
    Giovanni Verga.
    EROS.


    Edizione integrale.
    Copyright by Arnoldo Mondadori Editore, 1946.
    Prima Edizione Mondadori: Novembre 1946.
    Prima edizione B. M. M.: Luglio 1956.
    Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.













    1.

    Verso le quattro di una fra le ultime notti del carnevale la  marchesa
    Alberti,  seduta  dinanzi  allo  specchio,  e alquanto pallida,  stava
    guardandosi con occhi stanchi e  distratti,  mentre  la  cameriera  le
    acconciava i capelli per la notte.
    Che rumore  cotesto? domand dopo un lungo silenzio
    La carrozza del signor marchese.
    Cos presto! mormor essa soffocando uno sbadiglio.
    La  cameriera era per chiudere l'uscio del salottino che metteva nelle
    stanze del marchese,  allorch entr bruscamente un uomo in  abito  da
    maschera, col passo malfermo, e il riso scuro.
    Cecilia dorme? domand senza fermarsi.
    L'ho  lasciata  or  ora,  signor  marchese  rispose la cameriera mal
    dissimulando la sorpresa.
    Domandatele se pu accordarmi cinque minuti.
    Egli rimase immobile, col ciglio corrugato,  e lo sguardo fiso dinanzi
    a s.  La cameriera ritornando sollev la pesante portiera di velluto;
    il marchese fece alcuni passi verso l'uscio, volse gli occhi a caso su
    di un grande specchio che gli  stava  di  faccia:  sembr  esitare  un
    istante, poscia alz le spalle, aggrott il sopracciglio, ed entr col
    sigaro in bocca.
    La  marchesa  leggeva,  voltata  verso il muro: udendo il passo di lui
    chiuse il libro, e domand senza muovere il capo:
    Siete voi?
    S.
    Ella alz gli occhi verso l'orologio appeso alla parete.
    Son  le  quattro  e  mezzo,  rispose  il  marito  a  quella  muta  e
    significativa interrogazione, masticando il sigaro fra i denti.
    Datemi quella boccettina che  l sul tavolino, vi prego. Egli butt
    il sigaro nel camino, e non si mosse.
    Allora la marchesa si volt verso di lui,  con un brusco movimento che
    modell le coperte sulla sua elegante figura di donna;  si  pass  una
    mano  pi  bianca  della  batista che le cadeva lungo il braccio,  sui
    folti capelli castani,  e fiss in volto al marito i suoi  grand'occhi
    scuri bene aperti.
    Egli  era  ritto,  immobile,  serio  -  troppo serio per gli abiti che
    indossava - e avea tuttora un leggiero strato di polvere sui capelli e
    sul  viso:  dovea  essere  giovane,  invecchiato  anzitempo,  pallido,
    biondo, elegante, alquanto calvo
    Dovete parlarmi? domand la marchesa dopo un breve silenzio
    S.
    Sedete adunque.
    Egli volse un'occhiata sulle seggiole ed il canap,  ingombri di vesti
    e di arnesi muliebri, e rispose secco: Grazie.
    Vi chiedo scusa per la mia  cameriera  disse  la  moglie  arrossendo
    impercettibilmente.
    Alberti inchin appena il capo.
    Scusatemi   piuttosto   la  mia  visita  importuna.   Mi  premeva  di
    parlarvi... stasera.
    Cecilia gli lanci uno sguardo rapido e penetrante, e domand:
    Avete perduto?
    Non ho giocato.
    Vi battete...?
    S.
    Ella impallid.
    Tranquillizzatevi soggiunse il marchese.  Non mi  batto  col  conte
    Armandi.
    Ella si rizz a sedere sul letto,  rossa in viso, coi capelli sciolti,
    e il corsetto discinto: Perch mi dite cotesto, ora?.
    Perch il mio amico Armandi  spadaccino  famoso,  e  avreste  potuto
    essere inquieta per me.
    La donna rimase a fissarlo con straordinaria fermezza.
    Perch vi battete?
    Il  marito  sorrise  -  sorriso grottesco su quel viso impassibile - e
    rispose tranquillamente:
    Per voi.
    La marchesa si pass il fazzoletto sulle labbra.
    Galli aveva lo scilinguagnolo un po'  sciolto,  e  pretendeva  avervi
    vista al veglione, in domin, nel palco del mio amico Armandi.
    Eravate a cena?
    S.
    Ah,  vi  battete  per  un  cattivo  scherzo da "dessert"! disse ella
    sorridendo amaramente.
    Il marchese la guard fiso.  Poscia,  coll'aria pi  indifferente  del
    mondo,  prese  un domin ch'era sulla seggiola pi vicina lo butt sul
    canap,  e sedette di faccia  a  lei.  Perdonatemi  soggiunse;  non
    potevo lasciar calunniare mia moglie.
    Ella s'inchin,  troppo profondamente ed ironicamente forse,  e perci
    tutto il sangue le corse al viso:
    Tutti sanno che Galli    geloso  di  voi  perch  gli  avete  rubato
    l'Adalgisa!
    Lo  sapete  anche  voi? rispose il marchese accavallando l'una gamba
    sull'altra.
    Scusatemi, debolezze di donne! diss'ella un po' pallida,  e cercando
    di sorridere.
    E di uomini, se volete aggiunse il marito con galanteria.
    Ci fu un istante di silenzio: ella giocherellava collo sparato del suo
    corsetto;  egli  dondolava  la  gamba posta a cavalcioni: evitavano di
    guardarsi.
     Ora, siccome vi confesso che mi preme di non rimetterci la pelle,  e
    far il possibile per evitarlo, domani sar ben lontano di qua.
    Ella rialz gli occhi su di lui, e ascoltava in silenzio.
    Desidero  risparmiarvi tutti i piccoli disturbi della mia lontananza,
    e vorrei perci regolare di  comune  accordo  l'amministrazione  della
    vostra dote...
    Cecilia non rispose.
    Vi  lascer  procura  affinch  possiate riscuotere da per voi quella
    somma che crederete...
    Starete via molto tempo? interruppe bruscamente la marchesa.
    Non lo so io stesso... e se volete suggerirmi la cifra...
    Fate voi.
    Ma io..  francamente...  dividerei in parti eguali,  come  fra  buoni
    amici.
    Ella, pi pallida del lenzuolo che la copriva, inchin il capo.
    Il  marchese si alz,  accese un sigaro alla candela,  e al momento di
    andarsene aggiunse, colla medesima aria di noncuranza:
    Rimarrebbe ad intenderci sull'educazione di Alberto,  nel caso che la
    mia assenza si prolungasse indefinitamente,  ma il meglio,  mi pare, 
    di uniformarci alla prescrizione della legge. Voi vi occuperete di lui
    sino a' sette anni; dopo me ne incarico io.
    E volgeva diggi le spalle.  Come desiderate che sia  educato  vostro
    figlio sino ai sette anni? domand la marchesa con voce malferma.
    Il  marito  si  ferm  su  due  piedi,  e parve riflettere un istante.
    Mah!...  come  vorrete...  aggiunse  poscia.   Se  vi  dessi  alcun
    suggerimento vi farei torto.  Ed ora perdonatemi il disturbo,  e buona
    notte.
    Cecilia rimase immobile,  muta,  pallida,  cogli occhi fissi;  ma  nel
    momento  in cui egli stava per passare l'uscio,  esclam,  con accento
    improvviso e soffocato,  come  se  tutto  il  sangue  le  fosse  corso
    impetuosamente al cuore: Sentite!.... Egli si volt. Sentite!... e
    le mancavano le parole. Parlatemi francamente, in nome di Dio!...
    Egli  vide  le  lagrime che luccicavano negli occhi della moglie senza
    batter  ciglio.  Istintivamente  ella  si  arretr,  spaventata  dallo
    sguardo  freddo  ed  incisivo  di quell'uomo che sembrava ricercare le
    angosce orribili di lei sin nelle pieghe pi riposte  del  suo  cuore,
    per scrutarla con quel viso pallido e glaciale.
    Sembrami  d'avervi  detto  abbastanza.  Mi  batto con Galli perch ha
    insultato la marchesa Alberti,  e Armandi sar il mio  secondo.  Parto
    per l'estero,  vi lascio la met della vostra rendita, il mio nome, ed
    il nostro Alberto sino ai sette anni.  Ma il mio sigaro vi appesta  la
    camera. Buona notte.
    Egli non si volse, ed ella non disse motto.
    Passando   dall'anticamera   ud   scampanellare  nelle  stanze  della
    marchesa.


    2.

    Il marchesino Alberti fu educato lontano da' suoi, alla spartana,  nel
    collegio  Cicognini.  Il  padre era morto fuori d'Italia,  quasi senza
    averlo conosciuto.  La marchesa,  sempre giovane ed elegante,  la  pi
    bella  toscana  che  fosse  in Milano andava a fargli visita una volta
    all'anno,   quando  c'erano  le  corse   a   Firenze,   l'abbracciava,
    l'accarezzava,  gli  recava  dei  confetti,  e  rimontava  in carrozza
    sorridente.  Ella era stata colta da una  pleurite,  all'uscire  dalla
    Scala,  ed  era  morta  prima  che  i suoi amici avessero tempo di far
    venire il figliuolo da Prato.  Il povero orfanello aveva allora dodici
    anni  e  conservava  religiosamente  le poche lettere che il babbo gli
    aveva scritto,  e le scatole dei  confetti  che  la  mamma  gli  aveva
    regalato.  Una volta aveva chinato il capo, tutto vergognoso, allorch
    il suo amico Gemmati gli aveva detto: O perch il tuo babbo non  vien
    mai a vederti?. Un'altra volta avea arrossito perch certi forestieri
    che  visitavano  il  collegio  avevano  mostrato di conoscerlo come il
    "figliolo della marchesa Alberti",  e poi  aveva  arrossito  di  avere
    arrossito.  Sua madre non gli parlava mai del babbo.  Di tutte coteste
    cose si ramment pi tardi.
    Le prime inquietudini del cuore gettarono nella  sua  mente  il  germe
    funesto dello esame.

    A  sedici anni Alberto era un giovinetto alto e delicato,  coi capelli
    biondi,  il profilo aristocratico,  un po' freddo e duro,  il  pallore
    marmoreo del padre,  e i grandi occhi azzurri, il sorriso affascinante
    e mobilissimo della madre - cuore aperto a due battenti, immaginazione
    vivace, affettuosa, ma inquieta, vagabonda,  diremmo nervosa,  ingegno
    pi  acuto che penetrante,  analitico per inquietudine e per debolezza
    di carattere - un  "ingegno  che  vi  sgusciava  dalle  mani  ad  ogni
    istante"  -  diceva  il  suo  professore  di filosofia - atto a fargli
    cercare la decomposizione dell'unit, o a dargli i peggiori guai della
    vita quando il cuore si fosse  mescolato  della  bisogna.  Egli  aveva
    preso di buon'ora l'abitudine di pensare,  come tutti i solitari.  Pi
    tardi trov un amico,  Gemmati,  pel quale ebbe  tenerezze  e  gelosie
    d'amante,  sino  a tenergli il broncio quando seppe che sorrideva alla
    figliuola del barbiere che stava di faccia.  Molto tempo  dopo,  e  in
    circostanze assai diverse mentre stava seduto accanto al fuoco,  cogli
    occhi fissi sulla fiamma, e le labbra contratte sul sigaro spento,  il
    ricordo  di  quella  ridicola gelosia della sua infanzia gli balen in
    mente colla strana bizzarria delle reminiscenze.  Egli butt il sigaro
    e si alz pi pallido ed accigliato di prima.
    Aveva fatto tranquillamente i suoi studi in collegio sino a quell'et;
    era passato per le lingue,  per i numeri, per l'analisi della parola e
    del pensiero;  a sedici  anni  era  diventato  sognatore,  fantastico,
    ipocondriaco,  e  sent  d'amare la prima volta,  perch tutti i poeti
    parlavano d'amore. Allora,  trionfante di mistero,  mostr di nascosto
    all'amico  Gemmati i primi fiori vizzi che la cuginetta gli avea dato,
    o che egli le avea rubati: Ami l'Adele? gli domand  Gemmati  ch'era
    anch'esso  un  po'  parente  della  ragazza.   S!  rispose  Alberto
    facendosi rosso.  O come?  se non la vedi quasi mai? Quando penso a
    lei  mi  par  d'impazzire,  ed  era  vero,  ch  le prestava tutte le
    amplificazioni della sua fantasia,  ma allorch le stava accanto,  una
    volta  all'anno,  rimaneva  ingrullito  vicino  a quell'amante che gli
    proponeva di giocare a volano.

    A venti anni egli usc  dal  collegio  pi  bambino  di  quando  c'era
    entrato;  vuol  dire con nessuna nozione esatta della vita,  con molte
    fisime pel capo, e certi giudizi strampalati e preconcetti,  nei quali
    si  ostinava con cocciutaggine di uomo che pretenda conoscere il mondo
    dai libri.  Il direttore del collegio  fece  trapelare  tutte  coteste
    brutte  verit  da  una bella lettera che scrisse al signor Bartolomeo
    Forlani, il babbo dell'Adele, zio materno di Alberto,  aggiungendo che
    il  nipote  non  era  riescito  a superare gli esami dell'ultimo anno,
    malgrado  il  suo  bell'ingegno.   Lo  zio,   che   era   tutore   per
    soprammercato,  e  tornava  giusto  dal  fare  i conti col fattore del
    nipote, rispose ringraziando,  come meglio sapeva e poteva,  il signor
    direttore  per l'ottima riuscita del giovanetto - una lettera che fece
    montare la mosca al naso al buon direttore - come  se  lo  si  volesse
    minchionare,  e non era vero! - Scrisse anche al nipote, invitandolo a
    venire a Belmonte,  nome della sua villa sulla montagna  pistoiese,  e
    and  tutto  festante a prevenire la figliuola del prossimo arrivo del
    cuginetto,  che il signor direttore  scriveva  essersi  fatto  un  bel
    giovane,  e pieno zeppo d'ingegno. La fanciulla, che non giocava pi a
    volano,  arross;  il babbo se ne avvide,  aggiunse che,  secondo  gli
    ultimi  affitti,  i  poderi del cugino rendevano trentaduemila lire di
    netto, e se ne and fregandosi le mani.
    A Belmonte si aspettava cotesto  bel  giovanetto,  di  cui  il  signor
    direttore  diceva  tanto  bene,  e  che  aveva  trentaduemila  lire di
    rendita.



    3.

    Come Alberto aveva il suo amico Gemmati,  Adele avea anche lei la  sua
    amica di collegio, la contessina Manfredini, ch'era venuta a stare con
    lei per qualche settimana.  Le due amiche passeggiavano sulla terrazza
    sovrastante alla via che menava  alla  villa,  tenendosi  abbracciate,
    ridendo  e  cinguettando  come allegri uccelletti.  Il sole tramontava
    dietro i monti che si disegnavano con una  vaga  trasparenza  violetta
    sulle  calde  tinte  dell'occidente;  l'aria  era imbalsamata da mille
    fragranze estive;  una nebbia sottile si levava dal fondo della valle,
    dove  si udiva mormorare il torrente;  i buoi che c'erano stati a bere
    risalivano l'erta lentamente,  brucando I'erba qua  e  l,  e  facendo
    risuonare di tanto in tanto i loro campanacci.
    Le  due  fanciulle,  silenziose  da un pezzo,  stavano appoggiate alla
    balaustrata della terrazza, e guardavano sbadatamente.
    Tuo cugino verr stasera?
    S.
    E dopo una breve pausa:
    E' biondo tuo cugino?
    S.
    Alto?
    S.
    E' bello?
    Adele sorrise e chin il capo.
    La sua amica  si  volt  verso  di  lei,  la  guard  in  viso,  disse
    lentamente:
    L'ami?
    Oh!...  esclam  Adele tirandosi bruscamente indietro e facendosi di
    fuoco.
    Le parole hanno il valore  che  d  loro  chi  le  ascolta.  Tutta  la
    verginit  che  c'era  nel  cuore  della  fanciulla sembr trasalire a
    quella domanda.  L'altra,  ch'era di due o tre anni maggiore  di  lei,
    l'abbracci strettamente,  viso contro viso,  cullandosi insieme a lei
    sulla ringhiera, con un movimento di grazia inimitabile,  e le susurr
    piano all'orecchio: L'ami?.
    Ella si volt all'improvviso,  rossa come fiamma, e le stamp un bacio
    sulla guancia.
    Ed egli ti ama?
    Adele rispose senza alzare il capo: Non lo so.
    Eh, via!
    Non me l'ha mai detto.
    Certe cose non c' bisogno di dirle.
    O come si fa allora?
    L'altra la guard ridendo: Deve amarti moltissimo,  perch sei carina
    davvero!
    Come sei bella tu! esclam Adele, buttandole le braccia al collo.
    Una  carrozza  s'avvicinava  rapidamente;  il bel giovanetto che c'era
    dentro lev, fra timido e sorridente,  i grandi occhi azzurri verso la
    terrazza,  fece  un  saluto  un  po'  imbarazzato,  volse  uno sguardo
    festoso, e arross leggermente.
    Come s' fatto grande! esclam sottovoce Adele, aggrappandosi, senza
    saper perch, al vestito della sua amica.
    E' un bel giovane disse costei.
    Aveva il sigaro in bocca, hai visto?
    Non  elegante, ma ha un'aria distinta. E' marchese, non e vero?
    S, a momenti sar qui.
    Velleda rizz il capo  con  un  movimento  impercettibilmente  altero,
    civettuolo  e  grazioso  al  tempo  istesso,  e  si  mise a frustare i
    ramoscelli pi bassi con una bacchetta che aveva in mano.
    Se fossi bella come te! esclam ingenuamente 1'Adele  forse  colpita
    da  quel  rapido  corruscare  della  vanit,  o  forse  rispondendo ai
    pensieri che le si affollavano in mente.
    La sua  amica  era  infatti  una  magnifica  bionda,  aristocratica  e
    delicata  belt,  modellata  come  una  Venere,  e  leggiadra  come un
    figurino  di  mode,  dalle  folte  e  morbide  chiome  cinerine,   dai
    grand'occhi  azzurri  e  dalle  labbra rugiadose;  sotto i suoi guanti
    grigi celava unghie d'acciaio,  colorate di  rosa;  il  suo  stivalino
    sembrava animato da fremiti impazienti, e con quel suo tacco alto, con
    quella sua curva elegante,  avea l'aria di gentile arroganza,  come se
    sentisse di render beata l'erba che calpestava;  il sorriso di lei era
    affascinante,   lo  sguardo  profondo  ed  un  po'  altero,  l'accento
    carezzevole,  il vestito avea  artificiose  semplicit,  e  la  blonda
    pudiche civetterie - ecco che cosa era quella fanciulla che frustava i
    ramoscelli  con un virgulto di salcio,  e che si chiamava Velleda,  al
    modo stesso che era bionda, che era capricciosa,  che era elegante,  e
    che  un  bel  fiore  da stufa ha un bel nome straniero.  Ella sembrava
    sopraffare la  verginale  leggiadria  della  sua  amica  col  semplice
    portamento  superbo  del  capo,   o  con  un  solo  de'  suoi  sorrisi
    affascinanti. Adele era magrina, delicata, pallidetta, cos bianca che
    sembrava diafana,  e che le pi piccole  vene  trasparivano  con  vaga
    sfumatura  azzurrina;  avea  grand'occhi turchini,  folte trecce nere,
    mani candide  e  un  po'  troppo  affusolate;  il  vento,  innamorato,
    modellava le vesti sul suo corpiccino svelto e gentile come una statua
    d'Ebe;  i  movimenti  di  lei  avevano  certa elasticit carezzevole e
    felina;  - accanto a ci una  timidit  quasi  selvaggia,  un  sorriso
    spensierato,   e  dei  rossori  improvvisi.   Un  conoscitore  avrebbe
    indovinato nella leggiadria modesta e quasi infantile della  fanciulla
    il  prossimo sbocciare di una bellezza tale da rivaleggiare con quella
    della superba bionda;  ma Alberto non era conoscitore,  e allorch  la
    cuginetta  gli  corse  incontro stendendogli le mani e salutandolo col
    suo grazioso rossore, i capelli biondi, la veste di seta, e lo sguardo
    da regina dell'altra gli si gettarono, direi, alla testa, in un lampo.
    Povera Adele! se avesse potuto udire il ronzo di tutti quei calabroni
    inquieti che si destavano nella mente di Alberto mentre  ella  credeva
    di  fare  una  presentazione  in  regola,  dicendo:  Mio cugino! La
    signorina Velleda!
    La signorina Velleda fece una bella riverenza da ballo,  ed Alberto se
    ne  ramment  scrivendo il giorno stesso all'amico Gemmati: "Se avessi
    visto  con  quanta  grazia  inchinandosi  spingeva  indietro  il   suo
    vestito!".

    Velleda andava innanzi,  glocherellando sempre colla sua bacchettina a
    mo' di frustino,  un po' da bambina capricciosa,  un po' da  leggiadra
    civettuola. Allo svoltar d'un viale scomparve.
    Adele,   che   chiacchierava  col  cugino,   tutta  giuliva,   arrossi
    improvvisamente, ed Alberto se ne avvide.
    Che hai? le domand.
    Il babbo non sa nulla del tuo arrivo... cerco di vederlo.
    Il babbo li vedeva benissimo dalla sua finestra, e si fregava le mani.
    Al rammentarsi dello zio il giovane si fe' scuro in viso, e pens agli
    esami andati a monte.  Ma lo zio,  ch'era il miglior  zio  del  mondo,
    abbracci teneramente il nipote, come se costui non avesse delle palle
    nere  sulla  coscienza;  anzi  a  tavola  comparve  un certo fiasco di
    vecchio chianti,  di quel delle  grandi  occasioni,  e  se  l'avessero
    lasciato fare, lo zio avrebbe fatto crepare il nipote di indigestione,
    per  provargli  la  sua tenerezza.  L'Adele fu ciarliera e taciturna a
    sproposito,  la signorina  Manfredini  disinvolta  e  piena  di  brio,
    Alberto  un po' imbarazzato,  un po' distratto,  e di quando in quando
    aveva certi assalti  di  allegria  che  gli  montavano  al  viso,  gli
    luccicavano  negli  occhi  e  si  risolvevano in bizzarre effusioni di
    affetto per lo zio Bartolomeo.
    La bella luna! esclam Adele affacciandosi alla finestra. O che non
    si va in giardino?
    Velleda, interrogata a quel modo, si mise a ridere.
    Vacci anche tu disse lo zio ad Alberto,  che non faceva le viste  di
    muoversi.
    E lei, zio?
    O cosa vuoi che venga a farci io?  Ci ho il mio giornale da digerire.
    Vai pure.



    4.

    Le due ragazze irruppero in giardino  allegre  e  chiassose;  la  luna
    sembrava  inondarle  di  un  pallido  chiarore,  traeva  dei  riflessi
    turchinicci dai capelli di Adele,  dava un che di vaporoso a quelli di
    Velleda, luccicava sulla seta, giocava colle ombre, frastagliavasi fra
    i  cespugli,  disegnava  nettamente  in  bianco i viali;  il cielo era
    terso, leggermente azzurro; le gaie voci e gli allegri scrosci di risa
    avevano cristalline sonorit.
    Sono stanca! disse Adele lasciandosi  andare  su  di  un  sedile,  e
    raccolse la sua vesticciuola volgendosi verso di Alberto con un tacito
    invito;    costui    che    chiacchierava    spensieratamente   tacque
    all'improvviso.
    Ho  dimenticato  il  mio  scialletto  disse  Velleda  con  singolare
    vivacit.
    Andr a prenderlo rispose premuroso Alberto.
    La ragazza non pot dissimulare un sorriso maliziosetto.
    Grazie, non s'incomodi rispose, e part correndo.
    Adele  s'era ritirata in l per far posto al cugino accanto a lei;  ma
    egli si mise a passeggiare innanzi e indietro,  gettando di  tempo  in
    tempo sguardi avidi e imbarazzati sul sedile.
    Vuoi metterti a sedere? diss'ella.
    No... grazie... non ti comoda?
    Che!
    Ella si mise a strappare le foglie del rosaio. Alberto accavallava ora
    una  gamba ora l'altra,  guardava gli alberi,  il viale,  la punta dei
    suoi stivali, e non sapeva che farsene delle mani.
    Mi permetti di fumare? disse dopo  un  lungo  silenzio,  e  come  se
    avesse fatto una grande scoperta.
    Fai pure.
    Egli  trionfante  accese  un sigaro,  e si diede a buffare il fumo con
    enfasi.
    Ti d noia il fumo? le domand.
    No rispose Adele tossendo e fregandosi gli occhi.
    E tacquero di nuovo.
    Bella sera! esclam finalmente Alberto col naso in aria.
    Bellissima.
    E punta fredda!
    Punta.
    E' un pezzo che non ci vediamo, sai!
    Due anni.
    E' vero.
    Ella lo stava a guardare seria seria.
    Hai imparato a fumare! gli disse finalmente con un sorriso,  e  come
    se gli confidasse un segreto che nascondeva da qualche tempo.
    Cosa  vuoi,  i  vizi  si  imparano  facilmente!  rispose Alberto con
    gravit.
    Per il sigaro ti sta bene!
    Ei la guard nei grand'occhi turchini che  luccicavano  al  chiaro  di
    luna, chin i suoi prestamente, e si soffi il naso. Adele riduceva in
    pezzi minutissimi le foglie che avea strappato dal rosaio.
    Ma il tuo giardino  molto bello! disse finalmente Alberto.
    La  giovanetta  guard  attorno,  come se vedesse quegli alberi per la
    prima volta, e rispose:
    S, molto bello.
    Una delizia!
    Una vera delizia. Quella fontana l ce l'ho voluta io.
    Davvero?
    S, non  bellina?
    Bellina tanto!
    E' tutta di marmo, sai!
    Oh!
    Il babbo non voleva, per via della spesa...
    Deve aver costato parecchio!
    Altro! Ma il babbo mi vuol tanto bene!
    Oh! (in un altro tono).
    E anche te, sai, ti vuol bene!
    Il dialogo che si reggeva sui trampoli,  minacci d'inciampare in quel
    sassolino.
    Ha  detto  che  ti terr qui sino a novembre soggiunse Adele vedendo
    che il cugino stava zitto.
    Ma...
    Ti rincresce?
    No!... no...!
    Non ti annoierai?
    Egli si volse, la guard, poi si mise a scuotere col mignolo la cenere
    dei sigaro.  Adele rimase alquanto pensierosa,  la povera  bambina,  e
    soggiunse, un po' trepidante: Ci starai volentieri?
    Figurati!
    Anche  Velleda  ci  star  sino a novembre.  Che festa! Il cugino si
    sent maledettamente ridicolo per  non  sapere  metter  fuori  il  pi
    meschino complimento.
    Ti piace la mia Velleda? riprese Adele.
    A me?...
    Non  bella?
    Oh s!
    Anch'essa ha detto che sei un bel giovanotto.
    A  quelle parole parve ad Alberto che la luna irradiasse di un'aureola
    l'Adelina.
    Anche  te  ti  sei  fatta  bella!...  disse   col   coraggio   della
    gratitudine.
    Davvero?
    Davvero.
    Ella  sorrise,  chin  il  capo,  incroci  le  pallide  manine  sulle
    ginocchia,  e il raggio della luna sembr farsi  vermiglio  sulle  sue
    guance.
    L'usignuolo  cantava:  pass  un alito di venticello che fece stormire
    lievemente le foglie. Essi si sentivano l'uno accanto l'altra.  Tutt'a
    un tratto la fanciulla scoppi a ridere.
    Oggi volevo darti del "lei", vedi!
    O perch?
    Perch ti sei fatto grande: avevo suggezione di te... ecco!
    Oh!
    Ella si volse verso di lui, con un improvviso movimento d'espansione e
    d'abbandono  -  i  sentimenti puri e le anime vergini hanno di codeste
    arditezze innocenti - ed egli si tir in l modestamente.
    Ma se tu m'avessi dato del "lei" non te l'avrei perdonato mai!
    Perch?
    Perch... perch... non lo so il perch.
    Tacquero entrambi, e sentivano che quel silenzio li dominava.  Alberto
    era  tutto intento a fumare,  e l'Adele a pungersi le mani sul rosaio.
    Si udiva il frusco della sua veste ad ogni movimento di lei.
    L'ultima volta che partisti pel collegio pioveva, ti rammenti?
    S, tu mi scrivesti per domandarmi come fossi arrivato.
    Ti rammenti anche di codesto?
    Ho ancora la lettera.
    Davvero? arross e volse il capo. E Velleda che non ritorna!
    Mi par di vederla laggi.
    Velleda!
    Oh, siete ancora cost? grid Velleda da lontano.
    Parlavamo  di  te,   sai!  esclam  Adele  correndole  incontro,   e
    buttandole le braccia al collo le sussurr qualcosa all'orecchio.
    Cattiva! mormor Velleda chinando il capo e facendosi rossa.
    Grulla! borbott il signor Bartolomeo quando lo seppe.
    Alle  undici  tutti  i  lumi  della villa erano,  o sembravano spenti.
    Alberto che stava  alla  finestra,  come  uno  che  abbia  bisogno  di
    mettersi  in  cuore  tutta  la  serena  bellezza  di una notte estiva,
    credette di scorgere un fil di luce che trapelava fra le stecche della
    persiana di una finestra al pianterreno,  di faccia  alla  sua.  E  si
    sporse  in fuori per meglio vedere;  ma la luce si fece all'improvviso
    pi viva, come pel dileguarsi di un'ombra frapposta, e si spense quasi
    subito.
    5.

    Il domani,  appena Alberto apr la finestra e  appoggi  i  gomiti  al
    davanzale, colla sua bella pipa di schiuma in bocca, ud chiamarsi per
    nome.
    Volse  gli  occhi  sotto il pergolato,  e vide un fresco visetto e due
    begli occhi che gli sorridevano;  la  cuginetta  stava  cogliendo  dei
    fiori da un arbusto alquanto pi alto di lei,  e rizzavasi sulla punta
    dei piedi per far piegare i ramoscelli restii;  le maniche del vestito
    le  cadevano lungo le braccia un po' troppo delicate,  ma bianche come
    alabastro;  il pi gaio raggio di sole indorava quelle braccia e  quel
    viso gentile.
    Buon d, cugino!
    Buon d, cuginetta!
    Son le nove, sa?
    Lo so.
    E non si vergogna?
    O che fa lei cost, cos mattiniera?
    Lo vede, faccio dei mazzolini.
    Per chi ?
    Pel babbo.
    E poi ?
    Per Velleda.
    E poi?
    E poi... per chi se li merita.
    Egli alz il naso in aria, mand un grosso buffo di fumo, e disse:
    E' una bella giornata.
    S rispose la fanciulla asciutto asciutto.
    Adele andava e veniva fra gli alberi, chinandosi ad ogni istante sulle
    aiuole  con  una  vivacit  infantile  e  graziosa  che era tutta sua.
    Alberto la guardava in silenzio.  Dl tanto in tanto ella pure guardava
    lui, cercando di non farsi scorgere, con una tal cera dispettosetta.
    Ha dormito bene? domand finalmente.
    Benissimo, grazie.
    E vuol dormire ancora?
    No... perch?
    Vieni ad aiutarmi dunque!
    Vengo subito, cuginetta.
    Vedendolo  venire ella si diede un gran da fare per assortire i fiori,
    e il giovane sent sfumare in un attimo la grande audacia con la quale
    le avea quasi chiesto un mazzolino.
    Il babbo  andato lass, alla Sassosa, alla vigna.
    Oh davvero?
    Quest'anno avremo una famosa vendemmia!
    S?
    L'ha detto il fattore!
    Lui pu saperlo.
    E il babbo   contento.  Ti  piace  codesto  fiore?  riprese  poscia
    l'Adele saltando da un discorso ad un altro.
    Bellino! come si chiama?
    Non rammento;  un nome forestiero.
    Dev'esser un fior raro.
    Ella stava per rispondere,  ma vide che il cugino guardava pi la mano
    che il fior raro, e arross.
    Che bella aiuola! diss'egli per non farsi scorgere.
    Sai cosa c'era qui prima?  la piazzetta dove noi si giocava a volano!
    Ti ricordi?
    Com' cambiato!
    Anche tu sei cambiato! rispose ella senza alzare gli occhi.
    Ei rispose dopo un istante: E anche tu!.
    E sorrisero entrambi.
    Andiamo  a  svegliare Velleda,  la pigra! disse Adele tutta rossa in
    viso.
    Le finestre del pianterreno non erano molto  alte  dal  suolo,  ma  la
    povera  fanciulla si rizz invano sulla punta dei suoi piedini: Bussa
    tu disse ad Alberto. Egli picchi due colpetti timidi.
    Chi ? si ud rispondere da una voce la quale aveva tuttora alcunch
    d'addormentato e di voluttuoso.
    Sono i miei fiori, che vengono a darti il buon giorno, dormigliona!
    Le stecche della persiana si schiusero alquanto;  i raggi del sole  vi
    s'insinuarono  con  una  certa  avidit  e  si  disegnarono in strisce
    luminose su di una bella figura  bianca,  sul  braccio  roseo  che  si
    appoggiava al davanzale,  sui capelli color d'oro, leggermente ondati,
    che cadevano mollemente sull'accappatoio. Velleda accost il viso alla
    persiana,  e si videro luccicare i  suoi  begli  occhi;  ma  scorgendo
    Alberto,  si tir indietro bruscamente,  e chiuse del tutto,  dicendo:
    Vengo subito.
    Non lo vuoi?  domand  un  po'  crucciata  l'Adele  ad  Alberto  che
    rimaneva cogli occhi fissi sulla persiana chiusa, senza accorgersi del
    mazzolino che gli dava la cugina.
    Dunque me lo merito anch'io? diss'egli sorridendo.
    Presuntuoso!

    Passando sotto la finestra del cugino, Adele alz gli occhi e stette a
    guardarla.
    Vedi   com'  bello  quel  gelsomino  che  s'arrampica  sino  al  tuo
    davanzale?
    Perch fai cos tardi alla sera? riprese dopo breve pausa.
    Come lo sai? Ella arross.
    ...Me l'hanno detto rispose.
    Quel rossore fece dileguare in un lampo  dalla  mente  di  Alberto  la
    leggiadra  apparizione  ch'egli  avea  scorto dietro la persiana e che
    luccicava ancora nel suo pensiero,  come un raggio di sole  irradiasi,
    anche dopo chiusa,  nella pupilla che abbagli.  Egli lev gli occhi a
    quella finestra di faccia alla sua,  dove  la  sera  innanzi  gli  era
    sembrato  veder  del  lume,  esit  un  istante,  ma  non  apr bocca.
    Sembravagli sentire tremare il braccio di lei,  e  che  vaghi  rossori
    fuggitivi le passassero, con una trasparenza alabastrina, sul bel viso
    che teneva chino, e sul collo delicato.
    S'erano  seduti sotto il pergolato.  Ella gli parlava con quella dolce
    favella  della   fanciulla   toscana   che   somiglia   a   cinguetto
    d'uccelletto; sorrideva, arrossiva, giocherellava cogli sgonfietti del
    suo  vestito  e colle foglie del pergolato;  era tutta festante,  e si
    voltava ad ogni momento per veder comparire  Velleda  che  non  veniva
    mai.  Le ombre delle frondi sembravano accarezzarla alternando la luce
    sul suo viso;  il venticello,  di tanto in  tanto,  faceva  strisciare
    leggermente  il  lembo della sua veste sui piedi di lui.  Egli respir
    con forza,  quasi con volutt,  e sorrise;  ella respir  del  pari  e
    sorrise.
    O perch? gli domand ancora sorridente.
    Sento allargarmisi i polmoni.
    E' l'aria montanina.
    Come fa bene!
    Non  vero! e si tacquero.
    Ti piace la campagna? riprese ella poco dopo.
    S.
    Ci starai volentieri?
    Volentierissimo.
    A me piace tanto! esclam ella battendo le mani tutta sorriso.
    Ti  piace stare a guardare la luna dalla finestra? domand tutt'a un
    tratto e bruscamente  il  cugino,  come  rispondendo  ad  un  pensiero
    insistente.
    S..
    Anche a me! e divenne pensieroso.
    Non  ti  par  di voler amare la luna? riprese quindi con certi occhi
    che luccicavano singolarmente;  e che quella dolce luce ti piova  sul
    viso  come  rugiada,  e  ti  rinfreschi  il sangue,  e ti accarezzi le
    chiome,  e che le stelle scintillino come occhi innamorati,  e che  il
    venticello notturno baci mormorando le foglie e i fiori,  e che i fili
    d'erba si agitino in leggiadri abbracciamenti,  e che i  tuoi  sguardi
    cerchino  lass,  in  quella pallida luce,  gli sguardi della donna...
    cio, tu, dell'uomo...
    S'imbrogli, balbett, l'enfasi sboll, e tacque arrossendo.  Essa non
    rispose; dapprima avea spalancato tanto d'occhi a quella sfuriata; poi
    avea chinato il capo, col viso di fiamma, s'era tirata un po' in l, e
    s'era sentito il cuore grosso di non so che sospiri.
    Andiamo a trovar Velleda? disse dopo qualche momento,  levando su di
    lui i begli occhi imbarazzati.
    Ei la segu. Oh, il bel fiorellino! esclam la giovinetta; il cugino
    lo raccolse e glielo diede.
    Grazie! diss'ella ma anche il mio mazzolino  bello non  vero?  e
    si  mise  a ridere.  In quel momento erano giunti sotto la finestra di
    lei.
    E' quella la tua finestra? domand  Alberto  con  un  lieve  tremito
    nella voce.
    ...S... rispose Adele. Ecco Velleda, finalmente!
    E le si butt fra le braccia, coprendola di baci; la prese per mano, e
    si mise a correre con lei.
    Perch corri cos? le domand Velleda.
    Mi sento le ali diss'ella e vorrei volare!




    6.

    Quella  sera  lo  zio  Bartolomeo ritorn tardi dalla "Sassosa" non si
    parl di passeggiate in giardino,  e i lumi si spensero di buon'ora  a
    villa  Forlani.  Alberto  stette  inutilmente delle ore parecchie alla
    finestra,  sperando rivedere quel tal lume dietro quella tal persiana;
    ma  la  persiana  rimase pudicamente chiusa,  come stanno abbassate le
    lunghe ciglia di una vergine cui si  parli  d'amore.  Sembravagli  che
    quel  filo  di luce gli avrebbe irradiato il cuore di tutte le aureole
    che ci sono in una  dolce  confessione,  che  quella  finestra  chiusa
    stesse  pensando  a  lui,  e che dietro quelle imposte Adelina dovesse
    trasalire, come lui,  allo stormire di quelle frondi che il venticello
    agitava mollemente, o che stesse arrossendo, sentendosi accarezzare il
    viso  da  quel  medesimo  profumo  di gelsomini che carezzava il volto
    anche a lui.  Dolci sogni dei vent'anni che le bufere della vita fanno
    svolazzare  qualche  volta  sul  cuore  dell'uomo,  persino  quando il
    sorriso dello scetticismo gli ha gi increspato le labbra.

    Lo zio Forlani aveva messo in campo una gita alla "Sassosa"; i cavalli
    impazienti scuotevano le  sonagliere,  e  le  giovanette  si  facevano
    aspettare.  Finalmente comparve Adele un po' pallida, e con un sorriso
    rugiadoso. Appena vide Alberto si fece rossa rossa.
    Buon d,  cugina! Ella gli sorrise dolcemente,  e gli porse la  mano
    calda e febbrile.
    Sempre  l'ultima!  disse  ridendo  Velleda,  che  scendeva  di corsa
    infilandosi i guanti.  Il mio cappellino non voleva saperne  di  star
    fermo! Che hai? Come sei pallida!
    Ho dormito male rispose Adele tornando ad arrossire.
    Alberto sent balzarsi il cuore in petto.
    Lo  zio  Bartolomeo  sopraggiunse  in  tempo,  come  se  avesse  avuto
    l'intuizione delle situazioni delicate.
    Andiamo, figliuoli, che il sole  gi alto.
    Come sei bella oggi! disse Velleda all'Adele, allorch furono sole.
    Scorse in tal modo una settimana.  Velleda sorprese pi volte  la  sua
    amica cogli occhi pieni di lagrime:
    O cos'hai? le domandava.
    Nulla, ho il cuore troppo pieno.
    Lo  zio  Bartolomeo,  da  uomo  che sa far le cose,  avea preparato al
    nipote una grata sorpresa.  La domenica successiva giunse  da  Pistoia
    anche Gemmati, e la sera ci fu gran veglia alla villa Forlani. Vennero
    dei  vicini,  il  notaio  Zucchi  colla  sua  signora,  ed altri tre o
    quattro. La serata scorse rapidamente in cos bella compagnia; Alberto
    vicino al suo amico fu pi allegro del  solito,  ed  anche  chiassone;
    Gemmati  era  un bel giovanotto,  tagliato un po' grossolanamente,  ma
    gioviale spiritoso e simpatico;  Velleda,  che  sapeva  annoiarsi  con
    garbo,  come  una  signorina ammodo,  pest sul piano tutto quello che
    vollero;  Adele fece vedere l'album alla signora Zucchi,  e  volt  le
    pagine  a  Velleda;  Alberto  l'aiut di tanto in tanto,  per avere il
    pretesto di starle vicino,  di toccare la sua veste o la sua mano  nel
    voltare  i  fogli;  poi  le  tenne  il  broncio  perch ell'era gaia e
    spensierata,  non cercava di guardarlo  negli  occhi,  discorreva  col
    primo  venuto,  ed  evitava  che le loro mani s'incontrassero.  And a
    sedere su di un canap, rannuvolato in viso, e lanciandole di tempo in
    tempo occhiate di fuoco.  L'Adele che vedeva  tutto  cotesto  armeggo
    come lo vedono le ragazze, colla coda dell'occhio, se la godeva ch'era
    un gusto.
    La signora Zucchi, che la pretendeva ad elegante di provincia, si dava
    un gran da fare per mostrarsi disinvolta,  ed era sempre in moto,  ora
    ad annoiare il signor Forlani che giocava a scacchi col notaio, ora ad
    interrompere Velleda mentre suonava, ora a far la bambina con Adele, o
    la civettuola con Gemmati. Finalmente si pose a sedere sul canap dove
    era il marchesino,  facendo mille moine per attirarsi l'attenzione del
    bel  biondo,  che  se  ne stava rincantucciato all'altra estremit del
    canap,  con un certo viso da far credere che fosse in  collera  colla
    signora Zucchi.
    Uno dei vicini aveva recato una gran notizia: si aspettava la contessa
    in villa Armandi - la bella contessa Emilia dicevasi.
    Non  dev'esser  pi giovanissima la bella contessa! disse l'elegante
    signora Zucchi.
    Tutta Firenze parla di lei, e pi d'uno ha fatto delle pazzie...
    Grazie tante!... rispose la Zucchi  assettandosi  virtuosamente  sul
    canap. Se non  che questo!...
    Il  signor  Forlani toss;  Velleda suon un accordo fragoroso che non
    era segnato sulla carta,  e Adele spalanc  tanto  d'occhi.  Anche  il
    notaio  borbott  prudentemente:  Hum!  hum!  tutti  i matti non sono
    all'ospedale!....
    Velleda avea smesso di suonare;  Gemmati stava a  discorrere  con  lei
    sottovoce,  ella  l'ascoltava,  sorridendo  a  fior  di labbro qualche
    volta.  Poi Gemmati s'era avvicinato all'Adele e s'era dato a  parlare
    con lei.
    Alberto sentiva non so qual dispetto,  n sapeva egli stesso contro di
    chi;  ma guardava di sottecchi la cugina che non si  occupava  di  lui
    com'egli  avrebbe  voluto.  Infine si alz,  e and a mettersi accanto
    alla signorina Manfredini. Costei lev gli occhi dalle fotografie,  lo
    fiss  con  sicurezza da regina,  s che dovette chinare gli occhi pel
    primo.
    E' un simpatico giovane il suo amico gli diss'ella.
    Simpatico assai.
    Ella si rimise a sfogliare  l'album;  il  giovane  cerc  cogli  occhi
    Gemmati,  e  lo  vide  presso il caminetto,  discorrendo con Adele che
    rideva come una pazzerella.  Egli si fece rosso e si mosse bruscamente
    per  andarsene;  ma  invece  d'infilare  l'uscio  ch'era dietro le sue
    spalle trov pi corto di fare il giro  del  giardino  per  andare  in
    camera  sua,  e dovette passare cos vicino alla cugina da darle quasi
    uno spintone col gomito.
    Te ne vai? gli domand ella con sorpresa.
    Ei rispose con accento da Otello: S!.
    Perch?
    Ho sonno rispose bruscamente.
    Che bel giovane! esclam la signora Zucchi,  non cos piano  da  non
    farsi sentire dall'Adele,  e osservandola con pettegola curiosit;  la
    fanciulla,  troppo ingenua per esser  diffidente,  si  fece  rossa  di
    giubilo, seguitando a fissare l'uscio pel quale egli era partito.
    E' il figliuolo della signora Cecilia? domand il notaio.
    S rispose il signor Bartolomeo; ha trentaduemila lire d'entrata in
    bei poderi.
    E s che il fu marchese!...
    Ed anche la fu marchesa, pur troppo!...
    Ma non parliamo dei morti. Quel ragazzo  stato fortunato di avere un
    parente  che si occupasse dei suoi affari...  Non faccio per dire,  ma
    non avrebbe di che pagarsi nemmen la boria del marchesato.
    Per non sembra punto allegro! osserv la signora Zucchi.
    Cosa gli hai fatto? susurr Velleda all'orecchio di Adele.
    Io?... nulla, ti giuro! rispose la fanciulla turbandosi.
    Col cuore grosso ella and a cercare il cugino che la  fuggiva,  e  lo
    trov sulla terrazza, appoggiato alla balaustrata.
    Cos'  stato?  gli  domand timidamente,  mettendoglisi accanto come
    un'ombra.
    Ma nulla  stato!

    Ella non ebbe il coraggio d'insistere e tacque.
    C'era accanto un ramoscello di gaggia in fiore;  ne spicc due  o  tre
    fiorellini,  e glieli porse con atto gentile. Egli al sentirsi toccare
    dalla mano di lei trasal.
    Conosci il  significato  della  gaggia?  le  domand  con  un  certo
    turbamento nella voce.
    Adele si fece di bracia, e accenn negativamente col capo.
    Davvero?
    Davvero!
    Tanto meglio! aggiuns'egli sorridendo.
    La fanciulla scapp in casa, e corse all'orecchio di Velleda.
    Che  significato  ha la gaggia? le domand sottovoce pi rossa della
    veste della signora Zucchi.
    Siamo di gi a questi ferri?! esclam Velleda  ridendo.  Vuol  dire
    rottura...
    La giovinetta non volle udir altro, e torn sulla terrazza trepidante.
    Il cugino teneva in mano un ramoscello di vainiglia fiorita.
    Vedi  le  disse  io  non son cattivo come te! e le diede il fiore.
    Ella se lo mise in seno,  e  con  grazioso  e  pudico  ardimento,  gli
    strapp dall'occhiello i fiori di gaggia,  li butt dalla terrazza,  e
    fugg.  Alberto la vide,  attraverso i vetri,  passeggiare al  braccio
    della  sua  amica;   le  due  giovinette  discorrevano  sottovoce,   e
    sorridevano di tanto in tanto.  Tutt'a un tratto Adele si volse  verso
    il balcone, e baci il fiore che egli le aveva dato. Al giovane sembr
    che quei vetri s'irradiassero di luce.
    Sentivasi  attratto verso di lei dall'incantesimo pi forte che avesse
    mai provato;  ma ella sembrava evitarlo,  lo  guardava  con  un  certo
    imbarazzo,  quand'egli  s'avvicinava  a  lei faceva istintivamente dei
    movimenti bruschi, come per fuggirsene,  e rimaneva esitante,  a guisa
    di  un  uccello  spaurito che batte le ali.  Tutto ci la rendeva cos
    bella che Alberto  ne  era  affascinato;  in  quel  momento  tutte  le
    attrattive  della  vita,  della giovent e dell'amore erano per lui in
    quel pallido visino e sotto quel modesto vestito  grigio  che  tremava
    come  le foglie agitate dalla brezza.  Velleda era l presso,  bionda,
    elegante, graziosa,  con tutto il fruscio della sua seta,  col profumo
    chinese del suo fazzoletto ricamato - egli se ne avvide.
    Adele, desidero parlarti le disse con voce tremante.
    La  fanciulla,  un po' rassicurata nel vederlo cos commosso,  rispose
    ingenuamente:
    Andiamo in giardino.
    No... stanotte,  quando tutti saranno a dormire...  Allorch sentirai
    picchiare  tre  colpi  alla tua finestra...  sar io... Ella sorpresa
    stava per domandargli la ragione di tutti quei misteri che non capiva,
    quando Alberto la interruppe vivamente:
    Zitta! ci osservano!
    E tir di lungo colla guardinga  disinvoltura  di  un  cospiratore  di
    melodramma.
    Velleda s'era fermata ad aggiustarsi un nastro, e lo zio Bartolomeo in
    quell'istante  era  tutto  intento  a far vedere ai suoi ospiti che la
    sera era bellissima.
    Alberto afferr  Gemmati  per  mano,  al  momento  in  cui  stava  per
    ritirarsi nella sua camera, e lo condusse seco in giardino.
    Stanotte le parler! gli disse all'orecchio con voce soffocata.
    Gemmati si ferm a guardarlo sorpreso, e gli rispose dolcemente:
    Perch cotesta pazzia?  Non la vedi sempre?  Non puoi parlarle quando
    vuoi?
    No!...  non  la  stessa  cosa...  Tu  non  mi  intendi...  non  puoi
    intendermi... non l'ami come io l'amo... L'hai vista? Com' bella! non
     vero?
    Si,  un angioletto.
    Anche  la  Velleda  bella...  forse pi bella...  in modo diverso...
    Tutti lo dicono... e alcune volte,  vedendole l'una accanto all'altra,
    anche io... Ma perch sembrami pi bella l'Adelina?
    Perch l'ami.
    E perch devo amar lei e non Velleda,  che  bella per lo meno quanto
    lei?
    To! perch ella ti ama.


