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SOMMARIO


"PASCENDI DOMINICI GREGIS"

"DE SACROSANCTO MISSAE SACRIFICIO"

"TRA LE PRINCIPALI MACCHINAZIONI"

"SINGULARI NOS"

"SYLLABUS"

"QUAS PRIMAS"

"QUANTA CURA"

"PROFESSIO FIDEI TRIDENTINA"

"PRAESTANTIA SCRIPTURAE SACRAE"

"MIRARI VOS"

CIRCA LE ASSOCIAZIONI MASSONICHE

"MEDIATOR DEI"

"LAMENTABILI SANE EXITU"

GIURAMENTO ANTIMODERNISTA

INSTRUCTIO "ECCLESIA CATHOLICA"

"MORTALIUM ANIMOS"








IL MAGISTERO CATTOLICO
"PASCENDI DOMINICI GREGIS"

LETTERA ENCICLICA
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI
AVENTI CON L'APOSTOLICA SEDE
PACE E COMUNIONE.

"Sugli errori del Modernismo"

PIO PP. X
VENERABILI FRATELLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

L'officio divinamente commessoCi di pascere il gregge del Signore ha, fra i primi doveri imposti da Cristo, quello di custodire con ogni vigilanza il deposito della fede trasmessa ai santi, ripudiando le profane novit di parole e le opposizioni di una scienza di falso nome. La quale provvidenza del Supremo Pastore non vi fu tempo che non fosse necessaria alla Chiesa cattolica: stantech per opera del nemico dell'uman genere, mai non mancarono "uomini di perverso parlare (Act. X, 30), cianciatori di vanit e seduttori (Tit. I, 10), erranti e consiglieri agli altri di errore (II Tim. III, 13)". Pur nondimeno gli  da confessare che in questi ultimi tempi,  cresciuto oltre misura il numero dei nemici della croce di Cristo; che, con arti affatto nuove e piene di astuzia, si affaticano di render vana la virt avvivatrice della Chiesa e scrollare dai fondamenti, se venga lor fatto, lo stesso regno di Ges Cristo. Per la qual cosa non Ci  oggimai pi lecito di tacere, seppur non vogliamo aver vista di mancare al dovere Nostro gravissimo, e che Ci sia apposta a trascuratezza di esso la benignit finora usata nella speranza di pi sani consigli.
Ed a rompere senza pi gl'indugi Ci spinge anzitutto il fatto, che i fautori dell'errore gi non sono ormai da ricercarsi fra i nemici dichiarati; ma, ci che d somma pena e timore, si celano nel seno stesso della Chiesa, tanto pi perniciosi quanto meno sono in vista. Alludiamo, o Venerabili Fratelli, a molti del laicato cattolico e, ci ch' pi deplorevole, a non pochi dello stesso ceto sacerdotale, i quali, sotto finta di amore per la Chiesa, scevri d'ogni solido presidio di filosofico e teologico sapere, tutti anzi penetrati delle velenose dottrine dei nemici della Chiesa, si dnno, senza ritegno di sorta, per riformatori della Chiesa medesima; e, fatta audacemente schiera, si gittano su quanto vi ha di pi santo nell'opera di Cristo, non risparmiando la persona stessa del Redentore divino, che, con ardimento sacrilego, rimpiccioliscono fino alla condizione di un puro e semplice uomo.
Fanno le meraviglie costoro perch Noi li annoveriamo fra i nemici della Chiesa; ma non potr stupirsene chiunque, poste da parte le intenzioni di cui Dio solo  giudice, si faccia ad esaminare le loro dottrine e la loro maniera di parlare e di operare. Per verit non si allontana dal vero chi li ritenga fra i nemici della Chiesa i pi dannosi. Imperocch, come gi abbiam detto, i lor consigli di distruzione non li agitano costoro al di fuori della Chiesa, ma dentro di essa; ond' che il pericolo si appiatta quasi nelle vene stesse e nelle viscere di lei, con rovina tanto pi certa, quanto essi la conoscono pi addentro. Di pi, non pongono gi la scure ai rami od ai germogli; ma alla radice medesima, cio alla fede ed alle fibre di lei pi profonde. Intaccata poi questa radice della immortalit, continuano a far correre il veleno per tutto l'albero in guisa, che niuna parte risparmiano della cattolica verit, niuna che non cerchino di contaminare. Inoltre, nell'adoperare le loro mille arti per nuocere, niuno li supera di accortezza e di astuzia: giacch la fanno promiscuamente da razionalisti e da cattolici, e ci con s fina simulazione da trarre agevolmente in inganno ogni incauto; e poich sono temerari quanto altri mai, non vi  conseguenza da cui rifuggano e che non ispaccino con animo franco ed imperterrito. Si aggiunga di pi, e ci  acconcissimo a confonderle menti, il menar che essi fanno una vita operosissima, un'assidua e forte applicazione ad ogni fatta di studi, e, il pi sovente, la fama di una condotta austera. Finalmente, e questo spegne quasi ogni speranza di guarigione, dalle stesse loro dottrine sono formati al disprezzo di ogni autorit e di ogni freno; e, adagiatisi in una falsa coscienza, si persuadono che sia amore di verit ci che  infatti superbia ed ostinazione. S, sperammo a dir vero di riuscire quando che fosse a richiamar costoro a pi savi divisamenti; al qual fine li trattammo dapprima come figli con soavit, passammo poi ad un far severo, e finalmente, bench a malincuore, usammo pure i pubblici castighi. Ma voi sapete, o Venerabili Fratelli, come tutto riusc indarno: sembrarono abbassai la fronte per un istante, mala rialzarono subito con maggiore alterigia. E potremmo forse tuttora dissimulare se non si trattasse che sol di loro: ma trattasi invece della sicurezza del nome cattolico. Fa dunque mestieri di uscir da un silenzio, che ormai sarebbe colpa, per far conoscere alla Chiesa tutta chi sieno infatti costoro che cos mal si camuffano.
E poich  artificio astutissimo dei modernisti (ch con siffatto nome son chiamati costoro a ragione comunemente) presentare le loro dottrine non gi coordinate e raccolte quasi in un tutto, ma sparse invece e disgiunte l'una dall'altra, allo scopo di passare essi per dubbiosi e come incerti, mentre di fatto sono fermi e determinati; giover innanzi tutto raccogliere qui le dottrine stesse in un sol quadro, per passar poi a ricercar le fonti di tanto traviamento ed a prescrivere le misure per impedirne i danni.
E alfin di procedere con ordine in una materia di troppo astrusa,  da notare anzi tutto che ogni modernista sostiene e quasi compendia in s molteplici personaggi: quelli cio di filosofo, di credente, di teologo, di storico, di critico, di apologista, di riformatore: e queste parti sono tutte bene da distinguersi una ad una, da chi voglia conoscere a dovere il lor sistema e penetrare i princip e le conseguenze delle loro dottrine.
Prendendo adunque le mosse dal filosofo, tutto il fondamento della filosofia religiosa  riposto dai modernisti nella dottrina, che chiamano dell'agnosticismo. Secondo questa, la ragione umana  ristretta interamente entro il campo dei fenomeni, che  quanto dire di quel che apparisce e nel modo in che apparisce: non diritto, non facolt naturale le concedono di passare pi oltre. Per lo che non  dato a lei d'innalzarsi a Dio, n di conoscerne l'esistenza, sia pure per intromessa delle cose visibili. E da ci si deduce che Dio, riguardo alla scienza, non pu affatto esserne oggetto diretto; riguardo alla storia non deve mai riputarsi come soggetto istorico. Poste cotali premesse, ognuno scorge di leggieri quali sieno le sorti della teologia naturale, dei motivi di credibilit, dell'esterna rivelazione. Tutto questo i modernisti tolgon via di mezzo, e ne fanno assegno all'intellettualismo, ridicolo sistema, come essi affermano, e tramontato gi da gran tempo. N in ci ispira loro alcun ritegno il sapere che si enormi errori furono gi formalmente condannati dalla Chiesa. Giacch infatti il Concilio Vaticano cos ebbe definito: "Se qualcuno dir, che Dio uno e vero, Creatore e Signor nostro, per mezzo delle cose create, non possa conoscersi con certezza col lume naturale dell'umana ragione, sia anatema"(De Revel., can. I); e similmente: "Se alcuno dir non essere possibile, o non convenire che, mediante divina rivelazione, sin l'uomo ammaestrato di Dio e del culto che Gli si deve, sia anatema" (Ibid., can. II); e finalmente: "Se alcuno dir che la rivelazione divina non possa essere fatta credibile da esterni segni e che perci gli uomini non debbano esser mossi alla fede se non da interna esperienza o privata ispirazione, sia anatema" (De Fide, can. III).Di qual guisa poi i modernisti dall'agnosticismo, che  puro stato d'ignoranza, passino all'ateismo scientifico e storico, che invece  stato di positiva negazione; e con qual diritto perci di logica, dal non sapere se Iddio sia intervenuto o no nella storia dell'uman genere si trascorra a spiegar tutto nella storia medesima ponendo Dio interamente da parte come se in realt non fosse intervenuto, lo assegni chi pu. Ma tanto ; per costoro  fisso e determinato che la scienza e la storia debbano esser atee; entro l'mbito di esse non vi  luogo se non per fenomeni, sbanditone in tutto Iddio e quanto sa di divino. Dalla quale dottrina assurdissima vedrem bentosto che cosa siasi costretti di ammettere intorno alla persona augusta di Ges Cristo, intorno ai misteri della Sua vita e della Sua morte, intorno alla Sua risurrezione ed ascensione al Cielo.
Vero  che l'agnosticismo non costituisce nella dottrina dei modernisti se non la parte negativa; la positiva sta tutta nell'immanenza vitale. Dall'una all'altra ecco con qual discorso procedono. La Religione, sia essa naturale o sopra natura, alla guisa di ogni altro fatto qualsiasi, uopo  che ammetta una spiegazione. Or, tolta di mezzo la naturale teologia, chiuso il cammino alla rivelazione per il rifiuto dei motivi di credibilit, negata anzi qualsivoglia esterna rivelazione, chiaro  che siffatta spiegazione indarno si cerca fuori dell'uomo. Resta dunque che si cerchi nell'uomo stesso; e poich la religione non  altro infatti che una forma della vita, la spiegazione di essa dovr ritrovarsi appunto nella vita dell'uomo. Di qui il principio dell'immanenza religiosa. Di pi, la prima mossa, per cos dire, di ogni fenomeno vitale, quale si  detta essere altres la religione,  sempre da ascrivere ad un qualche bisogno; i primordi poi, parlando pi specialmente della vita, sono da assegnare ad un movimento del cuore, o vogliam dire ad un sentimento. Per queste ragioni, essendo Dio l'oggetto della religione, dobbiamo conchiudere che la fede, inizio e fondamento di ogni religione, deve riporsi in un sentimento che nasca dal bisogno della divinit. IL quale bisogno, non sentendosi dall'uomo se non indeterminate ed acconce circostanze, non pu di per s appartenere al campo della coscienza: ma giace da principio al di sotto della coscienza medesima o, come dicono con vocabolo tolto ad imprestito dalla moderna filosofia, nella subcoscienza, ove la sua radice rimane occulta ed incomprensibile. Che se si chieda in qual modo da questo bisogno della divinit, che l'uomo provi in se stesso, si faccia poi trapasso alla religione, i modernisti rispondono cos. La scienza e la storia, essi dicono, sono chiuse come fra due termini: l'uno esterno, ed  il mondo visibile; l'altro interno, ed  la coscienza. Toccato che abbiano o l'uno o l'altro di questi termini, non hanno come passare pi oltre; al di l si trovano essi a faccia dell'inconoscibile. Dinanzi a questo inconoscibile, o sia esso fuori dell'uomo oltre ogni cosa visibile, o si celi entro l'uomo nelle latebre della subcoscienza, il bisogno del divino, senza verun atto della mente, secondo che vuole il fideismo, fa scattare nell'animo gi inclinato a religione un certo particolar sentimento; il quale, sia come oggetto sia come causa interna, ha implicata in s la realt del divino e congiunge in certa guisa l'uomo con Dio. A questo sentimento appunto si d dai modernisti il nome di fede, e lo ritengono quale inizio di religione.
Ma non  qui tutto il filosofare, o, a meglio dire, il delirare di costoro. Imperocch in siffatto sentimento essi non riscontrano solamente la fede: ma colla fede e nella fede stessa quale da loro  intesa, sostengono che vi si trovi altres la Rivelazione. E che infatti pu pretendersi di vantaggio per una rivelazione? O non  forse rivelazione, o almeno principio di rivelazione, quel sentimento religioso che si manifesta d'un tratto nella coscienza? Non  rivelazione l'apparire, bench in confuso, che Dio fa agli animi in quello stesso sentimento religioso? Aggiungono anzi di pi che, essendo Iddio in pari tempo e l'oggetto e la causa della fede, la detta rivelazione  al tempo stesso di Dio e da Dio: ha cio insieme Iddio e come rivelante e come rivelato. Di qui, Venerabili Fratelli, quell'assurdissimo effato dei modernisti che ogni religione, secondo il vario aspetto sotto cui si riguardi, debba dirsi egualmente naturale e soprannaturale. Di qui lo scambiar che fanno, come di pari significato, coscienza e rivelazione. Di qui la legge, per cui la coscienza religiosa si d come regola universale, da porsi in tutto a pari della rivelazione, ed alla quale tutti hanno obbligo di sottostare, non esclusa la stessa autorit suprema della Chiesa, sia che ella insegni, sia che legiferi in materia di culto o di disciplina.
Se non che in tutto questo procedimento dal quale, a detta dei modernisti, saltan fuori la fede e la rivelazione, egli  mestieri tener d'occhio un punto, che  di capitale importanza per le conseguenze storico critiche, che essi ne derivano. Quell'inconoscibile, di cui parlano, non si presenta gi alla fede come nudo in s ed isolato; ma si bene congiunto strettamente a un qualche fenomeno, che, quantunque appartenga al campo della scienza e della storia, pure in certa guisa ne trapassa i confini. Tal fenomeno potr essere un fatto qualsiasi della natura, che in s racchiude alcun che di misterioso: potr essere altres un uomo, il cui carattere, i cui gesti, le cui parole mal si compongano colle leggi ordinarie della storia. Or bene la fede, attirata dall'inconoscibile racchiuso nel fenomeno, s'impadronisce di tutto intero il fenomeno stesso e lo penetra in certo qual modo della sua vita. Da ci due cose conseguitano. La prima, una tal trasfigurazione del fenomeno, per una, diremmo, quasi elevazione sulle condizioni sue proprie, che lo renda acconcio, come materia, alla forma del divino che la fede v'introdurr. La seconda, un certo sfiguramento, nato da ci che avendo la fede tolto il fenomeno ai suoi aggiunti di tempo e di luogo, facilmente gli attribuisce quello che nella realt delle cose non ha di fatto: il che soprattutto avviene quando si tratti di fenomeni di antica data, e tanto pi se sono remoti. Da questi due capi i modernisti traggono per loro due canoni; i quali, uniti a un terzo gi dedotto dall'agnosticismo, formano quasi la base della critica storica. Illustriamo il fatto con un esempio, preso dalla persona dl Ges Cristo. Nella persona di Cristo, dicono, la scienza e la storia non trovan nulla al di l dell'uomo. Dunque, in vigore del primo canone dato dall'agnosticismo, dalla storia dl essa deve cancellarsi tutto quanto sa di divino. Pi oltre, in conformit del. secondo canone, la persona di Cristo  stata trasfigurata dalla fede: dunque fa d'uopo spogliarla di tutto ci che la innalza sopra le condizioni storiche. Per ultimo, la stessa  stata sfigurata dalla fede, secondo insegna il terzo canone: dunque non da rimuoversi da lei i discorsi, i fatti, tutto quello insomma che non risponde al suo carattere, alla sua condizione ed educazione, al luogo ed al tempo in cui visse. Strano per fermo parr a noi questo modo di ragionare; ma qui sta la critica dei modernisti.
Adunque il sentimento religioso, che per vitale immanenza si sprigiona dai nascondigli della subcoscienza,  il germe di tutta la religione, ed  insieme la ragione di quanto fu o sar per essere in qualsivoglia religione. Rude dapprima e quasi informe, a poco a poco, sotto l'influsso del misterioso principio che gli diede origine, esso e venuto perfezionandosi, a seconda dei progressi della vita umana. di cui, come si disse, e una forma. Ecco pertanto la nascita di qualsiasi religione, sia pure soprannaturale: esse altro non sono che semplici esplicazioni dell'anzidetto sentimento. N credasi gi che diversa sia la sorte della religione cattolica; anzi in tutto pari alle altre: imperocch non altrimenti essa  nata, che per processo di vitale immanenza nella coscienza di Cristo, uomo di elettissima natura, quale mai altro simile si vide n mai si trover. Nell'udir tali cose Noi trasecoliamo di fronte ad affermazioni cotanto audaci e sacrileghe! Eppure, Venerabili Fratelli, non sono esse un parlar temerario solamente d'increduli. Sono uomini cattolici, sono anzi sacerdoti non pochi che cos la discorrono pubblicamente; e con siffatti delirii si dnno vanto di riformare la Chiesa! Qui, non trattasi pi del vecchio errore, che alla natura umana concedeva quasi un diritto all'ordine soprannaturale. Si va assai pi lungi; sino cio ad afferrare che la religione nostra santissima, nell'uomo Cristo del pari che in noi,  frutto interamente spontaneo della natura. Del quale asserto non sappiamo qual sia mezzo pi acconcio per sopprimere ogni ordine soprannaturale. Perci con somma ragione il Concilio Vaticano pronunzi: "Se alcuno dir, non poter l'uomo essere elevato da Dio a una conoscenza e perfezione che superi la natura, ma potere e dovere di per s stesso, con un perpetuo progresso, giungere finalmente al possesso di ogni vero e di ogni bene, sia anatema" (De Revel., can. III).
Fin qui per, o Venerabili Fratelli, non abbiam visto farsi punto luogo all'azione dell'intelletto. Eppure, secondo le dottrine dei modernisti, ha essa ancora la sua parte nell'atto di fede. E giova osservare in che modo. In quel sentimento, dicono, di cui sovente si  parlato, appunto perch egli  sentimento e non cognizione, Dio si presenta bens all'uomo, ma in maniera cos confusa che nulla o a malapena si distingue dal soggetto credente. Fa dunque d'uopo che sopra quel sentimento si getti un qualche raggio di luce, s che Dio ne venga fuori per intero e pongasi in contrapposto col soggetto. Ora,  questo il compito dell'intelletto; di cui  proprio il pensare ed analizzare, e per mezzo del quale l'uomo prima traduce in rappresentazioni mentali i fenomeni di vita che sorgono in lui, e poi li significa con verbali espressioni. Di qui il detto volgare dei modernisti, che l'uomo religioso deve pensare la sua fede. L'intelletto adunque, sopravvenendo al sentimento, su di esso si ripiega e vi fa intorno un lavorio somigliante a quello di un pittore che illumina e ravviva il disegno di un quadro svanito per la vecchiaia. Il paragone  di uno dei maestri del modernismo. Doppio poi  l'operar della mente in siffatto negozio; dapprima, con un atto nativo e spontaneo, esprimendo la sua nozione con una proposizione semplice e volgare; indi, con riflessione e pi intima penetrazione, o, come dicano, lavorando il suo pensiero, rende ci che ha pensato con proposizioni secondarie, derivate bens dalla prima, ma pi affinate e distinte. Le quali proposizioni, ove poi ottengano la sanzione del magistero supremo della Chiesa, costituiranno appunto il dogma.
Con ci, nella dottrina dei modernisti, ci troviamo giunti ad uno dei capi di maggior rilievo, all'origine cio e alla natura stessa del dogma. Imperocch l'origine del dogma la ripongon essi in quelle primitive formole semplici; le quali, sotto un certo aspetto, devono ritenersi come essenziali alla fede, giacch la rivelazione, perch sia veramente tale, richiede la chiara apparizione di Dio nella coscienza. Il dogma stesso poi, secondo che paiono dire,  costituito propriamente dalle formole secondarie. A conoscere per bene la natura del dogma,  uopo ricercare anzi qual relazione passi fra le formole religiose ed il sentimento religioso. Nel che non trover punto difficolt, chi tenga fermo, che il fine di cotali formole altro non , se non di dar modo al credente di rendersi ragione della propria fede. Per la qual cosa stanno esse formole come di mezzo fra il credente e la fede di lui; per rapporto alla fede, sono espressioni inadeguate del suo oggetto e sono dai modernisti chiamate simboli; per rapporto al credente, si riducono a meri istrumenti. Non  lecito pertanto in niun modo sostenere che esse esprimano una verit assoluta: essendoch, come simboli, sono semplici immagini di verit, e perci da doversi adattare al sentimento religioso in ordine all'uomo; come istrumenti, sono veicoli di verit, e perci da acconciarsi a lor volta all'uomo in ordine al sentimento religioso. E poich questo sentimento, siccome quello che ha per obbietto l'assoluto, porge infiniti aspetti, dei quali oggi l'uno domani l'altro pu apparire; e similmente colui che crede pu passare per altre ed altre condizioni, ne segue che le formole altres che noi chiamiamo dogmi devono sottostare ad uguali vicende ed essere perci variabili. Cos si ha aperto il varco alla intima evoluzione dei dogmi. Infinito cumulo di sofismi che abbatte e distrugge ogni religione!
E questa, non pur possibile, ma necessaria evoluzione e mutazione dei dogmi non solo i modernisti l'affermano arditamente ma  conseguenza legittima delle loro sentenze. Infatti fra i capisaldi della loro dottrina vi  ancor questo, tratto dal principio dell'immanenza vitale: che le formole cio religiose, perch tali siano in verit e non mere speculazioni dell'intelletto,  mestieri che sieno vitali e che vivano della stessa vita del sentimento religioso. Il che non  da intendersi quasich tali formole, specie se puramente immaginative, sieno costruite a bella posta pel sentimento religioso; giacch poco monta della loro origine, come altres del loro numero e della loro qualit; ma cosi, che le stesse, fatte se occorre all'uopo delle modificazioni, vengano vitalmente assimilate dal sentimento religioso. E per dirla in altri termini, fa di mestieri che la formola primitiva sia accettata e sancita dal cuore, e che il susseguente lavorio per la formazione delle formole secondarie sia fatto sotto la direzione del cuore. Di qui procede che siffatte formole, perch sieno vitali, devono essere e mantenersi adatte tanto alla fede quanto al credente. Laonde, se per una ragione qualsiasi cotale adattamento venga meno, perdono elle il primitiva significato e vogliono essere cambiate. Or tale essendo il valore e la sorte mutevole delle formole dogmatiche, non reca stupore che i modernisti le abbiano tanto in dileggio; mentre al contrario non fanno che ricordare ed esaltare il sentimento religioso e la vita religiosa. Perci pure criticano con somma audacia la Chiesa, accusandola di camminare fuor di strada, n saper distinguere fra il senso materiale delle formole e il loro significato religioso e morale, e attaccandosi con ostinazione, ma vanamente, a formole vuote di senso, lasciar che la religione precipiti a rovina. Oh! Veramente ciechi e conduttori di ciechi, che, gonfi del superbo nome di scienza, vaneggiano fino al segno di pervertire l'eterno concetto di verit e il genuino sentimento religioso: "spacciando un nuovo sistema, col quale, tratti da una sfrontata e sfrenata smania di novit, non cercano la verit ove certamente si trova; e disprezzate le sante ed apostoliche tradizioni, si attaccano a dottrine vuote, futili, incerte, riprovate dalla Chiesa, e con esse, uomini stoltissimi, si credono di puntellare e sostenere la stessa verit" (Gregorio XVI, Lett. Enc."Singulari Nos", 25 giugno 1834).
E fin qua, o Venerabili Fratelli, del modernista considerato come filosofo. Or, se facendoci oltre a considerarlo nella sua qualit di credente, vogliam conoscere in che modo, nel modernismo, il credente si differenzi dal filosofo, convien osservare che quantunque il filosofo riconosca per oggetto della fede la realt divina, pure questa realt non altrove l'incontra che nell'animo del credente, come oggetto di sentimento e di affermazione: che esista poi essa o no in s medesima fuori di quel sentimento e di quell'affermazione, a lui punto non cale. Per contrario il credente ha come certo ed indubitato che la realt divina esiste di fatto in se stessa, n punto dipende da chi crede. Che se poi cerchiamo, qual fondamento abbia cotale asserzione del credente, i modernisti rispondono: l'esperienza individuale. Ma nel dir ci, se costoro si dilungano dai razionalisti, cadono nell'opinione dei protestante dei pseudomistici. Cos infatti essi discorrono. Nel sentimento religioso, si deve riconoscere quasi una certa intuizione del cuore; la quale mette l'uomo in contatto immediato colla realt stessa di Dio, e tale gl'infonde una persuasione dell'esistenza di Lui e della Sua azione s dentro, s fuori dell'uomo, da sorpassar di gran lunga ogni convincimento scientifico. Asseriscono pertanto una vera esperienza, e tale da vincere qualsivoglia esperienza razionale; la quale se da taluno, come dai razionalisti, e negata, ci dicono intervenire perch non vogliono porsi costoro nelle morali condizioni, che son richieste per ottenerla. Or questa esperienza, poi che l'abbia alcuno conseguita,  quella che lo costituisce propriamente e veramente credente. Quanto siamo qui lontani dagli insegnamenti cattolici! Simili vaneggiamenti li abbiamo gi uditi condannare dal Concilio Vaticano. Vedremo pi oltre come, con siffatte teorie, congiunte agli altri errori gi mentovati, si spalanchi la via all'ateismo. Qui giova subito notare che, posta questa dottrina dell'esperienza unitamente all'altra del simbolismo, ogni religione, sia pure quella degl'idolatri, deve ritenersi siccome vera. Perch infatti non sar possibile che tali esperienze s'incontrino in ogni religione? E che si siano di fatto incontrate non pochi lo pretendono. E con qual diritto modernisti negheranno la verit ad una esperienza affermata da un islamita? con qual diritto rivendicheranno esperienze vere pei soli cattolici? Ed infatti i modernisti non negano, concedono anzi, altri velatamente altri apertissimamente, che tutte le religioni son vere. E che non possano sentire altrimenti,  cosa manifesta. Imperocch per qual capo, secondo i loro placiti, potrebbe mai ad una religione, qual che si voglia, attribuirsi la falsit? Senza dubbio per uno di questi due: o per la falsit del sentimento religioso, o per la falsit della formola pronunziata dalla mente. Ora il sentimento religioso, bench possa essere pi o meno perfetto,  sempre uno: la formola poi intellettuale, perch sia vera, basta che risponda al sentimento religioso ed al credente, checch ne sia della forza d'ingegno in costui. Tutt'al pi, nel conflitto fra diverse religioni, i modernisti potranno sostenere che la cattolica ha pi di verit perch pi vivente, e merita con pi ragione il titolo di cristiana, perch risponde pi pienamente alle origini del cristianesimo. Che dalle premesse date scaturiscano siffatte conseguenze, non pu per fermo sembrare assurdo. Assurdissimo  invece che cattolici e sacerdoti, i quali, come preferiamo credere, aborrono da tali enormit, si portino in fatto quasi le ammettessero. Giacch tali sono le lodi che tributano ai maestri di siffatti errori, tali gli onori che rendono loro pubblicamente, da dar agevolmente a supporre che essi non onorano gi le persone, forse non prive di un qualche merito, ma piuttosto gli errori che quelle professano apertamente e cercano a tutt'uomo propagare.
Ma, oltre al detto, questa dottrina dell'esperienza  per un altro verso contrarissima alla cattolica verit. Imperocch viene essa estesa ed applicata alla tradizione quale finora fu intesa dalla Chiesa, e la distrugge. Ed infatti dai modernisti  la tradizione cos concepita che sia una comunicazione dell'esperienza originale fatta agli altri, merc la predicazione, per mezzo della formola intellettuale. A questa formola perci, oltre al valore rappresentativo, attribuiscono una tal quale efficacia di suggestione, che si esplica tanto in colui che crede, per risvegliare il sentimento religioso a caso intorpidito e rinnovar l'esperienza gi avuta una volta, quanto in coloro che ancor non credono, per suscitare in essi la prima volta il sentimento religioso e produrvi l'esperienza. Di questa guisa l'esperienza religiosa si viene a propagare fra i popoli; n solo nei presenti per via della predicazione, ma anche fra i venturi s per mezzo dei libri e s per la trasmissione orale dagli uni agli altri. Avviene poi che una simile comunicazione dell'esperienza si abbarbichi talora e viva, talora isterilisca subito e muoia. Il vivere  pei modernisti prova di verit; giacch verit e vita sono per essi una medesima cosa. Dal che  dato inferir di nuovo, che tutte le religioni, quante mai ne esistono, sono egualmente vere, poich se nol fossero non vivrebbero. E tutto questo si spaccia per dare un concetto pi elevato e pi ampio della religione!
Condotte fin qui le cose, o Venerabili Fratelli, abbiamo abbastanza in mano per conoscere qual ordine stabiliscano i modernisti fra la fede e la scienza; con qual nome di scienza intendono essi ancor la storia. E in primo luogo si deve tenere che l'oggetto dell'una  affatto estraneo all'oggetto dell'altra e da questo separato. Imperocch la fede si occupa unicamente di cosa, che la scienza professa essere a s inconoscibile. Quindi diverso il campo ad entrambe assegnato: la scienza  tutta nella realt dei fenomeni, ove non entra affatto la fede: questa al contrario si occupa della realt divina che alla scienza  del tutto sconosciuta. Dal che si viene a conchiudere che tra la fede e la scienza non vi pu essere mai dissidio: giacch, se ciascuna tiene il suo campo, non potranno mai incontrarsi, n perci contraddirsi. Che se a ci si opponga, nel mondo visibile esservi cose che pure appartengono alla fede, come la vita umana di Cristo; i modernisti rispondono negando. Perch quantunque tali cose sieno nel novero dei fenomeni, pure, in quanto sono vissute dalla fede e, nel modo gi indicato, sono state da essa trasfigurate e sfigurate, furono tolte dal mondo sensibile e trasferite ad essere materia del divino. Quindi, qualora pi oltre si ricercasse se Cristo abbia fatto veri miracoli e vere profezie, severamente sia risorto ed asceso al Cielo; la scienza agnostica lo negher, la fede lo affermer; n perci vi sar lotta fra le due. Imperocch lo negher il filosofo qual filosofo parlando a filosofie considerando unicamente Cristo nella sua realt storica; l'affermer il credente come credente parlando a credenti e considerando la vita di Cristo quale  vissuta dalla fede e nella fede.
S'ingannerebbe per a partito chi, date queste teorie, si credesse autorizzato a credere, essere la fede e la scienza indipendenti l'una dall'altra. Si, della scienza ci  fuori di dubbio; ma  ben altro della fede; la quale, non per uno ma per tre capi, deve andar soggetta alla scienza. Imperocch da riflettersi in primo luogo che in ogni fatto religioso, toltane la realt divina e l'esperienza che di essa ha chi crede, tutto il rimanente ed in specialit le formole religiose, non escono dal campo dei fenomeni: e cadono quindi sotto il dominio della scienza. Esca pure il credente dal mondo, se gli vien fatto; finch per rester nel mondo, non potr mai sottrarsi, lo voglia o no, alle leggi, all'osservazione, ai giudizi della scienza e della storia. Di pi, bench sia detto che Dio  oggetto della sola fede, ci nondimeno deve solo intendersi della realt divina, non gi della idea di Dio. L'idea di Dio  pur essa sottoposta alla scienza; la quale, mentre spazia nell'ordine logico, si solleva fino all'assoluto ed all'ideale.  dunque diritto della filosofia o della scienza sindacare l'idea di Dio, dirigerla nella sua evoluzione, correggerla qualora vi si immischi qualche elemento estraneo: quindi il ripetere che fanno i modernisti che l'evoluzione religiosa deve essere coordinata colla evoluzione morale ed intellettuale; ossia, come insegna uno dei loro maestri, deve essere subordinata. Per ultimo  pur da osservare che l'uomo non soffre in s dualismo: per la qual cosa il credente prova in se stesso un intimo bisogno di armonizzare siffattamente la fede colla scienza che non si opponga al concetto generale che scientificamente si ha dell'universo. Cos dunque si evince essere la scienza affatto libera dalla libera fede; la fede invece, tuttoch si decanti estranea alla scienza, essere a questa sottoposta. Le quali cose tutte, Venerabili Fratelli, sono diametralmente contrarie a ci che insegnava il Nostro Antecessore Pio IX: "Essere dovere della filosofia, in materia di religione, non dominare ma servire, non prescrivere ci che si debba credere, ma abbracciarlo con ragionevole ossequio, n scrutar l'altezza dei misteri di Dio, ma piamente ed umilmente venerarla" (Breve al Vescovo di Breslavia, 15 giugno 1857). I modernisti invertono del tutto le parti. Ond' che ad essi pu applicarsi ci che l'altro Nostro Predecessore Gregorio IX scriveva di taluni teologi del suo tempo: "Alcuni fra voi, gonfi come otri dello spirito di vanit, si sforzano con novit profana di valicare i termini segnati dai Padri; piegando alla dottrina filosofica dei razionali l'intelligenza delle pagine Celesti, non per profitto degli uditori ma per far pompa di scienza... Questi sedotti da dottrine diverse e peregrine, tramutano in coda il capo e costringono la regina a servire all'ancella" (Lettera ai maestri di Teologia di Parigi, 7 luglio 1223).
Il che parr pi manifesto dalla condotta stessa dei modernisti, interamente conforme a quel che insegnano. Negli scritti e nei discorsi sembrano essi non rare volte sostenere ora una dottrina ora un'altra, talch si  facilmente indotti a giudicarli vaghi ed incerti. Ma tutto ci  fatto avvisatamente; per l'opinione cio che sostengono della mutua separazione della fede e della scienza. Quindi avviene che nei loro libri si incontrano cose che ben direbbe un cattolico; ma, al voltar della pagina, si trovano altre che si stimerebbero dettate da un razionalista. Di qui, scrivendo storia, non fanno pur menzione della divinit di Cristo; predicando invece nelle chiese, l'affermano con risolutezza. Di qui parimente, nella storia non fanno nessun conto n di Padri n di Concil; ma se catechizzano il popolo, li citano con rispetto. Di qui, distinguono l'esegesi teologica e pastorale dall'esegesi scientifica e storica. Similmente dal principio che la scienza non ha dipendenza alcuna dalla fede, quando trattano di filosofia, di storia, di critica, non avendo orrore di premere le orme di Lutero (Prop. 29, condannata da Leone X, Bolla. "Exsurge Domine", 15 maggio 1520: "Ci si  aperta la strada per isnervare l'autorit dei Concil e contraddire liberamente alle loro deliberazioni, e giudicare i lor decreti e confessare arditamente tutto ci che ci sembra vero, sia approvato o condannato da qualunque Concilio"), fanno pompa di un certo disprezzo delle dottrine cattoliche, dei santi Padri, dei sinodi ecumenici, del magistero ecclesiastico: e se vengono di ci ripresi, gridano alla manomissione della libert. Da ultimo, posto l'aforisma che la fede deve soggettarsi alla scienza, criticano di continuo e all'aperto la Chiesa, perch con somma ostinatezza rifiuta di sottoporre ed accomodare i suoi dogmi alle opinioni della filosofia: ed essi, da parte loro, messa fra i ciarpami la vecchia teologia, si adoperano di porne in voga una nuova, tutta ligia ai deliramenti dei filosofi.

