





    Traduzioni telematiche a cura di
    Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
    (Casa di reclusione - Opera)



    Giovanni Verga.
    NOVELLE SCELTE.








    INDICE.

    1.  Nedda:                             pagina 4.
    2.  Certi argomenti:                   pagina 41.
    3.  Cavalleria rusticana:              pagina 58.
    4.  Jeli il pastore:                   pagina 68.
    5.  Rosso Malpelo:                     pagina 117.
    6.  L'amante di Gramigna:              pagina 140.
    7.  Cos' il Re:                       pagina 150.
    8.  Malaria:                           pagina 160.
    9.  La roba:                           pagina 171.
    10. Storia dell'asino di san Giuseppe: pagina 180.
    11. Libert:                           pagina 198.
    12. Vagabondaggio:                     pagina 208.
    13. Il maestro dei ragazzi:            pagina 248.
    14. Un processo:                       pagina 280.
    15. La festa dei morti:                pagina 291.
    16. Artisti da strapazzo:              pagina 298.
    17. Il segno d'amore:                  pagina 333.
    18. L'agonia di un villaggio:          pagina 344.
    19. ...e chi vive si d pace:          pagina 348.
    20. Il bell'Armando:                   pagina 362.
    21. Nanni Volpe:                       pagina 372.
    22. Quelli del colra:                 pagina 386.
    23. Lacrymae rerum:                    pagina 400.
    24. I ricordi del capitano d'Arce:     pagina 409.
    25. Giuramenti di marinaio:            pagina 420.
    26. Commedia da salotto:               pagina 436.
    27. N mai, n sempre!:                pagina 448.
    28. Carmen:                            pagina 464.
    29. Prima e poi:                       pagina 476.
    30. Ci ch' in fondo al bicchiere:    pagina 485.
    31. Dramma intimo:                     pagina 500.
    32. Ultima visita:                     pagina 524.
    33. Bollettino sanitario:              pagina 536.









    NEDDA.

    Il focolare domestico era per  me  una  figura  rettorica,  buona  per
    incorniciarvi  gli  affetti pi miti e sereni,  come il raggio di luna
    per baciare le chiome bionde;  ma sorridevo allorquando sentivo  dirmi
    che  il  fuoco  del  camino  quasi un amico.  Sembravami in verit un
    amico troppo necessario,  a volte uggioso e dispotico,  che a  poco  a
    poco  avrebbe voluto prendervi per le mani,  o per i piedi,  e tirarvi
    dentro il suo antro affumicato per baciarvi alla maniera di Giuda. Non
    conoscevo il passatempo di stuzzicare  la  legna,  n  la  volutt  di
    sentirsi  inondare  dal  riverbero  della  fiamma;  non comprendevo il
    linguaggio  del  cepperello  che  scoppietta  dispettoso,  o  brontola
    fiammeggiando; non avevo l'occhio assuefatto ai bizzarri disegni delle
    scintille   correnti   come   lucciole  sui  tizzoni  anneriti,   alle
    fantastiche figure che assume la  legna  carbonizzandosi,  alle  mille
    gradazioni  di  chiaroscuro  della fiamma azzurra e rossa che lambisce
    quasi timida,  accarezza graziosamente,  per divampare  con  sfacciata
    petulanza.  Quando  mi  fui  iniziato  ai  misteri  delle  molle e del
    soffietto,  mi innamorai con trasporto della voluttuosa  pigrizia  del
    caminetto.  Io  lascio il mio corpo su quella poltroncina,  accanto al
    fuoco, come vi lascerei un abito,  abbandonando alla fiamma la cura di
    far  circolare  pi caldo il mio sangue e di far battere pi rapido il
    mio cuore;  e incaricando le faville fuggenti,  che  folleggiano  come
    farfalle innamorate, di farmi tenere gli occhi aperti, e di far errare
    capricciosamente  del  pari  i  miei pensieri.  Cotesto spettacolo del
    proprio pensiero che svolazza vagabondo senza di voi,  che  vi  lascia
    per correre lontano,  e per gettarvi a vostra insaputa come dei soffi,
    di dolce e d'amaro in cuore,  ha attrattive indefinibili.  Col  sigaro
    semispento,  cogli  occhi  socchiusi,  le  molle fuggendovi dalle dita
    allentate,  vedete l'altra parte  di  voi  andar  lontano,  percorrere
    vertiginose  distanze:  vi par di sentirvi passar per i nervi correnti
    di atmosfere sconosciute;  provate,  sorridendo,  l'effetto  di  mille
    sensazioni  che farebbero incanutire  i vostri capelli e solcherebbero
    di rughe la vostra fronte, senza muovere un dito, o fare un passo.

    E in una di coteste peregrinazioni vagabonde dello spirito  la  fiamma
    che  scoppiettava,  troppo  vicina  forse,  mi  fece rivedere un'altra
    fiamma gigantesca che avevo visto ardere nell'immenso  focolare  della
    fattoria del Pino,  alle falde dell'Etna.  Pioveva,  e il vento urlava
    incollerito;  le venti o trenta donne che raccoglievano le  ulive  del
    podere  facevano fumare le loro vesti bagnate dalla pioggia dinanzi al
    fuoco; le allegre, quelle che avevano dei soldi in tasca, o quelle che
    erano innamorate, cantavano;  le altre ciarlavano della raccolta delle
    ulive,  che era stata cattiva, dei matrimoni della parrocchia, o della
    pioggia che rubava loro il pane di  bocca:  la  vecchia  castalda  (1)
    filava,  tanto  perch  la  lucerna appesa alla cappa del focolare non
    ardesse per nulla,  il grosso cane color di  lupo  allungava  il  muso
    sulle  zampe  verso  il  fuoco,  rizzando  le orecchie ad ogni diverso
    ululato del vento.  Poi,  nel tempo  che  cuocevasi  la  minestra,  il
    pecorajo  si  mise  a suonare certa arietta montanina che pizzicava le
    gambe,  e le ragazze si misero a  ballare  sull'ammattonato  sconnesso
    della  vasta  cucina affumicata,  mentre il cane brontolava per timore
    che gli pestassero la coda. I cenci svolazzavano allegramente,  mentre
    le  fave ballavano anch'esse nella pentola,  borbottando in mezzo alla
    schiuma che faceva sbuffare la fiamma.  Quando tutte  furono  stanche,
    venne  la  volta  delle  canzonette: - "Nedda!  Nedda la varannisa!" -
    esclamarono parecchie. - Dove s' cacciata la "varannisa"? - Son qua -
    rispose una voce breve dall'angolo pi buio,  dove  s'era  accoccolata
    una ragazza su di un fascio di legna.
    - O che fai tu cost?
    - Nulla.
    - Perch non hai ballato?
    - Perch son stanca.
    - Cantaci una delle tue belle canzonette.
    - No, non voglio cantare.
    - Che hai?
    - Nulla.
    -  Ha  la mamma che sta per morire,  - rispose una delle sue compagne,
    come se avesse detto che aveva male ai denti.
    La ragazza che stava col mento sui ginocchi alz su quella  che  aveva
    parlato  certi  occhioni  neri,   scintillanti,   ma  asciutti,  quasi
    impassibili,  e torn a chinarli,  senza aprir bocca,  sui suoi  piedi
    nudi.
    Allora  due  o  tre  si  volsero  verso  di  lei,  mentre  le altre si
    sbandavano ciarlando tutte in una volta come gazze che festeggiano  il
    lauto pascolo, e le dissero:
    - O allora perch hai lasciato tua madre?
    - Per trovar del lavoro.
    - Di dove sei?
    - Di Viagrande, ma sto a Ravanusa.
    Una delle spiritose,  la figlioccia del castaldo, che dovea sposare il
    terzo figlio di Massaro Jacopo a Pasqua,  e aveva una  bella  crocetta
    d'oro al collo, le disse volgendole le spalle:
    -  Eh!  non    lontano!  la  cattiva nuova dovrebbe recartela proprio
    l'uccello!
    Nedda le lanci  dietro  un'occhiata  simile  a  quella  che  il  cane
    accovacciato  dinanzi  al fuoco lanciava agli zoccoli che minacciavano
    la sua coda.
    - No!  lo zio Giovanni sarebbe venuto  a  chiamarmi!  -  esclam  come
    rispondendo a se stessa.
    - Chi  lo zio Giovanni?
    - E' lo zio Giovanni di Ravanusa; lo chiamano tutti cos.
    -  Bisognava  farsi imprestare qualche cosa dallo zio Giovanni,  e non
    lasciare tua madre, disse un'altra.
    - Lo zio Giovanni non  ricco, e gli dobbiamo diggi dieci lire!  E il
    medico?  e le medicine?  e il pane di ogni giorno?  Ah! si fa presto a
    dire! - aggiunse Nedda scrollando la testa,  e lasciando trapelare per
    la  prima  volta  un'intonazione  pi  dolente nella voce rude e quasi
    selvaggia,  - ma a veder tramontare il sole dall'uscio,  pensando  che
    non  c'  pane  nell'armadio,  n  olio  nella lucerna,  n lavoro per
    l'indomani, la  una cosa assai amara, quando si ha una povera vecchia
    inferma, l su quel lettuccio!
    E scuoteva sempre il capo dopo aver taciuto,  senza  guardar  nessuno,
    con  occhi  asciutti,  che  tradivano  tale inconscio dolore quale gli
    occhi pi abituati alle lagrime non saprebbero esprimere.
    - Le vostre scodelle,  ragazze!  - grid la castalda scoperchiando  la
    pentola in aria trionfale.
    Tutte si affollarono attorno al focolare,  ove la castalda distribuiva
    con sapiente parsimonia le mestolate di fave.  Nedda aspettava ultima,
    colla  sua scodelletta sotto il braccio.  Finalmente ci fu posto anche
    per lei, e la fiamma l'illumin tutta.
    Era una ragazza bruna,  vestita miseramente,  dall'attitudine timida e
    ruvida che danno la miseria e l'isolamento. Forse sarebbe stata bella,
    se  gli  stenti  e  le fatiche non avessero alterato profondamente non
    solo le sembianze gentili della donna,  ma direi anche la forma umana.
    I suoi capelli erano neri, folti, arruffati, appena annodati con dello
    spago,  avea  denti  bianchi  come  avorio,  e  una  certa  grossolana
    avvenenza di lineamenti che rendeva  attraente  il  suo  sorriso.  Gli
    occhi  avea neri,  grandi,  nuotanti in un fluido azzurrino,  quali li
    avrebbe invidiati una regina a quella povera  figliuola  raggomitolata
    sull'ultimo gradino della scala umana,  se non fossero stati offuscati
    dall'ombrosa timidezza della miseria,  o non fossero sembrati  stupidi
    per una triste e continua rassegnazione.  Le sue membra schiacciate da
    pesi  enormi,  o  sviluppate  violentemente  da  sforzi  penosi  erano
    diventate  grossolane,  senza esser robuste.  Ella faceva da manovale,
    quando non avea da trasportare  sassi  nei  terreni  che  si  andavano
    dissodando,  o  trasportava  dei carichi in citt per conto altrui,  o
    faceva altri di quei lavori pi duri  che  da  quelle  parti  stimansi
    inferiori al compito dell'uomo. I lavori pi comuni della donna, anche
    nei paesi agricoli,  la vendemmia,  la messe,  la ricolta delle ulive,
    erano delle feste,  dei giorni  di  baldoria,  proprio  un  passatempo
    anzich una fatica. E' vero bens che fruttavano appena la met di una
    buona  giornata  estiva da manovale,  la quale dava 13 bravi soldi!  I
    cenci sovrapposti in forma di vesti  rendevano  grottesca  quella  che
    avrebbe  dovuto essere la delicata bellezza muliebre.  L'immaginazione
    pi vivace non avrebbe potuto figurarsi che quelle mani  costrette  ad
    un'aspra  fatica di tutti i giorni,  a raspar fra il gelo,  o la terra
    bruciante,  o i rovi e i crepacci,  che quei piedi abituati  ad  andar
    nudi  nella  neve e sulle rocce infuocate dal sole,  a lacerarsi sulle
    spine, o ad indurirsi sui sassi, avrebbero potuto esser belli. Nessuno
    avrebbe saputo dire quanti anni  avesse  cotesta  creatura  umana;  la
    miseria  l'avea  schiacciata  da  bambina  con  tutti  gli  stenti che
    deformano e induriscono il corpo,  l'anima e l'intelligenza - cos era
    stato  di  sua  madre,  cos  di sua nonna,  cos sarebbe stato di sua
    figlia - e dell'impronta dei suoi fratelli in  Eva    bastava  che  le
    rimanesse  quel  tanto che occorreva per comprenderne gli ordini e per
    prestar loro i pi umili, i pi duri servigi.
    Nedda sporse la sua scodella,  e  la  castalda  ci  vers  quello  che
    rimaneva di fave nella pentola, e non era molto!
    - Perch vieni sempre l'ultima?  Non sai che gli ultimi hanno quel che
    avanza? - le disse a mo' di compenso la castalda.
    La povera ragazza chin gli occhi sulla broda nera  che  fumava  nella
    sua  scodella,  come  se meritasse il rimprovero,  e and pian pianino
    perch il contenuto non si versasse.
    - Io te ne darei volentieri della mia - disse a Nedda  una  delle  sue
    compagne  che  aveva  miglior  cuore,  -  ma  se  domani continuasse a
    piovere...  davvero!...  oltre a perdere la mia  giornata  non  vorrei
    anche mangiare tutto il mio pane.
    - Io non ho questo timore! - rispose Nedda con un tristo sorriso.
    - Perch?
    -  Perch  non ho pane di mio.  Quel po' che ci avevo,  insieme a quei
    pochi quattrini li ho lasciati alla mamma.
    - E vivi della sola minestra?
    - S, ci sono avvezza - rispose Nedda semplicemente.
    - Maledetto tempaccio,  che ci ruba  la  nostra  giornata!  -  imprec
    un'altra.
    - To' prendi dalla mia scodella.
    -  Non  ho  pi  fame  -  riprese  la "varannisa" ruvidamente a mo' di
    ringraziamento.
    - Tu che bestemmi la pioggia del buon Dio,  non mangi forse  del  pane
    anche  tu!  -  disse  la castalda a colei che avea imprecato contro il
    cattivo tempo. - E non sai che pioggia d'autunno vuol dire buon anno!
    Un mormoro generale approv quelle parole.
    - S,  ma intanto son tre  buone  mezze  giornate  che  vostro  marito
    toglier dal conto della settimana!
    Altro mormorio d'approvazione.
    -  Hai forse lavorato in queste tre mezze giornate perch ti s'abbiano
    a pagare? - rispose trionfalmente la vecchia.
    - E' vero!  vero!  - risposero le altre con quel sentimento istintivo
    di  giustizia  che  c'  nelle  masse,  anche  quando questa giustizia
    danneggia gli individui.
    La castalda intuon il rosario,  le avemarie  si  seguirono  col  loro
    monotono brontolo accompagnate da qualche sbadiglio.  Dopo le litanie
    si preg per i vivi e per i morti; allora gli occhi della povera Nedda
    si riempirono di lagrime, e dimentic di rispondere "amen".
    - Che modo  cotesto di non rispondere "amen"!  - le disse la  vecchia
    in tuono severo.
    -  Pensava  alla  mia povera mamma che  tanto lontana - rispose Nedda
    facendosi seria.
    Poi la castalda diede la "santa notte",  prese la lucerna e and  via.
    Qua  e  l,  per  la  cucina  o  attorno al fuoco,  s'improvvisarono i
    giacigli in forme pittoresche;  le ultime fiamme gettarono  vacillanti
    chiaroscuri  sui  gruppi e sugli atteggiamenti diversi.  Era una buona
    fattoria quella, e il padrone non risparmiava,  come tant'altri,  fave
    per  la minestra,  n legna pel focolare,  n strame pei giacigli.  Le
    donne dormivano in cucina,  e gli uomini  nel  fienile.  Dove  poi  il
    padrone  avaro,  o la fattoria  piccola, uomini e donne dormono alla
    rinfusa, come meglio possono, nella stalla, o altrove,  sulla paglia o
    su pochi cenci,  i figliuoli accanto ai genitori, e quando il genitore
     ricco,  e ha una coperta di suo,  la distende sulla sua famigliuola;
    chi  ha  freddo  si  addossa  al vicino,  o mette i piedi nella cenere
    calda,  o si copre di paglia,  s'ingegna come pu;  dopo un giorno  di
    fatica,  e  per  ricominciare  un  altro giorno di fatica,  il sonno 
    profondo,  come un despota  benefico,  e la moralit del padrone non 
    permalosa che per negare il lavoro alla ragazza che,  essendo prossima
    a divenir madre, non potesse compiere le sue dieci ore di fatica.
    Prima di giorno le pi mattiniere erano uscite per  vedere  che  tempo
    facesse, e l'uscio che sbatteva ad ogni momento sugli stipiti spingeva
    turbini  di  pioggia  e di vento freddissimo su quelli che intirizziti
    dormivano ancora.  Ai primi albori il castaldo era venuto a spalancare
    l'uscio,  per  svegliare  anche  i  pi  pigri,  giacch  non  giusto
    defraudare il padrone di un minuto della giornata lunga dieci ore  che
    egli  paga  il  suo  bravo  tar  e  qualche  volta  anche tre carlini
    (sessantacinque centesimi!) oltre la minestra!
    - Piove!  - era la parola uggiosa che correva su tutte le  bocche  con
    accento  di  malumore.   La  Nedda,   appoggiata  all'uscio,  guardava
    tristamente i grossi nuvoloni color di piombo che gettavano su di  lei
    le livide tinte del crepuscolo.  La giornata era fredda e nebbiosa; le
    foglie avvizzite si staccavano dal ramoscello,  strisciavano  lungo  i
    rami,  e  svolazzavano  alquanto  prima di andare a cadere sulla terra
    fangosa,   e  il  rigagnolo  s'impantanava  in  una  pozzanghera  dove
    s'avvoltolavano  voluttuosamente  dei  maiali: le vacche mostravano il
    muso nero attraverso il cancello che chiudeva la stalla,  e guardavano
    la   pioggia,   che  cadeva,   con  occhio  malinconico;   i  passeri,
    rannicchiati  sotto  le  tegole  della  gronda,   pigolavano  in  tono
    piagnoloso.
    -  Ecco  un'altra giornata andata a male!  - mormor una delle ragazze
    addentando un grosso pan nero.
    - Le nuvole si distaccano dal mare laggi - disse Nedda  stendendo  il
    braccio; - sul mezzogiorno forse il tempo cambier.
    -  Per  quel  birbo  del  fattore  non  ci pagher che un terzo della
    giornata!
    - Sar tanto di guadagnato.
    - S, ma il nostro pane che mangiamo a tradimento?
    - E il danno che avr il padrone delle ulive che andranno a male, e di
    quelle che si perderanno fra la mota?
    - E' vero! - disse un'altra.
    - Ma provati ad andare a raccogliere una  sola  di  quelle  ulive  che
    andranno  perdute  fra  una  mezz'ora,  per  accompagnarla al tuo pane
    asciutto, e vedrai quel che ti dar di giunta il fattore.
    - E' giusto, perch le ulive non sono nostre!
    - Ma non son nemmeno della terra che se le mangia!
    - La terra  del padrone to'!  - replic Nedda trionfante  di  logica,
    con certi occhi espressivi.
    -  E'  vero  anche  questo  -  rispose  un'altra  che  non  sapeva che
    rispondere.
    - Quanto a me preferirei che continuasse a  piovere  tutto  il  giorno
    piuttosto che stare una mezza giornata carponi in mezzo al fango,  con
    questo tempaccio, per tre o quattro soldi.
    - A te non ti fanno nulla tre o quattro soldi,  non ti fanno!  esclam
    Nedda tristamente.
    La sera del sabato,  quando fu l'ora di fare il conto della settimana,
    dinanzi alla tavola del fattore,  tutta carica di cartacce  e  di  bei
    gruzzoletti di soldi, gli uomini pi turbolenti furono pagati i primi,
    poscia le pi rissose delle donne, in ultimo, e peggio, le timide e le
    deboli.  Quando  il  fattore  le ebbe fatto il suo conto Nedda venne a
    sapere che,  detratte le due  giornate  e  mezzo  di  riposo  forzato,
    restava ad avere quaranta soldi.
    La povera ragazza non os aprir bocca. Solo le si riempirono gli occhi
    di lagrime.
    - E lamentati per giunta,  piagnucolona!  - grid il fattore, il quale
    gridava sempre  da  fattore  coscienzioso  che  difende  i  soldi  del
    padrone.  - Dopo che ti pago come le altre,  e s che sei pi povera e
    pi piccola delle altre!  e  ti  pago  la  tua  giornata  come  nessun
    proprietario  ne  paga  una  simile  in tutto il territorio di Pedara,
    Nicolosi e Trecastagne! Tre carlini, oltre la minestra!
    - Io non mi lamento!  - disse timidamente Nedda intascando quei  pochi
    soldi che il fattore,  come ad aumentarne il valore,  avea conteggiato
    per grani.  - La colpa  del tempo che  stato cattivo e mi  ha  tolto
    quasi la met di quel che avrei potuto buscarmi.
    - Pigliatela col Signore! - disse il fattore ruvidamente.
    - Oh, non col Signore! ma con me che son tanto povera!
    -  Pagagli  intiera  la sua settimana a quella povera ragazza disse al
    fattore il figliuolo del padrone  che  assisteva  alla  ricolta  delle
    ulive. - Non sono che pochi soldi di differenza.
    - Non devo darle che quel ch' giusto!
    - Ma se te lo dico io!
    - Tutti i proprietari del vicinato farebbero la guerra a voi e a me se
    facessimo delle novit.
    -  Hai ragione!  - rispose il figliuolo del padrone,  che era un ricco
    proprietario e avea molti vicini.
    Nedda raccolse quei pochi cenci che erano suoi,  e  disse  addio  alle
    compagne.
    - Vai a Ravanusa a quest'ora? - dissero alcune.
    - La mamma sta male!
    - Non hai paura?
    - S, ho paura per questi soldi che ho in tasca; ma la mamma sta male,
    e adesso che non son costretta a star pi qui a lavorare mi sembra che
    non potrei dormire se mi fermassi ancora stanotte.
    -  Vuoi  che  t'accompagni?  - le disse in tuono di scherzo il giovane
    pecorajo.
    - Vado con Dio e con Maria - disse  semplicemente  la  povera  ragazza
    prendendo la via dei campi a capo chino.
    Il   sole  era  tramontato  da  qualche  tempo  e  le  ombre  salivano
    rapidamente verso la cima della montagna. Nedda camminava sollecita, e
    quando le tenebre si  fecero  profonde  cominci  a  cantare  come  un
    uccelletto spaventato. Ogni dieci passi voltavasi indietro, paurosa, e
    allorch un sasso,  smosso dalla pioggia che era caduta,  sdrucciolava
    dal muricciolo, e il vento le spruzzava bruscamente addosso a guisa di
    gragnuola  la pioggia raccolta nelle  foglie  degli  alberi,  ella  si
    fermava  tutta tremante,  come una capretta sbrancata.  Un assiolo  la
    seguiva d'albero in albero col suo  canto  lamentoso,  ed  ella  tutta
    lieta  di  quella  compagnia lo imitava col fischio di tempo in tempo,
    perch l'uccello non si stancasse di seguirla.  Quando passava dinanzi
    ad una cappelletta, accanto alla porta di qualche fattoria, si fermava
    un  istante  nella  viottola  per  dire in fretta un'avemaria,  stando
    all'erta che non le saltasse addosso dal muro  di  cinta  il  cane  di
    guardia  che  abbaiava  furiosamente;  poi  partiva di passo pi lesto
    rivolgendosi due o tre volte a guardare  il  lumicino  che  ardeva  in
    omaggio alla Santa e rischiarava la via al fattore quando egli tornava
    tardi alla sera.  Quel lumicino le dava coraggio,  e la faceva pregare
    per la sua povera mamma.  Di tempo in tempo un  pensiero  doloroso  le
    stringeva  il  cuore come una fitta improvvisa,  e allora si metteva a
    correre, e cantava ad alta voce per stordirsi, o pensava ai giorni pi
    allegri della vendemmia,  o alle sere d'estate,  quando,  con  la  pi
    bella  luna  del  mondo,  si  tornava  a stormi dalla Piana  dietro la
    cornamusa che suonava  allegramente;  ma  il  suo  pensiero  ritornava
    sempre l,  dinanzi al misero giaciglio della sua inferma. Inciamp in
    una scheggia di lava tagliente come un rasojo,  e si lacer un  piede,
    l'oscurit  era  s  fitta  che  alle  svolte della viottola la povera
    ragazza spesso urtava contro il muro o la siepe, e cominciava a perder
    coraggio e a non  sapere  dove  si  trovasse.  Tutt'a  un  tratto  ud
    l'orologio della Punta che suonava le nove cos vicino che sembrolle i
    rintocchi  le cadessero sul capo,  e sorrise come se un amico l'avesse
    chiamata per nome in mezzo ad una folla di stranieri.
    Infil allegramente la via del villaggio cantando  a  squarciagola  la
    sua bella canzone,  e tenendo stretti nella mano,  dentro la tasca del
    grembiule, i suoi quaranta soldi.
    Passando dinanzi alla farmacia vide lo speziale  ed  il  notaro  tutti
    inferraiuolati  che giocavano a carte.  Alquanto pi in l incontr il
    povero matto di Punta che andava su e gi,  da un capo all'altro della
    via,  colle  mani  nelle  tasche del vestito,  canticchiando la solita
    canzone che l'accompagna da venti anni,  nelle notti d'inverno  e  nei
    meriggi  della  canicola.  Quando fu ai primi alberi del diritto viale
    che fa capo a Ravanusa incontr un pajo di buoi che venivano  a  passo
    lento ruminando tranquillamente.
    - Oh! Nedda!
    - Sei tu ! Janu ?
    - S, son io, coi buoi del padrone.
    - Da dove vieni? - domand Nedda senza fermarsi.
    - Vengo dalla Piana. Son passato da casa tua; tua madre t'aspetta.
    - Come sta la mamma?
    - Al solito.
    -  Che Dio ti benedica!  - esclam la ragazza come se avesse temuto di
    peggio, e ricominci a correre.
    - Addio, Nedda! - le grid dietro Janu.
    - Addio - balbett da lontano Nedda.
    E le parve che le stelle splendessero come soli, che tutti gli alberi,
    che conosceva ad uno ad uno,  stendessero i rami sulla sua  testa  per
    proteggerla,  e  che  i  sassi  della  via  le  accarezzassero i piedi
    indolenziti.
    L'indomani,  poich era domenica,  venne la  visita  del  medico,  che
    concedeva ai suoi malati poveri il giorno che non poteva consacrare ai
    suoi poderi. Una triste visita davvero! perch il buon dottore non era
    abituato  a far complimenti coi suoi clienti,  e nel casolare di Nedda
    non c'era anticamera,  n amici di casa ai quali potere annunziare  il
    vero stato dell'inferma.
    Nella  giornata  segu  anche  una mesta funzione;  venne il curato in
    rocchetto,  il sagrestano coll'olio santo,  e due  o  tre  comari  che
    borbottavano non so che preci.  La campanella del sagrestano squillava
    acutamente in mezzo ai campi,  e i carrettieri che l'udivano fermavano
    i  loro muli in mezzo alla strada,  e si cavavano il berretto.  Quando
    Nedda l'ud per la sassosa viottola  che  metteva  dallo  stradale  al
    casolare  tir su la coperta tutta lacera dell'inferma,  perch non si
    vedesse che mancavano le lenzuola e pieg il  suo  pi  bel  grembiule
    bianco  sul deschetto zoppo che avea reso fermo con dei mattoni.  Poi,
    mentre il prete compiva il suo ufficio,  and ad inginocchiarsi  fuori
    dell'uscio,  balbettando  macchinalmente  delle preci,  guardando come
    trasognata quel sasso dinanzi alla soglia su cui la  sua  vecchierella
    soleva  scaldarsi  al  sole  di  marzo,   e  ascoltando  con  orecchio
    disattento i consueti rumori delle vicinanze,  ed il via vai di  tutta
    quella  gente che andava per i proprii affari senza avere angustie pel
    capo.  Il curato part,  ed il sagrestano  indugi  invano  sull'uscio
    perch gli facessero la solita limosina pei poveri.
    Lo zio Giovanni vide a tarda ora della sera la Nedda che correva sulla
    strada di Punta.
    - Oh! dove vai a quest'ora?
    - Vado per una medicina che ha ordinato il medico.
    Lo zio Giovanni era economo e brontolone.
    -  Ancora  medicine!  -  borbott,  - dopo che ha ordinato la medicina
    dell'olio santo! gi loro fanno a met collo speziale, per dissanguare
    la povera gente!  Fai a mio modo,  Nedda,  risparmia quei quattrini  e
    vatti a star colla tua vecchia.
    -  Chiss  che non avesse a giovare!  - rispose tristamente la ragazza
    chinando gli occhi, e affrett il passo.
    Lo zio Giovanni rispose con un brontolo. Poi le grid dietro:
    - Oh, la "varannisa"!
    - Che volete?
    - Ander io dallo speziale.  Far pi  presto  di  te,  non  dubitare.
    Intanto non lascerai sola la povera malata.
    Alla ragazza vennero le lagrime agli occhi.
    - Che Dio vi benedica!  - gli disse, e volle anche mettergli in mano i
    denari.
    - I denari me li darai poi - le disse ruvidamente lo zio  Giovanni,  e
    si diede a camminare colle gambe dei suoi vent'anni.  La ragazza torn
    indietro e disse alla mamma: - C' andato lo  zio  Giovanni,  -  e  lo
    disse con voce dolce insolitamente.
    La moribonda ud il suono dei soldi che Nedda posava sul deschetto,  e
    la interrog cogli occhi: - Mi ha detto che glieli dar poi -  rispose
    la figlia.
    -  Che  Dio  gli  paghi  la  carit!  - mormor l'inferma,  - cos non
    resterai senza un quattrino.
    - Oh, mamma!
    - Quanto gli dobbiamo allo zio Giovanni?
    - Dieci lire. Ma non abbiate paura, mamma! Io lavorer!
    La  vecchia  la  guard  a  lungo  coll'occhio  semispento,  e  poscia
    l'abbracci senza aprir bocca.  Il giorno dopo vennero i becchini,  il
    sagrestano e le comari.  Quando Nedda ebbe acconciato la  morta  nella
    bara,  coi  suoi  migliori abiti,  le mise fra le mani un garofano che
    avea fiorito dentro una pentola fessa, e la pi bella treccia dei suoi
    capelli;  diede ai becchini quei pochi soldi che le rimanevano  perch
    facessero  a  modo,  e  non scuotessero tanto la morta per la viottola
    sassosa del cimitero;  poi rassett il lettuccio e la  casa,  mise  in
    alto, sullo scaffale, l'ultimo bicchiere di medicina, e and a sedersi
    sulla  soglia  dell'uscio  guardando  il  cielo.   Un  pettirosso,  il
    freddoloso uccelletto del novembre, si mise a cantare fra le frasche e
    i rovi che coronavano il muricciolo  di  faccia  all'uscio,  e  alcune
    volte,  saltellando  fra le spine e gli sterpi,  la guardava con certi
    occhietti maliziosi come se volesse dirle qualche  cosa:  Nedda  pens
    che  la sua mamma,  il giorno innanzi l'avea udito cantare.  Nell'orto
    accanto c'erano delle ulive per terra, e le gazze venivano a beccarle,
    ella le avea scacciate a sassate, perch la moribonda non ne udisse il
    funebre gracidare,  adesso le guard impassibile,  e non si  mosse,  e
    quando  sulla  strada  vicina passarono il venditore di lupini,   o il
    vinaio, o i carrettieri,  che discorrevano ad alta voce per vincere il
    rumore  dei loro carri e delle sonagliere dei loro muli,  ella diceva:
    costui  il tale, quegli  il tal altro. Allorch suon l'avemaria,  e
    s'accese la prima stella della sera,  si ramment che non doveva andar
    pi per le medicine alla Punta,  ed a misura  che  i  rumori  andarono
    perdendosi nella via,  e le tenebre a calare nell'orto,  pens che non
    avea pi bisogno di accendere il lume.
    Lo zio Giovanni la trov ritta sull'uscio.
    Ella si era  alzata  udendo  dei  passi  nella  viottola,  perch  non
    aspettava pi nessuno.
    - Che fai cost?  - le domand lo zio Giovanni.  Ella si strinse nelle
    spalle, e non rispose.
    Il vecchio si assise accanto a  lei,  sulla  soglia,  e  non  aggiunse
    altro.
    - Zio Giovanni,  - disse la ragazza dopo un lungo silenzio, adesso che
    non ho pi nessuno, e che posso andar lontano a cercar lavoro, partir
    per la Roccella ove dura ancora la ricolta delle ulive,  e al  ritorno
    vi restituir i denari che ci avete imprestati.
    -  Io  non  son  venuto  a domandarteli,  i tuoi denari!  - le rispose
    burbero lo zio Giovanni.
    Ella  non  disse  altro,  ed  entrambi  rimasero  zitti  ad  ascoltare
    l'assiolo che cantava.
    Nedda  pens  ch'era  forse  quello stesso che l'avea accompagnata dal
    "Pino", e sent gonfiarlesi il cuore.
    - E del lavoro ne hai? - domand finalmente lo zio Giovanni.
    - No, ma qualche anima caritatevole trover che me ne dar.
    - Ho sentito dire  che  ad  Aci  Catena  pagano  le  donne  abili  per
    incartare le arancie in ragione di una lira al giorno, senza minestra,
    e  ho  subito  pensato a te;  tu hai gi fatto quel mestiere lo scorso
    marzo, e devi esser pratica. Vuoi andare?
    - Magari!
    -  Bisognerebbe  trovarsi  domani  all'alba  al  giardino  del  Merlo,
    sull'angolo della scorciatoia che conduce a Sant'Anna.
    -  Posso  anche  partire  stanotte.  La mia povera mamma non ha voluto
    costarmi molti giorni di riposo!
    - Sai dove andare?
    - S. Poi mi informer.
    - Domanderai all'oste che sta sulla strada maestra di Valverde,  al di
    l del castagneto ch' sulla sinistra della via.  Cercherai di Massaro
    Vinirannu, e dirai che ti mando io.
    - Ci andr - disse la povera ragazza tutta giuliva.
    - Ho pensato che non avresti avuto del pane per la settimana disse  lo
    zio Giovanni,  cavando un grosso pan nero dalla profonda tasca del suo
    vestito, e posandolo sul deschetto.
    La Nedda si fece rossa,  come se facesse lei quella buona azione.  Poi
    dopo qualche istante gli disse:
    -  Se  il  signor  curato  dicesse domani la messa per la mamma io gli
    farei due giornate di lavoro alla ricolta delle fave.
    - La messa l'ho fatta dire - rispose lo zio Giovanni.
    - Oh! la povera morta pregher anche per voi! - mormor la ragazza coi
    grossi lagrimoni agli occhi.
    Infine,  quando lo  zio  Giovanni  se  ne  and,  e  ud  perdersi  in
    lontananza il rumore dei suoi passi pesanti,  chiuse l'uscio, e accese
    la candela.  Allora le parve di trovarsi sola al mondo,  ed ebbe paura
    di  dormire in quel povero lettuccio ove soleva coricarsi accanto alla
    sua mamma.
    E le ragazze del villaggio sparlarono di lei perch  and  a  lavorare
    subito  il giorno dopo la morte della sua vecchia,  e perch non aveva
    messo il bruno;  e il signor curato la sgrid forte quando la domenica
    successiva  la vide sull'uscio del casolare che si cuciva il grembiule
    che avea fatto tingere in nero, unico e povero segno di lutto, e prese
    argomento da ci per predicare in chiesa contro  il  mal  uso  di  non
    osservare  le  feste  e le domeniche.  La povera fanciulla,  per farsi
    perdonare il suo grosso peccato,  and a lavorare due giorni nel campo
    del  curato,  perch dicesse la messa per la sua morta il primo luned
    del mese e la domenica.  Quando le fanciulle,  vestite dei loro  begli
    abiti da festa,  si tiravano in l sul banco,  o ridevano di lei,  e i
    giovanotti, all'uscire di chiesa le dicevano facezie grossolane,  ella
    si stringeva nella sua mantellina tutta lacera, e affrettava il passo,
    chinando  gli occhi,  senza che un pensiero amaro venisse a turbare la
    serenit della sua preghiera,  e alle volte diceva a se stessa,  a mo'
    di  rimprovero  che  avesse  meritato:  -  Son cos povera!  - oppure,
    guardando le sue due buone braccia: - Benedetto il Signore che  me  le
    ha date! - e tirava via sorridendo.

    Una  sera - aveva spento da poco il lume - ud nella viottola una nota
    voce  che  cantava  a  squarciagola,  e  con  la  melanconica  cadenza
    orientale  delle  canzoni contadinesche: "Picca cci voli ca la vaju' a
    viju. - A la mi' amanti di l'arma mia" (2).
    - E' Janu!  - disse sottovoce,  mentre il cuore le balzava  nel  petto
    come un uccello spaventato, e cacci la testa fra le coltri.
    E l'indomani,  quando apr la finestra,  vide Janu col suo bel vestito
    nuovo di fustagno,  nelle cui tasche cercava far entrare le sue grosse
    mani  nere e incallite al lavoro,  con un bel fazzoletto di seta nuova
    fiammante che faceva  capolino  con  civetteria  dalla  scarsella  del
    farsetto,  e  che  si  godeva  il  bel  sole  d'aprile  appoggiato  al
    muricciolo dell'orto.
    - Oh, Janu! - diss'ella, come se non ne sapesse proprio nulla.
    - "Salutamu"! - esclam il giovane col suo pi grosso sorriso.
    - O che fai qui?
    - Torno dalla Piana.
    La fanciulla sorrise,  e guard le lodole che saltellavano ancora  sul
    verde per l'ora mattutina. - Sei tornato colle lodole.
    - Le lodole vanno dove trovano il miglio, ed io dove c' del pane.
    - O come?
    - Il padrone m'ha licenziato.
    - O perch?
    -  Perch avevo preso le febbri laggi,  e non potevo pi lavorare che
    tre giorni per settimana.
    - Si vede, povero Janu!
    - Maledetta Piana!  - imprec  Janu  stendendo  il  braccio  verso  la
    pianura.
    - Sai, la mamma!... - disse Nedda.
    - Me l'ha detto lo zio Giovanni.
    Ella  non disse altro e guard l'orticello al di l del muricciolo.  I
    sassi umidicci fumavano;  le goccie di rugiada luccicavano su di  ogni
    filo d'erba;  i mandorli fioriti sussurravano lieve lieve e lasciavano
    cadere sul tettuccio del casolare i loro fiori  bianchi  e  rosei  che
    imbalsamavano  l'aria;  una  passera  petulante e sospettosa nel tempo
    istesso schiamazzava sulla gronda,  e minacciava a suo modo Janu,  che
    avea tutta l'aria, col suo viso sospetto, di insidiare al suo nido, di
    cui  spuntavano  fra  le  tegole alcuni fili di paglia indiscreti.  La
    campana della chiesuola chiamava a messa.
    - Come fa piacere a sentire la nostra campana! - esclam Janu.
    - Io ho riconosciuto la tua voce  stanotte  -  disse  Nedda  facendosi
    rossa  e zappando con un coccio la terra della pentola che conteneva i
    suoi fiori.
    Egli si volse in l, ed accese la pipa, come deve fare un uomo.
    - Addio,  vado a  messa!  -  disse  bruscamente  la  Nedda,  tirandosi
    indietro dopo un lungo silenzio.
    -  Prendi,  ti  ho  portato  codesto dalla citt - le disse il giovane
    sciorinando  il suo bel fazzoletto di seta.
    - Oh! com' bello! ma questo non fa per me!
    - O perch? se non ti costa nulla!  - rispose il giovanotto con logica
    contadinesca.
    Ella  si  fece rossa,  come se la grossa spesa le avesse dato idea dei
    caldi sentimenti del giovane, gli lanci, sorridente,  un'occhiata fra
    carezzevole  e  selvaggia,  e scapp in casa,  e allorch ud i grossi
    scarponi di lui sui sassi della viottola,  fece capolino  per  vederlo
    che se ne andava.
    Alla  messa le ragazze del villaggio poterono vedere il bel fazzoletto
    di Nedda,  dove c'erano stampate delle rose che si sarebbero mangiate,
    e  su  cui il sole,  che scintillava dalle invetriate della chiesuola,
    mandava i suoi raggi pi allegri.  E quand'ella pass dinanzi a  Janu,
    che stava presso il primo cipresso del sacrato, colle spalle al muro e
    fumando  nella  sua  pipa  tutta intagliata,  ella sent gran caldo al
    viso, e il cuore che le faceva un gran battere in petto, e sgusci via
    alla lesta.  Il giovane le tenne dietro zufolando,  e  la  guardava  a
    camminare  svelta e senza voltarsi indietro,  colla sua veste nuova di
    fustagno  che  faceva  delle  belle  pieghe  pesanti,   le  sue  brave
    scarpette,  e la sua mantellina fiammante - ch la povera formica,  or
    che la mamma stando in paradiso non l'era pi a carico, era riuscita a
    farsi un po' di corredo col suo  lavoro.  Fra  tutte  le  miserie  del
    povero  c'  anche quella del sollievo che arrecano quelle perdite pi
    dolorose pel cuore!
    Nedda sentiva dietro di s,  con gran piacere  o  gran  sgomento  (non
    sapeva  davvero  che  cosa  fosse  delle  due)  il  passo  pesante del
    giovanotto,  e guardava sulla polvere biancastra dello stradale  tutto
    diritto  e  inondato  di  sole  un'altra  ombra  che  qualche volta si
    distaccava dalla sua.  Tutt'a un tratto,  quando fu in vista della sua
    casuccia,  senza  alcun motivo,  si diede a correre come una cerbiatta
    innamorata. Janu la raggiunse, ella si appoggi all'uscio, tutta rossa
    e sorridente, e gli allung un pugno sul dorso. - To'!
    Egli ripicchi con galanteria un po' manesca.
    -  O  quanto  l'hai  pagato  il  tuo  fazzoletto?   -  domand   Nedda
    togliendoselo  dal  capo  per sciorinarlo al sole e contemplarlo tutta
    festosa.
    - Cinque lire - rispose Janu un po' pettoruto.
    Ella sorrise senza guardarlo;  ripieg  accuratamente  il  fazzoletto,
    cercando di farlo nelle medesime pieghe,  e si mise a canticchiare una
    canzonetta che non soleva tornarle in bocca da lungo tempo.
    La pentola rotta,  posta sul  davanzale,  era  ricca  di  garofani  in
    boccio.
    -  Che  peccato,  - disse Nedda,  - che non ce ne siano di fioriti,  e
    spicc il pi grosso bocciolo e glielo diede.
    - Che vuoi che ne  faccia  se  non    sbocciato?  -  diss'egli  senza
    comprenderla, e lo butt via. Ella si volse in l.
    - E adesso dove andrai a lavorare? - gli domand dopo qualche secondo.
    Egli alz le spalle.
    - Dove andrai tu domani!
    - A Bongiardo.
    - Del lavoro ne trover; ma bisognerebbe che non tornassero le febbri.
    -  Bisognerebbe  non star fuori la notte a cantare dietro gli usci!  -
    gli diss'ella tutta rossa,  dondolandosi sullo stipite dell'uscio  con
    certa aria civettuola.
    - Non lo far pi se tu non vuoi.
    Ella gli diede un buffetto e scapp dentro.
    - Oh, Janu! - chiam dalla strada la voce dello zio Giovanni.
    - Vengo!  - grid Janu;  e alla Nedda: - Verr anch'io a Bongiardo, se
    mi vogliono.
    - Ragazzo mio,  - gli disse lo zio Giovanni quando fu sulla strada,  -
    la Nedda non ha pi nessuno,  e tu sei un bravo giovinotto; ma insieme
    non ci state proprio bene. Hai inteso?
    - Ho inteso, zio Giovanni: ma se Dio vuole,  dopo la messe quando avr
    da  banda   quel po' di quattrini che ci vogliono,  insieme ci staremo
    bene.
    Nedda, che avea udito da dietro il muricciolo, si fece rossa,  sebbene
    nessuno la vedesse.

    L'indomani,  prima  di  giorno,  quand'ella  si affacci all'uscio per
    partire, trov Janu, col suo fagotto infilato al bastone.
    - O dove vai? - gli domand.
    - Vengo anch'io a Bongiardo a cercar del lavoro.
    I  passerotti,   che  si  erano  svegliati   alle   voci   mattiniere,
    cominciarono  a  pigolare  dentro il nido.  Janu infil al suo bastone
    anche il fagotto di Nedda, e s'avviarono alacremente,  mentre il cielo
    si  tingeva  sull'orizzonte  delle  prime  fiamme  del  giorno,  e  il
    venticello era frizzante.

    A Bongiardo c'era proprio del lavoro per chi ne voleva.  Il prezzo del
    vino  era  salito,  e  un  ricco proprietario faceva dissodare un gran
    tratto di "chiuse"  da mettere a vigneti.  Le "chiuse" rendevano  1200
    lire all'anno in lupini ed ulivi,  messe a vigneto avrebbero dato, fra
    cinque anni, 12 o 13 mila lire,  impiegandovene soli 10 o 12 mila;  il
    taglio degli ulivi avrebbe coperto met della spesa. Era un'eccellente
    speculazione,  come si vede,  e il proprietario pagava, di buon grado,
    una gran giornata ai contadini  che  lavoravano  al  dissodamento,  30
    soldi agli uomini, 20 alle donne, senza minestra;  vero che il lavoro
    era  un  po' faticoso,  e che ci si rimettevano anche quei pochi cenci
    che formavano il vestito dei  giorni  di  lavoro;  ma  Nedda  non  era
    abituata a guadagnar 20 soldi tutti i giorni.
    Il  soprastante  si accorse che Janu,  riempiendo i corbelli di sassi,
    lasciava sempre il pi leggiero per Nedda,  e  minacci  di  cacciarlo
    via.  Il  povero  diavolo,  tanto  per  non  perdere il pane,  dovette
    accontentarsi di discendere dai 30 ai 20 soldi.
    Il male era che quei poderi quasi incolti mancavano di fattoria,  e la
    notte uomini e donne dovevano dormire alla rinfusa nell'unico casolare
    senza  porta,  e  s  che  le notti erano piuttosto fredde.  Janu avea
    sempre caldo e dava a Nedda la  sua  casacca  di  fustagno  perch  si
    coprisse  per  bene.  La  domenica  poi tutta la brigata si metteva in
    cammino per vie diverse.
    Janu e Nedda avevano preso le scorciatoie,  e andavano  attraverso  il
    castagneto  chiacchierando,  ridendo,  cantando  a riprese,  e facendo
    risuonare nelle tasche i grossi soldoni.  Il sole era  caldo  come  in
    giugno;  i  prati  lontani cominciavano ad ingiallire;  le ombre degli
    alberi avevano qualche cosa di festevole, e l'erba che vi cresceva era
    ancora verde e rugiadosa.
    Verso il mezzogiorno sedettero al rezzo  per mangiare il loro pan nero
    e le loro cipolle bianche. Janu avea anche del vino,  del buon vino di
    Mascali che regalava a Nedda senza risparmio, e la povera ragazza, che
    non  c'era  avvezza,  si  sentiva  la lingua grossa,  e la testa assai
    pesante.  Di tratto in tratto si guardavano  e  ridevano  senza  saper
    perch.
    -  Se  fossimo  marito e moglie si potrebbe tutti i giorni mangiare il
    pane e bere il vino insieme - disse Janu con la bocca piena,  e  Nedda
    chin  gli occhi perch egli la guardava in un certo modo.  Regnava il
    profondo silenzio del meriggio,  le pi piccole foglie erano immobili;
    le ombre erano rade;  c'era per l'aria una calma, un tepore, un ronzio
    di insetti che pesava voluttuosamente sulle palpebre. Ad un tratto una
    corrente d'aria fresca,  che veniva dal mare.  fece sussurrare le cime
    pi alte de' castagni.
    - L'annata sar buona pel povero e pel ricco, - disse Janu, - e se Dio
    vuole  alla  messe un po' di quattrini metter da banda...  e se tu mi
    volessi bene!... - e le porse il fiasco.
    - No, non voglio pi bere - diss'ella colle guance tutte rosse.
    - O perch ti fai rossa? - diss'egli ridendo.
    - Non te lo voglio dire.
    - Perch hai bevuto?
    - No!
    - Perch mi vuoi bene?
    Ella gli diede un pugno sull'omero e si mise a ridere.
    Da lontano si ud il raglio di un asino che sentiva l'erba fresca.
    - Sai perch ragliano gli asini? - domand Janu.
    - Dillo tu che lo sai.
    - S che lo so;  ragliano perch sono innamorati - disse egli  con  un
    riso  grossolano,  e la guard fisso.  Ella chin gli occhi come se ci
    vedesse delle fiamme,  e le sembr che tutto il vino che aveva  bevuto
    le  montasse alla testa,  e tutto l'ardore di quel cielo di metallo le
    penetrasse nelle vene.
    - Andiamo via! - esclam corrucciata, scuotendo la testa pesante.
    - Che hai ?
    - Non lo so, ma andiamo via!
    - Mi vuoi bene?
    Nedda chin il capo.
    - Vuoi essere mia moglie?
    Ella lo guard serenamente,  e gli strinse forte la mano callosa nelle
    sue  mani  brune,  ma  si  alz  sui  ginocchi  che  le  tremavano per
    andarsene.  Egli  la  trattenne  per  le  vesti,  tutto  stravolto,  e
    balbettando parole sconnesse, come non sapendo quel che si facesse.
    Allorch  si  ud  nella  fattoria vicina il gallo che cantava,  Nedda
    balz in piedi di soprassalto, e si guard attorno spaurita.
    - Andiamo via! andiamo via!  - disse tutta rossa e frettolosa.  Quando
    fu  per  svoltare  l'angolo  della  sua  casuccia  si ferm un momento
    trepidante,  quasi temesse di trovare la sua  vecchiarella  sull'uscio
    deserto da sei mesi.

    Venne la Pasqua,  la gaia festa dei campi,  coi suoi fal giganteschi,
    colle sue allegre processioni fra i prati  verdeggianti  e  sotto  gli
    alberi  carichi  di  fiori,  colla chiesuola parata a festa,  gli usci
    delle casipole incoronati di festoni,  e le ragazze colle belle  vesti
    nuove   d'estate.   Nedda   fu   vista   allontanarsi   piangendo  dal
    confessionale,  e non comparve fra le fanciulle inginocchiate  dinanzi
    al  coro che aspettavano la comunione.  Da quel giorno nessuna ragazza
    onesta le rivolse pi la parola,  e quando andava a messa non  trovava
    posto  al  solito  banco,  e  bisognava  che  stesse  tutto  il  tempo
    ginocchionise la vedevano piangere pensavano a chiss che  peccatacci,
    e  le  volgevano  le  spalle  inorridite.  - E quelli che le davano da
    lavorare ne approfittavano per scemarle il prezzo della sua giornata.
    Ella aspettava il suo fidanzato che era andato a  mietere  alla  Piana
    per  raggruzzolare  i  quattrini che ci volevano a metter su un po' di
    casa, e a pagare il signor curato.

    Una sera,  mentre filava,  ud fermarsi all'imboccatura della viottola
    un  carro  da  buoi,  e  si  vide  comparir  dinanzi  Janu  pallido  e
    contraffatto.
    - Che hai? - gli disse.
    - Sono stato ammalato.  Le  febbri  mi  ripresero  laggi,  in  quella
    maledetta  Piana;  ho  perso  pi  di  una settimana di lavoro,  ed ho
    mangiato quei pochi soldi che avevo fatto.
    Ella rientr in fretta,  scuc il pagliericcio,  e volle  dargli  quel
    piccolo gruzzolo che aveva legato in fondo ad una calza.
    -  No,  -  diss'egli.  -  Domani andr a Mascalucia per la rimondatura
    degli ulivi,  e non avr bisogno di  nulla.  Dopo  la  rimondatura  ci
    sposeremo.  Egli avea l'aria triste facendole questa promessa, e stava
    appoggiato allo stipite,  col fazzoletto avvolto attorno  al  capo,  e
    guardandola con certi occhi luccicanti.
    - Ma tu hai la febbre! - gli disse Nedda.
    -  S,  ma  spero che mi lascer ora che son qui;  ad ogni modo non mi
    coglie che ogni tre giorni.
    Ella  lo  guardava  senza  parlare,  e  sentiva  stringersi  il  cuore
    vedendolo cos pallido e dimagrato.
    - E potrai reggerti sui rami alti? - gli domand.
    - Dio ci penser! - rispose Janu. - Addio, non posso fare aspettare il
    carrettiere che mi ha dato un posto sul suo carro dalla Piana sin qui.
    A rivederci presto!  - e non si muoveva. Quando finalmente se ne and,
    ella lo accompagn sino alla strada maestra,  e lo  vide  allontanarsi
    senza  una lagrima,  sebbene le sembrasse che stesse a vederlo partire
    per sempre;  il cuore ebbe un'altra strizzatina,  come una spugna  non
    spremuta abbastanza, nulla pi, ed egli la salut per nome alla svolta
    della via.

    Tre  giorni dopo ud un gran cicaleccio per la strada.  Si affacci al
    muricciolo,  e vide in mezzo ad un crocchio di contadini e  di  comari
    Janu disteso su di una scala a piuoli,  pallido come un cencio lavato,
    e colla testa fasciata da un fazzoletto tutto sporco di sangue.  Lungo
    la  via  dolorosa  che  dovette farsi prima di giungere al casolare di
    lui, egli, tenendola per mano,  le narr come,  trovandosi cos debole
    per  le  febbri,  era  caduto  da un'alta cima,  e s'era concio a quel
    modo.Il cuore te lo diceva! - mormor egli con un triste sorriso. Ella
    l'ascoltava coi suoi  grand'occhi  spalancati,  pallida  come  lui,  e
    tenendolo per mano. L'indomani egli mor.
    Allora  Nedda,  sentendo muoversi dentro di s qualcosa che quel morto
    le lasciava come un triste ricordo,  volle correre in chiesa a pregare
    per lui la Vergine Santa.  Sul sacrato incontr il prete che sapeva la
    sua vergogna, si nascose il viso nella sua mantellina e torn indietro
    derelitta.
    Adesso,  quando cercava del lavoro,  le ridevano in  faccia,  non  per
    schernire  la ragazza colpevole,  ma perch la povera madre non poteva
    pi lavorare come prima.  Dopo i primi rifiuti e le prime risate  ella
    non  os  cercare pi oltre,  e si chiuse nella sua casipola,  come un
    uccelletto ferito che va a rannicchiarsi  nel  suo  nido.  Quei  pochi
    soldi raccolti in fondo alla calza se ne andarono l'un dopo l'altro, e
    dietro ai soldi la bella veste nuova,  e il bel fazzoletto di seta. Lo
    zio Giovanni la soccorreva per quel poco che poteva, con quella carit
    indulgente e riparatrice  senza  la  quale  la  morale  del  curato  
    ingiusta  e  sterile,  e le imped cos di morire di fame.  Ella diede
    alla luce una bambina rachitica e stenta: quando le  dissero  che  non
    era  un  maschio  pianse  come  avea pianto la sera in cui avea chiuso
    l'uscio del casolare e s'era trovata senza la mamma,  ma non volle che
    la buttassero alla Ruota.
    -  Povera  bambina!  che  incominci a soffrire almeno il pi tardi che
    sar possibile! - disse. Le comari la chiamavano sfacciata, perch non
    era stata ipocrita,  e perch non era  snaturata.  Alla  povera  bimba
    mancava il latte, giacch alla madre scarseggiava il pane. Ella deper
    rapidamente, e invano Nedda tent spremere fra i labbruzzi affamati il
    sangue del suo seno.  Una sera d'inverno, sul tramonto, mentre la neve
    fioccava sul tetto, e il vento scuoteva l'uscio mal chiuso,  la povera
    bambina, tutta fredda, livida, colle manine contratte, fiss gli occhi
    vitrei su quelli ardenti della madre,  diede un guizzo, e non si mosse
    pi.
    Nedda la scosse, se la strinse al seno con impeto selvaggio,  tent di
    scaldarla  coll'alito  e  coi baci,  e quando s'accorse ch'era proprio
    morta,  la depose  sul  letto  dove  avea  dormito  sua  madre,  e  le
    s'inginocchi  davanti,  cogli  occhi  asciutti  e  spalancati fuor di
    misura.
    - Oh!  benedette voi che siete morte!  - esclam.  - Oh benedetta voi,
    Vergine  Santa!  che  mi  avete  tolto  la  mia creatura per non farla
    soffrire come me!

    NOTE.
    NOTA 1: moglie del fattore.
    NOTA 2: "Ci  vuol  poco  che  io  vada  a  vederla.  Alla  mia  amante
    dell'anima mia".

















    CERTI ARGOMENTI.

    C'era un aneddoto che in Napoli, dopo pi di un anno, faceva ancora le
    spese  della conversazione alla tavola rotonda dell'Albergo di Russia,
    quando i tre o quattro ospiti che tutti gli anni solevano trovarsi  al
    medesimo  posto,  dal  cominciar  del  novembre  alla  fine di maggio,
    rimanevano faccia a faccia,  col sigaro in  bocca  e  i  gomiti  sulla
    tovaglia.
    A  quella  medesima  tavola  s'erano incontrati un tale Assanti,  uomo
    elegante ed uomo di spirito, ed una signora Dal Colle,  donna elegante
    e donna di spirito,  un po' civetta, capricciosa e bizzarra, sul conto
    della quale si raccontavano  cento  storielle  singolari,  ben  inteso
    senza  provarne  una  sola,  e  che  veniva  ad  epoche fisse come una
    rondine,  da Baden,  da Vienna o da Parigi.  Tra i  due  commensali  e
    vicini di tavola si era dichiarata una decisa e poco velata antipatia,
    non  ostante  che  fossero  entrambi  persone  assai  bene educate,  e
    scambiassero alle volte,  il meno che potevano,  degli  atti  e  delle
    parole di cortesia. Una sera, dopo il caff, Assanti, trovandosi nella
    sala  dei fumatori,  insieme a tre o quattro amici che parlavano della
    sua vicina,  avea motivato la sua antipatia con un lusso di buon umore
    che  aveva fatto rider tutti.  Ad un tratto per si fece silenzio come
    per incanto,  la signora Dal Colle passava  nella  sala  contigua  per
    andare a mettersi al pianoforte,  come soleva fare qualche volta. - Ha
    udito tutto!  - Non ha potuto udire!  - dicevano sommessamente fra  di
    loro  quei  signori.  Il  solo colpevole non se n'era preoccupato gran
    fatto.  Si strinse nelle spalle,  e disse ridendo: - Or ora vedremo se
    ha udito.
    La signora scartabellava dei quaderni di musica, e non voltava nemmeno
    la  testa;  Assanti le si avvicin col pi bell'inchino,  e le domand
    tranquillamente:
    - Scusi, ha udito quel che dicevamo a proposito di lei?
    Ella gli piant in  faccia  due  grand'occhi  ben  aperti,  due  occhi
    innocenti o traditori, e rispose colla massima disinvoltura:
    - Scusi, perch mi fa questa domanda?
    -  Perch  abbiamo  scommesso  d'indovinare  quel  che avrebbe suonato
    stassera.
    La donna sorrise,  inchin il capo,  e incominci a suonare la  "Bella
    Elena".
    -  Signori,  -  disse  Assanti  voltandosi  verso  i  suoi amici,  che
    rimanevano mogi e ingrulliti, - avete perduto.
    Infatti sembrava impossibile che una donna potesse restare  cos  bene
    nei  gangheri  dopo avere udito tutto quel che si era detto nella sala
    dei fumatori; e, cosa strana, un po' per la novit della cosa,  un po'
    per  obbligo  di  cortesia,  Assanti,  discorrendo con la Dal Colle di
    musica e d'altro,  avea osservato come pi d'una volta cane e gatta si
    fossero  trovati  d'accordo,  sicch  il  discorso  era  andato per le
    lunghe, e gli amici, ad uno ad uno, se l'erano sgattaiolata.  - Non ha
    udito nulla! - pensava Assanti.
    Ad un tratto,  quando furono soli, cambiando improvvisamente accento e
    maniere,  la  Dal  Colle  domand,  puntandogli  contro  quegli  occhi
    indiavolati:
    -  E'  contento  che  le abbia fatto vincere la scommessa,  mio signor
    nemico?
    Egli s'inchin e stette coraggiosamente ad aspettar l'assalto.
    - Perch ci facciamo la guerra?  - riprese ella con un altro  tono  di
    voce.
    - Perch ella mi faceva paura.
    -  Oh!  oh!  eccoci  in piena galanteria!  Ebbene,  mio bel cavaliere,
    quando mi salter in capo di vendicarmi ne incaricher voi stesso.  Ma
    francamente, non sarebbe stato meglio che fossimo andati d'accordo fin
    da principio?
    - Facciamo la pace allora.
    - Adesso  troppo tardi.
    - Perch?
    - Perch,  perch... - disse alzandosi, - prima di tutto perch ora vi
    detesto e poi perch fra due o tre settimane partir.
    - Vi seguir.
    - Dove?
    - Dove andrete.
    - Ma non lo so dove andr; n lo saprete voi. Nemici dunque.
    Assanti la salut ridendo,  ma dovette convenire che la  sua  graziosa
    nemica poteva avere tutti i difetti, all'infuori di uno.
    Il domani,  mentre si vestiva per andare a pranzo,  trov sul tavolino
    un biglietto scritto da mano sconosciuta.  "Venite  al  Numero  11,  a
    mezzanotte. Non bussate." Egli si mise a ridere, e disse fra di s:
    -  Non  v'  pi  dubbio,  ha  udito  tutto;  ma  il tranello  troppo
    grossolano per una donna di spirito! che peccato!
    La signora Dal Colle non era venuta a tavola.  Assanti sorrise pi  di
    una  volta  sotto i baffi volgendo gli occhi a quel posto vuoto.  Dopo
    desinare and a teatro, e non ci pens pi.
    Finita l'opera,  pass una mezz'ora al caff d'Europa,  e quando torn
    all'albergo  il  gas  era  spento.    Passando pel corridoio,  dinanzi
    all'uscio di quel famoso numero undici, si ramment un'altra volta del
    biglietto che avea in tasca e involontariamente rallent il passo.
    Si mise alla finestra,  fum il suo sigaro,  lesse il suo giornale,  e
    poi  and  a letto.  Il letto era duro ed uggioso insolitamente quella
    notte; faceva caldo, e Assanti avea un bel voltarsi e rivoltarsi senza
    poter chiudere occhio.
    Quelle due linee sottili che teneva chiuse nel portafogli posto  sulla
    tavola a capo del letto,  sgusciavano fuori della busta, s'allungavano
    serpeggiando in ghirigori per le pareti,  gli si attortigliavano  alle
    coperte e alle sbarre del cortinaggio,  s'insinuavano sotto l'uscio, e
    guizzavano pel corridoio oscuro,  lasciando sul tappeto  una  striscia
    fosforescente.
    Spense il lume,  lo riaccese,  rilesse il bigliettino,  stavolta senza
    ridere,  ch l'odore del foglietto  profumato  gli  dava  alla  testa,
    spense il lume di nuovo per addormentarsi, e fu peggio di prima; nelle
    tenebre  faceva sogni stravaganti ad occhi aperti;  vedeva quell'uscio
    del numero undici socchiuso,  una forma bianca che sporgeva  la  testa
    dal vano,  e quella donna,  per la quale il giorno innanzi non avrebbe
    mosso un dito,  ora che gli era passata pel capo sotto altro  aspetto,
    un solo istante,  per ischerzo, assumeva forme e sorrisi affascinanti.
    Il sangue gli martellava nelle vene. Finalmente si vest a guisa di un
    sonnambulo,  quasi non avesse coscienza di quel che facesse;  arriv a
    mettere  la  mano  sulla  maniglia  dell'uscio,  e  torn  a cacciarsi
    frettolosamente fra le coltri,  vergognoso della  ridicola  tentazione
    alla  quale  avea  ceduto  con facilit inesplicabile,  come se la sua
    nemica avesse potuto vederlo e dargli la baia. La notte dorm male,  e
    si lev di cattivo umore. All'ora del pranzo trov la Dal Colle al suo
    solito posto,  gaia e disinvolta come se nulla fosse stato,  e civetta
    pi che mai. Non gli fece l'onore di accorgersi menomamente di lui,  e
    una  volta gli lanci a bruciapelo uno sguardo schernitore che avrebbe
    fatto montare la  mosca  al  naso  ad  un  uomo  meno  padrone  di  s
    dell'Assanti.  Egli  si  era  fatto  il suo piano di rappresaglie e di
    allusioni pungenti,  ma aspett inutilmente tutta la sera nel  salotto
    dove  la  Dal  Colle  soleva  far della musica.  A poco a poco,  a suo
    dispetto, quel sangue freddo,  quella sicurezza,  quella disinvoltura,
    lo dominavano e lo facevano arrabbiare.
    Evidentemente costei che l'aveva vinto con la burla pi grossolana del
    mondo era pi forte di lui; sapeva che sarebbe bastato un nonnulla, un
    cattivo  scherzo,  per insinuarglisi tutta nelle fibre come una spina,
    impadronirsene,   metterlo  sossopra,   e  agitarlo  co'  suoi  menomi
    capricci.
    Dopo  che  la Dal Colle si era data la soddisfazione di quella piccola
    vendetta da donna, sembrava non pensasse pi ad Assanti, e si lasciava
    fare la corte da un certo barone Ciriani,  il quale passava per un don
    Giovanni, inclusa la bravura e la fortuna di duellista; ora ad Assanti
    sembrava che la Dal Colle in quel lasciarsi corteggiare,  cos sotto i
    suoi occhi, ci mettesse dell'ostentazione, e questo lo seccava assai.
    La furba sapeva al certo che si pu  fare  a  fidanza  toccando  certi
    tasti,  colla  semplicit  mascolina,  s'avesse  a  fare coll'uomo pi
    avveduto di questo mondo.  Era bastata la  lusinga  pi  lontana,  pi
    sciocca,  pi inverosimile, perch Assanti si montasse la testa a poco
    a poco,  sino a credere che i successi ottenuti  dal  Ciriani  fossero
    rubati  a  lui,  e  che la civetteria di lei fosse un torto che gli si
    facesse.  Il brillante giovanotto era ridotto alla pi  grulla  figura
    possibile;  cominciava ad accorgersene anche lui, ci aumentava la sua
    stizza,  e un dispetto ne chiamava un altro,  sino a fargli perdere la
    tramontana;  sicch  alla  sua  volta  intraprese contro il Ciriani un
    sistema di ostilit cos poco velate,  e di provocazione cos diretta,
    che  non  ci volle meno di tutta l'abilit della donna per scongiurare
    il pericolo di un serio guaio.
    Finalmente ella parve stanca  della  lotta  che  dovea  sostenere  con
    Assanti  quotidianamente,  e  prendendolo  una sera a quattr'occhi nel
    vano della finestra, dissegli:
    - Ors, mio bel nemico,  a che giuoco giuochiamo?  Con qual diritto ad
    ogni momento vi gettate a testa bassa fra me e il Ciriani?
    - Con qual diritto mi fate questa domanda? - ribatt Assanti.
    -   Parliamoci  chiaro.   Voi  mi  eravate  debitore  di  una  piccola
    soddisfazione di amor proprio,  ed io ho ottenuto il mio  intento  col
    mezzo  pi  semplice.  Non vi ho fatto il torto di pensare che avreste
    preso sul serio il mio biglietto,  ho reso sempre giustizia al  vostro
    spirito,  e del resto nemmeno un ragazzo di scuola ci sarebbe cascato;
    ma eccovi l, fra vergognoso, bizzoso, e incapricciato,  e questo deve
    bastarmi. Ora siamo pari; lasciatemi tranquilla, caro mio; Ciriani non
    c'entra.
    - Ce lo tireremo pei capelli!
    -  Impresa  arrischiata!  Sapete  che  come  duellista  ha  una brutta
    riputazione.
    - Ebbene,  - esclam Assanti un po' rosso in viso,  - se  mi  gettassi
    attraverso cotesta riputazione, mi perdonereste?
    - La storia del biglietto? Per chi mi prendete, caro signore, cercando
    di scambiarmi le carte in mano?
    - Non ridete cos,  in fede mia!  Son qui,  dinanzi a voi,  ridotto ad
    arrossire di quel che ho  fatto  e  detto  contro  di  voi;  mi  sento
    ridicolo, deve bastarvi.
    - Ridicolo, perch?
    - Perch vi amo.
    - Da quanto in qua?
    - Dacch mi ci avete fatto pensare.
    - Dacch siete indispettito contro di me allora?
    - Non so se sia amore o dispetto,  so che cos non pu durare, che voi
    m'avete stregato, e che finirete per farmi impazzire.
    - Oib!
    Assanti rimase zitto un istante,  di faccia al sorriso mordente  della
    Dal  Colle;  poi  riprese,  cambiando  tono  e  maniere,  e  facendosi
    improvvisamente serio:  -  Ors,  bisogna  fare  qualche  cosa  perch
    prestiate  fede  a  quel  che  vi  dico.  Bisogna  provocare Ciriani e
    rendermi ridicolo completamente.
    - Guardatevene bene!  - diss'ella senza  ridere  pi.  -  Detesto  gli
    scandali, e non mi vedreste mai pi, n voi, n lui!
    La  signora  Dal  Colle faceva i preparativi per la partenza;  Assanti
    venne a saperlo il giorno dopo.
    - Partite? - le disse.
    - S, fuggo. Siete soddisfatto? Facciamo la pace prima di lasciarci..
    - No,  facciamo di meglio: ditemi dove andrete.  Noi siamo pi di  due
    semplici conoscenze, siamo due nemici; siamo liberi entrambi e padroni
    di  noi;   entrambi  scorazziamo  pel  mondo  onde  fuggire  la  noia.
    C'incontreremo in tutte le stazioni, ci faremo dei dispetti, ci faremo
    la guerra, ci odieremo, e cos non avremo il tempo di annoiarci.
    - No, no! E il pericolo d'innamorarsi lo contate per nulla?
    - Anche voi?
    - S, mi par di s, dopo quello che mi avete detto ieri sera.
    - Ebbene! alla peggio!...
    - Non la prendete cos; parlo sul serio, e sapete che sono franca.
    - In tal caso  franchezza  per  franchezza...  Chiudete  gli  occhi  e
    lasciate fare al pericolo.
    - Ci penser.
    -  ...Ci  ho pensato,  - gli disse il giorno dopo,  poche ore prima di
    partire all'insaputa di lui.  - No,  sarebbe peggio di una  disgrazia,
    sarebbe una sciocchezza.  E' un gran brutto affare,  due amanti che un
    giorno  o  l'altro  possano  ridersi  sul  naso!   e   questo   giorno
    arriverebbe,  a meno di un miracolo...  poich bisognerebbe proprio un
    miracolo! qualcosa di grosso! un atto di eroismo,  una grande azione o
    una grande follia,  per scongiurare cotesto pericolo...  e come io non
    far nulla di tutto questo,  n  voi  lo  farete,  n  voglio  che  lo
    facciate, cos... nemici!
    - Chi vi dice che non lo far?
    -  Davvero?...  Mi  par  di  essere  in  piena cavalleria!...  Ebbene,
    allora!... Intanto a rivederci.
    Il giorno dopo non si vide n alla tavola rotonda. n altrove.
    Assanti seppe che era partita,  e che anche il  Ciriani  era  partito.
    Quella notizia gli fece ardere il sangue nelle vene come se l'avessero
    schiaffeggiato.  Ogni menoma parola, ogni sorriso, ogni inflessione di
    voce di lei, nell'ultimo colloquio che avevano avuto, gli tornava alla
    mente con acute punture di dispetto, di gelosia, ed anche d'amore. Dal
    momento che era fuggita con un altro,  quella  donna  eragli  divenuta
    diabolicamente  necessaria,  per  tutto quello che non era stato,  per
    tutto quello che s'era detto fra  di  loro.  Allora  cotesto  eroe  da
    salone,  per  puntiglio o per vanit,  si sent capace di quelle virt
    eroiche da palcoscenico, delle quali ella si era promessa in premio. -
    Avrebbe  voluto  acciuffarsi  con  dieci   Ciriani;   avrebbe   voluto
    traversare  un  villaggio  in  fiamme  sulla  punta dei suoi stivalini
    verniciati,  recandosi lei sulle braccia;  avrebbe voluto  saltare  un
    precipizio di mezza lega  per salvarla, senza fare uno strappo ai suoi
    pantaloni di Lennon.  Si sentiva invaso da una specie di febbre. Part
    sulle  tracce  di  lei;  gett  il denaro a due mani;  viaggi notte e
    giorno,  in ferrovia,  in carrozza e a cavallo,  con un  tempaccio  da
    lupi,  in mezzo alle selvagge solitudini per le quali correva la linea
    di Foggia,  allora incompleta,  col pericolo di cadere di  momento  in
    momento nelle mani dei briganti  che scorazzavano per quelle parti.
    Finalmente  ebbe  le  prime  notizie  della Dal Colle ad Ariano;  ella
    viaggiava in carrozza, seguita dai suoi domestici, senza l'ombra di un
    Ciriani. Prima di annottare, una o due poste  prima di Bovino,  l'oste
    ed il conduttore cercarono di dissuaderlo di andare innanzi, perch la
    campagna era infestata dai briganti.  Fu come se gli avessero messo il
    diavolo addosso.  Lei era in pericolo: non pensava ad altro.  La notte
    istessa,  poco dopo Bovino, raggiunse le due carrozze colle quali ella
    viaggiava,  ferme dinanzi ad un povero casolare che era la  posta  dei
    cavalli.  Il  lanternino appeso all'uscio era stato fracassato da mano
    invisibile; la porta era spalancata, e la stalla vuota.
    I postiglioni avevano  chiamato  e  strepitato  senza  che  comparisse
    alcuno.  Assanti  da  lontano  gridava  di  non andare avanti: uno dei
    postiglioni temendo d'essere inseguito dai briganti gli spar  addosso
    una pistolettata senza colpirlo.
    - Fermatevi, - ripet Assanti. - Fermatevi o siete perduti.
    Allo  sportello di una delle due carrozze si vide dietro il cristallo,
    al riflesso incerto dei fanali,  il viso  un  po'  pallido  della  Dal
    Colle.  Ella riconobbe Assanti in mezzo a quella scena di confusione e
    di spavento, e grid al cocchiere con accento febbrile:
    - Avanti! avanti! duecento lire di mancia!
    - Avanti ci sono i briganti! - grid il giovane quasi fuori di s.  In
    quell'istante,  senza  che si vedesse anima viva,  si ud una voce che
    proveniva da una rupe che sovrastava il lato sinistro della via.
    - Fermi tutti!... o per la Madonna! siete morti!
    Il cocchiere applic una vigorosa frustata ai cavalli che puntarono le
    zampe ed inarcarono le schiene per slanciarsi al galoppo; ma prima che
    avessero fatto un sol passo si ud un colpo di fucile,  ed il  cavallo
    di sinistra cadde imbrogliandosi nei fornimenti; il cocchiere si butt
    da cassetta e spar nelle tenebre;  la seconda carrozza, quella in cui
    erano i domestici della Dal Colle, volt indietro,  e fugg a rotta di
    collo.  Tutto  ci  era  avvenuto  in meno che non ci vuole per dirlo.
    Assanti si slanci allo sportello della vettura,  afferr la donna per
    la vita come una bambina,  la spinse nella stalla e ne chiuse la porta
    alla meglio,  ammucchiandovi contro tutto quel che  pot  trovare.  Al
    primo  trambusto  di quella scena era succeduto un silenzio profondo e
    misterioso; gli assalitori,  prima di scendere nella strada,  volevano
    al  certo  misurare  la  resistenza  che avrebbero incontrata.  La Dal
    Colle,  ritta in un angolo,  non diceva una sola  parola,  e  Assanti,
    rivolto verso l'uscio, colla carabina a due colpi in pugno, aspettava.
    Come si furono abituati all'oscurit, si vide sorgere, alla fioca luce
    dei  fanali  della  carrozza che trapelava dalle commessure mal giunte
    dell'uscio,  una scala a piuoli,  la  quale  dal  fondo  della  stalla
    metteva  per  una  botola  al  fienile  soprastante.  Sulla  strada si
    cominciava ad  udire  un  tramesto  attorno  alla  carrozza,  rimasta
    dinanzi  al casolare.  Assanti fece salire la sua compagna al piano di
    sopra,  e quando fu salito anche lui,  tir su la  scala.  Al  difuori
    durava ancora il silenzio, e di quando in quando il cavallo rimasto in
    piedi, scuoteva la sonagliera.
    -  Voi  mi scaricherete la vostra carabina alla testa se dovessi cader
    viva nelle mani di coloro!  - furono le  prime  parole  che  la  donna
    pronunzi con voce breve e febbrile.
    - S! - rispose Assanti collo stesso tono.
    Egli era corso alla finestra;  non si vedeva nessuno;  la carrozza era
    sempre ferma dinanzi all'uscio,  descrivendo un breve cerchio di  luce
    coi  suoi  due  fanali;  il  cavallo fiutava con curiosit il compagno
    caduto.   Ad  un  tratto  si  ud  un  secondo  colpo  di  fucile,   e
    dall'architrave  della  finestra,  a  due  dita  dal  capo di Assanti,
    caddero dei calcinacci.  La Dal Colle lo  tir  indietro  bruscamente.
    Allora  per  la  prima  volta i loro sguardi s'incontrarono.  Ella era
    pallida come uno spettro, ma i suoi occhi erano sfavillanti.
    All'improvviso la porta della stalla fu scossa da un urto che rimbomb
    come se l'avesse sconquassata.  Assanti corse  alla  finestra  e  fece
    fuoco; si ud un grido, seguito da una scarica generale diretta contro
    di lui.  Assanti si chin sulla botola, mir alla porta della stalla e
    fece fuoco una seconda volta. I briganti, a quei due colpi di carabina
    che venivano dall'alto e dal basso,  credettero di avere  a  fare  con
    parecchi,  decisi di vender cara la loro vita, e ricorsero ad un altro
    mezzo di attacco pi sicuro e meno pericoloso.  La fucilata cess come
    per incanto.
    Si  udirono  al  di  fuori  rumori  diversi,  che  da  principio i due
    assediati  non  sapevano  spiegarsi:  un  via  vai,  un  risuonare  di
    sonagliuoli dei cavalli,  un muovere di ruote; poi rimbomb un secondo
    e forte urto alla porta della stalla,  come se la  carrozza  vi  fosse
    stata spinta contro a guisa d'ariete.  Assanti trasal per l'imminenza
    di un nuovo e sconosciuto pericolo; il cuore gli batteva forte.  - Chi
    ci  avrebbe detto che il miracolo di cui vi parlavo sarebbe stato cos
    vicino! - disse la Dal Colle con uno strano sorriso.  Ei le afferr la
    mano  ed ella non la ritir.  In quel momento un riflesso rossastro si
    disegn come una apparizione infernale di  faccia  alla  porta,  sulla
    parete nera della stalla.  Il giovane,  dimentico del pericolo passato
    per quello pi grande che li minacciava,  corse alla  finestra,  e  la
    spalanc;  le fiamme che bruciavano la carrozza e l'uscio della stalla
    illuminarono vivamente il fienile.  - Cosa fanno adesso?  - domand la
    donna  stringendosi  a  lui  con  mano tremante.- Bruciano la casa!  -
    rispose Assanti con voce sorda.  Voi mi  avete  promesso  che  morremo
    insieme! - diss'ella dopo un minuto di silenzio.
    Presso la finestra le travi del solaio cominciarono a scoppiettare,  e
    le fiamme mostravano attraverso le assi le  loro  lingue  azzurrognole
    che  lambivano  le  pareti;  il  fumo  annebbiava  la  stanzuccia e li
    soffocava. La donna guardava Assanti con occhi singolari.
    - Vi siete perduto per me! - mormor finalmente, con un accento di cui
    egli non avrebbe supposto capace quella donna leggiera.
    - Vi amo! - egli rispose.
    Allora in mezzo al fumo che  li  accecava,  dinanzi  alle  fiamme  che
    allungavano  verso  di  loro  lingue  sitibonde,  sotto una pioggia di
    faville  infuocate,   fra  gli  urli  dei  banditi  che  danzavano   e
    sghignazzavano  attorno  a  quell'orribile  rogo,  ella gli avvinse le
    braccia al collo, e pos la guancia sulla guancia di lui.
    Tutt'a un tratto si ud sulla strada un gran tumulto,  colpi di fuoco,
    urli di dolore,  grida di collera. I carabinieri avevano incontrato la
    carrozza colla quale erano scappati i domestici della  Dal  Colle,  ed
    erano accorsi in fretta.  Un brigadiere si precipit fra le fiamme,  e
    strapp i due amanti da quell'amplesso di  morte.  Albeggiava  appena.
    Assanti  e  la  Dal  Colle  furono  accompagnati  a  Bovino.  Ella era
    pallidissima.  Quando furono soli nella miglior  stanza  dell'albergo,
    gli stese la mano.
    - Ora separiamoci.
    - Come, separarci!...
    -  Abbiamo passato un bel momento,  abbiamo realizzato il miracolo che
    sembrava impossibile alla tavola rotonda dell'Albergo di  Russia.  Non
    lo  guastiamo!  Siamo  stati  degli eroi,  e siccome non potremmo aver
    sempre sottomano dei briganti per  esaltarci,  finiremo  per  trovarci
    ridicoli. Lasciamoci eroi dunque.
    - Che donna siete mai?
    -  Mi dicono che sono una matta;  ma mi accorgo che una matta  sempre
    pi ragionevole dell'uomo pi savio. Vediamo, amico mio, discorriamola
    ora che la stanchezza fa dar gi  la  febbre.  In  due  settimane  voi
    passate  dall'antipatia all'entusiasmo;  vi gettate a corpo perduto su
    di me,  e mi fate il sacrificio della vostra vita,  senza sapere se io
    ne  sia  degna.  E' ragionevole cotesto?  Avete fatto per me una bella
    azione,  qualcosa che pu toccare il cuore o la testa di una donna,  e
    far  mettere  il  cappuccio alle sue follie ...  non c' che dire;  ma
    siete certo che non abbiate fatto il sacrificio pel sacrificio? perch
    vi eravate montata la testa?  pi per voi che per  me  insomma?  Siete
    persuaso  che  l'abbiate  fatto schiettamente e semplicemente per amor
    mio?
    - Qual altra prova ne vorreste?
    - Una prova semplicissima: voi dite che mi amate?
    - S.
    - Non mi conoscete,  non sapete chi sia,  n da dove venga,  n se sia
    degna di voi, e se potrei amarvi come vorreste essere amato!...
    - So che vi amo!
    - Su dieci uomini, e dei pi savi, nove risponderebbero come voi. E se
    vi amassi, sareste felice?
    - S.
    - E questa felicit vi basterebbe? Quanto vorreste che durasse?
    - Sempre.
    - Perch non mi sposate allora?
    - ... Ci penser.




    CAVALLERIA RUSTICANA.

    Turiddu    Macca,  il figlio della gn  Nunzia,  come torn da fare il
    soldato,  ogni domenica si pavoneggiava  in  piazza  coll'uniforme  da
    bersagliere  e  il  berretto  rosso,   che sembrava quello della buona
    ventura,  quando mette su banco colla gabbia dei canarini.  Le ragazze
    se lo rubavano cogli occhi, mentre andavano a messa col naso dentro la
    mantellina,  e  i  monelli gli ronzavano attorno come le mosche.  Egli
    aveva portato anche una pipa col re  a  cavallo  che  pareva  vivo,  e
    accendeva  gli  zolfanelli  sul dietro dei calzoni,  levando la gamba,
    come se desse una pedata.  Ma con tutto ci Lola di massaro Angelo non
    si era fatta vedere n alla messa,  n sul ballatoio, ch si era fatta
    sposa con uno di Licodia,  il quale  faceva  il  carrettiere  e  aveva
    quattro  muli  di Sortino  in stalla.  Dapprima Turiddu come lo seppe,
    santo diavolone! voleva trargli fuori le budella dalla pancia,  voleva
    trargli,  a  quel  di  Licodia!  per  non  ne fece nulla,  e si sfog
    coll'andare a cantare tutte le canzoni di sdegno che sapeva  sotto  la
    finestra della bella.
    -  Che  non  ha  nulla  da  fare Turiddu della gn Nunzia - dicevano i
    vicini - che passa le notti a  cantare  come  una  passera  solitaria?
    Finalmente  s'imbatt  in  Lola che tornava dal "viaggio" alla Madonna
    del Pericolo,  e al vederlo,  non si fece n bianca n rossa quasi non
    fosse stato fatto suo.
    - Beato chi vi vede! - le disse.
    - Oh,  compare Turiddu,  me l'avevano detto che siete tornato al primo
    del mese.
    - A me mi hanno detto delle altre cose ancora!  - rispose lui.  Che  
    vero che vi maritate con compare Alfio, il carrettiere?
    - Se c' la volont di Dio! - rispose Lola, tirandosi sul mento le due
    cocche del fazzoletto.
    - La volont di Dio la fate col tira e molla come vi torna conto! E la
    volont  di Dio fu che dovevo tornare da tanto lontano per trovare ste
    belle notizie, gn Lola!
    Il poveraccio tentava di fare ancora il bravo,  ma la voce gli si  era
    fatta  roca;  ed  egli andava dietro alla ragazza,  dondolandosi colla
    nappa del berretto che gli ballava di qua e di l sulle spalle. A lei,
    in coscienza,  rincresceva di vederlo cos col viso  lungo,  per  non
    aveva cuore di lusingarlo con belle parole.
    -  Sentite,   compare  Turiddu,   -  gli  disse  alfine  -  lasciatemi
    raggiungere le mie compagne.  Che direbbero in paese se  mi  vedessero
    con voi?...
    - E' giusto - rispose Turiddu; - ora che sposate compare Alfio, che ci
    ha  quattro muli in stalla,  non bisogna farla chiacchierare la gente.
    Mia madre invece, poveretta, la dovette vendere la nostra mula baia, e
    quel pezzetto di vigna sullo stradone nel tempo ch'ero soldato.  Pass
    quel tempo che Berta filava,  e voi non ci pensate pi al tempo in cui
    ci  parlavamo  dalla  finestra  sul  cortile,   e  mi  regalaste  quel
    fazzoletto,  prima d'andarmene, che Dio sa quante lacrime ci ho pianto
    dentro nell'andar via lontano tanto che si perdeva persino il nome del
    nostro paese. Ora addio, gn Lola, "facemu cuntu ca chioppi e scampau,
    e la nostra amicizia finiu" (1).
    La gn Lola si marit col carrettiere;  e la domenica si  metteva  sul
    ballatoio,  colle mani sul ventre per far vedere tutti i grossi anelli
    d'oro che le aveva regalati suo marito.  Turiddu seguitava a passare e
    ripassare  per  la  stradicciuola,  colla  pipa  in bocca e le mani in
    tasca, in aria d'indifferenza,  e occhieggiando le ragazze;  ma dentro
    ci si rodeva che il marito di Lola avesse tutto quell'oro,  e che ella
    fingesse di non accorgersi di lui quando passava.
    - Voglio  fargliela  proprio  sotto  gli  occhi  a  quella  cagnaccia!
    borbottava.
    Di  faccia  a compare Alfio ci stava massaro Cola,  il vignaiuolo,  il
    quale era ricco come un maiale,  dicevano,  e aveva una  figliuola  in
    casa.  Turiddu  tanto  disse e tanto fece che entr camparo da massaro
    Cola,  e cominci a bazzicare per la casa e a dire le  paroline  dolci
    alla ragazza.
    -  Perch non andate a dirle alla gn Lola ste belle cose?  rispondeva
    Santa.
    - La gn Lola  una signorona!  La gn Lola ha sposato un re di corona
    ora!
    - Io non me li merito i re di corona.
    - Voi ne valete cento delle Lole, e conosco uno che non guarderebbe la
    gn Lola, n il suo santo, quando ci siete voi, ch la gn Lola, non 
    degna di portarvi le scarpe, non  degna.
    - La volpe quando all'uva non pot arrivare...
    - Disse: come sei bella, "racinedda"  mia!
    - Oh! quelle mani, compare Turiddu.
    - Avete paura che vi mangi?
    - Paura non ho n di voi, n del vostro Dio.
    -  Eh!  vostra  madre  era  di Licodia,  lo sappiamo!  Avete il sangue
    rissoso! Uh! che vi mangerei cogli occhi.
    - Mangiatemi pure cogli occhi, che briciole non ne faremo;  ma intanto
    tiratemi su quel fascio.
    - Per voi tirerei su tutta la casa, tirerei!
    Ella,  per non farsi rossa,  gli tir un ceppo che aveva sottomano,  e
    non lo colse per miracolo.
    - Spicciamoci, che le chiacchiere non ne affastellano sarmenti.
    - Se fossi ricco, vorrei cercarmi una moglie come voi, gn Santa.
    - Io non sposer un re di corona come la gn Lola,  ma la mia dote  ce
    l'ho anch'io, quando il Signore mi mander qualcheduno.
    - Lo sappiamo che siete ricca, lo sappiamo!
    - Se lo sapete allora spicciatevi,  ch il babbo sta per venire, e non
    vorrei farmi trovare nel cortile.
    Il babbo cominciava a torcere il muso,  ma la ragazza fingeva  di  non
    accorgersi,  poich  la  nappa  del berretto del bersagliere gli aveva
    fatto il solletico dentro il cuore,  e le ballava sempre  dinanzi  gli
    occhi.  Come il babbo mise Turiddu fuori dell'uscio,  la figliuola gli
    apr la finestra, e stava a chiacchierare con lui ogni sera, che tutto
    il vicinato non parlava d'altro.
    - Per te impazzisco - diceva Turiddu - e perdo il sonno e l'appetito.
    - Chiacchiere!
    - Vorrei essere il figlio di Vittorio Emanuele per sposarti!
    - Chiacchiere!
    - Per la Madonna che ti mangerei come il pane!
    - Chiacchiere!
    - Ah! sull'onor mio!
    - Ah! mamma mia!
    Lola che ascoltava ogni sera,  nascosta dietro il vaso di basilico,  e
    si faceva pallida e rossa, un giorno chiam Turiddu.
    - E cos, compare Turiddu, gli amici vecchi non si salutano pi?
    - Ma! - sospir il giovinotto - beato chi pu salutarvi!
    - Se avete intenzione di salutarmi, lo sapete dove sto di casa!rispose
    Lola.
    Turiddu  torn  a salutarla cos spesso che Santa se ne avvide,  e gli
    batt la finestra sul muso.  I vicini se lo mostravano con un sorriso,
    o  con un moto del capo,  quando passava il bersagliere.  Il marito di
    Lola era in giro per le fiere con le sue mule.
    - Domenica voglio  andare  a  confessarmi,  ch  stanotte  ho  sognato
    dell'uva nera! - disse Lola.
    - Lascia stare! lascia stare! - supplicava Turiddu.
    - No,  ora che s'avvicina la Pasqua,  mio marito lo vorrebbe sapere il
    perch non sono andata a confessarmi.
    - Ah! - mormorava Santa di massaro Cola, aspettando ginocchioni il suo
    turno dinanzi al confessionario dove Lola stava facendo il bucato  dei
    suoi  peccati.  -  Sull'anima  mia  non  voglio mandarti a Roma per la
    penitenza!
    Compare Alfio torn colle sue mule,  carico di  soldoni,  e  port  in
    regalo alla moglie una bella veste nuova per le feste.
    -  Avete  ragione di portarle dei regali - gli disse la vicina Santa -
    perch mentre voi siete via vostra moglie vi adorna la casa!
    Compare  Alfio  era  di  quei  carrettieri  che  portano  il  berretto
    sull'orecchio,  e a sentir parlare in tal modo di sua moglie cambi di
    colore come se l'avessero accoltellato.
    - Santo diavolone!  - esclam -  se  non  avete  visto  bene,  non  vi
    lascier gli occhi per piangere! a voi e a tutto il vostro parentado!
    -  Non  son  usa  a piangere!  - rispose Santa - non ho pianto nemmeno
    quando ho visto con questi occhi Turiddu della gn Nunzia  entrare  di
    notte in casa di vostra moglie.
    - Va bene, - rispose compare Alfio - grazie tante.
    Turiddu,  adesso che era tornato il gatto, non bazzicava pi di giorno
    per la stradicciuola, e smaltiva l'uggia all'osteria, cogli amici.  La
    vigilia di Pasqua avevano sul desco un piatto di salsiccia. Come entr
    compare  Alfio  soltanto dal modo in cui gli piant gli occhi addosso,
    Turiddu comprese che era venuto per quell'affare e pos  la  forchetta
    sul piatto.
    - Avete comandi da darmi, compare Alfio? - gli disse.
    - Nessuna preghiera,  compare Turiddu, era un pezzo che non vi vedevo,
    e voleva parlarvi di quella cosa che sapete voi.
    Turiddu da prima gli aveva presentato il bicchiere,  ma compare  Alfio
    lo scans colla mano. Allora Turiddu si alz e gli disse:
    - Son qui, compar Alfio.
    Il carrettiere gli butt le braccia al collo.
    -  Se  domattina volete venire nei fichidindia della Canziria  potremo
    parlare di quell'affare, compare.
    - Aspettatemi sullo stradone allo  spuntar  del  sole,  e  ci  andremo
    insieme.
    Con queste parole si scambiarono il bacio della sfida. Turiddu strinse
    fra  i  denti  l'orecchio  del  carrettiere,  e cos gli fece promessa
    solenne di non mancare.
    Gli amici avevano lasciato la salsiccia zitti zitti,  e accompagnarono
    Turiddu sino a casa.  La gn Nunzia,  poveretta, l'aspettava sin tardi
    ogni sera.
    - Mamma,  - le disse  Turiddu  -  vi  rammentate  quando  sono  andato
    soldato,  che  credevate non avessi a tornar pi?  Datemi un bel bacio
    come allora, perch domattina andr lontano.
    Prima di giorno si prese il suo coltello a molla,  che aveva  nascosto
    sotto il fieno,  quando era andato coscritto, e si mise in cammino pei
    fichidindia della Canziria.
    - Oh!  Gesummaria!  dove andate con quella furia?  - piagnucolava Lola
    sgomenta, mentre suo marito stava per uscire.
    -  Vado qui vicino,  - rispose compar Alfio - ma per te sarebbe meglio
    che io non tornassi pi.
    Lola, in camicia, pregava ai piedi del letto,  premendosi sulle labbra
    il  rosario  che  le aveva portato fra Bernardino dai Luoghi Santi,  e
    recitava tutte le avemarie che potevano capirvi.
    - Compare Alfio,  - cominci Turiddu dopo che ebbe fatto un  pezzo  di
    strada accanto al suo compagno,  il quale stava zitto,  e col berretto
    sugli occhi,  - come  vero Iddio so  che  ho  torto  e  mi  lascierei
    ammazzare.  Ma  prima  di venir qui ho visto la mia vecchia che si era
    alzata per vedermi partire,  col pretesto  di  governare  il  pollaio,
    quasi il cuore le parlasse,  e quant' vero Iddio vi ammazzer come un
    cane per non far piangere la mia vecchierella.
    - Cos va bene, - rispose compare Alfio, spogliandosi del farsetto - e
    picchieremo sodo tutt'e due.
    Entrambi erano bravi tiratori;  Turiddu tocc la prima botta,  e fu  a
    tempo  a prenderla nel braccio;  come la rese,  la rese buona,  e tir
    all'anguinaia.
    - Ah! compare Turiddu! avete proprio intenzione di ammazzarmi!
    - Si, ve l'ho detto;  ora che ho visto la mia vecchia nel pollaio,  mi
    pare di averla sempre dinanzi agli occhi.
    -  Apriteli  bene,  gli occhi!  - gli grid compar Alfio - che sto per
    rendervi la buona misura.
    Come egli stava in guardia tutto  raccolto  per  tenersi  la  sinistra
    sulla ferita, che gli doleva, e quasi strisciava per terra col gomito,
    acchiapp  rapidamente  una  manata  di polvere e la gett negli occhi
    all'avversario.
    - Ah! - url Turiddu accecato - son morto.
    Ei cercava di  salvarsi,  facendo  salti  disperati  all'indietro;  ma
    compar Alfio lo raggiunse con un'altra botta nello stomaco e una terza
    alla gola.
    -  E  tre!  questa  per la casa che tu m'hai adornato.  Ora tua madre
    lascer stare le galline.
    Turiddu annasp un pezzo di qua e di l tra i fichidindia e poi  cadde
    come  un masso.  Il sangue gli gorgogliava spumeggiando nella gola,  e
    non pot profferire nemmeno: - Ah, mamma mia!

    NOTE.
    NOTA 1:  proverbio  siciliano:  "facciamo  conto  che  sia  piovuto  e
    spiovuto, e che la nostra amicizia sia finita".












    JELI IL PASTORE.

