Questo e-text  stato gratuitamente scaricato da
www.liberliber.it
e adattato dalla Fondazione Ezio Galiano per
renderne autonoma la lettura ai privi della vista.

Fabrizio Venerandi.

Il trionfo dell'impiegato.

L'autore, per introduzione.

Questa pretestuosa e manierista occupazione con la quale mi sono divertito per alcuni mesi, e che adesso - puro capolavoro - non sopporto di vedere pi attorno a me, nasce e muore per pura mimesi astrale. Nessuna mania da attricetta o da nice delli poverelli, o peggio da bestia sofferente: apparentemente sto bene, sono un millantatore ed infine temo di essere violentabile dalle cose che ho attorno (se poi covo una malattia segreta, o se domani licenziato finissi, o effettivamente recitassi i miei scritti balbettante per un pubblico privato [tipo un localino del centro od altro ambulatorio] questo non mi  dato conoscere: per ora, diciamo). Il problema del pubblico: vedi il problema del macero. Nessun problema: questo prodotto  destinato principalmente al macero.
Pensate all'autore stesso che gira putibondo con un centinaio di copie in mano, latrando "cumperateme! cumperateme!"; else i soldini deve (ri) metterceli lui alla signorina, alla tipa, all'editrice (pi facilmente s'intuiscono solerti zie, amici in bolletta, parenti vari far trista colletta).
Difficile immaginarsi una mucca che vada in giro a vender le proprie cosce le proprie belle ganasce: le interiora dei propri discorsi da vacca.
Il problema del linguaggio: n'accozzaglia de cozze.



canterebbe di rima sibillina cantarebbe in rima pimpirlina del mio poema del poema del mio poema della rima
e dell'elleria ed anderebbe con la dedica il kalembur il trombare tenebroso la donna del (tele) schermo mia la mia dama

implacabile a torto Giustiniana a memoria ri-torto d'asseverazione a ragione; imprecisa di memoria la matematica
l'alchimia larreliggione orango tango tanto di mazurkiana memoria l'opsaicek, il passo, il passo doble il passo

debole eddellei kekkanto eddelei il mio pakipah silenzioso dell'est e dell'ovest nel senso che di l quella ke tesse
di lino di l quella tagliente di lana rintuzzante tutta sferrettante l'una prespicente allatra l'una vecia l'atra vecia

pura lei e se ego mego mago parole s la-bbanti nell'aere (ott'irrozzontale: il venticello del poeta: vedi ke mi tokk'aff=
are, oh lett=ore) nell'aere le mie fantasticate dicerie l'arido latte condensato delle mie povere poppelle mammarrie

lei diccevo sei io canto lei balla ovvero sballa carpisce pernisce disintuisce s'incastra scastrata disingangla il nervocc=
chio abbattocchio et est in tanta meraviliosa solitudo verginale che le veccie di contro mi sesso fanno frasso sasso

batte sbatte le mani sbatte batte la vegliarda la vecchiaccia nastaccia dice "vecciassa vecciassa" 'sta nassa,
'stanodatta nassa, sta passa patta: quindi apribile skoppabbile con mano destra o con mano sinistra (non certo cerbero

entrambe per via del minuto augello: la cerniera sedimentosa, denteggiante, quindi cespugliosa) con questo o con questo
quindi a scelta sicura del secondo dell'altro di un altro personaggio rispetto al centrale che resta l in cima

(dico laggiustinianina laggiustatina, fulcro centrato di staltro che strombetta, chesstabbene Ke rutto! Ke scopata!
(che scopata?) che vita a croce spanata, non tenendosi realmente praticamente niente) ed ecco lammorte lammorte

becera e pagana misera in sottana veccia veccia pure lei, pure io, pure pure... invece e'il primo canto il secondo canto
il terzo canto il quarto ed il quinto canto il sesto canto il settimo e l'ottavo il nono, il decimo, l'undicesimo

il cattolicesimo e poi sebastiano e poi l'altro ancora santo, giorgio, il dodicesimo santo di cui il primo primeggia
e principessa laggiustatina che piagne lagne latrano le cagne per le vie del drago accasa del drago con camino

connesso fumo annesso Sic Simpliciter giorgio lungi davvedersi corre accorre, stonato, tritato tutto malatestiano
dormicchia sonnecchia e per l'aure, ei vide, apparisce kuel fior che s'appassisce tosto bruciato allampanato

d'umbratile ubris latente latore lo Santo Georgo si staglia di netta coscienza e tovaglia ed d'ogni perso pensier mondo
ke colui che tutto move, che 'l mondo schiara, che tutto vede, che tutto impara, che tutto il mondo alluma

dal brodo vuol trarr schiuma e della di lui impiegatizia tranquillanza segreta vuol far mattanza tte come gi conobbe
lo sfaticato giobbe dei miseri voler vuol vedere il vero tte "punirotti!" decibella allo sampergiorgo che favella

