano  nella
    notte, dei cani che abbaiavano per tutto il paese.
    Don  Gesualdo  si ferm a riflettere: - Dove andiamo,  vossignoria?  -
    chiese Nardo. - Ci ho pensato. Non far rumore. Ah!  Madonna Santissima
    del  Pericolo!  Va a chiamare Nanni l'Orbo.  Lo conosci?  il marito di
    Diodata?
    Cominciava ad albeggiare.  Ma nelle viottole fuori  mano  che  avevano
    preso  non s'incontrava ancora anima viva.  La casuccia di Diodata era
    nascosta fra un mucchio  di  casupole  nerastre  e  macchie  di  fichi
    d'India,  dove il fango durava anche l'estate.  C'era un pergolato sul
    ballatoio, e un lume che trapelava dalle imposte logore.
    - Bussa tu, se mai... - disse don Gesualdo.
    Diodata al vedersi comparire dinanzi il suo antico padrone  ansante  e
    trafelato si mise a tremare come una foglia.
    -  Che volete da me a quest'ora?...  Per l'amor di Dio!  lasciatemi in
    pace, don Gesualdo!... Se torna mio marito!...  E' uscito or ora,  per
    cogliere quattro fichi d'India!... qui accanto.
    - Bestia!  - disse lui.  - Ho altro pel capo!  Ci ho la giustizia alle
    calcagna!...
    - Che c'? - chiese Diodata spaventata.
    Egli colla mano le fece segno di star zitta.  In  quel  momento  torn
    correndo  compare  Nardo;  la  gamba  di  legno  si  udiva  da lontano
    sull'acciottolato.
    - Eccolo!... eccolo che viene!...
    Entr Nanni l'Orbo, torvo,  colla canna da cogliere i fichi d'India in
    spalla,  e  gli  occhi  biechi che fulminavano di qua e di l.  Invano
    Diodata, colle braccia in croce giurava e spergiurava.
    - Padron mio! - esclam Nanni - a che giuoco giuochiamo?  Questa non 
    la maniera!...
    - Bestia!  - grid infine don Gesualdo, scappandogli la pazienza. - Ho
    la forca dinanzi agli occhi, e tu vieni a parlarmi di gelosia!
    Allo strepito accorsero  i  vicini  -  Lo  vedete?  -  ripigli  Nanni
    infuriato.  -  Che figura fo dinanzi a loro padron mio?  In coscienza,
    quel po' che avete dato a costei  per  maritarla    una  miseria,  in
    confronto della figura che mi fate fare!
    - Taci!  Farai correre gli sbirri con quel chiasso!  Che vuoi? Ti dar
    quello che vuoi!...
    - Voglio l'onor mio,  don Gesualdo!  L'onor mio che non  si  compra  a
    denari!
    Cominciarono  ad  abbaiare  anche i cani del vicinato.- Vuoi la chiusa
    del Carmine?... un pezzo che ti fa gola!
    Infine compare Nardo riusc a  metterli  d'accordo  sulla  chiusa  del
    Carmine.  -  Corpo  di  Giuda!  La  roba serve per queste occasioni...
    carceri, malattie e persecuzioni... Voi l'avete fatta, don Gesualdo, e
    serve per salvare la vostra pelle...
    Don Gesualdo con una faccia da funerale brontol:
    - Parla! Sbraita! Hai ragione! Adesso hai ragione tu!
    - Considerate dunque il vostro prossimo,  vossignoria!  La  moglie  da
    mantenere...  I figli che nasceranno... Se mi tornano a casa anche gli
    altri... quelli che son venuti prima,  bisogna mantenerli come fossero
    miei...  perch sono il marito di Diodata...  La gente dir magari che
    li ho messi al mondo io!...
    - Basta! basta! Se t'ho detto di s per la chiusa!
    - Parola di galantuomo?  Davanti a questi testimoni?  Quand'  cos...
    giacch mi dite che siete venuto soltanto per salvare la pelle, potete
    rimanere  tutto  il tempo che vi piace.  Sono un buon diavolaccio,  lo
    sapete!...
    S'era fatto tardi.  Compare Nanni,  completamente  rabbonito,  propose
    anche di andare a vedere quel che accadeva fuori:
    -  Voi fate liberamente come se foste in casa vostra,  don Gesualdo...
    Compare Nardo verr con me. Al ritorno, per segnale, busser tre colpi
    all'uscio. Ma se no, non aprite neanche al diavolo.
    Era un terrore pel paese: porte e  finestre  ancora  chiuse,  Compagni
    d'Arme  per  le  vie,  rumore  di sciabole e di speroni.  Le signorine
    Margarone,  in fronzoli e colla testa irta di ciambelle come un  fuoco
    d'artificio, correvano ogni momento al balcone. Don Filippo, tronfio e
    pettoruto,  se ne stava adesso seduto nel Caff dei Nobili, insieme al
    Capitano Giustiziere e l'Avvocato Fiscale, facendo tremare chi passava
    colla sola guardatura.  Nella stalla  di  don  Gesualdo  dei  trabanti
    governavano  i  cavalli,   e  il  Comandante  fumava  al  balcone,  in
    pantofole, come in casa sua.
    Nanni l'Orbo torn ridendo a crepapelle.  Prima di entrare per  buss
    al modo che aveva detto,  toss,  si soffi il naso, pure si trattenne
    un po' a discorrere ad alta voce con una vicina che si  pettinava  sul
    ballatoio.  Don Gesualdo stava mangiando una insalata di cipolle, onde
    prevenire qualche malattia causata dallo spavento.  - Prosit!  prosit,
    don Gesualdo! A casa vostra ci ho trovato dei forestieri, tale e quale
    come  voi  qui da me.  Il barone Zacco corre ancora!...  L'hanno visto
    prima dell'alba pi  in  l  di  Passaneto,  figuratevi!  a  casa  del
    diavolo!...  dietro  una siepe,  pi morto che vivo!...  Sua moglie fa
    come una pazza... Sono stato anche a cercare del notaro Neri,  se s'ha
    a  scrivere  due parole della chiusa del Carmine che date a mia moglie
    pei servizi prestati... Non che non mi fidi...  sapete bene...  per la
    vita e per la morte.  Nessuno l'ha pi visto,  il notaro!  Dicono ch'
    nascosto nel  monastero  di  San  Sebastiano...  vestito  da  donna...
    sissignore!  Gli  sbirri  cercano  da  per tutto!  Ma qui non avete da
    temere, vossignoria!... Udite? udite?
    Sembrava che si divertisse a fare agghiacciare il sangue nelle vene al
    prossimo suo,  quel briccone!  Udivasi infatti un voco di comari,  un
    correre  di  scarponi  grossi strilli di ragazzi.  Diodata s'arrampic
    sino all'abbaino del granaio per vedere. Poi Nanni venne a dire:
    - E' il viatico, Dio liberi!... Va in su verso sant'Agata. Ho visto il
    canonico Lupi che portava il Signore...  cogli occhi a  terra!...  una
    faccia da santo, com' vero Iddio!
    -  Stasera,  appena   scuro,  mi farai trovare una cavalcatura laggi
    alla Masera,  e mi darai qualche cosa  da  travestirmi;  -  disse  don
    Gesualdo, che sembrava pi smorto alla luce dell'abbaino.
    -  Perch?  Non vi piace pi lo stare in casa mia?  Diodata vi avrebbe
    fatto qualche mancanza?
    - No, no... Mi pare mill'anni d'esser lontano...
    - Qui per non avete da temere...  Gli sbirri non vengono  a  cercarvi
    qui! A casa vostra piuttosto! Guardatevi!...
    Infatti Bianca la sera innanzi s'era visto capitare a tre ore di notte
    il  Capitan d'Arme,  un bell'uomo colla barba a collana e i baffi alla
    militare, che recava il biglietto d'alloggio. Bianca, gi inquieta per
    suo marito,  non sapendo che fare,  aveva mandato a  chiamare  lo  zio
    Limli,  il  quale  giunse sbadigliando e di cattivo umore.  Invano il
    Capitan d'Arme accarezzandosi i baffi che aveva lasciato  crescere  da
    poco, le diceva colla voce grossa:
    -  Non  temete!...  Calmatevi,  bella  signora!...  Noi militari siamo
    galanti col bel sesso!...
    - Poi - aggiunse il marchese - questi qua sono militari  per  modo  di
    dire;  come  io  ho  fatto il voto di castit perch sono cavaliere di
    Malta.
    Il Capitano si accigli,  ma  l'altro,  senza  accorgersene  continu,
    battendogli familiarmente sulla spalla:
    -  Vi  conosco,  don Bastiano!...  Eravate piccolo cos,  colle brache
    aperte,  quando si faceva delle scappatelle insieme a vostro  padre...
    Allora  il voto mi dava noia come vi d noia adesso quella stadera che
    portate appesa al fianco... Bei tempi!...  Bell'uomo vostro padre!  Il
    cuore e la borsa sempre aperti!...  Don Marcantonio Stangafame!... dei
    Stangafame di  Ragusa!...  una  delle  prime  famiglie  della  Contea!
    Peccato  che  siate  in  tanti!  L'avete  indovinata  a farvi nominare
    Capitan d'Arme!... Quattrocent'onze all'anno, per rispondere dei furti
    campestri... E' una bella somma...  Vi rimane in tasca tale e quale...
    poich  il  territorio    tranquillo!...  Una bagattella soltanto pei
    dodici soldati che vi  tocca  mantenere...  due  tar  al  giorno  per
    ciascuno, eh?...
    - Basta,  corpo di...  bacco!... - grid il Capitan d'Arme battendo in
    terra la sciabola. - Sembrami che vogliate burlarvi di me, corpo di...
    bacco!
    - Ehi, ehi!  Adagio,  signor capitano!  Sono il marchese Limli,  e ho
    ancora  degli  amici a Napoli per farvi scapitanare e tagliare i baffi
    novelli, sapete!
    Capit in quel momento il ragazzetto del sagrestano che veniva a  fare
    un'imbasciata di gran premura,  balbettando,  imbrogliandosi, tornando
    sempre a ripetere la stessa cosa rosso dalla suggezione.  Il marchese,
    che  cominciava a farsi un po' sordo,  tendeva l'orecchio,  gli faceva
    dei versacci lo intimidiva maggiormente strillando: - Eh?  che diavolo
    vuoi?
    Ma Bianca mise un grido straziante un grido che fece rimanere lo zio a
    bocca  aperta,  e  scapp  per  la  casa  cercando il manto,  cercando
    qualcosa da buttarsi in capo per uscire di casa, per correre subito.



    3.

    Da gran tempo,  ogni giorno,  alla stessa ora,  donna Giuseppina Alsi
    che  stava  al  balcone  facendo  la calza per aspettare la passata di
    Peperito,  don Filippo  Margarone  mentre  rivoltava  la  conserva  di
    pomidoro   posta   ad   asciugare  sul  terrazzo,   l'arciprete  Bugno
    nell'appendere al fresco  la  gabbia  del  canarino,  fin  coloro  che
    stavano a sbadigliare nella farmacia di Bomma,  se volgevano gli occhi
    in su, verso il Castello,  al di sopra de' tetti,  solevano vedere don
    Diego e don Ferdinando Trao, uno dopo l'altro, che facevano capolino a
    una finestra, guardinghi, volgevano poi un'occhiata a destra, un'altra
    a sinistra,  guardavano in aria,  e ritiravano il capo come la lumaca.
    Dopo qualche minuto infine  aprivasi  il  balcone  grande,  stridendo,
    tentennando,  a  spinte  e  a riprese,  e compariva don Diego,  curvo,
    macilento,   col  berretto  di  cotone  calcato  sino  alle  orecchie,
    tossendo, sputando, tenendosi all'inferriata con una mano; e dietro di
    lui don Ferdinando che portava l'annaffiatoio, giallo, allampanato, un
    vero  fantasma.  Don Diego annaffiava,  nettava,  rimondava i fiori di
    Bianca;  si  chinava  a  raccattare  i  seccumi  e  le  foglie  vizze;
    rimescolava  la  terra  con un coccio;  passava in rivista i bocciuoli
    nuovi, e li covava cogli occhi. Don Ferdinando lo seguiva passo passo,
    attentissimo;  accostava anche lui il viso scialbo a ciascuna  pianta,
    aguzzando il muso,  aggrottando le sopracciglia. Poscia appoggiavano i
    gomiti alla ringhiera,  e rimanevano come due galline appollaiate  sul
    medesimo bastone,  voltando il capo ora di qua e ora di l,  a seconda
    che giungeva la mula di massaro Fortunato Burgio carica  di  grano,  o
    saliva  dal  Rosario la ragazza che vendeva ova,  oppure la moglie del
    sagrestano attraversava la piazzetta per andare a suonare  l'avemaria.
    Don  Ferdinando  stava  intento  a  contare quante persone si vedevano
    passare attraverso quel pezzetto di strada che intravvedevasi  laggi,
    fra  i  tetti  delle  case  che  scendevano  a frotte per la china del
    poggio;  don Diego dal canto suo seguiva cogli occhi gli ultimi  raggi
    di  sole  che  salivano  lentamente  verso le alture del Paradiso e di
    Monte Lauro,  e rallegravasi al  vederlo  scintillare  improvvisamente
    sulle finestre delle casipole che si perdevano gi fra i campi, simili
    a  macchie  biancastre.  Allora sorrideva e appuntava il dito scarno e
    tremante,  spingendo col gomito il fratello,  il quale accennava di s
    col capo e sorrideva lui pure come un fanciullo. Poi raccontava quello
    che   aveva   visto  lui:  -  Oggi  ventisette!...   ne  sono  passati
    ventisette... L'arciprete Bugno era insieme col cugino Limli!...
    Per un po' di giorni, verso i primi d'agosto,  era venuto soltanto don
    Ferdinando ad annaffiare i fiori, strascinandosi a stento, coi capelli
    grigi  svolazzanti,   sbrodolandosi  tutto  a  ogni  passo.   Allorch
    ricomparve anche don Diego, parve di vedere Lazzaro risuscitato: tutto
    naso, colle occhiaie nere,  seppellito vivo in una vecchia palandrana,
    tossendo  l'anima a ogni passo: una tosse fioca che non si udiva quasi
    pi, e scuoteva dalla testa ai piedi lui e il fratello che gli dava il
    braccio, come andasse facendo la riverenza a ogni vaso di fiori.  E fu
    l'ultima  volta.  D'allora  in  poi s'erano viste raramente insieme le
    teste canute dei due fratelli,  dietro i vetri rattoppati colla carta,
    cercando  il  sole,  don  Diego  sputando  e  guardando  in terra ogni
    momento.  Il giorno in cui avvenne  quel  parapiglia  nel  Palazzo  di
    Citt,  che  le  voci  si  udivano  sin nella piazzetta di Sant'Agata,
    apparve per un istante alla finestra la cima  di  un  berretto  bianco
    tremolante.  Ma  allorquando  la  processione di San Giuseppe si ferm
    dinanzi al portone dei Trao, per l'omaggio tradizionale alla famiglia,
    le finestre rimasero  chiuse,  malgrado  il  voco  della  folla.  Don
    Ferdinando  scese  per  comprare  l'immagine  del santo gonfio d'asma,
    cogli occhi arsi di sonno piegato in due  le  mani  nerastre  tremanti
    cos  che  non  trovavano  quasi  nel  taschino  i  due  baiocchi  per
    l'immagine.   Il  procuratore  di  San  Giuseppe,   che  dirigeva   la
    processione, gli disse:
    -   Vedrete   quant'   miracolosa  quell'immagine!   Tanta  salute  e
    provvidenza a tutti, in casa vostra!
    E gli affid anche il bastone d'argento  del  santo,  da  metterlo  al
    capezzale  del  malato:  un  tocca  e  sana.  Eppure non giov neanche
    quello.
    Compare Cosimo e Pelagatti,  partendo per la campagna  due  ore  prima
    dell'alba,  o  tornando  a  notte fatta,  vedevano sempre il lume alla
    finestra di don Diego.  E il cane nero  dei  Motta  uggiolava  per  la
    piazza,  come  un  lamento.  Poi,  verso  nona,  bussava al portone il
    ragazzo di don Luca, portando un bicchiere di latte. Di tanto in tanto
    veniva don Giuseppe Barabba, con un piatto coperto dal tovagliuolo,  o
    il  servitore del Fiscale che recava un fiasco di vino.  A poco a poco
    diradarono anche quelle visite.  L'ultima volta il  dottor  Tavuso  se
    n'era  andato scrollando le spalle.  I ragazzi del vicinato giuocavano
    tutto il giorno dietro quel portone che non si apriva pi.  Una  sera,
    tardi,  i vicini, che stavano cenando, udirono la voce chioccia di don
    Ferdinando chiamare il sagrestano,  l dirimpetto:  una  voce  da  far
    cascare  il  pan  di  bocca.  E  subito  dopo un gran colpo al portone
    sconquassato, e dei passi che si allontanarono frettolosi.
    Fu giusto quella notte che arrivava la Compagnia d'Arme.  Una baraonda
    per tutto il paese. Al rumore insolito anche Don Diego apr un istante
    gli  occhi.  Burgio  che era sul ballatoio di casa sua,  coll'orecchio
    teso verso la Piazza Grande  dove  udivasi  quel  parapiglia,  vedendo
    gente nel balcone dei Trao, domand inquieto:
    - Che c'?... Cosa succede?
    - Don Diego!...  - rispose il sagrestano; e fece il segno della croce,
    quasi massaro Fortunato avesse potuto vederlo al buio.  - Solo come un
    cane!...  me  lo  lasciano  sulle  spalle!...  Ho  mandato  Grazia pel
    dottore... a quest'ora!...
    - Sentite,  laggi,  verso  la  piazza?...  sentite?...  Che  giornata
    spunter domattina, Dio liberi!...
    - Basta avere la coscienza netta, massaro Fortunato. Sono stato sempre
    un povero diavolo!... Bacio la mano di chi mi d pane...
    -  Il  dottore!...  quello  s!...  deve avere la tremarella addosso a
    quest'ora!... E anche il canonico Lupi,  dicono!...  Buona sera!...  I
    muri hanno orecchie al buio!
    Infatti  il  dottor  Tavuso,  ch'era  il capo di tutti i giacobini del
    paese, e stava nascosto nella legnaia, tremando come una foglia,  vide
    giunta l'ultima sua ora all'udir bussare all'uscio con tanta furia.
    - Li sbirri!... la Compagnia d'Arme!...
    Quando gli dissero che era la moglie del sagrestano,  invece, la quale
    veniva a cercarlo per don Diego moribondo,  mont in  furia  come  una
    bestia.
    -   E'   ancora   vivo?...   Mandatelo   al   diavolo!...   Vengono  a
    spaventarmi!...  a quest'ora!...  di  questi  tempi!...  Un  padre  di
    famiglia!...  Andate  a  chiamare  i  suoi  parenti piuttosto...  o il
    viatico, ch' meglio!...
    La zia Sganci non volle neppure  aprire.  Barabba  rispose  dietro  il
    portone, chiuso con tanto di catenaccio:
    - Buona donna, questi non son tempi di correre di notte per le strade.
    Domattina, se Dio vuole, chi campa si rivede.
    Per  fortuna,  Grazia non aveva di che temere;  e suo marito l'avrebbe
    mandata senza sospetto in mezzo a un reggimento di  soldati.  L'andare
    attorno cos tardi,  in quella tal notte, era proprio uno sgomento. Lo
    stesso baronello Rubiera,  che era uscito di buon'ora dalla  casa  dei
    Margarone, s'era fatto accompagnare col lampione.
    - Nin!  Nin! - strill dal balcone donna Fif con la vocina sottile,
    quasi il suo fidanzato corresse a buttarsi in un precipizio.
    - Non temere... no! - rispose lui con la voce grossa.
    All'udir gente nella piazzetta,  dal portone dei  Trao,  che  rimbomb
    come una cannonata, usc correndo don Luca:
    -  Signor barone!...  sta per morire vostro cugino don Diego!...  solo
    come un cane!... Non c' nessuno in casa!...
    Rimpetto al palazzo nero  e  triste  dei  Trao  splendeva  il  balcone
    lucente  dei Margarone,  e in quella luce disegnavasi l'ombra di donna
    Fif,  rammentandogli un'altra ombra che soleva aspettarlo altra volta
    alla finestra del palazzo smantellato. Don Nin se ne and frettoloso,
    a capo chino, portandosi seco negli occhi i ricordi di quella finestra
    chiusa e senza lume.
    -  Bella porcheria!...  Me lo lasciano sulle spalle!...  a me solo!  -
    brontol don Luca tornando nella camera del moribondo.
    Don Ferdinando stava seduto a pi del letto, senza dir nulla, simile a
    una mummia.  Di tanto in tanto andava a guardare in viso suo fratello;
    guardava  poi  don Luca,  stralunato,  e tornava a chinare il capo sul
    petto.  Alla sfuriata del sagrestano  per  si  rizz  all'improvviso,
    quasi  gli  avessero dato uno scossone,  e domand piano,  con la voce
    assonnata di uno che parli in sogno:
    - Dorme?
    - S, dorme!... Andate a dormire voi pure, se volete!...
    Ma l'altro non si mosse. Il malato da prima voleva sapere ogni momento
    che ora fosse;  poi,  verso mezzanotte,  non domand pi nulla.  Stava
    cheto,  col  naso  contro  il  muro,  e la coperta sino alle orecchie.
    Grazia,  di ritorno,  aveva accostato l'uscio,  messo il lume accanto,
    sul tavolino,  ed era andata a dare un'occhiata a casa sua.  Il marito
    si accomod alla meglio su due sedie.  Don Ferdinando,  di  tratto  in
    tratto,  si alzava di nuovo,  in punta di piedi, si chinava sul letto,
    simile a un uccello  di  malaugurio,  e  tornava  a  domandare  piano,
    all'orecchio di don Luca:
    - Che fa? dorme?
    - S! s!... Andate a dormire voi pure!... andate!
    E  l'accompagn  lui  stesso  in  camera sua,  per liberarsi almeno da
    quella noia.  Don Ferdinando sognava che il cane nero dei vicini Motta
    gli si era accovacciato sul petto,  e non voleva andarsene, per quanto
    egli cercasse di svincolarsi e di gridare.  La coda del  cane,  lunga,
    lunga  che  non  finiva pi,  gli si era attorcigliata al collo e alle
    braccia,  al pari di un serpente,  e lo stringeva,  soffocandolo,  gli
    strozzava  la  voce  in  gola,  quando  ud  un'altra voce che lo fece
    balzare dal letto, con una gran palpitazione di cuore.
    - Alzatevi, don Ferdinando! Questa non  ora di dormire!...
    Don Diego pareva che  russasse  forte,  si  udiva  dall'altra  stanza;
    supino,  cogli  occhi aperti e spenti,  le narici filigginose: un viso
    che non si riconosceva pi.  Come don Ferdinando lo chiam prima  pian
    piano, e torn a chiamarlo e a scuoterlo inutilmente, gli si rizzarono
    quei  pochi  capelli  in capo,  e si rivolse al sagrestano,  smarrito,
    supplichevole:
    - Che fa ora?... che fa?...
    - Che fa?... Lo vedete che fa!... Grazia! Grazia!
    - No!... Fermatevi!... Non aprite adesso!...
    Era giorno chiaro.  Donna Bellonia in sottana  stava  a  spiare  dalla
    terrazza  verso  la Piazza Grande per incarico del marito,  spaventata
    dal tramesto che s'era udito tutta  la  notte  nel  paese;  e  Burgio
    strigliava la mula legata al portone dei Trao. Alle grida di don Luca,
    lev  il capo verso il balcone,  e domand cosa c'era con un cenno del
    capo. Il sagrestano rispose anche lui con un gesto della mano, facendo
    segno di uno che se ne va.
    - Chi?  - domand la Margarone che se ne accorse.  - Chi?  don Diego o
    don Ferdinando?
    - Sissignora,  don Diego! Lo lasciano sulle spalle a me solo!... Corro
    dal dottore...  almeno per la ricetta  del  viatico,  che  diavolo!...
    Signori  miei!  deve  andarsene  cos  un  cristiano,  senza medico n
    speziale?...
    Speranza cominci dallo sgridare suo marito che aveva legata  la  mula
    alla   casa   del   moribondo:   -   Porta   disgrazia!   Ci  vorrebbe
    quest'altra!...  - Poi si diedero a  strologare  i  numeri  del  lotto
    insieme a donna Bellonia,  ch'era corsa a prendere il libro di Rutilio
    Benincasa. Donna Giovannina s'affacci asciugandosi il viso; ma non si
    vide altro che il sagrestano il quale correva a chiamare Tavuso,  l a
    due  passi una porticina verde,  colla fune del campanello legata alta
    perch non andassero a seccarlo di notte.  Picchia e ripicchia  infine
    la serva di Tavuso gli soffi attraverso il buco della serratura:
    - O chetatevi che il dottore non esce di casa,  se casca il mondo!  E'
    pi malato degli altri, lui!
    Bomma,  giallo al par del zafferano,  stava pestando cremor di tartaro
    in  fondo  alla  farmacia,  solo  come un appestato.  Don Luca entr a
    precipizio, col fiato ai denti:
    - Signor don Arcangelo!...  don Diego Trao  in  punto  di  morte.  Il
    dottore non vuol venire... Cosa fo?
    - Cosa fate?...  La cassa da morto fategli,  accidenti a voi!  M'avete
    spaventato!  Non  questa la maniera...  oggi che ogni galantuomo  sta
    coll'anima sulle labbra!...  Andate a chiamargli il prete piuttosto...
    l,  al Collegio,  c' il canonico Lupi che s'arrabatta a dir messe  e
    mattutino fin dall'alba, per farsi vedere in chiesa!... Cade sempre in
    piedi  colui!  Se  ne ride degli sbirri!...  Io fo lo speziale!  Pesto
    cremor di tartaro, giacch non posso pestar altro... non posso!
    Ma,  vedendo passare Ciolla ammanettato come un  ladro,  si  morse  la
    lingua,  e  chin  il  capo sul mortaio.  - Signori miei!  - sbraitava
    Ciolla,  - guardate un po'!...  un galantuomo che se ne sta in  piazza
    pei  fatti  suoi!...  -  I  Compagni  d'Arme,  senza dargli retta,  lo
    cacciavano innanzi  a  spintoni;  don  Liccio  Papa  di  scorta  colla
    sciabola sguainata,  gridando: - Largo!  largo alla giustizia!... - Il
    Capitano Giustiziere,  dall'alto del marciapiede del Caff dei Nobili,
    sentenzi:
    - Bisogna dare un esempio! Ci pigliavano a calci dove sapete, un altro
    po'!...  manica di birbanti!... Un paese come il nostro, che prima era
    un convento di frati!... Al castello! al castello! Don Liccio,  eccovi
    le chiavi!...
    Grazie  a  Dio  si  tornava  a  respirare.  I  ben  pensanti sul tardi
    cominciarono a farsi  vedere  di  nuovo  per  le  strade;  l'arciprete
    dinanzi  al caff;  Peperito su e gi pel Rosario;  Canali a braccetto
    con don Filippo verso la casa della ceraiuola;  don  Giuseppe  Barabba
    portando  a  spasso  un'altra  volta  il  cagnolino  di donna Marianna
    Sganci;  la signora Capitana poi in gala,  quasi fosse la  sua  festa,
    adesso  che ci erano tanti militari,  colla borsa ricamata al braccio,
    il cappellino carico di piume, scutrettolando, ridendo,  cinguettando,
    rimorchiandosi  dietro  don Bastiano Stangafame,  il tenente,  tutti i
    colleghi di suo marito,  il quale se  ne  stava  a  guardare  da  vero
    babbo,  colla canna d'India dietro la schiena, mentre i suoi colleghi
    passeggiavano con sua moglie,  spaccandosi come  compassi,  ridendo  a
    voce  alta,  guardando  fieramente le donne che osavano mostrarsi alle
    finestre, facendo risuonare da per tutto il rumore delle sciabole e il
    tintinno  degli  speroni,   quasi  ci  avessero  le  campanelle  alle
    calcagna.  Le  ragazze  Margarone,  stipate sul terrazzo,  si rodevano
    d'invidia.  - Specie il tenente ci aveva  dei  baffoni  come  code  di
    cavallo,  e  due  file  di  bottoni lungo il ventre che luccicavano da
    lontano.
    Talch in quell'aria di festa suon pi malinconico il campanello  del
    viatico.  Correvano  anche  delle  voci  sinistre: - Una battaglia c'
    stata!... dei condannati a morte!...  - Uno di quelli che portavano il
    lanternone dietro il baldacchino disse che il viatico andava dai Trao.
    -  Un'altra  grande  famiglia  che  si estingue!  - osserv gravemente
    l'Avvocato  Fiscale  scoprendosi  il  capo.   La   signora   Capitana,
    saltellando  sulla punta delle scarpette per mostrare le calze di seta
    stava rimbeccando don Bastiano con un sorriso da far dannare l'anima:
    - Lo so! lo so! giuramenti da marinaio!...
    Il Capitan d'Arme ammicc a donna Bianca  la  quale  passava  in  quel
    momento,  con un'aria che voleva dire: - Anche costei!... che colpa ci
    ho?  - scappellandosi con soverchio ossequio.  Ma quella poveretta non
    gli rispose.  Andava quasi correndo,  trafelata,  col manto gi per le
    spalle,  il viso ansioso e  pallido.  Donna  Fif  Margarone  si  tir
    indietro  dal  balcone con una smorfia,  appena la vide sboccare nella
    piazzetta dalla salita di Sant'Agata.
    - Ah!... finalmente!... la buona sorella!... quanta degnazione!...
    - Bianca!  Bianca!  - gridava lo zio Limli  che  non  poteva  tenerle
    dietro.
    Dinanzi  al  portone,  spalancato  a  due  battenti,  si affollavano i
    ragazzi di Burgio e di don Luca. La moglie del sagrestano ne usciva in
    quel momento, arruffata, gialla, senza ventre, e si mise a distribuire
    scappellotti a diritta e a manca:
    - Via!  via di qua!...  Che aspettate?  la festa?  - Poscia  entr  in
    chiesa  frettolosa.  Delle comari stavano alle finestre,  curiose.  In
    cima alla scala don Giuseppe Barabba spolverava delle  bandiere  nere,
    bucate e rose dai topi, collo stemma dei Trao: una macchia rossa tutta
    intignata.  Era corsa subito la zia Macr colla figliuola, e il barone
    Mndola che stava l vicino;  una va e vieni  per  la  casa,  un  odor
    d'incenso  e  di moccolaia,  una confusione.  In fondo,  attraverso un
    uscio socchiuso,  scorgevasi l'estremit di un lettuccio basso,  e  un
    formicolo di ceri accesi, funebri, nel giorno chiaro. Bianca non vide
    altro,  in  mezzo  a tutti quei parenti che le si affollavano intorno,
    sbarrandole il passo: - No!... lasciatemi entrare!
    Apparve un momento la faccia stralunata di  don  Ferdinando,  come  un
    fantasma; poi l'uscio si chiuse. Delle braccia amiche la sorreggevano,
    affettuosamente, e la zia Macr ripeteva: - Aspetta!... aspetta!...
    Torn la moglie del sagrestano, ansante, portando dei candelieri sotto
    il grembiule.  Suo marito, che si affacci di nuovo all'uscio, venne a
    dire:
    - C' il viatico... l'estrema unzione... Ma non sente...
    - Voglio vederlo!... Lasciatemi andare!
    - Bianca!... in questo momento!... Bianca!...
    - Vuoi ammazzarlo?... Una commozione!... Se ti sente!... Non far cos,
    via, Bianca!... Un bicchier d'acqua!... presto!...
    Donna Agrippina corse in cucina.  S'apr l'uscio un'altra volta su  di
    un luccicho di processione.  Il prete,  il baldacchino,  i lanternoni
    del viatico passarono come una visione. Il marchese, inchinandosi sino
    a terra, borbott:
    - Domine, salva me...
    - Amen! - rispose il sagrestano. - Ho fatto quel che ho potuto... solo
    come un cane!...  due volte dal  medico!...  di  notte!...  Anche  dal
    farmacista!...  dice  che  il  conto  lungo...  e non ci ha l'erba di
    Lazzaro risuscitato, poi!...
    - Perch?...  perch non mi lasciate entrare?...  Che ho  fatto?...  -
    Essa tremava cos che i denti facevano tintinnare il bicchiere,  quasi
    fuori di s, fissando addosso alla gente gli occhi spaventati.
    - Lasciatemi! lasciatemi entrare!
    Lo zio marchese si affrett a  cavare  il  fazzoletto  per  asciugarle
    tutta  l'acqua che si era versata addosso.  Il barone Mndola e la zia
    Macr stavano discorrendo nel vano  del  finestrone:  -  Una  malattia
    lunga!... Tutti cos quei Trao!... non c' che fare!...
    -  Guarda!  -  esclam il barone che stava da un po' attento.  - Hanno
    aperto un  finestrino  sul  mio  tetto...  laggi!...  quel  ladro  di
    Canali!...  Fortuna  che me ne sia accorto!  Lo citer in giudizio!...
    una citazione nera come la pece!...
    - Don Luca!  don Luca!  - si ud gridare.  L'uscio si  spalanc  a  un
    tratto,  e  comparve  don Ferdinando agitando le braccia in aria.  Don
    Luca corse a precipizio.  Successe un  momento  di  confusione:  delle
    strida,   delle  voci  concitate,   un  correre  all'impazzata,  donna
    Agrippina  che  cercava  l'aceto  dei  sette  ladri,   gli  altri  che
    stentavano a trattenere Bianca, la quale faceva come una pazza, con la
    schiuma  alla  bocca,   gli  occhi  che  mandavano  lampi,  e  non  si
    riconoscevano pi.
    - Perch?... perch non volete? Lasciatemi! lasciatemi!...  lasciatemi
    entrare!...
    -  S!  s!  -  disse  lo  zio  marchese.  - E' giusto che lo veda!...
    Lasciatela entrare.
    Ella scorse un corpo lungo e stecchito nel lettuccio basso,  un  mento
    aguzzo,  ispido  di  barba  grigiastra,  rivolto  in  su,  e due occhi
    glauchi, spalancati.
    - Diego!... Diego!... fratello mio!...
    - Non fate a quel modo, donna Bianca! - disse piano don Luca.  - Se ci
    sente ancora, il poveretto, figuratevi che spavento!...
    Essa  si  arrest tutta tremante,  atterrita,  colle mani nei capelli,
    guardandosi intorno trasognata.  A un tratto fiss gli occhi  asciutti
    ed  arsi  su  don  Ferdinando che annaspava stralunato,  quasi volesse
    allontanarla dal letto.
    - Nulla!...  nulla m'avete  fatto  sapere!...  Non  son  pi  nulla...
    un'estranea!...  Fuori,  dalla casa e dal cuore!...  fuori!...  da per
    tutto!
    - Zitta!...  - balbett don Ferdinando mettendo il dito tremante sulla
    bocca. - Poi!... poi!... Adesso taci!... Tanta gente, vedi!...
    -  Bianca!   Bianca!...   -  supplicavano  gli  altri  abbracciandola,
    spingendola, tirandola per le vesti.
    - Portatela via!... - grid la zia Macr dall'uscio.  - Nello stato in
    cui , la poveretta... succeder qualche altra tragedia!...
    Frattanto  giunse  donna  Sarina Cirmena,  scalmanata,  in un bagno di
    sudore.
    - L'ho saputo or ora!  - balbett lasciandosi cadere sul seggiolone di
    cuoio in mezzo ai parenti riuniti nella gran sala.  - Che volete?  con
    quel parapiglia che c' stato nel paese!  Se non era pel  viatico  che
    vidi venire da queste parti...
    Il marchese indic l'uscio dell'altra stanza con un cenno del capo. La
    zia  Cirmena,  accasciata  sul seggiolone,  col fazzoletto agli occhi,
    piagnucol:
    - Io non ci reggo a queste scene!...  Sono tutta  sottosopra!...  -  E
    siccome  continuava  a  interrogare cogli occhi or questo e or quello,
    donna Agrippina rispose sottovoce,  compunta,  facendo il segno  della
    croce:
    - Or ora!... cinque minuti fa!
    Don Giuseppe venne recando in fascio le bandiere:
    - Ecco!... Il falegname  avvertito.
    Il barone Mndola s'alz per andare a sentire cosa volesse.
    - Va bene,  va bene,  - disse Mndola.  - Or ora si pensa a tutto. Don
    Luca? ehi? don Luca?
    Appena il sagrestano affacci il  capo  all'uscio,  si  udirono  delle
    strida che laceravano il cuore.
    - Povera Bianca!... sentite?
    - Fa come una pazza! - conferm don Luca. - Si strappa i capelli!...
    Il barone Mndola lo interrog dinanzi a tutti quanti:
    - Avete pensato a ogni cosa, eh, don Luca?
    - Sissignore.  Il catafalco,  le bandiere, tante messe quanti preti ci
    sono. Ma chi paga?
    - Andate!  andate!  - interruppe vivamente la Cirmena spingendo per le
    spalle  il  sagrestano  verso  la  camera del morto,  dove cresceva il
    trambusto.
    - Mi dispiace!  - osserv la zia Macr alzandosi  per  vedere  dov'era
    arrivato  il sole.  - Mi dispiace che si fa tardi e a casa mia non c'
    nessuno per preparare un boccone.
    Usc don Luca dalla camera del morto, turbato in viso.
    - E' un  affar  serio...  Bisogner  portarla  via  per  amore  o  per
    forza!... Vi dico ch' un affar serio!
    - E' permesso? Si pu?
    Era  il  vocione del cacciatore che accompagnava la baronessa Mndola,
    col cappello piumato,  le calze imbottite di noci.  La vecchia,  senza
    bisogno  di  udir  altro,  diritta  e  stecchita come un fuso,  and a
    prendere il suo posto fra  i  parenti  che  al  suo  apparire  s'erano
    taciuti,  seduti  intorno sui seggioloni antichi,  col viso lungo e le
    mani sul ventre. La baronessa guardava intorno, gridando a voce alta:
    - E la Rubiera? e la cugina Sganci?  Ora che si fa?  Bisogna avvertire
    il parentado per le esequie...
    - Eccola l! - disse donna Sarina all'orecchio della Macr. - Cascasse
    il mondo...  non manca mai!... Avete visto il subbuglio che c' per le
    strade?
    La cugina rispose con un sorriso pallido, facendo segno che la vecchia
    non aveva paura di nulla perch era sorda.
    - Il fatto ... - cominci il barone.
    Ma in quel momento portavano Bianca  svenuta,  le  braccia  penzoloni,
    donna Agrippina e il sagrestano rossi,  ansanti, e col fiato ai denti.
    - Quasi fosse morta! - sbuff il sagrestano.
    - Gli pesano le ossa!... - La zia Macr consigli: - L, l, nella sua
    camera!...
    - Il fatto ...  - riprese il barone  Mndola  sottovoce,  tirando  in
    disparte  il  cugino  Limli e donna Sarina Cirmena,  - il fatto  che
    bisogna concertarsi pel funerale.  Adesso vedrete che spuntano fuori i
    parenti  del  cognato Motta...  Faremo un bel vedere!...  al fianco di
    Burgio e di mastro Nunzio Motta!...  Ma il marito non si pu lasciarlo
    fuori...  E'  una  disgrazia,  non  dico di no...  ma bisogna sorbirsi
    mastro-don Gesualdo, eh?...
    - Sicuro! sicuro! - rispose la zia Cirmena.
    Essa voleva fare qualche altra obiezione.  Ma il marchese Limli disse
    il fatto suo:
    - Lasciate correre,  cugina cara!... Tanto!... il morto  morto, e non
    parla pi.
    - Allora!...  - ribatt la Cirmena diventando rossa,  -    una  bella
    porcheria che mastro-don Gesualdo non si sia fatto neppur vedere!
    Mndola  usc  sul  pianerottolo  per dire a Barabba di correre a casa
    Sganci.
    - Ci vogliono denari, - disse piano tornando indietro. - Avete sentito
    il sagrestano? Le spese chi le fa?
    La zia Macr finse di non udire, discorrendo sottovoce colla Cirmena:
    - Povera Bianca!... in quello stato! Quanti mesi sono? lo sapete?...
    - Sette... devono esser sette... Insomma un affar serio!...
    Il marchese Limli,  che discuteva insieme a Mndola e a  Barabba  sui
    preparativi del funerale conchiuse:
    -  Io  inviterei  l'Arciconfraternita  dei  Bianchi trattandosi di una
    persona di riguardo...
    - Sicuro... Bisogna far le cose con decoro... senza risparmio!...
    Ma ciascuno vogava  al  largo  quando  si  parlava  di  anticipare  un
    baiocco.  Nella  camera  del  morto durava intanto il contrasto fra la
    moglie del sagrestano,  che voleva farne uscire don Ferdinando,  e lui
    che  si ostinava a rimanere: come un guaiolare di cagnuolo,  e la voce
    aspra della zia Grazia, la quale strillava:
    - Madonna santa! non capite proprio nulla?...  Siete un ragazzo tale e
    quale! Il mio ragazzo avrebbe pi giudizio di voi, guardate!
    E tutt'a un tratto,  in mezzo al crocchio dei parenti che discorrevano
    sottovoce, si vide capitare don Ferdinando strascicando le gambe,  coi
    capelli  arruffati,   la  camicia  aperta,  il  viso  di  un  cadavere
    anch'esso,  recando uno scartafaccio  che  andava  mostrando  a  tutti
    quanti:
    - Ecco il privilegio!... Il diploma del Re Martino... Bisogna metterlo
    nell'iscrizione  mortuaria...  Bisogna  far  sapere  che  noi  abbiamo
    diritto di esser seppelliti nelle tombe reali...  una cum regibus!  Ci
    avete  pensato  alle  bandiere  collo  stemma?  Ci  avete  pensato  al
    funerale?
    - S, s, non dubitate...
    Come ciascuno  evitava  di  impegnarsi  direttamente,  voltandogli  le
    spalle,  don  Ferdinando andava dall'uno all'altro biascicando,  colle
    lagrime agli occhi:
    - Una cum regibus!... Il mio povero fratello!... Una cum regibus!...
    - Va bene,  va bene,  - gli rispose  il  marchese  Limli.  -  Non  ci
    pensate.
    Il barone Mndola,  che era stato a confabulare con della gente, fuori
    sul pianerottolo, rientr gesticolando:
    - Signori miei!... se sapeste!... Casco dalle nuvole!...
    - Zitto! - gli fece segno il marchese, - zitto! Che cos' adesso?...
    Nella camera di Bianca udivasi un gran trambusto; delle voci affannose
    e supplichevoli;  un trameno come di gente in lotta;  grida deliranti
    di  dolore  e  di  collera;  poscia  un  urlo che fece trasalire tutti
    quanti.  L'uscio fu sbatacchiato con impeto,  e ne usc all'improvviso
    il  marchese  stravolto.  Un  momento  dopo  si  affacci la zia Macr
    gridando:
    - Un medico! Presto! presto!
    Giungevano allora altri parenti in processione,  compunti  coi  guanti
    neri.  In  mezzo  al rumore delle seggiole smosse la zia Macr torn a
    gridare:
    - Presto! un medico! presto!


    4.

    "Se agglomerate cerimonie tema non forman  delle  mie  verghe  non  ne
    traligna l'ossequio. S che sorgenti men fallaci e pi stabili le sole
    preci ne reputo.  Il favor di un vostro sguardo  quel che anelo, e lo
    ambisco merc delle melenzose mie riga.
    L'ore 7 del 17.
    "Barone Antonino Rubiera."

