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LE VITE
DE'PIU' ECCELLENTI ARCHITETTI,
PITTORI, ET SCULTORI ITALIANI,
DA CIMABUE
INSINO A'TEMPI NOSTRI
ALLO ILLUSTRISSIMO
ET ECCELLENTISSIMO  SIGNORE

IL SIGNOR COSIMO DE'MEDICI

DUCA DI FIORENZA

Signore mio osservandissimo

Poi che la Eccellenzia Vostra, seguendo in ci l'orme de gli illustrissimi suoi progenitori e da la naturale magnanimit sua incitata e spinta, non cessa di favorire e d'esaltare ogni sorte di virt dovunque ella si truovi, et ha spezialmente protezzione de l'arti del disegno, inclinazione a gli artefici d'esse, cognizione e diletto delle belle e rare opere loro, penso che non le sar se non grata questa fatica presa da me di scriver le vite, i lavori, le maniere e le condizioni di tutti quelli che, essendo gi spente, l'hanno primieramente risuscitate, di poi di tempo in tempo accresciute, ornate e condotte finalmente a quel grado di bellezza e di maest dove elle si truovano a'giorni d'oggi. E percioch questi tali sono stati quasi tutti Toscani e la pi parte suoi Fiorentini e molti d'essi da gli illustrissimi antichi suoi con ogni sorte di premii e di onori incitati et aiutati a mettere in opera, si pu dire che nel suo stato, anzi nella sua felicissima casa siano rinate, e per benefizio de'suoi   medesimi, abbia il mondo queste bellissime arti ricuperate e che per esse nobilitato e rimbellito si sia. Onde, per l'obligo che questo secolo, queste arti e questa sorte d'artefici debbono comunemente a gli suoi et a lei come erede della virt loro e del lor patrocinio verso queste professioni e per quello che le debbo io particularmente per avere imparato da loro, per esserle suddito, per esserle devoto, perch mi sono allevato sotto Ippolito Cardinale de'Medici e sotto Alessandro suo antecessore, e perch sono infinitamente tenuto alle felici ossa del Mag<nifico  Ottaviano de'Medici, dal quale io fui sostentato, amato e difeso mentre che e'visse, per tutte queste cose dico, e perch da la grandezza del valore e della fortuna sua verr molto di favore a quest'opera e da l'intelligenza ch'ella tiene del suo soggetto meglio che da nessuno altro sar considerata l'utilit di essa e la fatica e la diligenza fatta da me per condurla, mi  parso che a l'Eccellenzia V<ostra  solamente si convenga di dedicarla, e sotto l'onoratissimo nome suo ho voluto che ella pervenga a le mani degli uomini. Degnisi adunque l'Eccellenzia V<ostra  d'accettarla, di favorirla e, se da l'altezza de'suoi pensieri le sar concesso, talvolta di leggerla, riguardando a la qualit delle cose che vi si trattano et a la pura mia intenzione; la quale  stata non di procacciarmi lode come scrittore, ma come artefice di lodar l'industria et avvivar la memoria di quegli che, avendo dato vita et ornamento a queste professioni, non meritano che i nomi e l'opere loro siano in tutto, cos come erano, im preda della morte e della oblivione. Oltra che in un tempo medesimo, con l'esempio di tanti valenti uomini e con tan te notizie di tante cose che da me sono state raccolte in questo libro, ho pensato di giovar non poco a'professori di questi esercizii e di dilettare tutti gli altri che ne hanno gusto e vaghezza. Il che mi sono ingegnato di fare con quella accuratezza e con quella fede che si ricerca alla verit della storia e delle cose che si scrivono. Ma se la scrittura, per essere incolta e cos naturale com'io favello, non  degna de lo orecchio di V<ostra  Eccellenzia n de'meriti di tanti chiarissimi ingegni, scusimi, quanto a loro, che la penna d'un disegnatore, come furono essi ancora, non ha pi forza di linearli e d'ombreggiarli e, quanto a lei, mi basti che ella si degni di gradire la mia semplice fatica, considerando che la necessit di procacciarmi i bisogni de la vita non mi ha concesso che io mi eserciti con altro mai che co'l pennello. N anche con questo son giunto a quel termine, a 'l quale io mi imagino di potere aggiugnere ora che la fortuna mi promette pur tanto di favore, che con pi comodit e con pi lode mia e pi satisfazione altrui potr forse cos col pennello come anco con la penna spiegare al mondo i concetti miei qualunque si siano. Percioch oltra lo aiuto e la protezzione che io debbo sperar da l'Eccellenzia V<ostra , come da mio signore e come da fautore de'poveri virtuosi,  piaciuto alla divina bont d'eleggere per suo vicario in terra il santissimo e beatissimo Iulio III Pontefice Massimo, amatore e riconoscitore d'ogni sorte virt e di queste eccellentissime e difficilissime arti spezialmente. Da la cui somma liberalit attendo ristoro di molti anni consumati e di molte fatiche sparte fino a ora senza alcun frutto.   E non pur io, che mi son dedicato per servo perpetuo a la Santit S<ua , ma tutti gl'ingegnosi artefici di questa et ne debbono aspettare onore e premio tale et occasione d'esercitarsi talmente, che io gi mi rallegro di vedere queste arti arrivate nel suo tempo al supremo grado della lor perfezzione e Roma ornata di tanti e s nobili artefici, che annoverandoli con quelli di Fiorenza che tutto giorno fa mettere in opera l'Eccellenzia V<ostra , spero che chi verr doppo noi ar da scrivere la quarta et del mio volume, dotato d'altri maestri, d'altri magisterii che non sono i descritti da me, nella compagnia de'quali io mi vo preparando con ogni studio di non esser degli ultimi.
Intanto mi contento che ella abbia buona speranza di me e migliore opinione di quella che senza alcuna mia colpa n'ha forse conceputa; desiderando che ella non mi lasci opprimere nel suo concetto dell'altrui maligne relazioni fino a tanto che la vita e l'opere mie mostreranno il contrario di quello che e'dicono.
Ora con quello animo che io tengo d'onorarla e di servirla sempre dedicandole questa mia rozza fatica, come ogni altra mia cosa, e me medesimo l'ho dedicato, la supplico che non si sdegni di averne la protezzione o di mirar almeno a la devozione di chi gliela porge; et alla sua buona grazia raccomandandomi, umilissimamente le bacio le mani.
Di  Vostra  Eccellenzia umilissimo servitore

GIORGIO VASARI, Pittore Aretino.

PARTE SECONDA.

BENEDETTO DA MAIANO

Scultore

Gran dote riceve dal cielo colui che oltra la grandezza della natura, nelle azzioni della virt et in ogni cosa si mette considerato, animoso e prudente; onde perci ne li viene maggioranza sopra tutti gli artefici, et oltre a questo utilit perpetua. Ma coloro che mossi dal genio loro imparano una scienza, et in quella si conducono perfetti, e condotti e guadagnato il nome, inanimiti per la gloria, salgono poi da una imperfetta a una perfetta, da una mortale a una eterna; questo certamente  gran lume, in tal vita conoscere, della fama che i mortali si lasciano la pi immortale; e quelle operando far di s vita eterna nelle cose del mondo; come certamente conobbe e fece il non meno prudente che virtuoso Benedetto da Maiano scultor fiorentino. Il quale nella sua fanciullezza messo allo intagliator di legnami, quegli intagli tanto egregiamente, che merit lode del pi bello ingegno che in quel tempo tenesse di quello essercizio ferri in mano. Avvenne che per li modi di Paolo Uccello e di Filippo Brunelleschi, s'era dato in Fiorenza fortemente opera alle cose di legno commesse in prospettiva, con quei legnami tinti di bianchi e neri, e di quei di legno di silio bianchi commessi nel noce e ripieni di segatura di noce e di colla profilati, de i quali Benedetto da Maiano fu il pi eccellente maestro che di tal professione si vedesse nel suo tempo: come ne fanno fede per le case di molti cittadini in Fioren za opere di suo, e particularmente tutti gli armarii della sagrestia di Santa Maria del Fiore. Perch venuto per la novit di tale arte in grandissimo nome, fece diversi lavori di legnami di cassoni et altre opere mandate a'principi Italiani e forestieri ancora. Viveva allora Mattia Corvino Re d'Ungheria, il quale avendo nella sua corte Fiorentini che lavoravano opere, essi infinitamente gli lodarono le cose di Benedetto e l'ingegno di lui. Per il che volle saggio dell'opera sua, e piacciutogli, fu mandato per esso. Onde egli gli fece un paio di casse con difficilissimo magisterio e con fatica incredibile di commessi di legni. Et ordinato da quel re che l'opere et esso in Ungheria andasse, l'opere armate di legni e fasciate in acqua messe per nave insieme con lui arrivarono in Ungheria. Perch egli primieramente al re fatto riverenza fu raccolto, e quegli onori reali che fu possibile a persona vertuosa e di fama, gli furono fatti. Appresso fatto venire l'opera, il re si volse trovare a vederla sballare per la volont e desiderio, e con trombe et altri suoni ne fece far molta festa. Laonde cominciato a scassar le casse et isdruscire gli incerati, vide Benedetto che l'umidit dell'acqua e 'l mucido del mare aveva tutta fatta intenerire la colla, e nello aprir gli incerati quasi tutti i pezzi che erano alle casse appiccati caddero in terra; onde Benedetto ammutolito, l'uno e l'altro, per il concorso di tanti signori e per la fama di quelle, restarono ucellati. Rimesse nientedimeno Benedetto il suo lavoro insieme il meglio che e'potette, et in maniera pure che il re ne fu satisfatto; ma non egli, che recatosi a noia quel mestiero, non lo poteva pi patire, per la vergogna che e'ne aveva ricevuto. E cos per disperazione rinegato tale arte, si mise in animo non volerla pi fare. Et alzato l'animo, vinta la timidit, prese la   scultura per arte. E non part d'Ungheria, ch'e'fece conoscere a quel re che la colpa era dello essercizio ch'era basso, e non dello ingegno suo ch'era alto e pellegrino. Diedesi dunque a operare, e fece modelli di terra et alcune cose di marmo; et a Fiorenza per lo desiderio d'oprare in ci ritornato, fece e di terra e di legno molte opre.
Avvenne che la Signoria di Fiorenza volse far fare la porta doppia di marmo della Udienza loro nel palazzo, e la allogarono a Benedetto; dove oltra l'ornamento ch' molto bello, et alcuni fanciulli che festoni reggono bellissimi, et una figura tonda di due braccia e mezzo d'un San Giovanni giovanetto, la quale  tenuta di dolcezza e di bellezza singulare, nella sala di dentro alla Udienza  una Giustizia a sedere di marmo sopra l'arco di essa, ch' molto lodevole. Et a questa opra fece di sua mano ancora la porta di que'legni commessi, dove fece per ciascuna parte della porta una figura, Dante Allghieri e Messer  Francesco Petrarca. Fece in Santa Maria Novella di Fiorenza, dove Filippino dipinse la cappella, una sepoltura di marmo nero, et un tondo con la Nostra Donna e certi angeli di marmo per Filippo Strozzi Vecchio, la quale  con somma diligenza lavorata. Volse fare il Magnifico Lorenzo Vecchio in Santa Maria del Fiore la memoria del ritratto di Giotto pittore fiorentino, e l'allog a Benedetto, il quale sopra quello epitaffio fece di marmo la figura che dipigne, la quale  molto lodevole. Aveva lavorato molte cose a Napoli Giuliano suo zio, per il Re Alfonso insieme con esso, e per essere egli morto a'servigi di quello, gli convenne per la eredit e robe sue trasferirsi a Napoli; onde prese a fare opere a quel re, et inoltre fece al Conte di Terra Nuova una tavola di marmo nel monistero de'monaci di Monte Oliveto, dentrovi una Nunziata   con certi santi e fanciulli intorno bellissimi, che reggono alcuni festoni; e molti bassi rilievi lavor nella predella di detta opera.

Chiamato a Faenza, lavor nel duomo di quella una bellissima sepoltura di marmo, per il corpo di San Savino; nella quale fece di basso rilievo sei istorie de la vita di quel santo, con grandissima diligenzia et arte e disegno, e ne'casamenti e nelle figure. Di maniera che per questa e per l'altre opere sue fu conosciuto per uomo eccellente e di grande ingegno. A Fiorenza tornato, fece a Pietro Mellini in Santa Croce il pergamo di marmo, cosa rarissima e tenuta bella sopra ogni altra di quel grado, per vedersi lavorate le figure di marmo nelle storie di S. Francesco, con tanta bont e diligenza, che di marmo non si potrebbe desiderar meglio. Avendo egli con artificio di buona maniera intagliato alberi, sassi, casamenti, prospettive et alcune cose maravigliosamente spiccate; et inoltre in terra un ribattimento di detto pergamo per la lor sepoltura con tanto disegno, che impossibile  lodarlo tanto che basti. Dicesi che egli ebbe difficult con gli operai di Santa Croce, perch sendo appoggiato detto pergamo a una colonna che regge gli archi, i quali sostengono il tetto dello edificio, volendola forare per fare la scala per salire a predicare, non volevano consentire, perch dubbitavano d'indebolirla col vacuo della salita, e che il detto peso non la sforzasse s, che ruinasse il tempio. Per il che diede loro securt che finirebbe l'opra senza alcun danno della chiesa. Onde sprang di fascie di bronzo di fuori la colonna, che  ricoperta dal pergamo in gi di pietra forte; e la scala di dentro per salirvi, tanto quanto egli buc per farla di fuora, ingross detto lavoro di quella pietra. E quello con stupore di chi lo vede al presente, a perfezzione ridusse mostrando nel la piccolezza delle figure di detta opra, la bont e la vivezza che i rari mostrano nelle grandi. Dicesi che Filippo Strozzi Vecchio, volendo fare il palazzo suo, ne prese parere con Benedetto, e che egli ne fece un modello in su 'l quale si cominci lo edifizio, che fu poi finito dal Cronaca per la morte di esso Benedetto. Il quale avendosi acquistato modo di vivere, poche altre opere volse far poi; n pi lavor di marmo, ma fin in Santa Trinita una Santa Maria Maddalena, cominciata da Desiderio da Settignano, e fece ancora il Crocifisso che  sopra lo altare di Santa Maria del Fiore, et alcuno altro per la citt; e condottosi ad anni LIIII venne a morte l'anno MCCCCIIC e con esequie onorate fu sepellito nella chiesa di San Lorenzo.
ANDREA MANTEGNA

Mantovano

Quanto possa il premio nella virt, colui che opera virtuosamente lo sa; che non sente il freddo, gli incomodi, i disagi, n lo stento, solo per venire allo effetto dello esser premiato, et ha tanta forza l'ambizione nel vedersi onorare e guiderdonare, che la virt si fa ogni giorno pi vaga, pi lucida, pi chiara e pi divina. Onde chi senza quella si muove ad alzarsi in buon credito fra gli uomini, indarno consuma se medesimo nelle fatiche e si empie d'amaritudine l'animo e la mente senza far frutto. Perch vedendo premiare pi di s chi nol merita, cadono nella mente e   nello animo pensieri tanto maligni, che si scorda in una ora quel che in molti anni e con molte fatiche aveva da 'l cielo e dalla natura conseguito. Per il che si d in preda il valore alla desperazione, di maniera che deviano da 'l primo essere e vanno in abbandono i principii buoni cominciati altamente. Onde viene che gli spiriti eccellenti s'attoscano, e non producono i frutti che tengono vivi i nomi dopo la morte. Laonde veggiamo quello che avvenne nella remunerazione e nella sorte in Andrea Mantegna, il quale sendo stimato, onorato e premiato, non fu maraviglia se la virt che aveva sempre and crescendo. E fu grandissima ventura la sua che, sendo nato d'umilissima stirpe in contado, e pascendo gli armenti, tanto s'alzasse col valore della sorte e della virt, ch'egli meritasse di venire cavaliere onorato.
Nacque, secondo la opinione di molti, Andrea in una villa vicino a Mantova, e col tempo condotto in quella citt, impar l'arte della pittura. E fece molte opere nella sua giovanezza che li diedon nome e lo fecion conoscere; e da chi vide l'opere sue fu molto avuto in pregio, e massime in Lombardia da que'signori fu poi molto stimato et in molte citt fuor di quella provincia ancora. E perch fu amicissimo del marchese Lodovico di Mantova, in sua giovent fama e grazia grandissima e favori infiniti ebbe appresso di lui. Et egli in molte cose mostr di stimar molto la virt sua e d'averla in grado et in bonissimo pregio. Perch Andrea gli dipinse nel castello di Mantova nella cappella di quello una tavoletta, nella quale con storie di figure non molto grandi mostr che meritava gli onori che gli erano fatti, perch questa opera  molto stimata fino al presente da tutti i lodati ingegni. In detto luogo similmente  una camera con una volta lavorata in fresco, dove sono   dentro molte figure che scortano al di sotto in su, molto lodate certamente, e da lui benissimo considerate. Et ancora ch'egli avesse il modo del panneggiar suo crudetto e sottile, e la maniera alquanto secca, e'vi sono per cose con molto artificio e con molta bont da lui lavorate e ben condotte. Fece ancora in Verona nella chiesa di Santa Maria in Organo a'frati di Monte Oliveto la tavola dello altar maggiore, la quale ancora oggi  tenuta cosa lodatissima, et ancora sono altre pitture di sua mano in quella citt. Alla badia di Fiesole fuor di Fiorenza, al monastero de'canonici regolari,  un quadro d'una mezza Nostra Donna sopra la porta della libraria, con diligenza lavorato da lui. Fece ancora a Vinegia alcune cose che sono lodatissime; et al detto marchese, per memoria dell'uno e dell'altro, nel palazzo di San Sebastiano in Mantova dipinse il trionfo di Cesare intorno a una sala, cosa di suo la migliore ch'e'facesse gi mai. Quivi con ordine bellissimo situ nel trionfo la bellezza e l'ornamento del carro; colui che vitupera il trionfante, i parenti, i profumi, gli incensi, i sacrifizii et i sacerdoti, i prigioni e le prede fatte per gli soldati e l'ordinanza delle squadre e tutte le spoglie e le vittorie; e le citt e le rocche in vari carri contrafece, con una infinit di trofei in su le aste, e varie armi per in testa e per indosso, acconciature, ornamenti e vasi infiniti; e tra le moltitudine de gli spettatori, una donna che ha per la mano un putto, che essendoseli fitto una spina in un piede, lo mostra alla madre e piagne, cosa bellissima e naturale. E certo che in tutta questa opera pose il Mantegna gran diligenzia e fatica non punto piccola, non guardando n a tempo n a industria nel lavorare; e di continuo mostr avere a quel principe affezzion grandissima, da che e'faceva cortesie s rare alla sua vir t, innamorato in tutto di quella. Finita questa opera, fece a San Zeno in Verona la tavola dello altar maggiore, de la quale dicono che e'lavor per mostra una figura bellissima, avendo gran volont di condurre tal lavoro. Le cose che fece in Mantova, e massimamente quella sala, furon cagione che egli fu tanto nominato per Italia, ch'altro non si udiva che 'l grido del Mantegna nella pittura.
Avvenne che, essendo la virt sua accompagnata da costumi e da modi buoni, ud le sue maraviglie Papa Innocenzio VIII, il quale avendo fabricato a Roma la muraglia di Belvedere, con paesi e pitture bellissime desideroso di adornarle, mand a Mantova per il Mantegna; et egli subito se ne venne a Roma con gran favore del marchese, che per maggior esaltazione e grandezza lo fece allora cavaliere a spron d'oro. Il papa, fattoli gran favori in questa arrivata e vedutolo lietamente, gli fece fare una cappella picciola in detto luogo; la quale con diligenza e con amore lavor minutissimamente di tal maniera, che e la volta e le mura paiono quasi pi tosto cosa miniata che dipintura, e le maggiori figure che vi sieno, sono sopra l'altare, le quali egli fece in fresco come le altre, il Battesimo ci  di Cristo per San Giovanni Batista, che lo accompagn con angeli e con altre figure; et in questa fece ancora i popoli, che spogliandosi fanno segno di volersi battezzare. E fra gli altri gli venne capriccio di fare una figura, che si cava una calza che per essersi per il sudore appiccata alla gamba, colui la tira a rovescio, appoggiandosela allo altro stinco, con tanta forza e disagio che e l'una e l'altro gli appare nel viso; cosa che fu tenuta molto in que'tempi in maraviglia e venerazione. Dicesi che Papa Innocenzio per le occupazioni che aveva, non dava cos spesso danari al Mantegna, come esso avrebbe volu to; per il che si risolse di dipignere in tal lavoro alcune Virt di terretta, e fra l'altre fece la Discrezione. Onde il papa un giorno venuto a veder l'opra, gli domand che figura fosse quella; egli rispose essere la Discrezione. Allora disse il papa: "Se vuoi ch'ella stia meglio, favvi allato la Pazienzia". E cos fu cagione che Andrea si tacque, et aspett il fine dell'opera; la quale poi che fu finita, il papa con onorevoli premii al suo duca lo rimand. Fece poco da poi in Padova sopra la porta del Santo, uno archetto dove si vede scritto il suo nome; e ne'Servi della medesima citt, dipinse la cappella di San Cristofano con bellissima grazia. Appresso ritornato a Mantova, mur e dipinse per uso suo una bellissima casa, la quale si godette mentre che e'visse. Dilettossi ancora de l'architettura, et accomodonne molti suoi amici. Per il che avendo gi pieno il mondo di fama e di opere, con dispiacere grandissimo di chi lo amava, si mor nella et di anni LXVI nel MDXVII. E con esequie onorate fu sepelito in Santo Andrea, e gli fu fatto questo epitaffio:

ESSE PAREM HVNC NORIS, SI NON PRAEPONIS, APELLI,
AENEA MANTINEAE QVI SIMVLACRA VIDES.

Tiensi ancora memoria grandissima dello onorato viver suo e de'costumi lodevoli che egli aveva, e dello amore col quale insegnava l'arte a gli altri pittori. Lasci costui alla pittura la difficult degli scorti delle figure al di sotto in su: invenzione difficile e capricciosa; et il modo dello intagliare in rame le stampe delle figure, comodit singularissima veramente; per la quale ha potuto vedere il mondo, non solamente la baccanaria, la battaglia de'mostri marini, il Deposto di croce, il Sepelimento di Cristo, la Resurressione   con Longino e con Santo Andrea, opere di esso Mantegna, ma le maniere ancora di tutti gli artefici che sono stati.
FILIPPO LIPPI

Pittor Fiorentino

Coloro che con qualche macchia nascono al mondo (qualunche ella si sia) lasciatagli da i suoi maggiori, e quella cuoprono con la modestia del vivere e con la gratitudine delle parole, e con fatti egregi il pi che sanno in tutte l'azzioni et in tutte l'opere loro, non solamente meritano lode de la prima virt, ma infiniti premi de le seconde azzioni; conoscendosi apertamente che il vincolo della virt, che  infusa in un animo, che sia in quella raro et eccellente,  il maggiore ornamento che sia e che si possa avere, e la cortesia fra l'altre virt, il pi delle volte  quella che taglia, spezza e rompe gli animi indurati nelle invidie e nelle maledicenzie de gli uomini. Questa sola virt rende molli e facili i pensieri ignoranti; perch si vede che chi continua i mezzi del non dar menda ad altrui et in tutto il suo procedere si ingegna sempre giovare a ciascuno, costui sicuramente si tira a la sepoltura prigione il mondo malgrado suo e trionfa de la malizia e dell'invidie de gli uomini, come fece Filippo. Il quale, continuando i modi soprascritti, fu pianto alla morte non solo da chi 'l conobbe, ma da molt'altri, anzi da tutto Firenza, perch veramente coloro   che sentono solamente ragionare delle sue virt, se ben non lo conobbero altrimente vivendo si dolgono ancora del suo fine. Fu Filippo figliuolo di fra'Filippo del Carmino; e seguitando nella pittura le vestigie del padre morto mentre che egli era ancor giovinetto, fu tenuto in governo et amaestrato da Sandro di Botticello; et avendolo fra'Filippo alla morte sua raccomandato a fra'Diamante, et a lui datolo, che i modi dell'arte buoni gli insegnasse, egli fu di tanto ingegno e di s copiosa invenzione nella pittura, e tanto bizzarro e nuovo ne'suoi ornamenti, che fu il primo il quale a'moderni mostrasse il nuovo modo di variare abiti et abbellisse ornatamente con antichi abiti e veste soccinte le figure che e'faceva. Fu primo ancora a dar luce alle grottesche, che somiglino l'antico; e le mise in opera di terretta e colorite in fregi, con pi disegno e grazia che gli inanzi a lui non avevano fatto. Maravigliosa cosa era a vedere gli strani capricci che nascevano nel suo fare, atteso che e'non lavor mai opera che delle cose antiche di Roma con gran studio non si servisse, invasi, calzari, trofei, bandiere, cimieri et ornamenti di tempii, abbigliamenti da dosso a figure; onde grandissimo e sempiterno obligo se gli debbe avere, sendo egli stato quello che ha dato principio alla bellezza et all'ornamento di questa arte, la quale con i destri modi suoi  venuta a quella perfezzione dove ella si truova al presente.
Nella sua prima giovent diede fine alla cappella de'Brancacci nel Carmino di Fiorenza, cominciata da Masolino e non finita da Masaccio per la morte sua; e cos Filippo di sua mano la ridusse a perfezzione insieme con un resto della storia, quando San Piero e San Paolo risuscitano il nipote dello imperatore. E quando San Paolo visita San Pietro in prigione, cos tutta la dispu ta di Simon Mago e di San Pietro dinanzi a Nerone, e la sua crocifissione. Et in questa storia ritrasse s et il Pollaiuolo, per la quale gloria e fama grandissima apport nella sua giovent. Fece poi a tempera alle Campora, alla cappella di Francesco del Pugliese, una tavola di San Bernardo al quale apparisce la Nostra Donna con angeli, et esso  in un bosco che scrive; la quale  tenuta mirabile in alcune cose, come in sassi, libri, erbe e simili figure ch'egli drento vi fece, oltra che vi ritrasse Francesco di naturale che non li manca se non la parola; questa tavola fu levata per l'assedio di Fiorenza di quella cappella e messa in Fiorenza nella Badia in sagrestia per conservarla. Et a'frati di Santo Spirito lavor una tavola, dentrovi la Nostra Donna, San Martino e San Niccol per Tanai de'Nerli; et ancora in San Brancazio alla cappella de'Rucellai una tavola, et in San Ruffello una d'un Crocifisso e due figure in campo d'oro. In San Francesco nel poggio di San Miniato, dinanzi alla sagrestia, fece uno Iddio Padre con molti fanciulli, e nel Palco a'frati del Zoccolo fuor di Prato, castello X miglia lontano a Fiorenza, lavor un'altra tavola; e dentro nella terra nella udienza de'Priori di Prato fece una tavolina con tre figure molto lodata: Santo Stefano, San Giovanni Battista e la Madonna. In sul canto al Mercatale, vicino a certe sue case, fece dirimpetto alle monache di Santa Margherita un tabernacolo in fresco molto bello e lodato per esservi una Nostra Donna, e bellissima e modestissima, con un coro di Serafini in campo di splendore: il che sofisticamente dimostra che e'cercava penetrare con lo ingegno nelle cose del Cielo. Et in questo lavoro medesimo dimostr arte e bella advertenzia in un serpente che  sotto a Santa Margherita, tanto strano e s pauroso, che e'fa conoscere do ve abita il veleno, il fuoco e la morte; et il resto di tutta l'opera  colorito con tanta freschezza e vivacit, che e'merita di esser lodato infinitamente; et in Lucca in San Michele una tavola similmente con tre figure. In San Ponziano ne'frati di Monte Oliveto v' una tavola in una cappella di Santo Antonio, che ha in mezzo una nicchia, dentrovi un Santo Antonio bellissimo di rilievo, di mano d'Andrea Sansovino, cosa prontissima e bellissima. Fu ricercato con grande instanza di andare in Ungheria per il Re Mattia, e ricus d'andarvi, ma fece bene due tavole per esso in Fiorenza, che a quel re furono mandate, cosa lodata e degna di Filippo; nelle quali mostr quanto valeva in quell'arte. Mand suoi lavori a Genova, e fece a Bologna in San Domenico, allato alla cappella dello altar maggiore a man sinistra, una tavola di San Sebastiano, cosa molto bella e tenuta certo eccellente. A Tanai de'Nerli fece una altra tavola a San Salvatore fuor di Fiorenza. Et a Pietro del Pugliese amico suo lavor una storia di figure picciole, condotte con tanta arte e diligenza, che volendone un altro cittadino una simile, gliela deneg, dicendo essere impossibile di farla. Ora avendo intrinseca amicizia con Lorenzo Vecchio de'Medici, fu da lui strettamente pregato per dovere fare una opra grandissima a Roma per Olivieri Caraffa Cardinale napolitano, amico di Lorenzo; e cos per commessione di quello se ne and a Roma a servire il detto signore, passando prima da Spoleto, come volse Lorenzo detto, per fare una sepoltura di marmo a fra'Filippo suo padre, chiesto gi da Lorenzo a gli Spoletini, ma non ottenuto, come altrove abbiamo narrato. Disegn dunque Filippo la sepoltura con bel garbo e con buona grazia, e Lorenzo in su quel disegno suntuosamente la fece fa re. Appresso condottosi a Roma, fece al cardinale nella chiesa della Minerva una cappella, dove sono istorie di San Tomaso d'Aquino molto belle et alcune poesie cristiane molto lodate, e da lui che ebbe in questo la natura sempre propizia, tutte trovate.
Ritorn a Fiorenza, e cominci in Santa Maria Novella la cappella a Filippo Strozzi, la quale con molto amore avendo avviata, quella prese a finire con sua comodit; e fatto il cielo, et a Roma ritornato, fece oltra la cappella della Minerva, la sepoltura del cardinale, ch' di stucchi e di gessi in uno spartimento di una cappellina allato a quella, et altre figure, delle quali Rafaellin del Garbo suo discepolo molte ne lavor. Fu stimata detta cappella per maestro Lanzilago Padovano e per Antonio detto Antoniasso Romano, pittori de i migliori che fossero allora in Roma, due mila ducati d'oro senza le spese de gli azzurri e de'garzoni. Per il che Filippo, riscosso i danari e garzoni e le spese pagate, finita l'opera tornatosi a Fiorenza, fin la cappella de gli Strozzi, la quale da lui fu tanto ben condotta, e con arte e con disegno, che fa maravigliare ogni artefice a vedere la variet delle bizzarrie, armati, tempii, vasi, cimieri, armadure, trofei, aste, bandiere, abiti, calzari, acconciature di capo, veste sacerdotali, con tanto bel modo condotte, che merita grandissima comendazione. Sono le storie di detta opera la resurrezzione di Drusiana per San Giovanni Evangelista, dove mirabilmente si vede espressa la maraviglia de'circunstanti nel vedere suscitare una morta con un semplice segno di croce, e massimamente in un sacerdote o filosofo con un vaso in mano, vestito alla antica, il quale attonito di tal cosa, attentissimamente considera donde ci sia. In questa medesima istoria, fra molte donne diversamen te abbigliate, si vede un putto che, impaurito d'un cagnolino spagnuolo pezzato di rosso, che lo ha preso co'denti per una fascia, ricorrendo intorno a la madre e fra'panni di quella occultandosi, non dimostra manco timore o spavento del morso, che la madre tra quelle donne e maraviglia et orrore de la resurressione di Drusiana. Appresso, il bollire nello olio di esso santo, dove si vede la collera del giudice che comanda che il fuoco si accresca, et i reverberi delle fiamme nel viso di chi soffia, e molto belle attitudini in tutte le figure ad imitazione dello antico. Nella altra faccia  San Filippo nel tempio di Marte, che fa uscire il serpente di sotto l'altare, il quale amazza col puzzo il figliuolo del re. Perch Filippo fece una buca in certe scale et un sasso che  aperto, s simile la rottura de 'l sasso, che una sera un de'garzoni volendo riporre una cosa che non fosse veduta, sendo picchiata la porta, ivi corse per appiatarvela dentro, e ne rest ingannato. Si dimostr l'arte di Filippo ancora in un serpe talmente, che il veleno, il fetore e 'l fuoco pare di gran lunga pi naturale che dipinto. E molto  lodata la invenzione dell'altra istoria, nel suo essere crocifisso. Perch per quanto e'se ne conosce, egli imagina che gi in terra e'fusse disteso in su l'arbero della croce, e poi cos tutto insieme, alzato e tirato in aria per via di fune e di puntegli. Sonvi grottesche infinite e cose lavorate di chiaro scuro molto simili al marmo, e fatte stranamente con invenzione e disegno garbatissimo. Fece a'frati Scopetini a San Donato fuor di Fiorenza, detto Scopetto, al presente ruinato, una tavola de i Magi che offeriscono a Cristo, cosa molto lodata, e fra le cose sue finita con molta diligenza. Quivi sono Mori, Indiani, abiti stranamente acconci et una capanna bizzarrissima. Fece in palazzo della Signoria la tavola del la sala, dove stavano gli Otto di pratica; et il disegno di quella grande, con ornamento nella sala del Consiglio, la quale per la interposizione della morte, non cominci se bene l'ornamento fu intagliato. Fece ne'frati di Badia un S. Girolamo in chiesa, e per tutte le case di quei cittadini sono delle sue opere. Cominci a'frati de'Servi la tavola dello altar maggiore, che  un Deposto di croce; e fin le figure dal mezzo in su, che depongono Cristo, ma sopragiugnendoli un crudelissimo male di febbre, non fu rimedio che la morte acerbissima nell'et di XLV anni, con una fiera strettezza di gola, da'vulgari detta spramanzia, alla patria sua non lo togliesse. Onde essendo egli stato sempre domestico, affabile, liberale e gentile, fu pianto da tutti quegli che lo avevano conosciuto, e molto pi da'cittadini che si servivano di lui nelle mascherate; i quali solevano dire di non aver mai visto cosa che pi aggradasse loro che le invenzioni di Filippo. Rest la fama di questo gentil maestro talmente ne i cuori di quegli che l'avevano praticato, che merit coprire con la grazia della sua virt l'infamia della nativit sua. E sempre visse in grandezza et in riputazione. Et in Fiorenza nella chiesa di S. Michele Bisdomini, gli fu da'suoi figliuoli dato onorato sepolcro, et il giorno XIII di aprile MDV mentre si portava a sepellire si serrarono tutte le botteghe nella via de'Servi, come ne'dolori universali si suol fare il pi delle volte. N ci  mancato di poi chi lo abbia onorato con questo epitaffio:

MORTO  IL DISEGNO OR CHE FILIPPO PARTE
DA NOI: STRACCIATI IL CRIN FLORA, PIANGI ARNO;
NON LAVORAR PITTVRA, TV FAI INDARNO
CHE IL STIL HAI PERSO, E L'ENVENZIONE, E L'ARTE.  

LUCA SIGNORELLI DA CORTONA

Pittore

Chi ci nasce di buona natura non ha bisogno nelle cose del vivere di alcuno artificio, perch i dispiaceri del mondo si tollerano con pazienzia, e le grazie che vengono si riconoscono sempre da 'l cielo. Ma in coloro che sono di mala natura pu tanto la invidia, cagione delle ruine di chi opera, che sempre le cose altrui, ancora che minori, gli appariscono e maggiori e migliori che le proprie. Laonde infelicit grandissima  di quegli che fanno per concorrenza le cose loro pi per passare con la superbia l'altrui virt, che perch da loro trar si possa utile o beneficio. Questo peccato non regn veramente in Luca Cortonese, il quale che sempre am gli artefici suoi e sempre insegn a chi volle apprendere, dove e'pens fare utile alla professione. E fu tanta la bont della sua natura, che mai non si inchin a cosa che non fusse giusta e santa. Per la qual cagione il Cielo, che lo conobbe vero uomo da bene, si allarg molto in dargli delle sue grazie. Fu Luca Signorelli pittore eccellente, e nel suo tempo era tenuto in Italia tanto famoso e l'opre sue furono in tanto pregio, quanto nessuno in alcun tempo sia stato. Perch nell'opre ch'egli fece nell'arte di pittura, mostr il modo dell'usare le fatiche ne gli ignudi, e quegli con gran difficult e bonissimo modo mostr potersi far parer vivi. Fu creato e discepolo di Pietro dal Borgo a San Sepolcro, e molto nella sua gio vanezza l'osserv; et ogni fatica mise per potere non solo paragonarlo, ma di gran lunga passarlo. Per il che cominci a lavorare et a dipignere nella maniera di Maestro Pietro, che quasi l'una da l'altra non si sarebbe potuta conoscere. Le prime opere sue in Arezzo sono in San Lorenzo una cappella di Santa Barbara dipinta da lui in fresco, et alla Compagnia di Santa Caterina il segno d'andare a processione, in tela a olio, con una istoria di lei nelle ruote; e similmente quello della Trinit, ancora che e'non paia di mano di Luca ma di Pietro da 'l Borgo. Fece in Santo Agostino in detta citt la tavola di S. Niccola da Tolentino, con istoriette bellissime condotte da lui con benissimo disegno et invenzione, e nel medesimo luogo alla cappella del Sagramento due angeli lavorati in fresco. E per Messer Francesco Accolti aretino, dottissimo legista, fece la tavola della cappella sua, dove ritrasse alcune sue parenti e Messer  Francesco ancora. In questa opera  un San Michele che pesa l'anime, che mirabile  a pensare di vedere l'arte di Luca ne gli splendori dell'arme, e vedere i barlumi, le riverberazioni et i riflessi fatti delle mani e di tutto quello che ha indosso, dove con molta grazia e disegno mostr quanto sapeva. Miseli in mano un paio di bilance, nelle quali uno ignudo va in alto, et una femmina d la bilancia, che va gi all'incontro, cosa in iscorto bellissima. E fra l'altre cose ingegnose, sotto i piedi di questo San Michele,  uno iscorto d'una figura ignuda bonissimo trasformato in un diavolo, nel quale un ramarro il sangue d'una ferita gli lecca.
In Perugia fece tavole et altre opere; et a Volterra e per la Marca sino a Norcia fece molti lavori, de'quali non accade far memoria particulare. Similmente al Monte Santa Maria dipinse a quei signori una tavola d'un Cristo morto, et a Citt di Ca stello in San Francesco  ancora una tavola d'una Nativit di Cristo, cosa con disegno et amore da lui lavorata, et un'altra di San Sebastiano nella chiesa di San Domenico. Sono similmente in Cortona sua patria molte opre di suo, ma fra l'altre appresso Santa Margherita, vicino alla rocca, luogo de'frati del Zoccolo, un Cristo morto, ch' tenuto cosa bellissima e di gran lode, non pure da'Cortonesi, ma da gli artefici ancora. Similmente nel Gies, Confraternita di secolari in Cortona, fece in una tavola una Comunione d'Apostoli per Cristo, dove  un Giuda che si mette l'ostia nella scarsella; la quale opera ancora oggi  molto stimata. Molte altre cose fece in quella citt; e lavor a fresco in Castilione Aretino sopra la cappella del Sacramento un Cristo morto con le Marie; et a Lucignano di Valdichiana dipinse in San Francesco alcuni sportelli dove sono figure di suo che ornano uno armario, dove sta uno albero di coralli con una croce a sommo. A Siena fece in Santo Agostino una tavola alla cappella di San Cristofano, dentrovi alcuni santi che mettono in mezzo il San Cristofano di rilievo; per il che in quella citt acquist molte ricchezze e molto onore. Venne in Fiorenza per vedere la maniera di que'maestri che erano moderni, desiderato da Lorenzo Vecchio, e dipinse una tela dove sono alcuni di ignudi, con molta aspettazione di coloro che desideravano vedere de le cose sue, e molto fu per quella opera comendato. Fece ancora un quadro di una Nostra Donna con due profeti piccoli di terretta, il quale  oggi a Castello, luogo del Duca Cosimo. E perch egli era al disegno molto destro et al colorire molto agile non meno che cortese, de la tela e de 'l quadro fece dono a Lorenzo, il quale da lui non si lasci vincere di cortesia. And a Chiusuri   a'monaci di Monte Oliveto in quel di Siena, dove sta di continuo il lor generale, e dipinse una banda del chiostro in muro con XI storie di San Benedetto; e da Cortona mand de le opere sue a Monte Pulciano e per tutta la Valdichiana. Fu condotto a Orvieto da gli operai del Duomo di Santa Maria, et interamente fin loro di man sua tutta la cappella di Nostra Donna, gi cominciata da fra'Giovanni da Fiesole; nella quale fece tutte le istorie de la fine del mondo: invenzione bellissima, bizzarra e capricciosa, per la variet di vedere tanti angeli, demoni, terremoti, fuochi, ruine e gran parte de'miracoli di Anticristo; dove mostr la invenzione e la pratica grande ch'egli aveva ne gli ignudi, con molti scorti e belle forme di figure, imaginandosi stranamente il terror di que'giorni. Per il che dest l'animo a tutti quelli che dopo lui son venuti, di far nell'arte le difficult che si dipingono in seguitar quella maniera.
Dicesi che a la tornata sua in Cortona gli mor un figliuolo che egli molto amava, bellissimo di volto e di persona; e fu cosa compassionevole, essendogli stato ucciso. Onde cos addolorato Luca lo fece spogliare ignudo, e con grandissima constanzia d'animo senza piagnere lo ritrasse. Sparsesi talmente la fama dell'opera d'Orvieto e delle altre tante che aveva fatte, che da Papa Sisto fu mandato a Cortona per lui, che venisse a lavorare in concorrenza con gli altri; acci che nella cappella di palazzo, nella quale tanti rari e begli ingegni lavoravano, fosse ancora dell'opere di Luca. Fecevi egli dunque due storie, tenute le migliori fra tutti gli altri artefici: l'una  il testamento di Mos al popolo ebreo nello avere veduto la terra di promissione, e l'altra la morte sua. Fece ancora molte opere a diversi principi in Italia e fuori; e gi vecchio tornatosi a Cortona, lavorava   opere per diversi luoghi. Fece in ultimo della sua vecchiezza alle monache di Santa Margherita in Arezzo, una tavola per la chiesa loro, che molto fu stimata. Similmente una alla Compagnia di San Girolamo in detta citt, parte della quale pag Messer  Niccol Gamurrini aretino, auditor di ruota, che in essa fu ritratto. E finalmente venuto in vecchiezza di anni LXXXII, in Cortona fra'suoi parenti si mor; e nella pieve gli fu dato onorata sepoltura, perch fu da'suoi Cortonesi onorato vivo e morto, s come quello che molto ben l'aveva meritato, per lo utile e per l'onore che e'dette alla patria sua.
Dicesi che Luca fu persona molto amorevole e cordiale nelle amicizie sue, et aveva tanto buona maniera nella pratica e nelle parole, che arebbe fatto fare de'lavori a chi non ne avesse avuto n bisogno n voglia. Fu sempre cortese a chi volle servizio da lui, e molto amorevole nello insegnare a'discepoli suoi. Visse splendidamente, e vestissi sempre di seta, e da tutti i personaggi grandi fu avuto in venerazione, e cos fuori, come in Italia, fece conoscere il nome suo. Mor nel MDXXI. E fu onorato da'poeti con molti versi. De'quali ci bastano questi soli:

Pianga Cortona omai, vestasi oscura
Che estinti son del Signorello i lumi,
E tu pittura, fa de gli occhi fiumi
Che resti senza lui debile e scura.  

BERNARDINO PUNTURICCHIO

Pittore

Molti sono aiutati dalla fortuna, che non hanno virtute in loro, et infiniti que'virtuosi che la mala sorte sempre perseguita, dimostrando apertissimamente conoscere per suo figliuolo chi depende tutto da lei senza aiuto alcuno di virt, e che sommamente le piace di inalzare la dappocaggine di certi che senza il favore di lei non sarebbono pure conosciuti; come avvenne de 'l Pinturicchio, il quale ancora che facesse molti lavori aiutato da diversi, ebbe certo pi nome assai, che per le opere sue non aveva meritato. Tuttavolta egli era persona che ne'lavori grandi aveva molta pratica, e che teneva di continovo molti lavoranti nelle sue opere. Fece in giovanezza molti lavori in compagnia di Pietro suo maestro, da 'l quale tirava per sua mercede il terzo del guadagno. In Siena lavor in San Francesco al Cardinale Piccoluomini nipote di Papa Pio III, una tavola da altare, dentrovi un Parto di Nostra Donna; et in Roma alcune stanze per il sopra detto pontefice; e mandato a Siena, prese a dipignere la libreria edificata da Papa Pio II nel duomo di quella citt. Era in quel tempo, ancor giovanetto, Raffaello da Urbino pittore, che in compagnia erano stati con Pietro; onde egli lo condusse in Siena, dove di tutti gli schizzi delle storie della libreria, fece i cartoni Raffaello, che benissimo aveva appresa la maniera di Piero; e di questi se ne vede oggi   ancora uno in Siena. In questo lavoro tenne Pinturicchio in opera molti lavoranti, tutti della scuola di Pietro. E fu la fama sua tenuta dalla plebe in gran venerazione, di maniera che chiamato a Roma da Papa Alessandro VI, gli dipinse in palazzo tutte le stanze dove detto papa abit, e tutta la Torre Borgia; nella quale fece storie delle arti liberali in una stanza, e di stucchi di gessi mise d'oro le volte di rilievo, e con infinita spesa le condusse a l'ultima perfezzione. Ritrasse sopra la porta d'una camera la signora Giulia Farnese per il volto d'una Nostra Donna, e nel medesimo quadro la testa di Papa Alessandro; us molto fare alle figure dipinte ornamenti di rilievo messi d'oro, per contentare le persone che poco di quella arte intendevano, acci avesse maggior lustro e veduta, cosa goffissima nella pittura. Perch avendo fatto in dette stanze una storia di Santa Caterina, figur gli archi di Roma di rilievo, e le figure dipinte; di modo che essendo innanzi le figure e dietro i casamenti, vengono pi inanzi le cose che diminuiscono, che quelle che secondo l'occhio crescono, eresia grandissima nella nostra arte. In Castello Santo Angelo fece infinite stanze a grottesche, ma nel torrione da basso nel giardino, di storie di Papa Alessandro. Mand a Napoli a Monte Oliveto a Paolo Tolosa una tavola d'una Assunta. Fece infinite opere per tutta Italia, che per non essere molto eccellenti, ma di pratica, le porr in silenzio. Visse onoratamente, e perch era morso di non faticarsi nell'arte, diceva che il maggior rilievo che desse un pittore alle figure, era lo avere da s, senza saperne grado n a principi n a gli altri. Lavor ancora a Perugia; et in Araceli dipinse la cappella di San Bernardino; a Santa Maria del Popolo fece due cappelle e la volta della cappella maggiore.
Avvenne che, essendo egli   gi condotto a la et d'anni LIX, gli fu allogata una opera in San Francesco di Siena, dove gli assegnarono i frati una camera per suo abitare, e gliela diedero come e'volle, espedita e vacua de 'l tutto, salvo che d'un cassonaccio grande et antico che rincresceva loro a levarlo. Ma Pinturicchio, come strano e fantastico, ne fece tanto romore e tante volte, che i frati finalmente per disperati si misero a levarlo via; e fu tanta la loro ventura, che nel cavarlo fuori si ruppe una asse, nella quale erano cinquecento ducati d'oro di camera. De la qual cosa prese Pinturicchio tanto dispiacere, e tanto ebbe a male il bene di que'frati, che mentre fece quella opera s'accor di dolore, tuttavia non pensando in altro, e di quel si mor.
Furono le pitture sue circa l'anno MDXIII. Fu suo compagno et amico Benedetto Buonfiglio pittore Perugino, il quale molte cose lavor a Roma in palazzo del papa per que'maestri, et a Perugia sua patria fece la cappella della Signoria. Fu compagno e suo domestico amico ancora e seco lavor Gerino Pistolese, il quale ancor egli fu discepolo di Piero Perugino, e fu tenuto diligente coloritore et imitatore della maniera di Pietro suo maestro, con il quale lavor fino presso alla morte, e col Pinturicchio insieme oper molte cose. In Pistoia sua patria fece opere, ma non molte, perch al Borgo a San Sepolcro si condusse a fare un tavola a olio a una Confraternita del buon Gies in detta citt, dentrovi la Circoncisione, dove molto amore e molta diligenza mise. Alla pieve nel medesimo luogo dipinse una cappella in fresco, e sul Tevere per la strada che va ad Anghiari, fece un'altra cappella in fresco per la comunit, et in quel medesimo luogo nella badia de'monaci di Camaldoli intitolata San Lorenzo, un'altra cappella. Quivi dimor egli tanto, che quasi per sua   patria la elesse. Fu persona molto nelle cose dell'arte meschina, e che durava grandissime fatiche nell'opere et aveva un costume, ch'e'penava tanto su'lavori a condurli, che di stento s e loro in fine conduceva. Fecero le pitture loro circa nel MDVIII.

IACOPO DETTO L'INDACO

Iacopo detto l'Indaco fu discepolo di Domenico del Ghirlandaio e molto destro maestro nel tempo suo. Et ancora ch'e'non facesse molte cose, quelle che furono fatte da lui, sono molto da commendare. Fu persona faceta et amorevole, e dilettossi vivere con assai pochi pensieri, passando il tempo. Trovavasi spesso a Roma in compagnia del divin Michele Agnolo, il quale aveva molta sodisfazzione del suo commerzio. Lavor a Roma parecchi anni, et in quella, assai dedito a piaceri, condusse pochi lavori d'importanza. In Santo Agostino di Roma alla porta della facciata dinanzi, entrando in chiesa a man ritta, la prima cappella  di man sua, dentrovi nella volta quando gli Apostoli ricevono lo Spirito Santo; e di sotto due storie di Cristo, l'una, quando E'leva da le reti Andrea e Piero, e l'altra, la cena di Simone e la Maddalena, nella quale  un palco di legno di travi con molta vivacit contrafatto; e questo lavor egli in muro, e cos a olio in detta cappella  la tavola di sua mano molto ben fatta e condotta, che merita commendazione assai, nella quale fece un Cristo morto. Et   alla Trinit in Roma  di sua mano una tavoletta, dentrovi la Coronazione di Nostra Donna. E cos s'and passando il tempo con dilettarsi pi del dire che del molto fare. Perch trattenendo egli Michele Agnolo, mangiavano quasi sempre insieme, ma e'gli era un d per la importunit del cicalare venuto a noia, onde lo mand per comperar fichi una mattina per desinare; et avendo Iacopo a ritornare, Michele Agnolo serr la porta di dentro, perch picchiando forte Iacopo, Michele Agnolo non gli rispondeva. Onde venutogli collera, prese le foglie co'fichi e su la soglia della porta le stese; e partitosi stette molti mesi senza parlargli. Fece burle infinite, le quali non accade raccontare. E gi fatto vecchio, di et d'anni LXVIII in Roma si mor.


FRANCESCO FRANCIA

Bolognese Pittore

Di gran danno fu sempre in ogni scienza il presumere di s, e non pensare che l'altrui fatiche possino avanzar di gran lunga le sue; e per natura e per arte avere da 'l cielo non solamente le doti eccellenti e rare, ma ancora prerogative di grazia, di agilit e di destrezza nell'operare molto maggiori che altri non ha. Perch alle volte s'incontra e vedesi l'opere di tale, che mai non si sarebbe creduto, essere s belle e s   bene condotte, che lo ingannato dalla folle credenza sua, ne rimane tinto di gran vergogna e tutto confuso. E quanti si sono trovati che nel vedere l'opere d'altri, per il dolore del rimanere a dietro, hanno fatto la mala fine? Come  opinione di molti che intervenisse al Francia Bolognese, pittore ne'tempi suoi tenuto tanto famoso, che e'non pens che altri non solo lo pareggiasse, ma si acostasse a gran pezzo a la gloria sua. Ma vedendo poi l'opere di Raffaello da Urbino, sgannatosi finalmente di quello errore, ne abbandon e l'arte e la vita.

Dicesi che in Bologna citt molto magnifica nacque l'anno MCCCCL Francesco Francia, di persone artigiane e molto da bene; e nella sua fanciullezza fu posto a l'orefice, per lo ingegno che e'mostrava et acuto e buono nelle sue azzioni. Crebbe di persona e di aspetto talmente ben proporzionato, e con un modo di parlare s dolce e piacevole, che aveva forza di tenere allegro e senza pensieri qualunche pi maninconico mentre durava il ragionamento. E fu tanto umano nella conversazione, che fu amato non solamente da molti principi italiani, ma da tutti coloro che di lui ebbero cognizione. Attese mentre che egli faceva l'arte dell'orefice talmente al disegno, e tanto gli piacque, che svegliatosi lo ingegno suo che era capace di molte cose, vi fece dentro profitto grandissimo, come apparisce in Bologna sua patria per molti argenti in pi luoghi lavorati di niello, con istorie di figure piccole, le quali furono s sottilmente lavorate da lui, che spesse volte metteva, in uno spazio di due dita d'altezza e poco pi lungo, XX figurine proporzionatissime e belle. Lavor di smalti ancora molte cose di argenti, guaste per le rovine de'Bentivogli e trafuggate nella partita loro. Leg molte gioie perfettamente, e d'ogni cosa che difficilmente   si potesse lavorare in quel mestiero, lavor egli meglio che qualsivoglia eccellente orefice. Ma quello che gli dilett sopra modo, fu il fare i conii per le medaglie, i quali da nessuno meglio che dal Francia furono fatti ne'tempi suoi, come apparisce ancora in alcune medaglie fatte da lui naturalissime della testa di Papa Iulio II che stettono a paragone di quelle di Caradosso. Oltra che fece le medaglie del Signor  Giovanni Bentivogli che par vivo e d'infiniti principi, i quali nel passaggio di Bologna si fermavano, et egli faceva le medaglie ritratte in cera, e poi finite le madri de'conii, le mandava loro; di che, oltra la immortalit della fama, trasse ancora presenti grandissimi. Tenne continuamente mentre che e'visse la Zecca di Bologna; e fece le stampe di tutti i conii per quella, nel tempo che i Bentivogli reggevano; e poi che se n'andorono, ancora mentre che visse Papa Iulio, come ne rendono chiarezza le monete che il papa gitt nella entrata sua, dove era da una banda la sua testa naturale, e da l'altra queste lettere: Bononia per Iulium a tyranno liberata. E fu talmente tenuto eccellente in questo mestiero, che dur a far le stampe delle monete fino a 'l tempo di Papa Leone; e tanto sono in pregio le 'npronte de'conii suoi, che chi ne ha le stima assai, n per danari se ne possono avere. Avenne che il Francia, desideroso di maggior gloria, avendo conosciuto Andrea Mantegna e molti altri pittori che avevano cavato de la loro arte e facult et onori, deliber provare se la pittura gli riuscisse nel colorito, avendo egli s fatto disegno, che e'poteva comparire largamente con quegli. E dato ordine a farne pruova, fece alcuni ritratti et altre cose piccole, tenendo in casa molti mesi persone del mestiero, che gl'insegnassino i modi e l'ordine del colorire, di maniera   che egli che aveva giudizio molto buono, vi f la pratica prestamente; e la prima opera che egli facesse fu una tavola non molto grande a Messer  Bartolomeo Felisini, che la pose nella Misericordia, chiesa fuor di Bologna, nella quale tavola  una Nostra Donna a sedere sopra una sedia con due figure per ogni lato, con il detto Messer  Bartolomeo ritratto di naturale, et  lavorata a olio, con grandissima diligenzia; la quale opera cominciata fu da lui l'anno MCCCCXC. Piacque talmente questo lavoro in Bologna, che Messer  Giovanni Bentivogli desideroso di onorare con l'opere di questo nuovo pittore la cappella sua in San Iacopo di quella citt, gli fece fare una tavola, e dentro una Nostra Donna in aria e due figure per lato, con due angioli da basso che suonano. La quale opera fu tanto ben condotta dal Francia, che merit da Messer  Giovanni oltra le lode, un presente onoratissimo. Laonde incitato da questa opera Monsignore de'Bentivogli gli fece fate una tavola per mettersi a lo altar maggiore della Misericordia, che fu molto lodata; dentrovi la Nativit di Cristo, dove oltre al disegno che non  se non bello, l'invenzione et il colorito molto diligente e migliore assai che li altri, vi fece monsignore ritratto di naturale, molto simile per quanto dice chi lo conobbe, et in quello abito stesso che egli, vestito da pellegrino, torn di Ierusalemme. Fece similmente una tavola nella chiesa della Nunziata fuor della porta di San Mammolo, dentrovi quando la Nostra Donna  anunziata dall'Angelo, insieme con due figure per lato, tenuta cosa molto ben lavorata. Mentre dunque per l'opere del Francia era cresciuta la fama sua, deliber egli, s come il lavorare in olio li aveva dato fama et utile, di vedere se il medesimo gli riusciva nel lavoro in fresco.
Aveva fatto Messer  Giovan ni dipignere il suo palazzo a diversi maestri, e Ferraresi e di Bologna et alcuni altri Modonesi, ma vedute le pruove del Francia a fresco, deliber che egli vi facessi una storia in una facciata d'una camera dove egli abitava per suo uso, nella quale fece il Francia il campo di Oloferne armato in diverse guardie, appiedi et a cavallo, che guardavano i padiglioni; e mentre che erano attenti ad altro, si vedeva il sonnolento Oloferne preso da una femmina soccinta in abito vedovile, la quale con la sinistra teneva i capegli sudati per il calore del vino e del sonno, e con la destra vibrava il colpo per uccidere il nemico; mentre che una serva vecchia con crespe et aria veramente da serva fidatissima, intenta negli occhi della sua Iudit per inanimirla, chinata gi con la persona, teneva bassa una sporta per ricevere in essa il capo del sonnacchioso amante Oloferne. Storia che fu delle pi belle e meglio condotte che il Francia facesse mai; la quale and per terra nelle rovine di quello edifizio nella uscita de'Bentivogli, insieme con un'altra storia sopra questa medesima camera, contraffatta di colore di bronzo, d'una disputa di filosofi molto eccellentemente lavorata et espressovi il suo concetto. Le quali opere furono cagione che Messer  Giovanni e quanti eran di quella casa, lo amassino et onorassino; e dopo loro, tutta quella citt. Fece nella cappella di Santa Cecilia, attaccata con la chiesa di San Iacopo, due storie lavorate in fresco, in una delle quali dipinse quando la Nostra Donna  sposata da Giuseppo e nell'altra fece la morte di Santa Cecilia, tenute cosa molto lodata da'Bolognesi; e nel vero il Francia prese tanta pratica e tanto animo nel veder comparirsi a perfezzione l'opere che egli voleva, che e'lavor molte cose che io non ne far memoria; bastandomi mostrare a chi vorr veder l'opere sue, solamente   le pi notabili e le migliori. N per questo la pittura gl'imped mai che egli non seguitasse e la Zecca e l'altre cose delle medaglie, come e'faceva sino da 'l principio. Ebbe il Francia, secondo che si dice, grandissimo dispiacere de la partita di Messer  Giovanni Bentivogli, il quale avendogli fatti tanti benefizii gli dolse infinitamente; ma pure come savio e costumato che egli era, attese d'opere sue. Fece dopo la sua partita di quello tre tavole, che andarono a Modena, in una delle quali era quando San Giovanni battezza Cristo, nell'altra una Nunziata bellissima, e nella ultima una Nostra Donna nell'aria con molte figure, la qual fu posta nella chiesa de'frati de l'Osservanza. Spartasi dunque per cotante opere la fama di cos eccellente maestro, facevano le citt a gara per aver dell'opere sue. Laonde fece egli in Parma, ne'frati di San Giovanni, una tavola con un Cristo morto in grembo alla Nostra Donna et intorno molte figure, tenuta universalmente cosa bellissima; e cos, trovandosi serviti, i medesimi frati operorono che egli facesse un'altra a Reggio di Lombardia in uno luogo loro, dove egli fece una Nostra Donna con molte figure. A Cesena fece un'altra tavola pure per la chiesa di questi frati, e vi dipinse la Circoncisione di Cristo colorito vagamente. N volsono avere invidia i Ferraresi a gli altri circonvicini, anzi diliberati ornare de le fatiche del Francia il lor duomo, gli allogarono una tavola, che vi fece su un gran numero di figure, e la intitolorono la tavola di Ogni Santi. Fecene in Bologna una in San Lorenzo, con una Nostra Donna e due figure per banda, e due putti sotto, molto lodata. N ebbe appena finita questa, che gli convenne farne un'altra in San Iobbe, con un Crocifisso e San Iobbe ginocchione appi della croce, e due figure da'lati. Era tanto sparsa la fama   e l'opere di questo artefice per la Lombardia, che convenne mandare di Toscana ancora per qualcosa di suo, come fu in Lucca, dove and una tavola dentrovi una Santa Anna e la Nostra Donna, con molte altre figure, e sopra un Cristo morto in grembo alla madre. La quale opera  posta nella chiesa di San Fidriano, et  tenuta da que'Lucchesi cosa molto degna. Fece in Bologna per la chiesa della Nunziata due altre tavole, che furon molto diligentemente lavorate; e cos fuor della porta a Stra'Castione nella Misericordia, ne fece una a requisizione d'una gentildonna de'Manzuoli. Nella Compagnia di San Francesco nella medesima citt, ne fece un'altra; e similmente una ne la Compagnia di San Ieronimo.
Aveva sua dimestichezza Messer  Polo Zambeccaro, e come amicissimo per ricordanza di lui, gli fece fare un quadro assai grande, dentrovi una Nativit di Cristo, che  molto celebrata delle cose che egli fece. E per questa cagione Messer  Polo gli fece dipignere due figure in fresco alla sua villa, molto belle. Fece ancora in fresco una storia molto leggiadra in casa Messer  Ieronimo Bolognino, con molte varie e bellissime figure. Le quali opere tutte insieme gli avevano recato una reverenzia in quella citt, che v'era tenuto come uno Idio. E quello che glie l'acrebbe infinito, fu che il Duca d'Urbino gli fece dipignere un par di barde da cavallo, nelle quali fece una selva grandissima d'alberi, che vi era appicciato il fuoco, e fuor di quella usciva quantit grande di tutti gli animali aerei e terrestri, et alcune figure; cosa terribile, spaventosa e veramente bella, che fu stimata gran numero di danari per tempo consumatovi sopra nelle piume degli ucelli e nelle altre razze de gli animali terrestri, oltra le diversit delle frondi e rami diversi, che nella variet degli alberi si vedeva no. La quale opera fu riconosciuta con doni di gran valuta, per satisfare alle fatiche del Francia; oltra che il duca sempre gli port obligo per le lode che egli ne ricev. Lavor dopo queste una tavola in San Vitale et Agricola, allo altare della Madonna, che vi  dentro due angeli che suonano il liuto, molto begli. Non conter gi i quadri che sono sparsi per Bologna in casa que'gentiluomini, e meno la infinit de'ritratti di naturale che egli fece, perch troppo sarei prolisso. Basti che mentre che egli era in cotanta gloria e godeva im pace le sue fatiche, era in Roma Raffaello da Urbino; e tutto il giorno gli venivano intorno molti forestieri, e fra gli altri molti gentiluomini bolognesi, per vedere l'opere di quello. E perch egli avviene il pi delle volte, che ognuno loda volentieri gli ingegni da casa sua, cominciarono questi Bolognesi con Raffaello a lodare l'opere, la vita e l'eccellenzia del Francia; e cos feciono tra loro a parole tanta amicizia, che il Francia e Raffaello si salutaronno per lettere. Et udito il Francia tanta fama de le divine pitture di Raffaello, desiderava veder l'opere sue; ma gi vecchio et agiato, si godeva la sua Bologna. Avvenne appresso che Raffaello fece in Roma per il Cardinal Santi IIII una tavola di Santa Cecilia, che si aveva a mandare in Bologna per porsi in una cappella in San Giovanni in Monte, dove  la sepoltura della Beata Elena dall'Olio; et incassata, la dirizz a 'l Francia, che come amico fatto gi la dovesse porre in su lo altare di quella cappella, con l'ornamento come l'aveva esso acconciato. Ebbelo molto caro il Francia, per aver agio di poter veder l'opere di Raffaello, da lui anco bramate. Et avendo aperta la lettera che gli scriveva Raffaello, e dove e'lo pregava, se ci fusse nessun graffio che e'l'acconciasse e similmente conoscendoci alcuno er rore, come amico, lo correggesse, fece con allegrezza grandissima ad un buon lume trarre de la cassa la detta tavola. Ma tanto fu lo stupore che e'ne ebbe e tanto grande la maraviglia, che conoscendo qui lo error suo e la stolta presunzione della folle credenza sua, si accor di dolore e fra brevissimo tempo se ne mor. Era la tavola di Raffaello divina, e non dipinta ma viva, e talmente ben fatta e colorita da lui, che fra le belle che egli dipinse mentre visse, ancora che tutte siano miracolose, ben poteva chiamarsi rara. Laonde il Francia mezzo morto per il terrore e per la bellezza della pittura che era presente a gli occhi, et a paragone di quelle che intorno di sua mano si vedevano, tutto smarrito la fece con diligenzia porre in San Giovanni in Monte, a quella cappella dove doveva stare, et entratosene fra pochi d nel letto, tutto fuori di se stesso, parendoli esser rimasto quasi nulla nell'arte appetto a quello che egli credeva e che egli era tenuto, di dolore e malinconia si mor, essendoli advenuto nel troppo fisamente contemplare la vivissima pittura di Raffaello, quello che al Fivizano nel vagheggiare la sua bella Morte, de la quale  scritto questo epigramma:

ME VERAM PICTOR DIVINVS MENTE RECEPIT;
ADMOTA EST OPERI, DEINDE PERITA MANVS.
DVMQVE OPERE IN FACTO DEFIGIT LVMINA PICTOR,
INTENTVS NIMIVM, PALLVIT ET MORITVR.
VIVA IGITVR SVM MORS, NON MORTVA MORTIS IMAGO,
SI FVNGOR QVO MORS FVNGITVR OFFICIO.

Tuttavolta dicono alcuni altri che la morte sua fu s subita, che a molti segni appar pi tosto veleno. Fu il   Francia uomo savissimo in vita e regolatissimo del vivere e di buone forze. E fu sepolto onoratissimamente da i suoi figliuoli in Bologna, l'anno MDXVIII. E per le sue virt fu onorato da poi con questo epitaffio:

CHE PV PIV` FAR NATVRA
SE IL BEL DI LEI PIV` BELLO HO MESSO IN ATTO?
E QVEL CHE AVEA DISFATTO
LA MORTE E IL TEMPO, VIVE E PER ME DVRA.