    7.

    Il tocco era suonato da un pezzo quando Alberto apr la sua finestra -
    ora deliziosa che  precedeva  il  primo  appuntamento,  ora  piena  di
    agitazione  voluttuosa e di ansia inesplicabile.  La finestra di Adele
    era chiusa: che fisonomia singolare avea quella finestra buia,  e come
    lo guardava!  Egli esit alcuni istanti, come ogni Cesare che stia per
    passare un Rubicone;  poi salt sull'erba col cuore di  un  ladro  che
    scassina per la prima volta un uscio.  Il silenzio era profondo,  e il
    giovane non aveva fatto il  menomo  rumore  cadendo  sulla  punta  dei
    piedi.  Le  frondi  del  pergolato  stormivano appena.  Egli si ferm,
    inquieto,  guardando attorno,  coll'orecchio teso,  come se  i  menomi
    rumori  venissero dallo zio che stesse soffiandosi il naso e prendendo
    tabacco.  Poi si avanz a passi di lupo fin sotto  la  finestra  della
    cugina. Trattavasi adesso di picchiare quei tre famosi colpi, promessi
    quando  ci  volevano  ancora due ore per picchiarli,  quando il cuore,
    sotto gli occhi di lei,  picchiava pi forte,  e il  chiacchierio  che
    regnava  nel salotto faceva supporre che non si sarebbero quasi uditi.
    Tutta la poesia dei romanzeschi convegni,  delle scale di seta  e  dei
    segnali  misteriosi,  sfum  dinanzi  al timore di udir tossire lo zio
    Forlani.  Sent di aver paura,  e poi cotesta confessione che  dovette
    farsi  gli infuse coraggio.  Allorch buss leggermente alla finestra,
    gli parve di aver destato tutti gli echi della montagna  e  tutti  gli
    zii del mondo.
    Quanti  palpiti  in  quel  minuto  che la finestra indugi ad aprirsi!
    Quanti  palpiti  allorch  l'ud  schiudersi  pian  pianino  con   una
    circospezione  che  confessava  il peccato ad alta voce!  Una striscia
    luminosa si disegn sull'erba dell'aiuola, e la leggiadra testolina di
    Adele si mostr timidamente.  Essa tremava un po';  la luna che si era
    levata  tardi,  illuminava  il muro di contro e riverberava un barlume
    livido e dolce sul candido viso di lei,  che sorrideva con  ineffabile
    imbarazzo, e guardava qua e l, senza osare di fissare gli occhi su di
    lui.  Certamente si erano detto abbastanza;  ma il cugino,  messo alle
    strette da quel silenzio eloquente, incominci:
    Come sei buona, Adele!
    Ella spalanc i suoi occhioni, e domand con graziosa ingenuit:
    O perch?
    Perch hai accondisceso...
    Non me lo domandasti tu?...
    Si... ma a quest'ora dormiresti... ed invece io...
    L'Adele fece certo sorrisetto e rispose:
    No, non aveva sonno... Non ho sonno da parecchie notti.
    Da quando?...
    Sa che  molto curioso, signor cugino! gli diss'ella dopo un istante
    d'esitazione.
    Il cugino, senza aprir bocca, la guard per la prima volta negli occhi
    coll'amore dell'uomo. Ella abbass i suoi e non rise pi.
    Sei ben sicuro che dorman tutti? gli domand poco dopo,  rispondendo
    senza saperlo a quello sguardo.
    S, da pi di un'ora non si vede un sol lume.
    Ella ritir bruscamente la sua mano. Successe un silenzio che le diede
    animo  e  la  fece sorridere: Ebbene gli domand son qua,  che cosa
    devi dirmi?
    Volevo... desideravo chiederti scusa.
    Di che?
    Sono stato cattivo...
    Ella scosse il capo lentamente: No.
    Alberto avrebbe preferito dei rimproveri,  onde aver agio di menare il
    can per l'aia. Non seppe pi che dire, e rimase imbarazzato.
    Senti l'usignolo?
    No,  il passero solitario.
    Che notte deliziosa!
    Ella non rispose.
    A che pensi?
    A nulla.
    Non ti senti felice?
    ... S!
    Che  ora  ?  domand  la fanciulla dopo alcuni istanti,  come se si
    svegliasse.
    Sar il tocco e mezzo...
    E' tardi, sai!
    Vuoi andartene?
    S e non si muoveva.
    Perch hai detto che sei stato cattivo? gli domand sorridendo cheta
    cheta.
    Perch...  inutile adesso che te lo dica... tu mi hai perdonato!
    E pose un sospirone per punto.
    Ella si mise a guardar la luna, dicendole tante cose cogli occhi.
    Poscia vivamente, come trasalendo:
    Addio! addio! E' tardi, buona sera!
    Adele!...  esclam  Alberto  mentre  ella  stava  per  chiudere   la
    finestra. Adele! Ella si affacci di nuovo, ma tutta tremante, quasi
    avesse  udito  tutt'altro accento nella voce di lui.  Egli esitava.  -
    Allora la fanciulla gli fiss in volto gli occhi lucenti. - Il giovane
    sent tutti i pudichi ardimenti, tutte le avide reticenze che ci erano
    in quello sguardo di vergine, e disse: Vi amo! ecco quello che volevo
    dirvi!.
    Adele divenne bianca udendo quella parola che aspettava da un'ora.
    Perdonatemi riprese Alberto turbato  dal  silenzio  di  lei.  Vi  
    dispiaciuto  che  ve l'abbia detto?  Perdonatemi,  Adele!  Ma parlate,
    ditemi almeno una sola parola, per l'amor di Dio.
    Perch mi date del voi?... mormor la fanciulla con un fil di voce.
    Ah! come sei buona, Adele! Sei buona quanto sei bella! Vedi,  a darti
    del  tu adesso sembrami una delizia!  Tu non sapevi nulla!  Non ti sei
    mai accorta di nulla! Ti amavo da lungo tempo, sai!  Sin da quando ero
    in collegio; ma dacch ti son vicino ti amo come... non saprei dirtelo
    io  stesso...  Mentre  ti parlo,  ora,  sembrami che il cuore stia per
    scapparmi dal petto... Vorrei...
    La fanciulla lasci cadergli fra le mani il  ramoscello  di  vainiglia
    che s'era messo in seno. Alberto afferr quelle manine, e gliele baci
    con ardore.
    Come sei bella! esclam guardandola con occhi innamorati. Quanto ti
    amo!
    Infatti  ella  era proprio bella in quel momento;  l'amore irradiavasi
    come una specie d'aureola dal rossore che la copriva,  dal suo sorriso
    incerto  e  pudico,  dai suoi occhi chini.  C'era tanta luce in quegli
    occhi,  che allorch li fiss in volto ad  Alberto  parvegli  che  due
    stelle lo abbagliassero.
    Ei le parlava concitato,  con quel primo irrompere dell'amore che avea
    vagato sino a quel  giorno  fra  le  nebulose  dell'immaginazione.  Le
    diceva di quel che sentivasi in cuore,  di quel che avea fatto,  degli
    anni  passati  in  collegio,   delle  timide  gioie,   delle  amarezze
    soffocate,  della  madre  che avea perduta - come ella avea perduta la
    sua - di quella prima sera in cui s'era messo a sedere accanto a  lei,
    di quel che aveva visto nella tremola luce delle stelle,  irradiazione
    di mondi sconosciuti,  di quel vago sentimento di un  noi  sparso  per
    tutto  il creato,  di quelle aspirazioni eteree verso una parola senza
    voce umana,  che s'erano concentrati in lei,  e che gli inondavano  il
    cuore,  tutti in una volta,  al semplice contatto della sua veste.  Si
    sentiva immensamente felice: era la prima volta che parlava d'amore, e
    che una fanciulla stava ad ascoltarlo.  - Ella  ascoltava  avidamente,
    infatti;  o piuttosto beveva l'amore vergine ed entusiasta del giovane
    nello scintillare dei suoi  occhi,  e  nelle  vibrazioni  appassionate
    della sua voce.  Le sue povere manine tremavano come foglie nelle mani
    di lui. Mi ami? le diss'egli con uno di quegli accenti che penetrano
    sino in fondo al cuore.  Ella accenn di s col capo due o tre  volte,
    senza osar di guardarlo.
    E non amerai altri che me?
    La giovinetta lo fiss collo sguardo limpido e franco della vergine, e
    rispose con ingenua meraviglia:
    Potresti amare un'altra, tu?
    No... no!...
    O dunque?
    Ei rimase un istante pensieroso.
    E m'amerai sempre cos?
    Sempre,  e  insegner  ai  tuoi  figli  ad  amarti  cosi! rispose la
    fanciulla con sublime candore.
    Alberto tacque,  si fe' scuro in viso,  ed evit di  guardarla.  Aveva
    sentito come una trafittura. La schietta rivelazione del casto istinto
    materno che rivelavasi negli occhi sereni e nell'ingenuo sorriso della
    vergine,  sconvolgeva  l'artificiosa  poesia del suo cuore,  lo faceva
    precipitare dagli astri fra i quali libravasi, e lo faceva pensare.
    Cos'hai? gli domand Adele, che lo vide rannuvolato.
    Ho che voglio essere amato da te,  e non  dai  miei  figli!  rispose
    sfogando come poteva il suo malumore.  Ho che amo te, e non... Ho che
    ti amo, perch ti amo... senza pensare ad altro... Amami cos,  Adele!
    Amiamoci per amarci... perch altrimenti... sai...
    Che cosa?
    Potremmo  dubitare  di  noi  medesimi...  delle  nostre intenzioni...
    potremmo dubitare del nostro amore...
    Giusto quando  Alberto  stava  per  sciorinare  tutta  la  sua  teoria
    dell'amore  puro,  poetico  e  senza  figliuoli  si  ud  tossire alla
    finestra di sopra,  ch'era quella dello zio Bartolomeo.  Adele  scapp
    come  una  cerbiatta  spaventata;  Alberto  si fece piccin piccino,  e
    sgattaiol rasente al muro.  Ci volle  una  buona  mezz'ora  prima  di
    decidersi a rientrare per la finestra, dopo essersi assicurato che non
    si  udiva fiatare anima viva,  e che la finestra dello zio era proprio
    chiusa.  Per fu tormentato tutta la notte dal dubbio combinato  colla
    tosse  dello  zio,  che  quella  tal  persiana  non fosse stata sempre
    socchiusa,  come l'avea vista rientrando - e  di  vento  non  ne  avea
    tirato  una maledetta in tutta la sera.  Il giorno dopo avrebbe voluto
    trovarsi cento miglia lontano piuttosto che comparire al cospetto  del
    terribile zio.
    Verso le otto stava per svignarsela bel bello, col pretesto d'andare a
    caccia,  quando  il  domestico  venne a cercarlo giusto da parte dello
    zio.
    Vengo subito rispose il nipote, che sarebbe andato pi volentieri al
    diavolo.


    8.

    Al veder la faccia patriarcale e il sorriso giovialone dello  zio,  il
    giovanotto  si  sent meglio,  e cerc di sorridere anche lui.  Lo zio
    aveva un monte di scartafacci sul tavolino, e gli occhiali sul naso.
    Stavi per andare a caccia? domand amichevolmente.
    Si, caro zio balbett il giovane con tenerezza.
    Scusami, ma ho a farti un discorso serio.
    Alberto senti che si faceva piccino di nuovo.  Gli occhiali dello  zio
    gli abbacinavano la vista.
    Ma mi sbrigher in un "fiat" riprese il signor Bartolomeo. Ho messo
    tutto  in  ordine  da  un mese.  Non avrai che a gettare gli occhi sui
    conti, e spero che sarai contento di me.
    Alberto respir liberamente, e rispose ch'era contentissimo.
    Vedrai che ordine!  che esattezza scrupolosa!  Se avessi amministrato
    sempre  io  a  quest'ora  saresti...  Basta!  dei  morti non si parla.
    Cotesti son atti di gabella... le spese... i bilanci...  il rendiconto
    della tutela... Stammi a sentire.
    Ma zio mio!... le pare!...
    No,  no,  figliuolo mio...  Sono affari delicati questi...  Ci son di
    mezzo io... Si tratta di tutela...!
    Alberto,  che non capiva nulla di nulla,  e che  aveva  in  corpo  per
    giunta  il  rimorso  di  quella  tal  magagnetta  della  notte scorsa,
    perdette intieramente la testa soltanto a gettare gli occhi su  quelle
    lunghe  filze  di  cifre,  e  si  lasci  trascinare pei capelli in un
    laberinto di dare ed  avere,  riscossioni,  pagamenti,  bonificazioni,
    atti  giudiziari,  spese  diverse,  eccetera,  approvando del capo,  o
    sfogandosi in proteste di fiducia e di gratitudine.  Dopo un par d'ore
    di  quel  supplizio  venne  a  sapere  che  lo  zio Bartolomeo,  sulle
    trentaduemila lire d'entrata, avea fatto,  durante la sua tutela,  una
    economia  di  lire  5876  e  97  centesimi - oltre le tutte spese e la
    pensione pagata regolarmente al collegio Cicognini - delle quali  5876
    lire  e  97  centesimi  avea  mandato al nipote 2000 lire,  quando era
    ancora a Prato, e senza parlare di un rigo di ricevuta, e le rimanenti
    lire 3876,97 le consegnava al momento.  Ben inteso senza voler sentire
    nemmeno discorrere d'indennit - diamine!  non era del medesimo sangue
    per nulla! Alberto gli rammentava al vivo la sua povera Cecilia!  Anzi
    non volle neppur restituiti i tre centesimi d'avanzo.
    Il  nipote,  malgrado  la  sua  inesperienza,  sentiva vagamente che i
    ringraziamenti gli venivano stentati,  e che si ricordava della  tosse
    significativa della notte scorsa.
    Adesso, per la vita e per la morte,  bene mettersi in regola per via
    di notaio con una buona quietanza.
    Alberto non fiat,  e sottoscrisse tutto quello che lo zio e il signor
    Zucchi gli misero sotto la mano.


    9.

    Gemmati era andato a Pistoia per un par  di  giorni.  Alberto  l'aveva
    accompagnato per un tratto di strada;  poi era ritornato a piedi,  per
    le scorciatoie che s'arrampicavano  su  per  l'erta  fiancheggiate  da
    siepi fiorite.  La viottola sbucava sulla strada carrozzabile, a pochi
    passi, in mezzo ai folti che continuavano a salire col monticello.  Le
    due ragazze stavano per mettervi il piede quand'egli arriv dall'altra
    parte della strada maestra;  si voltarono al rumore dei suoi passi,  e
    misero un "oh!" prolungato.
    Vi ho fatto paura?
    Paura di che? disse Velleda.
    S, ci hai fatto paura rispose ridendo l'Adele.
    Volete che vi accompagni?
    Dove andremo?
    Ma... dove vuoi rispose Velleda all'interrogazione dell'amica.
    Se tornassimo a casa?
    La  signorina  Manfredini  non  fece  alcuna  osservazione;  si  volt
    indietro,  e  incominci a camminare verso il cancello,  appoggiandosi
    all'ombrellino,   con  quell'altera  indifferenza  che  l'avea   fatta
    soprannominare la "principessa".
    Sai,  non    stato  nulla!  disse  al  cugino Adele,  senza osar di
    guardarlo.
    Velleda li precedeva senza affettazione pel gran viale  del  giardino,
    voltandosi di tanto in tanto per fare una interrogazione, o fermandosi
    per  raccogliere  col medesimo interesse un fiore o un filo d'erba.  I
    due cugini la seguivano l'uno accanto all'altra, chiacchierando fra di
    loro, ma senza darsi il braccio.  L'Adelina era un po' pallida,  aveva
    certi rossori fuggitivi, certi impeti d'allegria, come una pienezza di
    vita  che  si  fosse concentrata nel cuore.  Andava lentamente,  quasi
    fosse stanca,  con certa mollezza carezzevole,  rispondeva a  lui  con
    voce  piena  di  una dolce sonorit,  e gli sorrideva senza alzare gli
    occhi, con un sorriso velato.
    Entrando nel  salotto  Velleda  sprigion  i  suoi  magnifici  capelli
    biondi,  togliendosi il largo cappello di paglia,  e vi rovesci tutto
    quel mucchio d'erbe e di fiori che si teneva in grembo.
    Cosa vuoi farne? le domand Adele.
    Il pi bel mazzo, vedrai!
    Appena rimasero soli il cugino prese la mano della  giovinetta,  e  le
    disse: Come sei bella!. Ella gli sorrise senza alzare gli occhi.
    Il sole faceva scintillare i vetri della finestra, e inondava di atomi
    dorati  il viso della fanciulla.  Ella lavorava in silenzio,  col capo
    chino sul ricamo,  e le sue mani,  che si  affaticavano  con  febbrile
    impazienza,  dicevano al giovane amato tutte quelle cose che le labbra
    tacevano.  - Essi si parlavano da mezz'ora senza  aprir  bocca  -  lui
    cogli  sguardi che la giovinetta si sentiva posare sui capelli come un
    bacio - ella con quel silenzio, cogli improvvisi rossori che passavano
    sulla nuca delicata, e col lieve tremito delle mani.
    Adele! mormor alfine Alberto con voce  appena  intelligibile.  Ella
    trasal.  Sei  in collera con me? Essa cerc due o tre volte il buco
    del canovaccio dove infilar l'ago, e balbett:
    Perch?
    Perch non mi dici nulla...
    Sto ad ascoltarti rispose ingenuamente la fanciulla.
    Mi ami?
    Adele abbass il capo sin quasi a toccare il lavoro che  avea  fra  le
    mani, e il sangue le corse come una vampa in tutte le vene.
    Dammi qualcosa di tuo!...
    Non ho nulla!...
    Il   cugino  prese  la  forbicetta:  ella  se  ne  avvide,   impallid
    leggermente, smesse di lavorare, ed attese, a capo chino,  trepidante.
    Ei  prese  un  ricciolino di quei che le svolazzavano sul collo,  e lo
    recise.
    Ahi! esclam la poveretta, di cui le mani tremavano forte.
    Ti ho fatto male?
    ...No... mi son punto un dito...

    Trascorsero parecchi giorni di gioie tumultuose,  nascoste in due mani
    che s'incontravano per caso,  e di sospiri riboccanti di felicit,  di
    rossori provocanti e di pudiche audacie,  di mostruose dissimulazioni,
    che  avrebbero  aperto  gli  occhi anche ad un cieco,  e di sotterfugi
    abilissimi,  che nessuno faceva le viste  d'indovinare,  -  cercandosi
    cogli  occhi,  parlandosi  colle mani,  accarezzandosi col suono della
    voce, respirando l'amore e l'amante coll'aria,  col profumo dei fiori,
    col raggio del sole,  e col canto degli uccelli.  Velleda, quasi fosse
    sola a vederci chiaro, si faceva vedere il meno possibile. Gemmati era
    a Pistoia, lo zio Bartolomeo si fregava le mani guardando il bel tempo
    che favoriva l'ubertosa vendemmia.  Era  un  paradiso.  -  Al  giovane
    innamorato  sembrava  di  vivere  in un'estasi deliziosa,  che non era
    priva di volutt,  volutt sottile,  quasi eterea,  che gli  ricercava
    squisitamente  le fibre pi riposte,  e gli centuplicava il piacere di
    certe sensazioni.  Il suo cuore vi si abbandonava mollemente;  ei  non
    desiderava dippi, non avrebbe osato cercare pi in l: tutte le larve
    gioconde  che  avevano  popolato  i  suoi  sogni giovanili,  la donna,
    l'amore, la felicit, erano riunite in lei, nel suo sorriso, nella sua
    voce,  nelle carezze di quella vesticciuola che  s'increspava  un  po'
    troppo  sul  petto  e  sugli omeri delicati.  Allorquando lo strascico
    superbo di Velleda frusciava sul tappeto vicino a lui, o le sue chiome
    folte gli accarezzavano gli sguardi col loro bel biondo, egli guardava
    con piacere,  come  se  quell'altra  bellezza  invece  di  essere  una
    sottrazione alle attrattive di Adele,  ne facesse parte,  appartenesse
    anch'essa alla donna amata... o al suo amore.
    Del resto egli vedeva di rado Velleda, all'infuori dell'ora di pranzo,
    e della sera - non sempre  per.  Alcuni  giorni  dopo  l'incontr  in
    giardino  per la prima volta sola,  colla larga manica svolazzante sul
    braccio,  il viso colorito  dei  rosei  riflessi  dell'ombrellino,  lo
    sguardo vagabondo,  l'andatura graziosamente indolente.  Ella si ferm
    su due piedi gli stese la destra,  e gli disse con  una  sicurezza  di
    frase  e  d'intonazione  che parve pesare come una mano vigorosa sulla
    spalla di lui:
    E Adele?
    Non l'ho ancor vista.
    Ella sorrise come sapeva sorridere alcune volte,  e disse: Ooooh!...
    Alberto arross per timore di farsi rosso.
    La troveremo forse sulla terrazza, dove il signor Forlani sta facendo
    collocar dei vasi di fiori soggiunse. Vuole accompagnarmi?
    E andarono pel viale,  l'uno accanto all'altra. Le leggere balzane del
    vestito di lei sussurravano sugli stivalini di pelle lucida.
    Le piace la campagna? incominci Alberto dopo alcuni passi.
    Tanto!
    Ci fa delle lunghe passeggiate?
    S.
    Non si vede quasi mai la mattina!
    Ella si volt a guardarlo,  con una sfumatura di  sorpresa  e  inchin
    leggermente il capo, un po' ironica.
    Prima  eravamo  in  due a correr pel giardino soggiunse tosto come a
    scancellare l'effetto del suo saluto.  Ma  adesso  l'Adele    sempre
    stanca.
    E non si annoia ad andar da sola? si affrett a rispondere Alberto.
    Perch dovrei annoiarmi?
    E'  pur  vero  che  alle  volte  si preferisce stare in compagnia dei
    propri pensieri...
    Che pensieri? interruppe Velleda bruscamente,  fissandogli gli occhi
    in viso.
    Essi rimasero un istante a guardarsi in tal modo.
    Lo  zio  Bartolomeo,  che  stava  li  presso,  grid,  come  se avesse
    indovinato la situazione scabrosa:
    Ehi,  ragazzo,  chi vuol vedere  la  bella  carrozza?  Correte  sulla
    terrazza.
    Pass  infatti  un cocchio superbo,  luccicante di vernice,  di stemmi
    dorati,  di livree gallonate,  di campanelli,  adorno di nastri  e  di
    fiori,  alle testiere dei cavalli e agli occhielli dei postiglioni;  i
    razzi delle ruote brillavano al sole come rapide ali  di  uccello;  un
    sottil velo di polvere avvolgeva il legno elegante,  imbottito di seta
    come un elegante scatolino,  e la bella signora  che  vi  stava  mezzo
    sdraiata, appoggiando i piedi al sedile di faccia, con posa indolente,
    in  mezzo  ad una nuvola di mussolina fresca e leggiera come il tulle;
    il velo azzurro del suo cappellino svolazzava su  tutto  quell'assieme
    leggiadro.
    La  bella  signora!  esclam  ingenuamente  Adelina  che  era venuta
    correndo.
    E' la contessa Armandi disse Velleda.
    Alberto l'aveva seguita con un lungo sguardo.
    Tornarono indietro pel desinare,  e lo zio andava  innanzi  pi  lesto
    degli altri, dicendo che avea fame. Di tanto in tanto Alberto rimaneva
    pensieroso,  e  non rispondeva subito,  o rispondeva a sproposito alle
    interrogazioni  e  ai  discorsi  delle  due  ragazze,  che  sembravano
    festanti  tutt'e  due.  A  tavola parl due o tre volte della contessa
    Armandi e dopo desinare and a fumare in giardino.
    Si sentiva gonfiare in petto i germi di  tutte  le  forme  dell'amore,
    come  un  rigoglio  di  vita,  come  acri fiori di giovinezza: era uno
    strano miscuglio degli occhi turchini di Adele del suo sorriso pudico,
    e delle lusinghe,  dei biondi capelli di Velleda,  della sua  elegante
    civetteria   -   pi   in  l,   fra  le  nuvole  azzurre  e  purpuree
    dell'avvenire,  ondeggiava  vagamente  la  larva  di  un  altro  amore
    nebuloso  come  la mussolina che modellava il bel corpo della contessa
    Armandi, sdraiata mollemente nella carrozza come in un letto.  - Tutti
    cotesti  fantasmi  gli  turbinavano  confusamente  nella  mente,   gli
    scorrevano per le vene col sangue acceso di febbre.  - Quel  fanciullo
    che cominciava a sentir la donna aveva bisogno di piangere.


    10.

    Allora fu recato in villa un invito pel ballo della contessa Armandi.
    Andarono  in una magnifica sera d'autunno.  Le siepi fiorite esalavano
    vigorosi profumi;  le sonagliere dei cavalli avevano un non so che  di
    festoso;   le  fruste  dei  postiglioni  scoppiettavano  allegramente;
    l'ultima squilla dell'"avemaria"  moriva  in  lontananza,  coll'ultimo
    raggio di sole che colorava di tinte opaline uno strappo di cielo. Poi
    venne la notte, tacita, stellata.
    Il  giardino  della  villa Armandi era illuminato,  la scala adorna di
    fiori,  tutte le finestre brillavano come le  lenti  di  una  lanterna
    magica.   -   Alberto   guardava  avidamente  attraverso  un'iride  di
    tappezzerie, di colori, di dorature e di specchi,  vedevasi un via vai
    di  gente  in festa;  nelle sale olezzavano profumi soavi,  brillavano
    gemme superbe ed occhi vellutati,  c'era una  carezza  di  musica,  di
    frasi  leggiadre  e  di raso che frusciava - e in mezzo a tutto questo
    una donna pi bella,  pi elegante di tutte le altre,  che si chiamava
    la contessa Armandi.
    Era  una  delicata bellezza: l'occhio nero,  superbo,  profondamente e
    voluttuosamente solcato,  l'andatura,  la voce ed il gesto molli,  gli
    omeri  candidi  e  profumati  come le foglie di magnolia,  ondulati in
    linee  pure,  carezzate  dalle  trecce  nere  ed  elastiche,  il  seno
    squisitamente   modellato   nell'avorio,   marmorizzato  da  sfumature
    azzurrine,  vaporoso pei  veli  ricamati,  lo  strascico  della  veste
    sussurrante in modo carezzevole dietro di lei, la punta dello scarpino
    di raso che luccicava di tanto in tanto come una lingua serpentina, la
    fronte altera e il sorriso affascinante. - Ella aveva quarant'anni.
    Allorch  si trovarono faccia a faccia con Velleda,  coteste due donne
    leggiadre in modo diverso,  scambiarono un'occhiata che avrebbe potuto
    dirsi  il  luccicare  di due spade da duellanti,  mentre s'inchinavano
    graziosamente. - La contessa sorrise all'Adele,  al signor Forlani,  e
    si volt a guardarlo mentr'egli si allontanava.
    Tutti gli sguardi seguivano la signorina Manfredini;  sembrava infatti
    che le grazie della sua persona sorridessero  trovandosi  nel  proprio
    elemento;  nella  sua elegante disinvoltura c'era un che d'impaziente,
    di avido,  di febbrile,  che luccicava nei suoi  occhi,  e  dilatavasi
    colle  rosse narici,  mentre ella agitava il ventaglio chinese.  Anche
    Alberto sorprese s  stesso  a  seguire  la  direzione  di  tutti  gli
    sguardi,  e fissava lungamente la contessina - poscia, inquieto, cerc
    cogli occhi l'Adele.
    Velleda  stava  presso  il  pianoforte  circondata  dai  pi  eleganti
    giovanotti,  come una cerbiatta attorniata da una muta d cani;  ma la
    cerbiatta teneva testa da tutte le parti, col brio,  col sorriso,  con
    una  parola,   con  un  gesto,   spiritosa,   caustica,   leggiadra  e
    impertinente. Due o tre volte volse a caso gli occhi su di Alberto,  e
    ad  un  tratto  gli fece segno col ventaglio di avvicinarsi;  prese il
    braccio di lui e si allontan.
    Non ne potevo pi! disse ridendo.
    Il povero giovane si sent tutto sossopra.
    E' naturale che tutti le facciano la corte... balbett.
    Vorrebbe farmela anche lei? diss'ella con un accento  e  un  sorriso
    singolari.
    Alberto ammutol, e a lei il sorriso mor sulle labbra.
    Passeggiarono  lentamente per le sale,  ella battendo col ventaglio il
    tempo di un valzer che suonavano.
    Com' bello! esclam Alberto.
    E' Strauss, rispose ella distratta.
    O perch non si balla un giro?
    A proposito della corte? diss'ella sorridendo.
    Alberto volle sorridere colla  medesima  disinvoltura,  ma  ci  riesc
    assai male.
    Ebbene... disse s!
    No! rispose ella col medesimo tono, ma un po' pi recisamente.
    Il   giovane  insistette  con  insolito  calore;   ella  diveniva  pi
    capricciosa  e  pi  ostinata,  scuoteva  il  capo  con  certa  grazia
    risoluta,  e  mordevasi  le  labbra  con  certo  sorrisetto malizioso,
    appoggiando le spalle allo stipite di una  finestra  e  stringendo  il
    ventaglio  nelle mani.  Di tanto in tanto,  quasi non se ne avvedesse,
    raggi seduttori le scappavano dagli occhi.  Ad un  tratto,  senza  dir
    nulla,  mentre sembrava pi ferma nel rifiuto,  appoggi mollemente il
    braccio alla spalla di lui, e si lasci andare.
    Essa ballava in modo singolare,  un po' diritta,  col capo alto,  e il
    braccio  disteso.  Di  tanto  in tanto gli diceva qualche parola senza
    importanza, o scuoteva con grazia inimitabile la sua bionda testolina.
    Si ferm all'improvviso, un po' rossa,  un po' smarrita,  svincol con
    impazienza  impercettibile  la  mano  che  ancora egli le teneva,  gli
    lanci a  bruciapelo  uno  sguardo  singolare,  viso  contro  viso,  e
    impallid leggermente.
    Non ballo pi gli disse sono stanca.
    La contessa Armandi era l presso ed esclam:
    Che bella coppia!
    Velleda rispose con un grazioso inchino.  Alberto,  passando accanto a
    uno specchio,  vi gett uno sguardo e poscia arross di averlo  fatto;
    ma   nello  specchio  sorprese  due  grandi  occhi  che  lo  seguivano
    amorosamente dal fondo di un canap. And verso la povera Adelina,  la
    quale  se  ne stava modestamente rannicchiata fra due mamme,  e sembr
    rianimarsi come lo vide venire e gli sorrise cogli occhi.
    Non balli? domand il cugino; allorch furono soli.
    Non  mi  hai  invitato  a   ballare!   rispose   Adele   timidamente
    carezzevole.
    Ci son tanti giovanotti...!
    Non voglio ballare cogli altri...
    Perch?
    Perch... perch... perch non voglio.
    Ei  chin  il  capo,  tuttora bollente del soffio che Velleda vi aveva
    gettato, e si allontan soprapensiero. Stava da qualche tempo nel vano
    di  una  finestra,  colla  fronte  sui  vetri,   guardando  nel  buio,
    allorquando  ud un frusco di vesti vicino a lui,  e si trov accanto
    la contessa Armandi.
    Non balla il "cotillon"?... gli domand.
    No, contessa.
    Ella sembr volere aggiungere qualche altra parola,  ma  gli  fece  un
    segno col ventaglio, sorrise e si allontan. Ei seguiva macchinalmente
    cogli  occhi  il  turbinio  di  quella  danza  in  mezzo alla quale la
    contessa stava come una  regina,  di  cui  tutti  si  contendevano  un
    sorriso  o  un  giro  di  valzer.  Improvvisamente  quella regina and
    diritto verso di lui,  gli gitt come una sultana  il  suo  fazzoletto
    ricamato,  gli mise sulla spalla la mano splendida di gemme,  e fra le
    braccia la vita sinuosa ed elastica  -  poi,  quando  ebbe  finito  di
    ballare, lo ringrazi con un sorriso.
    Voglio conoscerla meglio: gli disse facciamo un giro.
    Tutti  gli  sguardi  si volsero su quell'uomo fortunato e quell'altera
    belt che passavano.  Egli pensava al  giorno  in  cui  l'aveva  vista
    mollemente distesa nella sua carrozza,  fra una nuvola di polvere e di
    veli.
    Entrarono nella stufa,  profumata,  silenziosa,  oscura.  La  contessa
    sedette.  Il  discorso  andava a sbalzi,  scucito,  con certa bizzaria
    capricciosa che ella sapeva dargli,  strisciando in  tutti  i  zig-zag
    serpentini  pei quali ella voleva farlo passare,  brioso,  civettuolo,
    elegante come lei. Poi ella non disse pi una sola parola, appoggi il
    mento sulla mano,  e guard qua e l con occhi distratti;  il "fisci"
    alitava  lieve lieve,  e gettava una certa dolce ombra livida sul seno
    d'alabastro: ella apriva e chiudeva macchinalmente il suo ventaglio, e
    faceva scrosciare le stecche fra di loro.  Tutt'a un tratto piant  in
    volto ad Alberto uno sguardo e un sorriso singolari, e gli disse:
    Ma noi ci compromettiamo orribilmente, mio caro! Si alz ridendo e si
    allontan.

    Allorch  gli ospiti di villa Forlani lasciarono la festa erano le due
    del mattino.  La notte era buia,  il cielo senza stelle,  la  campagna
    paurosa.  Di  quando  in quando il vento mugolava fra le gole lontane.
    Adele un po' melanconica stava nel fondo della  carrozza,  avviluppata
    nel  suo  mantello.  Velleda  teneva  il viso allo sportello.  Alberto
    respirava a pieni polmoni.
    Che bella sera! esclam.
    Velleda gli rivolse una rapida occhiata.
    I sogni di quella notte!  popolati di tutte le  larve  dell'amore,  di
    tutte  le febbri della giovinezza,  di tutte le lusinghe delle vanit,
    di tutte le ebbrezze dei piaceri!  - Povera  Adele  se  avesse  potuto
    indovinarli!


    11.

    Alberti si svegli tardi,  stanchissimo, e col capo peso. Un raggio di
    sole penetrava fra le stecche della persiana  e  faceva  luccicare  la
    vernice del cassettone;  ei gli sorrise,  poscia rimase a fissarlo con
    occhi sbarrati; infine si alz con un inesplicabile malumore.
    Il suo primo sguardo fu  per  la  finestra  di  Velleda:  era  chiusa.
    All'ora  della  colazione  entrando nella sala da pranzo volse intorno
    uno sguardo ansioso.
    Sei malato anche tu? gli chiese Adele correndogli incontro festosa.
    Chi  malato?
    Velleda,  che non viene a colazione perch  cos  stanca  da  starne
    male. Avete ballato molto!
    Alberto  lasci  cadere  il  sorriso  ingenuo  e  l'aria giuliva della
    fanciulla.  La colazione non fu molto gaia.  Lo  zio  Bartolomeo  usc
    appena alzatosi da tavola, e li lasci soli.
    La  fanciulla  guardava  il  cugino  alla  sfuggita,   gli  porgeva  i
    fiammiferi e la borsa  del  tabacco,  cercava  di  prevenire  tutti  i
    desideri di lui, e, dopo di avere esitato lungamente:
    Che hai? domand.
    Io? nulla.
    Non  vero; hai qualcosa.
    Il giovane sent penetrarsi sino al cuore quell'osservazione, e rimase
    un po' senza rispondere.
    Ma cosa vuoi che abbia?
    Mah... se lo sapessi! rispose la fanciulla ingenuamente.
    Per  la  prima  volta il giovane non pot sostenere il limpido sguardo
    della vergine, accese il sigaro ed usc.
    Trovandosi all'aperto, l'aria,  il sole,  il profumo dei campi,  tutte
    quelle cose salubri e schiette,  sembravano purificarlo e rinvigorilo.
    Gli ebbri fantasmi della notte,  che avevano bisogno del  lume,  della
    stearina e delle ombre delle cortine,  si dileguavano alla chiara luce
    del sole, e non rimaneva che la mesta e pura figurina di Adele,  colle
    sue  candide  manine  intrecciate  sulle  ginocchia,  e  i grand'occhi
    turchini che l'interrogavano timidamente.

    Il giorno dopo la contessina Manfredini comparve all'ora del desinare,
    fresca e  rosea  come  prima.  Alberto  prov  un  singolare  dispetto
    vedendola cos. S' rimessa? le domand.
    Lo vede! rispose ella tranquillamente.
    Prendevano  il  caff  in  giardino;  Velleda  pos la chicchera sulla
    tavola di marmo, e si mise a dondolare su di una poltrona di legno: E
    il suo amico non torna pi? domand dopo qualche tempo ad Alberto. Ei
    rispose, con un po' di sorpresa: Verr domani o doman l'altro.
    Ah!
    Si alz, lasci i due cugini in giardino,  e and a mettersi al piano.
    Il tocco della sua mano era secco,  nervoso,  quasi aspro;  la melodia
    errava scucita,  e come soffocata in mezzo  ad  un  nembo  di  accordi
    tempestosi;  c'era l'indolenza, la sprezzatura, la sbadataggine di chi
    va seguendo sui tasti i propri pensieri,  e non si cura di afferrarli.
    Quella  strana musica irrompeva dalle finestre aperte,  e soverchiava,
    direi turbava,  la pace solenne della  sera;  sembrava  udirvi  scoppi
    d'allegria  e  gemiti  soffocati,  e  aveva  qualcosa della leggiadria
    bizzarra della suonatrice.
    Alberto si avvicin  al  piano,  e  stette  a  guardar  Velleda.  Ella
    sembrava una statua di marmo che suonasse;  calma,  impassibile, cogli
    occhi fissi sulla carta.
    Canterai qualcosa? domand Adele.
    Ella scosse il capo continuando a suonare, poscia smise, e si alz.
    Cos presto! disse Alberto. Continui a suonare almeno.
    Velleda alz freddamente gli occhi su di lui, e gli domand:
    Cosa desidera?
    Ma... quel che le pare.
    Ella  si  mise  a  sfogliare  della  musica  senza  aggiungere  verbo,
    l'aggiust sul leggo, e incominci una canzone di Schubert.
    Adele erasi messa a sedere sul canap.  Alberto,  appoggiato alla coda
    del piano,  teneva gli occhi fissi sulla suonatrice: costei non levava
    i suoi dalla carta?  con certa altera freddezza;  metteva tutta la sua
    anima nelle mani,  di cui gli anelli scintillavano assai pi dei  suoi
    occhi  e  vedevasi  solo che quel seno si gonfiava dai lucidi riflessi
    della sua veste, su cui cadeva il lume delle candele. A poco a poco il
    suono mor nelle corde, le mani si fermarono, e la suonatrice chin il
    mento sul petto.
    E' finito?... domand Alberto come svegliandosi di soprassalto.
    S rispose lei bruscamente.
    E and ad aggiustarsi un fiore tra  i  capelli,  baci  Adele,  salut
    appena del capo Alberti, e se ne and.
    Si soffoca qui! disse Alberto alla cugina vado in giardino.
    Il domani doveva arrivar Gemmati.  Alberto and ad incontrarlo, e dopo
    la prima stretta di mano il suo amico gli domand:
    O cos'hai?
    Cosa mi vedi? Sto benissimo.
    Stanno tutti bene in villa?
    Tutti.
    Siamo in broncio, eh?
    No!
    V'amate sempre?
    Non amo che lei!...
    Chi ti parla degli altri? disse Gemmati.


    12.

    Alberto si abbever di quel sottile veleno che lo penetrava senza  che
    egli se ne avvedesse, e l'ebbrezza di oggi gli dava la sete per domani
    -  spesso  non era che un gesto,  un'inflessione di voce,  uno sguardo
    distratto,  un sorriso appena accennato.  Egli stava in  una  continua
    agitazione.  Non  si  accorgeva  nemmeno che cercava tutti i mezzi per
    star  vicino  alla  contessina  Manfredini,  che  accanto  a  lei  era
    tutt'altro  uomo,   che  non  poteva  saziarsi  di  rimirarla,  ch'era
    inquieto,  dispettoso,  cogitabondo quand'era costretto a  star  colla
    cugina,  non  si  avvedeva  degli innocenti sotterfugi,  delle ingenue
    manovre che la povera  Adele  inventava  per  vederlo  sorridere;  non
    indovinava  le  domande  che  c'erano nel silenzio di lei,  l'inquieta
    ansiet dei suoi sguardi.  La poverina cercava almeno la compagnia  di
    Gemmati,  come per sfogarsi con lui,  come se egli avesse qualche cosa
    del suo amico, e stava sovente vicino a lui zitta zitta, o pensierosa,
    o parlandogli di cose indifferenti,  spesso  ricacciando  indietro  le
    lagrime  che  le  facevano  velo  alla vista,  senza osar di svelargli
    giammai il suo dolore.  Lo zio Bartolomeo non guardava pi  il  tempo,
    non si fregava le mani,  e prendeva tabacco con molta enfasi.  Velleda
    non si accorgeva di nulla,  non mostrava  di  evitar  Alberto,  ma  lo
    incontrava  assai  raramente  da  sola.  Al contrario,  si trovava pi
    spesso con Gemmati,  stava pi volentieri a discorrer con lui,  gli si
    mostrava  graziosa,  si  faceva accompagnare nelle sue passeggiate,  e
    faceva gravare su di lui il peso dei suoi capriccetti bizzarri.

    Una volta Gemmati,  tornando da caccia,  avea incontrato  le  ragazze,
    Alberti, lo zio Forlani, i coniugi Zucchi, la intera comitiva insomma,
    al  cancello  del  giardino.  Tutti si erano affrettati attorno al suo
    carniere ben pieno facendogli  i  mirallegro.  Velleda  sola  rimaneva
    zitta.  Per la signora Zucchi,  ch'era molto sensibile,  offuscava un
    po'   la   gloria   del   cacciatore   fortunato   con    esclamazioni
    compassionevoli  verso  una  "tortorella fedele" che teneva spenzoloni
    per un'ala,  e se la prendeva col crudele divertimento,  colla durezza
    di cuore, eccetera. Velleda, seria seria, l'interruppe:
    Se fossi un uomo non vorrei far altro.
    O  tu  perch  non sei venuto? domand Gemmati al suo amico,  mentre
    s'avviavano verso la villa.
    Gemmati rimase alquanto sorpreso dal tono di quella risposta, consegn
    schioppo e carniere ad un domestico,  e and cogli altri;  ma lungo il
    giorno fu pensieroso, ed anche inquieto. Guardava qualche volta il suo
    amico,  tutto  annuvolato,  e che evitava visibilmente di trovarsi con
    lui.  Alla fine approfitt di un momento in  cui  erano  soli,  e  gli
    disse:
    Alberto, stammi a sentire... Da qualche tempo ce l'hai con me!
    Io? disse Alberto senza guardarlo.
    S, tu, e non so perch. Cosa t'ho fatto?
    Nulla, t'inganni. Perch dovrei avercela con te?
    Gemmati  gli  prese  la mano,  ch'ei non os rifiutargli,  e gli disse
    guardandolo negli occhi:
    Saresti geloso?
    Geloso?... disse Alberto trasalendo, e di chi?
    L'altro ebbe un moto di sorpresa.
    Ma... dell'Adele.
    Perch sarei geloso? replic  Alberto  dopo  un  breve  silenzio,  e
    fissandogli  gli  occhi in viso per la prima volta.  Non fai la corte
    alla Velleda per conto tuo?
    Io?
    S,  tu insist con un sorriso stentato;  oppure  lei che la fa  a
    te.
    Gemmati scoppi in una buona e franca risata.
    Sei  matto!  Io  sono un povero diavolo di medico in erba,  e lei una
    contessina che  ha  pi  anelli  ch'io  non  abbia  quattrini...  Come
    vuoi?... Del resto... Ma a te che te ne importa?
    Nulla me ne importa...  proprio nulla.  Ho detto cos per convincerti
    che non potevo esser geloso di te a motivo di Adele.
    Gemmati stette ancora  qualche  istante  guardandolo  negli  occhi,  e
    stringendogli le mani; e riprese da l a un momento:
    Ascoltami,  Alberto:  forse  non  sai  tu  stesso  qual tesoro sia il
    cuoricino della tua Adele,  e come ti ami,  la povera  fanciulla,  con
    quanta  sincerit,  e  con quanta delicatezza...  e come ti nasconda i
    suoi timori, i dispiaceri che le dai senza accorgertene...  Sai che se
    tu la tradissi faresti...  To',  ci vogliamo abbastanza bene per dirti
    la parola tal'e quale - una vilt!

    Da alcuni giorni la povera fanciulla amava  anch'essa  la  solitudine,
    non  perch  si  vedesse  negletta  dal  cugino,  ch quando lo vedeva
    sorridere le si schiudeva  il  paradiso,  ma  pel  dolore  di  vederlo
    cos...  cos...  non lo sapeva lei stessa. Ei la trov su quel sedile
    dove la luna li avea visti l'uno accanto all'altra,  e  sent  qualche
    cosa  che  gli  stringeva  il  cuore;  la  poverina  stava a guardarlo
    timidamente,  spalancando gli occhi per dissimulare le lagrime che  le
    spuntavano,  e  non  osando  chiamarlo nemmen cogli sguardi - ei le si
    avvicin col sorriso falso,  come un colpevole.  -  Allora  Adele  gli
    afferr la mano con vivacit, e scoppi in pianto.
    Perch  piangi?  disse  Alberto,  quasi anche lui colle lagrime agli
    occhi.
    Oh, perch son felice!... Guarda che matta!
    Stettero un po' insieme;  egli  parlava  poco  e  distratto;  essa  lo
    guardava di nascosto, quasi temesse di annoiarlo.
    Alberto,   mi  permetti  che  ti  dica  una  cosa?  balbett  infine
    timidamente.
    Di'.
    Confidami cos'hai!
    Ma cosa mi vedi?
    Non lo so... Non sei pi il medesimo...
    Egli arross lievemente.
    Perch mi fai cotesta domanda? disse rialzando il capo  bruscamente,
    da una specie di meditazione.
    Perch... perch sei molto cambiato.
    Egli parve esitare.
    Temi che non ti ami?
    La fanciulla lo guard attonita, e rispose ingenuamente:
    Perch non mi ameresti? Non me l'hai detto tu stesso che mi ami?
    Voglio dire... se temi che non ti ami pi?
    Non  me  lo diresti,  in tal caso? rispose Adele al modo istesso,  e
    senza distogliere gli occhi dai suoi.
    Dunque?... balbett il giovane, e quel "dunque" e gli s'inchiod nel
    pensiero.
    Dunque sarei proprio un vile! mormor allorch fu solo,  e  fuggendo
    per la campagna come se alcuno l'inseguisse.


    13.