    Jeli,  il guardiano di cavalli,  aveva tredici anni quando conobbe don
    Alfonso,  il signorino;  ma era cos piccolo  che  non  arrivava  alla
    pancia della "Bianca",  la vecchia giumenta che portava il campanaccio
    della mandra.  Lo si vedeva sempre di qua e di l,  pei monti e  nella
    pianura,  dove pascolavano le sue bestie, ritto ed immobile su qualche
    greppo,  o accoccolato su di un gran sasso.  Il suo amico don Alfonso,
    mentre era in villeggiatura,  andava a trovarlo tutti i giorni che Dio
    mandava a "Tebidi",  e dividevano fra di  loro  i  buoni  bocconi  del
    padroncino,  e  il  pane d'orzo del pastorello,  o le frutta rubate al
    vicino. Dapprincipio,  Jeli dava dell'"eccellenza" al signorino,  come
    si  usa  in Sicilia,  ma dopo che si furono accapigliati per bene,  la
    loro amicizia fu stabilita solidamente.  Jeli insegnava al  suo  amico
    come  si  fa ad arrampicarsi sino ai nidi delle gazze,  sulle cime dei
    noci pi alti del campanile di Licodia,  a cogliere un passero a  volo
    con  una  sassata,  o  montare  correndo di salto sul dorso nudo delle
    giumente ancora indomite,  acciuffando per la criniera  la  prima  che
    passava a tiro,  senza lasciarsi sbigottire dai nitriti di collera dei
    puledri indomiti,  e dai loro salti disperati.  Ah!  le belle scappate
    pei  campi  mietuti,  colle criniere al vento!  i bei giorni d'aprile,
    quando il  vento  accavallava  ad  onde  l'erba  verde  e  le  cavalle
    nitrivano  nei  pascoli!  i bei meriggi d'estate,  in cui la campagna,
    bianchiccia, taceva,  sotto il cielo fosco,  e i grilli scoppiettavano
    fra  le  zolle,  come  se  le  stoppie si incendiassero!  il bel cielo
    d'inverno attraverso  i rami nudi del mandorlo,  che rabbrividivano al
    rovajo, e il viottolo che suonava gelato sotto lo zoccolo dei cavalli,
    e le allodole che trillavano in alto, al caldo, nell'azzurro! le belle
    sere  di  estate  che  salivano adagio adagio come la nebbia,  il buon
    odore  del  fieno  in  cui  si  affondavano  i  gomiti,  e  il  ronzo
    malinconico  degli insetti della sera,  e quelle due note dello zufolo
    di Jeli, sempre le stesse - iuh! iuh! iuh! - che facevano pensare alle
    cose lontane,  alla festa di  San  Giovanni,  alla  notte  di  Natale,
    all'alba della scampagnata, a tutti quei grandi avvenimenti trascorsi,
    che sembrano mesti,  cos lontani,  e facevano guardare in alto, cogli
    occhi umidi,  quasi tutte le stelle che andavano accendendosi in cielo
    vi piovessero in cuore, e l'allagassero!
    Jeli,  lui,  non pativa di quelle malinconie;  se ne stava accoccolato
    sul ciglione, colle gote enfiate,  intentissimo a suonare - iuh!  iuh!
    iuh!  -.  Poi  radunava il branco a furia di gridi e di sassate,  e lo
    spingeva nella stalla, di l del "poggio alla Croce".
    Ansando, saliva la costa,  di l dal vallone,  e gridava qualche volta
    al suo amico Alfonso: - Chimati il cane!  oh,  chimati il cane!  -;
    oppure: - Tirami  una  buona  sassata  allo  "zaino",  che  mi  fa  il
    capriccioso,  e se ne viene adagio adagio, gingillandosi colle macchie
    del vallone -;  oppure: - Domattina portami un ago grosso,  di  quelli
    della gn Lia.
    Ei  sapeva  fare  ogni  sorta  di  lavori  coll'ago;  e  ci  aveva  un
    batuffoletto di cenci nella sacca di tela,  per rattoppare al  bisogno
    le  brache  e  le  maniche  del  giubbone;  sapeva  anche  tessere dei
    treccioli di crini di cavallo, e si lavava anche da s colla creta del
    vallone il fazzoletto che si metteva al collo,  quando  aveva  freddo.
    Insomma,  purch ci avesse la sua sacca ad armacollo non aveva bisogno
    di nessuno al mondo, fosse stato nei boschi di Resecone,  o perduto in
    fondo  alla  "piana" di Caltagirone.  La gn Lia soleva dire: - Vedete
    Jeli il pastore?   stato sempre solo pei  campi  come  se  l'avessero
    figliato le sue cavalle,  ed  perci che sa farsi la croce con le due
    mani!
    Del rimanente  vero che Jeli non aveva bisogno di nessuno,  ma  tutti
    quelli della fattoria avrebbero fatto volentieri qualche cosa per lui,
    poich  era  un  ragazzo  servizievole,  e  ci  era  sempre il caso di
    buscarci qualche cosa da lui.  La gn Lia gli cuoceva il pane per amor
    del  prossimo,  ed ei la ricambiava con bei panierini di vimini per le
    ova, arcolai di canna, ed altre coserelle.
    - Facciamo come fanno le sue bestie,  - diceva la gn  Lia  -  che  si
    grattano il collo a vicenda.
    A  "Tebidi" tutti lo conoscevano da piccolo,  che non si vedeva fra le
    code dei cavalli,  quando pascolavano nel "piano del lettighiere",  ed
    era  cresciuto,  si pu dire,  sotto i loro occhi,  sebbene nessuno lo
    vedesse mai, e ramingasse sempre di qua e di l col suo armento!  "Era
    piovuto  dal  cielo,  e  la  terra  l'aveva  raccolto"  come  dice  il
    proverbio; proprio di quelli che non hanno n casa n parenti.  La sua
    mamma  stava a servire a Vizzini,  e non lo vedeva altro che una volta
    all'anno, quando egli andava coi puledri alla fiera di San Giovanni; e
    il giorno in cui era morta,  erano venuti a chiamarlo - un sabato sera
    che il luned Jeli torn alla mandra,  sicch non ci rimise nemmeno la
    giornata;  ma il povero ragazzo era ritornato cos sconvolto che  alle
    volte  lasciava scappare i puledri nel seminato.  - Oh,  Jeli!  - gli
    gridava allora massaro Agrippino dall'aja - o che vuoi  assaggiare  le
    nerbate    delle  feste,  figlio  di cagna?  Jeli si metteva a correre
    dietro i puledri  sbrancati,  e  li  spingeva  mogio  mogio  verso  la
    collina.  Per  davanti  agli occhi ci aveva sempre la sua mamma,  col
    capo avvolto nel fazzoletto bianco, che non parlava pi.
    Suo padre faceva il vaccaro a Ragoleti,  di l di  Licodia,  "dove  la
    malaria  si poteva mietere" dicevano i contadini dei dintorni;  ma nei
    terreni di malaria i pascoli sono grassi,  e le vacche non prendono le
    febbri.  Jeli  quindi  se  ne  stava  nei  campi  tutto  l'anno,  o  a
    "Donferrante",  o nelle chiuse della "Commenda",  o  nella  valle  del
    "Jacitano",   e  i  cacciatori,   o  i  viandanti  che  prendevano  le
    scorciatoie, lo vedevano sempre qua e l,  come un cane senza padrone.
    Ei  non  ci  pativa,  perch  era  avvezzo a stare coi cavalli che gli
    camminavano dinanzi,  passo passo,  brucando  il  trifoglio,  e  cogli
    uccelli che girovagavano a stormi,  attorno a lui,  tutto il tempo che
    il sole faceva il suo viaggio lento lento,  sino a  che  le  ombre  si
    allungavano  e  poi  si  dileguavano;  egli  avea il tempo di veder le
    nuvole accavallarsi  a  poco  a  poco,  e  figurar  monti  e  vallate;
    conosceva  come  spira  il  vento quando porta il temporale,  e di che
    colore sia il nuvolo quando sta per nevicare.  Ogni cosa aveva il  suo
    aspetto  e  il  suo  significato,  e  c'era  sempre  che  vedere e che
    ascoltare in tutte le ore del giorno. Cos verso il tramonto quando il
    pastore si metteva a suonare collo zufolo di sambuco,  la cavalla mora
    si accostava masticando il trifoglio svogliatamente, e stava anch'essa
    a guardarlo, con grandi occhi pensierosi.
    Dove soffriva soltanto un po' di malinconia era nelle lande deserte di
    "Passanitello",  in cui non sorge macchia n arbusto, e ne' mesi caldi
    non ci vola un uccello. I cavalli si radunavano in cerchio colla testa
    ciondoloni,  per farsi ombra l'un l'altro,  e nei lunghi giorni  della
    trebbiatura quella gran luce silenziosa pioveva sempre uguale ed afosa
    per sedici ore.
    Per  dove  il  mangime  era  abbondante,   e  i  cavalli  indugiavano
    volentieri,  il ragazzo si occupava con  qualche  altra  cosa:  faceva
    delle  gabbie  di  canna  per i grilli,  delle pipe intagliate,  e dei
    panierini di giunco, con quattro ramoscelli;  sapeva rizzare un po' di
    tettoia, quando la tramontana spingeva per la valle le lunghe file dei
    corvi,  o quando le cicale battevano le ali nel sole che abbruciava le
    stoppie; arrostiva le ghiande del querceto nella brace de' sarmenti di
    sommacco  che pareva di mangiare delle bruciate,  o vi abbrustoliva le
    larghe fette di pane allorch cominciava ad avere la barba dalla muffa
    - poich quando si trovava a "Passanitello"  nell'inverno,  le  strade
    erano  cos cattive che alle volte passavano quindici giorni senza che
    si vedesse passare anima viva.
    Don Alfonso, che era tenuto nel cotone dai suoi genitori, invidiava al
    suo amico Jeli la tasca di tela,  dove ci aveva tutta la sua roba,  il
    pane, le cipolle, il fiaschetto del vino, il fazzoletto pel freddo, il
    batuffoletto  dei cenci col refe  e gli aghi grossi,  la scatoletta di
    latta coll'esca  e la pietra focaja;  gli invidiava  pure  la  superba
    cavalla  "vajata",  quella  bestia  dal  ciuffetto  di peli irti sulla
    fronte,  che aveva gli occhi cattivi,  e gonfiava le froge  al pari di
    un  mastino ringhioso quando qualcuno voleva montarla.  Da Jeli invece
    si lasciava montare e grattare le orecchie,  e l'andava  fiutando  per
    ascoltare quello che ei voleva dirle.
    -  Lascia stare la "vajata",  - gli raccomandava Jeli - non  cattiva,
    ma non ti conosce.
    Dopo che Scordu il "Bucchierese"  si men via  la  giumenta  calabrese
    che  aveva  comprato  a  San Giovanni,  col patto che gliela tenessero
    nell'armento sino alla vendemmia,  il puledro zaino,  rimasto  orfano,
    non  voleva  darsi  pace,  e scorrazzava su pei greppi del monte,  con
    lunghi nitriti lamentevoli, e colle froge al vento.
    Jeli gli correva dietro, chiamandolo con forti grida,  e il puledro si
    fermava  ad  ascoltare,  col  collo  teso  e  le  orecchie irrequiete,
    sferzandosi i fianchi colla coda. - E' perch gli hanno portato via la
    madre,  e non sa pi cosa si faccia osservava  il  pastore.  -  Adesso
    bisogna  tenerlo d'occhio perch sarebbe capace di lasciarsi andar gi
    nel precipizio. Anch'io, quando mi  morta la mia mamma, non ci vedevo
    pi dagli occhi.
    Poi, dopo che il puledro ricominci a fiutare il trifoglio,  e a darvi
    qualche  boccata  di  malavoglia,  -  Vedi!  a  poco a poco comincia a
    dimenticarsene.
    - Ma anch'esso sar venduto.  I cavalli sono fatti per esser  venduti;
    come gli agnelli nascono per andare al macello, e le nuvole portano la
    pioggia.  Solo  gli uccelli non hanno a far altro che cantare e volare
    tutto il giorno.
    Le idee non gli venivano nette e filate l'una dietro l'altra,  ch  di
    rado  aveva  avuto  con  chi  parlare,  e  perci  non aveva fretta di
    scovarle e districarle in  fondo  alla  testa,  dove  era  abituato  a
    lasciare  che  sbocciassero  e  spuntassero fuori a poco a poco,  come
    fanno le gemme dei ramoscelli sotto il  sole.  Anche  gli  uccelli,  -
    soggiunse - devono buscarsi  il cibo,  e quando la neve copre la terra
    se ne muoiono.
    Poi ci pens su un pezzetto.  - Tu sei come  gli  uccelli;  ma  quando
    arriva l'inverno te ne puoi stare al fuoco senza far nulla.
    Don Alfonso per rispondeva che anche lui andava a scuola, a imparare.
    Jeli allora sgranava gli occhi,  e stava tutto orecchi se il signorino
    si metteva a leggere,  e guardava il libro e lui in  aria  sospettosa,
    stando  ad  ascoltare  con  quel lieve ammiccar di palpebre che indica
    l'intensit  dell'attenzione  nelle  bestie  che  pi   si   accostano
    all'uomo.  Gli  piacevano  i  versi  che gli accarezzavano l'udito con
    l'armonia di una canzone incomprensibile,  e alle volte aggrottava  le
    ciglia,  appuntava il mento,  e sembrava che un gran lavoro si stesse
    facendo nel suo interno; allora accennava di s e di s col capo,  con
    un  sorriso  furbo,  e  si grattava la testa.  Quando poi il signorino
    mettevasi a scrivere per far vedere  quante  cose  sapeva  fare,  Jeli
    sarebbe  rimasto  delle  giornate  intiere  a guardarlo,  e tutto a un
    tratto  lasciava   scappare   un'occhiata   sospettosa.   Non   poteva
    capacitarsi  che si potesse poi ripetere sulla carta quelle parole che
    egli aveva dette, o che aveva dette don Alfonso,  ed anche quelle cose
    che  non  gli  erano  uscite  di bocca,  talch lui finiva per tirarsi
    indietro, incredulo, e con un sorriso furbo.
    Ogni idea nuova che gli picchiasse nella testa per entrare, lo metteva
    in sospetto, e pareva la fiutasse colla diffidenza selvaggia della sua
    "vajata". Per non mostrava meraviglia di nulla al mondo: gli avessero
    detto che in citt  i  cavalli  andavano  in  carrozza,  egli  sarebbe
    rimasto  impassibile con quella maschera di indifferenza orientale che
     la dignit del contadino siciliano.  Pareva  che  istintivamente  si
    trincerasse   nella sua ignoranza,  come fosse la forza della povert.
    Tutte le volte che rimaneva a corto di argomenti ripeteva: - Io non ne
    so nulla. Io sono povero - con quel sorriso ostinato che voleva essere
    malizioso.
    Aveva chiesto al suo amico Alfonso di scrivergli il nome di Mara su di
    un pezzetto di carta che  aveva  trovato  chi  sa  dove,  perch  egli
    raccattava  tutto  quello  che  vedea per terra,  e se l'era messo nel
    batuffoletto dei cenci.  Un giorno,  dopo esser stato un po' zitto,  a
    guardare  di  qua e di l soprappensiero,  gli disse serio: - Io ci ho
    l'innamorata.
    Alfonso, malgrado che sapesse leggere,  sgranava gli occhi.  S,ripet
    Jeli - Mara,  la figlia di massaro Agrippino che era qui: ed ora sta a
    Marineo,  in quel gran casamento della pianura che si vede dal  "piano
    del lettighiere", lass.
    - O ti mariti dunque?
    - S, quando sar grande e avr sei onze all'anno di salario. Mara non
    ne sa nulla ancora.
    - Perch non gliel'hai detto?
    Jeli  tentenn  il  capo,  e  si  mise  a  riflettere.  Poi  svolse il
    batuffoletto e spieg la carta che s'era fatta scrivere.
    - E' proprio vero che dice "Mara";  l'ha letto pure don  Gesualdo,  il
    campiere, e fra Cola, quando venne per la cerca delle fave.
    - Uno che sappia scrivere,  - osserv poi -  come uno che serbasse le
    parole nella scatola dell'acciarino,   e potesse portarsele in  tasca,
    ed anche mandarle di qua e di l.
    - Ora che ne farai di quel pezzetto di carta,  tu che non sai leggere?
    - gli domand Alfonso.
    Jeli si strinse nelle spalle,  ma continu ad avvolgere  accuratamente
    il suo fogliolino scritto nel batuffoletto dei cenci.
    La  Mara  l'aveva  conosciuta  da bambina,  che avevano cominciato dal
    picchiarsi ben  bene,  una  volta  che  s'erano  incontrati  lungo  il
    vallone,  a  cogliere  le more nelle siepi di rovo.  La ragazzina,  la
    quale sapeva di essere "nel fatto suo",  aveva  agguantato  pel  collo
    Jeli,  come  un  ladro.  Per  un po' s'erano scambiati dei pugni nella
    schiena, uno tu ed uno io,  come fa il bottaio sui cerchi delle botti,
    ma quando furono stanchi andarono calmandosi a poco a poco,  tenendosi
    sempre acciuffati.
    - Tu chi sei? - gli domand Mara.
    E come Jeli, pi salvatico, non diceva chi fosse.
    - Io sono Mara,  la figlia di massaro Agrippino,  che  il campaio  di
    tutti questi campi qui.
    Jeli allora lasci la presa senza dir nulla,  e la ragazzina si mise a
    raccattare le more che le erano cadute per terra,  sbirciando di tanto
    in tanto il suo avversario con curiosit.
    -  Di  l  del  ponticello,  nella siepe dell'orto,  ci son tante more
    grosse - aggiunse la piccina; - e se le mangiano le galline.
    Jeli intanto si allontanava quatto quatto, e Mara,  dopo che stette ad
    accompagnarlo  cogli occhi finch pot vederlo nel querceto,  volse le
    spalle anche lei, e se la diede a gambe verso casa.
    Ma da quel giorno in poi cominciarono ad addomesticarsi. Mara andava a
    filare la stoppa sul parapetto del ponticello,  e Jeli  adagio  adagio
    spingeva  l'armento verso le falde del "poggio del Bandito".  Da prima
    se ne stava in disparte, ronzandole attorno, guardandola da lontano in
    aria sospettosa,  e a poco a poco  andava  accostandosi  coll'andatura
    guardinga  del  cane  avvezzo  alle  sassate.   Quando  finalmente  si
    trovavano accanto, ci stavano delle lunghe ore senza aprir bocca. Jeli
    osservando attentamente l'intricato lavoro della calza  che  la  mamma
    aveva dato in compito alla Mara, oppure costei gli vedeva intagliare i
    bei zig zag sui bastoni di mandorlo. Poi se ne andavano l'uno di qua e
    l'altro  di l,  senza parlare,  e la bambina,  com'era in vista della
    casa,  si metteva a correre,  facendo levar alta la  sottanella  sulle
    gambette  rosse.  Al  tempo dei fichidindia poi si fissarono nel folto
    delle  macchie,   sbucciando  dei  fichi  tutto   il   santo   giorno.
    Vagabondavano insieme sotto i noci secolari, e Jeli ne bacchiava tante
    delle  noci,  che  piovevano fitte come la gragnuola;  la ragazzina si
    affaticava a raccattarne con grida di giubilo pi che  poteva,  e  poi
    scappava via,  lesta lesta,  tenendo tese le due cocche del grembiule,
    dondolandosi come una vecchietta.
    Durante l'inverno Mara non os mettere fuori il  naso,  in  quel  gran
    freddo.  Alle volte,  verso sera, si vedeva il fumo dei fuocherelli di
    sommacchi che Jeli andava facendo nel "piano del lettighiere",  o  sul
    "poggio  di  Macca",  per  non  rimanere intirizzito al pari di quelle
    cinciallegre che la mattina trovava dietro un sasso,  o al  riparo  di
    una zolla. Anche i cavalli ci trovavano piacere a ciondolare un po' la
    coda  attorno  al  fuoco,  e si stringevano fra di loro,  per star pi
    caldi.
    Col marzo tornarono le allodole nel piano,  i passeri  sul  tetto,  le
    foglie  e  i  nidi  nelle siepi,  Mara riprese ad andare a spasso,  in
    compagnia di Jeli, nell'erba soffice,  fra le macchie in fiore,  sotto
    gli alberi ancora nudi che cominciavano a punteggiarsi di verde.  Jeli
    si ficcava negli spineti come un segugio,  per andare a scovare  delle
    nidiate di merli che guardavano sbalorditi coi loro occhietti di pepe;
    i  due  fanciulli portavano spesso nel petto della camicia dei piccoli
    conigli allora stanati,  quasi nudi,  ma dalle lunghe orecchie  diggi
    inquiete;  scorrazzavano  pei campi al seguito del branco dei cavalli,
    entrando nelle stoppie dietro i mietitori,  passo passo  coll'armento,
    fermandosi  ogni  volta  che  una  giumenta si fermava a strappare una
    boccata d'erba. La sera, giunti al ponticello, se ne andavano l'una di
    qua e l'altro di l, senza dirsi addio. Cos passarono tutta l'estate.
    Intanto il sole cominciava a tramontare dietro il "poggio alla Croce",
    e i pettirossi gli andavano dietro verso la montagna,  come imbruniva,
    seguendolo fra le macchie dei fichidindia. I grilli e le cicale non si
    udivano  pi,  e  in  quell'ora  per  l'aria si spandeva come una gran
    malinconia.
    In quel tempo arriv al casolare di Jeli suo padre,  il  vaccaro,  che
    aveva  preso  la  malaria  a "Ragoleti",  e non poteva nemmen reggersi
    sull'asino che lo portava. Jeli accese il fuoco, lesto lesto,  e corse
    "alle case" per cercargli qualche uovo di gallina.  - Piuttosto stendi
    un po' di strame vicino al fuoco,  gli disse suo padre - ch mi  sento
    tornare la febbre.
    Il ribrezzo  della febbre era cos forte che compare Menu,  seppellito
    sotto il suo gran tabarro, la bisaccia dell'asino, e la sacca di Jeli,
    tremava come fanno le foglie in novembre,  davanti alla gran vampa  di
    sarmenti  che  gli  faceva  il  viso  bianco  bianco come un morto.  I
    contadini della fattoria venivano a domandargli:
    - Come vi sentite,  compare Menu?  - Il poveretto non rispondeva altro
    che con un guaito come fa un cagnuolo di latte. - E' malaria di quella
    che   ammazza   meglio   di  una  schioppettata  dicevano  gli  amici,
    scaldandosi le mani al fuoco.
    Fu chiamato anche il medico, ma erano tutti denari sprecati, perch la
    malattia era di quelle  chiare  e  conosciute  che  anche  un  ragazzo
    saprebbe curarla,  e se la febbre non era di quelle che ammazzano,  ad
    ogni modo, col solfato si sarebbe guarita subito.
    Compare Menu ci spese gli occhi della testa in tanto solfato,  ma  era
    come  buttarlo  nel pozzo.  - Prendete un buon decotto di "ecalibbiso"
    che non costa nulla,  - suggeriva massaro Agrippino- e se non serve  a
    nulla  come  il  solfato,  almeno  non  vi  rovinate a spendere -.  Si
    prendeva anche il decotto di  eucaliptus,  eppure  la  febbre  tornava
    sempre,  e  anche  pi  forte.  Jeli assisteva il genitore come meglio
    sapeva. Ogni mattina,  prima d'andarsene coi puledri,  gli lasciava il
    decotto preparato nella ciotola, il fascio dei sarmenti sotto la mano,
    le  uova  nella  cenere calda,  e tornava presto alla sera colle altre
    legna, per la notte,  e il fiaschetto del vino,  e qualche pezzetto di
    carne  di montone che era corso a comperare sino a Licodia.  Il povero
    ragazzo faceva ogni cosa con garbo,  come una  brava  massaia,  e  suo
    padre, accompagnandolo cogli occhi stanchi nelle sue faccenduole qua e
    l pel casolare,  di tanto in tanto sorrideva, pensando che il ragazzo
    avrebbe saputo aiutarsi, quando fosse rimasto solo.
    I giorni in cui la febbre cessava per qualche  ora,  compare  Menu  si
    alzava tutto stravolto e col capo stretto nel fazzoletto, e si metteva
    sull'uscio  ad aspettare Jeli,  mentre il sole era ancora caldo.  Come
    Jeli lasciava cadere accanto all'uscio il fascio della legna, e posava
    sulla tavola il fiasco e le uova,  ei gli diceva: -  Metti  a  bollire
    l'"ecalibbiso"  per  stanotte;  oppure - Guarda che l'oro di tua madre
    l'ha in consegna la zia Agata,  quando non ci sar pi io.  -  E  Jeli
    diceva di s col capo.
    -  E'  inutile  -  ripeteva massaro Agrippino ogni volta che tornava a
    vedere compare Menu colla febbre.  - Il  sangue  oramai    tutto  una
    peste.
    Compare  Menu  ascoltava  senza  batter palpebra,  col viso pi bianco
    della sua berretta.
    Diggi non si alzava pi.  Jeli si metteva a piangere quando  non  gli
    bastavano le forze per aiutarlo a voltarsi da un lato all'altro;  poco
    per volta compare Menu fin per non  parlare  nemmen  pi.  Le  uItime
    parole che disse al suo ragazzo furono:
    - Quando sar morto,  andrai dal padrone delle vacche, a "Ragoleti", e
    ti farai dare le tre onze e i dodici tumoli  di frumento che avanzo da
    maggio a questa parte.
    - No, - rispose Jeli - sono soltanto due onze e quindici, perch avete
    lasciato le vacche che  pi di un  mese,  e  bisogna  fare  il  conto
    giusto col padrone.
    - E' vero! - afferm compare Menu socchiudendo gli occhi.
    -  Ora  son proprio solo al mondo come un puledro smarrito,  che se lo
    possono mangiare i lupi!  - pens Jeli quando gli  ebbero  portato  il
    babbo al cimitero di Licodia.
    Mara era venuta a vedere anche lei la casa del morto,  colla curiosit
    inquieta che destano le cose spaventose.
    - Vedi come son rimasto?  - le  disse  Jeli.  La  ragazzetta  si  tir
    indietro  sbigottita,  per paura che non la facesse entrare nella casa
    dove era stato il morto.
    Jeli and a riscuotere il danaro del babbo, e se ne part coll'armento
    per "Passanitello",  dove l'erba era gi alta sul terreno lasciato pel
    maggese,  e il mangime era abbondante; perci i puledri vi restarono a
    pascolarvi per molto tempo.  Frattanto Jeli  s'era  fatto  grande,  ed
    anche  Mara  doveva  esser  cresciuta,  pensava  egli sovente,  mentre
    suonava il suo zufolo;  e quando torn a "Tebidi",  dopo tanto  tempo,
    spingendosi   innanzi   adagio  adagio  le  giumente  per  i  viottoli
    sdrucciolevoli della "fontana dello zio Cosimo", andava cercando cogli
    occhi il ponticello del  vallone,  e  il  casolare  nella  "valle  del
    Jacitano",  e  il tetto delle case grandi su cui svolazzavano sempre i
    colombi.  Ma  in  quel  tempo  il  padrone  aveva  licenziato  massaro
    Agrippino e tutta la famiglia di Mara stava sloggiando.  Jeli trov la
    ragazza, la quale s'era fatta grandicella e belloccia,  alla porta del
    cortile,  che teneva d'occhio la sua roba,  mentre la caricavano sulla
    carretta.  Ora la stanza vuota sembrava pi  scura  e  affumicata  del
    solito.  La tavola,  e il letto,  e il cassettone, e le immagini della
    Vergine e di San Giovanni,  e fino i chiodi per appendervi  le  zucche
    delle  sementi,  ci  avevano lasciato il segno sulle pareti dove erano
    state per tanti anni.
    - Andiamo via,  - gli disse Mara come  lo  vide  osservare.  -  Ce  ne
    andiamo  laggi  a  "Marineo"  dove  c'  quel  gran casamento,  nella
    pianura.
    Jeli si diede ad aiutare massaro Agrippino e la gn Lia  nel  caricare
    la  carretta,  e allorch non ci fu altro da portare via dalla stanza,
    and a sedere con Mara sul parapetto dell'abbeveratojo.
    - Anche le case,  - le disse,  quand'ebbe visto  accatastare  l'ultima
    cesta  sulla  carretta - anche le case,  come se ne toglie via la loro
    roba, non sembrano pi quelle.
    - A "Marineo",  - rispose Mara - ci avremo una camera  pi  bella,  ha
    detto la mamma, e grande come il magazzino dei formaggi.
    -  Ora che tu sarai via,  non voglio venirci pi qui;  ch mi parr di
    esser tornato l'inverno, a veder quell'uscio chiuso.
    - A "Marineo" invece troveremo dell'altra gente,  Pudda "la rossa",  e
    la figlia del campiere; si star allegri, per le messe verranno pi di
    ottanta mietitori, colla cornamusa, e si baller sull'aja.
    Massaro  Agrippino e sua moglie si erano avviati colla carretta,  Mara
    correva loro dietro tutta allegra,  portando il paniere coi  piccioni.
    Jeli  volle accompagnarla sino al ponticello,  e quando Mara stava per
    scomparire nella vallata la chiam: - Mara! oh! Mara!
    - Che vuoi? - disse Mara.
    Egli non lo sapeva pi che voleva.
    - O tu, cosa farai qui tutto solo? - gli domand allora la ragazza.
    - Io resto coi puledri.
    Mara se ne and saltellando, e lui rimase l fermo,  finch pot udire
    il rumore della carretta che rimbalzava sui sassi.  Il sole toccava le
    roccie alte del "poggio alla Croce",  le  chiome  grigie  degli  ulivi
    sfumavano nel crepuscolo, e per la campagna vasta, lontan lontano, non
    si  udiva  altro  che  il campanaccio della bianca nel silenzio che si
    allargava.
    Mara, come se ne fu andata a "Marineo",  in mezzo alla gente nuova,  e
    alle  faccende della vendemmia,  si scord di lui;  ma Jeli ci pensava
    sempre a lei,  perch non aveva altro da fare,  nelle lunghe  giornate
    che passava a guardare la coda delle sue bestie.  Adesso non aveva poi
    motivo alcuno per calar nella valle,  di l del ponticello,  e nessuno
    lo vedeva pi alla fattoria.  In tal modo ignor per un pezzo che Mara
    si era fatta sposa,  giacch  dell'acqua  intanto  ne  era  passata  e
    passata  sotto  il  ponticello.  Egli rivide soltanto la ragazza il d
    della festa di San Giovanni,  come and  alla  fiera  coi  puledri  da
    vendere: una festa che gli si mut tutta in veleno, e gli fece cascare
    il  pane  di  bocca  per  un  accidente toccato ad uno dei puledri del
    padrone, Dio ne scampi.
    Il giorno della fiera il fattore aspettava i  puledri  sin  dall'alba,
    andando  su  e  gi  cogli  stivali  inverniciati dietro le groppe dei
    cavalli e dei muli,  messi in fila di qua e di l dello  stradone.  La
    fiera era gi sul finire,  n Jeli spuntava ancora colle bestie, di l
    del gomito che faceva lo stradone. Sulle pendici riarse del "Calvario"
    e del "Mulino a vento",  rimaneva tuttora qualche  branco  di  pecore,
    stretto  in  cerchio  col  muso  a terra e l'occhio spento,  e qualche
    pariglia di buoi dal pelo lungo,  di quelli che si vendono per  pagare
    il fitto delle terre, che aspettavano immobili, sotto il sole cocente.
    Laggi,  verso  la valle,  la campana di San Giovanni suonava la messa
    grande,  accompagnata dal lungo crepito  dei  mortaletti.  Allora  il
    campo  della  fiera  sembrava  trasalire,  e  correva un grido che si
    prolungava fra le tende dei trecconi    schierati  nella  "salita  dei
    Galli",  scendeva  per  le  vie del paese,  e sembrava ritornare dalla
    valle dov'era la chiesa. Viva San Giovanni!
    - Santo diavolone! - strillava il fattore - quell'assassino di Jeli mi
    far perdere la fiera!
    Le pecore levavano il muso attonito,  e si mettevano a belare tutte in
    una volta, e anche i buoi facevano qualche passo lentamente, guardando
    in giro, con grandi occhi intenti.
    Il  fattore  era cos in collera perch quel giorno dovevasi pagare il
    fitto delle "chiuse grandi",  "come San Giovanni fosse arrivato  sotto
    l'olmo",  diceva  il  contratto,  e a completare la somma si era fatto
    assegnamento sulla vendita dei puledri. Intanto di puledri, e cavalli,
    e muli ce n'erano quanti il Signore ne aveva fatti, tutti strigliati e
    lucenti, e ornati di fiocchi, e nappine, e sonagli, che scodinzolavano
    per scacciare la noia,  e voltavano la testa verso ognuno che passava,
    come aspettassero un'anima caritatevole che volesse comprarli.
    - Si sar messo a dormire,  quell'assassino!  - seguitava a gridare il
    fattore - e mi lascia i puledri sulla pancia!
    Invece Jeli aveva  camminato  tutta  la  notte,  acciocch  i  puledri
    arrivassero   freschi   alla  fiera,   e  prendessero  un  buon  posto
    nell'arrivare,  ed era giunto al "piano del Corvo" che ancora  i  "tre
    re"    non erano tramontati,  e luccicavano sul "monte Arturo",  colle
    braccia in croce. Per la strada passavano continuamente carri, e gente
    a cavallo,  che andavano alla festa;  per questo il giovanetto  teneva
    ben  aperti  gli  occhi,  acci  i  puledri,  spaventati dall'insolito
    viavai, non si sbandassero, ma andassero uniti lungo il ciglione della
    strada,  dietro la "bianca" che camminava diritta  e  tranquilla,  col
    campanaccio  al collo.  Di tanto in tanto,  allorch la strada correva
    sulla sommit delle colline,  si udiva sin lass  la  campana  di  San
    Giovanni, che anche nel bujo e nel silenzio della campagna arrivava la
    festa, e per tutto lo stradone, lontan lontano, sin dove c'era gente a
    piedi  o a cavallo che andava a Vizzini,  si udiva gridare: - Viva San
    Giovanni!  - e i razzi salivano diritti e lucenti dietro i monti della
    "Canziria", come le stelle che piovono in agosto,
    -  E'  come  la notte di Natale!  - andava dicendo Jeli al ragazzo che
    l'aiutava a condurre il branco,  - che in ogni fattoria si fa festa  e
    luminaria,  e per tutta la campagna si vedono qua e l dei fuochi.  Il
    ragazzo  sonnecchiava,   spingendo  adagio  adagio  una  gamba  dietro
    l'altra,  e  non rispondeva nulla;  ma Jeli che si sentiva rimescolare
    tutto il sangue da quella campana,  non poteva  star  zitto,  come  se
    ognuno di quei razzi che strisciavano sul bujo taciti e lucenti dietro
    il monte gli sbocciassero dall'anima.
    - Mara sar andata anche lei alla festa di San Giovanni,  dicevaperch
    ci va tutti gli anni.
    E senza curarsi che Alfio,  il ragazzo,  non rispondesse nulla: Tu non
    sai?  ora  Mara    alta cos,  che  pi grande di sua madre che l'ha
    fatta,  e quando l'ho rivista non mi pareva  vero  che  fosse  proprio
    quella  stessa  con  cui  si  andava  a  cogliere  i fichidindia,  e a
    bacchiare le noci.
    E si mise a cantare ad alta voce tutte le canzoni che sapeva.
    - O Alfio,  che dormi?  - gli grid quando ebbe finito.  - Bada che la
    "bianca" ti vien sempre dietro, bada!
    - No, non dormo! - rispose Alfio con voce rauca.
    -  La  vedi  la  "puddara",   che  sta  ad  ammiccarci  lass,   verso
    "Granvilla", come sparassero dei razzi anche a "Santa Domenica"?  Poco
    pu  passare a romper l'alba;  pure alla fiera arriveremo in tempo per
    trovare un buon posto. Ehi, "morellino" bello! che ci avrai la cavezza
    nuova, colle nappine rosse, per la fiera! e anche tu, "stellato"!
    Cos andava parlando  all'uno  e  all'altro  dei  puledri,  perch  si
    rinfrancassero  sentendo  la  sua  voce al bujo.  Ma gli doleva che lo
    "stellato" e il "morellino" andassero alla fiera per esser venduti.
    - Quando saran venduti,  se ne andranno col padrone nuovo,  e  non  si
    vedranno  pi  nella mandria,  com' stato di Mara,  dopo che se ne fu
    andata a "Marineo".
    - Suo padre sta benone laggi a "Marineo"; ch quando andai a trovarli
    mi misero dinanzi pane,  vino,  formaggio,  e ogni ben di Dio,  perch
    egli  quasi il fattore,  ed ha le chiavi di ogni cosa, e avrei potuto
    mangiarmi tutta la fattoria,  se avessi voluto.  Mara non mi conosceva
    quasi  pi  da  tanto  che  non  mi  vedeva e si mise a gridare: - Oh!
    guarda!  Jeli,  il guardiano dei cavalli,  quello di "Tebidi"!  Gli 
    come quando uno torna da lontano,  che al vedere soltanto il cucuzzolo
    di un monte, gli basta a riconoscere subito il paese dove  cresciuto.
    La gn non voleva che le dessi pi del tu,  alla  Mara,  ora  che  sua
    figlia  si    fatta  grande,  perch  la  gente  che  non  sa  nulla,
    chiacchiera facilmente.  Mara invece rideva,  e  sembrava  che  avesse
    infornato  il  pane allora allora,  tanto era rossa;  apparecchiava la
    tavola,  e spiegava la tovaglia che non pareva pi quella.  - O che ti
    rammenti pi di "Tebidi"? - le chiesi appena la gn Lia fu sortita per
    spillare del vino fresco dalla botte.  - S,  s, me ne rammento, - mi
    disse ella - a "Tebidi" c'era la campana,  col campanile che pareva un
    manico  di  saliera,  e  si suonava dal ballatojo,  e c'erano pure due
    gatti di sasso,  che facevano le fusa sul cancello del giardino.  - Io
    me  le  sentivo  qui  dentro  tutte  quelle  cose,  come  ella  andava
    dicendole.  Mara mi guardava da capo a  piedi  con  tanto  d'occhi,  e
    tornava a dire: - Come ti sei fatto grande! - e si mise pure a ridere,
    e mi diede uno scapaccione qui, sulla testa.
    In tal modo Jeli,  il guardiano dei cavalli,  perdette il pane, perch
    giusto in quel punto sopravveniva all'improvviso una carrozza che  non
    si era udita prima,  mentre saliva l'erta  passo passo, e si era messa
    al trotto com'era giunta al piano,  con gran strepito di frusta  e  di
    sonagli,  quasi  la  portasse il diavolo.  I puledri,  spaventati,  si
    sbandarono in un lampo, che pareva un terremoto, e ce ne vollero delle
    chiamate, e delle grida e degli ohi! ohi!  ohi!  di Jeli e del ragazzo
    prima  di  raccoglierli  attorno  alla  "bianca",  la  quale anch'essa
    trotterellava svogliatamente,  col campanaccio al collo.  Appena  Jeli
    ebbe contato le sue bestie, si accorse che mancava lo "stellato", e si
    cacci  le  mani  nei capelli,  perch in quel posto la strada correva
    lungo il burrone,  e fu nel burrone che lo "stellato" si  fracass  le
    reni,  un  puledro  che  valeva  dodici  onze  come  dodici angeli del
    paradiso! Piangendo e gridando Jeli andava chiamando il puledro - ahu!
    ahu! ahu! - che non ci vedeva ancora. Lo "stellato" rispose finalmente
    dal fondo del burrone,  con un nitrito doloroso,  come avesse avuto la
    parola, povera bestia!
    -  Oh!  mamma  mia!  -  andavano gridando Jeli e il ragazzo.  Oh!  che
    disgrazia, mamma mia!
    I viandanti che andavano alla festa,  e sentivano piangere a quel modo
    in  mezzo  al  buio,  domandavano  cosa  avessero perso,  e poi,  come
    sapevano di che si trattava, andavano per la loro strada.
    Lo "stellato" rimaneva immobile dove era caduto,  colle zampe in aria,
    e mentre Jeli l'andava tastando per ogni dove, piangendo e parlandogli
    quasi avesse potuto farsi intendere, la povera bestia rizzava il collo
    penosamente,  e voltava la testa verso di lui,  che si udiva l'anelito
    rotto dallo spasimo.
    - Qualche cosa si sar rotto!  - piagnucolava Jeli,  disperato di  non
    poter  vedere  nulla  pel  buio;  e  il  puledro  inerte come un sasso
    lasciava ricadere il capo  di  peso.  Alfio  rimasto  sulla  strada  a
    custodia  del branco,  s'era rasserenato per il primo,  e aveva tirato
    fuori il pane dalla sacca.  Ora il cielo s'era fatto bianchiccio,  e i
    monti  tutto  intorno parevano che spuntassero ad uno ad uno,  neri ed
    alti.  Dalla svolta dello stradone si cominciava a scorgere il  paese,
    col  "Monte del Calvario" e del "Mulino a vento" stampato sull'albore,
    ancora foschi,  seminati dalle chiazze bianche delle pecore,  e come i
    buoi che pascolavano sul cocuzzolo del monte,  nell'azzurro,  andavano
    di qua e di l, sembrava che il profilo del monte stesso si animasse e
    formicolasse di vita.  La campana,  dal fondo del burrone non si udiva
    pi,  i viandanti si erano fatti pi rari,  e quei pochi che passavano
    avevano fretta di arrivare alla fiera.  Il povero Jeli  non  sapeva  a
    qual santo votarsi in quella solitudine: lo stesso Alfio, da solo, non
    poteva giovargli per niente; perci costui andava sbocconcellando pian
    piano il suo pezzo di pane.
    Finalmente  si  vide venire a cavallo il fattore,  il quale da lontano
    strepitava e bestemmiava accorrendo, al vedere gli animali fermi sulla
    strada, sicch lo stesso Alfio se la diede a gambe per la collina.  Ma
    Jeli non si mosse d'accanto allo "stellato". Il fattore lasci la mula
    sulla  strada,  e scese nel burrone anche lui,  cercando di aiutare il
    puledro ad alzarsi,  e tirandolo per la coda.  - Lasciatelo  stare!  -
    diceva Jeli, bianco in viso come se si fosse fracassate le reni lui. -
    Lasciatelo stare! Non vedete che non si pu muovere, povera bestia?
    Lo  "stellato"  infatti  ad  ogni movimento,  e ad ogni sforzo che gli
    facevano fare, metteva un rantolo che pareva un cristiano.  Il fattore
    si  sfogava  a calci e scapaccioni su di Jeli,  e tirava pei piedi gli
    angeli e i santi  del  paradiso.  Allora  Alfio  pi  rassicurato  era
    tornato  sulla  strada,  per non lasciare le bestie senza custodia,  e
    badava a scolparsi dicendo:
    - Io non ci ho colpa. Io andavo innanzi colla "bianca".
    - Qui non c' pi nulla da fare, - disse alfine il fattore dopo che si
    persuase che era tutto tempo perso. - Qui non se ne pu prendere altro
    che la pelle, finch' buona.
    Jeli si mise a tremare come una foglia quando vide il fattore andare a
    staccare lo schioppo dal basto  della mula.
    - Levati di l,  paneperso!  - gli url il fattore - ch non so chi mi
    tenga  dallo  stenderti  per  terra  accanto a quel puledro che valeva
    assai pi di te,  con tutto il battesimo porco che ti diede quel prete
    ladro!
    Lo "stellato", non potendosi muovere, volgeva il capo con grandi occhi
    sbarrati quasi avesse inteso ogni cosa, e il pelo gli si arricciava ad
    onde,  lungo le costole; sembrava ci corresse sotto un brivido. In tal
    modo il fattore uccise sul luogo lo stellato,  per cavarne  almeno  la
    pelle,  e  il  rumore  fiacco  che  fece dentro le carni vive il colpo
    tirato a bruciapelo parve a Jeli di sentirselo dentro di s.
    - Ora se vuoi sapere il mio consiglio, - gli lasci detto il fattore -
    cerca di non farti veder pi dal padrone per quel salario che  avanzi,
    perch te lo pagherebbe salato assai!
    Il fattore se ne and insieme ad Alfio, cogli altri puledri che non si
    voltavano  nemmeno  a vedere dove rimanesse lo "stellato",  e andavano
    strappando l'erba dal  ciglione.  E  lo  "stellato"  rimase  solo  nel
    burrone,  aspettando  che venissero a scuoiarlo,  con gli occhi ancora
    spalancati, e le quattro zampe distese, beato lui,  che non penava pi
    infine.  Jeli,  ora  che  aveva  visto con qual ceffo il fattore aveva
    preso di mira il puledro e tirato il colpo,  mentre la  povera  bestia
    volgeva  la  testa  penosamente,  quasi  avesse il giudizio,  smise di
    piangere,  e se ne stette a guardare lo "stellato" duro  duro,  seduto
    sul sasso,  fin quando arrivarono gli uomini che dovevano prendersi la
    pelle.
    Adesso poteva andarsene a spasso,  a godersi la festa,  o starsene  in
    piazza  tutto  il  giorno,  a  vedere i galantuomini nel casino,  come
    meglio gli piaceva, ch non aveva pi n pane,  n tetto,  e bisognava
    cercarsi  un  padrone,  se pure qualcuno lo voleva,  dopo la disgrazia
    dello "stellato".
    Le cose del mondo vanno cos: mentre Jeli andava cercando  un  padrone
    colla  sacca  ad  armacollo e il bastone in mano,  la banda suonava in
    piazza allegramente, coi pennacchi sul cappello,  in mezzo a una folla
    di berrette bianche  fitte come le mosche,  e i galantuomini stavano a
    godersela seduti nel casino. Tutta la gente era vestita da festa, come
    gli animali della fiera,  e in un canto della piazza c'era  una  donna
    colla  gonnella corta e le calze color di carne che pareva colle gambe
    nude,  e picchiava sulla  gran  cassa,  davanti  a  un  gran  lenzuolo
    dipinto,  dove si vedeva una carneficina di cristiani,  col sangue che
    colava a fiumi,  e nella folla che stava a  guardare  a  bocca  aperta
    c'era  pure  massaro  Cola,  il quale conosceva Jeli da quando stava a
    "Passanitello", e gli disse che il padrone glielo avrebbe trovato lui,
    poich compare Isidoro Macca cercava un guardiano per i porci.  - Per
    non dir nulla dello "stellato",  - gli raccomand massaro Cola.  - Una
    disgrazia come questa pu accadere a tutti. Ma  meglio non parlarne.
    Andarono perci a cercare compare Macca, il quale era al ballo,  e nel
    tempo  che  massaro  Cola  and a fare l'ambasciata Jeli aspett sulla
    strada,  in mezzo alla folla che stava a guardare  dalla  porta  della
    bottega.  Nella  stanzaccia  c'era  un mondo di gente che saltava e si
    divertiva,  tutti rossi e scalmanati,  e facevano un gran  pestare  di
    scarponi  sull'ammattonato,  che non si udiva nemmeno il "ron ron" del
    contrabbasso,  e appena finiva una  suonata,  che  costava  un  grano,
    levavano il dito per far segno che ne volevano un'altra;  e quello del
    contrabbasso faceva una croce col carbone sulla parete, per memoria, e
    cominciava da capo.  - Questi li spendono senza pensarci,  -  s'andava
    dicendo  Jeli  -  e vuol dire che hanno la tasca piena,  e non sono in
    angustia come me, per difetto di un padrone, se sudano e s'affannano a
    saltare per loro piacere,  quasi fossero presi a giornata!  -  Massaro
    Cola  torn  dicendo  che  compare  Macca  non aveva bisogno di nulla.
    Allora Jeli volse le spalle e se ne and mogio mogio.
    Mara stava di casa verso Sant'Antonio,  dove le case s'arrampicano sul
    ponte,   di  fronte  al  vallone  della  "Canziria",  tutto  verde  di
    fichidindia, e colle ruote dei mulini che spumeggiavano in fondo,  nel
    torrente;  ma Jeli non ebbe il coraggio di andare da quelle parti, ora
    che non l'avevano voluto nemmeno per guardare i porci,  e girandolando
    in  mezzo alla folla che lo urtava e lo spingeva senza curarsi di lui,
    gli pareva di essere pi solo di quando era coi puledri nelle lande di
    "Passanitello",  e si sentiva voglia di piangere.  Finalmente  massaro
    Agrippino  lo  incontr nella piazza,  che andava di qua e di l colle
    braccia ciondoloni, godendosi la festa, e cominci a gridargli dietro:
    - Oh!  Jeli!  oh!  - e se lo men a casa.  Mara era in gran gala,  con
    tanto d'orecchini che le sbattevano sulle guancie, e stava sull'uscio,
    colle mani sulla pancia, cariche d'anelli, ad aspettare che imbrunisse
    per andare a vedere i fuochi.
    -  Oh!  -  gli  disse  Mara  - sei venuto anche tu per la festa di San
    Giovanni?
    Jeli veramente non osava entrare perch era vestito male; per massaro
    Agrippino lo spinse per le  spalle  dicendogli  che  non  si  vedevano
    allora per la prima volta, e che si sapeva che era venuto per la fiera
    coi puledri del padrone. La gn Lia gli vers un bel bicchiere di vino
    e vollero condurlo con loro a veder la luminaria,  insieme alle comari
    ed ai vicini.
    Arrivando in piazza,  Jeli rimase a  bocca  aperta  dalla  meraviglia;
    tutta  quanta  era  un  mare  di  fuoco,  come quando si incendiano le
    stoppie,  per il gran numero di razzi  che  i  devoti  accendevano  in
    cospetto  del  santo,  il quale stava a goderseli dall'imboccatura del
    Rosario, tutto nero sotto il baldacchino d'argento.  I devoti andavano
    e venivano fra le fiamme come tanti diavoli, e c'era persino una donna
    discinta,  spettinata,  cogli occhi fuori della testa, che accendeva i
    razzi anch'essa, e un prete colla sottana in aria, senza cappello, che
    pareva un ossesso dalla devozione.
    - Quello  l    il  figliuolo  di  massaro  Neri,  il  fattore  della
    "Salonia",  e spende pi di dieci lire di razzi!  - diceva la gn Lia,
    accennando a un giovinotto che andava in giro per  la  piazza  tenendo
    due  razzi  alla volta nelle mani,  come due candele,  sicch tutte le
    donne se lo mangiavano cogli  occhi,  e  gli  gridavano:  -  Viva  San
    Giovanni.
    -  Suo padre  ricco e possiede pi di venti capi di bestiame aggiunse
    massaro Agrippino.
    Mara sapeva  anche  che  aveva  portato  lo  stendardo  grande,  nella
    processione,  e lo reggeva diritto come un fuso,  tanto era forte.  Il
    figlio di massaro Neri pareva che sentisse quei discorsi e  accendesse
    i razzi per la Mara,  facendo la ruota dinanzi a lei; tanto che dopo i
    fuochi si accompagn con loro, e li condusse al ballo, e al cosmorama,
    dove si vedeva il  mondo  vecchio  e  il  mondo  nuovo,  pagando  lui,
    beninteso,  anche  per Jeli il quale andava dietro la comitiva come un
    cane senza padrone,  a veder ballare il figlio di massaro  Neri  colla
    Mara, la quale girava in tondo e si accoccolava come una colombella in
    amore,  e teneva tesa con bel garbo una cocca del grembiale. Il figlio
    di massaro Neri,  lui,  saltava come un puledro,  tanto che la gn Lia
    piangeva  dalla  consolazione,  e massaro Agrippino faceva cenno di s
    col capo, che la cosa andava bene. Infine,  quando furono stanchi,  se
    ne andarono di qua e di l nel passeggio, trascinati dalla folla quasi
    fossero  in  mezzo  a una fiumana,  a vedere i trasparenti illuminati,
    dove tagliavano il collo a San Giovanni,  che avrebbe fatto piet agli
    stessi  turchi,  e  il  santo  sgambettava  come  un capriolo sotto la
    mannaia. Li vicino c'era la banda che suonava,  sotto un gran paracqua
    di legno tutto illuminato,  e nella piazza una folla tanto stipata che
    mai s'erano visti tanti cristiani a una fiera.
    Mara andava al braccio del figlio di massaro Neri come una  signorina,
    e gli parlava nell'orecchio,  e rideva che pareva si divertisse assai.
    Jeli non ne poteva pi dalla stanchezza,  e si mise a  dormire  seduto
    sul  marciapiede  fin  quando lo svegliarono i primi petardi del fuoco
    d'artifizio.  In quel momento Mara era sempre al fianco del figlio  di
    massaro  Neri,  gli  si  appoggiava  colle  due mani intrecciate sulla
    spalla, e al lume dei fuochi colorati sembrava ora tutta bianca ed ora
    tutta rossa.  Quando scapparono pel cielo gli ultimi razzi in mucchio,
    il figlio di massaro Neri,  si volt verso di lei, verde in viso, e le
    diede un bacio.
    Jeli non disse nulla, ma in quel momento gli si cambi in veleno tutta
    la festa che aveva goduto sin allora, e torn a pensare a tutte le sue
    disgrazie,  che gli erano uscite di mente - e che  era  rimasto  senza
    padrone,  e  che  non sapeva pi che fare,  n dove andare,  e che non
    aveva pi n pane n tetto, - insomma che era meglio andare a buttarsi
    nel burrone,  come lo "stellato",  che  se  lo  mangiavano  i  cani  a
    quell'ora.
    Intanto  attorno  a  lui  la  gente  era allegra.  Mara colle compagne
    saltava,  e cantava per la stradicciuola sassosa,  mentre tornavano  a
    casa.
    - Buona notte!  Buona notte!  - andavano dicendo le compagne, a misura
    che si lasciavano per la strada.
    Mara dava la buona notte,  che pareva che cantasse,  tanta contentezza
    ci aveva nella voce,  e il figlio di massaro Neri poi sembrava proprio
    imbestialito e non volesse lasciarla pi,  mentre massaro Agrippino  e
    la  gn  Lia litigavano nell'aprire l'uscio di casa.  Nessuno badava a
    Jeli, soltanto massaro Agrippino si ramment di lui, e gli chiese:
    - Ed ora dove andrai?
    - Non lo so- disse Jeli.
    - Domani vieni a trovarmi,  e  t'aiuter  a  cercar  d'allogarti.  Per
    stanotte  torna  in piazza dove siamo stati a sentir suonare la banda;
    un posto su qualche panchetta lo troverai,  e a dormire allo  scoperto
    tu devi esserci avvezzo.
    Si che c'era avvezzo, ma quello che gli dava maggior pena era che Mara
    non  gli  diceva nulla,  e lo lasciasse a quel modo sull'uscio come un
    pezzente; tanto che glielo disse, il giorno dopo, appena pot trovarla
    in casa un momento sola:
    - Oh gn Mara! come li scordate gli amici!
    - Oh, sei tu Jeli! - disse Mara. - No,  io non ti ho scordato.  Ma ero
    cos stanca dopo i fuochi!
    -  Gli  volete bene almeno,  al figlio di massaro Neri?  - chiese lui,
    voltando e rivoltando il bastone fra le mani.
    - Che discorsi andate facendo!  - rispose bruscamente la gn  Mara.  -
    Mia madre  di l che sente tutto.
    Massaro Agrippino gli trov da allogarlo come pecoraio alla "Salonia",
    dov'era  fattore  massaro  Neri;  ma siccome Jeli era poco pratico del
    mestiere si dovette contentare di un salario assai magro.
    Adesso badava alle sue pecore,  e ad imparare come si fa il formaggio,
    e la ricotta, e il caciocavallo, e ogni altro frutto di mandra; ma fra
    le  chiacchiere  che  correvano  alla  sera  nel cortile tra gli altri
    pastori e  contadini,  mentre  le  donne  sbucciavano  le  fave  della
    minestra,  se si veniva a parlare del figlio di massaro Neri, il quale
    si prendeva in moglie Mara di massaro Agrippino,  Jeli non diceva  pi
    nulla,  e  nemmeno  osava di aprir bocca.  Una volta che il campaio lo
    motteggi  dicendogli che Mara non aveva voluto saperne  pi  di  lui,
    dopo  che  tutti  avevano  detto  che sarebbero stati marito e moglie,
    Jeli, che badava alla pentola in cui bolliva il latte, rispose facendo
    sciogliere il caglio adagio adagio:
    - Ora Mara si  fatta pi bella col crescere, che sembra una signora.
    Per siccome egli era paziente e laborioso,  impar presto  ogni  cosa
    del mestiere meglio di uno che ci fosse nato,  e siccome era avvezzo a
    star colle bestie, amava le sue pecore come se le avesse fatte lui,  e
    quindi il "male"  alla "Salonia" non faceva tanta strage,  e la mandra
    prosperava ch'era un piacere per massaro  Neri,  tutte  le  volte  che
    veniva  alla fattoria,  tanto che ad anno nuovo si persuase ad indurre
    il padrone perch aumentasse il salario di Jeli,  sicch costui  venne
    ad  avere quasi quello che prendeva col fare il guardiano dei cavalli.
    Ed erano danari bene spesi,  ch Jeli non badava a contar le miglia  e
    miglia per cercare i migliori pascoli ai suoi animali,  e se le pecore
    figliavano o erano malate se le portava a pascolare dentro le  bisacce
    dell'asinello, e si recava in collo gli agnelli che gli belavano sulla
    faccia,  col muso fuori del sacco,  e gli poppavano le orecchie. Nella
    nevicata famosa della notte di Santa Lucia la neve cadde alta  quattro
    palmi  nel lago morto alla "Salonia", e tutto all'intorno per miglia e
    miglia  che  non si vedeva altro per tutta la campagna,  come venne il
    giorno. Quella volta sarebbe stata la rovina di massaro Neri,  come fu
    per tanti altri del paese, se Jeli non si fosse alzato nella notte tre
    o quattro volte a cacciare le pecore pel chiuso, cos le povere bestie
    si  scuotevano la neve di dosso,  e non rimasero seppellite come tante
    ce ne furono nelle mandre vicine - a quel che disse massaro  Agrippino
    quando  venne a dare un'occhiata ad un campicello di fave che ci aveva
    alla Salonia,  e disse pure che di quell'altra storia  del  figlio  di
    massaro  Neri,  il quale doveva sposare sua figlia Mara,  non era vero
    niente, ch Mara aveva tutt'altro per il capo.
    - Se avevano detto che dovevano sposarsi a Natale! - disse Jeli.
    - Non  vero niente,  non dovevano sposare nessuno,  tutte chiacchiere
    di  gente  invidiosa  che  si  immischia negli affari altrui - rispose
    massaro Agrippino.
    Per il campaio,  il quale la sapeva pi  lunga,  per  averne  sentito
    parlare in piazza quando andava in paese la domenica,  raccont invece
    la cosa tale e quale com'era,  dopo che massaro  Agrippino  se  ne  fu
    andato:  non  si  sposavano pi perch il figlio di massaro Neri aveva
    risaputo che Mara  di  massaro  Agrippino  se  la  intendeva  con  don
    Alfonso,  il signorino,  il quale aveva conosciuta Mara da piccola;  e
    massaro Neri aveva detto che il suo ragazzo voleva che  fosse  onorato
    come  suo padre,  e delle corna in casa non ne voleva altre che quelle
    dei suoi buoi.
    Jeli era l presente anche  lui,  seduto  in  circolo  cogli  altri  a
    colazione,  e in quel momento stava affettando il pane. Egli non disse
    nulla, ma l'appetito gli and via per quel giorno.
    Mentre conduceva al pascolo le pecore torn a pensare a  Mara,  quando
    era  ragazzina,  che  stavano insieme tutto il giorno e andavano nella
    "valle del Jacitano" e sul  "poggio  alla  Croce",  ed  ella  stava  a
    guardarlo  col  mento  in aria mentre egli si arrampicava a prendere i
    nidi sulle cime degli alberi;  e pensava anche a don Alfonso il  quale
    veniva  a  trovarlo  dalla  villa  vicina,  e  si  sdraiavano  bocconi
    sull'erba a stuzzicare con un  fuscellino  i  nidi  di  grilli.  Tutte
    quelle  cose  andava rimuginando per ore ed ore,  seduto sull'orlo del
    fossato,  tenendosi i ginocchi fra  le  braccia,  e  i  noci  alti  di
    "Tebidi",  e le folte macchie dei valloni,  e le pendici delle colline
    verdi di sommacchi,  e gli ulivi grigi che si addossavano nella  valle
    come  nebbia,  e  i  tetti  rossi  del casamento,  e il campanile "che
    sembrava un manico di saliera" fra gli aranci  del  giardino.  Qui  la
    campagna gli si stendeva dinanzi brulla,  deserta, chiazzata dall'erba
    riarsa, sfumando silenziosa nell'afa lontana.
    In primavera,  appena i baccelli delle fave cominciavano a piegare  il
    capo,  Mara venne alla "Salonia" col babbo e la mamma,  e il ragazzo e
    l'asinello, a raccogliere le fave,  e tutti insieme venivano a dormire
    alla  fattoria pei due o tre giorni che dur la raccolta.  Jeli in tal
    modo vedeva la ragazza mattina e sera,  e spesso sedevano accanto  sul
    muricciolo dell'ovile, a discorrere insieme, mentre il ragazzo contava
    le pecore.
    - Mi pare d'essere a Tebidi,  - diceva Mara, - quando eravamo piccoli,
    e stavamo sul ponticello della viottola.
    Jeli si rammentava di ogni cosa anche lui,  sebbene non dicesse  nulla
    perch era stato sempre un ragazzo giudizioso e di poche parole.
    Finita la raccolta, alla vigilia della partenza, Mara venne a salutare
    il giovanotto, nel tempo che ei stava facendo la ricotta, ed era tutto
    intento a raccogliere il siero  colla cazza.
    -  Ora  ti  dico  addio,  -  gli disse ella - perch domani torniamo a
    Vizzini.- Come sono andate le fave?
    - Male sono andate!  la "lupa"   le  ha  mangiate  tutte,  quest'anno.
    Dipende dalla pioggia che  stata scarsa,  - disse Jeli.  Figurati che
    si  dovuto uccidere anche le agnelle perch non avevano da  mangiare;
    su tutta la "Salonia" non venne tre dita di erba.
    -  Ma  a  te  poco  te  ne importa.  Il salario l'hai sempre,  buona o
    mal'annata!
    - S,  vero - disse lui;  - ma mi rincresce dare quelle povere bestie
    in mano al beccajo.
    -  Ti  ricordi quando sei venuto per la festa di San Giovanni,  ed eri
    rimasto senza padrone?
    - S, me ne ricordo.
    - Fu mio padre che ti allog qui, da massaro Neri.
    - E tu perch non l'hai sposato il figlio di massaro Neri?
    - Perch non c'era la volont di Dio... Mio padre  stato sfortunato -
    riprese di l a poco.  - Dacch ce ne siamo andati  a  "Marineo"  ogni
    cosa ci  riescita male.  La fava, il seminato, quel pezzetto di vigna
    che ci abbiamo lass. Poi mio fratello  andato soldato,  e ci  morta
    pure una mula che vale quarant'onze.
    - Lo so, - rispose Jeli - la mula baia!
    - Ora che abbiamo perso la roba, chi vuoi che mi sposi?
    Mara andava sminuzzando uno sterpolino di pruno,  mentre parlava,  col
    mento sul seno,  e gli occhi bassi,  e col gomito stuzzicava un po' il
    gomito di Jeli, senza badarci. Ma Jeli cogli occhi sulla zangola anche
    lui non rispondeva nulla; sicch ella riprese:
    - A "Tebidi" dicevano che saremmo stati marito e moglie, lo rammenti ?
    -  S,  - disse Jeli,  e pos la cazza sull'orlo della zangola.  Ma io
    sono un povero pecoraio e non  posso  pretendere  alla  figlia  di  un
    massaro come sei tu.
    La Mara rimase un pochino zitta e poi disse:
    - Se tu mi vuoi bene, io per me ti piglio volentieri.
    - Davvero?
    - S, davvero.
    - E Massaro Agrippino che cosa dir?
    -  Mio  padre dice che ora il mestiere lo sai,  e tu non sei di quelli
    che vanno a spendere il loro salario, ma di un soldo ne fai due, e non
    mangi per non consumare il pane,  cos arriverai ad aver delle  pecore
    anche tu, e ti farai ricco.
    - Se  cos, conchiuse Jeli - ti piglio volentieri anch'io.
    - To'!  - gli disse Mara come si era fatto buio,  e le pecore andavano
    tacendosi a poco a poco.  - Se vuoi un bacio adesso te lo  do,  perch
    saremo marito e moglie.
    Jeli se lo prese in santa pace, e non sapendo che dire aggiunse:
    - Io t'ho sempre voluto bene, anche quando volevi lasciarmi pel figlio
    di massaro Neri... - Ma non ebbe cuore di dirgli di quell'altro.
    - Non lo vedi? eravamo destinati! - conchiuse Mara.
    Massaro  Agrippino  infatti  disse  di  s,  e la gn Lia mise insieme
    presto presto un giubbone nuovo, e un paio di brache di velluto per il
    genero.  Mara era bella e fresca come una rosa,  con quella mantellina
    bianca  che sembrava l'agnello pasquale,  e quella collana d'ambra che
    le faceva il collo bianco; sicch Jeli, quando andava per le strade al
    fianco di lei, camminava impalato, tutto vestito di panno e di velluto
    nuovo, e non osava soffiarsi il naso col fazzoletto di seta rosso, per
    non farsi scorgere;  ma i vicini e tutti quelli che sapevano la storia
    di don Alfonso gli ridevano sul naso.  Quando Mara disse "sissignore",
    e il prete gliela diede in moglie con un gran  crocione,  Jeli  se  la
    condusse  a casa,  e gli parve che gli avessero dato tutto l'oro della
    Madonna, e tutte le terre che aveva visto cogli occhi.
    - Ora che siamo marito e moglie,  - le disse giunti a casa,  seduto di
    faccia  a  lei,  e  facendosi piccino piccino - ora che siamo marito e
    moglie,  posso dirtelo che non mi par vero come tu  m'abbia  voluto...
    mentre avresti potuto prenderne tanti meglio di me...  cos bella come
    tu sei!...
    Il poveraccio non sapeva dirle altro,  e non capiva  nei  panni  nuovi
    dalla  contentezza  di  vedersi  Mara  per  la casa,  che rassettava e
    toccava ogni cosa,  e faceva la padrona.  Cos non trovava il verso di
    spiccicarsi  dall'uscio    per  tornarsene  alla "Salonia";  quando fu
    venuto il luned, indugiava nell'assettare  sul basto dell'asinello le
    bisacce, e il tabarro, e il paracqua d'incerata.
    - Tu dovresti venirtene alla "Salonia" anche te!  - disse alla  moglie
    che stava a guardarlo dalla soglia. - Dovresti venirtene con me.
    Ma  la  donna si mise a ridere,  e gli rispose che ella non era nata a
    far la pecoraia,  e non aveva nulla da andare a farci alla  "Salonia".
    Infatti Mara non era nata a far la pecoraia, e non ci era avvezza alla
    tramontana di gennaio,  quando le mani si irrigidiscono sul bastone, e
    sembra che vi caschino le unghie,  e ai  furiosi  acquazzoni,  in  cui
    l'acqua  vi  penetra  fino alle ossa,  e alla polvere soffocante delle
    strade,  quando le pecore  camminano  sotto  il  sole  cocente,  e  al
    giaciglio duro e al pane muffito,  e alle lunghe giornate silenziose e
    solitarie,  in cui per la campagna arsa non si vede altro di  lontano,
    rare  volte,  che qualche contadino nero dal sole,  il quale si spinge
    innanzi silenzioso l'asinello,  per la strada bianca e  interminabile.
    Almeno  Jeli sapeva che Mara stava al caldo sotto le coltri,  o filava
    davanti al fuoco,  in crocchio colle vicine,  o si godeva il sole  sul
    ballatoio,  mentre  egli  tornava  dal  pascolo stanco ed assetato,  o
    fradicio di pioggia,  o quando il vento spingeva  la  neve  dentro  il
    casolare,  e  spegneva il fuoco di sommacchi.  Ogni mese Mara andava a
    riscuotere il salario dal padrone,  e non le mancavano n le uova  nel
    pollaio,  n l'olio nella lucerna, n il vino nel fiasco. Due volte al
    mese poi Jeli andava a trovarla,  ed ella lo aspettava sul  ballatoio,
    col fuso in mano;  poi quando egli aveva legato l'asino nella stalla e
    toltogli il basto e messogli la biada  nella  greppia,  e  riposta  la
    legna sotto la tettoia nel cortile, o quel che portava in cucina, Mara
    l'aiutava ad appendere il tabarro al chiodo, e a togliersi le gambiere
    fradicie,  davanti  al  focolare,  e  gli  versava il vino,  mentre la
    minestra bolliva allegramente,  ed ella apparecchiava il desco,  cheta
    cheta  e  previdente come una brava massaia,  nel tempo stesso che gli
    parlava di questo e di  quello,  della  chioccia  che  aveva  messo  a
    covare,  della  tela  che era sul telaio,  del vitello che allevavano,
    senza dimenticare una sola delle faccenduole  di  casa,  ch  Jeli  si
    sentiva di starci come un papa.
    Ma la notte di Santa Barbara torn a casa ad ora insolita, che tutti i
    lumi  erano  spenti  nella  stradicciuola,  e  l'orologio  della citt
    suonava la mezzanotte. Una notte da lupi,  che proprio il lupo gli era
    entrato  in casa,  mentre lui andava all'acqua e al vento per amor del
    salario, e della giumenta del padrone ch'era ammalata,  e ci voleva il
    maniscalco subito subito.  Buss e tempest all'uscio,  chiamando Mara
    ad alta voce, mentre l'acqua gli pioveva addosso dalla grondaia, e gli
    usciva dalle calcagna.  Sua moglie venne  ad  aprirgli  finalmente,  e
    cominci  a strapazzarlo quasi fosse stata lei a scorrazzare pei campi
    con quel tempaccio, con una faccia che lui chiese: - Che c'? Cos'hai?
    - Ho che m'hai fatto paura a quest'ora!  che ti par ora  da  cristiani
    questa? Domani sar ammalata.
    - Va a coricarti, il fuoco l'accender io.
    - No, bisogna che vada a prender la legna.
    - Andr io.
    - No, ti dico!
    Quando Mara ritorn colla legna nelle braccia Jeli le disse:
    - Perch hai aperto l'uscio del cortile?  Non ce n'era pi di legna in
    cucina?
    - No, sono andata a prenderla sotto la tettoja.
    Ella si lasci baciare,  fredda fredda,  e volse  il  capo  dall'altra
    parte.
    -  Sua  moglie  lo lascia a infradiciare dietro l'uscio,  - dicevano i
    vicini - quando in casa c' il tordo!
    Ma Jeli non sapeva nulla,  ch'era becco,  n gli altri si curavano  di
    dirglielo, perch a lui non gliene importava niente, e s'era accollata
    la  donna  col  danno,  dopo  che  il  figlio  di massaro Neri l'aveva
    piantata per aver saputo la storia di  don  Alfonso.  Jeli  invece  ci
    viveva beato e contento nel vituperio,  e s'ingrassava come un maiale,
    "ch le corna sono magre, ma mantengono la casa grassa!".
    Una volta infine il ragazzo della mandra glielo disse in  faccia,  una
    volta che vennero alle brutte,  per certe pezze di formaggio tosate. -
    Ora che don Alfonso vi ha preso la  moglie,  vi  pare  di  essere  suo
    cognato,  e  avete messo superbia che vi par di essere un re di corona
    con quelle corna che avete in testa.
    Il fattore e il campaio si aspettavano di veder scorrere il  sangue  a
    quelle parole; invece Jeli stette zitto quasi non fosse fatto suo, con
    una  faccia di grullo,  che le corna gli stavano bene davvero.  Ora si
    avvicinava la Pasqua e il  fattore  mandava  tutti  gli  uomini  della
    fattoria  a  confessarsi,  colla  speranza  che  pel  timor di Dio non
    rubassero pi.  Jeli and anche lui e all'uscir di  chiesa  cerc  del
    ragazzo  con  cui erano corse le male parole e gli butt le braccia al
    collo dicendogli:
    - Il confessore mi ha detto di perdonarti;  ma io non sono in  collera
    con te per quelle chiacchiere;  e se tu non toserai pi il formaggio a
    me non me ne importa nulla di quello che mi hai detto nella collera.
    Fu da quel momento che lo chiamarono per soprannome "Corna  d'oro",  e
    il soprannome gli rimase,  a lui e tutti i suoi,  anche dopo che ci si
    lav le corna, nel sangue.
    La Mara era andata a confessarsi anche lei,  e tornava di chiesa tutta
    raccolta  nella  mantellina,  cogli occhi bassi che sembrava una Santa
    Maria Maddalena. Jeli che l'aspettava taciturno sul ballatoio, come la
    vide venire a quel modo,  che si vedeva come ci avesse il  Signore  in
    corpo, la stava a guardare pallido pallido dai piedi alla testa, quasi
    la  vedesse  per  la prima volta,  o gliela avessero cambiata,  la sua
    Mara,  e neppure osava  alzare  gli  occhi  su  di  lei,  mentre  ella
    sciorinava la tovaglia,  e metteva in tavola le scodelle, tranquilla e
    pulita al suo solito.
    Poi dopo averci pensato su un poco, le domand freddo freddo:
    - E' vero che te la intendi con don Alfonso?
    Mara gli piant in faccia i suoi begli occhi limpidi,  e  si  fece  il
    segno della croce.
    - Perch volete farmi far peccato in questo giorno! - esclam.
    -  No!  non voglio crederci ancora!...  perch con don Alfonso eravamo
    sempre insieme, quando eravamo ragazzi, e non passava giorno ch'ei non
    venisse a "Tebidi", proprio come due fratelli...  Poi egli  ricco che
    i denari li ha a palate,  e se volesse delle donne potrebbe maritarsi,
    n gli mancherebbe la roba, o il pane da mangiare.
    Mara invece andavasi riscaldando,  e cominci a strapazzarlo  in  malo
    modo, tanto che lui non alzava pi il naso dal piatto.
    Infine  perch  quella grazia di Dio che stavano mangiando non andasse
    in tossico, Mara cambi discorso, e gli domand se ci avesse pensato a
    far zappare quel po' di lino che avevano seminato nel campo delle fave
    - S, - rispose Jeli - e il lino verr bene.
    - Se  cos,  - disse Mara - in questo inverno  ti  far  due  camicie
    nuove che ti terranno caldo.
    Insomma Jeli non lo capiva quel che vuol dire becco, e non sapeva cosa
    fosse  la  gelosia;  ogni cosa nuova stentava ad entrargli in capo,  e
    questa poi gli riesciva cos grossa che addirittura faceva una  fatica
    del  diavolo  ad entrarci,  massime  allorch si vedeva dinanzi la sua
    Mara, tanto bella, e bianca, e pulita,  che l'aveva voluto lei stessa,
    e le voleva tanto bene, e aveva pensato a lei tanto tempo, tanti anni,
    fin  da  quando  era  ragazzo,  che il giorno in cui gli avevano detto
    com'ella volesse sposarne un  altro  non  aveva  avuto  pi  cuore  di
    mangiare  o  di  bere  tutta la giornata.  - Ed anche se pensava a don
    Alfonso, non poteva credere a una birbonata simile,  lui che pareva di
    vederlo  ancora,  cogli  occhi  buoni  e  la boccuccia ridente con cui
    veniva a portargli i dolci e il pane bianco a  "Tebidi",  tanto  tempo
    faun'azionaccia  cos  nera!  e dacch non lo aveva pi visto,  perch
    egli era un povero pecoraio, e stava tutto l'anno in campagna, gli era
    sempre rimasto in cuore a quel modo.  Ma la prima volta  che  per  sua
    disgrazia rivide don Alfonso gi uomo fatto, Jeli sent come una botta
    allo stomaco. Come s'era fatto grande e bello! con quella catena d'oro
    sul  panciotto,  e  la giacca di velluto,  e la barba che pareva d'oro
    anch'essa.  Niente superbo poi,  tanto  che  gli  batt  sulla  spalla
    salutandolo per nome.  Era venuto col padrone della fattoria insieme a
    una brigata d'amici,  a fare una scampagnata nel tempo che si tosavano
    le pecore; ed era venuta pure Mara all'improvviso col pretesto che era
    incinta e aveva voglia di ricotta fresca.
    Era una bella giornata calda,  nei campi biondi, colle siepi in fiore,
    e i lunghi filari verdi delle vigne. Le pecore saltellavano e belavano
    dal piacere,  al sentirsi spogliate da  tutta  quella  lana,  e  nella
    cucina  le donne facevano un bel fuoco per cuocere la gran roba che il
    padrone  aveva  portato  per  il  desinare.   I  signori  intanto  che
    aspettavano  si  erano  messi all'ombra,  sotto i carrubi,  e facevano
    suonare i tamburelli e le cornamuse,  o ballavano  colle  donne  della
    fattoria,  chi ne aveva voglia.  Jeli mentre andava tosando le pecore,
    si sentiva rodere dentro di s,  senza sapere perch,  come uno spino,
    un  chiodo  fitto,  una  forbice  fine che gli lavorasse dentro minuta
    minuta,  peggio di  un  veleno.  Il  padrone  aveva  ordinato  che  si
    sgozzassero due capretti,  e il castrato di un anno, e dei polli, e un
    tacchino. Insomma voleva fare le cose in grande, senza risparmio,  per
    farsi   onore   coi   suoi   amici,   e  mentre  tutte  quelle  bestie
    schiamazzavano dal dolore, e i capretti strillavano sotto il coltello,
    Jeli si sentiva tremare le ginocchia e di tratto in tratto gli  pareva
    che  la lana che andava tosando e l'erba in cui le pecore saltellavano
    avvampassero di sangue.
    - Non andare! - disse egli a Mara, come don Alfonso la chiamava perch
    venisse a ballare con gli altri. - Non andare, Mara!
    - Perch?
    - Non voglio che tu vada. Non andare!
    - Lo senti che mi chiamano?
    Egli non disse altro,  fattosi brutto come la malanuova,  mentre stava
    curvo sulle pecore che tosava.  Mara si strinse nelle spalle,  e se ne
    and a ballare.  Ella era rossa  ed  allegra,  cogli  occhi  neri  che
    sembravano due stelle,  e rideva che le si vedevano i denti bianchi, e
    tutto l'oro che aveva indosso  le  sbatteva  e  le  scintillava  sulle
    guancie  e  sul  petto  che pareva la Madonna tale e quale.  Jeli a un
    tratto si rizz sulla vita, colla lunga forbice in pugno,  cos bianco
    in viso,  cos bianco come era una volta suo padre il vaccajo,  quando
    tremava dalla febbre  accanto  al  fuoco,  nel  casolare.  Guard  don
    Alfonso,  colla bella barba ricciuta,  e la giacchetta di velluto e la
    catenella d'oro sul  panciotto,  che  prendeva  Mara  per  la  mano  e
    l'invitava  a  ballare;  lo  vide che allungava il braccio,  quasi per
    stringersela al petto,  e lei che lo lasciava fare -  allora,  Signore
    perdonategli,  non ci vide pi,  e gli tagli la gola di un sol colpo,
    proprio come un capretto.
    Pi tardi, mentre lo conducevano dinanzi al giudice, legato, disfatto,
    senza che avesse osato opporre la menoma resistenza:
    - Come! - diceva - non dovevo ucciderlo nemmeno?...  Se mi aveva preso
    la Mara!...





















    ROSSO MALPELO.

    "Malpelo"  si  chiamava cos perch aveva i capelli rossi;  ed aveva i
    capelli rossi perch era un ragazzo malizioso e cattivo,  che prova di
    riuscire  un  fior  di birbone.  Sicch tutti alla cava della rossa lo
    chiamavano "Malpelo", e persino sua madre,  col sentirgli dir sempre a
    quel modo aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo. Del resto,
    ella lo vedeva soltanto il sabato sera,  quando tornava con quei pochi
    soldi della settimana;  e siccome era "malpelo" c'era anche  a  temere
    che  ne  sottraesse  un  paio,  di  quei  soldi:  nel dubbio,  per non
    sbagliare,  la sorella maggiore gli faceva la ricevuta a  scapaccioni.
    Per  il padrone della cava aveva confermato che i soldi erano tanti e
    non  pi;  e  in  coscienza  erano  anche  troppi  per  "Malpelo",  un
    monellaccio che nessuno avrebbe voluto vederselo davanti,  e che tutti
    schivavano come un can rognoso,  e lo accarezzavano coi piedi allorch
    se lo trovavano a tiro.
    Egli  era davvero un brutto ceffo,  torvo,  ringhioso e selvatico.  Al
    mezzogiorno, mentre tutti gli altri operai della cava si mangiavano in
    crocchio la loro minestra,  e facevano un  po'  di  ricreazione,  egli
    andava   a  rincantucciarsi  col  suo  corbello  fra  le  gambe,   per
    rosicchiarsi quel po' di pane bigio, come fanno le bestie sue pari,  e
    ciascuno gli diceva la sua,  motteggiandolo,  e gli tiravan dei sassi,
    finch il soprastante lo  rimandava  al  lavoro  con  una  pedata.  Ei
    c'ingrassava,  fra  i calci,  e si lasciava caricare meglio dell'asino
    grigio,  senza osar di lagnarsi.  Era sempre cencioso e sporco di rena
    rossa,  ch  la sua sorella s'era fatta sposa,  e aveva altro pel capo
    che pensare a ripulirlo la domenica.  Nondimeno era conosciuto come la
    bettonica  per  tutto  "Monserrato" e la "Carvana",  tanto che la cava
    dove lavorava la chiamavano "la  cava  di  'Malpelo'",  e  cotesto  al
    padrone gli seccava assai.  Insomma lo tenevano addirittura per carit
    e perch mastro Misciu, suo padre, era morto in quella stessa cava.
    Era morto cos,  che un sabato aveva  voluto  terminare  certo  lavoro
    preso  a  cottimo,  di  un  pilastro lasciato altra volta per sostegno
    dell'"ingrottato",  e dacch non serviva pi,  s'era calcolato cos ad
    occhio  col  padrone  per 35 o 40 carra di rena.  Invece mastro Misciu
    sterrava da tre giorni, e ne avanzava ancora per la mezza giornata del
    luned.  Era stato un magro affare e solo  un  minchione  come  mastro
    Misciu  aveva  potuto  lasciarsi  gabbare  a  questo modo dal padrone;
    perci appunto lo chiamavano mastro Misciu "Bestia", ed era l'asino da
    basto  di tutta la cava.  Ei,  povero diavolaccio,  lasciava dire e si
    contentava  di buscarsi  il pane colle sue braccia,  invece di menarle
    addosso ai compagni, e attaccar brighe.  "Malpelo" faceva un visaccio,
    come  se  quelle  soperchierie  cascassero  sulle  sue spalle,  e cos
    piccolo com'era aveva di quelle occhiate che facevano dire agli altri:
    - Va l, che tu non ci morrai nel tuo letto, come tuo padre.
    Invece nemmen suo padre ci mor,  nel suo letto,  tuttoch  fosse  una
    buona bestia.  Zio Mommu  lo sciancato,  aveva detto che quel pilastro
    l ei non l'avrebbe tolto per venti onze,  tanto  era  pericoloso;  ma
    d'altra  parte  tutto  pericoloso nelle cave,  e se si sta a badare a
    tutte le sciocchezze che si dicono,  meglio andare a fare l'avvocato.
    Dunque il sabato sera mastro Misciu raschiava ancora il  suo  pilastro
    che  l'avemaria  era  suonata  da  un  pezzo,  e tutti i suoi compagni
    avevano accesa la pipa e se n'erano andati dicendogli di divertirsi  a
    grattar  la rena per amor del padrone,  e raccomandandogli di non fare
    "la morte del sorcio".  Ei,  che c'era avvezzo alle  beffe,  non  dava
    retta,  e  rispondeva  soltanto cogli "ah!  ah!" dei suoi bei colpi di
    zappa in pieno, e intanto borbottava:
    - Questo  per il pane!  Questo pel vino!  Questo per la  gonnella  di
    Nunziata!  -  e  cos andava facendo il conto del come avrebbe speso i
    denari del suo "appalto", il cottimante!
    Fuori della cava il cielo formicolava di stelle,  e laggi la lanterna
    fumava  e  girava  al  pari di un arcolaio.  Il grosso pilastro rosso,
    sventrato a colpi di zappa, contorcevasi e si piegava in arco, come se
    avesse il mal di pancia, e dicesse "ohi!" anch'esso.  "Malpelo" andava
    sgomberando il terreno, e metteva al sicuro il piccone, il sacco vuoto
    ed  il  fiasco  del vino.  Il padre,  che gli voleva bene,  poveretto,
    andava dicendogli:
    "Tirati in l" oppure "Sta attento!  Sta attento se cascano  dall'alto
    dei sassolini o della rena grossa, e scappa!". Tutt'a un tratto, punf!
    "Malpelo",  che si era voltato a riporre i ferri nel corbello,  ud un
    tonfo sordo, come fa la rena traditora allorch fa pancia e si sventra
    tutta in una volta, ed il lume si spense.
    L'ingegnere che dirigeva i lavori della  cava,  si  trovava  a  teatro
    quella  sera,  e  non  avrebbe  cambiato la sua poltrona con un trono,
    quando vennero a cercarlo per il babbo di "Malpelo",  che aveva  fatto
    "la morte del sorcio". Tutte le femminucce di Monserrato strillavano e
    si  picchiavano  il  petto  per  annunziare  la  gran disgrazia ch'era
    toccata a comare Santa, la sola, poveretta,  che non dicesse nulla,  e
    sbatteva i denti invece,  quasi avesse la terzana. L'ingegnere, quando
    gli ebbero detto il come e il quando, che la disgrazia era accaduta da
    circa tre ore,  e Misciu "Bestia" doveva gi essere bell'e arrivato in
    Paradiso,  and quasi per scarico di coscienza,  con scale e corde,  a
    fare il buco nella rena. Altro che quaranta carra!  Lo Sciancato disse
    che a sgomberare il sotterraneo ci voleva almeno una settimana.  Della
    rena ne era caduta una montagna,  tutta fina e ben bruciata dalla lava
    che  si  sarebbe  impastata  colle  mani e dovea prendere il doppio di
    calce.  Ce n'era da riempire  delle  carra  per  delle  settimane.  Il
    bell'affare di mastro "Bestia"!
    Nessuno  badava al ragazzo che si graffiava la faccia ed urlava,  come
    una bestia davvero.
    - To'!  - disse infine uno -  "Malpelo"!  - Di dove  saltato  fuori.
    adesso?  Se  non  fosse  stato  "Malpelo"  non  se  la sarebbe passata
    liscia...
    "Malpelo" non rispondeva nulla,  non piangeva nemmeno,  scavava  colle
    unghie col,  nella rena, dentro la buca, sicch nessuno s'era accorto
    di lui;  e  quando  si  accostarono  col  lume  gli  videro  tal  viso
    stravolto,  e tali occhiacci invetrati, e la schiuma alla bocca da far
    paura;  le unghie gli si erano strappate e gli  pendevano  dalle  mani
    tutte in sangue. Poi quando vollero toglierlo di l fu un affar serio;
    non potendo pi graffiare, mordeva come un cane arrabbiato e dovettero
    afferrarlo pei capelli, per tirarlo via a viva forza.
    Per  infine  torn  alla  cava dopo qualche giorno,  quando sua madre
    piagnucolando ve lo condusse per mano;  giacch,  alle volte,  il pane
    che  si  mangia  non si pu andare a cercarlo di qua e di l.  Lui non
    volle pi allontanarsi da quella galleria, e sterrava con accanimento,
    quasi ogni corbello di rena lo levasse  di  sul  petto  a  suo  padre.
    Spesso,  mentre scavava,  si fermava bruscamente, colla zappa in aria,
    il viso torvo e  gli  occhi  stralunati,  e  sembrava  che  stesse  ad
    ascoltare  qualche  cosa  che  il  suo  diavolo  gli sussurrasse negli
    orecchi,  dall'altra parte della montagna  di  rena  caduta.  In  quei
    giorni era pi tristo e cattivo del solito,  talmente che non mangiava
    quasi, e il pane lo buttava al cane,  quasi non fosse "grazia di Dio".
    Il cane gli voleva bene,  perch i cani non guardano altro che la mano
    che gli d il pane,  e le botte,  magari.  Ma l'asino,  povera bestia,
    sbilenco  e  macilento,  sopportava tutto lo sfogo della cattiveria di
    "Malpelo";  ei lo picchiava senza piet,  col manico  della  zappa,  e
    borbottava:
    - Cos creperai pi presto!
    Dopo  la  morte  del  babbo pareva che gli fosse entrato il diavolo in
    corpo,  e lavorava al pari  di  quei  bufali  feroci  che  si  tengono
    coll'anello  di  ferro  al  naso.  Sapendo  che  era "malpelo",  ei si
    acconciava  ad esserlo il peggio che fosse possibile,  e  se  accadeva
    una  disgrazia,  o che un operaio smarriva i ferri,  o che un asino si
    rompeva una gamba,  o che crollava un tratto di  galleria,  si  sapeva
    sempre  che  era  stato  lui;  e infatti ei si pigliava le busse senza
    protestare,  proprio come se le pigliano  gli  asini  che  curvano  la
    schiena,  ma seguitano a fare a modo loro. Cogli altri ragazzi poi era
    addirittura crudele, e sembrava che si volesse vendicare sui deboli di
    tutto il male che s'immaginava gli avessero fatto gli altri,  a lui  e
    al suo babbo.  Certo ei provava uno strano diletto a rammentare ad uno
    ad uno tutti i maltrattamenti ed i soprusi che avevano fatto subire  a
    suo padre,  e del modo in cui l'avevano lasciato crepare. E quando era
    solo borbottava: "Anche con me fanno cos!  e a mio padre gli dicevano
    'Bestia',  perch  egli non faceva cos!".  E una volta che passava il
    padrone,  accompagnandolo con un'occhiata torva: "E'  stato  lui,  per
    trentacinque  tar!".  E  un'altra volta,  dietro allo "Sciancato": "E
    anche lui! e si metteva a ridere! Io l'ho udito, quella sera!". Per un
    raffinamento di malignit sembrava aver preso a proteggere  un  povero
    ragazzetto,  venuto a lavorare da poco tempo nella cava,  il quale per
    una caduta da un ponte s'era lussato il femore,  e non poteva far  pi
    il manovale.  Il poveretto,  quando portava il suo corbello di rena in
    spalla,  arrancava in modo che gli avevano messo nome "Ranocchio";  ma
    lavorando sotterra, cos ranocchio com'era, il suo pane se lo buscava.
    "Malpelo"  gliene  dava  anche  del  suo,  per  prendersi  il gusto di
    tiranneggiarlo,  dicevano.  Infatti egli lo tormentava in cento  modi.
    Ora lo batteva senza un motivo e senza misericordia,  e se "Ranocchio"
    non si difendeva,  lo picchiava pi forte,  con maggiore  accanimento,
    dicendogli:  -  To',  bestia!  Bestia sei!  Se non ti senti l'animo di
    difenderti da me che non ti voglio male,  vuol dire  che  ti  lascerai
    pestare il viso da questo e da quello!
    O  se  "Ranocchio" si asciugava il sangue che gli usciva dalla bocca e
    dalle narici: - Cos come ti cuocer il dolore delle busse,  imparerai
    a  darne  anche tu!  -.  Quando cacciava un asino carico per la ripida
    salita del sotterraneo,  e lo vedeva puntare  gli  zoccoli,  rifinito,
    curvo sotto il peso, ansante e coll'occhio spento, ei lo batteva senza
    misericordia, col manico della zappa, e i colpi suonavano secchi sugli
    stinchi  e sulle costole scoperte.  Alle volte la bestia si piegava in
    due per le battiture, ma stremo di forze, non poteva fare un passo,  e
    cadeva  sui ginocchi,  e ce n'era uno il quale era caduto tante volte,
    che  ci  aveva  due  piaghe  alle  gambe.   "Malpelo"  soleva  dire  a
    "Ranocchio":  - L'asino va picchiato,  perch non pu picchiar lui;  e
    s'ei potesse picchiare,  ci pesterebbe sotto i piedi e ci strapperebbe
    la carne a morsi.
    Oppure: - Se ti accade di dar delle busse,  procura di darle pi forte
    che puoi;  cos gli altri ti terranno da conto,  e ne avrai  tanti  di
    meno addosso.
    Lavorando di piccone o di zappa poi menava le mani con accanimento,  a
    mo' di uno che l'avesse con la rena,  e batteva e ribatteva coi  denti
    stretti,  e  con  quegli  "ah!  ah!" che aveva suo padre.  - La rena 
    traditora - diceva a "Ranocchio" sottovoce;  - somiglia  a  tutti  gli
    altri, che se sei pi debole ti pestano la faccia, e se sei pi forte,
    o  siete in molti,  come fa lo "Sciancato",  allora si lascia vincere.
    Mio padre la batteva sempre,  ed egli non batteva altro che  la  rena,
    perci  lo  chiamavano "Bestia",  e la rena se lo mangi a tradimento,
    perch era pi forte di lui.
    Ogni volta che a "Ranocchio" toccava un lavoro troppo  pesante,  e  il
    ragazzo  piagnucolava  a  guisa  di  una  femminuccia,   "Malpelo"  lo
    picchiava  sul  dorso,  e  lo  sgridava:  -  Taci,  pulcino!  -  e  se
    "Ranocchio"  non la finiva pi,  ei gli dava una mano,  dicendo con un
    certo orgoglio: - Lasciami fare;  io sono pi forte di te.  Oppure gli
    dava  la  sua  mezza  cipolla,  e  si  contentava di mangiarsi il pane
    asciutto,  e si stringeva nelle spalle,  aggiungendo:  -  Io  ci  sono
    avvezzo.
    Era avvezzo a tutto lui,  agli scapaccioni,  alle pedate,  ai colpi di
    manico di badile,  o di cinghia  di  basto,  a  vedersi  ingiuriato  e
    beffato  da  tutti,  a  dormire sui sassi,  colle braccia e la schiena
    rotte da quattordici ore di lavoro;  anche a  digiunare  era  avvezzo,
    allorch  il  padrone  lo puniva levandogli il pane o la minestra.  Ei
    diceva che la razione  di  busse  non  gliela  aveva  levata  mai,  il
    padrone;  ma le busse non costavano nulla. Non si lamentava per, e si
    vendicava di soppiatto,  a tradimento,  con qualche tiro di quelli che
    sembrava  ci  avesse  messo  la coda il diavolo: perci ei si pigliava
    sempre i castighi anche quando il colpevole non era stato lui.  Gi se
    non  era  stato  lui  sarebbe  stato  capace  di  esserlo,  e  non  si
    giustificava mai: per altro sarebbe stato inutile.  E  qualche  volta,
    come  "Ranocchio"  spaventato  lo  scongiurava  piangendo  di  dire la
    verit, e di scolparsi, ei ripeteva: - A che giova? Sono "malpelo"!  -
    e  nessuno  avrebbe  potuto  dire  se quel curvare il capo e le spalle
    sempre fosse effetto di fiero orgoglio o di disperata rassegnazione, e
    non si sapeva nemmeno se la sua fosse  salvatichezza  o  timidit.  Il
    certo era che nemmeno sua madre aveva avuta mai una carezza da lui,  e
    quindi non gliene faceva mai.
    Il  sabato  sera,  appena  arrivava  a  casa  con  quel  suo  visaccio
    imbrattato  di  lentiggini  e  di  rena  rossa,  e  quei cenci che gli
    piangevano addosso da ogni parte, la sorella afferrava il manico della
    scopa,  scoprendolo sull'uscio  in  quell'arnese,  ch  avrebbe  fatto
    scappare   il   suo   damo  se  vedeva  con  qual  gente  gli  toccava
    imparentarsi;  la madre era sempre da questa o  da  quella  vicina,  e
    quindi andava a rannicchiarsi sul suo saccone come un cane malato. Per
    questo,  la  domenica,  in cui tutti gli altri ragazzi del vicinato si
    mettevano la camicia pulita per andare  a  messa  o  per  ruzzare  nel
    cortile, ei sembrava non avesse altro spasso che di andar randagio per
    le vie degli orti,  a dar la caccia alle lucertole e alle altre povere
    bestie che non gli avevano fatto nulla, oppure a sforacchiare le siepi
    dei fichidindia. Per altro le beffe e le sassate degli altri fanciulli
    non gli piacevano.
    La vedova di mastro Misciu era  disperata  di  aver  per  figlio  quel
    malarnese,  come  dicevano  tutti,  ed egli era ridotto veramente come
    quei cani, che a furia di buscarsi dei calci e delle sassate da questo
    e da quello,  finiscono col mettersi la coda fra le gambe  e  scappare
    alla  prima  anima  viva che vedono,  e diventano affamati,  spelati e
    selvatici come lupi. Almeno sottoterra, nella cava della rena, brutto,
    cencioso e lercio com'era,  non lo beffavano  pi,  e  sembrava  fatto
    apposta  per quel mestiere persin nel colore dei capelli,  e in quegli
    occhiacci di gatto che ammiccavano se vedevano il sole.  Cos ci  sono
    degli asini che lavorano nelle cave per anni ed anni senza uscirne mai
    pi, ed in quei sotterranei, dove il pozzo d'ingresso  a picco, ci si
    calan  colle funi,  e ci restano finch vivono.  Sono asini vecchi,  
    vero, comprati dodici o tredici lire,  quando stanno per portarli alla
    "Plaja",  a strangolarli;  ma pel lavoro che hanno da fare laggi sono
    ancora buoni; e "Malpelo", certo, non valeva di pi; e se veniva fuori
    dalla cava il sabato sera, era perch aveva anche le mani per aiutarsi
    colla fune,  e doveva andare a portare  a  sua  madre  la  paga  della
    settimana.
    Certamente   egli   avrebbe  preferito  di  fare  il  manovale,   come
    "Ranocchio",  e  lavorare  cantando  sui  ponti,  in  alto,  in  mezzo
    all'azzurro  del  cielo,  col sole sulla schiena,  - o il carrettiere,
    come Gaspare, che veniva a prendersi la rena della cava,  dondolandosi
    sonnacchioso  sulle  stanghe,  colla pipa in bocca,  e andava tutto il
    giorno per le belle strade di  campagna;-  o  meglio  ancora,  avrebbe
    voluto fare il contadino,  che passa la vita fra i campi,  in mezzo al
    verde,  sotto i folti carrubbi,  e il mare turchino l in fondo,  e il
    canto  degli  uccelli sulla testa.  Ma quello era stato il mestiere di
    suo padre,  e in quel mestiere era nato lui.  E pensando a tutto  ci,
    narrava a "Ranocchio" del pilastro che era caduto addosso al genitore,
    e  dava  ancora della rena fina e bruciata che il carrettiere veniva a
    caricare colla pipa in bocca,  e dondolandosi  sulle  stanghe,  e  gli
    diceva  che  quando avrebbero finito di sterrare si sarebbe trovato il
    cadavere del babbo,  il quale doveva avere  dei  calzoni  di  fustagno
    quasi nuovi.  "Ranocchio" aveva paura,  ma egli no. Ei pensava che era
    stato sempre l, da bambino, e aveva sempre visto quel buco nero,  che
    si  sprofondava  sotterra,  dove  il  padre  soleva condurlo per mano.
    Allora stendeva le braccia a destra e a sinistra,  e  descriveva  come
    l'intricato  laberinto  delle gallerie si stendesse sotto i loro piedi
    all'infinito,  di qua e di l,  sin dove potevano vedere  la  "sciara"
    nera  e desolata,  sporca  di ginestre riarse,  e come degli uomini ce
    n'erano rimasti tanti,  o schiacciati,  o smarriti  nel  buio,  e  che
    camminano  da  anni  e  camminano  ancora,  senza  poter  scorgere  lo
    spiraglio del pozzo pel quale sono entrati,  e senza  poter  udire  le
    strida disperate dei figli, i quali li cercano inutilmente.
    Ma una volta in cui riempiendo i corbelli si rinvenne una delle scarpe
    di  mastro  Misciu,  ei  fu colto da tal tremito che dovettero tirarlo
    all'aria aperta colle funi,  proprio come un asino che stesse per  dar
    dei  calci  al vento.  Per non si poterono trovare n i calzoni quasi
    nuovi, n il rimanente di mastro Misciu; sebbene i pratici affermarono
    che quello dovea essere il luogo preciso dove il pilastro gli  si  era
    rovesciato addosso;  e qualche operaio,  nuovo al mestiere,  osservava
    curiosamente come fosse capricciosa la rena, che aveva sbatacchiato il
    "Bestia" di qua e di l, le scarpe da una parte e i piedi dall'altra.
    Dacch poi fu trovata quella scarpa,  "Malpelo" fu colto da tal  paura
    di veder comparire fra la rena anche il piede nudo del babbo,  che non
    volle mai pi darvi un colpo di zappa;  gliela dessero a lui sul capo,
    la zappa.  Egli and a lavorare in un altro punto della galleria e non
    volle pi tornare da quelle parti.  Due o tre giorni  dopo  scopersero
    infatti  il  cadavere di mastro Misciu,  coi calzoni indosso,  e steso
    bocconi che sembrava imbalsamato.  Lo  zio  Mommu  osserv  che  aveva
    dovuto  penar  molto  a finire,  perch il pilastro gli si era piegato
    proprio addosso,  e l'aveva sepolto vivo;  si  poteva  persino  vedere
    tuttora  che mastro "Bestia" avea tentato istintivamente di liberarsi,
    scavando nella rena, e avea le mani lacerate e le unghie rotte.Proprio
    come suo figlio "Malpelo"!  - ripeteva lo "Sciancato"  ei  scavava  di
    qua, mentre suo figlio scavava di l.Per non dissero nulla al ragazzo
    per la ragione che lo sapevano maligno e vendicativo.
    Il  carrettiere  si  port  via  il  cadavere di mastro Misciu al modo
    istesso che caricava la rena caduta e gli asini  morti,  che  stavolta
    oltre  al  lezzo del carcame,  trattavasi di un compagno,  e di "carne
    battezzata". La vedova rimpiccol i calzoni e la camicia e li adatt a
    "Malpelo",  il quale cos fu vestito quasi a nuovo per la prima volta.
    Solo  le  scarpe  furono messe in serbo per quando ei fosse cresciuto,
    giacch rimpiccolire le scarpe non si potevano,  e il fidanzato  della
    sorella  non  le  aveva  volute  le scarpe del morto.  "Malpelo" se li
    lisciava sulle gambe,  quei calzoni di fustagno  quasi  nuovi,  e  gli
    pareva che fossero dolci e lisci come le mani del babbo,  che solevano
    accarezzargli i capelli, quantunque fossero cos ruvide e callose.  Le
    scarpe poi,  le teneva appese a un chiodo,  sul saccone, quasi fossero
    state le pantofole del papa, e la domenica se le pigliava in mano,  le
    lustrava  e  se  le provava;  poi le metteva per terra,  l'una accanto
    all'altra,  e stava a guardarle coi gomiti sui ginocchi,  e  il  mento
    nelle  palme,  per delle ore intere,  rimuginando chi sa quali idee in
    quel cervellaccio.
    Ei possedeva delle idee strane,  "Malpelo"!  Siccome  aveva  ereditato
    anche  il  piccone  e  la zappa del padre,  se ne serviva,  quantunque
    fossero troppo pesanti per l'et sua;  e quando gli avevano chiesto se
    voleva  venderli,  che glieli avrebbero pagati come nuovi,  egli aveva
    risposto di no.  Suo padre li aveva resi  cos  lisci  e  lucenti  nel
    manico  colle  sue mani,  ed ei non avrebbe potuto farsene degli altri
    pi lisci e lucenti di quelli, se ci avesse lavorato cento e poi cento
    anni.
    In quel tempo era crepato di stenti e di vecchiaia l'asino  grigio;  e
    il carrettiere era andato a buttarlo lontano nella "sciara". - Cos si
    fa - brontolava "Malpelo"; - gli arnesi che non servono pi si buttano
    lontano.
    Egli andava a visitare il carcame del "grigio" in fondo al burrone,  e
    vi conduceva a forza anche "Ranocchio",  il quale non  avrebbe  voluto
    andarci;  e "Malpelo" gli diceva che a questo mondo bisogna avvezzarsi
    a vedere in faccia ogni cosa,  bella o brutta;  e stava a  considerare
    con  l'avidit  curiosa  di  un  monellaccio i cani che accorrevano da
    tutte le fattorie dei dintorni a disputarsi le  carni  del  grigio.  I
    cani scappavano guaendo,  come comparivano i ragazzi,  e si aggiravano
    ustolando sui greppi  dirimpetto,  ma  il  "Rosso"  non  lasciava  che
    "Ranocchio" li scacciasse a sassate.
    -  Vedi  quella cagna nera,  - gli diceva - che non ha paura delle tue
    sassate?  Non ha paura perch ha pi fame  degli  altri.  Gliele  vedi
    quelle costole al "grigio"?  Adesso non soffre pi.  L'asino grigio se
    ne stava tranquillo colle quattro zampe distese, e lasciava che i cani
    si divertissero a vuotargli le occhiaie profonde,  e a  spolpargli  le
    ossa bianche;  i denti che gli laceravano le viscere non gli avrebbero
    fatto piegare di un pelo,  come quando gli accarezzavano la schiena  a
    badilate  per mettergli in corpo un po' di vigore nel salire la ripida
    viuzza. Ecco come vanno le cose!  Anche il "grigio" ha avuto dei colpi
    di zappa e delle guidalesche;  anch'esso quando piegava sotto il peso,
    o gli mancava il fiato per andare innanzi,  aveva di quelle  occhiate,
    mentre lo battevano,  che sembrava dicesse: - Non pi!  non pi!  - Ma
    ora gli occhi se li mangiano i cani,  ed esso se ne ride dei  colpi  e
    delle guidalesche,  con quella bocca spolpata e tutta denti. Ma se non
    fosse mai nato sarebbe stato meglio.
    La "sciara" si stendeva malinconica e deserta,  fin dove  giungeva  la
    vista e saliva e scendeva in picchi e burroni, nera e rugosa, senza un
    grillo che vi trillasse,  o un uccello che venisse a cantarci.  Non si
    udiva nulla,  nemmeno i colpi di  piccone  di  coloro  che  lavoravano
    sotterra.  E  ogni  volta "Malpelo" ripeteva che la terra l sotto era
    tutta vuota dalle gallerie,  per ogni dove,  verso il monte e verso la
    valle;  tanto che una volta un minatore c'era entrato da giovane, e ne
    era uscito coi capelli bianchi;  e  un  altro,  cui  s'era  spenta  la
    candela, aveva invano gridato aiuto per anni ed anni.
    - Egli solo ode le sue stesse grida! - diceva, e a quell'idea, sebbene
    avesse il cuore pi duro della "sciara", trasaliva.
    -  Il  padrone  mi  manda  spesso lontano,  dove gli altri hanno paura
    d'andare.  Ma io sono "Malpelo",  e  se  non  torno  pi,  nessuno  mi
    cercher.
    Pure,  durante le belle notti d'estate,  le stelle splendevano lucenti
    anche "sulla sciara",  e la campagna circostante  era  nera  anch'essa
    come la lava,  ma "Malpelo",  stanco della lunga giornata di lavoro si
    sdraiava sul sacco, col viso verso il cielo, a godersi quella quiete e
    quella luminaria dell'alto; perci odiava le notti di luna,  in cui il
    mare  formicola  di  scintille,  e  la  campagna  si  disegna qua e l
    vagamente - perch allora la "sciara" sembra pi brulla e desolata.
    - Per noi che siamo fatti per vivere sotterra,  - pensava "Malpelo"  -
    dovrebbe essere buio sempre e dappertutto.
    La  civetta  strideva sulla "sciara",  e ramingava di qua e di l;  ei
    pensava: - Anche la civetta sente i morti che son qua  sotterra  e  si
    dispera perch non pu andare a trovarli.
    "Ranocchio" aveva paura delle civette e dei pipistrelli; ma il "Rosso"
    lo sgridava, perch chi  costretto a star solo non deve aver paura di
    nulla,   e  nemmeno  l'asino  grigio  aveva  paura  dei  cani  che  lo
    spolpavano,  ora che le sue carni non sentivano pi  dolore  di  esser
    mangiate.
    -  Tu  eri  avvezzo  a  lavorar  sui tetti come i gatti - gli diceva e
    allora era tutt'altra cosa.  Ma adesso che ti tocca a viver  sotterra,
    come i topi,  non bisogna pi aver paura dei topi, n dei pipistrelli,
    che son topi vecchi  con  le  ali;  quelli  ci  stanno  volentieri  in
    compagnia dei morti.
    "Ranocchio"  invece provava una tale compiacenza a spiegargli quel che
    ci stessero a far le stelle lass in alto;  e gli raccontava che lass
    c'era il paradiso,  dove vanno a stare i morti che sono stati buoni, e
    non hanno dato dispiaceri ai loro genitori.  - Chi te  l'ha  detto?  -
    domandava  "Malpelo",  e "Ranocchio" rispondeva che glielo aveva detto
    la mamma.
    Allora "Malpelo" si grattava il capo, e sorridendo gli faceva un certo
    verso da monellaccio malizioso che la sa lunga.  - Tua madre  ti  dice
    cos perch, invece dei calzoni, tu dovresti portar la gonnella.
    E dopo averci pensato un po':
    -  Mio  padre  era buono,  e non faceva male a nessuno,  tanto che gli
    dicevano "Bestia". Invece  l sotto, ed hanno persino trovato i ferri
    e le scarpe e questi calzoni qui che ho indosso io.
    Da l a poco,  "Ranocchio",  il quale deperiva da  qualche  tempo,  si
    ammal   in  modo  che  la  sera  doveva  portarlo  fuori  dalla  cava
    sull'asino,  disteso fra le corbe,  tremante di febbre come un  pulcin
    bagnato.  Un operaio disse che quel ragazzo "non ne avrebbe fatto osso
    duro"  a quel mestiere,  e che per  lavorare  in  una  miniera,  senza
    lasciarvi  la pelle,  bisognava nascervi.  "Malpelo" allora si sentiva
    orgoglioso di esserci nato e di mantenersi cos  sano  e  vigoroso  in
    quell'aria  malsana,  e  con  tutti  quegli  stenti.  Ei  si  caricava
    "Ranocchio" sulle  spalle,  e  gli  faceva  animo  alla  sua  maniera,
    sgridandolo  e picchiandolo.  Ma una volta,  nel picchiarlo sul dorso,
    "Ranocchio" fu  colto  da  uno  sbocco  di  sangue;  allora  "Malpelo"
    spaventato  si affann a cercargli nel naso e dentro la bocca cosa gli
    avesse fatto, e giurava che non avea potuto fargli poi gran male, cos
    come l'aveva battuto, e a dimostrarglielo,  si dava dei gran pugni sul
    petto e sulla schiena, con un sasso; anzi un operaio, l presente, gli
    sferr  un  gran calcio sulle spalle: un calcio che risuon come su di
    un tamburo,  eppure "Malpelo"  non  si  mosse,  e  soltanto  dopo  che
    l'operaio se ne fu andato, aggiunse: - Lo vedi? Non mi ha fatto nulla!
    E ha picchiato pi forte di me, ti giuro!
    Intanto  "Ranocchio"  non guariva,  e seguitava a sputar sangue,  e ad
    aver la febbre tutti i giorni.  Allora "Malpelo" prese dei soldi della
    paga della settimana, per comperargli del vino e della minestra calda,
    e  gli  diede  i suoi calzoni quasi nuovi che lo coprivano meglio.  Ma
    "Ranocchio" tossiva sempre,  e alcune volte  sembrava  soffocasse;  la
    sera  poi non c'era modo di vincere il ribrezzo  della febbre,  n con
    sacchi, n coprendolo di paglia,  n mettendolo dinanzi alla fiammata.
    "Malpelo" se ne stava zitto ed immobile,  chino su di lui,  colle mani
    sui ginocchi,  fissandolo con quei suoi  occhiacci  spalancati,  quasi
    volesse  fargli il ritratto,  e allorch lo udiva gemere sottovoce,  e
    gli vedeva il viso trafelato e l'occhio spento,  preciso  come  quello
    dell'asino  grigio allorch ansava rifinito sotto il carico nel salire
    la viottola, egli borbottava:
    - E' meglio che tu crepi presto!  Se devi  soffrire  a  quel  modo,  
    meglio che tu crepi!
    E il padrone diceva che "Malpelo" era capace di schiacciargli il capo,
    a quel ragazzo, e bisognava sorvegliarlo.
    Finalmente un luned "Ranocchio" non venne pi alla cava, e il padrone
    se  ne  lav le mani,  perch allo stato in cui era ridotto oramai era
    pi di impiccio che altro. "Malpelo" si inform dove stesse di casa, e
    il sabato and a trovarlo.  Il povero "Ranocchio" era pi di l che di
    qua;  sua  madre  piangeva e si disperava come se il figliolo fosse di
    quelli che guadagnano dieci lire la settimana.
    Cotesto non arrivava a comprenderlo "Malpelo", e domand a "Ranocchio"
    perch sua madre strillasse a quel modo, mentre che da due mesi ei non
    guadagnava nemmeno quel che si mangiava.
    Ma il povero "Ranocchio" non gli dava retta;  sembrava che  badasse  a
    contare  quanti  travicelli  c'erano  sul letto.  Allora il "Rosso" si
    diede ad almanaccare che la madre di  "Ranocchio"  strillasse  a  quel
    modo  perch il suo figliuolo era sempre stato debole e malaticcio,  e
    l'aveva tenuto come quei marmocchi  che  non  si  slattano  mai.  Egli
    invece  era  stato sano e robusto,  ed era "malpelo",  e sua madre non
    aveva mai pianto per  lui,  perch  non  aveva  mai  avuto  timore  di
    perderlo.
    Poco  dopo,  alla cava dissero che "Ranocchio" era morto,  ed ei pens
    che la civetta adesso strideva anche per  lui  la  notte,  e  torn  a
    visitare le ossa spolpate del grigio, nel burrone dove solevano andare
    insieme con "Ranocchio". Ora del grigio non rimanevano pi che le ossa
    sgangherate,  ed anche di "Ranocchio" sarebbe stato cos. Sua madre si
    sarebbe asciugati gli occhi,  poich anche la madre di "Malpelo" s'era
    asciugati  i suoi,  dopo che mastro Misciu era morto,  e adesso si era
    maritata un'altra volta,  ed era  andata  a  stare  a  Cifali    colla
    figliuola maritata e avevano chiusa la porta di casa. D'ora in poi, se
    lo  battevano,  a loro non importava pi nulla,  e a lui nemmeno,  ch
    quando sarebbe divenuto come  il  "grigio"  o  come  "Ranocchio",  non
    avrebbe sentito pi nulla.
    Verso  quell'epoca  venne  a lavorare nella cava uno che non s'era mai
    visto,  e si teneva nascosto il  pi  che  poteva;  gli  altri  operai
    dicevano  fra  di  loro  che  era  scappato  dalla  prigione,  e se lo
    pigliavano ce lo tornavano a chiudere  per  anni  ed  anni.  "Malpelo"
    seppe  in  quell'occasione  che  la  prigione  era  un  luogo  dove si
    mettevano i ladri, e i malarnesi come lui, e si tenevano sempre chiusi
    l dentro e guardati a vista.
    Da quel momento prov una malsana curiosit per quell'uomo  che  aveva
    provata  la  prigione e ne era scappato.  Dopo poche settimane per il
    fuggitivo dichiar chiaro e tondo che era stanco di quella vitaccia da
    talpa e piuttosto si contentava di stare in galera tutta la vita,  ch
    la prigione,  in confronto,  era un paradiso, e preferiva tornarci coi
    suoi piedi.  - Allora perch tutti quelli che lavorano nella cava  non
    si fanno mettere in prigione? - domand "Malpelo".
    - Perch non sono "malpelo" come te!  - rispose lo "Sciancato". Ma non
    temere, che tu ci andrai! e ci lascerai le ossa.
    Invece le ossa le lasci nella cava, "Malpelo", come suo padre,  ma in
    modo  diverso.  Una  volta si doveva esplorare un passaggio che doveva
    comunicare col pozzo grande a sinistra,  verso la valle,  e se la cosa
    andava bene, si sarebbe risparmiata una buona met di mano d'opera nel
    cavar  fuori  la  rena.  Ma  a ogni modo,  per,  c'era il pericolo di
    smarrirsi e di non tornare mai pi.  Sicch nessun padre  di  famiglia
    voleva  avventurarcisi,  n avrebbe permesso che ci si arrischiasse il
    sangue suo, per tutto l'oro del mondo.
    "Malpelo", invece,  non aveva nemmeno chi si prendesse tutto l'oro del
    mondo  per  la  sua  pelle,  se pure la sua pelle valeva tanto: sicch
    pensarono a lui. Allora, nel partire,  si risovvenne del minatore,  il
    quale si era smarrito,  da anni ed anni, e cammina e cammina ancora al
    buio,  gridando aiuto,  senza che nessuno possa udirlo.  Ma non  disse
    nulla. Del resto a che sarebbe giovato? Prese gli arnesi di suo padre,
    il piccone,  la zappa,  l lanterna,  il sacco col pane, il fiasco del
    vino, e se ne and: n pi si seppe nulla di lui.
    Cos si persero persin le ossa di "Malpelo",  e i ragazzi  della  cava
    abbassano  la  voce  quando parlano di lui nel sotterraneo,  ch hanno
    paura  di  vederselo  comparire  dinanzi,  coi  capelli  rossi  e  gli
    occhiacci grigi.




















