
      traduzioni telematiche a cura di

      Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo

      (casa di reclusione - Opera)






      Giovanni Verga.

      UNA PECCATRICE.

      (Prima edizione 1866)












      Dir  come  mi  sia  pervenuta  questa  storia,   che  convenienze

      particolari mi obbligano a velare sotto la forma del romanzo.

      Verso  la  met  di  novembre  avevamo  progettato  una partita di

      campagna con Consoli e Pietro Abate.

      Il 14, con una bella giornata, noi eravamo sulla strada di Aci.

      Verso Cannizzaro  un  elegante  calesse  signorile  oltrepass  la

      nostra  modesta carrozza da nolo.  Giammai si  tanto umiliati dal

      contrasto come in simili casi. Consoli,  ch'era forse il pi matto

      della compagnia, grid al cocchiere:

      "Dieci lire se passi quel calesse!"

      Il cocchiere frust a sangue le rozze,  che cominciarono a correre

      disperatamente,  facendoci sbalzare in modo  da  esser  sicuri  di

      ribaltare;  e  siccome  le  povere  bestie non correvano come egli

      voleva,  Consoli sal in piedi sul sedile dinanzi per togliere  le

      redini e la frusta dalle mani del cocchiere.

      Allora  cominci  un  alterco  fra quegli che non voleva cederle e

      Consoli che le voleva ad ogni costo,  mentre il legno correva alla

      meglio.

      Tutt'a un tratto i cavalli si arrestarono,  Abate ed io,  sorpresi

      di vederci fermati s bruscamente, domandammo che c'era.

      "Un morto:" fu la risposta laconica del cocchiere.

      Un convoglio funebre attraversava lentamente lo stradone; esso era

      semplicissimo: un prete,  un sagrestano che portava la  croce,  un

      ragazzo  che recava l'acqua benedetta,  e tre o quattro pescatori;

      il feretro,  coperto di raso bianco e velato di nero,  era portato

      da quattro domestici abbrunati,  e una carrozza signorile, in gran

      lutto, lo seguiva.

      Quando la carrozza fu a paro della nostra,  una testa scoperta  si

      affacci allo sportello sollevando la tendina di seta nera,  e noi

      riconoscemmo  uno  dei   nostri   amici   d'Universit,   Raimondo

      Angiolini, laureato in medicina da quasi due anni.

      Domandammo  chi  era  morto  ad un domestico in lutto che seguiva,

      anch'egli a piedi, il convoglio, e ci fu risposto: "La contessa di

      Prato."

      "Ella!"  esclamammo  tutti  ad  una  voce,  come  se  fosse  stato

      impossibile  che  la morte avesse potuto colpire quella fata,  che

      aveva fatto il fascino di tutti.

      Non sapevamo spiegarci per quali  circostanze  la  contessa  fosse

      morta  in quel luogo e Angiolini ne accompagnasse il feretro;  per

      un movimento istintivo ed unanime scendemmo da carrozza, e, a capo

      scoperto, seguimmo il mortorio sino alla chiesetta.

      Raimondo Angiolini entrando in chiesa venne a stringerci la  mano;

      i  nostri  occhi  soltanto  l'interrogavano,  poich  egli rispose

      tristamente le stesse parole che ci erano state dette:

      "La contessa di Prato."

      "Ella!" fu ripetuto di nuovo.

      Raimondo abbass il capo tristamente.

      "Morta... la contessa!... morta qui!" esclam Abate.

      "S, ieri l'altro, alle due del mattino... una morte orribile."

      Rimanemmo un pezzo in silenzio: giammai questo spaventoso  mistero

      del  nulla  avea colpito siffattamente le noncuranti immaginazioni

      dei nostri 23 anni.

      "Sembra un sogno!" mormor Consoli, "saranno appena due mesi ch'io

      la vidi al teatro."

      "La sua malattia fu brevissima;" rispose Raimondo,  "  morta  per

      Pietro Brusio."

      "Per Brusio! ella!... la contessa!..."

      Anche  Brusio  era  uno  dei  nostri  compagni d'Universit,  buon

      giovanotto,  alquanto discolo;  ma,  per quanto ci torturassimo il

      cervello,  non  arrivammo  a  comprendere  come  la Prato,  questa

      Margherita dell'aristocrazia, fosse giunta ad amarlo, e, quel ch'

      pi,  a morire d'amore per lui.  Siccome i nostri volti  al  certo

      esprimevano tal dubbio, Angiolini riprese:

      "Nessuno,  fuori di me e dell'amico mio Brusio,  e forse egli meno

      di  me,   potr  mai  arrivare  a  conoscere  per  qual   concorso

      straordinario  di  circostanze questi due esseri" (Angiolini nella

      sua qualit di medico diceva  'esseri')  "si  sono  incontrati  ed

      hanno  finito per assorbire l'uno la vitalit dell'altro.  Sono di

      quei  misteri,   che  sembrano  troppo  reconditi  ma  troppo  ben

      tracciati  nel  loro  sviluppo  per  essere  casuali,  e che fanno

      supporre quello che il coltello anatomico non  ci  ha  potuto  far

      trovare nelle fibre del cuore umano."

      "Vogliamo  saperlo allora!" salt su a dire Consoli,  "siamo tutti

      amici di Brusio."

      Angiolini,  malgrado il  suo  scetticismo  di  medico,  volse  uno

      sguardo alla bara,  posta fra quatto ceri,  nel mezzo della chiesa

      mentre il prete celebrava la messa.

      "Comprendete benissimo, amici miei, che questo non  il luogo,  n

      l'ora."

      Ricondotti a quella triste meditazione tutti fissammo a lungo e in

      silenzio quella cassa coperta di raso e velata di nero,  su cui il

      pi allegro  sole  d'inverno,  che  scintillava  sui  vetri  della

      modesta  chiesuola, mandava a posare uno dei suoi raggi.

      Io non so come ci avvenga,  ma nessuno di noi tre, in quel punto,

      quando quel bel sole invernale animava quelle spiagge ridenti, con

      quel mare immenso che si vedeva luccicare attraverso la porta, fra

      tutto quel sorriso di cielo e la vita  che  sentivamo  rigogliosa,

      fidente,  espansiva,  con  il  canto  allegro  dei  pescatori  che

      lavoravano sul lido e il cinguettare dei passeri sul  tetto  della

      chiesa, a cui faceva un triste contrapposto il silenzio funereo di

      quel  recinto,   interrotto  solo  dal  mormorare  del  prete  che

      officiava,   e  la  luce  velata  della  chiesetta  colle  pallide

      fiammelle   di quelle torce,  nessuno di noi tre,  dicevo,  poteva

      credere intieramente che quelle quattro tavole racchiudessero quel

      corpo,  meraviglia di grazia e  di  eleganza,  che,  pochi  giorni

      innanzi  quando  si  vedeva  passare  al  trotto del suo brillante

      equipaggio faceva voltare tante teste.

      Lo ripeto: giammai la morte ci era sembrata pi imponente e    pi

      possibile nello stesso tempo prima d'allora.

      Quando uscimmo di chiesa dissi a Raimondo:

      "Hai bisogno di noi?"

      "No, grazie."

      "E Brusio?" domand Abate.

      "E' l;" rispose Angiolini additandoci una graziosa casina.

      A  quelle  sole parole scorgemmo tutto l'abisso che dovea separare

      Brusio dalla societ, in quel momento in cui lo immaginammo solo e

      annientato in  quelle  camere  ancora  profumate  da  lei,  ancora

      stillanti  di  quell'amore  che  inebriandoli  aveva ucciso il pi

      fragile dei due esseri;  ora solo,  perduto nell'immensit di quel

      dolore profondo che sbalordisce come il fulmine.

      Sentimmo che nulla potevamo fare per lui in quel momento.

      "Addio!" dissi ad Angiolini stendendogli la mano.

      "Ci vedremo?" aggiunse Abate.

      "Chi  sa?...  fra  un  mese  o  due forse..." E ci narrerai questa

      storia?" disse Consoli.

      "Tu la scriverai?" rispose Raimondo rivolto a me.

      "Forse."

      "In tal caso bisogna che Pietro  me  ne  dia  prima  il  permesso.

      Addio."

      Tre  mesi dopo rividi Angiolini al Caff di Sicilia.  Gli domandai

      di Brusio: era ritornato in Siracusa, sua patria; gli rammentai la

      promessa, ed egli mi narr le parti principali di quella storia di

      cui  noi  avevamo  assistito  alla  triste  catastrofe;  per  pei

      dettagli mi promise di comunicarmeli minuziosi e precisi, dopo che

      avrebbe  consultato  certe  lettere che aveva ricevuto da Brusio e

      dalla contessa.

      Un mese pi tardi ricevei dalla Posta un grosso plico col bollo di

      Napoli;  vi erano i dettagli e le lettere che  mi  aveva  promesso

      Angiolini, due o tre fotografie rappresentanti diverse localit di

      una  casa  abitata  in  Napoli  da Pietro Brusio,  e finalmente la

      preghiera, che Raimondo mi faceva, se mai mi decidessi un giorno a

      pubblicare  questa  storia  dell'amore  onnipotente,   di  salvare

      rigorosamente  le  apparenze,  in  modo  che  neanche gli amici di

      Brusio potessero penetrarne il segreto.

      Dal canto mio non ho fatto che coordinare  i  fatti,  cambiando  i

      nomi  qualche  volta,  ed  anche  contentandomi  di  accennare  le

      iniziali, quando, anche conosciuto il nome,  le circostanze per le

      quali    ricordato non sono compromettenti;  rapportandomi spesso

      alla nuda narrazione di Angiolini e alle  lettere  che  questi  mi

      rimise;  aggiungendovi del mio soltanto la tinta uniforme, che pu

      chiamarsi la vernice del romanzo.














      CAPITOLO PRIMO.


      In  una  bella  sera  degli  ultimi  di  maggio,  due  giovanotti,

      tenendosi   a   braccetto,   passeggiavano   pel  gran  viale  del

      "Laberinto" che dovea trasmutarsi in Villa  Pubblica,  con  quella

      oziosit  noncurante  che  forma il carattere degli studenti e dei

      giovanotti che non hanno ancora le pretensioni di "dandys".

      Passeggiavano da quasi  cinque  minuti  in  silenzio,  quando  una

      signora, abbigliata con gusto squisito, appoggiandosi con il molle

      e  voluttuoso  abbandono  che  posseggono  solo le innamorate o le

      spose nella "luna di miele",  al braccio  di  un  uomo,  anch'esso

      molto  elegante,  pass  loro  dinanzi;  e  lo strascico della sua

      lunghissima veste sfior i calzoni del giovane alto  e  bruno  che

      stava a diritta, il quale non sembr accorgersene.

      "La bella donna!" esclam il suo compagno, un giovane biondo, come

      per rompere quel silenzio, che durava da un pezzo.

      L'altro,  istintivamente, alz il capo e guard la signora, che, o

      naturalmente,  o per l'istinto della donna,  avea volto a met  il

      viso verso di loro, parlando con l'uomo che l'accompagnava.

      Il bruno sembr esaminarla di un lungo sguardo dalla piuma del suo

      cappellino,  che  scherzava  coi  ricci dei suoi magnifici capelli

      cadenti sin quasi sulle sopracciglia,  alla punta del suo  piccolo

      piede, chiuso in stivaletti di seta nera, che allora, forse per la

      pi squisita civetteria,  l'ampia guarnizione della veste lasciava

      scoperto sino al basso di una gamba sottile e ben modellata.

      "S, molto bella!" diss'egli, come rispondendo a s stesso.

      E,  malgrado che tentasse immergersi di nuovo nei pensieri che  lo

      tenevano  s preoccupato un momento innanzi,  due o tre volte alz

      gli occhi a fissare la veste,  che ancora strisciava lontana sulla

      sabbia del viale.

      Alla  porta  ella  mont nella carrozza che l'aspettava,  e part.

      "Ella non  dev'essere  siciliana;''  ripigli  il  bruno,  che  si

      chiamava Pietro.

      "Chi te lo dice?"

      "Tutto:  il  suo  genere  d'eleganza,  la sua andatura...  il modo

      stesso con cui accolse la tua esclamazione."

      "L'ha  udito  dunque"  mormor  il  biondo,   arrossendo  come  un

      collegiale.

      "Raimondo,  amico  mio,  sarai  sempre  un  ragazzetto  su  questo

      argomento.  Credi dunque che  quando  una  bella  donna  ti  passa

      dinanzi  badi  ad  ascoltare  le  sciocchezze  che  le sussurra un

      imbecille qualunque sotto il naso?"

      "Ma quest'imbecille pu anche essere un amante.. e allora..."

      "E allora ragion dippi per ascoltare ci  che  si  dice  di  lei,

      quale  impressione  desta  passando,  per  poi  fare  un  presente

      all'innamorato delle tue osservazioni (se  sono  favorevoli  per,

      bada!)  sotto  il  pretesto di riderne;  presente che deve rendere

      innamorato quel povero allocco per dieci gradi dippi."

      Raimondo  rise  dell'osservazione;   e  ambedue   proseguirono   a

      passeggiare in silenzio.

      All'ingresso  del  giardino si separarono,  colla tacita promessa,

      data nella pi tacita stretta di mano, di rivedersi l'indomani.

      Noi cercheremo di delineare questi due personaggi, dei quali uno 

      destinato ad avere h maggior parte negli avvenimenti che  verranno

      in seguito.

      Pietro Brusio,  l'uno dei due (ricorriamo al pseudonimo per questo

      come per quasi  tutti  i  nostri  personaggi,  viventi  ancora  la

      maggior  parte e molto conosciuti) ,  come abbiamo accennato,  un

      giovanotto alto;  di circa 25 anni;  alquanto magro,  ci che  non

      impedisce  che  abbia  delle  belle forme,  le quali sarebbero pi

      eleganti,  se avesse il segreto,  come l'hanno molti,  di  saperle

      fare spiccare;  ha i capelli assai radi,  di un castagno molto pi

      chiaro di quello dei suoi pizzi e dei baffi;  pelle  bruna;  occhi

      piccoli  e  vivissimi;  labbra alquanto grosse e sensuali;  narici

      larghe e dilatantisi sempre pi alla minima  aspirazione  del  suo

      carattere impetuoso;  piedi e mani piccolissime,  in rapporto alla

      sua statura. Nell'assieme figura energica e maschia, che pu avere

      anche i suoi riflessi di  bellezza,  messa  sul  suo  piedistallo,

      nella sua giusta luce,  al suo posto insomma.  E' un giovane quale

      se ne incontrano molti in Sicilia: sangue arabo in vene  andaluse:

      orgoglioso  come  un  "Cid"  egli non dissimula menomamente le sue

      pretensioni di superiorit,  che nulla sembra autorizzare nel  suo

      esteriore.  Vivo  ed  impetuoso  come  tutti  i meridionali,  egli

      scenderebbe sino alla lotta di piazza pel minimo  sguardo  un  po'

      dubbio  che  s'incrociasse  col  suo.  Natura  generosa del resto,

      elevata,  con molte aspirazioni al superiore,  troppo nobile forse

      per trovarsi in contatto colla societ del giorno senza risentirne

      gli   urti,   egli   passa  colla  maggior  facilit  dall'estrema

      confidenza nella sua "stella",  nel suo avvenire (poich egli avea

      dato  due  o  tre  drammi al teatro di Siracusa,  dei quali si era

      parlato il giorno dopo soltanto,  o non si  era  parlato  affatto)

      allo  scoraggiamento  massimo,  alla  disillusione pi completa di

      tutti  quei  sogni  rosati,  che  pur  riempiono  un  gran  vuoto,

      rispondono  ad  un  gran  bisogno  in  quell'et in cui il cuore e

      l'immaginazione vivono anch'essi la loro vita.

      Il compagno che  gli  passeggiava  allato    molto  pi  piccolo;

      biondo,  piuttosto  grasso;  uno di quei caratteri che non servono

      sovente ad altro che a far spiccare una individualit superiore  a

      cui  si accompagnano,  di cui sentono e subiscono l'influenza come

      un satellite.

      Raimondo,  il  biondo,  ha  per  il  merito  di  essere  come  il

      compimento del carattere infiammabile,  sovente del soverchio, del

      suo amico.  Egli non ha la superiorit d'ingegno di lui,  ma molta

      maturit di giudizio,  ci che lo fa ragionare calmo ed assennato,

      ed impedisce a Pietro di commettere mille pazzie,  poich Raimondo

      ha  la  voce  dolce  ed  insinuante  ed il carattere conciliativo;

      sembra infine che l'ardente carattere dell'amico suo subisca a sua

      volta l'influenza della pacata indole di lui.

      Entrambi appartengono a due buone famiglie di Siracusa. Raimondo 

      gi laureato in medicina da quasi un anno,  e Pietro studia  legge

      per  studiare  qualche  cosa che non gli renda soltanto strette di

      mano dei comici,  che per  altro  si  misuravano  dal  numero  dei

      rinfreschi  offerti  e  mai rifiutati,  e qualche applauso,  assai

      freddo, della platea, che avea il valore di un biglietto gratis.

      Abbiamo insistito, forse di soverchio, su questi dettagli fisici e

      morali,  d'uso per  alcuni,  per  noi  resi  indispensabili  dalla

      necessit,  che abbiamo peculiare,  di far "sentire",  diremmo,  i

      caratteri che presentiamo prima di  agitarli  nelle  scene  di  un

      racconto  intimo.  Scopriamo sin dal principio il meccanismo,  per

      non attirarci  la  taccia,  poscia,  di  aver  fatto  agire  delle

      marionette, da cui non ne vedesse il filo motore ch' il cuore.

      Cinque giorni dopo,  all'ora solita,  noi incontriamo i due amici,

      che passeggiano,  colla stessa sbadataggine,  sotto gli alberi del

      "Rinazzo";  l'uno, il biondo, chiacchierando quasi sempre solo; il

      suo compagno col capo basso e le mani dietro le reni.  "Mio caro,"

      diceva  il  biondo,  guardando  l'amico  negli  occhi  in  aria di

      malizia, "risponderai almeno questa volta a quella piccina?"

      "Io?" rispose bruscamente Pietro,  come destandosi di soprassalto,

      "e perch fare?"

      "Bella risposta! che pure non avrebbe avuto l'opportunit di venir

      fuori oggi, se tu l'avessi data a te stesso il giorno, o piuttosto

      la sera,  che ti venne in mente di accalappiare colle tue commedie

      quella poveretta."

      "Credo che tu abbi ragione in quanto alla risposta,  e che tu dica

      una bestialit, ci che fai spessissimo, in quanto a quello che mi

      vai cantando di accalappiamenti e di poverette..."

      "Pietro.."

      "Lasciami  tranquillo  ti  dico!  Ci  credi sul serio dunque che a

      quest'ora Maddalena,  la 'piccina',  come la chiami,  pianga e  si

      disperi perch non le scrivo pi,  perch la sera, onde aspettarla

      sotto il verone, non rischio pi di farmi gettare delle immondezze

      sul capo da qualche serva maligna,  che finga di  non  vedermi,  e

      perch  non  do  pi  lo  spettacolo ai vicini,  che si mettono ad

      origliare dietro le imposte,  di quelle freddure che si  ricantano

      sempre sullo stesso tuono: 'buona sera;  come stai? mi ami sempre?

      non quanto me...'  eccetera  eccetera,  poich  le  varianti  sono

      pochissime?!  In  fede  mia  che ne ho abbastanza di tali amori da

      quindici anni!!...  Se mi avesse permesso  di  salire  un  momento

      sulle scale... pazienza!..."

      "S,  pazienza per altri otto giorni! La sarebbe finita come tutte

      le altre...  Eppure ti assicuro che se tu l'avessi veduta piangere

      come io l'ho veduta; se ella ti avesse abbracciato i ginocchi come

      li  ha  abbracciati  a  me,  per  indurti  ad andarla a vedere,  a

      scriverle almeno...  se tu  avessi  udito  le  parole  ch'ella  mi

      diceva!..."

      "Parola  d'onore!"  esclam  sghignazzando Pietro,  "che tu ne sei

      innamorato cotto.  Va,  Raimondo,  amico  mio,  tu  farai  il  tuo

      cammino,  coi tuoi ventidue anni,  i tuoi capelli biondi, e il tuo

      volto fresco e roseo."

      Il biondo prese quegli scherzi  come  li  prendeva  sempre,  dalla

      parte  che lasciano ad un uomo di spirito,  ch' quella di riderne

      pel primo, e riprese:

      "Se cos fosse,  confessa che mi saresti molto obbligato di averti

      sbarazzato   di   una   'noia',   senza  i  ritornelli  soliti  di

      'traditore', 'Iddio  giusto', eccetera."

      Pietro ne rise esso pure,  e strinse con effusione la mano del suo

      amico.

      "Sentimi,  caro Raimondo;" diss'egli alquanto gravemente;  "io non

      son di quelli che dicono: 'fo cos perch cos fanno  gli  altri'.

      Mi sento troppo superiore a questi 'altri' per seguirne l'esempio.

      A diciott'anni  permesso credere ancora all'amore,  alla fedelt,

      alla donna tipo eroina,  come impastocchiano gli  sfaccendati  nei

      romanzi...  A ventiquattro ( desolante quello che dico,  ma non 

      men vero) si  scettici come lo scetticismo, quando cento volte si

      sono ascoltate le pi appassionate proteste,  fatte colle  lagrime

      agli  occhi,  dalla  donna  che  ha  in  saccoccia  la lettera del

      rivale..."

      "E' curiosa!" interruppe Raimondo.

      "Che cosa?"

      "Come ti hanno guastato i romanzi di Sue; tu,  accanito avversario

      dell'esagerazione  della  scuola  francese,  e che ora mi copii s

      bravamente  l''uomo  stufo  a  ventun'anni',   lo  'Scipione'  del

      'Martino il Trovatello'..."

      "Non copio io!" disse Pietro quasi con asprezza; "ti dico soltanto

      quello  che  penso.  Ti  dico anche che darei qualche cosa del mio

      avvenire per possedere  ancora  le  illusioni  s  care  de'  miei

      diciassette  anni...  Tu  conosci  la  mia vita,  Raimondo!...  Ti

      ricordi di una giovanetta che amai alla follia...  Che fece quella

      giovanetta,  per la quale avevo pianto,...  ne ho vergogna anche a

      pensarci...  pianto dinanzi a te...  come un fanciullo...  come un

      vile?!...  Ella m'ingann per un mercante;  poi per un nobile, per

      un uomo ammogliato...  E questa donna,  che avea dato appuntamento

      per  la  sera  al  suo 'amico',  che ascoltava tremando le ore che

      segnava l'orologio del salotto,  poich temeva ch'io m'incontrassi

      con  lui,   abbracciava  i  miei  ginocchi,  come  ieri  Maddalena

      abbracciava i tuoi; mi supplicava colle lagrime pi ardenti, colle

      carezze pi tenere,  cogli accenti pi deliranti di non  lasciarla

      s tosto,  di non lasciarla in collera, poich s'era accorta ch'io

      avevo sospetto di quello che dovevo vedere mezz'ora  pi  tardi...

      Dopo  amai  una  maritata;  credei  che una signora che rischia di

      romperla colla societ,  e colla  sua  felicit  istessa,  dovesse

      molto sentire, quest'affetto, al quale sacrifica il suo decoro, la

      pace domestica,  e,  presso di noi, fors'anche la vita... Quindici

      giorni dopo,  a caso,  in una festa da ballo,  seppi,  da  uno  di

      quegli amici che s'incontrano dappertutto,  che da tre giorni egli

      era  in  relazione  con  quella  signora...   e   le   espressioni

      appassionate  di lei,  ch'egli mi cit,  erano le stesse di quelle

      che aveva impiegato per farmi credere al suo amore...  In  seguito

      amai una fanciulla...  'pura siccome un angiolo',  come direbbe il

      signor Germont nella 'Traviata';  ella aveva tutto ci che pu far

      credere  alla purit del cuore: distinzione d'educazione,  coltura

      d'ingegno, bont di sentimenti... Io l'amai come un pazzo,  quella

      fanciulla dal viso pallido e dagli occhi cerulei...  Scesi persino

      alle puerilit del collegiale,...  passare sotto  i  suoi  veroni,

      seguitarla  al passeggio e in chiesa...  Quella giovanetta rispose

      finalmente  alle  mie  lettere,   mi  promise  amore  e   fedelt,

      nell'istesso  tenore,  suppongo,  in cui l'aveva promesso sei mesi

      prima ad un giovane che spos alcune settimane appresso...  E dopo

      questo,   dopo   innumerevoli  esempi,   che  ogni  giorno  cadono

      sott'occhio,   credi  che  si  possa  pi  aver  fede   nell'amore

      propriamente  detto,  in  quest'amore chiesto e giurato spesso col

      rituale alla mano,  senza passare almeno per uno scolaro di  primo

      anno?"

      "Ti  rispondo  colle tue parole: Credo che abbi ragione almeno per

      met;   ma  confessa  che  per  l'altra  tu  esageri  un   pochino

      lasciandoti trasportare, al solito, dalla tua immaginazione."

      "Pu  essere  anche  questo;"  rispose  sorridendo il giovane "del

      resto   colla   Maddalena    l'ho    rotta    tranquillamente    o

      diplomaticamente,  come vuoi meglio.  Infine vuoi una parabola per

      convincerti? "

      "Fuori la parabola!"

      "Ecco!" e Pietro trasse dal suo portasigari,  che avea trasformato

      anche  in  portafogli  e  portamonete,  un  bigliettino  in  carta

      profumata ed involto in una sopracoperta piccolissima color  rosa;

      colla stessa flemma ne prese un sigaro ed un fiammifero. Acceso il

      foglietto, cominci ad accenderne tranquillamente ii sigaro.

      Raimondo ebbe il tempo di leggere le ultime frasi assai tenere del

      bigliettino,  scritto  con  quel  carattere  minuto  ed uguale che

      sembra particolare alle signorine distinte, firmato in basso colle

      sole iniziali.

      "Hai veduto?" gli domand Pietro trionfante, buffandogli in faccia

      il fumo azzurrognolo del sigaro.

      "Ho guardato ma non ho visto, come il cieco della Bibbia."

      "E' semplicissimo: vi  un detto celebre: 'Fumo di gloria non  val

      fumo  di  pipa': ci che in parentesi dimostrerebbe che le mie pi

      belle produzioni-erba non valgono  il  fumo  delizioso  di  questo

      'regalia'; io ne faccio un altro: 'Amor di donna', e d'uomo, se si

      vuole,  'non dura pi di cenere di carta, o biglietto amoroso... o

      sigaro regalia'.  Spero  di  farmi  nome  almeno  coi  proverbi...

      giacch  non  l'ho  potuto con opere di maggior lena...  Ma guarda

      laggi, imbecille!..."

      "Che c'?"

      "Cospetto!...  la  signora  che  incontrammo  l'altra  volta  alla

      Villa!"

      "E' vero."

      "Che donna... Perdio!..."

      "Non  poi quella maraviglia che mi vai cantando..."

      "Non  ho  parlato  di  maraviglie.  Ti  dico  semplicemente  che a

      Catania, e in tutta Sicilia anche, son poche le donne che sappiano

      recare cos bene il loro 'pardessus reine-blanche', e che sappiano

      appoggiarsi con tanta grazia al braccio di quel briccone in guanti

      paglia e 'pince-nez' che ha la fortuna  di  premere  quel  polsino

      contro le sue costole."

      Essi passarono quasi rasente a quella donna,  che questa volta non

      li vide o fece le viste di non vederli,  e che sorrideva  del  suo

      riso incantevole al suo cavaliere, mentre gli parlava.

      "Hai  udito  che bella voce!" esclam Pietro,  premendo il braccio

      del suo compagno; "all'accento mi parve torinese... Io adoro tutto

      il Piemonte in questo momento..."

      "Eppure veduta dappresso non  bella..."

      "E' adorabile,  se non  bella!  Essa non ha la bellezza  regolare

      compassata,  che direi statuaria, e che non invidio ai modelli dei

      pittori;  ma  ha  occhio  che  affascina,  e  sorriso  che  seduce

      carezzando,  quando  questo fascino ci pu fare atterrire coi suoi

      brividi troppo potenti.  Questa donna alta e sottile,  di  cui  le

      forme   voluttuosamente   eleganti  sembrano  ondeggiare  lente  e

      indecise sotto la  scelta  toletta  che  le  riproduce  con  tutta

      l'attrattiva  vaporosa  delle mezze tinte,  ha tutte le perfezioni

      per  poter  coprire  ed  anche  far  ammirare  come  pregi   altre

      imperfezioni;  questa donna che ha bisogno di tutta la delicatezza

      e la bellezza di contorno del suo collo da  inglese  per  non  far

      troppo spiccare la piccolezza della sua testa da bambina; di tutta

      la  flessibilit  della  sua  vita  per  far dimenticare l'estrema

      sottigliezza del suo corpo;  di tutta l'abbagliante bianchezza dei

      suoi  denti per fare una bellezza della sua bocca alquanto grande,

      con cui ella sorride s dolce che sarebbe a desiderarsi di vederla

      sempre sorridere;  che si serve di tutte  le  ombre,  di  tutti  i

      riflessi  pi  lucidi,   pi  belli,  pi  azzurrognoli  dei  suoi

      magnifici capelli neri per nascondere che la sua fronte  alquanto

      larga ed alta del soverchio;  di tutta la limpidit dello  sguardo

      dei  suoi  occhi,  infine,  per  farne  ammirare  la pupilla di un

      riflesso molto chiaro; questa donna mi colpisce mille volte dippi

      coll'effetto direi strano,  sorprendente,  poich  rubato  a  Dio,

      della sua belt...  Io non potrei giammai esprimerti l'effetto che

      mi fa questa bellezza,  che non  tale che quasi per un  miracolo,

      poich non ha nulla per esserlo, ed in cui tutto sembra formare un

      assieme  di grazia e d'incanto;  questa bellezza che ha bisogno di

      tutte le risorse della toletta,  di tutte le seduzioni dei modi  e

      dell'accento,  di tutto l'incanto dello sguardo e del sorriso, per

      circondarsi  di  questo  vapore   trasparente...   illusorio,   lo

      confesso, che la fa bella per, che la fa adorabile, poich sembra

      non  farla  vedere che in nube,  attraverso l'incenso e l'orpello;

      questa bellezza che vuol essere tale a dispetto della  natura  che

      l'avea  fatta  comune;  questa figura plastica che non ha di bello

      che gli elementi, direi,  per divenir tale,  e lo spirito creatore

      che  fa  nascere tutte le grazie di cui si circonda;  che si mette

      allo specchio donna per sortirne silfide... maga... sirena..."

      "To... to... to!... Pietro, amico mio, ne saresti innamorato?..."

      "Io!" rispose il giovane scrollando le spalle,  come cadendo dalla

      sua esaltazione, "sei pazzo!"

      "Eppure  tutti i pregi di costei non valgono un solo di Maddalena.

      Venti ancor pi belle di lei  non  farebbero  un  angioletto  cos

      bello e perfetto qual  la 'piccina', come mi piace chiamarla; che

      pure hai abbandonato senza un pensiero."

      Pietro  fiss  uno sguardo sull'amico,  poi un altro sulla signora

      che era gi molto lontano, e rispose semplicemente,  abbassando il

      capo:

      "Maddalena  non sa neanche annodarsi il nastro del cappellino come

      colei."

      "E' graziosa!" esclam Raimondo. "Dunque ameresti dippi una donna

      che avesse bisogno,  per essere amata,  d'impiegare prima due  ore

      allo specchio?"

      "S,  lo  confesso...  Chiamala anche civetteria,  o ci che vuoi;

      nella donna che dovrei amare io vorrei tutte queste  cure  minute,

      tutte  queste  precauzioni  delicate,  tutte  le  perfezioni dello

      spirito e le squisitezze dell'educazione,  tutti  questi  dettagli

      dell'assieme, insomma, che servirebbero a formarmi l'aureola della

      donna  che  dovrei  avvicinare  colla  riverenza  e il delirio dei

      sensi, che tal prestigio dovrebbe recarmi, poich la riverenza del

      cuore io non l'ho pi.  Io amo nella donna i velluti,  i  veli,  i

      diamanti,  il profumo,  la mezza luce,  il lusso...  tutto ci che

      brilla ed affascina,  tutto ci che seduce e  addormenta...  tutto

      ci che pu farmi credere,  per mezzo dei sensi,  che questo fiore

      delicato, del cui odore m'inebbrio,  che mi trastullo fra le mani,

      non nasconde un verme; che quest'essere non , come il mio, debole

      e  creta...   E  allora  io  l'amerei...  un  giorno,  un'ora,  ma

      l'amerei... Quanto alle altre donne, le amer allorch scoprir un

      cuore nella donna."

      Pietro,  dopo questa scappata,  rimase muto alcuni altri  secondi,

      aspirando  voluttuosamente,  colle  narici  dilatate,  il fumo del

      sigaro,   come  se  attraverso  quella  nube  cenerognola  volesse

      discernere  le  forme  indecise  del  tipo che avea ornato di tale

      incanto nella sua immaginazione.  Poscia,  come arrossendo del suo

      trasporto, si mise a ridere fragorosamente, esclamando:

      "Che ne dici della mia tirata, Pilade?"

      "Non  cosa nuova in te.  Dimentichi troppo spesso che sei scritto

      sul ruolo degli studenti di terzo anno in legge,  per trasportarti

      ai tempi in cui impiastricciavi carta."

      "Hai ragione;  bisogna dimenticare quei tempi..." disse il giovane

      con una  forzata  allegria,  che  pure  avea  una  leggiera  tinta

      d'amarezza.  "'Destino'!  ecco  la  gran parola che gli uomini non

      sanno proferire pi spesso, ma nella quale io son credente come un

      maomettano...  Io,  povero sciocco,  che m'ero fitto  in  capo  di

      salire  le  scale  del  Campidoglio,  e  raccogliervi  una  corona

      qualunque...  eccomi destinato probabilmente a logorare quelle dei

      tribunali,  e  di  corone  non  si  parla pi...  fossero anche di

      cavoli.  Se gli uomini sapessero far valere questa  parola  quanto

      essa  lo  merita,  l'incolpabilit  delle  azioni umane rimarrebbe

      sugli scritti dei penalisti: ecco che, almeno una volta,  parlo da

      saggio..."

      "Ed  anche il merito delle azioni umane,  in tal caso...  E tu sei

      superstizioso in quest'idea?"

      "Al fanatismo!"

      "Ma se tu fossi destinato ad  amare  quella  donna,  che  non  hai

      veduto che due volte, in passando?..."

      Pietro cominci dallo scrollare le spalle,  al [suo] solito;  indi

      rimase alcuni minuti in silenzio,  e disse  tristamente,  come  se

      quell'idea gli facesse pena o paura: Chi lo sa!?..."

















      CAPITOLO SECONDO.


      Venti  giorni sono scorsi da quello in cui incontrammo i due amici

      al 'Rinazzo'.  Siamo nei lunghi giorni del giugno.  Pietro  studia

      assiduamente da mattina a sera le sue tesi, poich si approssimano

      gli esami;  ed esce assai di rado.  La sera di un gioved Raimondo

      venne a trovarlo nel  suo  stanzino  da  studio,  nella  casa  che

      abitava  insieme  a  sua  madre  e  alle  sue due sorelle,  in via

      Vittoria.

      "Che vuoi?" domand Pietro bruscamente, celando, al suo solito, la

      viva amicizia che nutriva pel suo compagno  sotto  quell'apparenza

      di ruvidit.

