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FRANCESCO VENTURI

POLDER





Ci vorrebbe un'anima di scorta.
Ce ne vorrebbero migliaia.



Ti dobbiamo parlare. Da oggi sei tu l'uomo di casa. Capito?
Guardo ma non capisco. Mio padre sta sulla porta di camera mia, non entra, se ne sta l in piedi, come se avesse paura.
Uomo io? Uomo io? Di casa?
Lascialo stare. Torna pure a giocare.
 mia madre, sento la sua voce ma non la vedo. Ha una voce strana.
Uno sopra l'altro, i mattoncini Lego, divisi per colore, rossi quelli dei muri, verdi quelli del prato, gialli del recinto, blu del tetto. Una bella casa, con tante finestre. Per vedere fuori.
Il babbo star via per un po'.

Sto seduto al tavolo di cucina, mia madre sta preparando qualcosa da mangiare che fa odore di carne alla griglia. Il rumore dell'aspiratore mi fa chiudere gli occhi. C' silenzio.  il silenzio che divide me e mia madre da circa sette anni.  fatto di disagi, di sensi di colpa, di isterismi, di rimpianti e di rimorsi.  fatto di pensieri per quello che poteva essere e non  stato. Io non ci penso, non tanto, per non riesco proprio a parlare.
Allora, cosa hai deciso?. Chiede dandomi le spalle.
Riguardo a cosa?
La festa di Laura. Andrai?
Non lo so. Non ancora.
Non puoi fare queste figure. Devi telefonare.
Chiamer domani.
Domani, domani... non sai dire altro.
Mangio un cracker che non  pi croccante, il pacchetto era gi aperto chiss da quanto.
Devi chiamare oggi.
O.K. Lo far stasera. A cena.
Ricordati.
S.
Mangiamo queste bistecche rosse avvolti dal nostro silenzio, attenti a non far troppo rumore con le posate. Guardo fuori dalla finestra. Non piove pi. Suona il telefono,  mio padre, vuole mia madre. Credo debbano parlare del ritocco di inizio anno dell'assegno per gli alimenti. Vado in camera mia, in fondo al corridoio a sinistra.

Elena dice che prima o poi lascer il suo ragazzo,  un egoista perch continua a uscire con lei solo quando gli fa comodo. Le dico che non dovrebbe parlarne con me. Siamo stati insieme per tre anni, non sono la persona adatta. Oh, andiamo! dice lei. La stanza di Elena  esattamente come la ricordavo. Sembra quella di un'adolescente, invece ha 26 anni. Da tanto tempo non venivo a casa sua. Oggi mi ha telefonato chiedendo se avevo voglia di andarla a prendere e fare due passi. Non sono riuscito a essere cos cinico da dirle che non ho voglia di fare niente, al momento. Troppo stupito, soprattutto. Non ci sentiamo da due anni e le poche volte che ci siamo incrociati lo abbiamo fatto ignorandoci e cercando di dare l'impressione di stare benissimo, ridendo a nessuna battuta o scherzando a voce alta con chi era con noi. Le solitissime strategie penose. Stiamo per uscire dalla stanza, le do una pacca sul sedere, per sdrammatizzare. Lei si avvicina, mi guarda con quei suoi occhi famelici di tutto, mi bacia con passione. Io non credo di riuscire a simularne. Poi ride, si d il lucidalabbra e mi dice di chiamare l'ascensore.  sempre stato cos, questa ragazza riesce a farmi sentire un ingenuo.
In ascensore sono imbarazzato come lo si  in ascensore. Di pi, in maniera diversa. Lei sorride e cerca di catturare il mio sguardo.
Vai alla festa di Laura?. Le chiedo.
Non lo so. Tu?
Neanche.
L'unica cosa consolante  che sotto casa sua ci sono dei magnifici addobbi natalizi. Enormi lampadine a forma di pigna. Cerco di farmi entrare le luci nel cuore, una cosa che quando ero piccolo mi riusciva meravigliosamente.

Sto andando alla festa di Laura. Non l'ho chiamata. Sono passato a prendere Giorgio e due sue compagne di universit.
Una deve essersi messa molto profumo al muschio bianco del Tibet. Parla di sabato scorso, di una discoteca fantastica. Mi tira fuori tre o quattro generi musicali di cui ignoravo l'esistenza. Le chiedo di spiegarmeli ma nemmeno lei ha le idee molto chiare. Il jungle, il virtual, insomma dovrei cavarmela da solo. Dove vivo dopo tutto? Poi parla di droghe sintetiche in francobolli arrivate direttamente con un kamikaze da Amsterdam.
Kamikaze?. Chiedo.
Certo, quelli che vanno su e portano gi un bel po'di roba su commissione, vengono pagati per rischiare dice come se si trattasse di una cosa che c' sui libri di scuola.
Continua a soffiarmi del fumo sul collo, attraverso il buco del poggiatesta,  contenta di sapere tutte queste cose, di essere cos dentro questo mondo giovanile che la circonda.
L'altra sta zitta. La guardo dallo specchietto, pensa ai fatti suoi, si chiama Susanna.
Quella dei kamikaze si fa chiamare Lisa. Non so se sia un diminutivo, un soprannome o il nome vero.

Chiedo a Susanna quanti anni ha.
Dice che ne ha 23, ma ne deve compiere 24 prima della fine dell'anno. L'ultimo giorno dell'anno per la precisione.
Dico, senza pensarci, che dev'essere fantastico compiere gli anni l'ultimo dell'anno. Non dice niente, guarda fuori dal finestrino che ha di fianco. La citt umida riflette i neon bianchi dei lampioni alti sullo stradone.
Ci fermiamo in un bar tabaccheria strada facendo. Le due ragazze, ora che le vedo bene, sono vestite con quell'eleganza strafottente che va di moda. In bilico fra il retr e l'ipermoderno. Hanno unghie colorate, scarpe di vernice, labbra di vernice. Capelli metallizzati. Suscitiamo un certo clamore fra i clienti abituali e i vecchi che giocano con le carte romagnole. Ci guardano sorridendo, ironici e curiosi.
Ordino un Negroni. Giorgio un gin tonic. Loro due si guardano semplicemente intorno. Mi viene voglia di lasciarle in pasto ai militari del venerd sera. Giorgio mi guarda come se volesse scusarsi.
Chiedo senza gentilezza se vogliono qualcosa.
Susanna vuole un Campari, Lisa una tequila.
L'avevo inquadrata bene,  una di quelle esibizioniste che di solito finiscono le feste alla guardia medica. Credo che prima di uscire si sia presa qualcosa, ha un modo strano di cambiare espressione. Psicofarmaci forse. Cos bevo in fretta sperando che lo facciano anche gli altri. Invece si siedono a un tavolino. Lisa ha un vestito di raso bluette, corto. Accavalla le gambe e ride. Quasi a rallentatore. Susanna sembra sinceramente stanca, o annoiata.
Giorgio cerca di imbastire una conversazione parlando con noi tre.
Siamo tutti sulle spine.
Andiamo. Dico deciso appena Susanna finisce il Campari.
Lisa dice di volere un'altra tequila.
Dice che tanto c' tempo.
Invece siamo gi in ritardo.
Il guaio  che pure a me va un altro Negroni.
E cos beviamo ancora e ancora.
Susanna ha gli incisivi accavallati. Glieli vedo mentre si accende una sigarette. Sta zitta, il che me la fa sembrare interessante.
Lisa racconta a Giorgio di un loro amico comune che ha avuto un incidente ed  stato fortunato a non farsi niente. Solo un paio di costole rotte.
Era strafatto dice ridendo. Butta gi la terza tequila e morde il limone sbattendo le palpebre e facendo una smorfia.
Credo che stia facendo piedino a Giorgio o gli stia accarezzando una coscia sotto il tavolo, lui mi sembra imbarazzato.
Chi ci sar alla festa? Chiede Susanna tanto per fare.
Molta gente, pi di duecento persone. Tanti di Economia. Laura  iscritta a Economia.
Dio. Li odio quelli. Dice Lisa. Loro due e Giorgio sono a Filosofia.
Finalmente usciamo.
Gli aperitivi devono avere innalzato un po'il mio livello di sopportazione se  vero che riesco a sorridere al barista quando mi d il resto.

Le fiaccole, nel giardino della villa della famiglia di Laura, costeggiano il viale alberato.
Che bello! Sembra di stare a Hollywood. Dice Lisa. E dalla voce si capisce che quel diavolo che ha preso mescolato con l'alcol sta cominciando a farle effetto. Continua a toccarsi i capelli e ha la fronte sudata, i tendini del collo tirati. Credo che nemmeno le veda le fiaccole. Non come fiaccole, almeno.
Giorgio mi indica un parcheggio libero nello spiazzo gi pieno di automobili.
Butto l'occhio nello specchietto. Le ragazze si stanno baciando. Ridono e si baciano. Non dico niente. Faccio segno con la testa a Giorgio di voltarsi. Le guarda, si stringe nelle spalle. Parcheggiamo e le lasciamo in macchina.
Lasci la macchina aperta?. Mi chiede Giorgio.
Preferisco lasciarla aperta che dare le chiavi a loro due, dico chiudendo la portiera.
Non hai tutti i torti.
Sulla porta della villa c' un uomo che ha la faccia molto seria, ci chiede l'invito. Diciamo che l'abbiamo lasciato a casa,  la verit. Cerca i nostri nomi su di una lista e li cancella. Poi ci lascia entrare. Ha un tatuaggio sulla mano, sbiadito. Per un momento penso all'adolescenza di quest'uomo, a come sia finito a fare questo lavoro.
C' cos tanta gente che non capisco dove termini la stanza in cui siamo entrati. Qualcuno mi sorride. Vedo Carlo che parla seduto su un divanetto con una ragazza molto giovane. Lui non doveva neanche venire. Giorgio mi dice che va a prendere da bere.
Ho paura di incontrare Elena. Credo che alla fine sia venuta. Lei adora questo genere di feste.
 tutta gente che una volta forse mi stava simpatica, ma con cui non ho pi niente a che fare da parecchio tempo. Una volta mi stavano simpatici quasi tutti, si chiacchierava, si usciva, cuccioli giocosi. Ora le parole mi escono roche, devo vincermi anche solo per parlare.
Mi ferma un ragazzo con cui si condividevano le prime droghe leggere nei bagni e in macchina, parcheggiati in qualche posto tattico di quelli mica frequentati dalla polizia.
Ciao grande!
Ehi!
Allora?  un sacco di tempo che non ci si vede.
Un paio d'anni, direi.
Cos tanto? No, dai. Quand' che ci siamo visti l'ultima volta?

Non so perch mi sembra di arrossire.

Non me lo ricordo, al mare, forse.
Gi, al mare. Tutto bene, allora?
S, tutto normale.
Gi. Sai che sto facendo il militare?
Giorgio mi allunga un flte con dello spumante, fiuta il pericolo, prosegue oltre.
Davvero?. Mi guardo intorno. E dove?. Domando prima di buttare gi lo spumante.
Qui. Torno persino a casa a dormire. I miei hanno fatto certe pressioni.
Grande. Vado a cercare Laura, sai, devo ancora salutarla.
Oh, certo. Non sparire. Ho dell'erbetta, magari si va a fare un giro dopo.
Mi fa l'occhiolino. Io lo guardo serio, forse pi di quel che vorrei, allora si volta e sparisce fra la gente.
Non riesco ad inquadrare una sola persona che vorrei salutare.
Carlo non  pi sul divanetto. Vado al buffet.
Quelli che fanno conversazione in piedi hanno l'aria di divertirsi tremendamente. C' una specie di giullare che sta raccontando qualcosa o imitando qualcuno.  circondato da persone che non ne possono pi dal ridere.
Magari racconta barzellette.
Non trovo nemmeno Giorgio.
Laura mi ferma mentre cammino tra la gente.
Allora sei venuto?
S.
Ci baciamo sulle guance. Ha i capelli raccolti. Non so dire se stia meglio o peggio del solito.  diversa.
Sei arrivato da molto?
No, praticamente in questo momento.
Vieni in cucina, voglio presentarti una persona.
Mi prende per mano, fa meno fatica di me ad insinuarsi fra la gente.  pi aggraziata. O forse capita solo perch  la padrona di casa.
Prendiamo due bicchieri di spumante dal vassoio di un cameriere.
Le sono dietro e vedo che i capelli sono raccolti da spille decorate da perle. Molto virginale.
Spinge le porte da saloon della cucina e me le tiene.
 una stanza grande, illuminata forte. Credo che in qualche thriller ci fosse una cucina simile a questa. Cos cromata. Mi sembra ci fosse Michael Douglas, in quel film.
Seduti a tavola ci sono tre ragazzi e due ragazze con un paio di bottiglie di vino rosso e un vassoio di tartine.
Ragazzi, questo  Teo. Mi presenta.
Si voltano e mi salutano. Hanno tutti gli occhi chiari per qualche motivo che mi sfugge.
Ciao.
Ci stringiamo la mano e mi dicono i loro nomi che ho gi rinunciato a ricordare.
Mi sembra di conoscere una delle ragazze. Mentre penso a dove posso averla incontrata, la stretta di mano umida e flaccida di uno dei ragazzi mi fa inorridire. Mi sembra di stringere una braciola cruda. Me la riprendo e me la asciugo sui pantaloni di fustagno.
Laura prende due seggiole dal bancone del bar e le sistema intorno alla tavola.
Ci sediamo. Ci versano da bere del vino rosso nel bicchiere da spumante.
Giacomo e io stiamo insieme. Dice Laura.
Io non so quale sia, per fortuna  lui a uscire allo scoperto.
S, stiamo insieme da un paio di settimane. Mi ha parlato molto di te.
Ha occhialini tondi e una pettinatura con un'onda sulla fronte che sembra creata per lo spot pubblicitario di una schiuma modellante.
Come? Non credo ci sia molto da dire sul mio conto. Mentre parlo distolgo lo sguardo.
Fuori dalla cucina riconosco la risata equina di Giorgio. Se la spassa sempre. Vorrei essere con lui o con Carlo.
Mi ha raccontato che quando eravate in classe assieme eri uno di quello che facevano pi casino.

Non mi vanto pi di certe cose da anni, una volta lo facevo, poi mi sono reso conto che  tutto cos patetico. Vivere di gesta liceali. Me le ritira fuori come se fosse qualcosa che mi far passare alla storia. Non credo freghi niente neppure a lui, forse vuol solo farmi capire quanto sia gi dentro alla vita di Laura. Teo Monza, l'uomo che faceva casino al liceo. Comunque. Inutile stupirsi degli stronzi che ci sono in giro. Un anno fa, forse, gli avrei detto Allora anche tu sei al corrente di quanto fossi GRANDE al liceo. E gli avrei snocciolato imprese mitologiche in cui piscio sotto il banco o metto del Valium nella fanta amara del migliore della classe. La verit  che il liceo  come una serie di vecchi telefilm molto divertenti. I protagonisti avevano successo, certo, ma il periodo d'oro  passato.

Gi, ci siamo divertiti al liceo.
Ora cosa fai?
Giurisprudenza.
Oh, interessante.
Affatto. Credo che noi due ci conosciamo, insomma, ci siamo gi visti, no?. Domando alla ragazza che si sta mangiando le unghie.
S, forse. Vai in palestra?
No.
Allora non so. Magari a casa di qualcuno.
Laura prende una mano di Giacomo e la bacia.
Lui le accarezza la testa con l'altra.
Uno dei ragazzi propone un brindisi.
A Laura.
A Laura e Giacomo. Dice qualcun altro.
Beviamo.
Ascolto alcune stronzate su di un professore universitario. Una di quelle leggende, tipo che hanno dovuto ricoverarlo perch gli  rimasta una melanzana nel retto.
Vado a prendere un po'di spumante dico, senza sforzarmi di non farla passare per una scusa. Quella che mi pare di conoscere mi segue con lo sguardo. Non mi dispiace, forse solo perch ha un brillantino al naso e io per certe sciocchezze ci vado matto.
So che qualcuno far commenti acidi sul mio conto con Laura. Tipo: Socievole il tuo amico.
Il primo volto che riconosco nel salone  quello di Lisa.
Sta molto vicino a un ragazzo alto. Parlano, l l per baciarsi. Evidentemente questa sera ha voglia di baciare chiunque le capiti a tiro.
Mi avvicino e le chiedo se ha visto Giorgio.
Giorgio chi?. Dice ondeggiando la testa. Ride.
Ride anche il ragazzo. Molto giovane e molto bello.
Giorgio  appoggiato fuori dalla porta del bagno. Con lui ci sono Susanna e Tori, una nostra amica.
Ciao Teo.
Ciao Tori.
Susanna non sembra vergognarsi dei baci in macchina, mi sorride addirittura.
Capisco immediatamente che Giorgio ha sniffato. Ha gli occhi lucidi, deglutisce e parla a raffica. Fa cos anche quando  normale a dire la verit, va di moda essere ipereccitati.
Teo, devi assolutamente sentire il nastro che ha inciso Tori, assolutamente.  fantastico. Lo sapevo che aveva una gran voce. Ma anche il pezzo, cio, non ci credo,  grande.  selvaggio. Gliela fai una copia, Tori?
Certo.
Non sono sicuro di aver mai saputo che Tori cantasse.
Hai inciso un nastro?
Be',  solo un demo. Sai ho un gruppo.
Come vi chiamate?
Rotten Wings. Ali marce.
Capito Teo? Ali marce, non  bellissimo anche il nome? Selvaggio. Te l'ho detto.
Giorgio  davvero su di giri.
S, bello. Giorgio, hai tirato?
Eh?
Hai sniffato?
No, ho preso un'anfetamina. Ero veramente stanco. Ora va meglio.
Ah. Ne hai una per me?
Le ha Carlo.
Sai dov'?
No.
Lascio il gruppetto mentre Giorgio dice a Tori che dovrebbe proprio trovarsi un manager, davvero. Sono certo che in pochi minuti si offrir lui, onnipotente come si sente.
Cerco Carlo, so che sar un'impresa titanica, potrebbe addirittura essersene gi andato.
Comunque mi prendo un'intera bottiglia di spumante, cos da non avere problemi.
Mi sono stancato di chiedere permesso in mezzo alla gente, cos spingo semplicemente.
Non trovo Carlo, mi fermo solo a chiacchierare con una ragazza che ho baciato a un concerto non molto tempo fa. Siamo un po'imbarazzati, l'unica conoscenza reciproca che abbiamo  quella del sapore delle nostre salive, simili, dopo qualche birra e molte sigarette.
Mi sembra comunque carino fermarmi e chiederle come sta, offrirle un bicchiere di vino.
Dice che sta benone, ha solo male ai piedi per le scarpe con i tacchi.
Mi chiede dove sono sparito la sera del concerto, non accenna al bacio, naturalmente.
Non ricordo di essere sparito, glielo dico.
C'era cos tanta gente a quel concerto.
Gi. Ci vediamo dopo, allora.
S.
 carina, ha occhi un po'tristi, un caschetto moro, l'aria di chi lotta con un mucchio di problemi. Le sono riconoscente, mi sorride come se capisse.  una dolce semicroma in tutto questo fracasso inutile.
Ho finito la bottiglia di spumante, sono ragionevolmente ubriaco. Me ne accorgo perch inizio a ridere e a parlare da solo sottovoce e tutto quello che penso mi sembra di rara intelligenza.
Voglio capire se Carlo si trova al piano di sopra. Mentre mi avvicino alle scale Elena mi ferma con una mano sulla spalla.
Elena!. Dico, con entusiasmo. Non corrisponde per niente a quello che sento dentro.
Teo! Me lo avevano detto che c'eri. Ti ho cercato. Credevo te ne fossi gi andato via. Ne ho abbastanza di tutta questa gente, ti va di fare due passi in giardino?
Elena,  dicembre.
Cosa importa. Ci scalderemo insieme.
Capisco. Ma sono ubriaco e non ho la forza di oppormi ad avvenimenti del genere.
Va bene, fammi solo prendere un'altra bottiglia di spumante.
Ti seguo, se no va a finire che scappi.
Questa frase mi fa venire un gran senso di angoscia, di tristezza. Vorrei gi essere a letto. Mentre mi segue mi pizzica il culo. Non so che cosa le stia succedendo, non ci frequentiamo da tanto tempo. Forse ha un po'di esaurimento, forse andr da uno psicanalista a raccontare che mi ha pizzicato il culo. Lui le dir qualcosa sull'invidia del pene, forse.
Riesco a farmi dare una bottiglia di spumante, non prendo un altro bicchiere per Elena.
Usciamo, vedo il mio alito. Siamo sotto il porticato, ci sediamo sui gradini. Bevo un po'di spumante a collo e ne do un po'a Elena nel mio bicchiere. Stiamo in silenzio qualche minuto.  il preambolo a qualcosa di serio, vuole che lo capisca.
Teo, ti sei mai chiesto come mai ci siamo lasciati?
Elena, sono ubriaco, non ho voglia di fare questi discorsi. Sono passati due anni.
Non mi fa finire la frase, comincia a baciarmi sul collo. Mi accarezza la lampo dei pantaloni, io le guardo le dita esageratamente ingioiellate, c' persino l'anellino che le regalai io quella sera che uscimmo a cena e tutto sembrava cos promettente. Nausea. Mi sembra molto improbabile che io riesca ad avere un'erezione. C' una serie incredibile di ostacoli. Il freddo, l'alcol, Elena. Tutti i ricordi che mi si proiettano dietro gli occhi, io sono pi giovane e credo ancora nella mia vita. Mi fanno male.
Mi alzo e vado in giardino dove c' una panchina al buio, fra due alberi, lei mi segue ridendo, crede che lo faccia per appartarmi.
Elena, che succede?. Chiedo dopo essermi seduto.
Lascia fare a me.
Si china su di me, io la tiro per i capelli. Troppo forte. Lei tira, io tiro. Rimaniamo cos per un minuto buono, forse di pi. Mi accorgo che sta piangendo. Allora tiro pi forte per staccarmela di dosso. Mi sembra di essere di nuovo sobrio.
Elena, sei a pezzi.
Si mette a singhiozzare, mi alzo e torno dentro. Lei rimane l.
Giorgio mi dice che Carlo  nel bagno. Lui sta ancora parlando con Tori, ridono di qualcuno che ha comprato una vespa senza motore, senza saperlo, evidentemente.
Arrivo alla porta e busso.
Occupato. Ride.
Sono Teo, apri.
Non posso.
Carlo, apri, eddi.
O.K., O.K., ma non ti scandalizzare.
Sento scattare la serratura ed entro. C' una ragazza sdraiata nella vasca da bagno,  giovane, bionda, ha il rossetto su quasi tutta la faccia e ride, come Carlo, che ride e si tocca le basette mentre la sta facendo nel water color malva senza tenerselo e non  che stia facendo perfettamente centro. La ragazzina ha l'aspetto di un cadavere su di una foto di cronaca nera.
Sembra che si sia fatta una doccia da tanto il suo vestito  bagnato, credo che se la sia fatta davvero, dopotutto.
Ti presento Alessandra.
Ciao.
Non la guardo neanche.
Carlo io me ne vado, fammi un favore porta a casa tu Giorgio, Susanna e Lisa.
Non posso.
Perch?
Non posso. Vado da Alessandra.
Gli dai uno strappo, e poi vai da Alessandra.
Ti ho detto che non posso. Sono in riserva.
Carlo, andiamo, non fare lo stronzo.
Lascialo in pace,  il mio ragazzo. Dice quella dalla vasca, con una cadenza malsana che non so come faccio a capirla.
La guardo e le faccio segno con l'indice davanti al naso di stare zitta. Mi guarda stranita, credo che non riesca a inquadrarmi bene.
Lo specchio del bagno  coperto di scritte a rossetto. La calligrafia  irregolare. Riesco a leggere un: si fottano.
Accompagnali tu, no?. Continua Carlo.
Esco dal bagno senza dire n fare nient'altro.
Mi ricordo dell'anfetamina. Ma non ho voglia di chiedere qualcos'altro a Carlo.
Per fortuna Giorgio  sempre dove l'ho lasciato.
Io vado.
Come?
Vado a casa. Son preso male.
Ma siamo qui da appena due ore.
Lo so, mi dispiace, Carlo non vuole accompagnarvi.
Be', un passaggio lo troviamo, non ti preoccupare.
O.K. Ci sentiamo domani, va bene?
Certo.
Salutami le tue amiche.
S.
Dovrei salutare e ringraziare Laura, decido che lo far solo se la incontrer uscendo.
Non la vedo.
Saluto quelli che conosco con un cenno.
Elena non  pi fuori ed  un sollievo.
La macchina  aperta. Quelle due hanno frugato fra i nastri e ne hanno infilato nello stereo uno di Alice Cooper. Naturalmente l'hanno lasciato acceso. Se la batteria  scarica mi toccher tornare dentro e fare un macello. No, il motore va in moto, al primo colpo.
La strada scivola via.
Se queste son le feste.... Penso.
La strada  vuota, posso andare forte. Passando davanti al cimitero mi faccio il segno della croce. Ci sono tutte quelle piccole luci. Dietro ognuna un nome, una vita. Pensieri banali di stanchezza, di malessere. Credo che dovrei dare un peso maggiore alla religione.


Elena madre mi ha svegliato presto, non so per quale motivo mi ha portato il caff a letto. Non lo fa mai. Mi sento lo stomaco bruciare e anche senza specchiarmi so di avere gli occhi rossi.
Com' stata la festa?. Chiede sedendosi sul mio letto e spostandomi le gambe.
Bevo il caff anche se scotta.
C'era molta gente? continua.
S, molta.
Vi siete divertiti?
S.
Chi c'era?
Molta gente.
Carlo e Giorgio erano con te?
S.
Avete cenato seduti?
No.
Io devo andare, tu studia, eh?
O.K..
Ti ho lasciato il pranzo nel microonde, devi solo scaldarlo.
Grazie.
Mi bacia sulla fronte. Le chiedo che tempo fa.
Piove. Dice lei.
Quando sento la porta chiudersi mi rimetto a dormire.

Mi sveglia il cellulare, l'ho lasciato acceso, sul comodino.  Giorgio, gli chiedo che ora .
Dice di non saperlo, si  appena svegliato, ma non sa a casa di chi.  solo, in una casa che non conosce. Ha dormito su un divano. Domanda se sua madre ha chiamato da me cercandolo.
No. Almeno non credo.
Bene, vuol dire che non si  accorta che non sono rientrato.
Guarda sul campanello.
Cosa?
Guarda fuori dalla porta, sul campanello, ci sar un cognome.
Grande idea.
Appoggia la cornetta e sento che maledice qualcuno.
Teo, son chiuso dentro. Puttana eva.
Non riesco a trattenere una risata. La testa mi fa male, in maniera sottile, impercettibile quasi.
Non c' da ridere. Sono sequestrato.
Cerca di ricordare.
Mica facile. Credo di essere svenuto a una certa ora.
Cerca qualche indizio per la casa.
Gi fatto. Non ci sono praticamente mobili. Un divano, un letto nell'altra stanza. Una scrivania. Non c' niente di niente qua dentro, un poster di River Phoenix, basta. Devo essere a casa di uno studente.
C' scritto il numero sul telefono?
No.
Rido di nuovo.
Prova a guardare fuori dalla finestra, vedi se riconosci la zona.
Appoggia di nuovo la cornetta. Aspetto un minuto o due.
Non lo so. Qua di fronte c' una specie di parco pubblico. Almeno credo. Per non riconosco la zona.
Non ti ricordi proprio niente?
Niente. L'ultima cosa che ricordo  di aver litigato con qualcuno alla festa. Roba da spintoni. Poi mi hanno portato via. Con me c'era una certa Marta, mi sembra, che continuava a dire che assomiglio al cantante degli Jamiroquai. Era ubriaca anche lei.
Magari sei a casa di questa Marta.
Be', poteva fare a meno di chiudermi dentro, no?
Mentre sto ascoltando accendo la tv, c' la replica del Costanzo Show, un comico parla, fa le sue battute, nessuno ride, la scena mi sembra drammatica.
Forse  solo scesa a comprare i cornetti per la colazione.
Forse. Lo spero.
Vabb, fammi sapere.
S, ci sentiamo dopo. Fra poco.
Il comico spara quelle che dovrebbero essere le sue cartucce migliori, credo, la reazione  tiepidissima. Suda. Mi chiedo se per i riflettori o per il fallimento.
Rimango a letto. Rileggo una poesia che ho scritto poco tempo fa ed  sul mio comodino. Mi sembrava bella. Ora la trovo assurda, patetica. Suona molto come quelle frasi che vorrebbero essere filosofiche e in realt non hanno nessun significato, solo ti fanno pensare, cercare inutilmente una qualche verit. La domestica ha cominciato a passare l'aspirapolvere. Mi alzo e vado scalzo nel bagno. Le piastrelle sono fredde e i capezzoli mi si irrigidiscono. Apro la doccia, il rumore copre quello della pioggia sui vetri.