    - Sicuro!  - aggiunse mastro Titta che stava sull'uscio del palchetto,
    mentre  donna Fif compitava la letterina.  - Me l'ha data lui stesso,
    il baronello,  per consegnarla di nascosto alla prima donna.  Ma,  per
    carit! Son padre di famiglia!... Non mi fate perdere il pane.
    Donna  Fif,  gialla  dalla  bile,  non rispose neppure.  Di nascosto,
    dietro il parapetto, spiegazzava la lettera con mano febbrile. Indi la
    pass alla mamma che balbettava.
    - Ma sentiamo... Cosa dice?...
    - Me ne vo, - riprese il barbiere umilmente.  - Torno sul palcoscenico
    perch  adesso  lei  ammazza  il primo amoroso,  e devo pettinarla coi
    capelli gi per le spalle...  Mi raccomando,  donna  Fif!...  Non  mi
    tradite!...
    - Ma che dice? - ripet la mamma.
    Nicolino  cacci  il  capo  fra di loro,  e si busc una pedata.  Agli
    strilli accorse don Filippo,  che stava  passeggiando  nel  corridoio,
    perch il palco era pieno zeppo.
    -  Che  c'?...  Al  solito!  Facciamo  ribellare  tutto  il teatro...
    soltanto noi!...
    Canali cacci anche lui il capo dentro il palchetto.
    - State attenti! Ora c' la scena in cui s'ammazzano!...
    - Magari! - borbott fra i denti Fif.
    - Eh? Che cosa?
    - Nulla. Fif ha mal di capo, - rispose don Filippo. Quindi piano alla
    moglie: - Si pu sapere che cosa c'?
    - Si soffoca!  - aggiunse Canali.  -  Mi  fate  un  po'  di  posto?...
    Guardate  lass!...  quanta gente!  Quasi quasi mi metto in maniche di
    camicia.
    C'era una siepe di teste.  Dei contadini ritti in piedi  sulle  panche
    della piccionaia,  che si tenevano alle travi del soffitto per guardar
    gi in platea;  dei ragazzi che  si  spenzolavano  quasi  fuori  della
    ringhiera, come stessero a rimondar degli ulivi; una folla tale che la
    signora  Capitana,  nel palco dirimpetto,  minacciava di svenirsi ogni
    momento, colla boccetta d'acqua d'odore sotto il naso.
    - Perch non si fa slacciare dal Capitan d'Arme?  - disse  Canali  che
    aveva di tali uscite.
    Il  barone  Mndola,  il quale stava facendo visita a donna Giuseppina
    Alsi nel palco accanto,  si volt colla sua  risata  sciocca  che  si
    udiva per tutta la sala.  Donna Giovannina si fece rossa.  Mita sgran
    tanto d'occhi, e la mamma spinse Canali fuori dell'uscio.  Poi disse a
    Fif:
    - Bada! La Capitana ti guarda col cannocchiale!...
    - No! Non guarda me! - rispose lei facendo una spallata.
    -  Ne  volete  sentire  una  nuova?  - seguit il barone ostinandosi a
    cacciare il capo nel vano dell'uscio. - C' un casa del diavolo, dalla
    Capitana!...  Fa sorvegliare la  locanda  dov'  alloggiata  la  prima
    donna!...  Suo marito stesso, poveretto!... Pare che ne abbia scoperto
    delle  belle!...  -  Il  Capitan  d'Arme,  seccato,   fu  costretto  a
    rimbeccargli:  -  Perch non badate a quel che succede in casa vostra,
    caro collega?
    - Ehm!  ehm!  - toss don Filippo gravemente.  Dalla platea intimarono
    pure silenzio, giacch s'alzava il sipario. Donna Bellonia allora cav
    fuori gli occhiali per leggere il biglietto, dietro le spalle di Fif.
    - Ma che dice? Io non ci capisco niente!...
    -  Ah,  non  capite?...  Non  me  ne ha scritta mai una cos bella!...
    l'infame! il traditore!...
    Il fatto  che Ciolla,  il quale si piccava di letteratura,  ci  s'era
    stillata   la  quintessenza  del  cervello,   chiusi  tutti  e  due  a
    quattr'occhi col baronello nella retrobottega di Giacinto. Don Filippo
    torn a domandare:
    - Ma che c'? Si pu sapere?
    - Ssst!!! - zittirono dalla platea.
    Si sarebbe udita volare  una  mosca.  La  prima  donna,  tutta  bianca
    fuorch i capelli,  sciolti gi per le spalle,  come l'aveva pettinata
    mastro Titta,  faceva accapponar la pelle a quanti stavano a sentirla.
    Alcuni,  dall'ansia,  s'erano  anche  alzati  in  piedi,  malgrado  le
    proteste di quelli ch'erano seduti dietro e non  vedevano  niente.  Lo
    stesso Canali, commosso, si soffiava il naso come una tromba.
    - Guardate! guardate!... adesso!...
    "Io!...  io stessa!... con questa destra che tu impalmasti, giurandomi
    eterna f!..."
    L'amoroso,   un  mingherlino  che  lei  si  sarebbe  messo  in  tasca,
    indietreggiava  a  passi  misurati,  con  una  mano sul giustacuore di
    velluto, e l'altra, in atto di orrore, fra i capelli arricciati.
    - Non ci reggo,  no!  - borbott Canali.  E  scapp  via,  giusto  nel
    momento che risuonavano gli applausi.
    - Che comica,  eh? Che talento? - esclam don Filippo smanacciando lui
    pure. - Peste!... maleducato!...
    Nicolino impaurito sgambettava e cacciavasi verso l'uscio a  testa  in
    gi,  strillando  che  voleva  andarsene.  Un terremoto gi in platea.
    Tutti in piedi, vociando e strepitando.  La prima donna ringraziava di
    qua  e  di  l,  dimenando i fianchi,  saettando il collo a destra e a
    sinistra al pari di una testuggine,  mandando baci e sorrisi  a  tutti
    quanti  sulla punta delle dita,  colle labbra cucite dal rossetto,  il
    seno che le scappava fuori tremolante ad ogni inchino.
    - Sangue di!...  corpo di!...  - esclam Canali  che  era  tornato  ad
    applaudire.  - Son maritato!... son padre di famiglia!... Ma farei uno
    sproposito!...
    - Pap mio!  pap mio!  - proruppe allora  donna  Fif,  scoppiando  a
    piangere addosso al genitore.  - Se mi volete bene,  pap mio,  fatemi
    bastonare a dovere quella sgualdrina!...
    - Eh?...  - balbett don Filippo rimasto a bocca aperta e con le  mani
    in aria. - Che ti piglia adesso?
    Donna  Bellonia,  Mita,  Giovannina,  tutte  insieme  si  alzarono per
    calmare Fif, circondandola, spingendola in fondo, verso l'uscio,  per
    nasconderla. Nei palchi dirimpetto, gi in platea, vi fu un ondeggiare
    di  teste,  delle risate,  dei curiosi che appuntavano il cannocchiale
    verso il palchetto dei Margarone.  Don Filippo,  onde far  cessare  lo
    scandalo,  si mise in prima fila, insieme a Nicolino, appoggiandosi al
    parapetto,  salutando le signore col sorriso a fior di labbra,  mentre
    borbottava sottovoce:
    -  Stupida!...  Tuo  fratello,  cos  piccolo,  ha pi giudizio di te,
    guarda!...
    Anche nel palco accanto si udiva un trameno.  La signora Alsi  tutta
    affaccendata,  con la boccettina d'acqua d'odore in mano,  e il barone
    Mndola voltando la schiena al teatro,  scuotendo per  le  braccia  un
    ragazzetto bianco al par della camicia, abbandonato sulla seggiola.
    -  Gli  venuto male al piccolo La Gurna...  - disse il barone Mndola
    dal palco di donna Giuseppina.  -  Capisce  come  uno  grande!...  Una
    seccatura!
    - Come la mia Fif... or ora!... Benedetti ragazzi! Pigliano tutto sul
    serio!...
    Il  fanciullo,  pallido,  con  grandi  occhi  intelligenti  e  timidi,
    guardava ancora la scena a sipario calato. Donna Giuseppina,  dopo che
    il nipotino si fu riavuto alquanto, offr per cortesia la sua boccetta
    d'odore ai Margarone. Don Filippo seguit a brontolare sottovoce:
    -  Tale  e  quale  come  il  ragazzo  La  Gurna  che  ha sett'anni!...
    Vergogna!... Non mi ci pescate pi, parola d'onore!
    Ma tacque vedendo entrare Mndola che veniva a far visita,  vestito in
    gala,  colla  giamberga  verde  bottiglia,  i  calzoni  fior  di pomo,
    soltanto il corvattone nero pel lutto del  cugino  Trao.  Andava  cos
    facendo visite da un palco all'altro, per non pagare il posto.
    - Non vi scomodate...  un posticino... in un cantuccio... Voi, Canali,
    potete  andare  da  donna  Giuseppina,   qui  accanto,   che  non  c'
    nessuno!...   No,   no,   in  verit,   nessuno!...   Sarino,  il  suo
    figliuoletto, quello alto quanto il ventaglio, sapete la canzone?... e
    Corradino La Gurna,  il ragazzo della zia Trao...  Donna Giuseppina lo
    conduce  dove  va  per  servirle di paravento...  quando aspetta certe
    visite... capite?  L'hanno mandato apposta da Siracusa per romperci le
    tasche!... - Poscia, appena Canali se ne fu andato: - Ora arriva anche
    Peperito!...  Non  mi  piace  giuocare  a  tressetti!...  -  E ammicc
    chiudendo un occhio.  Nessuno gli rispose.  Allora vedendo  quei  musi
    lunghi, ripigli, cambiando tono:
    - Che produzione,  eh?  La donna specialmente!...  M'ha fatto piangere
    come un bambino!
    - Anche qui! anche qui! - rispose don Filippo, fingendo di volgerla in
    burletta.
    - Ah, donna Fif?...  Allegramente,  ch adesso,  al terz'atto,  fanno
    pace  fra  di  loro.  Lui  ferito soltanto.  Lo salva una ragazza che
    l'ama di nascosto,  e viceversa poi si scopre  esser  sua  sorella  di
    latte...  Una  produzione  che  fu  replicata  due  sere  di seguito a
    Caltagirone... Ohi! ohi!... cos' adesso?
    Il Capitan d'Arme, dal palco dirimpetto,  credendo di non esser visto,
    dietro  le  spalle  della  Capitana,  faceva  segno  verso di loro col
    fazzoletto bianco, fingendo di soffiarsi il naso. Mndola nel voltarsi
    sorprese pure donna Giovannina col fazzoletto al  viso.  Ella  abbass
    subito gli occhi e si fece rossa come un peperone.
    - Ah!  ah!... Sicuro! Una bella compagnia! Fortuna che sia capitata da
    queste parti! La prima donna specialmente!... Sta l, di faccia a casa
    mia, nella locanda di Nanni Ninnar. Bisogna vedere ogni sera, dopo la
    recita!... - E termin la frase all'orecchio di don Filippo,  il quale
    rispose: - Ehm!... ehm!...
    -  Ti  d  uno  sgrugno,   -  minacci  intanto  la  mamma  sottovoce,
    mangiandosi  cogli  occhi  Giovannina.   -  Ti  fo  venire  adesso  il
    raffreddore!...
    -  Sicuro!  -  riprese  il barone ad alta voce perch non capissero le
    ragazze.  - Padrone del campo veramente  il padre nobile,  quello che
    avete  visto  col  barbone  bianco.  Finta  che litigano ogni sera sul
    palcoscenico... Ma poi, a casa, bisogna vedere!...  Non vi dico altro!
    Ho fatto un buco apposta nell'impannata del granaio che guarda appunto
    in camera sua. Per ci sono gli avventiz, i devoti spiccioli, capite?
    quelli  che  vanno  a portare la loro offerta...  Il figlio del notaro
    Neri ha  saccheggiato  la  dispensa,  nel  tempo  che  suo  padre  era
    fuggiasco...  salsicciotti,  reste  di  fichi secchi,  pezze intere di
    cacio... Portava ogni giorno qualcosa in tasca... Ohi! ohi!...
    La signora Capitana si disponeva ad  andarsene  prima  del  tempo.  In
    piedi,  sul  davanti  del  palchetto,  aveva  tolto  con  mal garbo il
    guardaspalle al Capitan d'Arme,  e l'aveva dato al tenente,  il  quale
    glielo  accomodava sugli omeri nudi in barba al suo superiore,  adagio
    adagio, facendo il comodo suo, senza curarsi di tutti quegli occhi che
    avevano  addosso.   Don  Bastiano  Stangafame  dall'altro  lato,   col
    ventaglio  in  mano,  e  il marito,  pacifico,  che guardava e taceva.
    Mndola diede una gomitata a Margarone,  e tutti e  due  si  misero  a
    guardare  in  aria,  grattandosi  il  mento.  Canali osserv dal palco
    accanto:
    - Un po' per uno, non fa male a nessuno!...
    - Badate a voi piuttosto!... badate!...
    - S,  s,  l'ho visto venire...  Adesso scappo,  prima che giunga  il
    cavaliere...
    S'imbatt col Peperito giusto sull'uscio del corridoio.
    -  Oh,  cavaliere!...  Beato  chi  vi  vede!  S'era inquieti da queste
    parti... parola d'onore!...
    - Perch? - balbett Peperito facendosi rosso.
    - Cos...  Una produzione come questa che fa correre tutto il paese...
    Si diceva... come va che il cavaliere?...
    Peperito esit alquanto,  cercando la risposta, non sapendo se dovesse
    mettersi in collera, e poi gli sbatt l'uscio sul muso.
    - Ora fanno il quadro degli innocenti!  - soggiunse Canali ridendo.  -
    Vado in platea per vederlo di laggi.
    -  Allegramente,  donna  Fif!  - disse poi Mndola.  - Non vi sono n
    morti n feriti!...  Se non arriviamo a farvi ridere in  nessun  modo,
    vuol dire...
    In  quella  si  ud  nel corridoio un frusco di seta,  e un rumore di
    sciabole e di speroni.  Donna Giovannina si fece di  brace  in  volto,
    sentendosi  addosso gli occhi della mamma.  La signora Capitana spinse
    l'uscio del palchetto,  e mise dentro la sua  testolina  riccioluta  e
    sorridente.
    -  No,  no,  non  vi  scomodate.  Son  passata un momento a salutarvi.
    Un'indecenza questa produzione...  Io me ne vo per non sentir altro...
    E il vestito della donna!... avete visto, nel chinarsi?...
    - Eh! eh!... - rispose don Filippo accennando alle sue ragazze.
    - Precisamente! Una mamma non potr condurre in teatro le figliuole.
    - E' giusto!  - osserv allora don Filippo.  - Dovrebbe interessarsene
    l'autorit...
    Il tenente,  che le cortesie della signora Capitana avevano  messo  in
    vena, aggiunse:
    -  Io sono l'autorit.  Ora corro sul palcoscenico per vedere s' quel
    che dico io... Voglio toccare con mano come san Tommaso!
    Ma nessuno rise.  Solo la Capitana,  dandogli un colpetto sul braccio,
    si  chin sorridendo all'orecchio di donna Bellonia per confidarle ci
    che affermava il tenente: - Io dico  di  no,  invece.  Guardate  donna
    Giovannina...  E'  grassa  quasi quanto la prima donna,  eppure non si
    vede...  Un po'...  s...  da vicino...  forse pel busto  che  stringe
    troppo...
    -  Graziosissimo!...  -  borbott  il Capitan d'Arme dal corridoio.  -
    Elegantissimo!...
    Zacco,  che giungeva allora,  al vedere gli uniformi stava per tornare
    indietro,  tanta  la  paura  che gli era rimasta da quell'affare della
    Carboneria.  Ma poi si fece animo,  per non destar sospetti,  e and a
    stringere la mano a tutti quanti, sorridendo, giallo come un morto.
    - Vengo dalla cugina Trao.  E' ancora in casa del fratello,  poverina!
    Non si pu muovere!...  Ha voluto partorire proprio a casa sua!...  Io
    non ne sapevo nulla, giacch sono stato in campagna per badare ai miei
    interessi.
    - Ma che aspettano a battezzare cotesta bambina! - chiese Margarone. -
    L'arciprete Bugno fa un casa del diavolo per quell'anima innocente che
    corre rischio d'andare al limbo.
    Allora prese la parola il Capitano Giustiziere.
    -  Aspettano  il  rescritto di Sua Maest,  Dio guardi...  Un'idea del
    marchese Limli, per far passare il nome dei Trao ai collaterali,  ora
    che  sta  per estinguersi la linea mascolina...  Le carte furono nelle
    mie mani...
    - S,  una gran famiglia...  una gran  casa,  -  aggiunse  la  signora
    Capitana.  - Ci andai per far visita a donna Bianca. Ho visto anche la
    bambina... un bel visetto.
    - Benissimo!  - conchiuse Zacco.  - Cos  mastro-don  Gesualdo  ci  ha
    guadagnato che neppur la sua figliuola  roba sua.
    La  barzelletta fece ridere.  Canali che tornava colle tasche piene di
    bruciate, volle che gliela ripetessero.
    - Buona sera! buona sera! Non voglio stare a sentire altro!  - esclam
    la  Capitana  tutta  sorridente,  tappandosi le orecchie con le manine
    inguantate. - No... me ne vo... davvero!...
    Erano tutti nel corridoio: donna Fif  masticando  un  sorriso  fra  i
    denti  gialli;  Nicolino  dietro  a  Canali il quale distribuiva delle
    bruciate;  anche donna Giuseppina Alsi aveva aperto l'uscio  del  suo
    palco,  per non dar campo alle male lingue.  Solo donna Giovannina era
    rimasta al suo posto inchiodata dal viso arcigno della mamma. Don Nin
    che veniva di nascosto per  non  destar  i  sospetti  della  fidanzata
    vestito  di  nero,  con  un  mazzolino di rose in mano,  rimase un po'
    interdetto trovando tanta gente nel corridoio.  Donna Fif gli rivolse
    un'occhiataccia, e tir sgarbatamente per un braccio il fratellino che
    gli  si  arrampicava addosso onde frugargli nelle tasche.  Il Capitano
    d'Arme accarezz il ragazzo, e disse guardando nel palco dei Margarone
    con certi occhi arditi:
    - Che bel fanciullo!... tanto simpatico!... Una bella famiglia!...
    Donna Fif gli rispose con un sorriso civettuolo,  proprio  sotto  gli
    occhi  del  fidanzato.  La Capitana rise agro anche lei;  guard donna
    Giovannina che aveva gli  occhi  lucenti,  e  siccome  Peperito  stava
    accarezzando  Corradino  La Gurna per far la corte a donna Giuseppina,
    dicendo che aveva un'aria distinta, tutta l'aria dei Trao, la Capitana
    aggiunse, colla vocina melata:
    - E' sorprendente l'aria di famiglia che c' fra di loro.  Avete visto
    come somiglia a don Nin la bambina di donna Bianca?
    - Che diavolo!  - le borbott all'orecchio Canali. - Che storie andate
    pescando!...
    Successero alcuni istanti di silenzio imbarazzante.  Zacco se ne  and
    canterellando. Canali annunzi che stava per cominciare l'ultimo atto.
    Ci  fu  uno  scambio  di baci e di sorrisi pungenti fra le signore;  e
    donna Fif si lasci andare anche a stringere la mano che il  Capitano
    le stendeva alla moda forestiera, con un molle abbandono.
    - Via,  entrate un momento,  - disse donna Bellonia al baronello. - Vi
    metterete in fondo al palco,  insieme a Fif,  giacch siete in lutto.
    Nessuno vi vedr. Levati di l, Giovannina.
    - Sempre cos!  - borbott costei ch'era furiosa contro la sorella.  -
    Mi tocca sempre cedere il posto, a me!...
    - Mamma...  lascialo andare...  s' in  lutto!...  La  commedia  potr
    vederla dal palcoscenico!... - sogghign Fif.
    - Io?...
    Ma essa gli volse le spalle.  Mndola s'era ficcato nel palco prima di
    tutti gli altri,  per veder la scena che aveva detto lui,  e faceva la
    spiegazione  a ogni parola.  - State attenti!...  Ora si scopre che la
    sorella di latte  figlia di un altro...
    - Son cose che succedono! - osserv Canali dall'uscio.
    - Zitto! zitto! cattiva lingua!
    Tutti  gli  occhi,  anche  quelli  delle  ragazze,   si  rivolsero  al
    baronello,  il  quale  finse  di  non  capire.  - Se vi seccate!...  -
    borbott donna Fif,  - giacch state  l  come  un  grullo...  volete
    andarvene?...
    - Io?...
    - Ecco!... - Interruppe Mndola trionfante. - Ecco!... capite?
    - Son maritato!...  - torn a dire Canali.  - Son padre di famiglia...
    Ma farei volentieri uno sproposito per la  prima  donna!...  Anche  il
    nome ha bello!... Aglae...
    - Agli...  porri!...  che nome!... - sogghign il barone Mndola. - Io
    non saprei come fare... a tu per tu!...
    Don Filippo tagli corto.
    -  E'  un'artistona...  una  prima  donna  di  cartello...  Allora  si
    capisce...
    - Sicuro,  - si lasci scappare incautamente don Nin per dire qualche
    cosa.
    - Ah!... Piace anche a voi?...
    - Certamente... cio... voglio dire...
    - Dite, dite pure!... Gi lo sappiamo!...
    Mndola fiut la burrasca e si alz per svignarsela: - Il resto lo so.
    Buona sera. Con permesso, don Filippo. Sentite, Canali...
    Per disgrazia la prima donna che doveva tenere gli  occhi  rivolti  al
    cielo  nel  declamare:  "S' scritto lass...  dal Fato..." si trov a
    guardare nel palco dei Margarone.  Donna Fif  allora  non  seppe  pi
    frenarsi:
    - Gi, lo sappiamo! Le agglomerate cerimonie!... le melenzose riga!...
    - Io?... le melenzose?...
    Ma lei scatt inferocita, quasi volesse piantargli i denti in volto:
    -  Ci  vuole  una  faccia  tosta!...  Sissignore!  la  lettera  con le
    melenzose!...  eccola  qua!...   -  e  gliela  freg  sotto  il  naso,
    scoppiando a piangere di rabbia.  Don Nin da prima rimase sbalordito.
    Indi scatt su  come  una  furia,  cercando  il  cappello.  Sull'uscio
    s'imbatt in don Filippo, che accorreva al rumore.
    - Siete uno stupido!... un imbecille!... La bella educazione che avete
    saputo  dare  a vostra figlia!...  Grazie a Dio,  non ci metter pi i
    piedi a casa vostra!
    E part infuriato sbatacchiando l'uscio. Don Filippo che era rimasto a
    bocca aperta,  appena il baronello se ne  fu  andato,  si  cacci  nel
    palchetto, sbraitando contro la moglie alla sua volta:
    -  Siete  una  stupida!...  Non  avete saputo educare le figliuole!...
    Vedete cosa mi tocca sentirmi dire!... Non dovevate portarmelo in casa
    quel facchino!...
    La rottura fece chiasso.  Dopo cinque minuti non si parlava d'altro in
    tutto il teatro. Poco manc che la produzione non terminasse a fischi.
    Il  capocomico  se la prese colla prima donna,  che lo guastava con le
    prime famiglie  del  paese.  Ma  lei  giurava  e  spergiurava  di  non
    conoscerlo neanche di vista,  quel barone, e gliene importava assai di
    lui.   L'udirono  mastro  Cosimo  il  falegname  e  quanti  erano  sul
    palcoscenico.  Don Nin furibondo and subito il giorno dopo a cercare
    Ciolla,   il  quale  se  ne  stava  pei  fatti   suoi,   dopo   quelle
    ventiquattr'ore passate in Castello sottochiave.
    -  Bella figura m'avete fatto fare colle vostre melenzose!...  La sa a
    memoria tutto il paese la vostra lettera!...
    - Ebbene?  cosa vuol dire?  Segno ch' piaciuta,  se la sanno tutti  a
    memoria!
    - E' piaciuta un corno! Lei dice che gliene importa assai di me!
    - Oh!  oh!...  E' impossibile!... La lettera avrebbe sfondato un muro!
    Vuol dire che la colpa  vostra,  don Nin...  Non  parlo  del  vostro
    fisico... Bisognava accompagnarla con qualche regaluccio, caro barone!
    La polvere spinge la palla! Credevate di far colpo per la vostra bella
    faccia?...  con  due baiocchi di carta rasata?...  Giacch a me non mi
    avete dato nulla, veh!...
    Invano  gli  amici  e  i  parenti   tentarono   d'intromettersi   onde
    rappattumare i fidanzati.  La mamma ripeteva: - Che vuoi farci?... Gli
    uomini!...  Anche tuo padre!...  - Don Filippo la pigliava su un altro
    tono: - Sciocchezze...  scappatelle di giovent!...  Fu l'occasione...
    la novit...  Le prime donne non vengono mica  ogni  anno...  Sei  una
    Margarone  alla  fin fine!  Lui non cambia certo una Margarone con una
    comica! Poi, se perdono io che sono offeso maggiormente!...
    Ma donna Fif non si placava.  Diceva che non voleva  saperne  pi  di
    colui,  uno sciocco, un avaraccio, il barone Melenzose!... Se mai, non
    le sarebbe mancato un pretendente cento volte meglio di lui...  Andava
    scorbacchiandolo  con tutti,  amiche e parenti.  Don Nin dalla rabbia
    avrebbe fatto non so che cosa.  Giurava che voleva spuntarla  ad  ogni
    costo, ed avere la prima donna, non fosse altro per dispetto.
    -  Ah!  gliela  far  vedere  a  quella  strega!  La polvere spinge la
    palla!...
    E mand a regalare salsicciotti, caciocavallo, un bottiglione di vino.
    Empirono la tavola della locanda.  Non si parlava d'altro in tutto  il
    paese. Il barone Mndola narrava che ogni sera si vedevano le Nozze di
    Cana dal suo buco. Regali sopra regali, tanto che la baronessa dovette
    nascondere la chiave della dispensa.  Mastro Titta venne a dire infine
    a don Nin:
    - Non resiste pi,  vossignoria!  Ha perso la testa,  la prima  donna.
    Ogni sera, mentre sto a pettinarla, non mi parla d'altro.
    -  Se  mi  fa  avere la soddisfazione che dico io!...  Sotto gli occhi
    medesimi di donna Fif voglio avere  la  soddisfazione!  Voglio  farla
    morir tisica!
    Fu una delusione il primo incontro.  La signora Aglae faceva una parte
    di povera cieca,  e aveva il viso dipinto al  pari  di  una  maschera.
    Nondimeno  lo  accolse  come  una regina nel bugigattolo dove c'era un
    gran puzzo di moccolaia e lo present a un omaccione,  il quale  stava
    frugando  dentro  il  cassone,  in maniche di camicia,  e non si volt
    neppure.
    - Il barone Rubiera,  distinto cultore...  Il signor Pallante  celebre
    artista.
    Poi  volse un'occhiata alla schiena del celebre artista che continuava
    a rovistare brontolando, un'altra pi lunga a don Nin,  e soggiunse a
    mezza voce:
    - Lo conoscevo di gi!... Lo vedo ogni sera... in platea!
    Egli  invece  stava  per scusarsi che in teatro non era venuto a causa
    del lutto; ma in quella si volt il signor Pallante colle mani sporche
    di polvere, il viso impiastricciato anche lui,  e una vescica in testa
    dalla quale pendevano dei capelli sudici.
    - Non c',  - disse con un vocione che sembrava venire di sotterra.  -
    Te l'avevo detto!... accidenti! - E se ne and brontolando.
    Ella guard intorno in aria di mistero,  colle pupille  stralunate  in
    mezzo alle occhiaie nere; and a chiudere l'uscio in punta di piedi, e
    poscia si volt verso il giovane,  con una mano sul petto,  un sorriso
    pallido all'angolo della bocca.
    - E' strano come mi batte il cuore!... No... non  nulla... sedete.
    Don Nin cerc una sedia,  colla testa in fiamme,  il  cuore  che  gli
    batteva davvero. Infine si appollai sul baule, cercando qualche frase
    appropriata, che facesse effetto, mentre lei bruciava un pezzettino di
    sughero alla fiamma del lume a olio che fumava.
    Sopraggiunse  un'altra  visita,  Mommino  Neri,  il  quale trovando l
    Rubiera divent subito di cattivo umore, e non apr bocca,  appoggiato
    allo  stipite,  succhiando  il  pomo del bastoncino.  La signora Aglae
    teneva sola la conversazione: un bel  paese...  un  pubblico  colto  e
    intelligente... bella giovent anche...
    - Buona sera, - disse Mommino.
    - Ve ne andate, di gi?...
    - S... Non potrete muovervi qui dentro... Siamo in troppi...
    Don Nin lo accompagn con un sogghigno, continuando a suonare la gran
    cassa  sul  baule colle calcagna.  Ella se ne avvide e alz le spalle,
    con un sorriso affascinante,  sospirando quasi si fosse levato un peso
    dallo stomaco.
    Il baronello gongolante incominci.  - Se sono d'incomodo anch'io... -
    E cerc il cappello che aveva in mano.
    - Oh no!... voi, no! - rispose lei con premura, chinando il capo.
    - Si pu? - chiese la vocetta fessa del tirascene dietro l'uscio.
    - No! no! - ripet la signora Aglae con tal vivacit quasi fosse stata
    sorpresa in fallo.
    - Si va in scena!  -  aggiunse  il  vocione  del  signor  Pallante.  -
    Spicciati!
    Allora essa, levando verso don Nin il viso rassegnato, con un sorriso
    triste:
    -  Lo  vedete!...  Non  ho  un  minuto  di  libert!...  Sono  schiava
    dell'arte!...
    Don Nin colse la palla al balzo: L'arte... una bella cosa!...  Era il
    suo regno...  il suo altare!...  Tutti l'ammiravano!...  dei cuori che
    faceva battere!...
    - Ah! s!... Le ho data tutta me stessa... Me le son data tutta!...
    E apr le braccia, voltandosi verso di lui,  con tale abbandono,  come
    offrendosi  all'arte,  l  su  due  piedi,  che don Nin balz gi dal
    cassone.
    - Badate! - esclam lei a bassa voce, rapidamente. - Badate!...
    Aveva le mani tremanti, che stese istintivamente verso di lui, quasi a
    farsene schermo.  Poi si freg gli occhi,  reprimendo  un  sospiro,  e
    balbett come svegliandosi:
    - Scusate... Un momento... Devo vestirmi...
    E un sorriso malizioso le balen negli occhi.
    Quel seccatore di Mommino Neri era ancor l,  appoggiato a una quinta,
    che discorreva col signor Pallante,  gi vestito da re,  colla zimarra
    di pelliccia e la corona di carta in testa.  Stavolta tocc a don Nin
    di farsi scuro in viso.  Ella,  come lo sapesse,  socchiuse  di  nuovo
    l'uscio, sporgendo il braccio e l'omero nudi:
    -  Barone,   se  aspettate  alla  fine  dell'atto...  quei  versi  che
    desiderate leggere li ho l, in fondo al baule.
    No!  nessuna donna gli aveva data una gioia simile,  una vampata  cos
    calda  al  cuore  e alla testa: n la prima volta che Bianca gli s'era
    abbandonata fra le braccia, trepidante;  n quando una Margarone aveva
    chinato  il  capo  superbo,  mostrandosi  insieme  a lui,  in mezzo al
    mormoro che suscitavano nella folla.  Fu un vero accesso  di  pazzia.
    Buccinavasi  persino che onde farle dei regali si fosse fatto prestare
    dei denari da questo  e  da  quello.  La  baronessa,  disperata,  fece
    avvertire  gli inquilini di non anticipare un baiocco al suo figliuolo
    se no l'avevano a far con lei. - Ah!...  ah!...  vedranno!  Mio figlio
    non ha nulla. Io non pago di certo!...
    C'erano  state scene violente fra madre e figlio.  Lui ostinato peggio
    d'un mulo,  tanto pi che la signora  Aglae  non  gli  aveva  lasciato
    neppur  salire  la  scala  della  locanda.  Infine  gli aveva detto il
    perch,  una sera,  al buio l sulla soglia mentre Pallante era salito
    avanti ad accendere il lume:
    - E' geloso!... Son sua!... sono stata sua!...
    Ed  aveva  confessato  tutto,  a capo chino,  con la bella voce sonora
    soffocata dall'emozione. Egli, un gran signore diseredato dal genitore
    a  causa  di  quella  passione  sventurata,   aveva  amata  a   lungo,
    pazzamente,  disperatamente:  uno  di  quegli amori che si leggono nei
    romanzi;  si  era  dato  all'arte  per  seguirla;  aveva  sofferto  in
    silenzio;  aveva implorato,  aveva pianto...  Infine una sera...  come
    allora...  ancora tutta fremente e palpitante delle  emozioni  che  d
    l'arte...  la piet... il sacrificio... non sapeva ella stessa come...
    mentre il cuore volava lontano...  sognando altri  orizzonti...  altro
    ideale...   Ma  dopo,   mai  pi!...  mai  pi!...  S'era  ripresa!...
    vergognosa... pentita... implacabile... Egli che l'amava sempre,  come
    prima...  pi di prima... alla follia... era geloso: geloso di tutto e
    di tutti,  dell'aria,  del sogno,  del pensiero...  di lui  pure,  don
    Nin!...
    -  Oh!  -  si  ud  il vocione di su la scala.  - Li vuoi fritti o al
    pomodoro?
    Sul viso di  lei,  dolcemente  velato  dalla  semi-oscurit,  err  un
    sorriso angelico.
    - Vedete?... Sempre cos!... Sempre la stessa devozione!...
    Ciolla che era il confidente di don Nin gli disse poi:
    -  Come  siete  sciocco!  Quello  l  un...  pentolaccia!  Si pappano
    insieme la roba che mandate voi e il figlio di Neri.
    Infatti aveva incontrato spesso Mommino  sul  palcoscenico,  ed  anche
    dinanzi all'uscio della locanda, su e gi come una sentinella. Mommino
    adesso  era  tutto  gentilezze  e  sorrisi  per lui.  Quando gli parve
    proprio di farci una figura sciocca, mont in collera.
    - Ah!...  tu lo vuoi?  - gli diss'ella infine con accento febbrile.  -
    Ebbene...  ebbene...  Se  non  c'  altro  mezzo di provarti quanto io
    t'amo... Giacch bisogna perdermi ad ogni costo... stasera...  dopo la
    mezzanotte!...

    Un  odore  di  stalla,  in quella scaletta buia,  cogli scalini unti e
    rotti da tutti gli scarponi ferrati del contado. Lass in cima, un fil
    di luce,  e una figura bianca,  che gli si offr intera,  bruscamente,
    con le chiome sparse.
    - Tu mi vuoi... baiadera... odalisca?...
    C'erano dei piatti sudici sulla tavola,  un manto di damasco rabescato
    sul letto,  dei garofani e un lume  da  notte  acceso  sul  canterano,
    dinanzi  a  un  quadrettino della Vergine,  e un profumo d'incenso che
    svolgevasi da  un  vasetto  di  pomata  il  quale  fumava  per  terra.
    All'uscio  che  metteva nell'altra stanza era inchiodato un bellissimo
    sciallo turco, macchiato d'olio;  e dietro lo sciallo turco udivasi il
    signor Pallante che russava sulla sua gelosia.
    Essa,  spalancando quegli occhi neri che illuminavano la stanza,  mise
    un dito sulle labbra, e fece segno a Rubiera d'accostarsi.

    "Insomma l'ha  stregato!"  scriveva  il  canonico  Lupi  a  mastro-don
    Gesualdo  proponendogli  di fare un grosso mutuo al baronello Rubiera.
    "Don Nin  pieno di debiti sino al collo,  e non sa pi dove  battere
    il  capo...  La  baronessa  giura  che  sinch  campa  lei non paga un
    baiocco. Ma non ha altri eredi,  e un giorno o l'altro deve lasciargli
    tutto il suo. Come vedete, un buon affare, se avete coraggio..."
     "Quanto?"  rispose  mastro-don  Gesualdo.    "Quanto  gli  occorre al
    baronello Rubiera? S' una cosa che si pu fare son qua io."
    Pi tardi,  come si seppe in paese della grossa somma che don Gesualdo
    aveva  anticipata  al  barone Rubiera,  tutti gli davano del matto,  e
    dicevano che ci avrebbe persi  i  denari.  Egli  rispondeva  con  quel
    sorriso tutto suo:
    -  State  tranquilli.   Non  li  perdo  i  denari.   Il  barone    un
    galantuomo... e il tempo  pi galantuomo di lui.

    Dice bene il  proverbio  che  la  donna    causa  di  tutti  i  mali!
    Commediante poi!



    5.

    Don  Nin aveva sperato di tenere segreto il negozio.  Ma sua madre da
    un po' di tempo non si dava pace,  vedendolo cos mutato,  dispettoso,
    sopra pensieri, col viso acceso e la barba rasa ogni mattina. La notte
    non chiudeva occhio almanaccando dove il suo ragazzo potesse trovare i
    denari  per  tutti quei fazzoletti di seta e quelle boccettine d'acqua
    d'odore. Gli aveva messi alle calcagna Rosaria ed Alessi.  Interrogava
    il fattore e la gente di campagna. Teneva sotto il guanciale le chiavi
    del magazzino e della dispensa.  Come le parlasse il cuore, poveretta!
    Il cugino Limli  era  arrivato  a  indicarle  la  signora  Aglae  che
    scutrettolava tutta in fronzoli.  - La vedete?   quella l. Che ve ne
    sembra, eh, di vostra nuora? Siete contenta? - Proprio, come le avesse
    lasciata la jettatura don Diego Trao, morendo!
    Nei piccoli paesi c' della gente che farebbe delle miglia per  venire
    a  portarvi  la  cattiva nuova.  Una mattina la baronessa stava seduta
    all'ombra  della  stoia  sul  balcone,  imbastendo  alcuni  sacchi  di
    canovaccio  che  Rosaria poi le cuciva alla meglio,  accoccolata sullo
    scalino, aguzzando gli occhi e le labbra perch l'ago non le sfuggisse
    dalle manacce ruvide voltandosi di tanto in tanto a guardare gi nella
    stradicciuola deserta.
    - E tre! - si lasci scappare Rosaria vedendo Ciolla che ripassava con
    quella faccia da usciere, sbirciando la casa della baronessa da cima a
    fondo,  fermandosi ogni  due  passi,  tornando  a  voltarsi  quasi  ad
    aspettare  che  lo chiamassero.  La Rubiera che seguiva da un pezzetto
    quel va e vieni,  di sotto gli occhiali,  si chin infine a fissare il
    Ciolla in certo modo che diceva chiaro: Che fate e che volete?
    - Benedicite.  - Cominci ad attaccar discorso lui.  E si ferm su due
    piedi, appoggiandosi al muro di rimpetto, col cappello sull'occipite e
    in mano il bastone che sembrava la canna dell'agrimensore, aspettando.
    La  baronessa  per  rispondere  al  saluto  gli  domand,  facendo  un
    sorrisetto agrodolce:
    - Che fate l? Mi stimate la casa? Volete comprarla?
    - Io no!... Io no, signora mia!...
    -  Io  no!  - Torn a dire pi forte,  vedendo che lei s'era rimessa a
    cucire.  Allora la Rubiera si chin di nuovo verso  la  stradicciuola,
    cogli  occhiali  lucenti,  ed entrambi rimasero a guardarsi un momento
    cos, come due basilischi.
    - Se volete dirmi qualche cosa, salite pure.
    - Nulla,  nulla,  - rispose  Ciolla;  e  intanto  s'avviava  verso  il
    portone. Rosaria tir la funicella e si mise a borbottare;
     -  Che  vuole  adesso quel cristiano?  A momenti  ora d'accendere il
    fuoco. Ma intanto si udiva lo schiamazzo degli animali nel cortile e i
    passi di Ciolla che saliva adagio adagio.  Egli entr col cappello  in
    testa,  ossequioso,  ripetendo:  Deo  gratias!  Deo  gratias!  lodando
    l'ordine che regnava da per tutto in quella casa.
    - Non  ne  nascono  pi  delle  padrone  di  casa  come  voi,  signora
    baronessa!  Ecco!  ecco!  siete  sempre  l,  a sciuparvi la vista sul
    lavoro.  Ne hanno fatta  della  roba  quelle  mani!...  Non  ne  hanno
    scialacquata, no!
    La  baronessa  che  aspettava  coll'orecchio  teso  cominci ad essere
    inquieta. Intanto Rosaria aveva sbarazzato una seggiola del canovaccio
    che vi era ammucchiato sopra,  e stava ad  ascoltare,  grattandosi  il
    capo.
    -  Va  a vedere se la gallina ha fatto l'uovo,  - disse la padrona.  E
    torn a discorrere col Ciolla, pi affabile del consueto, per cavargli
    di bocca quel che aveva da dire.  Ma  Ciolla  non  si  apriva  ancora.
    Parlava  del  tempo,  dell'annata,  del fermento che aveva lasciato in
    paese la Compagnia d'Arme, dei guai che erano toccati a lui. - I cenci
    vanno all'aria,  signora mia,  e chi ha fatto il danno  invece  se  la
    passa  liscia.  Benedetta  voi  che  ve ne state in casa,  a badare ai
    vostri interessi. Fate bene! Avete ragione!  Tutto ci che si vede qui
      opera  vostra.  Non lo dico per lodarvi!  Benedette le vostre mani!
    Vostro marito, buon'anima!... via,  non parliamo dei morti...  le mani
    le  aveva  bucate...  come  tutti  i  Rubiera...  I  fondi  coperti di
    ipoteche... e la casa...  Infine cos'era il palazzetto dei Rubiera?...
    Quelle cinque stanze l?...
    La  baronessa fingeva d'abboccare alle lodi,  dandogli le informazioni
    che voleva,  accompagnandolo di stanza in  stanza,  spiegandogli  dove
    erano  stati  aperti  gli usci che mettevano in comunicazione il nuovo
    col vecchio.
    Ciolla seguitava a guardare intorno cogli occhi da usciere  accennando
    del  capo,  disegnando  colla  canna d'India: - Per l'appunto!  quelle
    cinque stanze l.  Tutto il resto  roba vostra.  Nessuno pu metterci
    le unghie nella roba vostra finch campate...  Dio ve la faccia godere
    cent'anni!  una casa come questa...  una vera reggia!  vasta quanto un
    convento!  Sarebbe un peccato mortale, se riuscissero a smembrarvela i
    vostri nemici... ch ne abbiamo tutti, nemici!...
    Essa,  che si sentiva impallidire,  finse di mettersi  a  ridere:  una
    risata da fargli montar la mosca al naso a quell'altro.
    - Cosa? Ho detto una minchioneria? Nemici ne abbiamo tutti. Mastro-don
    Gesualdo, esempigrazia!...
    Quello non vorrei trovarmelo mischiato nei miei interessi...
    Fingeva  anche  lui di guardarsi intorno sospettoso,  quasi vedesse da
    per tutto le mani lunghe di mastro-don Gesualdo.  - Quello,  se  si  
    messo  in  testa  di ficcarvisi in casa...  a poco a poco...  da qui a
    cent'anni... come fa il riccio...
    La baronessa era tornata sul balcone a  prendere  aria,  senza  dargli
    retta,  per  cavargli  di  bocca il rimanente.  Egli nicchi ancora un
    poco,  disponendosi ad andarsene,  cavandosi il cappello per darvi una
    lisciatina,  cercando  la canna d'India che aveva in mano,  scusandosi
    delle chiacchiere  colle  quali  le  aveva  empito  la  testa  sino  a
    quell'ora.
    - Che avete da fare, eh? Dovete vestirvi per andare al battesimo della
    figliuola  di don Gesualdo?  Sar un battesimo coi fiocchi...  in casa
    Trao!...  Vedete dove va a ficcarsi il  diavolo,  che  la  bambina  di
    mastro-don  Gesualdo va proprio a nascere in casa Trao!...  Ci saranno
    tutti i parenti... una pace generale... Siete parente anche voi...
    La baronessa continuava a ridere,  e Ciolla le teneva dietro,  tutti e
    due guardandosi in viso, cogli occhi soli rimasti serii.
    - No?  Non ci andate?  Avete ragione! Guardatevi da quell'uomo! Non vi
    dico altro! Vostro figlio  una bestia!... Non vi dico altro!...
    - Mio figlio ha la sua roba ed io ho  la  mia...  Se  ha  fatto  delle
    sciocchezze mio figlio pagher,  se pu pagare...  Io no per! Pagher
    lui, col fatto suo, con quelle cinque stanze che avete visto... Non ha
    altro,  per disgrazia...  Ma io la mia roba me la tengo per me...  Son
    contenta  che  mio figlio si diverta...  E' giovane...  Bisogna che si
    diverta... Ma io non pago, no!
    - Quello che dicono tutti.  Mastro-don Gesualdo crede d'essere  furbo.
    Ma stavolta,  se mai,  ha trovato uno pi furbo di lui.  Sarebbe bella
    che gli mantenesse l'amante a don Nin!... Gli parrebbe di fare le sue
    follie di giovent anche lui!...
    La baronessa,  dal gran ridere,  andava tenendosi ai  mobili  per  non
    cadere.  - Ah,  ah!... questa  bella!... Questa l'avete detta giusta,
    don Roberto!...  - Ciolla le andava dietro fingendo  di  ridere  anche
    lui,  spiandola  di  sottecchi,  indispettito che se la prendesse cos
    allegramente. Ma Rosaria, mentre veniva a pigliar la tela, vide la sua
    padrona cos pallida che stava per chiamare aiuto.
    - Bestia! Cosa fai? Perch rimani l impalata?  Accompagna don Roberto
    piuttosto!   -  Cos  Ciolla  si  persuase  ad  andarsene  finalmente,
    sfogandosi a brontolare colla serva:
    - Com' allegra la tua padrona!  Ho piacere,  s!  L'allegria fa  buon
    sangue e fa vivere lungamente. Meglio! meglio!
    Rosaria, tornando di sopra, vide la padrona in uno stato spaventevole,
    frugando  nei  cassetti  e negli armadi,  colle mani che non trovavano
    nulla,  gli  occhi  che  non  ci  vedevano,  la  schiuma  alla  bocca,
    vestendosi in tutta fretta per andare al battesimo del cugino Motta. -
    S,  ci andr...  Sentiremo cos'...  E' meglio sapere la verit. - La
    gente che la vedeva passare per le strade,  trafelata e col cappellino
    di  traverso  non  sapeva  che pensare.  Nella piazzetta di Sant'Agata
    c'era una gran curiosit, come giungevano gli invitati al battesimo in
    casa Trao,  e  don  Luca  il  sagrestano  che  andava  e  veniva,  coi
    candelieri e gli arnesi sacri sotto il braccio.  Speranza ogni momento
    si affacciava sul ballatoio, scuotendo le sottane, piantandosi i pugni
    sui fianchi,  e si metteva a sbraitare contro quella  bambina  che  le
    rubava l'eredit del fratello:
    -  Sar  un  battesimo  strepitoso!  C'  la  casa  piena...  tutta la
    nobilt... Noi soli,  no!  Non ci andremo...  per non fare arrossire i
    parenti  nobili...  Non ci abbiamo che vedere,  noi!...  Nessuno ci ha
    invitati al battesimo di mia  nipote...  Si  vede  che  non    sangue
    nostro...
    Anche il vecchio Motta s'era rifiutato,  la mattina, allorch Gesualdo
    era andato a pregarlo di mettere l'acquasanta alla nipotina.  Seduto a
    tavola  - stava mangiando un boccone - gli disse di no,  levando in su
    il fiasco che aveva alla bocca. Poi,  asciugandosi le labbra col dorso
    della mano, gli piant addosso un'occhiataccia.
    - Vacci tu al battesimo della tua figliuola.  E' affar tuo! Io non son
    nato per stare fra i signoroni...  Voialtri venite a cercarmi soltanto
    quando avete bisogno di me...  per chiudere la bocca alla gente... No,
    no...  quando c' da guadagnare qualcosa non vieni a cercarmi,  tu!...
    Lo sai? L'appalto della strada... la gabella...
    Mastro  Nunzio  voleva snocciolare la litania dei rimproveri,  intanto
    che ci si trovava.  Ma Gesualdo,  il quale aveva gi la casa piena  di
    gente, e sapeva che non gli avrebbe mai fatto chinare il capo se aveva
    detto  di  no,  se  ne  and  colle spalle e il cuore grossi.  Non era
    allegro neppur lui,  poveraccio,  sebbene dovesse far la bocca ridente
    ai  mirallegro  e ai salamelecchi.  Per infine con Nanni l'Orbo,  pi
    sfacciato,  che gli rompeva le tasche chiedendogli i  confetti  a  pi
    della scala, si sfog:
    - S!...  Va a vedere!... Va a vedere come s' storta fin la trave del
    tetto, ora ch' nata una bambina in questa casa!
    Barabba e il cacciatore della baronessa Mndola avevano dato una  mano
    a scopare,  a spolverare,  a rimettere in gambe l'altare sconquassato,
    chiuso da tant'anni nell'armadio a muro della sala grande che  serviva
    di  cappella.  La  sala  stessa  era  ancora parata a lutto,  qual'era
    rimasta dopo la morte di don Diego,  coi ritratti velati e gli alveari
    coperti  di  drappo nero torno torno per i parenti venuti al funerale,
    com'era l'uso nelle famiglie antiche. Don Ferdinando,  raso di fresco,
    con  un  vestito  nero  del  cugino  Zacco che gli si arrampicava alla
    schiena andava ficcando il naso da  per  tutto,  col  viso  lungo,  le
    braccia ciondoloni dalle maniche troppo corte,  inquieto,  sospettoso,
    domandando a ciascuno:
    - Che c'? Cosa volete fare?
    - Ecco vostro cognato,  - gli disse la zia Sganci entrando nella  sala
    insieme a don Gesualdo Motta.  - Ora dovete abbracciarvi fra di voi, e
    non tenere in corpo il malumore,  con quella  creaturina  che  c'  di
    mezzo.
    -  Vi  saluto,  vi saluto,  - borbott don Ferdinando;  e gli volt le
    spalle.
    Ma gli altri parenti che avevano pi giudizio,  facevano buon  viso  a
    don Gesualdo: Mndola, i cugini Zacco, tutti quanti. Gi i tempi erano
    mutati; il paese intero era stato sottosopra ventiquattr'ore, e non si
    sapeva quel che poteva capitare un giorno o l'altro. Oramai, per amore
    o  per  forza,  mastro-don  Gesualdo  s'era  ficcato nel parentado,  e
    bisognava fare i conti  con  lui.  Tutti  perci  volevano  vedere  la
    bambina - un fiore,  una rosa di maggio.  - La zia Rubiera abbracciava
    Bianca,   come  una  mamma  che  abbia  ritrovata  la  sua   creatura,
    asciugandosi gli occhi col fazzoletto diventato una spugna.
    - No!  Non ho peli sullo stomaco!... Non mi pareva vero, dopo d'averti
    allevata come una figliuola!...  Sono una bestia...  Son  rimasta  una
    contadina...  tale  e  quale  mia  madre,  buon'anima...  col cuore in
    mano...
    Bianca tutta adornata sotto il baldacchino del  lettone,  pallida  che
    sembrava  di  cera,  sbalordita da tutta quella ressa,  non sapeva che
    rispondere,  guardava  la  gente,  stralunata,  cercava  di  abbozzare
    qualche sorriso, balbettando. Suo marito invece faceva la sua parte in
    mezzo  a tutti quegli amici e parenti e mirallegro,  col viso aperto e
    giulivo,  le spalle grosse e bonarie,  l'orecchio teso a raccogliere i
    discorsi che si tenevano intorno a lui e dietro le sue spalle.  La zia
    Cirmena,  infatuata,  rispondeva a coloro che auguravano la nascita di
    un  bel  maschiotto,  pi  tardi,  che  gi  le  femmine  sono come la
    gramigna,  e vi scopano poi la casa del bello e del buono per andare a
    maritarsi...
    -  Eh...  i figliuoli bisogna pigliarseli come Dio li manda,  maschi o
    femmine...  Se si potesse andare a  sceglierli  al  mercato...  A  don
    Gesualdo non gli mancherebbero i denari per comprare il maschio.
    -  Non  me  ne  parlate!  -  interruppe alla fine la zia Rubiera - Non
    sapete quel che costino i maschi!... Quanti dispiaceri! Lo so io!...
    E continu a sfogarsi all'orecchio di  Bianca,  accesa  sbirciando  di
    sottecchi  don  Gesualdo per vedere quel che ne dicesse.  Don Gesualdo
    non diceva nulla. Bianca invece, cogli occhi chini, si faceva di mille
    colori.
    - Non lo riconosco pi,  no!...  nemmeno  io  che  l'ho  fatto!...  Ti
    rammenti, che figliuol d'oro?... docile, amoroso, ubbidiente... Adesso
    si rivolterebbe anche a sua madre,  per quella donnaccia forestiera...
    una commediante,  la conosci?  Dicono che  ha  i  denti  e  i  capelli
    finti...  Deve avergli fatta qualche mala!  Commediante e forestiera,
    capisci!...  lui non ci vede pi  dagli  occhi...  Spende  l'osso  del
    collo...  La gente cattiva...  i birboni anche l'aiutano...  Ma io non
    pago, no!... Oh, questo poi, no!
    - Zia! - balbett Bianca con tutto il sangue al viso.
    - Che vuoi farci? E' la mia croce! Se sapevo tanto piuttosto...
    Don Gesualdo badava a chiacchierare col cugino Zacco,  tutti e due col
    cuore in mano,  amiconi. La baronessa allora spiattell la domanda che
    le bolliva dentro:
    - E' vero che tuo marito gli presta dei denari... sottomano?...  L'hai
    visto venire qui, da lui?... Di', che ne sai?
    - Certo,  certo,  - rispose in quel punto don Gesualdo.  - I figliuoli
    bisogna pigliarseli come vengono.  - Zacco a conferma  mostr  le  sue
    ragazze,  schierate  in  fila  come  tante  canne d'organo,  modeste e
    prosperose.  - Ecco!  io ho cinque figliuole,  e voglio bene  a  tutte
    egualmente!
    - Sicuro! - rispose Limli. - E' per questo che non volete maritarle.
    Donna Lavinia,  la maggiore,  volse indietro un'occhiata brutta. - Ah,
    siete qui? - disse il barone.  - Siete sempre presente come il diavolo
    nelle litanie, voi!
    Il  marchese,  che doveva essere il padrino,  si era messa la croce di
    Malta. Don Luca venne a dire che il canonico era pronto,  e le signore
    passarono in sala,  con un gran frusco di seta, dietro donna Marianna
    la quale portava la bambina.  Dall'uscio aperto vedevasi un  brulicho
    di fiammelle.  Don Ferdinando,  in fondo al corridoio,  fece capolino,
    curioso.  Bianca dalla tenerezza  piangeva  cheta  cheta.  Suo  marito
    ch'era  rimasto ginocchioni,  come gli aveva detto la Macr,  col naso
    contro il muro, si alz per calmarla.
    - Zitta...  Non ti far scorgere!...  Dinanzi a coloro bisogna far buon
    viso...
    Tutt'a  un  tratto  scoppi  gi  in piazza un crepito indiavolato di
    mortaletti.  Don  Ferdinando  fugg  via  spaventato.  Gli  altri  che
    assistevano al battesimo corsero al balcone coi ceri in mano.  Persino
    il canonico in cotta e stola. Era Santo,  il fratello di don Gesualdo,
    il  quale  festeggiava  a  quel  modo  il  battesimo  della  nipotina,
    scamiciato, carponi per terra, colla miccia accesa.  Don Gesualdo apr
    la finestra per dirgli un sacco di male parole:
    - Bestia!... Ne fai sempre delle tue!... Bestia!...
    Gli  amici lo calmarono: - Poveraccio...  lasciatelo fare.  E' un modo
    d'esprimere la sua allegria...
    La zia Sganci trionfante gli mise sulle braccia la figliuola:
    - Eccovi Isabella Trao!
    - Motta e Trao! Isabella Motta e Trao!  - corresse il marchese.  Zacco
    soggiunse ch'era un innesto. Le due famiglie che diventavano una sola.
    Per  don  Gesualdo tenendo la bambina sulle braccia rimaneva alquanto
    imbroncito.  Intanto don Luca,  aiutato da Barabba e  dal  cacciatore,
    serviva le granite e i dolci.  La zia Cirmena,  che aveva portato seco
    apposta il nipotino La Gurna,  gli riempiva le tasche e il fazzoletto.
    Le  Zacco  invece,  poich  la maggiore,  contegnosa,  non aveva preso
    nulla, dissero tutte di no,  una dopo l'altra,  mangiandosi il vassoio
    cogli occhi. Don Luca incoraggiava a prendere dicendo:
    - E' roba fresca. Sono stato io stesso ad ordinarla a Santa Maria e al
    Collegio. Non s' guardato a spesa.
    -  Diavolo!  -  disse  Zacco,  che  cercava  l'occasione  di mostrarsi
    amabile.  - Diavolo!  Vorrei  vedere  anche  questa!...  -  Gli  altri
    facevano coro.  - Ecco che risorgeva casa Trao.  Voleri di Dio. Quella
    bambina stessa  che  aveva  voluto  nascere  nella  casa  materna.  Il
    canonico  Lupi  arriv  anche  a  congratularsi col marchese Limli il
    quale aveva pensato al mezzo di non lasciare estinguere il casato alla
    morte di don Ferdinando.
    - Sicuro, sicuro, - borbott don Gesualdo. - Era gi inteso... V'avevo
    detto di s allora... Quando ho detto una parola...
    E and a deporre la figliuola fra le braccia della moglie che  le  zie
    si  rubavano  a  vicenda.  La  baronessa  Mndola  voleva  sapere cosa
    dicessero.  Zacco,  premuroso,  venne a chiedere dei confetti per  don
    Ferdinando a cui nessuno aveva pensato.
    - Sicuro, sicuro. E' il padrone di casa.
    -  Vedete?  - osserv la zia Rubiera.  - A quest'ora c' gi pel mondo
    chi deve portarvi via la figliuola e la roba.
    Scoppiarono delle risate.  Donna Agrippina torse la bocca  e  chin  a
    terra  gli  occhioni  che  dicevano  tante  cose,  quasi  avesse udito
    un'indecenza. Don Gesualdo rideva anche lui, faceva buon viso a tutti.
    Alla fine arrischi anche una barzelletta:
    - E quando si marita vi lascia anche il nome dei Trao... La dote,  no,
    non ve la lascia!...
    La  Rubiera  che  stim  il  momento  propizio,  e  non voleva perdere
    l'occasione, lo tir a quattr'occhi vicino al letto, mentre si udivano
    in fondo al corridoio Mndola e don Ferdinando i quali  litigavano  ad
    alta voce, e tutti corsero a vedere.
    - Sentite don Gesualdo;  io non ho peli sulla lingua.  Volevo parlarvi
    di quello scapestrato di mio figlio. Aiutami tu, Bianca.
    - Io, zia?...
    - Scusatemi, io so parlare col cuore in mano... tale e quale come m'ha
    fatta mia madre...  Ora  che  siete  padre  anche  voi,  don  Gesualdo
    capirete   quel  che  devo  averci  in  cuore...   che  spina...   che
    tormento!...
    Guardava ora la nipote ed  ora  suo  marito  cogli  occhi  acuti,  col
    sorriso  semplice  e  buono  che  le  avevano insegnato i genitori pei
    negozi spinosi. Don Gesualdo stava a sentire tranquillamente.  Bianca,
    imbarazzata da quell'esordio,  colla figliuoletta in grembo,  sembrava
    una statua di cera.
    - Saprete le chiacchiere che corrono, di Nin con quella comica? Bene.
    Di ci non mi darei pensiero.  Non  la prima e l'ultima.  Suo  padre,
    buon'anima,  era  fatto  anch'esso cos.  Ma sinora gli ho impedito di
    commettere qualche  sciocchezza.  Adesso  per  ci  sono  di  mezzo  i
    birboni,  i cattivi compagni...  Senti,  Bianca, io, la mia figliuola,
    non l'avrei data da battezzare a quel canonico l!...
    Bianca,  sbigottita,  muoveva le labbra smorte senza arrivare a trovar
    parole.  Don  Gesualdo  invece  aveva  fatto la bocca a riso,  come la
    baronessa scapp  in  quell'osservazione.  Essa,  udendo  che  tornava
    gente, gli domand infine apertamente:
    - Ditemi la verit. V'ha fatto chiedere del denaro in prestito, eh?...
    Gliene avete dato?
    Don  Gesualdo rideva pi forte.  Poi vedendo che la baronessa diveniva
    rossa come un peperone, rispose:
    - Scusate...  scusate...  Se mai...  Perch non lo domandate a lui?...
    Questa  bella!... Io non sono il confessore di vostro figlio...
    Mndola  irruppe  nella  camera  narrando  fra le risate la scena  che
    aveva avuta con quell'orso di  don  Ferdinando  il  quale  non  voleva
    venire  a  far  la  pace  col  cognato.  La Rubiera,  senza dir altro,
    asciugavasi le labbra col fazzoletto ancora appiccicoso  di  dolciume,
    mentre  i  parenti toglievano commiato.  Nell'andarsene ciascuno aveva
    una parola d'elogio sul modo  in  cui  erano  andate  le  cose.  Donna
    Marianna  diceva  alla Rubiera sottovoce che aveva fatto bene a venire
    anche lei,  per non dar nell'occhio,  per far tacere le male lingue...
    L'altra rispose con un'occhiataccia che donna Agrippina colse al volo:
    - M' giovata assai!  Serpi sono!  Non vi dico altro. Ci siam messa la
    vipera nella manica!... Vedrete poi...
    Don Gesualdo,  rimasto solo colla moglie tracann di un fiato un  gran
    bicchiere di acqua fresca,  senza dir nulla.  Bianca disfatta in viso,
    quasi fosse per sentirsi male,  seguiva ogni suo movimento  con  certi
    occhi che sembravano spaventati, stringendo al seno la bambina.
    - Te', vuoi bere? - disse lui. - Devi aver sete anche tu.
    Ella accenn di s. Ma il bicchiere le tremava talmente nelle mani che
    si vers tutta l'acqua addosso.
    - Non importa,  non importa, - aggiunse il marito. - Adesso nessuno ci
    vede.
    E si mise ad asciugare il lenzuolo  col  fazzoletto.  Poi  tolse    in
    braccio  la  bambina  che  vagiva,  ballottandola  per  farla chetare,
    portandola in giro per la camera.
    - Hai visto, eh, che gente? che parenti affezionati? Ma tuo marito non
    se lo mettono in tasca, no.
    Fuori, nella piazza, tutti i vicini erano affacciati per vedere uscire
    gli invitati.  Alla finestra dei Margarone,  laggi in  fondo,  al  di
    sopra dei tetti,  c'era pure dell'altra gente che faceva capolino ogni
    momento. La Rubiera cominci a salutare da lontano, col ventaglio, col
    fazzoletto, mentre discorreva col marchese Limli, talmente accesa che
    sembrava volessero accapigliarsi.
    - Razze di serpi, sono! Cime di birbanti! Se lo mangiano in un boccone
    quello scomunicato di mio figlio!...  Ma prima l'ha da  fare  con  me!
    Sentite,  accompagnatemi  un momento dai Margarone...  E' un pezzo che
    non ci vediamo...  Infine non  un motivo per romperla con dei  vecchi
    amici...  una ragazzata... Voi siete un uomo ammodo... e alle volte...
    una parola a proposito...
    Venne ad aprire donna Giovannina con tanto di muso. Si vedeva in fondo
    l'uscio del salotto buono  spalancato;  tolte  le  fodere  ai  mobili.
    Un'aria di cerimonia insomma.
    - Che c'? - chiese il marchese entrando. - Cosa accade?
    -  Io  non so nulla!  - esclam donna Giovannina la quale sembrava sul
    punto di scoppiare a piangere. - Ci sar gente di l, credo; ma io non
    ne so nulla.
    -  Povera  bambina!  povera  bambina!   -  Il  marchese  indugiava  in
    anticamera,  accarezzando  la ragazza.  Le aveva preso con due dita il
    ganascino da canonico, ammiccando con malizia, guardandosi intorno per
    dirle sottovoce:
    - Che vuoi farci? Pazienza! Chi primo nasce primo pasce. Ci sar donna
    Fif, colla mamma,  a ricevere le visite,  eh?  Don Bastiano,  eh?  il
    Capitan d'Arme?...
    Don  Bastiano infatti era l,  nel salotto,  vestito in borghese,  con
    abiti nuovi fiammanti che gli  rilucevano  addosso,  raso  di  fresco,
    seduto  sul  canap  accanto  alla  mamma  Margarone,  come uno sposo,
    facendo  scivolare  di  tanto  in   tanto   un'occhiata   languida   e
    sentimentale  verso la ragazza,  lisciandosi i baffoni novelli che non
    volevano piegarsi.  Donna Fif,  al vedere  giungere  la  Rubiera,  si
    ringalluzz,  superbiosa,  tubando  sottomano col forestiero per farle
    dispetto.
    - Oh, oh,  - disse il marchese,  salutando don Bastiano ch'era rimasto
    un po' grullo. - Siete ancora qui? Bene! bene!
    Ed  incominci  a  discorrere  col  capitano,  intanto  che le signore
    chiacchieravano tutte in una volta,  domandandogli perch la Compagnia
    d'Arme fosse partita senza di lui,  se aveva intenzione di fermarsi un
    pezzetto, se era contento del paese e voleva lasciare le spalline. Don
    Bastiano si teneva sulle generali, lodando il paesaggio, il clima, gli
    abitanti, sottolineando le parole con certi sguardi espressivi rivolti
    a donna Fif,  la quale fingeva di guardare fuori  dal  balcone  cogli
    occhi pieni di poesia, e chinava il capo arrossendo a ciascuno di quei
    complimenti,  quasi  fossero a lei dedicati.  Il marchese domand a un
    tratto che n'era di don Filippo,  e gli risposero che era  uscito  per
    condurre a spasso Nicolino.
    - Ah, bene! bene!
    La  Rubiera  si  morsicava  le  labbra aspettando che il cugino Limli
    avviasse il discorso sul tema che  sapeva.  Ma  intanto  osservava  di
    sottecchi le arie languide di donna Fif, la quale sembrava struggersi
    sotto le occhiate incendiarie di don Bastiano Stangafame, e non poteva
    star ferma sulla seggiola,  col seno piatto ansante come un mantice, e
    i piedini  irrequieti  che  dicevano  tante  cose  affacciandosi  ogni
    momento  dal lembo  del vestito.  La conversazione languiva.  Si parl
    del battesimo e della gente  che  c'era  stata.  Ma  ciascuno  pensava
    intanto ai fatti suoi,  chiacchierando del pi e del meno, cercando le
    parole, col sorriso distratto in bocca.  Solo il marchese sembrava che
    pigliasse  un  grande  interesse  ai discorsi del capitano,  quasi non
    fosse fatto suo. Poi, sbirciando il viso rosso di donna Giovannina che
    stava a spiare dall'uscio socchiuso, la chiam a voce alta.
    - Avanti,  avanti,  bella  figliuola.  Vogliamo  vedere  quella  bella
    faccia. Siamo qui noi soli, in famiglia...
    La  mamma  e  la sorella maggiore fulminarono due occhiataccie addosso
    alla ragazza,  la quale rimaneva sull'uscio,  nascondendo le  mani  di
    serva  sotto  il grembiule,  vergognosa di esser stata scoperta a quel
    modo, vestita di casa.  Limli,  senza accorgersi di nulla,  domandava
    sottovoce a donna Bellonia:
    -  Quando  la  maritiamo  quella  bella  figliuola?  Prima  tocca alla
    maggiore,  naturale. Ma poi ricordatevi che ci son qua io per fare il
    sensale... gratis et amore, ben inteso... Siamo amici vecchi!...
    Donna Bellonia andava facendogli li  occhiacci,  sebbene  il  marchese
    fingesse di non badarci. Poi gli disse sottovoce:
    -  Cosa  dite!...  che  idee da metterle in testa!...  Ancora  troppo
    giovane... quasi quasi ha ancora il vestito corto...
    - Vedo!  vedo!  - rispose il marchese sbirciando le calze  bianche  di
    donna Giovannina.  Donna Fif aveva condotto il capitano ad ammirare i
    suoi fiori sul  balcone.  Colse  un  bel  garofano,  l'odor  a  lungo
    socchiudendo  gli occhi,  e glielo porse.  - Vedo,  vedo,  - ripet il
    vecchietto.
    La Rubiera allora volle accomiatarsi, masticando un sorriso, coi fiori
    gialli che  le  fremevano  sul  cappellino.  Intanto  che  le  signore
    barattavano baci ed abbracci, il marchese si rivolse al capitano.
    - Mi congratulo!... Mi congratulo tanto... davvero... don Bastiano.
    -  Perch?...  Di  che  cosa?...  - Il capitano sorpreso e imbarazzato
    cercava una botta di risposta.  Ma l'altro gli aveva  gi  voltato  le
    spalle,  salutava  le  signore  con  una  parola gentile per ciascuna;
    accarezzava  paternamente  donna  Giovannina  che  teneva  ancora   il
    broncio.
    - Che c'?  che c'? Cosa vuol dire? Le ragazze devono  stare allegre.
    Hai inteso tua madre?  Dice che hai tempo  di  crescere.  Su,  dunque!
    allegra!
    La  Rubiera  sentivasi  scoppiare  sotto la mantiglia;  dopo che si fu
    voltata indietro a salutare colla mano dalla strada tutti i  Margarone
    schierati sul terrazzino prese a borbottare:
    - Avete capito, eh?
    -  Diamine!  Non  ci  voleva  molto.  Anche  per la Giovannina bisogna
    mettersi il cuore in pace...
    - Ma s, ma s! Con tanto piacere me lo metto il cuore in pace...  Una
    civetta!...  Avete  visto  il  giuochetto del garofano?  Saremmo stati
    freschi mio figlio ed io...  Quasi quasi se lo meritava!  Scomunicato!
    Nemico di sua madre stessa!...
    L a due passi si imbatterono in Canali,  che andava dai Margarone,  e
    aveva visto da lontano i baciamani fra la strada e il terrazzo. Canali
    fece un certo viso,  e ferm la baronessa per  salutarla,  menando  il
    discorso per le lunghe, sgranandole in faccia due occhi curiosi.
    -  Siete stata da donna Bellonia,  eh?  Avete fatto bene.  Un'amicizia
    antica come la vostra!... Peccato che don Nin...
    La baronessa cercava di scavar terreno anch'essa,  in aria disinvolta,
    facendosi  vento  e  menando  il  can  per  l'aia.  - Infine...  delle
    sciocchezze... sciocchezze di giovent...
    - No, no, perdonate!  - ribatt Canali.  - Vorrei veder voi stessa!...
    Un  padre deve aprire gli occhi per sapere a chi d la sua creatura...
    Non dico per vostro figlio... Un buon giovane...  un cuor d'oro...  Il
    male  che s' lasciato abbindolare... circondato da falsi amici... Di
    bricconi ce ne son sempre... Gli hanno carpito qualche firma...
    La  baronessa  lo piant l senz'altro.  - Sentite?  Vedete?  - andava
    brontolando col cugino Limli.  Poscia piant anche lui che non poteva
    pi tenerle dietro.  - Vi saluto, vi saluto - E corse dal notaro Neri,
    pallida e trafelata, per vedere... per sentire... Il notaro non sapeva
    nulla... nulla di positivo almeno.
    - Sapete,  don Gesualdo  volpe fina...  Son cose queste che si  fanno
    sottomano,  se  mai...  Avranno  fatto  il contratto da qualche notaio
    forestiere... Il notaro Sghembri di Militello dicono... Ma via...  Non
    c'  motivo  poi  di  mettersi  in quello stato per una cosa simile...
    Avete una faccia che non mi piace.
    Rosaria,  ch'era a ripulire il  pollaio  quando  la  sua  padrona  era
    tornata a casa,  ud a un tratto dal cortile un urlo spaventoso,  come
    stessero sgozzando un animale grosso di sopra,  una cosa che  le  fece
    perdere  le  ciabatte correndo a precipizio.   La baronessa era ancora
    l,  dove aveva cominciato a  spogliarsi,  appoggiata  al  cassettone,
    piegata in due quasi avesse la colica,  gemendo e lamentandosi, mentre
    le usciva bava dalla bocca, e gli occhi le schizzavano fuori:
    - Assassino! Figlio snaturato!... No! non me la faccio mangiare la mia
    roba!...  Piuttosto la lascio ai poveri...  ai conventi...  Voglio far
    testamento!...   Voglio  far  donazione!...  Chiamatemi  il  notaro...
    subito!...
    Don Nin stava bisticciandosi colla sua Aglae, in quella stanzaccia di
    locanda che per lui era diventata un inferno dal momento in cui  s'era
    messo  sulle  spalle  il  debito  e  mastro-don Gesualdo.  Il letto in
    disordine, i vestiti sudici,  i capelli spettinati,  le carezze stesse
    di  lei,  i  manicaretti  cucinati  dall'amico Pallante,  gli si erano
    mutati in veleno, dacch gli costavano cari.  Al veder giungere Alessi
    che  veniva  a chiamarlo,  parlando di notaro e di donazione,  si fece
    pallido a un tratto.  Invano la prima donna gli si avvinghi al collo,
    discinta,  senza  badare  al Pallante che accorreva dalla cucina n ad
    Alessi il quale spalancava gli occhi e si fregava le mani.
    - Nin! Nin mio!... Non mi abbandonare in questo stato!...
    - Malannaggia! Lasciatemi andare... tutti quanti siete!... Vi pare che
    si scherzi!... Quella donna  capace di tutto!
    Don Nin,  ripreso interamente dall'amor della  roba,  non  si  lasci
    commuovere neppure dalla scena dello svenimento.  Piant l dov'era la
    povera Aglae lunga distesa sul pavimento  come all'ultimo atto di  una
    tragedia,  e  Pallante  che le tirava gi il vestito sulle calze,  per
    correre a casa senza cappello.  Col ci fu  una  scena  terribile  fra
    madre e figlio.  Lui da prima cercava di negare; poi mont su tutte le
    furie,  si lagn di esser  tenuto  come  uno  schiavo,  peggio  di  un
    ragazzo,  senza  due  tar  da spendere;  e la baronessa minacciava di
    andare lei in persona dal notaro,  per disporre della sua  roba,  cos
    com'era,  in sottana,  a quell'ora stessa,  se non volevano mandarlo a
    chiamare.  Don Nin allora  scese  a  dar  tanto  di  chiavistello  al
    portone,  e si mise la chiave in tasca, minacciando di rompere le ossa
    al garzone, se fiatava.
    - Ah! questa  la ricompensa!  - borbott Alessi.  - Un'altra volta ci
    v davvero dal notaio.
    Finalmente,  per  amore o per forza,  riescirono a mettere in letto la
    baronessa, la quale si dibatteva e strillava che volevano farla morire
    di colpo per scialacquare  la  sua  roba:  -  Mastro-don  Gesualdo!...
    s!...  Lui  se  lo mangia il fatto mio!  - Il figliuolo colle buone e
    colle cattive tentava di calmarla: - Non vedete che state  poco  bene?
    Volete  ammalarvi  per  farmi  dar l'anima al diavolo?  - Poi tutta la
    notte non  chiuse  occhio,  alzandosi  ogni  momento  per  correre  ad
    origliare  se  sua  madre  strillava  ancora,  spaventato all'idea che
    udissero i vicini e gli venissero in casa colla giustizia e il notaro,
    maledicendo in cuor suo la prima donna e chi gliela aveva messa fra  i
    piedi,  turbato,  se si appisolava un momento,  da tanti brutti sogni:
    mastro-don Gesualdo,  il debito,  della gente  che  gli  si  accalcava
    addosso e gli empiva la casa, una gran folla.
    Rosaria venne a bussargli all'uscio di buon mattino:
    - Don Nin!  signor barone!  venite a vedere... La padrona ha perso la
    parola!... Io ho paura, se vedeste...
    La baronessa stava lunga distesa sul letto,  simile a un  bue  colpito
    dal macellaio,  con tutto il sangue al viso e la lingua ciondoloni. La
    bile,  i dispiaceri,  tutti quegli umori  cattivi  che  doveva  averci
    accumulati sullo stomaco,  le gorgogliavano dentro,  le uscivano dalla
    bocca e dal naso, le colavano sul guanciale.  E come volesse aiutarsi,
    ancora in quello stato, come cercasse di annaspare colle mani gonfie e
    grevi,  come  cercasse  di chiamare aiuto,  coi suoni inarticolati che
    s'impastavano nella bava vischiosa.
    - Mamma! mamma mia!
    Don Nin atterrito, ancora gonfio dal sonno,  andava strillando per le
    stanze,   dandosi  dei  pugni  sulla  testa,  correndo  al  balcone  e
    disperandosi mentre i vicini bussavano e tempestavano che  il  portone
    era  chiuso  a  chiave.  Da l a un po',  medico,  barbiere,  parenti,
    curiosi, la casa si riemp di gente. Proprio il sogno di quella notte.
    Don Nin narrava a tutti la  stessa cosa,  asciugandosi  gli  occhi  e
    soffiandosi  il  naso  gonfio  quasi  suonasse la tromba.  Appena vide
    giungere anche il notaro Neri non si mosse  pi  dal  capezzale  della
    mamma, domandando al medico ogni momento:
    - Che ve ne sembra, dottore? Riacquister la parola?
    - Col tempo, col tempo, - rispose infine il medico seccato. - Diamine,
    credete che sia stato come fare uno starnuto?
    Don  Nin  non si riconosceva pi da un giorno all'altro;  colla barba
    lunga,  i capelli arruffati,  fisso al capezzale della  madre,  oppure
    arrabattandosi  nelle  faccende  di  casa.  Non  usciva una fava dalla
    dispensa senza passare per  le  sue  mani.  Tant'  vero  che  i  guai
    insegnano a metter giudizio. Sua madre stessa glielo avrebbe detto, se
    avesse potuto parlare. Si vedeva dal modo in cui gli guardava le mani,
    col  sangue  agli  occhi,  ogni  volta che veniva a prendere le chiavi
    appese allo stipite dell'uscio.  E  anche  lui,  adesso  che  la  roba
    passava per le sue mani, comprendeva finalmente i dispiaceri che aveva
    dato alla povera donna;  se ne pentiva,  cercava di farseli perdonare,
    colla  pazienza,   colle  cure  amorevoli  standole  sempre   intorno,
    sorvegliando   l'inferma  e  la  gente  che  veniva  a  farle  visita,
    impallidendo  ogni  volta  che  la  mamma  tentava   di   snodare   lo
    scilinguagnolo  dinanzi  agli estranei.  Sentiva una gran tenerezza al
    pensare che la povera paralitica non poteva muoversi  n  parlare  per
    togliergli la roba siccome aveva minacciato.
    -  No,  no,  non  lo  far!  Son  cose  che si dicono in un momento di
    collera... Vorrei vederla!...  Sono infine il sangue suo...  Morirebbe
    d'accidente lei per la prima, se dovesse lasciare la sua roba a questo
    e a quello...