      "Vengo per condurti meco al passeggio."

      "Ne ho forse il tempo? Sai bene che gli esami son vicini, e non ho

      ore  da  sprecare  andando  a spasso;  sai pure che col professore

      Crisafulli non c' da scherzare."

      La signora Brusio,  ch'era entrata con Raimondo nello stanzino  di

      suo   figlio,   e  si  era  appoggiata,   con  quell'atteggiamento

      ineffabile d'amore delle madri, alla spalliera della sua seggiola,

      un le sue istanze a quelle di Raimondo per indurre suo  figlio  a

      prendere un po' d'aria.

      "Stassera c' musica alla 'Marina':" disse Raimondo.

      "Va pure,  figlio mio;" disse la madre,  "da quasi venti giorni tu

      non esci pi,  e ci ti far ammalare invece di farti proseguire i

      tuoi studi. Prendi qualche ora di riposo; ne hai bisogno."

      Pietro  amava  sua  madre  d'immenso  affetto.  Pel  suo carattere

      impetuoso ed insofferente quella dolce voce di donna,  quella mano

      pallida   e   affilata   che  carezzava  i  suoi  capelli,   erano

      irresistibili.

      "Giacch  siete   congiurati,   e   volete   cos!..."   diss'egli

      sorridendo,  "aspettami  cinque  minuti,  Raimondo;  il  tempo  di

      vestirmi."

      E pass nella sua camera.

      "Fatelo divertire,  signor Angiolini;" disse al giovane medico  la

      signora  Brusio  "ha  tanto  bisogno  di distrazione il mio povero

      Pietro!  E' tanto tempo che non fa altro  che  studiare!...  e  mi

      sembra  che  sia divenuto pi pallido...  Mi atterrisce l'idea che

      abbia ad ammalare!"

      "Non pensi a queste cose, signora;" interruppe Raimondo; "Pietro 

      forte come un toro,  e quest'eccesso di lavoro non pu durare  che

      altri  otto o dieci giorni.  Terminati gli esami abbiamo stabilito

      di andare a passare una settimana alla campagna."

      "Grazie, grazie, Raimondo!" disse la madre, stringendo la mano del

      giovane "voi  siete  il  degno  amico  del  mio  Pietro...  Ve  lo

      raccomando!... Siamo tre donne che non abbiamo pi che lui..."

      Vestito che fu Pietro i due amici andarono alla "Marina".

      I   viali   erano  affollatissimi;   la  musica  eseguiva  le  pi

      appassionate melodie di Bellini e di Verdi; un bel lume di luna si

      mischiava  alle  vivide  fiammelle  dei  lampioncini,  sospesi  in

      festoni agli alberi,  che illuminavano i viali.  Era una di quelle

      sere incantate che si passano su queste spiaggie del Mediterraneo,

      in cui lo  specchio  terso  ed  immenso  del  mare,  che  riflette

      tremolante il raggio dolce e pacato della luna,  sembra servire di

      cornice al quadro allegro,  vivace,  animato,  che formicola colle

      sue mille seduzioni sotto gli alberi.

      Pietro  si  sent  come allargare il cuore e fu grato all'amico di

      quella piacevole sensazione;  essi passeggiavano per uno dei viali

      pi appartati.

      "Non  m'inganno!"  esclam  Pietro  tutt'a  un  tratto,   come  di

      soprassalto,  stringendo vivamente il braccio dell'amico contro il

      suo; " lei!... l!... in mezzo a quei due uomini!"

      In  fondo  al  viale  quasi  deserto,  perch troppo lontano dalla

      musica, spiccava infatti, e per la solitudine del luogo, e per una

      certa originalit elegante di  abbigliamento  e  di  andatura,  la

      signora che aveva recato tale impressione in Pietro Brusio.

      Vestiva  un semplicissimo abito di "tarlatane" a quadretti bianchi

      e bleu, tessuto di una freschezza e leggerezza quasi vaporosa; uno

      sciallo nero,  fermato sul petto da  uno  spillone  d'oro,  ed  un

      cappellino grigio ornato "cerise".

      Nulla  per  varrebbe a riprodurre l'eleganza suprema,  la molle e

      quasi ingenua civetteria, con la quale ella rialzava la veste sino

      a met della sottoveste ricchissima e si appoggiava al braccio  di

      un  uomo di quasi 30 anni,  assai bruno,  con volto ombrato da una

      folta barba nera,  che avrebbe fatto invidia ad un  guastatore,  e

      vestito  con  ricercatezza  alquanto leccata.  Dall'altro lato era

      accompagnata da un signore  di  mezza  et,  alto,  quasi  biondo,

      freddo, e che parlava con una bella pronunzia toscana.

      I due giovani,  passeggiando, s'incrociarono con essi che venivano

      loro di contro.  Questa volta uno sguardo della  signora  incerto,

      quasi negligente,  si fiss indolentemente, ma a lungo negli occhi

      ardenti di Pietro che la divoravano.

      Due o tre volte ancora i due amici  l'incontrarono  di  faccia;  e

      ciascuna volta quello sguardo limpido, chiaro, noncurante si fiss

      sul giovane che la guardava a lungo;  e ciascuna volta il cuore di

      Pietro batteva stranamente in modo pi forte;  e  le  sue  guancie

      pallide  e  brune  si facevano ancor pi pallide,  e il suo occhio

      sfavillava pi ardente; ed egli, affrettavasi, trascinava quasi il

      suo compagno per giungere a quest'attimo  in  cui  quella  silfide

      dovea passargli dinanzi,  in cui quella veste doveva sfiorarlo, in

      cui quegli occhi dalla pupilla trasparente dovevano  fissarsi  sui

      suoi,  sebbene come non vedendolo.  Una o due volte che Brusio non

      incontr quello sguardo,  fu triste,  e  quasi  dispettoso  di  se

      medesimo.  Una volta,  l'ultima,  in cui gli parve accorgersi che,

      lui oltrepassato di uno o due passi, ella, parlando all'uomo a cui

      dava il braccio, verso di cui si piegava sorridendo con una grazia

      affascinante,  avesse rivolto a met il viso verso di lui e che un

      lampo partito da quegli occhi lo cercasse, egli fu ebbro... felice

      di  una sensazione nuova,  strana,  che non sapea definire,  della

      quale avea quasi paura, poich non poteva giustificarla.

      Ritornando per lo stesso viale la  cerc  invano  cogli  occhi  da

      lungi...  Giunse  in  capo  al viale: era deserto...  La cerc per

      tutta  la  "Marina",   come  se  in  quella  folla   elegante   ed

      animatissima  avesse dovuto discernere in mezzo a mille "colei" al

      solo riflesso azzurrognolo dei ricci   che  ombreggiavano  la  sua

      fronte  fin quasi sulle sopracciglia,  al solo movimento della sua

      piccola testa che sembrava inchinarsi come  un  giunco  sul  collo

      sottile e ben modellato; era partita...

      Che voleva egli?  Che cercava da quella donna,  di cui il lusso il

      corteggio,  l'adulazione era l'atmosfera in cui  viveva;  che  gli

      uomini  pi  ricchi,  pi  eleganti,  pi  nobili  si fermavano ad

      ammirare, senza che ella mostrasse avvedersene,  che tre o quattro

      volte l'avea guardato come si guarda un fanciullo,  un albero,  un

      oggetto qualunque che s'incontri?...  Nemmeno egli  lo  sapeva  in

      quel  punto;  egli avrebbe arrossito di confessarsi la premura che

      prendeva per colei che dovea essere sempre un'estranea per lui.

      Cinque minuti dopo riprese il braccio di Raimondo, dicendogli:

      "Andiamo via!"

      "Cos presto?"

      "Non ti annoi a morte qui stassera?... Non c' alcuno!"

      Raimondo  guard  attorno,  come  trasognato,  perch  giammai  la

      "Marina" di Catania avea offerto una riunione pi bella; e domand

      ingenuamente:

      "Sei  pazzo?...  Tu  stesso  un  quarto  d'ora  fa mi dicevi esser

      deliziosa questa serata... qui..."

      "Sar vero anche ci,  come  vero che ora mi annoio...  e se vuoi

      rimanere ti dico addio."

      E gli stese la mano come per congedarsi.

      "Un  momento...  ecco!  giunge in quel viale a sinistra Maddalena.

      Guardala almeno una volta."

      "Che m'importa di Maddalena a me!... Guardala tu, se vuoi..."

      E dopo quella brusca separazione part di buon passo  e si diresse

      verso la sua abitazione per via Garibaldi.

      Per  giunto  alla  crocevia  della  Vittoria  sembr  esitare  un

      momento,  e  prosegu  a  camminare sin fuori Porta Garibaldi.  La

      notte era magnifica, Pietro sedette sul sedile di pietra circolare

      che limita la gran piazza.

      "E' strano" mormor egli "come stasera non ho voglia n d'andare a

      casa, n di rimettermi alle mie tesi!..."

      E rimase altri cinque minuti in silenzio,  collo sguardo  fosco  e

      fisso sui ciottoli del marciapiede.

      "Andiamo!"  esclam  quindi  levandosi,  e  come  facendosi  forza

      "devono essere le undici, e mia madre a quest'ora mi attende."

      Guard il suo orologio  e  si  diresse  lentamente  verso  la  sua

      abitazione.

      La  signora  Brusio,  coll'occhio della madre,  osserv che il suo

      Pietro,  quella sera,  era pi pallido e distratto del  solito;  e

      che,  invece di rimettersi a studiare,  si ritir,  appena giunto,

      nella sua camera.

      L'indomani Raimondo,  verso le  undici,  si  disponeva  ad  uscire

      quando  Pietro  entr da lui nella camera che occupava all'Albergo

      di Francia.

      "Buon vento!" esclam Raimondo sorpreso da quella visita  che  non

      si aspettava pi da un mese, "ci son novit stamattina?"

      "Quali novit vuoi mai che ci sieno?"

      "Per bacco!  ti credeva sui 'digesti' a quest'ora; ed eccoti gi a

      correre per le strade come uno sfaccendato."

      "E' che lo sono.  Avr sempre il tempo di finire le mie  tesi,  ed

      ero  una  gran  bestia a prenderla tanto sul criminale,  infine ne

      vengono approvati tanti pi asini di me!... Usciamo."

      "Usciamo pure. Hai fatto colazione?"

      "Non ci penso; mi sento in vena di passeggiare."

      "Con il caldo che fa non  la miglior cosa."

      "Andiamo alla Villa."

      "Sia per la Villa."

      E i due amici uscirono, tenendosi, al solito, a braccetto.

      "A proposito della Villa, sai dove abita quella signora piemontese

      tanto distinta che abbiamo incontrato qualche volta?"

      "No... dove?"

      "In quella bella casa sulla strada Etnea: della quale i veroni  si

      vedono dal 'Laberinto'."

      "Dici  davvero?!" esclam Brusio animandosi quasi suo malgrado,  e

      fermandosi in mezzo alla strada".

      "Verissimo."

      "E tu l'hai veduta?"

      "Io stesso."

      "Proprio lei?..."

      "Proprio lei!... Ma che diavolo!... Ne saresti innamorato?..."

      "Mi credi forse pazzo da legare?" rispose Pietro  con  un  sorriso

      che  dissimulava  appena  la  contrariet  che gli arrecava quella

      domanda.

      "Perch poi?"

      "Perch amarla io, sarebbe una disgrazia: amarmi ella, assurdo."

      "Mi piace questa modestia da venticinque soldi."

      "E' modestia  che  vale  amor  proprio;"  rispose  Pietro  piccato

      "prendila come vuoi."

      "Eppure,  vediamo:"  insist  Raimondo attaccandosi al braccio del

      suo amico "immaginiamoci che per un capriccio,  una  fantasia,  un

      'destino',   secondo   te,   questa   donna  si  innamori  di  te;

      immaginiamoci ch'ella te lo dica,  come lo dicono le donne  quando

      vogliono,  facendotelo comprendere,  cio, cogli occhi, col gesto,

      coll'atteggiamento...   Ebbene!   allora  saresti  il  Catone  del

      momento?..."

      "Impossibile!"  esclam  il  giovane  tristamente  come  se avesse

      creduto un momento a quel sogno e si fosse poi accorto ch'esso era

      troppo bello e insieme penoso per lui.

      "Perch? "

      "Perch colei  vana, orgogliosa, come lo dimostra il fasto di cui

      si  circonda.   Soltanto  potrebbe  impressionarla  la   bellezza,

      l'eleganza,  la nobilt,  la ricchezza, il lusso... cose tutte che

      non posseggo.  Dunque o costei  maritata,  e non amer giammai un

      Don  Giovanni  in  ventiquattresimo  che  si  chiama semplicemente

      Pietro Brusio;  o  mantenuta,  e non posseder mai abbastanza per

      pagare  i  suoi fiori per un anno;  o  zitella,  e non sposerebbe

      certamente l'uomo oscuro, comune, che non ha tanto da farla vivere

      in  quel  lusso  nel  quale  vive,   e  che   le      necessario,

      indispensabile  per  essere quella che .  In tutti questi casi io

      dovrei dunque essere vile per amarla,  o dovrei  comprare  il  suo

      amore a prezzo di qualche infamia."

      "Ben pensato e ben ragionato!  ci che,  in parentesi,  ti avviene

      assai di rado. Vogliamo far colazione al Caff di Parigi?"

      "No; andiamo al 'Laberinto'."

      Raimondo guard il suo amico di uno  sguardo  scrutatore  e  quasi

      beffardo.

      "Ti fo riflettere che non ho ancor fatto colazione, abbi dunque la

      bont di concedermi dieci minuti."

      I  due amici entrarono dai Fratelli Guerrera.  Mezz'ora dopo erano

      alla Villa.

      Faceva molto caldo.  Il "Laberinto" era delizioso colle sue  ombre

      profumate  di  fior  d'arancio.  I due sedettero all'ombra e quasi

      contemporaneamente  alzarono  gli  occhi  sui  veroni  della  casa

      sebbene  alquanto  distante,   che  Raimondo  avea  indicato  come

      l'abitazione della "Piemontese".

      Le tende di giunco erano abbassate sulle ringhiere,  quantunque il

      sole non vi giungesse ancora,  forse per dare alquanto pi d'ombra

      agli appartamenti;  e dietro una di quelle si vedeva una figura di

      donna, vestita di bianco, quasi coricata su di una poltroncina con

      tutto il languente e voluttuoso abbandono di una sultana, a quella

      vista il cuore di Pietro batt forte, come la sera innanzi.

      "E' dessa!" disse Raimondo "vedi che non t'ingannavo!..."

      Pietro non rispose, tenendo sempre fissi gli occhi sul verone.

      Ella  si  toglieva soltanto a lunghi intervalli da quella positura

      per recarsi agli occhi un binocolo che teneva sui ginocchi  e  col

      quale guardava nella strada o verso la Villa; ed indi, come stanca

      di  quello  sforzo,  lasciava  ricadere  mollemente la testa sulla

      spalliera,  e sembrava assorbirsi in  quell'inerzia  contemplativa

      che gli orientali cercano nell'oppio.

      Un  uomo,  seduto  accanto a lei su di una seggiola assai bassa le

      leggeva qualche cosa di un giornale che teneva fra le mani,  e che

      ella udiva sbadatamente;  e s'interrompeva di tratto in tratto per

      prendere una mano di lei,  che gliela abbandonava  con  la  stessa

      languida  indifferenza,  e  che  lo  ringraziava  col  suo sorriso

      seduttore,  e col suo  sguardo  che  faceva  scorrere  un'onda  di

      volutt  in  quell'uomo,  quand'egli  si recava alle labbra la sua

      mano.

      Allora solamente la sua  leggiadra  testolina,  coronata  da  quei

      ricci magnifici, si volgeva lentamente verso di lui.

      Qualche  volta,  con  un movimento tutto infantile,  quella manina

      bianca ed affilata  si  appoggiava  alla  ringhiera,  e  sopra  vi

      appoggiava  la  fronte;  quasi  quel bellissimo collo fosse troppo

      debole per sostenere quella piccola testa.

      "Con  questa  donna  ci  sarebbe  da  impazzire!"  esclam  Pietro

      reprimendo un fremito, dopo averla divorata a lungo dello sguardo.

      "Credi che sieno marito e moglie?" domand l'altro.

      "E' il mistero che questa donna sa rendere impenetrabile colle sue

      mille  indefinibili  gradazioni  di fisonomia,  d'espressione,  di

      gesto,  che fanno spesso dimenticare la sirena  nella  vergine,  e

      viceversa.  Se  lo  sono,    da poco tempo: a meno che costei non

      senta ancor ella s a lungo,  come deve far sentire a tutti quelli

      che l'avvicinano."

      Parecchie  volte,  forse  a caso,  l'occhialetto dell'incognita si

      rivolse verso il banco di pietra sul  quale  erano  seduti  i  due

      amici.

      "Ti guarda!" disse Raimondo sorridendo.

      "O guarda i passeri che saltellano fra le fronde.  Credi sul serio

      ch'io ne sia innamorato?"

      "Ne parli tanto!..."

      "Diffida sempre di quegli amori di cui ti si parla a  lungo  e  s

      leggermente:    segno certo che si vuol ridere alle tue spalle...

      Io l'amo come un bel personaggio da dramma o da romanzo,  come  un

      bel  fiore..  come una bella donna prima venuta insomma...  che sa

      recare  con  grazia  il  velo  sul  cappellino  e  sollevare   con

      disinvoltura lo strascico della veste...  e nient'altro... In fede

      di che,  se vuoi,  andiamocene;  sono le due meno  dieci  minuti,"

      aggiunse dopo aver consultato l'orologio.

      "S,    troppo  tardi;  siamo  qui  da pi di due ore" rispose il

      biondo alzandosi.

      Egli sorprese lo sguardo del suo amico, che ancora restava fissato

      sul verone.

      "Vuoi venire, o no?"

      "Un momento...  restiamo altri dieci minuti e partiremo  alle  due

      precise..."

      "Non  amo gli inglesi colla loro metodicit regolata sul quadrante

      di un orologio... Hai detto d'andarcene..."

      "Hai ragione;" rispose Brusio ridendo "partiamo."

      Due o tre volte, prima di uscire dal giardino, si volse a guardare

      il verone, sul quale non poteva pi vedere che la tenda abbassata.

      "Bella donna!" ripeteva egli di tempo in tempo,  con un entusiasmo

      ch'era troppo allegro per non essere affettato, e troppo affettato

      per non nascondere una preoccupazione: "quanto io t'amo".



      CAPITOLO TERZO.


      Il dopopranzo; e l'indomani, e tutti i giorni in seguito, la Villa

      divenne  la  passeggiata preferita di Pietro,  che vi conduceva il

      suo amico, il quale protestava sempre e finiva sempre col cedere.

      Allo stesso verone,  quasi ogni  volta  nella  stessa  positura  e

      vestita  di  bianco,  essi vedevano la "Piemontese",  come l'aveva

      sopranominata Raimondo,  che vi restava da mezzogiorno spesso sino

      alle 3 e dalle 7 alle 8.

      Una   sera   l'incontrarono   che  andava  al  Caff  di  Sicilia,

      accompagnata dal signore biondo.

      "Se  andassimo  al  caff?..."  disse  Pietro,  come  per  esservi

      incoraggiato dal suo amico.

      Dalla  soglia  la videro seduta ad un tavolino,  al fianco del suo

      compagno,  mentre due ufficiali dei Cavalleggieri  Alessandria  le

      prodigavano tutte le delicate attenzioni di chi vuol fare la corte

      ad  una  signora.  Ella  sembrava  appena  badarvi;  ma rispondeva

      qualche volta col suo solito sorriso grazioso, che mostrava i suoi

      bellissimi denti di perle.

      Il giovane dalla barba nera,  che Pietro avea veduto una volta con

      lei alla "Marina",  veniva dall'altra sala del caff, e fermandosi

      dinanzi al tavolino dov'era ella si lev il  cappello,  aspettando

      d'esser salutato.

      Siccome nessuno gli badava, egli gir con tutta flemma sui talloni

      ed usc.

      Pietro  prese  il  braccio  del  suo  amico,  e  lo  strascin via

      mormorando:

      "E' meglio che non entriamo!..."

      "Dove andiamo?" domand qualche minuto dopo,  come se cercasse una

      distrazione.

      "Dove ti piace.  A proposito...  potremmo approfittare dell'invito

      dei signori A..., che abbiamo per stassera.

      "Vi si balla?"

      "S."

      "Andiamo,  in tal caso!  M'immaginer di ballare colla  mia  bella

      Piemontese;" aggiunse Brusio, forzando le labbra ad un sorriso.

      Essi  furono  accolti  con  festa  dall'allegra  brigata  che  era

      radunata nel salone.  Pietro sedette  al  pianoforte  e  suon  un

      valtzer che otto o dieci coppie ballarono.

      "Vi  lasciaste  molto  aspettare,  signorini!"  disse  in tuono di

      scherzevole rimprovero una graziosa giovanetta, figlia del padrone

      di casa e maritata ad un cugino di Raimondo,  appena Pietro and a

      raggiungere  sul  divano il suo amico,  che era seduto vicino alla

      signora.

      "E' che Pietro, qui presente,  innamorato cotto;  e abbiamo fatto

      la ronda alla bella;" disse Angiolini ridendo.

      "Davvero!... Non mi sorprende in lei, signorino, questa novit (Si

      sa che bel modello!...) E chi sarebbe questa sventurata?..."

      "Parola  d'onore,  signora,  che  lo  sventurato  son  io,  almeno

      stavolta;" rispose Pietro.

      "Lei?!...  E' da ridere!...  E  di  chi  sarebbe  innamorato,  s'

      lecito?"

      "Molto lecito,  al contrario! Giacch non ho il bene di conoscerne

      neanche il nome..."

      "Ed ella conosce lei, almeno?"

      "No."

      La signora diede in uno scoppio di risa.

      "E l'ama, a quanto dice?"

      "Come un pazzo!"

      "Dove l'incontra?"

      "Qualche volta al passeggio,  o alla 'Marina'...  E  poi  so  dove

      trovarla..."

      "Dove?" "A casa sua..."

      "Dunque va in casa?"

      "No; dal verone."

      "Ah!    amore  da  verone!" esclam la giovane ridendo sempre pi

      come una folle; "e dove abita questa meraviglia?"

      "Al 'Rinazzo', vicino il 'Laberinto'."

      "Nella casa...?"

      "Precisamente."

      "Una giovane alta, sottile,  molto elegante...  non tanto bella in

      verit?

      "Pu essere... ci  relativo..."

      "E forestiera?"

      "Forestiera. Credo sia piemontese."

      "La conosco".

      "Sul serio?"

      "So  il suo nome,  almeno potr insegnarglielo e non farle fare la

      figura dell'amante della luna."

      "Come si chiama?"

      "Si chiama Narcisa Valderi."

      "Narcisa!... bel nome,  si direbbe averlo ricevuto a vent'anni!  E

      la conosce molto?"

      "Cio... non molto. Sono stata in sua casa due o tre volte."

      "Mi parli di lei... a lungo!..."

      "Ella  finge  di  scherzare,  signorino,  ma  ha lo sguardo troppo

      acceso per dissimulare che quello che dice lo sente davvero."

      "S,  vero!... Ma se le giuro che l'adoro, colei!..."

      "L'ha veduta da vicino?"  domand  in  tuono  quasi  derisorio  la

      giovane.

      "S."

      "E' tutta toletta!..."

      "Io  amo  appunto  in  lei  questa toletta,  questo lusso,  questo

      apparato brillante e vaporoso in cui la farfalla mi fa dimenticare

      il bruco."

      "Via, via... vedo bene che scherza..."

      "Dica dunque..."

      "Ella si alza alle dieci o alle dieci e mezzo;  prende un bagno di

      cui  i  profumi costano ciascun giorno otto o nove lire;  e poi si

      mette allo specchio,  ove impiega da un'ora e mezzo a due ore  per

      l'abbigliamento della mattina, da due a tre per quello della sera,

      e  da  tre a tre e mezzo e spesso sino a quattro per la toletta da

      ballo o da teatro... E' sorprendente... miracoloso, come una donna

      possa star tanto ad appuntarsi gli spilli!..."

      "Ammirabile!... Avanti."

      "Dopo la toletta viene la colazione:  ella  ha  l'affettazione  di

      mangiare pochissimo,  ma i suoi cibi costano un occhio del capo in

      compenso; indi si mette al pianoforte, o al verone, sdraiata su di

      una poltroncina,  e vi resta,  spesso dormendo,  sino  all'ora  di

      pranzo. Suo marito..."

      "Un uomo di quasi 38 anni, alto e biondo?"

      "S, il conte di Prato; lo conosce?"

      "Me l'immagino."

      "Suo  marito  l'ama  alla  follia;  passa  i  giorni al suo fianco

      scherzando coi suoi capelli, e guardandola coll'occhialetto faccia

      a faccia."

      "Ed ella?..."

      "Ella gli sorride...  e chiude gli occhi come se temesse di fargli

      perdere la testa seguitando a guardarlo com'ella fa."

      "In fede mia!... credo che n'abbia ben ragione!..."

      "Questi  dettagli  li  ho  risaputi  da  una  mia  amica che abita

      dirimpetto alla casa della contessa..."

      "En place pour la quadrille!" fu gridato.

      Pietro si alz e prese il cappello.

      "Se ne va, cos presto!"

      "S; devo andare a finire le tesi..."

      "O a passare una mezz'ora sotto le finestre della bella?..."

      "Sarebbe agire da stolido, almeno, dopo quanto ella mi ha detto."

      Ed il giovane sorrise del suo sorriso che si sforzava  di  rendere

      allegro mentre era amaro.

      Per  andare  a  casa  sua  prese  la strada che a lui parve la pi

      corta, passando cio dal "Rinazzo".

      Nella casa della contessa  non  c'era  lume.  Pietro  si  ferm  a

      guardare in silenzio quei veroni oscuri, poscia chin la testa sul

      petto con un sospiro, mormorando:

      "Stassera al teatro si d un dramma molto in voga...  E' al teatro

      certamente... ella..."

      Indi, come vergognandosi di questo monologo, scroll le spalle con

      dispetto ed affrett il passo.

      "Andiamo a teatro stassera?" disse a  Raimondo  l'indomani  appena

      furono assieme.

      "Andiamoci, se cos ti piace. E le tesi?"

      "Dormiranno anche stassera. Avr sempre il tempo di finirle."

      Alla  piazza della Cattedrale incontrarono un amico che si ferm a

      discorrere con loro.

      "Andrete a teatro stassera?" domand egli.

      "Perch questa domanda?"

      "Perch si dar una bellissima commedia nuova  e  ci  verr  tutta

      Catania."

      "Ci  sar allora...  poich in tal caso verr anche la mia bella;"

      disse Pietro scherzando.

      "Ah!... Ah!... la tua bella di numero...  Non so pi a qual numero

      sii... buona lana!"

      "Sul serio; sono innamorato come uno stolido."

      "E di chi?"

      "Di   una  signora  ch'  una  maga...   involta  fra  i  merletti

      velluti..., della quale so il nome da ieri soltanto."

      "La contessa di Prato?"

      "La conosci?"

      "Per bacco! Al ritratto che ne fai...  non c' altra qui che possa

      appropriarselo."

      "E' veritiero per questo ritratto?"

      "Perdio!... E tu l'ami, costei?!..."

      "Non so quello che farei per una parola di quella donna..."

      "Non ci sarebbe bisogno di far tante cose;  basterebbe farti amico

      con suo marito... ed anche col suo amante; ed uno di questi due ti

      presenterebbe... il resto verrebbe da s."

      "Amante!" esclam Pietro impallidendo suo malgrado mentre  cercava

      di sorridere: "ah! c' dunque un amante?"

      "Pel momento per...  bada!... A Napoli sembra che sieno stati pi

      d'uno;  ci che diede luogo a molti scandali,  che finirono con un

      duello in cui il marito ruppe,  con una sciabolata,  il braccio ad

      uno dei pi indiscreti."

      "E ci non  bastato?"

      "Ella fa quello che vuole di quest'uomo che comanda col gesto  del

      suo  dito  mignolo;  e  che ha il coraggio di andare a battersi in

      duello mentre non osa fare la minima rimostranza alla  moglie.  E'

      la storia di molti mariti."

      "E  quel  giovane  bruno,   dalla  barba  nera,  che  l'accompagna

      spesso?..."

      "E' l'amante di cui ti parlavo."

      "Che peccato!" esclam Pietro fatto pensieroso.

      "Fatti presentare:" insist Antonino.

      "Io!..." esclam, con un accento indefinibile di stupore, Pietro.

      "S;  tu sarai il  secondo  dei  suoi  adoratori  presenti,  senza

      calcolare  gli  assenti...  Perdio!  perch  ti fai triste?...  ne

      saresti innamorato sul serio?..."

      "Sei tanto ingenuo da crederlo?"

      "Fatti presentare allora."

      "Sarebbe inutile."

      "Chi lo sa!"

      "La mia condizione mi proibisce di averla a prezzo di una vilt, e

      non ho danari bastanti per mettermi nel numero di  questi  signori

      che  le  fanno  la corte...  Del resto sento che non son fatto sul

      loro stampo...  poich  non  saprei  amarla  in  comune,  com'essi

      fanno..."

      "Dimenticala dunque."

      "Non ci ho mai pensato che come uno scherzo."

      "A rivederci stassera."

      "Addio."

      Alle  nove  e  mezzo i due inseparabili amici erano alla porta del

      teatro,  in mezzo alla folla dei giovanotti che fumando stavano ad

      osservare le signore che scendevano dalle carrozze.

      La  recita  era  cominciata  da cinque minuti.  I giovanotti erano

      entrati  a  prender  posto.   Raimondo  strepitava,   tentando  di

      trascinare  l'amico,  poich  protestava  di  non voler perdere la

      prima scena.  L'ultima carrozza avea deposto l'ultima signora  sul

      marciapiede, e Brusio non si muoveva ancora.

      Raimondo finalmente perd la pazienza e lo lasci solo per entrare

      in platea.

      Poco  dopo  le  dieci  si  ud  il  rumore  di una carrozza che si

      avvicinava;  ed il solo orecchio di Pietro pot distinguere che il

      passo  dei  cavalli  non  avea l'uniforme regolarit di quello dei

      cavalli signorili.

      "Una carrozza da nolo...   la sua!"  mormor  egli  appoggiandosi

      alla porta.

      La carrozza si ferm infatti alla prima porta, ov'egli si trovava,

      ed un uomo,  nel quale Pietro riconobbe il conte, salt il primo a

      terra, per dare la mano alla signora che accompagnava.

      Brusio istintivamente fece un passo in avanti.

      La contessa appoggi appena alla mano del signor di Prato  la  sua

      mano  da  ragazzina coperta dal guanto bianco;  mise lentamente il

      piede, che sembrava appena accennato nel suo stivalettino di raso,

      sul predellino,  e salt sul marciapiede.  Con una  perfezione  di

      grazia  assai distinta,  ella tir con s il lungo strascico della

      sua veste di seta "granadine", per impedire che, rialzandosi nello

      scendere,  scoprisse pi del basso della sua gamba sottile  e  ben

      modellata.  Soltanto,  non potendo, nel tempo istesso, raccorre il

      "burnous" che le copriva le spalle,  questo,  nel momento in  cui

      curvava fuori dello sportello la sua testolina ornata di fiori, le

      scivol  per  le  spalle  e  per  gli omeri nudi di un'abbagliante

      bianchezza.

      Quell'uomo che, solo e fermo sull'ingresso, dimostrava chiaramente

      di attendere quacheduno,  mentre tutti erano dentro il teatro,  le

      rec  forse  sorpresa,  poich,  passando  dinanzi  a lui,  mentre

      raccoglieva le pieghe della sua veste perch non  lo  sfiorassero,

      ella alz un momento gli occhi su di lui.

      Indi,   come   infastidita  da  quello  sguardo  scintillante  che

      s'incrociava col suo e che sembrava assorbirne  tutto  il  fluido,

      ella si volse un istante verso il conte, che dava alcuni ordini al

      cocchiere, prima di salire le scale del corridoio.

      Vi  fu  un  momento,  quando  un lembo del leggerissimo tessuto di

      quella veste strisci sui suoi  abiti,  che  le  gambe  di  Pietro

      tremarono.

      Pochi  minuti  dopo  egli  si  diresse lentamente verso la platea.

      Entrando,  il riflesso dei cristalli di un occhialetto fisso sulla

      porta colp i suoi sguardi. Alz gli occhi su quel palchetto della

      prima  fila  da  dove partiva quel raggio,  e vide la contessa che

      abbassava lentamente  l'occhialetto,  appoggiandolo,  col  braccio

      disteso  sul  velluto  del parapetto,  mentre lo fissava ancora ad

      occhio  nudo,   quasi  con  curiosit:  aveva   voluto   conoscere

      certamente,  per  una bizzarria da donna elegante,  quest'uomo che

      aspettava sull'ingresso, tre quarti d'ora dopo alzata la tela.

      Pietro cerc il suo posto e sedette quasi dirimpetto  alla  loggia

      della contessa.

      La  commedia  fu applauditissima;  ma Pietro non applaud giammai,

      poich soltanto alcuni squarci attrassero la sua attenzione;  e in

      quegli  squarci,  quando  il suo cuore provava potentemente quello

      che aveva sentito l'autore,  egli rivolgevasi,  senza accorgersene

      anche, verso il palchetto di Narcisa, e cercava negli occhi di lei

      l'eco di quello che egli provava nel suo cuore.

      La  contessa  voltava  le  spalle alla scena,  e solo di tratto in

      tratto,  in quei momenti che avevano il potere di strappare Pietro

      alle  sue  frequenti  preoccupazioni,  ella volgeva i suoi limpidi

      occhi verso gli attori.  Del resto ella discorreva  qualche  volta

      con  i  numerosi  visitatori  che  occupavano  successivamente  le

      seggiole  del  suo  palchetto;   e  pochissime  volte   si   serv

      dell'occhialetto  per esaminare le tolette delle signore.  Giammai

      per l'abbass verso la platea.

      Nel suo sguardo, nel suo gesto, nella sua attitudine, fin nel modo

      in cui parlava e sorrideva qualche volta con quei signori  che  le

      tenevano   compagnia,   c'era   un'indefinibile   espressione   di

      stanchezza e di noia, che si traduceva in sfumature molli, in pose

      voluttuosamente accidiose.

      L'occhialetto di Pietro  stava  quasi  sempre  fissato  su  quella

      loggia.  Due  o tre volte,  ella,  come sorpresa di quella molesta

      assiduit,   volse  gli  occhi  verso  quel  binocolo  che   aveva

      l'indiscretezza  di  guardarla s a lungo dalla platea.  Una volta

      infine  alz  lentamente  il  suo,  e  bruscamente,  senza  quelle

      transazioni che sono assai comuni in teatro per mascherare il vero

      scopo, ella lo fiss di contro a quello del giovane che si abbass

      subito.

      Ella  rimase alcuni secondi in quella positura,  indi lasci quasi

      cadere sul parapetto il binocolo,  e fece un leggiero movimento di

      spalle d' impazienza.

      Prima  che  terminasse  la  recita Brusio lasci il suo posto e si

      rec sul corridoio.

      Il suo occhio era acceso e brillante;  le sue  gote,  abitualmente

      pallide, si coloravano di un rossigno febbrile.