"Perdona mihi pater che peccai, oh se pekkai! Oi!" sed pater non perdona il ditocchio gli ficca nel sbattocchio: da viril
maschietto ne fa capretto sculetto vil pirimpetto per si dimenticoso rispetto "principe dei miei stivali" mugugna s di se sesso

scarpantibus "omuncolus pigniucolus" gli ghiribizza contra la principezza pimpirimpetta: she dixit "nolli me non tangere"
'sto patergiorgio pattaccone con le mani sul cappellozzo ed il dito di dio nel sanculotto "lo volli lo volli fortissimmiss=

simo lo volli" ammette poi ridanciano giorgietto tutto culetto: il drago nel frat-tanto, il drago... secondo_canto.com
incia: il drago nel frattanto s'infrattava (ekke mai potesse avrebbe potuto doveva far :PORACCIO PORACCIO?)

e san giorgio scremato e de(c)collato invece il drago nell'aere (il venticello) con le aluccie le antennuccie il draghetto
punta e trapunta sedere a terra nas'al sole grassa retta longitudinare frastagliato verdeggiare tutti l'inditano a dico

dico "ERR drago" dicono "proprio err drago" kesseneva'kellascia il campo di battaglia supposta ma poi pillola
inzuccherata dal davanti, da questa parte, da quest'altra parte (e dietro lascivie, e storie di stoltezze, e teneresse e vecciasse

strasse) e kulla, il senhal ancestrale dell'immemorire, la princesa ma femminassa goddereccia, la principessa sessa
nel senso del drago, nel senso unico del principe (oppure doppio manc'alter-nato kel principin culone di fantasia

divaricata e con c'er- tata gli se piasge dell'un e dell'altro anfratto ritenersi soddisfatto) la principessa sbuca la sua
tessa e "puarin" disge del giorgin rubattato "venni ki" con il lancione a spenzoloni daliniato da orologio liquefato

utto utto gocciolato d'incontrario puzzolato "venni ki ke il lancion ti di raddrisso" e glielo dice e glielo prende e se lo
lacca, se lo suggia a sue mode se lo muggia "t'ho cap" sperde tanto il giorgione chessi risssolleva, si riradica in nuce

"t'ho cap t'ho cap" ed intanto sospira (altri frattant'aspira) etevoil anke el segundo canto l'e'bel ke fin e si
andiamo a continuare con il tersso ke parla della prima delle due veccie, kella che fila ke la didirendendina la takka

sul pi bello, le taglia del discorso il filo, della bava, e ke non sta bene e ke non se lo merita mica mica, ke un principe
kome kuello, con il posto prefatto familiare, con l'indipendenza e l'intendenza con la finanza e la speranza, un tipo

ardito come kuello kebben messo s'era rimess'in sella e la prima delle vecciasse s'allude ke la pecunia dello sanctus
non dall'aere venne but in rapporto matriarcale rinvenne svenuta speme tte la secondaprima delle due strasse bigottasse

s'intrina delle di lui dotationi et di lui dimensioni addice dilatandosi in pernacchia che non principessa di minestra gi
rifatta si ritiene soddisfatta ma la dama mia de lo scacco non beggeramenti conduce ma lo bancario eroe dei due conti

lo paternostro Giorgio beatificaturo ke dandi e d'endiadi gonfio s'irpinia in monti di mondi sottoversi in spirito bemollo et
amicca d'amicarsi il drago deregolato etallora riassale sul cavallerizzo brizzolato ette (poscia) si ridirige sbattente in luogo

del luogo depistato e deputato tte poscia il canto terzo s'e'fini'e poscia il quarto si riattizza et ringalluzza e poscia la sigletta
e s'intristisce striscia musicale negligetta che si ritornella in stornello accattivante e di spirito e di spirali toso et riec=

rieccolo il sangiorgione che ai piedi (ai piedi) del drago (che poi piedi: le zampaccie, le graminiaccie, le spregiate fettaccie)
si scavalca dall'equino becero alessandrino, tte di discorsi sciabordanti s'inizia a dirsi di discorso diretto