    Come  va  che  non  s'  pi visto,  marchese Alberti? ud esclamare
    dietro di s.
    Si volt,  e vide la contessa Armandi a cavallo,  che si  era  fermata
    sulla  via,  a  due  passi  da  lui.  La contessa stava bene in sella,
    l'amazzone disegnava elegantemente il suo bel corpo,  il velo  azzurro
    le svolazzava sul viso, quasi la baciasse, la cavalla, col freno tutto
    bianco  di  spuma,  allungava  il  collo e scuoteva la bella testolina
    colla grazia di una gazzella addomesticata.
    Bisognava proprio incontrarlo per via! disse l'Armandi  stendendogli
    la mano all'altezza del suo ginocchio.  Fortuna che viene a cercare i
    dolci tramonti,  e i bei punti di vista!...  Farebbe anche dei  versi,
    marchese?
    Il  sorriso  di lei era cos gaio,  che il giovane se lo sentiva quasi
    comunicare, e rispose:
    Non ho questo vizio, contessa.
    E' innamorato dunque?
    Anch'ella ci viene senza far versi, n essere innamorata...
    Che ne sa lei? domand con un sorriso che lo scombussol del tutto.
    Ma...
    Non posso essere innamorata di mio  marito...  o  della  mia  Zelia?
    aggiunse con quel risolino mordente e leggiadro,  guardandolo ardita e
    civettuola,  e giocando col  pomo  del  frustino  fra  i  crini  della
    cavalla.
    Per riprese ella che non ha n marito,  n Zelia, amer la bionda,
    o la bruna. Quale delle due?
    Il giovane arross, volle negare, e rimase imbarazzato.
    La contessa stava a guardarlo col gomito  sul  ginocchio,  la  guancia
    sulla palma, e una provocante ironia negli occhi.
    E  dopo  averlo  ascoltato cos fra ironica e motteggiatrice soggiunse
    con una gran seriet:
    E' vero!  Ella  troppo giovane per amare la bruna,  e non  amer  la
    bionda che per un quarto d'ora.  Ella non ama che la sua giovinezza, e
    la donna allo stato  di  nebulosa.  Addio.  Quando  avr  bisogno  del
    consiglio  di  una  buona  amica venga a trovarmi;  cos m'avr la sua
    visita che aspetto da un pezzo.
    E spron Zelia,  senza dare il tempo ad Alberto di balbettare le scuse
    che  gli si leggevano in volto.  Poi arrest di botto lo slancio della
    cavalla,  e rizzandosi sulla staffa con piglio grazioso ed ardito,  si
    volt indietro, e gli disse da lontano:
    Oh,  non  sono in collera...  e per prova!... sul ciglione della via
    spuntava una margherita tardiva;  ella la recise di un colpo di frusta
    ed in prova le lascio un ricordo: consulti l'oracolo, marchese.
    E spar come un lampo.

    Hai visto la contessa Armandi? domand a tavola Gemmati.
    S.
    Cosa t'ha detto? aggiunse Adele.
    Alberto  s'imbrogli  nel  racconto  di una storiella met vera e met
    inventata,  si confuse e si fece anche un po' rosso.  Lo  zio  Forlani
    toss due o tre volte, e Velleda gli rivolse una rapida occhiata.
    Che bella signora! disse per cambiar discorso.

    Il  giorno  dopo,  quando  Alberto  stava  per andare a villa Armandi,
    incontr per caso la signorina Manfredini presso il cancello.
    Va dalla contessa? gli domand.
    S.
    Ci tien proprio a far cotesta visita?
    Ma... tenerci...
    Se non ci tiene non ne faccia nulla  per  oggi.  Il  tempo    bello;
    andremo alla "Sassosa" in carrozza con Adele.
    E per la prima volta chin gli occhi dinanzi allo sguardo di lui.
    S... diss'egli, s!


    14.

    Adele  accett  l'invito tutta giuliva.  Era tanto tempo che il cugino
    sembrava le tenesse il broncio! Ma in quella comparve il babbo, con un
    viso pi scuro del solito,  e chiam la  figliuola  nella  sua  camera
    sotto pretesto di farle un discorso serio.
    Alberti  ascoltava  assai distratto i discorsi che teneva Velleda,  la
    quale era assai pi calma e pi padrona  di  s.  Adele  ritorn  poco
    dopo, pallida, tutta sossopra, e col viso ancora bagnato di lagrime.
    Cos' stato? domand piano il cugino.
    Ella lo guard cogli occhi lagrimosi, il petto le si gonfi, e scoppi
    a piangere.
    Nulla!  nulla! rispondeva ostinatamente a tutte le interrogazioni di
    lui che si sentiva trafiggere il cuore da quel pianto.
    Dopo circa una mezz'ora ritorn lo zio.  Era serio  in  viso,  ma  con
    quell'aria  di  burbero benefico che gli andava a meraviglia.  Egli fu
    amabilissimo con Velleda, e accarezz il nipote sulla spalla.
    Il tuo baio mi sembra un  po'  malato  gli  disse.  Vuoi  venire  a
    vederlo?
    Alberto  sent in nube che il suo baio stava assai meglio di come egli
    non si sentisse in quel momento;  pure segu lo zio,  di cui  il  viso
    andava rannuvolandosi a misura che si allontanavano dal pergolato dove
    avevano  lasciato  le  ragazze.   Arrivati  nel  viale  rimpetto  alla
    scuderia,  ch'era dall'altro lato della villa,  ei  si  ferm  su  due
    piedi,  dominando  il  nipote  da tutta la maest della sua corpulenta
    statura e del suo sguardo da zio.
    Alberto,  tu sei il figliuolo della  mia  cara  Cecilia!  incominci
    solennemente.
    Zio mio...
    E sei anche un ottimo ragazzo... non ho difficolt di dirlo.
    Oh, mio zio...
    Io  ti  voglio  e  ti vorr sempre del bene,  da secondo padre che ti
    sono. Tu puoi vedere come ti ho accolto in casa, e come...
    Grazie, zio mio!...
    Ma che lavoro mi fai in ricambio!
    Alberto si fece di bracia.
    M'hai stregata quella povera bambina, di'?...
    Il nipote,  con tutti i colori dell'iride sul viso,  teneva gli  occhi
    fitti  a  terra,  come se avesse voluto sprofondarvisi.  Lo zio tacque
    maestosamente, aspettando risposta per alcuni secondi; indi riprese in
    aria paterna:
    M'accorgo dal tuo imbarazzo  che  capisci  d'esserti  condotto  assai
    male, e che ne sei pentito!...
    E mise una seconda pausa; ma la risposta che aspettava non venne.
    Me  ne  sono accorto soltanto oggi...  troppo tardi!  Ma avrei potuto
    diffidare di te, del sangue mio, del mio secondo figlio.. ch per tale
    ti ho?...
    Alberto non fiatava,  ma andava ruminando come diavolo lo  zio  se  ne
    fosse  accorto  proprio  adesso  che  egli  non pensava quasi pi alla
    cugina,  e ricordavasi della tosse che si era udita  quella  sera  del
    famoso  colloquio  con Adelina,  e che in buona coscienza aveva allora
    attribuito allo zio. Costui,  vedendo che il nipote non si risolveva a
    parlare, e rimaneva impalato quasi fosse stato di sasso, riprese:
    "Mea  culpa"!  mio  danno!  i  cocci li pagher io!  io che son stato
    troppo cieco,  fiducioso come...  come un galantuomo...  Quella povera
    figliuola passer qualche grosso guaio... ma pazienza!
    La sposer! rispose Alberto pallido come un cencio.
    Figliuol  mio! esclam il signor Forlani abbracciandolo teneramente.
    Non ho mai dubitato di te!
    Ritornarono sotto il pergolato,  non  curandosi  altro  del  baio  che
    mangiava tranquillamente la sua avena. Velleda, senza alzare gli occhi
    dal  lavoro,  li  saett  di uno sguardo che avrebbe fatto onore ad un
    diplomatico. Adele chino maggiormente il capo, ed impallid.
    Figliuola mia le disse il babbo appena Alberto  si  fu  allontanato;
    tuo  cugino  Alberto mi ha domandato la tua mano.  Posso parlarne qui
    dinanzi alla tua amica che  come una sorella.
    Adele lasci cadersi il lavoro di mano,  e si fece bianca.  Velleda si
    alz  come  per  lo  scattare  di  una  molla,  corse  a lei in furia,
    l'abbracci e la baci a pi riprese, poi, al sopravvenire di Alberti,
    gli sorrise graziosamente, e gli stese la mano.
    Che Iddio vi  benedica,  figliuoli  miei!  fin  il  signor  Forlani
    abbracciando i due giovani nel tempo stesso.
    O  come  il babbo se n' accorto adesso? esclam ingenuamente Adele,
    allorch rimasero soli.
    La felicit della poveretta era cos grande  che  sembrava  irradiarsi
    anche  sugli  altri.  C'era  tanto affetto,  tanta gratitudine,  tanto
    abbandono,  tanta espansione nella sua gioia che Alberto  credette  un
    istante il suo amore si fosse galvanizzato.
    Gemmati  avea  fatto  una  corsa sino a Pistoia;  ritornando alla sera
    trov tutti in festa,  e come  seppe  di  che  si  trattava  abbracci
    Alberto, e gli disse con quel suo fare calmo e schietto:
    Bene, amico mio!


    15.

    Alberto  fu insolitamente mattiniero.  Tornando dalla sua passeggiata,
    ud suonare il piano, ed entr nel salotto.
    Trov Velleda al pianoforte;  com'egli apparve  sull'uscio  le  ultime
    note sembrarono trasalire.
    Oh, il signor Alberto!
    E gli stese la mano con calma perfetta.
    Ei s'assise accanto a lei, e stette ad ascoltare.
    Non lo sa? diss'ella dopo alcuni istanti, e senza smetter di suonare
    aspetto la mamma, oggi.
    Oh! L'avremo per qualche tempo con noi?
    Per un giorno. E' venuta a prendermi.
    Va via?
    S.
    Quando?
    Domani.
    Cos presto!
    E' pi di un mese che son qui.
    Alberto tacque, ed ella continu a suonare.
    Che pezzo  codesto? domand infine.
    Uno studio di Liszt. Le piace?
    S... molto...
    Egli si alz,  e si mise a guardare fuori della finestra.  Poi torn a
    sedersi al medesimo posto, e dopo alcuni istanti di silenzio le disse:
    Ci rivedremo?.
    Ma... s...
    Egli non disse pi nulla;  anche il  pianoforte  si  tacque.  Rimasero
    zitti, immobili, senza guardarsi.
    Ad un tratto si udirono dei passi vicino all'uscio.
    Lasciatemi  esclam  Velleda bruscamente dandogli per la prima volta
    del "voi".

    Entr  Gemmati,  serio,  freddo;   scambi  due  o  tre  parole  colla
    contessina,  poi prese Alberti pel braccio, e lo condusse fuori con un
    pretesto.
    Dopo alcune centinaia di passi,  Gemmati alz gli occhi in viso al suo
    amico per la prima volta gli disse:
    Son venuto a cercarti per dirti una cosa. Domani vado via.
    Alberto  parve un istante colpito da quell'improvviso annuncio;  ma ad
    un tratto avvamp in viso e rispose masticando un sorriso:
    Accompagni la contessina Manfredini?
    Vado solo: rispose freddamente Gemmati; partir stasera.
    Oh, fai pure il tuo comodo!
    Gemmati, dopo una lieve pausa, riprese:
    Dunque l'hai fatta?
    Cosa?
    Quella cattiva azione.
    Luigi! grid Alberto.
    Non andare in collera,  perch in tal modo mi dai ragione;  vedi,  io
    che  non ho torto non andr in collera: se gridi,  grider pi alto di
    te quello che  la  tua  coscienza  ti  dice  sottovoce;  se  tenti  di
    picchiarmi,  picchier pi forte.  Partir stasera,  perch non voglio
    stare a vedere certe scene; tu mi fai rabbia,  e quella povera bambina
    mi fa piet;  le mie parole non son giovate a nulla;  almeno non vedr
    coi miei occhi...  Se avrai la forza di essere quello  che  sei  stato
    sempre,  un galantuomo,  verr ad abbracciarti e a domandarti scusa...
    Se no... non ci rivedremo pi; addio!
    16.

    Verso sera giunse la contessa Manfredini. Era una bella signora che si
    era fermata ai quarant'anni,  bionda come la figliuola,  colle  labbra
    sottili,  il  sorriso  affabile,  e  quel  gentile accento toscano che
    sembra una carezza della parola.  Si sarebbe  detta  una  donna  tutta
    miele  dai capelli alla bocca;  era discreta,  indulgente,  riservata,
    semplice e spiritosa, all'occorrenza,  e quando voleva poteva assumere
    certe  arie  matronali  che  bisognava  vedere!  Fu talmente gentile e
    affettuosa con Adele da far ingelosire Velleda,  se Velleda non  fosse
    stata  buona  come la mamma;  trov due o tre parole da fare andare in
    solluchero Alberti, e fu cos graziosa col signor Forlani, che costui,
    per rispondere di galanteria alla sua maniera,  avrebbe  voluto  farle
    bere  di tutti i fiaschi della sua cantina.  Dopo il pranzo le ragazze
    si misero al piano,  il signor Forlani prepar i famosi scacchi,  e il
    vento cominci a gemere al di fuori.

    Ci  faccia  sentire  qualche  cosa! disse Alberto a Velleda con voce
    lievemente commossa.
    Ella parve esitare.
    Sii buona, via! aggiunse Adele.
    E' l'ultima volta che ci vediamo; rispose finalmente rivolgendosi ad
    Alberto; non le posso ricusar nulla.
    L'ultima volta? esclam Adele.
    Ho detto per ischerzo; sai!
    E si mise accanto al piano, scelse la sua musica, e l'Adele si dispose
    ad accompagnarla.
    Cantava con una mano appoggiata al pianoforte: la luce delle  candele,
    difesa  dalle ventole,  giocava coi delicati chiaroscuri del suo viso;
    nella sua voce c'erano vibrazioni  che  facevano  trasalire,  che  gli
    ascoltatori  sentivano scorrere nelle loro fibre;  i giocatori avevano
    lasciato gli scacchi;  Adele stessa di tanto in tanto alzava gli occhi
    verso  di  lei,  con  un  sentimento  d'ammirazione.  Tutt'a un tratto
    Velleda lanci uno sguardo rapido e fiammeggiante come una stoccata ad
    Alberto, che ascoltava cogli occhi fissi su di lei, pallido e turbato.
    Come hai cantato stasera! le disse Adele abbracciandola.
    Ella sorrise sbadatamente.
    Fammi dare del fior d'arancio, mi sento un po' agitata.
    Adele and ella stessa.
    Velleda rimase al cembalo, e vedeva Alberti senza guardarlo.  Ei le si
    avvicin  lentamente  come  affascinato,  e  le si mise accanto - ella
    sembr non accorgersene.
    Vorrei parlarvi! disse finalmente il poveretto con voce sorda.
    La contessina chiuse il libro tranquillamente e lev  su  di  lui  gli
    occhi sereni:
    Sto ad ascoltarvi.
    Vorrei  parlarvi  da  solo,  stanotte,  in  giardino! ripet Alberti
    coll'ostinazione quasi minacciosa di uno che  stia  per  ismarrire  la
    ragione.
    E' matto? diss'ella freddamente.
    Le  labbra  del giovane si fecero smorte,  e tremarono due o tre volte
    senza poter proferire parola: S, credo d'esser matto davvero!.
    Ma io non lo sono, davvero!
    Alberto guard Velleda in tal modo che ella,  in un salotto  pieno  di
    gente, ebbe paura.
    Sarete cagione di qualche disgrazia!
    Io?
    Voi! rispose con fermezza, guardandola fisso.
    Ma sa quel che mi propone, lei? disse la giovinetta con fierezza.
    Ho  bisogno  di  parlarvi,  stanotte!  insist  Alberto con ostinata
    tenacit.
    Adele entrava in quel momento da un uscio  accanto  al  piano,  e  ud
    quelle  parole  come  se  un  demone  gliele  avesse  incise nel cuore
    coll'artiglio.  Ella si appoggi all'uscio prima d'entrare;  ma  nella
    pi  debole  fanciulla ci son miracolose energie,  ed ebbe la forza di
    mostrarsi calma allorch sollev la  tenda.  Alberto  insisteva  collo
    sguardo, senza avvedersi di lei.
    Velleda indovin un po' d'imbarazzo nel contegno scambievole.
    Sai che cosa gli dicevo? le disse all'orecchio che son gelosa!
    I due fidanzati trasalirono in modo diverso.
    Gelosa di me? balbett la povera fanciulla.
    No, ma di lui. Ei mi ruber il tuo cuore.
    Alberto chin gli occhi e arross.
    La  contessina  incominci  a  discorrere  di mille cose,  spiritosa e
    disinvolta come sempre, e la conversazione si fece generale,  spieg e
    raccolse  le  ondeggianti  sue  reti di parole che avevano significati
    diversi  pei  diversi  attori  di  quella  scena.  Adele,   coll'anima
    straziata  dall'angoscia,  osservava il cugino che sembrava intento ad
    un discorso interiore.  A un tratto,  guardando alla sfuggita  Velleda
    con  cert'occhi  da  spiritato,  ei  scapp  a dire fuor di proposito:
    Ebbene?  un  "ebbene"  che  avrebbe   stonato   orribilmente   nella
    conversazione  generale,  se  in  quel momento tutti non fossero stati
    distratti da una discussione abbastanza calorosa.  Adele fu eroica per
    forza  d'animo,  Velleda  mostr una sorprendente presenza di spirito:
    prese la musica del  "Ballo  in  Maschera"  sbadatamente,  cominci  a
    scorrerne le pagine, e canticchi "Io l sar... alle tre". Si alz,
    si  mise  al  piano,  come  invogliatasi repentinamente,  e cominci a
    suonare la stretta.  Grazie! le disse  Alberto  cogli  occhi.  Adele
    sent che le si spezzava qualcosa dentro il petto.


    17.

    Era  una  di  quelle  ultime notti d'autunno che preludiano l'inverno,
    scura e tempestosa.  Gli alberi si contorcevano sotto un vento furioso
    che gemeva come voce umana;  i cani uggiolavano spaventati; l'aria era
    talmente  carica  d'elettricit  che  sentivasi  quel  vago  senso  di
    terrore, fantastica attrattiva della notte.
    Alberto  salt  gi dalla finestra,  quella medesima finestra che avea
    scavalcato qualche tempo innanzi con tutt'altro amore nel cuore, e non
    volse gli occhi a quella della cugina se non  per  spiare  se  potesse
    esser  visto.  In  tutto  il  suo interno non c'era che una sola idea,
    indistinta,  cieca,  affascinante;  passeggi innanzi e  indietro  pel
    viale  che correva dinanzi alla villa,  coi capelli irti,  e il sudore
    sulla fronte,  mentre il vento  ululava,  e  le  foglie  degli  alberi
    sembravano  scrosciare  per  gragnuola;  il  buio  che  l'avvolgeva lo
    penetrava del tutto;  sentiva dentro di s certo  mugolo  tempestoso,
    somigliante al vento che gli faceva sbattere sul viso le foglie morte.
    Due  ore  scorsero in un lampo;  ci avrebbe passeggiato tutta la notte
    senza accorgersene,  sotto la  pioggia,  in  bala  del  vento,  sotto
    l'uragano.
    Tutt'a  un  tratto  sent  afferrarsi  da  una mano,  quasi le tenebre
    avessero preso corpo.
    Velleda! esclam, prorompendo in quel nome che lo riempiva tutto.
    Ebbene, che volete.
    Velleda! ripet.
    Ella non lo vedeva,  sebbene lo toccasse quasi,  e  quella  voce,  nel
    buio, le faceva paura.
    Sapete quel che m'avete fatto fare?...
    S, lo so! rispose risolutamente.
    Voi! il fidanzato di un'altra!...
    S.
    Il fidanzato della mia amica!...
    S!
    M'avete  minacciato  di  fare  una  pazzia,  per farmi commettere una
    pazzia!
    S!
    Cosa dovete dirmi?
    Che vi amo! diss'egli con voce sorda.
    Io venni qui per dirvi che sono la figliuola del  conte  Manfredini!
    rispose Velleda con la voce fremente di orgoglio.
    Io ci venni per dirvi che son pazzo di voi! ribatt Alberto.
    Successero alcuni istanti di silenzio.
    Oh! se avessi potuto prevedere! diss'ella finalmente.
    Alberti esclam duramente:
    Voi lo sapete da molto tempo!
    No!
    Egli non batt palpebra.
    S riprese con febbrile esaltazione;  avete sorpreso il mio pallore
    da Caino,  avete indovinato il mio tremito e i miei sguardi da  Giuda;
    vi siete vista nello specchio e avete pensato: son bella, mi ama, deve
    amarmi, deve contorcersi a strisciare al pari di un insetto calpestato
    dal mio stivalino!...
    Velleda  trasal,  come  se il demone dell'orgoglio avesse accarezzato
    con lingua di fuoco tutte le vanit della donna.
    S, l'ho temuto disse e sono stata pi forte di voi!
    Ne avete riso!...
    Io vi amavo gi! disse ella con nobilt.
    Alberti barcoll,  e  cerc  inutilmente  una  parola  che  esprimesse
    l'irrompere della sua passione:
    Voglio vedervi! grid. Lasciatemi vedervi!
    Ella  scorse  gli occhi di lui scintillare nel buio come quelli di una
    belva.  Il forsennato la spinse per forza verso quella parte del viale
    dove gli alberi erano pi radi e l'oscurit meno fitta,  I'afferr per
    le tempie, le rovesci il capo all'indietro,  e la baci con labbra di
    fuoco. Velleda mise un grido, che il vento soffoc.
    Marchese  Alberti; disse pallida come uno spettro,  io non vi aveva
    fatto l'insulto di diffidare di voi.
    Ei si arretr di due o tre passi.
    Ascoltatemi bene,  signore!  Son l'amica di Adele,  e mi sento ancora
    degna  di  lei,  e di me.  Questa  l'ultima volta che ci vediamo;  vi
    parlo come attraverso un abisso insormontabile, come stessi per morire
    per voi: ecco perch non vi ho nascosto e non vi nascondo  nulla.  Non
    vi ricambier d'amore giammai!  Io far il mio dovere, e prego Dio che
    voi facciate il vostro.
    Qual  il mio dovere? domand Alberti a  guisa  d'uomo  colpito  dal
    fulmine.
    Dimenticatemi,  il meglio che possiate fare.
    Alberto rispose con un fosco sorriso.
    Ebbene,  io  far  il  mio  soggiunse  Velleda  dopo  un  istante di
    silenzio.
    Ho previsto tutto quello che potreste fare; diss'egli  con  tenacit
    disperata.  Voi mi fuggirete,  io vi seguir; mi disprezzerete, vivr
    per vedervi; non mi amerete, vi amer io!...
    Cos dicendo sembr che gli mancassero le forze,  cadde lentamente sui
    ginocchi  dinanzi  a  lei abbracciando la sua veste.  Velleda gett un
    lungo sguardo su quell'uomo che singhiozzava ai suoi piedi.
    Alberto! disse dolcemente - ei balz in piedi. Alberto,  lasciamoci
    degni  l'uno  dell'altro;  dimentichiamo  un istante di debolezza e di
    follia; siamo forti!...
    Che bisogno avete  di  esser  forte  voi?  domand  il  giovane  con
    terribile ingenuit. Quali debolezze sentite? quali follie temete?
    Ella chin il capo senza rispondere.
    Alberto attese due o tre secondi in ansia mortale.
    Ma parlate, in nome di Dio! grid delirante, scuotendole le mani con
    asprezza. Mi fate impazzire!
    No! esclam dessa. No!... no! Mai!
    E fugg come un'ombra.


    18.

    I  contadini  dei dintorni udirono abbaiare i cani tutta notte come se
    una bestia randagia avesse scorazzato per quei monti.  Alberto rientr
    verso   il   mezzogiorno,   sotto  pretesto  d'aver  fatto  una  lunga
    passeggiata mattinale, stanco,  trafelato,  febbricitante.  Alla villa
    trov  tutto  sossopra:  i domestici andavano e venivano in furia,  la
    carrozza era dinanzi alla porta coi cavalli ancora fumanti di  sudore;
    lo zio Bartolomeo era ritornato allora allora in compagnia del medico.
    Durante  la  notte  Adele  era  stata assalita da un accesso di febbre
    violentissimo. A quella notizia Alberto si sent mancare il cuore.
    Trov lo zio sull'uscio della camera di lei.
    Dove sei stato? gli domand.
    Ei balbett delle bugie,  al par di un  colpevole.  Lo  zio  era  cos
    turbato da non accorgersi del turbamento del nipote.
    La povera Adelina sta male,  sai! gli disse.  Non si sa che diavolo
    abbia; anche il dottore ci ha perso il latino. Entra pure. Adele,  c'
    qui Alberto!
    Il giovane incontr gli occhi di Adele,  ardenti come carboni,  che lo
    fissavano senza dir motto;  tutti i muscoli del viso di lei sembrarono
    decomporsi. Il dottore stava a capo del letto, e teneva fra le dita il
    polso dell'inferma;  ei volse al sopravvenuto uno sguardo che sembrava
    scrutatore.
    Chi  quel signore? domand il medico al signor Forlani sottovoce.
    Mio nipote Alberto, il fidanzato della mia figliuola.
    E' strano! borbott l'altro.  M'era parso di  sentir  trasalire  il
    polso.
    E  si mise nuovamente a guardare in viso l'inferma che stava immobile,
    cogli occhi fissi,  le guance accese,  le manine  che  stringevano  di
    quando  in quando convulsivamente la rimboccatura della coperta,  e le
    labbra agitate da un tremito nervoso.
    La camera era quasi al buio; si udiva solo il tic-tac dell'orologio ed
    il cinguetto degli uccelli sul davanzale della finestra.
    Avevamo passato tranquillamente la sera in  casa  diceva  il  signor
    Forlani a mo' d'informazione;  la mia bambina era sana e allegra come
    sempre;  ella non ha chiamato una sola volta in  tutta  la  notte,  la
    Gegia  che  dorme  vicino  alla  sua  camera,  non l'ud muoversi,  n
    fiatare;  stamane poi me la trova in quello  stato  e  colla  finestra
    spalancata,  per  il  gran vento di stanotte,  o perch l'abbia aperta
    ella stessa,  senza ricordarsene poi,  sentendosi soffocare dal sangue
    che  le  montava al capo.  Dalle otto a questa parte  stata sempre in
    quello stato; non parla, non risponde, sembra non abbia conoscenza. La
    contessina Manfredini,  la sua pi cara amica,   venuta a dirle addio
    prima di partire, ed ella non se n' accorta; anzi, vedendola entrare,
     divenuta pallida, ha chiuso gli occhi, e allorch la sua amica volle
    baciarla fu colta da un accesso di febbre o di convulsione, si diede a
    tremare  e  a rabbrividire che faceva piet;  non ha risposto una sola
    parola a tutto quello  che  le  diceva  la  contessina,  sembrava  non
    sentisse  proprio  nulla,  e  seguitava  a  stringere convulsamente la
    rimboccatura della coperta, come la vede fare adesso;  d'allora non ha
    aperto mai bocca.
    Il medico non diceva nulla.
    Guarda,  Adele, c' qui il tuo Alberto! riprese il signor Forlani ad
    alta voce.
    Alberto,  spinto da lui,  si accost al letto.  L'inferma lo fiss con
    quegli occhi spalancati, lucidi e senza sguardo, talmente che egli non
    pot fare a meno di chinare i suoi.
    Stai male, povera Adele? mormor con voce commossa.
    La poverina incominci a tremare, quasi fosse colta dal ribrezzo della
    febbre, ma non rispose.
    E' il tuo Alberto! insist il babbo.
    Ella trem pi forte.
    Non  mi  conosci?  balbett  il  giovane,   non  sapendo  che  dire,
    piegandosi verso di lei.
    E' partita!... disse l'Adele con un soffio di voce appena sensibile,
    e con tale accento che lacer il cuore di lui.
    Cos'ha detto? domand il babbo.
    Non ho inteso... rispose Alberto chinando  gli  occhi  dinanzi  agli
    occhi di lei, che lo fissavano sempre.


    19.

    I  giorni  seguenti trascorsero in alternative di speranze e di timori
    per la vita  della  giovinetta.  Alberto  non  ardiva  pi  comparirle
    dinanzi  e  domandava  sempre  sue  notizie,  inquieto,  agitato,  pi
    sofferente di lei.  Se fosse morta gli sarebbe parso di aver  commesso
    un assassinio.
    Finalmente   Adele   miglior;   ma  come  andava  inoltrandosi  nella
    convalescenza, mostravasi pi fredda e riservata verso di lui, cercava
    mille pretesti per non ricevere le sue visite, evitava di rispondergli
    e di guardarlo in faccia.  Finalmente un bel mattino capit in  camera
    sua lo zio Bartolomeo,  il quale, dopo avergli parlato della pioggia e
    del bel tempo quasi non sapesse da che parte incominciare,  gli  disse
    infine,  con mille proteste di rincrescimento, che quanto a matrimonio
    non se ne sarebbe fatto nulla, almeno pel momento.
    Adele non vuole sentirne parlare. E' un capriccetto da convalescente,
    cosa vuoi?  Bravo chi sa leggervi.  Ti voleva un gran bene,  e  te  ne
    vuole  di  molto  tutt'ora.  Ma  che  diavolo di novit l' saltata in
    mente? Cosa vuoi farci?  A me rincresce pi di te,  che vorrei poterti
    dir figlio due volte!... Ma passer!... Oh, passer!
    Alberto  cap assai pi in l dello zio,  e si trov piccino dinanzi a
    quel  nobile  sacrificio  della  fanciulla;   ma,   egoista  come   un
    innamorato,  non seppe indovinare quante lagrime e quanti dolori fosse
    costato quel capriccetto da convalescente alla povera Adele.
    Poco dopo ricevette una lettera di lei.

    "So tutto. Perdonami, Alberto,  ma il cuore mi si spezzava.  Dio mi ha
    dato la forza di non tradirmi, e nessuno sapr giammai il motivo della
    mia  risoluzione.  Ma  a  te bisogna pur dirlo,  per non farti credere
    anche a te che sia un  capriccio...  perch  il  mio  rifiuto  non  ti
    umilii...  e  per  dirti  che ti amo ancora.  Capirai che se ti scrivo
    cotesto,  adesso,  vuol dire che non sar  giammai  pi  tua,  non  ci
    rivedremo  mai  pi...  e ti prego di partire senza cercar di vedermi.
    Addio."
    Il cugino part per Firenze di nascosto, come un ladro,  senza volgere
    una   occhiata  a  quella  finestra  di  cui  le  persiane  rimanevano
    ostinatamente chiuse da molto tempo.


    20.

    Alberto era giunto a Firenze in una disposizione d'animo  singolare  -
    vergognoso  di  s,  cercando  Velleda e temendo di rivederla,  avendo
    spesso dinanzi agli occhi il viso  pallido  e  gli  occhi  ardenti  di
    febbre  della  cugina,  e  bevendo,  senza avvedersene,  il fascino di
    quell'altra e tanto diversa bellezza che  l'aveva  sedotto,  coll'aria
    che  respirava,  sembrandogli  che  il vento delle colline rendesse il
    profumo di quei biondi capelli,  che  ogni  angolo  della  citt,  che
    l'eleganza dei negozii di mode,  il fasto degli equipaggi,  il sorriso
    delle  donne  avvenenti,   la  giovinezza   che   sentivasi   gonfiare
    tripudiante nelle vene, avessero qualche cosa della Manfredini.
    La  madre  e  la  figlia  abitavano  un  grazioso  villino,  piccino e
    civettuolo,  posto a ridosso dell'amena collina  di  Bellosguardo.  Il
    giardino  era diligentemente tenuto,  le lance del cancello sembravano
    dorate ieri,  i viali non avevano n un sasso n un  filo  d'erba,  il
    muro  di  cinta era tappezzato di pianticelle rampicanti,  gli arbusti
    erano rimondati con cura. La casa era a due piani,  semplice,  bianca,
    circondata d'alberi, colle persiane verdi, dietro le quali si vedevano
    scintillare i vetri.
    Allorch  il  timido innamorato os spingere un po' pi innanzi le sue
    ricerche,  seppe  che  il  villino  era  deserto,  e  che  le  signore
    Manfredini non erano ancora ritornate in citt.
    Alberti  era  quasi  sconosciuto a Firenze.  Quello stato d'isolamento
    dava una fittizia tenacit alla  sua  passione,  anche  senza  la  sua
    immaginazione,  che ostinavasi a mettere il bruno al suo cuore. - Per
    egli avea venti anni.
    Intanto era sopraggiunto il carnevale,  e il giovane Ortis  non  s'era
    fatto  scrupolo  di  andare  ad  un veglione della Pergola,  era stato
    spinto qua e l,  ci si era annoiato,  ma c'era rimasto a guardare con
    tanto d'occhi spalancati. Tutt'a un tratto una bella mascherina gli si
    ferm di faccia, saettandolo di un sorriso indiavolato e con due occhi
    scintillanti attraverso i fori della maschera.
    Ciao.
    Alberto  le  fiss  addosso  un lungo sguardo,  che valeva per lo meno
    quanto il "ciao".
    La mascherina era vestita da paggio italiano del  Tredicesimo  secolo,
    svelta, fresca, elegante, sembrava bella come un amore.
    Sai  che  sei  un bel biondino! gli disse nella lingua officiale del
    palcoscenico della Scala il paggetto, prendendogli le mani.
    Non capisco il turco, bella mascherina.
    Non capisci che mi piaci?
    E tu? rispose Alberto, diventato ardito anche lui sei bella?
    Guarda!
    Scost rapidamente la maschera e l'abbagli.
    Addio,  marchese Alberti! disse vicino a lui un'altra  voce  che  lo
    fece trasalire.
    Sei anche marchese? domand il paggetto.
    Ti rincresce?
    Sei cos bel giovane che puoi essere anche marchese.
    Lasciate  cotesta  ragazza  disse  ad  Alberto  la voce di prima con
    accento breve. Son discesa in platea per voi. Devo parlarvi.
    Ei si vide accanto una signora  in  domin,  vestita  di  nero,  tutta
    velata,  senza  un  gioiello.  Di  quelle  due donne mascherate che si
    contendevano il suo braccio l'una era modellata come  una  Venere  dal
    costume  attillato,  avea  i capelli ricci,  l'occhio sfolgorante,  il
    collo alabastrino, era rosea,  civettuola,  affascinante;  l'altra non
    avea   che   il   portamento  del  capo,   l'eleganza  della  persona,
    l'attrattiva dell'accento, il profumo aristocratico del fazzoletto,  e
    le  trine  che  cadevano sul guanto grigio - e bast.  Costei prese il
    braccio del giovane come cosa propria,  e la folla li separ ben tosto
    dal  paggetto.   Andavano  verso  i  corridoi  dei  palchi,  la  donna
    mascherata prima,  salendo le scale con passo franco e leggero,  senza
    dire una parola,  rialzando un po' i lembi del vestito sulle scarpette
    di raso.  Quando furono arrivati  al  terz'ordine  e  nell'angolo  pi
    oscuro  del corridoio,  si ferm all'improvviso gli prese le mani,  lo
    guard in faccia e gli disse:
    Traditore!
    Mi conosci? esclam Alberti attonito.
    Ti rammenti di Belmonte?
    Ei le afferr le mani, ricercandola dappertutto collo sguardo.
    Chi sei? Dimmi chi sei!
    Son tua cugina Adele!
    Al primo istante Alberto impallid,  l'attir vivamente verso la parte
    pi illuminata del corridoio; poi sorrise stentatamente, e mormor:
    Non  vero.
    Anche la donna mascherata sorrise.
    Per chi mi hai tradita?
    Dimmi  chi  sei ripet Alberti cercando di leggere in quello sguardo
    che luccicava nell'ombra.
    E' inutile che  te  lo  dica,  giacch  non  mi  conosci,  e  non  mi
    conoscerai giammai.
    Giammai?
    Giammai!
    Alberto  la  fissava ansiosamente,  non osando pronunziare un nome che
    gli veniva alle labbra con certi impeti, direi, vertiginosi.
    Che vita fai? esclam alfine colei con bizzarra intonazione di voce.
    Perch non ti si vede in nessun luogo? Ami ancora "quell'altra"?
    Io vado dappertutto rispose Alberto eludendo la domanda.
    Dappertutto  troppo poco. Vai sabato al ballo al Casino?
    No.
    Vai! insist la mascherina con una stretta di mano.
    Ti vedr col?
    No.
    Che t'importa allora ch'io ci vada?
    Ella parve esitare.
    Vuoi che ti dia un segno di riconoscimento?
    Dammelo.
    Si tolse il guanto e gli porse la mano bianca come il marmo  e  venata
    d'azzurro.  Te ne rammenterai? gli disse sorridendo,  con un accento
    che gli penetr sino al cuore.
    Oh!...
    Baciala... Addio.
    Aspetta! grid Alberto. Non mi lasciare cos. Ci rivedremo?
    No! no! te l'ho detto!
    Ella s'era svincolata di nuovo,  e  stava  per  svoltar  l'angolo  del
    corridoio.
    Ti  sei  innamorato  diggi  della mia mano? gli disse fermandosi un
    istante in capo alla scala.
    Ebbene...  t'ho lasciato  almeno  un  ricordo...  Rammentati  di  me.
    Addio.

    Il giorno dopo Alberti rivide Velleda all'improvviso, e quando meno se
    lo  aspettava - passava in carrozza dinanzi al Doney,  e non s'accorse
    di lui che s'era fermato sul marciapiedi come se gli fosse mancato  il
    respiro  - o non volle accorgersene.  Allo svoltar di Santa Trinit la
    contessina mise a caso il capo allo sportello, e guard dalla parte di
    via  Rondinelli.   Ei  vide  un  istante,   attraverso  il   cristallo
    scintillante i capelli biondi di lei.


    21.

    Alberti  avea ricevuto un invito pel ballo al Casino,  senza sapere da
    che parte gli venisse;  cotesta era forse una buona  ragione  per  non
    mancare, se non ce ne fossero state anche delle altre. - And.
    La  prima persona che vide,  circondata dalla folla,  corteggiata come
    una  granduchessa,  fu  Velleda.   Ella  ci  stava  proprio  come  una
    granduchessa  e  non  s'accorgeva  di  lui.  Ad  un  tratto,  come  si
    accorgesse solo allora di lui,  gli stese la mano con un bel  sorriso,
    poi,  senza  lasciare il braccio del suo ballerino,  gli agghiacci la
    gioia che irrompeva tripudiante negli occhi di lui,  rifacendosi a  un
    tratto seria e fredda.
    Tutti sanno che ci conosciamo gli disse. M'inviti per un ballo.
    S' presentato alla mamma? gli domand poscia allo stesso modo.
    ...No...
    Che cosa penser... Si presenti.
    La  contessa  Manfredini  accolse  Alberti  col  suo sorriso e col suo
    cicaleccio melato.
    Troppo gentile,  davvero!...  Siamo state via da  Firenze...  Abbiamo
    viaggiato.  Bella citt Napoli!  la conosce?... E Roma? il Vesuvio?...
    Abitiamo il villino Flora,  appena fuori Porta  Romana.  Riceviamo  il
    luned. Non manchi.
    Le  allusioni a Belmonte,  ed alla famiglia Forlani furono evitate con
    garbo.
    Hai qualche impegno col signor De Marchi? domand la  contessa  alla
    figliuola  che  si  era  riaccostata.  Velleda  si  fece pensierosa un
    istante,  come non avesse intesa la domanda;  scosse il  capo  un  po'
    vivamente, e rispose:
    No... non rammento...
    Alberti  sorprese uno sguardo rapido e acuto che la madre saett sulla
    figlia.  Mentre conduceva  Velleda  a  prendere  il  suo  posto  nella
    quadriglia, costei gli domand negligentemente:
    La mamma l'ha invitato a venire ai nostri luned?
    S!
    Allora  aggrott  leggermente  il sopracciglio,  si mise al suo posto,
    spinse indietro lo strascico della veste, e non disse altro.  Eseguiva
    le  diverse  figure  della  quadriglia colla sua grazia e disinvoltura
    abituale, alquanto fredda, noncurante, rivolgendo ad Alberti la parola
    solamente quel po' ch'era necessario per non dar nell'occhio.
    Ieri l'altro l'ho vista a Firenze per la prima volta  incominci  il
    marchese. Ella non disse verbo.
    Sapeva che ero qui?
    S  rispose  asciutto  asciutto;  e  si  mise a battere il tempo col
    ventaglio.
    E dopo alcuni minuti di silenzio:
    Bella cotesta musica!
    Sembrami d'averla udita.
    Dove?
    A Belmonte... in villa Armandi...
    S'inganna disse ella freddamente.
    Tacquero.
    S' divertita in questo viaggio? domand Alberti.
    Assai!
    E' stata via molto tempo!
    Le pare!... appena quattro mesi.
    Ei chin il capo.
    Troppa gente! mormor Velleda per rompere il silenzio.
    E' vero.
    Ha visto la contessa Armandi nelle altre sale?
    No.
    Deve esser qui. Sembrami d'averla vista un momento.
    La quadriglia era finita.  Mentre Alberti la riconduceva  Velleda  gli
    domand:
    Ha promesso alla mamma di venire?
    S... Le rincresce?
    Perch dovrebbe rincrescermi? disse ella alteramente.
    Mi  dia  un  bicchiere  d'acqua  aggiunse  immediatamente,  come per
    mitigare la durezza della sua risposta.
    Dopo  di  avere  attraversato  due  altre  sale,  riprese,   guardando
    attentamente  i  disegni  del suo ventaglio: E non pensa di viaggiare
    anche lei?
    Perch? rispose Alberto con un po' di sorpresa.
    Perch  giovane,  e il mondo  bello.  Vada a Roma,  in  Grecia,  in
    Oriente...
    Mi manda molto lontano rispose Alberti sorridendo a bocca stretta.
    Ella,  dopo  aver  giocherellato  col  fiocco  del ventaglio,  rispose
    lentamente:
    Faccia come vuole.
    Mi dia i suoi ordini...
    Degli ordini,  io? esclam Velleda  rizzando  il  capo,  e  a  qual
    titolo, dica?
    Dei consigli, almeno...
    Per  la  prima  volta  l'altera  fanciulla  alz gli occhi su di lui e
    guardandolo fisso:
    Credevo non ne avesse bisogno disse. Ma giacch li desidera... glie
    li ho dati... Parta.
    Bevve tranquillamente,  si pass sulle labbra il fazzoletto  ricamato,
    riprese  il braccio di lui,  che non diceva pi una parola,  e si fece
    accompagnare al suo posto senza aggiunger altro.
    Un bel giovane,  che sembrava in  qualche  intimit  con  lei,  le  si
    avvicin  con  premura appena la vide seduta,  e si chin verso di lei
    per dirle qualche cosa. Alberto ud ch'ella rispondeva freddamente:
    Grazie. Sono stanca.
    Non balli pi? domand la contessa.
    No, mamma; vorrei gi essere a casa.
    La mamma rivolse su di lei uno sguardo penetrante e disse:
    Andiamo pure.
    Il giovane,  che era rimasto a discorrere con loro,  accompagn le due
    signore.  Mentre  Alberto  stava  per  partire anche lui,  incontr la
    contessa Armandi.
    Oh!  Lei qui!  Lo credevo  ancora  a  Belmonte.  Va  via  anche  lei?
    M'accompagni sino alla mia carrozza in tal caso...
    Gli porse il suo mantello ovattato,  in anticamera,  perch l'aiutasse
    un po',  e andava chiacchierando mentre  il  maldestro  cavaliere  era
    alquanto  imbarazzato.  O  come  va che trovasi qui e solo?  e la sua
    cuginetta?... Quest'altro capo qui, sulla spalla...  E' andato in fumo
    dunque?...  Badi anche a lei,  dicono che fa freddo.  Grazie, cos!...
    Per colpa sua, ne son certa, gliel'avea predetto, si rammenta?... Tiri
    un po' in su il cappuccio... Non speravo d'incontrarla: che fortuna!
    Come va che non l'ho vista al ballo?
    Era cos occupato! Ma non me l'ho a male, veh!
    In questo momento rientrava il giovanotto  che  avea  accompagnato  le
    signore Manfredini, e salut profondamente l'Armandi.
    Soletto? gli disse costei.
    Il giovine evit di rispondere facendo un inchino, e un mezzo sorriso.
    Chi    quel  signore?  domand Alberti accompagnandolo con un lungo
    sguardo.  Gli occhi della contessa brillarono di un'ironia  maliziosa:
    Il  signor  De  Marchi  rispose  un  amico di casa Manfredini.  Bel
    giovane, non  vero?
    E scese le scale appoggiandosi appena al braccio di  Alberto.  Questi,
    mentre le porgeva la mano per montare in carrozza, le domand:
    Mi permette che l'accompagni?
    No.  Ella  non potrebbe pi fingere d'ignorare dove abito,  e sarebbe
    costretto a farmi la visita di Belmonte.
    Me la son meritata!
    Non sono in collera e gli strinse la mano,  sorridendogli dal  fondo
    del cappuccio. No, davvero!
    La carrozza part.

    22.

    La  prima  volta  che Alberto and ai luned della contessa Manfredini
    parvegli di sorprendere  negli  occhi  di  Velleda  un'espressione  di
    meraviglia e di dispetto. Ma la giovinetta era troppo bene educata per
    far  scorgere cotesto altrimenti che per sorpresa,  e l'accolse con un
    po' di freddezza,  vero ma convenevolmente.  Non evitava,  n cercava
    le occasioni di trovarsi sola con lui,  e quando ci avveniva per caso
    ella sapeva starci  benissimo  dominando  Alberto  con  la  sua  calma
    superba.  Gli  rivolgeva  la parola come a tutti gli altri,  n pi n
    meno, qualche volta con una sfumatura d'ironia qualche altra volta con
    impertinente freddezza,  sovente come  se  volesse  col  suo  contegno
    domandare  tacitamente  ad Alberti perch continuasse a frequentare la
    sua casa, malgrado il suo divieto assai chiaramente espresso. La madre
    al contrario, quasi avesse voluto addolcire e far scusare i modi della
    figliuola, trattava Alberti amabilmente.
    Una sera che l'aria pi mite della primavera permetteva di lasciare le
    finestre aperte,  Velleda  s'avvicin  ad  Alberti  colla  sua  solita
    disinvoltura, e gli disse tranquillamente:
    Ho da dirle qualcosa,  Alberti e lo precesse sul terrazzino. Sa che
    il signor De Marchi ha chiesto la mia mano?
    Lo sospettavo...
    Non volevo... non avevo intenzione di maritarmi.. soggiunse con voce
    breve e risoluta,  senza guardarlo.  Ma giacch mi ci avete costretta
    ho detto di s.
    Alberto tard alcuni minuti a rispondere.
    Mi ordinate di non venir pi in casa vostra? domand alfine.
    Adesso    inutile diss'ella con un sorriso glaciale e superbo.  Ho
    bruciato le mie navi.
    La notizia di quel matrimonio non tard a circolare fra gli  amici  di
    casa  Manfredini;  da  prima  discretamente,  in  seguito con maggiore
    sicurezza. De Marchi avea diradato le sue visite,  Velleda lo trattava
    con grande riserbo, ma sapevasi che dalle due parti stavansi trattando
    delle questioni d'interesse, e ci era perfettamente in regola.
    Ardon  gl'incensi!  disse  una  volta  l'Armandi sortendo insieme ad
    Alberto da casa Manfredini.
    Velleda aveva alquanto raddolcito il suo contegno verso  Alberti,  sia
    che la rassegnazione di lui l'avesse disarmata,  o che,  dopo la presa
    risoluzione, egli non le ispirasse pi alcun timore. Ella attraversava
    colla sua grazia disinvolta quel  periodo,  tanto  difficile  per  una
    ragazza,  delle  domande  susurrate  dalle amiche di casa all'orecchio
    della  mamma,  delle  allusioni  pi  o  meno  velate,  degli  sguardi
    indiscretamente curiosi.  Di tanto in tanto sembrava un po' astratta e
    pensierosa,  avea certi momenti di silenzio quasi cupo,  o di  gaiezza
    come  irritata,  o  di  asprezza  irragionevole.  Tutto ci cadeva pi
    frequentemente e pi direttamente sul povero Alberti,  quasi ella  non
    potesse   perdonargli   di   averla   costretta   ad  una  risoluzione
    intempestiva.  Il sarcasmo  le  veniva  frequente  in  bocca  ed  ella
    medesima  arrossiva  alcune  volte  dei  suoi  pungenti epigrammi;  un
    momento dopo sembrava ravvedersi e avere l'intenzione di fargli  delle
    scuse,  come poteva farle il suo carattere orgoglioso,  con una parola
    gentile  o  con  una  attenzione  delicata.  Alberto  impallidiva,   o
    arrossiva,  soffriva,  ma  non  osava  rinunziare  a vederla.  Sovente
    sorprendeva gli occhi di lei che  lo  fissavano  carichi  di  collera,
    accigliati,  foschi,  allora il riso di lei era pi mordente,  o, cosa
    strana, la sua parola era pi graziosa. Alcune altre volte era lei che
    sorprendeva gli sguardi  d'Alberto  rivolti  verso  De  Marchi,  colla
    febbrile   ammirazione   dell'invidia.   De   Marchi   era  un  rivale
    formidabile,  bello,  altolocato,  elegante e spiritoso  -  il  povero
    innamorato  soffriva  la  pi  crudele  gelosia;  quella che umilia ed
    annichila.