    L'AMANTE DI GRAMIGNA.

    A Salvatore Farina.

    Caro Farina, eccoti non un racconto, ma l'abbozzo di un racconto. Esso
    almeno  avr  il merito di essere brevissimo,  e di esser storico - un
    documento umano,  come dicono oggi interessante forse per  te,  e  per
    tutti coloro che studiano nel gran libro del cuore.  Io te lo ripeter
    cos come l'ho raccolto pei viottoli dei  campi,  press'a  poco  colle
    medesime parole semplici e pittoresche della narrazione popolare, e tu
    veramente  preferirai  di  trovarti  faccia  a faccia col fatto nudo e
    schietto, senza stare a cercarlo fra le linee del libro, attraverso la
    lente dello scrittore.  Il semplice fatto umano far  pensare  sempre;
    avr sempre l'efficacia dell'essere stato,  delle lagrime vere,  delle
    febbri e delle sensazioni che sono passate per la carne; il misterioso
    processo per cui le passioni si annodano, si intrecciano, maturano, si
    svolgono nel loro cammino sotterraneo, nei loro andirivieni che spesso
    sembrano contraddittor, costituir per lungo tempo ancora la possente
    attrattiva di quel fenomeno psicologico che forma  l'argomento  di  un
    racconto,  e  che  l'analisi moderna si studia di seguire con scrupolo
    scientifico. Di questo che ti narro oggi, ti dir soltanto il punto di
    partenza e quello d'arrivo,  e per te baster,  - e  un  giorno  forse
    baster per tutti.
    Noi rifacciamo il processo artistico al quale dobbiamo tanti monumenti
    gloriosi,   con   metodo   diverso,   pi   minuzioso  e  pi  intimo.
    Sacrifichiamo volentieri l'effetto  della  catastrofe,  allo  sviluppo
    logico, necessario delle passioni e dei fatti verso la catastrofe resa
    meno impreveduta, meno drammatica forse, ma non meno fatale. Siamo pi
    modesti,  se  non  pi  umili;  ma  la dimostrazione di cotesto legame
    oscuro tra cause  ed  effetti  non  sar  certo  meno  utile  all'arte
    dell'avvenire.  Si  arriver  mai  a  tal perfezionamento nello studio
    delle passioni,  che diventer inutile il proseguire in cotesto studio
    dell'uomo  interiore?  La scienza del cuore umano,  che sar il frutto
    della nuova arte,  svilupper talmente e cos  generalmente  tutte  le
    virt  dell'immaginazione,  che  nell'avvenire  i  soli romanzi che si
    scriveranno saranno "i fatti diversi"?
    Quando nel romanzo l'affinit e la coesione di  ogni  sua  parte  sar
    cos  completa,  che  il  processo della creazione rimarr un mistero,
    come lo svolgersi delle passioni umane,  e l'armonia delle  sue  forme
    sar  cos perfetta,  la sincerit della sua realt cos evidente,  il
    suo modo e la sua ragione di  essere  cos  necessarie,  che  la  mano
    dell'artista rimarr assolutamente invisibile,  allora avr l'impronta
    dell'avvenimento reale,  l'opera d'arte sembrer essersi fatta da  s,
    aver  maturato ed esser sorta spontanea come un fatto naturale,  senza
    serbare alcun punto di contatto col suo  autore,  alcuna  macchia  del
    peccato d'origine.


    Parecchi anni or sono,  laggi lungo il Simeto,  davano la caccia a un
    brigante, certo "Gramigna", se non erro, un nome maledetto come l'erba
    che lo porta,  il quale da un capo  all'altro  della  provincia  s'era
    lasciato  dietro il terrore della sua fama.  Carabinieri,  soldati,  e
    militi a cavallo,  lo inseguivano da due mesi,  senza esser riesciti a
    mettergli le unghie addosso: era solo,  ma valeva per dieci, e la mala
    pianta minacciava di moltiplicarsi.  Per  giunta  si  approssimava  il
    tempo della messe,  tutta la raccolta dell'annata in man di Dio, ch i
    proprietarii non s'arrischiavano  a  uscir  dal  paese  per  timor  di
    "Gramigna";  sicch  le  lagnanze  erano  generali.  Il  prefetto fece
    chiamare tutti quei signori della questura,  dei  carabinieri,  e  dei
    compagni d'armi,  e subito in moto pattuglie, squadriglie, vedette per
    ogni fossato,  e dietro ogni muricciolo: se lo cacciavano dinanzi come
    una mala bestia per tutta una provincia, di giorno, di notte, a piedi,
    a  cavallo,  col  telegrafo.  "Gramigna"  sgusciava  loro  di mano,  o
    rispondeva a schioppettate,  se gli camminavano un  po'  troppo  sulle
    calcagna.  Nelle  campagne,  nei villaggi,  per le fattorie,  sotto le
    frasche delle osterie,  nei luoghi di ritrovo,  non si parlava d'altro
    che di lui,  di "Gramigna",  di quella caccia accanita, di quella fuga
    disperata.  I cavalli  dei  carabinieri  cascavano  stanchi  morti;  i
    compagni  d'armi si buttavano rifiniti per terra,  in tutte le stalle;
    le pattuglie dormivano all'impiedi;  egli solo,  "Gramigna",  non  era
    stanco  mai,  non  dormiva mai,  combatteva sempre,  s'arrampicava sui
    precipizi,  strisciava fra le messi,  correva carponi  nel  folto  dei
    fichidindia,   sgattajolava  come  un  lupo  nel  letto  asciutto  dei
    torrenti.  Per duecento miglia all'intorno,  correva la leggenda delle
    sue  gesta,  del  suo  coraggio,  della  sua  forza,  di  quella lotta
    disperata, lui solo contro mille, stanco,  affamato,  arso dalla sete,
    nella pianura immensa, arsa, sotto il sole di giugno. Peppa, una delle
    pi  belle  ragazze  di Licodia,  doveva sposare in quel tempo compare
    Finu "candela di sego" che aveva terre al sole  e  una  mula  baia  in
    stalla,  ed era un giovanotto grande e bello come il sole, che portava
    lo stendardo di Santa  Margherita    come  fosse  un  pilastro,  senza
    piegare le reni.
    La  madre  di  Peppa  piangeva  dalla  contentezza per la gran fortuna
    toccata alla figliuola,  e passava il tempo a voltare e rivoltare  nel
    baule  il  corredo della sposa,  "tutto di roba bianca a quattro" come
    quella di una regina,  e orecchini che le arrivavano  alle  spalle,  e
    anelli d'oro per le dieci dita delle mani: dell'oro ne aveva quanto ne
    poteva  avere  Santa Margherita,  e dovevano sposarsi giusto per Santa
    Margherita,  che cadeva  in  giugno,  dopo  la  mietitura  del  fieno.
    "Candela  di  sego" nel tornare ogni sera dalla campagna,  lasciava la
    mula all'uscio della Peppa,  e veniva a dirle che i seminati erano  un
    incanto,  se  "Gramigna" non vi appiccava il fuoco,  e il graticcio di
    contro al letto non sarebbe bastato a contenere tutto il  grano  della
    raccolta,  che  gli pareva mill'anni di condursi la sposa in casa,  in
    groppa alla mula bianca. Ma Peppa un bel giorno gli disse:
    - La vostra mula lasciatela stare, perch non voglio maritarmi.
    Figurati il putiferio! La vecchia si strappava i capelli,  "Candela di
    sego" rimasto a bocca aperta.
    Che ,  che non , Peppa s'era scaldata la testa per "Gramigna", senza
    conoscerlo neppure. Quello s,  ch'era un uomo!  - Che ne sai?  - Dove
    l'hai visto? - Nulla. Peppa non rispondeva neppure, colla testa bassa,
    la  faccia dura,  senza piet per la mamma che faceva  come una pazza,
    coi capelli grigi al vento, e pareva una strega. - Ah!  quel demonio 
    venuto qui a stregarmi la mia figliola!
    Le  comari  che  avevano invidiato a Peppa il seminato prosperoso,  la
    mula baia,  e il bel giovanotto che  portava  lo  stendardo  di  Santa
    Margherita senza piegar le reni, andavano dicendo ogni sorta di brutte
    storie, che "Gramigna" veniva a trovare la ragazza di notte in cucina,
    e  che  glielo avevano visto nascosto sotto il letto.  La povera madre
    teneva accesa una lampada alle anime  del  purgatorio,  e  persino  il
    curato  era andato in casa di Peppa,  a toccarle il cuore colla stola,
    onde scacciare quel diavolo di "Gramigna" che ne aveva preso possesso.
    Per ella seguitava a dire che non lo conosceva neanche di vista  quel
    cristiano;  ma  invece  pensava sempre a lui,  lo vedeva in sogno,  la
    notte,  e alla mattina si levava colle labbra arse assetata  anch'essa
    come lui.
    Allora  la vecchia la chiuse in casa,  perch non sentisse pi parlare
    di "Gramigna";  e tapp tutte le fessure dell'uscio  con  immagini  di
    santi.  Peppa  ascoltava  quello che dicevano nella strada,  dietro le
    immagini benedette, e si faceva pallida e rossa, come se il diavolo le
    soffiasse tutto l'inferno nella faccia.
    Finalmente si sent che avevano scovato "Gramigna" nei fichidindia  di
    Palagona.  -  Ha  fatto due ore di fuoco!  dicevanoc' un carabiniere
    morto,  e pi di tre compagni  d'armi  feriti.  Ma  gli  hanno  tirato
    addosso  tal  gragnuola di fucilate che stavolta hanno trovato un lago
    di sangue dove egli era stato.
    Una notte Peppa si fece la croce dinanzi al capezzale della vecchia  e
    fugg dalla finestra.
    "Gramigna"  era  nei  fichidindia  di  Palagona  - non avevano potuto
    scovarlo in quel forteto  da conigli,  lacero,  insanguinato,  pallido
    per due giorni di fame,  arso dalla febbre, e colla carabina spianata.
    Come la vide venire, risoluta, in mezzo alle macchie fitte,  nel fosco
    chiarore dell'alba, ci pens un momento, se dovesse lasciar partire il
    colpo.
    - Che vuoi? - le chiese - Che vieni a far qui?
    Ella non rispose, guardandolo fisso.
    - Vattene! - diss'egli - vattene, finch t'aiuta Cristo!
    -  Adesso  non  posso pi tornare a casa;  - rispose lei - la strada 
    tutta piena di soldati.
    - Cosa m'importa? Vattene!
    E la  prese  di  mira  colla  carabina.  Come  essa  non  si  muoveva,
    "Gramigna", sbalordito, le and coi pugni addosso:
    - Dunque?... Sei pazza?... O sei qualche spia?
    - No - diss'ella - no!
    - Bene, va a prendermi un fiasco d'acqua, laggi nel torrente, quand'
    cos.
    Peppa  and  senza  dir nulla,  e quando "Gramigna" ud le fucilate si
    mise a sghignazzare, e disse fra s:
    - Queste erano per me.
    Ma poco dopo vide ritornare la ragazza col fiasco in  mano,  lacera  e
    insanguinata.  Egli le si butt addosso, assetato, e poich'ebbe bevuto
    da mancargli il fiato, le disse infine:
    - Vuoi venire con me?
    S, accenn ella col capo avidamente, s.
    E lo segu per valli e monti, affamata, correndo spesso a cercargli un
    fiasco d'acqua o un tozzo di pane a rischio  della  vita.  Se  tornava
    colle  mani  vuote,  in mezzo alle fucilate,  il suo amante,  divorato
    dalla fame e dalla sete, la batteva.
    Una notte c'era la luna, e si udivano latrare i cani,  lontano,  nella
    pianura. "Gramigna" balz in piedi a un tratto, e le disse:
    - Tu resta qui, o t'ammazzo com' vero Dio!
    Lei addossata alla rupe, in fondo al burrone, lui invece a correre tra
    i fichidindia. Per gli altri, pi furbi, gli venivano incontro giusto
    da quella parte.
    - Ferma! ferma!
    E le schioppettate fioccarono.  Peppa, che tremava solo per lui, se lo
    vide tornare ferito,  che si strascinava appena,  e si buttava carponi
    per ricaricare la carabina.
    - E' finita!  - disse lui. - Ora mi prendono - e aveva la schiuma alla
    bocca, gli occhi lucenti come quelli del lupo.
    Appena cadde sui rami secchi come  un  fascio  di  legna,  i  compagni
    d'armi gli furono addosso tutti in una volta.
    Il  giorno  dopo  lo strascinarono per le vie del villaggio,  su di un
    carro,  tutto lacero e sanguinoso.  La gente gli si accalcava  intorno
    per vederlo;  e la sua amante, anche lei, ammanettata, come una ladra,
    lei che ci aveva dell'oro quanto Santa Margherita!
    La povera madre di Peppa dovette vendere "tutta la  roba  bianca"  del
    corredo,  e gli orecchini d'oro,  e gli anelli per le dieci dita, onde
    pagare gli avvocati di sua figlia,  e  tirarsela  di  nuovo  in  casa,
    povera,  malata,  svergognata, e col figlio di "Gramigna" in collo. In
    paese nessuno la vide pi mai.  Stava rincantucciata nella cucina come
    una  bestia feroce e ne usc soltanto allorch la sua vecchia fu morta
    di stenti, e si dovette vendere la casa.
    Allora, di notte, se ne and via dal paese,  lasciando il figliuolo ai
    trovatelli,  senza voltarsi indietro neppure, e se ne venne alla citt
    dove le avevano detto ch'era in carcere "Gramigna".  Gironzava intorno
    a quel gran fabbricato tetro,  guardando le inferriate,  cercando dove
    potesse esser lui,  cogli sbirri alle calcagna,  insultata e scacciata
    ad ogni passo.
    Finalmente seppe che il suo amante non era pi l,  l'avevano condotto
    via, di l del mare, ammanettato e colla sporta  al collo.  Che poteva
    fare?  Rimase dov'era, a buscarsi il pane rendendo qualche servizio ai
    soldati,  ai carcerieri,  come facesse parte ella stessa di quel  gran
    fabbricato tetro e silenzioso. Verso i carabinieri poi, che le avevano
    preso  "Gramigna"  nel  folto  dei fichidindia,  sentiva una specie di
    tenerezza rispettosa,  come l'ammirazione bruta della  forza,  ed  era
    sempre  per  la  caserma,  spazzando cameroni e lustrando gli stivali,
    tanto che la chiamavano "lo strofinacciolo  della  caserma".  Soltanto
    quando  partivano  per  qualche  spedizione  rischiosa,  e  li  vedeva
    caricare le armi, diventava pallida e pensava a "Gramigna".




















    COS'E' IL RE.

    Compare Cosimo il lettighiere  aveva governato le sue mule,  allungate
    un po' le cavezze  per la notte,  steso un po' di strame sotto i piedi
    della baia,  la quale era sdrucciolata due volte  sui  ciottoli  umidi
    delle viottole di Grammichele dal gran piovere che aveva fatto,  e poi
    era andato a mettersi sulla porta  dello  stallatico,  colle  mani  in
    tasca, a sbadigliare in faccia alla gente che era venuta per vedere il
    Re, e c'era tal via vai quella volta per le strade di Caltagirone  che
    pareva la festa di San Giacomo;  per stava coll'orecchio teso,  e non
    perdeva d'occhio le sue bestie,  le quali si rosicavano l'orzo  adagio
    adagio, perch non glielo rubassero.
    Giusto  in  quel  momento vennero a dirgli che il Re voleva parlargli.
    Veramente non era il Re che voleva parlargli,  perch il Re non  parla
    con nessuno,  ma uno di coloro per bocca dei quali parla il Re, quando
    ha da dire qualche cosa;  e gli disse che Sua Maest desiderava la sua
    lettiga,  l'indomani  all'alba,  per  andare  a Catania,  e non voleva
    restare obbligato n al vescovo,  n al sottointendente,  ma preferiva
    pagar di sua tasca,  come uno qualunque. Compare Cosimo avrebbe dovuto
    esserne contento, perch il suo mestiere era di fare il lettighiere, e
    proprio allora stava aspettando che venisse qualcuno a  noleggiare  la
    sua  lettiga,  e  il  Re non  di quelli che stanno a lesinare  per un
    tar dippi  o  di  meno,  come  tanti  altri.  Ma  avrebbe  preferito
    tornarsene a Grammichele colla lettiga vuota,  tanto gli faceva specie
    il dovervi portare il Re nella lettiga,  che la festa  gli  si  cambi
    tutta  in  veleno  soltanto  a  pensarci,  e  non  si  godette  pi la
    luminaria,  n la banda che suonava in piazza,  n il carro  trionfale
    che  girava  per  le  vie,  col ritratto del Re e della Regina,  n la
    chiesa di San Giacomo tutta illuminata,  che  sputava  fiamme,  e  ove
    c'era il Santissimo esposto, e si suonavano le campane pel Re.
    Anzi  pi  grande era la festa e pi gli cresceva in corpo la paura di
    doverci avere il Re proprio nella sua lettiga,  e  tutti  quei  razzi,
    quella folla,  quella luminaria e quello scampano se li sentiva sullo
    stomaco, e non gli fecero chiudere occhio tutta la notte, che la pass
    a visitare i ferri della baia,  a strigliar le mule  e  a  rimpinzarle
    d'orzo sino alla gola,  per metterle in vigore,  come se il Re pesasse
    il doppio di tutti gli altri.  Lo stallatico era pieno di  soldati  di
    cavalleria,  con  tanto  di  speroni ai piedi,  che non se li levavano
    neppure per buttarsi a dormire sulle panchette, e a tutti i chiodi dei
    pilastri erano appese sciabole e pistole  che  al  povero  zio  Cosimo
    pareva  gli  dovessero tagliare la testa con quelle,  se per disgrazia
    una mula avesse a scivolare sui ciottoli umidi della  viottola  mentre
    portava  il  Re;  e  giusto  era  venuta tanta acqua dal cielo in quei
    giorni che la gente doveva avere addosso la rabbia di vedere il Re per
    mettersi in viaggio sino a Caltagirone con quel tempaccio.  Per  conto
    suo,  com' vero Dio, in quel momento avrebbe preferito trovarsi nella
    sua casuccia,  dove le mule ci stavano strette  nella  stalla,  ma  si
    sentivano  a rosicar l'orzo dal capezzale del letto,  e avrebbe pagato
    quelle due onze che doveva buscarsi dal Re per trovarsi nel suo letto,
    coll'uscio chiuso,  e stare a vedere col naso sotto  le  coperte,  sua
    moglie  affacendarsi  col lume in mano,  a rassettare ogni cosa per la
    notte.
    All'alba lo fece saltar su da quel dormiveglia la tromba  dei  soldati
    che suonava come un gallo che sappia le ore,  e metteva in rivoluzione
    tutto lo stallatico.  I carrettieri rizzavano la testa dal basto messo
    per  guanciale,  i  cani  abbaiavano,  e  l'ostessa  si affacciava dal
    fienile tutta sonnacchiosa, grattandosi la testa. Ancora era buio come
    a mezzanotte, ma la gente andava e veniva per le strade quasi fosse la
    notte di Natale,  e i trecconi accanto al fuoco,  coi  lampioncini  di
    carta dinanzi,  battevano i coltellacci sulle panchette per vendere il
    torrone.  Ah,  come doveva godersi la festa  tutta  quella  gente  che
    comprava il torrone, e si strascinava stanca e sonnacchiosa per le vie
    ad aspettare il Re,  e come vedeva passare la lettiga colle sonagliere
    e le nappine di  lana,  spalancava  gli  occhi,  e  invidiava  compare
    Cosimo, il quale avrebbe visto il Re sul mostaccio, mentre sino allora
    nessuno  aveva  potuto  avere  quella sorte,  da quarantott'ore che la
    folla stava nelle strade notte e giorno,  coll'acqua  che  veniva  gi
    come  Dio la mandava.  La chiesa di San Giacomo sputava ancora fuoco e
    fiamme,  in cima alla scalinata che non finiva pi,  aspettando il Re,
    per  dargli  il  buon viaggio,  e suonava con tutte le sue campane per
    dirgli che era ora di andarsene.  Che non li spegnevano mai quei lumi?
    e  che aveva il braccio di ferro quel sagrestano per suonare a distesa
    notte e giorno?  Intanto nel piano  di  San  Giacomo  spuntava  appena
    l'alba cenerognola,  e la valle era tutta un mare di nebbia; eppure la
    folla era fitta come le mosche,  col naso nel cappotto,  e appena vide
    arrivare la lettiga voleva soffocare compare Cosimo e le sue mule, che
    credeva  ci  fosse  dentro  il  Re.  Ma il Re si fece aspettare un bel
    pezzo;  a quell'ora forse si infilava  i  calzoni.  o  beveva  il  suo
    bicchierino  d'acquavite,  per  risciacquarsi  la  gola,  che  compare
    Cosimo non ci aveva pensato nemmeno quella mattina,  tanto si  sentiva
    la  gola  stretta.  Un'ora  dopo arriv la cavalleria,  colle sciabole
    sfoderate, e fece far largo. Dietro la cavalleria si rovesci un'altra
    ondata di gente,  e poi la banda,  e poi ancora  dei  galantuomini,  e
    delle  signore  col  cappellino,   e  il  naso  rosso  dal  freddo;  e
    accorrevano persino i trecconi,  colle panchette in testa,  a  piantar
    bottega per cercar di vendere un altro po' di torrone; tanto che nella
    gran  piazza  non  ci  sarebbe  entrato pi uno spillo,  e le mule non
    avrebbero nemmeno potuto scacciarsi le mosche,  se non fosse stata  la
    cavalleria  a  far  fare largo,  e per giunta la cavalleria portava un
    nugolo di mosche cavalline,  di quelle che fanno imbizzarrire le  mule
    di  una  lettiga,  talch  compare Cosimo si raccomandava a Dio e alle
    anime del Purgatorio ad ognuna che  ne  acchiappava  sotto  la  pancia
    delle sue bestie.
    Finalmente  si ud raddoppiare lo scampano,  quasi le campane fossero
    impazzate,  e i mortaletti che sparavano  al  Re,  e  arriv  correndo
    un'altra fiumana di gente,  e si vide spuntare la carrozza del Re,  la
    quale in mezzo alla folla  pareva  galleggiasse  sulle  teste.  Allora
    suonarono  le  trombe  e  i  tamburi,  e  ricominciarono  a  sparare i
    mortaletti,  che le mule,  Dio liberi,  volevano romper i finimenti  e
    ogni  cosa  sparando  calci;  i  soldati  tirarono  fuori le sciabole,
    giacch le avevano  messe  nel  fodero  un'altra  volta,  e  la  folla
    gridava: - La Regina, la Regina! E' quella piccolina l, accanto a suo
    marito, che non par vero!
    Il  Re  invece era un bel pezzo d'uomo,  grande e grosso,  coi calzoni
    rossi e la sciabola appesa alla pancia; e si tirava dietro il vescovo,
    il sindaco, il sottointendente,  e un altro sciame di galantuomini coi
    guanti e il fazzoletto da collo bianco, e vestiti di nero che dovevano
    averci  la  tarantola  nelle  ossa    con  quel  po' di tramontana che
    spazzava la nebbia dal piano di San Giacomo. Il Re stavolta,  prima di
    montare  a cavallo,  mentre sua moglie entrava nella lettiga,  parlava
    con questo e  con  quello  come  se  non  fosse  stato  fatto  suo,  e
    accostandosi a compare Cosimo gli batt anche colla mano sulla spalla,
    e  gli disse tale e quale,  col suo parlare napoletano: Bada che porti
    la tua Regina!  - che compare Cosimo si sent rientrare le  gambe  nel
    ventre, tanto pi che in quel momento si ud un grido da disperati, la
    folla  ondeggi  come  un  mare  di spighe,  e si vide una giovinetta,
    vestita ancora da monaca, e pallida pallida, buttarsi ai piedi del Re,
    e gridare: - Grazia!.  Chiedeva la grazia per suo padre,  il quale  si
    era dato le mani attorno per buttare il Re gi di sella,  ed era stato
    condannato ad aver tagliata la testa.  Il Re disse una parola  ad  uno
    che  gli era vicino,  e bast perch non tagliassero la testa al padre
    della ragazza.  Cos ella se ne and  tutta  contenta,  che  dovettero
    portarla via svenuta dalla consolazione.
    Vuol  dire che il Re con una sua parola poteva far tagliare la testa a
    chi gli fosse piaciuto,  anche a compare  Cosimo  se  una  mula  della
    lettiga metteva un piede in fallo,  e gli buttava gi la moglie,  cos
    piccina com'era.
    Il povero compare Cosimo aveva tutto ci davanti  agli  occhi,  mentre
    andava  accanto  alla  baia  colla mano sulla stanga,  e l'abito della
    Madonna fra le labbra, che si raccomandava a Dio,  come fosse in punto
    di morte,  mentre tutta la carovana, col Re, la Regina e i soldati, si
    era messa in viaggio in mezzo alle grida  e  allo  scampano,  e  allo
    sparare  dei  mortaletti  che si udivano ancora dalla pianura;  talch
    quando furono arrivati gi nella valle,  in cima al  monte  si  vedeva
    ancora  la  folla  nera  brulicare   al sole come se ci fosse stata la
    fiera del bestiame nel piano di San Giacomo. A che gli giovava il sole
    e la bella giornata a compare Cosimo?  se ci aveva il cuore  pi  nero
    del  nuvolo,  e non si arrischiava di levare gli occhi dai ciottoli su
    cui le mule posavano le zampe come  se  camminassero  sulle  uova;  n
    stava a guardare come venissero i seminati, n a rallegrarsi nel veder
    pendere  i  grappoli delle ulive,  lungo le siepi,  n pensava al gran
    bene che aveva fatto tutta quella pioggia  della  settimana,  ch  gli
    batteva  il cuore come un martello soltanto al pensare che il torrente
    poteva  essere  ingrossato,  e  dovevano  passarlo  a  guado!  Non  si
    arrischiava  a  mettersi a cavalcioni sulle stanghe,  come soleva fare
    quando non portava al sua Regina,  e lasciarsi  cadere  la  testa  sul
    petto a schiacciare un sonnellino,  sotto quel bel sole e colla strada
    piana che le mule l'avrebbero fatta ad occhi chiusi;  mentre  le  mule
    che  non  avevano  giudizio,  e  non sapevano quel che portassero,  si
    godevano la strada piana ed asciutta,  il sole tiepido e  la  campagna
    verde, scodinzolavano e scuotevano allegramente le sonagliere, che per
    poco non si mettevano a trottare,  e compare Cosimo si sentiva saltare
    lo stomaco alla gola dalla paura soltanto al vedere mettere in brio le
    sue bestie, senza un pensiero al mondo n della Regina, n di nulla.
    La Regina,  lei,  badava a chiacchierare con un'altra signora  che  le
    avevano messa in lettiga per ingannare il tempo,  in un linguaggio che
    nessuno ci capiva una maledetta;  guardava  la  campagna  cogli  occhi
    azzurri  come  il  fiore del lino e appoggiava allo sportello una mano
    cos piccina che pareva fatta apposta per non aver nulla da fare;  che
    non  valeva  la  pena  di  riempire  d'orzo le mule per portare quella
    miseria,  Regina tal quale era!  Ma ella poteva far tagliare il  collo
    alla  gente con una sola parola,  cos piccola com'era,  e le mule che
    non avevano giudizio con quel carico leggiero,  e tutto quell'orzo che
    avevano  nella  pancia,  provavano  una  gran tentazione di mettersi a
    saltare e ballare per la strada,  e di far tagliare la testa a compare
    Cosimo.
    Sicch  il  poveraccio per tutta la strada non fece che recitare fra i
    denti paternostri e avemarie,  e raccomandarsi ai suoi  morti,  quelli
    che  conosceva e quelli che non conosceva,  fin quando arrivarono alla
    Zia Lisa, che  era accorsa una gran folla a vedere il Re, e davanti ad
    ogni bettola c'era il suo pezzo di maiale appeso  e  scuoiato  per  la
    festa.  Come arriv a casa sua,  dopo aver consegnata la Regina sana e
    salva,  non gli pareva  vero,  e  baci  la  sponda  della  mangiatoia
    legandovi  le mule;  poi si mise in letto senza mangiare e senza bere,
    ch non voleva vedere nemmeno i danari  della  Regina,  e  li  avrebbe
    lasciati  nella  tasca del giubbone chiss quanto tempo,  se non fosse
    stato per sua moglie che and a metterli in fondo alla calza sotto  il
    pagliericcio.
    Gli amici e i conoscenti, che erano curiosi di sapere come erano fatti
    il  Re e la Regina,  venivano a domandargli del viaggio,  col pretesto
    d'informarsi se aveva acchiappato la  malaria.  Egli  non  voleva  dir
    nulla,  che  gli  tornava  la febbre soltanto a parlarne,  e il medico
    veniva mattina e sera,  e si prese circa la met di quei danari  della
    Regina.
    Solamente  molti  anni dopo,  quando vennero a pignorargli  le mule in
    nome del Re, perch non aveva potuto pagare il debito,  compare Cosimo
    non  si  dava  pace  pensando  che  pure  quelle erano le mule che gli
    avevano portato la moglie sana e salva, al Re, povere bestie; e allora
    non c'erano le strade carrozzabili,  ch la Regina si sarebbe rotto il
    collo, se non fosse stato per la sua lettiga, e la gente diceva che il
    Re e la Regina erano venuti apposta in Sicilia per fare le strade, che
    non  ce  n'erano ancora,  ed era una porcheria.  Ma allora campavano i
    lettighieri,  e compare Cosimo avrebbe potuto pagare il debito,  e non
    gli avrebbero pignorato le mule, se non veniva il Re e la Regina a far
    le strade carrozzabili.
    E  pi  tardi,  quando  gli  presero il suo Orazio,  che lo chiamavano
    Turco, tanto era nero e forte,  per farlo artigliere,  e quella povera
    vecchia  di  sua moglie piangeva come una fontana,  gli torn in mente
    quella ragazza ch'era venuta a  buttarsi  a'  piedi  del  Re  gridando
    grazia! e il Re con una parola l'aveva mandata via contenta. N voleva
    capire  che  il  Re d'adesso era un altro,  e quello vecchio l'avevano
    buttato gi di sella.  Diceva che se fosse stato l il Re,  li avrebbe
    mandati  via contenti,  lui e sua moglie,  ch gli aveva battuto sulla
    spalla,  e lo conosceva e l'aveva visto  proprio  sul  mostaccio,  coi
    calzoni  rossi,  e  la  sciabola appesa alla pancia,  e con una parola
    poteva far tagliare il collo alla gente, e mandare puranco a pignorare
    le mule,  se uno non pagava il debito,  e pigliarsi  i  figliuoli  per
    soldati, come gli piaceva.












    MALARIA.

    E'  vi  par di toccarla colle mani - come della terra grassa che fumi,
    l, dappertutto, torno torno alle montagne che la chiudono,  da Agnone
    al Mongibello  incappucciato di neve stagnante nella pianura,  a guisa
    dell'afa pesante di luglio. Vi nasce e vi muore il sole di brace, e la
    luna smorta,  e la "Puddara",  che sembra  navigare  in  un  mare  che
    svapori,  e  gli  uccelli  e le margherite bianche della primavera,  e
    l'estate arsa;  e vi passano in lunghe file nere le anitre nel  nuvolo
    dell'autunno,  e  il fiume che luccica quasi fosse di metallo,  fra le
    rive larghe e abbandonate, bianche, slabbrate,  sparse di ciottoli;  e
    in  fondo  il lago di Lentini,  come uno stagno,  colle sponde piatte,
    senza una barca, senza un albero sulla riva,  liscio ed immobile.  Sul
    greto pascolano svogliatamente i buoi,  rari, infangati sino al petto,
    col pelo irsuto. Quando risuona il campanaccio della mandra,  nel gran
    silenzio,  volan via le cutrettole,  silenziose, e il pastore istesso,
    giallo di febbre, e bianco di polvere anche lui, schiude un istante le
    palpebre gonfie, levando il capo all'ombra dei giunchi secchi.
    E' che la malaria v'entra nelle ossa  col  pane  che  mangiate,  e  se
    aprite bocca per parlare,  mentre camminate lungo le strade soffocanti
    di polvere e  di  sole,  e  vi  sentite  mancar  le  ginocchia,  o  vi
    accasciate  sul  basto  della mula che va all'ambio colla testa bassa.
    Invano Lentini, e Francofonte, e Patern, cercano di arrampicarsi come
    pecore sbrancate sulle prime colline che scappano dalla pianura,  e si
    circondano  di aranceti,  di vigne,  di orti sempre verdi;  la malaria
    acchiappa gli abitanti per le vie spopolate,  e  li  inchioda  dinanzi
    agli usci delle case scalcinate dal sole,  tremanti di febbre sotto il
    pastrano, e con tutte le coperte del letto sulle spalle.
    Laggi,  nella pianura,  le case sono rare e di  aspetto  malinconico,
    lungo le strade mangiate dal sole,  fra due mucchi di concime fumante,
    appoggiate alle tettoie crollanti,  dove aspettano coll'occhio spento,
    legati  alla mangiatoia vuota,  i cavalli di ricambio.  O sulla sponda
    del lago,  colla frasca decrepita dell'osteria  appesa  all'uscio,  le
    grandi  stanzaccie  vuote,  e  l'oste  che  sonnecchia accoccolato sul
    limitare,  colla  testa  stretta  nel  fazzoletto,   spiando  ad  ogni
    svegliarsi, nella campagna deserta, se arriva un passeggiero assetato.
    -  Oppure  come  cassette  di legno bianco,  impennacchiate da quattro
    eucalipti magri e grigi,  lungo la  ferrovia  che  taglia  in  due  la
    pianura  come un colpo d'accetta,  dove vola la macchina fischiando al
    pari di un vento d'autunno, e la notte corruscano scintille infuocate.
    - O infine qua e l,  sul limite dei poderi segnato da  un  pilastrino
    appena squadrato,  coi tetti appuntellati dal di fuori,  colle imposte
    sconquassate,  dinanzi all'aia screpolata,  all'ombra delle alte biche
    di paglia  dove dormono le galline colla testa sotto l'ala,  e l'asino
    lascia cascare il capo, colla bocca ancora piena di paglia,  e il cane
    si   rizza   sospettoso,   e  abbaia  roco  al  sasso  che  si  stacca
    dall'intonaco,  alla lucertola che striscia,  alla foglia che si muove
    nella campagna inerte.
    La sera, appena cade il sole, si affacciano sull'uscio uomini arsi dal
    sole,  sotto il cappellaccio di paglia e colle larghe mutande di tela,
    sbadigliando e stirandosi le braccia;  e donne seminude,  colle spalle
    nere,  allattando  dei  bambini gi pallidi e disfatti,  che non si sa
    come si faranno grandi e neri,  e  come  ruzzeranno  sull'erba  quando
    torner  l'inverno,  e l'aia diverr verde un'altra volta,  e il cielo
    azzurro e tutt'intorno la campagna rider al sole. E non si sa neppure
    dove stia e perch ci stia tutta quella gente che alla domenica  corre
    per  la  messa  alle  chiesuole  solitarie,  circondate dalle siepi di
    fichidindia,  a dieci miglia in giro,  sin dove si  ode  squillare  la
    campanella  fessa    nella pianura che non finisce mai.  Per dov' la
    malaria  terra benedetta da Dio.  In giugno le spighe si coricano dal
    peso,  e  i  solchi  fumano  quasi  avessero  sangue nelle vene appena
    c'entra il vomero in novembre.  Allora bisogna pure che chi  semina  e
    chi  raccoglie  caschi  come  una  spiga matura,  perch il Signore ha
    detto: "Il pane che si mangia bisogna sudarlo".  Come  il sudore della
    febbre lascia qualcheduno stecchito sul pagliericcio di granoturco,  e
    non c' pi bisogno di solfato n di decotto d'eucalipto, lo si carica
    sulla carretta del fieno,  o attraverso il basto dell'asino,  o su  di
    una scala,  come si pu,  con un sacco sulla faccia, e si va a deporlo
    alla chiesuola solitaria,  sotto i fichidindia spinosi di cui  nessuno
    perci  mangia i frutti.  Le donne piangono in crocchio,  e gli uomini
    stanno a guardare, fumando.
    Cos s'erano portato il camparo di Valsavoja,  che si chiamava massaro
    Croce,   ed   erano  trent'anni  che  inghiottiva  solfato  e  decotto
    d'eucalipto. In primavera stava meglio, ma d'autunno, come ripassavano
    le anitre, egli si metteva il fazzoletto in testa, e non si faceva pi
    vedere sull'uscio che ogni due giorni;  tanto che si era ridotto pelle
    ed ossa,  e aveva una pancia grossa come un tamburo, che lo chiamavano
    il "Rospo" anche pel suo fare rozzo e selvatico,  e perch  gli  erano
    diventati gli occhi smorti e a fior di testa. Egli diceva sempre prima
    di morire: - Non temete, che pei miei figli il padrone ci penser! - E
    con  quegli occhiacci attoniti guardava in faccia ad uno ad uno coloro
    che gli stavano attorno al letto,  l'ultima sera,  e gli mettevano  la
    candela sotto il naso. Lo zio Menico, il capraio, che se ne intendeva,
    disse  che  doveva  avere  il  fegato  duro come un sasso e pesante un
    rotolo e mezzo. Qualcuno aggiungeva pure:
    - Adesso se ne impipa!  ch s' ingrassato e fatto ricco a  spese  del
    padrone,  e  i  suoi  figli non hanno bisogno di nessuno!  Credete che
    l'abbia preso soltanto pei begli occhi del padrone tutto quel  solfato
    e tutta quella malaria per trent'anni?
    Compare Carmine,  l'oste del lago, aveva persi allo stesso modo i suoi
    figliuoli tutt'e cinque, l'un dopo l'altro,  tre maschi e due femmine.
    Pazienza le femmine! Ma i maschi morivano appunto quando erano grandi,
    nell'et  di  guadagnarsi  il pane.  Oramai egli lo sapeva;  e come le
    febbri vincevano il ragazzo,  dopo averlo travagliato  due o tre anni,
    non spendeva pi un soldo, n per solfato n per decotti, spillava del
    buon  vino e si metteva ad ammannire  tutti gli intingoli di pesce che
    sapeva,  onde stuzzicare l'appetito al malato.  Andava  apposta  colla
    barca  a  pescare  la mattina,  tornava carico di cefali,  di anguille
    grosse come il braccio,  e poi diceva al figliuolo,  ritto dinanzi  al
    letto e colle lagrime agli occhi:- Te'! mangia! - Il resto lo pigliava
    Nanni,  il carrettiere, per andare a venderlo in citt.Il lago vi d e
    il lago vi piglia!  - Gli diceva Nanni,  vedendo piangere di  nascosto
    compare Carmine.  - Che volete farci,  fratel mio? - Il lago gli aveva
    dato dei bei guadagni. E a Natale, quando le anguille si vendono bene,
    nella casa in riva al lago,  cenavano allegramente dinanzi  al  fuoco,
    maccheroni,  salsiccia  e  ogni ben di Dio,  mentre il vento urlava di
    fuori come un lupo che abbia fame e freddo.  In tal  modo  coloro  che
    restavano  si  consolavano  dei  morti.  Ma  a  poco  a  poco andavano
    assottigliandosi cos che la madre divenne curva come  un  gancio  dai
    crepacuori,  e  il  padre  che  era  grosso  e  grasso,  stava  sempre
    sull'uscio,  onde  non  vedere  quelle  stanzacce  vuote,  dove  prima
    cantavano  e  lavoravano  i suoi ragazzi.  L'ultimo rimasto non voleva
    morire assolutamente,  e piangeva e si disperava allorch lo  coglieva
    la febbre, e persino and a buttarsi nel lago dalla paura della morte.
    Ma  il  padre  che  sapeva nuotare lo ripesc,  e lo sgridava che quel
    bagno freddo gli avrebbe fatto tornare la febbre peggio  di  prima.  -
    Ah!  - singhiozzava il giovanetto colle mani nei capelli, - per me non
    c' pi speranza!  per me non c' pi speranza!  - Tutto  sua  sorella
    Agata,  che  non  voleva morire perch era sposa!  - osservava compare
    Carmine di faccia a sua moglie,  seduta accanto al letto;  e lei,  che
    non piangeva pi da un pezzo, confermava col capo, curva al pari di un
    gancio.
    Lei,  ridotta  a  quel  modo,  e suo marito grasso e grosso avevano il
    cuoio duro, e rimasero soli a guardar la casa.  La malaria non ce l'ha
    contro  di  tutti.  Alle volte uno vi campa cent'anni,  come Cirino lo
    scimunito,  il quale non aveva n re n regno,  n arte n  parte,  n
    padre n madre,  n casa per dormire,  n pane da mangiare, e tutti lo
    conoscevano a quaranta miglia intorno,  siccome andava da una fattoria
    all'altra,  aiutando a governare i buoi,  a trasportare il concime,  a
    scorticare le bestie morte,  a fare gli uffici vili;  e pigliava delle
    pedate  e  un  tozzo  di pane;  dormiva nei fossati,  sul ciglione dei
    campi,  a ridosso delle siepi,  sotto le tettoie  degli  stallazzi,  e
    viveva  di  carit,  errando come un cane senza padrone,  scamiciato e
    scalzo, con due lembi di mutande tenuti insieme da una funicella sulle
    gambe magre e nere; e andava cantando a squarciagola sotto il sole che
    gli martellava sulla testa nuda,  giallo come lo zafferano.  Egli  non
    prendeva  pi n solfato,  n medicine,  n pigliava le febbri.  Cento
    volte l'avevano raccolto disteso,  quasi fosse  morto,  attraverso  la
    strada;  infine la malaria l'aveva lasciato, perch non sapeva pi che
    farsene di lui.  Dopo che gli aveva mangiato il cervello  e  la  polpa
    delle gambe, e gli era entrata tutta nella pancia gonfia come un otre,
    l'aveva lasciato contento come una pasqua, a cantare al sole meglio di
    un  grillo.  Di  preferenza  lo  scimunito  soleva  stare  dinanzi  lo
    stallatico di Valsavoja,  perch  ci  passava  della  gente,  ed  egli
    correva loro dietro per delle miglia,  gridando,  uuh! uuh! finch gli
    buttavano due centesimi. L'oste gli prendeva i centesimi e lo teneva a
    dormire sotto la tettoia,  sullo strame dei  cavalli,  che  quando  si
    tiravano  dei  calci,  Cirino  correva a svegliare il padrone gridando
    uuh! e la mattina li strigliava e li governava.
    Pi tardi era stato  attratto  dalla  ferrovia  che  costrussero    l
    vicino.  I  vetturali    e  i viandanti erano diventati pi rari sulla
    strada, e lo scimunito non sapeva che pensare, guardando in aria delle
    ore le rondini che  volavano,  e  batteva  le  palpebre  al  sole  per
    capacitarsene.  La prima volta, al vedere tutta quella gente insaccata
    nei carrozzoni che passavano dalla stazione, parve che indovinasse.  E
    d'allora in poi ogni giorno aspettava il treno,  senza sbagliare di un
    minuto,  quasi avesse  l'orologio  in  testa;  e  mentre  gli  fuggiva
    dinanzi,  gettandogli contro la faccia il fumo e lo strepito,  egli si
    dava a corrergli dietro,  colle braccia in aria,  urlando in tuono  di
    collera e di minaccia: uuh! uuh!...
    L'oste,  anche lui,  ogni volta che da lontano vedeva passare il treno
    sbuffante nella malaria,  non diceva nulla,  ma gli sputava contro  il
    fatto  suo  scrollando  il  capo,  davanti  alla  tettoia deserta e ai
    boccali vuoti.  Prima gli affari andavano cos  bene  che  egli  aveva
    preso  quattro  mogli,  l'una  dopo  l'altra,  tanto che lo chiamavano
    "Ammazzamogli" e dicevano che ci aveva fatto  il  callo,  e  tirava  a
    pigliarsi la quinta,  se la figlia di massaro Turi Oricchiazza non gli
    faceva rispondere: - Dio ne  liberi!  nemmeno  se  fosse  d'oro,  quel
    cristiano!  Ei si mangia il prossimo suo come un coccodrillo! - Ma non
    era vero che ci avesse fatto il callo,  perch quando  gli  era  morta
    comare Santa,  ed era la terza,  egli sino all'ora di colazione non ci
    aveva messo un boccone di pane  in  bocca,  n  un  sorso  d'acqua,  e
    piangeva  per davvero dietro il banco dell'osteria.  - Stavolta voglio
    pigliarmi una che  avvezza alla  malaria  -  aveva  detto  dopo  quel
    fatto. - Non voglio pi soffrirne di questi dispiaceri.
    Le  mogli  gliele  ammazzava  la  malaria,  ad  una ad una,  ma lui lo
    lasciava tal quale,  vecchio e grinzoso,  che non  avreste  immaginato
    come  quell'uomo  l  ci  avesse anche lui il suo bravo omicidio sulle
    spalle, quantunque tirasse a prendere la quinta moglie. Pure la moglie
    ogni volta la cercava giovane e appetitosa, ch senza moglie l'osteria
    non pu andare,  e per questo gli avventori s'erano diradati.  Ora non
    restava  altri  che  compare  Mommu,  il  cantoniere della ferrovia l
    vicino, un uomo che non parlava mai,  e veniva a bere il suo bicchiere
    fra  un  treno e l'altro,  mettendosi a sedere sulla panchetta accanto
    all'uscio, colle scarpe in mano, per lasciare riposare i piedi.
    - Questi qui non li coglie la malaria!  - pensava "Ammazzamogli" senza
    aprir bocca nemmeno lui, ch se la malaria li avesse fatti cadere come
    le  mosche non ci sarebbe stato chi facesse andare quella ferrovia l.
    Il poveraccio, dacch s'era levato dinanzi agli occhi il solo uomo che
    gli avvelenava l'esistenza,  non ci aveva pi che due nemici al mondo:
    la ferrovia che gli rubava gli avventori, e la malaria che gli portava
    via le mogli.  Tutti gli altri nella pianura,  sin dove arrivavano gli
    occhi, provavano un momento di contentezza,  anche se nel lettuccio ci
    avevano  qualcuno  che  se ne andava a poco a poco,  o se la febbre li
    abbatteva sull'uscio,  col fazzoletto in testa e il tabarro   addosso.
    Si  ricreavano  guardando il seminato che veniva su prosperoso e verde
    come il velluto,  o le biade che ondeggiavano al par  di  un  mare,  e
    ascoltavano la cantilena lunga dei mietitori, distesi come una fila di
    soldati,  e  in  ogni viottolo si udiva la cornamusa,  dietro la quale
    arrivavano dalla Calabria degli sciami  di  contadini  per  la  messe,
    polverosi,  curvi  sotto  la bisaccia pesante,  gli uomini avanti e le
    donne in coda,  zoppicanti e guardando la strada che si allungava  con
    la  faccia  arsa  e stanca.  E sull'orlo di ogni fossato,  dietro ogni
    macchia d'aloe,  nell'ora in cui cala la sera  come  un  velo  grigio,
    fischiava  lo  zufolo  del guardiano,  in mezzo alle spighe mature che
    tacevano, immobili a cascare del vento,  invase anch'esse dal silenzio
    della notte. - Ecco! - pensava "Ammazzamogli". - Tutta quella gente l
    se  fa  tanto di non lasciarci la pelle e di tornare a casa,  ci torna
    con dei denari in tasca.
    Ma lui no!  lui non aspettava n la raccolta n  altro,  e  non  aveva
    animo di cantare. La sera calava tanto triste, nello stallazzo vuoto e
    nell'osteria buia. A quell'ora il treno passava da lontano fischiando,
    e  compare  Mommu  stava  accanto  al suo casotto colla bandieruola in
    mano;  ma fin lass,  dopo che il treno era svanito nelle tenebre,  si
    udiva  Cirino lo scimunito che gli correva dietro urlando,  uuh!...  E
    "Ammazzamogli" sulla porta dell'osteria buia e deserta pensava che per
    quelli l la malaria non ci era.
    Infine quando non  pot  pagar  pi  l'affitto  dell'osteria  e  dello
    stallazzo,  il  padrone  lo mand via dopo 57 anni che c'era stato,  e
    "Ammazzamogli" si ridusse a cercare impiego nella ferrovia anche  lui,
    e a tenere in mano la bandieruola quando passava il treno.
    Allora  stanco  di  correre  tutto il giorno su e gi lungo le rotaie,
    rifinito  dagli anni e dai malanni, vedeva passare due volte al giorno
    la lunga fila dei carrozzoni stipati di gente;  le allegre brigate  di
    cacciatori  che  si  sparpagliavano  per  la  pianura;  alle  volte un
    contadinello che suonava l'organetto a capo chino,  rincantucciato  su
    di  una  panchetta di terza classe;  le belle signore che affacciavano
    allo sportello il capo avvolto nel velo; l'argento e l'acciaio brunito
    dei sacchi e delle borse da viaggio che luccicavano sotto  i  lampioni
    smerigliati;  le alte spalliere imbottite e coperte di trina. Ah, come
    si  doveva  viaggiar  bene  l  dentro,  schiacciando  un  sonnellino!
    Sembrava  che  un pezzo di citt sfilasse l davanti,  colla luminaria
    delle strade, e le botteghe sfavillanti. Poi il treno si perdeva nella
    vasta nebbia della sera,  e il poveraccio,  cavandosi  un  momento  le
    scarpe,  seduto sulla panchina,  borbottava: - Ah!  per questi qui non
    c' proprio la malaria!






    LA ROBA.

    Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini,  steso l come un
    pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e gli
    aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di Resecone, e i
    pascoli  deserti  di  Passaneto e di Passanitello,  se domandava,  per
    ingannare la noia della lunga strada polverosa,  sotto il cielo  fosco
    dal  caldo,  nell'ora  in  cui  i  campanelli  della  lettiga  suonano
    tristamente nell'immensa campagna,  e i muli  lasciano  ciondolare  il
    capo e la coda,  e il lettighiere canta la sua canzone malinconica per
    non lasciarsi vincere dal sonno della malaria:  -  Qui  di  chi  ?  -
    sentiva  rispondersi:  Di Mazzar.  - E passando vicino a una fattoria
    grande quanto un paese,  coi  magazzini  che  sembrano  chiese,  e  le
    galline  a  stormi accoccolate all'ombra del pozzo,  e le donne che si
    mettevano la mano sugli occhi per vedere chi passava: - E  qui?  -  Di
    Mazzar.  -  E  cammina  e cammina,  mentre la malaria vi pesava sugli
    occhi,  e vi scuoteva all'improvviso l'abbaiare di un  cane,  passando
    per  una  vigna  che  non  finiva pi,  e si allargava sul colle e sul
    piano, immobile,  come gli pesasse addosso la polvere,  e il guardiano
    sdraiato  bocconi sullo schioppo,  accanto al vallone,  levava il capo
    sonnacchioso, e apriva un occhio per vedere chi fosse: - Di Mazzar. -
    Poi veniva un uliveto folto come un bosco,  dove l'erba  non  spuntava
    mai,  e la raccolta durava fino a marzo. Erano gli ulivi di Mazzar. E
    verso sera,  allorch il sole tramontava rosso come  il  fuoco,  e  la
    campagna si velava di tristezza,  si incontravano le lunghe file degli
    aratri di Mazzar che tornavano adagio adagio dal maggese,
    e i buoi che passavano il guado lentamente, col muso nell'acqua scura;
    e si vedevano  nei  pascoli  lontani  della  Canziria,  sulla  pendice
    brulla,  le  immense macchie biancastre delle mandre di Mazzar;  e si
    udiva il fischio del pastore echeggiare nelle gole,  e il  campanaccio
    che  risuonava  ora  s ed ora no,  e il canto solitario perduto nella
    valle. - Tutta roba di Mazzar. Pareva che fosse di Mazzar perfino il
    sole che tramontava,  e le cicale che ronzavano,  e  gli  uccelli  che
    andavano  a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle,  e il sibilo
    dell'assiolo nel bosco.  Pareva che Mazzar fosse disteso tutto grande
    per quanto era grande la terra,  e che gli si camminasse sulla pancia.
    Invece egli era un omiciattolo,  diceva il lettighiere,  che  non  gli
    avreste dato un baiocco, a vederlo; e di grasso non aveva altro che la
    pancia,  e non si sapeva come facesse a riempirla, perch non mangiava
    altro che due soldi di pane;  e s ch'era ricco  come  un  maiale;  ma
    aveva la testa ch'era un brillante, quell'uomo.
    Infatti,  colla testa come un brillante, aveva accumulato tutta quella
    roba,  dove prima veniva da mattina a sera  a  zappare,  a  potare,  a
    mietere;  col sole,  coll'acqua,  col vento;  senza scarpe ai piedi, e
    senza uno straccio di cappotto;  che tutti si rammentavano di  avergli
    dato   dei   calci   nel   di  dietro,   quelli  che  ora  gli  davano
    dell'"eccellenza", e gli parlavano col berretto in mano. N per questo
    egli era montato in superbia, adesso che tutte le eccellenze del paese
    erano suoi debitori;  e diceva che eccellenza vuol dire povero diavolo
    e  cattivo pagatore;  ma egli portava ancora il berretto,  soltanto lo
    portava di seta nera, era la sua sola grandezza, e da ultimo era anche
    arrivato a mettere il cappello di  feltro,  perch  costava  meno  del
    berretto di seta.  Della roba ne possedeva fin dove arrivava la vista,
    ed egli aveva la vista lunga - dappertutto,  a destra  e  a  sinistra,
    davanti  e  di  dietro,  nel monte e nella pianura.  Pi di cinquemila
    bocche, senza contare gli uccelli del cielo e gli animali della terra,
    che mangiavano sulla sua terra,  e senza contare la sua bocca la quale
    mangiava  meno  di  tutte,  e  si contentava di due soldi di pane e un
    pezzo di formaggio, ingozzato in fretta e in furia, all'impiedi, in un
    cantuccio del magazzino grande come una chiesa,  in mezzo alla polvere
    del  grano,  che  non  ci si vedeva,  mentre i contadini scaricavano i
    sacchi,  o a ridosso di un  pagliaio,  quando  il  vento  spazzava  la
    campagna  gelata,  al  tempo  del  seminare,  o  colla testa dentro un
    corbello, nelle calde giornate della messe. Egli non beveva vino,  non
    fumava,  non usava tabacco, e s che del tabacco ne producevano i suoi
    orti lungo il fiume, colle foglie larghe ed alte come un fanciullo, di
    quelle che si vendevano a 95 lire.  Non aveva il vizio del giuoco,  n
    quello delle donne.  Di donne non aveva mai avuto sulle spalle che sua
    madre,  la quale gli era costata anche 12 tar,  quando  aveva  dovuto
    farla portare al camposanto.
    Era  che  ci  aveva  pensato e ripensato tanto a quel che vuol dire la
    roba, quando andava senza scarpe a lavorare nella terra che adesso era
    sua,  ed aveva provato quel che ci vuole  a  fare  i  tre  tar  della
    giornata,  nel mese di luglio,  a star colla schiena curva 14 ore, col
    soprastante  a cavallo dietro,  che vi piglia a nerbate se  fate    di
    rizzarvi  un momento.  Per questo non aveva lasciato passare un minuto
    della sua vita che non fosse stato impiegato  a  fare  della  roba;  e
    adesso  i suoi aratri erano numerosi come le lunghe file dei corvi che
    arrivano in novembre;  e altre file di muli,  che  non  finivano  pi,
    portavano le sementi;  le donne che stavano accoccolate nel fango,  da
    ottobre a marzo,  per  raccogliere  le  sue  olive,  non  si  potevano
    contare, come non si possono contare le gazze che vengono a rubarle; e
    al  tempo  della  vendemmia  accorrevano  dei villaggi interi alle sue
    vigne,  e fin dove sentivasi  cantare,  nella  campagna,  era  per  la
    vendemmia di Mazzar. Alla messe poi i mietitori di Mazzar sembravano
    un  esercito  di  soldati,  che per mantenere tutta quella gente,  col
    biscotto alla mattina e il pane e l'arancia amara a  colazione,  e  la
    merenda, e le lasagne alla sera, ci volevano dei denari a manate, e le
    lasagne  si  scodellavano  nelle  madie  larghe  come tinozze.  Perci
    adesso, quando andava a cavallo dietro la fila dei suoi mietitori, col
    nerbo in mano, non ne perdeva d'occhio uno solo,  e badava a ripetere:
    Curviamoci,  ragazzi!  -.  Egli era tutto l'anno colle mani in tasca a
    spendere,  e per la sola fondiaria  il re  si  pigliava  tanto  che  a
    Mazzar gli veniva la febbre, ogni volta.
    Per   ciascun  anno  tutti  quei  magazzini  grandi  come  chiese  si
    riempivano di grano che bisognava scoperchiare il  tetto  per  farcelo
    capire l tutto;  e ogni volta che Mazzar vendeva il vino,  ci voleva
    pi di un giorno per contare il denaro,  tutto di 12  tar  d'argento,
    ch  lui  non  ne voleva di carta sudicia per la sua roba,  e andava a
    comprare la carta sudicia soltanto quando aveva da pagare il re, o gli
    altri; e alle fiere gli armenti di Mazzar coprivano tutto il campo, e
    ingombravano le strade,  che ci voleva mezza  giornata  per  lasciarli
    sfilare,  e il santo, colla banda, alle volte dovevano mutar strada, e
    cedere il passo.
    Tutta quella roba se l'era fatta lui,  colle  sue  mani  e  colla  sua
    testa, col non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore
    o dalla malaria,  coll'affaticarsi dall'alba a sera, e andare in giro,
    sotto il sole e sotto la pioggia, col logorare i suoi stivali e le sue
    mule - egli solo non si logorava, pensando alla sua roba, ch'era tutto
    quello ch'ei avesse al mondo; perch non aveva n figli, n nipoti, n
    parenti;  non aveva altro che la sua roba.  Quando uno   fatto  cos,
    vuol dire che  fatto per la roba.
    Ed anche la roba era fatta per lui,  che pareva ci avesse la calamita,
    perch la roba vuol stare con chi sa tenerla,  e non  la  sciupa  come
    quel  barone  che  prima  era  stato il padrone di Mazzar,  e l'aveva
    raccolto per carit nudo e crudo ne'  suoi  campi,  ed  era  stato  il
    padrone di tutti quei prati, e di tutti quei boschi, e di tutte quelle
    vigne  e  tutti  quegli  armenti,  che quando veniva nelle sue terre a
    cavallo coi campieri dietro,  pareva il re,  e gli  preparavano  anche
    l'alloggio e il pranzo,  al minchione, sicch ognuno sapeva l'ora e il
    momento in cui doveva arrivare, e non si faceva sorprendere colle mani
    nel sacco.  Costui vuol essere rubato per forza!  - diceva Mazzar,  e
    schiattava  dalle  risa  quando  il  barone  gli dava dei calci nel di
    dietro,  e si fregava la  schiena  colle  mani,  borbottando:  "Chi  
    minchione se ne stia a casa",  - "la roba non  di chi l'ha, ma di chi
    la sa fare". Invece egli, dopo che ebbe fatta la sua roba, non mandava
    certo a dire se veniva a sorvegliare  la  messe,  o  la  vendemmia,  e
    quando,  e come;  ma capitava all'improvviso, a piedi o a cavallo alla
    mula, senza campieri, con un pezzo di pane in tasca; e dormiva accanto
    ai suoi covoni, cogli occhi aperti, e lo schioppo fra le gambe.
    In tal modo a poco a poco Mazzar divenne il padrone di tutta la  roba
    del barone; e costui usc prima dall'uliveto, e poi dalle vigne, e poi
    dai  pascoli,  e  poi dalle fattorie e infine dal suo palazzo istesso,
    che non passava giorno che non firmasse delle carte bollate, e Mazzar
    ci metteva sotto la sua brava croce. Al barone non rimase altro che lo
    scudo di pietra  ch'era prima sul portone, ed era la sola cosa che non
    avesse voluto vendere,  dicendo a Mazzar: - Questo solo,  di tutta la
    mia  roba,  non  fa  per  te.  -  Ed era vero;  Mazzar non sapeva che
    farsene,  e non l'avrebbe pagato due  baiocchi.  Il  barone  gli  dava
    ancora del tu, ma non gli dava pi calci nel di dietro.
    - Questa  una bella cosa,  d'avere la fortuna che ha Mazzar!  diceva
    la gente;  e non sapeva quel che ci era voluto ad  acchiappare  quella
    fortuna:  quanti  pensieri,  quante fatiche,  quante menzogne,  quanti
    pericoli di andare in galera, e come quella testa che era un brillante
    avesse lavorato giorno e notte,  meglio di una macina del mulino,  per
    fare la roba; e se il proprietario di una chiusa limitrofa si ostinava
    a non cedergliela,  e voleva prendere pel collo Mazzar, dover trovare
    uno  stratagemma  per  costringerlo  a  vendere,  e  farcelo  cascare,
    malgrado  la  diffidenza  contadinesca.  Ei gli andava a vantare,  per
    esempio,  la fertilit di una tenuta la quale  non  produceva  nemmeno
    lupini,  e arrivava a fargliela credere una terra promessa,  sinch il
    povero diavolo  si  lasciava  indurre  a  prenderla  in  affitto,  per
    specularci sopra,  e ci perdeva poi il fitto, la casa e la chiusa, che
    Mazzar se l'acchiappava - per un pezzo di pane.  - E quante seccature
    Mazzar doveva sopportare! - I mezzadri  che venivano a lagnarsi delle
    malannate,  i  debitori  che  mandavano in processione le loro donne a
    strapparsi i capelli e picchiarsi il petto  per  scongiurarlo  di  non
    metterli in mezzo alla strada, col pigliarsi il mulo o l'asinello, che
    non avevano da mangiare.
    - Lo vedete quel che mangio io?  - rispondeva lui, - pane e cipolla! e
    s che ho i magazzini pieni zeppi,  e sono il padrone di tutta  questa
    roba.  - E se gli domandavano un pugno di fave,  di tutta quella roba,
    ei diceva: - Che,  vi pare  che  l'abbia  rubata?  Non  sapete  quanto
    costano  per  seminarle,  e  zapparle,  e  raccoglierle?  -  E  se gli
    domandavano un soldo rispondeva che non l'aveva.
    E non l'aveva davvero.  Ch in tasca non teneva mai 12 tar,  tanti ce
    ne volevano per far fruttare tutta quella roba, e il denaro entrava ed
    usciva  come  un  fiume  dalla  sua  casa.  Del resto a lui non gliene
    importava del denaro;  diceva che  non  era  roba,  e  appena  metteva
    insieme  una  certa somma,  comprava subito un pezzo di terra;  perch
    voleva arrivare ad avere della terra quanta ne  ha  il  re,  ed  esser
    meglio del re, ch il re non pu n venderla, n dire ch' sua.
    Di  una  cosa sola gli doleva,  che cominciasse a farsi vecchio,  e la
    terra doveva lasciarla l dov'era.  Questa  una ingiustizia  di  Dio,
    che dopo di essersi logorata la vita ad acquistare della roba,  quando
    arrivate ad averla, che ne vorreste ancora, dovete lasciarla!  E stava
    delle ore seduto sul corbello, col mento nelle mani, a guardare le sue
    vigne   che  gli  verdeggiavano  sotto  gli  occhi,   e  i  campi  che
    ondeggiavano di spighe come un mare,  e gli oliveti  che  velavano  la
    montagna  come  una  nebbia,  e  se  un  ragazzo  seminudo gli passava
    dinanzi, curvo sotto il peso come un asino stanco, gli lanciava il suo
    bastone fra le gambe,  per invidia,  e borbottava: - Guardate chi ha i
    giorni lunghi! costui che non ha niente!
    Sicch  quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba,  per
    pensare all'anima,  usc nel cortile come  un  pazzo,  barcollando,  e
    andava  ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini,
    e strillava: - Roba mia, vientene con me!











    STORIA DELL'ASINO DI SAN GIUSEPPE.

    L'avevano comperato alla fiera di Buccheri  ch'era  ancor  puledro,  e
    appena  vedeva  una ciuca,  andava a frugarle le poppe;  per questo si
    buscava testate e botte  da  orbi  sul  groppone,  e  avevano  un  bel
    gridargli: "Arricc!".  Compare Neli,  come lo vide vispo e cocciuto a
    quel modo,  che si leccava il muso alle  legnate,  mettendoci  su  una
    scrollatina d'orecchie, disse:
    -  Questo  il fatto mio -.  E and diritto al padrone,  tenendo nella
    tasca la mano colle trentacinque lire.
    - Il puledro  bello - diceva il padrone - e val pi  di  trentacinque
    lire.  Non  ci  badate se ha quel pelame bianco e nero come una gazza.
    Ora vi faccio vedere sua madre, che la teniamo l nel boschetto perch
    il puledro ha sempre la testa alla  poppa.  Vedrete  la  bella  bestia
    morella!  che mi lavora meglio di una mula e mi ha fatti pi figli che
    non abbia peli addosso.  In coscienza mia!  non so d'onde  sia  venuto
    quel mantello di gazza al puledro.  Ma l'ossatura  buona,  ve lo dico
    io!  Gi gli uomini non valgono pel mostaccio.  Guardate che petto!  e
    che pilastri di gambe!  Guardate come tiene le orecchie!  Un asino che
    tiene le orecchie ritte a quel modo lo potete mettere sotto il carro o
    sotto l'aratro come volete,  e fargli portare quattro tumoli di  farro
    meglio  di  un  mulo,  per  la santa giornata che corre oggi!  Sentite
    questa coda,  che vi ci potete  appendere  voi  con  tutto  il  vostro
    parentado!
    Compare Neli lo sapeva meglio di lui;  ma non era minchione per dir di
    s,  e stava sulla sua colla  mano  in  tasca,  alzando  le  spalle  e
    arricciando  il  naso,  mentre il padrone gli faceva girare il puledro
    dinanzi.
    - Uhm!  - borbottava compare Neli.  - Con  quel  pelame  l,  che  par
    l'asino  di  san  Giuseppe!  Le  bestie  di  quel  colore  sono  tutte
    "vigliacche",  e quando passate a cavallo pel paese,  la gente vi ride
    in faccia. Cosa devo regalarvi per l'asino di san Giuseppe?
    Il  padrone allora gli volt le spalle infuriato,  gridando che se non
    conoscevano le bestie,  o se non  avevano  denari  per  comprare,  era
    meglio non venire alla fiera, e non far perdere il tempo ai cristiani,
    nella santa giornata che era.
    Compare  Neli lo lasci a bestemmiare,  e se ne and con suo fratello,
    il quale lo tirava per la manica del giubbone,  e gli  diceva  che  se
    voleva  buttare  i denari per quella brutta bestia,  l'avrebbe preso a
    pedate.
    Per di sottecchi non perdevano di vista l'asino di san Giuseppe, e il
    suo padrone che fingeva di sbucciare  delle  fave  verdi,  colla  fune
    della  cavezza  fra le gambe,  mentre compare Neli andava girandolando
    fra le groppe dei muli e dei cavalli,  e  si  fermava  a  guardare,  e
    contrattava  ora  questa  ed  ora quella delle bestie migliori,  senza
    aprire il pugno che teneva in tasca colle trentacinque lire,  come  se
    ci  avesse  avuto da comprare mezza fiera.  Ma suo fratello gli diceva
    all'orecchio, accennandogli l'asino di san Giuseppe:
    - Quello  il fatto nostro.
    La padrona dell'asino di tanto in tanto correva a  vedere  cosa  s'era
    fatto, e al trovare suo marito colla cavezza in mano, gli diceva:
    - Che non lo manda oggi la Madonna uno che compri il puledro?
    E il marito rispondeva ogni volta:
    -  Ancora  niente!  C' stato uno a contrattare,  e gli piaceva.  Ma 
    tirato allo spendere,  e se n' andato coi suoi denari.  Vedi,  quello
    l,  colla berretta bianca, dietro il branco delle pecore. Per sinora
    non ha comperato nulla, e vuol dire che torner.
    La donna avrebbe voluto mettersi a sedere su due sassi,  l vicino  al
    suo asino, per vedere se si vendeva. Ma il marito le disse:
    - Vattene! Se vedono che aspetti, non conchiudono il negozio.
    Il puledro intanto badava a frugare col muso fra le gambe delle somare
    che passavano,  massime che aveva fame,  tanto che il padrone,  appena
    apriva bocca per ragliare,  lo faceva tacere a bastonate,  perch  non
    l'avevano voluto.
    -  E'  ancora  l!  -  diceva  compare Neli all'orecchio del fratello,
    fingendo  di  tornare  a  passare  per   cercare   quello   dei   ceci
    abbrustoliti.  -  Se aspettiamo sino all'avemaria,  potremo averlo per
    cinque lire meno del prezzo che abbiamo offerto.
    Il sole di maggio era caldo,  sicch di tratto in tratto,  in mezzo al
    voco e al brulicho della fiera, succedeva per tutto il campo un gran
    silenzio,  come  non  ci  fosse  pi  nessuno;  e  allora  la  padrona
    dell'asino tornava a dire a suo marito:
    - Non ti ostinare per cinque lire di pi o di meno;  che  stasera  non
    c' da far la spesa; e poi sai che cinque lire il puledro se le mangia
    in un mese, se ci resta sulla pancia.
    -  Se non te ne vai - rispondeva suo marito - ti assesto una pedata di
    quelle buone!

    Cos passavano le ore alla fiera;  ma nessuno di coloro che  passavano
    davanti all'asino di san Giuseppe si fermava a guardarlo;  e s che il
    padrone aveva scelto il posto pi umile,  accanto alle bestie di  poco
    prezzo,  onde non farlo sfigurare col suo pelame di gazza accanto alle
    belle mule baie ed ai cavalli lucenti! Ci voleva uno come compare Neli
    per andare a contrattare l'asino di san Giuseppe,  che tutta la  fiera
    si  metteva  a ridere al vederlo.  Il puledro,  dal tanto aspettare al
    sole,  lasciava ciondolare il capo e le orecchie,  e  il  suo  padrone
    s'era  messo  a  sedere  tristamente  sui sassi,  colle mani penzoloni
    anch'esso fra le ginocchia e la cavezza nelle mani, guardando di qua e
    di l le ombre lunghe che cominciavano a fare nel piano,  al sole  che
    tramontava, le gambe di tutte quelle bestie che non avevano trovato un
    compratore.  Compare Neli allora e suo fratello,  e un altro amico che
    avevano raccattato per  la  circostanza,  vennero  a  passare  di  l,
    guardando in aria,  che  il padrone dell'asino torse il capo anche lui
    per non far vedere di star li ad aspettarli; e l'amico di compare Neli
    disse cos, stralunato, come l'idea fosse venuta a lui:
    - O guarda l'asino di san Giuseppe!  Perch non comprate  questo  qui,
    compare Neli?
    - L'ho contrattato stamattina;  ma  troppo caro.  Poi farei ridere la
    gente con quell'asino bianco e nero.  Vedete che nessuno  l'ha  voluto
    fino adesso!
    - E' vero, ma il colore non fa nulla, per quello che vi serve.
    E domand al padrone:
    - Quanto vi dobbiamo regalare per l'asino di san Giuseppe?
    La  padrona  dell'asino di san Giuseppe,  vedendo che si ripigliava il
    negozio, andava riaccostandosi quatta, quatta, colle mani giunte sotto
    la mantellina.
    - Non me ne parlate! - cominci a gridare compare Neli,  scappando per
    il piano. - Non me ne parlate che non ne voglio sentir parlare!
    - Se non lo vuole,  lasciatelo stare - rispose il padrone. - Se non lo
    piglia lui,  lo piglier un altro.  "Tristo chi non ha  pi  nulla  da
    vendere dopo la fiera!"
    - Ed io voglio essere ascoltato, santo diavolone! - strillava l'amico.
    - Che non posso dire la mia bestialit anch'io?
    E  correva  ad  afferrare  compare  Neli  pel giubbone;  poi tornava a
    parlare  all'orecchio  del  padrone  dell'asino,   il   quale   voleva
    tornarsene a casa per forza coll'asinello, e gli buttava le braccia al
    collo, sussurrandogli:
    -  Sentite!  cinque  lire  pi  o  meno,  se  non lo vendete oggi,  un
    minchione come mio compare non lo trovate pi da comprarvi  la  vostra
    bestia che non vale un sigaro.
    Ed  abbracciava anche la padrona dell'asino,  le parlava all'orecchio,
    per tirarla dalla sua. Ma ella si stringeva nelle spalle, e rispondeva
    col viso torvo:
    - Sono affari del mio uomo. Io non c'entro. Ma se ve lo d per meno di
    quaranta lire  un minchione, in coscienza! Ci costa di pi a noi!
    - Stamattina ero  pazzo  ad  offrire  trentacinque  lire!  ripicchiava
    compare  Neli.  -  Vedete  se  ha trovato un altro compratore per quel
    prezzo?  In tutta la fiera non c' pi che quattro montoni  rognosi  e
    l'asino di san Giuseppe. Adesso trenta lire, se li vuole!
    - Pigliatele!  - suggeriva piano al marito la padrona dell'asino colle
    lagrime agli occhi. - Stasera non abbiamo da far la spesa, e a Turiddu
    gli  tornata la febbre; ci vuole il solfato.
    - Santo diavolone!  - strillava suo marito.  - Se non te  ne  vai,  ti
    faccio assaggiare la cavezza!  - Trentadue e mezzo,  via! grid infine
    l'amico, scuotendoli forte per il colletto. - N voi, n io!  Stavolta
    deve  valere  la  mia parola,  per i santi del paradiso!  e non voglio
    neppure un bicchiere di vino!  Vedete che il sole   tramontato?  Cosa
    aspettate ancora tutt'e due?
    E  strapp  di  mano  al  padrone  la  cavezza,  mentre  compare Neli,
    bestemmiando,  tirava fuori dalla tasca il  pugno  colle  trentacinque
    lire,  e gliele dava senza guardarle, come gli strappassero il fegato.
    L'amico si tir in disparte colla  padrona  dell'asino,  a  contare  i
    denari  su  di un sasso,  mentre il padrone dell'asino scappava per la
    fiera come un puledro, bestemmiando e dandosi dei pugni.
    Ma poi si lasci raggiungere dalla  moglie,  la  quale  adagio  adagio
    andava contando di nuovo i denari nel fazzoletto, e domand:
    - Ci sono?
    - S, ci son tutti; sia lodato san Gaetano! Ora vado dallo speziale.
    -  Li ho minchionati!  Io glielo avrei dato anche per venti lire;  gli
    asini di quel colore l sono "vigliacchi".
    E compare Neli, tirandosi dietro il ciuco per la scesa, diceva:
    - Com' vero Dio,  glie l'ho rubato  il  puledro!  Il  colore  non  fa
    niente.  Vedete che pilastri di gambe,  compare?  Questo vale quaranta
    lire ad occhi chiusi.
    - Se non c'ero io - rispose l'amico - non ne facevate nulla. Qui ci ho
    ancora due lire e mezzo di vostro.  E se volete,  andremo a berle alla
    salute dell'asino.

    Adesso  al  puledro  gli  toccava di aver la salute per guadagnarsi le
    trentadue lire e cinquanta  che  era  costato,  e  la  paglia  che  si
    mangiava.  Intanto badava a saltellare dietro a compare Neli, cercando
    di addentargli il giubbone  per  giuoco,  quasi  sapesse  che  era  il
    giubbone  del  padrone nuovo,  e non gliene importasse di lasciare per
    sempre la stalla  dov'era  stato  al  caldo,  accanto  alla  madre,  a
    fregarsi il muso sulla sponda della mangiatoia, o a fare a testate e a
    capriole  col  montone,  e  andare  a  stuzzicare  il  maiale  nel suo
    cantuccio. E la padrona,  che contava di nuovo i denari nel fazzoletto
    davanti  al  banco  dello  speziale,  non pensava nemmen lei che aveva
    visto nascere il puledro,  tutto bianco e nero colla pelle lucida come
    seta,  che non si reggeva ancora sulle gambe,  e stava accovacciato al
    sole nel cortile,  e tutta l'erba con cui s'era fatto grande e  grosso
    le era passata per le mani. La sola che si rammentasse del puledro era
    la ciuca, che allungava il collo ragliando verso l'uscio della stalla;
    ma quando non ebbe pi le poppe gonfie di latte, si scord anch'essa.
    -  Ora questo qui - diceva compare Neli - vedrete che mi porta quattro
    tumoli di farro meglio di un mulo. E alla messe lo metto a trebbiare.
    Alla trebbiatura il puledro,  legato in fila per il collo colle  altre
    bestie,  muli vecchi e cavalli sciancati,  trotterellava sui covoni da
    mattina a sera,  tanto che  si  riduceva  stanco  e  senza  voglia  di
    abboccare    nel  mucchio  della paglia,  dove lo mettevano a riposare
    all'ombra,   come  si  levava  il  venticello,   mentre  i   contadini
    spagliavano, gridando: - Viva Maria!
    Allora  lasciava  cascare  il  muso e le orecchie ciondoloni,  come un
    asino fatto, coll'occhio spento, quasi fosse stanco di guardare quella
    vasta campagna bianca la quale fumava qua e  l  della  polvere  delle
    aie, e pareva non fosse fatta per altro che per lasciar morire di sete
    e  far  trottare  sui  covoni.  Alla  sera  tornava al villaggio colle
    bisacce piene,  e il ragazzo del  padrone  seguitava  a  pungerlo  nel
    garrese,  lungo le siepi del sentiero che parevano vive dal cinguetto
    delle cingallegre e dall'odor di nepitella e di  ramerino,  e  l'asino
    avrebbe  voluto  darci  una boccata,  se non l'avessero fatto trottare
    sempre, tanto che gli cal il sangue alle gambe,  e dovettero portarlo
    dal  maniscalco;  ma al padrone non gliene importava nulla,  perch la
    raccolta era stata buona, e il puledro si era buscate le sue trentadue
    lire e cinquanta. Il padrone diceva: - Ora il lavoro l'ha fatto,  e se
    lo vendo anche per venti lire,  ci ho sempre guadagnato -. Il solo che
    volesse bene al puledro era il ragazzo che lo faceva trotterellare pel
    sentiero,  quando tornavano dall'aia;  e piangeva mentre il maniscalco
    gli bruciava le gambe coi ferri roventi, che il puledro si contorceva,
    colla  coda  in aria,  e le orecchie ritte come quando scorrazzava pel
    campo della fiera, e tentava divincolarsi dalla fune attorcigliata che
    gli stringeva il labbro,  e stralunava gli occhi dallo  spasimo  quasi
    avesse il giudizio, quando il garzone del maniscalco veniva a cambiare
    i  ferri rossi qual fuoco,  e la pelle fumava e friggeva come il pesce
    nella padella.  Ma compare Neli gridava  al  suo  ragazzo:  -  Bestia!
    perch piangi?  Ora il suo lavoro l'ha fatto,  e giacch la raccolta 
    andata bene lo venderemo e compreremo un mulo, che  meglio.
    I ragazzi certe cose non  le  capiscono,  e  dopo  che  vendettero  il
    puledro  a  massaro  Cirino  il  Licodiano,  il figlio di compare Neli
    andava a fargli visita nella stalla e ad accarezzarlo nel muso  e  sul
    collo,  ch  l'asino  si  voltava a fiutarlo come se gli fosse rimasto
    attaccato il cuore a lui, mentre gli asini son fatti per essere legati
    dove vuole il padrone,  e mutano di sorte  come  cambiano  di  stalla.
    Massaro Cirino il Licodiano aveva comprato l'asino di san Giuseppe per
    poco, giacch aveva ancora la cicatrice al pasturale, che la moglie di
    compare Neli, quando vedeva passare l'asino col padrone nuovo, diceva:
    - Quello era la nostra sorte; quel pelame bianco e nero porta allegria
    nell'aia;  e adesso le annate vanno di male in peggio,  talch abbiamo
    venduto anche il mulo -.

    Massaro Cirino  aveva  aggiogato  l'asino  all'aratro,  colla  cavalla
    vecchia  che  ci andava come una pietra d'anello,  e tirava via il suo
    bravo solco tutto il giorno per miglia  e  miglia,  dacch  le  lodole
    cominciano  a  trillare  nel  cielo bianco dell'alba,  sino a quando i
    pettirossi correvano  a  rannicchiarsi  dietro  gli  sterpi  nudi  che
    tremavano  di  freddo,  col volo breve e il sibilo malinconico,  nella
    nebbia che montava come un mare.  Soltanto,  siccome l'asino  era  pi
    piccolo  della  cavalla,  ci avevano messo un cuscinetto di strame sul
    basto, sotto il giogo, e stentava di pi a strappare le zolle indurite
    dal gelo,  a furia di spallate:- Questo mi risparmia la cavalla che  
    vecchia,  diceva massaro Cirino. - Ha il cuore grande come la Piana di
    Catania, quell'asino di san Giuseppe! e non si direbbe -.
    E diceva pure a sua moglie,  la quale gli veniva dietro  raggomitolata
    nella  mantellina,  a  spargere  la  semente  con parsimonia: - Se gli
    accadesse una disgrazia, mai sia!  siamo rovinati,  coll'annata che si
    prepara.
    La donna guardava l'annata che si preparava,  nel campicello sassoso e
    desolato,  dove la terra era bianca e screpolata,  da tanto che non ci
    pioveva,  e l'acqua veniva tutta in nebbia, di quella che si mangia la
    semente;  e quando fu l'ora di zappare il seminato pareva la barba del
    diavolo,  tanto  era  rado  e giallo,  come se l'avessero bruciato coi
    fiammiferi.  -  Malgrado  quel  maggese  che  ci  avevo  preparato!  -
    piagnucolava  massaro Cirino strappandosi di dosso il giubbone.  - Che
    quell'asino ci ha rimesso la pelle come  un  mulo!  Quello    l'asino
    della malannata!.
    La  sua  donna aveva un gruppo  alla gola dinanzi al seminato arso,  e
    rispondeva coi goccioloni che le venivano gi dagli occhi:  -  L'asino
    non  fa  nulla.  A compare Neli gli ha portato la buon'annata.  Ma noi
    siamo sfortunati.
    Cos l'asino di san Giuseppe cambi di padrone  un'altra  volta,  come
    massaro Cirino se ne torn colla falce in spalla dal seminato, che non
    ci  fu  bisogno di mieterlo quell'anno,  malgrado ci avessero messo le
    immagini dei santi infilate alle cannucce,  e avessero speso due  tar
    per  farlo  benedire  dal  prete.  -  Il  diavolo  ci vuole!  - andava
    bestemmiando massaro Cirino di faccia a quelle spighe tutte ritte come
    pennacchi,  che non ne voleva neppur l'asino;  e sputava in aria verso
    quel  cielo turchino senza una goccia d'acqua.  Allora compare Luciano
    il carrettiere,  incontrando massaro Cirino il quale si tirava  dietro
    l'asino  colle bisacce vuote,  gli chiese: - Cosa volete che vi regali
    per l'asino di san Giuseppe?
    - Datemi quel che volete. Maledetto sia lui e il santo che l'ha fatto!
    - rispose massaro Cirino.  - Ora non abbiamo pi pane da mangiare,  n
    orzo da dare alle bestie.
    -  Io  vi  do quindici lire perch siete rovinato;  ma l'asino non val
    tanto,  che non tira avanti ancora  pi  di  sei  mesi.  Vedete  com'
    ridotto?
    -  Avreste potuto chieder di pi!  - si mise a brontolare la moglie di
    massaro Cirino dopo che il negozio fu conchiuso.  - A compare  Luciano
    gli  morta la mula,  e non ha denari da comprarne un'altra. Adesso se
    non comprava quell'asino di san Giuseppe, non sapeva che farne del suo
    carro e degli arnesi; e vedrete che quell'asino sar la sua ricchezza!
    L'asino impar anche a tirare il carro, che era troppo alto di stanghe
    per lui,  e gli pesava tutto sulle spalle,  sicch non avrebbe  durato
    nemmeno sei mesi, arrancando per le salite, che ci volevano le legnate
    di  compare  Luciano per mettergli un po' di fiato in corpo;  e quando
    andava per la discesa era peggio,  perch tutto il carico gli  cascava
    addosso,  e  lo spingeva in modo che doveva far forza colla schiena in
    arco, e con quelle povere gambe rose dal fuoco, che la gente vedendolo
    si metteva a ridere, e quando cascava ci volevano tutti gli angeli del
    paradiso a farlo rialzare.  Ma compare Luciano sapeva che gli  portava
    tre quintali di roba meglio di un mulo,  e il carico glielo pagavano a
    cinque tar il quintale.  - Ogni  giorno  che  campa  l'asino  di  san
    Giuseppe son quindici tar guadagnati,  diceva, e quanto a mangiare mi
    costa meno d'un mulo.  - Alle volte la gente che saliva a piedi  lemme
    lemme  dietro  il  carro,  vedendo quella povera bestia che puntava le
    zampe senza forza, e inarcava la schiena,  col fiato spesso e l'occhio
    scoraggiato,  suggeriva:  -  Metteteci  un  sasso  sotto  le ruote,  e
    lasciategli ripigliar lena  a  quella  povera  bestia.  -  Ma  compare
    Luciano  rispondeva: - Se lo lascio fare,  quindici tar al giorno non
    li guadagno. Col suo cuoio devo rifare il mio. Quando non ne potr pi
    del tutto lo vender a quello del gesso,  che la bestia  buona  e  fa
    per  lui;  e  non    mica  vero  che  gli asini di san Giuseppe siano
    "vigliacchi".  Gliel'ho preso per un pezzo di pane a  massaro  Cirino,
    ora che  impoverito.

    In  tal  modo  l'asino  di  san  Giuseppe capit in mano di quello del
    gesso,  il quale ne aveva una ventina  di  asini,  tutti  macilenti  e
    moribondi,  che gli portavano i suoi saccarelli di gesso,  e campavano
    di quelle boccate di erbacce che potevano strappare lungo il  cammino.
    Quello  del  gesso non lo voleva perch era tutto coperto di cicatrici
    peggio delle altre sue bestie,  colle gambe solcate dal  fuoco,  e  le
    spalle logore dal pettorale,  e il garrese roso dal basto dell'aratro,
    e i ginocchi rotti dalle cadute,  e poi quel pelame bianco e nero  gli
    pareva  che  non  dicesse  in  mezzo  alle altre sue bestie morelle: -
    Questo non fa niente,  - rispose compare Luciano.  - Anzi vi servir a
    riconoscere  i  vostri  asini da lontano.  - E ribass ancora due tar
    sulle sette lire che aveva domandato,  per conchiudere il negozio.  Ma
    l'asino  di  san  Giuseppe  non  l'avrebbe riconosciuto pi nemmeno la
    padrona che l'aveva visto nascere, tanto era mutato, quando andava col
    muso a terra e le orecchie a paracqua sotto i  saccarelli  del  gesso,
    torcendo  il  groppone alle legnate del ragazzo che guidava il branco.
    Pure anche la padrona stessa era mutata a quell'ora,  colla  malannata
    che  c'era  stata,  e  la fame che aveva avuta e le febbri che avevano
    preso tutti alla pianura,  lei,  suo marito e il  suo  Turiddu,  senza
    denari per comprare il solfato, ch degli asini di san Giuseppe non se
    ne hanno da vendere tutti i giorni, nemmeno per trentacinque lire.
    L'inverno,  che il lavoro era pi scarso, e la legna da far cuocere il
    gesso pi rara e lontana,  e i sentieri gelati non avevano una  foglia
    nelle siepi,  o una boccata di stoppia lungo il fossatello gelato,  la
    vita era pi dura per quelle povere bestie; e il padrone lo sapeva che
    l'inverno se ne mangiava la met;  sicch soleva comperarne una  buona
    provvista  in  primavera.  La  notte  il branco restava allo scoperto,
    accanto alla fornace, e le bestie si facevano schermo stringendosi fra
    di loro.  Ma quelle stelle che luccicavano come spade li passavano  da
    parte a parte,  malgrado il loro cuoio duro,  e tutti quei guidaleschi
    rabbrividivano e tremavano al freddo come avessero la parola.
    Pure c' tanti cristiani che non stanno meglio,  e non  hanno  nemmeno
    quel  cencio  di  tabarro nel quale il ragazzo che custodiva il branco
    dormiva raggomitolato davanti la fornace. L vicino abitava una povera
    vedova,  in un casolare pi sgangherato della fornace del gesso,  dove
    le stelle penetravano dal tetto come spade,  quasi fosse all'aperto, e
    il vento faceva svolazzare quei quattro cenci di coperta. Prima faceva
    la lavandaia,  ma quello era un magro mestiere,  ch la gente  i  suoi
    stracci se li lava da s, quando li lava, ed ora che gli era cresciuto
    il suo ragazzo campava andando a vendere della legna al villaggio.  Ma
    nessuno aveva conosciuto suo marito, e nessuno sapeva d'onde prendesse
    la  legna  che  vendeva;  lo  sapeva  il  suo  ragazzo  che  andava  a
    racimolarla  di  qua e di l,  a rischio di buscarsi una schioppettata
    dai campieri.  - Se aveste un asino - gli diceva quello del gesso  per
    vendere  l'asino  di  san  Giuseppe  che  non ne poteva pi - potreste
    portare al villaggio dei fasci pi grossi, ora che il vostro ragazzo 
    cresciuto.  - La povera donna  aveva  qualche  lira  in  un  nodo  del
    fazzoletto, e se la lasci beccare da quello del gesso, perch si dice
    che "la roba vecchia muore in casa del pazzo".
    Almeno  cos  il  povero asino di san Giuseppe visse meglio gli ultimi
    giorni; giacch la vedova lo teneva come un tesoro,  in grazia di quei
    soldi  che gli era costato,  e gli andava a buscare della paglia e del
    fieno di notte,  e lo  teneva  nel  casolare  accanto  al  letto,  che
    scaldava come un focherello anche lui,  e a questo mondo una mano lava
    l'altra. La donna spingendosi innanzi l'asino carico di legna come una
    montagna,  che non gli si vedevano le  orecchie,  andava  facendo  dei
    castelli in aria;  e il ragazzo sforacchiava le siepi e si avventurava
    nel limite del bosco per ammassare  il  carico,  che  madre  e  figlio
    credevano  farsi  ricchi  a  quel  mestiere,  tanto  che finalmente il
    campiere del barone colse il ragazzo sul fatto a rubar frasche,  e  lo
    conci per le feste dalle legnate.  Il medico per curare il ragazzo si
    mangi i soldi del fazzoletto,  la  provvista  della  legna,  e  tutto
    quello  che  c'era  da vendere,  e non era molto;  sicch la madre una
    notte che il suo ragazzo farneticava dalla  febbre,  col  viso  acceso
    contro  il  muro,  e non c'era un boccone di pane in casa,  usc fuori
    smaniando e parlando da sola come avesse la febbre anche lei, e and a
    scavezzare  un mandorlo l vicino,  che non pareva vero come ci  fosse
    arrivata,  e  all'alba lo caric sull'asino per andare a venderlo.  Ma
    l'asino,  dal peso,  nella salita  s'inginocchi  tale  e  quale  come
    l'asino  di  san  Giuseppe  davanti  al Bambino Ges,  e non volle pi
    alzarsi.
    - Anime sante!  - borbottava la  donna  -  portatemelo  voialtre  quel
    carico di legna!
    E  i passanti tiravano l'asino per la coda e gli mordevano gli orecchi
    per farlo rialzare.
    - Non vedete che sta per morire? - disse infine un carrettiere; e cos
    gli altri lo lasciarono in pace,  ch l'asino aveva l'occhio di  pesce
    morto, il muso freddo, e per la pelle gli correva un brivido. La donna
    intanto  pensava al suo ragazzo che farneticava,  col viso rosso dalla
    febbre, e balbettava: - Ora come faremo? Ora come faremo?
    - Se volete venderlo con tutta la legna ve ne do cinque tar disse  il
    carrettiere,  il  quale  aveva  il  carro scarico.  E come la donna lo
    guardava cogli occhi  stralunati,  soggiunse:  -  Compro  soltanto  la
    legna,  perch  l'asino  ecco  cosa  vale!  -  E  diede una pedata sul
    carcame, che suon come un tamburo sfondato.
















    LIBERTA'.

    Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre  colori,  suonarono  le
    campane  a  stormo,  e  cominciarono  a  gridare  in piazza: - Viva la
    libert! -.
    Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al
    casino dei "galantuomini",  davanti al Municipio,  sugli scalini della
    chiesa:  un  mare  di  berrette  bianche;  le  scuri  e  le  falci che
    luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola.
    - A te prima,  barone!  che  hai  fatto  nerbare  la  gente  dai  tuoi
    campieri!  - Innanzi a tutti gli altri una strega,  coi vecchi capelli
    irti sul capo,  armata soltanto  delle  unghie.  -  A  te,  prete  del
    diavolo!  che ci hai succhiato l'anima! - A te, ricco epulone, che non
    puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! - A te,
    sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente!  - A
    te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo
    per due tar al giorno!
    E il sangue che fumava ed ubbriacava.  Le falci,  le mani,  i cenci, i
    sassi,  tutto rosso di sangue!  - Ai  "galantuomini"!  Ai  "cappelli"!
    Ammazza! ammazza! Addosso ai "cappelli"!
    Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie.  Il primo colpo lo
    fece cascare  colla  faccia  insanguinata  contro  il  marciapiede.  -
    Perch?  perch  mi ammazzate?  - Anche tu!  al diavolo!  - Un monello
    sciancato raccatt il cappello bisunto e ci sput dentro.  - Abbasso i
    "cappelli"!  Viva  la  libert!  -  Te'!  tu pure!  - Al reverendo che
    predicava l'inferno per chi rubava  il  pane.  Egli  tornava  dal  dir
    messa,  coll'ostia  consacrata nel pancione.  - Non mi ammazzate,  ch
    sono in peccato mortale!  - La gn Lucia,  il peccato mortale;  la gn
    Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni,  l'inverno della fame,
    e riempiva la Ruota  e le strade di monelli affamati.  Se quella carne
    di  cane fosse valsa a qualche cosa,  ora avrebbero potuto satollarsi,
    mentre la sbrandellavano sugli usci delle case e  sui  ciottoli  della
    strada a colpi di scure. Anche il lupo allorch capita affamato in una
    mandra,  non pensa a riempirsi il ventre,  e sgozza dalla rabbia. - Il
    figliuolo della Signora,  che era accorso per vedere cosa fosse  -  lo
    speziale, nel mentre chiudeva in fretta e in furia don Paolo, il quale
    tornava  dalla  vigna a cavallo del somarello,  colle bisacce magre in
    groppa.  Pure teneva in capo un berrettino vecchio che la sua  ragazza
    gli  aveva ricamato tempo fa,  quando il male non aveva ancora colpito
    la vigna.  Sua moglie  lo  vide  cadere  dinanzi  al  portone,  mentre
    aspettava  coi  cinque  figliuoli  la  scarsa  minestra  che era nelle
    bisacce del marito. Paolo! Paolo! - Il primo lo colse nella spalla con
    un colpo di scure.  Un altro gli fu addosso colla falce,  e lo sventr
    mentre si attaccava col braccio sanguinante al martello.
    Ma  il peggio avvenne appena cadde il figliolo del notaio,  un ragazzo
    di undici anni,  biondo come l'oro,  non si sa  come,  travolto  nella
    folla. Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di strascinarsi
    a finire nel mondezzaio,  gridandogli: Neddu!  Neddu! - Neddu fuggiva,
    dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati senza poter gridare. Lo
    rovesciarono; si rizz anch'esso su di un ginocchio come suo padre; il
    torrente gli pass di sopra;  uno gli aveva messo  lo  scarpone  sulla
    guancia  e  glie  l'aveva sfracellata;  nonostante il ragazzo chiedeva
    ancora grazia colle mani.  - Non voleva morire,  no,  come aveva visto
    ammazzare  suo padre;  - strappava il cuore!  - Il taglialegna,  dalla
    piet,  gli men un gran colpo di scure colle due mani,  quasi  avesse
    dovuto  abbattere  un  rovere  di  cinquant'anni  - e tremava come una
    foglia - Un altro grid: - Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui!
    Non importa!  Ora che  si  avevano  le  mani  rosse  di  quel  sangue,
    bisognava versare tutto il resto.  Tutti!  tutti i "cappelli"! Non era
    pi la fame,  le bastonate,  le soperchierie che facevano ribollire la
    collera. Era il sangue innocente. Le donne pi feroci ancora, agitando
    le  braccia scarne,  strillando d'ira in falsetto,  colle carni tenere
    sotto i brindelli delle vesti.  - Tu che venivi a pregare il buon  Dio
    colla veste di seta ! - Tu che avevi a schifo d'inginocchiarti accanto
    alla povera gente!  Te'! Te'! - Nelle case, su per le scale, dentro le
    alcove,  lacerando la seta e la tela fine.  Quanti orecchini su  delle
    facce insanguinate!  e quanti anelli d'oro nelle mani che cercavano di
    parare i colpi di scure!
    La baronessa  aveva  fatto  barricare  il  portone:  travi,  carri  di
    campagna,  botti  piene,  dietro;  e  i  campieri  che sparavano dalle
    finestre per vender cara la pelle.  La  folla  chinava  il  capo  alle
    schioppettate,  perch  non  aveva armi da rispondere.  Prima c'era la
    pena di morte chi  tenesse  armi  da  fuoco.  -  Viva  la  libert!  E
    sfondarono il portone. Poi nella corte, sulle gradinate, scavalcando i
    feriti.  Lasciarono  stare  i  campieri.  -  I  campieri  dopo!- prima
    volevano le carni della baronessa,  le carni fatte di pernici e di vin
    buono.  Ella  correva  di  stanza  in  stanza  col  lattante  al seno,
    scarmigliata - e le stanze erano molte.  Si udiva la folla urlare  per
    quegli andirivieni, avvicinandosi come la piena di un fiume. Il figlio
    maggiore, di 16 anni, ancora colle carni bianche anch'esso, puntellava
    l'uscio colle sue mani tremanti,  gridando: - Mam!  mam!  - Al primo
    urto gli rovesciarono l'uscio addosso.  Egli si afferrava  alle  gambe
    che  lo calpestavano.  Non gridava pi.  Sua madre s'era rifugiata nel
    balcone,  tenendo avvinghiato il bambino,  chiudendogli la bocca colla
    mano  perch non gridasse,  pazza.  L'altro figliolo voleva difenderla
    col suo corpo, stralunato,  quasi avesse avute cento mani,  afferrando
    pel taglio tutte quelle scuri. Li separarono in un lampo.
    Uno abbranc lei pei capelli,  un altro per i fianchi, un altro per le
    vesti,  sollevandola al di sopra  della  ringhiera.  Il  carbonaio  le
    strapp  dalle braccia il bambino lattante.  L'altro fratello non vide
    niente;  non vedeva altro che  nero  e  rosso.  Lo  calpestavano,  gli
    macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati; egli aveva addentato una
    mano  che  lo stringeva alla gola e non la lasciava pi.  Le scuri non
    potevano colpire nel mucchio e luccicavano in aria.
    E in quel carnevale furibondo del mese di luglio,  in mezzo agli  urli
    briachi della folla digiuna,  continuava a suonare a stormo la campana
    di Dio, fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria,  come in paese
    di turchi.  Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi,
    mogi,  ciascuno fuggendo il compagno.  Prima di notte tutti  gli  usci
    erano  chiusi,  paurosi,  e  in  ogni  casa  vegliava il lume.  Per le
    stradicciuole non si udivano altro che i cani,  frugando per i  canti,
    con  un rosicchiare secco di ossa,  nel chiaro di luna che lavava ogni
    cosa,  e mostrava spalancati  i  portoni  e  le  finestre  delle  case
    deserte.
    Aggiornava;  una domenica senza gente in piazza n messa che suonasse.
    Il sagrestano s'era rintanato;  di preti non se ne  trovavano  pi.  I
    primi  che  cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in
    faccia sospettosi;  ciascuno ripensando a quel che doveva  aver  sulla
    coscienza  il  vicino.  Poi,  quando  furono  in  molti,  si diedero a
    mormorare.  - Senza messa non potevano starci,  un giorno di domenica,
    come  i  cani!  - Il casino dei "galantuomini" era sbarrato,  e non si
    sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana.
    Dal campanile penzolava sempre il fazzoletto tricolore, floscio, nella
    caldura gialla di luglio.
    E come l'ombra s'impiccioliva lentamente  sul  sagrato,  la  folla  si
    ammassava tutta in un canto. Fra due casucce della piazza, in fondo ad
    una  stradicciola  che  scendeva  a  precipizio,  si  vedevano i campi
    giallastri nella pianura, i boschi cupi sui fianchi dell'Etna.
    Ora dovevano spartirsi quei boschi e quei campi.  Ciascuno fra  di  s
    calcolava  colle  dita quello che gli sarebbe toccato di sua parte,  e
    guardava in cagnesco il vicino.  -  Libert  voleva  dire  che  doveva
    essercene per tutti!  - Quel Nino Bestia,  e quel Ramurazzo, avrebbero
    preteso di continuare le prepotenze dei "cappelli"! - Se non c'era pi
    il perito per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta,
    ognuno avrebbe fatto a riffa e a raffa!  - E se tu  ti  mangi  la  tua
    parte all'osteria, dopo bisogna tornare a spartire da capo? - Ladro tu
    e  ladro  io.Ora  che  c'era  la libert,  chi voleva mangiare per due
    avrebbe avuto la sua  festa  come  quella  dei  "galantuomini"!  -  Il
    taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure.
    Il  giorno dopo si ud che veniva a far giustizia il generale,  quello
    che faceva tremare la gente.  Si vedevano le  camice  rosse  dei  suoi
    soldati salire lentamente per il burrone,  verso il paesetto;  sarebbe
    bastato rotolare dall'alto delle pietre  per  schiacciarli  tutti.  Ma
    nessuno  si  mosse.  Le  donne strillavano e si strappavano i capelli.
    Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte,  colle
    mani  fra le cosce,  a vedere arrivare quei giovanetti stanchi,  curvi
    sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran
    cavallo nero, innanzi a tutti, solo.
    Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i
    suoi ragazzi come un padre.  La mattina,  prima dell'alba,  se non  si
    levavano  al suono della tromba,  egli entrava nella chiesa a cavallo,
    sacramentando come un turco.  Questo era l'uomo.  E subito ordin  che
    glie ne fucilassero cinque o sei,  Pippo, il nano, Pizzanello, i primi
    che capitarono.  Il  taglialegna,  mentre  lo  facevano  inginocchiare
    addosso  al  muro  del cimitero,  piangeva come un ragazzo,  per certe
    parole che gli aveva dette sua madre,  e  pel  grido  che  essa  aveva
    cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia.  Da lontano,  nelle
    viuzze pi remote del paesetto,  dietro gli usci,  si  udivano  quelle
    schiopettate in fila come i mortaletti della festa.
    Dopo  arrivarono  i  giudici  per  davvero,   dei  galantuomini  cogli
    occhiali,  arrampicati  sulle  mule,  disfatti  dal  viaggio,  che  si
    lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel
    refettorio  del  convento,  seduti di fianco sulla scranna,  e dicendo
    ahi!  ogni volta che mutavano lato.  Un processo lungo che non  finiva
    pi.  I colpevoli li condussero in citt a piedi, incatenati a coppia,
    fra due file di soldati col  moschetto    pronto.  Le  loro  donne  li
    seguivano  correndo  per  le  lunghe  strade di campagna,  in mezzo ai
    solchi,  in mezzo ai fichidindia,  in mezzo alle vigne,  in mezzo alle
    biade  color  d'oro,  trafelate,  zoppicando,  chiamandoli a nome ogni
    volta che la strada faceva gomito,  e si potevano vedere in  faccia  i
    prigionieri. Alla citt li chiusero nel gran carcere alto e vasto come
    un convento,  tutto bucherellato da finestre colle inferriate; e se le
    donne volevano vedere i loro uomini,  soltanto il luned,  in presenza
    dei guardiani,  dietro il cancello di ferro.  E i poveretti divenivano
    sempre pi gialli in quell'ombra perenne,  senza scorgere mai il sole.
    Ogni  luned  erano pi taciturni,  rispondevano appena,  si lagnavano
    meno.  Gli altri giorni,  se le donne ronzavano per la piazza  attorno
    alla prigione,  le sentinelle minacciavano col fucile.  Poi non sapere
    che fare,  dove trovare lavoro nella citt,  n come buscarsi il pane.
    Il  letto  nello  stallazzo    costava  due  soldi;  il pane bianco si
    mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco;  se si accoccolavano
    a  passare  una  notte  sull'uscio  di  una  chiesa,   le  guardie  le
    arrestavano.  A poco a poco rimpatriarono,  prima  le  mogli,  poi  le
    mamme.  Un bel pezzo di giovinetta si perdette nella citt e non se ne
    seppe pi nulla.  Tutti gli altri in paese erano tornati a fare quello
    che  facevano  prima.  I  "galantuomini" non potevano lavorare le loro
    terre colle proprie mani,  e la povera gente non poteva vivere senza i
    "galantuomini". Fecero la pace. L'orfano dello speziale rub la moglie
    a  Neli Pirru,  e gli parve una bella cosa,  per vendicarsi di lui che
    gli aveva ammazzato il padre.  Alla donna che aveva di tanto in  tanto
    certe  ubbie,  e  temeva  che  suo  marito  le  tagliasse  la  faccia,
    all'uscire dal carcere,  egli ripeteva: - Sta' tranquilla che  non  ne
    esce pi.- Ormai nessuno ci pensava;  solamente qualche madre, qualche
    vecchiarello, se gli correvano gli occhi verso la pianura, dove era la
    citt,   o  la  domenica,   al  vedere   gli   altri   che   parlavano
    tranquillamente dei loro affari coi "galantuomini",  dinanzi al casino
    di conversazione, col berretto in mano, e si persuadevano che all'aria
    ci vanno i cenci.
    Il processo dur tre anni,  nientemeno!  tre anni di prigione e  senza
    vedere  il  sole.  Sicch  quegli  accusati parevano tanti morti della
    sepoltura,  ogni volta che li conducevano  ammanettati  al  tribunale.
    Tutti  quelli  che  potevano  erano  accorsi dal villaggio: testimoni,
    parenti,  curiosi,  come a una festa,  per vedere i  compaesani,  dopo
    tanto tempo,  stipati nella capponaia ch capponi davvero si diventava
    l dentro!  e Neli Pirru doveva vedersi  sul  mostaccio  quello  dello
    speziale,  che  s'era  imparentato  a tradimento con lui!  Li facevano
    alzare in piedi ad uno ad uno.- Voi come vi chiamate?  - E ciascuno si
    sentiva  dire  la  sua,  nome  e  cognome e quel che aveva fatto.  Gli
    avvocati  armeggiavano  fra  le  chiacchiere,   coi  larghi   maniconi
    pendenti,   e  si  scalmanavano,   facevano  la  schiuma  alla  bocca,
    asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di
    tabacco. I giudici sonnecchiavano,  dietro le lenti dei loro occhiali,
    che  agghiacciavano  il  cuore.  Di faccia erano seduti in fila dodici
    galantuomini, stanchi, annoiati,  che sbadigliavano,  si grattavano la
    barba,  o ciangottavano  fra di loro.  Certo si dicevano che l'avevano
    scappata bella a non essere stati dei "galantuomini" di quel  paesetto
    lass,  quando avevano fatto la libert. E quei poveretti cercavano di
    leggere nelle loro facce.  Poi se ne andarono  a  confabulare  fra  di
    loro,  e  gli  imputati  aspettavano  pallidi,  e cogli occhi fissi su
    quell'uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava
    colla mano sulla pancia,  era quasi pallido al pari degli accusati,  e
    disse:- Sul mio onore e sulla mia coscienza!...
    Il carbonaio,  mentre tornavano a mettergli le manette,  balbettava: -
    Dove mi conducete? - In galera?  - O perch?  Non mi  toccato neppure
    un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libert!...