    PARTE TERZA.

    1.

    L'Isabellina,  prima  ancora  di  compire i cinque anni,  fu messa nel
    Collegio di Maria. Don Gesualdo adesso che aveva delle pietre al sole,
    e marciava da pari a pari  coi  meglio  del  paese,  cos  voleva  che
    marciasse  la  sua  figliuola:  imparare  le belle maniere,  leggere e
    scrivere, ricamare, il latino dell'uffizio anche,  e ogni cosa come la
    figlia  di  un  barone;  tanto pi che,  grazie a Dio,  la dote non le
    sarebbe mancata,  perch Bianca non prometteva di dargli altri  eredi.
    Essa  dopo  il  parto  non s'era pi rifatta in salute;  anzi deperiva
    sempre pi di giorno in giorno, rosa dal baco che s'era mangiati tutti
    i Trao,  e figliuoli era certo che non ne faceva pi.  Un vero gastigo
    di Dio.  Un affare sbagliato, sebbene il galantuomo avesse la prudenza
    di non  lagnarsene  neppure  col  canonico  Lupi  che    glielo  aveva
    proposto. Quando uno ha fatto la minchioneria,  meglio starsi zitto e
    non parlarne pi,  per non darla vinta ai nemici.  - Nulla,  nulla gli
    aveva fruttato quel matrimonio; n la dote,  n il figlio maschio,  n
    l'aiuto  del parentado,  e neppure ci che gli dava prima Diodata,  un
    momento di svago un'ora di buonumore,  come il bicchiere di vino a  un
    pover'uomo che ha lavorato tutto il giorno,  l!  Neppur quello! - Una
    moglie che vi squagliava fra le mani, che vi faceva gelare le carezze,
    con quel viso,  con quegli occhi,  con quel fare spaventato,  come  se
    volessero  farla  cascare in peccato mortale ogni volta e il prete non
    ci avesse messo su tanto di croce  prima  quand'ella  aveva  detto  di
    s...  Bianca  non  ci  aveva colpa.  Era il sangue della razza che si
    rifiutava.  Le pesche non si innestano  sull'olivo.  Ella,  poveretta,
    chinava il viso,  arrivava ad offrirlo anzi, tutto rosso, per ubbidire
    al comandamento di Dio, come fosse pagata per farlo...
     Ma egli non si lasciava illudere, no.  Era villano,  ma aveva il naso
    fino di villano pure! E aveva il suo orgoglio anche lui. L'orgoglio di
    quello che aveva saputo guadagnarsi,  colle sue mani, tutto opera sua,
    quei lenzuoli di tela fine in cui dormivano voltandosi  le  spalle,  e
    quei  bocconi  buoni che doveva mangiare in punta di forchetta,  sotto
    gli occhi della Trao...
    Almeno in casa sua voleva comandar le feste.  E se Domeneddio  l'aveva
    gastigato  giusto nei figliuoli che voleva mettere al mondo secondo la
    sua legge,  dandogli  una  bambina  invece  dell'erede  legittimo  che
    aspettava,  Isabella  almeno  doveva possedere tutto ci che mancava a
    lui,  essere signora di nome e di  fatto.  Bianca,  quasi  indovinasse
    d'aver  poco  da  vivere,  non  avrebbe  voluto  separarsi  dalla  sua
    figliuoletta.  Ma il padrone era lui,  don Gesualdo.  Egli era  buono,
    amorevole,  a modo suo; non le faceva mancare nulla, medici, speziali,
    tale e quale come se gli avesse portato una grossa dote.  - Bianca non
    aveva parole per ringraziare Iddio quando paragonava la casa in cui il
    Signore  l'aveva  fatta  entrare  con  quella in cui era nata.  L suo
    fratello stesso desiderava di giorno il pane e di notte le  coperte...
    Sarebbe  morto  di stenti se i suoi parenti non l'avessero aiutato con
    bella maniera, senza farglielo capire.  Soltanto da lei don Ferdinando
    non voleva accettare checchessia,  mentre don Gesualdo non gli avrebbe
    fatto mancar nulla,  col cuore largo quanto un mare,  quell'uomo!  Gli
    stessi  parenti  di  lei  glielo  dicevano:  -  Tu non  hai parole per
    ringraziare Dio e tuo marito.  Lascia fare a lui ch'  il  padrone,  e
    cerca il meglio della tua figliuola.
    Poi considerava ch'era il Signore che la puniva, che non voleva quella
    povera  innocente  nella  casa di suo marito,  e la notte inzuppava di
    lagrime il guanciale.  Pregava Iddio di darle forza,  e  si  consolava
    alla  meglio pensando che soffriva in penitenza dei suoi peccati.  Don
    Gesualdo,  che aveva tante altre cose per la  testa,  tanti  interessi
    grossi sulle spalle,  ed era abituato a vederla sempre cos,  con quel
    viso,  non ci badava neppure.  Qualche volta che la vedeva alzarsi pi
    smorta, pi disfatta del solito, le diceva per farle animo:
    -  Vedrai  che  quando  avrai  messo  in collegio la tua bambina sarai
    contenta tu pure. E' come strapparsi un dente. Tu non puoi badare alla
    tua figliuola,  colla poca salute che hai.  E bisogna che quando  sar
    grande  ella  sappia  tutto  ci  che  sanno tante altre che sono meno
    ricche di lei.  I figliuoli bisogna avvezzarli al  giogo  da  piccoli,
    ciascuno  secondo il suo stato...  Lo so io!...  E non ho avuto chi mi
    aiutasse, io! Quella piccina  nata vestita.
    Nondimeno,  all'ultimo momento vi furono lagrime e piagnistei,  quando
    accompagnarono l'Isabellina al parlatorio del monastero.  Bianca s'era
    confessata e comunicata.  Ascolt la messa  ginocchioni,    sentendosi
    mancare,    sentendosi  strappare  un'altra volta dalle viscere la sua
    creatura che le si aggrappava al collo e non voleva lasciarla.
    Don Gesualdo non guard a spesa per far stare contenta  Isabellina  in
    collegio:  dolci,  libri  colle  figure,  immagini di santi,  noci col
    bambino Ges di cera dentro,  un presepio del Bongiovanni che pigliava
    un'intera  tavola:  tutto ci che avevano le figlie dei primi signori,
    la sua figliuola l'aveva; e i meglio bocconi,  le primizie che offriva
    il  paese,  le ciriegie e le albicocche venute apposta da lontano.  Le
    altre ragazzette guardavano  con  tanto  d'occhi,  e  soffocavano  dei
    sospiri  grossi cos.  La minore delle Zacco,  e le Mndola di seconda
    mano,  le quali dovevano contentarsi delle cipolle e delle olive  nere
    che  passava  il  convento  a  merenda,  si  rifacevano parlando delle
    ricchezze che possedevano a casa e nei loro  poderi.  Quelle  che  non
    avevano n casa n poderi,  tiravano in ballo il parentado nobile,  il
    Capitano Giustiziere ch'era fratello della mamma, la zia baronessa che
    aveva il cacciatore colle penne,  i cugini del babbo  che  possedevano
    cinque  feudi  l'uno attaccato all'altro,  nello stato di Caltagirone.
    Ogni festa, ogni Capo d'anno,  come la piccola Isabella riceveva altri
    regali   pi  costosi,   un  crocifisso  d'argento,   un  rosario  coi
    gloriapatri d'oro,  un  libro  da  messa  rilegato  in  tartaruga  per
    imparare a leggere,  nascevano altre guerricciuole, altri dispettucci,
    delle alleanze fatte e disfatte a seconda di un dolce e di un'immagine
    data o rifiutata.  Si vedevano degli occhietti gi lucenti d'alterigia
    e di gelosia,  dei visetti accesi,  dei piagnistei, che andavano poi a
    sfogarsi nell'orecchio delle mamme,  in parlatorio.  Fra tutte  quelle
    piccine,  in  tutte  le  famiglie,  succedeva  lo stesso diavoleto che
    mastro-don Gesualdo aveva fatto nascere nei grandi e nel paese. Non si
    sapeva pi chi poteva spendere e chi no.  Una gara  fra  i  parenti  a
    buttare il denaro in frascherie, e una confusione generale fra chi era
    stato  sempre  in  prima  fila,  e  chi  veniva  dopo.  Quelli che non
    potevano, proprio, o si seccavano a spendere l'osso del collo pel buon
    piacere di mastro-don Gesualdo,  si lasciavano scappare contro di  lui
    certe  allusioni e certi motteggi che fermentavano nelle piccole teste
    delle educande.  Alla  guerra  intestina  pigliavano  parte  anche  le
    monache,  secondo le relazioni,  le simpatie, il partito che sosteneva
    oppure voleva rovesciare la  superiora.  Ci  si  accaloravano  fin  la
    portinaia,  fin le converse che si sentivano umiliate di dover servire
    senz'altro guadagno anche la figliuola  di  mastro-don  Gesualdo,  uno
    venuto su dal nulla,  come loro,  arricchito di ieri.  Le nimicizie di
    fuori,  le discordie,  le lotte d'interessi e di vanit,  passavano la
    clausura,  occupavano  le  ore  d'ozio,  si sfogavano fin l dentro in
    pettegolezzi, in rappresaglie, in parole grosse.  - Sai come si chiama
    tuo  padre?  mastro-don Gesualdo.  - Sai cosa succede a casa tua?  che
    hanno dovuto vendere una coppia di buoi per seminare le terre.  -  Tua
    zia Speranza fila stoppa per conto di chi la paga,  e i suoi figliuoli
    vanno  scalzi.   -  A  casa  tua  c'  stato  l'usciere  per  fare  il
    pignoramento.  -  La  piccola Alimena arriv a nascondersi nella scala
    del campanile,  una domenica,  per vedere se era  vero  che  il  padre
    d'Isabella portasse la berretta.
    Egli  trovava  la  sua figliuoletta ancora rossa,  col petto gonfio di
    singhiozzi,  volgendo il capo timorosa di veder luccicare dietro  ogni
    grata  gli  occhietti  maliziosi delle altre piccine,  guardandogli le
    mani per  vedere  se  davvero  erano  sporche  di  calcina,  tirandosi
    indietro  istintivamente  quando  nel  baciarla la pungeva colla barba
    ispida.  Tale e quale  sua  madre.  -  Cos  il  pesco  non  s'innesta
    all'ulivo. - Tante punture  di spillo; la stessa cattiva sorte che gli
    aveva attossicato sempre ogni cosa giorno per giorno; la stessa guerra
    implacabile  ch'era stato obbligato a combattere sempre contro tutto e
    contro tutti; e lo feriva sin l, nell'amore della sua creatura. Stava
    zitto,  non lagnavasi,  perch non era un minchione e non  voleva  far
    ridere  i  nemici;  ma intanto gli tornavano in mente le parole di suo
    padre,  gli stessi rancori,  le stesse  gelosie.  Poi  rifletteva  che
    ciascuno  al mondo cerca il suo interesse,  e va per la sua via.  Cos
    aveva  fatto  lui  con  suo  padre,  cos  faceva  sua  figlia.   Cos
    dev'essere.  Si  metteva  il cuore in pace,  ma gli restava sempre una
    spina in cuore.  Tutto ci  che  aveva  fatto  e  faceva  per  la  sua
    figliuola  l'allontanava  appunto da lui: i denari che aveva speso per
    farla educare come una signora,  le compagne in mezzo alle quali aveva
    voluto  farla  crescere,  le  larghezze  e  il lusso che seminavano la
    superbia nel cuore della ragazzina,  il nome stesso che le aveva  dato
    maritandosi a una Trao - bel guadagno che ci aveva fatto! - La piccina
    diceva sempre: - Io son figlia della Trao. Io mi chiamo Isabella Trao.
    La  guerra  si  riaccese  pi viva fra le ragazze quando si marit don
    Nin Rubiera: - S' vero che siete parenti,  perch tuo zio non ti  ha
    mandato  i  confetti?  Vuol  dire  che  voialtri  non  vi vogliono per
    parenti. - L'Isabellina, che rispondeva gi come una grande, ribatt:
    - Mio padre me li comprer lui  i  confetti.  Ci  siamo  guastati  coi
    Rubiera  perch  ci devono tanti denari.  - La figlia della ceraiuola,
    ch'era del suo partito,  aggiunse tante altre storie: -  Il  baronello
    era uno spiantato.  La Margarone non aveva pi voluto saperne. Sposava
    donna Giuseppina Alsi pi vecchia di lui,  perch non  aveva  trovato
    altro,  per  amor dei denari: tutto ci che narravasi nella bottega di
    sua madre, in ogni caff, in ogni spezieria, di porta in porta.
    Nel paese non si parlava  d'altro  che  del  matrimonio  di  don  Nin
    Rubiera.  - Un matrimonio di convenienza! - diceva la signora Capitana
    che parlava sempre in punta di  forchetta.  Cogli  anni,  la  Capitana
    aveva  preso anche i vizii del paese;  occupavasi dei fatti altrui ora
    che non aveva  da  nasconderne  dei  propri.  Allorch  incontrava  il
    cavalier  Peperito  gli  faceva  un  certo  visetto  malizioso  che la
    ringiovaniva di vent'anni,  dei sorrisi che volevano indovinare  molte
    cose,  scrollando  il  capo,  offrendosi graziosamente ad ascoltare le
    confidenze  e  gli  sfoghi  gelosi,   minacciando  il  cavaliere   col
    ventaglio, come a dirgli ch'era stato un gran discolaccio lui, e se si
    lasciava  adesso  portar via l'amante era segno che ci dovevano essere
    state le sue buone ragioni... prima o poi...
    - No!  - ribatteva Peperito fuori della grazia di Dio.  - N prima  n
    poi!  Questo  potete andare a dirglielo a donna Giuseppina!  Se non ho
    potuto comandare da padrone non voglio servire  nemmeno  da  comodino,
    capite?...  fare  il  gallo  di  razza...  capite?  Su  di  ci  donna
    Giuseppina potr mettersi il cuore in pace!
    Adesso sciorinava in piazza tutte le porcherie dell'Alsi,  che se  vi
    mandava  a regalare per miracolo un paniere d'uva voleva restituito il
    paniere; e vendeva sottomano le calze che faceva, delle calze da serva
    grosse un dito, - essa gliele aveva fatte anche vedere sulla forma per
    stuzzicarlo... per strappargli ci che faceva comodo a lei...  Ma lui,
    no!...
    Insomma, andava raccontandone di cotte e di crude. Corsero anche delle
    sante legnate al Caff dei Nobili.  Ciolla gli stava alle calcagna per
    raccogliere i pettegolezzi e portarli  in  giro  alla  sua  volta.  Un
    giorno poi fu una vera festa per lui, quando si vide arrivare in paese
    la  signora  Aglae  che  veniva  insieme al signor Pallante a fare uno
    scandalo contro il barone Rubiera,  a riscuotere ci che le  spettava,
    se  il  seduttore  non  voleva vedersela comparire dinanzi all'altare.
    Essa giungeva apposta da Modica, sputando fiele, incerettata, dipinta,
    carica di piume di gallo e di pezzi  di  vetro,  tirandosi  dietro  la
    prova innocente della birbonata di don Nin,  una bambinella ch'era un
    amore.  Cos la  gente  diceva  che  don  Nin  era  sempre  stato  un
    donnaiuolo,  e se sposava l'Alsi,  che avrebbe potuto essergli madre,
    ci dovevano essere interessi gravi.  Chi spiegava la cosa in un modo e
    chi  in un altro.  Il baronello,  quelli che s'affrettarono a fargli i
    mirallegro onde tirargli di bocca la verit vera, se li lev dai piedi
    in poche parole.  La Sganci che aveva combinato il negozio stava zitta
    colle amiche le quali andavano apposta a farle visita. Don Gesualdo ne
    sapeva  forse  pi  degli  altri,  ma stringevasi nelle spalle e se la
    cavava con simili risposte:
    - Che volete?  Ciascuno fa il suo interesse.  Vuol dire che il  barone
    Rubiera ci ha trovato il suo vantaggio a sposare la signora Alsi.
    La  verit era che don Nin aveva dovuto pigliarsi l'Alsi per salvare
    quel po' di casa che don Gesualdo voleva espropriargli.  E'  vero  che
    adesso  era  diventato  giudizioso,  tutto dedito agli affari;  ma sua
    madre,  sepolta viva nel seggiolone non  lo  lasciava  padrone  di  un
    baiocco;  si faceva dar conto di tutto;  voleva che ogni cosa passasse
    sotto i suoi occhi;  senza poter parlare,  senza potersi  muovere,  si
    faceva ubbidire dalla sua gente meglio di prima.  E attaccata alla sua
    roba come un'ostrica,  ostinandosi a vivere per non pagare.  Il debito
    intanto  ingrossava d'anno in anno: una cosa che il povero don Nin ci
    perdeva delle nottate intere, senza poter chiudere occhio, alle volte:
    e alla scadenza, capitale e usura, rappresentavano una bella somma. Il
    canonico Lupi,  che and in nome del baronello a chiedere dilazione al
    pagamento,  trov  don  Gesualdo  peggio  di  un  muro: - A che giuoco
    giochiamo canonico mio?  Sono pi di nove anni che non vedo n  frutti
    n capitale. Ora mi serve il mio denaro, e voglio esser pagato.
    Don Nin pel bisogno scese anche all'umiliazione d'andare a pregare la
    cugina Bianca,  dopo tanto tempo. La prese appunto da lontano. - Tanto
    tempo che non s'erano  visti!  Lui  non  aveva  faccia  di  comparirle
    dinanzi,  in  parola d'onore!  Non cercava di scolparsi.  Era stato un
    ragazzaccio.  Ora aveva aperto gli occhi,  troppo  tardi,  quando  non
    c'era  pi  rimedio,  quando  si trovava sulle spalle il peso dei suoi
    errori.  Ma  proprio  non  poteva  pagare  in  quel  momento.   -  Son
    galantuomo.  Ho  di  che  pagare  infine.  Tuo marito sar pagato sino
    all'ultimo baiocco.  Ma in questo momento proprio non  posso!  Tu  sai
    com' fatta tua zia!  che testa dura!  Ne abbiamo avuti dei dispiaceri
    per  quella  testa  dura!  Ma  infine  non  pu  campare  eternamente,
    poveretta, com' ridotta...
    Bianca  era  rimasta  senza  fiato  al  primo  vederlo,  senza parole,
    facendosi ora pallida e ora rossa.  Non sapeva che  dire,  balbettava,
    sudava  freddo,  aveva  una  convulsione  nelle  mani  che  cercava di
    dissimulare, stirando macchinalmente le due cocche del grembiule. A un
    tratto ebbe uno sbocco di sangue.
    - Cos'? cos'? Qualcosa alle gengive? Ti sei morsicata la lingua?
    - No, - rispose lei.  - Mi viene di tanto in tanto.  L'aveva anche don
    Diego, ti rammenti? Non  nulla.
    - Bene,  bene.  Intanto fammi questo piacere; parlane a tuo marito. In
    questo momento proprio non posso... Ma son galantuomo, mi pare!... Mia
    madre, da qui a cent'anni, non ha a chi lasciare tutto il suo.
    Bianca cercava di scusarsi. - Suo marito era il padrone.  Faceva tutto
    di testa propria, lui. Non voleva che gli mettessero il naso nelle sue
    cose.  -  Allora perch sei sua moglie?  - ribatt il cugino.  - Bella
    ragione!  Uno che non era degno di alzarti gli occhi in viso!...  Deve
    ringraziare Iddio e l'ostinazione di mia madre se gli  toccata questa
    fortuna!... Dunque farai il possibile per indurlo ad accordarmi questa
    dilazione?
    -  E tu cosa gli hai detto?  - domand don Gesualdo trovando la moglie
    ancora agitata dopo quella visita.
    - Nulla... Non so... Mi son sentita male...
    - Bene.  Hai fatto bene.  Sta tranquilla che agli affari ci penso  io.
    Serpi nella manica sono i parenti...  Hai visto?  Cercano di te,  solo
    quando ne hanno bisogno; ma del resto non gli importa di sapere se sei
    morta  o  viva.  Lascia  fare  a  me  che  la  risposta  gliela  mando
    coll'usciere, a tuo cugino...
    Cos  era  venuto  quel matrimonio,  ch il barone Rubiera prima aveva
    messo sottosopra cielo e terra per trovare  i  denari  da  pagare  don
    Gesualdo;  e infine donna Giuseppina Alsi, la quale aveva delle belle
    terre al sole,  aveva dato l'ipoteca.  Don Gesualdo,  ottenuta la  sua
    brava  iscrizione  sulle  terre,  non  parl  pi  di aver bisogno del
    denaro.
    - Col tempo... - confid alla moglie. - Lasciali tranquilli.  Loro non
    pagano n frutti n capitali,  e col tempo quelle terre serviranno per
    la dote d'Isabella.  Che te ne pare?  Non  da ridere?  Lo zio Rubiera
    che pensa a mettere insieme la dote della tua figliuola!...
    Egli  aveva di queste uscite buffe alle volte,  da solo a solo con sua
    moglie,  quando era contento della sua giornata,  prima di  coricarsi,
    mettendosi il berretto da notte, in maniche di camicia. A quattr'occhi
    con  lei  mostravasi  proprio quel che era,  bonaccione,  colla risata
    larga che mostrava i denti  grossi  e  bianchi,  passandosi  anche  la
    lingua sulle labbra, quasi gustasse gi il dolce del boccone buono, da
    uomo ghiotto della roba.

    Isabella  fatta  pi  grandicella pass dal Collegio di Maria al primo
    educatorio di Palermo. Un altro strappo per la povera mamma che temeva
    di non doverla pi rivedere.  Il marito,  onde confortarla,  in quello
    stato,  le  disse:  -  Vedi  noi ci ammazziamo per fare il suo meglio,
    ciascuno come pu,  ed essa un giorno non penser neppure a noi.  Cos
    va  il  mondo.  Anzi  devi  metterti  in testa che tua figlia non puoi
    averla sempre vicina.  Quando si marita ander via dal paese.  Qui non
    ce  n'  uno che possa sposarla,  colla dote che le dar.  Se ho fatto
    tanto per lei, voglio almeno sapere a chi lo d il sangue mio.  Adesso
    che  ti parlo  gi nato chi deve godersi il frutto delle mie fatiche,
    senza dirmi neppure grazie.
    Aveva il  cuore  grosso  anche  lui,  poveraccio,  e  se  sfogavasi  a
    quattr'occhi colla moglie alle volte,  per discorrere non si rifiutava
    per a fare ci ch'era debito suo.  Andava a trovare la sua ragazza  a
    Palermo,  quando poteva,  quando i suoi affari lo permettevano,  anche
    una volta all'anno.  Isabella s'era fatta una bella fanciulla,  un po'
    gracile  ancora,  pallidina,  ma  con  una grazia naturale in tutta la
    personcina gentile,  la carnagione delicata e il profilo aquilino  dei
    Trao;  un  fiore  di  un'altra pianta,  in poche parole;  roba fine di
    signori che suo padre stesso quando  andava  a  trovarla  provava  una
    certa  suggezione  dinanzi  alla  ragazza  la quale aveva preso l'aria
    delle compagne in mezzo a cui era stata  educata,  tutte  delle  prime
    famiglie, ciascuna che portava nell'educandato l'alterigia baronale da
    ogni angolo della Sicilia. Al parlatorio lo chiamavano il signor Trao.
    Quando  volle  saperne  il perch,  Isabella si fece rossa.  La stessa
    storia del Collegio di Maria anche l. E la sua figliuola aveva dovuto
    soffrire le stesse umiliazioni a motivo del parentado.  Per fortuna la
    signorina  di  Leyra,  che  Isabella  s'era affezionata coi regalucci,
    aveva preso a difenderla a spada tratta.  Essa conosceva  di  nome  la
    famiglia  dei Trao,  una delle prime laggi,  ove il duca suo fratello
    possedeva dei feudi.  La duchessina aveva il nome e il  parlare  alto,
    sebbene stesse in collegio senza pagare, talch le compagne lasciarono
    passare il Trao.  Ma don Gesualdo dovette lasciarlo passare anche lui,
    e farsi chiamare cos,  per amore della  figliuola,  quando  andava  a
    trovarla.  - Vedrai come si  fatta bella la tua figliuola!  - tornava
    poi a dire alla moglie che era sempre malaticcia.
    Essa la rivide finalmente all'uscire del collegio, nel 1837, quando in
    Palermo cominciavano gi a correre le prime  voci  di  colra,  e  don
    Gesualdo era corso subito a prenderla. Fu come un urto al petto per la
    povera madre, dopo tanto tempo, quando ud fermarsi la lettiga dinanzi
    al portone.  - Figlia mia! figlia mia! - colle braccia stese, le gambe
    malferme, precipitandosi per la scala. Isabella saliva correndo, colle
    braccia aperte anche lei. - Mamma! mamma! - E poi avvinghiate l'una al
    collo dell'altra,  la madre sballottando ancora a destra e a  sinistra
    la sua creatura come quand'era piccina.
    Indi  vennero  le  visite ai parenti.  Bianca era tornata in forze per
    portare in trionfo la sua figliuola, in casa Sganci in casa Limli, da
    per tutto dove era stata bambinetta, prima d'entrare in collegio,  ora
    gi fatta grande,  col cappellino di paglia, le belle treccie bionde -
    un fiore.  Tutti si affacciavano per vederla passare.  La zia  Sganci,
    divenuta sorda e cieca, le tast il viso per riconoscerla: - Una Trao!
    Non c' che dire. - Lo zio marchese ne lod gli occhi, degli occhi bl
    che erano due stelle.  "Degli occhi che vedevano il peccato", disse il
    marchese,  il quale aveva sempre pronta la  barzelletta.  Allorch  la
    condussero  dallo  zio  don  Ferdinando,  Isabella  che  soleva spesso
    rammentare colle  compagne  la  casa  materna,  negli  sfoghi  ingenui
    d'ambizione, prov un senso di sorpresa, di tristezza, di delusione al
    rivederla.  Entrava chi voleva dal portone sconquassato.  La corte era
    angusta,  ingombra  di  sassi  e  di  macerie.   Si  arrivava  per  un
    sentieruolo  fra  le  ortiche  allo  scalone  sdentato,   barcollante,
    soffocato anch'esso dalle erbacce.  In cima l'uscio cadente era appena
    chiuso da un saliscendi arrugginito; e subito nell'entrare colpiva una
    zaffata  d'aria  umida  e  greve,  un  tanfo di muffa e di cantina che
    saliva dal pavimento istoriato col blasone,  seminato di  cocci  e  di
    rottami,  pioveva  dalla vlta scalcinata,  veniva densa dal corridoio
    nero al pari di un sotterraneo, dalle sale buie che s'intravedevano in
    lunga fila, abbandonate e nude, per le strisce di luce che trapelavano
    dalle finestre sgangherate.  In fondo  era  la  cameretta  dello  zio,
    sordida,  affumicata,  col soffitto sconnesso e cadente,  e l'ombra di
    don Ferdinando che andava e veniva silenzioso, simile a un fantasma.
    - Chi ?... Grazia... entra...
    Don Ferdinando apparve sulla soglia, in maniche di camicia,  giallo ed
    allampanato, guardando stupefatto attraverso gli occhiali la sorella e
    la  nipote.  Sul lettuccio disfatto c'era ancora la vecchia palandrana
    di don Diego che stava rattoppando. L'avvolse in fretta,  insieme a un
    fagotto d'altri cenci, e la cacci nel cassettone.
    - Ah!... sei tu, Bianca?... che vuoi?...
    Indi  accorgendosi  che  teneva  ancora  l'ago in mano,  se lo mise in
    tasca, vergognoso, sempre con quel gesto che sembrava meccanico.
    - Ecco vostra nipote...  - balbett la sorella con  un  tremito  nella
    voce.   -  Isabella...  vi  rammentate?...  E'  stata  in  collegio  a
    Palermo...
    Egli fiss  sulla  ragazza  quegli  occhi  azzurri  e  stralunati  che
    fuggivano, di qua e di l, e mormor:
    - Ah!... Isabella?... mia nipote?...
    Guardava inquieto per la stanza,  e di tanto in tanto,  come vedeva un
    oggetto dimenticato sul tavolino o  sulla  seggiola  zoppa,  del  refe
    sudicio,  un fazzoletto di cotone posto ad asciugare al sole,  correva
    subito a nasconderli. Poi si mise a sedere sulla sponda del lettuccio,
    fissando l'uscio.  Mentre Bianca  parlava,  col  cuore  stretto,  egli
    seguitava   a  volgere  intorno  gli  occhi  sospettosi,   pensando  a
    tutt'altro.  A un tratto and a chiudere a chiave  il  cassetto  della
    scrivania.
    - Ah!... mia nipote, dici?...
    Fiss  di  nuovo sulla giovinetta lo stesso sguardo esitante,  e chin
    gli occhi a terra.
    - Somiglia a te... tale e quale... quand'eri qui...
    Sembrava che cercasse le parole,  cogli occhi erranti evitando  quelli
    della sorella e della nipote,  con un tremito leggiero nelle mani,  il
    viso smorto e  istupidito.  Un  istante,  mentre  Bianca  gli  parlava
    all'orecchio,  supplichevole, quasi le spuntassero le lagrime, egli di
    curvo che era si raddrizz cos  che  parve  altissimo,  con  un'ombra
    negli  occhi chiari un rimasuglio del sangue dei Trao che gli colorava
    il viso scialbo.
    - No... no... Non voglio nulla...  Non ho bisogno di nulla...  Vattene
    ora, vattene... Vedi... ho tanto da fare...
    Una  cosa  che  stringeva  il  cuore.  Una  rovina  ed un'angustia che
    umiliavano le memorie ambiziose,  le fantasie  romantiche  nate  nelle
    confidenze immaginarie colle amiche del collegio,  le illusioni di cui
    era piena la bizzarra testolina  della  fanciulla,  tornata  in  paese
    coll'idea  di  rappresentarvi la prima parte.  Il lusso meschino della
    zia Sganci,  la sua casa medesima fredda  e  malinconica,  il  palazzo
    cadente  dei  Trao  che  aveva  spesso rammentato laggi con infantile
    orgoglio, tutto adesso impicciolivasi, diventava nero, povero, triste.
    L, dirimpetto,  era la terrazza dei Margarone,  che tante volte aveva
    rammentato vasta,  inondata di sole,  tutta fiorita,  piena di ragazze
    allegre che la sbalordivano allora,  bambina,  collo sfoggio dei  loro
    abiti vistosi. Com'era stretta e squallida invece, con quell'alto muro
    lebbroso   che   l'aduggiava!   e  come  era  divenuta  vecchia  donna
    Giovannina,  che rivedeva seduta in mezzo ai vasi di fiori  polverosi,
    facendo  la  calza,  vestita  di nero,  enorme!  In fondo al vicoletto
    rannicchiavasi la casuccia del nonno Motta.  Allorch il babbo  ve  la
    condusse  trovarono la zia Speranza che filava,  canuta,  colle grinze
    arcigne. C'erano dei mattoni smossi dove inciampavasi,  un ragazzaccio
    scamiciato  il  quale  lev il capo da un basto che stava accomodando,
    senza salutarli.  Mastro Nunzio gemeva in letto coi reumatismi,  sotto
    una coperta sudicia:
    - Ah,  sei venuto a vedermi?  Credevi che fossi morto? No, no, non son
    morto.  E' questa la tua ragazza?  Me l'hai portata  qui  per  farmela
    vedere?...  E' una signorina, non c' che dire! Gli hai messo anche un
    bel nome!  Tua madre per si  chiamava  Rosaria!  Lo  sai?  Scusatemi,
    nipote  mia,  se  vi  ricevo  in  questo tugurio...  Ci son nato,  che
    volete... Spero di morirci... Non ho voluto cambiarlo col palazzo dove
    pretendeva chiudermi vostro padre...  Io sono avvezzo ad uscir  subito
    in istrada appena alzato...  No, no,  meglio pensarci prima. Ciascuno
    com' nato.  - Speranza grugniva delle altre parole che non si udivano
    bene.  Il ragazzaccio li accompagn cogli occhi sino all'uscio, quando
    se ne andarono.
    Intanto incalzavano le voci di  colra.  A  Catania  c'era  stata  una
    sommossa.  Giunse  da  Lentini don Bastiano Stangafame insieme a donna
    Fif  la  quale  pareva   avesse   gi   il   male   addosso,   verde,
    impresciuttita,  narrando  cose che dovevano averle fatto incanutire i
    capelli in ventiquattr'ore.  A Siracusa una giovinetta bella  come  la
    Madonna,  la quale ballava sui cavalli ammaestrati in teatro, e andava
    spargendo il colra con quel pretesto,  era stata uccisa  a  furor  di
    popolo. La gente insospettita stava a vedere, facendo le provviste per
    svignarsela dal paese, al primo allarme, e spiando ogni viso nuovo che
    passasse.
    In  quel  tempo  erano  capitati  due  merciai  che portavano nastri e
    fazzoletti di seta.  Andavano di casa in casa a  vendere  la  roba,  e
    guardavano dentro gli usci e nei cortili.  Le Margarone che spendevano
    allegramente per azzimarsi, quasi fossero ancora di primo pelo, fecero
    molte compere; anzi non trovandosi denari spiccioli, quei galantuomini
    dissero che sarebbero ripassati a prenderli il giorno dopo.
    Invece spunt il giorno del Giudizio Universale.  Ciolla era andato  a
    ricorrere  dal  giudice  che  gli  avevano  avvelenate  le galline: le
    portava a prova in mano,  ancora calde.  Torn in  casa  don  Nicolino
    scalmanato,  ordinando alle sorelle di sprangare usci e finestre e non
    aprire ad  anima  viva.  Il  dottor  Tavuso  fece  chiudere  anche  lo
    sportello  della  cisterna.   I  galantuomini,  rammentandosi  il  bel
    soggetto ch'era il Ciolla,  quello  ch'era  stato  in  Castello  colle
    manette,  sedici anni prima,  si armarono sino ai denti, e si misero a
    perlustrare il paese,  se mai  gli  tornava  il  ghiribizzo  di  voler
    pescare nel torbido.  La parola d'ordine era,  sparargli addosso senza
    misericordia al primo allarme. I due merciai non si videro pi.  Prima
    di  sera  cominciarono a sfilare le vetture cariche che scappavano dal
    paese.  Dopo l'avemaria non andava anima viva per  le  strade.  Giunse
    tardi una lettiga,  che portava don Corrado La Gurna, vestito di nero,
    col fazzoletto agli occhi. I cani abbaiarono tutta la notte.
    Il panico poi non ebbe limiti allorch si vide scappare  la  baronessa
    Rubiera,  paralitica,  su  di  una  sedia  a bracciuoli,  poich nella
    portantina non entrava neppure, tanto era enorme,  portata a fatica da
    quattr'uomini, colla testa pendente da un lato, il faccione livido, la
    lingua  pavonazza  che  usciva  a met dalle labbra bavose,  gli occhi
    soltanto vivi e inquieti,  le mani da  morta  agitate  da  un  tremito
    continuo.  E  dietro,  il  baronello invecchiato di vent'anni,  curvo,
    grigio, carico di figliuoli, colla moglie incinta ancora,  e gli altri
    figli  del  primo  letto.  Empivano  la  strada  dove  passavano:  uno
    sgomento.  La povera gente che era costretta a rimanere in paese stava
    a  guardare  atterrita.  Nelle  chiese  avevano esposto il Sacramento.
    Tacquero allora vecchi rancori,  e si videro fattori restituire il mal
    tolto  ai loro padroni.  Don Gesualdo apr le braccia e i magazzini ai
    poveri e ai parenti;  tutte le sue case di campagna  alla  Canziria  e
    alla Salonia. A Mangalavite, dove aveva pure dei casamenti vastissimi,
    parl di riunire tutta la famiglia.
    -  Ora  corro da mio padre per cercare d'indurlo a venire con noi.  Tu
    intanto va da tuo fratello,  - disse a  Bianca.  -  Fagli  capire  che
    adesso  son tempi da mettere una pietra sul passato,  gli avessi fatto
    anche un tradimento... Abbiamo il colra sulle spalle... Il sangue non
     acqua infine!  Non possiamo lasciare quel  povero  vecchio  solo  in
    mezzo al colra... Mi pare che la gente avrebbe motivo di sparlare dei
    fatti nostri, eh?...
    -  Voi  avete  il  cuore  buono!   -  balbett  la  moglie  sentendosi
    intenerire. - Voi avete il cuore buono!
    Ma don Ferdinando non  si  lasci  persuadere.  Era  occupatissimo  ad
    incollare  delle  striscie  di carta a tutte le fessure delle imposte,
    con un pentolino appeso al  collo,  arrampicato  su  di  una  scala  a
    piuoli.
    - Non posso lasciar la casa,  - rispose.  - Ho tanto da fare!...  Vedi
    quanti buchi?... Se viene il colra... Bisogna tapparli tutti...
    Inutilmente la sorella tornava  a  pregare  e  scongiurare  -  Non  mi
    lasciate  questo  rimorso,  don Ferdinando!...  Come volete che chiuda
    occhio la notte, sapendovi solo in casa?...
    - Ah! ah!... - rispose lui con un sorriso ebete.  - La notte non me lo
    soffiano il colra!... Chiuder tutte le fessure... guarda!
    E  tornava  a  ribattere:  -  Non posso lasciar la casa sola...  Ho da
    custodire le carte di famiglia...
    La moglie del sagrestano,  che vide uscire donna Bianca  desolata  dal
    portone, le corse dietro piangendo:
    -  Non  ci  vedremo  pi!...  Tutti se ne vanno...  Non avremo per chi
    sonare messa e mattutino!
    Anche mastro Nunzio s'era rifiutato ad andare col figliuolo.
    - Io mangio colle mani,  figliuol mio.  Arrossiresti di  tuo  padre  a
    tavola...   Sono  uno  zotico...  Non  sono  da  mettermi  insieme  ai
    signori!... No, no!   meglio pensarci prima!  Meglio crepar di colra
    che  di bile!...  Poi,  sai?  io sono avvezzo ad esser padrone in casa
    mia... Sono un villano...  Non so starci sotto le scarpe della moglie,
    no!
    Speranza mostr Burgio allettato anche lui dalla malaria.
    - Noi non usiamo abbandonare i nostri nel pericolo!...  Mio marito non
    pu muoversi,  e noi non ci muoviamo!...  Ecco come  siam  noi!...  Lo
    sapete quello che ci vuole a mantenere una famiglia intera, col marito
    confinato in letto!... -
    Ma  non  t'ho  sempre detto che sarai la padrona!...  Tutto quello che
    vuoi!... - esclam infine Gesualdo.
    - No!... Non vi ho chiesto l'elemosina!... Non accetteremmo nulla,  se
    non  fosse pel bisogno...  grazie a Dio!...  Poich ci fate la carit,
    andremo alla Canziria... Non temete!  Cos la gente non potr dire che
    avete  abbandonato  vostro padre in mezzo al colra!...  Voi pensate a
    mandarci  le  provviste...   Non  possiamo  pascerci  d'erba  come  le
    bestie!...  sentite...  Se avete pure qualche vestito smesso di vostra
    figlia,  di quelli proprio che non possono pi servirle...  Gi lei  
    una signora, ma saranno sempre buoni per noi poveretti!...
    I  Margarone partirono subito per Pietraperzia;  tutti ancora in lutto
    per don Filippo,  morto dai crepacuori che  gli  dava  il  genero  don
    Bastiano Stangafame,  ogni volta che gli bastonava Fif se non mandava
    denari. Annebbiavano una strada.
    Il barone Mndola, che faceva la corte alla zia Sganci, se la condusse
    a Passaneto, e ci prese le febbri,  povera vecchia.  Zacco e il notaro
    Neri  partirono  per  Donferrante.  Era  uno  squallore  pel paese.  A
    ventitr ore non si vedeva altri lungo la via di San Sebastiano che il
    marchese Limli, per la sua solita passeggiatina del dopopranzo. E gli
    fecero sapere anzi  che  destava  dei  sospetti  con  quelle  gite,  e
    volevano fargli la festa al primo caso di colra.
    -  Eh?  - disse lui.  - La festa?  Ci avete a pensar voialtri,  che vi
    tocca pagar le spese.  Io fo quello che ho fatto sempre,  se no  crepo
    egualmente.
    E alla nipote che lo scongiurava di andar con lei a Mangalavite:
    - Hai paura di non trovarmi pi?...  No, no, non temere; il colra non
    sa che farsene di me.
    Mentre Bianca e la figliuola stavano per montare in lettiga, giunse la
    zia Cirmena, disperata.
    - Avete visto? Tutti se ne vanno! I parenti mi voltano le spalle!... E
    m' cascato addosso anche quel povero orfanello di Corrado La Gurna...
    Una tragedia a casa sua!...  Padre e madre in una  notte...  fulminati
    dal colra!...  Nessuno ha il mio cuore, no!... Una povera donna senza
    aiuto e che non sa dove andare!...  Se mi date  la  chiave  delle  due
    camerette   che  avete  laggi  a  Mangalavite,   vicino  alla  vostra
    casina!...  le camere del palmento...  Siete il  solo  parente  a  cui
    ricorrere, voi, don Gesualdo!...
    - S, s, - rispose lui - ma non lo dite agli altri...
    - Glielo dir anzi!... Voglio rinfacciarlo a tutti quanti, se campo!


    2.