(ma ne lo intanto ne la di lui reggia retta da funambola contrizio animi lo iucundo iullare si diverte a dileggiare la sorta
principessa ke sintristisce ne lo rimirar lo spettaculo de lo suo ometto fatto miserissimo servulo de lo maiore de li potenti

lo suo san giorgietto che ne la memoria rimemora de lo innamoramento il momento e se lo rimira che inaudacia si batte
in battute sagace tte bello tte buono gli apparve agli oculi suoi speculi de lo desiderio di sentirselo spesso sopra il sesso

sfregar l'osse et i pertugi contrastar di pronta mano manufatta e di tal rimando fatta s'illimpidisce la visio cotidiana ne la quale
il villanello svillaneggia in inclinando sculetta et si piega e spiegasse a strisciar dita tte ne lo pubblico loco loda but

ne lo stizzito iacilio s'imbroda di rancorosa iaculatione di latino odoroso e refrattario di impiegatitio verbo tt'ella rimirando
lo vaniloquio da bottegaia de lo suo eroe da peretta in illusione ratta "ke babbion" s'infratta pensante nelle di lui braccine

dormentandosi e di sogni sfiatati torcendosi il sogno ed il sonno...
(omissis)

tte lo iullare per la di lei allegria fare rifiorire ne fa sonetto dell'impresa de lo suo omo sbalestrato tte lo sonetto cos
vocalizza evocato di chip in bit et incipit: cant'alla mia dama lo scacco matto (ne lo quale s'intende non la mia bonassa ritratta

dalle vecciasse intermatassa, ma la prinesa de lo iullare spocchioso lavverro de li poverelli, lo cantore dei bugigattoli forosi)
de lo santo giorgio defenestrato che volente lui valente et armato uccidiri li draghi torna sfatto e rifritto da magi inculettato

"ti slanciasti con lancia forte e ratto tronfio del bel trionfo dell'impiegato sodomita torni in kul quatto quatto" sfotte
la dama sua le cosce avvinte e di diversi versi balbettante lo santo giorgio sfascia impenitente e con le labbra

ardentemente cinte sugge il lancion del principe regnante precipitevolissimevolmente- dixit lo iullare e rimasuglia
lo riassuntino de la mia arte in tre strofette tutte strette cadenzate in annoiate rime per la dama sua che se non s'addormenta

s'addormenter e lo spocchioso inilare iullare manderosse a spigolar d'intorno et in soggiorno rimira inversa a la finestra
degli atti dello sanctus jorghes ke d'un kor ha preso man al foraggio e s'appressa finente sfinito intanto lo canto quarto

sfinti'io delle di mie parole delle porette inventioni de la lingua mega per magar ragione vostra in immaginarvi
lo nostro erroe della di noi canzone ke s'avvicina si ripiglia si strina volendo in dilangando forse essere maiormente

lezioso et di lectio facilior le mani (le sue di mani) si riporta al petto, in angiporto stretto e biascicando attorto
nei confronti de lo dragone che scrutassi in modi assorti dalle nari uscendoci fumi attossici e demotivando modi dixit

(come se dixit: senza lap'pertura vocale: lop'pertuggio sillabante: cog'lokkietti da bestiosa viperetta) dixit (dicevo
prima de la digressione la faticosa prerintenzionata evacuatione de verbo de suono sillabico sine significatione) dixit

err drago, dixit: "ke d'?" e lo santo giorgio si rimuoveva in anche et in ancora et in mero accecato et in cinto pelvico
dilagato sue sui sibi di lui mammelle non ritrovandosi et li cappezzoli ritraendosi ette la lingua era petrosa rima deventada

ett infine finalmente al termine de la riga s'arride da s il sanctus georgius sbalestrato essi ritraversa in parole
ed in endecasillabi addormentado decide de la sua nunziata favella riportare a fiammella ovvero farce sent la sua

d'eroe vocetta aprirsi in negletta e dire e disdire in cantinata speme e riaddormentata geme non urlo di battaglia
impetuoso d'agon ovvero volenter d'armi provarl'al paragon ma di propria impiegatitia ratione ridurlo a migliore comprensione

e leccarlo e lisciarlo err dragone e nettarlo de lo cattivo umore de lo sperma ricorsivo (ne lo senso de lo ritornato
in non completa evacuatione si non adduxio la nocturna pollutio) ad ingollar pronto piuttosto che l'onor perdersi

de lo bello appartamentino de lo caruccio bimonuccio de la machina che manda infingimenti de lo contatorio machinario
et il sciamannatico processuario tte della acqua scorrente e della corrente in alternata sede tte de lo riscaldamento

tte de lo refrigiterio tte di tutte le atre muscose cose che lo principino domandato desia per s e per la se di s
prinsipessa (l'amor de fugassa, la strassa bonassa) ekke anke con adeste parole lo canto quinto svapora in essenza vapora

non essendosi ancora niente mosso tutto scosso ma di nuovo quadretto la vista c'offre ke il mio di me poeta mi compiace
tte la mia dea (di ben fornite tette) io prendo tutt'un canto per vantare (per ben meglio valutare) le di lei fattezze