Riguardo i tanti me
per la citt
e il mondo intero
quelli di ogni attimo
nessuno  peggiore di questo.

Prima di uscire di casa ho provato a chiamare Giorgio sul suo cellulare,  scarico o staccato. Cos non riesco a sapere se  libero, alla fine. Dovrei mangiare qualcosa. Non mangio da ventiquattr'ore, alla festa non ho toccato niente che non fosse liquido. Non ricordo dove ho parcheggiato la macchina e prima che riesca a trovarla  passato un quarto d'ora. Vado al bar di fronte alla facolt di Giurisprudenza. La vista della vetrina dei panini e delle crescente  terrificante. Hanno colori troppo decisi. Quello che trovo insopportabile di certi posti  che non si faccia altro che parlare di esami, professori e serate mondane. Come se non esistessero altri argomenti. Odio chi  entusiasta della sua condizione di studente. Oddio, alcuni si spingono a disquisizioni calcistiche. Comunque nemmeno io ho molto da dire, me ne rendo conto. C' una ragazza carina che non sono mai riuscito ad avvicinare, forse per il suo aspetto ordinato e da brava ragazza. Eppure non so quanto darei per innamorarmi di una del genere.  che proprio non riesco ad amare persone sensate. Le affinit elettive del cazzo. Fuori continua a piovere.  dicembre e piove, sarebbe nella natura delle cose che nevicasse. Magari. Se nevicasse sarei di un umore un po'migliore. Invece c' questa pioggia sottile e fitta, quasi vapore freddo.
La prima persona conosciuta che vedo  una ex ragazza di Carlo che si fa chiamare Pippi. Pare che sappia leggere le carte, porta sempre uno smalto scuro sulle unghie.
Ciao Teo.
Ciao.
Allora?
Cosa?
Novit?
Nessuna.
Notizie di Carlo?
L'ho visto ieri sera alla festa di Laura. Sai quella nostra amica?
Come sta?
Bene.
Mi sembri un po'gi. C' qualcosa che non va?
 il tempo, credo.
Prendiamo un caff?
Se vuoi.
Ho l'impressione che voglia solo chiedermi qualche cosa.
Ordiniamo il caff. Lei mi guarda.
Allora Carlo sta bene?
Certo. Lo conosci, no?
Non ce l'ha con me?
Per cosa?
Per il fatto che l'ho lasciato.
Veramente credevo fosse stato lui.
Oh, no. Assolutamente. Sono stata io. Perch lui cosa ti ha detto?
Niente, veramente. Ma non mi  sembrato molto toccato dalla cosa.  fatto cos. Non parla.
Meglio. Sai, per tutto questo tempo mi sono sentita un po'in colpa.
Ma da quanto vi siete lasciati esattamente?
Un mese, circa.
Pippi si accende una sigaretta, le trema la mano. Non mi  mai piaciuto il suo smalto. Non si pu mettere lo smalto una che si mangia le unghie. Poi scuro, per giunta.
Cerco di ricordare. Mi sembra siano almeno un paio di mesi che Carlo esce con altre ragazze. Non mi stupisco, non  mai stato un esempio di fedelt.
Credi che ci sia qualche possibilit che io e lui ci si rimetta insieme?
Perch lo chiedi a me?
Tu sei suo amico.
Non parliamo di queste cose. Dimmelo tu.
Gli daresti una lettera?
Una lettera? Perch non lo fai di persona?
Ho paura.
Di cosa?
Non so.
Vabb, dammela.
Credi di vederlo oggi?
Non so, pu darsi.
Bevo il caff. Lei, il suo, non lo tocca nemmeno.
Ieri sera era con qualcuna?
Nessuna in particolare.
Mi allunga una busta rosa, c' scritto X CARLO e c' una specie di sigillo fatto con la cera dalla parte in cui si apre.
Mi raccomando.
Certo.
Pago i due caff. Insiste per pagarli lei.
Mi stringo nelle spalle. Le dico che ormai.
Mi infilo la busta in tasca.
Mi raccomando. Ripete.
Fidati. Dico uscendo, pentito di essere passato dal bar.
Sono quasi sicuro che non avrei dovuto prendere quella lettera, non mi piace immischiarmi nei giri di Carlo, si rischia sempre di essere coinvolti, per qualche motivo.
Piove ancora. Dovrebbe nevicare.
Mentre salgo in macchina suona il mio cellulare.
Teo?
 Giorgio.
S, allora come va, Silvio Pellico?
La casa era di questa Marta. Mi ha voluto scattare delle foto quando  tornata. Era scesa a comprare la cartuccia della Polaroid. Studia al Dams. Mi ha fotografato in boxer. Sai fa dei collages. E io ho posato, forse perch sono ancora un po'ubriaco.
Fantastico. Come vedi c' una spiegazione per ogni cosa.
Dove sei?
All'universit.
Ma  sabato, no?
Sono passato dal bar. A proposito, notizie di Carlo?
Nessuna. Hai provato a chiamarlo a casa?
No, se vuole chiama lui.
Be', cosa si fa oggi?
Non lo so, sono un po'a pezzi.
Vieni a casa mia. I miei sono a un mercatino dell'antiquariato vicino a Firenze.
O.K. Quando?
Anche subito, sono gi qui.
Arrivo.
Quando piove c' traffico. Aspetto tre volte il semaforo verde per riuscire a passare il primo incrocio. Invidio un ragazzo coperto da una cerata che sfreccia in bicicletta. Non sono uno che si innervosisce al volante. Per mi d fastidio guidare in mezzo a gente che usa il clacson e guida a scatti. Mi d fastidio il rumore del tergicristallo. I negozi sono tutti molto natalizi.  il primo sabato di vero shopping per le feste. Il centro  pieno di gente trafelata e di coppie che camminano mano nella mano.
Non mi ricordo dove sia andata mia madre. Potrebbe anche stare via tutto il week-end per quello che so. Appena sono di nuovo in colonna telefono a casa per parlare con la domestica. Scopro che effettivamente mia madre torner solo domani sera. Scopro che ha chiamato una certa Elena. Scopro che sopra la scrivania mia madre mi ha lasciato 200.000 lire.
Giuliana lavora da noi solo da un anno, mese pi mese meno. Se no saprebbe bene chi  Elena. Telefonava anche quattro volte al giorno quando stavamo insieme.
Le dico di dire a mio padre, se telefoner, che ricordo di doverlo vedere domani. Quando riattacco sono praticamente davanti a casa di Giorgio.

Scendo dall'ascensore. La porta dell'appartamento  socchiusa. Entro. La prima cosa che vedo  una scatola di Alka Seltzer sul tavolo del salone.  una vista che mi d sollievo. Vado verso camera di Giorgio.  a letto, vestito. Appena entro mi tira una polaroid. Fa l'effetto di un frisbee. Mi si ferma contro lo stomaco. La prendo al volo. Sopra c'e Giorgio in boxer, con il busto un po'inclinato verso sinistra, ricorda Jim Morrison. Ride. Rido.
Una creativa, eh?. Dico ritirandogliela.
S, parecchio.
Ma c' stato qualcosa fra di voi? C' del tenero?. Chiedo ironico.
Credo.
Com'?
Oh, carina, porta la terza, almeno. Un po'bassa, forse.
Vabb.
S, infatti. Per carit.
Comunque pi tardi viene a prendermi. Te la presento.  fissata con 'sta cosa del cantante degli Jamiroquai. Dice che sono uguale.
Be', un po'ci somigli.
A quello ci assomigliano un po'tutti. Ha un cappello che praticamente gli copre la faccia.
Senti un po', e le due? Che ne hai fatto? Susanna e Lisa?
Mah? Ti ho detto. Non mi ricordo niente. Comunque erano un bel po'fuori. Te lo dico io. Quindi....
Gi. Qualcuno avr pensato a farle proprie. O a portarle all'ospedale.
Magari hanno portato a termine l'esperienza saffica. Chi lo sa?

La camera di Giorgio  di un ordine sovrannaturale. Si capisce perfettamente che ieri qui non ci ha messo piede. Tutti i dischi nelle copertine. Tutte le riviste impilate. Tutte le foto attaccate alla lavagna di sughero adesivo. In una delle polaroid ci sono io, con i guantoni da box. Sono abbracciato a una ragazza che si chiamava Ilaria, credo. Siamo a una festa di Carnevale di qualche anno fa. Lei  vestita da qualcosa tipo bambina o Cappuccetto Rosso. Ha delle trecce lunghe, lentiggini finte sul naso. Uscimmo insieme per un paio di settimane. Non le piacevo. La annoiavo. I colori della foto sono sbiaditi, sembriamo quasi due fantasmi. Non so che fine abbia fatto, immagino che se la incontrassi non saprei proprio cosa dirle. Detesto incontrare le persone di cui non ricordo pi il carattere, l'odore, la voce. I nuovi sconosciuti.
Il letto di Giorgio  appena sgualcito, perch ci si  sdraiato sopra. La domestica ha fatto un buon lavoro.
Lo stereo rimane spento.  uno stereo gigantesco, opaco, spigoloso. Ha l'aspetto pi costoso che abbia mai visto. Credo che sia stato il suo regalo di Natale dello scorso anno. Lo guardo frugare in un armadio, sotto i pantaloni appesi. Tira fuori una scatola da scarpe. Ci sono delle scarpe da smoking. Fruga dentro una di queste, sono molto lucide, di vernice. Prende questo sacchettino pieno di marijuana, la riconosco subito. Sembra il muschio per fare il presepe.
Positivo come inizio di giornata. Dico. E dico per lui. Dal suo punto di vista.
S. Insomma....

Fumiamo, e stiamo sul letto a guardare gli annuari della scuola. A ridere di come eravamo. Alle elementari avevamo delle zampe d'elefante clamorose. Alle medie l'apparecchio, quello coi baffi e delle fantastiche colture di brufoli. Al liceo facevamo casino. Nei telefilm.
In una foto riconosco un nostro amico, lo era davvero, non ci frequentavamo, ma lo era davvero. Spar, dopo la maturit non lo vedemmo pi. Non so, ogni tanto mi sembra di averlo sognato. Ho cattivi presagi quando ci penso. Si chiamava, si chiama, Tommaso Moresi. Nell'appello era subito dopo di me. Davanti a me di banco. Con uno zaino viola e giallo decorato a pennarello.

...Monza, Moresi...

La stanza comincia ad avere un aspetto abbastanza naturale.
Accendiamo la tv, Giorgio mette la videocassetta dei video dei Nirvana. Io sto alla batteria, lui alla chitarra. Invisibili.
Prendi un po'di Jack Daniel's.
Dov'?
Nel bar, in salone. Nel frighetto c' il ghiaccio.

Non ho la forza di protestare, di dire che sono le due e mezzo del pomeriggio. E non  igienico bere superalcolici. Non ho la forza di fare nulla che non sia puramente fisico e gi in questo sono svogliato.

Questa Marta ha suonato al citofono. Noi siamo gi cos ubriachi e fumati che il pomeriggio ci sembra notte. Ogni volta che butto gli occhi fuori dalla finestra e vedo la luce mi scappa un'imprecazione. Comunque. Questa suona.
Sali. Dice Giorgio.
Che piano?. Mi chiede Giorgio con gli occhi stretti.
Ridiamo.
Quarto, mi sembra. Le dice.

Il fatto di non averla mai vista mi mette un po'in agitazione. Forse dovrei pettinarmi, lavarmi i denti. Migliorare. Potrebbe entrare, trovarci cos, incazzarsi. Oppure tentare di raggiungerci in fretta. Non so, sento solo l'ascensore salire, forse  una mia impressione ma la giugulare mi pulsa pi veloce. Giorgio se ne sta sulla porta, appoggiato, con grosse ciabatte di spugna e una maglietta degli Jamiroquai che  corso a mettersi ridendo.
Si apre l'ascensore. Davanti a me e a Giorgio.  carina, si vede subito. Ha una giacca militare, mi sembra. E uno zainetto. Giorgio si abbassa a baciarla.
Ciao. Dico.
Sorride. Ciao.
Sono Teo.
Marta, piacere.

Non ci ho pensato, ma forse  il caso che tolga il disturbo. Quando mi viene il sospetto e sono in queste condizioni mi prende la paranoia.

Giorgio chiude la porta, le leva la giacca e lo zaino.
Dico che dovrei proprio andare. Giorgio mi guarda storto.
Recupero il parka che  su una sedia vicino alla porta.
Rimani un po'. Dice Marta.
Sembra sincera. La cosa mi colpisce. Ormai sono abituato solo a surrogati di sincerit.
O.K.. Dico mettendomi le mani in tasca.
Tocco la busta, non mi ricordo di avere la lettera di Pippi. Non capisco cosa sia.
La tiro fuori, la guardo.
La guardano anche loro.

Cos'?. Chiede Giorgio.
Una lettera di Pippi per Carlo.
Leggiamola. Dice.
Non si pu.
Su, andiamo.
Mi tolgo la giacca e lascio la busta in tasca. No.

Sono ubriaco, ho fumato. Non so davvero dove trovo questi granelli di moralit. Forse lo faccio solo per illudermi di poter ancora decidere qualcosa. Magari la legger da solo in bagno.

Questa Marta frequenta il Dams, ha delle ciocche di capelli decolorate. E, insomma, ci siamo sdraiati sul letto. Tutti e tre. Anche lei si  fatta un paio di porzioni di ganja e quindi galleggia sulle nostre onde. Ogni tanto lei e Giorgio si baciano e io guardo fuori dalla finestra. Il buio sta scendendo. Dicembre e le giornate corte. Sembra il nome di un gruppo.
Lei ci racconta di una casa in campagna che ha intenzione di prendere in affitto con un paio di amiche. Perch ora paga troppo. Che Giorgio l'ha visto che buco  e che, un milione al mese, non  mica possibile.
Dico qualcosa sull'equo canone. Mi stupisco da solo, non sono sicuro di avere mai saputo che cosa sia.
Insomma c' questa villa a quindici chilometri dal centro.  un po'vecchiotta, ma c' un bel giardino. Il caminetto. Una cucina veramente abitabile. Luned andiamo per il contratto.
Magnifico. Dice Giorgio.
Se vuoi puoi venire a stare con noi anche tu.  talmente grande.
Mi viene da ridere. Forse non ha visto il genere di stereo che abbiamo davanti o quanto  fornito il bar di l nel salone. Insomma ci sono privilegi a cui mai Giorgio rinuncerebbe. E poi i suoi son sempre via.
Be', magari.... Dice comunque.
Poi scende un po'di silenzio. Ognuno deve avere pensieri belli forti e tridimensionali in testa. E stiamo cos, non a disagio, zitti e sdraiati.
Sentite... dice Marta dopo un po'. Di l nello zaino ho dei colori e un album, vi va di fare un disegno insieme?
Io e Giorgio ci guardiamo. Lui si stringe nelle spalle. Io dico che ne sarei felice. Ed  vero, mi sento molto creativo.
Quindi va a prendere lo zaino e ne vuota il contenuto sul tappeto della camera di Giorgio.
Ci fa segno di stenderci sul tappeto. Strappa un foglio dall'album di carta ruvida. Ci sono una ventina di grossi pennarelli colorati.
All'asilo s che si stava bene. Comunque disegniamo. Io prendo un blu elettrico e inizio a fare una specie di stella in un angolo del foglio. Giorgio mi guarda, sorride. Marta si  messa un fermacapelli per domare la frangia. Si vede subito che ci sa fare, con tre tratti veloci ha disegnato un felino agile. Stiamo seduti sul tappeto, intorno al foglio, Marta l'ha appoggiato sopra una carpetta rigida.
Giorgio comincia a disegnare i mattoni di quel muro che  stato per tutto il liceo la sua ossessione. Non faceva altro che disegnare muri, sui diari di tutti, muri scrostati, con scritto qualcosa sopra. Giorgio was here. Molte volte.
Accendiamo un'altra canna e finiamo il disegno senza pi dirci niente, sapendo esattamente il momento in cui sar completo. Ogni tanto un po'di cenere cade sul foglio e la soffiamo via, guardandola rotolare come cespugli su un deserto di moquette.
Siamo soddisfatti, Marta si alza con il foglio, lo appoggia su di uno scaffale, si allontana per vedere meglio. Alcuni colori sembrano voler uscire, li vedo pulsare. Insomma, c' questo grande gatto giallo davanti ad un muro con un vortice viola in un angolo. Poi la stella blu, il cielo rosso, un occhio enorme con l'iride viola. Si capisce che non  di un solo autore.
Dobbiamo firmarlo. Dice Marta.
Ci porge il pennarello nero. Firmiamo con le iniziali. Lei mette anche la data.
Cos ricorderemo per sempre questo pomeriggio. Dice un po'melodrammatica.
La bottiglia di Jack Daniel's  finita. Non riesco a ricordarmi quanto ce ne fosse quando abbiamo cominciato a bere.
Mi sta venendo un mal di testa maestoso. Penso che sia arrivato davvero il momento di togliere il disturbo, anche perch i baci fra il mio amico e Marta stanno diventando frequenti e furiosi. Mi ricordo che mia madre non torner e tiro un sospiro di sollievo. Saluto.
Ciao Teo. Dice Marta.
Senti, stasera?. Fa Giorgio.
Non so, sentiamoci. Sono gi le sei. Chiamami per cena.
O.K..
Recupero la mia giacca ed esco.  completamente buio. Mi sento randagio, socialmente in avaria. Mi guardo intorno come se fossero tutti componenti di una giuria popolare decisa a condannarmi. Mi chiedo come mi sento. Disperato? La risposta pi onesta sarebbe questa. Ma c' cos tanto con cui distrarsi. Fatico a trovare la macchina. Quando lo faccio mi sembra una buona idea aspettare un po'prima di guidare. Cos reclino il sedile, metto una cassetta di Ciajkovski, spengo il cellulare e dormo.

Quando mi sveglio l'orologio a cristalli liquidi sul cruscotto segna le 20.11. Ho la lingua incollata al palato, non mi sembra di avere mai avuto cos bisogno d'acqua come in questo momento. So che a pochi metri c' un bar. Vedo l'insegna accesa, sono felice che sia aperto.
Entro. Dietro al bancone ci sono una donna e una ragazza. Davanti un paio di clienti. Uno con un cappello grigio e un loden. La parete su cui poggiano gli scaffali  completamente coperta da uno specchio. Completamente. Cos mi vedo senza volere. Ho la barba un po'lunga, sono bianco e ho gli occhi gonfi.
Ah, va l, va l... voi la crisi non la sentite mica. Dice l'uomo col loden.
Lo dice lei, dottore! Ride la donna.
La ragazza passa lo straccio sul bancone e tira fuori un piccolo vassoio di tartine al pat d'olive.
Non mi dica che la gente non viene pi a far colazione e a prendere l'aperitivo?
Non ci lamentiamo, ma la crisi c' eccome.
Intanto il dottore s' gi fatto fuori due tartine. L'altro cliente legge il giornale del bar. Sembra che nessuno mi veda, eppure sono qui, a trenta centimetri dal bancone. La ragazza mi si avvicina. Non  brutta, solo un po'sciatta in questo grembiule azzurro.
S?
Un bicchiere d'acqua.
Naturale o gassata?
Gassata, grazie.
Vorrei catturare il suo sguardo. Magari darle un appuntamento. Chiedere: Quando smonti?
Come nei film.
 veloce a versare l'acqua e farmi lo scontrino.
Settecento. Dice.
Mi frugo nelle tasche e tocco ancora la maledetta lettera.
Trovo degli spiccioli.
Mi sorride.
Il dottore parla con la bocca piena. Dice che ormai non rimane che fare tredici. E se fa tredici se ne va, non resta mica in Italia a farsi mangiare la vincita dalle tasse. Va ai Caraibi, altroch. Un bello yacht e ai Caraibi. Che l san vivere. Il sole, il mare, il cocco fresco, le aragoste, i tanga... Gli stronzi che fanno tredici in Italia, aggiungerei io. Quelli che scappano, che hanno i soldi al posto del coraggio.
Sto zitto e bevo il mio bicchiere d'acqua gassata.
Dovrei spiegargli che tanto vale che ai Caraibi ci vada comunque, si spende meno. Se vive qua a suon di camparini scecherati e loden, ai Caraibi ci pu andare anche subito. Ha proprio l'aria dello specialista che ti fa pagare 180.000 lire a visita e si lamenta in pubblico di guadagnare poco, per esorcizzare la Finanza.
Se far tredici mi assicurer personalmente che salga su quell'aereo. Questa gente mi  insopportabile. Me lo vedo a Santo Domingo, con i bermuda a girare i locali dove si prostituiscono le ragazzine. Che nemmeno loro la crisi la sentono mica.
La ragazza si ferma davanti a me.
Mi sembra che mi guardi per un attimo.
Sto per chiederle come si chiama.
Ci ripenso ed esco.
La mia macchina  sempre l. Dall'una del pomeriggio.

Casa mia  vuota. Silenziosa e coperta di moquette. Quando apro la porta le lampadine intermittenti dell'albero mi riempiono di inquietudine. Mi sento solo. Accendo la televisione del salotto. Ci sono due medici che parlano di un'operazione finita male. Uno dice: Non potevi fare nient'altro.
Non lo so, non lo so. Avrei potuto rischiare.

Vado in camera mia. Sulla scrivania ci sono le duecentomila lire.  tutto in ordine. Le persiane sono socchiuse sull'oscurit. La segreteria telefonica ha il led che lampeggia, premo il pulsante per riascoltare i messaggi.
Teo, sono Elena. Volevo... ehm, volevo scusarmi per ieri sera... non so, guarda, scusa davvero. Vorrei vederti, spiegarti... vabb ti richiamo, ciao.
Il segnale acustico separa questo messaggio dal prossimo.
Ohi? Teo? Sono Carlo, sono le sette. Ti ho chiamato sul telefonino ed  spento. Che fine hai fatto? Giorgio mi ha detto che eri da lui fino a un'ora fa. Se fai qualcosa fatti sentire. Non ce l'avrai per ieri sera? Vero?
La lettera per Carlo. Elena. Qui sul letto la mia vita sembra legata a queste cose. Come se il futuro fosse tutto qui. Mi deprimo terribilmente. Vado in camera di mia madre, trovo del valium in compresse, ne prendo due.
In salotto i medici hanno lasciato spazio alla pubblicit di un torrone. Mandorle, miele. Poi tornano i medici. Il coroner esamina una salma grigia. Inciampo nel filo delle luci dell'albero di Natale, per poco non cado.
Mi metto a piangere. Do un calcio al divano. Torno a letto.

Sprofondo. Prego che qualcuno da lass mi venga a prendere. Magari mio nonno che  morto da qualche anno. Non so, forse senza essermene reso conto ho compiuto qualche gesto che potrebbe valermi l'assunzione in cielo. Credo di essere meglio di tanta gente e credo che pure Dio lo sappia. Se avessi maggiore volont potrei essere un santo.
Suona il telefono, arranco come una cimice rovesciata.
Pronto?
Teo?
S.
Oh, finalmente.  Carlo. Allora cosa fai stasera?
Sto in casa. Dico, non avrei nemmeno la forza di andare in cucina.
Non  possibile. Dobbiamo vederci. Subito.
Carlo, dai i numeri? Guarda, sono gi a letto.
Quando ho bisogno di te....
Piantala, non mi fare incazzare.
Vabb, comunque era per una cosa importante.
Non se ne pu parlare domani?
Facciamo cos, ti porto qualcosa che ti rimette in piedi, mi capisci?
Fin troppo bene. Facciamo un paio di cento di qualcosa. A che ora?
In un'ora sono l. Per le undici.
Bene.
Riattacchiamo.
Guardare il soffitto non mi serve a niente. Niente mi serve a niente. Mi muovo senza uno scopo. Ho visto un documentario, ci sono spermatozoi utili che nuotano in linea retta, verso qualcosa, verso la fecondazione. E spermatozoi inutili che non arriveranno mai all'ovulo, che nuotano intorno, o vanno a zig-zag, aspettando di rimanere semplicemente inermi. Credo che anche gli uomini siano cos. Li vedo questi milioni si spermatozoi sul mio soffitto. Mi addormento. Un sonno profondo, nero e caldo. Vischioso.

Mi sveglia il citofono. Mi alzo di scatto, per un attimo ho cos confusione in testa da credere che sia mattina. Poi vedo i caratteri luminosi della sveglia. Sono le undici e un quarto, deve essere Carlo. Vado ad aprire. Mentre aspetto che salga l'ascensore mi guardo allo specchio. Mi sembra di essere persino pi magro dell'altro ieri. Come se si potesse vedere a occhio. Sono messo male, ho gi anche due piccole rughe intorno agli occhi. I capelli neri un po'lunghi e appiccicati alla fronte. Mi ci vuole davvero qualcosa per tirarmi su. Carlo arriva,  vestito con una giacca imbottita, voluminosa. Mi bacia sulle guance. Ha il solito profumo e le basette curate. Credo che il nostro incontro possa sembrare quello fra un bel ragazzo e un ammalato terminale.
Giornata cattiva?. Domanda chiudendo la porta mentre sto gi tornando in camera.
Gi. Sono stato da Giorgio, si  un po'esagerato.
S, me l'ha detto. Ma ora  arrivato quello che ti ci vuole.
Cos'hai?
Anfetamina.
Cristo.
No, di quella buona. Di quella buona. Io sto su da ieri sera.
Quanto ciascuna?
Venti.
Vabb, dammene otto.
Otto? Dai, due te le regalo.
Grazie. Dammele subito, ne prendo una.
Carlo ha questa specie di portapasticche in madreperla di cui va molto fiero.
Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove e dieci.
Me le fa cadere sulla mano una dopo l'altra, sono piccole pastiglie met gialle e met bianche. Credo di non averle mai provate.
Fanno centosessantamila, con queste se vuoi stai sveglio fino all'anno nuovo.
S, certo. Senti hai il resto?
Sicuro.
Prendo le quaranta di resto e mi infilo una pastiglia sotto la lingua.
Tua madre?. Chiede Carlo pettinandosi allo specchio di camera mia.
 di l, in cucina.
Cazzo dici?. Si volta di scatto.
Non essere paranoico. Lo vedi qual  il guaio delle anfetamine?

Ci siamo seduti in questo pub irlandese,  pieno, normale, sabato sera.
Ci sta salendo di brutto. Ne ha presa una anche Carlo. Io digrigno i denti. Non so cosa darei per poter fare una bella rissa. Prima di uscire di casa mi sono fatto la barba, lavato i capelli e i denti in tre minuti netti. Ora mi sento sicuro. Non sono io,  questo cazzo di mondo a non andare. I motivi sono semplici, la televisione, la prostituzione, i pochi centri di aggregazione. Se vietassero la televisione sono sicuro che tutto sarebbe migliore. Legalizzare le droghe leggere e bruciare le televisioni, ecco cosa. Fantasia al potere.
Stiamo in un tavolino d'angolo e mi sento perfettamente. Senza errori.

Allora sai quella ragazza di ieri sera?
Quella nella vasca? Alessandra, no?
Eheh. Te lo ricordi adesso il nome....
Eh? Allora?
Mi ha spompato tutta la notte. Non so, forse mi piace.
Be'?
Ha una casa che  una specie di castello, con servit, tappeti.
S, vabb, ma tu non mi sembri uno impressionabile, insomma anche noi non stiamo male.
 vero.
Gi. Allora?
S, ma vedi, lei mi sembra una cos sicura, cos abituata al successo, non so. Non credo di essere alla sua altezza. Sono pure a corto di soldi.
Ma di cosa mi stai parlando, Carlo?
Io ho bisogno di soldi. Devo dare sei milioni a delle persone.
Ges Cristo. Sei milioni?

L'adrenalina pompa cos fluida che mi sento il mento caldo e spigoloso.

Mi brucerebbe perderla per questi problemi. Solo che mi trovo davvero nella cacca. Capisci? Cio tu non  che potresti farmi un prestito?
Devo pagare tutti gli arretrati delle tasse universitarie. Elena madre crede che lo abbia gi fatto da un anno. Poi ho quella multa per l'assicurazione della macchina.
Qualcosa inventer. L'ho sempre fatto.