    Quella che chiamavano la casina,  a Mangalavite, era un gran casamento
    annidato in fondo alla valletta. Isabella dalla sua finestra vedeva il
    largo viale alpestre fiancheggiato d'ulivi, la folta macchia verde che
    segnava la grotta dove scorreva l'acqua,  le balze in cui  serpeggiava
    il  sentiero,  e  pi  in su l'erta chiazzata di sommacchi,  Budarturo
    brullo e sassoso nel cielo che sembrava di smalto.  La sola pennellata
    gaia  era  una  siepe  di rose canine sempre in fiore all'ingresso del
    viale, dimenticate per incuria.
    Pei dirupi,  ogni  grotta,  le  capannuccie  nascoste  nel  folto  dei
    fichidindia,  erano  popolate  di  povera gente scappata dal paese per
    timore del colra.  Tutt'intorno udivasi cantare i galli  e  strillare
    dei bambini;  vedevansi dei cenci sciorinati al sole,  e delle sottili
    colonne di fumo che salivano qua e l  attraverso  gli  alberi.  Verso
    l'avemaria  tornavano  gli armenti negli ovili addossati al casamento,
    branchi interi di puledri e di buoi che si raccoglievano  nei  cortili
    immensi.  Tutta la notte poi era un calpesto irrequieto,  un destarsi
    improvviso di muggiti e di belati,  uno scrollare  di  campanacci,  un
    sito  di  stalla  e  di  salvatico  che  non faceva chiudere occhio ad
    Isabella. Di tanto in tanto correva una fucilata pazza per le tenebre,
    lontano;  giungevano sin laggi delle grida  selvagge  d'allarme;  dei
    contadini  venivano a raccontare il giorno dopo di aver sorpreso delle
    ombre che s'aggiravano furtive sui precipizi;  la zia Cirmena  giurava
    di  aver  visto  dei  razzi solitarii e luminosi verso Donferrante.  E
    subito spedivano gente ad informarsi se c'erano stati casi di  colra.
    Il barone Zacco ch'era da quelle parti, rispondeva invece che i fuochi
    si vedevano verso Mangalavite.
    Don Gesualdo,  meno la paura dei razzi che si vedevano la notte,  e il
    sospetto di ogni viso nuovo  che  passasse  pei  sentieri  arrampicati
    lass  sui  greppi,  ci stava come un papa fra i suoi armenti,  i suoi
    campi, i suoi contadini, le sue faccende, sempre in moto dalla mattina
    alla sera,  sempre gridando e facendo vedere la sua faccia da  padrone
    da per tutto. La sera poi si riposava, seduto in mezzo alla sua gente,
    sullo  scalino  della  gradinata  che  saliva  al  viale,  dinanzi  al
    cancello,  in maniche di camicia,  godendosi il fresco  e  la  libert
    della  campagna,  ascoltando  i  lamenti  interminabili  e  i discorsi
    sconclusionati dei suoi mezzaiuoli.  Alla  moglie,  che  l'aria  della
    campagna faceva star peggio,  soleva dire per consolarla: - Qui almeno
    non hai paura d'acchiappare il colra.  Finch non si tratta di colra
    il resto  nulla.  - L egli era al sicuro dal colra,  come un re nel
    suo regno,  guardato di notte e di giorno -  a  ogni  contadino  aveva
    procurato  il suo bravo schioppo,  dei vecchi fucili a pietra nascosti
    sotto terra fin dal 12 o  dal  21  e  teneva  dei  mastini  capaci  di
    divorare  un  uomo.  Faceva  del bene a tutti;  tutti che si sarebbero
    fatti ammazzare per guardargli la pelle in quella circostanza.  Grano,
    fave,  una botte di vino guastatosi da poco. Ognuno che avesse bisogno
    correva da lui per domandargli in prestito quel che gli occorreva. Lui
    colle mani aperte come la Provvidenza.  Aveva dato  ricovero  a  mezzo
    paese,  nei fienili,  nelle stalle, nelle capanne dei guardiani, nelle
    grotte lass a Budarturo.  Un giorno era arrivato persino Nanni l'Orbo
    con tutta la sua masnada,  strizzando l'occhio,  tirandolo in disparte
    per dirgli il fatto suo:
    - Don Gesualdo...  qui  c'  anche  roba  vostra.  Guardate  Nunzio  e
    Gesualdo  come  vi  somigliano!  Quattro  tumoli  di  pane  al mese si
    mangiano,  prosit a  loro!  Non  potete  chiudere  loro  la  porta  in
    faccia...  Ne avete fatta tanta della carit? E fate anche questa, che
    cos vuol Dio.
    - Guarda cosa diavolo t' venuto in mente!... Qui c' mia moglie e mia
    figlia adesso!... Almeno andatevene nel palmento, e non vi fate vedere
    da queste parti...
    Ma tutto quel bene  e  quella  carit  gli  tornavano  in  veleno  per
    l'ostinazione dei parenti che non avevano voluto mettersi sotto le sue
    ali.  Se ne sfogava spesso con Bianca la sera,  quando chiudeva usci e
    finestre e si vedeva al sicuro: - Salviamo tanta gente  dal  colra...
    Abbiamo  tanta  gente  sotto  le  ali,  e  soltanto il sangue nostro 
    disperso di qua e di l...  Lo fanno apposta...  per  farci  stare  in
    angustie...  per  lasciarci  la  spina  dentro!...  Non  parlo  di tuo
    fratello poveraccio quello non capisce...  Ma mio padre...  Non me  la
    doveva lasciare questa spina, lui!...
    Non   sapeva  di  quell'altro  dispiacere  che  doveva  procuragli  la
    figliuola,  il pover'uomo!  Isabella ch'era venuta  dal  collegio  con
    tante  belle  cose  in  testa,  che  s'era  immaginata  di  trovare  a
    Mangalavite tante belle cose come alla Favorita di Palermo,  sedili di
    marmo,  statue, fiori da per tutto, dei grandi alberi dei viali tenuti
    come tante sale da ballo, aveva provata qui un'altra delusione.  Aveva
    trovato dei sentieri alpestri, dei sassi che facevano vacillare le sue
    scarpette,   delle   vigne   polverose,   delle   stoppie  riarse  che
    l'accecavano,  delle rocce a picco sparse di sommacchi che  sembravano
    della   ruggine  a  quell'altezza,   e  dove  il  tramonto  intristiva
    rapidamente la sera. Poi dei giorni sempre uguali,  in quella tebaide;
    un  sospetto  continuo,  una  diffidenza  d'ogni cosa,  dell'acqua che
    bevevasi,  della gente che passava,  dei cani  che  abbaiavano,  delle
    lettere  che  giungevano  -  un  mucchio di paglia umida in permanenza
    dinanzi al cancello per affumicare tutto ci che veniva di fuori, - le
    rare lettere ricevute in cima a una canna,  attraverso il fumo - e per
    solo svago,  il chiacchiero della zia Cirmena, la quale arrivava ogni
    sera colla lanterna in mano e il panierino  della  calza  infilato  al
    braccio. Suo nipote l'accompagnava raramente; preferiva rimanersene in
    casa, a far l'orso e a pensare ai casi suoi o ai suoi morti, chiss...
    La  zia  Cirmena  per scusarlo parlava del gran talento che aveva quel
    ragazzo, tutto il santo giorno chiuso nella sua stanzetta, col capo in
    mano, a riempire degli scartafacci, pi grossi di un basto,  di poesie
    che  avrebbero fatto piangere i sassi.  Don Gesualdo ci s'addormentava
    sopra a quei discorsi.  La mamma parlava poco anche lei,  sempre senza
    fiato,  sempre  fra  letto e lettuccio.  La sola che dovesse dar retta
    alla zia era lei,  Isabella,  soffocando  gli  sbadigli,  dopo  quelle
    giornate vuote.  Alle sue amiche di collegio, disseminate anch'esse di
    qua e di l,  non sapeva proprio cosa scrivere.  Marina  di  Leyra  le
    mandava  ogni  settimana  delle  paginette  stemmate  piene  zeppe  di
    avventure, di confidenze interessanti. La stuzzicava,  la interrogava,
    chiedeva in ricambio le sue confidenze, sembrava a ogni lettera che le
    capitasse  l dinanzi,  coi suoi occhioni superbi,  colle belle labbra
    carnose,  a dirle in un orecchio delle cose che le facevano  avvampare
    il viso, che le facevano battere il cuore, quasi ci avesse nascosto il
    suo  segreto  da  confidarle anche lei.  S'erano regalato a vicenda un
    libriccino di memorie,  colla promessa di scrivervi sopra tutti i loro
    pensieri pi intimi,  tutto,  tutto,  senza nascondere nulla!  I begli
    occhi azzurri d'Isabella,  gli occhi che diceva lo zio  Limli,  senza
    volerlo,   senza  guardare  neppure,   sembrava  che  cercassero  quei
    pensieri.  In quella testolina che  portava  ancora  le  trecce  sulle
    spalle, nasceva un brulicho, quasi uno sciame di api vi recasse tutte
    le  voci e tutti i profumi della campagna,  di l dalle roccie,  di l
    da Budarturo,  di lontano.  Sembrava che l'aria  libera,  lo  stormire
    delle frondi,  il sole caldo,  le accendessero il sangue, penetrassero
    nelle sottili vene azzurrognole, le fiorissero nei colori del viso, le
    gonfiassero  di  sospiri  il  seno  nascente  sotto  il  pettino   del
    grembiule.  - Vedi quanto ti giova la campagna?  - diceva il babbo.  -
    Vedi come ti fai bella?
    Ma essa non era contenta.  Sentiva  un'inquietezza  un'uggia,  che  la
    facevano  rimanere  colle  mani  inerti  sul  ricamo,  che la facevano
    cercare certi posti per leggere i pochi libri,  quei volumetti  tenuti
    nascosti sotto la biancheria,  in collegio. All'ombra dei noci, vicino
    alla sorgente, in fondo al viale che saliva dalla casina, c'era almeno
    una gran pace,  un gran silenzio,  s'udiva lo  sgocciolare  dell'acqua
    nella  grotta,  lo  stormire  delle frondi come un mare,  lo squittire
    improvviso di qualche nibbio che appariva come un  punto  nell'azzurro
    immenso.  Tante  piccole  cose  che  l'attraevano a poco a poco,  e la
    facevano guardare attenta per delle ore intere una  fila  di  formiche
    che  si  seguivano,  una  lucertolina  che  affacciavasi  timida  a un
    crepaccio,  una rosa canina che dondolava al disopra del  muricciuolo,
    la  luce  e le ombre che si alternavano e si confondevano sul terreno.
    La vinceva una specie di dormiveglia,  una serenit che le  veniva  da
    ogni cosa,  e si impadroniva di lei, e l'attaccava l, col libro sulle
    ginocchia,  cogli occhi spalancati  e  fissi,  la  mente  che  correva
    lontano.  Le  cadeva  addosso  una  malinconia  dolce come una carezza
    lieve,  che le stringeva il cuore a volte,  un desiderio vago di  cose
    ignote. Di giorno in giorno era un senso nuovo che sorgeva in lei, dai
    versi   che   leggeva,   dai   tramonti  che  la  facevano  sospirare,
    un'esaltazione vaga,  un'ebbrezza sottile,  un turbamento misterioso e
    pudibondo  che  provava il bisogno di nascondere a tutti.  Spesso,  la
    sera, scendeva adagio adagio dal lettuccio perch la mamma non udisse,
    senza accendere la candela, e si metteva alla finestra, fantasticando,
    guardando  il cielo che formicolava di stelle.  La  sua  anima  errava
    vagamente  dietro  i  rumori  della  campagna,  il  pianto  del  chi,
    l'uggiolare lontano,  le forme confuse che  viaggiavano  nella  notte,
    tutte  quelle cose che le facevano una paura deliziosa.  Sentiva quasi
    piovere dalla luna sul suo viso, sulle sue mani una gran dolcezza, una
    gran  prostrazione,   una  gran  voglia  di  piangere.   Le   sembrava
    confusamente  di  vedere  nel  gran chiarore bianco,  oltre Budarturo,
    lontano, viaggiare immagini note,  memorie care,  fantasie che avevano
    intermittenze  luminose  come  la luce di certe stelle: le sue amiche,
    Marina di Leyra, un altro viso sconosciuto che Marina le faceva sempre
    vedere nelle sue lettere,  un viso che ondeggiava e mutava forma,  ora
    biondo,  ora  bruno,  alle  volte  colle occhiaie appassite e la piega
    malinconica che avevano le labbra del cugino La  Gurna.  Penetrava  in
    lei il senso delle cose,  la tristezza della sorgente,  che stillava a
    goccia a goccia attraverso le  foglie  del  capelvenere,  lo  sgomento
    delle solitudini perdute lontano per la campagna, la desolazione delle
    forre  dove  non poteva giungere il raggio della luna,  la festa delle
    rocce  che  s'orlavano  d'argento,  lass  a  Budarturo,  disegnandosi
    nettamente nel gran chiarore,  come castelli incantati.  Lass, lass,
    nella luce d'argento,  le pareva di sollevarsi in quei pensieri  quasi
    avesse le ali,  e le tornavano sulle labbra delle parole soavi,  delle
    voci armoniose,  dei versi che  facevano  piangere,  come  quelli  che
    fiorivano  in  cuore  al  cugino  La  Gurna.  Allora  ripensava a quel
    giovinetto che non si vedeva quasi mai,  che stava  chiuso  nella  sua
    stanzetta,  a fantasticare,  a sognare come lei.  Laggi,  dietro quel
    monticello,  la stessa luna doveva scintillare  sui  vetri  della  sua
    finestra,  la  stessa  dolcezza  insinuarsi  in lui.  Che faceva?  che
    pensava?  Un brivido di freddo la sorprendeva di tratto in tratto come
    gli  alberi  stormivano  e  le  portavano tante voci da lontano - Luna
    bianca, luna bella!... Che fai, luna? dove vai? che pensi anche tu?  -
    Si guardava le mani esili e delicate,  candide anch'esse come la luna,
    con una gran tenerezza,  con un vago senso di gratitudine e  quasi  di
    orgoglio.
    Poscia ricadeva stanca da quell'altezza,  con la mente inerte,  scossa
    dal russare del babbo che riempiva la casa.  La mamma vicino a lui non
    osava neppure fare udire il suo respiro; come non osava quasi mostrare
    tutta la sua tenerezza alla figliuola dinanzi al marito,  timida,  con
    quegli occhi tristi e quel sorriso pallido che voleva dire tante  cose
    nelle pi umili parole: - Figlia! figlia mia!... - Soltanto la stretta
    delle  braccia  esili,  e  l'espressione  degli  sguardi che correvano
    inquieti all'uscio dicevano il  resto.  Quasi  dovesse  nascondere  le
    carezze  che  faceva  alla  sua  creatura,  le  mani  tremanti  che le
    cercavano il viso, gli occhi turbati che l'osservavano attentamente. -
    Che hai? Sei pallida!... Non ti senti bene?
    La zia Cirmena che vedeva la ragazza cos gracile, cos pallidina, con
    quelle pesche sotto gli occhi, cercava di distrarla,  le insegnava dei
    lavori  nuovi,  delle  cornicette  intessute di fili di paglia,  delle
    arance e dei canarini di lana. Le contava delle storielle,  le portava
    da leggere le poesie che scriveva suo nipote Corrado, di nascosto, nel
    panierino della calza.  - Son fresche fresche di ieri. Gliele ho prese
    dal tavolino ora   che    uscito  a  passeggiare.  E'  ritroso,  quel
    benedetto  figliuolo.  Cos  timido!  uno che ha bisogno d'aiuto,  col
    talento che ha,  peccato!  - E le suggeriva anche dei  rimedi  per  la
    salute  delicata,  lo sciroppo marziale,  delle teste di chiodi in una
    bottiglia d'acqua.  Si sbracciava ad aiutare in  cucina,  col  vestito
    rimboccato  alla cintola,  a far cuocere un buon brodo di ossa per sua
    nipote Bianca,  a preparare qualche intingolo  per  Isabella  che  non
    mangiava  nulla.  - Lasciate fare a me.  So quel che ci vuole per lei.
    Voialtri Trao siete tanti pulcini colla luna.  - Un  braccio  di  mare
    quella zia Cirmena.  Una donna che se le si faceva del bene, non ci si
    perdeva interamente.  Spesso costringeva Corrado a venire anche lui la
    sera per tenere allegra la brigata.
    - Tu che sai fare tante cose,  coi tuoi libri,  colle tue chiacchiere,
    porterai un po' di svago. Santo Dio! se stai sempre rintanato coi tuoi
    libri,  come vuoi far conoscere i tuoi meriti?  - Poi,  quando lui non
    era presente,  cantava anche pi chiaro: - Alla sua et!...  Non  pi
    un bambino... Bisogna che s'aiuti... Non pu vivere sempre alle spalle
    dei parenti!... -  E superbo come Lucifero per giunta, ricalcitrando e
    inalberandosi se alcuno cercava di  aiutarlo,  di  fargli  fare  buona
    figura,  se  la  zia s'ingegnava lei di aprir gli occhi alla gente sul
    valore del suo nipote Corrado e gli rubava gli scartafacci, e andava a
    sciorinarli  lei  stessa  in  mezzo  al  crocchio  dei  cugini  Motta,
    compitando,  accalorandosi  come  un  sensale  che fa valere la merce,
    mentre don Gesualdo andava appisolandosi a poco a poco, e diceva di s
    col capo,  sbadigliando,  e Bianca guardava Isabella la quale teneva i
    grand'occhi  sbarrati  nell'ombra,  assorta,  e  le  si  mutava a ogni
    momento l'espressione del viso delicato,  quasi delle ondate di sangue
    la  illuminassero  tratto  tratto.  Donna  Sarina  tutta  intenta alla
    lettura non si accorgeva di nulla,  badava ad accomodarsi gli occhiali
    di tanto in tanto,  chinavasi verso il lume, oppure se la pigliava col
    nipote che scriveva cos sottile.
    - Ma  che  talento,  eh!  Come  amministratore...  che  so  io...  per
    soprintendere  ai  lavori di campagna...  dirigere una fattoria,  quel
    ragazzo varrebbe tant'oro. Il cuore mi dice che se voi,  don Gesualdo,
    trovaste di collocarlo in alcuno dei vostri negozi,  fareste un affare
    d'oro!...  E...  ora che non ci sente...  per poco salario  anche!  Il
    giovane ha gli occhi chiusi, come si dice... ancora senza malizia... e
    si contenterebbe di poco! Fareste anche un'opera di carit, fareste!
    Don  Gesualdo  non  diceva  n s n no,  prudente,  da uomo avvezzo a
    muovere sette volte la lingua in bocca prima di lasciarsi scappare una
    minchioneria. Ci pensava su, badava alle conseguenze,  badava alla sua
    figliuola,  anche  russando,  con un occhio aperto.  Non voleva che la
    ragazza cos giovane, cos inesperta, senza sapere ancora cosa volesse
    dire esser povero o ricco,  s'avesse a  scaldare  il  capo  per  tutte
    quelle  frascherie.  Lui era ignorante,  uno che non sapeva nulla,  ma
    capiva che quelle belle cose erano trappole per acchiappare  i  gonzi.
    Gli  stessi  arnesi  di cui si servono coloro che sanno di lettere per
    legarvi le mani o tirarvi fuori  dei  cavilli  in  un  negozio.  Aveva
    voluto  che  la  sua  figliuola  imparasse tutto ci che insegnavano a
    scuola,  perch era ricca,  e un giorno o  l'altro  avrebbe  fatto  un
    matrimonio  vantaggioso.  Ma  appunto  perch'era  ricca tanta gente ci
    avrebbe fatti su  dei  disegni.  Insomma  a  lui  non  piacevano  quei
    discorsi  della  zia  e  il fare del nipote che le teneva il sacco con
    quell'aria ritrosa di chi si fa pregare per mettersi a tavola,  di chi
    vuol  vender  cara  la  sua  mercanzia.  E  le  occhiate  lunghe della
    cuginetta,   i silenzi ostinati,  quel  mento  inchiodato  sul  petto,
    quella smania di cacciarsi coi suoi libri in certi posti solitari, per
    far  la letterata anche lei,  una ragazza che avrebbe dovuto pensare a
    ridere e a divertirsi piuttosto...
    Finora erano ragazzate;  sciocchezze da riderci sopra,  o prenderli  a
    scappellotti tutt'e due,  la signorina che mettevasi alla finestra per
    veder volare le mosche,  e  il  ragazzo  che  stava  a  strologare  da
    lontano,  di  cui  vedevasi  il  cappello  di  paglia  al  disopra del
    muricciuolo o della siepe, ronzando intorno alla casina, nascondendosi
    fra le piante.  - Don Gesualdo  aveva  dei  buoni  occhi.  Non  poteva
    indovinare tutte le stramberie che fermentavano in quelle teste matte,
    - i baci mandati all'aria,  e il sole e le nuvole che pigliavano parte
    al duetto - a un miglio di distanza,  - ma sapeva leggere nelle pedate
    fresche,  nelle  rose  canine  che  trovava  sfogliate  sul  sentiero,
    nell'aria ingenua di Isabella che scendeva a cercare le forbici  o  il
    ditale quando per combinazione c'era in sala il cugino, nella furberia
    di  lui che fingeva di non guardarla,  come chi passa e ripassa in una
    fiera dinanzi alla giovenca che  vuol  comprare  senza  darle  neppure
    un'occhiata.  Vedeva  anche  nella faccia  ladra di Nanni l'Orbo,  nel
    fare  sospettoso  di  lui,  nell'aria  sciocca  che  pigliava,  quando
    rizzavasi fra i sommacchi, mettendosi la mano sugli occhi, per guardar
    laggi, nel viale, o si cacciava carponi fra i fichi d'India, o veniva
    a  portargli dei pezzi di carta che aveva trovato vicino alla fontana,
    dei calcinacci scrostati dal sedile, facendo il nesci:
    - Don Gesualdo, che c' stato vossignoria, lass?... Alle volte... per
    far quattro passi...  L'erba sulla spianata  tutta pesta,  come ci si
    fosse  sdraiato un asino.  Ladri,  no,  eh?...  Ho paura di quelli del
    colra piuttosto.
    - No... di giorno?... che diavolo!...  bestia che sei!...  Non temere,
    qui stiamo cogli occhi aperti.
    E ci stava davvero,  con prudenza, per evitar gli scandali, aspettando
    che terminasse il colra per scopare la casa,  e  finirla  pulitamente
    con  donna  Sarina e tutti i suoi senza dar campo di parlare alle male
    lingue,  rimbeccando la zia Cirmena che s'era messa a far la  sapiente
    anche  lei,  a  parlare col squinci e linci,  tagliando corto a quelle
    chiacchiere  sconclusionate  che  vi  tiravano  gli   sbadigli   dalle
    calcagna. Un giorno, presenti tutti quanti, sput fuori il fatto suo.
    - Ah...  le canzonette? Roba che non empie pancia, cari miei! - La zia
    Cirmena si risent alfine: - Voi pigliate tutto a peso e a misura, don
    Gesualdo!  Non sapete quel che vuol  dire...  Vorrei  vedervici!...  -
    Egli  allora,  col suo fare canzonatorio,  raccolse in mucchio libri e
    giornali ch'erano sul tavolino e glieli  cacci  in  grembo,  a  donna
    Sarina,  ridendo ad alta voce, spingendola per le spalle quasi volesse
    mandarla via come fa il sensale nel conchiudere il  negozio,  vociando
    cos forte che sembrava in collera, fra le risate:
    - Be'... pigliateli, se vi piacciono... Potrete camparci su!...
    Tutti  si  guardarono  negli  occhi.  Isabella  si alz senza dire una
    parola,  ed usc dalla stanza.  - Ah!...  - borbott don  Gesualdo.  -
    Ah!...
    Ma  visto  che non era il momento,  cacci indietro la bile e volt la
    cosa in scherzo:
    - Anche a lei... le piacciono le canzonette. Come passatempo...  colla
    chitarra...  adesso che siamo in villeggiatura non dico di no.  Ma per
    lei c' chi ha lavorato al sole e al vento,  capite?...  E  se  ha  la
    testa dura dei Trao, anche i Motta non scherzano, quanto a ci...
    - Bene, - interruppe la zia, - questo  un altro discorso.
    - Ah, vi sembra un altro discorso?
    - Ecco! - salt su donna Sarina, pigliandosela a un tratto col nipote.
    -  Tuo  zio parla pel tuo bene.  Non lo trovi,  un parente affezionato
    come lui, senti!
    - Certo,  certo...  Voi siete una donna di giudizio,  donna Sarina,  e
    cogliete le parole al volo.
    La  Cirmena  allora  si  mise  a  dimostrare che un ragazzo di talento
    poteva arrivare dove voleva,  segretario,  fattore,  amministratore di
    una gran casa.  Le protezioni gi non gli mancavano. - Certo, certo, -
    continuava a ripetere don Gesualdo. Ma non si impegnava pi oltre.  Si
    dava da fare a rimettere le seggiole a posto,  a chiudere le finestre,
    come a dire: - Adesso andate via. - Per siccome il giovane voltava le
    spalle senza rispondere,  con  la  superbia  che  avevano  tutti  quei
    parenti spiantati, donna Sarina non seppe pi frenarsi, raccattando in
    furia i ferri da calza e gli occhiali, infilando il paniere al braccio
    senza salutar nessuno.
    - Guardate s' questa la maniera!  Cos si ringraziano i parenti della
    premura?  Io me ne lavo le mani...  come  Pilato...  Ciascuno  a  casa
    sua...
    - Ecco la parola giusta, donna Sarina. Ciascuno a casa sua. Aspettate,
    che vi accompagno... Eh? eh? che c'?
    Da  un pezzo,  mentre discorreva,  tendeva l'orecchio all'abbaiare dei
    cani,  al diavolo che facevano oche e  tacchini  nella  corte,  a  un
    correre  a  precipizio.  Poi  si  ud una voce sconosciuta in mezzo al
    chiacchiero della sua gente.  Dal  cancello  s'affacci  il  camparo,
    stralunato, facendogli dei segni.
    - Vengo, vengo, aspettate un momento.
    Torn  poco  dopo  che sembrava un altro,  stravolto,  col cappello di
    paglia buttato all'indietro,  asciugandosi  il  sudore.  Donna  Sarina
    voleva sapere a ogni costo cosa fosse avvenuto, fingendo d'aver paura.
    - Nulla... Le stoppie lass avran preso fuoco... V'accompagno. E' cosa
    da nulla.
    Nell'aia  erano  tutti in subbuglio.  Mastro Nardo,  sotto la tettoia,
    insellava in fretta e in furia la mula baia di don  Gesualdo.  Dinanzi
    al  rastrello del giardino Nanni l'Orbo e parecchi altri ascoltavano a
    bocca  aperta  un  contadino  di  fuorivia  che  narrava  gran   cose,
    accalorato, gesticolando mostrando il vestito ridotto in brandelli.
    - Nulla,  nulla,  - ripet don Gesualdo. - V'accompagno a casa vostra.
    Non c' premura. - Si vedeva per ch'era turbato,  balbettava,  grossi
    goccioloni gli colavano dalla fronte.  Donna Sarina s'ostinava ad aver
    paura,  piantandosi su due piedi,  frugando di qua e di l cogli occhi
    curiosi,  fissandoli  in viso a lui per scovar quel che c'era sotto: -
    Un caso di colra,  eh?  Ce l'han portato sin qui?  Qualche  briccone?
    L'han  colto  sul  fatto?  - Infine don Gesualdo le mise le mani sulle
    spalle, guardandola fissamente nel bianco degli occhi: - Donna Sarina,
    a che giuoco giochiamo?  Lasciatemi badare agli affari  di  casa  mia!
    santo e santissimo!  - E la mise bel bello sulla sua strada, di l dal
    ponticello.  Tornando indietro se la prese con tutta quella gente  che
    sembrava  ammutinata,  comare  Lia  che  aveva lasciato d'impastare il
    pane, sua figlia accorsa anche lei colle mani intrise di farina. - Che
    c'?  che c'?  Voi,  mastro  Nardo,  andate  avanti  colla  mula.  Vi
    raggiunger  per  via.  L,  da  quella parte,  pel sentiero.  Non c'
    bisogno di far sapere a tutto il  vicinato  se  vo  o  se  rimango.  E
    voialtri  badate  alle vostre faccende.  E cucitevi la bocca,  ehi!...
    senza suonar la tromba e andar narrando quel che mi succede,  di qua e
    di l!...
    Poi sal di sopra colle gambe rotte. Bianca appena lo vide  con quella
    faccia si impaur. Ma egli per non le disse nulla. Temeva che i sorci
    ballassero  mentre  non  c'era il gatto.  Mentre la moglie l'aiutava a
    infilarsi gli stivali,  andava facendole certe raccomandazioni: - Bada
    alla casa.  Bada alla ragazza. Io vo e torno. Il tempo d'arrivare alla
    Salonia per mio padre che sta poco bene.  Gli occhi aperti finch  non
    ci  son  io,  intendi?  -  Bianca  da ginocchioni com'era alz il viso
    attonito.  - Svegliati!  Come diavolo sei diventata?  Tale e quale tuo
    fratello don Ferdinando sei! Tua figlia ha la testa sopra il cappello,
    te  ne  sei  accorta?  Abbiamo fatto un bel negozio a metterle in capo
    tanti grilli! Chiss cosa s'immagina? E gli altri pure... Donna Sarina
    e tutti gli altri!  Serpi  nella  manica!...  Dunque,  niente  visite,
    finch torno...  e gli occhi aperti sulla tua figliuola. Sai come sono
    le ragazze quando si mettono in testa qualcosa!...  Sei stata  giovane
    anche tu...  Ma io non mi lascio menare pel naso come i tuoi fratelli,
    sai!... No, no,  chetati!  Non  per rimproverarti...  L'hai fatto per
    me, allora. Sei stata una buona moglie, docile e obbediente, tutta per
    la casa... Non me ne pento. Dico solo acci ti serva d'ammaestramento,
    adesso. Le ragazze per maritarsi non guardano a nulla... Tu almeno non
    facevi  una  pazzia...  Non  te ne sei pentita neppur tu,   vero?  Ma
    adesso  un altro par di maniche.  Adesso si tratta di  non  lasciarsi
    rubare come in un bosco...
    Bianca, ritta accanto all'uscio, col viso scialbo, spalanc gli occhi,
    dove  era  in  fondo  un  terror  vago,  uno  sbalordimento  accorato,
    l'intermittenza dolorosa della ragione annebbiata ch'era  negli  occhi
    di don Ferdinando.
    -  Ah!  Hai  capito finalmente!  Te ne sei accorta anche tu!  E non mi
    dicevi nulla!... Tutte cos voialtre donne... a tenervi il sacco l'una
    coll'altra!... congiurate contro chi s'arrovella pel vostro meglio!
    - No!... vi giuro!... Non so nulla!...  Non ci ho colpa...  Che volete
    da me?... Vedete come son ridotta!...
    - Non lo sapevi? Cosa fai dunque? Cos tieni d'occhio tua figlia... E'
    questa una madre di famiglia?...  Tutto sulle mie spalle! Ho le spalle
    grosse. Ho lo stomaco pieno di dispiaceri... E sto benone io!... Ho la
    pelle dura.
    E se ne and col dorso curvo,  sotto il gran sole,  ruminando tutti  i
    suoi   guai.   Il  messo  ch'era  venuto  a  chiamarlo  dalla  Salonia
    l'aspettava in cima al sentiero,  insieme a mastro Nardo che tirava la
    mula zoppicando. Come lo vide da lontano si mise a gridare:
    -  Spicciatevi,  vossignoria.  Se arriviamo tardi,  per disgrazia,  la
    colpa  tutta mia.
    Cammin facendo raccontava cose da far drizzare i capelli in  testa.  A
    Marineo  avevano  assassinato un viandante che andava ronzando attorno
    all'abbeveratoio,  nell'ora calda, lacero, scalzo,  bianco di polvere,
    acceso  in  volto,  con l'occhio bieco,  cercando di farla in barba ai
    cristiani che stavano a  guardia da  lontano,  sospettosi.  A  Callari
    s'era  trovato  un  cadavere  dietro  una siepe,  gonfio come un otre:
    l'aveva scoperto il puzzo. La sera,  dovunque,  si vedevano dei fuochi
    d'artifizio,  una  pioggia  di  razzi,  tale  e  quale la notte di San
    Lorenzo, Dio liberi! Una donna incinta,  che s'era lasciata aiutare da
    uno sconosciuto, mentre portava un carico di legna al Trimmillito, era
    morta  la  stessa  notte  all'improvviso,  senza neanche dire - Cristo
    aiutami - colla pancia piena di fichi d'India.
    - Vostro padre l'ha voluto lui stesso il colra, sissignore. Tutti gli
    dicevano: Non aprite se prima il sole non  alto!  Ma sapete che testa
    dura!  Il  colra ce l'ha portato alla Salonia un viandante che andava
    intorno colla bisaccia in spalla. Di questi tempi, figuratevi! C' chi
    l'ha visto  a  sedere,  stanco  morto,  sul  muricciuolo  vicino  alla
    fattoria.  Poi tutta la notte rumori sul tetto e dietro gli usci...  E
    le macchie d'unto che si son trovate qua e l a giorno fatto!...  Come
    della  bava di lumaca...  Sissignore!...  Quella bestia dello speziale
    continua a predicare di scopar le case,  di pigliarsela coi  maiali  e
    colle  galline,  per  tener lontano il colra!  Adesso il veleno ce lo
    portano le bestie del Signore,  che non hanno malizia!  avete  inteso,
    vossignoria?...  Roba da accopparli tutti quanti sono, medici, preti e
    speziali, perch loro ogni cristiano che mandano al mondo della verit
    si pigliano dodici tar dal  re!  E  l'arciprete  Bugno  ha  avuto  il
    coraggio  di  predicarlo  dall'altare:  -  Figliuoli  miei,  so che ce
    l'avete con me, a causa del colra. Ma io sono innocente.  Ve lo giuro
    su quest'ostia consacrata! - Io non so s'era innocente o no. So che ha
    acchiappato  il  colra  anche  lui,  perch  teneva  in  casa  quelle
    bottiglie che mandano da Napoli per far morire i cristiani.  Io non so
    niente. Il fatto  che i morti fioccano come le mosche: Donna Marianna
    Sganci, Peperito...


    3.

    Allorch giunsero alla Salonia trovarono che tutti gli altri inquilini
    della fattoria caricavano muli ed asinelli per fuggirsene. Inutilmente
    Bomma, che era venuto dalla vigna, l vicino, si sgolava a gridare:
    - Bestie!  s' una perniciosa!...  se ha una febbre da cavallo! Non si
    muore di colra con la febbre!
    - Non me ne importa s' una perniciosa! - borbott infine Giacalone. -
    I medici gi son pagati per questo!...
    Mastro Nunzio stava male davvero: la morte gli aveva pizzicato il naso
    e gli aveva lasciato il segno delle dita sotto gli occhi,  un'ombra di
    filiggine che gli tingeva le narici assottigliate, gli sprofondava gli
    occhi  e  la  bocca sdentata in fondo a dei buchi neri,  gli velava la
    faccia terrea e sporca di peli grigi.  Apr  quegli  occhi  a  stento,
    udendo  suo  figlio  Gesualdo che gli stava dinanzi al letto,  e disse
    colla voce cavernosa:
    - Ah! sei venuto a vedere la festa, finalmente?
    Santo, come un allocco,  stava seduto sullo scalino dell'uscio,  senza
    dir  nulla,   coi  lucciconi  agli  occhi.  Burgio  e  sua  moglie  si
    affrettavano a insaccare un po' di grano,  per non morir di fame  dove
    andavano,  appena  avrebbe  chiusi  gli occhi il vecchio.  Nel cortile
    c'erano anche le mule  cariche  di  roba.  Don  Gesualdo  afferr  pel
    vestito Bomma, il quale stava per andarsene anche lui.
    - Che si pu fare,  don Arcangelo?  Comandate! Tutto quello che si pu
    fare, per mio padre... tutto quello che ho!... Non guardate a spesa...
    - Eh! avrete poco da spendere... Non c' nulla da fare...  Sono venuto
    tardi.  La  china non giova pi!...  una perniciosa coi fiocchi,  caro
    voi! Ma per non muore di colra, e non c' motivo di spaventare tutto
    il vicinato, come fanno costoro!
    Il vecchio stava a sentire, cogli occhi inquieti e sospettosi in fondo
    alle orbite nere.  Guardava  Gesualdo  che  si  affannava  intorno  al
    farmacista,  Speranza  la  quale  strillava e singhiozzava aiutando il
    marito ne' preparativi della  partenza,  Santo  che  non  si  muoveva,
    istupidito,  i nipoti qua e l per la casa e nel cortile,  e Bomma che
    gli voltava le spalle, scrollando il capo, facendo gesti d'impazienza.
    Speranza infine and a consegnare le chiavi a suo fratello, seguitando
    a brontolare:
    - Ecco! Mi piace che siete venuto... Cos non direte che vogliamo fare
    man bassa sulla roba, io e mio marito,  appena chiude gli occhi nostro
    padre...
    -  Non  sono  ancora  morto,  no!  -  si  lament  il  vecchio dal suo
    cantuccio. Allora si alz come una furia l'altro figliuolo, Santo, con
    la faccia sudicia di  lagrime,  vociando  e  pigliandosela  con  tutti
    quanti:
    -  Il  viatico  che  non glielo date,  razza di porci?...  Che lo fate
    morire peggio di un cane?...
    - Non sono ancora  morto!  -  piagnucol  di  nuovo  il  moribondo.  -
    Lasciatemi morire in pace, prima!...
    - Non  per la roba,  no!  - gli rispose il genero Burgio accostandosi
    al letto e chinandosi sul malato come parlasse a un bambino: - Anzi  
    per  vostro  amore che vogliamo farvi confessare e comunicare prima di
    chiudere gli occhi.
    -  Ah!...   ah!...   Non  vi  par  l'ora!...   Lasciatemi  in  pace...
    lasciatemi!...
    Giunse la sera e pass la notte a quel modo. Mastro Nunzio  nell'ombra
    stava  zitto e immobile,  come un pezzo di legno;  soltanto ogni volta
    che gli facevano inghiottire a forza la medicina, gemeva,  sputava,  e
    lamentavasi  ch'era  amara  come  il  veleno,  ch'era  morto,  che non
    vedevano l'ora di levarselo dinanzi. Infine, perch non lo seccassero,
    volt il naso contro il muro,  e non si mosse  pi.  -  Poteva  essere
    mezzanotte,  sebbene  nessuno s'arrischiasse ad aprire la finestra per
    guardar le stelle.  - Speranza ogni tanto  s'accostava  al  malato  in
    punta di piedi,  lo toccava,  lo chiamava adagio adagio; ma lui zitto.
    Poi  tornava  a  discorrere  sottovoce  col   marito   che   aspettava
    tranquillamente,  accoccolato sullo scalino,  dormicchiando.  Gesualdo
    stava seduto dall'altra parte col mento fra le  mani.  In  fondo  allo
    stanzone  si  udiva  il  russare di Santo.  I nipoti erano gi partiti
    colla roba,  insieme agli  altri  inquilini  e  un  gatto  abbandonato
    s'aggirava  miagolando  per la fattoria,  come un'anima di Purgatorio:
    una cosa che tutti alzavano il capo trasalendo, e si facevano la croce
    al vedere quegli occhi che luccicavano nel  buio,  fra  le  travi  del
    tetto  e  i  buchi  del  muro;  e sulla parete sudicia vedevasi sempre
    l'ombra del berretto del vecchio,  gigantesca,  che non dava segno  di
    vita. Poi, tre volte, si ud cantare la civetta.
    Quando  Dio  volle,  a  giorno  fatto,  dopo  un  pezzo che il  giorno
    trapelava dalle fessure delle imposte e  faceva  impallidire  il  lume
    posato  sulla  botte,  Burgio  si  decise  ad aprire l'uscio.  Era una
    giornata fosca,  il cielo coperto,  un gran silenzio  per  la  pianura
    smorta  e  sassosa.  Dei  casolari nerastri qua e l,  l'estremit del
    paese sulla collina in  fondo,  sembravano  sorgere  lentamente  dalla
    caligine,  deserti e silenziosi. Non un uccello, non un ronzo, non un
    alito di vento.  Solo un  frusco  fugg  spaventato  fra  le  stoppie
    all'affacciarsi che fece Burgio, sbadigliando e stirandosi le braccia.
    - Massaro Fortunato!...  venite qua, venite! - chiam in quel punto la
    moglie colla voce alterata.
    Gesualdo chino sul lettuccio del genitore,  lo chiamava,  scuotendolo.
    La  sorella,  arruffata,  discinta,  che sembrava pi gialla in quella
    luce scialba, preparavasi a strillare. Infine Burgio, dopo un momento,
    azzard la sua  opinione:  -  Signori  miei,  a  me  sembra  morto  di
    cent'anni.
    Scoppi allora la tragedia.  Speranza cominci a urlare e a graffiarsi
    la faccia.  Santo,  svegliato di soprassalto,  si dava  dei  pugni  in
    testa, fregandosi gli occhi, piangendo come un ragazzo. Il pi turbato
    di tutti per era don Gesualdo,  sebbene non dicesse nulla,  guardando
    il morto che guardava lui colla coda dell'occhio  appannato.  Poi  gli
    baci  la  mano,  e  gli  copr  la  faccia  col  lenzuolo.  Speranza,
    inconsolabile,  minacciava di correre  al  paese  per  buttarsi  nella
    cisterna,  di  lasciarsi  morir  di  fame:  -  Cosa ci fo pi al mondo
    adesso?  Ho  perso il mio sostegno!  la colonna  della  casa!  -  Quel
    piagnisteo  dur  la  giornata  intera.   Inutilmente  il  marito  per
    consolarla le diceva che don  Gesualdo  non  li  avrebbe  abbandonati.
    Erano  tutti figli suoi,  orfanelli bisognosi.  Santo col viso sudicio
    guardava or questo e or quello come aprivano bocca. - No! - s'ostinava
    Speranza. - E' morto, ora, mio padre! Non c' nessuno che pensi a noi!
    Gesualdo che l'aveva lasciata sfogare un pezzo  tentennando  il  capo,
    cogli occhi gonfi, le disse infine:
    - Hai ragione!...  Non ho fatto mai nulla per voialtri!... Hai ragione
    di lagnarti della buona misura!...
    - No,  - interruppe Burgio.  - No!  Parole che  scappano  nel  brucio,
    cognato.
    Intanto  bisognava  pensare  a seppellire il morto,  senza un cane che
    aiutasse, a pagarlo tant'oro! Un falegname, l al Camemi, mise insieme
    alla meglio quattro asserelle a mo' di bara,  e mastro Nardo scav  la
    buca dietro la casa.  Poi Santo e don Gesualdo dovettero fare il resto
    colle loro mani.  Burgio per stava a vedere da lontano,  timoroso del
    contagio,  e  sua  moglie  piagnucolava  che non le bastava l'animo di
    toccare il morto. Le faceva male al cuore, s!  Dopo,  asciugatisi gli
    occhi,  rifatto  il  letto,  rassettata la casa,  nel tempo che mastro
    Nardo preparava le cavalcature, e aspettavano seduti in crocchio, ella
    attacc il discorso serio.
    - E ora, come restiamo intesi?
    Tutti  quanti  si  guardarono  in  faccia  a  quell'esordio.   Massaro
    Fortunato  tormentava  la  nappa  della  berretta,  e Santo sgran gli
    occhi.  Don Gesualdo per non aveva capito  l'antifona,  col  viso  in
    aria, cercava il verbo.
    - Come restiamo intesi? Perch? Di che cosa?
    - Per discorrere dei nostri interessi, eh? Per dividerci l'eredit che
    ha lasciato quella buon'anima,  tanto paradiso! Siamo tre figliuoli...
    Ciascuno la sua parte... secondo vi dice la coscienza...  Voi siete il
    maggiore, voi fate le parti... e ciascuno di noi piglia la sua... Per
    se ci avete il testamento...  Non dico...  Allora tiratelo fuori, e si
    vedr.
    Don Gesualdo,  che era don Gesualdo,  rimase a  bocca  aperta  a  quel
    discorso. Stupefatto, cercava le parole, balbettava:
    - L'eredit?... Il testamento?... La parte di che cosa?...
    Allora Speranza infuri. - Come? Di questo si parlava. Non erano tutti
    figli dello stesso padre?  E il capo della casa chi era stato?  Sinora
    aveva avuto le mani in pasta don Gesualdo, vendere,  comprare...  Ora,
    ciascuno  doveva  avere  la sua parte.  Tutto quel ben di Dio,  quelle
    belle terre,  la Canziria,  la Salonia stessa dove  avevano  i  piedi,
    erano  forse  piovuti dal cielo?  - Burgio,  pi calmo,  metteva buone
    parole; diceva che non era quello il momento,  col morto ancora caldo.
    Tappava la bocca alla moglie;  cacciava indietro il cognato Santo,  il
    quale aveva aperto tanto d'orecchi e vociava:  -  No,  no,  lasciatela
    dire!  -  Infine  volle che si abbracciassero,  l,  nella stanza dove
    erano rimasti poveri orfanelli.  Don Gesualdo era  un  galantuomo,  un
    buon cuore. Non l'avrebbe fatta una porcheria. - Non scappate! Sentite
    qua! Non  vero? Non siete un galantuomo?
    -  No!  no!  Lasciatemi  sentire  quello  che  pretendono.  E'  meglio
    spiegarsi chiaro.
    Ma la sorella non gli dava pi retta,  seduta su di  un  sasso,  fuori
    dell'uscio,  borbottando fra di s. Massaro Fortunato tocc pure degli
    altri tasti: il gastigo di Dio che avevano sulle spalle,  l'ora che si
    faceva  tarda.  Intanto  mastro Nardo tir fuori la mula dalla stalla.
    Rimasero ancora un pezzetto l fuori a tenersi  il  broncio.  Poi  don
    Gesualdo propose di condurseli tutti a Mangalavite.  Il cognato Burgio
    serrava l'uscio a chiave,  e caricava sul basto  i  pochi  panni,  che
    aveva raccolti in un fagottino. Speranza non rispose subito all'invito
    del  fratello,  sciorinando  lo  scialle per accingersi alla partenza,
    guardando di qua e di l,  cogli occhi torvi.  Infine spiattell  quel
    che aveva sullo stomaco:
    - A Mangalavite?...  No, grazie tante!... Cosa ci verrei a  fare... se
    dite che  roba vostra?... Sarebbe anche un disturbo per vostra moglie
    e la figliuola...  due signore avvezze a stare coi loro comodi...  Noi
    poveretti ci accomodiamo alla meglio... Andremo alla Canziria. Andremo
    piuttosto   alla   fornace  del  gesso  che  ha  lasciato  mio  padre,
    buon'anima...  Quella s!...  Col almeno saremo a  casa  nostra.  Non
    direte d'averla comperata coi vostri guadagni la fornace del gesso!...
    No,  no,  sto zitta,  massaro Fortunato! Se ne parler poi, chi campa.
    Chi campa tutto l'anno vede ogni festa. Vi saluto, don Gesualdo.  Sar
    quel  che  vuol  Dio.  Beato  quel  poveretto che adesso  tranquillo,
    sottoterra!...
    Brontolava ancora ch'era gi in viaggio,  sballottata dall'ambio della
    cavalcatura,  colla  schiena  curva,  e  il  vento  che le gonfiava lo
    scialle dietro.  Don Gesualdo mont a cavallo lui pure,  e se ne  and
    dall'altra parte,  col cuore grosso dell'ingratitudine che raccoglieva
    sempre, voltandosi indietro, di tanto in tanto, a guardare la fattoria
    rimasta chiusa e deserta,  accanto  alla  buca  ancora  fresca,  e  la
    cavalcata dei suoi che si allontanavano in fila,  uno dopo l'altro, di
    gi come punti neri nella campagna brulla che s'andava oscurando. Dopo
    un pezzetto, mastro Nardo che ci aveva pensato su, fece l'orazione del
    morto:
    - Poveretto!  Ha lavorato tanto...  per tirare su i  figliuoli...  per
    lasciarli  ricchi...  Ora  sotto terra!  Vi rammentate,  vossignoria,
    quando  rovinato il ponte, a Fiumegrande, e voleva annegarsi?... Ecco
    cos' il mondo! Oggi a te, domani a me.
    Il padrone gli rivolse un'occhiata brusca, e tagli corto:
    - Zitto, bestia!... Anche tu!...
    Potevano essere due ore di notte quando arrivarono alla Fontana di don
    Cosimo,  con una bella sera stellata,  il  cielo  tutto  che  sembrava
    formicolare  attorno a Budarturo,  sulla distesa dei piani e dei monti
    che s'accennava confusamente. La mula,  sentendo la stalla vicina,  si
    mise  a  ragliare.   Allora  abbaiarono  dei  cani;  laggi  in  fondo
    comparvero dei lumi in mezzo all'ombra  pi  fitta  degli  alberi  che
    circondavano  la  casina,   e  s'udirono  delle  voci,   un  calpesto
    precipitoso come di gente che corresse;  lungo il sentiero che  saliva
    dalla  valle  si  ud  un  frusco  di  foglie  secche,  dei sassi che
    precipitarono rimbalzando, quasi alcuno s'inerpicasse cautamente.  Poi
    silenzio.  A un tratto,  dal buio, sul limite del boschetto, part una
    voce:
    - Ehi, don Gesualdo?
    - Ehi, Nanni, che c'?
    Compare Nanni non rispose,  mettendosi a camminare accanto alla  mula.
    Dopo un momento mastic sottovoce, quasi a malincuore:
    - C' che son qui per guardarvi le spalle!
    Don  Gesualdo  non  chiese altro.  Scendevano per la viottola in fila.
    Nanni l'Orbo aggiunse soltanto,  di l a un po': - Si fece  la  festa,
    eh?  - E come il padrone continuava a tacere, conchiuse: - L'ho capito
    alla cera  che  avete,  vossignoria.  Mondo  di  guai!...  L'uno  dopo
    l'altro! - Giunti alla fontana infine disse:
    -  Smontiamo  qui,  eh?  Mastro  Nardo  se  ne  andr  pel viale colle
    cavalcature, e noi da questa parte, per far pi presto.
    Don Gesualdo cap subito, e non se lo fece dire due volte. Andavano in
    silenzio, lungo il muro, quasi ci vedessero al buio.  A un certo punto
    l'Orbo  accenn  delle pietre sparse per terra,  una specie di breccia
    fra le spine  che  coronavano  il  muro,  e  disse  piano:  -  Vedete,
    vossignoria?  - L'altro afferm col capo,  e scavalc il chiuso. Nanni
    l'Orbo coll'acciarino accese un  zolfanello  e  andarono  seguendo  le
    pedate  passo  passo,  sino  alla  casina.  Sotto la finestra di donna
    Isabella l'Orbo addit in silenzio l'erba ch'era tutta pesta, quasi ci
    si fossero davvero sdraiati degli asini.
    - I cani poi come fossero alloppiati! - osserv compare Nanni con quel
    fare misterioso. - Se non ero io,  che ho l'orecchio fino...  Dicevo a
    Diodata: Finch manca il padrone bisogna stare coll'orecchio teso, per
    guardargli  le  spalle...  Allora  ho  mandato  Nunzio sul ponticello,
    mentre io con Gesualdo arrivavo dalla parte del palmento... Sissignore
    dov' alloggiata donna Sarina col  nipote...  Se  i  cani  sono  stati
    zitti, dicevo fra di me...
    - Va bene. Adesso taci. Di lass potrebbero udirti.
    Il giorno dopo,  ricevendo le visite di condoglianza, vestito di nero,
    colla barba lunga, appena donna Sarina ebbe fatto l'elogio del morto e
    del vivo, asciugandosi gli occhi, rimboccandosi le maniche per correre
    in cucina ad aiutare in quello   scompiglio,  don  Gesualdo  la  ferm
    nell'andito, senza tanti complimenti.
    -  Sapete,  donna  Sarina?...  il  servizio che dovreste farmi sarebbe
    d'andarvene.  Patti chiari e amici cari,  non  vero?  Ho  bisogno  di
    quelle due stanze... pei miei motivi. Sinora non vi ho detto nulla. Ma
    voi avrete ammirato la mia prudenza, eh?
    La   Cirmena  divent  verde.   S'aggiust  il  vestito,   sorridendo,
    pigliandola con disinvoltura: - Bene, bene.  Ho capito.  Una volta che
    vi servono quelle due stanzuccie...  Se avete i vostri motivi... Anche
    subito, su due piedi... colra o no!...  La gente non ha da dire se me
    ne mandate via in mezzo al colra!...  Siete il padrone. Ciascuno sa i
    fatti di casa sua. Soltanto, se permettete,  vado prima a salutare mia
    nipote. Non so cosa potrebbero pensare se me ne andassi zitta zitta...
    Le male lingue, sapete!...
    Bianca  non arrivava a capacitarsi: - Come?  andarsene via?  nel fitto
    del colra? Perch?  Cos'era stato?  - La zia Cirmena adduceva diversi
    pretesti strambi: forza maggiore; ciascuno ha i suoi motivi; interessi
    gravi di casa;  Corrado aveva ricevuto una lettera urgentissima. - Gli
    rincresce anche a lui,  poveretto.  Gli  arrivata fra capo  e  collo.
    S'era tanto affezionato a questi luoghi...  Anche poco fa mi diceva: -
    Zia,  oggi  l'ultima passeggiata che andr a fare alla sorgente...  -
    Don  Gesualdo,  fuori  dei  gangheri,  tagli  corto  a  quei discorsi
    sciocchi.
    -  Scusate,  donna  Sarina.  Mia  moglie  non  capisce  pi  niente...
    Diventano tutti cos nella sua famiglia... Doveva toccare a me!...
    Isabella invece s'era fatta pallida come un cadavere. Ma non si mosse,
    non  disse  nulla,  una  vera  Trao,  col  viso fermo e impenetrabile.
    Ricambiava anche  gli  abbracci  e  i  saluti  affettuosi  della  zia,
    sforzandosi  di  sorridere,  con una ruga sottile fra le ciglia.  Poi,
    quando fu sola,  a un tratto,  con un gesto disperato,  si strapp  la
    gorgierina  che  la  soffocava,  con  un'onda  di sangue al volto,  un
    abbarbagliamento improvviso dinanzi agli occhi, una fitta, uno spasimo
    acuto che la fece vacillare, annaspando, fuori di s.
    Voleva vederlo,  l'ultima  volta,  a  qualunque  costo,  quando  tutti
    sarebbero stati a riposare, dopo mezzogiorno, e che alla casina non si
    moveva anima viva.  La Madonna l'avrebbe aiutata: - La Madonna!...  la
    Madonna!...  - Non diceva altro,  con una  confusione  dolorosa  nelle
    idee,  la testa in fiamme,  il sole che le ardeva sul capo,  gli occhi
    che le abbruciavano, una vampa nel cuore che la mordeva, che le saliva
    alla testa,  che l'accecava,  che la faceva  delirare:  -  Vederlo!  a
    qualunque costo!...  Domani non lo vedr pi!... pi!... pi!... - Non
    sentiva le spine;  non sentiva i sassi del  sentiero  fuori  mano  che
    aveva preso per arrivare di nascosto sino a lui.  Ansante,  premendosi
    il petto colle mani,  trasalendo a ogni passo,  spiando il cammino con
    l'occhio ansioso. Un uccelletto spaventato fugg con uno strido acuto.
    La  spianata  era  deserta,  in  un'ombra  cupa.  C'era un muricciuolo
    coperto d'edera triste,  una piccola  vasca  abbandonata  nella  quale
    imputridivano  delle  piante  acquatiche,  e  dei  quadrati  d'ortaggi
    polverosi al di l  del  muro,  tagliati  dai  viali  abbandonati  che
    affogavano  nel bosco irto di seccumi gialli.  Da per tutto quel senso
    di abbandono, di desolazione, nella catasta di legna che marciva in un
    angolo,  nelle foglie fradicie ammucchiate sotto  i  noci,  nell'acqua
    della  sorgente  la  quale  sembrava  gemere stillando dai grappoli di
    capelvenere che tappezzavano la grotta,  come tante lagrime.  Soltanto
    fra  le  erbacce  del sentiero pel quale lui doveva venire,  dei fiori
    umili di cardo che luccicavano al sole,  delle  bacche  verdi  che  si
    piegavano  ondeggiando mollemente,  e dicevano: Vieni!  vieni!  vieni!
    Attravers guardinga il viale che scendeva alla casina,  col cuore che
    le balzava alla gola, le batteva nelle tempie, le toglieva il respiro.
    C'erano  l,  fra  le  foglie secche,  accanto al muricciuolo dove lui
    s'era messo a sedere tante volte,  dei brani di carta abbruciacchiati,
    umidicci,   che  s'agitavano  ancora  quasi  fossero  cose  vive;  dei
    fiammiferi spenti, delle foglie d'edera strappate,  dei virgulti fatti
    in  pezzettini  minuti  dalle  mani febbrili di lui,  nelle lunghe ore
    d'attesa,  nel lavoro macchinale  delle  fantasticherie.  S'udiva  il
    martellare di una scure in lontananza; poi una canzone malinconica che
    si  perdeva  lass,   nella  viottola.   Che  agona  lunga!  Il  sole
    abbandonava lentamente il sentiero;  moriva pallido sulla rupe  brulla
    di  cui  le  forre  sembravano  pi tristi,  ed ella aspettava ancora,
    aspettava sempre.
    - Signor don Gesualdo... Venite qua, se permettete... Ho  da parlarvi.
    - Nanni l'Orbo,  continuando a chiamarlo,  dall'aia,  affettava di non
    poter  mettere il piede nel cortile,  coll'aria misteriosa,  finch il
    padrone and a sentire quel che diavolo volesse,  dandogli  una  buona
    strapazzata, per cominciare:
    - T'ho detto tante volte di non lasciarti vedere da queste parti!  Che
    diavolo!... Se lo fai apposta...
    - Nossignore. Appunto,  vi ho chiamato qui fuori.  Dobbiamo parlare da
    solo  a  solo,  per  quel che ho da dirvi...  Qui nel giardino.  Siamo
    aspettati.
    C'erano infatti Nunzio e Gesualdo di Diodata, vestiti da festa,  colle
    mani in tasca,  e un fazzolettino nero al collo. Compare Nanni lo fece
    notare al padrone.  - Il sangue  sangue.  Avete da ridirci?  Tutti  e
    due...  hanno  voluto  portare  il  lutto  alla  buon'anima  di vostro
    padre...  per rispetto,  senza secondi fini...  Soltanto,  vossignoria
    potete aiutarli senza mettere mano alla tasca... Ecco, loro vorrebbero
    a mezzadria quel pezzo di terra ch' sotto la fontana.  Sono due bravi
    ragazzi,  laboriosi.  Vi somigliano,  don  Gesualdo...  Se  date  loro
    qualche  agevolazione,  pensate  infine  che  non  lo  fate  per degli
    estranei!...
     Don Gesualdo tentennava, insospettito da una parte d'esser preso cos
    alla sprovvista, e cedendo nel tempo istesso,  suo malgrado,  a quella
    certa  voce  interna  che  gli  andava  ripicchiando  dentro tutti gli
    argomenti messi fuori da compare Nanni per persuaderlo.  - Infine cosa
    domandavano?...  del lavoro...  Lui che poteva tanto!...  Un affare di
    coscienza!...  Avrebbe fatto un buon negozio anche...  -  A  un  certo
    punto  l'Orbo  propose di mandare a chiamare Diodata perch dicesse la
    sua.  Don Gesualdo allora,  per levarsi quella noia,  per  sgravio  di
    coscienza,  come  diceva  quell'altro  fissando  i due ragazzoni,  che
    seguivano passo passo colle mani  in  tasca,  senza  aprir  bocca,  si
    lasci scappare: - Be'... be', se si parla soltanto del pezzo di terra
    ch' sotto la fontana... Se non fate come il riccio che poi allarga le
    spine...
    -  Sissignore!  Che  vuol  dire!  - salt su compare Nanni pigliandolo
    subito in parola.  - Quello solo!  Mezza  salma  di  terra  in  tutto.
    Possiamo andare a vedere.  E' qui vicino. Vi metteremo i segnali sotto
    i vostri occhi,  giacch siete qui,  perch  non  temiate  che  vi  si
    rubi...  Giusto!...  ci  abbiamo  anche  dei testimoni,  vedete...  La
    signorina, lass, sotto il gran noce...
    Don Gesualdo guard dove diceva l'Orbo, e si sbianc subito in viso. A
    un tratto, mut cera e maniera, e conged tutti bruscamente:
    - Va bene, ne parleremo... C' tempo.  Non si piglia cos la gente pel
    collo, santo e santissimo! Ho detto di s; ora andatevene!
    I due giovani sgattaiolarono mogi mogi a quella sfuriata, mentre Nanni
    si  cacciava  fra  le  macchie  per  godersi la scena da lontano.  Don
    Gesualdo saliva gi  in  fretta  pel  viale,  come  avesse  vent'anni,
    sottosopra.  Isabella  se lo vide comparire dinanzi all'improvviso con
    una faccia che quasi la fece tramortire dallo spavento.  Egli  non  le
    disse nulla.  Se la prese per mano,  come una bambina, e se la port a
    casa. Lei si lasciava condurre, come una morta, col cuore morto, senza
    vedere,  inciampando nei sassi.  Solo di tanto in tanto si cacciava la
    mano  nei  capelli,  quasi  sentisse  l un gran smarrimento,  un gran
    dolore.
    Bianca al vederli arrivare a quel modo si  mise  a  tremare  come  una
    foglia.  Il marito le consegn la figliuola con un'occhiata terribile,
    tentennando il capo. Ma non disse nulla.  Si mise a passeggiare per la
    stanza,  asciugandosi  tratto  tratto  col  fazzoletto il fiele che ci
    aveva in bocca. Poi apr l'uscio di colpo e se ne and.
    Girava da per  tutto  come  un  bue  infuriato,  sbattendo  gli  usci,
    pigliandosela  con  chi gli capitava.  Udivasi ovunque la sua voce che
    faceva tremare la casa:
    - Nardo, dove sei stato sino ad ora?  T'avevo detto di portarmi quelle
    forbici alla vigna?  - Non sono rientrati ancora i puledri? Me li far
    storpiare quell'animale di Brasi!  Gli dar ora il fatto  suo,  appena
    torna!  -  Di',  Santoro?  avete  terminato  di  mietere  i  sommacchi
    lass?... Cosa diavolo avete fatto dunque tutta la giornata?... Appena
    manca un momento il  padrone!...  Assassini!  nemici  salariati!...  -
    Martino!  il lume accendi, Martino, per mungere le pecore! Mi verserai
    per terra tutto il latte, cos al buio, bestia!...  - Ancora non hanno
    acceso  il lume lass!  Che fanno?  Recitano il rosario?...  Concetta!
    Concetta! Siamo ancora al buio!  Cosa diavolo fate?  Che casa,  appena
    volto le spalle io!... Che succeder se io chiudo gli occhi?...
    Dopo un po' di tempo torn a bussare all'uscio delle donne,  e siccome
    non aprivano subito lo sfond con un calcio.  Bianca allora si rivolt
    inferocita,  simile a una chioccia che difende i pulcini,  con un viso
    che nessuno le aveva mai visto;  il viso stralunato dei Trao,  in  cui
    gli  occhi  luccicavano  come  quelli  di  una  pazza sul pallore e la
    magrezza spaventosa,  coprendo col suo il corpo della figliuola ch'era
    stesa  bocconi sul letto,  col viso nel guanciale,  scossa da sussulti
    nervosi.
    - Ah! me la volete uccidere dunque? Non vi basta? Non vi basta?  Me la
    volete uccidere?
    Non  si  riconosceva  pi,  tanto  che  lo  stesso don Gesualdo rimase
    sconcertato.  Ora cercava di  pigliarla  colle  buone,  vinto  da  uno
    sconforto immenso, dall'amarezza di tanta ingratitudine che gli saliva
    alla gola, colle ossa rotte, il cuore nero come la pece.
    - Avete ragione!...  Io sono il tiranno!  Ho il cuore e la pelle dura,
    io!  Sono il bue da lavoro...  Se m'ammazzo a lavorare  per voialtri,
    capite?  A me basterebbe un pezzo di pane e formaggio... Vuol dire che
    ho lavorato per buttare ogni cosa in bocca al lupo...  il mio sangue e
    la mia roba!... Avete ragione!...
    Bianca volle balbettare qualche parola. Allora egli si volt infuriato
    contro di lei,  con le mani in aria, la bocca spalancata. Ma non disse
    nulla.  Guard la figliuola che si era appoggiata tutta tremante  alla
    sponda  del lettuccio,  col viso gonfio,  le trecce allentate;  allora
    lasci cadere le braccia e si mise a passeggiare  innanzi  e  indietro
    per  la  camera,  picchiando  le  mani  una  sull'altra,  soffiando  e
    sbuffando, cogli occhi a terra, quasi cercasse le parole,  cercando le
    maniere che ci volevano per far capire la ragione a quelle teste dure.
    -  Via  via,  Isabella!...  E'  una  sciocchezza,  capisci!...  E' una
    sciocchezza guastarsi il sangue...  Non voglio guastarmi il  sangue...
    Ho tanti altri guai!  Ci ho il cuore grosso!...  Vorrei che tu vedessi
    un po' quanti guai ci ho in testa!...  Ti metteresti a  ridere,  com'
    vero Dio!...  Vedresti che sciocchezza  tutto il resto!... Ancora sei
    giovane... Certe cose non le capisci... Il mondo,  vedi,   una manica
    di  ladri...  Tutti  che  fanno:  levati di l e dammi il fatto tuo...
    Ognuno cerca il suo guadagno... Vedi, vedi... te lo dico?... Se tu non
    avessi nulla, nessuno ti seccherebbe... E' un negozio, capisci?...  Il
    modo d'assicurarsi il pane per tutta la vita. Uno che  povero, uomo o
    donna, sia detto senza offendere nessuno, s'industria come pu... Gira
    l'occhio  intorno;  vede  quello  che farebbe al caso suo...  e allora
    mette in opera tutti i mezzi per arrivarci, ciascuno come pu...  Uno,
    poniamo,  ci  mette  il  casato,  e  un  altro  quello  che sa fare di
    meglio... le belle parole,  le occhiate tenere...  Ma chi ha giudizio,
    dall'altra  parte,  deve  badare  ai  suoi interessi...  Vedi come son
    sciocchi quelli che piangono e si disperano?...
    Il discorso gli mor in bocca dinanzi al viso  pallido  e  agli  occhi
    stralunati  coi  quali  lo guardava la figliuola.  Anche la moglie non
    sapeva dir altro:
    - Lasciatela stare!... Non vedete com'?...
    -  Come  una  sciocca  !...   -  grid  mastro-don  Gesualdo  uscendo
    finalmente  fuori  dai  gangheri.  -  Come  una  che non sa e non vuol
    sapere!...  Ma io non sar sciocco,  no!...  Io lo so quello che  vuol
    dire!...
    E se ne and infuriato.