ke di begli orekki  dona e di passioni non doma ke di fianchi  larga (ne lo senso recondito di dispendiosa a gratis)
e di kulo targa (ne lo senso ke ben s'intende dove si pone lo finimento de lo corpo suo (e lo sfinimento de la mente mia))

ke di umbratile umor  degna (ne lo senso ke di suoi skazzi cotidiani io poi porto patienza) e di rorido umor  pregna
(ne lo senso ke ti differenti umidifiactioni de lo suo corpo  in se stessa arma e risultanza) tte poi altre cose

di levrier in sentier di carme in carne canterebbi ma tropp' il mio stordire per lo poi poterlo dire (tte
poi lo sesto canto piccinino a lo termine giunto e di giuntura discosando de lo sestouno diventa balbettanza ke la dama

mia decifrare non si pone in tte non in cifre tte non in alfabetiche stringhe de lo suddetto (o succantato
contatorio stato) si ke disettimo d'apertura (come dopo di vallo d'intervallo) ci si rivede (o come dopo richiamata

reclame) ci si ritrova allo santo giorgio ne lo stato che ben lasciammo ne lo quinto canto et ovvero un poco indietro
per farsi ricordante de le ultime scene ke dopo lo mio canto a la dama de lo scacco e dopo i vaniloqui evanescenti

lo improbabile probato lettore poterebbesi anke esserselo dementecado (lo ultimo avvicendamento destato) tte
non gradito tal latino rimontiamo lo montaggio de la narratione cercandosi in primis la ratione della stessa,

ttelovvero lo sanctus georgo che di gergo lo traco drako cerca d'inimicarsi in amicitia sparse all'aere sue belle favelle:
"di dondolanti rime e fingimenti altri ti titillerei di tue orecchie non per trarne trame o stanchi lamenti

ma di ditirambi chiare pernacchie, s'accomodasse l'accomodamento tral tuo strarsi dragone devastante
dame e virt e di piacer tormento el mego ansante principe regnante poro poretto e di goder negletto

in inette parole iniettandosi pregherotti vossignoria diletto darmi tu andandotene io standosi"
alli quali infingardamenti d'erpica rima de lo santo georgo illetterato lator d'umanitate lettere lo dragon ke parolaio

non fussi ma sapesse per le stesse trarne riposita risposta posta la lingua in balestra scatta settarie
prime e dirsi potendo dice di nice fittile dixit la di s tattile prosopopea manichea ke (lo eroe) non s'aspettasse:

"per querula tua voce io vugghio porti in cruce di spersa tua favella tua vita voi far bella di certi e di lustrini
d'abbagli piccinini di sciammannati passi di disastrosi lazzi di questo lascia stare io ti far amazzare" dixit lo drakon

ke tutto posse e d'alzandosi in alti ali, ne lo fermo monitor della propria mia immago, s'incrina di crini solari particolari
strali valvolari che -a me mego poeta in differita- mostrassi da speculo luce farsi nera parola d'abbaglio, ed in ci mi finto

e mi riapparapiglio di tanto volatile parola (ed  questa la l'ternanza tral'drakon ke vola, di radi tratti riassolato, tte la mia
analfabetica stringa, difsocata da fonte creata (fosse che italico o new roman od altra fattura di sapido vettore) e vana e vacua

d'interrotto interrupt magari martoriata, per non saviamente essendosi salvata) tte di tutto questo dir fuor di metafora e fuor
di metastasi o d'altro di poeta malanno trapunto d'inganno e di parola spersa, spiacendomi di compiacimento m'accantono tte

di canto d'altro canto per uscire e lo settimino portar a terminaggio e lottavo laocoomedontic'intreccio, de lo drako ke
de lo monte lascia il lido e lo sampergiorgio che appedato (lo cavallo scornacchiato e ben stornato, rilasciando colui

che non riporta) lo 'nsegue per sciorinar lo compromesso, la mediatione "'ndo vai?" biascicand'attorto, "'ndov?" sussurrandosi
la mia strassa amatassa, "dandr?" le veciasse bigottasse in solipsimi tardo-veneti scatarrandosi li scartafazi loro (de lo

scartabello mio) ma di modo insorto lo sfigurare lieto del drako ne la prima de le sfere che s'intorta la settima stella giratura
in giarrettiera stirata e stimulata in striatura di smagliante smagliata et irridata ne la seconda sede de la inascoltabile tertia

declinatione lo drakon sommosso svolazza d'enorme polpaccio troncaccio, di lunga lingua focosa d'arterioso roco ranto
lari romannati e di scricciole alette che fanno esclamar al miraculo, alla mirabilia "piccioli ali tengon s alto magno baluardo