VITTORE SCARPACCIA

et altri Pittori Veniziani

Egli si conosce espressamente che quando gli artefici nostri cominciano in una provincia, ne seguon molti l'un dopo l'altro, et in un tempo istesso infiniti, che la professione medesima esercitano per gara imitando l'un l'altro e per dependenza dello avere avuto maestri che siano stati eccellenti nella arte, difendendo ciascuno il suo, in tutti que'modi che e'sa e pu. Ma posto che molti dependino da un solo, subito che da essi si dividono, o per tempo o per morte,  divisa la volont; e cos per parere ognuno capo di s, cerca mostrare il valor suo, come fecero in Vinegia Vittore Scarpaccia, Vincenzio Catena, Giovan Battista da Conigliano, Giovannetto Cordelliaghi, Marco Basarini, il Montagnana, che furono Ve niziani, et ebbero dependenza da la maniera di Giovan Bellino. De i quali Vittore come pi avventurato, dalla scuola di Santa Orsola, da San Giovanni e Paolo di Vinegia ebbe a fare assai storie in tela a tempera, de le faccende ch'ella fece insino a la sua morte; le fatiche della quale egli seppe s ben condurre col valor dell'altro, che n'acquist nome, se non fra gli alti e grandi ingegni, almeno di accomodato e pratico maestro. Il che fu cagione, secondo che dicono i pi, che la nazione milanese gli fece far ne'frati Minori una tavola alla cappella loro, con Santo Ambruogio et altre infinite figure.
Fu gran concorrenza mentre e'visse fra lui e Vincenzio Catena, il quale oltra le pitture che egli nel suo tempo dipinse, attese molto a i ritratti di naturale, e fra gli altri ne fece uno di un tedesco, persona onorevole che nel suo tempo abitava nel Fondaco; cosa da lui s vivamente dipinta, che lo fece infinitamente stimare, perch tanto non pensarono vedere.
Laonde Giovan Batista da Conigliano, discepolo di Giovan Bellino, spronato da tali esempli, non volendo parere da manco di questi, fece di molte opere di pittura in Vinegia, e diede nome di s e per valente si fece conoscere. E particularmente di suo si vede nelle monache del Corpus Domini di Vinegia, un San Benedetto et altri santi et un fanciullo che mette in corde un liuto.
Marco Bassarini ebbe ancor esso in quel tempo buon nome nel dipignere. Lavor in San Francesco della Vigna in Vinegia una tavola, dentrovi un Deposto de la croce. E tutto ch'egli fosse nato in Vinegia, i suoi genitori erano greci, ma venuti ad abitare quivi.
Fu nel medesimo tempo ancora Giannetto Cordelliaghi tenuto buon pittore, dolce e delicato, perch egli fece molti quadri da camere e molte altre pitture. Cerc di para gonarlo il Montagnana, che dipinse in Vinegia, e fece in Padova a Santa Maria di Monte Artone una tavola nella chiesa. Fra questi fu Simon Bianco fiorentino scultore, che elettasi la stanza in Vinegia, fece continuamente qualche cosa, come alcune teste di marmo mandate in Francia da'mercanti veniziani. E vi fu ancora Talio Lombardo, molto pratico intagliatore.
Sono stati in questa provincia et in Lombardia di molti pittori e scultori, de'quali per non avere io visto molte gran cose, non ne far le vite, ma per mostrare che io non me ne sono scordato, soccintamente ne tratter. Non perch io non sappi appunto come de gli altri il principio, il mezzo et il fine loro, ma perch il trattare di chi non  morto o non ha fatto benifizio et onore alle arti, non mi pare che meriti il pregio. Dico adunque che in Lombardia sono stati eccellenti Bartolomeo Clemento da Reggio et Agostino Busto scultori; e nello intaglio Iacopo d'Avanzo milanese e Gasparo e Girolamo Misuroni. E che in Brescia esercit l'arte un Vincenzio Verchio, pratico e valente nel lavorare in fresco, il quale per le belle opere sue acquist grandissimo nome in Brescia sua patria. Cos come fece Girolamo Romanino bonissimo pratico e buon disegnatore, come apertamente si vede nelle opere fatte da lui, et in Brescia et intorno a molte miglia. N da meno di questi resta, anzi pi tosto gli passa, Alessandro Moretto, dilicatissimo ne'colori et amicissimo della diligenzia, come apertamente fan fede le pulite e ben lodate opere fatte  da lui. In Verona ancora fior la pittura per lungo tempo, per quanto gi feci menzione di Stefano nella vita di Agnolo Gaddi, e come ancora possono fare chiara fede nel tempo de'Signori del la Scala, le bellissime pitture fatte da Aldigieri da Zevio pittor molto pratico et espedito; di mano del quale si vede ancora la sala del Palazzo del Podest, condotta con una fierezza grandissima. Cos come poi ne'tempi nostri ha fatto nel colorire qualche cosa Francesco Caroto e Maestro Zeno Veronese che in Arimini lavor la tavola di San Marino e due altre con molta diligenzia. Ma quel che pi di tutti in qualche parte ha fatto maravigliosamente qualche figura di naturale,  il Moro Veronese detto Francesco Turbido, come si vede oggi in Venezia in casa Monsignore de'Martini un ritratto di un gentiluomo da Ca'Badovaro figurato da lui in un pastore che par vivissimo, e pu stare a paragone di quanti se ne son fatti in quelle parti, oltra le altre opere che vi si veggono. Seguitalo Batista d'Angelo suo genero, il quale e nel colorito e nel disegno e nella diligenzia l'avanza infinitamente. Ma perch una parte di costoro sono ancor vivi e faranno forse cose molto migliori, altra penna e giudizio pi saldo render loro quelle lode che non gli ho saputo dare io, che me li passo in questa maniera. N mi curo dire altrimenti dove o quando morissero que'che son morti, n quello che e'si guadagnassero; atteso che eglino con buona comodit in quella provincia si contentarono di operare, et in essa parimente vivere e morire.  
PIETRO PERUGINO

Pittore

Di quanto benefizio sia agli ingegni la povert, di qualunque spezie essi siano, e quanto ella sia potente cagione di fargli venire perfetti ne'sommi gradi delle eccellenzie, assai chiaramente si mostra nelle azzioni di Pietro Perugino. Il quale, partitosi da le estreme calamit di Perugia e condottosi a Fiorenza, desiderando col mezzo della virt di pervenire a qualche grado, stette molti mesi, non avendo altro letto, poveramente a dormire in una cassa; fece de la notte giorno, e con grandissimo fervore continovamente attese allo studio della sua professione. Et avendo fatto lo abito in quello, nessuno altro piacere conobbe che di affaticarsi sempre in quella arte e sempre dipignere. Perch, avendo sempre dinanzi a gli occhi il terrore della povert, faceva cose per guadagnare, che e'non arebbe forse guardate, se avesse avuto da mantenersi. E per adventura tanto gli arebbe la ricchezza chiuso il camino da venire eccellente per la virt, quanto glielo aperse la povert e ve lo spron il bisogno, desiderando venire da s misero e basso grado, se e'non poteva a 'l sommo e supremo, ad uno almeno dove egli avesse da sostentarsi. Per questo non si cur egli mai di freddo, di fame, di disagio, di incomodit, di fatica, n di vergogna, per potere vivere un giorno in agio e riposo; dicendo sempre, e quasi in prover bie, che dopo il cattivo tempo  necessario che e'venga il buono, e che quando  buon tempo si fabricano le case per potervi stare al coperto quando e'bisogna. Ma perch meglio si conosca il progresso di questo artefice, cominciandomi da 'l suo principio, dico secondo la publica fama che nella citt di Perugia nacque ad una povera persona un figliuolo, al battesimo chiamato Pietro. Il quale, allevato fra la miseria e lo stento, fu dato dal padre per fattorino a un dipintore di Perugia, il quale non era molto valente in quel mestiero, ma aveva in gran venerazione e l'arte e gli uomini che in quella erano eccellenti. N mai con Pietro faceva altro che dire di quanto guadagno et onore fussi la pittura a chi ben la esercitasse. E contandoli i premii gi delli antichi e de'moderni, confortava Pietro a lo studio di quella. Onde gli accese l'animo di maniera, che gli venne capriccio di volere (se la fortuna lo volessi aiutare) essere uno di quelli. E per spesso usava di domandare qualunque conosceva essere stato per il mondo in che parte meglio si facessino gli uomini di quel mestiero, e particularmente il suo maestro. Il quale gli rispose sempre di un medesimo tenore, ci  che in Firenze pi che altrove venivano gli uomini perfetti in tutte l'arti, e specialmente nella pittura. Atteso che in quella citt sono spronati gli uomini da tre cose: l'una, da 'l biasimare che fanno molti e molto, per far quell'aria gli ingegni liberi di natura, e non contentarsi universalmente dell'opere pur mediocri, ma sempre pi ad onore del buono e del bello, che a rispetto del facitore considerarle; l'altra, che a volervi vivere bisogna essere industrioso, il che non vuole dire altro che adoperare continuamente l'ingegno et il giudizio et essere accorto e presto nelle sue cose, e finalmente saper guadagnare, non   avendo Firenze paese largo et abbondante, di maniera che e'possa dar le spese per poco a chi si sta, come dove si truova del buono assai. La terza, che non pu forse manco dell'altre,  la ambizione che genera quell'aria, la quale in tutte le persone che hanno spirito, non pur consente che gli uomini voglino stare al pari, nonch restare in dietro a chi e'veggono essere uomini come sono essi, bench gli riconoschino per maestri; ma gli sforza bene spesso a desiderar tanto la propria grandezza, che se non sono benigni di natura o savi, riescono mal dicenti, ingrati e sconoscenti de'benefizii.  ben vero che quando l'uomo vi ha imparato tanto che basti, volendo far altro che vivere come gli animali giorno per giorno e desiderando farsi ricco, bisogna partirsi di quivi e vender fuora la bont delle opere sue e la riputazione di essa citt; come fanno i dottori quella del nostro studio. Perch Firenze fa de li artefici suoi quel che il tempo de le sue cose; che fatte, se le disfa e se le consuma a poco a poco. Da questi avvisi dunque e dalle persuasioni di molti altri mosso, venne Pietro in Fiorenza con animo di farsi eccellente; e bene gli venne fatto, con ci sia che al suo tempo le cose della maniera sua furono tenute in pregio grandissimo.
Studi sotto la disciplina d'Andrea Verrocchio, e le prime sue figure furono fuor della porta al Prato, in San Martino alle monache, oggi ruinato per le guerre; et in Camaldoli un San Girolamo in muro allora molto stimato da'Fiorentini e con lode messo inanzi. Venne in pochi anni in tanto credito, che de l'opre sue s'empi non solo Fiorenza et Italia, ma la Francia, la Spagna e molti altri paesi, dove elle furono mandate. Laonde, venute le cose sue in riputazione e pregio grandissimo, cominciarono i mercanti a fare incetta di quelle, et a mandarle fuori in diver si paesi, con utile e guadagno loro molto eccessivo. Lavor alle donne di Santa Chiara una tavola con un Cristo morto, colorito tanto vago e nuovo di colori vivacissimi, che e'conferm l'opinione degli artefici dell'essere maraviglioso et eccellente; ma molto pi celebre e mirabile ne gli altri popoli, i quali vedendo la novit della maniera quasi moderna, con infinite lode lo esaltarono. Veggonsi in questa opera alcune bellissime teste di vecchi, e similmente certe Marie, che restate di piagnere, considerano il Morto con ammirazione e con amore straordinario, oltra che egli vi fece un paese che fu tenuto grandissimo. Dicesi che Francesco del Pugliese volse dare a quelle monache tre volte tanti danari, quanto elle avevano pagati a Pietro, e farne far loro una simile a quella, di sua man propia medesimamente, e che elle non volsono acconsentire, percioch Pietro disse che non arebbe creduto paragonarla. Fuor della porta a'Pinti, al convento de'frati Giesuati, oggi per l'assedio di Fiorenza mandato a terra, fece a un priore, molto suo amico, di molte opere; delle quali ora sono rimaste quelle che furon fatte in tavola, ch' un Cristo nell'orto e gli Apostoli che dormono, ne'quali mostr Pietro quanto vaglia il sonno contra gli affanni et i dispiaceri, avendogli figurati dormire in attitudini molto agiate, con fresca e leggiadra maniera condotto; et una tavola d'una Piet in grembo alla Nostra Donna, con quattro figure intorno, non manco buona che tutte l'altre della maniera sua. Dove in grembo a Nostra Donna fece un Cristo morto, intirizzato come se E'fusse stato tanto in croce, che lo spazio et il freddo L'avessino ridotto cos; e Lo fece reggere e sostenere da San Giovanni e dalla Maddalena, molto afflitti e piangenti   la morte del Signore. Lavor in un'altra tavola un Crocifisso con la Maddalena, a'piedi San Girolamo, San Giovanni Batista e 'l Beato Giovanni Colombino, fondatore di tal religione, con infinita diligenza. Per il che, essendo da'Fiorentini molto commendate l'opre sue, a un priore di quel convento, che si dilettava dell'arte, in un primo chiostro fece in muro una Nativit coi Magi di minuta maniera, con vaghezza e pulitezza grande a perfetto fine condotta; dove era numero infinito di teste variate, e ritratti di naturale non pochi, fra i quali era la testa d'Andrea del Verrochio suo maestro. Fece in detto cortile un fregio sopra gli archi delle colonne, con teste quanto il vivo, molto ben condotte, delle quali era una quella del priore tanto viva e di buona maniera lavorata, che fu giudicata da peritissimi artefici la miglior cosa che mai facesse Pietro. Fu fatto seguitare in uno altro chiostro, sopra la porta che andava in refettorio, una storia, quando Papa Bonifazio conferma l'abito al beato Giovanni Colombino, dove era in tale storia una prospettiva bellissima che sfugiva, della quale scienzia Pietro oltra modo si dilett e studi continuamente. Sotto a questo in un'altra storia cominciava la Nativit di Cristo con alcuni angeli e pastori, con freschissimo colorito, et aveva fatto sopra la porta d'uno oratorio in convento, uno arco con tre mezze figure: la Nostra Donna, San Girolamo e 'l Beato Giovanni, con tanta bont della maniera sua, che de l'opere che in muro lavor, quella era stimata la pi continuata in eccellenza. Venne tanto famoso il grido di Pietro, che fu sforzato dipignere a Siena in San Francesco una tavola grande, che fu tenuta lodatissima, e similmente in quella citt in Santo Agostino un'altra, dentrovi un Cro cifisso con alcuni santi. E poco dopo questo, a Fiorenza nella chiesa di San Gallo fece una tavola di San Girolamo in penitenzia, che oggi  in San Iacopo tra'Fossi, dove detti frati dimorano, vicino al canto de gli Alberti. Fu fattogli allogazione d'un Cristo morto con San Giovanni e la Madonna, sopra le scale della porta del fianco di San Pier Maggiore, e lavorollo in maniera, che sendo stato all'acqua et al vento, s' conservato con quella freschezza, come se pur ora dalla man di Pietro fosse finito. Certamente i colori furono dalla intelligenza di Pietro conosciuti, cos il fresco come l'olio; onde obligo gli hanno tutti i periti artefici, che per suo mezzo hanno cognizione de'lumi che per le sue opere si veggono. In Santa Croce in detta citt, una Piet col morto Cristo in collo, e due figure che danno maraviglia a vedere, non la bont di quelle, ma il suo mantenersi s viva e nuova di colori, dipinti in fresco. Gli fu allogato da Bernardino de'Rossi cittadin fiorentino un San Sebastiano per mandarlo in Francia; e furono d'accordo del prezzo in cento scudi d'oro; la quale opera fu venduta da Bernardino al Re di Francia quattro cento ducati d'oro. A Valle Ombrosa dipinse una tavola per lo altar maggiore, e nella Certosa di Pavia lavor similmente una tavola a que'frati. Dipinse al cardinal Caraffa di Napoli nello Piscopio una tavola allo altar maggiore, dentrovi l'Assunzione di Nostra Donna e gli Apostoli ammirati intorno al Sepolcro. Et allo Abbate Simone de'Graziani al Borgo a San Sepolcro una tavola grande, la quale fece in Fiorenza, che fu portata in San Gilio del Borgo sulle spalle de'facchini con ispesa d'infinito numero di danari. Mand a Bologna a San Giovanni in Monte una tavola con alcune figure ritte et una   Madonna in aria; perch talmente si sparse la fama di Pietro per Italia e fuori, che e'fu da Sisto IIII Pontefice con molta sua gloria condotto a Roma a lavorare nella cappella in compagnia de gli altri artefici eccellenti; dove fece la storia di Cristo quando d le chiavi a San Pietro, in compagnia di Don Pietro della Gatta Abate di San Clemente di Arezzo; e similmente la Nativit e 'l Battesimo di Cristo, e 'l nascimento di Mos, quando dalla figliuola di Faraone  ripescato nella cestella. E nella medesima faccia dov' l'altare, fece la tavola in muro con l'Assunzione della Madonna, dove ginocchioni ritrasse Papa Sisto. Ma queste opere furono mandate a terra per fare la facciata del Giudicio del divin Michele Agnolo, al tempo di Papa Paolo III. Lavor una volta in Torre Borgia nel palazzo del papa con alcuni tondi, storie di Cristo, e fogliami di chiaro oscuro, i quali ebbero al suo tempo nome straordinario di essere eccellenti. In Roma medesimamente in San Marco fece una storia di due martiri allato al Sacramento. Le quali opere gli misero in mano grandissima quantit di danari; laonde risolutosi a non stare pi in Roma, partitosene con buon favore di tutta la corte, a Perugia sua patria se ne torn, et in molti luoghi della citt fin tavole e lavori a fresco. E ritornato a Fiorenza fece ne'monaci di Cestello una tavola di San Bernardo, e nel capitolo un Crocifisso con San Benedetto e San Bernardo, la Nostra Donna e San Giovanni. A San Domenico da Fiesole una tavola, dentrovi una Nostra Donna con tre figure, fra le quali  un San Sebastiano lodatissimo. Aveva Pietro tanto lavorato e tanto gli abondava sempre da lavorare, che e'metteva in opera le medesime cose. Et era talmente la dottrina   della arte sua ridotta a maniera, che e'faceva a tutte le figure una aria medesima. Per il che, sendo venuto gi Michele Agnolo Buonarroti al suo tempo, molto desiderava grandemente Pietro vedere le figure di quello, per lo grido che gli davano gli artefici. E vedendosi occultare la grandezza di quel nome, che con s gran principio per tutto aveva acquistato, cercava molto, con mordaci parole, offendere quelli che operavano. E per questo merit, oltre alcune brutture fattegli da gli artefici, che Michele Agnolo in publico gli dicesse ch'egli era goffo nell'arte. Ma non potendo Pietro comportare tanta infamia, al magistrato de gli Otto tutti due ne furono, e con assai suo poco onore vituperatolo, che superbo era, Michele Agnolo si part. Avvenne che i frati de'Servi di Fiorenza, avendo volont di avere la tavola dello altar maggiore che fussi fatta da persona famosa, mediante la partita di Lionardo da Vinci che se ne era ito in Francia, l'avevano renduta a Filippino, et egli quando n'ebbe fatto la met d'una di due tavole che v'andavano, pass di questa all'altra vita. Onde i frati per la fede che avevono in Pietro, gli feciono allogazione di tutto il lavoro. Aveva Filippino finito in quella tavola dove egli faceva Cristo deposto di croce, i Niccodemi che lo depongono; e Pietro seguit di sotto lo svenimento della Nostra Donna et alcune altre figure. Andavano in questa opera due tavole, che l'una voltava in verso il coro de'frati, e l'altra in verso il corpo della chiesa; dietro al coro si aveva a porre il Diposto di croce, e dinanzi l'Assunzione di Nostra Donna, la qual Pietro fece tanto ordinaria, che fu messo il Cristo deposto dinanzi, e l'Assunzione dalla banda del coro. E queste oggi, per mettervi il tabernacolo del Sacramento, sono state l'u na e l'altra levate via; e per la chiesa, messe in su certi altari,  rimasto in quell'opera solamente sei quadri, dove sono alcuni santi dipinti da Pietro in certe nicchie. Dicesi che quando detta opera si scoperse poi fu da tutti i nuovi artefici assai biasmata. Erasi Pietro servito di quelle figure ch'altre volte era usato mettere in opera, dove tentandolo gli amici suoi dicevano che affaticato non s'era e che aveva tralasciato il buon modo dell'operare, e per avarizia e per non perder tempo era incorso in tale errore. Ai quali Pietro rispondeva: "Io ho messo in opera le figure altre volte lodate da loro, e songli infinitamente piacciute; se ora gli dispiacciono e non le lodano, che ne posso io?" Ma coloro aspramente con sonetti e publiche villanie lo saettavano. Onde egli, gi vecchio partitosi da Fiorenza e tornatosi a Perugia, condusse alcuni lavori a fresco nel Cambio di quella citt, e cominci un lavoro a fresco pure di non poca importanza a Castello della Pieve. Soleva Pietro, s come quello che di nessuno si fidava, mentre andava e veniva da Castello della Pieve a Perugia, portare di molti danari addosso, anzi quanti n'aveva; per il che alcuni aspettatolo lo rubbarono, e raccomandandosi molto, gli lasciarono la vita per Dio. Laonde egli, operando mezzi che pure n'aveva assai, infine della liberazione gran parte ne riebbe, ma fu per dolore vicino a morirsi.
Era Pietro persona di assai poca religione, e non si gli puot gi mai far credere l'immortalit dell'anima, anzi con parole accomodate al suo cervello di porfido, ostinatissimamente recusava ogni buona via. Aveva ogni sua speranza ne'beni della fortuna, e per danari arebbe fatto ogni mal contratto. Guadagn infinite ricchezze, et in Fiorenza mur e compr case, et in Perugia et a Castello   della Pieve similmente acquist molti beni stabili. Tolse per moglie una donna bellissima, et ebbene figliuoli, e dillettossi molto ch'ella portasse leggiadre acconciature in casa e fuori. E venuto in vecchiezza, d'anni LXXVIII di un mal di febbre continua fin la vita sua nel Castello della Pieve, e da'suoi parenti e figliuoli con pompa e pianti infiniti onoratamente fu sepolto l'anno MDXXIIII. N di poi  mancato chi gli abbia fatto questo epitaffio:

GRATIA SI QVA FVIT PICTVRAE, SI QVA VENVSTAS,
SI VIVAX, ARDENS CONSPICVVSQVE COLOR,
OMNIA SVB PETRI (FVIT HIC PERVSINVS APPELLES)
DIVINA REFERVNT EMICVISSE MANV.
PERPVLCHRE HIC PINXIT, MIRAQVE EBVR ARTE POLIVIT,
ORBIS QVAE TOTVS VIDIT ET OBSTVPVIT.

Fece molti maestri di quella maniera, ma uno fra tutti ecced, che datosi a pi onorati studi di gran lunga vinse il maestro, e fu questo il miracoloso Raffaello Sanzio da Urbino, il quale molti anni lavor con Pietro in compagnia di Giovanni de'Santi suo padre; il Pinturicchio pittor perugino, che sempre tenne la maniera di Pietro; Rocco Zoppo fiorentino, il Monte Varchi pittore, Baccio Ubertini et il suo fratello fiorentini, Gerino Pistolese pittore e Niccol Soggi fiorentino, il quale in Roma lavor il quadro di Santa Prassedia et a Prato fece la tavola della Madonna delle Carceri, e si mise ad abitare in Arezzo, dove fece una storia nella Madonna delle Lagrime vicino a una volta della minor tribuna, e nel medesimo luogo lavor una tavola della Nativit et altre opere infinite in quella citt et altrove.   Attese continovamente alla prospettiva, et in quella citt visse e mor. Lasci Pietro ereditaria la pittura d'una maniera vaga et onorata di colori, cos nel fresco come all'olio, e dur tal cosa per Italia a imitarsi fino che venne la maniera di Michele Agnolo Buonarroti. E'mostr a gli artefici che chi lavora continuo e non a ghiribizzi, lascia opere, nome, facult et amici.

IL FINE DELLA

II PARTE


PROEMIO DELLA TERZA PARTE DELLE VITE

Veramente grande augumento fecero alle arti, nella architettura, pittura e scultura quelli eccellenti maestri che noi abbiamo descritti sin qui, nella seconda parte di queste Vite, aggiugnendo alle cose de'primi regola, ordine, misura, disegno e maniera, se non in tutto perfettamente, tanto almanco vicino al vero, che i terzi di chi noi ragioneremo da qui avanti, poterono mediante quel lume sollevarsi e condursi a la somma perfezzione, dove abbiam le cose moderne di maggior pregio e pi celebrate. Ma perch pi chiaro ancor si conosca la qualit del miglioramento che ci hanno fatto i predetti artefici, non sar certo fuori di proposito dichiarare in poche parole i cinque aggiunti che io nominai, e discorrer succintamente donde sia nato quel vero buono che, superato il secolo antico, fa il moderno s glorioso. Fu adunque la regola nella architettura il modo del misurare delle anticaglie, osservando le piante de gli edificii antichi nelle opere moderne; l'ordine fu il dividere l'un genere da l'altro, s che toccasse ad ogni corpo le membra sue, e non si cambiassero pi tra loro il dorico, lo ionico, il corinzio et il toscano; e la misura fu universale, s nella architettura, come nella scultura, fare i corpi delle figure retti, diritti e con le membra organizzati parimente; et il simile nella pittura. Il disegno fu lo imitare il pi bello della natura in tutte le figure, cos scolpite come dipinte, la qual parte viene da lo avere la mano e l'ingegno che rapporti tutto   quello che vede l'occhio in sul piano, o disegni o in su fogli o tavola o altro piano, giustissimo et a punto; e cos di rilievo nella scultura; la maniera venne poi la pi bella, da l'avere messo in uso il frequente ritrarre le cose pi belle, e da quel pi bello, o mani o teste o corpi o gambe, agiugnerle insieme e fare una figura di tutte quelle bellezze che pi si poteva; e metterla in uso in ogni opera per tutte le figure, che per questo se dice ella essere bella maniera.

Queste cose non l'aveva fatte Giotto, n que'primi artefici, se bene eglino avevano scoperto i principii di tutte queste difficult, e toccatele in superficie, come nel disegno, pi vero che e'non era prima e pi simile alla natura, e cos l'unione de'colori et i componimenti delle figure nelle storie e molte altre cose, de le quali a bastanza s' ragionato. Ma se ben i secondi augumentarono grandemente a queste arti tutte le cose dette di sopra, elle non erano per tanto perfette, che elle finissino di agiugnere a l'intero della perfezzione. Mancandoci ancora nella regola una licenzia che, non essendo di regola, fusse ordinata nella regola e potesse stare senza fare confusione o guastare l'ordine, il quale aveva di bisogno di una invenzione copiosa di tutte le cose e d'una certa bellezza continuata in ogni minima cosa, che mostrasse tutto quell'ordine con pi ornamento. Nelle misure mancava uno retto giudizio, che senza che le figure fussino misurate avessero in quelle grandezze, ch'elle eran fatte, una grazia che eccedesse la misura. Nel disegno non v'erano gli estremi del fine suo, perch se bene e'facevano un braccio tondo et una gamba diritta, non era ricerca con muscoli con quella facilit graziosa e dolce, che apparisse fra 'l vedi e non vedi, come fanno la carne e le cose vive: ma elle erano crude e scorticate, che faceva difficult a gli occhi e durezza nella maniera, alla quale mancava una legiadria di fare svelte e graziose tutte le figure e massime le femmine et i putti con le   membra naturali come a gli uomini, ma ricoperte di quelle grassezze e carnosit, che non siano goffe come li naturali, ma artefiziate dal disegno e dal giudizio.

Vi mancavano ancora la copia de'belli abiti, la variet di tante bizzarrie, la vaghezza de'colori, la universalit ne'casamenti e la lontananza e variet ne'paesi. Et avvegna che molti di loro cominciassino come Andrea Verrocchio, Antonio del Pollaiuolo e molti altri pi moderni, a cercare di fare le loro figure pi studiate, e che ci apparisse dentro maggior disegno, con quella imitazione pi simile e pi a punto alle cose naturali, non di meno e'non v'era il tutto ancora, che ci fussi una sicurt pi certa, ch'eglino andavano inverso il buono e ch'elle fussino per approvate secondo l'opere de gli antichi, come si vide quando il Verrocchio rifece le gambe e le braccia di marmo al Marsia di casa Medici in Firenze, mancando loro pure una fine et una estrema perfezzione ne'piedi, ancora che il tutto delle membra sia accordato con l'antico et abbia una certa corrispondenzia giusta nelle misure. Che s'eglino avessino avuto quelle minuzie de i fini, che sono la perfezzione et il fiore dell'arte, arebbono avuto ancora una gagliardezza risoluta nell'opere loro e ne sarebbe conseguito la leggiadria et una pulitezza e somma grazia, che non ebbono, ancora che vi sia lo stento della diligenzia, che son quelli che danno gli stremi dell'arte nelle belle figure, o di rilievo o dipinte. Quella fine e quel certo che che ci mancava, non lo potevan mettere cos presto in atto, avvenga che lo studio insecchisce la maniera, quando egli  preso per terminare i fini in quel modo. Bene lo trovaron poi dopo loro gli altri, nel veder cavar fuora di terra certe anticaglie citate da Plinio de le pi famose: il Lacoonte, l'Ercole et il Torso grosso di Belvedere, cos la Venere, la Cleopatra, lo Apollo et infinite altre, le quali nella lor dolcezza e nelle lor asprezze con termini carnosi e cavati da   le maggior bellezze del vivo, con certi atti, che non in tutto si storcono, ma si vanno in certe parti movendo, si mostrano con una graziosissima grazia. E furono cagione di levar via una certa maniera secca e cruda e tagliente, che per lo soverchio studio avevano lasciata in questa arte Pietro della Francesca, Lazzaro Vasari, Alesso Baldovinetti, Andrea dal Castagno, Pesello, Ercole Ferrarese, Giovan Bellini, Cosimo Rosselli, l'Abate di San Clemente, Domenico del Ghirlandaio, Sandro Botticello, Andrea Mantegna, Filippo e Luca Signorello; i quali per sforzarsi cercavano fare l'impossibile dell'arte con le fatiche e massime ne gli scorti e nelle vedute spiacevoli che, s come erano a loro dure a condurle, cos erano aspre e difficili a gli occhi di chi le guardava. Et ancora che la maggior parte fussino ben disegnate e senza errori, vi mancava pure uno spirito di prontezza che non ci si vede mai, et una dolcezza ne'colori unita, che la cominci ad usare nelle cose sue il Francia Bolognese e Pietro Perugino. Et i popoli nel vederla corsero come matti a questa bellezza nuova e pi viva, parendo loro assolutamente che e'non si potesse gi mai far meglio.
Ma lo errore di costoro dimostrarono poi chiaramente le opere di Lionardo da Vinci, il quale, dando principio a quella terza maniera che noi vogliamo chiamare la moderna, oltra la gagliardezza e bravezza del disegno, et oltra il contraffare sottilissimamente tutte le minuzie della natura cos appunto come elle sono, con buona regola, migliore ordine, retta misura, disegno perfetto e grazia divina, abbondantissimo di copie e profondissimo di arte, dette veramente alle sue figure il moto et il fiato. Seguit dopo lui, ancora che alquanto lontano, Giorgione da Castelfranco, il quale sfum le sue pitture e dette una terribil movenzia a certe cose, come  una storia nella scuola di San Marco a Venezia, dove  un tempo torbido che tuona, e trema il dipinto, e le figure si muovo no e si spiccano da la tavola, per una certa oscurit di ombre bene intese. N meno di costui dette alle sue pitture forza, rilievo, dolcezza e grazia ne'colori fra'Bartolomeo di San Marco. Ma pi di tutti il graziosissimo Raffaello da Urbino, il quale studiando le fatiche de'maestri vecchi e quelle de'moderni, prese da tutti il meglio, e fattone raccolta, arricch l'arte della pittura di quella intera perfezzione, che ebbero anticamente le figure di Apelle e di Zeusi e pi, se si potessi dire o mostrare l'opere di quelli a questo paragone. Laonde la natura rest vinta da i suoi colori, e l'invenzione era in lui s facile e propria quanto pu giudicare chi vede le storie sue, le quali sono simili alli scritti, mostrandoci in quelle i siti simili e gli edificii, cos come nelle genti nostrali e strane, le cere e gli abiti, secondo che egli ha voluto: oltra il dono della grazia delle teste, giovani, vecchi e femmine, riservando alle modeste la modestia, alle lascive la lascivia et a i putti ora i vizii ne gli occhi et ora i giuochi nelle attitudini. E cos i suoi panni piegati, n troppo semplici, n intrigati, ma con una guisa che paion veri. Segu in queta maniera, ma pi dolce di colorito e non tanta gagliarda Andrea del Sarto, il qual si pu dire che fusse raro, perch l'opere sue son senza errori. N si pu esprimere le leggiadrissime vivacit vive che fece nelle opere sue Antonio da Correggio, sfilando i suoi capelli con un modo, non di quella maniera fine che facevano gli innanzi a lui, ch'era difficile, tagliente e secca, ma d'una piumosit morbidi, che si scorgevano le fila nella facilit del farli, che parevano d'oro e pi belli che i vivi, i quali restano vinti da i suoi coloriti.
Il simile fece Francesco Parmigiano suo creato, il quale in molte parti di grazia e di ornamenti e di bella maniera lo avanz, come si vede in molte pitture sue, le quali ridano nel viso e de gli occhi veggono vivacissimamente, scorgendosi il batter de'polsi, come pi piacque al suo pennello. Ma chi considerer l'opere   delle facciate di Polidoro e di Maturino, vedr le figure far que'gesti che l'impossibile non pu fare, e stupir come e'si possa non ragionare con la lingua ch' facile, ma esprimere col pennello le terribilissime invenzioni messe da loro in opera con tanta pratica e destrezza, rappresentando i fatti de'Romani come e'furono propriamente. E quanti ce ne sono stati che hanno dato vita alle loro figure coi colori ne'morti? Come il Rosso, fra'Sebastiano, Giulio Romano, Perin del Vaga, perch de'vivi, che per se medesimo son notissimi, non accade qui ragionare. Ma quello che fra i morti e vivi porta la palma e trascende e ricuopre tutti  il divino Michel Agnolo Buonarroti il qual non solo tien il principato di una di queste arti, ma di tutte tre insieme. Costui supera e vince non solamente tutti costoro, che hanno quasi che vinto gi la natura, ma quelli stessi famosissimi antichi, che s lodatamente fuor d'ogni dubbio la superarono: et unico giustamente si trionfa di quegli, di questi e di lei, non imaginandosi appena quella cosa alcuna s strana e tanto difficile, che egli con la virt del divinissimo ingegno suo, mediante la industria, il disegno, l'arte, il giudizio e la grazia, di gran lunga non la trapassi. E non solo nella pittura e ne'colori, sotto il qual genere si comprendono tutte le forme e tutti i corpi retti e non retti, palpabili et impalpabili, visibili e non visibili, ma nella estrema rotonditade ancora de'corpi: e con la punta del suo scarpello e de le fatiche di cos bella e fruttifera pianta son distesi gi tanti rami e s onorati, che oltra lo aver pieno il mondo in s disusata foggia de'pi saporiti frutti che siano, hanno ancora dato l'ultimo termine a queste tre nobilissime arti con tanta e s maravigliosa perfezzione, che ben si pu dire e sicuramente, le sue statue in qual si voglia parte di quelle, esser pi belle assai che le antiche. Conoscendosi nel mettere a paragone teste, mani, braccia e piedi formati da   l'uno e da l'altro, rimanere in quelle di costui un certo fondamento pi saldo, una grazia pi interamente graziosa et una molto pi assoluta perfezzione, condotta con una certa difficult s facile nella sua maniera, che egli  impossibile mai veder meglio. Il che medesimamente per consequenzia si pu credere de le sue pitture. Le quali, se per adventura ci fussero di quelle famosissime greche o romane da poterle a fronte a fronte paragonare, tanto resterebbono in maggior pregio e pi onorate, quanto pi appariscono le sue sculture superiori a tutte le antiche. Ma se tanto sono da noi ammirati que'famosissimi, che provocati con s eccessivi premii e con tanta felicit, diedero vita alle opere loro, quanto doviamo noi maggiormente celebrare e mettere in cielo questi rarissimi ingegni, che non solo senza premii, ma in una povert miserabile fanno frutti s preziosi? Credasi et affermisi adunque che se in questo nostro secolo fusse la giusta remunerazione, si farebbono senza dubbio cose pi grandi e molto migliori che non fecero mai gli antichi. Ma lo avere a combattere pi con la fame che con la fama, tien sotterrati i miseri ingegni, n gli lascia (colpa e vergogna di chi sollevare gli potrebbe e non se ne cura) farsi conoscere. E tanto basti a questo proposito, essendo tempo di oramai tornare a le Vite, trattando distintamente di tutti quegli che hanno fatto opere celebrate in questa terza maniera: il principio della quale fu Lionardo da Vinci, dal quale appresso cominceremo.

IL FINE DEL PROEMIO

LIONARDO DA VINCI

Pittore e Scultore Fiorentino

Grandissimi doni si veggono piovere da gli influssi celesti ne'corpi umani molte volte naturalmente; e sopra naturali talvolta strabocchevolmente accozzarsi in un corpo solo bellezza, grazia e virt, in una maniera che dovunque si volge quel tale, ciascuna sua azzione  tanto divina, che lasciandosi dietro tutti gli altri uomini, manifestamente si fa conoscere per cosa (come ella ) largita da Dio, e non acquistata per arte umana. Questo lo videro gli uomini in Lionardo da Vinci, nel quale oltra la bellezza del corpo, non lodata mai a bastanza, era la grazia pi che infinita in qualunque sua azzione; e tanta e s fatta poi la virt, che dovunque lo animo volse nelle cose difficili, con facilit le rendeva assolute. La forza in lui fu molta e congiunta con la destrezza, l'animo e 'l valore sempre regio e magnanimo. E la fama del suo nome tanto s'allarg, che non solo nel suo tempo fu tenuto in pregio, ma pervenne ancora molto pi ne'posteri dopo la morte sua. E veramente il cielo ci manda talora alcuni che non rappresentano la umanit sola, ma la divinita istessa, acci da quella come da modello, imitandolo, possiamo accostarci con l'animo e con l'eccellenzia dell'intelletto alle parti somme del cielo. E per esperienza si vede quegli che con qualche studio accidentale si volgo no a seguire l'orme di questi mirabili spiriti, se punto sono dalla natura aiutati, quando il medesimo non sono che essi, tanto almanco s'accostano a le divine opere loro, che participano di quella divinit.

Adunque mirabile e celeste fu Lionardo, nipote di ser Piero da Vinci, che veramente bonissimo zio e parente gli fu, nell'aiutarlo in giovanezza. E massime nella erudizione e principii delle lettere, nelle quali egli arebbe fatto profitto grande, se egli non fusse stato tanto vario et instabile. Percioch egli si mise a imparare molte cose e, cominciate, poi l'abbandonava. Ecco nell'abbaco egli in pochi mesi che e'v'attese, fece tanto acquisto, che movendo di continuo dubbi e difficult al maestro che gli insegnava, bene spesso lo confondeva. Dette alquanto d'opera alla musica, ma tosto si risolv a imparare a sonare la lira, come quello che da la natura aveva spirito elevatissimo e pieno di leggiadria, onde sopra quella cant divinamente allo improviso. Nondimeno, bench egli a s varie cose attendesse, non lasci mai il disegnare et il fare di rilievo, come cose che gli andavano a fantasia pi d'alcun'altra. Veduto questo Ser Piero, e considerato la elevazione di quello ingegno, preso un giorno alcuni de'suoi disegni, gli port ad Andrea del Verrocchio, che era molto amico suo, e lo preg strettamente che gli dovesse dire se Lionardo, attendendo al disegno, farebbe alcun profitto. Stup Andrea nel vedere il grandissimo principio di Lionardo, e confort Ser Piero che lo facessi attendere, onde egli ordin con Lionardo che e'dovesse andare a bottega di Andrea. Il che Lionardo fece volentieri oltre a modo. E non solo esercit una professione, ma tutte quelle ove il disegno si interveniva. Et avendo uno intelletto tanto divino e maraviglioso, che essendo bonissimo giometra, non solo   oper nella scultura e nell'architettura, ma la professione sua volse che fosse la pittura. Mostr la natura nelle azzioni di Lionardo tanto ingegno, che ne'suo'ragionamenti faceva con ragioni naturali tacere i dotti. Fu pronto et arguto, e con una perfetta arte di persuasione mostrava le difficult del suo ingegno, che nelle cose de'numeri faceva muovere i monti, tirava i pesi, e fra le altre parole mostrava volere alzare il tempio di San Giovanni di Fiorenza e sottomettervi le scalee, senza ruinarlo, e con s forti ragioni lo persuadeva, che pareva possibile, quantunque ciascuno, poi che e'si era partito, conoscesse per se medesimo la impossibilit di cotanta impresa. Era tanto piacevole nella conversazione che tirava a s gli animi delle genti. E non avendo egli, si pu dir, nulla e poco lavorando, del continuo tenne servitori e cavalli, de'quali si dilett molto, e particularmente di tutti gli altri animali, i quali con grandissimo amore e pazienzia sopportava e governava. E mostrollo che spesso passando da i luoghi dove si vendevano uccelli, di sua mano cavandoli di gabbia e pagatogli a chi li vendeva il prezo che n'era chiesto, li lasciava in aria a volo, restituendoli la perduta libert. Laonde volse la natura tanto favorirlo, che dovunque e'rivolse il pensiero, il cervello e l'animo, mostr tanta divinit nelle cose sue, che nel dare la perfezzione, di prontezza, vivacit, bontade, vaghezza e grazia, nessuno altro mai gli fu pari.
Trovasi che Lionardo per l'intelligenzia de l'arte cominci molte cose e nessuna mai ne fin, parendoli che la mano aggiugnere non potesse alla perfezzione de l'arte ne le cose, che egli si imaginava, con ci sia che si formava nella idea alcune difficult tanto maravigliose, che con le mani, ancora che elle fussero eccellentissime, non si sarebbono espresse mai.   E tanti furono i suoi capricci, che filosofando de le cose naturali, attese a intendere la propriet delle erbe, continuando et osservando il moto del cielo, il corso de la luna e gli andamenti del sole. Per il che fece ne l'animo un concetto s eretico, che e'non si accostava a qualsivoglia religione, stimando per avventura assai pi lo esser filosofo che cristiano.
Acconciossi per via di Ser Piero suo zio nella sua fanciullezza a l'arte con Andrea del Verocchio, il quale faccendo una tavola dove San Giovanni battezzava Cristo, Lionardo lavor uno angelo, che teneva alcune vesti; e bench fosse giovanetto, lo condusse di tal maniera, che molto meglio de le figure d'Andrea stava l'angelo di Lionardo. Il che fu cagione ch'Andrea mai pi non volle toccare colori, sdegnatosi che un fanciullo ne sapesse pi di lui. Li fu allogato per una portiera, che si aveva a fare in Fiandra d'oro e di seta tessuta, per mandare al Re di Portogallo un cartone d'Adamo e d'Eva, quando nel Paradiso terrestre peccano: dove col pennello fece Lionardo di chiaro e scuro lumeggiato di biacca un prato di erbe infinite con alcuni animali, che invero pu dirsi che in diligenza e naturalit al mondo divino ingegno far non la possa s simile.
Quivi  il fico oltra lo scortar de le foglie e le vedute de'rami, condotto con tanto amor, che l'ingegno si smarisce solo a pensare come uno uomo possa avere tanta pacienzia. vvi ancora un palmizio, che ha la rotondit de le ruote de la palma lavorate con s grande arte e maravigliosa, che altro che la pazienzia e l'ingegno di Lionardo non lo poteva fare. La quale opera altrimenti non si fece: onde il cartone  oggi in Fiorenza nella felice casa del Magnifico Ottaviano de'Medici donatogli, non ha molto, dal zio di Lionardo. Dicesi che Ser Piero da Vinci zio di Lionardo, essendo   alla villa, fu ricercato domesticamente da un suo contadino, il quale d'un fico da lui tagliato in su 'l podere, aveva di sua mano fatto una rotella, che a Fiorenza gnene facesse dipignere, e che egli contentissimo e volentieri lo fece, sendo molto pratico il villano nel pigliare uccelli e ne le pescagioni, e servendosi grandemente di lui Ser Piero a questi esercizii. Laonde fattala condurre a Firenze, senza altrimenti dire a Lionardo di chi ella si fosse, lo ricerc che egli vi dipignesse suso qualche cosa. Lionardo, arrecatosi un giorno tra le mani questa rotella, veggendola torta, mal lavorata e goffa, la dirizz col fuoco, e datala a un torniatore, di rozza e goffa che ella era, la fece ridurre delicata e pari. Et appresso ingessatala et acconciatala a modo suo, cominci a pensare quello che vi si potesse dipignere su, che avesse a spaventare chi le venisse contra, rappresentando lo effetto stesso che la testa gi di Medusa. Port dunque Lionardo per questo effetto ad una sua stanza, dove non entrava se non e'solo, lucertole, ramarri, grilli, serpi, farfalle, locuste, nottole et altre strane spezie di simili animali: da la moltitudine de'quali, variamente adattata insieme, cav uno animalaccio molto orribile e spaventoso, il quale avvelenava con l'alito e faceva l'aria di fuoco. E quello fece uscire d'una pietra scura e spezzata, buffando veleno da la gola aperta, fuoco da gli occhi e fumo dal naso s stranamente, che e'pareva monstruosa et orribil cosa. E pen tanto a farla, che in quella stanza era il morbo de gli animali morti troppo crudele, ma non sentito da Lionardo, per il grande amore che e'portava alla arte. Finita questa opera, che pi non era ricerca n dal villano n dal zio, Lionardo gli disse che ad ogni sua comodit mandasse per la rotella, che quanto a lui era finita. Andato dunque Ser Piero una   mattina a la stanza per la rotella e picchiato alla porta, Lionardo gli aperse, dicendo che aspettasse un poco; e ritornatosi nella stanza acconci la rotella al lume in su 'l leggio et assett la finestra, che facesse lume abbacinato, poi lo fece passar dentro a vederla. Ser Piero nel primo aspetto, non pensando alla cosa, subitamente si scosse, non credendo che quella fosse rotella, n manco dipinto quel figurato che e'vi vedeva. E tornando col passo a dietro, Lionardo lo tenne, dicendo: "Questa opera serve per quel che ella  fatta: pigliatela dunque e portatela, ch questo  il fine, che dell'opere s'aspetta". Parse questa cosa pi che miracolosa a Ser Piero, e lod grandissimamente il capriccioso discorso di Lionardo; poi comperata tacitamente da un merciaio una altra rotella dipinta d'un cuore trapassato da uno strale, la don al villano che ne li rest obligato sempre mentre che e'visse. Appresso vend Ser Piero quella di Lionardo secretamente in Fiorenza a certi mercatanti, cento ducati. Et in breve ella pervenne a le mani di Francesco Duca di Milano, vendutagli CCC ducati da detti mercatanti.
Fece poi Lionardo una Nostra Donna in un quadro, ch'era appresso Papa Clemente VII, molto eccellente. E fra l'altre cose che v'erano fatte, contrafece una caraffa piena d'acqua con alcuni fiori dentro, dove oltra la maraviglia della vivezza, aveva imitato la rugiada dell'acqua sopra, s che ella pareva pi viva che la vivezza. Ad Antonio Segni, suo amicissimo, fece in su un foglio un Nettuno condotto cos di disegno con tanta diligenzia, che e'pareva del tutto vivo. Vedevasi il mare turbato et il carro suo tirato da'cavalli marini con le fantasime, l'orche, et i noti et alcune teste di di marini bellissime. Il quale disegno fu donato da Fabio suo figliuolo a Messer  Giovanni Gaddi, con questo epigramma:  

PINXIT VIRGILIVS NEPTVNVM, PINXIT HOMERVS
DVM MARIS VNDISONI PER VADA FLECTIT EQVOS.
MENTE QVIDEM VATES ILLVM CONSPEXIT VTERQVE
VINCIVS AST OCULIS, IVREQVE VINCIT EOS.

Fu condotto a Milano con gran riputazione Lionardo a 'l Duca Francesco, il quale molto si dilettava del suono de la lira, perch sonasse: e Lionardo port quello strumento, ch'egli aveva di sua mano fabricato d'argento gran parte, accioch l'armonia fosse con maggior tuba e pi sonora di voce. Laonde super tutti i musici, che quivi erano concorsi a sonare; oltra ci fu il migliore dicitore di rime a l'improviso del tempo suo. Sentendo il duca i ragionamenti tanto mirabili di Lionardo, talmente s'innamor de le sue virt, che era cosa incredibile. E pregatolo, gli fece fare in pittura una tavola d'altare, dentrovi una Nativit che fu mandata dal duca a l'imperatore. Fece ancora in Milano ne'frati di San Domenico a Santa Maria de le Grazie un Cenacolo, cosa bellissima e maravigliosa, et alle teste de gli Apostoli diede tanta maest e bellezza, che quella del Cristo lasci imperfetta, non pensando poterle dare quella divinit celeste, che a l'imagine di Cristo si richiede. La quale opera, rimanendo cos per finita,  stata da i Milanesi tenuta del continuo in grandissima venerazione, e da gli altri forestieri ancora, atteso che Lionardo si imagin e riuscigli di esprimere quel sospetto che era entrato ne gli Apostoli, di voler sapere chi tradiva il loro Maestro. Per il che si vede nel viso di tutti loro l'amore, la paura e lo sdegno, o ver il dolore, di non potere intendere lo animo di Cristo. La qual cosa non arreca minor maraviglia, che il conoscersi allo incontro l'ostinazione, l'odio e 'l tradimento in Giuda, sen za che ogni minima parte dell'opera mostra una incredibile diligenzia. Avvenga che insino nella tovaglia  contraffatto l'opera del tessuto, d'una maniera che la rensa stessa non mostra il vero meglio.

La nobilt di questa pittura, s per il componimento, s per essere finita con una incomparabile diligenzia, fece venir voglia al Re di Francia di condurla nel regno, onde tent per ogni via, se ci fussi stato architetti, che con travate di legnami e di ferri, l'avessino potuta armare di maniera, che ella si fosse condotta salva; senza considerare a spesa che vi si fusse potuta fare, tanto la desiderava. Ma l'esser fatta nel muro, fece che Sua Maest se ne port la voglia, et ella si rimase a'Milanesi. Mentre che egli attendeva a questa opera propose al duca fare un cavallo di bronzo di maravigliosa grandezza, per mettervi in memoria l'imagine del duca. E tanto grande lo cominci e riusc, che condur non si pot mai. cci opinione che Lionardo, come dell'altre cose sue faceva, lo cominciasse perch non si finisse; perch, sendo di tanta grandezza in volerlo gettar d'un pezzo, lo cominci, acci fosse difficult di condurlo a perfezzione. Venne al suo tempo in Milano il re di Francia; onde pregato Lionardo di far qualche cosa bizzarra, fece un lione, che camin parecchi passi, poi s'aperse il petto e mostr tutto pien di gigli. Prese in Milano Sala Milanese per suo creato, il quale era vaghissimo di grazia e di bellezza, avendo begli capegli, ricci et inanellati, de'quali Lionardo si dilett molto; et a lui insegn molte cose dell'arte, e certi lavori che in Milano si dicono essere di Sala, furono ritocchi da Lionardo.
Ritorn a Fiorenza, dove trov che i frati de'Servi avevano allogato a Filippino l'opere della tavola dello altar maggiore della Nunziata; per il che fu detto da Lionardo che volentieri avrebbe fat to una simil cosa. Onde Filippino inteso ci, come gentil persona ch'egli era, se ne tolse gi; et i frati perch Lionardo la dipignesse, se lo tolsero in casa, facendo le spese allui et a tutta la sua famiglia. E cos li tenne in pratica lungo tempo, n mai cominci nulla. In questo mezzo fece un cartone dentrovi una Nostra Donna et una Santa Anna, con un Cristo, la quale non pure fece maravigliare tutti gli artefici, ma finita ch'ella fu, nella stanza durarono duoi giorni di andare a vederla gli uomini e le donne, i giovani et i vecchi, come si va a le feste solenni, per vedere le maraviglie di Lionardo, che fecero stupire tutto quel popolo. Perch si vedeva nel viso di quella Nostra Donna tutto quello che di semplice e di bello pu con semplicit e bellezza dare grazia a una madre di Cristo; volendo mostrare quella modestia e quella umilt che in una vergine contentissima di allegrezza del vedere la bellezza del suo figliuolo, che con tenerezza sosteneva in grembo; e mentre che ella con onestissima guardatura a basso scorgeva un santo Giovanni piccol fanciullo che si andava trastullando con un pecorino, non senza un ghigno d'una Santa Anna che, colma di letizia, vedeva la sua progenie terrena esser divenuta celeste. Considerazioni veramente dallo intelletto et ingegno di Lionardo. Ritrasse la Ginevra d'Amerigo Benci, cosa bellissima; et abbandon il lavoro a'frati, i quali lo ritornarono a Filippino, il quale sopravenuto egli ancora dalla morte non lo pot finire. Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Mona Lisa sua moglie; e quattro anni penatovi lo lasci imperfetto, la quale opera oggi  appresso il Re Francesco di Francia in Fontanableo; nella qual testa chi voleva vedere quanto l'arte potesse imitar la natura, agevolmente si poteva comprendere, perch quivi   erano contrafatte tutte le minuzie che si possono con sottigliezza dipignere. Avvenga che gli occhi avevano que'lustri e quelle acquitrine che di continuo si veggono nel vivo, et intorno a essi erano tutti que'rossigni lividi et i peli, che non senza grandissima sottigliezza si posson fare. Le ciglia per avervi fatto il modo del nascere i peli nella carne, dove pi folti e dove pi radi, e girare secondo i pori della carne, non potevano essere pi naturali. Il naso, con tutte quelle belle aperture rossette e tenere, si vedeva essere vivo. La bocca, con quella sua sfenditura con le sue fini unite dal rosso della bocca con la incarnazione del viso, che non colori ma carne pareva veramente. Nella fontanella della gola, chi intentissimamente la guardava, vedeva battere i polsi: e nel vero si pu dire che questa fussi dipinta d'una maniera da far tremare e temere ogni gagliardo artefice e sia qual si vuole. Usvi ancora questa arte, che essendo Mona Lisa bellissima, teneva mentre che la ritraeva, chi sonasse o cantasse, e di continuo buffoni che la facessino stare allegra, per levar via quel malinconico che suol dare spesso la pittura a i ritratti che si fanno. Et in questo di Lionardo vi era un ghigno tanto piacevole che era cosa pi divina che umana a vederlo, et era tenuta cosa maravigliosa, per non essere il vivo altrimenti.
Per la eccellenzia dunque delle opere di questo divinissimo artefice, era tanto cresciuta la fama sua, che tutte le persone che si dilettavano de l'arte, anzi la stessa citt intera intera desiderava che egli le lasciasse qualche memoria. E ragionavasi per tutto di fargli fare qualche opera notabile e grande, donde il publico fusse ornato et onorato di tanto ingegno, grazia e giudizio, quanto nelle cose di Lionardo si conosceva. E tra il gonfalonieri et i cittadini grandi si pratic che, essen dosi fatta di nuovo la gran sala del Consiglio, vi si dovesse dargli a dipignere qualche opera bella; e cos da Piero Soderini Gonfaloniere allora di giustizia, gli fu allogata la detta sala. Per il che volendola condurre Lionardo, cominci un cartone alla sala del papa, luogo in Santa Maria Novella, dentrovi la storia di Niccol Piccinino capitano del Duca Filippo di Milano, nel quale disegn un groppo di cavalli che combattevano una bandiera, cosa che eccellentissima e di gran magisterio fu tenuta per le mirabilissime considerazioni che egli ebbe nel far quella fuga. Percioch in essa non si conosce meno la rabbia, lo sdegno e la vendetta ne gli uomini che ne'cavalli; tra'quali due, intrecciatisi con le gambe dinanzi, non fanno men vendetta coi denti che si faccia chi gli cavalca nel combattere detta bandiera, dove appiccato le mani un soldato, con la forza delle spalle, mentre mette il cavallo in fuga, rivolto egli con la persona, agrappato l'aste dello stendardo, per sgusciarlo per forza delle mani di quattro, che due lo difendono con una mano per uno, e l'altra in aria con le spade tentano di tagliar l'aste; mentre che un soldato vecchio con un berretton rosso gridando tiene una mano nell'aste, e con l'altra inalberato una storta, mena con stizza un colpo per tagliar tutte a due le mani a coloro, che con forza digrignando i denti, tentano con fierissima attitudine di difendere la loro bandiera; oltra che in terra fra le gambe de'cavagli v' dua figure in iscorto, che combattendo insieme, mentre uno in terra ha sopra uno soldato, che alzato il braccio quanto pu, con quella forza maggiore gli mette alla gola il pugnale, per finirgli la vita, e quello altro con le gambe e con le braccia sbattuto, fa ci che egli pu per non volere la morte. N si pu esprimere il disegno che Lionardo fece negli abiti de'soldati variata mente variati da lui; simile i cimieri e gli altri ornamenti, senza la maestria incredibile che egli mostr nelle forme e lineamenti de'cavagli: i quali Lionardo meglio ch'altro maestro fece, di bravura, di muscoli e di garbata bellezza. La notomia di essi scorticandoli disegn insieme con quella de gli uomini, e l'una e l'altra ridusse alla vera luce moderna. Dicesi che per disegnare il detto cartone fece uno edifizio artificiosissimo, che stringendolo, s'alzava, et allargandolo, s'abbassava. Et imaginandosi di volere a olio colorire in muro, fece una composizione d'una mistura s grossa, per lo incollato del muro, che continuando a dipignere in detta sala, cominci a colare, di maniera che in breve tempo abbandon quella. Aveva Lionardo grandissimo animo et in ogni sua azzione era generosissimo. Dicesi che andando al banco per la provisione, ch'ogni mese da Piero Soderini soleva pigliare, il cassiere gli volse dare certi cartocci di quattrini, et egli non li volse pigliare, rispondendogli: "Io non sono dipintore da quattrini". Essendo incolpato d'aver giuntato, da Piero Soderini fu mormorato contra di lui; perch Lionardo fece tanto con gli amici suoi, che ragun i danari e portolli per restituire, ma Pietro non li volle accettare.
And a Roma col Duca Giuliano de'Medici nella creazione di Papa Leone, che attendeva molto a cose filosofiche, e massimamente alla alchimia, dove formando una pasta di una cera, mentre ch'e'caminava faceva animali sottilissimi pieni di vento, ne i quali soffiando, gli faceva volare per l'aria; ma cessando il vento, cadevano in terra. Ferm in un ramarro, trovato dal vignaruolo di Belvedere, il quale era bizzarrissimo, di scaglie di altri ramarri scorticate, ali addosso con mistura d'argenti vivi, che nel moversi quando caminava tremavano; e fattoli gli occhi, corna e bar ba, domesticatolo e tenendolo in una scatola, tutti gli amici a i quali lo mostrava, per paura faceva fuggire. Usava spesso far minutamente digrassare e purgare le budella d'un castrato, e talmente venir sottili, che si sarebbono tenuto in palma di mano. Et aveva messo in un'altra stanza un paio di mantici da fabbro, a i quali metteva un capo delle dette budella e, gonfiandole, ne riempiva la stanza, la quale era grandissima, dove bisognava che si recasse in un canto chi v'era, mostrando quelle trasparenti e piene di vento, da 'l tenere poco luogo in principio, esser venute a occuparne molto, aguagliandole alla virt. Fece infinite di queste pazzie, et attese alli specchi; e tent modi stranissimi nel cercare olii per dipignere e vernice per mantenere l'opere fatte. Dicesi che gli fu allogato una opera dal papa, perch subito cominci a stillare olii et erbe per far la vernice; perch fu detto da Papa Leon: "Oim costui non  per far nulla, da che comincia a pensare alla fine innanzi il principio dell'opera". Era sdegno grandissimo fra Michele Agnolo Buonaruoti e lui; per il che part di Fiorenza Michelagnolo per la concorrenza, con la scusa del Duca Giuliano, essendo chiamato dal papa per la facciata di San Lorenzo. Lionardo intendendo ci part, et and in Francia, dove il re avendo avuto opere sue, gli era molto affezzionato, e desiderava ch'e'colorisse il cartone della Santa Anna; ma egli, secondo il suo costume, lo tenne gran tempo in parole. Finalmente venuto vecchio, stette molti mesi ammalato; e vedendosi vicino alla morte, disputando de le cose catoliche, ritornando nella via buona, si ridusse a la fede cristiana con molti pianti. Laonde confesso e contrito, se bene e'non poteva reggersi in piedi, sostenendosi nelle braccia de'suoi amici e servi, volse divotamente pigliare il Santissimo Sacra mento fuor de 'l letto. Sopraggiunseli il re che spesso et amorevolmente lo soleva visitare; per il che egli per riverenza rizzatosi a sedere sul letto, contando il mal suo e gli accidenti di quello mostrava tuttavia quanto avea offeso Dio e gli uomini del mondo, non avendo operato nell'arte come si conveniva. Onde gli venne un parossismo messaggero della morte. Per la qual cosa rizzatosi il re, e presoli la testa per aiutarlo e porgerli favore, acci che il male lo alleggerisse, lo spirito suo, che divinissimo era, conoscendo non potere avere maggiore onore, spir in braccio a quel re, nella et sua d'anni LXXV. Dolse la perdita di Lionardo fuor di modo a tutti quegli che l'avevano conosciuto, perch mai non fu persona che tanto facesse onore alla pittura. Egli con lo splendor dell'aria sua, che bellissima era, rasserenava ogni animo mesto, e con le parole volgeva al s et al no ogni indurata intenzione. Egli con le forze sue riteneva ogni violenta furia; e con la destra torceva un ferro d'una campanella di muraglia et un ferro di cavallo, come s'e'fusse piombo. Con la liberalit sua raccoglieva e pasceva ogni amico povero e ricco, purch egli avesse ingegno e virt.
Ornava et onorava con ogni azzione qualsivoglia disonorata e spogliata stanza; per il che ebbe veramente Fiorenza grandissimo dono nel nascere di Lionardo, e perdita pi che infinita nella sua morte. Nella arte della pittura aggiunse costui alla maniera del colorire ad olio una certa oscurit; donde hanno dato i moderni gran forza e rilievo alle loro figure. E nella statuaria fece pruove nelle tre figure di bronzo che sono sopra la porta di San Giovanni da la parte di tramontana, fatte da Giovan Francesco Rustici ma ordinate col consiglio di Lionardo, le quali sono il pi bel getto e di disegno e di per fezzione, che modernamente si sia ancor visto. Da Lionardo abbiamo la notomia de'cavalli e quella degli uomini assai pi perfetta. Laonde per tante parti sue s divine, ancora che molto pi operasse con le parole che co'fatti, il nome e la fama sua non si spegneranno gi mai. Per il che fu detto in un suo epitaffio:

VINCE COSTVI PVR SOLO
TVTTI ALTRI; E VINCE FIDIA, E VINCE APELLE,
E TVTTO IL LOR VITTORIOSO STVOLO.

Et un altro ancora, per veramente onorarlo, disse:

LEONARDVS VINCIVS. QVID PLVRA?
DIVINVM INGENIVM, DIVINA MANVS,
EMORI IN SINV REGIO MERVERE.
VIRTVS ET FORTVNA HOC MONVMENTVM
CONTINGERE GRAVISS[IMIS] IMPENSIS CVRAVERVNT.

ET GENTEM ET PATRIAM NOSCIS; TIBI GLORIA ET INGENS
NOTA EST: HAC TEGITVR NAM LEONARDVS HVMO.
PERSPICVAS PICTVRAE VMBRAS OLEOQVE COLORES
ILLIVS ANTE ALIOS DOCTA MANVS POSVIT.
IMPRIMERE ILLE HOMINVM, DIVVM QVOQVE CORPORA IN AERE
ET PICTIS ANIMAM FINGERE NOVIT EQVIS.

Fu discepolo di Lionardo Giovanantonio Boltraffio milanese, persona molto pratica et intendente; e cos Marco Uggioni, che in Santa Maria della Pace fece il Transito di Nostra Donna e le Nozze di Cana galilee.  

GIORGIONE DA CASTEL FRANCO

Pittor Veniziano

Quegli che con le fatiche cercano la virt, ritrovata che l'hanno, la stimano come vero tesoro e ne diventano amici, n si partono gi mai da essa. Con ci sia che non  nulla il cercare delle cose, ma la difficult , poi che le persone l'hanno trovate, il saperle conservare et accrescere. Perch ne'nostri artefici si sono molte volte veduti sforzi maravigliosi di natura, nel dar saggio di loro; i quali, per la lode montati poi in superbia, non solo non conservano quella prima virt, che hanno mostro e con difficult messo in opera, ma mettono oltra il primo capitale in bando la massa de gli studi nell'arte da principio dallor cominciati; dove non manco sono additati per dimenticanti, ch'e'si fossero da prima per stravaganti e rari e dotati di bello ingegno. Ma non gi cos fece il nostro Giorgione, il quale imparando senza maniera moderna, cerc nello stare co'Bellini in Venezia, e da s, di imitare sempre la natura il pi che e'poteva. N mai per lode che e'ne acquistasse, intermisse lo studio suo; anzi quanto pi era giudicato eccellente da altri, tanto pareva allui saper meno, quando a paragone delle cose vive considerava le sue pitture; le quali, per non essere in loro la vivezza dello spirito, reputava quasi nonnulla. Per il che tanta forza ebbe in lui questo ti more, che lavorando in Vinegia fece maravigliare non solo quegli che nel suo tempo furono, ma quegli ancora che vennero dopo lui. Ma perch meglio si sappia l'origine et il progresso d'un maestro tanto eccellente, cominciando da'suoi principii, dico che in Castel Franco in sul Trevisano nacque l'anno MCCCCLXXVII Giorgio, dalle fattezze della persona e da la grandezza dell'animo, chiamato poi col tempo Giorgione. Il quale quantunque egli fusse nato di umilissima stirpe, non fu per se non gentile e di buoni costumi in tutta sua vita. Fu allevato in Vinegia, e dilettossi continovamente delle cose d'amore, e piacqueli il suono del liuto mirabilmente, anzi tanto, che egli sonava e cantava nel suo tempo tanto divinamente, che egli era spesso per quello adoperato a diverse musiche et onoranze e ragunate di persone nobili.