Con che, Venerabili Fratelli, Ci si d finalmente il passo per osservare i modernisti sull'arena teologica. Difficile compito: ma con poco potremo trarCi d'impaccio. IL fine da ottenere  la conciliazione della fede colla scienza, restando per sempre incolume il primato della scienza sulla fede. In questo affare il teologo modernista si giova degli stessissimi princip che vedemmo usati dalla filosofia, adattandoli al credente; ci sono i princip dell'immanenza e del simbolismo. Ed ecco con quanta speditezza compie egli il suo lavoro. Ha detto il filosofo: "Il principio della fede  immanente"; il credente ha soggiunto: "Questo principio  Dio";il teologo dunque conclude: "Dio  immanente nell'uomo". Di qui l'essere dell'immanenza teologica. Parimente: il filosofo ha ritenuto come certo che le "rappresentazioni dell'oggetto della fede sono semplicemente simboliche"; il credente ha affermato che "l'oggetto della fede  Dio in se stesso"; il teologo adunque pronunzia: "Le rappresentazioni della realt divina sono simboliche". Di qui il simbolismo teologico. Errori per verit enormi; i quali quanto sieno perniciosi, si vedr luminosamente nell'osservarne le conseguenze.
Infatti, per dir subito del simbolismo, i simboli essendo tali in relazione all'oggetto, ed in relazione al credente non essendo che istrumenti, fa mestieri innanzi tutto, cos insegnano i modernisti, che il credente non si attacchi troppo alla formola, ma se ne giovi solo allo scopo di unirsi all'assoluta verit, di cui la formola rivela insieme e nasconde, si sforza cio di esprimere ma senza mai riuscirvi. Vogliono in secondo luogo che il credente usi di tali formole tanto quanto gli sono utili, poich sono date per giovamento e non per averne intralcio; salvo, s'intende, il rispetto che, per riguardi sociali, si deve alle formole giudicate acconce dal pubblico magistero ad esprimere la coscienza comune, finch per lo stesso magistero non stabilisca altrimenti. Quanto poi all'immanenza, non  agevole determinare ci che per essa intendano i modernisti; giacch diverse sono fra essi le opinioni. Altri la pongono in ci, che Dio operante sia intimamente presente nell'uomo, pi che non sia l'uomo a s stesso; il che, sanamente inteso, non pu riprendersi. Altri pretendono che l'azione divina sia una coll'azione della natura, come di causa prima con quella di causa seconda; e ci distruggerebbe l'ordine soprannaturale. Altri per ultimo la spiegano in modo da dar sospetto di un senso panteistico; il che, a dir vero,  pi coerente col rimanente delle loro dottrine.
A questo postulato dell'immanenza un altro poi se ne aggiunge, che si pu intitolare dalla permanenza divina: e l'una dall'altra si fa differire quasi a quel modo stesso, che l'esperienza privata differisce dall'esperienza trasmessa per tradizione. Un esempio illustrer il concetto: e sia l'esempio della Chiesa e dei Sacramenti. La Chiesa, dicono, e i Sacramenti non si devon credere come istituiti da Cristo stesso. Vieta ci l'agnosticismo, che in Cristo non riconosce nulla pi che un uomo, la cui coscienza religiosa, come quella di ogni altro uomo, si  formata a poco a poco; lo vieta la legge dell'immanenza, che non ammette, per dirlo con una loro parola, esterne applicazioni; lo vieta pure la legge dell'evoluzione, che per lo svolgersi dei germi richiede tempo ed una certa serie di circostanze; lo vieta finalmente la storia, che mostra tale di fatto essere stato il corso delle cose. Per  da tenersi che Chiesa e Sacramenti furono istituiti mediatamente da Cristo. Ma in qual modo? eccolo. Le coscienze tutte cristiane, essi dicono, furono virtualmente inchiuse nella coscienza di Ges Cristo, come la pianta nel seme. Or poich i germi vivono la vita del seme, cos deve affermarsi che tutti i cristiani vivono la vita di Cristo. Ma la vita di Cristo, secondo la fede,  divina; dunque anche quella dei cristiani. Se pertanto questa vita, nel corso dei secoli, diede origine alla Chiesa e ai Sacramenti, con ogni diritto si potr dire che tale origine  da Cristo ed  divina. Nello stesso modo provano esser divine le Scritture e divini i dogmi. E con ci la teologia moderna pu dirsi compiuta. Esigua cosa a dir vero, ma pi che abbondante per chi professa doversi sempre ed in tutto rispettare le conclusioni della scienza. L'applicazione poi di queste teorie agli altri punti che verremo esponendo potr ognuno farla di per s stesso.
Abbiam parlato finora della origine e della natura della fede. Ma molti essendo i germi di questa, e principali fra essi la Chiesa, il dogma, il culto, i Libri sacri, di questi eziandio  da conoscere ci che insegnano i modernisti. E per farci dal dogma, l'origine e la natura di esso quale sia, si  gi indicato pi sopra. Nasce il dogma dal bisogno che prova il credente di lavorare sul suo pensiero religioso, s da rendere la sua e l'altrui coscienza sempre pi chiara. Tale lavorio consiste tutto nell'indagare ed esporre la formola primitiva, non gi in se stessa e razionalmente, ma rispetto alle circostanze o, come pi astrusamente dicono, vitalmente. Di qui si ha che intorno alla medesima si vadano formando delle formole secondarie, che poi sintetizzate e riunite in un'unica costruzione dottrinale, quando questa sia suggellata dal pubblico magistero come rispondente alla coscienza comune, si chiamer dogma. Dal dogma son da distinguersi accuratamente le speculazioni teologiche; le quali per, bench non vivano della vita del dogma, pur tuttavia non sono inutili s per armonizzare la religione colla scienza e togliere fra loro ogni contrasto, s per lumeggiare esternamente e difendere la religione stessa; e chi sa che forse non giovino altres per preparar la materia di un dogma futuro. Del culto poi non vi sarebbe gran che da dire, se sotto questo nome non venissero eziandio i Sacramenti, intorno ai quali sono gravissimi gli errori dei modernisti. IL culto vogliono che risulti da un doppio bisogno; giacch, torniamo ad osservarlo, nel loro sistema tutto va attribuito ad intimi bisogni. L'uno  quello di dare alla religione alcunch di sensibile; l'altro  il bisogno di propagarla, il che non potrebbe avvenire senza una qualche forma sensibile e senza atti santificanti, che diconsi Sacramenti. Quanto poi ai Sacramenti, essi pei modernisti si riducono a meri simboli o segni, non per privi di efficacia; efficacia che essi cercano di spiegare coll'esempio di certe cotali parole che volgarmente diconsi aver fatto fortuna, per avere acquistata la forza di diffondere talune idee potenti e che colpiscono grandemente gli animi. Come quelle parole sono ordinate alle dette idee, cos i Sacramenti al sentimento religioso: nulla di vantaggio. Parlerebbero certamente pi chiaro ove affermassero che i Sacramenti sono istituiti unicamente per nutrir la fede. Ma ci  condannato dal Concilio di Trento (Sess. VII, de Sacramentis in genere, can. 5): "Se alcuno dir che questi Sacramenti sono istituiti solo per nutrir In fede, sia anatema".
Della natura ancora e dell'origine dei Libri sacri gi si  toccato. Secondo il pensare dei modernisti, si pu ben definirli una raccolta di esperienze: non di quelle, che comunemente si hanno da ognuno, ma delle straordinarie e pi insigni che siensi avute in una qualche religione. E cos essi appunto insegnano a riguardo dei nostri libri del Vecchio e del Nuovo Testamento. A lor comodo per, notano assai scaltramente che, sebbene l'esperienza sia del presente, pu tuttavolta prender materia dal passato ed eziandio dal futuro, in quanto che il credente o per la memoria rivive il passato a maniera del presente, o vive gi per anticipazione l'avvenire. Ci giova a dar modo di computare fra i Libri santi anche gli storici e gli apocalittici. Cos adunque in questi libri parla bens Iddio per mezzo del credente; ma, come vuole la teologia modernistica, solo per immanenza e permanenza vitale. Vorr sapersi, in che consista dopo ci l'ispirazione? Rispondono che non si distingue, se non forse per una certa maggiore veemenza, dal bisogno che sente il credente di manifestare a voce e per scritto la propria fede.  alcun che di simile a quello che si avvera nella ispirazione poetica; per cui un cotale diceva:  Dio in noi, da Lui agitati noi c'infiammiamo.  questo appunto il modo onde Dio deve dirsi origine della ispirazione dei Libri sacri. Affermano inoltre i modernisti che nulla vi  in questi libri che non sia ispirato. Nel che potrebbe taluno crederli pi ortodossi di certi altri moderni che restringono alquanto la ispirazione, come, a mo'di esempio, nelle cos dette citazioni tacite. Ma queste non sono che lustre e parole. Imperciocch se, secondo l'agnosticismo, riteniamo la Bibbia come un lavoro umano fatto da uomini per servigio di uomini, salvo pure al teologo di chiamarla divina per immanenza, come mai l'ispirazione potrebbe in essa restringersi? S, i modernisti affermano un'ispirazione totale: ma, nel senso cattolico, non ne ammettono in fatto veruna.
Pi larga materia ci offre ci che la scuola dei modernisti fantastica a riguardo della Chiesa.  qui da presupporre che la Chiesa secondo essi  frutto di due bisogni: uno nel credente, specie se abbia avuta qualche esperienza originale e singolare, di comunicare ad altri la propria fede; l'altro nella collettivit, dopo che la fede si  fatta comune a molti, di aggrupparsi in societ e di conservare, accrescere e propagare il bene comune. Che cosa  dunque la Chiesa? un parto della coscienza collettiva, ossia collettivit di coscienze individuali; le quali, in forza della permanenza vitale, pendono tutte da un primo credente, cio pei cattolici da Cristo. Ora ogni societ ha bisogno di un'autorit che la regga: il cui compito sia dirigere gli associati al fine comune, e conservare saggiamente gli elementi di coesione, i quali in una societ religiosa sono la dottrina ed il culto. Perci nella Chiesa cattolica una triplice autorit: disciplinare, dogmatica, culturale. La natura poi di questa autorit dovr desumersi dalla sua origine; e dalla natura si dovranno a loro volta dedurre i diritti e i doveri. Fu errore volgare dell'et passata che l'autorit sia venuta alla Chiesa dal di fuori, cio immediatamente da Dio: e perci era giustamente ritenuta autocratica. Ma queste sono teorie oggimai passate di moda. Come la Chiesa  emanata dalla collettivit delle coscienze, cosi l'autorit emana vitalmente dalla stessa Chiesa. Pertanto l'autorit del pari che la Chiesa nasce dalla coscienza religiosa, e perci alla medesima resta soggetta: e se venga meno a siffatta soggezione, si volge in tirannide. Nei tempi che corrono il sentimento di libert  giunto al suo pieno sviluppo. Nello stato civile la pubblica coscienza ha voluto un regime popolare. Ma la coscienza dell'uomo, come la vita,  una sola. Se dunque l'autorit della Chiesa non vuol suscitare e mantenere una guerra intestina nelle coscienze umane, uopo  che si pieghi anch'essa a forme democratiche; tanto pi che, a negarvisi, lo sfacelo sarebbe imminente.  da pazzo il credere che possa aversi un regresso nel sentimento di libert quale domina al presente. Stretto e rinchiuso con violenza strariper pi potente, distruggendo insieme la religione e la Chiesa. Fin qui il ragionare dei modernisti: e la conseguenza , che sono tutti intesi a trovar modi per conciliare l'autorit della Chiesa colla libert dei credenti.
Se non che non solamente fra le sue stesse pareti trova la Chiesa con chi doversi comporre amichevolmente, ma eziandio fuori. Non  sola essa ad occupare il mondo: l'occupano insieme altre societ, colle quali non pu aver uso e commercio. Convien dunque determinare quali sieno i diritti e i doveri della Chiesa verso le societ civili; e ben s'intende che tale determinazione deve esser desunta dalla natura della Chiesa stessa, quale i modernisti l'hanno descritta. Le regole perci da usarsi son quelle stesse che sopra si adoperarono per la scienza e la fede. Ivi parlavasi di oggetti, qui di fini. Come adunque, per ragione dell'oggetto, si dissero la fede e la scienza vicendevolmente estranee, cos lo Stato e la Chiesa sono l'uno all'altra estranei pel fine a cui tendono, temporale per lo Stato, spirituale pella Chiesa. Fu d'altre et il sottomettere il temporale allo spirituale; il parlarsi di questioni miste, nelle quali la Chiesa interveniva quasi signora e regina, perch la Chiesa sl stimava istituita immediatamente da Dio, come autore dell'ordine soprannaturale. Ma la filosofia e la storia non pi ammettono cotali credenze. Adunque lo Stato deve separarsi dalla Chiesa e per egual ragione il cattolico dal cittadino. Di qui , che il cattolico, perch insieme cittadino, ha diritto e dovere, non curandosi dell'autorit della Chiesa, dei suoi desider, consigli e comandi, sprezzate altres le sue riprensioni, di far quello che giudicher espediente al bene della patria. Voler imporre al cittadino una linea di condotta sotto qualsiasi pretesto  un vero abuso di potere ecclesiastico da respingersi con ogni sforzo. Le teorie, o Venerabili Fratelli, onde promanano tutti questi errori, son quelle appunto che il Nostro Predecessore Pio VI gi condann solennemente nella Costituzione Apostolica "Auctorem Fidei" (Prop. 2). "La proposizione che stabilisce che la potest  stata da Dio data alla Chiesa, perch fosse comunicata ai Pastori, che sono ministri di lei per la salute delle anime; cos intesa, che la potest del ministero e regime ecclesiastico si derivi nei Pastori dalla Comunit dei fedeli: eretica". Prop. 3. "Inoltre quella che stabilisce il Romano Pontefice esser capo ministeriale; cos spiegata che il Romano Pontefice, non da Cristo nella persona del Beato Pietro, ma dalla Chiesa abbia avuta la potest del ministero, di cui come successore di Pietro, vero Vicario di Cristo e capo di tutta la Chiesa, gode nella Chiesa universa: eretica").
Ma non basta alla scuola dei modernisti che lo Stato sia separato dalla Chiesa. Come la fede, quanto agli elementi fenomenici, deve sottostare alla scienza, cos nelle cose temporali la Chiesa ha da soggettarsi allo Stato. Questo forse non l'asseriscono essi peranco apertamente; ma per forza di raziocinio sono costretti ad ammetterlo. Imperocch, concesso che lo Stato abbia assoluta padronanza in tutto ci che  temporale, se avvenga che il credente, non pago della religione dello spirito, esca in atti esteriori, quali per mo'di esempio, l'amministrarsi o il ricevere dei Sacramenti, bisogner che questi cadano sotto il dominio dello Stato. E che sar dopo ci dell'autorit ecclesiastica? Siccome questa non si spiegasse non per atti esterni, sar in tutto e per tutto assoggettata al potere civile.  questa ineluttabile conseguenza che trascina molti fra i protestanti liberali a sbarazzarsi di ogni culto esterno, anzi d'ogni esterna societ religiosa, i quali invece si adoprano di porre in voga una religione che chiamano individuale. Che se i modernisti, a luce di sole, non si spingono ancora tant'oltre, insistono intanto perch la Chiesa si pieghi spontaneamente ove essi la voglion trarre e si acconci alle forme civili. Tutto ci per l'autorit disciplinare. Pi gravi assai e perniciose sono le loro affermazioni a riguardo dell'autorit dottrinale e dogmatica. Circa il magistero ecclesiastico cos essi la pensano: la societ religiosa non pu veramente essere una senza unit di coscienza nei suoi membri e senza unita di formola. Ma questa duplice unit richiede, per cos dire, una mente comune, a cui spetti trovare e determinare la formola, che meglio risponda alla coscienza comune: alla qual mente fa d'uopo inoltre attribuire un'autorit bastevole, perch possa imporre alla comunanza la formola stabilita. Or nell'unione  quasi fusione della mente designatrice della formola e dell'autorit che la impone, ritrovano i modernisti il concetto del magistero ecclesiastico. Poich dunque in fin dei conti il magistero non nasce che dalle coscienze individuali ed a bene delle stesse coscienze ha imposto un pubblico ufficio; ne consegue di necessit che debba dipendere dalle medesime coscienze e debba quindi avviarsi a forme democratiche. IL proibire pertanto alle coscienze degli individui che facciano pubblicamente sentire i loro bisogni; non soffrire chela critica spinga il dogma verso necessarie evoluzioni, non  gi uso di potest, data per pubblico bene, ma abuso. Similmentene l'uso stesso della potest fa di mestieri serbare modo e misura. Sa di tirannide condannare un libro all'insaputa dell'autore, senza ammettere spiegazioni di sorta n discussione. Adunque qui pure  da ricercarsi una via di mezzo che salvi insieme i diritti dell'autorit e della libert. Nel frattempo il cattolico si regoler in guisa che non lasci pubblicamente di protestarsi rispettosissimo dell'autorit, continuando per sempre ad operare a suo talento. In generale vogliono ammonita la Chiesa che, poich il fine della potest ecclesiastica  tutto spirituale, disdice ogni esterno apparato di magnificenza con che essa si circonda agli occhi delle moltitudini. Nel che non riflettono che se la religione  essenzialmente spirituale non c tuttavia ristretta al solo spirito; e che l'onore tributato all'autorit ridonda su Ges Cristo che ne fu istitutore.
Per compiere tutta questa materia della fede e dei diversi suoi germi, rimane da ultimo, Venerabili Fratelli, che ascoltiamo le teorie dei modernisti circa lo sviluppo dei medesimi. e lor principio generale che in una religione vivente tutto debba essere mutevole e mutarsi di fatto. Di qui fanno passo a quella che  delle principali fra le loro dottrine, vogliam dire all'evoluzione. Dogma dunque, Chiesa, culto, Libri sacri, anzi la fede stessa, se non devon esser cose morte, fa mestieri che sottostiano alle leggi dell'evoluzione. Siffatto principio non si udr con istupore da chi rammenti quanto i modernisti son venuti affermando intorno a ciascuno di questi oggetti. Posta pertanto la legge dell'evoluzione, i modernisti stessi ci descrivono in qual maniera l'evoluzione si effettui. E cominciamo dalla fede. La forma primitiva, essi dicono, della fede fu rudimentaria e comune indistintamente a tutti gli uomini; giacch nasceva dalla natura e dalla vita umana. Il progresso si ebbe per sviluppo vitale; che  quanto dire non per aggiunta di nuove forme apportate dal di fuori, ma per una crescente penetrazione nella coscienza del sentimento religioso. Doppio indi fu il modo di progredire nella fede: prima negativamente, col depurarsi da ogni elemento estraneo, come ad esempio dal sentimento di famiglia o di nazionalit; quindi positivamente, merc il perfezionarsi intellettuale e morale dell'uomo, per cui l'idea divina sl ampli ed illustr e il sentimento religioso divenne pi squisito. Del progresso della fede non altre cause assegnar si possono che quelle stesse onde gi si spieg la sua origine. Alle quali per fa d'uopo aggiungere quei genii religiosi, che noi chiamiamo profeti e dei quali Cristo fu il sommo; s perch nella vita o nelle parole ebbero un certo che di misterioso, che la fede attribuiva alla divinit, e s perch toccaron loro esperienze nuove ed originali in piena armonia coi bisogni del loro tempo. Il progresso del dogma nasce principalmente dal bisogno di superare gli ostacoli della fede, di vincere gli avversari, di ribattere le difficolt, senza dire dello sforzo continuo di viemeglio penetrare gli arcani della fede. Cos, per tacer di altri esempi,  avvenuto di Cristo; in cui, quel pi o meno divino, che la fede in esso ammetteva, si venne gradatamente amplificando in modo, che finalmente fu ritenuto per Dio. Lo stimolo precipuo di evoluzione del culto sar il bisogno di adattarsi agli usi ed alle tradizioni dei popoli; come altres di usufruire della virt che certi atti hanno ricevuto dall'usanza. La Chiesa finalmente trova la sua ragione di evolversi nel bisogno di accomodarsi alle condizioni storiche e di accordarsi colle forme di civil governo pubblicamente adottate. Cos i modernisti di ciascun capo in particolare. E qui, innanzi di farCi oltre, bramiamo che ben si avverta di nuovo a questa loro dottrina dei bisogni; giacch essa, oltrech di quanto finora abbiam visto,  quasi base e fondamento di quel vantato metodo che chiamano storico.
Or, restando tuttavia nella teoria della evoluzione, vuole di pi osservarsi che quantunque i bisogni servano di stimolo per la evoluzione, essa nondimeno, regolata unicamente da siffatti stimoli, valicherebbe facilmente i termini della tradizione, e strappata cos dal primitivo principio vitale, meglio che a progresso menerebbe a rovina. Quindi studiando pi a fondo il pensiero dei modernisti, deve dirsi che l'evoluzione  come il risultato di due forze che si combattono, delle quali una  progressiva, l'altra conservatrice. La forza conservatrice sta nella Chiesa e consiste nella tradizione. L'esercizio di lei  proprio dell'autorit religiosa; e ci, sia per diritto, giacch sta nella natura di qualsiasi autorit il tenersi fermo il pi possibile alla tradizione; sia per fatto, perch sollevata al disopra delle contingenze della vita, poco o nulla sente gli stimoli che spingono a progresso. Per contrario la forza che, rispondendo ai bisogni, trascina a progredire, cova e lavora nelle coscienze individuali, in quelle soprattutto che sono, come dicono, pi a contatto della vita. Osservate qui di passaggio, o Venerabili Fratelli, lo spuntar fuori di quella dottrina rovinosissima che introduce il laicato nella Chiesa come fattore di progresso. Da una specie di compromesso fra le due forze di conservazione e di progressione, fra l'autorit cio e le coscienze individuali, nascono le trasformazioni e i progressi. Le coscienze individuali, o talune di esse, fan pressione sulla coscienza collettiva; e questa a sua volta sull'autorit, e la costringe a capitolare ed a restare ai patti. Ci ammesso, ben si comprendono le meraviglie che fanno i modernisti, se avvenga che siano biasimati o puniti. Ci che loro sia scrive a colpa, essi l'hanno per sacrosanto dovere. Niuno meglio di essi conosce i bisogni delle coscienze perch si trovano con queste a pi stretto contatto che non si trovi la potest ecclesiastica. Incarnano quasi in s quei bisogni tutti: e quindi il dovere per loro di parlare apertamente e di scrivere. Li biasimi pure l'autorit, la coscienza del dovere li sostiene, e sanno per intima esperienza di non meritare riprensioni ma encomii. Pur troppo essi sanno che i progressi non si hanno senza combattimenti, n combattimenti senza vittime: e bene, saranno essi le vittime, come gi i profeti e Cristo. N perch siano trattati male, odiano l'autorit: concedono che ella adempia il suo dovere. Solo rimpiangono di non essere ascoltati, perch in tal guisa il progredire degli animi si ritarda: ma verr senza meno il tempo di rompere gl'indugi, giacch le leggi dell'evoluzione si possono raffrenare, ma non possono affatto spezzarsi. E cos continuano il lor cammino, continuano bench ripresi e condannati, celando un'incredibile audacia col velo di un'apparente umilt. Piegano fintamente il capo: ma la mano e la mente proseguono con pi ardimento il loro lavoro. E cos essi operano scientemente e volentemente; s perch  loro regola che l'autorit debba essere spinta, non rovesciata; si perch hanno bisogno di non uscire dalla cerchia della Chiesa per poter cangiare a poco a poco la coscienza collettiva; il che quando dicono, non si accorgono di confessare che la coscienza collettiva dissente da loro, e che quindi con nessun diritto essi si dnno interpreti della medesima.
Per detto adunque e per fatto dei modernisti nulla, o Venerabili Fratelli, vi deve essere di stabile, nulla di immutabile nella Chiesa. Nella qual sentenza non mancarono ad essi dei precursori, quelli cio dei quali il Nostro Predecessore Pio IX gi scriveva: "Questi nemici della divina rivelazione, che estollono con altissime lodi l'umano progresso, vorrebbero, con temerario e sacrilego ardimento, introdurlo nella cattolica religione, quasi che la stessa religione fosse opera non di Dio ma degli uomini o un qualche ritrovato filosofico che con mezzi umani possa essere perfezionato" (Enc. "Qui pluribus", 9 nov. 1846). Circa la rivelazione specialmente e circa il dogma, la dottrina dei modernisti non ha filo di novit; ma  quella stessa che nel Sillabo di Pio IX ritroviamo condannata, cos espressa: "La divina rivelazione  imperfetta e perci soggetta a continuo ed indefinito progresso, che risponda a quello dell'umana ragione" (Sillabo, Prop. V); pi solennemente poi la troviamo riprovata dal Concilio Vaticano in questi termini: "N la dottrina della fede, che Dio rivel,  proposta agli umani ingegni da perfezionare come un ritrovato filosofico, ma come un deposito consegnato alla Sposa di Cristo, da custodirsi fedelmente e da dichiararsi infallibilmente. Quindi dei sacri dogmi altres deve sempre ritenersi quel senso che una volta dichiar la Santa Madre Chiesa, n mai deve allontanarsi da quel senso sotto pretesto e nome di pi alta intelligenza" (Const. Dei Filius, cap. IV). Col che senza dubbio l'esplicazione nelle nostre cognizioni, anche circa la fede, tanto  lungi che venga impedita, che anzi ne  aiutata e promossa. Laonde lo stesso Concilio prosegue dicendo: "Cresca dunque e molto e con slancio progredisca l'intelligenza, la scienza, la sapienza cos dei singoli come di tutti, cos di un sol uomo come di tutta la Chiesa coll'avanzare delle et e dei secoli; ma solo nel suo genere, cio nello stesso dogma, nello stesso senso e nella stessa sentenza" (Loc. cit.).
Ma ormai, dopo aver osservato nei seguaci del modernismo il filosofo, il credente, il teologo, resta che osserviamo parimente lo storico, il critico, l'apologista.
Taluni dei modernisti, che si dnno a scrivere storia, paiono oltremodo solleciti di non passar per filosofi; che anzi professano di essere affatto ignari di filosofia.  ci un tratto di finissima astuzia: affinch nessuno creda che essi sieno infetti di pregiudizi filosofici e non sieno perci, come dicono, affatto obbiettivi. Ma il vero , che la loro storia o critica non parla che con la lingua della filosofia; e le conseguenze che traggono, vengono di giusto raziocinio dai loro princip filosofici. Il che, a chi bene riflette, si fa subito manifesto. I primi tre canoni di questi tali storici o critici sono quegli stessi princip, che sopra riportammo dai filosofi: cio l'agnosticismo, il teorema della trasfigurazione delle cose per la fede, e l'altro che Ci parve poter chiamare dello sfiguramento. Osserviamo le conseguenze che da ciascuno di questi si traggono. Dall'agnosticismo si ha che la storia, non meno che la scienza, si occupa solo dei fenomeni. Dunque, tanto Dio quanto un intervento qualsiasi divino nelle cose umane deve rimandarsi alla fede come di esclusiva sua pertinenza. Per lo che se trattasi di cosa in cui s'incontri un duplice elemento, divino ed umano come Cristo, la Chiesa, i Sacramenti e simili, dovr dividersi e sceverarsi in modo che ci che  umano si dia alla storia, ci che  divino alla fede. Quindi quella distinzione comune fra i modernisti, fra un Cristo storico ed un Cristo della fede, una Chiesa della storia ed una Chiesa della fede, fra Sacramenti della storia e Sacramenti della fede e via dicendo. Dipoi questo stesso elemento umano, che vediamolo storico prendersi per s quale essa si porge nei monumenti, deve ritenersi sollevato dalla fede per trasfigurazione al di l delle condizioni storiche. Conviene perci separarne di nuovo tutte le aggiunte fattevi: cosi, trattandosi di Ges Cristo, tutto quello che passa la condizione dell'uomo sia naturale, quale si d dalla psicologia, sia risultante dal luogo e dal tempo in che visse. Di pi, per terzo principio filosofico, pur quelle cose che non escono dalla cerchia della storia, le vagliano quasi e ne escludono, rimandandolo parimenti alla fede, tutto ci che, secondo quanto dicono, non entra nella logica dei fatti o non era adatto alle persone. Di tal modo, vogliono che Cristo non abbia dette le cose che non sembrano essere alla portata del volgo. Quindi dalla storia reale di Lui cancellano e rimettono alla fede tutte le allegorie che incontransi nei suoi discorsi. Si vuol forse sapere con quali regole si compia questa cernita? Con quella del carattere dell'uomo, della condizione che ebbe nella societ, della educazione, delle circostanze di ciascun fatto: a dir breve con una norma, se bene intendiamo, che si risolve per ultimo in mero soggettivismo. Si studiano cio di prendere essi e quasi rivestire la persona di Ges Cristo; ed a Lui ascrivono senza pi quanto in simili circostanze avrebbero fatto essi stessi. Cos dunque, per conchiudere, a priori, come suol dirsi, e coi princip di una filosofia, che essi ammettono ma ci asseriscono d'ignorare, nella storia che chiamano reale affermano Cristo non essere Dio n aver fatto nulla di divino; come uomo poi aver Lui fatto e detto quel tanto, che essi, riferendosi al tempo in cui Egli visse, Gli consentono di aver operato e parlato.
Come poi la storia riceve dalla filosofia le sue conclusioni, cos la critica le ha a sua volta dalla storia. Essendoch il critico seguendo gli indizi dati dallo storico, di tutti i documenti ne fa due parti. Tutto ci che rimane, dopo il triplice taglio or ora descritto, lo assegna alla storia reale; il restante lo confina alla storia della fede, ossia alla storia interna. Giacch queste due storie distinguono diligentemente i modernisti; e, ci che e ben da notarsi, alla storia della fede contrappongono la storia reale in quanto  reale. Perci, come gi si  detto, un doppio Cristo; l'uno reale, l'altro che veramente non mai esist ma appartiene alla fede; l'uno che visse in determinato luogo e tempo, l'altro che solo s'incontra nelle pie meditazioni della fede; tale, per mo'd'esempio,  il Cristo descrittoci nell'Evangelio giovanneo, il qual Vangelo, affermano, non  che una meditazione.
Ma qui non si arresta il dominio della filosofia nella storia. Fatta, come dicemmo, la divisione dei documenti in due parti, si presenta di nuovo il filosofo col suo principio dell'immanenza vitale, e prescrive che tutto quanto  nella storia della Chiesa debba spiegarsi per vitale emanazione. E poich la causa o condizione di qualsiasi emanazione vitale deve ripetersi da un bisogno, si avr che ogni avvenimento si dovr concepire dopo il bisogno, e dovr istoricamente ritenersi posteriore a questo. Che fa allora lo storico? Datosi a studiar di nuovo i documenti, tanto nei Libri sacri quanto ricevuti altronde, va tessendo un catalogo dei singoli bisogni che man mano si presentarono nella Chiesa sia per riguardo al dogma, sia per riguardo al culto od altre materie: e quel catalogo trasmette poscia al critico. E questi mette indi mano ai documenti destinati alla storia della fede e li distribuisce in guisa di et in et, che rispondano al datogli elenco; rammentando sempre il precetto che il fatto  preceduto dal bisogno e la narrazione dal fatto. Potr ben darsi talora che talune parti della Sacra Scrittura, come le Epistole, sieno esse stesse il fatto creato dal bisogno. Checch sia per, deve aversi per regola che l'et di un documento qualsiasi non pu determinarsi se non dall'et in cui ciascun bisogno si  manifestato nella Chiesa.
Di pi  da distinguere fra l'inizio di un fatto e la sua esplicazione; poich ci che pu nascere in un giorno, non cresce se non col tempo. E questa  la ragione perch il critico debba novamente spartire in due i documenti gi disposti per et, sceverando quelli che riguardano le origini di un fatto da quelli che appartengono al suo svolgimento, e questi eziandio ordini secondo il succedersi dei tempi.
Ci fatto, entra di nuovo in iscena il filosofo, ed impone allo storico di compiere i suoi studi a seconda dei precetti e delle leggi dell'evoluzione. E lo storico torna a scrutare i documenti, ricerca sottilmente le circostanze e condizioni nelle quali, col succedersi dei tempi, la Chiesa si  trovata, i bisogni cos interni che esterni che l'hanno spinta a progresso, gli ostacoli che incontr: a dir breve, tutto ci che giovi a determinare il modo onde furono mantenute le leggi della evoluzione. Compiuto un tal lavoro, egli finalmente tesse nelle sue linee principali la storia dello sviluppo dei fatti. Segue il critico, che a questo tema storico adatta il restante dei documenti. Si d mano a stendere la narrazione: la storia  compiuta. Or qui chiediamo, a chi dovr attribuirsi una simile storia? allo storico forse od al critico? Per fermo n all'uno all'altro, s bene al filosofo. Tutto il lavoro di essa  un lavoro di apriorismo, e di apriorismo riboccante di eresie. Fanno certamente piet questi uomini, dei quali l'Apostolo ripeterebbe: "Svanirono nei pensamenti... imperocch vantandosi di essere sapienti, son divenuti stolti" (Rom., I, 21, 22); ma muovono in pari tempo a sdegno, quando poi accusano la Chiesa di manipolare i documenti in guisa da farli servire ai propri vantaggi. Addebitano cio alla Chiesa ci che dalla propria coscienza sentono apertamente rimproverarsi.
Dall'avere cos disgregati i documenti e seminatili lungo le et, segue naturalmente che i Libri sacri non possano di fatto attribuirsi agli autori, dei quali portano il nome. E questo  il motivo perch i modernisti non esitano punto nell'affermare che quei libri, e specialmente il Pentateuco ed i tre primi Vangeli, da una breve narrazione primitiva, son venuti man mano crescendo per aggiunte o interpolazioni, sia a maniera di interpretazioni o teologiche o allegoriche, sia a modo di transizioni che unissero fra s le parti. A dir pi breve e pi chiaro vogliono che debba ammettersi la evoluzione vitale dei Libri sacri, nata dalla evoluzione della fede e ad essa corrispondente. Aggiungono di pi, che le tracce di cotale evoluzione sono tanto manifeste, da potersene quasi scrivere una storia. La scrivono anzi questa storia, e con tanta sicurezza che si sarebbe tentati a creder aver essi visto coi propri occhi i singoli scrittori che di secolo in secolo stesero la mano all'ampliazione delle sante Scritture. A conferma di che, chiamano in aiuto la critica che dicono testuale; e si adoprano di persuadere che questo o quel fatto, questo o quel discorso non si trovi al suo posto e recano altre ragioni del medesimo stampo. Direbbesi per verit che si sieno prestabiliti certi quasi-tipi di narrazioni o parlate, che servano di criterio certissimo per giudicare ci che stia al suo posto e ci che sia fuor di luogo. Con siffatto metodo stimi chi pu come costoro debbano essere capaci di giudicare. Eppure, chi li ascolti ad oracolare dei loro studi sulle Scritture, pei quali han potuto scoprirvi si gran numero di incongruenze,  spinto a credere che niun uomo prima di loro abbia sfogliato quei libri, n che li abbia ricercati per ogni verso una quasi infinita schiera di Dottori, per ingegno, per scienza, per santit di vita pi di loro. I quali Dottori sapientissimi, tanto fu lungi che trovasser nulla da riprendere nei Libri santi, che anzi quanto pi ringraziavano Iddio, che si fosse cos degnato di parlare cogli uomini. Ma purtroppo i Dottori nostri non attesero allo studio delle Scritture con quei mezzi, onde son forniti i modernisti! Cio non ebbero a maestra e condottiera una filosofia che trae principio dalla negazione di Dio, n fecero a se stessi norma di giudicare. Crediamo adunque che sia ormai posto in luce il metodo storico dei modernisti. Precede il filosofo; segue lo storico; tengon dietro per ordine la critica interna e la testuale. E poich la prima causa questo ha di proprio che comunica la sua virt alle seconde,  evidente che siffatta critica non  una critica qualsiasi, ma una critica agnostica, immanentista, evoluzionista; e perci chi la professa o ne fa uso, professa gli errori in essa racchiusi e si pone in contraddizione colla dottrina cattolica. Per la quale cosa non pu finirsi di stupire come una critica di tal genere possa oggid aver tanta voga presso cattolici. Di ci pu assegnarsi una doppia causa: la prima  l'alleanza onde gli storici ed i critici di questa specie sono legati fra loro senza riguardi a diversit di nazioni o di credenze; la seconda  l'audacia indicibile, con cui ogni stranezza che uno di loro proferisca, dagli altri  levata al cielo e decantata qual progresso della scienza; con cui, se taluno voglia da se stesso verificare il nuovo ritrovato, serratisi insieme lo assalgono, se talun lo neghi lo trattano da ignorante, se lo accolga e lo difenda lo ricoprono di encom. Cos non pochi restano ingannati che forse, se meglio vedessero le cose, ne sarebbero inorriditi. Da questo prepotente imporsi dei fuorviati, da questo incauto assentimento di animi leggeri nasce poi un quasi corrompimento di atmosfera che tutto penetra e diffonde per tutto il contagio. Ma passiamo all'apologista.
Costui, nei modernisti, dipende ancor esso doppiamente dal filosofo. Prima indirettamente, pigliando per sua materia la storia scritta, come vedemmo, dietro le norme del filosofo: poi direttamente accettando dal filosofo i princip e i giudiz. Quindi quel comune precetto della scuola del modernismo che la nuova apologia debba dirimere le controversie religiose per via di ricerche storiche e psicologiche. Ond' che gli apologisti dan capo al loro lavoro coll'ammonire i razionalisti che essi difendono la religione non coi Libri sacri n colle storie volgarmente usate nella Chiesa e scritte alla vecchia moda; ma colla storia reale composta a seconda dei moderni precetti e con metodo moderno. E ci dicono, non quasi argomentando ad hominem, ma perch difatti credono che solo in tale storia si trovi la verit. Non si curano poi, nello scrivere, di insistere sulla propria sincerit: sono essi gi noti presso i razionalisti, sono gi lodati siccome militanti sotto una stessa bandiera; della quale lode, che ad un cattolico dovrebbe fare ribrezzo, essi si compiacciono o se ne fanno scudo contro le riprensioni della Chiesa. Ma vediamo in pratica come uno di costoro compia la sua apologia. Il fine che si propone  di condurre l'uomo che ancora non crede a provare in s quella esperienza della cattolica religione che, secondo i modernisti,  base della fede. Due vie perci gli si aprono, l'una oggettiva, l'altra soggettiva. La prima muove dall'agnosticismo; e tende a dimostrare come nella religione e specialmente nella cattolica vi sia tale virt vitale, da costringere ogni savio psicologo e storico ad ammettere che nella storia di essa si nasconda alcun che di incognito. A tale scopo fa d'uopo provare che la religione cattolica qual  al presente,  la stessissima che Ges Cristo fond, ossia il progressivo sviluppo del germe recato da Ges Cristo. Pertanto dovr dapprima determinarsi quale esso sia questo germe. Pretendono di esprimerlo colla seguente formola: Cristo annunci la venuta del regno di Dio, il quale regno dovrebbe aver fra breve il suo compimento, ed Egli ne sarebbe il Messia, cio l'esecutore stabilito da Dio e l'ordinatore. Dopo ci converr dimostrare come questo germe, sempre immanente nella religione cattolica, di mano in mano e di pari passo con la storia, siasi sviluppato e sia venuto adattandosi alle successive circostanze, da queste vitalmente assimilandosi quanto gli si affacesse di forme dottrinali, culturali, ecclesiastiche; superando nel tempo stesso gli ostacoli, sbaragliando i nemici, e sopravvivendo ad ogni sorta di contraddizioni o dl lotte. Dopo che tutto questo, cio gl'impedimenti, i nemici, le persecuzioni, i combattimenti, come pure la vitalit e fecondit della Chiesa, siansi mostrati tali che, quantunque nella storia della stessa Chiesa si scorgano serbate le leggi della evoluzione, pure queste non bastano a pienamente spiegarla: l'incognito sar dl fronte e si presenter da s stesso. Fin qui i modernisti. I quali, per, in tutto questo discorrere, non pongon mente a una cosa; e cio, che quella determinazione del germe primitivo  tutto frutto dell'apriorismo del filosofo agnostico ed evoluzionista, e che il germe stesso  cos gratuitamente da loro definito pel buon giuoco della loro causa.
Mentre per i nuovi apologisti, cogli argomenti arrecati, si studiano di affermare e persuadere la religione cattolica, non han riguardo a concedere che in essa molte cose sono che spiacciono. Che anzi, con una mal velata volutt, van ripetendo pubblicamente che anche in materia dogmatica ritrovano errori e contraddizioni; bench soggiungano, che tali errori e contraddizioni non solo meritano scusa, ma, ci che  pi strano, sono da legittimarsi e giustificarsi. Cos pure, secondo essi, nelle sacre Scritture corrono moltissimi sbagli in materia scientifica e storica. Ma, dicono, non sono quelli, libri di scienza o di storia, s bene di religione e di morale, ove la scienza e la storia sono involucri con cui si coprono le esperienze religiose e morali per meglio propagarsi nel pubblico; il quale pubblico non intendendo altrimenti, una scienza od una storia pi perfetta sarebbegli stata non di vantaggio ma di nocumento. Del resto, aggiungono, i Libri sacri, perch di lor natura religiosi, sono essenzialmente viventi: or la vita ha pur essa la sua verit e la sua logica; diversa certamente dalla verit e logica razionale, anzi di tutt'altro ordine, verit cio di comparazione e proporzione sia coll'ambiente in cui si vive, sia col fine per cui si vive. Finalmente a tanto estremo essi giungono ad affermare, senza attenuazione di sorta, che tutto ci che si spiega con la vita  vero e legittimo. Noi, Venerabili Fratelli, pei quali la verit  una ed unica, e che riteniamo i sacri Libri come quelli che "scritti sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, hanno per autore Iddio" (Conc. Vat., De Rev. c. 2), affermiamo ci essere il medesimo che attribuire a Dio la menzogna di utilit o officiosa; e colle parole di Sant'Agostino protestiamo che: "Ammessa una volta in cos altissima autorit qualche bugia officiosa, nessuna particella di quei libri rester che, sembrando ad alcuno ardua per costume o incredibile per la fede, con la stessa perniciosissima regola, non si riferisca a consiglio o vantaggio dell'autore menzognero" (Epist. 28). Dal che seguir quel che lo stesso santo Dottore aggiunge: "In esse - cio nelle Scritture - ciascuno creder quel che vuole, quel che non vuole non creder". Ma i modernisti apologeti non si dn pensiero di tanto. Concedono di pi trovarsi talora nei Libri santi dei ragionamenti, per sostenere una qualche dottrina, che non si appoggiano a verun ragionevole fondamento, come son quelli che si basano sulle profezie. Vero  che anche questi menan per buoni come artifiz di predicazione legittimati dalla vita. Che pi? Concedono, anzi sostengono, che Ges Cristo stesso err manifestamente nell'assegnare il tempo della venuta del regno di Dio: ma ci, secondo essi, non pu fare meraviglia, perch Egli ancora era sottoposto alle leggi della vita! Che sar dopo ci dei dogmi della Chiesa? Riboccano pur questi di aperte contraddizioni; ma, oltrech sono ammesse dalla logica della vita, non si oppongono alla verit simbolica; giacch si tratta in essi dell'infinito, che ha infiniti rispetti. A far breve, talmente approvano e difendono siffatte teorie, che non si peritano di dichiarare non potersi rendere all'infinito omaggio pi nobile, come affermando di esso cose contraddittorie! Ed ammessa cos la contraddizione, quale assurdo non si ammetter?
Oltre agli argomenti oggettivi, il non credente pu essere disposto alla fede anche con soggettivi. In questo caso gli apologeti modernisti si rifanno sulla dottrina della immanenza. Si adoprano cio a convincer l'uomo, che in lui stesso e negli intimi recessi della sua natura e della sua vita si cela il desiderio e il bisogno di una religione, n di una religione qualsiasi, ma tale quale  appunto la cattolica; giacch questa, dicono,  postulata onninamente dal perfetto sviluppo della vita. E qui di bel nuovo siam costretti a lamentarCi gravemente che non mancano cattolici i quali, bench rigettino la dottrina dell'immanenza come dottrina, pure se ne giovano per l'apologetica; e ci fanno con s poca cautela, da sembrare ammettere nella natura umana non pure una capacit od una convenienza per l'ordine soprannaturale, ci che gli apologisti cattolici, colle debite restrizioni, dimostraron sempre, ma una stretta e vera esigenza. A dir pi giusto per, questa esigenza della religione cattolica  sostenuta dai modernisti pi moderati. Quelli fra costoro che potremmo chiamare integralisti, pretendono che si debba indicare all'uomo, che ancor non crede, latente in lui lo stesso germe che fu nella coscienza di Cristo e da Cristo trasmesso agli uomini. Ed eccovi, o Venerabili Fratelli, descritto per sommi capi il metodo apologetico dei modernisti, in tutto conforme alle loro dottrine: metodo e dottrine infarciti di errori, atti non ad edificare, ma a distruggere; non a far dei cattolici, ma a trascinare i cattolici nella eresia, anzi alla distruzione totale d'ogni religione!
Restano per ultimo a dir poche cose del modernista in quanto la pretende a riformatore. Gi le cose esposte finora ci provano abbondantemente da quale smania di innovazione siano rsi cotesti uomini. E tale smania ha per oggetto quanto vi  nel cattolicismo. Vogliono riformata la filosofia specialmente nei Seminar: s che relegata la filosofia scolastica alla storia della filosofia in combutta cogli altri sistemi passati di uso, si insegni ai giovani la filosofia moderna, unica, vera e rispondente ai nostri tempi. A riformare la teologia, vogliono che quella, che diciamo teologia razionale, abbia per fondamento la moderna filosofia. Chiedono inoltre che la teologia positiva si basi principalmente sulla storia dei dogmi. Anche la storia chiedono che si scriva e si insegni con metodi loro e precetti nuovi. Dicono che i dogmi e la loro evoluzione debbano accordarsi colla scienza e la storia. Pel catechismo esigono che nei libri catechistici si inseriscano solo quei dogmi, che sieno stati riformati e che sieno a portata dell'intelligenza del volgo. Circa il culto, gridano che si debbano diminuire le devozioni esterne e proibire che si aumentino. Bench a dir vero, altri pi favorevoli al simbolismo, si mostrino in questa parte pi indulgenti. Strepitano a gran voce perch il regime ecclesiastico debba essere rinnovato per ogni verso, ma specialmente pel disciplinare e il dogmatico. Perci pretendono che dentro e fuori si debba accordare colla coscienza moderna, che tutta  volta a democrazia; perch dicono doversi nel governo dar la sua parte al clero inferiore e perfino al laicato, e decentrare, Ci si passi la parola, l'autorit troppo riunita e ristretta nel centro. Le Congregazioni romane si devono svecchiare: e, in capo a tutte, quella del Santo Officio e dell'Indice. Deve cambiarsi l'atteggiamento dell'autorit ecclesiastica nelle questioni politiche e sociali, talch si tenga essa estranea dai civili ordinamenti, ma pur vi si acconci per penetrarli del suo spirito. In fatto di morale, danno voga al principio degli americanisti, che le virt attive debbano anteporsi alle passive, e di quelle promuovere l'esercizio, con prevalenza su queste. Chiedono che il clero ritorni all'antica umilt e povert; ma lo vogliono di mente e di opere consenziente coi precetti del modernismo. Finalmente non mancano coloro che, obbedendo volentierissimo ai cenni dei loro maestri protestanti, desiderano soppresso nel sacerdozio lo stesso sacro celibato. Che si lascia dunque d'intatto nella Chiesa, che non si debba da costoro e secondo i lor princip riformare?
In tutta questa esposizione della dottrina dei modernisti vi saremo sembrati, o Venerabili Fratelli, prolissi forse oltre il dovere. Ma  stato ci necessario, s per non sentirCi accusare, come suole, di ignorare le loro cose, e s perch si veda che, quando parlasi di modernismo, non parlasi di vaghe dottrine non unite da alcun nesso, ma di un unico corpo e ben compatto, ove chi una cosa ammetta uopo  che accetti tutto il rimanente. Perci abbiam voluto altres far uso di una forma quasi didattica, n abbiamo ricusato il barbaro linguaggio onde i modernisti fanno uso. Ora, se quasi di un solo sguardo abbracciamo l'intero sistema, niuno si stupir ove Noi lo definiamo, affermando esser esso la SINTESI DI TUTTE LE ERESIE. Certo, se taluno si fosse proposto di concentrare quasi il succo ed il sangue di quanti errori circa la fede furono sinora asseriti, non avrebbe mai potuto riuscire a far meglio di quel che han fatto r modernisti. Questi anzi tanto pi oltre si spinsero che, come gi osservammo, non pure il cattolicesimo ma ogni qualsiasi religione hanno distrutta. Cos si spiegano i plausi dei razionalisti: perci coloro, che fra i razionalisti parlano pi franco ed aperto, si rallegrano di non avere alleati pi efficaci dei modernisti.
E per fermo, rifacciamoci alquanto, o Venerabili Fratelli, a quella esizialissima dottrina dell'agnosticismo. Con essa, dalla parte dell'intelletto,  chiusa all'uomo ogni via per arrivare a Dio, mentre si pretende di aprirla pi acconcia per parte di un certo sentimento e dell'azione. Ma chi non iscorge quanto vanamente ci si affermi? IL sentimento risponde sempre all'azione di un oggetto, che sia proposto dall'intelletto o dal senso. Togliete di mezzo l'intelletto; l'uomo, gi portato a seguire il senso, lo seguir con pi impeto. Di pi, le fantasie, quali che esse siano, di un sentimento religioso non possono vincere il senso comune: ora questo insegna che ogni perturbazione od occupazione dell'animo non  di aiuto ma d'impedimento alla ricerca del vero; del vero, diciamo, quale  in se; giacch quell'altro vero soggettivo, frutto del sentimento interno e dell'azione, se  acconcio per giocare di parole, poco interessa l'uomo a cui soprattutto importa di conoscere se siavi o no fuori di lui un Dio, nelle cui mani una volta dovr cadere. Ricorrono, a vero dire, i modernisti per aiuto all'esperienza. Ma che pu aggiungere questa al sentimento? Nulla: solo potr renderlo pi intenso: dalla quale intensit sia proporzionatamente resa pi ferma la persuasione della verit dell'oggetto. Ma queste due cose non faranno si che il sentimento lasci di essere sentimento, n ne cangiano la natura sempre soggetta ad inganno, se l'intelletto non lo scorga; anzi la confermano e la rinforzano, giacch il sentimento quanto  pi intenso tanto a miglior diritto  sentimento.  Trattandosi poi qui di sentimento religioso e di esperienza in esso contenuta, sapete bene, o Venerabili Fratelli, di quanta prudenza sia mestieri in siffatta materia e di quanta scienza che regoli la stessa prudenza. Lo sapete dalla pratica delle anime, di talune, in ispecialit, in cui domina il sentimento: lo sapete dalla consuetudine dei trattati di ascetica; i quali, quantunque disprezzati da costoro, contengono pi solidit di dottrina e pi sagacia di osservazione che non ne vantino i modernisti. A Noi per fermo sembra cosa da stolto o almeno da persona al sommo imprudente, ritener per vere, senza esame di sorta, queste intime esperienze quali dai modernisti si spacciano. Perch allora, lo diciamo qui di passata, perch, se queste esperienze hanno si grande forza e certezza, non l'avr uguale quella esperienza che molte migliaia di cattolici affermano di avere, che i modernisti cio battono un cammino sbagliato? Sola questa esperienza sarebbe falsa e ingannevole? La massima parte degli uomini ritiene fermamente e sempre riterr che col solo sentimento e colla sola esperienza senza guida e lume dell'intelletto, mai non si potr giungere alla conoscenza di Dio. Dunque resta di nuovo o l'ateismo o l'irreligione assoluta.  N i modernisti hanno nulla a sperar di meglio dalla loro dottrina del simbolismo. Imperciocch se tutti gli elementi che dicono intellettuali non sono che puri simboli di Dio, perch non sar un simbolo il nome stesso di Dio o di personalit divina? E se  cosi, si potr bene dubitare della stessa divina personalit, ed avremo aperta la via al panteismo.  E qua similmente, cio al puro panteismo, mena l'altra dottrina dell'immanenza divina. Giacch domandiamo: siffatta immanenza distingue o no Iddio dall'uomo? Se lo distingue, in che differisce adunque cotal dottrina dalla cattolica? o perch mai rigetta quella della esterna rivelazione? Se poi non lo distingue, eccoci di bel nuovo col panteismo. Ma difatto l'immanenza dei modernisti vuole ed ammette che ogni fenomeno di coscienza nasca dall'uomo in quanto uomo. Dunque di legittima conseguenza inferiamo che Dio e l'uomo sono la stessa cosa; e perci il panteismo.  Finalmente pari  la conseguenza che si trae dalla loro decantata distinzione fra la scienza e la fede. L'oggetto della scienza lo pongono essi nella realt del conoscibile; quel lo della fede nella realt dell'inconoscibile. Orbene l'inconoscibile  tale per la totale mancanza di proporzione fra l'oggetto e la mente. Ma questa mancanza di proporzione, secondo gli stessi modernisti, non potr mai esser tolta. Dunque l'inconoscibile rester sempre inconoscibile tanto pel credente quanto pel filosofo. Dunque se si avr una religione, questa sar della realt dell'inconoscibile. La quale realt perch poi non possa essere l'anima uni versale del mondo, come l'ammettono taluni razionalisti, noi nol vediamo.  Ma basti sin qui per conoscere per quante vie la dottrina del modernismo conduca all'ateismo e alla distruzione di ogni religione. L'errore dei protestanti di il primo passo in questo sentiero; il secondo  del modernismo: a breve distanza dovr seguire l'ateismo.
A pi intimamente conoscere il modernismo e a trovare pi acconci rimedi a s grave malore, giover ora, o Venerabili Fratelli, ricercare alquanto le cause, onde esso  nato ed  venuto crescendo.  Non ha dubbio che la prima causa ed immediata sta nell'aberrazione dell'intelletto. Quali cause remote due Noi ne riconosciamo: la curiosit e la superbia.  La curiosit, se non saggiamente frenata, basta di per s sola a spiegare ogni fatta di errori. Per lo che il Nostro Predecessore Gregorio XVI a buon diritto scriveva (Lett. Enc. "Singulari Nos", 25 giugno 1834): " grandemente da piangere nel vedere fin dove si profondino i deliramenti dell'umana ragione, quando taluno corra dietro alle novit, e, contro l'avviso dell'Apostolo, si adoperi di saper pi che saper non convenga, e confidando troppo in se stesso, pensi dover cercare la verit fuori della Chiesa cattolica, in cui, senza imbratto di pur lievissimo errore, essa si trova".  Ma ad accecare l'animo e trascinarlo nell'errore assai pi di forza ha in s la superbia: la quale, trovandosi nella dottrina del modernismo quasi in un suo domicilio, da essa trae alimento per ogni verso e riveste tutte le forme. Per la superbia infatti costoro presumono audace mente di se stessi e si ritengono e si spacciano come norma di tutti. Per la superbia si gloriano vanissimamente quasi essi soli possiedano la sapienza, e dicono gonfi e pettoruti: "Noi non siamo come il rimanente degli uomini"; e per non essere di fatto posti a paro degli altri, abbracciano e sognano ogni sorta di novit, le pi assurde. Per la superbia ricusano ogni soggezione, e pretendono che l'autorit debba comporsi colla libert. Per la superbia, dimentichi di se stessi, pensano solo a riformare gli altri, n rispettano in ci qualsivoglia grado fino alla potest suprema. No, per giungere al modernismo, non vi  sentiero pi breve e spedito della superbia. Se un laico cattolico, se un sacerdote dimentichi il precetto della vita cristiana che c'impone di rinnegare noi stessi se vogliamo seguire Ges Cristo, n sradichi dal suo cuore la mala pianta della superbia; s costui  dispostissimo quanto mai a professare gli errori del modernismo!  Per lo che, o Venerabili Fratelli, sia questo il primo vostro dovere di resistenza a questi uomini superbi, occuparli negli uffici pi umili ed oscuri, affinch sieno tanto pi depressi quanto pi essi s'inalberano, e, posti in basso, abbiano minor campo di nuocere. Inoltre, sia da voi stessi, sia per mezzo dei rettori dei Seminari, cercate con somma diligenza di conoscere i giovani che aspirano ad entrare nel clero; e se alcuno ne troviate di carattere superbo, con ogni risolutezza respingetelo dal sacerdozio. Si fosse cosi operato sempre, colla vigilanza e fortezza che faceva di mestieri!
Che se dalle cause morali veniamo a quelle che spettano all'intelletto, la prima da notarsi  l'ignoranza.  I modernisti, quanti essi sono, che vogliono apparire e farla da dottori nella Chiesa, esaltando a grandi voci la filosofia moderna e schernendo la scolastica, se hanno abbracciata la prima ingannati dai suoi orpelli, ne devono saper grado alla totale ignoranza in che erano della seconda, e dal mancare perci di mezzo per riconoscere la confusione delle idee e ribattere i sofismi. Dal connubio poi della falsa filosofia colla fede  sorto il loro sistema, riboccante di tanti e si enormi errori.
Alla propagazione del quale portassero almeno un minor zelo ed ardore di quel che fanno! Tanta invece  la loro alacrit, cosi indefesso il lavoro, che da strazio il vedere consumate tante forze a danno della Chiesa, le quali, rettamente usate, le sarebbero di vantaggio grandissimo.  A trarre poi in inganno gli animi una doppia tattica essi usano: prima si sbarazzano degli ostacoli, poi cercano con somma cura i mezzi che loro giovino, ed instancabili e pazientissimi li mettono in opera.  Degli ostacoli, tre sono i principali che pi sentono opposti ai loro conati: il metodo scolastico di ragionare, l'autorit dei Padri con la tradizione, il magistero ecclesiastico. Contro tutto questo la loro lotta  accanita. Deridono perci continuamente e disprezzano la filosofia e la teologia scolastica. Sia che ci facciano per ignoranza, sia che il facciano per timore o meglio per l'una cosa insieme e per l'altra; certo si  che la smania di novit va sempre in essi congiunta coll'odio della Scolastica; n vi ha indizio pi manifesto che taluno cominci a volgere al modernismo, che quando incominci ad aborrire la Scolastica. Ricordino i modernisti e quanti li favoriscono la condanna che Pio IX inflisse alla proposizione che diceva (Sillabo, Prop. 12): "Il metodo ed i princip, con cui gli antichi Dottori scolastici trattarono la teologia, pi non si confanno ai bisogni dei nostri tempi ed ai progressi della scienza".  Sono poi astutissimi nello stravolgere la natura e l'efficacia della Tradizione, alfin di privarla di ogni peso e di ogni autorit. Ma star sempre per i cattolici l'autorit del secondo Sinodo Niceno, il quale condann "coloro che osano... secondo gli scellerati eretici, disprezzare le ecclesiastiche tradizioni ed escogitare qualsiasi novit o architettare con malizia ed astuzia di abbattere checch sia delle legittime tradizioni della Chiesa cattolica". Star sempre la professione del quarto Sinodo Costantinopolitano: "Noi dunque professiamo di serbare e custodire le regole, che tanto dai santi famosissimi Apostoli, quanto dagli uni versali e locali Concili degli ortodossi o anche da qualunque deiloquo Padre e Maestro della Chiesa, furono date alla santa cattolica ed apostolica Chiesa". Per lo che i Romani Pontefici Pio IV e Pio IX nella professione di fede vollero aggiunto anche questo: "Io ammetto fermissimamente ed abbraccio le apostoliche ed ecclesiastiche tradizioni, e tutte le altre osservanze e costituzioni del la medesima Chiesa".  N altrimenti che della Tradizione giudicano i modernisti dei santissimi Padri della Chiesa. Con estrema temerit li spacciano, come degnissimi bens di ogni venerazione, ma ignorantissimi di critica e di storia, scusabili solo pei tempi in che vissero.  Si studiano infine e si sforzano di attenuare e svilire l'autorit dello stesso Magistero ecclesiastico, sia pervertendo ne sacrilegamente l'origine, la natura, i diritti, sia ricantando liberamente contro di essa le calunnie dei nemici. Del gregge dei modernisti sembra detto ci che con tanto dolore scriveva il Predecessore Nostro (Motu proprio "Ut mysticam", 14 marzo 1891): "Per rendere spregiata ed odiosa la mistica Sposa di Cristo, che  la luce vera, i figli delle tenebre furon soliti di opprimerla pubblicamente di una pazza calunnia, e, stravolto il significato e la forza delle cose e delle parole, chiamarla amica di oscurit, mentitrice d'ignoranza, nemica della luce e del progresso delle scienze". Dopo ci, Venerabili Fratelli, qual meraviglia se i cattolici, strenui difensori della Chiesa, son fatti segno dai modernisti di somma malevolenza e di livore? Non vi  specie d'ingiurie con cui non li lacerino: l'accusa pi usuale  quella di chiamarli ignoranti ed ostinati. Che se la dottrina e l'efficacia di chi li confuta d loro timore, ne incidono i nervi colla congiura del silenzio. E questa maniera di fare a riguardo dei cattolici  tanto pi odiosa perch nel medesimo tempo e senza modo n misura, con continue lodi esaltano chi sta dalla loro; i libri di costoro riboccanti di novit accolgono ed ammirano con grandi applausi; quanto pi alcuno si mostra audace nel distruggere l'antico, nel rigettare la tradizione e il magistero ecclesiastico, tanto pi gli dn vanto di sapiente; e per ultimo, ci che fa inorridire ogni anima retta, se qualcuno sia con dannato dalla Chiesa non solo pubblicamente e profusamente lo encomiano, ma quasi lo venerano come martire della verit.

Da tutto questo strepito di lodi e d'improperi colpiti e turbati gli animi giovanili, da una parte per non passare per ignoranti, dall'altra per parere sapienti spinti internamente dalla curiosit e dalla superbia, si dnno per vinti e passano al modernismo.

Ma qui gi siamo agli artifici con che i modernisti spacciano la loro merce. Che non tentano essi mai per moltiplicare gli adepti? Nei Seminari e nelle Universit cercano di ottenere cattedre da mutare insensibilmente in cattedre di pestilenza. Inculcano le loro dottrine, bench forse velatamente, predicando nelle chiese; le annunciano pi aperte nei congressi: le introducono e le magnificano nei sociali istituti. Col nome proprio o di altri pubblicano libri, giornali, periodici. Uno stesso e solo scrittore fa uso talora di molti nomi, perch gli incauti sieno tratti in inganno dalla simulata moltitudine degli autori. Insomma coll'azione, colla parola, colla stampa tutto tentano, da sembrar quasi colti da frenesia.  E tutto ci con qual esito? Piangiamo pur troppo gran numero di giovani di speranze egregie e che ottimi servigi renderebbero alla Chiesa, usci ti fuori dal retto cammino. Piangiamo moltissimi, che, sebbene non giunti tant'oltre, pure, respirata un'aria corrotta, sogliono pensare, parlare, scrivere pi liberamente che non si convenga a cattolici. Si contano costoro fra i laici, si contano fra i sacerdoti; e chi lo crederebbe? si contano altres nelle stesse famiglie dei Religiosi. Trattano la Scrittura secondo le leggi dei modernisti. Scrivono storia e sotto specie di dir tutta la verit, tutto ci che sembri gettare ombra sulla Chiesa lo pongono diligentissimamente in luce con volutt mal repressa. Le pie tradizioni popolari, seguendo un certo apriorismo, cercano a tutta possa di cancellare. Ostentano disprezzo per sacre Reliquie raccomandate dalla loro vetust. Insomma li punge la vana bramosia che il mondo parli di loro; il che si persuadono che non sar, se dicono soltanto quello che sempre e da tutti fu detto. Intanto si dnno forse a credere di prestare ossequio a Dio ed alla Chiesa; ma in realt gravissimamente li offendono, non tanto per quel che fanno, quanto per l'intenzione con cui operano e per l'aiuto che prestano utilissimo agli ardimenti dei modernisti.
A questo torrente di gravissimi errori, che di celato e alla scoperta va guadagnando, si adoper con detti e con fatti di opporsi fortemente Leone XIII Predecessore Nostro di felice ricordanza, specialmente a riguardo delle sante Scritture. Ma i modernisti, lo vedemmo, non si lasciano spaventare facilmente: affettando il maggior rispetto ed una somma umilt, stravolsero a loro senso le parole del Pontefice, e gli atti di Lui li fecero passare come diretti ad altri. Cosi il male  venuto pigliando forza ogni giorno pi. Abbiam dunque deciso, o Venerabili Fratelli, di non tergiversare pi oltre e di por mano a misure pi energiche. Preghiamo perci e scongiuriamo voi che, in negozio di tanto rilievo, non Ci lasciate minimamente desiderare la vostra vigilanza e diligenza e fortezza. E quel che chiediamo ed aspettiamo da voi, lo chiediamo altres e lo aspettiamo dagli altri pastori delle anime, dagli educatori e maestri del giovine clero, e specialmente dai Superiori generali degli Ordini religiosi.
I.
La prima cosa adunque, per ci che spetta agli studi, vogliamo e decisamente ordiniamo che a fondamento degli studi sacri si ponga la filosofia scolastica.  Bene inteso che, "se dai Dottori scolastici furono agitate questioni troppo sottili o fu alcun che trattato con poca considerazione; se fu detta cosa che mal si affaccia con dottrine accertate dei secoli seguenti, ovvero in qualsivoglia modo non ammissibile; non  nostra intenzione che tutto ci debba servir d'esempio da imitare anche ai di nostri" (Leone XIII, Enc. "AEterni Patris".
Ci che conta anzi tutto  che la filosofia scolastica, che Noi ordiniamo di seguire, si debba precipuamente intendere quella di San Tommaso di Aquino: intorno alla quale tutto ci che il Nostro Predecessore stabil, intendiamo che rimanga in pieno vigore, e se  bisogno, lo rinnoviamo e confermiamo e severamente ordiniamo che sia da tutti osservato. Se nei Seminari si sia ci trascurato, toccher ai Vescovi insistere ed esigere che in avvenire si osservi. Lo stesso comandiamo ai Superiori degli Ordini religiosi. Ammoniamo poi quelli che insegnano, di ben persuadersi, che il discostarsi dall'Aquinate, specialmente in cose metafisiche, non avviene senza grave danno.
Posto cos il fondamento della filosofia, si innalzi con somma diligenza l'edificio teologico.  Venerabili Fratelli, promovete con ogni industria possibile lo studio della teologia, talch i chierici, uscendo dai Seminari, ne portino seco un'alta stima ed un grande amore e l'abbiano sempre carissimo. Imperocch "nella grande e molteplice copia di discipline che si porgono alla mente cupida di verit, a tutti  noto che alla sacra Teologia appartiene talmente il primo luogo, che fu antico detto dei sapienti essere dovere delle altre scienze ed arti di servirla e prestarle mano siccome ancelle" (Leone XIII, Lett. Ap. "In magna", 10 dicembre 1889).  Aggiungiamo qui, sembrarCi altres degni di lode coloro, che, salvo il rispetto alla Tradizione, ai Padri, al Magistero ecclesiastico, con saggio criterio e con norme cattoliche (ci che non sempre da tutti si osserva) cercano di illustrare la teologia positiva, attingendo lume dalla storia di vero nome. Certamente che alla teologia positiva deve ora darsi pi larga parte che pel passato: ci nondimeno deve farsi in guisa, che nulla ne venga a perdere la teologia scolastica, e si disapprovino quali fautori del modernismo coloro che tanto innalzino la teologia positiva da sembrar quasi spregiare la Scolastica.
In quanto alle discipline profane basti richiamare quel che il Nostro Predecessore disse con molta sapienza (Allocuz. 7 marzo 1580): "Adoperatevi strenuamente nello studio delle cose naturali: nel qual genere gl'ingegnosi ritrovati e gli utili ardimenti dei nostri tempi, come di ragione sono ammirati dai presenti, cosi dai posteri avranno perpetua lode ed encomio". Questo per senza danno degli studi sacri: il che ammoniva lo stesso Nostro Predecessore con queste altre gravissime parole (Loc. cit.): "La causa di siffatti errori, chi la ricerchi diligentemente, sta principalmente in ci che di questi nostri tempi, quanto pi fervono gli studi delle scienze naturali, tanto pi son venute meno le discipline pi severe e pi alte: alcune di queste infatti sono quasi poste in dimenticanza; alcune sono trattate stancamente e con leggerezza, e, ci che  indegno, perduto lo splendore della primitiva dignit, sono deturpate da prave sentenze e da enormi errori".  Con questa legge ordiniamo che si regolino nei Seminari gli studi delle scienze naturali.
II.
A questi ordinamenti tanto Nostri che del Nostro Antecessore fa mestieri volgere l'attenzione ognora che si tratti di scegliere i moderatori e maestri cos dei Seminari come delle Universit cattoliche.  Chiunque in alcun modo sia infetto di modernismo, senza riguardi di sorta si tenga lontano dall'ufficio cosi di reggere e cosi d'insegnare: se gi si trovi con tale incarico, ne sia rimosso. Parimente si faccia con chiunque o in segreto o apertamente favorisce il modernismo, sia lodando modernisti, sia attenuando la loro colpa, sia criticando la Scolastica, i Padri, il Magistero ecclesiastico, sia ricusando obbedienza alla potest ecclesiastica, da qualunque persona essa si eserciti; e similmente con chi in materia storica, archeologica e biblica si mostri amante di novit; e finalmente, con quelli altres che non si curano degli studi sacri o paiono a questi anteporre i profani.  In questa parte, o Venerabili Fratelli, e specialmente nella scelta dei maestri, non sar mai eccessiva la vostra attenzione e fermezza; essendoch sull'esempio dei maestri si formano per lo pi i discepoli. Poggiati adunque sul dovere di coscienza, procedete in questa materia con prudenza s ma con fortezza.
Con non minore vigilanza e severit dovrete esaminare e scegliere chi debba essere ammesso al sacerdozio. Lungi, lungi dal clero l'amore di novit: Dio non vede di buon occhio gli animi superbi e contumaci!  A niuno in avvenire si conceda la laurea d teologia o di diritto canonico, che non abbia prima compito per intero il corso stabilito di filosofia scolastica. Se tale laurea ci non ostante venisse concessa, sia nulla.  Le ordinazioni che la Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari eman nell'anno 1896 pei chierici d'Italia dell'uno e dell'altro clero circa il frequentare le Universit, stabiliamo che d'ora innanzi rimangano estese a tutte le nazioni.  I chierici e sacerdoti iscritti ad un Istituto o ad una Universit cattolica non potranno seguire nelle Universit civili quei corsi, di cui vi siano cattedre negli Istituti cattolici ai quali essi appartengono. Se in alcun luogo si  ci permesso per il passato, ordiniamo che pi non si conceda nell'avvenire.  I Vescovi che formano il Consiglio direttivo di siffatti cattolici Istituti o cattoliche Universit veglino con ogni cura perch questi Nostri comandi vi si osservino costantemente.
III.
 parimente officio dei Vescovi impedire che gli scritti infetti di modernismo o ad esso favorevoli si leggano se sono gi pubblicati, o, se non sono, proibire che si pubblichino.  Qualsivoglia libro o giornale o periodico di tal genere non si dovr mai permettere o agli alunni dei Seminari o agli uditori delle Universit cattoliche: il danno che ne proverrebbe non sarebbe minore di quello delle letture immorali; sarebbe anzi peggiore, perch ne andrebbe viziata la radice stessa del vivere cristiano.  N altrimenti si dovr giudicare degli scritti di taluni cattolici, uomini del resto di non malvagie intenzioni, ma che digiuni di studi teologici e imbevuti di filosofia moderna, cercano di accordare questa con la fede e di farla servire, come essi dicono, ai vantaggi della fede stessa. Il nome e la buona fama degli autori fa si che tali libri sieno letti senza verun timore e sono quindi pi pericolosi per trarre a poco a poco al modernismo.
Per dar poi, o Venerabili Fratelli, disposizioni pi generali in s grave materia, se nelle vostre diocesi corrono libri perniciosi, adoperatevi con fortezza a sbandirli, facendo anche uso di solenni condanne. Bench questa Sede Apostolica ponga ogni opera nel togliere di mezzo siffatti scritti, tanto oggimai ne  cresciuto il numero, che a condannarli tutti non bastano le forze. Quindi accade che la medicina giunga talora troppo tardi, quando cio pel troppo attendere il male ha gi preso piede. Vogliamo adunque che i Vescovi, deposto ogni timore, messa da parte la prudenza della carne, disprezzando il gridio dei malvagi, soavemente, s, ma con costanza, adempiano ciascuno le sue parti; memori di quanto prescriveva Leone XIII nella Costituzione Apostolica "Officiorum": "Gli Ordinari, anche come Delegati della Sede Apostolica, si adoperino di proscrivere e di togliere dalle mani dei fedeli i libri o altri scritti nocivi stampati o diffusi nelle proprie diocesi". Con queste parole si concede,  vero, un diritto: ma s'impone in pari tempo un dovere. N stimi veruno di avere adempiuto cotal dovere, se deferisca a Noi l'uno o l'altro libro mentre altri moltissimi si lasciano divulgare e diffondere.  N in ci vi deve rattenere il sapere che l'autore di qualche libro abbia altrove ottenuto l'Irnprimatur; s perch tal concessione pu essere simulata, s perch pu essere stata fatta per trascuratezza o per troppa benignit e per troppa fiducia nel l'autore, il quale ultimo caso pu talora avverarsi negli Ordini religiosi. Aggiungasi che, come non ogni cibo si conf a tutti egual mente, cosi un libro che in un luogo sar indifferente, in un altro, per le circostanze, pu tornare nocivo. Se pertanto il Vescovo, udito il parere di persone prudenti, stimer di dover condannare nella sua diocesi anche qualcuno di siffatti libri, gliene diamo ampia facolt, anzi glielo rechiamo a dovere. Intendiamo bens che si serbino in tal fatto i riguardi convenienti, bastando forse che la proibizione si restringa talora soltanto al clero; ma eziandio in tal caso sar obbligo dei librai cattolici di non porre in vendita i libri condannati dal Vescovo.  E poich Ci cade il discorso, vigilino i Vescovi che i librai per bramosia di lucro non spaccino merce malsana: il certo  che nei cataloghi di taluni di costoro si annunziano di frequente e con lode non piccola i libri dei modernisti. Se essi ricusano di obbedire, non dubitino i Vescovi di privarli del titolo di librai cattolici; similmente e con pi ragione, se avranno quello di vescovili; che se avessero titolo di pontifici, si deferiscano alla Sede Apostolica.  A tutti finalmente ricordiamo l'articolo XXVI della mentovata Costituzione Apostolica "Officiorum": "Tutti coloro che abbiano ottenuta facolt apostolica di leggere e ritenere libri proibiti, non sono perci autorizzati a leggere libri o giornali proscritti dagli Ordinari locali, se pure nell'indulto apostolico non sia data espressa facolt di leggere e ritenere libri condannati da chicchessia".
IV.
Ma non basta impedire la lettura o la vendita dei libri cattivi; fa d'uopo impedirne altres la stampa. Quindi i Vescovi non concedano la facolt di stampa se non con la massima severit. E poich  grande il numero delle pubblicazioni, che, a seconda della Costituzione "Officiorum", esigono l'autorizzazione dell'Ordinario, in talune diocesi si sogliono determinare in numero conveniente censori di officio per l'esame degli scritti. Somma lode noi diamo a siffatta istituzione di censura; e non solo esortiamo, ma ordiniamo che si estenda a tutte le diocesi. In tutte adunque le Curie episcopali si stabiliscano Censori per la revisione degli scritti da pubblicarsi; si scelgano questi dall'uno e dall'altro clero, uomini di et, di scienza e di prudenza e che nel giudicare sappiano tenere il giusto mezzo. Spetter ad essi l'esame di tutto quello che, secondo gli articoli XLI e XLII della detta Costituzione, ha bisogno di permesso per essere pubblicato. Il Censore dar per iscritto la sua sentenza. Se sar favorevole, il Vescovo conceder la facolt di stampa colla parola Imprimatur, la quale per sar preceduta dal Nihil obstat e dal nome del Censore.  Anche nella Curia romana non altrimenti che nelle altre, si stabiliranno censori di ufficio. L'elezione dei medesimi, dopo interpellato il Cardinale Vicario e coll'annuenza ed approvazione dello stesso Sommo Pontefice, spetter al Maestro del sacro Palazzo Apostolico. A questo pure toccher determinare per ogni singolo scritto il Censore che lo esamini. La facolt di stampa sar concessa dallo stesso Maestro ed insieme dal Cardinale Vicario o dal suo Vicegerente, premesso per, come sopra si disse, il Nulla osta col nome del Censore.  Solo in circo stanze straordinarie e rarissimamente si potr, a prudente arbitrio del Vescovo, omettere la menzione del Censore.  Agli autori non si far mai conoscere il nome del Censore, prima che questi abbia dato giudizio favorevole: affinch il Censore stesso non abbia a patir molestia o mentre esamina lo scritto o in caso che ne disapprovi la stampa.  Mai non si sceglieranno Censori dagli Ordini religiosi, senza prima averne secretamente il parere del Superiore provinciale, o, se si tratta di Roma, del Generale: questi poi dovranno secondo coscienza attestare dei costumi, della scienza e della integrit della dottrina dell'eligendo.  Ammoniamo i Superiori religiosi del gravissimo dovere che essi hanno di mai non permettere che alcun che si pubblici dai loro sudditi senza la previa facolt loro e dell'Ordinario diocesano.  Per ultimo affermiamo e dichiariamo che il titolo di Censore, di cui taluno sia insignito, non ha verun valore n mai si potr arrecare come argomento per dar credito alle private opinioni del medesimo.
Detto ci generalmente, nominatamente ordiniamo una osservanza pi diligente di quanto si prescrive nell'articolo XLII della citata Costituzione "Officiorum", cio: " vietato ai sacerdoti secolari, senza previo permesso dell'Ordinario, prendere la direzione di giornali o di periodici". Del quale permesso, dopo ammonitone, sar privato chiunque ne facesse mal uso. Circa quei sacerdoti, che hanno titoli di corrispondenti o collaboratori, poich avviene non raramente che pubblichino, nei giornali o periodici, scritti infetti di modernismo, vedano i Vescovi che ci non avvenga; e se avvenisse, ammoniscano e diano proibizione di scrivere. Lo stesso con ogni autorit ammoniamo che facciano i Superiori degli Ordini religiosi: i quali se si mostrassero in ci trascurati, provvedano i Vescovi, con autorit delegata dal Sommo Pontefice. I giornali e periodici pubblicati dai cattolici abbiano, per quanto sia possibile, un Censore determinato. Sara obbligo di questo leggere opportunamente i singoli fogli o fascicoli, dopo gi pubblicati: se cosa alcuna trover di pericoloso, ordiner che sia corretto quanto prima. Lo stesso diritto avr il Vescovo, anche in caso che il Censore non abbia reclamato.
V.
Ricordammo gi sopra i congressi e i pubblici convegni come quelli nei quali i modernisti si adoprano di propalare e propagare le loro opinioni.  I Vescovi non permetteranno pi in avvenire, se non in casi rarissimi, i congressi di sacerdoti. Se avverr che li permettano, lo faranno solo a questa condizione: che non vi si trattino cose di pertinenza dei Vescovi o della Sede Apostolica, non vi si facciano proposte o postulati che implichino usurpazione della sacra potest, non vi si faccia affatto menzione di quanto sa di modernismo, di presbiterianismo, di laicismo. A tali convegni, che dovranno solo permettersi volta per volta e per iscritto o in tempo opportuno, non potr intervenire sacerdote alcuno di altra diocesi, se non porti commendatizie del proprio Vescovo.  A tutti i sacerdoti poi non passi mai di mente ci che Leone XIII raccomandava con parole gravissime (Lett. Enc. "Nobilissima Gallorum", 10 febbraio 1884): "Sia intangibile presso i sacerdoti l'autorit dei propri Vescovi; si persuadano che il ministero sacerdotale, se non si eserciti sotto la direzione del Vescovo, non sar n santo, n molto utile, n rispettabile".
VI.
Ma che gioveranno, o Venerabili Fratelli, i Nostri comandi e le Nostre prescrizioni, se non si osservino a dovere e con fermezza? Perch questo si ottenga, Ci  parso espediente estendere a tutte le diocesi ci che i Vescovi dell'Umbria (Atti del Congr. dei Vescovi dell'Umbria, nov. 1849, tit. II, art. 6), molti anni or sono, con savissimo consiglio stabilirono per le loro: "Ad estirpare - cos essi - gli errori gi diffusi e ad impedire che pi oltre si diffondano o che esistano tuttavia maestri di empiet, pei quali si perpetuino i perniciosi effetti originati da tale diffusione, il sacro Congresso, seguendo gli esempi di San Carlo Borromeo, stabilisce che in ogni diocesi si istituisca un Consiglio di uomini commendevoli dei due cleri, a cui spetti il vigilare se e con quali arti i nuovi errori si dilatino o si propaghino, e farne avvertito il Vescovo perch di concorde avviso prenda rimedi con cui il male si estingua fin dal principio e non si spanda di vantaggio a rovina delle anime, e, ci che  peggio, si afforzi e cresca". Stabiliamo adunque che un siffatto Consiglio, che si chiamer di vigilanza, si istituisca quanto prima in tutte le diocesi. I membri di esso si sceglieranno colle stesse norme gi prescritte pei Censori dei libri. Ogni due mesi, in un giorno determinato, si raccoglier in presenza del Vescovo: le cose trattate o stabilite saranno sottoposte a legge di secreto. I doveri degli appartenenti al Consiglio saranno i seguenti: Scrutino con attenzione gl'indizi di modernismo tanto nei libri che nell'insegnamento; con prudenza, prontezza ed efficacia stabiliscano quanto  d'uopo per la incolumit del clero e della giovent.  Combattano le novit di parole, e rammentino gli ammonimenti di Leone XIII (S. C. AA. EE. SS., 27 gennaio 1901): "Non si potrebbe approvare nelle pubblicazioni cattoliche un linguaggio che ispirandosi a malsana novit sembrasse deridere la piet dei fedeli ed accennasse a nuovi orientamenti della vita cristiana, a nuove direzioni della Chiesa, a nuove ispirazioni dell'anima moderna, a nuova vocazione del clero, a nuova civilt cristiana". Tutto questo non si sopporti cos nei libri come dalle cattedre.  Non trascurino i libri nei quali si tratti o delle pie tradizioni di ciascun luogo o delle sacre Reliquie. Non per mettano che tali questioni si agitino nei giornali o in periodici destinati a fomentare la piet, n con espressioni che sappiano di ludibrio o di disprezzo n con affermazioni risolute specialmente, come il pi delle volte accade, quando ci che si afferma o non passa i termini della probabilit o si basa su pregiudicate opinioni.  Circa le sacre Reliquie si abbiano queste norme. Se i Ve scovi i quali sono soli giudici in questa materia, conoscano con certezza che una reliquia sia falsa, la toglieranno senz'altro dal culto dei fedeli... Se le autentiche di una Reliquia qualsiasi, o pei civili rivolgimenti o in altra guisa siensi smarrite, non si esponga alla pubblica venerazione, se prima il Vescovo non ne abbia fatta ricognizione. L'argomento di prescrizione o di fondata presunzione allora solo avr valore quando il culto sia commendevole per antichit: il che risponde al decreto emanato nel 1896 dalla Congregazione delle Indulgenze e sacre Reliquie, in questi termini: "Le Reliquie antiche sono da conservarsi nella venerazione che finora ebbero, se pure in casi particolari non si abbiano argomenti certi che sono false o supposte". Nel portar poi giudizio delle pie tradizioni si tenga sempre presente, che la Chiesa in questa materia fa uso di tanta prudenza, da non permettere che tali tradizioni si raccontino nei libri, se non con grandi cautele e premessa la dichiarazione prescritta da Urbano VIII: il che pure adempiuto, non perci ammette la verit del fatto, ma solo non proibisce che si creda, ove a farlo non manchino argomenti umani. Cos appunto la sacra Congregazione dei Riti dichiarava fin da trent'anni addietro (Decreto 2 maggio 1877): "Siffatte apparizioni o rivelazioni non furono n approvate n condannate dalla Sede Apostolica, ma solo passate come da piamente credersi con sola fede umana, conforme alla tradizione di cui godono, confermata pure da idonei testimoni e documenti". Niun timore pu ammettere chi a questa regola si tenga. Imperocch il culto di qualsivoglia apparizione, in quanto riguarda il fatto stesso e dicesi relativo, ha sempre implicita la condizione della verit del fatto: in quanto poi  assoluto, si fonda sempre nella verit, giacch si dirige alle persone stesse dei santi che si onorano. Lo stesso vale delle Reliquie. Commettiamo infine al Consiglio di vigilanza, di tener d'occhio assiduamente e diligentemente gl'istituti sociali come pure gli scritti di questioni sociali affinch nulla vi si celi di modernismo, ma ottemperino alle prescrizioni dei Romani Pontefici.
VII.
Le cose fin qui stabilite affinch non vadano in dimenticanza, vogliamo ed ordiniamo che i Vescovi di ciascuna diocesi, trascorso un anno dalla pubblicazione delle presenti Lettere, e poscia ogni triennio, con diligente e giurata esposizione riferiscano alla Sede Apostolica intorno a quanto si prescrive in esse, e sulle dottrine che corrono in mezzo al clero e soprattutto nei Seminari ed altri istituti cattolici, non eccettuati quelli che pur sono esenti dall'autorit dell'Ordinario. Lo stesso imponiamo ai Superiori generali degli Ordini religiosi a riguardo dei loro dipendenti.
Queste cose, o Venerabili Fratelli, abbiam creduto di scrivervi per salute di ogni credente. I nemici della Chiesa certamente ne abuseranno per ribadire la vecchia accusa, per cui siamo fatti passare come avversi alla scienza ed al progresso della civilt. A tali accuse, che trovano smentita in ogni pagina della storia della Chiesa, alfine di opporre alcun che di nuovo,  Nostro consiglio di accordare ogni favore e protezione ad un nuovo Istituto, da cui, coll'aiuto di quanti fra i cattolici sono pi insigni per fama di sapienza, ogni fatta di scienza e di erudizione, sotto la guida ed il magistero della cattolica verit, sia promossa. Assecondi Iddio i Nostri disegni e Ci prestino aiuto quanti di vero amore amano la Chiesa di Ges Cristo. Ma di ci in altra opportunit.  A Voi intanto, o Venerabili Fratelli, nella cui opera e zelo sommamente confidiamo, imploriamo di tutto cuore la pienezza dei lumi Celesti, affinch in tanto periglio delle anime per gli errori che da ogni banda s'infiltrano, scorgiate quel che far vi convenga; e con ogni ardore e fortezza lo eseguiate. Vi assista colla Sua virt Ges Cristo autore e consumatore della nostra fede; vi assista coll'intercessione e coll'aiuto la Vergine Immacolata profligatrice di tutte le eresie.
E Noi, come pegno della Nostra carit e delle divine consolazioni fra tante contrariet, impartiamo con ogni affetto a voi, al vostro clero ed ai vostri fedeli l'Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 8 settembre 1907, nell'anno V del Nostro Pontificato.

PIO PP. X.