    Un luned che c'era pi gente del solito in casa  Manfredini,  Alberto
    si trov un momento solo
    vicino  a  Velleda  sull'uscio  del  giardino,  e  si misero a parlare
    dell'ultima opera della Pergola,  e delle corse che s'erano fatte alle
    Cascine.  Da qualche tempo fra di loro correvano le buone relazioni di
    gente completamente indifferente.  Velleda  perci  non  si  mosse,  e
    seguitava  a  discorrere  tranquillamente  e  pi  a lungo del solito,
    canticchiava fra i denti i motivi  di  cui  si  rammentava,  e  faceva
    strider  la  sabbia  sotto il suo stivalino irrequieto,  gli domandava
    come si chiamasse il cavallo che avea vinto alle  corse,  e  a  quanto
    ascendesse il primo premio.  Alberti rispondeva un po' distratto, come
    gli avveniva spesso ma a proposito.
    Le piacciono anche a lei le corse ? gli domand Velleda.
    Non voglio che sposiate De Marchi! rispose ad un tratto  bruscamente
    Alberti afferrandole le mani.
    Ella gli piant gli occhi in faccia,  e stette a fissarlo in tal modo,
    colle braccia rigidamente tese.  Non aggiunsero una parola -  rimasero
    guardandosi.  - A poco a poco gli occhi di lei si velarono, il viso si
    fece smorto,  e le braccia si allentarono.  Poi si  svincol  con  uno
    sforzo disperato e rientr come fuggendo.


    23.

    Dopo  alcuni giorni incominci a susurrarsi dietro il ventaglio che il
    matrimonio  della  signorina  Manfredini  avea  inciampato  in   gravi
    difficolt d'interesse.  De Marchi era partito per Napoli,  allo scopo
    di facilitare le pratiche presso la sua famiglia; la ragazza si faceva
    vedere di rado,  la mamma era  pi  seria  del  solito,  e  mostravasi
    amabilissima colle amiche pi maldicenti.
    Alberto  e  Velleda  non  s'erano pi detta una sola parola.  Ella non
    aveva pi la rigida alterezza di una volta,  la fermezza dello sguardo
    la  sicurezza dell'intonazione.  Avea un'aria di vinta.  Dinanzi a lui
    ammutoliva, e chinava gli occhi. Una sera che passeggiando in giardino
    egli le prese la mano, gliela lasci. Cos gli s'abbandonava.
    La contessa Armandi era  divenuta  intima  di  casa  Manfredini,  per
    mostrava  non  aver  perdonato  ad  Alberto  la visita che non le avea
    fatto, e che poscia ella non gli avea permesso di farle. Del resto era
    capricciosissima,  e per vendicarsi sembrava aver adottato il  sistema
    di  fargli  perdere  la  tramontana.  Ora  era ironica,  impertinente,
    motteggiatrice,  sdegnosa,  ora si faceva accompagnare al piano,  o in
    carrozza, e lo lasciava sempre alla sua porta dicendogli: Sin qui!.
    Una  sera che al villino Flora la conversazione era stata pi scucita,
    e la mamma Manfredini si era  mostrata  pi  preoccupata  del  solito,
    l'Armandi disse ad Alberto sortendo:
    A proposito, perch non sposa lei Velleda?
    Alberto ricevette la domanda come una stoccata in pieno. L'Armandi non
    gli diede il tempo di rispondere, e soggiunse subito gaiamente:
    Quell'altro sarebbe un matrimonio sbagliato.  La signorina Manfredini
    non  ricca,  e la famiglia  dello  sposo  non  l'accetta  volentieri.
    Fortuna  che  la bambina abbia pi giudizio della madre,  la quale s'
    incaponita dietro quel miraggio,  e ci penser due volte prima di  dir
    di s! Ci vuol altro!
    Lei per ha detto "ardon gl'incensi"!
    Ho  detto "gl'incensi",  non ho detto le "tede"! rispose la contessa
    col suo risolino ironico. E mont in carrozza.
    Alberto rimase pensieroso.
    Il giorno dopo Velleda lo interrog due o tre volte collo sguardo - ei
    mostravasi annuvolato.  - Poi and a sedere in un canto,  senza fargli
    una sola domanda.
    Alberti si avvicin, sedette accanto a lei e si misero a sfogliare dei
    libri e dei giornali. Dopo un lungo silenzio le disse a voce bassa:
    Sapete che fra breve torner il signor De Marchi da Napoli?
    Velleda  gli fiss gli occhi in viso,  si strinse nelle spalle,  e non
    rispose.
    Il giovane le strinse la mano di nascosto, e riprese.
    Perdonatemi tutto ci che ho  detto  in  quella  sera...  Sono  stato
    matto... o qualcosa di peggio!
    La  fanciulla  all'ombra  della  ventola,  non  staccava da lui quello
    sguardo luminoso, tenace,  incisivo;  ma non apr bocca;  egli si fece
    pallido, esit, le strinse la mano con forza, e balbett:
    Sposatelo.
    Velleda  rimase  zitta,   immobile,   bianca;   infine  lasci  cadere
    lentamente questa parola:
    Perch?
    Perch io non prender mai moglie
    Una vampa di fuoco corse pel viso della giovinetta;  poscia impallid,
    ritir  dolcemente  la mano,  rimase alcuni istanti collo sguardo fiso
    dinanzi a s, col sopracciglio aggrottato,  e infine disse con un tono
    di  voce  che  non  sarebbesi  potuto  indovinare  se  fosse  altero o
    indifferente:
    Che m'importa?
    Alberto si aspettava la sorpresa, l'indignazione, la collera, e rimase
    sbalordito da quella  risposta.  Pi  pallido  di  lei  e  colla  voce
    tremante, le disse:
    Come dovete odiarmi!
    Ella,  senza levare gli occhi, lasci cadere mollemente la sua mano in
    quella di lui.
    Ascoltatemi, Velleda! esclam Alberto con accento commosso.  Vi amo
    in modo che non saprei dire. Nella mia testa c' qualcosa di guasto, e
    il dubbio mi rode come un verme velenoso. Ho bisogno di esser convinto
    che  mi  amiate  per  me,  senza secondi fini,  e che mi sacrifichiate
    tutto...  tutto,  intendete?...  Perdonatemi!  Allorch questo  dubbio
    fatale  entrato in me...  o ci  stato messo con una parola...  avrei
    voluto fuggirvi...  e non  ho  potuto.  Voi  sola  potete  darmene  il
    coraggio disperato. Cosa volete che faccia?
    Noi  non  potremmo  amarci  altrimenti!  rispose  Velleda  dopo aver
    riflettuto un istante. Meglio cos! Adesso anch'io posso dirvi che vi
    amo!


    24.

    Un amore cos romanzesco dovea  sedurre  l'immaginazione  del  giovane
    fantastico.  Le sue passioni "eterne" erano state cos passeggiere, le
    sue impressioni cos vivaci e mutabili,  che allorquando avea  sentito
    il  bisogno  di  aver fiducia nel sentimento che riempiva tutto il suo
    essere, era divenuto inquieto.  L'amore di quella strana fanciulla che
    gli  sacrificava  le  pi  legittime esigenze,  e il suo avvenire e il
    rivale pi terribile,  lusingava ad un tempo la vanit e il  cuore  di
    lui,  e  insieme  il sofisma.  Ei vi si abbandon con ebbrezza,  senza
    esaminare dove potesse condurlo,  senza discutere se  fosse  possibile
    cos come mostravasi.
    I due giovani si vedevano spesso;  ora regolarmente, ed ora a caso - 
    vero che aiutavano parecchio il caso.  - Il  cavallo  di  Alberto  non
    sapeva  passeggiare che fuori di Porta Romana,  e la signorina Velleda
    faceva quello che non aveva mai fatto,  l'aspettava alla  finestra,  o
    sotto  le  acacie del giardino.  Allorquando erano insieme si dicevano
    ben poco,  discorrevano degli  argomenti  pi  comuni,  che  per  loro
    avevano cent'altri significati;  i loro occhi si incontravano di rado,
    le loro mani non s'incontravano  mai.  La  contessa  Manfredini  aveva
    l'aria di fiutare il vento.

    De Marchi era ritornato da Napoli, e la sua prima visita era stata per
    il  villino  Flora.  Le  trattative  pel  matrimonio  non  erano molto
    avanzate;  certuni dicevano anzi che avevano fatto un passo  indietro,
    ma  gli interessati erano tutte persone ammodo,  e sapevano continuare
    le loro relazioni in modo da non dar pretesti agli  indiscreti  ed  ai
    curiosi; tanto pi che degli impegni seri non ne erano mai stati presi
    officialmente.
    In  uno  degli ultimi ricevimenti di casa Manfredini,  De Marchi erasi
    mostrato pi premuroso e galante del solito.  Alberti,  rincantucciato
    in un angolo,  soffriva in silenzio.  Velleda stava servendo il t,  e
    passandogli accanto lo vide cos pallido e contraffatto.  Che avete?
    gli domand.  Ei le lanci un'occhiata febbrile.  Velleda pass oltre.
    Alberto la segu con avido sguardo.  La  vide  passare  accanto  a  De
    Marchi,  che  stava  appoggiato  allo stipite di un uscio,  colla mano
    nascosta  nel  gil,  colla  lente  incastrata  nell'occhio,  bello  e
    sardonico.  Alberto  non  pot  udire  che  cosa colui le avesse detto
    inchinandosi verso di lei;  ma lo vide sorridere,  e anch'essa sorrise
    ed  arross leggermente.  Nell'angolo dov'era Alberto si ud un rumore
    di porcellana che rompevasi;  nessuno se ne accorse,  o ci abbad:  la
    signora  pi  vicina  non  volse  nemmeno  il capo;  soltanto Velleda,
    dall'altra estremit della  sala,  volse  un'occhiata  cos  rapida  e
    sfolgorante  verso  quel  rumore,  che  De  Marchi s'aggiust la lente
    sull'occhio e guard anche lui.
    La signorina Manfredini continu a sgusciare fra la  folla,  briosa  e
    gentile. Infine pass accanto ad Alberto, senza una nube sulla fronte,
    senza  volgere  gli occhi su di lui,  e gli gett sommessamente questa
    parola:
    Seguitemi.
    Alberti and dietro di lei nell'altra sala, e, temendo di far scorgere
    la sua agitazione,  si mise a guardare con grande attenzione il giuoco
    che  non  capiva.  Poco  dopo  si  trov  vicino Velleda,  disinvolta,
    scherzando coi giuocatori e con coloro che stavano a  veder  giuocare.
    Avvedendosi  di  Alberto gli disse: Non fuma? e and a prendergli un
    sigaro da un astuccio intagliato. Passate di l senza farvi scorgere
    soggiunse cos piano che appena egli pot udirla.
    Quell'altra stanza era un piccolo gabinetto da lavoro che  metteva  da
    una  parte  nella  camera  della  madre,  e dall'altra in quella della
    signorina Manfredini.  C'era un grande scrittoio fra due finestre,  un
    canap  di  faccia,  e un piccolo tavolino accanto: fra il canap e lo
    scrittoio aprivasi l'uscio della camera di Velleda. La stanza era poco
    illuminata da una sola lucerna a ventola posata sul tavolino.  Alberto
    aspett alcuni istanti,  inquieto,  coll'occhio e l'orecchio tesi;  il
    cicaleccio della conversazione,  e le esclamazioni dei  giuocatori  si
    udivano  distintamente,  di  tanto  in  tanto  il frusco di una veste
    passava attraverso l'uscio  socchiuso.  Tutto  ad  un  tratto  apparve
    Velleda, camminando sulla punta dei piedi con passo rapido e risoluto,
    e  gli  prese la mano.  Ma nel medesimo istante lo ferm,  col braccio
    teso,  e rimase immobile,  ansiosa,  atterrita,  guardando l'uscio dal
    quale  era  entrata.  Spinse bruscamente Alberto nella sua camera,  ed
    ebbe appena il tempo di chiuderne l'uscio.  Tutto questo accadde in un
    lampo.
    Cosa fai qui? domand la contessa Manfredini entrando.
    A momenti mi si stacca un bottone dal guanto...
    Sei pallida.
    Non mi sento bene.
    So tutto... Ho visto il marchese Alberti...
    Mamma!...
    L'ho visto attraverso lo specchio, ti dico, quando ha lasciato cadere
    la   tazza...   Non   manc  di  fare  uno  scandalo...   Costui  vuol
    comprometterti ad ogni costo!
    La giovanetta fu sublime per presenza di spirito,  ed ebbe uno di quei
    tratti d'audacia che hanno soltanto le donne.
    Ci ascoltano, mamma! esclam con accento supplichevole.
    La  contessa  volse  uno  sguardo furtivo verso la stanza accanto dove
    giocavasi, ed usc.
    Velleda,  pallida,  strema di  forze,  e  pi  bella  che  mai,  entr
    risolutamente dov'era Alberto.
    Ebbene? gli disse fermandoglisi dinanzi.
    Egli aveva tutto udito. Perdonatemi! mormor. Ero geloso.
    Di chi ?
    Di colui!...
    Sareste  qui  se  aveste  il  diritto di essere geloso? rispose ella
    semplicemente.
    Il giovane volse attorno uno sguardo commosso,  quasi reverente,  come
    se il profumo verginale di quella cameretta avesse qualcosa d'augusto,
    e le cadde ai piedi.
    E' vero!... Cosa avete fatto, Velleda!...
    Ho  fatto  la sola cosa che potesse provarvi come vi ami; rispose la
    giovanetta, senza una sola vibrazione nella voce.
    Alberto os allacciarla colle braccia,  e accostarle  alla  fronte  le
    labbra tremanti.  Ella socchiuse gli occhi, e si abbandon mollemente.
    Ad un tratto trasal, lo respinse con vivacit, e stette ad ascoltare.
    Mio Dio! esclam.
    In un lampo rafferm il viso e  lo  sguardo,  usc  con  un  movimento
    felino,  e  si  trov  a  faccia a faccia colla madre e colla contessa
    Armandi.
    La contessa non si sente bene  disse  la  Manfredini.  Hai  qualche
    cordiale nella tua camera?
    Nulla, mamma! rispose Velleda con insolita vivacit.
    L'Armandi  s'era  buttata  sul  canap,  e  malgrado  il suo gran male
    sembrava stesse assai meglio della  ragazza  ch'era  pallida  come  un
    cencio.  Ella  avea  rivolto  un'occhiata  rapida  e  penetrante su di
    Velleda, e s'era scusata alla meglio.
    Qualcosa  trover  disse  la  Manfredini  dopo  aver  saettato  alla
    sfuggita uno sguardo acuto sulla figliuola.
    Andr io,  mamma! esclam costei,  di cui l'angoscia acuta tradivasi
    nell'accento. Ma prima che ella potesse gettarsi dinanzi all'uscio, la
    madre era entrata precipitosamente.
    L'Armandi prese la  mano  della  fanciulla,  per  ringraziarla,  senza
    distogliere gli occhi da quelli di lei.
    La  contessa  Manfredini  ritorn  quasi subito,  perfettamente calma,
    tenendo in mano una boccettina che faceva odorare  alla  contessa.  La
    madre e la figlia non si rivolsero uno sguardo.
    Il  rimedio  parve  giovare immensamente alla contessa,  e dopo cinque
    minuti ella ritornava in sala al  braccio  della  signora  Manfredini.
    Velleda  si  ferm  ancora un po' dinanzi allo specchio per aggiustare
    qualche piccolo disordine della sua toeletta, senza neppur volgere gli
    occhi sullo specchio.  Ella accompagn con un lungo sguardo attraverso
    lo  specchio  le  due signore,  e allorch fu certa di esser sola,  si
    precipit nella sua camera,  e la scorse in  una  sola  occhiata.  Non
    c'era nessuno.  Corse alla finestra,  alta un primo piano dal suolo, e
    la trov socchiusa, soffoc un grido, e cadde sui ginocchi.

    Il giorno dopo,  alle quattro,  il marchese Alberti presentavasi  alla
    contessa Manfredini, e le chiedeva la mano di madamigella Velleda.


    25.

    Il  marchese  era  un  orso  campagnuolo,  avea  trentaduemila lire di
    entrata, e il matrimonio fu presto combinato.
    Lo sapevo! esclam l'Armandi,  con un sorriso  mordente,  quando  le
    diedero la notizia.
    E  soggiunse,   forse  per  addolcire  o  spiegare  quell'affermazione
    singolare:
    Quel giovane ha la "bosse" del matrimonio.
    La sera stessa, mentre stava per andarsene, disse ad Alberto:
    Ve l'avevo detto che avreste finito per  sposarla  voi.  Siete  fatti
    l'uno per l'altra.
    E  gli volse le spalle.  Partendo non si accorse del saluto di lui,  e
    non gli rispose;  ad un tratto,  tornando indietro,  e stendendogli la
    mano:
    A proposito, le mie felicitazioni gli disse.

    Velleda amava moltissimo il suo fidanzato;  ma l'amava com'ella poteva
    amare,  con molta riservatezza,  e un po'  freddamente  in  apparenza.
    Alberto invidiava a lei l'inalterabile disinvoltura e il dominio di s
    stessa.  L'elettricit  di  cui  era  carica  l'anima  ardente di lei,
    celavasi sotto un esteriore  glaciale,  e  scoppiettava  solamente  in
    qualche lampo degli occhi,  o nella reticenza di un sorriso,  o in una
    stretta di mano pi lunga del solito,  mentre si separavano sull'uscio
    che   metteva  nel  giardino.   Quel  pudore  elegante  aveva  la  sua
    leggiadra.
    La signora Manfredini sembrava la vera amante di Alberti; lo lisciava,
    lo carezzava,  lo adulava,  se lo teneva attaccato  ai  panni,  e  gli
    accordava  l'onore  di  offrirle  il  braccio molto spesso,  assai pi
    spesso ch'egli non avrebbe desiderato. Qualcheduno degli amici di casa
    avea  domandato  quale  delle  due  Manfredini  sposasse  il  marchese
    Alberti.
    Il  matrimonio era stato fissato pel settembre.  Le signore Manfredini
    sarebbero andate in  giugno  a  Livorno,  e  Alberti  dovea  andare  a
    raggiungerle,  dopo  aver  fatto una corsa pei suoi poderi,  e date le
    disposizioni per certi restauri che occorrevano ad  una  villetta  sul
    lago  di Como,  che lo zio Bartolomeo avea salvato dal naufragio delle
    sostanze paterne,  e nella quale gli sposi dovevano andare  a  passare
    l'autunno.
    In  quel tempo a Firenze non si parlava che di un gran signore romano,
    giunto di fresco,  il quale s'era fatto  vedere  alle  Cascine  in  un
    superbo  equipaggio.  Il  principe  Don  Ferdinando  Metelliani era un
    omicciattolo dieci o dodici  volte  milionario,  che  troneggiava  dai
    quattro  cuscini  del  suo  "phaton" come un Apollo brutto.  La folla
    agitavasi al suo passaggio come uno sciame di  formiche  sorprese  dal
    piede  di  un  villano,  lo invidiava,  lo ammirava,  lo derideva,  lo
    deificava; tutti gli occhi volgevansi verso il suo cocchio lucente; il
    nome di lui,  la sua ricchezza,  la sua et,  i suoi  vizi,  correvano
    sulle  bocche  di  tutti;  le pi belle e le pi schive guardavano con
    maggior attenzione che non sogliono accordare ad un semplice  mortale,
    cotesto  scimmiotto  che le fissava insolentemente,  e buffava loro il
    fumo in viso del suo avana, e lo trovavano "scicche" perch spingeva i
    suoi quattro cavalli sulla folla come se si sentisse abbastanza  ricco
    per  pagare le ossa che avrebbe rotto.  Il principe discendeva da quel
    patriziato romano che aveva cinque secoli di esistenza allorquando  la
    pi  antica  nobilt  d'Europa  arava  la  terra  o  serviva nelle sue
    legioni;  era ufficiale  delle  Guardie  Nobili,  e  cotesto  soldato,
    discendente da una famiglia che aveva condotto alla vittoria parecchie
    generazioni  dei  padroni  del  mondo,  s'era  rifiutato a battersi in
    duello;  avea quarant'anni,  e avea sciupati tutti i  godimenti  della
    vita; ascoltava messa tutti i giorni, si comunicava due volte al mese,
    gettava  l'oro  sotto  le  ciabatte  delle  cortigiane,  e  avea fatto
    rinchiudere la sua unica sorella in un monastero  per  non  darle  una
    dote. - Sopra tutto ci due milioni di scudi.

    Il  principe Metelliani frequentava la migliore societ di Firenze,  e
    avea  conosciuto  la  signora  Manfredini  all'Ambasciata  di  Napoli;
    l'altera  bellezza  di  Velleda avea colpito il dissoluto patrizio,  e
    soltanto dinanzi a lei,  che non gli volgeva uno sguardo,  egli  aveva
    chinato la testa pelata e superba; s'era incaponito con ostinazione da
    uomo  onnipotente  a far la corte alla sola donna che non la facesse a
    lui. La signorina Manfredini era troppo orgogliosa per accorgersene, e
    allorch vide la prima nube sulla fronte di Alberto,  ella aggrott il
    sopracciglio.  -  Una volta che il principe s'era mostrato pi galante
    del consueto,  ella,  con  un  cenno  impercettibile,  chiam  il  suo
    fidanzato, che ronzava l presso, e lo present a Don Ferdinando. Quei
    due uomini si scambiarono un saluto d'antipatia cordiale.
    Ma  la  contessa  Manfredini  civettava  col Metelliani in luogo della
    figliuola.   Allorch  entrava  in  una  sala  al  braccio  di  lui  o
    allorquando poteva presentarlo alle sue amiche, sembrava raggiante, ed
    era   arrivata  a  chiamarlo  semplicemente  Don  Ferdinando.   -  Don
    Ferdinando lasciava fare  graziosamente.  La  figliuola  al  contrario
    conservava  una  serenit  olimpica;  soltanto  allorch  le donne pi
    nobili,   pi  belle,   pi  eleganti,   si  abbassavano  a  mendicare
    l'attenzione  di  quell'omiciatto,  che  non  sembrava curarsi d'altri
    all'infuori di lei, le sue rosee narici si gonfiavano appena. Di tanto
    in tanto  era  distratta,  o  pensierosa;  qualche  volta  Alberto  la
    sorprendeva fissando su di lui uno strano sguardo,  come se lo vedesse
    per la prima volta,  e stesse esaminandolo tacitamente.  Essa non avea
    mai voluto dirgliene il perch, e finiva sempre motteggiandolo.
    Gli amici di casa Manfredini avevano combinato una gita e naturalmente
    la  madre  e la figlia erano della partita;  siccome Alberti,  vivendo
    ancora da scapolo,  non avea che due cavalli,  dei quali uno da sella,
    il principe Metelliani avea messo la sua carrozza a disposizione delle
    signore  Manfredini.  Questa circostanza avea fatto nascere un piccolo
    diverbio con Alberto che era un po' geloso  del  principe,  senza  che
    volesse confessarlo; ma la contessa avea spiegato nella lotta tutta la
    sua  vanit  di  mondana,  tutta la sua prepotenza di suocera,  e avea
    vinto.   Velleda  s'era  acconciata  alla   vittoria   colla   superba
    indifferenza  che  le era particolare.  Al ritorno la lunga fila delle
    carrozze, con in testa la sfolgorante "daumont" delle Manfredini, avea
    fatto un giro per le Cascine,  e allo svoltar del piazzone il principe
    era  venuto  loro  incontro  a  cavallo.   Allorch  Velleda,  distesa
    mollemente nella superba "calche", volse uno sguardo su quell'immensa
    piazza affollata  e  vide  tutti  gli  occhi  fissarsi  sui  magnifici
    cavalli, sulle ricche livree di quell'uomo che stava dinanzi a lei col
    cappello in mano, il seno le si gonfi con violenza.
    Alberti  ebbe  il  torto di congedarsi un po' bruscamente quella sera.
    Velleda gli aveva detto, pi freddamente del solito:
    Avete un carattere singolare davvero!
    Quand'egli si  allontan,  l'accompagn  con  uno  sguardo  carico  di
    pensieri; poi alz leggermente le spalle.
    Il  domani  stavano  per  uscire in carrozza - carrozza da rimessa - e
    vedendo  il  suo  fidanzato  ancora  imbronciato,  Velleda  gli  disse
    ridendo, mentre si abbottonava il guanto:
    Ors!... Sareste capace d'ingelosirvi del Metelliani?
    No! rispose Alberto con un po' di superbietta appunto da geloso.
    Alla buon'ora! diss'ella; ma non rise pi.


    26.

    Al  cominciar  della  primavera la contessa Armandi era partita per la
    campagna,  e non s'era pi fatta vedere in casa  Manfredini;  soltanto
    era  ritornata  in  giugno  per  due o tre giorni a Firenze,  prima di
    andare ai bagni;  ma il caso avea  fatto  s  che  non  si  fosse  pi
    incontrata con Alberto.
    La signora Manfredini, senza saper perch, avea rimandato alla seconda
    quindicina  del  mese la partenza per Livorno,  e perci anche Alberti
    avea rimandato la sua. Velleda non faceva la menoma osservazione; per
    era divenuta bisbetica, capricciosa,  lunatica,  e qualche volta anche
    dura  ed  ingiusta verso il suo fidanzato.  La madre prendeva le parti
    della figliuola,  e  faceva  prevedere  una  suocera  coi  fiocchi,  o
    piuttosto  con  gli  artigli.  Allora  Velleda  avea  dei  momenti  di
    affezione pi espansiva del solito, quasi dei pentimenti,  che col suo
    carattere sembravano pi straordinari.
    Alberto   avea   tal'altra  idea  di  Velleda,   che  avrebbe  creduto
    oltraggiarla mortalmente se avesse confessato gli ingiustificabili  ma
    invincibili assalti di gelosia che l'assalivano di tanto in tanto.  Il
    Metelliani era cos attempato,  e cos poco seducente,  che  egli  non
    avrebbe   giammai   creduto  possibile  un  pensiero  di  Velleda  per
    quell'uomo.  Don Ferdinando era divenuto intanto uno dei  pi  assidui
    frequentatori del villino Flora.  La signora Manfredini trovava sempre
    modo di far cadere nel discorso questo fatto,  e  Velleda  non  poteva
    fare  a meno di esserne lusingata internamente,  poich Don Ferdinando
    era l'idolo della societ,  e le  pi  nobili  dame  erano  gelose  di
    cotesta  preferenza.  Metelliani possedeva quella disinvoltura da gran
    signore,  che adattasi  egualmente  alla  impertinenza  e  alle  belle
    maniere; l'omaggio rispettoso di quell'uomo superbo e sprezzante verso
    tutti  gli  altri,  dovea  lusingare  enormemente l'amor proprio della
    fanciulla vanitosa; ella avea finito per ringraziarnelo con una parola
    graziosa, con un sorriso, con un'occhiata, sempre per accompagnati da
    quell'ombrosa riservatezza  che  era  la  sua  pi  bella  attrattiva.
    Alberti soffriva come un dannato, arrossiva e indispettivasi contro s
    stesso,  ma senza potersi vincere.  Volere o non volere,  era lui solo
    che in mezzo a tanti sorrisi rappresentasse la parte di uggioso,  e la
    mamma  Manfredini  glielo  faceva  intendere  in  tutti  i  modi;   la
    figliuola, ch'era superbetta, si mordeva le labbra senza dir nulla.

    Vi sareste pentito d'avermi data la vostra parola?  gli  domand  un
    giorno, smettendo di giocare colla cagnetta.
    Io!...  come?..  Ma  perch  mi  dite  ci?...  Velleda  si  mise ad
    inseguire cos pazzamente Gemma pei viali del giardino che Alberto non
    pot aggiungere altro, e non os buttarsi ai piedi di lei.

    Siccome il Metelliani non trascurava occasione per dimostrare  la  sua
    premurosa  amicizia  verso  le signore Manfredini,  avea insistito per
    avere l'onore di accompagnarle all'ultima festa a  Pitti.  Le  signore
    avevano  accettato.  Passando in mezzo a quella folla di uniformi,  di
    decorazioni di grandezze mondane,  appoggiata al braccio di quell'uomo
    di  cui  il  nome correva sulle bocche di tutti,  che portava la testa
    alta nella casa del  Granduca,  Velleda  sent  qualche  cosa  di  mai
    provato, che le fece rialzare il capo con un impercettibile movimento,
    come  se avesse voluto gettarsi sulle spalle a guisa di manto reale il
    ricco volume dei suoi capelli.  Ella volse  sul  principe  un'occhiata
    rapida e sfolgorante, nella quale sembrarono riflettersi lo scintillo
    delle decorazioni e dei ricami dell'uniforme di lui.
    Che brutta sera pel povero Alberti, il quale dovette subirsi la mamma,
    e  vide  la  sua  fidanzata sempre a distanza,  che si abbandonava con
    radiosa spensieratezza al piacere di esser corteggiata!  Ei procur di
    avvicinarsi  alla  contessa Armandi,  per non rimaner n solo n colla
    suocera;  ma anche la contessa gli volse le spalle - per senza che se
    ne fosse accorta,  di certo - poich incontrandolo poco dopo si mostr
    amabilissima, prese il braccio di lui, e si mise a girare per le sale.
    Dopo aver chiacchierato un bel pezzo d'argomenti diversi  gli  domand
    con accento singolare:
    Si diverte?
    La  domanda  era  semplicissima,  ma  Alberto  si  trov imbarazzato a
    rispondere: M'accorgo disse alfine che non son  fatto  per  cotesti
    divertimenti.
    Cosa vuole! Qualche volta bisogna sacrificarsi per gli altri. Velleda
    ci si diverte tanto! cotesto non  un piacere per lei?
    S rispose egli secco secco.
    La  contessa  ebbe  uno  di  quegli scoppi di ilarit che la rendevano
    formidabile;  sicch Alberto si fece di porpora.  Ma tosto  ella,  per
    dimostrargli  in  certo  modo  la  vera  causa  di  quel riso a doppio
    indirizzo, soggiunse:
    Quel povero Metelliani m'ha l'aria di un raj indiano, cos camuffato
    e carico di brillanti.
    Alberto saett sul raj romano uno sguardo che l'Armandi sorprese.
    Senza adulazione,  sa ch' un bel trionfo il suo?  gli  disse.  Non
    dipenderebbe  che  da  Velleda  di vedersi deporre ai piedi tutti quei
    ninnoli,  e di aversi la corona di principessa  allo  sportello  della
    carrozza!...
    Se  le  fossi grato di una simile preferenza mi parrebbe di insultare
    la mia fidanzata rispose  Alberto,  cercando  di  adattarsi  all'aria
    scherzosa dell'Armandi, ma con troppa vivacit.
    La  contessa  gli  piant  in  viso  uno  sguardo  acuto  e un sorriso
    incredulo, e gli disse tranquillamente:
    Ella  geloso!
    Io?... di colui!...
    Superbo!...
    E si mise a solfeggiare col ventaglio la musica che suonavasi.  Ta...
    ta... ta... Vogliamo sederci qui?
    Cambi discorso e si misero a guardare il via vai della folla.
    Poco dopo passavano la contessina Manfredini e il principe Metelliani.
    L'Armandi non aveva detto una sola parola,  ma tronc a mezzo la frase
    incominciata, e li segu semplicemente collo sguardo.  Velleda rivolse
    loro da lungi un grazioso cenno del capo.
    Verr anche lei a Livorno? domand l'Armandi al principe.
    S.
    Ma la Toscana se lo ruba addirittura!
    Non domando di meglio che d'essere rubato, bella contessa.
    Ella  scoppi a ridere ironicamente,  ma si fece rossa.  S'accomodi!
    gli disse, volgendo a mezzo le spalle.
    Anche Alberto s'era fatto di fiamma in viso,  lanci a Don  Ferdinando
    uno sguardo provocatore, e gli disse colla voce leggermente tremante:
    E' singolare per che ella cerchi da un pezzo!
    Velleda   si   morse  le  labbra,   e  colse  il  primo  pretesto  per
    allontanarsi.
    Cosa avete fatto,  malaccorto!  esclam  l'Armandi  allorche  furono
    soli. Vi siete perduto!
    Come?... Perch?...
    Avete  fornito  a  Velleda  le armi che ella cercava!...  Lasciamoci,
    lasciamoci!
    Le signore Manfredini partirono com'erano venute,  insieme ad Alberti.
    Velleda parl poco,  e smontando di carrozza gli porse la mano come al
    solito. Ei la lasci un po' bruscamente.
    Il giorno dopo, andando al villino Flora,  gli fu detto che le signore
    erano in giardino; ma ci trov soltanto Velleda, che stava passando in
    rivista  i  suoi fiori.  La ragazza lo salut freddamente,  continu a
    discorrere per un cinque minuti  col  giardiniere  di  cardenie  e  di
    magnolie,  rispondendo  con  monosillabi  alle  domande di Alberto,  e
    poscia s'incammin lentamente verso  casa,  precedendolo,  di  qualche
    passo.  Prima  di  giungere  all'uscio,  si ferm su due piedi,  e gli
    disse, voltandosi verso di lui:
    Alberti, vi prego di ripigliarvi la vostra parola.
    Egli rimase un istante sbalordito. Perch? balbett.
    Non ci abbassiamo entrambi con spiegazioni superflue,  voi sapete  il
    perch  assai  meglio  di  me.  Siete liberissimo di seguire le vostre
    inclinazioni,  ma  vi  prego  di  rispettarmi  tanto  da  non  farmene
    spettatrice.  Lasciamoci  tranquillamente,  da gente ammodo,  da buoni
    amici, sinch vi  tempo.
    Alberto non diceva una parola, e rimaneva come di sasso;  fissando lei
    che  giocherellava  in  aria  distratta  coi  fiori  che  aveva colto.
    Sentite, Velleda! esclam quindi con uno slancio d'affetto;  vorrei
    poter baciare la sabbia che calpestate!... Grazie!...
    La contessina lo guard attonita. Di che?...
    Siete gelosa!... Dunque mi amate ancora!
    Velleda  aggrott  il  sopracciglio  e  parve  un  istante  turbata ed
    esitante.   Chi  v'ha  detto  ch'io  sia  gelosa?   rispose   poscia
    alteramente.
    Ma dunque?... Ma perch?... Ma allora perch volete lasciarmi?
    Dopo  alcuni istanti la giovanetta rialz il capo che teneva chino,  e
    rispose lentamente:
    Perch non ci conveniamo... Ci siamo sbagliati.  Rimediamoci,  finch
    siamo in tempo.
    E  il  rimediarci non vi coster nulla? domando Alberto pallido come
    cera.
    Nulla! diss'ella dopo alcuni istanti.
    Rimediamoci allora!
    Fecero alcuni passi in silenzio.
    Noi partiremo doman l'altro per Livorno  riprese  Velleda  con  voce
    calma.  Questa sera andremo in casa Armandi e domani faremo le ultime
    visite di congedo;  quindi saremo occupatissime sino al momento  della
    partenza;  cos  potremo  far  tacere le ciarle degli indiscreti,  per
    adesso.  Durante la stagione dei bagni avremo poi tutto il  tempo  per
    disporre le cose nel modo pi conveniente...
    Alberto s'inchin in silenzio.
    E' inutile che riveda vostra madre? le domand.
    E' inutile; sa tutto.
    Ella  gli  stese mollemente la mano,  sfior appena quella di lui,  ed
    entr in casa.
    Povera Adele! mormor Alberto,  come se allora soltanto  indovinasse
    quel  che  avea dovuto soffrire la povera cugina,  quando il pi acuto
    dolore della vita l'aveva addentata.


    27.

    Il marchese Alberti trov a casa sua un  biglietto  di  partecipazione
    delle prossime nozze dell'amico Gemmati colla cugina Forlani.
    "Alcune volte il caso ha una logica singolare!" egli pens.
    Il  suo  vecchio  domestico  venne  a  recargli il lume verso le otto,
    quantunque egli non l'avesse domandato,  e gli chiese discretamente se
    si sentisse male, e se volesse desinare in casa.
    No rispose Alberto. Sai, Toni? l'Adele si marita! Sposa Gemmati!

    La  contessa  Armandi  abitava  un bellissimo appartamento a Porta San
    Gallo e  siccome  ci  aveva  un  giardino  annesso,  riceveva  ancora,
    malgrado  che  la stagione fosse inoltrata di molto.  Alberto verso le
    dieci and a Porta San Gallo,  e fece rimettere il  suo  biglietto  di
    visita alla contessa.
    Ella  venne ad incontrarlo all'uscio della sala.  Era troppo gran dama
    per fargli nessuna domanda;  ma era troppo donna  per  resistere  alla
    tentazione di lanciargli la sua unghiata.
    Che fortuna!... finalmente! gli disse stendendogli la mano.
    Alberto sembrava calmo, ed aveva un sorriso nervoso che poteva passare
    per  disinvolto.  Sedendole  accanto sul canap,  la ringrazi di aver
    tolto la consegna che gli vietava di passare la porta di lei.
    Non mi ringrazi,  ch non ci ho nessun merito...  rispose  l'Armandi
    piantandogli in volto come punti interrogativi gli occhi e il sorriso.
    Era  ancor  troppo presto,  e la contessa ed Alberti stettero soli una
    mezz'ora a discorrere di cose indifferenti.
    E le signore Manfredini? domand sbadatamente l'Armandi.
    Verranno pi tardi... probabilmente.
    La contessa lasci passare quel "probabilmente", e cambi discorso.
    A poco a poco incominciarono a venire gli amici di casa,  e  l'Armandi
    presentava  il marchese Alberti come se fosse arrivato dall'Australia.
    La conversazione si  fece  generale.  Verso  le  undici  entrarono  le
    Manfredini  coll'inseparabile Don Ferdinando.  La contessa,  alzandosi
    per andarle a ricevere, strinse furtivamente la mano ad Alberto, e gli
    sussurr sottovoce queste parole:
    Giudizio, mi raccomando!
    Velleda possedeva una perfetta disinvoltura,  e  sebbene  la  presenza
    inaspettata  di  Alberti in casa Armandi dovesse sorprenderla,  non ne
    mostr nulla.  Metelliani sembrava raggiante;  la contessa  Manfredini
    era  maestosa.  Alcuni  si  erano  messi a giocare;  una bella signora
    bionda canticchiava,  provando della musica al  piano,  sottovoce;  il
    crocchio  principale  era  fra  le due finestre della sala,  presso il
    canap, dove si trovarono l'Armandi, le due Manfredini, Don Ferdinando
    ed Alberto. Si facevano molte parole, perch quasi tutti gli attori di
    quella scena avevano una preoccupazione da nascondere.  Alberto faceva
    pompa  di  una  gaiezza  febbrile  che  scoppiettava in paradossi e in
    epigrammi.  Velleda,  dopo avergli lanciato  di  nascosto  due  o  tre
    occhiate  fra sorpresa e curiosa,  avea preso parte alla conversazione
    col brio  che  le  era  solito.  L'Armandi,  a  guisa  di  abile  capo
    d'orchestra,  dirigeva  la  rappresentazione,  e  dava  il  tono  alla
    conversazione generale.
    In quel tempo non  facevasi  che  parlare  a  Firenze  di  una  povera
    ragazza,  la  quale  si  era  asfissiata col carbone,  perch volevano
    costringerla a sposare un tale,  mentre amava un altro.  La novit  di
    quel  genere  di morte,  la morte dei poveri di borsa e d'animo,  avea
    messo  in  moda  quell'argomento:  nei  saloni  aristocratici  se   ne
    discorreva  molto,   e  le  signore  vi  sciorinavano  sopra  il  loro
    sentimentalismo profumato.  La  sola  Armandi  avea  indovinato  esser
    quello  un  argomento  scabroso,  e  cercava  di cambiar discorso;  ma
    Alberto vi si attaccava con avida ostinazione,  come  se  si  sentisse
    forte su quel terreno, e sfoggiava a proposito un cinismo provocante.
    Scommetto  che  il fidanzato proposto a questa ragazza non era ricco
    diss'egli.
    Perch? domand imprudentemente la signora Manfredini.
    Perch se fosse stato  ricco  la  ragazza  si  sarebbe  rassegnata  a
    sposarlo, invece di suicidarsi.
    Che orrore! esclamarono le signore agitando il ventaglio.
    Signore mie,  noi non possiamo giudicare su di ci colle idee nostre.
    Quella era una povera popolana...
    E per questo?... Non poteva amare?... interruppe Don Ferdinando, che
    trovavasi nel quarto d'ora di tenerezza.
    Alberto gli rise in faccia insolentemente.
    O che ci ha a fare l'amore con cotesto?...
    Le signore erano imbarazzate, compresa l'Armandi,  che non sapeva qual
    contegno  prendere.  La  signora  Manfredini s'era fatta rossa come un
    tacchino;  ma la figliuola era rimasta perfettamente  padrona  di  s,
    facendosi  vento  per  con  un  poco d'animazione.  Ella sola ebbe il
    coraggio di lottare colle medesime armi,  contro  quel  disperato  che
    ubbriacavasi di epigrammi.
    Ha  notizia  di sua cugina Adele? gli domand tranquillamente,  come
    per sviare il discorso.
    Mia cugina sta benissimo,  e sposa  il  mio  amico  Gemmati  rispose
    Alberti collo stesso tono.
    Ella   dunque   non   crede   all'amore!   insist   Metelliani  con
    cocciutaggine presuntuosa e cercando di comprometterlo agli  occhi  di
    Velleda, poich anch'egli era geloso di Alberto.
    Questi gli piant gli occhi negli occhi; e rispose ironicamente:
    L'argomento  comincia ad annoiare coteste signore.  Vogliamo fare una
    partita a carte piuttosto?
    Il principe parve esitare: ma infine inchin il capo e  lo  precedette
    al tavolino. Mentre Alberti lo seguiva l'Armandi gli disse piano:
    Alberto!
    Egli  non  s'avvide dell'accento turbato e della parola confidenziale;
    la rassicur con un sorriso stentato, e pass nell'altra sala.
    I due giuocatori sedettero di faccia.  L'Armandi,  inquieta,  venne ad
    appoggiarsi  alla  spalliera  di  una seggiola,  mostrando prendere un
    grande interesse alla partita. Velleda non si tradiva; ma era inquieta
    anch'essa, e ronzava per la sala da gioco con un'irrequietezza che non
    sapeva padroneggiare.  I due avversari,  seduti in modo che  quasi  si
    toccavano,   non  alzavano  gli  occhi  dalle  carte;   si  mostravano
    completamente assorti nel giuoco,  e al lume delle candele  sembravano
    pallidi.
    Alberti  giocava  come  un  uomo  che ha la febbre,  o che perde sulla
    parola.  I suoi occhi fissavansi di tanto in  tanto  scintillanti  sul
    volto  del  principe,  che  rimaneva  impassibile,  e  all'ombra della
    ventola pareva di marmo.  Metelliani era troppo uomo di mondo per dare
    ad   Alberti   il  menomo  pretesto  ad  una  provocazione.   Giuocava
    freddamente,  da gran signore,  ed era fortunato come  un  milionario.
    Tutt'e due non dicevano che le sole parole indispensabili, il principe
    con  la  sua flemma inalterabile.  Alberto armandole di tutte le punte
    dell'epigramma,  senza che riescisse a far balenare gli occhi del  suo
    avversario,  o  far  imporporare  il  suo volto.  Egli perdeva sempre.
    Infine,  come se quell'imperturbabilit  calcolata  gli  avesse  fatto
    perdere la testa,  si alz, butt con piglio insolente sul tavolino il
    denaro, e disse a Don Ferdinando:
    Ella mi ha domandato se credessi all'amore.  Adesso che siamo soli le
    dico  che ci credo quando invece di guadagnarci qualcosa ci si rimette
    - come credo all'onest del giuocatore quando non vince sempre.
    E  rimase  ritto  dall'altro  lato  del  tavolino,  provocando  ancora
    coll'attitudine.  Il principe alz finalmente gli occhi su di lui,  si
    lisci la barbetta, e rispose freddamente:
    Io ho centoventimila scudi di rendita, caro signore.
    Si alz anche lui, e gli volse le spalle.
    Alberto sent una mano tremante che l'afferrava pel braccio.
    M'aveva promesso! gli disse l'Armandi, pallida anche essa.
    Ei si pass una mano sulla fronte,  come per mettere a  sesto  le  sue
    idee.
    Ha ragione!... Le chiedo perdono! Non so dove abbia la testa!
    Rimasero silenziosi tutt'e due, ritti presso la finestra.
    L'ultima  carrozza,  ch'era  quella delle Manfredini,  pass la porta.
    Alberto si cel il viso fra le mani e scoppi in pianto.
    Soffrite anche voi!... finalmente!... proruppe l'Armandi con accento
    intraducibile.
    Alberto  rimase  sbalordito  da  quella  esplosione  violenta  di   un
    sentimento  inesplicabile  che  quella  donna  avea  celato  sotto  la
    frivolezza,  che irrompeva pieno di collera  e  di  lagrime.  Egli  le
    afferr  le  mani,  e  la  guard  alcuni  istanti  con  mille confusi
    sentimenti negli occhi ardenti di lagrime.
    Voi! esclam.
    La fiamma dell'orgoglio asciug in un lampo gli occhi di lei.
    No! disse ella corrucciata e con impeto. V'ingannate!
    Egli non l'ascoltava: avea la tempesta nell'anima.  Ella  strapp  con
    violenza  le mani da quelle di lui,  si rizz in tutta l'altezza della
    sua bella persona, e rimase un momento cogli occhi chiusi,  premendosi
    il petto colle mani.
    Alberto! disse quasi pacatamente. Sappiate che non sono una bimba!
    Alberto  lev  il capo,  la guard stralunato,  quasi non comprendesse
    quello che avveniva al di fuori di lui, e poi balbetto:
    Perdonatemi!... son pazzo...
    E quindi proruppe con amarezza disperata:
    S, son pazzo... guardate!
    Lasciamoci amici disse la contessa  dopo  una  breve  pausa,  amici
    schietti.


    28.

    Non  erano ancora le otto del mattino,  e Alberto stava gi per uscire
    di casa, allorch Toni venne a dirgli che una persona,  la quale dovea
    parlargli di cosa che premeva, l'aspettava in legno alla porta.
    Alberto vide rincantucciata nell'angolo del fiacre una signora velata.
    Com'egli fu seduto, l'Armandi gli disse con animata concisione:
    Cosa pensa di fare?
    Nulla.
    Nulla  troppo poco! Stava gi per uscire alle otto di mattina! Avevo
    dunque ragione di essere inquieta!
    Ebbene  riprese  dopo  un breve silenzio mi dica la verit...  vuol
    battersi 
    Alberti chin il capo senza rispondere.
    Il principe Metelliani  religiosissimo,  e non  usa  battersi.  Cosa
    potrebbe  fare  per costringervelo?  Schiaffeggiarlo?  ei ricorrer ai
    tribunali e per vendicarsi lo  far  insultar  moralmente  da  un  suo
    domestico  che sar lietissimo di buscarsi una discreta mancia andando
    in prigione pel suo  padrone.  Non  faccia  follie,  per  carit!  Non
    gioveranno a nulla.
    E' vero, rispose Alberti in tono breve.
    Abbiamo  detto  di essere amici schietti,  ed ho perci il diritto di
    darle dei consigli. Anzitutto perch si batterebbe? per dispetto o per
    gelosia?
    Non lo so... rispose il giovane dopo una pausa,
    Non  lo  sa?...  diggi!  diss'ella  con  un  gaio  sorriso,   alla
    buon'ora!
    Andavano  pel  gran viale delle Cascine.  L'aria era ancor fresca,  il
    cielo azzurro,  e i grandi alberi  si  elevavano  dai  due  lati  come
    immense  muraglie  di verdura.  Per lungo tratto Alberto e la contessa
    rimasero silenziosi,  guardando distrattamente i boschetti.  Infine il
    giovane  rivolse  due  o  tre  occhiate  furtive  su  di lei,  e disse
    esitando:
    M'ha perdonato davvero?
    Che cosa?... domand ella saettandogli uno sguardo penetrante.
    Egli ammutol;  ma la contessa,  senza dargli il tempo di aprir bocca,
    aggiunse con uno scoppio di riso civettuolo:
    Ah!... Non ci pensavo pi!

    L'Armandi,  malgrado  la bizzarria del suo carattere,  s'era mostrata,
    come avea promesso,  amica  schietta  e  vera  d'Alberti  nell'uggioso
    periodo  che  aveva  seguito la rottura di lui colla Manfredini.  Egli
    andava a trovarla pi spesso,  e distraevasi chiacchierando con lei di
    cose  indifferenti  e  sfogando l'umor nero.  La contessa possedeva la
    rara qualit di saper ascoltare.  Pi di una  volta  il  giovane  avea
    sorpreso  s  stesso  in  muta  contemplazione  di  quella mano fina e
    aristocratica che carezzava indolentemente il nastro della gorgierina,
    o gli sgonfietti del  "fisci",  e  almanaccava  dove  l'avesse  vista
    un'altra volta.