Torno a casa a piedi, Carlo deve andare non so dove a un appuntamento. Passo davanti a questo club vicino a casa mia, non ci sono mai entrato. Credo che sia la sera giusta per farlo. Per distendermi un po'i nervi. All'entrata c' un ragazzo grasso che dovrebbe passare per muscoloso. Mi chiede la tessera.
Devo farla. Dico.
Ah, non ce l'hai?
No. Devo farla.
Chiama qualcuno. Si avvicina una ragazza veramente bella, credo che abbia qualche anno pi di me. Sui trenta, ecco. Ha tacchi alti, una tuta attillata di pelle. I capelli mori lunghi e due occhi verdi da gatta. Ai piedi porta degli stivaletti con degli speroni cromati. Mi sorride.
Seeeee?
Dovrei fare la tessera.
Be', non c' problema. Per un bel ragazzo come te.
L'anfetamina  ancora altissima, credo che se lo sapesse non farebbe certi giochetti.
Grazie. Dico e pago quello che bisogna pagare. Continuo a lavorare con i muscoli della mandibola.
Dentro la luce  bassa, fatta eccezione per dei fari bluette. Mi sembra che siano tutte donne, io vedo solo quelle. Vado al bar,  una specie di mezzaluna di legno. Dietro c' una barista bella e annoiata. Credo che abbia le lenti a contatto colorate. Non ha occhi normali. Mi fa venire in mente Michael Jackson nel video di Thriller. Ordino un whisky, non mi importa di cosa succeder. Mi siedo in un tavolino d'angolo, guardando la pista.  piena di ragazzi sudati che ballano un pezzo che non conosco ma che mi sa molto di anni '80. Incrocio le gambe e me ne resto cos, a cercare di incontrare lo sguardo di una con un body nero che mi balla a circa tre metri di distanza. Mi guarda, forse sorride. Alzo il mio bicchiere in un brindisi. Ride con un'amica, le parla in un orecchio. Sono tutte esattamente uguali.  impressionante. Scuoto la testa, comincio a cercare quella che mi ha fatto la tessera.  alta, dovrei riuscire a trovarla. Invece niente, forse  fuori a dire a qualcuno che  un bel ragazzo, che non c' problema.
Mi appoggio allo schienale della poltroncina, mi guardo intorno. Sembra che qui vicino nessuno si renda conto della mia superiorit e grandezza. Allora perch non fare un giro? Vicino a una colonna fuori dalla pista c' un ragazzo grosso, ha i capelli lunghi e ricci dietro e rasati ai lati, come quelli di certi calciatori tedeschi.  ubriaco, sposta il peso da un piede all'altro. Credo che stia importunando la ragazza che ha di fronte. Le parla vicino alla faccia. Lei non lo guarda, tiene le braccia conserte. Sembra che cerchi aiuto con gli occhi. Io sono un eroe di whisky e anfetamina. Una figura positiva, dopotutto. Mi avvicino.
Problemi?. Chiedo.  una cosa un po'da sbirri o da buttafuori, non mi viene di meglio.
Si volta, ha gli occhi completamente spenti. Forse si sta per addormentare.
Cosa?. Chiede con un mezzo sorriso.
Ci sono dei problemi?
E tu chi cazzo sei?
La ragazza se ne sta l senza dire niente. Per un istante credo di essermi sbagliato. Magari stanno solo litigando. Ma lei mi sembra troppo carina per uno cos. Anche se  vero che il mondo  pieno di queste coppie inspiegabili.
Poi vedo che se ne va e di fretta.
L'energumeno se ne accorge, si rende conto che  colpa mia se  riuscita ad andarsene da quell'angolo.
Eh, si pu sapere? Chi cazzo sei?
Mi d una spinta. Sbatto contro la colonna.
Cerco una risposta, non  facile. Non ho paura, un po'di confusione in testa.
Gi, chi cazzo sono? Un eroe dei fumetti, un rapinatore, un alcolista, cosa?
Uno studente fuoricorso psicopatico? Un coyote urbano? Un discepolo di qualche setta?
Un intossicato da psicofarmaci?
Sono un paladino della giustizia. Dico. Quella sociale. Aggiungo.
Mi guarda. Vedo le mie parole che gli vagano per il cervello. Cercano di essere assorbite da neuroni impermeabili.
Ah s?. Domanda.
Credo di avere il tempo di accendermi una sigaretta. Non  cos. Mi d un calcio allo stomaco. Riesco a pararlo ma non abbastanza. Cos non ho pi fiato e mi piego. E quello deve averci due o tre amici. Perch comincio a vedere e a sentire dei lampi qua e l. Dopo un po' come essere sulle montagne russe. Non sento niente. Solo che la testa mi ciondola sul collo per i colpi.
Quando mi sveglio sono nel bagno. C' un ragazzo con me. Mi sta pulendo il naso. Mi sanguina e mi fa male.
Quando vede che apro gli occhi mi dice di non preoccuparmi, di tenere la testa indietro.
Mi guardo meglio allo specchio. Ho uno zigomo gonfio e un sopracciglio tagliato.
Lo vuoi denunciare?. Mi chiede.
Era da solo?
No, in due. Uno per  scappato.
Non lo voglio denunciare.
Sei sicuro?
Certo. Ha usato le mani.

Arrivano altri due ragazzi con dei cerotti e dell'alcol.
Come sta?. Chiedono all'altro.
Bene. Vero?
Faccio segno di s con la testa. Questo mi fa veramente stare peggio. Poi dicono che forse  il caso che vada al pronto soccorso a farmi dare un paio di punti. Dico che ci andr, per tranquillizzarli.
Dov' la vostra amica?. Domando.
Chi?
La ragazza con la tuta nera che era all'entrata.
Ah, Francesca. Se n' andata. Perch?
 carina.
Ho la testa chinata ma intuisco che i tre si stanno guardando.
Tu adesso lo sei un po'meno. Mi dice uno e mi d una pacca sulla spalla.
Poi mi portano fuori e mi mettono a sedere ad un tavolo.
La gente mi guarda. Mi vengono in mente quei film western in cui le puttane del saloon, quando  tutto finito, scendono per vedere come stanno quelli che sono rimasti per terra fra i tavoli verdi frantumati e le carte da gioco.
Chiedo se mi possono portare un whisky.
Certo.
Lo bevo e mi alzo.
Mi fanno male tutte le costole. Cerco di immaginare come possa essere la mia faccia illuminata da questi faretti blu.
Quando esco  tardi. Non ho la forza di guardare l'ora. Non piove pi.  freddo. Arrivo a casa tenendomi le tempie con la mano per combattere il male alla testa. Cerco le chiavi. Trovo la busta. Ges.
Fidati, Pippi, fidati.
Ripeto fino al mio piano.

Sembra che la mia sveglia sia diventata il telefono. Mi ha chiamato mio padre per dirmi che oggi proprio non ce la fa per pranzo. Ha qualcosa da fare con la sua donna, non ho capito bene. Devono andare a vedere un asilo sui colli per la loro figlia. Ho cercato di non sembrare troppo sollevato dal fatto. Anzi per quello che sono riuscito a recitare nel dormiveglia ho fatto il dispiaciuto, aiutato dal dolore all'occhio e al naso, ricomparso dopo la notte. Mi ha promesso che la settimana prossima andremo al mare, che mi dar il regalo di Natale. Credo che sarebbe stato un problema presentarsi al ristorante con la faccia da pugile che devo avere. O forse no. Mio padre  una di quelle persone che potrebbero persino essere fiere di una scazzottata del figlio maschio. Me lo immagino.

E l'altro?
L'altro cosa?
L'altro, come era ridotto. Gliele hai suonate?
Oh, s. Certo.
Bravo figliuolo. I Monza hanno la scorza dura.

I Monza hanno la scorza dura, questa me la devo ricordare.
La mia vita  piena di specchi e di telefonate. Nessuna delle due cose mi fa piacere. Ho un occhio quasi chiuso. E il naso mi sembra che punti un po'troppo a sinistra. Niente male. Se fossi Mickey Rourke i rotocalchi si litigherebbero le mie foto. Invece nessuno parler del mio eroismo. Del mio sacrificio per quella ragazza. Agli eroi, comunque, dovrebbero fare la prova anti-doping, prima di parlarne come eroi, intendo. Che fine ha fatto ieri Giorgio?  questa la domanda che mi viene in mente. Non mi ha chiamato, forse non doveva. O forse s ma se ne  rimasto in casa a spassarsela con Marta. Forse dovevo farlo io. Lo faccio adesso. Il telefono suona tante volte. Alla fine risponde qualcuno, non mi sembra Giorgio. Non mi sembra neanche Marta da quel che ricordo della sua voce
Pronto?. Dico.
S, chi parla?
Sono Teo, c' Giorgio?
Forse cercavi Elena?. Mi fa questa voce. Ci metto un paio di secondi a capire che  la madre di Elena.
Ah s, certo, scusi. Dico. Non riesco a cavarmela meglio.
Aspetta.
Mentre lo faccio, considero se non mi convenga riattaccare. Giudico sia inutile, richiamerebbe lei, prima o poi, e chiss con quali illusioni. Penso che forse Freud ha scritto un trattato sui numeri telefonici delle ex e sui momenti in cui tornano a galla.
Sento che riattaccano la cornetta e che qualcuno la tira su da un'altra stanza.
S?
Ciao.
Teo. Sei tu. Aspettavo che mi chiamassi ieri.  imbarazzata. Hai trovato il mio messaggio in segreteria?
S.
Ecco, guarda, mi dispiace. Ero ubriaca. Scusa.
 una telefonata inutile, l'ho gi capito.
Fa niente. Non ti ho pi visto l fuori.
Be', me ne sono andata. Ero con la mia macchina.
Cos hai preso la patente?
S, da qualche mese.
Ha preso la patente a 26 anni. Forse non ha pi abbastanza fascino per farsi passare a prendere ogni sera da qualcuno.
Uhm. Che ne  del tuo ragazzo?
Non lo so. Ieri  andato al mare, una festa per un suo amico che parte militare.
Bene. Magari ci si rivede in giro....
Non ti sembra strano che dopo due anni in cui non ci siamo praticamente parlati in pochi giorni ci siamo rivisti due volte?
Mi allungo verso il carillon col veliero sulla testata del letto. Apro il cassettino e prendo un'anfetamina. La butto gi senz'acqua. Ho l'impressione che mi rimanga appiccicata alla trachea.
Be', mi hai chiamato tu a casa tua. Poi la festa... lasciamo stare.
S ma insomma, credo che fra noi qualcosa ci sia ancora, no?
Che cosa intendi?
Non so, un certo feeling.
Come ho fatto a non pensarci?  ovvio, il feeling. Anzi the vibrations.  una telefonata pleonastica, l'avevo detto.
Oh, gi il feeling. Di che cosa parli? Di te che mi violenti su una panchina?
Il mio sesto senso mi comunica che dir qualcosa tipo Sei ingiusto oppure si metter a piangere.
Vaffanculo. Possibile che tu sia sempre cos....
Miracolosa fantasia, devo ammettere.
...cos, stronzo.
Guarda Elena, l'unica cosa che esiste ancora fra noi due  quello stupido mucchio di pelouches che mi vergogno di averti regalato, che mi fa ricordare di come fossi pietoso i primi tempi in cui stavamo insieme.
Ti brucia ancora. Ecco qual  la verit.
Mi brucia? Che cosa?
Ti brucia il fatto che sono stata io a lasciarti.
Elena, per favore.
Guarda che ti capisco, ero giovane, stupida, non avevo capito del tutto quanto bene ti volessi.
Eri migliore. Avevi un certo senso dell'umorismo.
Cosa vuoi dire?
Eravamo tutti e due migliori. Punto. Siamo cambiati, al momento non so dirti chi dei due sia peggio.
Sei sempre cos... enigmatico.
Un Bartezzaghi. Dico. Spero che l'anfetamina salga in fretta cos da trovare parole taglienti e risolutive.
Non te la devi prendere con chi ti vuole bene se la tua vita non va.
Tu non sai che cosa voglia dire voler bene. Non vuol dire girare per vetrine insieme. Non vuol dire andare a sfoggiarsi l'un l'altro alle cene di beneficenza. Neanche pomiciare nei parchi. Non collezionare pelouches o farsi trovare in autoreggenti la notte di Natale. Parli con le parole dei cantautori, per sentito dire. Non mi parlare di voler bene. Non mi parlare della mia vita che non va.
Alzo la voce, mi pulsa l'occhio.
Elena  egoista. Elena non farebbe mai un sacrificio per un'altra persona. Elena  una presenzialista. Ama solo stare in mezzo alla gente. Si merita quello che sto dicendo.
Mi fai schifo dice, e sento che sta iniziando a piangere davvero.
Accendo la tv. Su Videomusic c' un video di Eros Ramazzotti. Tolgo il volume, lo guardo girare in questo capannone pieno di schermi con un sottofondo di singhiozzi. Non  cos male come trovata.
Mi fai schifo. Ripete.
 un buon segno. Dico prima di riattaccare.

Quando Carlo suona sono in cucina e sto facendo il caff da buttare sulla pasticca. Non ricordo pi l'ultima volta che ho mangiato qualcosa, mi tocco i polsi, sono molto pi aguzzi di qualche giorno fa.
Lo vedo entrare dalla porta. Ha l'aria di chi non  andato a letto o se ci  andato ha sognato di essere inseguito da un maniaco lungo un corridoio con tutte le porte chiuse a chiave.
Ciao. Dice con il mento che trema leggermente.
Ho un occhio praticamente chiuso e faccio fatica ad accorgermi che Carlo ha pianto. E che tiene i pugni stretti.
Pippi  morta.

Credo che qui si stia aprendo un crepaccio. Profondo, sento che mi inghiotte. Fidati, Pippi, fidati. Mi appoggio al tavolo. Cerco con gli occhi la giacca con la busta. Non c', non la vedo, dev'essere in camera. Fidati, Pippi, certo. Credo che se mi dir che si  suicidata non dar mai quella lettera a Carlo. Credo che forse non lo far comunque. Nel bar non c' pi tutta quella gente che c'era ieri (era ieri?), ci siamo io e lei, neanche i baristi. E lei ha il suo smalto scuro sulle unghie. E mi sembra che forse abbia detto qualcosa di importante. Non so.

Ho paura. Di cosa? Non so. Tu sei suo amico. Mi raccomando. Fidati.

Mi tocco l'occhio. Come se tutta la mia sofferenza venisse da qui, dalla ferita.
Pippi  morta. Ripete Carlo. Ma lo fa come se stesse recitando. Ricomincia a piangere. Chiudo la porta. Stiamo in piedi, lui piange e io ho questa sensazione di vuoto. Ho freddo. Ho solo 25 anni.  mattina, dicembre. Domenica. Non so perch ma penso a Elena.
Vorrei abbracciare Carlo.
Sono immobile. Sono sicuro che ci siano stati dei presagi. I colli, l'asilo, il mare, io che disegno quella stella... Monza, Moresi...
Ha avuto un incidente. Dice Carlo.

Due costole rotte. Era strafatto.

Non so cosa fare. La prima e l'ultima volta che ho avuto a che fare con la morte  stato quando capit a mio nonno.
Tornai da scuola, sotto casa c'era la domestica che mi aspettava e che mi disse di andare a pranzo da mio padre perch mio nonno non stava bene e mia madre era con lui. Quando arrivai a casa di mio padre lui mi disse: Devi essere forte.
Si sforzarono, lui e la sua donna, di essere tristi con me.

Riesco ad abbracciare Carlo. Lo tengo. Gli guardo le basette. Sento le lacrime sul collo.
Siamo ancora bambini. Lo siamo sempre stati. Mi sento patetico in questo ruolo da consolatore. Non ho nemmeno la capacit di aiutare un amico. Gli accarezzo la testa pensando a quanto sia inutile. Riusciamo ad arrivare al divano, si mette con la testa fra le mani.
Cosa  successo?. Chiedo.
Non ripeto la domanda. Aspetto, guardo la televisione spenta.
Tu hai una lettera?
Non sono sicuro che me l'abbia chiesto davvero.
Tu hai una sua lettera?
Mi guarda e io annuisco, non mi interessa sapere come lo sa. Lo sa ed  meglio cos.
Si sta calmando.
Ieri notte mi ha telefonato, forse aveva bevuto, parlava male, mi ha detto di una lettera che ti aveva dato. Se l'avevo letta. Cristo, Teo.
Mi alzo e vado in camera. La giacca  l, sulla sedia. Frugo nelle tasche, per un momento credo che sia sparita. Ce l'ho in mano, la guardo. X CARLO. Il sigillo.
Gliela porgo. Lui mi blocca la mano.
Leggila.
Non domando niente, aspetto solo che ci ripensi.
Avanti.
Mentre apro la busta mi tremano le mani.
Un foglio scritto a mano, non molto lungo. La calligrafia inclinata verso destra, ordinata come pu esserlo quella di una ragazza
In un'altra situazione mi schiarirei la voce.
Cerco di leggere con il tono pi piatto possibile. Non voglio metterci niente di mio.

Caro Carlo,
ricordi quest'estate al mare? Quella notte passata sulla spiaggia a chiacchierare di tutto? Dicevi che bisogna sempre fare quello che ci si sente, nella vita. Che  l'unico modo per sopravvivere senza rimpianti, senza guardarsi indietro. Quella sera ti dissi che mi avevi stupito, che mi piaceva sentirti parlare di cose profonde. In un certo senso non mi sono mai sentita vicino a te come quel giorno. Credo che sia stata la prima e l'unica volta che ti sei scoperto, poco e per poco, ma ti sei scoperto. Ricordi? Be', io mi sento di scriverti. Mi manchi, so che  tardi, forse. Di queste cose purtroppo ci si accorge sempre dopo. Ho nostalgia di te, del tuo modo di fare, dei tuoi interessi. Ho nostalgia delle giornate passate insieme, anche di tutto quel silenzio, dei tuoi occhi tristi. Volevo solo che tu lo sapessi, ecco. Perch se hai bisogno di qualcuno che ti voglia bene, io sono qui.
Tua (?) P.

Mi  tremata la voce e alla fine ho quasi pianto.
Ho allungato il foglio a Carlo. C' questo crepaccio pieno di correnti fredde. Carlo rilegge, in silenzio, una, tre, dieci volte. Il tempo si  fermato. Sento solo il ronzio del frigorifero in cucina.
Non pu succedere. Dice piangendo.
Non pu succedere. Questa volta urla.
Teo, devi fare qualcosa, questo non pu....
Lo abbraccio, sta tremando, sono abbastanza lucido da domandarmi se per la rabbia o per queste correnti fredde.

Torna a casa che  gi sera, senza mai chiedermi che cos'abbia fatto all'occhio, al naso.

Pippi si  schiantata contro un albero su una delle strade strette che scendono dai colli. Sul giornale c' la fotografia della sua Renault gialla. L'unica cosa riconoscibile  l'arbre magique appeso allo specchietto retrovisore. Un particolare cercato dal fotografo, un particolare che lega la vita alla morte, che per chi legge far pensare a questa ragazza giovane che si ferma in un distributore per comprare quel deodorante al pino silvestre. Una ragazza che non c' pi. Una foto di cronaca nera.
L'articolo parla di un colpo di sonno, di una ragazza di 23 anni. Nient'altro.

Pippi non era di qui. I suoi abitano in un paese distante cinquanta chilometri. Due bar, una pompa di benzina, un'edicola. Un viale alberato che porta alla piccola stazione dove scendiamo io Carlo e Giorgio. Non ce la siamo sentiti di prendere la macchina. Manca una settimana a Natale. Ci sono addobbi anche qui. Pi ingenui, pi poveri. In treno non ci siamo detti niente. Abbiamo guardato il paesaggio e fumato. Carlo  elegante. Credo che abbia preso qualcosa, ha gli occhi lucidi e grandi. Camminiamo lungo il viale evitando le pozzanghere e cercando di ricordarci le indicazioni per arrivare alla chiesa, non  quella della piazza. C' molta gente. La conoscevano tutti qui. C' qualche sua amica della citt. Mi chiedo con chi abbia passato le ultime ore, con chi fosse sui colli, con quali delle sue amiche. Mi chiedo quali siano stati i suoi ultimi pensieri, le sue ultime parole. Se si  chiesta come mai non ho dato la lettera a Carlo. Ho queste domande di ghiaccio, in testa. Ci mettiamo in ultima fila. La bara  davanti all'altare, chiusa. C' silenzio, passi che rimbombano. Guardo Carlo, ha sempre quello sguardo puntato all'infinito. Gli chiedo se sta bene.
S, s, lasciami ascoltare.
Il prete dice le solite cose. Il regno dei cieli, la consolazione.

Devi essere forte.

Parla della vitalit di Pippi. Ma la chiama Annalisa. Col nome di battesimo.
Quando la messa finisce la gente si avvicina ai parenti. Noi usciamo. Carlo respira profondo. Mi fa male vederlo cos indifferente. Capisco che prima o poi croller. Giorgio continua a guardarsi le scarpe.
Carlo mi si avvicina e mi appoggia una mano sulla spalla.

Non ti devi sentire in colpa. Dice.
Ha capito. Sto pensando che forse se avessi fatto leggere la lettera a Carlo, ecco, quella sera l'avrebbero passata probabilmente insieme.
 il destino che  bastardo. Conclude. E va veloce, fino a precedere me e Giorgio di una decina di metri.

Carlo si addormenta in treno. Giorgio  di fronte a me, si china per parlarmi sottovoce.
Credo che sia meglio tenerlo d'occhio per un po'.
Faccio di s con la testa.
Ma a Carlo fregava qualcosa di lei?
Lo guardo negli occhi.
Li butta fuori dal finestrino.


Sono di nuovo in citt. Elena madre ha insistito perch scriva la lettera a Babbo Natale. Come ogni anno. Le dico che non  il caso.
Poi non ti lamentare se riceverai qualcosa che non ti piace.
Non so perch ma ho l'impressione che nemmeno una Ferrari cambierebbe le cose.
Comunque mi ci metto, la scrivo. Ci metto tre o quattro desideri sbiaditi. Chiudo la busta. Guardo questa lettera. Insomma, ogni momento  buono per pensare. Carlo  a casa. Mi ha telefonato qualche minuto fa, guardava le fotografie che aveva fatto con Pippi in Grecia.
Era cos... viva. Mi ha detto.
C'erano dei ristorantini sul mare che facevano davvero un pesce eccezionale. Eravamo belli, abbronzati.
Ha preso un tranquillante. Stare ad ascoltarlo  una sofferenza, l'angoscia mi mangia da dentro.
Carlo, tutto bene?
Certo.
 assurda la mia domanda,  assurda la sua risposta. Tutto normale.
A Carlo va tutto bene, certo. Vorrei rompere un po'della roba che c' sulla mensola sopra il mio letto.

Sono al mare, in questo chiassoso ristorante rustico.
La donna di mio padre si comporta come chi, in un chiassoso ristorante rustico, decide di ordinare una dozzina di ostriche. Credo che pensi che questo la faccia sembrare sofisticata, quasi fosse un bene.
Il cameriere si comporta come uno che non sa cos' un'ostrica.
O lo sa ma non ne ha mai vista una nei dintorni.
La figlia di mio padre e della sua donna avr quattro anni.  perfetta, cos bionda, cos smorfiosa. Forse non  davvero loro, l'hanno scelta dopo aver sottoposto a un provino centinaia di bambine. Gioca con una bambola e una valigetta piena di vestiti e accessori. La chiamerei sorellastra se non facesse troppo Cenerentola.
Io, dalla mia, fisso la porta del bagno come se fosse un'oasi.
Seguo con gli occhi il tragitto per raggiungerla.
Non credo di potercela fare in modo naturale, questo Pinot grigio mi  entrato in circolo, sono intorpidito.
E cos mio padre parla, mi chiede, si guarda in giro.
Come passerai il Natale?
Nel solito modo.
Cio?
Lo passer a casa.
Con tua madre?

Oh yes! Non mi  mai capitato di passarne uno con la Playmate del numero natalizio. Quella che ha quel costume da Babbo Natale con i buchi nei punti giusti.

S, con mia madre. Dico.
Ho l'impressione che lei si porti il vino alla bocca solo per trattenersi dal dire qualcosa.
Credo che anche mio padre se ne sia accorto, le fa gli occhiacci. Anche se sono occhiacci cos indulgenti che non so se sia giusto chiamarli cos.
Sono pi un Ti prego, non  il caso detto con gli occhi.
Io gioco con le briciole sulla tovaglia.
Penso se non sia il caso di alzarmi, andare a piedi alla stazione e tornare a casa.
Mio padre mi chiamerebbe ma non si alzerebbe nemmeno da tavola, ne sono sicuro.
Lei gli direbbe: Lascialo andare.
Bevo dell'altro vino, velocemente. Uno, due, tre bicchieri.
Guardo questi tre con occhi ironici.
Mio padre mi d una mano farcita con un assegno.
Non lo vedo, ma so che  un assegno. Me lo metto in tasca senza guardare. So che vorrebbe godersi il mio stupore per la cifra.
Grazie.
Buon Natale.
In macchina al ritorno non dico pi di due parole. Loro due davanti, la principessina e io dietro.
Se ti va un giorno potremmo fare una partita a tennis. Mi dice lei ritoccandosi il rossetto.
Come? Non sento....
Fingo.  una fortuna che lo stereo sia un po'alto. Stanno sopportando la mia cassetta degli Strange Fruit. La cantante urla che arancione  il colore della sua rivoluzione, che non vuole nuvole bianche nel suo cielo blu.
Niente. Dice lei e si rigira.

Orange is the colour of my revolution.

Mi chiedo perch proprio arancione.

Manca troppo poco a Natale. Continuo a ripetermi che dovrei essere felice, come un tempo. Guardo il presepe sotto l'albero e non sento niente. Potrebbe essere il plastico di una battaglia della campagna francese in Russia, non cambierebbe nulla. Giorgio mi  passato a prendere.
L'ho trovato davanti al portone con le mani in tasca, la sciarpa davanti alla bocca e gli auricolari del walkman piantati nel cervello.
Andiamo in centro per trovare qualche regalo. Non devo comprarne molti. Ma non ho idee e cos finisco per spendere tanto.
Entriamo nei negozi, frughiamo, ci divertiamo a mettere in apprensione quelli della sicurezza sfiorandoci le tasche, fingendo di nascondere qualcosa nel giubbotto.
Un paio di volte ci fermano. Alziamo le braccia e ci facciamo perquisire. Sorridiamo e quando ci lasciano andare hanno le sopracciglia storte, sanno che li abbiamo presi per il culo.
Poi per strada, sotto i portici uguali, a calpestare intarsi di marmo, cercando di toccare una solo pietra con ogni piede.
Siamo due vigliacchi e camminiamo fianco contro fianco. Da qualche giorno non parliamo di Carlo. Sappiamo che sta male. Non abbiamo la forza di fare niente. L'ultima volta che gli ho telefonato piangeva nonostante i tranquillanti. Mi diceva di quanto si sentiva male, non solo per Pippi. Per avere trattato male le poche persone che davvero gli volevano bene.
Sono maledetto, Teo, sono maledetto.
N Giorgio n io sopportiamo di avere il cuore tarlato.
Anche ignorare il nostro amico non ci fa sentire proprio bene.
Ci diciamo solo che non c' altro da fare. Che non possiamo aiutarlo.
Siamo due vigliacchi, bugiardi, in giro per pacchi.
Mi sono rotto i coglioni di firmare gli scontrini quando uso la carta di credito.
Giorgio dice che regaler a suo padre un film pornografico, per vedere la sua faccia.
Lo guardo per capire se dice sul serio. Mi dimentico ogni volta che non si pu capire niente, neanche fissandolo negli occhi per un giorno intero.
Non ho un'idea precisa di che persona sia il padre di Giorgio. Credo di averlo visto solo un paio di volte.  sempre in giro per lavoro. Giorgio non ne parla spesso. I genitori di Giorgio stanno ancora insieme. Nelle foto di casa i suoi sono sempre abbracciati. Un po'troppo. E il padre  sempre elegante e abbronzato. Ha l'aria di uno che ha un sacco di vizi e tutte le possibilit per soddisfarli. Sembra un avvocato della malavita.

Cos giriamo per negozi. Vediamo un milione di persone. Giriamo lenti, rallentati dal flusso, dagli ingorghi umani.
Giorgio fissa le ragazze carine. Nella sua solita maniera. Non  di quelli che si voltano per vedere il sedere.
Le guarda dritte negli occhi finch ce le ha davanti. Per intimidirle.
Una volta mi ha detto che ne cerca una che abbia uno sguardo speciale.
Che non lo abbassi e non lo tenga alto per sfida. Ma che cerchi nei suoi occhi.
Vallo a capire il vecchio Giorgio.  difficile, ha delle manie.
Come quella di scegliere i CD in base al numero dei pezzi.
Dice che se in un album ci sono meno di tredici pezzi  una truffa.

Anche il Natale  una truffa per gente rintronata. Dice. Certo che, se solo mi capitasse di essere pi felice, ne varrebbe la pena. Di essere truffato, dico, ma cos.... Aggiunge.