    VAGABONDAGGIO.

    Nanni Lasca,  da ragazzo,  non si rammentava altro: suo padre, compare
    Cosimo, che tirava la fune della chiatta, sul Simeto, con Mangialerba,
    Ventura e l'Orbo; e lui a stendere la mano per riscuotere il pedaggio.
    Passavano carri,  passavano vetturali,  passava  gente  a  piedi  e  a
    cavallo d'ogni paese,  e se ne andavano pel mondo,  di qua e di l del
    fiume.

    Prima compare  Cosimo  aveva  fatto  il  lettighiere.  E  Nanni  aveva
    accompagnato il babbo nei suoi viaggi,  per strade e sentieri,  sempre
    coll'allegro scampanello delle mule negli orecchi.  Ma una volta,  la
    vigilia  di  Natale  -  giorno  segnalato  -  tornando a Licodia colla
    lettiga vuota,  compare Cosimo trov al Biviere  la  notizia  che  sua
    moglie  stava per partorire.  - Comare Menica stavolta vi fa una bella
    bambina,  - gli dicevano tutti all'osteria.  E lui,  contento come una
    Pasqua, si affrettava ad attaccare i muli per arrivare a casa prima di
    sera.  Il  baio,  birbante,  che lo guardava di mal'occhio,  per certe
    perticate che se l'era legate al dito,  come lo vide spensierato,  che
    si  chinava  ad  affibbiargli il sottopancia canterellando,  affil le
    orecchie a tradimento - jjj! - e gli assest un calcio secco.
    Nanni era rimasto nella stalla,  a scopare quel po' d'orzo rimasto  in
    fondo alla mangiatoia.  Al vedere il babbo lungo disteso nell'aia, che
    si teneva il ginocchio colle due mani,  e aveva la faccia bianca  come
    un morto,  volle mettersi a strillare. Ma compare Cosimo balbettava: -
    Va' a pigliare dell'acqua fresca,  piuttosto.  Va' a chiamare  lo  zio
    Carmine,  che mi aiuti. - Accorse il ragazzo dell'osteria col fiato ai
    denti.
    - O ch' stato, compare Cosimo? - Niente, Misciu.  Ho paura di aver la
    gamba rotta. Va' a chiamare il tuo padrone piuttosto, che mi aiuti.
    Lo zio Carmine andava in bestia ogni volta che lo chiamavano:
    -  Che c'?  Cos' successo?  Non vi lasciano stare un momento,  santo
    diavolone!  -  Finalmente  comparve  sulla  porta,  sbadigliando,  col
    cappuccio  sino agli occhi.  - Cos' stato?  Ora che volete?  Lasciate
    fare a me, compare Cosimo.
    Il poveraccio lasciava fare, colla gamba ciondoloni, come se non fosse
    stata pi roba sua.  - Questa  roba della Gagliana,  conchiuse lo zio
    Carmine,  posandolo  di  nuovo in terra adagio adagio.  Allora compare
    Cosimo sbigott, e si abbandon sul ciglione, stralunato.
    - Sta' zitto, malannaggia!  che gli fai la jettatura,  a tuo padre!  -
    esclam  lo  zio  Carmine,  seccato dal piagnucolare che faceva Nanni,
    seduto sulle calcagna.
    Cadeva la sera, smorta, in un gran silenzio. Poi si udirono lontano le
    chiese di Francofonte, che scampanavano.
    - La bella vigilia di Natale  che  mi  mand  Domeneddio!  -  balbett
    compare Cosimo, colla lingua grossa dallo spasimo.
    -  Sentite,  amico  mio,  -  disse infine lo zio Carmine,  che sentiva
    l'umidit del Biviere penetrargli nelle ossa. - Qui non possiamo farvi
    nulla.  Per farvi muovere come siete adesso,  ci vorrebbe un  paio  di
    buoi.
    - Che mi lasciate cos,  in mezzo alla strada?  - si mise a lamentarsi
    compare Cosimo.
    - No, no,  siamo cristiani,  compare Cosimo.  Bisogna aspettare lo zio
    Mommu  per  darci una mano.  Intanto vi mander un fascio di fieno,  e
    anche la coperta della  mula,  se  volete.  Il  fresco  della  sera  
    traditore, qui nel lago, amico mio. Tredici anni che compro medicine!
    - Ha la malaria nella testa il padrone, - disse poi Misciu, il ragazzo
    della  stalla,  tornando  col  fieno  e  la coperta.  Non fa altro che
    dormire, tutto il giorno.
    Intanto sopra i monti spuntava la  prima  stella;  poi  un'altra,  poi
    un'altra. Compare Cosimo, sudando freddo, col naso in aria, le contava
    ad una ad una, e tornava a lamentarsi:
    - Che non giunge mai compare Mommu? Che mi lasciate qui stanotte, come
    un cane?
    - Torner,  torner,  non dubitate. - Rispondeva Misciu accoccolato su
    di un sasso, col mento nelle mani.
    - E' andato a caccia nel Biviere.  Alle volte passano mesi e settimane
    senza  che  lo  veda  anima  viva.  Ma ora ch' Natale deve venire per
    prendere la sua roba.
    E il ragazzo,  mentre ciaramellava,  s'andava appisolando;  anche lui,
    col mento sulle mani, raggomitolato nei suoi cenci.
    -  Viene di notte,  viene di giorno,  secondo va la caccia.  Quando si
    mette alla posta delle anatre,  lo zio Carmine gli  lascia  la  chiave
    sotto  l'uscio.  Poi dorme di giorno,  o va a vendere la selvaggina di
    qua e di l; ma la sua roba l'ha sempre qui,  nella stalla,  appesa al
    capezzale: il cavicchio pel fucile,  il cavicchio per la carniera,  un
    cavicchio per ogni cosa.
    Tanti anni che sta qui. Lo zio Carmine dice ch'era ancora giovane...
    Quando compare Cosimo tornava  a  lamentarsi,  il  ragazzo  trasaliva,
    quasi  lo  svegliassero,  e  poi tornava a borbottare,  come in sogno.
    Nanni, stanco di singhiozzare, sbarrava gli occhi nel buio.  Tutt'a un
    tratto scapp una gallinella, schiamazzando.
    -  O  zio  Mommu!  -  si  mise a chiamare Nanni ad alta voce.  Dopo si
    spandeva un gran silenzio, nella notte.
    - So io!  - disse infine Misciu.  - Non risponde per non  spaventar le
    anatre. Poi ci ha fatta l'abitudine, a quella vita, e non parla mai.
    Per  si  udiva  gi  il fruscio dei giunchi secchi,  e il tonfo degli
    scarponi dello zio Mommu, che sfangava nel greto.
    - Qua, zio Mommu! C' compare Cosimo che gli  successo un accidente.
    Lo zio Mommu stava a guardare,  al barlume che faceva la  lanterna  di
    compare  Carmine,  tutto intirizzito e battendo le palpebre,  con quel
    naso a becco di jettatore.  Poi sollevarono il lettighiere al modo che
    diceva lo zio Carmine, uno sotto le ascelle e l'altro pei piedi.
    - Cristo! come vi pesano le ossa, compare Cosimo! sbuffava l'oste, per
    fargli  animo  con  una  barzelletta.  E  lo  zio Mommu,  mingherlino,
    barellava davvero come un ubbriaco, sotto quel peso.
    - Ah, che vigilia di Natale mi ha mandato Domeneddio! - tornava a dire
    compare Cosimo, steso alfine nello strapunto come un morto.
    - Non ci pensate,  compare Cosimo,  che ora la Gagliana vi guarisce in
    un  batter d'occhio.  Bisogna andare a chiamarla,  compare Mommu,  nel
    tempo stesso che andate a Lentini per vendere la vostra roba.
    Il vecchietto acconsent con un cenno del capo,  e mentre si preparava
    a  partire,  legandosi  in  testa  il  fazzoletto,  e  assettandosi la
    bisaccia in spalla, l'oste continuava:
    - E' meglio di un cerusico la Gagliana! Vedrete che vi guarir in meno
    di dire un'avemaria.  State allegro,  compare Cosimo;  e se non  avete
    bisogno  d'altro,  vado  a  far  la vigilia di Natale anch'io con quei
    quattro maccheroni.
    - E tu che non vuoi mangiare un  boccone?  -  chiese  il  lettighiere,
    voltandosi al suo ragazzo che non si moveva di l,  smorto, colle mani
    in tasca, il viso sudicio dal piangere che aveva fatto.
    - No, - rispose Nanni. - No, non ho pi fame.
    - Povero figlio mio! che vigilia di Natale  venuta anche per te!
    La Gagliana venne a giorno fatto,  che lo zio  Cosimo  aveva  il  viso
    acceso,  e la gamba gonfia come un otre,  talch bisogn tagliargli le
    brache per cavargliele, mentre la Gagliana,  per modestia,  si voltava
    dall'altra  parte,  cogli  occhi  bassi,  preparando intanto ogni cosa
    lesta lesta: bende, stecche, empiastri,  con certe erbe miracolose che
    sapeva lei.  Poi si mise a tirare la gamba come un boia.  Da principio
    compare Cosimo non diceva nulla,  sudando a grosse gocce,  e ansimando
    quasi facesse una gran fatica. Ma poi, tutt'a un tratto, gli scapp un
    grande urlo, che fece drizzare a tutti i capelli in testa.
    - Lasciatelo gridare, che gli fa bene!
    Compare  Cosimo  faceva  proprio  come  una  bestia quando le si d il
    fuoco.  Talch lo zio Carmine s'era alzato per vedere  anche  lui  coi
    suoi occhioni assonnati. E Nanni strillava che pareva l'ammazzassero.
    -  Sembrate un ragazzo,  compare Cosimo,  - gli diceva l'oste.  Non vi
    hanno detto di star tranquillo?  Foste in mano  di  qualche  cerusico,
    pazienza!
    -  Stava fresco,  Dio liberi!  - salt su la vecchia,  come l'avessero
    punta.  - Per lo  meno  gli  avrebbero  tagliata  la  gamba  a  questo
    poveretto.  Io non ho mai tagliato neppure un pelo in vita mia, grazie
    a Dio!  Tutta grazia che mi  d  il  Signore!  Ora  state  tranquillo,
    compare Cosimo, che non avete pi bisogno di nulla.
    Ella  sputava sul ginocchio enfiato l'empiastro che andava masticando;
    metteva le stecche e stringeva forte le bende,  senza  badare  agli  -
    ohi!  -  ciarlando  sempre  come una gazza.  E quand'ebbe terminato si
    nett le mani nella criniera ispida e grigia,  che le faceva come  una
    cuffia sporca sulla testa.
    - Sembra un diavolo quella strega!  - ammiccava l'oste allo zio Mommu,
    il  quale  stava  a  guardare  col  naso  malinconico,   seduto  sullo
    strapunto, le gambe penzoloni, e sgretolando a poco a poco il suo pane
    nero.
    Lo  zio  Cosimo  s'era  lasciato  andare  di  nuovo  supino,  col viso
    stralunato e  lucente  di  sudore,  accarezzando  colla  mano  il  suo
    ragazzo, e balbettando che non era nulla.
    - Ora chi mi paga? - domand infine la Gagliana.
    - Non dubitate,  che sarete pagata,  - rispose il poveraccio pi morto
    che vivo. - Vender il mulo, se cos vorr Dio, e vi pagher,  sorella
    mia!
    Com'era  un  bel  giorno di Natale,  col sole che veniva fin dentro la
    stalla,  e le galline pure,  a beccare qualche briciola  di  pane,  la
    gente  che  era  stata a sentir messa a Primosole si fermava a bere un
    sorso a met strada,  e vedendo compare Cosimo sul pagliericcio  dello
    stallatico,   volevano  sapere  il  come  ed  il  perch.  Poi  davano
    un'occhiata ai muli in fondo alla  stalla.  L'oste  li  faceva  vedere
    fiutando la senseria:
    - Belle e buone bestie!  Quiete come il pane!  Un affare d'oro per chi
    li compra, se compare Cosimo, Dio liberi, rimane storpio.
    Il baio voltava indietro il capo come se capisse, colla sua boccata di
    fieno in aria.
    - No, no, ancora non sono in questo stato!  - lagnavasi compare Cosimo
    dal fondo del suo giaciglio.
    - Diciamo cos per dire,  compare Cosimo, state tranquillo. Nessuno vi
    vuol toccare la roba vostra, se non volete voi. Qui c' paglia e fieno
    pei vostri muli, e potete tenerceli cent'anni.
    Lo sventurato pensava a quello che si sarebbero mangiato  i  muli,  di
    fieno e di stallaggio, e lamentavasi:
    -  Stavolta  non gliela faccio pi la dote per la mia bambina che mi 
    nata adesso!
    - Ora gli si manda la notizia a vostra moglie.  La prima volta che  lo
    zio Mommu andr a Licodia per vendere la sua roba.

    Cos  lo  zio  Mommu  port  la  brutta notizia alla moglie di compare
    Cosimo, masticando le parole, e dondolandosi ora su di una gamba e ora
    sull'altra,  che alla prima non si capiva nulla,  nella casa piena  di
    vicine,  mentre  si aspettava il marito pel battesimo.  Comare Menica,
    poveretta,  nella prima furia voleva balzare  dal  letto,  in  camicia
    com'era,  e  correre al Biviere,  se non era il medico,  che si mise a
    sgridarla:
    - Come le bestie,  voialtri villani!  Non sapete cosa  vuol  dire  una
    febbre puerperale!
    -  Signore  don  Battista!  Come  posso fare a lasciare quel poveretto
    fuorivia, in mano altrui, ora ch' in quello stato?...
    - E voi non vi movete!  - appoggiava  comare  Stefana.  Vostro  marito
    andrete a trovarlo poi. Temete che scappi?
    -  Date retta al medico,  - aggiunse la Cilona.  - Compare Cosimo  in
    mano di cristiani.  Lo vedete qui,  questo  poveretto,  che    venuto
    apposta?
    E  lo  zio  Mommu  accennava  di s col capo,  ritto dinanzi al letto,
    battendo gli occhi,  non sapendo come fare per voltare  le  spalle  ed
    andarsene per le sue faccende.

    Indi la convalescenza,  il baliatico,  il bisogno dei figliuoli,  e il
    tempo era passato. Compare Cosimo, quando infine la Gagliana gli aveva
    detto di alzarsi,  era rimasto su  di  una  sedia,  alla  porta  dello
    stallatico, con una gamba pi corta dell'altra.
    -  Cos  com'  non  ve la lasciavano neppure,  se eravate in mano del
    cerusico! - gli disse la Gagliana per consolarlo.
    I muli stessi se li mangi met lei e met la stalla. Quando il povero
    zoppo,  dalla porta dell'osteria,  vide  Nunzio  della  Rossa  che  si
    portava  via la sua lettiga,  si mise a sospirare: - Queste campanelle
    non le udr pi!
    E lo zio Carmine anche lui gli disse:
    - Che diavolo rimpiangete!  Quel baio birbante che vi acconci in quel
    modo?
    Intanto bisognava pensare a buscarsi da vivere,  lui e il suo ragazzo;
    e adesso ch'era conciato a quel modo per le feste,  voleva  essere  un
    mestiere facile,  di quelli poco pane e poca fatica.  "Se hai un guaio
    dillo a tutti." Lo zio Carmine, ch'era un buon diavolaccio, ne parlava
    con questo e con quello, e come seppe che uno di quelli della chiatta,
    l vicino, era morto di malaria, disse subito a compare Cosimo:
    - Questo  quello che fa per voi.
    E tanto disse e tanto fece, per mezzo anche dello zio Antonio,  l'oste
    di  Primosole,  l  accanto  al Simeto,  che il capoccia della chiatta
    chin il capo e disse di s anche lui.  D'allora in poi compare Cosimo
    rimase a tirar la fune,  su e gi pel fiume; e con ogni conoscente che
    passava,  mandava sempre a dire a sua  moglie  che  sarebbe  andato  a
    vederla,  un  giorno o l'altro,  e la bambina pure.  - Verr a Pasqua.
    Verr a Natale.  - Mandava sempre a dire la  stessa  cosa;  tanto  che
    comare Menica ormai non ci credeva pi;  e Nanni, ogni volta, guardava
    il babbo negli occhi, per vedere se dicesse davvero.
    Ma succedeva che a Pasqua e a Natale s'aveva sempre una gran folla  da
    tragittare; talch quando il fiume era grosso c'erano pi di cinquanta
    vetture  che  aspettavano all'osteria di Primosole.  Il capoccia della
    chiatta bestemmiava contro lo scirocco e levante che gli  toglieva  il
    pan  di  bocca,  e  la  sua  gente si riposava: Mangialerba,  bocconi,
    dormendo sulle  braccia  in  croce;  Ventura,  all'osteria;  e  l'Orbo
    cantava  tutto  il  giorno,  ritto  sull'uscio della capanna,  a veder
    piovere, guardando il cielo cogli occhi bianchi.
    Comare Menica avrebbe voluto  andarvi  lei  a  Primosole,  almeno  per
    vedere  suo  marito  e  portargli  la  bambina,  ch  il  padre non la
    conosceva neppure, quasi non l'avesse fatta lui.
    - Andr appena avr presi i denari del filato,  - diceva essa pure.  -
    Andr dopo la raccolta delle ulive, se mi avanza qualche soldo.
    Cos  passava  il  tempo.  Intanto  comare  Menica  fece  una malattia
    mortale, di quelle che don Battista,  il medico,  se ne lavava le mani
    come Pilato.
    -  Vostra moglie  malata,  malatissima,  - venivano a dirgli,  lo zio
    Cheli,  compare Lanzara,  tutti quelli che arrivavano  da  Licodia;  e
    compare Cosimo stavolta voleva correre davvero, a piedi, come poteva.
    - Prestatemi due lire per la spesa del viaggio, padron Mariano.
    - Aspettate prima se vi portano una buona notizia. Alle volte, intanto
    che  voi  siete per via,  vostra moglie guarisce,  e voi ci perdete la
    spesa del viaggio.  - L'Orbo invece consigliava di far dire una  messa
    alla Madonna di Primosole,  ch' miracolosa.  Finch giunse la notizia
    che da comare Menica c'era il prete.
    - Vedete se avevo ragione!  - esclam padron Mariano.- Cosa andavate a
    fare, se non c'era pi aiuto?

    La  bambina  se  l'era  tolta  in casa comare Stefana,  per carit;  e
    compare Cosimo era rimasto a Primosole col suo ragazzo.  Tanto  l'Orbo
    gli diceva che, coll'aiuto di Dio, poteva vivere e morire alla chiatta
    al  pari  di  lui,  che vi mangiava pane da cinquant'anni.  E ne aveva
    vista passare  tanta  della  gente!  Passavano  conoscenti,  passavano
    viandanti  che  nessuno  sapeva donde venissero,  a piedi,  a cavallo,
    d'ogni nazione, e se ne andavano pel mondo,  di qua e di l del fiume.
    Come  l'acqua del fiume stesso che se ne andava al mare,  ma l pareva
    sempre la medesima, fra le due ripe sgretolate: a destra le collinette
    nude di Valsavoia, a sinistra il tetto rosso di Primosole;  e allorch
    pioveva,  per  giorni e settimane,  non si vedeva altro che quel tetto
    tristo nella nebbia.  Poi tornava il bel tempo,  e spuntava del  verde
    qua e l,  fra le rocce di Valsavoia, sul ciglio delle viottole, nella
    pianura,  fin dove arrivava l'occhio.  Infine veniva  l'estate,  e  si
    mangiava ogni cosa,  il verde dei seminati, i fiori dei campi, l'acque
    del fiume,  gli oleandri  che  intristivano  sulle  rive,  coperti  di
    polvere.
    La  domenica  cambiava.  Lo  zio  Antonio,  che  teneva  l'osteria  di
    Primosole, faceva venire il prete per la messa, e mandava Filomena, la
    sua figliuola,  a scopare la chiesetta,  e a raccattare i soldi che  i
    devoti  vi  buttavano  dal  finestrino  per  le  anime del Purgatorio.
    Accorrevano dai dintorni. a piedi, a cavallo,  e l'osteria si riempiva
    di  gente.  Alle  volte  arrivava anche il Zanno,  che guariva di ogni
    male,  colle sue scarabattole;  o don Tinu,  il  merciaiuolo,  con  un
    grande  ombrellone  rosso,  e schierava la sua mercanzia sugli scalini
    della chiesa, forbici, temperini,  nastri e refe d'ogni colore.  Nanni
    si  affollava insieme agli altri ragazzi per vedere.  Ma suo padre gli
    diceva sempre: - No, figliuolo mio, questa  roba per chi ha denari da
    spendere.
    Gli altri invece comperavano: bottoni,  tabacchiere di legno,  pettini
    di osso,  e Filomena frugava dappertutto colle mani sudice,  senza che
    nessuno le dicesse nulla,  perch era la figliuola dell'oste.  Anzi un
    giorno don Tinu le regal un bel fazzoletto giallo e rosso,  che pass
    di mano in mano!
    - Sfacciata!  - dicevano le comari.  - Fa l'occhio a questo e a quello
    per amor dei regali!
    -  Un  giorno  Nanni  li  vide  tutti e due dietro il pollaio,  che si
    tenevano abbracciati.  Filomena,  che stava all'erta  per  timore  del
    babbo,  si  accorse  subito di quegli occhietti che si ficcavano nella
    siepe, e gli salt addosso colla ciabatta in mano. - Cosa vieni a fare
    qui, spione? se vai a raccontare quel che hai visto, guai a te, veh! -
    Ma don Tinu la calmava con belle maniere: - Non  lo  strapazzate  quel
    ragazzo, comare Mena, ch gli fate pensare al male.
    Per Nanni non poteva levarsi dagli occhi il viso rosso di Filomena, e
    le  manacce  di  don  Tinu  che  brancicavano.  Quando  lo mandavano a
    comperare il vino all'osteria,  si piantava  dinanzi  al  banco  della
    ragazza,  che  glielo  mesceva  colla  faccia tosta,  e lo sgridava: -
    Guardate qua, cristiani!  Non gli spuntano ancora peli al mento,  quel
    moccioso, e ha gi negli occhi la malizia!

    Nanni  voleva  far  lo stesso colla Grazia,  la servetta dell'osteria,
    quando andavano insieme a raccoglier l'erbe per la minestra,  lungo il
    fiume. Ma la fanciullina rispondeva:
    - No. Tu non mi dai mai niente.
    Essa invece gli portava,  nascoste in seno, delle croste di formaggio,
    che gli avventori avevano  lasciato  cadere  sotto  la  tavola,  o  un
    pezzetto  di pane duro rubato alle galline.  Accendevano un focherello
    fra due sassi, e giocavano a far la merenda. Ma Nanni finiva sempre il
    giuoco col buttar le mani sulla roba, e darsela a gambe. La ragazzetta
    allora rimaneva a bocca aperta,  grattandosi il capo.  E alla sera  si
    buscava pure gli scapaccioni di Filomena, che la vedeva tornare spesso
    colle  mani  vuote.  Nanni,  per risparmiarsi la fatica,  le arraffava
    anche la sua parte di cicoria o di finocchi selvatici.
    Poi,  il giorno dopo,  giurava colle mani in croce che  non  l'avrebbe
    fatto  pi.  E  la  poverina  ci  tornava sempre,  appena lo vedeva da
    lontano, coi capelli rossi in mezzo alle stoppie gialle;  si accostava
    quatta quatta, e gli si metteva alle calcagna come un cane. Quand'essa
    arrivava  piagnucolando  ancora per le busse che s'era buscate,  Nanni
    per consolarla le diceva:
    - E tu perch non scappi, e te ne vai a casa tua?
    Egli raccontava che aveva la sua casa anche lui, laggi, al paese, e i
    parenti e ogni cosa; di l di quelle montagne turchine;  ci voleva una
    giornata buona di cammino, e un giorno o l'altro ci sarebbe andato.
    - Pianta i tuoi padroni e l'osteria, e te ne scappi a casa tua.
    La  ragazzetta  ascoltava  a  bocca aperta,  colle gambe penzoloni sul
    greto asciutto,  guardando attonita l dove  Nanni  le  faceva  vedere
    tante belle cose,  oltre i monti turchini. Infine si grattava il capo,
    e rispondeva:
    - Non so. Io non ci ho nessuno.
    Egli intanto si divertiva a tirar sassi nell'acqua;  o cercava di  far
    scivolare  Grazia  gi  dalla sponda,  facendole il solletico.  Poi si
    mettevano a correre,  ed egli la inseguiva a zollate.  Andavano pure a
    scovare  i  grilli  dalle  tane,  con  uno  sterpolino;  o a caccia di
    lucertole. Nanni sapeva coglierle con un nodo scorsoio fatto in cima a
    un filo di giunco sottile;  dentro al cerchietto che formava  il  nodo
    spuntava  una  bella  campanella  lucente,  e  le  povere  bestioline,
    assetate in quell'arsura, si lasciavano adescare.

    In mezzo alla gran pianura riarsa il fiume s'insaccava come un burrone
    enorme, fra le rive slabbrate. - Mostrava le ossa, brontolavano quelli
    della chiatta.  Talch anche dei poveri diavoli ci si arrischiavano  a
    guado,  qualche  miglio  pi  in su.  Tanti baiocchi levati di bocca a
    quegli altri poveri diavoli che stavano colla fune in  mano  tutto  il
    giorno sotto il solleone.  E litigavano fra di loro,  a digiuno. Nanni
    allora per un nulla si  buscava  delle  pedate  anche  da  suo  padre,
    sciancato com'era.
    Di  tanto  in tanto passava una frotta di mietitori.  che tornavano al
    mare,  bianchi di polvere,  e si calavano nel greto,  uomini e  donne,
    colle  gambe  nude,   raccomandandosi  ai  loro  santi,  nel  dialetto
    forestiero.  Poi nell'afa della strada,  diritta  diritta,  si  vedeva
    venire  da  lontano  il  polverone  che accompagnava qualche carro,  o
    spuntava dall'altra parte  la  sonagliera  mezzo  addormentata  di  un
    mulattiere.  L'Orbo, che non aveva nessuno al mondo, e se l'era girato
    tutto, diceva: - Quello l viene da Catania,  quest'altro da Siracusa.
    - E sempre cuor contento, lui, raccontava agli uomini stesi bocconi le
    meraviglie che aveva visto laggi,  lontano lontano. E Nanni ascoltava
    intento,  come aveva fatto la Grazia ai racconti che faceva  lui,  con
    delle  allucinazioni  di  vagabondaggio  negli occhi stanchi di vedere
    eternamente l'osteria dello zio Antonio, che fumava tutta sola,  nella
    tristezza del tramonto.

    Ma chi gli mise davvero la pulce nell'orecchio fu il Zanno,  una volta
    che lo chiamarono per lo zio Carmine al  Biviere.  Fin  da  Pasqua  di
    Rose,  i  viandanti che venivano a passar la notte allo stallatico,  e
    non lo vedevano come al solito a portar la  paglia  dal  fienile  o  a
    riscuotere lo stallaggio,  dicevano: - E compare Carmine?  - Zio Mommu
    lo mostrava con un cenno del capo,  lungo  disteso  nel  pagliericcio,
    sotto un mucchio di bisacce; e Misciu, col cappuccio in capo, mangiato
    dalle  febbri anche lui,  soggiungeva: - Ha la terzana.  - Alle volte,
    quando alla voce riconosceva un conoscente,  lo zio Carmine rispondeva
    con un grugnito: - Son qua. Sono ancora qua.
    Erano  quasi  sempre  le  stesse facce stanche che si vedevano passare
    dinanzi al lumicino moribondo appeso al travicello  e  tiravano  fuori
    dalla  bisaccia  la  scarsa  merenda,  accoccolati  su  di  un  basto,
    masticando adagio adagio.  Lo zio Carmine non brontolava pi,  non  si
    moveva  pi  dalla  sua cuccia,  zitto e cheto.  Soltanto quando udiva
    fermarsi alla porta una vettura, rizzava il capo come poteva, per amor
    del guadagno, e chiamava:
    - O Misciu!
    Per non potevano lasciarlo morire a quel modo, come un cane. Ventura,
    Mangialerba, e spesso anche compare Cosimo,  tirandosi dietro la gamba
    storpia,  venivano apposta da Primosole,  e stavano a guardare compare
    Carmine lungo disteso,  con la faccia color di terra,  come  un  morto
    addirittura.  Infine  risolvettero  di chiamargli la Gagliana,  quella
    vecchietta che faceva miracoli, a venti miglia in giro.
    - Vedrete che la Gagliana vi guarir in un batter  d'occhio,  andavano
    dicendo  a lui pure.  - E' meglio di un dottore quel diavolo di donna.
    Cosa ne dite, compare Carmine?
    Compare Carmine non diceva n s n no,  pensando  al  denaro  che  si
    sarebbe  mangiato  la Gagliana.  Per nel forte della febbre tornava a
    piagnucolare:
    - Chiamatemi pure la Gagliana,  senza badare a spesa.  Non mi lasciate
    morire senza aiuto, signori miei!
    La  Gagliana  la  battezz  febbre pericolosa,  di quelle che  meglio
    mandare pel prete addirittura. Giusto era sabato,  e passava gente che
    tornava  al paese.  Tutto ci gli rimase fitto in mente a Nanni ch'era
    andato a vedere anche lui: i curiosi  che  dall'uscio  allungavano  il
    collo  verso  il  moribondo;  la  Gagliana che cercava nelle tasche il
    rimedio fatto apposta, brontolando;  e il malato che guardava tutti ad
    uno ad uno,  cogli occhi spaventati.  L'Orbo,  a canzonare la Gagliana
    che non sapeva trovare il rimedio, le domandava:
    - Cosa ci vuole per farmi tornare la vista?
    Lo zio Carmine mor la notte istessa. Peccato!  perch la domenica poi
    si  trov  a  passare il Zanno,  il quale ci aveva il tocca e sana per
    ogni male nelle sue scarabattole.  Lo menarono  appunto  a  vedere  il
    morto.  Ei gli tocc il ventre, il polso, la lingua, e conchiuse: - Se
    c'ero io, lo zio Carmine non moriva!
    Raccontava pure molte cose dei miracoli che aveva fatto tale  e  quale
    come la Gagliana,  dei paesi che aveva visti, e come Nanni ascoltava a
    bocca  aperta,   gli   piacque   quel   ragazzetto,   e   gli   disse,
    accarezzandogli i capelli rossi:
    - Vuoi venire con me? Mi porterai la balla e ti farai uomo.
    -  Egli  ha tutt'altra balla da portare!  - sospir compare Cosimo;  e
    pensava nel tempo stesso che se  gli  succedeva  una  disgrazia,  come
    quella  di  compare  Carmine,  il  suo  ragazzo restava in mezzo a una
    strada.
    C'era anche l'oste  di  Primosole,  il  quale  maritava  Filomena  con
    Lanzise,  uomo  dabbene  che  non  sapeva  nulla  e tornavano tutti da
    Lentini pel contratto,  gli sposi,  compare Antonio  ed  altra  gente.
    Lanzise era uno che ci aveva il fatto suo,  terra, buoi, e un pezzo di
    vigna l vicino alla Savona, dicevano.

    Il matrimonio fece chiasso.  Talch venne anche don Tinu a vender roba
    pel  corredo.  La sera mangiava all'osteria come al solito.  Non si sa
    come,  a motivo di un conto  sbagliato,  attaccarono  lite  collo  zio
    Antonio; e don Tinu gli disse - becco! -.
    Compare Antonio era un omettino cieco d'un occhio,  che al vederlo non
    l'avreste pagato un soldo.  Per  si  diceva  che  avesse  pi  di  un
    omicidio  sulla  coscienza,  e  a  venti  miglia in giro gli portavano
    rispetto.  Al sentirsi dire quella mala parola sul  mostaccio  da  don
    Tinu,  il  quale  aveva  una  faccia di minchione,  and a staccare lo
    schioppo dal capezzale, per spifferar le sue ragioni anche lui, mentre
    la moglie,  che la malaria inchiodava in fondo a un letto da  anni  ed
    anni, rizzatasi a sedere in camicia, strillava:
    - Aiuto che s'ammazzano, santi cristiani! - E Filomena, per dividerli,
    buttava piatti e bicchieri addosso a don Tinu, gridando:
    - Birbante! ladro! scomunicato!
    -  Che vi pare azione d'uomo cotesta,  compare Antonio?  - rispose don
    Tinu pi giallo del solito.  - Io non ho altro addosso che questo  po'
    di temperino.
    - Avete ragione,  - disse lo zio Antonio. - Vi risponder colla stessa
    lingua che avete in bocca voi.  - E and a posare  lo  schioppo  senza
    aggiunger altro.
    Pi  tardi  Nanni andava all'osteria per il vino,  quando vide venirsi
    incontro  don  Tinu  tutto  stralunato,   che  si   guardava   attorno
    sospettoso.
    -  Te'  due soldi,  - gli disse,  - e va' a dire a compare Antonio che
    l'aspetto qui, per quella faccenda che sa lui. Ma che nessuno ti veda,
    veh!
    La sera trovarono compar Antonio lungo disteso dietro una  macchia  di
    fichidindia,  col suo cane accanto che gli leccava la ferita.  - Che 
    stato, compare Antonio? Chi vi ha dato la coltellata?
    Compare Antonio non volle dirlo. - Portatemi sul mio letto per ora. Se
    poi campo ci penso io; se muoio ci pensa Dio.
    - Questo fu don Tinu che me l'ammazz!  - strillava  la  moglie.  L'ha
    mandato a chiamare con Nanni dello zoppo!
    E Filomena badava a ripetere:
    - Birbante! ladro! scomunicato!
    Compare Cosimo,  che aveva una gran paura della giustizia, se la prese
    anche lui col suo ragazzo, il quale si ficcava in quegli imbrogli.
    - Se ti metto le mani  addosso  voglio  romperti  le  ossa!  -  andava
    gridando.
    E Nanni perci se ne stava alla larga, dall'altra parte del fiume, col
    ventre  vuoto,  come  una  bestia  inselvatichita.  Grazia  lo vide da
    lontano, coi capelli rossi,  dietro l'abbeveratoio a secco,  e corse a
    raggiungerlo.
    -  Ora  me  ne vado col Zanno,  - diceva lui,  - e alla chiatta non ci
    torno pi.
    Poscia riassicurato a poco a poco,  vedendo che  dietro  il  muro  non
    spuntava  lo  zio  Cosimo col bastone,  si mise a sgretolare la sponda
    dell'abbeveratoio, tutta fessa e scalcinata, un sasso dopo l'altro,  e
    dopo li tirava lontano;  mentre la ragazzetta stava a guardare. Tutt'a
    un tratto s'accorsero che il sole era tramontato,  e la nebbia sorgeva
    tutt'intorno dal fiume e dalla pianura.
    - Senti! - disse Grazia. - Lo zio Cosimo che chiama!
    Nanni  se  la  diede  a  gambe  senza rispondere,  e lei s'affannava a
    corrergli dietro, colla vesticciuola tutta sbrindellata che svolazzava
    sulle gambette nude.  Camminarono un bel pezzo,  e infine si trovarono
    soli,  nella  campagna  buia,  col  cuore  che batteva forte,  lontano
    lontano dalla capanna delle chiatte,  dove  si  udiva  ancora  cantare
    l'Orbo.  Era  una bella notte piena di stelle,  e dappertutto i grilli
    facevano cri-cri nelle stoppie.  Come Nanni si ferm vide  Grazia  che
    gli veniva dietro.
    - E tu dove vai? - le disse.
    Essa non rispose.  E tornarono a udirsi i grilli tutt'intorno.  Non si
    udiva altro.  Solo il frusco del grano in spiga al loro passaggio;  e
    appena  si  fermavano  ad ascoltare cadeva un gran silenzio,  quasi il
    buio si stringesse loro ai panni. Di tanto in tanto correva una folata
    di ponente caldo, come un'ombra, sull'onda del seminato. Allora Grazia
    si mise a piangere.
    Passava un vetturale coi suoi muli; e la piccina a piagnucolare:
    - Portateci al paese, vossignoria, per carit!
    Il mulattiere,  ciondoloni sul basto,  borbott qualche  parola  mezzo
    addormentato,  e tir di lungo. E i due fanciulli dietro. Arrivarono a
    uno stallatico,  e si accoccolarono dietro il  muro  ad  aspettare  il
    giorno.
    Quando  Dio  volle  spunt  l'alba,  e  un  gallo  si  mise  a cantare
    d'allegria sul mucchio di concime.  Da un sentiero fra due siepi sbuc
    un  vecchietto,  con  una  bisaccia  piena in spalla.  Aveva la faccia
    buona, e Grazia gli domand:
    - Per andare al paese, vossignoria, da che parte si va?
    Lo zio Mommu accenn di s col capo,  e seguit per la  sua  via,  col
    naso a terra.  Si misero dietro a lui che andava a vendere la sua roba
    al paese,  e arrivarono sulla piazza che era giorno chiaro.  C'era gi
    una  donnicciuola  imbacuccata  in  una  mantellina  bianca,  la quale
    vendeva verdura e fichidindia.  Delle altre donne entravano in chiesa.
    Davanti lo stallatico salassavano un mulo;  e dei contadini freddolosi
    stavano a guardare,  col fazzoletto in testa e le mani  in  tasca.  In
    alto,  nel  campanile  gi  tutto  pieno di sole,  la campana sonava a
    messa.
    Essi  andarono  a  sedere  tristamente  sul  marciapiede,  accanto  al
    vecchietto  con cui erano venuti,  e che s'era messo a vender anatre e
    gallinelle che nessuno comprava,  aspettando il Zanno che  non  veniva
    neppur lui. Il tempo passava; e passava anche della gente che veniva a
    comprare  la  verdura  della donnicciuola colla mantellina,  pesandola
    colle mani. Da una stradicciuola spuntarono due signori,  col cappello
    alto,  passeggiando  adagio  adagio,  e  si  fermarono  a  contrattare
    lungamente,  toccando la roba colla punta del bastone,  senza  comprar
    nulla.  Poi venne la serva della locanda a prendere una grembialata di
    pomodori. Sulla piazza facevano passeggiare innanzi e indietro il mulo
    salassato.   Infine  lo  speziale  chiuse  la  bottega  mentre  sonava
    mezzogiorno.
    Allora  lo  zio  Mommu  tir dalla bisaccia un pane nero,  e si mise a
    mangiare adagio adagio con un pezzo di cipolla.  Vedendo i due ragazzi
    che  guardavano  affamati,  gliene tagli una gran fetta per ciascuno,
    senza dir nulla. Infine raccolse la sua mercanzia, e se ne and a capo
    chino, com'era venuto.
    Ora rimanevano soli e sconsolati.  Si presero per  mano  e  arrivarono
    sino  alla  fontana  ch'era  in  fondo al paesetto.  Per la strada che
    scendeva a zig zag nella pianura arrivava gente a ogni momento.  Donne
    che venivano ad attinger acqua;  vetturali che abbeveravano i muli;  e
    coppie di contadini che tornavano dai  campi,  chiacchierando  a  voce
    alta,  colle  bisacce  vuote  avvolte  al manico della zappa.  Poi una
    mandra di pecore in mezzo a un nuvolo di polvere.  Un frate cappuccino
    che  tornava  dalla  cerca  salt  a  terra  da  una  bella mula baia,
    schiacciata sotto il carico,  e si chin a bere alla  cannella,  tutto
    rosso,  sguazzando nell'acqua la barbona polverosa. Quando non passava
    alcuno venivano delle cutrettole a saltellare sui sassi in mezzo  alla
    fanghiglia,  battendo  la  coda.  Lontano  si  udiva  la cantilena dei
    trebbiatori nell'aia,  perduta in mezzo alla pianura  che  non  finiva
    mai,  e  cominciava  a velarsi nelle caligini della sera.  E in fondo,
    come un pezzetto di specchio appannato, il Biviere.
    - Guarda com' lontano! - disse Nanni col cuore stretto.
    Il sole era gi tramontato; ma non sapevano dove andare,  e rimanevano
    aspettando,  l'uno accanto all'altra, seduti sul muricciolo, nel buio.
    Infine si presero per mano e tornarono  verso  l'abitato.  Nelle  case
    luccicava  ancora qualche finestra;  ma i cani si mettevano a latrare,
    appena i due ragazzi si fermavano presso a  un  uscio,  e  il  padrone
    minaccioso gridava: Chi  l?
    La fanciulletta scoraggiata butt le braccia al collo di Nanni.
    - No! no! - piagnucolava lui, - lasciami stare.
    Trovarono  una  tettoia  addossata  a  un casolare,  e vi passarono la
    notte,  tenendosi abbracciati per scaldarsi.  Li svegli lo  scampanio
    del paese in festa, che il sole era gi alto. Mentre andavano per via,
    guardando la gente che usciva vestita in gala,  scorsero in piazza don
    Tinu il merciaiuolo,  colle sue scarabattole digi  in  mostra,  sotto
    l'ombrellone rosso.
    -  Signore  don Tinu,  - gli disse Grazia tutta contenta.  Benvenuto a
    vossignoria!
    Don Tinu si accigli e rispose: - O tu chi sei? Io non ti conosco.-
    La fanciulletta  si  allontan  mogia  mogia.  Ma  don  Tinu  vide  il
    ragazzetto, che guardava da lontano timoroso, e gli disse:
    - Tu sei quello dell'osteria del Pantano. Ti conosco.
    - Sissignore, don Tinu, - rispose Nanni col sorriso incerto.
    E tutto il giorno gli ronz intorno, affamato, sul marciapiede. Quando
    vide che don Tinu raccoglieva la sua mercanzia, e stava per andarsene,
    si fece animo, e gli disse:
    - Se mi volete con voi, vossignoria, io vi porter la roba.
    - Va bene, - rispose don Tinu. - Ma la tua compagna lasciala stare pei
    fatti suoi, ch non ho pane per tutti e due.
    Grazia  scorata  si  allontan  passo  passo,   colle  mani  sotto  il
    grembiule,  e poi si mise a guardare tristamente dall'altra cantonata,
    mentre  Nanni  se  ne  andava  dietro  al merciaiuolo,  curvo sotto il
    carico.

    Un buon diavolaccio, quel don Tinu.  Sempre allegro,  anche quando gli
    lasciava  andare  una  pedata  o  uno  scapaccione.   In  viaggio  gli
    raccontava delle barzellette per smaliziarlo e ingannare la noia della
    strada a piedi.  Oppure gli insegnava a tirar di coltello,  in qualche
    prato fuori mano. - Cos ti farai uomo, - gli diceva.
    Giravano  pei villaggi,  dappertutto dov'era la fiera.  Schieravano in
    piazza la mercanzia,  su di una panchetta,  e vociavano  nella  folla.
    C'erano  trecconi,  bestiame,  gente vestita da festa;  e il Zanno che
    faceva vedere  l'Ecceomo,  e  si  sbracciava  a  vendere  empiastri  e
    medaglie  benedette,  a  strappare  denti,  e a dire la buona ventura,
    ritto su di un trespolo,  in un mare di  sudore.  I  curiosi  facevano
    ressa intorno,  a bocca aperta,  sotto il sole cocente.  Poi veniva il
    santo colla banda,  e lo portavano  in  processione.  Dopo,  tutta  la
    giornata, le donne stavano sugli usci, cariche d'ori, sbadigliando. La
    sera accendevano la luminaria e facevano il passeggio.
    Don Tinu ripeteva:
    - Se restavi alla chiatta con tuo padre,  le vedevi tutte queste cose,
    di'?

    Capitarono anche una volta al paese di  Nanni,  il  quale  non  ci  si
    raccapezzava pi,  dopo tanto tempo,  e passando davanti alla sua casa
    vide un ballatoio che  non  ci  era  prima,  e  della  gente  che  non
    conosceva,  e  vi  stava pei fatti suoi.  Cerc anche dei parenti.  Il
    fratello, Pierantonio, era lontano, camparo alle Madonie, laggi verso
    la marina; e la sorella,  Benedetta,  s'era maritata,  un buon partito
    che  le  aveva  procurato comare Stefana,  dotandola coi suoi denari e
    facevano tutti una famiglia, in una bella casa nuova, col terrazzino e
    il letto col cortinaggio,  che quasi non  volevano  lasciarvi  entrare
    quel vagabondo.
    Pure donna Stefana,  per politica,  come seppe chi era e donde veniva,
    gli fece dar colazione,  pane vino e companatico,  in un angolo  della
    tavola, che egli subito disse grazie, perch le due donne sembrava che
    gli contassero i bocconi, sua sorella ritta sull'uscio, colle mani sul
    ventre, e l'orecchio teso per sentire se capitava il marito, guardando
    di  sottocchio donna Stefana come fosse sulle spine.  - No e s,  s e
    no.  - Le parole cascavano di bocca,  e il pane e il companatico pure.
    Toccarono  appena  del babbo e del fratello che erano lontani,  uno di
    qua e l'altro di l,  e tacquero subito perch poco avevano  da  dire,
    dopo  tanto  che non si erano visti.  Benedetta anzi non aveva neppure
    conosciuto il babbo, come fosse figlia del peccato.
    - Questa povera orfanella,  - disse forte donna Stefana,  non ha avuto
    nessuno al mondo, n amici n parenti. Dillo tu stessa, figliuola mia.
    Se non ero io, come restavi al mondo?
    Benedetta  disse  di s,  con un'occhiata riconoscente.  Poi guard il
    fratello, e chin gli occhi.  Infine gli chiese se contava di fermarsi
    molto  in  paese,  dandogli del voi,  sempre cogli occhi bassi.  Donna
    Stefana invece gli ficcava addosso  i  suoi,  quasi  volesse  frugarlo
    sotto  i panni,  con certe occhiate sospettose che covavano le posate.
    Appena fuori dell'uscio si sent dar tanto  di  catenaccio  dietro  le
    spalle.
    -  Queste son cose che succedono,  - disse poi don Tinu,  quando seppe
    com'era andata la visita alla sorella. - Il mondo  grande, e ciascuno
    va pei fatti suoi.

    Andavano pel mondo, di qua e di l,  per fiere e per villaggi,  sempre
    colla  roba in collo,  sicch infine una volta capitarono a Primosole,
    dopo tanto tempo.  - Ora ti faccio vedere tuo  padre,  s'  ancora  al
    mondo, - disse don Tinu. Nanni non voleva, fra la vergogna e la paura;
    ma il merciaio soggiunse:
    - Lascia fare a me, che le cose le so fare.
    E  and  avanti  a  prevenire  compare  Cosimo ch'era sempre l,  alla
    chiatta,  su di un piede come le gru.  -  Ecco  vostro  figlio  Nanni,
    compar Cosimo, che  venuto apposta per baciarvi le mani.
    Lo zio Cosimo aveva la terzana,  e stava l,  al sole, appoggiato alla
    fune, col fazzoletto in testa, aspettando la febbre.  - Che il Signore
    t'accompagni, figliol mio, e ti aiuti sempre!
    Adesso  ch'era  stremo di forza,  gli venivano i lucciconi agli occhi,
    vedendo che bel pezzo di ragazzo s'era  fatto  il  suo  Nanni.  Costui
    narrava pure di Benedetta e del fratello,  ch'era stato a cercarli;  e
    il padre, tutto contento, scrollava, tentennava il capo,  colla faccia
    sciocca.  Una  miseria,  in quella chiatta: Ventura partito per cercar
    fortuna altrove;  Mangialerba pi che mai  sotto  i  piedi  della  sua
    donnaccia,  becco  e bastonato,  e l'Orbo sempre lo stesso,  attaccato
    alla fune come un'ostrica e allegro come un uccello,  che cantava  nel
    silenzio della malaria, guardando il cielo cogli occhi bianchi.
    - Con me vostro figlio girer il mondo, e si far uomo.
    Ripeteva don Tinu. Anche lo zio Antonio, poveretto, non era pi quello
    di  prima,  e  stava  l,  sull'uscio  dell'osteria,  inchiodato dalla
    paralisi sulla scranna,  a salutar la gente che passava,  colla faccia
    da minchione, per tirare gli avventori.
    - Benedicite,  vossignoria. Che non mi riconoscete pi, zio Antonio? -
    gli disse il  merciaiuolo  fermandosi  a  salutarlo.  Lo  zio  Antonio
    accennava  di  s  col capo,  come pulcinella.  Allora don Tinu trasse
    fuori  un  bel  sigaro  e  glielo  mise  nelle  mani   che   tremavano
    continuamente, posate sulle ginocchia.
    Ma l'altro scosse il capo, accennando di no, che non poteva. Don Tinu,
    per cortesia,  gli chiese infine di sua moglie,  e di comare Filomena,
    che non si vedevano,  nell'osteria deserta;  e il vecchio,  colle mani
    tremanti, accenn di qua e di l, lontano, verso il camposanto e verso
    la citt.
    Per  bere  un sorso,  dovettero sgolarsi a chiamare un ragazzaccio che
    compare Antonio s'era tirato in casa,  onde fare andare  l'osteria,  e
    arriv dall'orticello abbandonato,  tutto sonnacchioso, fregandosi gli
    occhi,  insaccato in un giubbone vecchio dello  zio  Antonio  che  gli
    arrivava alle calcagna.
    -  Abbiamo fatto un'opera di carit,  - osserv don Tinu nel pagare il
    vino bevuto. - Statevi bene, compare Antonio.

    Cos era fatto don Tinu, colle mani sempre aperte, quando ne aveva,  e
    il cuore pi aperto ancora.  Gli piaceva ridere e divertirsi,  e aveva
    amici e conoscenti in ogni luogo.  Spesso lasciava Nanni  al  negozio,
    diceva  lui,  e correva a godersi le feste di qua e di l colle comari
    (aveva comari da per tutto).  Appena arrivava in un paese lo mandavano
    a chiamare di nascosto,  e gli facevano trovare il desco apparecchiato
    dietro l'uscio,  mentre i loro uomini erano  alla  processione,  colla
    testa  nel  sacco.  Finch  una  volta,  per  la  festa del Cristo,  a
    Spaccaforno,  lo portarono a casa su di una  scala,  come  un  Ecceomo
    davvero.
    Era  stata  Grazia che era venuta a chiamarlo: - Signore don Tinu,  vi
    aspettano dove sapete vossignoria.
    Don Tinu esitava, grattandosi la barba. Non che avesse paura,  no.  Ma
    quella  ragazza  allampanata  gli  portava  la  jettatura,   c'era  da
    scommettere. Lei intanto rimaneva sull'uscio della bottega, sorridendo
    timidamente,  col viso nella mantellina rattoppata.  Nanni che  da  un
    pezzo non la vedeva, le disse:
    - O tu come sei qui?
    - Son venuta a piedi,  - rispose Grazia,  tutta contenta che le avesse
    parlato.  - Son venuta a piedi da Scordia e Carlentini,  perch laggi
    morivo di fame. Ora fo i servizi a chi mi chiama.
    S'era  fatta  grande,  tanto  che  la  vesticciuola  sbrindellata  non
    arrivava a coprirle del tutto le gambe magre;  colla  faccia  seria  e
    pallida  di  donna  fatta che ha provato la fame: e due pesche fonde e
    nere sotto gli occhi.
    Nanni che stava leccando col pane il piatto di don Tinu le disse:
    - Te'; ne vuoi? - Ma Grazia si vergognava a dir di s.
    - Io sto con don Tinu, e faccio il merciaiuolo, - aggiunse Nanni.
    Ad un tratto egli si fece serio, guardandola fiso.
    - Entra!
    La ragazza esitava, intimidita da quegli occhi. Nanni ripet:
    - Entra, ti dico! sciocca!
    E la tir pel braccio chiudendo l'uscio. Ella obbediva tutta tremante.
    Poi gli butt le braccia al collo.
    - Tanto tempo che ti volevo bene!
    E ricominci a narrar la storia del suo misero vagabondaggio; la fame,
    il freddo,  le notti senza ricovero,  gli stenti e  le  brutalit  che
    aveva  sofferto;  seduta  sulla  balla della mercanzia,  colla schiena
    curva, le braccia abbandonate sulle ginocchia, ma gli occhi lucenti di
    contentezza adesso,  e una gran gioia che le si  spandeva  infine  sul
    viso sbattuto e scarno.
    - Sai,  tanto tempo che ti volevo bene!  Ti rammenti?  quando andavamo
    insieme per l'erbe  della  minestra  a  Primosole?  e  l'isolotto  che
    lasciava il fiume quando era magro? e quella notte che abbiamo dormito
    insieme dietro un muro, sulla strada di Francofonte? Poi, quando tu te
    ne  sei  andato con don Tinu,  e non sapevo che fare n dove andare...
    Quella donna che  vendeva  i  fichidindia,  vedendomi  ogni  giorno  a
    frugare nel mondezzaio, fra le bucce e i torsi di lattuga, mi dava ora
    una crosta di pane ed ora qualche cucchiaio di minestra.  Ma essa pure
    dovette andarsene, quando fin il tempo dei fichidindia,  ed io partii
    con  quello  che  faceva gente per la raccolta delle ulive,  laggi al
    Leone.  Presi le febbri e  mi  mandarono  all'ospedale.  Dopo  non  mi
    vollero pi perch dicevano che mi mangiavo il pane a tradimento. Sono
    stata  anche  a dissodare,  dov'hanno fatto quella gran piantagione di
    vigne, al Boschitello; e ho lavorato allo stradone, e ci sarei tuttora
    a mangiar pane, se non fosse stato pel soprastante...
    S'interruppe,  facendosi rossa,  e guard Nanni timorosa.  Ma a costui
    non gliene importava nulla. Le disse solo:
    - Vattene ora, ch sta per tornare il mio padrone.
    La poveretta si lasciava spingere verso l'uscio,  col capo chino sotto
    la mantellina rattoppata, balbettando:
    - Non ci ho colpa,  ti giuro,  per la Madonna Addolorata!  Cosa potevo
    fare?  Egli  era il padrone.  Tu non c'eri pi!...  Non sapevo dov'eri
    nemmeno...
    -  S,  s,  va  bene.   Adesso  vattene,   ch  sta  per  venire  don
    Tinu,ripeteva lui allungando il collo fuori dell'uscio, di qua e di l
    della straduccia,  come un ladro.  Infine la ragazza se ne and adagio
    adagio, rasente al muro.

    Poco dopo portarono a casa il merciaiuolo colle ossa rotte; ch lo zio
    Cheli per combinazione tornando prima del  solito  aveva  trovato  don
    Tinu che gli faceva il pulcinella in casa.
    Il Zanno nel medicare il merciaiuolo andava predicando:
    - Coi villani ci vuole prudenza,  don Tinu caro!  ch son peggio delle
    bestie. Vetturali poi, Dio liberi!...
    Ogni volta,  quando gli capitava male,  don Tinu si sfogava  dopo  col
    ragazzo,  a  calci  e scapaccioni;  tanto che agli strilli accorrevano
    l'oste e i viandanti, e il Zanno gli diceva:
    - Non gli dar retta,  figliuol mio,  perch il tuo padrone  dev'essere
    ubriaco.
    Il  Zanno invece se voleva ubriacarsi si chiudeva nella sua stanzetta,
    faccia a faccia colla bottiglia.  Non gridava,  non picchiava nessuno,
    sempre  con  quel  risolino  di  prete sulla faccia magra;  e le donne
    venivano a cercarlo a casa sua di soppiatto,  verso sera,  imbacuccate
    sino al naso, e chiudeva a catenaccio. Tutto il giorno sempre allegro,
    a  strappar  denti  senza dolore,  vendere empiastri e intascar soldi.
    Nanni quando lo incontrava per le piazze,  nelle bettole,  andando  di
    qua e di l per fiere e per paesi, gli ripeteva:
    - Vi rammentate,  vossignoria,  quando mi diceste se volevo venire con
    voi a fare il Zanno,  quella volta  che  mor  lo  zio  Carmine,  allo
    stallatico del Biviere?
    Il  Zanno fingeva di non capire,  perch non voleva aver questioni con
    don Tinu; ma infine, messo alle strette, si lasci scappare:
    - Be',  se il tuo padrone ti manda via,  io non  ci  ho  difficolt  a
    pigliarti con me.
    Nanni se la leg al dito;  e la prima volta che il merciaio si sciolse
    la cinghia per menargli la solfa addosso, gli disse brusco:
    - Don Tinu,  lasciatela stare  la  cinghia,  vossignoria,  ch  se  no
    stavolta finisce male.
    - Ah, carogna! e rispondi anche! Ti far vedere io come finisce! ...
    - Lasciate stare la cinghia, don Tinu, o finisce male, vi ho detto.
    E mise la mano in tasca.
    Don  Tinu  ch'era  stato  il suo maestro e gli vide la faccia pallida,
    mut subito registro:
    - Ah,  cos rispondi al tuo padrone?  Ora ti  lascio  morir  di  fame.
    Pigliati la tua roba, e via di qua.
    Nanni raccolse i quattro cenci nel fazzoletto e conchiuse:
    - Benedicite a vossignoria.
    E se ne and a trovare il Zanno.
    -  Bada  che qui si guarda e non si vede: si ode e non si sente: si ha
    bocca e non si parla;  - gli disse il Zanno per prima  cosa.-  Se  hai
    giudizio  starai bene;  se hai la lingua lunga andrai a darla ai cani,
    come quel re che aveva le orecchie lunghe e non poteva tenere una cosa
    sullo stomaco.  Io non faccio chiacchiere n chiassi come Tinu,  bada!
    Marcia, torna e sparisci! E bravo chi ti trova!

    Menavano una vita allegra,  ma sempre coll'orecchio teso e un piede in
    aria. Di notte, se picchiavano all'uscio,  era un lungo tramesto,  un
    ciangottare  dietro  l'uscio,  un  andare  e venire prima di tirare il
    catenaccio.  Poi Nanni udiva il suo padrone che parlava  con  qualcuno
    sottovoce  nell'altra  stanza,  e  pestare  nel mortaio;  oppure erano
    strilli e pianti soffocati. Una notte, che non poteva chiudere occhio,
    vide dal buco della serratura il Zanno che intascava dei soldi,  e una
    che  gli  parve Grazia,  pallida come la cera vergine,  la quale se ne
    andava barcollando.
    Ma il Zanno,  appena gli chiese se era davvero Grazia,  mont in furia
    come una bestia.
    -  Tu  sei  troppo  curioso,  figliuol  mio,  e un giorno o l'altro ti
    finisce male.
    E gli fin male davvero, per un altro motivo. Un giorno,  per la festa
    dell'Immacolata,   appena   rizzarono  il  trespolo  sulla  piazza  di
    Spaccaforno,  vennero gli sbirri e li acciuffarono tutti e due,  cogli
    unguenti  e  gli  elisiri,  e  li  portarono  al  Criminale,  accusati
    d'infanticidio.  Ma  allorch  il  Zanno  vide  Grazia  sullo  scanno,
    accusata  insieme a loro si mise a giurare e spergiurare colle mani in
    croce che non l'aveva mai vista n conosciuta, com' vero Iddio!
    Ma c'erano testimoni che avevano visto quella ragazza con Nanni  tempo
    fa,  quando  egli  era  passato  un'altra volta da Spaccaforno con don
    Tinu,  il merciaio,  nella settimana santa,  anzi  egli  aveva  chiuso
    l'uscio. Grazia, pi morta che viva, balbettava:
    - Signor giudice,  fatemi tagliare la testa,  ch sono una scellerata.
    Prima feci il peccato e poi non seppi far la penitenza.
    Era stato per la disperazione, dacch tutti la scacciavan come un cane
    malato...  e per la vergogna anche...  S,  perch no?  dopo che Nanni
    l'aveva mandata via,  e cominciava a capire il male che aveva fatto...
    Fu una notte, nel casolare abbandonato dietro il ponticello, che prima
    serviva pei lavoranti della strada...  Una notte che pioveva...  e  le
    pareva di morire l sola e abbandonata...  E non sapeva come fare, con
    quella creaturina abbandonata al par di lei...  Poi,  quando non l'ud
    pi vagire,  e la vide tutta bianca, si strascin sino al burrone, l,
    nella cava delle pietre, e l'avvolse nel grembiule prima, povere carni
    tenere d'innocente!...  Ma Nanni non sapeva nulla...  Non s'erano  pi
    visti...  Potevano andare loro stessi,  a vedere, l, nella cava delle
    pietre, vicino al casolare, gi dal ponticello...
    Cos Grazia and in galera,  ma loro se la cavarono colla  sola  paura
    della forca il Zanno e l'aiutante;  per il primo fece voto a Dio e al
    Cristo di Spaccaforno che giovani non  ne  voleva  pi  alla  cintola,
    com' vero Ges Sacramentato!

    Nanni  gir  ancora  un  po' di qua e di l,  finch spinto dalla fame
    torn a Primosole, dove almeno ci aveva qualcuno.  Trov che suo padre
    era  sotto  terra,  e l'Orbo guidava lui la chiatta,  asciutto come un
    osso.
    Giusto c'era Filomena,  che cominciava a farsi vecchia  e  nessuno  la
    voleva per quella storia di don Tinu, e le altre che si erano scoperte
    dopo, la quale gli diceva ogni volta:
    - Io ci ho la mia roba, grazie a Dio, e il marito che volessi prendere
    starebbe come un principe.
    L'Orbo, che faceva da mezzano, per un bicchier di vino, aiutava:
    - L'ho vista io con questi occhi.
    -  Per  me,  -  rispose  alfine Nanni,  - se voi siete contenta,  sono
    contento io pure.
    E si fece il  nido  come  un  gufo.  Di  correre  il  mondo  ne  aveva
    abbastanza  ora,  e  badava  a  mangiare  e  bere  colla  moglie e gli
    avventori,  che tenevano allegra la casa e lasciavano  dei  soldi  nel
    cassetto. Ogni tanto gli portavano la notizia:
    - Sapete, zio Giovanni? vostro fratello gli  successo un accidente.
    Oppure:
    - Gn Benedetta, vostra sorella, ha avuto un altro maschio.
    Tale e quale come suo padre,  che aveva messo radici a Primosole, dopo
    che era rimasto zoppo,  e venivano a dirgli sin l quel che  succedeva
    al mondo di qua e di l.  Un giorno, dopo anni ed anni, in mezzo a una
    torma di mietitori,  vide passare anche una  vecchia  che  neppure  il
    diavolo  l'avrebbe  pi  riconosciuta,  mangiata  com'era dalla fame e
    dagli strapazzi, la quale gli disse:
    -  Che  non  mi  riconoscete  pi,  compare  Nanni?  Sono  Grazia,  vi
    rammentate?
    Ma  egli la mand subito via,  per paura di Filomena che ascoltava dal
    letto,  come aveva fatto l'altra volta per paura del padrone che stava
    per  venire.  Ora  voleva  godersi  tranquillamente  la  sua pace e la
    provvidenza che il Cielo mandava,  insieme alla moglie che  gli  aveva
    dato Dio.
    E  se  si  trovavano  a passare il Zanno oppure don Tinu,  che ora gli
    portavano rispetto,  e lasciavano anche loro  bei  soldi  all'osteria,
    soleva dire con la moglie, o con chi c'era:
    - Poveri diavoli! Costoro vanno ancora pel mondo a buscarsi il pane!











    IL MAESTRO DEI RAGAZZI.

    La  mattina,  prima  delle  sette,  si  vedeva  passare il maestro dei
    ragazzi, mentre andava raccogliendo la scolaresca di casa in casa: con
    la mazzettina in una mano, un bimbo resto appeso all'altra,  e dietro
    una  nidiata  di  marmocchi,  che  ad  ogni  fermata  si  buttava  sul
    marciapiede, come pecore stracche. Donna Mena, la merciaia, gli faceva
    trovare il suo ALOARDO, gi bell'e ripulito a furia di scapaccioni,  e
    il maestro,  amorevole e paziente,  si strascinava via il monello, che
    strillava e tirava calci.  Pi  tardi,  prima  del  desinare,  tornava
    rimorchiando ALOARDINO tutto inzaccherato,  lo lasciava sull'uscio del
    negozio, e ripigliava per mano il bimbo con cui era venuto la mattina.
    Cos passava e ripassava quattro volte al  giorno,  prima  e  dopo  il
    mezzod,  sempre  con  un  ragazzetto  svogliato  per mano,  gli altri
    sbandati dietro, d'ogni ceto,  d'ogni colore,  col vestitino attillato
    alla  moda,   oppure  strascicando  delle  scarpacce  sfondate;   per
    tenendosi accosto invariabilmente lo scolare che stava pi  vicino  di
    casa,  sicch  ogni mamma poteva credere che il suo figliuolo fosse il
    preferito.
    Le mamme lo conoscevano tutte;  dacch erano al mondo l'avevano  visto
    passare  mattina  e  sera,  col cappelluccio stinto sull'orecchio,  le
    scarpe sempre lucide, i baffetti come le scarpe, il sorriso paziente e
    inalterabile nel viso disfatto di libro vecchio; senza altro di stanco
    che il vestito mangiato dal sole e dalla spazzola, sulle spalle un po'
    curve.

    Sapevano  pure  che  era  un  gran  cacciatore  di  donne;   da  circa
    quarant'anni,  dacch andava su e gi per le strade mattina e sera, al
    pari di una chioccia coi suoi pulcini,  era sempre col naso  in  aria,
    agitando  la  mazzettina  a  guisa  di  uno  zimbello,  come  un  vero
    uccellatore, in cerca di un'innamorata - senza ombra di male - una che
    lo guardasse ogni volta che passava,  e tirasse  fuori  il  fazzoletto
    quando egli si soffiava il naso; niente di pi; gli sarebbe bastato di
    sapere che in qualche luogo, vicina o lontana, aveva un'anima sorella.
    Talch  lungo  la  perenne  "via  crucis" di tutti i giorni egli aveva
    delle immaginarie stazioni consolatrici,  delle invetriate che  soleva
    sbirciare  dacch svoltava la cantonata,  e che avevano senso e parole
    soltanto per lui; alle quali aveva visto invecchiare dei visi amati, o
    scomparirne per andare a maritarsi  -  egli  solo  sempre  lo  stesso,
    portando  una  instancabile  giovinezza  dentro di s,  dedicando alle
    figliuole il sentimento che aveva  provato  per  le  madri,  mulinando
    avventure da Don Giovanni nella sua vita da anacoreta.
    Era  come  la conseguenza della sua professione;  l'incarnazione degli
    estri poetici che gli occupavano le ore d'ozio,  la sera,  dinanzi  al
    lume a petrolio,  coi piedi indolenziti nelle ciabatte di cimosa,  ben
    coperto dal pastrano, mentre sua sorella Carolina rattoppava le calze,
    dall'altro lato del tavolinetto, anch'essa con un libro aperto dinanzi
    agli occhi.  Faceva il maestro di scuola per vivere,  ma il  suo  vero
    stato  erano  le  lettere,   sonetti,  odi,  anacreontiche,  acrostici
    soprattutto,  con tutte le sante del calendario a  capoverso.  Portava
    sotto   il   palet   spelato   da  un  capo  all'altro  della  citt,
    strascinandosi dietro la scolaresca, la sacra fiamma dei versi, quella
    che fa cantare le giovinette al  chiaro  di  luna  sul  veroncello,  e
    doveva  farle  pensare  a  lui.  Sapeva  gi,  come se gliela avessero
    confidata,  tutta la curiosit che doveva suscitare la sua persona,  i
    palpiti  che  destava  una  sua occhiata,  le fantasie che si lasciava
    dietro il suo passaggio. Troppo scrupoloso per per abusarne.
    Un giorno, lo rammentava sempre con una dolce confusione interna,  una
    giovinetta  alla  quale  andava  a  dare  lezioni  di bello scrivere a
    domicilio, volle regalargli per la sua festa un bel fiore ch'era in un
    vasetto sulla scrivania,  rosa  o  garofano,  non  si  rammentava  pel
    turbamento che gli aveva fatto velo alla vista.  Glielo presentava con
    un atto gentile, e gli diceva, al vederlo timido e imbarazzato:
    - L'ho tenuto l per lei, signor maestro.
    - No... la prego... Mi risparmi...
    - Come? non lo vuole?
    - Seguitiamo la lezione, di grazia!... Queste non son cose...
    - Ma perch? Che c' di male...
    -  Tradire  la  fiducia  dei  suoi  parenti...   sotto  la  veste   di
    istitutore...
    Allora  la  ragazza  era  scoppiata  in  una  risata cos matta,  cos
    impertinente, che gli squillava ancora nelle orecchie al ripensarci, e
    ancora, dopo tanto tempo,  gli metteva in capo un dubbio,  uno di quei
    lampi  di luce che fanno cacciare il capo sotto il guanciale,  per non
    vederli,  la notte.  Ah,  quelle benedette  ragazze,  chi  arrivava  a
    capirle,  per quanto gli anni passassero!  Esse gli ridevano dietro le
    spalle.  Poi,  dopo molto tempo,  quand'egli passava a prendere i loro
    bimbi,  tirando  in  su  i  baffetti ostinatamente neri,  si sentivano
    intenerire da una certa commozione ripensando al passato,  alle  rosee
    fantasie della prima giovinezza,  che evocava la figura melanconica di
    quell'eterno cercatore di amore.

    - Entrate, don Peppino, il ragazzo sta vestendosi.
    - No, grazie, non importa.
    - Volete aspettare al sole, vossignoria?
    - Ho qui i ragazzi. Non posso lasciarli.
    - Quanti ne avete,  santa pazienza!  Ce ne vorr da  mattina  a  sera,
    tanto tempo che fate quel mestiere!
    - S, un pezzo che ci conosciamo, di vista almeno. Quando lei stava in
    via del Carmine; il terrazzino col basilico. Si rammenta?
    - Si diventa vecchi, don Peppino! Ora abbiamo i capelli bianchi. Parlo
    per me, che ho gi una figliuola da marito.
    - Giusto avevo portato qui una cosuccia per donna Lucietta.  Oggi  la
    sua festa, mi pare.
    - Cos', l'immagine di santa Lucia? No, una poesia! Lucia, Lucia, vien
    qui, guarda cosa t'ha portato il signor maestro.
    - Piccolezze, donna Lucietta, scuser l'ardire.
    - Bello, bello, grazie tante. Guarda che bel foglio, mamma.  Sembra un
    merletto.
    -  Son cose leggiere.  Proprio un ricamino in versi,  come ci vogliono
    per una bella ragazza qual  lei. Piccolezze, sa!
    - Grazie,  grazie.  Ecco Bartolino.  E' mezz'ora che il signor maestro
    t'aspetta, male educato!
    - Guarda,  mamma; ritagliando il bordo della carta tutto in giro se ne
    pu cavare un bel portamazzi, se oggi mi vengono dei fiori.

    La scuola era un grande stanzone imbiancato a calce,  chiuso in  fondo
    da  un  tramezzo  che  arrivava  a  met  dell'altezza,  e al di sopra
    lasciava un gran vano semicircolare e misterioso, il quale dava lume a
    un bugigattolo che  vi  era  dietro.  Accanto  all'uscio  vedevasi  il
    tavolinetto  del maestro,  coperto da un tappetino ricamato a mano,  e
    sopra tanti altri lavori fatti di ritagli: nettapenne, sottolume, e un
    mandarino di lana arancione,  colle sue brave foglioline verdi,  causa
    d'infinite  distrazioni agli scolari.  L'altro ornamento della scuola,
    sulla larga parete nuda dietro il  tavolino,  era  una  cornicetta  di
    carta traforata,  opera industre della stessa mano,  che conteneva due
    piccole fotografie  ingiallite,  i  ritratti  del  maestro  e  di  sua
    sorella,  somiglianti  come  due  gocce  d'acqua,  malgrado i baffetti
    incerati dell'uno,  e la pettinatura grottesca dell'altra: gli  stessi
    pomelli scarni che sembravano sporgere fuori della cornice,  la stessa
    linea sottile delle labbra smunte,  gli stessi occhi appannati,  quasi
    stanchi di guardare perennemente,  dal fondo dell'orbita incavata,  lo
    sbaraglio delle seggiole scompagnate per la scuola;  e tutt'in giro la
    tristezza  delle  pareti  bianche,  macchiate  in  un canto dalla luce
    scialba della finestra polverosa che dava nel cortiletto.
    Di buon mattino, appena il falegname accanto principiava a martellare,
    udivasi pispigliare due voci sonnolente nel bugigattolo oscuro,  e poi
    s'illuminava  il  vano  al di sopra del tramezzo.  Il maestro andava a
    prendere una manata  di  trucioli,  strascicando  le  ciabatte,  tutto
    raggomitolato in un pastrano spelato, e accendeva il fuoco per fare il
    caff. Allora, dietro la finestra appannata, vedevasi salire la fiamma
    del  focolare rannicchiato sotto quattro tegole sporgenti dal muro,  e
    il fumo denso  che  stagnava  nel  cortiletto  cieco.  In  fondo  allo
    stanzino   la  sorella  del  maestro  intanto  cominciava  a  tossire,
    dall'alba.
    Egli andava a prendere le scarpe appoggiate allo  stipite  dell'uscio,
    l'una accanto all'altra, coi talloni in alto, e si metteva a lustrarle
    amorosamente,  mentre faceva bollire il caff, ritto innanzi al fuoco,
    col bavero del pastrano sino alle orecchie.  In seguito  toglieva  dal
    fuoco la caffettiera,  sempre colla mano sinistra,  per pigliare colla
    destra la chicchera  senza  manico  dall'asse  inchiodata  accanto  al
    fornello,  la  risciacquava  nel catino fesso incastrato fra due sassi
    accanto al pozzo, e portava finalmente il lume nel bugigattolo, diviso
    in due da una vecchia tenda da finestra appesa  a  una  funicella.  La
    sorella  si  alzava  a  sedere  sul  letto  in  fondo,  stentatamente,
    tossendo, soffiandosi il naso, gemendo sempre, colle trecce arruffate,
    il viso consunto, gli occhi gi stanchi,  salutando il fratello con un
    sorriso triste d'incurabile.
    - Come ti senti oggi, Carolina? - le chiedeva il fratello.
    - Meglio, - rispondeva lei invariabilmente.
    Intanto il sole sormontava il tetto di faccia alla finestra,  come una
    polvere  d'oro,   in  mezzo  a  cui  balenava  il  volo  dei   passeri
    schiamazzanti. Dietro l'uscio passava lo scampanellare delle capre.
    - Vado pel latte, - diceva don Peppino.
    - S, - rispondeva lei collo stesso moto stracco del capo.
    E cominciava a vestirsi lentamente, mentre il maestro, accoccolato col
    bicchiere in mano, leticava col capraio che gli misurava il latte come
    fosse oro colato.
    Carolina andava a rifare il lettuccio piatto del fratello,  dall'altra
    parte della cortina,  rialzandola tutta nella funicella per dare  aria
    alla  stanza,  come era solita dire;  e si dava a strascicare la scopa
    per la scuola,  adagio adagio,  movendo le seggiole una dopo  l'altra,
    appoggiandosi  al  bastone  della  scopa  per  tossire,  in  mezzo  al
    polvero.
    Il fratello tornava coi due soldi di latte in fondo  al  bicchiere,  e
    due  panetti  nelle  tasche  del  pastrano.  Ripiegavano  un lembo del
    tappetino,  per non  insudiciarlo,  e  sedevano  a  far  colazione  in
    silenzio,  l'uno di qua e l'altra di l del tavolino, tagliando ad una
    ad una  delle  fette  di  pane  sottili,  masticando  adagio,  e  come
    soprapensieri.  Soltanto,  ogni  volta  che  lei tossiva,  il fratello
    rizzava il capo a fissarla in aria inquieta,  e tornava a chinare  gli
    occhi sul piatto.
    Alfine  egli  se  ne  andava  colla  mazzettina  sotto  l'ascella,  il
    cappelluccio sull'orecchio,  i baffetti incerati,  tirando  in  su  il
    colletto della camicia,  infilandosi con precauzione i guanti neri che
    puzzavano d'inchiostro,  seguto passo  passo  dalla  sorella  che  si
    ostinava  a passargli straccamente la spazzola addosso,  covandolo con
    uno sguardo quasi materno,  accompagnandolo dall'uscio con un  sorriso
    rassegnato da zitellona,  che credeva tutte le donne innamorate di suo
    fratello.

    Anch'essa aveva avuto la sua primavera scolorita di ragazza senza dote
    e senza bellezza, quando rimodernava, ogni festa principale, lo stesso
    vestitino di lana  e  seta,  e  architettava  pettinature  fantastiche
    dinanzi allo specchietto incrinato. Oh, le rosee visioni che passarono
    su quella vesticciuola,  mentre essa agucchiava le intere notti! e gli
    sconforti amari che la tormentarono  dinanzi  a  quello  specchio,  al
    quale  si  affacciavano ogni volta inesorabilmente i pomelli ossuti ed
    il naso troppo lungo!  In mezzo al crocchio allegro e civettuolo delle
    altre  ragazze  ella portava sempre come la visione dolorosa della sua
    figura grottesca,  e se ne stava in disparte - per vergogna,  dicevano
    le une, - per orgoglio, dicevano le altre. - Giacch passava anche lei
    per  letterata.  Nello squallore della loro miseria decente le lettere
    avevano messo un conforto, una lusinga,  come un lusso delicato che li
    compensava  della  commiserazione  mal  dissimulata  dei vicini.  Essa
    teneva gelosamente custoditi,  in  belle  copie  tutte  a  svolazzi  e
    maiuscole ornate,  i versi del fratello; e quando egli si era lasciato
    vincere alfine dall'indifferenza generale, dalla stanchezza dell'umile
    e faticoso impiego che doveva fare delle lettere  per  guadagnarsi  il
    pane, essa sola era rimasta una gran leggitrice di romanzi e di versi:
    avventure epiche di cappa e di spada,  casi complicati e straordinari,
    amori eroici,  delitti misteriosi,  epistolari di quattrocento  pagine
    tutte piene di una sola parola, nenie belate al chiaro di luna, dolori
    di  anime in lutto prima di nascere,  che piangevano delusioni future.
    Tutta la sua giovinezza squallida s'era consunta  in  quelle  fantasie
    ardenti,  che le popolavano le notti insonni di cavalieri piumati,  di
    poeti tisici e biondi, di avvenimenti bizzarri e romanzeschi, in mezzo
    ai quali sognava di vivere anche mentre scopava  la  scuola  o  faceva
    cuocere il magro desinare, nel cortiletto cieco che serviva da cucina.
    E  sotto  l'influenza  di  tutto  quel  medio  evo,  la preoccupazione
    dolorosa della sua disavvenenza e della sua povert  manifestavasi  in
    modo  grottesco,  con  ricciolini  artificiosi  sulla  fronte,  trecce
    spioventi sulle spalle,  sgonfi medioevali ai  gomiti  del  vestito  e
    gorgiere inamidate.
    - Che  l'ultimo figurino quello?  - le aveva chiesto un giorno la pi
    elegante e la pi crudele delle sue compagne.
    Lui solo - tanto tempo addietro!  adesso era  impiegato  alla  Pretura
    Urbana  - quanti palpiti!  quanta dolcezza!  quanti sogni!  Ed ora pi
    nulla,  allorch lo  incontrava  per  caso,  carico  di  moglie  e  di
    figliuoli!  Allora era un giovinetto smunto,  con grandi occhi pensosi
    che stavano a guardare i "vortici delle danze" dal vano di  un  uscio,
    come  dall'alto,  da  cento miglia lontano.  Le ragazze lo canzonavano
    anche un po' perch non ballava mai; lo chiamavano "il poeta". Egli da
    lontano inchiodava uno  sguardo  fatale  su  quella  ragazza,  sola  e
    dimenticata  in un cantuccio al par di lui.  Una domenica infine le si
    fece presentare;  le disse con una lunga frase ingarbugliata che aveva
    ambito  l'onore  di  far  la  sua  conoscenza perch "nella festa" era
    l'unica persona con cui si potesse scambiare due parole:  lo  sentiva,
    gliel'avevano  detto: sapeva anche che era una distinta cultrice delle
    lettere...
    "Le danze" giravano giravano "vorticose" in un gran polvero, sotto la
    lumiera a petrolio,  ed essi sembravano cento miglia lontani,  proprio
    come nei romanzi,  mezzo nascosti dietro: la tenda all'uncinetto,  lui
    col cappello sull'anca,  e l'arco della mente teso per ogni parola che
    gli  usciva  di  bocca;  lei  irradiata da quella prima lusinga che le
    veniva da un uomo,  con una nuova dolcezza negli occhi,  attraverso  i
    ricciolini.
    - E' un poema?
    - No, un romanzo.
    - Storico?
    - Oib,  signorina!  Per chi mi piglia? Sa il detto di quel tale: "Chi
    ci liberer dai Greci e dai Romani?..."
    - Genere Manzoni allora?
    - No, pi moderno; stavo per dire pi fine; certo pi nervoso... tutta
    la nervosit del secolo in cui viviamo...
    - E il titolo? si pu sapere almeno?
    - Lei s! - "Amore e morte!"
    - Bello! bello! bello! Ci ha lavorato molto?
    - Saran quattr'anni circa.
    - Perch non lo fa stampare?
    Il giovanotto alz le spalle con un sorriso sdegnoso.
    - Peccato!
    Egli ebbe un lampo negli occhi,  per la risposta che gli  balenava  in
    mente pronta e azzeccata; un lampo che illuse la poveretta:
    - Mi basta questa parola sua, guardi!
    La  Carolina  avvamp  di  gioia;  e  chin il capo,  col petto che le
    scoppiava.
    - Che dice?... Io!... Che dice mai?...
    L'altro,  gonfiandosi nel soprabito anche lui a quella  prima  lusinga
    che  gli  veniva  da  una  donna,  le  lasciava cadere sul capo chino,
    dall'alto del suo colletto inamidato, la confidenza che il trionfo pi
    ambito per uno scrittore  quello di una parola...  una parola sola...
    d'encomio... d'incoraggiamento... che venga da una persona...
    -  PARDON!...   -  s'interruppe  a  un  tratto  tirandosi  bruscamente
    indietro.
    - Gli  arrivata?  - chiese dolente il  padrone  di  casa  che  girava
    coll'annaffiatoio.  - Mi dispiace sa... Facevo perch si soffoca dalla
    polvere. Non le pare?
    Il  poeta   continuava   dicendo   che   era   proprio   una   fortuna
    d'incontrarsi... in mezzo a tanta volgarit invadente...
    - Lei non balla? - domand infine.
    - Io?...
    - Stia tranquilla. Non ballo neppur io. Sa il detto di quel tale: "Non
    capisco  perch cotesto lavoro non lo facciano fare dai domestici!" Ed
     vero infatti. Provi a tapparsi le orecchie, per vedere l'impressione
    grottesca...
    - E' vero,  vero.
    - Sentisse poi che discorsi! Il caldo, la folla,  i lumi...  Quando si
    arriva  a  parlar  delle  acconciature    gi  un  gran progresso.  A
    proposito, lei  messa divinamente... No, no, mi lasci dire,  diversa
    dalle altre; un buon gusto, un'originalit...
    Tese l'arco delle sopracciglia, e le scocc l'ultima frecciata:
    - Insomma l'abito  non  fa  il  monaco;  ma  il  buon  gusto  dice  la
    persona...

    Com'era bello il valzer che sonavano in quel punto! come l'era rimasto
    in cuore tutta la notte! e come lo canticchiava poi a mezzavoce, cogli
    occhi gonfi di lagrime deliziose,  cucendo nel cortiletto oscuro!  Sul
    pilastrino del pozzo i garofani,  che allungavano dal  vaso  slabbrato
    gli  steli  tisici,  s'agitavano  lieve  lieve  al  sole,  e  parevano
    rinascere.  Che pace ora con  se  stessa,  quando  si  guardava  nello
    specchio!  che dolcezza in certi toni della sua voce!  che soavit nel
    raggio della luna che baciava, in alto, il muro dirimpetto! e nell'oro
    del tramonto che scappava dal comignolo del tetto,  e scintillava  sui
    vetri  di  quella  finestra  dove si vedeva alle volte un fanciulletto
    biondo in una scranna a bracciuoli,  immobile per delle  ore!  Vivere,
    vivere,  anche in quel cortiletto triste,  fra quelle quattro mura che
    avevano  una  melanconia  nota  e  quasi   affettuosa,   nelle   umili
    occupazioni  divenute  care,  con  quell'altro mondo fantastico che le
    aprivano i libri, sotto la carezza di quella voce fraterna,  amorevole
    e  protettrice;  e in fondo al cuore poi come un punto luminoso,  come
    una fibra delicata che trasaliva al menomo tocco,  come una gran gioia
    che  aveva bisogno di nascondersi e le balzava alla gola ogni momento,
    come una fede,  come una tenerezza nuova per ogni cosa e ogni  persona
    nota - e l'attesa di quella domenica,  di quel ballonzolo periodico in
    mezzo alla polvere e al puzzo del petrolio,  dove sapeva  di  rivedere
    colui che da otto giorni aveva preso tanta parte nel suo cuore e nella
    sua vita!
    Stavolta le venne incontro appena la vide, con una stretta di mano che
    riannodava  a  un tratto la loro intimit spirituale,  e le si mise al
    fianco,  dietro la tenda all'uncinetto,  colla  destra  nello  sparato
    della  sottoveste,  parlandole sempre di lui,  delle sue inclinazioni,
    dei suoi gusti, delle sue ammirazioni, che erano poche e calde,  della
    sua ambizione,  che toccava il cielo.  Di tratto in tratto, quando gli
    pareva che la ragazza chinasse il capo  stanco  sotto  tutto  quell'IO
    implacabile,  le  accoccava  un  complimento,  come  un  cocchiere  fa
    schioccare la frusta nelle salite.  La giovinetta per chinava il capo
    per  la  commozione,  col  cuore  tutto aperto a quelle confidenze che
    cercavano avidamente l simpatia di lei.  Egli pure,  trascinato dalla
    sua  foga,   eccitato  dalle  sue  frasi  medesime,   si  abbandonava,
    cominciava a sbottonarsi,  a scendere fino ai suoi piccoli  guai:  suo
    padre  che  lo contrariava nelle sue inclinazioni,  nelle tendenze pi
    spiccate del suo  ingegno...  Nei  due  anni  d'universit  non  aveva
    imparato  nulla.  Aveva  scritto soltanto dei versi sulle panche della
    cattedra di Diritto Civile.
    - Un vero parricidio! - osserv Carolina sorridendo.
    Egli  per  la  prima  volta  la  baci  con  un'occhiata  d'ineffabile
    tenerezza.
    -  Carolina!  Carolina!  - chiamava il fratello.  E sottovoce le disse
    all'orecchio: - Bada che tutti ti guardano; sei sempre con colui.  Chi
    ?
    Qua e l,  dietro i ventagli,  e nei crocchi delle ragazze, balenavano
    infatti dei sorrisi mal dissimulati. Ma Carolina,  fiera,  lo present
    al fratello:
    -  Il  signor  Angelo  Monaco,  distinto  poeta,  l'autore di "Amore e
    morte"!
    - So che anche il signore  un chiaro cultore delle lettere!  disse il
    Monaco tendendogli la mano regalmente.

    Il  romanziere  aveva  "sollecitato l'onore" di leggere il manoscritto
    del suo romanzo in casa del maestro "per averne un giudizio illuminato
    e sincero".  Una sera,  dopo la  scuola,  lo  istallarono  dinanzi  al
    tavolinetto  dal  tappetino ricamato,  con due candele accese dinanzi,
    come un giocatore di bussolotti,  don Peppino col capo  fra  le  mani,
    tutto  raccolto  nel disegno di appioppargli alla sua volta la lettura
    dei  propri  versi,  che  si  sentiva  rifiorire  in  petto  gelosi  a
    quell'avvenimento;  la  sorella  digi  commossa  dalla  solennit dei
    preparativi,  la porta chiusa,  le seggiole dei ragazzi  schierate  in
    fila, come per una folla di ascoltatori invisibili.
    Il  manoscritto  era  voluminoso,  circa  mezza risma di carta a mano,
    raccolta in una custodia di marocchino col titolo in oro sul dorso,  e
    legata  con  nastri  tricolori.   L'autore  leggeva  con  convinzione,
    sottolineando ogni parola col gesto,  colla voce,  con certe  occhiate
    che  andavano  a  ricercare  l'ammirazione  in  volto  alla  Carolina,
    pallidissima,  e al fratello di lei,  impenetrabile  dietro  la  palma
    delle  mani;  si  animava  alle sue frasi istesse come un barbero allo
    scrosciare delle vesciche che porta  attaccate  alla  coda;  senza  un
    minuto di stanchezza,  quasi senza bisogno di voltar pagina. Le pagine
    volavano,  volavano,  con un fruscio come di foglie secche  d'autunno,
    nel gran silenzio della notte.  Tutti i rumori della via erano cessati
    uno dopo l'altro. La luna alta si affacciava al finestrino.
    C'era un punto in cui il protagonista del romanzo, disperato,  forzava
    la  consegna  di  uno  stuolo di domestici in gran livrea schierati in
    anticamera,  e andava a bere la  morte  nell'alcova  della  sua  bella
    appena tornata dal ballo, ancora in una nuvola di merletti e di pizzi.
    Egli la bollava con parole di fuoco, voleva offrirle, dea implacabile,
    l'olocausto   del   suo  sangue,   dei  suoi  sensi,   del  suo  amore
    immensurabile,  l ai piedi dell'altare istesso,  su quel  tappeto  di
    Persia, dinanzi a quel letto immacolato. E all'occhiata trionfante che
    faceva punto,  l'autore vide con gioia crudele la sua ascoltatrice che
    piangeva cheta cheta, colla mano dinanzi agli occhi.
    Ei le prese quella mano,  e se la tenne  sulle  labbra  a  lungo,  per
    godere del suo trionfo.
    - Perdonatemi! - mormor poscia.
    Ella scosse il capo dolcemente, e rispose con un filo di voce:
    - No. Sono tanto felice!
    La  luna  dal  finestrino  baciava  la parete dirimpetto,  tacita.  Al
    silenzio improvviso il maestro si dest.

    Angelo Monaco prese a frequentare la casa del maestro,  attratto dalla
    simpatia  che vi trovava,  lusingato da quell'ammirazione fervida,  da
    quell'amore timido e profondo di cui la sua vanit era riconoscente in
    modo da simulare alle  volte  un  ricambio  dello  stesso  sentimento.
    Carolina aspettava felice, tutta piena di una vita nuova in mezzo alle
    solite  modeste  occupazioni,  sorpresa  da batticuori improvvisi,  da
    dolcezze inesplicabili, per un nulla,  per taluni avvenimenti consueti
    che  prima non le avevano detto cosa alcuna,  beandosi di uno sguardo,
    di un sorriso,  di  una  parola,  di  una  stretta  di  mano  di  lui,
    trepidante  all'ora  in  cui  egli  soleva  venire,  commossa  da  una
    tenerezza  ineffabile  quando  vedeva  il  raggio   della   luna   sul
    finestrino,  ogni  quintadecima,  al sentire la campana dell'avemaria,
    l'organetto che passava,  la voce del fratello che pronunziava il  suo
    nome,  turbata  solo da un imbarazzo insolito e da una nuova tenerezza
    per lui. Anch'egli le sembrava cambiato.  Da qualche tempo la trattava
    con una dolcezza affettuosa e quasi triste,  con un riserbo discreto e
    pietoso.  Un giorno  finalmente,  al  momento  di  uscire  insieme  ai
    ragazzi,  col cappelluccio in testa e la mazzettina in mano, la chiam
    in disparte, dietro la cortina rossa:
    - ... Sai, Carolina...  Sta per ammogliarsi...  No!  senti!  Coraggio,
    coraggio!... Guarda che io ho l i ragazzi... Perdonami se ti ho fatto
    dispiacere!...  Toccava a me il dirtelo...  Sono tuo fratello,  il tuo
    Peppino!...
    Ella usc nello stanzone, barcollante,  come si sentisse soffocare,  e
    balbett dopo un momento:
    - Come lo sai? Chi te l'ha detto?
    -  Masino,  quel  ragazzo,  il  figlio  del  caffettiere.  Oggi,  come
    l'incontrammo per caso, e vide che lo salutavo,  mi ha detto che sposa
    sua sorella.
    - Vai,  vai, - disse la poveretta respingendolo colle mani tremanti. -
    I ragazzi aspettano.
    E fu tutto.  Ella non aggiunse una parola,  non gli mosse un  lamento.
    L'ultima volta che la vide, Angelo la trov cos afflitta, cos chiusa
    nel suo dolore,  che ne indovin il motivo. Sull'uscio del cortiletto,
    cogli occhi rivolti a quello spicchio di  cielo  e  una  lagrima  vera
    negli occhi,  egli le disse addio,  commosso dall'accento suo istesso.
    Il giorno dopo le scrisse  una  lettera  tutta  fremente  da  un  rigo
    all'altro  d'amore  e  di  disperazione,  la  prima in cui le parlasse
    d'amore,   per  dirle  che  il  suo  era  fatale  e  doveva  immolarlo
    sull'altare  dell'obbedienza  filiale.  "Siate  felice!  siate felice!
    lontana o vicina,  in vita e in  morte!...  "  Fu  la  sola  "missiva"
    d'amore  che  ella  ricevesse,  e  la  custod gelosamente fra i fiori
    secchi ch'ei le aveva donati,  e i nastri  scoloriti  che  portava  il
    giorno in cui si erano incontrati per la prima volta.
    Poi,  stanca, aveva riversato sul fratello le sue illusioni giovanili;
    rifacendo per lui i castelli in aria in  cui  erano  passati  i  sogni
    ardenti  della  sua vita claustrale;  subendo,  sotto altra forma,  le
    stesse calde allucinazioni che le  erano  rimaste  di  tante  bizzarre
    letture,  nelle  quali  si  era consunta la sua giovinezza,  dietro il
    tramezzo della scuola,  com'era morto il geranio che aveva  agonizzato
    dieci anni nel cortiletto senza sole. Una volta era stata una rosa che
    essa aveva sorpreso nel portapenne della scrivania,  e s'era sfogliata
    senza che lei osasse  toccarla,  lasciandole  un  grande  sconforto  a
    misura  che le foglioline si sperdevano nella polvere.  Un'altra volta
    un bigliettino profumato,  visto alla  sfuggita  sul  tappetino  della
    scrivania,   scomparso  subito  misteriosamente,   che  l'aveva  fatta
    almanaccare  un  mese,  turbandola  anche,  mentre  stava  chiuso  nel
    cassetto,  col suo odore sottile,  finch le era caduto un'altra volta
    sotto gli occhi,  fra le cartacce inutili buttate via nel cortiletto -
    la  stessa  corona  dorata  in  cima  al  foglio profumato,  lo stesso
    carattere elegante con cui un ragazzo si faceva  scusare  dalla  mamma
    non so quale mancanza.

    Un  giorno  infine  il  romanzo sembr disegnarsi,  al giungere di una
    superba bionda che era venuta a prendere un ragazzetto pallido in  una
    carrozza  signorile,  riempiendo tutta la scuola del frusco della sua
    veste,  del profumo del suo fazzoletto,  del suono armonioso della sua
    voce  fresca e ridente come un raggio di sole che avesse abbarbagliato
    maestro e discepoli. La povera zitellona per molti giorni ancora, alla
    stessa ora,  aveva aspettata la bella seduttrice,  nascosta dietro  la
    tenda  del  tramezzo,  col cuore che le batteva forte,  sconvolta sino
    alle viscere  e  come  violentata  da  un  delizioso  segreto,  da  un
    turbamento  strano,  in  cui  si  mescevano  una  tenerezza  nuova pel
    fratello,  un senso di vaga gelosia,  e una contentezza,  un  orgoglio
    segreto.
    Erano reticenze discrete,  silenzi pudichi, imbarazzi scambievoli, per
    un cenno,  per una parola,  per un'allusione lontana che  cadesse  nel
    discorso, mentre sedevano a tavola, l'uno di qua e l'altra di l di un
    lembo  del  tappetino  ripiegato,  mentre rifacevano tutti i giorni la
    stessa  conversazione  vuota  e  insignificante  del  giorno  innanzi,
    ripetendo le stesse frasi monotone che compendiavano la loro esistenza
    scolorita  ed  uniforme,   a  voce  bassa,  con  una  certa  timidezza
    vergognosa.
    Egli chinava il capo arrossendo, come sorpreso sul fatto; e giurava di
    no facendo una scrollatina di spalle, gongolando dentro di s,  con un
    sorrisetto di vanagloria che gli tremolava sulle labbra.
    Alle volte,  in un'effusione improvvisa di tenerezza riconoscente,  le
    posava la destra sul capo,  con quello stesso sorrisetto discreto  che
    pareva dicesse:
    - Stai tranquilla, scioccherella!
    Per,  nella  rettitudine istintiva della sua coscienza,  la zitellona
    sentiva nascere una ripugnanza, un'inquietudine dolorosa per tutto ci
    che  dovea  esserci  di  losco  e  di  pericoloso  in   quel   romanzo
    clandestino.  Allora  correva a buttarsi ai piedi del confessore,  nel
    nuovo fervore religioso in cui si era rifugiata quando  aveva  provato
    il  pi  gran dolore della sua giovinezza,  lo sconforto e l'abbandono
    d'ogni lusinga terrena, e domandava perdono per la dolce colpa che lei
    non aveva commesso,  faceva la penitenza del peccato  immaginario  che
    era  nella  sua  casa.  E calda ancora di quel fervore vi attingeva il
    coraggio per esortare il fratello a rientrare nel retto  sentiero  con
    delle allusioni velate,  delle insinuazioni discrete,  un'effusione di
    tenerezza timida e quasi materna.
    - Peppino! - gli disse infine, - dovresti darmi una gran consolazione.
    Dovresti risolverti a prender moglie.
    Egli rizz il capo, sorpreso prima,  e poscia lusingato dalla proposta
    che gli toglieva vent'anni d'addosso, obbiettando col medesimo ingenuo
    entusiasmo  della  sua  prima giovinezza che "il matrimonio  la tomba
    dell'amore", per farsi pregare ancora.
    - Dammi retta, Peppino!... Poi,  quando non sarai pi in tempo,  te ne
    pentirai!...
    Egli si ostinava a scrollare il capo,  lusingato internamente di poter
    rifiutare per la prima volta;  senza notare l'espressione dolorosa che
    c'era nell'accento della povera zitellona.
    -  No,  non  mi  lascio  pescare.  Stai tranquilla.  Amo troppo la mia
    libert!
    Ella provava un senso strano di  simpatia,  di  commiserazione,  e  di
    rancore  per  quel fanciulletto esile e pallido che la dama bionda era
    venuta a cercare,  e che supponeva fosse il complice  innocente  della
    loro  tresca.  Lo  covava  cogli occhi da lontano,  nascosta dietro la
    tenda,   come  egli  portasse  alla  scuola,   nei  sereni  lineamenti
    infantili,   un  riflesso  delle  seduzioni  tentatrici  della  mamma,
    inquieta se lo scolaretto mancava qualche volta, almanaccando tutto un
    romanzo domestico dai menomi atti del  ragazzo  inconsapevole.  Se  lo
    chiamava vicino,  quando poteva farlo da solo a solo,  lo accarezzava,
    lo interrogava, gli faceva qualche regaluccio insignificante, attratta
    e ripugnante nello stesso tempo dalla sua grazia infantile.  Un giorno
    il fanciulletto, tutto contento, le disse:
    - Dopo le vacanze non vengo pi a scuola.
    Ella gli chiese il perch, balbettando.
    - La mamma dice che ora son grande. Andr in collegio.
    Cos termin anche quel romanzo.  Ella ne prov come un gran sollievo;
    ma nello  stesso  tempo  un  dubbio,  uno  sconforto  amaro,  sentendo
    dileguarsi anche le ultime illusioni che aveva collocate sul fratello.

    Il male che la rodeva da anni e anni la inchiod infine nel letto.  Il
    povero maestro non ebbe pi un'ora di pace: sempre in  faccende  anche
    nei  brevi  istanti  che  la  scuola  gli  lasciava liberi,  scopando,
    accendendo il fuoco,  rifacendo i letti,  correndo dal medico e  dallo
    speziale,   coi  baffi  stinti,  le  scarpe  infangate,  il  viso  pi
    incartapecorito ancora.  Le vicine,  mosse a compassione,  venivano  a
    dare  una  mano,  ora l'una ed ora l'altra: donna Mena,  la vedova del
    merciaio,  con tutti gli ori addosso,  come  se  andasse  a  nozze;  e
    l'Agatina del falegname,  lesta di mano e sempre allegra, che riempiva
    della sua gaia giovinezza la povera casa  triste;  talch  il  vecchio
    scapolo  era  tutto  scombussolato  da  quelle  gonnelle  che  gli  si
    aggiravano per casa, tentato,  anche in mezzo alle sue angustie,  come
    da un ritorno di giovinezza, da sottili punture nel sangue e al cuore,
    che gli cocevano poi come un rimorso, nelle ore nere.

    - Meglio, meglio. Ha riposato.
    Il  poveraccio,  al  trovare  quella  buona  notizia sulla soglia,  le
    afferr la mano tremante, e la baci.
    - Oh, donna Mena! Che consolazione!
    Essa gli fece segno di tacere, e lo condusse in punta di piedi a veder
    l'inferma, che riposava con una gran dolcezza sul viso, gi lambito da
    ombre funebri. E come se la dolcezza di quell'istante di tregua gli si
    fosse comunicata,  affranto dall'angoscia che aveva trascinato insieme
    ai suoi ragazzi da un capo all'altro della citt,  egli cadde a sedere
    sulla seggiola dietro la cortina,  senza lasciare  la  mano  di  donna
    Mena,  che la svincol adagio adagio. La stanza era gi oscura, con un
    senso di intimit misterioso e triste.
    Ad un tratto la sorella svegliandosi lo chiam,  quasi lo sentisse l;
    e  per  la  prima  volta  egli accendendo il lume si trov imbarazzato
    dinanzi  a  lei,  accanto  a  un'altra  donna.  Era  stata  una  crisi
    terribile;  la  prima  lotta  colla morte che gi abbrancava la preda.
    L'inferma,  tornata in s,  guardava il lume,  le pareti,  il viso del
    fratello con certi occhi attoniti, in cui c'era ancora come la visione
    di  terrori  arcani,  e  lo accarezzava col sorriso,  col soffio della
    voce, colla mano tremante, in un ritorno di tenerezza ineffabile,  che
    si attaccava a lui come alla vita.
    E  allorch  furono  soli,  gli  disse pure con quell'accento e quello
    sguardo singolari:
    - No quella!... Quella no, Peppino!