    L'Armandi  partiva anch'essa pei bagni,  e a poco a poco Alberto aveva
    finito per andarla a trovare quasi ogni  giorno.  Alla  vigilia  della
    partenza   entrambi  s'erano  fermati  pi  a  lungo  del  solito  sul
    terrazzino a contemplare gli ultimi raggi del sole che moriva. Alberto
    era taciturno,  ed anche la contessa aveva parlato pochissimo.  Non 
    punto  allegro stasera! diss'ella come per scacciare la tristezza che
    invadeva anche lei.
    Si fermer lungo tempo ai bagni?
    Dipender da mio marito; ma poi andremo sul lago di Como.
    Ei chin il capo e rimase zitto. Anch'essa divenne astratta.
    Poi gli disse abbassando la voce,  senza che ne sapesse il perch ella
    medesima:
    Veramente... le rincresce ch'io parta?
    S rispose Alberto senza alzare il capo.
    La  contessa ammutol di nuovo.  Infine ella gli prese la mano,  e gli
    disse dolcemente con voce commossa:
    Io non vi amo,  non posso amarvi,  e non vi amer giammai.  Dopo quel
    ch' stato fra di noi non possiamo esser altro che amici. Volete?
    Ei  strinse  la  mano ch'ella gli porgeva,  senza avere il coraggio di
    dire una sola parola.
    Il giorno dopo Alberti era andato a  dire  addio  alla  contessa.  Nel
    momento di lasciarsi ella gli domand:
    Verr a trovarmi sul lago?
    S.
    Non manchi. Venga verso la met di settembre.
    E dopo alcuni istanti:
    Adesso cosa fara? Rimarr a Firenze tutta l'estate?
    Non lo so.
    Vada  in campagna,  ai bagni - viaggi.  Ella ha bisogno di distrarsi,
    dia retta alla sua amica... E soprattutto cerchi d'innamorarsi, ma con
    giudizio, veh! tanto da non perderci la testa... Addio.


    29.

    La contessa avea promesso ad Alberto di scrivergli;  ma  non  ne  avea
    fatto  nulla.  Ella  fu alcun poco sorpresa e,  diciamolo pure,  anche
    indispettita,  di non veder giungere nessuna lettera  del  marchesino.
    Questi, dall'altro lato, incaponivasi a non scriverle, perch ella non
    s'era   curata  di  mandargli  un  sol  rigo  -  ed  entrambi,   senza
    avvedersene, si tenevano il broncio,  proprio come due innamorati.  La
    donna combatteva anche colla curiosit di figlia d'Eva,  e fu vinta la
    prima.

    "Amico mio - gli scrisse -  morto?  vivo?  dov'?  Poich i giornali
    non recano notizia di lei, permetter alla sua amica che se ne informi
    direttamente. Ha dunque seguito il mio consiglio? Innamorato diggi? O
    s'  fatto  trappista?  Promise di venirmi a trovare sul lago verso la
    met di settembre, e siamo gi alla fine."

    Al ricevere questa  lettera  Alberto  s'era  rammentato  dei  dolci  e
    melanconici  tramonti sull'Arno,  quando la contessa gli stava accanto
    pensierosa; ma leggendone il contenuto cadde dal settimo cielo, e come
    un fanciullo che era,  ebbe la temerit di voler lottare sui  medesimo
    terreno e colle armi medesime con chi era pi forte di lui. Rispose:

    "Ho seguito i suoi consigli: HO VIAGGIATO! sono a Milano, e mi diverto
    mezzo  mondo.  Sono  innamorato  "con  giudizio" di una bella tosa che
    avevo conosciuta ad un veglione della Pergola, e che rividi qui in una
    certa cena che un mio amico - ho molti amici - il quale prende moglie,
    ci dava per farla finita colle folle.  Si chiama Selene -  l'amata  -
    (bel nome da palcoscenico,  n' vero?) ballerina al regio teatro della
    Scala,  "prima quadriglia,  marcia in punta di piedi  come  se  niente
    fosse",  e  ci  vogliamo  un  bene  da  non dire.  Vedendomi,  ella mi
    riconobbe subito,  e fece un "oh!" che ci  rendeva  amici  vecchi.  Mi
    chiama  "biondino".  La nostra amicizia  stata facile e pronta,  ed 
    per questo senza una nube.  Ella vede dunque,  amica mia,  che non c'
    nulla da temere per la mia testa. Noi non ci strappiamo i capelli, non
    abbiamo pi il meschino geloso da sfidare, o il pi piccolo balcone da
    scalare;  non c' la pi innocente lagrima, neppur l'ombra di una vera
    e grande passione Ma tant', si campa lo stesso. La mia Selene  molto
    bella - nient'altro - e mi dice molte cose gentili alla sua maniera  -
    fra le altre che mi vorrebbe bene,  fossi anche povero come Giobbe,  e
    che il mio portamonete non ci ha nulla a vedere nella mia felicit. Io
    le credo sulla parola, e l'ho divezzata dalla birra. Ella m'insegna un
    po' di "meneghino", cos ci perfezioniamo a vicenda.  Alcune volte,  
    vero,  rimane  a  fissarmi  con tanto d'occhi spalancati - ha occhioni
    magnifici - come se le stessi a  parlar  turco;  ma  sar  perch  non
    capisce  bene il mio toscano,  o perch l'annoio colle mie fantasie ma
    le son  fantasie  e  passeranno.  A  proposito  di  fantasie,  sa?  la
    contessina  Manfredini  andata a Castellamare col principe Metelliani
    - e la mamma, ben inteso. Son passati per Firenze. Tutti dicevano col
    che ci ritorner o principessa o morta.
    "Conclusione: Se mi facessi trappista non avrei torto?"

    La contessa stava per rispondere con  una  lettera  che  incominciava:
    "Ella  proprio sulla via di farsi trappista!". Ma si pent e stracci
    il  foglio.  Alberto,  che  cuocevasi  d'avere una risposta,  dopo due
    giorni non seppe pi continuare la sua parte, e scrisse:

    "Contessa mia, non so davvero perch,  ma son triste come un mortorio;
    quella  povera  ragazza non ci ha colpa,  ma io nemmeno.  Ho deciso di
    cambiar aria,  ed ho bisogno che Ella mi sgridi e mi consigli come  un
    ragazzo che sono.  Mi rammento che cost,  "sulle rive del Lario",  ci
    dev'essere una certa mia villetta, la quale era destinata ad essere il
    mio  nido  nuziale.   Scaccio  la  paura  delle  nozze,   e  vengo   a
    rannicchiarmi domani stesso: ne avremo 30 del mese.  Giacch  scritto
    che  le  mie  visite  debbano  giungere  sempre  in   ritardo,   vorr
    permettermi di presentarmi a lei domani nella serata?".

    Leggendo  quella  lettera  la  contessa sorrise,  e poi si fece seria.
    Rilesse due o tre volte le poche righe,  consult  il  calendario,  si
    mise  al  tavolino  per  iscrivere,  e  infine  chiuse  la lettera nel
    cassetto, e si alz.



    30.

    La giornata era stata calda e burrascosa,  ma la sera era  incantevole
    La  luna sorgeva dietro i monti,  alcune bianche nuvolette erano ancor
    disseminate pel cielo, il lago sembrava color d'acciaio, solcato qua e
    l da  bianche  strisce  luminose;  di  quando  in  quando,  a  lunghi
    intervalli,  un  soffio  di fresca brezza faceva stormire gli alberi e
    fiottare le acque sommessamente.
    La contessa Armandi avea passato una  di  quelle  giornate  bisbetiche
    nelle  quali  avrebbe  dato  non  so che cosa per poter dire che aveva
    l'emicrania: s'era sentita stanca, inquieta,  nervosa,  uggita;  s'era
    aggirata pel salotto, si era guardata nello specchio, s'era messa alla
    finestra,  poi  avea  cominciato  a leggere,  avea buttato il libro da
    banda e s'era appoggiata all'"tagre",  a  guardare  sbadigliando  la
    lancetta  dell'orologio,  ed  era  rimasta  a guardarla mezz'ora senza
    accorgersene. Infine apr il pianoforte, e si mise a suonare, dapprima
    svogliatamente.  Ad un tratto ud gente al cancello;  allora  fece  un
    movimento.
    Il marchese Alberti annunzi il domestico.
    La contessa assent del capo, senza voltarsi, e continu a suonare.
    Alberto entr,  si accost al piano,  e si mise dietro a lei;  ella lo
    salut con un cenno del capo,  senza  volger  gli  occhi  su  di  lui,
    animandosi contro una difficolt di Schubert.
    Infine smise bruscamente di suonare, e si alz.
    Che peccato! esclam Alberto. Continui, la prego!
    No, mi annoia;.. Come sta?
    Benissimo; ma ella non sta bene.
    Io? s'inganna. Com' venuto?
    In barca, dal lago. Ho sentito la sua musica accostandomi alla villa,
    e avrei fatto meglio standomene ad ascoltare laggi...
    Avrebbe fatto peggio,  perch m'annoiavo orribilmente.  Le piace quel
    pezzo?
    Moltissimo.
    Lo suoni adunque.
    Volentieri, se lo desidera.
    Non per me! diss'ella voltandogli le spalle.
    Per chi, allora?
    Ma... per coloro che sono sul lago... pei pescatori.
    Alberto era rimasto immobile;  indi le si avvicin  e  and  a  sedere
    presso  di  lei,  che s'era messa sul canap,  scartabellando un libro
    nuovo.
    Cos'ha? le domand piano,  dopo  avere  atteso  inutilmente  ch'ella
    levasse gli occhi.
    Nulla. Cosa mi trova? E' stata una brutta giornataccia, ecco tutto.
    E son venuto in un brutto momentaccio?
    Al contrario, l'aspettavo.
    Cosa legge?
    Una sciocchezza e butt via il libro: suoni qualcosa, dunque!
    Cosa desidera che suoni?
    Quel che vuole... Quell'"Addio" di Schubert.
    Ma se non le piace...
    Ella si strinse nelle spalle con un movimento inimitabile.  Alberti si
    mise al piano.  L'Armandi  s'appoggi  al  leggo,  poi  incominci  a
    leggere  della  musica,  infine  and  a  riprendere il libro che avea
    buttato via.
    Alberti si volse, smise di suonare, e stette alcuni minuti cogli occhi
    fissi su di lei,  il gomito appoggiato al pianoforte e la fronte sulla
    mano. Ad un tratto si alz, e si avvicin al canap.
    Avete finito? domand l'Armandi levando gli occhi con sorpresa su di
    lui.
    S rispose Alberto sbadatamente.
    Ella sorrise, e chiuse il libro.
    Cosa fa a Bellagio? c' molta gente? si diverte? si annoia?
    S rispose Alberto sbadatamente.
    L'Armandi gli rivolse uno sguardo fra il distratto e il penetrante,  e
    si diede da fare per rassettare gli oggetti che erano sulla tavola.
    La sera  bella? domand poscia senza pensare a quel che diceva.
    Ei volse gli occhi alla finestra spalancata,  che incorniciava il  pi
    bel chiaro di luna, e rispose:
    Bellissima.
    E' stato sul lago, oggi?
    Son venuto in barca, gliel'ho detto.
    Il  discorso,  privo  d'alimento,  cadde  del  tutto.  La  contessa si
    guardava attorno, come cercando un pretesto per rompere quel silenzio.
    Sul tavolino ci son dei  sigari  gli  disse  fumi  pure,  siamo  in
    campagna.
    Grazie.
    Mi racconti che c' di nuovo? Cosa si dice da quelle parti?
    Si dice che i bigatti vanno benone.
    Ah! Avremo della seta a buon mercato dunque?
    Certamente!
    Che fortuna!
    Improvvisamente l'uscio s'apri, ed entr correndo una graziosa bambina
    di  quasi  cinque  anni,  che  and  a  buttarsi  nelle  braccia della
    contessa.
    Adagio, cara! esclam la madre baciandola.  Cosa dir il signore di
    una bimba che entra cos all'impazzata?
    La  bambina  si  volse a guardare il signore coi grandi occhi timidi e
    curiosi. Alberto le disse cingendola colle braccia:
    Mi permette che le dia un bel bacio, signorina?
    La bambina seria seria acconsent col capo, e sporse la guancia rosea.
    Com' bella, e come le somiglia! disse Alberto baciandola.
    La contessa  suon  un  po'  vivamente,  e  consegn  la  figlia  alla
    governante.
    Perch  rimandarla?...  domand  Alberto,  sorpreso  da  quel brusco
    congedo.
    E' tardi per lei, sono quasi le dieci rispose ella secco secco.
    Alberti si alz.
    Ma io non sono una ragazzina! disse ridendo la contessa, e ritir la
    mano che egli le stringeva per andarsene.
    Son venuto in un cattivo momento davvero!
    No.
    Non la disturbo?
    Parli, taccia,  legga,  suoni,  ma non mi lasci sola con la mia noia,
    ch sarei capace di buttarmi nel lago diss'ella col medesimo sorriso.
    Tanto meglio!
    L'Armandi  gli  rivolse una tacita interrogazione,  e si appoggi alla
    spalliera del canap, contemplando i disegni della ventola.
    Successe un lungo silenzio.
    E la sua ballerina? domand quasi sbadatamente.
    Sta benissimo rispose Alberti senza levare gli occhi dall'album.
    E tacquero nuovamente.
    Tutt'a un tratto Alberti le piant gli occhi in viso e domand:
    Perch mi domanda della mia ballerina?
    Cos... per parlare di qualche cosa...
    Ei  chiuse  l'album,  si  alz,   and  a  vedere  l'ora  che  segnava
    l'orologio, e torn a sedersi senza aprir bocca.
    La  contessa  l'avea seguito collo sguardo,  e s'era fatta pensierosa.
    Alla sua volta gli piant gli occhi in faccia anche lei, e gli disse:
    Perch le rincresce che le parli della sua ballerina?
    Non mi rincresce rispose Alberti un po' bruscamente.
    Ho bisogno di rammentarle i nostri patti? riprese l'Armandi dopo una
    lieve esitazione.  Non siamo pi amici come  prima?  Non  ho  pi  il
    diritto  d'interessarmi  a lei?  di darle dei consigli all'occorrenza?
    Ella  giovane e pieno di cuore - troppo, forse. - Non le ho detto che
    quella ragazza le conviene,  giacch  non    pericolosa  per  la  sua
    immaginazione?
    Grazie.
    Successe un lungo silenzio.
    M'ascolti  riprese  infine la contessa,  mentre Alberti stava a capo
    chino.  Le ho parlato sempre con tanta schiettezza,  che  non  le  ho
    lasciato  nemmeno il diritto di essere ingiusto.  Sa che non l'amo,  e
    che non l'amer giammai,  ma che le voglio un gran bene - in un  altro
    modo  -  e  che la sua amicizia mi  carissima.  Per il giorno in cui
    ella mi amer sar un gran male, ci pensi! Se avr un amante lo dir a
    lei per primo - nient'altro - per provarle  la  schiettezza  dei  miei
    sentimenti,  e costringerla a rimanere quello che desidero ch'ella sia
    per me. Le basta? Potr promettermi di mantenere sempre dentro cotesti
    limiti le nostre relazioni? Ella  un uomo d'onore - parta o rimanga.
    Alberto rimase alcuni istanti silenzioso. Poscia rispose:
    Ha ragione.
    La contessa gli strinse la mano.
    Stasera  sono  stata  bisbetica,   e  forse  anche  cattiva  riprese
    gaiamente.  E' affar di nervi;  mi perdoni,  amico mio.  Vuole che le
    suoni qualche pezzo per ricompensarlo della noia?
    S rispose egli distratto.
    L'Armandi si mise al piano,  e suon lungamente  senza  interrompersi.
    Alberti   sembrava   ascoltasse   attentamente,   silenziosamente,   e
    quand'ella  si  alz,  un  po'  stanca,  non  apr  nemmen  bocca  per
    ringraziarla.
    Lei,  seduta nell'angolo pi oscuro,  taceva da un pezzo;  il silenzio
    era profond;  di tanto in tanto un soffio di  brezza  spingeva  verso
    l'interno  del  salotto  le  tende  del balcone e il profumo dei fiori
    ch'erano sulla terrazza;  dalla finestra aperta vedevasi la superficie
    del lago incresparsi in strisce argentee.
    Infine  la  contessa  si  alz senza dire una parola e and lentamente
    sulla terrazza.  Alberti la segu.  Si appoggiarono alla  balaustrata,
    guardando il lago. Non si vedeva un lume; mezzanotte suonava lontano.
    Diggi! mormor l'Armandi.
    Alberto  prese  il cappello per andarsene.  Ella rispose appena al suo
    saluto,  e non si volse nemmeno per  vederlo  partire.  Ud  vagamente
    chiudersi l'uscio del vestibolo, e poco dopo i passi di lui nel viale.
    La  sua  barca    laggi?  domand  all'improvviso  e  con vivacit
    dall'alto della terrazza.
    S.
    Sa remare?
    Credo di s.
    Rimandi il barcaiuolo, e m'aspetti.
    Dopo pochi momenti egli se la vide  comparire  dinanzi  infilandosi  i
    guanti,  con  un  velo  sul  capo,  il viso bianco e serio,  gli occhi
    luccicanti.
    Sa proprio remare? replic brevemente e senza volgere gli  occhi  su
    di lui.
    S, s.
    Ella salt nella barca senza aggiungere altro, e sedette a poppa.
    La  barchetta scivol sulle acque tranquille,  e allorch furono molto
    lontani dalla sponda Alberto lasci i remi.  La contessa  guardava  in
    silenzio  la  striscia  luminosa  che  fuggiva  dinanzi  a  loro sulla
    superficie bruna del lago,  e l'acqua  che  s'increspava  scintillante
    intorno ai remi.  Stava mezzo sdraiata sui cuscini, tenendo il capo un
    po' arrovesciato  indietro  sul  tappeto  che  sfiorava  le  acque,  e
    guardando  in  alto;  di  tanto  in  tanto  saettava uno sguardo su di
    Alberto, che teneva gli occhi rivolti altrove, e non diceva motto.  Il
    silenzio  aveva  un  fascino voluttuoso;  quella pallida luce sembrava
    versare onde di non so qual  nebbia  seduttrice;  un'ora  suonava.  La
    donna  rivolse indolentemente il capo verso il luogo dove echeggiavano
    ancora gli ultimi rintocchi, e tutt'a un tratto,  fissando in volto ad
    Alberto  gli occhi luccicanti,  e bruscamente,  ridendo quasi ironica,
    gli disse:
    Marchese Alberti, se in questo momento ci fosse anche in voi il conte
    Armandi, e se una met del vostro individuo giurasse all'altra met di
    non essere l'amante di vostra moglie, lo credereste?
    Alberto rimase sbalordito. Poi si rizz di botto,  e le disse con voce
    tremante e soffocata:
    Perch vi trastullate col mio cuore come con un cencio?
    Ella s'era alzata anche lei;  si teneva ritta sulla poppa, leggermente
    pallida, cogli sguardi smarriti, le labbra smorte e sorridenti.
    No,  Alberto!...  Dico per ischerzo... rispose con  uno  scoppietto
    convulso.
    Ei le afferr le mani.
    Aspettate!  diss'ella  seria,   risoluta,   e  con  voce  concitata.
    Giuratemi che non  un capriccio il vostro!
    Oh!...
    ll brusco movimento di lui minacci di far rovesciare la barchetta. La
    contessa vacill, mise un piccolo grido
    Non cominciamo dalla fine! disse.

    I primi chiarori dell'alba imbiancavano il cielo quando la barca tocc
    la sponda. La luna era smorta, il lago sembrava pi scuro; la contessa
    era pallida, pensosa, sembrava pentita. Salt vivamente sulla riva per
    non toccare la mano che il giovane le  offriva;  spinse  la  barchetta
    bruscamente  col  suo stivalino,  e s'incammin a passo lento verso il
    cancello,  guardando con occhi distratti il lume che ardeva ancora nel
    salotto.
    Addio gli disse con voce incerta, senza guardarlo, a capo chino.


    31.

    Alberto  s'incammin  lentamente  andando alla ventura,  col sigaro in
    bocca,  il viso pallido,  l'occhio  ardente  e  fisso  dinanzi  a  s,
    guardando  macchinalmente il lago,  i monti,  la gente che incontrava.
    L'aria fresca del mattino facevagli dilatare i polmoni  con  forza,  e
    sembrava infondergli un'esuberanza di vita.  Il canto degli uccelli, i
    mille profumi dei  campi,  i  primi  raggi  del  sole  lo  penetravano
    vagamente,    sottilmente,   con   un'altra   fisonomia,   quasi   gli
    appartenessero e fossero  al  mondo  soltanto  per  lui,  incarnandosi
    confusamente  in una immagine fitta nel cervello,  nel cuore,  dinanzi
    agli occhi.  Il suo pensiero  era  inerte  e  vertiginoso;  tutti  gli
    avvenimenti di quella notte si urtavano confusamente nella sua memoria
    fra   di   loro,   e   l'abbagliavano   con  una  specie  di  luminosa
    intermittenza.  Non avrebbe saputo esprimere quel che provava,  se era
    felice oppur no; sentiva un gran sbalordimento, un desiderio febbrile,
    un'immensa gioia tumultuosa, inquieta - e LEI, sempre l, dinanzi agli
    occhi, dentro di s, dappertutto.
    Le vie cominciavano a popolarsi,  il lago formicolava di barchette,  e
    Alberti gironzava sempre attorno a  quella  villa  che  esercitava  un
    fascino  su  di  lui.  ELLA  doveva  esser  l,  dietro ogni persiana,
    ansiosa,  bramosa  come  a  cercarlo  anche  lei  cogli  occhi,  colle
    reminiscenze,   colla  fantasticheria.   Contemplava  quella  terrazza
    ov'erano  stati  insieme,  quella  balaustra  alla  quale  ELLA  s'era
    appoggiata,  quella scalinata per la quale era discesa,  quel lago sul
    quale s'era  cullata  mollemente  la  loro  barchetta,  circondata  di
    tenebre discrete,  dolci,  misteriose.  Tutte quelle cose adesso erano
    inondate di sole, senza ombre, senza veli,  petulanti.  - Udiva dentro
    di s quella parola "m'aspetti" - e quel piccolo grido soffocato.
    Verso le undici non pot pi resistere al desiderio di rivederla, come
    se l'avesse lasciata da un secolo, ed and. La cameriera gli disse che
    dormiva. Ei se lo fece ripetere due volte, quasi non fosse ben sveglio
    egli pure,  e volse le spalle. Poi torn indietro, e lasci per lei il
    suo biglietto di visita, sul quale scrisse in inglese col lapis:
    "Invidio voi che potete dormire."
    And all'albergo,  si butt sul letto,  e dorm due o tre ore un sonno
    da ubbriaco. Una lettera di lei venne a svegliarlo di soprassalto.

    "Amico  mio,  -  diceva  - verrete domani alle quattro?  Avr anche la
    signora Rigalli, e faremo della musica.  Conto su di voi.  Oggi sono a
    pranzo dai Corvetti."

    Il carattere era elegante, tracciato con mano sicura, la firma era per
    intero: "Emilia Armandi".
    Il  povero  giovane  stette mezz'ora voltando e rivoltando fra le mani
    quel  fogliettino  profumato,  e  rileggendo  quelle  due  righe  cos
    semplici, cos chiare, che non riusciva a comprendere.
    Ei   pass   tutto  il  giorno  in  una  specie  di  sonnolenza  e  di
    sbalordimento, pensando a lei,  a che cosa stesse facendo,  a che cosa
    fosse   accaduto,   al  perch  gli  ordinasse  di  non  vederla  sino
    all'indomani,  al come ella potesse aspettare  sino  a  questo  domani
    senza  soffrire al par di lui.  Trasaliva al ricordarsi con miracolosa
    precisione le parole di lei,  il tono della sua voce,  il profumo  dei
    suoi  capelli;  stava  guardando  il  lago,  quel  medesimo  lago  che
    cominciava  a  farsi  bruno,   e  su  cui  le  stelle  cominciavano  a
    scintillare.  Fra  il  disordine  delle  sue  idee  ce  n'era  una pi
    insistente delle altre: perch ella gli  avesse  fatto  promettere  di
    buttarsi nel lago,  e perch poi non gliel'avesse ordinato. Sapeva che
    non l'avrebbe obbedita, e che quel tale amore lo rendeva vile?

    Il giorno dopo,  avviandosi  verso  le  quattro  alla  villa  Armandi,
    incontr  la  signora  Rigalli  che  andava  ad  imbarcarsi insieme ad
    un'allegra brigata.
    Non va dalla contessa Armandi? le domand con un po' di sorpresa.
    No. L'Emilia doveva anzi venire con noi,  ma stamane m'ha scritto che
    ha cambiato idea. Vuol essere dei nostri?
    Grazie,  non posso;  e si allontan almanaccando perch l'Armandi in
    un biglietto di tre righe ci avesse cacciato  anche  la  musica  e  la
    signora Rigalli.

    Trov la contessa nel suo salotto, sul suo canap, circondata dai suoi
    amici  e  dalle  sue  amiche;  fu  accolto  col miglior sorriso,  e fu
    presentato  agli  altri  senza   il   menomo   imbarazzo.   Ella   era
    perfettamente  padrona  di s,  piena di brio e disinvoltura - scherz
    anzi coll'aria un po' stralunata di lui - parl di corse sul lago,  di
    partite  di  piacere,  delle avventure dei bagni.  Un tale domand del
    conte Armandi,  ch'era ancora a  Torino,  sebbene  la  sessione  fosse
    chiusa da un pezzo.
    Verr  quanto  prima,  rispose  la contessa appena terminati non so
    quali lavori di non so qual commissione parlamentare;  e  rivolgendosi
    alla   signora  che  aveva  al  fianco  aggiunse  sorridendo:  Quella
    benedetta politica  una rivale pericolosa.
    Alberto ascoltava la sua voce, e guardava le sue belle mani, ornate di
    larghi manichini di trina,  che ella tirava in su allorch le cadevano
    lungo il braccio.  Alle ultime parole di lei la fiss in viso;  poscia
    arross,  senza saper perch,  distolse gli occhi,  e prese parte alla
    conversazione con vivacit nervosa,  a sbalzi, con lunghe interruzioni
    che avrebbero grandemente sorpreso tutti coloro che erano presenti  se
    non fossero stati tutti perfettamente ben educati.
    Non va colla signora Rigalli? domand ad un tratto.
    La contessa gli rivolse un'occhiata tranquilla e rispose:
    No.
    Mi disse per che contava su di lei...
    "Souvent femme varie"! rispose l'Armandi colla massima disinvoltura,
    e sorridendo un po'.


    32.

    Infine i visitatori se ne andarono a poco a poco.  Alberti e l'Armandi
    rimasero soli, seduti l'uno accanto all'altra, e,  per alcuni istanti,
    silenziosi.
    La  contessa  s'alz all'improvviso,  si allontan bruscamente da lui,
    diede  un'occhiata  incerta  all'intorno,   poi  gli  venne   incontro
    risolutamente  facendo  frusciare i lembi del vestito con un sibilo di
    serpente irritato, e gli si piant in faccia.
    Cosa avete? Dite infine! parlate! esclam corrucciata.
    Nulla, cosa volete che abbia? rispose egli con durezza.
    Le labbra della donna tremarono convulsamente, e s'agitarono due o tre
    volte come per  parlare.  Ma  ad  un  tratto  scoppi  in  un  accento
    indescrivibile, coprendosi il viso colle mani:
    Ah! come mi punite!
    Ei s'alz,  le prese le mani che gli sfuggirono,  e rimase alcun tempo
    senza trovar parola. Che vi ho fatto? balbett infine.
    Nulla m'avete fatto! esclam l'Armandi sdegnosamente.
    Alberto le prese nuovamente la  mano.  Stavolta  ella  gliel'abbandon
    senza  accorgersene;  teneva  gli  occhi  fitti  sul  tappeto,  torva,
    accigliata.  Tutt'a un tratto gli disse con voce  breve  e  concitata,
    fissandogli in faccia uno sguardo lucido e freddo come l'acciaio:
    Perch  siete  venuto?  Cinque minuti prima di legarmi a voi mi sarei
    piuttosto buttata nel lago se avessi potuto immaginarlo!  Ora avete il
    diritto di dubitarne!
    Alberto si fece rosso e pallido.
    Non mi amate? le disse allentando la mano.
    Che  cosa  pensereste  adesso  di  me  se non vi amassi? gli rispose
    sorridendo di un riso che faceva  rilevare  il  labbro  superiore  con
    un'espressione  d'amarezza intraducibile.  Ma non avrei voluto essere
    vostra amante...  Ve lo giuro  per  mia  figlia...  PER  MIA  FIGLIA!
    replic con forza, guardandolo alteramente negli occhi, e scuotendogli
    la  mano,  nell'osservare  un  impenetrabile  movimento  di lui.  Voi
    m'avete preferito  a  un'altra  donna,  ed  io  ero  orgogliosa...  E
    chinando  il capo con sarcastica e fiera rassegnazione: Adesso vedete
    che non lo sono pi.
    Si abbandon sulla poltrona e nascose il viso  nel  fazzoletto,  senza
    muoversi  pi,  senza  dire  una  parola,  cos  altera e sdegnosa che
    Alberto non os scostare una punta di quel fazzoletto.
    Cosa v'ho fatto? replic alfine giungendo le mani.  Non vedete come
    soffro? come vi amo? come ho sofferto per non avervi potuto vedere?...
    Avete letto il mio biglietto?
    S... e la mia cameriera prima di me.
    Ho scritto per questo in inglese...
    Avreste  dovuto scrivere in camaldolese: sarebbe stato meno sospetto,
    e meno compromettente.
    Ella parlava piano,  con calma,  con accento di rassegnazione ironica,
    col viso dimesso, e le mani incrociate sulle ginocchia.
    Ho avuto torto! rispose Alberto alquanto indispettito, perdonatemi.
    Vi  amavo,  avevo perduto la testa.  Non pensavo alle convenienze,  al
    mondo,  ai domestici...  Avevo bisogno di pensare a  voi....  di  fare
    qualche cosa per voi... Non avevo altro da dirvi...
    Nemmeno  che  avreste fatto della musica colla signora Rigalli,  onde
    non compromettervi col vostro scritto.  Non    cos?  interruppe  la
    donna
    Oh!
    Perch   arrossite  d'avermelo  rimproverato  mezz'ora  fa?   Avevate
    ragione!  riprese   ella   colla   medesima   calma   nella   parola,
    nell'accento,  nella fisionomia e nell'atteggiamento. Il vostro amore
     schietto,  franco,  e sincero.  Io ho parlato dinanzi a voi  di  mio
    marito,  e  non ho arrossito in presenza dl coloro che mi ascoltavano.
    Ho mentito l'indifferenza e la disinvoltura,  ho mentito verso di voi,
    verso i miei doveri, e verso il mondo; avete il diritto di pensare che
    vi  abbia mentito anche quando vi ho detto che vi amo!  Mezz'ora fa mi
    avete guardata in faccia stupefatto due o tre volte, e avete arrossito
    per me, vi ho visto. Voi non ci avete colpa. Son moglie, son madre, ho
    dei doveri sociali,  e son la vostra amante:  impossibile  conciliare
    tutto  quello che ci  di contraddittorio nel mio stato senza mentire.
    Io mi sono umiliata ai vostri occhi  facendo  il  sacrificio  del  mio
    orgoglio e della mia delicatezza dinanzi a voi, per voi. Non vi faccio
    un rimprovero.  E' colpa vostra se avete tutto per voi, la franchezza,
    la lealt, la delicatezza, l'onore, e, a salvaguardia di tutto ci, la
    vostra spada?  Voi avete tutto quello che io  mi  son  messo  sotto  i
    piedi... per voi.
    A  queste  ultime  parole  il  sarcasmo  scoppi nell'accento vibrato,
    sibilante,  nel sorriso amaro e nelle calde lagrime che ella asciugava
    dispettosamente prima ancora che spuntassero sull'orbita.  Ciascuna di
    quelle parole,  ciascuno di quegli accenti andavano a colpire sul viso
    Alberti,  il quale stava zitto,  Immobile, arrossendo e impallidendo a
    vicenda come se si sentisse schiaffeggiare dalla propria coscienza.
    Perch m'avete amato? domand alfine con voce fremente e soffocata.
    L'Armandi alz su di lui gli occhi ardenti di lagrime  e  di  collera,
    come smemorata, e non rispose.
    Perch non mi scacciate? replic Alberti.
    Un'espressione  indefinibile,  un  non so che di attonito,  d'ansioso,
    d'irato,  di vendicativo,  d'innamorato e di pauroso,  lampeggi nello
    sguardo della contessa.  Ella stette alcun tempo senza dir nulla;  poi
    arrovesci il capo all'indietro sulla spalliera della poltrona, con un
    movimento felino,  e colle mani  intrecciate  dietro  la  nuca,  colle
    larghe  maniche  cadenti  per le candide braccia,  rispose mollemente,
    guardando il soffitto:
    Avete ragione. Il meglio sar non vederci pi.
    Alberto rimase immobile, guardandola.  Ad un tratto si precipit su di
    lei  come un leone innamorato,  l'afferr per la vita,  senza dire una
    parola, e la sollev sulle braccia. Ella piant gli occhi scintillanti
    come armi omicide in quel viso pallido e stravolto, tenendosi discosta
    da  lui  con  tutta  la  forza  della  sue   braccia   irrigidite,   e
    all'improvviso gli si avvent al collo, e lo baci rabbiosamente.


    33.

    A  Bellagio il marchese Alberti aveva la riputazione d'essere alquanto
    originale,   e  infatti  menava  tal  vita  da  giustificare   cotesta
    riputazione.  Non  si  faceva  vedere  da  nessuno per delle settimane
    intiere,  e poi tutt'a  un  tratto  mischiavasi  a  tutti  i  crocchi,
    prendeva  parte  a ogni divertimento,  mostravasi assetato di piaceri,
    montava spesso a cavallo, faceva delle corse da numida,  o dormiva per
    ventiquattr'ore, e lo s'incontrava a scorrazzare per i sentieruoli pi
    deserti  ad  ore da poeti,  o passava le notti ad un giuoco d'inferno,
    perdendo  delle  grosse  somme,  colla  stessa  indifferenza  con  cui
    vinceva. Le signore chiudevano un occhio sulle stranezze di lui perch
    egli li aveva molto belli tutt'e due,  era giovane e ricco,  e qualche
    volta anche grazioso ed amabile.  Quel po' di corteccia ruvida che gli
    rimaneva attaccata, e di cui s'ingegnavano a gara di mondarlo, davagli
    anch'essa  una  certa  agreste  attrattiva  -  dicevano.  Egli aveva i
    migliori cavalli,  gli amici pi simpatici,  ed una volta preg due di
    costoro  d'andare a sfidare un tale,  il quale aveagli detto che aveva
    anche la pi bella amante. I due amici cominciarono dal ridere, ma per
    rabbonirlo dovettero finire col dirgli che non era proprio il caso  di
    prendere  in  mala  parte  un complimento di cui molti altri sarebbero
    stati lusingatissimi.  Alberto erasi incaponito che  quel  complimento
    fosse ingiurioso per la riputazione della dama. Il pi intimo dei due,
    quegli  che  desinava  pi spesso con lui e che gli doveva di pi,  lo
    tir alquanto in disparte e gli disse:
    Caro mio,  sei ben sicuro d'essere stato il primo  amante  di  quella
    dama?...  Be'...  Non c' di che arrossire... Lasciamola l piuttosto.
    Un duello la comprometterebbe infinitamente dippi.  Andiamo a cena  e
    dormiamoci sopra.
    La  contessa  riceveva Alberti frequentemente di giorno,  anche quando
    non c'era per tutti gli  altri,  e  di  sera,  allorch  faceva  della
    musica: il marchese era distinto pianista, e l'Armandi amava la musica
    appassionatamente  -  ognuno lo sapeva.  Alberti la vedeva in tutte le
    riunioni,  in tutte le partite di campagna,  e in tutte le  traversate
    sul  lago;  era con lei sovente a cavallo o in carrozza,  da solo o in
    numerosa  compagnia,  stava  con  disinvoltura  nel  salotto  di  lei,
    l'accompagnava  al  piano,  e  faceva  il galante colle amiche di lei;
    sapeva condursi con garbo,  rispettava le esigenze sociali,  e piegava
    il capo con grazia alle piccole ipocrisie.  Ella invece stava in mezzo
    a questi scogli colla  testa  alta,  con  aristocratica  disinvoltura,
    dominando  tutto  ci  che non poteva elevare sino a lei;  ingentiliva
    Alberto,  lo perfezionava stava a discorrere con lui accanto al piano,
    o presso il tavolino da lavoro,  o si faceva accompagnare in giardino,
    dandogli l'ombrellino da portarle,  e si lasciava baciare il guanto  -
    sicch tutte le volte che gli permetteva di strapparle quel guanto,  o
    lo precedeva sotto i folti alberi del boschetto, sorridente, esitante,
    guardandosi  intorno  nel  raccogliere  le  pieghe  del   vestito,   e
    camminando  in  punta  di  piedi.  A  lui  sembrava  che  il  cielo si
    spalancasse a due battenti.  - Giammai non aveva voluto pi andare una
    sola volta sul lago con lui.

    Si  approssimava  il  ritorno  del  conte  Armandi;  Alberti lo sapeva
    vagamente,  ma non aveva mai osato domandarne alla contessa,  ed  ella
    non  gliene  avea  mai  parlato.  Un  venerd ch'era andato da lei per
    combinare una gita sul lago, e gli avevano detto che sarebbe ritornata
    a momenti,  s'era messo al piano per ingannare il  tempo,  e  scorreva
    della musica che la sera innanzi le avea mandato egli stesso.  Infatti
    ud aprir l'uscio del salotto,  e si alz credendo fosse  lei.  Invece
    era  la  bambina,  che giungeva correndo prima della madre,  e vedendo
    Alberto s'era fermata sull'uscio.
    Le faccio paura, signorina? disse Alberto.
    In quel momento entr anche la contessa;  gli stese la mano,  buttando
    l'ombrellino sul tavolo,  e togliendo alla figlia il largo cappello di
    paglia.
    Come sei rossa! le disse baciandola. Vai dalla Tilde.
    La bimba gli rese il bacio, e prima d'andarsene offr anche ad Alberto
    la guancia vermiglia. Egli l'accarezz sui capelli.
    La madre tir a s bruscamente la figliuola,  la baci di  nuovo,  con
    singolare vivacit, e l'accompagn sino all'uscio.
    Perch  non  avete  baciato  la  mia  bambina?  gli domand tornando
    indietro.
    Alberti tard un istante a rispondere;  ma ella,  senza  dargliene  il
    tempo, and al piano, e prese il fascicolo ch'era sul leggio.
    Vi  ringrazio  della  musica aggiunse senza voltarsi e sfogliandola.
    Ci ho dato un'occhiata ieri stesso. E' proprio bella.
    E torn lentamente verso il  canap,  senza  levare  gli  occhi  dalla
    carta, sedette, e spieg il quaderno sui ginocchi.
    Avete fatto una lunga passeggiata? domand Alberti.
    V'ho  fatto aspettare?  Scusatemi.  Ero andata ad incontrare Armandi.
    Invece ricevo una lettera che rimanda la sua venuta a domani.
    Ah!
    Volete essere dei nostri a pranzo domani?
    Grazie.
    Rifiutate? diss'ella facendosi un po' rossa.
    S.
    Non se ne parli altro.
    Suon il campanello, e si fece recare il cestellino da ricamo.
    Si fermer molto tempo il conte? domand Alberto giuocherellando col
    gomitolo.
    Un mese circa,  sin che andremo a Belmonte;  poscia sar a Torino per
    la riapertura della Camera.
    Alberto  chin  la  fronte  sulla palma,  e dopo una breve pausa disse
    piano:
    Sicch... non ci vedremo sino a giugno?
    Come volete che vi riveda senza presentarvi a mio marito?
    E' vero.
    Il silenzio che segu avea alcunch d'imbarazzante. La contessa, tutta
    intenta al suo ricamo, riprese alfine:
    Iersera so che avete fatto  una  grossa  perdita  al  giuoco.  Ho  il
    diritto  di  parlarvene,  perch sono la vostra migliore amica.  Ci 
    irragionevole, mio caro.
    Avrei anche potuto vincere.  Sono sfortunato,  ecco  tutto;  rispose
    Alberto seccamente.
    Ebbene,  abbiate  giudizio  anche  per  la  fortuna che vi manca: non
    giuocate.
    Lo volete?
    Ve ne prego.
    Non giuocher.
    Ella chin il capo.
    Che bel lavoro! disse Alberto poco dopo.
    Vi piace?
    Moltissimo. E' un lavoro per uomo?
    S.
    E... senza essere indiscreto?
    Nessuna indiscrezione, mio caro; rispose l'Armandi sorridendo; anzi
    quel che c' di pi legittimo:  per mio marito.
    Oh!...  proprio un regalo di nozze!  diss'egli  sorridendo  a  denti
    stretti.
    La  contessa  sorrise  senza  alzare  gli occhi dal ricamo,  e arross
    lievemente. Ei cav l'orologio e si alz.
    Addio gli disse l'Armandi stendendogli una mano,  mentre  coll'altra
    contava i punti del disegno.
    Alberto le strapp il ricamo, e lo stracci.
    Marchese  Alberti!  esclam  l'Armandi  rizzando  il  capo,  altera,
    corrucciata e imponente.
    Il marchese fece barcollando due o tre passi verso l'uscio, si arrest
    sulla soglia, ed esclam torcendosi le mani:
    Ah! come son vile!
    No, siete pazzo!
    Gli volse le spalle, andando verso la finestra;  e poscia,  volgendosi
    vivamente verso di lui:
    Anche geloso di mio marito?
    Alberto impallid.
    Tanto meglio! esclam la contessa con un sorriso irritato.
    Perch?...  perch  volete  ad  ogni  costo che io stringa la mano di
    quell'uomo? disse Alberti con accento brusco.
    Ella lo fiss un istante con occhi di sfida e di collera.
    Perch vi ho dato il mio onore, e voglio che voi mi diate il vostro!


    34.

    Alberto part la sera stessa per Milano,  e and  a  cadere  come  una
    bomba dalla Selene.
    Non  in casa gli dissero.
    Era  il  tocco della mezzanotte;  egli and al Circolo,  e vi pass il
    resto della notte.
    Il giorno dopo s'era levato da poco, allorquando Selene entr come una
    spiritata, sbattendo gli usci, e cantarellando.
    To!  eri tu,  biondino?  Sei venuto a cercarmi iersera?  Sei tornato?
    Scusami se non mi hai trovata in casa; ero andata al Carcano.
    Al tocco?
    S,  dopo s'era andati a cena colla Irma,  sai,  l'Irma, la bruna, la
    conosci?  ci pagava una cena "scicche" perch era il giorno della  sua
    festa. Come stai?
    Sto benissimo, grazie.
    Vieni dal lago? Cosa m'hai portato dal lago?
    T'ho portato un braccialetto.
    Bello? Fammelo vedere. Dov'?
    Da Bigatti. Se hai furia puoi andare a prenderlo.
    Scrisse  su  un bigliettino di visita due righe pel gioielliere che la
    conosceva benissimo,  e glielo diede.  Ella volle gettargli le braccia
    al collo.
    Grazie, non occorre... diss'egli scostandola.
    La povera Selene se n'and mogia mogia. Alberti ordin al cameriere di
    dir  sempre  che  non  era  in  casa tutte le volte che ella venisse a
    cercarlo.
    And al Corso,  alla sala d'armi,  al Circolo;  giuoc,  rivide i suoi
    amici,  e  prese  parte  alle  loro  cene e a tutti i loro passatempi.
    Frelli,  il nestore emerito della brigata,  l'avea preso sotto la  sua
    protezione.  E' di buona razza e di buona tempra diceva.  Il nestore
    aveva quarantasette anni,  due gran dame che  se  lo  disputavano,  ed
    un'amante  per  la  quale  gettava il denaro a due mani.  Gli amici di
    Alberto erano tutti bravi giovanotti - borsa aperta,  cuore a prova di
    spada,  e  scilinguagnolo un po' sciolto.  Nella loro allegria,  nella
    loro conversazione, nei loro bagordi, c'era un profumo di gaiezza,  di
    spirito, e di cordialit giovanile che inebbriava i pi sobri.
    Una  delle  pi  belle  sere di luglio Alberti era uscito dal Circolo,
    insieme a due amici coi quali avea desinato;  avea la pupilla alquanto
    dilatata,   vero, ma le gambe pi ferme e la lingua pi sciolta degli
    altri. Andarono sui bastioni in carrozza, ciarlando, fumando e ridendo
    ad alta voce. L'aria era rinfrescata da un lieve venticello che veniva
    dalle Alpi;  dai giardini venivano di tanto in tanto vigorosi profumi;
    incontravasi  solamente  qualche  coppia  che  passeggiava lentamente,
    discorrendo sottovoce,  e dileguavasi sotto gli alberi  dei  viali,  o
    qualche  "broug,ham" che andava a piccolo trotto,  il cavallo fiutando
    la polvere e il cocchiere contando le stelle nascenti.  Alberti a poco
    a  poco  era divenuto silenzioso,  s'era buttato in fondo al legno,  e
    avea lasciato spegnere  il  sigaro.  Ad  un  tratto  fece  fermare  la
    carrozza,  salut gli amici, s'avvi a piedi pel corso, ferm il primo
    fiacre che incontr e si fece portare dalla Selene.
    Oh! esclam costei vedendoselo comparire dinanzi,  e  rimanendo  con
    una  mano  sul  battente  dell'uscio,  con grand'occhi attoniti.  Non
    t'aspettavo pi.
    Ei si chin sulla candela, e accese un altro sigaro.
    T'hanno detto che sono venuta a cercarti?
    S.
    Selene and in furia a prendere il biglietto che Alberti le aveva dato
    per Bigatti, e lo stracci in cento pezzi.
    Allora ecco il tuo braccialetto! Non lo voglio.
    Come sei bella cos in collera! rispose Alberti dopo averla  fissata
    alcuni secondi senza batter ciglio.
    Sei innamorato? Cos'hai, sei innamorato?
    Ei non rispose.
    Sei in collera con la tua bella, di'?
    Alberto scroll le spalle e disse freddamente:
    Vuoi che me ne vada?
    S,  s,  vattene! e poscia, afferrandolo con impeto per un braccio:
    No! non te ne andare!.
    E rimase a guardarlo avidamente,  tenendolo sempre pel braccio,  e gli
    occhi le si velarono.
    Come fa a non amarti, cotesta superbiosa?
    Gli   gett   le   braccia   al  collo.   Ei  che  stava  per  partire
    tranquillamente,   allorch  senti  avvinghiarsi  da  quelle   braccia
    dimentic la contessa.
    Usci dopo mezz'ora,  fosco, stralunato, dispettoso - la povera ragazza
    non ebbe il coraggio di trattenerlo.  And a  Como  col  primo  treno;
    pass la giornata sul lago,  e la sera, a notte fatta, s'avvi a piedi
    verso la villa.  Tutto era buio,  soltanto alla finestra della  camera
    della contessa c'era lume.
    Quel lume l'accecava,  l'affascinava, gli trafiggeva il cuore come una
    punta di ferro arroventato.  Ei  non  avrebbe  osato  ridire  tutti  i
    pensieri  che  gli  tempestavano in mente: c'era una specie di gelosia
    acre, che avea un pudore singolare.  Avrebbe ucciso la contessa con le
    sue  mani  piuttosto  che rimproverarle le torture che ella gli faceva
    soffrire in quel momento - e stette ad assaporarle ad una ad una,  sin
    quando quel lume si spense. L'indomani le scrisse:
    "Mi volete a desinare oggi?"
    Gli fu risposto con un invito del conte e della contessa Armandi.


    35.