Eravamo ai giardinetti vicino a casa di Carlo. Eravamo noi tre. Dovevamo avere pi o meno 15 anni e l'angoscia per non aver fatto la versione di latino per il giorno dopo. Giorgio aveva spento una delle nostre sigarette clandestine. Aveva sputato sui cubetti di porfido che tagliavano il prato.
Voglio farmele io le regole. Me ne voglio fregare. Aveva detto, guardandoci.
Di cosa?. Aveva detto Carlo.
Cos' 'sta cagata delle regole? Che regole? Di che cosa parli?. Gli aveva chiesto poi, innervosito.
Giorgio se n'era stato zitto calciando i fili d'erba pi alti.
Che regole, eh?
Lascia perdere, tu in testa hai solo quella tettona di terza.Tu ubbidisci.
Carlo gli aveva dato un pugno su un labbro, li avevo separati ma c'era voluta una settimana perch facessero la pace. Ho sempre avuto l'impressione che quel giorno qualcosa di sottilissimo si sia incrinato fra loro. Qualcosa di cos invisibile che neanche volendo riuscirebbero ad aggiustare. Da quel giorno mi sembra che la mia presenza sia indispensabile per riuscire a farli sentire amici come erano una volta.

 la vigilia di Natale. Fuori c' un cielo spesso e nero,  mattina presto. Ho tirato la tenda e torno a letto a guardare le nuvole da steso. Decido di mettere un CD natalizio nel mio stereo portatile. Le note di White Christmas sono calde. Forse non abbastanza, comunque. Sto con le mani intrecciate dietro la testa. Sento bussare alla porta.
Chiedo cosa c'.
 mia madre, dice che dovrei svegliarmi, che c' un sacco da fare.
Mi domando che cosa.
Non so. Certo  la vigilia ma non mi viene in mente niente di urgente da fare.
L'unica cosa che desidero  che questa giornata prenda una piega insolita. Che il cielo cambi colore. Che gli angeli scendano suonando le cetre e riescano a cambiare questo dannato giorno che dovrebbe essere scintillante come un lampadario di cristallo.
Sto seduto sul bordo del letto a tossire.
Apro il carillon col veliero. La musica esce lenta, la molla  scarica.
Mi sono rimaste quattro pasticche. Solo quattro.
C' molto da fare, no? Una la butto gi.
Ho voglia di chiamare Carlo, di fargli gli auguri, di sentire che  ancora vivo.
Prendo in mano la cornetta e fisso i tasti. Sento il suono della linea.
Faccio il numero con molta attenzione.
S?
 sua madre, la voce allegra, come al solito.
Signora sono Teo, c' Carlo?
Un attimo.

Ed  un attimo lunghissimo, aspetto con il brusio del silenzio appoggiato all'orecchio. Finalmente sento qualcuno che si avvicina.

Ciao Teo.
Ciao Carlo, come va?
Non lo so.
Mi dispiace non averti chiamato in questi giorni. Solo non sapevo se avevi voglia di sentire qualcuno.
Mi fa piacere sentirti. Sono solo un po'stordito, queste medicine mi fanno sentire come se vivessi in un sogno.
Be', allora stai da dio. Cerco di sdrammatizzare, grattandomi la testa.
Non so.
Posso venire a trovarti?
Certo, perch no? Porta anche Giorgio. Mi fa piacere, davvero.
Cos ti porto il regalo.
Oh, Teo! Io non ti ho preso niente.
Fa niente, figurati. A che ora?
Quando vuoi. Non ti spaventare quando arrivi, non mi faccio la barba da dieci giorni. Sembro una specie di uomo delle caverne. Poi sono pallido. Non ti spaventare, ecco.
Cercher.
Allora ti aspetto, eh?
S, in mattinata passo, O.K.?
S, ti aspetto qui.
O.K..
A dopo allora.
S, a fra poco.
E chiama anche Giorgio, eh?
Sar fatto.
Grazie Teo.
Di cosa?
Be', grazie.

Riaggancia e io rimango con la cornetta incastrata fra la spalla e l'orecchio. In mano ho il regalo che ho preso per Carlo,  un portafoglio di cuoio grezzo con una catena da attaccare ai pantaloni per non perderlo. Gioco con il bottone automatico. Apro e chiudo, apro e chiudo.
Inizio a sentire l'anfetamina.
Mi sento la fronte bruciare, mi sdraier un po'sul letto. Legger qualcosa, qualcosa che non leggo da molto tempo. I Quindici o il sussidiario delle scuole elementari, o qualsiasi altra cosa che sia un po'rilassante.

Guarda che bel regalo che ti ha portato la signora Leda. Ringraziala.
Grazie signora Leda.
Di niente, di niente. Hai gi otto anni, sei gi un ometto ormai. Tanti auguri.

Animali color pastello, allegri. Che parlano, pensano e si danno da fare. Un libro di Richard Scarry. Polpastrelli di cioccolata su molte pagine. Mi piace questo libro, ci sono delle storie, ognuna su un posto del mondo. L'Olanda. C' un maialino con gli zoccoli, mi spiega che cos' un polder. Un polder  un pezzo di terra sotto il livello del mare, che se non fosse per una diga sarebbe tutto allagato. Ed  per questo che un altro maialino se ne sta con il sedere a tappare una falla che c' nella diga. Per salvare il polder. Per salvare il raccolto di tutti questi maialini. E per non affogare, secondo me. Io vado in piscina e so bene come sia pauroso rimanere sott'acqua, non vedere, non respirare. Non sembrano impauriti questi animali. Almeno finch c' qualcuno che tiene tappato quel buco per loro.

Sono passato a prendere Giorgio.  rimasto un po'scioccato all'idea di andare a trovare Carlo. Credo che non sapr bene cosa dire o cosa fare quando ce l'avr di fronte.  solo una delle migliaia di responsabilit che vorrebbe evitare.
La mia macchina puzza di fumo.  una cosa nauseante guidarla di mattina. In casa mia cucinavano il tacchino. La domestica stava pennellandogli il petto con dell'olio, credo. Mi hanno detto di tornare presto che c' da fare. Ma cosa? Continuo a domandarmi.
Giorgio se ne sta sul sedile senza dire niente, cercando chiss quale stazione radio.
Cazzo.
Cosa c'?
Non si prende K-Rock.
Cos'?
Come cos'?
Non l'ho mai sentita.
 una gran stazione.  di un mio amico. Ti ricordi quello che lavorava in quel negozio di arredamento di suo padre.
S.
Be', si  messo su questa radio. Fa della gran musica. Ma non si prende dappertutto.

Ce ne stiamo in silenzio. Anche perch quando Giorgio non ha voglia di parlare sa essere davvero reticente.
La stazione  una a caso. Battisti canta che non possono farne un dramma, lui e una donna degli anni '70. Io me la immagino con degli stivali molto alti e con gli occhi truccati pesanti.
Prendila cos. Non possiamo farne un dramma.

Che fine ha fatto Battisti?. Chiede Giorgio.
Abita a Londra.
A Londra?
S.
Ma sa l'inglese?
Non so, credo di s. L'avr imparato.

Per qualche motivo scuote la testa. Forse non riesce a immaginarsi Battisti che al ristorante ordina in inglese.
Queste anfetamine sono buone. Carlo aveva ragione.
Normalmente gliene chiederei delle altre. Ma come si fa. Non  proprio il momento.

Ci apre la madre. Sorridente. Credo che anche lei abusi di psicofarmaci. Ha una vistosa crescita bianca sotto i capelli tinti. Fuma una sigaretta sottile.
Entrate ragazzi, entrate. Carlo  in camera che vi aspetta.

Ci prende le giacche.

Carlo sta guardando un documentario sui gorilla.  pettinato e sbarbato, credo che l'abbia fatto per noi.
In tv c' una donna che parla tenendo in braccio un cucciolo di gorilla.
Ha la faccia di una che si  ritirata nella foresta perch prendeva poco cazzo.
Carlo si alza dal letto e ci abbraccia, ci stringe forte.
Mi siete mancati.

Sembra in forma, so che  solo un'impressione. Avverto che c' qualcosa di estremamente allarmante in questa scena. Non capisco cosa. Comunque mi si stringe lo stomaco.

Allora?. Gli chiede Giorgio.
Cosa?
Hai intenzione di rimanere ancora molto tempo chiuso qua dentro?
Non so. Non capisco come mi sento.
Ti senti bene. Come ti vuoi sentire?

Giorgio si mette a esaminare tutti i dischi di Carlo.
Io mi siedo con lui sul suo letto a due piazze.

Perch non esci con noi domani?
Domani?
S, lo sai, c' la cena di Natale con tutti quelli del liceo.
Non mi sembra la serata adatta per un rientro.
Hai ragione. L'ho sempre odiata la cena di Natale.

Perch continuo ad andarci? Anno dopo anno. Mi facessero vedere un documentario su me stesso.
Mi racconta di aver chiamato i genitori di Pippi. Dice che quando si sentir meglio li andr a trovare. Loro non sanno niente della lettera. Non sanno niente di niente. Vuole parlare di Pippi, sentirla ancora viva, ecco.
Questo me lo registri?. Chiede Giorgio mostrandogli un vecchio album dei Genesis.
Carlo fa s con la testa.

Cosa fai stasera?. Gli chiedo.
Oh, ceniamo io e mia madre. Forse vengono i miei nonni.
Carlo mi fa tenerezza.  completamente nudo di ogni atteggiamento. Gli voglio bene.
Questo  il mio regalo. Auguri Carlo.
Ho fatto un pacchetto orrendo, non sono mai riuscito a farne uno decente.
Carlo lo scarta con cura.
 bellissimo.
Si sta per allacciare la catena alla cintura, si rende conto di essere in pigiama.
Se non me lo avessi regalato lo avrei comprato. Davvero.

Quando andiamo via la madre ci accompagna alla porta. Carlo rimane in camera. Riaccende la televisione. Perch c' un film di Asterix. Imperdibile.
In ascensore Giorgio mi guarda.
Perch lo tratti cos? Chiede.
Cos come?
Come un neonato. Deve reagire. Cazzo.
Tu fai tutto facile.

In macchina si rimette a cercare K-Rock. Impreca e gira la manopola dello stereo. Lo accompagno a casa.
Degli angeli con le cetre non c' traccia. Il cielo  scuro, cos scuro che se giocassero una partita di calcio dovrebbero accendere i fari. Ges  nato 1997 anni fa. In Palestina. Credo che si debba decidere a tornare. Ma se torner dovr rinascere? O comparir sulla terra gi trentatreenne? E se rinascer come si far? Cio, come si far a ricreare quella atmosfera? E la cometa, i Re magi? Quante domande sintetiche che ho in testa.

La cena della vigilia la passer a casa di alcuni amici di mia madre. Mi sono messo una cravatta gialla. Ho lucidato le mie scarpe inglesi. Siamo pronti. Elena madre dice che sono bellissimo. Come ogni volta le dico di piantarla.
Quando arriviamo a casa di questi amici c' qualcuno pronto a fotografarci. Il flash mi produce una quantit di grandi macchie gialle sul cervelletto. Naturalmente prima di uscire ho ridotto a due sole unit la mia scorta energetica. Cerco di sorridere, di sembrare il ragazzo che questi sono abituati a conoscere. Socievole. Non ho assolutamente fame. Tocco solo un po'di salmone e cerco di essere pi credibile che posso rispondendo alle domande sul mio futuro. Pare che io sia l'argomento principale di questo banchetto, sono l'unico che ancora si deve inserire. Poi al solito iniziano a spettegolare su qualcuno che non conosco, che si  invaghito di una ventitreenne ed  scappato di casa. Ridono pensando a come rimarr la ragazza quando si accorger che quella ricca  sua moglie. Mi sembra di vivere in un cortometraggio sul decadimento dei costumi del mondo occidentale.  tutto cos drammaticamente non natalizio. Uno degli ospiti va in bagno ogni quarto d'ora e torna fregandosi il naso. Non  un caso che sia uno dei pi brillanti nella conversazione. Credo che sia interessato a mia madre, le fa una corte un po'goffa ed esagitata. Elena madre sorride, si pulisce la bocca educatamente.  imbarazzata, ci sono io. L'uomo parla, va in bagno, continua pieno di nuove energie. Ha il fermacravatta, so che questo, in altri tempi, sarebbe bastato a eliminarlo dalla lista dei papabili accompagnatori di mia madre. Lei era attenta a queste cose. Ora si  fissata di doversi accontentare perch alla sua et... Io rido, ho bevuto molto e a stomaco vuoto, rido in faccia all'uomo. Se ne accorge,  uno sveglio, adesso.
Cosa c' da ridere giovanotto?
Oh, niente.
Perch non fai ridere anche noi, eh?
No, davvero non  il caso.
Tutti continuano a conversare, non c' nessuno di preoccupato.
Allora?
No, mi fa ridere il tuo fermacravatta. Che cos' che c' sopra? Il coniglio di Playboy?

Elena madre mette una mano sopra la mia e fa un po'di pressione con le unghie.
Lui vuole rispondere, apre la bocca. E rimane cos per qualche secondo. So che non  il coniglietto di Playboy,  il cavallino della Ferrari. Non trova la battuta giusta, capisce che difendersi dicendo che  il rampante lo renderebbe ancora pi ridicolo. Io lo guardo negli occhi.
Scusalo. Quando beve diventa un po'maleducato. Fa mia madre.
Certo, certo, lo so, sono stato giovane anch'io. Mi sorride benevolo.
 cos abbronzato.
Facciamo il brindisi di Natale. Socchiudo gli occhi, li chiudo. Penso a un posto lontano. A Elena. A Carlo.
Quando torniamo a casa  gi tardi, ho ascoltato ore di stupidi discorsi. Ho cantato sull'accompagnamento di chitarra di un ex sessantottino molto ferrato su Guccini. Una delle invitate ha continuato a farmi l'occhiolino. Uscendo mi ha lasciato con molta disinvoltura il suo numero di telefono, non credo che mia madre la conosca. Ecco cosa mi manca, una donna pericolosamente matura con una camminata studiatissima.
Ti sei divertito?. Mi chiede mia madre mentre guida verso casa.
Come una pasqua.
Stupido.
No, davvero, non sono stato male.
Be', Giuliano e Teresa sono sempre carini.
Oh, s.
Il semaforo  rosso. Si sporge verso il mio sedile.
Buon Natale Teo.
Mi bacia sulla fronte.
Penso che vorrei davvero essere un ragazzo migliore.




Mi sono svegliato con la bocca amara. Ho aperto gli occhi sul soffitto.  Natale, gioite gente. Ho preso il telefono e senza preoccuparmi dell'ora ho cominciato il mio giro di telefonate di auguri. Mi sono sentito un po'in colpa nei confronti di Elena negli ultimi giorni. Ho pensato che se qualcuno in questo periodo mi avesse trattato male probabilmente mi sarei suicidato. Ho deciso di chiamarla, non so se sia giusto. Ma ci saranno altri momenti per pensarci. Risponde sua madre, di nuovo. Spero che l'altro giorno Elena non si sia sfogata con lei.
Buongiorno, sono Teo, c' Elena per favore? Ah, a proposito: buon Natale signora.
Anche a te. Un momento che guardo.
Non credo che si sia sfogata in famiglia, se no avrebbe detto qualcosa tipo che la devo smettere di prendere in giro la sua bambina.
Passa pi che qualche istante; la casa di Elena non  grande, se ora torner dicendomi che  uscita si tratter di una scusa.
Deve essere uscita.
Ho capito, pu dirle che ho chiamato, volevo farle gli auguri.
Senz'altro. Ciao.
Arrivederci.

Allora chiamo Giorgio, risponde lui.
Ci mettiamo d'accordo per la cena di stasera, da Ermanno sui colli. Ci scambiamo due auguri e le nostre voci sono quelle di due prigionieri che cercano di farsi coraggio l'un l'altro. Giorgio mi richiamer, magari si potrebbe andare al cinema. Per rendere questo giorno un po'pi credibile.

La messa di Natale  di quelle solenni. Elena madre ci tiene molto. Siamo nella navata centrale, in una delle prime file. Io ho in testa una canzone.

Oggi sar il giorno in cui te lo rigetteranno, ma tu dovresti aver capito cosa fare. Credo che nessuno si senta come mi sento io nei tuoi confronti ora... perch forse sei tu quella che mi salver? E dopo tutto sei il mio murodellemaraviglia.

Forse la canzone si riferisce alla Madonna. Pu essere.
Prego, dico a Dio di ascoltarmi perch ha promesso di aiutare i disperati, e io credo di essere uno di quegli ultimi di cui parlava. Se mi ama davvero che lo dimostri e faccia qualcosa.

Buon Natale Carlo.
Buon Natale anche a te, Teo.
Come stai?
Cos.
Che fai oggi?
Viene Alessandra a trovarmi.
Cerca di innamorartene.
Pensi davvero che si possa cercare di innamorarsi?
S, io faccio sempre cos.
Risposta cinica, proprio per questo sospetto che si avvicini molto alla verit.

Eccoci qua, Giorgio e io fuori da questo ristorante sui colli. Siamo nervosi, dentro ci aspetta gente che non vediamo da un anno. Poi di solito ci sono proprio i peggiori, quelli che non vedono l'ora di confrontarsi con il passato, perch si sentono migliorati. Siamo stati al cinema a vedere un cartone animato di Walt Disney, bello, solo un po'troppo cantato. Giorgio dice che ci si deprime ancora di pi a vedere dei posti cos felici come quelli immaginari. Mah. A pranzo io e mia madre abbiamo mangiato in silenzio i piatti della tradizione. In certi momenti mi accorgo di che donna triste e coraggiosa sia. Io e mio padre l'abbiamo cos indebolita.

Era uno dei Natali della mia infanzia. Mamma si chiuse nello studio a piangere. Mio padre fin il pur con calma. Fingendo, di fronte ai suoi genitori, che non stesse succedendo niente. Stavo con l'orecchio appoggiato alla porta e sentivo i singhiozzi di mia madre.
Apri mamma. Apri.
No, vai a tavola. Mamma arriva subito.
Apri mamma.
Vai dai nonni. Su, da bravo.
Due giorni dopo mio padre se n'era andato.

Siamo all'entrata, nel parcheggio di Ermanno.
Giorgio mi guarda. Sbuffa. Andiamo.
Spinge la porta di vetro e vediamo subito la lunga tavolata, chiassosa.

Sta succedendo una specie di miracolo di Natale. Sto qui, seduto con la bocca aperta. Ascolto la ragazza che  seduta di fronte a me. Quello che dice mi interessa. Sta parlando di uno scrittore, di quello che prova quando legge un suo libro, dell'intelligenza di certe battute folgoranti. E io questo scrittore lo conosco e la penso esattamente come lei. Guardo i suoi capelli castani e corti. Ho caldo alle guance.  un'amica di una nostra compagna di liceo. Non posso che esserle grato di averla portata qui.
Incredibile. Mi dico.
Quando sorride le vengono due fossette perfette e non so perch mi viene pi caldo. Ha gli occhi vivaci, sembra che rincorrano i suoi pensieri, quello che dice.
Ha due mani molto belle, gesticola con eleganza.
Il problema  che io sto qui di fronte e non apro bocca.
La guardo e non cerco di essere affascinante o spigliato.
Giorgio  di fianco a lei, non sembra accorgersi di come sia speciale, le versa del vino ma non le rivolge la parola.
Lei parla con quello di fianco a me, uno che di cognome fa Golinelli, con una barba prematura e una risata da foca.
Mi faccio coraggio, non  facile.
Scusa puoi ripetermi come ti chiami? Sai, c'era confusione....
Monica, tu?
Teo.
Piacere.
Mio. Rispondo.
Lei mi sorride. Sento che la sedia mi si sta sciogliendo sotto.
 il caso che cominci a bere un po'di vino, non voglio fare la figura del complessato o simili.
C' il solito verdicchio Fazibattaglia che rifilano alle tavolate di idioti come la nostra.
Sta raccontando di un viaggio in Messico.
Golinelli dice di esserci stato anche lui, ogni tanto interviene per raccontare tristi aneddoti da vero turista.
Io la guardo nella speranza di qualcosa. Magari ho un po'di magnetismo, per non mi sembra che la sua attenzione si posi su di me per pi di qualche secondo.
Cos passo la cena ad ascoltarla, rapito. Vorrei decapitare Golinelli, che evidentemente l'aveva gi conosciuta e si sta prendendo qualche libert di troppo, le tocca la mano. Anzi vorrei prendere il mio coltello e piantarglielo sulla mano che ha fatto scivolare lungo il tavolo per raggiungere la sua. Poi alzarmi, prendere lei per un braccio, uscire, baciarla. Quei baci in cui lei all'inizio si divincola per poi metterci pi foga di me.
Il vino mi sta annebbiando, piano piano. Fra un attimo comincer a perdere il controllo. Lo so gi.
Ha denti bianchissimi e fuma.  questo il segno degli eletti. La sua pelle, i suoi occhi. Una di cos grande valore non la ricordo cercando in tutta la mia vita.

Teo, stai bene?. Mi chiede Giorgio versandosi da bere.
S, certo.
Vuoi che ti accompagni in bagno?
Be', se ti va.

Lei non sente una parola di quello che diciamo. Racconta di una casetta bianca in mezzo ai cactus. La prima cosa che mi viene in mente parlando di Mexico  peyote, la seconda tequila. Deformazione mentale.
Nel bagno Giorgio si piazza davanti allo specchio e comincia ad aggiustarsi la pettinatura con l'acqua.
Lo guardo. Mi sembra incredibile che non si sia reso conto di nulla. Che non abbia capito quanto sia bella e speciale.

Be'?. Fa lui quando si accorge che lo fisso.
Non l'hai vista?
Chi?
Quella nuova, Monica.
S, allora? Piuttosto hai visto che figa  diventata l'Amadesi? Io ci provo, zero problemi. Fra l'altro odio il suo ragazzo. Si tocca i pantaloni sotto la lampo. Due piccioni con una fava. E che fava.

Non gli chiedo di Marta, non me l'ha pi nominata. Avrei giurato che gli piacesse. Ma come si fa a capirlo, Giorgio? Ci sar un modo. Forse una macchina. Non lo so, questo ragazzo continua a stupirmi dall'et di cinque anni.

Quando usciamo dal bagno nei racconti di Monica  spuntato un fidanzato. Un certo Giovanni. E io sono quasi completamente ubriaco. Perch il verdicchio  pessimo, ma per quello che riguarda la gradazione non ha nulla da invidiare a certi siciliani o piemontesi. Almeno cos mi sembra. Ascolto le imprese di questo imberbe che di nick fa Gianni o Johnny - per quel che mi frega - della sua perfetta padronanza sulla canoa in una gita di rafting lungo correnti messicane con un nome da film western.
Allora mi sale un rancore acido di bile. Perch avevo creduto davvero stesse succedendo qualcosa di speciale. Invece ora mi sembra proprio di essere risucchiato dalla normalit bieca di questa cena di classe. E poi io bevo.
Lei continua. Io me lo vedo questo personaggio. L'italiano sempre a proprio agio. Mister muscolo cazzo di un nazista.
E non mi sbaglio neanche di un centimetro.
Quello a una certa ora entra, la viene a prendere.
Viene verso di noi con una di quelle camminate tracciate col righello. Posso indovinare lo sforzo dei suoi glutei.
Dice: Ciao a tutti.
Ciao. Risponde in coro la tavolata. Mio Dio.
Mentre si presenta rapidamente e stringe mani qua e l fa guizzare il bicipite, si  affrettato a togliersi il piumino per rimanere in Lacoste, si capisce.
Probabilmente il fatto che i maglioni gli danno fastidio fra un minuto o due diventer pure argomento di conversazione.
Istintivamente mi sembra uno stronzo cadetto di West Point.
Non mi sbaglio di un centimetro quando la veggenza alcolica mi assiste.
Giorgio ha gi capito che il personaggio, nella mia testa,  dentro un robot moulinex. Mi guarda, lo guarda.
Golinelli sembra avere una specie di sacro terrore nei suoi confronti. Lo fa sedere al suo posto. Manca poco che prenda le sue ordinazioni. Quindi me lo ritrovo di fianco. Ci mette qualche minuto a iniziare a raccontare le sue gesta. Ha il brevetto internazionale da sub,  stato attaccato dagli squali. Lo racconta il giorno di Natale in una pizzeria sui colli di fianco a me, ubriaco. Lei lo guarda come se avesse di fronte un cherubino.
Davvero troppo.
Mi alzo, faccio segno a Giorgio. Sta lavorandosi l'Amadesi, ha ragione,  migliorata. Per dovrebbe schiarirsi i peli delle braccia.
Barbara, dovresti schiarirti i peli delle braccia.
Stronzo.
S? Dimmi.
Giorgio le lascia il numero del suo cellulare.
Io faccio cadere il tovagliolo sulla mia sedia ed esco ignorando questa Monica, illudendomi che lo noter. Queste sono le piccole rivincite di cui vivo. Mi faccio schifo.
Usciamo che stanno arrivando i mascarponi.
I colli sono silenziosi. Guardiamo in alto.
Mi trattengo dal dire che non ho mai visto cos tante stelle.
Comunque mi sembra davvero cos. Faccio fatica a stare in equilibrio col naso all'ins.
Giorgio va dietro un albero e mentre sento lo scroscio mi parla.
Cosa c' Teo?
Perch?
Sei strano da qualche giorno.
Strano come?
Strano, cazzo ne so? Aggressivo, scontroso.
Che siano le anfetamine? O il Natale?
Non lo so. Cerca solo di ripigliarti, ecco.

Rumore della lampo. Rumore della mia macchina che va in moto.

Che comunque, se la macchina, nell'impatto col faggio, avesse preso fuoco, come nei film, sarebbe arrivata la polstrada e per identificare le nostre carcasse carbonizzate ci avrebbero fatto schiacciare fra i denti un foglio di carta chimica.
Come faceva mio zio odontotecnico quando andavo alla visita per l'apparecchio. Ma io lo evito quel faggio, per un pelo, per un pelo. Ripenso a Pippi. Poi la strada si fa dritta e la citt  di nuovo qui. Giorgio ascolta le note di Creep senza capire il significato delle parole.  sempre stato scarso in inglese. Io le capisco, fin troppo bene... quando prima eri qui non potevo guardarti negli occhi, sei proprio come un angelo, la tua pelle mi fa piangere. Fluttui come una piuma in un mondo meraviglioso. Vorrei essere speciale. Tu sei cos dannatamente speciale. Ma sono uno strisciante, sono strambo. Cosa diavolo ci faccio qui? Non appartengo a questo posto.

I giorni che dal Natale portano a Capodanno non hanno mai lasciato traccia nel ricordo. Nella mia testa anno dopo anno sono solo un'unica sequenza lunghissima in cui vado al cinema, mangio gli avanzi, giro in centro con Carlo e Giorgio, vedo qualche ragazza. Poi negli ultimi anni facendo sempre tardi e abusando di questo e di quello la situazione  persino peggiorata. Un unico lunghissimo giorno che porta al Capodanno di tutti gli anni. Il giorno da leoni.
Ho deciso che quest'anno invece devono essere giorni speciali. Tutti. Dovr fare ogni giorno qualcosa di importante. Che ricorder. Questi sono i miei ultimi pensieri prima di prendere sonno. Voglio ricordarmi S. Stefano '97 per tanti anni. Voglio che qualcosa di questo meccanismo perverso si inceppi. Devo solo decidere come...

Ho ricevuto un bel maglione blu da una ragazza per Natale. Una di quelle che, incredibilmente, dopo essere uscita con me tre o quattro volte continua a trovarmi affascinante. Indice di grossa superficialit. Rinnovarlo stamattina mi fa persino sorridere. Mi guardo nello specchio del mio armadio, sto bene. Da molto tempo non ho i capelli cos lunghi. Devo spostarmi la frangia per poter vedere. Elena madre mi dice, come ogni mattina da un paio di settimane, che sembro una ragazza. Che dovrei andare dal barbiere. Non dico niente. Ho imparato a tacere.
Teo, io vado via.
Come?
Te l'avevo detto. Oggi parto, torner il 2 di gennaio.
Me n'ero dimenticato. Dove vai?
In montagna. A San Vigilio.
Ah. Non con quello stronzo del fermacravatta, vero?
Sorride. Ma  un sorriso obliquo, quasi una smorfia. Hai tutti gli avanzi e ti ho lasciato anche della roba nel surgelatore. Giuliana star in ferie fino a che non torner, cerca di non fare troppo disordine. Ciao tesoro.
Raccoglie una sacca da sotto la tavola.  una Vuitton che le ho regalato io per il compleanno. Mi bacia.
Con chi vai in montagna?
Con degli amici. Siamo in gruppo.
Cerca di non farti incastrare.
Cosa vuoi dire?
Tu sei troppo buona. Io stronzi per casa non ce ne voglio. Lo sai.
Vabb, ora devo proprio andare, mi aspettano sotto.
Mamma, ogni anno quando stai in montagna torni con problemi nuovi, ti prego.
O.K., Teo, O.K. Lasciami andare.