    Verso l'agosto sembr che cominciasse a stare alquanto meglio. Il sole
    giungeva fino al letto, dall'uscio del cortile,  e la sera entravano a
    far  compagnia  tutti  i  rumori  del vicinato,  il chiacchiero delle
    comari,  lo stridere delle carrucole,  nei  pozzi  tutto  intorno,  la
    canzone  nuova  che  passava,  l'accordo  della  chitarra  con  cui il
    barbiere dirimpetto  ingannava  l'attesa.  La  ragazza  del  falegname
    entrava  con un fiore nei capelli,  con un sorriso allegro che portava
    la giovent, la salute, e la primavera.
    - No,  no,  non ve ne  andate  ancora!  Vedete  com'  allegra  quella
    poveretta, quando siete qui!
    - Si fa tardi, signor maestro. E' un'ora che son qui.
    -  No,  non  tardi.  A casa vostra lo sanno che siete qui.  Piuttosto
    dite che vi aspettano le compagne, l sull'uscio.
    - No, no.
    - O l'innamorato,  eh?  Sar l'ora in cui suole passare col sigaro  in
    bocca...
    - Oh... che dite mai, vossignoria!...
    -  S,  s,  una  bella ragazza come siete...   naturale.  Chi non si
    innamorerebbe,  al vedere quegli occhi...  e quel  sorriso...  e  quel
    visetto furbo.
    - Ma cosa gli salta in mente adesso?...
    E  un  giorno  s'arrischi  anche  a dirle,  nel vano dell'uscio tutto
    illuminato dalla luna:
    - Ah! foss'io quel tale!
    - Lei, signor maestro!... Che dice mai!
    L'emozione lo prendeva alla gola, mentre la ragazza per rispetto,  non
    osava  ritirare  la mano che le aveva afferrata.  E traboccarono frasi
    sconnesse. - L'amore che eguaglia;  la poesia ch' profumo dell'anima;
    i tesori d'affetto che si cristallizzano nelle anime timide; la divina
    volutt  di cercare il pensiero e il volto dell'amata nel raggio della
    luna,  a un'ora data.  - La ragazza lo guardava quasi  impaurita,  con
    grand'occhi spalancati, e tutta bianca nel raggio della luna.
    -  Non  dimenticher  mai quest'ora che mi avete concesso,  Agata!  N
    questo nome! mai! Divisi, lontani... ma ricorderemo... entrambi...
    - Mi lasci andare; mi lasci andare. Buona sera.

    L'inferma, appoggiata a un mucchio di guanciali,  chiacchierava adagio
    adagio col fratello,  seduto accanto al letto,  ancora col cappello in
    testa e la mazzettina fra le gambe.  Pareva che avesse  a  dirgli  una
    cosa  importante,  dai silenzi improvvisi che le soffocavano la parola
    in gola,  dalle occhiate lunghe che posava su lui,  dai rossori fugaci
    che passavano sul pallore del suo viso disfatto.  Infine,  chinando il
    capo, gli disse:
    - Perch non ci pensi ad accasarti?
    - No, no! - rispose lui, scrollando il capo.
    - S, ora che sei in tempo.  Devi pensarci finch sei giovane...  Poi,
    quando sarai vecchio... e solo... come farai?
    Il fratello,  sentendosi vincere dalle lagrime, conchiuse, per tagliar
    corto:
    - Non  tempo di parlarne adesso!

    Per essa ritornava spesso sullo stesso argomento.
    -  Se  trovassi  una  bella  giovinetta,  ricca,  istruita,  di  buona
    famiglia, che facesse per te...

    E  una  sera  che  si  sentiva  peggio  torn  a  parlargliene ancora,
    coll'inquieto cicaleccio proprio del suo stato.
    - No, lasciami dire,  ora che ho un po' di lena.  Non posso permettere
    che ti sacrifichi per tenermi compagnia...  tutta la tua giovinezza...
    Una buona dote non pu mancarti.  E se lasci la scuola,  tanto meglio.
    Vivremo tutti insieme;  faremo una casa sola. Uno stanzino mi baster;
    purch sia molto arioso.  Vorrei che fosse verso  il  giardino.  Della
    strada non so che farmene, oramai... Ho sempre desiderato di vedere il
    cielo,  stando  in letto...  e del verde,  degli alberi...  come,  per
    esempio, averci una finestra l dove c' ora la cortina,  una finestra
    che guardasse nei campi...
    Si  udiva  la  pioggia  che  scrosciava nel cortiletto,  una di quelle
    piogge che annunziano l'autunno,  e  la  pentola  di  latta,  lasciata
    fuori,  che  risonava  sotto  la  grondaia.  Un  gatto,  nella bufera,
    chiamava ai quattro venti, con voce umana.
    Il maestro,  che aveva seguito il vaneggiare della  sorella  verso  il
    verde ed il sole, coll'allucinazione perenne che era in lui, le chiese
    affettuosamente:
    - Ora che viene l'autunno saresti contenta d'andare in campagna?
    -  E  la  scuola?  -  ribatt  lei  con un sorriso malinconico.- Se tu
    pigliassi una buona dote invece... con dei poderi...
    - Benedette donne!  quando si ficcano un chiodo in  testa!...  rispose
    lui con un sorrisetto malizioso.
    E  pareva  esitare  a decidersi.  Ma dopo averci pensato su,  fin col
    dire:
    - Non mi vendo, no!
    E abbotton il soprabito con dignit.
    - Se ho da fare una  scelta...  Se  mai...  E'  inutile!  -  conchiuse
    finalmente. - Amo troppo la mia libert.
    Ella  insisteva  a dire che queste cose si fanno finch uno  giovane,
    che se no si finisce in mano della serva o di qualche intrigante.
    Poi siccome il fratello non voleva arrendersi,  la zitellona si lasci
    scappare in un impeto di gelosia, alludendo alle vicine:
    - Vedi che gi ti si ficcano in casa,  e cominciano a fare dei disegni
    su di te?
    E la poveretta mor col crepacuore di  lasciare  il  fratello  esposto
    alle insidie di quelle intriganti.

    Com'ella  aveva  fatto  un gran vuoto in quel bugigattolo,  per quanto
    poco spazio vi avesse occupato in vita,  e il fratello vi  si  sentiva
    come  perduto in una gran solitudine,  in una gran desolazione,  nelle
    ore  che  i  ragazzi  gli  lasciavano  libere,  prese  ad  andare  dal
    falegname,  tutte  le  sere,  attratto  da  una  gratitudine  dolce  e
    malinconica verso la ragazzona che aveva avuta tanta carit per la sua
    povera morta.  Ma il falegname,  che certe cose non le intendeva,  gli
    fece  capire  che  in  bottega il maestro di scuola non aveva nulla da
    insegnare, e gli facesse il piacere di andarci soltanto la mattina pei
    trucioli, se ne aveva bisogno.
    Anche donna Mena,  qualche tempo dopo,  quando vide che le visite  del
    maestro si facevano troppo frequenti, col pretesto dell'"Aloardino", e
    non  finiva  mai  di ringraziarla dell'assistenza che aveva fatta alla
    sua povera sorella,  per stringerle la  mano  e  farle  gli  occhi  di
    triglia, gli disse sul mostaccio:
    - Ors,  signor maestro,  facciamo a parlarci chiaro,  ch il vicinato
    comincia a mormorare dei fatti nostri.
    Il poveraccio, colto alla sprovvista,  si confuse.  Ma infine prese il
    suo coraggio a due mani:
    - Or bene, donna Mena! Anche quella poveretta l'aveva previsto. Non ho
    voluto  decidermi mai a fare questo passo,  perch amavo troppo la mia
    libert... Ma ora che vi ho conosciuta meglio... se volete...
    - Eh,  non li avevate fatti male i vostri conti,  caro mio,  se  siete
    stanco  d'andare  attorno  coi  ragazzi!  Ma  il fatto mio ce lo siamo
    lavorato io e la  buon'anima  di  mio  marito...  E  non  per  farcelo
    mangiare a tradimento.

    Ogni giorno, mattina e sera, tornava a passare il maestro dei ragazzi,
    con  un  fanciulletto restio per mano,  gli altri sbandati dietro,  il
    cappelluccio stinto sull'orecchio, le scarpe sempre lucide, i baffetti
    color  caff,   la  faccia  rimminchionita  di  uno  ch'  invecchiato
    insegnando  il "b-a-ba",  e cercando sempre l'innamorata,  col naso in
    aria.
    Soltanto tornando a casa,  serrava a chiave l'uscio,  per  scopare  la
    scuola,  rifare  il letto,  e tutte le altre piccol faccenduole per le
    quali non aveva pi nessuno  che  l'aiutasse.  La  mattina,  prima  di
    giorno, accendeva il fuoco, lustrava le scarpe, spazzolava il vestito,
    sempre  quello,  andava  a bere il caff nel cortiletto,  seduto sulla
    sponda del pozzo,  tutto solo e malinconico,  col bavero del  pastrano
    sino  alle  orecchie.  Ed  ora  che  la  povera morta non ne aveva pi
    bisogno, risparmiava anche quei due soldi di latte.

















    UN PROCESSO.

    All'Assise discutevasi una causa capitale.  Si trattava di un facchino
    che per gelosia aveva ucciso il suo rivale, giovane dabbene e padre di
    famiglia.   La   folla   inferocita   voleva  far  giustizia  sommaria
    dell'assassino,  pallido e  lacero  dalla  lotta,  che  i  carabinieri
    menavano  in  prigione.  La vedova dell'ucciso era venuta,  come Maria
    Maddalena,  per chiedere giustizia a Dio  e  agli  uomini,  in  lutto,
    scarmigliata,   coi  suoi  orfani  attaccati  alla  gonnella,   mentre
    l'usciere andava mostrando ai signori giurati l'arme con cui era stato
    commesso l'omicidio: un coltelluccio da tasca,  poco pi grande di  un
    temperino,  di  quelli  che servono a sbucciare i fichidindia,  ancora
    nero di sangue sino al manico. Il presidente domand:
    - Con questo avete ucciso Rosario Testa?
    Tutti gli occhi si volsero alla gabbia dov'era  rinchiuso  l'imputato,
    un vecchio alto e magro,  dal viso color di cenere, coi capelli irti e
    bianchi sulla fronte rugosa.  Egli ascoltava l'accusa senza dir verbo,
    col  dorso  curvo;  e seguiva cogli occhi l'usciere,  il quale passava
    dinanzi al banco dei giurati col coltello in mano. Soltanto batteva le
    palpebre,  quasi la poca luce che lasciavano entrare le stuoie  calate
    fosse ancora troppo viva per lui.
    Alla domanda del presidente si rizz in piedi,  diritto,  col berretto
    ciondoloni fra le mani, e rispose:
    - Sissignore, con quello.
    Corse un mormoro nell'uditorio. Era una giornata calda di luglio, e i
    signori giurati si facevano vento col giornale,  accasciati dall'afa e
    dal brontolio sonnolento delle formule criminali. Nell'aula c'era poca
    gente,  amici e parenti dell'ucciso,  venuti per curiosit. La vedova,
    stralunata, si teneva sul viso il fazzoletto orlato di nero,  e faceva
    frequentemente un gesto macchinale,  come per ravviare le folte trecce
    allentate colle mani bianche, levando in aria le braccia rotonde,  con
    un  moto  che  sollevava  il  seno  materno,  orgoglio della sua bella
    giovinezza vedovata.  E fissava sitibonda sull'uccisore gli occhi arsi
    di lagrime.
    Costui  non sapeva risponder altro che "sissignore" a tutte le domande
    del presidente che gli stringevano il capestro  alla  gola,  guardando
    inquieto  i  movimenti  d'indignazione  dei giurati,  non avvezzi alla
    severa impassibilit della toga,  con un'aria  di  bestia  sospettosa.
    Incominci la sfilata dei testimoni, tutti a carico.
    -  Gli amici del morto,  un buon diavolaccio,  incapace di far male ad
    una mosca,  - la vedova piangeva.  -  I  vicini  che  l'avevano  visto
    barcollare,  come  preso dal vino,  e cadere balbettando"Mamma mia!" -
    Quelli che avevano gridato "All'assassino!" - Il coraggioso che  aveva
    afferrato pel petto l'omicida,  prima che giungessero le guardie nella
    brusca e feroce lotta per lo scampo.
    - Giustizia!  Giustizia!  - gridava nella folla la vedova,  colla voce
    del  sangue  che  chiedeva  sangue,  accompagnata dal piagnisteo degli
    orfani, inteneriti dalla solennit.
    Infine fu introdotto un testimonio  sinistro,  l'amante  di  quei  due
    uomini  che  se  l'erano  disputata  a colpi di coltello: una creatura
    senza nome, senza et, quasi senza sesso, alta, nera, magra,  mangiata
    dagli  stenti  e  dal vizio,  che solo le era rimasto vivo negli occhi
    arditi.  Dest un senso di ripugnanza al solo vederla.  - Il  pubblico
    accusatore l'aveva fatta venire appunto per ci.
    Ella  si  piant  tranquillamente in faccia al Cristo,  alla legge,  a
    tutti quei visi arcigni, colla sicurezza di chi ha visto in maniche di
    camicia gli sbirri e i doganieri,  e giur,  levando la mano sudicia e
    nera  verso  il  crocifisso  d'avorio,  come avrebbe fatto una vergine
    dinanzi all'altare,  baciando lo scapolare bisunto che trasse dal seno
    cascante.
    - Come vi chiamate?
    - La Malerba.
    E siccome l'uditorio, nell'attesa tragica, s'era messo a ridere, quasi
    per ripigliar fiato, ella soggiunse:
    - Anche lui, gli dicevano Malannata.
    E indic l'imputato nel banco.
    - Di chi siete figlia?
    - Di nessuno.
    - Quanti anni avete?
    - Non lo so.
    - Che professione fate?
    Essa parve cercare la parola.
    - Donna di mondo, - disse infine.
    Scoppi  un'altra risata nell'uditorio.  Il presidente impose silenzio
    scampanellando.
    - S,  donna di mondo,- ribatt lei per spiegarsi meglio.  -  Ora  con
    questo, e ora con quell'altro.
    - Basta,  abbiamo capito,  - interruppe il presidente.  - Conoscete da
    molto tempo l'imputato?
    - Sissignore. Questo qui me l'ha fatto lui, tre anni sono.
    E  indic  fieramente  uno  sfregio  che  le   segnava   la   guancia,
    dall'orecchio sinistro al labbro superiore.
    - E non ve ne querelaste?
    - No. Era segno che mi voleva bene.
    Foste presente all'uccisione di Rosario Testa?
    - Sissignore. Fu alla Marina: il giorno di tutti i Santi.
    - E ne sapete il motivo?
    - Il motivo fu che Malannata era geloso...
    - Geloso di Testa?
    - Sissignore.
    - E con ragione?
    - Sissignore.
    Allora la vedova si cel il viso fra le mani.
    -  Com'  possibile  che Rosario Testa,  giovane,  marito di una bella
    donna, gli desse ragione d'essere geloso... per voi?
    - Com' vero Dio, questa  la verit, - rispose la Malerba.
    - Va bene, continuate.
    - Avevo conosciuto quel poveretto  ch'  morto  prima  di  quest'altro
    cristiano, molto tempo prima, prima ancora che si maritasse. Allora mi
    chiamavano "la Mora dei Canali",  Rosario Testa faceva il fruttaiuolo,
    l alla Pescheria.  Era un libertino,  buon'anima.  Le  lavandaie  dei
    Canali,  le  serve  che  venivano  a  far  la  spesa,  con  quella sua
    galanteria di far regali, se le pigliava tutte. Ma per me specialmente
    ci aveva il debole,  ch una volta alla festa dell'Ognina gli  ruppero
    la  testa per via di un marinaio ubriaco che mi voleva.  Poi seppi che
    si maritava e mutava  vita.  And  a  stare  a  San  Placido  col  suo
    banchetto.  N visto n salutato. Io mi misi con Malannata, ch'erano i
    giorni del colra.  Buon uomo anche lui: buono come il pane,  e se  lo
    levava  di bocca quel poco che guadagnava,  per darlo a me.  Ma geloso
    come il Gran Turco:  "Dove sei  stata?  Cosa  hai  fatto?"  E  poi  si
    picchiava  la  testa  con  un sasso,  pentito delle botte che mi dava.
    Quell'annata del colra,  che tutti scappavano via e si moriva di fame
    davvero,  egli voleva anche mettersi a beccamorto,  per non farmi fare
    la mala vita,  col castigo di Dio che ci avevamo addosso.  Si lasciava
    morire  piuttosto  che mangiare del mio guadagno.  S,  glielo dico in
    faccia,  ora che l'avete a  condannare,  perch  questa    la  verit
    dinanzi a Dio.  Mi diceva,  poveretto: "No,  non me ne importa. E' che
    penso al come lo guadagni, questo pane,  e non posso mandarlo gi." Ma
    io che potevo farci? Poi lui lo sapeva che cosa io ero. "Non importa,"
    tornava  a  dire;  "almeno  non  ci  voglio  pensare." Ma aveva i suoi
    capricci anche lui,  come una  donna,  e  certuni  non  me  li  voleva
    intorno.  Allora diventava come un pazzo;  si strappava i capelli e si
    rosicava le mani, perch non era pi giovane. Quando mi vedeva insieme
    al doganiere del molo, che era un bell'uomo, colla montura lucida,  mi
    diceva:
    "Vedi  questo quattrino arrotato,  che lo tengo in tasca apposta?  con
    questo ti taglier la faccia, e dopo m'ammazzo io." E lo fece davvero.
    Io gli dissi: "Che serve?  Ora che m'avete sfregiata nessuno mi vorr,
    e non sarete pi geloso."
    S'interruppe,   con   un   orribile  sorriso  di  trionfo,   guardando
    sfrontatamente in  giro  il  presidente,  i  giurati,  i  carabinieri,
    cinghiati di bianco,  incrociando sul petto il vecchio scialle, con un
    gesto vago.
    - Ma non fu cos,  signor presidente.  Mi  volevano  ancora,  per  sua
    bont. Gi gli uomini, sono come i gatti...
    - E anche Rosario Testa?
    Ella chin il capo, assentendo, due o tre volte, con quel sorriso.
    - Sissignore, anche lui!
    La  vedova adesso la guardava cogli occhi ardenti e feroci,  le labbra
    pallide come le guance.
    - V'ho detto ch'era un discolo, buon'anima.  E anch'io,  al rivederlo,
    mi sentivo tutta fiacca, come m'avesse fatto bere. Dicevo di no perch
    Malannata  era  l  vicino,  a  scaricar zolfo nel magazzino dietro la
    Villa,  e tante volte mi aveva detto lui pure: "Bada che se torni  con
    Rosario,  vi  faccio la festa a tutti e due." Ma l'amore antico non si
    scorda pi, vossignoria!
    - Basta. Dite come avvenne l'omicidio.
    - Cos,  come ve lo dico adesso,  signor presidente,  col coltello dei
    fichidindia, quello l.
    - Testa era armato?
    -  Lui?   povero  ragazzo!  Mi  aveva  invitato  a'  fichidindia,  una
    galanteria delle sue, l, al banco di Pocaroba, che ce li ha di quelli
    di Patern,  sino a Natale.  Pocaroba dice: "Badate che Malannata  in
    sospetto.  L'ho  visto  che  si  affaccia  ogni momento alla porta del
    magazzino,  e tien d'occhio compare Rosario." Testa dice:  "Lasciatelo
    guardare,  compare  Pocaroba,  ch  me  ne rido di Malannata e del suo
    santo." Io dicevo che non ne volevo pi, di fichidindia,  e cercavo di
    condurlo  via;  quand'ecco  quel  cristiano l correre dall'arco della
    ferrovia, tutto bianco di zolfo, e cogli occhi come uno che ha bevuto,
    e in due salti ci fu addosso;  afferr  il  coltello,  dal  banco  dei
    fichidindia, prima di dire Ges e Maria...
    -  Accusato,  avete  qualche  cosa  da rispondere alla deposizione del
    testimonio?
    - Nulla, signor presidente. Questa  la verit.
    Allora sorse il pubblico accusatore,  togato  e  solenne,  a  malgrado
    della  nota  mondana dell'alto goletto inglese che gli usciva dal nero
    della toga;  e fulmin il  reo  colla  sua  implacabile  requisitoria,
    facendo  inorridire  i  giurati col quadro del vizio abbietto che vive
    nel fango dei bassi strati sociali per dar l'orrido fiore del  delitto
    senza neppure la febbre della giovinezza, della passione o dell'onore,
    senza  nemmeno  la scusa della tentazione o della gelosia.  - Il vizio
    che vive del disonore ed osa ribellarvisi col delitto.  -  E  stendeva
    verso quel grigio capo avvilito l'indice minaccioso, dall'unghia rosea
    e lucente.
    Le  signore,  che  dovevano  alla  sua  galanteria  i  posti riservati
    dell'aula, rianimavano la loro indignazione col profumo della boccetta
    di sale inglese, soffocate dall'afa;  e i larghi ventagli si agitavano
    vivamente  a  scacciare  il  lezzo immondo della colpa,  come farfalle
    gigantesche.   Poscia  il  magistrato   si   assise   tranquillamente,
    ringraziando  con un impercettibile sorriso,  all'applauso discreto di
    quei ventagli che s'inchinavano,  ponendosi sul viso il fazzoletto  di
    batista.  Solo l'imputato non aveva caldo, seduto sulla sua panchetta,
    col dorso curvo,  il viso color di terra rivolto  verso  tutte  quelle
    infamie che gli rinfacciavano.
    A  sua  volta  prese  a  parlare  l'avvocato.  Era un giovane di belle
    speranze,  delegato d'ufficio dal presidente  a  quella  difesa  senza
    compenso.  Egli  sfoder  tutte  le sue brillanti qualit oratorie pel
    solo onore.  Esamin lo stato psicologico e morale  degli  attori  del
    lugubre   dramma;   sciorin   le   teorie   pi  nove  sul  grado  di
    responsabilit umana;  argoment sottilmente intorno alle  circostanze
    di fatto,  per farne risultare tutto ci che occorreva a dimostrare la
    provocazione grave e l'ingiuria.  Qui  veniva  a  taglio  una  pittura
    commoventissima  di  quella  morbosa gelosia senile,  che doveva avere
    tutti  gli  strazi  e  le   collere   furibonde   dell'umiliazione   e
    dell'abbandono.  Si,  egli lo sapeva, non erano le coscienze di uomini
    onesti,  vissuti nel culto della famiglia,  resi pi  sensibili  dagli
    agi,  che  avrebbero  potuto  scendere  negli  abissi  di  quei  cuori
    tenebrosi e di quelle infime esistenze  per  scoprire  il  movente  di
    certe  delittuose folle.  Forse soltanto il sentimento pi delicato e
    immaginoso di quelle dame  eleganti,  avrebbe  potuto  sorprendere  il
    tenue  filo  per cui si legano i fatti pi mostruosi al sentimento pi
    puro in quegli animi rozzi.  Egli segu cotesta fatale  concatenazione
    che  c' fra tutti i sentimenti e le azioni umane con una analisi cos
    acuta,  che pi di un onesto padre di famiglia sent  turbata  la  sua
    digestione  dallo  smarrimento  della colpa,  mentre era l,  seduto a
    giudicare, pensando al ricolto del podere,  o al fresco del terrazzino
    dove lo stava aspettando la famigliuola. Per poco non si udirono degli
    applausi alla perorazione dell'avvocato. Lo stesso presidente gli fece
    velatamente i mirallegro.
    - Accusato,  avete nulla da aggiungere a vostra discolpa? conchiuse il
    presidente.
    L'accusato si alz di nuovo,  colle braccia  penzoloni  lungo  la  sua
    stecchita persona,  e un gesto vago dell'indice,  come d'uomo persuaso
    di quel che dice.
    - Signor presidente,  ho ucciso Rosario Testa;  devo  andare  a  morte
    anch'io,  com' scritto nella legge, e va bene. La Malerba, poveretta,
     quella che , e anche ci va bene.  Ma quando me la lasciavano sulla
    panchina  del  molo  come  una scarpa vecchia,  chi andava a dirle una
    buona parola ero io; e a chi ella diceva una buona parola quando aveva
    il cuore rosso, ero io pure. Gli altri, pazienza, oggi questo,  domani
    quell'altro;  le buttavano dei soldi e delle male parole,  ed essa non
    ci pensava pi. Ma Testa,  nossignore!  Essa quando era stata con lui,
    mi  ritornava a casa tutta sossopra,  cogli occhi che pareva ci avesse
    la luminaria dentro.  Io glielo aveva detto a Testa: "Guarda che a  te
    non  te  ne  importa.  Tu ci hai moglie e figliuoli;  ma io non ho che
    questa qui, Testa!"
    Poi torn a sedersi,  accennando ancora del capo,  mentre la Corte  si
    ritirava per deliberare.  E rimase immobile, nell'ombra, aspettando il
    suo destino. Era venuta la sera. La folla s'era diradata, e nella sala
    accendevano  il  gas.  Infine  squill  di  nuovo  un  campanello,   e
    comparvero  di  nuovo le stesse toghe nere,  le stesse facce pallide e
    stanche che guardavano l'imputato.  Egli non capiva nulla delle  frasi
    che borbottavano in mezzo a quella folla,  nell'ombra.  Intese solo il
    presidente che pronunziava la condanna: - A vita!
    E si alz un'ultima volta, barcollando sulle gambe,  accennando sempre
    coll'indice quel gesto vago ch'era tutta la sua eloquenza, e balbett:
    - Io glielo avevo detto a colui, signor presidente.





    LA FESTA DEI MORTI.

    Nella  collina  solitaria,  irta  di croci sull'occidente imporporato,
    dove non odesi mai canto di vendemmia n belato d'armenti,  c' un'ora
    di festa,  quando l'autunno muore sulle aiuole infiorate,  e i funebri
    rintocchi che commemorano  i  defunti  dileguano  verso  il  sole  che
    tramonta.  Allora  la folla si riversa chiassosa nei viali ombreggiati
    di cipressi, e gli amanti si cercano dietro le tombe.
    Ma laggi,  nella riviera  nera  dove  termina  la  citt,  c'era  una
    chiesuola  abbandonata,  che  racchiudeva  altre  tombe,  sulle  quali
    nessuno andava a deporre dei fiori.  Solo un istante i vetri della sua
    finestra  s'accendevano  al  tramonto,  quasi  un  faro pei naviganti,
    mentre la notte sorgeva dal precipizio,  e  la  chiesuola  era  ancora
    bianca nell'azzurro, appollaiata come un gabbiano in cima allo scoglio
    altissimo  che  scendeva  a  picco  sino  al  mare.   Ai  suoi  piedi,
    nell'abisso gi nero,  sprofondavasi una caverna sotterranea,  battuta
    dalle onde, piena di rumori e di bagliori sinistri, di cui il riflusso
    spalancava la bocca orlata di spuma nelle tenebre.
    Narrava  la  leggenda  che  la  caverna sotterranea,  per un passaggio
    misterioso,  fosse in comunicazione colla  sepoltura  della  chiesetta
    soprastante;  e  che  ogni anno,  il d dei Morti,  nell'ora in cui le
    mamme vanno in punta di piedi  a  mettere  dolci  e  giocattoli  nelle
    piccole  scarpe  dei  loro  bimbi,  e  questi  sognano  lunghe file di
    fantasmi bianchi carichi di  regali  lucenti,  e  le  ragazze  provano
    sorridendo  dinanzi  allo  specchio gli orecchini e lo spillone che il
    fidanzato ha mandato in dono  "per  i  morti",  un  prete  sepolto  da
    cent'anni nella chiesuola abbandonata si levasse dal cataletto,  colla
    stola indosso,  insieme a tutti gli altri che dormivano insieme a  lui
    nella medesima sepoltura, colle mani pallide in croce, e scendessero a
    convito  nella caverna sottostante,  che chiamavasi per ci "la Camera
    del  Prete".  Dal  largo,  verso  Agnone,   i  naviganti  s'additavano
    l'illuminazione  paurosa  del  festino,  come  una luna rossa sorgente
    dalla tetra riviera.
    Tutto l'anno,  i pescatori che stavano di giorno al sole sugli  scogli
    circostanti,   colla  lenza  in  mano,   non  vedevano  altro  che  lo
    spumeggiare della marea, quando s'internava muggendo nella "Camera del
    Prete",  e il chiarore verdognolo che ne usciva colla risacca;  ma non
    osavano   gettarvi  l'amo.   Un  palombaro  che  s'era  arrischiato  a
    penetrarvi,  nuotando sott'acqua,  uno che non  badava  a  Dio  n  al
    diavolo,  pel  bisogno  che lo stringeva alla gola,  e i figliuoli che
    aspettavano il pane, aveva visto il chiarore ch'era l dentro, azzurro
    e ondeggiante al pari  di  quei  fuochi  che  s'accendono  da  s  nei
    cimiteri,  il pietrone liscio e piatto,  come una gigantesca tavola da
    pranzo, e i sedili di sasso tutt'intorno,  rosi dall'acqua,  e bianchi
    quali ossa al sole. L'onda che s'ingolfava gorgogliando nella caverna,
    scorreva lenta e livida nell'ombra,  e non tornava mai indietro;  come
    non torn pi quel poveretto  che  s'era  strascinato  via.  L'estate,
    nell'ora  in  cui  ogni  piccola  insenatura della riva risonava della
    gazzarra dei bagnanti,  l'onda calma scintillava,  rotta dalle braccia
    di qualche ragazzo che nuotava verso le sottane bianche,  formicolanti
    come fantasmi sulla spiaggia.  Cos quel prete,  un  sant'uomo,  aveva
    perso l'anima e la ragione dietro i fantasmi delle terrene volutt, il
    giorno  in  cui  Lei  la tentazione - era venuta a confessargli il suo
    peccato,  nella chiesetta solitaria ridente del sole  di  Pasqua,  col
    seno  ansante  e  il  capo  chino,   su  cui  il  riflesso  dei  vetri
    scintillanti accendeva delle fiamme impure.  Da cent'anni le sue ossa,
    consunte dal peccato,  posavano nella fossa, stringendosi sul petto la
    stola maculata.  Ivi  non  giungevano  gli  strilli  provocanti  delle
    ragazze  sorprese  nel bagno;  n il canto bramoso dei giovani;  n le
    querele delle lavandaie;  n il pianto dei fanciulli  abbandonati.  La
    luna vi entrava tacita dallo spiraglio aperto nella roccia, e andava a
    posarsi,  uno  dopo l'altro,  su tutti quei cadaveri stesi in fila nei
    cataletti,  sino  in  fondo  al  sotterraneo  tenebroso,  dove  faceva
    apparire per un istante delle figure strane.  L'alba vi cresceva in un
    chiarore smorto,  che al fuggire delle ombre sembrava far  correre  un
    ghigno  sinistro  sulle  mascelle  sdentate.  Il  giorno  lungo  della
    canicola indugiava  sotto  le  arcate  verdognole,  con  un  brulicho
    furtivo di esseri immondi in mezzo all'immobilit di quei cadaveri.
    Erano  defunti  d'ogni et e d'ogni sesso;  guance ancora azzurrognole
    come se fossero state  rase  ieri  l'ultima  volta,  e  bianche  forme
    verginali  coperte  di  fiori;   mummie  irrigidite  nei  guardinfanti
    rigonfi,  e toghe corrose che  scoprivano  le  tibie  nerastre.  Dallo
    spiraglio  aperto  nell'azzurro  entravano  egualmente il soffio caldo
    dello scirocco,  e i gelati  aquiloni  che  facevano  svolazzare  come
    farfalle di bruchi le trine polverose e i riccioloni cadenti dai crani
    gialli.  I fiori, gi secchi di lagrime, si agitavano pel sotterraneo,
    come vivi,  e andavano a posarsi su altre labbra rose tempo;  e appena
    il  vento  sollevava  i  funebri  lenzuoli,  stesi  da  mani  smarrite
    d'angoscia su caste membra amate,  occhi inquieti di  rettili  immondi
    guardavano furtivi nelle ossa nude.
    Poscia,  nell'ore  in  cui il sole moriva sull'orlo frastagliato dello
    spiraglio,  il ghigno schernitore di  tutte  le  cose  umane  sembrava
    allargarsi  sui  teschi  camusi,  e le occhiaie vuote farsi pi nere e
    profonde,  quasi il dito della morte avesse scavato fino alla sorgente
    delle  lagrime.  L  non  giungeva  nemmeno  il  mormoro  delle preci
    recitate all'altare in suffragio dei defunti che  dormivano  sotto  il
    pavimento della chiesuola, e i singhiozzi dei parenti non passavano il
    marmo  della  lapide.  Le  raffiche  delle notti di fortuna scorrevano
    gemendo sulla casa dei morti,  senza lasciarvi un pensiero per  coloro
    che  in  quell'ora erravano laggi,  pel mare tempestoso,  coi capelli
    irti d'orrore al sibilo del vento nel sartiame;  n un senso di  piet
    per  le povere donne che aspettavano sulla riva,  sferzate dal vento e
    dalla pioggia;  n un ricordo delle lagrime che si lasciarono  dietro,
    nell'ora torbida dell'agonia,  e che bagnarono quegli stessi fiori che
    adesso vanno da una bara all'altra, come li porta il vento.  - Cos le
    lagrime  si  asciugarono  dietro il loro funebre convoglio;  e le mani
    convulse che composero nella bara le loro spoglie, si stesero ad altre
    carezze;  e le bocche che pareva non  dovessero  accostarsi  ad  altri
    baci,  insegnano  ora  sorridendo  a  balbettare  i loro nomi ai bimbi
    inginocchiati ai piedi dello  stesso  letto,  colle  piccole  mani  in
    croce,  perch  i buoni morti lascino dei buoni regali ai loro piccoli
    parenti che non conobbero.  - Tanto  tempo    passato,  insieme  alle
    bufere  della  notte,  e  al  soffio d'aprile,  colle ore che scorrono
    uniformi e impassibili anch'esse sul campanile della chiesuola, sino a
    quella del convito!
    A quell'ora tutti quegli scheletri si levano ad uno ad uno dalle  bare
    tarlate,  coi legacci cascanti sulle tibie spolpate, colla polvere del
    sepolcro nelle orbite vuote,  e scendono in silenzio nella "Camera del
    Prete",  recando  nelle falangi scricchiolanti le ghirlande avvizzite,
    col ghigno beffardo di tutte le cose umane nelle bocche sdentate.
    Pi nulla!  pi nulla!  - N la tua treccia bionda,  che ti  cade  dal
    cranio nudo.  - N i tuoi occhi bramosi, pei quali sfidavo il disonore
    e la morte,  onde portarti il bacio delle labbra che non  ho  pi.  Ti
    rammenti?  I  baci  insaziati dietro quell'uscio!  - E neppure i morsi
    acuti della mia gelosia,  il delirio sanguinoso che mi  mise  in  mano
    l'arma omicida in quell'andito buio. - N le lagrime che si piangevano
    attorno  al  mio  letto,  e  cercavo di stamparmi negli occhi dilatati
    dall'agonia.  - N le ansie in cui vegliai tante notti davanti a  quel
    guanciale  in  cui posava la cara testa bianca.  - N le carezze colle
    quali mi pagavi il latte del mio seno e i dolori della mia  maternit.
    -  E neppure le lotte in cui mi son logorato.  - N le speranze che mi
    hanno accompagnato sin qui.  - N i fiori del campo per cui  ho  tanto
    sudato.  -  N i libri sui quali ho vissuto tanta e tanta vita.  N la
    bestemmia del marinaio che  stringe  ancora  le  alighe  secche  nelle
    falangi disperate.  - N la preghiera del prete che implora il perdono
    dei falli umani.  - E neppure l'azzurro profondo del cielo  tempestato
    di stelle;  n il tenebrore vivente del mare che batte allo scoglio. -
    L'onda che s'ingolfa gorgogliando nella caverna sotterranea,  e scorre
    lenta  e  livida  sulla  "Tavola del Prete" si porta via per sempre le
    briciole del convito, e la memoria di ogni cosa.
    Ora nel costruire la diga del molo nuovo,  hanno demolito la chiesuola
    e  scoperchiato  la  sepoltura.  La macchina a vapore vi fuma tutto il
    giorno nel cielo azzurro e limpido,  e l'argano vi geme  in  mezzo  al
    baccano  degli  operai.  Quando  rimossero  l'enorme pietrone posato a
    piatto sul piedistallo di roccia come una tavola da  pranzo,  un  gran
    numero  di  granchi  ne scapp via;  e quanti conoscevano la leggenda,
    andarono narrando che avevano  visto  lo  spirito  del  palombaro  ivi
    trattenuto  dall'incantesimo.  Il  mare  spumeggiante  sotto la catena
    della gru torn a distendersi calmo e color del cielo, e scancell per
    sempre la leggenda della "Camera del Prete".
    Nel raccogliere le ossa del sepolcreto per portarle  al  cimitero,  fu
    una  lunga processione di curiosi;  perch frugando fra quegli avanzi,
    avevano trovato una carta che parlava di denari,  e molti pretendevano
    di essere gli eredi.  Infine non potendo altro, ne cavarono tre numeri
    pel lotto. Tutti li giocarono; ma nessuno ci prese un soldo.









    ARTISTI DA STRAPAZZO.

    Su tutte le cantonate immensi cartelloni a tre colori annunziavano:

    CAFFE'-CONCERTO NAZIONALE.
    Questa sera
    debutto di MADAMIGELLA EDVIGE,
    gran successo del giorno.
    Senza aumento sul prezzo delle consumazioni.

    I pochi avventori mattutini del CAFFE'-CONCERTO NAZIONALE gi  avvezzi
    ai "grandi successi", non degnavano neppure di un'occhiata il lenzuolo
    bianco,  verde  e  rosso,  sciorinato dietro il banco,  sul capo della
    padrona,  la quale stava discutendo con una ragazza alta e magra,  che
    la supplicava a voce bassa,  in atteggiamento umile, infagottata nella
    cappa lisa.  In un canto il lavapiatti sbracciato scopava un  tavolone
    che  la  sera faceva da palco,  parato a drappelloni bianchi,  verdi e
    rossi;   ornato  di  corone  d'alloro,   di   carta,   che   pendevano
    malinconiche.
    La padrona scrollava il capo ostinatamente, stringendosi nelle spalle.
    L'altra  insisteva  sempre  a  mani  giunte,  facendosi  rossa,  quasi
    piangendo. Infine,  come entr un forestiero stracco a bere un moka da
    venti centesimi,  col naso sul giornale del giorno innanzi, la ragazza
    si rassegn ad intascare i pochi soldi che la padrona  le  contava  ad
    uno ad uno sul marmo, con un fare d'elemosina.
    Alle otto in punto di sera,  accesi i lumi del pianoforte, il maestro,
    un giovanotto allampanato sotto una gran barba e uno zazzerone che  se
    lo  mangiavano,   dopo  un  grande  inchino  alla  sala  quasi  vuota,
    incominci timidamente una "ouverture" di propria fabbrica,  mentre il
    CAFFE'-CONCERTO NAZIONALE andavasi popolando a poco a poco. Dopo mont
    sul  tavolone un pezzo d'uomo,  vestito tutto di rosso come un gambero
    cotto,  con due enormi sopracciglia alla chinese,  per  darsi  un'aria
    satanica,  e  dei  cornetti  inargentati.  Egli  si mise ad urlare "la
    canzone dell'oro" come un ossesso,  allargando le gambe sul  tavolato,
    stendendo  gli  artigli  minacciosi verso l'uditorio,  con certi occhi
    terribili e certe boccacce sardoniche che volevano  incutere  terrore.
    Al "dio dell'oro" mescolavasi l'acciottolo dei piattini,  lo sbattere
    dell'usciale e la voce dei tavoleggianti,  i quali gridavano - Panna e
    cioccolata!  oppure  Tazza  Vienna!  -  Mefistofele  salut  lo scarso
    pubblico,  che non gli badava,  e scese adagio adagio la scaletta  col
    mantelletto ad ali di pipistrello che gli sventolava dietro.
    -  Stasera  avremo  il  gran  debutto,  -  osserv  un  avventore  che
    centellava da tre quarti d'ora una chicchera di "levante".
    - Il successo del giorno!  - grugn il  vicino,  ch'era  sempre  l  a
    quell'ora, colla coppa di Vienna vuota dinanzi, un mucchio di giornali
    sotto la mano, e la moglie addormentata accanto.
    Infatti,  dopo  il  pezzo  con variazioni per pianoforte sulla "Stella
    confidente" venne il duetto dell'"Ernani",  e comparve un'altra  volta
    dalla  cucina il baritono,  vestito alla spagnuola,  con un medaglione
    d'ottone che gli ballava sul ventre,  e un cappello piumato in  testa,
    facendo largo a madamigella Edvige,  tutta di bianco come un fantasma,
    sotto la polvere d'amido e la veste di raso del rigattiere.
    - Che braccia magre! - osserv un dilettante, malgrado i guanti lunghi
    e duri di benzina.
    Carlo Quinto offr cavallerescamente la mano ad Elvira per montare sul
    palco malfermo,  e l,  dinanzi alla gran sala piena di fumo il duello
    incominci.  Ahim! una vera delusione pel pubblico e pel caffettiere.
    Madamigella  Edvige  aveva  una  voce  stridente  che  faceva  voltare
    arrabbiati  anche  i  tranquilli lettori di giornali;  e la poveretta,
    pallida come una morta, aveva un bell'annaspare colle mani, e dimenare
    i fianchi,  rizzandosi sulla punta  delle  scarpette  di  raso  troppo
    larghe, per acchiappare le note. Una voce, dal fondo della sala grid:
    Presto!  un  bicchier d'acqua!  - E tutto l'uditorio scoppi a ridere.
    Carlo Quinto invece se la cavava  magnificamente,  avendo  le  signore
    della  sua,  pei  suoi  "effetti di polpa",  sotto le maglie di colore
    incerto,  e le sue note alte che assordavano perfino  i  camerieri,  e
    facevano  tintinnare le gocciole delle lumiere.  La "debuttante" scese
    dal palco pi morta che viva, incespicando, colle sottane in mano, fra
    gli spintoni dei tavoleggianti che correvano di qua e di l,  portando
    i vassoi in aria.
    Il dilettante di prima osserv pure:
    - Che piedi!
    Seduta in un cantuccio della cucina, fra i lazzi degli sguatteri, e il
    fumo  delle  casseruole,   la  debuttante  aspettava  scorata  la  sua
    sentenza, ed anche la cena,  ch'era compresa nell'onorario alla tavola
    comune,  insieme  al  cuoco,  il baritono,  i camerieri ed il maestro,
    ancora  in  cravatta  bianca.  Quest'ultimo,  un  gran  buon  diavolo,
    malgrado la sua barbona, cercava di confortarla come poteva: - La sala
    era  tanto sorda!  Chiss,  una seconda volta,  quando fosse stata pi
    sicura dei "suoi mezzi"... - La poveretta rispondeva di tanto in tanto
    con un'occhiata  umile  e  riconoscente  a  quelle  buone  parole.  Il
    baritono  intanto,  con  un pastrano peloso gettato sul giustacuore di
    Carlo Quinto, e un tovagliuolo al collo, divorava in silenzio. Artisti
    bisogna nascere! - osserv infine a bocca piena.
    La padrona,  chiuso il libro e spenti i lumi del Caff,  era scesa  in
    cucina a dare un'occhiata. Alla povera ragazza, che aspettava col viso
    ansioso, disse bruscamente:
    - Cara mia,  me ne dispiace, ma non ne facciamo nulla. Avete visto che
    fiasco?
    L'altra rimaneva a capo chino,  coi fiori di carta nei capelli,  e  le
    spalle infarinate. - Mangiate, mangiate pure! - ripigliava la padrona,
    una  buona  donna.  - Che diamine!  Non voglio che la gente vada via a
    pancia vuota da casa mia.  -  Il  maestro,  che  pensava  al  poi,  le
    spingeva il piatto sotto il naso.  Ma la poveretta non aveva pi fame;
    si sentiva la gola  come  stretta  dai  singhiozzi;  andava  riponendo
    adagio adagio nella borsetta i guanti lavati,  i fiori di carta,  e le
    scarpette di raso;  senza per  poter  risolversi  ad  andarsene.  Due
    ragazzacci,   che   parlavano   forse  di  tutt'altro,   si  misero  a
    sghignazzare. Allora essa salut umilmente tutti, e se ne and.
    Sulla porta un cameriere in giubba stava spengendo i lumi,  e staccava
    il cartellone del Concerto, canticchiando: - Gran successo del giorno!
    Per  la  via buia e deserta da stringere il cuore,  correvano le prime
    raffiche d'autunno.  Il maestro,  mosso a compassione,  le  era  corso
    dietro:
    - Vuol essere accompagnata a casa?... Senza complimenti.
    - No, grazie, sto lontano assai.
    -  Diamine!  diamine!  Anch'io  sono aspettato a casa...  Ma non posso
    lasciarla andare sola come un cane...  Vuol dire che  affretteremo  il
    passo.
    - Davvero... Non vorrei abusare...
    -  No,  no...  Spicciamoci  piuttosto!  Anche per me  tardi...  Ci ha
    qualcuno che l'aspetti?
    - Nossignore, nessuno.
    - Almeno ci avr qualche conoscente qui?
    - Neppure, signore;  sono arrivata la settimana scorsa da Alessandria,
    con una lettera pel Caff Nazionale: una mia compagna che vi era stata
    questa  primavera.  Mi  disse  che ci avrei trovato qualche cosa,  non
    molto,   vero,  ma nella stagione morta,  sa bene...  Ad  Alessandria
    erano   rimaste   cinquanta   persone  sulla  strada,   dopo  la  fuga
    dell'impresario. Dicono che anche lui ci abbia perso tutto il suo...
    Il maestro pensava intanto a quei giorni terribili in cui una  notizia
    simile  era arrivata come un fulmine al Caff,  sulla faccia stravolta
    di un artista, e s'erano trovati tutti, raccolti dallo stesso terrore,
    davanti alla porta  chiusa  del  teatro.  Poi  erano  corsi  in  folla
    all'agenzia,  come pazzi,  in paese straniero, in mezzo a gente di cui
    non conoscevano la lingua, e che si fermava sorridendo al passaggio di
    quella turba affamata.  E le  lunghe  ore  dei  giorni  interminabili,
    ingannate al Caff,  il solo rifugio,  con una tazza di birra dinanzi;
    le notti terribili d'inverno;  le camicie portate  tre  settimane;  il
    mozzicone di sigaro raccattato di nascosto.  Sentiva perci una grande
    simpatia per quell'altra derelitta, e le andava dicendo:
    - Coraggio!  coraggio!  Bisogna farsi animo!  L'aiuter anch'io,  come
    posso... E' vero che non posso far molto... Son forestiero come lei...
    E  non  sono  stato  sempre  fortunato...  Ma  vedr che il buon tempo
    giunger anche per lei...  Diavolo!  diavolo!  Dov' andata a scovarlo
    quest'albergo, cos lontano?
    - Me lo indicarono laggi... perch spendessi poco... Mi rincresce per
    lei!...
    - No,  no... E' che m'aspettano a casa... Sanno l'ora, press'a poco...
    Mi  toccher  inventare  qualche  storiella...  Ma  lei  non  pensi  a
    questo...  Deve aver altro in testa,  lei,  poveretta! Ci dorma su; si
    faccia animo, ch quanto potr lo far ben volentieri per lei.
    - Oh, signore!... Com' buono!...
    - Niente,  niente,  una mano lava l'altra.  Se non ci aiutiamo fra  di
    noi!... Il male  che non posso far molto!...
    Infine ella disse:
    - E' qui. - Picchi all'uscio di un albergaccio d'infima classe, e gli
    strinse la mano colle lagrime agli occhi. Aveva la faccia tanto buona,
    colla  barba  lunga,  e  il  misero  palet che il vento gli incollava
    addosso come fosse di lustrino..
    Dalla finestra una vociaccia assonnata rispose brontolando:
    - Vengo! vengo! Bell'ora di tornare a casa!
    Anche lui, in quel momento,  la guard negli occhi,  le  strinse forte
    la  mano  due  o tre volte,  mosse le labbra,  per  dire qualche cosa,
    infine proruppe: - Me ne vado,  sono  aspettato.  Buona  notte!  Buona
    notte! - E part correndo.

    La  stanzuccia,  che  pigliava  lume  da  un  finestruolo sulla scala,
    costava cinquantacinque centesimi al giorno: tre soldi di pane e latte
    la mattina: trentacinque centesimi il desinare.  La  sera  poi  doveva
    spendere altri sei soldi per andare al Caff Nazionale, dove era quasi
    certa  di  vedere  il  maestro,  la  sola persona che conoscesse nella
    citt. Negli intermezzi,  quando poteva,  egli andava a salutarla;  da
    lontano,  prima  di  parlare,  gli si vedeva in viso la stessa notizia
    scoraggiante: -  Nulla  ancora!  -  Poi,  al  vederla  cosi  trista  e
    rassegnata,  colla chicchera di caff vuota sul tavolino, voleva pagar
    lui.  Ma essa non  permetteva,  arrossendo  sino  ai  capelli.  -  No,
    signore, un'altra volta! - Egli non osava insistere, ma avrebbe voluto
    che  lei  lo  considerasse  come un vero amico,  come un fratello.  Le
    confidava i suoi piccoli guai, anche lui, per incoraggiarla.  Le narr
    a poco a poco tutta la sua vita,  proprio come a una sorella, oggi una
    cosa, domani l'altra.  Il fallimento dello zio che s'era preso cura di
    lui  orfano;  la vocazione strozzata dal bisogno;  il pane trovato con
    mille stenti qua e l; tutta la sua giovinezza scolorita, scoraggiata,
    senza gioie, senza fede, senza amore. Essa allora sorrideva,  scotendo
    il capo con una grazia giovanile che la faceva tornar bella. - No, no!
    Ve lo giuro! Mai! - Allora chinavano il viso, malinconici. Una volta i
    loro occhi s'incontrarono, e si fecero rossi tutti e due.
    Ma  spesso  egli giungeva accompagnato da un donnone coi baffi come un
    uomo d'arme, la quale aveva il colorito acceso,  ed era serrata in una
    veste di seta grigia che pareva dovesse scoppiare a ogni momento,  con
    un cappellone di felpa in capo ornato di piume rosse.  Quelle volte il
    maestro non osava muoversi neppure; e la sua compagna, da lontano, non
    lo perdeva di vista un momento, sotto le piume rosse del cappellone. -
    E' la mia padrona di casa, una buona donna, - le aveva detto lui. - Ma
    quando ci vede insieme faccia finta di niente, per carit!
    Fu come una fitta al cuore.  Il baritono che l'incontr per la strada,
    tutta sottosopra, le propose di accompagnarla.
    - Permettereste voi,  mia bella damigella,  d'offrirvi il braccio mio,
    per  far la strada insieme?  - Ella ricusava.  Andava molto lontano...
    Non voleva abusare... - Ma che! ma che! Bagattelle! D'altronde son ben
    coperto. Con questa pelliccia qui, potrei andare sino al Polo!  Senta!
    senta!  Un  regalo  dei  miei  ammiratori  di  Odessa.  Tutta volpe di
    Siberia;  una bestia che vende cara la  sua  pelle.  Questa  qui  vale
    cinquecento lire!  Eh!  eh!  Comincia presto l'inverno quest'anno! Non
    c' male, n' vero?... Buona notte, maestro!
    Questi passava rattrappito nel suo palet,  dando il braccio alla  sua
    compagna,  di  cui la veste grigia luccicava come un'armatura sotto il
    lampione.  - E' la fiamma del maestro,- aggiunse il  baritono.  -  Una
    pira, come vede! Per un buon diavolaccio anche lui! Un po' timido, un
    po' "bagnato",  come diciam noi, ma il mestiere lo conosce, ve lo dico
    io! Quando vi siete mangiate quelle note della cabaletta,  la sera del
    vostro "debutto",  vi rammentate? do, sol, do, nessuno se n' accorto.
    Peccato che non riempiano lo stomaco le note che si mangiano, eh!  eh!
    eh!  Capisco,  capisco,  l'emozione,  la  paura...  Ma bisogna aver la
    faccia tosta,  mia cara;  e sputar fuori le vostre note  pensando  che
    quanti  stanno  ad ascoltarvi sono tutti una manica di cretini,  se no
    non si fa nulla! Per vorrei sapere chi  quel boia che vi ha messo in
    questo mestiere, senza voce come siete!
    - La voce ce l'avevo.  Fui ammalata tanto tempo e d'allora in poi,  al
    principio dell'inverno ci ho sempre come una spina qui...
    - Ah! ah! Peccato! Alle volte, vedete, succedono di queste cose che si
    farebbe scendere Dio e la Madonna di lass!
    In  fondo,  del  cuore  ce ne aveva anche lui,  sotto la pelliccia,  e
    sapendo che era a spasso cercava di consolarla come poteva.
    - Bisogna farsi animo, mia cara amica.  Cent'anni di malinconia non ci
    procurerebbero  una  sola  giornata buona.  E poi son cose che abbiamo
    passate tutti quanti.  La va cos,  per noi altri artisti.  Oggi fame,
    domani fama!  Non parlo per me,  ch non posso lagnarmi, grazie a Dio!
    M'hanno sempre voluto bene da per tutto!  Guardate  questo  anello  di
    brillanti!  E  queste  catenelle  d'oro,  oro  di ventiquattro carati,
    garantito! Ma ogni santo ha la sua festa.  Vedrete che verr la vostra
    festa anche per voi!
    Chiacchierava,  chiacchierava,  con una certa bonomia che proveniva in
    quel  momento  dallo  stomaco  pieno,   dalla  pelliccia  calda,   dal
    bicchierino  di  cognac,  e  anche  dalla  vicinanza di quella giovane
    simpatica,  che sentiva tremare di freddo sotto il suo  braccio  nella
    via  deserta.  -  Vedrete  che verr la vostra festa.  Bisogna tentare
    un'altra volta;  in un'altra  piazza,  ben  inteso!  Peccato  che  non
    abbiate  voce!  Avete  provato se vi vanno le canzonette allegre?  Per
    quelle si fa anche a meno della voce.  Ma occorrono  altri  requisiti:
    del tup, l'occhio ardito, i fianchi sciolti... e un po' pi di polpa,
    che diavolo! E' vero che questa pu venire... siete giovane!...
    Cos  dicendo  l'esaminava  dalla  testa  ai  piedi,  ogni  volta  che
    passavano sotto un lampione,  col fare allegro e  senza  cerimonie  di
    buon  camerata.  -  E non bisogna far tante smorfie,  cara mia.  Colle
    smorfie non si mangia. E non aver neppure dei grilli in capo. Io, come
    mi vedete,  ho fatto i primi teatri del mondo;  potete dimandare a chi
    volete  di  Arturo  Gennaroni;  eppure  quando  vennero ad offrirmi la
    scrittura pel Concerto del  Caff  Nazionale  non  mi  feci  tirar  le
    orecchie.  Si piglia quel che capita.  Oggi qui,  domani l.  Come? ci
    siamo digi?  Avrei fatto altri due passi,  per avere  il  piacere  di
    stare con voi ancora. Il tempo passa presto. Che bella serata, in cos
    buona  compagnia!  eh?  Un  freddo secco che fa bene allo stomaco.  E'
    quello il vostro albergo? Hum!  hum!  Quasi quasi v'offrivo ospitalit
    in casa mia!
    E  com'essa si stringeva all'uscio: - Eh,  non abbiate paura!  Che non
    voglio mica mangiarvi per forza. Non volete? Buona notte!

    Il maestro le aveva procurato due o tre indirizzi d'agenti teatrali ai
    quali l'aveva raccomandata.  La present ad un impresario che  montava
    un'operetta.  Tutti  rispondevano:  -  Pel  momento  non c' nulla.  -
    L'impresario soggiunse: - Bisogna vedere se possedete qualcos'altro di
    bello, figliuola mia, perch la voce se n' andata. Be', be', se avete
    di questi scrupoli non ne parliamo pi!
    Ella tornava indietro cos avvilita che il maestro si fece  animo  per
    dirle:
    -  Sentite...  E'  un pezzo che volevo dirvelo...  Se avete bisogno di
    denaro...  forestiera come siete...  senza amici...  senza avere altri
    conoscenti...  Non son ricco,   vero...  Ma quel poco che ho. No! no!
    non vi offendete.  E' un  imprestito,  vedete!  Come  fra  fratello  e
    sorella!...
    Ella scoppi a piangere.
    - Dio mio!  Vi ho forse offesa! Non intendevo offendervi, vi giuro. Se
    mi voleste un po' di bene anche voi!...  Io  ve  ne  voglio  tanto!...
    Basta,  basta,  perdonatemi! Sia per non detto! Ma promettetemi almeno
    che se mai... il giorno in cui...  Pensate che vi voglio bene...  come
    un fratello... E vorrei che anche voi...
    Ella  gli stringeva le mani,  colle lagrime agli occhi,  per dirgli di
    s... che anche lei... che gli prometteva...
    Ma piuttosto sarebbe morta.  Da tutti,  da tutti,  prima che  da  lui!
    Glien'era riconoscente, s! Avrebbe voluto anzi dirgli tante cose, per
    provarglielo,  che  non  ci  aveva  pi  nessun altro in cuore...  che
    quell'altro a poco a poco se n'era andato via, com'era andato lontano;
    e domandargli della donna che spesso veniva con lui  al  Caff,  e  le
    dava una stretta al cuore...  delle sciocchezze;  ma non sapeva da che
    parte incominciare.
    Egli sembrava sulle  spine,  ogni  volta  ch'erano  insieme,  guardava
    intorno,   con  aria  inquieta;   evitando  d'incontrarla,  nelle  vie
    frequentate; scappando subito con un pretesto se c'era gente.
    Uno dopo l'altro aveva prima impegnato i pochi  oggetti  che  avessero
    qualche  valore: gli orecchini,  il braccialetto d'argento dorato,  la
    poca roba d'estate, fino il baule dove la teneva; tanto non poteva pi
    andarsene. Poscia vendette le polizze dei pegni. Alla posta,  l'ultima
    speranza   degli  sventurati  in  paese  straniero,   le  rispondevano
    invariabilmente, due volte al giorno:
    - Nulla!
    Una sera che ne  usciva  barcollante,  incontr  il  baritono,  Arturo
    Gennaroni,   sempre   impellicciato,   che  le  fece  un  gran  saluto
    cerimonioso,  levando in alto il cappello come se volesse dire evviva!
    Giusto   voleva   presentarle  l'amico  che  era  con  lui  Temistocle
    Marangoni,  il primo basso del mondo!  - un uomo di mezza  et,  tutto
    capelli e barba, con un cappellone a cono, drappeggiato in un mantello
    grigio,  e  che  sembrava che parlasse di sottoterra.  - E dove corre,
    signora Edvige? Voleva sfuggirmi? Non  mica in collera con me, spero!
    Ella si scusava di non aver udito perch credeva  che  non  dicesse  a
    lei:  -  Io mi chiamo Assunta.  Ma sul cartellone la padrona del Caff
    pretendeva che quel nome non facesse...
    - E' vero,  vero.  Anche il mio  un nome di guerra,  per riguardi di
    famiglia,  sa bene.  Mio padre  il primo negoziante di Napoli. Laggi
    hanno ancora dei pregiudizi... sa bene...  Veniamo con lei,  se non le
    dispiace.
    Strada facendo aggiunse che era libero quella sera,  perch la padrona
    del Caff Nazionale l'aveva licenziato - una cabala  che  gli  avevano
    inventato contro per gelosia di donne. Temistocle, l, poteva dirlo. -
    Il  basso  agitava il barbone per attestarlo.  Anche a lui gli avevano
    rubato la scrittura,  quel porco  di  Gigi  Lotti,  una  scrittura  di
    seimila franchi,  viaggio intero pagato,  col pretesto che la conferma
    al telegramma non era venuta. Ma gli voleva rompere il muso,  la prima
    volta  che l'incontrava alla birreria!  Gennaroni,  intanto che il suo
    amico si sfogava,  chiedeva ad Assunta cosa avrebbe  fatto  della  sua
    serata.   -   Si  voleva  andare  al  Concerto  del  Caff  Nazionale?
    Sentirebbero che porcherie! Lui se le sarebbe godute mezzo mondo, e si
    sarebbe fregate le mani magari se quella carogna della  padrona  fosse
    venuta ginocchioni a supplicarlo e ad offrirgli doppia paga.
    - Andiamo,  andiamo.  Pago io, Temistocle! Dei soldi, grazie a Dio, ce
    n' sempre qui.  Veniteci anche voi,  bella Assuntina.  Chiss che non
    troverete il fatto vostro?
    Sul tavolato,  in mezzo al gran fumo della sala, una donna cogli occhi
    neri come avesse il colra, e i pomelli color cinabro,  nuda fino allo
    stomaco, strillava con voce rauca delle canzonette che facevano andare
    in  visibilio  l'uditorio,  schioccando  le dita,  e con una mossa dei
    fianchi  che  faceva  svolazzare  la  sua  gonnella  corta   sino   ai
    legaccioli.  Un vecchiotto,  seduto in prima fila,  col mento sul pomo
    dell'ombrello,  si  crogiolava  dal  piacere,  ammiccando  ai  vicini,
    ridendo  nella  bazza,  applaudendo  anche  col cranio calvo sino alle
    orecchie.  Una  modesta  famigliuola,  padre,  madre  e  figliuoli  in
    abbondanza,  era  venuta  a  solennizzare  la festa al Caff,  ridendo
    saporitamente;  solo la maggiore,  una ragazzina magra e nera come  un
    tizzone,  dimenticava perfino il sorbetto per ascoltare la cantatrice,
    sgranando  degli  occhi  enormi,  seria  seria.  Altri,   nella  sala,
    vociavano,  picchiavano colle mazze ed i pugni sui tavolini,  facevano
    un chiasso indiavolato,  accompagnando il ritornello,  interrompendolo
    con esclamazioni da trivio. Gennaroni ripeteva: - Ditemi poi se questa
     arte! Ditemi se non  una vera porcheria! - Tutt'a un tratto si vide
    la gente affollarsi davanti al palco, intorno a un omettino in tuba il
    quale gesticolava colle mani in aria. La donna invece si ostinava, col
    viso sfacciato,  cercando cogli occhi nella folla i suoi adoratori. Un
    tale,  vestito da operaio,  coi baffi grossi  e  la  faccia  dura,  si
    arrampic sul tavolato in mezzo ai fischi che assordavano,  e prese la
    cantante per le spalle,  spingendola verso due questurini in  uniforme
    che  s'erano fatti largo a furia di spintoni,  e agitavano le braccia.
    Il gruppo scomparve nella folla,  verso la cucina,  fra un uragano  di
    fischi,  d'urli e di risate.  Il baritono si dimenava come un ossesso,
    smanacciando, gridando: - Bravo! bis!  - Poi corse a stringere la mano
    al maestro, ancora sbalordito dinanzi al pianoforte.
    - Che cagnara,  eh!  Ma la colpa non  tua, poveretto! Ci ho gusto per
    quella carogna della padrona,  la quale pretendeva di averne le tasche
    piene  di  musica  seria,  lei  e il suo pubblico.  Come se non glielo
    avessimo fatto noi questo pubblico!  E non le avessi fatto  guadagnare
    pi quattrini che non abbia capelli nella parrucca, quella strega!
    Intanto  si  sbracciava  per  farsi scorgere,  gesticolando,  gridando
    forte,  calcandosi ogni momento la tuba sull'orecchio,  posando di tre
    quarti,  col  bavero  della  pelliccia  rialzato  sino  alle orecchie,
    malgrado il gran caldo, e un fazzoletto di seta al collo,  come avesse
    avuto un tesoro da custodirvi.
    -  Dovresti  farle  intendere  ragione,  a  quella  stupida.  Dovresti
    metterti in mezzo. S' quistione di soldi, si pu aggiustarsi.  Non ho
    mai  fatto  quistione  di quattrini per l'arte.  Ma bisogna concludere
    subito. S o no!  Ho delle offerte magnifiche per l'estero.  Domattina
    devo dare una risposta.
    Poi torn al suo posto trionfante, facendosi largo nella folla.
    - Ah!  ah!  ve lo dicevo io!  Ora tornano a pregarmi! Mi hanno offerto
    carta bianca. Hanno bisogno di me per fare andare la baracca!
    Il basso gongolava, come se si fosse trattato di lui,  e picchiava sul
    tavolino  per ordinare altra birra.  - Ogni conoscente che entrava nel
    Caff  lo  invitava   a   prendere   qualche   cosa,   facendo   segno
    coll'ombrello,   chiamando  ad  alta  voce.  Tienti  sulla  tua,  sai,
    Gennaroni!  Fatti tirar le orecchie,  prima di dir di  s!  -  L'altro
    scrollava il capo,  minaccioso, come a dire: - Vedrete! vedrete! - Poi
    si alzava in piedi e faceva le   presentazioni  in  regola:  -  Romolo
    Silvani,  primo ballerino. Augusto Baracconi, primo tenore assoluto, e
    suo fratello. Ernesto Lupi, distinto pittore. - Fiasco completo, amici
    miei! Peccato che siate venuti tardi! - Essi, per cortesia,  tornavano
    a  pregarlo  che  narrasse.  Ma  Baracconi fratello stava col naso nel
    bicchiere,  tutto intento a godersi  il  trattamento;  Lupi  disegnava
    delle  caricature  sul  marmo  del tavolino;  il tenore diceva roba da
    chiodi di un collega sottovoce con Marangoni,  e  Silvani,  dall'altro
    lato,   domandava  se  quella  bella  giovane  appartenesse  all'amico
    Gennaroni, lisciandosi i baffettini neri come la pece, accarezzando la
    chioma  inanellata,   componendo  la  faccetta  incartapecorita  a  un
    risolino  seduttore.  Tutti  quanti per,  a ogni pezzo nuovo,  quando
    Gennaroni atteggiava il viso a una  boccaccia  di  disgusto,  facevano
    coro  per  sdebitarsi  coll'amico,  battendo in terra coi tacchi e coi
    bastoni, vociando basta! basta! mettendosi a sghignazzare. Il baritono
    infine, vedendo che il maestro non osava prendere le sue parti,  quasi
    fosse inchiodato al pianoforte,  and a salutare la padrona del Caff,
    colla scappellata alta,  tutto  gentilezze,  mentre  essa  cambiava  i
    gettoni  e  teneva  d'occhio  i garzoni che uscivano dalla cucina.  In
    quella entr il donnone del maestro, pi accesa in viso che mai. Aveva
    udito il baccano dalla strada, mentre veniva a prendere Beb.
    - No, no, lui non ci ha colpa, - le dicevano gli amici.
    Gennaroni, che tornava dal banco fuori di s,  aggiunse ch'era proprio
    un beb, un pulcino bagnato, uno che non era capace di dire due parole
    per  un  amico.  Le  domandava  ridendo  se  le  capitava di dargli le
    sculacciate, qualche volta.
    L'altra continuava a ridere, scrollando le piume del cappello. No, no,
    era cos buono il poveretto!  proprio come un fanciullo!  A  lasciarlo
    fare  se  lo  sarebbero mangiato vivo,  certe sgualdrinelle che sapeva
    lei!  - Infine se lo prese sotto il braccio,  e se lo port  via.  Gli
    altri  se  n'erano  andati  pure ad uno ad uno.  Il basso protest che
    correva a vedere se era giunto il telegramma,  e piant il bicchierone
    vuoto su di una pila di piattelli.  Assunta rimaneva sbalordita, colla
    tazza a met piena,  il cappellino di paglia e la eterna cappa  grigia
    che la facevano sembrare pi misera. Nell'uscire barcollava perch non
    aveva  preso  altro  tutto il giorno,  quasi il chiasso le avesse dato
    alla testa. - Che avete? - chiese Gennaroni.  - Eh,  la birra!  Non ci
    sarete  avvezza!  -  Essa  invece  pensava  a  quella  disgraziata che
    l'avevano mandata via coi questurini.  - Non temete,  no;  che il pane
    non  gli  manca  a  quella  l...  e il letto neppure!  - conchiuse il
    baritono.
    Tirava vento,  e  cominciavano  a  cadere  i  primi  goccioloni  della
    pioggia. - Sentite, cara Assunta. Adesso dovreste fare una bella cosa;
    venirvene  a  casa mia e scacciare insieme la malinconia!  Avete visto
    come fanno gli altri? Ciascuno colla sua ciascuna!  Ci avete il vostro
    ciascuno voi?
    Ella  non  rispondeva,  colla  testa  sconvolta,  il  cuore stretto da
    un'angoscia vaga,  un senso di sconcerto nello stomaco,  davanti  agli
    occhi  una  visione confusa dell'albergatrice arcigna che voleva esser
    pagata,  dell'impiegato postale che le rispondeva nulla!  -  dei  visi
    sconosciuti  in mezzo ai quali andava e veniva tutto il giorno,  della
    donna  enorme  che  si  era  portato  il  maestro  sotto  il  braccio,
    intirizzita dalla tramontana,  coi ginocchi che le si piegavano sotto.
    L'altro seguitava a stordirla chiacchierando,  soffiandole sul viso le
    sue  parole calde e il fumo del sigaro,  stringendole forte il braccio
    sotto la pelliccia.  Allo svoltare di un'altra  via  essa  alzava  gli
    occhi,  e  si  guardava  intorno,  balbettando:  - Dove andiamo?  Dove
    andiamo?  - come fuori di s.  Gennaroni le diceva adesso delle parole
    dolci  e  sonore  che  la  stordivano:  -  Vieni  meco!  Sol  di rose,
    intrecciar ti vo' la vita...  - Colla chiave che s'era levata di tasca
    aveva  aperto  un  usciolino  sgangherato.  Nell'androne  buio,  prima
    d'accendere  un  fiammifero,  se  la  strinse  sul  costato  come  nel
    melodramma,  di  tre  quarti,  un braccio sulla spalla e l'altro sotto
    l'ascella.
    L,  nel lettuccio magro e cencioso della cameraccia nuda che prendeva
    lume  da  un  cortiletto puzzolente,  ella gli narr il povero romanzo
    della sua vita,  per quel bisogno d'abbandono con cui gli si era data,
    mentre  egli sbadigliava,  cogli occhi gonfi,  e l'alba insudiciava le
    pareti untuose,  da cui pendevano appesi ai chiodi i costumi stinti da
    teatro. - Aveva amato un giovane che usciva dal Conservatorio, con due
    o  tre spartiti pronti,  e intanto s'era messo a dozzina in casa loro,
    per sessanta lire al mese,  tutto compreso.  Gli altri pigionali erano
    un  professore,  un  impiegato al dazio,  e due studenti.  Sua sorella
    lavorava in un magazzino di guanti;  il babbo era guardia  municipale;
    lei gli avevano consigliato d'imparare il canto, che sarebbe stata una
    fortuna  per  tutti,  e  le  avevano  fatto lasciare anche il mestiere
    d'orlatrice,  col quale si sciupava le mani,  per novanta centesimi al
    giorno.  Finch giungevano le vacanze,  nove mesi dell'anno,  si stava
    piuttosto bene. Poi quando gli studenti se ne partivano, il professore
    andava a fare i bagni,  e l'impiegato  desinava  in  un'osteria  fuori
    porta  per  risparmiare i sei soldi dell'omnibus,  si restringevano un
    po' nelle spese,  e il giovane del Conservatorio s'adattava con  loro,
    proprio  come  uno  della  famiglia.  Le  domeniche  andavano a spasso
    insieme;  qualche volta egli portava un  bel  cocomero,  e  si  faceva
    festa,  nel  terrazzino.  Soleva  dire scherzando: - Ce ne ricorderemo
    poi, quando saremo ricchi, sora Assunta! - Era cos buono! aveva negli
    occhi un non so che,  come vedesse lontano tante cose;  e  diceva  che
    l'arte  gli  pingeva  delle  nuvole d'oro sconfinate nel pezzettino di
    cielo che si vedeva al di sopra del vicoletto, allungando il collo. La
    sera si metteva a sonare al buio,  pratico com'era della tastiera,  ed
    essa stava ad ascoltare pi che poteva,  dietro l'uscio,  quella bella
    musica che le penetrava al cuore come una dolcezza. Egli, che se n'era
    accorto infine, le diceva di tanto in tanto: - Le piace? Dice davvero?
    - Voleva pure che Assunta gli cantasse la sua musica. Un giorno che la
    sua voce gli era piaciuta tanto,  tanto che a lei stessa  le  sembrava
    fosse   un'altra  che  cantasse,   egli  si  alz  all'improvviso  dal
    pianoforte,  e la strinse fra le braccia,  tutta tremante  anche  lei,
    senza sapere quel che si facessero.
    La  mamma,  povera  e  santa  donna,  non ne seppe nulla.  Allorch fu
    impossibile nascondere quello che era avvenuto,  il giovane scapp  al
    suo paese,  per paura del babbo municipale.  Ella ne fece una malattia
    mortale, durante la quale la mamma sola veniva a trovarla di nascosto.
    Un giorno le disse piangendo che lui se n'era andato via  lontano,  in
    Grecia,  in  Turchia,  molto  lontano  insomma!  Ora  svaniva l'ultima
    speranza. All'ospedale, appena fu guarita,  non vollero lasciarla.  Il
    babbo  aveva  giurato  che non l'avrebbe pi ricevuta in casa sua.  Un
    avventore della guantaia dove lavorava sua sorella le aveva  procurato
    una scrittura di corista al Politeama. D'allora aveva girato il mondo,
    da  un  teatro  all'altro,  viaggiando  in  terza classe,  dormendo in
    alberghi dove la notte venivano a bussarle all'uscio e a  minacciarla,
    digiunando   spesso   per  mantenersi  onesta,   passando  lunghe  ore
    nell'anticamera di un'agenzia, assediando il camerino dell'impresa per
    esser pagata,  impegnando la roba d'estate per coprirsi  l'inverno.  A
    Mantova  s'era  ammalata d'angina,  mentre provavano il "Ruy Blas",  e
    aveva  perso  la  voce.   La  mamma  era  morta  giusto   mentre   era
    all'ospedale.  Il babbo s'era rimaritato. La sorella era andata via di
    casa per non stare colla matrigna.
    - Un bel porco, quel tuo allievo del Conservatorio!  te lo dico io!  -
    conchiuse Gennaroni, stirandosi le braccia.
    Ora  purtroppo gli era cascata addosso quella tegola sul capo!  per un
    momento di debolezza, per aver troppo cuore, e non trovare il verso di
    dirle: - Cara mia,  ogni bel giuoco vuol durar poco!  - Ella non se ne
    dava per intesa,  aveva fatto l il nido come una rondine. Una che non
    era neanche buona a stirargli i solini,  o a fargli uno stufatino  con
    patate.  Giusto in quel momento poi che si trovava a spasso, e i soldi
    volavano come avessero le ali!  Vero che la poveretta non  si  lagnava
    mai, fossero carezze o schiaffi, mangiava poco, e non chiedeva neppure
    un paio di scarpe.  Ma,  tanto,  era un altro peso! Agli amici, che le
    facevano l'occhietto, Gennaroni, fra burbero e scherzoso, soleva dire:
    - Da cedere con ribasso, per liquidazione!
    Avevano preso a frequentare un cafferuzzo oscuro  annesso  al  teatro,
    una  specie di succursale dell'agenzia,  dove bazzicavano soltanto gli
    artisti a spasso, che vi facevano un gran consumo di virginia ai ferri
    e d'acqua fresca, sparlando dei colleghi assenti,  portandovi le prime
    notizie dei fiaschi,  sempre a caccia di cinque lire,  e giocando alle
    carte sulla parola.  Gennaroni vi conduceva la  sua  amante  di  prima
    sera, per risparmiare il lume; la faceva sedere nel suo cantuccio, l,
    vicino  alla  stufa,  dove  nessuno  andava a disturbarla,  giacch il
    garzone del caff era avvezzo a non seccar la gente se  prima  non  lo
    chiamavano,  e si metteva a giocare a scopone, oppure se ne andava pei
    suoi affari. Spesso le diceva: - Sai, mia cara, io non sono geloso! Ma
    il primo ballerino si limitava a strizzarle l'occhio da  lontano,  col
    gomito  appoggiato  al banco,  e il busto inarcato sotto la giacchetta
    bisunta. Marangoni,  all'ombra del suo enorme cappellaccio,  facendole
    il  solletico  colla  barbona nel parlarle all'orecchio,  le chiedeva,
    colla sua bella voce che sembrava  venire  di  sotto  il  tavolino:  -
    Quando verr il mio quarto d'ora?  - E Lupi diceva che voleva farle il
    ritratto,  "se era tutt'oro quello che riluceva".  - Oro di  coppella,
    com'  vero  Iddio!  -  sghignazzava  Gennaroni.  Il tenore invece non
    parlava d'altro che di scritture e di  telegrammi  che  aspettava;  di
    cabale che gli montavano contro tutti i giorni;  di gente a cui voleva
    rompere il muso. Dell'amore, lui, non sapeva cosa farsi,  era buono da
    mettere  in  musica soltanto;  pi d'una volta cogli amici aveva detto
    chiaro e tondo quel che pensava di Gennaroni,  lui stupido che si  era
    appiccicato quel cerotto,  una che tossiva sempre, come se gli fossero
    mancate altre donne, a quel macaco!
    Una sera capit anche il maestro, il quale aveva fatto san Michele lui
    pure,  ora che al Caff Nazionale c'era un  giocatore  di  bussolotti.
    Gennaroni  si  fregava le mani sbraitando: Vedrete che chiuderanno fra
    due mesi!  Ve lo dico io!  - Assunta si sent come un tuffo nel sangue
    appena  vide entrare il maestro,  e avrebbe desiderato che egli non si
    accorgesse di lei,  nel suo cantuccio presso la stufa.  Il  poveraccio
    era  cos  disfatto  e  scombussolato  che  non  sapeva  nemmeno  come
    rispondere a tutti coloro che gli facevano ressa intorno. Poi, come la
    scorse, cogli occhi addosso a lui, and a salutarla, domandandole come
    stava,  se aveva trovato qualche cosa,  nel tempo che non s'erano  pi
    visti.  Pur troppo, anche lui non aveva trovato nulla!... se no glielo
    avrebbe fatto subito sapere!...  Dopo che il maestro ebbe  voltate  le
    spalle,  incominciarono le osservazioni sul conto di lui.  - Quello l
    se ne rideva! - Era ben appoggiato!  Appoggiato a un vero pilastro!  -
    Baracconi disse una parolaccia.

    Verso  la  fine  di  dicembre  gli  avventori  del  Caff  del  teatro
    sembravano ammattiti,  formando dei crocchi animati,  disputandosi fra
    di  loro,  cavando  ogni  momento  dal portafogli lettere e telegrammi
    sudici,  correndo sull'uscio,  ogni volta che s'apriva,  per vedere se
    giungeva  un  fattorino del telegrafo.  Il domani di san Stefano erano
    tutti l dalle sette,  davanti la porta del Caff,  sotto la  pioggia,
    coll'ombrello  aperto,  ansiosi,  guardandosi in cagnesco fra di loro,
    delle facce nuove che si vedevano  soltanto  nelle  grandi  occasioni,
    pastrani  senza  pelo e stivaloni infangati,  scialli messi a guisa di
    pled, cappelloni di donna e sottane che sgocciolavano sul marciapiedi.
    Alcuni dei vecchi mancavano: il tenore,  un  basso,  rimorchiatovi  da
    poco dal Silvani,  e due o tre altri, di cui i rimasti dicevano corna.
    Attraverso l'usciale si udiva come un brontolio sordo  di  rivoluzione
    nello  stanzone  vuoto,  dove  il Lupi beveva a piccoli sorsi un caff
    caldo,  schizzando la testata di un giornale  davanti  al  garzone  in
    maniche  di camicia che gli si buttava addosso per vedere,  col ventre
    sul tavolino.
    Assunta,  rimasta a casa,  stava  facendo  cuocere  due  uova  in  una
    caffettiera posata sullo scaldino,  quando ud picchiare all'uscio,  e
    le comparve dinanzi il  maestro  all'improvviso,  cos  in  camiciuola
    com'era e ancor spettinata. Egli stesso pareva cos turbato che non si
    accorse del suo imbarazzo:
    - Lei!...  Lei qui! Come ha saputo?... - Gennaroni stesso. Siamo stati
    insieme.  - Ella avvamp in viso,  cercando macchinalmente  i  bottoni
    della  camiciuola.  -  Venivo  a portarle una buona notizia...  Un mio
    amico che  incaricato di formare  una  compagnia  pel  Cairo...  m'ha
    promesso di scritturarla.
    - Ma... Non saprei... Cos lontano...
    - No, no, bisogna risolversi piuttosto... Bisogna accettare.
    -  E'  che...  dovrei  parlarne prima a un'altra persona..  Non potrei
    risolvermi da sola... cos su due piedi...
    Il maestro le afferr le mani, quasi per forza:
    - Bisogna accettare! Dica di s... E' pel suo meglio!
    Essa non l'aveva mai visto a quel modo.  Allora colla gola stretta  da
    un'angoscia vaga, si fece animo per interrogarlo... Voleva sapere... -
    Egli partir stasera col diretto.  Deve imbarcarsi a Genova domani,  -
    disse infine il maestro. - Chi gliel'ha detto? - Lui stesso;  lo sanno
    tutti.  La poveretta cerc una seggiola brancolando.  - No! no!... Non
    pu essere! Non mi ha detto nulla!...  Stamattina ancora!...  - Glielo
    dir  poi,  quand'  il momento di partire...  A che scopo tormentarla
    avanti tempo? E' vero!  vero!...
    Allora si mise a piangere cheta cheta nel grembiule. Poscia, quando fu
    un po' pi calma, si asciug gli occhi,  senza dir nulla,  e si mise a
    preparargli  la  valigia,  un  bauletto  di cuoio nero tutto strappi e
    scontrini di ferrovia: le camicie di flanella, la scatola dei polsini,
    le pantofole slabbrate,  la pipa nella quale egli  soleva  fumare,  il
    berretto  di  pelo  che teneva in casa,  i costumi da teatro appesi ai
    chiodi - ogni  oggetto  che  toglieva  dal  solito  posto  si  sentiva
    staccare pure dal seno qualche cosa,  dinanzi a quelle pareti nude. Il
    maestro l'aiutava.  Gennaroni,  tornando a casa,  li trov  in  quelle
    faccende.  - Bravi!  Bravi! Gliel'hai detto? - In fondo era davvero un
    buon diavolaccio,  penetrato sino al  cuore  dalla  dolcezza  con  cui
    Assunta s'era rassegnata.
    - Cos buona! cos giudiziosa, povera ragazza! Tutto l'opposto del tuo
    carabiniere, eh!
    Egli voleva anche abbracciarla dinanzi al maestro,  strizzava l'occhio
    a costui perch li lasciasse soli.  Ma Assunta gli faceva segno di non
    andarsene,  cogli  occhi gonfi di lagrime.  Non l'avrebbe dimenticata,
    no;  finch'era al mondo!  Del resto le montagne sole non s'incontrano.
    Intanto  dava  una mano anche lui per aiutarla,  correndole dietro dal
    cassettone al letto, su cui era il baule, colle braccia piene di roba;
    voleva che andassero tutti e tre insieme a desinare al Caff, l'ultima
    volta, e finir la giornata bene.  Il maestro si scus.  - Ah!  ah!  il
    carabiniere!-  Per  promise  di  trovarsi  alla stazione.  - S,  s,
    benone! Le farai un po' di compagnia.  Poi mi affido a te per trovarle
    la  scrittura.  E' un pulcino bagnato questa poverina,  se non c' chi
    l'aiuti!  - Voleva lasciarle anche una ventina di lire,  caso  mai  le
    abbisognassero...  Ma  essa  si  ribell,  per la prima volta.  Scusa!
    scusa!  Dicevo caso mai non firmassi subito la scrittura..  Ma non c'
    bisogno  d'andare  in  collera.  L'ho  fatto  a  fin  di bene.  - Ella
    s'intener piuttosto.  Per lei aveva fatto anche troppo!...  per tanto
    tempo!  Al  Caff  poi  non  le  riesc di mandar gi un solo boccone,
    mentre egli mangiava per due e cercava di tenerla allegra.  Le offerse
    anche  di  farle una sigaretta per scioglierle quel gruppo alla gola -
    storia d'isterismo.
    Alla stazione c'era tutta la compagnia che partiva con lui. Dei poveri
    diavoli che litigavano  coi  facchini,  due  o  tre  prime  parti  che
    pigliavano i posti di seconda, colla borsetta ad armacollo, e le mamme
    dietro,  cariche  di fagotti e di scatole di cartone.  Gennaroni disse
    alla sua amica: - Tienti  un  po'  in  disparte,  come  tu  fossi  col
    maestro.
    Cos  lo  vide  per  l'ultima  volta,  col  biglietto  nel  nastro del
    cappello, allegro e chiassone al solito, salutando questo e quello.  -
    Addio! Ciao! Buona fortuna!
    S'era  preso anche in mano la gabbia del pappagallo di una compagna di
    viaggio.  Dalla cancellata fuori la stazione lo videro  sbracciarsi  a
    collocare  tutto  il  loro  arsenale di scatole e cappellini mentre il
    treno fuggiva.

    Di lui le rimase un bel ritratto in fotografia, formato gabinetto,  in
    posa di tre quarti,  colla bocca sorridente,  la pelliccia sbottonata,
    un mazzetto di ciondoli sul ventre - e  la  sua  brava  dedica  sotto:
    "Ricordo imperituro!"
    In  quanto  alla  scrittura  non  se  ne  fece  nulla.   L'impresario,
    anzitutto, voleva belle ragazze e non dei cerotti come quella l! - Le
    pare,  caro maestro?  - Il  poveraccio  non  si  diede  vinto  ancora;
    continu ad arrabattarsi come un disperato per lei,  correndo di qua e
    di l;  raccomandandola a quanti conosceva.  Ma  ciascuno  pensava  ai
    propri  casi  in  quel  momento.  Ora  che Gennaroni aveva piantata la
    ragazza senza voce e senza quattrini,  doveva essere  un  affar  serio
    levarsi  da  quella pece,  uno che vi si lasciasse prendere,  per buon
    cuore o per altro.
    Gli amici,  quando essa capitava al Caff per aspettare il maestro che
    doveva portare la risposta, se la battevano uno dopo l'altro, primo di
    tutti  il  Silvani,  colla giacchetta pi stretta che mai.  Il garzone
    stesso,  cos prudente di solito,  veniva ogni momento a strofinare il
    marmo del tavolino con un cencio, vedendo che non ordinava nulla. Fino
    il  maestro,  a poco a poco,  scoraggiato di portarle sempre la stessa
    cattiva nuova, non si era fatto pi vedere. Per essa gli aveva detto:
    - Non si affanni tanto, poveretto, ch qualcosa ho gi trovato.
    E quando egli,  facendosi rosso,  era tornato sull'offerta di  denaro,
    essa gli aveva risposto che non occorreva. A lui glielo avrebbe detto!
    davvero! di tutto cuore!
    Una domenica, verso la fine di luglio, il maestro incontr Assunta che
    usciva dalla bottega di un calzolaio. Essa avrebbe voluto evitarlo, ma
    l'altro  gi  le  si  accostava  col cappelluccio di paglia ritinto in
    mano.  - Come va?  Tanto tempo che non ci siamo pi visti!  -  Assunta
    balbettava,  cercando di nascondere un fagottino che portava,  fattasi
    di brace in viso.
    Il maestro cercava le parole anche lui: - Almeno un vermuttino.  Qui a
    due  passi,  al  solito  Caff!...  - Essa non voleva,  vestita a quel
    modo!...  Infine si lasci condurre a un tavolinetto fuori dell'uscio,
    all'ombra  del  tendone.  Dapprincipio  stettero  un  po' in silenzio,
    guardandosi in viso. Ella sembrava pi grassa,  disfatta,  bianca come
    cera,  con due enormi pesche sotto gli occhi,  e le mani pallide colle
    vene gonfie. Il giovanotto aveva a barba lunga, la biancheria sudicia,
    i calzoni sfrangiati, che cercava nascondere sotto il tavolino. A poco
    a poco Assunta gli narr che s'era  acconciata  colla  padrona  stessa
    della  casa;  pensava  alle  spese,  riguardava la biancheria,  teneva
    d'occhio la pensione,  e ci aveva in compenso  vitto  e  alloggio.  Il
    tempo  che  avanzava poi s'era rimessa al suo mestiere d'orlatrice.  -
    Con lei non  mi  vergogno,  guardi!  -  Anche  lui  fece  delle  vaghe
    confidenze:  le  cose  non  gli erano andate sempre bene;  la stagione
    morta si portava via quelle poche  lezioni...  Accenn  pure  di  aver
    cambiato alloggio... Del resto i suoi abiti parlavano per lui. Assunta
    non  volle altro che un caff di quattro soldi.  Egli invece ordin un
    giornale - un giornale qualunque, - tanto seguitavano a discorrere con
    un senso invincibile di malinconia, che pure aveva la sua dolcezza. Di
    tratto in tratto si  guardavano  negli  occhi,  e  ripetevano  con  un
    sorriso triste:
    - Guarda, che piacere!
    Si udiva parlare a voce alta nel Caff;  e degli scoppi di risa, delle
    discussioni tempestose,  accompagnate dalla nota bassa  del  Marangoni
    che trinciava da caporione.
    Assunta, allungando il collo dentro l'usciale, lo vide seduto in mezzo
    a un crocchio di sfaccendati, dinanzi ad un vassoio di bicchieri vuoti
    e  una bottiglia d'acqua di seltz,  con un vestito nuovo del Bocconi e
    la barba tagliata a punta come un damerino.  Da l a un po' se ne usci
    fuori,  seguito dagli amici che gli facevano codazzo.  Silvani persino
    lo tir in disparte sul marciapiedi opposto,  supplicandolo  sottovoce
    con  tutta  la persona umile.  Il basso scrollava le spalle e il capo,
    colla  barba  dura  come  una  spazzola.   Infine  volse   un'occhiata
    sprezzante verso il maestro,  il quale s'era fatto pallido al vederlo,
    e non l'aveva  salutato,  e  cav  fuori  il  borsellino,  scantonando
    seguito dal ballerino piegato in due.  Passava della gente in abito da
    festa;  delle famigliuole intere che andavano a sentir  la  musica  al
    giardino pubblico.  Poscia, di tratto in tratto, succedeva il silenzio
    grave delle ore calde della domenica.  Infine  Assunta  e  il  maestro
    lasciarono  il  Caff,  e si avviarono ai Boschetti,  rasente al muro,
    nella striscia. d'ombra che orlava il marciapiedi. Assunta aveva detto
    ch'era libera fino a sera,  e anch'esso non temeva pi di farsi vedere
    insieme a lei.  Il largo viale ombroso era deserto.  Di tanto in tanto
    solo qualche coppia d'innamorati che passeggiavano  sotto  i  platani,
    cercando  i  sedili pi remoti.  Anch'essi...  Le ore scorrevano e non
    sapevano risolversi a lasciarsi. - Ah! se ci fossimo conosciuti prima!
    - esclam infine il maestro.
    Ella alz gli occhi su di lui, si fece rossa, e li chin di nuovo.  Il
    maestro   giocherellava   col   fagottino  che  Assunta  teneva  sulle
    ginocchia.
    - O piuttosto se avessi fatto il calzolaio!... No... dico cos...  Son
    delle  giornate nere...  Passeranno!  - Chiam uno che andava vendendo
    dell'acqua fresca, in un barilotto attorniato di bicchieri, e offr da
    bere anche a lei.  L'uomo and a  mettersi  in  fondo  al  viale,  col
    barilotto posato a terra, come una macchietta nera nel verde. Sembrava
    di essere a cento miglia dalla citt,  nell'ombra e nel silenzio. Poco
    per volta il maestro le disse che l'aveva amata,  s,  proprio!  tante
    volte  quel  segreto  gli  era  spirato sulle labbra!  Essa lo sapeva,
    accennando  col  capo  che  teneva  chino  in  aria  di  rassegnazione
    dolorosa,  la  quale  scorgevasi  anche  dall'abbandono  di  tutta  la
    persona,  dalla treccia allentata che le si allungava sul collo.Allora
    perch...  perch  ci siamo taciuti?...  La poveretta lo guard in tal
    modo, attraverso le lagrime che le scendevano chete chete per le gote,
    ch'egli abbass gli occhi.
    - S,  vero, fu il destino!  Quell'altra non sa neppure il sacrificio
    che le ho fatto... per debolezza, per bont di cuore... e c' chi dice
    per  un  tozzo  di  pane!  Me  lo  merito.  Ora essa m'ha piantato pel
    Marangoni che la batte e fa lo strozzino  coi  suoi  denari.  Come  ho
    dovuto sembrarle spregevole, dica!...
    - No... no... Era destino!... Anch'io!...
    Per sentivano entrambi una gran dolcezza nel dirsi tutto ci,  seduti
    accanto sullo stesso banco.  Egli apr la bocca due o  tre  volte  per
    farle  una  domanda  che  non  osava.  Poi  strapp  un ramoscello che
    pendeva, e si mise a sminuzzarlo in silenzio. Assunta pi di una volta
    s'era mossa per andarsene, senza averne la forza.
    La sera era venuta prima che se ne fossero accorti,  una sera tepida e
    dolce.  Assunta stava col capo chino, col seno gonfio, le mani pallide
    e venate d'azzurro sulle ginocchia,  come ascoltando le parole che lui
    non osava pronunziare.  Infine egli le prese in silenzio una di quelle
    mani,  in un modo eloquente.  Per tutta risposta ella apr le  braccia
    che  si teneva sulle ginocchia,  con un gesto desolato,  e scotendo il
    capo: - No! no! non posso!
    A  quell'atto,  per  la  prima  volta,  il  maestro  le  pos  addosso
    un'occhiata,  cap  ogni cosa,  e glielo disse nell'occhiata ingenua e
    desolata che le pos in grembo.
    - Almeno le ha scritto? - balbett infine.
    Ella rispose di no chinando il capo rassegnato.
    Gennaroni  ricomparve  al  Caff  verso  il  principio   dell'inverno,
    masticando delle pastiglie,  col fez come un turco,  e le tasche piene
    di bottigline di marsala,  per le quali ebbe a  dire  agli  amici  che
    volevano fargli festa:
    - Adagio! adagio, miei cari! Questi qui sono campioni! Voialtri non mi
    darete certo delle commissioni, eh - To'! il maestro! Ben trovato! So,
    so,  briccone!  So  che  me  l'hai  portata via,  traditore!  Dico per
    scherzo, sai! Non sono in collera con te;  tutt'altro!  Non siamo mica
    dei piccioni per far sempre lo stesso paio!  Specie uno come me che ha
    da girare il mondo,  ora che mi son dato al commercio.  Non c'  altro
    per  guadagnar  quattrini,  te lo dico io!  Tutto il resto...  roba da
    pezzenti! Tanti saluti ad Assunta. Oppure no, non le dir nulla. A buon
    rendere.









    IL SEGNO D'AMORE.

    "Algio pelsooo... o cara Nici,
    Lo riposuuu... lo riposu di la noootti.
    Tostu dunami... tostu dunami la mooolti,
    Tostu dunami la molti quannu sugnu allatu to!..."

    cantava il Resca strimpellando sulla chitarra,  e colorendo la canzone
    con  gran  boccacce,  e  aggrottar di sopracciglia.  Cessato appena il
    fron-fron dell'accompagnamento,  scoppi  una  lunga  smanacciata  sul
    canto  del  Piano  dell'Orbo.  Gli  amici  si passarono le chitarre ad
    armacollo, e si raccolsero intorno al Resca, chiacchierando sottovoce,
    dietro  l'uscio  di  donna  Concettina,  la  fruttivendola.   Come  lo
    sportellino dell'uscio non s'apriva, il Resca disse:
    -  Vuol  dire  che la vecchia non  ancora addormentata.  Buona notte,
    signori miei.
    Allora dal voltone sotto il convento del Carmine si  stacc  un'ombra,
    piano piano, e si accost per attaccar discorso con una gentilezza:
    - Bravi, signori miei! Bella voce, e belli gli strumenti!
    Il  Resca  squadr lo sconosciuto,  un ometto sparuto e colla barba di
    otto giorni,  il quale portava un cappelluccio a cencio sull'orecchio;
    si pass il nastro della chitarra sulla spalla, e rispose secco secco:
    - Grazie tante!
    - Ora m'avete a fare un piacere,  signori miei, - riprese l'altro. - E
    sarebbe di venire a cantare un'altra canzone alla mia innamorata,  che
    sta qui vicino.
    Gli amici,  al vedere la piega che pigliava il discorso,  tornarono ad
    accostarsi,  seri seri.  Il Resca,  che non aveva  proprio  voglia  di
    attaccar briga l, a quell'ora, guard lo sconosciuto nel bianco degli
    occhi, sotto il lampione, e disse, masticando adagio le parole:
    - Scusate, amico. E' tardi, e dobbiamo andarcene pei fatti nostri.
    L'altro per, senza darsi vinto:
    - Una canzonetta breve; qui, a due passi.
    Il  Resca  si calc il berretto sugli occhi,  e chiese sottovoce,  una
    voce singolare:
    - Cos'? per soperchieria?
    - Siete in cinque... bella soperchieria!
    - Dunque lasciateci stare in pace.
    - Allora vi dico che non avete educazione.
    Il Resca fece un passo indietro,  e afferr vivamente la chitarra  pel
    manico. Ma si fren; e torn a ripetere:
    - Vi dico di lasciarmi andare pei fatti miei!
    - Allora vi dico che non avete educazione!  - ribatt l'altro,  freddo
    freddo, e colle mani in tasca.
    - Sangue di...!
    Il gruppo si scompose bruscamente,  con  un  luccicare  improvviso  di
    coltelli. L'ometto ch'era saltato indietro, mettendosi colle spalle al
    muro, esclam:
    - Ssss! Sangue di...! La questura!
    L  accanto  c'era  l'impalcatura  di  una casa in costruzione;  in un
    batter d'occhio i coltelli sparirono dietro l'assito.
    La pattuglia accostandosi, col passo cadenzato, adocchi il crocchio.
    - Siamo amici,  - disse l'ometto,  - che si faceva una  serenata  alle
    nostre innamorate; qui vicino.
    - Il permesso ce l'avete?
    - Il permesso eccolo qua, rispose il Resca. In quel momento batteva il
    tocco,  e  da lontano si udiva venire una canzonaccia d'ubbriaco,  con
    un'ombra che andava a zig-zag, lungo la fila dei lampioni.
    - Quello l canta senza permesso!  - osserv uno  della  comitiva  per
    ischerzo.
    - Finiamola! - intim il brigadiere, - o se no, vi faccio visitare!
    L'ometto  che  voleva  la canzone per l'innamorata lo stette a guardar
    zitto,  mentre si allontanava colla pattuglia;  e dietro gli sput:  -
    Sbirro!
    - Sentite amico, - riprese quindi il Resca, - qui non mi piace far del
    chiasso, perch ci sta la mia innamorata. Ma se volete venire sotto il
    voltone laggi, vi servo subito.
    - No. Ho visto or ora che siete un uomo; e mi basta cotesto. Di me, se
    conosco  il  mio  dovere,  potete  domandarne  a  chi  vi piace: Vanni
    Mendola.
    - Ed io,  don Giovanni,  quand' cosi,  voglio  cantarvi  la  canzone;
    dovessimo venire all'Ognina oppure a Cifali.
    -  Grazie  tante!  -  disse il Mendola.  - Ma la canzone adesso non la
    voglio pi. Mi basta d'aver visto il vostro buon cuore.
    E come ciascuno se ne andava per la sua strada,  dopo molte strette di
    mano,  e - Buona sera!  Scusate,  se mai,  qualche parola... - Mendola
    tir in disparte il Resca, e gli disse:
    - Volevo mostrare soltanto... Come vi chiamate?
    - Giuseppe Resca,  per servirvi,  - rispose l'altro.  - Ma  mi  dicono
    anche il "Biondo".
    - Volevo mostrare a donna Concettina,  che ora  la vostra innamorata,
    e sta dietro l'uscio ad ascoltare...  Volevo mostrarle,  don Giuseppe,
    che  gli  uomini  non si misurano a palmo...  E che se sono piccolo di
    statura ho il cuore grande quanto questa piazza  qui...  Ma  vedo  che
    siete  un  galantuomo,  e  non  voglio  che a casa vostra o a casa mia
    abbiano a piangere per quella donnaccia l... che,  guardate!  non val
    niente pi di questo qui!
    E  abbrancatosi  il  cappelluccio  lo butt a terra con disprezzo e vi
    sput sopra.
    Allora si spalanc di botto il finestrino della  fruttivendola,  e  ne
    schizz fuori un getto d'improperi.
    - Il molto che valete voi!  brutto nano pezzente che siete!  e mi fate
    stomaco!
    - Lasciatela dire, don Giuseppe, - rispose calmo il Mendola,  fermando
    pel braccio il Resca che non si moveva neppure. Lasciate parlare donna
    Concettina  che  in collera,  e non si rammenta pi che allora non mi
    diceva tutte queste parolacce,  quando mi faceva venire qui di  notte,
    al  tempo  di suo marito il Grosso,  buon'anima!  qui,  dove posiamo i
    piedi adesso!
    - A te? bugiardo infame!
    - S, a me. E il tuo innamorato qui presente, adesso,  lo vedi?  Crede
    pi alle mie parole anzich ai tuoi giuramenti.
    - Finiamola! - interruppe il Resca. - Sangue di... finiamola!
    - Avete ragione;   tempo di finirla,  - disse il Mendola: e senza dar
    retta a donna Concettina che lo colmava di villanie, soggiunse:
    - Buona sera, e arrivederci, don Giuseppe.  Tanto piacere della vostra
    conoscenza. E scusate qualche parola, se mai.
    - Aspettate, vengo con voi.
    - Ah,  capisco!  Anch'io,  ai miei tempi, mi sarei fatto ammazzare per
    colei,  s'ella mi avesse detto che adesso c' il  sole  fuori.  Ma  le
    chiacchiere non servono.  Sono ai vostri comandi, don Giuseppe. Quando
    volete voi.
    - Domani.
    - Va bene, domani. Ditemi a che ora, e dove vi farebbe comodo.
    - Conoscete il "Pizzolato",  quello che fa negozio di  cenci  al  Vico
    Stretto?
    - Chi non lo conosce? Il magazzino grande, dentro il cortile del Sole?
    - Bravo!  Il magazzino grande dentro il cortile del Sole. Trovatevi l
    a mezzogiorno, ch ci sar anch'io, don Giovanni.
    Questi se ne and per la  sua  strada,  dondolandosi,  e  il  "Biondo"
    ripass  dinanzi  alla  bottega  della  vedova.  Buio da per tutto;  e
    l'uscio chiuso che gli teneva il broncio.
    Ritorn il giorno dopo, prima di mezzogiorno, e trov donna Concettina
    la quale stava pettinandosi,  in fondo  alla  bottega,  con  quei  bei
    capelli lunghi che facevano l'onda,  ed essa vi metteva apposta un'ora
    a distrigarli innanzi a lui, senza levar gli occhi dallo specchietto.
    - O cos', donna Concettina? Non vogliono lasciarsi fare oggi quei bei
    capelli? - cominci infine il Resca.
    - Questo  il grande amore che mi portate...  che andate  a  bazzicare
    con  tutti quelli che mi vogliono male?  - rispose essa senza voltarsi
    neppure.
    - Quel tale l'ho incontrato iersera per caso, e non fui io che lo feci
    parlare.  Ma so quel che debbo fare,  e non  ho  bisogno  che  nessuno
    m'insegni  il mio dovere.  Ora son venuto per sentire se avevi qualche
    cosa da dirmi anche tu, mentre sei sola nella bottega.
    - Cosa volete che vi dica?  Quel cristiano io non lo  conosco;  e  gli
    faccio lo scongiuro, a lui e a tutte le bugie che ha avuto il coraggio
    di inventare, pel Signore delle Quarant'Ore ch' alla parrocchia!
    -  Va  bene,  - disse il Resca alzandosi dallo sgabello.  Va bene,  vi
    saluto.
    Mendola l'aspettava nel cortile del Sole,  discorrendo  sottovoce  col
    "Pizzolato",  un omaccione senza un pelo di barba,  e che parlava come
    un ventriloquo.  Si strinsero la mano;  e il "Pizzolato" li  lasci  a
    discorrere  insieme,  per correre a dare un'occhiata nel magazzino,  e
    disporre l'occorrente.
    Vanni Mendola s'era fatto radere, e aveva messo il vestito nuovo della
    domenica.  Di giorno,  cos camuffato,  sembrava pi piccolo e sparuto
    ancora,  con  una faccia da pulcino,  e un certo ammiccar dell'occhio,
    che sembrava dicesse delle barzellette a ogni parola, e quando parlava
    colle donne doveva far loro come il solletico.  - Sentite,  - disse al
    "Biondo", - com' vero Dio, me ne dispiace! Alle volte, lo sapete, una
    parola  tira  l'altra,  e  non si sa dove si va a finire.  Avrei fatto
    meglio a tacere,  giacch ve la pigliate calda per  donna  Concettina.
    Tanto pi che non val la pena di ammazzarsi per colei.
    - Lo so. Son venuto soltanto per fare il mio dovere.
    - Donne! - conchiuse il Mendola, - pazzo chi ci si mette!
    Il "Pizzolato" s'affacci di nuovo all'uscio, e disse che era pronto.
    - Sentite quest'altra cosa, don Giuseppe. Se volete chiuderle la bocca
    una  volta per tutte,  e levarvela di torno,  ditele che sapete di una
    certa voglia che ci ha sotto l'ascella... E ho finito.
    - Zitto!  - interruppe il "Pizzolato".  -  Non  bisogna  scaldarsi  il
    sangue adesso!
    I giovani del magazzino,  occupati a spartire i cenci,  sgattaiolarono
    uno dopo l'altro, dinanzi a un randello che aveva ghermito il padrone;
    intanto che Mendola,  il "Biondo" e  due  altri  amici  entravano  nel
    magazzino. Il "Pizzolato" affacci il capo fra i battenti, disse: - L
    ci avete tutto. - E chiuse l'uscio.
    Successero  alcuni minuti di silenzio.  Poi uno scalpiccio,  dentro il
    magazzino,  dei salti sul battuto,  delle esclamazioni brevi e secche.
    Infine uno degli amici fece capolino.
    -  Tutti  e  due,  -  rispose  alla  domanda  ch'era  negli  occhi del
    "Pizzolato".
    - Badate ai fatti vostri,  voialtri!  -  minacci  costui  rivolto  ai
    ragazzacci che levavano il capo curiosi.
    Primo   usc   il   Mendola,   piegato   in  due,   colla  faccia  pi
    incartapecorita ancora;  e dopo venne il  "Biondo",  smorto  in  viso,
    sorretto per le ascelle da due amici.
    - Gli avete fatto quello che occorreva? - domand loro il "Pizzolato".
    - Sissignore, a tutti e due. Pericolo non ce n'.
    -  Voialtri  tornate  dentro a lavorare!  - grid il "Pizzolato" colla
    voce di cappone ai giovani del magazzino. - E se mai,  non avete visto
    niente!
    All'ospedale  volevano  sapere  dal "Biondo" un mondo di cose: chi era
    stato, come,  e quando.  Il Mendola,  appunto per evitare tutte quelle
    noie,  si faceva curare di nascosto dagli amici, in un bugigattolo. Ma
    anche il "Biondo" "aveva dello stomaco",  e se ne  stava  apposta  col
    naso  contro il muro,  per non essere seccato.  E 'stato un accidente,
    lavorando da sellaio.  Avevo il punteruolo in mano,  cos...  Va bene;
    fatemi  mettere  in  prigione,  ma  non  posso dir altro.  - Giudice e
    carabinieri rimasero a denti asciutti.  Quando donna Concettina  mand
    la vecchia,  per vedere come stava, il "Biondo" torn a dire le stesse
    cose, senza nemmeno voltare il capo:
    - Bene,  bene,  sto benone.  E' stato un  accidente,  roba  da  nulla.
    Salutatemi vostra figlia.
    Per appena ebbe lasciato l'ospedale, un po' debole ancora e bianco in
    viso, and a trovar la fruttivendola.
    - O santo cristiano!  che mi avete fatto morire di spavento! gli disse
    lei. - Ora come state?
    - Io sto bene,  - rispose lui.  - E son venuto apposta adesso che  non
    c' nessuno, per parlarti da solo a sola.
    -  O  Ges mio!  Tornate un'altra volta con quei discorsi vecchi?  Che
    cosa vi hanno detto contro di me? Parlate chiaro.
    - E se parlo chiaro, tu chiaro mi rispondi?
    - S, per la Madonna Immacolata!
    - Guarda che hai gli occhi falsi, Concettina! Con don Giovanni Mendola
    cosa ci hai avuto?
    - Ci ho avuto? Niente ci ho avuto! Veniva a comprar noci e mele. Viene
    tanta gente!  La bottega  un  porto  di  mare...  In  coscienza  mia,
    Peppino,  non mi guardare a quel modo!  Te lo far dire dai vicini, se
    non mi credi... Vado a chiamarli...
    - No! Lascia stare i vicini.  Dimmi cosa c' stato fra voialtri.  E se
    dicesti di s a lui, quand'era vivo il Grosso tuo marito, perch m'hai
    detto sempre di no, a me, ora che sei vedova?
    -  Ah,  siete venuto ad insultarmi?  Per questo siete venuto?  Ebbene,
    giacch credete piuttosto a quel galantuomo,  e sospettate  ancora  di
    me...  Ebbene,  non  voglio  pi saperne di voi,  n per marito n per
    nulla!... Lasciatemi andare...
    - No, non te ne andare!  Dimmi perch mi hai detto sempre di no,  a me
    che ti volevo tanto bene, mentre a quell'altro gli hai detto di s!...
    - Aiuto! aiuto!
    - No,  non gridare!  Tu gli hai fatto vedere il segno che ci hai sotto
    l'ascella,  a quell'altro,  perch l'amavi.  Io voglio lasciartene uno
    sulla faccia, perch tutti lo vedano, che ti ho voluto bene anch'io!
    Aveva  nel taschino del panciotto una moneta sottile come una lama,  e
    arrotata da una parte,  una monetina da due centesimi che  teneva  fra
    l'indice  e  il  pollice  come  un confetto,  e lasciava il segno dove
    toccava, per tutta la vita.
    - Aiuto!  all'assassino!  - url la donna avventandoglisi contro colle
    unghie, accecata dal sangue che le rigava la guancia.
    Il  "Biondo"  pallido come un cencio,  in mezzo alla folla dei vicini,
    che lo scrollavano tenendolo pel petto, balbettava:
    - Ora vado in galera contento.