Attese al disegno e lo gust grandemente; et in quello la natura lo favor s forte, che egli innamoratosi di lei non voleva mettere in opera cosa, che egli da 'l vivo non la ritraessi. E tanto le fu suggetto e tanto and imitandola, che non solo egli acquist nome di aver passato Gentile e Giovanni Bellini, ma di competere con coloro che lavoravano in Toscana et erano autori della maniera moderna. Diedegli la natura tanto benigno spirito, che egli nel colorito a olio et a fresco fece alcune vivezze et altre cose morbide et unite e sfumate talmente negli scuri, ch'e'fu cagione che molti di quegli che erano allora eccellenti confessassino lui esser nato per metter lo spirto nelle figure e per contraffar la freschezza della carne viva, pi che nessuno che dipignesse non solo in Venezia, ma per tutto. Lavor in Venezia nel suo principio molti quadri di Nostre Donne et altri ritratti di naturale, che son e vivissimi e belli; come ne pu far   fede uno che  in Faenza in casa Giovanni da Castel Bolognese intagliatore eccellente, che  fatto per il suocero suo; lavoro veramente divino, perch vi  una unione sfumata ne'colori, che pare di rilievo pi che dipinto. Dilettossi molto del dipignere in fresco, e fra molte cose che fece, egli condusse tutta una facciata di ca'Soranzo in su la piazza di San Polo. Nella quale oltra molti quadri e storie et altre sue fantasie, si vede un quadro lavorato a olio in su la calcina; cosa che ha retto alla acqua, al sole et al vento, e conservatasi fino ad oggi. Crebbe tanto la fama di Giorgione per quella citt che avendo il Senato fatto fabricare il palazzo detto il Fondaco de'Todeschi al ponte del Rialto, ordinarono che Giorgione dipignesse a fresco la facciata di fuori; dove egli messovi mano si accese talmente nel fare, che vi sono teste e pezzi di figure molto ben fatte e colorite vivacissimamente, et attese in tutto quello che egli vi fece, che traesse a 'l segno delle cose vive, e non a imitazione nessuna della maniera. La quale opera  celebrata in Venezia, e famosa non meno per quello che e'vi fece, che per il comodo delle mercanzie et utilit del publico. Gli fu allogata la tavola di San Giovanni Grisostimo di Venezia che  molto lodata, per avere egli in certe parti imitato forte il vivo della natura, e dolcemente allo scuro fatto perdere l'ombre delle figure. Fugli allogato ancora una storia che poi, quando l'ebbe finita, fu posta nella scuola di San Marco in su la piazza di San Giovanni e Paulo, nella stanza dove si raguna l'Offizio, in compagnia di diverse storie fatte da altri maestri; nella quale  una tempesta di mare, e barche che hanno fortuna, et un gruppo di figure in aria e diverse forme di diavoli che soffiano i venti, et altri in barca che remano. La quale per il vero  tale e s fatta, che n   pennello, n colore, n immaginazion di mente pu esprimere la pi orrenda e pi paurosa pittura di quella, avendo egli colorito s vivamente la furia dell'onde del mare, il torcere delle barche, il piegar de'remi et il travaglio di tutta quell'opera, nella scurit di quel tempo, per i lampi e per l'altre minuzie che contraffece Giorgione, che e'si vede tremare la tavola e scuotere quell'opera come ella fusse vera. Per la qual cosa certamente lo annovero fra que'rari che possono esprimere nella pittura il concetto de'loro pensieri. Avvenga che, mancato il furore, suole addormentarsi il pensiero, durandosi tanto tempo a condurre una opera grande. Questa pittura  tale per la bont sua, e per lo avere espresso quel concetto difficile, che e'merit di essere stimato in Venezia et onorato da noi fra i buoni artefici. Lavor un quadro d'un Cristo che porta la croce, et un giudeo lo tira; il quale col tempo fu posto nella chiesa di Santo Rocco, et oggi per la devozione che vi hanno molti, fa miracoli, come si vede. Lavor in diversi luoghi, come a Castel Franco e nel Trevisano, e fece molti ritratti a vari principi italiani; e fuor di Italia furon mandate molte de l'opere sue, come cose degne veramente, per far testimonio che se la Toscana soprabbondava di artefici in ogni tempo, la parte ancora di l vicino a'monti non era abbandonata e dimenticata sempre dal cielo. Mentre Giorgione attendeva ad onorare e s e la patria sua, nel molto conversar che e'faceva per trattenere con la musica molti suoi amici, si innamor di una madonna, e molto goderono l'uno e l'altra de'loro amori. Avvenne che l'anno MDXI ella infett di peste non ne sapendo per altro, e praticandovi Giorgione al solito, se li appicc la peste di maniera, che in breve tempo nella et sua di XXXIIII anni, se ne pass a l'altra   vita, non senza dolore infinito di molti suoi amici che lo amavano per le sue virt. E ne increbbe ancora a tutta quella citt; pure tollerarono il danno e la perdita con lo essere restati loro duoi eccellenti suoi creati, Sebastiano Viniziano che fu poi frate del Piombo a Roma, e Tiziano da Cador che non solo lo paragon, ma lo ha superato grandemente. Come ne fanno fede le rarissime pitture sue et il numero infinito de'bellissimi suoi ritratti di naturale, non solo di tutti i principi cristiani, ma de'pi belli ingegni che sieno stati ne'tempi nostri. Costui d vivendo vita alle figure che e'fa vive, come dar e vivo e morto fama et alla sua Venezia et alla nostra terza maniera. Ma perch e'vive, e si veggono l'opere sue, non accade qui ragionarne.

ANTONIO DA COREGGIO

Pittor

Sforzasi bene spesso la benigna natura infondere tanta grazia ne'nostri artefici, con tanta divinit nel maneggiare de'colori, che se e'fussero accompagnati da profondissimo disegno, ben farebbono stupire il cielo, come egli empiono la terra di maraviglia. Ma sempre si  potuto vedere ne'nostri pittori, che quelli che hanno ben disegnato, hanno avuto qualche imperfezzione nel colorire; e che molti che fanno perfetta una qualche cosa particulare, lasciano poi per la maggior parte le cose loro pi imperfette che perfette. Il che per il vero nasce da la difficult del la arte, la quale ha da imitare tanti capi di cose, che uno artefice solo non pu farle tutte perfette. Laonde ben si pu dire che e'sia non dico maraviglia, ma miracolo grandissimo che gli spiriti ingegnosi faccino quello che e'fanno. Et i Toscani per avventura in maggior numero certo che gli altri. Di che proverbiata la madre dello universo da infiniti a chi non pareva avere il debito loro in questa divisione, fece degna la Lombardia de 'l bellissimo ingegno di Antonio da Correggio pittore singularissimo. Il quale attese alla maniera moderna tanto perfettamente, che in pochi anni dotato dalla natura et esercitato dall'arte divenne raro e maraviglioso artefice. Fu molto d'animo timido, e con incommodit di se stesso in continove fatiche esercit l'arte, per la famiglia che lo aggravava: et ancora che e'fusse tirato da una bont naturale, si affliggeva nientedimanco pi del dovere, nel portare i pesi di quelle passioni, che ordinariamente opprimono gli uomini. Era nell'arte molto maninconico e suggetto alle fatiche di quella e grandissimo ritrovatore di qualsivoglia difficult delle cose, come ne fanno fede nel Duomo di Parma una moltitudine grandissima di figure, lavorate in fresco e ben finite, che sono locate nella tribuna grande di detta chiesa: nelle quali scorta le vedute al di sotto in su con stupendissima maraviglia. Et egli fu il primo che in Lombardia cominciasse cose della maniera moderna. Perch si giudica che, se l'ingegno di Antonio fosse uscito di Lombardia e venuto a Roma, averebbe fatto miracoli e dato delle fatiche a molti, che nel suo tempo furono tenuti grandi. Con ci sia che essendo tali le cose sue, senza avere egli visto de le cose antiche o de le buone moderne, necessariamente ne seguita che se le avesse vedute, arebbe infinitamente migliorato l'opere sue, e crescendo   di bene in meglio sarebbe venuto a 'l sommo de'gradi.
Tengasi pur per certo che nessuno meglio di lui tocc colori, n con maggior vaghezza o con pi rilievo alcun artefice dipinse meglio di lui, tanta era la morbidezza delle carni ch'egli faceva, e la grazia con che e'finiva i suoi lavori. Egli fece ancora in detto luogo due quadri grandi lavorati a olio, ne i quali fra gli altri, in uno si vede un Cristo morto, che fu lodatissimo. Et in San Giovanni in quella citt fece una tribuna in fresco, nella quale figur una Nostra Donna, che ascende in cielo, fra moltitudine di angeli et altri santi intorno: la quale pare impossibile ch'egli potesse non esprimere con la mano, ma imaginare con la fantasia, per i belli andari de'panni e delle arie che e'diede a quelle figure. In Santo Antonio ancora di quella citt dipinse una tavola, nella quale  una Nostra Donna e Santa Caterina con San Girolamo, colorita di maniera s maravigliosa e stupenda, che i pittori ammirano quella per colorito mirabile, e che non si possa quasi dipignere meglio. Fece similmente quadri et altre pitture per Lombardia a molti signori; e fra l'altre cose sue, due quadri in Mantova al duca Federigo II, per mandare a lo imperatore, cosa veramente degna di tanto principe. Le quali opere vedendo Giulio Romano, disse non aver mai veduto colorito nessuno, ch'aggiugnesse a quel segno. L'uno era una Leda ignuda, e l'altro una Venere, s di morbidezza colorito e d'ombre di carne lavorate, che non parevano colori, ma carni. Era in una un paese mirabile, n mai lombardo fu che meglio facesse queste cose di lui; et oltra di ci, capegli s leggiadri di colore e con finita pulitezza sfilati e condotti, che meglio di quegli non si pu vedere. Eranvi alcuni amori, che de le saette facevano prova su una pietra, quelle d'oro e di piombo, lavorati con   bello artificio. E quel che pi grazia donava alla Venere era una acqua chiarissima e limpida, che correva fra alcuni sassi e bagnava i piedi di quella, e quasi nessuno ne occupava. Onde, nello scorgere quella candidezza con quella delicatezza, faceva a gli occhi compassione nel vedere. Perch certissimamente Antonio merit ogni grado et ogni onore vivo, e con le voci e con gli scritti ogni gloria dopo la morte.
Desiderava Antonio, s come quello ch'era aggravato di famiglia, di continuo risparmiare, et era divenuto perci tanto misero, che pi non poteva essere. Per il che si dice che essendoli stato fatto in Parma un pagamento di sessanta scudi di quattrini, esso volendoli portare a Correggio, per alcune occorrenzie sue, carico di quelli si mise in camino a piedi; e per lo caldo grande, che era allora scalmanato dal sole, beendo acqua per rinfrescarsi, si pose nel letto con una grandissima febre, n di quivi prima lev il capo, che fin la vita nell'et sua d'anni XL o circa. Lasci suo discepolo Francesco Mazzola parmigiano, il quale lo imit grandemente. Furono le pitture sue circa il MDXII. E fece alla pittura grandissimo dono ne'colori da lui maneggiati come vero maestro, e fu cagione che la Lombardia aprisse per lui gli occhi, dove tanti belli ingegni si son visti nella pittura, seguitandolo in fare opere lodevoli e degne di memoria. Perch mostrandoci i suoi capegli fatti con tanta facilit nella difficult del fargli, ha insegnato come e'si abbino a fare. Di che gli debbono eternamente tutti i pittori. Ad instanzia de'quali gli fu fatto questo epigramma:

ANTONIO A COREGIO.
HVIVS CVM REGERET MORTALES SPIRITVS ARTVS
PICTORIS, CHARITES SVPPLICVERE IOVI:  
"NON ALIA PINGI DEXTRA, PATER ALME, ROGAMVS;
HVNC PRAETER, NVLLI PINGERE NOS LICEAT".
ANNVIT HIS VOTIS SVMMI REGNATOR OLYMPI
ET IVVENEM SVBITO SYDERA AD ALTA TVLIT,
VT POSSET MELIVS CHARITVM SIMVLACRA REFERRE
PRAESENS ET NVDAS CERNERET INDE DEAS.

Et appresso quest'altro ancora:

DISTINCTOS HOMINI QVANTVM NATVRA CAPILLOS
EFFICIT, ANTONI DEXTRA LEVIS DOCVIT.
EFFIGIES ILLI VARIAS TERRAEQVE MARISQVE
NOBILE AD ORNANDAS INGENIVM FVERAT.
COREGIVM PATRIA, ERIDANVS MIRANTVR ET ALPES,
MOESTAQVE PICTORVM TVRBA DOLET TVMVLO.

Fu in questo tempo medesimo Andrea del Gobbo milanese, pittore e coloritore molto vago, di mano del quale sono sparse molte opere nelle case per Milano sua patria; et alla Certosa di Pavia una tavola grande con la Assunzione di Nostra Donna, ma imperfetta per la morte che li sopravenne; la qual tavola mostra quanto egli fusse eccellente et amatore delle fatiche della arte.  

PIERO DI COSIMO

Pittore Fiorentino

Chi pensasse a'pericoli de'virtuosi et a gli incomodi che e'sopportano ne la vita, si starebbe per avventura assai bene lontano da la virt. Considerando massimamente che, se bene ella fa di bellissimi ingegni, ella ne fa ancora de'tanto astratti e difformi da gli altri, che fuggendo la pratica de gli uomini, cercano solamente la solitudine. Il che faccendo a comodo loro, incorrono in maggiore incommodo de la vita, e lasciandosi manomettere da la nebbia de la dappocaggine, mostrano a'popoli fare ci che e'fanno, per lo amore che e'portano a la filosofia anzi pi tosto furfanteria, che tale  veramente questa loro. E certamente non  che il bene et il buono non li piaccia, e che avendone non l'usassero, ma faccendo de la necessit virt, non vogliono che altri vada ne le stanze loro, per non vedere le loro meschinit ricoperte da bizzarria o da altro spirito filosofico. Et hanno questi il core tanto amaro nel vedere l'azzioni d'altri studiosi et eccellenti, considerando il monte d'altri esser maggior del loro, che sotto spezie di dolcezza danno morsi terribili, i quali le pi volte tornano in danno loro, s come la stessa vita fantastica gli conduce a fini miserabili; come apertamente pot vedersi in tutte le azzioni di Piero di Cosimo. Il quale a la virt che egli ebbe, se fusse stato pi domestico et amorevole verso gli amici, il fine de la sua vecchiezza non sarebbe stato   meschino; e le fatiche durate da lui ne la giovanezza gli sarebbono state alimento fino a la morte, dove non facendo servigio ad alcuno, non pot essere mentre che visse aiutato da nessuno.
Ma venendo pi al particulare, dico che mentre che Cosimo Rosselli lavorava in Fiorenza, gli fu raccomandato un giovanetto per dovere imparar l'arte della pittura, di et di anni XII, il cui nome fu Piero; il quale aveva da natura uno spirito molto elevato, et era molto stratto e vario di fantasia, dagli altri giovani che stavono con Cosimo per imparare la medesima arte. Costui era qualche volta tanto intento a quello che faceva, che ragionando di qualche cosa, come suole avenire, nel fine del ragionamento bisognava rifarsi da capo a ricontargnene, essendo ito col cervello ad un'altra sua fantasia. Era costui tanto amico de la solitudine, che non aveva piacere se non quando pensoso da s solo poteva andarsene fantasticando e fare i suoi castelli in aria. Volevagli un ben grande Cosimo suo maestro, per che se ne serviva talmente ne le opere sue, che spesso spesso gli faceva condurre molte cose che erano d'importanza, conoscendo che Piero aveva e pi bella maniera e miglior giudizio di lui. Per questo lo men egli seco a Roma, quando vi fu chiamato da Papa Sisto per far le storie de la cappella, in una de le quali Piero fece un paese bellissimo, come si disse nella vita di Cosimo.
Fece et in Fiorenza molti quadri a pi cittadini, sparsi per le lor case, che ne ho visti de'molto buoni, e cos diverse cose a molte altre persone; e ne la chiesa di Santo Spirito di Fiorenza lavor alla cappella di Gino Capponi una tavola, che vi  dentro una Visitazione di Nostra Donna, con San Nicolao et un Santo Antonio che legge con un par d'occhiali al naso, che  molto pronto. Quivi contraffece un libro di carta pecora un po'vec chio, che par vero, e cos certe palle a quel San Niccol con certi lustri ribattendo i barlumi et i riflessi l'una nella altra, che si conosceva infino allora la stranezza del suo cervello et il cercare che e'faceva de le cose difficili. E bene lo dimostr meglio dopo la morte di Cosimo, che egli del continuo stava rinchiuso e non si lasciava veder lavorare, e teneva una vita da uomo pi tosto bestiale che umano. Non voleva che le stanze si spazzassino, voleva mangiare allora che la fame veniva, e non voleva che si zappasse o potasse i frutti dello orto, anzi lasciava crescere le viti et andare i tralci per terra, et i fichi non si potavon mai, n gli altri alberi, anzi si contentava veder salvatico ogni cosa, come la sua natura, allegando che le cose d'essa natura bisogna lassarle custodire a lei, senza farvi altro. Recavasi spesso a veder o animali o erbe o qualche cosa, che la natura fa per istranezza et accaso di molte volte; e ne aveva un contento e una satisfazione che lo furava tutto a se stesso. E replicavalo ne'suoi ragionamenti tante volte, che veniva talvolta, ancor che e'se n'avesse piacere, a fastidio. Fermavasi talora a considerare un muro dove lungamente fusse stato sputato da persone malate, e ne cavava le battaglie de'cavagli e le pi fantastiche citt e pi gran paesi che si vedesse mai; simil faceva de i nuvoli de la aria. Diede opera al colorire a olio, avendo visto certe cose di Lionardo fumeggiate, e finite con quella diligenzia estrema, che soleva Lionardo quando e'voleva mostrar l'arte, e cos Piero piacendoli quel modo cercava imitarlo, quantunque egli fusse poi molto lontano da Lionardo e da l'altre maniere assai stravagante. Perch bene si pu dire che e'la mutasse quasi acci che e'faceva. E se Piero non fusse stato tanto astratto, et avesse tenuto pi conto di s nella vita, che egli non fece, arebbe   fatto conoscere il grande ingegno che egli aveva, di maniera che sarebbe stato adorato, dove egli per la bestialit sua fu pi tosto tenuto pazzo, ancora che egli non facesse male se non a s solo nella fine, e benefizio et utile con le opere a la arte sua. Per la qual cosa doverrebbe sempre ogni buono ingegno et ogni eccellente artefice ammaestrato da questi esempli aver gli occhi alla fine.
Fu allogato a Piero una tavola a la cappella de'Tedaldi nella chiesa de'frati de'Servi, dove eglino tengono la veste et il guanciale di Filippo lor frate, nella quale finse la Nostra Donna ritta, che  rilevata da terra in un dado e con un libro in mano, senza il Figliuolo, che alza la testa al cielo, e sopra quella  lo Spirito Santo che la illumina. N ha voluto che altro lume che quello che fa la colomba, lumeggi e lei e le figure che le sono intorno, come una Santa Margherita et una Santa Caterina che la adorano ginocchioni, e ritti son a riguardarla San Pietro e San Giovanni Evangelista, insieme con San Filippo frate de'Servi e Santo Antonino arcivescovo di Firenze. Oltra che vi fece un paese bizzarro, e per gli alberi strani e per alcune grotte, e per il vero ci sono parti bellissime, come certe teste che mostrano e disegno e grazia, oltra il colorito molto continovato. E certamente che Piero possedeva grandemente il colorire a olio. Fecevi la predella con alcune storiette piccole, molto ben fatte; et infra l'altre ve n' una, quando Santa Margherita esce de 'l ventre del serpente, che per aver fatto quello animale e contraffatto e brutto, non penso che in quel genere si possa veder meglio, mostrando il veleno per gli occhi, il fuoco e la morte, in uno aspetto veramente pauroso. E certamente che simil cose non credo che nessuno le facesse meglio di lui n le imaginasse a gran pezzo, come ne pu render   testimonio un mostro marino, che egli fece e don al Magnifico Giuliano de'Medici, che per la deformit sua  tanto stravagante, bizzarro e fantastico, che pare impossibile che la natura usasse e tanta deformit e tanta stranezza nelle cose sue. Questo monstro  oggi ne la guardarobba del duca Cosimo de'Medici, cos come egli  appresso di Sua  Eccellenzia  pur di mano di Piero un libro d'animali de la medesima sorte, bellissimi e bizzarri, tratteggiati di penna diligentissimamente e con una pazienza inestimabile condotti. Il quale libro gli fu donato da Messer  Cosimo Bartoli proposto di San Giovanni mio amicissimo e di tutti i nostri artefici, come quello che sempre si  dilettato et ancora si diletta di tale mestiero.
Fece parimente in casa di Francesco del Pugliese intorno a una camera diverse storie di figure piccole, n si pu esprimere la diversit de le cose fantastiche che egli in tutte quelle si dilett dipignere, e di casamenti e d'animali e di abiti e strumenti diversi, et altre fantasie che gli sovennono, per essere storie di favole, come un quadro di Marte e Venere con i suoi amori e Vulcano, fatto con una grande arte e con una pazienza incredibile. Dipinse Piero per Filippo Strozzi Vecchio, un quadro di figure piccole, quando Perseo libera Andromeda da 'l monstro, che v' dentro certe cose assai belle. Il quale  oggi in camera di Lorenzo suo figliuolo.
Era molto amico di Piero lo Spedalingo de li Innocenti, e volendo far fare una tavola che andava all'entrata di chiesa a man manca, la allog a Piero, il quale con suo agio la condusse al fine, ma prima fece disperare lo Spedalingo; che non ci fu mai ordine che la vedesse se non finita, e quanto ci gli paresse strano, e per l'amicizia e per il sovvenillo tutto il d di danari e non vedere quel che si faceva, egli stesso lo dimo str, che all'ultima paga non gliele voleva dare se non vedeva l'opera. Ma minacciato da Piero che guasterebbe quel che aveva fatto, fu forzato dargli il resto, e con maggior collora che prima aver pazienza che la mettesse su, et in questa sono veramente assai cose buone.

Prese a fare per una cappella una tavola ne la chiesa di San Piero Gattolini, e vi fece una Nostra Donna a sedere con quatro figure intorno e due angeli in aria che la incoronano. Opera condotta con tanta diligenzia, che n'acquist lode et onore. Fece una tavoletta de la Concezzione nel tramezzo de la chiesa di S. Francesco da Fiesole, la quale  assai buona cosetta, sendo le figure non molto grandi. Lavor per Giovan Vespucci, che stava dirimpetto a San Michele della via de'Servi, dove  oggi di Pier Salviati alcune storie baccanarie che sono intorno a una camera, nelle quali fece s stran'fauni, satiri e silvani e putti e baccanti, che  una maraviglia a vedere la diversit de'zaini e delle vesti e la variet delle cere caprine, con una grazia et imitazione verissima. vvi in una storia Sileno a cavallo su uno asino con molti fanciulli, chi lo regge e chi gli d bere, e si vede una letizia al vivo fatta con grande ingegno. E nel vero si conosce in quel che si vede di suo, uno spirito molto vario et astrattato da gli altri, et una certa sottilit nello investigare certe sottigliezze della natura, che penetrano, senza guardare a tempo o fatiche, solo per suo diletto e per il piacere della arte; e non poteva gi essere altrimenti, perch innamorato di lei, non curava de'suoi comodi, e si riduceva a mangiar continuamente ova sode, che per rispiarmare il fuoco, le coceva quando faceva bollir la colla; e non sei o otto per volta, ma una cinquantina, tenendole in una sporta, che consumava a poco a poco. Nella quale vita cos strattamente godeva, che l'altre appet to alla sua gli parevano servit. Aveva a noia il piagner de'putti, il tossir de gli uomini, il suono delle campane, il cantar de'frati; e quando diluviava il cielo d'acqua, aveva piacere di veder rovinarla a piombo da'tetti e stritolarsi per terra. Aveva paura grandissima de le saette, e quando e'tonava straordinariamente, si inviluppava nel mantello e, serrato le finestre e l'uscio della camera, si recava in un cantone finch passasse la furia.

Nel suo ragionamento era tanto diverso e vario, che qualche volta diceva s belle cose che faceva crepar delle risa altrui. Ma per la vecchiezza vicino gi ad anni 80, era fatto s strano e fantastico, che non si poteva pi seco. Non voleva che i garzoni gli stessino intorno, di maniera che ogni aiuto per la sua bestialit gli era venuto meno. Venivagli voglia di lavorare, e per il parletico non poteva. Et entrava in una collora, che voleva sgarare le mani che stessino ferme, e mentre che e'borbotava, o gli cadeva la mazza da poggiare o veramente i pennelli, che era una compassione. Adiravasi con le mosche, e gli dava noia infino a l'ombra; e cos ammalatosi di vecchiaia, e visitato pure da qualche amico, era pregato che dovesse acconciarsi con Dio: ma non li pareva avere a morire, e tratteneva altrui d'oggi in domane; non che e'non fussi buono, e'non avessi fede, ch era zelantissimo, ancor che nella vita fusse bestiale. Ragionava qualche volta de'tormenti che per i mali fanno distruggere i corpi e quanto stento patisce chi consumando gli spiriti a poco a poco si muore, il che  una gran miseria. Diceva male de'medici, degli speziali e di coloro che guardano gli ammalati e che gli fanno morire di fame; oltra i tormenti de gli sciloppi, medicine, cristeri et altri martorii, come il non essere lasciato dormire quando tu hai sonno, il fare testamento, il veder piagne re i parenti e lo stare in camera al buio, e lodava la giustizia, che era cos bella cosa l'andare a la morte; e che si vedeva tanta aria e tanto popolo; che tu eri confortato con i confetti e con le buone parole; avevi il prete et il popolo che pregava per te; e che andavi con gli angeli in Paradiso; che aveva una gran sorte chi n'usciva a un tratto. E faceva discorsi e tirava le cose a'pi strani sensi che si potesse udire. Laonde per s strane sue fantasie vivendo stranamente si condusse a tale, che una mattina fu trovato morto appi d'una scala, l'anno MDXXI. Et in San Pier Maggiore gli fu dato sepoltura; n  mancato poi chi per le sue azzioni gli abbi fatto memoria di epitaffi, che metto solamento questo:

PIERO DI COSIMO PITTOR FIORENTINO

S'IO STRANO, E STRANE FVR LE MIE FIGVRE,
DIEDI IN TALE STRANEZZA E GRAZIA ET ARTE;
E CHI STRANA IL DISEGNO A PARTE A PARTE
D MOTO, FORZA E SPIRTO ALLE PITTVRE.

Molti furono i discepoli di costui, e tali che non accade farne menzione, se non di Andrea del Sarto, il quale per il vero fu pi raro e pi eccellente di Piero, come dimostrano l'opere sue. E di costui al suo luogo faremo la Vita.  

BRAMANTE DA URBINO

Architettore

Di grandissimo giovamento alla architettura fu veramente il moderno operare di Filippo Brunellesco, avendo egli contrafatto l'opere egregie de'pi dotti e maravigliosi antichi, per esemplo tolti da lui, a questa nuova imitazione del buono et a conservazione del bello, ch'egli poi seguitando gli edifici, mise a luce nell'opere sue. Ma non fu manco necessario a 'l secolo nostro il creare Giulio II, Pontefice animoso, e nel lasciar memorie di s curiosissimo, perch stante questa sua ardentissima voglia, era necessario che Bramante in questo tempo nascesse, acci seguitando le vestigie di Filippo, facesse a gli altri dopo lui strada sicura nella professione della architettura, essendo egli di animo, valore, ingegno e scienza in quella arte non solamente teorico, ma pratico et esercitato sommamente. N poteva la natura formare uno ingegno pi spedito, che esercitasse e mettesse in opera le cose della arte, con maggiore invenzione e misura e con tanto fondamento quanto costui. Giov ben molto alla virt sua il trovare un principe, il che a gli ingegni grandi avviene rare volte, a le spese del quale e'potesse mostrare il valore dello ingegno suo e quelle artificiose difficult che nella architettura mostr Bramante. La virt del quale si estese tanto ne gli edifici da lui fabricati, che le modanature delle cornici, i fusi delle colonne, la grazia de'capitegli,   le base, le mensole et i cantoni, le volte, le scale, i risalti et ogni ordine d'architettura tirato per consiglio o modello di questo artefice, riusc sempre maraviglioso a chiunque lo vide. Laonde quello obligo eterno che hanno gli ingegni che studiano sopra i sudori antichi, mi pare che ancora lo debbano avere alle fatiche di Bramante. Perch se pure i Greci furono inventori della architettura et i Romani imitatori, Bramante non solo imitandogli con invenzion nuova ci insegn, ma ancora bellezza e difficult accrebbe grandissima all'arte, la quale per lui imbellita oggi veggiamo.
Costui nacque in Castello Durante nello Stato di Urbino, d'una povera persona, ma di buone qualit. E nella sua fanciullezza oltra il leggere e lo scrivere, si esercit grandemente nello abbaco. Ma il padre che aveva bisogno che e'guadagnasse, vedendo che egli si dilettava molto de 'l disegno, lo indirizz ancora fanciulletto a l'arte della pittura, nella quale studi egli molto le cose di fra'Bartolomeo, altrimenti fra'Carnovale da Urbino, che fece la tavola di Santa Maria della Bella in Urbino. Ma perch egli sempre si dilett de la architettura e de la prospettiva, si part da Castel Durante e, condottosi in Lombardia, andava ora in questa ora in quella citt, lavorando il meglio che e'poteva. Non per cose di grande spesa o di molto onore, non avendo ancora n nome n credito. Per il che deliberatosi di vedere almeno qualcosa notabile, si trasfer a Milano per vedere il duomo, dove allora si trovava un Cesare Cesariano, reputato buono geometra e buono architettore, il quale coment Vitruvio e, disperato di non averne avuto quella remunerazione che egli si aveva promessa, divent s strano che non volse pi operare, e divenuto salvatico mor pi da bestia che da persona.   Eravi ancora un Bernardino da Triviglio milanese, ingegnere et architettore del duomo e disegnatore grandissimo, il quale da Lionardo da Vinci fu tenuto maestro raro, ancora che la sua maniera fusse crudetta et alquanto secca nelle pitture. Vedesi di costui in testa del chiostro delle Grazie una Resurressione di Cristo, con alcuni scorti bellissimi, et in San Francesco una cappella a fresco, dentrovi la morte di San Piero e di San Paulo.
Ma per tornare a Bramante, considerata che egli ebbe questa fabbrica e conosciuti questi ingegneri, si inanim di sorte che egli si risolv del tutto darsi a l'architettura. Laonde, partitosi da Milano, se ne venne a Roma innanzi lo Anno Santo del MD, dove conosciuto da alcuni suoi amici e del paese e lombardi, gli fu dato da dipignere a San Giovanni Laterano sopra la porta santa che s'apre per il Giubbileo, una arme di Papa Alessandro VI lavorata in fresco, con angeli e figure che la sostengono. Aveva Bramante recato di Lombardia e guadagnati in Roma a fare alcune cose, certi danari; i quali con una masserizia grandissima spendeva, desideroso poter viver del suo et insieme, senza avere a lavorare, potere agiatamente misurare tutte le fabriche antiche di Roma. E messovi mano, solitario e cogitativo se n'andava; e fra non molto spazio di tempo misur quanti edifizii erono in quella citt e fuori per la campagna. E scoperto in questo modo l'animo di Bramante, il Cardinale di Napoli datoli d'occhio prese a favorirlo. Donde Bramante seguitando lo studio, essendo venuto voglia al cardinal detto di far rifare a'frati della Pace il chiostro di trevertino, ebbe il carico di questo chiostro. Per il che desiderando di acquistare e di gratuirsi molto quel cardinale, si messe a l'opera con ogni industria e diligenzia, e prestamente e per fettamente la condusse al fine. Et ancora che egli non fusse di tutta bellezza, gli diede grandissimo nome, per non essere in Roma molti che attendessino alla architettura con tanto amore, studio e prestezza, quanto Bramante.
Pervenne la fama di questa prestezza a gli orecchi di Giulio secondo, il quale perci gli messe in mano l'opera de i corridori di Belvedere, i quali furono da lui con grandissima prestezza condotti. Et era tanta la furia di lui che faceva, e del papa che aveva voglia che tali fabriche non si murassero ma nascessero, che i fondatori portavano di notte la sabbia et il pancone fermo della terra, e la cavavano di giorno in presenza a Bramante, perch'egli senza altro vedere faceva fondare. La quale inavvertenza fu cagione che le sue fatiche sono tutte crepate e stanno a pericolo di ruinare, come fece questo medesimo corridore, del quale un pezzo di braccia ottanta ruin a terra al tempo di Clemente VII e fu rifatto poi da Papa Paulo III, et egli ancora lo fece rifondare e ringrossare.
Sono di suo in Belvedere molte salite di scale variate secondo i luoghi suoi alti e bassi, cosa bellissima con ordine dorico, ionico e corinzio, opera condotta con somma grazia. Et aveva di tutto fatto un modello, che dicono essere stato cosa maravigliosa, come ancora si vede il principio di tale opera cos imperfetta. Fece oltra questo una scala a chiocciola su le colonne che salgono, s che a cavallo vi si camina, nella quale il dorico entra nello ionico e cos nel corinzio, e de l'uno salgono ne l'altro: cosa condotta con somma grazia e con artifizio certo eccellente; la quale non gli fa manco onore che cosa che sia quivi di man sua. Per il che merit da 'l papa, che sommamente lo amava per le sue virt, di essere fatto degno dell'ufficio del Piombo, nel quale fece uno edificio da improntar le bolle con   una vite molto bella. Si risolv il papa di mettere in strada Giulia, da Bramante indrizzata, tutti gli uffici e le ragioni di Roma in un luogo, per la comodit ch'a i negoziatori averia recato nelle faccende, essendo continuamente fino allora state molto scomode. Onde Bramante diede principio al palazzo ch'a San Biagio su 'l Tevere si vede, nel quale  ancora un tempio corinzio non finito, cosa molto rara, et il resto del principio di opera rustica bellissimo.
Fece ancora a San Pietro a Montorio di trevertino nel primo chiostro un tempio tondo, del quale non pu di proporzione, ordine e variet imaginarsi, e di grazia il pi garbato n meglio inteso; e molto pi bello sarebbe se fusse tutta la fabbrica del chiostro, che non  finita, condotta come si vede in un suo disegno. Fece fare in Borgo il palazzo che fu di Raffaello da Urbino lavorato di mattoni e di getto con casse le colonne, e le bozze di opera dorica e rustica, cosa molto bella et invenzion nuova del fare le cose gettate. Fece ancora il disegno et ordine dell'ornamento di Santa Maria da Loreto, che da Andrea Sansovino fu poi continuato, et infiniti modelli di palazzi e tempii, i quali sono in Roma e per lo Stato della Chiesa. Era tanto terribile l'ingegno di questo maraviglioso artefice, che e'rifece un disegno grandissimo per restaurare e dirizzare il palazzo del papa. E tanto gli era cresciuto l'animo vedendo le forze del papa e la volont sua corrispondere allo ingegno et alla voglia che esso aveva, che sentendolo avere volont di buttare in terra la chiesa di Santo Pietro per rifalla di nuovo, gli fece infiniti disegni. Ma fra gli altri ne fece uno che fu molto mirabile, dove egli mostr quella intelligenzia che si poteva maggiore. E cos resoluto il papa di dar principio alla grandissima e terribilissima fabbrica di San Pietro, ne   fece rovinare la met e, postovi mano con animo che di bellezza, arte, invenzione et ordine, cos di grandezza, come di ricchezza e d'ornamento avessi a passare tutte le fabbriche che erano state fatte in quella citt dalla potenzia di quella republica, e dall'arte et ingegno di tanti valorosi maestri, con la solita prestezza la fond; et in gran parte innanzi alla morte del papa e sua, la tir alta fino a la cornice, dove sono gli archi a tutti i quattro pilastri e volt quegli con somma prestezza et arte. Fece ancora volgere la cappella principale, dov' la nicchia, attendendo insieme a far tirare inanzi la cappella che si chiama del Re di Francia.
Egli trov in tal lavoro il modo del buttar le volte con le casse di legno, che, intagliate, vengano co'suoi fregi e fogliami di mistura di calce; e mostr ne gli archi, che sono in tale edificio, il modo del voltargli con i ponti impiccati, come abbiamo veduto seguitare poi da Anton da San Gallo. Vedesi in quella parte, ch' finita di suo, la cornice che rigira attorno di dentro correre in modo, con grazia, che il disegno di quella non pu nessuna mano meglio in essa levare e sminuire. Si vede ne'suoi capitegli, che sono a foglie di ulivo di dentro, et in tutta l'opera dorica di fuori stranamente bellissima, di quanta terribilit fosse l'animo di Bramante; che invero s'egli avesse avuto le forze eguali allo ingegno, di che aveva adorno lo spirito, certissimamente avrebbe fatto cose inaudite pi che non fece.
Fu persona molto allegra e piacevole, e si dilett sempre di giovare a'prossimi suoi. E dicesi che non fu molto inclinato a la religione, ma amicissimo delle persone ingegnose e favorevole a quelle in ci che e'poteva; come si vede che egli fece al grazioso Raffaello Sanzio da Urbino, pittor celebratissimo, che da lui fu condotto a Roma. Sempre splendidissimamen te si onor e visse, et al grado, dove i meriti della sua vita l'avevano posto, era niente quel che aveva a petto a quello che egli avrebbe speso. Dilettavasi de la poesia, e volentieri udiva e diceva in proviso in su la lira, e componeva qualche sonetto, se non cos delicato come si usa ora, grave almeno e senza difetti. Fu grandemente stimato da i prelati e presentato da infiniti signori che lo conobbero. Ebbe in vita grido grandissimo e maggiore ancora dopo morte, perch la fabbrica di San Piero rest a dietro molti anni. Visse Bramante anni LXX et in Roma con onoratissime esequie fu portato dalla corte del papa e da tutti gli scultori, architettori e pittori. Fu sepolto in San Piero l'anno MDXIIII. Et  stato di poi onorato con questo epitaffio:

MAGNVS ALEXANDER, MAGNAM CVM CONDERET VRBEM
NILIACIS ORIS, DINOCRATEN HABVIT.
SED SI BRAMANTEM TELLVS ANTIQVA TVLISSET,
HIC MACEDVM REGI GRATIOR ESSET EO.

Fu di grandissima perdita all'architettura la morte di Bramante, il quale fu investigatore di molte buone arti, aggiunse a quella, come l'invenzione del buttar le volte di getto e lo stucco, l'uno e l'altro usato da gli antichi, ma stato perduto da le ruine loro fino al suo tempo. Onde quegli che vanno misurando le cose antiche d'architettura, trovano in quelle di Bramante non meno scienza e disegno che si faccino in tutte quelle. Onde pu rendersi a quegli che conoscono tal perfessione, uno de gli ingegni rari che hanno illustrato il secol nostro. Lasci suo domestico amico Giulian Leno, che molto valse nelle fabbriche de'tempi suoi.  

FRA'BARTOLOMEO DI SAN MARCO

Pittor Fiorentino

Rare volte fa la natura nascere un buono ingegno et uno artefice mansueto: che di quiete e di bont in qualche tempo non lo provegga come ella fece a Baccio da la Porta a San Piero Gattolini di Fiorenza, al secolo cos detto, pittore tenuto eccellente e coloritore vago e raro. Stette costui nella sua giovanezza con Cosimo Roselli per i primi principii della pittura, per la quale egli punto dalle concorrenze de gli artefici suoi, per il voto dello onore fece molte fatiche nella giovanezza sua; et in quelle perseverando, pervenne ad ultima perfezzione di quel grado, che per fama e per opre s'acquista studiando. Si part da Cosimo, e lavor alla porta San Piero Gattolini nelle sue case, nelle quali fece molti quadri di pittura. Per il che la fama sua si divulg talmente, che da Gerozzo di Monna Venna Dini gli fu fatta allogazione d'una cappella nel cimiterio, dove sono l'ossa de'morti nello spedale di Santa Maria Nuova, e cominciovi un Giudicio a fresco, il quale condusse con tanta diligenza e bella maniera in quella parte ch'e'fin, che acquistandone grandissima fama, oltra quella che aveva, molto fu celebrato per aver egli con bonissima considerazione espresso la gloria del Paradiso e Cristo con i dodici Apostoli giudicare le dodici trib, le quali con bellissimi panni sono morbidamente colorite. Oltra che si vede nel disegno, che rest a finirsi,   queste figure che sono ivi tirate all'Inferno, la disperazione, il dolore e la vergogna della morte eterna; cos come si conosce la contentezza e la letizia che sono in quelle che si salvano; ancora che questa opera rimanesse imperfetta, avendo egli pi voglia d'attendere alla religione che alla pittura. Perch trovandosi in questi tempi in San Marco fra'Girolamo Savonarola da Ferrara, dell'ordine de'Predicatori, teologo famosissimo, e continovando Baccio la udienza delle prediche sue, per la devozione che in esso aveva, prese strettissima pratica con lui e dimorava quasi continuamente in convento avendo anco con gli altri frati fatto amicizia.
Avvenne che un giorno si levarono le parti contrarie a fra'Girolamo per pigliarlo e metterlo nelle forze della giustizia, per le sedizioni che aveva fatte in quella citt. Il che vedendo, gli amici del frate si ragunarono essi ancora, in numero pi di cinquecento, e si rinchiusero dentro in San Marco; e Baccio insieme con esso loro, per la grandissima affezzione che egli aveva a quella parte. Vero  che essendo pure di poco animo, anzi troppo timido e vile, sentendo poco appresso dare la battaglia al convento e ferire et uccidere alcuni, cominci a dubitare fortemente di se medesimo. Per il che fece voto, se e'campava da quella furia, di vestirsi subito l'abito di quella religione, et interamente poi lo osserv. Con ci sia che finito il rumore e preso e condannato il frate alla morte, egli in quello stesso convento si fece frate, con grandissimo dispiacere di tutti gli amici suoi, che infinitamente si dolsero di averlo perduto, e massime per sentire che egli aveva postosi in animo di non attendere pi alla pittura. Laonde Mariotto Albertinelli, fido amico e compagno suo, a'preghi di Gerozzo Dini prese le robbe da fra'Bartolomeo, che cos   lo chiam il priore nel vestirgli l'abito, e l'opra dell'ossa di Santa Maria Nuova condusse a fine. Stavasi fra'Bartolomeo in convento non attendendo ad altro che a gli uffici divini et alle cose della regola, ancora che pregato molto dal priore e da gli amici suoi pi cari che e'facesse qualche cosa di pittura. Et era gi passato il termine di quattro anni che egli non aveva voluto lavorar nulla, ma stretto poi da Bernardo del Bianco, amico suo e del priore, infine cominci a olio nella badia di Fiorenza una tavola di San Bernardo che scrive, e nel vedere la Nostra Donna, portata col putto in braccio da molti angeli e putti da lui coloriti pulitamente, sta tanto contemplativo, che bene si conosce in lui un non so che di celeste che resplende in quella opera, a chi la considera attentamente, dove molta diligenza et amor pose, insieme con uno arco lavorato a fresco che vi  sopra. Fece ancora alcuni quadri per Giovanni Cardinale de'Medici, e dipinse per Agnolo Doni un quadro di una Nostra Donna.
Venne in questo tempo Raffaello da Urbino pittore a imparare l'arte a Fiorenza et insegn i termini buoni della prospettiva a fra'Bartolomeo; perch essendo Raffaello volonteroso di colorire nella maniera del frate, e piacendogli il maneggiare i colori e lo unir suo, con lui di continuo si stava. Fece in quel tempo una tavola con infinit di figure in San Marco di Fiorenza, oggi  appresso al Re di Francia che fu a lui donata, et in San Marco molti mesi si tenne a mostra. Poi ne dipinse un'altra in quel luogo, dove  posto infinito numero di figure, in cambio di quella che si mand in Francia, nella quale sono alcuni fanciulli in aria che volano tenendo un padiglione aperto, con arte e con buon disegno e rilievo tanto grande, che paiono spiccarsi da la tavola e coloriti di colore di carne   mostrano quella bont e quella bellezza, che ogni artefice valente cerca di dare alle cose sue, la quale opera ancora oggi per eccellentissima si tiene. Sono molte figure in essa intorno a una Nostra Donna tutte lodatissime, ma tra l'altre vi fece un S. Bartolomeo ritto, che merita lode grandissima insieme con due fanciulli che suonano uno il liuto e l'altro la lira, a l'un de'quali ha fatto raccorre una gamba e posarvi su lo strumento, le man poste alle corde in atto di diminuire, l'orecchio intento all'armonia e la testa volta in alto, con la bocca alquanto aperta, d'una maniera, che chi lo guarda non pu discredersi di non avere a sentire ancor la voce. Simile fa l'altro, che acconcio per lato, con uno orecchio appoggiato alla lira, par che senta l'accordamento che fa il suono con il liuto e con la voce mentre che facendo tenore egli con gli occhi a terra va seguitando, con tener fermo e volto l'orecchio al compagno che suona e canta, avvertenzie e spiriti veramente ingegnosi e cos stando quelli a sedere e vestiti di velo, che maravigliosi et industriosamente dalla dotta mano di fra'Bartolomeo sono condotti, e tutta l'opera con ombra scura sfumatamente cacciata.
Fece poco tempo dopo un'altra tavola dirimpetto a quella, la quale  tenuta buona, dentrovi la Nostra Donna et altri santi intorno. Merit lode straordinaria avendo introdotto un modo di fumeggiar le figure, che all'ottima arte aggiungono unione maravigliosa talmente che paiono di rilievo e vive, lavorate con ottima maniera a perfezzione. Sentendo egli nominare l'opre egregie di Michele Agnolo fatte a Roma cos quelle del grazioso Rafaello, sforzato dal grido che di continuo udiva de le maraviglie fatte da i due divini artefici, con licenza del priore si trasfer a Roma dove, trattenuto da fra'Mariano Fetti, frate del Piombo, a Monte   Cavallo e San Salvestro luogo suo gli dipinse due quadri di San Pietro e San Paolo. E perch non gli riusc molto il far bene in quella aria, come aveva fatto nella fiorentina, atteso che fra le antiche e moderne opere che vide, et in tanta copia, stord di maniera che grandemente scem la virt e la eccellenza che gli pareva avere, deliber di partirsi. E lasci a Rafaello da Urbino che finisse uno de'quadri, il quale non era finito, che fu il San Pietro, il quale tutto ritocco di mano del mirabile Rafaello, fu dato a fra'Mariano. E cos se ne torn a Fiorenza, dove era stato morso pi volte, che non sapeva fare gli ignudi. Volse egli dunque mettersi a prova, e con fatiche mostrare ch'era attissimo ad ogni eccellente lavoro di quella arte, come alcuno altro. Laonde per prova fece in un quadro un San Sebastiano ignudo con colorito molto alla carne simile, di dolce aria e di corrispondente bellezza alla persona parimente finito, dove infinite lode acquist appresso a gli artefici. Dicesi che stando in chiesa per mostra questa figura, avevano trovato i frati nelle confessioni, donne che nel guardarlo s'erano corrotte, per la leggiadra e lasciva imitazione del vivo, datagli dalla virt di fra'Bartolomeo; per il che levatolo di chiesa, lo misero nel capitolo, dove non dimor molto tempo, che da Giovan Battista della Palla comprato, si mand al Re di Francia. Fece sopra l'arco d'una porta per andare in sagrestia in legno a olio un San Vincenzio de l'ordine loro che, figurando quello predicar del giudizio, si vede ne gli atti e nella testa particularmente quel terrore e quella fierezza, che sogliono essere nelle teste de'predicanti quando pi s'affaticano con le minacci de la giustizia di Dio di ridurre gli uomini, ostinati nel peccato, a la vita perfetta, di maniera che non dipinta, ma vera e vi va apparisce questa figura a chi la considera attentamente, con s gran rilievo  condotto.
Vennegli capriccio, per mostrare che sapeva fare le figure grandi, sendogli stato detto che aveva maniera minuta, di porre ne la faccia, dove  la porta del coro, il San Marco Evangelista, figura di braccia cinque in tavola condotta con bonissimo disegno e grande eccellenzia. Era tornato da Napoli Salvador Billi, mercatante fiorentino, che inteso la fama di fra'Bartolomeo e visto l'opere sue, li fece fare una tavola, dentrovi Cristo Salvatore, alludendo al nome suo, et i quattro Evangelisti che lo circondano, dove sono ancora due putti a'pi che tengono la palla del mondo, i quali di tenera e fresca carne benissimo sono condotti come l'altra opera tutta; sonvi ancora due profeti molto lodati. Questa tavola  posta nella Nunziata di Fiorenza sotto l'organo grande, che cos volle Salvadore; et  cosa molto bella e dal frate con grande amore e con gran bont finita, la quale ha intorno l'ornamento de'marmi, tutto intagliato. Accade che, avendo egli bisogno di pigliare aria, il priore allora amico suo lo mand fuora ad un lor monasterio, nel quale mentre che egli stette, accompagn ultimamente per l'anima e per la casa l'operazione de le mani alla contemplazion de la morte. E fece a San Martino in Lucca una tavola dove a'pi d'una Nostra Donna  uno agnoletto, che suona un liuto, insieme con Santo Stefano e San Giovanni, con bonissimo disegno e colorito, mostrando in quella la virt sua. Similmente in San Romano fece una tavola in tela, dentrovi una Nostra Donna de la Misericordia, posta su un dado di pietra et alcuni angeli che tengono il manto, e figur con essa un popolo su certe scalee chi ritto, chi a sedere, chi in ginocchioni, i quali risguardano un Cristo in alto, che   manda saette e folgori addosso a'popoli. Certamente mostr fra'Bartolomeo in questa opera possedere molto il diminuire l'ombre della pittura e gli scuri di quella con grandissimo rilievo operando, dove le difficult dell'arte mostr con rara et eccellente maestria e colorito, disegno et invenzione.
Nella chiesa medesima dipinse un'altra tavola pure in tela dentrovi un Cristo e Santa Caterina martire insieme con Santa Caterina da Siena ratta da terra in spirito, che  una figura de la quale in quel grado non si pu far meglio. Ritornando egli in Fiorenza, diede opera alle cose di musica e di quelle molto dilettandosi alcune volte per passar tempo usava cantare. Dipinse a Prato dirimpetto alle carcere una tavola d'una Assunta e fece in casa Medici alcuni quadri di Nostre Donne et altre pitture ancora a diverse persone. In Arezzo in badia de'monaci neri fece la testa d'un Cristo in iscuro cosa bellissima; e la tavola della Compagnia de'Contemplanti, la quale s' conservata in casa del Magnifico Messer  Ottaviano de'Medici. Nel noviziato di San Marco nella cappella una tavola della Purificazione molto vaga e con disegno condusse a buon fine. Et a Santa Maria Maddalena luogo di detti frati fuor di Fiorenza, dimorandovi per suo piacere, fece un Cristo et una Maddalena, e per il convento alcune cose dipinse in fresco; similmente lavor in fresco uno arco sopra la foresteria di San Marco, et in questo dipinse Cristo con Cleofas e Luca, dove ritrasse fra'Niccol della Magna, quando era giovane, il quale poi Arcivescovo di Capova et ultimamente fu cardinale. Cominci in San Gallo una tavola, la quale fu poi finita da Giuliano Bugiardini. Similmente un quadro de 'l ratto di Diana, il quale  oggi appresso Messer  Cristoforo Rinieri, amico et amatore di tutti i nostri arte fici, che dal detto Giuliano fu colorito, dove sono e casamenti et invenzioni molto lodati.

Gli fu da Piero Soderini allogata la tavola della sala del Consiglio, che di chiaro oscuro da lui disegnata ridusse in maniera ch'era per farsi onore grandissimo. La quale  oggi nella sagrestia di San Lorenzo, onoratamente collocata, cos imperfetta. Perch avendola cominciata e disegnata tutta, avvenne che per il continuo lavorare sotto una finestra, il lume dato di quella addosso percotendogli, da quel lato tutto intenebrato rest, non potendosi movere punto. Onde fu consigliato che andasse al bagno a San Filippo, essendogli cos ordinato da'medici; dove dimorato molto, pochissimo per questo miglior. Era fra'Bartolomeo delle frutte amicissimo et alla bocca molto gli dilettavano, bench alla salute dannosissime gli fossero. Perch una mattina infiniti fichi mangiando, oltra il male che egli aveva, gli sovragiunse una grandissima febbre; la quale in quattro giorni gli fin il corso della vita, d'et d'anni XLVIII, onde egli con buon conoscimento rese l'anima al cielo. Dolse a gli amici suoi et a'frati particolarmente la morte di lui, i quali in San Marco nella sepoltura loro gli diedero onorato sepolcro, l'anno MDXVII, alli otto di ottobre. Era dispensato ne'frati che in coro a ufficio nessuno non andasse; et il guadagno dell'opere sue veniva al convento, restandogli in mano danari per colori e per le cose necessarie del dipignere. Lasci discepoli suoi Cecchino del Frate, Benedetto Ciampanini, Gabriel Rustici, e fra'Paolo Pistolese, al quale rimasero tutte le cose sue, che molte tavole e quadri con que'disegni fece dopo la morte sua. Diede tanta grazia ne'colori fra'Bartolomeo alle sue figure e quelle tanto modernamente augument di novit,   che per tal cosa merita fra i benefattori dell'arte da noi essere annoverato. Et ssene giustamente guadagnato questo epitaffio:

FRA'BARTOLOMEO PITTORE

APELLE NEL COLORE, E 'L BVONARROTO
IMITAI NEL DISEGNO; E LA NATVRA
VINSI, DANDO VIGOR 'N OGNI FIGVRA
E CARNE ET OSSA E PELLE E SPIRTI E MOTO.

MARIOTTO ALBERTINELLI

Pittor Fiorentino

Di grandissima possanza  un commerzio nell'amicizia che piaccia, et i costumi et una maniera che stringa, a osservare per la dilettazione non solo i gesti nelle azzioni, ma i caratteri, i lineamenti e l'arie nelle figure. E certamente si vede gli stili che le persone seguono essere quegli che pi ci entrano nel core, sforzandoci del continuo contrafar quegli s bene, che si giudica spesso spesso la medesima mano: dove i giudicii de gli artefici possono appena conoscere la vera da la imitata; come si pu vedere nell'opre dipinte da Mariotto Albertinelli pittore, il quale fu nella domestichezza tanto unito con Baccio della Porta innanzi al suo farsi frate in San Marco, ch'egli continovando senza ch'egli avesse volont seguitare la pittura, i modi della dolcezza nella compagnia a quella arte il   condussero. E non solo ne divenne pittor grande, ma imit tanto la maniera del frate, che l'una da l'altra non si conosceva.
Egli cominci tale arte d'et d'anni XX, avendo prima dato opera al battiloro, et in tutto abbandonatolo. Dove prese tanto animo, vedendosi riuscir s bene le cose sue, che imitando la maniera e l'andar del compagno, era da molti presa la mano di Mariotto per quella del frate. Perch intervenendo l'andata di Baccio nel farsi frate di S. Marco, Mariotto per il compagno perduto era quasi smarrito e fuor di se stesso. E s strana gli parve questa novella, che disperato di cosa alcuna non si rallegrava. E se in quella parte Mariotto non avesse avuto a noia il commerzio de'frati, del quale di continuo diceva male, et era della parte che teneva contra la fazzione di frate Girolamo da Ferrara, arebbe l'amore di Baccio operato talmente, che a forza nel convento medesimo col suo compagno si sarebbe incapucciato egli ancora e sarebbesi fatto frate. Ma da Gerozzo Dini, che faceva fare nell'ossa il Giudicio, che Baccio aveva lasciato imperfetto, fu pregato che, avendo quella medesima maniera, gli volesse dar fine. Et inoltre perch v'era il cartone finito di mano di Baccio et altri disegni, e pregato ancora da fra'Bartolomeo, che aveva avuto a quel conto danari e si faceva coscienza di non avere osservato la promessa, Mariotto all'opra diede fine; dove con diligenza e con amore condusse il resto dell'opera, talmente che molti non lo sapendo, pensano che d'una sola mano ella sia lavorata. Per il che tal cosa gli diede grandissimo credito nell'arte. Lavor alla Certosa di Fiorenza nel capitolo un Crocifisso con la Nostra Donna e la Maddalena appi della Croce et alcuni angeli in aere, che ricolgono il sangue di Cristo, opera lavorata in fresco e con diligenza e con amor   assai ben condotta. Ma non parendo che i frati del mangiare a lor modo li trattassero, alcuni suoi giovani, che seco imparavano l'arte, non lo sapendo Mariotto, avevano contrafatto la chiave di quelle finestre onde si porge a'frati la piatanza, la quale risponde in camera loro; et alcune volte secretamente quando a uno e quando a uno altro rubavano il mangiare. Fu molto romore di questa cosa tra'frati: perch de le cose della gola i frati si risentono molto ben come gli altri; e facendo ci i garzoni con molta destrezza, essendo tenuti buone persone, incolpavano coloro alcuni frati che per odio l'un dell'altro il facessero; dove la cosa pur si scoperse un giorno. Perch i frati, acci che il lavoro si finisse, raddoppiarono la piatanza a Mariotto et a'suoi garzoni, i quali con allegrezza e risa finirono quella opera.
Alle monache di San Giuliano di Fiorenza fece la tavola dello altar maggiore, che in Gualfonda lavor in una sua stanza, insieme con un'altra nella medesima chiesa d'un Crocifisso con angeli e Dio Padre, figurando la Trinit in campo d'oro a olio. Era Mariotto persona inquietissima e carnale nelle cose d'amore e di buon tempo nelle cose del vivere; perch, venendogli in odio le sofisticherie e gli stillamenti di cervello della pittura, et essendo spesso dalle lingue de'pittori morso, come  continua usanza in loro e per eredit mantenuta, si risolvette darsi a pi bassa e meno faticosa e pi allegra arte; et aperto una bellissima osteria fuor della porta San Gallo, al ponte Vecchio al Drago, taverna pi che osteria fece, e quella molti mesi tenne, dicendo che aveva presa una arte la quale era senza muscoli, scorti, prospettive e, quel ch'importa pi, senza biasmo, e che quella che aveva lasciata era contraria a questa; perch imitava la carne e 'l sangue, e questa faceva il san gue e la carne, che quivi ognora si sentiva, avendo buon vino, lodare, et a quella ogni giorno si sentiva biasimare.

Ma pure venutogli a noia, rimorso dalla vilt del mestiero, ritorn a la pittura, dove fece per Fiorenza quadri e pitture in casa di cittadini. E lavor a Giovan Maria Benintendi tre storiette di sua mano. Et in casa Medici per la creazione di Leon decimo dipinse a olio un tondo della sua arme con la Fede, la Speranza e la Carit, il quale sopra la porta del palazzo loro stette gran tempo. Prese a fare nella Compagnia di San Zanobi, allato alla canonica di Santa Maria del Fiore, una tavola della Nunziata e quella con molta fatica condusse. Aveva fatto far lumi a posta, et in su l'opera la volle lavorare, per potere condurre le vedute che alte e lontane erano, abbagliate, diminuire e crescere a suo modo. Fecevi alcuni angeli che volano, e fanciulli bellissimi, e intravenendo discordia fra quegli che la facevano fare e Mariotto, Pietro Perugino, allora vecchio, Ridolfo Ghirlandaio e Francesco Granacci la stimarono e d'accordo il prezzo di essa opera insieme acconciarono.
Fece in San Brancazio di Fiorenza in un quadrotto in un mezzo tondo la Visitazione di Nostra Donna, similmente in Santa Trinita lavor in una tavola la Nostra Donna, San Girolamo e San Zanobi con diligenza. Et alla chiesa della Congregazione de'Preti in San Martino fece una tavola della Visitazione molto lodata. Fu condotto al convento de la Quercia fuori di Viterbo, e quivi poi che ebbe cominciata una tavola, gli venne volont di veder Roma, e cos in quella condottosi lavor e fin, a frate Mariano Fetti a San Salvestro di Monte Cavallo alla cappella sua, una tavola a olio con San Domenico, Santa Caterina da Siena che Cristo la sposa, con la   Nostra Donna, con una delicata maniera. Et alla Quercia ritornato, dove aveva alcuni amori, a i quali per lo desiderio del non gli avere posseduti, mentre che stette a Roma, volse mostrare ch'era ne la giostra valente, perch fece l'ultimo sforzo. E come quel che non era n molto giovane n valoroso in cos fatte imprese, fu sforzato mettersi in letto. Di che dando la colpa all'aria di quel luogo, si f portare a Fiorenza in ceste. E non gli valsero aiuti n ristori, che di quel male si mor in pochi giorni d'et d'anni XLV, et in San Pier Maggiore di quella citt fu sepolto. E dopo non molto tempo, fu onorato con questa memoria:

MENTE PARVM (FATEOR) CONSTABAM: MENTIS ACVMEN
SED TAMEN OSTENDVNT PICTA, FVISSE MIHI.

Furono le sue pitture circa l'anno MDXII.

RAFAELLIN DEL GARBO

Pittor Fiorentino

 gran cosa che la natura si sforza talora di far uno ingegno, che ne'suoi primi principii fa cose di tanta maraviglia, che gli uomini si promettono di lui che e'debba salir sopra il cielo; e tanta aspettazione si pongano nell'animo, che o per vigore della natura o per capriccio della fortuna lo inalzano fino al mezzo et in un tratto a terra, onde lo levorono, lo ritornano. Talch chi aveva appoggiata tutta le fede in quella persona, tronca i rami della speranza, e non so lo tace la impossibilit di colui, ma vitupera il primo moto, che lo mise su salti del venire pi che mortale; n si resta con infinito oprobrio sotterrarlo s, che mai pi de terra non si pu rilevare. N per cosa che fra tante cattive poi operando si faccia buona (tanta forza ha lo sdegno ne gli animi di coloro, i quali aspettavano i miracoli) non lo vogliono riguardare o considerare in maniera alcuna, chiudendosi gli occhi il pi delle volte per non avere a vedere il vero. Laonde sbigottito l'animo dello operante, oltra al divenir d'animo pi vile, di continuo viene in declinazione, e fassi pi debile di forze. E di tali molti se ne veggono in questa arte, et infiniti ancora nelle altre scienzie. Per il che chi ben comincia i principii, trattenendoli con onesti mezzi, rare volte  che non conduca l'opre sue a ottimo fine. Questo non fece Rafaellin del Garbo, pittore aiutato dalla natura nella giovanezza d'ottimo e mirabile ingegno, il quale nel migliore della aspettazione delle genti, si condusse a miglior fine. Fu Rafaellino discepolo di Filippo di fra'Filippo nella sua giovanezza, e molto studioso e desideroso di venire a gli ultimi fini della perfezzione di questa arte, dove segni manifestissimi dimostr, lavorando quando era giovane nella Minerva con Filippo. E parve che la natura nella giovent di costui si sforzasse fare certi principii, il mezzo de i quali fu meno che mediocre, et il fine quasi nulla.
Le prime opere di Rafaello furono lodate nella cappella de'Capponi a San Bartolomeo di Monte Oliveto fuor della porta S. Friano sul monte, dove dipinse in tavola una Resurressione di Cristo, fra le figure della quale sono alcuni soldati, i quali promettevano di lui cose rarissime. Fece sopra le monache di San Giorgio in muro alla porta della chiesa una Piet con le Marie intorno, e similmente sotto quel lo un altro arco con una Nostra Donna nel MDIIII. Nella chiesa di Santo Spirito in Fiorenza in una tavola sopra quella de'Nerli, di Filippo suo maestro, dipinse una Piet, cosa tenuta molto buona e lodevole; et una altra di San Bernardo manco perfetta di quella. Era in una fantasia d'andare inanzi con l'arte di continuo, et ogni d peggiorava. In Santo Spirito sotto le porte della sagrestia fece due altre tavole, nelle quali declin tanto da quel primo buono, che queste cose non parevano pi di sua mano; et ogni giorno l'arte dimenticando si ridusse poi, oltra le tavole e quadri che faceva, a dipignere ogni vilissima cosa; e tanto avvil per la grave famiglia de'figliuoli che aveva, ch'ogni valor dell'arte trasmut in goffezza. Perch sovragiunto da infermit et impoverito, miseramente fin la sua vita di et d'anni LVIII. Fu sepolto dalla Compagnia della Misericordia in San Simone di Fiorenza nel MDXXIIII. Lasci dopo di s molti, che furono pratiche persone. And ad imparare da costui i principii dell'arte nella sua fanciullezza Bronzino fiorentino pittore, il quale si port poi s bene sotto la protezzione di Iacopo da Puntormo pittor fiorentino, che nell'arte ha fatto i medesimi frutti che Iacopo suo maestro, come ne fanno fede alcuni ritratti et opere di sua mano appresso lo illustrissimo et eccellentissimo signor Duca Cosimo nella guarda roba, e per la illustrissima signora duchessa la cappella lavorata in fresco; e vivendo et operando merita quelle infinite lodi che tutto di s gli danno.  

TORRIGIANO

Scultor Fiorentino

Grandissima possanza ha lo sdegno per chi invidiosamente cerca con alterigia e con superbia in una professione essere stimato eccellente, e che in tempo ch'egli non se lo aspetti vegga levarsi di nuovo qualche bello ingegno della medesima arte, il quale non pure lo paragoni, ma col tempo di gran lunga lo avanzi. Questi tali certissimamente non  ferro, che per rabbia non rodessero, o male, che potendo non facessero. Per che par loro scorno ne'popoli troppo orribile lo avere visto nascere i putti, e da'nati, quasi in un tempo nella virt essere raggiunti; non sapendo eglino che ogni d si vede la volont spinta dallo studio, ne gli anni acerbi de'giovani, quando con la frequentazione de gli studi  da essi esercitata, crescere in infinito; e che i vecchi dalla paura, dalla superbia e dalla ambizione tirati, diventano goffi, e quanto meglio credono fare, peggio fanno, e credendo andare inanzi, ritornano a dietro. Onde essi invidiosi mai non danno credito alla perfezzione de'giovani nelle cose che fanno, quantunque chiaramente le vegghino, per l'ostinazione ch' in loro. Per che nelle prove si vede che, quando eglino per volere mostrare quel che sanno pi si sforzano, ci mostrano spesso di loro cose ridicole e da pigliarsine giuoco. E nel vero come gli artefici passano i termini, che l'occhio non sta fermo e la mano lor trema, possono, se hanno avanzato alcuna cosa,   dare di consigli a chi opera, atteso che l'arte della pittura e della scultura vuol l'animo cui bolla il sangue, fiero e pieno di voglia ardente e de'piaceri del mondo capital nimico. E chi nelle voglie del mondo non  continente, fugga in tutto gli studii. E da che tanti pesi si recano dietro queste virt, pochi son quegli, e rari, ch'arrivino a 'l supremo lor grado. Di maniera che pi son quegli che da le mosse con caldezza si partono, che quegli che per ben meritar nel corso acquistano il premio.
Come pi superbia che arte, ancora che molto valesse, si vide nel Torrigiano scultor fiorentino, il quale nella sua giovanezza fu da Lorenzo de'Medici Vecchio tenuto nel giardino. E perch egli lavorava di terra benissimo, fece di quella in tal luogo alcune figure. Perci egli, che sendo giovane concorreva con Michele Agnolo, avendosi acquistato nome di valente artefice, fu condotto in Inghilterra, dove a'servigi di quel re infinitissime cose fece di marmo, di bronzo e di legno; e quivi lavor a concorrenza con maestri di quel paese, e con l'opere sue tutti li vinse. Fece molte cose, e di quelle cav premii tali, che se non fosse stato persona superba averebbe fatto ottima fine, come per lo contrario fece. Dicesi che d'Inghilterra in Ispagna condotto fece un Crocifisso di terra, cosa pi mirabile che sia in tutta la Spagna; e fuori della citt di Sevilia, in un monasterio de'frati di San Girolamo, un altro Crocifisso e San Girolamo in penitenzia accompagnato da 'l suo lione. E ritrasse un vecchio, dispensiero de'Botti mercanti fiorentini in Ispagna, et una Nostra Donna et il Figliuolo, che per la bellezza sua fu cagione che egli ne facesse un'altra al Duca d'Arcus, il quale per averla gli aveva fatte tante promesse, ch'egli si pens d'esserne ricco per sempre. Laonde finita, gli don tanti di   que'suoi maraveds, moneta che val poco o nulla, ch'egli due persone cariche a casa se ne condusse, per che si pens d'essere ricchissimo diventato. Ma poi fatto contare a certo suo amico fiorentino tal moneta e ridurre al modo italiano, vide che tanta somma non arrivava pure a trenta ducati. Perch'egli tenendosi beffato, con grandissima collera and dove era la figura sua e guastolla. Laonde quello spagnuolo stimandosi vituperato, accus il Torrigiano per eretico; il quale fu messo in prigione et ogni d esaminato et a diversi inquisitori di eresia mandato, perch eglino giudicorono che meritasse essere per tale eccesso gravemente punito. La qual cosa fu cagione che il Torrigiano in tanta malinconia si trov, che egli stette alquanti giorni senza voler mangiare; per che divenuto debilissimo appoco appoco fin la sua vita. Et acquistone questo epitaffio:
VIRGINIS INTACTAE HIC STATVAM QVAM FECERAT, IRA
QVOD FREGIT VICTVS, CARCERE CLAVSVS OBIT.