Guardo la berlina grigia metallizzata dalla finestra. Si allontana. Penso che il pilota ha gi la mano sulla coscia di mia madre. Che schifo di vita che facciamo in famiglia. Forse  una questione di DNA. Siamo segnati. Non saremo mai uno di quei quadretti idilliaci tipo madre, padre, figlio... rampicanti in terrazza, colazione insieme, buon lavoro tesoro torna a casa presto. Siamo tre asteroidi impazziti. Mio padre non fa che fecondare tutte le bionde ossigenate che incontra sotto i trenta di et. Elena madre deve arrendersi a vecchi bavosi. Be', io per quel che mi riguarda...

Elena non mi ha richiamato. E io ogni giorno che passa sento come qualcosa che mi si smuove dentro. Ho aspettato, sdraiato a letto. Guardando il telefono. Ho voglia di sentirla, la cosa  inspiegabile. Penso a lei. Mi chiedo che cosa stia succedendo. Solo ieri era Natale e io stavo in pizzeria a dar di matto per una sconosciuta.
Elena ha sempre avuto un debole per me. Anche quando mi lasci, fu per come la trattavo. Lei aveva un sacco di ragazzi che le ronzavano intorno, pronti a sacrifici, ad ascoltarla. Io la ignoravo, passavo le mie serate con gli amici portandola fuori solo di tanto in tanto, senza rivolgerle la parola. Non mi interessava quello che diceva, n quello che faceva. Non mi interessava scoparla o passare le vacanze con lei. Quando non ne pot pi mi lasci. Non ha mai smesso di essere innamorata di me. Almeno fino alla telefonata dell'altro giorno. E io non posso permettermi di perderla definitivamente, ci saranno periodi in cui avr bisogno di avere qualcuno accanto. Questo lo so.
Ma non  solo questo... E qui credo che si fermi la mia capacit di spiegare la cosa. Non so, mi si sta muovendo qualcosa dentro... come se avessi degli ingranaggi. E forse il cuore mi sta ruotando di 180. All'improvviso vorrei che lei fosse qui per pranzo, almeno come idea. Penso alle mie mani sui suoi capelli e a tutto questo tempo che perdo. A tutte le ragazze che ho avuto, con cui ho messo in disordine sempre pi la mia vita. Al piacere che dura un attimo, cos breve. Non posso credere di essere convinto ogni volta che ne valga la pena. Forse  lei quella giusta. O forse no. Comunque  quella che conosco meglio. Quella che nasconde meno pericoli. Forse per questo posso credere di desiderarla. E se tutto questo non fosse altro che pazzia? No, i pazzi non sanno di essere pazzi.

Scaldo il pezzetto di fumo sul palmo della mano. Un angolo inizia a bruciare, si alza un fumo denso, profumato. Sbriciolo, mischio, arrotolo. Non posso aspettare. La mia camera  gotica. I tendaggi di velluto blu, come nella stanza del tesoro della Corona. E io a letto che mi allontano dalla mia vita trattenuto da un elastico. Mia madre seduta in macchina aspetta che lui monti le catene. Mio padre  a letto con la sua donna, la figlia distratta da una videocassetta di cartoni animati. Juliette Lewis canta che non pu aspettare, lo fa dal mio stereo, volume bassissimo. Ma le mie orecchie sono molto sensibili.

Posso a malapena aspettare.

Fumo lentamente, sento la testa che mi si alleggerisce, tutto diventa pi scuro, come se qualcuno avesse abbassato gradualmente le luci della scena. La mia disperazione  deformata, forse solo lontana. Comunque l, in un angolo, fluorescente. E l'elastico prima o poi mi ci far risbattere contro. Elena, Elena. Possibile? Non  importante se lo sia. Chiamarla. Cosa c' da perdere?

Galleggio, galleggio. Sul rumore della linea libera. Palombaro, vengo a galla.
S?
Elena?
S. Chi ?
Non mi riconosci pi?
Teo? Io con te non ci parlo.
Oh, non essere stupida... Ci sono momenti, situazioni....

Eccoci qui, S. Stefano. Ho una fame da lupi. Ho portato Elena nel mio ristorante preferito. I camerieri guardano la mia faccia scavata e anarchica. Conoscono la mia famiglia e mi trattano coi guanti. Fortunatamente non mi chiamano signorino, non lo sopporterei. Elena  elegante. Ha un bel maglione scollato e una gonna scozzese. Mi sento al ricevimento del Cappellaio Matto. Sento ancora un po'di corto circuito di tanto in tanto.
Lei parla. E io non  che abbia cos voglia di afferrare le parole.  qui, sono pi tranquillo. Mi basta questo, non ho bisogno di sentire cosa pensa o cosa prova.
Sorrido qualche volta.
Servono un favoloso vino rosso.

Teo, perch mi hai portata qui?
Avevo voglia di vederti.
Accidenti come sei cambiato.
Cambiato?
Solo qualche giorno fa mi hai detto tutte quelle cose....
Le penso ancora.
Vuoi che me ne vada?
No, voglio che tu rimanga. Credo che due persone orribili come noi si debbano frequentare di pi.

Ci baciamo sulle labbra davanti al direttore di sala.
Mangiamo, e ci baciamo. Sembra quasi sollevata di non dover parlare. Bevo due bottiglie di vino e faccio fatica a leggere il conto. Metto la carta di credito sul piattino. Poi le prendo una mano. Vedo la scena dall'alto. Regista di me stesso.
Io ti amo.
Cosa stai dicendo?
Veramente Elena, io ti amo. Sarei stupido a non ammetterlo.

Il vino mi fa sembrare tutto questo un gioco veramente romantico. Lei sorride con la soddisfazione che le lacera l'epidermide.

Anch'io. Almeno credo.
Ti ho pensato molto in questi giorni. Ho riflettuto.

L'incantesimo  rotto dal mio cellulare che trilla.
 Carlo.
Ti ho dato retta, sai?
S?
Mi sono innamorato di Alessandra. Dove sei?
Al ristorante. Da Alice. Con Elena.
Elena? Dici davvero?
S.
Sto meglio. Penso che domani uscir.
Magnifico. Allora ci vediamo.
S. Ciao Teo, fai il bravo.

Lei  ancora l che mi guarda. Spera che io riprenda da dove ho lasciato.

 passata una vita da quando  entrata nella mia stanza l'ultima volta. C'erano ancora i poster del Bologna alle pareti. Mi importava ancora di un sacco di cose. Ero informato, seguivo i programmi, leggevo i giornali. Trovavo un significato in buona parte di quello che avevo intorno. Facevamo l'asta del fantacalcio.
Sono cos stupito di essere qui con lei che tutto il mobilio mi sembra essersi trasformato. Lo stesso odore dell'aria mi sembra diverso. Mi bacia sulla porta, insisto per andarmi a lavare i denti. Poi ci sdraiamo sul letto. Lei mi toglie la camicia, la mia fruit. Mi accarezza. Io la bacio dappertutto. Le infilo la mano sotto la gonna, le levo i collant. Ha delle mutandine di raso blu.  sempre stata attenta a queste cose.
Sto prendendo la pillola. Sussurra.
Magnifico.
La mia voce si  fatta roca, cerco di sembrare sensuale.
Scivolo dentro di lei.  la solita bella sensazione. Le tengo le mani strette fra le mie e cerco di trovare una buona ritmica. A quanto pare ci riesco, la sposto. Lei continua a ripetermi che mi ama, che  stata stupida. Io penso alle conseguenze di questo pomeriggio e la sposto di nuovo.
Dice che sono magnifico. Non le credo,  una che sa fingere. Passa parecchio tempo prima che io giunga a qualcosa. Quando sono ubriaco ho tempi lunghissimi. E lei grida. Grida. Grida. Le tappo la bocca. Le metto le mani intorno al collo. Stringo, poco. La bacio. E le mordo le labbra. Scivolo di fianco e vado in bagno a pulirmi. Quando torno  l, con un aspetto sognante.
Mi sdraio cercando di non toccarla. Poi le dico: Dormiamo un po'.

Mi sono svegliato, sono le nove di sera. Elena non c' pi. Ho trovato un biglietto sul mobile dell'ingresso.
Ti chiamo pi tardi. Ti amo. Elena.
Vado sotto la doccia. Penso.  stato un giorno di S. Stefano migliore di tanti altri. E lo ricorder dopotutto. Amo Elena? Non lo so. Non lo so. Non sento niente di forte. Ma non c' repulsione. La sua bocca mi  sembrata dolce.
Nonostante il vino mi sento in forma, decido di uscire. Da solo. Tanto incontrer qualcuno.
Mi vesto con una delle camicie che ho ricevuto a Natale. Tocco il piccolo ricamo con le mie iniziali. M.M. Ma sono davvero cos raffinato? Che cose che succedono su questo pianeta... Ho le camicie cifrate. Io. Mamma mia, dove andremo a finire?

La citt  congelata, tutto  immobile e molto nitido. Ho dimenticato i guanti cos cammino fino in centro con le mani in tasca e l'andatura da gigol. Strada facendo chiamo Giorgio. Risponde e sento molto rumore in sottofondo.

Dove sei?
Al pub. Con Barbara.
Chi?
L'Amadesi.
Uh. Ho capito, ci sentiamo domani.
Fammi l'imboccallupo.
Auguri.
Stronzo.
S? Dimmi.

Giro da solo. Ed  una sensazione esaltante. Non so. Cammino veloce per le vie illuminate. Nel silenzio, stanno tutti a casa, nei locali, nei cinema, rintanati. Guardo le fontane congelate. I neon, le lampadine, l'elettricit che infiamma la citt. Mi piace. Mi piace. Corro anche un po'. I miei passi rimbalzano sotto i portici. Urlare, ho bisogno di urlare. S, s. Questo  un magnifico S. Stefano. AAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHH!
Ho voglia di fare l'amore e di mangiare una fiorentina da un chilo e mezzo. Di sbranarla. Ho l'istinto di un animale.

Trovo un'osteria. Sembra carina e le mie mani hanno bisogno di un posto caldo.

Mi sono seduto dopo aver ordinato una bottiglia di S. Cristina. Ci sono quattro uomini di una certa et seduti al tavolo vicino al mio. Non giocano a carte, la cosa un po'mi stupisce. Il barista ha una faccia sorniona e lo stomaco dilatato. Fa un po'di cerimonia mentre stappa il mio vino. Prendo il giornale sportivo che  appoggiato al bancone, do un'occhiata ai titoli. Milan, che catastrofe. L'ultima volta che mi sono occupato di calcio il Milan non faceva che vincere. Panta rei.
Il vino  buono. Guardo il bicchiere controluce. Bevo. Il mio futuro  cos nebuloso, non c' un aspetto che io possa prevedere o su cui possa ragionare. Lo studio? Meglio lasciar perdere. Non do un esame da pi di un anno. Elena madre sembra non accorgersene, mio padre forse nemmeno sa che sono iscritto all'universit. E prima o poi arriver la cartolina, dovr partire militare. Non mi preoccupo, comunque. I cambiamenti non mi spaventano, anzi. Dovrei fuggire all'estero? A Parigi, magari. Oppure uscire di casa e prendere un appartamento con qualcuno. Ma questo non so se cambierebbe il mio modo di vivere. Potrebbe essere molto pericoloso. Continuo a ripetermi che l'unica cosa  aspettare la fortuna. Che mi faccia cambiare rotta. Non so se sono nato per avere una vita serena. Se riuscir a conquistarla magari la roviner in poco tempo. Mi sento un guastatore. I quattro seduti vicino a me parlano di politica. Amareggiati. Non  cambiato niente. Non fanno nulla. Destra e sinistra, che differenza fa? Si sfogano, sembrano consapevoli dell'inutilit di certi discorsi. Uno dice che tanto, nella stanza dei bottoni, fanno esattamente quello che pare a loro, senza render conto a nessuno. Bevono degli amari e quello pi veloce, appoggiando il bicchiere, dice che la prossima volta non andr a votare. Ordino un'altra bottiglia. L'oste mi guarda con fare indagatore. Cerca di capire se creer dei problemi quando sar ubriaco. Il mio sguardo mansueto lo tranquillizza.
La serata va migliorando.  quasi mezzanotte. Il mio telefono suona. I quattro mi guardano. Non va gi a nessuno la storia del cellulare. Nemmeno a me, quando quello che suona non  il mio.
Scusate. Dico.
Mi alzo e vado in bagno.

Teo?
S. Chi parla?
Teo?
S.
Sono Elena.
Ciao. Scusa, si sente male.
Dove sei?
In un baraccio. Da solo.
Vuoi venire qui?
I tuoi?
Hanno accompagnato mio fratello in montagna, torneranno domani all'ora di pranzo.
Ci abbandonano come i cani in autostrada....
Come?
Niente. Niente, ho bevuto un po'. Dammi mezz'ora e sono l.
Ti aspetto. Dice sensuale.
Davanti a me c' la porta del bagno.  coperta di scritte.
I fasci devono tenere d'okkio il kranio. Luca L. 6 fighissimo. Firmato Patty '76. Odio e amore. Come al solito.

Appena riattacco capisco che non andr da Elena. Il vino  mischiato al sangue, e le promesse e i progetti che valore possono avere? Mi ributto per la strada con mezza bottiglia di rosso sotto braccio. Tutto deserto. Come se l'umanit intera fosse stata risucchiata dal raggio B di certi ufo. E si fossero dimenticati di me che stavo, non so, parlando al telefono in un gabinetto con le pareti di piombo, che notoriamente annulla il raggio B.  questo il pensiero contorto che mi metto in testa. Di essere da solo. E che diavolo di problemi pu avere un uomo solo? Trovare compagnia, ecco l'unico problema. Ma se quest'uomo non ha bisogno di nessuna compagnia sta proprio a cavallo. Mi siedo sul terzo di cinque gradini di marmo di fronte a una chiesa. Mi metto a bere il mio vino. Passano due ragazzi abbracciati.

Immagino che lei gli dica: Scaldami le mani.
Certo tesoro. Risponde lui.

Quante volte si  ripetuta nella storia dell'uomo una scena del genere? E come mai si sono salvati anche loro dal raggio B? Dovranno essere molto rispettosi se vogliono dividere questo pianeta con me. Se vogliono che io li lasci in vita.
Elena mi ritelefona... mi chiede cosa sto aspettando,  gi passata un'ora. Le chiedo se ha qualcosa da bere, in casa. Dice di s. Le dico che sto arrivando. Sono a pochi passi.
Anche tu sei salva?
Cosa?
Anche tu niente raggio B?
Teo?
S?
Quanto hai bevuto?
Non molto. Sai se in casa tua c' del piombo? Non vorrei che ci fosse un altro attacco.
O.K., O.K., fai in fretta a venire, prima che ti arrestino.
Ma chi dovrebbe arrestarmi... non c'... non c'... nessuno....
Riattacca.
Non vorrei che si fossero salvati solo quelli della mia razza.

Apre e io devo avvicinare gli occhi al tessuto rosa per capire che non  nuda e non  di plastica.  un babydoll. Ne vedo all'incirca 37 di Elena. Bacio la 19esima da sinistra dopo averci pensato un po'con un sorriso sulle labbra che posso giurare sia ebete. La bacio, le cado addosso. Mi trascina sul divano... ridiamo.
Sei pazzo. Dice.
Sono pazzo di te. Del vino, rosso. Presto.
Ancora?
S, per sempre. Oggi  la quinta bottiglia... non male, ancora due e faccio patta col sangue.

Mi pettina, con le dita. Mi guarda negli occhi. Io smetto di parlare. Butto gi il vino e appoggio il bicchiere.  di nuovo il momento dell'amore. Lei mi si striscia addosso con il babydoll. E io sono divinamente in forma, per mi gira la testa. Sono in forma sotto i boxer, per ho la nausea.
Aspetta.
Che c'?
Posso avere un caff?
Adesso?
Eh.
Va bene, ci metto un attimo.

Rimango solo sul divano. Guardo il salone, i genitori di Elena mi sorridono da una foto. Quasi fossero contenti che sto per fare la festa alla loro bambina.
Dacci sotto. Gridano.
Sfondala.

Maiali. Sorridenti maiali. Come ha fatto a nascere cos carina da quei due esseri? Diventer cos anche lei? Ges, come sar lei quando avr quarant'anni? Io sar circa come Connery, lo so. Ma lei? Lei? Non mi importa, chiss dove sar per allora. Come minimo a Marsiglia.
Elena ha la macchina per l'espresso e ci mette un lampo.
Te l'ho fatto doppio.
C' un sottinteso in questo?
Be'....
O.K. Rimbocchiamoci le maniche allora....
Una cosa che mi infastidisce del sesso  che  sempre molto simile. Non ci sono colpi di scena. Piacevole comunque, per carit. Elena mi si  seduta sopra e ci muoviamo. Io ansimo appena. Lei forte. E siccome ha la testa appoggiata al muro d dei piccoli colpi con la fronte. La sua borsetta  di fianco a me. La guardo mentre la tengo per le natiche. Mi concentro sulla borsetta. Mi estranio. Penso anche alle previsioni del tempo.

E il tuo ragazzo?
Come?
Il tuo ragazzo.
Io credevo....
S, certo, ma come  andata a finire?
Non so, non l'ho pi sentito.
Non ti ha chiamato n niente?
Esatto.
Un duro.
Uno stronzo.
E non gli hai telefonato nemmeno tu?
No, ce l'ho ancora un po'di orgoglio.
Certo. Ti piaceva?
All'inizio.
Abbiamo sporcato il divano.
Potevi venire dentro, ti ho detto, prendo la pillola.
Mi dispiace.
Fa niente, domattina faccio la lavatrice.
Metti il divano in lavatrice?
No, solo la copertura.
Ah, ecco. Dovrei andare.
Non resti a dormire?

Mi deve venire in mente una scusa buona entro tre secondi.

Non posso. Domattina devo andare da mio padre presto.
A far cosa?
Vuole che gli dia una mano a costruire una casetta di legno per sua figlia.
Wow, sei un fratellastro modello.
Gi.

La notte  notte. Raggio B o meno. Tutto deserto. Non sar certo io a stare con una che uno ha lasciato senza nemmeno telefonarle. Se l'ha trattata cos significa che davvero non vale un cazzo. Che schifo. Forse mi sento cos perch sono passati solo dieci minuti da quando sono venuto sul disegno cachemire del divano. Forse...
Comunque missione compiuta, il 26 lo ricorder.

Rientro a casa che sta albeggiando. Accendo la tv. Fanno le repliche dei telefilm. C' l'A-team.
Dio George Peppard com' invecchiato. Direbbe mia madre.
 proprio vero, il tempo passa per tutti. Aggiungerebbe.
Chiss se  ancora vivo. Piuttosto.
Su un altro canale fanno gli spot erotici degli 144. Dovrebbero proibirli, almeno sotto Natale. Una si passa la cornetta sulle mutandine e dice che mi sta aspettando, che devo chiamare subito, ora. Perch lei e le sue amiche sono pronte, calde, disponibili. E sapranno assecondare ogni mio desiderio. Certo, come no. Rido amaramente.

 pomeriggio, le tre e Carlo  uscito, mi  venuto a trovare con Alessandra. Sono a pezzi. Il problema dell'alcol  questo. Finch sei ubriaco  tutto O.K. Ma quando ti passa, tutta la merda ti ricade addosso moltiplicata per dieci. Le soluzioni sono due, non smettere mai di bere, ma alla lunga pu essere dannoso, oppure cercare di scrollarsi la merda di dosso senza l'aiuto di niente e nessuno. Il che, pi che una soluzione,  una specie di sfida persa in partenza. Quindi cerco di ricevere meno informazioni che posso dal cervello. Cerco di non fare caso a come mi sento. Poco fa mi ha telefonato anche Giorgio, sta andando a Milano per salutare un paio di amici. Ci voleva andare con l'Amadesi ma i suoi non le hanno dato il permesso. Quegli stronzissimi bigotti. Mi ha detto di salutare Carlo.

Alessandra  una bellezza. Non  per niente come la ricordavo. Be', era distrutta dentro quel bagno decorato della villa di Laura. Ha una pettinatura eccentrica, tutti i capelli biondi raccolti in tanti ciuffi. Le sta bene. Occhi grandi e chiari e lentiggini sul naso. Rimango senza parole quando la vedo.
Scusa per l'altra sera. Dice.
Eh? Figurati.
Carlo sta bene, benissimo. Sembra che non sia sotto tranquillanti. Lo trovo loquace, allegro addirittura. Questo mi butta un po'pi gi, non so perch.
Alessandra e io usciamo a cena, vuoi venire?
Lei  andata di l in sala, sta chiamando a casa per avvertire.
A reggere il moccolo? No, grazie.
Telefona a Elena.
Uhm.
Che c'?
Cosa sta succedendo Carlo? Mi proponi una cena a quattro. Non eri tu quello che diceva niente cose di questo tipo, roba da vecchi, da lessi, mai e poi mai, non eri tu?
Si cambia, si cresce.
Ges Cristo. Allora  vero, il mondo sta impazzendo.
Teo, ti parlo una volta e non lo voglio pi fare. Pippi  morta.  servito a qualcosa. Deve essere servito a qualcosa. Ho pensato cos tanto che la notte la testa mi faceva male, neanche sognavo. Io devo cambiare. O.K.?
Si sogna sempre.
Come?
Si sogna ogni notte.
Vabb, comunque. Ho capito cosa sbagliavo. Pi sbagli pi vai in basso e pi vai in basso pi sbagli. Basta, Teo. Basta.

Lei torna con il suo specchietto da trucco con su due righe di coca. Ne sniffa una. Poi ci indica con la cannuccia d'argento.
Volete?
No. Diciamo insieme. Grazie.

Guardo Carlo negli occhi. Bella scelta per ricominciare. Si stringe nelle spalle.
Lei si tira anche l'altra. Poi sospira soddisfatta.

Uhm, dove andiamo a cena, tesoro?
Boh, tanto non credo che avrai molta fame.
Oh, ci puoi giurare invece, sono appena le quattro.
Ha lo smalto scuro, come Pippi. Per le sta bene. Ha l'aria da modella. Mi accorgo di avere una leggera erezione. Lei si mette a ballare sulle note di una canzone di un CD che si intitola Baby wants kisses.
La musica sembra orientale. Lei fa una specie di danza del ventre, io e Carlo la guardiamo. Lui ha un sorriso di soddisfazione. Ogni tanto guarda me, si vuole godere l'invidia. Lei ride, si alza il golfino attillato per farci vedere l'ombelico. Ha un anellino con un diamante, se lo tocca, ci gioca. Sono eccitato. Vado in salone a chiamare Elena.

Ha detto che arriva subito. Il tempo di truccarsi, vestirsi, pettinarsi. Subito, s. Vabb. Carlo e Alessandra si baciano. Dico che vado a fare il t. S, dicono loro.
In cucina da solo,  il 27. Non ho ancora fatto niente di indimenticabile. E se mi succedesse qualcosa di indimenticabile, invece? Tanto per cambiare. Ora arriver Elena, andremo a prendere un Martini, poi a cena. Torneremo a casa e scoperemo. Cosa ci sar di indimenticabile? Potrebbe esserlo...  solo il secondo giorno che usciamo di nuovo insieme. Ricorder.
Il 27? Certo era il secondo giorno che scopavo Elena. Allora domani sar il terzo e poi il quarto. Ges. No, devo fare qualcosa di veramente indimenticabile. E se invece mi succedesse, per una volta?  buono il t al mango? Proviamo.
Il 27? Certo, il giorno che feci quell'insuperabile t al mango. Oddio.

Quando torno in camera con il vassoio e gli oro saiwa loro sono nudi. Anzi, lei  completamente nuda, Carlo ha i pantaloni arrotolati intorno alle caviglie e la monta da dietro. Sto immobile a guardare. Loro non mi hanno visto.  perfetta. Ha due gambe lunghe, sono tutti e due in piedi.
S, s, s. Dice lei tenendo la braccia all'indietro e spingendoselo dentro pi forte.
Esco in silenzio. Torno in cucina. Se avessero filmato le mie ultime ventiquattr'ore di vita potrebbero farne un film porno. Ogni tanto penso di diventare un pornostar. Una specie di suicidio morale dev'essere. Ci penso sempre quando sto ai minimi storici. Oggi, ad esempio. Brutto segno.
Bevo il t, non sa di niente proprio come gli oro saiwa.
Lascio passare un numero ragionevole di minuti e torno di l.
Sono rivestiti e beati.
E il t?
Be', l'ho buttato era cattivo.

Elena  arrivata.  stata molto espansiva e carina con Alessandra. Elena  furba. Sa come affrontare le rivali. Vuole essere lei l'ape regina. Non si sono ancora presentate che gi la riempie di complimenti. Come sei carina. Ma questi pantaloni sono favolosi. Grossa stratega. Ha coccolato Carlo. Che mi guarda stupito. Come per chiedermi: Che le  successo?
Non  mai stata un granch con i miei amici.

Come  andata con la casetta?. Mi domanda.
Sto per chiedere che casetta. Per fortuna l'impulso arresta la lingua prima che si muova.
Bene.
Che casetta?. Chiede Carlo.
Nulla, nulla  una lunga storia.
Che casetta?. Ripete.
Niente, ho aiutato mio padre a montare una piccola baita di legno in giardino per sua figlia. Cos lei ci potr giocare con tutti i suoi amichetti viziati. O.K.?
Tu e tuo padre avete costruito insieme una baita per bambini?
Carlo ha la faccia molto perplessa.
S.
Hai ragione tu, Teo. Il mondo deve proprio essere impazzito.

Elena si schiarisce la voce.
Allora dove si va? Chiede.
Gi, dove ci portate?
Teo?. Mi chiede Carlo
Oh, per me un posto vale l'altro.
Mi hanno detto che si mangia bene al ristorante greco appena aperto. Dice Elena.
Oh, s, adoro il greco. Dice Alessandra.
E greco sia. Conclude Carlo.

Arriviamo che il tavolo  gi pronto, abbiamo telefonato. C' questo arredamento mediterraneo, fotografie di isole greche, scene di pesca. Mykonos al tramonto. Potremmo essere nell'ufficio dell'ente ellenico per il turismo se non fosse per il Syrtaki in sottofondo e l'opprimente odore di cipolla nell'aria. Il cameriere ha l'aria di essere greco davvero e quando parla per prendere le ordinazioni ne abbiamo la certezza. Ci consiglia un vino rosso del Pireo.
Spziale. Dice.
Alessandra fuma una sigaretta al mentolo. Parla con Elena di un negozio del centro che se vuole pu accompagnarla perch le fanno un buono sconto.
Sarebbe magnifico. Dice Elena.
La mia insalata  buona, per c' un quantitativo insopportabile di cetriolo. Cerco di scartarlo ma ne rimane sempre un po'nascosto fra la lattuga e i peperoni.
Il vino  speciale come il tavernello. Comunque l'alcol fa sempre giuoco.
Carlo ci racconta di quando  stato in Grecia. Lo fa senza nominare Pippi. Non so se lo faccia per Alessandra o per se stesso.
Racconta delle scorribande in scooter alle cinque della mattina, delle feste in piscina da vicini di casa inglesi, di una volta in cui si erano messi in testa di pescare con un bastone appuntito dopo aver fumato molto.
Non credo che Elena e Alessandra siano perfettamente al corrente di tutto quello che  successo negli ultimi giorni. Elena sicuramente no, ma credo che nemmeno Alessandra abbia in testa un quadro preciso. Magari Carlo le avr detto di una sua amica che  morta, dubito le abbia detto di pi. Dubito che abbia fatto vedere la sua sofferenza a qualcun altro se non a Giorgio e a me.
Quindi loro tre sono allegri, ridono. L'unico abbacchiato sono io. Non so. Continuo a esplorare l'insalata e ad ascoltare Carlo. A guardare Alessandra, che beve ed  bella.
Beviamo un'intera bottiglia di Ouzo, mi ha sempre fatto schifo ma non importa.
Alessandra non ha il reggiseno, ha la camicia di seta aperta e ogni tanto, quando si sporge un po'sul tavolo, vedo il suo seno chiaro e perfetto. Quando non si china i suoi capezzoli contro il tessuto sono ammirevoli. Che profumo porta? Lo conosco, ma non ricordo il nome.
Elena mi accarezza un ginocchio. Comincia a raccontare di quando eravamo pi piccoli e stavamo insieme. Di quando le regalavo un pelouche ogni volta che si incazzava.
E di motivi per incazzarmi ne avevo.... Dice guardando Alessandra.
Vero?. Mi chiede.
Immagino di s.
Immagini? Una volta mi disse di raggiungerlo a una festa, dopo Modena. Arrivo in casa di questi sconosciuti, lui non c'. Insomma ho passato tutta la sera l ad aspettare. Non  venuto e nemmeno mi ha telefonato.
Io ti avrei ucciso. Mi dice Alessandra.
Era successo qualcosa. Dico.
S, era successo che ti eri addormentato in macchina dopo esserti ubriacato. Capito? Si  svegliato alla mattina nella macchina parcheggiata di fronte al bar messicano.