de lardo!" lo intelettuale cogitabondo cogita in romitaggio romita il drako e di s fa maraviglia in pallinfrasca, poi per anche
valdurasca e per li paesi quaternari e per li anditi ancestrali discendendo in assolate plaghe risalendo in devastate praghe

sciamannando tra sciami di sciamani el drakon'alato devasta rugginoso le dighe di begato ke d'acqua non sono tegne e di
starci non son degne rifluendo in cornice el drakon altero in altre alture d'entroterra la rocca iorkesca dello sciocco questa

incuneandosi in vicomoroso tte poi fin'a sintriglia impaludandosi in torriglia di tutti li reami provinciali fa strali di sua
demotivata beltude tte si riallaccia di sua stessa propria caccia et questo si magna et quello altro et altro ancora d'ingordia

non sazio di placer non domo come lo saculo de lo fraticello cui tagliato lo fondo lo si volesse di verzura riempisse (per
dinci e per dirci de la di lui patienza: e con 'sta parabolica parata de li lochi ke lo drago d'intorno tocca, e de l'immagiona

tione ke di fiata in fiata scocca, e de lo religioso confratello la simil di lume libidine, lo nono canto porta d'inizio de la prinsessa
di solitudine in rocca bandonata e bidonata dallo suo cavalier servente: e se lo pelo tira la rabbia la disincaglia in triniglie

e d'un lato sfarsi vorrebbe di forme formattarsi di sapidi zeri in rapide mittenze e de lo desco parekkiato per lo fine
de la fatica de lo ometto suo tabula rasa farne e pernakkiato di lui l'immago e la memoria resettare (se non poi in paenitudo

riassettare di restorate fragmentazioni annonarie) e di tal umori si netta di tal pianti si scrina accavallandosi le dita in occhi
e di suoi stessi odori trae nutricamento e come lo riproduttore digitando al finir dell'ultima canzone riavviasi ronzando

e riportasi la testina nel luogo della prima, s la prinsessa di stanza in stanza lontanandosi in distanza dalle sciocche rocche
de lo patrimonioso retto fa di s scempianza ne lo matrimonioso letto inviperitasi d'aromi frassi e salnintri si frange

in parsimoniose carezze che cercan poi certezze de li rotondi globli pubici e s disseminano in ardite guaiezze da bisci=
dabbiascicarsi attorta tant'assorta da non sertirsi del drakon il fruscio d'ala, lo scalpicciare liegro, l'attaccarse nano

al finestrozzo dell'arazzoso salotto e l'entragna de lo mostroso mostro postdiluviano dilavato in scagliosa corazza
che la prinsessa cerca per mattanza farne e lo drakon digritando lo nason l'ocerbo sapor sente: e lo desegno suo muta

parlando tal latina nuova idea si drizza non tant'in testa quant'in tasca e di desio si desta scosso lo carnoso e cavernoso
sanguignolo spinale (che nelli drakon -si dice- sia di dimension normale: ma tutto d'osso: croce e delizia di verginali

pomi e delli compilator de li bestiarii tomi) e mentre lo filo cruna cerca lo nono canto qu s'incrina e di tempo porta pegno
and lo nostr'erroe temp'addietro, di parole armo, del drakon lo sfinterozzo vide illimpidirsi e di sghiribizzo in sghiribizzo

lo sampergiorgo (ke di detto anfratto fece utilizzo) pianse (piangerebbesi) (di suo stesso conato portatosi le mani appress'
a qualcosa) (vedi: il volto, gli occhi, i capelli; altro) e di s fece strazio perdendosi del tempo l'ornato, d'istinto ne sente la voglia

di portarsi a rapportarsi dapporto, non avvenuto s'avvede di venire, portando il bianco fiore nei vasi sanguigni, ed intanto
smuove e vergognosamente i suoi pensieri asconde ed in sul prato, lasciata la corazza, levatala d'impaccio s'addormenterebbe

(ma) svanito d'ogni desio il senso ed il seme, torna senza forza in se stesso e si rimanda da s a s abbracciandosi cerca
ndosi volendo un'altra desueta versione di s (non beta ma ben testata) rammariccandosi si sfrangia in marmitta et apre

fiato alla maniera di, "deus" tre volte latra "tutto mi porta a scompormi: la civiltade m'accide: del corpo porto tormento:
di qualit privo parmi d'essere noia m'incede sbadiglio e non lamento" e s'augura di lunga mano mortis morire, spaccando

spade, sfasciando fasci di fontane, alberelli belli e poi lenir di mente lentamente; ma non c' niente che non possa non fare
supino subisce del cielo il peso, del prato la presa: et resta immoto a fingersi di pensar di non pensare: il deus frattanto