Cos col torsi il cibo si liber da la vergogna, parendogli perci meritare d'essere condannato a morte. Furono fatte le figure sue circa gli anni MDXVIII. E mor nel MDXXII.  

GIULIANO ET ANTONIO DA SAN GALLO

Architetti Fiorentini

L'animo et il valore in un corpo, che di virt sia capace, fa di s effetti infiniti di maraviglia, con ci sia che tutte le persone che sono abiette o dalle corti o da i capi, che far possono esperimento de gli uomini valenti, sono ancora lontani da l'operar loro nella virt, la quale  figurata per un lume in questo cieco mondo, che  quello che la fa pi in infinita grandezza risplendere e di pi lode degna. Onde nasce che oltra l'opere il nome suo in infinito cresce e lascia di s ne'posteri suoi l'eternit del nome, e dassi animo a quegli che sono timidi, che si mettono inanzi alle fatiche et all'operare. Cos adunque s'abbellisce il mondo e si d animo a i principi che di continuo faccino dell'opere, e si mostra le doti avute da 'l cielo nelle virt a i discendenti, i quali de gli altrui sudori acquistano e ricevono infinita comodit. Onde per tal cagione comprenderemo il valore in questa vita, e nell'arte l'animo pronto, che nelle imprese difficili mostr Giuliano di Francesco di Bartolo Giamberti architetto fiorentino, che l'origine di quella arte prese da Francesco padre suo, il quale ne'suoi tempi fu di quegli architetti che vivevano nel governo di Cosimo de'Medici, adoprato ne'suoi edifici e guiderdo nato di provisione per quelli e per la musica, che di diversi stromenti sonava. Ebbe Giuliano et Antonio suoi figliuoli, i quali all'arte dello intagliare di legno mise; et essi disegnando seguitarono quella arte. Viveva al tempo di Lorenzo Vecchio de'Medici il Francione legnaiuolo domestico suo, con chi sonetti e baie tutto il giorno facevano, et esso a gli intagli di legno et alle prospettive attendeva et insieme cose infinite d'architettura disegn a quel magnifico cittadino. Perci Francesco mise Giuliano sotto la custodia sua, come di spirto pi acuto e d'ingegno pi destro, il quale fece in quella arte cose degne di lode, come ne pu rendere vero testimonio nel Duomo di Pisa il coro tutto fatto di bellissimi intagli e di vaghissime prospettive, il qual ancor oggid fra molte prospettive nuove non senza maraviglia si vede. Avvenne che in quel tempo che Giuliano attendeva al disegno et il sangue della giovanezza gli bolliva, lo esercito del Duca di Calavria per odio che quel signore teneva col Magnifico Lorenzo imperiosamente s'accamp alla Castellina, per occupare il dominio alla Signoria di Fiorenza e per venire (se avessi potuto) a fine di qualche disegno maggiore. Perch strignendo egli la Castellina, fu sforzato il Magnifico Lorenzo mandarvi uno ingegnere che facesse mulini e bastie, et inoltre avesse cura della artiglieria, allora assai poco usata a maneggiarsi. E fra infiniti che concorsero, Giuliano come d'ingegno pi atto e pi destro e spedito fu messo inanzi, e gli fu facile ad ottenere, avendo egli dependenza di servit contratta per Francesco padre di esso Giuliano con Cosimo Vecchio. Per il che con auttorit conveniente al suo mistiero fu espedito a quella impresa.

Arrivato Giuliano a la Castellina, provide quella di fortificazioni di den tro alle mura, et a i mulini et altre cose necessarie a la difesa di quella. E visto gli uomini star lontano da la artiglieria a quella si gett, e caricandola e tirandola con destrezza grandissima, la acconci in maniera, che da indi in poi a nessuno fece male nel tirarla, avendo ella prima ucciso molte persone, le quali per poco giudizio loro non avevano saputo provedersi, che nel tornare a dietro ch'ella faceva, sempre qualche uno non vi capitasse male. E tanta fu la prudenzia di Giuliano nel tirare, che il campo del duca impaur di maniera, che per questo et altri impedimenti ebbe caro lo accordarsi e di quindi partirsi. Fu dato lode dallo universale in Fiorenza a Giuliano, e dal Magnifico Lorenzo fu di continuo ben veduto; or costui, voltosi alle fabriche, fece il chiostro di Cestello di componimento ionico, il quale rimase imperfetto per le spese de'frati, et intanto venne in maggior considerazione a Lorenzo lo spirito di Giuliano. Et avendo egli volont di fabricare al Poggio a Caiano, luogo tra Fiorenza e Pistoia, avendone al Francione fatto pi volte fare insieme con altri architetti modelli e disegni, pens che Giuliano ancora facesse il medesimo; il che egli fece volentieri, e lo trasse tanto de la forma solita e consueta, che Lorenzo cominci subitamente a farlo mettere in opera come il migliore di tutti; et accresciutoli grado per questo, gli dette poi sempre provisione. Avvenne che egli voleva fare una volta alla sala grande di detto palazzo che noi chiamiamo a botte, e non credeva Lorenzo che per la distanzia si potesse girare; onde Giuliano, che fabricava in Fiorenza una sua casa, volt la sala sua a similitudine di quella per far capace la volont del Magnifico Lorenzo; per che egli quella del Poggio felicemente fece condurre. Onde la fama sua talmente era cre sciuta, che a'preghi del duca di Calavria fece il modello d'un palazzo, che con commissione del Magnifico Lorenzo doveva servire a Napoli, e consum gran tempo a condurlo. Mentre adunque lo lavorava, accade che il castellano di Ostia, Vescovo allora della Rovere, il quale fu poi col tempo Papa Giulio II, volendo acconciare e mettere in buono ordine quella fortezza, udita la fama di Giuliano, mand per lui a Fiorenza, et ordinatoli buona provisione ve lo tenne due anni a farvi tutti quegli utili e comodit e'poteva con l'arte sua. E perch il modello del Duca di Calavria non patisse e finir si dovesse, ad Antonio suo fratello lasci che con suo ordine lo finisse, il quale nel lavorarlo aveva con diligenza seguitato e finito ancora, essendo Antonio di sofficienza in tale arte non meno che Giuliano venuto al segno. Per il che fu consigliato Giuliano da Lorenzo Vecchio a presentarlo egli stesso, acci che in tal modello potesse mostrare le difficult che in esso aveva fatto; laonde part per Napoli, e presentato l'opera, onoratamente fu ricevuto non con meno stupore de lo averlo il Magnifico Lorenzo mandato con tanto garbata maniera, quanto con maraviglia a mirare il magisterio de l'opera nel modello. La quale opra piacque s, che si diede con celerit principio a essa vicino al Castel Nuovo.
Poi che Giuliano fu stato a Napoli un pezzo, nel chiedere licenza al duca per tornare a Fiorenza, gli fu fatto dal re presenti di cavalli e vesti, e fra l'altre una tazza d'argento con alcune centinaia di ducati, i quali Giuliano non volle accettare, dicendo che stava con padrone il quale non aveva bisogno d'oro n d'argento. E se pure gli voleva far presente o alcun segno di guiderdone, per mostrare che vi fosse stato, gli donasse alcuna de le sue anticaglie a sua elezzione. Le   quali il re liberalissimamente per amor del Magnifico Lorenzo e per le virt di Giuliano gli concesse, e queste furono: la testa d'uno Adriano Imperatore, oggi sopra la porta del giardino in casa Medici, una femmina ignuda pi che 'l naturale, et un Cupido che dorme, di marmo tutti tondi. Le quali Giuliano mand a presentare al Magnifico Lorenzo, che perci ne mostr infinita allegrezza, non restando mai di lodar l'atto del liberalissimo artefice, il quale rifiut l'oro e l'argento per l'artificio, cosa che pochi averebbono fatto.
Ritorn Giuliano a Fiorenza e fu gratissimamente raccolto dal Magnifico Lorenzo, al quale venne capriccio per sodisfare a frate Mariano da Ghinazzano, literatissimo de l'ordine de'frati Eremitani di Santo Agostino, di edificargli fuor de la porta S. Gallo un convento, capace per cento frati, del quale ne fu da molti architetti fatto modelli, et in ultimo si mise in opera quello di Giuliano. Il che fu cagione che Lorenzo lo nomin da questa opera Giuliano da S. Gallo. Onde Giuliano, che da ognuno si sentiva chiamare da San Gallo, disse un giorno burlando al Magnifico Lorenzo: "Colpa del vostro chiamarmi da San Gallo, mi fate perdere il nome del casato antico, e credendo avere andare inanzi per antichit, ritorno a dietro". Per che Lorenzo gli rispose che pi tosto voleva che per la sua virt egli fosse principio d'un casato nuovo, che dependessi da altri. Onde Giuliano di tal cosa fu contento. Venne che seguitando l'opera di San Gallo insieme con le altre fabbriche di Lorenzo, non fu finita n quella n l'altre, intervenendo la morte di esso Lorenzo. E poi ancora poco viva in piede rimase tal fabrica, che nel MDXXX per lo assedio di Fiorenza fu rovinata e buttata in terra insieme col borgo, che di fabbriche molto belle aveva pie na tutta la piazza; et al presente alcun vestigio non vi si vede n di casa n di chiesa n di convento. Successe in quel tempo la morte del Re di Napoli, e Giuliano Gondi ricchissimo mercante fiorentino se ne torn a Fiorenza, e dirimpetto a S. Firenze, di sopra dove stanno i lioni di componimento rustico fece fabricare un palazzo da Giuliano, col quale per la gita di Napoli aveva stretta dimestichezza. Questo palazzo doveva fare la cantonata finita e voltare verso la Mercatanzia Vecchia, ma la morte di Giuliano Gondi la fece fermare.

Fece per un viniziano fuor de la porta a'Pinti in Camerata un palazzo, et ancora a'privati cittadini molte case, delle quali non accade far menzione. Avvenne che al Magnifico Lorenzo tirato da l'utilit del publico e da l'ornamento del secolo, per lasciar fama e memoria oltre alle infinite che procacciate si aveva, venne il bel pensiero di fare la fortificazione del Poggio Imperiale sopra Poggibonzi su la strada di Roma, per farci una citt, la quale non volse disegnare senza il consiglio e disegno di Giuliano; e per lui fu cominciata quella fabbrica famosissima, nella quale fece quel considerato ordine di fortificazione e di bellezza che oggi veggiamo. Le quali opere gli diedero tal fama, che dal Duca di Milano acci che gli facesse il modello d'un palazzo per lui, fu per il mezzo poi di Lorenzo condotto a Milano, dove non meno fu onorato Giuliano dal duca, che e'si fusse stato onorato prima dal re quando lo fece chiamare a Napoli. Per che presentando egli il modello per parte del Magnifico Lorenzo riempi quel duca di stupore e di maraviglia nel vedere in esso l'ordine e la distribuzione di tanti begli ornamenti, e con arte tutti e con leggiadria accomodati ne'luoghi loro. Il che fu cagione, che, procacciate tutte le cose a ci necessa rie, si cominciasse a metterlo in opera. Fu trovato da Giuliano Lionardo da Vinci, che lavorava col duca, e parlarono del getto che far voleva del suo cavallo, disputando de la impossibilit; di che n'ebbe bonissimi documenti. La quale opra fu messa in pezzi per la venuta de'Francesi, e cos il cavallo non si fin, n ancora si pot finire il palazzo.

Ritorn a Fiorenza, dove trov che Antonio suo fratello, che gli serviva ne'modegli, era divenuto cotanto egregio, che nel suo tempo non c'era chi lavorasse et intagliasse meglio di esso, e massimamente crocifissi di legno grandi, come ne fa fede quello sopra lo altar maggiore nella Nunziata di Fiorenza, et uno che tengono i frati di San Gallo in San Iacopo tra'Fossi, et uno altro nella Compagnia dello Scalzo, i quali sono tutti tenuti bonissimi. Ma egli lo lev da tale essercizio et alla architettura in compagnia sua lo fece attendere, avendo egli per il privato e publico a fare molte faccende. Avvene, come di continuo avviene, che la fortuna nimica della virt lev gli appoggi delle speranze a'virtuosi con la morte di Lorenzo de'Medici; la quale non solo fu cagione di danno a gli artefici virtuosi et alla patria sua, ma a tutta l'Italia ancora; e perci di tal perdita fino il cielo ne f segno. Rimase Giuliano con gli altri spirti ingegnosi smarriti sconsolatissimo, e per lo dolore si trasfer a Prato vicino a Fiorenza a fare il tempio della Nostra Donna della Carcere, per essere ferme in Fiorenza tutte le fabbriche publiche e private. Dimor dunque in Prato tre anni continui, con sopportare la spesa, il disagio e 'l dolore quanto poteva il meglio. Avvenne che a Santa Maria di Loreto era la chiesa scoperta, et avendosi a voltare la cupola, cominciata gi e non finita da Giuliano da Maiano, stavano in dubbio che la debolezza de'pilastri non reggesse tal peso.   Per il che scrissero a Giuliano che, se voleva tale opera, la andasse a vedere, et egli come animoso e valente, mostr con facilit quella poter voltarsi e che a ci gli bastava l'animo; e tante e tali ragioni alleg loro, che l'opera gli fu allogata. Dopo la quale allogazione fece espedire l'opera di Prato e coi medesimi maestri muratori e scarpellini a Loreto si condusse. E perch tale opra avesse fermezza nelle pietre e saldezza e forma e stabilit e facesse legazione, mand a Roma per la pozzolana; n calce fu, che con essa non fosse temperata e murata ogni pietra, cos in termine di tre anni quella finita e libera rimase perfetta.
And poi a Roma, dove a Papa Alessandro VI restaur il tetto di Santa Maria Maggiore, che ruinava; e vi fece quel palco ch'al presente si vede, che dallo ingegno e valor di Giuliano fu condotto. Cos nel praticare per la corte il Vescovo della Rovere, fatto Cardinale di San Pietro in Vincola, gi amico di Giuliano fin quando era castellano d'Ostia, gli fece fare il modello del palazzo di San Pietro in Vincola. E poco dopo questo volle edificare a Savona sua patria un palazzo, pur col disegno e con la presenzia di Giuliano. La quale andata gli era difficile, percioch il palco non era ancor finito, e Papa Alessandro non voleva ch'e'partisse. Per il che lo fece finire per Antonio suo fratello, il quale per avere ingegno buono e versatile, nel praticare la corte contrasse servit col papa, che gli mise grandissimo amore e gnene mostr nel volere fondare e rifondare con le difese a uso di castello la Mole di Adriano, oggi detta Castello Santo Agnolo; alla quale impresa fu preposto Antonio. Cos si fecero i torrioni da basso, i fossi e l'altre fortificazioni, ch'al presente veggiamo. La quale opera gli di credito grande appresso il papa, e 'l medesimo col Duca Valentino suo fi gliuolo; e fu cagione ch'egli facesse la rocca che si vede oggi a Civita Castellana. E cos, mentre quel pontefice visse, egli di continuo attese a fabbricare, e per esso lavorando fu non meno premiato che stimato da lui.
Gi aveva Giuliano a Savona condotto l'opera innanzi, et il cardinale per alcuni suoi bisogni ritorn a Roma e lasci molti operari ch'alla fabbrica dessero perfezzione con l'ordine e col disegno di Giuliano, il quale ne men seco a Roma et egli fece volentieri questo viaggio per rivedere Antonio e l'opere d'esso, dove dimor alcuni mesi. Accadde allora che il cardinale venne in disgrazia del papa, e si part da Roma per non esser fatto prigione, e Giuliano gli tenne sempre compagnia. Arrivati dunque a Savona crebbero maggior numero di maestri da murare et altri artefici in su il lavoro. Ma facendosi ognora pi vivi i romori del papa contra il cardinale, non stette molto ch'e'se n'and in Avignone, e d'un modello che Giuliano aveva fatto d'un palazzo per lui, fece fare un dono al re; il quale modello era maraviglioso di bellissimi ordini, e corrispondente di ornamento con variati garbi, capace per lo alloggiamento di tutta la sua corte. Era la corte reale in Lione quando Giuliano present il modello, il quale fu tanto caro et accetto al re, che largamente lo premi e gli diede lode infinite, e ne rese molte grazie al cardinale ch'era in Avignone. Ebbero intanto nuove che il palazzo di Savona era gi presso alla fine; per il che il cardinale deliber che Giuliano rivedesse tale opera; e cos and Giuliano a Savona, e poco vi dimor, che fu finito affatto. Laonde Giuliano desiderando tornare a Fiorenza, dove per lungo tempo non era stato, con que'maestri prese il cammino. Aveva in quel tempo il Re di Francia rimesso Pisa in libert e durava ancora   la guerra tra Fiorentini e Pisani; per il che volendo Giuliano passare, giunto in Lucca si fecero fare salvocondotto, avendo eglino de'soldati pisani non poco sospetto. Onde nel lor passare vicino ad Altopascio, furono da'Pisani fatti prigionieri, non curando essi salvocondotto n cosa che avessero. E per sei mesi fu ritenuto in Pisa, con taglia di trecento ducati; onde pagati quelli se ne torn a Fiorenza.
Aveva Antonio a Roma inteso queste cose, et avendo desiderio di rivedere la patria e 'l fratello, con licenzia part da Roma, e nel suo passaggio disegn al Duca Valentino la rocca di Monte Fiascone. Cos a Fiorenza si ricondusse l'anno MDIII e quivi con allegrezza di loro e de gli amici si goderono. Segu allora la morte di Alessandro VI e la successione di Pio III che poco visse, e fu creato pontefice il Cardinale di San Pietro in Vincola, chiamato Papa Giulio II, la qual cosa fu di grande allegrezza a Giuliano, per la lunga servit che aveva seco. Onde deliber andare a baciargli il piede, perch giunto a Roma fu lietamente veduto e con carezze raccolto, e subito fu fatto esecutore delle sue prime fabbriche inanzi la venuta di Bramante. Antonio, ch'era rimasto a Fiorenza, sendo Gonfaloniere Pier Soderini, non ci essendo Giuliano continu la fabbrica del Poggio Imperiale, e quivi erano mandati a lavorare tutti i prigioni pisani, per finire pi tosto tal fabbrica. Fu poi per i casi d'Arezzo ruinata la fortezza, et Antonio fece il modello con consenso di Giuliano, il quale da Roma perci part e subito vi torn. Fu questa opera cagione che Antonio fosse fatto architetto del Comune di Fiorenza sopra tutte le fortificazioni. Nel ritorno di Giuliano in Roma si praticava che 'l divino Michele Agnolo Buonarroti dovesse fare la sepoltura di Giulio, per che Giuliano con fort il papa alla impresa, e che per tale edifizio si fabricasse una cappella a posta, e non por quella nel vecchio San Pietro, non ci essendo luogo; la quale cappella renderebbe quella opera pi perfetta e con maest. Laonde molti architetti fecero i disegni, di maniera che venuti in considerazione appoco appoco, da una cappella si misero alla fabbrica del nuovo San Pietro. Era capitato a Roma Bramante da Urbino architetto, che tornava di Lombardia, e con mezzi straordinari e con l'opera sua, insieme con Baldassar Perucci e Raffael da Urbino et altri architetti, mise tale opera in confusione, di maniera che molto tempo si consum ne'ragionamenti; finalmente l'opera fu data a Bramante. Onde talmente si sdegn Giuliano, per la servit che avea col papa in minor grado, avendogli promesso tal fabbrica, che domand licenza; ancora che dargliele volesse in compagnia di Bramante; e cos con molti doni del papa se ne torn a Fiorenza. N fu ci meno caro a Pier Soderini, il quale subito lo mise in opera.
Non passarono sei mesi, che il papa gli fece scrivere da Messer  Bartolomeo della Rovere, nipote del papa e compare e domestico a Giuliano, che a Roma per util suo dovesse ritornare; ma n per patti n per promesse si poteva svolgere Giuliano, parendogli essere stato schernito dal papa. Talch ne fu scritto a Pier Soderini che lo inviasse a Roma, perch Sua Santit voleva finire l'impresa di Papa Nicola V, ci  la fortificazione del torrion tondo cominciata da lui, e cos di Borgo e Belvedere e San Pietro voleva fare ricignere di mura forte. E perch era molto onorata impresa si lasci Giuliano persuadere da Pietro a la andata. Giunto a Roma fu dal papa ben raccolto, et ebbe molti doni. Aveva in animo il papa di cacciare i Franzesi d'Italia; e venuto a la impresa di Bolo gna men seco Giuliano; e cacciatine i Bentivogli, per consiglio di Giuliano deliber di far fare da Michele Agnolo Buonarroti un papa di bronzo. Cos Giuliano scrisse a Michele Agnolo per parte del papa; il quale venne e fabricollo, e fu posto nella facciata di S. Petronio. Part Giuliano col papa a la Mirandola, e quella presero, e Giuliano con fastidio e disagio ritorn a Roma con la corte. Non era ancora la rabbia di cacciare i Franzesi uscita di testa al papa, perch di nuovo tentava levare il governo di Fiorenza a Pier Soderini, essendogli ci di grave impedimento e di noia allo animo suo. Onde deviato il papa da 'l primo ordine di fabbricare, e nelle guerre intricato, Giuliano gi stanco deliber domandare licenzia al papa, veggendo che solo alla fabbrica di San Pietro s'attendeva, et anco quella caminava pian piano. Il papa ci udendo, gli rispose in collera: "Credi tu che non si trovino de'Giuliani da S. Gallo?" Et egli: Non mai di fede n di servit pari alla sua, ma ch'egli ritroverebbe ben de i principi pi d'integrit nelle promesse che il papa. Cos non gli volse dar licenzia, anzi gli disse che altra volta gliene parlasse.
Aveva allora condotto Bramante da Urbino Raffaello, che dipigneva le camere papali, le quali piacevano molto al papa; per il che seguitando la cappella di Sisto suo zio, volentieri arebbe fatto dipignere la volta di quella. E per sapendo Giuliano che Michelagnolo aveva finito a Bologna il papa di bronzo, ne parl a Sua Santit, e la consigli a chiamarlo a Roma et a dargli questo lavoro. Il che volentieri fece Papa Giulio. E cos la volta della cappella fu allogata a Michele Agnolo. Poco dopo questo, ricerc Giuliano la licenzia per ritornarsi a Fiorenza, et il papa vedendolo in ci deliberato, con buona grazia sua lo benedisse, et in una borsa di raso rosso gli don   500 scudi, dicendogli ch'e'andasse a riposarsi a casa, che in ogni suo evento gli sarebbe amorevole. Cos Giuliano baciatogli il piede se ne torn a Fiorenza. Era nel suo ritorno circundata Pisa dall'esercito fiorentino et assediata. Per il che Pier Soderini, dopo le accoglienze fatte a Giuliano, lo mand in campo a i commessarii, i quali non potevano riparare che i Pisani non mettessero per Arno vettovaglie in Pisa. Onde consigliarono che si dovesse fare un ponte su le barche, acci fossero impediti i navili, che non potessero passar. Ritornato Giuliano a Fiorenza conclusero che a primavera ci si facesse. In questo mezzo fatte le debite provisioni, and nel tempo statuito Giuliano a Pisa, e men seco Antonio suo fratello, e cos fabbricando insieme, condussero un ponte, cosa molto ingegnosa e bella, per potersi quello difendere de le piene delle acque e da altri impedimenti; e lo incatenarono di maniera, che oltra che fece lo effetto che volsero, mostr ancora il valore della solita virt di Giuliano. Laonde stretto pi forte l'assedio a'Pisani per cagione del sopra detto ponte, eglino veggendo non esser rimedio al mal loro, fecero l'accordo co'Fiorentini, et a quei si resero. N molto vi and, che Pier Soderini vi mand di nuovo Giuliano, il quale con infinito numero di maestri e con celerit straordinaria vi fabbric la fortezza che oggi alla porta San Marco si vede, e la porta di componimento dorico; la quale opra dur fino all'anno MDXII. Mentre che Giuliano serviva a questo lavoro, Antonio faceva continuare per il dominio tutte le altre fabbriche publiche. Avvenne allora che il favore che diede Papa Giulio alla casa de'Medici per farla ritornare in Fiorenza onde era stata cacciata da'Franzesi, fu mezzo a cacciare loro d'Italia. Fu adunque per questo effetto con l'armi del papa cavato di   palazzo Piero Soderini, e rimessa nello antico stato e governo la casa de'Medici; la quale rientrata in Fiorenza, fu riconosciuta la servit di Giuliano et Antonio col Magnifico Lorenzo de'Medici da Giovanni Cardinale suo figliuolo; il quale non molto lungi and che, seguita la morte di Giulio II, fu creato pontefice, e cos convenne a Giuliano trasferirsi di nuovo a Roma. Avvenne che poco stette a morire Bramante, per il che volsero dare a Giuliano la cura di quella fabbrica, che fu poi data al grazioso Rafaello da Urbino. Ma Giuliano, macero dalle fatiche et abbattuto dalla vecchiezza e da un male di pietra che lo cruciava, con licenzia di Sua Santit se ne torn a Fiorenza. E fra lo spazio di due anni, non potendo reggere a tale infermit, da quella aggravato, d'anni LXXIIII si mor l'anno MDXVII, lasciando il nome al mondo, il corpo alla terra e l'anima a Dio.
Lasci nella sua partita dolentissimo Antonio, che teneramente lo amava, et un suo figliuolo nominato Francesco, che attendeva alla scultura et era di tenera et quando mor suo padre. Si riposorono adunque le sue fabbriche un pezzo; et in questo mezzo Antonio, che mal volentieri si stava senza lavorare, fece due Crocifissi grandi di legno, l'uno de i quali fu mandato in Ispagna, e l'altro per via di Domenico Boninsegni, per il Cardinale Giulio de'Medici vicecancelliere, fu portato in Francia. Avvenne che la casa de'Medici deliber di fare la fortezza di Livorno; per il che dal Cardinale de'Medici vi fu mandato Antonio per fare il disegno, ancora che poi non si mettesse interamente in opera in quel modo che Antonio lo aveva disegnato. In quel medesimo tempo gli uomini di Monte Pulciano per miracoli fatti da una imagine di Nostra Donna, deliberarono di fare un tempio di grandis sima spesa, del quale Antonio fece il modello e ne divenne capo. Per il che seguendo due volte l'anno visitava tal fabbrica, la quale oggi si vede condotta a l'ultima perfezzione, che nel vero di bellissimo componimento e vario dall'ingegno d'Antonio si vede essere finita con somma grazia. E tutte le pietre sono di certi sassi che tirano al bianco in modo di tivertini. La quale opra  fuor della porta di San Biagio a la banda a man destra, a mezzo la salita del poggio. In questo tempo diede principio ancora al palazzo d'Antonio di Monte, Cardinale di Santa Prassedia, nel castello del Monte San Savino, et un altro per il medesimo ne fece a Monte Pulciano, la quale opra  di bonissima grazia lavorata e finita. Fece l'ordine della banda delle case de'frati de'Servi su la piazza loro, secondo l'ordine della loggia de gli Innocenti. Et in Arezzo f modelli de le navate della Nostra Donna delle Lagrime; similmente fece un modello della Madonna di Cortona, il quale non penso che si mettesse in opera.
Fu adoprato nello assedio per le fortificazione e bastioni dentro alla citt, et ebbe a cotale impresa per compagnia Francesco suo nipote. Avvenne che, essendo stato messo in opera il gigante di piazza, di mano di Michelagnolo, al tempo di Giuliano fratello di esso Antonio, e dovendovisi condurre quell'altro che aveva fatto Baccio Bandinelli, fu data la cura ad Antonio di condurvelo a salvamento; et egli, tolto in sua compagnia Baccio d'Agnolo, con ingegni molto gagliardi e lo condusse e lo pos salvo in su quella base, che a questo effetto si era ordinata. Ora essendo egli gi vecchio divenuto, non si dilettava d'altro che dell'agricoltura, nella quale era intelligentissimo. Laonde quando pi non poteva per la vecchiaia patire gli incomodi del mondo, l'anno MDXXXIIII rese l'anima a Dio, et insieme   con Giuliano suo fratello nella chiesa di Santa Maria Novella nella sepoltura de'Giamberti gli fu dato riposo.
Le opere maravigliose di questi duoi fratelli faranno fede al mondo dello ingegno mirabile ch'essi avevano, e la vita et i costumi onorati delle azzioni loro avute in pregio da tutto il mondo. Lasciarono Giuliano et Antonio ereditaria l'arte dell'architettura de i modi dell'architetture toscane con miglior forma che Pippo e gli altri fatto non avevano; e l'ordine dorico con miglior misure e proporzione, che alla vitruviana opinione e regola prima non s'era usato di fare. Condussero in Fiorenza nelle lor case una infinit di cose antiche di marmo bellissime, che non meno onorano et ornano Fiorenza, ch'eglino ornassero s et onorassero l'arte. Port Giuliano da Roma il gettare le volte di maniera che venissero intagliate, come in casa sua ne fa fede una camera, et al Poggio a Caiano nella sala grande la volta che si vede ora; onde obligo si debbe avere alle fatiche sue, avendo fortificato il dominio fiorentino et ornata la citt, e per tanti paesi dove lavorarono dato nome a Fiorenza et a gli ingegni toscani, che per onorata memoria hanno fatto loro questi versi:

Cedite Romani structores, cedite Graii,
Artis, Vitruvi, tu quoque cede, parens.
Hetruscos celebrate viros: testudinis arcus,
Urna, tholus, statuae, templa domusque petunt.  

RAFAEL DA URBINO

Pittore et Architetto

Quanto largo e benigno si dimostri talora il cielo collocando, anzi per meglio dire, riponendo et accumulando in una persona sola le infinite ricchezze delle ampie grazie o tesori suoi, e tutti que'rari doni che fra lungo spazio di tempo suol compartire a molti individui, chiaramente pot vedersi nel non meno eccellente che grazioso Rafael Sanzio da Urbino; il quale con tutta quella modestia e bont, che sogliono usar coloro che hanno una certa umanit di natura gentile, piena d'ornamento e di graziata affabilit, la quale in tutte le cose sempre si mostra, onoratamente spiegando i predetti doni con qualunche condizione di persone et in qualsivoglia maniera di cose, per unico od almeno molto raro universalmente si f conoscere. Di costui fece dono la natura a noi, essendosi di gi contentata d'essere vinta dall'arte per mano di Michele Agnolo Buonarroti, e volse ancora per Rafaello esser vinta dall'arte e da i costumi. Con ci sia che quasi la maggior parte de gli artefici passati avevano sempre da la nativit loro arrecato seco un certo che di pazzia e di salvatichezza, la quale oltra il fargli astratti e fantastichi fu cagione, il pi delle volte, che assai pi apparisse e si dimostrasse l'ombra e l'oscuro de'vizii loro, che la chiarezza e splendore di quelle virt, che giustamente fanno immortali i seguaci suoi. Dove per adverso in Rafaello chiarissimamente   risplendevano tutte le egregie virt dello animo, accompagnate da tanta grazia, studio, bellezza, modestia e costumi buoni, che arebbono ricoperto e nascoso ogni vizio quantunque brutto, et ogni machia ancora che grandissima. Per il che sicurissimamente pu dirsi che i possessori delle dote di Rafaello, non sono uomini semplicemente, ma di mortali. E che quegli che coi ricordi della fama lassano quaggi fra noi per le opere loro onorato nome, possono ancora sperare in cielo guiderdone delle loro fatiche, come si vede che in terra fu riconosciuta la virt, et ora e sempre sar onoratissima la memoria del graziosissimo Rafaello.
Nacque Rafaello in Urbino citt notissima l'anno MCCCCLXXXIII, in Venerd Santo a ore tre di notte, d'un Giovanni de'Santi, pittore non molto eccellente, anzi non pur mediocre in questa arte. Egli era bene uomo di bonissimo ingegno e dotato di spirito e da saper meglio indirizzare i figliuoli per quella buona via, che per sua mala fortuna non avevano saputo quelli che nella sua giovent lo dovevano aiutare. Per il che natogli questo figliuolo con buono augurio, al battesimo gli pose nome Rafaello; e subito nato lo destin alla pittura ringraziandone molto Idio, n vole mandarlo a baglia, ma che la madre propria lo alattassi continovamente. Crescendo fu ammaestrato da loro, che altro che quello non avevano, con tutti que'buoni et ottimi costumi che fu possibile; e cominciando Giovanni a farlo esercitare nella pittura e vedendo quello spirito volto a far le cose tutte secondo il desiderio suo, non gli lasciava metter punto di tempo in mezzo n attendere ad altra cosa nessuna, acci che pi agevolmente e pi tosto venissi nell'arte di quella maniera che egli desiderava. Aveva fatto Giovanni in Urbino molte opere di sua mano e   per tutto lo stato di quel duca, e facevasi aiutare da Rafaello, il quale, ancor che fanciulletto, lo faceva il pi et il meglio che e'sapeva. N lasciava Giovanni per questo di cercare d'intendere per ogni via chi tenessi il principato nella pittura; e trovando che i pi lodavano Pietro Perugino, si dispose potendo di porlo seco, e perci andato a Perugia e non trovandovi Pietro, si messe per poterlo meglio aspettare a lavorare in San Francesco alcune cose. Ma tornato Pietro da Roma prese alcuna pratica seco, e quando fu il tempo a proposito del desiderio suo, con quella affezzione che pu venire da un cuor di padre et onorato gli disse il tutto. E Pietro che era benigno per natura, non potendo mancare a tanta voglia, accett Rafaello. Onde Giovanni con la maggiore allegrezza del mondo torn ad Urbino e non senza lagrime e pianti grandissimi della madre lo men a Perugia. Dove Pietro, veduto il disegno suo, i modi et i costumi, ne f quel giudizio che il tempo dimostr vero. E notabilissimo fu che in pochi mesi, studiando Rafaello la maniera di Pietro, e Pietro mostrandoli con desiderio che egli imparassi, lo imitava tanto a punto et in tutte le cose, che i suoi ritratti non si conoscevano da gli originali del maestro, e fra le cose sue e di Pietro non si sapeva certo discernere, come apertamente mostrano ancora in S. Francesco di Perugia alcune figure che si veggono fra quelle di Pietro. Per il che Pietro per alcuni suoi bisogni tornato a Fiorenza, Rafaello partitosi da Perugia con alcuni suoi amici a Citt di Castello fece una tavola in Santo Agostino di quella maniera, e similmente in S. Domenico una di un Crocifisso, la quale se non vi fosse il suo nome scritto, nessuno la crederebbe opera di Rafaello, ma s ben di Pietro. In San Francesco di quella citt fece una tavoletta de lo Sponsalizio di Nostra Donna, nel quale espressamen te si conosce lo augumento della virt sua venire con finezza assotigliando e passando la maniera di Pietro. Nella quale opera  tirato un tempio in prospettiva con tanto amore, che  cosa mirabile a vedere le difficult che in tale essercizio egli andava cercando.
In questo tempo avendo egli acquistato fama grandissima nel seguito di quella maniera, era stato allogato da Pio II Pontefice nel Duomo di Siena la libreria a dipignere al Pinturicchio, il quale avendo domestichezza con Rafaello, fece opera di condurlo a Siena come buon disegnatore, acci gli facesse i disegni et i cartoni di quella opera, et egli pregato quivi si trasfer, et alcuni ne fece. La cagione ch'egli non continu, fu che in Siena erano venuti pittori che con grandissime lode celebravano il cartone che Lionardo da Vinci aveva fatto nella sala del papa in Fiorenza in un groppo di cavalli, per farlo nella sala di palazzo, e Michele Agnolo un altro d'ignudi a concorrenza di quello pi mirabile e pi divino. Onde spronato da l'amore de l'arte pi che da l'utile, lasci quella opera e se ne venne a Fiorenza. Ne la quale giunto e piaciutogli tali opere, abit in essa per alcun tempo tenendo domestichezza con giovani pittori, fra i quali furono Ridolfo Ghirlandaio et Aristotile San Gallo. Gli fu dato ricetto nella casa di Taddeo Taddei, e vi fu onorato molto, atteso che Taddeo era inclinato da natura a far carezze a tali ingegni. Per il che merit che la gentilezza di Rafaello li facesse due quadri, che tengono de la maniera prima di Pietro e de l'altra che studiando vide, i quali si veggono ancora in casa sua. Aveva preso Raffaello amicizia grandissima con Lorenzo Nasi, il quale avendo tolto donna in que'giorni fecesi che Rafaello gli dipinse un quadro d'una Nostra Donna, per tenere in camera sua; nel quale fece a   quella fra le gambe un puto, al quale un San Giovanni fanciulino egli ancora porge uno uccello con gran festa e giuoco de l'uno e de l'altro. Et in quelle attitudini loro si conosce una semplicit puerile et amorevole, oltra che son tanto ben coloriti e con una pulitissima deligenzia condotti, che nel vero paiono in carne viva pi che lavorati di colori e di disegno, e similmente la Nostra Donna, la quale ha un'aria veramente piena di grazia e di divinit, come il paese et i panni, e tutto il resto de l'opera. La quale fu da Lorenzo Nasi tenuta con grandissima venerazione in mentre che e'visse, in memoria de le fatiche fattevi da Rafaello ne l'usarvi la diligenzia e l'arte che egli fece a condurla. Ma capit male poi questa opera l'anno MDXLVIII a d 9 d'agosto, quando la casa sua insieme con quella degli eredi di Marco del Nero, che oltra la bellezza de lo edificio era piena di molti abbigliamenti et ornamenti quanto casa di Fiorenza, per uno smottamento del monte di San Giorgio rovinarono insieme con altre case vicine. E cos rimasono i pezzi di quella che poi ritrovati fra i calcinacci, furono da Batista suo figliuolo amorevolissimo di tale arte, fatti rimettere insieme con quel miglior modo che si poteva. Fece ancora a Domenico Canigiani un altro quadro della medesima grandezza, nel quale  una Nostra Donna col putto che faccendo festa a un San Giovannino che gli  porto da Santa Elisabetta mentre che ella con una vivezza prontissima lo sostiene guarda un San Giuseppo, che apoggiatosi con ambe due le mani a un bastone, china la testa a quella vecchia, che l'uno e l'altro pare che stupischino del veder con quanto senno in quella et s tenera i due cugini l'un reverente a l'altro si fanno festa. Oltra che ogni colpo di colore nelle teste, mani e piedi, son pennellate di carne   viva, pi che d'altra tinta di maestro che facci quell'arte, la quale opera  oggi appresso gli eredi di Domenico, tenuta con grandissima venerazione.
Studi Rafaello in Fiorenza le cose vecchie di Masaccio, e vide ne i lavori di Lionardo e di Michele Agnolo cose tali, che gli furono cagione di augumentare lo studio in maniera per la veduta di tali opere, che gran miglioramento e grazia accrebbe in tale arte. Era in quel tempo fra'Bartolomeo da San Marco coloritore in quella terra bonissimo, del quale aveva Rafaello presa domestichezza piacendogli molto, per che egli ogni giorno visitandolo cercava assai d'imitarlo. Et acci che meno avesse a rincrescere al frate la sua compagnia, gli insegn Rafaello i modi della prospettiva, alla quale il frate non aveva pi atteso. Ma in su la maggior frequenzia di questa pratica fu chiamato Rafaello a Perugia, et egli vi and, e quivi in San Francesco dipinse una tavola d'un Cristo morto che portano a sotterrare, la quale fu tenuta divinissima. E condusse questo lavoro con tanta freschezza e s fatto amore, che a vederlo par fatto or ora; et imaginossi nel componimento di questa opera il dolore che hanno i parenti stretti nel riporre il corpo di quella persona pi cara, nella quale veramente consista il bene, l'onore e l'utile della loro famiglia. E certamente chi considera la diligenzia, l'amore, l'arte e la grazia di questa opera, giustamente si maraviglia, perch ella fa stupire ognuno, con la dolcezza dell'arie nelle figure, la bellezza de'panni e la bont in ogni cosa. Finito questo lavoro se ne ritorn a Fiorenza, conoscendo l'utile dello studio che ci aveva fatto, et ancora trattovi dall'amicizia. E veramente per chi impara tali arti  Fiorenza luogo mirabile, per le concorrenze, per le gare e per le invidie, che sempre vi furono e molto pi   in que'tempi. Gli fu da i Di, cittadini fiorentini, allogata una tavola, che andava alla cappella dell'altar loro in Santo Spirito; et egli la cominci, et a buonissimo termine la condusse bozzata. E fece un quadro, che si mand in Siena, il quale nella partita di Rafaello rimase a Ridolfo del Ghirlandaio, perch'egli finisse un panno azzurro che vi mancava. E questo avvenne perch Bramante da Urbino, essendo a'servigi di Giulio II per un poco di parentela che avevano insieme e per essere di un paese medesimo, gli scrisse che aveva operato col papa che, volendo far certe stanze, egli potrebbe in quelle mostrare il valor suo. Piacque il partito a Rafaello, e lasci l'opere di Fiorenza, trasferendosi a Roma; per il che la tavola de'Di non fu pi finita, e dopo la morte sua rimase a Messer  Baldassarre da Pescia che la fece porre a una cappella fatta fare da lui nella pieve di Pescia. Giunto Rafaello a Roma trov che gran parte delle camere di palazzo erano state dipinte, e tuttavia si dipignevano da pi maestri; e cos stavano come si vedeva, che ve n'era una che da Pietro della Francesca vi era una storia finita, e Luca da Cortona aveva condotta a buon termine una facciata, e Don Pietro della Gatta Abbate di San Clemente di Arezzo vi aveva cominciato alcune cose; similmente Bramantino da Milano vi aveva dipinto molte figure, le quali la maggior parte erano ritratti di naturale, che erano tenuti bellissimi.
Laonde Rafaello nella sua arrivata avendo ricevute molte carezze da Papa Iulio cominci nella camera della Segnatura una storia quando i teologi accordano la filosofia e l'astrologia con la teologia, dove sono ritratti tutti i savi del mondo e di certe figure abbigli tal cosa, che alcuni astrologi di caratteri di geomanzia e d'astrologia cavano, et a i Vangelisti quelle tavole mandano. Et in fra   costoro  un Diogene con la sua tazza a ghiacere in su le scalee, figura molto considerata et astratta, che per la sua bellezza e per lo suo abito cos accaso  degna d'essere lodata. Simile vi  Aristotile e Platone, l'uno col Timeo in mano, l'altro con l'Etica, dove intorno li fanno cerchio una grande scuola di filosofi. N si pu esprimere la bellezza di quelli astrologi e geometri che disegnano con le seste in su le tavole moltissime figure e caratteri.

Fra costoro si vede un giovane di formosa bellezza, il quale apre le braccia per maraviglia e china la testa, et  il ritratto di Federigo II, Duca di Mantova, che si trovava allora in Roma.
vvi similmente una figura che, chinata a terra con un paio di seste in mano, le gira sopra le tavole, la quale dicono essere Bramante architettore, e che egli non  men desso che se e'fusse vivo, tanto  ben ritratto.
Allato a una figura che volta il didietro et ha una palla del cielo in mano,  il ritratto di Zoroastro, et allato a esso  Rafaello, maestro di questa opera, ritrattosi da se medesimo nello specchio. Questo  una testa giovane e d'aspetto molto modesto, accompagnato da una piacevole e buona grazia, con la berretta nera in capo. N si pu esprimere la bellezza e la bont che si vede nelle teste e figure de'Vangelisti, a'quali ha fatto nel viso una certa attenzione et accuratezza, massime a quelli che scrivono. E cos fece dietro ad un San Matteo mentre che egli cava di quelle tavole dove sono le figure e'caratteri tenuteli da uno angelo e che le distende in sun un libro, un vecchio che messosi una carta in sul ginocchio copia tanto quanto San Matteo distende. E mentre che sta attento in quel disagio pare che egli torca le mascella e la testa, secondo che egli allarga et allunga la penna.
Et oltra le minuzie delle considerazioni, che son pure assai, vi  il componimento di tut ta la storia, che certo  spartito tanto con ordine e misura, che egli mostr veramente un saggio di s, tale che fece conoscere che egli voleva, fra coloro che toccavano i pennelli, tenere il campo senza contrasto.
Adorn ancora questa opera di una prospettiva e di molte figure finite con tanto delicata e dolce maniera che fu cagione che Papa Giulio facesse buttare a terra tutte le storie de gli altri maestri e vecchi e moderni, e che Rafaello solo avesse il vanto di tutte le fatiche che in tali opere fussero state fatte fino a quell'ora. Avvene che Giovan  Antonio Soddoma da Vercelli aveva lavorata una opera, la quale era sopra la storia fatta da Rafaello; per il che Rafaello ebbe commissione dal papa di gettarla a terra, et egli nientedimanco volle servirsi del partimento e delle grottesche, e dove erano alcuni tondi che son quattro, fece per ciascuno una figura del significato delle storie di sotto, volte da quella banda dove era la storia. A quella prima, dove egli aveva dipinto che la Filosofia e l'Astrologia, Geometria e Poesia si accordassino con la Teologia, v'era una femmina fatta per la cognizione delle cose, la quale sedeva in una sedia che aveva per reggimento da ogni banda una dea Cibele, con quelle tante poppe che da gli antichi era figurata Diana Polimaste; e la veste sua era di quattro colori, figurati per li elementi, da la testa in gi v'era il color del fuoco e sotto la cintura era quel dell'aria, da la natura a 'l ginocchio era il color della terra e dal resto perfino a'piedi era il colore dell'acqua.
E cos la accompagnavano alcuni putti bellissimi quanto si pu imaginare bellezza.
In un altro tondo volto verso la finestra che guarda in Belvedere,  finto la Poesia, la quale  in persona di Polinnia coronata di lauro e tiene un suono antico in una mano et un libro nell'altra e so pra poste le gambe con una aria di viso immortale per le bellezze sta elevata con esso al cielo, accompagnandola due putti che son vivaci e pronti, che insieme con essa fanno vari componimenti con le altre. E da questa banda vi f poi, sopra la gi detta finestra, il monte di Parnaso. Nell'altro tondo, che  fatto sopra la storia dove i santi Dottori ordinano la messa,  una Teologia con libri et altre cose attorno, co'medesimi putti, non men bella che le altre.
E sopra l'altra finestra, ch' volta nel cortile, fece nell'altro tondo una Giustizia con le sue bilance e la spada inalberata, con i medesimi putti che a l'altre di somma bellezza, per aver egli nella storia di sotto della faccia fatto come si d le leggi civili e le canoniche, come a suo luogo diremo.
E cos nella volta medesima in su le cantonate de'peducci di quella, fece quattro storie disegnate e colorite con una gran diligenza, ma di figure di non molta grandezza. In una delle quali verso dove era la Teologia fece il peccar di Adamo, lavoratovi con leggiadrissima maniera, il mangiare del pomo; et in quella dove era la Astrologia vi era ella medesima che poneva le stelle fisse e l'erranti a'luoghi loro.
Nell'altra poi del monte di Parnaso era Marsia fatto scorticare a uno albero da Apollo; e diverso la storia dove si davono i decretali, era il giudizio di Salamone quando egli vuol far dividere il fanciullo. Le quali quattro istorie sono tutte piene di senso e di affetto, e lavorate con disegno bonissimo e di colorito vago e graziato.
Ma finita oramai la volta, cio il cielo di quella stanza, resta che noi raccontiamo quello che e'fece faccia per faccia appi delle cose dette di sopra.
Nella facciata dunque di verso Belvedere, dove  il monte Parnaso e il fonte di Elicona, fece intorno a quel monte una selva ombrosissima di lauri, ne'quali si conosce per   la loro verdezza quasi il tremolare delle foglie per l'aure dolcissime e nella aria una infinit di amori ignudi con bellissime arie di viso, che colgono rami di lauro e ne fanno ghirlande, e quelle spargono e gettano per il monte. Nel quale pare che spiri veramente un fiato di divinit nella bellezza delle figure e da la nobilt di quella pittura, la quale fa maravigliare chi intentissimamente la considera, come possa ingegno umano con l'imperfezzione di semplici colori ridurre con l'eccellenzia del disegno le cose di pittura a parere vive; come que'poeti che si veggono sparsi per il monte, chi ritti, chi a sedere e chi scrivendo, altri ragionando et altri cantando o favoleggiando insieme, a quattro, a sei, secondo che gli  parso di scompartirgli.
Sonvi ritratti di naturale tutti i pi famosi et antichi e moderni poeti che furono e che erano fino al suo tempo, i quali furono cavati parte da statue, parte da medaglie e molti da pitture vecchie et ancora di naturale mentre che erano vivi da lui medesimo.
E per cominciarmi da un capo, qui vi  Ovidio, Virgilio, Ennio, Tibullo, Catullo, Properzio et Omero, e tutte in un groppo le nove Muse et Apollo con tanta bellezza d'arie e divinit nelle figure, che grazia e vita spirano ne'fiati loro. vvi la dotta Safo et il divinissimo Dante, il leggiadro Petrarca e lo amoroso Boccaccio, che vivi vivi sono; et il Tibaldeo et infiniti altri moderni. La quale istoria  fatta con molta grazia e finita con diligenzia.
Fece in un'altra parete un cielo con Cristo e la Nostra Donna, San Giovanni Batista, gli Apostoli e gli Evangelisti, i Martiri su le nugole con Dio Padre, che sopra tutti manda lo Spirito Santo a un numero infinito di santi che sotto scrivono la Messa; e sopra l'Ostia, che  sullo altare, disputano. Fra i quali sono i   quattro Dottori della Chiesa, e intorno hanno infiniti santi. vvi Domenico, Francesco, Tomaso d'Aquino, Buonaventura, Scoto, Nicol de Lira, Dante, fra'Girolamo da Ferrara e tutti i teologi cristiani et infiniti ritratti di naturale; et in aria sono quattro fanciulli che tengono aperti gli Evangeli. Delle quali figure non potrebbe pittore alcuno formar cosa pi leggiadra, n di maggior perfezzione, avvenga che nell'aria et in cerchio son figurati que'santi a sedere, che nel vero, oltra al parer vivi di colori, scortano di maniera e sfuggono che non altrimenti farebbono s'e'fussino di rilievo.
Oltra che sono vestiti diversamente, con bellissime pieghe di panni e l'arie delle teste pi celesti che umane, come si vede in quella di Cristo, la quale mostra quella clemenzia e quella piet che pu mostrare a gli uomini mortali divinit di cosa dipinta. Avvenga che Rafaello ebbe questo dono dalla natura di far l'arie sue delle teste dolcissime e graziosissime, come ancora ne fa fede la Nostra Donna che messesi le mani al petto, guardando e contemplando il Figliuolo, pare che non possa dinegar grazia; senza che egli riserv un decoro certo bellissimo, mostrando nell'arie de'santi Patriarci l'antichit, negli Apostoli la semplicit e ne'Martiri la fede.
Ma molto pi arte et ingegno mostr ne'santi e Dottori cristiani, i quali a sei, a tre, a due disputando per la storia, si vede nelle cere loro una certa curiosit et uno affanno nel voler trovare il certo di quel che stanno in dubbio, faccendone segno col disputar con le mani e col far certi atti con la persona, con attenzione degli orecchi, con lo increspare delle ciglia e con lo stupire in molte diverse maniere, certo variate e proprie, salvo che i quattro Dottori della Chiesa che, illuminati dallo Spirito Santo, snodano e ri solvono con le Scritture Sacre tutte le cose de gli Evangeli, che sostengano que'putti che gli hanno in mano volando per l'aria.
Fece nell'altra faccia, dove  l'altra finestra, da una parte Giustiniano che d le leggi a i dottori che le corregghino, e sopra la Temperanza, la Fortezza e la Prudenza.
Dall'altra parte fece il papa che d le decretali canoniche, e vi ritrasse Papa Giulio di naturale; Giovanni Cardinale de'Medici assistente, Antonio Cardinale di Monte et Alessandro Farnese Cardinale, ora, la Dio grazia, Sommo Pontefice, con altri ritratti.
Rest il papa di questa opera molto sodisfatto, e per fargli le spalliere di prezzo, come era la pittura, fece venire da Monte Oliveto di Chiusuri, luogo in quel di Siena, fra'Giovanni da Verona, allora gran maestro di commessi di prospettive di legno, il quale vi fece non solo le spalliere che attorno vi erano, ma ancora usci bellissimi e sederi lavorati in prospettive; i quali grandissima grazia, premio et onore gli acquistarono col papa. E certo che in tal magisterio mai non fu pi nessuno pi valente di disegno e d'opera che fra'Giovanni, come ne fa fede ancora in Verona sua patria una sagrestia di prospettive di legno bellissima in Santa Maria in Organo, il coro di Monte Oliveto di Chiusuri e quel di San Benedetto di Siena et ancora la sagrestia di Monte Oliveto di Napoli, e nel luogo medesimo nella cappella di Paolo da Tolosa il coro lavorato da lui; per il che merit che dalla religion sua fosse stimato e con grandissimo onor tenuto, il quale mor in quella d'et d'anni LXVIII l'anno MDXXXVII.
E di costui come di persona veramente eccellente e rara ho qui voluto far menzione, parendomi che cos meritasse la sua virt. Ma per tornare a Rafaello, creb bero le virt sue di maniera ch'e'seguit, per commissione del papa, la camera seconda verso la sala grande. Et egli, che nome grandissimo aveva acquistato, ritrasse in questo tempo Papa Giulio in un quadro a olio, tanto vivo e verace, che faceva temere il ritratto a vederlo, come se proprio egli fosse il vivo, la quale opera  oggi in Santa Maria del Popolo, con un quadro di Nostra Donna bellissimo, fatto medesimamente in questo tempo, dentrovi la Nativit di Ies Cristo, dove  la Vergine che con un velo cuopre il Figliuolo, il quale  di tanta bellezza che nella aria della testa e per tutte le membra dimostra essere vero figliuolo di Dio. E non manco di quello  bella la testa et il volto di essa Madonna, conoscendosi in lei oltra la somma bellezza, allegrezza e piet. vvi un Giuseppo che, appoggiando ambe le mani ad una mazza, pensoso in contemplare il Re e la Regina del Cielo, sta con una ammirazione da vecchio santissimo. Et amendue questi quadri si mostrano le feste solenni. Aveva acquistato in Roma Rafaello in questi tempi molta fama; et ancora che egli avesse la maniera gentile da ognuno tenuta bellissima, con tutto che egli avesse veduto tante anticaglie in quella citt e che egli studiasse continovamente, non aveva per per questo dato ancora alle sue figure una certa grandezza e maest che e'diede loro da qui avanti. Perch vi venne in questo tempo che Michele Agnolo fece al papa nella cappella quel romore e paura, come diremo nella vita sua, onde fu sforzato fuggirsi a Fiorenza; per il che avendo Bramante la chiave della cappella, a Rafaello, come amico, la fece vedere, acci che i modi di Michele Agnolo comprendere potesse. Onde tal vista fu cagione che in Santo Agostino sopra la Santa Anna di Andrea Sansovino in Roma Rafaello subito rifece di nuovo lo   Esaia profeta che ci si vede, che di gi lo aveva finito. La quale opera per le cose vedute di Michele Agnolo miglior et ingrand fuor di modo la maniera e diedeli pi maest. Perch, nel veder poi Michele Agnolo l'opera di Rafaello, pens che Bramante com'era vero, gli avesse fatto quel male inanzi per fare utile e nome a Rafaello.
Era in questo tempo a Roma Agostin Chisi mercante sanese ricchissimo e grande, il quale oltra a la mercatura teneva conto di tutte le persone virtuose e massime de gli architetti, pittori e scultori, e fra gli altri aveva preso grandissima amicizia con Rafaello, al quale per lassar nome nelle memorie di quell'arte come fece nella mercatura e ricchezze, fece allogazione d'una cappella all'entrata della chiesa di Santa Maria della Pace a man destra entrando in chiesa dalla porta principale; che, fatto fare i ponti Rafaello e finito i cartoni, la condusse lavorata in fresco nella maniera nuova et alquanto pi magnifica e grande che egli aveva presa di nuovo. Figur Rafaello in tal pittura, avanti che la cappella di Michelagnolo si discopresse publicamente, alcuni profeti e sibille che nel vero delle sue cose  tenuta la miglior e, fra le tante belle, bellissima; perch nelle femmine e ne i fanciulli che vi sono v' grandissima vivacit e colorito perfetto. E questa opera lo f stimar grandemente vivo e morto. Poi, stimolato da'prieghi d'un cameriere di Papa Giulio, dipinse la tavola dello altar maggiore di Araceli, nella quale fece una Nostra Donna in aria, con un paese bellissimo, un San Giovanni et un San Francesco, e San Girolamo ritratto da cardinale; nella qual Nostra Donna  una umilt e modestia veramente da Madre di Cristo; et il putto  con bella attitudine scherzando col manto della Madonna; conoscesi nella figura di San Giovanni quella penitenza che   suole fare il digiuno, e nella testa si scorge una sincerit d'animo et una prontezza di sicurt, come in coloro che lontani dal mondo lo sbeffano e nel praticare il publico odiano la bugia e dicono la verit. Simile  nel San Girolamo che ha una testa elevata con gli occhi alla Nostra Donna, tutta contemplativa, ne'quali par che ci accenni tutta quella dottrina e sapienzia che egli scrivendo mostr ne le sue carte, offerendo con ambe le mani il cameriero, e par che egli lo raccomandi, il quale nel suo ritratto  non men vivo che si sia dipinto. N manc Rafaello fare il medesimo nella figura di San Francesco, il quale ginocchioni in terra, con un braccio steso e con la testa elevata, guarda in alto la Nostra Donna, ardendo di carit nello affetto della pittura, la quale nel lineamento e nel colorito mostra che e'si strugga di affezzione, pigliando conforto e vita da 'l mansuetissimo guardo della bellezza di lei e da la vivezza e bellezza del Figliuolo. Fecevi Rafaello un putto ritto in mezzo della tavola sotto la Nostra Donna, che alza la testa verso lei e tiene uno epitaffio, che di bellezza di volto e di corrispondenza della persona non si pu fare n pi grazioso n meglio, oltre che v' un paese che in tutta perfezzione  singulare e bellissimo. Dappoi, continuando le camere di palazzo, fece una storia del Miracolo del Sacramento del corporale d'Orvieto o di Bolsena, che eglino si dichino. Nella quale storia si vede mentre che il prete dice messa, nella sua testa infocata di rosso, la vergogna che egli aveva nel veder per la sua incredulit fatto liquefar l'Ostia in sul corporale e che spaventato ne gli occhi e fuor di s e smarrito nel cospetto de'suoi uditori, par persona inrisoluta. E si conosce nell'attitudine delle mani quasi il tremito e lo spavento che merc della colpa gli si debbe dalla punizione con la   pena. Fecevi Rafaello intorno molte varie e diverse figure, chi serve a la messa, altri stanno su per una scala ginocchioni, che alterate dalla novit del caso fanno bellissime attitudini in diversi gesti, esprimendo in molte uno affetto di rendersi in colpa, tanto ne'maschi, quanto nelle femmine, fra le quali ve n' una che a pi della storia da basso siede in terra tenendo un putto in collo, la quale sentendo il ragionamento che mostra un'altra di dirle il caso successo al prete, maravigliosamente si storce mentre che ella ascolta ci, con una grazia donnesca molto propria e vivace.
Finse da l'altra banda Papa Giulio ch'ode quella messa, cosa maravigliosissima, dove ritrasse il Cardinale di San Giorgio et infiniti; e nel rotto della finestra accomod una salita di scalee che la storia mostra intera, anzi pare che, se il vano di quella finestra non vi fosse, quella non stava punto bene.
Laonde veramente si gli pu dar vanto che nelle invenzioni de i componimenti di che storie si fossero, nessuno gi mai pi di lui nella pittura  stato accomodato et aperto e valente; come mostr ancora in questo medesimo luogo dirimpetto a questa in una storia quando San Piero nelle mani d'Erode in pregione  guardato da gli armati, dove tanta  l'architettura che ha tenuto in tal cosa e tanta la discrezione nel casamento della prigione, che invero gli altri appresso a lui hanno pi di confusione ch'egli non ha di bellezza; cercando di continuo figurare le storie come elle sono scritte e farvi dentro cose garbate et eccellenti, come mostra in questa l'orrore della prigione nel veder legato fra que'due armati con le catene di ferro quel vecchio, il gravissimo sonno nelle guardie, il lucidissimo splendor dell'angelo nelle scure tenebre della notte luminosamente far discernere tutte le minuzie delle carcere e vivacissimamente risplen dere nell'armi di coloro, che i lustri paressino bruniti pi che se fussino di pittura.

N meno arte e ingegno  nello atto quando egli, sciolto da le catene, esce fuor di prigione accompagnato dall'angelo, dove mostra nel viso San Piero pi tosto d'essere un sogno che visibile, come ancora si vede terrore e spavento in altre guardie che, armate fuor della prigione, sentono il romore della porta di ferro, et una sentinella con una torcia in mano desta gli altri, e mentre con quella fa lor lume reflettano i lumi della torcia in tutte le armi, e dove non percuote quella serve un lume di luna. La quale invenzione, avendola fatta Rafaello sopra la finestra, viene a esser quella facciata pi scura, avvenga che quando si guarda tal pittura ti d il lume nel viso e contendono tanto bene insieme la luce viva con quella dipinta co'diversi lumi della notte, che ti par vedere il fumo della torcia, lo splendor dell'angelo con le scure tenebre della notte s naturali e s vere, che non diresti mai che ella fussi dipinta, avendo espresso tanto propriamente s difficile imaginazione. Qui si scorgono nell'arme l'ombre, gli sbattimenti, i reflessi e le fumosit del calor de'lumi lavorati con ombra s abbacinata, che invero si pu dire che egli fosse il maestro de gli altri. E, per cosa che contrafaccia la notte pi simile di quante la pittura ne facesse gi mai, questa  la pi divina e da tutti tenuta la pi rara.
Egli fece ancora, in una delle pareti nette, il culto divino e l'arca de gli Ebrei et il candelabro e Papa Giulio che caccia l'avarizia de la Chiesa, storia di bellezza e di bont simile alla notte detta di sopra.
Nella quale istoria si veggono alcuni ritratti di palafrenieri, che vivevano allora, i quali in su la sedia portano Papa Giulio veramente vivissimo.
Al quale mentre che alcuni popoli e femmine fanno luogo perch e'passi, si vede   la furia d'uno armato a cavallo, il quale accompagnato da due appi, con attitudine ferocissima, urta e perquote il superbissimo Eliodoro, che per comandamento di Antioco vuole spogliare il tempio di tutti i depositi de le vedove e de'pupilli, e gi si vede lo sgombro delle robe et i tesori che andavano via, ma per la paura del nuovo accidente di Eliodoro abbattuto e percosso aspramente da i tre predetti che, per essere ci visione, da lui solamente sono veduti e sentiti, si veggono traboccare e versare per terra, cadendo chi gli portava per un subito orrore e spavento che era nato in tutte le genti di Eliodoro.
Et appartato da questi si vede il Santissimo Onia Pontefice, pontificalmente vestito, con le mani e con gli occhi al cielo, ferventissimamente orare, afflitto per la compassione de'poverelli che quivi perdevano le cose loro et allegro per quel soccorso che dal ciel sente sopravenuto. Veggonsi oltra ci, per bel capriccio di Rafaello, molti saliti sopra i zoccoli del basamento et abbracciatisi alle colonne, con attitudini disagiatissime, stare a vedere; et un popolo tutto attonito in diverse e varie maniere, che aspetta il successo di questa cosa. Nella volta poi che vi  sopra fece quattro storie: l'apparizione di Dio ad Abraam nel promettergli la moltiplicazione del seme suo, il sacrificio d'Isac, la scala di Iacob e 'l rubo ardente di Mois, nella quale non si conosce meno arte, invenzione, disegno e grazia che nelle altre cose lavorate di lui.
Mentre che la felicit di questo artefice faceva di s tante gran maraviglie, la invidia della fortuna priv de la vita Giulio II, il quale era alimentatore di tal virt et amatore d'ogni cosa buona. Laonde fu poi creato Leon X, il quale volle che tale opera si seguisse, e Rafaello ne sal con la virt in cielo e ne trasse cortesie infinite avendo incontrato in un principe s grande, il quale per eredit   di casa sua era molto inclinato a tale arte. Per il che Rafaello si mise in cuore di seguire tale opera e nell'altra faccia fece la venuta d'Atila a Roma e lo incontrarlo appi di Monte Mario che fece Leon III Pontefice, il quale lo cacci con le sole benedizzioni.

Fece Rafaello in questa storia San Pietro e San Paulo in aria con le spade in mano, che vengono a difender la Chiesa.

E se bene la storia di Leon III non dice questo, egli per capriccio suo volse figuralla forse cos, come interviene molte volte che con le pitture come con le poesie si va vagando, per ornamento dell'opera, non si discostando per per modo non conveniente dal primo intendimento.
Vedesi in quegli Apostoli quella fierezza et ardire celeste che suole il giudizio divino molte volte mettere nel volto de'servi suoi per difender la santissima religione.
E ne fa segno Atila, in sun un cavallo nero balzano e stellato in fronte, bellissimo quanto pi si pu, il quale con attitudine spaventosa alza la testa e volta la persona in fuga; sonvi cavalli bellissimi e massime un gianetto macchiato, che  cavalcato da una figura, la quale ha tutto lo ignudo coperto di scaglie a guisa di pesce, il che  ritratto da la Colonna Traiana, nella quale son i popoli armati in quella foggia. E si stima ch'elle siano arme fatte di pelle di coccodrilli. vvi Monte Mario che abruccia, mostrando che nel fine della partita de'soldati gli aloggiamenti patiscano di ci. Ritrasse ancora di naturale alcuni mazzieri che accompagnano il papa, i quali son vivissimi e cos i cavalli dove son sopra et il simile la corte de'cardinali et alcuni palafrenieri che tengono la chinea dove  a cavallo sopra in pontificale, ritratto non men vivo che gli altri, Leon X e molti cortigiani, cosa leggiadrissima da vedere a proposito in tale opera et utilissima a l'arte nostra, massimamente per quegli   che di tali cose son digiuni. In questo medesimo tempo fece a Napoli una tavola, la quale fu posta in San Domenico nella cappella dove  il Crocifisso che parl a S. Tomaso d'Aquino; dentro vi  la Nostra Donna, San Girolamo vestito da cardinale et uno angelo Rafaello ch'accompagna Tobia.