Credo che fosse una scusa, una balla che le raccontai. Oppure and davvero cos? Non ricordo pi. Lascio che sia Elena ad avere la verit.

Racconta della prima volta che lo facemmo. Deve essere ubriaca, ci mette troppi particolari. Il preservativo rotto, la nostra paranoia fino alle mestruazioni. Alessandra ascolta, rapace. Con un sorriso un po'sadico. Porta un anello al pollice. Una fede di diamanti che prima non avevo notato. Mi piace.
Carlo le infila una mano sotto la camicia.
Che fai?. Dice e gliela toglie, guardandomi.
Elena dice che  tardi, dobbiamo muoverci se vogliamo andare da qualche parte. Cos chiediamo il conto. Ho finito le sigarette. Non mi capita mai. Ho sempre due pacchetti, oggi ho finito la stecca. Il cameriere insiste per offrirci una grappa, e sia.
Buttiamo gi in un sorso, gi in piedi e vestiti. Carlo vuole pagare per tutti. Lascio fare, ringraziamo.

Mi offri una sigaretta?. Chiedo a Alessandra sulla porta.
Normale o mentolo?
Sei piena di risorse.
S. Allora?
Normale, grazie.
Di niente.

Mi allunga questa sigaretta e io ci metto un po'ad accenderla con il vento, cos accelero il passo per raggiungerli. La macchina di Carlo  poco lontano.
Penso che una settimana fa odiavo Elena. Si accelera tutto per le feste.

Carlo ci porta in un club in pieno centro. Si chiama Back to back. Dice che  carino, magari un po'caro. Elena e io ci siamo baciati. Lei puzza di cipolla, mi d fastidio. Non glielo dico, per dovrebbe capirlo. Continua a venire con le labbra vicino alle mie. Alessandra ha messo una cassetta dei Kool and the Gang. Giriamo parecchio per trovare parcheggio, il centro  pieno di macchine. Alla fine Carlo parcheggia nel posto riservato agli handicappati.
Staranno a casa almeno di notte, no? Poi se mi fanno la multa chi se ne fotte, giusto?

Carlo conosce il tizio all'entrata. Porta una giacca elegante e una camicia con il colletto alla francese. Si salutano come vecchi amici. Per il tizio non lo guarda negli occhi, continua a voltarsi e a guardare dentro il locale. Ci fa entrare con la riduzione. Dentro c' molta luce, non  ancora iniziata la musica, c' solo un sottofondo soft. Ci accompagnano a un tavolo d'angolo. Il club  arredato con gusto anni '70, un po'forzato, c' una lampada che proietta su una parete grosse bolle di olio colorato che continuano a ruotare e a cambiare forma.
Elena e Alessandra vanno in bagno. Insieme, come  nelle regole.
Che te ne pare?. Mi chiede Carlo.
 carino.
No, di Alessandra, dico....
 carina anche lei.
S, molto carina. Molto.
Ti piace, allora?
S, s. Pu non piacere?
Credo di no.
Be', anche Elena  in forma.
S, ma non  la stessa cosa. Non  una novit.
Gi.

Tornano dal bagno. Credo che abbiano tirato. Elena di sicuro, la cosa mi stupisce, non l'ha mai fatto. Probabilmente  la prima volta, infatti ha perso il controllo. Ha un tic al collo. Gli occhi sbarrati e ride. Alessandra  molto pi controllata.
 davvero bello il bagno. Dice Elena. Davvero bello, cio, ci sono i lavandini gialli, una bomba. Gialli. E le pareti, tutto colorato. E pulito. Pulitissimo, ecco. Dovreste andarci anche voi. S, s. Cio, ne vale la pena, ecco. Continua.
Io e Carlo ci guardiamo e ci mettiamo a ridere.
Alessandra sorride e le d un bacio sulla guancia.

Si abbassano le luci e il D.J. dice che sta per iniziare la magica serata del Back to back. Dice di allacciarsi le cinture. Un po'troppo imbonitore da luna park. Si sta per entrare nel regno del funk. Sta entrando parecchia gente, nel regno del funk. Noi siamo fra i pi giovani.
Noi abbiamo uno dei tavoli migliori. Carlo si guarda in giro, stravaccato sul divanetto fucsia come un annoiato padreterno sulle nuvole del paradiso.
Io vado a ballare. Dice Alessandra alzandosi. Mentre si alza succede di nuovo il miracolo della camicia.
La vediamo raggiungere la pista a scatti nella luce stroboscopica. Sembra un sogno da polluzione notturna.
Elena  indecisa nonostante la coca. La incoraggio.
Perch non vai anche tu?
Non sei geloso?
Oh, no.
Un cameriere si avvicina, ha un panciotto nero decorato da semicrome bianche, portato a pelle.
Ciao Carlo.
Ciao Christian.
Cosa ti porto?
Una bottiglia di champagne. Va bene per te?. Mi chiede.
Non posso certo contarmi i soldi in tasca davanti al cameriere.
Certo.
Si allontana.
Chi ?
Oh, un amico. Gli vendo un po'di roba di tanto in tanto. Mi tratta bene.

Alessandra e Elena ballano in mezzo alla pista. Allegre, sexy, vivaci. Buona parte degli uomini non accompagnati girano l intorno aspettando il momento buono. Il primo a decidersi  uno con una giacca con spalle enormi. Rossa. Parla ad Alessandra in un orecchio. Lei ride e indica Carlo. L'uomo le indica il suo tavolo. Lei scuote la testa. Elena balla e forse un po'ci soffre che non sia andato da lei.
Ah, guardali l. Come sbavano. Dio che pena. Dice Carlo.
Torna il cameriere. C' la bottiglia di Mot e della frutta fresca sul suo vassoio. Parla con Carlo nell'orecchio.
Chiamami domani, O.K.?. Gli dice il mio amico.
Lui gli appoggia una mano sulla spalla, appoggia la roba sul tavolino e se ne va.
Intanto due ragazzi hanno cominciato a ballare con Elena e Alessandra.
Si divertono. Sembrano proprio due coppie affiatate. Nessuno di noi due  geloso. Le guardiamo semplicemente.
Quando vedono lo champagne tornano al tavolo e invitano anche i due.
Sono giovani, molto giovani, finiti in questo posto chiss come.
Ciao. Dicono
Ciao. Fa Carlo, io non ho voglia di salutarli.
Nessuno si presenta.
Chiedi altri due bicchieri, io vado in bagno. Mi dice il mio amico.

I due ragazzi se ne stanno seduti con le mani sulle ginocchia.
Di dove siete ragazzi?. Chiede Alessandra.
Prato. Fa uno.
Oh davvero? Io ho un cugino a Prato. Si chiama Filippo Resti. Ha una Harley color madreperla. Dice Alessandra.
Resti? Mmmm, s mi sembra di averlo sentito dire. Comunque di vista lo conosco sicuro. Dice quello che sembra pi spigliato, cercandosi le sigarette in tasca.
Fanno i cantuccini. Dico.
Cosa? Mi domanda lui.
Non  a Prato che fanno i cantuccini? I biscotti?
S.
Sono due bei ragazzi. Si capisce che sono abituati a tirar su quando sono per locali. Alessandra guarda quello silenzioso dritto negli occhi.
Vedo Carlo tornare e capisco subito dalla sua faccia che in bagno non c' andato per motivi fisiologici.
Verso da bere per tutti.
La bottiglia finisce, praticamente. Loro bevono e ci chiedono informazioni sulla citt perch staranno qui qualche giorno. Lasciamo che siano le ragazze a rispondere. Loro ascoltano, ma credo che non gliene freghi niente. Stanno solo cercando di capire qual  la loro libert di manovra. Chi siamo io e Carlo.
Vi va di ballare ancora?. Chiede uno alle ragazze.
Carlo si guarda in giro. Finge di non aver sentito,  glaciale nella sua coca.
Elena dice di essere stanca.
Alessandra prende quello che se ne sta zitto per mano e lo porta in pista.
L'altro rimane con noi tre, di fianco a Elena.
Si versa dell'altro vino.
Mi sporgo verso di lui.
S. Dico.
Cosa?
S,  la mia ragazza.
Oh, Be', non volevo fare niente.
Gi, io ti ho avvertito, non si sa mai. E quella in pista  la ragazza del mio amico qui. Se ti sembra il caso vaglielo a dire. Sai, siamo un po'irascibili.
Non so perch mi comporto cos. Ma questi due sono troppo carini. Sono geloso. Di Alessandra. Ecco la novit.
Si alza e va a dirlo in un orecchio al suo amico. Smette di ballare. Parla con Alessandra. La bacia sulla guancia. Ci salutano con un cenno ed escono.
Quando lei torna al divanetto Carlo le prende la testa e la bacia con foga.
Lei ride. Si sentono le risate rimbombare nella bocca di Carlo.
Io invece ho Elena che puzza di cipolla.

Abbiamo finito la seconda bottiglia di champagne. Si sta avvicinando quello dell'entrata, quello con il colletto alla francese. Si china su Carlo e gli parla sottovoce.
Cosa?
Gli dice qualcos'altro piano.
Non oggi. Non li ho.
Allora lo afferra da sotto una spalla.
Ma che cazzo fai?
Mi alzo anch'io.
Qual  il problema?. Chiedo.
C' un conto da pagare.
Alessandra se ne sta con le braccia incrociate. Elena con gli occhi sgranati.
Di quanto?
Due milioni e quattro.
Cristo. Dico.
Non ci sto dentro nemmeno con la carta di credito. Con tutto quello che ho speso in questo periodo.
Carlo si divincola. Gli d una spinta e molta gente si mette a guardarci.
Non mi mettere le mani addosso. Stronzo. Ti faccio un assegno.
Allora non capisci, testa di cazzo.
Si avvicina anche un buttafuori.
Non capisci che io i tuoi assegni non li voglio. L'ultimo era scoperto.
Te lo faccio io. Dice Alessandra.
Tira fuori il blocchetto, ne compila uno e lo strappa mentre nessuno dice niente. Glielo allunga.
Adesso levatevi dai piedi.
L'uomo se lo rigira fra le mani.
Vi conviene che me lo cambino.
Te lo cambiano. Non ti preoccupare. Aggiunge lei.
Si allontanano.
Ale... non so come....
Lascia stare.
Te li rid.
Certo e pure in fretta. Quelli sono gli assegni di mia madre. Ed  meglio che riabbia i soldi prima che arrivi a casa l'estratto conto. Non che mi importi. Per non ho voglia di subirmi le sue strippate per il debito di un megalomane.
Megalomane?. Domanda candido.
Certo, megalomane. Come si fa a spendere pi di due milioni in questo posto del cazzo?

Quando usciamo Carlo urla in faccia al tipo che lo rovina, che quel cazzo di locale l'ha lanciato lui. Il re del funk e i suoi scagnozzi ci guardano senza muovere un dito. In macchina Carlo si scusa per aver rovinato la serata. Diciamo che non importa, che  tutto O.K.

Carlo deve salire un attimo da me, si  dimenticato gli occhiali da sole.
Alessandra lo aspetta in macchina. Mentre lo riaccompagno alla porta e Elena  gi sul mio letto gli dico: Se vuoi davvero ricominciare credo che prima dovresti sistemare ogni affaretto del genere, no?
Non  facile.
Lo so. Certo che non lo . Se no tutti si tirerebbero fuori dalla merda.
Buonanotte amico.
Buonanotte, salutami Alessandra. Sei fortunato.
Quando entro in camera da letto Elena  gi nuda. Per ha questo orribile alito alla cipolla. Credo di non farcela. Spengo la luce. Per fortuna il down della cocaina la fa addormentare senza che se ne accorga, mentre mi accarezza. Prendo un plaid e vado a dormire sul divano della sala. Quando chiudo gli occhi non mi importa niente se sia stata una giornata memorabile. Anzi, decido che  una cazzata. Si devono pur dimenticare delle giornate. La maggior parte. Comunque ho conosciuto Alessandra. E c' stata questa scena al club degna di qualcosa con Al Pacino.

Elena mi sveglia, sussurrandomi amore in un orecchio.
Amore, si pu sapere perch hai dormito sul divano? Eh?
Non  migliorato granch l'alito. Si sente che si  lavata i denti ma non  bastato.
Mi sembrava di russare. Non volevo disturbarti.
Che ne dici di tornare di l?
No, lasciami dormire.
Ma sono le undici.
Allora?
Allora  tardi, a pranzo devo essere a casa, i miei mi aspettano.
Vabb, dai, ci sentiamo nel pomeriggio.
Si capisce che  stizzita, butta tutto dentro la borsa, i trucchi, quello che ha usato, le sue chiavi di casa. Esce, quando sento la porta che si chiude mi copro la testa con il plaid. Chiss come si chiama Alessandra di cognome. Chiudo gli occhi e ricordo il piercing sull'ombelico. I momenti erotici pi intensi, la camicia che si apre. Non so se sia giusto masturbarsi pensando alla ragazza di un amico. Di un amico come Carlo. Mentre me lo chiedo comincio. E certe cose non si possono lasciare a met.


 domenica 29 dicembre. Ho passato il sabato a casa, senza uscire. Ad ascoltare rabbiosi messaggi di Elena a intervalli di venti minuti. Mi sono guardato La vita  una cosa meravigliosa con James Stewart, qualcosa che dovrebbe rimettere in sesto, almeno nelle intenzioni di Capra. Ho bevuto un po', fumato un po'. Sono andato a letto presto, credo fossero le dieci. Prima di dormire ho provato a chiamare Giorgio, per sentire se era tornato da Milano. Niente. Stamattina mi sento meglio, forse perch era un bel po'che non dormivo cos tanto. Ho sognato mia madre, stava in un ristorante con degli amici, io entravo e tutti cominciavano a prendermi in giro. Lei era quella che rideva di pi. Infatti mi sembra di odiarla adesso. Passer.
Comunque Elena ha gi chiamato anche stamattina. Le ho raccontato che ieri stavo male, un po'di febbre, nausea.
Potevi chiamarmi, ti avrei fatto compagnia.
Stavo troppo male.
Vabb, ora?
Meglio.
Ti andrebbe di venire a pranzo da me? C' il cotechino, tu ci vai pazzo.
I tuoi?
Ci sono anche loro.
No, scusa Elena, non me la sento ancora. Cio, mi capisci?
No, credo di no.
Be',  meglio iniziare come se fosse la prima volta che stiamo insieme. Piano, fare i passi uno alla volta.
Ma perch?
Mi sento pi a mio agio, ecco tutto.
Se vuoi cos....
 di nuovo arrabbiata. Non posso rendere felice una cos e nemmeno me ne importa.
Vieni tu da me, vuoi?
Ma i miei? Per loro la domenica  sacra....
Di'che sto male, che vieni a farmi compagnia.
Ci provo, ti richiamo.
Mi viene in mente che non so cosa abbia raccontato l'altra sera per rimanere a dormire qui. Da una amica a studiare? Forse.
Vado in bagno e decido di farmi una doccia e la barba.  una cosa che di solito mi fa affrontare la domenica con un po'di entusiasmo in pi. Compatibilmente con la giornata orrenda che , d'accordo. Mi pettino, i capelli lunghi non mi stanno male. Dovrei fare qualche lampada, sono bianco, quasi grigio.
Quando suonano al citofono sono in boxer. Ho anche una maglietta che mi port Carlo da Miami. Avr dieci anni,  scolorita. Sopra c' un fenicottero rosa con gli occhiali da sole. Rispondo.
Chi ?
Alessandra. Sei solo?
S.
Posso salire?
S, certo.
Corro in camera, mi metto un maglione e un paio di jeans, la cintura di pitone. Un po'di profumo Zino Davidoff.
Quando l'ascensore arriva al piano sono gi appoggiato allo stipite della porta con le scarpe. Quando la vedo capisco che  difficile renderle giustizia con il pensiero.

Ciao. Dico. Sono un po'preoccupato. Anche pieno di speranze orribili.
Ciao, scusa se sono passata.
Si avvicina piano, fra le sue labbra e le mie c' sempre meno aria.
Scusa, ripete.
Mi bacia su un angolo della bocca ed entra. Io rimango immobile qualche secondo prima di seguirla.
 successo qualcosa?. Chiedo.
Si toglie la giacca, sotto ha una minigonna e una maglia attillata, le gambe sinuose in calze velate e le scarpe con la punta quadrata che vanno di moda.
No, niente, perch?
Non mi aspettavo che passassi.
Ti dispiace?
No, per sai, Carlo  un mio amico....
Mi bacia di nuovo. Io le faccio aprire le labbra con la lingua.
Non dovremmo farlo, insomma. Poi questo  un momento particolare per Carlo, tu forse non sei al corrente ma....
Non lo sapr. Ho visto come mi guardavi l'altra sera, anche tu mi piaci.
Ci baciamo per molto, molto tempo. Sentiamo il telefono squillare.
Ho un'erezione da tantra yoga e lei deve sentirlo, sulla coscia.
Risponde la segreteria di casa Monza. Non ci siamo, lasciate un messaggio e vi richiameremo....
Il segnale acustico riempie la sala.
Teo, rispondi, Teo... Sono Elena, andiamo. Non puoi fare cos, dai! Insomma ho convinto i miei, sto venendo l. Vedi di esserci.
Non smettiamo di baciarci. Lei ride.
Cosa c'?
Credo ci voglia molta pazienza per stare con Elena, sbaglio?
Non so, sono appena quattro giorni....
Le tolgo la maglia e le bacio quel seno che sognavo fino a mezz'ora fa. Lei sospira. Ha un buon profumo... come si chiama?
Mi prende la testa, mi bacia. Si rinfila la maglia.
Cosa fai?
Vado via.
Perch?
Sta arrivando Elena, no?
Che ti importa? Mica pu buttare gi la porta, far finta di non essere in casa....
Meglio di no, non voglio problemi. Poi ho appuntamento con Carlo fra un quarto d'ora, pranziamo insieme.
Ma che significato ha questa cosa?
Quale?
Questa, noi due.
Nessuno. Avevo voglia di baciarti, mi piaci.
Capisco. Allora?
Allora niente, ci vediamo. L'hai detto tu, non  il momento.
Queste sono cose che dovremmo fare noi uomini.
Ride.
Prima di uscire mi bacia sulla guancia, io cerco di girare la testa e lei schiva le mie labbra.
Fai il bravo.

Rimango da solo, mi siedo in cucina. Penso che ci mancava solo questo. Mi guardo dentro, cos'? Gioia, paura, amore, rabbia? Che cosa? Non ricordo pi. Non sto bene, comunque. Escluderei la gioia. Non odio le donne, non ho mai detto che sono tutte troie, in realt nemmeno lo penso. Sono solo molto diverse da noi, come gli ornitorinchi.

Arriva Elena, ho un umore cos fetido.
Se mi chiede cos'ho la scarnifico.
Cos'hai?
Niente.
Vorrei solo essere lontano da qui un milione di chilometri.
Dev'essere in calore. Mi viene vicino. Vicino, mi tocca.
Ti voglio dentro.
Ho bisogno di aiuto.
Mangiamo, O.K.?. Dico, dirigendomi di nuovo in cucina.
Dopo.
Adesso. Ho fame.
Cos'hai?
Ges Cristo.
Prendo della roba a caso dal surgelatore e la metto nel forno a microonde.
Ho bisogno di un valium. Elena madre li avr presi con s. Ho bisogno di un valium. Elena madre li ha presi con s.
Elena guarda la roba che piano piano si scioglie.  una ciotola di rag e un vassoietto di parmigiana.
Non parliamo.  gi tutto finito. Lo avr capito?
Ti sei divertito?
Cosa?
Dico, ti sei divertito a ritrascinarmici dentro?
Di cosa parli?
Di questo, di noi.
Dio buono. Questa l'ho gi sentita. Due love affairs speculari di domenica mattina.
No, credimi, non mi sono divertito.
Cazzo Teo, vuoi dirmi qualcosa. Vuoi dirmi a che cosa diavolo pensi, per una volta?
Elena... io non lo so. La testa non mi funziona pi tanto bene, ecco.
Non fare il pazzo con me.
Non  questione di fare o non fare....
Ti odio.
Il timer suona e io apro il forno mentre lei si riveste. Non la guardo. Questo deve farla davvero incazzare. Perch viene verso di me, mi prende la parmigiana dalle mani e la lancia in aria. Si schianta contro un mobile alto, dove ci stanno i piatti. Il vassoio va in frantumi. Il pomodoro, le melanzane, il formaggio rimangono un po'l. Poi cadono per terra, lasciando una specie di disegno buffo sulla frmica bianca. Mi volto e la guardo. Piange, si china, si rannicchia e piange. E il motivo sono io, per questo la abbraccio.
Lasciami stare, lasciami stare, bastardo.
Trema, credo che sia la prima vera crisi di nervi che vedo da molto tempo.
Vado in camera mia, pulir dopo. Sento la porta che si chiude. Se ne  andata. Mi metto in testa di scrivere una poesia.
La domenica del single si intitola. Gi da questo capisco che far schifo. Ma che cosa c' di male nello scrivere orribili poesie? Niente, suppongo, niente.
Possibile che io sia una persona cos deprimente? E depressa? Possibile che mia madre si sia portata via tutti i valium?

Sono riuscito a far venire sera giocando al solitario di Windows sul PC. Sono soddisfatto, mica facile impilare carte da gioco per cinque ore di fila. Poi Giorgio mi ha telefonato dicendo che dovevo proprio andare con lui a Milano. Che mi son perso qualcosa. Un paio di ragazze, per la precisione. Lo ascolto tanto per fare. Ogni volta che non ci sono saltano fuori grappoli di troiette. Vabb. Comunque dice che mi ha preso un regalo e me lo vuole dare. Certo che sono in casa. Ha chiamato qui, no? Aspetto, O.K.

 un dragone.
Cosa?
Un dragone, uno degli acidi pi forti.
Non sono dell'umore, mi prenderebbe troppo male.
Be', conservatelo, non fa mica la muffa.

Lo metto nella pancina del carillon col veliero. Pancina vuota. Un'anfetamina s, quella la prenderei.

Nevica, nevica!!! Sta nevicando.  gi buio e nevica. La vedo scendere nei coni di luce e se guardo in alto ci sono tante piccole macchioline nere nere. Nevica! Eccola una cosa magnifica. Nevica. Devo uscire subito, prima che smetta.
Il montgomery, mi metto il montgomery e le manopole da montagna. Scendo le scale di corsa, non c' tempo per l'ascensore. Ges, fa che attacchi. Dovrebbe, la strada non  bagnata. Alzo la testa. Me ne sto con la bocca aperta ad aspettare che un fiocco mi cada sulla lingua. Nevica, non ci credo ancora.
I fiocchi stanno diventando pi fitti e grandi. Solo due ore cos e sar tutto bianco. Tutto bianco. Si potr anche fare a pallate, forse.

Ha smesso di nevicare, il mio orologio segna le 23 e 12. Sono stato qui finch non c' stato pi neanche un po'di pulviscolo nell'aria.  tutto bianco, nella strada qua dietro sento che quei cazzo di spazzaneve hanno gi cominciato a passare. Alessandra. Alessandra. Alessandra. Alessandra. E Carlo? Non  proprio possibile. Non adesso, almeno. Per al cuor non si comanda, secondo la saggezza popolare. Vedremo.

Carlo  seduto sul mio letto e Giorgio guarda dalla finestra gi in strada.
Qui bisogna decidersi. Ogni anno  la stessa storia.  il 30 e non sappiamo ancora cosa faremo per l'ultimo. Dice Carlo, come se la colpa fosse nostra.
Giorgio torna a guardare nella stanza. Proponi invece di lamentarti, per cambiare.
Ale forse far una festa. Se i suoi se ne andranno. Dovrebbero partire ma c' una nonna che sta male.
Be', se se ne vanno siamo a posto. Dico.
S, e se restano? Bisogner avere un'alternativa....
La prospettiva di passare il Capodanno da Alessandra mi sbatte violenta sulla fronte. Con Carlo e Alessandra. Cazzo. Magari inviteranno anche Elena. Non se glielo vieto. Comunque non verrebbe. Non ho detto ancora niente di ieri. Riguardo Elena.
Potremmo sempre andare in montagna, a casa mia. Dice Giorgio.
Ma c' il riscaldamento?
Certo che c'. Risponde.
Quanto ci vuole ad arrivare?
Carlo, ci sei? Ci siamo stati un sacco di volte. Ricordi? Gli fa Giorgio.
Oh, quella casa di montagna. Montagna poi... collina.
1200 metri collina? Ma va'a cagare.
Vabb, comunque quanto ci vorr?
Un paio d'ore, pi o meno.
Troppo. Non verrebbe nessuno.
Allora stiamo qui e ci imbuchiamo in qualche festa, che problema c'?. Dice Giorgio e ributta lo sguardo fuori dalla finestra.
Non voglio rischiare di passare il Capodanno in piazza.
Sentite ragazzi, nelle peste facciamo qualcosa qui. Dico.
Mi guardano.
Qui? Davvero?. Fa Carlo.
S, certo. Se non siamo in troppi.
Magnifico. Entro stasera ti so dire se si pu andare da Alessandra oppure no.
Ho il presentimento che alla fine staremo da me. Tanto, non  che faccia una gran differenza. Anzi, quando collasser sar gi nel mio letto.
Ho lasciato Elena.
La cosa su Giorgio non fa il minimo effetto. Carlo mi guarda. Gi?
S. Mi stringo nelle spalle.
Non poteva funzionare. Aggiungo.
Uhm. Fa Carlo.
Giorgio accende una canna gi fatta che prende dal suo pacchetto di sigarette.
La fa girare. Non  che parliamo molto.
Stiamo cos, ognuno per s. Tutto sembra pi difficile e doloroso in pomeriggi cos, in cui gli amici diventano sofferenze. Giorgio si pettina il maglione di lana grossa, irlandese. Ha quest'aria da uomo alla deriva che fa fascino e funziona su buona parte delle sue compagne di corso.  sempre stato quello ad avere pi successo con le donne. Poi fa filosofia e anche questo sull'ormone femminile ha un certo influsso. Non ho pi notizie di Marta. Forse Giorgio sta male, magari non si vedono pi. Magari pensa a lei ed  per questo che continua a guardare fuori dalla finestra, fumando hascisch. Abbiamo tutti questa scorza, corteccia protettiva, ma non significa niente, sotto siamo poltiglia.
Be', io vado. Dice Giorgio spegnendo la canna che  finita all'inizio del secondo giro.
Me lo dai uno strappo? Chiede Carlo.
Certo.
Prima di uscire Carlo mi dice che mi far sapere. Che torner a casa e chiamer l'Ale. Bene. Capolinea del nostro pomeriggio insieme. Molta Alessandra sul mio letto, guardando il soffitto. Pensando al nome del suo profumo. Al fascino perverso di quelle come lei. E che nella migliore delle ipotesi sono destinato a perdere un amico. Un amico come Carlo.
Era molto tempo che non pensavo tanto intensamente a una ragazza. Molto, molto. Diciamo dai primi anni del liceo. Me li vedo quei due, li rincorrevo nei corridoi.

Teo si  preso una cotta! Teo si  preso una cotta!

Di solito ne acchiappavo uno solo, Carlo, pi lento.
Mi telefona mia madre dalla montagna. In sottofondo sento la campana di una chiesa che suona le sei. Deve essere in una cabina.  un suono ipnotico e non faccio molto caso a quello che dice lei. Fa freddo, credo che dica. Mi dice di girare sempre la manopola generale del gas prima di andare a letto. Poi tira fuori un coniglio dal cilindro.
Teo, ascolta, perch non vieni su domani?
Cosa?
Dai!
Ma scherzi?
No, ti ricordi quella ragazza che hai conosciuto la sera di Natale?
Ragazza? Mamma avr la tua et.
Be', qui c' anche lei, mi ha chiesto di te....
Riattacco. Aspetto un minuto in piedi per vedere se mia madre richiama. Non lo fa. Spero che la sua idea fosse quella di avermi l per essere pi tranquilla, per controllarmi. Altrimenti la cosa assumerebbe sfumature tristemente squallide, specialit di famiglia, comunque.
Vado a riempire la vasca da bagno. Chiss cosa star facendo Elena? Povera Elena. Forse aveva ragione, il mio subconscio voleva fargliela pagare. Ce l'aveva ancora per quella notte di due anni fa in cui se ne and da quel locale dicendo che con lei avevo chiuso. O forse ho cercato solo di portarla al buio, con me. D'altronde si sa, la vendetta  un piatto che va servito freddo, magari con un po'di limone. Eh. S, divertente. La vendetta  come la bresaola. Il bagno invece va servito caldo e al punto giusto, quindi cerco di miscelare decentemente. Mica semplice, ci vorrebbe un termometro. Perch i piedi sono dannatamente pi sensibili delle mani. Almeno i miei.
Mi lascio scivolare nell'acqua, fingo di annegare. Poi chiudo gli occhi. Fumare mi ha fatto venire sonno. Sulle palpebre chiuse vedo esplosioni chiare, fuochi d'artificio, serpenti sinuosi.  un bello spettacolo. Ci sono anche dei disegni psichedelici. Tutto in una sfumatura evanescente del bianco su di un infinito schermo scuro. Credo che sia una cosa dovuta alla pressione alta.
L'acqua sta diventando fredda. Ma io sto qui a guardarmi le punte dei piedi, le muovo, per accertarmi che siano davvero i miei. Il vapore si raccoglie in gocce che rigano lo specchio. Da piccolo quando andavamo in macchina e fuori pioveva facevo la gara fra le gocce che scendevano sul vetro del finestrino che avevo vicino. La velocit le rendeva imprevedibili. Davanti spesso i miei litigavano. E io guardavo le mie gocce.
Sto a mollo finch non ho i brividi. Quando vuoto la vasca qualcuno dei miei peli rimane sul fondo. Mi chiedo se ci si possa leggere il futuro. Come nei fondi del caff.