      Pochi  minuti  dopo,  prima ancora che il sipario fosse abbassato,

      ud aprire la porta di un palchetto sul corridoio, e dei passi che

      si avvicinavano, mischiandosi al fruscio di una veste. La contessa

      gli pass dinanzi questa volta allegra e ridente al braccio di uno

      di coloro ch'erano stati nel suo palchetto.

      Pietro in quel momento avrebbe dato dieci anni della sua vita  per

      uno  sguardo di quella donna.  Le sue vesti lo toccarono senza che

      ella mostrasse di avvedersi di lui.  Solo  il  conte  si  volse  a

      fissarlo con occhio assai cupo e sospettoso.

      Il giovane scese le scale quasi insieme a lei;  la vide montare in

      carrozza col conte, dopo aver dato la mano agli altri, e partire.

      Egli rimase immobile sul limitare.

      "Non vai a casa?" gli disse alle spalle la voce di Raimondo

      "S... ti aspettavo per dirti addio... "

      "A domani, non  vero?"

      "Non lo so.. Avr forse da studiare tutto il giorno..."

      E s'incammin lentamente per la "Marina".

      A due ore del mattino Raimondo  si  disponeva  tranquillamente  ad

      andare a letto, quando fu bussato con furia alla sua porta.

      "Chi  pu  esser a quest'ora?" disse fra di s il giovane sorpreso

      andando ad aprire.

      "Son io, Raimondo... son io! Aprite, di grazia!" ud la voce della

      signora Brusio, quasi delirante dietro la porta.

      "Che c',  signora?...  Dio mio!..  ella mi spaventa!" esclam  il

      giovane introducendo la madre del suo amico nella sua camera.

      "Pietro!...  Dov' Pietro?  Dov' mio figlio,  signor Angiolini?;"

      disse la povera madre colle lagrime agli occhi.

      "Pietro non  in casa?'' domand Raimondo vieppi sorpreso.

      "Son due ore del mattino e mio figlio non si  ancora  ritirato...

      Ho  mandato  il domestico a cercarlo al teatro,  e ritorn dicendo

      che il teatro era chiuso da  un  pezzo  ma  che  sulla  porta  era

      avvenuta  una rissa fra alcuni giovanotti;  che vi erano stati dei

      feriti e degli arrestati... Mio Dio!...  gli sar accaduta qualche

      disgrazia!... Dove lo lasciaste voi?..."

      "Ci  separammo  all'ingresso  del  teatro,  e  mi disse che andava

      subito a casa... Ma io non so nulla di risse.."

      "Dio!...  Dio mio!.." singhiozz la madre  torcendosi  le  braccia

      "come far,  Dio mio, come far!... Son sola signor Angiolini, son

      sola!...  Mio  figlio!...  chi  sa  cosa  n'  di  mio  figlio!...

      Aiutatemi;   corriamo   all'ufficio   di   Questura   a   prendere

      informazioni.. "

      "Non si disperi,  signora;  spero ricondurle Pietro al pi presto,

      senza alcun accidente. Abbia la bont di aspettarmi qui."

      Raimondo, indossato in fretta un abito, prese il cappello ed usc.

      Dando campo ad un sospetto che gli era balenato in mente mentre la

      signora  Brusio  si  disperava  per  l'inusitata  e  straordinaria

      tardanza del figlio suo, e per la notizia che il domestico le avea

      rapportato,  egli si diresse per la strada Stesicorea ed indi  per

      quella  Etnea,  verso  la  casa  ove abitava la contessa di Prato.

      Giungendo sotto i veroni, sul marciapiede di faccia, gli sembr di

      vedere qualche cosa di nero immobile sul lastrico.

      Si avvicin esitante e lo chiam per nome a bassa voce.

      "Che vuoi?" rispose una voce rauca  e  ancora  tremante,  come  se

      inghiottisse  delle  lagrime,  che  Raimondo  avrebbe  stentato  a

      riconoscere, nel suo accento duro e quasi cupo, se gli fosse stato

      meno famigliare.

      Si appress ancora, e vide il suo amico seduto sullo scaglione del

      marciapiede, coi gomiti sui ginocchi e il mento fra le mani.

      "Tu qui!.. a quest'ora!" esclam Raimondo.

      "Che vuoi,  ti dico?!" replic con maggiore asprezza Pietro.  "Non

      son forse pi padrone di fare quello che mi piace?!..."

      Raimondo  cap  che  quello  non  era il momento di parlare al suo

      amico;  e sospirando tristamente,  poich allora soltanto scoperse

      lo spaventoso abisso del precipizio su cui egli si cullava sedette

      silenzioso al suo fianco.

      Pietro rimase muto,  come non avvedendosene,  cogli occhi,  di una

      sorprendente lucidit, fissi sul lume che brillava dietro le tende

      di seta del verone.

      Qualche  volta,  a  lunghi  intervalli,  egli  trasaliva,  ed  una

      gocciola,  come di sudore,  che partiva dall'orbita,  luccicava un

      momento solcando le sue guance.  Ad un  tratto  egli  afferr  con

      violenza il braccio di Raimondo.

      "Guarda!...  guarda anche tu!'' diss'egli con la voce stridente ed

      interrotta del delirante o del pazzo.

      E si alz,  come se avesse voluto  elevarsi  sino  al  verone  per

      meglio osservare.

      "Io  non  vedo  niente," mormor Raimondo che si fregava gli occhi

      inutilmente.

      Pietro, senza rispondergli, gli porse la busta del suo occhialetto

      che trasse dalla saccoccia del soprabito.

      "Guarda, ti dico!... c' da diventar pazzo!"

      Coll'aiuto dell'occhialetto Raimondo vide la contessa,  presso  le

      tende  del  verone,  di cui le invetriate erano aperte,  sdraiata,

      nella sua favorita posizione languida  e  voluttuosa,  su  di  una

      poltrona,  ancora  colla  veste  del  teatro,  coi  capelli ancora

      intrecciati di fiori;  ed un  uomo,  il  conte,  ritto  dietro  la

      spalliera  della  poltrona,  che  si  chinava  verso di lei,  e le

      divideva coi baci i ricci da sulla fronte.  Ella gli sorrideva del

      suo  riso  da  sirena,  e  di quando in quando,  allorch il conte

      rimaneva come stordito nel fascino di quelle seduzioni mirabili di

      volutt,  ella gli prendeva le mani colle sue  manine  affilate  e

      bianchissime,  e se ne lisciava la fronte,  e le nascondeva fra il

      setoso volume dei suoi capelli, e se le posava sugli occhi e sulle

      labbra,   ma   lentamente,   con   quel   suo   abbandono   ch'era

      irresistibile,  come  se  avesse  voluto  dare il tempo a tutte le

      emanazioni inebbrianti che scaturivano dai suoi pori di  penetrare

      in lui sino al midollo delle ossa.

      Raimondo,  quasi spaventato,  pel suo amico,  da quella vista,  fu

      scosso dai singhiozzi  di  lui  che  prorompevano  soffocati  come

      singulti;  e,  riponendo  tristamente nell'astuccio l'occhialetto,

      disse col tuono di chi prende una risoluzione:

      "Via,  Pietro,   tempo di partire!  Tua madre ti attende  a  casa

      mia!"

      "Mia  madre!..." esclam il giovane con un sussulto che dimostrava

      come quella corda vibrasse  ancora  potentemente  nel  suo  cuore,

      mentre tutte le altre erano allentate e sconvolte.

      "S,  tua madre,  spaventata dalla tua estraordinaria tardanza che

      ti cerca da me come una pazza."

      "E' tanto tardi dunque?" domand egli come parlando in sogno.

      "Son le tre fra poco."

      "Non credevo fosse s tardi... Hai ragione, andiamo via... bisogna

      essere uomini!"

      Poscia si ferm in mezzo alla strada,  quasi non avesse  avuto  la

      forza di staccarsi da quel punto.

      "Ben  dicesti:  bisogna  essere  uomini  e non fanciulli!" replic

      Raimondo,   dando  al  suo  accento  la  possibile  espressione  e

      trascinandolo in qualche modo per forza, mentre Pietro si lasciava

      condurre a capo chino come un ragazzo.







      CAPITOLO QUARTO.


      Quando  entrarono  nell'Albergo  di Francia,  dove li aspettava la

      signora Brusio,  questa corse ad abbracciare suo figlio con  tutta

      l'effusione  di un cuore di madre;  ma rimase senza osarlo,  colle

      braccia aperte,  dinanzi allo sguardo fosco ed alla fisonomia cupa

      ed irritata del figlio suo.

      "Credevo,"  disse  questi aspramente "di non essere pi all'et di

      uno scolaretto che si manda  a  cercare  se  ha  fatto  tardi  nel

      ritornare da scuola..."

      La  madre  fu dolorosamente colpita da quelle parole,  le sole che

      avesse  udite  in  tal  modo  da  quel  figlio  che  l'idolatrava.

      L'istinto  materno fu atterrito dallo stato di quel giovanetto che

      in un' ora avea potuto  dimenticare  siffattamente  il  culto  che

      nutriva della madre, e risponderle in tal guisa.

      "Andiamo,  figlio  mio,  le tue sorelle ci aspettano..." diss'ella

      tristamente,   ma  evitando   di   inasprirlo;   "grazie,   signor

      Angiolini!..."

      S'incamminarono  verso casa;  e la madre osserv sospirando che il

      figliuolo non le offriva il braccio,  e camminava cupo,  ed  anche

      indispettito al suo fianco.

      Sulla scala corsero ad incontrarli le due sorelline ancora pallide

      e singhiozzanti, che gridavano:

      "Mamma! mamma!... L'hai trovato?... E' qui il nostro Pietro?!..."

      Le  loro  festanti  esclamazioni furono interrotte dalla voce dura

      del fratello.

      "Per l'avvenire," esclam questi,  cercando di dare  la  possibile

      moderazione  alla  sua voce tremante d'irritazione,  "spero che le

      mie tardanze non daranno pi luogo a simili scene da teatro... che

      mi costringerebbero a cercare altrove la pace e la libert di  cui

      ho bisogno...  che son deciso ad avere...  Datemi la doppia chiave

      della porta,  onde non dia pi occasione ad attendermi  domani,  e

      facciamola finita!..."

      E  senza  neanche  prendere  il lume,  si chiuse nella sua camera,

      sbattendone l'uscio con impeto.

      "Povero figlio mio!" singhiozz la  desolata  madre,  abbracciando

      piangente  le  sue  figlie:  "ecco  le  prime  lagrime  che mi fai

      versare!"

      Pietro passeggi per la camera alcuni minuti,  agitato e smanioso;

      poscia si fece al verone.

      La  calma serena di quella notte d'estate,  il fresco venticciuolo

      che gli asciugava il sudore sulla fronte  lo  calmarono  alquanto;

      egli  pens  alle  lagrime  di  sua  madre  ed odi se stesso come

      giammai aveva odiato.

      "Son vile!...  s son vile!..." esclam  strappandosi  i  capelli.

      "Oh! la testa... Dio mio!..."

      Apr  l'uscio  della  sua  camera  senza far rumore,  e camminando

      leggero leggero and ad origliare dietro la bussola  della  camera

      di sua madre, onde vedere se dormiva.

      La  signora  Brusio  era  ancora  in piedi quando suo figlio aveva

      aperto  l'uscio,  ascoltando  ansiosamente  il  pi  lieve  rumore

      ch'egli facesse, e che potesse farle indovinare lo stato del cuore

      di lui;  appena ud che si avvicinava cap, con l'istinto materno,

      che suo figlio  pentito  veniva  a  vedere  se  ella  dormisse,  e

      l'istinto  materno  le  sugger anche che l'unico perdono che egli

      poteva desiderare nel suo pentimento era che sua madre  riposasse.

      Ella si gett sul letto, e finse di dormire.

      Pietro   ascolt,   dietro  il  paravento,   il  respiro  alquanto

      accentuato di sua madre; credette che dormisse davvero, e non pot

      frenare le  lagrime  che  gli  scorrevano  ardenti  sulle  guance:

      lagrime  dl  pentimento,  di  rabbia contro se stesso,  di terrore

      dell'avvenire  (che  allora  soltanto  intravedeva)  per  ci  che

      provava.

      "Povera madre!" esclam singhiozzando; "povera madre mia!"

      E la madre ud quei singhiozzi, e soffoc i suoi fra i guanciali.

      Pietro si ritir in punta di piedi, com'era venuto; e si rimise al

      verone.

      Colla  fronte fra le mani,  ed i gomiti appoggiati alla ringhiera,

      egli si assop in quel vortice luminoso e turbolento che il  cuore

      e l'immaginazione gli creavano,  e dove vedeva un'ombra,  dove una

      figura,  ora vestita di bianco,  ora quale l'avea veduta poche ore

      innanzi...  carezzantesi  la  fronte  ed  i capelli con le mani di

      quell'uomo...  Quando,  abbarbagliato da una luce vivissima,  egli

      alz gli occhi, si avvide con sorpresa che il primo raggio di sole

      facea scintillare i vetri.

      "Diggi!" mormor egli: "il giorno vien presto al presente!..."

      Sua  madre,  entrando la mattina nella camera di lui,  osserv con

      dolore che il letto era intatto, come era stato acconciato la sera

      innanzi.

      "Madre mia!" le disse il giovane prendendole una mano, in tuono di

      pentimento  del  passato  ma  risoluto  ad  ottenere  quello   che

      domandava,  "ti  chiedo  perdono  di  quello  che ho detto e fatto

      ieri...  Ma ti prego di lasciarmi per l'avvenire alquanto  pi  di

      libert, che l'et mia ora richiede.. "

      "Fa come vuoi, figlio mio..." rispose la madre abbracciandolo. "Io

      non  temo  che  tu ne possa abusare,  poich sei figlio di un uomo

      onesto e manterrai onorato il nome  che  ti  diede.  In  quanto  a

      me..."  e  la  povera  donna  sospirava  tentando di sorridere "in

      quanto a me cercher di vincere le mie sciocche paure..."

      "Grazie,  grazie,  buona madre!..."  esclam  Pietro  facendo  uno

      sforzo per non bagnare di lagrime quella mano che baciava.

      Per  ogni  sera  quella  madre,  che numerava coi battiti del suo

      cuore i minuti che suo figlio tardava a  venire,  aspettava,  sino

      alle due, e spesso sino alle tre, che il noto passo le annunziasse

      da  lungi,  nel  silenzio  della  strada ch'era lui che veniva;  e

      piangeva sovente,  quando,  invece di mettersi a letto,  lo  udiva

      passeggiare  per la camera,  o farsi al verone;  e l'indomani dopo

      avere interrogato  sospirando  il  letto,  spesso  colle  lenzuola

      ancora  rimboccate,  cercava negli occhi smarriti del figlio e nei

      suoi lineamenti pallidi e sbattuti la risposta ai vaghi timori che

      l'agitavano.   Pietro,   che  ogni  mattina  pel  passato   soleva

      informarsi della salute di sua madre,  non s'accorgeva nemmeno del

      pallore di lei e della sua cera malaticcia.

      Raimondo non lo vedeva quasi  pi.  Brusio  passava  i  giorni  al

      "Laberinto",  la  sera  seguendo  la  donna che gli aveva ispirato

      questa folle passione o cercando d'incontrarla al passeggio, (dove

      lo sguardo di lei qualche volta lo fissava con quel raggio  pacato

      e snervante della sua pupilla cerulea,  ci che faceva delirare il

      povero giovane,  e gli faceva seguire,  coll'occhio ardente  e  le

      membra  convulse,  quella  veste  fluttuante  che armonizzavasi s

      mirabilmente ai movimenti pieni di seduzione del corpo da fata)  o

      al  teatro dove la vedeva splendente di tutto il prestigio del suo

      lusso,   profumata  da  quel  vapore  inebbriante  che  recano  la

      bellezza, la giovinezza, la ricchezza; facendo scintillare la luce

      del   suo   sguardo   insieme   al  riflesso  dei  suoi  diamanti;

      armonizzando la bianchezza vellutata e purissima della  sua  pelle

      alla  bianchezza  pallida  delle  perle  che le cingevano il collo

      bellissimo;  spesso allegra e ridente cogli uomini pi eleganti  e

      pi  alla  moda,   appartenenti  alla  migliore  societ,  che  si

      contendevano un posto nel suo palchetto,  spesso a  met  nascosta

      nell'angolo  pi  oscuro della loggia,  colla testolina ricciuta e

      coronata di fiori e di gemme rovesciata all'indietro sulla parete,

      con quell'attitudine abbandonata cui ella sapeva dare tutto quanto

      vi ha d'attraente nella mollezza, d'irresistibile nel languore;  e

      vi stava ad occhi chiusi,  come dormendo ed assorbendo con maggior

      squisitezza di volutt le armonie  della  musica  che  avevano  il

      potere di commuoverla dippi.

      Egli passava la notte sotto i veroni di lei,  coll'occhio fisso su

      quel lume che rischiarava la sua stanza; aspirando,  con terribile

      volutt  di  passione  (ch'era  tanto potente da sembrare angoscia

      qualche volta) di gelosia, ed anche di dolore,  tutti i rumori pi

      insensibili del suo passo,  del fruscio della sua veste,  tutte le

      emanazioni della donna amata,  i minimi suoni del suo pianoforte e

      della  sua voce,  che spesso parlava al conte di quelle parole cui

      rispondeva, come un eco, un singhiozzo dalla strada.

      Egli sapeva l'ora del suo levarsi,  della  sua  toletta,  del  suo

      pranzo,  della  sua  passeggiata;  conosceva  il modo d'ondeggiare

      delle tende quando ella vi stava dietro, il rumore delle carrucole

      della poltroncina che la sua mano indolente tirava a s.

      Era un martirio spaventevole  che  s'imponeva  senza  saperlo  che

      l'attraeva  per  col  fascino  del precipizio,  che alimentava il

      parossismo febbrile,  il quale divorava le sue forze e la sua vita

      colle  sue triste gioie,  coi suoi acri godimenti,  coi suoi sogni

      febbricitanti.

      Alcune volte,  ritirandosi  ella  dopo  la  mezzanotte,  a  piedi,

      accompagnata [dal conte e] da due o tre giovanotti eleganti che la

      corteggiavano,   si  era  rivolta  verso  quell'uomo,  seduto  sul

      marciapiede, che si sarebbe scambiato con un mucchio di cenci,  ed

      il  conte  avea rallentato il passo per meglio osservarlo.  Quando

      ella si ritirava in carrozza, Pietro osservava, qualche volta,  al

      riverbero dei lampioni della carrozza,  che ella,  mentre scendeva

      dal montatoio,  si volgeva con curiosit verso l'angolo ove sapeva

      dl dover trovare quello strano personaggio che la prima volta avea

      supposto un mendico;  e che il conte si fermava innanzi al portone

      qualche minuto a guardarlo.

      Una notte,  negli ultimi di settembre,  verso le due del  mattino,

      Pietro  aspettava  da  un  pezzo  la  contessa che era andata alla

      serata del prefetto. Il rumore di una carrozza,  che si avvicinava

      al  gran  trotto,  si  fece  udire  da molto lontano per le strade

      deserte, e poco dopo il legno pass dinanzi al nostro protagonista

      fermo al suo solito posto.  Narcisa ne scese  pi  lestamente  del

      solito, e scomparve quasi subito insieme al conte.

      La carrozza ripart.

      Pietro   ud  il  passo  leggero  di  lei  che  saliva  le  scale,

      accompagnato dal passo pi pesante dell'uomo che la  seguiva,  ud

      la porta che si apriva a riceverli e si rinchiuse poco dopo;  vide

      che nel salotto ove abitualmente dimorava  la  contessa,  venivano

      accresciuti i lumi.

      Poco  dopo  la  dolce  voce  di Narcisa,  col suo accento molle ed

      armonioso d'indefinibile espressione,  fece battere fortemente  il

      cuore del povero giovane.

      "Mio  Dio!...  che  buio!...  Ma  dormono  tutti  in  questa  casa

      stassera!..."

      Indi alcuni suoni,  tratti cos a caso dal  pianoforte,  quasi  le

      dita  cercassero  le  note  di  una  fantastica  melodia,  che  si

      stancarono presto a riprodurre  e  che  diede  luogo  al  terzetto

      finale  d'"Ernani",  anch'esso poco dopo interrotto,  colla stessa

      capricciosa volubilit,  per un valtzer allora in gran  voga:  "Il

      Bacio", di Arditi.

      Per  sembrava  che  un'attitudine estraordinaria facesse,  in chi

      suonava, supplire a tutte le lievi imperfezioni di esecuzione, che

      venivano dalle difficolt  che  incontrava,  con  una  espressione

      molto  rara,  che  traeva  degli  impeti  e dei fremiti di delirio

      festevole dalle note del valtzer e faceva piangere con quelle  del

      melodramma.

      Giammai  a  Pietro parve di avere udito armonia come quella che le

      mani della donna adorata creavano sui tasti d'avorio, nel silenzio

      profondo di quella  notte,  profumata  dal  vicino  "Laberinto"  e

      rischiarata dalla luna.

      Tutt'a un tratto anche il valtzer fu interrotto, ed il giovane ud

      i  passi  di lei che si avvicinava al verone,  e vide la sua ombra

      che intercettava il lume che ne rischiarava il vano.

      Ella si appoggi all'inferriata del verone,  colla  testa  fra  le

      mani,  perdendo il suo sguardo nell'orizzonte. La luna, allora nel

      suo pi alto emisfero,  la  circondava  quasi  di  un  trasparente

      vapore.

      Un'altra ombra si avanz e le si mise al fianco.

      "Perdio!" disse una voce secca ed orgogliosa, con accento toscano,

      che  Pietro  riconobbe  per  quella del conte,  "non mi lever mai

      d'addosso quest'accidente!"

      Brusio sent che quelle parole erano al suo indirizzo, e il sangue

      gli mont al viso.

      "Che  dite?"  rispose  la  fresca  voce  della  contessa,  sebbene

      parlasse pianissimo.

      "Parlo  di quell'importuno che sta a farci la spia da mane a sera;

      che non ci lascia un'ora di pace... e che credo, in fede mia,  sia

      pazzo di voi..."

      La  contessa alz le spalle con un moto sprezzante d'indifferenza,

      indi mormor sbadatamente, colla sua voce pi bella e pi calma, e

      colla pi completa noncuranza, lasciando il verone:

      "E che ci ho da fare io se quest'uomo  pazzo?..."

      Pietro si alz,  lento,  come se le gambe gli si piegassero sotto,

      sentendo  agghiacciarglisi  il  sudore  sulla  fronte,  coi  denti

      sbattenti di convulsione.

      Di giorno  il  conte  sarebbe  rimasto  atterrito  dal  pallore  e

      dall'alterazione  dei lineamenti di lui,  e dal sinistro splendore

      dei  suoi  occhi  ardenti.   Egli  rimase  un  momento   immobile,

      annichilato,  come se quella bellissima voce di donna avesse di un

      sol colpo reciso i muscoli pi  vitali  del  suo  cuore.  Il  solo

      rumore  che  si  udiva era quello dei suoi denti che battevano gli

      uni contro gli altri.

      "Questa donna ha ragione!" mormor egli quindi colla  voce  rauca,

      stentando  a proferire le parole: "io son pazzo!...  son pazzo!...

      Sono stato vile anche!..."

      E part lentamente,  quasi strascinandosi.  Non avea  fatto  dieci

      passi  che  ud  le  note  allegre  e  cristalline del valtzer che

      risuonavano di nuovo.

      Si ferm in mezzo alla strada,  a guardare  un'ultima  volta,  con

      un'ineffabile  espressione  di  disperata amarezza,  quel lume che

      splendeva chiarissimo in quella stanza  riboccante  d'armonia,  si

      lev  il  cappello,  con un moto istintivo,  lento,  quasi solenne

      esclamando, cogli occhi umidi di lagrime infuocate:

      "Addio, signora!... Addio!"

      Cammin tentoni,  barcollando come  un  ubbriaco,  fino  a  quando

      stramazz, privo di forze, singhiozzante, su di un sedile di marmo

      sotto gli alberi del "Rinazzo".

      "Oh!  questo valtzer!  questo valtzer!" grid egli smaniante, come

      se quelle note gli percuotessero sul cervello, "Dio!... mi pare di

      diventar matto davvero...  Ah!...  ma non  ha  dunque  nemmeno  un

      pensiero per l'uomo ch' pazzo per lei, questa donna?!!...

      E  part  correndo,  come un delirante,  fuggendo quei suoni,  che

      sembravano inseguirlo nel silenzio della contrada.

      Si aggir quasi tutta la notte per le vie pi solitarie e  deserte

      della citt; spesso correndo e singhiozzando disperatamente spesso

      lasciandosi  cadere  a  terra,   sul  canto  di  una  via,  quando

      l'eccitazione febbrile che l'agitava gli toglieva le forze che gli

      aveva dato nel suo parossismo.  Non tenteremo di dare  un'idea  di

      quelle  lagrime roventi che lasciavano solchi sul suo volto livido

      ed impastato di polvere e di  sudore.  La  tempesta  violenta  che

      mugghiava  in quel petto gli faceva emettere voci tronche,  gemiti

      che si articolavano come parole,  ma in mezzo ai  quali  risuonava

      sempre  un  grido,  or come un singhiozzo,  or come un'invocazione

      disperata: "Narcisa!...  Narcisa!..."  E  quando  le  sue  arterie

      battevano  in modo da rompersi,  egli si afferrava la testa fra le

      mani,  e tornava a correre come un pazzo fin quando la  stanchezza

      fisica lo istupidiva alla lotta terribile delle sue passioni.

      Cominciava  ad  albeggiare;  quell'incerto crepuscolo gli fer gli

      occhi come un riverbero infuocato;  quella vita che si risvegliava

      nella  grande  citt  con  tutti  i  suoi rumori,  quella luce che

      crescendo gli sembrava rischiarasse tutta  l'immensit  della  sua

      disperazione,  gli  parvero odiose...  a lui che cercava il nulla,

      che non avea pensato al suicidio perch odiava troppo  ancora  per

      essere stanco della vita.

      Apr la porta di strada di casa sua colla doppia chiave che recava

      sempre  addosso;  si chiuse nella sua camera,  cos al buio;  e si

      butt sul letto, vestito com'era,  lasciando cadere soltanto in un

      angolo il suo cappello: era annichilato.

      La  stanchezza fisica e la morale l'avevano vinta fors'anche sulla

      sua disperazione;  o almeno,  in quel punto,  gliela avevano  resa

      meno sensibile.  Egli si addorment poco dopo di un sonno agitato,

      febbrile ed interrotto.

      Sua madre,  che all'alba avea lasciato il letto,  dopo  una  notte

      passata  fra  le  lagrime,  e  stava  nel salotto che precedeva la

      camera di lui, onde vedere se almeno fosse rientrato,  ud a lungo

      gemiti,  singhiozzi,  rantoli  soffocati,  che si mischiavano alla

      respirazione affannosa e stentata del dormente, e che conturbavano

      e straziavano il suo cuore.  Questa donna,  coll'orecchio  fissato

      sulla toppa dell'uscio,  stette quasi un giorno intiero ascoltando

      con angosciosa ansiet tutti i minimi rumori  di  lui  e  cercando

      d'indovinarli. Finalmente, verso le sette di sera, l'ud levarsi e

      passeggiare  per  la camera.  Ella ebbe timore,  s,  la madre che

      comprendeva come qualche cosa di terribile passasse nell'animo del

      figlio,  e lo allontanasse dalle sue consolazioni e fin dalle  sue

      lagrime,  la madre ebbe timore che questo figlio adorato, buono un

      tempo ed affettuoso, che ella non riconosceva pi ora allo sguardo

      fosco e al carattere aspro e  violento,  non  commettesse  qualche

      scena brutale se si fosse accorto di essere stato spiato.

      Pietro  passeggi  un  pezzo  per  la  camera,   strascinandosi  o

      camminando a salti,  a seconda delle istantanee trasformazioni che

      subiva  il  corso  delle  sue idee;  odiando quel filo di luce che

      trapelava dalle commessure delle imposte e che gli provava che  la

      luce  illuminava  ancora;  odiando  i  rumori della strada che gli

      annunziavano che tutto non era morto o almeno in lutto come il suo

      cuore;  odiando fin anche il pensiero di  esser  vicino  alla  sua

      famiglia,  quella  famiglia che avea formato il suo culto e per la

      quale avrebbe dato altra volta tutto il suo  sangue.  Poi  sedette

      presso il tavolino,  colla testa fra le mani, e vi stette a lungo;

      coll'occhio arido,  lucido,  di  una  straordinaria  fissit.  Una

      febbre  ardente  faceva  vibrare  con  forza  le  sue  pulsazioni;

      allorch sent battere s violentemente le sue arterie ch'egli  ne

      udiva  quasi  il  sordo  rumore  con  colpi  spessi  percossi  sul

      cervello;  allorch sent sulle palme quel fuoco che ardeva la sua

      fronte;  allorch,  pi  che  mai,  intravide  dei lucidi bagliori

      attraversargli la pupilla con un solco  luminoso,  che  nell'animo

      tracciava  una  striscia  infuocata  fra  la  tempesta  delle  sue

      passioni dubit un momento che  fosse  pazzo  davvero.  Egli  ebbe

      paura di quest'idea... paura di non esser pi padrone di s, della

      sua  vita  nel  momento  che  sentiva averne maggior bisogno,  per

      inebbriarsi di tutta la  terribile  volutt  di  quel  dolore  che

      l'attaccava  alla vita istessa;  ebbe paura di abbandonare questa,

      come in trastullo,  agli uomini: egli si fece alcune  domande  che

      erano strazianti nella loro calma forzata; si propose ragionamenti

      posati  che tradivano ancora la convulsione dello sforzo che erano

      costati,  dominando  l'uragano  che  tempestavagli  in  cuore  con

      volont  disperata  di  calma,  per convincersi che non era pazzo.

      poich  egli  avea   paura   d'esserlo...   poich   egli   odiava

      ferocemente...

      Ud suonare nove ore all'orologio della stanza contigua.

      "Vediamo!"  mormor  egli alzandosi "a quest'ora dev'esser buio...

      Ho tutta  la  mia  ragione  ancora!...  Che  vale  disperarsi  per

      colei?...  quali diritti ne ho io?  Siamo uomini,  perdio!... come

      dice Raimondo... Ma chi dice questo spesso  segno che teme di non

      esserlo abbastanza...  Non  vero che  son  pazzo!...  Non  voglio

      essere pazzo io!...  Ebbene!...  io voglio esser uomo!... s... ho

      la testa lucida!...  comprendo che bisogna annegarne la memoria...

      annegarla fra il vino... le donne... l'orgia!..."

      Apr le imposte, per vedere s'era notte davvero: era buio affatto;

      raccolse il cappello da terra e se lo calc sul capo senza nemmeno

      aggiustarsi  i  capelli  arruffati  e appiccicati col sudore sulla

      fronte,  ed usc,  quasi fuggendo la  madre  che  udiva  camminare

      nell'altra stanza.




      CAPITOLO QUINTO.


      Gli  parve  di  respirare  pi liberamente quando l'aria aperta lo

      percosse sul  volto,  rinfrescando  il  calore  delle  sue  membra

      ardenti di febbre: quella dolce sensazione gli parve fargli bene.

      Per  la  strada  Vittoria  scese  alla  "Marina".   A  misura  che

      l'influenza di quella bella sera s'insinuava  nel  suo  organismo,

      egli  sentiva per crescere e giganteggiare un fantasma che voleva

      scacciare con tutte le forze dell'essere suo... che l'atterriva.

      Sotto il Seminario, vicino "Porta Marina",  in una bottega,  ud i

      suoni  di  alcuni strumenti da fiato e da corda che eseguivano una

      polka, e i passi saltellanti e vigorosi di coloro che ballavano.

      "Costoro si divertono;" diss'egli,  "chi sa se anch'io  vi  potrei

      almeno dimenticare!..."

      Fece  alcuni  passi  per  entrare  nella  bottega  di tabacchi che

      precede l'ignobile sala da ballo,  ma non ebbe la forza di  farlo.

      L'istinto, l'abitudine piuttosto, del giovane bene educato non gli

      permise  di mischiarsi senza transazioni a quanto vi avea d'impuro

      e  d'abietto  in  quella  gentaglia,   operai   d'infima   classe,

      lustrastivali,  borsaiuoli, barcaiuoli e femmine di mala vita, che

      componevano la societ di quel ballo.

      "Oh!  stordirmi!  stordirmi!..." esclam egli,  con accento  quasi

      doloroso,  fermo  in  mezzo al viale ove avea incontrato Narcisa e

      questa l'avea guardato.

      E part di buon passo per la strada Stesicorea, ai Quattro Cantoni

      entr alla Villa di Sicilia.

      Era la capitolazione del giovane di buona famiglia,  che non osava

      ancora  penetrare  nella  taverna  per  ubbriacarsi  e  cercava la

      taverna elegante.  Al garzone,  che gli domandava cosa  ordinasse,

      rispose  di  non  saperlo,  di  recare  quel che voleva,  come per

      esempio un'insalata,  purch l'accompagnasse di una  bottiglia  di

      marsala.

      Il cameriere guard sorpreso quel giovane che beveva una bottiglia

      di marsala su di un'insalata.

      Pietro fu quasi atterrito,  quando,  riflessa dirimpetto a lui, su

      di uno specchio, vide una sinistra figura da spettro, col cappello

      ammaccato,  i capelli incollati e cadenti sul volto di un  pallore

      che   sembrava   terreo,   magro   in   modo   da   far  luccicare

      straordinariamente il bagliore che la febbre dava ai suoi occhi, i

      quali sembravano pi grandi; cogli abiti scomposti; egli stent un

      pezzo a riconoscere se stesso,  e finalmente  un  riso  amarissimo

      err sulle sue labbra violacee.

      Il  cameriere gli rec quanto avea ordinato;  egli cominci a bere

      il vino senza toccare l'insalata. Allorch sent i polsi battergli

      pi forte,  le gote animarsi,  i vapori annebbiare la  sua  testa,

      ancora vertiginosa,  egli si alz,  dopo aver pagato lo scotto, ed

      usc. "Ora andiamo al ballo!" mormor con triste sarcasmo,  "forse

      anch'ELLA, a quest'ora,  alla sua festa!..."

      E scacciando un'ultima volta quest'immagine che,  anche fra i fumi

      del vino,  anche nel momento che si stordiva per non vederla e che

      la   fuggiva   nello  stravizzo,   trovava  modo  d'inchiodarglisi

      ferocemente nel cervello,  egli corse alla "Marina";  esit ancora

      un  istante  prima  di  mettere  il  piede  su  quella  soglia,  e

      finalmente entr nella bottega che precedeva lo  stanzone  ove  si

      ballava.  Fingendo  di dover comprare sigari,  domand a colui che

      stava al banco  se  l'entrata  al  ballo  era  libera  per  tutti,

      pagando,  colui lo squadr dal capo alle piante, come sorpreso che

      un giovane il quale indossava abiti piuttosto eleganti  venisse  a

      cercare   una  tal  festa  poi,   alzando  le  spalle  con  ruvida

      indifferenza,  gli rispose con  un  cenno  del  capo  affermativo.

      Brusio,  pagati  alla  porta  i pochi centesimi che davano diritto

      all'entrata, pass nella sala da ballo.

      Era, come abbiamo accennato,  una stanza assai grande,  illuminata

      da  lampade  ad  olio,  con  alcune  panche  disposte in giro alle

      pareti, su di una delle quali sedevano un contrabasso,  un violino

      ed  un  flauto  che facevano saltare col movimento della polka una

      ventina di ballerini e ballerine.