    Il  conte  Armandi  era  un uomo politico,  gentiluomo sino alla punta
    delle unghie,  dignitoso,  serio,  freddo,  ed uomo di mondo: avea  la
    riputazione  d'aver  corso la cavallina in giovent,  la qual cosa gli
    avea lasciato una  elegante  piacevolezza  di  maniere  ed  una  lieve
    tendenza  all'epicureismo,  che gli andava come un guanto.  Ei stava a
    Torino  durante  le  sessioni  parlamentari,   e  il  resto  dell'anno
    viaggiava,  e  andava  ai bagni,  dove riunivasi la chiesuola de' suoi
    amici politici.
    Quando Alberti entr nel salotto la contessa non c'era;  ma il  marito
    accolse il nuovo invitato come una vecchia conoscenza, e gli parl del
    fu marchese,  ch'era stato suo amico, e della marchesa, ch'era detta a
    Milano "la bella toscana".  La contessa si  fece  un  poco  aspettare,
    sicch fu quasi il conte che dovette presentare Alberto alla moglie.
    Mia  cara Emilia,  vi son grato d'avermi fatto riannodare una vecchia
    conoscenza di famiglia.
    Finalmente! diss'ella ad Alberto stendendogli la mano.
    Come furono riuniti i tre o  quattro  amici  che  desinavano  in  casa
    Armandi,   la  contessa  prese  il  braccio  dell'ultimo  venuto,   il
    colonnello Marteni,  e pass nella sala  da  pranzo.  Alberto  sedette
    accanto alla signora Rigalli, che stavolta era venuta davvero.
    Il colonnello Marteni,  dei carabinieri piemontesi,  era un bellissimo
    uomo, con una larga cicatrice che gli attraversava mezza la fronte,  e
    con due nastri turchini all'occhiello del suo abito da borghese;  egli
    era amico personale del conte Armandi,  che l'aveva indotto a venire a
    passare il suo mese di permesso sul lago di Como. Il colonnello faceva
    galantemente onore alla tavola,  ai suoi ospiti,  e alla sua dama, con
    galanteria un po' soldatesca.  Le signore andavano matte per quel  bel
    militare  che s'era acquistato a Custoza ed a Goito i suoi nastri e la
    sua cicatrice,  e ne parlavano  tanto  che  il  Marteni,  da  uomo  di
    spirito,  avea cercato due o tre volte di cambiar discorso,  ed infine
    s'era salvato colla contessa, andando a prendere il caff nel salotto.
    La contessa in tutta la sera non avea rivolto che pochissime volte gli
    sguardi e la parola ad Alberti.  I commensali avevano seguito in  sala
    la  prima  coppia  e  s'erano  fermati in diversi gruppi.  Alberto era
    andato sulla terrazza;  il conte  Armandi  discorreva  con  altri  due
    presso  il  camino;  la  signora Rigalli assediava il suo militare sul
    canap;  la contessa era accanto alla tavola: dopo  alcuni  minuti  di
    quelle ciarle scucite che avviano la conversazione,  volse attorno una
    rapida occhiata,  vers del caff in una chicchera,  e  and  difilata
    verso  la  terrazza.   Alberto  stava  colle  spalle  appoggiate  alla
    balaustrata,  e vedendo  comparir  l'Armandi  nel  vano  luminoso  del
    balcone, si rizz di soprassalto; ella gli afferr la mano e gli disse
    sottovoce, rapidamente, con accento intraducibile:
    Vi ringrazio. Adesso non v' cosa che non farei per voi.
    Ei  le  afferr  la mano,  fissandola.  - Cos rimasero alcuni istanti
    zitti e palpitanti.
    Lo sapete che mio marito mi  ucciderebbe?...  Volete  che  mi  faccia
    uccidere?   Volete  che  mi  perda  per  voi?  diss'ella  sorridente.
    Volete?
    In  quel  momento  il  conte  avea  finito  di  discorrere   col   suo
    interlocutore, e avvicinavasi alla terrazza. Scost la tenda, si ferm
    un po' sulla soglia per abituare i suoi occhi alle tenebre,  e scambi
    qualche  parola  con  Alberti.   La   contessa   rientr   centellando
    tranquillamente  il  suo  caff,  col pi spensierato sorriso in viso.
    Passando vicino alla signora Rigalli e al Marteni, disse ridendo:
    Schiettamente,  cara  Virginia,  vorreste  essere  un  uomo  celebre,
    glorioso, decorato?
    Ma... se non fossi quel che sono... vorrei esserlo!
    Idee false,  amica mia,  una delle tante ingiustizie sociali! Non c'
    che una donna capace di far quello che il colonnello non  oserebbe  di
    fare, nemmeno calla speranza di una terza medaglia, per...
    Sedette sulla poltrona favorita, appoggiando il capo alla spalliera, e
    bevendo il caff con una specie di volutt, d'orgoglio e di trionfo.
    Per che cosa? domand il Marteni.
    Per una cosa da nulla, per un capriccio... per una tazza di caff...
    rispose l'Armandi con uno scoppio di risa.  Prenda la mia ch' vuota,
    Marteni.
    Gli invitati se n'erano andati a poco a poco.  Alberti era  rimasto  a
    discorrere coll'Armandi presso l'uscio.
    Verr  domani?  gli  domand  la  contessa,  cogliendo  giusto  quel
    momento. Venga alle quattro. Ci ho della musica nuova.


    36.

    Il conte Armandi era uscito verso le tre;  la musica  gli  piaceva  al
    Regio, o alla Scala, con accompagnamento di ballerine, e aveva il buon
    gusto  di  stare  nel  salotto della moglie soltanto allorch ella non
    riceveva. Era dunque montato a cavallo,  ed era andato a desinare alla
    villa di un suo amico.
    Andava tranquillamente di passo, col sigaro in bocca, piegandosi sulle
    staffe  per  osservar  da  buon cavallerizzo la levata del cavallo,  e
    compiacendosi nell'atteggiarlo come fosse al maneggio. La giornata era
    bella,  rinfrescata da una piacevole brezzolina che faceva  sventolare
    la  banderuola  di  segnale  posta  da  un  lato della via che stavasi
    riparando.  Il cavallo del conte ebbe  un  ghiribizzo  alla  vista  di
    quella   banderuola   rossa  che  svolazzavagli  dinanzi  agli  occhi,
    ricalcitr,  e pass  sbuffando,  guardandola  torvo,  con  le  narici
    fumanti,  e contrastando alla mano. Armandi volle assicurarlo: cavallo
    e   cavaliere   si   incaponirono,   s'imbizzarrirono,    sbrigliando,
    impennandosi,  spronando, e rinculando verso quella parte della strada
    ch'era tutta sossopra e sparsa di buche,  quasi il cavaliere avesse il
    proposito deliberato di rompersi il collo; tutt'a un tratto il cavallo
    mise  un piede in falso,  cadde,  tent generosamente di rialzarsi con
    isforzi disperati,  e infine,  vinto dal  dolore,  si  rovesci  senza
    mettere un nitrito,  da bravo.  Armandi era saltato abilmente in piedi
    fuor delle staffe,  e cerc rianimare colla briglia e  colla  voce  il
    povero  animale che aveva l'angoscia negli occhi,  sollevava il capo e
    ricadeva.  Povero Falco! disse il conte.  Infine,  vedendo  che  non
    c'era  proprio  nulla da fare raccomand il cavallo ferito agli operai
    che  lavoravano  sulla  strada,   promettendo  di  mandar  subito  dei
    soccorsi,  e  invece di tornare a piedi per la via fatta,  che sarebbe
    stata troppo lunga,  scese sulla riva in cerca di un  battello,  e  si
    fece condurre per acqua alla sua villa.
    La  villa  dalla parte del lago avea un cancello che aprivasi sul molo
    microscopico dov'erano ormeggiate  le  due  barchette  del  conte.  Un
    centinaio di passi pi in l era la casetta del giardiniere, addossata
    al  muro  di cinta,  tappezzata di gelsomini,  e di cui il tetto rosso
    faceva un bel vedere sul verde cupo dei grandi alberi  del  boschetto.
    Il  conte  and  a picchiare sui vetri della finestra col pomo del suo
    frustino,  e si fece aprire il cancello,  rimand  il  giardiniere,  e
    s'avvi pel viale che menava alla terrazza. Camminava lentamente, e di
    tanto in tanto fermavasi come per stare in ascolto, e alzava gli occhi
    verso le finestre del salotto.
    Il viale,  prima di mettere alla scalinata della terrazza, serpeggiava
    attorno ad una gran vasca ombreggiata da magnifiche piante acquatiche,
    e biforcavasi  per  mettere  in  un  sentieruolo  che  conduceva  alle
    scuderie,  passando  dinanzi  ad  una capanna rustica ch'era chiusa da
    lungo tempo.
    Il conte s'era avviato pel sentieruolo,  teneva gli occhi fissi  sulla
    capanna  abbandonata  o sulle scuderie,  cercando di veder qualcuno da
    mandare in soccorso pel povero Falco.
    Ei pass accanto ad un padiglione di bosso e di mortella,  tenuto  con
    somma  cura,  aperto da quattro arcate,  ornato di sedili e di statue,
    dinanzi al quale il sentieruolo svoltava bruscamente per salire l'erta
    verso la capanna.

    Alberti era giunto all'ora fissata.  La contessa  l'aspettava:  ei  le
    s'appress rapidamente, le baci la mano, e le disse con voce breve:
    Vostro marito?
    Uscito.
    Torner presto?
    Desiner fuori di casa.
    Come siete bella! esclam.
    Ella  si  svincol  dalle  mani  che le stringevano i polsi,  e and a
    tirare il cordone del campanello.
    Lasciate aperto quell'uscio ordin al domestico fa troppo caldo.
    Non  m'amate  pi?   le   disse   Alberto   sottovoce,   rispondendo
    all'occhiata  timida  e  come  di scusa ch'ella gli rivolse tornando a
    sedersi presso di lui.
    La contessa chin la fronte nella mano.  Dopo un istante  rispose  con
    voce commossa:
    Se vi amo!
    Mi amate in un modo singolare davvero!
    Singolare davvero! Sono una matta! Non so dov'abbia la testa in certi
    momenti...  Stanotte  non ho chiuso occhio pensando alla folla che ho
    fatto ieri sera!...
    Perdonatemi!... Se sapeste!.... Perdonatemi!...
    Si parlarono a voce bassa,  quasi  senza  guardarsi,  padroneggiandosi
    perch  i  loro volti rimanessero impassibili,  acci qualche specchio
    indiscreto non li tradisse alla  curiosit  del  domestico  che  stava
    nell'altra  stanza.  Quelle  passioni ardenti,  che sibilavano come il
    soffio del vapore imprigionato sotto quella  maschera  d'indifferenza,
    aveano qualcosa d'irresistibile.
    La  contessa  s'alz,  and  ad aprire le persiane e si mise a guardar
    fuori.
    C' un'arietta fresca che ristora disse  dopo  alcuni  istanti.  In
    giardino si deve star benissimo. Andiamo?
    Alberto la segu.
    Ella precedeva di qualche passo, coll'andatura svogliata, dimenando un
    po' il braccio,  e tenendo l'ombrellino sulla spalla. Si vedeva il suo
    busto piegarsi e inarcarsi con graziosa elasticit  sotto  il  tessuto
    leggero  che  gonfiavasi  e increspavasi alternativamente.  Si fermava
    agli sbocchi dei viali, mettevasi sugli occhi, per guardar lontano, la
    mano che al sole sembrava di un roseo  trasparente,  poscia  s'avviava
    risolutamente,  con  vaga  spensieratezza-  il  viale  si  arrampicava
    sull'erta serpeggiando;  la contessa arrestavasi di tanto in tanto per
    ripigliar  fiato,  e  voltavasi  verso  di  Alberto per dirgli qualche
    parola.  Ad un certo punto gli stese,  senza voltarsi,  la mano: ei la
    baci.
    Cosa  volete  che  faccia  per  provarvi  quanto  vi  ami? gli disse
    risolutamente.
    Datemi la chiave del cancello che mette sul lago.
    Ella si volt, lo fiss seria seria, e scosse il capo due o tre volte.
    Vedete! disse Alberto amaramente.
    La contessa gli strinse la  mano,  conducendolo  con  dolce  violenza;
    svolt  l'angolo  del  viale  che saliva alla capanna abbandonata,  ed
    entr nel padiglione.
    Stava ritta sotto l'arco fiorito,  guardando il lago che luccicava  in
    fondo al panorama, e colle mani appoggiate al bastone dell'ombrellino.
    Il  venticello  faceva  svolazzare  il  suo vestito e glielo modellava
    addosso.
    Vorreste vivere con me, laggi, in Isvizzera, a Londra,  o a Parigi?
    gli disse ridendo.
    Ei le afferr la mano con impeto.
    E voi lo fareste?...
    Se lo potessi...
    Oh, allora... Ma non bisogna chieder troppo neanche all'amore.
    La  contessa  gli  piant in faccia uno sguardo profondo e pensieroso.
    Alberti l'evit,  come se tutte le contraddizioni  che  c'erano  nello
    stato  di  quella  donna  gli saltassero agli occhi.  Sent che il suo
    stesso silenzio glielo rinfacciava,  e dovette ricorrere al  paradosso
    per  giustificar  lei  e  s  stesso.  Ella ascoltava avidamente,  pi
    convinta di lui, affascinata da quella falsa eloquenza della passione;
    sorrise e gli disse:
    Cotesta  la teoria del frutto proibito...
    Credete? domand dopo un voluttuoso silenzio. Era seduta mollemente,
    un po' piegata verso di lui, tenendogli le mani, ombreggiata dai folti
    ramoscelli, e tutta profumo. Ei la guard avidamente.
    S! le disse con un bacio.
    Zitto! esclam  l'Armandi  trasalendo  e  facendosi  pallida.  Vien
    gente!
    Si  ud  scricchiolare  la sabbia del sentieruolo che incrociavasi col
    viale pel quale erano venuti.
    Vostro marito! esclam Alberti con voce sorda,  e facendole  schermo
    istintivamente del suo corpo.
    La donna s'avviticchi all'amante,  e gli nascose il viso in petto con
    un voluttuoso terrore.  Stettero  alcuni  istanti  immobili,  nascosti
    nell'angolo  pi  oscuro,  trattenendo  il  respiro  coi due cuori che
    battevano l'un sull'altro.  Si udirono i passi avvicinarsi lentamente,
    passare  accanto  al  padiglione,  e  allontanarsi  a poco a poco.  La
    contessa rialzava il capo timidamente,  e per la prima volta  mise  un
    respiro.  I due amanti si guardarono,  pallidi come cera, gli occhi di
    lei si velarono, e si abbandon dolcemente nelle braccia di Alberto.
    Emilia... per l'amor di Dio! Fatevi animo, via!...
    Ella non lo lasciava,  e fissavalo con occhi nuotanti in  un  languore
    delizioso,  come se il pericolo, l'ansiet, la paura avessero dato non
    so qual divorante ed irritante attrattiva al  desiderio,  alla  colpa,
    all'uomo  amato.  Rimase in quella specie d'estasi col capo appoggiato
    alla spalla di lui,  colla  bocca  socchiusa,  pallida,  spaventata  e
    sorridente.
    Andiamo, andiamo, Emilia!
    Emilia  si  rizz  vacillante,  si  freg  un  po' gli occhi,  distese
    mollemente le braccia con un movimento di tigre,  lo guard con  occhi
    addormentati, e gli disse:
    Passate  sotto  la mia finestra...  vi butter la chiave...  Domani a
    mezzanotte...  se vedete lume  nel  salotto...  sar  segno  di  s...
    Vattene! vattene!

    Il conte Armandi sembrava alquanto turbato allorch entr nella stanza
    della moglie. La contessa gli rivolse un'occhiata alla sfuggita.
    Sapete  l'accidente di quel povero Falco? diss'egli.  S' rotta una
    gamba!
    All'entrare del marito la contessa s'era allontanata bruscamente dalla
    finestra.
    Ma dove? come?... E voi? domand.
    Sulla strada maestra, proprio come in questa stanza.  Non saprei dire
    io  stesso come sia avvenuto.  Povero Falco!  Sono stato alla scuderia
    per mandare tutti i possibili  soccorsi,  ma  pur  troppo  temo  sieno
    inutili... Io sto benissimo come vedete... Ma voi, cos'avete? Siete un
    po' pallida anche vol!
    Quest'accidente...
    Che volete farci? Non ne parliamo altro. Cosa avete fatto di bello?
    Ma  lo  vedete!  disse  la moglie mostrandogli il ricamo che avea in
    mano.
    Il marchese Alberti non  venuto?
    S.
    Avete fatto della musica?
    Pochissimo; non mi sentivo bene. Ho un po' di mal di capo...
    E' partito adesso il marchese?
    Mezz'ora fa.
    Oh! ma non  lui... laggi? disse il conte dalla finestra.  Da dove
    diavolo viene dunque con questo sole?
    La  contessa  si  fece alla finestra anche lei,  sorridente e curiosa,
    gett un'occhiata al di fuori,  si strinse nelle spalle,  poi torn  a
    sedersi. Passeggiare con questo bel sole!... che folla...
    Avr fatto qualche visita nelle vicinanze disse invece il conte.


    37.

    Armandi  dovea partire insieme al suo amico Marteni per un convegno di
    caccia.
    L'ora della partenza era stata fissata per le dieci di sera.  Il conte
    avea  siffattamente  assicurato che sarebbe stato puntuale,  che aveva
    detto al suo amico di andarsene pur da solo se egli avesse tardato pi
    di cinque minuti,  giacch cotesto sarebbe  stato  segno  di  essergli
    sopraggiunto qualche affare o impedimento imprevisto. Egli aveva preso
    il  caff  nel  salotto  della  moglie,  ed  era stato a chiacchierare
    tranquillamente con  lei  sino  all'ora  della  partenza,  fumando  il
    sigaro,  e  leggendo qualche brano dei giornali di mode ch'erano sulla
    tavola.  La moglie lavorava accanto a lui,  e chinava la testa  vicino
    alla sua per guardare insieme le incisioni del giornale.  Di quando in
    quando volgeva gli occhi sull'orologio,  e diceva sorridendo al marito
    che non avrebbe fatto a tempo.  Finalmente il conte si alz, ordin la
    carrozza e strinse la mano alla moglie.
    Quando ritornerete? domand costei.
    Doman l'altro o gioved al pi tardi.
    Buon viaggio
    Armandi s'affacci alla finestra  per  vedere  se  la  carrozza  fosse
    pronta; guard il cielo stellato, e disse alla moglie:
    La sera  magnifica,  volete farmi il piacere di accompagnarmi sin da
    Marteni?
    Volentieri, ma temo di farvi ritardar troppo.
    Abbiamo tempo d'avanzo diss'egli il vostro orologio va di  galoppo.
    Metterete qualche cosa sulle spalle, ecco tutto.
    La  Armandi  mostr  una certa premura nell'accondiscendere al cortese
    desiderio del marito;  questi la ringrazi,  le offerse il braccio;  e
    mont con lei in carrozza.
    Perdio!  esclam  al  momento  di  partire.  Ho  dimenticato il mio
    portafoglio nientemeno!  Quel che vuol dire  far  le  cose  troppo  in
    furia!  E  salt  a terra d'un balzo,  ma mise un buon quarto d'ora a
    tornare. La contessa era pi impaziente di lui.
    Vai al galoppo! ordin ella al cocchiere.
    Il conte si butt in fondo al legno e si  mise  a  fumare.  La  moglie
    sosteneva  da sola il dialogo,  con certa vivacit inquieta e nervosa,
    sporgendosi di tanto  in  tanto  fuori  dello  sportello.  Suo  marito
    limitavasi  ad  evitare  che  il  fumo  del sigaro le desse noia,  e a
    volgere qualche volta il capo  verso  di  lei,  per  farle  dei  cenni
    affermativi.
    Il  signor  capitano    partito  da  venti  minuti; venne a dire il
    domestico.
    Alla buon'ora! disse Armandi con gaiezza.  Ci perdo una caccia,  ma
    ci guadagno il piacere di passare la sera con voi.
    Ella lo ringrazi con un pallido sorriso, e tornarono indietro. Questa
    volta anche la contessa s'era buttata in fondo al legno,  avvolgendosi
    nel suo scialle,  taceva e sembrava alquanto preoccupata.  Giunti alla
    villa,  salt a terra per la prima con vivacit, e mont bruscamente i
    pochi scalini; il marito per la prevenne nello schiudere l'usciale, e
    la precedette nelle sue stanze.
    Perch avete lasciato acceso quel lume? disse bruscamente  l'Armandi
    alla cameriera.
    Non m'avete ordinato di spegnerlo.
    Siete una stupida! Andate!
    Via,  via,  non  andate in collera soggiunse il marito.  Infine che
    male c'?
    Ella si strapp i guanti,  li butt sul canap,  e rimosse due  o  tre
    oggetti con impazienza.
    Vi disturbo forse...
    Vi   pare?...   tutt'altro!   gli   rispose  saettando  uno  sguardo
    sull'orologio.
    Davvero!  sembra che il vostro orologio abbia pi giudizio del  mio!
    disse  Armandi regolando il suo su quel del salotto;  sono in ritardo
    di una buona mezz'ora.
    E sedendo accanto alla moglie:
    Volete regalarmi un po' di musica?
    Non  sono  proprio  in  vena,   mio  caro...   Ma  se  lo  desiderate
    assolutamente... soggiunse con un sorriso abbattuto.
    Assolutamente?... Ma no! Desidero quel che vi fa piacere.
    Ella  inchin  leggermente  il capo,  e si mise a guardare qua e l in
    atto sbadato. Il silenzio cominciava a divenire penoso.
    Volete che vi legga qualche cosa? domand Armandi.
    Fate.
    E si mise ad ascoltare,  colla fronte  sulla  palma,  all'ombra  della
    ventola,  saettando  alla  sfuggita sguardi rapidi e sfolgoranti su di
    lui.  Egli non se ne avvedeva,  leggeva colla sua bella voce chiara  e
    limpida,  e  voltava  tranquillamente  le pagine.  Tutt'a un tratto la
    contessa si alz quasi soffocasse.
    Cos'avete? domand il marito levando gli occhi dal libro.
    Nulla... continuate rispose lei tornando a sedere.
    E' inutile, giacch non v'interessa.
    E chiuse il volume.
    La contessa rimase alcuni  istanti  col  capo  fra  le  mani.  Armandi
    continuava  a sfogliare i disegni di mode.  Finalmente ella si alz di
    botto, bianca come cera, e gli disse stendendogli la mano malferma:
    Non mi sento bene. Buona notte...
    Il conte si alz anche lui,  le prese la mano senza dir  motto,  e  la
    tenne fra le sue; ella incominci a fissarlo negli occhi con una certa
    inquietudine.  L'orologio  suonava i dodici colpi della mezzanotte;  i
    muscoli  del  viso  della  donna  ebbero  un  lieve  tremito,  poi  si
    allentarono rilasciati, e affascinata dal pericolo, perdendo la testa,
    si  volse  verso  il  balcone che dava sulla terrazza con un movimento
    invincibile, e tent di svincolarsi dal marito che le stringeva sempre
    le mani con amorevole violenza.
    Fermatevi! diss'egli con voce breve.
    Rimasero a guardarsi due o tre secondi.  La  donna  si  lasci  cadere
    lentamente sul, canap.
    Armandi  and  ad  aprire  il  valigino  che  aveva fatto posare sulla
    tavola, e ne trasse un paio di pistole da viaggio. La moglie, fuori di
    s, si alz per gridare, per far non so che cosa,  e rimase atterrita,
    pietrificata sotto lo sguardo fermo e minaccioso di lui.
    Silenzio! le disse con voce sorda.  Se fate un passo, se mettete un
    grido, ve l'uccido come un cane!
    And risolutamente verso il balcone,  l'apr,  e  si  trov  faccia  a
    faccia con Alberti.
    I  due uomini non dissero una parola,  non fecero un gesto.  Il conte,
    pi pallido di Alberto,  avea la  pistola  in  pugno  e  il  dito  sul
    grilletto. Finalmente disse interrottamente:
    Marchese  Alberti...,  potrei  uccidervi  come  un ladro stanotte,  o
    passarvi la spada pel cuore domani...  Ma non voglio farlo...  non  lo
    posso...  Un giorno forse ne saprete il perch...  e saprete anche che
    siamo pari!
    Prima che Alberto avesse potuto rimettersi dalla sorpresa,  egli aveva
    chiuso il balcone.


    38.

    Alberti  pass una notte orribile.  Avea visto,  attraverso i vetri di
    quel balcone,  la donna che amava alla follia,  accasciata sul canap,
    colla  testa  fra le mani - ella non avea fatto un passo verso di lui,
    non avea messo un grido - egli non avea potuto stendere le braccia per
    soccorrerla,  o per rapirla alla  gelosia  del  suo  rivale  -  questo
    soltanto bastava a delineare la situazione reciproca con una terribile
    eloquenza.  L'amore di lui esaltavasi al pericolo di lei,  al pensiero
    delle lagrime che non poteva vedere.  Fece i pi  insensati  progetti;
    and cento volte a spiare le finestre di quella casa.  Il domani seppe
    che marito e moglie erano partiti all'alba, non si sapeva per dove.
    Il giovane ardeva di seguirla,  ma  dove?  Fece  tutto  quello  ch'era
    possibile  di  fare  per  aver  notizie di lei;  poi sper ch'ella gli
    avrebbe scritto; poi s'accasci.  A poco a poco incominci a pensare a
    lei  con una dolcezza melanconica fantasticando sul castello solitario
    dove il geloso marito l'avea probabilmente  rinchiusa,  sulle  lagrime
    ch'ella  avea  dovuto  versare,  sui  ricordi mesti e cari che doveano
    tornarle alla mente mentre fissava i  begli  occhi  alle  stelle...  E
    tutto  ci sarebbe stato possibile forse;  ma Armandi conosceva troppo
    il mondo e le donne per contribuire a fare esaltare  colla  solitudine
    la  passioncella della moglie.  Dopo una breve spiegazione,  fatta con
    garbo e da gente ammodo,  entrambi avevano finito per andar  d'accordo
    che  quanto  ci  fosse  di  meglio  a  fare  era d'andare a Baden.  La
    contessa,  dopo  quella  scossa  inaspettata,   erasi  mostrata  quasi
    riconoscente  verso  il marito del suo spirito conciliativo e da canto
    suo s'era prestata lealmente a riparare  il  male  fatto.  Passato  il
    primo sbigottimento, il suo amore, chiamiamolo pur cos, avea guardato
    la cosa dal lato mondano, e avea fatto giudizio.
    Intanto  il  tempo  scorreva sul rancore del marito,  sulla melanconia
    della moglie,  e sull'immaginazione  di  Alberto,  come  se  si  fosse
    incaricato  di  poter  far  riunire  nuovamente  e senza inconvenienti
    queste tre persone nel medesimo  salotto,  a  centellinare  il  caff,
    ciarlando tranquillamente di mode o di politica.
    Alberti  dopo  alcuni mesi avea ripreso le abitudini di una volta.  Al
    principio dell'inverno seppe da un amico che  tornava  da  Baden  come
    l'Armandi  fosse stata la pi bella,  la pi elegante,  la pi allegra
    signora che si fosse trovata  ai  bagni.  Il  baccanale  della  babele
    europea  estiva  faceva crollare in uno scoppio di risa il melanconico
    castello di carte,  dove la sua fantasia abbrunata  avea  rinchiuso  i
    sospiri della bella, mentre egli dondolavasi sulla poltrona fumando il
    sigaro.  Il  suo  funesto  spirito d'analisi ebbe campo di fargli fare
    delle lunghe meditazioni, amare,  irritanti,  che ferivano non solo le
    sue illusioni giovanili, ma anche il suo amor proprio.
    Coll'inverno  erano  ritornate  le  rondinelle  dell'alta societ,  ed
    Alberti seppe che la contessa era andata a Torino col marito. A quella
    notizia,  al sapersela cotanto vicina,  sent divampare  in  fondo  al
    cuore,  non diremo l'amore,  ma il desiderio,  la curiosit, una certa
    ostinazione dispettosa e and e la rivide.  Com'era cambiata!  non  al
    fisico  -  la  contessa era sempre giovane e bella;  ma il contegno di
    lei, cos strano, cos indifferente, ricominciava a montargli la testa
    o a fargliela perdere del tutto.  Per l'Armandi non era tal donna  da
    perdere la sua,  quando non voleva,  o da farsi trascinare pei capelli
    in  una  situazione  imbarazzante.  Finalmente  gli  rispose  dandogli
    appuntamento in uno dei pi remoti viali del Valentino:
    Allorch  il  giovane  la  vide  discendere dal fiacre da nolo,  sent
    battersi il cuore come una volta,  pi forte di una volta forse.  Ella
    gli venne incontro un po' esitante, e gli stese la mano.
    Volete che montiamo in carrozza? le domand.
    No.
    Perch non rimandate il vostro legno in tal caso?
    Lasciatelo l.
    Alberto  tacque,  e present tutto quello che ella dovea dirgli con la
    sua voce pacata.
    Fecero alcuni passi in  silenzio.  L'Armandi  non  s'era  accorta  del
    braccio che offrivale il giovane.
    Sentite, Alberto gli disse alfine dobbiamo dimenticare.
    Ei  sent  scoppiargli in cuore,  montargli alla testa,  affogargli la
    voce nella gola,  tutto ci che avea sofferto,  temuto e  sperato  per
    lei.  Non disse motto,  non le rivolse uno sguardo. - Ella gli strinse
    la mano.
    E' necessario! soggiunse.
    Lo volete?
    E' necessario. Mio marito mi ha perdonato, ma sa tutto... Cosa volete
    che faccia?... Successe una breve pausa. A che pensate? diss'ella.
    Penso che veramente non dovete amarmi pi,  se l'ultima volta che  mi
    vedete  potete  aver il coraggio di dirmi addio in presenza del vostro
    fiaccheraio,  per impedirmi  che  almeno  vi  lasci  scorgere  le  mie
    lagrime.
    Come siete ingiusto!
    E'  vero,   perdonatemi...   Soffro  tanto!  esclam  tristamente  e
    scuotendole le mani.
    Ella non rispose,  e volt indietro per ritornare lentamente verso  il
    fiacre che l'aspettava.
    Vi domando un ultimo sacrificio: lasciate Torino.
    Non vi basta che rinunzi a vedervi?
    E mio marito?
    Ebbene, partir.
    La contessa continuava ad andare innanzi.
    Volete  proprio  che  vi dica addio dinanzi al cocchiere? mormor il
    giovane con tutta l'amarezza che gli rodeva il cuore.
    Ella si ferm, voltandosi appena verso di lui, gli strinse la mano,  e
    senza rialzare il velo gli disse:
    Addio!
    Le  labbra  del  giovane  tremavano senza che potessero profferire una
    sola parola. La vide allontanarsi lentamente, e montare in carrozza.
    Poi si asciug di nascosto una lagrima - l'ultima.

    Il giorno dopo part davvero, per un altero rispetto della sua parola,
    o per  un  dispettoso  amor  proprio.  Il  vedere  rompere  con  tanta
    indifferenza  tali  legami l'avea ferito profondamente;  ma avea tanto
    amato quella donna,  e tanto diversamente dalle altre,  che  fra  loro
    parevagli  dovesse sussistere sempre un vincolo indissolubile;  il suo
    dolore avea  certa  volutt  che  gli  piaceva  assaporare  andando  a
    seppellirsi  in  campagna  -  ma  la  sua campagna era troppo vicina a
    Milano,  e gli amici non tardarono ad andare a farvi  una  partita  di
    caccia  - per distrarlo.  Cos seppe dopo qualche tempo quello che non
    avrebbe dovuto sapere: il colonnello Marteni,  nell'assenza del  conte
    Armandi,   che   era   in   Germania  con  una  missione  diplomatica,
    comprometteva un pochino  la  contessa,  e  la  contessa  si  lasciava
    compromettere.  Alberto  corse  a  Torino,  e colla ingiusta e malsana
    curiosit del geloso riesc a convincersi davvero  che  il  colonnello
    era precisamente quello che dicesi un successore in tutte le regole.
    Allora and a cercare del colonnello Marteni.
    Lo  trov  che  faceva  colazione.  Il colonnello,  al ricevere il suo
    biglietto di visita, si era rammentato di lui, forse un po' troppo,  e
    l'invit  a  prender  posto  alla  tavola,  da vecchio amico.  Alberto
    rifiut freddamente,  dicendo  che  lo  scopo  della  sua  visita  non
    permettevagli  di  fermarsi a lungo.  L'altro si fece serio,  vuot il
    bicchiere che aveva offerto,  e lev il capo come  per  ascoltare  con
    maggior attenzione.
    Non  avremo  bisogno  di  molte parole per intenderci disse Alberti.
    Ella    soldato  e  gentiluomo,  e  trover  la  cosa  perfettamente
    naturale.  Noi siamo rivali;  non occorre fare il nome della donna che
    amiamo o che abbiamo amato.  Son venuto per cercare di comune  accordo
    un  pretesto  per  liquidare  la  faccenda  fra di noi,  senza che sia
    compromesso il nome di quella persona.
    Il colonnello parve riflettere alquanto.
    Anzitutto rispose mi permetta una domanda: Lei  dalla parte di chi
    ama, oppure dalla parte di chi ha amato?
    Cotesto non preme sapere.
    Domando scusa, preme moltissimo.
    Signore,  sembrami che divaghiamo! disse Alberti con  una  sfumatura
    d'ironia provocante.
    Marteni conserv la pi perfetta calma.
    Scusi,  avrei dovuto incominciare da un'altra domanda: Ella crede che
    io le debba qualche cosa.. perch sono il suo... successore?
    Signore!...
    Caro marchese,  sono ufficiale nei carabinieri,  e come tale  un  po'
    soldato,  e  un  po' legale;  ragioniamo adunque,  poich a bucarsi la
    pelle c' sempre tempo.  Se  lei    convinto  che  io  le  debba  una
    riparazione soltanto perch son venuto dopo di lei,  vorrei sapere chi
    di noi due avrebbe pi diritto di sfidar l'altro? Ella, perch io sono
    arrivato ultimo, oppure io perch lei mi ha preceduto?
    Cotesto  invertire singolarmente la quistione.
    Semplifichi, rettifichi pure; son qui ad ascoltare.
    Non son venuto a dirle,  n ho bisogno di dirle,  quali siano le  mie
    opinioni su quella signora;  e sembrami che non occorrano tante parole
    fra due gentiluomini per bucarsi la pelle, come lei dice.
    Caro  marchese,  non  ha  rettificato  nulla,   e  si  aggrappa  alla
    provocazione  come uno che non abbia migliori ragioni da metter fuori.
    Ma io ho pi anni di lei, sono soldato, ho due medaglie, di quelle che
    danno il diritto di esser sempre calmo, e posso permettermi di credere
    che occorrano proprio tutte le possibili spiegazioni fra due uomini di
    cuore,  prima di mettere mano  ai  ferri,  soprattutto  allorch  sono
    seduti,  come noi,  dinanzi ad una buona tavola. Ella viene a sfidarmi
    per amor proprio,  per dispetto,  piuttosto  che  per  gelosia;  senza
    pensare  che  colloca il suo amor proprio prima del mio,  che avrei lo
    stesso diritto.  Le parlo da uomo di cuore e da uomo d'onore - come le
    propongo di stringere la mano che stendo.  Ora, se coteste ragioni non
    le bastano, e cerca proprio un. pretesto,  mi dica che questo bicchier
    di vino che le offro  cattivo,  e io le getto la bottiglia alla testa
    e mi metto a sua disposizione.
    Alberti alz lentamente il bicchiere, e bevve.
    Bravo cos! esclam Marteni stringendogli calorosamente la mano.
    Un'ultima parola,  colonnello...  Da quanto tempo...  Ella   il  mio
    successore?...
    Ah! Questo poi....
    Era  per  farci  su  le mie riflessioni rispose Alberti con un amaro
    sorriso.  Senza implicarci  menomamente  quella  signora,  in  parola
    d'onore!
    Le ho detto gi troppo, perch ella  molto giovane... Ma mi lasci il
    mio segreto... professionale fin Marteni ridendo.
    Grazie! rispose Alberto dopo un po' di esitazione.


    39.

    Erano trascorsi parecchi anni,  ed Alberti aveva ricominciato a far la
    vita di prima, peggio di prima, abusando di tutto, esagerando il male,
    che  cercava  egli  medesimo,  calunniando  il  bene  che  non  poteva
    raggiungere   per   fiacchezza  di  carattere,   incallendosi  in  uno
    scetticismo di parata perch non conosceva altre donne all'infuori  di
    quelle  che  alimentavano  la sua vanit o i suoi piaceri - vanitose e
    capricciose come lui - e perch non aveva altri amici,  all'infuori di
    quelli  coi  quali  s'era  battuto  per un'amante o per una partita di
    giuoco. Possedeva tutte le disgrazie: l'immaginazione calda,  l'indole
    fiacca, il cuore sensibilissimo, ma non temprato da affetti domestici,
    ed una certa agiatezza che gli permetteva di vedere la vita da un lato
    solo.  Cotesta vita era stata occupata soltanto d'ozio,  e faticosa di
    piaceri. A ventott'anni sentivasi isolato, stanco, senza scopo,  senza
    emozioni  che  non  fossero malsane,  senza entusiasmo,  senza domani.
    Provava momenti di debolezza e di  scoraggiamento  indicibili;  ma  si
    vergognava  di  confessarli.  Nel baccano di una festa o di un bagordo
    pensava con abbattimento che il giorno dopo si  sarebbe  divertito  al
    modo istesso. Spesso, la notte, ritornando stanco a casa, invidiava il
    suo  cocchiere  o il suo cameriere che stavano ad aspettarlo,  pur non
    sapendo farsi idea del come si potesse vivere nella loro condizione.
    Del resto faceva la vita che facevano  gli  altri,  beveva,  giuocava,
    schermiva e fumava pi degli altri.  Era un po' pallido la mattina,  e
    avea il polso un po' agitato la sera; nulla di pi.  Di tanto in tanto
    i  ricordi della sua prima giovinezza,  che sembravagli tanto lontana,
    gli alitavano sul cuore, come i soffi della brezza marina in una calda
    notte d'estate, ei li assaporava tacitamente,  coll'occhio socchiuso e
    il  sigaro  in  bocca,  vi  lasciava  vagare il pensiero e riposare il
    cuore, e allorch scuotevasi di soprassalto,  anche un po' vergognoso,
    il mondo che pi lo sorprendeva, che sembravagli pi falso, era quello
    in cui viveva.
    In una di coteste situazioni di spirito,  Selene gli s'era trovata fra
    i piedi,  o fra le braccia.  Ei le avea proposto di  andare  a  vivere
    assieme  in  campagna,  come se ella avesse potuto ridargli il vergine
    trasporto con cui s'era innamorato persin di una ballerina; le propose
    sul serio "una capanna e il suo cuore". La ragazza,  che si rammentava
    di qual fibra fosse quel cuore, rispose "cu-cu"! Egli soggiunse che la
    capanna  sarebbe stata tappezzata di seta,  e la rap all'impresario e
    ad una mezza dozzina d'amanti,  ancora vestita  da  baiadera.  I  loro
    amici  dissero  ch'erano  ubbriachi  tutt'e  due.   Giunti,  mand  un
    biglietto di condoglianza.
    Mio caro, gli disse Alberti la prima volta che lo rivide, se quella
    ragazza mi piace, perch non dovrei amarla?  Credi che valga di pi la
    tua  marchesa  sol  perch    ricca?  Selene  non possiede che le sue
    scarpette di raso, ed ha bisogno di quattrini come una bella damigella
    ha bisogno di uno sposo,  o una bella dama ha  bisogno  di  un  amante
    nulla pi,  nulla meno - ella non  n signorina,  n marchesa,  non 
    altro che bella,  ed  quindi naturalissimo  che  io  gliene  dia  dei
    quattrini.
    Tutto  ci  va benissimo;  non  di cotesto che intendo parlare.  Fai
    quel che vuoi, rovinati pure, nessuno trover a ridire; ma lasciala al
    suo posto, o piuttosto mettila al posto in cui deve stare.  Compra per
    lei  dei  cavalli,  dei  gioielli,  ma  non  andare  a  farti ridicolo
    coll'amore campestre! Che diavolo! sei uomo di spirito. Cosa vuoi fare
    colla Selene per tutto il santo giorno,  dopo che le  avrai  detto  in
    tutti i toni che le vuoi bene?
    La  vita  che  faccio  mi stanca...  mi annoia mortalmente...  Voglio
    cambiare...
    Povera Selene! borbott Giunti.

    La povera Selene amava il bel biondino come poteva, quanto poteva;  ma
    era  abituata  a ridere e a folleggiare e quell'amante che la teneva a
    distanza,  e che cercava l'"x" dell'amore,  le rendeva l'orizzonte pi
    uggioso delle grigie nubi d'inverno.  Il marchese Alberti avea perduto
    il suo vecchio Toni,  ed avea per  cameriere  un  giovanotto.  Qualche
    tempo dopo s'accorse che era anche un bel giovanotto scoprendo che gli
    faceva l'onore di essergli rivale fortunato. Allorch ne ebbe le prove
    incontestabili, chiam la Selene e le disse:
    Di' un po', ti piace Cesare? Non starmi ad arrossire bambina! qui non
    siamo  sul  teatro.  E'  un bell'uomo,  me ne sono accorto e non ti do
    torto,  no,  in  parola  d'onore...  fosse  biondo  come  me...  tanto
    tanto!...  potrei  forse  avere  il diritto d'essere geloso...  Ma che
    diavolo!  avresti dovuto prevenirmi!  Potevo  correre  il  rischio  di
    prendere  a  calci il mio rivale.  Vuoi sposarlo,  di'?  Non mi far la
    grulla. Non sono in collera, ti dico, ma capisci che non posso fare le
    spese del mio rivale,  n lasciarti sulla strada.  Ti do in dote  quel
    che  avevo  promesso  di  darti  in  cambio  del tuo amor fido,  ma ti
    condanno a sposarlo e perdonami se mi troverai severo.
    Dopo questa tirata part per un lungo viaggio,  recando  seco  le  sue
    malsane abitudini, ed i germi funesti di uno scetticismo che, in mezzo
    a  gente  la  quale  si  occupava  di  lui  soltanto per vendergli dei
    piaceri, lontano dai luoghi cari per memorie, non poteva far altro che
    peggiorare.  Invecchi precocemente,  correndo pel mondo come  l'Ebreo
    Errante,  spinto  da  non so quale inquietudine fatale che l'incalzava
    sempre dappertutto,  non vedendo e  non  cercando  altro  dei  diversi
    costumi che il lato peggiore. Visse tanti lunghissimi anni senza alcun
    sentimento  schietto,  senza  alcuno degli affetti pi intimi,  che si
    abitu a credere  fosse  un  disgraziato  privilegio  quel  cuore  che
    sentivasi battere in petto alle lontane reminiscenze.

    In  questo  tempo  lo zio Forlani era morto,  lasciando Adele orfana e
    sola. Costei,  per accondiscendere all'insistente desiderio del padre,
    il  quale  le  proponeva  di  sposar  Gemmati,  avea  detto di s;  ma
    all'ultimo momento,  con la  lealt  che  formava  il  fondo  del  suo
    carattere,  era  scesa un bel mattino a trovar Gemmati che passeggiava
    in giardino, e gli avea detto:
    Amico mio,  io ho amato mio  cugino  Alberto,  lo  sapete;  che  cosa
    pensereste di me se vi sposassi?
    Gemmati tacque un momento.
    L'amate ancora? le dimand poi.
    ...S.
    Anch'io  v'amavo,  perch  voi  siete un angelo! esclam tristamente
    Gemmati,  e rinunziare a voi  dura cosa!...  Ma  necessario,  non 
    vero?
    Ella chin il capo.
    Come  meritate  di  esser  felice!  Se  quello  sciagurato  avesse un
    carattere meno fiacco!..
    Cos s'erano lasciati,  stringendosi la mano,  come due cuori onesti e
    leali  che  s'intendono  in  una sola parola.  Egli non le aveva detto
    quanto gli costasse il sacrificio che dovea fare ed avea accettato  un
    posto  di  medico a bordo di un bastimento che faceva lunghi viaggi di
    circumnavigazione.
    Il signor Forlani avea lasciato la figliuola ricchissima,  e le amiche
    di  lei  non  si  davano  pace  vedendo che essa,  cos ricca e bella,
    rifiutava tutti i partiti che facevano la caccia  a  lei  e  alla  sua
    dote.  Adele  portava  il lutto del suo cuore nobilmente e fieramente,
    senza una debolezza e senza un lamento. Del cugino,  che non si curava
    menomamente di lei, avea saputo vita e miracoli, ma non avea detto una
    parola  ed  era rimasta pallida e muta.  S'era informata spesso di lui
    dalle amiche pi discrete,  con  pudica  e  delicata  riserbatezza,  e
    quando  non  ne  avea  avuto pi notizie,  s'era chiusa dignitosamente
    nella sua tristezza, senza farne trapelar nulla al di fuori.
    La sua bellezza intanto s'era sviluppata: era un  genere  di  bellezza
    fantastica, delicata, flessuosa, elegante, alquanto pallida e diafana,
    con  magnifici capelli neri,  mani candide su cui il guanto adattavasi
    con certe pieghe e certo garbo aristocratico,  e grand'occhi turchini,
    un poco incavati, accerchiati da un solco color perla, scintillanti di
    tal  luce  che  avrebbe  potuto  dirsi fatale,  se giammai fosse stata
    destinata ad incontrarsi con  Alberto.  Ella  portava  alta  la  testa
    leggiadra  nei  saloni  fiorentini,  e  con un sorriso distratto e uno
    sguardo  profondo  che  l'avevano  fatta  soprannominare   "Elisabetta
    d'Inghilterra".


    40.