Compare davanti a me con un grido che squarcia il silenzio. Tengo sempre le casse del PC a volume alto quando gioco a Doom. Lo guardo, carico il fucile a pompa e gli sparo in pieno collo, crolla a terra, con quegli orribili piedi che vibrano degli ultimi riflessi nervosi.
Meno uno.
Il corridoio alla mia sinistra  un po'buio. Decido di entrare con cautela. Suona il telefono e io metto tutto in pausa. I mostri mi stanno aspettando immobili, dentro la stanza umida. In un limbo temporale.
Sono in accappatoio, rispondo. So che si tratta di Carlo.
Ciao Teo.
Allora?
Niente da fare, la nonna dell'Ale  troppo grave, i suoi non si muovono di qui.
Capisco. Non so se sia saggio fare qualcosa qui, comunque.
Ci hai ripensato?
No, solo che mia madre torner il 2, la domestica  in ferie. Dovremo rimettere tutto veramente in ordine.
Be', se ti diamo tutti una mano....
Gi, se....
Non ti preoccupare.
Oh, non mi preoccupo.
Mi chiede se uscir, che cosa ho intenzione di fare.
Tu che fai?
Vado con l'Ale al Pacoon, stasera c' la serata beat.
Senti, se vengo anch'io mi procuri qualcosa?
Ho sempre quelle.
Aggiudicabile.
Ci vediamo l?
O.K. A che ora?
Sto uscendo, passo da lei e poi andiamo l. Diciamo fra mezz'ora, tre quarti d'ora.
Va bene. A dopo.
I mostri famelici spariscono, cancellati da un'interruzione di corrente. Chiss come si incazzano quando succede. Non so come reagir a vedere l'Ale insieme a Carlo. Spero che lei non faccia certi giochetti da troia. Tipo baciarlo guardandomi. Mi  gi successo con un'altra. O no? O era in un film? Comunque so che ci vorr una buona dose di autocontrollo.

In un quarto d'ora sono fuori di casa. Non c' traffico, molta gente deve avere gi migrato, con il vischio lo spumante e il salmone. L'autoradio  caricata con una cassetta dei Clash. Chiss come passer il Capodanno Joe Strummer, non oso immaginarlo. Passo davanti a un bar che ho frequentato per almeno un anno, perch stavo con una che andava a scuola l di fronte. Mi sorprende vedere che lei  fuori, seduta sulla sua Vespa, come se fosse stata l per tutto il tempo che non ci siamo visti. Rallento, le passo accanto, la guardo. Lei mi guarda, non mi riconosce, ha una faccia infastidita. Carina, una faccia interessante, un po'mascolina. Due occhi neri bellissimi e vellutati. Un profumo di pelle vanigliato. Quello che mi torna in mente vedendola. All'incrocio giro a destra e lascio la macchina in doppia fila.  cos tanto che non la incontro che mi sembra davvero di aver voglia di parlarle. Non ricordo com'ero l'ultima volta che ci siamo visti. Ci lasciammo di comune accordo, dovevamo partire per le vacanze estive. Avevamo deciso che ci saremmo risentiti in settembre. E io mi ero messo con Elena a ferragosto. Non so niente dei suoi ultimi cinque anni, lei niente dei miei.
Mi avvicino alla Vespa. Lei guarda la strada, le sono dietro.
Anna!
Si volta, mi fissa un paio di secondi prima di capire.
Teo?
S.
Ci baciamo sulle guance.
Non sapevo pi cosa pensare.  incredibile, non ci siamo pi visti, in tutto questo tempo. Ho chiesto di te a quelli che incontravo e ti conoscevano. E tutti mi rispondevano: "Teo? Be', sai com' fatto...". Come sei fatto?
Sono sempre lo stesso. Ti trovo bene.
Anche tu, stai alla grande coi capelli lunghi.
Aspetti qualcuno?
S, un'amica. Credo non verr pi comunque.
Entriamo, beviamo qualcosa insieme?
Oh, s.

C' ancora la mia firma sul tavolino di legno appoggiato al muro. Fatta con il coltellino dell'esercito svizzero. Leggere la data a fianco mi fa quasi fermare il cuore. Arrivano le nostre birre. Mi guarda dritto negli occhi. Cerca di capire, credo. Di valutare. Non dico molto. Brindiamo, le offro una sigaretta.
Cosa c'?. Chiede.
Come?
Cos'hai Teo?
Niente.
Piego il sottobicchiere in otto.
Niente. Ripete lei.
Ti ricordi quando ci siamo conosciuti?. Mi chiede.
Fingo di pensare, mi ricordo alla perfezione. Le cose lontane le ho stampate nel cervello.
Be', eravamo a casa di un certo Marco, un tuo amico. Tu mi hai fatto ridere tutta la sera. Ti ricordi? Abbiamo ballato il rock acrobatico. Tu mi facevi scivolare sui tappeti. Io avevo l'abbassamento di voce e tu mi prendevi in giro dicendo che sembrava la voce di un tossico. Mi facevi ripetere di continuo "Scusa hai degli spiccioli?". E ridevi, ridevi. Ti ricordi?
Gi, la voce del tossico. Poi le avevo chiesto di uscire. E ci eravamo baciati dopo un paio di settimane. Eravamo al cinema, le avevo appoggiato una mano sul ginocchio, lei non me l'aveva spostata.
Nuti chiedeva un bacino a un maresciallo dei carabinieri.
Quando uscimmo dal cinema parlavamo vicini, ci siamo baciati riparati dalla parte buia del portico.
Stavo bene con te. Dice. Forse non lo sai, ma quando tornai da Punta Ala e mi dissero che stavi con quell'altra sono stata molto male. Non mi hai nemmeno telefonato per dirmelo.
Le schegge della mia vita esplosa sono in giro per tutta la citt.
Mi dispiace, mi vergognavo.
Non fa niente, ormai. Ora che stai facendo? Studi?
Lasciamo perdere....
Domani cosa fai?
Non lo so ancora. C'era una mezza idea di fare una cosa da me. Tu?
Forse raggiungo il mio ragazzo in montagna.
Oh, capisco.
Entra questa ragazza, una bassa, un po'strabica.
Anna. Dice. Eccomi, scusa il ritardo. Andiamo?
Me la presenta, Tiziana.
Forse non avrebbe voglia di andarsene. Comunque si alza. Mi dice che  stato carino rivedermi e che spera non passino altri cinque anni. Ci facciamo gli auguri. Escono. Le guardo salire sui motorini dalla porta a vetri. Verso nel mio bicchiere la birra che Anna ha lasciato.
Mi gratto per un po'il mento, come se fossi convinto che serve ad alleggerire il peso che ho sul petto.
Quando spengo le quattro frecce per andare verso il Pacoon sto considerando l'idea di cambiare tutto, ricominciare, dovesse costarmi le sofferenze dell'inferno. Mi prendo in giro, ogni tanto mi fa sentire meglio. Quando riesco a convincermi che davvero far quello che ho in testa. Non stasera.

Guido, faccio le curve, freno. Tutto senza accorgermi della strada. Il Pacoon deve essere affollato, c' fila fuori. C' sempre fila, ovunque io vada. Mode del cazzo.  pieno di ragazzini venuti qui per la serata beat. Hanno caschetti di capelli e vestiti dell'epoca. Quasi tutti ballano gi fuori, in fila, sulla musica che arriva da dentro. Parcheggio nel vicolo. Aspetto qualche minuto prima di scendere. Penso che quando torner mia madre le far un discorso, le chieder aiuto. Sono gi stato in analisi ma non  servito. Quello continuava a ripetermi che i problemi nascono dalla troppa sensibilit, che bisogna vivere senza vedere degli ostacoli in ogni cosa. A dire il vero non parlava molto. Ed evidentemente non riuscivo a sfogarmi. Comunque non credo di essere sensibile. Anzi. Dir a mia madre che voglio cambiare, che mi dovr aiutare. Le andr persino a fare la spesa, se vorr. Magari soffrir un po'quando le dir come mi sento, per devo farlo, sento che il punto di non ritorno si avvicina pericolosamente. La pazzia mi fa paura. La vita mi fa paura. Tutto mi fa paura.

Cerco Carlo e l'Alessandra. Non li vedo. Ma c' cos tanta gente. Mentre cerco di arrivare fino al bar tocco tanti di quei corpi. Una ragazza mi guarda.
Ciao. Mi dice.
Faccio l'aria severa, non rispondo.
Credi di averlo solo tu?

Il bar  in alto rispetto al resto del locale, posso cercare meglio con lo sguardo.
Niente, di loro non c' traccia. Vado nel bagno, prover a telefonare. Qui  impossibile, la musica  troppo alta.
Quando hanno rifatto il locale devono aver finito i soldi prima di passare alla toilette. C' ruggine sui tubi a vista, lo specchio  rotto in pi punti. Il distributore di preservativi sembra quasi un scultura della biennale, tutto coperto di colore spray e scritte pennarello.
Chiamo, Carlo ha il cellulare spento e non c' nemmeno a casa.
Amico vuoi un pasta?. Dice uno che mi si avvicina appena vede che rimetto il telefono in tasca.  giovane. Ha gli occhi truccati.
Cos'hai?
Oh, una cosa paradisiaca.
Cosa?
Ma te ne frega cos tanto?
Sembra sinceramente stupito.
Be', s.
Non so, credo si chiami Buddha. Acido e anfetamina.
Magari un'altra volta.
Esco, ho l'impressione che sia rimasto nel bagno immobile, cercando ancora di capire che cosa ho detto.
Mi chiedo se questa gente si sente come mi sento io. Oppure se se ne frega di ogni cosa.
Chiamo Carlo. Telecomitaliamobile, il clien...

Di fianco al Pacoon c' una sala-giochi. Ci entro, cos per fare. Cambio cinquemila lire. Ascolto i gettoni cadere nella ciotola nera. Mi guardo in giro e non c' nessun gioco che mi vada. Ci sono gruppetti di ragazzi. Le ragazze sono tutte molto volgari, una ha una calza smagliata in due punti e sta mettendo dello smalto per fermare i buchi. C' anche un gruppetto di spacciatori, uno lo conosco. Mi strizza un occhio, io alzo il mento. Qualcuno mi guarda, sono un intruso, deve essere una compagnia fissa. Mi avvicino a tre ragazzi che si sfidano a una corsa automobilistica. Il gioco si chiama Winding Heat. Gareggiano l'uno contro l'altro, su tre diversi schermi. Uno ha una Porsche. Uno una Lotus. L'altro, non so, una specie di prototipo, credo.
Nei sorpassi si urtano,  una corsa senza regole. Sento il rumore dei birilli abbattuti, nell'altra sala.
Levati dalla strada con 'sto bocchino, dice quello della Porsche, che  arrivato veloce nel didietro della Lotus.
Gioco al flipper della Famiglia Addams. Non so esattamente dove bisognerebbe mandare la pallina. Infatti faccio punteggi bassi o altissimi. Senza capirne il motivo, senza sapere cosa ho fatto di giusto o sbagliato. E la pallina non mi cade mai fra le due palettine bianche. Mai. Cade sempre nei corridoi laterali, senza che io possa fare niente. Mi limito a guardare, a imprecare sottovoce. Inutile mandarlo in tilt.


Entro in casa, mi dimentico sempre di staccare le luci dell'albero di Natale. Elena madre ha paura dei cortocircuiti. Apro una bottiglia di vino bianco fresco. Ne bevo un paio di bicchieri e provo a chiamare Carlo, di nuovo. Niente. Poi Giorgio, lui risponde.
S.
Dormivi?
No.
Ti va di venire da me? Magari dormi qui. Cos quando ci alziamo andiamo a fare la spesa per domani.
Si pu fare. Devo portarmi qualcosa? Lenzuola, asciugamani?
Lascia stare, porta solo un po'di buonumore.
Dove sar Carlo. Cosa star facendo all'Alessandra? La neve si  completamente sciolta. Quel po'che era sui tetti non c' pi. La luna si sta consumando dall'alto verso il basso. Credo che il professore di geografia astronomica non avesse mai accennato a questa eventualit. Pensare che mi rimand persino.

Monza lei non studia, l'intelligenza l'avrebbe, io preferisco dare sei ai ragazzi che hanno problemi di memoria ma si applicano, che a quelli che non lavorano a casa. Anche Dio parla dei talenti gettati, se ne ricordi.

Uno dei pochi che ci dava ancora del lei, un sacerdote.
Il salone  silenzioso. Accendo la tv, c' un concerto di musica classica, quelli dell'orchestra sono eleganti. Cerco le violoncelliste. Non le trovo. Credo di avere un debole per le violoncelliste.
Su un altro canale c' il circo, degli acrobati bambini, cinesi o coreani. Ho bisogno di un valium, possibile davvero che mia madre li abbia portati via tutti? Non mi rassegno. Entro in camera sua, deciso a perquisire l'armadio, se necessario. Nella busta delle medicine non c' niente, solo del Vivin C e altre cose inutili. Guardo persino dentro le custodie degli occhiali da sole. Sposto le vestaglie. Poi sposto il sedile del vogatore smontato, un coso piatto di plastica nera, e mi accorgo che appoggiato nella cavit della parte inferiore c' qualcosa. Un quaderno con una copertina verde.
Elena Monza scritto con la sua calligrafia inconfondibile per me, obliqua e irregolare, non come quelle calligrafie delle ragazze che conosco, tutte cos uguali, pronte a mettere appena possibile un cuore al posto dei puntini delle i. Da vomitare. Apro una pagina a caso.

Faccio sempre lo stesso sogno, almeno una parte  ricorrente. C' Teo, entra nella mia camera e urla, sputa mentra parla, non sento cosa dice, so che sono cose orribili. Io mi volto e di fianco a me c' un uomo. Non gli vedo la faccia, si alza e va verso mio figlio, inizia a spingerlo fuori dalla porta, lo prende a pugni. Quando cade fuori dalla porta mi sembra che precipiti, che fuori non ci sia pavimento. Lo sento cadere e so che  morto. Oggi ero in cucina da sola. Mi sembrava di non riuscire pi a respirare, sentivo il petto cos pesante.  per questa vita, per tutti quelli a cui voglio bene che mi sembrano cos scontenti. Teo, per primo. Non sorride mai. Ha sofferto e se lo porta dentro e io mi sento in colpa, lo guardo e sento quanto  lontano da tutto quello che desidera.  cos difficile parlargli, non ne ho il coraggio. Ho paura che mi rinfacci qualcosa. Ne morirei. Ogni tanto penso che avrei fatto bene a farla finita anni fa. Per sarebbe rimasto solo. Non posso pensare a Teo da solo. Vorrei andarmene con lui, in un posto dove non ci sia nessuno che ci possa giudicare, dove non ci sia traccia di questa mia vita sciupata. Ogni tanto mi sembra che le cose vadano meglio, mi accontento di poco. Certe sere Teo sta con me a guardare la tv e si lascia accarezzare i capelli, sdraiato con la testa sulle mie ginocchia. Quand'era piccolo, che bambino splendido. Quanto tempo passavo con lui. Io mi sento ancora giovane, mi viene da piangere a pensare quanto tempo  passato, a tutto questo tempo...

Ricomincio da capo. Leggo tutto.

Sono disperata, non sono stata capace di realizzare nemmeno uno dei miei sogni. Da piccola ero felice, mi ricordo quando abitavamo in campagna. Quelle giornate senza nemmeno un pensiero. Vorrei tornare l, con Teo, vivere come mia madre viveva con me. Che stupida.

Sta male, forse peggio di me,  pi debole. Il quaderno gliel'ha consigliato il suo analista, dovrebbe essere un modo per sfogarsi. Non sopporto l'idea che lei stia male. Non sopporto l'idea che si senta in colpa per come sto io. Spacco due lampade contro la porta laccata. Urlo cos forte che mi vibrano i timpani. Provo a chiamarla in montagna, mi ha lasciato il numero. Non far capire di sapere, voglio solo sentire la sua voce. Solo quello. La sua voce. Non mi sono accorto di niente, si  tenuta tutto dentro. Non avevo mai sospettato questa disperazione, mai pensato che pensasse alla morte. Quando ho la certezza che nessuno risponder mi metto a piangere cos tanto che faccio fatica a respirare. Vorrei stare peggio, ho sempre, solo, questa sensazione di freddo.

Giorgio mi trova cos, con gli occhi rossi.
Che c'?
Niente.
Hai pianto?
S.
Non mi chiede pi niente.  molto pi sensibile di quanto ci si aspetterebbe.
Fumiamo un po'di roba che ha portato, mi sembra di potermi rilassare.
Ho bisogno di sfogarmi, immediatamente. So di non poter parlare del fatto di mia madre. Cos comincio a parlare di Alessandra senza neppure accorgermene. Giorgio  gi in boxer e maglietta. Stiamo sdraiati ognuno su un divano della sala.
 venuta qui l'altra mattina e ci siamo baciati, ecco.
Mmmm, un guaio eh?
S, mi sembra anche di esserne innamorato.

Invece mi accorgo che lo shock per quello che ho appena saputo ha anestetizzato completamente ogni sensazione riguardo Alessandra. Sono molto distaccato.

Che pensi di fare?
Non so, non so.
Posso dirti una cosa?
S.
Quella  una matta. Io la conosco.
Che vuoi dire?
Ti sei accorto che non mi sono mai fatto vedere quando c'era lei?
Non ci avevo fatto caso, no.
La conosco da un pezzo, stava con mio cugino.  dentro cos nella coca.
Si passa la mano di taglio a met fronte.
Credi ci sia un motivo per cui siamo circondati da tutta questa merda?
Credo di s. Ne facciamo parte. Immagina due gocce che si parlino e una chieda all'altra: "Credi ci sia un motivo per cui siamo circondate da tutto questo oceano?". Noi siamo esattamente cos.
Ride. Non sembra nemmeno una risata molto amara.
C' un rimedio? Chiedo.
Non so. Forse. La goccia nell'oceano non  goccia. Lo  solo quando si separa. Quando come goccia si interroga e fa la domanda ad un'altra. Mi segui?
Ho fumato e questo mi aiuta molto. S.
Quando la goccia evapora si pu dire che  riuscita a fuggire dall'oceano. Ecco. Bisognerebbe isolarsi, stare da soli. Cos si diventa goccia. Poi pensare, insomma capire la propria vita. E questo sarebbe evaporare.
Ma poi piove. La goccia  destinata a tornare nell'oceano, no?
Certo. L'importante  stare nella nuvola fino alla morte. La goccia  immortale, destinata a ricadere, noi no. Credo che se tutti gli uomini fossero immortali ognuno avrebbe toccato il fondo almeno una volta. Capisci? Credo che anche i santi, vivendo all'infinito, avrebbero avuto delle crisi di fede. Una vita infinita riserverebbe a ogni uomo tutte le cose, dalla povert alla ricchezza pi smodata, dalla bont pi pura alla ferocia diabolica. Be', forse mi sono fatto un po'trasportare.
No, no, teoria interessante.

Mi dice che dovrei lasciar perdere Alessandra. Non ne vale davvero la pena, litigare con Carlo per una che ha perso il controllo da tanto tempo. Dice che dovremmo dissuadere anche il nostro amico. Perch lei frequenta giri pericolosi, addirittura peggiori di quelli di Carlo. Gli racconto del prestito che Alessandra gli ha fatto per pagare i debiti. Scuote la testa.
Elena madre mi ritorna in testa come una freccia. Chiudo gli occhi.
Ci mettiamo a fare la lista per la spesa di domani. Tanti alcolici. Il resto lo decideremo al supermercato. Facciamo una lista approssimativa della gente che potremmo chiamare per rimanere sotto la ventina. Certo che faremo gli inviti talmente tardi che potremmo persino chiamarne il doppio, moltissimi non verranno.
I discorsi di Giorgio a proposito di Alessandra mi hanno un po'turbato, mi metto in testa di chiamare Anna. Devo avere ancora il suo numero da qualche parte. S, la chiamer, la chiamer. Ci addormentiamo sui divani. L'ultima volta che vedo l'ora sul videoregistratore sono le 2 e 07. Mi sveglio alle 6 e 18. Metto un plaid sopra Giorgio. Devo andare in camera di mia madre a controllare se esiste davvero un quaderno verde. Esiste. L'ho rimesso dov'era. Vado a letto che sto piangendo di nuovo.

Mi sento sola,  questo quello che mi fa male. Credo sia colpa mia, colpa delle decisioni che non ho saputo prendere, di tutto quello che ho rimandato. Teo  l'unica cosa che mi rimane, ma lo sto perdendo,  sempre pi lontano, sta diventando come me. Ogni tanto lo vedo mentre pensa. Se ne sta seduto sul suo letto e fissa la parete. Chiss a che cosa pensa, non credo di riuscire a dimostrargli che gli voglio bene. Ho paura che creda di essere del tutto solo. Quando sorride, quelle poche volte, sono cos felice che mi verrebbe da abbracciarlo forte.

Bisogna ricordarsi di fare gli auguri al gatto!. Dice Giorgio entrando in cucina. Sto facendo il caff.
Cosa?
A Gatto Silvestro,  il suo onomastico!
Mi sorride, molto spettinato.
Mi  semblato di vedele un gatto.... Dico pressando la polvere nel filtro.
La telefonata di mia madre mi prende di sprovvista. Quando sento la sua voce mi vengono i brividi, mi sembra di non averle mai voluto cos bene...

Mamma.
Dimmi Teo.
Niente, divertiti, mi raccomando.
Tenter. Tu cosa fai?
Sto a casa, vengono qui dei miei amici.
Bene, sono pi tranquilla se non esci in macchina. Ricordati di fare gli auguri alla nonna, ci tiene, gi che ci sei telefona anche a tuo padre.
S, ti voglio bene.
 davvero la mia voce?
Aspetta un po', contenta, incredula. Anch'io tesoro, anch'io.

C' un raggio di luce nella mia vita. Voglio bene a mia madre. Vivr perch sia felice. Se mi aiuter potr cambiare. Ci appoggeremo l'uno sull'altro.
Giorgio sta controllando la lista della spesa.
Quanto credi che ci servir?. Gli chiedo.
Trecento, quattrocento, a occhio e croce. Poi dividiamo noi tre, non ti preoccupare.

Telefono ad Anna. C' la segreteria telefonica, la sua voce. Un invito breve e carino a lasciare un messaggio.
Anna, sono Teo, mi chiedevo, be', stasera faccio una festicciola da me, se non vai in montagna, se non sei troppo innamorata del tuo ragazzo, be'mi piacerebbe che venissi, ecco. Il mio indirizzo  via Ravenna 16,  passato tanto tempo, magari non te lo ricordi. Se vieni sarai la prima che bacer sotto il vischio. Forse proprio per questo deciderai di non venire. Comunque. Spero di vederti, per le nove. Ciao.
Sono stato dignitoso. Lasciare i messaggi in segreteria  difficile, ci vuole talento a essere naturali.

Ha cominciato con il teatro?. Domanda il giornalista alla star di Hollywood.
No, lasciando messaggi nella segreteria telefonica di una mia amica.

Lasciamo la mia macchina nel parcheggio sotterraneo del supermercato. Qualcuno ha chiuso un pastore tedesco in automobile. Quando gli passiamo vicino abbaia ma non si sente quasi. Sporca il vetro con il muso. Non ha la pi pallida idea che sia l'ultimo giorno dell'anno. I giorni, gli anni, devono valere per lui pi o meno quello che valgono per me. Luce, buio, luce, buio, luce...
Entriamo nella luce forte. Gli scaffali paralleli, le corsie, le casse. La gente che guida carrelli colmi di roba. Le cassiere irascibili. Giorgio spinge il carrello, io tengo la lista in mano. La roba da bere  in fondo. Prendiamo delle birre, del vino, della tequila, del gin. Prendiamo un po'di tutto, persino il Martini rosso, pi che altro per curiosit. Tiriamo gi intere file di sacchetti di patatine e popcorn. Se ci fossero gli store di alcolici come negli Stati Uniti non saremmo venuti al supermercato, se non per la pancetta e il pomodoro che serviranno a fare il sugo per la pasta.
Sembra il carrello di Bukowski. Dice Giorgio.
Prendiamo anche due scatole di Alka Seltzer. E consideriamo per un po'l'idea di prenderne una terza. Una signora mi chiede se le prendo dei piselli dall'ultimo scaffale, io che sono un giovanotto alto. Un ragazzino sta piangendo vicino al reparto giocattoli, il padre lo trascina di peso. Gli d uno scappellotto. Quello piange pi forte.
Non picchiarlo in testa!. Dice la madre. Non so decidermi da che parte stare. Il bambino o il padre?
Ci mettiamo in fila dopo aver trovato le ultime cose. Abbiamo preso anche delle candele rosse, da mettere in mezzo alla tavola e un po'dappertutto.
Sono gi le undici e dico a Giorgio che  proprio il caso di iniziare a chiamare la gente. Cos mentre siamo in fila per pagare comincio a telefonare. Sento il disgusto della gente arrivarmi a ondate. Telefonare davanti a tutti, con il cellulare. Dove andremo a finire, pensano.
Immagino il padre con il bambino che dice alla moglie: Non picchiarlo in testa? Vuoi che diventi come quelli?, indicandoci.
Di quello che pensa la gente mi importa sempre per una frazione di secondo. Mi piace credere cos.
Chiamo Carlo, dice che verr nel pomeriggio a darci una mano con Alessandra. Dice che gli dispiace per ieri sera ma, ehm, si sono attardati.
Chiamo tre compagni di universit che abitano insieme e in prospettiva Capodanno, proiettandoli in una serata alcolica, mi sembra possano essere sopportabili, addirittura qualcosa di pi. Non sanno, probabilmente gireranno tre o quattro feste. Promettono comunque che un salto lo faranno, se non altro per farci gli auguri. Pago con il bancomat. Quando mi passa la tastiera per battere il codice ho un clamoroso vuoto di memoria. Sbaglio per due volte. Alla terza ci azzecco. Giorgio mi guarda scuotendo la testa e ridendo un po'. La cassiera emette un messaggio di auguri con un tono piatto, da registrazione, Arrivedercieauguri. Saliamo nell'ascensore che ha un'incredibile portata. 1028 kg. La macchina col cane non c' pi. Apro il bagagliaio, c' un giubbotto di jeans che deve essere l dall'estate. Ci appoggiamo sopra le bottiglie. I sacchetti li mettiamo sul sedile di dietro. Chiedo a Giorgio se continua lui a fare le telefonate.
Ti dispiace se invito Susanna e Lisa?
No, certo che no, siamo talmente pochi. Prova anche a chiamare Tori.
Guido verso casa, il volume dello stereo basso.
Susanna? Ciao, sono Giorgio... s, s, bene grazie. Senti, stasera noi andiamo da Teo, te lo ricordi? Esatto. S. Volevo chiederti se venivi. Gi. Meraviglioso, ti do l'indirizzo, hai da scrivere? Via Ravenna 16. S... Uh,  vero, auguri, auguri. Cos festeggiamo due volte. S, allora ti aspettiamo. A stasera. Ah, devi suonare "Monza", O.K.?
Che dice?
Verr, porta una torta,  il suo compleanno.
Mi rendo conto di quanto sia orribile compiere gli anni l'ultimo dell'anno. Si nasce in un anno che sta per finire. Penso ai bambini che nasceranno il giorno prima della fine del mondo. Fortuna o fregatura?
Pensa a quelli che nasceranno il giorno prima della fine di tutto.... Mi sembra un argomento che possa interessare a Giorgio.
Be', andranno in paradiso. Di sicuro.
Come credi che sia il paradiso?
Si stringe nelle spalle, lo vedo con la coda dell'occhio. Se ce n' uno dev'essere... non so. Diciamo come internet?
Cosa?
S, tutte queste anime a contatto. Senza materia. L'inferno invece lo vedo pi che altro come un isolamento, sai, condannati a convivere per sempre solo con il proprio pensiero.