      La vista del giovane  in  cappello  a  cilindro  fece  impressione

      certamente,  poich le danze furono sospese,  e tutti si volsero a

      guardare con curiosit il nuovo venuto;  poco  dopo  incominci  a

      farsi  udire un mormorio di cattivo augurio contro quell'importuno

      che veniva a disturbare il loro passatempo.

      "Egli viene a ridere di noi...  il signorino!" esclam  una  delle

      donne,  che si appoggiava alla spalla di un uomo atletico, vestito

      di velluto e di volto assai caratteristico.

      "Noi non andiamo a mischiarci alle sue smorfiose... quando esse si

      divertono!..." grid un'altra.

      "Non vogliamo seccatori qui!  non vogliamo spie!" url  una  terza

      voce.

      "Ora  vado  a  prendere per le spalle questo piccino e te lo metto

      fuori," disse l'uomo erculeo alla sua donna.

      E si avanz,  col cipiglio arrogante,  verso il Brusio,  il  quale

      ancora esitava ad inoltrarsi.

      "Che  vuoi  tu?"  gli  disse  colla  voce  dura  dell'imperio  che

      esercitava sui suoi  compagni  quando  gli  fu  faccia  a  faccia,

      covrendolo quasi col suo largo petto e la sua alta statura.

      "Non  ho  da  dirlo  a  te,  n a nessuno qui!" rispose il giovane

      irritato,  quantunque avvinazzato,  da quella brutale famigliarit

      guardandolo fisso negli occhi.

      "Per  Cristo!  non  hai  da  dirlo a me?" rispose sghignazzando il

      colosso.  "Ma sai che qui sei in casa mia,  e che se ti prendo fra

      l'indice ed il pollice ti stritolo?!..."

      "S'   casa   tua   ci   resto!"   disse  Pietro  coll'ostinazione

      dell'ubriachezza  o  del  puntiglio  giovanile;   "in   quanto   a

      stritolarmi, provati!"

      E incrocicchi le braccia sul petto,  stendendo un passo in avanti

      e postandosi solidamente sulle sue gambe snelle ma  nervose,  come

      se aspettasse l'assalto.

      L'altro fece ancora un passo,  minacciandolo dello sguardo pi che

      del gesto,  con la bravata audace e cinica  che  d  la  coscienza

      della superiorit fisica in tali uomini;  e mormor,  con voce che

      cominciava  ad  essere  rauca  d'ira,  accostandosi  sin  quasi  a

      toccarlo col petto:

      "Vattene!"

      "No!" rispose Pietro bruscamente.

      Il  gigante stese le braccia per afferrarlo;  le braccia muscolose

      del giovane lo ributtarono due o tre  passi  all'indietro  con  un

      vigore  che  il  bravaccio  non avrebbe mai supposto in quel corpo

      magro e svelto;  allora mise un urlo di rabbia: l'urlo della  iena

      che ha sentito pungersi mentre scherzava; e afferrata una sedia la

      slog  di  un  sol  colpo sul pavimento,  tornando quindi verso di

      Brusio con la sbarra pesante e ruvida fra le  mani,  che  brandiva

      sulla sua testa come una clava. Pietro, dal canto suo, fu lesto ad

      impadronirsi  del  bastone  di  uno  dei  suonatori,  che si erano

      salvati dietro le panche, e a pararsi il colpo con quello.

      Allora cominci un combattimento  accanito  e  feroce  fra  l'uomo

      atletico,  che mugghiava come un toro ferito per la rabbia che non

      poteva sfogare,  rabbia accresciuta dalla inopinata resistenza che

      incontrava   e  che  gli  toglieva  il  prestigio  d'invincibilit

      nell'opinione dei suoi compagni,  ed  il  giovane  alto,  sottile,

      pallidissimo,  colle  grosse  labbra  chiuse e sdegnose,  l'occhio

      scintillante, la fronte alquanto calva, altiera ed impassibile, su

      cui si appiccicavano i capelli arruffati e si schiacciava  il  suo

      cappello a cilindro.  Per fortuna Pietro aveva studiato la scherma

      del bastone con maggiore attenzione di quanta ne avesse  messa  ad

      ascoltare  le  lezioni  del canonico Russo;  fu perci col massimo

      piacere  degli  spettatori,   comprese  le  femmine,   che  questi

      assistettero a quel duello singolare fra i due avversarii degni di

      starsi a fronte l'un l'altro;  essi battevano le mani ai bei colpi

      e incoraggiavano con acclamazioni i combattenti.  Brusio  non  era

      pi  uno straniero per loro,  un signorino,  ora che maneggiava s

      bene il bastone.  L'uomo vestito di velluto avea il braccio  e  le

      reni  solidi  come  bronzo,  e  molta abilit in questa maniera di

      scherma,  ci che gli faceva menar colpi che calavano gi rombando

      terribilmente; il giovane per, se non avea la forza muscolare del

      suo  avversario,   lo  vinceva  nell'elasticit  e  sveltezza  dei

      movimenti e nel sangue freddo inalterabile,  che in  lui  era  uno

      strano  effetto  della collera,  con cui aggiustava i suoi colpi e

      parava quelli che gli  venivano.  Tutt'a  un  tratto  una  legnata

      violenta  di  Brusio  spezz  la  sbarra  colla quale il bravaccio

      parava il colpo alla testa,  e si vide quest'ultimo stramazzare  a

      terra colle braccia stese: avea il cranio spaccato.

      Successe  uno  straordinario tafferuglio: alcuni gridavano evviva,

      altri imprecavano e minacciavano Pietro pi seriamente al certo di

      quanto fosse stato minacciato sino allora, poich nella mezza luce

      si vedevano luccicare lame di coltelli affilati.

      "Silenzio,  canaglia!" si ud gridare una voce la quale avea tutte

      le  gradazioni  fra  quella dell'uomo e quella della donna "questo

      giovanotto lo proteggo io!   dei nostri!...  Ha cuore e  pugno...

      Egli vuol essere dei nostri, giacch  venuto; non  vero?"

      "No!  no! S! s!" urlarono alcune voci avvinazzate: "Non vogliamo

      'cappelli'!  non vogliamo 'signorini'!..." "Viva  il  'signorino'!

      egli ha il pugno di ferro; egli ha vinto Nicola!"

      Nulla  avrebbe  potuto sedare quello schiamazzo,  e Pietro avrebbe

      corso fors'anche il pi grave pericolo,  minacciato dalla vendetta

      degli amici del caduto,  quantunque difeso anche dal piccol numero

      dei  suoi  ammiratori;  un  altro  combattimento,  in  pi  grandi

      proporzioni,  era  almeno imminente,  se non fosse entrato in quel

      punto  il  padrone  dello  stabilimento;  il  quale,   impassibile

      sin'allora a quanto era avvenuto,  dietro il suo banco della prima

      camera,   accorreva  dimostrando  nel  gesto  e  nella   fisonomia

      l'importanza della notizia che recava:

      "I  carabinieri!"  diss'egli.  "I carabinieri!" fu gridato da ogni

      parte.

      E tosto amici  e  nemici  si  fusero  in  un  lodevole  accordo  a

      nascondere in uno stanzino il mal capitato Nicola, cui, quantunque

      fosse  rinvenuto  e  mandasse  lamentevoli  gemiti,  nessuno  avea

      badato,  a lavare il pavimento lordo  di  sangue,  e  a  tirare  i

      suonatori da sotto le panche.

      "La 'Fasola'! la 'Fasola'!" fu gridato da tutti.

      Venti braccia soffocarono Pietro in un energico amplesso;  e venti

      voci,  anche di quelle che  avevano  minacciata  la  sua  vita  un

      momento innanzi, gli susurrarono:

      "Siamo  amici,  non    vero?  Sei dei nostri!...  Vuoi essere dei

      nostri?"

      "S,  son dei vostri!...  amici!  tutti  amici!'  rispose  Pietro,

      urlando  tanto  forte da cercare di soffocare le stesse parole che

      proferiva;  stendendo le mani alle venti mani nere e  callose  che

      gli  venivano  stese,  onde  stordire  tutto  quello  che  sentiva

      d'ignobile, di ributtante, di vile in quell'accozzaglia alla quale

      veniva a domandare le sue distrazioni;  ballando anche lui  quella

      ridda  infernale  sul  sangue  versato da poco e ancora tiepido...

      Egli,  a misura che le acri esalazioni di quei  cenci  e  di  quei

      corpi,  e  l'esaltazione avvinazzata di quel tripudio cominciarono

      ad offuscargli il cervello, come il marsala non aveva potuto fare;

      egli,  che aveva avuto  ribrezzo  a  toccare  la  mano  di  quella

      femmina,  spudorata corifea della festa,  ch'era stata la donna di

      Nicola,  cominci  a  saltare  pi  furiosamente  degli  altri,  a

      stringersi pi ebbro quell'abbietta creatura fra le braccia...

      Due   ore   dopo  mezzanotte  egli  usciva  stordito,   briaco  da

      quell'orgia;  ancora sbalordito dal baccano che avea fatto il  suo

      cuore; mormorando come per illudersi anche in quel momento:

      "Oh!  la  vita!...  Questa    la vita!...  Donne e vino!...  Viva

      l'allegria!"

      Da quel  giorno,  o  piuttosto  da  quella  notte,  Pietro  Brusio

      cominci  una  vita  indegna  ed  abbietta,  di  cui  egli cercava

      occupare tutti gli istanti con gli eccessi pi sfrenati,  per  non

      darsi  il  tempo  neanche  di  vedere dov'era caduto.  Egli faceva

      sforzi sovrumani per annegare  nel  frastuono,  nell'ubbriachezza,

      quanto  sentiva  ancora di elevato e di nobile nel suo cuore,  che

      gli rimproverava come un rimorso la vita che menava,  e gli faceva

      pensare  spesso,  malgrado la sua disperata volont,  malgrado gli

      eccessi a cui ricorreva,  a quella donna fatale di cui malediva la

      memoria.

      Spesso  fra  le orgie pi impure,  nell'ubbriachezza pi profonda,

      egli rimaneva in disparte,  muto,  pallido,  coll'occhio  fisso  e

      pensieroso.  Spesso,  al  contrario,  stringendosi  una  di quelle

      femmine da trivio fra le braccia  egli  mormorava  un  nome  cogli

      occhi  umidi di lagrime: ci che rendeva dapprincipio attoniti,  e

      faceva ridere dappoi i suoi compagni di stravizzo.

      Egli logorava la giovinezza del suo  cuore  e  del  suo  corpo  in

      questa  vita febbrile,  divorante,  che s'era imposta;  fuggiva lo

      sguardo della madre e delle  sorelle  come  se  avesse  temuto  di

      contaminarle col suo,  come se avesse temuto che la muta eloquenza

      dell'occhio umido della madre gli facesse sentire tutta  l'infamia

      dell'abbiettezza  in  cui  affogava le sue memorie e il suo amore,

      che provava ancora rigoglioso e potente.  Fuggiva gli amici di una

      volta,  che  forse  avrebbero potuto rimproverarlo col loro freddo

      contegno;  (fuggiva  sin  anche)  Raimondo,  cui  non  si  sentiva

      bastante coraggio di avvicinare.

      Siamo al Gioved Grasso.  Brusio ha passato pi di quattro mesi di

      questa vita;   divenuto il corifeo di questa canaglia composta di

      femmine  da  trivio e di uomini perduti;  e in quella sera,  tutti

      mascherati in modo poveramente e orribilmente grottesco,  vanno al

      Teatro a farvi pompa del cinismo del vizio,  della brutalit della

      violenza,  della petulanza della miseria  colpevole,  occupano  la

      galleria,  ove  mangiano,  bevono,  contendono ed urlano anche nel

      tempo della rappresentazione,  malgrado la presenza delle numerose

      Guardie  di  Pubblica  Sicurezza e dei Reali Carabinieri.  Dopo la

      recita aspettano l'apertura del ballo  mascherato  per  lanciarsi,

      coi  loro costumi sudici,  in mezzo alla platea,  per mischiarsi a

      quella societ elegante che non sentonsi in  diritto  d'avvicinare

      coi loro cenci,  e per farlo ne cercano il coraggio nell'ebbrezza,

      nell'esaltazione e negli eccessi.

      Brusio,  in prima fila fra di essi,  sul proscenio,  indossando un

      travestimento  tutto  suo,   composto  di  cappuccio,   casacca  e

      pantaloni di pelle di montone (vestito che egli avea denominato da

      orso), si occupava metodicamente a dar fiato ad un enorme corno ad

      ogni scena nuova; e le rimostranze delle guardie di Questura erano

      soffocate dagli urli,  dai suoni di trombe  e  di  campane  e  dai

      fischi della mascherata numerosa che gli faceva codazzo.

      Poco prima di mezzanotte fu aperto il ballo. Quella folla ululante

      irruppe come un torrente limaccioso nella sala.

      I  palchetti  erano  gremiti  di  elegantissime  dame e di signori

      mascherati con lusso. Poco dopo si apr l'uscio di un palchetto di

      seconda  fila  ed  entr  la  contessa  di  Prato,  mascherata  da

      baccante,  accompagnata  dal marito e da un bel giovanotto biondo,

      sottotenente negli Usseri di Piacenza,  che le tolse dalle  spalle

      la  mantelletta  "Fatma"  di  peluscio.  Giammai  la signora aveva

      brillato di  tutta  la  pompa  affascinante  delle  sue  seduzioni

      irresistibili,  come  quando  si avanz sul parapetto della loggia

      colle braccia, le spalle ed il petto nudi nel suo abito diafano di

      velo,  col suo sorriso sulle labbra,  con  quel  piccolo  grappolo

      d'uva  e  quell'unica  foglia verde a met nascosti tra i riflessi

      cenerognoli de' suoi capelli neri,  che vi si inanellavano attorno

      alla fronte e le cadevano mollemente sul collo.

      Pietro non alz nemmeno gli occhi verso i palchetti.  Non osava di

      farlo, di dissipare forse collo spettacolo di quella profusione di

      eleganze e di bellezze che ornavano le  loggie,  il  denso  vapore

      avvinazzato e fangoso in cui si avvolgeva;  non osava d'incontrare

      un viso ch'egli  non  voleva  vedere  per  non  avere  a  dubitare

      un'altra volta della sua ragione.

      L'orchestra  suonava  un  valtzer;  la  folla  avea incominciato a

      ballarlo gesticolando e gridando.  Tutt'a un tratto fu veduta  una

      figura umana, imbacuccata in pelli nere che la facevano mostruosa,

      montare di un salto sul palcoscenico, e gridare colla sua voce pi

      forte,   stendendo   il  braccio  con  un  gesto  imperioso  verso

      l'orchestra:

      "Abbasso il valtzer!  Non vogliamo  valtzer!  Non  vogliamo  balli

      aristocratici... Vogliamo la 'Fasola'!.."

      Quella voce che comandava,  quel gesto che imponeva fecero fermare

      i ballerini che danzavano e i professori che suonavano e  cominci

      un   immenso   frastuono,   dai  palchi  partirono  alcuni  fischi

      acutissimi, tratti certamente con l'aiuto delle chiavi.

      Allora quell'uomo,  quel mostro,  alz la testa orribile a vedersi

      col  suo  pallore cadaverico sui suoi lineamenti dimagriti,  collo

      scintillare dei suoi occhi infuocati fra i peli che  gli  cadevano

      dal  cappuccio  sulla  fronte;  e quello sguardo che fiss su quei

      cavalieri giovani,  ricchi,  eleganti;  su quelle mani  in  guanti

      bianchi  che  si sporgevano fuori dei palchi ad imporgli silenzio,

      su quelle signore belle, profumate, splendenti di gemme; su quella

      folla dorata che faceva il pi vivo contrasto con  quella  brutta,

      cinica,  briaca,  cenciosa,  che l'accompagnava, quello sguardo fu

      d'odio immenso, indicibile, e anche di feroce vendetta.

      "Abbasso  gli  aristocratici!"  grid  egli,  Pietro,  il  giovane

      aristocratico per istinto;  "abbasso i guanti bianchi! Vogliamo la

      'Fasola'! Suonate la 'Fasola'!"

      A quelle  parole  successe  un  immenso  schiamazzo  di  urli  che

      applaudivano alle sue parole e chiamavano la Fasola,  questa danza

      popolare.  I carabinieri,  quantunque avessero spiegato la massima

      energia  nel  cercare di calmare l'effervescenza,  erano in troppo

      piccol numero per imporsi a quella folla  resa  audace  dalla  sua

      istessa  insolenza;  finalmente  si  fece  venire  il picchetto di

      Guardia Nazionale ch'era alla porta.

      In questa una fischiata solenne e generale,  partita  dai  palchi,

      sembr  sfidare  la  collera di quella gentaglia irritata: le mani

      inguantate di bianco non volevano lasciarsi sopraffare dalle  mani

      nere e callose.

      Nella  platea scoppi un grido generale di rabbia.  Alcune signore

      svennero allo  spettacolo  di  quella  folla  urlante  che  levava

      braccia  nere  e  facce infuocate e furibonde,  come ad imprecare,

      verso i palchetti,  e in mezzo  alla  quale  scintillavano  alcuni

      ferri  aguzzi.  I  carabinieri misero le mani sui revolvers,  e la

      Guardia Nazionale entr nella sala colle baionette in canna.

      Rinunziamo a descrivere  lo  stato  d'esasperazione  di  Brusio  a

      quella  sfida  imprudente  che l'aveva percosso come uno schiaffo;

      egli salt in mezzo alla folla gridando:

      "Ora faccio scendere tutta questa canaglia coi guanti a ballare la

      Fasola con noi! Vado a prenderveli per le orecchie!"

      E si fece largo in mezzo alla calca. Nessuno,  n carabinieri,  n

      Guardia Nazionale badarono a quell'uomo che usciva,  a quella jena

      assetata di vendetta,  che spingeva in avanti  il  collo  anelante

      come  un  animale sitibondo.  In due salti egli fu sulla scala del

      second'ordine, e si avanz pel corridoio.

      Tutt'a un  tratto  egli  si  ferm,  come  percosso  dal  fulmine,

      coll'occhio smarrito, col volto pallido e convulso: si era trovato

      faccia a faccia a Narcisa,  che partiva dal Teatro,  spaventata di

      quel frastuono.

      La contessa aveva messo un grido nel vedere quell'uomo che correva

      come un pazzo contro di lei,  facendo scintillare nel suo pugno la

      lama larghissima di un coltello a manico; quella figura informe ed

      orrenda  sotto  le  pelli che la coprivano,  della quale gli occhi

      soltanto luccicavano come due carbonchi sul volto che sembrava una

      maschera di cera gialla.  Ella si era stretta  contro  la  parete,

      aggrappandosi al braccio del conte, come per farsene schermo.

      Pietro aveva avuto uno sguardo,  un solo, per lei; il coltello gli

      era caduto di mano;  poi era fuggito,  correndo a  salti,  urlando

      disperatamente, come l'animale che voleva figurare.

      "Oh! questa donna! questa donna!... questo demonio!" gridava egli,

      correndo all'impazzata pel Molo.

      Si ferm sull'ultimo limite di questo, quando non vide pi dinanzi

      a s che il mare bruno ed immenso, su cui scintillavano le stelle.

      Fiss  uno  sguardo  ebete,  smarrito  su quella superficie che si

      stendeva a perdita di vista, luccicante di riflessi fosforici;  su

      quelle  stelle che splendevano sulla sua testa...  Due o tre volte

      avanz il passo verso quell'abisso che poteva inghiottire  la  sua

      vita  coi  suoi vortici spumeggianti;  e ciascuna volta egli sent

      una forza che l'afferrava  e  lo  tratteneva...  Finalmente  cadde

      accosciato  sul  suolo  umido e spazzato qualche volta dalle onde,

      prorompendo in lagrime amare, ardenti, ma non pi disperate.

      Egli pianse a lungo: quel pianto,  che non aveva potuto versare da

      circa cinque mesi, forse lo salv.

      "Questa donna ha ragione" mormor quando fu calmo, come avea detto

      allorquando  gli  era  parso  che  il suo cuore si fosse spezzato:

      "quali  diritti  ho  io  al  suo  amore,   alla  sua   attenzione,

      fin'anche?...  Io,  Pietro Brusio!...  Ma io voglio averli, questi

      diritti che Dio m'ha dato,  che in un istante di scoraggiamento io

      ho sconosciuto,  ho ripudiato,  ma che sento in me... Questa donna

      ander superba un giorno dell'amore di Pietro Brusio!!"

      E rialzando la  testa,  quasi  lieto  ed  altiero  di  quel  nuovo

      indirizzo  che  dava  alla  sua  vita,   di  quell'espiazione  che

      s'imponeva del passato,  della speranza  che  gli  brillava  negli

      occhi ridenti, guard il cielo quasi calmo, quasi giocondo ora. Si

      alz,  e con passo fermo s'incammin verso la sua casa.  Egli and

      ad abbracciare la madre nel letto, come per darle la lieta notizia

      mescolando le sue lagrime a quelle di gioia di lei,  che ritrovava

      il figlio suo; e dandole la sola spiegazione della metamorfosi che

      uno  sguardo  ed  un  pensiero  avevano  potuto operare in lui con

      queste sole parole:

      "Perdonami, madre mia!... perdonami!"

      Due mesi intieri ebbe la forza di  non  cercare  Narcisa,  di  non

      vederla.  Usciva  di rado,  la sera;  e sempre in compagnia di sua

      madre e delle sue sorelle.

      L'aveva dimenticata?

      No! Egli aveva tal forza perch viveva per lei,  con lei,  in lei;

      perch tutta la sua vita era ormai Narcisa.

      Egli  lavorava con un entusiasmo quasi accanito,  con una lena che

      soltanto poteva dargli l'esaltazione in cui  si  trovava,  e  fece

      passare  tutto  il  suo  cuore nell'opera sua.  Due mesi dopo avea

      finito un dramma che rileggeva cogli occhi  brillanti  di  sorriso

      del quale era contento; che amava quasi di una parte dell'amore di

      cui  amava  Narcisa;  che amava come un'emanazione di lei.  Quando

      egli fu soddisfatto dell'opera sua,  di se stesso,  quand'egli  si

      sent pi vicino a Narcisa, allora la cerc.

      La sua casa era deserta e le imposte dei veroni chiuse.

      La  cerc  inutilmente  otto  giorni pei passeggi e al Teatro;  ne

      domand agli amici: nessuno l'avea pi veduta.

      Risoluto di trovarla ad ogni costo and a far visita in casa  A...

      e colla signora condusse il discorso sino alla contessa.

      "A proposito, che n' di lei?" domand.

      "Credevo che lo sapeste, voi suo amante:  partita."

      "Partita!"

      "S, da venti giorni."

      "E per dove?"

      "Per Napoli."

      "Ander a Napoli!" disse a se stesso Brusio.



      CAPITOLO SESTO.


      Parecchie settimane dopo,  in Napoli, ad una delle serate che dava

      il barone di Monterosso, noi ritroviamo Narcisa,  accompagnata dal

      marito e dal giovanotto ufficiale di cavalleria negli Usseri,  che

      abbiamo  incontrato  con  lei  a  Catania.  Il  sottotenente,  che

      apparteneva  ad  una  delle  pi  nobili  famiglie del Napoletano,

      l'avea presentata ad una signora di mezza et, la quale recava con

      tutta disinvoltura gli occhiali sul naso,  appartenente  anch'essa

      alla pi alta societ e che col suo ingegno si  fatto un nome che

      comincia ad esser celebre anche fuori d'Italia. Le due donne l'una

      circondata  e  adulata  pel  potere  dei  suoi vezzi,  l'altra pel

      prestigio del suo nome,  sedevano l'una presso all'altra su di  un

      canap, accerchiate da uno stuolo di cortigiani.

      Il  barone di Monterosso venne a complimentare la signora contessa

      R..., e a dire anche due parole d'occasione a Narcisa.

      "Avr la fortuna,  signora contessa," disse,  parlando alla  donna

      matura, "di presentarle stasera un uomo, che, ancora giovanissimo,

      si    aperta  diggi  la pi brillante carriera nella letteratura

      drammatica."

      "L'autore di 'Gilberto' forse?" domand la signora.

      "Lo conosce?"

      "No;  ne ho udito  semplicemente  parlare;    un  dramma  che  ha

      incontrato  moltissimo,  a  quel che pare;  e di cui i giornali si

      sono disputati i meriti con quell'accanimento che d sempre  della

      rinomanza all'autore. E' napoletano?"

      "E' siciliano; si chiama Pietro Brusio."

      "Brusio?... Non ho mai udito questo nome..."

      "Fra  otto  giorni  questo  nome  sar  pronunziato come quello di

      Giacometti e di Gherardi del Testa."

      "E' una celebrit in erba, dunque?"

      "S, signora contessa: una celebrit che nasce, ma in mezzo ad una

      splendida aurora.  Il suo dramma  stato replicato quattro volte a

      richiesta,  e  domani  fu  desiderato per la quinta;  l'impresario

      glielo ha  pagato  come  non  si  sogliono  pagare  quasi  mai  le

      produzioni  letterarie in Italia,  e l'ha impegnato a scrivere pei

      Fiorentini con un appuntamento che lo far vivere da signore."

      "Domani andr ai Fiorentini," disse la dama,  "stasera mi presenti

      il  suo  protetto;  lo  pregher  di  passare da me le sere in cui

      ricevo."

      Il  barone  s'inchin  allontanandosi  per  dar  retta  ad   altri

      invitati.

      Narcisa  ball come una silfide e confess al suo cavaliere di mai

      essersi divertita come in quella sera.

      Verso mezzanotte il barone si avvicin  di  nuovo  al  divano  ove

      sedevano Narcisa e la contessa,  accompagnato da un giovane alto e

      bruno, di cui l'espressione fredda,  altiera e quasi severa appena

      temperata  dal contegno grazioso che gl'imponeva l'atto che andava

      a compiere.

      "Mi permetta, signora contessa R...," disse il barone con il garbo

      di un uomo di societ, "che abbia l'onore di presentarle il signor

      Pietro Brusio, il giovane autore di cui le feci parola."

      Pietro s'inchin in silenzio, mentre la dama originale l'esaminava

      con tutta flemma, attraverso gli occhiali,  dal capo alle piante e

      gli  faceva i complimenti d'uso.  Anche Narcisa esaminava il nuovo

      arrivato con una  curiosit  che  and  a  finire  nella  magggior

      sorpresa.

      Ella  stent  a  riconoscere  il  giovane  incognito che a Catania

      incontrava ad ogni passo, divorando degli occhi il suo sguardo,  e

      passava le notti sul marciapiede dirimpetto alla sua casa, in quel

      giovane  che  le  stava  dinanzi con la fronte nobile,  quantunque

      solcata dalle febbrili emozioni della  creazione,  e  dai  delirii

      sublimi  del  pensiero;  coi lineamenti sbattuti dalle fatiche del

      lavoro, dalle lotte ardenti dell'idea,  che aveva sentita immensa,

      colla forma, che spesso non sentiva abbastanza. Egli avea l'occhio

      brillante  della  confidenza  che  d  la giovinezza e l'avvenire,

      quando  si  affaccia  ridente;   il  suo  vestito   irreprensibile

      sviluppava  la  forte e maschia eleganza del corpo;  si presentava

      con tutta  la  grazia  di  un  abituato  alle  pi  aristocratiche

      riunioni.  Ci che pi di ogni cosa serv a farglielo riconoscere,

      meglio che l'altiero portamento della  fronte,  ch'egli  non  avea

      saputo  rendere  grazioso  in  quel  momento come il sorriso a cui

      aveva forzato il suo labbro sdegnoso nel presentarsi alla contessa

      R..., fu questo:

      La contessa gli parlava con la famigliarit che  d  la  parentela

      del genio, e gli stringeva la mano. Il cerchio degli ammiratori di

      lei  gli  si  affollava  d'attorno,   e  lo  guardava  con  occhio

      invidioso.

      Tutt'a un tratto ella lo vide diventar pallido come un cadavere, e

      dirizzarsi sulla persona con un movimento macchinale che non seppe

      padroneggiare;  e ci fu quando il barone (ch'era rimasto  al  suo

      fianco  frapponendosi  fra di lui e Narcisa) si allontan.  Pietro

      aveva veduto la contessa di  Prato,  alla  quale  il  sottotenente

      dirigeva  un  complimento ch'ella non ascoltava.  Brusio rimase un

      momento immobile, senza poter parlare,  cogli occhi,  che si erano

      fatti di una sorprendente lucidit, fissi in quelli di lei, mentre

      una leggiera convulsione faceva tremare sul suo labbro superiore i

      baffi castagni.

      La signora R...,  che gli parlava in quel momento,  fu sorpresa di

      non avere risposta, e lo guard con curiosit.

      Pietro stacc quasi con isforzo gli occhi da  quelli  di  Narcisa,

      che  lo fissavano col loro sguardo limpido e chiaro,  per volgerli

      all'ufficiale,  che anch'esso lo guardava sorpreso,  arricciandosi

      le basette.

      Egli fu freddo,  distratto, impacciato tutto il tempo che rimase a

      discorrere colla donna celebre.  Quando questa gli  parlava  dello

      splendido   avvenire   che   la   riuscita  della  sua  produzione

      l'autorizzava ad aspettarsi, rispose tristamente:

      "Forse,  signora contessa,  giammai in tutta  la  mia  vita  potr

      compiere  un  lavoro come quello che scrissi in otto giorni,  e al

      quale il pubblico ha avuto la bont di fare buon viso."

      "E' solo modestia che le fa dir ci?"

      "No, signora; forse  presentimento."

      "Bisognerebbe, in tal caso, non ammettere questo dramma come parto

      del suo ingegno, ma piuttosto..."

      "Del cuore?" interruppe il giovane: "s, signora!"

      "Ella ha ragione: in un momento  di  passione  si  possono  operar

      miracoli che parrebbero impossibili a tentarsi un minuto dopo. Pel

      bene  del  suo  avvenire  voglio augurarmi che tale non sia il suo

      'Gilberto'."

      "Chi lo sa?"

      E lo  sguardo  del  giovane,  che  s'inchinava  per  allontanarsi,

      incontr  quello di Narcisa fisso su di lui con un'espressione che

      dimostrava pi della semplice curiosit.

      Si ordinavano le coppie per un  valtzer;  e  l'ufficiale  venne  a

      presentare il suo braccio a Narcisa, che vi abbandon il suo corpo

      flessibile,  splendida  di  tutta  la  sua  strana  bellezza;  coi

      capelli, intrecciati di perle, cadenti sulle spalle bianchissime e

      vellutate;  col bel seno anelante sotto il velo ed il merletto che

      lo copriva; col suo sorriso indefinibile sulle labbra, e gli occhi

      che,  senza  esser brillanti,  avevano un'onda di volutt nei loro

      raggi.

      Ella si avanz lentamente,  mollemente,  come  immedesimandosi  al

      corpo  dell'uomo  a  cui  si  accompagnava,   con  un  inimitabile

      movimento del suo collo da cigno,  quasi le perle e  i  fiori  che

      s'intrecciavano  ai suoi capelli,  e il volume di questi,  fossero

      troppo pesanti per quella piccola testa; presentendo nello sguardo

      sorridente e scintillante tutto quel torrente d'impetuose  volutt

      che  il valtzer,  questo ballo degli innamorati,  dovea darle come

      appoggiando tutti i delicati tesori del suo corpo al  braccio  del

      suo cavaliere, per trarne quella foga d'esaltazione che la musica,

      l'eccitamento,  il  contatto  del corpo dell'uomo elegante doveano

      darle.

      Nulla varr a riprodurre,  ad  accennare  soltanto,  l'impressione

      voluttuosamente affascinante di quel corpo leggiero da silfide che

      librava,  direi,  le  ali  coll'espressione  del suo sguardo,  per

      abbandonarsi a tutto il trasporto di quel ballo.

      Le coppie cominciarono a girare;  la musica eseguiva 'Il Bacio  di

      Arditi.'

      Dopo  il  primo giro,  quando la contessa si ferm,  anelante come

      cullandosi al braccio del suo  splendido  cavaliere,  sfiorandogli

      un'ultima volta il viso coi suoi capelli,  colle guance accese, il

      petto anelante, gli occhi umidi di languore e di piacere, incontr

      un altro sguardo,  umido ancor esso di una indicibile  espressione

      d'angoscia  e  quasi  di  cruccio,  che  brillava su di una fronte

      alquanto calva e pallida di una spaventosa pallidezza.  Ella fiss

      un lungo sguardo su quello che si fissava su di lei.

      "Vogliamo   ricominciare?"  le  susurr  all'orecchio  l'ufficiale

      passandole il braccio attorno alla vita da bajadera.

      "E' inutile... mi sento stanca... Non ballo pi.."

      Ella cerc cogli occhi un'altra volta quello sguardo supplichevole

      e nello stesso tempo minaccioso: era scomparso.

      "Oh!   questo  'Bacio'!   questo  'Bacio'!...   avr  da  sentirlo

      dappertutto!..." mormorava Pietro delirante scendendo le scale.

      "Domani  ai  Fiorentini  si dar un dramma che ha fatto furore;  a

      quanto si dice; avrete la compiacenza di accompagnarmici?" domand

      Narcisa al marito.

      Questi s'inchin in silenzio.

      L'indomani,  infatti,  alle 9 e mezzo,  la contessa,  che  non  si

      ricordava  di  essere  entrata  in  teatro  a  tal ora,  era in un

      palchetto di seconda fila sul proscenio. Il sipario non era ancora

      alzato e la sala era affollatissima.

      La contessa recava in mano un magnifico mazzo di viole bianche che

      pos sul parapetto insieme all'occhialetto.

      Il dramma fu recitato in mezzo  ad  una  di  quelle  ovazioni  che

      sembrano  strappate  agli  spettatori  quando  l'autore  ha saputo

      scuotere tutte le corde dei cuori colla sua mano potente: era  una

      di quelle opere spontanee,  tutte di un sol getto,  che sono belle

      perch sono vere,  che sono inimitabili  perch  sono  semplici  e

      comuni.  Narcisa rivide quel giovanetto che passava le notti sotto

      i suoi veroni;  lo rivide nel protagonista  di  quel  dramma,  con

      tutti  i suoi fremiti d'amore e i suoi disinganni disperati;  ella

      sent che quel dramma parlava di lei,  era  scritto  per  lei,  in

      tutte  quelle  sfumature  di rimembranze che l'accennavano ad ogni

      passo...   L'ufficiale,   che  avea   battuto   le   mani   quando

      l'aristocrazia  aveva  applaudito,  osserv  con sorpresa che ella

      rimaneva indifferente alle sue  sollecitudini,  tutta  assorta  in

      quel "Gilberto" che ad ogni parola destava in lei una reminiscenza

      e le svelava quale amore quasi soprannaturale avea saputo destare.

      Nel   mezzo   della  scena  che  l'avea  commossa  dippi,   ella,

      coll'ispirazione improvvisa e adorabile  della  donna  leggiera  e

      capricciosa, s'era tolto dal dito un magnifico anello di brillanti

      e l'avea legato al nastro del mazzetto.

      Alla  fine  del second'atto l'autore,  chiamato fragorosamente dal

      pubblico,  venne sulla scena.  Egli non ebbe che uno  sguardo,  in

      mezzo   al   turbine  di  quegli  applausi  frenetici,   in  mezzo

      all'agitazione di quella folla che si levava gridando il suo nome,

      in mezzo all'inebbriamento di quell'ovazione quasi delirante:  uno

      sguardo  che  and a posarsi su di un palchetto di un proscenio al

      second'ordine.