ASSOCIAZIONE EUROPA ARTE & CULTURA
Commissione Straordinaria per il Giubileo

JUBILAEUM
ARCHIVUM LITURGICUM
DE SACROSANCTO MISSAE SACRIFICIO
Sacerdos paratus cum ingreditur ad Altare, facta illi debita reverentia, signat se signo crucis a fronte ad pectus, et clara voce dicit:
In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Deinde, junctis manibus ante pectus, incipit Antiphonam: Introibo ad altare Dei.
Ministri respondent: Ad Deum qui l tificat juventutem meam.
Postea alternatim cum Ministris dicit sequentem
Ps. XLII, 1-5
Judica me, Deus, et discerne causam meam de gente non sancta: ab homine iniquo et doloso erue me.
M. Quia tu es, Deus, fortitudo mea: quare me repulisti, et quare tristis incedo, dum affligit me inimicus?
S. Emitte lucem tuam et veritatem tuam: ipsa me deduxerunt et adduxerunt in montem sanctum tuum, et in tabernacula tua.
M. Et introibo ad altare Dei: ad Deum qui l tificat juventutem meam.
S. Confitebor tibi in cithara, Deus, Deus meus: quare tristis es anima mea, et quare conturbas me?
M. Spera in Deo, quoniam adhuc confitebor illi: salutare vultus mei, et Deus meus.
S. Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto.
M. Sicut erat in principo, et nunc, et semper: et in s'cula s'culorum. Amen.
S. repetitur Antiphonam: Introibo ad altare Dei.
R. Ad Deum qui l tificat juventutem meam.
Signat se, dicens:
V. Adjutorium nostrum in nomine Domini.
R. Qui fecit c lum et terram.
Deinde profinde inclinatus facit Confessionem.
 In Missis Defunctorum, et in Missis de Tempore a Dominica Passionis usque ad Sabbatum Sanctum inclusive, omittitur Psalmum Judica me, Deus, cum Gloria Patri, et repetitione Antiphon , sed dicto In nomine Patris, Introibo, et Adjutorium, fit Confessio, ut sequitur:
Confiteor Deo omnipotenti, beat  Mari  semper Virgini, beato Mich li Archangelo, beato Joanni Baptist , sanctis Apostolis Petro et Paulo, omnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccavi nimis cogitatione, verbo, et opere: percutit sibi pectus ter, dicens: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Ideo precor beatam Mariam semper Virginem, beatum Mich lem Archangelum, beatum Joannem Baptistam, sanctos Apostolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, orare pro me ad Dominum Deum nostrum.
Ministri respondent: Misereatur tui omnipotens Deus, et dimissis peccatis tuis, perducat te ad vitam  ternam.
Sacerdos dicit: Amen et erigit se.
Deinde Ministri repetunt Confessionem: Confiteor Deo omnipotenti, beat  Mari  semper Virgini, beato Mich li Archangelo, beato Joanni Baptist , sanctis Apostolis Petro et Paulo, omnibus Sanctis, et tibi, pater: quia peccavi nimis cogitatione, verbo, et opere: si percutiunt sibi pectus ter, dicentes: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Ideo precor beatam Mariam semper Virginem, beatum Mich lem Archangelum, beatum Joannem Baptistam, sanctos Apostolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et te, pater, orare pro me ad Dominum Deum nostrum.
Postea Sacerdos, junctis manibus, facit absolutionem, dicens: Misereatur vestri omnipotens Deus, et dimissis peccatis vestris, perducat vos ad vitam  ternam.
R. Amen.
Signat se signo crucis, dicens: Indulgentiam absolutionem, et remissionem peccatorum nostrorum, tribuat nobis omnipotens et misericors Dominus:
R. Amen.
Et inclinatus prosequitur:
V. Deus, tu conversus vivificabis nos.
R. Et plebs tua l tabitur in te.
V. Ostende nobis Domine, misericordiam tuam.
R. Et salutare tuum da nobis.
V. Domine, exuadi orationem meam.
R. Et clamor meus ad te veniat.
V. Dominus vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.
Et extendens, ac jungens manus, clara voce dicit: Oremus, et ascendens ad Altare, dicit secreto: Aufer a nobis, qu sumus, Domine, iniquitates nostras: ut ad Sancta sanctorum puris mereamur mentibus introire. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
Deinde, manibus junctis super Altare, inclinatus dicit: Oramus te, Domine, per merita Sanctorum tuorum, osculatur Altare in medio quorum reliqui  hic sunt, et omnium Sanctorum: ut indulgere digneris omnia peccata mea. Amen.
 In Missa solemni, Celebrans, antequam legat Introitum, benedicit incensum, dicens: Ab illo bene + dicaris, in cujus honore cremaberis. Amen.
Et accepto thuribulo a Diacono, incensat Altare, nihil dicens. Postea Diaconus, recepto thuribulo a Celebrante, incensat illum tantum. Deinde Celebrans signans se signo crucis incipit Introitum: quo finito, junctis manibus, alternatim cum Ministris dicit:
S. Kyrie eleison. M. Kyrie eleison. S. Kyrie eleison.
M. Christe eleison. S. Christe eleison.  M. Christe eleison.
S. Kyrie eleison. M. Kyrie eleison. S. Kyrie eleison.
Postea in medio Altaris extendens et jungens manus, caputque aliquantulum inclinans, dicit, si dicendum est, Gloria in excelsis Deo, et prosequitur junctis manibus. Cum dicit Adoramus te, Gratias agimus tibi, et Jesu Christe, et Suscipe deprecationem, inclinat caput: et in fine dicens: Cum Sancto Spiritu signat se a fronte ad pectus.
Gloria in excelsis Deo. Et in terra pax hominibus bon  voluntatis. Laudamus te. Benedicimus te. Adoramus te. Glorificamus te. Gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam. Domine Deus, Rex coelestis, Deus Pater omnipotens. Domine Fili unigenite, Jesu Christe. Domine Deus, Agnus Dei, Filius Patris. Qui tollis peccata mundi, miserere nobis. Qui tollis peccata mundi, suscipe deprecationem nostram. Qui sedes ad dexteram Patris, miserere nobis. Quoniam tu solus Sanctus. Tu solus Dominus. Tu solus Altissimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spiritu in gloria Dei Patris. Amen.
Deinde osculatur Altare in medio, et versus ad populum dicit:
V. Dominus vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.
Postea dicit Oremus. et Orationes, unam aut plures, ut ordo Offici postulat. Sequitur Epistola, Graduale, Tractus vel Alleluja cum Versu, aut Sequentia, prout Tempus aut qualitas Miss  postulat.
His finitis, si est Missa solemnis, Diaconus deponit librum Evangeliorum super medium Altaris, et Celebrans benedicit incensum, ut supra: deinde Diaconus genuflexus ante Altare, manibus junctis, dicit:
Munda cor meum ac labia mea, omnipotens Deus, qui labia Isai  Prophet  calculo mundasti ignito: ita me tua grata miseratione dignare mundare, ut sanctum Evangelium tuum digne valeam nuntiare. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
Postea accipit librum de Altari, et rursus genuflexus petit benedictionem a Sacerdote, dicens: Jube, domne benedicere.
Sacerdos respondet: Dominus sit in corde tuo et in labiis tuis: ut digne et competenter annunties Evangelium suum. In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Et, accepta benedictione, osculatur menum Celebrantis: et cum aliis Ministris, incenso, et luminaribus, accedens ad locum Evangelii, stans junctis manibus, dicit:
V. Dominus vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.
Et pronuntians: Sequentia sancti Evangelii secundum N., sive Initium, pollice dexter  manus signat librum in principio Evangelii, quod est lecturus, deinde seipsum in fronte, ore, et pectore: et dum Ministri respondent Gloria tibi, Domine, incensat ter librum, postea prosequitur Evangelium junctis manibus. Quo finito, Subdiaconus defert librum Sacerdoti, qui osculatur Evangelium, dicens: Per evangelica dicta deleantur nostra delicta. Deinde Sacerdos incensatur a Diacono.
Si vero Sacerdos sine Diacono et Subdiacono celebrat, delato libro ad aliud cornu Altaris, inclinatus in medio, junctis manibus dicit: Munda cor meum ut supra, et Jube, Domine, benedicere. Dominus sit in corde meo et in labiis meis: ut digne et competenter annuntiem evangelium suum. Amen.
Deinde, conversus ad librum, junctis manibus, dicit:
V. Dominus vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.
Et pronuntians: Sequentia sancti Evangelii secundum N., sive Initium, signat librum, et se in fronte, ore, et pectore, et legit Evangelium, ut dictum est. Quo finito, respondet Minister: Laus tibi, Christe, et Sacerdos osculatur Evangelium, dicens: Per evangelica dicta deleantur nostra delicta.
 In Missis Defunctorum dicitur Munda cor meum sed non petitur benedictio, non deferuntur liminaria, nec Celebrans osculatur librum.
Deinde ad medium Altaris extendens, elevans, et jungens manus, dicit, si dicendum est, Credo in unum Deum, et prosequitur junctis manibus. Cum dicit Deum, caput Cruci inclinat: quod similiter facit, cum dicit Jesum Christum, et simul adoratur. Ad illa autem verba Et incarnatus est, genuflectit usque dum dicatur Et homo factus est. In fine ad Et vitam venturi s'culi, signat se signo crucis a fronte ad pectus.
Credo in unum Deum, Patrem omnipotentem, factorem coeli et terr , visibilium omnium et invisibilium. Et in unum Dominum Jesum Christum, Filium Dei unigenitum. Et ex Patre natum ante omnia s'cula. Deum de Deo, lumen de lumine, Deum verum de Deo vero. Genitum, non factum, consubstantialem Patri: per quem omnia facta sunt. Qui propter nos homines, et propter nostram salutem fdescendit de coelis. Hic genuflectitur Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine: et homo factus est. Crucifixus etiam pro nobis; sub Pontio Pilato passus, et sepultus est. Et resurrexit tertia die, secundum Scripturas. Et ascendit in coelum: sedet ad desteram Patris. Et iterum venturus est cum gloria judicare vivos et mortuos: cujus regni non erit finis. Et in Spiritum Sanctum, Dominum et vivificantem: qui ex Patre Filioque procedit. Qui cum Patre, et Filio simul adoratur et conglorificatur: qui locutus est per Prophetas. Et unam, sanctam, catholicam et apostolicam Ecclesiam. Confiteor unum baptisma in remissionem peccatorum. Et exspecto resurrectionem mortuorum. Et vitam venturi s'culi. Amen.
Deinde osculatur Altare, et versus ad populum dicit:.
V. Dominus vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.
Postea dicit: Oremus et Offertorium. Quo dicto, si est Missa solemnis, Diaconus porrigit Celebranti Patenam cum Hostia. si privata, Sacerdos ipse accipit Patenam cum Hostia, quam offerens, dicit:
Suscipe, sancte Pater, omnipotens  terne Deus, hanc immaculatam hostiam, quam ego indignus famulus tuus offero tibi, Deo meo vivo et vero, pro innumerabilibus peccatis, et offensionibus, et negligentiis meis, et pro omnibus circumstantibus,sed et pro omnibus fidelibus Christianis vivis atque defunctis: ut mihi, et illis proficiat ad salutem in vitam  ternam. Amen.
Deinde faciens crucem cum eadem Patena, deponit Hostiam super Corporale. Diaconus ministrat vinum, Subdiaconus aquam in Calice: vel si privata est Missa, utrumque infundit Sacerdos, et aquam miscendam in Calice benedicit signo crucis, dicens:
Deus, qui human  substanti  dignitatem mirabiliter condidisti, et mirabilius reformasti: da nobis per hujus aqu  et vini mysterium, ejus divinitatis esse consortes, qui humanitatis nostr  fieri dignatus est particeps, Jesus Christus Filius tuus Dominus noster: Qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus: per omnia s'cula s'culorum. Amen.
 In Missis Defunctorum dicitur pr dicta Oratio: sed aqua non benedicitur.
Postea accipit Calicem, et offert dicens:
Offerimus tibi, Domine, calicem salutaris, tuam deprecantes clementiam: ut in conspectu divin  maiestatis tu , pro nostra et totius mundi salute, cum odore suavitatis ascendat. Amen.
Deinde facit signum crucis cum Calice, et illum ponit super Corporale, et Palla cooperit: tum, junctis manibus super Altare, aliquantulum inclinatus, dicit:
In spiritu humilitatis et in animo contrito suscipiamur a te, Domine: et sic fiat sacrificum nostrum in conspectu tuo hodie, ut placeat tibi, Domine Deus.
Erectus expandit manus, easque in altum porrectas jungens, elevatis ad c lum oculis, et statim dimissis, dicit:
Veni, Sanctificator, omnipotens  terne Deus: et bene dic hoc sacrificum, tuo sancto nomini pr paratum.
Postea, si solemniter celebrat, benedicit incensum, dicens:
Per intercessionem beati Michalis archangeli, stantis a dextris altaris incensi, et omnium electorum suorum, incensum istud dignetur Dominus bene dicere, et in odorem suavitatis accipere. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
Et accepto thuribulo a Diacono, incensat oblata, modo in Rubricis generalibus pr scriptum, dicens:
Incensum istud, a te benedictum, ascendat ad te, Domine, et descendat super nos misericordia tua.
Deinde incensat Altare, dicens:
Ps. CXL, 2-4
Dirigatur, Domine, oratio mea, sicut incensum in conspectu tuo:
elevatio manuum mearum sacrificium vespertinum.
Pone, Domine, custodiam ori meo, et ostium circumstanti  labiis meis:
ut non declinet cor meum in verba maliti , ad excusandas excusationes in peccatis.
Dum reddit thuribulum Diacono, dicit:
Accendat in nobis Dominus ignem sui amoris, et flammam  terne caritatis. Amen.
Postea incensatur Sacerdos a Diacono, deinde alii per ordinem. Interim Sacerdos lavat manus dicens:
Lavabo inter innocentes manus meas: et circumdabo altare tuum, Domine.
Ut audiam vocem laudis: et enarrem universa mirabila tua.
Domine, dilexi decorem domus tu : et locum habitationis glori  tu .
Ne perdas cum impiis, Deus, animam meam: et cum viris sanguinum vitam meam.
In quorum manibus iniquitates sunt: dextera eorum repleta est muneribus.
Ego autem in innocentia mea ingressus sum: redime me, et miserere mei.
Pes meus stetit in directo: in ecclesiis benedicam te, Domine.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto.
Sicut erat in principio, et nunc, et semper: et in s'cula s'culorum. Amen.
 In Missis Defunctorum, et Tempore Passionis in Missis de tempore omittitur Gloria Patri.
Deinde, aliquantulum inclinatus in medio Altaris, junctis manibus super eo, dicit:
Suscipe, sancta Trinitas, hanc oblationem, quam tibi offerimus ob memoriam passionis, resurrectionis, et ascensionis Jesu Christi, Domini nostri, et in honorem beat  Mari  semper Virginis, et beati Ioannis Baptist , et sanctorum apostolorum Petri et Pauli, et istorum, et omnium sanctorum: ut illis proficiat ad honorem, nobis autem ad salutem: et illi pro nobis intercedere dignentur in c lis, quorum memoriam agimus in terris. Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen.
Postea osculatur Altare, et versus ad populum extendens, et jungens manus, voce paululum elevata, dicit:
Orate fratres, ut meum ac vestrum sacrificium acceptabile fiat apud Deum Patrem omnipotentem.
Minister, seu circumstantes respondent: alioquin ipsemet Sacerdos:
Suscipiat Dominus sacrificium de manibus tuis (vel meis) ad laudem et gloriam nominis sui, ad utilitatem quoque nostram, totiusque Ecclesi  su  sanct .
Sacerdos submissa voce dicit: Amen.
Deinde, manibus extensis, absolute sine Oremus subjungit Orationes secretas. Quibus finitis, cum pervenerit ad conclusionem, clara voce dicit: Per omnia s'cula s'culorum.
cum Pr fatione, ut in sequentibus.
 Suo loco inveniuntur Pr fationes in cantu solemni, in cantu feriali et sine cantu. Vide in Proprio qualis sit Pr fatio cujuscumque Festi.
Pr fationem incipit ambabus manibus positis hinc inde super Altare: quas aliquantulum elevat, cum dicit: Sursum corda. Jungit eas ante pectus, et caput inclinat, cum dicit Gratias agamus Domino Deo nostro. Deinde disjungit manus, et disjunctas tenet usque ad finem Pr fationis: qua finita, iterum jungit eas, et inclinatus dicit Sanctus. Et cum dicit: Benedictus qui venit, signum crucis sibi producit a fronte ad pectus.
Sanctus, Sanctus, Sanctus, Dominus Deus Sabaoth.
Pleni sunt c li et terra gloria tua.
Hosanna in excelsis.
Benedictus qui venit in nomine Domini.
Hosanna in excelsis.
CANON MISSAE
Finita Pr fatione, Sacerdos extendens, elevans aliquantulum et jungens manus, elevansque ad c lum oculos, et statim demittens, profunde inclinatus ante Altare, manibus super eo positis, dicit:
Te igitur, clementissime Pater, per Jesum Christum Dominum nostrum, rogamus ac petimus osculatur Altare et, junctis manibus ante pectus, dicit: uti accepta habeas, et benedicas signat ter super Hostiam et Calicem simul, dicens: h c dona, h c munera, h c sancta sacrificia illibata; extensis manibus prosequitur: in primis qu  tibi offerimus pro Ecclesia tua sancta catholica; quam pacificare, custodire, adunare, et regere digneris toto orbe terrarum: una cum famulo tuo Papa nostro N., et Antistite N., et omnibus orthodoxis, atque catholic  et apostolic  fidei cultoribus.
Commemoratio pro vivis
Memento, Domine, famulorum, famularumque tuarum N. et N. jungit manus, orat aliquantulum pro quibus orare intendit: deinde manibus extensis prosequitur: et omnium circumstantium, quorum tibi fides cognita est, et nota devotio, pro quibus tibi offerimus: vel qui tibi offerunt hoc sacrificium laudis pro se, suisque omnibus: pro redemptione animarum suarum, pro spe salutis, et incolumitatis su : tibique reddunt vota sua  terno Deo, vivo et vero.
 Infra Actionem
Commmunicantes, et memoriam venerantes, in primis glorios  semper Virginis Mari , Genitricis Dei et Domini nostri Jesu Christi: . sed et beati Ioseph eiusdem Virginis Sponsi, et beatorum Apostolorum ac Martyrum tuorum, Petri et Pauli, Andre , Iacobi, Ioannis, Thom , Iacobi, Philippi, Bartholom iMatth i, Simonis, et Thadd i, Lini, Cleti, Clementis, Xysti, Cornelii, Cypriani, Laurentii, Ioannis et Pauli, Cosm  et Damiani, et omnium Sanctorum tuorum; quorum meritis precibusque concedas, ut in omnibus protectionis tu  auxilio. Jungit manus. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

 In Nativitate Domini et per Octavam
Communicantes, et diem sacratissimum (noctem sacratissimam) celebrantes, quo (qua) beat  Mari  intemerata virginitas huic mundo edidit Salvatorem, sed et memoriam venerantes, in primis ejusdem glorios  semper Virginis Mari , Genitricis Dei et Domini nostri Jesu Christi: .
 In Epiphania Domini et per Octavam
Communicantes, et diem sacratissimum celebrantes, quo Unigenitus tuus, in tua tecum gloria co ternus, in veritate carnis nostr  visibiliter corporalis apparuit: sed et memoriam venerantes, in primis glorios  semper Virginis Mari , Genitricis Dei et Domini nostri Jesu Christi: .
 A Sabbato Sancto usque ad Sabbatum in Albis
Communicantes, et diem sacratissimum (noctem sacratissimam) celebrantes, Resurrectionis Dominui nostri Jesu Christi secundum carnem: sed et memoriam venerantes, in primis glorios  semper Virginis Mari , Genitricis Dei et Domini nostri Jesu Christi: .
 In Ascensione Domini et per Octavam
Communicantes, et diem sacratissimum celebrantes, quo Dominus noster, unigenitus Filius tuus, unitam sibi fragilitatis nostr  substantiam in glori  tu  dextera collocavit: sed et memoriam venerantes, in primis glorios  semper Virginis Mari , Genitricis Dei et Domini nostri Jesu Christi: .
 A Vigilia Pentecostes usque ad sequens Sabbatum inclusive
Communicantes, et diem sacratissimum Pentecostes celebrantes, quo Spiritus sanctus Apostolis innumeris linguis apparuit: sed et memoriam venerantes, in primis glorios  semper Virginis Mari , Genitricis Dei et Domini nostri Jesu Christi: .

 Tenens manus expansas super oblata, dicit:
Hannc igitur oblationem servitutis nostr , sed et cunct  famili  tu , . qu sumus, Domine, ut placatus accipias: diesque nostros in tua pace disponas, atque ab  terna damnatione nos eripi, et in electorum tuorum jubeas grege numerari. Jungit manus. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

 A Sabbato Sancto usque ad Sabbatum in Albis inclusive et a Vigilia Pentecostes usque ad sequens Sabbatum inclusive dicitur:
Hanc igitur oblationem servitutis nostr , sed et cunct  famili  tu , quam tibi offerimus pro his quoque, quos regenerare dignatus es ex aqua et Spiritu Sancto, tribuens eis remissionem omnium peccatorum: .

Quam oblationem tu, Deus, in omnibus, qu sumus, signat ter super oblata bene dictam, adscriptam, raram, rationabilem, acceptabilemque facere digneris: ut nobis signat semel super Hostiam Corpus, et et semel super Calicem Sanguis fiat dilectissimi Filii tui Jungit manus Domini nostri Jesu Christi.
Qui pridie quam pateretur, accipit Hostiam accepit panem in sanctas ac venerabiles manus suas, elevat oculos ad c lum et elevatis oculis in c lum ad te Deum Patrem suum omnipotentem, caput inclinat tibi gratias agens, signat super Hostiam bene dixit, fregit, deditque discipulis suis, dicens: Accipite, et manducate ex hoc omnes.
Tenens ambabus manibus Hostiam inter indices et pollices, profert verba consecrationis secrete, distincte, et attente super Hostiam, et simul super omnes, si plures sint consecrand .
HOC EST ENIM CORPUS MEUM.
Quibus verbis prolatis, statim Hostiam consecratam genuflexus adorat: surgit, ostendit populo, reponit super Corporale, et genuflexus iterum adorat: nec amplius pollices et indices disjungit, nisi quando Hostia tractanda est, usque ad ablutionem digitorum.
Tunc, detecto Calice, dicit:
Simili modo postquam c natum est, ambabus manibus accipit Calicem accipiens et hunc pr clarum Calicem in sanctas ac venerabiles manus suas: item caput inclinat tibi gratias agens, sinistra tenens Calicem, dextera signat super eum bene dixit, deditque discipulis suis, dicens: Accipite, et bibite ex eo omnes.
Profert verba consecrationis super Calicem, attente, continuate, et secrete, tenens illum parum elevatum.
HIC EST ENIM CALIX SANGUINIS MEI,
NOVI ET AETERNI TESTAMENTI: MYSTERIUM FIDEI:
QUI PRO VOBIS ET PRO MULTIS EFFUNDETUR
IN REMISSIONEM PECCATORUM.
Quibus verbis prolatis, deponit Calicem super Corporale, et dicens secrete:
H c quotiescumque feceritis, in mei memoriam facietis.
Genuflexus adorat: surgit, ostendit populo, deponit, cooperit, et genuflexus iterum adorat. Deinde desjunctis manibus dicit:
Unde et memores, Domine, nos servi tui sed et plebs tua sancta, eiusdem Christi Filii tui Domini nostri tam beat  Passionis, nec non et ab inferis Resurrectionis, sed Ascensionis: offerimus pr clar  maiestati tu  de tuis donis ac datis jungit manus, et signat ter super Hostiam, et Calicem simul, dicens: hostiam puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam, signat semel super Hostiam, dicens: Panem sanctum vit   tern , et semel super Calicem, dicens: et Calicem salutis perpetu .
Extensis manibus prosequitur:
Supra qu  propitio ac sereno vultu respicere digneris; et accepta habere, sicuti accepta habere dignatus es munera pueri tui justi Abel, et sacrificium Patriarch  nostri Abrah : et quod tibi obtulit summus sacerdos tuus Melchisedech, sanctum sacrificium, immaculatam hostiam.
Profunde inclinatus, junctis manibus et super Altare positis, dicit: :
Supplices te rogamus, omnipotens Deus, jube h c perferri per manus sancti Angeli tui in sublime altare tuum, in conspectu divin  majestatis tu : ut quoquot osculatur Altare ex hac altaris partecipatione sacrosanctum Filii tui jungit manus, et signat semel super Hostiam, et semel super Calicem Corpus, et Sanguinem sumpserimus, seipsum signat, dicens: omni benedictione c lesti et gratia repleamur. Jungit manus. Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen.
Commemoratio pro defunctis
Memento etiam, Domine, famulorum famularumque tuarum N. et N. qui nos pr cesserunt cum signo fidei, et dormiunt in somno pacis.
Jungit manus, orat aliquantulum pro iis defunctis, pro quibus orare intendit, deinde extensis manibus prosequitur
Ipsis, Domine, et omnibus in Christo quiescentibus, locum refrigerii, lucis et pacis, ut indulgeas , deprecamur. Jungit manus, et caput inclinat, dicens: Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen.
manu dextera percutit sibi pectus, elata aliquantulum voce dicens:
Nobis quoque peccatoribus, extensis manibus ut prius, secrete prosequitur: de multitudine miserationum tuarum sperantibus, partem aliquam, et societatem donare digneris, tuis sanctis Apostolis et Martyribus: cum Ioanne, Stephano, Matthia, Barnaba, Ignatio, Alexandro, Marcellino, Petro, Felicitate, Perpetua, Agatha, Lucia, Agnete, C cilia, Anastasia, et omnibus Sanctis tuis: intra quorum nos consortium non  stimator meriti, sed veni , qu sumus, largitor admitte. Jungit manus. Per Christum Dominum nostrum.
Per quem h c omnia Domine, semper bona creas, signat ter super Hostiam, et Calicem simul dicens: sanctificas, vivificas, benedicis, et pr stas nobis.
Discooperit Calicem, genuflectit, accipit Hostiam inter pollicem et indicem manus dexter : et tenens sinistra Calicem, cum Hostia signat ter a labio ad labium Calicis, dicens:
Per ipsum, et cum ipso, et in ipso, cum ipsa Hostia signat bis inter se et Calicem, dicens: est tibi Deo Patri omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti, elevans parum Calicem cum Hostia, dicit: omnis honor et gloria.
Reponti Hostiam, Calicem Palla cooperit, genuflectit, surgit, et dicit intelligibili voce, vel cantat: Per omnia s'cula s'culorum. Amen.
Jungit manus Oremus. Pr ceptis salutaribus moniti, et divina institutione formati, audemus dicere: extendit manus Pater noster, qui es in c lis: sanctificetur nomen tuum: adveniat regnum tuum: fiat voluntas tua, sicut in c lo, et in terra. Panem nostrum quotibianum da nobis hodie, et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris. Et ne nos inducas in tentationem.
R. Sed libera nos a malo. Sacerdos secrete dicit: Amen.
Deinde manu dextera accipit inter indicem et medium digitos Patenam, quam tenens super Altare erectam, dicit secrete:: Libera nos, qu sumus, Domine, ab omnibus malis, pr teritis, pr sentibus, et futuris: et intercedente beata et gloriosa semper Virgine Dei Genitrice Maria, cum beatis Apostolis tuis Petro et Paulo, atque Andrea, et omnibus Sanctis, signat se cum Patena a fronte ad pectus da propitius pacem in diebus nostris: Patenam osculatur ut ope misericordi  tu  adiuti, et a peccato simus semper liberi, et ab omni perturbatione securi.
Submittit Patenam Hosti , discooperit Calicem, genuflectit, surgit, accipit Hostiam, et eam super Calicem tenens utraque manu, frangit per medium, dicens: Per eumdem Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum.
Et mediam partem, quam in dextera manu tenet, ponit super Patenam. Deinde ex parte, qu  in sinistra remanserat, frangit particulam, dicens: Qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus.
Aliam mediam partem, quam in sinistra manu habet, adjungit medi  super Patenam posit , et particulam parvam dextera retinens super Calicem, quem sinistra per nodum infra cuppam tenet, dicit intelligibili voce, vel cantat: Per omnia s'cula s'culorum.
R. Amen.
Cum ipsa particula signat ter super Calicem, dicens: Pax Domini sit semper vobis cum.
R. Et cum spiritu tuo.
Particulam ipsam immittit in Calicem, dicens secrete:
H c commixtio et consecratio Corporis et Sanguinis Domini nostri Jesu Christi fiat accipientibus nobis in vitam  ternam. Amen.
Cooperit Calicem, genuflectit, surgit, et inclinatus Sacramento, junctis manibus, et ter pectus percutiens, intelligibili voce dicit: Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis. Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis. Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, dona nobis pacem.
 In Missis Defunctorum non dicitur miserere nobis, sed ejus loco dona eis requiem, et in tertio additur sempiternam.
Deinde, junctis manibus super Altare, inclinatus dicit secrete sequentes Orationes:
Domine Jesu Christe, qui dixisti Apostolis tuis: Pacem relinquo vobis, pacem meam do vobis: ne respicias peccata mea, sed fidem Ecclesi  tu : eamque secundum voluntatem tuam pacificare et coadunare digneris: qui vivis et regnas Deus, per omnia s'cula s'culorum. Amen.
Si danda est pax, osculatur Altare, et dans pacem, dicit: Pax tecum. R. Et cum spiritu tuo.
 In Missis Defunctorum non datur pax, neque dicitur pr cedens Oratio.
Domine Jesu Christe, Fili Dei vivi, qui ex voluntate Patris, cooperante Spiritu Sancto, mortem tuam mundum vivificasti: libera me per hoc sacrosanctum Corpus et Sanguinem tuum ab omnibus iniquitatibus meis, et universis malis: et fac me tuis semper inh rere mandatis, et a te numquam separari permittas. Qui cum eodem Deo Patre et Spiritu Sancto vivis et regnas Deus in s'cula s'culorum. Amen.
Perceptio Corporis tui, Domine Jesu Christe, quod ego, indignus sumere pr sumo, non mihi proveniat in iudicium et condemnationen; sed pro tua pietate prosit mihi ad tutamentum mentis et corporis, et ad medelam percipiendam. Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia s'cula s'culorum. Amen.
Genuflectit, surgit, et dicit: Panem coelestem accipiam, et nomen Domini invocabo. Deinde parum inclinatus, accipit ambas partes Hosti  inter pollicem et indicem sinistr  manus, et Patenam inter eumdem indicem et medium supponit, et dextera tribus vicibus percutiens pectus, elata aliquantulum voce, ter dicit devote, et humiliter:
Domine, non sum dignus, et secrete prosequitur: ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanabitur anima mea.
Postea dextera se signans cum Hostia super Patenam, dicit: Corpus Domini nostri Jesu Christi custodiat animam meam in vitam  ternam. Amen.
Et se inclinans, reverenter sumit ambas partes Hosti : quibus sumptis, deponit Patenam super Corporale, et erigens se jungit manus, et quiescit aliquantulum in meditatione Sanctissimi Sacramenti.
Deinde discooperit Calicem, genuflectit, colligit fragmenta, si qu  sint, extergit Patenam super Calicem, interim dicens:
Quid retribuam Domino pro omnibus qu  tribuit mihi? Calicem salutaris accipiam, et nomen Domini invocabo. Laudans invocabo Dominum, et ab inimicis meis salvus ero.
Accipit Calicem manu dextera, et eo se signans, dicit: Sanguis Domini nostri Jesu Christi custiodiat animam meam in vitam  ternam. Amen.
Et sinistra supponens Patenam Calici, reverenter sumit totum Sanguinem, cum particula. Quo sumpto, si qui sunt communicandi, eos communicet, antequam se purificet.

ORDO ADMINISTRANDI
SACRAM COMMUNIONEM
INTRA MISSAM
Sacerdos, facta genuflexione, ponit particulas in pyxide, vel, si pauci sint communicandi, super patenam, nisi a principio posit  fuerint in pyxide seu alio calice. Interim minister ante eos extendit linteum seu velum album, et pro eis facit confessionem, dicens:
Confiteor Deo omnipotenti, beat  Mari  semper Virgini, beato Michali Archangelo beato Ioanni Baptist , sanctis Apostolis Petro et Paulo, omnibus Sanctis, et tibi pater: quia peccavi nimis cogitatione verbo, et opere: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Ideo precor beatam Mariam semper Virginem, beatum Michalem Archangelum, beatum Ioannem Baptistam, sanctos Apostolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et te pater, orare pro me ad Dominum Deum Nostrum.
Sacerdos genuflectit, surgit, et manibus junctis ante pectus, vertit se ad populum (advertens ne terga vertat Sacramento), et in cornu Evangelii dicit: Misereatur vestri omnipotens Deus, et dimissis peccatis vestris, perducat vos ad vitam  ternam. R. Amen.
Et addit: Indulgentiam, absolutionem, et remissionem peccatorum vestrorum tribuat vobis omnipotens et misericors Dominus. R. Amen. Dicens Indulgentiam, etc., manu dextera in formam crucis signat communicandos.
Deinde ad Altare se convertit, genuflectiit, manu sinistra pyxidem prehendit; dextera vero sumit unam particulam, quam inter pollicem et indicem tenet aliquantulum elevatam super pyxidem: conversusque ad populum in medio Altaris dicit clara voce: Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi.
Mox subdit: Domine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanabitur anima mea. quod iterum ac tertio repetit. Postea ad communicandos accedit, incipiens a ministris Altaris, si velint communicare: quibus porrigens Eucharistiam, et faciens cum particula signum crucis, dicit: Corpus Domini nostri Jesu Christi custodiat animam tuam in vitam  ternam. Amen.
Finita communione, revertitur ad Altare, nihil dicens.

Quod ore sumpsimus, Domine, pura mente capiamus, et de munere temporali fiat nobis remedium sempiternum.
Interim porrigit Calicem ministro, qui infundit in eo parum vini, quo se purificat: deinde prosequitur:
Corpus tuum, Domine, quod sumpsi, et Sanguis, quem potavi, adh reat visceribus meis : et pr est; ut in me non remaneat scelerum macula, quem pura et sancta refecerunt Sacramenta. Qui vivis et regnas in s'cula s'culorum, Amen.
Abluit et extergit digitos, ac sumit ablutionem: extergit os et Calicem, quem, plicato Corporali, operit et collocat in Altari ut prius: deinde prosequitur Missam.
Dicta Antiphona ad Communionem, osculatur Altare, et versus ad populum dicit: Dominus vobiscum. R. Et cum spiritu tuo.
Deinde, reversus ad Altare, dicit: Oremus. Dicto, post ultimam Orationem, V. Dominus vobiscum. R. Et cum spiritu tuo.
Dicit pro Miss  qualitate, vel Ite, Missa est. vel Benedicamus Domino. R. Deo gratias.
 In Missis Defunctorum dicit: V. Requiescant in pace. R. Amen.
Dicto Ite, Missa est vel Benedicamus Domino Sacerdos inclinat se ante medium Altaris, et manibus junctis super illud, dicit secrete:
Placeat tibi, sancta Trinitas, obsequium servitutis me : et pr sta, ut sacrificium quod oculis tu  maiestatis indignus obtuli, tibi sit acceptabile, mihique, et omnibus pro quibus illud obtuli, sit, te miserante, propitiabile. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
Deinde sculatur Altare: et elevatis oculis, extendens, elevans et jungens manus, caputque Cruci inclinans, dicit: Benedicat vos omnipotens Deus: Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus. R. Amen.
 In Missa Pontificali ter benedicitur, ut in Pontificali habetur.
Deinde Sacerdos in cornu Evangelii, junctis manibus dicit:
V. Dominus vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.
Et signans signo Crucis primum Altare, vel librum, deinde se in fronte, ore, et pectore, dicit:
Initium sancti Evangelii secundum Joannem.
R. Gloria tibi, Domine.
Vel si aliud Evangelium legendum sit: Sequentia sancti Evangelii etc. R. Gloria tibi, Domine. Junctis manibus prosequitur:
In principio erat Verbum et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum. Hoc erat in principio apud Deum. Omnia per ipsum facta sunt, et sine ipso factum est nihil quod factum est; in ipso vita erat, et vita erat lux hominum; et in tenebris lucet, et tenebr  eam comprehenderunt. Fuit homo missus a Deo cui nomen erat Ioannes. Hic venit in testimonium, ut testimonium perhiberet de lumine, ut omnes crederent per illum. Non erat ille lux, sed ut testimonium perhiberet de lumine. Erat lux vera qu  illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum. In mundo erat, et mundus per ipsum factus est et mundus eum non cognovit. In propria venit, et sui eum non receperunt. Quotquot autem receperunt eum, dedit potestatem filios Dei fieri; his qui credunt in nomine eius, qui non ex sanguinibus, neque ex voluntate viri, sed ex Deo nati sunt. Genuflectit dicens: Et verbum caro factum est, et surgens prosequitur: et habitabit in nobis: et vidimus gloriam eius, gloriam Unigeniti a Patre, plenum grati  et veritatis.
R. Deo gratias.
 In Missis Defunctorum non datur benedictio, sed dicto Requiescant in pace, dicit: Placeat tibi, sancta Trinitas; deinde, osculato Altari, legit Evangelium sancti Joannis.
Finito Evangelio sancti Joannis, discedens ab Altari, pro gratiarum actione dicit Antiphonam Trium puerorum, cum reliquis, ut habetur in principio Missalis.
In Missis privatis post Evangelium sancti Joannis, dicuntur flexis genibus Preces Leonis Pp. XIII . Deinde, cooperto capite, Sacerdos revertit in sacrarium.







IL MAGISTERO CATTOLICO
"TRA LE PRINCIPALI MACCHINAZIONI"

LETTERA ENCICLICA
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI
AVENTI CON L'APOSTOLICA SEDE
PACE E COMUNIONE.

"Condanna delle Societ Bibliche"

GREGORIO PP. XVI
VENERABILI FRATELLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Tra le principali macchinazioni, con cui in questa nostra et gli acattolici di vario nome si sforzano di insidiare i seguaci della verit cattolica e di allontanarne gli animi dalla santit della Fede, non tengono l'ultimo luogo le Societ Bibliche: le quali dapprima in Inghilterra istituite, poi largamente diffuse in ogni parte, vediamo cospirare tutte a un fine, di dar fuori in grandissimo numero di esemplari le Divine Scritture tradotte nelle diverse lingue volgari, e senza alcuna scelta disseminarle fra i cristiani e gli infedeli, allettando ogni sorta di persone a leggerle senza guida nessuna. Talch fanno, come gi nel suo tempo deplorava San Gerolamo, comune a tutti l'arte di intendere senza maestro le Scritture, sian pure donnicciole, o vecchi rimbambiti, o verbosi sofisti, purch sappiano leggere; anzi (che  pi assurdo e quasi inaudito) pretendono non essere esclusi da si fatta intelligenza neppure i popoli infedeli.
Ma non vi  nascosto, Venerabili Fratelli, quello che essi vogliano e con quali disegni. Infatti ben sapete come nelle Scritture medesime il Principe degli Apostoli, lodando le lettere di San Paolo, ci ammonisce essere in quelle alcune cose difficili a intendere, che i non dotti e gli instabili depravano, siccome fanno delle altre Scritture, in loro propria perdizione; e tosto soggiunge: "Voi dunque, sapendo, guardatevi, o fratelli, affinch l'errore degli insipienti non smuova la vostra fermezza". Quindi vedete che fin dalla prima et del Cristianesimo questa fu l'arte propria degli eretici, ripudiata la divina tradizione e l'autorit della Chiesa Cattolica, interpolare le Sacre Scritture o pervertirne la esposizione, N finalmente ignorate quanta diligenza e sapienza occorrano per tradurre fedelmente in altra lingua le parole del Signore: sicch niente  pi facile ad avvenire che il moltiplicarsi, nelle versioni procurate dalle Societ Bibliche, o per frode o per ignoranza, di tanti interpreti, di gravissimi errori; i quali poi lungamente occulta, e condanno di molti, la stessa moltitudine e la variet di quelle. Ma poco importa alle dette Societ quali errori si bevano i lettori di siffatte versioni, purch a poco a poco si avvezzino a giudicare arditamente del senso delle Scritture, a dispregiare le tradizioni divine custodite diligentemente dalla Chiesa secondo la dottrina dei Padri, e a ripudiare il magistero della Chiesa medesima.
Per questo i suddetti Biblici non cessano di calunniare la Chiesa e questa Santa Sede di Pietro, come quella che gi da molti secoli si sforzi d'impedire al popolo fedele la cognizione delle Sacre Scritture: quando all'incontro per moltissimi e lucidissimi documenti e comprovato lo studio con cui anche nei tempi pi recenti i Sommi Pontefici, e con la loro guida gli altri Pastori Cattolici, intesero a erudire i popoli nella parola di Dio conservata nelle Sacre Scritture e nelle Sacre Tradizioni. II Concilio di Trento principalmente non solo raccomand ai Vescovi la cura che venissero annunciate frequentemente nelle Diocesi le Sacre Scritture e le leggi di Dio: ma, ampliando la istituzione del Concilio Lateranense, provvide che in ciascuna Chiesa o Cattedrale o Collegiata delle Citt e grandi Terre non mancasse una Prebenda Teologale, da conferirsi a persone sicuramente idonee all'esposizione e interpretazione delle Sacre Scritture. E dello stabilire la Prebenda Teologale a norma di quel Decreto Tridentino, e delle lezioni, che il canonico Teologo dovesse fare pubblicamente al Clero ed anche al popolo, si tratt poi in molti Sinodi provinciali, e in quello di Roma del 1725, al quale la felice memoria di Benedetto XIII Predecessore Nostro, oltre i pastori della Provincia Romana, aveva convocato non pochi Arcivescovi, Vescovi, ed altri Ordinari immediatamente soggetti a questa Santa Sede. Inoltre lo stesso Pontefice colle sue Lettere Apostoliche fece al medesimo fine parecchie costituzioni, nominatamente per l'Italia e le isole adiacenti. A voi finalmente, Venerabili Fratelli, le risposte date pi volte dalla Nostra Congregazione del Concilio a voi stessi o ai predecessori vostri, sopra le relazioni che solete fare di ciascuna diocesi alla Sede Apostolica, debbono aver chiaramente dimostrato come usi essa di congratularsi coi Vescovi, se presso di loro i Prebendati Teologi bene adempiano l'ufficio di leggere pubblicamente le Sacre Lettere, e come non mai intermette di eccitare e di aiutare le loro cure pastorali, se in questo siano riusciti men fruttiferi.
Ma per tornare alle Bibbie volgari, gi da molti secoli era avvenuto che i sacri pastori fossero costretti in vari luoghi a una pi severa vigilanza, o perch tali volgarizzamenti si leggevano in occulte adunanze, o perch gli eretici li andavano qua e l diffondendo. E qui giova ricordare le ammonizioni e le cautele adoperate da Innocenzo III, Nostro Predecessore di gloriosa memoria, sulle adunanze di laici e di donne che si facevano col pretesto di piet e per leggere le Scritture nella diocesi di Metz e le particolari proibizioni di Bibbie volgari, che troviamo essersi fatte poco dopo in Francia, e prima del secolo decimosesto in Spagna. Maggiori provvidenze bisognarono allorch i luterani e i calvinisti, sorti ad impugnare con infinita variet di errori l'immutabile dottrina della Fede, niente lasciavano intentato per ingannare i fedeli con le perverse spiegazioni dei Sacri Testi e con le versioni elaborate dai loro seguaci, aiutati a divulgarle rapidissimamente dal nuovo trovato dell'arte tipografica. E infatti nelle regole scritte da alcuni Padri a ci deputati dal Concilio Tridentino, approvate dalla felice memoria di Pio IV Predecessore Nostro e premesse all'Indice dei libri proibiti, si legge con generica sanzione stabilito, che la lettura delle Bibbie volgari a quelli soli si permetta, cui si giudichi poter tornare in aumento di fede e di piet. Alla qual regola, vieppi ristretta dappoi per le continue frodi degli eretici, fu in ultimo per autorit di Benedetto XIV aggiunta la dichiarazione, che sia lecita la lettura di quelle traduzioni volgari le quali siano state approvate dalla Sede Apostolica, ovvero illustrate con note desunte dai Padri della Chiesa o da altri dotti e cattolici autori.
Non mancarono intanto nuovi settari della scuola di Giansenio, che ricopiarono le parole dei luterani e dei calvinisti e non temettero criticare questa tradizionale prudenza della Chiesa e della Sede Apostolica, quasi che il leggere le Scritture fosse cosa tanto utile e necessaria ad ogni condizione di fedeli, di luoghi e di tempi, da non poterle a nessuno interdire da qualsivoglia autorit. E questa audacia dei giansenisti fu rintuzzata con grave censura nei giudizi solenni che fra i plausi di tutto l'Orbe Cattolico fecero delle loro dottrine i due Sommi Pontefici di felice memoria Clemente XI nella Costituzione " Unigenitus " dell'anno 1713, e Pio VI in quella che comincia: " Auctorem fidei ", del 1794.
Cos molto prima che le Societ Bibliche si istituissero, i sopra memorati Decreti della Chiesa avevano premuniti i fedeli contro l'inganno, che gli eretici nascondono sotto quella speciosa apparenza di voler partecipare a tutti la lettura delle Divine Lettere. Poi il Nostro glorioso Predecessore Pio VII che vide nascere e gi grandeggiare nel suo tempo quelle pericolose Societ, non manc di contrapporvisi, e con l'opera dei suoi Nunzi Apostolici e con parecchie lettere o Decreti emanati da diverse Congregazioni dei Cardinali di Santa Romana Chiesa, e con due Brevi Epistolari che scrisse agli Arcivescovi di Gnesma e di Mohilow; l'altro Predecessore Nostro Leone XII di felice memoria le riprov nella Sua Enciclica a tutti i Vescovi del mondo cattolico emanata il 5 maggio 1824; e il medesimo fece di nuovo l'ultimo Nostro Predecessore di parimente felice memoria Pio VIII, nell'Enciclica del 24 maggio 1829. Noi finalmente, che con grande disuguaglianza di meriti succedemmo nel suo luogo, non abbiamo lasciato di rivolgere al medesimo scopole Apostoliche sollecitudini, e fra le altre cose procurammo che le regole un tempo stabilite sopra le versioni delle Sacre Scritture si richiamassero alla memoria dei fedeli.
Gran motivo abbiamo poi di rallegrarCi con voi, Venerabili Fratelli, perch eccitati dalla piet e prudenza vostra, e confermati dalle Lettere sopracitate dei Nostri Predecessori, non trascuraste di ammonire, dove fu bisogno, il Cattolico Gregge, che si guardasse dalle insidie preparategli dalle Societ Bibliche: per la qual diligenza dei Vescovi, e loro unione con le cure di questa Suprema Sede di Pietro,  avvenuto con la benedizione del Signore, che alcuni Cattolici, i quali inavvedutamente avevano favorito le predette Societ, conosciutone poi l'inganno, se ne siano ritratti; e il rimanente del popolo fedele siasi conservato quasi immune dal contagio che per opera di quelle gli sovrastava. Speravano intanto a tutta certezza i settari biblici di acquistarsi gran lode inducendo comunque alla professione del nome cristiano gl'infedeli mediante la lettura dei Sacri Libri stampati nelle lor lingue volgari, che facevano in grandissimo numero di esemplari distribuire nei paesi da quelli dei loro missionari od esecutori destinati a tal uopo, e porre in mano anche a chi non ne volesse. Ma fu vano il disegno d'uomini che volevano propagare il Cristianesimo fuor delle regole da Cristo medesimo istituite. Sennonch poterono talvolta creare nuovi impedimenti ai sacerdoti cattolici che per missione di questa Santa Sede recandosi fra quelle genti non risparmiavano fatiche per generare nuovi figli alla Chiesa con la predicazione della parola di Dio e l'amministrazione dei Sacramenti, apparecchiati ancora a versare fra i pi ricercati tormenti tutto il sangue in salute di quelli e in testimonianza della fede.
Or fra i settari medesimi che, delusi quasi del tutto nella loro aspettazione, ricordavano con dolore la grande quantit di denaro impiegata fin qui senza frutto per istampare e spargere le loro Bibbie, ve n'ebbero poc'anzi alcuni che disposero in nuova arte le loro macchine per volgere il primo assalto a sovvertire gli animi degli Italiani, e del popolo stesso di questa Nostra citt. Tant': da notizie e documenti avuti di recente sappiamo con certezza che nel passato anno si unirono in Nuova York nell'America persone di diverse stte, e il 12 giugno istituirono una Societ col nome di Alleanza Cristiana, la quale poi accrescerebbero di nuovi soci di tutte le nazioni, anzi pure di nuove ausiliarie Societ, aventi come quella per iscopo d'infondere nei Romani e negl'Italiani tutti lo spirito di libert, a dir pi vero, d'una folle indifferenza in fatto di Religione. Confessano essi, che da molti secoli tanto peso hanno per tutti gli istituti di Roma e di Italia che quanto di grande s' diffuso pel mondo, tutto prese da quest'alma citt il principio: ci che vogliono provveduto non gi dalla suprema Sede di Pietro qui stabilita per disposizione del Signore, ma da certi avanzi dell'antica denominazione romana che pretendono ravvisare nel potere usurpato, com'essi dicono, dai Nostri Predecessori. Per questo, avendo essi fermo in cuore di far dono a tutti i popoli di quella loro libert della coscienza, ossia dell'errore, da cui come da sua naturale fonte anche la politica libert discenda insieme con l'incremento della pubblica prosperit com'essi l'intendono, s'avvisano di nulla potere a quest'effetto, se prima non abbiano fatto qualche profitto fra gli Italiani e i Romani; la cui autorevole opera loro valga poi grandemente presso le altre nazioni. E ci si lusingano di ottener facilmente mediante quei molti Italiani che si trovano sparsi nei diversi luoghi dell'Orbe, donde spesso parecchi di essi fanno alla patria ritorno: fra i quali sperano trovarne non pochi, che o gi imbevuti dello spirito di novit, o corrotti nei costumi, od oppressi dall'indigenza, possano trarsi senza fatica ad ascriversi alla setta, od almeno a venderle l'opera loro. Pertanto rivolsero ogni cura a guadagnarsi quanti potessero di costoro perch con l'opera dei medesimi fossero qui recate Bibbie volgari e corrotte, e messe di soppiatto nelle mani de'fedeli; e insieme distribuiti altri pessimi libri e libelli con l'aiuto loro composti o tradotti, e tutti tendenti ad alienare la mente di chi legge dall'ossequio dovuto alla Chiesa ed a questa Santa Sede: fra i quali principalmente designiamo la " Storia della Riforma ", di Merle da Aubign, e le "Memorie sulla Riforma in Italia", di Giovanni Cric. Del resto quali possano essere in genere questi libri si pu intendere anche solo dalle prescrizioni del loro statuto, il quale, parlando delle peculiari adunanze destinate a scegliere i libri, vieta che in queste abbian mai luogo due persone della stessa denominazione religiosa.
Non appena Ci giunsero tali notizie non potemmo non rattristarCi gravemente alla riflessione del pericolo che vedevamo da quei settari apparecchiarsi per sedurre i cultori di nostra Santissima Religione, non solo nei luoghi lontani da Roma, ma presso questo centro medesimo della Cattolica unit. Poich sebbene non abbia a temersi che mai venga meno la Sede di Pietro che Cristo, Signor Nostro volle fosse inespugnabile fondamento della sua Chiesa, non perci  a Noi lecito di restarCi dal difenderne l'autorit; e inoltre l'ufficio stesso del Supremo Apostolato Ci ammonisce del conto severissimo che Ci chieder il Divin Principe de'Pastori, se per Nostro difetto cresca nel campo del Signore la zizzania seminatavi, dormendo Noi, dall'uomo inimico e se alcune delle pecorelle a Noi affidate vadano quindi per colpa Nostra a perire.
Pertanto, tenutone consiglio con alcuni dei Cardinali di S. R. C. e disaminata la cosa con matura ponderazione, in conformit del loro parere deliberammo d'inviare a tutti voi, Venerabili Fratelli, questa Lettera con la quale condanniamo nuovamente con autorit Apostolica tutte le anzidette Societ Bibliche gi altre volte riprovate dai Nostri Predecessori, e colla stessa autorit del Nostro Supremo Apostolato riproviamo e condanniamo nominatamente questa nuova Societ dell'Alleanza Cristiana istituita lo scorso anno in Nuova York e tutte le altre che siansi a quella unite o siano per unirvisi. Quindi facciamo a tutti noto, che si fan rei di gravissima colpa innanzi a Dio e alla Chiesa tutti coloro che ardiscono dare il nome a qualcuna di queste Societ, o prestare ad esse l'opera loro, o il loro favore. Confermiamo di pi e rinnoviamo con autorit Apostolica le gi antecedenti prescrizioni circa lo stampare, divulgare, leggere e ritenere i libri delle Sacre Scritture tradotti in volgare; sulle altre opere poi di qualsivoglia autore richiamiamo a comune notizia, che si deve stare alle regole generali e ai decreti dei Nostri Predecessori che trovansi premessi all'Indice dei libri proibiti e che perci non debbono solamente evitarsi quei libri, che trovansi particolarmente notati nell'Indice suddetto, ma altres quelli, a cui si riferiscono le ricordate prescrizioni generali.
A voi poi, Venerabili Fratelli, come quelli che foste chiamati a parte della Nostra sollecitudine, raccomandiamo caldamente nel Signore di annunziare e spiegare secondo l'opportunit ai popoli alle vostre pastorali cure affidati, questo Apostolico giudizio e questi ordini Nostri e insieme di adoprarvi con tutto lo zelo per tener lungi i fedeli da questa Societ dell'Alleanza Cristiana e sue ausiliarie, come pure dalle altre suddette Bibliche Societ, e da ogni comunicazione con esse. Quindi star pure a voi di togliere dalle mani dei fedeli le Bibbie volgari pubblicate contro le sopraddette sanzioni dei Romani Pontefici, e gli altri libri qualunque siano proscritti o dannosi, con provvedere cosi che i fedeli medesimi dai vostri avvertimenti e dalla vostra autorit pastorale apprendano qual pascolo debbano tenere per salubre, quale per nocevole e mortifero. Intanto, o Venerabili Fratelli, siate ogni di pi costanti nel predicare la parola di Do, e nel farla predicare dai singoli parroci delle Nostre Diocesi e da altri idonei ecclesiastici; e massimamente vegliate con attenta cura su quelli che sono destinati a tenere al pubblico lezioni di Sacra Scrittura, perch compiano con diligenza l'ufficio loro secondo la capacita degli uditori, ne ardiscano mai con qualunque pretesto interpretare e spiegare le Divine Scritture contro la Tradizione de'Padri, o in senso diverso da quello che tiene la Chiesa Cattolica. Infine, essendo del buon pastore non solamente custodire e pascere le pecorelle aderenti al suo fianco ma anche il cercare e ridurre all'ovile le traviate, sar parimenti Nostro e vostro dovere il rivolgere con tutto l'impegno le cure pastorali su quelli ancora che si lasciarono sedurre da settari e propagatori di libri nocivi, affinch colla grazia di Dio conoscano la gravezza del proprio peccato e procurino d'espiarlo coi salutari rimedi di penitenza: che anzi neppure dobbiamo escludere da questa sacerdotale sollecitudine i seduttori di quelli e gli stessi principali maestri d'empiet; de'quali sebbene sia pi grave l'iniquit, non per dobbiamo cessare dal cercarne la salvezza per ogni via e modo che possiamo.
Del resto, o Venerabili Fratelli, contro le insidie e le macchinazioni dei Soci dell'Alleanza Cristiana, Noi chiediamo pi pronta e speciale vigilanza da quelli fra voi che governano Chiese di Italia o d'altri luoghi ove gli Italiani pi spesso convengono, massime sui confini d'Italia e ovunque siano mercati o porti, donde sono pi frequenti i passaggi in Italia. Perocch essendo intendimento di quei settari di ivi mettere in effetto i propri disegni, fa d'uopo che i Vescovi di quei luoghi principalmente con alacrit e costanza si affatichino insieme con Noi per dissiparne coll'aiuto del Signore le trame.
Non dubitiamo poi che alle Nostre e vostre cure risponder l'aiuto delle civili potest e quello specialmente dei potentissimi Principi d'Italia: si per l'impegno onde sono animati a sostenere la cattolica Religione, si perch non isfugge alla loro prudenza, quanto importi al bene ancora ed alla tranquillit dei propri Stati che tornino vani gli sforzi dei sopraddetti settari. Poich  ormai chiaro e comprovato da una ben lunga esperienza dei tempi passati che a ritrarre i popoli dalla fedelt e obbedienza verso i lor Principi non v'ha mezzo pi agevole della indifferenza di religione che i setta ripropagano sotto il nome di libert religiosa. E questo neanche dissimulano i novelli soci dell'alleanza Cristiana; i quali sebbene si professino alieni dall'eccitare civili sedizioni, pure confessano che dal rendere comune ad ognun della plebe l'arbitrio di interpretare le Scritture e dal diffondere cosi fra gli Italiani quella che essi chiamano la totale libert di coscienza, ne verr spontaneamente anche la libert politica dell'Italia.
Ma, quel che importa sopra tutto, solleviamo insieme, o Venerabili Fratelli, le mani al Signore, e a Lui raccomandiamo la causa nostra e di tutto il suo gregge e della sua Chiesa con ogni possibile umilt di fervide preghiere, invocando ancora la mediazione pietosissima di Pietro, Principe degli apostoli, e degli altri Santi, e principalmente della Beatissima Vergine Maria, cui fu dato di abbattere tutte le eresie nel mondo universo.
Finalmente, siccome pegno d'ardentissimo amore, nell'effusione del Nostro cuore, diamo a voi, Venerabili Fratelli, e al clero, e al popolo delle Chiese alle vostre cure affidate, l'Apostolica Benedizione.

Dato in Roma, presso San Pietro, il d 8 Maggio 1844, l'anno XIV del Nostro Pontificato.

GREGORIO PP. XVI.






IL MAGISTERO CATTOLICO
"SINGULARI NOS"

LETTERA ENCICLICA
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI
AVENTI CON L'APOSTOLICA SEDE
PACE E COMUNIONE.

"Condanna degli errori di Lamennais"

GREGORIO PP. XVI
VENERABILI FRATELLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Gaudio singolare Ci avevano arrecato le illustri testimonianze che Ci venivano della fede, obbedienza e religione onde dappertutto erano state allegramente ricevute quelle Nostre Lettere Encicliche del 15 agosto 1832, colle quali per dovere dell'ufficio Nostro annunziammo all'universo Gregge Cattolico la dottrina sana, e che sola dev'essere seguita intorno ai punti ivi proposti. Questo Nostro gaudio accrebbero le dichiarazioni pubblicate intorno a ci da alcuni di quelli che avevano approvate quelle idee ed opinioni menzognere, per cui Noi Ci dolevamo, e se n'erano incautamente fatti fautori e difensori. Conoscevamo, invero, non essere pi anche tolto quel male che a danno della cosa sacra e civile ordirsi tuttavia manifestamente significavano impudentissimi libercoli divulgati, e certe tenebrose macchinazioni, le quali pertanto Noi gravemente riprovammo con lettere mandate nel mese d'ottobre al Venerabile Fratello Vescovo di Rennes. Ma nella Nostra ansiet e massima sollecitudine per questa cosa, graditissimo e giocondo Ci fu, che quegli stesso da cui principalmente venivaci cagionato quell'affanno, con una dichiarazione mandataCi l'11 dicembre dell'anno scorso, espressamente afferm di seguire unicamente ed assolutamente la dottrina insegnata nelle Nostre Lettere Encicliche, e di nulla essere per iscrivere od approvare che fosse alieno da quelle. Dilatammo subito le viscere della paterna Nostra carit verso quel figlio, che dalle Nostre ammonizioni commosso dovevamo confidare che darebbe di giorno in giorno pi evidenti prove, dalle quali con pi certezza constasse aver esso al Nostro giudizio e colla voce e col fatto obbedito.
Ma, cosa che appena sembra credibile, egli che da Noi era stato accolto con tanto benevolo affetto, immemore della Nostra indulgenza, presto manc al suo proponimento; e quella buona speranza che avevamo concepita del frutto di Nostre ammonizioni, si dilegu appena conoscemmo il libretto in lingua francese, piccolo veramente di mole ma grande assai di pravit, intitolato: Paroles d'un croyant, da lui dato alle stampe, col nome celato invero, ma fatto palese da pubblici movimenti e dappertutto divulgato.
Inorridimmo grandemente, Venerabili Fratelli, fin dal primo guardarlo, e commiserando la cecit dell'autore comprendemmo dove mai prorompa quella scienza, la quale non sia secondo Iddio ma secondo gli alimenti del mondo. Infatti contro la fede solennemente data in quella sua dichiarazione, con giri per lo pi capricciosissimi di parole e di finzioni prese ad oppugnare e sovvertire la Cattolica dottrina che per l'autorit confidata all'umilt Nostra definimmo colle memorate nostre lettere, sia intorno alla debita soggezione verso la potest, sia intorno al doversi allontanare dai popoli il mortifero contagio dell'indifferentismo, e gettare un freno alla sbrigliata licenza delle opinioni e dei discorsi, sa intorno al doversi condannare la assoluta libert di coscienza e la pessima cospirazione di societ composte persino dei cultori di qualsivoglia falsa religione, a rovina delle sacre e delle pubbliche cose.
Rifugge l'animo dall'osservare come l'autore si sforzi di infrangere qualsivoglia vincolo di fedelt e di soggezione verso i Principi, scuotendo per ogni dove la face della ribellione, onde la rovina dell'ordine pubblico, il dispregio dei magistrati, l'infrazione delle leggi derivano e tutti gli alimenti della sacra e della civil potest vengono disciolti. Quindi, con nuova ed iniqua menzogna, la potest dei Principi come infesta alla legge divina, anzi come opera del peccato e potest. di Satana egli mostruosamente calunnia; ed agli ecclesiastici infligge le note medesime di turpitudine che ai Sovrani, per l'alleanza di delitti e di macchinazioni con cui va sognando che siansi fra loro congiunti contro i diritti dei popoli. N di s grande ardire contento, mette in campo di pi una assoluta libert d'opinioni, di discorsi, di coscienza ed ai soldati che in favore di questa contro la tirannide, com'egli dice, combatteranno, prega fausto e felice evento e da ogni parte del mondo con furioso ardore chiama conventicole ed associazioni, ed urge ed insiste spingendo a si nefande deliberazioni, che anche per questo capo sentiamo da lui conculcati i Nostri ammonimenti e comandi.
 molesto enumerare qui tutte le cose che in questo pessimo parto di empiet e di audacia sono ammassate per isconvolgere tutte le divine e le umane cose. Ma eccita in ispecial modo l'indignazione ed affatto intollerabile  per la Religione, che l'autore, a difesa di si grandi errori, rechi prescrizioni divine e le spacci agli incauti, e che egli a sciogliere i popoli dalla legge dell'ubbidienza, come se mandato ed ispirato fosse da Dio, dopo aver cominciato nel Sacratissimo Nome dell'Augusta Trinit, riproduca dappertutto le Sante Scritture, e le parole di esse, che parole son del Signore, con astuzia ed audacia contorca ad inculcare siffatti pravi deliramenti, sicch con maggior fidanza, come San Bernardo diceva, sparga attorno le tenebre per luce; e per miele, o piuttosto nel miele, propini il veleno coniando ai popoli un nuovo evangelo, e ponendo altro fondamento da quello che  gi posto.
Ma dissimulare col silenzio tanta rovina apportata alla sana dottrina  a Noi vietato da quello che Ci pose come alla vedetta in Israele affinch avvisiamo dell'errore quelli che alla Nostra cura affid Ges, Autore e Consumator della Fede.
Per la qual cosa, uditi alcuni fra i Venerabili Fratelli Nostri Cardinali Romana Chiesa, di moto proprio e certa scienza, e colla pienezza dell'Apostolica potest, il memorato libro avente per titolo: Paroles d'un croyant, onde con empio abuso della parola di Dio vengon corrotti i popoli a disciorre i vincoli di ogni pubblico ordine, a distruggere e l'una e l'altra autorit e ad eccitare, sostenere, avvalorare negl'Imperi sedizioni, tumulti e ribellioni; libro quindi contenente proposizioni rispettivamente false, calunniose, temerarie, inducenti all'anarchia, contrarie alla parola di Dio, empie, scandalose, erronee, gi condannate dalla Chiesa, specialmente nei Valdesi, nei Wiclefiti, negli Hussiti ed in altri eretici di simil fatta; riproviamo, condanniamo, e per riprovato e condannato vogliamo e decretiamo che si abbia in perpetuo.
Ora spetta a voi, Venerabili Fratelli, di secondare con ogni impegno questi Nostri comandamenti, che dalla salute e dall'incolumit delle cose sacre e civili erano necessariamente richiesti, e farsi che questo scritto mandato fuori dalle tenebre a pubblico nocumento non diventi tanto pi pernicioso quanto pi favoreggia una furente libidine di novit, e come cancro largamente serpeggi fra i popoli. Sia vostro dovere di persistere per la sana dottrina in caso di tanto momento e di far palese l'astuzia dei novatori, e con diligenza maggiore vegliare alla custodia del Gregge Cristiano, affinch l'amore della Religione, la piet nelle azioni, la pubblica pace fioriscano e crescano felicemente. Noi per fermo dalla vostra fede ed assidua diligenza pel bene comune aspettiamo con fiducia che, mediante l'aiuto di lui che  Padre dei Lumi, Ci possiamo rallegrare e pensiamo con San Cipriano che sia stato inteso e represso l'errore, e perci appunto atterrato, perch conosciuto e scoperto.
Del resto molto  da piangere a considerare dove mai cadano i deliri dell'umana ragione, allorch alcuno cerchi cose nuove e contro l'ammonizione dell'Apostolo si sforzi di sapere pi che saper non convenga, e troppo in se presumendo pensi di cercare la verit fuori della Chiesa Cattolica, nella quale senza la pi leggera macchia di errore essa ritrovasi, per la qual cosa  appellata ed  colonna e firmamento della verit. Ben intendete poi, Venerabili Fratelli, che Noi qui parliamo altres di quel fallace sistema di filosofia non da si poco introdotto, e riprovevole affatto, secondo il quale per la sfrenata e impetuosa cupidit di innovazioni non si cerca la verit dove necessariamente ella , ma neglette le Sante ed Apostoliche tradizioni, altre dottrine vuote, sottili, incerte e dalla Chiesa non approvate si abbracciano, colle quali uomini vanissimi indarno pensano di confortare e sostenere la medesima verit.
Mentre poi scriviamo queste cose per la cura e per la sollecitudine dataCi da Dio di conoscere, definire e custodire la sana dottrina, gemiamo per la acerbissima ferita che Ci ha inflitta nel cuore l'errore di questo figlio, n veruna speranza di consolazione Ci rimane nella somma angustia onde Ci rammarichiamo, se egli non torna nelle vie della giustizia: leviamo insieme gli occhi e le mani a Colui che  duce di sapienza ed emendatore dei sapienti, e con molte preghiere lo supplichiamo che datogli un cuor docile ed un animo grande con cui ascolti la voce del padre amantissimo e dolentissimo, da lui si porga quanto prima letizia alla Chiesa, al vostro Ordine, a questa Santa Sede ed alla Nostra umilt. Noi per certo stimeremo fausto e felice quel giorno, in cui Ci avvenga di stringere al Nostro seno questo figlio in s ritornato; per l'esempio del quale abbiamo grande speranza che rientreranno in se medesimi gli altri ancora che dietro a lui poterono essere tratti in errore; sicch un solo sia presso di tutti, per l'incolumit della cosa pubblica e sacra, il consentimento nelle dottrine, una la ragion dei consigli, una la concordia delle azioni e degli studi; il qual bene grandissimo Noi cerchiamo ed aspettiamo dalla vostra pastorale sollecitudine: che voi, con supplici voti unendovi a Noi, impetrerete dal Signore.
Ed in questo pregandovi il divino aiuto, impartiamo l'Apostolica Benedizione a voi e alle vostre Greggi, la quale auspice vi sia di tal presidio.