    Dopo  vent'anni  che  non  s'erano  pi  visti  Alberto  e  sua cugina
    s'incontrarono a Firenze, spinti dal turbine della fatalit.
    Era il primo giorno delle corse. Le Cascine brulicavano di spettatori;
    il cielo era azzurro,  il sole frastagliavasi fra i rami;  i veli,  le
    ciarpe,  le  piume  svolazzavano;  il prato stendevasi come un'immensa
    tavola di  bigliardo,  screziato  dai  vivi  colori  dei  fantini  che
    caracollavano;  i cavalli nitrivano, si udivano gai accenti in tutti i
    dialetti d'Italia; si vedevano dei fiori dappertutto, ai cappelli, sui
    vestiti,  nelle carrozze alle testiere dei cavalli - c'era un  profumo
    di giovinezza, di festa, e di primavera che inebbriava
    Adele era a cavallo presso la "calche" di una sua amica di Viareggio,
    la  Rigalli,  e  rispondeva  al  saluto  delle sue numerose conoscenze
    inchinando graziosamente il capo;  mentre discorreva passava il guanto
    sulla criniera della sua cavalla; cos com'era, col suo amazzone nero,
    e  nel suo grazioso atteggiamento,  era assai leggiadra;  la "calche"
    era ovattata, riboccante di fiori, coi "jockey" ricamati e incipriati,
    immobili come statue, i cavalli irrequieti, dall'occhio e dal garretto
    teso. Una folla di curiosi s'era fermata vicino a quel bel gruppo.
    Oh,  chi vedo! esclam tutt'a un tratto la signora Rigalli non  il
    marchese  Alberti quel laggi,  che ci arriva dall'India a cavallo del
    suo baio?
    Adele si volse di soprassalto,  e divenne bianca come il suo  colletto
    di tela.
    Alberti si avanzava al passo.  Il cavallo era impaziente, colle narici
    rosse, sbuffava, mordeva il freno bianco di schiuma, e lo scuoteva con
    bruschi movimenti. Il cavaliere era calmo,  serio,  freddo,  e avea la
    mano di ferro;  volgeva gli occhi sulla folla sbadatamente, col sigaro
    in  bocca,   e  avea  l'occhio  smorto,   il  pallore  cadaverico,   e
    l'impassibilit  quasi  fosca.  Guardava  quella festa come un defunto
    avrebbe potuto guardarla dalla tomba.  Passando vicino alla  "calche"
    volse gli occhi a caso, la Rigalli lo chiam col pi grazioso sorriso,
    ed ei si trov a faccia a faccia con Adele.  Una fiamma rapida come un
    lampo pass per la prima volta  dopo  tanti  anni  su  quelle  pallide
    guance. Intanto la Rigalli diceva all'Adele:
    Mi permette che le presenti il marchese Alberti?
    Vuol presentarmi mio cugino? rispose Adele,  ch'era divenuta calma e
    sorridente con un supremo sforzo di volont e stese ad Alberto il pomo
    del frustino attraverso la "calche", come se gli stendesse la mano.
    E' proprio un cugino d'America dunque!
    Son quelli i benvenuti. Da dove ci piovete, cugino?
    Da Calcutta.
    Son pi di dieci anni che non lo si vede pi!  Cosa avete fatto tutto
    questo tempo?
    L'ho passato in ferrovia e in vapore, cugina mia.
    Vi siete divertito?
    Ma... assai.
    La  "calche"  si mosse al piccolo trotto;  la signora Rigalli si fece
    promettere una visita dal  marchese,  e  i  due  cugini  si  trovarono
    accanto, in mezzo al gran viale.
    Volete permettermi di accompagnarvi, cugina? disse Alberto.
    Volentieri.
    Ei volt le briglie,  e si mise al passo,  accanto a lei,  seguiti dal
    "groom" di Adele a distanza.
    Come trovate Firenze? domand lei.
    Pi bella che mai.
    Vi fermerete parecchio?
    Non lo so io stesso.
    Raccontatemi qualche cosa dei vostri viaggi.
    Cosa volete che vi racconti?
    Ma... quel che avete visto.
    Ho visto,  su per gi,  delle vie Calzaiuoli,  degli  Arni,  e  delle
    colline  di  San  Miniato  dappertutto,  in grande,  in piccolo,  e in
    microscopico;  e dei fiorentini gialli,  rossi,  e  neri,  che  dicono
    "giuraddio" un po' diversamente di noi altri.
    E le donne? domand ridendo Adele.
    E le donne... quali le hanno fatte gli uomini.
    Non so se devo ringraziarvi del complimento, cugino.
    Ringraziatemene, cugina, ch me lo merito.
    Adele  salut  una bella giovinetta che passava in "phaton" al fianco
    di un signore elegante. Conoscete quella signora? gli domand.
    No.
    E  Cecilia,   la  figliuola  del  conte  Armandi,   adesso   maritata
    Livoretti.
    Sul viso di Alberto pass una nube rapidissima.
    Sono  un  uomo  dell'altro  mondo,  cugina  mia,  abbiate la bont di
    mettermi al corrente. E della contessa cosa mi dite?
    E' sul lago di Como da due anni a piangere la morte del marito.
    Oh!... E della principessa Metelliani?
    E' a Roma, presidentessa di non so qual Congregazione di Carit... Vi
    sorprende?
    No.
    Fecero un centinaio di passi senza dir altro.
    Sapete che ci rivediamo in un modo singolare? disse  Alberti  tutt'a
    un tratto.
    Singolare o no, son lieta di vedervi.
    Ei la fiss di un lungo sguardo, e poscia:
    Avete molto spirito!
    Ella chin lievemente il capo.
    Cugina  mia  domand  Alberti all'improvviso che cosa direste se vi
    facessi la corte?
    La direi la cosa pi naturale di questo mondo.
    Dopo quel ch' stato fra di noi?
    Appunto per quello.
    La sua cavalla fece uno sbalzo,  e s'inarc tutta  fremente  sotto  la
    mano ferma dell'amazzone.
    Siete forte! le disse Alberto.
    Cora  docile rispose lei accarezzandola sul collo.
    Tacquero.  Andavano  al  piccolo trotto per uno dei viali al di l del
    piazzone.  Il sole,  che tramontava come un gran disco  infuocato,  lo
    inondava  per  tutta  la  sua  lunghezza di pulviscoli dorati.  Alcune
    nuvole un po' alte sull'orizzonte disegnavansi come larghi sprazzi  di
    porpora e d'oro.
    Che bel tramonto! disse Adele per rompere quel silenzio.
    Alberto lev il capo, e soggiunse sbadatamente:
    Par d'essere a Belmonte.
    Avete  buona  memoria,  cugino!  disse  Adele con singolare sorriso.
    Alberti volle rispondere a quel sorriso.
    E' la memoria del cuore, cugina mia.
    Comincereste a farmi la corte?
    Non avete detto che sarebbe la cosa pi naturale?
    Cugino mio,  cosa pensereste di me se  vi  permettessi  di  farmela?
    domand Adele alla sua volta, seria seria.
    Avete ragione rispose Alberto brevemente.
    I  viali  cominciavano  a  velarsi  d'ombra.  Ella guard di sottecchi
    quell'uomo singolare.
    Siete stata felice qualche volta? domand Alberti  come  rispondendo
    ad una lunga meditazione.
    ...S  disse  Adele  dopo  una lieve esitazione.  Per quanto si pu
    esserlo... E voi?
    Io mi son divertito rispose lui con accento glaciale.
    Discorrevano a sbalzi,  con lunghe interruzioni,  come rispondendo  ai
    pensieri che andavano svolgendosi per la loro singolare situazione. Il
    marchese di tanto in tanto gettava un lungo sguardo sulla cugina,  che
    cavalcava calma e sicura.
    Non serbate rancore, cugina? domand alfine.
    No.
    Che peccato!
    E voi, cugino?
    Io non credo averne il diritto in nessun caso...  poich  nessuno  ha
    torto a questo mondo!
    Teoria comoda!
    Ei si rizz sulle staffe con fredda ed altera seriet:
    Cugina  mia,  quando  m'avete  detto  che non potevate permettermi di
    farvi la corte, io vi ho dato ragione!
    C'era tal tranquilla amarezza,  tale accento di  convinzione  nel  suo
    scetticismo, che il seno di Adele gonfiavasi violentemente di tanto in
    tanto.  Egli respirava con forza,  a lunghi intervalli. Cavalcavano in
    silenzio e a capo chino.
    Vi ringrazio per quest'ora che non avevo pi  provato  da  vent'anni
    disse alfine con voce sorda quell'uomo il quale non si commoveva pi.
    Ella  alz il capo sgomenta quasi cercando da dove venisse quella voce
    che la faceva trasalire.
    Torniamo indietro! disse brevemente.
    Oltrepassarono il "groom" che s'era fermato anch'esso, e lo lasciarono
    molto indietro.  Nessuno di loro due os rompere per qualche tempo  il
    silenzio  che  segu.  Il  passo  dei  cavalli  era  sonoro;  la  luna
    incominciava a sorgere e ad insinuarsi fra gli alberi, strisciando sul
    bianco viale;  a poco a poco i cavalli s'erano  accostati  e  andavano
    fiutandosi. Alberto prese la mano della cugina, che le cadeva lungo il
    vestito.
    Lasciatemi... diss'ella dolcemente.
    Perdonatemi! rispose Alberto con voce sorda. E' la vostra ora!
    Lasciatemi  ripet  Adele  con  tanta  maggior  vivacit  per quanto
    sentivasi divenir pi debole. Ora  troppo tardi.
    Vostro marito?
    Chi? diss'ella con voce che lo fece trasalire.
    Gemmati!...
    Ella tir bruscamente le redini,  e si  rizz  sulla  sella,  pallida,
    immobile, con occhi scintillanti.
    Io  mi  chiamo  ancora  Adele Forlani! esclam con voce estinta,  ma
    colla fronte alta.
    Il marchese ammutol.
    Mi  credevate  maritata?  riprese  ella  dopo  alcuni  istanti.   E
    parlavate in tal modo alla moglie del vostro migliore amico!...
    Ei non rispose.
    Come siete divenuto,  Alberto! esclam essa celandosi il viso fra le
    mani.
    Vi faccio orrore?
    No... mi fate piet.
    Andavano rasentando gli alberi per non starsi vicini.
    Quanto avete dovuto soffrire per essere  cosf  cambiato!  diss'ella
    alfine.
    Lo credete? mormor Alberti con un strano sorriso.
    S!  Tutte  le  sante  credenze  che  c'erano nel vostro cuore non si
    sbarbicano senza dolore.  Quando mi  avete  abbandonata  per  Velleda,
    quando vi siete invaghito dell'Armandi,  quando avete fatto piangere e
    avete pianto,  c'era ancora qualche cosa in voi.  Adesso non ci  avete
    pi nulla. I vostri occhi asciutti mi fanno paura!
    E  voi?  diss'egli con voce che sembrava uscire di sotterra credete
    ancora a qualche cosa?
    Credo a ci che fa battere il mio cuore.
    Egli sorrise. Ciecamente?
    Non posso dubitare di quel che sento.
    Io vi ho ingannata a vent'anni!
    Io sono stata per morirne.  Come  volete  che  potessi  dubitare  del
    sentimento che mi faceva tanto soffrire?
    Alberti non rispose immediatamente.  Poi le piant gli occhi in viso e
    domand:
    Voi siete bella, giovane e ricca; come va che non vi siete maritata?
    Ho sempre rifiutato.
    Per chi ?
    Per voi.
    Mi amavate?
    S.
    Anche dopo?...
    Si.
    Ei rimase pensieroso.
    Cugina mia disse ad un tratto, con tutt'altro accento e con satanica
    disinvoltura io non ho pi capelli,  n illusioni;  ho quarant'anni e
    trenta mila franchi di debiti.
    Dapprima Adele rimase come fulminata,  cogli occhi sbarrati,  quasi ad
    afferrare il senso di quelle parole che non poteva capire.  Tutt'a  un
    tratto  si  fece  rossa  come se Alberto l'avesse percossa in viso col
    frustino.
    Ah! grid, Ah!
    E fugg di carriera.


    41.

    Dopo alcuni giorni Alberti si present all'anticamera di sua cugina, e
    le fece recapitare il seguente biglietto:
    "Ho bisogno di vedervi e di parlarvi.  So di avervi fatto un  affronto
    mortale,  e  son  venuto  alla  vostra  porta  affinch possiate farmi
    scacciare, se volete."
    Il domestico ritorn dicendo:
    Passi.
    Egli entr, un po' turbato, ma con passo fermo.
    Adele stava presso il camino,  sebbene la  primavera  fosse  di  molto
    inoltrata,  coi piedi posati su di uno sgabelletto. Era un po' pallida
    anch'essa,  e come vide il cugino impallid maggiormente.  Alberto  le
    strinse la mano e si assise di faccia a lei.
    Adele le disse con calma ho quaranta anni, e trenta mila franchi di
    debiti. Volete esser mia moglie?
    No.
    Sul volto di lui pass un fosco sorriso.
    Ma se avessi una figliuola bella,  ingenua,  pura, con tutti i tesori
    del cuore e dello spirito, ve la darei in moglie.
    Dapprima ei le lanci uno sguardo di sorpresa; ma poscia,  in un altro
    tono:
    Disgraziatamente non l'avete!
    Lasciate  quel  cattivo  sorriso che fa male a voi e a me!...  Perch
    siete dunque venuto, Alberto?
    Egli esit alquanto. Non lo so disse alfine.  E' la prima volta che
    non basto a me stesso.
    Quelle  parole  sembrarono  colpire  la donna;  gli lanci uno sguardo
    rapidissimo, e si fece rossa. Poscia ripet dolcemente:
    Se avessi una figliuola ve la darei;  ella vi metterebbe in cuore  la
    sua fede,  il suo affetto, i suoi santi entusiasmi, vi rinfrancherebbe
    lo spirito, vi farebbe rinascere.
    Non esitereste a dare la figliuola vostra... a me?
    No.
    Ora che sono cos cambiato? aggiunse con un sorriso ironico.
    Appunto perch siete cos!
    Ei le fiss gli occhi negli occhi.
    Perch non fate voi codesto?
    Io non ho pi sedici anni, non ho pi la fede...  e fra di noi c' un
    triste passato.
    Sia! diss'egli.
    E si mise ad attizzare il fuoco. Rimasero silenziosi lungamente. Adele
    stendeva  verso  la  fiamma  le  sue  mani pallide e di tanto in tanto
    Alberto vi fissava uno sguardo distratto.
    Cugina disse dopo alcuni minuti se fossi giovane e bello,  e avessi
    pure i torti che ho verso di voi, mi amereste?
    Perch  mi  fate  questa domanda,  Alberto? rispose Adele rizzandosi
    sulla poltrona.
    Per sapere alfine in che stia codesto amore mormor lui sordamente.
    Adele ricadde all'indietro sulla spalliera della  seggiola,  e  rimase
    alcun  tempo  senza  aggiunger motto.  Quanto avete dovuto soffrire!
    esclam poscia.
    Io ho goduto della vita rispose egli.
    Lei gli volse uno sguardo fra attonito e dolente.  Il cugino teneva la
    fronte  fra  le mani,  parlava con amara e tranquilla convinzione,  ma
    evitava di incontrare gli occhi di lei.
    Ho letto chiaro nella natura umana come in uno specchio:  la  maggior
    parte  dei nostri dolori ce li fabbrichiamo da per noi: avveleniamo la
    festa della nostra  giovinezza  esagerando  e  complicando  i  piaceri
    dell'amore  sino  a  farne  risultare  dei  dolori,  e intorbidiamo la
    serenit della nostra vecchiaia coi  fantasmi  di  un'altra  vita  che
    nessuno conosce.  Ecco il risultato della nostra civilt. Ho visto dei
    selvaggi scotennarsi per la donna o per il ventre,  ma fra di loro non
    ci sono n suicidi,  n "spleen".  Tutta la scienza della vita sta nel
    semplificare  le  umane  passioni,  e  nel  ridurle  alle  proporzioni
    naturali.  - Ho regolato su questa verit la mia condotta... Ecco come
    non ho pi sofferto.
    Oh! diss'ella con immenso sgomento. Oh!
    Siete stata pi felice di me,  cugina? domand Alberto  con  ironico
    sorriso.
    Adele, pallida, come trasognata, gli rivolse un'occhiata paurosa: No!
    voi non credete a ci che dite!
    E' vero! rispose Alberto con voce sorda,  chinando il capo e per la
    prima volta!... Mi avete fatto dubitare anche di cotesto, voi! M'avete
    fatto un gran male!
    Ammogliatevi! gli disse Adele,  osando stringere finalmente la  mano
    fredda  di  lui.  La famiglia vi salverebbe...  So quel che vuol dire
    essere soli al mondo!  Se potessi,  col  sacrificio  della  mia  vita,
    mettervi qualcosa in cuore, vi giuro che lo farei.
    Ei la guard in modo singolare,  a lungo,  senza aprir bocca.  Cugina
    mia! disse dopo una lunga esitazione io non ho quasi conosciuto  mio
    padre;  mia  madre  non ebbe nemmeno il tempo di abbracciarmi prima di
    morire;  una volta fui sorpreso da un  marito  che  avrebbe  avuto  il
    diritto e il dovere di uccidermi come un cane...  Sapete cosa mi disse
    quell'uomo?  "che mi risparmiava  perch  ero  figlio  della  marchesa
    Alberti!..."
    Adele si cel il viso fra le mani.
    Addio! diss'egli alfine.
    Ve ne andate?
    Si.
    Cosa farete?
    Quel che ho fatto.
    Non avete nessuno scopo?
    Non vi pare uno scopo il viver... come meglio si pu?
    Non siete nemmeno ambizioso?
    Cosa potrebbe ricompensarmi della pena che mi darei per esserlo?
    Che ci avete dunque dinanzi a voi, nel vostro avvenire?
    Nulla.
    A quella parola ella trasal e si alz risolutamente.
    Alberto... se acconsentissi ad esser vostra moglie, credereste che vi
    amo davvero?
    Ei rimase stupefatto.
    Se    ci   credete...   ripigli   Adele   stendendogli   la   mano.
    Stringetela... son vostra.


    42.

    Il matrimonio fu celebrato in ottobre.  Alberti  si  prest  a  quelle
    pratiche   che  esigevano  gli  usi  e  le  convenienze  con  perfetta
    compiacenza.  In questa  occasione  molti  suoi  conoscenti,  che  non
    sapevano  pi  nulla di lui,  lo rividero.  Ei piegava il capo con una
    tinta di galanteria a tutto quello che  Adele  trovava  necessario,  o
    semplicemente  conveniente  -  fossero anche stati dei pregiudizi - la
    schiettezza delle convinzioni di lei glieli rendevano rispettabili, ci
    credesse o no. Adele, al contrario, mettevaci il giulivo entusiasmo di
    chi  felice - un tal riverbero del suo affetto  vergine  e  schietto;
    amava  il cugino francamente,  senza reticenze,  senza dubbi,  a cuore
    aperto,  abbandonandogli con spensierata generosit tutti i tesori che
    per  lui avea accumulato in segreto nel suo cuore.  Alberto fece tutto
    quello  che  fanno  gli  altri,   colla  massima   semplicit,   senza
    esitazione.  And in chiesa,  serio e rispettoso,  almeno al vedere, e
    allorch Adele gli mise la mano nella sua,  e ud che si univa  a  lui
    per  sempre con un fil di voce,  e la vide dolcemente commossa,  anche
    quell'uomo si turb alquanto, e con lieve tremito strinse nella sua la
    mano che tremava.
    Dopo la cerimonia religiosa partirono per Belmonte.
    Il marchese avea preso un "coup" riservato sino a Pistoia e  allorch
    furono  in  vagone,  e Adele si fu assisa,  chiuse i vetri della parte
    dov'era lei,  tir le tendine,  le mise il "plaid" sotto i  piedi,  le
    rese  con  delicatezza  paterna  tutte quelle piccole cure,  poi le si
    assise di faccia, le prese le mani, e le disse dolcemente,  sorridendo
    con certa solennit:
    Vi saluto, marchesa Alberti.
    Era commossa anche lei, ed un po' turbata; guardava fuori lo sportello
    pudibonda  del  suo imbarazzo,  e si lasciava stringere le mani con un
    abbandono affettuoso.
    Aveva un bel vestito grigio,  un  cappellino  di  paglia,  dei  lunghi
    guanti  di  Svezia,  ed  il  suo  viso  delicato  sembrava pi pallido
    attraverso il velo azzurro. Pareva che Alberto non potesse saziarsi di
    contemplare quella donna leggiadra che ormai gli apparteneva  -  ella,
    senza vederlo, sentiva quello sguardo, e ne era tutta penetrata. Ad un
    certo punto,  sempre col viso allo sportello,  pos una mano su quelle
    dl lui.
    Non vi faccio paura? le chiese Alberto dolcemente.
    Ella raccolse le sue vesti,  and a sedere a fianco  di  lui  e  senza
    rispondergli  direttamente  si  misero a discorrere di mille argomenti
    comuni,  di ricordi,  che per loro avevano  significati  reconditi,  e
    racchiudevano non so quali misteriose attrattive.  Ei parlava poco,  e
    l'ascoltava intento, con una certa avidit, come se stesse analizzando
    minutamente, con affetto gli avvolgimenti di quelle trecce,  l'alitare
    di quel velo,  le balze di quel vestito,  le trine di quei polsini,  i
    rossori improvvisi e irragionevoli che salivano al viso di lei,  e che
    egli sentivasi dolcemente scorrere nelle vene. Ad un tratto:
    Vorrei  tornare  ai  miei  vent'anni!  disse  collo sguardo fiso nel
    vuoto.
    La locomotiva fermavasi sbuffante.
    Diggi! esclam lei.
    No, siamo a Prato.
    Oh!... lasciami vedere!
    E si misero l'uno accanto all'altro presso lo sportello a  guardar  la
    campagna  -  ei con un sentimento che non avea provato da lungo tempo.
    Tutto ci che  vedevasi  era  verde  ed  azzurro.  Adele,  colle  mani
    appoggiate  alla  manopola,  gli  diceva  sommessamente qualche parola
    insignificante,  come se stesse a parlargli di  un  gran  segreto.  Il
    nastro  del  suo  cappellino  svolazzava di tanto in tanto sul viso ad
    Alberto. Sembrava che i polmoni di lui si dilatassero avidamente, onde
    abbeverarsi di tutte quelle vergini sensazioni  che  gli  erano  quasi
    sconosciute.   Non   vi  faccio  paura...   proprio?  domand  quasi
    timidamente e a voce bassa. Adele cerc di nascosto la mano di lui,  e
    la strinse a lungo, mentre il conduttore verificava i biglietti. Anche
    quel  non so che di furtivo che vi era in tanta schiettezza faceva una
    potente impressione su di Alberto. Ei le prese le mani, serio serio, e
    guardandola negli occhi:
    Adele mia, quel prete m'ha stregato.
    Adele s'era fatta seria anch'essa.
    Stregato o no, son contento, e non saprei spiegarti il sentimento che
    mi lega a te. Non  solo amore il mio: sembrami che tu faccia parte di
    me,  della mia casa,  del mio nome.  Tu sei la  continuazione  di  mia
    madre,  e mi  dolce chiamarti col suo nome. Ho amato in tutti i modi,
    ma non ho provato mai nulla di ci che provo adesso.  Sembrami che noi
    ci  apparteniamo  per qualche cosa che  in noi e al di fuori di noi -
    il mondo,  la legge,  gli uomini,  Dio,  che so?...  Se mai  avessi  a
    dubitare di quel che sento adesso, vorrei morire.
    A  poco  a poco le era caduto ai piedi,  e parlava con tale accento di
    calma e salda convinzione,  che le lagrime spuntarono  nell'orbita  di
    Adele. Ella piegossi dolcemente verso di lui, gli cinse il collo delle
    sue braccia, e reclin mollemente il capo sul capo di Alberto.


    43.

    I due sposi andarono a nascondere la loro felicit a Belmonte - quella
    di lui per era un po' chiusa,  esitante,  ombrosa,  e avea sempre una
    tinta di melanconia; quella di Adele era franca ed espansiva.
    Alberto non avea pi rivisto quei luoghi da oltre vent'anni, e ciascun
    ricordo,  ciascuna novella  impressione  che  passava  su  quell'anima
    esulcerata,  malgrado il grande imperio ch'egli aveva su s stesso, lo
    faceva trasalire; Adele se ne avvedeva, e si sentiva pi strettamente,
    pi intimamente legata a lui  appunto  per  tutto  quel  bene  ch'essa
    facevagli.   Erano  sempre  insieme,  in  carrozza,  a  cavallo,  o  a
    passeggiare pei dintorni. Alberti,  quell'uomo tormentato dalla febbre
    del  movimento,  perseguitato  dalla  noia dappertutto,  aveva passato
    delle lunghe ore deliziose,  guardando accanto a lei  la  pioggia  che
    sgocciolava  sui  vetri,  o  la fiamma che crepitava nel camino.  Ogni
    piccola cosa avea una fisonomia nuova serena, festosa.  Le occupazioni
    pi  comuni avevano un'attrattiva delicata.  Egli era andato con lei a
    rintracciare a passo a passo i  luoghi  che  racchiudevano  i  ricordi
    della  loro prima giovinezza: quel banco dove avevano provato il primo
    imbarazzo stando seduti  accanto,  quella  ringhiera  appoggiati  alla
    quale  avevano  litigato  e  avevano  fatto  pace  per la prima volta,
    quell'albero dal quale egli aveva  clto  i  primi  fiori  per  lei  e
    dicevano:  "Ti rammenti?".  A volte questi "ti rammenti" racchiudevano
    un dolce rimprovero che adesso lo penetrava sino all'intimo e gli  era
    caro.  Li  cercava  anzi,  quasi a far risaltare colle ombre il raggio
    festoso che splendeva su di loro adesso.  Ridevano e si abbracciavano.
    Se qualche cosa avea cambiato aspetto,  se un albero era caduto, se il
    banco era zoppicante,  se  il  giardiniere  avea  disposto  altrimenti
    l'aiuola,  erano  delle  vere  perdite,  e  dicevano:  - Era pi bello
    allora, n' vero?
    Con una  nobile  franchezza,  e  come  se  il  fallo  non  valesse  il
    pentimento,  Alberto  aveva  mostrato  all'Adele  quel viale dove avea
    parlato l'ultima volta con Velleda, e le avea messo la mano nella mano
    e gli occhi negli occhi.  Adele  avea  chinato  il  capo  cercando  di
    riderne,  impallidendo,  arrossendo, e non gli avea detto quante volte
    si fosse fermata piangendo in quel medesimo viale.
    Come tutto ci  lontano! diceva Alberto.
    Ella,  dopo lunghe esitazioni,  gli avea fatto vedere tutti i  ricordi
    che  avea  conservato di lui religiosamente: il bottone del guanto che
    gli avea rimesso la sera ch'erano andati a  villa  Armandi,  il  fiore
    disseccato  ch'ei  avea lasciato cadersi dall'occhiello,  la corteccia
    d'albero ch'egli avea staccato col temperino, il foglio spiegazzato su
    cui s'erano divertiti a schizzare degli  sgorbi  e  delle  caricature,
    seduti  al  medesimo  tavolino,  sotto la medesima lucerna,  mentre la
    pioggia scrosciava allegramente sui  vetri.  Egli,  che  avea  buttato
    dalla  finestra  al  vento  di  cento  citt,  o sulla cenere di cento
    caminetti,  le lettere d'"eterno" amore di donne che aveano  messo  in
    giuoco  la loro vita e quella di lui per un capriccio,  non arrivava a
    comprendere del tutto la  tenacit  di  quel  sentimento  che  rendeva
    preziosi  quegli  oggetti  insignificanti.  -  Tra  di  loro  due  che
    s'amavano tanto,  ch'erano cos intimamente legati,  c'era  sempre  un
    abisso  che  egli  non  osava  confessare a s stesso,  e che ella non
    voleva vedere,  e per non vederlo chiudeva gli occhi.  L'ottica  delle
    loro  idee  era  immensamente diversa: il cuore della donna,  giovane,
    fresco,  ricco,  era lieto  d'amare,  s'attaccava  alla  felicit,  ci
    credeva senza esitazioni,  ci si abbandonava con fiducia.  Alberto non
    possedeva pi n cotesta  fede,  n  cotesto  entusiasmo,  n  cotesta
    serenit;  la  vita che avea menato avea alterato profondamente il suo
    modo di vedere e di giudicare;  avea osservato e studiato le  passioni
    in   s   e   negli  altri,   ma  non  le  avea  mai  combattute,   e,
    disgraziatamente per lui, non le avea visto combattere.  Il sentimento
    del  giusto  e del dovere restava quindi per lui una formula astratta,
    poco meno di un'illusione.
    In tali disposizioni d'animo,  e alla sua et,  l'amore era perci una
    debolezza  - e l'amore istesso rendeva il suo scetticismo un'infermit
    piuttosto che una corazza.  Sentiva rigermogliare dentro  di  s  quei
    sentimenti  sui  quali  avea  messo i piedi,  ma che nondimeno avevano
    turbata la serenit epicurea dei suoi  piaceri,  ora  che  li  trovava
    freschi  e  rigogliosi  nella  donna  a  cui  sentiva  il  bisogno  di
    identificarsi.  Per al vedere cotesti sentimenti cos diversi in s e
    in   lei  nello  sviluppo  e  negli  effetti,   in  sentirli  agitarsi
    penosamente nel suo animo,  piuttosto che rinvigorirsi,  ne provava un
    grande  sconforto,  un dubbio pi amaro.  La fede d'Adele - quella che
    per lui era la cecit - rivelavasi cos salda ed intera, che trovavasi
    costretto ad ammirarla,  ad invidiarla quasi,  senza poterla dividere.
    Istintivamente  sentivasi  inferiore  a  lei  di  tutta  quella triste
    scienza del mondo e del male, che aveva acquistato.
    Fosse pudore, timidezza, o alterigia,  c'era sempre in lui qualcosa di
    chiuso,  anche  nei momenti in cui abbandonava il capo sui ginocchi di
    lei "come un fanciullo".  Adesso,  al contrario,  possedeva  l'ingenua
    curiosit  di  chi  non  ha  nulla  da nascondere,  e gli faceva delle
    domande cui egli rispondeva evasivamente,  sorridendole  come  ad  una
    bambina, o abbuiandosi alquanto.
    Quella  serenit  un  po'  nebbiosa,  quella  specie  di  mistero  che
    intravedevasi in fondo ai sentimenti pi espansivi di lui era un'altra
    attrattiva per l'innocenza di  Adele  -  pericolosa  attrattiva.  Ella
    indovinava nell'uomo amato delle ferite che era lieta di sanare, delle
    ritrose  debolezze  che  lusingavano  gli istinti materni e protettori
    della donna;  l'altera riserbatezza con cui il  marito  celavale  agli
    occhi  di lei,  davagli un carattere di dignit e di forza,  un che di
    superiore a mo' di Lucifero.  Cento  curiose  domande,  che  le  erano
    venute sulle labbra,  erano spirate dinanzi al sorriso calmo, velato e
    impenetrabile di quell'uomo.
    Che cosa vuoi saperne tu, bambina mia? le diceva egli.
    Ed ella che avea la pretesa di non essere pi una bambina,  gli faceva
    il broncio proprio da bimba.
    Anche  Alberto  aveva le sue curiosit - curiosit malsane,  curiosit
    avide,  interessate,  vitali,  adesso che Adele  era  tutta  per  lui:
    sentiva  il bisogno di apprendere come si sviluppassero le passioni in
    mezzo a tanto candore, qual forma assumessero,  e quanta importanza ci
    avessero.
    E  tu  le aveva domandato sorridendo a fior di labbra non hai amato
    altri?
    Ella,  che gli teneva ancora il broncio,  rispose col dispettuccio dei
    sedici anni.
    S, ho amato Gemmati.
    Proprio? domand Alberto ridendo.
    Erano appoggiati a quella tale balaustrata,  un dolce e tiepido giorno
    di novembre.  Le foglie ingiallite si correvano dietro pei  viali,  il
    torrente  rigonfio  s'era  fatto  brontolone,  e le nuvolette facevano
    capolino sulle cime degli Appennini,  proprio come "allora".  Ella gli
    cinse il collo col braccio, e rispose:
    No, gli ho voluto bene soltanto.
    Cosa vuol dire voler bene soltanto?
    Vuol  dire stare a discorrere volentieri con quel tale di ci che pi
    ci preme o ci addolora,  e  trovare  un  gran  sollievo  nel  sentirsi
    stringere la mano quando si ha il cuor grosso.
    La sa, signora mia, che cotesto io lo chiamo amore bell'e buono?
    Davvero?...  o  come  va  dunque  che  pensassi in quel momento ad un
    altro... ch'era anche un gran cattivaccio?...
    Ei se la strinse al seno, forte forte. - Adele si era fatta dolcemente
    melanconica.
    Quante volte siamo stati qui,  come  adesso!  Che  brutti  giorni!...
    Cos'hai?
    Nulla.
    Se  sapessi  che  nobile  cuore!  e  com'  degno  della tua amicizia
    Gemmati!  Quando gli dissi che t'amavo  sempre...  e  che  a  sposarci
    bisognava non pensarci pi,  non esit,  non fece un'osservazione, non
    disse una parola; chin il capo, e allorch part avea le lagrime agli
    occhi senza che se ne avvedesse... Io pure che avevo tanto sofferto, e
    che sentivo come egli dovesse soffrire,  avevo gli occhi  umidi...  Ma
    che hai, ti dico?... Hai torto, vedi!
    Lo so. Ma non me ne parlare mai pi, Adele!
    Ella chin il capo, si fece rossa, e poi sorridendogli fra maliziosa e
    giuliva:
    Preferiresti che facessi come te?
    Come faccio io?
    Ma...  Io  non ho nulla a nasconderti...  Invece se tu mi narrassi la
    met di quello che non mi vuoi dire!...
    Non  la stessa cosa, Adele mia disse Alberto secco.


    44.

    Alberti sarebbe volentieri rimasto  a  Belmonte  tutto  l'inverno,  ed
    anche  tutto  l'anno.  Quella vita calma e serena,  circoscritta in un
    orizzonte limitato,  confacevasi alla stanchezza dell'animo suo,  e al
    bisogno che provava di rinascere in quell'amore cos nuovo,  senza che
    altre immagini del passato potessero venire a turbare il suo  pensiero
    ed a mettere in pericolo quell'intimit che gli faceva tanto bene.  Ma
    Adele temeva di stancare l'ombrosa e mobilissima fantasia  del  marito
    mostrandosi a lui sempre dentro la stessa cornice, e sotto il medesimo
    aspetto.  -  Nel  pi  puro  amor  di  donna,  e forse anche in quello
    dell'uomo, c' sempre un po' di civetteria.  - La moglie voleva legare
    a  s  pi  strettamente,  indissolubilmente il marito,  giovandosi di
    tutti i vantaggi che il mondo d  ad  una  bella  donna,  facendoglisi
    vedere pi ricercata,  se non pi bella. Alla donna sorrideva forse il
    pensiero di mettere ai piedi dell'uomo amato la sua eleganza  di  gran
    signora,  ed  anche,  perch no?  i suoi trionfi di mondana.  Alberti,
    temendo di mostrarsi  egoista  non  fece  alcuna  osservazione,  e  ad
    inverno gi inoltrato tornarono a Firenze.
    La  marchesa  Alberti  era  leggiadra,  la sua felicit irradiava come
    un'aureola seduttrice su di lei.  Ella prese con perfetta disinvoltura
    il  primo  posto  nei  saloni  fiorentini.  Alberti  era stato un uomo
    elegante, adesso era un marito perfetto. Accompagnava qualche volta la
    moglie nelle prime visite,  tanto da non dar nell'occhio,  e dal canto
    suo  ricominci  a fare press'a poco la vita che facevano tutti i suoi
    amici.  Si faceva vedere un momento  nei  saloni  che  frequentava  la
    moglie,  o  andava  a  trovarla  nel suo palco per presentarle qualche
    amico.  Sua moglie era sempre assediata da una folla di  cortigiani  -
    egli  avrebbe trovato assai strano che fosse stato altrimenti,  poich
    cos facevano tutti,  cos aveva fatto egli stesso  -  ma  intanto  ne
    soffriva segretamente,  e doveva fare sforzi penosi per dissimulare le
    unghie d'acciaio che gli laceravano il cuore e gli  facevano  balenare
    in viso la collera, o sulle labbra il sarcasmo. Piuttosto che tradirsi
    si  sarebbe  ucciso;  ma senza essere precisamente geloso,  senza aver
    perduto una briciola  della  illimitata  fiducia  che  riponeva  nella
    moglie,  provava  un  gran dispetto vedendola corteggiata.  Sapeva che
    corteggiare vuol dire insidiare,  eppure sarebbe stato quasi  ridicolo
    che sua moglie non lo fosse,  ed egli era costretto a stringer la mano
    a quei suoi buoni amici che cercavano di rubargli  il  suo  tesoro,  e
    soffriva  tutte  le  punizioni  di quella logica mondana in nome della
    quale aveva fatto soffrire egli pure.  Ne  soffriva  pi  degli  altri
    perch  era  pi  orgoglioso  e  pi  corrotto,  pi  diffidente e pi
    innamorato.
    Marito e moglie non erano pi sempre insieme come a Belmonte.  Avevano
    adesso  cento occupazioni diverse che li allontanavano inesorabilmente
    per delle ore parecchie,  e subivano  senza  avvedersene  la  tirannia
    della societ in cui vivevano. Adele, che amava sempre a cuore aperto,
    era  felicissima  di  deporre  ai  piedi  di quel sarcastico ed altero
    signor marito le corone che  riportava  la  sua  vanit  di  donna,  e
    vedendolo sorridere non sospettava nemmeno quanto egli soffrisse senza
    che un sol muscolo della sua fisonomia si contraesse; lo vedeva sempre
    gentile  ed  amoroso;  lo vedeva disinvolto e di buon umore fra i suoi
    amici; lo vedeva elegante, corteggiato ed invidiato;  non scorgeva una
    nube sulla sua fronte, e lo credeva felice.
    Essi s'incontravano sovente all'ora della colazione,  e quasi sempre a
    pranzo.  Dinanzi ai domestici si trattavano col  calma  ed  affettuosa
    dimestichezza;  l'etichetta  coniugale  non  costava  loro  il  menomo
    sacrificio,  perch entrambi erano perfettamente ben educati.  A volte
    stavano  a  discorrere  prendendo  il caff sino all'ora che la moglie
    andava ad abbigliarsi per la sera ed il marito andava a fumare il  suo
    sigaro  al  Circolo.  Egli  l'accompagnava  sino alla soglia delle sue
    stanze,  e si lasciavano con una  stretta  di  mano.  Spesso  la  sera
    accadeva  ad  Alberto  di  aspettare Adele seduto accanto al fuoco col
    capo fra le mani.  Lo specchio del camino non diceva a lei quali  nubi
    fossero passate su quella fronte.  Udendo il fruscio della sua veste e
    vedendola entrare bella e radiosa,  facevasi trovare  sorridente  egli
    pure,  si  alzava  e andava a toccare le mani e le labbra che ella gli
    porgeva.   Allora  sedevano  accanto  al  fuoco  narrandosi   i   casi
    insignificanti del d,  e le storielle piccanti o ridicole della sera.
    Alcune volte il marito gettava uno  sguardo  distratto  o  imbarazzato
    sulle sue belle spalle nude che arrossivano, ed ella chinava gli occhi
    senza  vedere che anche lui li teneva fitti sul tappeto - e non sereni
    come i suoi.
    Come  sei  bella!  le  diceva  talvolta  Alberto   con   una   certa
    risolutezza.
    Ella sorrideva.
    Quanti te l'avranno detto stasera!
    Ella faceva una graziosa spallata.
    Vorrei essere giovane e bello come te!... soggiungeva Alberto con un
    sorriso di cui stentava a dissimulare la tristezza.
    Perch? domandava Adele un po' inquieta.
    Egli tardava a rispondere.
    Vuoi che ritorniamo a Belmonte?
    Sei felice almeno, Adele mia?
    Tanto! e lo abbracciava per dirgli che lo era per lui. E tu?
    Io... s! s!
    Alcune  volte  Alberti  era pi triste del solito,  per senza motivo.
    Saettava  alla  sfuggita  sulla  moglie,  quasi  inavvedutamente,  uno
    sguardo scrutatore;  impallidiva o arrossiva senza vederlo se per caso
    Adele sembrava pi melanconica,  o pi  allegra,  o  pi  pensosa  del
    consueto.  Non osava rivolgerle la pi lontana domanda; indispettivasi
    contro s stesso,  e le chiedeva tacitamente perdono di non  so  quali
    sospetti  baciandola  con  effusione.  Pensava  spesso  a Belmonte con
    melanconica dolcezza, e si rimproverava il suo egoismo.  Il suo triste
    passato  gli  si  rizzava  dinanzi  come  il  fantasma  della pena del
    taglione.


    45.

    La  contessa  Armandi  era  ritornata  a  Firenze  sin  dal  principio
    dell'inverno,  e per consiglio dei medici,  per obbligo di condizione,
    per svago,  per far piacere alla figliuola,  avea dovuto ricominciar a
    veder  gente,  e  a  farsi vedere.  Cos non tard molto ad incontrare
    Alberti.  La contessa era sempre una donna  di  spirito,  e  non  avea
    pensato  a  rimettere  al  pari  dei  denti,  gli artigli che le erano
    cascati. Ella abbracci Adele come la sua migliore amica, vide Alberti
    come se si fossero lasciati il giorno innanzi - e gli disse anche:
    Ci vuole un bel coraggio per  dirle  che  son  proprio  l'Armandi  di
    vent'anni  fa,  non    vero?  Gli  amici  che invecchiano lontano non
    dovrebbero rivedersi giammai. Anche lei  cambiato, sa?
    E tu hai amato quella donna. gli disse  Adele  fra  motteggevole  ed
    imbronciata,  allorch furono a casa,  ritti dinanzi allo specchio del
    camino - ei ci si era guardato a lungo per la prima  volta.  Ci  aveva
    pensato  anche  lui,  ed era un po' lunatico quella sera;  Adele aveva
    tentato dissipar  la  tenue  nube.  Egli  sorrise  dolcemente,  ancora
    pensoso e le disse:
    Chiss se fra qualche anno non penserai la stessa cosa di me?
    Cattivo!  oh, cattivo! esclam con impeto la moglie buttandoglisi al
    collo.


    Quelle due parole dell'Armandi avevano per gettato un gran turbamento
    nel cuore di Alberto.  Tutte  le  folle  del  passato  gli  sfilavano
    dinanzi,  ironiche,  motteggiatrici,  assurde, ridicole; prendevano la
    fisonomia di quella amante, gi appassita, e coi capelli grigi;  ei fu
    costretto  a domandarsi quali sarebbero stati adesso i suoi sentimenti
    se l'Armandi, invece di lasciarlo come un guanto rotto in un viale del
    Valentino, avesse sempre continuato ad amarlo;  se la gratitudine,  il
    dovere,  l'onore, lo legassero ancora a quella donna! Tutto quello che
    aveva sentito per lei se ne sarebbe dunque andato con gli anni e colla
    bellezza,  poich non sarebbe rimasto altro legame che  il  dovere,  o
    peggio,  l'abitudine.  Allora avea gettato gli occhi sullo specchio, e
    il suo pensiero era corso di lancio ad Adele.  Anch'egli era cambiato,
    molto cambiato!  Quel dubbio,  quella timidit, quell'inquietudine che
    agitavasi confusamente in lui da un pezzo,  l'Armandi l'avea formulato
    nettamente  colle sue parole e coi suoi capelli grigi;  si sentiva pi
    cambiato dentro di s che all'esteriore; la stanchezza fisica influiva
    sulla prostrazione morale;  tutti i suoi sentimenti avevano alcun  che
    di  fiacco,  d'incerto,  di  sfiduciato,  all'infuori di quel solo che
    qualche volta era un tormento - e Adele era ancora piena di giovinezza
    e di belt!  - Il suo fatale spirito d'analisti lo spingeva  a  tristi
    deduzioni; sembravagli che il nuovo sentimento il quale riempiva tutto
    il  suo  cuore fosse un effetto di quella medesima stanchezza fisica e
    morale,  fosse quel bisogno di ritemprarsi che c' nell'umana  natura.
    Il  suo  amore  era  dunque  l'egoismo  del  cuore,  che  invecchiando
    s'attacca  a  qualche  cosa!   Ma  Adele  che  era  giovane  e   ricca
    d'affetto?...  tutto  quello che aveva attratto o suscitato gli ardori
    della giovinezza di lui non doveva attrarre o suscitare adesso  quelli
    di lei,  sedurla,  farle comprendere a qual uomo avesse ella legato la
    sua giovinezza?  Avrebbe rinunziato  a  lei  piuttosto  che  sapersela
    legata  da un sentimento qualsiasi che non fosse stato puro amore.  Il
    suo affetto per la moglie diveniva pi intenso, meno espansivo,  assai
    pi timido e ombroso.
    Adele si avvedeva qualche volta di ci che passava pel capo del marito
    come una nube tempestosa.  Indovinava il turbamento che sconvolgeva di
    tratto  in  tratto  quell'anima,  e  non  sapeva  a  che  attribuirlo.
    Anch'essa  divenne  inquieta,  timorosa  e alquanto schiva alle volte.
    Temeva che gli spiriti irrequieti del marito si risvegliassero,  e che
    egli stesso, combattendosi per debito d'onest'uomo, non potesse fare a
    meno  di  rimpiangere  segretamente  la  libert  perduta,  e  la vita
    avventurosa di  una  volta.  Anch'ella  perci  era  divenuta  un  po'
    melanconica,  e qualche volta anche dispettosa. Avrebbe voluto mettere
    la sordina alle memorie che turbavano la mente del marito, come poteva
    mettergli le mani sugli occhi se voleva,  per impedirgli di vedere  le
    belle  donne delle quali era gelosa - e poi per una tal superbietta di
    donna, ed anche per ambizioncella di moglie,  avrebbe voluto scaricare
    su  qualcuno,  un caro qualcuno di l da venire,  la responsabilit di
    quella missione.  Se avessimo un  bimbo!  gli  diceva  sottovoce,  e
    celandogli in seno il viso infuocato.
    Ei  chinava il capo e stava zitto;  una volta rispose con quel sorriso
    tutto suo:
    Hai voluto tentare il cielo, lo vedi, Adele mia!

    In quel tempo Gemmati era ritornato a  Firenze  da  un  lungo  viaggio
    scientifico,  e  Adele  avea  dato scherzando al marito quella notizia
    raccolta nelle conversazioni dove si  facevano  le  lodi  del  giovane
    scienziato.
    Bisogna scappar via da Firenze adesso? domand ridendo.
    Bisogna  invitarlo a pranzo domani,  e farmi perdonare i torti che ho
    verso di lui.
    Gemmati avea perdonato quei torti,  noti oppur no,  con una di  quelle
    strette  di  mano che armonizzavano col suo viso aperto e leale.  Avea
    riveduto Adele senza finta semplicit,  senza riserbatezza  affettata.
    Dopo la prima stretta di mano, tutti tre sentirono che non avevano pi
    nulla a nascondersi, nulla a rimproverarsi, e respirarono liberamente.
    Sai  che  sono stato geloso di te! gli disse Alberto allorch furono
    soli un momento.
    Non sarebbe stata  la  prima  volta  rispose  Gemmati  ridendo.  Ti
    rammenti della figliuola del barbiere a Prato? e adesso, alla fine dei
    conti, mi tocca d'esser geloso io di te! Sei felice? aggiunse vedendo
    rientrare la marchesa.
    S rispose Alberto con una certa vivacit.
    Gemmati  avea mille cose da raccontare dei suoi viaggi,  e il suo dire
    era pieno di brio e d'interesse.  La sera trascorse come un lampo,  in
    una dolce e tranquilla intimit, e fece venire nel discorso il ricordo
    delle  pi  belle sere di Belmonte.  Gemmati s'era fatto un bell'uomo,
    dai lineamenti energici e virili;  sembrava avesse acquistato  in  una
    vita  attiva  ed operosa tutto quello che Alberti aveva sciupato nella
    sua molle e tempestosa.  Il  marchese  l'avea  forse  contemplato  con
    cotesto sentimento, mentre Gemmati discorreva con sua moglie, e quando
    se ne fu andato, Adele disse:
    E' sempre giovane, n' vero, Alberto?
    La  salute  della  marchesa  Alberti era sempre delicata,  in estate i
    medici le prescrivevano di  fuggire  Firenze.  Ella  soleva  andare  a
    Montecatini, a Viareggio, o a Livorno.
    Quell'anno fu scelto Livorno.
    Vieni anche tu? aveva domandato Alberto a Gemmati.
    Non  posso.  Ho  speso  tutto il mio poco avere nei viaggi,  e adesso
    bisogna che metta giudizio.  Comincio a farmi una discreta  clientela.
    Sai  come  siamo  noi  altri  medici,  specialmente  in  principio  di
    carriera? Non potrei lasciar Firenze per una settimana,  senza mandare
    a monte quel che ho fatto sinora.
    Livorno quell'anno era una stazione alla moda. Gli alberghi e le ville
    rigurgitavano di forestieri.  Giammai l'Ardenza e i Cavalleggeri erano
    stati pi affollati di equipaggi eleganti.  Il giorno  stesso  che  la
    marchesa    Alberti    prendeva   stanza   nell'appartamento   fissato
    preventivamente  per  telegrafo  all'albergo  della  Gran   Brettagna,
    giungeva da Berna nell'albergo istesso una di quelle coppie di zingari
    del gran mondo che scorazzavano per tutte le stazioni d'Europa segnate
    dalla moda - il principe e la principessa Metelliani.
    La  principessa  era abituata ad arrivar da per tutto come una regina,
    ed a stendere senza contrasto il suo ventaglio come uno scettro.  Ella
    fu  dunque ferita nel pi vivo dell'amor proprio incontrando a Livorno
    una rivale preferita,  incensata,  corteggiata pi di lei,  e che  per
    giunta   non   sembrava   curarsi   del  suo  trionfo,   o  godevaselo
    disinvoltamente,  come cosa dovutale naturalmente - e chi poi?  quella
    medesima donnina che ella aveva sempre eclissato col solo riflesso dei
    suoi biondi capelli! - quella figurina pallida, magra, tutta occhi, la
    quale  non aveva cotesti occhi che per suo marito,  e che tutti quegli
    imbecilli dell'Ardenza e dei Cavalleggieri adoravano da  lontano  come
    tanti  Don  Chisciotti.  -  Quel  cencio stesso di marito glielo aveva
    lasciato lei, quando non avea saputo pi che farsene.  Se non si fosse
    trattato  che  di  lui,  ella avrebbe continuato ad essere la migliore
    amica di Adele, e del resto - a parte il principe,  che nell'esistenza
    di Velleda non avea giammai contato altro che come principe - l'antico
    suo  amante era davvero divenuto un "cencio d'uomo".  Ma adesso gliene
    voleva anche perch quel tal marito cencio o no,  che  essa  le  aveva
    regalato,  il quale l'avea tanto amata,  lei, la bella Manfredini! che
    anch'essa avea forse amato - forse - si fosse  consolato  proprio  con
    quella  Adele!  si fosse consolato talmente da non caderle ai piedi la
    prima volta che l'avea riveduta da Pancaldi!  - lei,  la superba belt
    che  portava  una  corona  di  principessa!  Se Adele le avesse rubato
    quella corona,  non le avrebbe fatto maggior dispetto.  L'indispettiva
    anche  l'indifferenza  serena di quella rivale innamorata soltanto del
    marito - fierezza,  noncuranza,  civetteria che  fossero,  irritavano,
    ferivano,   umiliavano  il  suo  orgoglio,   la  sua  vanit,  la  sua
    civetteria. Se ci avesse pensato, avrebbe voluto colpire quella rivale
    nel solo lato che mostrava vulnerabile,  in quel tal cencio di  marito
    che  ella  -  la  vinta  d'oggi - le avea buttato fra i piedi come una
    limosina.
    Del resto coteste due  rivali  appartenevano  alla  medesima  societ,
    erano   state  amiche,   "sapevano  vivere"  abbastanza  per  non  dar
    spettacolo dei loro intimi sentimenti ai curiosi, agli invidiosi, alla
    folla,  e per stringersi la mano,  sin  dalla  prima  volta,  col  pi
    grazioso sorriso.  Velleda e Alberto s'incontrarono, si salutarono, si
    rivolsero la parola al modo stesso, colla medesima disinvoltura.  Ella
    disse che "avevano finito come avevano incominciato" - e realmente non
    era malcontenta che avessero finito a quel modo.
    Le  due  amiche e rivali dimoravano nello stesso albergo,  al medesimo
    piano, uscio contro uscio, si vedevano sovente, s'incontravano tutti i
    giorni alla medesima passeggiata e agli stessi ritrovi.  Una sera  che
    da  Pancaldi  s'era organizzata in parecchi una gran cena,  alla quale
    Adele aveva brillato pi del solito,  e la principessa era  stata  pi
    del  solito  uggita,  mentre l'allegra comitiva usciva in massa a fare
    una passeggiata al chiaro di luna,  Velleda,  senza saper come,  s'era
    trovata  l'ultima  e  vicina ad Alberti.  Essa gli rivolse un'occhiata
    singolare, e quindi gli disse mettendoglisi risolutamente al lato:
    Alla fin fine... davvero... perch non mi dareste il braccio?
    E avevano incominciato a discorrere di questo o  di  quello;  poi  nel
    separarsi gli avea detto con quel medesimo tono:
    Vedete che noi si sta meglio in questo modo... che in quell'altro.
    E da quel giorno s'era messa a far la corte ad Alberto.
    Alberto se n'era avvisto,  e ne provava una segreta soddisfazione,  un
    po' per istinto di vecchio leone che vuol provare ancora le zanne,  ma
    principalmente  per uno strano sentimento che riferivasi a sua moglie.
    Era geloso senza osare di confessarlo  all'Adele  e  a  s  stesso,  e
    provava  una  singolare  civetteria  mascolina a far intravvedere alla
    moglie,  e a provar a s medesimo,  che egli era  sempre  preferito  a
    tutti quei ganimedi che gli davano uggia. Non gli dispiaceva anche che
    sua moglie temesse un pochino per lui,  giacch egli temeva per lei, e
    voleva metterle ai piedi anche lui qualcosa,  una di quelle preferenze
    che lusingano tanto l'amor proprio di una donna.
    Adele  avea  cominciato ad accorgersi anch'essa del tiro che intendeva
    giocarle la Metelliani; ma rifuggiva dai lamenti,  dalle osservazioni,
    dalle scene,  per alterezza naturale,  o per timore di quel marito che
    le imponeva soggezione, e s'era chiusa nella sua dignit di moglie con
    tal dispettuccio che sembrava disinvoltura.
    Intanto le cose andavano perch  la  Metelliani  le  spingeva,  perch
    Alberto,  senza  dare  positivamente  una  mano,  chiudeva gli occhi e
    lasciava andare - e lasciava andare  anche  per  un  falso  timore  di
    sembrare  ridicolo  se  avesse  fatto  il puritano - e andavano infine
    perch Adele non faceva nulla perch non andassero.