      Egli  vi  vide  la  contessa...   verso  della  quale  si  chinava

      sorridendo   il   biondo  giovanotto  dalla  brillante  divisa  di

      ufficiale degli Usseri.

      Pietro dimentic quegli applausi,  quelle corone che gli  cadevano

      ai  piedi,  quei  fiori che lo coprivano come in un nembo,  quelle

      acclamazioni al suo nome; egli non bad pi neanche ad un mazzo di

      viole bianche che gli era caduto ai piedi dal palchetto di Narcisa

      e che avea raccolto,  per fuggire come un delirante,  come un uomo

      che  teme  d'impazzire,  poich tutti questi applausi non potevano

      dargli quello sguardo ch'era venuto a cercare sino a  Napoli,  che

      avea  voluto comprare a prezzo delle ispirazioni del suo genio,  e

      che avea visto rivolto sul giovane sottotenente.

      La folla chiam invano replicate volte l'autore.

      "Che ne dite del dramma?" domand la contessa  all'ufficiale  dopo

      l'ultimo atto,  approfittando del tempo in cui il conte era uscito

      per fare ordinare la  carrozza  dal  "jockey"  che  aspettava  sul

      corridoio.

      "Molto bello, in verit; e anche assai applaudito."

      "E dell'autore?"

      "Che  volete che ne dica?...  ch' un autore come tutti gli altri"

      soggiunse colui con il supremo disprezzo degli uomini di spada.

      "Eppure quest'uomo  celebre!" aggiunse la  contessa  avvolgendosi

      nella sua "vespertina" di "cachemire" bianco.

      "Sar anche questo."

      "Sento  che  amerei  quest'uomo  come  una pazza!" esclam Narcisa

      punta  dal  freddo  motteggio  del  suo  vagheggino,   colla  viva

      schiettezza del suo carattere mobile ed impetuoso.

      "Confessate  almeno  che  questa franchezza   odiosa!..." rispose

      ridendo il sottotenente,  poich non sapeva se dovesse prendere la

      cosa sul serio, sebbene l'espressione affatto nuova della contessa

      gli desse molto a pensare.

      "Ha  per  sempre  il  merito della franchezza!" replic con tutta

      flemma Narcisa: "Quest'uomo io l'amo...  poich la sua celebrit 

      opera mia!... opera di cui posso andare superba!... Partite per la

      guerra,  signore,  a  farvi uccidere per me o a ritornare generale

      d'armata, e allora... ma allora soltanto...  forse...  io vi amer

      come sento che amo in questo momento quell'uomo!"

      "Signora!"  esclam  l'ufficiale  coi  denti  stretti,   facendosi

      pallido.

      "Non  mi  accompagnate  sino  alla  mia  carrozza?"  disse   senza

      scomporsi Narcisa,  dandogli la busta dell'occhialetto da recarle,

      nel momento che suo marito rientrava nel palchetto.

      Brusio era ritornato a sua casa agitatissimo,  e  pass  la  notte

      senza dormire.

      Ella!  Narcisa!  avea assistito al suo trionfo, avea palpitato dei

      suoi sentimenti,  gli avea gettato quel mazzetto  che  avea  fatto

      appassire a furia di baci!... Ma ella non era sola!... quell'uomo,

      quel soldato,  s giovane,  s bello, s splendido! che le parlava

      s da presso... che le sorrideva in quel modo!... Tutt'a un tratto

      le sue dita incontrarono l'anello che  era  legato  al  mazzo;  un

      dubbio  atroce  lo  fece  impallidire:  quei  fiori,  che la donna

      adorata  avea  lasciato  cadere  su  di  lui,   invece  di  essere

      l'espressione  della  simpatia,  non dimostravano piuttosto uno di

      quei volgari applausi,  uno di quegli splendidi regali con cui  si

      paga l'abilit di un istrione?...  Quest'idea lo martell a lungo;

      e l'indomani ancora sotto questa impressione,  scrisse il seguente

      biglietto  a  Narcisa  -  sarcasmo  pungente ed amaro velato dalla

      forma pi delicata:

      "Signora contessa,

      "Ieri ebbi la fortuna di raccogliere un mazzo  che  le  cadde  dal

      palchetto sulla scena.  Se,  unita ai fiori che lo compongono, non

      vi avessi trovato una gemma di qualche valore,  io  l'avrei  forse

      conservato  come  un  ricordo  dippi  della  simpatia  di  cui mi

      onorarono  gli  spettatori;   ma  nel  dubbio  d'ingannarmi  sulla

      destinazione del suo prezioso regalo,  poich tali sogliono essere

      le  ricompense  dei  commedianti  celebri,  mi  fo  un  dovere  di

      rimetterlo alle mani dalle quali  partito.

      "La  prego,  signora,  di  gradire  la testimonianza della mia pi

      distinta considerazione, eccetera."

      Suggell  il  biglietto,  dopo  averlo  firmato,   aspettando  con

      impazienza l'ora convenevole per ricapitarlo.

      Bisogna  dire  che  il giovane,  esagerando la sua suscettibilit,

      scrivendo quella lettera di orgoglioso rimprovero sotto  le  frasi

      gentili,  cedeva  ad una segreta speranza di mettersi in relazione

      con Narcisa;  e che egli avea adottato quel mezzo come ne  avrebbe

      adottato un altro, se gli si fosse presentato.

      A   mezzogiorno   suon,   e  disse  al  domestico  che  comparve,

      consegnandogli la lettera ed il mazzo:

      "V'informerete dalla  servit  del  signor  barone  di  Monterosso

      dell'abitazione  della  signora  contessa  di  Prato,  e andrete a

      recarle  questa   lettera   insieme   ai   fiori   e   all'anello,

      personalmente," aggiunse in ultimo, accentuando la parola.

      "Ascoltate..." disse quindi, mentre il servitore stava per uscire,

      esitando  tuttavia  a  proferire  quelle  parole  che  gli  pareva

      svelassero la sua segreta speranza che cercava  dissimulare  a  se

      stesso: "se vi dicono esserci risposta aspettatela."

      Attese  con  ansiet  febbrile i tre quarti d'ora che il domestico

      impieg a ritornare colla risposta. Finalmente l'ud sulle scale e

      and ad incontrarlo nel salotto, dominandosi a pena.

      Gli venne recato su di un  vassoio  da  lettere  un  biglietto  da

      visita;  al  di  sotto  del titolo "Conte di Prato" in litografia,

      c'era scritto a mano: "prega il sig.  Brusio di far trovare alle 8

      due suoi amici al Caff d'Europa."

      "Un  duello!"  esclam  Pietro  sorpreso  di leggere tutt'altro di

      quello che  sperava:  "confesso  che  me  l'aspettava  pochissimo.

      Quello  che  non so comprendere  perch il signor conte spinga la

      permalosit sino a sfidarmi  per  un  mazzo  rimandato...  a  meno

      che..."

      Rimase   pensieroso  alcuni  secondi,   senza  compire  la  frase,

      girandosi il biglietto fra le dita.

      "Non  importa;"  disse   quindi   riscuotendosi;   "quest'uomo   

      destinato;  io  l'uccider,  com' vero che mi chiamo Pietro e che

      quest'uomo mi ha insultato a Catania..."

      Uscendo per prevenire i testimoni pass dal barone di Monterosso e

      vi trov un altro suo amico.

      "V'incontro a proposito;" diss'egli stringendo le due mani che gli

      venivano stese,  "ho un affare col  conte  di  Prato  e  venivo  a

      pregarvi  della  vostra  assistenza."  E  raccont ai due amici il

      fatto della mattina che avea causato la sfida del conte

      "Le condizioni?" domand il barone

      "Vi d carta bianca; l'appuntamento  per stasera,  alle otto,  al

      Caff   d'Europa.   Vi   prevengo   soltanto   che  non  accetter

      accomodamenti."

      Alle dieci i due padrini vennero a trovarlo al  Teatro  San  Carlo

      per riferirgli le condizioni stabilite.

      "Diavolo!"  esclam  il barone,  "l'affare sembra pi serio che io

      non mi fossi immaginato.  Il conte  furioso,  a quanto pare ed ha

      proposto  condizioni  d'inferno: trenta passi,  dieci passi liberi

      per ciascheduno.  C' da divertirsi con  due  uomini  che  possono

      venire a scaricarsi le pistole sul petto a dieci passi!"

      "Accetto!" esclam Pietro col suo accento vivo e brusco.

      "Caspita! lo sapevamo; giacch abbiamo accettato per voi... Quando

      c'entra quel demonio di contessa..."

      "La contessa?"

      "Eh,  via!...  forse  che  domani  andate a cacciarvi una palla in

      corpo quasi colle pistole appoggiate sullo stomaco per quel povero

      mazzo che c'entra quanto un pretesto?!... Il conte  irritatissimo

      per l'assiduit che spiegaste nel far la corte a sua  moglie,  per

      cui  la  seguitaste da Catania a Napoli;  e si  servito di questo

      pretesto per sfidarvi onde evitare il rumore."

      Vi assicuro  che  non  ho  ancora  l'onore  di  essere  conosciuto

      personalmente da quella signora..."

      "Il conte per sembra che vi conosca molto bene... A domani! "

      A  mezzanotte Brusio rientrando trov una lettera che il cameriere

      gli disse aver recato due ore avanti una giovane  assai  elegante,

      che  erasi  annunciata  per  la cameriera della contessa di Prato.

      Egli apr con febbrile  impazienza  la  lettera  profumata,  della

      quale  il  bellissimo  carattere  inglese  era  tracciato con mano

      incerta, e vi lesse:


      "Signore,

      "il conte l'ha  sfidato.  Le  condizioni  di  questo  duello  sono

      orribili:  due  uomini  che si battono alla pistola non si battono

      per una semplice riparazione;  si battono  per  uccidersi.  Questo

      duello  un delitto.

      "A  Napoli si  molto parlato del suo scontro di un mese fa con un

      giornalista il quale ancora guarda il letto;  si dice  ancora  che

      ella   un terribile tiratore;  il conte anche lui possiede questa

      sciagurata destrezza...  E questi due  uomini,  che  si  odiano  a

      morte, andranno, domani, dopo essersi abbigliati freddamente, come

      al  solito,  dopo  di  aver  fatto attaccare la carrozza,  dopo di

      essersi salutati civilmente,  a  mettersi  a  15  o  20  passi  di

      distanza,  colle pistole in mano, mirando col triste sangue freddo

      che  deve  dare  in  mano  dell'uno  la  vita  dell'altro...   Oh!

      signore!...  Io  ripeto:  questo    delitto!...  questo   il pi

      spietato assassinio legale!...  O il conte resta ucciso ed io avr

      il rimorso di essere stata causa della sua morte... o invece...

      "Signore...  a Catania conobbi un giovane nobile e generoso... che

      mostrava d'amarmi... Io invoco questa memoria per scongiurare tale

      disgrazia...  Questo duello non  deve  aver  luogo!  Si  ritratti,

      signore,  il  conte  accetter  le  sue  pi semplici scuse,  e le

      baster di fare il primo passo  perch'egli  le  venga  incontro  a

      stringerle  la mano.  Se ha una madre pensi a questa madre,  se ha

      un'amante pensi  all'amante,  signore...  e  far  il  pi  nobile

      sacrifizio  che  amor  proprio  d'uomo  possa fare evitando questo

      duello.

      Narcisa Valderi."


      Pietro fu tristamente colpito da quella lettera. Egli si aspettava

      tutt'altro,  egli credeva di trovare affettuose  parole  di  donna

      amante,  e  per  contro  rinvenne  la  moglie  che  supplicava  il

      duellista famoso per la vita del marito; egli non vide,  non seppe

      scorgere  tutto  ci  che lasciava travedere,  che accennava anche

      quella lettera che parlava delle reminiscenze di Catania... poich

      a quelle reminiscenze non si era data pi importanza di quanta  se

      ne  d  a  sentimenti che non si dividono;  avea riletto due o tre

      volte una parola, quell'"o invece"... che un momento avea fatto la

      sua speranza,  come se avesse cercato interpretare tutto il  senso

      di  quei  puntini  che la seguivano,  e trovarvi quello che il suo

      cuore voleavi vedere;  ma quei puntini potevano anche  nascondere,

      come spesso, il nulla.

      Se Narcisa gli avesse scritto semplicemente: "Pietro, non uccidete

      mio  marito,  ritrattatevi": egli non si sarebbe ritrattato ma non

      avrebbe neanche fatto il passo che fece,  rimandandole la lettera,

      come una suprema impertinenza.

      Sorridendo  del  suo  riso amaro,  scrisse,  in basso della stessa

      lettera della contessa,  queste  sole  linee,  che  gli  parve  la

      completassero,  e  ne fossero la degna risposta,  mormorando fra i

      denti stretti dal sarcasmo:

      "Ah!  costei ha paura che io le uccida  il  marito!...  costei  si

      rivolge  al giovane di Catania,  e ne accenna la memoria,  come si

      farebbe di un  balocco  ad  un  fanciullo;  per  ottenere  il  suo

      intento!...  Ma  non sa questa donna quali lagrime stillino ancora

      queste memorie?!..."

      Le due linee dicevano:

      "Se amassi una donna, come io e nessuno pu amare - e questa donna

      mi chiedesse una vilt - io la negherei a  questa  donna.  -  Alla

      signora  contessa  di  Prato  posso  assicurare che il conte,  suo

      sposo, non correr alcun pericolo."

      S,  egli l'amava tanto,  colei,  malgrado tutto quello che  aveva

      sofferto per lei,  e forse a causa di ci, malgrado i torti che si

      figurava aver ella verso di lui, da farle il sacrifizio della vita

      senza neanche pensarci, senza neanche farglielo indovinare; mentre

      l'assicurava della vita  di  suo  marito,  ricusandosi  nel  tempo

      istesso  a  far  le sue scuse al conte,  - ci che valeva offrirsi

      come un bersaglio ai colpi di lui.

      Quest'uomo che non sapeva se la sera del domani dovesse venire per

      lui;  quest'uomo che andava fra poche ore  a  barattare  una  vita

      giovane  e  ricca d'avvenire,  acclamata,  festeggiata,  contro un

      colpo di pistola,  dorm tranquillo  tutta  Ia  notte,  poich  si

      sentiva  pi  vicino  a  Narcisa,  la sirena che gli avrebbe fatto

      adorare l'inferno per mezzo delle sue seduzioni.

      All'alba era alzato e si vestiva.  Nel punto di scendere le  scale

      consegn al cameriere la lettera della contessa dicendogli:

      "Recate  al suo indirizzo questa lettera,  e dite alla contessa di

      avervela io data nel punto di montare in carrozza. Fate avanzare."

      "La carrozza!" grid il cameriere.

      I briosi cavalli lo trasportarono rapidamente  all'abitazione  del

      barone, nella strada del Pilier, ove aspettavano i due testimoni.














      CAPITOLO SETTIMO.


      Quando giunsero sul terreno,  al Vomero, vi trovarono il conte coi

      suoi due padrini; tutti si salutarono levandosi i cappelli.

      "I signori hanno  da  offrire  ritrattazione  da  parte  del  loro

      primo?" domand uno dei testimoni del conte a quelli di Brusio.

      "No, signore;" rispose breve il barone.

      Colui  sembr sorpreso,  poich era forse prevenuto dalla contessa

      di  aspettarsi  tutt'altro,  e  cominci  a  misurare  il  terreno

      d'accordo cogli altri.

      Situati i duellanti,  i padrini misero loro in mano le pistole,  e

      si allontanarono.

      In questa fatta di duelli,  l'ultimo colpo  scelto  a  preferenza

      dal  pi  coraggioso,  o  dal  pi  arrabbiato,  che approfittando

      dell'eventuale cattivo esito dell'avversario, pu venire a fare il

      suo colpo a 15 ed anche a 10 passi di distanza;  ci che d  molte

      probabilit  di riuscita.  I padrini di Brusio videro dunque colla

      massima sorpresa, che questi, n novizio,  n inesperto,  fermo al

      suo  posto (dopo aver mirato un momento con freddezza) avea tratto

      il  suo  colpo,   il  quale  avea  spezzato  un  ramoscello,   che

      sorpassando  il  muro  del  giardino,  a  cui volgeva le spalle il

      conte,  si stendeva sulla testa di quest'ultimo.  Il conte (che si

      era fermato dopo tre o quattro passi, facendo l'atto di chi prende

      la  mira pi accuratamente per tirare,  onde prevenire il giovane)

      rassicurato  dal  cattivo   esito   del   colpo   di   lui,   fece

      tranquillamente i suoi dieci passi,  mirando sempre colla calma di

      un tiratore al bersaglio, e fece fuoco a 20 passi; la palla and a

      scalfire il braccio sinistro di Brusio.

      "L'onore  salvo!" gridarono i padrini.

      Il conte salut e and a rimontare nella  carrozza  coi  suoi  due

      amici.

      Passando  dal  Caff  Nuovo offr una colazione ai testimoni;  dei

      quali uno,  quello che avea fatta la domanda di ritrattazione,  si

      scus di non potere accettare,  accusandone un affare urgentissimo

      e part.

      "In sala c' un signore che l'aspetta  da  cinque  minuti,  e  che

      mostrava  aver  molta  fretta  di  vederla;"  disse il cameriere a

      Brusio, appena questi fu di ritorno.

      "Ha detto il suo nome?"

      "No, signore."

      "Va bene."

      Nel salotto infatti aspettava uno dei testimoni del  conte  quello

      che  l'avea  lasciato  al  Caff  Nuovo,   vecchietto  rubizzo  ed

      elegante. Appena vide Pietro gli stese la mano.

      "Ero impaziente di  stringere  la  mano  dell'uomo  pi  nobile  e

      generoso ch'io m'abbia conosciuto;" gli disse, "e avr la bont di

      perdonarmi se ho rischiato d'essere importuno per affrettarmene il

      piacere."

      "Io non capisco, signore" rispose Brusio freddamente.

      "Sono interprete dei sentimenti della contessa di Prato."

      "La contessa di Prato!" esclam Pietro involontariamente.

      "Cui ella ha salvato il marito rischiando la vita."

      "Io? No! sono stato sfortunato: ecco tutto."

      "So  che  a  trenta  passi  ella mette una palla in un anello.  Ho

      assistito al pi strano duello ch'io abbia veduto,  ed ho  l'onore

      d'assicurarle che me ne intendo un poco di questi giochetti. Tutto

      questo  mi  autorizza  a  creder poco nelle sue parole,  in questo

      nomento, e molto nella sua discrezione e nella sua modestia."

      "Signore."

      "E che!...  forse che andiamo in collera perch  vengo  a  recarle

      ringraziamenti della contessa?"

      "La signora contessa nulla mi deve e nulla ha a ringraziarmi."

      "Stamattina, molto prima di partire pel Vomero col conte ho veduto

      un biglietto cos concepito in sostanza: 'Io non mi ritratter, ma

      posso  assicurare  la  signora  di  Prato  che  non le uccider il

      marito.' Se la contessa avesse avuto la bont di  cedermi  per  un

      quarto d'ora quel biglietto,  come io ne l'avea pregata, non avrei

      avuto la sfortuna, a quest'ora, di esser s poco creduto."

      Brusio arross impercettibilmente e chin la testa.

      "Ella ha letto questo biglietto?..." disse esitando.

      "Letto propriamente no; poich  stata la contessa che ha avuto la

      bont di leggermelo."

      Pietro respir.

      "Ebbene?"

      "Ebbene!  io so tutto.  La contessa istessa mi ha tutto rivelato!"

      aggiunse con enfasi napoletana l'interlocutore di Brusio.

      "La  prego  di credere,  prima di farsene le meraviglie,  ch'io ho

      l'onore di trovarmi  molto  innanzi  nell'amicizia  della  signora

      contessa  di  Prato,  e che ella ha la bont di mostrarmi tutta la

      fiducia... Non so se ella m'intende..."

      "Non molto, veramente."

      "Eppure  s  chiaro!"  aggiunse  il  vecchietto  con  un  sorriso

      malizioso.  "E' adorabile quella contessa!...  peccato che lei non

      abbia la fortuna di conoscerla intimamente..."

      "Me ne rincresce di cuore. Sicch?..."

      "Sicch ho  saputo  dalla  Valderi,  ieri  sera,"  seguit  colui,

      assumendo  completamente  l'aria  misteriosa  e gonfia del vecchio

      ganimede che si crede sicuro del fatto suo, "che lei, signore,  ha

      voluto,  non so perch, rimandare alla signora un mazzo che questa

      le avea gettato sul proscenio la sera che si rappresentava il  suo

      'Gilberto',  cosa che il conte ha preso in mala parte, per cui n'

      seguito lo scontro di stamattina... Quello di pi delicato, che la

      contessa non volle,  non seppe  nascondermi,    che  ella  stessa

      avesse fatto pregare lei,  signore, di venire ad un accomodamento,

      onde il sangue non fosse sparso per una  causa  s  futile;  e  le

      venne risposto con quel biglietto ch'ella mi lesse."

      Pietro sorrise involontariamente nel vedere la pazza persuasione e

      le galanti pretensioni del vecchietto.

      "La  contessa,"  seguit  colui,  "ed io stesso non avevamo capito

      perfettamente quello  che  volessero  dire  quelle  parole:  'Alla

      signora  contessa  di  Prato  posso  assicurare che il conte,  suo

      sposo,  non correr alcun pericolo': e che la sua nobile  condotta

      di  stamattina  ha  spiegato  intieramente.  Nella  mia premura di

      presentarmi alla Prato con qualche cosa che le fosse gradevole, io

      son corso a ringraziar lei di cuore,  a stringerle la mano per  la

      contessa e per me,  essendo sicuro di prevenire il desiderio della

      signora."

      "Mi permetta di farle osservare che questa  sicurezza  ,  per  lo

      meno, molto arrischiata."

      "Per bacco!  dopo aver veduto Narcisa agitata, come ieri sera l'ho

      veduta;  dopo che stamane prima che partissi con suo marito,  ella

      mi fece chiamare 'misteriosamente... segretamente' capisce?... per

      scongiurarmi colle pi calde preghiere,  colle lagrime agli occhi,

      che facessi di tutto onde venire  ad  un  accomodamento,  non  c'

      bisogno  di  gran  sale  in  zucca  per  capire  che  la  contessa

      dev'essere  contentissima  dell'esito  fortunatissimo  di   questo

      affare (poich,  scusi, la sua ferita al braccio non pu chiamarsi

      una disgrazia) e che io,  dopo aver fatto il possibile per  venire

      all'aggiustamento  che  ella mi comandava,  vada ad annunziarle di

      aver accomodato benone le cose, e aver perfino ringraziato lei."

      "Sarei dispiacentissimo per, signore, ove ella, senza volerlo, le

      avesse reso un servigio che sar male accolto dalla signora."

      "Male accolto!?... e perch?"

      "Giacch il conte n' uscito illeso, cosa deve importare di me, di

      uno sconosciuto, a quella signora?  E come dovr accettare che lei

      vada  a dirle: Ho stretto da parte vostra la mano a quell'uomo che

      ha avuto la scortesia di rifiutarvi un sommo favore (poich non  

      provato  ch'io  abbia  risparmiato  il  conte)  e  che   andato a

      scaricare la sua pistola contro il petto di vostro marito?"

      Il vecchietto rimase un momento confuso,  come colpito  da  quella

      riflessione; ma poco dopo riprese vivamente, quasi trionfante:

      "No,  no!  son sicuro del fatto mio. Lei non conosce la bell'anima

      di Narcisa;  ella sarebbe desolatissima se il minimo accidente  le

      fosse  accaduto...   L'ho  udita  con  questi  orecchi  esclamare,

      torcendosi le braccia: Mio Dio!  se quel  giovane  morisse...  per

      me!"

      "Ella ha detto questo?!" esclam Pietro quasi fuori di s...

      "Ma s!  Diavolo...  che c'? Le reca sorpresa che una donna abbia

      paura del sangue che potrebbe venire sparso per cagion sua?"

      "Al contrario...  E'  che...  in  tal  caso...  essendo  sicuro...

      essendo  certo  di  rendere a lei un servigio...  di farle un buon

      ufficio presso quella signora...  io  le  darei  un  attestato  di

      quanto  ella  ha  fatto  per  scongiurare  il  pericolo  di questo

      duello...  di come ella  si    adoperato  per  far  piacere  alla

      contessa."

      "Mio amico!  mio caro amico!" esclam colui,  abbracciandolo "come

      le ne sarei grato!..."

      "E se lei crede che due righi potrebbero esserle utili  presso  la

      signora di Prato..."

      "Ella    la  bont in persona,  ed io le sono devotissimo anima e

      corpo."

      Senza aspettare che il suo interlocutore fornisse il  compito  dei

      suoi  enfatici  ringraziamenti  Pietro  si appress al tavolino da

      albums,  apr una cartella che conteneva foglietti da  lettere,  e

      scrisse:

      "Un  uomo che ha molto a farsi perdonare dalla signora contessa di

      Prato sarebbe fortunatissimo ove ella  volesse  indicargli  un'ora

      della  giornata  in cui potesse venire ad implorare questo perdono

      ai suoi piedi."

      Pieg il foglio e fece mostra di rimetterlo cos aperto  all'amico

      della Prato.

      "Non  occorre di suggellarlo,  se lei avr la bont di ricapitarlo

      personalmente alla signora contessa."

      "Anzi!  anzi!...  suggelli,  suggelli pure!  Voglio fingere di non

      sapere di che si tratti...  Quest'attestato del quale sembrer non

      essere informato,  mi giover molto presso la mia  cara  contessa.

      Ella  sar  contentissima di me...  poich...  capisce...  ella ha

      molta bont per me... non dico per vantarmi..."

      "Non perda tempo adunque!" replic Brusio,  spingendolo  verso  la

      porta.

      "Un  altro  abbraccio,  amico carissimo,  un altro abbraccio.  Lei

      trover  sempre  in  me  un  uomo  tutto  suo,  un  amico  vero  e

      riconoscente sino alla morte.  Tratti d'amicizia come i suoi,  che

      non  si  fanno  aspettare...   che  vengono  da   s...   non   si

      dimenticano...  Poich ella ha avuto la gentilezza d'indovinare...

      che io per quella cara Narcisa... capisce?!..."

      "Addio, caro signore."

      "Oh,  come mi sar grata la contessa!  come  creperanno  d'invidia

      quegli  altri  giovanotti,  quell'ufficialetto  di  cavalleria pel

      primo!... Addio, caro amico."

      Usc a  ritroso,  inchinandosi;  e  Pietro,  lasciando  cadere  la

      portiera  dietro  di  lui,  non  pot  fare a meno di ridere della

      trista figura che  la  sciocca  presunzione  faceva  fare  a  quel

      seduttore di 58 anni.

      A mezzogiorno il conte rientr in casa e domand della moglie.

      "La  signora  contessa    uscita  in  carrozza"  rispose  il  suo

      cameriere.

      "Uscita diggi!" esclam il conte con qualche sorpresa.

      "Ed ha lasciato pel signore questo biglietto."

      Il conte non dissimul un movimento di  collera,  ed  esitando  ad

      aprire la lettera, disse bruscamente al domestico:

      "Va bene! lasciatemi."

      Il biglietto di Narcisa era semplicissimo:

      "Lascio  questa  casa perch sento ch' impossibile rimanere uniti

      pi oltre.  Sento troppo altamente i motivi che mi spingono a  tal

      passo  per  nascondervelo.  -  Non  mi  cercate  adunque:  sarebbe

      inutile.  - Vi so troppo ricco e troppo generoso per supporre  che

      possiate far conto della mia dote: vi prego quindi di passare,  su

      questa,  8 o 9 mila lire all'anno al  mio  incaricato  d'affari  a

      Torino, signor Treveri. Credo che basteranno."

      Era  quanto  vi  ha  di  incisivo nell'ardire portato all'audacia,

      nella franchezza spinta sino al cinismo,  della donna  volubile  e

      galante, appassionata ed impetuosa.

      Quasi  nell'ora  istessa un elegante calesse si fermava dinanzi il

      portone di una graziosa casa a due piani nella Strada Nuova.

      Un palafreniere,  che serviva anche da portinaio,  venne ad aprire

      alla  signora  abbigliata  con  distinzione,  che  era discesa dal

      calesse, e le addit una scala a sinistra, della quale gli scalini

      di marmo erano fiancheggiati di vasi di fiori.

      In fondo alla  corte,  legati  alle  sbarre  di  un  cancello  che

      chiudeva  un giardino di piacevolissimo aspetto,  scalpitavano tre

      bellissimi cavalli inglesi.

      Nell'anticamera, ad un domestico che incontr,  la dama domand se

      il signor Pietro Brusio era in casa.

      "S,  signora;  ma  non  visibile,  poich  nel suo gabinetto di

      lavoro. "

      "Ditegli che c' una signora che desidera parlargli."

      "Domando scusa,  signora;  ma  la  prego  di  avere  la  bont  di

      ripassare  verso  le sei,  o di lasciare il suo biglietto;  poich

      quando  nel suo gabinetto il signore non vuol  essere  disturbato

      assolutamente."

      "Fategli  tenere questo biglietto in tal caso," insist la signora

      con una lieve tinta d'impazienza,  prendendo da un elegante porta-

      biglietti  una carta di visita e piegandola: "ditegli che aspetto.

      Non vi sgrider certamente per questo."

      Il tuono di sicurezza e di superiorit con cui  parlava  la  bella

      signora  vinse  le esitazioni del cameriere,  che si decise a fare

      quanto ella diceva.

      "Si dia l'incomodo di seguirmi in sala," diss'egli  sollevando  la

      portiera di un uscio; "il signore ci sar a momenti."

      Per  giungere  al  salotto  si  attraversava  una  piccola serra a

      cristalli,  che occupava uno dei lati di una terrazza assai  vasta

      della  quale s'era fatto un giardino pensile,  sporgente su quella

      spiaggia incantata della Marinella,  che ha il bel golfo di Napoli

      per  orizzonte,  e  in  fondo  Capri e Sorrento.  Quella specie di

      stufa, dove vegetavano le pi belle piante esotiche, circoscriveva

      come in un'atmosfera separata dalla citt clamorosa, il salotto ed

      il gabinetto da studio che  vi  era  contiguo.  I  rumori  esterni

      sembravano  estinguersi sulla sabbia finissima del viale,  come il

      pi lieve alitare di vento moriva sulle grandi  foglie  di  quelle

      piante immobili nelle loro masse svariate.

      Il  salotto  era  addobbato  con  lusso;  ma  quel  pensiero tutto

      originale che  avea  disposto  lo  stanzone  dei  fiori  prima  di

      giungervi,  e il giardino sulla terrazza, sembrava aver presieduto

      nei minimi dettagli alla situazione di tutti gli  oggetti  che  lo

      decoravano.  Le  porte  vetrate,  che  si aprivano sulla terrazza,

      erano  nascoste,   alla  lettera,   da  persiane  di   pianticelle

      rampicanti;  ci  che unito alle pitture dei vetri,  e alle doppie

      tende di raso e di velo,  faceva  penetrare  soltanto  nella  sala

      quella  mezza  luce,  che,  col lasciare indistinte le forme degli

      oggetti, vi crea mille nuove immagini, e ne popola la semioscurit

      di quei mille sogni incantati,  di quelle sfumature voluttuose che

      tanto  piacciono  alle signore galanti;  il passo si arrestava sui

      tappeti vellutati,  come se temesse di destare un'eco che  potesse

      strappare   dalla  deliziosa  preoccupazione  che  faceva  nascere

      quell'atmosfera.

      Il cameriere  scomparve  senza  far  rumore  per  uno  degli  usci

      dirimpetto,  nascosto  dalla  stessa  tenda  di  raso celeste.  La

      signora si sprofond in una delle poltroncine che erano vicine  ad

      un elegante tavolino da albums, piccolo capolavoro nel suo genere;

      subendo anch'essa,  senza accorgersene,  il fascino che esercitava

      sui sensi quel luogo ricco di dorature,  di sete,  di specchi e di

      profumi: fascino al quale forse ella era disposta.

      Poco  dopo  la  tenda si aperse,  e comparve un uomo,  vestito del

      rigoroso abito nero, come se volesse dare a divedere di apprezzare

      tutto il valore della visita che riceveva;  ancora pallido,  ma di

      quel pallore che ci fa brillare gli occhi,  quando la gioia troppo

      potente della felicit sembra chiamare al cuore tutto  il  sangue.

      Una benda di seta gli teneva al collo il braccio sinistro.

      Un momento per egli sembr ondeggiare indeciso,  mentre fissava i

      suoi occhi scintillanti su  quel  corpo  da  fata  (che  accennava

      appena le sue seduzioni sotto le linee quasi vaporose delle vesti,

      voluttuosamente  disteso  sulla poltroncina) e su quegli occhi che

      lo fissavano del loro sguardo pi bello,  mentre  il  sorriso  pi

      dolce errava sulle labbra di lei. Come se avesse temuto di rompere

      l'incanto  di  quel  sogno  troppo bello per lui,  (egli) esclam,

      quasi impaziente, verso un testimonio che gli stava vicino, ma che

      per non si vedeva:

      "Non ci sono per nessuno. Quando vi voglio suoner. Andate."

      Non si ud sul tappeto,  molto spesso,  il passo del cameriere che

      si allontanava.

      Pietro  si avanz lentamente verso la dama,  come se avesse voluto

      assaporarne,  con una  voluttuosa  economia  d'analisi,  tutte  le

      emanazioni  inebbrianti.  Ella,  nella sua positura da sirena,  lo

      fissava sempre senza parlare.

      Il giovane non pensava neanche a proferire la pi semplice formola

      di civilt. Una parola sola irruppe spontanea:

      "Lei!... lei, signora!... da me!"

      "Che c' di strano?" rispose ella  con  un  indefinibile  sorriso.

      "Non ha ella rischiata la vita per me, perch io venga a rischiare

      quelli che il mondo chiama riguardi per lei?..."

      Gli  stese la destra,  dopo essersi tolto il guanto;  egli esit a

      prendere quella mano,  che,  forse per  fargli  provare  in  tutta

      l'intensit  il brivido del suo contatto,  gli si metteva nuda fra

      le sue.

      "Ho ricevuto il suo biglietto dal signor Briolli.  Se lei ha molto

      a farsi perdonare,  io ho molto a ringraziarla...  Ho verso di lei

      uno di quei doveri di gratitudine dinanzi  a  cui  le  convenienze

      sociali scompaiono; e son venuta a ringraziarla signore, della sua

      azione s nobile, s generosa sino al sacrificio!..."

      Invece di rispondere,  Pietro seguitava ad ammirare, come si fa di

      un oggetto prezioso,  quella manina  bianca  ed  affilata  che  si

      teneva  fra  le sue senza osare di stringerla,  come se temesse di

      farne appassire la delicata bellezza.

      "E questa ferita!...  Dio mio!..." continu la  contessa  commossa

      vivamente.

      "Nulla... una scalfittura."

      Narcisa si avvide forse allora della tacita ammirazione con cui il

      giovane  si  teneva  quella  mano  sulle  palme,   e,   arrossendo

      impercettibilmente, fece un movimento per ritirarla.

      "Oh!  la lasci!..." mormor egli come un fanciullo che parli in un

      sogno delizioso. "E' cos bella!..."