    L'AGONIA DI UN VILLAGGIO.

    "Bollettino dell'eruzione!  Il fuoco a Nicolosi!" La  folla  accorreva
    dai dintorni,  a piedi,  a cavallo, in carrozza, come poteva. Lungo la
    salita, fra il verde delle vigne, un denso polverone disegnava il zig-
    zag della strada.  Ad ogni passo s'incontravano carri  che  scendevano
    dal  villaggio  minacciato,  carichi  di  masserizie,  di derrate,  di
    legnami,  perfino d'imposte  e  di  ringhiere  di  balconi,  tutto  lo
    sgombero  di  un villaggio che sta per scomparire.  E colla roba,  sui
    carri,  a piedi,  uomini e donne taciturni,  recandosi  in  collo  dei
    bambini  sonnolenti,  coi  volti accesi dalla caldura e dall'ambascia.
    Pei casolari,  nelle borgate,  lungo la via,  gli abitanti  affacciati
    "per  vedere",   colle  mani  sul  ventre;  qualche  vecchiarella  che
    attaccava  un'immagine  miracolosa  allo  stipite  della  porta  o  al
    cancello  dell'orto;  i  monelli  che ruzzavano per terra festanti;  e
    sulle porte spalancate delle chiesuole,  la statua del santo  patrono,
    luccicante  sotto  il baldacchino,  come un fantasma atterrito,  colle
    candele spente,  e i  fiori  di  carta  dinanzi.  A  Torre  del  Grifo
    scaricavano carrate intere di assi e di tavole sulla piazzetta, per le
    baracche  dei  fuggiaschi.  Le  pompe d'incendio tornavano indietro di
    gran  trotto,  col  fracasso  di  carri  d'artiglieria;   e  in  alto,
    dirimpetto,  il  vulcano tenebroso,  dietro un gran tendone di cenere,
    lanciava in aria,  con un rombo  sotterraneo,  getti  di  fiamme  alti
    cinquecento metri.
    All'ingresso  del  paesetto  era  un  ingombro straordinario di carri,
    cavalli, gente che gridava,  e soldati col fucile ad armacollo;  quasi
    l'avanguardia  di un esercito in rotta.  Si camminava su di una sabbia
    nera,  fra due file di case smantellate,  irregolari,  cogli usci e le
    finestre divelte. La gente ancora affaccendata a portare via roba. Dal
    balcone  di  una  casa  nuova  calavano  gridando - largo - un armadio
    monumentale.  Una vecchiarella stava a  custodia  di  alcune  galline,
    seduta  su  di  un cesto,  in un cortile ingombro di doghe e cerchi di
    botte.  E qua e l,  sulle porte senza uscio,  vedevasi qualche povero
    diavolo  che  voltava le spalle alle stanzucce nude,  aspettando colle
    mani in mano e il viso lungo, in silenzio,  come nell'anticamera di un
    moribondo.  Sul marciapiedi del Casino di Compagnia erano schierate su
    due file di sedie alcune signore venute a vedere lo spettacolo, che si
    facevano vento,  degli uomini che fumavano;  un sorbettiere portava in
    giro  dell'acqua  fresca;  il baldacchino del Santissimo appoggiato al
    muro,  colle aste in fascio;  e di faccia la chiesa spalancata,  senza
    lumi,  solo un luccicho di santi dorati in fondo all'altare in lutto;
    e sopra tutto ci,  sul chiacchiero,  sul frastuono,  sui  boati  del
    vulcano,  la  campana  che  sonava  a  processione,  senza  cessare un
    istante.
    Al Nord, verso l'Etna, lo stradone si allungava in mezzo a due file di
    ginestre arboree,  formicolante di  curiosi  che  andavano  a  vedere,
    ridendo,   schiamazzando,   chiamandosi  da  lontano,  e  gli  strilli
    soffocati delle signore barcollanti sul basto malfermo delle  mule,  e
    il  vociare  di  quelli che vendevano gazzosa,  birra,  uova e limoni,
    sotto le baracche improvvisate.  Via via che i pi lontani  giungevano
    sull'erta udivasi gridare - Ecco!  Ecco! - con un grido quasi giulivo.
    Di faccia, a destra e a sinistra, fin dove arrivava l'occhio,  come il
    ciglione alto di una ripa scoscesa, nera, fumante, solcata qua e l da
    screpolature  incandescenti,  dalle quali la corrente di lava rovinava
    con un acciottolo secco di mucchi immensi di cocci che franassero.  A
    due  passi  le ginestre in fiore si agitavano ancora alla brezza della
    sera;  delle signore si stringevano al braccio del  loro  compagno  di
    viaggio,  con un fremito delizioso;  altri si sbandavano per le vigne,
    lungo la linea  della  corrente  minacciosa,  scavalcando  muriccioli,
    saltando fossatelli, le donne colle sottane in mano, con un ondeggiare
    infinito   di  veli  e  d'ombrellini,   mentre  il  crepuscolo  moriva
    nell'occidente,  e la marina in fondo  dileguava  lontana,  nel  tempo
    istesso   che   l'immensa   fiumana   di   lava   sembrava  accendersi
    nell'orizzonte tetro.  Dal  paesetto  perduto  nell'oscurit  giungeva
    sempre il suono delle campane, e un mormoro confuso e lamentevole, un
    formicolo  di  lumi  che  si  avvicinavano,  come  delle  lucciole in
    viaggio. Poi,  dalle tenebre della via,  sbuc una processione strana,
    uomini e donne scalzi,  picchiandosi il petto,  salmodiando sottovoce,
    con una nota insistente e lagrimosa della quale non si  sentiva  altro
    che - Misericordia!  misericordia! - E sul brulicame nero e indistinto
    di quei penitenti,  fra quattro torce a vento  fumose,  un  Cristo  di
    legno,  affumicato,  rigido,  quasi sinistro, barcollante sulle spalle
    degli uomini che affondavano nella sabbia.















    ...E CHI VIVE SI DA' PACE.

    Come la batteria partiva a mezzanotte,  Lajn Primo aveva  invitato  la
    sua  ragazza  a  desinare - una gentilezza per mostrarle il dispiacere
    che provava nel lasciarla.  - Sapevano giusto un'osteria di  campagna,
    appena  fuori  la porta,  bel sito e vino buono,  quattro ciuffetti di
    verde al sole, l'altalena e il giuoco delle bocce, i tavolinetti sotto
    il pergolato, da starci bene in due soli,  senza soggezione;  e subito
    dopo  la  campagna  larga  e quieta,  grandi fabbriche in costruzione,
    tutte irte di antenne,  un folto d'alberi a diritta,  e  in  fondo  la
    linea dei monti,  che digradavano. Anna Maria s'era messa il vestitino
    nuovo,  colla giacchetta attillata,  le scarpette di pelle lucida e le
    calze rosse.  Sentiva una gran contentezza,  stando insieme al suo bel
    militare,  coi gomiti sulla tovaglia,  i mezzi litri  che  andavano  e
    venivano,  Lajn  Primo di faccia a lei,  col naso nel piatto,  dandole
    delle ginocchiate di tanto  in  tanto.  Per,  al  vedergli  il  chep
    coll'incerato,  e la striscia gialla della giberna che gli fasciava il
    petto,  si sentiva gonfiare il  cuore  nel  seno,  grosso  grosso,  da
    mozzarle il fiato. - Mi scriverai? Di'? mi scriverai? -
    Egli accennava di s,  a bocca piena,  guardandola negli occhi lucenti
    che l'accarezzavano tutto,  il panno grosso dell'uniforme e la  faccia
    lentigginosa  di  biondo.  C'erano  nel  piatto  dei  mandarini  colle
    foglioline verdi.  Essa ne strapp  una,  e  volle  mettergliela  alla
    bottoniera.
    L accanto si udiva l'urtarsi delle bocce fra di loro.  Alcune ragazze
    schiamazzavano attorno l'altalena,  colle gonnelle in aria.  Passavano
    dei carri per la strada,  cigolando;  delle nuvole grigie d'estate che
    lasciavano piovere una gran tristezza.
    Lajn Primo chiacchierava sempre lui, col sigaro in bocca, la testa gi
    lontana, nei paesi dove andava la batteria, cercando di tanto in tanto
    la mano di Anna Maria  attraverso  la  tavola,  quando  in  bocca  gli
    venivano le parole buone.  Poi,  come aveva il vino allegro, si mise a
    canticchiare:

    "Morettina di la stacioni,
    Ecco il trenno che gi parti.
    Mi rincresse di lasciarti,
    Il soldato mi tocc' affar."

    E tutt'a un tratto  la  ragazza  scoppi  a  piangere,  col  viso  nel
    tovagliuolo.
    -  Via!  via!  I  morti  soli non si rivedono!...  - Stavolta per gli
    tremavano i baffi rossi anche a lui,  e le mani,  nell'affibbiarsi  il
    cinturone.  Vollero  fare  quattro passi sino al fiume,  come le altre
    volte. C'era un sentieruolo fangoso a sinistra, fra i campi, sotto dei
    grandi olmi.  Anna Maria  si  lasciava  condurre  a  braccetto,  colle
    sottane  in  mano,  gli  occhi  socchiusi  che  non vedevano,  un gran
    sbalordimento  dentro,   una  dolcezza  infinita  e  malinconica,   al
    tintinnio  di  quella  sciabola  e  di  quegli sproni e al contatto di
    quell'uniforme contro cui tutta la sua persona le sembrava che volesse
    fondersi.  Egli  le  aveva  passato  il  braccio  attorno  alla  vita,
    mormorandole  ne'  capelli  tante  paroline  affettuose che essa udiva
    confusamente,  l'orecchio per  sempre  teso  verso  la  tromba  della
    caserma, da buon soldato.
    A  un  certo  punto  Anna  Maria  gli  sfugg  di  mano,   e  corse  a
    inginocchiarsi sul ciglione del fossatello,  senza badare  al  vestito
    nuovo,   per  cogliere  delle  foglioline  verdi  che  spuntavano  dal
    muricciuolo.
    - Per te! le ho colte per te!
    Egli non sapeva pi dove metterle;  le diceva ridendo che lo  caricava
    d'erba  come  un asino,  cos,  per farla ridere.  La ragazza per non
    rispondeva; stava segnando delle grandi lettere storte sulla corteccia
    di un olmo, con un sasso, due cuori uniti e una croce sopra.  Lajn non
    voleva,  per  via  del malaugurio;  per l'aveva presa fra le braccia,
    intenerito anche lui,  tanto non passava nessuno  nella  stradicciuola
    fangosa di l dell'argine.  Essa diceva di no,  diceva di no col cuore
    gonfio.  Guardava  piuttosto  un  gran  muraglione  nerastro,   ch'era
    dirimpetto,  quasi  volesse  stamparselo  negli  occhi.  Gli diceva: -
    guarda anche tu! anche tu! - Aveva il vino triste,  poveretta!  Calava
    la  sera  desolata,  con una squilla mesta e lontana dell'avemaria che
    picchiava sul cuore.  Quanto piangere fece Anna Maria cheta cheta  nel
    fazzolettino ricamato!
    Prima di lasciarla, sull'angolo della via, egli le aveva detto:
    -  Verr a salutarti un'altra volta,  prima di partire;  fatti trovare
    sulla porta. - E si tenevano per mano,  non si risolvevano a staccarsi
    l'uno dall'altro. Lajn Primo torn infatti a salutarla un'altra volta,
    prima  di partire,  come passasse per caso,  nell'andare in quartiere.
    Anna Maria teneva per mano la figlioletta del portinaio - un  pretesto
    per  star  l  sulla  porta  - e gli fece segno che c'era gente dietro
    l'uscio.  Allora scambiarono ancora quattro parole  per  dirsi  addio,
    senza guardarsi,  parlando del pi e del meno: lui che gli tremavano i
    baffi rossi un'altra volta.  -  Passerete  di  qua,  per  andare  alla
    stazione?  - S,  s,  di qua! - Ogni momento della gente che andava e
    veniva;  Ghita nel cortile ad accendere il gas.  Lajn Primo accese  un
    sigaro,  e  se  ne  and  colle spalle grosse.  Anna Maria lo guardava
    allontanarsi.
    La gente si affollava per la  via,  a  veder  passare  i  soldati  che
    partivano pel campo: tutti gli inquilini della casa, sotto il lampione
    della  porta: Ghita che teneva abbracciata Anna Maria;  suo padre,  il
    portinaio,  e i padroni anche loro,  alle finestre coi lumi.  Cos  la
    povera ragazza vide passare la batteria dov'era il suo artigliere,  in
    mezzo alla calca e ai battimani;  i cavalli neri che sfilavano a due a
    due,  scotendo  la  testa,  dei cassoni enormi che facevano tremare le
    case; e sopra,  sui cappelli e i fazzoletti che sventolavano,  i chep
    degli artiglieri coll'incerato, dondolando. Non vide altro; tutti quei
    chep si somigliavano.  Il suo Lajn per la scorse,  alle folte trecce
    nere,  in mezzo alle comari,  la mamma di Ghita che  stava  contandole
    delle  frottole;  la  vide che lo cercava,  povera figliuola,  con gli
    occhi smarriti e il viso pallido, senza poterlo scorgere, seduto basso
    com'era sul sediolo accanto al pezzo, il guanto sulla coscia, al suono
    triste della marcia d'ordinanza, che si allontanava.

    Passarono citt, passarono villaggi; dovunque,  sulle porte,  uomini e
    donne che s'affacciavano a veder passare i soldati.  Alle volte, nella
    folla, un musetto pallido che somigliava ad Anna Maria - "Morettina di
    la stacioni... " Alle volte,  lungo lo stradone polveroso,  un'osteria
    di campagna coll'altalena e il pergolato verde,  come quella dov'erano
    stati a desinare insieme.  Alle volte un  fossatello  con  due  filari
    d'olmi,  o  un  muraglione  nerastro che rompeva il verde.  Oppure una
    cascina coi panni stesi al  sole,  una  vecchierella  che  filava,  un
    sentieruolo  come  quello  per  cui  era  disceso dai suoi monti,  col
    fagottino sulle spalle larghe e robuste che lo avevano fatto  prendere
    artigliere.  Poscia  la  via bianca e polverosa,  rotta,  sfondata dal
    passaggio della truppa, formicolante di uniformi;  e di tanto in tanto
    uno squillo di tromba, che sonava alto nel bruso.
    Di  qua  del  fiume  una  gran  folla:  soldati  di tutte le armi,  un
    luccicho,  tende  di  cantiniere  che  sventolavano,  e  cavalli  che
    nitrivano;  delle  canzoni dolci e malinconiche,  in tutti i dialetti,
    come un'eco lontana del paese,  in mezzo alle risate e  al  rullo  dei
    tamburi: - "Morettina di la stacioni,  mi rincresse di lasciarti!... "
    - Sull'altra sponda la  campagna  calma  e  silenziosa,  coi  casolari
    tranquilli affacciati nel verde delle colline; e sulla linea scura che
    traversava il fiume luccicante qua e l, l'ondeggiare delle banderuole
    turchine,  una  lunga  fila  di  lancieri  polverosi che sfilavano sul
    ponte.

    Le quattro trombe della batteria  tutte  insieme  sonarono  Avanti.  -
    Poscia, di l del ponte - A trotto! - in mezzo a un nugolo di polvere,
    alberi e casolari che fuggivano,  pennacchi di bersaglieri ondeggianti
    fra i seminati. Di tanto in tanto, in mezzo al frastuono,  si udiva un
    rombo  sordo,  dietro  le colline.  E fra gli scossoni dell'affusto la
    canzone della partenza che  ribatteva:  -  "Ecco  il  trenno  che  gi
    parti... " - A galoppo, "Marche"! - Addio, Morettina! Addio!
    Su,  su, per l'erta, sfondando i solchi, sradicando i tralci, saltando
    i fossati,  i cavalli fumanti e colle schiene ad arco,  gli  uomini  a
    piedi,  spingendo le ruote,  frustando a tutto andare. Poi, sulla cima
    del colle,  due carabinieri di scorta immobili,  a cavallo,  dietro un
    gruppo  di  ufficiali che accennavano lontano,  alle vette coronate di
    fumo,  e dei soldati sparsi per la china,  fra i  solchi,  come  punti
    neri.  Qua e l, dei lampi che partivano dalla terra bruna; e il rombo
    continuo,   nelle  colline  dirimpetto:  delle  nuvolette  dense   che
    spuntavano in fila sulla cresta.
    Detto  fatto,  i  pezzi  in batteria,  e musica anche da questa parte.
    Allora, dopo cinque minuti, attorno alla batteria cominci a tirare un
    vento del diavolo; la terra che volava in aria,  gli alberi dimezzati,
    solchi che si aprivano all'improvviso,  dei sibili acuti che passavano
    sui chep.  Per attenti al comando,  e nient'altro per  il  capo;  n
    capelli  bianchi,  n  capelli  neri.  -  Abbracci' avanti!  - Alt!  -
    Caricat!- Prima il povero Renacchi che  stava  per  compir  la  ferma.
    Mamma mia!  Mamma mia!  - Numero due,  manca!  - Attenti!  Si udiva il
    comando secco e risoluto del biondo ufficialetto che  stava  impettito
    fra i due pezzi,  ammiccando nel fumo, cogli occhi azzurri di ragazza,
    i quali vedevano forse ancora il piccolo "coup" nero che aspettava in
    piazza d'armi, e la mano bianca allo sportello. - Abbracci' avanti!  -
    Alt!  - Caricat! Tutt'a un tratto gi in un gomitolo anche lui, fra un
    nugolo  di  polvere,   gemendo  sottovoce  e  mordendo  il  cuoio  del
    sottogola.  Solo il comandante rimaneva in piedi,  ritto sul ciglione,
    in mezzo al vento  furioso  che  spazzava  via  tutto,  guardando  col
    cannocchiale, come un gran diavolo nero.
    Lajn  Primo  in  quel  momento  stava  chino  sul  pezzo,  a  puntare,
    strizzando l'occhio turchino,  come soleva fare per dire ad Anna Maria
    quanto  gli  piacesse il suo musetto,  e facendo segno colla destra al
    numero tre di spostare a sinistra la manovella di mira,  quando  venne
    la  sua  volta  anche per lui.  - Ah!  Mamma mia!- Colle mani tent di
    aggrapparsi ancora all'affusto, delle mani che vi stampavano il sangue
    - cinque dita rosse. - Numero quattro, manca! - Attenti!

    Il telegrafo portava le notizie, una dopo l'altra: tanti morti;  tanti
    feriti.  - Ciascun bollettino cinque centesimi.  - Anna Maria ne aveva
    raccolto un fascio,  l sul cassettone.  E poi,  due volte al  giorno,
    all'andare  e  venire  dalla fabbrica,  passava dalla posta.  - Nulla,
    nulla.  - Che gruppo allora nella gola!  che peso sul cuore e  dinanzi
    agli occhi!  La sera sopratutto,  quando sonava la ritirata!  La notte
    che se lo sognava, e lo vedeva sotto il pergolato, canticchiando - "Mi
    rincresse di lasciarti"- e le stringeva la mano sulla tovaglia! Avesse
    avuta la mamma almeno, per sfogarsi! Il babbo, poveretto,  cosa poteva
    farci?  notte  e  giorno sulla macchina,  a correre pel mondo.  La sua
    amica Ghita,  che non aveva fastidi,  lei,  e non se  la  prendeva  di
    nulla, faceva spallucce, ripetendole:
    - Gli uomini,  mia cara,  son tutti cos. Lontano dagli occhi, lontano
    dal cuore! - Quanto piangere fece in quel fazzolettino!
    Tornavano i soldati,  lunghe  file  di  cavalli,  battaglioni  interi.
    Dinanzi al castello,  in piazza d'armi,  erano pure tornati i carretti
    colle arance,  e quelli del sorbetto a due soldi,  e le bambinaie  coi
    ragazzi, e le coppie che si allontanavano sotto gli alberi. Artiglieri
    che  andavano e venivano,  col'lincerato sul chep,  tale e quale come
    Lajn Primo - N. 7, N. 9. - Solo mancava il numero del suo Lajn.  Nella
    fabbrica  aveva  sentito  dire  che  molta truppa era stata mandata in
    Sicilia - laggi, lontano. Lontano dagli occhi,  lontano dal cuore!  -
    Neppure un rigo,  in tre mesi! Quante gite alla posta! quante volte ad
    aspettare  il  portalettere  dal  portinaio!  Tanto  che  Cesare,   il
    servitore  dirimpetto,  il  quale  veniva  a pigliare le lettere della
    contessa, le diceva anche lui, ridendo:
    - Nulla, eh? Ha male alla penna il suo artigliere?
    Una vera persecuzione quell'antipatico,  colla faccia di  donna,  e  i
    capelli  lucenti di pomata!  Aveva un bello sbattergli la finestra sul
    muso! Tutto il giorno l, di faccia, in anticamera,  a farle dei segni
    colle  manacce  sempre infilate nei guanti bianchi,  scappando solo un
    momento appena sonavano il campanello,  e tornando subito a montare la
    sentinella.  Sempre,  sempre,  quasi  ci si cocesse anch'esso a poco a
    poco, al vedersela ogni giorno l di faccia. Sicch una volta la ferm
    per le scale e le disse: - Cosa le ho  fatto,  infine?  Almeno  me  lo
    dica! - E come si vedeva che le parole gli venivan dal cuore, essa non
    ebbe animo di mandarlo a quel paese.
    Pensava sempre a quell'altro,  lavorando alla finestra. Chiss, chiss
    dov'era? di l di quelle case, dove andavano quelle nuvole scure?  Che
    tristezza  quando  giungeva  la  sera!  La campana di Sant'Angelo,  l
    vicino,  che le picchiava sulla testa,  e in  cuore  la  tromba  della
    ritirata,  che piangeva.  Il servitore accendeva i lumi, dirimpetto, e
    poi rimaneva ancora l,  nell'ombra delle  cortine,  si  scorgeva  dai
    bottoni   che  luccicavano.   Quanto  piangere  in  quel  fazzolettino
    ricamato! Tanto che il cuore era stanco e s'era vuotato intieramente.
    Il giorno di San Luca,  ch'era anche la festa del portinaio,  andarono
    tutti al Monte Tabor.  Ghita era venuta a prenderla per forza, e anche
    Cesare,  il quale s'era fatto  dare  il  permesso  quel  giorno  dalla
    padrona,  e  le  aveva detto stringendole le mani: - Venga,  venga con
    noi! Cos, a star sempre chiusa, piglier qualche malanno!  - Una gran
    tavolata all'aria aperta,  l'altalena e il giuoco delle bocce.  Cesare
    che pensava sempre ad una cosa,  le rispose: - M'importa  assai  delle
    bocce adesso! Mi lasci stare vicino a lei piuttosto, ch non la mangio
    mica! - La sera poi al ritorno le diede il braccio; tutta la brigata a
    piedi  pel bastione,  sotto i platani che lasciavano cadere le foglie.
    Una bella sera tutta  stellata.  Delle  ombre  a  due  a  due  che  si
    parlavano all'orecchio, sui sedili, voltando le spalle alla strada.
    Anna Maria chiacchierava di questo e di quello, per non lasciar cadere
    il discorso.  L'altro zitto, a capo chino. - Buona sera, buona sera. -
    Aspetti, aspetti.  L'accompagno sino all'uscio,  di sopra.  Non voglio
    che salga le scale cos al buio e tutta sola. Ora accendo un cerino. -
    No, no, ci son le stelle. - Delle stelle lucenti che scintillavano sui
    tetti, attraverso i finestroni ad arco, ogni ramo di scala - sei rami.
    Anna Maria digi stanca,  s'era appoggiata al muro, proprio accanto al
    finestrone, col fiato ai denti. - Ah! le mie povere gambe! Egli sempre
    zitto,  guardandola,  nella poca luce che lasciava vedere soltanto  il
    musetto pallido e gli occhi lucenti - Che fatica! Una giornata intera!
    Dev'essere  molto  tardi.  Guardi  quante stelle!  - Batteva un po' la
    campagna anche lei, poveretta,  per sfuggire da quel silenzio.  Ma lui
    non  rispondeva  ancora.  - Bella sera!  Non  vero?  - Allora egli le
    prese la mano, e balbett con la voce mutata:
    - Se crede che abbia capito quel che m'ha detto, sa!...  - E anche lei
    fu vinta da una gran dolcezza,  da un grande abbandono.  Gli lasci la
    mano nella mano, e chin il capo sul petto.
    Quest'altro aveva le mani bianche e pulite di uno che non fa nulla,  i
    capelli  lisci,  la  pelle fine,  certe garbatezze d'anticamera che la
    accarezzavano.  Lo vedeva ogni  giorno,  l'aspettava  alla  porta,  si
    lasciava  condurre  la  domenica  a desinare in campagna,  alla stessa
    tavola,   sotto  il  pergolato,   colle  ragazze  che   schiamazzavano
    sull'altalena,  e  gli  avventori  che  giocavano alle bocce.  Avevano
    passeggiato insieme per quella stradicciuola fangosa,  sotto i pioppi,
    stringendosi  l'uno  all'altro,  nella  sera  che li celava.  Poi egli
    voleva sapere questo e quello;  voleva frugare  come  un  furetto  nel
    presente e nel passato. La faceva ritornare, passo passo, verso quelle
    altre  memorie  che  le  rifiorivano  in  cuore come una carezza e una
    puntura.  Era geloso della stradicciuola dove era stata a  passeggiare
    con  quell'altro,  geloso  della  campagna  che avevano vista insieme,
    della tavola alla quale s'erano seduti e del vino che  avevano  bevuto
    nello stesso bicchiere. Diventava a poco a poco ingiusto e cattivo. Un
    vero ragazzo,  ecco.  Un ragazzo bizzoso da mangiarselo coi baci.  Che
    dolcezza per Anna Maria allora! Che dolcezza triste ed amara! Tutte le
    lacrime che egli le faceva versare le restavano  in  cuore,  e  glielo
    rendevano pi caro.
    Le  bruciava  le  labbra;  ma infine...  infine glielo disse: - Non ci
    penso pi,  ti giuro!  Non ci penso pi a quell'altro!...  Cesare  non
    voleva crederle!  Anzi, a ogni cosa che ella facesse per provarglielo,
    ogni bacio,  ogni carezza,  ogni parola,  era come se  quell'altro  si
    mettesse fra loro due. Allora Anna Maria un sabato sera gli fece segno
    dalla  finestra,  con tutte e due le braccia,  col viso illuminato.  -
    Domani!  Domani!  - E all'ora solita si vest,  in fretta,  colle mani
    tremanti,  tutta  radiosa,  le  calze  rosse,  le  scarpe  lucide,  la
    giacchetta attillata,  tale  quale  come  quel  giorno  ch'era  andata
    l'ultima  volta  coll'artigliere,  e  volle  condurlo proprio l,  nel
    sentieruolo sotto i pioppi.  - Perch?  Cosa vuoi  fare?  -  domandava
    Cesare. Vedrai! Vedrai!
    Erano  cresciute delle altre fronde all'olmo,  nel maggio che fioriva,
    del verde che celava i due cuori  color  di  ruggine,  legati  insieme
    dalla croce.  Essa per li rinvenne subito,  e con un sasso, gli occhi
    lucenti,  il seno che le  scoppiava,  le  mani  febbrili,  si  mise  a
    raschiare da per tutto,  sulla corteccia dell'olmo, le iniziali, i due
    cuori, la croce, tutto.  Poi gli butt le braccia al collo,  a lui che
    stava  a  guardare  con  tanto  di  muso,  e  se  lo strinse al petto,
    furiosamente.
    - Mi credi ora? Mi credi ora?
    Egli le credette allora, con quelle braccia annodate al collo,  e quel
    seno che si gonfiava contro il suo petto. Ma dopo fu la stessa storia;
    ogni cosa che gli dava ombra: se era allegra,  se era malinconica,  se
    cantava,  se taceva,  se si pettinava in certo modo,  e se non  voleva
    confessare che quegli orecchini fossero un ricordo di quell'altro,  se
    la vedeva dal portinaio,  o se la incontrava vicino alla  posta.  Ogni
    carezza,  ogni parola;  delle parolacce amare,  dei musi lunghi, delle
    risate ironiche,  degli impeti di collera,  dei voltafaccia bruschi di
    servitore  che sputi villanie dietro le spalle dei padroni.  - Con lui
    non dicevi cos!  - Con quell'altro era un altro par di  maniche!  No!
    no!  te lo giuro!  Non ci penso pi! Tu solo adesso! Tu solo!- Poi gli
    arriv a dire: - Non gli ho mai voluto bene!...
    - O allora? - rispose il servitore.
    E infine un giorno essa gli mostr una carta;  una carta che gli aveva
    portata  nel  petto,  come  una  reliquia.  - Guarda!  Guarda!  Era il
    certificato di morte del "suo  artigliere",  come  glielo  buttava  in
    faccia  a ogni momento Cesare.  Il certificato di morte di Lajn Primo,
    soldato del Quinto artiglieria, c'era il bollo e tutto, non ci mancava
    nulla;  la povera donna glielo portava come un regalo,  come un regalo
    del  bene che aveva voluto e delle lacrime che aveva versate,  come un
    regalo di tutta s stessa, della donna innamorata e sottomessa.
    L'altro, il maschio, per tutta risposta fece una spallata.





    IL BELL'ARMANDO.

    Ecco quel che gli tocc passare al Crippa,  parrucchiere,  detto anche
    il "bell'Armando", Dio ce ne scampi e liberi!
    Fu  un gioved grasso,  nel bel mezzo della mascherata,  che la "Mora"
    gli venne incontro sulla piazza,  vestita da uomo - gi non aveva  pi
    nulla da perdere colei! - e gli disse, cogli occhi fuori della testa:
    - Di', Mando. E' vero che non vuoi saperne pi di me?
    - No! no! quante volte te l'ho a dire?
    - Pensaci,  Mando!  Pensa che  impossibile finirla del tutto a questo
    modo!
    - Lasciami in pace.  Ora sono ammogliato.  Non voglio aver storie  con
    mia moglie, intendi?
    - Ah, tua moglie? Essa per lo sapeva quello che siamo stati, prima di
    sposarti.  E oggi,  quando t'ho incontrato a braccetto con lei,  mi ha
    riso in faccia,  l,  in mezzo alla gente!  E tu,  che l'hai  lasciata
    fare, vuol dire che non ci hai n cuore n nulla, l!
    - Be', lasciamo andare. Buona sera!
    - Di', Mando? E' proprio cos?
    - No, ti dico Non voglio pi!
    - Ah, non vuoi pi? No?
    E  il  Crippa,  colpito  l  dove la "Mora" diceva che non ci aveva n
    cuore n nulla,  and annaspando dietro a  lei,  come  un  ubriaco,  e
    gridando: - Chiappatela! chiappatela! Poi cadde come un masso, davanti
    alla bottega del farmacista.
    Le  guardie  e la folla ad inseguirla,  strillando anche loro: Piglia!
    piglia!  - Finch un giovane di caff la fece stramazzare con un colpo
    di  sedia  sul  capo;  e  tutti  quanti l'accerchiarono,  stralunata e
    grondante di sangue,  col  seno  che  gli  faceva  scoppiare  il  gil
    dall'ansimare, balbettando:
    - Lasciatemi! lasciatemi!
    Appena  la  riconobbero,  cos  rabbuffata,  a  quel  po'  di luce del
    lampione, scoppiarono improperi e parolacce:
    - E' la "Mora"! quella donnaccia! l'amante del Crippa!
    Come se gli avesse parlato il cuore,  al disgraziato!  Giusto in  quei
    giorni,  era  stato dal maresciallo a denunziargli la sua amante,  che
    voleva giocargli qualche brutto tiro: - La "Mora" non vuole  lasciarmi
    tranquillo,  ora  che  ho  preso  moglie,  signor maresciallo.  - E il
    maresciallo aveva risposto: - Va bene - al solito, senza pensare a ci
    che potesse covare dentro di s una donna come quella.  Ora le guardie
    arrivavano dopo che la frittata era fatta,  sbracciandosi a gridare: -
    Largo! largo!
    In quel momento si ud un urlo straziante,  e si vide correre verso la
    bottega  del farmacista,  dove stavano medicando il ferito,  una donna
    colle mani nei capelli. Era l'altra, la moglie vera, che piangeva e si
    disperava,  gridando: - Giustizia!  Giustizia,  signori miei!  Me l'ha
    ucciso,   quell'infame,  vedete!  Il  Crippa  abbandonato  su  di  una
    seggiola,  tutto rosso di sangue,  col viso  bianco  e  stravolto,  la
    guardava  senza vederla,  come stesse per lasciarla dopo soli due mesi
    di matrimonio, poveretta! La folla voleva far giustizia sommaria della
    "Mora", ch'era rimasta accasciata sul marciapiedi,  in mezzo agli urli
    e  alle  minacce della folla,  come una lupa.  Arrivarono sino a darle
    delle pedate nel ventre;  tanto che le guardie dovettero sguainare  le
    daghe  per menarla in prigione,  in mezzo ai fischi,  che sembrava una
    frotta di maschere.
    Dopo,   al  cospetto  dei  giudici,   quando  le  mostrarono  i  panni
    insanguinati della sua vittima, non seppe che cosa rispondere.
    -  Questa donna ch' stata di tutti,  - tonava il pubblico accusatore,
    coll'indice appuntato verso di lei,  come la spada della giustizia;  -
    questa donna che,  per ogni trvio,  fece infame mercato della propria
    abbiezione, e della cecit, voglio anche concedere alla difesa,  della
    acquiescenza del suo amante, questa donna, o signori, os arrogarsi il
    diritto  delle affezioni pure e delle anime oneste;  os esser gelosa,
    il giorno in cui il  suo  complice  apriva  gli  occhi  sulla  propria
    vergogna, e si sottraeva al turpe vincolo, per rientrare nel consorzio
    dei buoni, ritemprandosi colla santit del matrimonio!
    Ella ud pronunziare la sua condanna, disfatta, cogli occhi sbarrati e
    fissi,   senza  dir  verbo.  Si  alz  traballando,  come  ubriaca,  e
    nell'uscire dalla gabbia di ferro, batt il viso contro la grata.
    Prima l'aveva fatta cadere "il signorino" - se  ne  rammentava  ancora
    come  un bel sogno lontano,  nell'azzurro.  Aveva pianto e supplicato.
    Indi,  a poco a poco,  vinta dal rispetto,  dalla  lusinga  di  quella
    tenerezza orgogliosa, dalla collera di quel ragazzo abituato a fare il
    suo volere in casa,  s'era abbandonata timorosa e felice. Era stato un
    bel sogno, ch'era durato un mese.  Egli saliva furtivo nella cameretta
    di lei, colle scarpe in mano, e si abbracciavano tremanti, al buio. Il
    giorno  in  cui  il  giovanetto  dovette  far  ritorno all'Universit,
    pioveva  a  dirotto;   essa  si  rammentava  pure   dello   scrosciare
    malinconico e continuo di quella grondaia.  L'avevano sentito tutta la
    notte,  colle braccia al collo l'una dell'altro,  cogli occhi sbarrati
    nelle tenebre,  contando le ore che sfilavano lente sui tetti.  Poi lo
    vide partire coll'ombrello sotto l'ascella e la cappelliera  in  mano,
    senza dirle una parola davanti ai suoi.  La signora per, coll'istinto
    della gelosia materna,  indovin le lacrime che  doveva  soffocare  la
    ragazza in quel momento,  e si diede a sorvegliarla.  Un giorno,  dopo
    averla mandata fuori con un pretesto, sal nella cameretta di lei,  si
    chiuse  dentro,  e quando la Lena fu di ritorno colla spesa,  trov la
    padrona seria e accigliata, che le aggiust il conto su due piedi,  le
    ordin di far fagotto, e la mise alla porta con una brutta parola.
    La povera Lena,  non sapendo che fare,  schiacciata sotto la vergogna,
    prese la diligenza per la citt, e and a trovare il suo amante.  Egli
    non era in casa.  L'aspett sulla porta,  seduta sul marciapiede,  col
    fagottino accanto.  Dopo la mezzanotte lo vide che rientrava insieme a
    un'altra.  Allora  si  alz,  colle  gambe  rotte  dal  viaggio,  e si
    allontan rasente al muro,  zitta zitta.  Il giovane non ne seppe  mai
    nulla.
    Era  sopravvenuto  un  altro  guaio,  il  suo fallo che era visibile a
    tutti. Cerc inutilmente di collocarsi. Spese quei pochi quattrini che
    le avanzavano; e infine, per vivere,  fu costretta a prendere alloggio
    in un albergaccio dove la Questura veniva, di tanto in tanto, a far le
    sue retate. L ebbe a fare la prima volta con quella gente. Padrona ed
    avventori  ridevano  delle  paure  sciocche di lei,  quando le guardie
    entravano all'improvviso di notte,  e frugavano sotto i letti.  Uno di
    quegli  avventori,  detto  il  "Bulo",  uomo sulla cinquantina,  colla
    faccia dura,  il quale arrivava ogni quindici o  venti  giorni,  senza
    bagaglio,  ed  era  sempre in moto di qua e di l,  s'innamor di lei.
    Ella disse di no.  Allora egli le  offerse  di  sposarla.  Lena  disse
    ancora  di  no,  sbigottita  da  quella faccia,  e vergognosa di dover
    confessare il suo passato. Poscia,  quando fu all'ospedale,  e che lui
    soltanto  venne  a trovarla,  colle mani piene d'arance,  vinta da una
    gran debolezza chin il capo piangendo, e gli confess il suo fallo.
    Il "Bulo" protestava che non gliene importava nulla - acqua passata  -
    purch  non si ricominciasse da capo - e cos si accordarono.  Il Bulo
    non era affatto geloso;  la lasciava sola  per  mesi  e  settimane,  e
    continuava  ad  andare  sempre  in  giro pel suo mestiere,  che non si
    sapeva quale fosse. Il Crippa,  suo compagno,  bazzicava solo in casa,
    aiutandolo nei negozi ai quali ei solo aveva mano, aspettandolo quando
    non c'era,  avendo sempre qualche cosa da dirgli sottovoce,  prima che
    il "Bulo" si mettesse in viaggio.  Nel medesimo tempo  faceva  l'asino
    alla  comare,  s'irritava  alla resistenza di lei,  abituato a fare il
    gallo della Checca,  sempre vestito  come  un  figurino,  coi  capelli
    arricciati e lucenti. Le portava dei vasetti di pomata, delle boccette
    di profumeria. Ella ribatteva che suo marito non se lo meritava. - Era
    stato  tanto  buono  con  lei!  -  Il Crippa,  che certe storie non le
    capiva, badava a ripetere: - Or bene,  giacch vostro marito ha chiuso
    gli occhi una prima volta...
    Fu  un  giorno  che  il marito tardava a venire;  e il Crippa la colse
    nella stanza di sopra,  col pretesto di cercare un pacchettino che  il
    compare  gli aveva scritto di mandargli.  La Lena,  china sul cassetto
    del mobile,  cercava  insieme  a  lui,  col  seno  gonfio,  quando  il
    "bell'Armando" tutt'a un tratto l'afferr pei fianchi, e le accocc un
    bacio alla nuca.
    - No!  no!  - balbettava essa tutta tremante,  bianca come cera; ma il
    sangue le avvamp all'improvviso in faccia; arrovesci il capo,  cogli
    occhi chiusi,  le labbra convulse, che scoprivano i denti. Dopo rimase
    tutta sottosopra, tenendosi la testa fra le mani, quasi fuori di s.
    - Cosa ho fatto, Dio mio! Cosa m'avete fatto fare!
    Il Crippa, contento come una Pasqua, cercava di chetarla. Ormai... suo
    marito non ne avrebbe saputo  mai  nulla,  parola  di  galantuomo,  se
    avesse avuto giudizio anche lei...
    Il  "Bulo"  per  lo seppe,  o lo indovin,  al vedere l'aria smarrita
    della Lena,  che ancora non aveva fatto il  callo  a  certe  cose.  Il
    "bell'Armando",  pi  sfacciato,  gli  faceva le solite accoglienze da
    fratello,  buttandogli le braccia al collo,  dandogli conto  dei  loro
    negozi per filo e per segno.
    Il "Bulo" lo guard colla faccia dura, e gli rispose secco secco:
    - Vi ringrazio,  compare, di tutto quello che avete fatto per me; e un
    giorno o l'altro ve lo render.
    La Lena sent gelarsi il sangue a quelle parole.  Ma  il  Crippa,  che
    aveva mangiato la foglia anche lui,  le disse nell'orecchio, mentre il
    compare era andato di sopra un momento, a mutarsi di panni:
    - Stai tranquilla, che ci penso io!
    La notte stessa vennero le guardie ad arrestare il  "Bulo";  e  misero
    sottosopra  tutta  la casa,  rimovendo perfino i mattoni del pavimento
    per vedere quel che c'era sotto.  Il "Bulo"  mentre  lo  menavano  via
    ammanettato, le lasci detto per ultimo addio:
    - Salutami il compare, e digli che ci rivedremo al mio ritorno.
    Il giorno dopo arriv il Crippa,  fresco come una rosa.  La Lena,  che
    aveva qualche sospetto,  non seppe nascondergli la brutta impressione.
    Per egli si scolp subito giurando colle braccia in croce. Due giorni
    dopo  arrestarono  anche lui,  come complice del "Bulo",  mettendoli a
    confronto l'uno con l'altro.  Ma  prove  non  ce  n'erano;  il  Crippa
    dimostr   ch'era  innocente  come  Dio;   e  per  ribattere  l'accusa
    spiattell innanzi ai giudici la storia  della  comare,  un  tiro  che
    cercava  di giocargli il marito per gelosia.  - Pelle per pelle,  cara
    mia!...  - disse poi alla Lena.- Da mio  compare  non  me  l'aspettavo
    questo servizio!... Quante ne ho passate, vedi, per causa tua!...
    Ormai non c'era pi rimedio.  Tutto il paese lo sapeva. Perci ella si
    mise col Crippa apertamente.
    E si rammentava anche di questo - che un giorno,  dopo che gli si  era
    data tutta,  anima e corpo,  dopo che per amor suo aveva sofferto ogni
    cosa, la fame, gli strapazzi, la vergogna del suo stato,  dopo che per
    lui   era  arrivata  a  vendere  sin  la  lana  delle  materasse,   il
    "bell'Armando" l'aveva piantata,  per correre dietro a una  stracciona
    che gli spillava quei pochi soldi strappati a lei.  E quando, pazza di
    dolore e di gelosia,  cercava di  trattenerlo,  cogli  occhi  arsi  di
    lacrime,   dicendogli:  Guarda,  Mando!...  Guarda  che  ti  rendo  la
    pariglia!... - egli si stringeva nelle spalle, per tutta risposta.
    Poi, allorch s'incontrarono di nuovo, era passato tanto tempo!  tanto
    tempo!  e  tante  vicende!  Anch'essa  era  mutata,  tanto mutata!  Ma
    quell'uomo non se l'era potuto levare mai  dal  cuore,  e  adesso,  la
    sciagurata,  chinava  il capo e si sentiva venir rossa come una volta.
    Fu  una  sera  tardi,  che  ella  tornava  a  casa  tutta  sola,   per
    combinazione.  Egli la chiam per nome, guardandola negli occhi con un
    certo fare,  con un risolino che  la  rimescolava  tutta.  Lei  voleva
    scusarsi  balbettando,  tentando  di  giustificarsi umilmente,  mentre
    sentiva che il cuore le balzava verso  quell'uomo.  Lui  le  tapp  la
    confessione  in  bocca  con  un  bel  bacio,  un  bacio  che  la  fece
    impallidire, e le pass il cuore come un ferro.
    Avrebbe preferito una coltellata addirittura.  Ma egli non era geloso,
    no. Ormai!...
    Un giorno le capit dinanzi tutto rabbuffato. Aveva bisogno di denari;
    ma  si fece pregare un bel pezzo prima di confidarglielo.  Lena glieli
    diede il giorno dopo.  D'allora in poi torn spesso a  domandargliene,
    senza  farsi pi pregare.  E infine quando la poveretta,  colla nausea
    alla gola,  come una  costretta  a  mandar  gi  delle  porcherie,  si
    arrischi a dirgli: - Ma dove vuoi che li pigli,  questi denari? - per
    tutta risposta Mando le volt le spalle.
    - Senti,  - esclam la Lena,  con un impeto  di  tenerezza  selvaggia,
    buttandoglisi  al  collo;  -  se li vuoi...  se li vuoi proprio questi
    denari... Ma dimmi almeno che mi vorrai bene lo stesso...
    Egli si lasci  abbracciare,  ancora  accigliato,  brontolando  fra  i
    denti.
    Lena glielo diceva spesso:
    - Vedi, lo so che tu non mi vuoi bene. Ma non me ne importa; perch te
    ne  voglio  tanto io;  tutto il male che ho fatto,  l'ho fatto per te,
    intendi?
    E il giorno in cui venne a sapere che egli prendeva  moglie,  l'ultima
    volta che ebbe ancora il coraggio di comparirle dinanzi col sorrisetto
    ironico e la giacchetta nuova, gli disse:
    -  Lo  so che la sposi pei quattrini.  Ma ora tu devi fare quel che ho
    fatto io per te.
    Il "bell'Armando" fingeva di non capire.  Allora Lena lo afferr per i
    capelli profumati, colle labbra bianche, e gli disse:
    -  Guarda,  Mando!  Guardami  bene negli occhi!  E dimmi s' possibile
    finirla cos,  del tutto,  dopo quel che abbiamo fatto  tutti  e  due!
    Dimmi se potresti dormire senza rimorsi nel letto di quella donna...
    Il Crippa camp,  per sua fortuna;  mise giudizio, ed ebbe figliuoli e
    sonni tranquilli, in quel buon letto morbido e caldo; mentre la "Mora"
    scontava la pena sul tavolaccio dell'ergastolo.
    NANNI VOLPE.

    Nanni Volpe,  nei suoi begli anni,  aveva pensato soltanto a  "far  la
    roba." - Testa fine di villano,  e spalle grosse - grosse per portarci
    trent'anni la zappa, e le bisacce, e il sole, e la pioggia. Quando gli
    altri giovani della sua  et  correvano  dietro  le  gonnelle,  oppure
    all'osteria,  egli "portava paglia al Nido",  come diceva lui: oggi un
    pezzetto di chiusa;  domani quattro tegole al sole: tutto pane che  si
    levava  di  bocca,  sangue  del  suo sangue,  che si mutava in terra e
    sassi.  Allorch il nido fu  pronto,  finalmente,  Nanni  Volpe  aveva
    cinquant'anni,  la schiena rotta, la faccia lavorata come un campo; ma
    ci aveva pure belle tenute al piano, una vigna in collina, la casa col
    solaio, e ogni ben di Dio. La domenica, quando scendeva in piazza, col
    vestito di panno blu,  tutti gli facevano  largo,  persino  le  donne,
    vedove  o  zittelle,  sapendo  che  ora,  fatta la casa,  ci voleva la
    padrona.
    Egli non diceva di no;  anzi!  ci stava pensando.  Per faceva le cose
    adagio, da uomo uso ad allungare il passo secondo la gamba. Vedova non
    la  voleva,  ch  vi  buttano  ogni momento in faccia il primo marito;
    giovinetta di primo  pelo  neppure,  "per  non  entrare  subito  nella
    confraternita",  diceva lui.  Aveva messo gli occhi sulla figliuola di
    comare Snzia la Nana, una ragazza quieta del vicinato,  cucita sempre
    al telaio, che non si vedeva alla finestra neppure la domenica, e sino
    ai  ventott'anni  non  aveva  avuto  un  cane che le abbaiasse dietro.
    Quanto alla dote, pazienza! Vuol dire che aveva lavorato egli per due.
    La Nana era contenta;  la ragazza non diceva n s n  no,  ma  doveva
    esser contenta anche lei.  Soltanto qualche mala lingua, dietro le sue
    spalle, andava dicendo: - Acqua cheta rovina mulino.  - Oppure: Questa
     volpe che se la mangia il lupo, stavolta!
    A Pasqua finalmente giunse il momento "della spiegazione".  I seminati
    erano alti cos; gli ulivi carichi; Nanni Volpe aveva terminato allora
    di pagare l'ultima rata del mulino.  - Ogni  cosa  proprio  opportuna.
    Infil  il vestito blu,  e and a parlare a comare Snzia.  La ragazza
    era dietro l'uscio della cucina ad ascoltare.  Quando poi sua madre la
    chiam,  comparve tutta rossa,  lisciata di fresco,  colla calzetta in
    mano, e il mento inchiodato al petto.
    - Raffaela,  qui c' massaro Nanni che ti vuole per sposa -  disse  la
    madre.
    La  giovane  rimase a capo chino,  seguitando a infilare i punti della
    calza, col seno che le si gonfiava. Massaro Nanni aggiunse:
    - Ora si aspetta che diciate anche voi la vostra.
    La mamma allora venne in aiuto della sua creatura:
    - Io, per me, sono contenta.
    E Raffaela lev gli occhi dolci di pecora, e rispose:
    - Se siete contenta voi, mamma...
    Le nozze si fecero senza tanto chiasso, perch compare Nanni Volpe non
    aveva fumi pel capo,  e sapeva che "a fare un tar ci  vogliono  venti
    grani". Pure non si dimenticarono i parenti pi stretti ed i vicini; e
    ci furono dolci del monastero, e vino bianco. Fra gli invitati c'erano
    anche  quelli  che  sarebbero  stati gli eredi di Nanni Volpe,  poveri
    diavoli che s'empivano di roba,  e si sarebbero mangiata  cogli  occhi
    anche la sposa. Questa, impalata nel vestito di lana e seta, cogli ori
    al collo,  badava gi ai suoi interessi, l'occhio al "trattamento", il
    sorrisetto della festa e una buona parola per tutti,  amici e  nemici.
    Nanni Volpe, tutto contento, si fregava le mani, e diceva fra s e s:
    - Se non riesce bene una moglie come questa, vuol dire che non c' pi
    n santi n paradiso!
    E Carmine, suo cugino alla lontana, che lo chiamava zio per amor della
    roba,  ed  ora  gli  toccava  anche  mostrarsi amabile con lei che gli
    rubava il fatto suo,  diceva alla zia,  ogni manciata di confetti  che
    abbrancava:
    -  Avessi saputo la bella zia che mi toccava!...  Vorrei pigliarmi gli
    anni e i malanni di mio zio, stanotte!
    Chiusa la porta,  quando tutti se  ne  furono  andati,  compare  Nanni
    condusse la sposa a visitare le stanze,  il granaio,  sin la stalla, e
    tutto il ben di Dio.  Dopo pos il  lume  sul  canterano,  accanto  al
    letto, e le disse:
    - Ora tu sei la padrona.
    Raffaela,  che sapeva dove metter le mani,  tanto gliene aveva parlato
    sua madre,  chiuse gli ori nel cassetto,  la  veste  di  lana  e  seta
    nell'armadio; leg le chiavi in mazzo, cos in sottanina com'era, e le
    ficc sotto il guanciale.  Suo marito approv con un cenno del capo, e
    conchiuse:
    - Brava! Cos mi piaci!
    Tutto andava pel suo verso.  Nanni Volpe badava "alla campagna",  duro
    come  la  terra;  e  sua  moglie  poi gli faceva trovare la camicia di
    bucato bella e pronta sul letto,  quando tornava il  sabato  sera,  la
    minestra  sul  tagliere,  e il pane a lievitare per l'altra settimana.
    Teneva conto della roba che il marito mandava a casa: tanti tumoli  di
    grano,  tanti quintali di sommacco, tutto segnato nelle taglie, appese
    in mazzo a pi del crocifisso;  buona massaia e col timor  di  Dio,  a
    messa  col  marito  la  domenica e le feste,  confessarsi due volte al
    mese,  e il resto del tempo poi tutta per  la  casa,  sino  a  far  la
    predica al marito,  se Carmine,  il nipote povero,  veniva a ronzargli
    intorno.
    - Non gli date nulla, a quel disutilaccio,  o se no,  non ve lo levate
    pi  di  dosso.  A lasciarli fare,  i vostri parenti,  vi mangerebbero
    vivo.
    E compare Nanni si fregava le mani, e rispondeva:
    - Brava' Cos mi piaci.
    Carmine alla fine aveva odorato da che  parte  soffiava  il  vento,  e
    s'era  attaccato  alla  gonnella  della  zia,  per  strapparle di mano
    qualche misura di fave,  o qualche fascio  di  sarmenti,  nell'inverno
    rigido che spaccava le pietre.
    -  Che ci avete un sasso,  l nel cuore,  per lasciar morir di fame il
    sangue vostro?  Con tanto ben di Dio che ci  avete  in  casa!  Se  voi
    volete, lo zio Nanni non dice di no.
    - Io che posso farci? Lo sai che  lui il padrone.
    Poi un'altra volta:
    - Almeno aveste dei figliuoli, pazienza! Ma cosa volete farne di tutta
    quella roba, quando sarete morti, marito e moglie?
    - Se non abbiamo figliuoli, vuol dire che non c' la volont di Dio.
    Il  giovinastro  allora  si  grattava il capo,  guardando la zia cogli
    occhi di gatto. Un giorno per toccarle il cuore, arriv a dirle:
    - Cos bella e giovane come siete,  un vero peccato che non ci sia la
    volont di Dio!
    - O a te che te ne importa?
    Carmine ci pens su un momento, e poi rispose, fregandosi le mani:
    - Vorrei essere nella camicia dello zio Nanni, e vi farei vedere se me
    ne importa!
    - Zitto,  scomunicato!  O lo dico a tuo zio,  i discorsi che  vieni  a
    farmi, sai!
    - Me lo date dunque cotesto fiasco di vino?
    - S, per levarmiti dai piedi. Non dir nulla a compare Nanni per.
    Carmine finalmente, trovato ora il tasto che bisognava toccare, quando
    aveva bisogno di qualche cosa, tornava a dire alla zia:
    - Siete bella come il sole.  Siete grassa come una quaglia. Il Signore
    non fa le cose bene, a dare il biscotto a chi non ha pi denti.
    La zia Raffaela si faceva  rossa  dalla  bile;  lo  sgridava  come  un
    ragazzaccio  che  era,  e perch gli si levasse dinanzi gli metteva in
    mano qualche cosuccia. Una volta gli lasci andare anche un ceffone.
    - Fate, fate, - disse Carmine.  - ch dalle vostre mani ogni cosa mi 
    dolce.
    - Non venirci pi qui! Non mi far peccare a causa tua! Ogni volta poi,
    mi tocca dirlo al confessore.
    - Che male c'? Son vostro nipote, sangue vostro.
    - No,  no, non voglio. La gente parlerebbe, vedendoti sempre qui. Poi,
    no, non voglio!
    - Io ci vengo soltanto per vedervi. Non vi domando pi nulla, ecco. Mi
    avete affatturato,  colpa mia?
    Un giorno,  durante la raccolta,  mentre Carmine aiutava  a  scaricare
    l'orzo  nel  granaio  -  Raffaela  che  faceva lume,  tutta rossa e in
    camiciuola anche lei  -  lo  scellerato  l'afferr  a  un  tratto  pei
    capelli,  come una vera bestia che era, e non volle lasciarla pi, per
    quanto essa gli martellasse gli stinchi cogli zoccoli, e gli piantasse
    le unghie in faccia.
    - Per la santa giornata ch' oggi!...  - sbuffava  Carmine  col  fiato
    grosso. - Stavolta non vi lascio, no!
    Raffaela  tutta scomposta,  torva,  col seno ansante che le rompeva la
    camiciuola,  andava brancicando per trovare la lucerna caduta a terra,
    e balbettava, colle labbra ancora umide:
    - M'hai fatto spandere dell'olio! Accadr qualche disgrazia!

    Nanni  Volpe,   nel  rompere  il  maggese,  alle  prime  acque,  aveva
    acchiappata una perniciosa. - La terra che se lo mangiava finalmente -
    e il medico e  lo  speziale  pure.  Raffaela,  poveretta,  si  sarebbe
    meritata una statua in quella circostanza. Tutto il giorno in faccende
    col nipote, a far cuocere decotti, e preparar medicine pel malato. Lui
    rimminchionito  in  fondo  a  un letto,  pensando sempre ai denari che
    volavano via,  e ai suoi interessi ch'erano in mano  di  questo  e  di
    quello: gli uomini che mangiavano e bevevano alle sue spalle,  e se ne
    stavano intanto nell'aia senza far nulla, ora che mancava l'occhio del
    padrone;  il curatolo che gli rubava certo una pezza di formaggio ogni
    due  giorni;  la porta del magazzino che ci voleva la serratura nuova,
    tanto che il camparo doveva averci pratica colla vecchia. La notte non
    sognava altro che ladri e ruberie, e si svegliava di soprassalto,  col
    sudore  della morte addosso.  Una volta gli parve anche di udir rumore
    nella stanza accanto, e salt dal letto in camicia,  collo schioppo in
    mano.  C'erano  davvero  due  piedi  che  uscivano fuori,  di sotto il
    tavolone,  e Raffaela in sottanino che  s'affannava  a  buttarvi  roba
    addosso:
    - Al ladro!  al ladro! - si mise a gridare Nanni Volpe, frugando sotto
    la tavola colla canna dello schioppo.
    - Non  mi  uccidete,  ch  sono  sangue  vostro!  -  balbett  Carmine
    rizzandosi in piedi, pallido come la camicia; e Raffaela, facendosi il
    segno della croce, brontolava:
    - L'avevo ben detto, che l'olio per terra porta disgrazia!
    Poscia,  spinto fuori dell'uscio Carmine pi morto che vivo,  e ancora
    mezzo svestito,  Raffaela si mise attorno a suo marito,  coi beveroni,
    col vino medicato,  per farlo rimettere dallo spavento, scaldandogli i
    piedi col  fiasco  d'acqua  calda,  rincalzandogli  nella  schiena  la
    coperta: - Lei non sapeva, in coscienza, come si fosse ficcato l quel
    ragazzaccio.  Gli aveva detto,   vero,  in prima sera,  di aiutarla a
    cavar fuori il bucato;  ma credeva che a quell'ora  se  n  fosse  gi
    andato da un pezzo.
    Nanni, rammollito dal letto e dalla malattia, lasciava dire e lasciava
    fare. Per, testa fina di villano, col naso sotto il lenzuolo, pensava
    ai  casi  suoi,  e  al  modo  di  levare i piedi da quel pantano senza
    lasciarci le scarpe.
    - Senti,  - disse alla moglie appena  giorno.  -  Ho  pensato  di  far
    testamento.
    - Che malaugurio vi viene in mente adesso?
    - No,  no,  figliuola mia.  Ho i piedi nella fossa. Mi son logorata la
    pelle per far la roba, e voglio aggiustare i conti prima di lasciar la
    fattoria.
    - Almeno si pu sapere che intenzione avete?
    - Quanto a  questo  sta'  tranquilla.  Sai  come  dice  il  proverbio?
    "L'anima  a chi va,  e la roba a chi tocca".  - Dio vi terr conto del
    bene che mi avete fatto e che mi fate;  - rispose Raffaela intenerita.
    -  M'avete  presa  nuda  e  cruda  come un'orfanella,  e anch'io vi ho
    rispettato sempre come un padre.
    - S, s,  lo so,  - accenn il marito,  e la nappina del berretto che
    accennava di s anch'essa.  Volle pure confessarsi e comunicarsi,  per
    essere in pace con Dio e cogli uomini,  quando il Signore lo chiamava.
    Mand a cercare persino suo nipote, e gli disse:
    - Bestia,  perch sei scappato?  Avevi paura di me, che sono il sangue
    tuo?
    Carmine, come un baccellone,  non sapeva che rispondere,  dondolandosi
    ora su una gamba e ora sull'altra, col berretto in mano.
    - Rimetti il tuo berretto,  - conchiuse lo zio Nanni.- Qui sei in casa
    tua,  e puoi venirci quando vuoi.  Anzi sar meglio,  per guardarti  i
    tuoi interessi.
    E come l'altro spalancava gli occhi di bue:
    -  S,  s,  va'  a  chiederlo  al  notaro il testamento che ho fatto,
    ingrataccio! "L'anima a Dio e la roba a chi tocca".
    Allora Raffaela salt su come una furia:
    - L'anima la darete al diavolo! Come un ladro che siete! S, un ladro!
    Perch vi ho sposato dunque?
    - Questo  un altro affare; - rispose Nanni spogliandosi per tornare a
    letto;  - un altro affare che non pu aggiustarsi,  al caso,  come  un
    testamento.
    - Oh!  - grid Carmine affrontando la zia che voleva slanciarsi colle
    unghie fuori. - Oh! lasciate star lo zio! O vi tiro il collo come una
    gallina!
    Raffaela usc di casa inferocita,  giurando che andava  a  citare  suo
    marito  dinanzi  al  giudice,  per avere il fatto suo,  e voleva farlo
    morir solo e arrabbiato come un cane.
    - Non importa! - disse Carmine, il nipote. - Se mi volete, ci resto io
    con voi, che sono sangue vostro.
    - Bravo! - rispose Nanni. - E ti guarderai i tuoi interessi pure.
    Per Raffaela in casa della mamma fu accolta come un cane che viene  a
    mangiare nella scodella altrui.
    - Non hai la tua casa adesso? Non sei gi maritata? che vuoi qui?
    Essa  voleva almeno gli alimenti dal marito.  Ma Nanni Volpe sapeva il
    codice meglio di un avvocato.
    - L'ho forse cacciata via di casa?  - rispose al giudice.  La porta  
    aperta, se vuol tornare, lei.
    Carmine  badava a dirgli che faceva uno sbaglio grosso,  a mettersi di
    nuovo la moglie in casa,  con quell'odio che doveva avere adesso,  che
    un giorno o l'altro l'avrebbe avvelenato per levarselo dinanzi.
    -  No,  no,  -  rispose  lo zio col suo risolino d'uomo dabbene.  - Il
    testamento  in favor tuo,  e se mi avvelena non  ci  guadagna  nulla.
    Anzi!  - Si gratt il capo a pensare se dovesse dirla,  e infine se la
    tenne per s, ridendo cheto cheto.
    Infatti Raffaela torn a casa sottomessa come una pecora. L'accompagn
    la mamma Snzia e gli altri parenti.  -  Nulla  nulla.  Son  cose  che
    succedono fra marito e moglie;  ma ora la pace  fatta, e vedrete come
    vostra moglie si ripiglia il cuore che gli avete dato, compare Nanni.
    - Io non gliel'ho tolto,  -  rispose  Nanni  Volpe.  -  E  non  voglio
    toglierle nulla, se lo merita.

    Raffaela  per  meritarselo  si  fece buona ed amorevole che non pareva
    vero,  sempre  intorno  al  marito,  a  curarlo,  a  prevenirgli  ogni
    desiderio e ogni malanno. Il vecchio le diceva:
    - Fai bene,  fai bene.  Perch se mi accade una disgrazia prima che io
    abbia avuto il tempo di rifare il testamento,  peggio per te.
    E si lasciava cullare e lisciare,  e mettere nel cotone,  e  ci  stava
    come un papa.
    - Un giorno o l'altro,  - diceva sempre,  - se il Signore mi d tempo,
    voglio rifare il testamento. Ho lavorato tutta la vita; ho fatto suola
    di scarpe della mia pelle; ma ora ho il benservito. Tutto sta ad avere
    il giudizio per procurarsi il benservito.
    Il solo fastidio che gli fosse rimasto,  in quella beatitudine,  erano
    le  liti continue fra Carmine e la zia.  Strilli e botte da orbi tutto
    il giorno; e non poteva neppure alzarsi per separarli.
    Alle volte Raffaela compariva tutta  arruffata,  sputando  fiele,  col
    sangue  che  le  colava  gi  dal  naso,  mostrando  gli  sgraffi e le
    lividure:
    - Guardate cosa m'ha fatto, quell'assassino!
    - Ehi, ehi, Carmine, cosa le hai fatto a tua zia, birbante?
    - Perch non lo cacciate via a pedate, quel fannullone?
    - Eh, eh,  bisogna averci un uomo in casa,  ora che sono inchiodato al
    letto.
    - Vedrete!  vedrete! Un giorno o l'altro vi fa fare la morte del topo,
    per non lasciarvi il tempo di rifare il testamento.  Vi d il tossico,
    com' vero Dio!
    -  O tu che ci stai a fare allora,  se non mi guardi la pelle e i tuoi
    interessi?
    Sempre quell'affare del testamento,  che Carmine n'era contento,  cos
    come gli aveva detto lo zio,  e la moglie no;  e Nanni Volpe fra i due
    non trovava modo di rifarlo, dicendo ogni volta che si sentiva peggio;
    sicch Raffaela, al vedere che se ne andava di giorno in giorno, ormai
    tutto una cosa col berretto di cotone,  si mangiava  il  fegato  dalla
    bile,  e  si  sentiva  male  anche lei,  tanto che infine glielo disse
    chiaro e tondo in faccia a Carmine stesso,  il quale stava  imboccando
    lo zio col cucchiaio in una mano e reggendogli il capo coll'altra.
    - Fate bene a tenervi cos caro il sangue vostro, perch non sapete il
    bel servizio che v'ha fatto vostro nipote!
    Carmine  voleva  romperle sul muso la scodella e il candeliere;  ma il
    vecchio agitando due o tre volte adagio adagio il fiocco del  berretto
    disse:
    - S, s, lo so.
    Cos  se  ne  and  all'altro  mondo,  pian  pianino e servito come un
    principe.  Quando Carmine volle cacciar via a  pedate  Raffaela  dalla
    casa,  che oramai doveva esser di lui solo, fece aprire il testamento,
    e si  vide  allora  quant'era  stato  furbo  Nanni  Volpe,  che  aveva
    canzonato  lui,  la moglie e anche Cristo in paradiso.  La roba andava
    tutta all'ospedale; e zia e nipote s'accapigliarono per bene stavolta,
    dinanzi al notaro.



















    QUELLI DEL COLERA.

    Il colra  mieteva  la  povera  gente  colla  falce,  a  Regalbuto,  a
    Leonforte,  a San Filippo,  a Centuripe, per tutto il contado; e anche
    dei ricchi: il parroco di Canzirr,  ch'era scappato ai primi casi,  e
    veniva soltanto in paese per dir messa,  a sole alto, l'aveva pigliato
    nell'ostia  consacrata;   a  don  Pep,   il  mercante  di   bestiame,
    gliel'avevano  dato  invece  in  una  presa di tabacco,  alla fiera di
    Muglia,  un sensale forestiero - per conchiudere il negozio  -  diceva
    lui.  Cose  da  far rizzare i capelli in testa!  Avvelenata persino la
    fontana delle Quattro Vie;  bestie e cristiani  vi  restavano,  l!  A
    Rosegabella, venti case, un bel giorno era capitato il merciaiuolo, di
    quelli che vanno in giro colle scarabattole in spalla, e quanti misero
    il naso fuori per vedere,  tanti ne morirono, fin le galline. Ciascuno
    badava quindi ai casi  propri,  collo  schioppo  in  mano,  appiattato
    dietro  l'uscio,  accanto  la  siepe,  bocconi nel fossatello,  per le
    fattorie,  nei casolari,  da per tutto.  Quelli di San Martino s'erano
    anche  armati,  uomini  e  donne.  Volevano  morir  piuttosto  di  una
    schioppettata, o d'altra morte che manda Dio. Ma di colra, no! non lo
    volevano!
    Nonostante,  lo scomunicato male andavasi  avvicinando  di  giorno  in
    giorno, tale e quale come una creatura col giudizio, che faccia le sue
    tappe di viaggio,  senza badare a guardie e a fucilate. Oggi scoppiava
    a Catenavecchia,  il giorno dopo si sentiva dire che era  alla  Broma,
    cinque miglia soltanto da San Martino. Una povera donna gravida di sei
    mesi, per avere aiutato certa vecchia che l'era caduto l'asino dinanzi
    alla  sua porta,  e fingeva di piangere e disperarsi,  era stata presa
    dai dolori quasi subito,  ed era  morta,  lei  e  il  bambino:  sangue
    d'innocente che grida vendetta dinanzi a Dio!
    La sera,  da quelle parti,  chi aveva il coraggio di arrischiarsi sino
    in cima alla salita, vedeva dietro la china che nasconde il paesetto i
    fuochi e i razzi che sembravano quelli della festa del santo  patrono,
    tutti col capitombolo verso San Martino;  e il domani poi si trovavano
    le macchie d'unto per terra e lungo i muri; qua e l si sussurrava dei
    rumori strani che si udivano la notte: gatti che miagolavano  come  in
    gennaio;  tegole  smosse  quasi tirasse il maestrale;  gente che aveva
    udito picchiare all'uscio dopo la mezzanotte,  com' vero Dio;  e  dei
    carri  che  passavano  per  le  stradicciuole  pi remote,  come delle
    macchine asmatiche che andavano  strascinandosi  di  porta  in  porta,
    soffiando e sbuffando, il Signore ce ne scampi e liberi!
    Il venerd,  verso mezzogiorno,  Agostino,  quello delle lettere,  era
    tornato dal rilievo della Posta colla borsa vuota e  tutto  stravolto.
    Sua moglie,  poveretta, al vederlo con quel viso si cacci le mani nei
    capelli: - Che avete fatto, scellerato?  Dove l'avete preso tutto quel
    male  in  un  momento?  - Egli non sapeva dirlo.  Laggi,  arrivato al
    ponte,  s'era sentito stanco tutt'a  un  tratto,  e  s'era  seduto  un
    momento sul parapetto. Prima di lui c'era stato un viandante, il quale
    si asciugava il sudore con un fazzoletto turchino.
    - Don Domenico,  il fattore, l'aveva predicato tante e tante volte, di
    badare sopra tutto a certe facce nuove che andavano  intorno,  per  le
    vie,  e  nelle  chiese perfino!  (Potevate sospettarlo,  nella casa di
    Dio?) Cavavano fuori il fazzoletto,  finta di  soffiarsi  il  naso,  e
    lasciavano cadere certe pallottoline invisibili, che chi ci metteva il
    piede sopra poi, per sua disgrazia, era fatta!
    Il giorno stesso,  a precipizio, chi aveva qualche cosa da portar via,
    e un buco dove andare a rintanarsi, in una grotta,  fra le macchie dei
    fichidindia,  nelle capannucce delle vigne, era fuggito dal villaggio.
    Avanti il somarello,  con quel po' di grano o di fave,  il cesto delle
    galline,  il maiale dietro,  e poi tutta la famiglia,  carica di roba.
    Quelli che erano rimasti, i pi poveri,  da principio avevano fatto il
    diavolo,  minacciando  di sfondar le porte chiuse,  e bruciare le case
    dei fuggiaschi; poscia erano corsi a tirar fuori dal magazzino tutti i
    santi del paese,  come quando si aspetta la pioggia o  il  bel  tempo,
    l'Addolorata,  coi sette pugnali di stagno,  san Gregorio Magno, tutto
    una spuma d'oro,  san Rocco miracoloso che mostrava col dito il  segno
    della peste, sul ginocchio. All'ora della benedizione, nel crepuscolo,
    quelle  statue  ritte  in cima all'altare buio,  facevano arricciare i
    peli ai pi induriti peccatori.  Si videro delle cose  allora  da  far
    piangere  di  tenerezza  gli  stessi  sassi: Vito Sgarra che si divise
    dalla Sorda,  colla quale viveva in peccato  mortale  da  dieci  anni;
    Padre  Giuseppe  Maria  a  far la croce sul debito degli inquilini che
    proprio non potevano pagarlo;  Angelo il Ciaramidaro andare alla messa
    e  alla  benedizione  come un santo,  senza che gli sbirri gli dessero
    noia,  e la notte dormire tranquillo nel suo letto,  colla  disciplina
    irta  di  chiodi  e  insanguinata al capezzale,  accanto allo schioppo
    carico che ne aveva fatte tante. Misteri della Grazia!  come diceva il
    predicatore.  Tutta  la notte,  in fondo alla piazzetta,  si vedeva la
    finestra della chiesa illuminata che  vegliava  sul  villaggio;  e  di
    tratto in tratto udivasi martellare la campana,  alla quale rispondeva
    da lontano una schioppettata, poi un'altra, poi un'altra, una fucilata
    che non finiva pi, pazza di terrore,  e si propagava per le fattorie,
    pei casolari,  per le ville, per tutta la campagna circostante, dove i
    cani uggiolavano, sino all'alba.
    La domenica mattina,  spuntava appena l'alba,  si vide una cosa  nuova
    nel Prato della Fiera,  appena fuori del villaggio.  Era come una casa
    di legno, su quattro ruote,  con certe figuracce brutte dipinte sopra,
    e l vicino un vecchio carponi,  che andava cogliendo erbe selvatiche.
    I cani avevano dato l'allarme tutta la notte; e quello del maniscalco,
    che stava da quelle parti,  non  s'era  dato  pace,  quasi  avesse  il
    giudizio.
    - Eccolo l,  povera bestia! gli manca solo la parola! - Il maniscalco
    raccontava a tutti la stessa cosa,  via via che andavasi facendo gente
    dinanzi alla bottega.  La gente guardava il cane, guardava la baracca,
    e scrollava il capo.
    Dirimpetto,  sugli scalini della croce in capo  alla  strada,  c'erano
    altri in crocchio,  che guardavano, e parlavano sottovoce fra di loro,
    col viso  scuro.  Dal  muro  del  cimitero  spuntava  lo  schioppo  di
    Scaricalasino,  malarnese,  che  accennava  a tre o quattro altri suoi
    compagni della stessa risma,  lontan lontano,  verso la Broma,  e  poi
    verso  Catenanuova,  con gran gesti neri al sole.  Dal ballatoio della
    gn Giovanna suo marito  chiamava  gente  anche  lui,  in  fondo  alla
    piazza, agitando le braccia in aria. Quello! Quello! - gridavasi da un
    crocchio all'altro.  E il vecchio carponi era corso a rintanarsi.  Sul
    finestrino del carrozzone era passata una figura bianca di donna,  coi
    capelli  scarmigliati;  poi  s'erano uditi strilli di ragazzi e pianti
    soffocati.  Dalla strada principale giungevano il farmacista,  il Capo
    Urbano, le guardie, col giglio sul berretto e grossi randelli in mano.
    La folla dietro, come un torrente, mormorando; uomini torvi, donne col
    lattante  al  petto.  Da lontano,  verso San Rocco,  la campana sonava
    sempre a distesa. Don Ramondo,  colle mani e colla voce andava dicendo
    alla folla: - Largo,  largo, signori miei! Lasciatemi vedere di che si
    tratta.  - Poi sgusciarono dentro il baraccone tutti e due,  lui e  il
    Capo  Urbano;  le guardie sbatterono l'uscio sul naso ai pi riottosi.
    Ci fu un po' di parapiglia, un po' di schiamazzo,  qualche pugno sulla
    faccia.  Infine  il  farmacista e il Capo Urbano ricomparvero vociando
    tutti e due che non era nulla, il Capo Urbano sventolando un foglio di
    carta in aria,  don Ramondo sgolandosi a ripetere: -  Niente!  Niente!
    Son poveri commedianti che vanno intorno per buscarsi il pane.  Poveri
    diavoli morti di fame.
    La folla nonostante li seguiva mormorando  e  accavallandosi  come  un
    mare. Sulla piazza il Capo Urbano fece anche lui il suo discorsetto: -
    Via!  via!  State  tranquilli.  Sono o non sono il Capo Urbano?  - Poi
    infil l'uscio della farmacia con don Ramondo.  La  folla  cominci  a
    diradarsi. Alcuni andarono a casa, a contar la notizia; altri, siccome
    il sagrestano si slogava sempre a sonare a messa, entrarono in chiesa.
    Qualcheduno,  pi ostinato,  ritorn verso il Prato della Fiera.  Quei
    poveri diavoli di comici,  che si tiravano dietro la loro casa al  par
    della lumaca,  passato il temporale, tornarono a metter fuori le corna
    ad uno ad uno, appunto come fa la lumaca.  Il vecchio aveva sciorinato
    all'uscio  un  gran cartellone dipinto.  La moglie,  con un tamburo al
    collo,  chiamava gente;  i ragazzi,  camuffati da pagliacci,  facevano
    mille  buffonerie,  e  la  giovinetta,  colle gambe magre nelle maglie
    color di carne fresca,  un fiore di carta nei capelli,  il  gonnellino
    pi  gonfio di una bolla di sapone,  le braccia e le spalle nere fuori
    del corpetto di seta stinta, soffiava nella tromba, col poco fiato del
    suo petto scarno.  Pure era una novit  pel  paese,  e  i  giovinastri
    correvano a vedere,  spingendosi col gomito.  Inoltre i comici avevano
    altri richiami per il pubblico: un cardellino che dava  i  numeri  del
    lotto;  il  ronzino  che  contava le ore,  e indovinava gli anni degli
    spettatori colla zampa; un ragazzo che camminava sulle mani,  portando
    in  giro,  stretto fra i denti,  il piattello per raccogliere la buona
    grazia.  Quando si era fatta un po'  di  gente,  calavano  il  tendone
    un'altra  volta,  e  rientravano tutti a rappresentare la commedia coi
    burattini,  la donna col tamburone al  collo,  gridando  sempre  dalla
    piattaforma: - Avanti,  signori!  Avanti,  che comincia! - Si pigliava
    alla porta quel  che  si  poteva:  un  baiocco,  delle  fave,  qualche
    manciata di ceci anche. I ragazzi gratis. Fino alla sera, tardi, ci fu
    ressa dinanzi alla baracca,  sotto il gran lampione rosso che chiamava
    gente da lontano. Amici e conoscenti si vociavano da un capo all'altro
    del Prato della Fiera;  si scambiavano i frizzi salati e le  parolacce
    come dentro avevano fatto Pulcinella e Colombina.  Nessuno pensava pi
    al castigo di Dio che avevano addosso.
    Ma la notte - ci volevano pi di due ore alla messa dell'alba Tac tac,
    vennero a chiamare in fretta lo  speziale.  -  Presto,  alzatevi,  don
    Ramondo,  ch  dai  Zanghi  hanno bisogno di voi!  - Il poveraccio non
    riusciva a trovare i calzoni al buio,  in quella  confusione.  Zanghi,
    steso sul letto,  freddo,  colla barba arruffata,  andava acchiappando
    mosche,  colle mani fuori del lenzuolo,  le mani nere,  gli  occhi  in
    fondo a due buchi della testa.  Sua moglie seminuda, coi capelli sulle
    spalle,  tutta gonfia e arruffata anche lei come una gallina ammalata,
    correva  per  la  stanza,  cercando di aiutarlo senza saper come,  coi
    figliuoli che le strillavano dietro. - Dottore! dottore! Che c'?  Che
    ve ne pare?  Don Ramondo non diceva nulla: guardava,  tastava, versava
    la medicina nel cucchiaio, colle mani tremanti, la boccetta che urtava
    ogni momento nel cucchiaio,  e faceva trasalire.  E  il  malato  pure,
    colla   voce   cavernosa,   che  sembrava  venire  dal  mondo  di  l,
    balbettando: - Don Ramondo! Don Ramondo!  Che non ci sia pi aiuto per
    me?  Fatelo per questi innocenti, ch son padre di famiglia! Poi, come
    s'irrigid, colla barba in aria, e i figliuoli si misero ad urlare pi
    forte,  aggrappandosi alle coperte di lui che non udiva,  don  Ramondo
    prese il suo cappello, e la donna gli corse dietro in sottana com'era,
    colle mani nei capelli, gridando aiuto per tutto il vicinato. Spuntava
    l'alba serena nel cielo color di madreperla;  alla chiesa,  lass,  si
    udiva sonare la prima messa.
    Per le stradicciuole ancora buie  si  udiva  uno  sbatter  d'usci,  un
    insolito va e vieni,  un mormoro crescente. Sull'angolo della piazza,
    nel caff di Agostino il portalettere, buon'anima, avevano dimenticato
    il lume acceso,  nella bottega vuota,  i bicchierini ancora  capovolti
    nel  vassoio;  e  dinanzi  all'uscio  c'era  un  crocchio di gente che
    discuteva colla  faccia  accesa.  Neli,  il  maggiore  dei  figliuoli,
    sporgeva il capo di tanto in tanto fra le tendine dello scaffale,  pi
    pallido del suo berretto da notte,  cogli occhi gonfi,  per vedere  se
    qualcheduno venisse a prendere il rum o l'acquavite.  E a tutti coloro
    che l'interrogavano dall'uscio,  senza osare  di  entrare,  rispondeva
    sempre  scrollando  il capo: - Cos!  Sempre la stessa!  - Poi si vide
    uscire dalla parte del vicoletto la ragazzina che andava correndo  dal
    sagrestano per le candele benedette.
    Ogni  momento giungeva qualcheduno che veniva dalla casa di Zanghi,  e
    aveva visto dall'uscio spalancato il letto in fondo alla  camera,  col
    lenzuolo  disteso,  le  candele  accese al capezzale e i figliuoli che
    piangevano. Altri portavano altre brutte notizie. - Il Capo Urbano che
    stava imballando le materasse;  il farmacista che tardava ad aprire la
    bottega.  -  La folla cominciava ad ammutinarsi a misura che cresceva.
    Cristiani del mondo!  Che ci vogliono far morire davvero  come  bestie
    nella  tana?  - Uno,  colla faccia stralunata,  raccontava come Zanghi
    avesse acchiappato il male,  nella baracca  dei  commedianti.  L'aveva
    visto  lui,  coi  suoi occhi il vecchio che lo tirava per la falda del
    vestito perch gli pareva che volesse passare a scappellotto.  - Anche
    comare  Barbara!  che  pur non si era mossa di casa!  - E quell'infame
    Capo Urbano che andava dicendo "Non  nulla non  nulla,"  e  mostrava
    la  carta  bianca!  Quella  era  la  carta  del Sotto Intendente,  che
    ordinava di lasciar spargere il colra!
    - Ah! volevano proprio farli morire come bestie nella tana,  cristiani
    di Dio!
    Tutt'a un tratto si udirono dietro lo scaffale delle grida:
    -  Mamma!  mamma!  - e delle strida di dolore disperate.  Neli irruppe
    nella bottega urlando come una bestia feroce coi pugni sugli occhi. Un
    parente corse lesto lesto a chiudere gli scaffali,  per  tutta  quella
    gente che s'affollava nella bottega e nessuno poteva tenerla d'occhio.
    Allora la folla, quasi fosse corsa una parola d'ordine, si mosse tutta
    come  una fiumana,  gridando e minacciando.  Un'anima buona si mise le
    gambe in spalla, e corse per le scorciatoie dal Capo Urbano,  a dirgli
    che  scappasse.  Ma il poveraccio,  da un bel pezzo,  fiutando come si
    mettevano le cose, aveva infilato l'usciuolo dell'orto, carponi fra le
    viti, e preso il volo pei campi.
    Quelli del baraccone stavano facendo cuocere quattro fave,  a  ridosso
    del  muricciuolo,  seduti  sulle calcagna,  per covar la pentola cogli
    occhi, tutta la famiglia. A un tratto udirono gridare: - Dlli! dlli!
    - e videro la folla inferocita che correva per  sbranarli.  -  Signori
    miei! siamo poveri diavoli, poveri commedianti che andiamo intorno per
    buscarci il pane! Il vecchio annaspando colle mani, per fare intendere
    le sue ragioni; la donna che copriva i figlioletti colle ali, come una
    chioccia;  la  giovinetta  colle  braccia  in  aria.  Arriv una prima
    sassata,  che fece colare il sangue.  Poi un parapiglia,  la gente  in
    mucchio accapigliandosi, gli strilli delle vittime, che si udivano pi
    forte.  -  No!  no!  non  li  ammazzate ancora!  Vediamo prima se sono
    innocenti!  Vediamo prima se portano il  colra!  C'erano  pure  delle
    anime  buone  in  quella  ressa.  Ma  gli  altri non volevano intender
    ragione:  Neli  di  comare  Barbara,   che  gli  sanguinava  il  cuore
    dall'angoscia;  Scaricalasino  che  aveva  visto coi suoi occhi Zanghi
    stecchito sotto il lenzuolo;  massaro Lio che si sentiva gi i  dolori
    di  ventre  addosso.  In  un  attimo la baracca fu tutta sottosopra: i
    burattini, gli scenari, i cenci,  la poca paglia fradicia dei sacconi.
    Poi,  dopo  che non ebbero pi dove frugare,  fecero un mucchio d'ogni
    cosa,  e vi appiccarono il fuoco.  - Bravo!  E adesso  come  farete  a
    scoprire  se  portavano  il  colra?  gridavano  alcuni.  Ma il povero
    capocomico non sentiva e non badava pi a nulla, n le grida di morte,
    n le falci, n le scuri;  pallido e stravolto,  col sangue gi per la
    faccia,  i capelli irti,  gli occhi fuori della testa, voleva buttarsi
    sul fuoco per spegnerlo colle sue mani, urlando che lo rovinavano, che
    gli toglievano il suo pane, strappandosi i capelli dalla disperazione,
    in mezzo alla  famigliuola  tutta  pesta  e  malconcia,  scampata  per
    miracolo alla strage. - Meglio, meglio che ci avessero uccisi tutti! -
    Neppure  il  colra  li  aveva  voluti,  da  per  tutto dove l'avevano
    incontrato, stanchi ed affamati.
    Ancora,  dopo cinquant'anni,  Scaricalasino,  il quale  diventato  un
    uomo  di  giudizio,  dice  a  chi vuol dargli retta,  che il colra ci
    doveva essere nel baraccone.  Peccato che lo bruciarono!  Quelli erano
    ricconi  che andavano attorno cos travestiti per non dar nell'occhio,
    e buscavano centinaia d'onze a quel mestiere.
    Dove avevano saputo far le cose bene era stato a Miraglia, un paesetto
    mangiato dal colra e dalla fame, il giorno in cui s'erano viste certe
    facce nuove per la via dove da un mese  non  passava  un  cane,  e  la
    povera  gente,  senza  pane e senza lavoro,  aspettava il colra colle
    mani in  mano.  Anche  costoro  mostravano  di  essere  dei  viandanti
    rifiniti  dal lungo viaggio,  come una famigliuola di zingari;  l'uomo
    che si dava per calderaio,  la moglie che diceva la buona ventura,  la
    figlia,  una  bella  bruna,  la quale doveva averne fatte molte,  cos
    giovane com'era,  e portava attaccato al  petto  cascante  un  bambino
    affamato  e  macilento.  Dei  suoi  diciotto anni non le erano rimasti
    altro che due grandi  occhi  neri,  degli  occhi  scomunicati  che  vi
    mangiavano  vivo.  Anch'essi si portavano dietro tutta la loro casa in
    un carretto sconquassato, coperto da una tenda a brandelli, che veniva
    avanti  traballando,  tirato  da  un  somarello  sfinito.  Siccome  la
    popolazione  si era commossa al loro apparire,  e minacciava,  il Capo
    Urbano accorse anche qui colle guardie, armate sino ai denti, gridando
    da lontano - Via!  via!  - come si fa  ai  lupi.  Loro  a  ripeter  la
    commedia  che  venivano  da lontano,  che li avevano scacciati da ogni
    dove,   che  erano  affamati,   e  preferivano  li  uccidessero  l  a
    schioppettate.  Allora,  per non saper che fare, temendo di accostarsi
    per paura del colra,  li lasciarono l,  fuori del paese,  guardati a
    vista come bestie pericolose.  Nessuno chiuse occhio, quella notte, la
    vigilia di san Giovanni,  che c'era un chiaro di luna come di  giorno.
    Tutt'a  un  tratto,  coloro che stavano a guardia,  nascosti dietro il
    muro,  videro lo zingaro che s'era avventurato carponi sino alle prime
    case,   razzolando   in   un   mondezzaio.   Col  l'uccisero  di  una
    schioppettata, come un cane arrabbiato.  Dopo gli trovarono un torsolo
    di  cavolo,  che  ci  aveva ancora in pugno,  e il petto della camicia
    tutto gonfio di bucce e frutta marcia.  Al rumore,  alle grida che  si
    udivano  da  lontano,  tutto il paese fu in piedi subito,  e la caccia
    incominci.   La  vecchia  fu  raggiunta  all'argine  del  fossatello,
    barcollando sulle gambe stecchite. La giovane dinanzi al carretto, che
    voleva difendere la sua creatura,  come succede anche alle bestie, con
    certi occhi che facevano paura,  e cercava di afferrare le  scuri  per
    aria,  colle  mani  insanguinate.  Dopo,  frugando  fra  i cenci della
    carretta, trovarono le pillole del colra e ogni cosa. Ma quegli occhi
    pi d'uno non pot dimenticarli.  E ancora,  dopo cinquant'anni,  Vito
    Sgarra,  che  aveva  menato il primo colpo,  vede in sogno quelle mani
    nere e sanguinose che brancicano nel buio.

    Per,  se erano davvero innocenti,  perch la vecchia,  che diceva  la
    buona ventura, non aveva previsto come andava a finire?
















    LACRYMAE RERUM.

    Alla  finestra dirimpetto,  si vedeva sempre il lume che vegliava,  la
    notte - le lunghe notti piovose d'inverno,  e quando la luna di marzo,
    ancora fredda, imbiancava la facciata della casa silenziosa. La stanza
    era  gialla,  con  una meschina tenda di velo appesa alla finestra.  A
    volte vi apparivano  dietro  delle  ombre  nere,  che  si  dileguavano
    rapidamente.
    Ogni  sera,  alla  stessa ora,  si vedeva passare un lume di stanza in
    stanza, sino alla camera gialla, dove la luce si avvivava intorno a un
    letto bianco circondato dalle stesse ombre  premurose.  Indi  la  casa
    tornava  scura  e  sembrava  deserta,  nel  gran  silenzio  della via.
    Solamente, allorch vi saliva lo schiamazzo notturno di un ubriaco,  o
    il  passaggio  di  una carrozza faceva tremare i vetri delle finestre,
    una di quelle ombre tacite e dolorose si  affacciava  a  spiare  nella
    via, e poi si dileguava.
    Di giorno tutte quelle finestre chiuse sembravano quasi misteriose. Al
    balcone  della camera gialla c'era un vaso di garofani che morivano di
    incuria,  spioventi  sul  muro  umidiccio,  e  che  il  vento  agitava
    perennemente.  Verso  il  tramonto  si  fermava  dinanzi alla porta un
    legnetto,  che dei visi  pallidi  stavano  ad  attendere  ansiosamente
    dietro  i  vetri,  s'intravedeva un affaccendarsi per le stanze,  e il
    lume che si accendeva anche di giorno nella camera solitaria. L'ultima
    visita che fece il legnetto nella stradicciuola solitaria fu pi breve
    delle altre. Un vecchio dai capelli bianchi,  col piede sul montatoio,
    scrollava  pietosamente  il capo,  rispondendo a una giovinetta che le
    era scesa dietro supplichevole sino alla porta, colle mani giunte e il
    viso disfatto; anch'essa diceva di s col capo, macchinalmente,  cogli
    occhi sbarrati e quasi pazzi in quelli del vecchio.  Poi,  quando egli
    fu partito, si cel il viso nel fazzoletto e rientr nell'andito.
    Era una sera di primavera,  tepida e dolce.  Dalla  strada  saliva  la
    canzone  nuova,  e  il  chiacchiero  delle  ragazze  innamorate,  nel
    plenilunio d'aprile. Al primo piano della casa, dietro una ricca tenda
    di broccato, si udiva sonare il valzer di "Madama Angot".
    Poscia per la via deserta si ud  una  squilla,  lo  scalpicco  e  il
    borbottare dei fedeli che accompagnavano il viatico;  s'affacciarono i
    vicini,  alcuni ginocchioni,  col lume in mano,  e la folla  s'ingolf
    sotto la porta spalancata a due battenti, fra due file di lanterne che
    andavano  balzelloni.  Tutte  le  finestre del quartierino desolato si
    illuminarono per la  prima  volta,  dopo  tanto  tempo,  per  l'ultima
    solennit,  mentre la folla degli estranei ingombrava la casa,  con un
    luccicho tremolante di ceri,  nella camera gialla.  E dopo che  tutti
    quanti  furono  partiti,  la  casa rimase sempre illuminata e deserta,
    quasi per una lugubre festa.  Vi si vedeva solo di tanto in  tanto  il
    passaggio  delle  solite  ombre  che  correvano  all'impazzata,  in un
    affaccendarsi disperato.
    Nel silenzio alto dell'ora tarda,  dietro  quei  vetri  lucenti  sulla
    facciata  bianca  di  luna,  sembrava  indovinarsi  delle  invocazioni
    deliranti, dei singhiozzi soffocati, delle braccia supplichevoli stese
    verso il cielo sereno.  Un usignuolo si mise a cantare  all'improvviso
    da  un  terrazzino  tutto  verde di pianticelle odorose,  nel silenzio
    della luna alta, dimenticando forse in quell'ora la sua prigione,  pei
    cespugli del bosco nativo.  Di quarto d'ora in quarto d'ora l'orologio
    squillava lentamente, dall'alto della torre.
    La quiete greve della notte  sembrava  pesare  anche  su  quella  casa
    desolata. Il lume vegliava sempre tristamente nella camera silenziosa.
    Solo  le ombre desolate si agitavano pi frettolose e pi smarrite,  e
    nell'angolo dove ogni sera si ravvivavano i lumi,  luccicavano  adesso
    due  fiammelle  funebri.  Verso  mezzanotte  si era udito bussare alla
    porta,  e per le stanze si era notato un via vai.  Poi  tutto  si  era
    raccolto   in  quell'attesa  sconfortata.   La  luna  ora  lambiva  il
    pavimento,   mentre  i  lumi  si  spegnevano.   La  brina  sgocciolava
    ghiacciata sui vetri. A un tratto, in quella semioscurit, successe un
    correre affannato,  un affaccendarsi di gente smarrita, colle mani nei
    capelli,  uno sbattere  d'usci.  Poi  la  camera  gialla  si  illumin
    vivamente sulla facciata di tutta la casa nera.
    L'alba imbiancava pallida e piovigginosa;  allora si vide per la prima
    volta, dopo tanto tempo, la finestra della camera gialla spalancata, e
    le due candele che ardevano immobili al capezzale  del  letto  bianco.
    Pi  tardi  vennero  degli  estranei  che  andavano  e venivano per la
    stanza, indifferenti,  col cappello in capo.  Uno che fumava un sigaro
    alla finestra, si chin a fiutare il garofano rugginoso che penzolava;
    aveva  una  faccia  pallida  da  malato  o da prigioniero,  colle gote
    azzurrognole di una folta barba accuratamente rasa.
    Di poi quella finestra rimase chiusa e  buia  la  notte,  e  le  altre
    accanto  si  aprirono  ogni  mattina  a  lasciare entrare l'estate che
    veniva.  E la  sera  perfino  vi  si  affacciavano  timidamente  delle
    giovanette  vestite  di  nero,  che ascoltavano in silenzio la canzone
    nuova,  il suono del pianoforte di sotto,  e  il  chiacchiericcio  dei
    vicini.
    Una mattina di settembre si videro tutte le finestre spalancate,  e le
    stanze vuote, anche quella gialla, che si era spogliata delle meschine
    tende bianche,  e mostrava una gran macchia di un giallo pi carico al
    posto  del  letto  che  non c'era pi.  Quelle povere masserizie erano
    sgomberate  silenziosamente  nella  notte,  colla  triste  famigliuola
    timida. Una vecchia serva venne a pigliare il vaso di garofani, mentre
    il  padron  di  casa  andava  guardando  per  ogni  dove coi muratori,
    gridando e  bestemmiando.  Egli  additava  le  macchie  della  vecchia
    tappezzeria  gialla,  e  i  mattoni rotti del pavimento,  sputando pel
    disgusto su quei guasti;  tanto che la vecchiarella se ne and a  capo
    chino,  portandosi  sotto  lo  scialle  il  vaso  di garofani come una
    reliquia.
    I muratori si misero a scrostare e  martellare  da  per  tutto.  E  da
    mattina a sera udivasi la sega del falegname che strideva.
    Nell'ultima  camera  avevano  alzato un gran ponte,  e attraverso quei
    trespoli si vedevano pendere i  brandelli  della  carta  gialla.  Dopo
    vennero pittori,  tappezzieri, e le persone ch'erano sloggiate un mese
    prima non avrebbero ritrovato pi le memorie delle loro ore d'angoscia
    in quelle stanze tappezzate di  nuovo  e  ridenti.  Il  lume  vegliava
    un'altra volta sino a notte tarda nell'antica camera gialla, dietro le
    tende  di  trina  foderate  di  seta  celeste;  ma le due ombre che si
    vedevano   sempre   accanto,   cercandosi,   correndosi   dietro,   si
    confondevano  con  molli  ondulazioni,  si  univano in una sola;  e la
    mattina si vedeva pure qualche volta una testolina bionda e rosea, che
    sollevava la tendina allato a una testa bruna e sorridente. Nella sala
    attigua, sotto un grande specchio dorato che rifletteva la luce di una
    lumiera velata da un paralume color di rosa,  si udivano alle volte le
    note  allegre  di  un  pianoforte,   nello  scrosciare  della  pioggia
    notturna.
    Quando giunse la primavera, e l'usignuolo torn a cantare fra il verde
    del terrazzino, e le ragazze al lume di luna, i due innamorati presero
    il volo come due farfalle,  e non si videro pi.  Al settembre la casa
    mut  d'aspetto,  e  nella  camera azzurra venne a stare un gran letto
    matrimoniale,  che tutte le mattine prendeva  aria  onestamente  dalla
    finestra  spalancata.  La casa rison da mattina a sera del grido dei
    bimbi,  e degli strilli del neonato che la mamma allattava a  pi  del
    letto.  Il  marito  tornava la sera stanco,  colla faccia disfatta,  e
    litigava tutto il tempo colla moglie e coi figliuoli.  Poi rimaneva  a
    scartabellare dei conti sulla tavola sparecchiata,  sino ad ora tarda,
    colla fronte fra le mani,  sotto il lume che  agonizzava.  La  mattina
    usciva a buon'ora col passo frettoloso. Di tanto in tanto si udiva una
    scampanellata furiosa in anticamera, e la madre correva a chiudersi in
    camera,   facendo  segno  al  suo  ragazzo  di  dire  che  non  c'era,
    coll'indice sulle labbra. Il bimbo tornava, dopo un lungo ciangottare,
    a parlar colla mamma,  la quale riaffacciava la  testa  allo  sbattere
    violento della porta che faceva tintinnare il campanello; e l'uomo che
    se ne era andato cos in collera,  si fermava in mezzo alla strada,  a
    spiare la finestra chiusa.  Alle volte la povera donna era costretta a
    mostrarsi,  per  calmare  il visitatore che non voleva sentir ragione,
    giungendo le mani in croce, con gran gesti che volevano esser creduti.
    Tutte le  finestre  spalancate  lasciavano  diffondersi  pel  vicinato
    indifferentemente pianti di bimbi e liti di genitori. Un giorno, verso
    mezzod,  venne  un  vecchietto  col  cappello  bisunto e un fascio di
    cartacce in mano, seguto da due uomini malvestiti,  i quali si misero
    a  frugare  dappertutto,   scrivendo  dei  fogliacci  in  fretta.   La
    famigliuola li seguiva di stanza in stanza  tristamente.  La  roba  fu
    portata  via,  alcuni  giorni  dopo,  e delle poche masserizie rimaste
    caricarono un carro, e se ne andarono dietro a quello, il padre prima,
    coll'ombrello sotto il braccio, e la moglie dietro coi bambini in coda
    e il poppante al  collo,  senza  neppur  voltarsi  a  guardare  quelle
    finestre che rimasero spalancate notte e giorno, per mesi e mesi, come
    se il padrone avesse voluto farne svaporare il tanfo di miseria che vi
    si era rinchiuso.
    Poi  vi  tornarono  dei mobili eleganti,  e delle stoffe ricche appese
    alle finestre.  Non vi si udirono pi n strilli n schiamazzi;  ma un
    silenzio beato dappertutto;  i lumi sembrava s'accendessero da s, fin
    nella camera azzurra che aveva una luce velata  d'alcova.  Non  vi  si
    vedeva nessuno;  soltanto a notte alta,  una testa che faceva capolino
    timidamente,  e guardava nella  via,  socchiudendo  adagio  adagio  le
    persiane;  e  la luce che passava fra le stecche ne indorava i capelli
    biondi,  poi si stampava sul muro della  casa  dirimpetto  in  strisce
    lucenti,  come  un  faro.  Dopo  alcuni  minuti  un passo frettoloso e
    guardingo si udiva nella via,  l'ombra  della  testa  bionda  appariva
    rapidamente dietro le persiane,  e la finestra si chiudeva.  Una sera,
    nell'alto   silenzio,   squill   all'improvviso   una   scampanellata
    minacciosa.
    Si  videro  delle  ombre  correre dietro le tende all'impazzata,  e le
    stanze illuminarsi rapidamente una  dopo  l'altra.  Indi  un  silenzio
    d'attesa  profondo,  nel  quale risonarono a un tratto delle strida di
    terrore e degli urli di collera.
    I vicini corsero alle finestre, col lume in mano.  Ma il quartiere era
    tornato  silenzioso,  soffocando i dolori o le collere che racchiudeva
    fra le sue tappezzerie sontuose.  Le finestre rimasero chiuse  per  un
    gran  pezzo,  e  allorch  si  riaprirono,  entrarono  nelle  stanze i
    muratori che demolivano la casa,  per far luogo alla strada nuova,  la
    quale passava di l.
    Giorno  e  notte,  dal  muro  sventrato,  si vedevano le stanze nude e
    abbandonate,  colle pitture del soffitto che pendevano,  le  gole  dei
    camini  squarciate  e  nere.  La  carta  gialla  ricompariva  sotto la
    tappezzeria lacera,  il segno del letto e le macchie scure,  i  chiodi
    sul  camino a cui era appeso il grande specchio dorato,  il campanello
    ciondoloni sull'uscio della  scala  spalancato.  Il  vento  vi  faceva
    turbinare la polvere, la pioggia le inondava, il sole vi rideva ancora
    sulle pitture,  gialle, verdi, azzurre; la luna e la luce dei lampioni
    vi entravano ogni notte; si posavano sulla macchia unta del letto, sui
    fiorami dorati del salottino misterioso, scendendo sempre,  di mano in
    mano che il piccone dei muratori si mangiava le rovine.





















    I RICORDI DEL CAPITANO D'ARCE.

    D'Arce, cullato dal rullo del bastimento, aveva posato il bicchierino
    sulla  tavola,  affissando  l'orizzonte mobile attraversa il cristallo
    del finestrino, quasi vedesse ancora ci che stava narrando.