Dato in Roma, presso San Pietro, il 25 Giugno 1834, del Nostro Pontificato l'anno IV.

GREGORIO PP. XVI.







IL MAGISTERO CATTOLICO
"SYLLABUS"

SILLABO
DEGLI ERRORI PRINCIPALI
DEL NOSTRO TEMPO
CONTENUTI NELLE ALLOCUZIONI CONCISTORIALI,
NELLE LETTERE ENCICLICHE
E NELLE ALTRE LETTERE APOSTOLICHE
DEL SANTISSIMO SIGNOR NOSTRO
PIO PP. IX

I.  PANTEISMO, NATURALISMO E RAZIONALISMO ASSOLUTO.

1. Nessun supremo, sapientissimo e provvidentissimo Nume divino esiste distinto da questa universalit di cose, e Dio altro non  che la natura stessa delle cose e perci soggetto a mutazioni, e diventa Dio realmente nell'uomo e nel mondo, e tutte le cose sono Dio, ed hanno la stessissima sostanza di Dio; ed un'identica cosa  Dio con il mondo, e per conseguenza lo spirito con la materia, la necessit con la libert, il vero col falso, il bene col male, e il giusto con l'ingiusto.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

2. Devesi negare ogni azione di Dio sugli uomini e sul mondo.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

3. L'umana ragione, senza tener verun conto di Dio,  l'unica arbitra del vero e del falso, del bene e del male, e legge a se stessa, e con le naturali sue forze basta a procacciare il bene degli uomini e dei popoli.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

4. Tutte le verit della religione derivano dalla forza ingenita dell'umana ragione, quindi la ragione  norma precipua, per cui l'uomo possa e debba conseguire la cognizione di tutte le verit di qualsiasi genere.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Epist. Encicl. Singulari quidem, 17 marzo 1856.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

5. La divina rivelazione  imperfetta e perci soggetta a un continuo e indefinito progresso, che corrisponde al progresso dell'umana ragione.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

6. La fede di Cristo urta la ragione; e la rivelazione divina non solo non giova a nulla, ma nuoce altres al perfezionamento dell'uomo.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862,

7. Le profezie ed i miracoli esposti e narrati nelle Sacre Scritture sono invenzioni poetiche, e i misteri della fede cristiana sono la somma delle investigazioni filosofiche; nei libri dei due Testamenti si contengono invenzioni mitiche, e lo stesso Ges Cristo non e che una mitica finzione.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

II. RAZIONALISMO MODERATO.

8. Equiparandosi la ragione umana alla stessa religione, perci le discipline teologiche si hanno da trattare come le filosofiche.
Alloc. Singulari quadam perfusi, 9 dicembre 1854.

9. Tutti i dogmi indistintamente della religione cristiana sono oggetto della scienza naturale, ossia della filosofia; e l'umana ragione, storicamente soltanto coltivata, pu in virt delle proprie forze e principi naturali giungere alla vera scienza di tutti i dogmi anche i pi reconditi, purch questi dogmi siano stati proposti come oggetto alla stessa ragione.
Epist. ad Archiep. Frising. Gravissimas, 11 dicembre 1862.
Epist. ad eundem Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

10. Altro essendo il filosofo ed altra la filosofia quegli ha diritto e dovere di sottomettersi a quell'autorit che egli medesimo abbia provata vera; ma la filosofia non pu n deve sottomettersi a veruna autorit.
Epist. ad Archiep. Frising. Gravissimas, 11 dicembre 1862.
Epist. ad eundem Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

11. La Chiesa non solamente non deve metter bocca giammai in filosofia, ma deve anzi tollerare gli errori della filosofia medesima e lasciare che da se stessa si corregga.
Epist. ad Archiep. Frising. Gravissimas, 11 dicembre 1882.

12. I decreti della Sede Apostolica e delle Romane Congregazioni impediscono il libero progresso della scienza.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

13. Il metodo e i principi coi quali gli antichi Dottori scolastici coltivarono la Teologia non corrispondono alle esigenze dei tempi nostri e al progresso delle scienze.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

14. La filosofia vuolsi trattare senza avere nessun riguardo alla rivelazione soprannaturale.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.
N.B. Col sistema del razionalismo combinano in gran parte gli errori di Antonio Gunther condannati nella lettera al Card. Arcivescovo di Colonia: Eximiam tuam, del 15 giugno 1847, e nella lettera al Vescovo di Breslavia: Dolore haud mediocri 30 aprile 1860.

III. INDIFFERENTISMO E LATITUDINARISMO.

15. Ogni uomo  libero di abbracciare e professare quella religione, che, col lume della ragione, reputi vera.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1831.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 186.

16. Gli uomini nel culto di qualsiasi religione possono trovare la via dell'eterna salute e l'eterna salute conseguire.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846
Alloc. Ubi primum, 17 dicembre 1847.
Epist. Encicl. Singulari quidem, 17 marzo 1856.

17. Almeno si deve sperare bene dell'eterna salute di tutti quelli, che affatto non si trovano nella vera Chiesa di Cristo.
Alloc. Singulari quadam perfusi, 9 dicembre 1854.
Lett. Apost. Quanto conficiamur, 17 agosto 1863.

18. Il protestantesimo non  altro che una forma diversa della medesima vera religione cristiana, nella qual forma, del pari che nella Chiesa cattolica,  dato di piacere a Dio.
Epist. Encicl. Noscitis et Nobiscum, 8 dicembre 1849

IV. SOCIALISMO, COMUNISMO, SOCIET CLANDESTINE,
SOCIET BIBLICHE, SOCIET CLERICO-LIBERALI.

Tali pestilenze sono condannate pi volte e con gravissime espressioni nella Lettera Enciclica Qui pluribus, 9 novembre 1846; nell'allocuzione Quibus quantisque, 20 aprile 1849; nella Lettera Enciclica Noscitis et Nobiscum, 8 dicembre 1849; nell'Allocuzione Singulari quadam, 9 dicembre 1854; nella Lettera Apostolica Quanto conficiamur, 17 agosto 1863.

V. ERRORI SULLA CHIESA E I SUOI DIRITTI.

19. La Chiesa non  una vera e perfetta societ completamente libera, n ha diritti suoi propri e permanenti a lei conferiti dal suo divino Fondatore; ma spetta alla civile potest definire quali siano i diritti della Chiesa e i limiti dentro i quali possa esercitare i medesimi diritti.
Alloc. Singulari quadam perfusi, 9 dicembre 1834.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

20. L'ecclesiastica potest non deve esercitare la propria autorit senza il permesso ed il consenso del civile governo.
Alloc. Meminit unusquisque, 30 settembre 1861.

21. La Chiesa non ha potest di definire dogmaticamente che la religione della Chiesa cattolica  la sola ed unica vera religione.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

22. L'obbligazione da cui sono assolutamente legati i maestri e gli scrittori cattolici, si restringe a quelle cose soltanto, che dall'infallibile giudizio della Chiesa vengono proposte a credersi da tutti come dogmi di fede.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

23. I Romani Pontefici e i Concili ecumenici oltrepassarono i limiti della loro potest, usurparono i diritti dei principi, e sul definire eziandio le cose di fede ed i costumi errarono.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

24. La Chiesa non ha potest di usare la forza, ne alcuna potest temporale diretta o indiretta.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.

25. Oltre la potest inerente all'episcopato, vi  altra temporale potest, data dal civile governo o espressamente o tacitamente concessa, e quindi revocabile a talento del medesimo.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.

26. La Chiesa non ha un ingenito e legittimo diritto di acquistare e di possedere.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.
Epist. Encicl. Incredibili, 17 settembre 1863.

27. I sacri ministri della Chiesa e lo stesso Romano Pontefice si debbono al tutto rimuovere da ogni cura e dominio delle cose temporali.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

28. Non  lecito ai Vescovi senza il permesso del governo promulgare neppure le stesse Lettere Apostoliche.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

29. Le grazie concesse dal Romano Pontefice si debbono ritenere per nulle, se non furono implorate per organo del governo.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

30. La immunit della Chiesa e delle persone ecclesiastiche trasse origine dal diritto civile.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

31. I1 foro ecclesiastico per le cause temporali dei chierici, siano civili, siano criminali, si deve assolutamente sopprimere, anche non consultata e reclamante la Sede Apostolica.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

32. Senza veruna violazione del diritto naturale e dell'equit si pu abrogare l'immunit personale, con cui i chierici sono esonerati dal peso di subire e di esercitare la milizia. Simile abrogazione poi  domandata dal civile progresso massimamente in una societ costituita a forma di pi libero regime.
Epist. ad Episc. Montisregal. Singularis Nobisque, 29 settembre 1864.

33. All'ecclesiastica potest di giurisdizione non appartiene esclusivamente per proprio ingenito diritto, dirigere l'insegnamento delle materie teologiche.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

34. La dottrina d coloro, che pareggiano il Romano Pontefice ad un Principe libero e operante nella Chiesa universale,  dottrina che prevalse nel medio evo.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.

35. Nulla vieta, sia per sentenza di qualche Concilio generale, sia per fatto di tutti i popoli, che il Supremo Pontificato, dal Vescovo di Roma e da Roma stessa, si trasferisca ad altro Vescovo e ad altra citt.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.

36. La definizione del Concilio nazionale non ammette verun'altra disputa, e la civile amministrazione pu esigere la cosa a questi termini.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.

37. Possono istituirsi Chiese nazionali sottratte e al tutto divise dall'autorit del Romano Pontefice.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.
Alloc. Jamdudum cernimus, 1S marzo 1861.

38. I soverchi arbitr dei Romani Pontefici produssero la divisione della Chiesa in orientale ed occidentale.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.

VI. ERRORI INTORNO ALLA SOCIET CIVILE CONSIDERATA IN SE STESSA
E NEI SUOI RAPPORTI CON LA CHIESA.

39. Lo Stato, come origine e fonte di tutti i diritti, gode di un diritto tale che non ammette confini.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

40. La dottrina della Chiesa cattolica  avversa al bene e ai vantaggi dell'umana societ.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Quibus quantisque, 20 aprile 1849.

41. Alla civile potest, sebbene esercitata da un sovrano infedele, compete un potere indiretto negativo riguardo alle cose sacre; quindi le spetta non solo il diritto noto col nome di exequatur, ma altres il diritto d'appellazione, che chiamano ab abusu.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.

42. Nel conflitto fra le leggi delle due potest prevale il diritto civile.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.

43. Il potere laicale ha autorit di rescindere, interpretare e annullare le solenni convenzioni, ossia concordati, intorno all'uso dei diritti spettanti all'ecclesiastica immunit stipulata con la Sede Apostolica, e non solo senza il consenso di questa, ma non ostante eziandio le sue proteste.
Alloc. In Concistoriali, 1 novembre 1850.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.

44. L'autorit civile pu immischiarsi delle cose concernenti la religione, i costumi e il regime spirituale. Quindi pu giudicare delle istruzioni che i Pastori della Chiesa pubblicano per loro uffizio a regola delle coscienze; ed anzi pu decretare sopra l'amministrazione dei Santi Sacramenti, e sopra le disposizioni necessarie a riceverli.
Alloc. In Concistoriali, 1 novembre 1850.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

45. Tutto il regime delle pubbliche scuole, in cui si istruisce la giovent di qualsiasi Stato cristiano (eccettuati solamente per certi motivi i Seminari vescovili) pu e deve essere affidato alla civile autorit; e per siffatta guisa affidato, che non si riconosca verun diritto di altra qualunque autorit di immischiarsi nella disciplina delle scuole, nel regolamento degli studi, nel conferimento dei gradi, nella scelta ed approvazione dei maestri.
Alloc. In Concistoriali, 1 novembre 1850.
Alloc. Quibus virtuosissimis, 5 settembre 1851.

46. Anzi negli stessi Seminari dei chierici il metodo da seguirsi negli studi si assoggetta alla civile autorit.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

47. L'ottimo andamento della societ civile richiede che le scuole popolari, aperte ai fanciulli di qualunque classe del popolo, e in generale tutti i pubblici Istituti destinati all'insegnamento delle lettere e delle discipline pi gravi, non che a procurare l'educazione della giovent, siano sottratte da ogni autorit dall'influenza moderatrice o dall'ingerenza della Chiesa, e vengano assoggettate al pieno arbitrio dell'autorit civile e politica, a piacimento dei sovrani e a seconda delle comuni opinioni del tempo.
Epist. ad Archiep. Friburg. Quum non sine, 14 luglio 1864.

48. Ai cattolici pu essere accetto quel sistema di educare la giovent, il quale sia separato dalla fede cattolica e dalla podest della Chiesa, e che riguardi soltanto la scienza delle cose naturali e i soli confini della terrena vita sociale, o almeno se li proponga per iscopo principale.
Epist. ad Archiep. Friburg. Quum non sine, 14 luglio 1864.

49. La civile autorit pu impedire che i Vescovi e i popoli fedeli abbiano libera e reciproca comunicazione col Romano Pontefice.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

50. L'autorit laica ha per se stessa il diritto di presentare i Vescovi, e pu da essi esigere che assumano l'amministrazione delle Diocesi prima di ricevere dalla Santa Sede l'istituzione canonica e le Lettere Apostoliche.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

51. Anzi il governo laico ha diritto di deporre i Vescovi dall'esercizio del pastorale ministero, e non  tenuto ad obbedire il Romano Pontefice nelle cose concernenti l'Episcopato e l'istituzione dei Vescovi.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852,

52. I1 governo pu di suo diritto commutare l'et stabilita dalla Chiesa per la professione religiosa degli uomini e delle donne, e pu intimare a tutte le religiose famiglie di non ammettere veruno senza il di lui permesso alla solenne professione dei voti.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

53. Debbonsi abrogare le leggi spettanti alla sicurezza dello stato delle famiglie religiose, non che ai loro diritti e doveri; anzi il governo civile pu prestar mano a tutti quelli che volessero abbandonare l'intrapresa vita religiosa, e infrangere i voti solenni; pu eziandio sopprimere le stesse religiose famiglie del pari che le Chiese collegiate e i benefizi semplici, anche di giuspatronato, e i loro beni o redditi sottoporre ed assegnare all'amministrazione e all'arbitrio della civile potest.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.
Alloc. Probe memineritis, 22 gennaio 1855.
Alloc. Cum s'pe, 26 luglio 1855.

54. I Re e i Principi non solo sono esenti dalla giurisdizione della Chiesa, ma di pi, nello sciogliere le questioni di giurisdizione sono superiori alla Chiesa.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1551.

55. Si deve separare la Chiesa dallo Stato, e lo Stato dalla Chiesa.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.

VII. ERRORI INTORNO ALL'ETICA NATURALE E CRISTIANA.

56. Le leggi dei costumi non abbisognano di sanzione divina, n punto  mestieri che le leggi umane si conformino al diritto di natura, e ricevano da Dio la forza obbligatoria.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

57. La scienza delle materie filosofiche, e dei costumi, del pari che le leggi civili, possono e debbono declinare dalla divina ed ecclesiastica autorit.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

58. Altre forze non debbonsi ammettere fuori di quelle, che sono riposte nella materia, ed ogni regola ed onest dei costumi collocar si deve nell'accumulare e nell'accrescere per qualsiasi materia le ricchezze, nonch nel contentare la volutt.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.
Lett. Apost. Q&uanto conficiamur, 17 agosto 1863.

59. Il diritto consiste nel fatto materiale; tutti i doveri degli uomini sono un vuoto nome e tutti i fatti umani hanno forza di diritto.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1882.

60. L'autorit non  altro se non la somma del numero e delle forze materiali.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

61. La fortuita ingiustizia di un fatto non reca verun detrimento alla santit del diritto.
Alloc. Jamdudum cernimus, 18 marzo 1861.

62. Devesi proclamare ed osservare il principio denominato del "Non intervento".
Alloc. Novos et ante, 28 settembre 1860.

63.  lecito negare obbedienza ai legittimi Principi, anzi ribellarsi a loro.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Q&uisque Vestrum, 4 ottobre 1847.
Epist. Encicl. Noscitis et Nobiscum, 8 dicembre 1849.
Lett. Apost. Cum catholica, 26 marzo 1847.

64. Tanto la violazione di qualsiasi santissimo giuramento, quanto qualunque scellerata e criminosa azione ripugnante alla legge eterna, non solamente non  da condannare, ma sibbene torna lecita del tutto, e degna di essere celebrata con comune lode, quando ci si faccia per l'amore della patria.
Alloc. Quibus quantisque, 20 aprile 1849.

VIII. ERRORI CIRCA IL MATRIMONIO CRISTIANO.

65. In verun modo si pu sostenere che Cristo abbia sollevato il Matrimonio alla dignit di Sacramento.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.

66. Il Sacramento del Matrimonio non  se non un che d'accessorio al contratto e da esso separabile, e il Sacramento medesimo  riposto nella sola benedizione nuziale.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.

67. Per diritto di natura il vincolo del Matrimonio non  indissolubile, e in vari casi il divorzio, propriamente detto, pu essere sancito dalla civile autorit.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.

68. La Chiesa non ha potest di stabilire impedimenti dirimenti del Matrimonio, ma tale potest spetta all'autorit civile, per mezzo della quale si hanno da rimuovere gli impedimenti esistenti.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

69. La Chiesa cominci a creare gli impedimenti dirimenti nei secoli di mezzo, non per diritto proprio, ma usando di quel diritto che aveva ricevuto dal potere civile.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.

70. I Canoni Tridentini, fulminanti la scomunica a coloro che osano negare alla Chiesa la facolt di stabilire gli impedimenti dirimenti, o non sono canoni dogmatici, o si debbono intendere nel senso di questa sola ricevuta potest.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.

71. La forma del Tridentino non obbliga sotto pena di annullamento, quando la legge civile prescriva un'altra forma e voglia, con l'intervento di questa nuova forma, render valido il Matrimonio.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.

72. Bonifazio VIII fu il primo ad asserire che il voto di castit emesso nell'Ordinazione rende nulle le nozze.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.

73. In virt del semplice contratto civile pu sussistere fra cristiani un vero Matrimonio; ed  falso che o il contratto di Matrimonio fra cristiani sia sempre Sacramento, o che nullo sia il contratto, se il Sacramento si escluda.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.
Lettera di S. S. Pio Pp. IX al Re di Sardegna, 9 settembre 1852.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.

74. Le cause matrimoniali o degli sponsali spettano di loro natura al foro civile.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.

N.B. Qui possono richiamarsi due altri errori intorno all'abolizione del celibato clericale, e alla preferenza dello stato di Matrimonio sopra lo stato di verginit. Il primo fu condannato nella Lettera Enciclica Qui pluribus, 9 novembre 1846, e il secondo nella Lettera Apostolica Multiplices inter, 10 giugno 1851.

IX.  ERRORI INTORNO AL PRINCIPATO CIVILE DEL ROMANO PONTEFICE.

75. Sulla compatibilit del regno temporale con lo spirituale disputano fra di loro i figli della cristiana e cattolica Chiesa.
Lett. Apost. Ad Apostolic , 22 agosto 1851.

76. L'annullamento del principato civile che possiede la Sede Apostolica gioverebbe assaissimo alla libert e felicit della Chiesa.
Alloc. Quibus quantisque, 20 aprile 1849.
N.B. Oltre questi errori espressamente notati, altri moltissimi implicitamente se ne condannano nella proposta e difesa dottrina, che tutti i Cattolici debbono fermissimamente ritenere intorno al civile principato del Romano Pontefice. Tale dottrina  splendidamente sviluppata nell'Allocuzione Quibus quantisque, 20 aprile 1849; nell'Allocuzione Si semper antea, 20 maggio 1850; nella Lettera Apostolica Cum Catholica Ecclesia, 26 marzo 1S60; nell'Allocuzione Jamdudum, 18 marzo 1861; nell'Allocuzione Maxima Quidem, 9 giugno 1862.

X. ERRORI RIGUARDANTI IL LIBERALISMO ODIERNO.

77. Ai tempi nostri non giova pi tenere la religione cattolica per unica religione dello Stato, escluso qualunque sia altro culto.
Alloc. Nemo vestrum, 26 luglio 1855.

78. Quindi lodevolmente in parecchie regioni cattoliche fu stabilito per legge, esser lecito a tutti gli uomini ivi convenuti il pubblico esercizio del proprio qualsiasi culto.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1552.

79. Infatti  falso che la civile libert di qualsiasi culto o la piena potest a tutti indistintamente concessa di manifestare in pubblico e all'aperto qualunque pensiero ed opinione influisca pi facilmente a corrompere i costumi e gli animi dei popoli e a propagare la peste dell'indifferentismo.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

80. Il Romano Pontefice pu e deve col progresso, col liberalismo e con la moderna civilt venire a patti e conciliazione.
Alloc. Jamdudum cernimus, 18 marzo 1861.









IL MAGISTERO CATTOLICO
"QUAS PRIMAS"

LETTERA ENCICLICA
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI
AVENTI CON L'APOSTOLICA SEDE
PACE E COMUNIONE.

"Sulla Regalit di Cristo"

PIO PP. XI
VENERABILI FRATELLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Introduzione

Nella prima Enciclica che, asceso al Pontificato, dirigemmo a tutti i Vescovi dell'Orbe cattolico - mentre indagavamo le cause precipue di quelle calamit da cui vedevamo oppresso e angustiato il genere umano - ricordiamo d'aver chiaramente espresso non solo che tanta colluvie di mali imperversava nel mondo perch la maggior parte degli uomini avevano allontanato Ges Cristo e la sua santa legge dalla pratica della loro vita, dalla famiglia e dalla societ, ma altres che mai poteva esservi speranza di pace duratura fra i popoli, finch gli individui e le nazioni avessero negato e da loro rigettato l'impero di Cristo Salvatore.
Pertanto, come ammonimmo che era necessario ricercare la pace di Cristo nel Regno di Cristo, cos annunziammo che avremmo fatto a questo fine quanto Ci era possibile; nel Regno di Cristo - diciamo - poich Ci sembrava che non si possa pi efficacemente tendere al ripristino e al rafforzamento della pace, che mediante la restaurazione del Regno di Nostro Signore.
Frattanto il sorgere e il pronto ravvivarsi di un benevolo movimento dei popoli verso Cristo e la sua Chiesa, che sola pu recar salute, Ci forniva non dubbia speranza di tempi migliori; movimento tal quale s'intravedeva che molti i quali avevano disprezzato il Regno di Cristo e si erano quasi resi esuli dalla Casa del Padre, si preparavano e quasi s'affrettavano a riprendere le vie dell'obbedienza.

L'Anno Santo e il Regno di Cristo

E tutto quello che accadde e si fece, nel corso di questo Anno Santo, degno certo di perpetua memoria, forse non accrebbe l'onore e la gloria al divino Fondatore della Chiesa, nostro supremo Re e Signore?
Infatti, la Mostra Missionaria Vaticana quanto non colp la mente e il cuore degli uomini, sia facendo conoscere il diuturno lavoro della Chiesa per la maggiore dilatazione del Regno del suo Sposo nei continenti e nelle pi lontane isole dell'Oceano; sia il grande numero di regioni conquistate al cattolicesimo col sudore e col sangue dai fortissimi e invitti Missionari; sia infine col far conoscere quante vaste regioni vi siano ancora da sottomettere al soave e salutare impero del nostro Re.
E quelle moltitudini che, durante questo Anno giubilare, vennero da ogni parte della terra nella citt santa, sotto la guida dei loro Vescovi e sacerdoti, che altro avevano in cuore, purificate le loro anime, se non proclamarsi presso il sepolcro degli Apostoli, davanti a Noi, sudditi fedeli di Cristo per il presente e per il futuro?
E questo Regno di Cristo sembr quasi pervaso di nuova luce allorquando Noi, provaLa l'eroica virt di sei Confessori e Vergini, li elevammo agli onori degli altari. E qual gioia e qual conforto provammo nell'animo quando, nello splendore della Basilica Vaticana, promulgato il decreto solenne, una moltitudine sterminata di popolo, innalzando il cantico di ringraziamento esclam: Tu Rex glori , Christe!
Poich, mentre gli uomini e le Nazioni, lontani da Dio, per l'odio vicendevole e per le discordie intestine si avviano alla rovina ed alla morte, la Chiesa di Dio, continuando a porgere al genere umano il cibo della vita spirituale, crea e forma generazioni di santi e di sante a Ges Cristo, il quale non cessa di chiamare alla beatitudine del Regno celeste coloro che ebbe sudditi fedeli e obbedienti nel regno terreno.
Inoltre, ricorrendo, durante 1'Anno Giubilare, il sedicesimo secolo dalla celebrazione del Concilio di Nicea, volemmo che l'avvenimento centenario fosse commemorato, e Noi stessi lo commemorammo nella Basilica Vaticana tanto pi volentieri in quanto quel Sacro Sinodo defin e propose come dogma la consustanzialit dell'Unigenito col Padre, e nello stesso tempo, inserendo nel simbolo la formula "il regno del quale non avr mai fine", proclam la dignit regale di Cristo.
Avendo, dunque, quest'inno Santo concorso non in uno ma in pi modi ad illustrare il Regno di Cristo, Ci sembra che faremo cosa quanto mai consentanea al Nostro ufficio apostolico, se, assecondando le preghiere di moltissimi Cardinali, Vescovi e fedeli fatte a Noi sia individualmente, sia collettivamente, chiuderemo questo stesso Anno coll'introdurre nella sacra Liturgia una festa speciale di Ges Cristo Re.
Questa cosa Ci reca tanta gioia che Ci spinge, Venerabili Fratelli, a farvene parola; voi poi, procurerete di adattare ci che Noi diremo intorno al culto di Ges Cristo Re, all'intelligenza del popolo e di spiegarne il senso in modo che da questa annua solennit ne derivino sempre copiosi frutti.

Ges Cristo  Re

Ges Cristo Re delle menti, delle volont e dei cuori
Da gran tempo si  usato comunemente di chiamare Cristo con l'appellativo di Re per il sommo grado di eccellenza, che ha in modo sovraeminente fra tutte le cose create. In tal modo, infatti, si dice che Egli regna nelle menti degli uomini non solo per l'altezza del suo pensiero e per la vastit della sua scienza, ma anche perch Egli  Verit ed  necessario che gli uomini attingano e ricevano con obbedienza da Lui la verit; similmente nelle volont degli uomini, sia perch in Lui alla santit della volont divina risponde la perfetta integrit e sottomissione della volont umana, sia perch con le sue ispirazioni influisce sulla libera volont nostra in modo da infiammarci verso le pi nobili cose. Infine Cristo  riconosciuto Re dei cuori per quella sua carit che sorpassa ogni comprensione umana ("Supereminentem scientiae caritatem", cfr. Ef. 3, 19) e per le attrattive della sua mansuetudine e benignit: nessuno infatti degli uomini fu mai tanto amato e mai lo sar in avvenire quanto Ges Cristo.
Ma per entrare in argomento, tutti debbono riconoscere che  necessario rivendicare a Cristo Uomo nel vero senso della parola il nome e i poteri di Re; infatti soltanto in quanto  Uomo si pu dire che abbia ricevuto dal Padre la potest, l'onore e il regno, (Dan. 7, 14) perch come Verbo di Dio, essendo della stessa sostanza del Padre, non pu non avere in comune con il Padre ci che  proprio della divinit, e per conseguenza Egli su tutte le cose create ha il sommo e assolutissimo impero.

La Regalit di Cristo nei libri dell'Antico Testamento.

E non leggiamo infatti spesso nelle Sacre Scritture che Cristo  Re ? Egli invero  chiamato il Principe che deve sorgere da Giacobbe (Num. 14, 19), e che dal Padre  costituito Re sopra il Monte santo di Sion, che ricever le genti in eredit e avr in possesso i confini della terra (Ps. 2, 6). I1 salmo nuziale, col quale sotto l'immagine di un re ricchissimo e potentissimo viene preconizzato il futuro Re d'Israele, ha queste parole: "II tuo trono, o Dio, sta per sempre, in eterno: scettro di rettitudine  il tuo scettro reale" (Ps. 44, 6).
E per tralasciare molte altre testimonianze consimili, in un altro luogo per lumeggiare pi chiaramente i caratteri del Cristo, si preannunzia che il suo Regno sar senza confini ed arricchito coi doni della giustizia e della pace: "Fiorir ai suoi giorni la Giustizia e somma pace... Dominer da un mare all'altro, e dal fiume fino alla estremit della terra" (Ps. 44, 8). A questa testimonianza si aggiungono in modo pi ampio gli oracoli dei Profeti e anzitutto quello notissimo di Isaia: " Ci  nato un bimbo, ci fu dato un figlio: e il principato  stato posto sulle sue spalle e sar chiamato col nome di Ammirabile, Consigliere, Dio forte, Padre del secolo venturo, Principe della pace. Il suo impero crescer, e la pace non avr pi fine. Seder sul trono di Davide e sopra il suo regno, per stabilirlo e consolidarlo nel giudizio e nella giustizia, da ora ed in perpetuo" (Is. 9, 6-7). E gli altri Profeti non discordano punto da Isaia: cos Geremia, quando predice che nascer dalla stirpe di Davide il "Rampollo giusto" che qual figlio di Davide "regner e sar sapiente e far valere il diritto e la giustizia sulla terra" (Jer. 23, 5); cos Daniele che preannunzia la costituzione di un regno da parte del Re del cielo, regno che "non sar mai in eterno distrutto... ed esso durer in eterno" (Dan. 2, 44) e continua: "Io stavo ancora assorto nella visione notturna, quand'ecco venire in mezzo alle nuvole del cielo uno con le sembianze del figlio dell'uomo che si avanz fino al Vegliardo dai giorni antichi, e davanti a lui fu presentato. E questi gli confer la potest, l'onore e il regno; tutti i popoli, le trib e le lingue serviranno a lui; la sua potest sar una potest eterna che non gli sara mai tolta, e il suo regno, un regno che non sar mai distrutto" (Dan. 7, 13-14). E gli scrittori dei santi Vangeli non accettano e riconoscono come avvenuto quanto  predetto da Zaccaria intorno al Re mansueto il quale "cavalcando sopra un'asina col suo piccolo asinello" (Zach. 9, 9) era per entrare in Gerusalemme, qual giusto e salvatore fra le acclamazioni delle turbe?

Ges Cristo si  proclamato Re

Del resto questa dottrina intorno a Cristo Re, che abbiamo sommariamente attinto dai libri del Vecchio Testamento, non solo non viene meno nelle pagine del Nuovo, ma anzi vi  confermata in modo splendido e magnifico. E qui, appena accennando all'annunzio dell'arcangelo da cui la Vergine viene avvisata che doveva partorire un figlio, al quale Iddio avrebbe dato la sede di David, suo padre, e che avrebbe regnato nella Casa di Giacobbe in eterno e che il suo Regno non avrebbe avuto fine (Lc. 1, 32-33) vediamo che Cristo stesso d testimonianza del suo impero: infatti, sia nel suo ultimo discorso alle turbe, quando parla dei premi e delle pene, riservate in perpetuo ai giusti e ai dannati; sia quando risponde al Preside romano che pubblicamente gli chiedeva se fosse Re, sia quando risorto affida agli Apostoli l'ufficio di ammaestrare e battezzare tutte le genti, colta l'opportuna occasione, si attribu il nome di Re (Matth. 25, 31-40), e pubblicamente conferm di essere Re (Joh. 18, 37) e annunzi solennemente a Lui era stato dato ogni potere in cielo e in terra (Matth. 28, 18). E con queste parole che altro si vuol significare se non la grandezza della potest e l'estensione immensa del suo Regno?
Non pu dunque sorprenderci se Colui che  detto da Giovanni "Principe dei Re della terra" (Apoc. 1, 5), porti, come apparve all'Apostolo nella visione apocalittica "scritto sulla sua veste e sopra il suo fianco: Re dei re e Signore dei dominanti" (Apoc. 19, 16). Da quando l'eterno Padre costitu Cristo erede universale (Hebr. 1, 2),  necessario che Egli regni finch riduca, alla fine dei secoli, ai piedi del trono di Dio tutti i suoi nemici (I Cor. 15, 25).
Da questa dottrina dei sacri libri venne per conseguenza che la Chiesa, regno di Cristo sulla terra, destinato naturalmente ad estendersi a tutti gli uomini e a tutte le nazioni, salut e proclam nel ciclo annuo della Liturgia il suo autore e fondatore quale Signore sovrano e Re dei re, moltiplicando le forme della sua affettuosa venerazione. Essa usa questi titoli di onore esprimenti nella bella variet delle parole lo stesso concetto; come gi li us nell'antica salmodia e negli antichi Sacramentari, cos oggi li usa nella pubblica ufficiatura e nell'immolazione dell'Ostia immacolata. In questa laude perenne a Cristo Re, facilmente si scorge la bella armonia fra il nostro e il rito orientale in guisa da render manifesto, anche in questo caso, che "le norme della preghiera fissano i principi della fede".

Ges Cristo  Re per diritto di natura e di conquista

Ben a proposito Cirillo Alessandrino, a mostrare il fondamento di questa dignit e di questo potere, avverte che "egli ottiene, per dirla brevemente, la potest su tutte le creature, non carpita con la violenza n da altri ricevuta, ma la possiede per propria natura ed essenza" (In Lucam, 10); cio il principato di Cristo si fonda su quella unione mirabile che  chiamata unione ipostatica. Dal che segue che Cristo non solo deve essere adorato come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma anche che a Lui, come Uomo, debbono essi esser soggetti ed obbedire: cio che per il solo fatto dell'unione ipostatica Cristo ebbe potest su tutte le creature.
Eppure che cosa pi soave e bella che il pensare che Cristo regna su di noi non solamente per diritto di natura, ma anche per diritto di conquista, in forza della Redenzione? Volesse Iddio che gli uomini immemori ricordassero quanto noi siamo costati al nostro Salvatore: "Non a prezzo di cose corruttibili, di oro o d'argento siete stati riscattati... ma dal Sangue prezioso di Cristo, come di agnello immacolato e incontaminato" (I Petr. 1, 18-19). Non siamo dunque pi nostri perch Cristo ci ha ricomprati col pi alto prezzo (I Cor. 6, 20): i nostri stessi corpi sono membra di Cristo (I Cor. 6, 15).

Natura e valore del Regno di Cristo

Volendo ora esprimere la natura e il valore di questo principato, accenniamo brevemente che esso consta di una triplice potest, la quale se venisse a mancare, non si avrebbe pi il concetto d'un vero e proprio principato
Le testimonianze attinte dalle Sacre Lettere circa l'impero universale del nostro Redentore, provano pi che a sufficienza quanto abbiamo detto; ed  dogma di fede che Ges Cristo  stato dato agli uomini quale Redentore in cui debbono riporre la loro fiducia, ed allo stesso tempo come legislatore a cui debbono obbedire (Ss. Conc. Trid., Sess. VI, can. 21).
I santi Evangeli non soltanto narrano come Ges abbia promulgato delle leggi, ma lo presentano altres nell'atto stesso di legiferare; e il divino Maestro afferma, in circostanze e con diverse espressioni, che chiunque osserver i suoi comandamenti dar prova di amarlo e rimarr nella sua carit (Joh. 15, 10). Lo stesso Ges davanti ai Giudei, che lo accusavano di aver violato il sabato con l'aver ridonato la sanit al paralitico, afferma che a Lui fu dal Padre attribuita la potest giudiziaria: "Il Padre non giudica alcuno, ma ha rimesso al Figlio ogni giudizio" (Joh. 5, 22). Nel che  compreso pure il diritto di premiare e punire gli uomini anche durante la loro vita, perch ci non pu disgiungersi da una propria forma di giudizio. Inoltre la potest esecutiva si deve parimenti attribuire a Ges Cristo, poich  necessario che tutti obbediscano al suo comando, e nessuno pu sfuggire ad esso e alle sanzioni da lui stabilite.

Regno principalmente spirituale

Che poi questo Regno sia principalmente spirituale e attinente alle cose spirituali, ce lo dimostrano i passi della sacra Bibbia sopra riferiti, e ce lo conferma Ges Cristo stesso col suo modo di agire.
In varie occasioni, infatti, quando i Giudei e gli stessi Apostoli credevano per errore che il Messia avrebbe reso la libert al popolo ed avrebbe ripristinato il regno di Israele, egli cerc di togliere e abbattere questa vana attesa e speranza; e cos pure quando stava per essere proclamato Re dalla moltitudine che, presa di ammirazione, lo attorniava, Egli rifiut questo titolo e questo onore, ritirandosi e nascondendosi nella solitudine; finalmente davanti al Preside romano annunci che il suo Regno "non  di questo mondo".
Questo Regno nei Vangeli viene presentato in tal modo che gli uomini debbano prepararsi ad entrarvi per mezzo della penitenza, e non possano entrarvi se non per la fede e per il Battesimo, il quale bench sia un rito esterno, significa per e produce la rigenerazione interiore. Questo Regno  opposto unicamente al regno di Satana e alla "potest delle tenebre", e richiede dai suoi sudditi non solo l'animo distaccato dalle ricchezze e dalle cose terrene, la mitezza dei costumi, la fame e sete di giustizia, ma anche che essi rinneghino se stessi e prendano la loro croce. Avendo Cristo come Redentore costituita con il suo sangue la Chiesa, e come Sacerdote offrendo se stesso in perpetuo quale ostia di propiziazione per i peccati degli uomini, chi non vede che la regale dignit di Lui riveste il carattere spirituale dell'uno e dell'altro ufficio?

Regno universale e sociale

D'altra parte sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio. Tuttavia, finch fu sulla terra si astenne completamente dall'esercitare tale potere, e come una volta disprezz il possesso e la cura delle cose umane, cos permise e permette che i possessori debitamente se ne servano. A questo proposito ben si adattano queste parole: "Non toglie il trono terreno Colui che dona il regno eterno dei cieli" (Brev. Rom. Inno del Mattutino dell'Epifania). Pertanto il dominio del nostro Redentore abbraccia tutti gli uomini, come affermano queste parole del Nostro Predecessore di immortale memoria Leone XIII, che Noi qui facciamo Nostre: "L'impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni Ce li allontanino o il dissenso li divida dalla carit; ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano  sotto la potest di Ges Cristo".
N v' differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poich gli uomini, uniti in societ, non sono meno sotto la potest di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli.  lui solo la fonte della salute privata e pubblica: "N in alcun altro  salute, n sotto il cielo altro nome  stato dato agli uomini, mediante il quale abbiamo da essere salvati" (Act. 4, 12),  lui solo l'autore della prosperit e della vera felicit sia per i singoli sia per gli Stati: "poich il benessere della societ non ha origine diversa da quello dell'uomo, la societ non essendo altro che una concorde moltitudine di uomini" (S. Agostino, Lettera a Macedone, III).
Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all'impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l'incolumit del loro potere, l'incremento e il progresso della patria. Difatti sono quanto mai adatte e opportune al momento attuale quelle parole che all'inizio del Nostro pontificato Noi scrivemmo circa il venir meno del principio di autorit e del rispetto alla pubblica potest: "Allontanato, infatti - cos lamentavamo - Ges Cristo dalle leggi e dalla societ, l'autorit appare senz'altro come derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il fondamento della medesima vacilla: tolta la causa prima, non v' ragione per cui uno debba comandare e l'altro obbedire. Dal che  derivato un generale turbamento della societ, la quale non poggia pi sui suoi cardini naturali" (Pio Pp. XI, Enc. Ubi arcano Dei).

Regno benefico

Se invece gli uomini privatamente e in pubblico avranno riconosciuto la sovrana potest di Cristo, necessariamente segnalati benefici di giusta libert, di tranquilla disciplina e di pacifica concordia pervaderanno l'intero consorzio umano. La regale dignit di nostro Signore come rende in qualche modo sacra l'autorit umana dei principi e dei capi di Stato, cos nobilita i doveri dei cittadini e la loro obbedienza.
In questo senso 1'Apostolo Paolo, inculcando alle spose e ai servi di rispettare Ges Cristo nel loro rispettivo marito e padrone, ammoniva chiaramente che non dovessero obbedire ad essi come ad uomini ma in quanto tenevano le veci di Cristo, poich sarebbe stato sconveniente che gli uomini, redenti da Cristo, servissero ad altri uomini: "Siete stati comperati a prezzo; non diventate servi degli uomini" (I Cor. 7, 23). Che se i principi e i magistrati legittimi saranno persuasi che si comanda non tanto per diritto proprio quanto per mandato del Re divino, si comprende facilmente che uso santo e sapiente essi faranno della loro autorit, e quale interesse del bene comune e della dignit dei sudditi prenderanno nel fare le leggi e nell'esigerne l'esecuzione. 
In tal modo, tolta ogni causa di sedizione, fiorir e si consolider l'ordine e la tranquillit: ancorch, infatti, il cittadino riscontri nei principi e nei capi di Stato uomini simili a lui o per qualche ragione indegni e vituperevoli, non si sottrarr tuttavia al loro comando qualora egli riconosca in essi l'immagine e l'autorit di Cristo Dio e Uomo.
Per quello poi che si riferisce alla concordia e alla pace,  manifesto che quanto pi vasto  il regno e pi largamente abbraccia il genere umano, tanto pi gli uomini diventano consapevoli di quel vincolo di fratellanza che li unisce. E questa consapevolezza come allontana e dissipa i frequenti conflitti, cos ne addolcisce e ne diminuisce le amarezze. E se il regno di Cristo, come di diritto abbraccia tutti gli uomini, cosi di fatto veramente li abbracciasse, perch dovremmo disperare di quella pace che il Re pacifico port in terra, quel Re diciamo che venne "per riconciliare tutte le cose, che non venne per farsi servire, ma per servire gli altri" e che, pur essendo il Signore di tutti, si fece esempio di umilt, e questa virt principalmente inculc insieme con la carit e disse inoltre: "II mio giogo  soave e il mio peso leggero"? (Matth. 11, 30)
Oh, di quale felicit potremmo godere se gli individui, le famiglie e la societ si lasciassero governare da Cristo! "Allora veramente, per usare le parole che il Nostro Predecessore Leone XIII venticinque anni fa rivolgeva a tutti i Vescovi dell'orbe cattolico, si potrebbero risanare tante ferite, allora ogni diritto riacquisterebbe l'antica forza, tornerebbero i beni della pace, cadrebbero dalle mani le spade, quando tutti volentieri accettassero l'impero di Cristo, gli obbedissero, ed ogni lingua proclamasse che nostro Signore Ges Cristo  nella gloria di Dio Padre" (Leone Pp. XIII, Enc. Annum sanctum, 25.V.1899).

La Festa di Cristo Re
Scopo della festa di Cristo Re

E perch pi abbondanti siano i desiderati frutti e durino pi stabilmente nella societ umana,  necessario che venga divulgata la cognizione della regale dignit di nostro Signore quanto pi  possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun'altra cosa possa maggiormente giovare quanto l'istituzione di una festa particolare e propria di Cristo Re.
Infatti, pi che i solenni documenti del Magistero ecclesiastico, hanno efficacia nell'informare il popolo nelle cose della fede e nel sollevarlo alle gioie interne della vita le annuali festivit dei sacri misteri, poich i documenti, il pi delle volte, sono presi in considerazione da pochi ed eruditi uomini, le feste invece commuovono e ammaestrano tutti i fedeli; quelli una volta sola parlano, queste invece, per cos dire, ogni anno e in perpetuo; quelli soprattutto toccano salutarmente la mente, queste invece non solo la mente ma anche il cuore, tutto l'uomo insomma. Invero, essendo l'uomo composto di anima e di corpo, ha bisogno di essere eccitato dalle esteriori solennit in modo che, attraverso la variet e la bellezza dei sacri riti, accolga nell'animo i divini insegnamenti e, convertendoli in sostanza e sangue, faccia si che essi servano al progresso della sua vita spirituale.
D'altra parte si ricava da documenti storici che tali festivit, col decorso dei secoli, vennero introdotte una dopo l'altra, secondo che la necessit o l'utilit del popolo cristiano sembrava richiederlo; come quando fu necessario che il popolo venisse rafforzato di fronte al comune pericolo, o venisse difeso dagli errori velenosi degli eretici, o incoraggiato pi fortemente e infiammato a celebrare con maggiore piet qualche mistero della fede o qualche beneficio della grazia divina. Cos fino dai primi secoli dell'era cristiana, venendo i fedeli acerbamente perseguitati, si cominci con sacri riti a commemorare i Martiri, affinch - come dice Sant'Agostino - le solennit dei Martiri fossero d'esortazione al martirio (Sant'Agostino, De Sanctis, Serm. 47). E gli onori liturgici, che in seguito furono tributati ai Confessori, alle Vergini e alle Vedove, servirono meravigliosamente ad eccitare nei fedeli l'amore alle virt, necessarie anche in tempi di pace.
E specialmente le festivit istituite in onore della Beata Vergine fecero s che il popolo cristiano non solo venerasse con maggior piet la Madre di Dio, sua validissima protettrice, ma si accendesse altres di pi forte amore verso la Madre celeste, che il Redentore gli aveva lasciato quasi per testamento. Tra i benefici ottenuti dal culto pubblico e liturgico verso la Madre di Dio e i Santi del Cielo non ultimo si deve annoverare questo: che la Chiesa, in ogni tempo, pot vittoriosamente respingere la peste delle eresie e degli errori.
In tale ordine di cose dobbiamo ammirare i disegni della divina Provvidenza, la quale, come suole dal male ritrarre il bene, cos permise che di quando in quando la fede e la piet delle genti diminuissero, o che le false teorie insidiassero la verit cattolica, con questo esito per, che questa risplendesse poi di nuovo splendore, e quelle, destatesi dal letargo, tendessero a cose maggiori e pi sante.
Ed invero le festivit che furono accolte nel corso dell'anno liturgico in tempi a noi vicini, ebbero uguale origine e produssero identici frutti. Cos, quando erano venuti meno la riverenza e il culto verso l'augusto Sacramento, fu istituita la festa del Corpus Domini, e si ordin che venisse celebrata in modo tale che le solenni processioni e le preghiere da farsi per tutto l'ottavario richiamassero le folle a venerare pubblicamente il Signore; cos la festivit del Sacro Cuore di Ges fu introdotta quando gli animi degli uomini, infiacchiti e avviliti per il freddo rigorismo dei giansenisti, erano del tutto agghiacciati e distolti dall'amore di Dio e dalla speranza della eterna salvezza.
Ora, se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ci Noi provvederemo alle necessit dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l'umana societ.

Il "laicismo"

La peste della et nostra  il cos detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empiet non matur in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della societ. Infatti si cominci a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si neg alla Chiesa il diritto - che scaturisce dal diritto di Ges Cristo - di ammaestrare, cio, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicit. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all'arbitrio dei principi e dei magistrati. Si and pi innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. N mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell'irreligione e nel disprezzo di Dio stesso.
I pessimi frutti, che questo allontanamento da Cristo da parte degli individui e delle nazioni produsse tanto frequentemente e tanto a lungo, Noi lamentammo nella Enciclica "Ubi arcano Dei" e anche oggi lamentiamo: i semi cio della discordia sparsi dappertutto; accesi quegli odii e quelle rivalit tra i popoli, che tanto indugio ancora frappongono al ristabilimento della pace; l'intemperanza delle passioni che cos spesso si nascondono sotto le apparenze del pubblico bene e dell'amor patrio; le discordie civili che ne derivarono, insieme a quel cieco e smoderato egoismo s largamente diffuso, il quale, tendendo solo al bene privato ed al proprio comodo, tutto misura alla stregua di questo; la pace domestica profondamente turbata dalla dimenticanza e dalla trascuratezza dei doveri familiari; l'unione e la stabilit delle famiglie infrante, infine la stessa societ scossa e spinta verso la rovina.
Ci sorregge tuttavia la buona speranza che l'annuale festa di Cristo Re, che verr in seguito celebrata, spinga la societ, com' nel desiderio di tutti, a far ritorno all'amatissimo nostro Salvatore. Accelerare e affrettare questo ritorno con l'azione e con l'opera loro sarebbe dovere dei Cattolici, dei quali, invero, molti sembra non abbiano nella civile convivenza quel posto n quell'autorit, che s'addice a coloro che portano innanzi a s la fiaccola della verit.
Tale stato di cose va forse attribuito all'apatia o alla timidezza dei buoni, i quali si astengono dalla lotta o resistono fiaccamente; da ci i nemici della Chiesa traggono maggiore temerit e audacia. Ma quando i fedeli tutti comprendano che debbono militare con coraggio e sempre sotto le insegne di Cristo Re, con ardore apostolico si studieranno di ricondurre a Dio i ribelli e gl'ignoranti, e si sforzeranno di mantenere inviolati i diritti di Dio stesso.

La preparazione storica della festa di Cristo Re

E chi non vede che fino dagli ultimi anni dello scorso secolo si preparava meravigliosamente la via alla desiderata istituzione di questo giorno festivo? Nessuno infatti ignora come, con libri divulgati nelle varie lingue di tutto il mondo, questo culto fu sostenuto e sapientemente difeso; come pure il principato e il regno di Cristo fu ben riconosciuto colla pia pratica di dedicare e consacrare tutte le famiglie al Sacratissimo Cuore di Ges. E non soltanto famiglie furono consacrate, ma altres nazioni e regni; anzi, per volere di Leone XIII, tutto il genere umano, durante l'Anno Santo 1900, fu felicemente consacrato al Divin Cuore.
N si deve passar sotto silenzio che a confermare questa regale potest di Cristo sul consorzio umano meravigliosamente giovarono i numerosissimi Congressi eucaristici, che si sogliono celebrare ai nostri tempi; essi, col convocare i fedeli delle singole diocesi, delle regioni, delle nazioni e anche tutto l'orbe cattolico, a venerare e adorare Ges Cristo Re nascosto sotto i veli eucaristici, tendono, mediante discorsi nelle assemblee e nelle chiese, mediante le pubbliche esposizioni del Santissimo Sacramento, mediante le meravigliose processioni ad acclamare Cristo quale Re dato dal cielo.
A buon diritto si direbbe che il popolo cristiano, mosso da ispirazione divina, tratto dal silenzio e dal nascondimento dei sacri templi, e portato per le pubbliche vie a guisa di trionfatore quel medesimo Ges che, venuto nel mondo, gli empi non vollero riconoscere, voglia ristabilirlo nei suoi diritti regali.
E per vero ad attuare il Nostro divisamento sopra accennato, l'Anno Santo che volge alla fine Ci porge la pi propizia occasione, poich Dio benedetto, avendo sollevato la mente e il cuore dei fedeli alla considerazione dei beni celesti che superano ogni gaudio, o li ristabil in grazia e li conferm nella retta via e li avvi con nuovi incitamenti al conseguimento della perfezione.
Perci, sia che consideriamo le numerose suppliche a Noi rivolte, sia che consideriamo gli avvenimento di questo Anno Santo, troviamo argomento a pensare che finalmente  spuntato il giorno desiderato da tutti, nel quale possiamo annunziare che si deve onorare con una festa speciale Cristo quale Re di tutto il genere umano.
In quest'anno infatti, come dicemmo sin da principio, quel Re divino veramente ammirabile nei suoi Santi,  stato magnificato in modo glorioso con la glorificazione di una nuova schiera di suoi fedeli elevati agli onori celesti; parimenti in questo anno per mezzo dell'Esposizione Missionaria tutti ammirarono i trionfi procurati a Cristo per lo zelo degli operai evangelici nell'estendere il suo Regno; finalmente in questo medesimo anno con la centenaria ricorrenza del Concilio Niceno, commemorammo la difesa e la definizione del dogma della consustanzialit del Verbo incarnato col Padre, sulla quale si fonda l'impero sovrano del medesimo Cristo su tutti i popoli.

L'istituzione della festa di Cristo Re

Pertanto, con la Nostra apostolica autorit istituiamo la festa di nostro Signore Ges Cristo Re, stabilendo che sia celebrata in tutte le parti della terra l'ultima domenica di ottobre, cio la domenica precedente la festa di tutti i Santi. Similmente ordiniamo che in questo medesimo giorno, ogni anno, si rinnovi la consacrazione di tutto il genere umano al Cuore santissimo di Ges, che il Nostro Predecessore di santa memoria Pio X aveva comandato di ripetere annualmente.
In quest'anno per, vogliamo che sia rinnovata il giorno trentuno di questo mese, nel quale Noi stessi terremo solenne pontificale in onore di Cristo Re e ordineremo che la detta consacrazione si faccia alla Nostra presenza. Ci sembra che non possiamo meglio e pi opportunamente chiudere e coronare 1'Anno Santo, n rendere pi ampia testimonianza della Nostra gratitudine a Cristo, Re immortale dei secoli, e di quella di tutti i cattolici per i benefic fatti a Noi, alla Chiesa e a tutto l'Orbe cattolico durante quesl'Anno Santo.
E non fa bisogno, Venerabili Fratelli, che vi esponiamo a lungo i motivi per cui abbiamo istituito la solennit di Cristo Re distinta dalle altre feste, nelle quali sembrerebbe gi adombrata e implicitamente solennizzata questa medesima dignit regale.
Basta infatti avvertire che mentre l'oggetto materiale delle attuali feste di nostro Signore  Cristo medesimo, l'oggetto formale, per, in esse si distingue del tutto dal nome della potest regale di Cristo. La ragione, poi, per cui volemmo stabilire questa festa in giorno di domenica,  perch non solo il Clero con la celebrazione della Messa e la recita del divino Officio, ma anche il popolo, libero dalle consuete occupazioni, rendesse a Cristo esimia testimonianza della sua obbedienza e della sua devozione.
Ci sembr poi pi d'ogni altra opportuna a questa celebrazione l'ultima domenica del mese di ottobre, nella quale si chiude quasi l'anno liturgico, cos infatti avverr che i misteri della vita di Ges Cristo, commemorati nel corso dell'anno, terminino e quasi ricevano coronamento da questa solennit di Cristo Re, e prima che si celebri e si esalti la gloria di Colui che trionfa in tutti i Santi e in tutti gli eletti.
Pertanto questo sia il vostro ufficio, o Venerabili Fratelli, questo il vostro compito di far s che si premetta alla celebrazione di questa festa annuale, in giorni stabiliti, in ogni parrocchia, un corso di predicazione, in guisa che i fedeli ammaestrati intorno alla natura, al significato e all'importanza della festa stessa, intraprendano un tale tenore di vita, che sia veramente degno di coloro che vogliono essere sudditi affezionati e fedeli del Re divino.

I vantaggi della festa di Cristo Re

Giunti al termine di questa Nostra lettera Ci piace, o Venerabili Fratelli, spiegare brevemente quali vantaggi in bene sia della Chiesa e della societ civile, sia dei singoli fedeli, Ci ripromettiamo da questo pubblico culto verso Cristo Re.
Col tributare questi onori alla dignit regia di nostro Signore, si richiamer necessariamente al pensiero di tutti che la Chiesa, essendo stata stabilita da Cristo come societ perfetta, richiede per proprio diritto, a cui non pu rinunziare, piena libert e indipendenza dal potere civile, e che essa, nell'esercizio del suo divino ministero di insegnare, reggere e condurre alla felicit eterna tutti coloro che appartengono al Regno di Cristo, non pu dipendere dall'altrui arbitrio.
Di pi, la societ civile deve concedere simile libert a quegli ordini e sodalizi religiosi d'ambo i sessi, i quali, essendo di validissimo aiuto alla Chiesa e ai suoi pastori, cooperano grandemente all'estensione e all'incremento del regno di Cristo, sia perch con la professione dei tre voti combattono la triplice concupiscenza del mondo, sia perch con la pratica di una vita di maggior perfezione, fanno s che quella santit, che il divino Fondatore volle fosse una delle note della vera Chiesa, risplenda di giorno in giorno vieppi innanzi agli occhi di tutti.
La celebrazione di questa festa, che si rinnova ogni anno, sar anche d'ammonimento per le nazioni che il dovere di venerare pubblicamente Cristo e di prestargli obbedienza riguarda non solo i privati, ma anche i magistrati e i governanti: li richiamer al pensiero del giudizio finale, nel quale Cristo, scacciato dalla societ o anche solo ignorato e disprezzato, vendicher acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la sua regale dignit che la societ intera si uniformi ai divini comandamenti e ai princip cristiani, sia nello stabilire le leggi, sia nell'amministrare la giustizia, sia finalmente nell'informare l'animo dei giovani alla santa dottrina e alla santit dei costumi.
Inoltre non  a dire quanta forza e virt potranno i fedeli attingere dalla meditazione di coteste cose, allo scopo di modellare il loro animo alla vera regola della vita cristiana.
Poich se a Cristo Signore  stata data ogni potest in cielo e in terra; se tutti gli uomini redenti con il Sangue suo prezioso sono soggetti per un nuovo titolo alla sua autorit; se, infine, questa potest abbraccia tutta l'umana natura, chiaramente si comprende, che nessuna delle nostre facolt si sottrae a tanto impero.

Conclusione
Cristo regni!

 necessario, dunque, che Egli regni nella mente dell'uomo, la quale con perfetta sottomissione, deve prestare fermo e costante assenso alle verit rivelate e alla dottrina di Cristo; che regni nella volont, la quale deve obbedire alle leggi e ai precetti divini; che regni nel cuore, il quale meno apprezzando gli affetti naturali, deve amare Dio pi d'ogni cosa e a Lui solo stare unito; che regni nel corpo e nelle membra, che, come strumenti, o al dire dell'Apostolo Paolo, come "armi di giustizia" (Rom. 6, 13) offerte a Dio devono servire all'interna santit delle anime. Se coteste cose saranno proposte alla considerazione dei fedeli, essi pi facilmente saranno spinti verso la perfezione.
Faccia il Signore, Venerabili Fratelli, che quanti sono fuori del suo regno, bramino ed accolgano il soave giogo di Cristo, e tutti, quanti siamo, per sua misericordia, suoi sudditi e figli, lo portiamo non a malincuore ma con piacere, ma con amore, ma santamente, e che dalla nostra vita conformata alle leggi del Regno divino raccogliamo lieti ed abbondanti frutti, e ritenuti da Cristo quali servi buoni e fedeli diveniamo con Lui partecipi nel Regno celeste della sua eterna felicit e gloria.
Questo nostro augurio nella ricorrenza del Natale di nostro Signore Ges Cristo sia per voi, o Venerabili Fratelli, un attestato del Nostro affetto paterno; e ricevete l'Apostolica Benedizione, che in auspicio dei divini favori impartiamo ben di cuore a voi, o Venerabili Fratelli, e a tutto il popolo vostro.

Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 11 Dicembre dell'Anno Santo, quarto del Nostro Pontificato.

PIO PP. XI.







IL MAGISTERO CATTOLICO
"QUANTA CURA"

LETTERA ENCICLICA
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI
AVENTI CON L'APOSTOLICA SEDE
PACE E COMUNIONE.

"Sugli errori del nostro tempo"

PIO PP. IX
VENERABILI FRATELLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Introduzione

Con quanta cura, e con quale pastorale vigilanza i Romani Pontefici, Nostri Predecessori, adempiendo l'incarico loro affidato dallo stesso Ges Cristo Signor Nostro, nella persona del Beatissimo Pietro, Principe degli Apostoli, non abbiano mai trascurato il dovere di pascere gli agnelli e le pecorelle, di nutrire assiduamente tutto il gregge del Signore, imbeverlo di sante dottrine, e rimuoverlo dai pascoli avvelenati,  noto e manifesto a tutti, e specialmente a voi, Venerabili Fratelli. E veramente i Nostri Predecessori, difensori e sostenitori dell'augusta religione cattolica, della verit e della giustizia, sommamente solleciti della salute delle anime, nulla mai ebbero maggiormente a cuore, che con le loro saggissime lettere e costituzioni svelare e condannare tutte le eresie e gli errori, i quali essendo contrari alla nostra divina Fede, alla dottrina della Chiesa cattolica, alla onest dei costumi e alla salute eterna degli uomini, eccitarono gravi e frequenti rivoluzioni, ed in modo miserando funestarono la Chiesa e lo Stato.
Pertanto, gli stessi Nostri Antecessori resistettero con costante fortezza alle scellerate macchinazioni degli empi, che a guisa dei flutti del mare infierito spumano le proprie turpitudini, e promettendo libert, essendo schiavi della corruzione, con le loro fallaci opinioni e con dannosissimi scritti si adoperano a rovesciare le fondamenta della cattolica religione e della societ civile, a distruggere ogni virt ed ogni giustizia, a corrompere tutte le menti e tutti i cuori, a far traviare gli incauti, e specialmente l'inesperta giovent, corromperla, allacciarla negli errori, e finalmente strapparla dal seno della Chiesa cattolica.