      La contessa, ancor pi rossa di prima, ma sorridendo cogli occhi e

      le   labbra   del  suo  sorriso  inebbriante,   con  un  movimento

      rapidissimo e quasi istintivo di grazia squisita,  o di sopraffina

      civetteria,  gli  porse  l'altra,  lasciandole  in quelle di lui e

      guardandolo fisso negli occhi. Pietro volle baciare quelle mani da

      fata;  ma  gli  parve  un  peccato,   come  gli  era  sembrato  lo

      stringerle, di sfiorare colle sue labbra quella pelle rasata.

      Dopo un momento di silenzio la contessa riprese:

      "Uno dei testimoni di mio marito,  il signor Briolli,  mi ha fatto

      conoscere tutta la generosit della sua condotta...  Se io  avessi

      potuto  sospettare  che  alla mia preghiera ella doveva rispondere

      con tal sacrificio,  io avrei inorridito di avanzarla...  come ora

      ho rimorso..."

      "Non mi parli di ci!..." interruppe quasi brusco il giovane, come

      se avesse temuto di destarsi.

      "Noi  abbiamo  torti  reciproci," aggiunse Narcisa col suo sorriso

      ammaliatore;   "siamo  franchi  in  tal  caso  dall'una  parte   e

      dall'altra per poterceli perdonare scambievolmente..."

      "Reciproci torti?" interruppe Pietro come trasognato.

      "I  miei saranno pi gravi" rispose Narcisa;  "ma ho la buona fede

      di confessarli e la risoluzione di espiarli... E voi?..."

      "Io non me ne trovo che uno!...  ma s grande...  che io  non  oso

      rammentarlo senza arrossire in faccia a voi..."

      "Confessatelo allora; forse vi verr perdonato."

      "Contessa!..."

      "E'  molto  grave adunque perch non abbiate il coraggio di questa

      confessione?"

      "Le  vostre  parole  me  lo  danno;  io  ho  commesso  l'indegnit

      d'insultarvi rimandandovi il mazzo e l'anello,  e poco fa anche il

      biglietto..."

      "Avete avuto torto nell'ultimo caso, non l'avevate nel primo..."

      "Perch?"

      "Perch nel primo caso quello che a voi  pare  colpa,  mi  provava

      piuttosto..."

      "Narcisa!..."

      "Che voi..."

      "Che  io  vi  amo  come  un  pazzo!...  come un uomo che non  pi

      conscio di quello che fa, perch voi gli avete tolto la mente e la

      ragione, Narcisa!..."

      Cos dicendo Pietro divorava coi baci quelle mani  che  si  teneva

      fra le sue.

      "Ora   che   la  vostra  confessione    fatta,"  diss'ella,   non

      rispondendo direttamente, "veniamo alla mia."

      Pietro si accosci sul tappeto ai piedi  della  contessa,  tenendo

      sempre le sue mani.

      "Vi  scrissi  di  aver conosciuto a Catania un giovanetto generoso

      sino al sacrifizio,  nobile sino all'eroismo...  Perdonatemi,  non

      m'interrompete.  Allora non sapevo chi fosse, non conoscevo che un

      giovane come se ne veggono  tanti,  inferiore  fors'anche  a  quei

      giovani eleganti che mi facevano la corte.  Anch'esso mi faceva la

      corte alla  sua  maniera,  come  la  fanno  i  provinciali  e  gli

      adolescenti...  Guardai qualche volta costui che incontravo sempre

      sui miei passi in istrada,  sulla  porta  del  Teatro,  uscendo  e

      rientrando  in  casa...  Qualche  volta,  quando paragonavo il suo

      stato a quello di coloro che mi amavano come lui ma  che  potevano

      dirmelo o almeno provarmelo, aspirare almeno ad un mio sorriso, ad

      una mia parola... mentre costui doveva sacrificarsi giorni e notti

      intiere  per vedermi scendere da carrozza o per passarmi d'accanto

      al ritorno da un ballo, ebbi un momento di curiosit,  ed anche di

      riconoscenza  s lontana da sfumare nella compassione,  per questo

      giovane che mi amava in tal modo, e mi amava senza speranza... Poi

      non ci pensai pi...

      "Poco tempo fa lo rividi in una festa:" riprese la contessa:  "era

      l'uomo  in  voga;  l'alta  societ  avea  per  lui le pi squisite

      cortesie,  le donne pi belle e pi nobili gli  sorridevano...  Un

      vero  trionfo!  Io  ammirai  quella  fronte larga e pallida,  e mi

      sembr di scorgervi qualche cosa di nobile che non vi avevo  prima

      notato;  mi  parve  di  leggere  un  mondo intiero nei suoi occhi,

      sebbene alquanto malinconici.  Lo sguardo ch'egli mi volse mi fece

      pensare al giovanetto sconosciuto...  e provai una viva commozione

      a quel pensiero: c'era  trionfo  ed  orgoglio  soltanto,  in  quel

      punto. Oh! io sono schietta, signore, per farmi credere quello che

      ho  da dire in seguito.  Quest'uomo avea fatto un miracolo pel mio

      amore un miracolo da genio... Io l'ho veduto in quell'opera,  come

      egli non ha veduto che me creandola, prendermi la mano, sorridendo

      del  suo triste sorriso,  e farmi passare in rassegna il suo cuore

      coi  suoi  palpiti,  le  sue  speranze  e  le  sue  lagrime...   e

      trasportarmi  ai  giorni  delle  vaghe  aspirazioni  e  dei  sogni

      ineffabili.  Poi mi ha fatto piangere del suo pianto  disperato  a

      quelli  spasimanti  di  passione...  e  si    arrestato anelante,

      spossato, colle braccia stese,  nel punto in cui sentiva sfuggirsi

      questo fantasma a cui incatenava la sua esistenza...  Oh,  in quel

      momento,  signore...  s'io avessi veduto dinanzi a me  quest'uomo,

      come l'ho veduto nel suo sogno,  nel suo dramma... gli avrei steso

      le braccia ad incontrare le sue..."

      "Narcisa!..."  mormor  soffocato  Brusio,  sollevandosi  sino  ad

      inginocchiarsi.

      "Qualche  volta,  quando  penso  a  quest'amore  s  ardente  e s

      immenso, che non avrei saputo immaginare se non l'avessi ispirato,

      io che ho sorriso e folleggiato fra le ancor pi folli proteste di

      mille galanti,  io stordita da  quest'incenso  d'adulazioni  e  di

      corteggio  che  gli  uomini  pi eleganti,  pi ricchi e nobili si

      affollano a bruciarmi ai piedi...  io ho  un  movimento  d'incerto

      terrore;...  mi pare che debba esser terribile,  divorante, questa

      passione,  quando  giunta a tal grado;...  mi pare ch'essa  debba

      assorbire  la vita in un bacio di fuoco...  ma in un bacio di tale

      ebbrezza da sembrare troppo piccolo compenso  la  vita,  e  troppo

      corti i giorni per avvelenarsene..."

      "Narcisa!!..." ripet Pietro colle lagrime agli occhi, prendendole

      le mani con violenza, mentre avea ascoltato sin allora cogli occhi

      spalancati  e  fissi,   come  pazzo  di  felicit,  e  coi  gomiti

      appoggiati sulle ginocchia di lei.  La fata  si  curv  mollemente

      verso di lui, e gli pos le braccia sulle spalle... poi lo sollev

      lentamente, con quell'abbandono inimitabile e seducente che le era

      particolare;  e  guardandolo  sempre col suo sorriso da sirena gli

      susurr,  quasi sulle labbra,  colla sua  voce  pi  bella  e  pi

      carezzevole:

      "Son venuta a vedere il tuo gabinetto da studio... Pietro..."

      Quel soffio pass come un vento ghiacciato sul sudore che inondava

      la  fronte di lui,  che,  impotente a pi contenersi,  la sollev,

      prendendola tra le braccia, come un caro fanciullo, e la divor di

      baci, singhiozzando in un sublime delirio:

      "Tu sei il mio Dio!  ed io non avr  mai  forza  per  amarti  come

      vorrei!!!..."

      La portiera ricadde ondeggiante dietro di loro.

      Pochi   giorni   dopo,   verso   il  tramonto,   due  giovani  che

      s'avvincevano colle braccia allacciate,  come  le  rampicanti  che

      coprivano   i  fusti  dei  grandi  alberi  del  giardino  pensile,

      appoggiati alla ringhiera di pietra della terrazza,  guardavano il

      sole  che  tramontava  dietro  quel  mare  azzurro che si stendeva

      immenso ai loro piedi ed ove si  specchiavano  Ischia  e  Procida.

      Narcisa  teneva  appoggiata la testa sulla spalla di Pietro,  e di

      quando in quando si aggrappava al collo di lui colle  sue  candide

      braccia  per passare le sue labbra sulla fronte e gli occhi di lui

      con mille baci muti della sua bocca tremante che ne  formavano  un

      solo.

      "Che  vita!...  mio  Dio!  che vita!!!..." mormorava ella soltanto

      qualche volta.

      "Eppure, mio dolce angioletto,  quando io bacio questa tua fronte,

      e  mi  premo  fra le labbra questi capelli,  e ti chiudo gli occhi

      colle mie mani, e mi sento fremere fra le braccia questo tuo corpo

      da fata... io non credo,  no...  malgrado che io chiuda gli occhi,

      malgrado  che  io  torturi  disperatamente  il  mio  cervello  per

      crederlo, che ci che io provo di s immenso,  di s convulso,  di

      s   spasimante  nella  volutt  del  piacere,   nel  delirio  del

      godimento,  mi viene da te;...  che tutto ci non  uno  splendido

      sogno  della mia fantasia,  come ti sognai nel mio dramma...  e ti

      sognai delirante,  stringendomi la testa  infuocata  fra  le  mani

      premendomi   il   cuore   che  sembrava  scoppiarmi,   seduto  sul

      marciapiede di faccia  ai  tuoi  veroni!...  No...  io  non  posso

      credere  che quella donna che incontravo al passeggio,  al braccio

      di un altro uomo, fra l'ammirazione di quanti la vedevano, facendo

      palpitare il mio cuore col fruscio del suo strascico sulle vie;...

      che quella donna che vidi al Teatro;  che mi pass da presso senza

      guardarmi;  che seguii come un fanciullo, come un cane:... che non

      mi stancai a vedere dalla strada,  per due mesi intieri,  sotto la

      sua casa, ascoltando il minimo rumore che mi venisse da lei che mi

      accennasse  la  sua  presenza  facendomi trasalire;...  che quella

      donna che profer quelle parole... quella notte...  dal verone;...

      che  mi  tortur  il  cuore colle note strillanti del suo valtzer,

      quando mi parve che il mio cuore fosse rotto;...  che quella donna

      ch'io non osavo avvicinare per non rompere il cerchio luminoso che

      la  circondava  d'aureola,  per  non  rapirle  un  atomo di quella

      atmosfera profumata della quale ci circondava,  che faceva il  suo

      prestigio;...  che  quella  donna che adorai infine come un pazzo,

      spaventandomi di adorarla in tal modo,  mia!...  mi ama!...  mi 

      fra  le braccia!!...  che io posso chiamarla ogni giorno,  ad ogni

      ora, ad ogni minuto;...  che io ad ogni ora,  ad ogni minuto posso

      udire quella voce che profer: Quell'uomo  pazzo: che mi dice che

      m'ama!...  che io posso ad ogni ora,  ad ogni minuto vivere la sua

      vita e suggergliela coi baci delle labbra...  Oh,  no!  Narcisa...

      per  credere  a ci bisogna che noi ritorniamo a Catania,  che noi

      abitiamo quella stessa casa che io  guardai  con  pi  venerazione

      della casa di Dio; che io respiri l'aria istessa di quelle camere,

      che mi metta a quel verone,  con te,  al posto che occupavi seduta

      sulla poltrona;  e che  io  ti  legga,  seduto  accanto  alle  tue

      ginocchia,  come  quell'uomo...  Bisogna  che mi metta con te,  di

      notte, a quell'ora,  a quel verone;  e che tu ripeta quelle parole

      infami  che io annegherei sulle tue labbra coi miei baci;  bisogna

      che le tue mani ripetano  su  quel  pianoforte  le  note  di  quel

      valtzer  che  m'inseguirono spietatamente quando fuggivo delirante

      come se fuggissi il cuore che sanguinava dirotto;  bisogna che  io

      mi  segga  su  quel  marciapiede,  colla fronte fra le mani,  come

      allora; e che io ascolti lo stormire di quegli alberi, il suono di

      quell'orologio, il murmure lontano di quel mare,  il fruscio della

      tua  veste;...  e  che  io  vegga  il  lume  che  rischiara la tua

      camera;... e che la tua voce sopratutto,  la tua voce inebbriante,

      mi ripeta ad ogni ora,  ad ogni minuto, che quello non  un sogno,

      che io non son pazzo;... e che le tue labbra,  posandosi sulla mia

      fronte,  mi  scaccino questo turbine affannoso che mi sconvolge la

      mente, che mi fa dubitare della mia felicit..."

      "Andiamo a Catania!" mormor Narcisa dandogli  un  lungo  bacio  e

      bagnandogli la fronte di due lagrime di volutt.












      CAPITOLO OTTAVO.


      Sig. Raimondo Angiolini - Siracusa.

      Catania, ... Agosto 186...


      Amico mio,

      apro oggi soltanto le lettere che mi son pervenute da due mesi per

      la  posta,  delle  quali alcune tue e di mia madre sono vecchie da

      pi di 70 giorni. Povera madre! che avr pensato di me?!... Eppure

      se ella avesse potuto conoscere la felicit  del  figlio  suo,  se

      sapesse  i  godimenti  immensi dei quali mi sono inebbriato,  ella

      sarebbe lieta, quella buona madre,  del lungo silenzio del figlio,

      che  le  proverebbe  ch'egli  ha  dimenticato  tutto  onde  vivere

      soltanto per questa  vita  di  cui  un'ora  vale  un  secolo,  per

      immergersi  tutto in questo sogno febbricitante,  in cui i brividi

      del piacere sono s potenti da farlo riscuotere  gemendo  come  di

      spasimo.

      Raimondo,  se,  15 mesi fa, quando seguitavamo quella sconosciuta,

      della quale cominciavo a subire il  fascino  inenarrabile,  tu  mi

      avessi  detto: "costei,  per uno di quei miracoli che provano Dio,

      avr una parola,  una sola parola per te"...  io non  avrei  osato

      lusingarmi di questa speranza... io avrei temuto di carezzarla. Ed

      ora,  nel momento in cui ti scrivo, questa donna, che di tutto ci

      ch' leggiadro s' fatto un corteggio splendido,  questa donna che

      ha il sorriso ammaliatore, gli sguardi inebbrianti col loro raggio

      pacato, le promesse pi affascinanti nel suo voluttuoso abbandono,

      questa  donna  mi  ama!...  me  l'ha detto colle sue labbra posate

      sulle mie!...  Questa donna io l'ho posseduta;  io la possiedo!...

      E'  mia!...  Quel  cuore  del quale mi spaventavo a scandagliare i

      misteri reconditi,  come se gl'immensi tesori d'amore  che  vi  si

      racchiudono  avessero dovuto annegarmi nei loro diletti sovrumani,

      quella vita ch' tutta un fremito di volutt,  io  li  ho  sentito

      palpitare fra le mie braccia... Essa  vissuta sotto il mio tetto;

      ha  passeggiato al mio braccio;...  e le sue labbra hanno chiuso i

      miei occhi la sera,  per riaprirmeli l'indomani!...  Io ho baciato

      quei capelli,  quella fronte,  quegli occhi,  quelle labbra; io mi

      son cullata quella testolina sui miei ginocchi,  ed ho passato  le

      intiere  notti fantasticando cogli occhi fissi in quegli occhi,  a

      leggervi tale amore che mai uomo in terra conoscer.

      Raimondo,  sai tu cos' questa donna?...  E' l'amore con  tutti  i

      suoi  palpiti  pi  arcani e misteriosi;   la volutt con tutti i

      suoi sussulti pi ardenti;  il delirio con tutti i suoi sogni pi

      febbrili.  Io non arriver mai a farti immaginare qual fremito  di

      piacere  si  provi  quando  quella mano da fata,  colle sue unghie

      rosee,  colle sue dita affilate,  colla sua pelle rasata e candida

      si posa sulla fronte; e quando quegli occhi fanno passare nei miei

      baleni  di quest'amore che al primo urto scintillano come il cozzo

      di due spade, e che inebbriano come un veleno.

      Questa donna che vivea pei piaceri,  della quale il lusso  era  il

      bisogno come l'aria  il bisogno dell'uomo,  questa donna non esce

      pi quasi mai;  rifiuta tutti gl'inviti;  si  alza  all'alba,  per

      venire  ad  appoggiare  la  sua testa sulla mia spalla,  mentre io

      lavoro;  per venire a spargermi il tavolino di  fiori  ch'ella  ha

      colti per me...  per dirmi di quelle parole che ella sola sa dire.

      E'  una  vita  straordinaria  che  noi  facciamo:  una  vita   che

      c'invidierebbero  molti  e  che  molti  compiangerebbero  come una

      pazzia.

      A Napoli noi uscivamo qualche volta, la sera, verso mezzanotte, in

      carrozza, e andavamo a Mergellina per la Riviera di Chiaia. Io non

      ti potrei esprimere le  sempre  nuove  sensazioni  che  costei  mi

      faceva  provare,  in  quell'ora,  seduta  accanto a me sui cuscini

      della carrozza.

      Noi lasciavamo il calesse per correre,  di notte,  come fanciulli,

      tenendoci per la mano, sedendoci a terra quando eravamo stanchi.

      Il  sole  ci  sorprendeva  spesso ancora passeggiando,  come nelle

      prime ore della notte;  e allora noi correvamo a casa per  levarci

      poi alle cinque.

      Qualche  altra  volta  uscivamo  a  cavallo.  Narcisa cavalca come

      un'amazzone,  e noi galoppavamo verso Posillipo.  Io mi spaventavo

      nel  vedere  con  quale audacia piena di grazia quel fragile corpo

      che sembra soltanto  armonizzato  per  le  pi  delicate  carezze,

      quella  giovane  nervosa  che  sembra vivere una vita a met aerea

      come quella di  una  farfalla,  sfidava  i  pericoli  della  corsa

      superando  gli  slanci impetuosi di Arbek,  il mio focoso cavallo,

      con tutta la disinvoltura di un cavallerizzo.

      Quando ritornavamo,  coi cavalli  anelanti  e  coperti  di  spuma,

      Narcisa  si  lasciava cadere nelle mie braccia,  avvinghiandomi le

      sue al collo;  ed io la trasportavo,  come una bambina,  sulla sua

      poltrona accanto al pianoforte.

      La  sera  facevamo  della  musica  insieme.  Ella    di  un gusto

      squisito,   quantunque  non  possegga  tutte  le  facilit  di  un

      pianista.  Quand'ella  suona  io  sto seduto al suo fianco,  colle

      braccia allacciate attorno alla sua vita;  ella  s'interrompe  per

      guardarmi,  per  sorridermi;...  e quando mi ha guardato un pezzo,

      com'ella sola sa guardare, mi chiude gli occhi coi baci. Colle mie

      mani fra le sue ha voluto ch'io le narrassi  tutta  la  mia  vita,

      colle pi minute particolarit...  Ha sorriso del suo caro sorriso

      a ciascuna rimembranza delle mie follie di  giovinezza,  e  mi  ha

      detto:

      "Giammai tu amerai come hai amato me!..."

      E  come  ebbra del suo trionfo mi ha circondato la testa delle sue

      braccia.

      Ora, da quaranta giorni,  noi siamo a Catania,  dove ad ogni passo

      io  provo  delle  emozioni  ineffabili.  Spesso  rimango delle ore

      intiere a contemplare l'oggetto insignificante che mi ricordo aver

      veduto  quando  amavo  Narcisa  di  quel  terribile  amore   senza

      speranza.

      Io  ho salito quella scala,  ho passeggiato per quelle stanze,  ho

      dormito sotto quel  tetto...  ho  veduto  la  sua  camera...  Qual

      camera! se la vedessi, Raimondo!...

      Un  uomo che non avesse mai conosciuto Narcisa ne immaginerebbe il

      ritratto fisico e morale quando  avesse  soltanto  veduta  la  sua

      camera.

      Dappertutto  velluti  e  sete;  e,  a  renderne  meno  pesante  la

      ricchezza,   meno  severo  e  pi  diafano   il   colorito,   veli

      dappertutto,  e  fiori,  e un profumo appena sensibile,  ma molle,

      delizioso: il profumo della sua pelle delicata...

      L'altra notte udii rumore nel suo appartamento; mi levai anch'io e

      la trovai al verone istesso dove io la vedevo qualche volta, cogli

      occhi fissi sulla strada dove altra volta io passavo  parte  delle

      notti.

      Mi  accorsi che aveva pianto.  Come mi vide mi gett le braccia al

      collo e scoppi in singhiozzi.

      "Oh!  l'eccesso della felicit che mi fa male!" mi disse.

      E l'alba ci trov ancora a quel verone, abbracciati.

      Raimondo!...  Ti svelo un gran mistero del mio cuore,  che Narcisa

      non  dovrebbe mai conoscere.  In mezzo a questi deliranti piaceri,

      in mezzo a questa felicit che il Paradiso  non  mi  potrebbe  mai

      dare,  ho un pensiero che mi  quasi terrore, che mi agghiaccia il

      bacio sulle labbra... e ci quando penso che a forza d'inebbriarmi

      a questa coppa fatata,  i sensi dell'uomo,  troppo deboli  per  la

      piena  di  tanta felicit,  non si istupidiscano nel godimento;...

      che io non possa pi assorbire in tutti i pi squisiti particolari

      questa rugiada d'amore di cui ella mi  abbevera;...  che,  infine,

      (ho  terrore  di  ripeterlo  a me stesso!) a forza d'immedesimarmi

      nella vita di lei,  a forza  di  assorbirne  tutte  le  emanazioni

      quando me la stringo fra le braccia,  io non giunga a rompere quel

      velo aereo, direi, di cui Narcisa si circonda, e che comanda quasi

      la  semioscurit,  l'isolamento,   per  farla  meglio  ammirare...

      Raimondo,  se  ci  avvenisse,  sento  che  mi  farei  saltare  le

      cervella.

      Quando le parlo del suo passato ella  mi  risponde,  inebbriandomi

      del suo sguardo:

      "Ci che io rimpiango sono i giorni che vi ho passato senza di te,

      e  che  avrebbero accumulato tesori d'amori e di ricordi trascorsi

      al tuo fianco."

      Io ti ringrazio,  amico mio,  delle cure affettuose  che  prodighi

      alla mia famiglia.  Vicini a te, quei miei cari, io son tranquillo

      sul loro stato.  Dirai a mia madre che non oso  scriverle;  e  che

      qualche  giorno correr sino a Siracusa per farmi perdonare il mio

      lungo silenzio fra  le  sue  braccia.  Addio,  addio!  Narcisa  mi

      chiama; domani forse ti scriver pi a lungo.

      Il tuo Pietro.



      Sig. Raimondo Angiolini- Siracusa.

      Aci-Caltello, ... Novembre 186...


      Signore,

      Pietro  mi  ha parlato s spesso di lei,  che il suo nome  per me

      quello di un amico.  E' come a fratello che io  scrivo  dunque,  o

      signore...  come ad un uomo che  l'amico del mio Pietro...  E son

      sola...  e non ho nessuno a cui aprire il mio cuore,  per mezzo di

      cui far pervenire, in queste memorie, i miei ultimi ricordi a LUI.

      Qual vita ho fatta!...  Dio! Dio mio!... Mi pareva impazzire dalla

      felicit;  come ora mi pare impazzire dal dolore,  quando penso  a

      quelle  ore  trascorse come baleni nelle sue braccia,  a quei suoi

      baci che sembravano divorarmi, a quelle sue ferventi parole che mi

      atterrivano quasi colla violenza della sua passione...  a quei sei

      mesi  tutti  d'amore di cui noi assorbivamo i giorni con disperato

      anelito di piacere...

      Ed ora..

      E' triste quello che ho a dirle, signore!... Oh,   ben triste!...

      Io ho soltanto la forza di scriverne poich  il solo conforto che

      mi  rimanga,  poich  questi  versi  saranno letti da LUI...  che,

      allora  soltanto...  forse...  comprender  di  quale  amore  l'ho

      amato...;  poich io,  infine,  vi provo un penoso godimento, dopo

      quello che mi resta soltanto ad aspettarmi...

      Se dieci mesi  addietro,  quando  ero  a  Catania,  avessi  potuto

      sognarmi la vita che ho fatto con questo giovane, io avrei riso di

      me  come  una  pazza.   Ora  piango,   signore...  piango  lagrime

      disperate, che cassano le disperate parole che scrivo.

      A Napoli lo vidi circondato da quell'aureola che d  la  rinomanza

      dell'ingegno;  lo  vidi  festeggiato,  messo  in moda.  Pensai che

      quest'uomo,  di cui molte duchesse avrebbero fatto il loro amante,

      aveva  passato  quattro  mesi  sotto  i  miei  veroni;   pensai  a

      quest'uomo cui l'amore, ch'io gli aveva ispirato, aveva solcato le

      guancie ed elevato il cuore sino al genio...  e  l'amai...  l'amai

      come mai avevo amato... come non m'era parso che si potrebbe amare

      giammai...

      Quest'uomo,  questo giovane ch'io non avevo distinto in mezzo alla

      folla che lo circondava,  recava nel cuore  tesori  ineffabili  di

      passione, in cui assorbiva tutto il mio essere. Quest'uomo per sei

      mesi, sei intieri mesi, mi form una vita di baci e di carezze.

      Noi non uscivamo quasi mai. La sera ci recavamo sulla terrazza che

      guarda il mare e restavamo l spesso sino a giorno;  qualche volta

      soltanto uscivamo in carrozza o a cavallo, ma sempre assieme.

      A Catania noi seguitammo ancora due mesi questa vita incantata che

      per me sarebbe rimasta un mistero senza di lui.

      E poi...

      Alcuni giorni dopo Pietro cominci ad invitarmi  ad  uscire...  ad

      andare  in  societ...  Mio Dio!  mi pareva che avessi dovuto aver

      rimorso di quel tempo che bisognava rubare al nostro amore. Allora

      egli mi disse che per  lui,  che  dovea  farsi  un  avvenire,  era

      impossibile  seguitare  a  vivere  cos  ritirato  dal mondo e che

      quest'avvenire gli imponeva qualche sacrifizio; che,  infine,  per

      quella sera avea un invito al quale non poteva mancare.

      Lo pregai di andar solo, soffocando un penoso sentimento che quasi

      mi faceva piangere d'angoscia.

      Nei primi mesi che noi passammo assieme Pietro non avrebbe pensato

      a ci. Quel fervente amore di lui cominciava dunque a dar luogo ai

      calmi  pensieri  dell'avvenire...  Non osai gettare uno sguardo su

      quel baratro che si spalancava lentamente ad  inghiottire  la  mia

      felicit.

      Quando venne a stringermi la mano, quando udii il rumore della sua

      carrozza  che si allontanava,  non potei frenare le lagrime,  e mi

      misi al pianoforte per distrarmi.

      Mi venne sotto le mani "Il Bacio" di Arditi,  quel valtzer ch'egli

      mi  fa  ripetere  s  spesso marcandone il movimento coi suoi baci

      sulla mia testa. Quelle note mi parve che piangessero, e chiusi il

      pianoforte con impazienza.

      Lo aspettai al verone sino a mezzanotte: non veniva  ancora.  Ebbi

      timore di lasciargli scorgere il mio affanno, se mi fossi lasciata

      trovare  aspettandolo,  mi ritirai nel mio appartamento.  Presi un

      libro a caso, ma non potei leggerlo.

      Verso le tre udii finalmente la carrozza che  rientrava  sotto  il

      portone,  e  i  passi  di  lui  sulla  scala.  Ma egli non venne a

      cercarmi.

      Divorata dall'impazienza, suonai per domandare di lui.

      "Il signore  ritornato;" mi  rispose  la  mia  cameriera,  "ma  

      rientrato quasi subito nelle sue stanze."

      Non  era  venuto almeno,  come faceva ogni sera,  a darmi il bacio

      della buona notte.

      Ebbi un istante il pensiero d'andare da lui,  ma lo soffocai colle

      mie lagrime, fra i guanciali.

      L'indomani,  prima ancora dell'alba,  ero levata, poich non avevo

      dormito un secondo;  ed andai ad aspettarlo nel salotto,  sperando

      che anch'egli vi sarebbe venuto.

      Egli  si  alz soltanto verso le undici,  e immediatamente venne a

      cercare di me.

      "Come sei bella,  mia Narcisa!" esclam  egli  abbracciandomi  con

      effusione; "mi pare di amarti dippi ogni volta che ti rivedo!"

      Alzai gli occhi,  umidi di lagrime, su di lui, atterrita dall'idea

      che quelle parole fossero simulate.

      No! non era possibile in lui...  nel mio Pietro!...  il pi nobile

      cuore  ch'io  abbia  conosciuto:  era  il  suo  sguardo ardente di

      passione, e la sua voce che recava l'accento del cuore.

      Singhiozzando gli  gettai  le  braccia  al  collo,  come  per  non

      lasciarmelo sfuggire mai pi, e nascosi la testa nel suo petto.

      "Che vuol dire questo pianto?" domand egli asciugandomi gli occhi

      coi baci; "son molto colpevole adunque?"

      "Oh,   no!   no!..."  singhiozzai;  "  che...  quello  che  provo

      vedendoti..."

      Egli mi abbracci, muto, senza rispondere, quasi pentito.

      Per otto o dieci giorni non mi lasci pi un minuto.

      Sentivo che questa felicit sovrumana mi logorava lentamente, e mi

      dava ogni giorno forze novelle per sopportarne la piena,

      Il giorno che ci fu recato un invito per una serata che dava C...,

      Pietro mi disse:

      "Vi ander soltanto a condizione che ci venga anche tu."

      "Perch piuttosto non uscire assieme,  a farci  una  delle  nostre

      passeggiate  s belle?!...  Sai bene che per me i godimenti che d

      la societ,  il gran  mondo,  non  hanno  pi  attrattive..."  gli

      risposi.

      "Bisogna  forzarti;  non  puoi vivere sempre come vivi.  Tu sei un

      angelo di bellezza, ed io sono orgoglioso di te; voglio godere del

      tuo trionfo."

      "Giacch lo vuoi..." gli dissi reprimendo un sospiro.

      "Una sera" seguit egli tenendosi le mie mani fra le sue,  "una di

      quelle  sere  in  cui ti cercavo come smaniante,  avevo perduto la

      speranza d'incontrarti; quando vidi passare, al braccio del conte,

      una donna vestita di bianco, con un semplice bournous bianco sulle

      spalle,  di cui il cappuccio era tirato sulla testa: avea il corpo

      svelto  ed elegante,  l'andatura molle ed incantevole,  il sorriso

      affascinante,  alcuni ricci neri scappanti dall'orlo del cappuccio

      bianco sulla fronte di un candore pi puro e direi pi rasato. Eri

      tu!... che parlavi a quell'uomo, che sorridevi a quell'uomo... che

      non  potevi  sapere  quel che provava quell'incognito che ti pass

      d'accanto senza che te ne avvedessi. Sentii stringermi il cuore da

      una mano di ferro...  Ti seguii trepidante,  divorando degli occhi

      il tuo passo,  i tuoi movimenti, il tuo minimo gesto, reprimendo i

      battiti del mio cuore per udire l'insensibile  fruscio  della  tua

      veste... Ti seguii senza speranza che tu ti rivolgessi a vedermi..

      Andavi da S....  Ti aspettai in istrada sino alle tre,  ora in cui

      la tua carrozza venne a prenderti, vedendo passare i fortunati che

      andavano a quella festa,  che dovevano vederti ed esserti  vicini;

      guardando la luce abbagliante che scaturiva dai veroni aperti,  le

      allegre coppie che si aggiravano per le sale;  ascoltando il suono

      di quella musica festante.  Due o tre volte mi sembr di vedere la

      tua figura, l'ombra tua,  che girava fra le vorticose coppie di un

      valtzer...  e piansi lagrime ardenti,  disperate;...  e passeggiai

      delirante come un pazzo, sotto quella casa... Ora voglio che tu ti

      vesta di quegli abiti, Narcisa;  che quel cappuccio bianco copra i

      tuoi  capelli.  Io  non  posso  esprimerti  quegli  atomi,  quelle

      percezioni  di  sensazioni  ineffabili   che   provo   in   queste

      reminiscenze;  cercando  d'illudermi  spesso  sino alla realt del

      dolore che provai,  per sentire pi viva l'ebbrezza della felicit

      che tu mi dai ora!"

      E mi abbracciava, e mi baciava frenetico, ardente.

      In  mezzo  a  quelle  parole che mi facevano piangere di gioia una

      frase mi era rimasta fitta dolorosamente come una spina nel cuore:

      egli avea detto: Non puoi vivere sempre come vivi!...

      Quella vita che avea formato  il  mio  paradiso,  adunque,  quella

      vita   che  noi  non  avevamo  vissuto  che  per  amarci  che  per

      comunicarcela l'un l'altro coi baci,  non poteva sempre  durare...

      non era stata che la luna di miele!...

      Quando  pensai  al  come  vivere  un  sol  giorno  senza tal vita,

      fremetti di terrore,  e corsi a vestirmi per  nasconderlo  a  lui.

      Uscimmo a piedi lungo la cinta esterna della citt,  per godere di

      un magnifico lume  di  luna.  Pietro  si  mostr  s  allegro,  s

      contento  della  nostra  felicit,  che per qualche tempo riusc a

      scacciare  anche  i   miei   tristi   presentimenti.   Non   seppi

      nascondergli  la penosa impressione che mi avevano lasciato le sue

      parole: Non puoi vivere sempre come vivi.

      "S," mi rispose egli,  "i piaceri,  le feste,  ti sono necessarii

      poich  ti  fanno brillare come un diamante messo in luce...  sono

      necessarii al mio istesso amore per  provare  quello  che  provavo

      d'indefinibile  nel fascino che ti faceva abbagliante fra tutte le

      pompe del tuo lusso."

      "Queste parole mi  fanno  male,  Pietro!"  supplicai  stringendomi

      contro il petto il suo braccio.

      "Perch?" domand egli sorpreso.

      "Perch  mi  provano  che  tu non potrai amarmi sempre come mi hai

      amata, come ormai  necessario che tu mi ami perch io viva!"

      "Sei pazza!" esclam egli, baciandomi sulla bocca.

      Rimasi fredda, muta a quel bacio; fissando i miei occhi nella luna

      per dissimulare ch'erano umidi di pianto. Le lagrime che solcarono

      le mie guancie mi tradirono.

      "Ma  che  hai  dunque?"  esclam  Pietro   fermandosi,   vivamente

      commosso, e abbracciandomi: "che ti ho fatto, Dio mio?!.. "

      "Oh,  perdonami... perdonami!" singhiozzai, premendomi le sue mani

      sulle labbra; "son io che son folle!... perdonami,  Pietro!...  tu

      puoi  farmi  felice  con  una parola...  Mi ami ancora?...  mi ami

      sempre... come mi amavi?..."

      Pietro soffoc quelle parole sulle mie labbra coi  baci,  suggendo

      avidamente le mie lagrime.

      "Oh! che ti ho fatto io per meritarmi questo?!" mi diss'egli colla

      voce tremante,  dominando a stento la sua emozione.  "Non ti adoro

      come sei degna di essere adorata?!...  Amarti ancora!...  ma  ogni

      giorno  che  passa   un affetto nuovo che si aggiunge all'immenso

      affetto di cui ti amo!..."