La cosa che mi fa pi male  che non ho nessuno con cui parlare, nessuno che possa caricarmi sulle spalle o solo aiutarmi un po'.  allucinante essere cos soli, non ho bisogno della solitudine, non ho bisogno di essere cos, rinchiusa nei miei pensieri, sempre gli stessi, sono tre o quattro, insopportabili.
Sto cercando qualcuno che salvi me e salvi Teo da questa vita rallentata e sbagliata.

Mi stupisce scoprire di come sia reattivo Giorgio su questo argomento. Deve averci gi pensato.
Non credo che comunque dobbiamo preoccuparci del paradiso. Ormai noi due giochiamo per il pareggio. Purgatorio se ci va bene. Aggiunge.
Ma tu ci credi?
Non lo so. Risponde.

Poi ricomincia a chiamare.
Tori verr, porter anche il suo ragazzo, il batterista del suo gruppo, Lisa no,  partita, sua madre ha detto che passer il Capodanno a Praga. Gli dico di telefonare a Marta.
Meglio di no.
Perch?  successo qualcosa?
Niente, si  solo stancata. Cose che capitano. Non sono facile, lo sai.
Vuoi che la chiami io?
Sta in silenzio.
Avanti, fai il numero.
Ci pensa un attimo. Poi lo fa e mi passa il telefono.
Pronto....
Marta, sei tu?
S.
Sono Teo, ti ricordi?
S, certo.
Senti volevo sapere se ti andrebbe di venire stasera a casa mia, faccio una specie di festa.
Mmmm, certo, perch no. Devo portare qualcosa?
No, no, basti tu.
Le do l'indirizzo, le dico che  per le nove. Giorgio ascolta senza fiatare.
Mi chiede se ha chiesto di lui. Gli dico di no. Mi bacia su una guancia e dice che se non avesse me... Dice che deve passare da casa a prendere la roba per cambiarsi. Cos lo accompagno. Aspetto in macchina, penso a mia madre. Ora mi sembra naturale che mi volesse con s. Se avessi saputo sarei andato eccome. Non l'avrei lasciata sola in mezzo a quella gente. Sono tutti cos lontani dal capire e aiutare. Cos cancellati dalla competizione. Fra donne, fra uomini, fra donne e uomini. Cos preoccupati dallo smascherare i difetti, i punti deboli, per parlare, annientare. Perch nel loro gruppo non  ammesso nessuno che non sia pressoch perfetto. Gli sbagli si pagano,  giusto che sia cos. Che non si possa essere teneri, non  giusto. Poi quando si  in cocaina si vede tutto pi chiaro e si sa chi deve soccombere.

A Modena, io e Carlo e sfondammo i vetri di almeno dieci macchine con una panchina. Lui la teneva per lo schienale, io per le gambe, le cinque di mattina. Le nostre teste troppo lucide pensavano di maneggiare un'ariete.
Oh... issa. Oh... issa.
Tre, due, uno... vai.
I vetri sbriciolati cadevano sull'asfalto con un meraviglioso rumore fragrante.
L'esaltazione di rompere, di buttare gi il mondo a spallate cominciando dai vetri delle macchine parcheggiate.

Le telefoner, pi tardi. Giorgio scende con una sacca blu. La butta sopra le sportine e ripartiamo.

Casa mia sembra essere completamente cambiata in questi ultimi venti giorni. Sono successe tante cose.  quasi come se fosse cambiata l'anima della casa, come se i miei pensieri fossero diventati vernice. Sembra che la luce entri dai vetri in un altro modo.
Sembra un luogo onirico, pi che reale.

Avevo i pidocchi. Il bagno di mia madre mi era sempre piaciuto. Io seduto su uno sgabello e lei seduta sul bordo della vasca da bagno. Passarono ore, lei mi esamin i capelli uno a uno, cercando le uova. Lndini, credo. Il bagno mi si trasform sotto gli occhi e non fu mai pi piacevole come prima.

Alla fine credo che non saremo pi di dieci. Giorgio  efficiente quando bisogna organizzare qualcosa ed  una fortuna. Sistema la roba in frigo in modo che ci stiano anche tutte le birre e il vino bianco.
Bisogna saper sfruttare lo spazio.  una scienza, sai? Dice.

Mio padre quando ero piccolo e dovevamo partire, per la montagna o il mare, non faceva altro che spiegare a mia madre la tecnica per riempire il bagagliaio, che non poteva mica mettere le valigie a casaccio, come una cretina. Lei nemmeno sbuffava. Mentre lui parlava e caricava, si sedeva semplicemente davanti. Poi si voltava a guardare me che giocavo con qualcosa sul sedile di dietro. Mi chiamava, mi faceva avvicinare e mi dava un bacio. Qualche volta sussurrava: Se non avessi te....

Metto sul fuoco la pancetta a cubetti.
Giorgio chiede se mi va di fumare, gli dico che si pu fare, certo.
Il grasso diventa trasparente, la mia testa con lui. Taglio le cipolle, piango.
Non fare cos Dorothy. Ride Giorgio.
L'olio, il pomodoro.
Stiamo seduti a tavola. Giorgio vuole provare il Martini Rosso.  dolce, dice. Troppo.
Il fumo mi indebolisce, indebolisce la mia capacit di non pensare ai guai. E quindi non sono di buon umore. Giorgio sta in silenzio, capisce e rispetta.  uno giusto per queste cose.
Teo, se non ti va di stare in casa ce ne andiamo a una festa con la roba, eh?
No, figurati.
Mi concentro, giro il sugo, il cucchiaio di legno ha questa impugnatura calda e l'aspetto di chi ne ha passate tante.
Le bolle d'aria salgono in mezzo al pomodoro, schizzando un po'. Apriamo una birra a testa. Cin cin. A qualcosa di migliore, amico mio.
Mi sento un cucchiaio di legno in un mondo di posate di acciaio e d'argento. Dico a Giorgio.
Annuisce dolcemente. Poi mi chiede se pu prendere il portatile da camera mia e mettere un po'di musica. Ascoltare il nostro silenzio peggiora le cose.
Cos mettiamo un CD che ho comprato a Londra, uno di quelli a basso prezzo.  degli Hothouse Flowers, Canzoni dalla pioggia. E cos siamo due melanconici decadenti in cucina. Penso che l'amatriciana ne risentir. Servirebbe l'allegria di una trattoria romana.
Credi che dovrei dire qualcosa a Carlo riguardo Alessandra?. Mi chiede.
No, sarebbe inutile. Non ha mai seguito un consiglio.

Carlo, ti prego, lascia perdere quella gente.  pericolosa.
Pu darsi, mi piace sbagliare, mi fa sentire vivo. Grazie comunque, sei carino a preoccuparti per me.

Sono circa le quattro, noi siamo seduti in sala, davanti alla televisione. Guardiamo Il dormiglione, di Woody Allen con Woody Allen. La scena di quando lotta con il budino mi ha sempre fatto morire dal ridere. Prima ho appena sorriso. Hanno suonato Carlo e Alessandra, ho aperto la porta e sono tornato a sedermi. Non li sentiamo entrare e Carlo si diverte a spaventarci con un urlo. Ridono lui e lei.
Ciao!. Dice Alessandra, fa molta festa a Giorgio. Mi sembra che nemmeno mi guardi.
Ciao.
Dimmi, come sta tuo cugino?
Lui? Bene, si  laureato, ora  a New York per un anno.
Magnifico. Ce l'hai mica il suo numero di l, magari vado a trovarlo.
No, non ce l'ho.
Oh, peccato.
Quando uno fuma ha delle visioni, dei pensieri folgoranti. La visione che ho io  che l'anima di Alessandra sia di lattice. Che tutto ci scivoli sopra senza lasciare traccia.
Poi si volta verso di me. Ciao Teo.
Carlo  andato subito in bagno.
Torna con una foto dove ci siamo io e mia madre.
Sono piccolo, lei mi tiene in braccio, al mare, in pineta.

Mi portava a passeggio, in pineta. Ogni mattina. Raccoglievamo le pigne, cercavamo i pinoli. Era molto giovane, pi giovane di quanto sia io ora. Poi ci sedevamo su un mezzo tronco di legno che fungeva da panchina. Lei aveva nascosto all'inizio dell'estate un sasso nel cespuglio l dietro. Proprio adatto a schiacciare i pinoli. Li mangiavamo, uno io, uno lei. Ridevamo, erano belle mattine. C'era un sole che non c' mai pi stato. Da sovraesposizione. Mio padre in citt a lavorare e a tradirla.

Carlo ha steso sul vetro quattro righe di coca.
Cosa sei idiota?. Gli dico.
Cosa c'? Non ti va? Una novit....
No, non mi va che tu la stenda sulle foto di casa mia....
Gli strappo la foto e aiutandomi con una rivista faccio cadere la roba sul tavolino.
Che gli prende? Chiede Carlo a Giorgio, mentre vado in cucina per pulire il vetro con una spugnetta.
Non c' risposta.
Quando torno in sala la loro porzione l'hanno gi presa. Carlo mi indica la mia.
Scusa, Teo, non sapevo ti desse fastidio.
Fa niente.
Mi passa cinquantamila lire arrotolate. Mi arriva dritta in gola e in testa, amara.
Tutto ha una definizione maggiore. Sistemo le candele. Apparecchio. Loro mi aiutano. Alessandra  molto bella. Si toglie il maglione e rimane con una maglietta corta. Il piercing di nuovo in vista. Ma non  che mi freghi molto, dopotutto posso averne quante ne voglio di ragazze carine. Secondo le previsioni di Giorgio saremo nove. Solo? Chiede Carlo. Be'? Carlo ci chiama di nuovo al tavolino. Un'altra porzione. Alessandra ha trovato questo CD di house inizio '90. C' S-Express. E lei ci balla sopra, bene, insomma un po'troieggiante, ma bene. Carlo si unisce, ci si struscia contro. Mi sento un po'perverso a guardarli. Giorgio invece li fissa fumando una sigaretta, quasi fossero lo spettacolo di un night.
Sapete che vi dico?. Fa Carlo. Affanculo il '97.
Mi sembra di aver sempre saputo che lo avrebbe detto. Forse lo dice ogni anno. O forse  un dj-vu. Ma ho mai una certezza? Quanti forse ci sono in ognuno dei miei giorni? Migliaia. Alessandra mi prende per le mani. Vuole che balli. Non ora, no. Ora devo telefonare a mia madre, lei s che ha davvero bisogno. Mica per ballare. Camera mia sembra essere su un altro pianeta. Non si sospetterebbe mai cosa sta succedendo di l.
Libero, suona, suona, suona.
Pronto?
Pronto, sono Teo, c' mia madre.
Parlo troppo veloce? O va bene cos?
Ciaooooo Teo!
Chi parla? Sta a vedere che  quella. La ragazza. Come si chiamava?
Ciao!
Sono Teresa, ti ricordi.
Teresa, Teresa,  vero.
Certo, come va?
Bene, se mi dici che stai venendo qui ancora meglio.
No, rimango in citt, ho degli amici a cena.
Potevi invitarmi....
S. Sar per l'anno prossimo... mia madre?
Non c',  andata a fare un giro in centro.
Le dici che ho chiamato? Se mi richiama... sono a casa.
D'accordo, ci vediamo quando torno?
Posso chiederti perch ti interesso cos tanto?
Non c' un motivo. Quando torno ti telefono.
S. Buon anno, eh....
Anche a te. Pensami.

Sto un po'in camera da solo. Seduto sul letto, con le mani intrecciate in mezzo alle gambe e i gomiti appoggiati sulle cosce. Davanti ho lo specchio. Mi metto a fare smorfie, versi. Come se fossi impazzito. Poi scuoto la testa e torno di l.
Per la prima volta in vita mia ho visto un atteggiamento di gelosia da parte di Carlo. Questo la dice lunga sul fascino selvaggio di Alessandra. Ballava con Giorgio e lui non  che sia di marmo, chiaro. Non gli piace,  pericolosa. Ma questo  un altro discorso. Cos lei si mette a mordergli un orecchio. Crede, evidentemente, che questo a Carlo non debba fare n caldo n freddo. E Giorgio tiene le mani bene ferme sulle natiche che si muovono a ritmo. Carlo cambia d'umore. Non  che dica niente. Per io almeno di queste due persone, di Carlo e di Giorgio, qualcosa so intuire. Insomma, cambia umore. Quando smettono di ballare e si siedono tira quasi un sospiro di sollievo. Lei corre a baciarlo, sembra una di quelle nate per far impazzire gli uomini. Una che sa sempre cosa fare e quando. Mi piace, forse anch'io sono un po'geloso. Spero davvero che Anna venga. Potrebbe essere quella giusta, mi  sembrata cos... cos... stabile, cos quella che ci vorrebbe.
Un altro giro e un altro premio. Dice Carlo, ripresosi pi che mai, stendendo di nuovo. Sono le otto passate e io dopo essermi fatto quello che mi spetta vado in cucina a mettere su l'acqua della pasta. Chiedo a Giorgio di sistemare i popcorn e le porcherie nelle ciotole.
Agli ordini.
Ci muoviamo sincronici.
L'alcol, la droga, mi hanno trascinato in uno stato di benessere, in cui tutto sembra risolvibile. Probabilmente la serata sar divertente.

Arriva Susanna. Auguri. Auguri. Buon compleanno. Mi bacia. Mi d questa torta gelato, si raccomanda di metterla subito in frigo. Mi ringrazia di averla invitata.
Ma di che?. Dico.
Giorgio le presenta Carlo e Alessandra.
Forse  un po'imbarazzata, mi segue in cucina.
Come va?
Bene, tu?
Forse non ti ho fatto una buonissima impressione, l'altra volta.
Perch?
Non so, non era serata. Forse sono stata un po'stronza.
Ma no. Toglimi solo una curiosit, tu e Lisa state insieme?
Eh? No, no. Credo sia stato per gioco, Lisa era molto fuori.
Sorride. Non  niente di particolare, per ha degli occhi che sorridono molto, ecco.
Anzi, vuoi sapere la verit?. Mi chiede.
Eh?
Io rimescolo il sugo che ha iniziato a bollire.
Lisa il giorno dopo mi ha detto che non eri per niente male. Che avrebbe chiesto a Giorgio il tuo numero.
Potrei persino sembrare un dongiovanni, a prima vista.
Non mi ha chiamato, comunque.
Be', credo si vergognasse. Tu mi sembri uno sensibile.
Me l'hanno gi detto. Ti dispiace prendere la pasta,  l sotto.
Sai, io non mi ci trovo con la gente come Lisa, non si riesce mai a parlare di niente.

Mezzanotte arriva veloce, lenta. Abbiamo gli orologi sincronizzati. Sono arrivati Tori e il batterista, che del batterista ne ha proprio l'aria. Sono arrivati i miei compagni di universit e se ne sono gi andati. Troppo distanti, ci hanno visto. Loro erano su di giri. Tre fuorisede a Capodanno. Sono rimasti qui per festeggiare. E credo che non gli sia sembrato che noi stessimo festeggiando. Non nella maniera giusta, comunque.  arrivata Marta,  bastato un attimo,  bastata The chemestry between us degli Suede, lei e Giorgio si sono ritrovati e credo che per loro questo sar un bel Capodanno. Mi fa felice il pensiero. La pasta era buona, ne abbiamo mangiata poca, giusto per non fare la figura degli scemi che cucinano per niente. Euforici. Anna non  arrivata e io, ecco, sotto sotto ho un po'di magone, ma s. Mi illudo ogni minuto che il campanello stia per suonare, improvvisamente, che salga e sia bella, vestita... diciamo da charleston. Alessandra  bella. S, ed  qui. Io devo pur avere una meta. Carlo  gi andato. E mezzanotte si avvicina, lenta, veloce. Su tutti i nostri orologi. Carlo  sul divano e ha smesso di parlare, ascolta, pi che altro cerca di mantenere l'equilibrio e di non addormentarsi, la sbobba  finita, non ha pi modo di tirarsi su, ormai. E la coca  come un'onda, prima ti spinge molto in l in mezzo alla spiaggia affollata, poi ti risucchia al largo. Carlo  al largo, adesso. Il batterista dice che Tom Petty  forte. Ma chi gli ha chiesto niente. Che, cio, su una scala di valori, Tom Petty va sul podio. Non ha preso niente,  scemo di suo. E anche Tori, me la ricordavo pi intelligente. Parlano di musica, a braccio. Manco fossero Al Bano e Romina. Sono solo 2/5 delle Ali marce. Capirai. Carlo  cos al largo che cade andando in bagno. Fa cadere un quadro, e il vetro si rompe. Tre grossi pezzi, quasi triangolari. Alessandra lo guarda compassionevole.
Scusa. Dice.
Parla piuttosto bene per essere ridotto cos.
Raccolgo tutto, la natura morta senza vetro  migliore, pi viva, pi morta.
Giorgio e Marta si baciano e manca poco.
Alessandra  piuttosto ermetica. Non mi guarda, non mi parla. Non c' segno di complicit, un po'ci contavo. Fuma molto. Sembra nervosa.
Mi accorgo solo adesso che Susanna mi sta massaggiando le spalle.
Va bene cos?
S, magnifico. Buon compleanno.
Grazie.
Ride.
Accendiamo la tv, siamo a tiro di conto alla rovescia. E c' questa gente in piazza, al concerto, cos allegra. Forse pagata. Salutano le telecamere, salutano noi. La mamma, la nonna e la zia Erminia. Tutto il cosmo dei parenti.  gente che festeggia il primo dentino dei nipoti.  gente che si complimenta per la trasmissione.
C' un cantante rock di una certa fama. Il batterista non si lascia sfuggire l'occasione.
Ecco lui l, su una scala di valori, cio, ecco sta proprio in basso. Lui l. E poi il suo batterista non c'ha tocco.
Ges.
Credo che non comprer mai un disco delle Ali marce, che lo facciano o meno.

Siamo tutti pronti a dare il benvenuto al 1998?
S?
S.
Molto bene, molto bene. Cerchiamo di dargli un benvenuto calorosissimo...
meno 10... 9... 8... 7... 6... 5... 4... 3... 2... 1...

Auguri! Il batterista  stato abile con lo champagne, preciso. Mi guadagna due punti, su una scala di valori, cio. Io ho anticipato un po'. Vabb. Mi guardo attorno, non  cambiato niente. Niente. Speravo che alla mezzanotte mi sarei trovato sul Mar Rosso. In spiaggia. Carlo ha fatto la mezzanotte in bagno. Vado a portargli il suo champagne, a fargli gli auguri. Lo trovo seduto sulla tazza. Ha perso sangue dal naso, dentro il bid. Sembra addormentato, respira profondo.
Carlo?
Mmmmm....
Auguri amico mio, buon 1998.
Mmmmm....
Grazie. Come va?
Mmmmm....
Bene?
Mmmmm....
Vuoi stare ancora un po'qui?
Mmmmm....
Sai, volevo dirti una cosa. L'altro giorno ho baciato Alessandra, mi dispiace, sono stato uno stronzo.
Mmmmm....
O.K., ne riparliamo. Ti appoggio lo spumante qui, vicino al lavandino.
Mmmmm....

Il vischio di plastica  un'idea geniale di Tori. Ci baciamo.
Teddi-Marta.
Il batterista e Tori, molto punk con le lingue che si intravedono.
Io-Susanna, casto comunque.
Alessandra va in bagno, non credo che bacer Carlo.
Ma se ci fosse Anna.
E Elena, la povera Elena. Piccola fiammiferaia.
Poi, piano piano, l'onda comincia a portare al largo anche me. Mi allontano, l'elastico che ho alla caviglia mi trascina. Elena madre. La mia vita. Quello che mi manca. Quello che ho di troppo. Ed  un guaio. Perch guardo i miei ospiti aspettando solo che se ne vadano. Ma  presto e i minuti ora s, vanno lenti.
Stai bene?. Mi chiede Susanna.
No, non sto bene.
Che hai?
Niente.
Non ti va di parlarne?
Ecco.

Suonano ed  Anna.
Ma io non ci sono pi ormai. Sale, la vedo, la bacio. Auguri, certo. Ci guarda, si siede sul divano, vicino a Tori, in imbarazzo. Ha portato dello spumante. Come ero cinque anni fa? Non ricordo. Molto diverso. Lo capisco da come mi guarda. Da come  smarrita. Cinque anni fa le portavo le margherite che raccoglievo ai giardini quando andavo a correre. Cinque anni fa ridavamo della mia pettinatura alla Einstein quando mi svegliavo, grazie al cielo, nel suo letto. Cinque anni fa avevo cinque anni in meno. Che non  poca vita. Mi guarda e vorrebbe chiedermi che mi  successo. Chiedermi se mi sono perso subito dopo che ci siamo lasciati o solo ultimamente, in maniera rapida. Tori le dice qualcosa, le chiede se  molto che ci conosciamo. Non sa neanche cosa rispondere.
Alessandra  tornata. Neanche si accorge che c' una persona in pi. Si butta sulla poltrona.
Allora? Che cazzo di Capodanno ? Vediamo di fare qualcosa. Ho messo Carlo a letto.
Anna mi guarda, io non ci sono pi. Vorrei spiegarle che, forse, con il suo aiuto. Aspetter solo qualche minuto. Solo qualche minuto, poi se ne andr. Dir che la aspettano. Voleva ballare il rock acrobatico. Non stare in circolo con dei tossici svuotati e 2/5 delle Ali marce. Marta e Giorgio si baciano e il loro tempo deve essere il migliore di tutti. Ho pochi minuti, non ce la posso fare. Vado in cucina, voglio sciacquarmi la faccia. Bere un po'd'acqua. Lei mi segue. Lo speravo? Non so.
Teo.
S.
Non la guardo.
Io devo andare.
Gi.
Stai bene?
No, non se te ne andrai.
Devo.
Non avrei mai dovuto lasciarti andare via, anni fa.
Lo pensi o lo dici cos per dire?
 l'unica cosa che penso. Sei stata l'ultima a conoscermi quando ancora valevo qualcosa. E forse sarei rimasto cos se fossimo stati insieme per tutto questo tempo. Ieri, quando ti ho vista, mi sono ricordato come era tutto pi facile. Com'erano leggeri i miei pensieri.
Dico tutto questo con tanta sincerit. Sto meglio e peggio.
C' ancora tempo.
Ma tu mi vuoi?
No, credo di no. Non cos.
Da solo non credo di farcela.
Vale solo farcela da soli. Altrimenti non  farcela. Capisci?
Annuisco, mi bacia sulla guancia. Esce dalla porta. Sento che saluta e che contraccambiano svogliatamente.
Che aveva?. Mi chiede Alessandra quando torno di l.
Che abbiamo noi, piuttosto?
Cosa fai? Il festaiolo pentito?

Atto di dolore.
Di solito lo leggevo, era appeso l, vicino alla grata. Ora ne restava solo l'ombra sul legno, quasi impercettibile.
Atto di dolore. Ripet.
Rimasi immobile, fissando quella porzione di legno appena pi chiara. Le venature.
Mi alzai prima che me lo chiedesse per la terza volta.
Uscii dalla chiesa piangendo. Volevo confessarmi e invece avevo di nuovo peccato.

Se ne sono andati. Alessandra ha detto che non ha pi tempo da perdere dietro a dei poppanti come noi. Giorgio le ha detto di tacere. Che le troie non devono mica parlare, ancora meno se sono delle cocainomani di merda. Ha preso Marta e se ne  andato. Mi ha baciato. Mi ha detto grazie amico mio. Il batterista andava a letto tanto l'ultimo dell'anno  un giorno come gli altri. Tori passava da un'amica che faceva una festa a tema, quasi di Carnevale. Carlo  nel mio letto, lo guardo respirare.  buffo, credo di non averlo mai visto cos sereno. Disteso. Gli accarezzo una guancia.
Suona il telefono. Per fortuna  vicino e rispondo prima che Carlo si svegli. Vado nell'altra stanza.
Pronto?
Auguri! Buon anno.
Chi ?
Sono un amico di tua madre, non ha voluto chiamare lei; sai, la faccenda delle donne. Te la passo....
Auguri tesoro!
Auguri. Come va?
Bene. S, s, molto bene.
Ha bevuto. Troppo allegra. Non posso biasimarla.
Ci vediamo domani l'altro allora?
S, certo. Mi manchi.
Anche tu.
Che hai?
Niente, sono solo stanco.

I polmoni di Carlo si riempiono e si svuotano. Ho aperto il carillon con il veliero. C' il dragone, me ne ero quasi dimenticato. Io sono incagliato sul fondo e pi in basso di cos. Magari se lo prendo si muove qualcosa. Magari. Inghiotto il francobollo. E mi stendo di fianco a Carlo. Respiriamo insieme. Io aspetto. Lo guardo, mi  sembrato che abbia aperto un occhio. No, no, dorme.  sereno.  dalla pancia che mi parte tutto, una specie di calore, una fucilata. Vedo che mi tremano le mani. Il battito del cuore mi fa vibrare tutta la pelle. Muovo la testa, mi guardo in giro. Come Robocop. Sento un ronzio muovendo il collo e mi sembra di avere una vista a raggi infrarossi. Carlo  sereno. La mia stanza dov' finita? Cos' questa specie di grotta? Mi fa paura. Carlo, dio mio svegliati, svegliati. Carlo. Carlo. Non mi sente. Non sto parlando,  tutto qui nella pancia. Ma posso parlare? Posso? Mamma. Mamma. Mamma. Mamma. Nonno. Nonno. Nonno. Nonno. Amici miei. Dedico la mia vita a tutti quelli che mi hanno voluto bene anche solo per un po'. Grazie di avermi aiutato, ma farcela non da soli non  farcela. Carlo respira.  vivo e sereno. Ma chi mi ha legato al letto.  normale che senta cos male alle orecchie? Ma sono matto? No, i matti non sanno di essere matti. Ho solo male alle orecchie. Potrei studiare da otorinolaringoiatra, cambiare facolt. O andarmene, con mia madre. Aprire un bar alle Bahamas. Eh, Carlo? Che ne dici? Un bel bar per dimenticare tutto, portare via solo le cose belle. A mia madre servirebbe, lei deve dimenticare. Io devo ricordare, invece. Carlo non mi d retta. Ho male alla testa, ho proprio esagerato. C' Herby, il maggiolino tutto matto. Quelli sono i suoi fanali. Li riconosco, ma che ci fanno vicino all'armadio? Dio che male. Ci vuole qualcosa.  il primo gennaio. L'inizio di una nuova era. Mi si stanno riempiendo gli occhi di vino rosso. Buffo, non credevo di averne bevuto cos tanto. L'unica cosa  calmarmi, ecco s. Ges, ascoltami,  il primo dell'anno, fammelo iniziare bene. Ascoltami, ecco. Non sono cos male. Devi solo darmi una mano, sai. Perch se ce la faccio col tuo aiuto  farcela lo stesso. Lo so,  tardi. Ma forse non troppo tardi. Levami solo questo vino rosso dagli occhi... perch ti voglio vedere. Anche questo ragazzo qui di fianco... non credere... io lo conosco bene... da quando  nato...

Il nonno mi aspettava sul cancello, sorrideva quando arrivavo, e mi prendeva per mano, salivamo insieme. Non mi sembra che parlasse. Per io sentivo quello che voleva dirmi.

A volte mi chiedo a che punto della mia vita ho cominciato a sbagliare. Il mio modello di vita era Michel Platini. Ho tirato migliaia di punizioni nel prato dietro casa mia. Carlo stava in porta. Giorgio faceva la barriera. Lui e tre grossi barili di latta che avevamo preso in una discarica. Io ci provavo. Eppure sono diventato cos. Siamo diventati cos. Tremendamente spigliati. Chiusi in noi stessi. Mi sento un cattivo dalla parte dei buoni.  una condizione di sofferenza, di sospensione. Perch sai che la disperazione ti far compiere qualcosa di ancora peggiore, ti far diventare ancora pi cattivo, ti far invidiare maggiormente tutti quelli che sembrano felici. Te li far disprezzare. Mi chiedo se quando dormo sono anch'io cos sereno.  bello pensarci, mi commuovo quasi. Non so. Mi piace pensare a una redenzione. So che succede. Io ci spero, spero che la mia volont si nutra dell'esasperazione.

Perch riesco a pensare cos bene? Perch non riesco ad allungare la mano per toccare Carlo? Sto dormendo o cosa?  tutto buio. Dovevo chiamare mio padre e la nonna per fare gli auguri. Mi dimentico sempre tutto. Sono proprio un disastro. Ho voglia di vedere Giorgio e Carlo. Di parlare con loro. Quanto tempo  passato? Un minuto, un anno? Quanto tempo  passato da cosa?...

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