La sollecitudine della Sede Apostolica

Ora, come a voi, Venerabili Fratelli,  ben noto, Noi appena per arcano consiglio della divina Provvidenza, e senza verun merito Nostro, fummo innalzati a questa Cattedra di Pietro, vedendo con immenso Nostro dolore l'orribile procella eccitata da tante prave opinioni, e i gravissimi e non mai abbastanza deplorati danni che da tanti errori ridondano nel popolo cristiano, secondo ci che imponeva il debito del Nostro Ministero, camminando sulle orme illustri dei Nostri Antecessori, levammo la voce, e con la pubblicazione di parecchie Encicliche e Allocuzioni pronunziate in Concistoro, e con altre Lettere Apostoliche abbiamo condannato i principali errori dei tristissimi tempi, ed abbiamo eccitato la vostra episcopale vigilanza, avvertendo ed esortando tutti i figli della Chiesa cattolica a Noi carissimi, affinch detestassero ed evitassero gli influssi di peste tanto mortale. E principalmente con la Nostra prima Enciclica, rivolta a voi il 9 novembre 1846, con le due Allocuzioni del 9 dicembre dell'anno 1854, e del 9 giugno dell'anno 1862 pronunciate in Concistoro, abbiamo condannato i mostruosi errori, i quali specialmente ai tempi nostri sono dominanti con grandissimo danno delle anime e con detrimento della stessa civile societ, e che non solamente sono sommamente contrari alla Chiesa cattolica, alle sue salutari dottrine, ai suoi diritti, ma altres alla legge eterna e naturale scolpita da Dio nel cuore di tutti, e dai quali tutti gli altri errori hanno origine.
E bench non abbiamo omesso di prescrivere e riprovare questi principali errori, tuttavia la causa della Chiesa cattolica, la salute delle anime affidate a noi da Dio, e lo stesso bene della societ civile richiedono assolutamente che di nuovo eccitiamo la vostra sollecitudine pastorale ad impugnare le altre gravi opinioni, che da quei medesimi errori come da loro fonte emergono. Le quali false e perverse opinioni sono tanto pi da detestarsi, in quanto che mirano specialmente ad impedire e distruggere quella salutare forza che la Chiesa cattolica, secondo l'istruzione e la missione del suo Divino Autore, deve liberamente esercitare fino alla consumazione dei secoli, non meno verso gli uomini singoli che verso le nazioni, i popoli, e i loro Sovrani, e a distruggere quella vicendevole societ e concordia di consiglio tra il Sacerdozio e l'Impero, che fu sempre vantaggiosa e fausta tanto alla Chiesa quanto allo Stato (Greg. XVI, Epist. Encicl. "Mirari vos", 15 agosto 1832).

Il naturalismo

Imperocch ben sapete, Venerabili Fratelli, che ai tempi nostri si trovano non pochi, che applicando allo Stato l'empio ed assurdo principio del naturalismo, osano insegnare "che la migliore costituzione dello Stato ed il progresso civile esigono assolutamente che la societ umana sia costituita e governata senza verun riguardo della religione come se non esistesse, od almeno senza fare veruna differenza tra la vera e le false religioni".
La libert di coscienza, di culto e di espressione
E contro la dottrina delle Scritture, della Chiesa e dei Santissimi Padri non dubitano di asserire "la migliore condizione della societ essere quella, in cui non si riconosce nello Stato il dovere di reprimere con pene stabilite i violatori della cattolica religione, se non in quanto ci richiede la pubblica quiete". Dalla quale idea di governo dello Stato, in tutto falsa, non temono di dedurre quell'altra opinione sommamente dannosa alla Chiesa cattolica e alla salute delle anime, chiamata delirio dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di recente memoria, cio "la libert di coscienza e dei culti essere diritto proprio di ciascun uomo, che si deve con legge proclamare e sostenere in ogni societ bene costituita, ed essere diritto d'ogni cittadino una totale libert, che non pu essere limitata da veruna autorit vuoi civile, vuoi ecclesiastica, di manifestare e dichiarale i propri pensieri quali che siano sia a viva voce, sia per iscritto, sia in altro modo palesemente ed in pubblico" (Enciclica "Mirari vos").
E mentre queste cose temerariamente affermano, non pensano e considerano che predicano la "libert della perdizione" (S. Agostino, Epist. 10~, cxl. IG6), e che "se alle umane persuasioni fosse sempre lecito di disputare, giammai non mancherebbero di coloro che oserebbero impugnare la verit, e confidare nella loquacit della sapienza umana; laddove quanto questa dannosissima vanit debba essere evitata dalla fede e dalla sapienza cristiana, si conosce dalla stessa istituzione del Nostro Signore Ges Cristo" (S. Leone, Epist. 164, al. 133, S 2, ed. Ball.).
E poich rimossa la religione dalla societ, e ripudiata la dottrina e l'autorit della divina rivelazione, la stessa genuina nozione della giustizia e dell'umano diritto si ottenebra o si perde, ed invece della giustizia e del legittimo diritto si sostituisce la forma materiale; cosi appare, perch alcuni, pienamente trasandati e sostergati i certissimi principi della sana ragione, osino proclamare "la volont del popolo, manifestata - come dicono - con la pubblica opinione, o in altro modo, costituire la legge suprema, prosciolta da ogni diritto umano o divino; e nell'ordine politico i fatti compiuti avere forza, appunto perch compiuti".
Ora chi non vede e pienamente capisce come l'umana societ, sciolta dai vincoli della religione e della vera giustizia, non possa certamente prefiggersi altro, fuorch lo scopo di procacciare ed aumentare ricchezze, n seguire altra legge nelle sue azioni, se non l'indomita cupidigia dell'animo di servire ai propri comodi e piaceri? Quindi gli uomini di tal fatta con acre odio perseguitano le Famiglie religiose, sebbene altamente benemerite della Chiesa, della civilt e della letteratura, e blaterano che esse non hanno nessuna legittima ragione di esistere, e cos fanno plauso alle ciance degli eretici. Imperocch, come sapientissimamente insegnava la felice memoria del Nostro Predecessore Pio VI, "l'abolizione dei Regolari offende lo stato della pubblica professione dei Consigli Evangelici, offende quella maniera di vivere commendata nella Chiesa come consentanea alla dottrina apostolica, offende gli stessi insigni fondatori che veneriamo sugli altari, i quali non istituirono quelle societ se non ispirati da Dio" (Epistola al Card. De la Rochefoucauld, 10 marzo 1791).
Ed inoltre empiamente sentenziano doversi togliere ai cittadini e alla Chiesa la facolt "per cui possano pubblicamente fare elemosine per ragione di cristiana carit", e doversi abolire la legge "con la quale in alcuni determinati giorni si proibiscono le opere servili per culto di Dio", fallacemente pretendendo che la detta facolt e legge si oppongano ai principi di una buona pubblica economia.

Comunismo e socialismo

N paghi di rimuovere la religione dalla pubblica societ, vogliono strappare la religione stessa dalle private famiglie. Imperocch, insegnando e professando il funestissimo errore del comunismo e del socialismo, affermano "la societ domestica, ossia la famiglia, trarre tutta la sua ragione di esistere solamente dal diritto civile; epper dalla legge civile soltanto derivare e dipendere i diritti di tutti i padri sui figli, e massime il diritto di procurarne l'istruzione e l'educazione". Con le quali empie opinioni e macchinazioni a ci principalmente mirano questi uomini ingannatori, che la salutare dottrina e forza della Chiesa cattolica pienamente venga sbandita dall'istruzione ed educazione della giovent, ed i teneri e flessibili animi dei giovani miseramente restino infetti e depravati da qualsiasi pernicioso errore.
Di fatto tutti coloro, che si sforzano di conturbare la sacra e pubblica cosa, e sconvolgere il retto ordine della societ, e distruggere tutti i diritti divini ed umani, sempre riposero, come sopra abbiamo detto, tutto il loro studio nell'ingannare e depravare principalmente l'inesperta giovent e collocarono tutta la loro speranza nella corruttela della giovent medesima. Perci non cessano mai di vessare con modi nefandi l'uno e l'altro clero, da cui, come splendidamente attestano i certi monumenti della storia, s grandi vantaggi ridondarono alla repubblica cristiana, civile e letteraria, asserendo lo stesso clero "siccome nemico al vero ed utile progresso della Scienza e della civilt, doversi del tutto allontanare dalla carica ed offizio d'istruire ed educare la giovent".
Errori nei rapporti tra Chiesa e Stato
Altri poi, rinnovando le prave e tante volte condannate sentenze dei novatori, osano con insigne impudenza sottomettere all'arbitrio dell'autorit civile la suprema autorit della Chiesa e di questa Santa Sede, ricevuta da Cristo Signore, negando tutti i diritti della stessa Chiesa e Sede riguardo a quelle cose che riflettono l'ordine esteriore. Giacch non si vergognano di affermare "che le leggi della Chiesa non obbligano in coscienza, se non quando si promulgano dalla potest Civile; che gli atti ed i decreti dei Romani Pontefici relativi alla religione ed alla Chiesa abbisognano della sanzione ed approvazione, od almeno del consenso della podest civile; che le Costituzioni Apostoliche (Clemente XII: In eminenti. Benedetto XIV: Providas Romanorum. Pio VII: Ecclesiam. Leone XII: &uograzjiorcr), con cui si condannano le societ segrete, o si richieda o no da esse il giuramento di mantenere il segreto, ed i loro membri e fautori non hanno nessuna forza in quei paesi del mondo dove quelle congreghe si tollerano dal Governo civile; che la scomunica dal Concilio di Trento e dai Romani Pontefici fulminata contro coloro che invadono ed usurpano i diritti e le possessioni della Chiesa, si fonda sulla confusione dell'ordine spirituale e dell'ordine civile e politico soltanto per mondano vantaggio; che la Chiesa non deve nulla stabilire, che possa vincolare le coscienze dei fedeli in ordine all'uso delle cose temporali; che non compete alla Chiesa di punire con pene temporali i violatori delle sue leggi; che  conforme alla sacra Teologia ed ai principi di diritto pubblico attribuire e rivendicare al Governo civile la propriet dei beni che si possiedono dalle chiese, dalle Famiglie religiose e da altri luoghi pii".
E non si vergognano di apertamente e pubblicamente professare un eretico detto e principio, da cui derivano tante perverse sentenze ed errori. Imperocch dicono "che la Potest Ecclesiastica non  per diritto divino distinta ed indipendente dalla Potest Civile, n si pu mantenere questa distinzione ed indipendenza, senza che la Chiesa invada ed usurpi gli essenziali diritti della Potest Civile".
E non possiamo tacere dell'audacia di coloro, che non sostenendo la sana dottrina, pretendono "potersi negare l'assenso e l'obbedienza, senza peccato e senza iattura della professione cattolica, a quei giudizi e decreti della Sede Apostolica, il cui oggetto non riguardi il bene generale della Chiesa, i diritti della medesima e la disciplina".
Il che, quanto si opponga al dogma cattolico della piena Potest al Romano Pontefice divinamente con ferita di pascere, reggere e governare la Chiesa universale, non v' chi chiaramente ed apertamente non vegga e comprenda. In tanta perversit adunque di prave opinioni, Noi, giustamente memori del Nostro Apostolico officio, e grandemente solleciti della Santissima Nostra Religione, della sana dottrina, e della stessa umana societ, abbiamo nuovamente stimato d'innalzare la Nostra Apostolica voce.

La condanna degli errori

Pertanto tutte e singole le prave opinioni e dottrine ad una ad una in questa lettera ricordate con la Nostra Autorit Apostolica riproviamo, proscriviamo e condanniamo; e vogliamo e comandiamo, che da tutti i figli della Chiesa cattolica s'abbiano affatto come riprovate, proscritte e condannate. Ed inoltre ben sapete, Venerabili Fratelli, come in questi tempi gli odiatori d'ogni verit e giustizia, ed i nemici acerrimi della Nostra Religione, ingannando i popoli con libri, libelli e giornali pestilenziali, e maliziosamente mentendo, spargono altre empie dottrine d'ogni genere.
N ignorate come in questa nostra et, trovansi alcuni, che invasi e mossi dallo spirito di Satana giunsero a tal segno d'empiet, che non temono di negare con procace scelleratezza il Dominatore Signor Nostro Ges Cristo e la Sua Divinit. E qui non possiamo a meno di tributarvi le massime e meritate lodi, Venerabili Fratelli, perch non tralasciate d'innalzare con ogni zelo la vostra voce episcopale contro tanta empiet.
Pertanto con queste Nostre lettere Ci rivolgiamo nuovamente a voi, che, chiamati a parte della Nostra sollecitudine, Ci siete di sommo sollievo, letizia e consolazione tra le grandissime Nostre amarezze per l'egregia vostra religione, piet, e per quel mirabile amore, fede e venerazione, con cui stretti a Noi ed a questa Apostolica Sede, con unione perfetta vi adoprate per adempiere con fortezza e con diligenza il gravissimo vostro Episcopale Ministero. Imperocch attendiamo dall'esimio vostro zelo pastorale, che pigliando la spada dello spirito, che  la parola di Dio, e confortati nella grazia del Signor Nostro Ges Cristo, vogliate con zelo raddoppiato ogni giorno pi provvedere che i fedeli alla vostra cura affidati "si astengano dalle erbe nocive che Ges Cristo non coltiva perch non sono piantagione del Padre" (Sant'Ignazio M., ad Philad., 3).
E non cessate mai dall'inculcare agli stessi fedeli, che ogni vera felicit ridonda negli uomini dall'augusta nostra religione, dalla sua dottrina, dal suo esercizio, ed essere beato il popolo il cui Signore  Dio (Psalm. 143). Insegnate che i regni sussistono pel fondamento della fede (San Celest., Epist. 22 ad Synod. Ephes., apud Const., p. 1200), e nulla essere cosi mortifero, e cosi vicino alla caduta, cosi esposto ad ogni pericolo, che il pensare che a noi basta il libero arbitrio, che ricevemmo quando siamo nati, e quindi non chiediamo pi nulla a Dio, cio dimentichi del nostro autore rinneghiamo la sua potenza per mostrarci liberi (Sant'Innocenzo I, Epist. 29 ad. Episc. conc. Carthag., apud Cost., pag. 891).
E non omettete di insegnare che la potest reale non  solamente conferita per il governo del mondo, ma specialmente a presidio della Chiesa (San Leone, Epist. 166, aL. 125), e nulla esservi che possa essere di maggior vantaggio e di maggior gloria ai Principi ed ai Re, che se, come un altro saggissimo e coraggiosissimo Nostro Antecessore, San Felice, scriveva all'imperatore Zenone, lascino che la Chiesa cattolica usi delle sue leggi, n permettano che veruna cosa impedisca la sua libert, "imperocch  certo che ci  vantaggioso per loro, che quando si tratta delle cause di Dio, giusta il suo regio volere manifestato, si studino di sottomettersi e non preferirsi ai sacerdoti di Cristo" (Pio VII, Epist. Encicl. "Diu satis", 15 maggio 1800).
Ma se sempre, Venerabili Fratelli, ora pi che mai in tante sciagure della Chiesa e della societ civile, in mezzo a tante cospirazioni dei nemici contro la religione cattolica e questa Santa Sede, in mezzo a tanta congerie d'errori,  del tutto necessario che ci presentiamo con fiducia al trono di grazia, per conseguire misericordia e trovare grazia con opportuno aiuto. Pertanto abbiamo giudicato di eccitare la piet di tutti i fedeli, affinch insieme con Noi preghino e scongiurino il clementissimo Padre dei lumi con ferventissime e umilissime preghiere, e nella pienezza della fede ricorrano al Signor Nostro Ges Cristo che ci ha redenti a Dio nel Suo Sangue, e con fervore e perseveranza preghino il Suo dolcissimo Cuore, vittima dell'ardentissimo Suo amore per noi, affinch coi vincoli del Suo amore attiri a S ogni cosa, e perch tutti gli uomini infiammati del Suo santissimo amore camminino secondo il Suo Cuore in modo da piacere in tutto a Dio e portando frutti di ogni buona opera.

Concessione dell'Indulgenza giubilare

Essendo poi senza dubbio pi grate a Dio le preghiere degli uomini, se queste a Lui si presentino con cuore mondo da ogni macchia; quindi giudicammo di aprire con apostolica liberalit i Celesti tesori della Chiesa commessi alla Nostra dispensazione, affinch i fedeli pi ardentemente accesi di vera piet e purificati dalle macchie dei peccati col Sacramento della Penitenza, con maggior fiducia presentino a Dio le loro preghiere, e conseguano la Sua misericordia e la Sua grazia.
Dunque con queste lettere di Nostra Autorit Apostolica concediamo a tutti i singoli fedeli dell'uno e dell'altro sesso dell'Orbe cattolico l'indulgenza plenaria in forma di Giubileo per lo spazio solamente di un mese per tutto l'anno prossimo 1865 e non oltre, da determinarsi da voi, Venerabili Fratelli, e dagli altri legittimi Ordinari dei luoghi nello stesso modo assolutamente e forma, con cui dal principio del Nostro supremo Pontificato abbiam conceduto con le Nostre Lettere Apostoliche in forma di Breve in data del 20 novembre 1846, e spedite a tutto il vostro Ordine Episcopale, le quali cominciano Arcano divinae Providentiae consilio, e con tutte le stesse facolt, che con quelle lettere vi furono accordate.
Vogliamo tuttavia che sia osservato tutto ci che nelle citate lettere  prescritto, e si eccettui ci che abbiamo dichiarato eccettuato. E ci concediamo nonostante qualunque cosa in contrario da doversi ricordare in modo speciale e degno di derogazione. E per togliere ogni dubbio e difficolt, abbiamo comandato che vi venisse spedita una copia di quelle lettere. "Preghiamo, Venerabili Fratelli, dall'intimo cuore e con tutta la mente la misericordia di Dio, perch Egli stesso aggiunse dicendo: la mia misericordia non disperder da loro. Chiediamo e riceveremo, e se vi sar un po'di ritardo nel ricevere, perch gravemente peccammo, picchiamo, perch a chi picchia sar aperto, purch battano la porta le preghiere e i gemiti e le lagrime nostre nelle quali bisogna insistere e perseverare: e purch sia unanime la preghiera... Ciascuno preghi Dio non tanto per s, quanto per tutti i fratelli, come il Signore c'insegn a pregare" (S. Cipriano, Epist. I).
Ed affinch pi facilmente Iddio esaudisca le Nostre, le vostre, e le preghiere e i voti di tutti i fedeli, interponiamo con ogni fiducia interceditrice appresso di Lui l'Immacolata e SS.ma Vergine Maria Madre di Dio, che uccise tutte le eresie del mondo universo, e la quale amantissima Madre di tutti noi " tutta soave... piena di misericordia... si offre a tutti pieghevole, a tutti clementissima, e con certo amplissimo amore compatisce alla necessit di tutti" (S. Bernard., Ser. de duodecim praerogativis B.M.V. ex verbis Apocalyp.), e come Regina che sta alla destra dell'Unigenito Figliuolo Suo, Nostro Signore Ges Cristo, in veste aurea con ogni variet di ornamenti, nulla v' che essa non possa da Lui impetrare.
Invochiamo eziandio il suffragio del Beatissimo Pietro principe degli Apostoli e del suo Coapostolo Paolo e di tutti i Santi del Cielo, che gi fatti amici di Dio giunsero al regno Celeste, e, coronati, possiedono la palma, e sicuri della loro immortalit sono solleciti della nostra salute.

Conclusione

Finalmente, pregandovi sinceramente da Dio l'abbondanza di tutti i doni Celesti, come pegno singolare della Nostra carit verso di voi, amorevolmente compartiamo di tutto cuore l'Apostolica Benedizione a voi stessi, Venerabili Fratelli, e a tutti gli ecclesiastici e laici fedeli commessi alle vostre cure.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 8 Dicembre 1864, anno X della dogmatica definizione dell'Immacolata Concezione di Maria Vergine Madre di Dio, del Nostro Pontificato, anno XIX.

PIO PP. IX.







LA FEDE CATTOLICA
"PROFESSIO FIDEI TRIDENTINA"

Io credo fermamente e professo tutte e singole le verit contenute nel Simbolo della fede, usato dalla Santa Chiesa Romana, cio:

Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili; ed in un solo Signore Ges Cristo, Figlio unigenito di Dio, e nato dal Padre prima di tutti i secoli, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato, non fatto, consustanziale al Padre; per mezzo di lui furono create tutte le cose; egli per noi uomini e per la nostra salvezza discese dai cieli, e s'incarn per opera dello Spirito Santo da Maria Vergine, e si fece uomo; fu anche crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, pat e fu sepolto; e risuscit il terzo giorno secondo le Scritture, e sal al cielo, siede alla destra del Padre, e torner di nuovo con gloria a giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avr mai fine; (credo) nello Spirito Santo, Signore e vivificante, che procede dal Padre e dal Figlio; il quale  adorato e glorificato insieme col Padre e col Figlio; il quale parl per mezzo dei profeti; e (credo) nella Chiesa una, santa cattolica e apostolica. Professo esservi un solo Battesimo per la remissione dei peccati, ed aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verr. Amen.
E fermissimamente ammetto e abbraccio le tradizioni apostoliche ed ecclesiastiche e le altre osservanze e costituzioni della medesima Chiesa. Ammetto pure la S. Scrittura, secondo quella interpretazione, che ha ritenuto e che ritiene la S. Madre Chiesa, a cui spetta di giudicare del vero senso e interpretazione delle S. Scritture, n io mai l'accetter e interpreter se non secondo l'unanime consenso dei Padri.
Professo pure che sono sette veramente e propriamente i sacramenti della Nuova Legge, istituita da N.S.G.C., e necessari per la salvezza del genere umano, bench non tutti per i singoli, cio il Battesimo, la Confermazione, l'Eucarestia, la Penitenza, l'Estrema Unzione, l'Ordine il Matrimonio, e che essi conferiscono la Grazia, e che di essi il Battesimo, la Confermazione e l'Ordine non possono, senza commettere un sacrilegio, essere ripetuti. Cos pure ricevo e ammetto i riti accettati e approvati dalla Chiesa cattolica per la solenne amministrazione di tutti i sacramenti indicati sopra.
Abbraccio e ricevo tutte e singole le verit, definite ed esposte nel S. Concilio di Trento, riguardanti il peccato originale e la giustificazione.
Professo pure che nella Messa si offre a Dio un vero, proprio e propiziatorio sacrificio, per i vivi e i morti, e che nel SS. Sacramento dell'Eucarestia vi  veramente, realmente e sostanzialmente il corpo, il sangue, l'anima e la divinit di Nostro Signore Ges Cristo, e si compie la conversione di tutta la sostanza del pane nel Corpo, e di tutta la sostanza del
vino nel Sangue, conversione chiamata dalla Chiesa cattolica transustanziazione. Affermo pure che sotto una sola specie si riceve Cristo tutto intero, e un vero sacramento.
Ritengo fermamente che esiste il Purgatorio, e che le anime, che vi sono trattenute, sono aiutate dai suffragi dei fedeli; e cos pure che i Santi, che regnano insieme con Cristo, si devono venerare e invocare, e che essi offrono per noi preghiere a Dio, e inoltre che si devono venerare le loro reliquie. Affermo fermamente che le Immagini di Cristo, della Madre di Dio sempre Vergine e di tutti i Santi, si devono avere e si devono mantenere, e si deve dar loro il dovuto onore e venerazione; e affermo pure che il potere delle indulgenze fu lasciato da Cristo nella Chiesa e il loro uso  salutare al massimo per il popolo cristiano.
Riconosco che la Chiesa Romana, santa, cattolica e apostolica,  madre e maestra di tutte le chiese; e prometto e giuro vera obbedienza al Pontefice Romano, successore del beato Pietro, principe degli Apostoli, e vicario di Ges Cristo.
Accetto e professo pure, senza alcun dubbio, tutte le altre verit, tramandate, definite ed esposte dai Sacri Canoni e dai Concili ecumenici, soprattutto dal Sacrosanto Concilio di Trento e dal Concilio ecumenico Vaticano, specialmente riguardo al Primato e magistero infallibile del Pontefice Romano; e ugualmente condanno, respingo e rigetto tutti gli errori contrari ed ogni sorta di eresia condannata, respinta e rigettata dalla Chiesa.
Cercher, coll'aiuto di Dio, di mantenere e di professare fino al mio ultimo respiro integralmente e senza macchia questa vera fede cattolica, al di fuori della quale nessuno pu salvarsi, e che ora spontaneamente professo e veramente credo; e di farla mantenere, di insegnarla e annunziarla, per quanto potr, da quanti sono a me soggetti e che dipendono dalle mie cure, in ragione del mio ufficio: io stesso lo prometto, ne faccio voto e lo giuro: cos mi aiuti Iddio, e questi divini Vangeli.








IL MAGISTERO CATTOLICO
"PRAESTANTIA SCRIPTURAE SACRAE"

MOTU PROPRIO
DI SUA SANTIT PIO PP. X
INTORNO AI DECRETI DELLA PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA
E ALLE CENSURE E PENE DA COMMINARSI
A COLORO CHE NON TENGONO CONTO
DELLE PRESCRIZIONI PONTIFICIE
CONTRO GLI ERRORI
DEI MODERNISTI.

Encomiata l'eccellenza delle Sacre Scritture e raccomandatone lo studio, il Nostro Predecessore Leone XIII, di immortale memoria, nell'Enciclica "Providentissimus Deus", pubblicata il 18 Novembre 1893, dett leggi per il retto ordinamento degli Studi Biblici; e dopo di aver rivendicati i Libri Sacri dagli errori e dalle calunnie dei Razionalisti, li difese altresi dai placiti di una falsa scienza, che si decanta come critica sublimiore: i quali placiti, evidentemente, altro non sono, secondo le sapienti parole del Pontefice, che "commenta Rationalismi e philologia et finitimis disciplinis detorta". Per ovviare poi al crescente pericolo della diffusione di idee inconsiderate ed erronee, lo stesso Nostro Predecessore colle Lettere Apostoliche "Vigilantiae studiique memores", del 30 Ottobre 1902, istituiva la Pontificia Commissione Biblica, composta di alcuni Cardinali cospicui per dottrina e per senno; alla quale Commissione venivano aggiunti come Consultori vari Ecclesiastici, scelti fra i dotti in materia teologica e biblica, e diversi per nazionalit, nonch per preferenze di metodi e di pareri nel campo degli studi esegetici.
Nel far ci, il Pontefice mirava ad un vantaggio, altamente utile agli studi e particolarmente consentaneo all'indole dei tempi, vale a dire a far s che in seno alla Commissione fossero presentate, ponderate e discusse sentenze di ogni sorta; e che, prima di addivenire ad una ferma decisione, i Cardinali, secondo le norme prescritte nelle citate Lettere Apostoliche, dovessero prendere in accurato esame gli argomenti favorevoli e contrari alle varie questioni, e niente omettessero di quanto potesse giovare alla perfetta conoscenza del vero stato dei problemi biblici portati in di scussione. Soltanto dopo siffatto procedimento, dovessero le prese decisioni sottoporsi al Sommo Pontefice per la relativa approvazione, ed essere poi pubblicate. Premessi lunghi esami e deliberazioni profondamente mature, la Pontificia Commissione Biblica ha felicemente emanate alcune decisioni oltremodo utili per il vero incremento e per sicura regola degli studi biblici.
Pur tuttavia Noi vediamo che alcuni, troppo proclivi ad opinioni e metodi infetti di malsane novit, e troppo teneri per una malintesa libert, che  vera ed intemperante licenza, pericolosissima in materia dottrinale e feconda di mali assai gravi contro la purezza della fede, non hanno fatto, n fanno alle menzionate decisioni, malgrado l'approvazione ad esse data dal Pontefice, quella ossequiente accoglienza che si dovrebbe.
Per la qual cosa troviamo necessario di dichiarare e di decretare, come con questo Nostro atto dichiariamo ed espressamente decretiamo, che tutti sono tenuti in coscienza a sottomettersi alle decisioni passate e future della Pontificia Commissione Biblica, non altrimenti che ai Decreti dottrinali delle Sacre Congregazioni approvati dal Pontefice; e che coloro, i quali verbalmente od in iscritto contraddicono a tali decisioni, non vanno esenti dalla nota di disobbedienza e di temerit, n, per conseguenza, sono immuni da colpa grave: ci indipendentemente dallo scandalo che arrecano, e dalle responsabilit che possano incorrere a Dio per altre temerit ed errori che sogliono accompagnare simili opposizioni.
Inoltre, nell'intento di reprimere la crescente audacia di non pochi modernisti, i quali con ogni sorta di sofismi e di male arti si studiano di togliere forza ed effcacia non solo al decreto "Lamentabili sane exitu", emanato per Nostro ordine dalla S. Congregazione del Sant'Uffizio il 3 Luglio 1907, ma anche alla Nostra Enciclica "Pascendi Dominici gregis" del d 8 settembre di questo stesso anno, Noi rinnoviamo e confermiamo, in virt della Nostra Apostolica autorit, tanto quel Decreto della Sacra Suprema Congregazione, quanto l'anzidetta Enciclica, aggiungendo la pena della scomunica a danno di coloro che contraddicano a questi documenti, e decretoriamente dichiarando che chiunque ardir sostenere, il che Dio non permetta, alcuna delle proposizioni, opinioni e dottrine riprovate nell'uno o nell'altro dei documenti suddetti, sar soggetto ipso facto alla censura del Capo Docentes della Costituzione "Apostolicae Sedis", che  la prima delle scomuniche latae sententiae riservate simpliciter al Romano Pontefice.
Questa scomunica poi  indipendente dalle pene, nelle quali quanti mancheranno in ordine ai surriferiti documenti possono incorrere come propagatori e difensori di eresie, allorquando le proposizioni, opinioni o dottrine da essi propugnate siano eretiche; il che agli avversari dei due citati documenti accade in non pochi casi, e principalmente allorch difendono gli errori del Modernismo, sintesi di tutte le eresie.
Presi questi provvedimenti, Noi torniamo a raccomandare caldamente agli Ordinari diocesani ed ai Superiori degli Istituti Religiosi di vegliare con ogni diligenza sugli insegnanti, specialmente dei Seminari; e quando li vedano infetti di errori modernisti e di malsane novit, ovvero meno sottomessi alle prescrizioni della Santa Sede, in qualsiasi modo pubblicate, li allontanino affatto dall'insegnamento. Per egual modo, escludano dalle sacre Ordinazioni quei giovani, i quali lascino il pi piccolo dubbio di correr dietro a dottrine condannate o a dannose novit. Nell'istesso tempo li esortiamo ad invigilare sempre e con ogni premura i libri e le altre pubblicazioni, gi troppo numerose, che presentino idee e tendenze simili a quelle condannate nell'Enciclica e nel Decreto; libri e pubblicazioni di tal fatta eliminino dalle librerie cattoliche e molto pi dalle mani della giovent studiosa e del Clero.
Adempiendo con zelo questo ufficio, essi promoveranno altres la vera e solida cultura intellettuale, che deve essere precipuo oggetto della Pastorale sollecitudine.
In forza dell'autorit Nostra, Noi vogliamo e comandiamo che tutte queste disposizioni restino fisse ed abbiano efficacia, non ostante qualunque cosa in contrario.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 18 Novembre 1907, anno V del Nostro Pontificato.

PIO PP. X.






IL MAGISTERO CATTOLICO
"MIRARI VOS"

LETTERA ENCICLICA
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI
AVENTI CON L'APOSTOLICA SEDE
PACE E COMUNIONE.

"Sull'indifferentismo
e per condannare la libert di coscienza, di stampa, di pensiero e di culto"

GREGORIO PP. XVI
VENERABILI FRATELLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Noi immaginiamo che vi meravigliate, perch dopo essersi imposto alla Nostra tenuit L'incarico del governo di tutta la Chiesa, non vi abbiamo per anche indirizzate Nostre lettere, secondo che  la consuetudine fin dai primi tempi introdotta e la benevolenza Nostra verso di voi avrebbe richiesto. Era questa per vero dire una delle Nostre pi vive brame di dilatare senza indugio sopra di voi il Nostro cuore e di favellarvi nella comunicazione dello spirito con quella voce, con cui nella persona di Pietro a Noi divinamente fu ingiunto di confermare i Fratelli. Ma voi ben sapete per qual procella di mali e di calamit fin dai primi momenti del Nostro Pontificato fummo tosto sbalzati in un mare si tempestoso, che se la destra del Signore non avesse fatta palese la virt sua avreste dovuto per la pi perversa cospirazione degli empi compiangere il Nostro fatale sommergimento. Rifugge l'animo dal rinnovare coll'amara esposizione di tanti infortuni il dolore vivissimo che ne provammo; e pi Ci piace di sollevare riconoscenti benedizioni al Padre di ogni consolazione, il quale, con la dispersione dei ribelli, dall'imminente pericolo Ci trasse, e sedala la furiosa tempesta Ci fece respirare: Noi Ci proponemmo immediatamente di comunicarvi i Nostri divisamenti intesi al risanamento delle piaghe di Israele: ma la grave mole di cure che ne sopraggiunsero per conciliare il ristabilimento dell'ordine pubblico, pose allora un ostacolo a tal Nostro pensiero.
Novella cagione frattanto di tenerCi in silenzio venne suscitata dalla insolenza dei faziosi, che tentarono di alzare nuovamente il vessillo della fellonia. Vero  che, vedendo Noi che la lunga impunit e la costante Nostra benigna indulgenza, anzich ammansire, alimentava piuttosto lo sfrenato furor dei ribelli, dovemmo finalmente, sebbene con acerbissimo dispiacere, ricorrere alle armi spirituali per frenare tanta lor pervicacia, valendoCi dell'autorit a cotal fine da Dio a Noi conferita; ma da questo appunto agevolmente potete comprendere quanto pi laboriosa sia la Nostra quotidiana sollecitudine.
Ma giunti alla fine a prendere il solenne possesso, secondo il costume dei Predecessori, della Nostra Basilica Lateranense, il quale per la cagione medesima avevamo dovuto differire, troncato ogni indugio Ci rivolgiamo solleciti a voi, Venerabili Fratelli, e pegno della Nostra dilezione vi indirizziamo questa Lettera, fra la esultanza di questo giorno lietissimo, in cui festeggiamo il trionfo della Vergine Assunta in Cielo, onde Essa, che Noi fra le pi dolorose calamit sperimentammo sempre Avvocata Liberatrice, tale pure Ci assista propizia nello scrivere a voi, e con la sua Celeste ispirazione fecondi la Nostra mente di quei consigli che al cristiano gregge siano per essere sommamente salutari.
Dolenti invero, e col cuore sopraffatto dall'amarezza, a voi veniamo, Venerabili Fratelli, che atteso il vostro zelo ed attaccamento alla Religione ben sappiamo essere sommamente angustiati per tanta acerbit di tempi, in cui essa  ravvolta miseramente; poich con tutta verit potremmo dire che l'ora  questa della potest delle tenebre per vagliare, come grano, i figli di elezione. Piange a ragione pu ripetersi con Isaia piange, e consumandosi vien meno la terra infetta da'suoi abitatori, perch hanno trasgredita la legge, hanno mutato il diritto ed hanno rotto il patto sempiterno .
Diciamo cose, Venerabili Fratelli, le quali avete voi pure di continuo sotto gli occhi vostri e che deploriamo perci con pianto comune: superba tripudia l'improbit, insolente la scienza, licenziosa la sfrontatezza. Vien disprezzata la santit delle cose sacre, e l'augusta maest del divin culto che pur tanto possiede di forza e di necessit sull'uman cuore, indegnamente da uomini ribaldi si riprova, si contamina e oggetto rendesi di ludibrio. Quindi si travolge e perverte la sana dottrina ed errori d'ogni genere si disseminano audacemente. Non leggi sacre, non diritti, non istituzioni, non discipline quali siansi pi sante, sono al coperto dell'ardire di costoro, che solo eruttano malvagit dalla sozza loro bocca. Bersaglio di incessanti durissime vessazioni  fatta questa Romana Nostra Sede del Beatissimo Pietro, nella quale Ges Cristo stabili la immobile base della sua Chiesa; ed i vincoli dell'unit di giorno in giorno sempre pi s'indeboliscono e si disciolgono. Si oppugna la divina autorit della Chiesa, e calpestandone i diritti, assoggettare si vuole a ragioni terrene e con eccesso d'ingiustizia tentasi di renderla odiosa ai popoli, mentre si riduce ad ignominioso servaggio. Intanto si infrange l'ubbidienza dovuta ai Vescovi, e la loro autorit vien conculcata. Echeggiano orribilmente le Accademie e le Scuole di mostruosa novit di opinioni, con cui non pi occultamente e con secrete mine la Cattolica fede si attacca, ma scopertamente e sotto gli occhi di tutti orrida e nefanda guerra le s'muove. Imperocch corrotti gli animi dei giovani allievi per gli Insegnamenti viziosi, e per i pravi esempi dei precettori, si  dilatato ampiamente il guasto lacrimevole della religione ed il funestissimo pervertimento dei costumi. Scosso per tal maniera il freno della Santa Religione, che  la sola sopra cui si reggono saldi i Regni, e ferma si mantiene la forza e l'autorit di ogni dominazione, vedesi aumentare la sovversione dell'ordine pubblico, la decadenza dei Principati e il disfacimento di ogni legittima potest. Ma un ammasso si enorme di disavventure devesi in speciale modo ripetere dalla cospirazione di quelle societ, nelle quali sembra essersi accolto, come in sozza sentina, quanto v'ha di sacrilego, di abominevole e di empio nelle eresie e nelle stte pi ree.
Queste, Venerabili Fratelli, e pi altre ancora, e forse pi gravi cose, che al presente troppo lungo sarebbe L'annoverare, e che a voi sono ben cognite, in doglia Ci tengono tanto pi acerba e durevole, in quanto posti sulla Cattedra del Principe degli Apostoli, Ci conosciamo in dovere di sentirCi divorare pi che ogni altro dallo zelo della Casa di Dio. Ma scorgendoCi collocati in una Sede, ove non basta piangere soltanto queste innumerevoli sciagure, se ogni sforzo non adoperiamo per procurarne L'estirpamento, ricorriamo a tal fine al sussidio della vostra fede ed eccitiamo la vostra sollecitudine per la salvezza del cattolico gregge, Venerabili Fratelli, la cui specchiata virt, religione, prudenza ed assiduit Ci aggiunge coraggio, ed in mezzo alla afflizione che Ci cagionano circostanze cosi disastrose, dolcemente Ci conforta e racconsola. Nostro obbligo  infatti alzar la voce e tentar ogni prova, perch n il cinghiale della selva devasti la vigna, n i lupi rapaci piombino a fare strage del gregge. A Noi spetta guidare le pecorelle a quei pascoli soltanto, che sian per esse salubri, e scevri d'ogni anche leggero sospetto d'essere perniciosi. Tolga Iddio, o Carissimi, tolga Iddio, che mentre pressano tanti mali e tanti pericoli sovrastano, manchino al proprio officio i Pastori, o colpiti da sbigottimento abbandonino le pecorelle, o, deposta la cura del gregge, si abbandonino all'ozio ed alla trascuratezza. Trattiamo anzi perci nella unit dello Spirito la comune causa nostra, o a meglio dire la causa di Dio, e contro i comuni nemici vi sia per la salute d tutto il popolo la medesima vigilanza in tutti e l'impegno medesimo,
Ci voi felicemente adempirete, se, come esige la ragione del vostro incarico, attenderete indefessamente a voi stessi e alla dottrina, richiamando spesso al pensiero che la Chiesa Universale riceve urto da qualunque novit e che, secondo l'avviso del Pontefice Sant'Agatone, delle cose che furono regolarmente definite, nessuna devesi diminuire, nessuna mutare, nessuna aggiungere, ma tali esse si debbono, nelle parole e nei sensi, custodire illibate. Immobile cosi rimarr la fortezza di quella unit, che come in suo fondamento si regge e contiene in questa Cattedra di Pietro, affinch onde appunto diramansi su tutte le Chiese i diritti della veneranda Comunione, ivi tutti rivengano e mura di difesa, e sicurezza, e porto libero dai flutti, e tesoro di beni innumerevoli. A rintuzzare pertanto la temerit di quelli, i quali adoperano tutti i mezzi o per abbattere i diritti di questa Santa Sede o per isciogliere quel nesso e congiungimento delle Chiese colla medesima, sul quale solo hanno esse fermezza, solidit e vigore, a tutti inculcate il massimo impegno di fedelt e di venerazione sincera verso di lei, facendo altamente intendere con San Cipriano, che falsamente confida di essere nella Chiesa chi abbandona la Cattedra di Pietro, sopra la quale  fondata la Chiesa.
A tale scopo devono perci attendere i vostri travagli, le vostre cure sollecite, l'assidua vigilanza vostra, affinch gelosamente sia custodito il santo deposito della Fede in mezzo all'infernale cospirazione degli empi, che con Nostro estremo cordoglio vediamo intenta a derubarlo e a perderlo. Ricordinsi tutti che il giudizio intorno alla Santa Dottrina da insegnarsi ai popoli, non meno che il governo ed il potere giurisdizionale della Chiesa  presso il Romano Pontefice, a cui fu conferita da Ges Cristo la piena potest di pascere, reggere e governare la Chiesa Universale, siccome dichiararono solennemente i Padri del Concilio di Firenze. Obbligo  poi di ogni Vescovo tenersi fedelissimamente attaccato alla Cattedra di Pietro, custodire santamente e scrupolosamente il deposito della Fede e pascere il gregge di Dio, che gli  affidato. I Sacerdoti debbono stare soggetti ai Vescovi, i quali, avverte San Girolamo, si devono dai medesimi riguardare come padri della loro anima: n mai si dimentichino esser loro anche dagli antichi Canoni vietato d'intraprendere azione alcuna nel Sacro Ministero, e di assumere l'ufficio di insegnare e di predicare senza l'annuenza del Vescovo a cui venne commesso il popolo e a cui si domander conto delle anime. Tengasi finalmente per regola certa ed immobile, che tutti quelli i quali macchinassero qualche cosa contro questo ordine cosi stabilito, perturberebbero, quanto  da loro, lo stato della Chiesa.
Sarebbe poi troppo nefanda cosa, ed aliena pienamente da quell'affetto di venerazione con cui debbonsi rispettare le leggi della Chiesa, il lasciarsi trasportare da forsennata mania di opinare a capriccio, sicch si permettesse alcuno di disapprovare, o di accusare quasi contraria a certi principi di diritto di natura, o di dire manchevole, e imperfetta, e dipendente dalla civile autorit quella sacra disciplina, che fiss la Chiesa per l'esercizio del divin culto, per la direzione dei costumi, per la prescrizione dei suoi diritti e per il gerarchico regolamento dei suoi Ministri.
Essendo poi massima infrangibile, per valerCi delle parole dei Padri Tridentini, che la Chiesa fu erudita da Ges Cristo e dai suoi Apostoli, e che viene ammaestrata dallo Spirito Santo, il quale di giorno in giorno le suggerisce ogni verit, chiaro apparisce quanto assurda cosa ed alla stessa Chiesa al sommo oltraggiosa sia il proporsi una certa restaurazione e rigenerazione, come necessaria per provvedere alla sua salvezza ed ai suoi avanzamenti, quasi che riputare essa si potesse soggetta a difetto, o ad oscuramento, o ad altri inconvenienti di simile genere: macchine tutte e trame dirette dai novatori al malaugurato lor fine di gettare le fondamenta di un recente umano stabilimento, onde quello ne avvenga che tanto detestavasi da San Cipriano, che umana cosa addivenisse la Chiesa, la quale  cosa tutta divina. Ma quelli che vanno meditando si fatti disegni, considerino che per testimonianza di San Leone al solo Romano Pontefice  affidata la dispensazione dei Canoni, e che ad esso solo compete, e non a privato uomo chi che sia, il definire alcuna cosa sulle regole delle paterne sanzioni, e, siccome scrive San Gelasio, bilanciare di tal maniera i decreti dei Canoni, e commensurare in guisa i precetti dei Predecessori, che dopo diligenti riflessioni dia un conveniente temperamento a quelle cose che la necessit dei tempi richiede doversi in bene delle Chiese precedentemente moderate.
E qui vogliamo eccitare sempre pi la costanza vostra a pr della Religione, onde vi opponiate all'immonda congiura contro il clericale celibato, la quale vi  noto accendersi ogni di pi estesamente, unendo a quelli dei pi sciagurati filosofi dell'et nostra i loro tentativi anche alcuni dell'istesso ceto ecclesiastico, i quali dimentichi della dignit loro e del loro ministero e trascinati dal lusinghiero torrente della volutt, proruppero in tale eccesso di licenziosa impudenza, che non si ristettero di presentare in pi luoghi pubbliche reiterate postulazioni ai Governi, onde abrogato venisse ed annientato questo santissimo punto di disciplina. Ma purtroppo C'incresce di trattenervi lungamente sopra questi attentati di turpitudine, e piuttosto con fiducia incarichiamo la religione vostra, acciocch tutto impieghiate il nerbo della vostra industria, per mantener sempre secondo il prescritto dei Sacri Canoni intatta, custodita e ferma e difesa una legge di tanto rilievo, contro la quale da ogni parte si scagliano gli strali degli impudichi.
Esige in seguito la Nostra premura l'onorando matrimonio dei Cristiani, che Sacramento grande in Cristo e nella Chiesa da San Paolo si chiama, affinch niente di meno retto si opini o si tenti di introdurre, che sia contrario alla sua santit o leda la indissolubilit del suo vincolo. Vi aveva questo gi raccomandato istantemente nelle sue lettere il Nostro Predecessore Pio VII di felice memoria; ma ritornano a moltiplicarsi tuttavia contro di esso gli attentati della empiet. Fa perci di mestieri istruire accuratamente i popoli, che il matrimonio, una volta legittimamente incontrato, non pu pi sciogliersi, e che ha Dio ingiunto ai coniugati una perpetua unione di vita ed un tal legame, che solo colla morte pu rompersi. Rammentando come il matrimonio fra le cose sacre si novera, e che per questo  soggetto alla Chiesa, abbiano di continuo presenti le leggi da questa stabilite su di esso, e quelle adempiano santamente ed esattamente, siccome prescrizione dalla cui osservanza fedele dipende la forza, la validit e la giustizia del medesimo. Astengasi ognuno dal commettere per qualsivoglia motivo atti che siano contrari alle canoniche disposizioni e ai decreti dei Concili ehe lo riguardino, ben riconoscendosi che esito infelicissimo sogliono avere quei matrimoni che o contro la disciplina della Chiesa, o non implorata prima la benedizione del Cielo, o per solo bollore di cieca passione vengono celebrati, senza che della santit del Sacramento, e dei misteri che vi assecondano, alcun pensiero si prendano gli sposi.
Veniamo ora ad un'altra sorgente trabocchevole dei mali da cui compiangiamo affiitta presentemente la Chiesa. L'indifferentismo, vogliamo dire, ossia quella perversa opinione che per frodolenta opera degli increduli si dilat in ogni parte, che cio possa in qualunque professione di fede conseguirsi l'eterna salvezza dell'anima, se i costumi si conformino alla norma del retto e dell'onesto. Ma a voi non sar malagevole cosa allontanare dai popoli alla vostra cura commessi un errore cosi pestilenziale intorno a una cosa eosi chiara e senza contrasto evidentissimo. Poich asserendosi dall'Apostolo, esservi un solo Dio, una sola Fede, un solo Battesimo, temano coloro i quali sognano che veleggiando sotto bandiera di qualunque religione possa egualmente approdarsi al porto della eterna felicit, e considerino che, per testimonianza dello stesso Salvatore, sono essi contro Cristo, perch non sono con Cristo, e che sventuratamente disperdono sol perche con lui non raccolgono; e che quindi senza dubbio periranno in eterno, se non tengano la fede Cattolica, e questa non conservino intera e inviolata. ascoltino San Girolamo, il quale, trovandosi divisa per scisma in tre parti la Chiesa, raccolta che, tenace come egli era nel santo proposito, quando taluno cercava di attirarlo al suo partito, alto levando la voce rispondeva costantemente: Chi sta unito alla Cattedra di Pietro, quegli  mio. A torto poi alcuni di coloro che a quella non sono congiunti oserebbero trarre ragione di tranquillante lusinga per essere anche essi rigenerati nell'acqua di salute, poich gli risponderebbe opportunamente Sant'Agostino: Anche il sarmento reciso dalla vite ha la stessa forma: ma che gli giova la forma, se non vive alla radice? E da questa corrottissima sorgente dell'indifferentismo scaturisce quella assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libert di coscienza: errore velenosissimo a cui appiana il sentiero quella piena e smodata libert d'opinare che va sempre aumentandosi a danno della Chiesa e dello Stato, non mancando chi osa vantare con impudenza sfrontata provenire da siffatta licenza alcun comodo alla Religione. Ma qual pu darsi morte peggiore dell'anima che la libert dell'errore? esclama Sant'Agostino. Tolto infatti ogni freno che contenga nelle vie della verit gli uomini gi volgentisi al precipizio per la natura inclinata al male, potremmo dire con verit essersi aperto il pozzo dell'abisso dal qual vide San Giovanni salire tal fumo, che oscurato ne rimase il sole, uscendone locuste innumerabili a disertare la terra. Indi infatti deriva sempre il cangiamento degli spiriti, indi la depravazione della giovent, indi il disprezzo nel popolo delle cose sacre e delle leggi pi sante, indi in una parola la peste della societ pi d'ogni altra esiziale, mentre l'esperienza di tutti i secoli fin dalla pi remota antichit luminosamente dimostra, che citt per opulenza, per dominazione, per gloria le pi fiorenti, per questo solo disordine, cio per un'eccessiva libert di opinioni, per la licenza delle conventicole, per la smania di novit, andavano infelicemente in rovina.
A questo fine  diretta quella pessima n mai abbastanza esecrata ed aborrita libert della stampa nel divulgare scritti di qualunque sia genere; libert che taluni osano invocare e promuovere con tanto clamore. Inorridiamo, Venerabili Fratelli, nel rimirare qual Ci opprima stravaganza di dottrine o pi veramente portentosa mostruosit di errori, che si spargono e disseminano per ogni dove con quella sterminata moltitudine di libri, di opuscoli e di scritti piccoli certamente di mole ma per malizia grandissimi, dai quali vediamo con le lacrime agli occhi uscire la maledizione ed inondare tutta la faccia della terra. Eppure (ahi, doloroso riflesso!) vi ha di quelli che giungono alla sfrontatezza di asserire con insultante protervia che questo inondamento di errori  pi che abbondevolmente compensato da qualche opera, che in mezzo a tanta tempesta di pravit si mette in luce per difesa della religione e della verit. Nefanda cosa  indubbiamente e da ogni legge riprovata il commettere a bello studio un male certo e pi grave, perch vi  lusinga di poterne trarre un qualche bene. Ma potr mai dirsi da chi sia sano di mente, che debbasi liberamente ed in pubblico spargere, vendere, trasportare anzi tracannare ancora il veleno, perch esiste un cotal rimedio, di cui usando, avvenga talvolta che alcuno scampi da morte?
Ma assai ben diverso u il sistema adoperato dalla Chiesa per sterminare la peste dei cattivi libr fin dall'et degli Apostoli, i quali leggiamo aver consegnato alle fiamme pubblicamente quantit ben grande di libri s fatti. Basta leggere le provvidenze date su tal proposito nel Concilio Lateranense V e la Costituzione che ne pubblic Leone X di felice memoria Nostro Predecessore, appunto perch quella stampa che fu salutevolmente ritrovata per aumento della Fede e per la propagazione delle buone arti, non venisse a contrari fini rivolta, e le casse dnno e pregiudizio alla salute dei fedeli di Cristo. Fu ci parimente a cuore dei Padri Tridentini per tal maniera, che per applicare opportuno rimedio ad inconveniente s dannoso e misero emanarono quell'utilissimo decreto sulla formazione dell'Indice dei libri entro i quali malsane ed impure dottrine si contenessero. Conviene, dice Clemente XIII Nostro Predecessore di felice rimembranza nella sua Enciclica sulla proscrizione de'libri nocivi, conviene combattere valorosnmente per quanto s grande affare il richiede, ed esterminare per ogni modo il pernicioso mortifero ammasso di tali libri guasti e nocivi, poich mai si toglier via la materia dell'errore finch arsi non periscano tra le fiamme gli impuri elementi della malvagit. Per tale adunque e cos costante sollecitudine, con cui in tutti i tempi questa Santa Sede Apostolica studi sempre di condannare i libri pravi e sospetti, e di strapparli di mano ai fedeli, rendesi assai palese quanto falsa, temeraria ed oltraggiosa alla stessa Apostolica Sede, nonch ferace di sommi mali per il popolo cristiano sia la dottrina di coloro, i quali non solo rigettano come grave ed onerosa eccessivamente la censura dei libri, ma a tanto altresi si avanzano di audace malignit, che la dichiarano perfino aborrente dai princip del retto diritto e negano arditamente alla Chiesa l'autorit di ordinarla e di eseguirla.
Avendo poi rilevato da parecchi scritti che circolano fra le mani di tutti, propagarsi certe dottrine tendenti a far crollare la fedelt e sommissione dovuta ai Principi, e ad accendere ovunque le faci della fellonia, vi esortiamo ad essere sommamente guardinghi, affinch i popoli per tali seduzioni non si lascino miseramente rimuovere dal diritto sentiero. Riflettano tutti che, secondo l'avviso dell'Apostolo, non vi ha potest se non da Dio, e che le cose che sono furono ordinate da Dio. Chi perci resiste alla potest resiste all'ordinazione di Dio e quelli che resistono si procurano da se stessi la condanna. Ecco perch: e il divino e l'umano diritto gridano contro coloro i quali con infamissime trame e con macchinamenti di fellonia e di sedizioni impiegano i loro sforzi nel mancare di fede ai Principi e nel balzarli addirittura dal trono. E fu appunto per non contaminarsi di tanto obbrobrioso delitto, che gli antichi Cristiani anche nel bollore delle persecuzioni si videro sempre ben meritare degli Imperator e della salvezza dell'Impero, n ci solo confermare colla fedelt pi verace nell'adempiere esattamente e con pronta alacrit quanto veniva loro ingiunto non contrario alla Religione, ma con l'inalterabile loro costanza e col sangue eziandio sparso per essi nei pi rischiosi cimenti. I soldati Cristiani, dice Sant'Agostino, servivano all'Imperatore infedele; quando toccavasi la causa di Ges Cristo non conoscevano altri che quello il quale regna nei Cieli. Distinguevano il Signore Eterno dal signore terreno e ci nonostante pel Signore Eterno si tenevano obbedienti anche al signore terreno. E tali motivi appunto s'era posto innanzi agli occhi dell'invitto martire San Maurizio, capo della legione Tebana allorch, come riferisce Sant'Eucherio, cos rispose all'Imperatore: Siamo tuoi soldati, o Imperatore, tuttavia siamo al tempo istesso servi di Dio; e lo confessiamo liberamente... che pure neanche questa stessa dura necessita di serbare la vita ci spinge alla ribellione: ecco abbiamo le armi, eppure non facciamo resistenza, perch reputiamo sorte migliore il morire che l'uccidere. La qual fedelt degli antichi cristiani verso i loro Principi anche pi illustre risplende, se si rifletta con Tertulliano che a quel tempo non mancava ai Cristiani gran numero di armi e di armati, se avessero voluto farla da nemici dichiarati. Siamo sbocciati ieri appena - egli dice agli Imperatori pagani - e gi abbiamo riempito ogni vostro luogo, le citt, le isole, le castella, i municip, le adunanze, gli accompagnamenti istessi, le trib, le curie, il palazzo, il Senato, il Foro... A quale guerra non saremmo noi idonei e pronti, quando pure fossimo inferiori di numero, noi che ci lasciamo trucidare tanto volonterosamente, se dalla nostra disciplina non fosse permesso pi il lasciarsi uccidere, che l'uccidere? Se tanta moltitudine di persone qual noi siamo, allontanandosi da voi, si fosse rifugiata in qualche remotissima plaga dell'0rbe, avrebbe certamente recata vergogna alla vostra potenza la perdita di tanti, quali ch'essi fossero, cittadini; anzi l'avrebbe pur anche punita collo stesso abbandono. Senza dubbio vi sareste sbigottiti a tal solitudine... E cercato avreste a chi comandare: vi sarebbero rimasti pi nemici che cittadini, mentre ora avete minor numero di nemici in vista della moltitudine dei Cristiani.
Esempi s luminosi di inalterable sommissione ai Principi, che necessariamente derivavano dai santissimi precetti della Religione Cristiana, condannano altamente la detestabile insolenza ed improbit senza ritegno, che sono totalmente rivolte a manomettere, anzi a svellere, qualunque diritto del Principato, onde poscia recare ai popoli sotto colore di libert il pi duro servaggio. A questo scopo per verit cospirano gli scellerati delir e i disegni dei Valdesi, dei Begardi, dei Wiclefiti e di altrettali figli di Belial, che furono l'ignominia e la feccia dell'uman genere, meritamente perci tante volte colpiti dagl'anatemi di questa Sede Apostolica. N certamente per altro motivo cotesti pensatori moderni tutte sviluppano le loro forze, se non perch possano menar festa e trionfo con Lutero e compiacersi con esso, disposti perci decisamente ad accingersi a qualunque pi riprovevole impresa, per giungere con pi facilit e speditezza a conseguire l'intento.
N pi lieti successi potremmo presagire per la Religione ed il Principato dai voti di coloro che vorrebbero vedere separata la Chiesa dal Regno e troncata la mutua concordia dell'Impero col Sacerdozio. Poich troppo  chiaro che dagli amatori d'un'impudentissima libert assai si teme quella concordia, che fu sempre al sacro ed al civile governo fausta e vantaggiosa.
Ma a tante e cos amare cagioni che Ci tengono solleciti, e nel comune pericolo con dolor singolare Ci crucciano, s'unirono certe associazioni e alcune determinate adunanze, nelle quali, fatta lega con gente d'ogni religione, anche falsa e di estraneo culto, si predicano libert d'ogni genere, si suscitano turbolenze contro l'uno e l'altro potere e si conculca ogni pi veneranda autorit, sotto lo specioso pretesto di piet e di attaccamento alla Religione, ma con mira in fatto di promuovere ovunque novit e sedizione.
Queste cose, Venerabili Fratelli, con animo dolentissimo ma pieno di fiducia in Colui che comanda ai venti e porta la tranquillit, abbiamo a voi esposte, affinch impugnato lo scudo della fede seguitiate animosi a combattere per il Signore. A voi sopra ogni altro appartiene stare qual muro saldo a fronte di ogni superba altura, che levar si voglia contro la scienza di Dio; da voi si brandisca la spada dello spirito, che  la parola di Dio, e siano per voi provveduti di pane quelli che sono famelici della giustizia. Chiamati ad essere coltivatori industriosi nella vigna del Signore, occupatevi di questo solo, e a questo solo volgete le comuni vostre fatiche, che cio ogni radice di amarezze sia svelta dal campo a voi assegnato, e spento ogni seme vizioso, rigogliosa in essa biondeggi ed abbondante vi cresca la messe della virt. Singolarmente con paterno affetto abbracciando quelli i quali si applicano ai filosofici studi e pi ancora alle sacre discipline: inculcate loro premurosamente che si guardino dal fidarsi alle sole forze del proprio ingegno per non lasciare il sentiero della verit, e prendere, malaccorti, quello che dagli empi si calca. Si rammentino che Iddio  il vero Duce della sapienza e l'emendatore dei sapienti, e che mai pu avvenire che senza Dio conosciamo Dio, il quale per mezzo del Verbo ammaestra gli uomini della conoscenza di Dio.
Proprio  del superbo, o piuttosto dello stolto, il volere pesare sulle umane bilance i misteri della Fede, che avanzano ogni umano concepimento, e fidare sulla ragione della nostra mente, che per la condizione istessa dell'umana natura troppo  fiacca e malsana.
Del resto secondino questi comuni voti pel bene della Chiesa e dello Stato i Figli Nostri Carissimi in Cristo, i Principi, col loro aiuto e con quella autorit, la quale debbono considerare a s conferita non pel governo soltanto delle cose terrene, ma in modo speciale per sostenere la Chiesa. Riflettano seriamente, farsi per il loro Impero e per la loro quiete, quanto si adopera per la salvezza della Religione: si persuadano, anzi, dover essere loro assai pi a cuore la causa della Fede con quella del Regno, e a grande onore si rechino, lo ripetiamo col Pontefice San Leone, che al loro diadema per man del Signore la corona si aggiunga altres della Fede. Posti quasi per padri e tutori dei popoli, procureranno a questi quiete e tranquillit vera, costante e doviziosa, se attendono particolarmente a far fiorire tra essi la religione e la piet verso Dio, il quale porta scritto nel femore: Re dei Re e Signor dei Signori.
Ma per impetrare successi s prosperi e s felici, solleviamo supplichevoli gli sguardi e le mani verso la Santissima Vergine Maria, la quale sola conquide le eresie tutte, ed  la massima Nostra fiducia, anzi la ragion tutta della Nostra speranza. Ella, la grande Avvocata, col suo patrocinio, in mezzo a tanta necessit del Cristian Gregge, implori benigna ai Nostri consigli, sforzi ed azioni, un esito fortunatissimo. Tanto con umil preghiera addomandiamo ancora al Principe degli Apostoli San Pietro e al suo Coapostolo San Paolo, affinch, saldi tutti, rimaniate a guisa di stabil muro, onde altro fondamento non pongasi diverso da quello che fu gi posto. Da s gioconda speranza animati, confidiamo che 1'Autore e Conservatore della fede Ges Cristo consoler finalmente noi tutti nelle tribolazioni che troppo ci tengono bersagliati, ed intanto, quasi foriera ed auspice del Celestiale soccorso, a voi, Venerabili Fratelli, e a tutto il Gregge alla vostra cura commesso, affettuosamente impartiamo 1'Apostolica Benedizione.

Dato in Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 15 Agosto, giorno dell'Assunzione, nell'Anno 1832, secondo del Nostro Pontificato.

GREGORIO PP. XVI.







IL MAGISTERO CATTOLICO

DICHIARAZIONE
DELLA SACRA ROMANA CONGREGAZIONE
PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
CIRCA LE ASSOCIAZIONI MASSONICHE

DECLARATIO
DE ASSOCIATIONIBUS MASSONICIS

 stato chiesto se sia mutato il giudizio della Chiesa nei confronti della massoneria per il fatto che nel Nuovo Codice di Diritto Canonico essa non viene espressamente menzionata come nel Codice precedente.
Questa Congregazione risponde che tale circostanza  dovuta ad un criterio redazionale seguito anche per altre associazioni ugualmente non menzionate in quanto comprese in categorie pi ampie.
Rimane pertanto immutata la condanna della Chiesa nei confronti delle associazioni massoniche, poich i loro principii sono sempre stati considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perci l'iscrizione ad essa rimane proibita.
I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione.
Non compete alle Autorit ecclesiastiche locali pronunciarsi sulla natura delle associazioni massoniche con un giudizio che implichi deroga a quanto sopra stabilito, e ci in linea con la Dichiarazione di questa Sacra Congregazione del 17 Febbraio 1981.
Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo Pp. II, nel corso dell'Udienza concessa all'infrascritto Cardinale Prefetto, ha approvato la presente Dichiarazione e ne ha ordinato la pubblicazione.

Data a Roma, dal Palazzo della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, il giorno 26 Novembre 1983.

Joseph Card. Ratzinger
Prefetto

+ Fr. Jrome Hamer, O.P.
Arcivescovo titolare di Lorium
Segretario








IL MAGISTERO CATTOLICO
"MEDIATOR DEI"

LETTERA ENCICLICA
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI
AVENTI CON L'APOSTOLICA SEDE
PACE E COMUNIONE.