      "Grazie!  grazie,  amico mio!  Tu non sai qual  bene  mi  facciano

      queste parole... come io ne aveva bisogno!... E... e... se qualche

      giorno...  se  mai..." ed io stentavo a proferire fra i singhiozzi

      che mi soffocavano,  "tu non mi amassi pi,  tu non mi amassi come

      prima,  come  io  voglio  essere amata da te...  tu me lo dirai...

      dammi parola che  me  lo  dirai!...  meglio  questo  che  l'agonia

      dell'incertezza.   Tu  non  sai  mentire,   Pietro!...  tu  me  lo

      dirai!..."

      "Narcisa!..."

      "Oh! fammela questa promessa, Pietro!...  tu puoi farmi felice con

      questa parola..."

      "Ma sei pazza... calmati, amor mio..."

      "Oh no!  te lo chiedo ginocchioni...  promettimi... promettimi che

      tu mi dirai...  che me lo dirai quando non mi amerai pi!..." E le

      mie ginocchia, senza avvedermene, si piegarono.

      "Mio Dio!  Narcisa...  Io non so quello che tu abbi stasera; ma se

      ci pu farti piacere,  quantunque io senta tutta  l'inutilit  di

      tale promessa... se ci pu servire a calmarti... ebbene!... io te

      la do."

      "Oh!  grazie,  grazie!"  esclamai  baciandolo  in  fronte,  con un

      doloroso trasporto; "grazie!...  Io sar pi tranquilla!...  potr

      almeno  godere  senza  sospetto questi giorni di felicit che puoi

      darmi..."

      "Narcisa!... per piet!..."

      "Oh, no... Pietro! non vedi che son felice, ora?!...''

      Egli rimase triste e pensieroso lungo tutta la strada.

      Io provavo  un  inenarrabile  godimento  nell'appoggiarmi  al  suo

      braccio,  nel sentire palpitare contro il mio polso quel cuore che

      ancora palpitava per me.  Tre o quattro volte alzai gli  occhi  su

      quel  volto  maschio  ed energico che adoravo,  che divoravo dello

      sguardo,  come se fossi avara del bene  che  possedevo  ancora  di

      saziarmene.

      "Confessiamo:"  disse  Pietro  nel  salire le scale della casa ove

      andavamo, sorridendo ancora con una lieve tinta di mestizia,  come

      per  scacciare  la  penosa  preoccupazione  che  ci  aveva  invaso

      ambedue;  "confessiamo che siamo pure i gran fanciulli,  e  che  i

      nostri  discorsi  sono  stati ben singolari per due innamorati che

      vanno ad una festa da ballo."

      Respirai  pi  liberamente  quando  la  carrozza  ci   trasportava

      rapidamente  verso la nostra abitazione: mi parea d'essermi levato

      un  gran  peso  dal  cuore  col  togliermi  quella   maschera   di

      convenienza che la societ esige,  e che,  quella sera, in mezzo a

      quella splendida folla, mi era sembrata odiosa.

      L'indomani Pietro si rimise a studiare di lena,  come non  l'avevo

      mai  veduto  lavorare.  Io  passavo  i giorni nel suo gabinetto di

      studio, disegnando o sfogliando i fiori dei quali era sempre piena

      la giardiniera  che  contornava  il  suo  tavolino,  e  dei  quali

      spargevo le foglie sulla carta in cui egli scriveva; o, quand'egli

      lo  voleva,  andavo  al pianoforte e gli suonavo il pezzo che (mi)

      domandava.

      Egli usciva sempre la sera per darsi un poco di  distrazione,  che

      le  occupazioni  assidue  del  giorno  gli  rendevano  necessaria.

      Qualche volta l'accompagnavo.  Una sera volli rimanere in casa per

      vedere ci che avrebbe fatto: usc solo.

      Quattro  mesi  prima sarebbe stato pi avaro del tempo che avrebbe

      potuto passarmi vicino.

      Di tratto in tratto egli si mostrava preoccupato,  quasi triste...

      sembrava  staccarsi  con  isforzo  alle sue penose meditazioni per

      prodigarmi ancora  quelle  sue  ferventi  carezze,  che  mi  fanno

      obliare in un bacio tutti i terrori dell'avvenire.

      Non potevo esser gelosa...  Alla festa,  ove l'accompagnai,  avevo

      veduto le pi eleganti e belle dame sorridergli con quella  grazia

      che   d   diritti  a  sperare,   prodigargli  le  pi  obbliganti

      attenzioni,  e l'avevo veduto rimaner freddo e cortese  innanzi  a

      quelle  attrattive,  cercando  avidamente  il mio sguardo e il mio

      sorriso.  Egli  troppo generoso e nobile per potermi parlare come

      mi  parla  e  guardarmi  come egli lo fa se il rimorso di un altro

      affetto lo facesse arrossire.  No!  il mio Pietro  troppo elevato

      per scendere sino alla dissimulazione... egli avrebbe piuttosto la

      forza brutale di abbandonarmi.

      Eppure  questa  certezza,  che per molte sarebbe una consolazione,

      per me  il pi crudele disinganno,  perch mi toglie  persino  la

      speranza  dell'avvenire...  Quello  che  scrivo mi scotta le mani,

      come mi brucia il cuore...  Avrei sempre la speranza di riavere il

      cuore  di  Pietro  che  si  allontanasse da me per un'altra donna,

      poich egli  dovrebbe,  tosto  o  tardi  accorgersi  che  giammai,

      giammai  donna  potr  amarlo come l'amo io,  giammai simile amore

      potr suggerire alla donna tutti gli  incanti  pi  raffinati  per

      fargli  bella  la  vita,  per  fargli  sentire  tutte  le infinite

      percezioni di questo amore colle  pulsazioni  violente  delle  sue

      arterie...  ma  Pietro  stanco  del mio affetto,  di me...  Pietro

      disilluso del prestigio che mi faceva bella ai  suoi  occhi...  io

      non l'avr pi!... mai... mai pi!...

      Dio! Dio mio!... la morte... piuttosto la morte!...

      Alcune  notti  egli    rientrato  assai  tardi...  Ho  udito  che

      raccomandava di non far rumore  per  non  isvegliarmi...  come  se

      avessi  potuto  dormire,  io!...  mentre  soffocavo  i  singhiozzi

      nascosta dietro la portiera dell'uscio.

      Oh, egli ha potuto pensarlo ch'io dormissi... prima che egli fosse

      ritornato!...

      E' desolante,   spaventevole tutta questa insensibile  gradazione

      che  ogni  giorno  sempre pi assopisce nel suo cuore tutte quelle

      sensazioni minime, delicate,  squisite,  che la passione suscita e

      sublima, e che muoiono con essa...

      E' dunque morto il suo cuore per me... Dio mio?!...

      No!  egli  mi  ha parlato ancora di quelle parole,  tenendo la mia

      mano fra le sue, fissandomi sempre del suo sguardo, che avea tutta

      l'espressione  d'allora...   Ma  ci,   non    durato  sempre!...

      sempre!... a dissetarmi di questo bisogno ardente che ne ho!...

      Quando  gli  parlo della sua tristezza,  della sua preoccupazione,

      della sua freddezza sin'anche,  egli si mostra qualche volta  come

      impaziente,  e  dissimula  appena una lieve tinta del dispetto che

      prova di non saper meglio nascondere le sue impressioni.  Io leggo

      chiaramente  nel suo cuore: egli ha ancora la generosit d'imporsi

      per  me  un  sentimento  che  non  prova,  di  nascondermi  quelle

      illusioni perdute che egli si rimprovera come una colpa sua, colpa

      che per non ha, di cui il pentimento gli d la forza di stordirsi

      nelle mie carezze sino alla febbrile e quasi ebbra eccitazione che

      pu scambiarsi coll'esaltazione della passione.

      Un  giorno  era uscito prima ch'io fossi levata,  e avea mandato a

      dirmi che,  invitato da alcuni amici,  avrebbe desinato fuori.  La

      sera  non  era ancora venuto a vedermi;  verso le 9 feci attaccare

      impaziente d'attendere pi oltre,  e andai a cercarlo dove  sapevo

      trovarsi ogni sera.

      Feci  fermare  il  legno  dinanzi  il Caff di Sicilia e mandai il

      piccolo "jockey" a cercarlo;  egli si alz subito da  un  crocchio

      d'amici,  fra  i quali era seduto,  e venne a mettersi in carrozza

      con me.

      "Ti chiedo mille scuse, mia cara,  della noiosa giornata che ti ho

      fatto  passare,"  mi diss'egli;  per distinsi nel suo accento una

      sfumatura d'impazienza.  Io gli strinsi la mano,  poich ero assai

      commossa, e non risposi.

      La carrozza attravers tutto il corso Vittorio Emanuele e prese la

      strada  d'Ognina.  Fuori  l'abitato  volli  scendere e prendere il

      braccio di lui. Il calesse ci segu ad una cinquantina di passi.

      Entrambi sentivamo di avere un penoso discorso da intavolare,  che

      non  avevamo  il  coraggio d'incominciare,  e che perci ci faceva

      rimanere in silenzio.

      Provavo il bisogno per di parlargli,  di aprirgli il  mio  cuore;

      per  averne la forza pensai alle sere istesse passate al fianco di

      lui...  sere di cui le  rimembranze  erano  ancora  palpitanti  di

      piacere, e a misura che il mio pensiero le vedeva pi vive, che il

      mio  cuore  batteva  pi  forte,  che  i miei occhi si velavano di

      lagrime, io mi stringevo al suo braccio come fuori di me,  come se

      avessi  voluto  con  quella  stretta attaccarmi a quel passato che

      idolatravo; infine non potei pi frenare i singhiozzi.

      Pietro si ferm in mezzo alla strada,  commosso profondamente,  ma

      non sorpreso da quella scena che forse si aspettava.

      "Che hai dunque, Narcisa" esclam egli, prendendomi le mani.

      "Oh,  Pietro!" esclamai infine, "tu non sei lo stesso di prima!...

      No! tu non mi ami come prima!..."

      "Narcisa,  tu sei folle coi tuoi dubbi penosi...  Se non ti amassi

      come prima, potrei fare la vita che faccio?..."

      Queste parole,  che cercavano di esprimere un pensiero consolante,

      erano dure per me; esse parlavano di quella vita che avea fatto la

      nostra felicit come di un sagrifizio.

      "E' vero dunque," proseguii, "questa vita ti  penosa?!...  tu sei

      stanco di farla?!..."

      "Ascoltami, Narcisa!" interruppe egli, stringendomi le mani, quasi

      avesse  voluto  infondermi  forza per ascoltare quello che aveva a

      dirmi,  e raddolcire quanto vi poteva essere di amaro "non si  pu

      sempre  vivere di questa vita che noi abbiamo fatto,  che  la mia

      pi dolce  memoria,  senza  avere  delle  ricchezze,  che  io  non

      posseggo,  e neanche tu, e le possedessi, io non potrei accettarle

      da te;  bisogna che io mi faccia una posizione,  che risponda alle

      aspettative che si sono potute basare sul mio primo lavoro,  che 

      bello del tuo riflesso soltanto.  Per ci fare bisogna piegarsi un

      poco   a   tutte   quelle   convenienze   che   la  societ  esige

      rigorosamente.  Io ho dimenticato tutto per te,  sei intieri mesi:

      gli amici,  il mio avvenire,  gl'impegni assunti,  anche una madre

      che adoravo, la pi buona, la pi santa fra le madri, che avea pur

      diritto all'amore del figlio suo,  e che sei intieri mesi  non  ha

      avuto  una  parola da lui,  non l'ha abbracciato una volta...  Oh,

      credimi,  Narcisa...    colla  pi  viva  commozione,  colla  pi

      profonda  riconoscenza  anche,  che  io  rammento  questi sei mesi

      d'amore...  Ma perch quest'amore istesso duri con  tutti  i  suoi

      incanti  bisogna  che  esso  sia  assaporato  lentamente: in fondo

      all'ebbrezza che stordisce si trova  presto  la  disillusione  che

      uccide l'amore... ed io voglio amarti sempre, mia Narcisa!"

      Soffocai i miei gemiti col fazzoletto, e rimasi muta, pietrificata

      dinanzi a lui che mi stringeva ancora le mani,  e mi fissava quasi

      avesse voluto leggere nei miei occhi.

      Dio mio!  quello che soffersi in quel punto,  credo che non  potr

      soffrirlo mai pi... neanche al momento...

      Quand'ebbi  la  forza di parlare gli dissi tristamente,  divorando

      tutta l'estensione del mio dolore per nasconderglielo:

      "Se mi amassi ancora, come dici, non avresti mai proferito ci..."

      "Narcisa!" replic egli,  tradendo una viva impazienza,  "non  son

      uso a mentire... mi pare..."

      "Oh,  no!  tu  non  mentisci...  o  piuttosto tu vuoi ingannare te

      stesso, perch hai piet di me... Grazie, Pietro!"

      "Io avrei dovuto parlarti da qualche tempo su  questo  proposito,"

      mi  diss'egli;  "ho  temuto  sempre  di  farti  dispiacere,  ed ho

      indugiato. Tentai di lavorare per adempiere in parte agli obblighi

      impostimi, ma ti confesso che nulla mi  riuscito...  Mia madre mi

      ha  scritto  molte  volte le pi calde preghiere perch io vada ad

      abbracciarla..."

      Egli avea esitato a proferire  l'ultima  frase,  e  l'avea  poscia

      pronunziata   colla   precipitazione   di  colui  che  prende  una

      risoluzione decisiva.

      Mi aggrappai al suo braccio,  poich sentivo le  gambe  piegarmisi

      sotto.

      "E'  giusto,"  mormorai  quindi a met soffocata;  "tua madre,  ha

      ragione!..."

      Ebbi il coraggio  supremo  di  non  piangere.  Egli  rimase  muto,

      facendo sforzi visibili per dominare la sua commozione.

      "Mi  accorderai  almeno  quindici  giorni  prima  di partire?" gli

      diss'io, gettandogli le braccia al collo, piangendo in silenzio.

      "Oh,  amor mio!" esclam Pietro quasi con le lagrime  agli  occhi:

      "non credevo di essermi meritate tali parole!..."

      "Ebbene!...  fra  quindici  giorni  tu  partirai  per  vedere  tua

      madre!..."

      Volle abbracciarmi,  come per ringraziarmi del sagrifizio che  gli

      facevo,  ma  mi  allontanai di un passo,  supplicandolo colle mani

      giunte di non farlo.

      Temevo  di   perdere   la   forza   della   mia   risoluzione   in

      quell'abbraccio, al quale mi sentivo spinta violentemente da tutte

      le passioni, suscitate sino al parossismo, che tumultuavano in me.

      Egli  rimase  sorpreso  e colpito da quell'apparente freddezza,  e

      m'accorsi ch'era anche indispettito.

      "Grazie!" mi rispose fremente.

      E rimase muto... E non una parola di pi...  come se avesse temuto

      ch'io mi pentissi di ci che gli avevo accordato.

      Ripresi  il  suo braccio per continuare a passeggiare,  mentre non

      avevo  la  forza  di  trascinarmi.   Lo  guardavo:   era   freddo,

      pensieroso, quasi cupo.

      "Oh,  Pietro!..."  gridai  quindi  singhiozzante,  non sapendo pi

      frenarmi, avvinghiandogli le braccia al collo, "mi ami?...  mi ami

      come  prima?!...  Oh,  Pietro!...  una  volta  mi promettesti,  mi

      giurasti...  che m'avresti confessato quando  tu  non  mi  avresti

      amato pi...  come prima...  Pietro!...  confessalo che non mi ami

      pi!..."

      "Narcisa!  te  ne  supplico...   queste  parole  mi  fanno  male!"

      m'interruppe egli impallidendo.

      "Oh,  per piet!...  per piet,  Pietro!  Me l'hai promesso...  me

      l'hai giurato!...  Sii  uomo!...  dillo,  dillo  che  non  mi  ami

      pi!..."

      Invece   di  volere  questa  conferma  al  mio  doloroso  sospetto

      attendevo, con ansia smaniosa, una parola in contrario, che avesse

      potuto farmi gettare nelle sue  braccia,  delirante  di  passione.

      Egli esit...  egli non l'ebbe;... e rimase muto, immobile... come

      combattuto da un'interna tempesta...

      "Non ha dunque cuore quest'uomo!"  gridai  come  una  pazza,  dopo

      avere  invano  atteso,   in  una  terribile  angoscia,  col  petto

      anelante, le mani giunte, le lagrime agli occhi,  quella risposta.

      Non  ha  cuore  per  comprendere quello che si passa nel mio,  per

      farmi felice anche con una menzogna! avevo detto in quelle parole.

      Quelle parole per mi perdettero.

      Pietro non cap il vero senso appassionato,  addolorato,  ansioso,

      che  dava  loro il mio cuore in quello stato,  proferendole;  egli

      cap soltanto tutto quello  che  vi    di  duro,  di  sprezzante,

      d'insultante  anche  -  s,  d'insultante - in queste parole prese

      alla lettera,  che parevano dire: Siete un  vile!  mentre  avevano

      detto: Non avete piet di me?

      Egli  si  lev pallido,  coll'occhio,  un momento innanzi umido di

      lagrime,  asciutto e quasi fosco,  coi lineamenti duri  e  severi;

      egli...  quest'uomo!  ebbe  la  forza  di dirmi colla sua voce pi

      calma ed incisiva:

      "E' forse meglio che ci separiamo, Narcisa."

      Ebbi paura di lui.

      Non potrei mai riprodurre tutto quello che vi era di lacerante  in

      quelle  fredde parole che soffocavano in lui il risentimento,  che

      fa  supporre  pur  sempre  l'amore,  per  esprimere  la  calma  ed

      inflessibile decisione della mente.

      Mi sentivo morire, e caddi annichilata sul muricciolo accanto alla

      strada;  Pietro  mi diede il braccio,  mi sollev,  e mi strascin

      quasi sino alla carrozza.

      L,  inginocchiata sul tappeto,  col volto nascosto fra i cuscini,

      piansi lagrime ardenti, disperate.

      Ora  che  ci  penso  a  mente pi serena,  io non risento tutto il

      pentimento di quelle parole, delle quali gli chiesi perdono a mani

      giunte, colle espressioni pi umili,  e che mi parvero aver deciso

      la  mia  condanna;  se  Pietro  mi  avesse amato ancora,  egli non

      avrebbe dato la significazione letterale a quelle parole;... se il

      suo cuore non fosse stato morto per me,  egli non  avrebbe  potuto

      prendere quella risoluzione.

      Era  finita  dunque  per me!...  per sempre!...  ed io,  folle!...

      folle!... gli chiedevo ancora quella franca confessione che mi ero

      fatta promettere in un delirio d'amore, come se le parole avessero

      potuto illudermi, quando tutto parlava in lui chiaramente.

      Passai una notte d'inferno,  lacerando coi denti il  merletto  dei

      guanciali inzuppati di lagrime.

      Quando  il  chiarore  incerto che penetrava dalle tende del verone

      cominci ad oscurare il globo d'alabastro della lampada da  notte,

      mi  alzai,  ancora  vestita  degli  abiti  che  indossavo  la sera

      scorsa...  Esitai un  istante  prima  di  tirare  il  cordone  del

      campanello:  volevo  illudermi  ancora su tutta l'estensione della

      mia sventura.

      "E' alzato il signore?"  domandai  alla  cameriera  che  veniva  a

      prendere i miei ordini.

      "Anzi Giuseppe, il suo cameriere, crede che non sia nemmeno andato

      a letto; poich l'ha udito passeggiare tutta la notte."

      Fui commossa profondamente; dunque anch'egli avea provato tutta la

      lotta di quella disperata passione!

      Mi  acconciai  allo  specchio,  con triste civetteria;  non volevo

      accrescere il suo dolore colle tracce del mio; volevo attaccarmi a

      lui con tutte le risorse di quell'eleganza  che  egli  avea  tanto

      ammirato in me; e passai nelle sue stanze.

      Lo  trovai  che  scriveva,  seduto al tavolino nella sua stanza da

      studio, con un lume ancora acceso dinanzi, sebbene morente.

      Oh, signor Raimondo, mi perdoni questi dettagli, sui quali insisto

      con il doloroso piacere che si prova a ritornare  sui  particolari

      di care e malinconiche rimembranze.

      I  fiori  che  ornavano  ogni  mattina  la giardiniera,  situata a

      semicerchio attorno al suo tavolino,  quei fiori fra i quali  egli

      s'immergeva,   direi,   quando  si  metteva  a  scrivere,   e  che

      avvolgevano i suoi sensi in un vapore di colori e  di  profumi,  e

      suscitavano  mille  indefinite  percezioni  nella sua mente,  quei

      fiori dei quali egli avea detto di aver bisogno come dell'aria per

      lavorare e per pensare a  me,  erano  appassiti;  le  tende  delle

      finestre chiuse,  sicch eravi quasi buio nella stanza; attraverso

      l'uscio  aperto  della  sua  camera  da  dormire  vidi  il   letto

      scomposto,  colle  lenzuola  lacerate  e  cadenti  a terra,  ed un

      cuscino sul tappeto, accanto ad una poltrona rovesciata.

      Pietro mi voltava le spalle,  colla testa appoggiata fra le  mani;

      aveva dinanzi un monte di quaderni e di fogli di carta,  dei quali

      alcuni lacerati;  sul foglio che  gli  stava  sotto  la  mano  era

      scritta  l'intestazione  di  una  lettera  e  tre  o quattro versi

      cancellati. Egli non mi ud avvicinare,  e si riscosse bruscamente

      quando  mi vide vicino a lui.  Poscia si alz e venne a stringermi

      la mano, sorridendo tristamente.

      "Volevo venire a farmi perdonare le mie cattiverie di ieri sera...

      per non potevo supporti alzata a quest'ora."

      "Non ho dormito, Pietro..." gli risposi colle lagrime agli occhi.

      Egli volse i suoi in giro per l'appartamento,  quasi avesse voluto

      nasconderne il disordine; li abbass, e rimase muto.

      Non  avea voluto confessarmi che ancor esso avea sofferto;  sentii

      stringermi il cuore dolorosamente.

      Venni ad appoggiarmi alla sua spalla,  come nei bei giorni in  cui

      sentivo  un  brivido percorrerlo allo sfiorargli il volto coi miei

      capelli,  e lo guardai in  silenzio,  spalancando  gli  occhi  per

      dissimularne  le  lagrime.  Vidi  lo  sforzo  ch'egli  faceva  per

      contenersi baciandomi sulle labbra;  ma quel  bacio  commosso  non

      aveva  il  febbrile trasporto di una volta,  che gli avrebbe fatto

      stringere il mio corpo fra le sue braccia fino a soffocarmi...  Fu

      solo... quasi triste...

      "Tu  scrivi?"  gli  diss'io  con  un  coraggio di cui non mi sarei

      creduta mai capace.

      Come colto in fallo egli abbass gli occhi  sulle  carte  che  gli

      stavano  ammonticchiate  dinanzi  alla  rinfusa,  e rispose con un

      cenno del capo, quasi avesse dubitato di avere la mia forza.

      "Scrivi a tua madre,  Pietro?...  Le hai detto  che  fra  quindici

      giorni sarai da lei?..."

      Questa  volta  egli non rispose e si rec la mia mano alle labbra.

      Mi portai l'altra al cuore,  per comprimerne i battiti,  dei quali

      il rumore mi spaventava.

      Oh,  signor  Raimondo...  un  uomo di ferro avrebbe avuto piet di

      quest'agonia straziante,  che  mi  affascinava  per  colla  forza

      stessa   del   dolore,   che   mi  strascinava  a  misurare  tutta

      l'estensione della mia disgrazia..  Pietro!...  egli!...  non ebbe

      piet  di  quest'agonia,  che pure avrebbe dovuto indovinare dalla

      calma disperata del mio accento,  dal tremito convulso  delle  mie

      braccia,  che  si  appoggiavano  alla sua spalla,  dalla terribile

      tensione del dolore che inaridiva le lagrime sulla  mia  orbita...

      Egli non ebbe una parola...  una sola!...  o piuttosto non ne ebbe

      la forza...  Egli rimase colle labbra fredde e tremanti sulla  mia

      mano,  che  recava quella percezione al cuore come una stilettata,

      cercandovi forse la forza di rispondermi.

      Un impeto cieco, disperato mi spingeva.

      "Son venuta a chiederti una grazia,  Pietro"  gli  dissi;  "questi

      ultimi  quindici  giorni  che  hai avuto la bont di concedermi...

      io...  io vorrei  passarli  in  Aci-Castello...  su  quella  bella

      spiaggia   che   visitammo  s  spesso  nelle  nostre  passeggiate

      notturne... Siamo ai 28 di ottobre, il 13 di Novembre partirai."

      Speravo ch'egli,  soffocandomi dei suoi baci,  avesse annullata la

      sua risoluzione della sera... Non fu nulla di ci...

      "Oggi stesso mander Giuseppe ad affittarvi un casino:" mi rispose

      stringendomi  le  mani  e  figgendomi  gli  occhi  in volto,  come

      cercandovi la spiegazione di quel desiderio,  "e domani partiremo.

      Vuoi che usciamo assieme oggi?"

      Quella  domanda  fu  il  mio colpo di grazia: quando egli mi amava

      come un pazzo mi avrebbe pregata di non uscire; in appresso non mi

      avrebbe fatto quella domanda poich non si sarebbe potuto supporre

      che l'uno di noi potesse uscir  solo...  negli  ultimi  giorni  mi

      amava  ancora  abbastanza per non propormi una passeggiata come un

      compenso, come per ringraziarmi del sacrifizio che gli facevo, ci

      che equivaleva a dichiararmela una compiacenza, come avea fatto in

      quel momento.

      Mi voltai a cogliere un fiore da un vaso di porcellana per  recare

      il fazzoletto alla bocca... Mi sentivo soffocare... Ebbi appena la

      forza di mormorargli:

      "No... no... grazie... Non uscir tutta la giornata..."

      Io stessa non udii il suono di quelle parole... Forse neanche egli

      le  avr udite...  Uscii barcollando,  operando uno sforzo supremo

      per dominare il mio dolore immenso,  aggrappandomi alle tende  che

      incontravo  per  non  cadere...  Nel  mio  salotto caddi su di una

      "duchesse", annichilata.

      Pietro pass al mio fianco tutto il giorno.  Mi  faceva  una  pena

      orribile  a  vedere  gli  sforzi  che  faceva per contenere la sua

      commozione,  per combattere la  lotta  che  ferveva  in  lui,  per

      mantenersi  saldo  nella risoluzione che parea essersi fissata,  e

      che quei momenti  avevano  fatto  ondeggiare  in  lui...  Egli  fu

      amoroso  con  me,  come  si  pu  esserlo  sino  ai  limiti  della

      commozione, senza il trasporto per della passione, di quell'amore

      caldo, cieco,  irresistibile,  quale egli me l'avea fatto provare,

      quale  ormai  m'era  necessario per vivere,  quale avrebbemi fatto

      dimenticare,  almeno per un'ora,  in un bacio,  tutta l'estensione

      dell'immensa sventura che mi percuoteva. Egli non ebbe una parola,

      non  una  sola  parola  che alludesse alla nostra separazione;  ma

      neanche un'altra che la facesse mettere in dubbio.

      Un momento mi parve cattivo e spietato quell'uomo che non mi amava

      pi.

      Poi gli baciai le mani, delirante, piangendo a calde lagrime;  gli

      avvinghiai  le  braccia  al  collo  e lo soffocai quasi fra le mie

      lagrime e i miei baci,  come se avessi voluto farmi  perdonare  la

      triste impressione di quel momento.

      Giammai!  giammai  io  ho  amato  Pietro  di  quest'amore immenso,

      frenetico, divorante di cui l'ho amato in quel punto...

      L'indomani partimmo per Aci-Castello.

      No! se anche scrivessi questi versi col sangue che tale tortura ha

      stillato dal mio cuore,  io non potrei arrivare a descrivere tutto

      lo  strazio  ineffabile  di  quest'agonia  immensa che  durata 15

      giorni;  in cui ho dovuto divorare le mie lagrime,  soffocare  gli

      urli  disperati del mio cuore,  perch m'impedivano di vedere,  di

      sentire come ogni ora di pi il cuore di  lui  s'allontanasse  dal

      mio;  come quelle sensazioni impercettibili, che formavano l'amore

      sovrumano di cui  quest'uomo  mi  adorava,  andassero  morendo  in

      lui... io non potr esprimere quello che ho provato di orribile in

      tutta  l'intensit del dolore,  quando,  con la terribile lucidit

      che mi d la mia angoscia,  ho letto chiaramente in quel  cuore...

      troppo chiaramente, per mia sventura!... la sorpresa, la tristezza

      di  lui,  direi  anche  il rimorso delle perdute illusioni del suo

      amore di un tempo che cerca invano... Io l'ho veduto,  quell'uomo,

      quel cuore,  chiudere gli occhi,  immergersi nel vortice delle pi

      tempestose  carezze,  soffocarmi  coi  pi  febbrili  trasporti...

      frenetico...  furibondo quasi,  cercando quelle illusioni che avea

      adorato in me...  e nulla!!...  nulla!!...  e staccarsene pallido,

      annichilato...  quasi  piangendo  come  un fanciullo,  guardandosi

      attorno come smemorato, come cercando ancora quelle sensazioni che

      non sa pi trovare in me... e che io!!!... disgraziata!!... io non

      posso pi dargli!!...

      Oh,  signore!  nessuno!...  no!   nessuno  potr  mai  arrivare  a

      comprendere la sublime agonia di quell'istante!

      Dio!... Dio mio!... se impazzissi!

      No!  Dio  non    giusto!  No!  Dio  non ha piet di questo dolore

      sovrumano!

      Pietro  triste, malinconico ogni giorno di pi;  la piet istessa

      che risente di me, di quest'amore di cui l'amo, ch'egli comprende,

      e del quale non pu contraccambiarmi, malgrado tutti i suoi sforzi

      generosi,  questa piet lo distacca da me,  lo fa fuggire, come se

      temesse di trovare un rimorso nei miei occhi, che, Dio sa con qual

      coraggio,  gli nascondono quello  che  si  passa  in  me.  Egli  

      sdegnato  contro  se  stesso  e dolente della simulazione che deve

      imporsi per compassione di me,  delle menzogne che  deve  giurarmi

      col  volto cosperso del rossore della vergogna.  La notte lo sento

      passeggiare spesso sino all'alba,  ora in cui parte per la caccia,

      e non ritorna che a sera,  stanco, spossato, come se avesse voluto

      nella stanchezza dei sensi addormentare il rimorso del  suo  amore

      perduto,  e  trovarvi  una pace che la tempesta delle sue passioni

      non gli accorda giammai.  Eppure,  dopo  queste  corse  che  hanno

      gonfiato  i suoi piedi,  che hanno logorato le sue forze sino alla

      prostrazione,  egli non trova sonno nel letto...  egli  si  stanca

      ancora a passeggiare per la sua camera...

      Qualche  volta  ho  trovato  l'indomani il suo fazzoletto e i suoi

      guanciali umidi: al sapore acre ho conosciuto che erano lagrime...

      Lui!  questo carattere orgoglioso e forte,  quest'uomo di ferro...

      ha  pianto!...  ha pianto di dolore,  di rimorso,  di rabbia,  per

      quest'amore che gli sfugge, che vorrebbe imporsi.

      No!...  tale martirio non  pu  durare  per  entrambi...  Io  sar

      forte!... s, quest'amore istesso me ne dar la forza.

      Morire,  mio Dio!  morire nelle sue braccia almeno... addormentata

      dalle sue carezze!...

      Abbiamo passato  13  giorni  su  questa  spiaggia  che  mi  sembra

      deliziosa,  malgrado le ore crudeli che vi ho provate. Si dice che

      il dolore rende fosche le tinte pi brillanti  del  luogo  ove  si

      prova...  Anch'io  ho sentito ci altra volta,  ma qui,  in questi

      ultimi giorni,  questi luoghi io  li  ho  amati  nei  loro  minimi

      particolari;   forse   perch   mi    caro  anche  il  dolore  di

      quest'agonia che posso provare vicino a lui.

      Nel momento in cui scrivo per parlare di lui,  per  illudermi  con

      lui...  sola,  di  notte,  nella  mia  camera  da  letto...  vedo,

      attraverso le tende della mia finestra aperta,  sbattute dal vento

      tempestoso  di  questi  ultimi  giorni  d'autunno  che spoglia gli

      alberi delle foglie,  la massa antica,  imponente,  severamente  e

      grandemente  poetica  del vecchio e rovinoso castello che pende da

      una balza sul mare; coi suoi muri massicci e screpolati, sui quali

      stridono i gufi in mezzo alle ginestre  che  vi  germogliano,  che

      disegnano  la  loro  massa  bruna  su questo cielo trasparente ove

      risplende la pi bella luna del mondo;  con questo  mare  immenso,

      lucido,  che  da  questa  lontananza  sembra  calmo  e  lievemente

      increspato, e che muggisce colla sua voce potente fra i precipizii

      dell'abisso che circonda le fondamenta del castello.

      L'altro giorno volli vedere questo castello a met  distrutto,  su

      cui sembra talvolta vedere ancora passeggiare le scolte luccicanti

      di ferro fra i merli dei torrioni;  che mi fa vivere in mezzo agli

      uomini d'una volta che  l'hanno  abitato,  coi  vivi  ricordi  che

      tramanda  e  che  sembrano  infondersi incancellabilmente alla sua

      vista.  Pietro volle dissuadermene,  dicendo  che  la  strada  per

      giungervi era molto pericolosa per una donna.

      "Non  sarai  tu  con  me?"  gli  dissi,  come  se  mi  fosse stato

      impossibile un accidente vicino a lui,  o come se quest'infortunio

      avessi dovuto amarlo, dividendolo con lui.

      Egli...  costui,  cui  l'amore avea dato squisite percezioni,  cui

      avea fatto oprare un miracolo di genio e  di  sentimento  nel  suo

      dramma, cap appena tutto il senso di quelle parole.

      Mi diede il braccio,  come per nascondermi il suo imbarazzo,  e mi

      accompagn alla salita che precede l'ingresso della rocca.

      I muri della torre principale che guardano il paesetto sembrano di

      un'altezza smisurata, guardati dal basso,  in quel punto,  elevati

      come sono su di un immenso scoglio che dalla parte del mezzogiorno

      sospende  le  sue  torri  sul  mare.  Due  tavoloni di querce sono

      gettati su di un arco in rovina per traversare  l'abisso  orribile

      che si stende al di sotto, in fondo al quale mormora il mare di un

      sordo rumore, e che fa venire le vertigini al solo guardarlo.

      Pietro  pass  innanzi  e  mi porse la mano raccomandandomi di non

      guardare il precipizio per non avere la vertigine; all'incontro io

      provavo un'affascinante sensazione nel mirare quella gola  oscura,

      a quasi duecento piedi sotto di noi, ove, fra le acute punte degli

      scogli,   biancheggiava   la  spuma  minuta  delle  onde  rotte  e

      imprigionate nella caverna,  su cui l'assito che ci  sosteneva  si

      piegava sotto il peso dei nostri corpi scricchiolando.

      "Se    cadessimo    qui,    abbracciati!"    esclamai   io   quasi

      involontariamente, stringendo la mano di Pietro che mi guidava.

      Mi pareva pi dolce quella morte,  e preferibile alle torture  che

      provavo, e che supponevo anche in lui.