tace e lo sampergiorgio di tal gesto si compiace e si riace nella verzura serale si dilania ed atlante la luna calante
una pasta tte "basta" dicette stralunandosi: e lo adamo e la eva inghiotte e divora e di pillola s'indora find'ora (allora)

e si disincaglia provando piacere ridendo di niente lottando col cielo ritorna ad oriente cercando velieri di puro pensiero
recando sospiri lontani dal vero: e ne lo mentre lo sampergiorgo solitamente ritratto in atto di matar li drakoni, stanotte

lo cervelletto si fotte, ritornandosi e ritraendosi in tossina (fosse love drug per terapie conformanti, fossero oppiacei
o semplici cetacei) (e lo io poeta della di me tenzone che doverebbesi facere, se non d'altro d'emozione soggiacere: ammutolisse

di contra lo scribacchin di poco peso lo decimo uno canto s'inizia facendone tracotanza di sue idee irredentizie
e per la gioia de lo revisore, e per l'arguzia de lo saulo homo cortese, e per uno manganellico bolso commento, e per la di s

forma mettere in attranza, lo spurgator de penna de s loqua, e del motivo de la narrazione fa macchinosa spiegatione
che lo poeta in quistione della dispiegata cosa, lo io della di me coscienza, sirri traebbe in canto perle di s dicere ke la cosa l'

fatta nello nesto modo, ke lo kulo lo darebbesi per la imprintazione di nascitura rilegatura, ke come l'erro(r)e dei putibondi lui stesso
sta: (ke come d'arrancanti array staremmo in disincantato buffer casualmente in causale memoria (comuque temporanea) eddi

reset dimentichi e cortesi: s'affanna inverrocch di verginali rifiniture per letterature marginali: non pi accessibile (di sola lettura
diveniendo): brossurato stereotipato normalmente impaginato a doppia spaziatura: pattume od estasi m'importerebbi l'essere

esportato (ke poi 'l pensier ke straniandosi la sua di s picciol voce, strozzata la fiata in gola (morut'insomma) lo tutto monno
finirebbesi. Finzione l'agone letterario, finzione lo santo georgo, finzione la fittile principessa: ma finzione la penna, finzione

la mano mia che tenebbesi la penna, finzione lo braccio e la testa ciondoloni: tte poi fingimento lo tabolozzo, lo seggituro fingimento
la stanza tte la partamento tte la gentaglia che rimasuglia in burrascosi rimando d'agitazioni tersi per via di bocca tte via

di fiato tte via di corso perle di lor gestant'idee odd'iddii odd'iddilii se non d'addii: scientifica finzione pura la ggente e lo cielo
pura lui terso ed a suo modo sperso: ed in tal struggimento lo io poeta s'abbatacchia, si riavvita in cornacchia ed i suoi siti interni

explorando di diversi germi si fa portatore inconscio e dimentico si fa del discorso in distico ben detto: vien poi portato
da stomacosi accessi a vol magn, ad esplet: a darsi 'na grattatina a li ritentori de lo semine mundi...) un qualche decennio

d'immortalit(te), du'righette susta 'ntologia: quobis pro quobis tibi) miserabile quindi lo narratore de la narrazione, di mill-
ne, di millantato credito debitore, scardinatore d'aperte porte, umile agognante gogne errabonde, e di filo in rocca lo canto

s' di se stesso sterminato la principessa lo fallo drakesco schiocca, lo cremato patergiorgo impasticcato, lo drakon umettato
duraturo, la prima delle due veciasse lamentossi ed alla mia dama "abil di mano ma manierista" scattarra rabattandosi

e la seconda de le due veciasse strasse bigottasse s'inerpica in di me lodi bellicose e mi sciavardella la sua bocca bella
fallace di cappella tte di denti priva schiocca in ranocchia morbidenti venienze suggerendo e la giustinianina nel mentre

dello mezzo di gianico viso m'indice e non dice "m'amr?" chiedonmi spesso e di sue parole burrascose adesso l'amo
ed adesso invece l'amo, ma diversamente: e s'ascolta giudiziosa, giudica inascoltata il mio di poeta insoloquire

k'el canto decimouno chiudo ed allumo lo decimouno punto due di pallida luce scopadea, in calda camera da prosopopea
lo dragone facerebbesi come dovere ci che doverebbesi facere e della prinsessa si porta a piacersi a cavalcioni

tt'ella di candida veste svestita ma madida di salaci saline non voce per bocca lancia, ma saliva discende accaldata
e di goccia in goccia allagata lo spunzon calcareo in s sente che d'un colore purpureo si facea il volto suo e la coperta:

allora parla ma di parole estranee ke paiono portanti per demodulatori tra s distanti e tace eggace e biascica sciatta
tt'ella si schiavardella sfiziata si strafazza sfatta s'ingozza s'impelaga in pelvici pelagi per pertici pertinaci s'arrabatta d'ansimi

ancestrosi e d'angoscianti e scosciati ingoiti gratuiti con lingua l'inguine ingolla in ingluvie bestiale di donna e di drako
"amor  un ratto ch'al cor si rapprende presto" tra s e s la prinsessa rimasuglia pregna d'ori fizi roridi ke s'aprebbe

a durevoli esperienze ke svenendo e rinvenendo de li polsi sobbalzano le vene e d'altri dolori dimentichi geme
e lo drakon ad altro pone mente per rintanarsi in s lungamente tte attonendosi porta maraviglia di picciol cose

in di strazion sforzandosi per non di strugger sfascicolari tensioni che in s giungendo arrivo trovano che arride
ad un sorriso inusitato che l'incide per una fessa fessura che l'accide tte lo rimira in ritornata sede di piacere portando

piacere et in indistinto seminale sciabattazza fuora drakolari essenze ke parietandosi s'affliggono in cavernosi sensi
e dalle nari fumo esce tte nulla dice ma tutto sente, e col corpo e col pensiero mente ed anka lui manda fingimento

tte kebello tte lo canto lo finirossi in un maggior momento di minore memento lo io poeta girossi il guardo e vedrossi le di lui
mie parole scomposte e scompagnate in squadernati lazzi di bocca e di voce in croce che schiocca intellettuose perigrinazioni

e lo codesto canto me lo metto per umettar dubbiosa recriminazione d'inazione svolta in divisa per chi pi meno e per quale
neo_post_posto neo_avant_posto in avan_guard_rail di delittuose cose faccio cravatta e da scrittor cortese ne faccio sirventese

ke se lo degno fossi il mio pene di pennaiolo a fettine facerebbi e una fettina la darei alli autostampatisi (di sinistra)
(che con loro pecunia a loro parole valore danno) natra fettinella agli ermeneutici tte li loro aruspici (che gli s'impigliasseri

le parole in toto moto e loro (vaga) significanza pigiarebbesi nova mattanza), alli figli dello sanguinaccio altra carne non rendo
e m'arrendo, na fettina nello plazer dello friser, e la final fettina me la infilerossi nella (mia) mia di gola at tratto at

trangugiar mia stessa voce e mie di me carne con carne riempire e pingue spingere frattaglie con frattali fratti e con lo braccio
li macinati spingerossi fin nel fondo e lo sfondo lo sfintere sfatto tte fingo tte sfiato tte ancora sforzo tte m'ancoro in rifatti

fiati m'intingo di mie parole stanco, di mie movenze da femminella stracco, mi strucco e -sentinella- semenze mie sbanco: non leggerai
questa mia sciocca riga, perder significato la carta, dopodomani sbaglier la rima: e se lo canto si sfila di sarta e si sfrinisce

io ci ritorno e l'ho rifinito in vero per finto e dello santingorgo intrafficato in suoi rotolosi puleggi, sabbacchia si rivela in barca
et inarca la presa dorsale e s'infila: e sillabando e trascinando seco bassi lari trassecolando lo sampergorgo ritornarebbesi

alla disciplinata amata morosa reggia in mora sine spina sine skeggia, ma di maleficio bancario la semiretta mensile pagherossi
non conoscendo la sua di lui prinsessa la sua di lei verginale esperienza di goduriosa in esperimenta azione godereccia allo drako dabasi

sgambandolo in anabasi tte a bocc'aperta stando non per stupido stupore, n per stolido pudore, ma per lo meglio contenere l'effluvio
sparso con blande traccie sulle sue di lei spalle che con ferma man tiene le piccicose sfere non picciole tte la prinsessa

attraverso sperma tosse e ritosse ancora e lo spergiorgio scosse vecchierello di porta apre la reggia e "veggio" dixit
lo scempio della sua amata matrona pascente e lo drako assorto in torto ritorno di nuova venuta, lo sampergiorgio sente di s

l'emozione ma -batrace destino- la quale porta all'erezione di sua dama videre in tal lussuriosa posa, e mentre la prinsessa
negli specula lo ometto suo vide e muta di parole, non muta d'intenzione e lo subito lavorio suo non cessa lo poretto pergiorgio

non mano a mannaia mette, per smettere tal umida umiliazione, ma -alla maniera di colui che taglia- piagne e raglia umiliamente,
e lacrima ad altra salsa lacrima si mesce et acqua et seme a terra cadonsi tte lo drako, notato lo 'mplegato, pena prova e rabbia

e fame tte raschia allo pendente dipendente ke d'altri compiti impara lo stato de lo desko parekkiare e lo drakon
servire come la di lui prinsesa ugualmente tte andando in servizio lascia il termin dolce della sevizia che la prinsessa

prestamente coglie fra le sue di doglie: non  nulla di difficile; quando c' qualche cosa si fa un breve resoconto, una paginetta,
o anche mezza alla buona, con le cose essenziali... che cosa, come, dove, quando... gli elementi essenziali della cronaca insomma)