"Sulla sacra Liturgia"

PIO PP. XII
SERVO DEI SERVI DI DIO
VENERABILI FRATELLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Introduzione

"II Mediatore tra Dio e gli uomini" (I Tim. 2, 5), il grande Pontefice che penetr i cieli, Ges Figlio di Dio (Heb. 4, 14), assumendosi l'opera di misericordia con la quale arricch il genere umano di benefici soprannaturali, mir senza dubbio a ristabilire tra gli uomini e il loro Creatore quell'ordine che il peccato aveva turbato ed a ricondurre al Padre Celeste, primo principio ed ultimo fine, la misera stirpe di Adamo infetta dal peccato d'origine. E perci, durante la sua dimora terrena, non solo annunzi l'inizio della redenzione e dichiar inaugurato il Regno di Dio, ma attese a procurare la salute delle anime con il continuo esercizio della preghiera e del sacrificio, finch, sulla Croce, si offri vittima immacolata a Dio per mondare la nostra coscienza dalle opere morte onde servire al Dio vivo (Heb. 9, 14). Cosi tutti gli uomini, felicemente richiamati dalla via che li trascinava alla rovina e alla perdizione, furono ordinati di nuovo a Dio, affinch, con la personale collaborazione al conseguimento della propria santificazione, frutto del sangue immacolato dell'Agnello, dessero a Dio la gloria che Gli  dovuta.
Il Divino Redentore volle, poi, che la vita sacerdotale da Lui iniziata nel suo corpo mortale con le sue preghiere ed il suo sacrificio, non cessasse nel corso dei secoli nel suo Corpo Mistico che  la Chiesa; e perci istitu un sacerdozio visibile per offrire dovunque la oblazione monda (Matth, 1, 11), affinch tutti gli uomini, dall'Oriente all'Occidente, liberati dal peccato, per dovere di coscienza servissero spontaneamente e volentieri a Dio.
La Chiesa dunque, fedele al mandato ricevuto dal Suo Fondatore, continua l'ufficio sacerdotale di Ges Cristo soprattutto con la Sacra Liturgia. Ci fa in primo luogo all'altare, dove il sacrificio della Croce  perpetuamente rappresentato (Conc. Trid., Sess. 22, c. 1) e, con la sola differenza del modo di offrire, rinnovato (Conc. Trid., Sess. 22, c. 2); poi con i Sacramenti, che sono particolari strumenti per mezzo dei quali gli uomini partecipano alla vita soprannaturale; in fine col quotidiano tributo di lodi offerto a Dio Ottimo Massimo. "Quale giocondo spettacolo - cos il Nostro Predecessore di felice memoria Pio XI - offre al Cielo e alla terra la Chiesa che prega, quando, continuamente, durante tutti i giorni e tutte le notti, vengono in terra cantati i Salmi scritti per divina ispirazione: nessuna ora del giorno  priva della consacrazione di una propria liturgia; ogni et della vita ha il suo posto nel rendimento di grazie, nelle lodi, nelle preci, nelle aspirazioni di questa comune preghiera del mistico Corpo di Cristo, che  la Chiesa" (Enc. Caritate Christi, 3.V.1932).
Certamente vi  noto, Venerabili Fratelli, che, verso la fine del secolo scorso ed agli inizi del presente, si ebbe un singolare fervore di studi liturgici, sia per lodevole iniziativa di alcuni privati, sia soprattutto per la zelante ed assidua diligenza di vari monasteri dell'inclito Ordine Benedettino; cosicch non soltanto in molte regioni di Europa, ma anche nelle terre al di l dell'Oceano, si svilupp a questo proposito una encomiabile ed utile gara, le cui benefiche conseguenze furono visibili sia nel campo delle sacre discipline, dove i riti liturgici della Chiesa Orientale ed Occidentale furono pi ampiamente e profondamente studiati e conosciuti, sia nella vita spirituale e privata di molti cristiani. Le auguste cerimonie del Sacrificio dell'altare furono meglio conosciute, comprese e stimate; la partecipazione ai Sacramenti pi larga e frequente, le preghiere liturgiche pi soavemente gustate, e il culto eucaristico considerato come veramente  il centro e la fonte della vera piet cristiana. Fu, inoltre, messo pi chiaramente in evidenza il fatto che tutti i fedeli costituiscono un solo, compattissimo corpo, di cui Cristo  il capo, dal che ne viene il dovere per il popolo cristiano di partecipare secondo la propria condizione ai riti liturgici. Voi, senza dubbio, sapete benissimo che questa Sede Apostolica ha sempre avuto premura che il popolo ad essa affidato fosse educato ad un vero ed operoso senso liturgico, e che, con non minore zelo, si  preoccupata che i sacri riti splendessero anche all'esterno di una confacente dignit. Nello stesso ordine di idee, Noi, parlando, secondo la consuetudine, ai predicatori quaresimali di questa nostra alma Citt nel 341, li abbiamo calorosamente esortati ad ammonire i loro ascoltatori perch partecipassero con sempre maggiore impegno al Sacrificio Eucaristico; e recentemente abbiamo fatto tradurre di nuovo in latino dal testo originale il libro dei Salmi perch le preghiere liturgiche, di cui esso  cosi grande parte nella Chiesa Cattolica, fossero pi esattamente intese e la loro verit e soavit pi agevolmente percepite (Motu proprio In cotidianis precibus, 24.III.1945).
Tuttavia, mentre, per i salutari frutti che ne derivano, l'apostolato liturgico Ci  di non poco conforto, il Nostro dovere Ci impone di seguire con attenzione questo "rinnovamento", nella maniera nella quale  da alcuni concepito, e di curare diligentemente che le iniziative non diventino n eccessive n difettose.
Ora, se da una parte constatiamo con dolore che in alcune regioni il senso, la conoscenza, e lo studio della Liturgia sono talvolta scarsi o quasi nulli, dall'alto notiamo con molta apprensione che alcuni sono troppo avidi di novit e si allontanano dalla via della sana dottrina e della prudenza. Giacch all'intenzione e al desiderio di un rinnovamento liturgico, essi frappongono spesso principi che, o in teoria o in pratica, compromettono questa santissima causa, e spesso anche la contaminano di errori che toccano la fede cattolica e la dottrina ascetica. La purezza della fede e della morale deve essere la norma caratteristica di questa sacra disciplina, che deve assolutamente conformarsi al sapientissimo insegnamento della Chiesa. e dunque Nostro dovere lodare e approvare tutto ci che  ben fatto, contenere o riprovare tutto ci che devia dal vero e giusto cammino.
Non credano, per, gl'inerti e i tiepidi di avere il Nastro consenso perch riprendiamo gli erranti e poniamo freno agli audaci; n gli imprudenti si ritengano lodati quando correggiamo i negligenti ed i pigri. Quantunque in questa Nostra Lettera Enciclica trattiamo soprattutto della Liturgia latina, ci non  dovuto a minore stima delle venerande Liturgie della Chiesa Orientale, i cui riti, trasmessi da nobili e antichi documenti, Ci sono egualmente carissimi; ma dipende piuttosto dalle condizioni particolari della Chiesa Occidentale, che sono tali da richiedere l'intervento della Nostra autorit. Ascoltino, perci, tutti i cristiani, con docilit, la voce del Padre comune, il quale desidera ardentemente che tutti. a Lui intimamente uniti, si accostino all'altare di Dio, professando la stessa fede, obbedendo alla stessa legge, partecipando allo stesso sacrificio con un solo intendimento e una sola volont. Lo richiede l'onore a Dio dovuto; lo esigono i bisogni dei tempi presenti. Infatti, dopo che una lunga e crudele guerra ha diviso i popoli con le rivalit e le stragi, gli uomini di buona volont si sforzano nel miglior modo possibile di ricondurre tutti alla concordia. Crediamo tuttavia che nessun disegno e nessuna iniziativa sia, in questo caso, pi efficace di un fervido spirito e zelo religioso, da cui  necessario siano animati e guidati i cristiani, in modo che, accettando con animo schietto le stesse verit e obbedendo docilmente ai legittimi Pastori, nell'esercizio del culto a Dio dovuto, costituiscano una fraterna comunit: "bench molti, siamo un sol corpo, partecipando tutti di quell'unico pane" (I Cor. 10, 17).

I caratteri della Liturgia

Il dovere fondamentale dell'uomo  certamente quello di orientare verso Dio se stesso e la propria vita. "A Lui, difatti, dobbiamo principalmente unirci, e indefettibile principio, al quale deve anche costantemente rivolgersi la nostra scelta come ad ultimo fine, che perdiamo peccando anche per negligenza e che dobbiamo riconquistare per la fede credendo in Lui " (San Tommaso, Summa Theol., 2.a 2. , q. 81, a. 1). Ora, l'uomo si volge ordinatamente a Dio quando ne riconosce la suprema maest e il supremo magistero, quando accetta con sottomissione le verit divinamente rivelate, quando ne osserva religiosamente le leggi, quando fa convergere verso di Lui tutta la sua attivit, quando per dirla in breve presta, mediante le virt della religione, il debito culto all'unico e vero Dio.
Questo  un dovere che obbliga prima di tutto gli uomini singolarmente, ma  anche un dovere collettivo di tutta la comunit umana ordinata con reciproci vincoli sociali, perch anch'essa dipende dalla somma autorit di Dio. Si noti, poi, che questo  un particolare dovere degli uomini, in quanto Dio li ha elevati all'ordine soprannaturale. Cosi se consideriamo Dio come autore dell'antica Legge, lo vediamo proclamare anche precetti rituali e determinare accuratamente le norme che il popolo deve osservare nel rendergli il legittimo culto. Stabil, quindi, vari sacrifici e design varie cerimonie con le quali dovevano compiersi; e determin chiaramente ci che si riferiva all'Arca dell'Alleanza, al Tempio ed ai giorni festivi; design la trib sacerdotale e il sommo sacerdote, indic e descrisse le vesti da usarsi dai sacri ministri e quanto altro mai aveva relazione col culto divino (cfr. Levitico). Questo culto, del resto, non era altro che l'ombra (Heb. 10, 1) di quello che il Sommo Sacerdote del Nuovo Testamento avrebbe reso al Padre Celeste.
Difatti, appena "il Verbo si  fatto carne" (Joh. 1, 14), si manifesta al mondo nel suo ufficio sacerdotale facendo all'Eterno Padre un atto di sottomissione che durer per tutto il tempo della sua vita: "entrando nel mondo dice:...Ecco, io vengo... per fare, o Dio, la tua volont... " (Heb. 10, 5-7), un atto che sar portato a compimento in modo mirabile nel sacrificio cruento della Croce: " In virt di questa volont noi siamo stati santificati per mezzo dell'oblazione del Corpo di Ges Cristo fatta una volta sola per sempre" (Heb. 10, 10). Tutta la sua attivit tra gli uomini non ha altro scopo. Fanciullo,  presentato nel Tempio al Signore; adolescente vi ritorna ancora; in seguito vi si reca spesso per istruire il popolo e per pregare. Prima d'iniziare il ministero pubblico digiuna durante quaranta giorni, e con il suo consiglio ed il suo esempio esorta tutti a pregare sia di giorno che di notte. Come maestro di verit, "illumina ogni uomo" (Joh. 1, 9) perch i mortali riconoscano convenientemente il Dio immortale, e non " si sottraggano per perdersi, ma siano fedeli per la salvezza dell'anima" (Heb. 10, 39). Come Pastore, poi, Egli governa il suo gregge, lo conduce ai pascoli di vita, e d una legge da osservare perch nessuno si discosti da Lui e dalla retta via che Egli ha tracciata, ma tutti vivano santamente sotto il suo influsso e la sua azione. Nell'ultima Cena, con rito e apparato solenne, celebra la nuova Pasqua e provvede alla continuazione di essa mediante l'istituzione divina dell'Eucaristia; l'indomani, sollevato tra cielo e terra, offre il salutare sacrificio della sua vita, e dal suo petto squarciato fa in certo modo sgorgare i Sacramenti che impartiscono alle anime i tesori della Redenzione. Facendo questo, Egli ha per unico scopo la gloria del Padre e la sempre maggiore santificazione dell'uomo.
Entrando, poi, nella sede della beatitudine celeste, vuole che il culto da Lui istituito e prestato durante la sua vita terrena continui ininterrottamente. Giacch Egli non lasci orfano il genere umano, ma come lo assiste sempre col suo continuo e valido patrocinio facendosi nostro avvocato in cielo presso il Padre (I Joh. 2, 1), cosi l'aiuta mediante la sua Chiesa, nella quale e indefettibilmente presente nel corso dei secoli. Chiesa che Egli ha costituito colonna di verit (I Tim. 3, 15) e dispensatrice di grazia, e che col sacrificio della Croce fond, consacr e conferm, in eterno.
La Chiesa, dunque, ha in comune col Verbo incarnato lo scopo, l'impegno e la funzione d'insegnare a tutti la verit, reggere e governare gli uomini, offrire a Dio il sacrificio accettabile e grato, e cosi ristabilire tra il Creatore e le creature quell'unione ed armonia che 1'Apostolo delle genti chiaramente indica con queste parole: "Voi non siete pi stranieri e ospiti, ma siete concittadini dei Santi e della famiglia di Dio, sovraedificati sul fondamento degli Apostoli e dei Profeti, con lo stesso Ges Cristo come pietra angolare, su cui tutto l'edificio insieme connesso s'innalza in tempio santo nel Signore, e sopra di lui anche voi siete insieme edificati in dimora di Dio nello Spirito" (Eph. 2, 19-22) Perci la societ fondata dal Divino Redentore non ha altro fine, sia con la sua dottrina e il suo governo, sia col Sacrificio ed i Sacramenti da Lui istituiti, sia infine col ministero da Lui affidatole, con le sue preghiere e il suo sangue, che crescere e dilatarsi sempre pi: il che avviene quando Cristo  edificato e dilatato nelle anime dei mortali, e quando, vicendevolmente, le anime dei mortali sono edificate e dilatate a Cristo; di maniera che in questo esilio terreno prosperi il tempio nel quale la Divina Maest riceve il culto grato e legittimo. In ogni azione liturgica, quindi, insieme con la Chiesa  presente il suo Divino Fondatore: Cristo  presente nell'augusto Sacrificio dell'altare sia nella persona del suo ministro, sia, massimamente, sotto le specie eucaristiche;  presente nei Sacramenti con la virt che in essi trasfonde perch siano strumenti efficaci di santit;  presente infine nelle lodi e nelle suppliche a Dio rivolte, come sta scritto: "Dove sono due o tre adunati in nome mio, ivi io sono in mezzo ad essi" (Matth. 18, 20).

Definizione della Liturgia

La sacra Liturgia  pertanto il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre, come Capo della Chiesa, ed  il culto che la societ dei fedeli rende al suo Capo e, per mezzo di Lui, all'Eterno Padre: , per dirla in breve, il culto integrale del Corpo mistico di Ges Cristo, cio del Capo e delle sue membra. L'azione liturgica ha inizio con la fondazione stessa della Chiesa, I primi cristiani, difatti, "erano assidui agli insegnamenti degli Apostoli e alla comune frazione del pane e alla preghiera" (Act. 2, 42). Dovunque i Pastori possono radunare un nucleo di fedeli, erigono un altare sul quale offrono il Sacrificio, e intorno ad esso vengono disposti altri riti adatti alla santificazione degli uomini e alla glorificazione di Dio. Tra questi riti sono, in primo luogo, i Sacramenti, cio le sette principali fonti di salvezza; poi la celebrazione della lode divina, con la quale i fedeli anche insieme riuniti obbediscono alla esortazione dell'Apostolo: "Istruendovi ed esortandovi tra voi con ogni sapienza, cantando a Dio nei vostri cuori, ispirati dalla grazia, salmi, inni e cantici spirituali" (Col. 3, 16); poi la lettura della Legge, dei Profeti, del Vangelo e delle Lettere Apostoliche, e infine l'omelia con la quale il Presidente dell'assemblea ricorda e commenta utilmente i precetti del Divino Maestro, g1i avvenimenti principali della sua vita, e ammonisce tutti ,oli astanti con opportune esortazioni ed esempi.
I1 culto si organizza e si sviluppa secondo le circostanze ed bisogni dei cristiani, si arricchisce di nuovi riti, cerimonie e formole, sempre con il medesimo intento: "affinch cio da quei segni noi siamo stimolati... ci sia noto il progresso compiuto e ci sentiamo sollecitati ad accrescerlo con maggior vigore: l'effetto, difatti,  pi degno se pi ardente  l'affetto che lo precede"(Sant'Agostino, Epist. CXXX ad Probam, 18). Cos l'anima pi e meglio si eleva verso Dio; cosi il sacerdozio di Ges Cristo  sempre in atto nella successione dei tempi, non essendo altro la Liturgia che l'esercizio di questo sacerdozio. Come il suo Capo divino, cosi la Chiesa assiste continuamente i suoi figli, li aiuta e li esorta alla santit, perch, ornati di questa soprannaturale dignit, possano un giorno far ritorno al Padre che  nei cieli. Essa rigenera alla vita celeste i nati alla vita terrena, li corrobora di Spirito Santo per la lotta contro il nemico implacabile; chiama i cristiani intorno agli altari e, con insistenti inviti, li esorta a celebrare e prender parte al Sacrificio Eucaristico, e li nutre col pane degli Angeli perch siano sempre pi saldi; purifica e consola coloro che il peccato fer e macchi; consacra con legittimo rito coloro che per divina vocazione sono chiamati al ministero sacerdotale; rinvigorisce con grazie e doni divini il casto connubio di quelli che sono destinati a fondare e costituire la famiglia cristiana; dopo averne confortato e ristorato col Viatico Eucaristico e la Sacra Unzione le ultime ore della vita terrena, accompagna al sepolcro con somma piet le spoglie dei suoi figli, le compone religiosamente, le protegge al riparo della Croce, perch possano un giorno risorgere trionfando sulla morte; benedice con particolare solennit quanti dedicano la loro vita al servizio divino nel conseguimento della perfezione religiosa; stende la sua mano soccorrevole alle anime che nelle fiamme della purificazione implorano preghiere e suffragi, per condurle finalmente alla eterna beatitudine.

Culto interno ed esterno

Tutto il complesso del culto che la Chiesa rende a Dio deve essere interno ed esterno.  esterno perch lo richiede la natura dell'uomo composto di anima e di corpo; perch Dio ha disposto che "conoscendoLo per meazo delle cose visibili, siamo attratti all'amore delle cose invisibili" (cfr. Missale Romanum, Prefazio della Nativit); perch tutto ci che viene dall'anima  naturalmente espresso dai sensi; di pi perch il culto divino appartiene non soltanto al singolo ma anche alla collettivit umana, e quindi  necessario che sia sociale, il che  impossibile, nell'ambito religioso, senza vincoli e manifestazioni esteriori; e, infine, perch  un mezzo che mette particolarmente in evidenza l'unit del Corpo Mistico, ne accresce i santi entusiasmi, ne rinsalda le forze e ne intensifica l'azione: "sebbene, infatti, le cerimonie, in se stesse, non contengano nessuna perfezione e saatit, tuttavia sono atti esterni di religione, che, come segni, stimolano l'anima alla venerazione dene cose sacre, elevano la mente alle realt soprannaturali, nutrono la piet, fomentano la carit, accrescono la fede, irrobustiscono la devozione, istruiscono i semplici, ornano il culto di Dio, conservano la religione e distinguono i veri dai falsi cristiani e dagli eterodossi" (Card. Bona, De divina psalmodia, cap. 19,  3.1).
Ma l'elemento essenziale del culto deve essere quello interno:  necessario, difatti, vivere sempre in Cristo, tutto a Lui dedicarsi, affinch in Lui, con Lui e per Lui si dia gloria al Padre. La sacra Liturgia richiede che questi due elementi siano intimamente congiunti; ci che essa non si stanca mai di ripetere ogni qualvolta prescrive un atto esterno di culto. Cos, per esempio, a proposito del digiuno ci esorta: "Affinch ci che la nostra osservanza professa esternamente, si operi di fatto nel nostro interno" (cfr. Missale Romanum, Segreta della feria quinta dopo la II Domenica di Quaresima). Diversamente, la religione diventa un formalismo senza fondamento e senza contenuto. Voi sapete, Venerabili Fratelli, che il Divino Maestro stima indegni del sacro tempio ed espelle coloro i quali credono di onorare Dio soltanto col suono di ben costrutte parole e con pose teatrali, e son persuasi di poter benissimo provvedere alla loro eterna salute senza sradicare dall'anima i vizi inveterati (Mc. 7, 6; Is. 29, 13). La Chiesa, pertanto, vuole che tutti fedeli si prostrino ai piedi del Redentore per professarGli il loro amore e la loro venerazione; vuole che le folle, come i fanciulli che andarono incontro a Cristo mentre entrava a Gerusalemme con gioiose acclamazioni, inneggino ed accompagnino il Re dei re e il Sommo Rutore di ogni beneficio con il canto di gloria e di ringraziamento; vuole che sul loro labbro siano preghiere, ora supplici ora liete e grate, con le quali come gli apostoli presso il lago di Tiberiade, possano sperimentare l'aiuto della sua misericordia e della sua potenza; o, come Pietro sul monte Tabor, abbandonino se stessi ed ogni lor cosa a Dio nei mistici trasporti della contemplazione.
Non hanno, perci, una esatta nozione della sacra Liturgia coloro i quali la ritengono come una parte soltanto esterna e sensibile del culto divino o come un cerimoniale decorativo; n sbagliano meno coloro, i quali la considerano come una mera somma di leggi e di precetti con i quali la Gerarchia ecclesiastica ordina il compimento dei riti.
Deve, quindi, essere ben noto a tutti che non si pu degnamente onorare Dio se l'anima non si rivolge al conseguimento della perfezione della vita, e che il culto reso a Dio dalla Chiesa in unione col suo Capo divino ha la massima efficacia di santificazione.
Questa efficacia se si tratta del Sacrificio Eucaristico e dei Sacramenti, proviene prima di tutto dal valore dell'azione in se stessa (ex opere operato); se poi si considera anche l'attivit propria della immacolata Sposa di Ges Cristo con la quale essa orna di preghiere e di sacre cerimonie il Sacrificio Eucaristico ed i Sacramenti, o, se si tratta dei Sacramentali e di altri riti istituiti dalla Gerarchia ecclesiastica, allora l'efficacia deriva piuttosto dall'azione della Chiesa (ex opere operantis Ecclesi ) in quanto essa  santa ed opera sempre in intima unione con il suo Capo.
A questo proposito, Venerabili Fratelli, desideriamo che voi rivolgiate la vostra attenzione alle nuove teorie sulla "piet oggettiva", le quali, sforzandosi di mettere in evidenza il mistero del Corpo Mistico, la realt effettiva della grazia santificante e l'azione divina dei Sacramenti e del Sacrificio eucaristico, vorrebbero trascurare o attenuare la "piet soggettiva" o personale.
Nelle celebrazioni liturgiche, e in particolare nell'augusto Sacrificio dell'altare, si continua senza dubbio l'opera della nostra Redenzione e se ne applicano i frutti. Cristo opera la nostra salvezza ogni giorno nei Sacramenti e nel suo Sacrificio, e, per loro mezzo, continuamente purifica e consacra a Dio il genere umano. Essi, dunque, hanno una virt oggettiva con la quale, di fatto, fanno partecipi le nostre anime della vita divina di Ges Cristo. Essi, dunque, hanno, non per nostra ma per divina virt, l'efficacia di collegare la piet delle membra con la piet del Capo, e di renderla, in certo modo, un'azione di tutta la comunit. Da questi profondi argomenti alcuni concludono che tutta la piet cristiana deve incentrarsi nel mistero del Corpo Mistico di Cristo, senza nessun riguardo personale e soggettivo, e perci ritengono che si debbano trascurare le altre pratiche religiose non strettamente liturgiche e compiute al di fuori del culto pubblico.
Tutti, per, possono rendersi conto che queste conclusioni circa le due specie di piet, sebbene i suesposti princip siano ottimi, sono del tutto false, insidiose e dannosissime.
 vero che i Sacramenti e il Sacrificio dell'altare hanno una intrinseca virt in quanto sono azioni di Cristo stesso che comunica e diffonde la grazia del Capo divino nelle membra del Corpo Mistico, ma, per aver la debita efficacia, essi esigono le buone disposizioni dell'anima nostra. Pertanto, a proposito della Eucaristia, S. Paolo ammonisce: "Ciascuno esamini se stesso e cosi mangi di quel pane e beva del calice" (I Cor. 11, 28). Perci la Chiesa definisce brevemente e chiaramente tutti gli esercizi con i quali l'anima nostra si purifica, specialmente durante la Quaresima: "i presidi della milizia cristiana" (cfr. Missale Romanum, Feria quarta delle Ceneri, Preghiera dopo l'imposizione delle Ceneri); sono infatti l'azione delle membra che, con l'aiuto della grazia, vogliono aderire al loro Capo perch "ci sia manifesta -per ripetere le parole di S.Agostino - nel nostro Capo la fonte stessa della grazia" (De pr destinatione Sanctorum, 31). Ma  da notarsi che queste membra sono vive, fornite di ragione e volont proprie, perci  necessario che esse, accostando le labbra alla fonte, prendano e assimilino l'alimento vitale e rimuovano tutto ci che pu impedirne l'efficacia. Si deve dunque affermare che l'opera della redeazione, in s indipendente dalla nostra volont, richiede l'intimo sforzo dell'anima nostra perch possiamo conseguire l'eterna salvezza.
Se la piet privata e interna dei singoli trascurasse l'augusto Sacrifcio dell'altare e i Sacramenti e si sottraesse all'influsso salvifico che emana dal Capo nelle membra, sarebbe senza dubbio riprovevole e sterile; ma quando tutte le disposizioni interne e gli esercizi di piet non strettamente liturgici fissano lo sguardo dell'animo sugli atti umani unicamente per indirizzarli al Padre che  nei cieli, per stimolare salutarmente gli uomini alla penitenza e al timor di Dio e, strappatili all'attrattiva del mondo e dei vizi, cundurli felicemente per arduo cammino al vertice della santit, allora sono non soltanto sommamente lodevoli, ma necessari, perch scoprono i pericoli della vita spirituale, ci spronano all'acquisto delle virt e aumentano il fervore col quale dobbiamo dedicarci tutti al servizio di Ges Cristo.

L'azione divina e la cooperazione umana

La genuina piet, che 1'Angelico chiama "devozione" e che  l'atto principale della virt della religione col quale gli uomini si ordinano rettamente, si orientano opportunamente verso Dio, e liberamente si dedicano al culto (San Tommaso, Summa Theol., 2.a 2. , q. 82, a. 1), ha bisogno della meditazione delle realt soprannaturali e delle pratiche spirituali perch si alimenti, stimoli e vigoreggi, e ci animi alla perfezione. Poich la religione cristiana debitamente praticata richiede soprattutto che la volont si consacri a Dio e influisca sulle altre facolt dell'anima. Ma ogni atto di volont presuppone l'esercizio della intelligenza, e, prima che si concepisca il desiderio e il proposito di darsi a Dio per mezzo del sacrificio,  assolutamente necessaria la conoscenza degli argomenti e dei motivi che impongono la religione, come, per esempio, il fine ultimo dell'uomo e la grandezza della divina maest, il dovere della soggezione al Creatore, i tesori inesauribili dell'amore col quale Egli ci vuole arricchire, la necessit della grazia per giungere alla meta assegnataci, e la via particolare che la divina Provvidenza ci ha preparata unendoci tutti come membra di un Corpo a Ges Cristo Capo. E poich non sempre i motivi dell'amore fanno presa sull'anima agitata dalle passioni,  molto opportuno che ci impressioni anche la salutare considerazione della divina giustizia per ridurci alla cristiana umilt, alla penitenza ed alla emendazione.
Tutte queste considerazioni non devono essere una vuota ed astratta reminiscenza, ma devono mirare effettivamente a sottomettere i nostri sensi e le loro facolt alla ragione illuminata dalla fede, a purificare l'anima che si unisca ogni giorno pi intimamente a Cristo e sempre pi si conformi a Lui e da Lui attinga l'ispirazione e la forza divina di cui ha bisogno, e ad essere agli uomini stimolo sempre pi efficace al bene, alla fedelt al proprio dovere, alla pratica della religione, al fervente esercizio della virt secondo l'insegnamento: "voi siete di Cristo e Cristo  di Dio" (I Cor. 3, 23). Tutto, dunque, sia organico e teocentrico, se vogliamo davvero che tutto sia indirizzato alla gloria di Dio per la vita e la virt che ci viene dal nostro Capo divino: "avendo, dunque, fiducia di entrare nel Santo dei Santi, per il Sangue di Cristo, per la via nuova e vivente che Egli inaugur per noi attraverso il velo, cio attraverso la sua carne, e avendo un gran sacerdote preposto alla casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, con pienezza di fede, purgato il cuore da coscienza di colpa e lavato il corpo con acqua monda, attacchiamoci incrollabilmente alla professione della nostra speranza... e stiamo attenti gli uni agli altri per stimolarci alla carit e alle opere huone" (Heb. 10, 19-24).
Da ci deriva l'armonioso equilibrio delle membra del Corpo Mistico di Ges Cristo. Con l'insegnamento della fede cattolica, con l'esortazione alla osservanza dei cristiani precetti, la Chiesa prepara la via alla sua azione propriamente sacerdotale e santificatrice; ci dispone ad una pi intima contemplazione della vita del Divino Redentore e ci conduce ad una pi profonda conoscenza dei misteri della fede, perch ne ricaviamo soprannaturale alimento e forza per un sicuro progresso nella vita perfetta, per mezzo di Ges Cristo. Non soltanto per opera dei suoi ministri, ma anche per quella dei singoli fedeli in tal modo imbevuti dello Spirito di Ges Cristo, la Chiesa si sforza di compenetrare di questo stesso spirito la vita e l'attivit privata, coniugale, sociale e perfino economica e politica degli uomini perch tutti coloro che si chiamano figli di Dio possano pi facilmente conseguire il loro fine.
In questa maniera l'azione privata e lo sforzo ascetico diretto alla purificazione dell'anima stimolano le energie dei fedeli, e li dispongono a partecipare con migliori disposizioni all'augusto Sacrificio dell'altare, a ricevere i Sacramenti con frutto maggiore, ed a celebrare i sacri riti in modo da uscirne pi animati e formati alla preghiera ed alla cristiana abnegazione, a cooperare attivamente alle ispirazioni ed agli inviti della grazia e ad imitare ogni giorno pi le virt del Redentore, non soltanto per il loro proprio vantaggio, ma anche per quelln di tutto il corpo della Chiesa, nel quale tutto il bene che si compie proviene dalla virt del Capo e ridonda a beneficio delle membra.
Perci nella vita spirituale nessuna opposizione o ripugnanza pu esservi tra l'azione divina, che infonde la grazia nelle anime per continuare la nostra redenzione, e l'operosa collaborazione dell'uomo, che non deve render vano il dono di Dio (II Cor. 6, 1); tra l'efficacia del rito esterno dei Sacramenti che proviene dall'intrinseco valore di esso (ex opere operato) e il merito di chi li amministra o li riceve (opus operantis); tra le orazioni private e le preghiere pubbliche; fra l'etica e la contemplazione; fra la vita ascetica e la piet liturgica; fra il potere di giurisdizionc e di legittimo magistero, e la potest eminentemente sacerdotale che si esercita nello stesso sacro ministero (cfr. CJC, cann. 125, 126, 565, 571, 595, 1367).
Per gravi motivi la Chiesa prescrive ai ministri dell'altare e ai religiosi che, nei tempi stabiliti, attendano ala pia meditazione, al diligente esame ed emendamento della coscienza, e agli altri spirituali esercizi, poich essi sono in modo particolare destinati a compiere le funzioni liturgiche del Sacrificio e della lode divina. Senza dubbio la preghiera liturgica, essendo publlica supplica della inclita Sposa di Ges Cristo, ha una dignit maggiore di quella delle preghiere private; ma questa superiorit non vuol dire che fra questi due generi di preghiera ci sia contrasto od opposizione. Tutt'e due si fondono e si armonizzano perch animate da un unico spirito: "tutto e in tutti Cristo" (Col. 3, 11), e tendono allo stesso scopo: finch il Cristo non sia formato in noi (Gal. 4, 19).

Culto e Gerarchia

Per meglio comprendere, poi, la sacra Liturgia,  necessario considerare un altro suo importante carattere. La Chiesa  una societ, ed esige, perci, una sua propria autorit e gerarchia. Se tutte le membra del Corpo Mistico partecipano ai medesimi beni e tendono ai medesimi fini, non tutte godono dello stesso potere e sono abilitate a compiere le medesime azioni. Il Divin Redentore ha, difatti, stabilito il suo Regno sulle fondamenta dell'Ordine sacro, che  un riflesso della celeste Gerarchia. Ai soli Apostoli ed a coloro che, dopo di essi, hanno ricevuto dai loro successori l'imposlzlone delle mani,  conferita la potest sacerdotale, in virt della quale, come reppresentano davanti al popolo loro affidato la persona di Ges Cristo, cos rappresentano il popolo davanti a Dio. Questo sacerdozio non viene trasmesso n per eredit n per discendenza carnale, n risulta per emanazione della comunit cristiana o per deputazione popolare. Prima di rappresentare il popolo presso Dio, il sacerdote rappresenta il divin Redentore, e perch Ges Cristo  il Capo di quel corpo di cui i cristiani sono membra, egli rappresenta Dio presso il suo popolo. La potest conferitagli, dunque, non ha nulla di umano nella sua natura;  soprannaturale e viene da Dio: "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi... (Joh. 20, 21), chi ascolta voi, ascolta me... (Luc. 10, 16), andando in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura; chi creder e sar battezzato, sar salvo "(Marc. 16, 15-16). Perci il sacerdozio esterno e visibile di Ges Cristo si trasmette nella Chiesa non in modo universale, generico e indeterminato, ma  conferito a individui eletti, con la generazione sprituale dell'Ordine, uno dei sette Sacramenti, il quale non solo conferisce una grazia particolare, propria di questo stato e di questo ufficio, ma anche un carattere indelebile, che configura i sacri ministri a Ges Cristo sacerdote, dimostrandoli adatti a compiere quei legittimi atti di religione con i quali gli uomini sono santificati e Dio  glorificato, secondo le esigenze dell'economia soprannaturale.
Difatti, come il lavacro del Battesimo distingue i cristiani e li separa dagli altri che non sono stati lavati nell'onda purificatrice e non sono membra di Cristo, cos il Sacramento dell'Ordine distingue sacerdoti da tutti gli altri cristiani non consacrati, perch essi soltanto, per vocazione soprannaturale, sono stati introdotti all'augusto ministero che li destina ai sacri altari e li costituisce divini strumenti per mezzo dei quali si partecipa alla vita soprannaturale col Mistico Corpo di Ges Cristo. Inoltre, come abbiamo gi detto, essi soltanto sono segnati col carattere indelebile che li configura al sacerdozio di Cristo, e le loro mani soltanto sono consacrate "perch sia benedetto tutto ci che benedicono, e tutto ci che consacrano sia consacrato e santificato in nome del Signor Nostro Ges Cristo" . Ai sacerdoti, dunque, deve ricorrere chiunque vuol vivere in Cristo, perche da essi riceva il conforto e l'alimento della vita spirituale, il farmaco salutare che lo saner e lo rinvigorir, perch possa felicemente risorgere dalla perdizione e dalla rovina dei vizi; da essi, infine, ricever la benedizione che consacra la famiglia, e da essi l'ultimo anelito della vita mortale sar diretto all'ingresso nella beatitudine eterna.
Poich, dunque, la sacra Liturgia  compiuta soprattutto dai sacerdoti in nome della Chiesa, la sua organizzazione, il suo regolamento e la sua forma non possono che dipendere dall'autorita della Chiesa. Questa  non soltanto una conseguenza della natura stessa del culto cristiano, ma  anche confermata dalle testimonianze della storia.

Liturgia e dogma

Questo inconcusso diritto della Gerarchia Ecclesiastica  provato anche dal fatto che la sacra Liturgia ha strette attinenze con quei principi dottrinali che la Chiesa propone come facenti parte di certissime verit, e perci deve conformarsi ai dettami della fede cattolica proclamati dall'autorit del supremo Magistero per tutelare la integrit della religione nvelata da Dio.
A questo proposito, Venerabili Fratelli, riteniamo di porre nella sua giusta luce una cosa che pensiamo non esservi ignota: l'errore, cio, di coloro i quali pretesero che la sacra Liturgia fosse quasi un esperimento del dogma, in quanto che se una di queste verit avesse, attraverso i riti della sacra Liturgia, portato frutti di piet e di santit, la Chiesa avrebbe dovuto approvarla, diversamente l'avrebbe ripudiata. Donde quel principio: La legge della preghiera e legge della fede (Lex orandli, lex credendi) .
Non , per, cos che insegna e comanda la Chiesa. Il culto che essa rende a Dio , come brevemente e chiaramente dice S. Agostino, una continua professione di fede cattolica e un esercizio della speranza e della carit: "Dio si deve onorare con la fede, la speranza e la carit" . Nella sacra Liturgia facciamo esplicita professione di fede non soltanto con la celebrazione dei divini misteri, con il compimento del Sacrificio e l'amministrazione dei Sacramenti, ma anche recitando e cantando il Simbolo della fede, che e come il distintivo e la tessera dei crisriani, con la lettura di altri documenti e delle Sacre Lettere scritte per ispirazione dello Spirito Santo. Tutta la Liturgia ha, dunque, un contenuto di fede cattolica, in quanto attesta pubblicamente la fede della Chiesa.
Per questo motivo, sempre che si  trattato di definire un dogma, i Sommi Pontefici e i Concili, attingendo ai cosddetti "Fonti teologici", non di rado hanno desunto argomenti anche da questa sacra disciplina; come fece, per esempio, il Nostro Predecessore di immortale memoria Pio IX quando defin l'Immacolata Conceziune di Maria Vergine. Allo stesso modo, anche la Chicsa e i Santi Padri, quando si discutcva di una verit controversa o messa in dubbio, non hanno mancato di chiedere luce anche ai riti venerabili trasmessi dall'antichit. Cos si ha la nota e veneranda sentenza: "La legge della preghiera stabilisca la legge della fede" (Legem credendi lex statuat supplicandi) . La Liturgia, dunque, non determina n costituisce il senso assoluto e per virt propria la fede cattolica, ma piuttosto, essendo anche una professione delle celesti verit, professione sottoposta al Supremo Magistero della Chiesa, pu fornire argomenti e testimonianze di non poco valore per chiarire un punto particolare della dottrina cristiana. Che se vogliarno distinguere e determinare in modo generale ed assoluto le relazioni che intercorrono tra fede e Liturgia, si pu affermare con ragione che "la legge della fede deve stabilire la legge della preghiera" . Lo stesso deve dirsi anche quando si tratta delle altre virt teologiche: "Nella... fede, nella speranza e nella carit preghiamo sempre con desiderio continuo" .

Progresso e sviluppo della Liturgia

La Gerarchia Ecclesiastica ha sempre usato di questo suo diritto in materia liturgica allestendo e ordinando il culto divino e arricchendolo di sempre nuovo splendore e decoro a gloria di Dio e per il vantaggio dei fedeli. Non dubit, inoltre - salva la sostanza del Sacriticio Eucaristico e dei Sacramenti - mutare ci che non riteneva adatto, aggiungere ci che meglio sembrava contribuire all'onore di Ges Cristo e della Trinit augusta alla istruzione e a stimolo salutare del popolo cristiano .
La sacra Liturgia, difatti, consta di elementi umani e di elementi divini: questi, essendo stati istituiti dal Divin Redentore, non possono, evidentemente, esser mutati dagli uomini; quelli, invece, possono subire varie modifiche, approvate dalla sacra Gerarchia assistita dallo Spirito Santo, secondo le esigenze dei tempi, delle cose e delle anime. Da qui nasce la stupenda variet dei riti orientali ed occidentali; da qui lo sviluppo progressivo di particolari consuetudini religiose e pratiche di piet inizialmente appena accennate; di qui viene che talvolta sono richiamate nell'uso e rinnovate pie istituzisni obliterate dal tempo. Tutto ci testimonia la vita della intemerata Sposa di Ges Cristo durante tanti secoli; esprime il linguaggio da essa usato per manifestare al suo Sposo divino la fede e l'amore inesausto suo e delle genti ad essa affidate; dimostra la sua sapiente pedagogia per stimolare e incrementare nei credenti il "senso di Cristo".
Non poche, in verit, sono le cause per le quali si spiega e si evolve il progresso della sacra Liturgia durante la lunga e gloriosa storia della Chiesa. Cos, per esempio, una pi certa ed ampia formulazione della dottrina cattolica sulla incarnazione del Verbo di Dio, sul Sacramento e sul Sacrificio Eucaristico, sulla Vergine Maria Madre di Dio, ha contribuito all'adozione di nuovi riti per mezzo dei quali la luce pi splendidamente brillata nella dichiarazione del magistero ecclesiastico, si rifletteva meglio e pi chiaramente nelle azioni liturgiche, per giungere con maggiore facilit alla mente e al cuore del popolo cristiano.
L'ulteriore sviluppo della disciplina ecclesiastica nell'amministrazione dei Sacramenti, per esempio del Sacramento della Penitenza, l'istituzione e poi la scomparsa del catecumenato, la Comunione Eucaristica sotto una sola specie nella Chiesa Latina, ha contribuito non poco alla modificazione degli aatichi riti ed alla graduale adozione di nuovi e pi confacenti alle mutate disposizioni disciplinari.
A questa evoluzione e a questi mutamenti contribuirono notevolmente le iniziative e le pratiche pie non strettamente connesse con la sacra Liturgia, nate nelle epoche successive per mirabile disposizione di Dio e cos diffuse nel popolo: come, per esempio, il culto pi esteso e pi fervido della divina Eucaristia, della passione acerbissima del nostro Redentore, del sacratissimo Cuore di Ges, della Vcrgine Madre di Dio e del suo purissimo Sposo.
Tra le circostanze esteriori ebbero la loro parte i pubblici pellegrinaggi di devozianc ai sepolcri dei martiri, l'osservanza di particolari digiuni istituiti allo stesso fine, le processioni stazionali di penitenza che si celebravano in questa alma Citt e allc quali non di rado interveniva anche il Sommo Pontefice.
 pure facilmente comprerisibile come il progresso delle belle arti, in special modo dell'architettura, della pittura e della musica, abbiano influito non poco sul determinarsi e il vario conformarsi degli elementi esteriori della sacra Liturgia.

La sola autorit competente

Del medesimo suo diritto in materia liturgica si  servita la Chiesa per tutelare la santit del culto contro gli abusi temerarianaente introdotti dai privati e dalle chiese particolari. Cos accadde che, moltiplicandosi usi e consuetudini di questo genere durante il secolo XVI, e mettendo le iniziative private in pericolo l'integrit della fede e della piet con grande vantaggio degli eretici e a progaganda del loro errore, il Nostro Predecessore di immortale memoria Sisto V, per difendere i legittimi riti della Chiesa e impedire le infiltrazioni spurie, istitu nel 1588 la Congregazione dei riti , organo cui tuttora compete di ordinare e prescrivere con vigile cura tutto ci che riguarda la sacra Liturgia .
Perci il solo Sommo Pontefice ha il diritto di riconoscere e stabilire qualsiasi prassi di culto, di introdurre e approvare nuovi riti e di mutare quelli che giudica doversi mutare ; i Vescovi, poi, hanno il diritto e il dovere di vigilare diligentemente perch le prescrizioni dei sacri canoni relative al culto divino siano puntualmente osservate . Non  possibile lasciare all'arbitrio dei privati, siano pure essi membri del Clero, le cose sante e venerande che riguardano la vita religiosa della comunit cristiana, l'esercizio del sacerdozio di Ges Cristo e il culto divino, l'onore che si deve alla SS. Trinit, al Verbo Incarnato, alla sua augusta Madre c agli altri Santi, e la salvezaa degli uomini; per lo stesso motivo a nessuno  permesso di regolare in questo campo azioni esterne che hanno un intimo nesso con la disciplina ecclesiastica, con l'ordine, l'unit e la concordia del Corpo Mistico, e non di rado con la stessa integrit della fede cattolica .

Innovazioni temerarie

Certo, la Chiesa  un organismo vivente, e perci, anche per quel che riguarda la sacra Liturgia, ferma restando l'integrit del suo insegnamento, cresce e si sviluppa, adattandosi e conformandosi alle circostanze ed alle esigenze che si verificatlo nel corso del tempo; tuttavia  severamente da riprovarsi il temerario ardimento di coloro che di proposito introducono nuove consuetudini liturgiche o fanno rivivere riti gi caduti in disuso e che non concordano con le leggi e le rubriche vigenti. Cos, non senza grande dolore, sappiamo che accade non soltanto in cose di poca, ma anche di gravissima importanza; non manca,difatti, chi usa la lingua volgare nella celebrazione del Sacrificio Eucaristico, chi trasferisce ad altri tempi feste fissate gi per ponderate ragioni; chi esclude dai legittimi libri della preghiera pubblica gli scritti del Vecchio Testamento, reputandoli poco adatti ed opportuni per i nostri tempi.
L'uso della lingua latina come vige nella gran parte della Chiesa,  un chiaro e nobile segno di unit e un efficace antidoto ad ogni corruttela della pura dottrina. In molti riti, peraltro, l'uso della lingua volgare pu essere assai utile per il popolo, ma soltanto la Sede Apostolica ha il potere di concederlo, e perci in questo campo nulla  lecito fare senza il suo giudizio e la sua approvazione, perch, come abbiamo detto, l'ordinamento della sacra Liturgia  di sua esclusiva competenza .
Allo stesso modo si devono giudicare gli sforzi di alcuni per ripristinare certi antichi riti e Cerimonie. La Liturgia dell'epoca antica  senza dubbio degna di venerazione, ma un antico uso non , a motivo soltanto della sua antichit, il migliore sia in se stesso sia in relazione ai tempi posteriori ed alle nuove condizioni verificatesi. Anche i riti liturgici pi recenti sono rispettabili, poich sono sorti per influsso dello Spirito Santo che  con la Chiesa fino alla consumazione dei secoli , e sono mezzi dei quali l'inclita Sposa di Ges Cristo si serve per stimolare e procurare la santit degli uomini.
 certamente cosa saggia e lodevolissima riisalire con la mente e con l'anima alle fonti della sacra Liturgia, perch il suo studio, riiportandosi alle origini, aiuta non poco a comprendere il significato delle feste e a indagare con maggiore profondit e accuratezza il senso delle cerimonie; ma non  sertamente cosa altrettanto saggia e lodevole ridurre tutto e in ogni modo all'antico. Cos, per fare un esemgio, f uori strada chi vuole restituire all'altare l'antica forma di mensa; chi vuole eliminare dai paramenti lituigici il colore nero; chi vuole escludere dai templi le immagini e le statue sacre; chi vuole cancellare nella raffiguraaione del Redentore crocifisso i dolori acerrimi da Lui sofferti; chi ripudia e riprova il canto polifonico anche quando  conforme alle norme emanate dalla Santa Sede .
Come, difatti, nessun cattolico di senso pu rifiutare le formulazioni della dottrina cristiana composte e decretate con grande vantaggio in epoca pi recente dalla Chiesa, ispirata e retta dallo Spirito Santo, per ritornare alle antiche formule dei primi Concili, o pu ripudiare le leggi vigenti per ritornare alle prescrizioni delle antiche fonti del Diritto Canonico, cos, quando si tratta della sacra Liturgia, non sarebbe animato da zelo retto e intelligente colui il quale volesse tornare agli antichi riti ed usi ripudiando le nuove norme introdotte per disposizione della Divina Provvidenza e per le mutate circostanze. Questo modo di pensare e di agire, difatti, fa rivivere l'eccessivo ed insano archeologismo suscitato dall'illegittimo concilio di Pistoia, e si sforza di ripristinare i molteplici errori che furono le premesse di quel conciliabolo e ne seguirono con grande danno delle anime, e che la Chiesa, vigilante custode del "deposito della fede" affidatole dal suo Divino Fondatore, a buon diritto condann . Siffatti deplorevoli propositi ed iniziative tendono a paralizzare l'azione santificatrice con la quale la sacra Liturgia indirizza salutarmente al Padre celeste i figli di adozione.
Tutto, dunque, sia fatto nella necessaria unione con la Gerarchia ecclesiastica. Nessuno si arroghi il diritto di essere legge a se stesso e di imporla agli altri di sua volont. Soltanto il Sommo Pontefice, in qualit di successore di Pietro al quale il Divin Redentore affid il gregge universale , ed insieme i Vescovi che, sotto la dipendenza della Sede Apostolica, "lo Spirito Santo pose... a reggere la Chiesa di Dio" , hanno il diritto e il dovere di governare il popolo cristiano. Perci, Venerabili Fratelli, ogni qual volta voi tutelate la vostra autorit all'occorrenza anche con severit salutare, non soltanto adempite il vostro dovere, ma difendete la volont stessa del Fondatore della Chiesa.

Il Culto Eucaristico

Il mistero della Santissima Eucaristia, istituita dal Sommo Sacerdote Ges Cristo e rinnovata in perpetuo per sua volont dai suoi ministri,  come la somma e il centro della religione cristiana. Trattandosi del culmine della sacra Liturgia, riteniamo opportuno, Venerabili Fratelli, indugiare alquanto e richiamare la vostra attenzione su questo gravissimo argomento.

Il Sacrifizio Eucaristico

Cristo Signore, "sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedec"  che, "avendo amato i suoi che erano nel mondo" , "nell'ultima cena, nella notte in cui veniva tradito, per lasciare alla Chiesa sua sposa diletta un sacrificio visibile - come lo esige la natura degli uomini - che rappresentasse il sacrificio cruento, che una volta tanto doveva compiersi sulla Croce, e perch il suo ricordo restasse fino alla fine dei secoli, e ne venisse applicata la salutare virt in remissione dei nostri quotidiani peccati, ... offr a Dio Padre il suo Corpo e il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino e ne diede agli Apostoli allora costituiti sacerdoti del Nuovo Testamento, perch sotto le stesse specie lo ricevessero, mentre ordin ad essi e ai loro successori nel sacerdozio, di offrirlo" .
L'augusto Sacrificio dell'altare non , dunque, una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Ges Cristo, ma  un vero e proprio sacrificio, nel quale, immolandosi incruentamente, il Sommo Sacerdote fa ci che fece una volta sulla Croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissima. " Una... e identica  la vittima; egli medesimo, che adesso offre per ministero dei sacerdoti, si offr allora sulla Croce;  diverso soltanto il modo di fare l'offerta" .
Identico, quindi,  il sacerdote, Ges Cristo, la cui sacra persona  rappresentata dal suo ministro. Questi, per la consacrazione sacerdotale ricevuta, assomiglia al Sommo Sacerdote, ed ha il potere di agire in virt e nella persona di Cristo stesso ; perci, con la sua azione sacerdotale, in certo modo "presta a Cristo la sua lingua, gli offre la sua mano" .
Parimente identica  la vittima, cio il Divin Redentore, secondo la sua umana natura e nella realt del suo Corpo e del suo Sangue. Differente, per, e il modo col quale Cristo  offerto. Sulla Croce, difatti, Egli offr a Dio tutto se stesso e le sue sofferenze, e l'immolazione della vittima fu compiuta per mezzo di una morte cruenta liberamente subita; sull'altare, invece, a causa dello stato glorioso della sua umana natura, "la morte non ha pi dominio su di Lui"  e quindi non  possibile l'effusione del sangue; ma la divina sapienza ha trovato il modo mirabile di rendere manifesto il sacrificio del nostro Redentore con segni esteriori che sono simboli di morte. Giacch, per mezzo della transustanziazione del pane in corpo e del vino in sangue di Cristo, come si ha realmente presente il suo corpo, cos si ha il suo sangue; le specie eucaristiche poi, sotto le quali  presente, simboleggiano la cruenta separazione del corpo e del sangue. Cosi il memoriale della sua morte reale sul Calvario si ripete in ogni sacrificio dell'altare, perch per mezzo di simboli distinti si significa e dimostra che Ges Cristo  in stato di vittima .
Identici, finalmente, sono i fini, di cui il primo  la glorificazione di Dio. Dalla nascita alla morte, Ges Cristo fu divorato dallo zelo della gloria divina, e, dalla Croce, l'offerta del sangue arriv al cielo in odore di soavit. E perch questo inno non abbia mai a cessare, nel Sacrificio Eucaristico le membra si uniscono al loro Capo divino e con Lui, con gli Angeli e gli Arcangeli, cantano a Dio lodi perenni , dando al Padre onnipotente ogni onore e gloria .
Il secondo fine  il ringraziamento a Dio. Il Divino Redentore soltanto, come Figlio di predilezione dell'Eterno Padre di cui conosceva l'immenso amore, pot innalzarGli un degno inno di ringraziamento. A questo mir e questo volle "rendendo grazie",  nell'ultima cena, e non cess di farlo sulla Croce, non cessa di farlo nell'augusto Sacrificio dell'altare, il cui significato  appunto l'azione di grazie o eucaristica, e ci perch  "cosa veramente degna e giusta, equa e salutare" .
Il terzo fine  l'espiazione e la propiziazione. Certamente nessuno al di fuori di Cristo poteva dare a Dio Onnipotente adeguata soddisfazione per le colpe del genere umano; Egli, quindi, volle immolarsi in Croce "propiziazione per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo" . Sugli altari si offre egualmente ogni giorno per la nostra redenzione, affinch, liberati dalla eterna dannazione, siamo accolti nel gregge degli eletti. E questo non soltanto per noi che siamo in questa vita mortale, ma anche "per tutti coloro che riposano in Cristo, che ci hanno preceduto col segno della fede e dormono il sonno della pace" ; poich sia che viviamo, sia che moriamo, "non ci separiamo dall'unico Cristo" .
Il quarto fine  l'impetrazione. Figlio prodigo, l'uomo ha male speso e dissipato tutti i beni ricevuti dal Padre celeste, perci  ridotto in somma miseria e squallore; dalla Croce, per, Cristo "avendo a gran voce e con lacrime offerto preghiere e suppliche...  stato esaudito per la sua piet" , e sui sacri altari esercita la stessa efficace mediazione affinch siamo colmati d'ogni benedizione e grazia. Si comprende pertanto facilmente perch il sacrosanto Concilio di Trento affermi che col Sacrificio Eucaristico ci viene applicata la salutare virt della Croce per la remissione dei nostri quotidiani peccati .
L'Apostolo delle genti, poi, proclamando la sovrabbondante pienezza e perfezione del Sacrificio della Croce, ha dichiarato che Cristo con una sola oblazione rese perfetti in perpetuo i santificati . I meriti di questo Sacrificio, difatti, infiniti ed immensi, non hanno confini: si estendono alla universalit degli uomini di ogni luogo e di ogni tempo, perch, in esso, sacerdote e vittima  il Dio Uomo; perch la sua immolazione come la sua obbedienza alla volont dell'Eterno Padre fu perfettissima, e perch Egli ha voluto morire come Capo del genere umano: "Considera come fu trattato il nostro riscatto: Cristo pende dal legno: vedi a qual prezzo compr...; vers il suo sangue, compr col suo sangue, col sangue dell'Agnello immacolato, col sangue dell'unico Figlio di Dio... Chi compra  Cristo, il prezzo  il sangue, il possesso  tutto il mondo" .

L'efficia del Sacrifizio

Questo riscatto, per, non ebbe subito il suo pieno effetto:  necessario che Cristo, dopo aver riscattato il mondo col carissimo prezzo di se stesso, entri nel reale ed effettivo possesso delle anime. Quindi, affinch, col gradimento di Dio, si compia per tutti gli individui e per tutte le generazioni fino alla fine dei secoli, la loro redenzione e salvezza,  assolutamente necessario che ognuno venga a contatto vitale col Sacrificio della Croce, e cos i meriti che da esso derivano siano loro trasmessi ed applicati. Si pu dire che Cristo ha costruito sul Calvario una piscina di purificazione e di salvezza che riempi col sangue da Lui versato; ma se gli uomini non si immergono nelle sue onde e non vi lavano le macchie delle loro iniquit, non possono certamente essere purificati e salvati .
Affinch, quindi, i singoli peccatori si mondino nel sangue dell'Agnello,  necessaria la collaborazione dei fedeli. Sebbene Cristo, parlando in generale, abbia riconciliato col Padre per mezzo della sua morte cruenta tutto il genere umano, volle tuttavia che tutti si accostassero e fossero condotti alla Croce per mezzo dei Sacramenti e per mezzo del Sacrificio dell'Eucaristia, per poter conseguire i frutti salutari da Lui guadagnati sulla Croce. Con questa attuale e personale partecipazione, siccome le membra si configurano ogni giorno pi al loro Capo divino, cos anche la salute che viene dal Capo fluisce nelle membra, in modo che ognuno di noi pu ripetere le parole di San Paolo: "Sono confitto con Cristo in Croce e vivo non gi io, ma vive in me Cristo" . Come, difatti, in altra occasione abbiamo di proposito e concisamente detto, Ges Cristo "mentre moriva sulla Croce, don, alla sua Chiesa, senza nessuna cooperazione da parte di essa, l'immenso tesoro della redenzione; quando invece si tratta di distribuire tale tesoro, egli non solo partecipa con la sua Sposa incontaminata quest'opera di santificazione, ma vuole che tale attivit scaturisca in qualche modo anche dall'azione di lei" .
L'augusto Sacrificio dell'altare  un insigne strumento per la distribuzione ai credenti dei meriti derivati dalla Croce del Divin Redentore: "ogni volta che viene offerto questo Sacrificio, si compie l'opera della nostra Redenzione" . Esso, per, anzich diminuire la dignit del Sacrificio cruento, ne fa risaltare, come afferma il Concilio di Trento , la grandezza proclama la necessita, Rinnovato ogni giorno, ci ammonisce che non c' salvezza al di fuori della Croce del Signore nostro Ges Cristo ; che Dio vuole la continuazione di questo Sacrificio "dal sorgere al tramontare del sole"  perch non cessi mai l'inno di glorificazione e di ringraziamento che gli uomini debbono al Creatore dal momento che hanno bisogno del suo continuo aiuto e del sangue del Redentore per cancellare i peccati che offendono la sua giustizia.

La partecipazione dei fedeli

 necessario dunque, Venerabili Fratelli, che tutti i fedeli considerino loro principale dovere e somma dignit partecipare al Sacrificio Eucaristico non con un'assistenza passiva, negligente e distratta, ma contale impegno e fervore da porsi in intimo contatto col Sommo Sacerdote , come dice l'Apostolo: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Ges , offrendo con Lui e per Lui, santificandosi con Lui.
 ben vero che Ges Cristo  sacerdote, ma non per se stesso, bens per noi, presentando all'Eterno Padre i voti e i religiosi sensi di tutto il genere umano; Ges  vittima, ma per noi, sostituendosi all'uomo peccatore; ora il detto dell'Apostolo: "abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Ges" esige da rutti i cristiani di riprodurre in s, per quanto  in potere dell'uomo, lo stesso stato d'animo che aveva il Divin Redentore quando faceva il Sacrificio di s: l'umile sottomissione dello spirito, cio, l'adorazione, l'onore, la lode e il ringraziamento alla somma Maest di Dio; richiede, inoltre, di riprodurre in se stessi le condizioni della vittima: l'abnegazione di s secondo i precetti del Vangelo, il volontario e spontaneo esercizio della penitenza, il dolore e l'espiazione dei propri peccati. Esige, in una parola, la nostra mistica morte in Croce con Cristo, in modo da poter dire con San Paolo: "sono confitto con Cristo in Croce" .
 necessario, Venerabili Fratelli, spiegare chiaramente al vostro gregge come il fatto che i fedeli prendono parte al Sacrificio Eucaristico non significa tuttavia che essi godano di poteri sacerdotali.
Vi sono difatti, ai nostri giorni, alcuni che, avvicinandosi ad errori gi condannati , insegnano che nel Nuovo Testamento si conosce soltanto un sacerdozio che spetta a tutti i battezzati, e che il precetto dato da Ges agli Apostoli nell'ultima cena di fare ci che Egli aveva fatto, si riferisce direttamente a tutta la Chiesa dei cristiani, e, soltanto in seguito,  sottentrato il sacerdozio gerarchico. Sostengono, perci, che solo il popolo gode di una vera potest sacerdotale, mentre il sacerdote agisce unicamente per ufficio concessogli dalla comunit. Essi ritengono, in conseguenza, che il Sacrificio Eucaristico  una vera e propria "concelebrazione" e che  meglio che i sacerdoti "concelebrino" insieme col popolo presente piuttosto che, nell'assenza di esso, offrano privatamente il Sacrificio .
 inutile spiegare quanto questi capziosi errori siano in contrasto con le verit pi sopra dimostrate, quando abbiamo parlato del posto che compete al sacerdote nel Corpo Mistico di Ges. Ricordiamo solamente che il sacerdote fa le veci del popolo perch rappresenta la persona di Nostro Signore Ges Cristo in quanto Egli  Capo di tutte le membra ed offr se stesso per esse: perci va all'altare come ministro di Cristo, a Lui inferiore, ma superiore al popolo . I1 popolo invece, non rappresentando per nessun motivo la persona del Divin Redentore, n essendo mediatore tra s e Dio, non pu in nessun modo godere di poteri sacerdotali .