      "Quale  pazzia!" mormor egli stringendo il mio braccio,  come per

      prevenire l'effetto di un capogiro,  e accelerando  il  passo  che

      avea  reso  ardito  e  sicuro,  quasi  per  garentire  la mia vita

      ch'eragli sospesa.

      Egli non ha detto: Che cara  pazzia!...  Ha  detto  semplicemente:

      Quale pazzia!...

      Ho veduto dalla sommit di quelle torri questo mare azzurro che si

      confonde  con  il ceruleo dell'orizzonte,  che si stende nella sua

      grande immobilit in lontananza e freme e spumeggia ai miei piedi;

      ho   veduto   quelle   barche   che   sembravano   giocattoli   da

      quell'altezza,  quel  litorale  sparso  di ville e di paesetti,  e

      Catania... Catania ove Pietro mi aveva tanto amato...

      Vi  fissai  un  lungo  sguardo,  non  avvertendo  le  lagrime  che

      bagnavano le mie guance.

      "Che guardi?" mi domand egli, come se mi avesse domandato: Perch

      piangi?

      "Catania!" risposi colla voce ancora tremante.

      Egli  sent forse tutto quanto vi era di passione e di rimembranze

      in quella parola; e lo prov anch'egli fors'anche in quel momento,

      poich soggiunse, come cedendo ad una generosa risoluzione:

      "Vuoi che ritorniamo a Catania?"

      Non risposi e restai cogli occhi umidi e fissi sul golfo in  fondo

      al  quale  biancheggiavano  le  cupole  che  indicavano  la citt,

      appoggiandomi al braccio di lui.  Sentivo quanto vi era di  nobile

      sacrifizio  in  quella  proposta,  ci ch'escludeva l'amore ch'era

      quello che mi bisognava.

      "Dov'  Siracusa?"  domandai  poscia,   come  non  accorgendomene,

      cedendo ad un intimo impulso.

      Pietro  mi  addit  un punto tra mezzogiorno e ponente,  dietro il

      Capo Passero che si vedeva distintamente,  ove dovea essere il suo

      paese natale.

      "Perch   non   mi   conduci  a  Siracusa  piuttosto?"  gli  dissi

      gettandogli le braccia al collo, singhiozzando e fissando nei suoi

      i miei  occhi  brillanti  di  lagrime.  Egli  abbass  gli  occhi,

      baciandomi le mani, e rispose, dopo avere esitato un istante:

      "Se lo vuoi..."

      "No!  io non lo voglio... Ci che io voglio  il tuo amore! il tuo

      amore sfrenato,  ardente,  quale lo sentivi per me,  quale  cerchi

      ancora come smanioso e non sai pi trovare, quale io spero qualche

      volta  illudendomi,  e  tento  tutte le occasioni per travedere in

      te... e non m'accorgo, pazza,  disgraziata ch'io sono,  che tu non

      lo trovi... che tu hai la generosit, la nobilt di fingerlo meco;

      ci di cui senti rimorso;...  e che tutto...  tutto!... perfino le

      tue carezze,  perfino i tuoi sacrifizii mi dimostrano che  tu  non

      senti pi per me..."

      "Partiamo!"   soggiunsi  poco  dopo  strascinandolo  pel  braccio,

      soffocando  l'emozione  che  sentivo  prorompere  nell'eccitazione

      della corsa, poich mi sentivo morire.

      L'ultimo  raggio di sole rischiarava ancora i merli della pi alta

      torre, e nell'abisso che dovevamo traversare era buio profondo;  e

      gli   echi   ne   erano   mugghianti;   e  gli  sprazzi  di  spuma

      biancheggiavano come giganteschi fantasmi.

      Un momento mi sembr che l'immenso fascino di quello  spaventevole

      abisso attraesse l'abisso doloroso del mio cuore, che quei bianchi

      fantasmi  mi  stendessero  le  braccia  come a prepararmi un letto

      eterno che dovesse accogliermi assieme all'uomo che adoravo  tanto

      pi  freneticamente quanto pi lo vedevo allontanarsi da me...  Un

      momento il mio piede si stese sul precipizio e la mia mano strinse

      pi forte la sua per allacciarlo in  un  modo  che  nulla  sarebbe

      valso a rapirmelo mai pi...

      "No! no!" grid il mio cuore gemente "no!... ch'egli viva! ch'egli

      sia  felice!..  io  non  potr  mai  essergli grata abbastanza dei

      giorni che mi ha dato,  dei  sacrifizii  che  ha  avuto  la  bont

      d'imporsi per me!... Ch'egli sia felice... anche con un'altra!..."

      Un'altra!...  Ecco  quell'idea  terribile,  sanguinosa,  che mi ha

      attraversato il cuore come un ferro infuocato,  e alla  quale  non

      avrei forse saputo resistere se ci avessi prima pensato...

      Mi  avvidi,  quasi  con  gioia,  come se fossi stata salvata da un

      immenso pericolo, che camminavamo sul selciato della strada.

      Una o due volte,  in quella notte agitata e  febbrile  passata  al

      davanzale  della  mia finestra,  ho avuto dei momenti di speranza,

      d'illusione...  speranza tale che mi faceva mettere dei  gridi  di

      gioia,  che  mi faceva comprimere le tempie fra le mani,  quasi le

      arterie che battevano di felicit minacciassero di sconvolgermi la

      ragione...  Egli mi avea proposto di accompagnarmi  a  Catania!...

      egli aveva avuto forse un istante d'amore per me!... dell'amore di

      una volta!...

      Oh! Dio! Dio!... morire almeno in tal momento!...

      Ieri  volli  uscire con lui;  volli fare una passeggiata in barca.

      Egli prese i remi,  ed entrambi,  soli,  ci cullammo nella piccola

      barchetta da pescatori su quelle onde azzurre come il cielo.

      Quand'egli  solo,  pensieroso, vicino a me... provo un momento di

      dubbio, d'incertezza... Mi pare di sperare, mi pare di averlo mio!

      tutto mio!... e che nulla abbia potenza di strapparlo all'amplesso

      frenetico delle mie braccia.

      Appena fummo al largo egli lasci i remi e venne a prendere la mia

      mano.

      Lo guardai come non l'avevo mai guardato: sentivo che  non  potevo

      amarlo  pi  di  quanto  io  l'amavo  in  quel momento,  mi pareva

      impossibile ch'egli dovesse lasciarmi il dopodomani.

      Egli baciava le mie mani,  e sostava per  guardarle  in  silenzio,

      come se avesse temuto di alzare gli occhi nei miei,  e per tornare

      a baciarle... Le sentii umide delle sue lagrime.

      "Pietro!" esclamai palpitante  di  una  sublime  emozione,  mentre

      tutti  i  pori  del  mio  cuore  si  dilatavano  ad  assorbire  le

      inebbrianti emanazioni  di  una  lusinghiera  speranza:  "ieri  ti

      pregai di condurmi a Siracusa... con te..."

      Egli   non  pot  pi  frenare  il  pianto,   e  scosse  la  testa

      tristamente.

      "Impossibile!" mormor con un soffio appena intelligibile.

      "Impossibile?..." ripetei radunando  tutte  le  forze  di  cui  mi

      sentivo capace; "e perch, Pietro?!..."

      "Oh! grazia! grazia, Narcisa!" singhiozz egli stringendomi fra le

      sue braccia,  nascondendo la sua testa nel mio petto,  "grazia!...

      io sono molto vile!!..."

      Era  orribile  a  vedersi  l'angoscia  disperata  di  quel   volto

      energico, l'annichilamento completo di quel carattere di bronzo.

      "S,  io son vile!  io son colpevole!  io sono infame!..." seguit

      con voce delirante: "oh! grazia, Narcisa!..."

      L'amavo tanto che non sentii tutto lo spasimo sublime  che  quelle

      parole mi facevano provare: ebbi soltanto piet di lui.

      Lo abbracciai, piangendo anch'io, tremando convulsivamente del suo

      tremito, mischiando le mie labbra alle sue.

      "Dillo!  Pietro... dillo!" gridai con disperato sforzo di volont,

      "tu non mi ami pi!... tu non mi ami pi come prima!"

      Egli rimase abbattuto, in silenzio, sulla panchetta della barca.

      Quel silenzio dur cinque minuti.

      Quando risollev il volto fui atterrita dallo spaventevole pallore

      che copriva i suoi lineamenti solcati profondamente.

      "Ascoltami, Narcisa!" cominci egli con voce solenne, quasi calma:

      "io ho un sacro dovere di gratitudine verso di te... dovere che mi

      fanno caro le reminiscenze che non potr  dimenticare  giammai,  e

      che  formano  ora  il mio inferno...  Eppure,  te lo giuro sul mio

      onore,  io non mi trovo colpevole...  no!...  che soltanto  queste

      reminiscenze  mi  restino ora vicino a te...  Tu hai il diritto di

      disporre di me,  in tutto...  Io sacrificher al dovere quello che

      avrei  sacrificato  all'amore,  e far quanto  possibile all'uomo

      per renderti la tua felicit. Ho tanto provato di s immenso nella

      volutt del godimento,  nel delirio dell'esser felice,  che  forse

      all'uomo  non    concesso  di  godere...  e  Dio mi punisce,  col

      soffiare su tutte quelle sensazioni che formavano il mio  amore...

      che  cerco invano da due mesi...  e spegnerle per me.  Nel tremito

      ardente delle tue labbra, sul tepore della tua pelle rosata, nelle

      nervose e  convulse  pressioni  delle  tue  braccia,  nel  delirio

      fervente delle tue carezze,  ho cercato invano un atomo,  un atomo

      solo, di quello che provavo d'arcano,  d'indefinibile,  di pi che

      terreno,  quando,  seduto sul lastrico della strada,  ti vedevo al

      verone,  ci che formava il delirio dei miei sogni;  che nei primi

      trasporti del possederti, quando mi pareva di divenir folle per la

      felicit  dell'amor  tuo,  io  provai  sino  a quel parossismo del

      godimento che ci annienta, direi, nel godimento istesso,  e che ci

      lascia  sbalorditi  della  sua  estensione.  Io  ho cercato invano

      questo profumo, questo vapore che ti circondava d'incenso come gli

      angeli,  e in cui non osavo immergermi per timore di  perdervi  la

      ragione o di perdervi l'illusione... E' duro,  crudele quello che

      dico...   ma   tu   hai   mente   per   apprezzarlo  e  cuore  per

      perdonarmelo... come mi hai perdonato tutto quello che ti ho fatto

      soffrire da due mesi,  che mi  sono  rimproverato,  e  di  cui  il

      rimorso mi lacera...  Quello che io piango, Narcisa,  l'amore che

      ho provato e che non posso pi trovare...  che cerco assetato  per

      inebbriarmene,  poich la sete che ne ho  ardente, divoratrice, e

      che mi fugge sempre dinanzi come un fuoco fatuo... Io avrei paura,

      rimanendoti pi a lungo vicino,  che la stanchezza dell'animo  non

      vincesse anche il desiderio ineffabile che ho di questo amore... e

      che  tutto  questo  tesoro  di  diletti che trovasi in te,  di cui

      m'abbeverai forse sino all'ebbriet, non vada perduto dell'intutto

      per me! Oh! io ho paura di ci, Narcisa!...  poich la speranza di

      riamarti  un  giorno  come ti ho amato m'impedisce che mi bruci le

      cervella, non avendo pi nulla a godere sulla terra. Bisogna ch'io

      mi allontani da te per qualche tempo, ch'io torni a dubitare della

      felicit che ho goduto... ch'io dubiti della speranza fin anche di

      questa felicit,  per esser pazzo di te come lo ero quando passavo

      le  notti  innanzi  la tua casa senza sperare un'occhiata da te...

      bisogna che io ti vegga ancora lontana da me,  in mezzo alle pompe

      del  tuo  lusso,  all'incanto  delle  tue  seduzioni  per cercarti

      ansioso,  cieco,  folle,  come  allora;  e  stendere  le  braccia,

      delirante,  invocando  un altro sorso di questa coppa fatata...  a

      cui fui tanto stolto da bere troppo..."

      Egli non pot pi proseguire,  soffocato dalla violenza della  sua

      commozione,  tenendosi  il  petto  colle  mani  increspate  da una

      violenta contrazione,  inginocchiato ai  miei  piedi,  coll'occhio

      luccicante  di  una  fosca  luce  sul  pallore quasi tetro del suo

      volto, coi capelli irti sulla fronte madida di freddo sudore.

      Quest'addio che quel cuore mi dava era grande,  era  sublime  come

      l'amore di cui m'aveva amato.

      Lo  sollevai fra le mie braccia;  lo baciai in fronte,  sentendomi

      ancor  io  fredda  di  sudore  ghiacciato,   provando  una   forte

      risoluzione  che  quelle parole infondevanmi,  la quale correva al

      cuore quasi con gli  smarrimenti  di  una  vertigine,  insieme  al

      sangue che da tutte le vene vi affluiva.

      "Addio  dunque!" gli dissi con una calma nella voce della quale io

      stessa ero atterrita: "Addio, Pietro!..."

      Egli cerc le mie labbra colle sue, fredde,  tremanti d'angoscia e

      di volutt.

      "Addio!..."  gli mormorarono ancora le mie labbra palpitanti nelle

      sue - E svenni fra le sue braccia.


      11 Novembre.

      Posdomani egli deve partire.  Ho numerato minuto per minuto queste

      ultime  ore  che io ho passato vicino a lui...  cercando illudermi

      spesso per sentire poi pi amaramente tutta  la  disperazione  del

      disinganno.

      No!  lo sento...  il suo cuore non pu pi rinascere per me!  Egli

      tenta lusingarsi nelle sue speranze...  o piuttosto  ha  piet  di

      quello che soffro...

      Quand'egli  partir!...  Dio!  Dio!...  Quando non udr pi la sua

      voce,  il rumore dei suoi passi...;  quando non lo vedr pi e non

      l'attender pi la sera, affacciata alla finestra!...

      Oh! no!... no!...  meglio prima... prima ch'ei parta...

      Riprender  questa  lettera  all'ultimo  istante,  per  farla  poi

      mettere alla Posta a Catania...  Domani egli aspetta il suo amico,

      forse  lei  stesso,  che  deve  venire a prenderlo...  in tal caso

      sarebbe forse meglio...

      L'ora non pu essere molto lontana: egli parte dopodomani...

      Ho peccato! e Dio mi punisce col mio peccato!


      12 Novembre.

      L'inverno    sopravvenuto  troppo  improvvisamente   per   queste

      contrade...  Dio mio! Ho avuto paura di questo mare burrascoso, di

      questi nuvoloni che fanno nero e triste il cielo,  di questo vento

      che strappa le ultime foglie dagli alberi...

      S,  ho  paura  di  questa  natura,  pochi  giorni fa ancora tanto

      ridente, e che sembra fuggirmi con la vita...

      Ho pianto molto... s a lungo che ora sono stanca di piangere. Gli

      occhi mi bruciano;  mi sembra che il petto si  rompa...  Dio!  Dio

      mio!

      Pietro mi sfugge, teme d'incontrarsi in me... Che gli ho fatto?...

      Dio mio! che gli ho fatto?!...


      12 novembre - ore 10 di sera.

      Dio!  Dio! Piet! piet! Son pazza, Dio mio! Mi pare di perdere la

      ragione!... mi pare di morire!

      Ho urlato come una tigre;  ho lacerato coi denti le  lenzuola,  le

      vesti,  il  fazzoletto;  mi  son  rotte le membra urtando contro i

      mobili come ebbra...

      Oh, no!  no!  Dio non  giusto!  Dio  crudele!...  Quale tortura!

      quale tortura orrenda!... Dio! Dio mio!...

      L'ho  udito!  s,  la  sua  voce!...  la  sua voce istessa...  che

      ordinava i cavalli per domani...

      Oh, quest'uomo!... quest'uomo!...

      Ma io l'amo!...  ma io  l'adoro...  com'egli  si  spaventerebbe  a

      provarlo,  se lo potesse,  quest'uomo che mi sfugge!...  che ha il

      cuore morto per me!...

      Che fare?...  che  fare,  Dio  mio?!...  Se  fossi  pazza?!...  se

      impazzissi?!... Dio!!!...

      No! Dio non pu punirmi del mio delitto... No! Dio non pu punirmi

      dell'opera sua...  perch... perch io son debole... perch io son

      vile dinanzi all'estensione di questo dolore sovrumano che  mi  si

      apre  dinanzi...  perch  io,  da  Lui che mi percuote,  voglio il

      sonno... l'oblo almeno!...

      Dio! Dio!... piet! piet!... grazia!!!...


      CAPITOLO NONO.


      Un'ora del mattino suonava lentamente all'orologio del salotto nel

      grazioso casino che abitavano i due giovani. Narcisa,  pallida del

      suo  delicato  pallore  di  cera,   coll'occhio  brillante  di  un

      inusitato splendore che avea dei lampi  di  felicit,  vestita  di

      bianco, il suo colore favorito, sebbene la stagione fosse alquanto

      inoltrata, coi capelli raccolti mollemente dentro una reticella di

      seta  ed  arricciantisi  sulla fronte quasi sino alle sopraciglia,

      con quella moda ardita che ricordava  le  pi  belle  teste  delle

      statue  greche,  stava  seduta  abbandonatamente  sopra un canap,

      accanto a Pietro,  nella sua attitudine solita,  allacciandogli il

      collo  con  le  sue  belle braccia,  figgendo avidamente gli occhi

      negli  occhi  di  lui,  ascoltando  le  sue  parole;   e  sembrava

      deliziarsi  nella  trasparente  e profumata atmosfera che le mille

      sensazioni di quel momento le creavano.

      Giammai la donna amante avea  sussultato  di  tale  amore  fra  le

      braccia dell'uomo amato;  giammai la sirena si era abbandonata pi

      molle,  pi languente;  giammai la maliarda avea avuto sguardo pi

      inebbriante  da fare oscillare convulsivamente le pi intime fibre

      del cuore di lui.  Sembrava che qualche cosa di  pi  che  mortale

      eccitasse in lei tutte le pi squisite risorse, le ispirazioni pi

      ardenti  della donna affascinante,  della donna ebbra anch'essa di

      questa volutt che ispirava e che cercava, per formarne un fascino

      irresistibile, divorante.

      L'occhio di Pietro era  raggiante;  la  sua  parola  interrotta  a

      scosse  come  per  delirio;  le  sue  membra tremanti di sovrumano

      diletto.  Egli suggeva avidamente coi  baci  per  la  fronte,  pei

      capelli, per le labbra, per gli occhi, pel collo quelle emanazioni

      acri  e  violente  di  una  volutt  insaziabile,  che eccitava il

      godimento sino al delirio...

      "Oh! Narcisa! Narcisa!" esclamava egli come un pazzo,  "Narcisa di

      Napoli...   di   Catania!...   t'ho  trovata  alfine!   s,   t'ho

      trovata!!..."

      Tutt'a un tratto quel corpo affascinante di mille  seduzioni  ebbe

      un  fremito  che  non  seppe  reprimere,   e  quasi  una  dolorosa

      contrazione.

      Pietro l'abbracci  pi  strettamente,  come  ebbro...  poich  lo

      scambi per un fremito di piacere.

      "Che  io  ti  vegga,  Narcisa!"  esclam  egli  colle mani giunte,

      inginocchiandosi sul tappeto, come se avesse voluto adorarla: "oh!

      ch'io possa vederti!...  Perch nel tempo  istesso  che  io  provo

      questo godimento supremo, che mi comunica il tuo corpo da fata fra

      le  mia  braccia,  non  posso  analizzarti  col  mio  sguardo,  ed

      assorbire  quell'altra  ebbrezza  sublime  di  divorare   le   tue

      bellezze?..."

      Egli  si  tacque,  sorpreso,  allarmato  del pallore che copriva i

      delicati lineamenti  di  lei,  che  tradivano  qualche  lievissima

      contrazione  spasmodica:  e  che cominciavano a bagnarsi di fredde

      stille di sudore a fior di pelle alla radice dei capelli.

      Narcisa,    come   per   nascondergli   quel   triste   spettacolo

      inebbriandolo  fra  le sue carezze,  lo attir fra le sue braccia,

      baciandolo del suo bacio languido  e  divorante  nella  sua  molle

      seduzione; e pos il suo viso sul volto di lui, mischiando i ricci

      dei suoi capelli ai suoi...

      "Che  hai,  Narcisa?" le grid Pietro spaventato dal freddo sudore

      di cui gli inumidiva il volto il contatto di lei.

      "Oh, nulla!... E' la felicit!...   la gioia suprema che provo...

      che sembra farmi svenire...  Oh! come son felice!... Dio mio! come

      son felice!..."

      Mentre quella testolina ricciuta si posava sulla  sua,  Pietro  la

      sent farsi pi pesante sulla sua spalla.

      "Narcisa!..."

      "Oh,  qual felicit,  Pietro!... Mi pare di aver sonno... di dover

      sognare  questi  squisiti  diletti...   Avevo  tanto  sofferto!...

      Adagiami  sul  canap...  e suonami qualche cosa sul pianoforte...

      Provo delle sfumature s care...  dei sogni incerti  s  belli!...

      Oh,  Pietro,  se li provassi anche tu!  Mi pare di dover godere di

      pi con quei suoni tratti da te..."

      La sua pupilla era prodigiosamente dilatata;  ma lo fissava ancora

      coi raggi pi vivi del suo sguardo.

      Pietro  s'inginocchi  ai  suoi  piedi;  ella  ebbe il coraggio di

      cambiare in un sorriso la contrazione di spasimo delle sue labbra.

      "Suonami il valtzer... 'Il Bacio'... fammi contenta..."

      Pietro esitava.

      "Ma che hai? Dio mio! sei pallida da far paura..."

      "E' nulla, ti dico...   l'eccesso della gioia,  della felicit...

      Son tanto felice,  mio Pietro!... Fammi questo piacere, suona quel

      valtzer...  che mi domandavi sempre..." E giunse le mani con  atto

      infantile di preghiera.

      Pietro cominci ad eseguire quella musica che faceva la pi strana

      impressione  in mezzo al silenzio della notte (nella mestizia che,

      suo malgrado, cominciava ad offuscarlo), ascoltata da quella donna

      coricata sul divano,  che giungeva le mani;  della quale i tratti,

      sussultanti   di  quando  in  quando,   sembravano  assorbirne  le

      vibrazioni come delle care reminiscenze;  della quale gli occhi si

      dilatavano  colla pupilla di una spaventevole fissit: della quale

      infine le labbra si aprivano  anelanti  come  a  bever  l'onda  di

      quell'armonia,  in  mezzo  alle  contrazioni  spasmodiche  che non

      poteva dissimulare;  nel silenzio quasi lugubre di  quel  salotto,

      che  cominciava  ad esser rotto dall'anelito affannoso e soffocato

      della respirazione di lei.

      Ella si era alzata lentamente, come attratta da quel suono;  cogli

      occhi  come affascinati da immagini che ella sola poteva vedere...

      E si era trascinata barcollante,  stendendo le mani tentoni,  come

      se  non  vedesse pi,  verso il punto dove risuonavano quelle note

      festanti.  Ella vi giunse,  anelante di fatica e di piacere,  e si

      aggrapp  alla  spalla  di  Pietro  per  non cadere,  gridando con

      accento indescrivibile:

      "Oh! Pietro! Pietro!... dove sei?!..."

      E cadde inginocchiata.

      Le sue pupille azzurre, chiare, quasi fosforescenti,  si fissavano

      in  volto  a lui,  senza sguardo,  come cercandolo;  e allorquando

      sembr ch'ella non potesse rompere quel velo che le annebbiava  la

      vista,  che le impediva di pascersi nelle sembianze di lui, i suoi

      lineamenti, che cominciavano a contrarsi, espressero l'angoscia...

      un terrore nuovo, incomprensibile.

      "Oh, Dio! Dio mio!" singhiozz agitando le labbra convulsivamente,

      come se stentasse a trarre quei suoni dalla sua gola  arida  e  ad

      articolarli colle sue labbra tremanti: "Oh!  Dio!... s presto! s

      presto!..."

      E quando incontr gli abiti del giovane,  le sue  mani  increspate

      cercarono  brancolando  le mani di lui,  che strinsero avidamente,

      con tenace ostinazione, quasi temessero di lasciarsele sfuggire.

      La pelle del suo viso si era fatta arida,  e le vene  cominciavano

      ad iniettarsi di sangue.  Pietro, stordito, spaventato, afferr il

      cordone del campanello.

      "E' giunto il signor Angiolini:" disse un domestico sulla soglia.

      "Presto! presto! che corra... soccorso! Ella muore!" grid Pietro.

      Sollev quel bel corpo,  fattosi di un'inerte pesantezza,  fra  le

      sue  braccia,  stringendovelo  con  una furibonda tenerezza,  e lo

      coric sul divano.  In tutto quel tempo le mani  convulse  di  lei

      cercarono  ancora  le  sue;  e  quando le trovarono fecero atto di

      recarsele  alle  labbra,   fissandolo  sempre  di  quella  pupilla

      cerulea, dilatata, senza sguardo.

      Si udirono dei passi precipitati,  e comparve Raimondo, che veniva

      a prendere Brusio per condurlo da sua madre,  come Narcisa ne avea

      avuto sentore. Con un solo sguardo egli vide di che si trattava, e

      senza perder tempo in domande inutili,  corse da lei,  distesa sul

      divano, e le prese il polso.

      Le pulsazioni erano deboli,  lente,  mancanti;  osserv  la  pelle

      arida,  picchiettata  in  alcuni  punti delle braccia di bollicine

      incolori;  il volto acceso e che cominciava a  farsi  livido;  gli

      occhi  fissi,  che  operavano uno sforzo prodigioso per non cedere

      alla pesantezza delle palpebre, onde fissarsi ancora su di Pietro,

      quantunque non  lo  vedessero  pi.  Tocc  vivamente  la  regione

      epigastrica che trad uno spasimo acuto.

      "Hai  in  casa  dell'emetico?"  domand  vivamente Raimondo al suo

      amico,  rizzandosi con la pronta decisione che d l'intuizione  al

      medico di genio, e che lo fa sollevare e dominare in tali momenti.

      "Oh no!... Dio mio!..."

      "Un  momento!  avrete  almeno  questo;  e  spezz  il  cordone del

      campanello, strappandolo con violenza.

      "Recate un bicchier d'acqua e del sapone, e preparate due tazze di

      caff molto carico e senza zucchero;  subito!" ordin al cameriere

      che comparve.

      "Bisogna  che  tu  passi  nell'altra  stanza;"  soggiunse quindi a

      Brusio che sembrava di sasso.  Narcisa,  che ud forte e  comprese

      quelle  parole,  strinse pi vivamente le mani del giovane,  quasi

      volesse attaccarsi a lui.

      "No!  no!" singhiozz  Pietro  cadendo  inginocchiato  dinanzi  al

      canap;  "no!  io  non  la  lascer  un  minuto...  Io sar forte,

      Raimondo!"

      Il medico si strinse con impazienza nelle spalle,  e tent di  far

      bere a Narcisa il bicchier d'acqua che gli avevano recato ove avea

      sciolto del sapone.

      Ella  ne  inghiott  avidamente  due  o  tre sorsi,  afferrando il

      bicchiere come se avesse voluto aggrapparsi alla vita che  sentiva

      sfuggirle;  prov  qualche  movimento di vomito,  che rimase senza

      effetto; e ricadde pesantemente sul canap mormorando:

      "Oh! la vista!... Dio mio,! la vista!... vederlo almeno!..."

      E due lagrime luccicarono sulla  sua  orbita.  I  suoi  lineamenti

      erano  orribili  di  questa  lotta  penosa  che  cercava vincere e

      dissimulare con isforzi sovrumani.

      Raimondo,  che avea preso la testa di lei fra le sue  braccia,  un

      minuto dopo la lasci ricadere sul cuscino, resa di una cadaverica

      pesantezza;  e rimase muto,  disanimato.  Poco dopo mormor,  come

      parlando a se stesso:

      "E' l'oppio in forti dosi... Ora il delirio... dopo il coma..."

      "Che sete! Dio mio, che sete!" mormorava Narcisa colla voce secca,

      stentando a  disnodare  la  lingua,  legata  da  una  spaventevole

      aridit; "acqua! per piet, Pietro!... acqua!..."

      Raimondo le fece inghiottire quasi tre tazze di caff amaro.

      "Che  fare?  Dio!...  che  fare?"  gridava Pietro implorando,  con

      l'accento del cuore, da Raimondo quell'aiuto che questi non poteva

      dargli mentre avea chinato la testa  sul  petto,  come  se  avesse

      voluto dire: troppo tardi!

      La  fisonomia di Narcisa si animava come se contemplasse deliziose

      visioni che il suo occhio sbarrato e fisso poteva vedere soltanto.

      Ella mormorava frasi interrotte,  appena sensibili,  in cui spesso

      le  sue  labbra  si agitavano come per sorridere.  Una o due volte

      sembr riscuotersi bruscamente, con un senso penoso...  e allora i

      suoi  tratti  esprimevano  un  immenso  affanno...   in  cui  ella

      mormorava:

      "Oh, Pietro!... il valtzer!... il valtzer!..."

      Pietro,  che aveva soltanto la forza di bagnare di pianto  le  sue

      mani che si teneva alle labbra, grid singhiozzando:

      "Ma salvala,  Raimondo!... fratello mio!... Non vedi che muore!...

      Bisogna ch'ella non muoia!... Non voglio che ella muoia!..."

      Tutt'a un tratto Raimondo corse al  pianoforte,  come  cedendo  ad

      un'ultima   e  subitanea  ispirazione;   lo  strascin  sulle  sue

      carrucole sino al canap dov'era sdraiata  l'agonizzante;  sollev

      questa  fra  le  sue  braccia,  perch le braccia di lei potessero

      ancora circondare il collo di Pietro che non volevano abbandonare;

      e disse a Brusio che sembrava istupidito:

      "Non c' pi che un miracolo che  possa  prevenire  il  coma,  che

      possa  salvarla:  bisogna  prolungare  questo  delirio per dare il

      tempo  di  operare  all'infuso  di  caff...  Suonale  quello  che

      vuole...  Ci  son  dei  casi in cui la scienza bisogna che ricorra

      all'arte o al caso.

      Pietro cominci a suonare quel valtzer allegro e brillante, di cui

      le note acquistavano la pi triste inflessione sotto le  sue  dita

      increspate e tremanti, e che strillavano sinistramente in mezzo al

      funereo silenzio di quella stanza.

      Due o tre volte le labbra di Narcisa sorrisero;  i suoi lineamenti

      perdettero la loro rigida alterazione per esprimere il piacere pi

      intenso che quel suono certamente le procurava o che determinava i

      sogni deliziosi del suo delirio...  Ella stringeva pi fortemente,

      sebbene con moto convulso, quella testa che abbracciava; e qualche

      volta  le sue labbra si agitarono come per baciare;  e il suo capo

      si avanzava tentoni come se avesse  voluto  incontrare  quello  di

      lui;...  e la sua pupilla appannata, vitrea, fissa, ebbe un lampo,

      un raggio di uno sguardo in cui balenava tutto l'ineffabile  amore

      che l'agonia non poteva assopire in quel cuore.

      "Oh! Pietro! Pietro!... ti vedo!!" grid esultante; con un accento

      indescrivibile  che  avea  pi  dell'urlo  dello  spasimo  che del

      trasporto della gioia; "m'ami?!... m'ami tu?!!!..."

      E si rovesci assieme a lui sul canap vincendo,  con  uno  sforzo

      disperato,  miracoloso,  la  difficolt  di proferire,  il torpore

      della mente, l'inerzia delle forze, l'agonia insomma.

      "Pietro, m'ami ancora?!"

      "S! s! t'adoro!..." singhiozz egli tentando inumidire l'aridit

      di quella pelle coll'umido  delle  sue  labbra,  di  scacciare  il

      torpore  di  quelle  membra,  la  pesantezza  di  quelle  palpebre

      coll'impeto dei  suoi  baci;  cercando  trasfondere  la  vita  che

      sentiva rigogliosa giovane, potente in lui, nel soffio che alitava

      fra le labbra di lei violacee, semiaperte e convulse.

      "E  non  me  lo  dici perch hai piet di me?...  e non me lo dici

      perch io muoio?!..." seguit ella  aggrappandosi  al  suo  collo,

      nelle convulsioni dell'agonia,  con quel moto incerto e straziante

      del volto e delle  labbra  che  cercavano  il  volto  di  lui  per

      baciarlo.

      "Oh,  no!...  non  ti  ho  mai  amato  come t'amo!...  Narcisa!...

      Narcisa!... non mi abbandonare!..."

      "Grazie!...  grazie!..."  mormor  la  moribonda  con  un  anelito

      interrotto  che  la stentata respirazione soffocava nella sua gola

      "grazie!...  oh!  la vita!...  dottore,  fatemi vivere...  egli mi

      ama!!... io non voglio morire!!!" fin con accento straziante.

      E  non pot pi proferire,  quantunque agitasse ancora penosamente

      le labbra, e alcuni suoni rochi e interrotti scappassero dalla sua

      gola arida.

      Ella rimase come profondamente assopita;  riscossa  di  tratto  in

      tratto  da  sussulti convulsivi: rivelando mille impressioni,  ora

      deliziose  ora  tristi,   nella  mutabile  espressione  dei   suoi

      lineamenti,  in  cui  l'occhio soltanto,  colla sua larga e lucida

      fissit faceva prevedere la morte.

      Era  orribile  a  vedersi  la  rapida  decomposizione  di   quella

      fisonomia. Finalmente sopraggiunse il sonno.

      Pietro rimaneva, com'ella l'aveva attirato rovesciandolo nella sua

      caduta, ancora avvinghiato a quel corpo per tre quarti cadavere, e

      che  aveva  tuttavia  i  suoi ultimi moti convulsivi,  gli estremi

      sforzi dei suoi rantoli,  la disperata tensione della pupilla  per

      lui;  egli  era  come affascinato da quell'orribile spettacolo che

      impietrava le lagrime nel suo occhio ardente e dilatato  quasi  al

      pari di quello di lei.

      "Ma parti,  disgraziato!" gli grid Raimondo tentando strapparlo a

      quell'amplesso di morte; "non vedi che ci uccide!..."

      Pietro non  rispose,  e  abbracci  pi  strettamente  quel  corpo

      inerte,  in  cui  gli  parve  sentire  un  ultimo  sussulto al suo

      abbraccio,   mentre  le  mani  gli  parve  lo   stringessero   pi

      tenacemente come per ringraziarlo e non lasciarlo.

      Quell'agonia fu lunga,  penosa,  orrenda.  A pena il medico, colla

      mano sul petto di  lei  a  numerare  i  battiti  del  cuore,  pot

      discernere il punto in cui il sonno del veleno si mischi al sonno

      della morte.

      Pietro rimase istupidito, come un pazzo, per un mese intiero.

      Il  secondo  rivide  sua  madre;  poi  gli  amici.  Un  anno  dopo

      ricomparve in societ...

      Chi sa quante volte al giorno pensa  a  quest'ora  a  Narcisa,  la

      donna ch' morta d'amore per lui?!...

      Le  splendide  promesse del suo ingegno,  che l'amore di un giorno

      aveva elevato sino al genio nella sua anima fervente erano  cadute

      con quest'amore istesso.  Pietro Brusio  meno una mediocrit, che

      trascina la vita nel suo  paese  natale  rimando  qualche  sterile

      verso  per  gli  onomastici  dei  suoi parenti,  dissipando il pi

      allegramente possibile lo scarso suo patrimonio.

      Misteri del cuore!

      