    Un giorno Alberti, arrivando un po' tardi allo stabilimento dei bagni,
    incontr la principessa.
    Vostra moglie  l gli disse lei con una lieve tinta  di  motteggio,
    indicando  sul  mare una barchetta carica di ombrellini di paglia e di
    veli svolazzanti. Volete che andiamo a raggiungerla?
    Il marchese rispose qualche parola a caso, e le sedette accanto.  Dopo
    alcuni momenti le domand perch non fosse andata anche lei.
    Potrei dirvi perch vi aspettavo,  ma non voglio lusingarvi. Ho corso
    tanto sui piroscafi,  che il mare mi fa uggia persin dalla  barchetta.
    Anche voi avete molto viaggiato, so.
    E si misero a parlar di viaggi.
    Chi  ce l'avrebbe detto che dovevamo correr tanto per riunirci...  da
    Pancaldi! diss'ella ridendo.
    Gli aveva detto codesto in un  certo  modo,  e  con  tale  accento  da
    ricordargli  perfettamente  il  punto  dal quale erano pur partiti per
    "correre" - e gliel'aveva fatto rivedere  in  cosifatta  maniera,  che
    Alberto era rimasto taciturno.
    Non  promettevate  di  riescir cos buon marito,  davvero! gli disse
    poco dopo con uno sbalzo capriccioso del pensiero.
    Alberto rispose al complimento ironico con un ironico chinar di capo.
    Schiettamente...   senz'ombra  di   lusinga...   se   avessi   potuto
    prevederlo... non mi chiamerei forse Metelliani.
    Vedete che qualche volta torna meglio non prevedere!
    Marchesa Alberti  un bel nome anch'esso.  E poi tutti vi chiamano il
    "marito modello".  Non ve l'abbiate a  male:    una  bellissima  cosa
    essere innamorato della propria moglie... E' vero che siete innamorato
    di  vostra moglie?  Sapete che avrei quasi il diritto di essere gelosa
    io? Vediamo, Alberto, cosa direste se fossi gelosa di vostra moglie?
    Alberto si dibatteva ancora contro il fascino di lei.
    Vi direi che avete torto rispose freddamente e alteramente.
    Ella si lev da sedere.  Francamente,  se non fossi quella  che  sono
    vorrei essere... M'accompagnate sino alla mia carrozza?
    Alberti  s'inchin,  le porse il braccio,  e s'avviarono.  Dopo alcuni
    passi: Verrete al ballo di stasera? domand la principessa.
    Non so.
    Ci sar anche la vostra Adele.
    In tal caso verr per accompagnarvi lei rispose egli  con  calma,  e
    senza mostrare di aver sentito la puntura.
    Andrete pure al concerto delle quattro? Lei non manca mai.
    Essa sa che fuggo i concerti, e me ne dispenser.
    La  principessa rizz il capo,  e fiss gli occhi nel vuoto corrugando
    le ciglia.
    Sicch alle quattro sarete libero? domand dopo un istante, con quel
    medesimo sorriso.
    Liberissimo.
    Ho Intenzione di fare una gita sino  a  Montenero  riprese  ella  con
    vivacit.  La  giornata    freschissima.  Volete  venire con me alle
    quattro?  Andremo a cavallo.  Domandatene il permesso a vostra moglie.
    Volete che glielo domandi io?
    Mia moglie sar lietissima.
    Ella  si  ferm,  gli  lanci  uno  sguardo,  scosse  i capelli ancora
    profumati  dal  bagno  con  un  brusco  movimento  del  capo,   e  con
    intonazione singolare:
    Davvero? Dunque verrete?
    Ma s.
    Non avete paura?
    Paura di che?
    Ma... che so io?...
    E lo fiss in viso ridendo stranamente.
    Proprio? Non temete che... la fatalit... E' singolare!
    Io sono incredulo.
    Ah!... Venite dunque ad incontrarmi alle quattro ai Cavalleggieri.
    Egli s'inchin senza rispondere.
    Proprio? Verrete?
    Certo.
    E' che temevo... Scusate: non ce l'avete pi con me?
    Non ce l'ho avuta mai.
    Mai?
    Mai.
    Arrivederci dunque.




    46.

    Alberto rimase tutto sconvolto, col capo vertiginoso, con degli ardori
    improvvisi che gli scorrevano per le vene,  ed evit gli sguardi della
    moglie quand'ella salt dalla barca appoggiandosi alla mano di lui.
    Il marchese avea ordinato il suo cavallo per le  tre  e  mezzo.  Verso
    quell'ora  Adele,  dopo  essersi  abbigliata,  usciva  per  andare  al
    concerto,  e incontr il marito nel salotto la camera e lo spogliatoio
    della marchesa erano separati dalle stanze de! marito da quel salotto.
    - Alberto leggeva o fingeva di leggere.
    Oh, non sei andato? gli disse.
    No, vengo con te. Vuoi?
    Volentieri. Non ti annoierai per?
    Tutt'altro.
    Al  concerto  c'era  tutto  il  "mondo  elegante",  all'infuori  della
    principessa Metelliani.  Marito e moglie erano rientrati in casa verso
    le sei,  quando si ud nel corridoio che separava il loro appartamento
    da quello dei Metelliani il frusco  dell'amazzone  della  principessa
    che ritornava dalla sua passeggiata.
    A  pranzo Alberti fu un po' distratto,  e faceva degli sforzi visibili
    per non lasciar  scorgere  la  sua  preoccupazione;  quando  fu  l'ora
    d'andare al ballo preg la moglie che lo dispensasse d'accompagnarla.
    Perch non vieni?
    Sono stanco,  ho qualche lettera da scrivere, e del resto sai che non
    mi diverto molto.
    Ci rinunzierei anch'io,  se non mi fossi impegnata  ad  andare  colla
    Lina.
    No, vai, divertiti pure, anche un poco per me.
    La marchesa part; un quarto d'ora dopo si ud anche la carrozza della
    Metelliani che andava. Allora Alberti respir liberamente.
    Pass  nel suo stanzino da studio e si mise a leggere per ingannare il
    tempo, aspettando la moglie, ed anche per distrarsi alquanto.
    A misura che andava calmandosi quello stato d'agitazione  in  cui  era
    stato tutto il giorno, dopo la prima vertigine, attraverso le idee che
    andavagli   suscitando   la   lettura,   ritornava   con   una  strana
    intermittenza il pensiero  che  lo  preoccupava  dippi.  -  In  certi
    momenti  chiudeva  gli  occhi  e scorgeva Velleda come l'avea vista il
    mattino.
    Tutt'a un tratto ud un passo rapido e leggiero nel  salotto,  l'uscio
    fu aperto bruscamente, ed entr la principessa.
    Era in abito da ballo, avvolta in una leggiera mantellina splendida di
    bellezza.
    Vostra  moglie  vi  ha  proibito di venire? domand con un sardonico
    sorriso.
    Alberto la guardava ancora sorpreso, senza rispondere.
    Vi siete pentito, dite?
    S.
    Alla buon'ora!
    La principessa non osservava che Alberti s'era bens levato in  piedi,
    ma  non  l'invitava  a  sedere.  And  risolutamente verso la poltrona
    ch'egli aveva lasciato, e vi si adagi da padrona.
    Perch non siete venuto neppure al ballo? Per timore d'incontrarmi?
    E siccome egli non rispondeva, soggiunse:
    Avete fatto una bella cosa, marchese Alberti!
    Dopo un istante di lotta penosa ei disse risolutamente:
    Io vi ho perdonato... perdonatemi!
    Ah! m'avete perdonato? Che cosa, di grazia?
    Lo sconvolgimento che avete gettato nella mia  mente,  il  turbamento
    che  m'avete fatto provare accanto a mia moglie...  il rossore che son
    costretto a subire dinanzi a voi. Tutto ci non vi pare abbastanza?
    No! esclam dessa con accento indefinibile.  C' qualcosa di pi...
    o di peggio,  come volete...  che io mi sia gettata alla vostra testa,
    che voi ne abbiate forse riso con vostra moglie,  e che io sia qui!...
    Cosa vi sembra di cotesto, marchese?
    Ei   guardava  stupefatto  quella  bellezza  imperiosa,   fremente  di
    corruccio e  di  civetteria  dispettosa  -  di  cui  le  braccia  nude
    spiccavano a loro insaputa sul bruno velluto della poltrona.
    Cosa credete che possa fare una donna in tali condizioni?
    Alberto chin gli occhi dinanzi a quegli occhi sfolgoranti.
    Per fortuna che sono una donna di spirito,  - avete detto,  - e anche
    voi...  - e non ho bisogno di domandarvi se siete certo che il  vostro
    amor  proprio  non v'abbia giocato un brutto tiro.  - Addio,  Alberto;
    giacch volete il mio perdono,  ve lo d con tutt'e due le  mani.  Non
    dite  nulla  a vostra moglie.  Che cosa penserebbe se sapesse che sono
    stata qui,  proprio qui,  dopo la mezzanotte,  io,  la  vostra  antica
    amante?...  Poich  ci  siamo  amati,  non  cos?  - Ma,  davvero!...
    avrebbe torto, davvero!
    S'era rizzata  in  tutta  la  bellezza  della  sua  elegante  persona,
    ironica,  provocante,  motteggevole,  colle spalle marmoree, e il seno
    superbo, la veste sinuosa,  come cosa animata anch'essa  seduttrice e
    stava  per  andarsene.  -  Egli che non avea detto pi una parola,  le
    prese con impeto una mano,  poi l'altra.  Ella,  afferrata  da  quella
    stretta, gitt indietro tutta la sua persona fremente.

    La  principessa  apr  l'uscio con un colpo secco e nervoso;  gett ad
    Alberto una stretta di mano senza voltarsi,  ed attravers il  salotto
    rapidamente.  Alberto  ritornando  dall'accompagnarla ancora confuso e
    sossopra,  vide del lume in camera della  moglie.  Rimase  un  istante
    ritto in mezzo al salotto, turbato, sorpreso, esitante, poscia picchi
    timidamente  all'uscio ch'era soltanto socchiuso.  Trov Adele dinanzi
    allo specchio,  in atto di disfarsi  i  capelli  senza  l'aiuto  della
    cameriera,  pallida,  turbata  anch'essa.  - Udendo entrare Alberto si
    volse trasalendo.
    Sei tornata... diggi!... diss'egli evitando di guardarla.
    Chin gli occhi anche lei. - S rispose dolcemente.
    Da quanto?
    Da poco... da mezz'ora...
    Egli fece qualche passo per la camera.
    Volete che partiamo domani? domand poscia.
    Ella chin il capo. Il marito usc.


    47.

    Qual notte terribile per la povera Adele!  Non solo avea ricevuto  una
    acerba ferita al cuore ed all'amor proprio,  ma tutto l'edificio della
    sua felicit crollava;  quell'uomo ch'era tutto per lei  le  sfuggiva,
    travolto   nel   turbine   di  quelle  passioni  ch'erano  state  cos
    formidabili per lui, e che lo rendevano formidabile agli altri.
    Ella non avea pianto,  non s'era lamentata;  il  domani  s'era  levata
    com'era  andata  a  letto  la  sera  senza  chiuder  occhio,  pallida,
    febbricitante, e avea fatto con calma i preparativi per la partenza.
    Lungo  il  viaggio  scambiarono   una   dozzina   di   parole   parole
    indifferenti,  dette con accento pacato, evitando di guardarsi, parole
    di ghiaccio che mettevano del ghiaccio tra  di  loro.  Ella  sentivasi
    stringere il cuore, e procurava di metterci almeno una certa dolcezza;
    quella  dignitosa  rassegnazione  sembrava  che  andasse  a colpire in
    faccia Alberto,  il quale sentiva l'abisso  sprofondarsi  gradatamente
    fra di loro: lo sentiva alla sua propria freddezza,  a quel non so che
    d'impacciato, di timido ed altero che c'era, a sua insaputa, nelle sue
    stesse parole.
    Cento volte,  in quella notte dolorosa anche per lui,  era  stato  sul
    punto di correre a buttarsi ai piedi di Adele, e chiederle perdono; ma
    gliene  era  mancato  il  coraggio per una fatale delicatezza,  per un
    falso pudore,  per una singolare rettitudine della  colpa.  Domandarle
    perdono  di  che?  Di  averla  tradita  vilmente per una donna che non
    stimava punto?  Di aver dimenticato in un istante l'amore di  lei,  la
    fiducia ch'ella aveva in lui, il loro passato, i giorni, i mesi interi
    d'intimit,   di  casto  abbandono,   d'espansione,  d'identificazione
    completa d'idee,  di sentimenti?  Di essersi posto sotto i piedi tutto
    ci  per  dei  capelli biondi e delle spalle che gli si erano "gettate
    alla faccia"?  Di averla insultata volgarmente all'uscio istesso delle
    sue  stanze?  Ma  il  domandarle  cotesto perdono non sarebbe stato un
    altro  insulto?   Non  sarebbe  stato  come  domandarle  una  sanzione
    disonorevole per entrambi, un confessarsi pi basso della colpa? D'ora
    innanzi avrebbe potuto pi dirle che l'amava tuttora, che non avea mai
    cessato  d'amarla  - ed era vero - senza sentirsi montare i rossori al
    viso?  E avrebbe potuto credere ch'ella avesse  obbliato,  e  l'amasse
    ancora  senza dubitare che mentisse anche lei?  Quando si cade bisogna
    almeno aver la forza di non dare del viso nel fango.
    Giunti a Firenze, mise in campo degli affari, e part per la campagna.
    Cos toglievasi pel momento al  supplizio  di  comparirle  dinanzi  in
    quelle ore che solevano passare insieme.  Ella sentiva un gran dolore,
    una  gran  timidezza  di  fronte  a  quell'uomo,  un  gran  timore  di
    contrariarlo, e non fece la menoma osservazione.

    Alberti  avea  detto che sarebbe mancato una settimana o due,  e manc
    tre mesi.  In questo tempo Adele s'era ammalata,  assai pi gravemente
    di quel che sospettasse ella medesima,  e gliene aveva scritto come di
    una passeggiera indisposizione. Egli informavasi di lei tutti i giorni
    per telegrafo,  ma non ritornava.  Del resto le notizie  che  riceveva
    erano  sempre  pi  rassicuranti:  la  marchesa  sembrava intieramente
    guarita.
    D'allora in poi il marchese scriveva  spesso  alla  moglie,  e  spesso
    riceveva  sue  lettere.  Per  lo  pi erano lettere insignificanti - o
    significanti troppo - non contenenti altro che le fredde formule della
    cortesia coniugale,  rispettose e asciutte da parte di lui,  timide  e
    riservate  da parte di lei.  Di tanto in tanto un pensiero serpeggiava
    ( questa la parola adatta,  poich era un  serpe)  per  la  mente  di
    Alberto. Che cosa sarebbe divenuto di quel tesoro di affetto che c'era
    nella  sua  Adele,  adesso  che  per  sua  colpa  era  stato  distolto
    violentemente da lui?  Dove sarebbesi rivolto,  su chi e in qual modo?
    Allora  arrischiavasi  ad  insinuare  nelle  lettere qualche frase che
    prestavasi ad un'interpretazione affettuosa,  e cercava nelle risposte
    di Adele il riflesso del sentimento che provava.

    Gemmati,  avendo  saputo  che  la  marchesa  Alberti  era ritornata da
    Livorno, sebben non si fosse fatta viva, era andato a farle visita, ed
    era  rimasto  colpito   dall'alterazione   profonda   che   scorgevasi
    nell'aspetto di lei.  Dopo alcuni giorni Adele s'era ammalata davvero,
    Gemmati l'avea assistita come  sorella  o  come  una  figlia,  e,  pur
    dissimulando  la  gravit  del male,  aveva insistito perch non fosse
    informato Alberto.  I pretesti dapprima,  e poi  le  ripulse  ostinate
    della marchesa,  l'avevano sorpreso,  e non avea tardato ad accorgersi
    che qualcosa  di  grosso  doveva  esserci  stato.  Conoscendo  Alberto
    intimamente, egli fu sgomentato pi di quanto lo fosse Adele istessa.
    Prima  di  cedere  al  gran bisogno che sentiva di sfogarsi,  di esser
    confortata,  di  appoggiarsi  ad  una  mano  amica  Adele  avea  molto
    combattuto, per delicatezza, per un sentimento di dignit, di rispetto
    e  di amore verso il marito;  ma a poco a poco qualcosa erale sfuggita
    lentamente.  Gemmati avea capito il resto,  e d'allora  in  poi  erasi
    mostrato  pi  riservato,  e  pi  discretamente affettuoso.  Andava a
    trovarla di sovente,  poich sentiva che il darle occasione di  parlar
    di  "lui"  le  faceva bene,  e che quel povero cuore tremante e malato
    aveva bisogno di esser rinfrancato da una voce amica.  Le diceva poche
    parole,  di  quelle  che  sapeva giovarle,  o stava zitto,  ascoltando
    pazientemente i suoi discorsi scuciti e febbrili,  o il  suo  silenzio
    eloquente.  Ella avea finito per fargli leggere le lettere di Alberto,
    cos fredde,  cosi compassate,  e gli dimandava dei consigli  o  delle
    lusinghe.  Mostravasi  cos  contenta  allorch  Gemmati  dicevale che
    Alberto  sarebbe  ritornato  ad  amarla,  ch'egli  ripetevale  spesso.
    L'amico  le faceva pi bene del medico.  Ella guar infatti,  o sembr
    esser guarita.

    Finalmente una sera piovosa,  verso gli  ultimi  di  ottobre,  Alberto
    ritorn a Firenze, e arriv a casa sua quasi all'improvviso.
    Al suo annunzio Adele s'era rizzata di botto in piedi; tutto il sangue
    le era corso al viso,  e vedendolo entrare era ricaduta tremante sulla
    poltrona,  mentre il rossore e il pallore si  alternavano  rapidamente
    sulle  sue  guancie.  Gemmati  osservava  con  occhio inquieto cotesti
    sintomi, e rimaneva preoccupato.  Alberti fu sorpreso dall'accoglienza
    che gli faceva,  e parve arrestarsi un istante sull'uscio,  e saettare
    uno sguardo rapido e profondo sulla  moglie  e  su  Gemmati.  Poi  era
    andato  a  stringerle  la  mano,  l'aveva stretta anche al suo amico e
    s'era messo a sedere e a discorrere di quel che avea fatto,  e di cose
    indifferenti  con aria distratta.  Anche Gemmati erasi mostrato un po'
    freddo verso l'amico, di cui il suo leale carattere non poteva scusare
    la condotta.  L'arrivo  di  Alberto  evidentemente  avea  gettato  del
    ghiaccio nel discorso, che andava scucito e alla meglio. Dopo circa un
    quarto d'ora Alberto protest una grande stanchezza e si ritir.

    L'indomani and a trovare la moglie, e s'inform pi minutamente della
    salute di lei. E Gemmati... lo vedi spesso?
    S.
    Ah!  e  parl  d'altro.  Le disse della ubertosa vendemmia,  e della
    "Sassosa",  la famosa "Sassosa",  e  dei  miglioramenti  fatti,  delle
    disposizioni  date,  delle  occupazioni  piacevoli che avea trovato in
    campagna.
    E tu? le domand. Come hai passato il tuo tempo?
    Ma... bene.
    Sei molto pallida,  sai!  Devi esser stata pi male di quel che m'hai
    scritto.
    Adesso sto meglio.
    E Gemmati  il tuo medico?
    S.
    Dicono che sia un bravo medico. E' stato sempre un uomo d'ingegno.
    E'  verissimo,  in  pochi mesi qui a Firenze s' fatta una bellissima
    riputazione.
    E dei clienti?
    Molti.
    Devi essergli doppiamente grata in tal caso della  sua  assiduit...
    Ella lev timidamente gli occhi sul viso marmoreo di lui.  Per trovo
    strano... davvero!... ch'egli non m'abbia avvisato della gravit della
    tua malattia... molto strano! disse Alberto andandosene.
    Adele era rimasta confusa,  sgomenta,  trepidante.  In mezzo  a  tutto
    questo  vago  turbamento  insinuavasi,  come  un raggio di sole fra le
    tristi nebbie della sua anima,  la speranza che in quel cuore di sasso
    fosse  ancora qualcosa di vivo che agitavasi per lei.  D'allora in poi
    ella s'arrischi timidamente a far scorgere anche a  lui  qualcosa  di
    quel  suo  nuovo  sentimento,  di  quella deliziosa speranza.  Alberto
    volgeva uno sguardo sorpreso,  penetrante,  pensieroso  su  di  lei  a
    quelle   commoventi   esitazioni,   a  quegli  slanci  repressi,   che
    tremolavano nello sguardo o vibravano nella  voce  o  avvampavano  nei
    rossori subitanei del suo viso.  Aveva anch'egli di quelle esitazioni,
    di quelle distrazioni - il  ghiaccio  si  liquefaceva,  il  dubbio  si
    dileguava.  Anch'egli  sorprendevasi a stare pi lungamente del solito
    accanto a lei dopo il desinare, e a non cercare pi con tanta fatica i
    soggetti pi comuni per la sterile e penosa  conversazione  di  quelle
    ore,  o  a  non  essere  pi  impacciato se il silenzio li sorprendeva
    tutt'e due,  cogli occhi fissi  sulla  fiamma  del  camino.  In  certi
    momenti  il  cuore  davagli  come  uno sbalzo in petto,  la parola gli
    moriva sulle labbra,  e  volgea  su  di  lei  gli  occhi  distratti  e
    profondi.  Una  sera,  dopo  aver preso il caff,  erano rimasti pi a
    lungo del consueto  accanto  al  fuoco,  ella  come  assorta  in  quel
    silenzio  e  deliziosamente  turbata,  egli  astratto,  stuzzicando  i
    tizzoni colle molle.
    Da qualche tempo le rare  parole  erano  finite  anch'esse;  marito  e
    moglie  non  avevano  pi  bisogno di parlarsi,  non rimaneva loro che
    stringersi quelle mani le quali pi di una volta si erano stese  l'una
    verso  l'altra,  allorch  fu  suonata  una  visita,  ed  il domestico
    annunzi Gemmati.
    Alberto si scosse,  si alz  bruscamente,  e  fece  due  o  tre  passi
    scostandosi  dalla  moglie  con vivacit.  Poi torn indietro.  Il suo
    volto avea ripreso la solita maschera di marmo.  Ella a quel movimento
    del marito s'era fatta di brace.
    Fate  entrare  disse  il marchese,  poich sua moglie non dava alcun
    ordine.
    Ti faccio fuggire? gli domand Gemmati stendendogli la mano.
    Al contrario rispose Alberti, senza avvedersi del gesto e tornando a
    sedere sulla poltroncina. Ecco!
    Il discorso si avvi su cose indifferenti.  Malgrado la gran forza  di
    dissimulazione  che  possedeva  Alberto,  balenava di tratto in tratto
    nelle sue parole un'ironia dispettosa di s stesso e  d'altrui.  Adele
    sbalordita  dalla  luce  che  si  era  fatta improvvisamente nella sua
    mente, taceva spesso,  era spesso pensierosa,  e sembrava imbarazzata.
    Gemmati  sentiva  l'effetto  che aveva prodotto la sua visita,  ed era
    impacciato anche lui senza saperne troppo egli stesso il  perch.  Fra
    tutti loro Alberto solo mostravasi il pi amaramente disinvolto.  Come
    accade qualche volta,  a furia di cercar di stordire la preoccupazione
    comune  col  divagare  sugli argomenti pi disparati,  il discorso era
    sdrucciolato sul terreno scottante della cronaca galante,  e parlavasi
    di  un duello famoso nel quale un marito aveva avuto la peggio: duello
    che allora faceva le spese della  conversazione  in  tutti  i  ritrovi
    della citt.
    Ah disse Alberto alzando le spalle. Il giudizio di Dio!
    Adele lo guard in viso. Gemmati aggiunse ridendo:
    Sei tu che parli cos?
    Perch  no?  rispose  Alberto  serio  serio,   dopo  un  istante  di
    riflessione. Alla fin fine, se l'onore non ha un fondamento naturale,
     una convenzione sociale anch'esso... una cosa falsa...
    Ne sei convinto? gli domand Gemmati, ironico a sua volta.
    Perfettamente rispose Alberti con calma.
    Dopo che Gemmati se ne fu andato, Alberti rimase ancora soprappensieri
    poi si accomiat dalla moglie.  Vedendolo uscire,  Adele fu due o  tre
    volte  per  buttargli  piangendo  le  braccia  al collo e dirgli: "Oh,
    Alberto!...". Ma le parole, lo sguardo,  il sorriso,  la fisonomia del
    marito le agghiacciarono il sangue nelle vene.

    Al  domani  la  colazione  fra  marito  e  moglie  fu  silenziosa.  Si
    scambiarono appena le  parole  indispensabili  di  cortesia,  e  tosto
    alzato da tavola Alberti disse alla moglie:
    Non vai stasera al ballo di casa Rossi?
    No rispose Adele pensierosa.
    Non vai in nessun luogo!... E' singolare!
    Se lo desideri...
    Non desidero nulla.  Sembrami sconveniente cotesto stare rintanata in
    casa..  appena appena compatibile ad una innamorata...  Tu  cominci  a
    render  ridicola la nostra luna di miele,  mia cara...  E sai bene che
    non ci ho colpa.
    Ed usc.


    48.

    Adele rimase sbalordita,  il sangue le avvamp al  viso,  e  corse  in
    furia nelle sue stanze.
    Alberto  era uscito,  roso anche lui dalla febbre,  dal dispetto dalle
    furie.  And a caso,  quasi senza vederci,  e torn  sui  suoi  passi,
    spinto da una smania invincibile. Allora fece una cosa che egli stesso
    avrebbe creduto impossibile: si mise a spiar la moglie.
    La  marchesa  aveva  scritto  un  bigliettino  corto  corto a Gemmati,
    dicendogli che aveva bisogno di parlargli.  Gemmati venne  durante  la
    sera,  inquieto  per  quella letterina secca e asciutta che non diceva
    nulla e lasciava indovinare molto.  Trov Adele cogli occhi luccicanti
    insolitamente, ma pallida e disfatta, e toccandole la mano: Voi avete
    la febbre! esclam.
    Ella   non   l'ud.   Dopo   un  istante  di  esitazione,   gli  disse
    risolutamente:
    Amico mio... bisogna che non ci vediamo pi.
    Perch ?
    Adele si fece rossa,  con un'aria di pudico  trionfo.  Mio  marito  
    geloso!
    Di me?
    Di  chi  potrebbe esserlo? diss'ella abbassando gli occhi e la voce,
    come se  una  favilla  di  quei  misteri  che  a  nostra  insaputa  si
    nascondono fra le tenebre dell'anima scintillasse improvvisamente alla
    superficie.
    E  voi...   siete  contenta  ch'egli  sia  geloso?  domand  Gemmati
    sottovoce.
    S! rispose dolcemente la donna con l'egoismo degli innamorati, e un
    sorriso la irradi.
    Che volete che faccia?
    Evitiamo di vederci.
    Cosa penser Alberti?... che m'abbiate prevenuto!...
    E' vero!...
    Quell'anima fiacca  e  malata  dubiter  sempre...  E  forse  sarebbe
    peggio... Bisogna fare qualcosa dippi.
    Cosa?
    Dopo un breve silenzio ei le disse timidamente:
    Mi sarete grata di quel che far per voi?
    Ella  gli  strinse  la  mano,  e chin gli occhi.  Rimasero un istante
    assorti. In quel momento entr Alberto.
    Adele ritir vivamente la mano.  Il marchese li  guard  appena.  Vide
    Gemmati commosso, e delle tracce di lagrime negli occhi di sua moglie;
    sedette.
    Sono  venuto  a  dirti  addio  disse Gemmati rompendo pel primo quel
    silenzio glaciale.
    Parti?
    S.
    Per dove?
    Vado a Napoli.
    Adele impallid. A Napoli c' il colra! disse con vivacit.
    Son medico, ed ho degli importanti studi da fare sul colra.
    E ti fermerai... molto tempo?
    Mi stabilir col.
    E la tua clientela di Firenze?
    Me ne far un'altra laggi...
    La marchesa  non  aveva  pi  aperto  bocca.  Gemmati,  senza  nessuna
    esagerazione, le disse addio con semplicit.
    Alberti  l'accompagn  sull'uscio,  e  gli  strinse  la  mano  proprio
    all'inglese.
    Tardi o no,   una bella azione che fa  Gemmati!  disse  tornando  a
    sedere  presso la moglie immobile e bianca come una statua.  Ella lev
    gli occhi su di lui quasi non avesse ben capito.
    E a  proposito  di  partenza...  sono  venuto  a  dire...  che  parto
    anch'io.
    Adele,   seguitando   a  fissarlo  con  occhi  spalancati,   attoniti,
    impietrati dal dolore, balbett:
    Per sempre?
    Chi ha detto che sia per sempre?  Non vado a consacrarmi ai  colerosi
    io... Ho risoluto di viaggiare un po'.
    Oh! Alberto! esclam la derelitta con voce sorda, lasciandosi cadere
    sulle ginocchia.
    Ei la sollev con mano ferma.  Non abbassatevi! le disse freddamente
    e non abbassate me!
    La poveretta rimase pietrificata da  quello  sguardo  incisivo,  duro,
    inesorabile, e sent l'abisso ch'erasi sprofondato fra di loro.
    Non  s'erano  pi  detta  una parola,  e le prime notizie del marchese
    erano venute da Monaco.  Frattanto Adele era ricaduta  pi  gravemente
    inferma.  Al  principio della primavera,  lusingata da un'apparenza di
    convalescenza,  era partita per Belmonte.  Il marito,  che  non  aveva
    mancato di chieder notizie di lei,  aveva approvato la risoluzione, ed
    avea promesso che appena  di  ritorno  in  Italia,  sarebbe  andato  a
    trovarla.
    Intanto non ritornava, e il male di Adele, dopo parecchi miglioramenti
    fittizi,  s'era  dichiarato  in tutta la sua gravit.  Ella moriva del
    male che le avea rapito la madre. Il vecchio medico,  che la conosceva
    da  bambina,  cominci  a farle capire che non intendeva addossarsi da
    solo la responsabilit di  una  cura  tanto  difficile,  e  chiese  un
    consulto.
    La marchesa non disse n s n no, rimase meditabonda, e nessuno seppe
    mai  quel  ch'ella  facesse  nelle lunghe ore che chiudevasi nella sua
    camera. Finalmente rispose al dottore che insisteva pel consulto:
    Parmi che si dovrebbe domandare il parere di mio marito...
    Il buon  dottore  non  seppe  capire  il  timido  desiderio  che  avea
    l'inferma  di  richiamare  Alberto  con  quel pretesto,  e di averselo
    vicino in quegli ultimi dolorosi giorni di  prova.  Egli  se  ne  and
    tentennando  il  capo,  e borbottando: Purch non si faccia aspettare
    anche la risposta...
    Ella aspettava!  Il male intanto la divorava rapidamente,  e ben tosto
    le forze le mancarono.  Pi volte, non vedendo giungere alcuna lettera
    del marito, si mise a scrivergli, e non ne ebbe il coraggio. Pi tardi
    non  n'ebbe  nemmen  la  forza.   Allora  fu  assalita  da  una  paura
    indicibile, e per la prima volta lasci scappar le lagrime al cospetto
    del medico.
    Non sarebbe tempo di avvisare mio marito?...
    Credevo  che  avesse  gi  scritto...  e  mi stupisco davvero!...  Ma
    telegrafer oggi stesso...
    Telegrafare!... mormor  lei.  Non  disse  pi  nulla,  e  rimase  a
    guardare  il  pallido  sole di novembre che tramontava sui vetri della
    finestra.
    Disgraziatamente il telegramma del dottore non  trovo  il  marchese  a
    Berlino, dove credevasi che egli fosse; sicch perdette tempo prezioso
    a  corrergli dietro per tutte le piccole citt della Germania.  Quando
    finalmente gli fu ricapitato,  Alberto  non  mise  tempo  in  mezzo  e
    ritorn subito in Italia.
    A  Firenze  trov  un  secondo  dispaccio  firmato  dalla moglie.  Era
    affranto dalla fatica e  diluviava;  si  fece  condurre  da  un  treno
    speciale sino a Pistoia, e da Pistoia, in carrozza, si mise in viaggio
    per Belmonte.


    49.

    Piovigginava,   la  campagna  era  brulla,  le  ruote  della  carrozza
    s'affondavano nella via fangosa  che  i  cavalli  salivano  a  fatica.
    Alberto  guardava  macchinalmente  lo  sgocciolar  della  pioggia  sui
    cristalli.  Si udivano lenti i rintocchi dell'avemaria,  e di tanto in
    tanto,  a  seconda dello svoltare della strada,  lo squillare acuto ed
    ora soffocato di un campanello,che sembrava inseguire  Alberto  da  un
    pezzo.
    E cos? domand aprendo lo sportello bruscamente.
    I cavalli non ne possono pi.
    Ammazzali!
    Ma   come  se  il  suono  di  quella  parola  l'avesse  colpito  gett
    un'occhiata sulle povere bestie fumanti e sgocciolanti di  pioggia,  e
    si ricacci in fondo al legno.
    I  noti  alberi  che  fiancheggiavano  la  strada sfilavano lentamente
    attraverso gli sportelli,  e lo salutarono  mestamente  inclinando  il
    capo con sommesso mormoro. La carrozza oltrepass il cancello. Allora
    il marchese appoggi il viso al cristallo per vedere una fontana,  che
    cadeva in rovina. La carrozza svolt pel viale e si ferm.
    Diggi! mormor Alberto.
    Nessuno era corso ad aprire lo sportello. Egli balz a terra. La villa
    sembrava disabitata, tutte le finestre erano chiuse,  i rami sfrondati
    e  la pioggia cadeva lenta e monotona.  Il campanello che si era udito
    per l'erta torn ad udirsi. Alberto buss risolutamente.
    Un domestico sconosciuto venne ad aprirgli e gli domand cosa volesse,
    come se fosse un estraneo. Per egli spinse il servitore per le spalle
    con un far da padrone che non lasciava alcun dubbio ed  and  difilato
    alle  stanze di Adele.  Prima ancora di giungervi sentivasi un forte e
    singolare odore; l'uscio era socchiuso, e non si udiva n parlare,  n
    muoversi  nella  stanza.  Alberto  apr  esitante,  e si arrest sulla
    soglia.
    La camera era quasi-buia;  di faccia all'uscio ardevano due candele su
    di  un tavolino coperto da una tovaglia bianca;  dall'altro lato c'era
    il letto che sembrava vuoto, bianco come un sepolcro nell'ombra. Sotto
    le coperte modellavasi vagamente una forma indecisa,  e sul guanciale,
    appena  depresso,  spiccavano  due folte treccie nere,  e sul viso gi
    disfatto gli occhi neri anch'essi,  lucenti nella  morte.  Su  di  una
    piccola  tavola  accanto al letto c'era un mucchio di piccoli utensili
    d'argento e di cristallo che luccicavano;  di contro al  letto,  colle
    spalle  all'uscio,  vedevasi  una  poltrona,  e  una testa interamente
    canuta che sorpassava la  spalliera  alla  quale  appoggiavasi.  Tutte
    quelle cose stringevano il cuore.
    L'inferma,  vedendo un'ombra nel vano dell'uscio, volse penosamente il
    capo,  trasal,  e fece un languido movimento per  stendere  la  mano,
    atteggiando le labbra ad un pallido sorriso.
    Grazie! mormor con voce che a lui mise il brivido nelle vene.
    Adele!... Adele!...
    Vedi? diss'ella soltanto.
    Ei  volse  gli  occhi su quella tovaglia bianca,  come se non l'avesse
    ancor vista,  e la guard a lungo  in  tal  modo  che  Adele  premette
    tacitamente la mano che teneva nella sua.
    Il medico s'era alzato.
    Il buon dottore! disse lei.
    Alberto gli strinse la mano con forza.
    E'  la  seconda volta che mi vede in questa camera! gli disse con un
    singolare sorriso. Si rammenta?
    Molto tempo addietro per!
    S, molto tempo!
    E stette guardando Adele,  immobile e bianca nel suo bianco letto.  Di
    quando in quando faceva scorrere uno sguardo stralunato sulla coperta,
    quasi  cercandovi  il corpo di lei che vi si smarriva,  e le stringeva
    convulsamente la mano, come per accertarsi che ella fosse ancor l,  e
    che  quello non fosse un orribile sogno.  Adele respirava con pena;  i
    ricami del suo corsetto sembravano alitare a guisa di  farfalle.  Dopo
    quel  lungo  sguardo,  e  un  pi lungo silenzio: Guardami Adele!...
    diss'egli alfine.
    Adele volse il capo in attitudine stanca.  Ei mise  sulla  ventola  la
    mano  tremante,  e la fece girare;  allora la luce della candela cadde
    sul viso dell'inferma. Ei rimase affascinato.
    Non piangeva,  non diceva una parola,  la guardava  fiso  al  pari  di
    spettro,  e  le  stringeva  la mano come se un'altra mano di ferro gli
    stringesse il cuore.  Sembrava che  cogli  occhi  cercasse  avidamente
    qualche cosa,  qualche cosa che non era pi,  e faceva balenare la sua
    ragione.
    Ella gli lesse tutto ci in viso,  e due lagrime  scorsero  lentamente
    per le sue guance.
    Mi  trovi  tanto mutata mormor essa con un dolce sorriso che quasi
    non mi riconosci,  vero?... E non mi dici nulla!..
    Egli non rispose subito. Poi, con voce sorda:
    S... Tanto mutata!... E io pure... io pure...
    Tutt'a un tratto si udi squillare vicinissimo il campanello che  aveva
    udito lungo la strada. Il dottore si alz.
    Son  le  sonagliere  dei  cavalli!  si affrett a dire Alberto senza
    saper troppo il perch.  Nessuno gli rispose.  Una  vecchia  domestica
    entr pian piano, e pos sulla tavola due vasi di fiori.
    Cosa fate? domand Alberto.  La vecchia rimase indecisa, non sapendo
    che dire. Adele gli strinse la mano tacitamente.  Non le faranno male
    quei fiori in camera? domand egli al dottore.
    Questi scosse il capo tristamente; Alberto ammutol.
    Lo  squillare  del  campanello,  che  un  momento  era taciuto risuon
    nell'anticamera,  e sembrava avvicinarsi di stanza in stanza,  insieme
    ad  uno  scalpiccio  di  passi  e  ad un borbottare sommesso.  Alberto
    istintivamente  avea  fatto  un  passo  indietro,  quasi  si  sentisse
    inseguito.  Poi,  tutt'a  un tratto,  strapp la sua mano da quella di
    Adele,  con un movimento istintivo indietreggi  sino  in  mezzo  alla
    camera,  e rimase ritto, pallido, fosco, coll'occhio fisso sull'uscio,
    affascinato.
    Entr il prete,  il sagrestano,  due  o  tre  contadini.  Il  marchese
    guardava  come in un sogno tutta quella gente che entrava cosi in casa
    sua, e s'accostava al letto di sua moglie.  Li vedeva muoversi appunto
    come le immagini di un sogno, taciti, misteriosi, borbottando parole e
    facendo  segni  che  non capiva.  Adele non parlava,  non lo guardava,
    sembrava impietrita, come sotto un sudario.  Poscia tutta quella gente
    se ne and,  col medesimo scalpicco funebre, col medesimo mormorio di
    parole sommesse,  lasciando  un  odor  singolare  che  non  aveva  mai
    sentito.  Adele  rimaneva  distesa sul letto,  colle mani in croce sul
    petto,  gli occhi  rivolti  adesso  verso  di  lui,  e  gli  sorrideva
    serenamente.
    Ora  lasciatemi  confessare  con  mia  moglie! disse improvvisamente
    Alberto alle due o tre persone ch'erano presenti.
    Rimase  lunga  ora  nascosto  tra  le  cortine  del   letto,   tenendo
    abbracciato  il  capo  di lei.  Non lo si vide muovere;  non si ud un
    singhiozzo  o  una  parola;   nessuno  seppe  che  cosa  avesse  detto
    quell'uomo a quella moribonda. Allorch rialz il capo, nell'ombra del
    cortinaggio, era pi pallido di lei, e aveva gli occhi lucenti.
    Il dottore gli fece un cenno. Egli lasci dolcemente la mano di lei.
    Non  si  udiva  altro rumore all'infuori della pioggia che batteva sui
    vetri.  Ei and ad appoggiarvi la fronte,  guardando  nel  buio.  Dopo
    qualche tempo si accost al medico, e gli domand sottovoce:
    Ebbene, dottore?
    Il  dottore  non  rispose.  Allora  Alberto  con  la  voce  ancor  pi
    soffocata:
    Soffrir molto?
    No.
    E... sar per stanotte?
    Domani al pi tardi.
    Ei volse all'orologio uno sguardo incerto.
    Crede che dei dispiaceri... possano averla uccisa? domand poscia.
    Il suo  un  male  ereditario,  di  quelli  che  non  perdonano...  I
    dispiaceri non possono che averne accelerato lo sviluppo...
    Anche l'assassino non fa che accelerare!... interruppe Alberto collo
    stesso accento calmo e profondo, lasciandosi cadere su di una poltrona
    di  faccia al medico.  E rimase cogli occhi fissi su di lei che teneva
    gli occhi chiusi e sembrava che dormisse.
    Lei deve aver  bisogno  di  riposo  riprese  poco  dopo  il  dottore
    dolcemente. Approfitti di questa breve ora in cui essa  calma...
    E quando non potr vederla pi?
    Il vecchio chin il capo.
    Mi  pare  impossibile  che  non  debba  vederla  pi! mormor poscia
    Alberto come fra di s.
    E un istante dopo:
    Che cosa diverr, dottore?
    Costui alz un dito al cielo.  Alberto vi rivolse gli occhi anche lui,
    seguendo  macchinalmente  quel  gesto.  Poscia fissando sul medico uno
    sguardo singolare:
    Lei non  materialista, dottore?
    Non sono uno scienziato,  sono  un  povero  medico  di  campagna.  Ho
    assistito a molti momenti simili, ed ho visto molti dolori...
    Ha visto morire delle persone care?
    S.
    Dev'esser cos! mormor Alberti, dopo alcuni istanti di meditazione.
    E rimase colla fronte fra le mani, e i gomiti sui ginocchi.
    Di  tanto  in  tanto  l'inferma  era  agitata da scosse convulsive,  e
    tremava tutta;  sembrava tormentata  persin  nel  sonno  da  un'arcana
    ambascia.  Allora Alberto levava il capo,  fissava su di lei gli occhi
    ardenti di febbre,  e quando la respirazione  di  lei  si  faceva  pi
    calma, tornava a chinarli a terra.
    Improvvisamente  fu  scosso  da  un rantolo,  la moribonda cominci ad
    agitare  il  capo  sul  guanciale  e  chiam  Alberto  con  un   suono
    inarticolato.  Egli  balz in piedi,  e le prese la mano ch'era fredda
    come il marmo.
    Dottore! esclam con voce concitata.
    Il medico prese il polso, e lo lasci ricadere senza dir nulla.
    Soffre?
    Per poco...
    La moribonda fissava su di lui gli occhi che si  andavano  appannando.
    Il rantolo si faceva pi soffocato, e l'ambascia pi spasmodica.
    Che  lunga  notte!  mormor  Alberto  asciugandosi  il  sudore della
    fronte.
    Cominciavano ad udirsi i  campanacci  delle  mandre  che  andavano  al
    pascolo.  Alberti lev il capo come svegliandosi,  e vide confusamente
    che i vetri delle finestre cominciavano ad  imbiancare.  Alla  pallida
    luce  dell'alba  il  viso  di Adele sembrava livido.  Essa era supina,
    immobile,  col viso affilato e gli occhi appannati.  Adele!  mormor
    Alberto chinandosi su di lei.  Ella sollev le palpebre stentatamente.
    Son qui Adele! ripet una di  quelle  frasi  insensate  che  strappa
    l'angoscia. Le bianche labbra della poveretta si agitarono.
    Dottore,  mi  sente! esclam Alberto con un'immensa commozione nella
    voce, interrogando il medico con occhi ansiosi.
    Costui chin i suoi e non rispose. Alberto chin il capo.
    Adele ricominci a tremare.  Il medico prese per un braccio Alberto  e
    volle condurlo via. Ei gli rivolse uno sguardo profondo.
    Non abbiate paura! disse.
    Paura? rispose il vecchio stringendosi nelle spalle.
    Un  brivido  corse  per tutto il corpo della moribonda.  Alberto prese
    quasi macchinalmente il crocifisso ch'era a capo del letto,  e lo mise
    fra  le  mani agghiacciate di lei - il viso si profil,  i muscoli del
    mento e della bocca si rilasciarono e rimase immobile.
    Ei la guard,  si chin su di  lei,  si  rialz  lento  lento,  lasci
    dolcemente  le  mani  che  stringevano ancora le sue,  e fece un passo
    indietro.
    Il medico gli prese la destra. Egli lo guard trasognato e balbett:
    Perch ?... Diggi ?... Per sempre?...


    50.

    Alberto si lasci condur via dalla camera della morta.  Lungo tutto il
    giorno stette a guardar dietro i vetri il pergolato spoglio di frondi,
    il banco rovesciato,  e la finestra chiusa,  attraverso le cui cortine
    si vedeva, come una volta, un barlume - funebre barlume stavolta. Alla
    chiesuola del camposanto,  laggi nella valletta,  si udivano di tanto
    in  tanto  dei  mesti  rintocchi  -  ei rizzava il capo e guardava nel
    vuoto.
    Verso sera il triste corteo si mise in marcia.  Egli seguivalo a  capo
    scoperto,  impenetrabile  e  tetro come un fantasma.  Le fiammelle dei
    ceri oscillavano,  e le nappe della funebre coltre dondolavano per  la
    ripida discesa.

    Alberti ritorn solo dal cimitero,  tardi. Le stelle scintillavano sul
    suo capo, e la luna incominciava a sorgere dietro i monti. Ei si ferm
    sul ciglio della via a contemplare un lume che brillava ancora  laggi
    accanto  alla chiesuola,  nell'ombra.  Guard la luna che sorgeva,  le
    stelle che scintillavano sul suo capo e s'incammin  lentamente  verso
    la villa.
    I domestici lo videro attraversare le stanze con passo fermo,  pallido
    e calmo, e dirigersi verso la camera mortuaria.
    Quella camera era ancora nel medesimo stato.  Le candele  finivano  di
    consumarsi  sgocciolando,  le  finestre  erano  aperte,  i fiori erano
    ancora sulla tovaglia bianca,  il crocifisso  a  capo  del  letto,  le
    boccettine  sulla piccola tavola.  Il vento entrava a buffi,  e faceva
    svolazzare le cortine del letto.
    Egli s'avanz lentamente ed and a toccare ad uno ad uno  quei  fiori,
    quella  tovaglia,  quei  mobili,  ad  esaminare le boccettine.  Poscia
    riemp un gran bicchiere d'acqua, l'accost alle labbra avidamente, ma
    lo pos senza bere.
    Il letto era intatto,  la coperta liscia e distesa,  il guanciale  non
    aveva  una  piega.  Ei  stette ritto dinanzi a quel letto lunga pezza,
    guardandolo con occhi astratti;  mise la mano con  un  gesto  malfermo
    sulla  rimboccatura  della  coperta,  esit,  colle  dita increspate e
    contratte, e ad un tratto, bruscamente, risolutamente,  tir in gi la
    coperta, e cadde pesantemente ai piedi del letto col capo sul cuscino.

    Si ud un colpo di pistola.

    FINE.