La partecipazione all'oblazione

Tutto ci consta di fede certa; ma si deve inoltre affermare che anche i fedeli offrono la vittima divina, sotto un diverso aspetto .
Lo dichiararono apertamente gi alcuni Nostri Predecessori e Dottori della Chiesa. "Non soltanto - cos Innocenzo III di immortale memoria - offrono i sacerdoti, ma anche tutti i fedeli: poich ci che in particolare si compie per ministero dei sacerdoti, si compie universalmente per voto dei fedeli " . E Ci piace citare almeno uno dei molti testi di San Roberto Bellarmino a questo proposito: "il Sacrificio - egli dice -  offerto principalmente in persona di Cristo. Perci l'oblazione che segue alla consacrazione attesta che tutta la Chiesa consente nella oblazione fatta da Cristo e offre insieme con Lui" .
Con non minore chiarezza i riti e le preghiere del Sacrificio Eucaristico significano e dimostrano che l'oblazione della vittima  fatta dai sacerdoti in unione con il popolo. Infatti, non soltanto il sacro ministro, dopo l'offerta del pane e del vino, rivolto al popolo, dice esplicitamente: "Pregate, o fratelli, perch il mio e il vostro sacrificio sia accetto presso Dio Padre Onnipotente" , ma le preghiere con le quali viene offerta la vittima divina vengono, per lo pi, dette al plurale, e in esse spesso si indica che anche il popolo prende parte come offerente a questo augusto Sacrificio. Si dice, per esempio: "per i quali noi ti offriamo e ti offrono anch'essi [...] perci ti preghiamo, o Signore, di accettare placato questa offerta dei tuoi servi di tutta la tua famiglia. [...] Noi tuoi servi, come anche il tuo popolo santo, offriamo alla eccelsa tua Maest le cose che Tu stesso ci hai donato e date, l'Ostia pura, l'Ostia santa, l'Ostia immacolata" .
N fa meraviglia che i fedeli siano elevati a una simile dignit. Col lavacro del Battesimo, difatti, i cristiani diventano, a titolo comune, membra del Mistico Corpo di Cristo sacerdote, e, per mezzo del "carattere" che si imprime nella loro anima, sono deputati al culto divino partecipando, cos, convenientemente al loro stato, al sacerdozio di Cristo.
Nella Chiesa cattolica, la ragione umana illuminata dalla fede si  sempre sforzata di avere una maggiore conoscenza possibile delle cose divine; perci  naturale che anche il popolo cristiano domandi piamente in che senso venga detto nel Canone del Sacrificio Eucaristico che lo offre anch'esso. Per soddisfare a questo pio desiderio, Ci piace trattare qui l'argomento con concisione e chiarezza.
Ci sono, innanzi tutto, ragioni piuttosto remote: spesso, cio, avviene che i fedeli, assistendo ai sacri riti, uniscono alternativamente le loro preghiere alle preghiere del sacerdote; qualche volta, poi, accade parimenti - in antico ci si verificava con maggiore frequenza - che offrano al ministro dell'altare il pane e il vino perch divengano corpo e sangue di Cristo; e, infine, perch, con le elemosine, fanno in modo che il sacerdote offra per essi la vittima divina.
Ma c' anche una ragione pi profonda perch si possa dire che tutti i cristiani, e specialmente quelli che assistono all'altare, compiono l'offerta.
Per non far nascere errori pericolosi in questo importantissimo argomento,  necessario precisare con esattezza il significato del termine "offerta". L'immolazione incruenta per mezzo della quale, dopo che sono state pronunziate le parole della consacrazione, Cristo  presente sull'altare nello stato di vittima,  compiuta dal solo sacerdote in quanto rappresenta la persona di Cristo e non in quanto rappresenta la persona dei fedeli. Ponendo per, sull'altare la vittima divina, il sacerdote la presenta a Dio Padre come oblazione a gloria della Santissima Trinit e per il bene di tutte le anime. A quest'oblazione propriamente detta i fedeli partecipano nel modo loro consentito e per un duplice motivo; perch, cio, essi offrono il Sacrificio non soltanto per le mani del sacerdote, ma, incerto modo, anche insieme con lui, e con questa partecipazione anche l'offerta fatta dal popolo si riferisce al culto liturgico .
Che i fedeli offrano il Sacrificio per mezzo del sacerdote  chiaro dal fatto che il ministro dell'altare agisce in persona di Cristo in quanto Capo, che offre a nome di tutte le membra; per cui a buon diritto si dice che tutta la Chiesa, per mezzo di Cristo, compie l'oblazione della vittima. Quando, poi, si dice che il popolo offre insieme col sacerdote, non si afferma che le membra della Chiesa, non altrimenti che il sacerdote stesso, compiono il rito liturgico visibile - il che appartiene al solo ministro da Dio a ci deputato - ma che unisce i suoi voti di lode, di impetrazione, di espiazione e il suo ringraziamento alla intenzione del sacerdote, anzi dello stesso Sommo Sacerdote, acciocch vengano presentate a Dio Padre nella stessa oblazione della vittima, anche col rito esterno del sacerdote .  necessario, difatti, che il rito esterno del Sacrificio manifesti per natura sua il culto interno: ora, il Sacrificio della Nuova Legge significa quell'ossequio sapremo col quale lo stesso principale offerente, che  Cristo, e con Lui e per Lui tutte le sue mistiche membra, onorano debitamente Dio.
Con grande gioia dell'anima siamo stati informati che questa dottrina, specialmente negli ultimi tempi, per l'intenso studio della disciplina liturgica da parte di molti,  stata posta nella sua luce: ma non possiamo fare a meno di deplorare vivamente le esagerazioni e i travisamenti della verit che non concordano con i genuini precetti della Chiesa.
Alcuni, difatti, riprovano del tutto le Messe che si celebrano in privato e senza l'assistenza del popolo, quasi che deviino dalla forma primitiva del sacrificio; n manca chi afferma che i sacerdoti non possono offrire la vittima divina nello stesso tempo su parecchi altari, perch in questo modo dissociano la comunit e ne mettono in pericolo l'unit: cos non mancano di quelli che arrivano fino al punto di credere necessaria la conferma e la ratifica del Sacrificio da parte del popolo perch possa avere la sua forza ed efficacia.
Erroneamente in questo caso si fa appello alla indole sociale del Sacrificio Eucaristico. Ogni volta, difatti, che il sacerdote ripete ci che fece il Divin Redentore nell'ultima cena, il sacrificio  realmente consumato, ed esso ha sempre e dovunque, necessariamente e per la sua intrinseca natura, una funzione pubblica e sociale, in quanto l'offerente agisce a nome di Cristo e dei cristiani, dei quali il Divin Redentore  Capo, e l'offre a Dio per la Santa Chiesa Cattolica e per i vivi e i defunti . E ci si verifica certamente sia che vi assistano i fedeli - che Noi desideriamo e raccomandiamo che siano presenti numerosissimi e ferventissimi - sia che non vi assistano, non essendo in nessun modo richiesto che il popolo ratifichi ci che fa il sacro ministro .
Sebbene, dunque, da quel che  stato detto risulti chiaramente che il santo Sacrificio della Messa  offerto validamente a nome di Cristo e della Chiesa, n  privo dei suoi frutti sociali, anche se  celebrato senza l'assistenza di alcun inserviente, tuttavia, per la dignit di questo mistero, vogliamo e insistiamo - come sempre volle la Madre Chiesa - che nessun sacerdote si accosti all'altare se non c' chi gli serva egli risponda, come prescrive il can. 813 .

La partecipazione dell'immolazione

Perch poi l'oblazione, con la quale in questo Sacrificio i fedeli offrono la vittima divina al Padre Celeste, abbia il suo pieno effetto, ci vuole ancora un'altra cosa;  necessario, cio, che essi immolino se stessi come vittima.
Questa immolazione non si limita al sacrificio liturgico soltanto. Vuole, difatti, il Principe degli Apostoli che per il fatto stesso che siamo edificati come pietre vive su Cristo, possiamo come "sacerdozio santo, offrire vittime spirituali gradire a Dio per Ges Cristo" ; e Paolo Apostolo, poi, senza nessuna distinzione di tempo, esorta i cristiani con le seguenti parole: "Io vi scongiuro, adunque, o fratelli [...] che offriate i vostri corpi come vittima viva, santa, a Dio gradita, come razionale vostro culto " . Ma quando soprattutto i fedeli partecipano all'azione liturgica con tanta piet ed attenzione da potersi veramente dire di essi: "dei quali ti  conosciuta la fede e nota la devozione " , non possono fare a meno che la fede di ognuno di essi operi pi alacremente per mezzo della carit, si rinvigorisca e fiammeggi la piet, e si consacrino tutti quanti alla ricerca della gloria divina, desiderando con ardore di divenire intimamente simili a Ges Cristo che pat acerbi dolori, offrendosi col Sommo Sacerdote e per mezzo di Lui come ostia spirituale.
Ci insegnano anche le esortazioni che il Vescovo rivolge a nome della Chiesa ai sacri ministri nel giorno della loro Consacrazione: "Rendetevi conto di quello che fate, imitate ci che trattate, in quanto, celebrando il mistero della morte del Signore, procuriate sotto ogni rispetto di mortificare le vostre membra dai vizi e dalle concupiscenze" . E quasi allo stesso modo nei Libri liturgici vengono esortati i cristiani che si accostano all'altare, perch partecipino ai sacri misteri: "Sia su [...] questo altare il culto dell'innocenza, vi si immoli la superbia, si annienti l'ira, si ferisca la lussuria ed ogni libidine, si offra, invece delle tortore, il sacrificio della castit, e invece dei piccioni il sacrificio dell'innocenza" . Assistendo dunque all'altare, dobbiamo trasformare la nostra anima in modo che si estingua radicalmente ogni peccato che  in essa, sia, con ogni diligenza, ristorato e rafforzato tutto ci che per Cristo d la vita soprannaturale: e cos diventiamo, insieme con l'Ostia immacolata, una vittima a Dio Padre gradita.
La Chiesa si sforza, con i precetti della sacra Liturgia, di portare ad effetto nella maniera pi adatta questo santissimo proposito. A questo mirano non soltanto le letture, le omelie e le altre esortazioni dei ministri sacri e tutto il ciclo dei misteri che ci vengono ricordati durante l'anno, ma anche le vesti, i riti sacri e il loro esteriore apparato, che hanno il compito di "far pensare alla maest di tanto Sacrificio, eccitare le menti dei fedeli, per mezzo dei segni visibili di piet e di religione, alla contemplazione delle altissime cose nascoste in questo Sacrificio" .
Tutti gli elementi della Liturgia mirano dunque a riprodurre nell'anima nostra l'immagine del Divin Redentore attraverso il mistero della Croce, secondo il detto dell'Apostolo delle Genti: "Sono confitto con Cristo in Croce, e vivo non gi pi io, ma  Cristo che vive in me" . Per la qual cosa diventiamo ostia insieme con Cristo per la maggior gloria dei Padre.
In questo dunque devono volgere ed elevare la loro anima i fedeli che offrono la vittima divina nel Sacrificio Eucaristico. Se, difatti, come scrive S. Agostino, sulla mensa del Signore  posto il nostro mistero, cio lo stesso Cristo Signore , in quanto  Capo e simbolo di quella unione in virt della quale noi siamo il corpo di Cristo  e membra del suo Corpo ; se San Roberto Bellarmino insegna, secondo il pensiero del Dottore di Ippona, che nel Sacrificio dell'altare  significato il generale sacrificio col quale tutto il Corpo Mistico di Cristo, cio tutta la citt redenta, viene offerta a Dio per mezzo di Cristo Gran Sacerdote , nulla si pu trovare di pi retto e di pi giusto, che immolarci noi tutti, col nostro Capo che ha sofferto per noi, all'Eterno Padre. Nel Sacramento dell'altare, secondo lo stesso Agostino, si dimostra alla Chiesa che nel sacrificio che offre  offerta anch'essa .
Considerino, dunque, i fedeli a quale dignit li innalza il sacro lavacro del Battesimo; n si contentino di partecipare al Sacrificio Eucaristico con l'intenzione generale che conviene alle membra di Cristo e ai figli della Chiesa, ma liberamente e intimamente uniti al Sommo Sacerdote e al suo ministro in terra secondo lo spirito della sacra Liturgia, si uniscano a lui in modo particolare al momento della consacrazione dell'Ostia divina, e la offrano insieme con lui quando vengono pronunziate quelle solenni parole: "Per Lui, con Lui, in Lui,  a te, Dio Padre Onnipotente, nell'unit dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli" ; alle quali parole il popolo risponde: "Amen". N si dimentichino i cristiani di offrire col divin Capo Crocifisso se stessi e le loro preoccupazioni, dolori, angustie, miserie e necessit.

Mezzi per promuovere questa partecipazione

Sono, dunque, degni di lode coloro i quali, allo scopo di rendere pi agevole e fruttuosa al popolo cristiano la partecipazione al Sacrificio Eucaristico, si sforzano di porre opportunamente tra le mani del popolo il "Messale Romano", di modo che i fedeli, uniti insieme col sacerdote, preghino con lui con le sue stesse parole e con gli stessi sentimenti della Chiesa; e quelli che mirano a fare della Liturgia, anche esternamente, una azione sacra, alla quale comunichino di fatto tutti gli astanti. Ci pu avvenire in vari modi: quando, cio, tutto il popolo, secondo le norme rituali, o risponde disciplinatamente alle parole del sacerdote, o esegue canti corrispondenti alle varie parti del Sacrificio, o fa l'una e l'altra cosa: o infine, quando, nella Messa solenne, risponde alternativamente alle preghiere dei ministri di Ges Cristo e insieme si associa al canto liturgico.
Tuttavia, queste maniere di partecipare al Sacrificio sono da lodare e da consigliare quando obbediscono scrupolosamente ai precetti della Chiesa e alle norme dei sacri riti. Esse sono ordinate soprattutto ad alimentare e fomentare la piet dei cristiani e la loro intima unione con Cristo e col suo ministro visibile, ed a stimolare quei sentimenti e quelle disposizioni interiori con le quali  necessario che la nostra anima si configuri al Sommo Sacerdote del Nuovo Testamento. Nondimeno, sebbene esse dimostrino in modo esteriore che il Sacrificio, per natura sua, in quanto  compiuto dal Mediatore di Dio e degli uomini ,  da ritenersi opera di tutto il Corpo Mistico di Cristo; non sono per necessarie per costituirne il carattere pubblico e comune. Inoltre, la Messa "dialogata" non pu sostituirsi alla Messa solenne, la quale, anche se  celebrata alla presenza dei soli ministri, gode di una particolare dignit per la maest dei riti e l'apparato delle cerimonie; bench il suo splendore e la sua solennit si accresca massimamente se, come la Chiesa desidera, vi assiste un popolo numeroso e devoto .
Si deve osservare ancora che sono fuori della verit e del cammino della retta ragione coloro i quali, tratti da false opinioni, attribuiscono a tutte queste circostanze tale valore da non dubitare di asserire che, omettendole, l'azione sacra non pu raggiungere lo scopo prefissosi .
Non pochi fedeli, difatti, sono incapaci di usare il "Messale Romano" anche se  scritto in lingua volgare; n tutti sono idonei a comprendere rettamente, come conviene, i riti e le cerimonie liturgiche. L'ingegno, il carattere e l'indole degli uomini sono cos vari e dissimili che non tutti possono ugualmente essere impressionati e guidati da preghiere, da canti o da azioni sacre compiute in comune. I bisogni, inoltre, e le disposizioni delle anime non sono uguali in tutti, n restano sempre gli stessi nei singoli . Chi, dunque, potr dire, spinto da un tale preconcetto, che tanti cristiani non possono partecipare al Sacrificio Eucaristico e goderne i benefici? Questi possono certamente farlo in altra maniera che ad alcuni riesce pi facile; come, per esempio, meditando piamente i misteri di Ges Cristo, o compiendo esercizi di piet e facendo altre preghiere che, pur differenti nella forma dai sacri riti, ad essi tuttavia corrispondono per la loro natura.
Per la qual cosa vi esortiamo, Venerabili Fratelli, perch, nella vostra Diocesi o giurisdizione ecclesiastica, regoliate e ordiniate la maniera pi adatta con la quale il popolo possa partecipare all'azione liturgica secondo le norme stabilite dal "Messale Romano" e secondo i precetti della Sacra Congregazione dei Riti e del Codice di Diritto Canonico; cos che tutto si compia col necessario ordine e decoro, n sia consentito ad alcuno, sia pur sacerdote, di usare i sacri edifici per arbitrari esperimenti . A tale proposito desideriamo anche che nelle singole Diocesi, come gi esiste una Commissione per l'arte e la musica sacra, cos si costituisca una Commissione per promuovere l'apostolato liturgico, perch, sotto la vostra vigilante cura, tutto si compia diligentemente secondo le prescrizioni della Sede Apostolica.
Nelle comunit religiose, poi, si osservi accuratamente tutto ci che le proprie Costituzioni hanno stabilito in questa materia, e non si introducano novit che non siano state prima approvate dai Superiori.
In realt, per quanto varie possano essere le forme e le circostanze esteriori della partecipazione del popolo al Sacrificio Eucaristico e alle altre azioni liturgiche, si deve sempre mirare con ogni cura a che le anime degli astanti si uniscano al Divino Redentore con i vincoli pi stretti possibili, c a che la loro vita si arricchisca di una santit sempre maggiore e cresca ogni giorno pi la gloria del Padre celeste.

La Comunione

L'augusto Sacrificio dell'altare si conclude con la Comunione del divino convito. Ma, come tutti sanno, per avere l'integrit dello stesso Sacrificio, si richiede soltanto che il sacerdote si nutra del cibo celeste, non che anche il popolo - cosa, del resto, sommamente desiderabile - acceda alla santa Comunione.
Ci piace, a questo proposito, ripetere le considerazioni del Nostro Predecessore Benedetto XIV sulle definizioni del Concilio di Trento: "In primo luogo [...] dobbiamo dire che a nessun fedele pu venire in mente che le Messe private, nelle quali il solo sacerdote prende l'Eucaristia, perdano perci il valore del vero, perfetto ed integro Sacrificio istituito da Cristo Signore e siano, quindi, da considerarsi illecite. N i fedeli ignorano - almeno possono facilmente essere istruiti - che il Sacrosanto Concilio di Trento, fondandosi sulla dottrina custodita nella ininterrotta Tradizione della Chiesa, condann la nuova e falsa dottrina di Lutero ad essa contraria" . "Chi dice che le Messe nelle quali il solo sacerdote comunica sacramentalmente sono illecite e perci da abrogarsi, sia anatema" .
Si allontanano dunque dal cammino della verit coloro i quali si rifiutano di celebrare se il popolo cristiano non si accosta alla mensa divina; e ancora di pi si allontanano quelli che, per sostenere l'assoluta necessit che i fedeli si nutrano del convito Eucaristico insieme col sacerdote, asseriscono, capziosamente, che non si tratta soltanto di un Sacrificio, ma di un Sacrificio e di un convito di fraterna comunanza, e fanno della santa Comunione compiuta in comune quasi il culmine di tutta la celebrazione.
Si deve, difatti, ancora una volta notare che il Sacrificio Eucaristico consiste essenzialmente nella immolazione incruenta della Vittima divina, immolazione che  misticamente manifestata dalla separazione delle sacre specie e dalla loro oblazione fatta all'Eterno Padre. La santa Comunione appartiene alla integrit del sacrificio, e alla partecipazione ad esso per mezzo della comunione dell'Augusto Sacramento; e mentre  assolutamente necessaria al ministro sacrificatore, ai fedeli  soltanto da raccomandarsi vivamente .
Come, per, la Chiesa, in quanto Maestra di verit, si sforza con ogni cura di tutelare l'integrit della fede cattolica, cos, in quanto Madre sollecita dei suoi figli, vivamente li esorta a partecipare con premura e frequenza a questo massimo beneficio della nostra religione.
Desidera innanzi tutto che cristiani - specialmente quando non possono facilmente ricevere di fatto il cibo Eucaristico - lo ricevano almeno col desiderio; in modo che con viva fede, con animo riverentemente umile e confidente nella volont del Redentore Divino, con l'amore pi ardente, si uniscano a Lui.
Ma ci non le basta. Poich, difatti, come abbiamo sopra detto, noi possiamo partecipare al Sacrificio anche con la Comunione sacramentale per mezzo del convito del Pane degli Angeli, la Madre Chiesa, perch pi efficacemente "possiamo sentire in noi di continuo il frutto della Redenzione" , ripete a tutti i suoi figli l'invito di Cristo Signore: "Prendete e mangiate [...] Fate questo in mia memoria" . Al qual proposito, il Concilio di Trento, facendo eco al desiderio di Ges Cristo e della sua Sposa immacolata, esorta ardentemente "perch in tutte le Messe i fedeli presenti partecipino non soltanto spiritualmente, ma anche ricevendo sacramentalmente l'Eucaristia, perch venga ad essi pi abbondante il frutto di questo Sacrificio". Anzi il nostro immortale Predecessore Benedetto XIV, perch sia meglio e pi chiaramente manifesta la partecipazione dei fedeli allo stesso Sacrificio divino per mezzo della Comunione Eucaristica, loda la devozione di coloro i quali non solo desiderano nutrirsi del cibo celeste durante l'assistenza al Sacrificio, ma amano meglio cibarsi delle ostie consacrate nel medesimo Sacrificio, sebbene, come egli dichiara, si partecipi veramente e realmente al Sacrificio anche se si tratta di pane Eucaristico prima regolarmente consacrato. Cos, difatti, scrive: "E bench partecipino allo stesso Sacrificio, oltre quelli ai quali il sacerdote celebrante d parte della Vittima da lui offerta nella stessa Messa, anche quelli ai quali il sacerdote d l'Eucaristia che si suol conservare; non per questo la Chiesa ha proibito in passato o adesso proibisce che il sacerdote soddisfi alla devozione e alla giusta richiesta di coloro che assistono alla Messa e chiedono di partecipare allo stesso Sacrificio che anch'essi offrono nella maniera loro confacente: anzi approva e desidera che ci sia fatto, e rimprovererebbe quei sacerdoti per la cui colpa o negligenza fosse negata ai fedeli quella partecipazione ".
Voglia, poi, Dio, che tutti, spontaneamente e liberamente, corrispondano a questi solleciti inviti della Chiesa; voglia Dio che fedeli, anche ogni giorno se lo possono, partecipino non soltanto spiritualmente al Sacrificio Divino, ma anche con la Comunione dell'Augusto Sacramento, ricevendo il Corpo di Ges Cristo, offerto per tutti all'Eterno Padre. Stimolate, Venerabili Fratelli, nelle anime affidate alle vostre cure, l'appassionata e insaziabile fame di Ges Cristo; il vostro insegnamento affolli gli altari di fanciulli e di giovani che offrano al Redentore Divino la loro innocenza e il loro entusiasmo; vi si accostino spesso i coniugi perch, nutriti alla sacra mensa e grazie ad essa, possano educare la prole loro affidata al senso e alla carit di Ges Cristo; siano invitati gli operai, perch possano ricevere il cibo efficace e indefettibile che ristora le loro forze e prepara alle loro fatiche la mercede eterna nel cielo; radunate, infine, gli uomini di tutte le classi e "costringete a entrare"; perch questo  il pane della vita del quale hanno tutti bisogno. La Chiesa di Ges Cristo ha a disposizione solo questo pane per saziare le aspirazioni e i desideri delle anime nostre, per unirle intimamente a Ges Cristo, perch, infine, per esso diventino "un solo corpo"  e si affratellino quanti siedono alla stessa mensa per prendere il farmaco della immortalit  con la frazione di un unico pane.
 assai opportuno, poi - il che, del resto,  stabilito dalla Liturgia - che il popolo acceda alla santa Comunione dopo che il Sacerdote ha preso dall'altare il cibo divino; e, come abbiamo scritto sopra, sono da lodarsi coloro i quali, assistendo alla Messa, ricevono le ostie consacrate nel medesimo Sacrificio, in modo che si verifichi "che tutti quelli che, partecipando a questo altare, abbiamo ricevuto il sacrosanto Corpo e Sangue del Figlio tuo, siamo colmati d'ogni grazia e benedizione celeste" .
Tuttavia, non mancano talvolta le cause, n sono rare, per cui venga distribuito il pane Eucaristico o prima o dopo lo stesso Sacrificio, e anche che si comunichi - sebbene si distribuisca la Comunione subito dopo quella del sacerdote - con ostie consacrate in un tempo antecedente. Anche in questi casi come, del resto, abbiamo ammonito prima il popolo partecipa regolarmente al Sacrificio Eucaristico e pu spesso con maggiore facilit accostarsi alla mensa di vita eterna. Che se la Chiesa, con materna accondiscendenza, si sforza di venire incontro ai bisogni spirituali dei suoi figli, questi nondimeno, da parte loro, non devono facilmente sdegnare tutto ci che la sacra Liturgia consiglia, e, sempre che non vi sia un motivo plausibile in contrario, devono fare tutto ci che pi chiaramente manifesta all'altare la vivente unit del Corpo .

Il ringraziamento

L'azione sacra, che  regolata da particolari norme liturgiche, dopo che  stata compiuta, non dispensa dal ringraziamento colui che ha gustato il nutrimento celeste;  cosa, anzi, molto conveniente che egli, dopo aver ricevuto il cibo Eucaristico e dopo la fine dei riti pubblici, si raccolga, e, intimamente unito al Divino Maestro, si trattenga con Lui, per quanto gliene diano opportunit le circostanze, in dolcissimo e salutare colloquio. Si allontanano, quindi, dal retto sentiero della verit coloro i quali, fermandosi alle parole pi che al pensiero, affermano e insegnano che, finita la Messa, non si deve prolungare il ringraziamento, non soltanto perch il Sacrificio dell'altare  per natura sua un'azione di grazie, ma anche perch ci appartiene alla piet privata, personale, e non al bene della comunit .
Ma, al contrario, la natura stessa del Sacramento richiede che il cristiano che lo riceve ne ricavi abbondanti frutti di santit. Certo, la pubblica adunanza della comunit  sciolta, ma  necessario che i singoli, uniti con Cristo, non interrompano nella loro anima il canto di lode "ringraziando sempre di tutto, nel nome del Signor Nostro Ges Cristo, il Dio e il Padre" . A ci ci esorta anche la stessa sacra Liturgia del Sacrificio Eucaristico, quando ci comanda di pregare con queste parole: "Concedici, ti preghiamo, di renderti continue grazie ... e non cessiamo mai di lodarti" . Per cui, se si deve sempre ringraziare Dio e non si deve mai cessare dal lodarlo, chi oserebbe riprendere e disapprovare la Chiesa che consiglia ai suoi sacerdoti  e ai fedeli di trattenersi almeno per un po'di tempo, dopo la Comunione, in colloquio col Divin Redentore, e che ha inserito nei libri liturgici opportune preghiere, arricchite di indulgenze, con le quali i sacri ministri si possono convenientemente preparare prima di celebrare e di comunicarsi, e, compiuta la santa Messa, manifestare a Dio il loro ringraziamento? La sacra Liturgia, lungi dal soffocare gli intimi sentimenti dei singoli cristiani, li agevola e li stimola, perch essi siano assimilati a Ges Cristo e per mezzo di lui indirizzati al Padre; quindi essa stessa esige che chi si  accostato alla mensa Eucaristica ringrazi debitamente Dio. Al Divin Redentore piace ascoltare le nostre preghiere, parlare a cuore aperto con noi, e offrirci rifugio nel suo Cuore fiammeggiante.
Anzi, questi atti, propri dei singoli, sono assolutamente necessari per godere pi abbondantemente di tutti i soprannaturali tesori di cui  ricca la Eucaristia e per trasmetterli agli altri secondo le nostre possibilit affinch Cristo Signore consegua in tutte le anime la pienezza della sua virt.
Perch, dunque, Venerabili Fratelli, non loderemmo coloro i quali, ricevuto il cibo Eucaristico, anche dopo che  stata sciolta ufficialmente l'assemblea cristiana, si indugiano in intima familiarit col Divin Redentore, non solo per trattenersi dolcemente con Lui, ma anche per ringraziarlo e lodarlo, e specialmente per domandargli aiuto, affinch tolgano dalla loro anima tutto ci che pu diminuire l'efficacia del Sacramento, e facciano da parte loro tutto ci che pu favorire la presentissima azione di Ges? Li esortiamo, anzi, a farlo in modo particolare, sia traducendo in pratica i propositi concepiti ed esercitando le cristiane virt, sia adattando ai propri bisogni quanto hanno ricevuto con regale liberalit. Veramente parlava secondo precetti e lo spirito della Liturgia l'autore dell'aureo libretto della Imitazione di Cristo, quando consigliava a chi si era comunicato: "Raccogliti in segreto e goditi il tuo Dio, perch possiedi colui che il mondo intero non potr toglierti" .
Noi tutti, dunque, cos intimamente stretti a Cristo, cerchiamo quasi di immergerci nella sua santissima anima, c ci uniamo con Lui per partecipare agli atti di adorazione con i quali Egli offre alla Trinit Augusta l'omaggio pi grato ed accetto; agli atti di lode e di ringraziamento che Egli offre all'Eterno Padre, e a cui fa eco concorde il cantico del cielo e della terra, come  detto: "Benedite il Signore, tutte le opere sue" : agli atti, infine, partecipando ai quali imploriamo l'aiuto celeste nel momento pi opportuno per chiedere ed ottenere soccorso in nome di Cristo : ma soprattutto ci offriamo e immoliamo vittime, con le parole: "Fa che noi ti siamo eterna offerta" .
Il Divin Redentore ripete incessantemente il suo premuroso invito: "Restate in me" . Per mezzo del Sacramento della Eucaristia, Cristo dimora in noie noi dimoriamo in Cristo; e come Cristo, rimanendo in noi, vive ed opera, cos  necessario che noi, rimanendo in Cristo, per Lui viviamo e operiamo.

L'adorazione dell'Eucaristia

II nutrimento Eucaristico contiene, come tutti sanno, "veramente, realmente e sostanzialmente il Corpo e il Sangue insieme con l'Anima e la Divinit di Nostro Signore Ges Cristo" ; non fa quindi meraviglia se la Chiesa, fin dalle origini, ha adorato il Corpo di Cristo sotto le specie Eucaristiche, come appare dai riti stessi dell'Augusto Sacrificio, con i quali si prescrive ai sacri ministri di adorare il santissimo Sacramento con genuflessioni o con inclinazioni profonde.
I Sacri Concili insegnano che, fin dall'inizio della sua vita,  stato trasmesso alla Chiesa che si deve onorare "con una unica adorazione il Verbo Dio incarnato e la sua propria carne" ; e Sant'Agostino afferma: "Nessuno mangia quella carne, senza averla prima adorata", aggiungendo che non solo non pecchiamo adorando, ma pecchiamo non adorando .
Da questi principi dottrinali  nato e si  venuto poco a poco sviluppando il culto Eucaristico dell'adorazione distinto dal santo Sacrificio. La conservazione delle Sacre Specie per gli infermi, e per tutti quelli che venivano a trovarsi in pericolo di morte, introdusse il lodevole uso di adorare questo cibo celeste conservato nelle chiese. Questo culto di adorazione ha un valido e solido motivo. L'Eucaristia, difatti,  un sacrificio ed  anche un Sacramento; e differisce dagli altri Sacramenti in quanto non solo produce la grazia, ma contiene in modo permanente l'Autore stesso della grazia. Quando, perci, la Chiesa ci comanda di adorare Cristo nascosto sotto i veli Eucaristici, e di chiedere a Lui doni soprannaturali e terreni di cui abbiamo sempre bisogno, manifesta la fede viva, con la quale crede presente sotto quei veli suo Sposo divino, gli manifesta la sua riconoscenza e gode della sua intima familiarit.
Di questo culto la Chiesa, nel decorso dei tempi, ha introdotto varie forme, ogni giorno certamente pi belle e salutari: come, per esempio, devote ed anche quotidiane visite ai divini tabernacoli; benedizioni col santissimo Sacramento; solenni processioni per paesi e citt, specialmente in occasione dei Congressi Eucaristici, e adorazioni dell'augusto Sacramento pubblicamente esposto. Le quali pubbliche adorazioni talvolta durano per un tempo limitato, talvolta, invece, sono prolungate per intere ore e anche per quaranta ore; in qualche luogo sono protratte per la durata di tutto l'anno, a turno, nelle singole chiese; altrove, poi, si continuano anche di giorno e di notte, a cura di Comunit religiose; e ad esse spesso prendono parte anche i fedeli.
Questi esercizi di devozione contribuirono in modo mirabile alla fede ed alla vita soprannaturale della Chiesa militante in terra la quale, cos facendo, fa eco, in certo modo, alla Chiesa trionfante che innalza in eterno l'inno di lode a Dio e all'Agnello "che  stato ucciso" . Perci la Chiesa non solo ha approvato, ma ha fatto suoi e ha confermato con la sua autorit questi devoti esercizi, propagati dovunque nel corso dei secoli . Essi sgorgano dallo spirito della sacra Liturgia; e perci, qualora siano compiuti col decoro, la fede e la devozione richiesti dai sacri riti e dalle prescrizioni della Chiesa, certamente aiutano moltissimo a vivere la vita liturgica.
N si deve dire che questo culto Eucaristico provoca una erronea confusione tra il Cristo storico, come dicono, che  vissuto in terra e il Cristo presente nell'Augusto Sacramento dell'altare, e il Cristo trionfante in cielo e dispensatore di grazie; si deve, anzi, affermare che, in tal modo, i fedeli testimoniano e manifestano solennemente la fede della Chiesa, con la quale si crede che uno e identico  il Verbo di Dio e il Figlio di Maria Vergine, che soffri in Croce, che  presente nascosto nella Eucaristia, che regna nel cielo . Cos S. Giovanni Crisostomo: "Quando te lo vedi presentare (il Corpo di Cristo), di'a te stesso: Per questo Corpo non sono pi terra e cenere, non pi schiavo, ma libero: perci spero di avere il cielo e i beni che vi si trovano, la vita immortale, l'eredit degli Angeli, la compagnia di Cristo: questo Corpo, trafitto dai chiodi, dilaniato dai flagelli, non fu preda della morte... Questo  quel corpo che fu insanguinato, trapassato dalla lancia, dal quale scaturirono due fonti salutari: l'una di sangue, l'altra di acqua... Questo Corpo, ci diede e da tenere e da mangiare, il che fu conseguenza di intenso amore" .
In modo particolare, poi,  molto da lodarsi la consuetudine secondo la quale molti esercizi di piet entrati nell'uso del popolo cristiano si concludono col rito della benedizione Eucaristica. Nulla di meglio e di pi vantaggioso del gesto col quale il sacerdote, levando al cielo il Pane degli Angeli, al cospetto della folla cristiana prostrata, e volgendolo intorno in forma di croce, invoca il Padre celeste perch voglia volgere benignamente gli occhi a suo Figlio, crocifisso per amor nostro, e a causa di Lui che volle essere nostro Redentore e fratello, e per suo mezzo, effonda i suoi doni celesti sui redenti dal sangue immacolato dell'Agnello .
Procurate, dunque, Venerabili Fratelli, con la vostra abituale, somma diligenza, che templi edificati dalla fede e dalla piet delle generazioni cristiane nel decorso dei secoli come un perenne inno di gloria a Dio Onnipotente e come degna dimora del nostro Redentore nascosto sotto le specie Eucaristiche, siano il pi possibile aperti ai sempre pi numerosi fedeli, perch essi, raccolti ai piedi del nostro Salvatore, ascoltino il suo dolcissimo invito: "Venite a me voi tutti che siete tribolati ed oppressi, ed io vi ristorer" . Siano davvero i templi la casa di Dio, nella quale chi entra per domandare favori, si allieti di tutto conseguire  e ottenga la celeste consolazione.
Soltanto cos potr avvenire che tutta l'umana famiglia si pacificher nell'ordine, e con mente e cuore concordi canter l'inno della speranza e dell'amore: "Buon Pastore, pane verace - o Ges, di noi piet: - tu ci pasci, tu difendici; facci tu vedere la felicit - nella terra dei viventi" .

La divina Lode

L'ideale della vita cristiana consiste in ci che ognuno si unisca intimamente a Dio. Perci il culto che la Chiesa rende all'Eterno, e che  imperniato nel Sacrificio Eucaristico e nell'uso dei Sacramenti,  ordinato e disposto in modo che, con l'ufficio divino, si estenda a tutte le ore del giorno alle settimane, a tutto il corso dell'anno, a tutti i tempi e a tutte le condizioni della vita umana.
Avendo il Divino Maestro comandato: " necessario pregare sempre, senza stancarsi" , la Chiesa, obbedendo fedelmente a questo ammonimento, non cessa mai di pregare, e ci esorta con l'Apostolo delle Genti: "Per suo mezzo [di Ges] offriamo sempre a Dio il sacrificio di lode" .

Le Ore canoniche

La preghiera pubblica e collettiva, rivolta a Dio da tutti insieme, nell'antichit aveva luogo soltanto in certi giorni e in certe ore. Tuttavia, si pregava non solo nelle pubbliche riunioni, ma anche nelle case private e talvolta coi vicini e gli amici. Ben presto, per, nelle varie parti della cristianit, invalse l'uso di destinare alla preghiera particolari tempi, per esempio l'ultima ora del giorno, quando il sole tramonta e si accende la lucerna; o la prima, quando termina la notte, dopo, cio, il canto del gallo e al sorger del sole. Altri momenti del giorno sono indicati come pi adatti alla preghiera dalla Sacra Scrittura, dal costume tradizionale ebraico e dagli usi quotidiani. Secondo gli Atti degli Apostoli i discepoli di Ges Cristo si riunivano per pregare all'ora terza, quando "furono tutti riempiti di Spirito Santo" ; il Principe degli Apostoli, poi, prima di prender cibo, "sal sul tetto per pregare circa la sesta ora" ; Pietro e Giovanni "salivano al Tempio per la preghiera all'ora nona" ; e Paolo e Sila "lodavano Dio a mezzanotte" .
Queste varie preghiere, specialmente per iniziativa ed opera dei monaci e degli asceti, si perfezionano ogni giorno pi, e a poco a poco sono introdotte nell'uso della sacra Liturgia per autorit della Chiesa.
L'Ufficio Divino , dunque, la preghiera del Corpo Mistico di Cristo, rivolta a Dio a nome di tutti i cristiani e a loro beneficio, essendo fatta dai sacerdoti, dagli altri ministri della Chiesa e dai religiosi, a questo dalla Chiesa stessa delegati . 
Quali debbano essere il carattere e il valore di questa lode divina si ricava dalle parole che la Chiesa suggerisce di dire prima di iniziare le preghiere dell'Ufficio, prescrivendo che siano recitate "degnamente, attentamente e devotamente".
Il Verbo di Dio, assumendo l'umana natura, ha introdotto nell'esilio terreno l'inno che si canta in cielo per tutta l'eternit. Egli unisce a s tutta la comunit umana e se la associa nel canto di questo inno di lode. Dobbiamo con umilt riconoscere che noi "non sappiamo quel che dobbiamo convenientemente domandare, ma lo Spirito stesso prega per noi con gemiti inesprimibili" . Ed anche Cristo, per mezzo del suo Spirito, prega in noi il Padre. "Dio non potrebbe fare agli uomini un dono pi grande... Prega [Ges] per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro Capo;  pregato da noi come nostro Dio... Riconosciamo dunque e le nostre voci in Lui e la sua voce in noi... Lo si prega come Dio, prega come servo: l il Creatore, qui un essere creato in quanto assume la natura da mutare senza mutarsi, facendo di noi un sol uomo con Lui: Capo e Corpo" .
Alla eccelsa dignit di questa preghiera della Chiesa deve corrispondere la intenta devozione dell'anima nostra. E poich la voce dell'orante ripete i carmi scritti per ispirazione dello Spirito Santo, che proclamano ed esaltano la perfettissima grandezza di Dio,  anche necessario che a questa voce si accompagni il movimento interiore del nostro spirito, per fare nostri quei medesimi sentimenti con i quali ci eleviamo al cielo, adoriamo la Santa Trinit e le rendiamole lodi e i ringraziamenti dovuti: "Dobbiamo salmeggiare in modo che la nostra mente concordi con la nostra voce" . Non si tratta, dunque di una recitazione soltanto, o di un canto, che, pur perfettissimo secondo le leggi dell'arte musicale e le norme dei sacri riti, arrivi soltanto all'orecchio, ma soprattutto di una elevazione della nostra mente e della nostra anima a Dio, perch ci consacriamo, noi e tutte le nostre azioni, a Lui, uniti con Ges Cristo.
Da qui dipende certamente in non piccola parte l'efficacia delle preghiere. Le quali, se non sono rivolte allo stesso Verbo fatto Uomo, si concludono con queste parole: "per il Signor Nostro Ges Cristo"; che, come mediatore tra noi e Dio, mostra al Padre celeste le sue stimmate gloriose, "sempre vivente per intercedere per noi" .
I Salmi, come tutti sanno, costituiscono parte principale dell'Ufficio Divino. Essi abbracciano tutto il corso del giorno e gli danno un contatto e un ornamento di santit. Cassiodoro dice bellamente a proposito dei Salmi distribuiti nell'Ufficio Divino del suo tempo: "Essi... col giubilo matutino ci rendono favorevole il giorno che sta per cominciare, ci santificano la prima ora del giorno, ci consacrano la terza ora, ci allietano la sesta nella frazione del pane, ci segnano, a nona, la fine del digiuno, concludono la fine della giornata, impediscono al nostro spirito di ottenebrarsi all'avvicinarsi della notte" .
Essi richiamano le verit da Dio rivelate al popolo eletto, talvolta terribili, talvolta soffuse di soavissima dolcezza; ripetono e accendono la speranza nel Liberatore promesso che un tempo veniva animata col canto intorno al focolare domestico e nella stessa maest del Tempio; pongono in meravigliosa luce la profetizzata gloria di Ges Cristo e la somma ed eterna sua potenza, la sua venuta e il suo annientamento in questo terreno esilio, la sua regia dignit e sacerdotale potest, le sue benefiche fatiche e il suo sangue versato per la nostra redenzione. Esprimono egualmente la gioia delle nostre anime, la tristezza, la sperar.za, il timore, il ricambio d'amore e l'abbandono in Dio, come la mistica ascesa verso i divini tabernacoli. "Il Salmo...  la benedizione del popolo, la lode di Dio, l'elogio del popolo, l'applauso di tutti, il linguaggio generale, la voce della Chiesa, la canora confessione di fede, la piena devozione all'autorit, la gioia della libert, il grido di giocondit, l'eco della letizia" .
Nel tempo antico l'assistenza dei fedeli a queste preghiere dell'Ufficio era maggiore; ma gradatamente diminu, e, come ora abbiam detto, la loro recita attualmente  riservata al Clero ed ai Religiosi. A rigore di diritto, dunque, nulla  prescritto ai laici in questa materia; ma  sommamente da desiderare che essi prendano parte attiva al canto o alla recita della ufficiatura del Vespro, nei giorni festivi, nella propria parrocchia. Raccomandiamo vivamente, Venerabili Fratelli, a voi ed ai vostri fedeli, che non cessi questa pia consuetudine e che si richiami possibilmente in vigore ove fosse scomparsa. Ci avverr certamente con frutti salutari se il Vespro sar cantato non solo degnamente e decorosamente, ma anche in maniera da allettare soavemente in vari modi la piet dei fedeli .
Sia inviolata l'osservanza dei giorni festivi, che devono esser dedicati e consacrati a Dio in modo particolare; e soprattutto della domenica, che gli Apostoli, istruiti dallo Spirito Santo, sostituirono al sabato. Se fu comandato ai Giudei: "Lavorerete durante sei giorni: nel settimo giorno  Sabbato, riposo santo al Signore; chiunque lavorer in questo giorno, sar condannato a morte" ; come non temeranno la morte spirituale quei cristiani che fanno opere servili nei giorni festivi, e per la durata del riposo festivo non si dedicano alla piet, non alla religione, ma si abbandonano smodatamente alle attrattive di questo secolo? . La domenica e i giorni festivi devono essere consacrati, dunque, al culto divino con il quale si adora Dio e l'anima si nutre del cibo celeste; e sebbene la Chiesa prescriva soltanto che i fedeli si devono astenere dal lavoro servile e devono assistere al Sacrificio Eucaristico, e non dia nessun precetto per il culto vespertino, per, oltre i precetti, ci sono anche le sue insistenti raccomandazioni e desideri; ci pi ancora  richiesto dal bisogno che tutti hanno di rendersi propizio il Signore per impetrarne i benefici.
L'animo Nostro si rattrista profondamente, nel vedere come nei nostri tempi il popolo cristiano trascorre il pomeriggio del giorno festivo: i luoghi dei pubblici spettacoli e dei giochi sono pieni, mentre le chiese sono meno frequentate di quel che converrebbe. Ma  necessario, senza dubbio, che tutti si rechino nei nostri templi, per essere istruiti nella verit della fede cattolica, per cantare le lodi di Dio, per essere arricchiti dal sacerdote con la benedizione Eucaristica e muniti dell'aiuto celeste contro le avversit della vita presente. Procurino tutti di imparare le formule che vengono cantate nei Vespri, e cerchino di penetrarne l'intimo significato; sotto l'influsso di queste preghiere, difatti, sperimenteranno quel che Sant'Agostino affermava di s: "Quanto piansi tra inni e cantici, vivamente commosso dal soave canto della tua Chiesa. Quelle voci si riversavano nelle mie orecchie, stillavano la verit nel mio cuore, e mi ardevano sentimenti di devozione e le lacrime scorrevano, e mi facevano bene" .

I misteri del Signore

Durante tutto il corso dell'anno la celebrazione del Sacrificio Eucaristico e l'Ufficio Divino si svolgono soprattutto intorno alla persona di Ges Cristo; e si organizzano in modo cos consono e congruo, da farvi dominare il nostro Salvatore nei suoi misteri di umiliazione, di redenzione e di trionfo.
Rievocando questi misteri di Ges Cristo, la sacra Liturgia mira a farvi partecipare tutti i credenti in modo che il divin Capo del Corpo Mistico viva nella pienezza della sua santit nelle singole membra. Siano, le anime dei cristiani, come altari sui quali si ripetano e si ravvivano le varie fasi del Sacrificio che immola il Sommo Sacerdote: i dolori, cio, e le lacrime che lavano ed espiano i peccati; la preghiera a Dio rivolta che si eleva fino al cielo; la propria immolazione fatta con animo pronto, generoso e sollecito e, infine, l'intima unione con la quale abbandoniamo a Dio noi e le nostre cose e riposiamo in Lui, "essendo il succo della religione imitare colui che adori" .
Conformemente a questi modi e motivi con i quali la Liturgia propone alla nostra meditazione in tempi fissi la vita di Ges Cristo, la Chiesa ci mostra gli esempi che dobbiamo imitare, e i tesori di santit che facciamo nostri, perch  necessario credere con lo spirito a ci che si canta con la bocca, e tradurre nella pratica dei privati e pubblici costumi ci che si crede con lo spirito.

Avvento

Infatti, nel tempo dell'Avvento, eccita in noi la coscienza dei peccati miseramente commessi; e ci esorta affinch, frenando i desideri con la volontaria mortificazione del corpo, ci raccogliamo in pia meditazione e siamo spinti dal desiderio di tornare a Dio, che solo pu liberarci con la sua grazia dalla macchia dei peccati e dai mali che ne conseguono.

Natale

Con la ricorrenza del natale del Redentore, sembra quasi ricondurci alla grotta di Betlemme, perch vi impariamo che  assolutamente necessario nascere di nuovo e riformarci radicalmente; il che  possibile soltanto quando ci uniamo intimamente e vitalmente al Verbo di Dio fatto uomo, e siamo partecipi della sua divina natura, alla quale veniamo elevati.
Epifania

Con la solennit della Epifania, ricordando la vocazione delle Genti alla fede cristiana, vuole che noi ringraziamo ogni giorno il Signore per cos grande beneficio, desideriamo con grande fede il Dio vivo, comprendiamo con devozione e in profondit le cose soprannaturali, e prediligiamo il silenzio e la meditazione per potere facilmente capire e conseguire i doni celesti.

Settuagesima

Nei giorni della Settuagesima e della Quaresima, la Chiesa, nostra Madre, moltiplica le sue cure perch ognuno di noi si renda diligentemente conto delle sue miserie, sia attivamente incitato alla emendazione dei costumi, e detesti in modo particolare i peccati cancellandoli con la preghiera e la penitenza; giacch l'assidua preghiera e la penitenza dei peccati commessi ci ottengono l'aiuto divino, senza il quale  inutile e sterile ogni opera nostra.

Passione

Nel sacro tempo, poi, nel quale la Liturgia ci propone gli atroci dolori di Ges Cristo, la Chiesa ci invita al Calvario, per seguire le orme sanguinose del Divin Redentore, affinch portiamo volentieri la Croce con Lui, abbiamo in noi gli stessi sentimenti di espiazione e di propiziazione, e perch insieme moriamo tutti con Lui.

Pasqua

Con la solennit Pasquale, che commemora il trionfo di Cristo, l'anima nostra  pervasa di intima gioia, e dobbiamo opportunamente pensare che anche noi dobbiamo risorgere insieme con il Redentore da una vita fredda ed inerte, a una vita pi santa e fervente, offrendoci tutti e con generosit a Dio, e dimenticandoci di questa misera terra per aspirare soltanto al cielo: "Se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose di lass,... aspirate alle cose di lass" .

Pentecoste

Nel tempo di Pentecoste, finalmente, la Chiesa ci esorta con i suoi precetti e la sua opera, ad offrirci docilmente all'azione dello Spirito Santo, il quale vuole accendere i nostri cuori di divina carit, perch progrediamo ogni giorno nella virt con impegno maggiore, e cos ci santifichiamo, come Cristo Signore e il suo Padre celeste sono santi.
Tutto l'anno liturgico, dunque, pu dirsi un magnifico inno di lode che la famiglia cristiana indirizza al Padre celeste per mezzo di Ges eterno suo mediatore; ma richiede da noi anche uno studio diligente e bene ordinato per conoscere e lodare sempre pi il nostro Redentore; uno sforzo intenso ed efficace, un indefesso addestramento per imitare i suoi misteri, per entrare volontariamente nella via dei suoi dolori, e per partecipare finalmente alla sua gloria ed alla sua eterna beatitudine.
Da quanto  stato esposto appare chiaramente, Venerabili Fratelli, quanto siano lontani dal vero e genuino concetto della Liturgia quegli scrittori moderni, i quali, ingannati da una pretesa pi alta disciplina mistica, osano affermare che non ci si deve concentrare sul Cristo storico, ma sul Cristo "pneumatico e glorificato"; e non dubitano di asserire che nella piet dei fedeli si sarebbe verificato un mutamento, per cui il Cristo  stato quasi detronizzato, con l'occultamento del Cristo glorificato che vive e regna nei secoli dei secoli e siede alla destra del Padre, mentre al suo posto  subentrato il Cristo della vita terrena. Alcuni, perci, arrivano fino al punto di voler rimuovere dalle chiese le immagini del Divin Redentore che soffre in Croce .
Ma queste false opinioni sono del tutto contrarie alla sacra dottrina tradizionale. "Credi nel Cristo nato in carne - cos Sant'Agostino - e arriverai al Cristo nato da Dio, Dio presso Dio" . La sacra Liturgia, poi, ci propone tutto Cristo, nei vari aspetti della sua vita: il Cristo, cio, che  Verbo dell'Eterno Padre, che nasce dalla Vergine Madre di Dio, che ci insegna la verit, che sana gli infermi, che consola gli afflitti, che soffre, che muore; che, infine, risorge trionfando sulla morte, che, regnando nella gloria del cielo, ci invia lo Spirito Paraclito, che vive sempre nella sua Chiesa: "Ges Cristo ieri ed oggi: Egli  anche nei secoli" .
E inoltre non ce lo presenta soltanto come un esempio da imitare, ma anche come un maestro da ascoltare, un pastore da seguire, come mediatore della nostra salvezza, principio della nostra santit, e Mistico Capo di cui siamo membra, viventi della sua stessa vita .
E siccome i suoi acerbi dolori costituiscono il mistero principale da cui proviene la nostra salvezza,  secondo le esigenze della fede cattolica porre ci nella sua massima luce, poich esso  come il centro del culto divino, essendone il Sacrificio Eucaristico la quotidiana rappresentazione e rinnovazione, ed essendo tutti i Sacramenti congiunti con strettissimo vincolo alla Croce.
Perci l'anno liturgico, che la piet della Chiesa alimenta e accompagna, non  una fredda e inerte rappresentazione di fatti che appartengono al passato, o una semplice e nuda rievocazione di realt d'altri tempi. Esso , piuttosto, Cristo stesso, che vive sempre nella sua Chiesa e che prosegue il cammino di immensa misericordia da Lui iniziato con pietoso consiglio in questa vita mortale, quando pass beneficando  allo scopo di mettere le anime umane al contatto dei suoi misteri, e farle vivere per essi; misteri che sono perennemente presenti ed operanti, non nel modo incerto e nebuloso nel quale parlano alcuni recenti scrittori, ma perch, come ci insegna la dottrina cattolica e secondo la sentenza dei Dottori della Chiesa, sono esempi illustri di perfezione cristiana, e fonte di grazia divina per i meriti e l'intercessione del Redentore, e perch perdurano in noi col loro effetto, essendo ognuno di essi, nel modo consentaneo alla propria indole, la causa della nostra salvezza .
Si aggiunge che la pia Madre Chiesa, mentre propone alla nostra contemplazione i misteri di Cristo, con le sue preghiere invoca quei doni soprannaturali per i quali i suoi figli si compenetrano dello spirito di questi misteri per virt di Cristo. Per influsso e virt di Lui, noi possiamo, con la collaborazione della nostra volont, assimilare la forza vitale come rami dall'albero, come membra dal capo, e ci possiamo progressivamente e laboriosamente trasformare "secondo la misura dell'et piena di Cristo" .

Le feste dei Santi

Nel corso dell'anno liturgico si celebrano non soltanto i misteri di Ges Cristo, ma anche le feste dei Santi, nelle quali, sebbene si tratti di un ordine inferiore e subordinato, la Chiesa ha sempre la preoccupazione di proporre ai fedeli esempi di santit che li spingano ad adornarsi delle stesse virt del Divin Redentore.
 necessario, difatti, che noi imitiamo le virt dei Santi, nelle quali brilla in vario modo la virt stessa di Cristo, come di Lui essi furono imitatori. Poich in alcuni rifulse lo zelo dell'apostolato; in altri si dimostr la fortezza dei nostri eroi fino all'effusione del sangue; in altri brill la costante vigilanza nell'attesa del Redentore; in altri rifulse il verginale candore dell'anima e la modesta dolcezza della cristiana umilt; in tutti, poi, arse una fervidissima carit verso Dio e verso il prossimo.
La Liturgia pone davanti ai nostri occhi tutti questi leggiadri ornamenti di santit perch ad essi salutarmente guardiamo, e perch "noi che godiamo dei loro meriti siamo accesi dai loro esempi" .  necessario, dunque, conservare "l'innocenza nella semplicit, la concordia nella carit, la modestia nell'umilt, la diligenza nel governo, la vigilanza nell'aiutare chi soffre, la misericordia nel curare i poveri, la costanza nel difendere la verit, la giustizia nella severit della disciplina, perch nulla in noi manchi di ogni virt che ci  stata proposta ad esempio. Queste sono le tracce che i Santi, nel loro ritorno alla patria, ci lasciarono, perch seguendo il loro cammino, possiamo seguirli nella beatitudine" . E perch anche i nostri sensi siano salutarmente impressionati, la Chiesa vuole che nei nostri templi siano esposte le immagini dei Santi, sempre, per, allo stesso fine, che cio "imitiamo le virtu di coloro dei quali veneriamo le immagini" .
Ma c' ancora un altro motivo del culto del popolo cristiano per i Santi: quello di implorare il loro aiuto, e di "esser sostenuti dal patrocinio di coloro delle lodi dei quali ci dilettiamo" . Da ci facilmente si deduce il perch delle numerose formule di preghiere che la Chiesa ci propone per invocare il patrocinio dei Santi.
Tra i Santi, poi, ha un culto preminente Maria Vergine, Madre di Dio. La sua vita, per la missione affidatale da Dio,  strettamente inserita nei misteri di Ges Cristo, e nessuno, di certo, pi di lei ha calcato pi da vicino e con maggiore efficacia le orme del Verbo Incarnato, nessuno gode di maggiore grazia e potenza presso il Cuore sacratissimo del Figlio di Dio, e, attraverso il Figlio, presso il Padre celeste. Essa  pi santa dei Cherubini e dei Serafini, e senza alcun paragone pi gloriosa di tutti gli altri Santi, essendo "piena di grazia" , Madre di Dio, e avendoci dato col suo felice parto il Redentore. A Lei, che  " Madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra" ricorriamo tutti noi "gementi e piangenti in questa valle di lacrime" , e affidiamo con fiducia noi e tutte le nostre cose alla sua protezione. Essa  diventata Madre nostra mentre il Divin Redentore compiva il sacrificio di S, e perci, anche a questo titolo, noi siamo figli suoi. Essa ci insegna tutte le virt; ci d suo Figlio, e, con Lui, tutti gli aiuti che ci sono necessari, perch Dio "ha voluto che tutto noi avessimo per mezzo di Maria" .
Per questo cammino liturgico che ogni anno ci  aperto di nuovo, sotto l'azione santificatrice della Chiesa, confortati dagli aiuti e dagli esempi dei Santi, soprattutto della Immacolata Vergine Maria, "accostiamoci con cuore sincero, con pienezza di fede, purgati il cuore da coscienza di colpa e lavati il corpo con acqua pura" , al "grande Sacerdote" , per vivere e sentire con Lui, e penetrare per suo mezzo "fino al di l del velo"  ed ivi onorare il Padre celeste per tutta la eternit.
Tale  l'essenza e la ragione d'essere della sacra Liturgia: essa riguarda il Sacrificio, i Sacramenti e la lode di Dio; l'unione delle nostre anime con Cristo e la loro santificazione per mezzo del Divin Redentore, perch sia onorato Cristo, e per Lui ed in Lui la Santissima Trinit: Gloria al Padre, al Figliolo e allo Spirito Santa .

Direttive pastorali

Per allontanare dalla Chiesa gli errori e le esagerazioni della verit di cui abbiamo sopra parlato, e perch i fedeli possano, guidati dalle norme pi sicure, praticare l'apostolato liturgico con frutti abbondanti, riteniamo opportuno, Venerabili Fratelli, aggiungere qualche cosa per dedurre in pratica la dottrina esposta.
Trattando della genuina piet, abbiamo affermato che tra la Liturgia egli altri atti di religione - purch siano rettamente ordinati e tendano al giusto fine - non ci pu essere vero contrasto; ci sono, anzi, alcuni esercizi di piet che la Chiesa raccomanda grandemente al Clero ed ai Religiosi.
Ora, vogliamo che anche il popolo cristiano non sia alieno da questi esercizi. Essi sono, per parlare soltanto dei principali, la meditazione di argomenti spirituali, l'esame di coscienza, i ritiri spirituali, istituiti per riflettere pi intensamente sulle verit eterne, la visita al Santissimo Sacramento e le preghiere particolari in onore della Beata Vergine Maria, tra le quali eccelle, come tutti Sanno, il Rosario .
A queste molteplici forme di piet non pu essere estranea l'ispirazione e l'azione dello Spirito Santo; esse, difatti - sebbene in varia maniera - tendono tutte a convertire e dirigere a Dio le anime nostre, perch le purifichino dai peccati, le spronino al conseguimento della virt, perch, infine, le stimolino alla vera piet, abituandole alla meditazione delle verit eterne, e rendendole pi adatte alla contemplazione dei misteri della natura umana e divina di Cristo. Ed inoltre, nutrendo intensamente nei fedeli la vita spirituale, li dispongono a partecipare alle sacre funzioni con frutto maggiore, ed evitano il pericolo, che le preghiere liturgiche si riducano a un vano ritualismo.
Non vi stancate, dunque, Venerabili Fratelli, nel vostro zelo pastorale, di raccomandare ed incoraggiare questi esercizi di piet, dai quali scaturiranno senza dubbio al popolo a voi affidata frutti salutari. Soprattutto, non permettete - come alcuni ritengono, o colla scusa di un rinnovamento della Liturgia, o parlando con leggerezza di una efficacia e dignit esclusive dei riti liturgici - che le chiese siano chiuse durante le ore non destinate alle pubbliche funzioni, come gi accade in alcune regioni; che si trascurino l'adorazione e la visita del Santissimo Sacramento; che si sconsigli la confessione dei peccati fatta a solo scopo di devozione; che si trascuri, specialmente tra la giovent, fino al punto di illanguidire, il culto della Vergine Madre di Dio che, come dicono i Santi,  segno di predestinazione. Questi sono frutti avvelenati, sommamente nocivi alla piet cristiana, che spuntano da rami infetti di un albero sano;  necessario, perci, reciderli, perch la linfa dell'albero possa nutrire soltanto gradevoli ed ottimi frutti .
Poich, poi, le opinioni da alcuni manifestate a proposito della frequente confessione sono del tutto aliene dallo Spirito di Cristo e della sua Sposa immacolata, e veramente funeste per la vita spirituale, ricordiamo quello che in proposito abbiamo scritto, con dolore, nella Enciclica Mystici Corporis, ed insistiamo di nuovo, perch proponiate alla seria meditazione e alla docile attuazione dei vostri greggi, e specialmente dei candidati al sacerdozio e del giovane clero, quanto ivi abbiamo detto con gravi parole.
Adoperatevi poi, in modo particolare, perch moltissimi, non soltanto del clero ma anche del laicato, e specialmente gli appartenenti ai sodalizi religiosi ed alle schiere dell'Azione Cattolica, prendano parte ai ritiri mensili e agli esercizi spirituali compiuti in giorni determinati per incrementare la piet. Come abbiam detto sopra, questi esercizi spirituali sono utilissimi, anzi anche necessari, per instillare nelle anime la genuina piet, e per formarli alla santit in modo che possano trarre dalla sacra Liturgia benefici pi efficaci ed abbondanti.
Quanto poi ai vari modi con i quali si sogliono praticare questi esercizi, sia ben noto e chiaro a tutti che nella Chiesa terrena, come in quella celeste, vi sono "molte dimore" ; e che l'ascetica non pu essere monopolio di alcuno. Uno  lo Spirito che, per, "spira dove vuole " ; e con diversi doni e per diverse vie dirige le anime da lui illuminate al conseguimento della santit. La loro libert e l'azione soprannaturale dello Spirito Santo in esse sia cosa sacrosanta, che a nessuno  lecito, a nessun titolo, turbare e conculcare .  noto, tuttavia, che gli Esercizi Spirituali di Sant'Ignazio furono pienamente approvati e insistentemente raccomandati dai Nostri Predecessori per la loro mirabile efficacia; e Noi pure per la medesima ragione li abbiamo approvati e raccomandati, come al presente ben volentieri li approviamo e raccomandiamo.
 assolutamente necessario, per, che l'ispirazione a seguire e praticare determinati esercizi $i piet venga dal Padre dei lumi, dal quale proviene ogni cosa buona ed ogni dono perfetto ; e di ci sar indice l'efficacia con la quale gioveranno a che il culto divino sia sempre pi amato ed ampiamente promosso, e i fedeli siano sollecitati da un pi intenso desiderio alla partecipazione dei Sacramenti e al dovuto onore e ossequio di tutte le cose sacre. Se, invece, essi dovessero riuscire di intralcio o si rivelassero in contrasto con i principi e le norme del culto divino, allora senza dubbio si dovrebbero ritenere non ordinati da retti pensieri, n guidati da zelo illuminato .
Vi sono, inoltre, altri esercizi di piet, che sebbene non appartengano a rigore di diritto alla sacra Liturgia, rivestono particolare dignit e importanza, in modo da essere considerati come inseriti in qualche maniera nell'ordinamento liturgico, e godono delle ripetute approvazioni e lodi di questa Sede Apostolica e dei Vescovi. Tra esse si devono annoverare le preghiere che si sogliono fare durante il mese di maggio in onore della Vergine Madre di Dio, o durante il mese di giugno in onore del Cuore Sacratissimo di Ges, i tridui e le novene, la "Via Crucis " ed altri simili.
Queste pie pratiche eccitando il popolo cristiano ad una assidua frequenza del Sacramento della Penitenza e ad una devota partecipazione al Sacrificio Eucaristico e alla Mensa Divina, come alla meditazione dei misteri della nostra Redenzione e alla imitazione dei grandi esempi dei Santi, per ci stesso contribuiscono con frutto salutare alla nostra partecipazione al culto liturgico.
Per cui farebbe cosa perniciosa e del tutto erronea chi osasse ternerariamente assumersi la riforma di questi esercizi di piet per costringerli nei soli schemi liturgici.  necessario, tuttavia, che lo spirito della sacra Liturgia e i suoi precetti influiscano beneficamente su di essi, per evitare che vi si introduca alcunch di inetto o di indegno del decoro della casa di Dio, o che sia a detrimento delle sacre funzioni e contrario alla sana piet .
Curate, dunque, Venerabili Fratelli, che questa pura e genuina piet prosperi sotto i vostri occhi, e fiorisca sempre di pi. Non vi stancate soprattutto di inculcare a ognuno che la vita cristiana non consiste nella molteplicit e variet delle preghiere e degli esercizi di piet, ma consiste piuttosto in ci che essi contribuiscano realmente al progresso spirituale dei fedeli e perci all'incremento della Chiesa tutta. Poich l'Eterno Padre "ci elesse in Lui [Cristo], prima della fondazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto" . Tutte le nostre preghiere, dunque, e tutte le nostre pratiche devote devono mirare a dirigere tutte le nostre risorse spirituali al raggiungimento di questo supremo e nobilissimo fine.