Lavor un quadro al signor Leonello da Carpi, il quale fu miracolosissimo di colorito e di bellezza singulare, atteso che egli  condotto di forza e d'una vaghezza tanto leggiadra, che io non penso che e'si possa far meglio; vedendosi nel viso della Nostra Donna una divinit e ne la attitudine una modestia che non  possibile migliorarla.
Finse che ella a man giunte adori il Figliuolo che le siede in su le gambe, facendo carezze a San Giovanni piccolo fanciullo, il quale lo adora insieme con Santa Elisabetta e Giuseppo.
Questo quadro  oggi appresso il reverendissimo Cardinale di Carpi, della pittura e scultura amator grandissimo. Et essendo stato creato Lorenzo Pucci, Cardinale di Santi Quattro, sommo penitenziere, ebbe grazia con esso che egli facesse per San Giovanni in Monte di Bologna una tavola, la quale  oggi locata nella cappella, dove  il corpo della Beata Elena da l'Olio, nella quale opera mostr quanto la grazia nelle delicatissime mani di Rafaello potesse insieme con l'arte.
vvi una Santa Cecilia che, a un coro in cielo d'angeli abbagliati, sta a udire il suono et  data in preda alla armonia, vedendosi nella sua testa quella astrazzione che si vede nelle teste di coloro che sono in estasi; oltra che sono esparsi per terra instrumenti musici che non dipinti, ma vivi e veri si conoscono, e similmente alcuni suoi veli e vestimenti di drappi d'oro e di seta, e sotto quelli un ciliccio maraviglioso.
vvi un San Paulo che posato il braccio destro in su la spada ignuda e la testa posta   appoggiata alla mano, dove si vede espressa la considerazione della sua scienzia, non meno che l'aspetto della sua fierezza conversa in gravit; vestito d'un panno rosso semplice per mantello e tonica verde sotto quello, alla apostolica, e scalzo. vvi una Santa Maria Maddalena che tiene in mano un vaso di pietra finissima, in un posar leggiadrissimo e svoltando la testa par tutta allegra in una vivezza della sua converzione, che certo in quel genere penso che meglio non si potesse fare; cos le teste di Santo Agostino e di S. Giovanni Evangelista.
E nel vero che l'altre pitture da quei che l'hanno dipinte, pitture nominare si possono, ma quelle di Rafaello vive: perch trema la carne, vedesi lo spirito, battono i sensi alle figure sue e vivacit viva vi si scorge; per il che questo li diede, oltra le lodi che aveva, pi nome assai.
Laonde furono per fatti a suo onore molti versi e latini e vulgari, de'quali metter questi soli per non far pi lunga storia di quel che mi abbi fatto:
Pingant sola alii referantque coloribus ora;
Caeciliae os Raphael atque animum explicuit.
Fece ancora dopo questo un quadretto di figure piccole, oggi in Bologna medesimamente in casa il Conte Vincenzio Arcolano, dentrovi un Cristo a uso di Giove in cielo e d'attorno i quattro Evangelisti, come gli descrive Ezecchiel; uno a guisa di uomo e l'altro di leone e quello d'aquila e di bue, con un paesino sotto figurato per la terra, non meno raro e bello nella sua piccolezza che sieno l'altre cose sue nelle grandezze loro. A Verona mand della medesima bont un quadro in casa i Conti da Canossa, et a Bindo Altoviti fece il ritratto suo quando era giovane, che  tenuto stupendissimo.
E similmente un   quadro di Nostra Donna che egli mand a Fiorenza nelle sue case, cosa bellissima. Avendo egli in quello fatto una Santa Anna vecchissima a sedere, la quale porge alla Nostra Donna il suo Figliuolo di tanta bellezza ne l'ignudo e nelle fattezze del volto, che nel suo ridere rallegra chiunche lo guarda; senza che Rafaello mostr nel dipignere la Nostra Donna tutto quello che di bellezza si possa fare nell'aria di una vergine, dove sia accompagnata negli occhi modestia, nella fronte onore, nel naso grazia e nella bocca virt, senza che l'abito suo  tale che mostra una semplicit et onest infinita. E nel vero non penso per una tanta cosa si possa veder meglio. vvi un San Giovanni a sedere ignudo et un'altra santa ch' bellissima anch'ella. Cos per campo vi  un casamento, dove egli ha finto una finestra impannata che fa lume alla stanza dove le figure son dentro.
Fece in Roma un quadro di buona grandezza, nel quale ritrasse Papa Leone, il Cardinale Giulio de'Medici et il Cardinale de'Rossi, nel quale si veggono non finte, ma di rilievo tonde le figure; quivi  il velluto che ha il pelo, il domasco addosso a quel papa, che suona e lustra; e le pelli della fodera son morbide e vive, gli ori e le sete contrafatti s, che non colori ma oro e seta paiono.
Vi  un libro di carta pecora miniato che pi vivo si mostra che la vivacit, un campanello d'argento lavorato che maraviglia  a voler dire quelle parti che vi sono.
Ma fra l'altre una palla della seggiola brunita e d'oro nella quale, a guisa di specchio, si ribattono (tanta  la sua chiarezza) i lumi delle finestre, le spalle del papa et il rigirare delle stanze; e sono tutte queste cose condotte con tanta diligenzia, che credasi pure e sicuramente che maestro nessuno di questo meglio non faccia, n abbia a fare.
La quale opera fu cagione che il papa di pre mio grande lo rimuner, e questo quadro si trova ancora in Fiorenza nella guardaroba del duca. Fece similmente il Duca Lorenzo e 'l Duca Giuliano con perfezzione non pi da altri che da esso dipinta nella grazia del colorito, i quali sono appresso a gli eredi di Ottaviano de'Medici in Fiorenza.
Laonde di grandezza fu la gloria di Rafaello accresciuta e de'premii parimente, perch per lasciare memoria di s fece murare un palazzo a Roma in Borgo Nuovo, che Bramante lo fece condurre di getto.
Avvenne in questo tempo che la fama di questo mirabile artefice fino in Fiandra et in Francia era passata; per che Alberto Durero tedesco, pittore mirabilissimo et intagliatore di rame di bellissime stampe, divenne tributario delle sue opere a Raffaello et e'gli mand la testa d'un suo ritratto condotta da lui a guazzo su una tela di bisso, che da ogni banda mostrava parimente e senza biacca i lumi trasparenti, se non con acquerelli di colori era tinta e macchiata, e de'lumi del panno aveva campato i chiari, la quale cosa parve maravigliosa a Raffaello, per che egli gli mand molte carte disegnate di man sua, le quali furono carissime ad Alberto. Era questa testa fra le cose di Giulio Romano, ereditario di Raffaello in Mantova. Perch avendo veduto Raffaello lo andare nelle stampe d'Alberto Durero, volenteroso ancor egli di mostrare quel che in tale arte poteva, fece studiare Marco Antonio Bolognese in questa pratica infinitamente, il quale riusc tanto eccellente che fece stampare le prime cose sue: la carta de gli Innocenti, un Cenacolo, il Nettunno e la Santa Cecilia quando bolle nell'olio.
Fece poi Marco Antonio per Rafaello un numero di stampe, le quali Rafaello don poi al Baviera suo garzone, ch'aveva cura d'una sua donna, la quale Rafaello am sino alla mor te e di quella fece un ritratto bellissimo che pareva viva viva, il quale  oggi in Fiorenza appresso il gentilissimo Matteo Botti, mercante fiorentino, amico e familiare d'ogni persona virtuosa e massime de i pittori, tenuta da lui come reliquia per lo amore che egli porta all'arte e particularmente a Rafaello.
N meno di lui stima l'opere dell'arte nostra e gli artefici il fratello suo Simon Botti che, oltra lo esser tenuto da tutti noi per uno de'pi amorevoli che faccino benefizio a gli uomini di queste professioni,  da me particulare tenuto e stimato per il migliore e maggiore amico che a lungo si possa con isperimenti provare, oltra al giudizio buono che egli ha e mostra nelle cose dell'arte. Ma per tornare a le stampe, il favorire il Baviera fu cagione che si destassi poi Marco da Ravenna et altri infiniti, talch le stampe in rame fecero, de la carestia loro, quella copia ch'al presente veggiamo.
Per che Ugo da Carpi che d'invenzione aveva il cervello in cose ingegnose e fantastiche, trov le stampe di legno, che con tre stampe si possa il mezzo, il lume e l'ombra contrafare, le carte di chiaro oscuro, la quale certo fu cosa di bella e capricciosa invenzione e di questa ancora  poi venuta abbondanza.
Egli fece per il monasterio di Palermo detto Santa Maria dello Spasmo, de'frati di Monte Oliveto, una tavola d'un Cristo che porta la croce, la quale  tenuta cosa maravigliosa, conoscendosi in quella la impiet de'crocifissori che lo conducevano a la morte a 'l Monte Calvario con grandissima rabbia, dove il Cristo, appassionatissimo nel tormento dello avvicinarsi alla morte, cascato in terra per il peso del legno della croce e bagnato di sudore e di sangue, si volta verso le Marie, che del dolore piangono dirottissimamente. vvi fra loro Veronica che stende le braccia   porgendoli un panno, con uno affetto di carit grandissima. Oltra che l'opera  piena di armati a cavallo et a piede, i quali sboccano fuora della porta di Gierusalemmo con gli stendardi della giustizia in mano, in attitudini varie e bellissime.
Questa tavola, finita de 'l tutto, ma non condotta ancora a 'l suo luogo, fu vicinissima a capitar male, con ci sia che e'dicono che, essendo ella messa in mare per portarla in Palermo, una orribile tempesta percosse ad uno scoglio la nave che la portava, di maniera che tutta si aperse e si perderono gli uomini e le mercanzie, eccetto questa tavola solamente che, cos incassata come era, fu portata dal mare in quel di Genova; dove ripescata e tirata in terra, fu veduta essere cosa divina e per questo messa in custodia, essendosi mantenuta illesa e senza macchia o difetto alcuno, percioch sino alla furia de'venti e l'onde del mare ebbono rispetto alla bellezza di tale opera. Della quale, divulgandosi poi la fama, procacciarono i monaci di riaverla, et appena che co'favori stessi del papa ella fusse renduta loro, satisfacendo prima e bene a chi la aveva salvata.
Rimbarcatala dunque di nuovo e condottola pure in Sicilia, la posero in Palermo, nel quale luogo ha pi fama e riputazione che 'l monte di Vulcano.
Mentre che Rafaello lavorava queste opere, le quali non poteva mancare di fare, avendo a servire per persone grandi e segnalate, oltra che ancora per qualche interesse particulare e'non potesse disdire, non restava per con tutto questo di seguitare l'ordine che egli aveva cominciato de le camere del papa e delle sale. Nelle quali del continuo teneva delle genti che con i disegni suoi medesimi gli tiravano innanzi l'opera, e continuo rivedendole sopperiva con tutti quelli aiuti migliori che egli pi poteva ad un peso cos fatto.
Non pass dun que molto che egli scoperse la camera di Torre Borgia, nella quale aveva fatto in ogni faccia una storia, due sopra le finestre e due altre in quelle libere.
Era in una lo Incendio di Borgo Vecchio di Roma, che non possendosi spegnere il fuoco, San Leone IIII si fa alla loggia di palazzo e con la benedizione lo estingue interamente: nella quale storia si vede diversi pericoli figurati, da una parte v' femmine che dalla tempesta del vento, mentre elle portano acqua per ispegnere il fuoco con certi vasi in mano et in capo, sono aggirati loro i capegli et i panni con una furia terribilissima: oltre che molti si studiano a buttare acqua, i quali accecati dal fumo, non cognoscono se stessi.
Da l'altra parte v' figurato, nel medesimo modo che Vergilio descrive che Anchise fu portato da Enea, un vecchio ammalato, fuor di s per l'infermit e per le fiamme del fuoco; e vedesi nella figura del giovane l'animo e la forza et il patire di tutte le membra dal peso del vecchio abbandonato addosso a quel giovane.
Seguitalo una vecchia scalza e sfibbiata che viene fuggendo il fuoco et un fanciulletto gnudo, loro innanzi. Cos da 'l sommo d'una rovina si vede una donna ignuda tutta rabbuffata la quale avendo il figliuolo in mano, lo getta ad un suo, che  campato da le fiamme e sta nella strada in punta di piede, a braccia tese per ricevere il fanciullo in fasce: dove non meno si conosce in lei l'affetto del veder di campare il figliuolo, che il patire di s nel pericolo dello ardentissimo fuoco che la avvampa; n meno passione si scorge in colui che lo piglia, che si facci in lui il timore della morte. N si pu esprimere quello che si imagin questo ingegnosissimo e mirabile artefice in una madre che, messosi i figlioli innanzi, scalza, sfibbiata, scinta e rabbaruffato il capo, con parte delle veste in mano, gli bat te perch e'fugghino da la rovina e da quello incendio del fuoco. Oltre che vi sono ancor alcune femmine che, inginocchiate dinanzi al papa, pare che prieghino Sua Santit che faccia che tale incendio finisca.
L'altra storia  del medesimo San Leon IIII dove ha finto il porto di Ostia occupato da una armata di Turchi, che era venuta per farlo prigione.
Veggonvisi i Cristiani combattere in mare l'armata e gi al porto esser venuti prigioni infiniti che d'una barca escano tirati da certi soldati per la barba con bellissime cere e bravissime attitudini, e con una differenza di abiti da galeotti sono menati innanzi a San Leone che  figurato e ritratto per Papa Leone X. Dove fece Sua Santit in pontificale, in mezzo del Cardinale Santa Maria in Portico, ci  Bernardo Divizio da Bibbiena, e Giulio de'Medici Cardinale che fu poi Papa Clemente.
N si pu contare minutissimamente invero le belle avvertenze che us questo ingegnosissimo artefice nelle arie de'prigioni, che senza lingua si conosce il dolore, la paura e la morte, come fa fede in tutta l'opera quel che si vede dipinto, fatto con arte e giudizio grandissimo.
Sono nelle altre due storie quando Papa Leone X sagra il Re cristianissimo Francesco I di Francia; cantando la messa in pontificale Sua Santit benedice gli olii per ugnerlo et insieme la corona reale. Dove oltra il numero de'cardinali e vescovi in pontificale che ministrano, vi ritrasse molti ambasciatori et altre persone ritratte di naturale, e cos certe figure con abiti alla franzese usatisi in quel tempo. Nell'altra storia fece la coronazione del detto re, nella quale  il papa et esso Francesco ritratti di naturale, l'uno armato e l'altro pontificalmente. Oltra che tutti i cardinali, vescovi, camerieri, scudieri, cubicularii, sono in   pontificale a'loro luoghi a sedere ordinatamente come costuma la cappella, ritratti di naturale, come Giannozzo Pandolfini Vescovo di Troia, amicissimo di Rafaello e molti altri che furono segnalati in quel tempo.
E vicino al re  un putto ginocchioni che tiene la corona reale, che fu ritratto Ipolyto de'Medici, che fu poi cardinale e vicecancelliere, tanto pregiato et amicissimo non solo di questa virt, ma di tutte le altre. Alle benignissime ossa del quale mi conosco molto obbligato, poich il principio mio, quale egli si sia, ebbe origine da lui.
Non si pu scrivere le minuzie delle cose di questo artefice, che invero ogni cosa nel suo silenzio par che favelli; oltra i basamenti fatti sotto a queste con varie figure di difensori e remuneratori della Chiesa, messi in mezzo da varii termini e condotto tutto d'una maniera, che ogni cosa mostra spirto et affetto e considerazione, con quella concordanzia et unione di colorito l'una con l'altra, che non si pu imaginare non che fare.
E perch la volta di questa stanza era dipinta da Pietro Perugino suo maestro, Raffaello non la volse guastar per la memoria sua e per l'affezzione che egli gli portava, sendo stato principio del grado che egli teneva in tal virt. Era tanta la grandezza di questo uomo che teneva disegnatori per tutta Italia, a Pozzuolo e fino in Grecia; n rest d'avere tutto quello che di buono per questa arte potesse giovare.
Per che seguitando egli ancora fece una sala, dove di terretta erano alcune figure di Apostoli et altri santi in tabernacoli; e per Giovanni da Udine suo discepolo, il quale per contrafare animali  unico e solo, fece in ci tutti quegli animali che Papa Leone aveva, il cameleonte, i zibetti, le scimie, i papagalli, i lioni, i liofanti e gli altri animali stratti. Et inoltre che di grot tesche e vari pavimenti egli tal palazzo abbell assai, diede ancora disegno alle scale papali et alle logge cominciate bene da Bramante architettore, ma rimase imperfette per la morte di quello e seguite poi col nuovo disegno et architettura di Raffaello, che ne fece un modello di legname con maggiore ordine et ornamento che non aveva fatto Bramante.

Perch volendo Papa Leone mostrare la grandezza della magnificenzia e generosit sua, Raffaello fece i disegni degli ornamenti di stucchi e delle storie che vi si dipinsero e similmente de'partimenti; et allo stucco et alle grottesche fece capo di quella opera Giovanni da Udine, e per le figure Giulio Romano, ancora che poco vi lavorasse, cos Giovan  Francesco, il Bologna, Perin del Vaga, Pellegrino da Modona, Vincenzio da San Gimignano e Polidoro da Caravaggio, con molti altri pittori che feciono storie e figure et altre cose che scadevano per tutto quel lavoro.
Il quale fece egli finire con tanta perfezzione, che sino da Fiorenza fece condurre il pavimento da Luca della Robbia. Onde certamente non pu per pitture, stucchi, ordine, invenzioni pi belle n farsi, n imaginarsi di fare. E fu cagione la bellezza di questo lavoro che Raffaello ebbe carico di tutte le cose di pittura et architettura che si facevano in palazzo.
Dicesi ch'era tanta la cortesia in Raffaello, che coloro che muravano, perch egli accomodasse gli amici suoi, non tirarono la muraglia tutta soda e continuata, ma lasciarono sopra le stanze vecchie da basso alcune aperture e vani da potervi riporre botti, vettine e legne, le quali buche e vani fecero indebilire i piedi della fabbrica s, che  stato forza che si riempia da poi, perch tutta cominciava ad aprirsi. Egli fece fare a Gian Barile in tutte le porte e   palchi di legname cose d'intaglio, lavorate e finite con bella grazia.
Diede disegni d'architettura alla vigna del papa, et in Borgo a pi case e particularmente al palazzo di Messer  Giovan  Batista da l'Aquila, il quale fu cosa bellissima. Ne disegn ancora uno al Vescovo di Troia, il quale lo fece fare in Fiorenza nella via di San Gallo. Fece a'monaci neri di San Sisto in Piacenza la tavola dello altar maggiore, dentrovi la Nostra Donna con San Sisto e Santa Barbara, cosa veramente rarissima e singulare. Fece in Francia molti quadri e particularmente per il re San Michele che combatte col Diavolo, tenuto cosa maravigliosa. Nella quale opera fece un sasso arsiccio per il centro della terra che fra le fessure di quello usciva fuori alcuna fiamma di fuoco e di solfo; et in Lucifero incotto et arso nelle membra con incarnazione di diverse tinte si scorgeva tutte le sorte della collera che la superbia invelenisce e gonfia contra chi opprime la grandezza di chi  privo di regno dove sia pace, e certo di avere approvare continovamente pena. Il contrario si scorge nel San Michele, che ancora che e'sia fatto con aria celeste acompagnato dalle armi di ferro e di oro, gli d bravura e forza e terrore, avendo gi fatto cader Lucifero, e quello con una zagaglia abbatte a rovescio, senza che egli  dipinto d'una maniera che tanto quanto l'angelo getta splendore; tanto pi cresce e multiplica paura e tenebre guardando Lucifero, che l'uno e l'altro fu talmente fatto da lui che egli ne ebbe dal re onoratissimo premio. Ritrasse Beatrice Ferrarese et altre donne e particularmente quella sua et altre infinite.
Era Rafaello persona molto amorosa et affezzionata alle donne, e di continuo presto a i servigi loro.
La qual cosa era cagione che, continuando egli i diletti carnali, era con rispetto da'suoi grandissimi amici osservato,   per essere egli persona molto sicura. Onde facendogli Agostin Ghigi, amico suo caro, allora ricchissimo mercante sanese, dipignere nel palazzo suo la prima loggia, egli non poteva molto attendere a lavorare per lo amore che e'portava ad una sua donna; per il che Agostino si disperava di sorte, che per via d'altri e da s, e di mezzi ancora, oper s che appena ottenne che questa sua donna venne a stare con esso in casa continuamente, in quella parte dove Rafaello lavorava, il che fu cagione che il lavoro venisse a fine.
Fece in questa opera tutti i cartoni e molte figure color di sua mano in fresco.
E nella volta fece il concilio degli iddei in cielo; dove si veggono nelle loro forme abiti e lineamenti cavati da lo antico, con bellissima grazia e disegno espressi; e cos fece le nozze di Psiche con ministri che servon Giove e le Grazie che spargono i fiori per la tavola; e ne'peducci della volta fece molte storie, fra le quali in una  Mercurio col flauto, che volando par che scenda da 'l cielo, et in un'altra  Giove con gravit celeste che bacia Ganimede; e cos di sotto nell'altra il carro di Venere e le Grazie che con Mercurio tirano al ciel Pandora, e molte altre storie poetiche negli altri peducci. E negli spicchi della volta, sopra gl'archi fra peduccio e peduccio, sono molti putti che scortano bellissimi, che volando portano tutti gli strumenti de gli di: di Giove il fulmine e le saette, di Marte gli elmi, le spade e le targhe, di Vulcano i martelli, di Ercole la clava e la pelle del lione, di Mercurio il caduceo, di Pan la sampogna, di Vertunno i rastri della agricultura. Et a tutti ha fatto gli animali appropriati secondo gli di: pittura e poesia veramente bellissima.
Fecevi fare da Giovanni da Udine un ricinto intorno alle storie d'ogni sorte fiori, foglie e frutte in festoni divini. Fece   l'ordine delle architetture delle stalle de'Ghigi, et ancora nella chiesa di Santa Maria del Popolo l'ordine della cappella di Agostino sopradetto. La quale oltra il dipignerla, diede ordine che d'una maravigliosa sepoltura s'adornasse; dove a Lorenzetto scultor fiorentino fece lavorar due figure, che sono ancora in casa sua al Macello de'Corbi in Roma. Ma la morte di Rafaello e poi quella di Agostino fu cagione che tal cosa si desse a Sebastian Veniziano, che fino al presente la tiene coperta.
Era Rafaello dal nome e dall'opre tanto in grandezza venuto, che Leon X ordin che egli cominciasse la sala grande di sopra, dove sono le vittorie di Gostantino, alla quale egli diede principio; e similmente venne volont al papa di far panni d'arazzi ricchissimi d'oro e di seta in filaticci; per che Rafaello fece in propria forma e grandezza di tutti di sua mano i cartoni della medesima grandezza coloriti, i quali furono mandati in Fiandra a tessersi, e finiti vennero a Roma.
La quale opera fu tanto miracolosamente condotta che di gran maraviglia  il vedere come sia possibile avere sfilato i capegli e le barbe e dato morbidezza alle carni; opera certo pi tosto di miracolo che d'artificio umano, perch in essi sono acque, animali, casamenti e talmente ben fatti che non tessuti, ma paiono veramente fatti col pennello. Cost tale opra LXX mila scudi, e sono ancora conservati nella cappella papale.
Fece al Cardinale Colonna un S. Giovanni in tela, il quale portandogli per la bellezza sua grandissimo amore e trovandosi da una infirmit percosso, gli fu domandato in dono da Messer  Iacopo da Carpi medico, che lo guar; e per averne egli voglia, a se medesimo lo tolse parendogli aver seco obligo infinito et ora si ritrova in Fiorenza nelle mani di Francesco Benintendi. Dipinse a Giu lio Cardinale de'Medici e vicecancelliere una tavola della Trasfigurazione di Cristo per mandare in Francia, la quale egli di sua mano, continuamente lavorando, ridusse ad ultima perfezzione. Nella quale storia figur Cristo trasfigurato nel Monte Tabor et appi di quello erano rimasti gli undici discepoli che lo aspettavano; dove si vede condotto un giovanetto spiritato acci che Cristo sceso de 'l monte lo liberi, il quale giovanetto mentre che con attitudine scontorta si prostende gridando e stralunando gli occhi, mostra il suo patire dentro nella carne, nelle vene e ne'polsi contaminati dalla malignit dello spirto e con pallida incarnazione fa quel gesto forzato e pauroso. Questa figura fece egli sostenere da un vecchio che, abbracciatola e preso animo, fatto gli occhi tondi con la luce in mezzo, mostra con lo alzare le ciglia et increspar la fronte in un tempo medesimo e forza e paura. Pure mirando gli Apostoli fiso pare che sperando in loro, faccia animo a se stesso. vvi una femina fra molte, la quale  principale figura di quella tavola che inginocchiata dinanzi a quegli, voltando la testa loro et il tutto delle braccia verso lo spiritato, mostra la miseria di colui. Oltra che gli Apostoli chi ritto e chi a sedere, altri ginocchioni mostrano avere grandissima compassione di tanta disgrazia. E nel vero egli vi fece figure e teste, oltra la bellezza straordinaria, tanto di nuovo e di vario e di bello, che si fa giudizio commune de gli artefici che questa opera, fra tante quante egli ne fece, sia la pi celebrata, la pi bella e la pi divina.

Avvenga che chi vuol conoscere il mostrare in pittura Cristo trasfigurato alla divinit lo guardi in questa opera, nella quale egli lo fece sopra questo monte diminuito in una aria lucida con Mos et Elia, che alluminati da una chiarezza di splendore   si fanno vivi nel lume suo. Sono prostrati in terra Pietro, Iacopo e Giovanni, in diverse e varie attitudini: che chi atterra col capo e chi con fare ombra a gli occhi con le mani si difendono da'raggi del sole e da la immensa luce dello splendore di Cristo; il quale vestito di color di neve et aprendo le braccia, con alzare la testa a 'l Padre, pare che mostri la essenzia della deit di tutte tre le Persone unitamente ristrette nella perfezzione della arte di Rafaello. Il quale pare che tanto si ristrignesse insieme con la virt sua, per mostrare lo sforzo et il valor dell'arte nel volto di Cristo, che finitolo, come ultima cosa che a ffare avesse, non tocc pi pennelli, sopragiugnendoli la morte.
Aveva Rafaello stretta e domestica amicizia con Bernardo Divizio Cardinale di Bibbiena, il quale per le qualit sue molto l'amava, e per lo infestava gi molti anni per dargli moglie, et egli non la recusava, ma diceva volere ancora aspettare quattro anni. Laonde lasci il cardinale passare il tempo e ricordollo a Rafaello, che gi non se lo aspettava, et egli vedendosi obligato, come cortese non volle mancare della parola sua e cos accett per donna la nipote di esso cardinale. E perch sempre fu malissimo contento di questo laccio, andava mettendo tempo in mezzo, s che molti mesi passarono, che 'l matrimonio non s'era ancora consumato per Rafaello.
E ci faceva egli non senza onorato proposito, perch, avendo tanti anni servito la corte et essendo creditore di Leone di buona somma, gli era stato dato indizio che alla fine della sala, che per lui si faceva, in ricompensa delle fatiche e delle virt sue, il papa gli avrebbe dato un cappello rosso, che gi infinito numero il papa aveva deliberato far cardinali, e persone manco degne di lui. Per egli di nuovo in luogo im portante andava di nascosto a'suoi amori. E cos continuando fuor di modo i piaceri amorosi, avvenne ch'una volta fra l'altre disordin pi del solito, perch a casa se ne torn con una grandissima febbre e fu creduto da'medici che fosse riscaldato. Onde non confessando egli quel disordine che aveva fatto, per poca prudenza, loro gli cavarono sangue; di maniera che indebilito si sentiva mancare, l dove egli aveva bisogno di ristoro.

Per il che fece testamento e prima come cristiano mand l'amata sua fuor di casa e le lasci modo di vivere onestamente; e divise le cose sue fra'discepoli suoi, Giulio Romano, il quale sempre am molto, Giovan Francesco Fiorentino detto il Fattore, et un non so chi prete da Urbino suo parente.
Ordin poi che de le sue facult in Santa Maria Ritonda si restaurasse un tabernacolo di quegli antichi di pietre nuove et uno altare si facesse con una statua di Nostra Donna di marmo, la quale per sua sepoltura e riposo dopo la morte s'elesse; e lasci ogni suo avere a Giulio e Giovan Francesco, faccendo essecutore Messer  Baldassarre da Pescia, allora datario del papa.
Poi confesso e contrito fin il corso della sua vita il giorno medesimo ch'e'nacque, che fu il Venerd Santo d'anni XXXVII, l'anima del quale  da credere che come di sue virt ha imbellito il mondo, cos abbia di se medesima adorno il cielo.
Gli misero alla morte al capo nella sala, ove lavorava, la tavola della Trasfigurazione che aveva finita per il cardinale de'Medici, la quale opera nel vedere il corpo morto e quella viva, faceva scoppiare l'anima di dolore a ognuno che quivi guardava. La quale tavola per la perdita di Rafaello fu messa dal cardinale a San Pietro a Montorio allo altar maggiore; e fu poi sempre per la rarit d'ogni suo gesto in gran pregio tenuta.
Fu da ta al corpo suo quella onorata sepoltura che tanto nobile spirito aveva meritato, perch non fu nessuno artefice che dolendosi non piagnesse et insieme alla sepoltura non l'accompagnasse.
Dolse ancora sommamente la morte sua a tutta la corte del papa, prima per avere egli avuto in vita uno officio di cubiculario et appresso per essere stato s caro al papa che la sua morte amaramente lo fece piagnere.
O felice e beata anima, da che ogn'uomo volentieri ragiona di te e celebra i gesti tuoi et ammira ogni tuo disegno lasciato! Ben poteva la pittura, quando questo nobile artefice mor, morire anche ella che quando egli gli occhi chiuse, ella quasi cieca rimase.
Ora a noi che dopo lui siamo, resta imitare il buono, anzi ottimo modo, da lui lasciatoci in esempio e come merita la virt sua e l'obligo nostro, tenerne nell'animo graziosissimo ricordo e farne con la lingua sempre onoratissima memoria. Che invero noi abbiamo per lui l'arte, i colori e la invenzione unitamente ridotti a quella fine e perfezzione che appena si poteva sperare, n di passar lui gi mai si pensi spirito alcuno. Et oltre a questo beneficio che e'fece all'arte, come amico di quella, non rest vivendo mostrarci come si negozia con li uomini grandi, co'mediocri e con gl'infimi.
E certo fra le sue doti singulari ne scorgo una di tal valore che in me stesso stupisco: che il cielo gli dette forza di poter mostrare ne l'arte nostra uno effetto s contrario alle complessioni di noi pittori.
E questo  che naturalmente gli artefici nostri, non dico solo i bassi, ma quelli che hanno umore d'esser grandi (come di questo umore l'arte ne produce infiniti), lavorando ne l'opere in compagnia di Rafaello stavano uniti e di concordia tale, che tutti i mali umori nel veder lui si amorzavano et ogni vile e basso pensiero cadeva loro di   mente. La quale unione mai non fu pi in altro tempo che nel suo.
Questo avveniva perch restavano vinti dalla cortesia e dall'arte sua, ma pi dal genio della sua buona natura.

La quale era s piena di gentilezza e s colma di carit, che egli si vedeva che fino agli animali l'onoravano, nonch gli uomini. Dicesi che ogni pittore che conosciuto l'avessi, et anche chi non lo avesse conosciuto, lo avessi richiesto di qualche disegno che gli bisognasse, egli lasciava l'opera sua per sovvenirlo. E sempre tenne infiniti in opera aiutandoli et insegnandoli con quello amore che non ad artefici, ma a figliuoli proprii si conveniva.
Per la qual cagione si vedeva che non andava mai a corte che partendo di casa non avesse seco cinquanta pittori tutti valenti e buoni che gli facevono compagnia per onorarlo. Egli insomma non visse da pittore, ma da principe. Per il che, o Arte della pittura, tu pur ti potevi allora stimare felicissima avendo un tuo artefice che di virt e di costumi t'alzava sopra il cielo!
Beata veramente ti potevi chiamare, da che per l'orme di tale uomo hanno pur visto gli allievi tuoi come si vive e che importi l'avere accompagnato insieme arte e virtute; le quali in Rafaello congiunte, potettero sforzare la grandezza di Giulio II e la generosit di Leone X nel sommo grado e degnit che egli erono a farselo familiarissimo et usarli ogni sorte di liberalit, talch pot co 'l favore e con le facult che gli diedero fare a s et a l'arte grandissimo onore. Beato ancora si pu dire chi stando a'suoi servigi sotto lui oper, perch ritrovo ognuno che lo imit essersi a onesto porto ridotto e cos quegli che imiteranno le sue fatiche nell'arte saranno onorati dal mondo, e ne'costumi santi lui somigliando remunerati dal cielo. Ebbe Rafaello dal Bembo questo epitaffio:  

DATVR  OMNIBVS  MORI
RAPHAELI SANCTIO IOANNIS  FILIO  VRBINATI  PICTORI EMINENTISSIMO  VETERVMQVE EMVLO CVIVS SPIRANTEIS PROPE IMAGINEIS SI CONTEMPLERE NATVRAE ATQVE ARTIS FOEDVS FACILE INSPEXERIS. IVLII II ET LEONIS X PONTIFICVM  MAXIMORVM  PICTVRAE ET ARCHITECTVRAE  OPERIBVS GLORIAM AVXIT. VIXIT  ANNOS  XXXVII INTEGER INTEGROS. QVO DIE NATVS EST, EO ESSE DESIIT VIII IDVS  APRILES  MDXX.

ILLE HIC EST RAPHAEL, TIMVIT QVO SOSPITE VINCI
RERVM MAGNA PARENS, ET MORIENTE MORI.

Et il conte Baldassarre Castiglione scrisse de la sua morte in questa maniera:

Quod lacerum corpus medica sanaverit arte,
Hippolytum Stigiis et revocarit aquis,
Ad Stygias ipse est raptus Epidaurius undas;
Sic precium vitae mors fuit artifici.
Tu quoque, dum toto laniatam corpore Romam
Componis miro, Raphael, ingenio
Atque Urbis lacerum ferro, igni annisque cadaver
Ad vitam antiquum iam revocasque decus,
Movisti superum, invidiam indignataque  Mors est,
Te dudum extinctis reddere posse animam
Et quod longa dies paulatim aboleverat, hoc te
Mortali spreta lege parare iterum.
Sic miser heu prima cadis intercepte iuventa,
Deberi et morti nostraque nosque mones.  

GUGLIELMO DA MARCILLA

Priore Aretino Pittore

Il beneficio che si cava da la virt  veramente grandissimo e non pure  partito in un paese solo, ma  comune egualmente a tutti. Perch sia pure di che strana e lontana regione, o barbara et incognita nazione quale uomo si voglia, pure che egli abbia lo animo ornato di virt e con le mani faccia alcuno esercizio ingegnoso, nello apparir nuovo in ogni citt dove e'camina, mostrando il valor suo, tanta forza ha l'opera virtuosa, che di lingua in lingua in poco spazio gli fa nome et il nome lo fa sempre vivo, perch diventa maraviglioso per la virt di quello e le qualit di lui diventano pregiatissime et onoratissime.
E spesso avviene a infiniti, che di lontano hanno lasciato le patrie loro, nel dare d'intoppo in nazioni che siano amiche delle virt e de'forestieri per buono uso di costumi, trovarsi accarezzati e riconosciuti s fattamente, ch'e'si scordano il loro nido natio et un altro nuovo s'eleggono per ultimo riposo.
Come per ultimo suo nido elesse Arezzo Guglielmo da Marzilla prete franzese, il quale nella sua giovanezza attese in Francia all'arte del disegno et insieme con quello diede opera alle finestre di vetro, nelle quali faceva figure di colorito non meno unite che se elle fossero d'una vaghissima et unitissima pittura a olio.
Co stui ne'suoi paesi, persuaso da'prieghi d'alcuni amici suoi, si ritrov alla morte d'un loro inimico, per la qual cosa fu sforzato nella religione di San Domenico in Francia pigliare l'abito di frate, per essere libero da la corte e da la giustizia.
E se bene egli dimor nella religione, non per mai abbandon gli studi dell'arte, anzi continuando gli condusse ad ottima perfezzione. Fu per ordine di Papa Giulio II dato commissione a Bramante d'Urbino di far fare in palazzo molte finestre di vetro, perch nel domandare ch'egli fece de'pi eccellenti, fra gli altri, che di tal mestiero lavoravano, gli fu dato notizia d'alcuni che facevano in Francia cose maravigliose, e ne vide il saggio per lo ambasciator francese che negoziava allora appresso Sua Santit, il quale aveva in un telaro per finestra dello studio, una figura lavorata in un pezzo di vetro bianco con infinito numero di colori sopra il vetro lavorati a fuoco; onde per ordine di Bramante fu scritto in Francia che venissero a Roma, offerendogli buone provvisioni.
Laonde Maestro Claudio Franzese, avuto tal nuova, sapendo l'eccellenza di Guglielmo, con buone promesse e danari, fece s che non gli fu difficile trarlo fuor de'frati; avendo egli per le discortesie usategli e per le invidie, che son di continuo fra loro, pi voglia di partirsi che Maestro Claudio bisogno di trarlo fuora.
Vennero dunque a Roma, e lo abito di San Domenico si mut in quello di San Piero.
Aveva Bramante fatto fare allora due fenestre di trevertino nel palazzo del papa, le quali erano nella sala dinanzi alla cappella, oggi abbellita di fabbrica in volta per Antonio da San Gallo, e di stucchi mirabili per le mani di Perino del Vaga fiorentino, le quali fenestre da Maestro Claudio e da Guglielmo furono lavorate, ancora che poi per il sacco spezzate, per trarne i piom bi per le palle de gli archibusi, le quali erano certamente maravigliose. Oltra queste ne fecero per camere papali infinite, delle quali il medesimo avvenne che dell'altre due.

Et oggi ancora rimastone una nella camera del fuoco di Rafaello sopra Torre Borgia, nelle quali sono angeli che tengono l'arme di Leon X.
Fecero ancora in Santa Maria del Popolo due fenestre nella cappella di dietro alla Madonna con le storie della vita di lei, le quali di quel mestiero furono lodatissime. E queste opere non meno gli acquistarono fama e nome che comodit alla vita. Ma Maestro Claudio ordinando molto nel mangiare e bere, come  costume di quella nazione, cosa pestifera all'aria di Roma, ammal d'una febbre s grave che in sei giorni pass a l'altra vita. Perch Guglielmo, rimanendo solo e quasi perduto senza il compagno, da s dipinse una fenestra in Santa Maria de Anima, chiesa de'Tedeschi in Roma, pur di vetro, la quale fu cagione che Silvio Cardinale di Cortona gli fece offerte e convenne seco perch in Cortona sua patria alcune fenestre et altre opere gli facesse, onde seco in Cortona lo condusse a abitare. E la prima opera che facesse fu la facciata di casa sua, che  volta su la piazza, la quale dipinse di chiaro oscuro e dentro vi fece Crotone e gli altri primi fondatori di quella citt.
Laonde il cardinale, conoscendo Guglielmo non meno buona persona che ottimo maestro di quella arte, gli fece fare nella pieve di Cortona la fenestra della cappella maggiore e molte altre finestrette ancora per quella citt.
Mor allora in Arezzo Fabiano di Stagio Sassoli aretino, bonissimo maestro di far finestre; et avevano gli operai del vescovado allogato tre fenestre grandi, che sono nella cappella principale, di XX braccia d'altezza l'una, a Stagio figliuolo di Fabiano et a Domenico   Pecori pittore; le quali finite al luogo suo le posero, ma non molto sodisfecero a gli Aretini, quantunque fosse onesto lavoro e pi tosto certo lodevole. Avvenne in quel tempo che Maestro Lodovico Bellichini, medico peritissimo allora e de'primi che governassero quella citt e persona ingeniosa, fu con molti preghi chiamato a medicare la madre del cardinale, per che egli con gran fretta andato a Cortona quivi dimor alcune settimane. E nel tempo che gli avanzava, si domestic molto con Guglielmo, il quale si domandava allora il priore, avendo avuto in que'giorni un benefizio d'un priorato. Per il che dimandato se in Arezzo sarebbe venuto, con buona grazia del cardinale, a farvi alcune finestre, egli gliene promise et, avuto buona licenza da 'l cardinale, vi si condusse. E Stagio, che aveva divisa la amicizia con Domenico, prese in casa il priore, et egli fece la finestra di Santa Lucia nella cappella de gli Albergotti nel vescovado di Arezzo, dentrovi essa Santa e San Salvestro. La quale opera pu veramente dirsi non essere vetri colorati e trasparenti, ma vivissime figure o pittura almanco veramente lodata e maravigliosa. Perch oltra al magisterio delle carni sono squagliati i vetri ci   levata in alcun luogo la prima pelle e colorita d'altro colore, come sarebbe a dire sul rosso una opera gialla e sullo azzurro, bianca e verde lavorata, cosa di quel mestiero difficile e miracolosa. Perch il tignerle poco o niente e che sia diafano o trasparente non  cosa di gran momento, ma essere poi cotti al fuoco e rimanere alle percosse dell'acqua e del tempo per non si consumar gi mai, questo  fatica degna di lode e che ognun se ne maravigli. Certamente questo egregio spirito merita lode grandissima, per non essere chi in questa professione di disegno, d'invenzione, di colore   e di bont abbia mai fatto tanto.
Fece poi l'occhio grande di detta chiesa dentrovi la Venuta dello Spirito Santo e cos il Battesimo di Cristo, per San Giovanni, dove egli fece Cristo nel Giordano che aspetta San Giovanni, il quale ha preso una tazza d'acqua per battezzarlo, mentre che un vecchio nudo si scalza e certi angeli preparano la veste per Cristo, e sopra  il Padre, che manda lo Spirito Santo a 'l Figliuolo, sopra il battesimo in detto duomo.
E lavor la finestra della Resurressione di Lazzaro quattriduano, dove  impossibile mettere in s poco spazio tante figure, nelle quali si conosce lo spavento e lo stupire di quel popolo et il fetore del corpo di Lazzaro, il quale fa piangere et insieme rallegrare le due sorelle de la sua resurressione.
Et in questa opera sono XV guagliamenti infiniti di colore sopra colore nel vetro e vivissima certo pare ogni minima cosa nel suo genere.
E chi vuol vedere quanto abbia in questa arte potuto la mano del priore nella finestra di San Matteo sopra la cappella di esso Apostolo, guardi la mirabile invenzione di questa istoria e vedr vivo Cristo chiamare Matteo da 'l banco, che lo seguiti, il quale aprendo le braccia per riceverlo in s, abbandona le acquistate ricchezze e tesori.
Et in questo mentre uno apostolo, addormentato appi di certe scale, essere svegliato da un altro con prontezza grandissima, e nel medesimo modo che vi si vede ancora un San Piero favellare con San Giovanni, s belli l'uno e l'altro, che veramente paiono divini; in questa finestra medesima sono i tempii di prospettiva, le scale e le figure talmente composte, et i paesi s proprii fatti, che mai non si penser che sien vetri, ma cosa piovuta da cielo a consolazione de gli uomini.
Fece in detto luogo la finestra di Santo Antonio e di S. Nic col bellissime e due altre, dentrovi nella una la storia quando Cristo caccia i vendenti del tempio e nell'altra l'adultera, opere veramente tutte tenute egregie e maravigliose.
E talmente furono di lode, di carezze e di premii le fatiche e le virt del priore da gli Aretini riconosciute et egli di tal cosa tanto contento e sodisfatto, che si risolse eleggere quella citt per patria, e di franzese che era diventare aretino.
Appresso, considerando seco medesimo l'arte de'vetri essere poco eterna per le rovine che nascono ognora in tali opre, gli venne desiderio di darsi alla pittura e cos da gli operai di quel vescovado prese a fare tre grandissime volte a fresco, pensando lasciar di s memoria. E gli Aretini in ricompensa gli fecero dare un podere, ch'era della Fraternita di Santa Maria della Misericordia, vicino alla terra, con bonissime case a godimento della vita sua: e volsero che, finita tale opera, fosse stimato per uno egregio artefice il valor di quella e che gli operai di ci gli facessino buono il tutto. Per che egli si mise in animo di farsi in ci valere et alla similitudine delle cose della cappella di Michele Agnolo, fece le figure per la altezza grandissime. E pot in lui talmente la voglia di farsi eccellente in tale arte, che ancora che e'fosse di et di L anni, miglior di cosa in cosa di modo che mostr non meno conoscere et intendere il bello, che in opera dilettarsi di contrafare il buono, come ne fa fede una ultima volta piccola da basso lavorata da lui con pratica, con disegno e con intelligenza. Nella quale figur i principi del Testamento Nuovo, come nelle tre grandi il principio del Vecchio aveva fatto. Onde per questa cagione voglio credere che ogni ingegno che abbia volont di pervenire a la perfezzione, possa passare (volendo affaticarsi) il termine d'ogni scienza.
Egli si spaur bene   nel principio di quelle per la grandezza e per non aver pi fatto. Il che fu cagione ch'egli mand a Roma per Maestro Giovanni Franzese miniatore, il quale, venendo in Arezzo, fece in fresco sopra Santo Antonio uno arco con un Cristo e nella compagnia il segno che portano quegli in processione, che gli furono fatti lavorare dal priore.
Et egli molto diligentemente gli condusse. In questo medesimo tempo fece alla chiesa di San Francesco l'occhio della chiesa nella facciata dinanzi, opera grande, nel quale finse il papa nel Consistorio e la residenza de'cardinali, dove San Francesco porta le rose di gennaio e per la confermazione della regola va a Roma. Nella quale opera mostr quanto egli de'componimenti s'intendesse, che veramente si pu dire lui esser nato per quello essercizio. Quivi non pensi artefice alcuno, di bellezza, di copia di figure, n di grazia gi mai paragonarlo. Sono infinite opere di finestre per quella citt tutte bellissime e nella Madonna delle Lagrime l'occhio grande con l'Assunzione della Madonna et Apostoli et una d'una Annunziata bellissima. Un occhio con lo Sponsalizio et un altro dentrovi un San Girolamo per gli Spadari. Similmente gi per la chiesa tre altre finestre e nella chiesa di San Girolamo un occhio, con la Nativit di Cristo, bellissimo, et ancora un altro in San Rocco. Madonne eziandio in diversi luoghi come a Castilion del Lago et a Fiorenza a Lodovico Capponi una per in Santa Felicita, dove  la tavola di Iacopo da Puntormo, pittore eccellentissimo, e la cappella lavorata da lui a olio in muro et in fresco et in tavola, la quale finestra venne nelle mani de'frati Giesuati, che in Fiorenza lavorano di tal mestiero, et essi la scommessero tutta per vedere i modi di quello e molti pezzi per saggi ne levaro no e di nuovo vi rimessero, e finalmente la mutarono di quel ch'ella era.
Volse ancora colorire a olio e fece in San Francesco d'Arezzo alla cappella della Concezzione una tavola, nella quale sono alcune vestimenta molto bene condotte e molte teste vivissime e tanto belle che egli ne rest onorato per sempre, essendo questa la prima opera che egli avesse mai fatta ad olio. Era il priore persona molto onorevole e si dilettava cultivare et acconciare. Comper un bellissimo casamento e fece in quello infiniti bonificamenti.
E come uomo religioso tenne di continuo costumi bonissimi et il rimorso della conscienza, per la partita che fece da'frati, lo teneva molto aggravato. Per il che a San Domenico d'Arezzo, convento della sua religione, fece una finestra alla cappella dello altar maggiore bellissima, nella quale fece una vite ch'esce di corpo a San Domenico e fa infiniti santi frati i quali fanno lo albero della religione et a sommo  la Nostra Donna e Cristo che sposa Santa Caterina sanese, cosa molto lodata e di gran maestria della quale non volse premio, parendoli avere molto obligo a quella religione. Mand a Perugia in San Lorenzo una bellissima finestra et altre infinite in molti luoghi intorno ad Arezzo. E perch era molto vago delle cose d'architettura, fece per quella terra a'cittadini assai disegni di fabbriche e di ornamenti per la citt, le due porte di San Rocco di pietra e lo ornamento di macigno che si mise alla tavola di Maestro Luca in San Girolamo. Nella badia a Cipriano d'Anghiari ne fece uno e nella Compagnia della Trinit alla cappella del Crocifisso uno altro ornamento et un lavamani ricchissimo nella sagrestia, i quali Santi Scarpellino condusse in opera perfettamente. Laonde egli, che di lavorare sempre aveva diletto, conti nuando il verno e la state il lavoro del muro, il quale chi  sano fa divenire infermo, prese tanta umidit che la borsa de'granelli si gli riempi d'acqua, talmente che foratagli da'medici, in pochi giorni rese l'anima a chi gliene aveva donata. E come buon cristiano prese i Sacramenti della Chiesa e fece testamento. Appresso, avendo speziale divozione ne i romiti camaldolesi, i quali vicino ad Arezzo venti miglia sul giogo d'Apennino fanno congregazione, lasci loro l'avere et il corpo suo. Et a Pastorino da Siena suo garzone, ch'era stato seco molti anni, lasci i vetri e le masserizie da lavorare, ancora che costui abbia fatto poi poche cose di quella professione.
Lo seguit molto un Maso Porro cortonese che valse pi nel commetterle e nel cuocere i vetri che nel dipignerle.
Furono suoi creati Batista Borro aretino, il quale delle fenestre molto lo va imitando et insegn i primi principii a Benedetto Spadari et a Giorgio Vasari aretino.
Visse il priore anni LXII e mor l'anno MDXXXVII.
Merita infinite lodi il priore, da che per lui in Toscana  condotta l'arte del lavorare i vetri con quella maestria e sottigliezza che desiderare si puote. E perci, sendoci stato di tanto beneficio s largo, ancora saremo a lui d'onore e d'eterne lode abondevoli esaltandolo nella vita e nell'opere del continovo.  

CRONACA

Architetto Fiorentino

Molti ingegni si perdono, i quali farebbono opere rare e degne di loda, se nel venire al mondo percotessero in persone che sapessino e volessino mettergli in opera a quelle cose dove e'son buoni. Dove egli avviene bene spesso che, chi pu, non sa e non vuole; e se pure gli occorre di fare una qualche eccellente fabbrica, non si cura altrimenti cercare d'uno architetto rarissimo e d'uno spirito molto elevato. Anzi mette lo onore e la gloria sua in mano a certi ingegni ladri che vituperano spesso il nome e la fama delle memorie.
E per tirare in grandezza chi dependa tutto da lui (tanto puote la ambizione) d spesso bando a'disegni buoni che si gli danno e mette in opera il pi cattivo, onde rimane alla fama sua la goffezza dell'opera, stimandosi, per quegli che sono giudiciosi, l'artefice e chi lo fa operare essere d'uno animo istesso, da che ne l'opere si congiungono. E per lo contrario, quanti sono stati i prncipi poco intendenti, i quali per essersi incontrati in persone illustri, hanno dopo la morte loro non minor fama per le memorie delle fabbriche che in vita si avessero per il dominio ne'popoli?
Ma veramente il Cronaca fu nel suo tempo avventurato; che, sapendo fare, trov chi di continuo lo mise in opera, et in cose tutte grandi e magnifiche.
Di costui si racconta che, mentre Antonio   Pollaiuolo era in Roma a lavorare le sepolture di bronzo che sono in San Pietro, gli capit a casa un giovanetto suo parente, chiamato per propio nome Simone, fuggitosi da Fiorenza per alcune quistioni; il quale, avendo molta inclinazione all'arte della architettura per essere stato con un maestro di legname, cominci a considerare le bellissime anticaglie di quella citt e, dilettandosene, le andava misurando con grandissima diligenzia. Laonde seguitando, non molto poi che fu venuto a Roma, dimostr avere fatto molto profitto, s nelle misure e s nel mettere in opera alcuna cosa. Per il che, fatto pensiero di tornarsene a Firenze, si part di Roma et arrivato quivi, per essere divenuto assai buon ragionatore, contava le maraviglie di Roma e d'altri luoghi, con tanta accuratezza ch'e'lo nominarono da indi innanzi il Cronaca: parendo veramente a ciascuno che egli fussi una cronaca di cose nel suo ragionamento. Era adunque costui fattosi tale ch'e'fu ne'moderni tenuto il pi eccellente architettore che fussi nella citt di Fiorenza; per avere nel discernere i luoghi pi giudizio e per mostrare che era con lo ingegno pi elevato che molti altri che attendevano a quel mestiero. Conoscendosi per le opere sue quanto egli fussi buono imitatore delle cose antiche e quanto egli osservassi le regole di Vetruvio e le opere di Filippo di Ser Brunellesco.
Era allora in Fiorenza quel Filippo Strozzi, che oggi a differenzia del figliuolo si chiama il Vecchio, il quale per le sue ricchezze desiderava lassare di s alla patria et a'figliuoli, tra le altre, una memoria di un bel palazzo. Per la qual cosa Benedetto da Maiano, chiamato a questo effetto da lui, gli fece un modello isolato intorno intorno, che poi non si fece, non volendo alcuni vicini fargli commodit de le case loro.
Onde cominci il palazzo in quel modo   che e'pot, e condusse il guscio di fuori avanti la morte sua pressoch al fine. Fecelo di fuori con ordine rustico e graduato, come si vede: percioch la parte de'bozzi dal primo finestrato in gi, insieme con le porte,  rustica grandemente e la parte dal primo finestrato al secondo  meno rustica assai. Ora accadde che, partendosi Benedetto di Fiorenza e tornandovi da Roma il Cronaca, fu messo per le mani a Filippo, e gli piacque  tanto per il modello fattoli da lui del cortile e del cornicione che va di fuori intorno al palazzo, che conoscuta la eccellenzia di quello ingegno, volle che tutto si governasse per le sue mani, e servissi da indi innanzi sempre di lui. Fecevi dunque il Cronaca, oltra la bellezza di fuori con ordine toscano, in cima una cornice corinzia molto magnifica, ch' per fine del tetto. Della quale la met al presente si vede finita e con tanto singular grazia e garbo all'occhio si mostra, che desiderando apporgli menda nessuna non vi si pu mostrare. Similmente le pietre di tutto il palazzo sono tanto finite e s ben commesse, che non pu nessuno quasi vedere ch'elle siano murate. Et in detto palazzo per ornamento fece fare ferri di finestre mirabili e campanelle con bellissimo garbo, e similmente le lumiere su canti che da Niccol Grosso Caparra, fabbro fiorentino furono con grandissima diligenza lavorate. Vedesi in quelle le cornici, le colonne, i capitegli, le mensole saldate di ferro con maraviglioso magistero. N mai ha lavorato moderno alcuno di ferro machine s grandi e s difficili con tanta scienza e pratica.
Era Niccol Grosso persona fantastica e di suo capo, ragionevole nelle sue cose e d'altri, n mai voleva di quel d'altrui.
Non volse mai far credenza a nessuno de'suoi lavori, ma sempre voleva l'arra, e per questo Lorenzo de'Medici lo chiamava il Caparra e da molti altri ancora per tal nome era   conosciuto.
Egli aveva appiccato alla sua bottega una insegna, nella quale erano alcuni libri ch'ardevano; per il che, quando uno gli chiedeva tempo a pagare, gli diceva: "Io non posso, perch i miei libri abbruciano e non vi si pu pi scrivere debitori".
Gli fu allogato per i signori Capitani di Parte Guelfa, magistrato in Fiorenza non mediocre, un paio d'alari, i quali avendo egli finiti, pi volte gli furono mandati a chiedere per gli loro donzelli.
Et egli di continuo usava dire: "Io sudo e duro fatica su questa ancudine e voglio che qui su mi siano pagati i miei danari. Per il che essi di nuovo rimandarono per il lor lavoro e che per li danari andasse, che subito sarebbe pagato, et egli ostinato rispondeva che prima gli portassero i danari, et il lavoro li darebbe. Laonde il provveditore venuto in collera, perch i capitani li volevano vedere, gli mand dicendo ch'esso aveva avuto la met de i danari e che mandasse gli alari che del rimanente lo sodisfarebbe. Per la qual cosa il Caparra, avvedutosi del vero, diede al donzello uno alar solo, dicendo: "Te'porta questo, ch' il loro e, se piace a essi, porta l'intero pagamento che te gli dar, percioch questo  mio".
Gli ufficiali, veduto l'opera mirabile che in quello aveva fatto, gli mandarono i danari a bottega et esso mand loro l'altro alare. Dicono ancora che Lorenzo de'Medici volse far fare ferramenti per mandare a donar fuora, acci che l'eccellenza del Caparra si vedesse; perch and egli stesso in persona a bottega sua e per avventura trov che lavorava alcune cose che erano di povere persone, da le quali aveva avuto parte del pagamento per arra.
Per che lo richiese Lorenzo, et egli mai non gli volse promettere di servirlo se prima non serviva coloro, dicendogli che erano venuti a bottega inanzi lui e che tanto sti mava i danari loro quanto quei di Lorenzo.
Alcuni giovani cittadini gli portarono un disegno, che egli facesse loro un ferro da sbarrare e rompere altri ferri con una vite, perch egli li sgrid dicendo: "Io non vo'far tal cosa, che non sono se non istrumenti da ladri e da rubare in casa altrui e da svergognar fanciulle, n sono cosa per me n per voi, i quali mi parete uomini da bene". Volsero che gli insegnasse chi far gli potesse altri che lui del mestiero, per che egli con villanie se li lev d'intorno. Non volse mai lavorare a'Giudei, dicendo loro che i danari loro erano fracidi e putivano. Fu persona del suo corpo bonissima e religiosa e di cervello fantastico et ostinato; n mai volse partir di Fiorenza, ma in quella visse e mor. Onde per le qualit sue l'ho giudicato degno di memoria. Ma, ritornando al Cronaca, egli condusse a fine questo palazzo, dove il Caparra fece tanti lavori et adornollo dentro di ordine corinzio e dorico con molta delicatezza di colonne, capitelli, cornici, finestre e porte. E le modanature delle cornici e d'ogni cosa, di somma bellezza e grazia furono dallo spirito del Cronaca consideratamente condotte. Le scale di dentro similmente sono bonissime e bellissime, e lo spartimento delle stanze  tale che, considerando il tutto, ogni bello ingegno troverr arte grandissima nella dispensazione delle stanze, comodit utilissima ne l'usarle, grandezza e maest nel vederle, ordine regolatissimo nelle misure e proporzione sopra tutto graziatissima all'occhio. Et insomma un lavoro fatto appresso con grandissima diligenzia, s quanto all'opera dello scarpello e s quanto allo averlo commesso insieme. Per il che merit e merita il Cronaca commendazione da qualunche persona conosce la bont dello operare suo. Et il palazzo fu   e sar sempre lodato per una delle pi belle fabbriche moderne che abbia Fiorenza.
Fece ancora la sagristia di Santo Spirito in Fiorenza, tempio in otto facce lavorato con garbata proporzione e con amorevolezza commessa ogni minima pietra. Sonvi ancora alcuni capitelli condotti dalla felice mano di Andrea dal Monte San Savino, che gli lavor in somma perfezzione. Similmente fece il ricetto della sagrestia, che  tenuta bellissima invenzione, se bene il partimento non  su le colonne ben partito. Fece Simone la chiesa di San Francesco dell'Osservanza su 'l poggio di San Miniato, e similmente tutto il convento di detti frati, il quale  cosa molto lodata e di bonissimo garbo condotta, le cappelle, le finestre e tutto quello che vi si vede. Nel palazzo della Signoria di Fiorenza nella sala del Gran Consiglio fece i cavalli di legno di pezzi per reggere il tetto, i quali sono tenuti mirabili, ingegnosi e stupendissimi, dove molta fama acquist. Eragli entrato in capo frenesia delle cose di fra'Girolamo Savonarola, nelle quali era tanto impazzito che altro che di quelle non voleva ragionare. Finalmente, essendo gi d'et d'anni LV d'una infirmit assai lunga si mor. E fu onoratamente sepolto nella chiesa di Santo Ambruogio di Fiorenza nel MDIX, e non dopo lungo spazio di tempo fu poi fatto per lui questo epitaffio:

CRONACA

VIVO; E MILLE, E MILLE ANNI, E MILLE ANCORA
MERC DE'VIVI MIEI PALAZZI, E TEMPI
BELLA ROMA VIVR L'ALMA MIA FLORA.

Ebbe il Cronaca un suo fratello scultore che si chiam Matteo, il quale stette con Antonio Rossellino allo scultore; e per aver una agilit dalla natura   nel disegno e buona pratica nel lavorar di marmo si aspettava universalmente che e'venisse a 'l colmo della perfezzione. Ma la morte sopragiugnendolo di et di XIX anni ce lo tolse, che non si pot vedere i frutti suoi se non acerbi, bench per la bont loro e'paressino certo maturi.

DAVID E BENEDETTO GHIRLANDAI

Pittori Fiorentini

Ancora ch'e'paia e strano et impossibile che, chi seguita un maestro eccellente in qualsivoglia professione, continuando quel tale studio, non divenga esso ancora eccellente e raro, tuttavolta e'si vede pure che i parenti, i fratelli et i figliuoli stessi delle persone singulari, ancora che e'si sforzino di seguitarle, tralignano grandemente da quelle, e non solo non le somigliano interamente, ma n vi si appressano ancora per lungo intervallo. Della qual cosa mi penso io che sia la cagione non il sangue e la prontezza dello spirito che in essi non sia, ma i troppi agi e le facult nelle quali allevati, coloro diventano il contrario di quello che arebbono a riuscire. Perch se eglino avessino esercitato lo ingegno che elli hanno ne gli studii a loro necessarii, come fece quel primo loro, e'non  dubbio che tali sarebbono stati essi ancora, quale il primo che elli imitarono. E di questo sono   tanti esempli antichi e moderni, che e'non accade provarlo altrimenti. E chi pure ne stessi sospeso, guardi David e Benedetto Ghirlandai, i quali avevano bonissimo ingegno, e non fecero, se ben poterono, quello che aveva fatto Domenico loro fratello. Perch sviati dopo la morte sua, l'uno ci  Benedetto and vagabondo e l'altro si mise a ghiribizzare il musaico.
Fu David molto amato da Domenico et am esso ancora Domenico sommamente, e la morte di lui tanto gli dolse che, mentre di lui ragionava sempre piangeva. Fin poi in compagnia di Benedetto suo fratello molte cose cominciate da Domenico, fra le quali  la tavola di Santa Maria Novella a Giovanni Tornabuoni da la parte di dietro, dove  la Resurressione di Cristo; et a gli allevati di Domenico fece finir la predella, che  sotto la figura del Santo Stefano, nella quale  una disputa di figure piccole, dipinta di man di Niccolaio, che per il molto studio dell'arte accec, il quale sarebbe venuto maestro veramente eccellente. Vi lavor ancora Francesco Granaccio et Iacopo del Tedesco. Cos a Benedetto suo fratello fece fare in detta opera la figura di Santo Antonino Arcivescovo di Fiorenza e la Santa Caterina da Siena; et in chiesa, in una tavola, una Santa Lucia lavorata a tempera con la testa d'un frate, vicino al tramezzo della chiesa.
Trasferissi poi Benedetto in Francia, dove fece molti ritratti di naturale et altre pitture, per il che con molti danari guadagnati si ridusse a Fiorenza, et ebbe dal re privilegi di potere andare inanzi et in dietro per tutta la Francia esente d'ogni dazio o gabella in merito e testimonio della sua virt. Fece ancor l'esercizio dell'armi, s come quello che si dilettava molto della milizia. Mor d'anni cinquanta e fu sepolto insieme con Domeni co. Ma David si dilett di lavorare in musaico, e ne fece in un quadro grosso di noce una Madonna con alcuni angeli intorno, per mandarla a 'l Re di Francia. E per avere comodit di vetri a suo modo e di legnami, dimor lungamente a Monte Aione, dove fece molte cose et alcuni vasi che furono poi donati a Lorenzo de'Medici Vecchio, e tre teste, una di Giuliano suo fratello in una tegghia di rame, l'altra di San Piero e l'altra di San Lorenzo, per saggio e testimonianza della sua virt. Visse onoratamente e da persona magnifica e lasci bonissime sustanzie. Pass di questa vita di anni LXXIIII per una malattia di febbre nel MDXXV e da Ridolfo suo fratello gli fu dato in Santa Maria Novella, in compagnia de gli altri fratelli, onorata sepoltura.