    - No, neanche la punta di un dito. Adesso  storia vecchia...  e anche
    triste!...  Non ci siamo neppur detto di amar...  quello che si chiama
    amare...  Mi piaceva assai,  ecco.  Andavo da per  tutto  dove  sapevo
    d'incontrarla,  alla  Villa,  al Sannazzaro,  al concerto serale dello
    "Chlet".  Mi sentivo battere il cuore  e  inciampavo  nelle  seggiole
    appena  scorgevo  da  lontano  i  nastri rossi del suo cappellino.  Mi
    rassegnavo al cipiglio e all'accoglienza glaciale del Comandante, solo
    per vedere i begli occhi grigi di lei che mi  cercavano  nella  folla.
    Essa mi salutava con un sorriso appena accennato: sapete, quel sorriso
    che  vedete soltanto voi,  quella fiamma lieve e rapida che illumina a
    un tratto un bel viso delicato, e vi dice: Grazie!... - Ma amore,  no.
    Perch  c'era  di mezzo Alvise Casalengo,  mio camerata,  mio compagno
    d'armi e di  scuola.  Adesso    andato  a  finire  nella  Navigazione
    Generale,  "requiescat"  anche  lui!  -  Ma  allora era il mio Pilade,
    troppo Pilade,  ahim,  perch potessi fingere d'ignorare  quello  che
    sapevano tutti, sebbene Alvise, com' naturale, non me ne avesse fatta
    mai la confidenza.  Appunto,  giusto per rappresentare la parte di uno
    che non vuole sapere,  filavo anch'io il mio briciolo  di  corte  alla
    signora  Ginevra Silverio,  la moglie del mio Comandante,  in quei due
    mesi di licenza che avevo  passato  a  Napoli:  una  corte  modesta  e
    superficiale,  da  non passare il guanto,  quel tanto d'omaggio ch'era
    indispensabile di tributare alla  moglie  del  mio  superiore,  bella,
    elegante,  un  po'  civetta  pure,  dicevano;  ma  civetta  con  tanta
    naturalezza e tanta grazia che quasi non se ne accorgeva.  Essa  s'era
    lasciata corteggiare anche da me perch non stonassi nel coro,  perch
    tutti le facevano la corte,  perch'ero intimo  di  Alvise,  perch  le
    piacevo,  infine. Ci che era venuto in seguito, ci che mi sembrava a
    volte vederle balenare negli occhi e sentirmi  tremare  nella  voce...
    Sapete come avviene...  gli ostacoli,  i riguardi umani, la diffidenza
    del marito,  la stessa sicurezza  leale  di  Alvise...  Tante  punture
    deliziose,  un'attrattiva  di  sacrificio,  un profumo soave di frutto
    proibito,  pi velenoso di quelli  rubati  nell'orto  coniugale...  In
    conclusione,  ditemi  un po',  adesso che ne parliamo coi gomiti sulla
    tovaglia,  qual merito ne ho avuto agli occhi di quell'animale che  ha
    piantato  amici e spalline per fare il cabotaggio da Palermo a Genova?
    Il guaio era che il Comandante se  la  pigliava  con  l'intero  genere
    umano,  causa  la  pulce che Alvise gli aveva messo nell'orecchio - un
    pasticcio dell'ordinanza per cui c'erano state  fra  marito  e  moglie
    delle scene spiacevoli,  convulsioni,  lagrime, il dottore chiamato in
    fretta e  in  furia,  di  notte...  Insomma  quello  che  non  sarebbe
    avvenuto,  se il Comandante,  credendo di far meglio, non avesse avuto
    la cattiva idea di prendere al suo servizio un cretino di  nuova  leva
    il quale non capiva nulla. Poi ogni cosa s'era chiarita per il meglio.
    Alvise,  com'  naturale,  era  rimasto  "a latere" del Comandante,  e
    quella  bestia  dell'ordinanza,  in  punizione,  sacco  e  branda,   e
    imbarcarsi subito. I cocci rotti avevano dovuto pagarli gli altri, gli
    amici di casa, il Comandante stesso, pover'uomo, diventato un orso, un
    Otello,  una bestia feroce. Ti rammenti, Serravalle, quando la signora
    Ginevra ti si svenne o quasi nelle braccia, ballando in casa Maio? Era
    tanto delicata,  poveretta!  E le piaceva  tanto  il  ballo,  che  suo
    marito,  per  la tranquillit dell'alcova coniugale,  si rassegnava ad
    essere di tutte le feste, insieme a lei.
    Ma con che viso ci veniva,  quell'uomo!  Come faceva cascar le braccia
    ai poveri ufficialetti che gli arrivavano freschi freschi dalla Spezia
    o  da  Livorno,  e  che s'immaginavano di disarmarlo pigliandolo colle
    buone! Anch'io,  purtroppo,  ero nella lista dei sospetti.  Non so per
    qual  motivo - perch ero pi gentile e premuroso degli altri,  perch
    gli ero simpatico,  perch'ero amico  d'Alvise,  fors'anche...  Giudizi
    umani!  Il  fatto  che nell'animo del Comandante ero un uomo perduto.
    Tante cose me l'avevano fatto capire: quel  diavolo  d'uomo  aveva  un
    modo  di  piantarvi  gli  occhi  in  faccia per dirvi buongiorno,  che
    v'imbarazzava realmente. E le ingiustizie del superiore,  le punizioni
    e  gli  arresti  che  piovevano  come  gragnuola,  l'ordine  d'imbarco
    comunicatomi per telegrafo,  quando si sapeva che la  squadra  sarebbe
    rimasta a Genova un'altra settimana! Anche lei, povera donna, sembrava
    consegnata,  colla sentinella alla porta, un genovese cane il quale si
    piantava rispettosamente per mandarmi via,  se tentavo di  rompere  il
    blocco  in  un  giorno  della  settimana che non fosse il marted,  il
    giorno di ricevimento della signora Ginevra,  il giorno di tutti e  di
    nessuno.  Allorch l'avevo pregata di accordarmi un'entrata di favore,
    l'avevo vista cos  imbarazzata,  cos  esitante...  Ecco,  se  avessi
    voluto  permettermi  un'indiscrezione  col  mio amico Alvise,  sarebbe
    stata quella di chiedergli in un orecchio: - Come diavolo fai?...
    Era una povera vittima,  quella disgraziata!  una schiava legata  alla
    catena corta.  Chi l'avrebbe immaginato, di voialtri, quando la vedevi
    arrivare, col nasino palpitante e la febbre negli occhi,  e una voglia
    di divertirsi fino nelle scarpette che si sarebbero messe a ballare da
    sole?  Ma  una paura del marito con tutto ci!  Bastava un'occhiata di
    lui per farle gelare il  sorriso  con  cui  vi  si  abbandonava  nelle
    braccia,  anelante,  facendosi  vento  presto  presto,  smarrita da un
    capogiro delizioso. E le carezze timide colle quali cercava di sedurre
    quel cerbero,  l'aria inquieta con cui si abbandonava a certe graziose
    imprudenze,  guardandosi intorno per non esser sorpresa da lui,  o gli
    fissava in volto i begli occhi sorridenti per cercare d'indovinare che
    vento tirasse, le piccole astuzie, le bugiette dietro il ventaglio,  i
    complotti  colle  amiche  per  strappare  al  marito  il  permesso  di
    un'ultima polca.  Giacch la poveretta sapeva quel  che  le  sarebbero
    costati  poi  a  quattr'occhi quelle audacie disperate,  quei colpi di
    testa ai quali cedeva con tutto il sangue  al  viso  -  delle  audacie
    innocentissime.  Noi  altri uomini non sappiamo mai quanto coraggio ci
    vuole a fare certe cose.
    Immaginate adesso un uomo che vi tira a bruciapelo l'ordine  d'imbarco
    dopo  una di quelle sere...  innocente com'ero...  e la povera signora
    Ginevra anch'essa!...  Nulla di nulla,  vi giuro!  Neanche una parola,
    neanche un dito... Se ce ne fu il pericolo, dopo... un momento solo...
    la colpa fu tutta sua, di lui!...

    D'Arce  vuot  d'un  fiato il resto del cognac,  e pos il bicchierino
    sulla tavola,  stringendosi nelle spalle come un uomo che ha  navigato
    per tutti i mari, ne ha viste di tutte le razze e di tutti i colori, e
    non si meraviglia pi di nulla.
    -  Per  non  potevo  abbandonare  Napoli  e  l'Italia  senza andare a
    salutare la signora Ginevra,  tanto pi che non  avevo  potuto  vedere
    neppure  il  lembo  del  suo  vestito,  quand'ero andato a fare la mia
    visita di congedo, in gran tenuta,  fra le dieci e le undici.  Lui s,
    ce l'avevo trovato il signor Comandante,  straordinariamente rabbonito
    dalla mia partenza,  e mi aveva accomiatato con belle parole: - Faccia
    buon  viaggio,  e metta il tempo a profitto.  So da buona fonte che li
    terranno un pezzo imbarcati,  e avranno tempo di studiare e  di  farsi
    onore.  Il  mare    una  gran  scuola  e  un gran corroborante per la
    giovent.
    Grazie tante!  Ma il buon viaggio volevo  che  me  lo  desse  lei,  la
    signora Ginevra.  Non potevo rassegnarmi a tutte quelle belle cose che
    mi aveva detto suo marito,  senza vederla un'ultima volta,  e  sentire
    anche quel che ne pensava lei. La mia stessa innocenza mi dava ai miei
    occhi  una  specie  di salvacondotto per andare a trovarla.  Per altro
    m'ero proposto di essere prudente ed audace come un vero innamorato. E
    contavo sul gran da fare che c'era  al  Comando,  appunto  per  quella
    benedetta  partenza.  La  sera,  appena  sbirciai il mio superiore che
    svoltava l'angolo della piazza...  -  due  ore  di  guardia  col  naso
    incollato  ai  vetri  del  Caff  d'Europa,  amici miei,  temendo ogni
    momento di veder capitare Alvise, che volentieri avrei voluto sapere a
    casa, magari agli arresti, magari colla febbre.  - Vedevo il mio amico
    in ogni soprabito gallonato che incontravo,  lungo la strada,  rasente
    al muro,  e il cuore mi batteva  un  po'...  Quando  fui  poi  in  via
    Partenope...  Il  cerbero che custodiva la porta della signora Ginevra
    mi lasci passare senza alzare gli occhi  dal  "Pungolo",  o  credette
    forse  che  venissi  per un affare di servizio,  o si lasci ingannare
    dalla somiglianza dell'uniforme... prendendomi per "quell'altro"... S
    in quel momento mi faceva un certo effetto di esser scambiato  con  un
    altro.  Pensavo ad Alvise, che andava e veniva senza tante difficolt,
    e che sarebbe rimasto a Napoli!...
    Entrava appunto un bel chiaro  di  luna  dai  finestroni  colorati,  e
    passava per la strada il ritornello della canzone in voga che solevano
    suonare  allo  "Chlet".  Tutte le piccole seduzioni che vi formano le
    grandi,  sapete!...  Avevo il cuore alla gola  nel  bussare  all'uscio
    della  signora  Ginevra,  forse perch ella stava al terzo piano...  o
    perch'ero giovanissimo,  allora...  Il fatto  che mi sentii penetrare
    lo  squillo  acuto  e  vibrante del campanello sino al cuore,  come un
    sussulto,  come una puntura,  direi,  ripensando ad Alvise...  Al  mio
    superiore,  no,  non ci pensai, altro che per almanaccare un pretesto,
    pel caso  che  mi  avesse  fatto  trovare  un  marinaio  comandato  di
    sentinella all'uscio della moglie anche a quell'ora...
    Ma invece venne ad aprire Gioconda,  quella bella giovane che aveva il
    viso come il nome,  vi rammentate?  Essa mi aveva visto spesso venire,
    nei  bei giorni in cui non avevo ancora perso la stima del Comandante,
    e mi accolse con un graziosissimo sorriso: il medesimo  sorriso  della
    sua padrona,  indulgente e grato verso le debolezze umane,  il sorriso
    che comprendeva e perdonava,  e voleva farsi perdonare ci che  doveva
    dirmi:  -  La  signora  era un po' sofferente,  stava gi per andare a
    letto...
    Era scritto,  vi dico!  Mentre mi rassegnavo a tornarmene via,  triste
    come la morte, e indugiavo a scusarmi per l'ora indebita, adducendo la
    partenza  immediata...  l'assenza lunga,  e questo e quell'altro...  -
    intanto le vedevo negli occhi una gran simpatia, alla buona giovane. -
    In quel momento il campanello elettrico squill di nuovo,  premuroso e
    carezzevole,  uno squillo che veniva dalle stanze interne stavolta,  e
    diceva: S! s! s.!...
    - Se vuol passare un momento in sala, far a ogni modo l'imbasciata...
    Ho anch'io adesso i galloni di Comandante,  e molti anni di pi  sulle
    spalle,  ma ancora, vedete, mi sembra di sentirmi battere il cuore nel
    soprabito attillato di guardia-marina,  rammentando  quell'istante  in
    cui  vidi comparire sull'uscio del salotto lei,  tutta sorriso,  nella
    bocca, negli occhi, nel frusco del vestito,  quel sorriso carezzevole
    e  buono  con cui accoglieva i suoi amici e che ho ancora dinanzi agli
    occhi, quando vado a pregare sulla sua tomba, poveretta!
    D'Arce  riemp  di  nuovo  il  bicchiere,   sforzandosi  di  mostrarsi
    disinvolto, ripreso, suo malgrado, dalla commozione di quei ricordi.

    -  La vedo ancora,  seduta su quel canap basso e largo come un letto.
    Aveva delle calze di seta nera,  delle calze  terribili,  amici  miei,
    sotto  quel  vestito  bianco,  tanto che ella se ne accorse,  e ritir
    adagio adagio i piedini,  facendosi rossa.  Proprio  una  bambina,  vi
    dico!  civetta,  innocente nella sua civetteria come l'aveva fatta sua
    madre,  e con una paura del marito,  in quel momento,  che  le  faceva
    tendere l'orecchio e troncare il discorso di tratto in tratto. Anch'io
    mi  sentivo assai sconvolto...  Allora scappammo a parlare tutti e due
    in una volta, come cavalli spaventati,  battendo la campagna,  con una
    vivacit  che  voleva  sembrar sincera.  - Io non avevo voluto partire
    senza andare a salutarla.  - Essa non aveva voluto  lasciarmi  partire
    senza  dirmi  addio.  - Partire,  lasciarsi...  In fondo a ogni parola
    c'era sempre quella nota, sempre quel tono triste, in sordina, in note
    tenute,  in tutte le note,  all'infuori della tua,  mio povero Alvise,
    che  dormivi  lealmente  fra  i  due  guanciali della tua felicit,  o
    piuttosto che perdevi al Circolo,  in quel momento stesso,  lieto  del
    proverbio  che  lusingava  il  tuo amor proprio.  - E le nostre parole
    dicevan tutt'altro, dicevano tutt'al pi di viaggi e paesi lontani, di
    orizzonti sconosciuti,  o delle memorie che  si  portano  via,  e  dei
    luoghi  cari che non si vorrebbero lasciare...  - Felice lei che andr
    cos lontano,  per tanto mare,  per tanto mondo!  Come  vorrei  volare
    anch'io,  come  vorrei venire!  - Felice lei piuttosto,  che rimane in
    questa citt di cui il cuore porta via tanti ricordi... in questo nido
    di cui gli occhi non si saziano di baciare ogni angolo e ogni cosa!...
    - Questo dicevano i sorrisi vaghi,  gli occhi umidi,  erranti per quel
    salotto  di  cui  tu  conosci  ogni gingillo,  di cui ogni gingillo ha
    contato le tue ore felici, fortunato Alvise! - voi! - voi! - voi! - Ma
    non una parola d'amore, torno a dirvi.  S'indovinava,  era sottinteso,
    in   ogni  sillaba,   in  ogni  frase,   discorrendo  di  amici  e  di
    conoscenti...  anche di Alvise - ella  per  provarmi  ch'era  lontano,
    tanto  lontano dal suo salotto e dal suo pensiero!  io per rallegrarmi
    della sua assenza - per rallegrarcene  intimamente  tutt'e  due,  come
    eravamo  lieti  dell'assenza  del Comandante...  il quale per avrebbe
    potuto ascoltare tutto ci che si  diceva,  lei  ed  io,  senza  dover
    snudare  il  brando,  senza che l'angelo custode della sua casa avesse
    avuto motivo di tapparsi le orecchie.
    In quella squill  di  nuovo  il  campanello  dell'anticamera,  forte,
    improvviso,  minaccioso:  una  scampanellata  da  padrone,  di  quelle
    scampanellate che vi pigliano pei capelli, e vi fanno saltare in aria.
    Ella impallid visibilmente,  e s'alz di botto,  come  fuori  di  s,
    agitando istintivamente la mano in un gesto vago.  E tutto a un tratto
    mi si abbandon fra le braccia, quasi stesse per svenire,  cogli occhi
    smarriti, il seno palpitante... balbettando: lui! lui!
    Proprio  lui che l'aveva voluto,  non  vero?  Una povera donna il pi
    delle volte si  butta  nel  precipizio  pel  timore  dell'abisso!  Non
    ascoltava pi, non capiva pi che cos facendo si accusava della colpa
    di cui eravamo innocenti...  Innocenti dinanzi agli uomini e dinanzi a
    Dio!  Essa era caduta come una morta sul canap,  fissando  gli  occhi
    spaventati sull'uscio,  quasi aspettando di veder comparire di momento
    in momento il suo giudice e il suo giustiziere... Aspettai anch'io, in
    piedi, abbottonandomi macchinalmente l'uniforme, come si aspetta in un
    duello la pistolettata dell'avversario...  cinque  minuti...  dieci...
    un'eternit.  Nulla,  non  era stato nulla.  La cameriera venne a dire
    poco dopo che eran venuti a  cercare  il  padrone  per  un  affare  di
    servizio.
    Accidenti  al  servizio!  La  povera  signora  mi  sfugg di mano come
    un'anguilla, e non volle pi saperne di ripigliare il duetto,  proprio
    quando avevo tante altre cose da dirle, quando il suo viso pallido e i
    suoi  occhi  stralunati  mi  davano le vertigini,  mentre respingevami
    colle mani tremanti, balbettando: Andatevene! andatevene!...
    Soltanto mi dava del voi;  mi dava le mani tremanti e gli occhi che si
    smarrivano nei miei, bramosi e spaventati...
    Nient'altro,  amici miei... Una donna che ha paura, capite... La paura
    me l'aveva data un momento e la paura me la ritolse.



    GIURAMENTI DI MARINAIO.

    Giuratemi!... giurami!
    Chi non avrebbe giurato,  al vederla cos pallida sotto i nastri rossi
    del  cappellino,  al  vedere i begli occhi lucenti e il sorriso triste
    che mi cercava come un bacio? - povera e cara Ginevra, innamorata sino
    ai capelli,  in un "fiat",  da un momento all'altro,  dacch le  avevo
    confessato d'amarla,  in segreto, senza speranza, da circa due mesi! -
    Anch'essa! anch'essa!  Peccato che avessimo aspettato l'ultimo momento
    a   dircelo!   Almeno  voleva  lasciarmi  negli  occhi,   nel  sangue,
    nell'anima, la sua immagine, il suo profumo,  le ultime sue parole.  -
    L,  l,  e l! in tutto voi, fin nel vostro vestito, dovunque sarete,
    sempre! - Era venuta per questo alla Villa, a quell'ora.  - Non sapete
    quel che ci  voluto! - In ogni suo accento, nel suono della voce, nel
    muovere delle labbra,  c'erano tali carezze che penetravano in me come
    una gran dolcezza,  e come altrettante punture  anche,  di  tratto  in
    tratto,  allorch  pensavo  ad  Alvise  che  dicevano suo amante.  - E
    gelosa,  sapete!...  di tutte!...  di  tutte  le  donne  che...  avete
    conosciuto... La Seraffini, dite?... o la Maio... a costei le facevate
    la  corte!  Non  negate.  V'ho conosciuto in casa sua.  Il guaio  che
    l'avrete compagna di viaggio sino a Genova! Giuratemi!...  Neanche una
    parola!...  almeno a lei...  almeno a quelle che conosco!... Pensate a
    me, d'Arce!
    Pensate che vi veggo,  laggi,  dovunque  sarete,  che  vi  seguo  col
    pensiero,  dal  momento  che  metterete  il piede sul battello,  nella
    cabina,  a tavola...  Colei ci verr pure,  a tavola,  dovesse rendere
    l'anima  a Dio,  per farvi ammirare le sue smorfie e il suo vestito da
    viaggio...
    Ella guardava tristamente il bel mare azzurro che doveva separarci per
    tanto tempo, fra poche ore,  e aveva gli occhi gonfi di lagrime,  e mi
    abbandonava  la  mano,  senza curarsi della gente che poteva vederci -
    per altro erano delle coppie mattutine che venivano a cercare le ombre
    discrete della Villa,  e avevano altro pel capo  anche  loro  -  senza
    pensare  al  pericolo  che correva,  senza pensare a quell'orco di suo
    marito...  senza pensare ad altri.  E mi  si  abbandonava  tutta,  con
    quella  manina  tremante  di  cui  parevami di sentire le carezze e la
    febbre attraverso il guanto di Svezia;  e intrecciava le sue dita alle
    mie,  e  si  attaccava  a  me,  voleva legarsi a me,  per sempre l'una
    dell'altro col cuore gonfio ambedue di amore eterno,  di costanza e di
    fedelt  -  io  a dispetto dei miei venticinque anni - ella col marito
    sulle spalle... ed Alvise,  e tutti gli spergiuri latenti in una bella
    donna  che ride volentieri,  e ama sentirsi dire che il suo sorriso fa
    perdere la testa al prossimo... Allora balbettai:
    - Anche voi!... anche tu... giurami!...
    Ella non rispose, colle mani nelle mie,  gli occhi negli occhi,  e una
    fiamma rapida le sal al viso: - Che posso farci?  che posso farci?  -
    voleva dirmi, povera donna. Ma a un tratto mi lesse in viso il nome di
    un altro,  l'immagine odiosa  del  mio  amico  Alvise  che  tornava  a
    mettersi fra di noi.  - Oh! - mormor, scolorandosi rapidamente. - Oh,
    d'Arce!
    Chin il capo, passandosi le mani sul volto, e non disse altro.  Aveva
    una  peluria  bionda che moriva dolcemente sulla bianchezza immacolata
    della nuca.  Le dolci parole,  il  delirio,  la  frenesia  che  mi  si
    gonfiarono  in  cuore allora per chiederle perdono!  Come avrei voluto
    buttarmi a' suoi piedi e abbracciare i suoi ginocchi,  i ginocchi  che
    si  accennavano  vagamente  fra  le molli pieghe del vestito bigio!...
    Essa  continuava  a  scuotere  il  capo,   con  un  sorriso  dolce   e
    malinconico, e riprese:
    -  Quanti  orrori  vi  avranno  narrato sul conto mio...  le mie buone
    amiche... lui stesso, fors'anche! Non negate...  inutile.  Voglio che
    sappiate tutto...  oramai, sul punto di lasciarci forse per sempre!...
    Come a un fratello... come in punto di morte... Mi crederete,  d'Arce?
    mi crederete?...  Sono stata un po' leggiera...  un po' civetta anche,
    mettiamo...  Ecco,  vi dico tutto!  In casa mia  poi,  bisogna  sapere
    quante noie! Che scene e che musi lunghi per un misero ballonzolo, fra
    quattro gatti...  per andare una sera a teatro...  Non sono n vecchia
    n gobba infine. Mio marito invece vorrebbe tenermi sotto chiave nella
    santabarbara della sua nave. Pedante,  sospettoso,  uggioso!  Una cosa
    tremenda,  caro mio! Allora, capite bene... se bisogna nascondergli le
    cose pi innocenti... la colpa  tutta sua... E una povera donna...  a
    meno  di finir tisica...  S,  parola d'onore,  tante volte ho sputato
    sangue.  Chi sa se mi troverete ancora  quando  tornerete  in  Italia,
    povero  d'Arce!....  Vi  ricorderete  sempre  di me,  dite?  Verrete a
    trovarmi al camposanto?
    Trasse pure il fazzolettino dalla tasca del petto,  e se lo rec  alla
    bocca,  tossendo  un  po',  con  certe  piccole  scosse  che  facevano
    sollevare gli omeri delicati  sotto  la  giacchetta  attillata,  e  le
    inumidivano gli occhi di un languore sorridente, e le facevano il viso
    tutto color di rosa. No, no, non volevo sentirla parlare cos! L'avrei
    difesa da quelle malinconie, fra le mie braccia, stretta stretta. Ella
    schermivasi   gaiamente;   minacciava   pure  col  fazzolettino...   -
    Badate!... Che matto!... Siamo due matti!...  Avete sempre quel brutto
    sospetto?  No,  sentite,  voglio  dirvi tutto.  E' meglio che sappiate
    tutto da me stessa...  pel  caso  che  egli  vi  abbia  fatto  le  sue
    confidenze... "quell'altro"... giacch siete suo amico... S, lo so...
    voialtri  uomini  siete discreti...  Lasciamola l!  E' vero che mi ha
    fatto un po' di corte... come tanti altri...  pi degli altri anche...
    E  me la son lasciata fare.  Mio marito...  me lo ha messo fra i piedi
    lui stesso,  il vostro amico,  col pretesto di farne il suo  ufficiale
    d'ordinanza...  E gli ha attaccato il suo male pure... le sue esigenze
    e le sue gelosie.  Dite la verit,  vi avr fatto delle scene anche  a
    voi,  Alvise? Un bel divertimento, quei musi lunghi! E senza averne il
    diritto, vi giuro! Mi credete, d'Arce? mi credete?  Vedete adesso come
    sono venuta a voi!...  Lo sapete... da due mesi... i miei occhi che vi
    dicevano...  - Poi,  a voce pi  bassa,  accostando  il  viso  al  mio
    figgendomi  gli  occhi  nell'anima,  con  un sospiro: - Tua!  Soltanto
    tua!... Mi credi?
    Li avessi  visti  ai  suoi  piedi,  in  quel  momento,  il  marito,  e
    "quell'altro",  mi avessero detto che anche loro...  Avrei giurato che
    mentivano.  Mi turbava per il rimorso delle infedelt  che  le  avevo
    fatto... prima di conoscerla... e anche dopo... S, delle vertigini...
    qualche   momento   di  oblo...   Ero  arrivato  a  farle  di  queste
    confessioni, in quel punto,  nel caldo della passione...  Volevo dirle
    tutto,  per  ispirarle  la  mia  fede,  perch  non  avesse a dubitare
    anch'essa, mentre saremmo stati tanto lontani!... Ah,  sentite,   una
    cosa  terribile!  Volersi tanto bene...  proprio all'ultimo momento...
    volersi cos! E neanche la punta di un dito!... Non mi guardate a quel
    modo,  per l'amor di Dio!...  Proprio un amore senza macchia  e  senza
    paura,  questo  nostro!...  Ah!  quel sorriso che mi fiorir sempre in
    cuore!  Quella fossetta che fate sulla guancia,  ridendo!...  Un amore
    siffatto non deve aver paura di nulla... e di nessuno... del tempo che
    passa...
    - Che ora sar adesso? - chiese a un tratto lei.
    Erano  circa le due.  Essa s'alz in piedi sgomenta.  - Dio mio!  cos
    tardi! Ah,  povera me!  - Poi mi stese la mano e volle pure cavarsi un
    po' il guanto, buona e cara Ginevra, perch le baciassi il polso sulla
    nuda carne,  l,  dove la piccola vena azzurra avrebbe voluto portarmi
    su su pel braccio, e le labbra volevano struggersi. - Addio! addio!  -
    Per  ricordo  strapp  una  foglia  dal cespuglio,  dandomene la met;
    l'altra se la nascose dentro il guanto,  proprio dove si era posata la
    mia bocca.  E nel viso affilato, negli occhi, nella voce, la poveretta
    aveva il medesimo struggimento che sentiva,  pareva  che  non  potesse
    staccarsi  da  me.  Dovette  fare  uno  sforzo  -  come  uno  strappo,
    nell'ultima stretta di mano - e se ne and frettolosa, pensando ch'era
    tardi.  Ho ancora nelle orecchie il frusco della sua sottana di raso.
    Povera  Ginevra,  come  doveva  avere il cuore gonfio anche lei!  E le
    sarebbe toccato dissimulare poi col marito  e  con  tutti  gli  altri!
    Almeno  io...  Io  mi  posi  a  sedere  dove  essa era stata,  andai a
    rintracciare il ramoscello dal quale aveva  strappato  la  fogliolina.
    Feci insomma tutto ci che fanno gl'innamorati in casi simili.  Infine
    dovetti accorgermi che si faceva tardi e che avevo ancora  la  valigia
    da terminare.
    La  prima persona che vidi sul battello,  al momento d'imbarcarmi,  fu
    Alvise,  il buon Alvise che era venuto a salutarmi,  e mi stendeva  la
    mano,  a mia confusione. Gliela strinsi con un po' di rossore al viso,
    ma grato e commosso,  quasi mi avesse recato qualcosa della donna  che
    amavamo  entrambi.  Non  c'era  nulla  di male,  se l'amava anch'esso,
    giacch lei non poteva soffrirlo, e mi preferiva a lui,  e si lasciava
    rubare  a  lui.  Per  nascondere  il  mio imbarazzo gli domandai se ci
    fossero gi dei passeggieri a bordo. - No, non molti - rispose lui.  -
    La signora Maio, una simpatica compagna di viaggio.
    La  signora  Maio  risaliva  sul ponte in quel momento;  c'incontrammo
    insieme alla scaletta. - Oh, d'Arce! - Colei  un vero demonio, poich
    al vedermi quella faccia i suoi occhi si misero a ridere da soli sotto
    il velo blu;  e non la finiva pi colle domande: - Dove andavo - se mi
    era  toccata una buona destinazione - se sarei stato un pezzo laggi -
    se mi rincresceva di lasciare l'Italia - il bel cielo di Napoli -  gli
    amici...
    Ah,  Ginevra!  Buona Ginevra!  Che pensiero gentile!... che piacere mi
    hai fatto!...
    Era proprio lei, la buona Ginevra,  che inaspettatamente veniva a dare
    il buon viaggio alla sua cara amica che odiava, come Alvise era venuto
    per me.  - Per voi!  per vedervi ancora un'ultima volta!  - dicevano i
    suoi occhi nel rapido sguardo  che  mi  rivolse.  E  bast  per  farmi
    rizzare le orecchie sul vero motivo che aveva condotto Alvise a bordo,
    e farmi allungare tanto di muso. Per essa era meno imbarazzata di me,
    che  dovevo  esser pallido in modo ridicolo.  Filava imperturbabile il
    cinguetto delle donne che non vogliono dir nulla,  con la sua  amica,
    con  Alvise - a me rivolse appena qualche parola.  - Ah,  va via anche
    lei? Partono tutti!  Cosa hanno al Ministero che vi mandano tutti via?
    -  Poi  fu colta d'ammirazione pel berrettino da viaggio della signora
    Maio, un cosino di stoffa eguale al vestito,  ch'era un amore,  posato
    bravamente  sui bei capelli castani,  avvolti nella garza che dava una
    straordinaria finezza al bel visetto ardito e al mento  spiritoso.  Si
    mise  ad  accomodarne  le  pieghe  con  un  buffetto  che sembrava una
    carezza,  dietro le spalle  della  sua  amica,  e  intanto  mi  lanci
    un'occhiata tremenda. - L'amica prestavasi discretamente alla manovra,
    col tatto di una donna che sa vivere e lasciar vivere,  tutta per lei,
    affabilissima anche con Alvise,  dimenticando quasi che  io  fossi  l
    come  un  intruso in quel terzetto spensierato che lasciava suonare la
    campana della partenza senza badarci.  Infine la ragazza che andava in
    giro  col  piattello a raccogliere i soldi pei virtuosi che ci avevano
    strimpellato l'augurio di buon  viaggio,  il  cameriere  che  spingeva
    verso  la  scaletta  i  venditori  di  cannocchiali  e  di  pettini di
    tartaruga, fecero capire ch'era il momento di separarci. Le due amiche
    si buttarono le braccia al collo. Alvise s'ebbe pure la sua stretta di
    mano all'inglese dalla signora Maio, la quale trov un mondo di saluti
    da lasciargli,  per lui,  pei suoi amici,  per tutto il genere  umano,
    occupandolo,  impadronendosene, pigliandoselo, tutto per s, tenendolo
    sempre per mano,  mentre Ginevra stringeva la mia  forte  forte  -  fu
    l'unico segno - e le labbra che tremavano, il sorriso che spasimava, e
    l'occhiata lunga...  Poi la rivolse sull'amica,  scintillante, e quasi
    minacciosa.
    - Buona Ginevra!  - osserv la Maio,  rispondendo al saluto  che  essa
    continuava  a  mandare  dalla  barchetta,  mentre  si  allontanava  in
    compagnia di Alvise.  - E pensare  che  le  toccher  pigliarsi  delle
    osservazioni da quell'orso del Comandante, se egli arriva a sapere...
    La  gentile  signora volle ancora restar l,  appoggiata al parapetto,
    perch la nostra amica potesse continuare a salutarci,  rispondendo al
    saluto  col  fazzoletto anche lei,  di tanto in tanto,  sbadatamente e
    guardando altrove. Poi mi lasci solo, e scese nella cabina,  allorch
    il fazzolettino della barchetta pot seguitare a sventolare da lontano
    senza  compromettersi.  Caro fazzolettino che tremava nella brezza,  e
    palpitava verso di me,  e moriva nella caligine della sera,  sul fondo
    gi scuro del bel lido che cominciava a formicolare di lumi,  a destra
    verso Portici,  a sinistra per la Riviera.  Quante  volte  avevo  col
    cercato  i nastri rossi del tuo cappellino,  amor mio,  e i tuoi occhi
    bramosi mi avevano detto: - S, s,  lo so!...  Io pure!...  - Tu pure
    pensi a me in questo momento,  e cerchi il lume del mio bastimento fra
    gli altri lumi che si allontanano dal porto,  mentre Alvise ti  d  la
    mano per aiutarti a scendere a terra, seccatore! Egli pu ancora udire
    lo  scricchiolo  delle  tue  scarpette  che  si  affrettano verso una
    carrozzella,  e vedere il tuo piedino che si posa sul montatoio.  Qual
    via farai per andare a casa?  San Ferdinando...  Chiaia...  Le vetrine
    scintillanti del Caff d'Europa,  dinanzi a  cui  tu  passi  come  una
    visione...  Gli  oziosi  che stanno a vederti dal marciapiedi!  Quante
    volte ti ho aspettata anch'io,  l!...  Lo sai che  ti  vedo...  e  ti
    accompagno cogli occhi, io pure... passo passo, come tu promettesti di
    pensare a me?... Come ero felice di sentirti parlare, di sentirti dire
    che  volevi  seguirmi col pensiero,  col cuore,  ogni momento,  dacch
    avrei messo il piede sul ponte,  nella cabina,  a tavola!...  Povera e
    cara Ginevra!  ti seccava che ci dovesse venire quell'altra, a tavola!
    Ti seccava,  come mi secca che Alvise  ti  abbia  accompagnata...  Eri
    gelosa...  E senza motivo,  credi! Colei ha capito subito che sono ben
    preso,  sino ai capelli,  tutto tuo!...   Non  mica  una  sciocca  la
    signora  Maio!...  E  a  tavola  non  vorr  perdere  il tempo a farmi
    ammirare le sue smorfie,  come le chiami,  cattiva!  Non vorr che  io
    rida di lei sotto i baffi...  Ed io non voglio ch'essa rida di me,  se
    non mi vede a pranzo,  se le lascio  immaginare  che  io  stia  qui  a
    "pascermi  di  lai"...  com'ella  suol  dire  quando  il  suo  musetto
    sardonico vi mette tutti i diavoli in corpo.
    La signora Maio per non era scesa a tavola.  Il posto di lei rimaneva
    vuoto, a destra del capitano. Ma l'udivo muoversi nella cabina, dietro
    le  mie  spalle,  con  un  frusco  d'abiti  che  mi turbava,  a volte
    sommesso,  quasi timido e pudibondo,  a  volte  alto  e  brusco,  come
    agitato  da  un'improvvisa  fantasia.  Che  diavolo  faceva  la  bella
    signora?  Si sentiva male?  Stava per coricarsi?  Non la finiva pi di
    sgusciare delle sottane e di sfibbiare dei ganci?... Il vestito, no...
    Quello  non  era  il  "fr-fr"  vivo  della seta...  Era piuttosto il
    frusco molle della biancheria  pi  intima.  Pareva  di  sentirne  il
    profumo all'ireos. Il fatto  che mi guastava il pranzo, mi dava delle
    distrazioni,  una  tensione  d'udito  in cui sembravami di vedere ogni
    parte del suo vestiario,  a misura che le  passava  per  le  mani,  di
    vederla  nelle  bottiglie  e  negli specchi dirimpetto,  colle braccia
    nude, pettinandosi per la notte.  - Brutta notte che avrei passato con
    quella  cabina  attaccata  alla mia!  - Povera Ginevra,  le parlava il
    cuore!  - Talch non volli aspettare neppure il  caff,  e  andai  sul
    ponte a fumare un sigaro... e pensare "a lei"...
    -  Bravo,  d'Arce!  Venite  a farmi compagnia,  - udii una voce che mi
    chiamava da poppa. Proprio la Maio,  che desinava tranquillamente,  al
    lume della bussola, col piatto sulle ginocchia.
    - Come... voi qui! - mi scapp detto.
    -  Grazie!  Credevo  che  aveste  gi  notata la mia presenza a bordo,
    ingrato! - rispose sorridendo e mordendo una fetta di pera.
    - Mi era parso di sentire... Chi c' dunque nella vostra cabina?
    - La cameriera, credo.  Star mettendo in ordine la mia roba.  Pensate
    che devo starci quattro o cinque giorni in quella gabbia!
    - Tanto meglio!
    - Tanto meglio,  sia pure,  giacch siete in vena d'amabilit. Intanto
    mi tocca far penitenza, come vedete...
    - L'avrei fatta anch'io volentieri con voi, se avessi saputo...
    - Oh, voi...   un'altra cosa.  Prima di tutto siete corazzato...  sul
    mare;  e poi vi sono i regolamenti,  che so io,  tutti quegli ostacoli
    che avete immaginato voialtri... a bordo. Mentre io... povera donna...
    Mi    riuscito  intenerire  il  cameriere...  con  un  po'  di  buona
    volont...   E'  una  vergogna!  In  tanti  anni  che  ho  l'onore  di
    appartenere alla marina di Sua Maest...  per via di mio  marito,  non
    sono  arrivata a farmi il piede marino,  come dite voialtri;  e se non
    voglio morir  di  fame  bisogna  prendere  delle  precauzioni.  Volete
    prenderne' anche voi?  L,  in quel sacchetto, c' della menta di Van-
    Pol eccellente.  Fumate pure,  sapete che la sigaretta non mi d noia.
    Non ci conosciamo da oggi, mi pare Anzi, se volete darmene una anche a
    me...
    Mentre  allungava  il  musetto  color  di  rosa per accenderla,  quasi
    volesse baciarmi,  mi parve di vedere un altro punto luminoso nei suoi
    occhi,  un baleno che diceva: Traditore!  Ma si tir subito indietro,
    per farmi un po' di posto nel seggiolino  pieghevole  al  quale  aveva
    appoggiato i piedi, avvolgendosi nel suo mantellone da viaggio.
    Invece,  come attratto,  mi accostai a lei, guardandola dal basso, col
    sorriso sincero di quei momenti, dicendole colla voce un po' roca:
    - Sapete che mi hanno dato la cabina accanto alla vostra?
    - Tanto meglio.
    - Per voi, forse... Ma per un povero diavolo...
    - Ah, la tentazione? Beveteci sopra un bicchier d'acqua.  Del resto vi
    prometto che passer la notte sopra coperta.  Laggi si soffoca...  Il
    faro di Napoli! - interruppe a un tratto,  additando un punto luminoso
    in fondo.
    Sembrava  un  occhio che ci spiasse dall'orizzonte buio,  ora tremulo,
    come velato di lacrime,  ora raggiante  all'improvviso.  Sembrava  che
    giungesse  sino a noi,  col mormoro vasto e profondo del mare,  l'eco
    della citt, con sospiri soffocati,  con voci misteriose,  con canzoni
    malinconiche.
    La Maio s'alz,  vacillante pel rollo del bastimento,  e prese il mio
    braccio,   appoggiandovi  anche  il  petto  nel  fare  qualche  passo,
    sfiorandomi  col vestito,  col mantello grave che mi si avvolgeva alle
    gambe e mi legava.
    - Non ci reggo, no, caro d'Arce!  A momenti vi casco nelle braccia!  -
    balbett  fra  due  scoppi  di risa soffocati che risuonavano come una
    musica.
    Infine si ferm presso la sponda,  senza lasciare il mio braccio,  col
    gomito  sulla  ringhiera,  e  il  bel  mento delicato sulla mano nuda,
    guardando sempre laggi, verso il punto luminoso.
    - Cara Napoli! A quest'ora i nostri amici saranno tutti allo "Chlet".
    Vi rammentate le belle serate allegre?...  Quando il marito di Ginevra
    non era di cattivo umore, povera Ginevra... Come  stata buona venendo
    a salutarmi sino a bordo!...  Tutta cuore... si farebbe in quattro pe'
    suoi amici...  E per questo  che  ne  ha  molti...  e  devoti...  voi,
    Alvise...  Mi sembra di vederlo quel diavolo di Alvise, a combinare il
    giochetto per nascondere a quell'orso di marito  l'innocente  scappata
    d'oggi...  d'accordo con Ginevra...  Il solito giuoco di bussolotti...
    l, l, e l!...
    Questa  volta  essa  aveva  il  sorriso  diabolico  in  bocca,  mentre
    picchiava  sul  parapetto  colla  mano  nuda.  Era sempre stata la mia
    passione quella mano un po' lunga, un po' magra, che diceva tante cose
    e faceva perdere la testa. Mi chinai su di essa e la baciai.
    Ritir la mano,  lentamente,  senza dir nulla;  ma il sorriso le  mor
    sulle labbra che parvero tremare e scolorirsi.
    -  Ecco  come  siete,  tutti  quanti!...  -  mormor  dopo un momento,
    guardandosi intorno, e passandosi la mano sul viso.
    Eravamo soli, nascosti dalla parete della scala;  la presi per forza e
    la  baciai  sulla  bocca  avidamente,  felice  di  sentire  che gi si
    abbandonava, come fosse la prima volta.
    - Dite la verit - mi chiese poi.  - Ve la siete fatta dare apposta la
    cabina accanto alla mia?
    Alvise  aveva  ragione  di  dire  che  era  una  simpatica compagna di
    viaggio: allegra, graziosa, riboccante di spirito, e senza malinconie.
    Se qualche momento ne avevo  io,  delle  malinconie,  ripensando  alle
    ultime parole della mia Ginevra,  ai suoi begli occhi lagrimosi che mi
    chiedevano di esserle fedele,  quest'altra metteva la miglior grazia a
    farmi  tosto  spergiuro...  e  contento.  Una  di quelle donne che non
    passano la pelle,  ma che sanno accarezzarla.  Discreta poi!  Mai  una
    allusione o una parola.  Sapeva forse che il mio cuore era preso, e si
    contentava del resto. Talch continuai ad andare a trovarla anche dopo
    che  fummo  arrivati  a  Genova,   mentre  aspettavo   l'imbarco   per
    Montevideo.
    -  Sapete,  povera Ginevra...  - mi disse un bel giorno,  leggendo una
    lettera che le era giunta allora da Napoli.- Pare che abbia avuto  dei
    guai laggi, per quello scapato di Alvise... S' lasciata cogliere dal
    marito, la sera stessa che partimmo, vi rammentate?
    A  quella  notizia  dovetti  fare  un viso molto sciocco,  poich ella
    soggiunse, col suo ghignetto malizioso, stavolta:
    - Ve l'aveva fatto anche lei, il giuramento del marinaio?




















    COMMEDIA DA SALOTTO.

    - Badate! Egli sa tutto!
    La signora Ginevra era pallidissima lasciando cadere quelle  parole  a
    fior  di  labbra,  rapidamente,  mentre  fingeva  di rispondere con un
    sorriso al profondo inchino di Alvise  Casalengo,  allungandogli,  nel
    passare,  una stretta di mano breve e confidenziale.  Egli,  inquieto,
    cerc cogli occhi il marito di lei nell'altra sala.
    Ma  non  pot  chiederle  altro.  La  folla  li  separ  tosto.  Ella,
    sorridente sempre,  scollacciata sino al dorso, scintillante di gioie,
    aggiravasi fra i tavolinetti  preparati  per  la  cena,  chinandosi  a
    odorare i fiori, ad ammirare tutte quelle graziose ventoline colorate;
    rispondeva gaiamente ai saluti,  agli auguri, alle strette di mano. In
    fondo alla sala, nel gran specchio inclinato sul caminetto, si mir un
    istante ad assicurare la stella di brillanti che le  tremolava  fra  i
    capelli,  pallidissima, quasi la sfumatura livida che le accerchiava i
    begli occhi si fosse allargata a un tratto per tutto il viso delicato.
    - Sola? - esclam la contessa Maio. - Libera e sola? Che miracolo!
    - S - rispose Ginevra collo stesso tono allegro. - Una volta ogni fin
    d'anno   almeno!...    Ho   lasciato   Silverio    in    anticamera...
    coll'Ammiraglio... Sono fuggita...
    Le parole e le labbra ridevano. Ma gli sguardi erravano inquieti, come
    cercando  ancor  essi.   Alvise,  sempre  vicino  all'uscio,  stava  a
    discorrere col suo amico Gustavo, tranquillamente, lisciandosi i baffi
    tratto tratto per dissimulare una ruga sottile che gli si contraeva di
    tanto in tanto all'angolo della bocca,  e l'ansiet acuta che balenava
    suo  malgrado negli occhi,  i quali volgevansi spesso verso il salotto
    d'ingresso.  Dietro  a  un  vecchietto  calvo,  dinanzi  a  cui  tutti
    s'inchinavano,   entr  il  marito  della  bella  Ginevra,  col  fiore
    all'occhiello,  salutando gli amici,  baciando la mano  alle  signore,
    solamente  un po' duro e un po' rigido nel vestito nero,  con un lieve
    aggrottar  di  sopracciglia  appena  incontr  lo  sguardo   fermo   e
    rispettoso di Casalengo, il quale lo aspettava sull'uscio, piantandosi
    militarmente.
    - Ah, lei, tenente?... Ha terminato quel rapporto?
    Casalengo stava per rispondere, quando la signora Gemma, ad una parola
    dettale rapidamente sottovoce dalla sua amica Ginevra,  la quale aveva
    seguito ansiosa quell'incontro,  con occhi  che  luccicavano  intensi,
    quasi  tutti  i suoi lineamenti si alterassero all'improvviso,  mentre
    passava macchinalmente il fazzolettino  sulle  labbra,  attravers  la
    sala rapidamente, per andare a impadronirsi del Comandante.
    Poscia tornando trionfante al braccio di lui, le chiese:
    - Hai caldo?
    - No... S, veramente... Un po'...
    - Sei pallida. Fa troppo caldo qui, cara Ginevra.
    - No, no... Non importa...
    La buona Gemma,  intanto,  aveva sequestrato il Comandante nel vano di
    una finestra, tenendolo a bada con delle chiacchiere,  interrompendosi
    con  delle  risate  argentine che squillavano in mezzo al bruso della
    sala,  facendo di tutto per sedurre quell'orso,  saettando di tempo in
    tempo alla Ginevra un'occhiata lucente che voleva dire: - Cosa diavolo
     successo?  Indi prese il braccio dell'Ammiraglio e lo condusse verso
    il canap, stordendo anche lui col suo cicaleccio allegro, continuando
    a guardar come distratta, come a caso, la sua amica e il marito di lei
    ch'era  preso  adesso  nel  circolo  della  contessa,  voltandosi  pi
    guardinga  verso  il  salotto  dov'era  andato  a  cacciarsi Casalengo
    insieme al suo camerata Gustavo.  Infine Gemma abbandon  l'Ammiraglio
    alle altre signore, e pass nel salotto anche lei. Ginevra li vide che
    discorrevano   animatamente  con  Casalengo.   Egli  coll'aria  grave,
    rispondendo a monosillabi, Gemma diventata seria, con un interesse che
    tradivasi dai minimi gesti, per quanto fosse abituata a padroneggiarsi
    in pubblico. Gustavo s'era dileguato al par di un'ombra.
    Una domanda a lei rivolta la fece trasalire in quel punto:  Serravalle
    che  le chiedeva un valzer e insisteva per averne la promessa: - Le fo
    paura?  Non vuol vedermi neppure?  E' ancora in  collera,  dopo  tanto
    tempo?
    Essa lo guard un istante come trasognata,  battendo le palpebre,  col
    bel sorriso pallido che stentava a rifiorire sui lineamenti  disfatti:
    - Ah, lei?... No! Mai pi... Del resto non si baller...
    -  S,  s,  dopo  cena,  me l'ha detto la contessa...  per cominciare
    l'anno nuovo...  Cominci l'anno con una buona azione,  lei!...  Non ce
    n'  un'altra  che  balli il valzer come lei!...  Dica di s!  dica di
    s... un giro solo!... l'ultimo!...
    - Mai pi! mai pi!... Sarebbe il primo dell'anno nuovo, se mai... Non
    voglio passare tutto l'anno a svenirmi nelle sue braccia... Sul serio,
    lei gira troppo in furia... Mi fa girare il capo... Si rammenta?
    - Ah! per l'amor di Dio...  Non me lo rammenti,  piuttosto!  Non me lo
    faccia perdere il capo, lei!... Ha detto di s!... Consegno qui la sua
    promessa!...
    Ella rideva tutta quanta, come una bambina, a scatti, con una fossetta
    sulla  gota,  con  certi  movimenti  che  facevano sbocciare gli omeri
    delicati dalla scollatura del  vestito.  Altri  giovanotti  le  fecero
    ressa intorno,  mentre Serravalle se ne scappava segnando nel taccuino
    il valzer che le aveva quasi strappato a forza. Ciascuno la supplicava
    d'accordargli un posto al  suo  tavolinetto,  nel  va  e  vieni  degli
    invitati  che sedevano a cena in piccoli gruppi di tre o quattro,  con
    delle esclamazioni giulive, degli scrosci di risa,  dei nomi barattati
    da un tavolino all'altro,  un frusco di seta,  un luccicare di gemme,
    delle spalle nude  che  si  chinavano  con  movimenti  graziosi.  Ella
    tenendo testa a tutti quanti, schermendosi col ventaglio, ribattendo i
    frizzi e le galanterie,  spiava sottecchi ogni atto, ogni gesto di suo
    marito e di Casalengo, il quale stava cercando il suo posto anche lui.
    I loro sguardi si evitarono d'accordo, non appena s'incontrarono,  per
    caso.  Il Comandante,  dando il braccio alla contessa,  le parlava nel
    viso,  allegro e disinvolto  anche  lui.  La  signora  Ginevra,  ritta
    dinanzi  al  posto  dove  aveva  letto  il  suo  nome  sul  cartoncino
    litografato,  cavava adagio adagio  le  mani  scintillanti  di  anelli
    dall'apertura  del  guanto che le saliva sino al gomito,  avvolgendoli
    mezzi  intorno  al  polso.   Gemma,   che  aveva  potuto  raggiungerla
    finalmente senza dar nell'occhio, le chiese sottovoce, brevemente:
    - Cos' stato?
    - Nulla... Ti dir poi...
    Ella  cos dicendo s'era chinata a leggere i nomi dei suoi compagni di
    tavola.  Ma scorgendo quello di Alvise di faccia a lei,  un'attenzione
    delicata della contessa, che studiavasi di mettere insieme bene i suoi
    invitati, non seppe reprimere un moto come di sgomento.
    - No, no... per carit...
    Gemma  colse a volo il significato di quelle poche sillabe: Casalengo,
    faccia il piacere... venga qui, con me... Mi liberi da Sansiro,  che 
    una vera persecuzione...
    Sansiro,  il  quale dovette prendere il posto di Alvise Casalengo,  di
    faccia alla signora Ginevra, fece un inchino troppo profondo,  che gli
    valse  un'occhiata  fulminante  di  lei.  Per  in  mezzo all'allegria
    generale lui solo rimaneva straordinariamente grave e taciturno, senza
    la pi piccola freddura,  senza permettersi con la bella  Ginevra  una
    sola  delle  spiritosaggini  che  facevano scappare le signore,  quasi
    avesse voluto  protestare  col  suo  contegno  contro  l'accusa  della
    signora Gemma. Affettava di volgere le spalle a Casalengo; chinava gli
    occhi  sul  piatto  se  la  signora  Ginevra  volgeva  i suoi verso il
    tavolinetto  vicino.   Mostravasi   servizievole   e   premuroso;   ma
    discretamente,  con un certo sussiego,  parlando poco e di cose serie.
    Bruni, che era il terzo, faceva lui per tutti e tre.
    Nondimeno la festa languiva in quell'angolo della sala,  malgrado  gli
    sforzi  di  Casalengo che stuzzicava e tormentava peggio di Sansiro la
    signora Gemma.  La povera Ginevra s'era fatta  seria,  quasi  sentisse
    pesare  di  tanto  in  tanto  sulla sua graziosa testolina gli sguardi
    acuti del marito, il quale dal canto suo battevasi i fianchi per tener
    desta l'allegria nel crocchio della contessa.  Gli uomini fingevano di
    essere  occupatissimi nel fare onore alla cena,  le signore sfioravano
    appena un'ala di fagiano  o  accostavano  il  bicchiere  alle  labbra.
    Sembrava  che un'invincibile musoneria si propagasse da quel cantuccio
    per tutta la sala,  senza che una parola fosse stata detta,  senza che
    un'indiscrezione fosse sfuggita,  senza che un gesto avesse tradito il
    segreto,  quasi l'istinto di tutti quei  complici  mondani  li  avesse
    avvertiti  insieme  del  dramma  che  celavasi  sotto  il sorriso.  Il
    Comandante,  vuotando l'uno dopo l'altro dei gran  bicchieri  d'acqua,
    animava  per  da  solo  il  circolo  della padrona di casa,  la quale
    coll'occhio vigile intorno,  col sorriso  amabile  per  tutti  quanti,
    guardava  di  tratto  in  tratto  l'orologio posto di faccia a lei sul
    caminetto.  A un dato  momento,  quand'essa  tocc  il  bicchiere  del
    Comandante  con  un dito di "champagne" spumante in fondo al suo,  gli
    invitati si  alzarono  frettolosi.  Degli  augurii,  dei  baci,  degli
    accenni,  dei  saluti  s'incrociarono  da  un  punto all'altro,  da un
    tavolino all'altro.  Un muovere di seggiole,  uno scomporsi di gruppi,
    una  cordialit generale e un po' chiassosa che voleva essere sincera.
    Dei sorrisi che si cercavano,  e  degli  sguardi  che  si  spiavano  a
    vicenda.  La  signora  Ginevra  aveva  chinato  i  suoi per tornare ad
    infilarsi i guanti. Gemma, nello scambiare con lei il bacio d'augurio,
    le disse all'orecchio:
    - Bada, Ginevra! Non ti far scorgere. Hai tutti gli occhi addosso!
    - Ah, Dio mio! Dio mio!
    Poscia,  mentre s'avviavano a braccetto verso il pianoforte,  dove una
    folla  di  signore  assediava  l'Ammiraglio  che sorbiva lentamente il
    caff, essa balbett:
    - Tieni a bada mio marito... per carit... due minuti soli...
    E siccome Gemma insisteva per  sapere  cosa  fosse  avvenuto,  infine,
    aggiunse:
    - Ti dir poi... ti dir poi...
    L'Ammiraglio  narrava  una  storiella allegra,  con tutti i punti e le
    virgole,  senza lasciarsi intimidire dal coro  delle  proteste,  dalle
    esclamazioni  di rimprovero,  dai ventagli che lo minacciavano.  Gemma
    facendo coro alle sue amiche,  coll'indignazione anch'essa nella bocca
    sorridente, era riuscita ad insinuarsi fra il Comandante e l'uscio del
    salottino dove si fumava: - Che orrore!...  Siete un orrore!...  tutti
    quanti!  Anche lei,  Silverio!  S,  anche lei che trova da  ridere  a
    coteste infamie!  - Col busto inarcato, volgendo indietro la testolina
    accesa,  ella seguiva colla coda dell'occhio la sua  amica  che  aveva
    l'aria  di  fuggire  lei  pure  Gustavo e Serravalle troppo insistenti
    dietro di lei. - No,  no,  Ginevra!  non stare ad ascoltarli!...  Sono
    diventati impossibili!... tutti quanti!
    Cos dicendo torn a prendere il braccio dell'amica, giusto sull'uscio
    del  salotto  in fondo al quale Casalengo stava fumando una sigaretta,
    appoggiato alla spalliera della poltrona.
    - Che vuoi fare, Ginevra?  No,  per l'amor di Dio!  Sta' attenta!  Tuo
    marito ha un certo viso questa sera!
    -  Bisogna  ch'io  gli parli...  assolutamente!...  Non ho avuto tempo
    d'avvertirlo... Se mio marito riesce a trovarsi solo con lui prima che
    io l'abbia prevenuto nascer qualche disgrazia!...
    La poveretta era convulsa mentre balbettava quelle  parole  sottovoce,
    coll'aria  pi  indifferente  che  poteva,   nello  stesso  tempo  che
    accostava il capo ad ammirare la bella croce di  brillanti  sul  petto
    dell'amica. - Ah, Dio!...
    Suo  marito  entrava  in quel momento nel salottino,  diritto,  calmo,
    arrotolando fra le dita una sigaretta.  Poi si chin per accenderla  a
    quella  di Casalengo,  mentre la moglie in fondo alla sala,  sentivasi
    venir meno, colla visione di quei due uomini che si trovavano faccia a
    faccia negli occhi stralunati.  La contessa,  che vedeva ogni cosa dal
    suo posto,  si mosse subito,  e pass immediatamente nella stanza dove
    fumavasi.
    - Ah, Dio mio! - balbett la povera Ginevra.
    - Via, mia cara!... Vedi!...  E' l la contessa.  Non c' pericolo pel
    momento...
    Essa,  interrottamente,  con  un  tono  di  voce,  le  labbra smorte e
    convulse, gli sguardi erranti qua e l, disse cosa era stato.
    - L'ordinanza l'ha visto venite ieri sera...  tardi...  Ha detto  ogni
    cosa  a mio marito...  Io non ho avuto tempo di suggerire una scusa "a
    lui"...
    Intanto davano mano a sgombrar  la  sala  per  far  quattro  salti.  I
    giovani  aiutavano,  allo  scopo  di  impietosire la padrona di casa e
    strapparle un s.  Ma  la  contessa  tappavasi  le  orecchie  per  non
    lasciarsi sedurre,  ostinata,  inflessibile, tossendo in mezzo al fumo
    delle sigarette,  diceva sempre di no,  ridendo e colle  lagrime  agli
    occhi.
    -   No,   no...   Dite  anche  di  no,   voialtri  signori  mariti!...
    Aiutatemi!...  Lo faccio per voialtri...  E' tardi...  Me ne dispiace,
    miei  cari giovinotti,  ma questo non era nel programma...  Non voglio
    farmi tanti nemici...  - Il Comandante Silverio l'appoggiava  ridendo.
    Anzi, si avvicin alla moglie, per farle osservare dolcemente ch'erano
    circa  le  due,  che  essa aveva l'aria un po' stanca,  che si sarebbe
    affaticata troppo e sarebbe stata una vera  imprudenza  per  lei  cos
    delicata...  cos  cagionevole...  Invano  Gemma  vi frapponeva le sue
    preghiere, il suo ventaglio,  l'impegno con Serravalle.  La sua amica,
    in un momento che nessuno poteva udirla, l'aveva supplicata:
    - Non mi lasciare andare!... Ho paura!...
    I giovanotti muovevano cielo e terra.  Infine, come la vinsero, appena
    risuonarono le prime battute festanti del valzer,  la bella peccatrice
    si lasci prendere dal ballo,  tutta, diventata tutt'altra donna da un
    momento  all'altro,  col  viso  acceso,  gli  occhi  ebbri,   il  seno
    palpitante,  spensierata,  gaia,  una bambina, dimenticando ogni cosa,
    passando  da  un  ballerino  all'altro  senza  un'esitazione   o   una
    preferenza.  Quando  incontr la mano di Alvise,  febbrile e parlante,
    nella contraddanza,  essa gli porse due dita inguantate,  come a tutti
    gli altri. Casalengo ballava anche lui disperatamente, senza riposarsi
    un  minuto,  senza  lasciare  il  tempo  a un pensiero o ad una parola
    molesta di intromettersi fra lui e le ballerine che  andava  invitando
    una dopo l'altra, quasi indovinando e obbedendo a una parola d'ordine.
    A  un  dato  punto,  nel bel mezzo d'uno sfrenato galoppo,  la signora
    Gemma gli butt sul viso poche parole rapide.
    Le signore s'accomiatavano infine,  ancora  anelanti,  un  po'  rosse,
    coll'allegria  e  l'eccitazione  nelle  parole  e  nel  gesto.  Alvise
    Casalengo,  che era venuto a salutare fino in  anticamera  la  signora
    Ginevra,  disse  tranquillamente  al  marito  di  lei che l'aiutava ad
    infilare la pelliccia:
    - Comandante,  per terminare quel  rapporto  che  mi  ha  ordinato  mi
    occorrono  alcuni schiarimenti...  Ero venuto a chiederglieli...  ieri
    sera...
    - Ah! - rispose Silverio piantandogli gli occhi in faccia.  - Va bene.
    Mi spiegher poi...
    Alvise vide biancheggiare fugacemente le sottane di lei che montava in
    carrozza  senza  neppure  osare di volgere il capo,  e rimase inquieto
    sulla porta,  lasciando spegnere il sigaro,  colpito dallo sguardo del
    marito, il quale esprimeva chiaramente di non credere alle sue parole,
    e dal tono brusco di quella risposta che gli faceva immaginare ci che
    sarebbe accaduto pi tardi in casa Silverio.
    Accadde che a quattr'occhi, nel disordine profumato dello spogliatoio,
    dove la Ginevra, poveretta, s'era lasciata prendere dalle convulsioni,
    discinta,  coi  bei  capelli sciolti,  fra le lagrime calde e le calde
    parole,  e il dottore per giunta,  chiamato in fretta e  in  furia,  e
    ch'era l sempre fra i piedi, a tastarle polso e ordinare calmanti, il
    marito dovette convincersi che Casalengo era proprio venuto a cercarlo
    per un motivo innocentissimo,  e il giorno dopo, quando Alvise venne a
    prendere gli ordini come al solito,  in tenuta bianca,  un po' pallido
    soltanto  per  la stanchezza della notte,  gli disse battendogli sulla
    spalla:
    - Quel benedetto rapporto ci ha dato un gran da fare, a lei e a me! Se
    ne sbrighi in due parole,  e mi  dica  subito  quali  schiarimenti  le
    occorrono, senza bisogno di tornare a incomodarsi stasera.







    NE' MAI, NE' SEMPRE!

    Se  un  angelo del cielo fosse disceso a promettere sul serio la dolce
    lusinga che Casalengo credevasi  obbligato  di  tubare  tratto  tratto
    all'orecchio  roseo  della signora Silverio,  nei momenti buoni: - Per
    sempre uniti!  - L'uno dell'altro!  - Sempre!  - Lei,  no.  Lei non ne
    diceva delle sciocchezze, neanche in quei momenti...
    Ora poi,  da che aveva corso il pericolo di vedersi cascare fra capo e
    collo tanta felicit,  per l'imprudenza di un domestico - da  che  suo
    marito  stava  in  guardia e minacciava una catastrofe,  era diventata
    prudente, in modo da far disperare Casalengo, l'imprudente! - Ah,  no,
    mio caro! Se sapeste, che paura!
    La  bomba  scoppi  all'improvviso,  quando  meno  la  povera  signora
    sentivasi disposta a dar fuoco alle polveri:  uno  di  quei  colpi  di
    vento o di follia che vi fanno perdere la bussola. E Casalengo l'aveva
    persa  davvero  dietro  a  quella donna che rassegnavasi docilmente al
    supplizio di non riceverlo  pi  da  solo  a  solo  specie  quando  la
    incontrava  al  ballo  o  in teatro,  e non poteva neppure metterle un
    bacio sull'omero nudo.  Qualcosa gli diceva:  Bada,  essa  non    pi
    quella di prima. C' qualcosa, un pensiero fisso, segreto, "un altro",
    negli occhi che ti guardano, nelle labbra che ti sorridono, nel gesto,
    nel suono della voce.  Proprio!  il vostro peccato,  che vi si rivolta
    contro, e vi punisce....
    - Ginevra! E' impossibile durarla cos... quando si ama... se mi amate
    ancora...
    - Ingrato! - ribatt lei, fermandosi un minuto solo,  sull'uscio della
    sala da giuoco.
    - Perdonatemi... Avete ragione... sempre. Ma mettetevi nei miei panni,
    s' vero che mi amate...
    - Lasciatemi! Lui s' voltato a guardarci... Avete visto?
    Aveva ragione, sempre, lei; anche quando rideva e civettava in mezzo a
    una folla di cicisbei per sviare i sospetti; mentre lui doveva tenersi
    in  corpo  il dubbio,  la febbre,  la gelosia,  in fino!  la smania di
    sapere e di toccare con mano la sua disgrazia,  di stringersela fra le
    braccia, e di conficcarsela ben bene nel cuore - costretto a mostrarsi
    disinvolto  anche lui,  onde evitare il ridicolo,  allorch finalmente
    ella volle offrirgli una tazza di th, nel vano di una finestra.
    - Grazie. Me la son meritata. E' vero.
    - Ma... secondo. Lasciatemi guardarvi in viso...
    - Ah no! Non facciamo imprudenze! Io,  per esempio,  potrei vedere nel
    vostro qualcos'altro...
    - Che cosa?
    - Lui!...
    - Lui, chi?
    - Lui, "quell'altro"... Vedete se sono buono!
    Il  poveretto  arrivava  a  bruciarle  sotto  il  naso  il  granellino
    d'incenso della gelosia amabile.  Una cosa deliziosa.  Ella,  ridendo,
    diceva di no, di no, col s negli occhi.
    - Un altro, chi? Siete matto?
    - Che so io... il sogno di stanotte, il chiaro di luna, la canzone che
    passa,  l'ultima  parola che vi  rimasta nell'orecchio,  fra tante...
    forse senza che ve ne siate accorta voi stessa...
    Casalengo si batteva i  fianchi,  non  potendo  combattere  il  rivale
    incognito  ch'era  inutile  cercare,  ch'ella  non  avrebbe confessato
    giammai,  e che non osava forse confessare a s  stessa,  ancora.  Una
    voce  gli diceva all'orecchio,  a lui pure: E' inutile,  tutto ci che
    farai aggraver i tuoi torti di  geloso  che  ha  dei  diritti,  ed  
    diventato  un  ostacolo.  Non  potrai essere con lei n magnanimo,  n
    dispotico, e neanche innamorato, quasi.  Se minacci t'avvilisci,  e se
    piangi  sei  ridicolo.  L'ultimo  di cotesti imbecilli che le fanno la
    corte ha un gran vantaggio su di te.  Non  puoi  mostrarti  a  lei  n
    umile, n minaccioso, n indifferente, n sospettoso. Comunque ella ti
    risponda,  sdegnosa,  o  docile,  o tranquilla,  o timida,  ti butter
    egualmente in faccia un rimprovero,  una accusa,  una di quelle parole
    che  rompono  braccia e gambe,  e fanno chinare il capo: Seccatore!  -
    Bisogna umiliarti colle finzioni,  scendere  alle  indagini  tortuose,
    rassegnarti  al supplizio stesso che hai inflitto al marito di lei: la
    pena del taglione,  il castigo di Dio,  poich c' una giustizia lass
    anche  per  queste  cose:  e  diventare odioso come un marito,  peggio
    ancora,  perch tu sei legato a lei soltanto da quel  vincolo  ch'essa
    vorrebbe mettersi sotto i piedi.  Tu non hai la scusa della famiglia e
    dello scandalo da evitare,  quando hai il coraggio di  rompere  quella
    catena;  non hai il diritto e la legge,  per costringere e dominare la
    donna di cui sei geloso;  non puoi averla sotto gli occhi a  tutte  le
    ore per spiarla;  non hai l'interesse per difenderti, n la scelta del
    momento per riconquistarla. Le stesse armi con le quali hai combattuto
    ti si ritorcono contro: le astuzie,  i ripieghi inesauribili che  ella
    sapeva trovare, il sangue freddo nei momenti difficili che ammiravi in
    lei,  e  il  candore delle bugie che ti sembravano deliziose nella sua
    bocca... E l'ebbrezza della vittoria, poi! il ricordo di certi momenti
    che ti si ficca nelle carni col sospetto di un rivale latente fra te e
    lei...
    Proprio un  affare  serio,  anche  per  un  uomo  meno  innamorato  di
    Casalengo - giacch l'immagine di un rivale passato, presente o futuro
    c'entra  un po' in tutti i romanzi del cuore.  Una tentazione da farvi
    perdere il lume degli occhi.
    - Sentite, Ginevra!... E' assurdo... quando si ama... se si ama... non
    cercare...  non trovare in tutta Napoli un cantuccio,  un momento  per
    ritrovarsi, come prima... fosse anche per cinque minuti soli... A meno
    che...
    - A meno che, nulla! Lo sapete e avete torto.
    Pure  gli  aveva  accordato quell'appuntamento,  proprio perch non ne
    aveva voglia, per lealt, perch era un'imprudenza e un pericolo serio
    in quel momento,  col marito che le stava  alle  costole,  e  sembrava
    fiutasse in aria qualcosa anche lui.  Gliel'aveva accordato fors'anche
    perch indovinava i sospetti di lui,  e sentivasi colpevole,  in fondo
    in  fondo.  Le  donne  hanno di coteste delicatezze che noi uomini non
    arriveremo mai a comprendere.
    - Ebbene, - gli disse, - giacch lo volete assolutamente...  Sia pure.
    Ditemi quando e dove... Non importa. Cercate voi.
    Casalengo aveva trovato: un alberguccio losco che essendo brutto assai
    sembravagli non potesse essere scoperto da altri. Essa ripet:
    - Sia pure... dove volete. Non importa.
    Prese a due mani il suo coraggio e le sue sottane,  e sal in punta di
    piedi quella scaletta sudicia,  sfidando alteramente gli sguardi avidi
    e  indiscreti  del servitore bisunto,  appena velata da un pezzetto di
    trina che si era cacciata in tasca, come non s'era curata del viso che
    aveva fatto la cameriera vedendola uscire a quell'ora e  vestita  cos
    dimessamente,  come  s'era  rassegnata all'insolenza del lazzarone che
    l'aveva scarrozzata sino al vicoletto oscuro,  dopo mille  andirivieni
    sospetti,  ghignando  e  ammiccando  alla  gente  che incontrava,  per
    accusare  il  soffietto  traballante  sotto  il   quale   tentava   di
    nascondersi la povera signora messa cos alla berlina,  rinfacciandole
    al termine della corsa: - Cinque lire? A chi le date? Un servizio come
    questo!
    Casalengo aspettava dietro la finestra, colle tendine calate, il cuore
    in sussulto,  innamorato sino ai capelli,  dopo tanto tempo che non si
    erano pi visti...  o quasi.  Essa entr senza esitare,  pallidissima,
    premendosi il petto anche lei. Ritir la mano che egli le aveva presa,
    e  cav  dal  manicotto  una  boccettina  che  fiut  a  lungo,  senza
    rispondergli,  senza muovere un passo, guardandosi intorno cogli occhi
    lucenti: degli occhi  in  cui  erano  tante  cose,  all'infuori  dello
    smarrimento e dell'abbandono che aspettava lui.  Per, in quel momento
    Alvise vide soltanto lei, bella,  bianca,  bionda,  odorosa,  sola con
    lui.  E  la ringraziava colla voce tremante,  col cuore traboccante di
    riconoscenza  e  d'ardore,  col  viso  acceso,  colle  mani  tremanti.
    Accarezzava  il manicotto e i guanti di lei;  le faceva dolce violenza
    per attirarla vicino a lui, sul canap a grandi fiori gialli e rossi:
    - Cara  Ginevra...  Bella  e  buona  tanto!...  Finalmente!...  Povera
    bimba... come le batte il cuore!... Qui, qui sul mio!...
    - Ditemi, - rispose invece lei, sempre colla boccetta sotto il naso. -
    Non potreste aprire quella finestra?
    - Ah! - esclam Casalengo, lasciandosi cadere le braccia. - Ah!
    Ella  si  pent  subito  d'essersi lasciata sfuggire quelle parole che
    erano state una fitta  al  cuore  del  povero  innamorato,  e  sedette
    rassegnata, scusandosi col dire:
    - Ma si soffoca qui!...
    - Perdonatemi... C' un mondo di gente alla finestra dirimpetto... Non
    ho potuto trovare di meglio... per la vostra sicurezza...
    - Vi ringrazio. Avete ragione.
    Adesso rimanevano in silenzio l'uno rimpetto all'altra,  imbarazzati e
    quasi cerimoniosi. Talch lei, buona in fondo,  se ne avvide,  e volle
    togliersi  i  guanti  e  la  veletta,  per  compiacenza,  cercando ove
    posarli.  Poi,  a buon conto,  cacci ogni cosa nel manicotto,  che si
    tenne in grembo.
    - Scusatemi, Alvise... Vi sembrer strana... Sono tutta... cos...
    Alvise  continuava  a  tacere,  seduto  di  faccia a lei,  guardandola
    fissamente,  tristamente.  E nei suoi occhi un sentimento  nuovo,  una
    grande  amarezza  balenava.  Infine,  con  voce  mutata,  nella  quale
    tradivasi suo malgrado quell'angoscia, le disse:
    - Ahim, Ginevra... siete come una che non ama pi!
    Anch'essa allora alz gli occhi splendenti, guardandolo fisso,  con un
    sorriso amaro all'angolo della bocca.
    - Avete ragione di dirmi ci.. adesso... e qui!...
    - Ah!  Non vedete quanto soffro? Non sentite che vi amo come un pazzo?
    Non avete indovinato tutte le torture?...
    Vinto dalla commozione,  dal  desiderio,  dalla  passione,  si  lasci
    trascinare a dirle tutto: le angoscie,  i palpiti, il dubbio, le notti
    passate sotto le sue finestre,  la  febbre  che  gli  metteva  addosso
    solamente  quella  breve  striscia  del suo polso nudo,  i castelli in
    aria, i sogni,  le follie...  tutto,  tutto,  proprio come un bambino:
    l'abbandono  intero che tanto piace alle donne.  Essa gli pos infatti
    le mani sui capelli,  quasi per accarezzarlo,  commossa di vedersi  ai
    piedi  la  forte  giovinezza  di  quel  fanciullo di trent'anni,  come
    abbandonandosi  anche  lei,  per  riconoscenza.  Soltanto,  vedendogli
    luccicare le lagrime negli occhi, torn fredda come prima.
    - No... ecco... Ho avuto una gran paura... Ecco cos'...
    - Paura di che, povera bimba?...
    - Ma di lui, mio caro. Si fa presto a dire... Vorrei vedervici voi!
    E  anch'essa sciorin allora tutto ci che aveva patito e temuto,  dal
    giorno che suo marito era entrato in sospetto.  Non si riconosceva pi
    quell'uomo.  Un  Otello  addirittura!  Dormiva  col  revolver sotto il
    guanciale. Una paura atroce,  un batticuore continuo...  Se incontrava
    lui, Casalengo.. se non lo vedeva... temendo che un gesto o una parola
    lo  tradisse...  trasalendo a ogni lettera che portava la posta...  se
    udivasi il  campanello...  Ogni  cosa  che  la  metteva  sottosopra...
    l'umore del marito, il contegno dei domestici...
    - Insomma una cosa da far venire i capelli bianchi, amico mio!
    - Ebbene! - esclam Casalengo raggiante, stringendole le mani da farle
    male,  seduto  ai piedi di lei,  supplicandola cogli occhi innamorati,
    accarezzandola col sorriso ebbro. - Ebbene!...
    - Ebbene, che cosa?
    - Fuggiamo insieme!...  lontano da Napoli!...  in  capo  al  mondo!...
    Troveremo pure un nido dove nascondere la nostra felicit!...
    Ella  spalanc  gli  occhi,  attonita,  quasi  le avessero proposto di
    condurla alla luna in pallone, d'andare a un ballo in veste da camera,
    di camminare a testa in gi.  Sicch il  lirismo  e  l'entusiasmo  del
    povero  innamorato  caddero  a  un  tratto.  Ma  lei,  vedendolo  cos
    mortificato, ripigli immediatamente, mettendogli la mano sulla bocca:
    - Zitto!... zitto!... per carit!...
    Cerc di fargli intendere ragione,  di farlo rientrare in  se  stesso,
    quel   gran   fanciullone,   proprio   colle   buone,   con  dolcezza,
    abbandonandogli le mani anche, purch non ne parlasse pi...  Egli non
    ne  parlava  pi infatti,  baciava e ribaciava quell'epidermide fine e
    profumata, risalendo lungo il braccio, sollevandosi sulle ginocchia.
    Allora la bella Ginevra torn ad avere la paura di prima.
    -  Badate,  Alvise!...   Siete  proprio  sicuro  che  nessuno  m'abbia
    vista?...  Voglio  dire  che  nessuno  abbia potuto vedermi...  mentre
    venivo?...
    - Ma... certamente...
    - Perch... m' sembrato che qualcuno mi seguisse...  una carrozzella,
    s...  dalla Villa sino a Foria...  E anche nel salir la scala...  Lui
    non pareva risolversi ad uscire. M'ha chiesto se andavo al concerto...
    Siete sicuro della gente di questa casa?
    - Sicurissimo... Chi volete... Nessuno vi conosce...
    Alvise non connetteva pi,  dal momento che quella manina gli  si  era
    posata sulla bocca.  Cercava le parole, balbettava, tentava di rifarsi
    al punto di prima e di riguadagnare il tempo  perso,  indispettito  di
    vederselo  fuggire  a quel modo,  stupidamente,  dopo tanti ostacoli e
    tante difficolt per trovarsi un'ora insieme!...  Ma lei per aveva il
    coraggio  di  pensare  a  tante  altre cose in quel momento;  badava a
    difendere la sua veletta e il manicotto!...
    - No... davvero... Alvise... Ho paura!...
    - Ah, s!... la carrozzella... Foria... la scala!...
    Ecco! - rispose lei corrucciata. - Ecco come siete!
    - Ma io sono come uno che ama,  cara mia!  Non ho i vostri  "ma"  e  i
    vostri "se"... E neanche voi li avevate, prima...
    - Ecco! ecco! Me lo merito!
    - Oh, Ginevra!... oh!...
    Ella  si era messo il fazzoletto agli occhi: un'altra gran tentazione,
    il profumo di quel fazzoletto, e le lagrime di quegli occhi! Alvise le
    afferr di nuovo le mani,  baciandole,  baciando  il  fazzoletto,  gli
    occhi,  il  vestito,  fuori di s,  delirante,  chiedendole se l'amava
    ancora, proprio, tutta tutta, se sentiva anche lei quello struggimento
    e quella frenesia. Essa diceva di s, di s,  coi cenni del capo,  col
    rossore del viso,  col tremito delle mani,  abbandonandoglisi a poco a
    poco,  mutandosi in viso,  fissandolo col turbamento  delizioso  negli
    occhi, balbettando anche lei, vinta alla fine:
    - Non vedete...  Non vedi...  Sarei qui forse?...  Vi pare che sia una
    cosa da nulla?...
    - S,  vero! Perdonami, povera bimba! Bimbetta bella e cara!...  Come
    batte quel cuoricino!...  Anch'io, sai!... Ma  un'altra cosa... Non 
    vero?... Guardami! Sorridimi!  E' stato un grande affare,  eh,  questa
    scappata?...  Un  colpo  di  testa!...  Non siam fatti per le tempeste
    grosse  dell'amore!   Preferiamo  la  maretta  che  ci  culla   e   ci
    accarezza!...  Non  vero?  di',  confessalo!  Siamo un po' civettuole
    anche!  Ci piace di vederci corteggiate e di far perdere la  testa  al
    nostro  prossimo,  eh?...  Di'!  di'!...  Tutti  coloro che ti corrono
    dietro e sospirano alla luna!... Confessalo! Confessati! Dimmi,  chi 
    l'amante  della  luna  adesso?  colui  che  sospira  di pi per la mia
    Ginevra?  Lo sai?  te ne sei accorta?  ti piace,  di'...  ti piace far
    disperare il prossimo tuo?...
    Ella   sorrideva   proprio   come  una  bimba,   stordita,   commossa,
    riconoscente di quella nuova adulazione,  dicendo di no,  di  no,  che
    amava il suo Alvise,  lui solo! E gli butt anche le braccia al collo.
    Tanto che lui non disse pi nulla e ricominci a parlare soltanto  coi
    baci,  dei  baci che se la mangiavano viva,  e le facevano mettere dei
    piccoli gridi soffocati:
    - No!... no!...  Davvero!...  Zitto!...  Sento proprio rumore.  L!...
    nella scala, dietro l'uscio!... sentite?...
    - Ah!... quella scala maledetta!...
    Ma  Alvise s'arrest lui pure a un tratto,  udendo realmente il rumore
    di un alterco sul pianerottolo, poich il cameriere voleva guadagnarsi
    coscienziosamente la sua mancia,  e difendeva energicamente l'ingresso
    del  santuario.  Una  voce  li  fece  allibire  entrambi,  la  voce di
    Silverio. L'uscio sgangherato si spalanc a un tratto,  e apparve lui,
    il marito,  Otello,  cieco di rabbia e di gelosia - e stavolta poi con
    ragione, almeno all'apparenza. - Il cuore le parlava, a lei!
    Ci  che  allora  accadde  pu  bene  immaginarsi;  perch  anche  dei
    gentiluomini,  in certe occasioni,  perdono il lume degli occhi tale e
    quale come dei semplici  facchini.  Una  scena  terribile  e  tale  da
    guarire  in  un  momento di ogni tentazione passata e futura la povera
    donna che faceva sforzi disperati per svenirsi. Mai pi,  mai pi pot
    levarsi  dagli  occhi il gesto di Alvise che aggiustavasi la cravatta,
    cercando il cappello per uscire  insieme  al  suo  nemico  mortale,  e
    andare  a  tagliarsi  la  gola  d'amore  e  d'accordo.  Fuori  di  s,
    derelitta, and un'ora dopo a bussare alla porta di lui.
    Alvise parve stupefatto.
    - Voi! . .. qui!
    - Oramai!... - balbett ella smarrita.  Oramai siete il mio amante...
    - Ma no, amor mio!...  impossibile!...
    - E dove volete che vada adesso?
    - A casa vostra.  Non temete.  Vostro marito  un gentiluomo.  Tutto 
    accomodato.
    - Accomodato, in che modo?
    -  Non  sar  fatta  parola  di  voi  nella  questione fra me e vostro
    marito... Ci sar di mezzo un'altra donna... una che non avr nulla da
    perdere.
    - Nessuno vi creder.
    - Non importa che credano.  Ma bisogna che  sia  cos.  Vostro  marito
    partir immediatamente per un lungo viaggio... Voi sarete libera...
    - Ah!...
    -  Credetemi!...  - diss'egli stringendole forte le mani,  quasi colle
    lagrime agli occhi.  - Credetemi che darei tutto il mio sangue  purch
    non fosse avvenuto tutto ci!
    Ella  gli  si  butt  fra le braccia,  piangendo tutte le sue lagrime,
    abbandonandosi interamente all'uomo che un'ora prima cercava  un  nido
    in  capo  al  mondo  per  andare a nascondervi il loro amore e la loro
    felicit.   Adesso  invece  cercava  di  calmare  la  povera  Ginevra,
    preoccupato dei riguardi che doveva alla riputazione di lei, ai "ma" e
    ai  "se"  che  le  aveva  rimproverato  poco prima,  cercando di farle
    comprendere le esigenze mondane che un'ora avanti voleva farle mettere
    sotto i piedi, un po' pallido, malgrado il suo coraggio provato, tutto
    un altr'uomo,  imbarazzato,  esitante,  guardando l'uscio e l'orologio
    ogni momento,  rispettoso e delicato, uomo di mondo sino ai capelli, 
    vero,  ma un uomo di mondo cui sia caduta una tegola sul capo,  e  gli
    sia  rimasta fra le braccia "una gatta da pelare",  per usare la frase
    gentile che nessuno dice e tutti pensano in casi simili.
    - Infine...  - proruppe,  - cara Ginevra...  aspetto  qualcuno...  Non
    potete farvi trovare qui da questo qualcuno...
    Il  senso  morale    industrioso  in  tanti modi.  E non  a dire che
    Casalengo ne fosse peggio dotato degli altri.  Quando il suo rivale se
    lo  vide sotto la mira della pistola,  con quella faccia,  disse piano
    agli amici che l'assistevano: - Ecco un uomo morto.
    Certo non manc per lui,  che gli piant due pollici di ferro  fra  le
    costole,  e lo mise a letto per un pezzetto.  La signora viaggi tutto
    quel tempo, almeno si disse. E se pure and a trovare il suo amico, di
    nascosto,  proprio da suora di carit,  non  se  ne  seppe  mai  nulla
    ufficialmente.  Le lettere, per andare da lei a lui, facevano un lungo
    giro, coll'aiuto di un'amica fidata.  Talch quando la signora Ginevra
    riapr il suo appartamento in via Partenope,  libera e sola, pi bella
    e elegante che mai,  fu una gara fra le signore e gli uomini in voga a
    darvisi  ritrovo.  Alvise  vi  and cogli altri,  all'ora del th,  un
    giorno che il salotto era pieno di gente,  e la bella Silverio  faceva
    gran festa a tutti.
    -  Ah,  Casalengo!  Bravo!  Temevo che fosse partito,  o che mi avesse
    dimenticata.
    Egli vi ritorn altre volte,  nei giorni di ricevimento e anche  dopo.
    Si fermava allo sportello della sua carrozza, al passeggio; e andava a
    salutarla  nel palchetto,  al San Carlo.  Era sempre uno degli intimi,
    come prima,  il cavalier servente  dell'elegante  mondana,  mentre  il
    marito di lei viaggiava lontano,  talch non c'era persona che sapesse
    vivere la quale invitando la signora Ginevra dimenticasse di  invitare
    Casalengo, e viceversa. Proprio il nido d'amore, tappezzato da Levera,
    e  col terrazzino sul golfo di Napoli per contemplare le stelle,  e la
    luna di miele. Erano liberi,  soli e senza alcun sospetto.  Ma non era
    pi  la  stessa  cosa,  o  almeno non era pi la stessa cosa di prima.
    Nella  loro  felicit  aprivasi  una  lacuna,   una   crepa   in   cui
    s'abbarbicavano  delle male piante che aduggiavano il bel sole d'amore
    e facevano impaccio alle parole e alle cose gentili. Lei, infine,  non
    sapeva  perdonare  a  Casalengo  l'inchino  profondo,   l'aria  troppo
    rispettosa con la quale veniva a salutarla, in teatro, al ballo, fra i
    suoi amici.  Lui aggrottava le ciglia suo  malgrado,  tal  quale  come
    Silverio,  se  qualcheduno  di  essi mostravasi pi appiccichino degli
    altri, pi assiduo e premuroso degli altri verso di lei - tacendole le
    sue pene,  oppure stordendola col  cinguettarle  alle  orecchie  delle
    sciocchezze che la facessero ridere.  - Le conosceva anche lui le arti
    di cotesti seccatori...  e anche lei un po' civettuola  lo  era  stata
    sempre...   per   incoraggiare   ogni  sciocchezza  che  le  tubassero
    all'orecchio.
    - Una noia,  cara Ginevra!...  Non capisco  come  certuni  si  buttino
    addosso  a una signora e le facciano gli occhi dolci per dirle magari:
    buona sera!
    - Quello che facevate voi,  mio caro...  allora...  nei  bei  tempi...
    Quando vi dicevo: N mai, n sempre...







    CARMEN.

    No,  non  mi  tentate,  Casalengo!  Sapete che mi chiamano Carmen!  Il
    vostro amico  "biondo e bello  e  di  gentile  aspetto";    ingenuo,
    timido e cavalleresco...  ritorna adesso dagli antipodi... Insomma, mi
    piace assai. Non voglio conoscerlo. - Essa gliel'aveva detto!
    Invece Casalengo credeva che scherzasse: leggerezza, vanit,  orgoglio
    d'amante  che  fosse  stato  in  lui;  cecit di stolto che Dio voglia
    perdere;  incanto di quelle  labbra  che  avrebbero  fatto  commettere
    qualsiasi   sciocchezza  per  vederle  sorridere  ancora  in  siffatta
    maniera;   distrazione  procuratagli   dai   monili   serpentini   che
    tintinnavano  scorrendo  gi  pel  braccio  nudo,  il  quale  levavasi
    minaccioso, col dito rivolto al cielo: - Guardate,  Casalengo!  C' un
    Dio lass per queste cose!...
    Ma  quando  lui,  col sorriso fatuo che gli segnava gi le prime rughe
    sottili accanto agli occhi, s'ostin a fare la presentazione: - Il mio
    amico Aldini...  - Essa rispose semplicemente: - Gli amici dei  nostri
    amici...  -  E  stese  la mano al nuovo arrivato con tanta cordialit,
    cos  lieta  di  scorgere  nel  giovanetto  l'omaggio  di  un   grande
    imbarazzo,  che  volle  pure  ringraziarne  Casalengo  con un'occhiata
    rapida: un'occhiata in cui era il sorriso del diavolo.
    Aldini,  che aveva sentito parlare sino a Zanzibar della gran passione
    per  cui  il  suo  amico  Casalengo  s'era  giuocate  le  spalline  di
    comandante,  provava adesso una certa sorpresa dinanzi a quella  donna
    che non aveva poi nulla d'estraordinario.  Un viso delicato e pallido,
    come appassito precocemente, come velato da un'ombra, dei grandi occhi
    parlanti, in cui era della febbre, dei capelli morbidi e folti, posati
    mollemente in un grosso nodo sulla nuca,  e il bel fiore carnoso della
    bocca - la bocca terribile - come dicevano amici e gelosi.
    Ma  lo  turbava  il  profumo mondano,  la carne mortificata dalla gran
    vita,  che  traspariva  fra  le  trine  preziose,   il  segno  che  il
    braccialetto  le lasciava sulla pelle delicata - e gli dava un gran da
    fare per non mangiarsela cogli occhi. Ella se ne avvide, e mise cinque
    minuti buoni a infilarsi il guanto,  in premio  dell'ammirazione  muta
    che le tributavano gli occhi sinceri del giovinetto, i rossori fugaci,
    le parole mozze...  Da abbracciarlo, l, dinanzi a tutti quanti! E gli
    lasci in pegno il ventaglio,  tornando  a  ballare  il  valzer  -  un
    legame, lo scettro della sultana.
    -  Eccoti  comandato...  servizio  particolare!  - gli disse Casalengo
    ridendo. - Se avevi qualche impegno, ti scuser io, caro Riccardo...
    - No! Oh no! - esclam Aldini, stringendo forte il ventaglio colle due
    mani.
    Adesso  osservava  alla  sfuggita,   con  una  curiosit  inquieta   e
    rispettosa,  il  suo amico Casalengo,  la forte giovinezza di lui come
    curva sotto un giogo,  il sorriso distratto sulle  labbra  riarse,  le
    frasi  stonate,   il  pensiero  fisso,   l'ardore  segreto,   la  ruga
    impercettibile e quasi nascosta fra le ciglia,  gli  sguardi  erranti,
    suo malgrado, attratti dalla donna amata che gli fuggiva dinanzi nelle
    braccia di un altro, raggiante, e gli buttava in faccia il sorriso, il
    profumo,  il  vento  dell'abito  la  nudit  delle  spalle,  tutte  le
    seduzioni,  i fantasmi dell'amore e della donna,  quali erano  passati
    dinanzi  agli  occhi  a lui pure,  Aldini,  nelle calde fantasticherie
    dell'adolescenza,  discorrendo laggi della maliarda la quale prendeva
    lui   pure  adesso,   con  una  parola,   con  un  nulla,   legandolo,
    incatenandolo a s con quel ninnolo che gli aveva messo fra  le  mani,
    come un fanciullo che si voglia tenere a bada.
    - Ah, ma sapete! E' proprio carino il vostro amico Aldini!
    - Ve l'avevo detto, - rispose Casalengo un po' ironico.
    Ella  si  strinse  nelle spalle con un movimento che gli mise sotto il
    naso i begli omeri nudi.
    - Badate per. E' un ragazzo... un ragazzo pericoloso.
    - Ah, cos? - disse lei.
    Carmen volle farne l'esperimento,  povero  Aldini.  Tanti  altri,  ora
    vinti  e  intossicati  per tutta la vita,  l'avevano chiamata con quel
    soprannome di guerra e di malaugurio,  ch'era la punzecchiatura  delle
    sue amiche gelose,  e la carezza o la maledizione degli incauti che si
    lasciavano prendere fascino del suo sorriso dolce e  buono  -  la  pi
    strana cosa, su quella bocca di vampiro. Poich'essa faceva il male con
    una  incoscienza  ch'era  la  sua maggiore attrattiva;  vi metteva una
    sincerit,  quasi una lealt che le faceva perdonare  i  suoi  errori,
    come  il gran nome che portava le faceva aprire tutte le porte.  E una
    squisita  eleganza,   una  grazia  innata  fin      nelle   bizzarrie,
    un'ingenuit  provocante  fin nella stessa civetteria,  l'aria di gran
    dama anche in un veglione, avida di piaceri e di feste, quasi divorata
    da una febbre continua di emozioni e di sensazioni diverse, una febbre
    che la consumava senza ravvivare il suo bel pallore diafano, n le sue
    labbra dolorose,  ma che per la lasciava spesso in  una  prostrazione
    desolata,  le  dava delle ore di stanchezza e di uggia,  di cui i suoi
    adoratori pagavano la pena: ore tremende - in cui non c'era  altro  da
    fare  che prendere il cappello e andarsene - dicevano i forti,  quelli
    che avevano pianto poi dietro l'uscio di lei.  Gli altri,  coloro  che
    cercavano  di  spiegare  le sue follie,  se non di scusarle,  dicevano
    ch'era ammalata,  ch'era matta - tutti i d'Altona erano morti tisici o
    dementi  -  che  aveva  provato dei gran dolori e dei gran disinganni,
    ch'era ferita a morte,  condannata senza  speranza,  e  voleva  vivere
    vent'anni in venti mesi.
    - Gliel'ha detto anche a lei,  il mio amico Casalengo, che mi chiamano
    Carmen? - chiese ella ad Aldini, col sorriso mordente,  la prima volta
    che  un'ondata  di  folla  glielo  mise  di  nuovo  faccia  a  faccia,
    all'uscire dal Sannazzaro.
    Ma gli stese la  mano  senza  rancore.  Poscia,  mentre  aspettava  la
    carrozza, stretta nella pelliccia, e con quell'aria di stanchezza e di
    noia che faceva scappare la gente, soggiunse:
    - M'accompagni. Servir ad insegnarle la strada... quando vorr venire
    a farmi una visita. Troveremo qualche amico a casa... degli amici suoi
    e miei,  per prendere il th insieme... se non ha paura che l'avveleni
    come la Lucrezia Borgia di stasera... una Lucrezia tremenda,  da morir
    di noia!...
    Fu  in tal modo che lo prese,  - come,  per fargli posto nel legnetto,
    aveva preso e raccolto a due mani il suo vestito,  - e lo avvolse  fra
    le pieghe di esso, e lo stord col suo profumo, allorch la pelliccia,
    scivolandole  gi  per  le  spalle,  gli butt al viso e alla testa la
    trasparenza  di  quegli  omeri  rosei  senza  volerlo,   quasi   senza
    avvedersene,  in  quell'ora di uggia e d'umor nero che l'avrebbe fatta
    dar della testa nell'imbottitura del coup,  e che egli le leggeva sul
    viso  smorto,  mentre guardava distrattamente attraverso il cristallo,
    ai bagliori fugaci che gettavano le  vetrine  scintillanti  dentro  la
    carrozza  che  correva  su  per  Toledo - senza dirgli una parola,  n
    rivolgergli un'occhiata, quasi non pensasse pi a lui, o subisse ancor
    essa  lo  strano  imbarazzo  di  quell'incontro,   di  quel  silenzio,
    dell'oscurit  che  li  avvolse  tutti  e due a un tratto nello stesso
    mistero e nella stessa tentazione,  appena il legno svolt  pel  corso
    Vittorio  Emanuele  - o sapesse che ci doveva bastare a mettergli nel
    cuore,   a  lui,   nelle   carni,   incancellabile,   la   febbre   di
    quell'occasione che fuggiva rapida,  la sete di quelle labbra di donna
    che si  celavano  nell'ombra,  il  turbamento  di  quella  sfinge  che
    rimaneva  per lui impenetrabile,  nello stesso tempo che gli palpitava
    allato. - Degli angeli godono cos di sfiorare la colpa colle loro ali
    candide - ed essa non era un angelo, no, povera signora! Talch quando
    lo present ai suoi amici che l'accoglievano festanti:  -  Il  tenente
    Aldini!  -  con  un'aria  di  trionfo,  quasi  avesse detto: - Ecco il
    Figliuol Prodigo! - era cos pallido e stralunato,  il povero Figliuol
    Prodigo,  e  come  abbagliato  dalla  piena luce del salotto,  o dalla
    fiamma ch'essa gli aveva  accesa  in  cuore!  Ed  essa  aveva  davvero
    qualcosa dello spirito del male, in quel momento, nel sorriso ironico,
    nell'aria  strana,  nel  pallore  marmoreo  del  volto,  nell'allegria
    forzata colla quale davasi tutta ai suoi ospiti,  lottando di  brio  e
    d'arguzia,  servendo  il th,  dimenticando completamente Aldini in un
    cantuccio,  faccia a faccia con un album di ritratti nel quale cercava
    di nascondere il suo imbarazzo.
    -  Che  cosa  vi  ha fatto quel povero giovine?  - le chiese sottovoce
    Casalengo,  mentre inchinavasi a prendere una tazza di th  dalle  sue
    mani.
    - Tutti m'avete fatto! - rispose lei nel medesimo tono di scherzo.
    Ed era forse la verit, il grido di rivolta del suo cuore ulcerato, il
    senso di disgusto che aveva trovato in fondo al bicchiere,  l'amarezza
    che l'aveva colta allo svegliarsi dai sogni d'oro - quando aveva visto
    il pentimento mal dissimulato dell'uomo a cui aveva tutto  sacrificato
    -  quando  era  stata  ferita  dall'insulto  che nascondevasi sotto il
    madrigale dei galanti resi audaci dalla  sua  caduta  -  quando  l'era
    mancata sin l'alterezza e l'illusione del sentimento puro,  della fede
    giurata, pel tradimento altrui, ed anche pel proprio.  - Non valeva di
    meglio, no, essa ch'era stata debole nell'ora stessa in cui "un altro"
    le era infedele.  Tanto peggio! Tanto peggio per tutti, anche per lei,
    che sentiva rifiorire il bel  fiore  azzurro  dentro  di  s.  Non  le
    avevano detto che i fiori durano un giorno,  e che solo sinch odorano
    esistono?  Era tornato spesso in quella casa di  cui  essa  gli  aveva
    insegnato la via,  il Figliuol Prodigo,  timido e rispettoso, ma preso
    proprio sino ai  capelli,  innamorato  come  un  pazzo,  di  un  amore
    bizzarro  che  si  pasceva di chiaro di luna e di passeggiate sotto le
    finestre. L'aveva visto tante volte, lei, prima d'andare a letto,  nel
    buio  della  strada!  Ed  era  strano come ci la facesse sorridere di
    piacere,  le facesse cacciare il viso infocato nel guanciale,  con una
    muta carezza.
    Era una volutt sottile e penetrante, il gusto di un'infedelt che non
    poteva  dar ombra a Casalengo;  ma cos dolce,  quando beveva il bacio
    dagli occhi ingenui d'Aldini,  e  sentivasi  ricercare  avidamente  da
    quell'adorazione bramosa,  tutta,  il seno palpitante,  mentre ballava
    con lui, e le braccia che avrebbero voluto avvincerlo, al sentire come
    gli batteva il cuore contro il suo,  il cuore che gli si  dava,  e  la
    bocca,  e la persona intera - e neppur tanto cos,  nondimeno!  N una
    parola e neanche un dito! - Una volta sola, smarrita, in quelle ondate
    di sangue che la musica e il valzer le mandavano alla testa...  -  No,
    Riccardo, cos... mi fate male!...
    Insomma,  era scritto lass. Ella non avrebbe voluto, no, davvero, per
    timore del poi,  per timore di lui e di s stessa...  e  di  Casalengo
    pure,  giacch  non  era cattiva in fondo.  Ma allorch volle proprio,
    coll'anima e col corpo...  Tanto peggio!  Almeno non volle  essere  n
    ipocrita n egoista.  Aveva sempre pagato del suo la festa,  in moneta
    di lagrime e di onte segrete; e non doveva nulla a nessuno, neppure al
    Casalengo,   cui  aveva  dato   il   diritto   di   mostrarsi   geloso
    sacrificandogli tutto quando non l'amava pi.
    Come  Aldini  ricevette  l'ordine  d'imbarco,  e minacciava di dare la
    dimissione, di tagliarsi la gola, un mondo di cose, ella gli disse:
    - No, Riccardo. Verr con voi... dovunque...
    Una proposta che lo sbalord, povero Aldini,  quasi presentisse gi il
    momento in cui doveva pesargli come una catena,  quella dolce compagna
    che gli buttava le braccia al collo.  Ma allora vide soltanto le belle
    braccia  delicate che l'avvincevano,  e le labbra fragranti che gli si
    promettevano per sempre.  Ella forse,  s,  ebbe la  visione  di  quel
    giorno,  nella  nube che le misero agli occhi innamorati le lagrime di
    tenerezza.
    - S, viagger anch'io. Non ho nulla che mi trattenga qui... No, no...
    lo sapete!...  N altrove,  in nessun luogo...  Ho buttato al vento il
    mio  fazzoletto...  per lasciar fare al destino..  Non per voi,  siate
    tranquillo.  Sono ricca e padrona di me.  Sar libera...  fra breve...
    non dubitate.  Lasciate fare a me... che non far del male n a voi n
    ad altri.  M'hanno sempre detto che i viaggi di mare gioverebbero alla
    mia  salute.  E  poi,  non  vi  terranno sempre imbarcato,  mio povero
    Riccardo... Vi lasceranno mettere piede a terra,  di tanto in tanto...
    per dimostrare alle belle straniere che ci abbiamo dei begli ufficiali
    a  bordo delle nostre navi...  per proteggere delle connazionali color
    di filiggine o color di  cioccolatte...  Ebbene,  io  sar  laggi  ad
    aspettarvi, dove indicher il telegrafo o il giornale. Vi far piacere
    di  trovar  l  una  tazza di th e un cappellino da cristiani,  non 
    vero?  E senza pesare tanto cos su di voi!  senza nuocere alla vostra
    carriera... Non avranno da dire n i regolamenti, n il servizio, n i
    superiori, e neanche le conoscenze che raccatterete per via, quando vi
    manderanno  troppo  lontano,  o  dove  non  sar  certa  di trovare un
    caminetto e dei fiori freschi... Vedete che non fo la brava,  e non vi
    prometto  mari e monti...  Liberi e felici come due uccelli dell'aria!
    Soltanto,   quando  anche  questa   bella   volata   nell'azzurro   ci
    stancher...  o  ci  verr  a  noia...  a  voi o a me...  poich tutto
    finisce...  Quando vorrete maritarvi,  o amerete un'altra...  S,  s,
    ragazzo  mio,  un  bel  giorno  rideremo di queste belle parole che ci
    fanno piangere adesso...  Ma non importa,  se adesso  sono  sincere...
    Quando  vi parr che io vi sia d'inciampo nella carriera o nella vita,
    e  vorrete  riprendere  tutta  intera  la  vostra  libert,   ditemelo
    francamente...  Come io dir francamente a un'altra persona che voglio
    riprendere la mia libert, oggi stesso... Non v'inganno e non inganno,
    vedete, Riccardo! Non sono peggiore di quella che sembro...  Ma non ci
    diamo  la pena e il tormento di mentirci,  mai!  Mi promettete?...  mi
    prometti?
    - Oh, amore!  amore bello!  - esclam Aldini fuori di s,  tentando di
    prendersela fin da quel momento fra le braccia avide.
    - No!  - rispose lei,  mettendogli le mani sul petto.  - Non ancora...
    Quando sar libera... e tua!
    Casalengo fu ripreso bruscamente  da  un  accesso  dell'amore  antico,
    appena  essa  gli  fece capire che il suo era morto,  l,  presso quel
    tavolinetto, dove l'avevano strascinato un pezzo,  per abitudine e per
    dovere,  nella  mezz'ora  prima  di  pranzo  che il suo amico,  sempre
    galante e gentiluomo, non mancava mai di dedicarle. Ora egli sentivasi
    mordere al cuore dal pensiero che un altro le facesse tremare la  voce
    ed il cuore come un tempo aveva fatto lui, come sembravagli di provare
    ancora dentro di s in quel momento - e che fosse stato sempre cos, e
    che dovesse durare eternamente, anche per lei...
    Ella prese un fiore che si piegava avvizzito nel vasetto d'argento,  e
    gli disse tristamente:
    - Vedete questa rosa che mi avete donata ieri?
    Casalengo chin la fronte sulla mano, e tacque un istante.
    - Partirete? - domand poi.
    - S.
    - Per dove?
    Ella non rispose.
    - Volete darmi almeno quel fiore? - chiese tristamente Alvise.
    Ella esit alquanto, prima di rispondere.
    - Grazie!... Voi sapete vivere...
    Egli si alz in piedi,  leggermente pallido,  stretto nel vestito  che
    gli dava ancora la sua aria militare,  ma perfettamente padrone di s,
    col sorriso un po' ironico dei suoi bei giorni.
    - E lasciar vivere...  s,  ho imparato a mie spese.  Mi permettete di
    darvi un consiglio, in nome di questa benedetta esperienza?
    - Dite.
    - Partite sola... e pi tardi che potete.
    Ella arross sino ai capelli.
    - Non dubitate. Ci avevo pensato... pel vostro amor proprio.
    - No,  mia cara,  per voi stessa, quando ritornerete, e avrete bisogno
    dei vostri amici.  E inchinandosi a baciarle la mano,  aggiunse con un
    sorriso pallido:
    - Voglio rimanere vostro amico... se volete... se sapete...














    PRIMA E POI.