(continuarebbesi)



Nota

"Non  nulla di difficile, una paginetta o anche mezza alla buona, con le cose essenziali., che cosa, come, dove, quando... gli elementi essenziali della cronaca insomma"; cos pare suggerire l'autore sul finale del suo poema, ch di poema si tratta: un improbabile poema d'epica in versi, talmente sfacciato da segnare un gol in fuori gioco e poi farselo convalidare nonostante la posizione irregolare.
E questa manifesta scorrettezza d'un poema del d d'oggi si dichiara in modo inequivocabile nell'incipit che usa quel dubitativo condizionale "canterebbe" (che simmetricamente rimanda alla notazione finale fuori testo in parentesi tonde "continuarebbesi") e prosegue con il delirio onomastico che battezza l'impiegatizia metamorfosi del protagonista del poema, quel degnissimo San Giorgio "pataccone", "ridanciano" "scremato", "beatificaturo" che viene chiamato in stretto ordine d'apparizione: giorgio (2 volte), Santo Georgo, sampergiorgo (3 volte), patergiorgio, giorgietto, san giorgio, giorgin, giorgione, Giorgio, sangiorgione, san giorgietto, santo giorgio (4 volte), sancrus jorghes, sanctus georgius, sancrus georgo, santo georgo (2 volte), sampergiorgio (2 volte), ptergiorgo...
Il deus ex machina di questa narrazione, coni suoi numerosi interventi -diciamo cos- interpuntivi extradiegetici,  in modo dichiarato il poeta che sempre tiene le redini tanto del testo quanto del paratesto che s'insinua all'interno della fabulazione (si veda il canto dedicato alla poetica dell'autore che s'immagina "la imprintazione di nascitura rilegatura" e che prepara a quel "macero" evocato nel paratesto ufficiale della introduzione d'autore; si veda l'anomalia del canto secondo, il solo espresso con grafica differenziata con la sottolineatura e l'allusione internettica); e poi appelli al lettore, un omissis, un intero canto piazzato li come uno spot ("reclame") per lodare e descrivere la sua musa, gran bel brano (e gran bella musa, pare) e via cos tra frammenti d'inglese, latino, larinorum, aulicismi, neologismi, romanesco e sgrammaticature in una lingua che affabula e s'ingrossa e s'ingravida man mano che si conta.
Venerandi domina la materia (che non  la storia raccontata, quanto l'autoreferenziale scrittura del poema) e si diverte a corromperla: c' una alta letterariet percepita nel citarsi addosso del suo periodare, alta letterariet che crea il tessuto su cui interviene una alta volgarit (in senso della vulgata) e ci si guarda bene dal dare una gerarchia:  quasi un esperimento scientifico e Venerandi ha messo li un acido e una base e sta a vedere che cosa succede (dando l'impressione pure di divertirsi); cos la donna dello schermo della vitanovesca alighierica memoria diventa donna del (tele) schermo in un trobar clus che a tutti i costi voglio reperire senza fondamento in quel trombare tenebroso e via cos fino alle parole crociate "(ott'irrozzontale: il venticello del poeta)" con tanto di soluzione un po'di versi avanti "nell'aura (il venticello)"; cos pure l'uso di esplicitare l'occlusiva velare sorda nel segno grafico k, qui  decisamente ambiguo tra i primi reperti della lingua italiana e quelli pop di una controcultura alternativa: uso volontariamente bino, mistificato, problema rigettato sul lettore: come dire io canto e tu mi senti cantare: io che scrivo mi impegno a implicare, ma tu che leggi ti costringo ad esplicare.
E diamo una occhiata infine a quella fondamentale parte (il canto undicesimo) che parla di cazzi e controcazzi del poeta autore di queste "fantasticate dicerie" su sangiorgi, draghi e fanciulle: qui la parola d'ordine "finzione" con forza reiterata connota tanto i personaggi del poema quanto dell'esterno del poema, il mondo dell'autore, il mondo esterno in cui il poema esiste come libro, come merce, e tutto, ma proprio tutto fa capo a questa categoria.
Ne convengo, nel pensier mi fingo e chiudo.
Paolo Gentiluomo