DOMENICO PULIGO

Pittore Fiorentino

Di grandissima maraviglia e di stupendissimo miracolo mi paiono molti nell'arte nostra, che nel continuo esercitare e praticare i colori, per uno instinto di natura e per uno uso di buona maniera presa da quegli senza disegno alcuno o fondamento dell'arte, conducono le cose loro a s fatto termine, che elle si abbattono molte volte ad essere s buone, che ancora che gli artefici di quelle non siano de'rari, elle sforzano gli uomini a tener conto di loro e delle fatiche spese da essi in tale esercizio. E nel vero e'si  visto   gi molte volte et in molti nostri pittori, che se coloro che hanno naturalmente bella maniera si vogliono esercitare con fatica e studio continovo, fanno l'opere loro pi vivaci e pi perfette che gli altri. Et ha tanta forza questo dono della natura che, bench e'trascurino e lascino gli studi di tale arte et altro non seguino che l'uso solo del dipignere e del maneggiare i colori con grazia e fumeggiata maniera, il buono tuttavolta in loro infuso dalla natura apparisce s nel primo aspetto delle opere loro, che elle mostrano tutte le parti eccellenti e maravigliose che sogliono minutamente apparire ne'lavori di que'maestri che noi tegnamo eccellenti e rari. E chi bramasse di questo una esperienza o testimonianza de'tempi nostri, guardi le cose di Domenico Puligo pittore fiorentino, et avendo notizia delle cose della arte, conoscer chiarissimamente quanto io ho detto. Costui seguitando la pittura con s buon gusto, nel dimorar che fece con Ridolfo Ghirlandaio apprese il colorito vaghissimo, e quello continu con maniera abbagliata, con perdere i contorni ne gli scuri de'suoi colori, che piacendogli dare alle sue figure una aria gentile, fece in sua giovent infiniti quadri con buona grazia e per Fiorenza e per mercatanti. Questi lavorati di buon garbo, furono cagione ch'egli si diede a i ritratti di naturale. E gli fece molto simili e molto vivi, e con essi bella pittura, come ancora ne fanno fede alcune teste di suo in casa Giuliano Scali. Diedesi appresso a fare opere grandi, e lavor una tavola a Francesco del Giocondo a una sua cappella, nella tribuna dello altar maggiore de'Servi in Fiorenza, dentrovi quando San Francesco riceve le stimite, cosa di colorito molto dolce e di morbidezza, lavorata magnificamente. E nel monistero di Cestello ad un Sagramen to, lavor a fresco due angeli; et in una cappella fece una tavola con molti santi, la quale di colorito e di morbidezza  simile all'altre cose sue. Gli fu da detti monaci fatto allogazione di lavorare alla Badia di Settimo in un chiostro tutte le storie de i sogni del Conte Ugo delle Sette Badie. E non molto dopo sul canto di via Mozza da Santa Caterina lavor un tabernacolo a fresco. Fece ad Anghiari in una compagnia un Deposto di Croce, il quale fu tenuto dell'opere sue la migliore. E perch egli era persona che attendeva pi a'quadri di Nostre Donne et a'ritratti et alle teste che a opere grandi, consum il tempo in quelle. Ma se Domenico avesse seguitato le fatiche dell'arte e non i piaceri del mondo, arebbe senza alcun dubbio fatto infinito profitto in tal mestiero; perch egli si vede che Andrea del Sarto, amico e domestico suo, in alcune cose di disegno lo soccorse, dove ben si pare che ci fosse il disegno buono et il colorito perfetto, per che egli corrotto da un suo uso di non molta fatica nelle cose, lavorava pi per fare opere che per fama. E ci fu cagione ch'egli continuo praticava con persone allegre e con musici, alcune femmine e certi suoi amori seguendo. E per venendo la peste l'anno MDXXVII, praticando in casa alcune sue innamorate, da esse ne guadagn la peste e la morte. E da uno amico poi questo distico:

Esse animum nobis coelesti e semine et aura,
Hic pingens, passim credita, vera docet.

Fin il corso della vita sua d'anni LII. Furono i colori per lui s con unita maniera adoperati, che pi per questo merita lode che per altro. Rimasero molti discepoli suoi, fra gli altri Domenico Beceri fiorentino, il quale i colori pulitissimamente adoperando con bonissima maniera conduce l'opere sue.  

ANDREA DA FIESOLE

Scultore

Egli non manco avviene a gli scultori la pratica ne'ferri ch'a i pittori la pratica ne'colori, e si veggono queste arti procedere di parit. Ch se molti fanno di terra bene, di marmo non conducono, e quegli ancora che lavorano bene il marmo, non hanno alcun disegno, salvo che nella idea un non so che di buona maniera, la imitazione della quale si trae da certe cose ch'al giudicio piacciono et alle cose che si fanno viene quel pensiero di esprimerle nello imitare. A me pare gran maraviglia vedere alcuni scultori che niente disegnano in carta, e coi ferri conducono le cose loro; come fece Andrea da Fiesole scultore in tutte l'opere sue, le quali pi condusse per pratica e per risoluzione avuta ne i ferri che per disegno o per intelligenza, che in tal mestiero egli avesse gi mai. Impar da Michele Maini da Fiesole che nella Minerva di Roma fece di marmo il San Sebastiano tanto lodato ne'tempi suoi; e fu Andrea nella sua giovanezza intagliatore di fogliami, et appoco appoco lavorando il marmo si mise alle figure, come ne fanno vero testimonio l'opere sue lavorate in diversi luoghi. Nelle quali non ci distenderemo molto perch pi da pratica che da arte sono lavorate. Nondimeno egli vi si conosce una risoluzione et un gusto di bont molto lodevole. E nel vero se tali artefici, con la pratica e col giudicio che hanno, accompagnassero il fon damento del disegno, vincerebbono di eccellenza tutti coloro che, disegnando perfettamente di continuo, quando vengono a lavorare il marmo lo graffiano, e con istento in mala maniera lo conducono, solo per non avere le pratiche ne'fini.
Le opere di Andrea furono lavorate e poste nella chiesa principale della canonica di Fiesole, una tavola di marmo con tre figure tonde, appoggiata nel mezzo alle due scale che per andare al coro di sopra si monta; et ancora in San Girolamo di Fiesole un'altra tavolina di marmo, la quale  murata nel tramezzo della chiesa di detto luogo. Avvenne che l'anno che 'l Cardinale Giulio de'Medici vicecancelliere governava in Fiorenza, erano scultori e vecchi e giovani di sofficienza eccellenti; e venuto in considerazione a gli operai di Santa Maria del Fiore di far lavorare di marmo gli Apostoli, che per la sagra di tal chiesa furono dipinti da Lorenzo di Bicci, furono allogate cinque figure di marmo: una a Benedetto da Maiano, una a Iacopo Sansovino allora giovane, una a Michele Agnolo Buonaroti, una a Baccio Bandinelli, e similmente una ad Andrea da Fiesole; acci la gara e la concorrenza di tutti dovesse essere sprone a quegli. Per il che Andrea cominci tal figura ch'era di quattro braccia, e quella con bella pratica e giudicio pi che disegno rese finita. Dove acquist lode non quanto gli altri, ma grado di buono e pratico maestro; e per questo di continuo lavor nell'opera mentre che visse, et in quella fece la testa di Marsilio Ficino, ch' posta in Santa Maria del Fiore da la porta della canonica. Fece ancora una fonte di marmo, che fu tenuta lodatissima, la quale si mand al Re d'Ungheria, e grande onore gli fece. Attese assai alle cose di quadro. E perch egli era persona molto modesta e da bene, quietamente vivere si contentava; onde   fu molto amato e stimato da quei che lo conobbero. Prese a fare la sepoltura di Messer  Antonio Strozzi, la quale da Madonna Antonia de'Vespucci sua consorte fu fatta finire, che ne le figure di essa, per la vecchiezza di lui, due agnoli furono lavorati per Maso Boscoli da Fiesole suo creato, il quale molte opere ha condotte et a Roma et altrove; e similmente per Silvio da Fiesole suo creato la Nostra Donna che si ci vede. La quale opera rimase a mettersi su, intervenendo la morte di lui l'anno MDXXII; per il che Silvio la pose in opera. Il quale seguitando l'arte della scultura con fierezza straordinaria ha molte cose lavorato bravissimamente e bizzarrissimamente finito con un modo di pratica e con disegno nel marmo con l'essempio di natura in esso fatti s leggiadri, che nel vero di gagliardezza la sua maniera ha passati infiniti, massimamente in bizzarrie di cose alla grottesca, come si vede ancora in Santa Maria Novella nella cappella de'Minerbetti una sepoltura, nella quale sono alcuni cimieri e targhe benissimo condotte. Fece in Pisa allo altar maggiore due angeli di marmo, che sono su due colonne; et a Monte Nero vicino a Livorno lavor una tavola ne'frati Giesuati. Fece la sepoltura di Messer  Rafaello Volterrano in Volterra; et a Milano, a Genova et a Padova et in molti altri luoghi per Italia appariscono opere sue. E certo se la morte non gli toglieva cos tosto la vita, arebbe fatto di s cose maravigliose, per lo spirito che dava pronto all'opre da lui fatte. Il quale s come pass Maestro Andrea di magisterio, arebbe ancora vivendo avanzato molti altri. Fin il corso della vita sua d'et d'anni XXXVIII, l'anno MDXL. E gli fu fatto questo epitaffio:

S- LA PRATICA E 'L STVDIO A'DVRI SASSI
CO IL FERRO VSAI, CHE DOLCI GLI RENDEI,  
MA LO SPIRTO MAI DAR NON GLI POTEI
CHE BEN MOSSO CON QVELLO ARIANO I PASSI.

Fior ne'tempi di Andrea un altro scultore fiesolano detto il Cicilia, il quale fu persona molto pratica; e vedesi di suo nella chiesa di S. Iacopo in Campo Corbolini di Fiorenza la sepoltura del cavaliere de'Tornabuoni, la quale  stata molto lodata; oltre a costui fu uno Antonio da Carrara scultore rarissimo, che se ne and in Palermo e fu trattenuto da 'l Duca di Monte Lione di casa Pignatella, napolitano e Vicer di Sicilia, e le statue che e'fece a questo signore sono tre Nostra Donna in tre diversi atti, poste in su tre altari diversi nel Duomo di Montelione in Calabria, et altre storie in Palermo, tutto di marmo. Tolse moglie et ebbe figliuoli, de'quali ce ne  oggi uno scultore non meno eccellente che suo padre.

VINCENZIO DA SAN GIMIGNANO

Pittore

Quanto obligo debbono avere gli scultori e pittori alla aria di Roma, et a quelle poche antiquit che la voracit del tempo e la ingordigia del fuoco mal grado loro vi hanno lasciato, con ci sia che ella uno altro spirito in corpo forma, et in uno altro gusto lo appetito converte. Atteso che infiniti si sgannano da una vana pazzia un tempo seguitata, i quali nel vedere le mirabili fatiche di tanti antichi e moderni artefici che v'hanno operato, i passati errori   abbandonano e, seguitando le vestigie di coloro che trovarono la buona via, conducono le cose loro a perfezzione di una bella maniera, et imitando quel buono che e'veggono, sono cagione che quegli che vi stanno fanno il medesimo. Come veggiamo che fece Vincenzio da San Gimignano pittore, il quale ne lo accostarsi al grazioso Rafaello da Urbino, fu di quegli che lavorarono nelle logge papali. Onde gli avvenne che, piacendogli molto quella terribilit del chiaro oscuro, che lavoravano nelle facciate delle case Maturino e Polidoro, si mise ancor egli in animo di seguir l'orme loro. Per il che fece in Borgo dirimpetto al palazzo di Messer  Giovan  Batista da l'Aquila una facciata di terretta, nella quale in un fregio figur le nove Muse con Apollo in mezzo, e sopra vi condusse alcuni leoni, impresa del papa, i quali sono tenuti bellissimi. Aveva Vincenzio la sua maniera diligentissima, et era molto grato nello aspetto delle figure e morbido nel suo colorito, e di continuo imit la maniera del grazioso Rafaello, come si vede ancora nel medesimo Borgo dirimpetto al palazzo del Cardinale d'Ancona una facciata a una casa, dove Vulcano fabbrica le saette a Cupido, con alcuni ignudi bonissimi et altre storie e statue, le quali lo renderono non meno stimato ch'egli si fosse nell'arte valente. Fece ancora su la piazza di San Luigi de'Franzesi in Roma una facciata, nella quale infinitissime storie sono da lui dipinte: la morte di Cesare et un trionfo della Giustizia, con un fregio di battaglie di cavalli, dalla dotta mano di Vicenzio lavorati e condotti. Et in tale opera vicino al tetto fra le finestre alcune Virt, con molto bella maniera lavorate e finite. Similmente la facciata de gli Epifani dietro alla Curia di Pompeo; e vicino a Campo di Fiore, dove fece quando i Magi seguono la stella, cosa lo datissima; et altri infiniti lavori per quella citt, la quale merc dell'aria e del sito, i begli ingegni di continuo ha fatto operare.
Cos in bonissimo credito in quella citt venuto, successe l'anno MDXXVII la furia e la ruina del sacco. Per il che dolente oltra modo, a San Gimignano sua patria tornare gli convenne. Laonde fra i disagi patiti e lo amore dell'arte mancatogli, non essendo pi fra tanti divini ingegni e fuor dell'aria che i belli ingegni alimenta e fa fare cose rare, in quella terra fece opere di facciate e d'altro, che non le conter parendomi coprire ogni lode che in Roma s'aveva acquistato. Basta che si vede espressamente che le violenzie deviano forte i pellegrini ingegni da quel primo obietto, e li fanno torcere la strada in contrario. Come si vede che fecero ancora a un suo compagno chiamato Schizzone, il quale fece in Borgo alcune cose lodate, e cos in Campo Santo di Roma et in Santo Stefano de gli Indiani; e 'l poverino ancor egli dalla poca discrezione de'soldati fu fatto deviare da l'arte, e di l a poco tempo vi perd ancora la vita. Ma per tornare a Vicenzio, essendo egli gi venuto in et de gli anni della vecchiaia, in San Gimignano di mal di febbre fin la vita l'anno MDXXXIII.

ANDREA DAL MONTE SANSOVINO

Scultore et Architetto

I buoni ingegni et i doni che 'l cielo comparte alle persone che teniamo rare, sono sempre con stravagante e raro modo da noi scoperti e da loro con bizzarri e straordinarii andari, continuamente poi messi in opera; ma s cariche di sapere si dimostrano le cose loro, s per il fatto e s per lo studio, ch'elle fanno ammirare ogni intelletto saputo. Atteso che in ogni loro azzione traboccano di quel soverchio sapere, il quale senza benigno influsso de'cieli, per se medesimo non si acquista. Con ci sia cosa che il loro affaticarsi accresce grazia e bont nella virt d'essi che, aguzzando e dirugginando, puliscono l'ingegno s fattamente, che e'ne sono tenuti perfetti e maravigliosi fra tutti gli altri. Come veggiamo al presente in Andrea di Domenico Contucci dal Monte San Savino, il quale nato di poverissimo padre, lavoratore di terre, idiota in ogni sua azzione, fu levato da guardare gli armenti. E se bene egli fu di nascita umilissimo, fu per di concetti tanto alti, d'ingegno s raro e d'animo s pronto, che ne i ragionamenti de le difficult della architettura e della prospettiva, nel suo tempo non fu mai il pi nuovo e 'l pi sottile cervello, n chi rendessi i dubbii maggiori, pi chiari et aperti, che faceva egli. Laonde furono tali i meriti suoi, che da ogni raro maestro fu tenuto singularissimo nelle dette   professioni.
Dicono che Andrea nacque l'anno MCCCCLXXI e che nella sua fanciullezza mentre che guardava gli armenti gli disegnava sopra il sabbione, e talora di terra formandoli, gli ritraeva eccellentemente. Avenne che un cittadin fiorentino, il quale credo che fosse Simone Vespucci, and podest del Monte mentre che Andrea faceva queste cose; e veduto questo fanciullo e saputa la sua inclinazione, oper con Domenico Contucci padre di quello che a Fiorenza in casa sua lo lasciasse, perch deliberava vedere dove la natura e lo studio conducessino questo ingegno. Per che Andrea che vivissimo era e di ci contentissimo, pi che volentieri prese quello essercizio. Onde Simone lo pose alla arte con Antonio del Pollaiuolo, e tanto persever in quella, che in pochi anni divenne bonissimo maestro. Come in casa Simone al Ponte Vecchio si vede ancora per un cartone di Cristo a la colonna fatto da esso, e due teste mirabili di terra cotta ritratte da medaglie antiche, l'uno  Nerone e l'altro Galba Imperatori, i quali teneva per ornamento sopra un camino. Avvenne che egli fece in Fiorenza una tavola di terra cotta per la chiesa di Santa Agata dal Monte San Savino, dove  San Lorenzo et altri santi e storie picciole del detto, benissimo lavorate. Et indi a poco tempo fece la tavola di terra cotta, dentrovi l'Assunzione di Nostra Donna, Santa Agata, Santa Lucia e San Romoaldo, che fu invetriata in Fiorenza per quegli della Robbia. Seguit l'arte della scultura con ogni studio e con ogni fatica. E nella sua giovanezza fece per Simon Pollaiuolo altrimenti il Cronaca due capitelli di pilastri per la sagristia di Santo Spirito, dove egli acquist grandissima fama. E fu tal lavoro tanto tenuto in pregio, che egli fu allogata la cappella del Sacramento di   Santo Spirito per li Corbinelli, la quale egli lavor con tanta diligenzia, imitando ne'bassi rilievi Donato e gli altri artefici eccellenti, che non volle risparmiare difficult nessuna n fatica per farsen onor come fece. Per che chi considerer il finimento e la pulitezza con la pazienzia di Andrea, scorger lo amore che i belli ingegni portano alle bont et a i meriti di ogni sorte di virt. Ebbe tanta forza questa opera per le lode che ne trasse, che il Magnifico Lorenzo Vecchio de'Medici lo mand con favore straordinario a 'l Re di Portogallo, dove e'fece molte opere di scultura, e parimente d'architettura. E l'une e l'altre s egregie e tanto lodate, che da quel re ne ebbe premii assai onorati e da'popoli lode infinite.
Ritorn poi a Fiorenza nel MD. E cominci di marmo un S. Giovanni che battezzava Cristo, per mettersi sopra la porta del tempio di San Giovanni, verso la Misericordia; ma non fu finito da lui, percioch egli fu condotto a Genova, dove fece due figure di marmo, un Cristo et una Nostra Donna, o vero San Giovanni, le quali veramente sono lodatissime. Fu poi condotto a Roma da Papa Giulio II e gli fu fatto allogazione di due sepolture di marmo poste in Santa Maria del Popolo, delle quali una fu fatta per il Cardinale Ascanio Sforza e l'altra per il Cardinale di Ricanati, strettissimo parente del papa. Le quali opere s perfettamente fin Andrea, che pi desiderare non si potrebbe, se nate non che lavorate fossero; cos sono elleno di nettezza, di bellezza e di grazia ben finite e ben condotte. In quelle si scorge la osservanzia e le misure dell'arte, e quivi si conosce quanto fosse il valore di Andrea nelle figure da lui con sommo amor lavorate. Fra le quali si vede una Temperanzia che ha in mano uno oriuolo da polvere, tenuta cosa molto di vina, la quale per la sua bont veramente apparisce antica pi che moderna. Et avvegna che altre siano parimente simili a questa, ella nientedimanco per la attitudine  molto pi vaga. Oltra che e'non si pu desiderare o imaginar meglio d'un velo postole intorno, lavorato da lui con tanta bellezza e con tanta leggiadria, che il vederlo solo  miracolo. Fece di marmo in Santo Agostino di Roma, in un pilastro a mezzo la chiesa, una Santa Anna che tiene in collo la Nostra Donna con Cristo di misura poco minore al vivo, e con molta bont e finezza  lavorata questa opra, la quale fra le moderne figure si pu tenere divina. Perch si vede una vecchia viva con allegrezza formata et una Nostra Donna finita con somma grazia e bellezza, similmente al fanciullo Cristo nessuno mai di marmo fu condotto simile a quello di perfezzione e di leggiadria. E merit tale opera che molti anni si appiccassero sonetti e versi latini in lode sua, come i frati di quel luogo possono mostrare un libro di ci, il quale io ho veduto. E nel vero ebbe ragione il mondo di farlo, percioch non pu questa opera tanto lodarsi che basti, per vedersi in essa panni, dalla delicata mano di Andrea condotti di sorte che meglio di lui non  chi abbia in tal genere lavorato, con tante belle discrezioni e girar di pieghe e dolcezza di ammaccature.
Crebbe tanto la fama sua, che Leon X si risolse fare a Santa Maria di Loreto l'ornamento della camera di Nostra Donna di marmi lavorati, per il che dopo a Bramante, che aveva cominciato l'architettura di ornamento bellissimo, Andrea seguitando fu dal papa constituito capo per tale opera, finch egli visse, la quale lasci prima che morisse in buon termine. Fecevi due storie che sono finite: in una la Annunziata, nella quale strafor talmente alcuni fan ciulli et angeli, che maravigliosa cosa  a vedere le belle fatiche da Andrea, lavorate nella difficult della scultura, nell'altra storia fece la Nativit della Madonna, nella quale sono figure bellissime et ornatissime. Fecevi infinite altre fatiche, et ancora diede infiniti disegni per tutta quella fabbrica. Aveva di vacanzia l'anno IIII mesi per suo riposo, i quali consumava in agricultura al Monte sua patria, e per le cure famigliari e per interesse di s e de gli amici suoi. Dove in quel castello fece fabbricare per s una comoda casa, e vi comper molti beni stabili e tanto lo onorarono i suoi terrazzani che e'fu continuamente tenuto il primo della sua patria mentre che e'visse. A'frati di Santo Agostino di quel luogo fece fare un chiostro, che per picciolo ch'e'sia,  molto bene inteso, avvenga ch'egli non  quadro per le mura, ch'erano fabbricate nel vecchio; onde lo ingegno d'Andrea lo ridusse nel mezzo quadro, et ingrossando i pilastri ne'cantoni, fece tornarlo, sendo sproporzionato, in buona e giusta proporzione. Disegn a una Compagnia ch' in tal chiostro, intitolata di Santo Antonio, una bellissima porta, di componimento dorico; e similmente il tramezzo della chiesa di Santo Agostino et il pergamo di quella; e fece fare nello scendere, per andare a la fonte fuor d'una porta verso la pieve vecchia a mezza costa, una cappelletta per li frati, ancora che non n'avessero voglia. E fece infiniti altri disegni di palazzi, di case e di fortezze, come in Arezzo a Messer  Pietro, astrologo peritissimo, fece il disegno della sua casa. Avvenne che condottosi egli gi al termine d'anni LXVIII come persona che mai non stava indarno, si mise a tramutare in villa certi pali da luogo a luogo; per il che di quella fatica riscaldato in breve tempo di male di febbre si mor nel MDXXIX. Et   ancora che per lui si facessero molti epitaffii in diverse lingue, basteranno questi due soli:

SANSOVII AETERNVM NOMEN TRIA NOMINA PANDVNT:
ANNA, PARENS CHRISTI, CHRISTVS ET ORE SACRO.

SI POSSENT SCVLPI MENTES VT CORPORA COELO,
HVMANVM POSSEM VEL REPARARE GENVS.
HVMANAS ENIM SCVLPO QVASCVMQVE FIGVRAS
ESSE HOMINES DICAS, PARS DATA SI ILLA FORET.

Dolse la morte sua per l'onore alla patria e per lo utile a tre suoi figliuoli maschi et alle femmine ancora. E non  molto tempo che Muzio Camillo, uno de'tre predetti figliuoli, il quale nelli studii delle buone lettere riusciva ingegno bellissimo, gli and dietro con molto danno della sua casa e con doglia grandissima de gli amici. Fu Andrea, oltra la professione della arte, persona invero assai segnalata; percioch'egli ne'discorsi era prudente e d'ogni cosa ragionava benissimo. Era molto provido e costumato in ogni sua azzione, amicissimo de'filosofi e filosofo naturalissimo. Attendeva alle cose della cosmografia, e lasci a'suoi alla morte alcuni disegni e scritti di lontananze e di misure. Era di statura alquanto piccolo, ma benissimo complessionato e formato. I capegli suoi erano distesi e molli. Aveva gli occhi bianchi, il naso aquilino, la carne bianca e rubiconda, et aveva la lingua alquanto impedita o non bene sciolta. Furono discepoli suoi Lionardo del Tasso fiorentino, il quale in Santo Ambruogio sopra la sepoltura loro fece un San Sebastiano di legno, e similmente lavor di marmo la tavola alle monache di Santa Chiara; et Iacopo Sansovino fiorentino, cos no minato dal suo maestro, il quale in Fiorenza fece a Giovan Bartolini un Bacco di marmo, ch' tenuto miracolosissimo e la pi bella opera di grazia e di maniera, che per tale effetto ne'moderni sia stata lavorata. Fece nell'opra di Santa Maria del Fiore il San Iacopo Apostolo, figura mirabile; et a Roma et ultimamente a Vinegia ha paragonato e di bella maniera passato Andrea suo maestro. Per il che le mirabili virt sue hanno meritato, che la signoria di Vinegia lo onori e con provisione lo trattenga, acci con la bellezza del suo ingegno possa fare onorate e pregiate opere, come fece Andrea suo maestro. Il quale all'arte dell'architettura aggiunse molti termini di misure et ordini di tirar pesi et un modo di diligenzia, che non s'era per inanzi a lui usato in quel modo; e nell'altra condusse a una perfezzione il marmo nel lavorarlo, che nessuno meglio le difficult di quello con la facilit come Andrea ha lavorato, onde fra gli artefici ha ottenuto lode di mirabilissimo ingegno e benefattore di tali esercizii.  

BENEDETTO DA ROVEZZANO

Scultor Fiorentino

Gran dispiacere mi penso che sia a tutti coloro che lavorano cose ingegnose quando, sperando godersi le loro fatiche nella vecchiezza e credendo poter veder le prove e le bellezze de gli ingegni che fioriscono nelle sculture e nelle pitture, per potere conoscere quanto di perfezzione abbia quella parte che hanno esercitata la mala sorte del tempo e la cattiva complessione, o vero il difetto dell'aria, toglie loro il lume de gli occhi, di maniera ch'e'non possono come prima conoscere n la perfezzione n il difetto di quegli che vivendo oprano in tal mestiero. E molto pi mi credo gli attristi il sentire le lode de'nuovi, non per invidia gi, ma per non potere essi ancora essere giudici, se quella fama viene a ragione. E di questo che io dico si pu certo far conghiettura nel morto per l'arte et ancor vivo per la vita Benedetto da Rovezzano, il quale  stato tenuto molto pratico e valente scultore, come fanno fede l'opere che si veggono di lui in Fiorenza, nelle quali di diligenza e di campare il marmo spiccato ha fatto cose maravigliose. Dicono che lavor tutti i fogliami che sono intorno alla sepoltura, che nel Carmino fu fatta per Piero Soderini e messa alla cappella maggiore. Fece in Santo Apostolo di Fiorenza sopra le due cappelle di Messer  Bindo Altoviti, dove   Giorgio Vasari aretino lavor la tavola della Concezzione, la sepoltura di Messer  Oddo Altoviti, con una cassa piena di fogliami bellissima. Et ancora nell'opera di Santa Maria del Fiore fece uno Apostolo a concorrenza di Iacopo Sansovino, Andrea da Fiesole, Baccio Bandinelli e gli altri, che  bellissimo e con pulitissima maniera lavorato, onde merit lode e n'acquist grandissima fama. Poi prese a fare per il corpo di San Giovanni Gualberto la sua sepoltura, cosa bellissima, e la lavor al Guarlone sopra San Salvi; et in quella fece infinite storie de le faccende di lui lavorate con molta pazienzia. E continuando abbozz un numero di figure tonde, grandi quanto il vivo, che per le ruine delle guerre e da'frati per il loro generale rimasero imperfette. And in Inghilterra, et infinito numero di cose di metallo fece a quel re, massimamente la sepoltura sua. Et a Fiorenza ritornato fin molte altre cose avvegna che piccole. Accadde poi che, lavorando ancora di metallo il fuoco, gli tolse il lume de gli occhi, di maniera che n bagni, n altre medicine non l'hanno mai potuto guarire. Onde vecchio e cieco per lui l'opere finirono l'anno MDXL. Per il che di lui si legge questo epigramma:

IVDICIO MIRO STATVAS HIC SCVLPSIT ET ARTE
TECVM ET COLLATVS IVRE, LYSIPPE, FVIT.
ASPERA SED FVMI NVBES QVAM FVSA DEDERVNT
AERA, DIEM MISERIS ORBIBVS ERIPVIT.

E gli  venuto a proposito lo avere conservato il frutto delle sue fatiche nella arte, perch ci lo mantiene al presente in tanta quiete, che e'sopporta pazientissimamente tutto lo insulto della fortuna. E chi conoscer le fatiche da lui fatte nelle sculture, lo amore e 'l tempo messo alle cose di marmo, vedr che egli con ogni diligen za, pi per piacere che per alcun prezzo, ha esercitato queste arti, che e vivo e morto lo terranno appresso a i begli ingegni di continuo in perpetua venerazione. Si  medesimamente dilettato delle cose di poesia, et  stato non meno vago di poeteggiare cantando, che di fare statue co'mazzuoli e con gli scarpelli lavorando, onde gli diamo lode egualmente in tutte due le virt.

BACCIO DA MONTE LUPO

Scultore

Quanto manco pensano i popoli che gli straccurati delle stesse arti che e'voglion fare, possino quelle gi mai condurre ad alcuna perfezzione, tanto pi contra il giudizio di molti impar Baccio da Monte Lupo l'arte della scultura.
E questo gli avvenne perch nella sua giovanezza sviato da'piaceri quasi mai non istudiava; et ancora che da molti sgridato e sollecitato, nulla o poco stimava l'arte. Ma venuti gli anni della discrezione, i quali arrecano il senno seco, gli fecero subitamente conoscere quanto egli era lontano da la buona via. Per il che, vergognatosi da gli altri, che in tale arte gli passavano inanzi, con bonissimo animo si propose seguitare et osservare con ogni studio quello che con la infingardaggine sino allora aveva fuggito. Questo pensiero fu cagione ch'egli fece nella scultura que'frutti, che la credenza di molti da lui pi non aspettava.
Diedesi dunque alla arte con tut te le forze sue et esercitandosi molto in quella, divent eccellente e raro.
Mostronne saggio in una opera di pietra forte lavorata di scarpello, in Fiorenza sul cantone del giardino appiccato col palazzo de'Pucci; che fu l'arme di papa Leone X, dove son due fanciulli che reggono tale arme, con bella maniera e pratica condotti.
Fece uno Ercole per Pier Francesco de'Medici, e fugli allogato per l'arte di porta Santa Maria una statua di San Giovanni Evangelista per farla di bronzo; la quale prima che avesse, ebbe assai contrarii, perch molti maestri fecero modelli a concorrenza.
La quale figura fu posta poi sul canto di San Michele in Orto, dirimpetto all'ufficio.
Fu questa opera finita da lui con somma diligenzia. Dicesi che, quando egli ebbe fatto la figura di terra, chi vide l'ordine delle armadure e le forme fattele addosso, l'ebbe per cosa bellissima, considerando il bello ingegno di Baccio in tal cosa. E quegli che con tanta facilit la videro gettare, diedero a Baccio il titolo di avere con grandissima maestria saldissimamente fatto un bel getto.
Le quali fatiche durate in quel mestiero, nome di buono anzi di ottimo maestro gli diedero, et oggi pi che mai da tutti gli artefici  tenuta bellissima questa figura. Diedesi a lavorare di legno, intagliando crocifissi grandi quanto il vivo, perch infinito numero per Italia ne fece, e fra gli altri uno a'frati di San Marco in Fiorenza sopra la porta del coro.
Questi tutti sono ripieni di bonissima grazia; ma pure ve ne sono alcuni molto pi perfetti de gli altri, come quello delle monache Murate di Fiorenza et in S. Pietro Maggiore un altro non manco lodato di quello. Et a'monaci di Santa Fiora e Lucilla un altro che lo locarono sopra l'altar maggiore nella loro badia in Arezzo, che  tenuto molto pi bello de gli altri.
Nella   venuta di Papa Leone in Fiorenza, fece Baccio alla badia di Fiorenza uno arco trionfale bellissimo di legno e di terra, e fece molte cose piccole che sono smarrite per Fiorenza per le case de'cittadini.
Ma venutogli a noia lo stare a Fiorenza, trasferendosi a Lucca, lavor molte opere di scultura e d'architettura in quella citt, dove molto pi attese alle fabbriche che alle sculture. Et infra queste il bello e ben composto tempio di San Paolino, avvocato de'Lucchesi, con buona e dotta intelligenza di dentro e di fuori ornato.
E dimorando continuo in quella citt fino agli anni della et sua LXXVIII, fin il corso della vita, et in San Paolino predetto gli fu data onorata sepoltura da quegli ch'esso aveva onorato in vita.
Fu coetaneo di costui Agosto Milanese, scultore et intagliatore molto stimato, il quale in Santa Marta di Milano cominci la sepoltura di Monsignor de Foys, oggi rimasta imperfetta; nella quale si veggono ancora molte figure grandi e finite e mezze fatte et abbozzate, con assai storie di mezzo rilievo in pezzi e non murate, con copia grandissima di fogliami e di trofei. Et un'altra sepoltura finita e murata in San Francesco, fatta a'Biraghi, con sei figure grandi et il basamento storiato, con altri bellissimi ornamenti che fanno fede chiarissima de la pratica e maestria d'uno artefice s valoroso.
Lasci Baccio alla morte sua figliuoli di s, fra i quali fu Rafaello, che attese alla scultura come suo padre, il quale non solo paragon Baccio nell'opere, ma di gran lunga, mirabilissimamente lo vinse.
Dolse molto la sua morte a'cittadini lucchesi, avendolo essi conosciuto giusto, buono e delle persone nobili serventissimo e molto verso gli artefici amorevole, massimamente onorando et ornando la patria loro, la cui fama in Lucca non manco vive ora che egli  mor to che si facesse con esso loro, mentre che in vita operava. Furono l'opere di Baccio lavorate nel MDXXXIII. Fu suo grandissimo amico e da lui impar molte cose Zaccheria da Volterra, che in Bologna molte opere fece lavorate di terra cotta, delle quali alcune ne sono nella chiesa di San Giuseppo.
LORENZO DI CREDI

Pittor Fiorentino

Sforzasi la natura donare ad alcuni il medesimo amore nelle loro azzioni, ch'ella suole usar nelle piante e nelle altre sue creature, che con infinita diligenzia diligentemente conduce al desiderato fine. E chi mira le stravanganze dell'erbe, l'artificio e la diligenzia con che la natura di continovo le mantiene, e con che arte et amorevolezza le conduce al fiorire et al far frutto, non stupir nel vedere l'opre di Lorenzo di Credi pittore finite da lui con infinitissima pazienzia. Era costui persona certo diligentissima e pulitissima nell'opre ch'e'fece quanto nessuno altro che in Fiorenza sia stato per lo a dietro. Fu compagno, caro amico e molto dimestico di Lionardo da Vinci, che insieme, sotto Andrea del Verrocchio, lungo tempo impararono l'arte. Vedesi il lavorare a olio di Lorenzo essere stato cagione che la pulitezza del tenere i colori e del purgare gli olii, coi quali lavorava le pitture, le fanno parere men vecchie che quelle de gli altri pi pratichi, i quali furono al tempo suo, come   ne fa fede in Cestello una tavola, dentrovi una Nostra Donna, San Giuliano e San Niccol, cosa incredibile a vedere l'amore che Lorenzo in questa opera mostr portare all'arte, per l'infinita diligenza che us in quella.
Lavor in sua giovenezza in Orto San Michele, in un pilastro, un San Bartolomeo. Alle monache di Santa Chiara in Fiorenza, dipinse una tavola della Nativit di Cristo con alcuni pastori et angeli, dove spese grandissimo tempo in fare erbe contraffatte da 'l vivo, e similmente nell'altre figure mise tempo e fatica straordinaria. Nel medesimo luogo  il quadro d'una Maddalena in penitenzia et un altro quadro appresso. In casa Messer  Ottaviano de'Medici fece un tondo d'una Nostra Donna, e per molte altre case di cittadini, tondi di Nostra Donna et altri lavori. In S. Friano fece una tavola, et in S. Matteo dell'ospedal di Lemmo lavor alcune figure. In Santa Reparata un quadro dell'Angelo Michele; e per Fiorenza fece molte altre pitture come la tavola della Compagnia dello Scalzo fatta con la solita diligenzia. Per il che Lorenzo, che di patrimonio e di guadagno alcuna cosa s'avea messo da canto, non curandosi molto di lavorare si commesse in Santa Maria Nuova di Fiorenza, traendone la stanza e de vivere tanto che fin alla morte gli poteva bastare. Laonde datosi alle cose di fra'Girolamo, si trattenne continovamente come uomo onesto e di buona vita. Era molto amorevole verso gli artefici, e sempre che poteva giovarli nelle occorrenzie, lo faceva molto volentieri. E finalmente venuto gi in et d'anni LXXVIII si mor di vecchiezza, e fu sepellito in San Pier Maggiore l'anno MDXXX. Fu tanto finito e pulito ne'suoi lavori, che ogni altra pittura a comparazione di quelli, parr sempre abbozzata e poco netta. Laonde meritamente gli fu fatto questo epigramma:  

ASPICIS VT NITEANT INDVCTO PICTA COLORE
ET COMPLETA MANV PROTINVS ARTIFICIS.
QVICQVID IN EST OPERI INSIGNI CANDORIS ET ARTIS,
LAVRENTI EXCELLENS CONTVLIT INGENIVM.

Lasci molti discepoli, e fra gli altri, Giovanantonio Sogliani e Tommaso di Stefano fiorentini, i quali di pulitezza e di diligenzia lo hanno sempre molto imitato.

BOCCACCINO CREMONESE

Pittore

Quando i popoli cominciano ad inalzare col grido alcuni pi eccellenti nel nome che ne'fatti, egli  difficil cosa potere, ancora che a ragione, abbattergli con le parole, sino a che l'opere stesse contrarie al tutto a quella credenza, non discuoprono quello che e'sono. E certo che il maggior danno che a gli altri uomini faccino gli uomini, sono le lode che si donano troppo presto a gli ingegni che si affaticano nello operare; perch facendoli gonfiare acerbi, non gli lasciano andare pi avanti, e non riuscendo poi le opere di quella bont che elle si aspettavano, accorandosi di quel biasimo, si disperano in tutto de l'arte. Laonde coloro che sani sono, debbono assai pi temer le lodi che il biasimo, perch quelle adulando ingannano, e questo scoprendo il vero insegna. Non ebbe questa avvertenza Boccaccino Cremonese, il quale in Cremona e per tutta Lombardia, acquist fama di raro   e d'eccellente maestro, perch furono molto predicate in Roma le lodi di lui; laonde egli volse vedere l'opere di Michele Agnolo e, spinto dalla fama di quel che udito n'aveva, se ne venne in Roma; e vedutele, furono talmente da lui abbassate in parole, che la cappella di Santa Maria Traspontina gli fu allogata a dipignere. La quale opera finita e scoperta, chiar tutti coloro che, pensando che passar dovesse il cielo, non lo videro pur aggiugnere al palco de gli ultimi solari delle case. Perch veggendo i pittori di Roma quella Incoronazione di Nostra Donna, che fatta aveva in tale opera con alcuni fanciulli volanti, cambiarono la maraviglia in riso. Onde egli di Roma si part e, tornatosene a Cremona, quivi continu l'arte. E dipinse nel duomo sopra gli archi di mezzo tutte le storie della Madonna, che  una opera molto stimata in quella citt. Costui insegn l'arte ad un suo figliuolo chiamato Camillo, il quale di continuo attese a rimediare dove aveva mancato la vana gloria di Boccaccino, come fanno fede l'opere ch'egli ha fatto nella chiesa di San Sigismondo, lontano un miglio da Cremona, le quali da'Cremonesi sono stimate la pi bella pittura ch'abbino. Fece ancora su la piazza un'altra opera nella facciata d'una casa, et in Santa Agata tutti i partimenti delle volte et alcune tavole, e la facciata di S. Antonio con altre cose che vivendo ha fatte e tuttavia dee fare.
Cerc Boccaccino nel suo ritorno de la veduta delle anticaglie e delle altre cose de'moderni maestri avanzarsi molto; ma non potendo farlo, colpa del troppo tempo che aveva, fece l'arte pur nel medesimo modo. E finalmente gi d'anni LVIII, dicono che per una lunga infermit pass di questa vita. Ne'tempi di costui fu in Milano Girolamo Milanese miniatore, del quale si veggono opere assai, e qui vi et in tutta la Lombardia. Fu ancora Bernardino del Lupino milanese, quale fu delicatissimo, vago et onesto nelle figure sue, come si vede sparsamente in quella citt et a Sarone, luogo lontano da quella XII miglia, nello Sponsalizio di Nostra Donna, et in altre storie nella chiesa di Santa Maria fatte in fresco perfettissimamente. Costui valse ancora nel fare ad olio cos bene come a fresco, e fu persona molto cortese e servente de l'arte sua; per il che giustamente se li convengono quelle lodi che merita qualunche artefice che, con l'ornamento della cortesia, fa cos risplendere l'opere della vita sua come quelle della arte.

LORENZETTO

Scultore Fiorentino

Quando la fortuna ha tenuto in basso per la povert la virt, rimorsa spesse volte dallo stimolo, si ravvede, et in un punto non aspettato, procaccia varii modi di beneficii, per rimunerare in uno anno i dispetti e le incommodit di molti. Questo prov Lorenzo di Lodovico campanaio fiorentino, le cui fatiche furono parte nella scultura e parte nella architettura. Fu al tempo del grazioso Raffaello da Urbino da lui strettissimamente amato; il quale lo fece operare sotto di s aiutandolo, e gli diede per moglie la sorella di Giulio Romano discepolo suo. Fin nella sua giovanezza la sepoltura del Cardinale Forteguerri, posta in   S. Iacopo di Pistoia, gi cominciata da Andrea del Verrocchio, dove Lorenzo lavor una Carit. Fece a Giovanni  Bartolini una figura per il suo orto. And a Roma, dove pi cose fece, le quali non sono degne di memoria.
Gli allog Agostin Ghigi per ordine di Raffaello da Urbino la sua sepoltura in Santa Maria del Popolo, dove aveva fabbricata una cappella; perch Lorenzo si mise con grande amore a fatiche impossibili, per riuscire con lode e per piacere a Raffaello, che lo poteva ingrandire et aiutar molto in questo lavoro, et ancora con speranza che Agostino uomo ricchissimo straordinariamente lo rimunerasse. Le quali figure furono dal giudizio di Rafaello di continuo aiutate, et egli a ultima fine le condusse. In una  figurato Iona ignudo uscito del ventre del pesce, per la ressurezzione de'morti, nell'altra Elia, che col vaso d'acqua e col pane subcinerizio vive di grazia sotto il ginepro. Le quali statue furono da Lorenzo a tutto suo potere con arte e con somma bellezza condotte, ma l'aspettazione del premio che desiderava per il peso della famiglia che aveva, tardi venne; con ci sia cosa che si chiuser gli occhi ad Agostino Chigi et al mirabile Rafaello, e le figure per la poca piet de'suoi gli rimasero in bottega. Onde Lorenzo oltra modo dolente perd in un tratto tutte le sue speranze. Avvenne che fu eseguito il testamento di Rafaello da Urbino, perch fece una statua di marmo di quattro braccia d'una Nostra Donna per il sepolcro di esso Rafaello nel tempio di Santa Maria Rotonda; cos per suo ordine fu restaurato il tabernacolo. Fece ancora per un mercante de'Perini alla Trinit di Roma una sepoltura con due fanciulli di mezzo rilievo, e di architettura a molte case et altre fabbriche diede il disegno, come al palazzo di Messer  Bernardino Caffarelli, e nella Valle la facciata di dentro e co s il disegno delle stalle et il giardino di sopra. Avvenne che Papa Clemente volse mettere in ponte Santo Angelo il San Paolo di Paolo Romano; perch, volendolo accompagnare da un'altra figura di San Pietro, l'allog a Lorenzo, il quale la fece, e tutte due pose dove si veggono all'entrata del ponte. Successe la morte di Clemente VII e che le sepolture della Minerva di Leone e di esso a Baccio Bandinelli furono allogate. Laonde Lorenzo ebbe la cura del lavoro di quadro e di farlo finire di marmo, e cos si trattenne alquanto.
Finalmente nella creazione di Paulo III, essendo egli venuto per le poche facende in molto mal governo, e non avendo altro che una casa che al Macello d'i Corbi esso aveva fabbricato, con cinque figliuoli alle spalle, e gi passato il tempo d'aspettare il ristoro delle fatiche sue, venne la fortuna a voltarsi et a volerlo ingrandire per altra via. E ci fu che volendo Papa Paulo III far seguire la fabbrica di San Pietro, non essendo pi vivo n Baldassare Sanese, n quegli che a tal cura attendevano, Antonio da San Gallo mise Lorenzo a tale opera, che facevano le mura in cottimo a tanto la canna. Cos fu posto in tale opera per architetto. Laonde in quei pochi anni fu conosciuto pi senza affaticarsi, che non era stato ne i molti quando lavorando si esercitava, avendo in quel punto propizio Iddio, gli uomini e la fortuna. Per il che se egli fino al presente fosse vissuto, averebbe ristorato quei danni che la violenzia della sorte quando egli bene operava, indegnamente gli aveva fatto. Cos condotto alla et di anni XLVII si mor di male di febbre l'anno MDXLI. Dolse infinitamente la morte di costui a molti amici suoi, che lo conobbero sempre amorevole e discreto. E perch egli visse sempre da uomo buono e ragionevole, i deputati   di San Piero gli diedero in un deposito onorato sepolcro, e posero in quello lo infrascritto epitaffio:

SCVLPTORI LAVRENTIO FLORENTINO

ROMA MIHI TRIBVIT TVMVLVM, FLORENTIA VITAM;
NEMO ALIO VELLET NASCI ET OBIRE LOCO.
MDXLI
VIXIT  ANNOS  XLVII MENSES  II DIES  XV.

BALDASSARRE PERUCCI SANESE

Pittore et Architetto

Fra tutti i doni che largamente distribuisce il cielo a'mortali, nessuno giustamente si puote o debbe stimare o tenere maggiore che la stessa virt e la quiete o pace dello animo, facendoci quella sempre immortali e questa beati. E per chi di queste  dotato, oltra lo obligo che egli ha grandissimo a Dio, tra gli altri, quasi fra le tenebre un lume, manifestamente si fa conoscere, come ha fatto ne'tempi nostri Baldassarre Perucci architetto e pittor sanese. Del quale sicuramente possiamo dire che la modestia e la bont che si videro in lui fussino rami non mediocri della somma tranquillit che sospirano sempre le menti di chi ci nasce, e le opere di lui restate, onoratissimi frutti di quella vera virt che gli fu infusa dal cielo. Costui, se non per se stesso, per i suoi antinati almeno, secondo molti, fu da Volterra,   ancora che egli continuamente si facesse chiamare da Siena, e quella amasse teneramente come sua patria. And nella sua giovanezza a Roma, e con Agostin Chigi sanese prese familiarit grandissima. E perch egli era molto inclinato alla architettura, si dilett misurare le antichit di Roma e cercare d'intenderle. Et attese alla prospettiva mirabilmente, et in quella divenne tale, che pochi pari a lui per nessun secolo abbiamo veduto operare, come ne fanno fede tutte l'opere sue, delle quali nessuna mai fece, che di tali cose non cercasse mettere in essa.
Fu fatta nella sua giovanezza per Papa Giulio in un corridore in palazzo vicino al tetto una uccelliera, dove egli dipinse tutti i mesi di chiaro oscuro, et in questi tutti gli esercizi che si fanno mese per mese per tutto l'anno; nella quale opera si veggono infiniti casamenti, teatri, anfiteatri, palazzi et altre fabbriche, con bella invenzione da lui accomodate in quel luogo. Lavor nel palazzo di San Giorgio per il Cardinale Rafaello Riario Vescovo d'Ostia, in compagnia d'altri pittori, alcune stanze, e fece una facciata dirimpetto a Messer  Ulisse da Fano, e similmente quella di Messer  Ulisse, la quale per le storie di Ulisse che e'vi dipinse, gli diede nome e fama grandissima. Ma molto pi gliene diede il modello del palazzo d'Agostin Chigi, condotto con quella bella grazia che si vede, non murato, ma veramente nato, et adorno di fuori di terretta con storie di man sua, fra le quali alcune ve ne sono molto belle. E similmente la sala in partimenti di colonne figurate in prospettiva, le quali con istrafori mostrano quella esser maggiore. E quello che di stupenda maraviglia vi si vede  una loggia sul giardino dipinta da Baldassarre, con le istorie di Medusa quando ella converte gli uomini in sasso e quando Perseo le taglia la   testa, con molte altre storie ne'peducci di quella volta, la quale  uno ornamento di tutta l'opera, tirato in prospettiva, et  di stucco coi colori contrafatti, che non pare colore, ma vivo e di rilievo. E pu veramente questo credersi che il mirabile Tiziano, pittore onoratissimo et eccellentissimo, menandolo io a vedere tale opera, non voleva credermi che fosse pittura; per il che fummo sforzati mutar veduta, onde rimase maravigliato di tal cosa. Sono in questo luogo alcune cose fatte da Sebastian Veniziano della prima maniera, e dal divino Raffaello d'Urbino una Galatea rapita da gli di marini. Egli fece ancora, passato Campo di Fiore per andare a piazza Giudea, una facciata bellissima di terretta, con prospettive mirabili, la quale fu fatta finire da un cubiculario del papa, et oggi  posseduta da Iacopo Strozzi fiorentino. E similmente fece nella Pace una cappella a Messer  Ferrando Ponzetti che fu poi cardinale, alla entrata della chiesa a man manca, con storie del Testamento vecchio piccole, cosa in fresco lavorata con molta diligenza. Ma molto pi mostr il valore della arte della pittura e la prospettiva nel medesimo tempio vicino allo altar maggiore, per Messer  Filippo da Siena cherico di camera, in una storia quando la Nostra Donna va a 'l tempio, che sale i gradi; nella quale sono molte figure tutte degne di lode, come un gentiluomo vestito alla antica, il quale scavalcato d'un suo cavallo, mentre i servidori lo aspettano, mosso da compassione, d la elemosina ad un povero tutto ignudo e meschinissimo, il quale con grande affetto gliela chiede. Sonovi casamenti varii et ornati bellissimi, e tal cosa fu lavorata in fresco e contrafatta con uno ornamento di stucco attorno, mostrando essere appiccata con campanelle grandi al muro, che paresse una tavola a olio. Fe ce ancora la facciata di Messer  Francesco Buzio vicino alla piazza de gli Altieri, e nel fregio di quella mise tutti i cardinali romani che erano allora ritratti di naturale, et in essa figur le storie di Cesare, quando i tributi di tutto il mondo gli sono presentati. E sopra vi fece i dodici imperadori, i quali posano su certe mensole e scortano le vedute al di sotto in su, con grandissima arte lavorate e da lui intese; nella quale opera merit comendazione infinita. Lavor in Banchi una arme di Papa Lione, nella quale fece tre fanciulli a fresco, che di tenerissima carne e vivi parevano. Fece a fra'Mariano Fetti frate del Piombo a Monte Cavallo un San Bernardo di terretta nel giardino, bellissimo; et alla Compagnia di Santa Caterina da Siena in strada Giulia alcune altre cose. E diede per Roma disegni di architettura a case infinite. Similmente in Siena, diede il disegno dell'organo del Carmino, et ancora molte altre cose per quella citt. Fu condotto a Bologna da gli operai di San Petronio, per fare disegno e modello alla facciata di detto; et in casa del conte Giovan  Batista Bentivogli fece per tal fabbrica pi disegni, che furono bellissimi, de i quali non si potrebbono mai bastevolmente lodare le bellissime investigazioni trovate per non ruinare il vecchio, che era murato e fatto, e congiugnerlo col nuovo; certamente fu di bellezza e d'ordine singularissimo. Et ancora fece al conte Giovan  Batista sopradetto un disegno d'una Nativit co'Magi di chiaro oscuro, cosa maravigliosissima a vedere i cavalli, i carriaggi, le corti di tre re con tanta grazia da Baldassarre imaginate, nella quale fece muraglie di tempii et invenzioni di casamenti nella capanna bellissimi; la quale opera fece poi colorire il conte a Girolamo Trevigi, che molto gli fu lodata. Fece ancora fuor di Bologna il disegno per la   porta della chiesa di San Michele in Bosco, e 'l Duomo di Carpi molto bello e secondo le regole di Vitruvio dottamente con suo ordine fabbricato. E nel medesimo luogo diede principio alla chiesa di San Niccola, la quale non venne a fine in quel tempo, perch egli ritornando a Siena, diede i disegni a quella citt delle fortificazioni, e per ordine suo in opera furono poste.
Trasferitosi poi a Roma, fece la casa dirimpetto a Farnese, et altre case, le quali dentro di Roma sono. Avvenne che Leon X voleva finire la fabbrica di San Pietro, da Giulio II per ordine di Bramante incominciata, perch pareva loro troppo grande edificio e da reggersi poco insieme, onde Baldassarre fece un modello molto ingegnoso e magnifico, d'alcune parti del quale si sono poi serviti questi altri architetti. E nel vero che Baldassarre era di giudizio e di diligenza e di sapere talmente ordinato nelle cose sue, che mai non s' veduto pari a lui nella professione dell'architettura per esser quello dalla pittura accompagnato. Fece il disegno della sepoltura d'Adriano VI e dipinse quella attorno di sua mano. Fece nel tempo di Leone, in Campidoglio di Roma per recitare una comedia, uno apparato et una prospettiva, nel qual lavoro si mostr quanto di perfezzione e di grazia fosse nell'ingegno di Baldassarre dal cielo infuso; n mai si pu pensare di vedere i palazzi, le case et i tempii nelle scene moderne, quanto di grandezza mostrasse nella piccolezza del sito dall'ingegno di s gran prospettivo fatto, le stravaganti bizzarrie di andari in cornici e di vie, che con case parte vere e finite ingannavano gli occhi di tutti, dimostrandosi essere, non una piazza dipinta, ma vera; e quella s di lumi e di abiti nelle figure de gli istrioni fece propri et al vero simili, che non le favole recitare parevano in comedia, ma una cosa vera e   viva, la quale allora intervenisse. Ordin il disegno della casa de'Massimi in modo ovale girato, e quello con bella e con nuova maestria di fabbrica esequire fece; il quale non pot vedere finito, intervenendo la morte sua.
Erano tali le virt di questo artefice maraviglioso, che le sue fatiche molto giovarono altrui, ma a s poco, perch avendo egli sempre avuto amicizie di papi, di grandissimi cardinali e di ricchissimi mercanti, non per alcun d'essi si mosse gi mai a fargli beneficio, procedendo questo tanto da la modestia del timido e discreto animo suo, quanto da la ingratitudine e da la avarizia di coloro che di continuo si servirono di lui, i quali non gli diedero mai premio alcuno. Per il che in famiglia e gi vecchio venuto, con tutta quella modestia ch'a un religioso conviene, sollecit molto la chiesa, e gi d'anni carico ammal gravemente. Onde Clemente VII, intendendo il mal suo e conoscendo pure allora ma tardi la perdita che faceva nella morte di tanto uomo, gli mand a donare cinquanta scudi et a offerirgli altro, se bisognava. Laonde egli, che della famiglia sua pi che di se medesimo sempre ebbe cura, a quella di continuo pensando, s'accor talmente, che pass di questa vita; e da'suoi figliuoli molto pianto, nella Ritonda vicino alla sepoltura di Raffaello da Urbino ebbe onorato sepolcro, con gran dolore di tutti gli artefici, scultori, architetti e pittori, i quali finch fu posto in terra sempre piangendo gli fecer compagnia. E gli fu posto questo epitaffio:

BALTHASARI PERVTIO SENENSI VIRO ET PICTVRA ET ARCHITEC-TVRA ALIISQVE INGENIORVM ARTIBVS ADEO EXCELLENTI VT SI PRISCORVM OCCVBVISSET TEMPORIBVS NOSTRAILLVM FAELI-
CIVS LEGERENT.  
VIXIT  ANNOS  LV MENSES  XI DIES XX.
LVCRETIA ET IOANNES  SALVSTIVS OPTIMO CONIVGI ET PARENTI NON SINE LACHRIMIS SEMONIS HONORII CLAVDII AEMILIAE AC SVLPITIAE MINORVM FILIORVM DOLENTES POSVERVNT. DIE IIII
IANVARII MDXXXVI.

Rest dopo la morte di lui per le sue qualit, conoscendo i principi il bisogno loro, maggior fama. E questo nacque che, risolvendosi Paulo III far finire San Pietro, si desider molto lo aiuto di lui, atteso che assai giovato avrebbe Baldassarre in tal fabbrica con Antonio da San Gallo. E bench Antonio facesse poi quello che ci si vede, nondimeno assai meglio in compagnia avrebbono veduto le difficult di tale opera. Rimase erede di molte cose sue Sebastian Serlio bolognese, il quale fece il terzo libro delle architetture e 'l quarto delle antiquit di Roma misurate; le quali fatiche di Baldessar furono poste in margine, e gran parte scritte. Le quali a lui rimasero, et a Iacopo Melighino ferrarese, fatto architetto da Papa Paulo III nelle sue fabbriche. Rimase vivo un suo creato chiamato Cecco Sanese, il quale a Roma fece l'arme del cardinale di Trani in Navona et altre opere. Basta dunque che egli fu tanto e virtuoso e buono, che ognuno che lo conobbe e lo richiese, sempre lo ritrov cortese e benigno. E ben lo mostra ancor morto, che s'avviene ragionar di lui, ciascuno della sua cattiva sorte si duole. Furono amici e domestici suoi Domenico Beccafumi sanese pittore eccellente et il Capanna, il quale fra le molte cose che fece in Siena, dipinse la facciata de'Turchi et un'altra sopra la piazza.  

PELLEGRINO DA MODANA

Pittore

Gli accidenti son pur diversi e strani, che di continuo nascono ne'pericoli della vita sopra i corpi umani universalmente ogni giorno, ma particularmente veggiamo le persone ingegnose essere sottoposte a quegli. Atteso che chi nelle fatiche degli studi esercita la memoria e fa che il corpo e l'animo patisce, d occasione alle membra di disunirle l'uno da l'altro, e deviandole da 'l suo primo corso, diventino rubelle de i sangui, di maniera che chi di allegra complessione ha il genio, lo trasforma in maninconia, et in poco spazio di tempo s'accosta alla morte.  da dolere infinitissimamente, a chi di questo scampa, quando la vendetta, il furore e la forza d'altrui, violentemente, o con ferro o con veleno o con altra nuova disgrazia, senza rispetto, tronca il filo della vita a questi tali, allora che de gli ingegni loro si sperano i migliori e pi maturi frutti esser raccolti. E nel vero torto grandissimo fa la natura quando ci d uno ingegno, il quale sia per ornamento del secolo in che nasce e per utilit di chi ci vive, a levarlo cos tosto di terra, e veramente fa poco onore a s e grandissimo danno altrui. Come si vede che fu di Pellegrino da Modona pittore, il quale desideroso con la forza delle fatiche acquistarsi nome nell'arte della pittura, si part de la sua patria, udendo le maraviglie del grandissimo Raffaello da Urbino; e tanto fece, ch'a lavorare si pose con lui. E trov nel suo giungere in   Roma infinitissimi giovani ch'attendevano alla pittura, et emulando fra loro cercavano l'un l'altro avanzare nel disegno, e davano opera di continuo alle fatiche dell'arte per venire in grazia di Raffaello e guadagnarsi nome fra i popoli. Per il che Pellegrino molto a questo attendendo, divenne oltre al disegno, di pratica maestrevole nell'arte. E mentre che Leon X fece dipignere le logge a Raffaello, vi lavor ancora egli, in compagnia de gli altri giovani. Le quali fatiche furono cagione che Raffaello si serv di lui in molte cose. Fece Pellegrino in Santo Eustachio di Roma, entrando in chiesa, tre figure in fresco a uno altare, e nella chiesa de'Portughesi alla Scrofa la cappella dello altar maggiore in fresco, insieme con la tavola. Avvenne che in San Iacopo della Nazione Spagnuola in Roma, si fece una cappella adorna di marmi, nella quale Iacopo Sansovino fece di marmo un San Iacopo di quattro braccia e mezzo, molto lodato, e Pellegrino vi dipinse in fresco le storie di questo Apostolo, nelle quali si vede gentilissima aria a imitazione di Raffaello suo maestro e bonissima forza e componimento; le quali hanno sempre fatto conoscere Pellegrino per un desto e garbato ingegno nella pittura. Fece in Roma in molti altri luoghi opere da s et in compagnia, e dopo la morte di Raffaello se ne torn a Modona, et in quella prese opere e ne fece infinite e fra l'altre a una Confraternita di Battuti fece una tavola, nella quale  un San Giovanni che batteza Cristo, e questa lavor a olio. Fece ancora nella chiesa de'Servi un'altra tavola, che a tempera da lui fu condotta, dentrovi San Cosmo e Damiano e molte altre figure, le quali opere insieme con le altre, furono cagione che egli prese moglie in Modona, e di quella ebbe un figliuol maschio, il quale diede poi occasione   alla morte del padre. Dicono che venendo in quistione di parole con altri suoi compagni, giovani modenesi, messo mano all'arme, il figliuolo di Pellegrino amazz un di quelli. Onde fu portata la nuova di tal caso a Pellegrino ch'era a lavorare, il quale sbigottito, per soccorre il figliuolo che non venisse in mano della giustizia, si mise in via con dolore per trafugarlo; e non molto lontano da casa sua si scontr ne gli armati parenti del morto giovane, che cercavano del figliuolo di Pellegrino, per farne le vendette sopra di lui. Ma incontrandosi in Pellegrino, abbassarono l'armi e con tanta furia lo assalirono, che egli non ebbe spazio n di fuggire, n di difendersi da loro; per il che pieno di ferite e morto lo lasciarono in terra. Dolse molto a'Modonesi questo caso s strano dello aver tolto la vita a chi lor dava vita, nome e gloria con l'opre sue. Perch di tal perdita sopra modo dolenti diedero in Modona a Pellegrino onorato sepolcro. E di costui ho io visto questo epitaffio:

EXEGI MONVMENTA DVO, LONGINQVA VETVSTAS
QVAE MONVMENTA DVO NVLLA ABOLERE POTEST.
NAM QVOD SERVAVI NATVM PER VVLNERA, NOMEN
PRAECLARVM VIVET TEMPVS IN OMNE MEVM.
FAMA ETIAM VOLITAT TOTVM VVLGATA PER ORBEM
PRIMAS PICTVRAE FERME MIHI DEDITAS.

Fu coetaneo di costui Gaudenzio Milanese pittore eccellentissimo, pratico et espedito, che a fresco fece per Milano molte opere, e particularmente a'frati della Passione un Cenacolo bellissimo, che per la morte sua rimase imperfetto. Lavor ancora ad olio eccellentemente, e di suo sono assai opere a Vercelli et a Veralla molto stimate da chi le possiede.  

GIOVAN FRANCESCO, DETTO IL FATTORE

Pittor Fiorentino

Egli si pu ben fortunatissimo chiamar colui che, senza aver pensiero a cosa che si sia, dalla sorte  condotto a un fine, che di lode, d'onore et utile di continuo lo accresca; e per cognizione gli faccia essere portato riverenza, et ogni sua azzione e fatica di premio onorato guiderdoni. Questo avvenne a Giovan  Francesco detto il Fattore pittor fiorentino, il quale non fu manco obligato alla fortuna, ch'egli si fosse alla bont della natura sua et alle fatiche da lui sopportate ne gli studi della pittura. I quali ornamenti furono cagione che Raffaello da Urbino, vedendolo a ci volto, lo prese in casa, et insieme con Giulio Romano come suoi propri figliuoli sempre gli tenne. Di che mostr verissimi segni alla morte, lasciandoli cos delle facult sue eredi, come anco della virt. Come sempre si vide in Giovan  Francesco, da Raffaello nella sua fanciullezza chiamato il Fattore, il quale ne'disegni suoi imit la maniera di Raffaello e la osserv del continuo. E perch sempre si dilett pi di disegnare che di colorire, spendeva il tempo in ci pi che in alcuna altra cosa. Furono le prime cose da Giovan  Francesco lavorate nelle logge del papa a Roma, in compagnia di Giovanni da Udine, di Perino e d'altri eccellenti maestri; nelle quali si vede una bonissima grazia e di maestro che attendesse alla perfezzione delle cose. Fu rono lavorate molte cose da lui con cartoni et ordini di Raffaello, come la volta d'Agostin Chigi in Trastevere in Roma, e 'n quadri e 'n tavole et altre opre diverse; nelle quali si port tanto bene, che merit da Raffaello infinitissimamente essere amato.
Fece in Monte Giordano di Roma una facciata di chiaro scuro, et in Santa Maria di Anima, alla porta del fianco che va alla Pace, fece in fresco un S. Cristofano d'otto braccia, che bonissima figura  tenuta e con grandissima pratica lavorata. Quivi  una grotta con un romito che ha una lanterna in mano, di disegno e di buona grazia unitamente condotta. Capitando a Fiorenza, fece a Lodovico Capponi a Monte Ughi, luogo fuor della porta a S. Gallo, alla sua possessione un tabernacolo con una Nostra Donna molto lodata. Avvenne allora la morte di Raffaello suo maestro, la quale fu cagione che Giulio Romano e Giovan  Francesco molto tempo sterono insieme, e finirono di compagnia l'opere che di Raffaello erano rimase imperfette, come ancora ne fanno fede nella vigna del papa alcune cose; e similmente la sala grande in palazzo, dove si veggono dipinte per loro le storie di Gostantino, e nel vero e'fecero bonissime figure con bella pratica e maniera, ancora che le invenzioni e gli schizzi delle storie venissero da Raffaello. In questo tempo tolse Perino del Vaga pittor molto eccellente la sorella di Giovan  Francesco per moglie, per il che molti lavori fecero in compagnia. E cos seguitando, Giulio e Giovan  Francesco fecero in compagnia una tavola di due pezzi, dentrovi l'Assunzione di Nostra Donna, che and a Perugia a Monte Lucci; e fecero altri infiniti lavori di quadri et opere in pi luoghi. Ebbero poi commissione da Papa Clemente di fare una tavola simile a quella di Raffaello, ch' a San Piero a Montorio, la quale   voleva mandare in Francia, dove quella di Raffaello prima era destinata; per il che vennero a divisione e partirono la roba che Raffaello aveva lasciato loro, et i disegni ancora. E cos Giulio si part per Mantova, dove al marchese fece infinitissime cose; e Giovan  Francesco intendendo ci, pensando avere a fare ancor esso, capit a Mantova, dove Giulio non gli fece molte carezze; per il che Giovan  Francesco se ne part e, girata la Lombardia, ritorn a Roma. Poi se ne and a Napoli con le galee dietro al Marchese del Vasto, e quella tavola che era imposta di San Piero a Montorio, con alcune altre cose e robe sue, fece posare in Ischia, isola del marchese; et oggi  nella chiesa di Santo Spirito de gli Incurabili in Napoli. Quivi fermatosi, e continovamente disegnando, ebbe molte carezze da Tommaso Cambi mercante fiorentino, che governava le cose di quel signore. Ma non vi dimor lungamente, che per essere di mala complessione, ammalatosi, vi si mor con infinito dispiacere del signor marchese e di tutti gli amici di esso Giovan  Francesco. Lasci Luca suo fratello, il quale lavor in Genova con Perino suo cognato, et in molti altri luoghi di Italia, come in Lucca; e finalmente se ne and in Inghilterra. Furono le opere di Giovan  Francesco circa il MDXXVIII. E lo epitaffio fatto al suo nome, dice cos:
OCCIDO SVRREPTVS PRIMAEVO FLORE IVVENTAE,
CVM CLARA INGENII IAM DOCVMENTA DAREM.
SI MEA VEL IVSTOS AETAS VENISSET AD ANNOS,
PICTVRA AETERNVM NOTVS ET IPSE FOREM.

Et un altro ancora:

GIACE QVI GIOAN FRANCESCO IL GRAN FATTORE
ECCELLENTE PITTORE ORNATO E BELLO
CHE VINSE I PARI A S; E RAFFAELLO
VINCEA: MA MORTE L'AMMAZZ IN SVL FIORE.  