    4.

    Cessata la paura del colra,  appena ritornato in paese,  don Gesualdo
    s'era vista arrivare  la  citazione  della  sorella,  autorizzata  dal
    marito Burgio, che voleva la sua parte dell'eredit paterna - di tutto
    ci che egli possedeva - una bricconata; adducendo che quei beni erano
    stati acquistati coi guadagni della societ,  di cui era a capo mastro
    Nunzio;  e che adesso voleva appropriarsi tutto lui,  Gesualdo,  - lui
    che li aveva avuti tutti quanti sulle spalle,  sino a quel giorno! che
    aveva dovuto chinare il capo alle speculazioni  sbagliate  del  padre!
    ch'era  stato  la provvidenza del cognato Burgio nelle malannate!  che
    pagava i debiti del fratello Santo all'osteria di Pecu-Pecu!  -  anche
    Santo  lo  citava  per  avere  la  sua quota,  aveva fatto parte della
    societ anche lui,  quel fannullone!  - Ora  lo  svillaneggiavano  per
    mezzo  d'usciere;  gli  davano del ladro;  volevano mettere i sigilli;
    sequestrargli la roba.  Lo trascinavano fra le liti,  gli avvocati,  i
    procuratori - un sacco di spese,   tanti bocconi amari,  tanta perdita
    di tempo,  tanti altri affari che ne andavano di mezzo,  i suoi nemici
    che  c'ingrassavano  -  nei  caff  e  nelle  spezierie non si parlava
    d'altro - tutti addosso a lui perch'era ricco,  e pigliando le  difese
    dei  suoi  parenti  che  non avevano nulla!  Il notaro Neri gli faceva
    anche l'avvocato contrario, gratis et amore,  per le questioni vecchie
    e nuove che erano state fra di loro.  Speranza l'aspettava sulle scale
    del pretorio per  vomitargli  addosso  degli  improperii,  aizzandogli
    contro  i  figliuoli  grandi e grossi inutilmente,  aizzandogli contro
    Santo che non aveva faccia veramente di pigliarsela con don Gesualdo e
    cercava di sfuggirlo.  - Siete tutti quanti dei capponi!  tale e quale
    mio marito!...  Io sola dovrei portare i calzoni qui!  Non mi tengo se
    non lo mando in galera, quel ladro! Vender la camicia che ho indosso.
    Voglio il fatto mio,  il sangue di mio padre...  - Fu peggio ancora la
    prima  volta  che  il  giudice  le  diede causa persa: - Signori miei,
    guardate un po'!... Tutto si compra coi denari al giorno d'oggi!... Ma
    ricorrer sino a Palermo,  sino al  re,  se  c'  giustizia  a  questo
    mondo!...  -  Il  barone  Zacco,  siccome  allora  aveva  in  testa di
    combinare certo negozio con  don  Gesualdo,  s'intromise  a  farla  da
    paciere.  Una  domenica  riun in casa sua tutti i Motta,  compreso il
    marito di comare Speranza ch'era una bestia,  e non sapeva dire le sue
    ragioni.  Santo, costretto a trovarsi faccia a faccia con suo fratello
    don Gesualdo, cominci dallo scusarsi:
    - Che vuoi?... Io non ci ho colpa. Mi condussero dall'avvocato... Cosa
    dovevo   fare?...    Perch    l'abbiamo    chiesto    il    consiglio
    dell'avvocato?... Quello che mi dice l'avvocato io fo...
    Don Gesualdo si mostrava arrendevole.  Non che ci fosse obbligato, no!
    - la legge lui la conosceva.  - Ma per buon cuore.  Il bene che  aveva
    potuto fare ai suoi parenti l'aveva sempre fatto,  e voleva continuare
    a farlo. L un battibecco di prove e controprove che non finivano pi.
    Speranza,  che vedeva sfumare la sua parte dell'eredit se si  parlava
    di  buon cuore,  se la pigliava col marito e coi figliuoli i quali non
    sapevano difendersi.  Anche Santo stava zitto,  come un ragazzo che ne
    ha fatta una grossa. Fortuna che c'era lei, a dire il fatto suo:
    -  Che  volete  darci,  la  limosina?  Qualche salma di grano a comodo
    vostro,  di tanto in tanto?  qualche salma di  vino,  quello  che  non
    potete vendere?
    - Cosa vuoi che ti dia,  l'Ala o Donninga?  Vuoi che mi spogli io per
    empire il gozzo a voialtri che non avete fatto  nulla?  Ho  figli.  La
    roba non posso toccarla...
    -  La  roba tua?...  sentite quest'altra!  Allora vuol dire che nostro
    padre buon'anima non ha lasciato nulla?  E il negozio  del  gesso  che
    avevate  in comune?  E quando avete preso insieme l'appalto del ponte?
    Nulla  rimasto alla buon'anima?  I guadagni sono stati di  voi  solo?
    per  comprare  delle  belle    tenute?  quelle che volete appropriarvi
    perch avete dei figliuoli?... C' un Dio lass,  sentite!...  Ci che
    volete togliere di bocca a questi innocenti,  c' gi chi se lo mangia
    alla vostra barba! Andate a vedere, la sera, sotto le vostre finestre,
    che passeggio!...
    Fin in parapiglia.  Il barone dovette mettersi a gridare e a fare  il
    diavolo  perch  non  si  accapigliassero  seduta  stante,  invece  di
    rappacificarsi. Speranza se ne and da una parte ancora sbraitando,  e
    don  Gesualdo  dall'altra,  colla  bocca  amara,  tormentato  anche da
    quell'altra pulce  che  la  sorella  gli  aveva  messo  nell'orecchio.
    Adesso,  in  mezzo  a tanti guai e grattacapi,  gli toccava pure dover
    sorvegliare la figliuola e quell'assassino di Corrado La Gurna che  la
    Cirmena  per  dispetto gli metteva fra i piedi,  l in paese,  a spese
    sue.  Doveva tenere gli occhi aperti su ciascuno che andava e  veniva,
    sulle  serve,  sui  fogli  di carta che mancavano,  sulla figliuola la
    quale aveva l'aria di chi ne cova una grossa,  pallida  allampanata...
    Ci  si  struggeva  l'anima,  la  disgraziata!  E lui doveva rodersi il
    fegato e mandar  gi  la  bile,  per  non  far  di  peggio.  Una  sera
    finalmente la sorprese alla finestra, con un tempo da lupi.
    -  Ah!...  Continua  la musica!...  Che fai qui...  a quest'ora?...  A
    prendere il fresco per l'estate? T'insegno io a contar le stelle!  Non
    m'hai visto ancora uscir dai gangheri!  Gliel'insegno io a  passeggiar
    di  sera  sotto  le  mie  finestre,  a  certi cavalieri!  Un fracco di
    legnate,  se l'incontro!  M'hai visto finora  colla  bocca  dolce;  ma
    adesso ti fo vedere anche l'amaro!  Ti faccio arar diritto,  come tiro
    l'aratro io!
    Da quel giorno ci fu un casa del diavolo, mattina e sera. Don Gesualdo
    prese Isabella colle buone,  colle cattive,  per levarle  dalla  testa
    quella  folla;  ma essa l'aveva sempre l nella ruga sempre fissa fra
    le ciglia, nella faccia pallida, nelle labbra strette che non dicevano
    una parola,  negli occhi grigi e ostinati dei Trao che dicevano invece
    - S,  s, a costo di morirne! - Non osava ribellarsi apertamente. Non
    si lagnava. Ci perdeva la giovinezza e la salute. Non mangiava pi; ma
    non chinava il capo,  testarda,  una vera Trao,  colla testa dura  dei
    Motta per giunta. - Il pover'uomo era ridotto a farsi da s l'esame di
    coscienza.  -  Dei genitori quella ragazza aveva preso i soli difetti.
    Ma l'amore alla roba no!  Il giudizio di capire chi le voleva  bene  e
    chi le voleva male,  il giudizio di badare ai suoi interessi,  no! Non
    era neppure docile e ubbidiente come sua  madre.  Gli  aveva  guastata
    anche  Bianca!  Anche costei,  al vedere la sua creatura che diventava
    pelle e ossa,  era diventata come una gatta che gli si vogliano rubare
    i figliuoli,  col pelo irto, tale e quale - la schiena incurvata dalla
    malattia e gli occhi luccicanti di febbre.  Gli sfoderava contro    le
    unghie  e  la  lingua.  -  Volete farla morire di mal sottile,  la mia
    creatura? Non vedete com' ridotta?  Non vedete che vi manca di giorno
    in  giorno?   -  L'avrebbe  aiutata,   sottomano,  anche  a  fare  uno
    sproposito,  anche a rompersi il collo.  Avrebbe tradito il marito per
    la sua creatura.  Gli diceva: - Me ne vo a stare da mio fratello! Io e
    la mia figliuola! Che vi pare? - Cogli occhi di brace. Non l'aveva mai
    vista a quella maniera.  Una volta,  dietro al medico il quale  veniva
    per la ragazza, egli vide capitare una faccia che non gli piacque: una
    vecchia del vicinato che portava la medicina del farmacista,  come don
    Luca il sagrestano e sua moglie Grazia portavano in casa Trao  le  sue
    imbasciate  amorose.  Era  ridotto a passare in rivista le ricette del
    medico e la carta delle pillole che mandava Bomma. In un mese mutarono
    cinque donne di servizio. Era un tanghero lui, ma non era un minchione
    come i fratelli Trao.  Teneva ogni cosa  sotto  chiave;  non  lasciava
    passare un baiocco che potesse aiutare a fargli il tradimento.  Era un
    cane alla catena  anche  lui,  pover'uomo.  Infine  per  togliersi  da
    quell'inferno si decise a mettere Isabella in convento, l al Collegio
    di Maria,  come quando era bambina,  carcerata! Sua moglie ebbe un bel
    piangere e  disperarsi.  Il padrone era lui!  - Sentite,  - gli  disse
    Bianca colle mani giunte, - io ho poco da penare. Ma lasciatemi la mia
    figliuola, fino a quando avr chiuso gli occhi.
    -  No!  -  rispose  il  marito.  -  Non  ha  neppure compassione di te
    quell'ingrata! Ci siamo ammazzati tutti per farne un'ingrata! Ha perso
    l'amore ai parenti... lontana di casa sua!
    Il  tradimento  glielo  fecero  l,   al  Collegio:  dell'altra  gente
    beneficata  da  lui,  la  sorella  di Gerbido che faceva la portinaia,
    Giacalone che veniva a portare i regali della  zia  Cirmena  e  faceva
    passare  i  bigliettini  dalla  ruota,  Bomma che teneva conversazione
    aperta nella spezieria per far comodo a don Corrado La Gurna, il quale
    mettevasi subito a telegrafare,  appena la ragazza saliva apposta  sul
    campanile.  Lo facevano per pochi baiocchi,  per piacere,  per niente,
    per inimicizia. Congiuravano tutti quanti contro di lui,  per rubargli
    la   figliuola e la roba,  come se lui l'avesse rubata agli altri.  Un
    bel giorno infine, mentre le monache erano salite in coro, che c'erano
    le quarant'ore, la ragazza si fece aprir la porta dai suoi complici, e
    spicc il volo.
    Fu il due febbraio, giorno di Maria Vergine. C'era un gran concorso di
    devoti quell'anno alla festa,  perch non  pioveva  dall'ottobre.  Don
    Gesualdo  era  andato  in  chiesa  anche lui,  a pregare Iddio che gli
    togliesse quella  croce  d'addosso.  Invece  il  Signore  doveva  aver
    voltati gli occhi dall'altra parte quella mattina.  Appena torn dalla
    santa Messa,  quel giorno segnalato,  trov la  casa  sottosopra;  sua
    moglie colle mani nei capelli,  le serve che correvano di qua e di l.
    Infine  gli  narrarono  l'accaduto.  Fu  come  un  colpo  d'accidente.
    Dovettero mandare in fretta e in furia pel barbiere e cavargli sangue.
    La  gn Lia si busc uno schiaffo tale da fracassarle i denti.  Bianca
    pi morta che viva scendeva le scale ruzzoloni,  quasi per  fuggirsene
    anche lei,  dalla paura.  Lui,  paonazzo dalla collera,  colla schiuma
    alla bocca, non ci vedeva dagli occhi.  Non vedeva lo stato in cui era
    la  poveretta.  Voleva  correre  dal  giudice,  dal  sindaco,  mettere
    sottosopra  tutto  il  paese;   far  venire  la  Compagnia  d'Arme  da
    Caltagirone;  farli arrestare tutti e due, figliuola e complice; farlo
    impiccare nella pubblica piazza,  quel birbante!  farlo squartare  dal
    boia!   fargli   lasciare   le   ossa   in  fondo  a  un  carcere!   -
    Quell'assassino!  quel briccone!  In galera  voglio  farlo  morire!...
    tutti e due!...
    In  mezzo a quelle furie capit la zia Cirmena,  col libro da messa in
    mano, il sorriso placido, vestita di seta.
    - Chetatevi, don Gesualdo. Vostra figlia  in luogo sicuro.  Pura come
    Maria Immacolata!  Chetatevi!  Non fate scandali,  ch' peggio! Vedete
    vostra moglie, che pare stia per rendere l'anima a Dio, poveretta! Lei
     madre!  Non possiamo sapere quello che ci ha  nel  cuore  in  questo
    momento!  Sono venuta apposta per accomodar la frittata.  Io non ci ho
    il pelo nello stomaco, come tanti altri. Non so tener rancore.  Sapete
    che  mi  sono  sbracciata  sempre  pei  parenti.  Mi avete messo sulla
    strada...  col colra...  con un  orfanello  sulle  spalle...  Ma  non
    importa.  Eccomi  qua  ad  accomodare la faccenda.  Ho il cuore buono,
    tanto peggio! mio danno!  Ma non so che farci!  Ora bisogna pensare al
    riparo. Bisogna maritar quei due ragazzi, ora che il male  fatto. Non
    ci  pi rimedio. Del resto sul giovane non avete che dire... di buona
    famiglia.
    Don  Gesualdo stavolta le perse il rispetto addirittura,  con tanto di
    bocca aperta,  quasi volesse  mangiarsela:  -  Con  quel  pezzente?...
    Dargli la mia figliuola?... Piuttosto la faccio morire tisica come sua
    madre!...  In campagna! in un convento! Bel negozio che mi portate!...
    da pari vostra!... Ci vuole una bella faccia tosta!...  Mi fate ridere
    con questa bella nobilt... So quanto vale!... tutti quanti siete!....
    Successe  un parapiglia.  Donna Sarina sfoder anche lei la sua lingua
    tagliente,  rossa al pari di un gallo: - Parlate da quello che  siete!
    Almeno dovevate tacere per riguardo a vostra moglie,  villano! mastro-
    don Gesualdo! Siete la vergogna di tutto il parentado!...
    - Ah!  ah!  la vergogna.  Andate l che avete  ragione  a  parlare  di
    vergogna,  voi!...  mezzana!  Ci avete tenuto mano anche voi! Siete la
    complice di quel ladro!...  Bel mestiere  alla  vostra  et!  Vi  far
    arrestare insieme a lui, donna Sarina dei miei stivali! donna... cosa,
    dovrebbero chiamarvi!
    Sopraggiunse  lo zio Limli,  nonostante i suoi acciacchi,  pel decoro
    della famiglia,  per cercare di metter pace anche lui,  colle buone  e
    colle cattive.  - Non fate scandali! Non strillate tanto, ch' peggio!
    I panni sporchi si lavano  in  casa.  Vediamo  piuttosto  d'accomodare
    questo  pasticcio.   Il  pasticcio    fatto,   caro  mio,  e  bisogna
    digerirselo in santa pace. Bianca! Bianca,  non far cos che ti rovini
    la salute... Non giova a nulla...
    Don  Gesualdo  part  subito  a  rompicollo  per  Caltagirone.  Voleva
    l'ordine d'arresto,  voleva la Compagnia d'Arme.  Lo zio marchese  dal
    canto suo provvide a quello che c'era di meglio da fare,  con prudenza
    ed accorgimento.  Prima di tutto and a prendere subito la  nipote,  e
    l'accompagn  al monastero di Santa Teresa,  raccomandandola a una sua
    parente.  La gente di casa,  un po' colle minacce,  un po' col denaro,
    furono messi a tacere. Poco dopo giunse come un fulmine da Caltagirone
    l'ordine  d'arresto  per  Corrado  La  Gurna.  Donna  Sarina  Cirmena,
    impaurita, tenne la lingua a casa anche lei.
    Intanto il  marchese  lavorava  sottomano  a  cercare  un  marito  per
    Isabella.  Era  figlia  unica;  don  Gesualdo  per  amore o per forza,
    avrebbe dovuto darle una bella dote;  e colle sue  numerose  relazioni
    era certo di procurarle un bel partito.  Ne scrisse ai suoi amici;  ne
    parl alle persone  che  potevano  aiutarlo  in  simili  faccende,  il
    canonico Lupi, il notaro Neri. Quest'ultimo gli scov finalmente colui
    che  faceva  al  caso: un gran signore di cui il notaro amministrava i
    possessi,  alquanto dissestato  vero nei suoi  affari,  ingarbugliato
    fra liti e debiti,  ma di gran famiglia,  che avrebbe dato un bel nome
    alla discendenza  di  mastro-don  Gesualdo.  Quando  si  venne  poi  a
    discorrere della dote con quest'ultimo fu un altro par di maniche. Lui
    non voleva lasciarsi mangiar vivo.  Neanche un baiocco!  Il suo denaro
    se l'era guadagnato col sudore della fronte,  la vita intera.  Non gli
    piaceva  di  lasciarsi  aprir  le  vene  per  uno che doveva venire da
    Palermo a bersi il sangue suo.
    - Di dove volete che venga dunque,  dalla luna?  Caro mio,  queste son
    parole al vento. Sapete com'? Vi porto un paragone a modo vostro, per
    farvi  intendere ragione: La grandine che vi casca nella vigna...  Una
    disgrazia che vi capita nell'armento...  Bisogna mandare alla fiera la
    giovenca  che  si   rotte le corna,  e chiudere gli occhi sul prezzo.
    Bisogna chinare il capo,  per amore o per forza.  Del resto non  avete
    altri figliuoli... Almeno sapete di farla una signorona!...
    Il  marchese  nel tempo istesso andava a far visita alla nipotina.  La
    pigliava colle buone,  col giudizio che ci  vuole  per  toccare  certi
    tasti: - Hai ragione!  Piangi pure che hai ragione! Sfogati con me che
    capisco queste cose... Un brucio,  una cosa che sembra di morire!  Tuo
    padre  non  ne capisce nulla,  poveretto.  E' stato sempre in mezzo ai
    suoi negozi, ai suoi villani... un po' rozzo anche, se vogliamo...  Ma
    ha lavorato per te,  per farti ricca. Tu, col nome di tua madre, e coi
    quattrini di lui,  puoi rappresentare la  prima  parte  anche  in  una
    grande  citt,  quando  vorrai...  Non qui,  in questo buco...  Qui mi
    sembra di soffocare anche a me.  Sono stato giovane;  me li son goduti
    anch'io i begli anni...  Appunto ti dicevo...  Capisco quello che devi
    averci adesso nel tuo cuoricino. Quando si  giovani pare che al mondo
    non ci debba essere altro che quello...  Tuo padre  ha  preso  la  via
    storta... Ma se lui si ostina a non darti nulla, neanche quel giovane,
    poveretto,  ne ha...  E allora... se ti tocca scopar la casa... se lui
    deve tirare il diavolo per la coda...  Sar un affar  serio,  intendi?
    Vengono  le  quistioni,  i  pentimenti,  i musi lunghi.  I musi lunghi
    imbruttiscono te e lui, mia cara. Perch poi?  con qual costrutto?  Se
    tuo  padre ha detto di no,  sar di no,  che non lo sposerai.  Morirai
    qui,  in questa specie d'ergastolo;  ci consumerai i tuoi begli  anni.
    Corrado rimarr in esilio, ad arbitrio della polizia, finch vorr tuo
    padre;  egli  ha  le braccia lunghe adesso...  Nemmeno a chi vuoi bene
    gioveresti,  se ti ostini.  Tuo cugino  ha  bisogno  d'aver  la  testa
    quieta,  di lavorare in pace, per guadagnarsi da vivere onestamente...
    Invece potresti sposare un gran signore,  e s' vero che quel  giovane
    ti  vuol  tanto bene dovrebbe esser contento lui pel primo.  Quello si
    chiama amore...  Un gran signore,  capisci!  Per ora non  dirne  nulla
    colle tue compagne...  qui nel monastero sai creperebbero d'invidia...
    Ma so che c' per aria il progetto di farti sposare un  gran  signore.
    Saresti principessa o duchessa! Altro che donna tal di tali! Carrozze,
    cavalli,  palco  a teatro tutte le sere,  gioielli e vestiti quanti ne
    vuoi...Con quel bel visetto so io quante teste  farai  girare  in  una
    gran  citt!  Quando  si  entra  in  una sala di ballo,  scollacciata,
    coperta di brillanti,  tutti che  domandano:  -  Chi    quella  bella
    signora?... - E si sente rispondere: la duchessa tale o la principessa
    tal'altra!...  -  Via,  vieni  a veder tua madre ch' ancora ammalata,
    poveretta! L'ha finita quel colpo!  Sai ch' di poca salute!...  Anche
    tuo padre t'aspetta a braccia aperte.  E' un buon uomo, poveraccio! Un
    cuor d'oro,  uno che s' ammazzato  a  lavorare  per  farti  ricca!...
    Adesso torna a casa... Poi si vedr...
    Quando  finalmente  lo zio marchese condusse dai genitori la pecorella
    smarrita,  fu una scena  da  far  piangere  i  sassi.  Isabella  cadde
    ginocchioni  dinanzi  al  letto della mamma,  che trovava cos mutata,
    singhiozzando e domandandole perdono;  mentre  sua  madre,  poveretta,
    passava  da uno svenimento all'altro,  tanta era la consolazione.  Poi
    arriv don Gesualdo, e stettero zitti tutti quanti.  Egli infine prese
    la parola,  un po' turbato anche lui, cogli occhi gonfi, ch il sangue
    infine non  acqua, e il cuore non l'aveva di sasso.
    - Me l'hai fatta grossa! Questa non me la meritavo.  Ci siamo tolto il
    pan di bocca,  io e tua madre, per farti ricca!... Vedi com' ridotta,
    poveraccia?...  Se chiude gli occhi  un cadavere  addirittura!...  Ma
    sei il sangue nostro,  la nostra creatura, e ti abbiamo perdonato. Ora
    non se ne parli pi.
    Per Isabella ne parlava sempre collo zio marchese, colla zia Mndola,
    colla zia Macr, con tutti i parenti; da tutti cercava aiuto,  fin dal
    suo  confessore,  come  una pazza,  desolata,  lavando dal piangere le
    pietre del confessionario. Tutti le dicevano: - Che possiamo farci, se
    tuo padre non vuole? Lui  il padrone. Lui deve mettere fuori i denari
    della dote. Lo fa pel tuo meglio; cerca il tuo vantaggio. Tutte quante
    si maritano come vogliono i genitori!  - Il confessore  stesso  tirava
    fuori la volont di Dio.  Anche la zia Cirmena, quando aveva visto che
    non era bastata nemmeno la fuga a cavare i  denari  della  dote  dalle
    mani di don Gesualdo, s'era stretta nelle spalle:
    - Che vuoi, mia cara? Io ho fatto il possibile. Ma senza denari non si
    canta Messa.  Corrado non ha nulla - tu non hai nulla neppure,  se tuo
    padre si ostina a dir di no...  Fareste un bel matrimonio!  Vedi com'
    andata  a  finire?  Che  quel  povero  giovane  ci ha rimesso anche la
    libert,  pel capriccio di tuo padre!  Lascialo stare in pace  almeno,
    perch adesso alle lettere che scrive ai parenti ogni giorno tutte che
    piangono  guai  e  vorrebbero  denari,  in  conclusione,    un affare
    serio!...
    Il marchese Limli poi gliela cantava su un altro tono:
    - Figliuola mia,  quando uno non  ricco,  non pu darsi il  gusto  di
    innamorarsi  come vuole.  Voialtri siete giovani tutti e due,  e avete
    gli occhi chiusi.  Non vedete altro che una cosa sola!  Bisogna vedere
    anche quello che verr poi,  la pentola da mettere al fuoco, le camice
    da rattoppare... Sar un bel divertimento! Tu sei nata bene, per parte
    di madre, lo so anch'io. Ma vedi tua madre, cos'ha dovuto fare,  e tuo
    zio don Ferdinando,  e io stesso!... Siamo tutti nati dalla costola di
    Adamo, figliuola mia!...  Anche Corrado  della costola d'Adamo.  Ma i
    baiocchi li tiene tuo padre!  Se non vuol darvene, andrete a scopar le
    strade tutti e due,  e dopo un mese vi piglierete pei capelli.  Invece
    puoi  fare un gran matrimonio sfoggiarla da gran signora,  in una gran
    citt!...  Dopo,  quando avrai il cuoco in  cucina,  la  carrozza  che
    t'aspetta  e  le tue buone rendite garantite nell'atto dotale,  potrai
    darti il lusso di pensare alle altre cose...
    Verso la Pasqua giunse in paese il duca di Leyra,  col pretesto di dar
    sesto ai suoi affari da quelle parti, ch ne avevano tanto di bisogno.
    Era  un  bell'uomo,  magro,  elegante un po' calvo,  gentilissimo.  Si
    cavava il cappello anche per rispondere al saluto dei contadini. Aveva
    lo stesso sorriso e le medesime maniere cortesi per tutti i  seccatori
    dai  quali  fu  tosto  assediato,  fin dal primo giorno.  Nel paese fu
    l'argomento di tutti i discorsi: Quel che aveva detto;  quel  che  era
    venuto a fare;  quanto tempo si sarebbe fermato l; quanti anni aveva.
    Le signore asserivano che  non  dimostrava  pi  di  quarant'anni.  Il
    giorno  della  processione  del  Cristo risuscitato ci fu il Caff dei
    Nobili pieno zeppo di signore.  Le  Zacco  con  certi  cappellini  che
    facevano male agli occhi; la signora Capitana stecchita nel suo eterno
    lutto  che  la  ringiovaniva,  e  la  faceva  chiamare ancora la bella
    vedovella - da dieci anni, dacch era morto suo marito. - Le Margarone
    in gran gala, verdi, rosse, gialle,  svolazzanti di piume,  di nastri,
    di ricciolini diventati neri col tempo,  grasse da scoppiare, color di
    mattone in viso. Tutte che cicalavano, e si davano un gran da fare per
    dar nell'occhio ai signori forestieri.  Il duca s'era tirato dietro lo
    zio  bal,  onde  sembrar  pi  giovane  - dicevano le male lingue: un
    vecchietto grasso e  rubicondo  che  doveva  lasciargli  l'eredit,  e
    intanto  faceva  la  corte  alle signore - come non sanno farla pi al
    giorno d'oggi! - osserv la Capitana.
    Sul pi bello, mentre la statua dell'Evangelista correva balzelloni da
    Ges a Maria,  e il popolo gridava: viva Dio  resuscitato!  capit  la
    carrozza nuova di don Gesualdo Motta. Lui con la giamberga dai bottoni
    d'oro  e il solitario al petto della camicia,  la moglie in gala anche
    lei, poveretta,  che la veste nuova le piangeva addosso,  allampanata,
    ridotta  uno  scheletro,  e  la figliuola con un vestito nuovo,  fatto
    venire apposta da Palermo.  La folla si apriva per lasciarli  passare,
    senza bisogno di spintoni.  Dei curiosi guardavano a bocca aperta.  Lo
    stesso duca domand chi fossero: -  Ah,  una  Trao!  Si  vede  subito,
    quantunque  abbia  l'aria  un  po'  sofferente,  povera signora.  - Il
    marchese Limli ringraziava lui, con un cenno del capo,  e lo present
    alla nipote.  Il duca e il bal di Leyra fecero un gruppo a parte, sul
    marciapiede del Caff dei Nobili,  colla famiglia di don Gesualdo e il
    marchese Limli. Tutt'intorno c'era un cerchio di sfaccendati.
    Il  barone Zacco attacc discorso col cocchiere per scavare cosa c'era
    sotto.  Mndola fingeva d'accarezzare i cavalli.  Canali ammiccava  di
    qua e di l: - Guardate un po',  signori miei, che ruota  il mondo! -
    Nessuno badava pi alla processione.  C'era un bisbiglio in  tutto  il
    Caff.  Don Nin Rubiera,  da lontano, col cappello in cima al bastone
    appoggiato alla spalla, si morsicava le labbra dal dispetto,  pensando
    a quel che era toccato a lui invece, donna Giuseppina Alsi in moglie,
    una  mandra di figliuoli,  la lite per la casa che mastro-don Gesualdo
    voleva acchiapparsi col pretesto del debito,  dopo tanto  tempo...  La
    moglie  al  vederlo  cos stralunato,  cogli occhi fissi addosso a sua
    cugina, gli piant una gomitata aguzza nelle costole.
    - Quando volete finirla?...  E' uno scandalo!...  I  vostri  figliuoli
    stessi che vi osservano! Vergogna!
    - Ma sei pazza?  - rispose lui.  - Diavolo!  Ho altro pel capo adesso!
    Non vedi che ha gi i capelli bianchi? ch' una mummia?... Sei pazza?
    Egli pure era invecchiato, floscio, calvo,  panciuto,  acceso in viso,
    colle  gote  ed  il  naso  ricamati  di  filamenti  sanguigni  che  lo
    minacciavano della stessa malattia di sua  madre.  Ora  si  guardavano
    come due estranei,  lui e Bianca, indifferenti, ciascuno coi suoi guai
    e i suoi interessi pel capo.  Anche le male lingue,  dopo tanto tempo,
    avevano  dimenticato  le  chiacchiere  corse  sui  due  cugini.   Per
    invidiavano mastro-don Gesualdo il quale era arrivato a quel posto,  e
    donna Bianca che aveva fatto quel gran matrimonione.  La sua figliuola
    sarebbe arrivata chiss dove!  Donna Agrippina Macr e le cugine Zacco
    saettavano occhiate di fuoco sul cappellino elegante d'Isabella, e sui
    salamelecchi  che  le  faceva  il  duca di Leyra,  inguantato,  con un
    cravattone  di  raso  che  gli  reggeva   il   bel   capo   signorile,
    giocherellando  con un bastoncino sottile che aveva il pomo d'oro.  La
    signora Capitana fece osservare a  don  Mommino  Neri,  il  quale  era
    diventato un rompicollo, dopo la storia della prima donna:
    - E' inutile!  Basta guardarlo un momento,  per saper con chi avete da
    fare.  Dir magari delle sciocchezze adesso...  Ma  il modo in cui le
    dice!... Ogni parola come se ve la mettesse in un vassoio...
    Il signor duca and poi a presentare i suoi omaggi in casa Motta.  Don
    Gesualdo si fece trovare nel salotto buono.  Avevano lavorato tutto il
    giorno a dar aria e spolverare, le serve, lui, mastro Nardo. Il signor
    duca,  colla  parlantina  sciolta,  discorreva  un  po'  di tutto,  di
    agricoltura col padrone di casa,  di mode con le signore,  di famiglie
    antiche  col marchese Limli.  Egli aveva sulla punta delle dita tutto
    l'almanacco delle famiglie nobili dell'isola. Arriv anche a confidare
    che la sua era originaria del paese. Desiderava fare il suo dovere con
    don  Ferdinando  Trao,  e  visitare  il  palazzo,  che  doveva  essere
    interessantissimo.  Con  la  ragazza,  di  sfuggita,  lasci cadere il
    discorso sulle opere allora in voga; raccont qualche fatterello della
    societ;  narr aneddoti del tempo in cui era a Palermo la  corte,  la
    regina  Carolina,  gli  inglesi:  un  mondo  di chiacchiere,  come una
    lanterna magica nella quale passavano delle gran  dame,  del  lusso  e
    delle  feste.  Nell'andarsene  baci  la  mano a donna Bianca.  Per le
    scale, dal pollaio,  sull'uscio della legnaia,  tutta la gente di casa
    s'affollava per vederlo passare.  Dopo,  la sera non si fece altro che
    parlare di lui,  in cucina,  fin le serve,  e mastro Nardo,  il  quale
    sgranava gli occhi.
    Il  bal di Leyra e il marchese Limli poi avevano intavolato un altro
    discorso, cos, a fior di labbra, tenendosi sulle generali.  Il giorno
    dopo intervenne anche il duca, il quale confess prima di tutto ch'era
    innamorato della ragazza,  un vero fiorellino dei campi,  una violetta
    nascosta;  e dichiar sorridendo,  che  quanto  al  resto...  d'affari
    voleva dire...  non se n'era occupato mai,  per sua disgrazia!...  non
    era il suo forte, e aveva pregato il notaro Neri di far lui...
    Un  vero  usuraio,  quel  notaro,  sottile,  avido,  insaziabile.  Don
    Gesualdo  avrebbe  preferito  mille volte trattare il negozio faccia a
    faccia col genero, da galantuomini. - No, no,  caro suocero.  Non  la
    mia  partita.  Non me ne intendo.  Quello che farete voialtri sar ben
    fatto. Quanto a me, il tesoro che vi domando  vostra figlia.
    Per le trattative tiravano  in  lungo.  Mastro-don  Gesualdo  cercava
    difendere la sua roba,  vederci chiaro in quella faccenda,  toccar con
    mano che quanto ci metteva il signor genero  nell'altro  piatto  della
    bilancia  fosse tutto oro colato.  Il duca aveva dei gran possessi,  
    vero, mezza contea; ma dicevasi pure che ci fossero dei gran pasticci,
    delle liti,  delle ipoteche.  Del  notaro  Neri  non  poteva  fidarsi.
    L'altro sensale,  il marchese Limli,  non aveva saputo badare nemmeno
    ai  suoi  interessi.   Voleva  intromettercisi   il   canonico   Lupi,
    protestando l'amicizia antica.  Ma lui rispose: - Vi ringrazio! Grazie
    tante, canonico! Mi  bastato una volta sola! Non voglio abusare...  -
    Tutti  miravano  alla  sua  roba.  Ci  furono dei tira e molla,  delle
    difficolt che sorgevano a ogni passo,  delle vecchie carte in cui  ci
    si  smarriva.  Intanto  la figliuola,  dall'altra parte,  aveva sempre
    quell'altro in  testa.  Scongiurava  il  babbo  e  la  mamma  che  non
    volessero sacrificarla.  Andava a piangere dai parenti, e a supplicare
    che l'aiutassero: - Non posso!  non posso!  - Ai piedi del  confessore
    apr  il suo cuore,  tutto!  il peccato mortale in cui era!...  - Quel
    servo di Dio non capiva nulla.  Badava solo  a  raccomandarle  di  non
    cascarci  pi  e  le  metteva  il  cuore in pace coll'assoluzione.  La
    poveretta arriv a scappare in casa  dello  zio  Trao,  onde  buttarsi
    nelle sue braccia.
    - Zio, tenetemi qui! Salvatemi voi. Non ho altri al mondo! Sono sangue
    vostro. Non mi mandate via!
    Don Ferdinando era malato,  coll'asma.  Non poteva parlare, non capiva
    nulla, del resto. Faceva dei gesti vaghi colla mano scarna, e chiamava
    in aiuto Grazia,  come un bambino,  sbigottito da ogni viso nuovo  che
    vedesse.
    - S,  tenetemi qui in luogo di Grazia. Vi servir colle mie mani. Non
    mi  mandate  via.   Vogliono  maritarmi  per  forza!...   in   peccato
    mortale!...
    Il vecchio allora ebbe come un ricordo negli occhi appannati, nel viso
    smorto  e  rugoso.  Tutti  i  peli  grigi  della  barba ispida parvero
    trasalire.
    - Anche tua madre  s'  maritata  per  forza...  Diego  non  voleva...
    Vattene,  ora...  se  no  viene  tuo  padre  a condurti via di qua!...
    Vattene, vattene...
    Lo zio marchese,  uomo di mondo,  che ne sapeva  pi  di  tutti  sulle
    chiacchiere raccolte a casaccio, prese a quattr'occhi don Gesualdo:
    -  Insomma,  volete  capirla?  Vostra  figlia dovete maritarla subito.
    Datela a chi vi piace; ma non c' tempo da perdere. Avete capito?
    - Eh?... Come?... - balbett il povero padre sbiancandosi in viso.
    - Sicuro!...  Avete trovato un galantuomo che se la  piglia  in  buona
    fede... Ma non potete pretendere troppo infine da lui!...
    Talch don Gesualdo, stretto da tutte le parti, tirato pei capelli, si
    lasci  aprir  le  vene,  e  mise il suo nome in lettere di scatola al
    contratto nuziale: Gesualdo  Motta  sotto  la  firma  del  genero  che
    pigliava  due  righe:  Alvaro  Filippo  Maria  Ferdinando Gargantas di
    Leyra.
    Da Palermo giunsero dei regali magnifici,  dei gioielli e dei  vestiti
    che  asciugarono a poco a poco le lagrime della sposa,  uno sfoggio di
    grandezze che la pigliava come una vertigine,  che chiamava un pallido
    sorriso  fin  sulle  labbra della mamma,  e che lo zio marchese andava
    spampanando da per tutto. Solo don Gesualdo borbottava di nascosto. Si
    aspettavano gran cose per quello  sposalizio.  La  Capitana  mand  un
    espresso  a Catania dal primo sarto.  Le Zacco stettero otto giorni in
    casa a cucire.  Per alle nozze non fu  invitato  nessuno:  gli  sposi
    vestiti da viaggio,  i genitori, i testimoni, quattro candele e nessun
    altro,  nella meschina chiesetta di Sant'Agata,  dove  s'era  maritata
    Bianca.   Quanti  ricordi  per  la  povera  madre,  la  quale  pregava
    inginocchiata dinanzi a quell'altare,  coi gomiti sulla seggiola e  il
    viso  fra le mani!  Fuori aspettava la lettiga che doveva portarsi via
    gli sposi.  Fu una delusione e un malumore generale fra i parenti e in
    tutto il paese. Dei pettegolezzi e delle critiche che non finivano pi
    intorno  a  quel  matrimonio  fatto come di nascosto.  Della gente era
    andata a far visita ai Margarone e in casa Alsi,  per  vedere  se  la
    sposa  era  rossa  o  pallida.  La Capitana aveva un bel fare,  un bel
    cercare di non darsi vinta, dicendo che quella era la moda di sposarsi
    adesso.  Donna Agrippina rispose che a quel modo non le pareva nemmeno
    un sagramento, povera Isabella!... La Cirmena masticava altre cose fra
    i denti:
    - Come sua madre!... Vedrete che sar fortunata perch  figlia di sua
    madre!...
    Ciolla che vide passare dalla piazza la lettiga si mise a gridare:
    -  Gli  sposi!  Ecco la lettiga degli sposi che partono!  - Poi and a
    confidare di porta in porta, al Caff, nella spezieria di Bomma:
    - E' partita anche una lettera per don Corradino La  Gurna...  Sicuro!
    Una  lettera  per  fuori  regno.  Me  l'ha  fatta vedere il postino in
    segretezza.  Non so che dicesse;  ma  non  mi  parve  scrittura  della
    Cirmena. Avrei pagato qualche cosa per vedere che c'era scritto...
    La lettera diceva tante belle cose,  per mandare gi la pillola, lei e
    il cuginetto che si disperava e penava lontano.
    "Addio!  addio!  Se ti ricordi di me,  se pensi ancora a me,  dovunque
    sarai,  eccoti  l'ultima  parola  di  Isabella  che  amasti tanto!  Ho
    resistito,  ho lottato a lungo,  ho sofferto...  Ho pianto  tanto!  ho
    pianto tanto!...  Addio!  Partir,  andr lontano...  Nelle feste,  in
    mezzo alle pompe della capitale,  dovunque sar...  nessuno  vedr  il
    pallore  sotto la mia corona di duchessa...  Nessuno sapr quel che mi
    porto nel cuore... sempre, sempre!... Ricordati! ricordati!..."













    PARTE QUARTA.

    1.