Le arti liturgiche

Vi esortiamo, poi, instantemente, Venerabili Fratelli, affinch rimossi gli errori e le falsit, e proibito tutto ci che  al di fuori della verit e dell'ordine, promoviate le iniziative che dnno al popolo una pi profonda conoscenza della sacra Liturgia; in modo che esso possa pi adeguatamente e pi facilmente partecipare ai riti divini, con disposizione veramente cristiana.
 necessario innanzi tutto adoperarsi a che tutti obbediscano con la dovuta riverenza e fede ai decreti pubblicati dal Concilio di Trento, dai Romani Pontefici, dalla Congregazione dei Riti, e a tutte le disposizioni dei libri liturgici in ci che riguarda l'azione esterna del culto pubblico.
In tutte le cose della Liturgia devono splendere soprattutto questi tre ornamenti, dei quali parla il Nostro Predecessore Pio X: la santit, cio, che aborre da ogni influenza profana; la nobilt delle immagini e delle forme alla quale serve ogni arte genuina e migliore; l'universalit, infine, la quale - conservando legittimi costumi e le legittime consuetudini regionali - esprime la cattolica unit della Chiesa .
Desideriamo e raccomandiamo caldamente ancora una volta il decoro dei sacri edifici e dei sacri altari. Ognuno si senta animato dalla parola divina: "Lo zelo della tua casa mi ha divorato" ; e si adoperi secondo le sue forze, perch ogni cosa, sia nei sacri edifici, sia nelle vesti e nella suppellettile liturgica, anche se non brilli per eccessiva ricchezza e splendore, sia, tuttavia, proprio e mondo, essendo tutto consacrato alla Divina Maest . Che se gi pi sopra abbiamo riprovato il non retto modo di agire di coloro i quali, con la scusa di ripristinare l'antico, vogliono espellere dai templi le immagini sacre, riteniamo qui esser Nostro dovere riprendere la piet non bene educata di coloro i quali, nelle chiese e sugli stessi altari propongono alla venerazione, senza giusto motivo, molteplici simulacri ed effigi, coloro quali espongono reliquie non riconosciute dalla legittima autorit, coloro infine, i quali insistono su cose particolari e di poca importanza, mentre trascurano le principali e necessarie, e cos rendono ridicola la religione, e avviliscono la gravit del culto .
Richiamiamo anche il decreto "sulle nuove forme di culto e di devozione da non introdurre" ; la cui religiosa osservanza raccomandiamo alla vostra vigilanza.
Quanto alla musica, si osservino scrupolosamente le determinate e chiare norme emanate da questa Sede Apostolica. II canto gregoriano, che la Chiesa Romana considera cosa sua, perch ricevuto da antica tradizione e custodito nel corso dei secoli sotto la sua premurosa tutela, e che essa propone ai fedeli come cosa anche loro propria, e che prescrive in senso assoluto in alcune parti della Liturgia , non soltanto aggiunge decoro e solennit alla celebrazione dei divini Misteri, ma contribuisce massimamente anche ad accrescere la fede e la piet degli astanti. Al qual proposito i Nostri Predecessori di immortale memoria Pio X e Pio XI stabilirono  - e Noi confermiamo volentieri con la Nostra autorit le disposizioni da essi date - che nei Seminati e negli istituti religiosi sia coltivato con studia e diligenza il canto Gregoriano, e che, almeno presso le chiese pi importanti, siano restaurate le antiche Schol  cantorum, come gi  stato fatto con felice risultato in non pochi luoghi .
Inoltre, "perch i fedeli partecipino pi attivamente al culto divino, sia ripristinato il canto Gregoriano anche nell'uso del popolo, per la parte che ad esso popolo spetta. Ed urge veramente che i fedeli assistano alle sacre cerimonie non come spettatori muti ed estranei, ma toccati nel profondo dalla bellezza della Liturgia [...] che alternino secondo le norme prescritte la loro voce alle voci del sacerdote e della cantoria ; se ci, grazie a Dio, si verificher, allora non accadr pi che il popolo risponda appena con un lieve e sommesso mormorio alle preghiere comuni dette in latino e in lingua volgare" . La moltitudine che assiste attentamente al Sacrificio dell'altare, nel quale il nostro Salvatore, insieme con i suoi figli redenti dal suo Sangue, canta l'epitalamio della sua immensa carit, certamente non potr tacere, poich "cantare  proprio di chi ama" , e come gi in antico diceva il proverbio: "Chi bene canta, prega due volte". Cos ch la Chiesa militante, Clero e popolo insieme, unisce la sua voce ai cantici della Chiesa trionfante ed ai cori angelici, e tutti insieme cantano un magnifico ed eterno inno di lode alla Santissima Trinit, come  scritto: "Con i quali Ti preghiamo che vengano ascoltate anche le nostre voci" .
Non si pu, tuttavia, asserire che la musica e il canto moderno debbano essere esclusi del tutto dal culto cattolico. Anzi, se nulla hanno di profano o disconveniente alla santit del luogo e dell'azione sacra, n derivano da una vana ricerca di effetti straordinari ed insoliti, allora  necessario certamente aprire ad essi le porte delle nostre chiese, potendo ambedue contribuire non poco alo splendore dei sacri riti, alla elevazione delle menti e, insieme, alla vera devozione .
Vi esortiamo anche, Venerabili Fratelli, ad aver cura di promuovere il canto religioso popolare e la sua accurata esecuzione fatta con la conveniente dignit, potendo esso stimolare ed accrescere la fede e la piet delle folle cristiane. Ascenda al cielo il canto unisono e possente del popolo nostro come il fragore dei flutti del mare , espressione canora e vibrante di un sol cuore e di un'anima sola , come conviene a fratelli e figli di uno stesso Padre.
Quello che abbiamo detto della musica, va detto all'incirca delle altre arti, e specialmente dell'architettura, della scultura e della pittura. Non si devono disprezzare e ripudiare genericamente e per partito preso le forme ed immagini recenti, pi adatte ai nuovi materiali con quali esse vengono oggi confezionate: ma evitando con saggio equilibrio l'eccessivo realismo da una parte e l'esagerato simbolismo dall'altra, e tenendo conto delle esigenze della comunit cristiana, piuttosto che del giudizio e del gusto personale degli artisti,  assolutamente necessario dar libero campo anche all'arte moderna, se serve con la dovuta riverenza e il dovuto onore, ai sacri edifici ed ai riti sacri; in modo che anch'essa possa unire la sua voce al mirabile cantico di gloria che geni hanno cantato nei secoli passati alla fede cattolica. Non possiamo fare a meno, per, per Nostro dovere di coscienza, di deplorare e riprovare quelle immagini e forme da alcuni recentemente introdotte, che sembrano essere depravazione e deformazione della vera arte, e che talvolta ripugnano apertamente al decoro, alla modestia ed alla piet cristiana, e offendono miserevolmente il genuino sentimento religioso; esse si devono assolutamente tener lontane e metter fuori dalle nostre chiese come "in generale, tutto ci che non  in armonia con la santit del luogo" .
Attenendovi alle norme e ai decreti dei Pontefici, curate diligentemente, Venerabili Fratelli, di illuminare e dirigere la mente e l'anima degli artisti, ai quali sar affidato oggi il compito di restaurare e ricostruire tante chiese rovinate o distrutte dalla violenza della guerra; possano e vogliano essi ispirandosi alla religione trovare i motivi pi degni ed adatti alle esigenze del culto ; cos, difatti, felicemente accadr che le arti umane, quasi venute dal cielo, splendano di luce serena, promuovano sommamente l'umana civilt, e contribuiscano alla gloria di Dio e alla santificazione delle anime. Poich le arti allora davvero sono conformi alla religione, quando servono "come nobilissime ancelle al culto divino" .

La formazione liturgica

Ma c' una cosa ancora pi importante, Venerabili Fratelli, che raccomandiamo in modo speciale alla vostra sollecitudine e al vostro zelo apostolico. Tutto ci che riguarda il culto religioso esterno ha la sua importanza, ma urge soprattutto che i cristiani vivano la vita liturgica, e ne alimentino e incrementino lo spirito soprannaturale. Provvedete dunque alacremente che il giovane clero sia formato alla intelligenza delle sacre cerimonie, alla comprensione della loro maest e bellezza, e impari diligentemente le rubriche, in armonia con la sua formazione ascetica, teologica, giuridica e pastorale. E ci non soltanto per ragioni di cultura, non soltanto perch il seminarista possa un giorno compiere i riti della religione con l'ordine, il decoro e la dignit necessari, ma soprattutto perch sia educato in intima unione con Cristo Sacerdote, e diventi un santo ministro di santit .
Mirate anche in ogni modo a che, con i mezzi e i sussidi che la vostra prudenza giudicher pi adatti, il clero e il popolo siano una sola mente ed un'anima sola; e cos il popolo cristiano partecipi attivamente alla Liturgia, che diventer davvero l'azione sacra nella quale il sacerdote che attende alla cura delle anime nella parrocchia affidatagli, unito con l'assemblea del popolo, renda al Signore il debito culto.
Per ottenere ci sar certamente utile che pii giovinetti, bene istruiti, vengano scelti tra ogni classe di fedeli perch, con disinteresse e buona volont, servano devotamente e assiduamente all'altare: compito che dovrebbe essere tenuto in grande considerazione dai genitori, anche di alta condizione sociale e cultura.
Se questi giovinetti saranno istruiti con la necessaria cura e sotto la vigilanza di un sacerdote perch adempiano questo loro ufficio con costanza e riverenza e nelle ore stabilite, si render facile il sorgere fra loro di nuove vocazioni sacerdotali; e il Clero non si lamenter di non trovare - come, purtroppo, accade talvolta anche in regioni cattolicissime - nessuno che, nella celebrazione dell'augusto Sacrificio, gli risponda e gli serva.
Cercate soprattutto di ottenere, col vostro diligentissimo zelo, che tutti i fedeli assistano al Sacrificio Eucaristico e ne traggano i pi abbondanti frutti di salvezza; quindi esortateli assiduamente affinch vi partecipino con devozione, in tutti quei modi legittimi dei quali sopra abbiamo fatto parola. L'augusto Sacrificio dell'altare  l'atto fondamentale del culto divino;  necessario, perci, che esso sia la fonte e il centro anche della piet cristiana. Ritenete di non aver mai abbastanza soddisfatto al vostro zelo apostolico se non quando vedere vostri figli accostarsi in gran numero al celeste convito che  "Sacramento di piet, segno di unit, vincolo di carit" .
Perch, poi, il popolo cristiano possa conseguire questi doni soprannaturali con sempre maggiore abbondanza, istruitelo con cura, per mezzo di opportune predicazioni, e specialmente con discorsi e cicli di conferenze, con settimane di studio e con altre simili manifestazioni, sui tesori di piet contenuti nella sacra Liturgia. A questo scopo saranno certamente a vostra disposizione membri dell'azione Cattolica, sempre pronti a collaborare con la Gerarchia per promuovere il Regno di Ges Cristo.
 assolutamente necessario, per, che in tutto ci vigilate attentamente perch nel campo del Signore non si introduca il nemico per seminarvi la zizzania in mezzo al grano ; perch, in altre parole, non si infiltrino nel vostro gregge perniciosi e sottili errori di un falso misticismo e di un nocivo quietismo - errori da Noi come sapete, gi condannati  - e perch le anime non siano sedotte da un pericoloso umanesimo, n si introduca una falsa dottrina che altera la nozione stessa della fede, n, infine, un eccessivo archeologismo in materia liturgica. Curate con egual diligenza perch non si diffondano le false opinioni di coloro i quali a torto credono e insegnano che la natura umana di Cristo glorificata abiti realmente e con la sua continua presenza nei giustificati, oppure che una unica e identica grazia congiunga Cristo con le membra del suo Corpo .
Non vi lasciate disanimare dalle difficolt che nascono; mai si scoraggi il vostro zelo pastorale. "Suonate la tromba in Sion, convocate l'assemblea, riunite il popolo, santificate la Chiesa, adunate i vecchi, raccogliete i bambini e i lattanti" , e fate con ogni mezzo che si affollino dovunque le chiese e gli altari di cristiani, i quali, come membra vive unite al loro Capo divino, siano ristorati dalle grazie dei Sacramenti, celebrino l'augusto Sacrificio con Lui e per Lui, e diano all'Eterno Padre le lodi dovute.

Conclusione

Tutte queste cose, Venerabili Fratelli, avevamo in animo di scrivervi, e lo facciamo affinch i Nostri e i vostri devoti figli meglio comprendano e maggiormente stimino il preziosissimo tesoro contenuto nella sacra Liturgia: cio il Sacrificio Eucaristico, che rappresenta e rinnova il Sacrificio della Croce, i Sacramenti, fiumi di grazia e di vita divina, e l'inno di lode che il cielo e la terra elevano ogni giorno a Dio.
Ci sia lecito sperare che queste Nostre esortazioni sproneranno i tiepidi e i ricalcitranti non soltanto a uno studio pi intenso ed illuminato della Liturgia, ma anche a tradurre nella pratica della vita il suo spirito soprannaturale, come dice l'Apostolo: "non vogliate spegnere lo Spirito" .
A quelli che uno zelo eccessivo spinge talvolta adire e a fare cose che Ci duole di non poter approvare, ripetiamo l'avvertimento di S. Paolo: "Mettete ogni cosa a prova, ritenete ci che  buono" ; e li ammoniamo con animo paterno perch vogliano ricavare il loro modo di pensare e di agire dalla cristiana dottrina, conforme ai precetti della immacolata Sposa di Ges Cristo, e Madre dei Santi.
A tutti, poi, ricordiamo la necessit di una generosa e fedele obbedienza ai Pastori ai quali spetta il diritto ed incombe il dovere di regolare tutta la vita, e innanzi tutto quella spirituale, della Chiesa: "Obbedite ai vostri superiori e siate ad essi sottomessi. Essi, difatti, vegliano sulle anime vostre col pensiero di renderne conto, affinch lo facciano con gioia, e non gemendo" .
Il Dio che adoriamo, e che "non  Dio di discordia, ma di pace" , conceda benigno a noi tutti di partecipare in questo esilio terreno, con una solamente e un solo cuore, alla sacra Liturgia, che sia come una preparazione ed un auspicio di quella celeste Liturgia, con la quale, come confidiamo, in compagnia con la eccelsa Madre nostra, canteremo: "A Colui che siede sul trono e all'agnello: benedizione, e onore e gloria e impero nei secoli dei secoli" .
Con questa lietissima speranza, a voi tutti e singoli, Venerabili Fratelli, ai greggi affidati alla vostra vigilanza, come auspicio dei doni celesti, e attestato della Nostra particolare benevolenza, impartiamo con grandissimo affetto l'Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 20 Novembre 1947, ottavo del Nostro Pontificato.

PIO PP. XII.







DOTTRINA CATTOLICA
"LAMENTABILI SANE EXITU"

Nota previa ed esplicativa

Il Motu Proprio "Praestantia Scripturae Sacrae" del 18 Novembre 1907, conferma espressamente le condanne inflitte dal Decreto Lamentabili e dall'Enciclica Pascendi: "Noi rinnoviamo e confermiamo, in virt della Nostra Autorit Apostolica, tanto quel Decreto della Sacra Suprema Congregazione, quanto l'anzidetta Enciclica, aggiungendo la pena della scomunica a danno di coloro che contraddicano a questi documenti[...] Questa scomunica poi  indipendente dalle pene, nelle quali quanti mancheranno in ordine ai surriferiti documenti possano incorrere come propagatori e difensori di eresie, allorquando le proposizioni, opinioni o dottrine da essi propugnate siano eretiche; il che agli avversarii dei due citati documenti accade in non pochi casi e principalmente allorch difendono gli errori del Modernismo, sintesi di tutte le eresie".

Da: "Insegnamenti pontifici", Vol. 11, La Chiesa, edizioni Paoline, 1961, nota a al n 709, p. 525


SUPREMA SACRA INQUISIZIONE
ROMANA ED UNIVERSALE

Con deplorevoli frutti, l'et nostra, impaziente di freno nell'indagare le somme ragioni delle cose, non di rado segue talmente le novit, che, lasciata da parte, per cos dire, l'eredit del genere umano, cade in errori gravissimi. Questi errori sono di gran lunga pi pericolosi qualora si tratti della disciplina sacra, dell'interpretazione della Sacra Scrittura, dei principali misteri della Fede.

 da dolersi poi grandemente che, anche fra i cattolici, si trovino non pochi scrittori i quali, trasgredendo i limiti stabiliti dai Padri e dalla Santa Chiesa stessa, sotto le apparenze di pi alta intelligenza e col nome di considerazione storica, cercano un progresso dei dogmi che, in realt,  la corruzione dei medesimi.

Affinch dunque simili errori, che ogni giorno si spargono tra i fedeli, non mettano radici nelle loro anime e corrompano la sincerit della Fede, piacque al Santissimo Signore Nostro Pio per divina Provvidenza Papa X, che per questo officio della Sacra Romana ed Universale Inquisizione si notassero e si riprovassero quelli fra di essi che sono i precipui.

Perci, dopo istituito diligentissimo esame e avuto il voto dei Reverendi Signori Consultori, gli Eminentissimi e Reverendissimi Signori Cardinali Inquisitori generali nelle cose di fede e di costumi, giudicarono che le seguenti proposizioni sono da riprovarsi e da condannarsi, come si riprovano e si condannano con questo generale Decreto:

1. La legge ecclesiastica che prescrive di sottoporre a previa censura i libri concernenti la Sacra Scrittura non si estende ai cultori della critica o dell'esegesi scientifica dei Libri dell'Antico e del Nuovo Testamento.
2. L'interpretazione che la Chiesa d dei Libri sacri non  da disprezzare, ma soggiace ad un pi accurato giudizio e alla correzione degli esegeti.
3. Dai giudizi e dalle censure ecclesiastiche, emanati contro l'esegesi libera e superiore, si pu dedurre che la fede proposta dalla Chiesa contraddice la storia, e che i dogmi cattolici in realt non si possono accordare con le vere origini della religione cristiana.
4. Il magistero della Chiesa non pu determinare il genuino senso delle sacre Scritture nemmeno con definizioni dogmatiche.
5. Siccome nel deposito della fede non sono contenute solamente verit rivelate, in nessun modo spetta alla Chiesa giudicare sulle asserzioni delle discipline umane.
6. Nella definizione delle verit, la Chiesa discente e la Chiesa docente collaborano in tale maniera, che alla Chiesa docente non resta altro che ratificare le comuni opinioni di quella discente.
7. La Chiesa, quando condanna gli errori, non pu esigere dai fedeli nessun assenso interno che accetti i giudizi da lei dati.
8. Sono da ritenersi esenti da ogni colpa coloro che non tengono in alcun conto delle riprovazioni espresse dalla Sacra Congregazione dell'Indice e da altre Sacre Congregazioni Romane.
9. Coloro che credono che Dio  l'Autore della Sacra Scrittura sono influenzati da eccessiva ingenuit o da ignoranza.
10. L'ispirazione dei Libri dell'Antico Testamento consiste nel fatto che gli Scrittori israeliti tramandarono le dottrine religiose sotto un certo aspetto particolare in parte conosciuto e in parte sconosciuto ai gentili.
11. L'ispirazione divina non si estende a tutta la Sacra Scrittura al punto che tutte e singole le sue parti siano immuni da ogni errore.
12. L'esegeta, qualora voglia affrontare con utilit gli studi biblici, deve, anzitutto, lasciar cadere quel certo qual preconcetto inerente l'origine sovrannaturale della Sacra Scrittura.
13. Gli stessi Evangelisti e i Cristiani della seconda e terza generazione composero le parabole evangeliche in modo artificioso cos da spiegare gli esigui frutti della predicazione di Cristo presso i giudei.
14. Gli Evangelisti riferirono in molte narrazioni non tanto ci che effettivamente accadde, quanto ci che essi ritennero maggiormente utile ai lettori, ancorch falso.
15. Gli Evangeli furono soggetti a continue aggiunte e correzioni, fino alla definizione e alla costituzione del canone; in essi, pertanto, della dottrina di Cristo, non rimase che un tenue e incerto vestigio.
16. I racconti d Giovanni non sono propriamente storia, ma mistica contemplazione del Vangelo; i discorsi contenuti nel suo Vangelo sono meditazioni teologiche sul Mistero della Salvezza, destituite di verit storica.
17. Il quarto Evangelo esager i miracoli, non solo perch apparissero maggiormente straordinari, ma anche affinch fossero pi adatti a significare l'opera e la gloria del Verbo Incarnato.
18. Giovanni rivendica a s il ruolo di testimone di Cristo; in verit egli non  che un eccellente testimone di vita cristiana, ovvero della vita di Cristo alla fine del primo secolo.
19. Gli esegeti eterodossi espresso pi fedelmente il vero senso della Scrittura di quanto non abbiano fatto gli esegeti cattolici.
20. La Rivelazione non pot essere altro che la coscienza acquisita dall'uomo circa la sua relazione con Dio.
21. La Rivelazione, che costituisce l'oggetto della Fede cattolica, non si  conclusa con gli Apostoli.
22. I dogmi, che la Chiesa presenta come rivelati, non sono verit cadute dal cielo, ma l'interpretazione di fatti religiosi, che la mente umana si  data con travaglio.
23. Pu esistere, ed esiste in realt, un'opposizione tra i fatti raccontati dalla Sacra Scrittura ed i dogmi della Chiesa fondati sopra di essi; sicch il critico pu rigettare come falsi i fatti che la Chiesa crede certissimi.
24. Non dev'essere condannato l'esegeta che pone le premesse, cui segue che i dogmi sono falsi o dubbi, purch non neghi direttamente i dogmi stessi.
25. L'assenso della Fede si appoggia da ultimo su una congerie di probabilit.
26. I dogmi della Fede debbono essere accettati soltanto secondo il loro senso pratico, cio come norma precettiva riguardante il comportamento, ma non come norma di Fede.
27. La Sacra Scrittura non prova la Divinit di Ges Cristo; ma  un dogma che la coscienza cristiana deduce dal concetto di Messia.
28. Ges, durante il suo Ministero, non parlava per insegnare di essere il Messia, n i suoi miracoli miravano a dimostrarlo.
29. Si pu ammettere che il Cristo storico sia molto inferiore al Cristo della Fede.
30. In tutti i testi evangelici, il nome "Figlio di Dio" equivale soltanto a nome "Messia" e non significa assolutamente che Cristo  vero e naturale Figlio di Dio.
31. La dottrina su Cristo, tramandata da Paolo, Giovanni e dai Concili Niceno, Efesino e Calcedonense, non  quella insegnato da Ges, ma che su Ges concep la coscienza cristiana.
32. Non  possibile conciliare il senso naturale dei testi evangelici con quello che i nostri teologi insegnano circa la coscienza e la scienza infallibile di Ges Cristo.
33.  evidente a chiunque non sia influenzato da opinioni preconcette che Ges ha professato un errore circa il prossimo avvento messianico, o che la maggior parte della sua dottrina, contenuta negli Evangeli sinottici,  priva di autenticit.
34. Il critico non pu affermare che la scienza di Cristo non sia circoscritta da alcun limite, se non ponendo ipotesi - non concepibile storicamente e che ripugna al senso morale - secondo la quale Cristo abbia avuto la conoscenza di Dio in quanto uomo e non abbia voluto in alcun modo darne notizia ai discepoli e alla posterit.
35. Cristo non ebbe sempre la coscienza della sua dignit messianica.
36. La Risurrezione del Salvatore non  propriamente un fatto di ordine storico, ma un fatto di ordine meramente sovrannaturale, non dimostrato n dimostrabile, che la coscienza cristiana lentamente trasse dagli altri.
37. La Fede nella Risurrezione di Cristo inizialmente non fu tanto nel fatto stesso della Risurrezione, quanto nella vita immortale di Cristo presso Dio.
38. La dottrina concernente la Morte espiatrice di Cristo non  evangelica, ma solo paolina.
39. Le opinioni sull'origine dei Sacramenti, di cui erano imbevuti i Padri tridentini, e che senza dubbio ebbero un influsso nei loro Canoni dogmatici, sono molto distanti da quelle cui ora gli storici del Cristianesimo dnno credito.
40. I Sacramenti ebbero origine perch gli Apostoli e i loro successori interpretarono una certa idea e intenzione di Cristo, sotto la persuasione e la spinta di circostanze ed eventi.
41. I Sacramenti hanno come unico fine di ricordare alla mente dell'uomo la presenza sempre benefica del Creatore.
42. La comunit cristiana invent la necessit del Battesimo, adottandolo come rito necessario e annettendo ad esso gli obblighi della professione cristiana.
43. L'uso di conferire il Battesimo ai bambini fu un'evoluzione disciplinare, ragion per cui il Sacramento  diventato due, cio il Battesimo e la Penitenza.
44. Nulla prova che il rito del Sacramento della Confermazione sia stato istituito dagli Apostoli; la formale distinzione di due Sacramenti, cio del Battesimo e della Confermazione, non risale alla storia del cristianesimo primitivo.
45. Non tutto ci che narra Paolo a proposito dell'istituzione dell'Eucaristia [I Cor., 11, 23-25]  da considerarsi fatto storico.
46. Il concetto della riconciliazione del cristiano peccatore, per autorit della Chiesa, non fu presente nella comunit primitiva: fu la Chiesa ad abituarsi lentamente a questo concetto. Per di pi, dopo che la Penitenza fu riconosciuta quale istituzione della Chiesa, non veniva chiamata col nome di Sacramento, poich era considerata come Sacramento vergognoso.
47. Le parole del Signore "Ricevete lo Spirito Santo; a coloro ai quali rimetterete i peccati saranno rimessi e a coloro ai quali non li rimetterete non saranno rimessi" [Joh., 20, 22-23] non si riferiscono al Sacramento della Penitenza, anche se i Padri tridentini vollero affermarlo.
48. Giacomo, nella sua epistola [Jac., 5, 14 sqq.], non volle promulgare un Sacramento di Cristo, ma raccomandare una pia pratica e se in ci riconobbe un certo qual mezzo di Grazia, non lo intese con quel rigore con cui lo intesero i teologi che stabilirono la nozione e il numero dei Sacramenti.
49. Coloro che erano soliti presiedere alla cena cristiana acquisirono il carattere sacerdotale per il fatto che essa progressivamente andava assumendo l'indole di un'azione liturgica.
50. Gli anziani che, nelle adunanze dei Cristiani, esercitavano l'ufficio di vigilanza, furono dagli Apostoli creati preti o vescovi per provvedere all'ordinamento necessario delle crescenti comunit, e non propriamente per perpetuare la missione e la potest Apostolica.
51. Il Matrimonio fu riconosciuto dalla Chiesa come Sacramento della nuova Legge solo molto tardi; infatti, perch il Matrimonio fosse considerato Sacramento, era necessario che lo precedesse la piena dottrina della Grazia e la spiegazione teologica del Sacramento.
52. Cristo non volle costituire la Chiesa come societ duratura sulla terra, per lunga successione di secoli; anzi, nella mente di Cristo, il regno del Cielo, unitamente alla fine del mondo, doveva essere prossimo.
53. La costituzione organica della Chiesa non  immutabile; ma la societ cristiana, non meno della societ umana, va soggetta a continua evoluzione.
54. I dogmi, i sacramenti, la gerarchia, sia nel loro concetto come nella loro realt, non sono che interpretazioni ed evoluzioni dell'intelligenza cristiana, le quali svilupparono e perfezionarono il piccolo germe latente nel Vangelo con esterne aggiunte.
55. Simon Pietro non ha mai sospettato di aver ricevuto da Cristo il primato nella Chiesa.
56. La Chiesa Romana divent capo di tutte le Chiese non per disposizione della Divina Provvidenza, ma per circostanze puramente politiche.
57. La Chiesa si mostra ostile ai progressi delle scienze naturali e teologiche.
58. La verit non  immutabile pi di quanto non lo sia l'uomo stesso, poich si evolve con lui, in lui e per mezzo di lui.
59. Cristo non insegn un determinato insieme di dottrine applicabile a tutti i tempi e a tutti gli uomini, ma piuttosto inizi un certo qual moto religioso adattato e da adattare a diversi tempi e circostanze.
60. La dottrina cristiana fu, nel suo esordio, giudaica; poi divenne, per successive evoluzioni, prima paolina, poi giovannea, infine ellenica e universale.
61. Si pu dire senza paradosso che nessun passo della Scrittura, dal primo capitolo della Genesi fino all'ultimo dell'Apocalisse, contiene una dottrina perfettamente identica a quella che la Chiesa insegna sullo stesso argomento, e perci nessun capitolo della Scrittura ha lo stesso senso per il critico e per il teologo.
62. Gli articoli principali del Simbolo apostolico non avevano per i cristiani dei primi tempi lo stesso significato che hanno per i cristiani del nostro tempo.
63. La Chiesa si dimostra incapace a tutelare efficacemente l'etica evangelica, perch ostinatamente si attacca a dottrine immutabili, inconciliabili con i progressi odierni.
64. Il progresso delle scienze richiede una riforma del concetto che la dottrina cristiana ha di Dio, della Creazione, della Rivelazione, della Persona del Verbo Incarnato e della Redenzione.
65. Il Cattolicesimo odierno non pu essere conciliato con la vera scienza, a meno che non si trasformi in un cristianesimo non dogmatico, cio in protestantesimo lato e liberale.
Nella seguente Feria V, il giorno 4 dello stesso mese ed anno, fatta di tutte queste cose accurata relazione al Santissimo Signor Nostro Pio Papa X, Sua Santit approv e conferm il Decreto degli Eminentissimi Padri e diede ordine che tutte e singole le sopra enumerate proposizioni siano considerate da tutti come riprovate e condannate.

Pietro Palombelli,
Notaio della Sacra Inquisizione Romana ed Universale

Dato a Roma, presso il Palazzo del Sant'Uffizio, il giorno 3 del mese di Luglio dell'Anno 1907.








GIURAMENTO ANTIMODERNISTA
secondo il Motu proprio "Sacrorum Antistitum"
di S.S. Pio Pp. X

Io fermamente abbraccio e accetto tutte e singole le cose, che sono state definite, asserite e dichiarare dal magistero infallibile della Chiesa, e in modo speciale punti di dottrina, che direttamente sono contrari agli errori di questo tempo.

E in primo luogo professo che Dio, principio e fine di tutte le cose, pu essere certamente conosciuto, e perci se ne pu dimostrare l'esistenza, con il lume naturale della ragione "attraverso le cose create" (cf. Rom. 1,20), cio attraverso le opere visibili della Creazione, come causa attraverso gli effetti.
In secondo luogo: ammetto e riconosco che vi sono argomenti esterni della Rivelazione, cio dei fatti divini, specialmente i miracoli e le profezie, che sono segni certissimi dell'origine divina della religione cristiana, e ritengo che gli stessi sono del tutto adatti all'intelligenza degli uomini di tutti i tempi, e anche di questo tempo.
In terzo luogo: credo pure con ferma fede che la Chiesa, custode e maestra della parola rivelata,  stata immediatamente e direttamente fondata dallo stesso Cristo, vera e storica Persona, quando stava tra noi, e che la Chiesa stessa  stata edificata sopra Pietro, principe della gerarchia apostolica, e sui suoi successori nel tempo.
In quarto luogo: accetto sinceramente la dottrina della Fede, trasmessa sempre nello stesso senso e nella stessa sentenza, dagli Apostoli attraverso i Padri di retta dottrina fino a noi; perci respingo categoricamente e l'eretico ritrovato o dell'evoluzione dei dogmi, che passano da un senso ad un altro, diverso da quello che dapprima ebbe la Chiesa; cos pure condanno l'errore secondo il quale al divino deposito, affidato alla Sposa di Cristo e che essa deve custodire fedelmente, si sostituisce un ritrovato filosofico oppure la creazione di una coscienza umana, formata gradualmente dalla ricerca degli uomini e che si deve perfezionare continuamente con progresso indefinito.
In quinto luogo: ritengo certissimamente e professo sinceramente, che la Fede non  un cieco sentire della religione che erompe dalla profondit della subcoscienza, sotto la pressione del cuore e dell'inflessione della volont moralmente informata, ma un vero assenso dell'intelletto alla verit ricevuta dall'esterno, "ascoltata", per il quale, cio, crediamo che le cose dette, attestate e rivelate da un Dio personale, nostro Creatore e Signore, sono vere, per l'autorit di Dio sommamente verace.
Mi sottometto pure con la dovuta riverenza e aderisco con tutto l'animo a tutte le condanne, dichiarazioni, prescrizioni, contenute nell'Enciclica Pascendi e nel Decreto Lamentabili, specialmente per quanto riguarda la cosiddetta storia dei dogmi. Disapprovo l'errore di coloro che affermano che la Fede, proposta dalla Chiesa, pu ripugnare alla storia, e che i dogmi cattolici, nel senso in cui ora sono compresi, non si possono armonizzare con le origini pi vere della religione cristiana. Condanno pure e respingo la sentenza di quelli, che dicono che il cristiano pi istruito riveste come una doppia personalit, quella del credente e quella dello storico, come se fosse lecito allo storico ritenere cose che sono in contrasto con la Fede del credente, oppure porre delle premesse, da cui ne consegua che i dogmi sono o falsi o dubbi, purch questi non siano negati direttamente.
Disapprovo pure quel metodo di studiare e di interpretare la S. Scrittura, il quale, trascurata la Tradizione della Chiesa, l'analogia della Fede e le norme della Sede Apostolica, aderisce ai ritrovati dei razionalisti e ritiene non meno liberamente che arbitrariamente la critica del testo come unica e suprema regola. Respingo inoltre la sentenza di quanti sostengono che l'insegnante di storia della teologia o chi scrive di queste materie deve prima mettere da parte l'opinione preconcetta, sia dell'origine soprannaturale della Tradizione cattolica, sia dell'aiuto promesso da Dio per la perenne conservazione di ogni verit rivelata e poi deve interpretare coi soli principi della scienza gli scritti dei singoli Padri, esclusa ogni sacra autorit, e con quella libert di giudizio, con cui si  soliti studiare i documenti profani.
Mi professo poi completamente estraneo all'errore secondo il quale i modernisti sostengono che non vi  nulla di divino nella sacra Tradizione oppure, il che  peggio, lo ammettono in senso panteistico, cos che null'altro rimanga se non il solo e semplice fatto, equiparabile ai comuni fatti storici, cio di uomini, che colla loro abilit, capacit e ingegno hanno continuato attraverso le successive et la scuola iniziata da Cristo e dai suoi Apostoli. Perci ritengo fermissimamente la Fede dei Padri, e la riterr fino all'estremo respiro, riguardante il certo carisma della verit, che , che fu che sar sempre "nella successione dell'episcopato degli Apostoli" (Ireneo di Lione, Adv. haereses, 1.IV, c. 40, n. 2); affinch non si ritenga ci che possa sembrare migliore e pi opportuno secondo la cultura di ogni tempo, ma affinch non si creda mai diversamente, n mai diversamente si comprenda l'assoluta e immutabile verit predicata fin dall'inizio per mezzo degli Apostoli (Tertulliano, De praescript. haeretic., c. 28).

Prometto di mantenere tutte queste cose fedelmente, integralmente e sinceramente, e di custodire inviolabilmente non deflettendo da esse sia nell'insegnamento sia nelle parole e negli scritti. Lo prometto e lo giuro, cos Dio mi aiuti e questo santo divino Vangelo.







SUPREMA SACRA CONGREGATIO
SANCTI OFFICII

INSTRUCTIO "ECCLESIA CATHOLICA".
[...]

" I Vescovi prescriveranno ci che si deve fare e ci che si deve evitare, ed esigeranno che le loro prescrizioni siano da tutti osservate. Parimenti vigileranno perch, col pretesto che si dovrebbe dare maggiore considerazione a quanto ci unisce che a quanto ci separa dagli acattolici, non venga favorito l'indifferentismo, sempre pericoloso, specialmente presso coloro che sono poco istruiti nelle materie teologiche e poco praticanti la religione.
Si deve infatti evitare che, per uno spirito, chiamato oggi "irenico", l'insegnamento cattolico (si tratti di dogma o di verit connesse col dogma) venga talmente conformato o accomodato con le dottrine dei dissidenti (e ci col pretesto dello studio comparato e per il vano desiderio dell'assimilazione progressiva delle differenti professioni di fede) che ne abbia a soffrire la purezza della dottrina cattolica e ne venga oscurato il senso genuino e certo.
Si deve anche evitare quel modo di esprimersi, da cui hanno origine opinioni false e speranze fallaci, che non possono mai attuarsi; come per esempio, dicendo che non deve essere preso in tanta considerazione l'insegnamento dei Romani Pontefici, contenuto nelle encicliche, sul ritorno dei dissidenti alla Chiesa, sulla costituzione della Chiesa e sul Corpo Mistico di Cristo, perch non  tutto di fede, oppure (ancora peggio) perch in materia di dogmi nemmeno la Chiesa cattolica possiede pi la pienezza del Cristo, ma essa pu venire perfezionata dalle altre chiese.
Prenderanno diligenti precauzioni, e vi insisteranno con fermezza, perch nell'esporre la storia della Riforma o dei Riformatori, non siano cos esagerati i difetti dei cattolici e invece cos dissimulate le colpe dei riformati, oppure messi cos in evidenza gli elementi piuttosto accidentali che a stento si riesca a scorgere e a sentire ci che soprattutto  essenziale, cio la definizione della fede cattolica.
Infine cureranno che, per zelo esagerato e falso o per imprudenza ed eccessivo ardore nell'azione, non si nuocia invece di servire al fine proposto.
La dottrina cattolica dovr dunque essere proposta ed esposta totalmente ed integralmente: non si dovr affatto passare sotto silenzio o coprire con parole ambigue ci che la verit cattolica insegna sulla vera natura e sui mezzi di giustificazione, sulla costituzione della Chiesa, sul primato di giurisdizione del Romano Pontefice, sull'unica vera unione che si compie col ritorno dei dissidenti all'unica vera Chiesa di Cristo.
Si insegni loro che essi, ritornando alla Chiesa, nessuna parte del bene che, per grazia di Dio,  finora nato in loro, ma che col loro ritorno questo bene sar piuttosto completato e perfezionato. Non bisogna per parlare di questo argomento in modo tale che essi abbiano a credere di portare alla Chiesa, col loro ritorno, un elemento essenziale che ad essa sarabbe mancato fino al presente.
Queste cose devono essere dette chiaramente ed apertamente, sia perch essi cercano la verit, sia perch non si potr ottenere una vera unione fuori della Chiesa ".

[...]

Data a Roma, dal Palazzo del Sant'Officio, il 20 Dicembre 1949





IL MAGISTERO CATTOLICO
"MORTALIUM ANIMOS"

LETTERA ENCICLICA
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI
AVENTI CON L'APOSTOLICA SEDE
PACE E COMUNIONE.

"Come promuovere la vera unit religiosa"

PIO PP. XI
VENERABILI FRATELLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

1. Forse mai nel passato sent il mondo vivo come al Nostri giomi il desiderio di rafforzare ed estendere al bene comune dell'umanit quelle fraterne relazioni che, per identit di natura e di origine, ci uniscono, in quanto uomini, strettamente fra noi.
Le nazioni sono ancora ben lontane dal goder pienamente i beni della pace, anzi vecchi e nuovi dissidi sbocciano qua e l in rivolte e lotte civili; d'altra parte la soluzione dei molti contrasti circa la tranquillit e prosperit dei popoli  subordinata all'opera concorde ed attiva dei rispettivi governanti; si spiega facilmente (massime ora che tutti convengono sull'unit del genere umano) perch siano tanti a desiderare una sempre maggiore unione fra le varie nazioni, a ci portate da questa fraternit universale.

2. Analogo  l'intento che si prefiggono di conseguire taluni per quanto riguarda l'ordinamento della nuova legge promulgata da Nostro Signore Ges Cristo.
Convinti che rarissimo  il caso di uomini assolutamente privi di ogni sentimento religioso, sembrano nutrire speranza che non debba riuscire troppo difficile che, malgrado singole divergenze in materia di religione i popoli si accordino fraternamente un giorno nella professione di alcune dottrine, accolte come base comune di vita spirituale.
Di qui il frequente indire che fanno, con notevole intervento di persone, di congressi, riunioni, conferenze cui sono indifferentemente invitati a discutere infedeli di ogni gradazione e cristiani e perfino infelici apostati da Cristo che ne ripudiano con pertinace ostinazione la natura e missione divina.
Simili tentativi non possono in nessun modo riscuotere l'approvazione dei cattolici, fondati come sono sul falso presupposto che tutte le religioni siano buone e lodevoli in quanto tutte, pur nella diversit dei modi, manifestano e significano ugualmente quel sentimento, a chiunque congenito, che ci rivolge a Dio e ci rende ossequienti nel riconoscimento del suo dominio.
Teoria questa non solo erronea e ingannatrice, ma che attraverso una deformazione del vero concetto religioso conduce insensibilmente chi la professa al naturalismo ed all'ateismo. E'chiara quindi la conseguenza: aderendo ai fautori di tali teorie e tentativi ci si allontana del tutto dalla religione rivelata da Dio.

3. Ma dove parvenze di bene ingannano pi facilmente parecchi  quando si tratta di promuovere l'unit fra tutti quanti i cristiani. Si sente ripetere con insistenza che, non solo  giusto, ma doveroso che quanti invocano il nome di Cristo si astengano da reciproche recriminazioni e si stringano una buona volta in vincoli di vicendevole carit.
E chi oserebbe sostenere di amar Ges Cristo, senza impegnar tutte le proprie forze per contribuire alla realizzazione di uno dei voti di Lui, quando preg il Padre perch i suoi discepoli fossero "una cosa sola?".
E lo stesso Ges non diede ai propri fedeli quasi come distintivo l'amore reciproco: "Da questo tutti vi conosceranno per i miei discepoli: dall'amarvi l'un l'altro?" E magari aggiungono fossero tutti i cristiani "una cosa sola"; ben maggiore sarebbe la resistenza alla peste dell'empiet il cui quotidiano diffondersi ed imporsi minaccia di paralizzare la Buona Novella.

4. Queste e simili sono le ragioni che espongono non senza ampliarle, i cosiddetti pancristiani. E non  da credere che costoro siano pochi e raccolti in rari gruppi: si sono invece moltiplicati per cos dire in fitta schiera e riuniti in societ di vasta diffusione, rette specialmente - bench composte di credenti di varie confessioni - da acattolici.
Il lavoro a questo scopo  talmente attivo che in vari luoghi ha guadagnato la pubblica opinione e parecchi fra gli stessi cattolici sono presi dal miraggio e dalla speranza di simile unione, tanto pi che essa sembra rispondere ai desideri di Santa Madre Chiesa, uno dei cui voti pi antichi  di richiamare e ricondurre nel proprio seno i figli che l'han disertata.
Eppure sotto codeste attrattive e lusinghe si nasconde un gravissimo errore che scalzerebbe dalle basi il fondamento della Chiesa cattolica. Perci la consapevolezza del Nostro dovere apostolico ci impone di vigilare a che il gregge del Signore non cada vittima di pericolose fallacie, e contro tanto male sollecitiamo, venerabili fratelli, la vostra diligenza.
Voi avvicinerete - ne siamo sicuri - con il pi facile mezzo dello scritto e della parola, il popolo e ne sarete compresi nella spiegazione degli argomenti e principi che stiamo per esporre.
Non mancher cos ai cattolici una precisa norma di pensiero e di azione per saper come regolarsi rispetto a iniziative tendenti a procurare in qualsivoglia modo l'unione in un corpo solo di tutti i cristiani.

5. Dio, sommo fattore dell'universo, ci ha creati per conoscerlo e servirlo: pieno diritto ha per conseguenza alla nostra servit. Avrebbe potuto Iddio per governar l'uomo prescrivere solamente la legge di natura, quella cio che gli scolp nell'animo all'atto della creazione e quindi, merc la ordinaria sua provvidenza regolarne i progressi. Am invece presentarci dei particolari precetti e nel corso dei secoli, dall'origine del genere umano sino alla venuta e predicazione di Cristo, insegn egli stesso all'uomo i doveri che gli derivavano dalla propria natura verso il Creatore: "molte volte e in molti modi Dio ha parlato gi ai nostri Padri per mezzo dei Profeti, e da ultima ai giorni nostri ha parlato a noi attraverso il suo Figliolo".
E'evidente da quanto precede che delle religioni sola vera sar quella che si fonda sulla parola della rivelazione, cominciata fin da principio, proseguita nell'antico testamento e compiuta nel nuovo dello stesso Ges Cristo. Ora, se Dio ha parlato, e la storia ci prova che realmente parl, tutti comprendono che  Nostro dovere credere senza limiti a quanto Egli rivela e senza restrizioni obbedire ai suoi ordini. E proprio per questo, perch potessimo rettamente comportarci a gloria di Dio e per la nostra salvezza, fond il Signore la sua Chiesa nel mondo.
Nessuno crediamo, pu dichiararsi cristiano senza almeno credere alla istituzione di una Chiesa e di una sola, per opera di Cristo: ma se appena si richiede quale deva essere secondo la volont del suo fondatore, allora cominciano le divergenze. Molti per esempio negano che la Chiesa di Cristo deva essere visibile, almeno nel senso che debba presentarsi come un solo corpo di fedeli, concordi in un solo insegnamento e in una sola dottrina, sotto unico governo; e dicono invece che la Chiesa visibile altro non  se non una societ composta dall'assieme delle varie comunit cristiane, anche se singolarmente aderenti a dottrine magari opposte fra loro.
La Chiesa sua invece Nostro Signore la fond come societ perfetta, per natura esterna e sensibile, con il fine di perpetuare nel futuro l'opera salvatrice della Redenzione, sotto la guida di un solo capo, merc l'insegnamento della parola e con la dispensa dei sacramenti, fonti della Grazia celeste.
Ecco perch nelle sue parabole la dichiar simile a regno, a casa, a ovile, a gregge. E codesta Chiesa, morti che furono il fondatore e gli apostoli, primi artefici della sua propaganda, non poteva certo, cos mirabilmente costituita, venir meno e cessare, poich ad essa era stato assegnato il compito di condurre tutti gli uomini senza alcuna eccezione di tempo o di luogo all'eterna salvezza "andate dunque ed insegnate a tutti...".
E come potr mai la chiesa deflettere dall'adempimento di questo dovere, per diminuito valore ed efficacia, sicura della permanente presenza a suo fianco di Ges Cristo secondo la solenne promessa "Ecco io sono con voi ogni giorno, sino alla fine dei secoli?".
Non solamente deve dunque la Chiesa di Cristo sussistere oggi, domani e sempre, bens deve avere l'identica fisionomia di quella dei tempi apostolici, a meno che non si voglia giungere all'assurdit di ritenere che Ges Cristo o abbia fallito allo scopo o pur si sia sbagliato quando afferm che le porte dell'inferno non avrebbero mai prevalso contro di essa.
Se non che a questo punto occorre chiarire e confutare una falsa opinione, da cui sembra dipenda tutta la questione presente da cui traggono origine la molteplice attivit e sollecitudine degli acattolici tendenti - come dicemmo - all'unione delle chiese cristiane.
I fautori di questa iniziativa van di continuo e quasi all'infinito ripetendo le parole di Cristo: "Che tutti siano una cosa sola... si far un solo gregge ed un solo pastore..." con l'idea per di esprimere cos un voto e una preghiera di Ges Cristo tuttavia inesauditi. Per costoro l'unit di governo e di fede, che  la nota distintiva dell'unica e vera Chiesa di Cristo non  mai, si pu dire, esistita nel passato n esiste al presente;  possibile si desiderarla e forse, una volta o l'altra, mediante la comune volont dei fedeli potrebbe anche realizzarsi, ma rimane per adesso vaga utopia.
Di pi: la Chiesa, dicono, per s, per sua natura  divisa in parti, consta cio di molte singole Chiese e comunit e queste separate finora pur avendo in comune taluni punti dottrinali, tuttavia non sono d'accordo per altri i ma tutte godono e possono rivendicare gli stessi diritti; la Chiesa insomma fu unica al pi dall'et apostolica fino ai primi concili ecumenici.
Dunque, soggiungono, bisogna mettere da parte e superare ogni controversia e codeste antichissime divergenze che ancor oggi mantengono diviso il nome cristiano; e formare invece, dalle altre dottrine comuni, e proporre, una norma di fede nella cui professione prevalga piuttosto al sapersi il sentirsi fratelli; che infine se unite da un patto universale le varie comunit o chiese potranno opporre solida e fruttuosa resistenza ai progressi dell'empiet.

6. Questo, venerabili fratelli,  quanto si sente comunemente dire. E'ben vero che non mancano di quelli che ritengono e concedono che il Protestantesimo ha peccato di leggerezza nell'abbandonare certi punti di fede e qualche rito del culto esterno, certamente accettabili ed utili, che invece la Chiesa romana ancora mantiene. Subito dopo per rinfacciano proprio a questa chiesa di aver corrotto la purezza delle antiche dottrine con l'aggiunta di altre, nonch aliene, contrastanti addirittura al Vangelo; e la principale sarebbe quella del primato di giurisdizione concesso a Pietro e ai suoi successori nella sede romana. Fra costoro ce ne sono pure bench pochi - che concedono - al Romano Pontefice un primato d'onore, una qualche giurisdizione o potere, ma solo in quanto derivato, in certa maniera, dal consenso dei fedeli e non gi per diritto divino; ed altri arrivano fino a desiderare alla presidenza dei loro, diciamo cos, variopinti convegni, lo stesso Pontefice.
Ma se molti sono gli acattolici che predicano a gran voce la fraterna comunione in Ges Cristo, non se ne trova nemmeno uno cui venga in mente di obbedire all'insegnamento e sottoporsi al governo del Vicario di Ges Cristo.
E intanto sostengono che essi tratteranno ben volentieri con la chiesa romana ma con eguaglianza di diritti, cio da pari a pari; e se cos potessero fare ci vuol poco a supporre che agirebbero in modo che l'eventuale accordo non li costringesse al ripudio delle opinioni per cui vagano ancora erranti lontano dall'unico ovile di Cristo.

7. Stando cos le cose,  evidente che non pu la Sede Apostolica prendere parte a queste riunioni n  permesso in alcun modo ai cattolici aderire o prestar l'opera propria a tali iniziative; cosi facendo attribuirebbero autorit ad una falsa religione cristiana, assai diversa dall'unica Chiesa di Cristo. Ma potremo noi tollerare l'iniquissimo tentativo che la verit, e di pi divinamente rivelata sia oggetto di transazioni?
Ch qui si tratta proprio della difesa della verit rivelata. Dal momento che Ges mand per il mondo intero a diffondere tra tutti la buona novella gli apostoli, dopo aver loro tolto, per mezzo del preventivo insegnamento di tutta la verit da parte dello Spirito Santo, ogni possibilit di errore, forse che cotesta dottrina apostolica  mai venuta del tutto meno o fu talvolta alterata, in quella chiesa di cui Dio stesso  guida e custode ?
E poteva il Signore, mentre dichiar apertamente che il Vangelo non si riferiva solo ai tempi apostolici, ma abbracciava anche tutto il futuro, permettere un oscuramento progressivo dell'oggetto della fede, tale da trovarci a dover oggi tollerare opinioni contrastanti?
Ma se questo fosse vero bisognerebbe pur convenire bestemmiando che la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e la sua stessa perpetua permanenza nella Chiesa e fin la Predicazione di Cristo han perduto ormai da parecchi secoli ogni efficacia ed utilit.
Di pi l'Unigenito Figlio di Dio quando ordin ai suoi messi di evangelizzare tutto il mondo impose a tutti gli uomini il dovere di prestar fede alla verit insegnata da questi "testimoni preordinati da Dio" con la sanzione: "Chi creder e sar battezzato si salver; e chi non creder sar dannato". Ora non si pu nemmeno comprendere la portata e il valore di questo duplice precetto di insegnare cio e di credere indispensabile al conseguimento dell'eterna salute, se non attraverso l'integra e chiara esposizione della dottrina evangelica fatta dalla Chiesa, e la sicurezza della sua infallibilit.
A questo riguardo sono pure fuori di strada quanti ammettono s l'esistenza in terra di un deposito di verit, ma ne subordinano la conquista a cos faticoso lavoro, con studi ed indagini tanto diuturne, che s e no la vita di un uomo potrebbe bastare; come se Dio nella sua immensa bont, avesse parlato per mezzo dei profeti e del proprio Unigenito perch solo pochi ed anziani conoscessero la verit da lui rivelata, e non per imporre norme di fede e di morale a guida e sostegno dell'uomo nel suo corso mortale.

8. Potr sembrare che codesti "pancristiani" tutti occupati nell'unire le Chiese si propongano il nobilissimo scopo di diffondere e d'intensificare tra tutti i cristiani il senso della carit; ma come mai potrebbe la carit rivolgersi in danno della fede?
Nessuno certamente ignora che proprio Giovanni, l'apostolo della Carit, che pare nel suo vangelo aver svelato i secreti del Cuore Sacratissimo di Ges e che sempre inculcava ai discepoli il nuovo comandamento: "Amatevi l'un l'altro", viet ogni relazione con chi non professi piena ed incorrotta la fede di Cristo: "Chi viene a voi e non porta questa dottrina non accoglietelo in casa e non lo salutate nemmeno".
Quindi, basandosi la carit sulla fede integra e sincera, occorre che principalmente sul vincolo dell'unit della fede si polarizzino gli sforzi per riunire i figli di Cristo.

9. Come  dunque possibile concepire una societ cristiana i cui singoli componenti siano liberi di ritenere, anche quando si tratta dell'oggetto della fede, il proprio modo di pensare e di giudicare bench contrario alle opinioni degli altri ?
E in che maniera, di grazia, armonizzerebbero a comporre una sola ed uguale unit di fedeli, uomini che seguono sentenze diverse! Come, per esempio, gli assertori della validit della sacra Tradizione, a fonte genuina della Rivelazione divina e quelli che la impugnano? Chi accetta l'origine divina della gerarchia ecclesiastica, coi suoi vescovi, sacerdoti e ministri, e chi la considera sorta mano a mano per le esigenze dei tempi e delle cose? Chi nella santissima Eucaristia, per la transustanziazione del pane e del vino, adora Cristo realmente presente e chi sostiene che ivi il Suo corpo  soltanto presente per la fede o per il segno e la virt del Sacramento, chi nell'Eucaristia riconosce la natura di sacrificio e di sacramento e chi la giudica niente altro che memoria o rievocazione dell'Ultima Cena?
E come potranno star insieme le contrastanti dottrine sulla bont e utilit delle preghiere ai santi prima fra tutti la Vergine Maria Madre di Dio che regnano insieme a Nostro Signore, e della venerazione alle loro immagini, e quelle per cui il culto dei santi non  lecito in quanto si oppone all'onore dovuto a Ges Cristo "solo mediatore fra Dio e gli uomini"?
Date divergenze dottrinali cos gravi e numerose non vediamo come si prepari la via a formare l'unit della Chiesa, mentre suoi requisiti essenziali sono un unico magistero, una unica legge del credere ed una sola fede.
Sappiamo invece benissimo che da tutto questo all'indifferenza religiosa ed al modernismo  breve il passo. Per quelli infatti che ne han miseramente subito il contagio, la verit dogmatica non  gi assoluta ma relativa, proporzionata alle diverse esigenze di tempo e di luogo ed alle varie tendenze degli spiriti, non essendo basata sulla rivelazione immutabile ma sull'adattabilit alla vita.
Inoltre in materia di fede non si pu assolutamente tollerare la distinzione posta tra articoli fondamentali e non fondamentali come se gli uni si imponessero a tutti e gli altri fossero lasciati all'arbitrio ed al gusto dei fedeli.
La virt soprannaturale della fede che ha per causa formale l'autorit di Dio rivelante, non permette una simile distinzione. Sicch i veri cristiani prestano, per esempio, all'augusto mistero della Ss.ma Trinit uguale fede che a quello dell'Immacolata Concezione, e credono cosi all'Incarnazione del Verbo come all'infallibilit del Romano Pontefice, cos come il Concilio Vaticano la defin.
N per il fatto che le singole verit sono state definite e solennemente proclamate dalla Chiesa in tempi diversi ed anche recenti ne consegue una graduatoria nella loro certezza e credibilit. Forse non  sempre Dio che le rivel?
Il Magistero Ecclesiastico infatti, stabilito per divina provvidenza nel mondo allo scopo di conservare intatti in perpetuo le verit rivelate e di diffonderne con facilit e sicurezza la conoscenza, per quanto si eserciti quotidianamente per mezzo del Sommo Pontefice e dei vescovi in comunione con Lui, abbraccia pure il compito di definire, con riti e solenni decreti, quei punti della Sacra dottrina che, per errori di eretici e controversie, occorre spiegare con ulteriore efficacia e chiarezza e ribadire nelle menti dei fedeli.
Per con questa forma straordinaria di insegnamento non si introducono invenzioni o comunque qualcosa di nuovo che venga ad aggiungersi alla somma delle verit almeno implicitamente contenute nel deposito della Rivelazione divina; si tratta invece o di chiarire punti che a taluni potrebbero rimanere tuttavia oscuri, o di dichiarare oggetto di fede verit prima ancora ritenute da taluno controverse.

10. Risulta quindi evidente, venerabili fratelli, il motivo del permanente divieto posto da questa Sede Apostolica ai fedeli di partecipare a riunioni degli acattolici. Ch l'unico modo possibile di favorire l'unit dei cristiani si  di agevolare il ritorno dei dissidenti alla unica vera Chiesa di Cristo, a tutti ben nota e, per volont del proprio fondatore, destinata a rimaner in eterno tale come Egli la istitu per la comune salvezza di tutti. Che mai nel volgere dei secoli la mistica Sposa di Cristo fu contaminata n mai potr contaminarsi secondo le belle parole di Cipriano: "Non pu adulterarsi la Sposa di Cristo;  incorrotta e pudica; una sola casa conosce, di una sola stanza custodisce con casto pudore: la santit". E il medesimo santo martire bene a ragione si meravigliava che ci fosse qualcuno capace di credere che "questa unit proveniente dalla divina stabilit e saldata per mezzo dei sacramenti celesti possa nella Chiesa infrangersi ed esser sciolta per il dissenso di volont discordanti".
Se infatti il mistico corpo di Cristo, cio la Chiesa,  ben connesso e solidamente collegato come il fisico suo corpo, sarebbe sciocchezza fallace il dire che il mistico corpo si risolva in membri separati e distinti. Chiunque ad esso non  congiunto non pu esserne membro n comunica con il capo che  Cristo. Ora nessuno partecipa a questa unica Chiesa di Cristo, come nessuno vi rimane, se non conoscendo ed accogliendo con l'obbedienza la suprema autorit di Pietro e dei suoi legittimi successori. Non fu forse al Vescovo di Roma che obbedirono gli antenati degli odierni seguaci degli errori di Fozio e dei Protestanti? I figli si allontanarono purtroppo dalla casa paterna ma non per questo essa and in rovina sostenuta com'era dal continuo aiuto di Dio. Ritornino dunque al padre comune ed Egli dimentico delle precedenti ingiurie contro la Sede Apostolica li accoglier con tutto l'affetto del cuore.
Ch se desiderano, come ripetono, unirsi con Noi e con i Nostri, perch non si affrettano a venire alla Chiesa " Madre e maestra di tutti i seguaci di Cristo?".
Ascoltino la dichiarazione di Lattanzio: "La sola... Chiesa Cattolica  quella che mantiene il culto vero. Questa  la fonte della verit, questa la dimora della Fede, questo il tempio di Dio. E chiunque non v' entrato o ne sia uscito rimane privo della speranza di salvezza. Nessuno deve cercare d'ingannare s stesso con dispute pertinaci: qui si tratta della vita, e se non vi si pensa e provvede, la si perde irreparabilmente".
Tornino dunque i Nostri figli dissidenti alla Sede Apostolica, posta nell'Urbe che i principi degli apostoli, Pietro e Paolo, consacrarono col loro sangue, alla sede "Radice e matrice della Chiesa cattolica": non gi con l'idea o la speranza che la "Chiesa del Dio vivo, colonna e fondamento della verit" faccia getto dell'integrit della fede per tollerare i loro errori, ma per sottomettersi al suo magistero e governo.

11. Volesse il Cielo che toccasse a Noi di realizzare quanto non riusc ai Nostri predecessori: di poter abbracciare con effusione paterna i figli di cui piangiamo il doloroso abbandono; cos il Salvatore che vuol tutti gli uomini salvi e consapevoli della verit, ascoltando la nostra appassionata preghiera si degnasse di richiamare tutti gli erranti alla unit della Chiesa!
E per conseguire cosi difficile intento invochiamo, e vogliamo s'invochi, l'intercessione della Beata Vergine Maria Madre della grazia divina, vincitrice di ogni eresia ed aiuto dei cristiani, perch ci ottenga quanto prima il sorgere di quel desideratissimo giorno in cui tutti gli uomini udranno la voce del suo Figliolo divino "conservando nel vincolo della pace l'unit dello Spirito".
Voi ben comprendete, venerabili fratelli, quanto questo ritorno Ci stia a cuore e desideriamo che lo sappiano tutti i Nostri figli, non soltanto i cattolici ma anche quelli da Noi separati. E non v' dubbio che se richiedono con umilt di preghiera lumi celesti riconosceranno l'unica vera chiesa di Cristo e vi entreranno finalmente uniti con Noi in perfetta carit.

In questa attesa a voi, venerabili fratelli, al vostro clero e popolo impartiamo di cuore, auspicio di doni divini e conferma di benevolenza paterna, l'apostolica benedizione.

Data a Roma, presso S. Pietro, il 6 Gennaio 1928, Festa dell'Epifania di Nostro Signore Ges Cristo, nell'anno VI del Nostro Pontificato.

PIO PP. XI.
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