ANDREA DEL SARTO

Pittor Fiorentino

Egli  pur da dolersi de la fortuna, quando nasce un buono ingegno e che e'sia di giudizio perfetto nella pittura e si facci conoscere in quella eccellente, con opere degne di lode, vedendolo poi per il contrario abbassarsi ne'modi della vita, e non potere temperare con mezzo nessuno il male uso de'suoi costumi. Certamente che coloro che lo amano, si muovono a una compassione, che si affliggono e dolgono vedendolo perseverare in quella, e molto pi quando si conosce che e'non teme, e'non li giova le punte de gli sproni che recano chi  elevato d'ingegno a stimare l'onore da la vergogna. Atteso che chi non istima la virt, con la nobilt de'costumi e con lo splendore di una vita onesta et onorata non la riveste, nascendo bassamente aombra d'una macchia l'eccellenzia delle sue fatiche, che si discerne malamente da li altri. Per il che coloro i quali seguitano la virt, doverriano stimare il grado in che si trovano, odiare le vergogne e farsi onorare il pi che possono del continuo, che cos come per l'eccellenzia delle opere che si fanno, si resiste a ogni fatica, perch non vi si vegga difetto; il simile arebbe a intervenire ne l'ordine della vita, lasciando non men buona fama di quella, che si facci d'ogni altra virt. Perch non  dubio che coloro che trascurano s e le cose loro, danno occasione di troncare le vie alla fama e buona fortuna, precipitandosi per satisfare a   un desiderio d'un suo appettito che presto rincresce, onde ne seguita che si scaccia il prossimo suo da s, e che col tempo si viene in fastidio al mondo, di maniera che in cambio della lode che si spera, il tutto in danno et in biasimo si converte. Laonde si conosce che coloro che si dolgono, che non sono n in tutto n in parte rimunerati dalla fortuna e da gli uomini, dando la colpa ch'ella  nemica della virt, se vogliono sanamente riconoscere se medesmi, e si venga a merito per merito, si troverr che e'non l'aranno conseguito pi per proprio difetto o mala natura loro, che per colpa di quelli. Perch e'non  che non si vegga se non sempre almeno qualche volta che siano remunerati, e le occasioni del servirsi di loro. Ma il male  quello de gli uomini, i quali, accecati ne'desideri stessi, non voglion conoscere il tempo, quando l'occasione si presenta loro, che se eglino la seguitassino e ne facessin capitale, quando ella viene, non incorrerebbono ne'desordini, che spesso pi per colpa di loro stessi che per altra cagione si veggono, chiamandosi da lor medesimi sfortunati. Come fu nella vita pi che ne l'arte lo eccellentissimo pittore Andrea del Sarto fiorentino, il quale obligatissimo alla natura per uno ingegno raro nella pittura, se avesse atteso a una vita pi civile et onorata e non trascurato s et i suoi prossimi, per lo appettito d'una sua donna che lo tenne sempre e povero e basso, sarebbe stato del continuo in Francia, dove egli fu chiamato da quel re che adorava l'opere sue e stiamavalo assai, e lo arebbe rimunerato grandemente. Dove per satisfare al desiderio de l'appetito di lei e di lui, torn e visse sempre bassamente. E non fu delle fatiche sue mai se non poveramente sovenuto, e da lei, ch'altro di ben non vedeva, nella fine vicino alla mor te fu abandonato. Ma cominciamoci dal principio.
Nacque l'anno MCCCCLXXVII nella citt di Fiorenza a una persona da bene, chiamato sopra nome il Sarto dall'arte che egli faceva, un figliuolo il cui nome fu Andrea. Il quale di acutissimo ingegno e vivace fu da lui, che altro che l'arte del cucire non aveva, allevato poveramente. E cos nella et di sette anni fu levato da la scuola del leggere e messo a l'arte de l'orefice. Nella quale egli con molta pi facilit e volentieri disegnava, che gli altri lavori di argento di bottega si dilettasse lavorare. Avvenne che Gian Barile pittore fiorentino, uomo nella pittura grosso, visto il disegnare di questo fanciullo, li piacque tanto che si ingegn di tirarlo a s, conoscendosi averne bisogno. E cos faccendolo abbandonare lo orefice, lo condusse alla arte della pittura. La quale gustando Andrea, e conoscendo che la natura per quello lo avea creato, in pochi mesi cominci coi colori a far cose che Gian Barile e molti di quel mestiero di giorno in giorno faceva maravigliare. Per il che passati tre anni e fatto una pratica molto destra, disegnando egli del continuo, e conoscendo Gian Barile l'ingegno di questo fanciullo, il quale se attendesse e seguitasse l'arte farebbe una riuscita molto buona, parlatone con Pier di Cosimo, tenuto allora de'miglior pittori che fussino in Fiorenza, acconci seco Andrea. Il quale come desideroso d'imparare l'arte, non restava esercitarsi in quella del continuo, conoscendosi che la natura l'aveva fatto nascere veramente pittore, avvenga ch'egli, nel toccare i colori, gli maneggiava con tanta grazia, che Piero li pose un grandissimo amore. E cos non restava, e le feste e quando aveva comodit, di andare a disegnare in compagnia di molti giovani alla sala del papa, dove era il   cartone di Michel Agnolo Buonarroti e similmente quello di Lionardo da Vinci. Et ancora che egli ci fussino disegnatori assai, e terrazzani e forestieri, Andrea vi disegn a paragone di molti quantunque egli fusse giovanetto. Era fra gli altri disegnatori in questo luogo il Francia Bigio pittore, il qual era persona molto buona che, visto il modo del disegnare di Andrea, prese con esso strettissima pratica. E cos conferitisi l'animo l'un de l'altro Andrea disse che per la stranezza di Piero che era gi vecchio, non lo poteva pi sopportare e che voleva torre stanza da s. Il Francia ancor egli ne aveva di bisogno, avendo Mariotto Albertinelli suo maestro abbandonato l'arte della pittura. E cos fatto comune la volont per venire da qualcosa nel mestiero, l'uno e l'altro tolsero alla piazza del Grano una stanza, e quivi ciascuno lavorando, condussero molte opere insieme. Fra le quali furono le cortine che cuoprono la tavola dell'altar maggiore de'Servi, che allogate gli furono da un sagrestano ch'era parente strettissimo del Francia. Nelle quali dipinsero, in quella che volta in verso il coro, una Nostra Donna Annunziata da l'Angelo, e nell'altra dinanzi, un Cristo Deposto di croce, simile a quello che  quivi nella tavola dipinta da Filippo e da Piero Perugino; che finite ne acquistarono onore appresso a'frati e cos a quegli dell'arte.
Ragunavasi in Fiorenza sopra la casa del Magnifico Ottaviano de'Medici, dirimpetto a l'orto di San Marco, una Compagnia chiamata lo Scalzo, titolata in San Giovanni Batista, murata in que'd da molti artefici fiorentini; e fra l'altre cose che eglino ci avevan fatte di muraglia era un cortile murato d'intorno di colonne non molto grande, et ancora ch'eglino fussin poveri di danari, erano ricchi d'animo. Laonde vedendo alcuni di   loro che Andrea perveniva in grado nell'arte della pittura, ordinaron fra loro che facessi intorno a detto chiostro in dodici quadri di chiaro e scuro, ci  di terretta in fresco, XII istorie della vita di San Giovan Batista. Per il che egli messovi mano, fece la prima quando San Giovanni battezza Cristo e la condusse con una diligenzia grande. Della quale istoria acquist egli credito e fama tale, che molte persone si voltarno a fargli fare opere, come a quello che stimavano dovere col tempo far que'fini onorati e di nome, che prometteva il principio delle opere sue. Erasi in quel tempo murato, fuor della porta a San Gallo, la chiesa di San Gallo, a'frati Eremitani Osservanti de l'ordine di Santo Agostino, et andavano ogni giorno faccendo fare a'padroni per le nuove cappelle della chiesa tavole di pittura. E cos fu fatto dar principio a Andrea, che ne fece una di Cristo quando in forma d'ortolano apparisce a Maria Magdalena, e di colorito condusse tutta quell'opera, con una morbidezza molto unitamente e dolce per tutto. La quale fu cagione ch'egli in ispazio di tempo ne fece poi altre due. E detta tavola  posta oggi al canto a gli Alberti, in San Iacopo fra'Fossi. Mentre che Andrea et il Francia dimoravano cos, e cresciuti di fama crescevano d'animo, e'presono nuove stanze vicino al convento de'Servi nella Sapienzia. E non and molto che Iacopo Sansovino allora giovane, che sotto la disciplina d'Andrea dal Monte Sansovino suo maestro imparava l'arte della scultura, prese con Andrea molta familiarit, talmente ch'eglino giorno e notte insieme dimoravano, e tanto giovamento si porsono l'un l'altro nel conferire le difficult dell'arte, che Iacopo fece quei frutti che si son visti poi in Fiorenza et in Roma et in Venezia, nelle mirabili e belle opere   sue, tanto di marmo quanto di bronzo, oltra le ingegnosissime architetture fatte da esso.
Era allora nel convento de'Servi, al banco delle candele, un frate sagrestano, nominato fra'Mariano dal canto alla Macine, il quale aveva ragunato alcuni danari di limosine; e considerato la voglia che avea Andrea di far acquisto de l'arte, pens tentarlo in su le cose dell'onore, con mostrare sotto spezie di carit e di volerlo aiutare, che gli tornerebbe utile e si farebbe conoscere, et inoltre se gli appresentarebbe una occasione di non dovere essere mai povero, e fu questo. Gi molti anni innanzi nel primo cortile de'Servi aveva Alesso Baldovinetti dipinto nella facciata che fa spalle alla Nunziata, una Nativit di Cristo, e Cosimo Rosselli, da l'altra parte, aveva cominciato in detto cortile una istoria, quando San Filippo autore di quell'ordine piglia l'abito; la quale istoria finita, per l'impedimento della morte, non pot Cosimo seguitare il restante. Aveva il frate adunque volont grande di seguitare il resto, e pens di fare ch'Andrea et il Francia, che erano gi di amici venuti concorrenti nell'arte, gareggiassino insieme e ne facessino ciascuno di loro una parte; il che, oltra a l'essere servito benissimo, arebbe fatto la spesa minore, et a loro le fatiche maggiori. Laonde aperto l'animo suo a Andrea, lo persuase a pigliare tal carico; con ci sia cosa che il luogo era pubblico, e sarebbe conosciuto da i forestieri tanto quanto da i Fiorentini, sapendo egli quanto la chiesa per i miracoli della Nunziata fussi dalla frequenzia delle genti visitata. E ch'egli non doveva pensare a prezzo nessuno, sendo egli in sul farsi conoscere, anzi avendo quel luogo s pubblico, per farvi l'opere sue, doveva molto pi pregarne il frate che esserne pregato da lui. E che quando egli attendere non ci volessi, aveva il Francia che   per farsi conoscere gli aveva offerto di farle, e de 'l prezzo gli dessi quel che volessi. Furono questi sproni molto gagliardi a far che Andrea pigliassi tal carico, essendo massimo di poco animo; ma questo ultimo de 'l Francia lo fece risolvere allora e fare scritta di tutta l'opera, perch nessuno non v'entrasse. Avendolo dunque il frate cos imbarcato, gli diede danari e convenne che seguitassi la vita di San Filippo, e non avessi per prezzo da lui altro che dieci ducati per istoria, allegando che gli dava di suo e che lo faceva per il ben d'Andrea, pi che per l'utile o bisogno de 'l convento. La quale opera presa da lui con quel prezzo e cominciata, fu seguita con grandissima diligenzia, e le prime istorie ch'egli fin e scoperse furon queste tre: la prima, quando San Filippo gi frate riveste quello ignudo, e l'altra, quando egli, sgridando alcuni giucatori che bestemmiavano Dio et uccellavano San Filippo del suo ammunirgli, viene in un tempo una saetta da 'l cielo, e dato sopra un albero dove eglino stavano sotto a l'ombra, ne uccide due, e gli altri, chi con le mani alla testa, sbalorditi si gettano innanzi, altri si mettono in fuga gridando; dove fra l'altre figure  una femmina, dal tuono e dalla paura in fuga uscita di s, et un cavallo scioltosi che, sentendo lo strepito della saetta, con salti fa vedere quanto le cose improvisamente paurose, a chi non le spetta, rechino timore e spavento. Nella qual opera, conosce chi la guarda quanto Andrea pensassi alla variet delle cose in un sol caso, avvertenzie certamente molto belle a chi esercita la pittura. La terza fece quando San Filippo cava lo spirito da dosso a una femmina; le qual'istorie scopertesi, ne consegu quella lode che meritamente si conveniva a una opera simil a quella. E seguit Andrea inanimito per la lode due altre istorie nel   cortile medesimo. In una faccia quando San Filippo  nella bara morto, et intorno e'suoi frati lo piangono, aggiuntovi un putto morto anch'egli, che nel farli toccare la bara dove  San Filippo, risuscita, et vvi contrafatto, e quando egli  morto e quando egli  vivo, con una arte molto vivace e molto bella; cos seguit l'ultima da quella banda, dove egli figur quando i frati mettono le veste di San Filippo in capo a i fanciulli, dove ritrasse Andrea della Robbia scultore molto pratico, che  un vecchio che vien chinato vestito di rosso con una mazza in mano, e similmente vi ritrasse Luca suo figliuolo, cos nell'altra gi detta dove  morto San Filippo ritrasse Girolamo figliuol d'Andrea scultore allora suo amicissimo, il qual  oggi in Francia, tenuto molto valente nella scultura. E cos dato fine a 'l cortile da quella banda, parendoli il prezzo poco e l'onore troppo si risolv licenziarlo, quantumque il frate molto se ne dolessi. Il quale per l'obligo fatto disse che non voleva disobligarlo, se non li promettessi fare due altre istorie, e che gli crescerebbe prezzo; e cos furon d'accordo, ma le voleva fare a suo comodo e piacimento.
E cos conosciuto ogni giorno da pi persone, gli furon allogati molti quadri e cose d'importanza, e fra gli altri da el Generale de'frati di Valle Ombrosa, per il convento di San Salvi fuora della porta alla Croce, ne 'l refettorio loro, un arco d'una volta e la facciata per farvi il Cenacolo. La qual volta egli cominci, e dentro vi fece in quattro tondi quattro figure: San Benedetto, San Giovan Gualberto, San Salvi Vescovo e San Bernardo delli Uberti di Firenze lor frate Cardinale, e nel mezzo figur un tondo, dentrovi tre facce che sono una medesima, per la Trinit; certamente per opera fresca molto ben lavorata. Avvenne che Andrea era gi molto noto,   e tenuto veramente quella persona che egli era nella pittura; laonde per ordine di Baccio d'Agnolo gli fu fatto allogazione di una operetta a fresco, da Or San Michele, quando si scende lo sdrucciolo che va in Mercato Nuovo, in un biscanto; nel quale si sforz e vi fece una Annunziata con maniera molto minuta, la quale ancora che fussi bella, non fu lodata molto, avvenga che Andrea faceva bene senza ch'egli affaticassi e sforzassi la natura. Fece molti quadri che per Fiorenza e fuori servirono, che non far menzione di tutti salvo che de'migliori, fra i quali fu uno quello ch' oggi in camera di Baccio Barbadori, dove  una Nostra Donna intera con un putto in collo, e Santa Anna con San Giuseppo, qual  lavorato di bella maniera e tenuto carissimo da Baccio, per l'amore ch'e'porta al nome di Andrea, ma molto pi per dilettarsi de l'arte della pittura. Fecene un altro a Lionardo del Giocondo, d'una Nostra Donna, vario da quello di sopra, oggi appresso a Piero suo figliuolo; e cos ne fece a Carlo Ginori due non molto grandi, comperi dal Magnifico Ottaviano de'Medici nella vendita delle sue masserizie, de'quali uno fece portar nella villa sua di Campi, dove egli fece murare un casamento grande, con una coltivazione pi tosto da re che da cittadino privato, l'altro tiene in camera in Fiorenza Bernardetto suo figliuolo, con molte altre pitture moderne, fatte da eccellentissimi maestri, come vero figliuol di suo padre, che non meno onora e stima l'opere de'famosi artefici, che egli si diletti accarezzare, favorire e far piacere, non solamente ad ogni pellegrino ingegno, ma ad ogni nobile et onorato spirto. Aveva in questo tempo il frate de'Servi allogato al Francia Bigio una delle istorie de 'l cortile; il quale non aveva finito ancora la turata, che Andrea insospettito, perch gli pareva che il   Francia nel maneggiare i colori a fresco valesse pi di lui, con prestezza per gara fece i cartoni di due istorie, nel canto fra la porta del fianco di San Bastiano e quella a man ritta che entra ne'Servi, e si messe a colorirle con un grandissimo amore. Nelle quali istorie, in una fece la Nativit della Nostra Donna, dove si vede un componimento di figure ben misurate in una camera, figurato certe comari o parente che vengono a visitare la donna de 'l parto, con quegli abiti stessi che si usava a suo tempo. Et inoltre fece al fuoco le donne che lavano la Nostra Donna, donde chi fa le fasce e chi altre faccende. E fra gli altri un fanciullo che si scalda al fuoco, molto vivace, senza che vi  un vecchio che si riposa in su un lettuccio, ch' molto naturale. Et inoltre  piena l'istoria di femmine che ministrano cose da mangiare, et in aria putti che getton fiori, i quali con tutte le figure, son d'aria, di panni e d'ogni cosa consideratissimi, oltre il colorito morbido e dolcissimo, che paion carne, e le figure pi vive che dipinte. Simile  l'altra dove Andrea fece i tre Magi scavalcati, che mostrano avere a ire poco, avendo sol lo spazio delle due porte per vano, dove  l'istoria della Nativit di Cristo di mano di Alesso Baldovinetti. Nella quale istoria Andrea fece la corte di tre re venire lor dietro, con carriaggi e molti arnesi e molte genti che gli accompagnono; fra i quali son in un cantone ritratti di naturale tre persone, vestite ne l'abito alla fiorentina: l'uno  Iacopo Sansovino che guarda inverso chi vede l'istoria tutto intero, et un altro appogiato a esso che ha un braccio in iscorto et accenna,  Andrea maestro dell'opera, et un'altra testa in mezzo occhio dietro a Iacopo,  lo Aiolle musico. Senza che vi ha finto putti che salgono per i muri, per istare a vedere passare le   magnificenzie e le stravaganti bestie che menano con loro que're. La qual istoria  simil a l'altra gi detta di bont, e super se stesso et il Francia che la sua vi fin.
Fece in questo tempo medesmo una tavola alla badia di San Godenzio benefizio di detti frati, che invero  molto ben fatta. Fece ancora per i frati di San Gallo, una tavola di una Nostra Donna quando  Annunziata da l'Angelo, nella quale si vede una unione di colorito molto piacevole et alcune teste di angeli che accompagnano Gabriello, con dolcezza sfumate e di bellezza di arie di teste condotte perfettamente. E sotto quella fece una predella Iacopo da Puntormo allora suo discepolo, il quale diede saggio in quella et giovenile di fare poi le belle opere che sono in Fiorenza di sua mano. Fece Andrea in questo tempo medesmo un quadro di figure non molto grandi a Zanobi Girolami, ne 'l quale era dentro una istoria di Iosep figliuolo di Iacob, che fu da lui finita con una diligenzia molto continuata e fu tenuta una bellissima pittura. Prese a fare per gli uomini della Compagnia di Santa Maria della Neve, dietro alle monache di Santo Ambruogio, una tavolina con tre figure: la Nostra Donna, San Giovanni Batista e Santo Ambruogio; la quale col tempo ancor ella fu condotta da lui e data a quegli che la posono in su l'altare di detta compagnia. Aveva preso dimestichezza grande con Andrea per le virt sue Giovanni Gaddi, che fu poi cherico di camera, il quale per delettarsi de l'arte del disegno, faceva del continuo operare Iacopo Sansovino. E cos piacendoli la maniera di Andrea, gli fece fare per s un quadro d'una Nostra Donna, bellissimo; il quale per avervi fatto intorno e modegli et altre fatiche ingegnose, fu stimato la pi bella pittura che infino allora Andrea avesse dipinto. Fece dopo que sto un altro quadro di Nostra Donna a Giovanni di Paulo merciaio, che per averlo servito benissimo gli rest del continuo con obligo, per quelle lode che sentiva dare a quell'opera, mostrandolo a ogni persona, tanto intendente nel mestiero, quanto a quelli che non se ne 'ntendevano. Fece ad Andrea Sartini un quadro con la Nostra Donna, Cristo, San Giovanni e San Giuseppo, lavorato con diligenzia, che sempre si stim in Fiorenza per pittura molto lodevole. Le quali opere lo avevano arricchito s di nome, che nella sua citt, fra molti giovani e vecchi che dipignevano, era stimato de'pi eccellenti che adoperassino colori e pennelli. Per il che Andrea vistosi onorare, et ancora che poco si facessi pagare l'opere ritrovandosi benissimo, et a s et a'sui di continuo sovenendo nelle miserie, e da i fastidii che ha chi ci vive, si difendeva gagliardamente.
Era in quel tempo in via di S. Gallo maritata una bellissima giovane a un berrettaio, la quale teneva seco non meno l'alterezza e la superbia, ancor che fussi nata di povero e vizioso padre, ch'ella fossi piacevolissima e vaga d'essere volentieri intrattenuta e vagheggiata d'altrui. Fra i quali de l'amor suo invagh il povero Andrea, il quale dal tormento del troppo amarla aveva abbandonato gli studii de l'arte et in gran parte gli aiuti del padre e della madre. Ora nacque ch'una gravissima e subita malattia venne al marito di lei, n si lev del letto che si mor di quella. N bisogn ad Andrea altra occasione, perch senza consiglio di amici, non risguardando alla virt dell'arte, n alla bellezza dell'ingegno, n al grado che egli avesse acquistato con tante fatiche, senza far motto a nessuno, prese per sua donna la Lucrezia di Baccio del Fede, che cos aveva nome la giovane, parendoli che le sue bellezze lo meritassero e stimando molto pi l'appetito   de l'animo che la gloria e l'onore per il quale aveva gi caminato tanta via. Laonde, saputosi per Fiorenza questa nuova, fece travolgere l'amore che gli era portato in odio da i suoi amici, parendogli che con la tinta di quella macchia avessi oscurato per un tempo la gloria e l'onore di cos chiara virt. E non solo questa cosa fu cagione di travagliar l'animo d'altri suoi domestici, ma in poco tempo ancor la pace di lui che, divenutone geloso e capitato a mani di persona sagace atta a rivenderlo mille volte e fargli supportare ogni cosa, che datoli il tossico delle amorose lusinghe, egli n pi qua n pi l faceva ch'essa voleva. Et abandonato del tutto que'miseri e poveri vecchi, tolse ad aiutare le sorelle et il padre di lei in cambio di quegli. Onde chi sapeva tal cose per la compassione si doleva di loro et accusava la semplicit di Andrea essere con tanta virt ridotta in una trascurata e scelerata stoltizia; e tanto quanto da gli amici prima era cerco, tanto per il contrario era da tutti fuggito. E nonostante che i garzoni suoi indovinassono per imparar qualcosa nello star seco, non fu nessuno, o grande o piccolo, che da essa con cattive parole o con fatti nel tempo che vi stesse non fussi dispettosamente percosso; del che ancora ch'egli vivessi in questo tormento gli pareva un sommo piacere. Era in questo tempo Governatore delle monache di San Francesco di via Pentolini, un frate di Santa Croce dell'ordine minore, il quale si dilettava molto della pittura, e quelle monache avevan di bisogno per la loro chiesa d'una tavola; per il che il frate conoscente di Andrea con non molti preghi ottenne che ella li fu da lui promessa, et ancora convenne per un prezzo molto piccolo; nascendo questo pi dal poco chiedere di Andrea, che da l'animo che avessi il frate di voler poco spendere. In que sta tavola dipinse una Nostra Donna ritta, rilevata in su una basa in otto facce, et in sulle cantonate di quella sono Arpie che seggono adorandola. La qual figura tiene in collo il Figliuolo, che con attitudine bellissima la strigne con le braccia tenerissimamente, e l'altra tiene un libro serrato guardando due putti ignudi, che mentre ch'eglino l'aiutano a reggere, le fanno intorno ornamento. E da man ritta, una figura di San Francesco molto ben fatta, conoscendosi nella testa la bont e la semplicit di quello, oltra che i piedi son bellissimi e cos i panni, de'quali Andrea con un girar di pieghe molto ricco e con alcune ammaccature dolci, sempre contornava le figure s, che si vedeva lo ignudo; l'altra figura  un San Giovanni Vangelista finto giovane, che scrive lo Evangelio, figura non men bella che si sien l'altre. Oltra che vi  un fumo di nuvoli trasparenti sopra il casamento e le figure che par che si muovino. La qual opera  tenuta oggi delle cose ch'ei fece, molto bella. Fece al Nizza legnaiuolo un quadro di Nostra Donna, che fu stimato non meno che l'altre opere sue.
Fu deliberato per l'Arte de'Mercatanti che si facessino di legname certi trionfi in su li carri, alla usanza antica; i quali dovevono andar in processione la mattina di San Giovan Batista, in cambio di certi paliotti e ceri, che per i tributi delle citt ogni anno vengono in piazza al duca et i suoi magistrati, a essere riconosciuti tal giorno da chi governa. Fra questi Andrea fece a olio di chiaro e scuro molte istoriette le quali furon molto lodate; e cos si aveva a seguitare di farne ogni anno qualcuno, per fin che ogni citt avessi il suo; che nel vero sarebbe stato una grandissima pompa. Mentre che le bellissime opere di Andrea venivano a far ornamento alla patria sua et a dare ogni giorno ne l'arte pi nome a lui, fu da que gli uomini che governavano la Compagnia dello Scalzo consultato che Andrea dovessi lor finire l'opera del cortile di ch'egli gi avevano avuta da lui quella prima istoria del Battesimo di Cristo; il che non fu molta fatica a persuaderlo, perch Andrea era persona facilissima e serviva pi volentieri le persone basse, che quelle a chi s'aveva avere rispetto. E cos messo mano in quell'opera, la seguit di continuo, finch fece due istorie, fra le quali lavor prima per ornamento della porta che entra a la Compagnia due figure, che fu una Carit et una Giustizia, veramente degne della man sua. Dove mostr quanto acquisto egli aveva fatto ne l'arte, da la prima istoria del Battesimo al principio di quella. Seguit l'istoria da l'altro canto, dove fece San Giovanni che predica alle turbe, istoria veramente bella, per le molte e varie figure di que'farisei, che ammirati danno udienzia alle nuove parole del precursore di Cristo; oltre che egli figur quel S. Giovanni con una persona adusta, atta a quella vita ch'egli fece, et una aria di testa che mostra tutto spirto e considerazione. Ma molto pi si adoper l'ingegno di Andrea nel farlo quando battezza in acqua dove sono quei popoli, i quali si spogliano, et altri spoliati aspettano che e'finisca di battezare uno. Onde mostr quanto  di affetto e di ardente desiderio nelle attitudini di coloro, che affrettano il mondarsi dal peccato, oltra ch'elle son lavorate di quel colore di chiaro e scuro, che rappresentano istorie di marmo vive e vere.
Aveva volunt grandissima in quel tempo Baccio Bandinelli, ch'era tenuto disegnatore molto stimato, d'imparare a colorire a olio; e conoscendo che nessuno in Fiorenza era meglio di Andrea a doverli mostrare il modo, lo preg che li dovessi fare un ritratto di s et egli volentieri lo fece che somigli molto in   quella et, il quale  oggi appresso di lui. E cos vede l'ordine del colorire, quantunque  egli poi, o per la difficult o per non se ne curare, cominciasse a colorire e non seguitassi, tornandoli pi a proposito la scultura. Fece un quadro ad Alexandro Corsini pieno di putti intorno et una Nostra Donna che siede in terra con un putto in collo, il quale fu condotto da lui con una arte molto di colorito piacevole. E cos ancora fece una testa bellissima a un merciaio che faceva bottega in Roma, ch'era suo amicissimo. Piacque molto l'opera d'Andrea a Giovan Batista Puccini, e come quello che desiderava avere qualcosa del suo, prese dimestichezza seco, e gli fece fare un quadro di Nostra Donna, per mandare in Francia, che riuscito bellissimo lo ritenne per s e non ve lo mand; il quale tiene egli appresso di lui molto onoratamente, per essere non men bello che si fussino l'altre opere sue. E perch egli faceva in Francia molte faccende, gli fu dato commissione che egli facesse di mandar l pitture eccellenti; per il che egli allog ad Andrea un quadro di un Cristo morto, che aveva certi angeli attorno che lo sostenevano e con atti pietosi e mesti contemplavano il lor fattore essere in tanta miseria per i peccati de gli uomini, che finitolo fu tenuto in Fiorenza cosa eccellente. Ma pi fu lodato in Francia dal suo re e cos da tutti quei signori et altri che lo videro. Et acceso il re di voglia d'avere de le opere sue, ordin che se ne facesse fare delle altre, la qual commissione fu cagione che Andrea persuaso col tempo da gli amici, si risolv andare poco dopo in Francia. Venne l'anno MDXV da Roma Papa Leone X, il quale l'anno terzo del suo pontificato, a'tre di settembre ne 'l suo papato, volse fare grazia di s di farsi vedere in Fiorenza, nella quale si ordin per riceverlo una festa molto magnifica. E ne 'l vero si pu dire che non sia stata mai   per pompa di archi, facciate, tempi, colossi et altre statue, fatto la pi sontuosa e la pi bella. Perch allora fioriva in quella citt maggior copia di pi begli et elevati ingegni, ch'ella abbia fatto per tempo nessuno. Laonde alla porta San Pier Gattolini a l'intrata, fece un arco istoriato Iacopo di Sandro e Baccio da Monte Lupo; et a San Felice in piazza un altro Giulian del Tasso, a Santa Trinita statue e la Meta di Romulo; in Mercato Nuovo la Colonna Traiana; in piazza de'Signori fece un tempio a otto facce Antonio fratello di Giulian da Sangallo, e Baccio Bandinelli fece un gigante in su la loggia; e fra la badia et il palazzo del Podest, fece un arco il Granaccio et Aristotile; et al canto de'Bischeri un altro il Rosso, cosa molto bella di ordine e di figure.
Ma quel che valse pi di tutti, fu la facciata di Santa Maria del Fiore di legname e d'istorie, lavorate di mano d'Andrea di chiaro e scuro, che oltre alle comendazioni ch'egli ebbero della architettura fatta da Iacopo Sansovino, con alcune istorie di basso rilievo, di scoltura e figure tonde, fu giudicato dal papa non dover essere altrimenti di marmo tal edifizio, n le istorie che a far vi si avevano, d'altro disegno. Senza ch'Iacopo fece in sulla piazza di Santa Maria Novella un cavallo, simil a quel di Roma, molto eccellente. Oltra l'infinito numero de gli altri ornamenti fatti alla sala del papa, e l'ornamento pieno d'istorie, per la met della via della Scala, lavorato da molti artefici e gran parte disegnate di man di Baccio Bandinelli. Finito questo, fu di nuovo ricerco di far un altro quadro per in Francia, e non molto vi pen, ch'egli lo fin. Nel quale fece una Nostra Donna bellissima, che fu mandato subito e cavatone da'mercanti quattro volte pi, che non era il costo. Aveva allora Pier Francesco Borgherini fatto fare a Baccio d'Agnolo di le gnami intagliati spalliere e cassoni, sederi e letto di noce, cosa molto bella per fornimento d'una camera, et a Andrea fece fare parte delle istorie, di figure non molto grandi, dentrovi i fatti di Giusep figliuol di Iacob, a concorrenzia di alcune che aveva fatte il Granaccio e Iacopo da Puntormo, che son molto belle. Et Andrea in quelle si sforz di mettere del tempo, le quali riuscirono molto pi de l'altre perfette, avendo egli nella variet delle cose che accaggiono in quelle istorie mostro quanto egli valessi nell'arte della pittura. Le quali istorie per la bont loro furon per l'assedio volute scassar dove erano confitte da Giovan Batista della Palla, per mandar al re di Francia. Ma perch erano confitte di sorte che tutta l'opera si guastava, restorno nel luogo medesimo, con un quadro di Nostra Donna, che  tenuto cosa molto eccellente. Fece in questo medesimo tempo una testa di un Cristo, tenuta oggi da i frati de'Servi in su l'altare della Nunziata. Erasi in San Gallo fuora della porta nelle cappelle della chiesa, fatte oltra alle due tavole di Andrea molte altre, le quali non paragonano le sua, e cos avendosene allogare un'altra operarono que'frati col padrone della cappella, che ella si dovesse dare a lui, et Andrea presala, la cominci subito, et in quella fece quattro figure ritte, che disputano de la Trinit. Le quali son questi: Santo Agostino, con una aria africana, con veemenzia che si muove in abito di vescovo parato verso un San Pier Martire, il quale tiene un libro aperto, con una aria fieramente terribile, la qual testa e figura  molto lodata; allato a questo  un San Francesco, che con una mano tiene un libro e l'altra si pone al petto, et esprime con la bocca aperta una certa caldezza di fervore, che par ch'egli si strugga in quel ragionamento; vvi un San Lorenzo che   ascolta, e come giovane par che ceda alle auttorit di coloro. Fecevi ginocchioni due figure, una  Maria Magdalena con bellissimi panni, ritratta la moglie; perci ch'egli non faceva aria di femmine in nessun luogo, che da lei non la ritraessi, e se pur avveniva che d'altri la togliessi, per l'uso del continuo vederla e dal tanto averla designata le dava quell'aria, non possendo far altro. L'altra figura fu un San Bastiano, il quale ignudo mostra le schiene, che non dipinte, ma di carne vivissime paiono. E certamente questa fra tante opere, fu da gli artefici tenuta a olio la migliore. Con ci sia che si vede in quella una grandissima osservanzia de le misure delle figure et un modo molto ordinato e proprio nell'arie delle teste, dando dolcezza alli giovani e crudezza alli vecchi, e mescolato de l'una e dell'altra in quelle di mezza et, oltra che i panni e le mani erano oltra modo bellissime; la qual tavola si truova con le altre al canto a gli Alberti, in San Iacopo fra'Fossi.
Era gi ad Andrea, non le bellezze della sua donna venute a fastidio, ma il modo della vita, e conosciuto in parte l'error suo, visto ch'egli non si alzava da terra, e lavorando di continuo non faceva alcun profitto, et avendo il padre di lei e tutte le sorelle che gli mangiavano ogni cosa, ancora che egli fosse avvezzo a tenerle, quella vita gli dispiaceva. Conosciuto questo, qualche amico che lo amava, pi per la sua virt, che per i modi tenuti, cominci a tentarlo che egli mutassi nido, che farebbe meglio, e quando egli lasciasse la sua donna in qualche luogo sicuro e col tempo poi la conducesse seco, potrebbe pi onoratamente vivere e fare de la sua arte qualche avanzo secondo ch'egli stesso volessi. Cos adunche quasi dispostosi a volere questo errore ricorregere, non pass molti giorni che e'gli venne occasione grande da po tere ritornare in maggior grado, che e'non era innanzi ch'egli togliessi donna. Gi erano stati considerati in Francia i due quadri che Andrea vi aveva mandati dal giudizio del Re Francesco primo, e molto pi gli ne fece stimare alcuni altri che di Lombardia e di Venezia e di Roma erano stati presentati a Sua Maest; i quali n di colorito, n di disegno si accostavano a quelli di Andrea a gran pezzo, avendo egli molto pi la maniera moderna, che non avevon gli altri. Fu detto al re che facilmente Andrea si condurrebbe in Francia e che volentieri servirebbe Sua Maest; di che il re che si ne dilettava, diede commissione, e cos si scrisse in Fiorenza e li fu pagato danari; et egli con Andrea Sguazzella suo creato, allegramente si invi in Francia. Et arrivati a salvamento alla corte, fu dal re fattoli grata accoglienza et allegra cera. N pass senza gustar il primo giorno la liberalissima cortesia di quel principe, donandoli veste, danari et altri arnesi. Cominci Andrea a operare, e molto grato alla corte, di maniera che li pareva che la sua partita l'avessi condotto da una infelicit a una felicit grandissima, e vedutosi l'opera sua et il modo di quella facilit ne'colori che faceva stupire ognuno, ritrasse di naturale il Dalfino figliuol del re, nato di pochi giorni, ch'era nelle fasce, che finito e presentato al re gli f dono di scudi 300 d'oro, e cos seguitando il lavorare fece una Carit per il re, tenuta cosa molto rara, nella quale egli dur molte fatiche, e dal re conosciuta fu tenuta molto in pregio mentre ch'e'visse. Ordinato appresso grossa provisione, lo confortava a starsi con seco, che non gli mancherebbe cosa ch'egli desiderassi, piacendoli la prestezza dell'operare di Andrea et un certo modo di bassezza che si contentava d'ogni cosa che gli fussi data. Et in oltre la cor te se ne satisfaceva molto, e cos fece molti quadri et altre opere, e nel vero s'egli avessi considerato di dove e'part e la sorte dove ella lo aveva condotto, non  dubio ch'egli non fussi venuto, lasciando stare le ricchezze, in un grandissimo grado. Mentre ch'egli lavorava un quadro di un San Girolamo in penitenzia per la madre del re, venne un giorno una man di lettere infra molte che prima gli eron venute, mandate dalla Lucrezia sua donna, rimasa in Fiorenza sconsolata per la partita sua; et ancora che non li mancassi e che Andrea avessi mandato danari e dato commissione che si murassi una casa dietro alla Nunziata, con darle speranza di tornare ogni d, non potendo ella aiutare i suoi come faceva prima, scrisse con molta amaritudine a Andrea, e mostrandoli quanto era lontano, e che ancora che le sue lettere dicessino ch'egli stessi bene non per restava mai di affligersi e piagnere continuamente. Et avendo accomodato parole dolcissime, atte a sollevar la natura di quel povero uomo, che l'amava purtroppo, cercava sempre ricordarli alcune cose molto accorabili, talch fece quel pover uomo mezzo uscir di s nello udire che, se non tornava, la troverebbe morta. Laonde intenerito, ricominciato a percuotere il martello, elesse pi tosto la miseria de la vita, che l'utile e la gloria e la fama de l'arte. E perch in quel tempo egli si trovava pure avere avanzato qualcosa, e di vestimenti donatili dal re e d'altri baroni di corte, et essere molto adorno gli pareva mille anni una ora di ritornare, per farsi alla sua donna vedere. Laonde chiese licenzia al re per andare a Fiorenza et accomodare le sue faccende e cercare di condurre la moglie in Francia, promettendoli che porterebbe ancora alla tornata sua pitture, sculture et altre cose belle di quel paese. Per che egli presi danari dal   re che di lui si fidava, li giur sul Vangelo di ritornare a lui fra pochi mesi; e cos a Fiorenza arrivato felicemente, si god la sua donna alcuni mesi, e fece molti benefizii al padre et alle sorelle di lei, ma non gi a'suoi, i quali non volse mai vedere; laonde in spazio di tempo, morirono in miseria. Era gi passato il tempo della tornata, e fra murare e darsi piacere senza lavorare si erano consumanti i danari suoi e quelli del re. Per il che volendo egli ritornare, fu stretto pi che prima da i pianti e da i prieghi della sua donna, pi che dalla fede e dal suo bisogno e da 'l merito di cos gran re. Il quale sentendo ci, si sdegn poi tanto, che mai pi con dritto occhio guardar non volse per molto tempo pittori fiorentini, giurando che se mai li capitava in mano, pi dispiacere che piacere gli arebbe fatto, senza riguardo avere a nessuna virt di quello. Cos Andrea restato in Fiorenza, e da una grandezza di grado venuto a un infimo, si tratteneva e passava tempo.
Nella sua partita per Francia avevano gli uomini dello Scalzo considerato che non si partirebbe pi, et avevano allogato tutto il restante dell'opera del lor cortile al Francia Bigio, che gi ci aveva fatto due istorie; ma, vedendo Andrea in Firenze, lo domandorono se voleva seguitare. Et egli ripresa l'opera molto volentieri la seguit; et in quella fece quattro istorie, l'una dopo l'altra, dove  in una la presa di San Giovanni dinanzi a Erode, la qual  molto bene intesa e lodata; l'altra, la cena et il ballo di Erodiana, con figure molto accomodate et a proposito; e simil fece la sua decollazione, nella quale  un boia mezzo ignudo che ha tagliato la testa a San Giovanni ch' una figura molto eccellentemente disegnata, simile tutte l'altre; e cos fece quando Erodiana presenta la testa, dove sono alcune figure che di stupore si maravigliano, fatte con una   considerazione molto a proposito. Le quali istorie sono state un tempo lo studio e la scuola di molti giovani, oggi venuti eccellenti in questa arte. Fece in su 'l canto che si voltava per ire al convento de'frati Iesuati fuora della porta a'Pinti, un tabernacolo, il quale rest per lo assedio di Fiorenza l'anno MDXXX in piedi, e non fu rovinato come l'altre cose per la bellezza sua; ne 'l quale  una Nostra Donna a sedere con un putto in collo et un San Giovanni fanciullo che ride, fatto con un'arte grandissima e lavorato in fresco perfettissimamente, stimato molto per la vivezza e per la bellezza sua. E la testa della Nostra Donna  il ritratto della sua moglie di naturale. Faceva allora in Francia molte faccende di mercanzia Bartolomeo Panciatichi il Vecchio, e desideroso lasciare memoria di s in Lione, ordin a Baccio d'Agnolo che Andrea li dipignessi una tavola per mandarsi l, nella qual volse una Assunta di Nostra Donna con gli Apostoli che stessino attorno a 'l sepolcro. La quale Andrea condusse fin presso alla fine, ma il legname di quella parecchie  volte si aperse; e cos ella rimase adietro non finita del tutto alla morte sua. Questa fu poi da Bartolomeo Panciatichi il Giovane suo figliuolo riposta nelle sue case, come opera veramente degna di lode, per le bellissime figure de gli Apostoli, oltre alla Nostra Donna che da un coro di putti ritti  circundata, senza altri fanciulli che la reggano e portono con una grazia singularissima. Et in una sommit della tavola  ritratto fra gli Apostoli Andrea nello specchio che par vivo vivo. Fece ne l'orto de'frati de'Servi a sommo i dua cantoni, due istorie de la Vigna di Cristo, nelle quali  quando ella si pianta e lega e paleggia, con quel padre di famiglia che mette alcuni operai oziosi, fra i quali  uno che mentre li dimanda s'e'vuo le entrar in opera, sedendo se gratta le mani, la qual  molto ben fatta. Ma molto  pi bella l'altra, quando e'gli paga che e'mormorano; infra i quali  uno che da s annovera i danari, che  una bella figura, intento a quel che gli tocca, e cos ancora quel castaldo che gli paga. Le quali istorie sono di chiaro scuro lavorate in fresco, con una destrissima pratica. E non usc di questo lavoro, ch'egli fece una Piet colorita nel noviziato, in fresco in una nicchia, a sommo a una scala, che fu molto bella.
Aveva preso con Andrea molta dimestichezza Zanobi Bracci, il quale, desideroso di avere una pittura di sua mano, lo richiese che gli facessi un quadro per una camera, e cos Andrea gli fece una Nostra Donna, che inginocchiata si appoggia a un masso contemplando Cristo che posato in sun un viluppo di panni, la guarda sorridendo; e cos v' ritto un putto, ch' finto per San Giovanni, che accenna alla Nostra Donna mostrando quello essere il Figliuol di Dio. E dietro loro  un Giuseppo appoggiato con la testa in sulle mani, che lo posa in uno scoglio, che pare ch'egli si beatifichi l'anima nel vedere la generazione umana esser diventata per quella nascita, divina. Era stato commesso a Giulio Cardinal de'Medici per ordine di Papa Leone di fare lavorare di stucco e di pittura la volta della sala grande de 'l Poggio a Caiano, palazzo e villa della casa de'Medici, posta fra Pistoia e Fiorenza, lontano dieci miglia da l'una e da l'altra; e dato la commissione cos di pagare i danari, come di fare provisioni e rivedere quel che si faceva, al Magnifico Ottaviano de'Medici, come a persona che si intendeva di quel mestiero et era molto domestico et amico di tali artefici, dilettandosi sempre di avere pitture di varii maestri, e che fussino eccellenti opere, si ordin,   essendosi dato tutta l'opera a dipignere al Francia Bigio, che Andrea ne avessi un terzo e gl'altri due terzi si dividessino, uno a Iacopo da Puntormo e l'altro rimase al Francia. N si pot per sollecitudine ch'egli usassi loro e per quanti danari egli pagassi, ancora che fusse di mestiero ricordare loro ch'e'venissin per essi, far s che quella opera venissi al fine. Per il che Andrea con ogni diligenzia fin solamente in una facciata una istoria, dentrovi quando a Cesare son presentati i tributi di tutti gli animali. Nella quale desideroso di passare il Francia et Iacopo, si misse a fatiche non pi da lui usate, tirandoci una prospettiva magnifica et un ordine di scalee molto difficile, dove si perviene salendo per quelle a la sieda dov'era Cesare. N manc adornarla di statue, oltra il farvi variet di figure che portano addosso varii animali, come una figura indiana che ha una casacca gialla indosso, che porta in su le spalle una gabbia tirata in prospettiva, dentrovi e fuori pappagalli, ch' cosa rarissima; oltra che vi sono alcuni che guidano capre indiane, leoni, giraffe, leonze, lupi cervieri, scimie e mori et altre belle fantasie, accomodate con un'arte molto perfetta e colorite in fresco divinissimamente. Senza che v' una grazia et una leggiadria nella maniera di tutta l'opera da stupirne veramente. Et inoltre figur a sedere in su quelle scalee un nano che tiene in una scatola il camaleonte, che non si pu imaginare nella disformit della stranissima forma sua, la bella proporzione che gli diede. La qual opera rimase imperfetta, venendo la morte di Papa Leone. E se bene il Duca Alessandro de'Medici mentre viveva desiderava che Iacopo da Puntormo la finisse, non pot far mai tanto, che egli vi potessi por mano, che nel vero ricev un torto grandissimo a restare imperfetta quella opera, sendo per cosa di   villa la pi bella sala del mondo. Ritornato in Fiorenza, Andrea fece in un quadro una mezza figura ignuda di San Giovan Batista ch' molto bella, la quale gli fu fatta fare da Giovan Maria Benintendi, oggi appresso di lui. Mentre le cose sue succedevano in questa maniera, ricordatosi alcuna volta delle cose di Francia, sospirava grandemente; e s'egli avessi pensato di potere avere perdono de 'l fallo commesso, non  dubbio ch'egli vi sarebbe con ogni suo sforzo ritornato. E cos per tentare la fortuna, pensando forse che per la virt sua egli avessi a essere assoluto, si messe gi e fece un quadro dentrovi un San Giovan Batista mezzo ignudo, per mandarlo al Gran Maestro di Francia, acci ch'egli fussi mezzano con quel re a farli ritornare la grazia persa; ma sconfortato da mercanti non gliele mand, anzi lo vend al Magnifico Ottaviano de'Medici, il qual lo stim sempre mentre ch'e'visse insieme con due quadri di Nostre Donne ch'egli fece d'una medesma maniera, oggi rimasti in casa sua. Fece mettere mano Zanobi Bracci perch facessi un quadro, che serv per Monsignor di San Biause, il quale lo f con ogni diligenzia per vedere se fussi stato cagione di poter ricuperare la grazia persa con quel re, il quale desiderava tornare a servire. Fece un quadro a Lorenzo Iacopi ancora, molto di grandezza maggiore che l'usato, dentrovi una Nostra Donna a sedere con il putto in braccio, e cos due altre figure che l'accompagnano, le quali seggono in sun certe scalee che di disegno e colorito son simili alle altre opere sue.
Venne l'anno MDXXIII che in Fiorenza fu una peste et inoltre per il contado in qualche luogo, et Andrea impaurito non sapeva dove ritirarsi. Lavor un quadro bellissimo e molto lodato a Giovanni d'Agostino Dini, dentrovi una Nostra Donna bellissima, ch' oggi molto in   pregio stimata per le sue bellezze. E dopo questa a Cosimo Lapi fece un ritratto di naturale molto vivo, che ne fu molto lodato. Era divenuto amicissimo suo Antonio Brancacci, il quale aveva interesse con le monache di Luco in Mugello, le quali desiderose di avere una tavola che fussi onorevole, Antonio ne ricerc Andrea, il quale accordatosi seco ordinarono che egli fuggissi la peste in Mugello da quelle monache, et in mentre facessi questo lavoro. E cos messosi in ordine men seco la moglie et una figliastra, con la sorella di lei et un garzone, et in Mugello se ne andorno; dove stando quietamente, messe mano in quell'opera, e ricevendo da quelle donne ogni d nuove carezze, egli con grandissimo amore si pose a lavorare quella tavola. Nella quale fece un Cristo morto, pianto dalla Nostra Donna, San Giovanni Evangelista e la Magdalena, figure che col fiato e con l'anima paion vive. Oltra che si scorge quella tenera dilezzione di quello Apostolo e l'amore della Magdalena nel pianto, oltra il dolore intenso nel volto et attitudine della Nostra Donna, la quale, vedendo il Cristo, che par veramente di rilievo in carne e morto, fa di terrore temere un San Piero e stupire un San Paulo che contemplano quella passione. La qual opera fa conoscere quanto egli si dilettassi delle fini e perfezzioni dell'arte. Per il che pi nome ha dato tal opera a quel munistero, che quante fabbriche e spese vi sono state fatte. Onde egli ne fece bene, scampando la vita fuor di pericolo, e quelle donne meglio, per la fama che elle ne hanno acquistato, ancor che molte volte portassin pericolo mentre Ramazzotto, capo di parte a Scaricalasino, avessi pi volte tentato di torla loro per lo assedio, per farne a Bologna dono a San Michele in Bosco alla sua cappella. Mentre ch'egli ritornato a   Firenze attendeva a'suoi lavori, Becuccio Bicchieraio da Gambassi amicissimo suo, deliber mandare a Gambassi una tavola di sua mano, per lasciare quella memoria di s, la quale Andrea gli fin, dove  dentro una Nostra Donna in aria col Figliuolo in collo, et a basso son quattro figure, San Giovan Batista e Santa Maria Magdalena e San Sebastiano e San Rocco, opera certamente onorevole; e nella predella ritrasse di naturale Becuccio e la moglie, che son vivissimi. Fece a Zanobi Bracci un quadro bellissimo per la villa di Rovezzano, per tenere in una sua cappella, dentrovi una Nostra Donna che allatta un putto et un Giuseppo, che si staccono per il relievo da la tavola, oggi in Fiorenza nella camera di Messer Antonio suo figliuolo, che si diletta della pittura, il qual lo stima come cosa degna e meritamente. Fece Andrea in questo tempo nel cortile dello Scalzo due istorie, delle quali in una figur Zacheria quando sacrifica et ammutolisce nello apparirgli l'angelo, istoria molto bella; e nell'altra la Visitazione di Nostra Donna, mirabilissimamente l'una e l'altra condotte.
Era in casa Medici in Fiorenza quel ritratto di Papa Leone et il Cardinal Giulio de'Medici col reverendissimo Rossi fatto dal grazioso Raffaello d'Urbino, il quale a Federigo secondo Duca di Mantova ne 'l suo passare da Fiorenza che andava a visitare Clemente VII, vedendolo sopra una porta, piacque s straordinariamente, che pens farselo suo, massime ch'egli era vaghissimo delle pitture eccellenti; e ne 'l suo visitare il papa, gnene chiese in dono, e da Clemente gli fu largito liberalissimamente. Scrisseno adunque i secretarii a Fiorenza al Magnifico Ottaviano de'Medici, che governava il Magnifico Ippolito et il duca Alessandro, che lo incassassi e lo facessi portare a Mantova. Rincrebbe grandissima mente a messere Ottaviano il privar Fiorenza d'una pittura tale, n si poteva accordare che il papa l'avessi corsa cos di subito, e li rispose che non mancherebbe servire il duca, ma che l'ornamento era cattivo e gi s'era ordinato farne fare uno, et era mezzo fatto, che come egli era messo d'oro, lo mandarebbe sicurissimamente a Mantova. E subito Messer  Ottaviano, mandato per Andrea, che sapeva quanto e'valeva nella pittura, segretamente li disse come il quadro doveva partire, ma che non ci era altro rimedio, che contraffarne un simile con ogni diligenzia, e farne presente al duca, con ritenere nascosto quel di Raffaello. Promesse Andrea di farlo, e con prestezza fatto fare un quadro simile, fu d'Andrea in casa di Messer  Ottaviano segretamente lavorato; et in quello si affatic Andrea talmente, che Messer  Ottaviano intendentissimo in quella arte quando fur finiti, non li conosceva, avendo Andrea contrafatto fino alle macchie del sudicio com'era in quello. Cos nascosto quel di Raffaello, in uno ornamento simile fu mandato a Mantova salvo; per il che rest satisfattissimo il Duca Federigo, per avergnene lodato Giulio Romano, discepolo di Raffaello, il quale, credendolo certamente di sua mano, st in quella opinione di molti anni. Avvenne che un che st con Andrea mentre si f questa opera e creatura di Messer  Ottaviano, capit a Mantova, dove gli fu da Giulio fatto molte carezze e mostrogli l'anticaglie e le pitture sue, e da lui in ultimo come reliquia li fu mostro questo quadro. Per il che nel guardarlo lo amico di Giulio li disse: " una bella opera, ma non  quella di Raffaello". "Come non? - disse Giulio - non lo so io, che riconosco i colpi che vi lavorai su?" "Voi ne gli avete dimenticati - rispose l'amico - che questo  di mano d'Andrea del Sarto e, per segno di ci, v' dietro un contrase gno che fu fatto, perch si scambiavano in Fiorenza quando eglino erano insieme". Volse far rivoltare il quadro Giulio e, cos visto il contrasegno, si strinse nelle spalle e disse queste parole: "Io non lo tengo da meno, che di man di Raffaello, anzi certo da pi, perch' cosa fuora di natura, a un che sia eccellente, imitar la maniera d'un altro e farla simile a lui". Basta che si conosce che la virt di Andrea valse sola et accompagnata, e cos fu per l'ordine di Messer  Ottaviano satisfatto il duca e non privato Fiorenza d'una opera s degna, la quale egli tenne molti anni, che gli fu donata dal Duca Alessandro, et egli ne fece dono al Duca Cosimo, dove  ora in guarda roba in palazzo con l'altre pitture famose. Fece mentre ch'egli faceva questo ritratto per Messer  Ottaviano sudetto, in un quadro, solo la testa di Giulio Cardinal de'Medici, che fu poi Papa Clemente, simile a quella di Raffaello, che fu molto bella, e fu poi da esso Messer  Ottaviano donata al Vescovo vecchio de'Marzi. Era in questo tempo Messer  Baldo Magini da Prato desideroso far fare alla Madonna delle Carcere in quel castello una tavola di pittura bellissima, avendo egli fatto fare, per memoria sua, un ornamento di marmo molto onorato, dove egli voleva collocare quella. E fra molti maestri buoni che gli furon posti innanzi, ancor ch'egli non se ne intendessi, fu Andrea come pi celebrato et invero pi sperimentato de gli altri. Avvenne che un Niccol Soggi Sansovino, il quale aveva in Prato amicizia con amici di Messer  Baldo, era messo molto innanzi per quest'opera, e che non si poteva migliorare, e la dessino a lui, et egli convenuto con esso di far molto pi perfettamente che gli altri, li prometteva servirlo. Fu mandato per Andrea a Fiorenza che, cavalcato a Prato con Domenico Puligo e con altri suoi amici pittori, credendo   per un suo disegno fatto perci dovere avere l'opera, trov che Niccol aveva rivolto l'animo di Messer  Baldo, e cos in presenzia sua, Niccol disse a Andrea che giucherebbe seco ogni somma di danari a far qualcosa di pittura e chi fusse meglio tirassi. Andrea che sapeva quanto Niccol valesse a petto a lui, si rise della sua pazzia, et ancor che fussi di poco animo, li rispose: "Io ho qui meco questo mio garzone, che non  stato molto a l'arte, ma se tu vuoi giucar seco, io lo far volentieri e metter i danari per lui, ma meco non vo'che tu giuochi per niente: perch s'io ti vincesse non mi sarebbe onore, e s'io perdesse mi sarebbe una grandissima vergogna". E detto a Messer  Baldo che gli dessi l'opera, che ella piacerebbe a chi viene al mercato in Prato, se ne torn a Fiorenza. Gli fu allogato in questo tempo una tavola per Pisa, in cinque quadri, da porsi alla Madonna di Santa Agnesa, chiesa lungo le mura di quella citt, fra la cittadella vecchia et il duomo; et egli vi f dentro per ciascuno una figura, ci  San Giovanni Batista e San Piero che mettano in mezzo quella Nostra Donna che fa miracoli; ne gli altri  Santa Caterina Martire e Santa Agnesa e Santa Margherita; figura ciascheduna per s, che fanno maravigliare per la loro bellezza chiunque le guarda, e son tenute le pi leggiadre e belle femmine ch'egli facessi mai. Aveva Messer  Iacopo frate de'Servi, nello assolvere un voto d'una donna, fatto pro muta che ella facessi far sopra la porta ch'esce per il fianco nel chiostro, dove  il capitolo della Nunziata, una figura d'una Nostra Donna; e trovato Andrea, li disse che aveva da fare ispendere questi danari che, se bene eglino non erano molta somma, era assai lassare ne l'ultimo del suo essere eccellente un'opera in un luogo che si vedessi da tutto il mondo, e che se bene l'utile talvolta ci fa commodit, non    per che l'onore non si spenda di continuo pi di quello doppo la morte. Laonde Andrea fra la voglia del luogo e la poca opera, che non vi andavano se non tre figure, spinto dalla gloria pi che dal prezzo, la prese volentieri; e cos messoci mano, fece in fresco una Nostra Donna che siede, bellissima, con il Figliuolo in collo e con un Giuseppo appoggiato a un sacco, che aperto un libro legge quello. Dove s'ingegn far conoscere in tal lavoro una assoluta arte e perfetta di disegno et una grazia e bont di colorito, oltre alla grazia delle teste e la vivezza e rilievo di quelle figure, mostrando a tutti i pittori fiorentini averli superati et avanzati di gran lunga perfino a quel giorno, come apertamente da se stessa si fa senza altra lode conoscere, che gli artefici e gli altri ingegnosi spirti di continuo la celebrano per cosa rarissima.
Mancava al cortile dello Scalzo solamente una istoria, e restava finito del tutto; per il che Andrea, che aveva ringrandito la maniera per aver visto le figure che Michel Agnol Buonarroti aveva cominciate e parte finite per la sagrestia di San Lorenzo, messe mano a fare quest'ultima istoria dove andava il nascere di San Giovan Batista, la qual fin, e diede l'ultimo saggio del suo miglioramento, certamente di lode dignissimo; atteso che v' le figure molto pi belle che in tutte l'altre che v'aveva fatto, e maggior relievo et aggiunto pi grazia che a tutte le altre. Vedendosi una femmina che porta il putto nato a letto, dov' Santa Elisabet ch' una bellissima figura, senza che vi  Zaccheria che scrive, con una carta in su un ginocchio, tenendola con una mano e con l'altra scrivendo il nome del figliuolo, che non li manca altro ch'il fiato istesso. Oltra che v' una vecchia che siede in su una predella, che si ride del parto di quell'altra vecchia, che d'attitudine e di   affetto, mostra quel tanto che farebbe la natura istessa. Finita quell'opera, certamente degna et onorata, fece per ordine del generale di Valle Ombrosa una tavola, la quale fu messa sopra a Valle Ombrosa in una altezza d'un sasso, dove stavano certi frati separati da quelli per fare maggiore astinenzia, detto le Celle, nella quale son quattro figure lodatissime e belle, l'una  San Giovan Batista e San Giovan Gualberto lor frate, et in l'altra un San Michel Angelo, con San Bernardo cardinale e lor frate; oltra che v' nel mezzo alcuni putti che nel vero non possono essere pi vivaci n pi begli. Aveva avuto commissione Giuliano Scala di far fare per Serrezana una tavola, qual allog a Andrea, nella qual fece molte figure col solito suo disegno, colorito e grazia, le quali furono una Nostra Donna a sedere col Figlio in collo e due mezze figure da le ginocchia in su, San Celso e Santa Iulia, Santo Onofrio e Santa Caterina, San Benedetto e Santo Antonio di Padua e San Piero e San Marco, la quale fu tenuta et ancora si tiene per cosa molto perfetta delle sue. Rimase un mezzo tondo, che vi andava sopra a Giuliano per un resto che gli avevono a pagare quegli uomini, il qual pose ne'Servi nella tribuna dov' il coro a una sua cappella, nel quale vi  dentro una Nostra Donna Annunziata da l'Angelo, molto bella. Erano stati i frati di San Salvi, per le loro discordie et altre cose importanti del generale e di abati che avevon disordinato quel luogo, molti anni, che il Cenacolo che gi a Andrea allogarono, quando e'fece l'arco con le quattro figure, non s'era mai n ragionatone n risoluto di farlo; e venuto un abate che si dilettava pi de gli altri dell'opere virtuose, avendo e lettere e molto giudizio nelle cose, deliber che Andrea finisse quell'opera, de la quale, egli che gi era obligato,   non fece resistenzia. E fatto cartoni e messo in ordine, fra non molti mesi, lavorandone a suo piacere un pezzo per volta la fin. La qual opera fu certamente tenuta et  la pi facile e la pi vivace di colorito e di disegno che e'facesse mai, avendo dato grandezza e maest a quelle figure, con una grazia da perfettissimo maestro. La quale opera, oltre al far stupire chi la vide finita, fu cagione ancora che nelle rovine dello assedio di Fiorenza l'anno MDXXIX, quando i soldati comandati da chi regeva lo stato facevano tutti i borghi fuor delle porte mandare a terra, senza riguardare n chiese n spedali o altri belli edifizii, rovinati i borghi della porta della Croce e pervenuti a San Salvi, rovinato la chiesa et il campanile e cominciato a mandare gi parte del convento, giunti al refettorio dove era questo Cenacolo, i soldati e quegli che rovinavono, visto s miracolosa pittura, abbandonaron l'impresa e non rovinarono altrimenti pi la muraglia, serbandola a quando non potessino far altro. Grandissimo onore veramente di quest'arte che, mutissima e senza parola, avessi forza di temperare il furore de l'armi e del sospetto, inducendo coloro a portarle riverenza e rispetto, non essendo per genti della professione che conoscessino la bont sua.
Fece a una Compagnia di San Iacopo che li stava vicino, un segno da portare a processione, dove egli fece un S. Iacopo che fa carezze, toccando sotto il mento ad un putto vestito da battuto, oltra che v' un altro putto che ha un libro in mano, pittura lodevole per essere ben fatta. Era un commesso che stava vicino a Valle Ombrosa in una villa, per le ricolte di que'frati; il quale aveva volont d'esser ritratto d'Andrea per metterlo in un luogo, dove l'acqua percoteva, avendoci acconcio e pergole et altre fantasie. Cos Andrea che era molto suo amico, lo satisfece. Avven ne che gli avanz de'colori e de la calcina et un tegolo compagno di quelle. Et Andrea chiam la Lucrezia sua donna e li disse: "Vien qua, che poi che ci  avanzato questi colori, ti voglio ritrarre, acci si vegga in questa tua et quanto tu ti sei conservata, e si conosca quanto hai mutato effigie da i primi ritratti". Non volse ella star ferma, per il che Andrea che li pareva essere quasi vicino al suo fine, tolse una spera, e ritrasse se medesimo in un tegolo, che  vivissimo e naturale, oggi appresso alla donna sua. Ritrasse un canonico pisano, suo amicissimo, che fu una testa molto naturale e ben fatta, oggi in Pisa. Aveva in questo tempo preso Andrea a fare per la Signoria di Fiorenza cartoni che si avevano a colorire, per fare le spalliere della ringhiera di piazza, con molte fantasie belle, sopra i quartieri della citt, con tutte le bandiere delle Capitudini tenute d'alcuni putti, con ornamento di tutte le virt, oltra i fiumi et i monti sudditi a quella citt. La quale opera egli cominci, e rimase imperfetta per la morte. Similmente prese una tavola per la Badia di Poppi, da i frati di Valle Ombrosa, la quale condusse a un gran termine, dentrovi una Nostra Donna Assunta con molti putti e San Giovanni Gualberto e San Bernardo Cardinale, con Santa Caterina e San Fedele. La quale  oggi posta in detta badia, rimanendo molte cose imperfette per conto della morte; il simile avenne di una tavola non molto grande che finita doveva andare a Pisa. E mentre che egli queste cose attendeva a lavorare, si dilettava di sempre tenere le mani in molte cose cominciate. Aveva preso Andrea domestichezza grandissima con Giovan Battista della Palla, il quale, desideroso rimenarlo in Francia, spese in tre anni che egli st in Fiorenza molti e molti centi di scudi comperando cose fatte di scultura e pittura, e tutte le cose notabili, s'egli   non le poteva avere, le faceva ritrarre di maniera che egli spogli Fiorenza di una infinit di cose elette, senza alcun rispetto, solo per ordinare al re di Francia uno appartamento di stanze che fussi di ornamenti pi eccellenti che si potessin trovare. E cos, convenuto con Andrea, li fece, fare perci due quadri, de'quali fece in uno quando Abraam vuole ammazzare nel sacrificio Isaac: cosa tanto rara di suo, che fu giudicato che egli non avessi fatto mai meglio. Perch si vedeva dentro a quella figura del vecchio, quella constanzia d'animo e quella fede che non lo spaventava nello ammazzare il figliuolo, e nel menare del ferro, voltava la testa a un putto, che par gli dica che fermi il colpo; il qual di bellezza non si pu far meglio, senza che l'abito, l'attitudine et i calzari et altre cose di quel vecchio avevono una grandissima maest. Oltra che si vedeva ignudo la bellissima e tenera et di Isaac, che dal timore della morte si vedeva quasi tremare e morire innanzi al ferillo, avendo per fino contrafatto il collo, tinto dal calore del sole, et il resto de l'ignudo candidissimo per la coperta de'panni. Senza che vi era un montone fra le spine vivo et i panni d'Isaac in terra, veri pi che dipinti, oltre a certi servi ignudi che guardavano un asino che pasceva, con un paese da mostrare a chi guardava questa pittura, non essere stato quel fatto altrimenti che come Andrea l'aveva lavorato. La qual pittura dopo la sua morte e la cattura di Batista, fu venduta a Filippo Strozzi. Il qual ne fece degno Alfonso Davolos Marchese del Vasto, et il marchese lo fece portare ne l'isola d'Ischia, vicina a Napoli in alcune stanze in compagnia d'altre dignissime pitture. Ne l'altro fece una Carit bellissima con tre putti, simile di bont allo Abraam sudetto, la quale compr de la sua donna dopo la morte Domenico Conti pittore, che la vend poi a Nic col Antinori, che lo tiene per cosa rara come egli  veramente. Aveva grandissimo desiderio il Magnifico Ottaviano de'Medici di avere un quadro di sua mano in quell'ultimo, vedendo quanto egli aveva migliorato, per il che Andrea che desiderava farli servizio, conoscendo quanto gli fussi tenuto per i benefizii ricevuti e per aver avuto egli sempre in protezzione l'ingegni buoni nella pittura, deliber servirlo. E fatto un quadro molto bello, dentrovi una Nostra Donna che siede in terra con un putto in su le gambe a cavalcione, svoltando la testa a un San Giovanni anche egli fanciullo, il quale sostenuto da una vecchia, figurata per una Santa Elisabetta, molto viva e naturale, con ogni minuzia e diligenzia et arte, disegno e grazia lo lavor. E per lo assedio andato a trovarlo, dicendoli come li aveva finito il quadro, gli rispose Messer  Ottaviano che lo dessi a chi e'voleva, che per essere in que'frangenti et a pericol della vita, et avendo occupato l'animo a altro che pitture, lo scusassi, e che lo ringraziava. Andrea non rispose altro, se non: "la fatica  durata per voi, e vostro sar sempre, se non lo volete ora, ve lo serber". "Vendilo e serviti de'danari - rispose Messer  Ottaviano - che so quel che mi dico". Partissi Andrea e lo serb fin fatto lo assedio, n per chieste che li fussen fatte lo volse mai dare; ma ritornati i Medici in Fiorenza, lo port a Messer  Ottaviano, il quale presolo volentieri e ringraziatolo de l'atto, gnene pag doppiamente con lo avergli obligo di continuo. La qual opera  oggi in camera di Madonna Francesca sua donna, sorella del Reverendissimo Salviati, la quale non tiene men conto delle belle pitture lasciateli dal magnifico suo consorte, che ella si faccia del conservare e tenere conto degli amici di lui. Fece un altro quadro quasi simile a quello della Carit gi detta a Giovan Borgherini, dentrovi una Nostra Donna,   dove  un San Giovanni putto che porge a Cristo una palla, figurata per il mondo, con una testa di Giuseppo molto bella. Venne volont grandissima vedendo la bozza di quello Abraam a Paulo da Terra Rossa, amico grandissimo universalmente di tutti i pittori e persona molto gentile, che Andrea li facessi in un quadro piccolo, un ritratto di quello. Et egli non gli potendo negare per essere la persona ch'io dico, volentieri si pose a servirlo. E lo fin e lo fece tale, che nella sua piccolezza, non era punto inferiore alla grandezza di quello originale; per il che portatolo a casa Paulo e piaciutogli, li dimand del prezzo per pagarlo, stimando che dovessi costarli quel che veramente e'valeva, preparatosi a pagarglielo tutto quello che e'diceva per essere ben servito. Chiese Andrea una miseria, che Paulo si vergogn e, strintosi nelle spalle, gli diede tutto quel che chiese. Il quale quadro fu da lui mandato a Napoli ... et in quel luogo  la pi onorata e bella pittura che vi sia. Erano per lo assedio fuggitisi alcuni capitani con le paghe, i quali fu rechiesto Andrea che dovessi dipignere; simile ancora certi cittadini fuggiti e fatti ribelli al palazzo del Podest, i quali Andrea ordin e disse di farli fare a un suo garzone, chiamato Bernardo del Buda, non volendo acquistare come Andrea del Castagno il cognome delli Impiccati. E cos fatta una turata grande, v'entrava di notte et usciva similmente, che non fussi veduto, e li condusse di maniera, che quelli vivi e naturali parevano. I soldati furono dipinti alla piazza nella facciata dov' la Mercatanzia Vecchia vicino alla condotta, oggi fatti bianchi perch non si veggino. Simile furon guasti quelli del palazzo del Podest, i quali fin egli, e ne dette il nome a Bernardo che il d a tutte l'ore saliva e scendeva, perch   e'fusse veduto.
Era Andrea molto familiare d'alcuni che governavano la Compagnia di San Bastiano, dietro a'Servi, i quali desiderosi di avere una testa di San Sebastiano di man sua da 'l bellco in su, fu lor fatta da Andrea con grandissima arte, sforzandosi la natura et egli quasi indovinando che quest'opere avessino a essere l'ultime pennellate ch'egli avessi a dare. Cos finita del tutto dopo l'assedio se ne stava aspettando che le cose si allargassino, e vedendo per la presa di Giovan Batista della Palla il suo disegno di Francia esser rotto, ne stava di mala voglia. E mentre che Fiorenza si riempi di soldati del campo e le vettovaglie vennero molto vili, appetto alla strettura dello assedio, capitarono alcuni Lanzi appestati fra loro, che diedono spavento alla citt di avere a essere pi tosto infezzione ne'corpi quello anno che altro. Laonde, o fusse per questo sospetto o perch egli nello andare come era solito suo in Mercato Vecchio ogni mattina a comprare, come  per li pi il costume in Fiorenza, e'si mescolassi, o fussi che disordinando per avere abbondanza di cose da magnare e'si riempiesse, un giorno si ammal gravemente, e senza avere allora molti rimedii, bench non bisognassi, peggiorando egli venne molto in estremo del male. Laonde, postosi in letto giudicatissimo e la donna sua impaurita, credendo che e'fussi ammalato di peste, il pi ch'ella poteva li stava lontana. Per il che Andrea senza essere visto, miseramente dicono che si mor, che quasi nessuno se ne avide. E cos con assai poche cerimonie, ne'Servi, vicino a casa sua, gli fu dato sepoltura.
Furono i discepoli suoi infiniti, i quali chi poco e chi assai vi dimorarono per colpa non sua, ma della donna di esso, per le frequenti tribulazioni ch'ella nel comandargli dava loro, non riguardando nessuno. Fra i quali furo no Iacopo da Puntormo, oggi eccellentissimo maestro; Andrea Sguazzella che in Francia ha lavorato un palazzo fuor di Parigi, cosa molto lodata, tenendo sempre la maniera sua; il Solosmeo; Pier Francesco di Iacopo di Sandro, il qual ha fatto in Santo Spirito tre tavole; similmente Francesco Salviati, il quale in Roma alla Misericordia, Compagnia de'Fiorentini, et a Santa Maria de Anima de'Tedeschi fece una cappella, e per Italia e per Fiorenza al Duca Cosimo fece una sala bellissima a fresco; et insieme li fu compagno Giorgio Vasari aretino ancor ch'egli vi stessi poco, l'opere del quale per esserne sparse per tutta Italia non accade qui raccontarle, essendo molto note. Simile Iacopo de 'l Conte fiorentino e Nannoccio, ch' oggi in Francia col Cardinale di Tornon e lavora felicissimamente. Dolse la perdita di Andrea molto al Tribolo scultore amicissimo suo, il quale oggi ha fatto opere di scultura a Castello per il Duca Cosimo, molto onorate; et ancora similmente a Iacopo pittore, il quale mentre ch'egli lavor, si valse di lui come appare nelle opere sue; e massime nella facciata del Cavalier Buondelmonti, in su la piazza di Santa Trinita. Rest dopo la sua morte erede de'disegni e delle cose dell'arte Domenico Conti, il quale come desideroso di dargli quelli onori che meritava dopo la morte, oper con la cortesia di Raffaello da Monte Lupo, ch'egli facesse uno quadro assai ornato di marmo, che nella chiesa de'Servi fu murato in un pilastro, con questo epitaffio fatto da il litteratissimo Pier Vittori allora giovane:  
ANDREAE SARTIO
ADMIRABILIS INGENII PICTORI AC VETE-
RIBVS ILLIS OMNIVM IVDICIO
COMPARANDO.
DOMINICVS CONTES DISCIPVLVS PRO LA-
BORIBVS IN SE INSTITVENDO SVSCEPTIS
GRATO ANIMO POSVIT.
VIXIT ANNOS  XLII. OBIIT  ANNO  MDXXX.