    Erano appena trascorsi sei mesi, quando sopravvennero altri guai a don
    Gesualdo.  Isabella minacciava di suicidarsi;  il genero aveva preso a
    viaggiare  fuori  regno,  e  faceva temere di voler intentare causa di
    separazione,  per  incompatibilit  di  carattere.  Altre  chiacchiere
    giunsero  in  segreto sino al povero padre,  il quale corse a rotta di
    collo alla villa di Carini,  dov'era confinata la duchessa per  motivi
    di salute.  Ritorn poi invecchiato di dieci anni, pigliandosela colla
    moglie che non capiva nulla,  maledicendo in cuor  suo  la  Cirmena  e
    tutto  il  parentado che gli dava soltanto bocconi amari,  costretto a
    correr dietro al notaio per accomodare la faccenda e placare il signor
    genero a furia di denari. Fu un gran colpo pel poveretto.  Tacque alla
    moglie  il vero motivo,  per non affliggerla inutilmente;  tenne tutto
    per s;  ma non si dava pace;  parevagli che la gente  lo  segnasse  a
    dito;  sentivasi montare il sangue al viso quando ci pensava, da solo,
    o anche se incontrava quell'infame della Cirmena.  Lui era un villano;
    non  c'era  avvezzo a simili vergogne!  Intanto la figlia duchessa gli
    costava un occhio.  Prima di tutto le terre della Canziria,  d'Ala  e
    Donninga  che  le aveva assegnato in dote,  e gli facevano piangere il
    cuore ogni qualvolta tornava a vederle,  date in affitto a questo e  a
    quello,  divise  a pezzi e bocconi dopo tanti stenti durati a metterle
    insieme, mal tenute,  mal coltivate,  lontane dall'occhio del padrone,
    quasi  fossero  di  nessuno.  Di  tanto  in  tanto gli arrivavano pure
    all'orecchio altre male nuove che  non  gli  lasciavano  requie,  come
    tafani,  come vespe pungenti;  dicevasi in paese che il signor duca vi
    seminasse a due mani debiti fitti al pari della grandine,  la medesima
    gramigna  che  devastava  i suoi possessi e si propagava ai beni della
    moglie peggio delle cavallette. Quella povera Canziria che era costata
    tante fatiche a don Gesualdo, tante privazioni,  dove aveva sentito la
    prima  volta  il rimescolo di mettere nella terra i piedi di padrone!
    Donninga per cui si era tirato addosso l'odio di tutto  il  paese!  le
    buone terre dell'Ala che aveva covato dieci anni cogli occhi,  sera e
    mattina, le buone terre al sole, senza un sasso, e sciolte cos che le
    mani vi sprofondavano e le sentivano grasse  e  calde  al  pari  della
    carne  viva...  tutto,  tutto  se  ne andava in quella cancrena!  Come
    Isabella aveva potuto stringere la penna colle  sue  mani,  e  firmare
    tanti  debiti?  Maledetto  il  giorno in cui le aveva fatto imparare a
    scrivere!  Sembravagli di veder stendere l'ombra delle ipoteche  sulle
    terre  che gli erano costate tanti sudori,  come una brinata di marzo,
    peggio di un nebbione primaverile, che brucia il grano in erba.  Due o
    tre volte, in circostanze gravi, era stato costretto a lasciarsi cavar
    dell'altro sangue. Tutti i suoi risparmi se ne andavano da quella vena
    aperta,  le sue fatiche,  il sonno della notte, tutto. E pure Isabella
    non era felice.  L'aveva vista in tale stato,  nella villa sontuosa di
    Carini!  Indovinava ci che doveva esserci sotto, quando essa scriveva
    delle lettere che gli  mettevano  addosso  la  febbre,  l'avvelenavano
    coll'odore sottile di quei foglietti stemmati,  lui che aveva fatto il
    cuoio duro anche alla malaria.  Il signor duca invece trattava  simili
    negozi per mezzo del notaro Neri - poich non erano il suo forte.  - E
    alla fine, quando mastro-don Gesualdo s'impenn sul serio,  sbuffando,
    recalcitrando, gli fece dire:
    -  Si  vede  che  mio suocero,  poveretto,  non sa quel che ci vuole a
    mantenere la figliuola col decoro del nome che porta...
    - Il decoro?... Io me ne lustro gli stivali del decoro! Io mangio pane
    e cipolle per mantenere il lustro della  duchea!  Diteglielo  pure  al
    signor genero! In pochi anni s' mangiato un patrimonio!
    Fu un casa del diavolo.  Donna Bianca, la quale era assai malandata, e
    sputava sangue ogni mattina,  fece una ricaduta che in quindici giorni
    la  condusse in fin di vita.  Nel paese ormai si sapeva ch'era tisica:
    tutti cos quei Trao!  una famiglia che si estingueva per esaurimento,
    diceva  il  medico.  Soltanto  il  marito,  ch'era  sempre  fuori,  in
    faccende,  occupato dai suoi affari,  con tanti pensieri e tanti  guai
    per  la  testa,  si  lusingava  di farla guarire appena avrebbe potuto
    condursela a Mangalavite,  in quell'aria balsamica che  avrebbe  fatto
    risuscitare un morto. Essa sorrideva tristamente e non diceva nulla.
    Era ridotta uno scheletro,  docile e rassegnata al suo destino,  senza
    aspettare o desiderare pi nulla.  Soltanto avrebbe voluto rivedere la
    figliuola. Suo marito glielo aveva anche promesso. Ma siccome erano in
    dissapore  col  genero  non ne aveva pi parlato.  Isabella prometteva
    sempre di venire,  da un autunno all'altro,  ma non si  decideva  mai,
    come  avesse  giurato  di  non  metterci  pi  i  piedi  in quel paese
    maledetto, e se lo fosse tolto dal cuore interamente.  A misura che le
    mancavano  le  forze,  Bianca sentiva dileguare anche quella speranza,
    come la vita che le sfuggiva,  e sfogavasi  a  ruminare  dei  progetti
    futuri,  vaneggiando, accendendosi in viso delle ultime fiamme vitali,
    con gli occhi velati di lagrime che volevano sembrare di tenerezza  ed
    erano  di  sconforto: - Far questo!  far quell'altro!  - Faceva come
    quegli uccelletti in gabbia i quali provano il canto  della  primavera
    che  non  vedranno.  Il  letto  le  mangiava  le  carni;  la febbre la
    consumava a fuoco lento.  Adesso,  quand'era  presa  dalla  tosse,  si
    metteva ad ansare,  sfinita, colla bocca aperta, gli occhi smaniosi in
    fondo alle occhiaie che  sembravano  fonde  fonde,  brancicando  colle
    povere braccia stecchite quasi volesse afferrarsi alla vita.
    -  Bene!  - sospir infine don Gesualdo che vedeva la moglie in quello
    stato. - Far anche questa!... Pagher anche stavolta perch il signor
    duca ti faccia rivedere la figliuola!...  Gi son fatto per portare il
    carico...
    Il  medico  andava  e  veniva;   provava  tutti  i  rimedi,  tutte  le
    sciocchezze che leggeva nei suoi libracci;  c'era un conto  spaventoso
    aperto  dal  farmacista.   -  Almeno  giovassero  a  qualche  cosa!  -
    brontolava don Gesualdo.  - Io non guardo  ai  denari  spesi  per  mia
    moglie;  ma  voglio  spenderli  perch  le  giovino e le si veggano in
    faccia...   non   gi   per   provare   i   medicamenti   nuovi   come
    all'ospedale!...  Ora  che  si  sono  messi  in testa ch'io sia ricco,
    ciascuno se ne giova pei suoi fini...
    La prima volta per che s'arrischi a fare velatamente queste lagnanze
    allo stesso medico,  Saleni,  un  altro  dottorone  ch'era  peggio  di
    Tavuso,  buon'anima,  gli  piant  in faccia gli occhiacci,  e rispose
    burbero:
    - Allora perch mi chiamate?
    Dovette anche pregarlo e scongiurarlo di continuare a fare  il  comodo
    suo, quantunque non giovasse a nulla. La vigilia dell'Immacolata parve
    proprio che la povera Bianca volesse rendere l'anima a Dio.  Il marito
    ch'era andato ad aspettare il medico sulla scala gli disse subito:
    - Non mi piace, dottore! Stasera mia moglie non mi piace!
    - Eh!  ve ne accorgete soltanto adesso?  A me  un pezzo  che  non  mi
    piace. Credevo che l'aveste capita.
    - Ma che non c' rimedio,  vossignoria? Fate tutto ci che potete. Non
    guardate a spesa... I denari servono in queste occasioni!...
    - Ah,  adesso me lo dite?  Adesso capite la ragione?  Me ne congratulo
    tanto!
    Saleni   ricominci  la  commedia:  il  polso,   la  lingua,   quattro
    chiacchiere seduto ai piedi del letto,  col cappello  in  testa  e  il
    bastone  fra  le  gambe.  Poi  scrisse  la  solita ricetta,  le solite
    porcherie che non giovavano a nulla,  e se ne and lasciando nei  guai
    marito  e  moglie.  La  casa  era  diventata  una spelonca.  Tutti che
    vogavano alla larga.  Finanche le serve temevano del  contagio.  Zacco
    era il solo parente che si rammentasse di loro nella disgrazia, dacch
    avevano fatto societ per l'appalto dello stradone,  tornati amici con
    don Gesualdo. Egli veniva ogni giorno insieme a tutta la famiglia,  la
    baronessa  impresciuttita  e ubbidiente,  le figliuole che empivano la
    camera, stagionate, grasse e prosperose che sfidavano le cannonate.  -
    Lui  non  aveva  paura del contagio!  Sciocchezze!...  Poi,  quando si
    tratta di parenti!...  Quella sera aveva sentito dire in piazza che la
    cugina Bianca stava peggio ed era giunto pi presto del solito.  - Per
    distrarre un po' don Gesualdo lo tir nel vano del balcone, e cominci
    a parlargli dei loro negozi.
    - Volete ridere adesso?  Il cugino Rubiera dir all'asta per gli altri
    due tronchi di strada!... Sissignore! quella bestia!... Eh? eh? che ne
    dite?...  Lui  che  non  ha potuto pagarvi ancora i denari della prima
    donna?...  C' l'inferno a causa vostra con la  moglie  che  non  vuol
    pagare del suo!...  I figliuoli s, glieli ha portati in dote!... ma i
    denari vuol tenerseli per s! E' predestinato quel povero don Nin!...
    E sapete chi  comparisce  all'asta,  eh?  volete  saperlo?...  Canali,
    figuratevi!...  Canali  che  fa  l'appaltatore  in  societ col barone
    Rubiera!... Ora s' svegliata in tutti quanti la fame del guadagno!...
    Eh?... Non avevo ragione di dire?... Non ridete?...
    Ma l'amico non gli dava retta,  inquieto,  coll'orecchio  sempre  teso
    dall'altra  parte.  Indi  si  alz  e  and  a vedere se Bianca avesse
    bisogno di qualche cosa.  Essa non aveva bisogno di  nulla,  guardando
    fisso con quegli occhi di creatura innocente,  recandosi alla bocca di
    tanto in tanto il fazzoletto che ricacciava  poi  sotto  il  guanciale
    insieme  alla  mano  scarna.  Le  cugine  Zacco stavano sedute in giro
    dinanzi al letto,  colle mani sul ventre.  La  mamma  per  rompere  il
    silenzio balbett timidamente:
    - Sembra un po' pi calma... da che siam qui noi...
    Le  figliuole a quelle parole guardarono tutte insieme,  e approvarono
    col capo.
    Il barone s'accost al letto lui pure, dimostrando molto interesse per
    l'ammalata:
    - S,  s,  non c' confronto!...  l'occhio  pi  sveglio;  anche  la
    fisonomia  pi animata...  Si capisce!... udendo discorrere intorno a
    lei...  Bisogna distrarla,  tenerle un  po'  di  conversazione...  Per
    fortuna siete in buone mani.  Il dottore sa il fatto suo.  Poi, quando
    si hanno dei mezzi!... quando non manca nulla!  Ne conosco tanti altri
    invece... ben nati... di buona famiglia... cui manca di giorno il pane
    e di notte la coperta!... vecchi e malati, senza medico n speziale...
    Si  chin  all'orecchio  di  don Gesualdo e spiffer il resto.  Bianca
    l'ud o l'indovin,  con gli occhi luminosi che fissavano in volto  la
    gente,  e  cav  di  sotto  il  guanciale la mano scarna e pallida che
    sembrava quella di una bambina, per far segno al marito d'avvicinarsi.
    Don Gesualdo s'era chinato su di lei e accennava di s  col  capo.  Il
    barone vedendo che non era pi il caso di misteri parl chiaro:
    -  Non  verr!  Don  Ferdinando    diventato proprio un ragazzo.  Non
    capisce nulla, poveretto!...  Bisogna compatirlo.  Diciamola qui,  fra
    noi  parenti...  Che  gli sarebbe mancato?...  Un cognato con tanto di
    cuore, come questo qui!...
    L'inferma agit di nuovo in aria quella mano che parlava da sola.
    - Eh? Che dice? Cosa vuole? - domand il barone.
    Donna Lavinia,  la maggiore delle ragazze,  s'era alzata premurosa per
    servirla in quel che occorresse. Donna Marietta, l'altra sorella, tir
    invece il pap per la falda. Bianca s'era chiusa in un silenzio che le
    affil come un coltello il viso smunto,  s che il barone stesso se ne
    avvide e mut discorso.
    - Domeneddio alle volte ci allunga i giorni per  farci  provare  altri
    guai...  Parlo della baronessa Rubiera,  poveretta!  Eh?... Vivere per
    vedersi disfare sotto i propri occhi la roba che s'  fatta!...  senza
    poter dire una parola n muovere un dito...  eh?...  eh?  Suo figlio 
    una bestia.  La nuora gli conta i bocconi che  mangia!...  Com'  vero
    Iddio!  Non vede l'ora di levarsela dai piedi!... E lei, no! non vuole
    andarsene!  Vuol vivere apposta per vedere  come  far  suo  figlio  a
    togliersi dal collo il debito e don Gesualdo...  Eh? Ho parlato or ora
    con vostro marito dei gran progetti che ha don Nin pel capo...
    Don Gesualdo stava zitto,  sopra  pensieri.  Poi,  siccome  il  barone
    aspettava  la  risposta  della  cugina  Bianca,  col risolino fisso in
    bocca, brontol:
    - No, non c' tanto da ridere...  Dietro il paravento dev'essere anche
    il canonico Lupi.
    Zacco rimase interdetto: - Quel briccone? quell'intrigante?... Come lo
    sapete?... Chi ve l'ha detto?...
    - Nessuno. E' un'idea mia. Ma vedrete che non m'inganno. Del resto non
    me ne importa nulla! Ho altro pel capo adesso!
    Ma il barone non si dava pace: - Che? Non ve ne importa? Grazie tante!
    Sapete  cosa  dicono  pure?  Che vogliono levarci di mano le terre del
    comune!... Dicono che stavolta hanno trovato il modo e la maniera... e
    che n voi n io potremo rimediarci, capite?...
    Don Gesualdo si strinse nelle spalle.  Sembrava che davvero non gliene
    importasse  nulla  di  nulla  adesso.  Il  barone  a  poco a poco and
    calmandosi, in mezzo al coro dei suoi che mormoravano sottovoce contro
    il canonico.
    - Un intrigante!...  un imbroglione!...  Non si fa nulla in paese  che
    non  voglia ficcarci il naso lui!...  - Donna Marietta,  pi prudente,
    tir il babbo per la falda un'altra volta.
    - Scusate! scusate! - aggiunse lui.  - Si chiacchiera per dire qualche
    cosa... per distrarre l'ammalata... Non si sa di che parlare... Sapete
    voi cosa vanno narrando pure i malintenzionati come Ciolla?... che fra
    otto giorni si far la rivoluzione... per spaventare i galantuomini...
    Vi rammentate, nel ventuno, eh? don Gesualdo?
    - Ah?... Che volete?... La rivoluzione adesso l'ho in casa!...
    - Capisco, capisco... Ma infine, non mi pare...
    La baronessa,  che parlava al bisogno,  si rivolse a don Gesualdo, con
    quella faccia di malaugurio,  chiedendogli se alla  duchessa  avessero
    scritto  di  sua  madre  che  era  in  quello  stato...  Bianca  aveva
    l'orecchio fino degli ammalati gravi.  - No!  no!  Non c' premura!  -
    interruppe  Zacco.  Intanto  donna  Lavinia si era alzata per andare a
    prendere un bicchier  d'acqua.  Come  si  ud  suonare  il  campanello
    dell'uscio voleva anche correre a vedere chi fosse.
    - Una spada a due mani!  - esclam sottovoce il barone,  quasi facesse
    una confidenza,  e sorridendo di compiacimento.  - Una ragazza che  in
    casa  vale  un tesoro...  Giudiziosa!...  Per sua cugina Bianca poi si
    butterebbe nel fuoco!...  - La mamma sorrideva lei pure discretamente.
    In  quella  sopraggiunse  la  serva  ad annunziare che c'era il barone
    Rubiera con la moglie.
    - Lui?  Ci vuole una bella faccia  tosta!...  -  salt  su  il  barone
    cercando  il  cappello  che  teneva  in  testa.  - Vedrete che viene a
    parlarvi di ci che v'ho detto!  Non ci avete un'altra uscita?...  per
    non vederlo in faccia, quella bestia!...
    La sua famiglia toglieva commiato in fretta e in furia al pari di lui,
    cercando gli scialli,  rovesciando le seggiole, urtandosi fra di loro,
    quasi don Nin stesse per irrompere a mano  armata  nella  camera.  La
    povera inferma, smarrita in quel parapiglia, si lasci sfuggire con un
    filo di voce:
    - Per l'amor di Dio... Non ne posso pi!
    -  No...  Non  potete  farne  a  meno,  cugina  mia!...  Sono  parenti
    anch'essi!...   Vedrete  che  vengono   apposta,   onde   approfittare
    dell'occasione... Finta di farvi una visita... Piuttosto ce ne andremo
    noi... E' giusto... Chi prima arriva al mulino...
    Ma i Rubiera non spuntavano ancora. Don Gesualdo and nell'anticamera,
    dove  seppe  dalla  serva  che  aspettavano nel salotto,  come avevano
    sentito che c'erano i Zacco...
    - Meglio!  - osserv il barone.  - Vuol dire che desidera  parlarvi  a
    quattr'occhi,  don Nin!...  Allora noi non ci moviamo. Restiamo a far
    compagnia alla cugina,  intanto che  voi  fate  gli  affari  vostri...
    Sentiremo poi cosa  venuto a dirvi quello sciocco!
    La  serva  aveva  portato  un  lumicino  nel  salotto,   e  in  quella
    semioscurit don Nin sembrava  addirittura  enorme,  infagottato  nel
    cappotto,  con la sciarpa di lana sino alle orecchie una zazzera sulla
    nuca che non tagliava sino a maggio.  Donna  Giuseppina  invece  s'era
    aggobbita,  aveva il viso floscio e grinzoso nel cappuccio rotondo,  i
    capelli di un grigio sudicio mal pettinati,  lisciati in fretta con le
    mani  e  fermati  dal  fazzoletto  di seta che portava legato sotto il
    mento,  le mani corrose e nere,  delle mani di buona  massaia  con  le
    quali  gesticolava per difendere gli interessi del marito,  agitandosi
    nel cappottino seminato di pillacchere,  che la copriva tutta  quanta,
    mostrando  in  tutta  la  persona  l'incuria  e la trascuraggine della
    signora ricca che non ha  bisogno  di  parere,  della  moglie  che  ha
    cessato di far figliuoli e non deve neppure piacere al marito. E sulla
    bocca sdentata teneva fisso un sorriso di povera,  il sorriso umile di
    chi viene a sollecitare un favore,  mentre don Nin cercava le parole,
    girando  il cappellaccio fra le mani,  con quella sciarpa sino al naso
    che gli dava un aspetto minaccioso.  La  moglie  gli  fece  animo  con
    un'occhiata, e cominci lei:
    -  Abbiamo  sentito  che  la cugina sta male...  Siam corsi subito con
    Nin... Infine siamo parenti... dello stesso sangue... Le questioni...
    gl'interessi...  si sa,  in tutte le famiglie...  Ma  ogni  cosa  deve
    mettersi da banda in certe occasioni...  Anche Nin...  poveretto, non
    si dava pace... Diceva sempre... Infine vorrei sapere perch...
    Don Nin approvava coi gesti e con tutta la persona che aveva lasciato
    cadere sul  canap  facendolo  scricchiolare;  e  subito  intavol  il
    discorso  per cui erano venuti - sua moglie volle assolutamente che il
    cugino sedesse in mezzo,  fra due fuochi.  - Abbiamo quell'affare  del
    nuovo appalto,  caro don Gesualdo. Perch dobbiamo farci la guerra fra
    di  noi,  dico  io?  a  vantaggio  altrui?...   giacch  infine  siamo
    parenti!...
    - Sicuro!  - interruppe la moglie.  - Siamo venuti per questo...  Come
    sta la cugina?
    - Come Dio vuole!... Come ci avessi il gastigo di Dio sulle spalle!...
    Non ho testa di pensare agli affari adesso...
    - No,  no,  non voglio che ci pensiate...  Appunto dicevo...  dovreste
    rimettervene  a  una  persona  di  fiducia...  Salvo l'interesse,  ben
    inteso...
    Don Nin a un tratto si fece scuro in viso,  cacciandosi  all'indietro
    appuntandogli in faccia gli occhi sospettosi:
    - Ditemi un po' vi fidate voi di Zacco? Eh? vi fidate?
    Don Gesualdo malgrado il malumore che aveva in corpo, mosse la bocca a
    riso, come a dire che non si fidava di nessuno.
    -  Bene!  Se sapeste che roba  quell'uomo!...  Ci che diceva di voi,
    prima!...  prima di essere pane e  cacio  con  voi!...  Che  roba  gli
    scappava di bocca!...
    Donna Giuseppina,  con le gote gonfie,  stringeva le labbra, quasi per
    non lasciarselo scappare neppur lei.
    - Infine,  lasciamo andare!  Chiacchiera non macina  al  mulino...  E'
    parente  anche  lui!...  Dunque torniamo a noi.  Perch ci facciamo la
    guerra?  Perch facciamo  campare  giudici  ed  avvocati  alle  nostre
    spalle?  Cosa sono questi malumori fra parenti? Per quella miseria che
    vi devo? S, una miseria! Per voi  una presa di tabacco...
    - Scusate, scusate, anche per voi...
    Allora interloqu donna Giuseppina,  contando  miserie,  una  famiglia
    numerosa, sua suocera, la baronessa, finch viveva lei...
    - Scusate...  Non c'entra... E' che i denari servono, sapete... I miei
    denari li ho dati a vostro marito.
    Don Nin prese a scusarsi, dinanzi alla moglie.  Certo...  i denari se
    li  era  fatti  prestare...  in un momento che aveva persa la testa...
    Quando si  giovani...  sarebbe  meglio  tagliarsela  la  testa,  alle
    volte...  Voleva pagare... col tempo... sino all'ultimo baiocco, senza
    liti, senza altre spese...  appena chiudeva gli occhi sua madre...  Ma
    era  giusto  inasprirgli  contro  la  baronessa,   santo  Dio?   Farle
    commettere qualche bestialit?...
    - Ah? - disse don Gesualdo. - Ah? - E guard donna Giuseppina come per
    chiedere perch non pagasse lei.
    Don Nin imbarazzato guardava ora lui ed ora la  moglie.  Essa  infine
    interloqu,  troncandogli  la  parola  con un segno del fazzoletto che
    aveva tirato fuori dalla borsa.
    - Non  questo soltanto...  L'affare delle terre...  Non glie ne avete
    ancora parlato al cugino don Gesualdo?...
    - S... l'affare delle terre comunali...
    -  Lo  so,  - rispose don Gesualdo.  - L'affitto scade in agosto.  Chi
    vorr dire all'asta, poi...
    - No! no!... n voi n io ce le mangeremo.
    - Legge nuova! - interruppe donna Giuseppina con un sorriso agro. - Le
    terre non si dnno pi in affitto!  Il comune le d a censo...  ai pi
    poveri...  Un  bocconcino per ciascuno...  Saremo tutti possidenti nel
    paese, da qui a un po'!... Non lo sapete?
    Don Gesualdo drizz le orecchie,  mettendo da parte un momento i  suoi
    guai. Indi abbozz un sorriso svogliato.
    -  Come    vero  Dio!  -  soggiunse il barone Rubiera.  - Ho visto il
    progetto, s, al palazzo di citt! Dicono che il comune ci guadagna, e
    ciascuno avr il suo pezzo di terra.
    Allora don Gesualdo cav fuori la tabacchiera, fiutando un agguato.
    - Cio? cio?
    -  Don  Gesualdo!  -  chiam  la  serva  dall'uscio.   -  Un  momento,
    vossignoria...
    - Fate,  fate pure il comodo vostro!  - disse donna Giuseppina.  - Non
    abbiamo premura. Aspetteremo.
    - La padrona! Vuol parlare con vossignoria!
    - Eh? Che vogliono?  Che dicono?  - L'assalirono subito i Zacco appena
    don Gesualdo entr nella stanza dell'inferma.  - Son io che ho mandato
    a chiamarvi, - disse il barone col sorriso furbo.
    Ma lui non rispose, chino sulla moglie, la quale s'aiutava cogli occhi
    e con quella povera mano pallida e scarna che diceva per lei:
    "No!...  Non vi mettete con colui...  se volete darmi retta una  volta
    sola...  Non  vi  mettete  insieme  con  mio  cugino Rubiera,  voi!...
    Guardate che vi parlo in punto di morte!..."
    Aveva la voce afonica,  gli occhi  che  penetravano,  cos  lucenti  e
    fissi. Zacco che si era chinato anche lui sul letto per udire, esclam
    trionfante:
    -  Benedetta!  parla come una che vede al di l!  Non fareste nulla di
    buono con quell'uomo!  Una bestia!  Una banderuola!  Ci che  vi  dice
    vostra  moglie  in  un  momento  come questo  vangelo,  don Gesualdo!
    Ricordatevi bene!  Io mi farei scrupolo a non darle retta,  in  parola
    d'onore!...
    - E donna Giuseppina?  Finta,  maligna!...  - aggiunse la Zacco.  - Ha
    abbreviato i giorni della suocera!  Non vede l'ora di levarsela  dagli
    occhi!
    - Andate,  andate a sentire il resto. Qui ci siamo noi. Andateci pure,
    se no vi restano l fino a domani!
    Don Nin stava ancora seduto sul canap,  sbuffando  dal  caldo  nella
    sciarpa  di  lana,  col  cappello in testa;  e donna Giuseppina si era
    alzata per osservare al buio le galanterie disposte in bell'ordine sui
    mobili: il servizio da caff,  i fiori di carta sotto  le  campane  di
    cristallo,  l'orologio  che segnava sempre la stessa ora.  Vedendo don
    Gesualdo di ritorno gli disse subito:
    - Vi ha fatto chiamare il barone Zacco? Non c'era motivo... Qui non si
    fanno misteri...
    - Non si fanno misteri! - ripigli il marito.  - Si tratta di metterci
    d'accordo... tutti i bene intenzionati... Se  bene intenzionato anche
    lui... quel signore!...
    - Ma,  - osserv don Gesualdo. - se la cosa  come dite, io non saprei
    che farci... Cosa volete da me?
    Donna Giuseppina si era perfino trasformata in  volto,  appuntando  in
    faccia  a  questo e a quello gli occhi come due spilli,  masticando un
    sorriso con la bocca nera.  Cacci indietro del tutto il marito,  e si
    prese tutto per s il cugino Motta.
    - S,  il rimedio c'!... c'! - E stette un po' a guardarlo fisso per
    fare pi colpo.  Poscia,  tenendo stretta la borsa fra le mani gli  si
    accost con una mossa dei fianchi, in confidenza:
    - Si tratta di far prendere le terre a gente nostra...  sottomano... -
    disse il barone.
    - No! no!... Lasciate che gli spieghi io... Le terre del comune devono
    darsi a censo,  eh?  a pezzi e a bocconi perch ogni villano abbia  la
    sua parte? Va bene! Lasciamoli fare. Anzi, mettiamo avanti, sottomano,
    degli altri pretendenti... dei maestri di bottega, della gente che non
    sa  cosa  farsene  della  terra  e  non ne caver neppure i denari del
    censo. Ci hanno tutti lo stesso diritto,  non  vero?  Allora,  con un
    po' di giudizio,  anticipando a questo e a quello una piccola somma...
    Loro falliscono in capo all'anno,  e  noi  ci  pigliamo  la  terra  in
    compenso del credito.  Avete capito? Bisogna evitare per quanto si pu
    che ci mettano mano i villani.  Quelli non se lo lasciano scappare mai
    pi il loro pezzetto di terra. Ci lasciano le ossa piuttosto!
    Don  Gesualdo  si  alz  di  botto,  colle  narici  aperte,  la faccia
    rianimata a un tratto,  e si mise a passeggiare per  la  stanza.  Poi,
    tornando in faccia ai due che s'erano alzati pure, sorpresi:
    - Questa non viene da voi!  - esclam.  - Questa  buona! Questa so di
    dove viene!
    - Ah! ah! capite? vedete?...  - rispose il barone trionfante.  - Prima
    di  tutto  bisogna tappare la bocca a Nanni l'Orbo...  Col giudizio...
    con un po' di denaro... senza far torto a nessuno,  ben inteso!...  La
    giustizia...
    -   Voi   che   ci   avete  mano...   Quello    un  imbroglione,   un
    arruffapopolo... capace di aizzarci contro tutto il paese.  Voi che ci
    avete mano dovreste chiudergli la bocca.
    Don  Gesualdo torn a sedersi,  pentito d'essersi lasciato trasportare
    dal primo movimento, grattandosi il capo.
    Ma il barone Zacco, che stava di l coll'orecchio teso,  non seppe pi
    frenarsi.
    - Scusate,  scusate,  signori miei! - disse entrando. - Se disturbo...
    se avete da parlare in segreto... Me ne vo... - E si mise a sedere lui
    pure, col cappello in testa.
    Tacquero tutti,  ciascuno sbirciando sottecchi il compagno,  don  Nin
    col  naso dentro la sciarpa,  sua moglie colle labbra strette.  Infine
    disse che le rincresceva tanto della malattia di  Bianca.  -  Proprio!
    c'  un  lutto  nel paese.  Nin  un pezzo che mi predica: Giuseppina
    mia, dobbiamo andare a vedere come sta mia cugina... Gl'interessi sono
    una cosa, ma la parentela poi  un'altra...
    - Dunque, - riprese don Gesualdo,  - questa bella pensata di pigliarci
    sottomano le terre del comune chi l'ha fatta?
    Allora  non  fu  pi  il  caso  di  fingere.  Donna Giuseppina torn a
    discorrere del fermento che c'era  in  paese,  della  rivoluzione  che
    minacciavano.  Il barone Zacco si agit,  facendo segno col capo a don
    Gesualdo.
    - Eh? eh? Cosa vi ho detto or ora?...
    - Infine... - conchiuse donna Giuseppina, -  meglio parlarci chiaro e
    darci la mano tutti quelli che abbiamo da perdere...
    E torn su quella birbonata di sminuzzare le terre del  comune  fra  i
    pi  poveri,  in tante briciole,  un pizzico per ciascuno,  che non fa
    male a nessuno!...  Essa rideva cos che le ballava  il  ventre  dalla
    bile.
    -  Ah???  -  esclam il barone pavonazzo in viso,  e cogli occhi fuori
    dell'orbita.  - Ah???  - E non disse altro Don Gesualdo  rideva  anche
    lui.
    - Ah? voi ridete, ah?
    - Cosa volete che faccia? Non me ne importa nulla, vi dico!
    Donna  Giuseppina  rimase stupefatta: - Come!...  voi!...  - Quindi lo
    tir in  disparte,  vicino  al  canterano  dov'era  l'orologio  fermo,
    parlandogli piano,  con le mani negli occhi. Don Gesualdo stava zitto,
    lisciandosi il mento, con quel risolino calmo che faceva schiattare la
    gente.  I due baroni da lontano tenevano gli occhi fissi  su  di  lui,
    come due mastini. Infine egli scosse il capo.
    - No!  no!  Ditegli al canonico Lupi che denari non ne metto fuori pi
    per simili pasticci. Le terre se le pigli chi vuole... Io ho le mie...
    Gli  altri  gli  si  rivoltarono  contro  tutti  d'accordo,  vociando,
    eccitandosi  l'un  l'altro.  Zacco,  adesso che aveva capito di che si
    trattava, scalmanavasi pi di tutti: - Una pensata seria!  Da uomo con
    tanto  di  barba!  Il  miglior  modo  per  evitare quella birbonata di
    dividere fra i nullatenenti i fondi del comune!...  Capite?...  Allora
    vuol dire che il mio non  pi mio,  e ciascuno vuole la sua parte!...
    - Don Gesualdo, duro, scrollava il capo; badava a ripetere: - No!  no!
    non  mi  ci  pigliano!  - Tutt'a un tratto il barone Zacco afferr don
    Nin per la  sciarpa  e  lo  spinse  verso  il  canap  quasi  volesse
    mangiarselo, sussurrandogli nell'orecchio:
    - Volete sentirla?  Volete che ve la canti?  E' segno che quello l ci
    ha il suo fine per farci rimaner  tutti  quanti  siamo  con  tanto  di
    naso!... Lo conosco!...
    Le   signore   Zacco   allo  strepito  s'erano  affacciate  sull'uscio
    dell'anticamera. Successe un istante d'imbarazzo fra i parenti.  Zacco
    e don Nin si calmarono di botto, tornando cerimoniosi.
    - Scusate!  scusate! La cugina Bianca creder chiss cosa, al sentirci
    gridare...  per nulla poi!...  - Zacco sorrideva bonariamente,  con la
    faccia  ancora  infocata.  Don Nin s'avvolgeva di nuovo la sciarpa al
    collo. Sua moglie, col sorriso amabile lei pure, tolse commiato.
    - Tanti saluti a donna Bianca... Non vogliamo disturbarla...  Speriamo
    che  la  Madonna  abbia a fare il miracolo...  - Don Nin con la bocca
    coperta grugn anche lui qualche parola che  non  pot  udirsi.  -  Un
    momento.  Vengo con voi,  - esclam Zacco.  - E fingendo di cercare il
    cappello e  la  canna  d'India  s'accost  a  don  Gesualdo  nel  buio
    dell'anticamera.
    -  Sentite...  Fate  male,  in  parola d'onore!  Quella  una proposta
    seria!... Fate male a non intendervi col barone Rubiera!...
    - No, non voglio impicci!... Ho tanti altri fastidi pel capo!...  Poi,
    mia moglie ha detto di no. Avete udito voi stesso.
    Il barone stava per montare in furia davvero!
    -  Ah!...  vostra  moglie?...  Le date retta quando vi accomoda!  - Ma
    cambi tono subito. - Del resto fate voi!...  Fate voi,  amico mio!...
    Aspettate,  don Nin.  Veniamo subito. - Sua moglie non la finiva pi.
    Sembrava  che  non  potesse   staccarsi   dal   letto   dell'ammalata,
    rincalzando la coperta, sprimacciandole il guanciale, mettendole sotto
    mano  il  bicchier  d'acqua  e  le  medicine,  con  la  faccia  lunga,
    sospirando,  biasciando avemarie.  Voleva pure  che  restasse  la  sua
    ragazza ad assistere la notte,  se mai.  Donna Lavinia acconsentiva di
    tutto cuore, dandosi da fare anche essa, premurosa, impadronendosi gi
    delle chiavi, vigilando su tutto, come una padrona.
    - No!... - mormor Bianca con la voce rauca.  - No!...  Non ho bisogno
    di nessuno!... Non voglio nessuno!...
    Li   seguiva   per  la  camera  con  l'occhio  inquieto,   sospettoso,
    diffidente,  con un  certo  tono  di  rancore  nella  voce  cavernosa.
    Sforzavasi  di  mostrarsi pi forte,  sollevandosi a stento sui gomiti
    tremanti, cogli omeri appuntati che sembravano forare la camiciuola da
    notte. Poscia,  appena le Zacco se ne furono andate,  ricadde sfinita,
    facendo segno al marito d'accostarsi.
    - Sentite!...  sentite!... Non le voglio pi!... Non le fate venir pi
    quelle donne... Si son messe in testa di darvi moglie... come se fossi
    gi morta.
    E col capo seguitava a far segno di s,  di s,  che non  s'ingannava,
    col mento aguzzo nell'ombra della gola infossata, mentr'egli, chino su
    di  lei,  le parlava come a una bimba sorridendo,  con gli occhi gonfi
    per.
    - Vi portano in casa la Lavinia...  Non vedono l'ora che io chiuda gli
    occhi...  -  Lui protestava di no che non gliene importava nulla della
    Lavinia, che non voleva pi rimaritarsi, che ne aveva visti abbastanza
    dei guai.  E la poveretta stava ad ascoltarlo  tutta  contenta,  cogli
    occhi  lustri  che  penetravano  fin dentro,  per vedere se dicesse la
    verit.
    - Sentite... ancora... un'altra cosa...
    Accennava sempre con la mano,  poich la voce le mancava,  quella voce
    che  sembrava venire da lontano,  gli occhi che si velavano a quando a
    quando di un'ombra. Aveva fatto anche uno sforzo per sollevarsi,  onde
    passargli  un  braccio  al  collo,  come  non  le restasse che lui per
    attaccarsi  alla  vita,   agitando  il  viso  che  si   era   affilato
    maggiormente,  quasi  volesse nasconderglielo in petto,  quasi volesse
    confessarsi con lui.  Dopo un momento allent le  braccia,  col  volto
    rigido e chiuso, colla voce mutata:
    - Pi tardi... Vi dir poi... Ora non posso...


    2.

    Adesso  tutto  andava  a  rotta di collo per don Gesualdo;  la casa in
    disordine;  la gente di campagna,  lontano dagli  occhi  del  padrone,
    faceva  quel  che  voleva;  le  stesse serve scappavano ad una ad una,
    temendo il contagio della tisi; persino Mena, l'ultima che era rimasta
    pel bisogno,  quando parlarono di farle lavare i  panni  dell'ammalata
    che  la lavandaia rifiutavasi di portare al fiume,  temendo di perdere
    le altre pratiche, disse chiaro il fatto suo:
    - Don Gesualdo,  scusate tanto,  ma la mia pelle vale quanto la vostra
    che  siete  ricco...  Non  vedete com' ridotta vostra moglie?...  Mal
    sottile , Dio liberi! Io ho paura, e vi saluto tanto.
    Dopo che s'erano ingrassati nella sua casa!  Ora tutti l'abbandonavano
    quasi rovinasse,  e non c'era neppure chi accendesse il lume. Sembrava
    quella notte alla Salonia,  in cui aveva dovuto mettere colle sue mani
    il  padre  nel cataletto.  N denari n nulla giovava pi.  Allora don
    Gesualdo si scoraggi davvero.  Non sapendo dove dar  di  capo,  pens
    agli  amici  antichi,  quelli che si ricordano nel bisogno,  e mand a
    chiamare Diodata per dare una mano.  Venne invece il  marito  di  lei,
    sospettoso,   guardandosi  intorno,  badando  dove  metteva  i  piedi,
    sputacchiando di qua e di l:
    - Quanto a me... anche la mia pelle, se la volete, don Gesualdo!... Ma
    Diodata  madre  di  famiglia,  lo  sapete...  Se  le  capita  qualche
    disgrazia,  Dio ne liberi voi e me...  Se piglia la malattia di vostra
    moglie... Siamo povera gente... Voi siete tanto ricco; ma io non avrei
    neppure di che pagarle il medico e lo speziale...
    Insomma  le  solite  litanie,  la  solita  giaculatoria  per  cavargli
    dell'altro  sangue.   Finalmente,   dopo  un  po'  di  tira  e  molla,
    s'accordarono sul compenso.  Gli toccava chiudere gli occhi e  chinare
    il  capo.  Nanni  l'Orbo,  tutto contento del negozio che aveva fatto,
    conchiuse:
    - Quanto a noi siete padrone anche della nostra pelle,  don  Gesualdo.
    Comandateci pure,  di notte e di giorno. Vo a pigliare mia moglie e ve
    la porto.
    Ma Bianca soffriva adesso di un altro male. Non voleva vedersi Diodata
    per casa.  Non pigliava nulla dalle sue  mani.  -  No!...  tu,  no!...
    Vattene  via!  Che sei venuta a fare,  tu?  - Irritavasi contro quegli
    affamati che venivano a mangiare alle sue spalle.  Come s'affezionasse
    anche alla roba, in quel punto; come si risvegliasse in lei un rancore
    antico,  una  gelosia del marito che volevano rubarle,  quella cattiva
    gente venuta apposta a chiuderle gli occhi, a impadronirsi di tutto il
    suo.  Era diventata tale e quale una bambina,  sospettosa  irascibile,
    capricciosa.  Si lagnava che le mettessero qualche cosa nel brodo, che
    le cambiassero le medicine.  Ogni volta che  si  udiva  il  campanello
    dell'uscio c'era una scena.  Diceva che mandavano via la gente per non
    fargliela vedere.
    - Ho sentito la voce di mio fratello don  Ferdinando!...  E'  arrivata
    una  lettera  di  mia  figlia,  e  non  hanno voluto darmela!...  - Il
    pensiero della figlia era un altro tormento.  Isabella stava anch'essa
    poco  bene,  lontano  tanto,  un  viaggio  che  l'avrebbe rovinata per
    sempre,  scriveva suo marito.  Del resto sapevano  da  un  pezzo  come
    Bianca  si  strascinasse  fra  letto e lettuccio,  e non avrebbero mai
    creduto la catastrofe cos  prossima.  Intanto  la  povera  madre  non
    sapeva  darsi  pace,  e  se  la  pigliava con don Gesualdo e con tutti
    quanti le stavano vicino.  Ci voleva una pazienza da santi.  Aveva  un
    bel dire suo marito:
    -  Guarda!...  Cosa  diavolo  ti  viene  in mente adesso!...  Anche la
    gelosia ti viene in mente!... - Essa aveva certe occhiate nere che non
    le aveva mai visto.  Con certo suono che non le aveva mai udito  nella
    voce rauca, essa gli diceva:
    -  Mi  avete  tolto  mia  figlia...  anche  adesso  che sono in questo
    stato!...  Ve lo lascio per scrupolo di  coscienza!...  -  Oppure  gli
    rinfacciava  di  averle messo fra i piedi quell'altra gente...  Oppure
    non rispondeva affatto, col viso rivolto al muro, implacabile.
    Nanni l'Orbo s'era installato come un papa in casa  di  don  Gesualdo.
    Mangiava  e  beveva.  Veniva ogni giorno a empirsi la pancia.  Diodata
    badava  a  quel  che  c'era  da  fare,  e  lui  correva  in  piazza  a
    spassarsela,  a confabulare cogli amici,  a dir che ci voleva questo e
    si doveva far quell'altro,  a difendere la causa  della  povera  gente
    nella  quistione  di  spartirsi  i  feudi del comune,  ciascuno il suo
    pezzetto,  come voleva Dio,  e quanti figliuoli ogni galantuomo  aveva
    sulle  spalle,  tante  porzioni!  Egli  conosceva anche per filo e per
    segno tutti i maneggi dei pezzi grossi che cercavano  appropriarsi  le
    terre.  Una  volta attacc una gran discussione su quest'argomento con
    Canali, e and a finire a pugni, adesso che non era pi il tempo delle
    prepotenze e ognuno diceva le sue ragioni.
    Il giorno dopo mastro Titta era andato da Canali a radergli la  barba,
    allorch suonarono il campanello e Canali and a vedere colla saponata
    al mento. Mentre affilava il rasoio, mastro Titta allung il collo per
    semplice curiosit, e vide Canali il quale parlava nell'anticamera con
    Gerbido,  una faccia tutti e due da far tendere l'orecchio a chiunque.
    Canali diceva a Gerbido: - Ma ti fidi poi?  -  E  Gerbido  rispose:  -
    Oh!!! - Nient'altro.
    Canali torn a farsi la barba,  tranquillo come nulla fosse,  e mastro
    Titta non ci pens pi.  Soltanto la sera,  non sapeva egli stesso  il
    perch...  un presentimento,  vedendo Gerbido appostato alla cantonata
    della Masera,  colla carabina sotto!...  Gli  tornarono  in  mente  le
    parole di poco prima.
    -  Chiss per chi  destinata quella pillola,  Dio liberi!...  - pens
    fra di s.
    Gi i tempi erano sospetti,  e la gente s'era affrettata a casa  prima
    che suonasse l'avemaria. Pi in l incontrando Nanni l'Orbo, che stava
    da  quelle  parti,  il  cuore gli disse che Gerbido aspettasse appunto
    lui.
    - Che fate a quest'ora fuori, compare Nanni? - gli disse mastro Titta.
    - Venitevene a casa piuttosto, che faremo la strada insieme...
    - No,  mastro Titta,  devo passare qui dal  tabaccaio,  e  poi  vo  un
    momento  a  vedere  Diodata,  che    ad  assistere  la  moglie di don
    Gesualdo.
    - Fatemi questo piacere,  compare Nanni!  Venite a casa piuttosto!  Il
    tabacco ve lo dar io,  e da vostra moglie ci andrete domani.  Non son
    tempi d'andare per le strade a quest'ora!... Credete a me!...
    L'altro la voltava in burla;  diceva di non aver paura  lui,  che  gli
    rubassero  i  denari  che  non aveva...  L'aspettava sua moglie con un
    piatto di maccheroni...  e  tante  altre  cose...  Per  un  piatto  di
    maccheroni, Dio liberi, ci lasci la pelle!
    Appena  mastro  Titta  ud  il rumore della schioppettata,  due minuti
    dopo, disse fra s: - Questa  compare Nanni che se l' presa.
    Don Gesualdo quel giorno aveva avuto degli altri dispiaceri.  Speranza
    mandava  l'usciere  giusto  quando  sapeva  di  fargli dare l'anima al
    diavolo.  Non gli lasciavano requie da anni ed  anni,  e  gli  avevano
    fatto  incanutire i capelli con quella lite.  Anche Speranza ci si era
    ridotta simile a una strega;  ci s'era mangiata la chiusa e la  vigna,
    stuzzicata  da  ciascuno  che  avesse  avuto da dire con suo fratello.
    Andava vituperandolo da per tutto.  L'aspettava apposta  nella  strada
    per vomitargli addosso delle ingiurie. Gli aizzava contro i figliuoli,
    poich  il  marito non voleva guastarsi il sangue - era buono soltanto
    per portarsi la pancia a spasso nel paese,  lui - e lo  stesso  Santo,
    allorch  aveva bisogno di denari,  voltava casacca e si metteva dalla
    parte di Gesualdo,  a sputare contro di lei gli stessi  improperi  che
    aveva  diretto  al  fratello:  una banderuola che girava a seconda del
    vento.
    - E' una vera bricconata,  vedete,  don Camillo!  Mi tirano di  queste
    sassate giusto mentre sono nei guai sino al collo.  Ho seminato bene e
    raccolgo male da tutti quanti, vedete!
    Don Camillo si strinse nelle spalle.
    - Scusate, don Gesualdo. Io fo l'ufficio mio. Perch vi siete guastato
    col canonico Lupi?... Per l'appalto dello stradone!... per una cosa da
    nulla...  Quello  un servo di Dio che bisogna tenerselo amico...  Ora
    soffia nel fuoco coi vostri parenti... Non voglio dir male di nessuno;
    ma vi dar da fare, caro don Gesualdo!
    E don Gesualdo stava zitto;  curvava le spalle adesso che ciascuno gli
    diceva la sua,  e chi poteva gli tirava la sassata.  Come sapevasi che
    sua  moglie stava peggio,  il marchese Limli era venuto a visitare la
    nipote,  e ci aveva condotto  pure  don  Ferdinando,  tutti  e  due  a
    braccetto,  sorreggendosi  a  vicenda.  -  La  morte e l'ignorante,  -
    osservavano quanti li incontravano a  quell'ora  per  le  strade,  col
    fermento che c'era nel paese; e si facevano la croce vedendo ancora al
    mondo  don  Ferdinando,  con  quella  palandrana  che  non  teneva pi
    insieme.  I due vecchi s'erano messi a sedere dinanzi  al  letto,  col
    mento  sul  bastone,  mentre  don  Gesualdo  faceva  la  storia  della
    malattia, e il cognato gli voltava la schiena senza dir nulla, rivolto
    alla  sorella,  la  quale  guardava  or  questo  ed  ora  quell'altro,
    poveretta,  con  quegli  occhi  che volevano far festa a tutti quanti,
    allorch s'ud un voco per la strada,  gente che correva  strillando,
    quasi fosse scoppiata la rivoluzione che s'aspettava. Tutt'a un tratto
    si ud bussare al portone e una voce che gridava:
    - Comare Diodata, aprite! Correte, subito! Andate a vedere, che vostro
    marito si  presa una schioppettata!... l, nella farmacia!...
    Diodata corse cos come si trovava,  a testa scoperta,  urlando per le
    strade.  In un momento la casa di don Gesualdo  fu  tutta  sottosopra.
    Venne  anche  il  barone Zacco,  sospettoso,  inquieto,  masticando le
    parole, guardandosi dinanzi e di dietro prima d'aprir bocca.
    - Avete visto? E' fatta! Hanno ammazzato il marito di Diodata!
    Don Gesualdo allora si lasci scappare la pazienza.
    - Che ci posso fare io? Mi mancava anche questa! Che diavolo volete da
    me?
    -  Ah,   cosa  potete   farci?...   Scusate!   Credevo   che   doveste
    ringraziarmi...  se  vengo  subito  ad  avvertirvi...  pel bene che vi
    voglio... da amico... da parente...
    Intanto sopraggiungeva dell'altra gente.  Zacco allora andava a vedere
    chi fosse, socchiudendo l'uscio dell'anticamera. Ogni momento si udiva
    sbattere il portone, tanti scossoni per la povera ammalata. A un certo
    punto Zacco venne a dire, tutto stravolto:
    -  A  Palermo  c' un casa del diavolo...  La rivoluzione...  Vogliono
    farla  anche  qui...  Quel  briccone  di  Nanni  l'Orbo  doveva  farsi
    ammazzare giusto adesso!...
    Don  Gesualdo  continuava a stringersi nelle spalle,  come uno che non
    gliene importa nulla oramai,  tutto per la poveretta ch'era in fin  di
    vita.  Dopo  un  po'  giunsero la moglie e le figlie del barone Zacco,
    vestite di casa, cogli scialli gi pel dorso,  le facce lunghe,  senza
    salutar  nessuno.  Si  vedeva  ch'era  finita.  La  baronessa andava a
    parlare ogni momento sottovoce col marito.  Donna Lavinia  s'impadron
    delle chiavi. A quella vista don Gesualdo si sbianc in viso. Non ebbe
    il  coraggio neppure di chiedere s'era giunta l'ora.  Soltanto,  cogli
    occhi lustri interrogava tutti quanti, ad uno ad uno.
    Ma gli rispondevano con delle mezze parole.  Il  barone  allungava  il
    muso,  sua  moglie  alzava gli occhi al cielo,  colle mani giunte.  Le
    ragazze,  gi prese dal  sonno,  stavano  zitte  sedute  nella  stanza
    accanto  a  quella  dov'era  l'ammalata.  Verso  mezzanotte,  come  la
    poveretta s'era chetata a poco a poco,  don Gesualdo voleva mandarli a
    riposare.
    - No, - disse il barone, - non vi lasceremo solo questa notte.
    Allora don Gesualdo non fiat pi,  giacch non c'era pi speranza. Si
    mise a passeggiare in lungo e in  largo,  a  capo  chino,  colle  mani
    dietro  la  schiena.  Di  tanto  in  tanto  si chinava sul letto della
    moglie. Poi tornava a passeggiare nella stanza vicina,  borbottava fra
    di s, scrollava il capo, si stringeva nelle spalle. Infine si rivolse
    a Zacco, colla voce piena di lagrime:
    -  Io  direi  di  mandare  a  chiamare  i  suoi  parenti...   eh?  don
    Ferdinando... Che ne dite voi?
    Zacco fece una smorfia.-  I  suoi  parenti?...  Ah,  va  bene...  Come
    volete... Domani... a giorno fatto...
    Ma  il  pover'uomo  non  seppe  pi frenarsi,  le parole gli cuocevano
    dentro e sulle labbra.
    - Capite?... Neanche farle vedere la figliuola per l'ultima volta!  E'
    un porco,  quel signor duca! Tre mesi che scrive oggi verremo e domani
    verremo! Come se avesse dovuto campar cent'anni quella poveretta! Dice
    bene il proverbio: Lontano dagli occhi e  lontano  dal  cuore.  Ci  ha
    rubato la figlia e la dote, quell'assassino!
    E continu a sfogarsi cos per un pezzo colla moglie di Zacco, che era
    mamma anche lei,  e accennava di s,  sforzandosi di tenere aperti gli
    occhi che le si chiudevano da soli. Egli,  che non sentiva n il sonno
    n nulla, tornava a brontolare:
    - Che notte! che nottata eterna! Com' lunga questa notte,
    Domeneddio!
    Appena  spunt  il  giorno  apr  il  balcone  per  chiamare  Nardo il
    manovale, e mandarlo da tutti i parenti, ch Bianca, poveretta,  stava
    assai  male,  se  volevano  vederla.  Per  la  strada c'era un via vai
    straordinario,  e laggi in piazza udivasi un  gran  sussurro.  Mastro
    Nardo, al ritorno, port la notizia.
    - Hanno fatto la rivoluzione. C' la bandiera sul campanile.
    Don  Gesualdo  lo  mand  al  diavolo.  Gliene  importava  assai della
    rivoluzione adesso!  L'aveva in casa la rivoluzione adesso!  Ma  Zacco
    procurava di calmarlo.
    -  Prudenza,  prudenza!  Questi  son tempi che ci vuol prudenza,  caro
    amico.
    Di l a un po' si ud bussare di nuovo al portone.  Don Gesualdo corse
    in persona ad aprire, credendo che fosse il medico o qualchedun' altro
    di  tutti  coloro  che  aveva  mandato a chiamare.  Invece si trov di
    faccia il canonico Lupi,  vestito di  corto,  con  un  cappellaccio  a
    cencio, e il baronello Rubiera che se ne stava in disparte.
    - Scusate,  don Gesualdo... Non vogliamo disturbarvi... Ma  un affare
    serio... Sentite qua...
    Lo tir nella stalla onde dirgli sottovoce il  motivo  per  cui  erano
    venuti. Don Nin da lontano, ancora imbroncito, approvava col capo.
    - S'ha da fare la dimostrazione, capite? Gridare che vogliamo Pio Nono
    e la libert anche noi...  Se no ci pigliano la mano i villani. Dovete
    esserci anche voi. Non diamo cattivo esempio, santo Dio!
    - Ah?  La stessa canzone della Carboneria?  - salt  su  don  Gesualdo
    infuriato.   -  Vi  ringrazio  tanto,  canonico!  Non  ne  fo  pi  di
    rivoluzioni! Bel guadagno che ci abbiamo fatto a cominciare! Adesso ci
    hanno preso gusto,  e ogni po' ve ne piantano un'altra per togliervi i
    denari  di  tasca.  Oramai  ho capito cos': Levati di l,  e dammi il
    fatto tuo!
    - Vuol dire che difendete il Borbone? Parlate chiaro.
    - Io difendo la mia roba, caro voi!  Ho lavorato...  col mio sudore...
    Allora...  va bene... Ma adesso non ho pi motivo di fare il comodo di
    coloro che non hanno e non posseggono...
    - E allora ve la fanno a voi, capite! Vi saccheggiano la casa e tutto!
    Il canonico aggiunse che veniva nell'interesse di coloro  che  avevano
    da  perdere e dovevano darsi la mano,  in quel frangente,  pel bene di
    tutti...  Se no,  non ci avrebbe messo i piedi in casa sua...  dopo il
    tiro che gli aveva giocato per l'appalto dello stradone...
    -  Scusate!  Giacch  volete  fare il sordo...  Sapete che avete tanti
    nemici!  Invidiosi...  quel che volete...  Intanto non vi guardano  di
    buon occhio...  Dicono che siete peggio degli altri, ora che avete dei
    denari. Questo  il tempo di spenderli, i denari,  se volete salvar la
    pelle!
    A quel punto prese la parola anche don Nin:
    - Lo sapete che ci accusano di aver fatto uccidere Nanni l'Orbo... per
    chiudergli la bocca... Voi pel primo!... Mi dispiace che m'hanno visto
    venire con mia moglie, l'altra sera...
    -  Gi,  -  osserv  il  canonico,  -  siamo giusti.  Chi poteva avere
    interesse che compare Nanni non  chiacchierasse  tanto?...  Una  bocca
    d'inferno,  signori  miei!  La storia di Diodata la sa tutto il paese.
    Ora vi scatenano contro anche i figliuoli... vedrete, don Gesualdo!
    - Va bene, - rispose don Gesualdo. - Vi saluto.  Non posso lasciar mia
    moglie  in quello stato per ascoltar le vostre chiacchiere.  - E volse
    loro le spalle.
    - Ah,  - soggiunse il canonico andandogli dietro su per  le  scale.  -
    Scusate,  non  ne  sapevo nulla.  Non credevo che fossimo gi a questo
    punto...
    Giacch erano l non potevano fare a meno di salire un momento a veder
    donna Bianca,  lui e il baronello.  Don Nin si  ferm  all'uscio  col
    cappello  in  mano,  senza dire una parola,  e il canonico,  che se ne
    intendeva,  dopo un po' fece cenno col capo a  don  Gesualdo,  come  a
    dirgli di s, ch'era ora.
    - Io me ne vo,  - disse don Nin rimettendosi il cappello. - Scusatemi
    tanto, io non ci reggo.
    C'era gi don Ferdinando Trao al capezzale, come una mummia,  e la zia
    Macr,  la  quale  asciugava  il viso alla nipote con un fazzoletto di
    tela fine. Le Zacco erano pallide della nottata persa, e donna Lavinia
    non si reggeva pi in piedi.  Sopraggiunse il marchese Limli  insieme
    al confessore.  Donna Agrippina allora li mise fuori tutti quanti. Don
    Gesualdo, dietro a quell'uscio chiuso, si sentiva un gruppo alla gola,
    quasi gli togliessero prima del tempo la sua povera moglie.
    - Ah!... - borbott il marchese.  - Che commedia,  povera Bianca!  Noi
    restiamo  qui  per  assistere  ogni  giorno  alla  commedia,  eh,  don
    Ferdinando!...  Anche la morte s' scordata  che  ci  siamo  al  mondo
    noi!...
    Don  Ferdinando  stava a sentire,  istupidito.  Tratto tratto guardava
    timidamente di sottecchi il cognato che  aveva  gli  occhi  gonfi,  la
    faccia gialla e ispida di peli, e faceva atto d'andarsene, impaurito.
    - No,  - disse il marchese. - Non potete lasciare la sorella in questo
    punto. Siete come un bambino, caspita!
    Entr  in  quel  mentre  il  barone  Mndola,   col  fiato  ai  denti,
    cominciando dallo scusarsi a voce alta:
    -  Mi  dispiace...  Non  ne  sapevo  nulla...  Non  credevo...  - Poi,
    vedendosi intorno quei visi e quel silenzio,  abbass la voce e and a
    finire il discorso in un angolo, all'orecchio del barone Zacco. Costui
    tornava  a  parlare  della  nottata  che avevano persa: le sue ragazze
    senza chiudere occhio,  Lavinia che  non  si  reggeva  in  piedi.  Don
    Gesualdo  guardava  vero stralunato di qua e di l,  ma si vedeva che
    non gli dava retta. In quella torn ad uscire il prete, strascicando i
    piedi,  con una commozione che gli faceva tremar  le  labbra  cadenti,
    povero vecchio.
    - Una santa!... - disse al marito. - Una santa addirittura!
    Don Gesualdo afferm col capo,  col cuore gonfio anche lui. Bianca ora
    stava supina,  cogli occhi sbarrati,  il viso come velato da un'ombra.
    Donna Agrippina preparava l'altare sul com, con la tovaglia damascata
    e i candelieri d'argento.  A che gli giovava adesso avere i candelieri
    d'argento?  Don Ferdinando andava toccando ogni cosa,  proprio come un
    bambino curioso. Infine si piant ritto dinanzi al letto, guardando la
    sorella che stava facendo i conti con Domeneddio in quel momento, e si
    mise  a  piangere  e  a  singhiozzare.  Piangevano  tutti  quanti.  In
    quell'istante  fece  capolino   dall'uscio   donna   Sarina   Cirmena,
    scalmanata,  col manto alla rovescia,  esitante, guardando intorno per
    vedere come l'avrebbero accolta,  cominciando diggi  a  fregarsi  gli
    occhi col fazzoletto ricamato.
    - Scusate! Perdonate! Io non ci ho il pelo nello stomaco... Ho sentito
    che mia nipote... Il cuore l'ho qui, di carne!... L'ho tenuta come una
    figliuola!... Bianca!... Bianca!...
    - No,  zia!  - disse donna Agrippina.  - S'aspetta il viatico.  Non la
    disturbate adesso con pensieri mondani...
    - E' giusto, - disse donna Sarina. - Scusatemi, don Gesualdo.
    Dopo che si fu comunicata,  Bianca parve un po' pi  calma.  L'affanno
    era cessato,  e arriv a balbettare qualche parola.  Ma aveva una voce
    che s'udiva appena.
    - Vedete?  - disse donna Agrippina.  - Vedete,  ora che si  messa  in
    grazia  di Dio!...  Alle volte il Signore fa il miracolo.  - Le misero
    sul petto la reliquia della  Madonna.  Donna  Agrippina  si  tolse  il
    cingolo  della  tonaca  per  ficcarglielo  sotto il guanciale.  La zia
    Cirmena portava esempi di guarigioni miracolose: tutto  sta  ad  avere
    fede  nei  santi e nelle reliquie benedette: il Signore pu far questo
    ed altro.  Lo stesso don Gesualdo allora si mise a  piangere  come  un
    bambino.
    - Anche lui! - borbott donna Sarina, fingendo di parlare all'orecchio
    della  Macr.  -  Anche lui,  il cuore non l'ha cattivo in fondo.  Non
    capisco per come Isabella non sia venuta...  duchessa o no!...  Mamme
    ne abbiamo una sola!...  Se bisognava fare tante storie per arrivare a
    questo bel risultato...
    - E' un porco!... un infame!...  un assassino!  - seguit a brontolare
    don Gesualdo,  stralunato,  colle labbra strette, gli occhi accesi che
    pareva un pazzo.
    - Eh? che cosa? - domand la Cirmena.
    - Ssst! ssst! - interruppe donna Agrippina.
    Il barone Mndola si chin all'orecchio di Zacco  per  dirgli  qualche
    cosa. L'altro scosse il testone arruffato e gonfio due o tre volte. La
    baronessa  approfitt  del  buon  momento  per  indurre don Gesualdo a
    pigliare un po' di ristoro dalle mani stesse di Lavinia. - S,  un po'
    di brodo, due giorni che non apriva bocca il pover'uomo!...
    Come passarono nella stanza accanto,  che dava sulla strada, si ud da
    lontano un rumore che pareva  del  mare  in  tempesta.  Mndola  narr
    allora quello che aveva visto nel venire.
    - Sissignore! Hanno messo la bandiera sul campanile.
    Dicono ch' il segno di abolire tutti i dazi e la fondiaria. Perci or
    ora faranno la dimostrazione. Il procaccia delle lettere ha portato la
    notizia  che  a Palermo l'hanno gi fatta...  e anche in tutti i paesi
    lungo la strada. Sicch sarebbe una porcheria a non farla anche qui da
    noi...   Infine  cosa  pu  costare?   La  banda,   quattro  palmi  di
    mussolina... Guardate!... guardate!...
    Dalla  via  del  Rosario spuntava una bandiera tricolore in cima a una
    canna,  e dietro una fiumana di gente che vociava e agitava braccia  e
    cappelli  in aria.  Di tanto in tanto partiva anche una schioppettata.
    Il marchese, ch'era sordo come una talpa, domand:
    - Eh? Che c'?
    Il finimondo c'era! Don Gesualdo rimase colla chicchera in mano. S'ud
    in quel punto una forte  scampanellata  all'uscio,  e  Zacco  corse  a
    vedere.  Dopo un momento sporse il capo dall'uscio dell'anticamera,  e
    chiam a voce alta:
    - Marchese! Marchese Limli!
    Rimasero a discutere sottovoce nell'altra stanza. Pareva che il barone
    mettesse buone parole con un terzo  che  era  arrivato  allora,  e  il
    marchese andasse scaldandosi.  - No!  no!  una porcheria! - In quella
    rientr Zacco, solo, col viso acceso.
    - Sentite, don Gesualdo!... Un momento... una parolina...
    La folla  era  giunta  l,  sotto  la  casa;  si  vedeva  la  bandiera
    all'altezza del balcone, quasi volesse entrare. Si udivano degli urli:
    viva, morte.
    - Un momento! - esclam allora Zacco, mettendo da parte ogni riguardo.
    - Affacciatevi un momento,  don Gesualdo! Fatevi vedere, se no succede
    qualche diavolo!...
    C'era il canonico Lupi,  che portava  il  ritratto  di  Pio  Nono,  il
    baronello  Rubiera,  giallo come un morto,  sventolando il fazzoletto,
    tant'altra gente, tutti gridando:
    - Viva!... abbasso!... morte!...
    Don Gesualdo,  accasciato sulla seggiola,  colla  chicchera  in  mano,
    seguitava a scrollare il capo, a stringersi nelle spalle, pallido come
    la camicia,  ridotto un vero cencio.  Il marchese assolutamente voleva
    sapere cosa cercasse quella gente, laggi: - Eh? che cosa?
    - Vogliono la vostra roba!  - esclam infine il barone Zacco fuori dei
    gangheri.   Il   marchese   si  mise  a  ridere  dicendo:  -  Padroni!
    padronissimi!  - In quel momento pass di furia donna Agrippina Macr,
    colla tonaca color pulce che le sbatteva dietro,  e nella camera della
    moribonda si ud un gran trambusto,  seggiole  rovesciate,  donne  che
    strillavano.  Don  Gesualdo s'alz di botto,  vacillando,  coi capelli
    irti, pos la chicchera sul tavolino,  e si mise a passeggiare innanzi
    e  indietro,  fuori  di  s,  picchiando  le  mani  l'una sull'altra e
    ripetendo:
    - S' fatta la festa!... s' fatta!


    3.