    - No - m'avete detto. - Non sciupiamo il bel sogno d'oro, Riccardo!
    Ah, voi non sapete cos' quel sogno d'oro nei vostri occhi che cercano
    i miei,  e il fascino che metteva allora nel vostro pallido sorriso la
    triste scienza del poi!
    Tutto,  tutto l'ho assaporato  quel  terribile  fascino  -  nel  dolce
    lividore  che  i  baci  altrui v'hanno lasciato sulle palpebre,  nella
    rugiada di cui sono ancora umide le vostre labbra, nel molle abbandono
    con  cui  vi  appoggiavate  al  parapetto  del  battello,   nel  gesto
    carezzevole della vostra mano che additava Capri,  laggi, in fondo, a
    Casalengo - lui che non trema, n impallidisce pi nel parlarvi.
    No, non voglio pensare a lui. Mi sembra d'impazzire.  Avete indovinato
    quanto  ho sofferto in quell'eterna gita di piacere?  E anche voi!  Ho
    sentito tremare la vostra mano mentre  vi  aiutavo  a  scendere  nella
    barca.  Oh,  Ginevra, quando vi siete abbandonata trasalendo contro il
    mio  petto  nel  buio  della  Grotta  Azzurra!...   Che  m'importa  di
    Casalengo,  che  m'importa  del "poi",  che ve ne importa anche a voi,
    poich le vostre pupille s'intorbidano  e  si  smarriscono  figgendosi
    nelle mie?...
    Sentite,  ieri  sera son tornato da voi,  sapendo che vi avrei trovato
    "quell'altro" e che non  mi  avreste  ricevuto.  Gioconda  m'ha  detto
    infatti:  -  La signora non c'.  - E s' fatta rossa,  vedendomi cos
    pallido.
    Avevo visto del lume nel vostro salotto. Mi son fermato nella via sino
    alle undici per vederlo ancora e sentirmene ardere  gli  occhi  ed  il
    sangue  -  sino all'ora in cui "l'altro" se n' andato.  Ho cercato di
    indovinare se l'amate ancora,  dal suo passo e dalla sua andatura.  Se
    avessi visto quel lume nella vostra camera da letto mi sarei ucciso.
    Oggi  avete  risposto  alla domanda insidiosa della vostra amica Gemma
    con uno scherzo amaro: - N mai, n sempre! - Ah,  com'era dolorosa la
    vostra gaiezza in quella gita di piacere!  e quanto avete dovuto amare
    quell'uomo, per non voler pi amare!
    Ho sentito parlarne sin laggi, in capo al mondo,  dove l'avventura di
    Alvise Casalengo metteva in rivoluzione il quadrato degli ufficiali, e
    il  vostro  bel  nome  correva  come  un bacio sulla bocca dei giovani
    allievi.  Voi mi avete preso sin d'allora,  colla curiosit o la  vaga
    gelosia  che  m'ispiravate,  quando  pensavo  a voi che non conoscevo,
    nelle lunghe vigilie di quarto,  sotto le stelle di un altro emisfero.
    M'avete  preso  colle  vostre  bianche  mani,  dandomi il ventaglio da
    tenere, la prima volta che c'incontrammo, vi rammentate? Voi, mondana,
    non immaginaste neppure ci che poteva essere una vostra parola  o  un
    semplice  gesto  pel giovane selvaggio che vi arrivava da Zanzibar gi
    innamorato e pauroso di voi,  quanta avida e gelosa penetrazione fosse
    negli occhi che divoravano la vostra bellezza offerta alteramente,  il
    sorriso noncurante col quale ne  accoglievate  l'omaggio,  l'abbandono
    ch'era nel concedervi ai vostri ballerini, il suono della voce con cui
    parlavate  ad Alvise e in cui "sentivo" le dolci parole che gli avrete
    dette - l'ebbrezza che provai io stesso la prima volta  che  mi  deste
    del "voi",  quasi m'aveste gi dato qualcosa della vostra persona.  l
    rammentate?  quel giorno che sorprendeste il primo lampo di  follia  e
    d'adorazione  nei  miei  occhi,  e vi faceste di porpora,  odorando il
    mazzo di fiori che vi  aveva  mandato  Casalengo,  per  coprirvene  il
    seno?... Cos m'avete preso, per "sempre"! Non ci credete voi a questa
    parola?  Perch  avete chinato il capo quando vi ho confidato tremando
    il mio segreto? e avete lasciato la vostra mano nella mia? Quante cose
    mi avete dette senza parlare,  in quell'angolo  del  salotto  che  son
    rimasto  a  guardare dalla strada,  stanotte!  Quante cose vi ho detto
    chinando la fronte sul vostro ritratto che sorride dalla cornicetta di
    "strass" posata sul tavolino!  Cos mi  pareva  di  veder  brillare  e
    sorridere  a  "quell'altro"  i vostri occhi in quelle tre ore orribili
    che ho passato sotto le vostre finestre. Quando m' sembrato di vedere
    Alvise dietro i vetri,  quando vi siete avvicinata a  lui,  forse  per
    porgergli una tazza di th,  forse per guardare nella via, e le vostre
    due ombre si sono confuse insieme...  Mi  avete  visto  voi,  Ginevra,
    laggi, sotto la pioggia, coi piedi nel rigagnolo? Vi siete rammentata
    allora  del  dubbio  atroce  che  doveva torturarmi,  e che cercate di
    scacciare,  ogni volta,  quando posate la mano sul mio  capo,  pallida
    anche voi della mia angoscia,  e balbettate: No!...  no,  Riccardo, vi
    giuro?...
    Vi credo,  voglio credervi,  ho bisogno di  credervi.  Perch  dunque?
    perch  mi  fate soffrire a questo modo?  Perch temete di sciupare il
    bel sogno d'oro?  Oh,  se sapeste come l'ho visto  dietro  le  cortine
    color  di  rosa,  che  sembravano  agitarsi e palpitare allorch siete
    passata nella vostra camera da letto,  e animarsi di un incarnato  pi
    vivo  quando vi siete avvicinata allo specchio,  e velarsi di un'ombra
    pudica,  dove passava la carezza  dei  vostri  movimenti!  Poi  quella
    stessa  ombra  ha  trasalito quasi,  e s' dileguata a un tratto dalla
    finestra del vostro spogliatoio, ed  solo rimasto il chiarore diffuso
    del globo roseo che veglia sui  vostri  sogni  dolci  e  sulle  vostre
    palpebre chiuse.  Oh,  struggersi e morire su quelle palpebre chiuse -
    perch non abbiate a temere il "poi" - perch duri sempre il bel sogno
    d'oro! Sempre! sempre! Il "poi" non esiste, quando si ama.  Non esiste
    il domani, non esiste quel ch' stato ieri, non penso pi a Casalengo.
    Penso  a  voi,  e  vi  amo,  e vi voglio,  come se tutta la mia vita e
    l'universo intero fossero in questo momento e in questo desiderio.

    Ahim,  Riccardo,  il bel sogno  d'oro    finito,  da  che  vi  siete
    svegliato nelle mie braccia.
    Non  ve  ne  voglio,  e  vi  prego  di  non  volermene.  Soltanto  non
    ostiniamoci a chiudere  gli  occhi,  con  questo  bel  sole  che  deve
    accompagnarvi nella vostra traversata.
    Buon viaggio,  amico mio. Vi scrivo seduta a quel medesimo tavolinetto
    della veranda su cui posavate  la  vostra  tazza,  quando  venivate  a
    prendere il th nel mio salotto. La signorina del Numero 17 continua a
    strimpellare  quel valzer che vi metteva di cattivo umore - "Dolores",
    mi sembra - e anche a me, quando vi vedevo cos uggito. Ma adesso, non
    so il perch - forse il bel sole,  dopo questa eterna notte in cui m'
    parso d'impazzire, forse il vostro ricordo, come che sia - mi mette in
    cuore delle ondate di dolcezza malinconica,  specialmente alla ripresa
    delle prime battute che piacevano anche a voi, alle volte, nei momenti
    buoni.  Ho ancora dinanzi agli occhi il movimento del vostro capo  che
    segnava  il  tempo  -  il bel tempo e le buone risate che si facevano,
    allora...
    Dove vi raggiunger questa lettera, a Lima, al Messico?  Vorrei che vi
    portasse il sorriso che vi piaceva tanto,  una volta, e che non aveste
    a temere di trovarvi n lagrime n  piagnistei,  prima  d'aprirla.  Le
    arie di salice piangente non mi vanno.  Anzi! M'avete sempre detto che
    son venuta al mondo ridendo...  e civettando.  E'  vero,  s.  Com'ero
    felice  di  vedervi  fare  il  muso lungo!  M'avete amata pazzamente e
    lealmente. Che Dio ve lo renda coll'amore delle altre, di tutte quelle
    a cui sorriderete e a cui piacer il vostro sorriso.  M'avete dato  il
    bel  fiore azzurro del vostro cuore e della vostra giovinezza.  Quante
    volte ci siamo inebriati insieme del suo profumo,  tenendoci per mano,
    fra gente nuova e paesi sconosciuti, sotto le alte stelle a cui davamo
    dei nomi dolci,  appoggiando al vostro braccio la mia persona stanca e
    addolorata d'aver tanto amato - e non voi soltanto.  - Vedete  che  vi
    dico  tutto,  e non mi faccio migliore di quel che sono.  Voi mi avete
    amata forse per questo;  e non mi amaste pi  quando  sentiste  ch'ero
    tutta vostra,  tutta, tutta, Riccardo! senza pensare al poi che doveva
    venire tosto o tardi e ch' venuto.
    Ora ho civettato e riso coi vostri amici,  con  tutti  quelli  che  mi
    conducevate  in  casa  per aiutarvi a passare le sere insieme a me.  -
    Hadow specialmente,  che ha i pi bei denti di cristianit e mi faceva
    perdere  la  testa  colla  sua  gaiezza.  Voi  non ve ne siete neppure
    accorto, ahim!
    Poi che siete partito ho paura di Hadow, e partir anch'io,  appena mi
    sar  rimessa  del  tutto,   per  tornare  in  Europa.   Questo  cielo
    implacabilmente azzurro m'acceca e  mi  fa  male.  Gioconda,  che  sta
    preparando  i  bauli,  ha  trovato degli oggetti che avete dimenticato
    qui: una scatola da sigarette,  un fazzoletto colla vostra  cifra.  Vi
    porter ogni cosa a Napoli,  dove vi ho conosciuto, e dove ho lasciato
    degli  altri  amici  come  voi.  Ve  lo  restituir  poi  laggi,   il
    fazzoletto,  "terso  di lagrime" quando vi rivedr,  se vi rivedr,  e
    tornerete da me,  come gli altri amici.  Adesso  mi  sento  abbastanza
    forte per affrontare il viaggio di ritorno.  M'avete perdonato le pene
    e le noie che vi ho date da Genova sin qua?  Come siete stato buono  e
    affettuoso  con  questa povera ammalata!  - malata di corpo e d'anima.
    Quanto m'avete resa felice, e come m'avete guastata! Ieri sera, quando
    ci lasciammo,  "ho fatto i capricci" proprio come una  bimba  viziata.
    Non  me ne do pace,  no,  Riccardo!  Gioconda pretendeva che avessi la
    febbre,  che dovessi prendere del laudano,  del cloralio,  che so  io,
    alle quattro del mattino,  figuratevi!  Ah, che misera cosa non potere
    cambiar d'umore come si cambia di vestito, e avere dei nervi che fanno
    la festa mentre si ha voglia di dormire!  La buona dormita che  vorrei
    fare  sino  a Napoli,  tutta d'un fiato,  senza sogni e senza sentirmi
    vivere, e svegliarmi laggi, nel paese che ride e canta, senza pensare
    a quel ch' stato ieri o a quel che sar domani!  Quando ci rivedremo,
    laggi,  se  ci  rivedremo,  voglio  che  mi troviate savia,  grassa e
    prosperosa come quella bionda vergine ch' venuta a far la tisica, qui
    all'albergo,  e la vocina sottile  per  cantare  le  arie  del  Tosti,
    svenendosi sul piano. Voglio che torniamo a ridere, senza musi lunghi,
    e  senza  "dolci  languori  negli occhi desiosi".  Oh,  no!  A che pro
    adesso?  Noi ci siamo detto tutto.  E le parole  amare  che  rimangono
    all'ultimo... No, Riccardo! quelle no! Ieri sera eravate nervoso anche
    voi. La mano che vi ho stesa nel dirvi addio, la mano "che ci parlava"
    altre  volte,  e vi diceva tante cose,  non ha saputo trattenervi.  Ho
    persa anche la fede in quel povero neo che vi faceva perdere la  testa
    a voi una volta, e che non ha saputo dirvi nulla neppure esso, ahim!
    Ecco ora che fo la sfacciata per non sembrarvi noiosa, perch l'ultima
    immagine  mia,  l'ultimo  ricordo  che  vi  lascio  sia buono,  dolce,
    affettuoso e piacevole.  Sar forse l'ultima  civetteria  che  rimane,
    dopo  "la  fine".  Vorrei  che mi vedeste ancora come vi son piaciuta,
    quando vi son piaciuta, senza menzogne,  senza reticenze,  senza veli,
    tutta per voi, anima e corpo, "tutta una cosa con voi", come quando si
    ama bene e molto - fin sopra ai capelli - direte voi. E la prova  che
    abbiamo vuotato il sacco della felicit,  voi forse pi in fretta,  io
    certo con maggior spensieratezza,  poich dovevo sapere come  vanno  a
    finire queste cose,  io che son pi vecchia di voi.  - Ho cent'anni da
    ieri in qua, amico mio. - Ma non mi pento di avervi lasciato sfogliare
    pazzamente "le rose del cammino"  perch  ce  n'erano  tante,  e  cos
    belle,  che sembrava non dovessero terminare giammai;  e vi ho aiutato
    anch'io a sfogliarle,  sorridendo  e  chiudendo  gli  occhi,  come  fo
    adesso,  per  non sentirne le spine.  Se mentre vi scrivo per l'ultima
    volta non ho saputo nascondervi tutte quelle che mi son rimaste  nelle
    mani,  perdonatemi. Non  come cavarsi un guanto, capirete! Ma " pena
    cos dolce" che  tornerei  a  chiudere  gli  occhi,  e  a  buttarmi  a
    capofitto nelle spine.  - Non con voi,  Riccardo. Con voi il bel sogno
    d'oro  finito,  e bisogna metterci  sopra  la  croce  delle  orazioni
    funebri.

    Il  salice piangente stavolta son proprio io,  la Ginevra vostra di un
    tempo.















    CIO' CH'E' IN FONDO AL BICCHIERE.

    Quando la signora Silverio torn insieme al marito - da Nuova York, da
    Melburne,  chi lo sa?  - tutti videro ch'era finita  per  lei,  povera
    Ginevra. Metteva del rossetto; portava ancora la pelliccia nel mese di
    maggio,  veniva  a  cercare  il  sole e l'aria di mare alla Riviera di
    Chiaja,  dalle due  alle  quattro,  nella  carrozza  chiusa,  come  un
    fantasma.  Ma  ci  che stringeva maggiormente il cuore era la macchia
    sanguigna di quell'incarnato  falso  nel  pallore  mortale  delle  sue
    guance,  e  il sorriso con cui rispondeva al saluto degli amici - quel
    triste sorriso che voleva rassicurarli.
    Anche il Comandante non si  riconosceva  pi:  aveva  la  barba  quasi
    grigia,  le  spalle curve,  e delle rughe che dicevano assai su quella
    faccia abbronzata d'uomo di mare. Indovinavasi ci che avessero dovuto
    fargli soffrire i farfalloni che svolazzavano un  tempo  intorno  alla
    sua  bella  Ginevra,  adesso  che  non  era pi geloso di lei,  ed era
    tornato a prendersela sotto il braccio pietosamente,  chinando il capo
    a  tutti  i suoi capricci,  quasi sapesse che la povera non ne avrebbe
    avuti per molto tempo...
    Dopo era ripartito subito, per ordine superiore, dicevasi;  e dicevasi
    pure   che   l'ordine   d'imbarcare   l'avesse  chiesto  colla  stessa
    sollecitudine con cui un tempo aveva desiderato  di  non  lasciare  la
    moglie e il Dipartimento di Napoli.  Essa, disperatamente, s'attaccava
    alla vita colle manine scarne, povera donna, e affaticavasi a menare a
    spasso i suoi guai e i suoi terrori segreti, ai balli, in teatro, come
    ripresa dalla febbre mondana - e forse era la  stessa  febbre  che  la
    teneva  in piedi,  sotto le armi,  torturandosi delle ore dinanzi allo
    specchio,  per strascinarsi  poi  col  fiato  ai  denti  sino  al  suo
    palchetto,  o  per  passare  soltanto da una sala da ballo.  - Ma cos
    felice,  sotto la carezza dei binoccoli che si puntavano sul suo petto
    anelante,  e  sembravano scaldarle il sangue nelle vene!  Cos grata a
    quell'anima buona che venisse a farle un briciolo di  corte!  -  Senza
    cadere in tentazione,  no! La tentazione ormai era lontana, e le aveva
    lasciato i lividori sulle carni.  - Tanto  che  sorrideva  al  marito,
    quando egli era ancora l, come a dirgli: - Vedi, che male c'?...
    Aveva preso un quartiere in via di Chiaja, per stare notte e giorno in
    mezzo al rumore e al movimento della citt; perch gli amici venissero
    a trovarla pi facilmente,  all'uscire dal teatro o prima di pranzo, e
    riceveva specialmente il mercoled sera. Suo marito stesso me ne aveva
    fatto  cenno  al  caff,   prima  di  partire,   dimenticando  le  sue
    prevenzioni  contrarie  e  forse  anche  i  suoi  sospetti:  - Venga a
    trovarla, povera Ginevra. Le far tanto piacere.
    Ella accoglieva con gran festa tutti quanti. Appena mi vide,  mi corse
    incontro col suo bel sorriso che innamorava,  stendendomi le mani. Era
    proprio tornata la bella signora Silverio che  ci  faceva  perdere  la
    testa  a  tutti  noi  della  Regia  Marina,  quando  i disinganni e le
    amarezze non avevano ancora spento il suo bel  sorriso  civettuolo,  e
    messo  qualcosa  di  duro nella linea delle sue labbra.  - Ho lasciato
    tutto l,  le noie,  le cose tristi!  pareva dire;  e faceva un  gesto
    grazioso col braccio esile, accennando lontano, allorch tornavano nel
    discorso i ricordi malinconici.
    Al primo vederla, sotto il gran paralume chinese vicino al quale stava
    pi volentieri,  non mi parve nemmeno tanto patita.  Dei pizzi superbi
    davano una certa vaporosit alla sua figurina  snella,  e  dei  grossi
    filari  di  perle  le coprivano interamente la scollatura del vestito.
    Ripeteva sovente: - Adesso sto bene. Son guarita interamente.
    Sorrideva anche delle sue paure.  Soleva rammentarle soltanto per  far
    capire  che  le  avevano  lasciato  una grande indulgenza per tutte le
    debolezze e tutti gli errori umani.
    - E i tradimenti anche!  -  mi  disse,  spalancando  gli  occhioni,  e
    accennando  col  muover  del  capo e col sorriso che mi accusavano.  -
    Sapete che sono stata molto male,  caro d'Arce?  Ho creduto di fare il
    gran viaggio! Torno da lontano, adesso... di laggi, dove si sa tutto,
    e tutto si perdona!...
    Si  volse  a  cercare  la  sua  amica  Maio,  e la preg lei stessa di
    offrirmi il th.  Da lontano vidi i suoi occhi fissi su  di  noi,  nel
    breve  istante che scambiammo un profondo inchino cerimonioso.  Poi la
    bella Maio torn a raccogliere gli  omaggi  altrui  come  una  regina.
    Quando  andai  a  posare  la tazza vuota sul tavolinetto,  al quale la
    signora Ginevra appoggiava di tanto in tanto la mano, coll'aria un po'
    stanca e affaticata,  ella mi chiese a bruciapelo,  fissandomi in viso
    quegli occhi luminosi:
    - Cos? Non avete pi nulla da dirvi, n voi n lei?
    - Ahim, no.
    - Oooh! - esclam ridendo, - oooh!...
    E inzuccher senza piet il th dell'Ammiraglio.
    La  contessa  Ardilio  le  offr di aiutarla.  Ella accett subito per
    venire a sedere accanto a me su di un canap d'angolo.
    - Abbiamo molte cose da dirci; ma  meglio non parlarne,  vero? A che
    serve oramai?  Siamo perfettamente ragionevoli tutti e  due...  Allora
    quando  seppi  il  torto  che  avete  fatto  alla parola datami...  il
    giuramento del marinaio,  vi  rammentate?...  -  E  sorrideva,  povera
    Ginevra.  -  Per non ve ne volli...  n a voi,  n a lei...  Ebbi dei
    torti anch'io... Ma voi sapevate che non ero libera...
    Allora mi parl francamente di Alvise,  il solo che non potesse  farsi
    vivo fra i suoi amici.  - Anch'io ho bisogno di perdono, lo so!... Ora
    tutto ci  passato... lontano tanto! Vedete come ve ne parlo?...
    Tornava a fare quel gesto vago,  tirando in su i  guanti  lunghissimi.
    Tutta  la  sua  civetteria  riducevasi  adesso  a  una  cura gelosa di
    nascondere le sue povere carni mortificate.
    E di colui pel quale aveva sentito  forse  pi  trionfante  la  vanit
    della  sua bellezza,  quando appariva in una festa,  colle spalle e le
    braccia nude, soltanto per lui, discorreva adesso tranquillamente, con
    una certa amara disinvoltura.  Solamente non lo chiamava pi  pel  suo
    nome di battesimo:
    -  Povero Casalengo...  Un buon amico e un uomo di mondo...  Dei pochi
    che sappiano pigliarlo com', il mondo!...
    Rammentava ancora gli altri,  passando in rivista  delle  memorie  che
    accendevano  dei punti luminosi nelle sue pupille.  D'un solo non fece
    motto;  forse perch era ancora troppo presente dinanzi ai suoi occhi,
    quando  parevano  oscurarsi  a  un  tratto,  e pareva come delle ombre
    livide le lambissero il viso emaciato.
    Ma tornava subito gaia e sorridente,  occupandosi dei  suoi  invitati,
    facendosi in quattro per pensare a tutti.  Si avventur sino all'uscio
    del salotto ove  fumavasi,  col  fazzoletto  alla  bocca,  con  quella
    gaiezza che rendeva cos ospitale la sua casa.
    - No, no, mi piace anzi! Fumerei anch'io, se non mi facesse tossire. -
    Avrebbe  chiuso  gli  occhi,  e  si sarebbe lasciata soffocare per far
    piacere agli altri, ed avere tutte le sere la casa piena di gente sana
    e allegra che la facessero illudere d'esser sana e allegra  lei  pure.
    Aveva  inchiodato Sansiro al pianoforte,  e minacciava di fare un giro
    di valzer.
    - No! con lei,  no!  giammai!  - mi disse respingendomi con le braccia
    tese.
    Sembrava  proprio  rivivere  nel  suo  elemento,  e  parlava insino di
    "lasciarsi andare" a  bere  "qualcosa  di  forte"  eccitandosi,  colle
    guance gi accese e il sorriso ebbro,  lei che aspirava soltanto delle
    lunghe boccate d'etere "per tenersi su". Per, di tanto in tanto, alla
    sfuggita, guardavasi furtivamente negli specchi, e l'occhiata ansiosa,
    quasi smarrita,  tradiva l'interno sbigottimento.  Tutt'a  un  tratto,
    mentre  mesceva  il th a dei giovanotti ch'erano giunti tardi,  venne
    meno fra le braccia di Serravalle, tutta di un pezzo,  come un cencio.
    Nondimeno,  appena  si riebbe alquanto,  cerc di rassicurare amici ed
    amiche che le si affollavano intorno,  volgendo la  cosa  in  scherzo,
    bianca   come   il  suo  vestito,   facendosi  vento  col  fazzoletto,
    balbettando, col sorriso smorto:
    - Ah!...  la colpa  di Serravalle!...  Non  posso  vedermelo  accanto
    senza cadergli fra le braccia...  E' destinato,  povero Serravalle!...
    Si rammenta, quella volta che si ballava insieme in casa Maio?
    Fu l'ultima  sua  festa,  povera  donna.  A  poco  a  poco  gli  amici
    dileguarono quasi tutti; e ci la rattristava assai, quantunque non lo
    dicesse.  Chiedeva  di  loro  ai pochi fedeli che continuavano a farle
    visita, di tanto in tanto.  Un giorno che le recai il saluto di Alvise
    prov un gran piacere.  - Ah,  Casalengo...  si rammenta!... - mormor
    lieta.
    Volle anche sapere a chi Casalengo facesse la corte, in quel tempo,  e
    le  sfavillavano  gli  occhi  alle  piccole  maldicenze  che  si fanno
    sottovoce nei circoli mondani.
    - Colui,  s!...  sa vivere!  - ripet,  e accennava  pure  col  capo,
    assorta.
    Mi  era grata del tempo che rubavo "all'altra mia amica" per dedicarlo
    a lei, e mi chiamava "il suo buon fratello". Fratello,  non  vero?  -
    ripeteva  colla  sua grazia maliziosa.  E c'era quasi un rimasuglio di
    rancore involontario nella carezza della parola affettuosa.
    Alcune volte, quando mi diceva quelle cose, specie sull'imbrunire, che
    provava una gran tristezza e mi aveva pregato  di  non  lasciarla  mai
    sola,  al vedere i suoi occhi luminosi, il sorriso ancora dolce che le
    rianimava il viso e pareva dissiparne le ombre,  mi sentivo riprendere
    irresistibilmente da quella moribonda, con un'immensa dolcezza amara.
    Essa preferiva quell'ora,  l'angolo del salotto riparato dal paravento
    chinese,  la mezzaluce che dissimulava il suo pallore e il  suo  male.
    Era il suo pudore e l'ultima sua civetteria. Nell'ombra sentiva che il
    suo  profumo  e  la  sua voce ancora dolce mi parlavano meglio di lei,
    della Ginevra che avevo conosciuto un tempo.
    - "Colei" lo sa che  siete  qui...  che  fate  un'opera  buona...  per
    meritarvi il paradiso?
    Come  diceva  quelle  parole!  Come esse sonavano e penetravano!  Come
    attiravano verso di lei quell'anelito frequente e quelle  povere  mani
    febbrili!
    - No...  non mi fiderei pi degli amici... e delle amiche! Ho imparato
    a spese mie, caro d'Arce!
    Una sera che aveva tossito pi  del  solito,  e  parlava  pi  triste,
    reggendosi  il  capo  col  braccio  appoggiato  al tavolino,  mi disse
    guardandomi  fisso,  china  verso  di  me,   nello  stesso  tempo  che
    schermivasi dalla luce colla mano aperta.
    -  Noi  non  siamo  stati mai...  nulla.  Ecco perch mi siete rimasto
    fedele.
    Le si era fatta la voce un po' roca.  Tutto ci  che  le  veniva  alla
    mente  e sulle labbra aveva la stessa velatura stanca,  e un abbandono
    che avvinceva me pure. Senza quasi avvedermene le avevo preso la mano,
    ed essa me la lasci, calda ed inerte.
    Allora, senza guardarmi, quasi senza volerlo, mi confid il segreto di
    ci che aveva sofferto laggi,  lontana da tutti,  in paese straniero.
    Una storia semplice e dolorosa, senza dramma, senza neppure l'ombra di
    una  rivale.  Colui  pel  quale aveva abbandonata la sua casa e la sua
    patria non l'amava pi: ecco tutto.  - Amore...  chi  lo  sa?  Anch'io
    avevo  amato  Casalengo...  o  m'era  parso,  prima  di  lasciarlo per
    quell'altro... - Per una parola che ci suoni meglio all'orecchio,  per
    un'occhiata  che  lusinghi  il  nostro  vestito  nuovo,  per una frase
    musicale che ci faccia sognare  ad  occhi  aperti...  Ecco  perch  ci
    perdiamo,  e  ci  che  forma  quest'amore.  Quando  egli non ebbe pi
    dinanzi altre seduzioni con cui confrontare la mia,  quando  non  tem
    pi  altri rivali...  Una mattina,  sull'alba,  torn pallido e fosco.
    Aveva perduto.  Giuocava da un pezzo,  da che non mi amava pi.  E  si
    voleva  uccidere  perch  non poteva pagare...  Non per me...  Lui che
    aveva  tutte  le  delicatezze,  tutta  la  poesia,  tutta  la  nobilt
    dell'animo.  E  l'ultima  rottura fra di noi,  l'ingiuria che non pot
    perdonarmi,  fu quando gli offrii d'aiutarlo,  io ch'ero parte di lui,
    che vivevo soltanto per lui,  che gli avevo sacrificato ben altro, che
    non sapevo cosa farmi  del  mio  denaro...  Mi  lasciava  appunto  per
    questo,  perch  egli  non  ne aveva pi.  L'onore degli uomini  cos
    fatto. Poi, quand'egli fu partito,  colui che aveva detto di non poter
    vivere senza di me,  lasciandomi sola e moribonda in un albergo... mio
    marito ebbe piet di me - lui che non mi amava pi e  non  doveva  pi
    amarmi... Pag un altro debito d'onore anche lui...
    Parlava  calma,  con  un  filo  di voce,  interrompendosi di tratto in
    tratto e lasciando morire in un soffio  certe  parole.  Le  pass  sul
    volto un sorriso che la fece sembrare pi pallida.
    -  Povero  d'Arce!  V'ho  intronate le orecchie per narrarvi le solite
    storie.  Cose che succedono  a  tutti...  Lo  sappiamo  e  torniamo  a
    cascarci.  Allora  vuol  dire che dev'essere cos,  non  vero?  Anche
    voi...
    Nel luglio e l'agosto stette meglio.  Per non  si  lasci  indurre  a
    mutar paese per qualche tempo.  Il silenzio e la quiete della campagna
    le facevano paura.  Volle piuttosto andare alla festa di  Piedigrotta.
    S'era  fatto fare apposta un vestito elegantissimo,  e aveva combinato
    una carrozzata allegra,  nella quale ero invitato io pure.  - La Maio,
    no!  -  mi  disse  sfavillante.  Tutto  quel  chiasso e quel movimento
    l'eccitavano assai.
    Torn stanchissima e si mise a letto per due o  tre  giorni.  Dopo  si
    strascin  ancora  un pezzo fra letto e lettuccio.  La tristezza delle
    giornate autunnali la pigliava lentamente.  Se non mi  vedeva  all'ora
    solita,  mi  teneva  il  broncio,  quasi  avessi  mancato a una tacita
    promessa.  Faceva spesso dei progetti per l'avvenire;  s'illudeva  pi
    facilmente, ora che le fuggiva la terra sotto i piedi, e che non aveva
    pi  la  forza  di  strascinarsi  sino  al  canap.  Cos  tenacemente
    s'attaccava al mio braccio,  che le parlavo anch'io di Sorrento  e  di
    Nizza,  col cuore stretto.  Ella diceva di s,  di s, tutta contenta,
    tornando ad affermare col capo, tornando a sorridere come una bambina.
    Consultava insieme a me delle guide e dei giornali di  mode,  e  aveva
    fissato  l'epoca  del viaggio: - Dopo il carnevale,  appena torner la
    primavera. Torner a rifiorire anch'io, vedrete!  Tutti v'invidieranno
    la vostra bella amica... Amica, veh!
    Aveva ordinato degli abiti da ballo per quell'inverno. Si faceva bella
    ancora per me.  Diceva "che erano le sue prove generali".  Una sera si
    fece trovare  in  abito  da  ballo,  presso  un  gran  fuoco.  Com'era
    contenta,  povera  Ginevra!  Quel  sorriso ingenuo nella bocca e negli
    occhi che le mangiavano il viso,  mi mise un brivido nei  capelli:  lo
    stesso brivido che mi faceva trasalire quando l'udivo gemere sottovoce
    nella  stanza accanto per abbigliarsi - e quel giorno che la cameriera
    mi chiam spaventata,  cercando  colle  mani  tremanti  la  boccettina
    d'etere  sopra  la tavoletta.  Essa,  pure in quel momento,  coprivasi
    colle mani il misero petto scarno...
    Una volta mi disse: - Quanto  saremmo  stati  felici...  allora...  di
    poterci vedere liberamente, come adesso!...
    In dicembre peggior rapidamente. Non si alz pi dal letto; non parl
    pi di viaggi. Il parlare stesso la stancava. La baraonda e l'allegria
    fragorosa del Natale napoletano le davano noia. Sembrava distaccarsi a
    poco a poco da ogni cosa.
    Per  voleva  ancora che andassi a vederla spesso,  pi che potevo,  e
    lagnavasi  che  tutti  l'abbandonassero.   Stava  poi  ad  ascoltarmi,
    immobile,  guardandomi fisso.  Alle volte i suoi occhi si offuscavano,
    quasi guardassero dentro s stessa, o in un gran buio, e il viso le si
    affilava  maggiormente,  con  un'espressione  d'angoscia  vaga.   Dopo
    sembrava  ritornare  da  lontano,   con  una  cert'aria  smarrita.  Mi
    sorrideva   dolcemente,    quasi   per   scusarsi    dell'involontaria
    distrazione, ma in modo che stringeva il cuore.
    In quei giorni torn a Napoli suo marito chiamato per telegrafo.  Essa
    volle festeggiare con lui l'ultima  sera  dell'anno,  e  invit  pochi
    amici.  Le  avevano apparecchiato un tavolino accanto al letto,  e dei
    fiori,  un  gran  numero  di  candele  nella  camera.  Era  raggiante,
    poveretta,  e sembrava proprio una bambina,  sparuta,  fra le gale e i
    pizzi della cuffia e del corsetto. Ci salutava col capo ad uno ad uno,
    alzando verso di noi la coppa nella quale aveva fatto versare un  dito
    di  "champagne",  e  beveva  cogli  occhi  alla  nostra salute,  senza
    accostarvi le labbra,  come sapesse ci  che  si  trova  in  fondo  al
    bicchire,  come  anche i nostri augurii la rattristassero.  Infine si
    lasci vincere dalla comune gaiezza: parve che tornasse a sorridere  a
    una vaga speranza,  e sorrideva a tutti, a tutti noi, cogli occhi e le
    labbra, col viso pallido e magro.
    Il capo d'anno le recai dei fiori,  un gran fascio  di  rose  che  ero
    andato  a  cogliere  per  lei  a  Capodimonte.  Ella si lev giuliva a
    sedere, e le volle sul letto,  tutte.  Ripeteva: - Quante!  quante!  -
    scegliendo le pi belle, immergendovi le mani...
    Era  tanto  contenta!  Mi  mostr  i regali che le avevano mandato gli
    amici,  e le amiche...  "tutti quanti!" La camera n'era  piena,  sulle
    mensole, sul canap, da per tutto. Ella indicava ad uno ad uno il nome
    del  donatore.  Dalla  gioia  mi  pose  un  braccio  intorno al collo,
    dicendomi:
    - Ma nessuno come voi!... nessuno! Voi siete il mio caro fratello, non
     vero? E mi vorrete sempre bene cos,  sempre,  sempre...  perch non
    fummo mai altro!...  Un momento... ci fu il pericolo... Vi rammentate?
    Ma era scritto lass!... lass! ...
    In quel momento portarono il regalo del marito: un magnifico abito  da
    ballo che la cameriera spieg trionfante sulla poltrona. Ella indovin
    la  delicata  e  pietosa intenzione d'illuderla che c'era nella scelta
    del dono, e ne fu scossa profondamente. Non disse nulla;  gli occhi le
    si fecero pi grandi e pi lucenti,  e torn a coricarsi, tirandosi la
    coperta fino al mento.
    Mi lasci senza dirmi addio,  povera e cara Ginevra !  L'ultima  volta
    che  la  vidi,  in  presenza  del  marito  e di due o tre altri,  ella
    sembrava gi non fosse pi di questo mondo.  Non mi disse  nulla;  non
    sembr  nemmeno  accorgersi di me.  Stava zitta,  chiusa,  cogli occhi
    sbarrati e fissi.  Il Comandante rispondeva per  lei  qualche  parola,
    colla voce rauca, i capelli arruffati, la barba incolta, pallido anche
    lui,  e col viso gonfio dalle notti insonni. Un momento appena, udendo
    la mia voce, ella volse su di me quegli occhi che non guardavano e non
    dicevano pi nulla: e torn a  rivolgerli  altrove,  indifferente.  Li
    attirava adesso soltanto una striscia di luce che moriva sulle tendine
    istoriate.
    Fu l'ultima volta che la vidi.  Dopo,  l'uscio delle sue stanze rimase
    chiuso per tutti.  Erano arrivati dei parenti da Venezia e da  Genova.
    Gli  amici  erano  tornati a chiedere di lei o a lasciare il loro nome
    alla porta: tutti coloro che avevano  ballato  in  quella  casa  e  vi
    avevano passato delle ore liete.  Parecchi ci avevano perduto anche la
    testa, un tempo, e parlavano di lei che moriva,.  a voce bassa,  prima
    di tornare al Circolo o al teatro, facendosi piccini dinanzi al marito
    che ripigliava il suo posto in casa sua,  all'ultima ora,  invecchiato
    in un mese, rispondendo alle condoglianze e alle strette di mano collo
    sguardo chiuso e la mano gelida.
    Seppi ch'era morta dall'invito per assistere ai funerali.  Nelle  sale
    dove  essa  ci  aveva ricevuti festante,  era una gran folla,  e molti
    fiori,  come il primo giorno dell'anno,  sulle mensole,  sui tavolini,
    sul   pianoforte.   C'erano  tuttora  gli  avanzi  delle  candele  nei
    candelabri posti dinanzi agli specchi dove ella s'era guardata. Le sue
    amiche misero dei fiori  sulla  bara.  La  signora  Maio  soffocava  i
    singhiozzi con un fazzolettino di pizzo.
    Prima  di  morire  aveva detto che voleva una semplice bara coperta di
    raso bianco,  e una semplice  lapide  col  suo  nome.  Non  ci  furono
    discorsi  sulla tomba.  La sua orazione funebre fu fatta da Casalengo,
    che venne a trovarmi la sera stessa, per parlarmi di lei.
    Povera Ginevra! e non disse altro.


















    DRAMMA INTIMO.

    Casa  Orlandi  era  tutta  sossopra.  La  contessina  Bice  spegnevasi
    lentamente: di malattia di languore, dicevano gli uni: di mal sottile,
    dicevano gli altri.
    Nella  gran  camera  da  letto,  quasi  buia  in  tutto  il  quartiere
    illuminato come per una festa, la madre, pallidissima,  seduta accanto
    al letto dell'inferma,  aspettava la visita del dottore, tenendo nella
    mano febbrile la mano scarna e ardente della figliuola, parlandole con
    quell'accento carezzevole,  e quel falso sorriso con cui si  cerca  di
    rispondere allo sguardo inquieto e scrutatore dei malati gravi. Tristi
    colloqui  che  celavano sotto una calma apparente la preoccupazione di
    un morbo fatale, ereditario nella famiglia,  il quale aveva minacciato
    la  contessa  medesima dopo la nascita di Bice - il ricordo delle cure
    inquiete e trepide che avevano accompagnato l'infanzia delicata  della
    bambina  -  l'ansia  dei  presentimenti  minacciosi  che avevano quasi
    soffocato la maternit della genitrice e scusato i  primi  traviamenti
    del  marito,  morto  giovane,  di  un  male  da decrepito,  dopo avere
    agonizzato  degli  anni  su  di  una  poltrona.  Pi  tardi  un  altro
    sentimento aveva fatto rifiorire la giovinezza della vedova, appassita
    anzi tempo fra quella culla minacciata, e quello sposo di gi cadavere
    prima  di  scendere  nella  tomba:  un  affetto  profondo  e  occulto,
    inquieto,  geloso,  che si mischiava a tutte le sue gioie  mondane,  e
    sembrava vivere di esse,  e le raffinava,  le rendeva pi sottili, pi
    penetranti,  quasi una delicata volutt che profumava ogni  cosa,  una
    festa,  un trionfo di donna elegante. Adesso quell'altra nube paurosa,
    sorta a un tratto colla malattia della figlia in quel  cielo  azzurro,
    sembrava  posare  simile  a  una  gramaglia sui cortinaggi pesanti del
    letto dell'inferma, e distendersi sino a incontrare degli altri giorni
    neri: la lunga agonia del marito,  la faccia grave  e  preoccupata  di
    quello  stesso  medico ch'era venuto quell'altra volta,  il tic-tac di
    quella stessa pendola che aveva segnato delle ore d'agonia, e riempiva
    ora tutta la camera,  tutta la casa,  di  un'aspettativa  lugubre.  Le
    parole  della  madre  e  della figliuola,  che volevano sembrar gaie e
    tranquille,  morivano come  un  sospiro  nella  penombra  della  volta
    altissima.

    A un tratto il campanello elettrico squill nella lunga fila di stanze
    sfavillanti  e deserte.  Un servitore silenzioso precedeva in punta di
    piedi il medico, vecchio amico di casa,  il quale sembrava solo calmo,
    nell'attesa  inquieta di tutti.  La contessa si rizz in piedi,  senza
    poter dissimulare un tremito nervoso.
    - Buona sera.  Un po' tardi oggi...  Finisco adesso  il  mio  giro.  E
    questa ragazza com' stata?
    S'era  seduto di contro al letto;  aveva fatto togliere la ventola dal
    lume,  ed esaminava l'inferma tenendo fra le dita bianche e  grassocce
    il  polso  delicato  e  pallido  della fanciulla,  ripetendo le solite
    domande.  La contessa rispondeva con un lieve  tremito  nervoso  nella
    voce;  Bice,  con  monosillabi  tronchi  e fiochi,  sempre fissando il
    medico  con  quegli  occhi  inquieti  e  lucenti.  Nell'anticamera  si
    succedevano gli squilli sommessi del campanello che annunziavano altre
    visite,   e   la   cameriera  entrava  come  un'ombra  per  annunziare
    all'orecchio della signora il nome degli amici intimi che  venivano  a
    chiedere notizie della contessina.
    A un certo momento il dottore rizz il capo.
    -  Chi    entrato adesso nella sala accanto?  - domand con una certa
    vivacit.
    - Il marchese Danei, - rispose la contessa.
    - La solita pozione per questa  notte,  -  continu  il  medico  quasi
    avesse dimenticato la sua domanda. - Bisogna osservare a che ora cadr
    la febbre. Del resto, nulla di nuovo. Diamo tempo alla cura...
    Ma non lasciava il polso dell'inferma, fissando uno sguardo penetrante
    sulla fanciulla,  la quale aveva chinato gli occhi. La madre aspettava
    ansiosa.  Un istante le pupille ardenti della figlia si  fissarono  in
    quelle di lei, e Bice avvamp subitamente in viso.
    -  Per  carit,   dottore!  per  carit!  -  supplicava  la  contessa,
    riaccompagnando il medico,  senza badare agli amici e ai  parenti  che
    aspettavano  in  sala chiacchierando fra di loro sottovoce.  - Come ha
    trovato stassera la mia ragazza? Mi dica la verit!
    - Nulla di nuovo, - rispondeva lui.  - La solita febbriciattola...  il
    solito squilibrio nervoso...
    Ma  quando  furono in un salottino appartato,  si piant ritto dinanzi
    alla contessa, e disse bruscamente:
    - La sua figliuola  innamorata di questo signor Danei.
    La contessa non rispose sillaba.  Solo impallid orribilmente,  e  per
    istinto si port le mani al petto.
    - E' un po' di tempo che lo sospettavo,  - riprese il medico con certa
    rude franchezza.  - Ora ne  son  certo.  E'  una  complicazione  nella
    malattia,  che  per  la  estrema  sensibilit dell'inferma,  in questo
    momento, pu farsi grave. Bisogna pensarci.
    - Lui! - fu la prima parola che sfugg alla madre, quasi fuori di s.
    - S, il polso me l'ha detto. Lei non aveva alcun indizio?  Non ha mai
    sospettato qualche cosa? - Mai!... Bice  cos timida... cos...
    - Il marchese Danei viene spessa in casa?
    La  poveretta,  sotto  lo sguardo fisso e penetrante di quell'uomo che
    assumeva l'importanza di un giudice, balbett:
    - S.
    - Noi altri medici alle volte abbiamo  cura  d'anime,  -  aggiunse  il
    dottore  sorridendo.  - Forse  stata una fortuna che quel signore sia
    venuto mentre io ero qui.
    - Ma ogni speranza non  perduta, dottore? Per l'amor di Dio!...
    - No... secondo i casi. Buona sera.
    La contessa rimase  un  momento  in  quella  stanza,  quasi  al  buio,
    asciugandosi col fazzoletto il freddo sudore che le bagnava le tempie.
    Quindi  ripass per la sala,  rapidamente,  salutando gli amici con un
    cenno del capo,  guardando appena  Danei,  ch'era  in  un  canto,  nel
    crocchio degli intimi.
    - Bice!... figlia mia!... Il medico t'ha trovata meglio oggi, sai!
    -  S,  mamma!  -  rispose  la  fanciulla dolcemente,  con quell'amara
    indifferenza degli ammalati gravi che stringe il cuore.
    - Di l ci sono degli amici... che sono venuti per te... Vuoi vederli?
    - Chi sono?
    - Ma... tutti. La zia, Augusta...  il signor Danei...  Possono entrare
    un momentino?
    Bice chiuse gli occhi,  come assai stanca,  e nell'ombra,  cospallida
    com'era, si vide un lieve rossore montarle alle guance.
    - No, mamma. Non voglio veder nessuno.
    Attraverso le palpebre chiuse,  delicate come foglie di rosa,  sentiva
    fisso   su   lei   lo  sguardo  desolato  e  penetrante  della  madre.
    All'improvviso riapr gli occhi,  e le butt al  collo  quelle  povere
    braccia esili e tremanti sotto la battista,  con un atto ineffabile di
    confusione, di tenerezza e di sconforto.
    Madre e figlia si tennero abbracciate a lungo,  senza dire una parola,
    piangendo entrambe delle lagrime che avrebbero voluto nascondersi.

    Ai parenti e agli amici che chiedevano premurosi notizie dell'inferma,
    la contessa rispondeva come al solito, ritta in mezzo alla sala, senza
    poter  dissimulare  uno  spasimo  interno  che  di quando in quando le
    mozava il respiro. Allorch tutti se ne furono andati, rimasero faccia
    a faccia Danei e lei.
    Tante volte,  durante la malattia di Bice,  erano rimasti soli  alcuni
    minuti,  come  allora,  nel  vano  della finestra,  scambiando qualche
    parola di conforto e  di  speranza,  o  assorti  in  un  silenzio  che
    accomunava i loro pensieri e le loro anime nella stessa preoccupazione
    dolorosa.  Momenti tristi e cari, nei quali essa attingeva il coraggio
    e la forza di rientrare nell'atmosfera cupa e lugubre di quella stanza
    d'inferma con un sorriso d'incoraggiamento.  Stettero  alquanto  senza
    aprir  bocca,   colla  fronte  sulla  mano.  La  contessa  aveva  tale
    espressione di tristezza in tutta la persona, che Danei non trovava la
    parola da dirle. Finalmente le stese la mano. Ella ritir la sua.
    - Sentite, Roberto... Ho da dirvi una cosa...  una cosa da cui dipende
    la vita di mia figlia...
    Egli aspettava, serio, un po' inquieto.
    - Bice vi ama!...
    Danei  parve sbalordito,  guardando la contessa che si era nascosto il
    viso fra le mani, e piangeva dirottamente.
    - Essa!... E' impossibile!... Pensateci bene!...
    - No...  E' un'idea che m'ha fatto nascere il suo medico...  Ed ora ne
    son certa. Vi ama da morirne...
    - Vi giuro!... Vi giuro che...
    - Lo so, vi credo. Non ho bisogno di cercare perch mia figlia vi ami,
    Roberto! - esclam la madre tristamente.
    E si abbandon sul divano.
    Roberto  era  commosso anche lui.  Tent di pigliarle la mano un'altra
    volta. Ella la respinse dolcemente.
    - Anna! ...
    - No... no! - rispose lei risolutamente.
    E le lagrime silenziose pareva che le solcassero le  guancie  delicate
    come degli anni,  degli anni di dolore e di gastigo che sopravvenivano
    tutt'a un tratto nella sua esistenza spensierata. Il silenzio sembrava
    insormontabile. Infine Roberto mormor:
    - Cosa volete che faccia?... dite...
    Essa lo guard smarrita, con un'angoscia indicibile, e balbett:
    - Non so!... non so... Lasciatemi tornar da lei... Lasciatemi sola...

    Come rientrava nella camera dell'inferma,  dall'ombra del  cortinaggio
    gli  occhi della figlia luccicarono ardenti,  fissi su di lei,  con un
    lampo incosciente che agghiacci la madre sulla soglia.
    - Mamma, - chiese Bice, - chi c' ancora?
    - Nessuno, figlia mia.
    - Ah!... Statti con me, allora. Non mi lasciare.
    E le teneva le mani, tremante.
    - Povera bambina! Povero amore!  Guarirai presto,  sai!  L'ha detto il
    medico.
    - Si, mamma.
    - E... e... sarai felice.
    La figlia le fissava sempre in viso quello sguardo.
    - S, mamma.
    Poi  chiuse  gli  occhi,  che  sembravano  neri nelle orbite incavate.
    Successe un mortale silenzio.  La madre scrutava quel viso  pallido  e
    impenetrabile  con  uno  sguardo ardente,  arrossendo e impallidendo a
    vicenda.
    A un tratto si fece smorta come lei, e la chiam con un'altra voce:
    - Bice!
    Il suo petto si contraeva spasmodicamente,  come se  qualche  cosa  vi
    agonizzasse  dentro.  Poscia  si  chin  sulla  figliuola,  posando la
    guancia  febbrile  su  quell'altra  guancia  scarna,   e  le   mormor
    nell'orecchio, con un soffio appena intelligibile:
    - Senti, Bice... tu ami?...
    Bice spalanc gli occhi all'improvviso,  tutta una fiamma in volto.  E
    con quegli occhi sbarrati e quasi  paurosi,  affascinati  dagli  occhi
    lagrimosi della madre,  balbett con un accento ineffabile d'amarezza,
    e quasi di rimprovero:
    - Oh, mamma!...
    Allora la sventurata, sentendosi penetrare quella voce e quelle parole
    sino all'intimo del cuore, ebbe il coraggio di aggiungere:
    - Danei ha chiesto la tua mano.
    - Oh mamma!  oh mamma!  - ripeteva la fanciulla con lo stesso  accento
    supplichevole  e  dolente,  stringendosi nelle coperte con un senso di
    pudore. - Mamma mia!...
    La contessa,  che sembrava anche lei  nello  smarrimento  dell'agonia,
    balbett:
    - Per... se tu non l'ami... se non l'ami... di'!...
    L'inferma  ascoltava  palpitante,  ansiosa,  agitando  le labbra senza
    proferir parola, con gli occhi spalancati,  enormi sul volto rifinito,
    che interrogavano gli occhi della madre. Tutt'a un tratto, come quella
    si  chinava  verso  di  lei,  l'abbracci  stretta,  tremando a verga,
    stringendola  con  tutta  la  forza  delle  sue  povere  braccia,  con
    un'effusione che diceva tutto.
    La madre, in un impeto d'amore disperato singhiozzava:
    - Guarirai! Guarirai!
    E tremava convulsivamente ancor essa.

    Il  giorno dopo la contessa aspettava Danei nel suo gabinetto,  seduta
    accanto al caminetto,  stendendo verso il fuoco le mani  cos  bianche
    che  sembravano  esangui,  cogli  occhi  fissi  sulla  fiamma.  Quanti
    pensieri,  quante visioni,  quanti ricordi passavano dinanzi a  quegli
    occhi!  La  prima volta che si era turbata al cospetto di Roberto - il
    silenzio ch'era caduto all'improvviso fra di loro - e le prime  parole
    d'affetto  che  egli  le aveva sussurrato all'orecchio,  abbassando la
    voce ed il capo - il batticuore delizioso che soleva  imporporarle  le
    gote  ed  il seno,  quando egli l'aspettava nel vestibolo dell'Apollo,
    per vederla passare, bella, fine,  elegante,  nella mantellina di raso
    bianco.  -  Poscia,  le  lunghe fantasticherie color di rosa,  in quel
    posto medesimo, le gioie trepide e intense, le attese febbrili,  nelle
    ore in cui Bice prendeva la lezione di musica o di disegno.  Ora, allo
    squillare  del  campanello,  si  rizz  con  un  tremito  nervoso;   e
    immediatamente,  merc uno sforzo della volont, torn a sedere, colle
    mani in croce sulle ginocchia.
    Il marchese si ferm esitante sull'uscio.  Ella gli stese la mano  che
    ardeva, evitando di guardarlo. Siccome Danei, non sapendo che pensare,
    chiedeva della Bice, la contessa rispose dopo un breve silenzio:
    - La sua vita  nelle vostre mani.
    - Per l'amor di Dio,  Anna!...  v'ingannate!...  - rispose lui. - Bice
    s'inganna... Non pu essere... non pu essere!...
    La contessa scosse il capo tristamente.
    - No, non m'inganno! Me l'ha confessato lei...  Il dottore dice che la
    sua guarigione dipende... da ci!...
    - Da che cosa?...
    Per  tutta  risposta  ella  gli  fiss  negli  occhi gli occhi arsi di
    febbre.  Allora,  sotto  quello  sguardo,  la  prima  parola  di  lui,
    impetuosa, quasi brusca, fu:
    - Oh!... no!...
    Ella giunse le mani.
    -  No,  Anna!  Pensateci bene...  Non pu essere...  V'ingannate...  -
    ripeteva Danei, agitato anche lui violentemente.
    Le lagrime le soffocarono la  voce  in  gola.  Poi  stese  le  mani  a
    Roberto, senza dir nulla, come nei bei tempi trascorsi. Soltanto, quel
    viso  che  gli  esprimeva  uno  spasimo  d'angoscia  e  una  preghiera
    straziante, era diventato tutt'altro in ventiquattr'ore.
    Roberto chin il capo al pari di lei.
    Erano entrambi due cuori onesti e leali, nel significato mondano della
    parola,  nel senso di esser sinceri  in  ogni  loro  atto.  Perch  la
    fatalit facesse abbassare quelle teste alte e fiere, bisognava che le
    avesse  messe  per  la  prima  volta  di  fronte  a  un  risultato che
    rovesciava bruscamente tutta la loro logica, e ne mostrava la falsit.
    La rivelazione della contessa aveva colpito Danei di stupore.  Adesso,
    ripensandoci,  ne  era spaventato;  e in quel contrasto d'affetti e di
    doveri combattentisi  sotto  il  riserbo  imposto  ad  entrambi  dalla
    rispettiva  posizione  che  li  rendeva pi difficili,  egli trovavasi
    imbarazzato.  Parl di loro due,  del passato,  dell'avvenire che  gli
    faceva  paura;  cercando le frasi e le parole onde scivolare sui tanti
    argomenti scabrosi,  per non urtare o ferire alcuno di quei sentimenti
    cos delicati e complessi.
    - Pensateci bene, Anna! Questo matrimonio  impossibile!
    Essa non sapeva che dire. Balbettava solo: - Mia figlia! mia figlia!
    -  Ebbene...  Volete  che io parta...  che mi allontani per sempre!...
    Sapete qual sacrifizio farei!... Ebbene, lo volete?
    - Ella ne morrebbe.
    Roberto esit,  prima d'affrontare  l'ultimo  argomento.  Poi  mormor
    abbassando la voce:
    - Allora... allora non resta che confessarle ogni cosa...
    La madre s'irrigid in una contrazione nervosa, con le dita increspate
    sul bracciuolo della poltrona.  E rispose con voce sorda,  chinando il
    capo:
    - Lo sa!... Lo sospetta!...
    - E nondimeno?... - riprese Danei dopo un breve silenzio.
    - Ne sarebbe morta... Le ho fatto credere che s'ingannava.
    - E lo ha creduto?
    - Oh!  - esclam la contessa  con  un  triste  sorriso.  -  L'amore  
    credulo... Lo ha creduto!
    -  E  voi?  -  chiese  Roberto con un tremito che non pot dissimulare
    nella voce.
    - Io ho gi tutto sacrificato a mia figlia.
    Poi gli stese la mano, e soggiunse:
    - Sentite com' calma?
    - Siete certa che sar sempre cos calma?
    Ella rispose:
    - Sempre!
    E sent freddo nella nuca, alla radice dei capelli.
    Si alz vacillante, e si strinse il capo di lui sul petto.
    - Ascoltate, Roberto,  ora  la madre che vi abbraccia!  Anna  morta.
    Pensate a mia figlia;  amatela per me e per essa.  Ella  pura e bella
    come un angelo. La felicit la far rifiorire.  Voi l'amerete come non
    avete mai amato... Dimenticherete ogni cosa... siate tranquillo!
    Roberto, pallidissimo, non rispose verbo.

    Il  matrimonio della contessina Bice fu annunciato officialmente pochi
    giorni dopo che essa entr in convalescenza.  Amici e parenti venivano
    a  congratularsi nello stesso tempo dei due fortunati avvenimenti.  Il
    marchese Danei era uno sposo convenientissimo, e se qualche indiscreto
    arrischi delle osservazioni sulla disparit degli anni - o altro - fu
    messo  subito  a  tacere  dal  coro  unanime  delle  signore  che   si
    sollevavano scandolezzate. La fanciulla risanava davvero, raggiante di
    vita nuova,  colla sincerit,  la credulit,  l'oblio, l'egoismo della
    felicit,  che espandeva nel seno della madre,  la  quale  trovava  la
    forza di sorridere. Il medico si fregava le mani, borbottando:
    - Io non ci ho alcun merito. Fo come Pilato. Questa benedetta giovent
    se  ne ride della scienza.  Adesso ecco le mie prescrizioni: - Recipe:
    L'inverno a San Remo o a Napoli.  L'estate a Pegli o  a  Livorno.  Una
    scappata  a Roma,  nel carnevale,  e un bel maschiotto alla fine della
    cura.

    La contessa,  alla figliuola che avrebbe voluto condurla  seco,  aveva
    risposto:
    -  No.  Io  e  il  dottore  non  ci abbiamo pi nulla a fare in questo
    viaggio. Tutta la mia pretesa  che siate felici.
    E sorrideva agli sposi, col suo sorriso un po' triste. La figliuola, a
    volte,  aveva inconsciamente degli sguardi acuti che correvano come un
    lampo dal fidanzato alla madre.  A quelle parole,  senza saper perch,
    l'abbracciava ogni volta strettamente, nascondendole il viso in seno.
    La contessa aveva detto che quella sarebbe stata l'ultima sua festa; e
    le sue spalle bianche e delicate mostraronsi realmente un'ultima volta
    allo sposalizio, nelle sale scintillanti di lumi e affollate d'amici e
    parenti come nei giorni pi tristi  in  cui  erano  venuti  a  chieder
    notizie  della Bice.  Roberto,  allorch baci la mano della contessa,
    non pot dissimulare  un  certo  turbamento.  Poscia  quando  l'ultima
    carrozza  fu partita,  e non rimase a pi dello scalone che il piccolo
    "coup" del marchese,  e la carretta inglese che portava alla stazione
    il  bagaglio degli sposi,  mentre Bice era andata a cambiarsi d'abito,
    rimasti soli un momento, la contessa e Roberto:
    - Fatela felice! - disse lei.
    Danei era nervoso;  abbottonava macchinalmente il soprabito da viaggio
    e tornava a cavarsi i guanti. Non disse nulla.
    Madre  e  figlia  s'abbracciarono  teneramente,  a  lungo.  Infine  la
    contessa respinse quasi bruscamente la figliuola, dicendo:
    - E' tardi. Perderete il treno. Andate, andate!

    La contessa Orlandi aveva tossito un poco quell'inverno, e di tanto in
    tanto aveva avuto bisogno del medico. Costui, onde non spaventarla, la
    sgridava,  perch essa soleva passare  la  mattinata  in  chiesa  -  a
    salvarsi l'anima e perdere il corpo diceva lui.  Il buon uomo pigliava
    la cosa leggermente,  per rassicurarla,  ma in realt era inquieto,  e
    ingannandosi a vicenda con una finta gaiezza, pensavano entrambi a una
    minaccia  pi  grave.  Bice scriveva che stava bene,  che si divertiva
    tanto, che era tanto felice,  e pi tardi accenn anche vagamente a un
    altro  avvenimento  che  avrebbe  affrettato il loro ritorno prima che
    finisse l'anno.
    La contessa telegraf di non farne nulla,  di aspettare  l'avvenimento
    l  dove  si  trovavano,  protestando  che  temeva per la figliuola lo
    strapazzo  del  viaggio.   Piuttosto  sarebbe  andata  lei  stessa   a
    raggiungerli. Per non andava mai, cercando mille pretesti, differendo
    di  giorno in giorno quel viaggio,  quasi le pesasse.  I telegrammi si
    succedevano. Infine Roberto ebbe un dispaccio: - Arrivo stasera.
    La prima  persona  che  Anna  vide  sul  marciapiedi  della  stazione,
    giungendo, fu Roberto che l'aspettava, solo. Ella si premeva con forza
    il manicotto sul cuore,  quasi le mancasse il respiro.  Il marchese le
    baci  la  mano,  sul  guanto,  e  le  diede  il  braccio,  mentr'essa
    balbettava:
    - Bice?... Come sta?
    Fuori era fermo il piccolo "coup" del marchese, col servitore accanto
    allo  sportello aperto.  Ella esit un istante,  al momento di montare
    insieme a  lui.  Poi  si  strinse  nel  suo  cantuccio,  chiusa  nella
    pelliccia, col velo sul viso.
    - Bice sta bene,  - rispondeva lui,  - per quanto  possibile...  Sar
    tanto contenta!  - Sembrava che cercasse le parole,  col viso  rivolto
    allo sportello, impaziente d'arrivare. Sfilavano le case e le botteghe
    illuminate.  A  un  tratto successe l'oscurit,  nell'attraversare una
    piazza. Tutti e due, istintivamente, si scostarono e tacquero.
    Bice era corsa ad incontrare la madre,  e le si butt al collo con  un
    diluvio di carezze e di parole sconnesse. Era sofferente, e Roberto le
    diede il braccio per salire le scale.  La contessa veniva dopo, un po'
    stanca anch'essa, soffocata dalla pelliccia greve.
    Allorch  furono  nel  salotto,   in  piena  luce,   ella  fu  colpita
    dall'aspetto  di  Bice;  dalla sua veste da camera larghissima,  dalle
    mani venate d'azzurro, posate sui bracciuoli della poltrona dove s'era
    lasciata cadere come sfinita,  ma raggiante di  una  serena  felicit.
    Roberto  si  chinava per parlarle nell'orecchio.  Senza avvedersene si
    appartavano entrambi spesso e volentieri, discorrendo sottovoce fra di
    loro,  presso la fiamma del caminetto che li  colorava  di  un'aureola
    rosata, lontani dal mondo, lontani da tutti, dimenticando ogni cosa...

    Dopo  il primo sbigottimento di quella sera,  la contessa sembrava pi
    calma.  Allorch trovavasi sola con Roberto,  e lui parlava,  parlava,
    quasi avesse paura del silenzio, ella ascoltava col sorriso distratto,
    sprofondata nella poltrona,  accanto al fuoco che lumeggiava d'azzurro
    i capelli neri,  col fine profilo opaco inquadrato nella luce al  pari
    di un cammeo.
    Per una nube sembrava sorgere fra madre e figlia, nell'intimit della
    famiglia:  una freddezza incresciosa e insormontabile che agghiacciava
    le affettuose espansioni: un imbarazzo che rendeva moleste le  premure
    di Roberto per l'una o per l'altra, e spesso anche la sua presenza fra
    di  loro  -  come  un'ombra  del passato che offuscava gli occhi della
    figlia, che faceva impallidire la madre, che turbava anche Roberto, di
    tanto in tanto.  Una sfumatura d'amarezza accennavasi  a  volte  nelle
    parole pi semplici,  nei sorrisi che si evitavano,  negli sguardi che
    si cercavano sospettosi.
    Una sera che Bice s'era ritirata  prima  del  solito,  e  Roberto  era
    rimasto  nel  salotto insieme alla contessa,  per farle compagnia,  il
    silenzio piomb all'improvviso,  quasi minaccioso.  Anna stava a  capo
    chino,  dinanzi al fuoco che spegnevasi,  presa da un brivido,  tratto
    tratto,  e il lume posato sul  caminetto  le  accendeva  dei  riflessi
    dorati  alla  radice  dei  capelli,  sulla  nuca delicata che sembrava
    accendersi anch'essa di fiamme vaghe.  Come Roberto si chin a prender
    le molle,  essa trasal vivamente,  e si alz di scatto per augurargli
    la  buona  notte,   accusando  un  po'  di  stanchezza.   Il  marchese
    l'accompagn sino all'uscio,  in preda anche lui a un vago turbamento.
    In quella apparve Bice, come un fantasma,  vestita del suo accappatoio
    bianco.
    Madre  e figlia si guardarono,  e la prima rimase senza parola,  quasi
    senza fiato. Roberto, il meno imbarazzato di tutti e tre, chiese:
    - Che hai, Bice?
    - Nulla... Non potevo dormire... Che ora ?
    - Non  tardi.  Tua madre stava  per  ritirarsi...  dice  di  sentirsi
    stanca...
    - Ah, - rispose Bice. - Ah... - E non disse altro.
    Anna, ancora tremante, balbett con un triste sorriso.
    - S... sono stanca... Alla mia et... figliuoli miei!...
    - Ah, - ripet Bice.
    Allora la madre,  facendosi pallida come una morta,  come soffocata da
    un'angoscia ineffabile, aggiunse con quello stesso sorriso doloroso:
    - Non mi credete?... Non mi credi, Bice?...
    E rialzando alquanto i capelli sulle  tempie,  mostr  che  quelli  di
    sotto erano tutti bianchi.
    - Oh... E' un pezzo... tanto tempo!...
    Bice,  con uno slancio affettuoso,  le butt le braccia al collo, e le
    cacci la testa in seno,  senza dir  altro.  E  le  mani  della  madre
    sentirono  che  tremava tutta quanta,  ancor essa.  Roberto,  il quale
    sembrava sulle spine,  s'era levato per andarsene,  quasi  vedesse  di
    esser  di  troppo  fra quelle due donne,  e nell'istante in cui i suoi
    occhi s'incontrarono in quelli di Anna, arross,  e parve divampare in
    quell'istante un ricordo del passato.
    La  contessa  Anna  pass due settimane in casa della figlia,  dove si
    sentiva estranea,  accanto a Bice,  accanto a lui!  Come erano mutati!
    Quando  egli  le  dava  il  braccio  per  andare  a tavola,  quando la
    figliuola le diceva - Mamma! - senza guardarla, e arrossiva se parlava
    di suo marito! - Dimenticherete, siate tranquillo!  - ella aveva detto
    a  Roberto.   E  non  avevano  dimenticato  del  tutto,  n  l'uno  n
    l'altra!...
    Chiudeva gli occhi e rabbrividiva a quel  pensiero...  Qualche  volta,
    all'improvviso,  la  sorprendevano  anche degli impeti di collera,  di
    un'altra gelosia pazza.  Le aveva  rubato  perfino  il  cuore  di  sua
    figlia, colui! Tutto le aveva tolto quell'uomo!
    Una  sera si ud un gran trambusto per la casa.  Cocchieri e servitori
    erano stati spediti in fretta; il medico e un'altra donna erano giunti
    premurosi, ed erano entrati subito nella camera di Bice. E nessuno era
    venuto a cercare di lei,  sua figlia  stessa  non  la  voleva  al  suo
    capezzale,   in  quel  momento.   No,  nessuno  aveva  dimenticato!  -
    Quand'egli  venne  ad  annunziarle  la  nascita  della  sua  nipotina,
    quell'uomo.!...  Quando  lo  vide  cos  commosso  e raggiante...  Non
    l'aveva mai visto cos!  Quando lo vide al capezzale di Bice,  che era
    supina sul letto,  come fosse gi morta,  con una lagrima di tenerezza
    per  lui  soltanto  negli  occhi  socchiusi...  degli  occhi  che  non
    cercavano  che  lui!...   Allora  sent  un  odio  implacabile  contro
    quell'uomo che accarezzava la sua figliuola dinanzi a  lei,  e  a  cui
    Bice soltanto sorrideva, anche in quel punto.
    Come  misero  il suo nome alla neonata,  ed essa la tenne a battesimo,
    disse sorridendo: - Ora posso morire.

    Bice andava rimettendosi lentamente.  Per il suo  organismo  delicato
    vibrava  ancora.  Nei  lunghi  giorni di convalescenza le venivano dei
    pensieri neri, degli impeti d'irritazione sorda e irragionevole, degli
    scoramenti improvvisi,  quasi tutti l'abbandonassero.  Allora guardava
    muta, cogli occhi neri, e diceva al marito con accento indescrivibile:
    - Dove sei stato? - Dove vai? - Perch mi lasci sola!
    Ogni  cosa  la  feriva;  sembrava  ingelosirsi  anche di quel resto di
    eleganza ch'era sopravvissuto nella madre sua.  Era arrivata a  dirle,
    cercando  di  dissimulare  la  febbre che le si accendeva suo malgrado
    negli occhi: - Quando partirai?
    La madre chin il capo, quasi sotto il peso di un gastigo inevitabile.
    Ma Bice tornava poi in s, e pareva chiedere perdono a tutti colle sue
    parole e le sue carezze affettuose.  Appena incominci ad  alzarsi  da
    letto,  la  contessa  fiss  il giorno della partenza.  Nel lasciarsi,
    madre e figlia, alla stazione, etano commosse entrambe, abbracciandosi
    senza dire una parola,  all'ultimo momento,  quasi dovessero lasciarsi
    per sempre.  La contessa giunse tardi a casa sua,  di sera,  affranta,
    intirizzita dal freddo. La casa vuota e deserta era fredda ancor essa,
    malgrado il gran fuoco acceso,  malgrado le lumiere  solitarie,  nelle
    stanze malinconiche.
    La salute della contessa Anna declin rapidamente.  Da prima ne accus
    la stanchezza del viaggio, le commozioni,  la stagione rigida.  Stette
    circa  tre  mesi fra letto e lettuccio,  e il medico torn a visitarla
    tutti i giorni.
    - Non  nulla - ripeteva lei. - Oggi mi sento meglio. Domani m'alzer.
    Alla  figliuola  scriveva  regolarmente,  senza  accennare  per  alla
    gravit del male che l'uccideva. Verso il principio dell'autunno parve
    migliorare  davvero.  Ma a un tratto peggior in guisa che i familiari
    si credettero obbligati di telegrafare al marchese.
    Roberto giunse il giorno dopo, spaventato.
    - Bice non sta  bene,  -  disse  al  dottore  che  l'aspettava.-  Sono
    inquieto  anche per lei.  Non sa nulla...  Ho temuto che la notizia...
    l'agitazione... il viaggio...
    - Ha ragione...  Anche la salute della marchesa ha  bisogno  di  molti
    riguardi...  E' una malattia gentilizia,  pur troppo!... Io stesso non
    avrei preso su di me tale responsabilit...  E se non fosse  stata  la
    gravit del caso...
    - Molto grave? - chiese Roberto.
    Il dottore scosse il capo.
    L'inferma,  appena le annunziarono la visita del genero,  entr in una
    grande agitazione.
    - E Bice? - chiese appena lo vide. - Perch non  venuta?
    Egli balbettava,  quasi pallido quanto lei,  sentendosi  anch'esso  un
    sudore freddo alla radice dei capelli.
    - Siete stato voi... a dirle che non venisse?... - seguitava lei colla
    voce tronca e soffocata.
    Egli  non le aveva mai udito quella voce,  n visto quegli occhi.  Una
    donna,  china sul capezzale,  sforzavasi di calmare l'inferma.  Infine
    essa  tacque,  abbassando  le  palpebre,  stringendo forte le mani sul
    petto.
    Volle confessarsi la sera stessa.  Dopo  che  si  fu  comunicata  fece
    chiamare  di  nuovo  il  genero,  e  gli  strinse  la mano,  quasi per
    chiedergli perdono.
    Nella stanza vagava ancora l'odore dell'incenso - l'odore della morte;
    soffocato di tratto  in  tratto  da  un  odore  pi  acuto  di  etere,
    penetrante,  che  pigliava  alla  gola.  Delle ombre livide sembravano
    errare sul volto della moribonda.
    - Ditele... - balbett la poveretta. - Dite a mia figlia...
    L'affanno la vinceva soffocandole le parole nella  strozza,  facendole
    stralunare gli occhi deliranti. Allora accenn che non poteva pi, con
    un moto del capo desolato.
    Di  tanto  in  tanto  bisognava  sollevare  di peso sui guanciali quel
    povero corpo consunto,  nell'angoscia suprema dell'agonia.  Ella  per
    faceva segno che Roberto non la toccasse.  Le si erano quasi sciolti i
    capelli, tutti bianchi.
    - No... no... - furono le ultime sue parole che si udirono gorgogliare
    indistinte.  Giunse le mani per chiudere la battista  che  le  si  era
    aperta sul petto, e cos pass, colle mani in croce.











    ULTIMA VISITA.

    "Vorrei morir..."
    Donna  Vittoria cantava divinamente.  Per gli amici che frequentavano
    la sua casa (casa Delfini era una specie di  succursale  del  Circolo)
    l'udivano  raramente.  Essa  pretendeva  che  il  canto l'affaticasse;
    soleva dire ridendo che sarebbe morta di una malattia di petto.  - Per
    questo motivo,  allorch compariva ai balli o al teatro,  nel turbino
    infaticabile  della  vita   elegante,   splendente   di   bellezza   e
    scollacciata sino al dorso,  su quel petto delicato ch'era rimasto una
    meraviglia dopo dieci anni di matrimonio, fioccavano i complimenti e i
    madrigali dei suoi adoratori.  - Ne aveva tanti!...  - essa diceva con
    quel  sorriso  che faceva palpitare il bel nasino arcuato - per far la
    guardia alla sua virt guardandosi in cagnesco fra di  loro!...  Amici
    del marito (il solo del fior fiore del Circolo che non fosse obbligato
    a  farsi vedere un momento nel salotto di lei) o delle sue amiche,  le
    quali venivano a prendere il th,  a farsi  ammirare,  a  darsi  degli
    appuntamenti,  a  discorrere  di tutto,  fuorch di musica,  ch'era la
    passione segreta di Donna Vittoria - il  solo  vizio  che  nascondesse
    agli  amici  -  diceva  lei  -  il  suo  egoismo e la sua civetteria -
    dicevano gli altri.
    Talch  quella  sera  che  si  era  lasciata  piegare  dalle  calorose
    insistenze  della cugina Roccaglia,  era stato proprio un avvenimento,
    udire la sua voce un po' velata  che  accennava  squisitamente  quella
    musica,  con  un certo riserbo signorile,  con una tinta di malinconia
    anche.
    - Ah, s! - esclam galantemente il vecchio duca d'Orezzo.  - Morire a
    quella maniera  una bella cosa!
    Ella  scherzava  adesso gaiamente coi suoi intimi,  che si affollavano
    intorno al pianoforte rimproverandole  la  sua  ingratitudine.  -  Ah,
    valeva  proprio la pena di esserle fedeli,  tutte le sere,  perch'ella
    fosse cos avara della sua voce,  soltanto  con  loro!  -  Anche  lei,
    Ginoli, ha il coraggio di lagnarsene? - Io no. La musica mi fa male...
    quando  le sento dire a quel modo "Vorrei morire!...  " - Gli occhi di
    lei ridevano negli occhi del  bel  giovane  biondo,  che  si  accesero
    anch'essi  un  istante di una luce pi viva,  malgrado il loro riserbo
    mondano,  com'era passata una carezza nel tono della voce  che  voleva
    sembrare disinvolta e scherzevole.
    - Davvero... - soggiunse lei. - Alle volte, sapete... in certi momenti
    deliziosamente tristi...
    Essa  parlava gaiamente della morte nel fervore della festa,  al ritmo
    del valzer di Chopin che l'eccitava vagamente,  splendente di gemme  e
    di bellezza,  sotto gli occhi innamorati di Ginoli. All'uscire di casa
    Roccaglia,  in mezzo alla scorta di  galanti  che  si  affrettavano  a
    metterle  la pelliccia sulle spalle,  a darle il braccio,  ad aprir lo
    sportello del legnetto tiepido e profumato come un nido, aveva sentito
    un brivido scenderle per le belle  spalle  nude,  ancora  ansanti  pel
    valzer,  sotto la lontra del mantello.  Il suo medico, il medico delle
    signore  eleganti,   era  venuto  il  giorno  dopo  a   fare   quattro
    chiacchiere,  sprofondato  nella  gran  poltrona  ai  piedi del letto,
    buttando gi  svogliatamente  prima  d'andarsene,  senza  togliersi  i
    guanti,  due  o  tre  lineette della sua bella scrittura da signora su
    d'un foglietto medioevo con la corona a cinque foglie.
    Alla porta  era  una  vera  processione  di  carrozze,  di  amici,  di
    servitori  in livrea;  tutti che lasciavano una parola,  un nome,  una
    carta di visita,  di cui il portiere ogni sera recava in anticamera un
    vassoio  pieno  zeppo,  colla lista fitta di condoglianze e di auguri,
    insieme al bollettino  della  giornata,  redatto  in  guisa  da  poter
    passare  sotto  gli  occhi dell'inferma,  la quale voleva leggere ogni
    giorno i nomi di coloro che si erano ricordati di lei.  Se ne  parlava
    al  Circolo,  al  teatro,  come  s'incontravano  fra di loro,  amici e
    conoscenti di lei,  in visita,  dal confettiere,  allo sportello delle
    carrozze,  a Villa Borghese. - La povera Donna Vittoria!...- Le visite
    si succedevano a casa Delfini: delle signore  eleganti,  degli  uomini
    che  venivano  un momento a stringere la mano al marito di lei,  delle
    coppie che vi si davano ritrovo,  delle ondate di profumi  leggieri  e
    delicati che passavano nell'atmosfera greve,  delle osservazioni brevi
    che si scambiavano i visitatori a  bassa  voce,  nell'uscire,  con  un
    segno del capo, o della mazzettina, stringendo il manicotto al seno, o
    stringendosi  nelle spalle.  La sera miss Florence lasciava il romanzo
    che stava leggendo, e scendeva colla bimba nella camera della signora,
    la quale accoglieva entrambi con un sorriso pallido. La figliuola, una
    ragazzina bianca e delicata,  con lunghe trecce color  d'oro  pendenti
    gi per le spalle,  e la compostezza di una donnina,  andava a baciare
    la mamma in punta di  piedi,  col  passo  leggiero  di  signorina  ben
    educata.  Le chiedeva della salute in inglese o in tedesco, secondo la
    giornata;  poi le augurava la buona  notte,  e  se  ne  andava  dietro
    all'istitutrice,  diritta  e  impettita.  Per  una mattina il dottore
    s'era fatto serio all'udire Donna Vittoria lagnarsi di un altro  guaio
    serio,   sopravvenutole   nella  notte:  un  dolore  pungente  che  le
    attraversava il petto,  dalle spalle al seno: - Come dicono che sia il
    mal  d'amore!...  - Donna Vittoria ne parlava in tono di scherzo,  con
    una specie di febbre d'amore realmente negli occhi,  sulle  guance,  e
    nella  voce rotta.  Il dottore la preg di lasciarsi osservare,  cos,
    sollevandosi un poco,  una cosa da nulla.  Una cosa che le  faceva  un
    effetto curioso, a lei, al sentire contro la batista quel viso di uomo
    che pareva l'abbracciasse,  e le faceva battere il cuore davvero, e la
    faceva scomporre in volto,  senza  saper  perch,  mentre  si  forzava
    ancora di ridere, fra due colpetti di tosse: - Proprio il mal d'amore,
    eh,  dottore?  - Egli non rispose subito, intento, coll'orecchio sulle
    sue spalle delicate  che  trasalivano  e  s'imporporavano.  Poi  aveva
    espresso  il  desiderio "di consultarsi con qualche collega sul metodo
    di cura",  e s'era fermato  un  momento  in  anticamera  a  discorrere
    sottovoce col marito dell'inferma. Calava la sera, una sera tiepida di
    primavera.  Per la via udivasi il rumore non interrotto delle carrozze
    che tornavano dal passeggio.  Soltanto nella camera dell'inferma,  che
    dava sul giardino, regnava un gran silenzio.
    Quando la figliuola era andata ad augurarle la buona notte, secondo il
    solito,  Donna  Vittoria aveva trattenuta la ragazzina per mano,  e le
    aveva detto,  nella sua lingua nativa,  poche parole che accusavano la
    febbre,  col  sorriso  gi  triste  nel  viso color di cera.  La bimba
    ascoltava seria e zitta,  coi grand'occhi azzurri spalancati.  Sino  a
    tarda ora,  come s'era sparsa la notizia del consulto tenutosi in casa
    Delfini, erano venuti degli amici di Donna Vittoria,  che il marito di
    lei  riceveva  nel  suo salottino da fumare - un salottino da scapolo,
    con delle figure scollacciate alle pareti,  e  dove  scoppiettava  una
    fiammata  allegra  -  distribuendo dei sigari e delle strette di mano,
    discorrendo di ci che avevano detto i medici,  e di quel che dicevasi
    al Circolo e nei crocchi mondani.  Qualche signora, venendo a chiedere
    notizie dell'amica, dopo il teatro,  s'avventur a cacciare un momento
    la  testolina incappucciata in quel recesso profano,  scandolezzandosi
    "degli orrori" che v'erano in mostra, sgridando Delfini e lasciandogli
    un saluto per "la cara Vittoria",  empiendo le sale  del  frusco  dei
    loro  strascichi,  e  del  gaio cinguetto che fugava le idee nere.  I
    domestici sbadigliarono un po' pi del solito in anticamera,  e sino a
    tarda  ora lo stesso "coup" che aveva ricondotta la padrona dal ballo
    in casa Roccaglia stette attaccato a pi dello scalone, coi due fanali
    accesi che si riverberavano nell'acqua della fontana. Null'altro.
    Ma la stessa notte l'inferma aveva peggiorato rapidamente.  Il medico,
    chiamato in fretta e in furia sin dall'alba, si turb in viso al primo
    vederla.  Stette appena cinque minuti e promise di tornare fra qualche
    ora. Intanto fece prevenire il suo collega del consulto,  sugger alla
    cameriera  di  svegliare  Delfini,  che dormiva ancora,  prescrisse un
    sacco d'ordinazioni che fecero perdere la testa ai  servitori  e  alle
    cameriere.  Per  un  momento la casa fu tutta sottosopra.  Nel cortile
    c'era un va e vieni frettoloso di carrozze,  coi cavalli fumanti e coi
    cocchieri ancora in giacchetta. Dei parenti giungevano a ogni momento,
    col viso lungo,  parlando sottovoce.  Il medico era tornato due volte.
    Verso  le  quattro,   prima  d'andarsene,   aveva  scritto   un'ultima
    ordinazione   sul   tavolino   dell'anticamera,   volgendo  le  spalle
    all'uscio,  dinanzi al servitore serio e grave,  di  gi  in  cravatta
    bianca sino dalle dieci di mattina.  Poi, il "coup" di Donna Vittoria
    era andato a prendere di corsa una  lontana  parente,  mezza  beghina,
    dinanzi  al  cui  vestito  dimesso,  quasi  umile,  gli usci dorati si
    spalancarono  premurosamente.   Costei  s'era  assisa   al   capezzale
    dell'inferma,  con un'aria d'intimit quasi materna,  chiedendole come
    si sentisse,  chiacchierando di cose diverse con la voce pacata  delle
    donne  che  vivono  nella  pace  della chiesa.  Parl di s,  dei suoi
    piccoli guai di tutti i giorni,  del solo conforto che si trova  nella
    religione.  -  Giusto incominciava allora la quaresima,  l'epoca della
    penitenza,  dopo i peccati del carnevale.  A volte  le  malattie  sono
    avvertimenti  che d il Signore perch ci si rammenti di Lui.  Appunto
    perci i buoni cristiani antichi usavano chiedere  il  Viatico  appena
    s'ammalavano.   Non      giusto   aspettare   l'ultimo   momento  per
    riconciliarsi con Dio. Gi il miglior rimedio  una buona confessione,
    si era visto tante volte, con dei malati gravi...
    Donna Vittoria, bianca come il merletto del guanciale su cui posava la
    testa, ascoltava senza dire una parola,  spalancando gli occhi,  quasi
    affascinata  da un'orribile visione interiore,  col viso gi stravolto
    da un'angoscia suprema,  agitando le mani,  agitando il capo  che  non
    poteva  trovar requie sul guanciale.  Tutt'a un tratto si fece proprio
    cadaverica in volto, cercando di rizzarsi sulla vita, balbettando:
    - No... pi tardi... pi tardi...  Non mi fate questi discorsi...  Non
    mi fate morir di spavento...  Andatevene,  zia!...  andatevene!... Pi
    tardi, poi...
    La  beghina  se  ne  and  finalmente,   stringendosi  nelle   spalle,
    brontolando  delle  parole  oscure,  accennando  col capo al marito di
    Donna  Vittoria  che  aspettava  all'uscio,   sbigottito  anche   lui.
    L'inferma  gli  fece  cenno  d'accostarsi,  interrogandolo cogli occhi
    ansiosi,  con un'espressione di rancore pure,  in fondo a quegli occhi
    atterriti,   chiedendogli  perch  avessero  lasciata  entrare  quella
    donna... perch?...  perch?...  La voce le si era mutata a un tratto,
    come  il  viso,  come  gli occhi che fissava in volto a tutti quanti e
    domandavano ansiosi: - Sto proprio cos  male?...  Cosa  ha  detto  il
    medico?...  Perch non mandate a chiamare il medico? - Ad un tratto si
    abbandon sul letto supina,  con un terrore immenso nel viso.  - Ah...
    Dio mio!... cos presto!...
    Il triste annuncio giunse di buon'ora al Circolo. Ginoli teneva banco,
    aspettando che fosse l'ora d'andare a far visita in casa Delfini, come
    al  solito,  quando  il  duca  d'Orezzo,  che  aveva preso posto fra i
    giuocatori un momento prima,  ripet  la  frase  che  correva  da  una
    settimana  sulla  bocca degli amici: - La povera Donna Vittoria!...  -
    stavolta in tal tono che tutti quanti levarono il capo.  Ginoli  aveva
    voltato  un  nove.  Allora  gli stessi visi tornarono a chinarsi sulle
    carte, rannuvolati.
    - Pur troppo!  - rispose il duca alla domanda  di  Ginoli,  che  aveva
    dimenticato di ritirar le poste. - S' gi confessata...
    Ginoli vinceva sempre con una vena implacabile che l'inchiodava al suo
    posto,  e  non  teneva  allegri  neppure  i  suoi  compagni di giuoco.
    Accusasse un cinque o chiamasse con un sette,  tutte le folle  di  un
    giuocatore inesperto che voglia fare lo spaccone,  o che abbia perduta
    la testa,  gli  giovavano  invece  a  sventare  le  astuzie  dei  suoi
    avversari,   i  quali  non  sapevano  pi  a  che  santo  votarsi,   e
    maledicevano in cuor loro gli uccelli di malaugurio che vanno in  giro
    a portare la disdetta e le cattive nuove.  Santa-Sira,  il quale aveva
    gi le orecchie infocate, saett di nascosto un'occhiataccia sul duca.
    Ma Lionelli,  il quale aspettava la rivincita,  e  temeva  che  Ginoli
    lasciasse le carte, osserv garbatamente che in tal caso non conveniva
    andare  in  casa  Delfini quella sera...  per non disturbare...  Altri
    approvarono,  guardando alla sfuggita Ginoli a cui tremavano  le  mani
    nel  dare  le  carte,  e  luccicavano delle goccioline di sudore sulla
    fronte,  quasi perdesse tutto sulla parola;  e Domitilla discretamente
    cambi discorso,  per riguardo a Ginoli che teneva il banco,  e di cui
    conoscevasi la relazione con  Donna  Vittoria.  Peraltro  si  facevano
    pochi  discorsi,  ciascuno  avendo  da  pensare  ad altro,  con quella
    maledetta partita che s'era fatta pi seria che non si credesse, e che
    sarebbe stata un disastro per qualcheduno,  se Ginoli non fosse  stato
    quel  gentiluomo  che  era,  e  non  avesse  capito  che gli conveniva
    continuare a giuocare,  come facevano tutti gli altri amici  di  Donna
    Vittoria,  per  la  riputazione  di lei.  Con una partita cos grossa,
    nessuno avrebbe voluto tenere il banco per lui.  - Tanto da  lasciarmi
    tirare il fiato, - aveva egli detto sorridendo, quasi l'emozione della
    vincita fosse stata realmente tale da togliergli il respiro.
    Finalmente,  quando  pot  correre  in  casa  Delfini,  dopo una serie
    fortunata di zeri che gli riconcili i suoi  amici  del  Circolo,  era
    circa mezzanotte.  Domitilla aveva voluto accompagnarlo per salvare le
    apparenze.  Salendo le scale gli disse: -  Bada...  sei  ancora  tutto
    sottosopra...
    Nel salotto c'erano dei parenti, una signora attempata, amica di casa,
    che si era offerta di vegliare la notte, e due altri, marito e moglie,
    zii,  per  parte di madre,  di Donna Vittoria.  La zia parlava di cure
    portentose,  di  guarigioni  insperate.  Gli  altri  tacevano,   senza
    ascoltare.  La  contessa  Roccaglia  parve  molto  sorpresa  di  veder
    comparir Ginoli,  e rivolse la parola  a  Domitilla,  per  salvare  le
    apparenze:
    - Non sapevate... povera Vittoria!...
    Allora  Ginoli  dovette  ascoltare  le osservazioni della zia,  ch'era
    stata nella  camera  dell'inferma,  e  balbettare  delle  condoglianze
    comuni,  dinanzi  a  tutti  quegli occhi fissi su di lui.  Di tanto in
    tanto passava  un  domestico  frettoloso;  una  cameriera  socchiudeva
    discretamente  l'uscio delle stanze della signora.  Un momento si vide
    far capolino anche il  marito  di  lei,  pallidissimo,  che  scomparve
    subito. Nel salotto discorrevasi a voce bassa, con parole tronche, con
    un  vago  senso di malessere e di fastidio reciproco.  Lo zio guardava
    l'orologio tratto tratto.  Poi succedevano dei  lunghi  intervalli  di
    silenzio  che  pesavano su tutti,  quasi d'attesa funebre.  A un certo
    punto  l'uscio  si  spalanc  e  comparve  prima  l'istitutrice,   col
    fazzoletto agli occhi, reggendo la fanciullina che sembrava svenuta; e
    il  padrone di casa attravers il salotto barcollando,  senza salutare
    nessuno,  fissando soltanto uno sguardo singolare su Ginoli che  aveva
    chinato  il  capo.  Dall'uscio  rimasto aperto udivasi il rumore di un
    affaccendarsi frettoloso, nelle stanze dell'inferma.  La cameriera era
    venuta correndo a prendere un candelabro dal caminetto. Allora gli zii
    e la vecchia signora le erano andati dietro. Come Ginoli si era alzato
    anche lui, vacillante, pallido come un cadavere, quasi non sapesse pi
    quel  che  si  faceva,  la  contessa  Roccaglia  lo  ferm sull'uscio,
    dicendogli piano:
    - No... S' confessata or ora... s'aspetta il Viatico...
    Si ud il suono funebre di un campanello,  e uno scalpicco  di  gente
    che saliva.  Ginoli, dileguandosi come un'ombra, quasi inseguito dallo
    squillare  di  quel  campanello,   vide  un'altra   ombra   in   fondo
    all'anticamera,    dinanzi    a   cui   dovette   chinare   il   capo,
    irresistibilmente.





















    BOLLETTINO SANITARIO
    (Corrispondenza in quarta pagina)


    San Remo, 10 novembre.
    Sono qui da ieri sera. Venite.
    Viola.

    San Remo, 21 novembre.
    VIOLA fa sapere alla sola persona dalla quale  conosciuta,  che  ella
    aspetta inutilmente da otto giorni.

    San Remo, 8 dicembre.
    Perch  non  siete  venuto,  GIACINTO?  Avete letto le mie del 10 e 21
    novembre? Avete dimenticato la vostra promessa? Dove siete? Ho bisogno
    di voi.

    San Remo, 16 dicembre.
    Mi sono ingannata; perdonatemi. Voi siete come tutti gli altri.

    Sorrento, 22 dicembre.
    Io sono precisamente come tutti gli altri,  cara signora VIOLA;  anzi,
    come  tutti  quegli altri che hanno bisogno di pace,  e a cui i medici
    prescrivono il riposo dell'anima e del corpo, e il clima di Nizza o di
    Napoli.
    Giacinto.

    San Remo, 25 dicembre.
    Godeteveli.  Parto domani.  E' inutile  dirvi  dove  andr,  poich  
    inutile che mi scriviate.
    Addio.
    Viola.

    Sorrento, 20 gennaio.
    Alla signora VIOLA - non del pensiero.  - Mia cara,  giacch ai vostri
    occhi  devo  comparire  assolutamente   colpevole,   eccovi   la   mia
    giustificazione:  ve  la  mando  come  posso.  Per  altro,  nessuno vi
    conosce, nemmen io, e voi non avete esitato per la prima a far correre
    le poste ai nostri piccoli segreti.  Sono stato malato,  molto malato;
    ho creduto di morire,  e ho avuto paura.  Vedete quanto io sia lontano
    dal mondo e dalle sue illusioni,  se vi  confesso  anche  cotesto!  Ho
    vista la vita dall'altro lato. Se sapeste che rovescio! La giovinezza,
    il  passato,  voi!  Quante  cose si veggono nelle cortine stinte di un
    letto d'albergo,  a cinque lire per notte,  coll'odore delle  medicine
    sotto il naso,  e il russare dell'infermiera in un canto!  Mi sembrava
    di non dovermi alzare pi.  Andavo cercando col pensiero tutto ci che
    si era presa la mia vita,  e non lo trovavo: il giuoco,  gli amici, le
    amiche...  E i sogni della giovinezza...  Vi rammentate,  quella prima
    sera che mi bruciaste l'anima colle lenti del vostro cannocchiale? Che
    miseria!  E  pensare che tutto ci ora non mi fa battere il cuore come
    la  voce  grossa  del  dottore  il  quale  mi  misura  la  febbre  col
    termometro!
    Che  cosa  volete,  cara VIOLA!  Ritorno dal paese freddo delle ombre,
    dove  anche  il  fiore  del  pensiero  intirizzisce;   e   mi   scaldo
    tranquillamente a questo bel meriggio d'inverno, come un ebete, con un
    "plaid" sulle ginocchia,  le orecchie ben calde dentro il mio berretto
    di lontra;  e sorrido soltanto al sole che mi bacia  le  mani  diacce,
    gialle,   di  un  bel  giallo  d'oro,  come  i  mucchi  di  luigi  che
    illuminavano le nostre notti  di  Montecarlo,  dove  "quell'altro"  mi
    vinceva anche voi.
    Vi rammentate,  a Venezia?  Avevate un colletto alto da uomo, un ferro
    di cavallo alla cravatta, un cappellino grigio, a tese piatte,  con un
    ciuffo  di piume di struzzo sul davanti: ricordi che mi sembrano gai e
    festosi in questa bella giornata d'inverno: - l'occhiata lunga e calda
    che mi lanciaste nel vestibolo, sirena!  e la furberia con la quale vi
    nascondevate dietro le spalle oneste e larghe del vostro compagno, nel
    palchetto,  per puntare il cannocchiale su di me! Quante belle cose ci
    dicevamo!  Due o tre volte chinaste il capo e sorrideste:  un  sorriso
    che voleva dire tante cose: - Vi saluto!  - Davvero? - S! - Venite? -
    che so io... forse non lo sapevate voi stessa.  Io sorrisi e chinai il
    capo come voi.  Che potevamo dire di pi? Tutto l'amore umano non  in
    quel linguaggio senza parole? - Chi sei? - Mi piaci! - Mi vuoi? - Quel
    bel signore che vi dava il braccio non  avrebbe  potuto  chiedervi  n
    sentirsi rispondere altro da voi, neppure nel momento in cui posava la
    sua testa accanto alla vostra sul medesimo guanciale. Eppure, tutta la
    notte questa visione non mi fece chiudere occhio.
    Lasciamo  stare,  lasciamo  stare!  Ecco  che  ricasco  di nuovo nella
    fantasticheria erotica - la pi malsana divagazione della mente,  dice
    il mio medico. Ora non c' nulla per me che valga una buona nottata di
    sonno profondo,  collo spirito e il corpo nella bambagia tiepida delle
    coperte.  Erano tante notti che non  potevo  dormire,  mangiato  dalla
    tosse, mangiato dalla febbre! Sentite, quando vi dicono che in cotesti
    momenti hanno pensato a voi, che siete stata il conforto, il sollievo,
    che so io, vi mentiscono come furfanti. In principio, forse, quando il
    male  non ha compito il suo lavoro,  quando il medico non ha fatto il
    viso lungo,  quando non si  visto passare lo spettro nero nelle prime
    ombre della sera...  Allora, forse... quando il sangue ancora ricco d
    con la febbre quella sensazione di benessere,  si pu pensare a "lei",
    alla  donna,  alla treccia bionda sul guanciale,  alla mano bianca che
    apre dolcemente le cortine,  agli occhi lucenti che aspettano...  Cos
    mi guardavate,  dal fondo di quella loggia.  - Che cosa ne avete fatto
    del vostro bel cavaliere?  Sapete,  ultimamente lo incontrai a Napoli.
    Non volle riconoscermi,  e fece bene. Ho un sospetto che quell'uomo in
    domin della "cavalchina" fosse lui,  e che abbia udito  quando  deste
    l'indirizzo al gondoliere...
    Lasciatemi  in pace,  lasciatemi in pace,  ecco quello che vi ho detto
    poi, nelle lunghe notti senza sonno e senza sogni. E vi ho detto anche
    peggio.  Che ve ne importa?  Che me ne  importa?  Io  voglio  dormire,
    voglio dormire soltanto.  Voi siete bella, sana, giovane, ricca. Avete
    l San Mauro ai vostri piedi,  Giuliano che vi fa ridere,  il duca che
    vi manda delle violette da Nizza. Lasciatemi in pace.
    Vedete,  un'ora che vi scrivo. Il sole m'ha lasciato adagio adagio, e
    col  sole  le  liete fantasie che suscitava la vostra memoria.  Ora ho
    freddo, e la nebbia  calata anche su di voi.  Che colpa ne ho io?  Se
    vedeste  com' triste questo mare che illividisce,  e questo verde che
    si fa scuro! Sento il bisogno del bel fuoco che scoppietta nel camino,
    e del buon brodo che fuma nella tazza.  Se  stanotte  potessi  dormire
    senza cloralio,  quanto sarei felice!  Vedete quanto poco ci vuole per
    avere la felicit?  Il dottore m'assicura che sto meglio,  e che forse
    fra un mese o due potr lasciare Sorrento... Giacch dovete sapere che
    odio  Sorrento,   odio  questo  mare,   questo  cielo,   questo  verde
    implacabile,  in mezzo al quale sono costretto  a  vivere,  se  voglio
    vivere.  Ora difatti mi sento meglio,  ho pensato a voi, ho riletto le
    vostre lettere,  ho sentito rifiorire in me qualcosa del  passato  che
    credevo morto,  e che mi rianima invece, e mi riscalda. Dunque anch'io
    posso rivivere? Allora, allora... No, non voglio pensare ad altro.  Il
    medico dice che mi fa male.  Il mio male siete voi. Non mi importa pi
    di nulla, capite! Sentite... siete gi in collera?  Vi chiedo perdono.
    Sono  un  uomo  dell'altro  mondo:  eccovi  spiegato il motivo del mio
    silenzio. Non pensate pi a me. Se mi vedeste ora,  volgereste il capo
    dall'altra parte. Lasciatemi in pace.

    Sorrento, 25 marzo.
    E' proprio vero.  Sto meglio,  son quasi guarito,  sapete? Il male non
    era cos grave come  si  temeva.  Chi  ne  sa  nulla?  Questi  medici,
    dottoroni! non lo sanno neppur loro. Certo  che son guarito, guarito!
    Oggi  ho  fatto una lunga passeggiata a piedi.  Che bel sole!  che bel
    verde!  Quella ragazza che mi vende le viole ha detto che  non  mi  ha
    visto mai cos di buona cera. Anche qui si fa la corte, come laggi la
    fanno  a voi,  e non potete immaginare quanto sia ingenua e credula la
    civetteria dei malati. Le ho dato venti lire.  Quanta gente si pu far
    contenta con venti lire.  Ho portato il "plaid" sul braccio,  tutto il
    dopo pranzo.
    C' un povero storpio che suona da un'ora il valzer di "Madama  Angot"
    sotto  le  mie finestre.  S,  quella musichetta gaia pu avere il suo
    merito anch'essa quanto il vostro Chopin e il vostro  Mendelssohn.  Le
    belle  sere  passate  nel  vostro  salottino,  guardandovi  le  mani e
    accarezzandovi i capelli! Non mi sgridate.  Sono un gran colpevole che
    vi  domanda  perdono  e  viene  a picchiarsi il petto dietro la vostra
    porta. Dove siete? Che avete pensato di me?  Ero tanto lontano da voi,
    tanto! Ed ora desidero tanto di rivedervi! Basta, non ne parliamo. Non
    me lo merito, lo so. L'avete ancora quel serpentello d'oro al braccio?
    Come  mi  farebbe  bene  una  bella  chiacchierata con voi,  di quelle
    chiacchierate che sapete fare,  mezzo sdraiata sulla poltrona e  colle
    scarpette  accavalciate l'una sull'altra!  Sono circa sei mesi che non
    parlo. E vedete, che perci chiacchiero, chiacchiero per lettera, e vi
    corro dietro con la mente,  e con qualche altra cosa  anche,  qui  nel
    petto...  Se siete tuttora in collera, dovreste perdonarmi soltanto al
    pensare che,  se voleste dirmi dove siete,  verrei a  piedi,  come  un
    pellegrino, a sciogliere il voto, foste anche in capo al mondo! Non mi
    sgomenterei, no! Ora son forte. Ah, com' bella la vita!
    S,  vi  avevo  promesso:  -  "Quando  mi  permetterete  di  venirvi a
    trovare...  dovunque sarete...  " - Poi fui in  collera  con  voi  che
    m'avete  lasciato  partire.  Quella  sera che mi posaste la fronte sul
    petto, a Villa d'Este?  Perch non siete venuta con me?  Eravate tutta
    tremante.   Mi  amavate  dunque?   Perch  non  avete  voluto  che  ci
    acciuffassimo pei capelli, io e quell'uomo? Che notte ho passata sotto
    le vostre finestre! Fu l che presi la tosse... E ve ne volli. S, s,
    quando vi seppi partita,  partita con colui,  vi  odiai,  fui  malato,
    volli  dimenticarvi.  Giuliano  mi  disse  che  San Mauro vi faceva la
    corte,  e che il duca portava discretamente al collo la vostra catena.
    Che  m'importa  adesso?  Io  so  che avete le mani bianche e che ve le
    siete lasciate baciare da me.  So che a San Remo non siete pi  da  un
    pezzo,  e che mi avete aspettato col,  e che siete partita senza dire
    per dove. Ed io vi ho lasciata partire! Ero pazzo allora,  o son pazzo
    adesso?  Nessuno  potrebbe  dirlo.  Quello  che so di certo,   che in
    questo momento vorrei baciare ancora le vostre mani bianche.

    Sorrento, 11 aprile.
    VIOLA cara!  VIOLA bella!  VIOLA bionda!  Eccomi ginocchioni dinanzi a
    voi,  con le mani in croce,  la fronte sul tappeto. Lasciatemi baciare
    le vostre scarpette piccine! S, s, lo so, sono molto colpevole.  Non
    merito il perdono.  Ditemelo, ma ditemelo voi stessa. Sono otto giorni
    che ho fatte le valigie, e che aspetto una vostra parola, dura,  assai
    dura,  che  mi  dica di venirvi a chiedere perdono.  Pensare che forse
    eravate sola a San Remo,  e che avreste lasciato l'uscio  socchiuso...
    Ah,  come  darei  della  testa  nella  parete!  Sono  stato  peggio di
    colpevole: sono stato uno sciocco.  Non ci cascate anche  voi,  se  mi
    amate ancora,  per picca,  per dispetto. Pensate che potremmo vederci,
    soli,  dirci colla bocca tutto ci che ci siamo detto quella sera alla
    Fenice  col  canocchiale!  Vi  dico delle cose pazze.  Sono pazzo,  vi
    giuro...

    Sorrento, 16 aprile.
    GIACINTO supplica e scongiura a mani giunte VIOLA di fargli  avere  un
    rigo, una parola, qualunque sia, perch il silenzio implacabile di lei
    gli mette addosso tutte le febbri.

    Sorrento, 29 aprile.
    Sentite,  non  ne  posso  pi.  Aspetter qui la vostra lettera sino a
    domani. Domani, ultimo giorno d'aprile, non so quel che far.  Vi amo,
    vi amo, mi sento morire un'altra volta Fatelo per piet almeno, VIOLA!
    Stanotte ho tossito di nuovo e ho la febbre.

    Sorrento, 8 maggio.
    Ah,  che  siate  proprio  tale quale vi avevo giudicata!  senza cuore,
    senza spirito,  senz'altro che lo spumeggiare delle vostre trine e  lo
    scintillo dei vostri diamanti.  Frivola e dura altrettanto!  Vi odio,
    vi detesto! Voi mi fate morire, consunto da questa febbre che mi avete
    messa nel sangue,  maledetta!  Tenetevi il duca che v'insulta co' suoi
    doni. Tenetevi Giuliano, che si ride di voi. Tenetevi San Mauro che vi
    mette  in  un mazzo con le ballerine della Scala.  Io vi ho buttato in
    faccia la giovinezza mia,  che avete distrutto,  la vita che mi  avete
    succhiata coi baci, vampiro!
    Giacinto.

    Genova, 8 maggio.
    Aspettatemi. Verr.
    Viola.

    Napoli, 14 maggio.
    No,  no,  mio caro GIACINTO.  E' meglio non vederci pi.  Sono stata a
    trovarvi,  incognita;  l'albergatore mi aveva aperta una finestra  sul
    giardino,  dove eravate a passeggiare. Come siete mutato, mio povero e
    caro GIACINTO!
    VIOLA  morta.