    Giunse poco dopo una lettera d'Isabella  la  quale  non  sapeva  nulla
    ancora  della  catastrofe,  e fece piangere gli stessi sassi.  Il duca
    scrisse anche lui - un foglietto con una lista nera larga un  dito,  e
    il  sigillo  stemmato,  pur  esso  nero,  che  stringeva  il  cuore  -
    inconsolabile per la perdita della suocera.  Diceva che alla  duchessa
    s'era  dovuto  nascondere la verit per consiglio degli stessi medici,
    visto che sarebbe  stato  un  colpo  di  fulmine,  malaticcia  com'era
    anch'essa,  giusto  alla  vigilia  di mettersi in viaggio per andare a
    vedere sua madre!... Terminava chiedendo per lei qualche ricordo della
    morta,  una bazzecola,  una ciocca di  capelli,  il  libro  da  messa,
    l'anellino nuziale che soleva portare al dito...
    Al notaro poi scrisse per chiedere se la defunta,  buon'anima,  avesse
    lasciati beni stradotali.  - Si seppe  poi  da  don  Emanuele  Fiorio,
    l'impiegato  della posta,  il quale scovava i fatti di tutto il paese,
    giacch il notaro non rispose neppure,  e  solo  con  qualche  intimo,
    brontolone come s'era fatto coll'et, andava dicendo:
    -  Mi pare che il signor duca sia ridotto a cercare la luna nel pozzo,
    mi pare!
    La povera morta se n'era andata alla sepoltura in fretta,  fra quattro
    ceri, nel subbuglio della gente ammutinata che voleva questo, e voleva
    quell'altro, stando in piazza dalla mattina alla sera, a bociare colle
    mani  in  tasca  e  la  bocca  aperta,  aspettando la manna che doveva
    piovere dal campanile imbandierato.  Ciolla ch'era diventato un  pezzo
    grosso  alfine,  con  una  penna  nera nel cappello e un camiciotto di
    velluto che sembrava un bambino, a quell'et, passeggiava su e gi per
    la piazza,  guardando di qua e di l come a dire alla  gente:  -  Ehi!
    badate a voi adesso!  - Don Luca, portando la croce dinanzi alla bara,
    ammiccava gentilmente,  per farsi strada fra la folla,  e sorrideva ai
    conoscenti,  come udiva lungo la via tutti quei gloria che recitava la
    gente alle spalle di mastro-don Gesualdo.
    - Un brigante!  un assassino!  uno che s'era arricchito,  mentre tanti
    altri erano rimasti poveri e pezzenti peggio di prima! uno che aveva i
    magazzini  pieni  di  roba,  e  mandava  ancora  l'usciere in giro per
    raccogliere il debito degli altri.  - A strillare pi  forte  erano  i
    debitori che s'erano mangiato il grano in erba prima della messe.  Gli
    rinfacciavano pure di essere il pi tenace a non voler che  gli  altri
    si pigliassero le terre del comune,  ciascuno il suo pezzetto.  Non si
    sapeva donde fosse partita l'accusa;  ma  ormai  era  cosa  certa.  Lo
    dicevano  tutti:  il  canonico  Lupi  armato sino ai denti,  il barone
    Rubiera colla cacciatora di fustagno,  come un  povero  diavolo.  Essi
    erano  continuamente  in mezzo ai capannelli,  alla mano e bonaccioni,
    col cuore sulle labbra: - Quel mastro-don Gesualdo sempre  lo  stesso!
    aveva  fatto  morire  la  moglie  senza  neppure chiamare un medico da
    Palermo!  Una Trao!  Una che l'aveva messo all'onore del mondo!  A che
    l'era  giovato essere tanto ricca?  - Il canonico si lasciava sfuggire
    dell'altro  ancora,  in  confidenza:  Le  stesse  messe  in  suffragio
    dell'anima  avevano  lesinato alla poveretta!  - Lo so di certo.  Sono
    stato in sagrestia. Se non ha cuore neppure pel sangue suo!...  Non mi
    fate parlare, ch domattina devo dir messa! - Nobili e plebei, passato
    il primo sbigottimento,  erano diventati tutti una famiglia.  Adesso i
    signori erano infervorati a difendere la libert;  preti e  frati  col
    crocifisso  sul  petto,  o  la coccarda di Pio Nono,  e lo schioppo ad
    armacollo. Don Nicolino Margarone s'era fatto capitano,  cogli speroni
    e  il  berretto  gallonato.  Donna Agrippina Macr preparava filacce e
    parlava d'andare al campo,  appena cominciava la  guerra.  La  signora
    Capitana raccoglieva per la compera dei fucili, vestita di tre colori,
    il  casacchino  rosso,  la gonnella bianca,  e un cappellino calabrese
    colle penne verdi ch'era un amore. Le altre dame ogni giorno portavano
    sassi alle barricate,  fuori porta,  coi canestrini ornati di nastri e
    la musica avanti. Sembrava una festa, mattina e sera, con tutte quelle
    bandiere,  quella  folla  per  le  strade,  quelle  grida di viva e di
    abbasso,  ogni  momento,  lo  scampano,  la  banda  che  suonava,  la
    luminaria  pi  tardi.  Le  sole finestre che rimanessero chiuse erano
    quelle di don Gesualdo Motta.  Lui il solo che se ne stesse  rintanato
    come  un lupo,  nemico del suo paese,  adesso che ci s'era ingrassato,
    lagnandosi continuamente  che  venivano  a  pelarlo  ogni  giorno,  la
    commissione  per  i  poveri,   il  prestito  forzoso  la  questua  pei
    fucili!...  Lui lo mettevano in capo lista,  lo  tassavano  il  doppio
    degli altri. Gli toccava difendersi e litigare. I signori del Comitato
    che  tornavano  stanchi di casa sua,  dopo un'ora di tira e molla,  ne
    contavano delle  belle.  Dicevano  che  non  capiva  pi  niente,  uno
    stupido,  l'ombra di mastro-don Gesualdo, un cadavere addirittura, che
    stava ancora in piedi per difendere i suoi interessi,  ma la  mano  di
    Dio arriva, tosto o tardi!
    Intanto  i  villani e gli affamati che stavano in piazza dalla mattina
    alla sera,  a bocca aperta,  aspettando la manna che  non  veniva,  si
    scaldavano  il capo a vicenda,  discorrendo delle soperchierie patite,
    delle invernate di stenti,  mentre  c'era  della  gente  che  aveva  i
    magazzini  pieni  di  roba,  dei  campi  e delle vigne!...  Pazienza i
    signori, che c'erano nati...  Ma non si davano pace,  pensando che don
    Gesualdo  Motta  era  nato  povero  e  nudo  al  par di loro.  - Se lo
    rammentavano tutti  povero  bracciante.  -  Speranza,  la  stessa  sua
    sorella  predicava l,  di faccia alla bandiera inalberata sul Palazzo
    di Citt,  ch'era giunto alfine il momento di restituire il mal tolto,
    di farsi giustizia colle proprie mani.  Aizzava contro allo zio i suoi
    figliuoli che s'erano fatti grandi e grossi, e capaci di far valere le
    loro ragioni, se non fossero stati due capponi, come il genitore,  che
    s'era   acquetato   subito,   quando   il  cognato  aveva  mandato  un
    gruzzoletto,  allorch Bianca stava male,  dicendo che voleva fare  la
    pace con tutti quanti,  e dei guai ne aveva anche troppi. Giacalone, a
    cui don Gesualdo aveva fatto pignorar la mula pel debito del raccolto,
    l'erede di Pirtuso,  che litigava ancora con lui per certi denari  che
    il  sensale s'era portati all'altro mondo,  tutti coloro che gli erano
    contro per un motivo o  per  l'altro,  soffiavano  adesso  nel  fuoco,
    dicendone roba da chiodi, raccontando tutte le porcherie di mastro-don
    Gesualdo,  sparlandone in ogni bettola e in ogni crocchio, stuzzicando
    anche gli indifferenti,  con quella storia delle  terre  comunali  che
    dovevano spartirsi fra tutti quanti, delle quali ciascuno aspettava il
    suo pezzetto,  di giorno in giorno,  e ancora non se ne parlava, e chi
    ne parlava  lo  facevano  uccidere  a  tradimento,  per  tappargli  la
    bocca...  Si  sapeva da dove era partito il colpo!  Mastro Titta aveva
    riconosciuto Gerbido, l'antico garzone di don Gesualdo, mentre fuggiva
    celandosi il viso nel fazzoletto.  Cos torn a  galla  la  storia  di
    Nanni  l'Orbo  il  quale  s'era accollata la ganza di don Gesualdo coi
    figliuoli,  dei poveri trovatelli che andavano a zappare nei campi del
    genitore per guadagnarsi il pane,  e gli baciavano le mani per giunta,
    come quella bestia di Diodata che a chi gli dava un calcio  rispondeva
    grazie.
    Di e di erano arrivati a scatenargli contro anche loro, una sera che
    li  avevano  tirati  in  quelle  chiacchiere  all'osteria,   e  i  due
    ragazzacci non possedevano neppure di che pagar da  bere  agli  amici.
    Don Gesualdo si vide comparire a quell'ora Nunzio, il pi ardito. - Il
    nome del nonno,  s glielo aveva dato;  ma la roba no!  - Per poco non
    s'accapigliarono,  padre e figlio.  Si fece un gran gridare,  una lite
    che  dur  mezz'ora.  Accorse  anche  Diodata,  coi  capelli per aria,
    vestita di nero. Nunzio, ubbriaco fradicio, pretendeva il fatto suo l
    su due piedi, e gliene disse di tutte le specie, a lei e a lui. Lo zio
    Santo, che s'era accomodato col fratello, dopo la morte della cognata,
    aiutandolo a passar l'angustia,  mangiando e bevendo alla  sua  barba,
    afferr  la  stanga  per  metter  pace.  Il povero don Gesualdo and a
    coricarsi pi morto che vivo.
    In mezzo a tanti dispiaceri s'era ammalato davvero.  Gli  avvelenavano
    il  sangue  tutti i discorsi che sentiva fare alla gente.  Don Luca il
    sagrestano, il quale gli s'era ficcato in casa,  quasi fosse gi l'ora
    di portargli l'olio santo,  pretendeva che don Gesualdo dovesse aprire
    i magazzini alla povera gente,  se voleva salvare l'anima e il  corpo.
    Lui ci aveva cinque figliuoli sulle spalle,  cinque bocche da sfamare,
    e la moglie sei. Mastro Titta, quand'era venuto a cavargli sangue, gli
    cant il resto, colla lancetta in aria:
    - Vedete? Se non mettono giudizio, certuni, va a finir male, stavolta!
    La gente non ne pu pi!  Sono  quarant'anni  che  levo  pelo  e  cavo
    sangue, e sono ancora quello di prima, io!
    Don Gesualdo, malato, giallo, colla bocca sempre amara, aveva perso il
    sonno  e l'appetito;  gli erano venuti dei crampi allo stomaco che gli
    mettevano come tanti cani arrabbiati dentro.  Il barone Zacco  era  il
    solo  amico  che gli fosse rimasto.  E la gente diceva pure che doveva
    averci il suo interesse a fargli l'amico,  qualche disegno  in  testa.
    Veniva  a  trovarlo  sera  e  mattina,  gli  conduceva  la moglie e le
    figliuole, vestiti di nero tutti quanti,  che annebbiavano una strada.
    Gli  lasciava  la  sua  ragazza  per  curarlo: - Lavinia ci ha la mano
    apposta, per far decotti.  - Lavinia  un diavolo,  per tener d'occhio
    una  casa.  -  Lasciate  fare a Lavinia che sa dove metter le mani.  -
    Dall'altro canto poi faceva il viso brusco se Diodata aveva la  faccia
    di farsi vedere ancora l,  da don Gesualdo, con il fazzoletto nero in
    testa, carica di figliuoli,  di gi canuta e curva come una vecchia: -
    No,  no,  buona  donna.  Non  abbiamo bisogno di voi!  Badate ai fatti
    vostri piuttosto, ch qui la cuccagna  finita. - Poscia in confidenza
    spifferava anche delle paternali all'amico.  - Che diavolo ne fate  di
    quella vecchia?... Non vi conviene di lasciarvela bazzicar fra i piedi
    colei,  ora  ch'  vedova!...  Dopo che l'avete avuta in casa anche da
    zitella... Il mondo, sapete bene, ha la lingua lunga! Poi, quell'altra
    storia... la morte di suo marito... E' vero che se lo meritava!...  Ma
    infine  meglio chiudere la bocca alla gente!...  Del resto, non avete
    bisogno di nulla, ora che ci abbiamo qui la mia ragazza.
    Lui stesso si faceva in quattro a disporre e a ordinare nella casa del
    cugino don Gesualdo,  a ficcare il naso in  tutti  i  suoi  affari,  a
    correre  su  e  gi  con le chiavi dei magazzini e della cantina.  Gli
    consigliava pure di mettere a frutto il  denaro  contante,  se  ce  ne
    aveva in serbo, caso mai le faccende s'imbrogliassero peggio.
    - Datelo a mutuo, col suo bravo atto dinanzi notaio... un po' per uno,
    a  tutti  coloro  che  gridano  pi  forte  perch  non hanno nulla da
    perdere, e minacciano adesso di scassinarvi i magazzini e bruciarvi la
    casa. Taceranno, per adesso. Poi, se arrivano a pigliarsi le terre del
    comune,  voi ci mettete subito una bella ipoteca.  Le cose non possono
    andare sempre a questo modo.  I tempi torneranno a cambiare,  e voi ci
    avrete messo sopra le unghie a tempo.
    Ma lui non voleva sentir parlare di denaro.  Diceva che non ne  aveva,
    che   suo   genero   l'aveva  rovinato,   che  preferiva  riceverli  a
    schioppettate,   quelli  che  venivano  a  bruciargli  la  casa  o   a
    scassinargli i magazzini. Era diventato una bestia feroce, verde dalla
    bile, la malattia stessa gli dava alla testa. Minacciava: - Ah! La mia
    roba?  Voglio vederli! Dopo quarant'anni che ci ho messo a farla... un
    tar dopo l'altro!...  Piuttosto cavatemi fuori il fegato e  tutto  il
    resto   in  una  volta,   ch  li  ho  fradici  dai  dispiaceri...   A
    schioppettate!  Voglio ammazzarne prima una dozzina!  A  chi  ti  vuol
    togliere la roba levagli la vita!
    Perci  aveva  armato Santo e mastro Nardo,  il vecchio manovale,  con
    sciabole e carabine.  Teneva il portone sbarrato,  due mastini  feroci
    nel  cortile.  Dicevasi  che in casa sua ci fosse un arsenale;  che la
    sera ricevesse Canali,  il marchese Limli,  dell'altra gente  ancora,
    per  congiurare,  e  un  bel mattino si sarebbero trovate le forche in
    piazza,  e appesi tutti coloro che avevano  fatta  la  rivoluzione.  I
    pochi  amici  perci  l'avevano  abbandonato,  onde non esser visti di
    cattivo occhio.  E Zacco correva davvero un brutto rischio continuando
    ad  andare  da lui e a condurgli tutta la famiglia.  - Peccato che con
    voi ci si rimette il ranno e il sapone!  - gli disse per pi  di  una
    volta.  Sua moglie infine, vedendo che non si veniva a una conclusione
    con quell'uomo, lasci scoppiare la bomba,  un giorno che don Gesualdo
    s'era  appisolato sul canap,  giallo come un morto,  e la sua ragazza
    gli faceva da infermiera, messa a guardia accanto alla finestra.
    - Scusatemi, cugino! Sono madre, e non posso pi tacere, infine... Tu,
    Lavinia, vai di l,  ch ho da parlare col cugino don Gesualdo...  Ora
    che  non c' pi la mia ragazza,  apritemi il cuore,  cugino mio...  e
    ditemi chiaro la vostra intenzione...  Quanto  a  me  ci  avrei  tanto
    piacere...  ed  anche  il  barone  mio  marito...  Ma bisogna parlarci
    chiaro...
    Il poveraccio spalanc gli  occhi  assonnati,  ancora  disfatto  dalla
    colica: - Eh? Che dite? Che volete? Io non vi capisco.
    - Ah!  Non mi capite?  Allora che ci sta a far qui la mia Lavinia? Una
    zitella!  Siete vedovo finalmente,  e gli anni del giudizio li  dovete
    anche  avere,  per pigliare una risoluzione,  e sapere quel che volete
    fare!
    - Niente.  Io non voglio far niente.  Voglio stare in pace,  se mi  ci
    lasciano stare...
    - Ah? Cos? Stateci pure a comodo vostro... Ma intanto non  giusto...
    capite bene!... Sono madre...
    E  stavolta,  risoluta,  ordin  alla figliuola di prendere il manto e
    venirsene via.  Lavinia  obbed,  furibonda  anche  lei.  Tutt'e  due,
    uscendo da quella casa per l'ultima volta, fecero tanto di croce sulla
    soglia. - Una galera, quella baracca! La povera cugina Bianca ci aveva
    lasciato  le  ossa col mal sottile!  - Zacco la sera stessa and a far
    visita al barone Rubiera,  invece di annoiarsi  con  quel  villano  di
    mastro-don  Gesualdo  che  passava la sera a lamentarsi,  tenendosi la
    pancia, all'oscuro, per risparmiare il lume.
    - Mi volete, eh? cugino Rubiera... donna Giuseppina...
    Don Nin era uscito per assistere  a  certo  conciliabolo  in  cui  si
    trattavano affari grossi. Intanto che aspettava, il barone Zacco volle
    fare il suo dovere colla baronessa madre,  ch'era stato un pezzo senza
    vederla.  La trov nella sua  camera,  inchiodata  nel  seggiolone  di
    faccia al letto matrimoniale,  accanto al quale era ancora lo schioppo
    del marito,  buon'anima,  e il crocifisso che gli  avevano  messo  sul
    petto  in punto di morte,  imbacuccata in un vecchio scialle,  e colle
    mani inerti in grembo.  Appena vide entrare il cugino Zacco si mise  a
    piangere  di tenerezza,  rimbambita: delle lagrime grosse e silenziose
    che si gonfiavano a poco a poco  negli  occhi  torbidi,  e  scendevano
    lentamente  gi per le guance floscie.  - Bene,  bene,  mi congratulo,
    cugina Rubiera!  La testa  sana!  Conoscete ancora la gente!  -  Essa
    voleva   narrargli  anche  i  suoi  guai,   biasciando,   sbuffando  e
    imbrogliandosi,  con la lingua grossa e le labbra pavonazze,  spumanti
    di bava.  Il barone,  affettuoso, tendeva l'orecchio, si chinava su di
    lei. - Eh? Che cosa? S, s, capisco! Avete ragione,  poveretta!  - In
    quella  sopraggiunse  la  nuora  infuriata.   -  Non  si  capisce  una
    maledetta!  - osserv Zacco.  - Deve essere un purgatorio per voialtri
    parenti.  - La paralitica fulmin un'occhiata feroce, rizzando pi che
    poteva il capo piegato sull'omero, mentre donna Giuseppina la sgridava
    come una bimba, asciugandole il mento con un fazzoletto sudicio. - Che
    avete? che volete?  stolida!...  Vi rovinate la salute!...  E' proprio
    una creaturina di latte,  Dio lodato! Non bisogna credere a quello che
    dice!  Ci vuole una pazienza da santi  a  durarla  con  lei!...  -  La
    suocera   adesso   spalancava   gli   occhi,   guardandola  atterrita,
    rannicchiando  il  capo  nelle  spalle,  quasi  aspettando  di  essere
    battuta: - Vedete? Santa pazienza!
    -  Ve  l'ho  detto,  -  conchiuse il barone.  - Avete il purgatorio in
    terra, per andarvene diritto in paradiso.
    Indi giunse don Nin a prendere le chiavi della cantina.  Trovando  il
    cugino fece un certo viso sciocco.
    - Ah...  cugino!...  che c' di nuovo? Vostra moglie sta bene?... Qui,
    da me,  lo vedete...  guai  colla  pala!  Che  c',  mamm?  i  soliti
    capricci? Permettetemi, cugino Zacco, devo scendere gi un momento...
    Le  chiavi  stavano  sempre  l,  appese  allo stipite dell'uscio.  La
    paralitica li accompagnava cogli occhi,  senza poter  pronunziare  una
    parola, sforzandosi pi che potesse di girare il capo a ogni passo che
    faceva  il  figliuolo,  con  delle  chiazze  di  sangue  guasto che le
    ribollivano a un tratto nel viso cadaverico.  Zacco allora cominci  a
    snocciolare il rosario contro di mastro-don Gesualdo. - Signore Iddio,
    me  ne  accuso  e  me ne pento!  L'ho durata fin troppo con colui!  Mi
    pareva una brutta cosa abbandonarlo nel bisogno...  in mezzo a tutti i
    suoi  nemici...  Non  fosse  altro per carit cristiana...  Ma via!  
    troppo...  Neanche i  suoi  parenti  possono  tollerarlo,  quell'uomo!
    Figuratevi!  neanche quello stolido di don Ferdinando!...  Si contenta
    di non uscire pi di casa pur di non essere  costretto  a  mettere  il
    vestito  nuovo  che  gli  ha mandato a regalare il cognato...  Sin che
    campa,  avete inteso?  Quello  un  uomo  di  carattere!  Infine  sono
    stanco,  avete  capito?  Non  voglio rovinarmi per amore di mastro-don
    Gesualdo.  Ho moglie e figliuoli.  Dovrei portarmelo appeso  al  collo
    come un sasso per annegarmi?
    - Ah!...  ve l'avevo detto io!  Vediamo,  via,  in coscienza! Cosa era
    mastro-don Gesualdo vent'anni fa?... Ora ci mette i piedi sul collo, a
    noialtri!  Vedete,  signori miei,  un barone Zacco che gli  lustra  le
    scarpe e s'inimica coi parenti per lui!
    L'altro chinava il capo,  contrito. Confessava che aveva errato, a fin
    di bene,  per impedirgli di far dell'altro male,  e cercare di cavarne
    quel  poco  di  buono  che  si  poteva.  Una  volta,  in vita,  si pu
    sbagliare...
    - L'avete capita finalmente? Avete visto chi aveva ragione di noi due?
    La moglie gli chiuse la parola in bocca con una gomitata: - Lasciatelo
    parlare. E' lui che deve dire ci che vuole adesso da noi... quel ch'
    venuto a fare...
    - Bene! - conchiuse Zacco con una risata bonaria.  - Son venuto a fare
    il Figliuol Prodigo, via! Siete contenti?
    Donna Giuseppina era contenta a bocca stretta. Suo marito guard prima
    lei, poi il cugino Zacco, e non seppe che dire.
    - Bene,  - riprese Zacco un'altra volta. - So che stasera quei ragazzi
    vogliono fare un po' di chiasso per le strade.  Ci  avete  appunto  in
    mano  le  chiavi della cantina per tenerli allegri.  Badate che non ho
    peli sulla lingua,  se a qualcuno salta in mente di venire a  seccarmi
    sotto le mie finestre.  Ci ho molta roba anch'io nello stomaco,  e non
    voglio aver dei nemici a credenza, come mastro-don Gesualdo!...
    Marito e moglie si guardarono negli occhi.
    - Son padre di famiglia! - torn a dire il barone.  - Devo difendere i
    miei interessi...  Scusate...  Se giochiamo a darci il gambetto fra di
    noi!...
    Donna Giuseppina prese la parola lei, scandolezzata:
    - Ma che discorsi son questi?...  Scusatemi piuttosto se  metto  bocca
    nei vostri affari. Ma infine siamo parenti...
    - Questo dico io. Siamo parenti! Ed  meglio stare uniti fra di noi...
    di questi tempi!...
    Don  Nin gli stese la mano: - Che diavolo!...  che sciocchezze!...  -
    Quindi si sbotton completamente,  guardando ogni tanto sua moglie:  -
    Venite in teatro questa sera,  per la cantata dell'inno. Fatevi vedere
    insieme a noialtri.  Ci sar  anche  il  canonico.  Dice  che  non  fa
    peccato,  perch    l'inno  del papa...  Discorreremo poi...  Bisogna
    metter mano alla tasca, amico mio. Bisogna spendere e regalare. Vedete
    io?
    E agitava in aria le chiavi della cantina.  La vecchia,  che non aveva
    perduto  una  parola  di tutto il discorso,  sebbene nessuno badasse a
    lei, si mise a grugnire in una collera ostinata di bambina,  gonfiando
    apposta  le vene del collo per diventar pavonazza in viso.  Ricominci
    il baccano: nuora e figliuolo la sgridavano a un tempo; lei cercava di
    urlar pi forte,  agitando la testa furibonda.  Accorse anche Rosaria,
    col  ventre  enorme,   le  mani  sudice  nella  criniera  arruffata  e
    grigiastra, minacciando la paralitica lei pure:
    - Guardate un po'! E' diventata cattiva come un asino rosso!  Cosa gli
    manca, eh? Mangia come un lupo!
    Rosaria non la finiva pi su quel tono.  Il barone Zacco pens bene di
    accomiatarsi in quel frangente.
    - Dunque, stasera, alla cantata.



    4.

    C'era un teatrone, poich s'entrava gratis.  Lumi,  cantate,  applausi
    che  salivano  alle  stelle.  La  signora  Aglae era venuta apposta da
    Modica, a spese del comune,  per declamare l'inno di Pio Nono ed altre
    poesie  d'occasione.  Al vederla vestita alla greca,  con tutta quella
    grazia  di  Dio  addosso,  prosit  a  lei,  don  Nin  Rubiera,  nella
    commozione  generale,  si  sentiva  venire  le  lagrime agli occhi,  e
    smanacciava pi forte degli altri, borbottando fra di s:
    - Corpo di!... E' ancora un bel pezzo di donna!...  Fortuna che non ci
    sia mia moglie qui!...
    Ma  i  rimasti  fuori,  che spingevano senza poter entrare,  partirono
    finalmente a strillare viva e morte per conto proprio;  e quanti erano
    in teatro,  al baccano, uscirono in piazza, lasciando la prima donna e
    il signor Pallante a sbracciarsi da soli,  colle bandiere in mano.  In
    un  momento si riun una gran folla,  che andava ingrossando sempre al
    par di un fiume.
    Udivasi un grido immenso,  degli urli che nel buio e nella confusione
    suonavano minacciosi.  Don Niccolino Margarone,  Zacco,  Mommino Neri,
    tutti i bene intenzionati, si sgolavano a chiamare "fuori i lumi!" per
    vederci chiaro, e che non nascessero dei guai.
    La folla dur un pezzo a vociare di qua e di l. Indi si rovesci come
    un torrente gi per la via di San  Giovanni.  Dinanzi  all'osteria  di
    Pecu-Pecu  c'era un panchettino con dei tegami di roba fritta che and
    a catafascio - petronciani e pomidoro sotto i piedi. Santo Motta,  che
    stava l di casa e bottega,  strillava come un ossesso, vedendo andare
    a male tutta quella roba.
    - Bestie!  animali!  Che non  ne  mangiate  grazia  di  Dio?  -  Quasi
    pestavano  anche  lui,  nella  furia.  Giacalone  e  i pi infervorati
    proposero di sfondar l'uscio  della  chiesa  e  portare  il  santo  in
    processione,  per far pi colpo. S e no. - Bestemmie e sorgozzoni, l
    all'oscuro,  sul sagrato.  Mastro Cosimo intanto s'era arrampicato sul
    campanile e suonava a distesa. Le grida e lo scampano giungevano sino
    all'Ala,  sino a Monte Lauro,  come delle folate di uragano. Dei lumi
    si vedevano correre nel paese alto, - un finimondo. A un tratto, quasi
    fosse corsa una parola d'ordine, la folla s'avvi tumultuando verso il
    Fosso,  dietro  coloro  che  sembravano  i  caporioni.  Mndola,   don
    Nicolino,  lo stesso canonico Lupi che s'era cacciato nella baraonda a
    fin di bene,  strillavano inutilmente: - Ferma!  ferma!  -  Il  barone
    Zacco, non avendo pi le gambe di prima, faceva piovere delle legnate,
    a chi piglia piglia, per far intender ragione agli orbi.
    - Ehi?  Che facciamo?...  Adagio, signori miei!.. Non cominciamo a far
    porcherie! In queste cose si sa dove si comincia e non si sa...
    Come molti avevano messo orecchio al discorso di sfondar usci e far la
    festa a tutti i santi, la marmaglia ora pigiavasi dinanzi ai magazzini
    di mastro-don Gesualdo.  Dicevasi ch'erano pieni sino al tetto.  - Uno
    ch'era nato povero come Giobbe,  e adesso aveva messo superbia, ed era
    nemico giurato dei poveretti e dei liberali! - Coi sassi, coi randelli
    - due o tre s'erano armati di un pietrone e  davano  sulla  porta  che
    parevano  cannonate.  Si udiva la vocetta stridula di Brasi Camauro il
    quale piagnucolava come un ragazzo:
    - Signori miei!  Non c' pi religione!  Non vogliono pi sapere n di
    cristi n di santi! Vogliono lasciarci crepare di fame tutti!
    All'improvviso  dal frastuono scapparono degli urli da far accapponare
    la pelle. Santo Motta malconcio e insanguinato, rotolandosi per terra,
    riesc a far fare un po' di largo  dinanzi  all'uscio  del  magazzino.
    Allora i galantuomini,  vociando anche loro,  spingendo,  tempestando,
    cacciarono indietro i pi riottosi. Il canonico Lupi,  aggrappato alla
    inferriata della finestra, tentava di farsi udire:
    -...  maniera?...  religione!... la roba altrui!... il Santo Padre!...
    se cominciamo...  - Altre grida rispondevano dalla  moltitudine:  -...
    eguali...  poveri...  tirare pei piedi!... bue grasso!... - Giacalone,
    onde aizzar la folla, spinse avanti i due bastardi di Diodata ch'erano
    nella calca, schiamazzando: -... don Gesualdo!... se c' giustizia!...
    abbandonati in mezzo a una strada!... se ne lagna anche Domeneddio!...
    andare a fare i conti con lui!...
    Dalla piazza  di  Santa  Maria  di  Ges,  dalle  prime  case  di  San
    Sebastiano, i vicini, spaventati, videro passare una fiumana di gente,
    una  baraonda,  delle  armi  che  luccicavano,  delle  braccia  che si
    agitavano in aria,  delle facce  accese  e  stravolte  che  apparivano
    confusamente  al  lume  delle  torce  a  vento.  Usci  e  finestre  si
    chiudevano con fracasso.  Si udivano da lontano strilli  e  pianti  di
    donne, voci che chiamavano: - Maria Santissima! Santi cristiani!...
    Don  Gesualdo  era in letto malato,  quando ud bussare alla porticina
    del vicoletto che pareva volessero buttarla gi.  Poi il  rombo  della
    tempesta  che  sopravveniva.  La sera stessa un'anima caritatevole era
    corsa a prevenirlo: - Badate, don Gesualdo!  Ce l'hanno con voi perch
    siete  borbonico.  Chiudetevi  in casa!  - Lui,  che aveva tanti altri
    guai, s'era stretto nelle spalle. Ma al vedere adesso che facevano sul
    serio, balz dal letto cos come si trovava, col fazzoletto in testa e
    il  cataplasma  sullo  stomaco,  infilandosi  i  calzoni  a  casaccio,
    mettendo da parte i suoi malanni, a quella voce che gli gridava:
    - Don Gesualdo!... presto!... scappate!...
    Una  voce  che  non  l'avrebbe  dimenticata in mille anni!  Arruffato,
    scamiciato,  cogli occhi che luccicavano,  simili a quelli di un gatto
    inferocito, nella faccia verde di bile, andava e veniva per la stanza,
    cercando  pistole  e  coltellacci,  risoluto  a  vender  cara la pelle
    almeno.  Mastro Nardo e quei pochi  di  casa  che  gli  erano  rimasti
    affezionati pel bisogno si raccomandavano l'anima a Dio. Finalmente il
    barone  Mndola  riesc  a  farsi  aprire  l'uscio del vicoletto.  Don
    Gesualdo,  appostato alla finestra  col  fucile,  stava  per  fare  un
    subisso.
    - Eh!  - grid Mndola entrando trafelato. - Tirate ad ammazzarmi, per
    giunta? Questa  la ricompensa?
    L'altro non voleva sentir ragione. Tremava tutto dalla collera.
    - Ah!  cos?  A questo punto siamo arrivati,  che un galantuomo non  
    sicuro neppure in casa?  che la roba sua non  pi sua?  Eccomi! Cadr
    Sansone con tutti i Filistei, per! Lo stesso lupo,  quando lo mettono
    colle  spalle al muro!...  - Zacco,  e due o tre altri benintenzionati
    ch'erano sopravvenuti intanto, sudavano a persuaderlo,  vociando tutti
    insieme:
    - Che volete fare? Contro un paese intero? Siete impazzito? Bruceranno
    ogni  cosa!  Cominciano  di  qua la Strage degli Innocenti!  Ci farete
    ammazzare tutti quanti!
    Lui s'ostinava, furibondo, coi capelli irti:
    - Quand' cos!...  Giacch pretendono metterci le mani in  tasca  per
    forza!...  Giacch mi pagano a questo modo!... Ho fatto del bene... Ho
    dato da campare a tutto il paese... Ora gli fo mangiar la polvere,  al
    primo che mi capita!...
    Proprio! Era risoluto di fare uno sterminio. Per fortuna irruppe nella
    stanza  il  canonico  Lupi,  e  gli  si  butt addosso senza badare al
    rischio, spingendolo e sbatacchiandolo di qua e di l, finch arriv a
    strappargli di mano lo schioppo.  - Che diavolo!  Colle armi da  fuoco
    non  si scherza!  - Aveva il fiato ai denti,  il cranio rosso e pelato
    che gli fumava come quando era giovane, e balbettava colla voce rotta:
    - Santo diavolone!... Domeneddio, perdonatemi! Mi fate parlare come un
    porco,  don asino!  Siamo qui per  salvarvi  la  vita,  e  non  ve  lo
    meritate!  Volete  far  mettere  il paese intero a sacco e fuoco?  Non
    m'importa di  voi,  bestia  che  siete!  Ma  certe  cose  non  bisogna
    lasciarle  incominciare  neppure  per ischerzo,  capite?  Neppure a un
    nemico mortale!  Se coloro che sinora si sfogano a  gridare,  pigliano
    gusto anche a metter mano nella roba altrui, siamo fritti!
    Il  canonico  era  addirittura  fuori  della grazia di Dio.  Gli altri
    davano addosso ancor essi su  quella  bestia  testarda  di  mastro-don
    Gesualdo che risicava di comprometterli tutti quanti;  lo mettevano in
    mezzo; lo spingevano verso il muro; gli rinfacciavano l'ingratitudine;
    lo stordivano. Il barone Zacco arriv a passargli un braccio al collo,
    in confidenza,  confessandogli all'orecchio ch'era con lui,  contro la
    canaglia;  ma pel momento ci voleva prudenza, lasciar correre, chinare
    il capo. - Dite di s... tutto quello che vogliono, adesso...  Non c'
    l  il  notaio  per  mettere in carta le vostre promesse...  Un po' di
    maniera,  un po' di denaro...  Meglio dolor  di  borsa  che  dolor  di
    pancia...
    Don Gesualdo,  seduto su di una seggiola, asciugandosi il sudore colla
    manica della camicia, non diceva pi nulla, stralunato. Gi al portone
    intanto il barone  Rubiera,  don  Nicolino,  il  figlio  di  Neri,  si
    sbracciavano a calmare i pi riottosi.
    - Signori miei...  Avete ragione... Si far tutto quello che volete...
    Abbiamo la bocca per mangiare tutti  quanti...  Viva!  viva!...  Tutti
    fratelli!...  Una mano lava l'altra...  Domani...  alla luce del sole.
    Chi ha bisogno venga qui da noi...  Ora  tardi,  e siamo  tutti  d'un
    colore... birbanti e galantuomini... Ehi! ehi, dico!...
    Don  Nicolino  dovette  afferrare  pel  collo  un  tale  che stava per
    cacciarsi dentro il portone socchiuso,  approfittando della confusione
    e  della  ressa  che facevasi attorno a una donna la quale strillava e
    supplicava:
    - Nunzio! Gesualdo! Figliuoli miei!... Che vi fanno fare?... Nunzio...
    Ah Madonna santa!...
    Era Diodata,  la quale aveva sentito dire che  i  suoi  ragazzi  erano
    nella baraonda, a gridare viva e morte contro don Gesualdo anche loro,
    ed  era  corsa colle mani nei capelli.  - Madonna santa!  che vi fanno
    fare!...  - Zacco e mastro Nardo  portarono  gi  intanto  dei  barili
    pieni,  e  aiutavano  a  metter pace mescendo da bere a chi ne voleva,
    mentre il canonico di lass predicava:
    - Domani! Tornate domani, chi ha bisogno...  Adesso non c' nessuno in
    casa...  Don Gesualdo  fuori, in campagna... ma col cuore  anch'esso
    qui, con noialtri... per aiutarvi... Sicuro... Ciascuno ha da avere il
    suo pezzo di pane e  il  suo  pezzo  di  terra...  Ci  aggiusteremo...
    Tornate domani...
    - Domani,  un corno!  - brontol di dentro don Gesualdo. - Mi pare che
    vossignoria aggiustate ogni cosa a spese mie, canonico!
    - Volete star zitto! Volete farmi fare la figura di bugiardo?... Se ho
    detto che non ci siete, per salvarvi la pelle...
    Don Gesualdo torn a ribellarsi:
    - Perch? Che ho fatto? Io sono in casa mia!...
    - Avete fatto che siete ricco  come  un  maiale!  -  gli  url  infine
    all'orecchio  il  canonico  che  perse  la pazienza.  Gli altri allora
    l'assaltarono tutti insieme,  colle buone,  colle cattive,  dicendogli
    che  se i rivoltosi lo trovavano l,  della casa non lasciavano pietra
    sopra pietra; pigliavano ogni cosa; neanche gli occhi per piangere gli
    lasciavano.  Finch lo indussero a scappare dalla parte del vicoletto.
    Mndola corse a bussare all'uscio dello zio Limli.
    Al baccano, il marchese, oramai sordo come una talpa, s'era buttato un
    ferraiuolo  sulle  spalle,  e  stava  a vedere dietro l'invetriata del
    balcone,  in camicia,  collo scaldino in mano e  i  piedi  nudi  nelle
    ciabatte,  quando gli capit quella nespola fra capo e collo. Ci volle
    del bello e del buono a fargli  capire  ci  che  volevano  da  lui  a
    quell'ora,  mastro-don Gesualdo pi morto che vivo,  gli altri che gli
    urlavano nell'orecchio, uno dopo l'altro:
    - Vogliono fargli la festa... a vostro nipote don Gesualdo...  Bisogna
    nasconderlo...
    Egli ammiccava,  colle palpebre floscie e cascanti,  accennando di s,
    mentre abbozzava un sorriso malizioso.
    - Ah?...  la festa?...  a don Gesualdo?...  E' giusto!  E'  venuto  il
    vostro tempo, caro mio... Siete il campione della mercanzia!...
    Ma  finalmente,  al  sentire  che  invece  volevano  accopparlo,  mut
    registro, fingendo d'essere inquieto, colla vocetta fessa:
    - Che?...  Lui pure?  Cosa vogliono dunque?...  Dove andiamo di questo
    passo?
    Mndola  gli  spieg che don Gesualdo era il pretesto per dare addosso
    ai pi denarosi; ma l non sarebbero venuti a cercarne dei denari.  Il
    vecchio  accennava  di  no  anche  lui,  guardando  intorno,  con quel
    sorrisetto agro sulla bocca sdentata.
    Erano  due  stanzacce  invecchiate  con  lui,  nelle  quali  ogni  sua
    abitudine  aveva  lasciato  l'impronta:  la  macchia  d'unto dietro la
    seggiola su cui appisolavasi dopo pranzo,  i mattoni  smossi  in  quel
    breve  tratto fra l'uscio e la finestra,  la parete scalcinata accanto
    al letto dove soleva  accendere  il  lume.  E  in  quel  sudiciume  il
    marchese ci stava come un principe,  sputando in faccia a tutti quanti
    le sue miserie.
    - Scusate,  signori miei,  se vi ricevo in questa topaia...  Non  pel
    vostro  merito,  don  Gesualdo...  La bella parentela che avete presa,
    eh?...
    Sul vecchio canap  addossato  al  muro,  puntellandolo  cogli  stessi
    mattoni  rotti,  improvvisarono  alla meglio un letto per don Gesualdo
    che  non  stava  pi  in  piedi,   mentre  il  marchese  continuava  a
    brontolare:
    -  Guardate  cosa ci capita!  Ne ho viste tante!  Ma questa qui non me
    l'aspettavo...
    Pure gli offr di dividere con lui la scodella di latte in  cui  aveva
    messo a inzuppare delle croste di pane.
    -  Son tornato a balia,  vedete.  Non ho altro da offrirvi a cena.  La
    carne non  pi pei miei denti,  n per la  mia  borsa...  Voi  sarete
    avvezzo a ben altro,  amico mio... Che volete farci? Il mondo gira per
    tutti, caro don Gesualdo!...
    - Ah! - rispose lui. - Non  questo,  no,  signor marchese.  E' che lo
    stomaco non mi dice. L'ho pieno di veleno! Un cane arrabbiato ci ho.
    -  Bene,  -  dissero  gli altri.  - Ringraziate Iddio.  Qui nessuno vi
    tocca.
    Fu un colpo tremendo per mastro-don Gesualdo.  L'agitazione,  la bile,
    il malanno che ci aveva in corpo...  La notte pass come Dio volle. Ma
    il giorno dopo, all'avemaria, torn Mndola intabarrato,  col cappello
    sugli occhi, guardandosi intorno prima d'infilar l'uscio.
    - Un'altra adesso!  - esclam entrando.  - Vi hanno fatto la spia, don
    Gesualdo!  E  vogliono  stanarvi  anche  di  qua  per  costringervi  a
    mantenere ci che ha promesso il canonico... Ciolla in persona... l'ho
    visto laggi a far sentinella...
    Il marchese,  ch'era tornato arzillo e gaio fra tutto quel parapiglia,
    aguzzando l'udito,  ficcandosi in mezzo per acchiappar qualche parola,
    corse al balcone.
    - Sicuro!  Eccolo l col camiciotto,  come un bambino... Vuol dire che
    si torna indietro tutti!...
    Don Gesualdo s'era alzato sbuffando,  gridando ch'era meglio  finirla,
    che correva gi a dargliela lui,  la promessa, al Ciolla! E giacch lo
    cercavano, era l, pronto a riceverli!...
    - Certo, certo, - ripeteva il marchese.  - Se vi cercano vuol dire che
    hanno  bisogno  di voi.  Di me non vengono a cercare sicuro!  Vogliono
    farvi gridare viva e morte insieme a loro?  E voi andateci!  Viva  voi
    che avete da farli gridare!
    - No! So io quello che vogliono! - ribatt don Gesualdo imbestialito.
    - Scusate,  non si tratta soltanto di voi adesso, - osserv Mndola. -
    E' che dietro di voi ci siamo tutto il paese!...
    Sopraggiunse il canonico,  grattandosi  il  capo,  impensierito  della
    piega che pigliava la faccenda. Durava la baldoria. Una bella cosa per
    certa  gente!  Quei  bricconi s'erano legate al dito le parole di pace
    ch'egli si era lasciato sfuggire  in  quel  frangente,  e  stavano  in
    piazza  tutto  il  giorno  ad  aspettare la manna dal cielo: - M'avete
    messo in un bell'imbroglio, voi, don Gesualdo!
    A quell'uscita del canonico successe un altro battibecco fra loro due:
    - Io, eh?... Io!... Son io che ho promesso mari e monti?
    - Per chetarli,  in nome di Dio!  Parole che si dicono,  si sa!  Avrei
    voluto vedervi, dinanzi a quelle facce scomunicate!
    Il marchese si divertiva: - Senti senti! Guarda guarda!
    - Insomma,  - conchiuse Mndola,  - queste son chiacchiere,  e bisogna
    pigliar tempo. Intanto voi levatevi di mezzo, causa causarum! In fondo
    a una cisterna, in un buco,  dove diavolo volete,  ma non  la maniera
    di compromettere tanti padri di famiglia, per causa vostra!
    - In casa Trao!  - sugger il canonico. - Vostro cognato vi accoglier
    a braccia aperte.  Nessuno sa che c'  ancora  lui  al  mondo,  e  non
    verranno  a  cercarvi  sin  l.  -  Il  marchese  approv anch'esso: -
    Benissimo. E' una bella pensata! Cane e gatto chiusi insieme...  - Don
    Gesualdo s'ostinava ad opporsi.
    - Allora,  - esclam il canonico, - io me ne lavo le mani come Pilato.
    Anzi vado a chiamarvi Ciolla e tutti quanti, se volete!...
    Don Gesualdo era ridotto in uno stato che di lui ne facevano quel  che
    volevano.  A  due  ore  di notte,  per certe stradicciuole fuori mano,
    andarono a svegliare Grazia che aveva la  chiave  del  portone,  e  al
    buio, tentoni, arrivarono sino all'uscio di don Ferdinando.
    - Chi ? - si ud belare di dentro una voce asmatica. - Grazia, chi ?
    - Siamo noi, don Gesualdo, vostro cognato...
    Nessuno  rispose.  Poi  si  ud  frugare  nel buio.  E a un tratto don
    Ferdinando si chiuse dentro col paletto,  e si mise ad  ammonticchiare
    sedie e tavolini dietro l'uscio, continuando a strillare spaventato:
    - Grazia! Grazia!
    -  Corpo del diavolo!  - esclam Mndola.  - Qui si fa peggio!  Quella
    bestia far correre tutto il paese!
    Il canonico rideva sotto il naso,  scuotendo il capo.  Grazia  intanto
    aveva  acceso un mozzicone di candela,  e li guardava in faccia ad uno
    ad uno, allibbita, battendo le palpebre.
    - Che volete fare,  signori miei?  - azzard infine  timidamente.  Don
    Gesualdo,  che  non  si  reggeva  pi  in  piedi,  pallido e disfatto,
    proruppe in tono disperato:
    - Io voglio tornarmene  a  casa  mia!...  a  qualunque  costo...  Sono
    risoluto!...
    -  Nossignore!  - interruppe il canonico.  - Qui siete in casa vostra.
    C' la quota di vostra moglie. Ah, caspita!  Avete avuto pazienza sino
    adesso...  Ora basta!...  L, nella camera di donna Bianca. Il letto 
    ancora tal quale.
    Mndola s'era messo di  buon  umore,  mentre  preparavano  la  stanza.
    Frugava  da  per tutto.  Andava a cacciare il naso nell'andito oscuro,
    dietro l'usciolino.  Trovava delle barzellette,  ricordando le vecchie
    storie.  Quanti casi!  Quante vicende!  - Chi ve lo avrebbe detto, eh,
    don Gesualdo?  -  Lo  stesso  canonico  Lupi  si  lasci  sfuggire  un
    sorrisetto.
    - Intanto che siete qui,  potete fare le vostre meditazioni sulla vita
    e sulla morte, per passare il tempo.  Che commedia,  questo mondaccio!
    Vanitas vanitatum!
    Don  Gesualdo gli rivolse un'occhiata nera,  ma non rispose.  Ci aveva
    ancora dello stomaco per  chiudervi  dentro  i  suoi  guai  e  le  sue
    disgrazie,  senza farne parte agli amici,  per divertirli.  Si butt a
    giacere sul letto, e rimase solo al buio coi suoi malanni,  soffocando
    i lamenti, mandando gi le amarezze che ogni ricordo gli faceva salire
    alla  gola.  D'una  cosa  sola  non  si dava pace,  che avrebbe potuto
    crepare l dove era,  senza che sua figlia ne sapesse  nulla.  Allora,
    nella  febbre,  gli  passavano  dinanzi  agli  occhi  torbidi  Bianca,
    Diodata,  mastro Nunzio,  degli altri ancora,  un altro s stesso  che
    affaticavasi  e  s'arrabattava  al  sole  e  al vento,  tutti col viso
    arcigno, che gli sputavano in faccia: - Bestia! bestia! Che hai fatto?
    Ben ti stia!
    A giorno torn Grazia per aiutare un po', sfinita, ansando se smuoveva
    una seggiola,  fermandosi ogni momento per  piantarsi  dinanzi  a  lui
    colle  mani  sul  ventre  enorme,  e ricominciare le lagnanze contro i
    parenti di don Ferdinando  che  le  lasciavano  quel  poveretto  sulle
    spalle,  lesinandogli il pane e il vino.  - Sissignore,  l'hanno tutti
    dimenticato,  l nel suo cantuccio,  come un cane malato!...  Ma io il
    cuore  non mi dice...  Siamo stati sempre vicini...  buoni servi della
    famiglia... una gran famiglia... Il cuore non mi dice, no!
    Dietro di lei veniva una masnada di figliuoli che mettevano ogni  cosa
    a  soqquadro.  Poi sopraggiunse Speranza strepitando che voleva vedere
    suo fratello, quasi egli stesse per rendere l'anima a Dio.
    - Lasciatemi entrare!  E' sangue mio infine!  Ora ch' in questo stato
    mi rammento solo di essere sua sorella. - Lei, il marito, i figliuoli.
    Mise  a  rumore  tutto  il  vicinato.  Don  Gesualdo  lasci  il letto
    sbuffando. Non lo avrebbero tenuto le catene.
    - Voglio tornare a casa mia!  Che ci sto a fare qui?  Tanto,  lo sanno
    tutti!...
    A  gran  stento lo indussero ad aspettare la sera.  E dopo l'avemaria,
    quatti quatti,  Burgio e tutti  i  parenti  l'accompagnarono  a  casa.
    Speranza volle restare a guardia del fratello, giacch trovavasi tanto
    malato,  e per miracolo quella notte non gli avevano messo ogni cosa a
    sacco e ruba.
    - Non vuol dire se siamo in lite.  Al bisogno si vede il  cuore  della
    gente.  Gli  interessi  sono una cosa,  e l'amore  un'altra.  Abbiamo
    litigato,  litigheremo sino al giorno del  Giudizio,  ma  siamo  figli
    dello  stesso  sangue!  -  Protest  che l'avrebbe tenuto meglio delle
    pupille dei propri occhi,  lui e la sua roba.  Gli schier dinanzi  al
    letto   marito  e  figliuoli  che  giravano  intorno  sguardi  cupidi,
    ripetendo:
    - Questo   il  sangue  vostro!  Questi  non  vi  tradiscono!  -  Lui,
    combattuto, stanco, avvilito, non ebbe neanche la forza di ribellarsi.
    Cos, a poco a poco, gli si misero tutti quanti alle costole. I nipoti
    scorazzando  per la casa e pei poderi,  spadroneggiando,  cacciando le
    mani da per tutto.  La sorella,  colle chiavi alla cintola,  frugando,
    rovistando, mandando il marito di qua e di l, pei rimedi, e a coglier
    erbe medicinali.  Come massaro Fortunato si lagnava di non aver pi le
    gambe di vent'anni per affacchinarsi a quel modo, essa lo sgridava:
    - Che volete?  Non lo fate  per  amore  di  vostro  cognato?  Carcere,
    malattie e necessit si conosce l'amist.
    Lei  non  aveva  suggezione  di  Ciolla e di tutti gli altri della sua
    risma.  Una volta che Vito  Orlando  pretese  di  venire  a  fare  una
    sbravazzata, colla pistola in tasca, per liquidare certi conti con don
    Gesualdo,  essa  lo  insegu  gi  per le scale buttandogli dietro una
    catinella  d'acqua  sporca.  Lo  stesso  canonico  Lupi  aveva  dovuto
    mettersi  la  coda fra le gambe,  e non era tornato a fare il generoso
    colla roba altrui,  ora che Ciolla e i pi facinorosi erano partiti  a
    cercar fortuna in citt,  con bandiere e trombette.  Il canonico, onde
    chetare gli altri,  aveva preso il ripiego di sortire in  processione,
    colla  disciplina e la corona di spine;  e cos gli altri si sfogavano
    in feste e quarant'ore,  mentre lui andava predicando la fratellanza e
    l'amore del prossimo.
    - Per un baiocco non lo mette fuori! - sbraitava comare Speranza. - E
    questo  va  bene.  Ma  se torna a fare il camorrista,  qui da noi,  lo
    ricevo come va... tal quale Vito Orlando!
    Intanto la casa di don Gesualdo era messa a sacco e  ruba  egualmente.
    Vino,  olio,  formaggio,  pezze di tela anche,  sparivano in un batter
    d'occhio.  Dalla  Canziria  e  da  Mangalavite  giungevano  fattori  e
    mezzadri  a  reclamare  contro i figliuoli di massaro Fortunato Burgio
    che comandavano a bacchetta,  e saccheggiavano  i  poderi  dello  zio,
    quasi  fosse  gi roba senza padrone.  Lui,  poveraccio,  confinato in
    letto,  si rodeva in silenzio;  non osava ribellarsi al cognato e alla
    sorella;  pensava ai suoi guai. Ci aveva un cane, l nella pancia, che
    gli mangiava il fegato, il cane arrabbiato di San Vito martire, che lo
    martirizzava anche lui. Inutilmente Speranza, amorevole,  cercava erbe
    e medicine, consultava Zanni e persone che avevano segreti per tutti i
    mali.  Ciascuno portava un rimedio nuovo, dei decotti, degli unguenti,
    fino la reliquia e l'immagine benedetta del santo,  che don Luca volle
    provare  colle  sue  mani.  Non  giovava  nulla.  L'infermo  badava  a
    ripetere:
    - Non  niente... un po' di colica. Ho avuto dei dispiaceri. Domani mi
    alzer...
    Ma non ci credeva pi neppur lui,  e non si alzava  mai.  Era  ridotto
    quasi uno scheletro,  pelle e ossa; soltanto il ventre era gonfio come
    un otre. Nel paese si sparse la voce che era spacciato: la mano di Dio
    che l'agguantava  e  l'affogava  nelle  ricchezze.  Il  signor  genero
    scrisse da Palermo onde avere notizie precise.  Parlava anche d'affari
    da regolare, e di scadenze urgenti.  Nella poscritta c'erano due righe
    sconsolate  d'Isabella,  la  quale  non si era ancora riavuta dal gran
    colpo che aveva ricevuto poco prima. Speranza, che era presente mentre
    il fratello s'inteneriva sulla lettera, sput fuori il veleno:
    - Ecco!  Ora vi guastate il sangue,  per  giunta!  Potreste  andarvene
    all'altro  mondo...  solo  e  abbandonato,  come  uno  che  non  ha n
    possiede!... Chi vi siete trovato accanto nel bisogno, ditelo?  Vostra
    figlia vi manda soltanto belle parole... Suo marito per va al sodo!
    Don Gesualdo non rispose.  Ma di nascosto,  rivolto verso il muro,  si
    mise a piangere cheto cheto.  Sembrava diventato un  bambino.  Non  si
    riconosceva pi. Allorch Diodata, sentendo ch'era tanto malato, volle
    andare  a  visitarlo  e  a  chiedergli perdono per la mancanza che gli
    avevano fatto i suoi ragazzi,  la  notte  della  sommossa,  rimase  di
    stucco al vederlo cos disfatto, che puzzava di sepoltura, e gli occhi
    che a ogni faccia nuova diventavano lustri lustri.
    -  Signor  don Gesualdo...  son venuta a vedervi perch mi hanno detto
    che siete in questo stato...  Dovete perdonare...  a quegli screanzati
    che  vi  hanno  offeso...  Ragazzi  senza giudizio...  Si son lasciati
    prendere  in  mezzo,  senza  sapere  quello  che  facessero...  Dovete
    perdonare per amor mio, signor don Gesualdo!...
    E si vedeva che parlava sincera, la poveretta, con quel viso, mandando
    gi,  per nasconderle,  le lagrime che a ogni parola le tornavano agli
    occhi, cercando di pigliargli la mano per baciargliela. Egli faceva un
    gesto vago, e scuoteva il capo,  come a dire che non gliene importava,
    oramai.  In quella sopravvenne Speranza, e fece una partaccia a quella
    sfacciata che veniva a tentarle  il  fratello  in  fin  di  vita,  per
    cavargli  qualcosa,  per pelarlo sino all'ultimo.  Una sanguisuga.  Ci
    s'era ingrassata alle spalle di lui!  Non le bastava?  Ora calavano  i
    corvi, all'odor del carname. Il malato chiudeva gli occhi per sfuggire
    quel  supplizio,  e  agitavasi  nel  letto  come  al sopraggiungere di
    un'altra colica.  Talch Diodata se ne and senza poterlo salutare,  a
    capo chino, stringendosi nella mantellina. Speranza torn al fratello,
    tutta amorevole e sorridente.
    - Per assistervi adesso ci avete qui noi... Non vi lasceremo solo, non
    temete,..  Tutto  ci che avete bisogno...  Comandate.  Che ne fareste
    adesso di quella strega?  Vi mangerebbe  anima  e  corpo.  Neanche  il
    viatico potreste ricevere, con quello scandalo in casa!
    Lei  lo  assisteva meglio di una serva,  e lo curava con amore,  senza
    guardare a spesa n a fatiche.  Vedendo che nulla  giovava,  arriv  a
    chiamare  il  figlio  di  Tavuso,  il  quale  tornava fresco fresco da
    Napoli,  laureato in medicina,  - un ragazzotto che non  aveva  ancora
    peli al mento e si faceva pagare come un principe. - Per don Gesualdo
    gli  disse  il  fatto  suo,  al  vedergli  metter  mano alla penna per
    scrivere le solite imposture:
    - Don Margheritino, io vi ho visto nascere!  A me scrivete la ricetta?
    Per chi mi pigliate, amico caro!
    - Allora, - ribatt il dottorino infuriato, - allora fatevi curare dal
    maniscalco!  Perch mi avete fatto chiamare? - Prese il cappello, e se
    ne and.
    Ma siccome il malato soffriva tutti  i  tormenti  dell'inferno,  nella
    lusinga che qualcheduno trovasse il rimedio che ci voleva, per non far
    parlare  anche  i  vicini  che  li  accusavano di avarizia,  dovettero
    chinare il capo a codesto, chinare il capo a medici e medicamenti.  Il
    figlio  di  Tavuso,  Bomma  quanti barbassori c'erano in paese,  tutti
    sfilarono dinanzi al letto di don  Gesualdo.  Arrivavano,  guardavano,
    tastavano, scambiavano fra di loro certe parolacce turche che facevano
    accapponar la pelle, e lasciavano detto ciascuno la sua su di un pezzo
    di  carta - degli sgorbi come sanguisughe.  Don Gesualdo,  sbigottito,
    non diceva nulla,  cercava di cogliere  le  parole  a  volo;  guardava
    sospettoso  le mani che scrivevano.  Soltanto,  per non buttare via il
    denaro malamente,  prima di spedire la  ricetta,  prese  a  parte  don
    Margheritino,  e  gli  fece  osservare  che  aveva un armadio pieno di
    vasetti e boccettine, comperati per la buon'anima di sua moglie. - Non
    ho guardato a spesa, signor dottore. Li ho ancora l, tali e quali. Se
    vi pare che possano giovare adesso...
    Non gli davano retta neppur quando tornava a balbettare, spaventato da
    quelle facce serie: - Mi sento meglio.  Domani mi alzo.  Mandatemi  in
    campagna  che  guarir in ventiquattr'ore.  - Gli dicevano di s,  per
    contentarlo,  come a un bambino.  - Domani,  doman l'altro.  -  Ma  lo
    tenevano l, per smungerlo, per succhiargli il sangue, medici, parenti
    e speziali.  Lo voltavano,  lo rivoltavano, gli picchiavano sul ventre
    con due dita, gli facevano bere mille porcherie,  lo ungevano di certa
    roba  che gli apriva dei vescicanti sullo stomaco.  C'era di nuovo sul
    cassettone un arsenale di rimedi,  come negli ultimi giorni di Bianca,
    buon'anima.  Egli  borbottava,  tentennando  il  capo.  - Siamo gi ai
    medicamenti che costano cari! Vuol dire che non c' pi rimedio.  - Il
    denaro  a  fiumi,  un  va  e vieni,  una baraonda per la casa,  tavola
    imbandita da mattina a sera. Burgio, che non c'era avvezzo,  correva a
    mostrare  la  lingua ai medici,  come venivano pel cognato;  Santo non
    usciva  pi  nemmeno  per  andare  all'osteria;  e  i  nipoti,  quando
    tornavano dai poderi,  si pigliavano pei capelli: liti e quistioni fra
    di loro che facevano a chi pi arraffa,  degli strepiti che arrivavano
    fin nella camera dell'infermo,  il quale tendeva l'orecchio,  smanioso
    di sapere quello che facevano della sua roba, e anche lui si metteva a
    strillare dal letto:
    - Lasciatemi andare a Mangalavite.  Ci ho tutti i miei interessi  alla
    malora. Qui mi mangio il fegato. Lasciatemi andare, se no crepo!
    Ci  aveva  come  una  palla  di piombo nello stomaco,  che gli pesava,
    voleva uscir fuori,  con un senso  di  pena  continuo;  di  tratto  in
    tratto,  si contraeva,  s'arroventava e martellava, e gli balzava alla
    gola,  e lo faceva urlare come un dannato,  e gli faceva mordere tutto
    ci che capitava. Egli rimaneva sfinito, anelante, col terrore vago di
    un  altro  accesso negli occhi stralunati.  Tutto ci che ingoiava per
    forza, per aggrapparsi alla vita,  i bocconi pi rari,  senza chiedere
    quel che costassero,  gli si mutavano in veleno;  tornava a rigettarli
    come roba scomunicata, pi nera dell'inchiostro,  amara,  maledetta da
    Dio.  E  intanto i dolori e la gonfiezza crescevano: una pancia che le
    gambe non la reggevano  pi.  Bomma,  picchiandovi  sopra,  una  volta
    disse: - Qui c' roba.
    - Che volete dire,  vossignoria?  - balbett don Gesualdo,  balzando a
    sedere sul letto, coi sudori freddi addosso.
    Bomma lo guard bene in faccia, accost la seggiola, si volt di qua e
    di l per vedere s'erano soli.
    - Don Gesualdo, siete un uomo... Non siete pi un ragazzo, eh?
    - Sissignore, - rispose lui con voce ferma, calmatosi a un tratto, col
    coraggio che aveva sempre avuto al bisogno. - Sissignore, parlate.
    - Bene,  qui ci vuole un consulto.  Non avete mica una spina  di  fico
    d'India  nel  ventre!  E' un affare serio,  capite!  Non  cosa per la
    barba di don Margheritino  o  di  qualcun  altro...  sia  detto  senza
    offenderli,  qui in confidenza. Chiamate i migliori medici forestieri,
    don Vincenzo Capra,  il dottor Muscio di  Caltagirone,  chi  volete...
    Denari non ve ne mancano...
    A quelle parole don Gesualdo mont in furia: - I denari!...  Vi stanno
    a tutti sugli occhi i denari che ho guadagnato!... A che mi servono...
    se non posso  comprare  neanche  la  salute?...  Tanti  bocconi  amari
    m'hanno dato... sempre!...
    Ma  per  volle  stare a sentire la conclusione del discorso di Bomma.
    Alle volte non si sa mai... Lo lasci finire, stando zitto,  tenendosi
    il mento, pensando ai casi suoi. Infine volle sapere:
    - Il consulto? Che mi fa il consulto?
    Bomma perse le staffe: - Che vi fa? Caspita! Quello che vi pu fare...
    Almeno  non  si dir che vi lasciate morire senza aiuto.  Io parlo nel
    vostro interesse.  Non  me  ne  viene  nulla  in  tasca...  Io  fo  lo
    speziale...  Non   affar mio...  Non me ne intendo.  Vi ho curato per
    amicizia... - Come l'altro tentennava il capo, diffidente, col sorriso
    furbo sulle labbra smorte,  il farmacista mise da banda ogni riguardo.
    - Morto siete, don minchione! A voi dico!
    Allora  don  Gesualdo  volse  un'occhiata  lenta e tenace in giro,  si
    soffi il naso,  e si lasci andar gi sul letto supino.  Di l  a  un
    po', guardando il soffitto, aggiunse con un sospiro:
    - Va bene. Facciamo il consulto.
    La  notte non chiuse occhio.  Tormentato da un'ansiet nuova,  con dei
    brividi che lo assalivano di tratto  in  tratto,  dei  sudori  freddi,
    delle  inquietudini  che  lo facevano rizzare all'improvviso sul letto
    coi capelli irti,  guardando intorno nelle tenebre,  vedendo sempre la
    faccia minacciosa di Bomma,  tastandosi, soffocando i dolori, cercando
    d'illudersi.  Parevagli di sentirsi meglio  infatti.  Voleva  curarsi,
    giacch era un affar serio.  Voleva guarire. Ripeteva le parole stesse
    dello speziale: denari ne aveva;  s'era logorata la vita apposta;  non
    li  aveva  guadagnati per far la barba al signor genero;  perch se li
    godessero degli ingrati che lo  lasciavano  crepare  lontano:  Lontano
    dagli  occhi,  lontan dal cuore!  Il mondo  fatto cos,  che ciascuno
    tira l'acqua al suo mulino. Il mulino suo, di lui, era di riacquistare
    la salute,  coi suoi denari.  C'erano al mondo dei  buoni  medici  che
    l'avrebbero  fatto  guarire,  pagandoli bene.  Allora asciugavasi quel
    sudore d'agonia, e cercava di dormire.  Voleva che i medici forestieri
    che  aspettava il giorno dopo gli trovassero miglior cera;  contava le
    ore;  gli pareva mill'anni che fossero l dinanzi  al  suo  letto.  La
    stessa  luce  dell'alba  gli  faceva  animo.   Poi,  allorch  ud  le
    campanelle della lettiga che portava il Muscio e don Vincenzo Capra si
    sent slargare il cuore tanto fatto.  Si tir su svelto a  sedere  sul
    letto come uno che si senta proprio meglio.  Salut quella brava gente
    con un bel sorriso che doveva rassicurare anche loro,  appena li  vide
    entrare.
    Essi  invece  gli  badarono  appena.   Erano  tutti  orecchi  per  don
    Margheritino che narrava la storia della malattia con gran prosopopea;
    approvavano coi cenni del capo  di  tanto  in  tanto;  volgevano  solo
    qualche  occhiata  distratta sull'ammalato che andavasi scomponendo in
    volto,  alla vista di quelle facce serie,  al torcer  dei  musi,  alla
    lunga  cicalata  del  mediconzolo  che  sembrava  recitasse l'orazione
    funebre.  Dopo che colui ebbe terminato di ciarlare  s'alzarono  l'uno
    dopo  l'altro,  e  tornarono  a  palpare  e  a  interrogare il malato,
    scrollando il capo,  con certo ammiccare sentenzioso,  certe  occhiate
    fra  di  loro  che  vi  mozzavano  il fiato addirittura.  Ce n'era uno
    specialmente,  dei forestieri,  che stava accigliato e  pensieroso,  e
    faceva a ogni momento uhm! uhm! senza aprir bocca. I parenti, la gente
    di casa,  dei vicini anche,  per curiosit,  si affollavano all'uscio,
    aspettando la sentenza,  mentre i dottori confabulavano a  bassa  voce
    fra  di  loro  in  un canto.  A un cenno dello speziale,  Burgio e sua
    moglie andarono a sentire anch'essi, in punta di piedi.
    - Parlate,  signori miei!  - esclam allora il pover'uomo pallido come
    un morto. - Sono io il malato, infine! Voglio sapere a che punto sono.
    Il  Muscio  abbozz un sorriso che lo fece pi brutto.  E don Vincenzo
    Capra,  in bel modo,  cominci a spiegare la diagnosi della  malattia:
    Pylori  cancer,  il  pyrosis  dei greci.  Non s'avevano ancora indizii
    d'ulcerazione; l'adesione stessa del tumore agli organi essenziali non
    era certa; ma la degenerescenza dei tessuti accusavasi gi per diversi
    sintomi patologici.  Don Gesualdo,  dopo avere ascoltato attentamente,
    riprese:
    - Tutto questo va benone. Per ditemi se potete guarirmi, vossignoria.
    Senza interesse... pagandovi secondo il vostro merito...
    Capra ammutol da prima e si strinse nelle spalle.
    - Eh,  eh... guarire... certo... siamo qui per cercar di guarirvi... -
    Il Muscio, pi brutale, spiffer chiaro e tondo il solo rimedio che si
    potesse tentare: l'estirpazione del tumore, un bel caso, un'operazione
    chirurgica che avrebbe fatto onore a chiunque. Dimostrava il modo e la
    maniera,  accalorandosi nella proposta,  accompagnando la  parola  coi
    gesti,  fiutando gi il sangue cogli occhi accesi nel faccione che gli
    s'imporporava  tutto,  quasi  stesse  per  rimboccarsi  le  maniche  e
    incominciare; tanto che il paziente spalancava gli occhi e la bocca, e
    tiravasi  indietro per istinto;  e le donne,  atterrite,  scapparono a
    gemere e a singhiozzare.
    - Madonna del Pericolo!  - cominci a strillare Speranza.  -  Vogliono
    ammazzarmi il fratello... squartarlo vivo come un maiale!
    -  Chetatevi!  -  balbett  lui passandosi un lembo del lenzuolo sulla
    faccia  che  grondava  goccioloni.   Gli  altri  medici   tacevano   e
    approvavano pi o meno la proposta del dottor Muscio per cortesia. Don
    Gesualdo, visto che nessuno fiatava, ripigli a dire:
    -  Chetatevi!...  Si  tratta  della  mia  pelle...  devo  dir  la  mia
    anch'io... Signori miei... sono un uomo...  Non sono un ragazzo...  Se
    dite   ch'   necessaria...   questa  operazione...   Se  dite  che  
    necessaria... Sissignore... si far... Per, lasciatemi dir la mia...
    - E' giusto. Parlate.
    - Ecco...  Una cosa sola..  Voglio sapere prima  se  mi  garantite  la
    pelle...  Siamo galantuomini...  Mi fido di voi... Non  un negozio da
    farsi a occhi chiusi. Voglio vederci chiaro nel mio affare...
    - Che discorsi son questi!  - interruppe il Muscio  dimenandosi  sulla
    seggiola. - Io fo il chirurgo, amico mio. Io fo il mio mestiere, e non
    m'impiccio  a  far  scommesse  da ciarlatano!  Credete di trattare col
    Zanni, alla fiera?
    - Allora non ne facciamo nulla, - rispose don Gesualdo. E gli volt le
    spalle. - Andate l, Bomma, che m'avete dato un bel consiglio!
    Speranza,  premurosa,  vide giunta l'ora di rivolgersi ai santi,  e si
    diede  le mani attorno a procurar reliquie e immagini benedette.  Neri
    pens che si doveva avvertire subito la  figliuola  e  il  genero  del
    pericolo che correva don Gesualdo.  Lui non dava pi retta. Diceva che
    di santi e di reliquie ne aveva un fascio,  l nell'armadio di Bianca,
    insieme  alle  altre medicine.  Non voleva veder nessuno.  Giacch era
    condannato,  voleva morire  in  pace,  senza  operazioni  chirurgiche,
    lontano  dai  guai,  nella sua campagna.  S'attaccava alla vita mani e
    piedi, disperato.  Ne aveva passate delle altre;  s'era aiutato sempre
    da s,  nei mali passi. Coraggio ne aveva e aveva il cuoio duro anche.
    Mangiava e beveva; si ostinava a star meglio;  si alzava dal letto due
    o  tre  ore  al  giorno;  si  trascinava  per le stanze,  da un mobile
    all'altro.  Infine si fece portare a Mangalavite,  col fiato ai denti,
    mastro  Nardo da un lato e Masi dall'altro che lo reggevano sul mulo -
    un viaggio che dur tre ore,  e gli fece dire cento volte: - Buttatemi
    nel fosso, ch' meglio.
    Ma laggi,  dinanzi alla sua roba, si persuase che era finita davvero,
    che ogni speranza per lui era perduta,  al vedere che di nulla  gliene
    importava,  oramai.  La vigna metteva gi le foglie,  i seminati erano
    alti, gli ulivi in fiore, i sommacchi verdi, e su ogni cosa stendevasi
    una nebbia,  una tristezza,  un velo nero.  La  stessa  casina,  colle
    finestre  chiuse,  la  terrazza  dove  Bianca  e la figliuola solevano
    mettersi a lavorare,  il viale deserto,  fin la sua gente di  campagna
    che  temeva  di  seccarlo  e se ne stava alla larga,  l nel cortile o
    sotto la tettoia,  ogni cosa gli stringeva il  cuore;  ogni  cosa  gli
    diceva:  Che fai?  che vuoi?  La sua stessa roba,  l,  i piccioni che
    roteavano  a  stormi  sul  suo  capo,   le  oche  e  i  tacchini   che
    schiamazzavano  dinanzi  a  lui...  Si  udivano  delle  voci  e  delle
    cantilene di villani che lavoravano.  Per la viottola di  Licodia,  in
    fondo, passava della gente a piedi e a cavallo. Il mondo andava ancora
    pel suo verso, mentre non c'era pi speranza per lui, roso dal baco al
    pari  di  una mela fradicia che deve cascare dal ramo,  senza forza di
    muovere un passo sulla sua terra,  senza voglia di mandar gi un uovo.
    Allora,  disperato  di  dover  morire,  si  mise  a bastonare anatre e
    tacchini, a strappar gemme e sementi.  Avrebbe voluto distruggere d'un
    colpo tutto quel ben di Dio che aveva accumulato a poco a poco. Voleva
    che  la  sua  roba se ne andasse con lui,  disperata come lui.  Mastro
    Nardo e il garzone dovettero portarlo di nuovo in paese, pi morto che
    vivo.
    Di l a qualche giorno arriv il duca di Leyra, chiamato per espresso,
    e s'impadron del suocero e della casa,  dicendo che voleva condurselo
    a  Palermo  e farlo curare dai migliori medici.  Il poveretto,  ch'era
    ormai l'ombra di s stesso, lasciava fare; riapriva anzi il cuore alla
    speranza;  intenerivasi alle premure del genero e della figliuola  che
    l'aspettava  a  braccia  aperte.  Gli pareva che gli tornassero gi le
    forze.  Non vedeva l'ora d'andarsene,  quasi dovesse lasciare  il  suo
    male  l,  in quella casa e in quei poderi che gli erano costati tanti
    sudori,  e che gli pesavano invece  adesso  sulle  spalle.  Il  genero
    intanto  occupavasi col suo procuratore a mettere in sesto gli affari.
    Appena don Gesualdo fu in istato di  poter  viaggiare,  lo  misero  in
    lettiga  e partirono per la citt.  Era una giornata piovosa.  Le case
    note,  dei visi di  conoscenti  che  si  voltavano  appena,  sfilavano
    attraverso gli sportelli della lettiga.  Speranza,  e tutti i suoi, in
    collera dacch era venuto il duca a spadroneggiare, non si erano fatti
    pi vedere.  Ma Nardo aveva voluto accompagnare il padrone  sino  alle
    ultime case del paese.  In via della Masera si ud gridare: - Fermate!
    fermate!  - E  apparve  Diodata,  ch  voleva  salutare  don  Gesualdo
    l'ultima volta,  l,  davanti il suo uscio. Per, giunta vicino a lui,
    non seppe trovare le parole,  e rimaneva colle  mani  allo  sportello,
    accennando col capo.
    - Ah,  Diodata...  Sei venuta a darmi il buon viaggio?... - disse lui.
    Essa fece segno di s, di s, cercando di sorridere, e gli occhi le si
    riempirono di lagrime.
    - Povera Diodata! Tu sola ti rammenti del tuo padrone...
    Affacci il capo  allo  sportello,  cercando  forse  degli  altri,  ma
    siccome pioveva lo tir indietro subito.
    - Guarda che fai!... sotto la pioggia... a capo scoperto!... E' il tuo
    vizio antico! Ti rammenti, eh, ti rammenti?
    -   Sissignore,   -   rispose  lei  semplicemente,   e  continuava  ad
    accompagnare le parole coi cenni del capo.  -  Sissignore,  fate  buon
    viaggio, vossignoria.
    Si  stacc  pian  piano dalla lettiga,  quasi a malincuore,  e torn a
    casa,  fermandosi sull'uscio,  umile e triste.  Don Gesualdo s'accorse
    allora  di  mastro Nardo che l'aveva seguto sin l,  e mise mano alla
    tasca per regalargli qualche baiocco.
    - Scusate, mastro Nardo...  non ne ho...  sar per un'altra volta,  se
    torniamo  a  vederci,  eh?...  se  torniamo a vederci...  - E si butt
    all'indietro,  col cuore gonfio di tutte quelle cose che  si  lasciava
    dietro le spalle, la viottola fangosa per cui era passato tante volte,
    il  campanile  perduto  nella  nebbia,  i  fichi  d'India rigati dalla
    pioggia che sfilavano di qua e di l della lettiga.


    5.

    Parve a don Gesualdo d'entrare in un altro mondo,  allorch fu in casa
    della  figliuola.  Era  un  palazzone  cos  vasto  che ci si smarriva
    dentro.  Da per tutto cortinaggi e tappeti  che  non  si  sapeva  dove
    mettere i piedi - sin dallo scalone di marmo - e il portiere, un pezzo
    grosso addirittura,  con tanto di barba e di soprabitone, vi squadrava
    dall'alto al basso,  accigliato,  se per disgrazia avevate una  faccia
    che non lo persuadesse, e vi gridava dietro dal suo gabbione: - C' lo
    stoino per pulirsi le scarpe! - Un esercito di mangiapane, staffieri e
    camerieri,  che sbadigliavano a bocca chiusa,  camminavano in punta di
    piedi,  e vi servivano senza dire una parola o fare un passo  di  pi,
    con tanta degnazione da farvene passar la voglia. Ogni cosa regolata a
    suon di campanello, con un cerimoniale di messa cantata - per avere un
    bicchier  d'acqua,  o  per  entrare  nelle stanze della figliuola.  Lo
    stesso duca, all'ora di pranzo, si vestiva come se andasse a nozze.
    Il povero don Gesualdo,  nei  primi  giorni,  s'era  fatto  animo  per
    contentare la figliuola,  e s'era messo in gala anche lui per venire a
    tavola,  legato e impastoiato,  con un ronzo nelle orecchie,  le mani
    esitanti, l'occhio inquieto, le fauci strette da tutto quell'apparato,
    dal  cameriere  che  gli contava i bocconi dietro le spalle,  e di cui
    ogni momento vedevasi il guanto di cotone allungarsi  a  tradimento  e
    togliervi  la  roba dinanzi.  L'intimidiva pure la cravatta bianca del
    genero,  le credenze alte e scintillanti come altari,  e  la  tovaglia
    finissima,  che s'aveva sempre paura di lasciarvi cadere qualche cosa.
    Tanto che macchinava di prendere a quattr'occhi la figliuola,  e dirle
    il fatto suo.  Il duca,  per fortuna,  lo tolse d'impiccio, dicendo ad
    Isabella, dopo il caff, col sigaro in bocca e il capo appoggiato alla
    spalliera del seggiolone:
    - Mia cara,  d'oggi innanzi credo che sarebbe meglio far servire  pap
    nelle sue stanze. Avr le sue ore, le sue abitudini... Poi, col regime
    speciale che richiede il suo stato di salute...
    - Certo,  certo, - balbett don Gesualdo. - Stavo per dirvelo... Sarei
    pi contento anch'io... Non voglio essere d'incomodo...
    - No. Non dico per questo. Voi ci fate a ogni modo piacere, caro mio.
    Egli si mostrava proprio un buon figliuolo col suocero.  Gli  riempiva
    il  bicchierino;  lo  incoraggiava  a fumare un sigaro;  lo assicurava
    infine che gli trovava miglior cera, da che era arrivato a Palermo,  e
    il  cambiamento d'aria e una buona cura l'avrebbero guarito del tutto.
    Poi gli tocc anche il tasto degli interessi.  Mostravasi  giudizioso;
    cercava  il modo e la maniera d'avere il piacere di tenersi il suocero
    in casa un pezzo, senza timore che gli affari di lui andassero a rotta
    di collo...  Una procura generale...  una specie  d'alter  ego...  Don
    Gesualdo si sent morire il sorriso in bocca.  Non c'era che fare.  Il
    genero, nel viso, nelle parole, sin nel tono della voce,  anche quando
    voleva  fare  l'amabile  e pigliarvi bel bello,  aveva qualcosa che vi
    respingeva indietro,  e vi faceva cascar le braccia,  uno  che  avesse
    voluto buttargliele al collo, proprio come a un figlio, e dirgli:
    - Te'!  per la buona parola, adesso! Pazienza il resto! Fai quello che
    vuoi!
    Talch don Gesualdo scendeva raramente dalla figliuola.  Ci si sentiva
    a disagio col signor genero;  temeva sempre che ripigliasse l'antifona
    dell'alter ego.  Gli mancava l'aria,  l fra tutti quei  ninnoli.  Gli
    toccava  chiedere  quasi licenza al servitore che faceva la guardia in
    anticamera per poter vedere la sua  figliuola,  e  scapparsene  appena
    giungeva qualche visita. L'avevano collocato in un quartierino al pian
    di  sopra,  poche  stanze che chiamavano la foresteria,  dove Isabella
    andava a vederlo ogni  mattina,  in  veste  da  camera,  spesso  senza
    neppure mettersi a sedere,  amorevole e premurosa,  vero, ma in certo
    modo che al pover'uomo sembrava d'essere davvero un  forestiero.  Essa
    alcune  volte  era  pallida  cos  che pareva non avesse chiuso occhio
    neppur lei. Aveva una certa ruga fra le ciglia,  qualcosa negli occhi,
    che  a  lui,  vecchio e pratico del mondo,  non andavan punto a genio.
    Avrebbe voluto pigliarsi anche lei fra le braccia, stretta stretta,  e
    chiederle piano in un orecchio: - Cos'hai?...  dimmelo!... Confidati a
    me che dei guai ne ho passati tanti, e non posso tradirti!...
    Ma anch'essa ritirava le  corna  come  fa  la  lumaca.  Stava  chiusa,
    parlava  di  rado anche della mamma,  quasi il chiodo le fosse rimasto
    l, fisso...  accusando lo stomaco peloso dei Trao,  che vi chiudevano
    il rancore e la diffidenza, implacabili!
    Perci  lui  doveva  ricacciare  indietro  le  parole buone e anche le
    lagrime, che gli si gonfiavano grosse grosse dentro,  e tenersi per s
    i  propri  guai.  Passava i giorni malinconici dietro l'invetriata,  a
    veder strigliare i cavalli e lavare le  carrozze,  nella  corte  vasta
    quanto una piazza.  Degli stallieri,  in manica di camicia e coi piedi
    nudi  negli   zoccoli,   cantavano,   vociavano,   barattavano   delle
    chiacchiere  e  degli  strambotti coi domestici,  i quali perdevano il
    tempo alle finestre,  col grembialone sino al collo,  o  in  panciotto
    rosso,  strascicando  svogliatamente  uno  strofinaccio  fra  le  mani
    ruvide,  con le barzellette sguaiate,  dei musi beffardi di mascalzoni
    ben rasi e ben pettinati che sembravano togliersi allora una maschera.
    I  cocchieri poi,  degli altri pezzi grossi,  stavano a guardare,  col
    sigaro in bocca e le mani nelle  tasche  delle  giacchette  attillate,
    discorrendo  di  tanto  in  tanto col guardaportone che veniva dal suo
    casotto a fare una fumatina,  accennando con dei segni e dei  versacci
    alle  cameriere  che  si  vedevano  passare  dietro  le invetriate dei
    balconi, oppure facevano capolino provocanti, sfacciate,  a buttar gi
    delle  parolacce  e  delle  risate  di  male femmine con certi visi da
    Madonna.  Don Gesualdo pensava  intanto  quanti  bei  denari  dovevano
    scorrere  per  quelle  mani;  tutta quella gente che mangiava e beveva
    alle spalle di sua figlia,  sulla dote che  egli  le  aveva  dato,  su
    l'Ala  e  su  Donninga,  le  belle terre che aveva covato cogli occhi
    tanto tempo,  sera e mattina,  e misurato col desiderio,  e sognato la
    notte,  e acquistato palmo a palmo,  giorno per giorno, togliendosi il
    pane di bocca: le povere terre nude che bisognava arare e seminare;  i
    mulini,  le  case,  i magazzini che aveva fabbricato con tanti stenti,
    con tanti sacrifici, un sasso dopo l'altro. La Canziria,  Mangalavite,
    la  casa,  tutto,  tutto sarebbe passato per quelle mani.  Chi avrebbe
    potuto difendere la sua roba dopo la sua morte,  ahim,  povera  roba!
    Chi sapeva quel che era costata? Il signor duca, lui, quando usciva di
    casa, a testa alta, col sigaro in bocca e il pomo del bastoncino nella
    tasca  del  pastrano,  fermavasi  appena  a  dare  un'occhiata ai suoi
    cavalli,  ossequiato come il Santissimo  Sagramento,  le  finestre  si
    chiudevano  in  fretta,  ciascuno  correva al suo posto,  tutti a capo
    scoperto,  il guardaportone col  berretto  gallonato  in  mano,  ritto
    dinanzi  alla sua vetrina,  gli stallieri immobili accanto alla groppa
    delle loro bestie,  colla striglia appoggiata all'anca,  il  cocchiere
    maggiore, un signorone, piegato in due a passare la rivista e prendere
    gli  ordini: una commedia che durava cinque minuti.  Dopo,  appena lui
    voltava le spalle,  ricominciava  il  chiasso  e  la  baraonda,  dalle
    finestre,  dalle  arcate del portico che metteva alle scuderie,  dalla
    cucina che fumava e fiammeggiava sotto il tetto,  piena  di  sguatteri
    vestiti  di  bianco,  quasi  il  palazzo  fosse  abbandonato in mano a
    un'orda famelica,  pagata apposta per scialarsela sino al tocco  della
    campana  che  annunziava  qualche  visita  -  un'altra solennit anche
    quella.  - La duchessa certi giorni  si  metteva  in  pompa  magna  ad
    aspettare le visite come un'anima di purgatorio.  Arrivava di tanto in
    tanto una  carrozza  fiammante;  passava  come  un  lampo  dinanzi  al
    portinaio,  che  aveva appena il tempo di cacciare la pipa nella falda
    del soprabito e  di  appendersi  alla  campana;  delle  dame  e  degli
    staffieri  in  gala sguisciavano frettolosi sotto l'alto vestibolo,  e
    dopo  dieci  minuti  tornavano  ad  uscire  per  correre   altrove   a
    rompicollo;  proprio  della  gente  che  sembrava presa a giornata per
    questo. Lui invece passava il tempo a contare le tegole dirimpetto,  a
    calcolare,  con  l'amore  e  la sollecitudine del suo antico mestiere,
    quel che erano costate le finestre scolpite, i pilastri massicci,  gli
    scalini di marmo,  quei mobili sontuosi,  quelle stoffe, quella gente,
    quei cavalli che mangiavano,  e inghiottivano il denaro come la  terra
    inghiottiva  la  semente,  come  beveva l'acqua,  senza renderlo per,
    senza dar frutto, sempre pi affamati, sempre pi divoranti,  simili a
    quel  male  che  gli  consumava  le viscere.  Quante cose si sarebbero
    potute fare con quel denaro!  Quanti  buoni  colpi  di  zappa,  quanto
    sudore  di villani si sarebbero pagati!  Delle fattorie,  dei villaggi
    interi da fabbricare... delle terre da seminare, a perdita di vista...
    E un esercito di mietitori  a  giugno,  del  grano  da  raccogliere  a
    montagne,  del denaro a fiumi da intascare!...  Allora gli si gonfiava
    il cuore al vedere i passeri che schiamazzavano su quelle  tegole,  il
    sole  che  moriva  sul  cornicione  senza  scendere  mai gi sino alle
    finestre. Pensava alle strade polverose,  ai bei campi dorati e verdi,
    al cinguetto lungo le siepi, alle belle mattinate che facevano fumare
    i solchi!... Oramai!... oramai!...
    Adesso era chiuso fra quattro mura,  col bruso incessante della citt
    negli orecchi,  lo scampano di tante chiese che  gli  martellava  sul
    capo,  consumato  lentamente  dalla  febbre,  roso  dai dolori che gli
    facevano mordere il guanciale,  a volte,  per non seccare il domestico
    che   sbadigliava   nella  stanza  accanto.   Nei  primi  giorni,   il
    cambiamento,  l'aria nuova,  forse anche qualche medicina  indovinata,
    per sbaglio,  avevano fatto il miracolo,  gli avevano fatto credere di
    potersi guarire. Dopo era ricaduto peggio di prima. Neppure i migliori
    medici di Palermo avevano saputo  trovar  rimedio  a  quella  malattia
    scomunicata!  tal  quale  come  i  medici  ignoranti del suo paese,  e
    costavano di  pi,  per  giunta!  Venivano  l'uno  dopo  l'altro,  dei
    dottoroni  che  tenevano  carrozza,  e  si  facevano  pagare  anche il
    servitore che lasciavano in anticamera.  L'osservavano,  lo tastavano,
    lo interrogavano quasi avessero da fare con un ragazzo o un contadino.
    Lo  mostravano  agli apprendisti come il zanni fa vedere alla fiera il
    gallo con le  corna,  oppure  la  pecora  con  due  code,  facendo  la
    spiegazione  con  parole  misteriose.  Rispondevano appena,  a fior di
    labbra,  se il povero diavolo si faceva lecito  di  voler  sapere  che
    malattia covava in corpo, quasi egli non avesse che vederci, colla sua
    pelle!  Gli  avevano fatto comperare anch'essi un'intera farmacia: dei
    rimedi che si contavano a gocce,  come l'oro,  degli unguenti  che  si
    spalmavano  con  un pennello e aprivano delle piaghe vive,  dei veleni
    che davano delle coliche pi forti e mettevano  come  del  rame  nella
    bocca,  dei  bagni  e dei sudoriferi che lo lasciavano sfinito,  senza
    forza di muovere il capo,  vedendo gi  l'ombra  della  morte  da  per
    tutto.
    - Signori miei, a che giuoco giuochiamo? - voleva dire. - Allora, se 
    sempre la stessa musica, me ne torno al mio paese...
    Almeno  laggi  lo  rispettavano  pei  suoi  denari,  e  lo lasciavano
    sfogare,  se pretendeva di sapere come li spendeva per la sua  salute.
    Mentre qui gli pareva d'essere all'ospedale, curato per carit. Doveva
    stare  in  suggezione  anche  del  genero che veniva ad accompagnare i
    pezzi grossi chiamati a consulto.  Parlavano sottovoce  fra  di  loro,
    voltandogli  le  spalle,  senza  curarsi  di lui che aspettava a bocca
    aperta una parola di vita o di morte.  Oppure gli facevano l'elemosina
    di  una  risposta  che  non  diceva  niente,   di  un  sorrisetto  che
    significava addirittura  -  Arrivederci  in  Paradiso,  buon  uomo!  -
    C'erano  persino  di  quelli  che  gli  voltavano  le spalle,  come si
    tenessero offesi.  Egli indovinava che doveva essere qualche  cosa  di
    grave,  al  viso  stesso che facevano i medici,  alle alzate di spalle
    scoraggianti,  alle lunghe fermate col  genero,  e  al  borbotto  che
    durava un pezzo fra di loro in anticamera. Infine non si tenne pi. Un
    giorno  che quei signori tornavano a ripetere la stessa pantomima,  ne
    afferr uno per la falda, prima d'andarsene.
    - Signor dottore, parlate con me! Sono io il malato, infine!  Non sono
    un  ragazzo.  Voglio sapere di che si tratta,  giacch si giuoca sulla
    mia pelle!
    Colui invece cominci a fare una scenata col duca,  quasi gli si fosse
    mancato  di  rispetto in casa sua.  Ci volle del bello e del buono per
    calmarlo,  e perch non piantasse l malato e malattia una  volta  per
    sempre.  Don Gesualdo ud che gli dicevano sottovoce: - Compatitelo...
    Non conosce  gli  usi...  E'  un  uomo  primitivo...  nello  stato  di
    natura...   -  Sicch  il  poveraccio  dovette  mandar  gi  tutto,  e
    rivolgersi alla figliuola, per sapere qualche cosa.
    - Che hanno detto i medici? Dimmi la verit?... E' una malattia grave,
    di'?...
    E come le vide gonfiare negli occhi le lagrime,  malgrado che tentasse
    di  cacciarle  indietro,   infuri.  Non  voleva  morire.  Si  sentiva
    un'energia  disperata  d'alzarsi  e  andarsene  via  da  quella   casa
    maledetta.
    - Non dico per te... Hai fatto di tutto... Non mi manca nulla... Ma io
    non ci sono avvezzo, vedi... Mi par di soffocare qui dentro...
    Neppur  lei non ci stava bene in quella casa.  Il cuore glielo diceva,
    al povero padre.  Sembrava che fossero in perfetto accordo,  marito  e
    moglie;  discorrevano cortesemente fra di loro,  dinanzi ai domestici;
    il duca passava quasi  sempre  una  mezz'oretta  nel  salottino  della
    moglie dopo pranzo;  andava a darle il buon giorno ogni mattina, prima
    della colazione; per i Morti, a Natale, per la festa di Santa Rosalia,
    e nella ricorrenza del suo onomastico  o  dell'anniversario  del  loro
    matrimonio,  le regalava dei gioielli, ch'essa aveva fatto ammirare al
    babbo, in prova del bene che le voleva il marito.
    - Ah, ah... capisco... dev'essere costata una bella somma!... per non
    sei contenta... si vede benissimo che non sei contenta....
    Leggeva in fondo agli occhi di lei un altro segreto,  un'altra ansiet
    mortale,  che  non la lasciava neppure quand'era vicino a lui,  che le
    dava dei sussulti,  allorch udiva un passo all'improvviso,  o suonava
    ad  ora  insolita  la  campana  che annunziava il duca;  e dei pallori
    mortali,  certi sguardi rapidi  in  cui  gli  pareva  di  scorgere  un
    rimprovero.  Alcune  volte  l'aveva vista giungere correndo,  pallida,
    tremante come una foglia, balbettando delle scuse.  Una notte,  tardi,
    mentre era in letto coi suoi guai,  aveva udito un'agitazione insolita
    nel piano di sotto, degli usci che sbattevano, la voce della cameriera
    che strillava,  quasi chiamasse aiuto,  una voce che lo  fece  rizzare
    spaventato  sul letto.  Ma sua figlia il giorno dopo non gli volle dir
    nulla;  sembrava anzi che le sue domande l'infastidissero.  Misuravano
    fino  le  parole  e i sospiri in quella casa,  ciascuno chiudendosi in
    corpo i propri guai, il duca col sorriso freddo, Isabella con la buona
    grazia che le aveva fatto insegnare in collegio.  Le tende e i tappeti
    soffocavano ogni cosa. Per, quando se li vedeva dinanzi a lui, marito
    e  moglie,  cos  tranquilli,  che nessuno avrebbe sospettato quel che
    covava sotto, si sentiva freddo nella schiena.
    Del resto,  che poteva farci?  Ne aveva abbastanza dei suoi  guai.  Il
    peggio  di  tutti  stava lui che aveva la morte sul collo.  Quand'egli
    avrebbe chiuso gli occhi tutti gli altri si sarebbero data pace,  come
    egli  stesso  s'era  data  pace  dopo  la  morte di suo padre e di sua
    moglie.  Ciascuno tira l'acqua al suo  mulino.  Ne  aveva  data  tanta
    dell'acqua per far macinare gli altri!  Speranza,  Diodata,  tutti gli
    altri...  un vero fiume.  Anche l,  in quel palazzo di cuccagna,  era
    tutto  opera sua;  e intanto non trovava riposo fra i lenzuoli di tela
    fine,  sui guanciali di piume;  soffocava fra i cortinaggi e le  belle
    stoffe  di seta che gli toglievano il sole.  I denari che spendeva per
    far andare la baracca,  i rumori della corte,  il  cameriere  che  gli
    tenevano dietro l'uscio a contargli i sospiri, insino al cuoco che gli
    preparava  certe  brode  insipide che non riusciva a mandar gi,  ogni
    cosa l'attossicava;  non digeriva pi  neanche  i  bocconi  prelibati,
    erano tanti chiodi nelle sue carni.
    -  Mi  lasciano morir di fame,  capisci!  - lagnavasi colla figliuola,
    alle volte,  cogli occhi  accesi  dalla  disperazione.  -  Non    per
    risparmiare...  Sar  della  roba  buona...  Ma il mio stomaco non c'
    avvezzo...  Rimandatemi a casa mia.  Voglio chiuder gli occhi dove son
    nato!
    L'idea  della morte ora non lo lasciava pi;  si tradiva nelle domande
    insidiose,   nelle   occhiate   piene   di   sospetto,   anche   nella
    preoccupazione  affannosa  di  dissimularla  in vari modi.  Adesso non
    aveva pi suggezione di nessuno,  e afferrava  chi  gli  capitava  per
    domandare:
    - Voglio sapere la verit, signori cari... Per regolare le mie cose...
    i miei interessi...  - E se cercavano di rassicurarlo,  dicendogli che
    non c'era nulla di grave... di serio... pel momento... egli tornava ad
    insistere, ad appuntare gli occhi, furbo, per scavar terreno: - E' che
    ho tanto da fare laggi, al mio paese, signori miei... capite!...  Non
    posso mica darmi bel tempo,  io!...  Bisogna che pensi a tutto,  se no
    c' la rovina!...
    Poi spiegava di dove  gli  era  venuto  quel  male:  -  Sono  stati  i
    dispiaceri!...  i bocconi amari!...  ne ho avuti tanti! Vedete, me n'
    rimasto il lievito qui dentro!... - Era tornato diffidente. Temeva che
    non vedessero l'ora di levarselo di torno,  per risparmiar la spesa  e
    impadronirsi  del fatto suo.  Cercava di rassicurar tutti quanti,  col
    sorriso affabile:
    - Non guardate a spesa...  Posso pagare...  Mio genero lo sa...  Tutto
    ci che occorre...  Non saranno denari persi...  Se campo, ne guadagno
    ancora  tanti  dei  denari...   -   Cogli   occhi   lucenti,   cercava
    d'ingraziarsi  la  sua  figliuola stessa.  Sapeva che la roba,  ahim,
    mette l'inferno anche fra  padri  e  figli.  La  pigliava  in  parola.
    Balbettava,   accarezzandola  come  quand'era  bambina,  spiandola  di
    sottecchi intanto, col cuore alla gola:
    - Qui cosa mi manca? Ho tutto per guarire... Tutto quello che ci vorr
    spenderemo, non  vero?
    Ma il male lo vinceva e gli toglieva ogni illusione.  In quei  momenti
    di scoraggiamento il pover'uomo pensava a voce alta:
    - A che mi serve?...  a che giova tutto ci?...  Neppure a tua madre 
    giovato!
    Un giorno venne a fargli visita l'amministratore del duca,  officioso,
    tutto  gentilezze come il suo padrone quando apparecchiavasi a dare la
    botta.  S'inform della  salute;  gli  fece  le  condoglianze  per  la
    malattia che tirava in lungo.  Capiva bene, lui, un uomo d'affari come
    don Gesualdo...  che dissesto...  quanti  danni...  le  conseguenze...
    un'azienda  cos  vasta...  senza  nessuno che potesse occuparsene sul
    serio...  Infine offr  d'incaricarsene  lui...  per  l'interesse  che
    portava alla casa... alla signora duchessa... Del signor duca era buon
    servo da tanti anni...  Sicch prendeva a cuore anche gli interessi di
    don Gesualdo.  Proponeva d'alleggerirlo  d'ogni  carico...  finch  si
    sarebbe guarito... se credeva... investendolo per procura...
    A  misura  che  colui  sputava  fuori  il veleno,  don Gesualdo andava
    scomponendosi in viso. Non fiatava,  stava ad ascoltarlo,  cogli occhi
    bene aperti, e intanto ruminava come trarsi d'impiccio. A un tratto si
    mise  a  urlare e ad agitarsi quasi fosse colto di nuovo dalla colica,
    quasi fosse giunta l'ultima sua ora,  e non udisse e non  potesse  pi
    parlare. Balbett solo, smaniando:
    - Chiamatemi mia figlia! Voglio veder mia figlia!
    Ma appena accorse lei,  spaventata egli non aggiunse altro.  Si chiuse
    in s stesso a pensare come uscire dal malo passo, torvo,  diffidente,
    voltandosi  in  l  per non lasciarsi scappare qualche occhiata che lo
    tradisse. Soltanto ne piant una lunga lunga addosso a quel galantuomo
    che se ne andava rimminchionito.  Infine,  a poco  a  poco,  finse  di
    calmarsi.  Bisognava  giuocar  d'astuzia per uscire da quelle grinfie.
    Cominci a far segno di s e  di  s  col  capo,  fissando  gli  occhi
    amorevoli in volto alla figliuola allibbita,  col sorriso paterno,  il
    fare bonario;
    - S... voglio darvi in mano tutto il fatto mio... per alleggerirmi il
    carico... Mi farete piacere anzi... nello stato in cui sono...  Voglio
    spogliarmi di tutto... Gi ho poco da vivere... Rimandatemi a casa mia
    per  fare la procura...  la donazione...  tutto ci che vorrete...  L
    conosco il notaro... so dove metter le mani...  Ma prima rimandatemi a
    casa mia... Tutto quello che vorrete, poi!...
    - Ah, babbo, babbo! - esclam Isabella colle lagrime agli occhi.
    Ma egli sentivasi morire di giorno in giorno. Non poteva pi muoversi.
    Sembravagli  che  gli  mancassero  le  forze  d'alzarsi  dal  letto  e
    andarsene via perch gli toglievano il denaro,  il sangue delle  vene,
    per  tenerlo sottomano,  prigioniero.  Sbuffava,  smaniava,  urlava di
    dolore e di collera. E poi ricadeva sfinito, minaccioso, colla schiuma
    alla bocca, sospettando di tutto,  spiando prima le mani del cameriere
    se  beveva  un  bicchiere d'acqua,  guardando ciascuno negli occhi per
    scoprire  la  verit,  per  leggervi  la  sua  sentenza,  costretto  a
    ricorrere agli artifizii per sapere qualcosa di quel che gli premeva.
    -  Chiamatemi  quell'uomo  dell'altra  volta...  Portatemi le carte da
    firmare...  E' giusto,  ci ho pensato su.  Bisogna incaricare qualcuno
    dei miei interessi, finch guarisco...
    Ma  adesso  coloro  non  avevano  fretta;   gli  promettevano  sempre,
    dall'oggi al domani.  Lo stesso duca si strinse nelle spalle:  come  a
    dire  che non serviva pi.  Un terrore pi grande,  pi vicino,  della
    morte lo colse a quell'indifferenza. Insisteva,  voleva disporre della
    sua roba,  come per attaccarsi alla vita,  per far atto d'energia e di
    volont.  Voleva far testamento,  per dimostrare a  s  stesso  ch'era
    tuttora il padrone.  Il duca finalmente,  per chetarlo,  gli disse che
    non occorreva,  poich non c'erano altri eredi...  Isabella era figlia
    unica...
    - Ah?... - rispose lui. - Non occorre...  figlia unica?...
    E  torn  a ricoricarsi,  lugubre.  Avrebbe voluto rispondergli che ce
    n'erano ancora, degli eredi nati prima di lei, sangue suo stesso.  Gli
    nascevano  dei  rimorsi,  colla bile.  Faceva dei brutti sogni,  delle
    brutte facce pallide e irose gli  apparivano  la  notte;  delle  voci,
    degli  scossoni  lo  facevano svegliare di soprassalto,  in un mare di
    sudore,  col cuore che martellava forte.  Tanti pensieri gli  venivano
    adesso,  tanti  ricordi,  tante persone gli sfilavano dinanzi: Bianca,
    Diodata,  degli altri ancora: quelli non l'avrebbero  lasciato  morire
    senza aiuto!  Volle un altro consulto,  i migliori medici. Ci dovevano
    essere dei medici pel suo male, a saperli trovare, a pagarli bene.  Il
    denaro l'aveva guadagnato apposta, lui! Al suo paese gli avevano fatto
    credere che rassegnandosi a lasciarsi aprire il ventre...  Ebbene, s,
    s!
    Aspettava il consulto,  il giorno fissato,  sin dalla mattina,  raso e
    pettinato,  seduto nel letto,  colla faccia color di terra, ma fermo e
    risoluto.  Ora  voleva  vederci  chiaro  nei  fatti  suoi.  -  Parlate
    liberamente, signori miei. Tutto ci che si deve fare si far!
    Gli  batteva  un  po' il cuore.  Sentiva un formicolo come di spasimo
    anticipato tra i capelli.  Ma era pronto a tutto;  quasi scoprivasi il
    ventre,  perch  si  servissero  pure.  Se  un  albero  ha la cancrena
    addosso, cos' infine?  Si taglia il ramo!  Adesso invece i medici non
    volevano neppure operarlo. Avevano degli scrupoli, dei ma e dei se. Si
    guardavano  fra  di  loro  e  biasciavano mezze parole.  Uno temeva la
    responsabilit; un altro osserv che non era pi il caso...  oramai...
    Il  pi  vecchio,  una faccia di malaugurio che vi faceva morire prima
    del tempo,  com' vero Dio,  s'era messo gi a confortare la famiglia,
    dicendo  che sarebbe stato inutile anche prima,  con un male di quella
    sorta...
    - Ah... - rispose don Gesualdo, fattosi rauco a un tratto. - Ah...  Ho
    inteso...
    E si lasci scivolare pian piano gi disteso nel letto, trafelato. Non
    aggiunse  altro,  per  allora.  Stette  zitto  a  lasciarli  finire di
    discorrere.  Soltanto voleva sapere s'era venuto il momento di pensare
    ai casi suoi. Non c'era pi da scherzare adesso! Aveva tanti interessi
    gravi da lasciare sistemati...  - Taci!  taci! - borbott rivolto alla
    figliuola che gli piangeva  allato.  Colla  faccia  cadaverica,  cogli
    occhi  simili  a due chiodi in fondo alle orbite livide,  aspettava la
    risposta che gli dovevano, infine. Non c'era da scherzare!
    - No, no... C' tempo.  Simili malattie durano anni e anni...  Per...
    certo...  premunirsi...  sistemare  gli affari a tempo...  non sarebbe
    male...
    - Ho inteso,  - ripet don Gesualdo col naso  fra  le  coperte.  -  Vi
    ringrazio, signori miei.
    Un  nuvolo  gli cal sulla faccia e vi rimase.  Una specie di rancore,
    qualcosa che gli faceva tremare le mani e la voce,  e trapelava  dagli
    occhi socchiusi.  Fece segno al genero di fermarsi;  lo chiam dinanzi
    al letto, a quattr'occhi, da solo a solo.
    -  Finalmente...   questo  notaro...   verr,   s  o  no?   Devo  far
    testamento... Ho degli scrupoli di coscienza... Sissignore!... Sono il
    padrone, s o no?... Ah... ah... stai ad ascoltare anche tu?...
    Isabella and a buttarsi ginocchioni ai piedi del letto,  col viso fra
    le materasse,  singhiozzando e  disperandosi.  Il  genero  lo  chetava
    dall'altra parte.  - Ma s,  ma s,  quando vorrete, come vorrete. Non
    c' bisogno di far delle scene...  Ecco in che stato  avete  messo  la
    vostra figliuola!...
    - Va bene! - seguit a borbottare lui. - Va bene! Ho capito!
    E  volse le spalle,  tal quale suo padre,  buon'anima.  Appena fu solo
    cominci a muggire come un bue,  col naso al muro.  Ma poi  se  veniva
    gente, stava zitto. Covava dentro di s il male e l'amarezza. Lasciava
    passare  i  giorni.  Pensava  ad allungarseli piuttosto,  a guadagnare
    almeno quelli, uno dopo l'altro, cos come venivano, pazienza!  Finch
    c' fiato c' vita.  A misura che il fiato gli andava mancando, a poco
    a poco, acconciavasi pure ai suoi guai; ci faceva il callo.  Lui aveva
    le spalle grosse,  e avrebbe tirato in lungo, merc la sua pelle dura.
    Alle volte provava anche una certa soddisfazione,  fra s e s,  sotto
    il  lenzuolo,  pensando  al  viso che avrebbero fatto il signor duca e
    tutti quanti,  al vedere che lui aveva la pelle dura.  Era arrivato ad
    affezionarsi  ai suoi malanni,  li ascoltava,  li accarezzava,  voleva
    sentirseli l, con lui, per tirare innanzi. I parenti ci avevano fatto
    il callo anch'essi;  avevano saputo che quella malattia durava anni ed
    anni,  e s'erano acchetati.  Cos va il mondo, pur troppo, che passato
    il primo bollore,  ciascuno tira innanzi per la sua via  e  bada  agli
    affari propri.  Non si lamentava neppure; non diceva nulla, da villano
    malizioso, per non sprecare il fiato,  per non lasciarsi sfuggire quel
    che non voleva dire;  solamente gli scappavano di tanto in tanto delle
    occhiate che significavano assai, al veder la figliuola che gli veniva
    dinanzi con quella faccia desolata, e poi teneva il sacco al marito, e
    lo incarcerava l,  sotto i suoi occhi,  col pretesto  dell'affezione,
    per  covarselo,  pel  timore  che  non  gli giuocasse qualche tiro nel
    testamento.  Indovinava che teneva degli altri guai nascosti,  lei,  e
    alle volte aveva la testa altrove,  mentre suo padre stava colla morte
    sul capo.  Si rodeva dentro,  a misura che peggiorava;  il sangue  era
    diventato   tutto  un  veleno;   ostinavasi  sempre  pi,   taciturno,
    implacabile, col viso al muro, rispondendo solo coi grugniti, come una
    bestia.
    Finalmente si persuase ch'era giunta l'ora,  e s'apparecchi a  morire
    da  buon  cristiano.  Isabella era venuta subito a tenergli compagnia.
    Egli fece forza coi gomiti, e si rizz a sedere sul letto. - Senti,  -
    le disse, - ascolta...
    Era  turbato in viso,  ma parlava calmo.  Teneva gli occhi fissi sulla
    figliuola,  e accennava col capo.  Essa gli prese la mano e scoppi  a
    singhiozzare.
    - Taci, - riprese, - finiscila. Se cominciamo cos non si fa nulla.
    Ansimava  perch  aveva  il  fiato  corto,  ed  anche  per l'emozione.
    Guardava intorno,  sospettoso,  e seguitava ad accennare del capo,  in
    silenzio,  col  respiro  affannato.  Ella pure volse verso l'uscio gli
    occhi pieni di lagrime.  Don Gesualdo alz la mano scarna,  e  trinci
    una croce in aria, per significare ch'era finita, e perdonava a tutti,
    prima d'andarsene.
    - Senti... Ho da parlarti... intanto che siamo soli...
    Ella gli si butt addosso,  disperata, piangendo, singhiozzando di no,
    di no,  colle mani erranti che l'accarezzavano.  L'accarezz anche lui
    sui  capelli,  lentamente,  senza  dire  una  parola.  Di  l a un po'
    riprese:
    -  Ti  dico  di  s.  Non  sono  un  ragazzo...   Non  perdiamo  tempo
    inutilmente.  - Poi gli venne una tenerezza.  - Ti dispiace, eh?... ti
    dispiace a te pure?...
    La voce gli si era intenerita anch'essa,  gli occhi,  tristi,  s'erano
    fatti pi dolci,  e qualcosa gli tremava sulle labbra.  - Ti ho voluto
    bene... anch'io... quanto ho potuto... come ho potuto... Quando uno fa
    quello che pu...
     Allora l'attir a s lentamente,  quasi esitando,  guardandola  fissa
    per vedere se voleva lei pure,  e l'abbracci stretta stretta, posando
    la guancia ispida su quei bei capelli fini.
    - Non ti fo male, di'?... come quand'eri bambina?...
    Gli vennero insieme delle altre cose sulle  labbra,  delle  ondate  di
    amarezza e di passione,  quei sospetti odiosi che dei bricconi,  nelle
    questioni d'interessi, avevano cercato di mettergli in capo.  Si pass
    la mano sulla fronte, per ricacciarli indietro, e cambi discorso.
    -  Parliamo  dei  nostri  affari.  Non  ci  perdiamo  in  chiacchiere,
    adesso...
    Essa non voleva,  smaniava per la stanza,  si  cacciava  le  mani  nei
    capelli,  diceva  che  gli  lacerava  il  cuore,  che  gli  pareva  un
    malaugurio, quasi suo padre stesse per chiudere gli occhi.
    - Ma no, parliamone!  - insisteva lui.  - Sono discorsi serii.  Non ho
    tempo da perdere adesso. - Il viso gli si andava oscurando, il rancore
    antico  gli  corruscava negli occhi.  - Allora vuol dire che non te ne
    importa nulla... come a tuo marito...
    Vedendola poi rassegnata ad ascoltare,  seduta a capo chino accanto al
    letto,  cominci a sfogarsi dei tanti crepacuori che gli avevano dati,
    lei e suo marito,  con tutti quei debiti...  Le  raccomandava  la  sua
    roba,  di  proteggerla,  di  difenderla: - Piuttosto farti tagliare la
    mano,  vedi!...  quando tuo marito torna a proporti di  firmare  delle
    carte!...  Lui  non  sa cosa vuol dire!  - Spiegava quel che gli erano
    costati,  quei poderi,  l'Ala,  la  Canziria,  li  passava  tutti  in
    rassegna  amorosamente;  rammentava come erano venuti a lui,  uno dopo
    l'altro, a poco a poco, le terre seminative, i pascoli,  le vigne;  li
    descriveva  minutamente,  zolla  per  zolla,  colle  qualit  buone  o
    cattive. Gli tremava la voce, gli tremavano le mani,  gli si accendeva
    tuttora  il  sangue  in viso,  gli spuntavano le lagrime agli occhi: -
    Mangalavite,  sai...  la conosci anche tu...  ci  sei  stata  con  tua
    madre...  Quaranta salme di terreni, tutti alberati!... ti rammenti...
    i belli aranci?...  anche tua madre,  poveretta,  ci si rinfrescava la
    bocca,  negli ultimi giorni!...  300 migliaia l'anno, ne davano! Circa
    300 onze!  E la Salonia...  dei seminati d'oro...  della terra che  fa
    miracoli... benedetto sia tuo nonno che vi lasci le ossa!...
    Infine, per la tenerezza, si mise a piangere come un bambino.
    - Basta, - disse poi. - Ho da dirti un'altra cosa... Senti...
    La guard fissamente negli occhi pieni di lagrime per vedere l'effetto
    che avrebbe fatto la sua volont.  Le fece segno di accostarsi ancora,
    di chinarsi su lui supino che esitava e cercava le parole.
    - Senti!... Ho degli scrupoli di coscienza...  Vorrei lasciare qualche
    legato a delle persone verso cui ho degli obblighi... Poca cosa... Non
    sar  molto per te che sei ricca...  Farai conto di essere una regala
    che tuo padre ti domanda... in punto di morte...  se ho fatto qualcosa
    anch'io per te...
    - Ah, babbo, babbo!... che parole! - singhiozz Isabella.
    - Lo farai, eh? lo farai?... anche se tuo marito non volesse...
    Le  prese  le  tempie  fra le mani,  e le sollev il viso per leggerle
    negli occhi se l'avrebbe ubbidito, per farle intendere che gli premeva
    proprio, e che ci aveva quel segreto in cuore. E mentre la guardava, a
    quel modo,  gli parve  di  scorgere  anche  lui  quell'altro  segreto,
    quell'altro cruccio nascosto,  in fondo agli occhi della figliuola.  E
    voleva dirle delle altre cose,  voleva farle altre  domande,  in  quel
    punto, aprirle il cuore come al confessore, e leggere nel suo. Ma ella
    chinava il capo, quasi avesse indovinato, colla ruga ostinata dei Trao
    fra le ciglia,  tirandosi indietro,  chiudendosi in s,  superba,  coi
    suoi guai e il suo segreto.  E lui  allora  sent  di  tornare  Motta,
    com'essa era Trao,  diffidente,  ostile, di un'altra pasta. Allent le
    braccia, e non aggiunse altro.
    - Ora fammi chiamare un prete, - termin con un altro tono di voce.  -
    Voglio fare i miei conti con Domeneddio.
    Dur ancora qualche altro giorno cos,  fra alternative di meglio e di
    peggio. Sembrava anzi che cominciasse a riaversi un poco,  quando a un
    tratto,  una notte, peggior rapidamente. Il servitore che gli avevano
    messo a dormire nella stanza accanto l'ud agitarsi e  smaniare  prima
    dell'alba. Ma siccome era avvezzo a quei capricci, si volt dall'altra
    parte,  fingendo di non udire.  Infine,  seccato da quella canzone che
    non finiva pi, and sonnacchioso a vedere che c'era.
    - Mia figlia!  - borbott don Gesualdo con una voce che  non  sembrava
    pi la sua. - Chiamatemi mia figlia!
    -  Ah,  sissignore.  Ora vado a chiamarla,  - rispose il domestico,  e
    torn a coricarsi.
    Ma non lo lasciava dormire quell'accidente! Un po' erano sibili,  e un
    po' faceva peggio di un contrabbasso, nel russare. Appena il domestico
    chiudeva  gli  occhi  udiva  un rumore strano che lo faceva destare di
    soprassalto,  dei guaiti rauchi,  come uno che sbuffasse ed ansimasse,
    una  specie di rantolo che dava noia e vi accapponava la pelle.  Tanto
    che infine dovette tornare ad  alzarsi,  furibondo,  masticando  delle
    bestemmie e delle parolacce.
    - Cos'? Gli  venuto l'uzzolo adesso? Vuol passar mattana! Che cerca?
    Don  Gesualdo  non  rispondeva;   continuava  a  sbuffare  supino.  Il
    servitore tolse il paralume,  per vederlo in faccia.  Allora si  freg
    bene  gli  occhi,  e  la voglia di tornare a dormire gli and via a un
    tratto.
    - Ohi! ohi! Che facciamo adesso? - balbett grattandosi il capo.
    Stette un momento a guardarlo cos, col lume in mano,  pensando se era
    meglio  aspettare  un po',  o scendere subito a svegliare la padrona e
    mettere la casa sottosopra.  Don Gesualdo intanto  andavasi  calmando,
    col respiro pi corto,  preso da un tremito,  facendo solo di tanto in
    tanto qualche boccaccia,  cogli occhi sempre fissi e spalancati.  A un
    tratto  s'irrigid  e  si  chet  del tutto.  La finestra cominciava a
    imbiancare. Suonavano le prime campane. Nella corte udivasi scalpitare
    dei cavalli, e picchiare di striglie sul selciato. Il domestico and a
    vestirsi,  e poi torn a rassettare la camera.  Tir  le  cortine  del
    letto,  spalanc  le  vetrate,  e  s'affacci  a  prendere una boccata
    d'aria, fumando.
    Lo stalliere,  che faceva passeggiare un cavallo malato,  alz il capo
    verso la finestra.
    - Mattinata, eh, don Leopoldo?
    - E nottata pure! - rispose il cameriere sbadigliando. - M' toccato a
    me questo regalo!
    L'altro  scosse  il  capo,  come a chiedere che c'era di nuovo,  e don
    Leopoldo fece segno che il vecchio se n'era andato, grazie a Dio.
    - Ah...  cos...  alla chetichella?...  -  osserv  il  portinaio  che
    strascicava la scopa e le ciabatte per l'androne.
    Degli  altri domestici s'erano affacciati intanto,  e vollero andare a
    vedere.  Di l a un po' la camera del morto  si  riemp  di  gente  in
    manica  di  camicia  e  colla pipa in bocca.  La guardarobiera vedendo
    tutti quegli uomini alla finestra dirimpetto venne  anche  lei  a  far
    capolino nella stanza accanto.
    - Quanto onore, donna Carmelina! Entrate pure; non vi mangiamo mica...
    E neanche lui... non vi mette pi le mani addosso di sicuro...
    - Zitto,  scomunicato!...  No,  ho paura, poveretto... - Ha cessato di
    penare.
    - Ed io pure, - soggiunse don Leopoldo.
     Cos, nel crocchio, narrava le noie che gli aveva date quel cristiano
    - uno che faceva della notte giorno, e non si sapeva come pigliarlo, e
    non era contento mai. - Pazienza servire quelli che realmente son nati
    meglio di noi... Basta, dei morti non si parla.
    - Si vede com'era nato...  - osserv gravemente il cocchiere maggiore.
    - Guardate che mani!
    -  Gi,  son le mani che hanno fatto la pappa!...  Vedete cos' nascer
    fortunati... Intanto vi muore nella battista come un principe!...
    - Allora, - disse il portinaio, - devo andare a chiudere il portone?
    - Sicuro,  eh!  E' roba  di  famiglia.  Adesso  bisogna  avvertire  la
    cameriera della signora duchessa.