Advenne che alcuni cittadini operai, pi tosto ignoranti che nimici delle memorie onorate, operarono che quel luogo fussi vacuo, allegando essere statovi messo senza licenzia, cos fu tolto via, n ancora  stato rimurato. Volendo forse la fortuna mostrarci che non solo gl'influssi de'fati possono in vita, ma ancora nelle memorie dopo la morte, ancora che a dispetto suo siano per vivere e l'opere sue e questi miei scritti qualche tempo per tenerne memoria. Basta che s'egli fu d'animo basso nelle azzioni della vita, cercando contentarsi, piacendoli il comerzio delle donne, egli per questo non  che nell'arte non fussi e d'ingegno elevato e speditissimo e pratico in ogni lavoro; avendo con le opere sue, oltra l'ornamento ch'elle fanno a'luoghi dove elle sono, fatto grandissimo giovamento a'suoi artefici nella maniera, nel disegno e nel colorito, con manco errori ch'altro pittore fiorentino, per avere inteso benissimo l'ombre et i lumi e lo sfuggire le cose nelli scuri, dipinte con una dolcezza molto viva, oltra lo aver mostro il modo de 'l lavorare in fresco, con quella unione e senza ritoccar troppo a secco che fa parere fatto l'opera sua tutta in un medesmo giorno. Onde pu a gli artefici toscani star per esemplo in ogni luogo, avendo con tal fatiche unitamente lavorato, concedendoli fra i pi celebrati ingegni, lode grandissima et onorata palma.  

PROPERZIA DE'ROSSI

Scultrice Bolognese

Gran cosa  che in tutte quelle virt et in tutti quelli esercizii ne'quali, in qualunche tempo, hanno voluto le donne intromettersi con qualche studio, siano sempre riuscite eccellentissime e pi che famose, come con una infinit di esempli agevolmente pu dimostrarsi a chi forse non lo credesse. E certamente ognun sa quanto elleno universalmente tutte nelle cose economice vagliono, oltra che nelle cose della guerra, medesimamente si sappia chi fu Camilla, Arpalice, Valasca, Tomiri, Pantasilea, Molpadia, Orizia, Antiope, Ippolita, Semiramide, Zenobia; chi finalmente Fulvia di Marcantonio che, come dice Dione istorico, tante volte s'arm per defender il marito e se medesima. Ma nella poesia ancora sono state maravigliosissime: come raconta Pausania, Corinna fu molto celebre nel versificare, et Eustazio, nel catalogo delle navi d'Omero, fa menzione di Safo, onoratissima giovane; il medesimo fa Eusebio nel libro de i tempi; la quale invero se ben fu donna, ella fu per tale che super di gran lunga tutti gli eccellenti scrittori di quella et. E Varone loda anch'egli fuor di modo, ma meritamente, Erinna che con trecento versi s'oppose alla gloriosa fama del primo lume della Grecia, e con un suo piccol volume, chiamato Elecate, equiper la numerosa Iliade del grand'Omero. Aristofane celebra Carissena, nella medesima professione, per dottissi ma et eccellentissima femmina; e similmente Teano, Merone, Polla, Elpe, Cornificia e Telisilla, alla quale fu posta nel tempio di Venere, per meraviglia delle sue tante virt, una bellissima statua. E per lassar tant'altre versificatrici, non leggiamo noi che Arete nelle difficult di filosofia fu maestra del dotto Aristippo? E Lastenia et Assiotea discepole del divinissimo Platone? E nell'arte oratoria Sempronia et Ortensia, femmine romane, furono molto famose. Nella grammatica, Agallide (come dice Ateneo) fu rarissima, e nel predir delle cose future, o diasi questo all'astrologia o alla magica, basta che Temi e Cassandra e Manto ebbero ne'tempi loro grandissimo nome. Come ancora Iside e Cerere nelle necessit dell'agricultura, et in tutte le scienzie universalmente, le figliuole di Tespio. Ma certo in nessun'altra et s' ci meglio potuto conoscere che nella nostra, dove le donne hanno acquistato grandissima fama, non solamente nello studio delle lettere, com'ha fatto la Signora  Vittoria del Vasto, la Signora  Veronica Gambara, la Signora  Caterina Anguisola, la Schioppa, la Nugarola e cent'altre, s nella volgare, come nella latina e nella greca lingua, dottissime, ma eziandio in tutte l'altre facult. N si son vergognate, quasi per torci il vanto della superiorit, di mettersi con le tenere e bianchissime mani nelle cose meccaniche e fra la ruvidezza de'marmi e l'asprezza del ferro, per conseguir il desiderio loro e riportarsene fama, come fece nei nostri d la Properzia de'Rossi da Bologna, giovane virtuosa, non solamente nelle cose di casa, come l'altre, ma in infinite scienzie che non che le donne, ma tutti gli uomini l'ebbero invidia. Costei fu del corpo bellissima e son e cant ne i suoi tempi meglio che femmina della sua citt. E perci ch'era di capriccioso e destrissimo ingegno, si mise ad intagliar noc cioli di pesche, i quali s bene e con tanta pazienzia lavor, che fu cosa singulare e maravigliosa il vederli, non solamente per la sottilit del lavoro, ma per la sveltezza delle figurine che in quegli faceva e per la delicatissima maniera del compartirle. E certamente era un miracolo veder in su un nocciolo cos piccolo tutta la Passione di Cristo, fatta con bellissimo intaglio, con una infinit di persone, oltra i crucifissori e gli Apostoli. Questa cosa le diede animo, dovendosi far l'ornamento delle tre porte della prima facciata di San Petronio, tutta a figure di marmo, che ella per mezzo del marito, chiedesse a gli operai una parte di quel lavoro, i quali di ci furon contentissimi, ogni volta ch'ella facesse veder loro qualche opera di marmo condotta di sua mano. Onde ella subito fece al Conte Alessandro de'Peppoli un ritratto di finissimo marmo, dov'era il Conte Guido suo padre di naturale. La qual cosa piacque infinitamente, non solo a coloro, ma a tutta quella citt, e perci gli operai non mancarono di allogarle una parte di quel lavoro. Nel quale ella fin, con grandissima maraviglia di tutta Bologna, un leggiadrissimo quadro, dove (percioch in quel tempo la misera donna era innamoratissima d'un bel giovane, il quale pareva che poco di lei si curasse) fece la moglie del maestro di casa di Faraone che, innamoratosi di Iosep, quasi disperata del tanto pregarlo, a l'ultimo gli toglie la veste d'attorno con una donnesca grazia e pi che mirabile. Fu questa opera da tutti riputata bellissima et allei di gran sodisfazzione, parendole con questa figura del vecchio Testamento avere isfogato in parte l'ardentissima sua passione. N volse far altro mai per conto di detta fabbrica, n fu persona che non la pregasse ch'ella seguitar volesse, eccetto Maestro Amico, che per l'invidia sempre la scon fort e sempre ne disse male a gli operai, e fece tanto il maligno, che il suo lavoro le fu pagato un vilissimo prezzo. Fece ancor ella due agnoli di grandissimo rilievo e di bella proporzione, ch'oggi si veggono, contra la sua voglia per, nella medesima fabbrica. All'ultimo costei si diede ad intagliar stampe di rame e ci fece fuor d'ogni biasimo e con grandissima lode. Finalmente alla povera innamorata giovane ogni cosa riusc perfettissimamente, eccetto il suo infelicissimo amore.
And la fama di cos nobile et elevato ingegno per tutt'Italia, et all'ultimo pervenne a gli orecchi di Papa Clemente VII, il quale, subito che coronato ebbe l'imperatore in Bologna, domandato di lei, trov la misera donna esser morta quella medesima settimana et esser stata sepolta nello spedale della Morte, che cos s'era lasciata per ultimo suo testamento.
Onde al papa, ch'era volunteroso di vederla, spiacque grandissimamente la morte di quella, ma molto pi a'suoi cittadini, li quali, mentre ella visse, la tennero per un grandissimo miracolo della natura ne i nostri tempi.
E per onorarla pure di qualche memoria, le fu posto alla sepultura il seguente epitaffio:

SI QVANTVM NATVRAE ARTIQVE PROPERTIA, TANTVM
FORTVNAE DEBEAT MVNERIBVSQVE VIRVM,
QVAE NVNC MERSA IACET TENEBRIS INGLORIA, LAVDE
AEQVASSET CELEBRES MARMORIS ARTIFICES.
ATTAMEN INGENIO VIVIDO QVOD POSSET ET ARTE,
FOEMINEA OSTENDVNT MARMORA SCVLPTA MANV.  

ALFONSO LOMBARDI

Ferrarese Scultore

Egli non  dubbio alcuno, nelle persone sapute, che la eccellenza del far loro non sia tenuta qualche tempo ascosa e dalla fortuna abbattuta, ma il tempo fa talora venire a luce la verit insieme con la virt che delle fatiche passate e di quelle che vengono, gli remunera con onore, e son quegli che valenti e maravigliosi fra gli artefici nostri teniamo. Percioch  necessario in ogni professione, che la povert negli animi nobili combatta di continuo, e massimamente ne gli anni che il fiore della giovanezza di coloro che studiano fa deviare, o per cagione d'amore o per altri piaceri, che lo animo dilettano e la dolcezza della figura pascono. Le quali dolcezze, passato la prima scorza, pi oltre al buono non penetrano, ma in amaritudine si convertono. Non fanno gi cos le virt che si imparano, le quali, di continuo in quelle operando, ti pongono in cielo e per l'ambizione della fama e della gloria in sublime et onorato grado vivo e morto ti mantengono. Questo lo prov Alfonso Ferrarese nella sua giovanezza, che di stucchi di cera fece ritratti di naturale infinitissimi in medagliette piccole; et in tai cose s raro et eccellente fu tenuto, che continuando in quello a luce fuor di Ferrara sua patria in Bologna pervenne. Nella quale fece in San Michele in Bosco la sepoltura di Ramazzotto onde ac quist grandissimo nome. Fece similmente in quella citt alcune storiette di marmo, di mezzo rilievo all'arca di San Domenico, nella predella dello altare, le quali grandissima riputazione gli diedero. Perch continuando fece alcune altre storiette per la porta di San Petronio, a man sinistra all'entrare di chiesa, con una Resuressione di Cristo lavorata di marmo. Ma quello ch'a'Bolognesi fu grato e gli don nome d'eccellente, fu una opera di mistura, d'uno stucco molto forte, nel quale fece la Morte di Nostra Donna, con gli Apostoli in figure tonde e col giudeo che lascia appiccate le mani al cataletto della Madonna; la quale opera si vede nello spedal della Morte, su la piazza di San Petronio, nella stanza di sopra. Certamente in questa opera Alfonso talmente lavor con amore e con diligenza, che non manco fama e nome per questa s'acquist che per le medaglie s'avesse procacciato. Di questo medesimo stucco si veggono ancora di suo alcune cose a Castel Bolognese, et alcune a Cesena nella Compagnia di San Giovanni. Sono in Bologna molte altre cose sue, smarrite in pi persone, per essersi egli dilettato far cose di cera di stucco e di terra, pi che di marmo. Atteso che Alfonso, uscito fuora d'una certa sua et, sendo assai bello di persona e d'aspetto gioviale, esercit l'arte pi per delicatezza che per iscarpellar sassi. E soleva s adornare la persona sua d'ornamenti d'oro e d'altre frascherie, che pi tosto aveva l'animo inchinato alla corte, ch'alle fatiche della scultura. Con ci sia che, invaghito di se medesimo, us termini poco convenienti a virtuoso et artefice, s come a certe nozze che faceva un conte una sera trovandosi Alfonso, et avendo fatto all'amore con una grandissima gentil donna, fu per aventura da lei levato al ballo della torcia; per il che aggirandosi egli e vin to da smania d'amore, guard con occhi pieni di dolcezza verso la sua donna sospirando, e disse in voce tutto tremante: "S'amor non , che dunque  quel ch'io sento?" Laonde volendoli quella donna, che accortissima era, mostrar l'error suo, gli rispose: "E'sar qualche pidocchio". Onde di questo motto s'empi tutta Bologna, et egli sempre ne rimase scornato. E veramente se Alfonso alle fatiche dell'arte e non alle vanit del mondo avesse dato opera, averebbe senza dubbio fatto cose di infinita maraviglia. Perch se ci faceva non esercitando, molto meglio fatte l'avrebbe s'essercitato si fosse.
Venne in questo tempo l'Imperator Carlo V a Bologna, perch Tiziano da Cador, pittore eccellentissimo, venne a ritrarre Sua Maest; onde ebbe Alfonso anch'egli via d'entrare per mezzo di Tiziano, e di rilievo cominci un ritratto quanto il vivo di quegli stucchi. E tanto con grazia espresse la effigie di quello, che oltre il nome che in quella cosa acquist, de'mille scudi che l'imperatore don a Tiziano, esso n'ebbe in sua parte cinquecento. La quale riputazione et opera lo fece molto grato al Cardinale Ippolito de'Medici, il quale con ogni instanza lo condusse a Roma; e quivi dimorando ebbe tutti i favori che e'volse da quel signore, il quale aveva allora in casa sua infinit di pittori e scultori e d'altri virtuosi. Laonde egli in grandissima aspettazione era tenuto. Fece di marmo e ritrasse da una testa antica Vitellio Imperatore, e la condusse perfettamente. La qual cosa gli conferm il nome e gli accrebbe grado con quel signore et insieme con tutta Roma. Fece ancora una testa di marmo bellissima, nella quale di naturale ritrasse Papa Clemente VII, e grandissimi doni per quella ricevette, et ancora un Giuliano de'Medici, padre del cardinale, che non fu finita. Le quali furono vendute a Ro ma e da me comperate a requisizione del Magnifico Ottaviano de'Medici con altre pitture; et oggi dal Duca Cosimo de'Medici sono poste nella villa di Castello sopra a certe porte. Venne in quel tempo la morte di Papa Clemente, e fu necessario far la sepoltura di Leone e la sua, per il che Alfonso ebbe a far tal lavoro dal Cardinale de'Medici. Onde furono fatti alcuni schizzi de l'ordine da Michele Agnolo Buonarroti, et Alfonso fece un modello sopra quelli con figure di cera, che fu tenuto cosa bellissima; e preso danari and a Carrara per cavar marmi. Ma non and molto, che il cardinale, partito di Roma per andare in Africa, mor ad Itri. Onde Alfonso, rimaso in tale opra intricato, fu da que'cardinali che erano commissarii di tale opera ributtato, i quali furono Salviati, Ridolfi, Pucci, Cib e Gaddi; talch per il favore di Madonna Lucrezia de'Salviati, fu ordinato che Baccio Bandinelli scultor fiorentino facesse tale opra, per averne egli fino in vita di Clemente fatto i modelli. Per la qual cosa Alfonso mezzo fuor di s, posta gi l'alterezza si dispose ritornarsene a Bologna. Onde da Roma partito et in Fiorenza arrivato, fece riverenza al Duca Alessandro, e gli don una bellissima testa di marmo, che avea fatto per il cardinale, la quale  oggi in guarda roba del Duca Cosimo. E prese assunto di ritrarre il duca, il quale era allora in uno umore, che si fece ritrarre a orefici fiorentini e forestieri ancora. Fra i quali lo ritrasse Domenico di Polo intagliator di ruote, Francesco di Girolamo da Prato in medaglie, e Benvenuto per le monete, cos di pittura Giorgio Vasari aretino e Iacopo da Puntormo, che fece un ritratto certo bellissimo. Di rilievo lo fece il Danese da Carrara, et altri infiniti. Ma quello che avanz tutti fu Al fonso, perch gli fu dato comodit, poich e'voleva andare a Bologna, che egli ne facesse uno di marmo come il modello. Perci rimuner il Duca Alessandro Alfonso, et egli a Bologna se ne torn. Dove, essendo gi per la morte del cardinale poco contento e per la perdita della sepoltura molto dolente, gli venne un male di rogna pestifera et incurabile, che a poco a poco l'and consumando, finch egli condottosi gi a 49 anni di sua et pass di questa vita, continuamente dolendosi, con dire che la felicit di s alto signore, con cui la fortuna l'aveva posto, averebbe potuto chiudergli gli occhi in quel tempo, inanzi che di s vedesse s miserabil fine. Mor Alfonso l'anno MDXXXVI.

MICHELE AGNOLO

Sanese

Ancora che molti perduti in aiutare altrui consumino il tempo e da loro poche opere si piglino o conducano a fine, non per questo quando si conosce l'animo pieno di virt si toglie nulla alla bont loro, n si scema de 'l lor valore, s che e'non siano eccellenti e chiari in quelle arti che elli hanno fare. Perch il cielo che ha ordinato che e'venghin tali, ha ordinato ancora il tempo et il luogo dove e quando debbino mostrarsi. Per questa cagione Michele Agnolo Sanese assai tempo che lavor, lo consum in Schiavonia, con altri maestri nella scultura, et alla fine venuto a Roma per alcun tempo vi fece il medesimo. Avvenne che Baldassarre Perucci pittor sa nese era domestico del Cardinale Hincfort, creato da Papa Adriano, il quale nella morte di quel pontefice, volendogli mostrare alcuna gratitudine dell'amore che sempre gli port della dignit da lui avuta, gli fece fare in Santa Maria de Anima, chiesa de'Tedeschi in Roma, una sepoltura di marmo. Per il che a Baldassarre, come pi valente, fu data la cura del disegno per l'architettura di detta opera che di marmo dovea farsi. Il quale, come amico di Michele Agnolo, gli mise animo che pigliasse tal cosa. Laonde Michele Agnolo inanimito prese il lavoro, e continuando tra le fatiche sue et i disegni di Baldassarre e lo aiuto di molti, felicemente lo condusse. Lavor molte cose, che in tale opera sono, il Tribolo fiorentino allora giovane; le quali fra tutte furono stimate le migliori. E perch Michele Agnolo con sottilissima diligenza lavor minutamente tale opera,  tenuta perci de le figure, che piccole sono, lavoro molto lodato. Avvenga che vi sono fra l'altre cose bellissime pietre mischie, con grandissima pulitezza lustrate, e le commettiture di tale opera con sommo amore et accuratezza murate. Laonde fu primieramente dal cardinale alle fatiche sue donato giusto et onorato premio, et obligo infinito gli port mentre visse; atteso che questa sepoltura non ha dato minor fama alla gratitudine del cardinale, che alle fatiche di Michele Agnolo si facesse nome in vita e dopo la morte. Fu posto in opera tal cosa poco dopo la morte di Adriano. N dopo molto tempo pass Michele Agnolo di questa all'altra vita d'et d'anni cinquanta in circa.  

GIROLAMO SANTACROCE

Napolitano

Infelicit grandissima  pur quella degli ingegni divini, che mentre pi valorosamente operando s'affaticano, importuna morte tronca in erba il filo della vita loro, senza che il mondo possa finire di vedere i frutti maturi della divinit che il cielo ha donato loro nell'opere che hanno fatto, le quali, come che poche siano, fanno del petto de gli uomini uscire infiniti sospiri, quando tanta perfezzione in esse veggiamo, pensando pure che se avessero fatto il giudicio fermo, e la scienza pi con pratica e con studio essercitata, e facendo questo in et giovenile, molto pi fatto avrebbono ancora, se fossero vissuti; come nel giovane Girolamo Santa Croce veggiamo per l'opere sue di scultura in Napoli, le quali furono con quella amorevolezza condotte e finite, che si pu desiderare di vedere in un giovane che voglia di gran lunga avanzar gli altri, che vecchi inanzi a lui di grido e di fama abbiano tenuto il principato in una citt molti anni. Come ne fa vero testimonio di San Giovanni Carbonaro di Napoli, la cappella del Marchese di Vico, la quale  un tempio tondo, partito in colonne e nicchie, e dentrovi sepolture con intagli, molto con diligenza lavorati. vvi di mano d'uno spagnolo la tavola di marmo, di mezzo rilievo, quando i Magi offeriscono a Cristo. E Girolamo vi fece di tondo rilievo in una nicchia un San Giovanni, nel quale egli mostr per la con correnza non esser minore e di animo pi securo, et in tale opera tanto con amore oper, che salito in alto crebbe molto di grido. Di maniera che in Napoli essendo tenuto per iscultore maraviglioso e di tutti il migliore Giovanni da Nola, che gi vecchio infinitissime opere aveva lavorate per Napoli, atteso che quella citt molto costuma fare di marmi lavorati le cappelle e gli ornamenti di esse, prese Girolamo per concorrenza di esso Giovanni a fare una cappella in Monte Oliveto di Napoli, dentro la porta della chiesa, a man manca entrando in chiesa, et un'altra ne fece da l'altra banda Giovanni da Nola, de 'l medesimo componimento che era quella. Quivi fece Girolamo una Nostra Donna quanto il vivo, tutta tonda, che  tenuta bellissima figura; e quella con infinita diligenza ne'panni, mani e straforamenti di spiccare il marmo, condusse a perfezzione tanto che veramente merit pregio di aver passato tutti coloro che di Napoli adoperaron ferri per lavorar di marmi. Fecevi ancora un San Giovanni et un San Pietro, figure molto bene intese, e con mirabil maniera lavorate e pulitissimamente finite, e similmente alcuni fanciulli che sopra vi sono. La quale opera fu cagione di levarlo al cielo con la fama, meritamente donatagli da gli artefici e da tutti i signori neapolitani. Fece oltra ci nella chiesa di Cappella due statue grandi di tutto rilievo bellissime; poi cominci una statua di Carlo quinto Imperatore, nel suo ritorno da Tunisi; e quella abbozzata e subbiata in alcuni luoghi rimase gradinata. Ma la iniqua fortuna come invidiosa della gloria di Girolamo, per mano della morte fece le sue vendette contra tanta virt, senza avere risguardo alcuno ch'egli vissuto non fosse al mondo pi che XXXV anni. Per che a ognuno che lo conobbe, dolse la morte di lui, aspettandosi che   s come egli aveva vinto i suoi compatrioti, cos ancora avesse a superare ogni altro artefice del mondo. E tanto pi fu da dolere la morte di Girolamo, quanto egli era pi di modestia, d'umanit, di gentilezza e d'ingegno, con istraordinario influsso dal cielo e dalla natura dotato. I quali ornamenti poterono tanto in lui, che coloro che di lui ragionano, con tale affetto lo porgono, che sempre di lingua in lingua sar con le poche sue opere che si veggono e con tali affetti ricordato, che e'potr morto tenersi beatissimo come vivo fu stimato singulare. Le ultime sue sculture furono fatte l'anno MDXXXVII insieme con la morte di lui, che fu in Napoli con onoratissime essequie sepolto. E col tempo fu per lui fatto questo epitaffio:

L'EMPIA MORTE SCHERNITA
DA 'L SANTA CROCE IN LE SVE STATVE ETERNE
PER NON FARLE PIV` ETERNE
TOLSE IN VN PVNTO A LORO E LVI LA VITA.  

DOSSO E BATISTA

Ferraresi Pittori

Bench il cielo desse forma pittura nelle linee e la facesse conoscere per poesia muta, non rest egli per per tempo alcuno di congiugnere insieme la pittura e la poesia. Acci che se l'una stesse muta, l'altra ragionasse, et il pennello con l'artifizio e co'gesti maravigliosi mostrasse quello che gli dettasse la penna e formasse nella pittura le invenzioni che se le convengono. E per questo insieme col dono che a Ferrara fecero i fati de la Nativit del divino Messer  Lodovico Ariosto, accompagnando la penna al pennello, volsero che e'nascesse ancora il Dosso pittore ferrarese; il quale, se bene non fu s raro tra i pittori come lo Ariosto tra'poeti, fece pure molte cose nella arte, che da molti sono celebrate, et in Ferrara massimamente. Laonde merit che il poeta, amico e domestico suo facesse di lui memoria onorata ne'chiarissimi scritti suoi. Di maniera che al nome del Dosso diede pi nome la penna di Messer  Lodovico universalmente, che non avevano fatto i pennelli et i colori che Dosso consum in tutta sua vita, ventura e grazia infinita di quegli che sono da s grandi uomini nominati. Perch il valore delle dotte penne loro sforza infiniti a dar credenza alle lode di quelli, ancora che perfettamente non le meritano.
Era il Dosso ferrarese pittor molto amato dal Duca Alfon so di Ferrara, prima per le sue qualit nell'arte della pittura e poi per le sue piacevolezze, che molto al duca dilettavano. Ebbe in Lombardia titolo da tutti i pittori di fare i paesi meglio che alcuno altro che di quella pratica operasse, o in muro o in olio o a guazzo, massimamente da poi che la maniera tedesca s' veduta. Fece in Ferrara nella chiesa Catedrale una tavola con figure a olio, tenuta assai bella, e lavor al duca nel palazzo infinite stanze insieme con un suo fratello detto Batista, i quali sempre furono nimici l'uno dello altro, ancora che lavorassero insieme. Eglino fecero di chiaro e scuro il cortile del Duca di Ferrara con le storie di Ercole e dipinsero una infinit d'ignudi per quelle mura. E similmente per tutta quella citt lavorarono, et in muro et in tavola molte cose dipinsero. Fecero in Modona nel Duomo di loro mano una tavola e si condussero a Trento per il cardinale a lavorare il palazzo suo in compagnia d'altri pittori, e quivi fecero molte cose di lor mano. Furono appresso condotti a Pesero per il Duca Francesco Maria e particularmente in compagnia  di Girolamo Genga, del quale, avendone al presente la occasione, mi pare mio debito fare quella menzione che alle sue rare virt si conviene. Fu adunque costui da Urbino, molto amico del graziosissimo Raffaello, et aiutato molto da lui mentre che esso Girolamo fece a Roma in via Giulia, alla Compagnia de'Sanesi, la tavola della Resurressione di Cristo, opera certo molto lodata. Lavor di poi a Cesena e vi fece una tavola giudicata cosa bellissima, et altre ancora per tutta Romagna. Seguit nello esilio Francesco Maria Duca d'Urbino, da 'l quale poi tornato in istato fu adoperato per architettore in molte cose de 'l suo dominio. E particularmente al Poggio detto la Imperiale, sopra Pesero, do ve egli fece fare bellissime fabbriche. Le quali co'disegni et ordini suoi furono dipinte da Raffaello da 'l Borgo, da Francesco da Furl, da Camillo Mantovano e da altri pittori come i Dossi da Ferrara, et in ultimo da Bronzino fiorentino. Le quali opere furono cagione che, dopo la morte del predetto duca, il suo figliuolo Guidobaldo facessi fare, per ordine pure di Girolamo Genga la sepoltura di marmo che e'volle fare a suo padre, da Bartolomeo Ammannati da Settignano, le sculture del quale sono oggi coperte in Fiorenza nella Nunziata a la cappella di San Niccol, in una sepoltuta di marmo. Il medesimo Genga condusse ad Urbino Batista Veniziano, il quale per il Duca Guidobaldo fece in fresco la volta della cappella maggiore del duomo. Ma essendo vivi ciascuno di questi, e lavorando felicemente, non mi accade pi ragionarne; e per ritornando a'Dossi, dico che e'condussero a fine una delle dette stanze della Imperiale, la quale fu poi gittata in terra, per non piacere al duca e rifatta da gli altri maestri che erano quivi.
A l'ultimo fecero in Faenza nel Duomo al Cavaliere de'Buosi una bellissima tavola d'un Cristo che disputa nel tempio, nella quale veramente vinsero se stessi, per la maniera nuova che usarono in quella. Finalmente divenuto Dosso gi vecchio e non molto lavorando, ebbe continuo dal Duca Alfonso emolumento e provvisione; bench egli per un male che gli venne indebilito, in breve tempo pass di questa vita. Rimase Batista suo fratello che vive ancora, il quale molte cose fece dopo la morte di Dosso, mantenendosi in buono stato. Fu sepellito Dosso in Ferrara patria sua. E la principalissima laude sua fu il dipignere bene i paesi. Fu in questi tempi medesimi il Bernazzano Mi lanese eccellentissimo per fare paesi et erbe et animali, cos terrestri, come volatili et acquatici; non diede molto opera alle figure, e come quello che si trovava imperfetto, fece compagnia con Cesare da Sesto, che le faceva molto bene e di buona maniera. Dicesi che il Bernazzano fece in un cortile a fresco certi paesi molto belli e tanto bene imitati, che essendovi dipinto un fragoleto pieno di fragole e mature et acerbe e fiorite, alcuni pavoni ingannati dalla falsa apparenzia di quelle, tanto spesso tornarono a beccarle, che bucarono la calcina dello intonaco.

GIOVANNI ANTONIO LICINIO DA PORDENONE

Pittore

Certamente la concorrenzia ne'nostri artefici  uno alimento che gli mantiene; e nel vero se e'non si pigliasse per obietto di abbattere ogni studioso il suo concorrente, credo certo che i fini nostri sarebbono molto debili nella frequenzia delle continue fatiche. Con ci sia cosa che veggiamo quegli che di ci si dilettano rendere le cose che fanno per prova piene d'onorate fatiche e colme di terribilissimi capricci; onde ne segue nell'arte la perfezzione nelle pitture, e ne gli artefici una continua tema di biasmo, che si spera quando ci non si fa; la quale dimi nuisce di fama quei che pi la cercano, come di continuo mentre che visse cerc Giovanni Antonio da Pordenone di Friuli, che ebbe in Vinegia grandissima concorrenza con Tiziano da Cador. Il quale per avere da natura uno instinto di divinit nelle sue pitture, e con bellissima maniera di disegno e pi di colorito lavorate, non pot mai Giovanni Antonio superare la dilicatezza e la bont che nell'opere di Tiziano si vede. Et ancora che la terribilit et un certo furore molto da pittor nuovo e stravagante fosse nelle azzioni del Pordenone, non si toglie per ch'egli non fosse in grado d'eccellenza nella pittura egregio e spedito maestro. Dicono alcuni che nel Friuli suo paese per una peste, essendo giovane Giovanni Antonio, si diede in contado a dipignere a fresco, e di quella arte venne s pratico, che in quei luoghi gli fu dato nome di maestro molto valente et espedito. Per il che lavorando egli alcune cose per Lombardia pervenne a Mantova, e poco vi dimor, che a messer Paris, gentiluomo mantovano, lasci da s colorita in fresco una facciata di muro, con una grazia maravigliosa, nella quale sono storie di Venere, Giove, Marte et altre poesie. Nelle quali si vide un principio di dovere pervenire a segno di grandezza. E fra le altre invenzioni, che di bellezza in tale opera mostr, vi fece a sommo sotto la cornice un fregio di lettere antiche, l'altezza delle quali  un braccio e mezzo, e fra esse un numero di fanciulli che vi passano per entro, chi le cavalca e chi vi  sopra a sedere e ritto, legandole in varie attitudini ch'intorno gli fanno bellissimo ornamento, la quale opera gli acquist in quella citt nome e fama grandissima. Fu condotto in Piacenza, e da que'gentiluomini onoratamente raccolto; fece per essi infiniti lavori, e particularmente nella chiesa di San ta Maria di Campagna, ove dipinse tutta la tribuna, della quale una parte ne rimase imperfetta per la sua partita, e poi fu diligentemente finita da Maestro Bernardo da Vercelli. Fece ancora in detta chiesa a fresco due cappelle, una di Santa Caterina, con istorie sue, l'altra della Nativit di Cristo e della solenne Adorazione de i Magi, cosa molto eccellente e lodata da tutti. Dipinse poi nel bellissimo giardino di Messer  Barnaba del Pozzo dottore, alcuni quadri di poesia. Poi lavor similmente pur nella chiesa di Campagna la tavola dell'altare di Santo Agostino, entrando in chiesa a man sinistra. Le quali opre di lode degne infinitissimamente ornarono quella citt et egli di premii grandi e di straordinarie accoglienze ne fu remunerato. E per meglio rimeritarlo volsero que'gentili uomini darli moglie, per poterlo di continuo onorare e delle opre sue quella citt abbellire.
And in Vinegia, dove prima qualche operetta aveva fatta, come a San Geremia sul Canal Grande una facciata e nella Madonna dello Orto una tavola a olio, nella quale sono molte figure; ma particularmente in un San Giovanni  Batista si sforz di mostrare quanto valesse. Fece ancora su 'l Canale Grande alla casa di certi gentiluomini molte storie a fresco, dove si vede un Curzio a cavallo in iscorto, che pare tutto tondo e di rilievo, similmente un Mercurio in aria, che vola, oltre all'altre ingegnose e belle particularit, che gira per ogni lato. La quale opera fu di tanto grido e di tanta fama in quella citt, che tir a s gli animi di tutta Vinegia, lodandolo e magnificandolo sopra ogni altro pittore che in quella mai lavorasse. Onde per tal cagione da i soprastanti di San Rocco gli fu data a dipignere a fresco la cappella di quella chiesa, con tutta la tribuna. E nel vero che di fierezza, di pratica, di vivacit e   di terribilit, non ho mai visto meglio che le cose da lui dipinte, n fu mai chi nel muro con tanta prestezza lavorasse. Fece in questa opera uno Dio Padre nella tribuna, et una infinit di fanciulli, che da esso si partono, con molte belle e variate attitudini. Per il che gli fu fatto dipignere il tabernacolo di legno, dove si conservano le argenterie; nel quale fece un San Martino a cavallo con molti poveri che porgono voti sotto una prospettiva, che n'acquist grandissime lode et accrebbe maggior nome al grado che prima teneva. Onde tal cosa fu cagione che Messer  Iacopo Soranzo gli divenisse amico e protettore; onde a concorrenza di Tiziano gli allogarono la sala de'Pregati, nella quale fece molti quadri di figure che scortano al di sotto in su, che bellissime sono tenute, e similmente un fregio di mostri marini lavorati a olio intorno a detta sala, che a quello Illustrissimo Senato lo renderono molto caro; e perci mentre che visse dalla liberalit loro gli fu data onorata provisione. Cercava egli gareggiando sempre mettere opere dove Tiziano aveva messo le sue; per che avendo Tiziano fatto in San Giovanni di Rialto, un San Giovanni elemosinario che a'poveri dona danari, pose Giovan Antonio a uno altare un quadro d'un San Sebastiano e San Rocco et altri santi, che fu cosa bella, ma non per tale quale  l'opera di Tiziano, bench da infiniti, pi per malignit che per la verit fusse pi lodata l'opera di Giovanni  Antonio. Fece ancora nel chiostro di Santo Stefano in fresco molte storie, una del Testamento vecchio et una del nuovo, tramezzate da diverse virt, nelle quali mostr scorti terribili di figure, ne i quali sempre ebbe grandissima opinione, et in ogni suo componimento cerc ognora cose che fossero difficilissime e quelle empi et adorn meglio che nissun altro pittore.
Ave va il Principe Doria in Genova fatto un palazzo su la marina, et a Perin del Vaga pittor celebratissimo fatto far sale, camere et anticamere a olio et a fresco, che per la ricchezza e per la bellezza delle pitture sono maravigliosissime. E perch in quel tempo Perino non frequentava molto il lavoro, acci che per isprone e per concorrenza facesse quel che non faceva per se medesimo, fece venire il Pordenone, il quale cominci una sala, dove lavor un fregio di fanciulli con la sua solita maniera, i quali votano una barca piena di cose maritime, e per tutta la stanza girando fanno bellissime attitudini. Fece ancora una storia grande quando Iasone chiede licenzia al padre per andare per il vello dell'oro. Ma il principe, vedendo il cambio che faceva da l'opera di Perino a quella del Pordenone, licenziatolo, fece venire in suo loco Domenico Beccafumi sanese, eccellente e pi raro maestro di lui. Il quale per servire tanto principe non cur d'abbandonare Siena sua patria, dove sono tante opere maravigliose di lui. Et in tal loco fece una storia sola e non pi perch Perino condusse ogni cosa ad ultimo fine.
A Giovanni Antonio ritornato a Vinegia fu fatto intendere come Ercole Duca di Ferrara aveva condotto di Alamagna un numero infinito di maestri, et a quegli fatto cominciare a far panni di seta e d'oro e di filaticci e di lana, secondo l'uso e l'animo suo che far voleva. Per il che non avendo in Ferrara ottimi disegnatori di figure (che bench vi fosse Girolamo da Ferrara, era pi atto a'ritratti et a cose appartate, che a storie terribili dove bisognasse la forza dell'arte e del disegno) fu scritto con grandissima instanza a Giovanni Antonio che venisse a servire quel signore; ond'egli non meno desideroso d'acquistare fama che facult, part da Vinegia, e   nel suo giungere a Ferrara dal duca fu ricevuto con molte carezze. Ma poco dopo la sua venuta, assalito da gravissimo affanno di petto, si pose nel letto per mezzo morto, dove aggravando poi del continuo, in tre giorni o poco pi, senza potervisi rimediare, d'anni LVI fin il corso della sua vita. Parve ci cosa strana al duca e similmente a gli amici di lui. E non manc chi per molti mesi credesse lui di veleno esser morto. Fu sepolto il corpo di Giovan Antonio, e della morte sua molto ne increbbe a molti, et in Vinegia specialmente. Percioch Giovan Antonio aveva prontezza nel dire, era amico e compagno di molti, piacevagli la musica, et ancor aveva dato opra alle littere latine. Rimase suo creato Pomponio da San Vito del Frioli, il quale ha lavorato in Vinegia e lavora tuttavia. Furono le opere del Pordenone lavorate nel tempo del Serenissimo Andrea Gritti, e morissi egli nel MDXL. Costui si mostr nella pittura s valoroso, che le sue figure appariscon tonde e spiccate dal muro. Laonde per avere egli dato forza, terribilit e rilievo nel dipignere, si mette fra quelli che hanno fatto augumento alla arte e benefizio allo universale.  

IL ROSSO

Pittor Fiorentino

Gli uomini pregiati ch'alle virt si danno e quelle con tutte le forze loro abracciano, sono pur qualche volta, quando manco ci si aspettava, esaltati et onorati eccessivamente nel cospetto di tutto il mondo; come apertamente si pu vedere nelle fatiche che il Rosso pittor fiorentino pose nell'arte della pittura. Le quali se in Roma et in Fiorenza non furono da quei che lo potevano remunerare sodisfatte, trov egli pure in Francia chi per quelle e per esso lo riconobbe di sorte che la gloria di lui pot spegnere la sete in ogni grado di ambizione che possa il petto di qual si voglia artefice occupare.
N poteva egli in quello essere conseguire degnit, onore o grado maggiore, poich sopra un altro del suo mestiero, da s gran re, come  quello di Francia, fu ben visto e pregiato molto.
E nel vero i meriti di esso erano tali, che se la fortuna gli avesse procacciato manco, ella gli avrebbe fatto torto grandissimo. Con ci sia che il Rosso era oltra la virt, dotato di bellissima presenza; il modo del parlar suo era molto garbato e grave; era bonissimo musico et aveva ottimi termini di filosofia, e quel che importava pi che tutte l'altre sue bonissime qualit, fu che egli del continuo nelle composizioni delle figure sue era molto poetico, e nel disegno fiero e fondato, con leggiadra maniera e terribilit di cose stravaganti, et un bellissimo compositore   di figure.
Nella architettura fu garbatissimo e straordinario, e sempre per povero ch'egli fosse, fu ricco d'animo e di grandezza.

Per il che coloro che nelle fatiche della pittura terranno l'ordine che 'l Rosso tenne, saranno di continuo celebrati come son l'opre sue. Le quali di bravura non hanno pari, e senza fatiche di stento son fatte, levato via da quelle un certo tisicume e tedio, che infiniti patiscono per fare le loro cose di niente parere qualche cosa. Disegn il Rosso nella sua giovanezza al cartone di Michele Agnolo, e con pochi maestri volle stare alla arte, avendo egli una certa sua opinione contraria alle maniere di quegli, come si vede fuor della porta a San Pier Gattolini di Fiorenza, a Marignolle, un tabernacolo lavorato a fresco con un Cristo morto, dove cominci a mostrare quanto egli desiderasse la maniera gagliarda e di grandezza pi de gli altri, leggiadra e maravigliosa. Lavor sopra la porta di San Sebastiano de'Servi l'arme de'Pucci con due figure che in quel tempo fece maravigliare gli artefici, aspettando di lui quello che riusc. Onde gli crebbe l'animo talmente che, avendo egli a maestro Iacopo frate de'Servi, che attendeva alle poesie, fatto un quadro d'una Nostra Donna con la testa di San Giovanni Evangelista mezza figura, persuaso da lui fece nel cortile de'detti Servi, allato alla storia della Visitazione che lavor Iacopo da Puntormo, l'Assunzione di Nostra Donna, nella quale fece un cielo d'angeli tutti fanciulli ignudi, che ballano intorno alla Nostra Donna accerchiati, che scortano con bellissimo andare di contorni e con graziosissimo garbo girati per quella aria; di maniera che se il colorito fatto da lui fosse con quella maturit di arte con ch'egli poi crebbe col tempo, avrebbe, come di grandezza e di buon disegno paragon l'altre storie, di gran lunga an cora trapassatele. Fecevi gli Apostoli carichi molto di panni e troppo di dovizia di essi pieni, ma le attitudini et alcune teste sono pi che bellissime. Fecegli fare lo spedalingo di Santa Maria Nuova una tavola, la quale, vedendola abbozzata, gli parvero, come colui ch'era poco intendente di questa arte, tutti quei santi, diavoli, avendo il Rosso un costume, nelle sue bozze a olio, fare certe arie crudeli e disperate, e nel finirle poi addolciva l'aria e riducevale al buono, per che se li fugg di casa e non volse la tavola, dicendo che lo aveva giuntato. Dipinse medesimamente sopra un'altra porta l'arme di Papa Leone con due fanciulli, oggi guasta.
E per le case de'cittadini si veggono pi quadri e molti ritratti.
Fece per la venuta di Papa Leone a Fiorenza su 'l canto di Bischeri uno arco bellissimo. Poi lavor al Signor di Piombino una tavola con un Cristo morto bellissimo, e gli fece ancora una cappelluccia. E similmente a Volterra dipinse un bellissimo Deposto di Croce. Per che cresciuto in pregio e fama, fece in Santo Spirito di Fiorenza la tavola de'Di, la quale gi avevano allogato a Raffaello da Urbino, che la lasci per le cure dell'opera ch'aveva preso a Roma, la quale il Rosso lavor con bellissima grazia e disegno e vivacit di colori. N pensi alcuno che nessuna opera abbia pi forza o mostra pi bella di lontano di quella, la quale per la bravura nelle figure e per l'astrattezza delle attitudini, non pi usata per gli altri, fu tenuta cosa stravagante, n gli fu molto lodata. Ma poi a poco a poco hanno conosciuto i popoli la bont di quella, e gli hanno dato lode mirabili. Fece in San Lorenzo la tavola di Carlo Ginori dello Sponsalizio di Nostra Donna, tenuto cosa bellissima.
Et invero che in quella sua facilit del fare non  mai stato chi di pratica o di destressa l'abbi potuto vincere, n a gran lunga acco starseli.
Era nel colorito s dolce e con tanta grazia cangiava i panni, che il diletto, che per tale arte prese, lo f sempre tenere lodatissimo e mirabile, come chi guarder tale opera conoscer tutto questo ch'io scrivo esser verissimo. Fece ancora a Giovanni Bandini un quadro di alcuni ignudi bellissimi, storia di Mos quando egli amazza lo Egizzio, nel quale erano cose lodatissime; e credo che in Francia fosse mandato. Similmente un altro ne fece a Giovanni Cavalcanti, che and in Inghilterra, quando Iacob piglia 'l bere da quelle donne alla fonte, che fu tenuto divino, atteso che vi erano ignudi e femmine lavorate con somma grazia, alle quali egli di continuo si dilett far pannicini sottili, acconciature di capo con trecce et abbigliamenti per il dosso.
Stava il Rosso, quando questa opra faceva, nel Borgo de'Tintori, che risponde con le stanze ne gli orti de'frati di Santa Croce, e si pigliava piacere d'un bertuccione, il quale aveva spirto pi d'uomo che di animale; per la qual cosa carissimo se lo teneva e come se medesimo l'amava, e perci ch'egli aveva uno intelletto maraviglioso, gli faceva fare di molti servigi. Avvenne che questo animale s'innamor di un suo garzone, chiamato Batistino, il quale era di bellissimo aspetto, et indovinava tutto quel che dir voleva, a i cenni, che 'l suo Batistin gli faceva. Per il che, sendo da la banda delle stanze di dietro, che nell'orto de'frati rispondevano, una pergola del guardiano piena di uve grossissime sancolombane, quei giovani mandavano gi il bertuccione per quella che dalla finestra era lontana, e con la fune su tiravano lo animale con le mani piene d'uve. Il guardiano, trovando scaricarsi la pergola e non sapendo da chi, dubitando de'topi, mise lo aguato a essa e, visto che il bertuccione del Rosso gi scendeva, tutto s'accese d'ira, e presa una   pertica per bastonarlo, si rec verso lui a due mani, in attitudine a gambe larghe. Il bertuccione, visto che se saliva ne toccherebbe, e se stava fermo il medesimo, cominci salticchiando a ruinargli la pergola, e fatto animo di volersi gettare addosso il frate, con ambedue le mani prese l'ultime traverse che cingevano la pergola; et in un tempo il frate mena la pertica, e 'l bertuccione scuote la pergola per la paura, di sorte e con tal forza, che fece uscire delle buche le pertiche e le canne: onde la pergola e 'l bertuccione ruinarono addosso a 'l frate, il quale gridava misericordia, fu da Batistino e da gli altri tirata la fune, et il bertuccion salvo rimesso in cammera. Discostatosi il guardiano et a un suo terrazzo fattosi, disse cose fuor della messa; e con clora e malo animo se n'and allo uffizio de gli Otto, magistrato in Fiorenza molto temuto.
Quivi posta la sua querela e mandato per il Rosso, fu per motteggio condannato il bertuccione a dovere un contrapeso tenere al culo, acci che non potesse saltare come prima soleva su per le pergole.
Cos il Rosso fatto un rullo che girava con un ferro, quello gli teneva, acci che per casa potesse andare, ma non saltare per le altrui come prima faceva. Perch vistosi a tal supplicio condennato, il bertuccione parve che s'indovinasse il frate essere stato di ci cagione, onde ogni d s'essercitava saltando di passo in passo con le gambe e tenendo con le mani il contrapeso, e cos posandosi spesso al suo disegno pervenne.
Perch, sendo un d sciolto per casa, salt appoco appoco di tetto in tetto, su l'ora che il guardiano era a cantar il vespro, e pervenne sopra il tetto della camera sua.
Quivi, lasciato andare il contrapeso, vi fece per mezza ora un s amorevole ballo, che n tegolo n coppo vi rest che non rompesse. E tornatosi in casa, si sent fra tre d per una pioggia   le querele del priore.
Avendo il Rosso finito l'opere sue, con Batistino e 'l bertuccione s'invi a Roma, et essendo in grandissima aspettazione, l'opre sue infinitamente erono desiderate, essendosi veduti alcuni disegni fatti per lui, i quali erano tenuti maravigliosi, atteso che il Rosso divinissimamente e con gran pulitezza disegnava.
Quivi fece nella Pace sopra le cose di Raffaello una opra, della quale non dipinse mai peggio a'suoi giorni, n posso imaginare onde ci procedesse, se non ch'egli gonfio di vana gloria di se stesso, niente stimava le cose d'altri: per che gli avvenne che, ci poco apprezzando, la sua fu poi meno stimata.
In questo tempo fece al Vescovo Tornabuoni amico suo un quadro d'un Cristo morto, sostenuto da due angeli, che oggi  appresso Monsignor Della Casa, il quale fu una bellissima impresa. Fece al Baviera, in disegni di stampe, tutti gli di, intagliati poi da Iacopo Caraglio alcune, quando Saturno si muta in cavallo, e quando Plutone rapisce Proserpina. Lavor una bozza della decollazione di San Giovanni  Batista, che oggi  in una chiesiuola su la piazza de'Salviati in Roma. Successe in quel tempo il sacco di Roma, dove il povero Rosso fu fatto prigione de'Tedeschi e molto male trattato. Percioch oltra lo spoliarlo de'vestimenti, scalzo e senza nulla in testa, gli fecero portare addosso pesi, e sgombrare quasi tutta la bottega d'un pizzicagnuolo. Per il che da quelli mal condotto, si condusse appena in Perugia, dove da Domenico di Paris pittore fu molto accarezzato e rivestito; et egli disegn per lui un cartone di una tavola de'Magi, il quale appresso lui si vede, cosa bellissima. N molto rest in tal luogo, intendendo ch'al Borgo era venuto il Vescovo de'Tornabuoni, fuggito egli ancora dal sacco, e si trasfer quivi.
Era in quel tempo al Borgo   Raffaello da Colle pittore, creato di Giulio Romano, che nella sua patria aveva preso a fare, per Santa Croce, Compagnia di Battuti, una tavola per poco prezzo, de la quale come amorevole si spogli e la diede al Rosso, acci che in quella citt rimanesse qualche reliquia di suo. Per il che la compagnia si risent, ma il vescovo gli fece molte comodit. Mentre che il Rosso lavorava questa tavola prese nome, et in quel luogo ne fu tenuto gran conto, e la tavola messa in opera in Santa Croce, nella quale fece un Deposto di Croce, il quale  cosa molto rara e bella, per avere osservato ne'colori un certo che tenebroso per le eclisse che fu nella morte di Cristo, per essere stata lavorata con grandissima diligenza. Gli fu fatto in Citt di Castello allogazione di una tavola, la quale volendo lavorare mentre che s'ingessava, le ruin un tetto addosso che la infranse tutta.
Vennegli un mal di febbre s bestiale, che ne fu quasi per morire: per il che di Castello si f portare al Borgo.
Seguitando quel male con la quartana, si trasfer poi a la Pieve a Santo Stefano a pigliare aria, et ultimamente in Arezzo, dove fu tenuto in casa da Benedetto Spadari.
Stando egli a'suoi servigi oper il mezzo di Giovanni  Antonio Lappoli aretino e di quanti amici e parenti essi avevano, acci che egli facesse alla Madonna delle Lagrime una volta, allogata gi a Niccol Soggi pittore. E perch tal memoria si lasciasse in quella citt, gliele allogarono per prezzo di trecento scudi d'oro. Onde il Rosso cominci cartoni in una stanza che gli avevano consegnata in un luogo detto Murello, e quivi ne fin quattro. In uno fece i primi parenti legati allo albero del peccato, e la Nostra Donna che cava loro il peccato di bocca, figurato per quel pomo, e sotto i piedi il serpente, e nella aria, volendo figurare ch'era   vestita del sole e de la luna, fece Febo e Diana ignudi.
Nell'altra fece quando l'arca federis  portata da Mos, figurata per la Nostra Donna che le Virt la cingono.
In un'altra il trono di Salomone, a cui i voti si porgono, somigliata pur per lei, significando quei che ricorrono a lei per ritrarne aiuto e grazia, con altre bizzarrissime fantasie, che dal pellegrino e bello ingegno di Messer  Giovan Pollastra canonico aretino et amico del Rosso furono trovate. La quale opera egli cos ordinando, non restava per per sua cortesia di far del continuo disegni a tutti coloro che di Arezzo e di fuori, o per pitture o per fabbriche, n'avevano bisogno. Entr mallevadore di questa opera Giovanni  Antonio Lappoli aretino et amico suo fidatissimo, che con ogni modo di servit gli us termini di amorevolezza. Avvenne l'anno MDXXX, essendo l'assedio intorno a Fiorenza, et essendo gli Aretini per la poca prudenza di Papo de gli Altoviti rimasi in libert, essi combatterono la cittadella e la mandarono a terra. E perch que'popoli mal volentieri vedevano i Fiorentini, il Rosso non si volle fidar di essi, e se n'and al Borgo San Sepolcro, lasciando i cartoni et i disegni dell'opera serrati in Cittadella: perch quelli che a Castello gli avevan  allogato la tavola, volsero che la finisse; e per il male che avea avuto a Castello, non volle ritornarvi, e cos al Borgo fin la tavola loro. N mai a essi volse dare allegrezza di poterla vedere: dove figur un popolo et un Cristo in aria adorato da quattro figure, e quivi fece mori, zingani e le pi strane cose del mondo; e da le figure in fuori, che di bont son perfette, il componimento attende a ogni altra cosa, che all'animo di coloro che gli chiesero tale pittura. In quel medesimo tempo che tal cosa faceva, disotterr de'morti nel vescovado, ove stava, e fece una bellissima   notomia. E nel vero il Rosso era studiosissimo nell'arte, n passava mai giorno che qualche ignudo non disegnasse di naturale.
Gli era gi venuto capriccio volere finire la sua vita in Francia e levarsi da questa miseria e povert, perch lavorando gli uomini in Toscana e ne'paesi dove e'sono nati, si mantengono sempre poveri. Ma per meglio comparire fra que'barbari, cerc farsi insegnare la lingua latina, la quale impar benissimo. Or avvenne un gioved santo, quando si dicono gli uffici la sera, che, avendo egli un giovanetto aretino suo creato, che con un moccolo acceso e con la pece greca faceva alcune vampe di fuoco nelle tenebre, ne fu sgridato da preti e fattogli male. Per il che il Rosso, che sedeva, vedendo un prete che lo batteva, si lev in piede verso il prete. N sapendo alcuno chi si fosse, si mise la chiesa a romore, e contra il Rosso trassero alcune spade ignude. Onde egli datosi a fuggire fu tanto destro, che si ricover nelle stanze sue senza che nessuno lo potesse giungere, tenendosi in ci vituperatissimo. Per la qual cosa, finita la tavola di Castello, non cur pi del lavoro d'Arezzo, n del danno ch'e'faceva a Giovanni  Antonio, avendo egli avuto pi di cento cinquanta ducati; ma si part di notte, e faccendo la via di Pesaro, arriv a Vinegia, dove da Messer  Pietro Aretino trattenuto, gli disegn una carta che si stampa, quando Marte dorme con Venere e gli Amori e le Grazie lo spogliano e gli traggono la corazza. Cos di quivi partito, arriv in Francia a Parigi, dove con favor grande della nazione fece al re due quadri d'un Bacco e d'una Venere, che sono posti in Fontanable nella galleria del re, ch'a lui parvero miracolosi, e pi parve la presenza del Rosso, tal che lo giudic (sentendo il suo procedere di parole) degno d'ogni beneficio e lo constitu sopra gli ornamenti di tal   fabbriche, e gli don un canonicato della Santa Cappella della Madonna di Parigi. E cos continuando i servigi di tanto re, fece stanze tutte di stucchi lavorate in quel luogo, con storie assai et ordini di camini e porte fantastiche. E nel vero il Rosso era in ci miracoloso. Per il che gli furono donati altri benefici, talch egli aveva da la liberalit di quel re mille scudi d'entrata e le provisioni dell'opera, ch'erano grossissime. Fece ancora un cartone per fare una tavola alla Congregazione del Capitolo, dove era canonico, et infinitissimi altri, de i quali non accade far memoria. Basta che egli non pi da pittore, ma da principe vivendo, teneva servitori assai e cavalcature, e si trovava fornito di bellissime tappezzerie e d'argenti.
Avvenne s, come vuole l'invidiosa fortuna, che non lascia mai lungo tempo in alto grado chi dalle felicit di essa  esaltato, che praticando seco Francesco di Pellegrino fiorentino, il quale della pittura si dilettava et amicissimo e suo domestico continuo era, furono in questo tempo rubati alcune centinaia di scudi al Rosso; il quale non avendo sospetto di altri che di Francesco, lo fece pigliare dalla corte e con esamine rigorose stringerlo molto. Ma colui che innocente si trovava, non confessando altro che il vero, finalmente fu relassato, et acceso di giusto sdegno contra il Rosso, fu sforzato a risentirsi de 'l vituperosissimo carico che da lui gli era stato apposto. Mosseli dunque un piato di ingiuria, e lo strinse di tal maniera, che il Rosso non si potendo aiutare stava mesto e doloroso, parendogli di continuo avere vituperato e l'amico et il proprio onore. E che se egli si disdiceva o teneva altri vituperosi ordini, si dichiarava da se medesimo per cattivo uomo. Laonde fatto deliberazione pi tosto da se stesso morire, che sopportare ingiurie per mano d'altrui, prese que sto modo. Un giorno che il re si trovava a Fontanable mand egli un contadino a Parigi per certo venenosissimo liquore, mostrando volerlo per far colori o vernici. Et era tanta la malignit di quello, che al contadino stesso, il quale nello arrecarlo tenne sempre il dito grosso sopra la bocca della ampolla, diligentissimamente turata con la cera, fu nientedimanco dalla mortifera virt del liquore consumato e quasi mangiato tutto quel dito. Et il Rosso che era sanissimo, preso questa cosa dopo mangiare in poche ore fin il corso della sua vita. E guadagnossi questi epitaffii:
DATVR  MORI
ROSCIO FLORENTINO PICTORI TVM INVENTIONE AC DISPOSITIONE TVM VARIA MORVM EXPRESSIONE TOTA ITALIA GALLIAQVE CELEBERRIMO. QVI DVM POENAM TALIONIS EFFVGERE VELLET VENENO LAQVEVM REPENDENS TAM MAGNO ANIMO QVAM FACINORE IN GALLIA MISERRIME PERIIT. VIRTVS ET DESPERATIO
FLORENTIAE HOC MONVMENTVM EREXERE.

L'OMBRA DEL ROSSO  QVI; LA FRANCIA HA L'OSSA;
LA FAMA IL MONDO COPRE; IL CIEL RISPONDE
A CHI PER LE BELLE OPRE IL CHIAMA; DONDE
NON PASSA L'ALMA SVA LA INFERNA FOSSA.

La qual nuova sendo portata al re, senza fine gli dispiacque, e de 'l Rosso gli dolse molto. E perch l'opera non patisse fece seguitare a Francesco Primaticcio bolognese, che gli aveva lavorato molte stanze, al quale come al Rosso don in quel tempo una   abbazia. Successe la infelice morte del Rosso l'anno MDXXXXI, il quale per avere arricchito l'arte nel disegno e mostro a gli altri che dopo lui son venuti, quanto accompagni nella dote dell'arte un vago e netto e bel disegnatore e quello che acquista presso un principe l'essere universale,  cagione che gli ingegni moderni lo vanno ora in molte parti imitando; onde, sendo cagione di tanto benefizio, merita lode per la fama nell'opere e per tale esempio nell'arte.
GIOVANNI ANTONIO SOGLIANI

Pittore Fiorentino

Spesse volte veggiamo nelle scienze delle lettere e nelle arti ingegnose manuali, quelli che sono maninconici essere pi assidui a gli studii, e con frequentazione d'una certa pazienzia sopportar meglio i pesi delle fatiche. E rari sono coloro che abbino tale umore, che in tal professione non rieschino ancora eccellenti; come fece Giovanni Antonio Sogliani pittor fiorentino, il quale, nel vederlo, pareva il freddo e la maninconia del mondo. E pot quello umor talmente in lui, che da le cose dell'arte in fuori, pochi altri pensieri si dava, eccetto che delle cure familiari, nelle quali egli sopportava grandissima passione, quantunque avesse assai onesto modo da ripararsi. Stette in sua giovent con Lorenzo di Credi all'arte della pittura, e con esso lui visse con tanta dili genzia osservandolo sempre, che veramente divenne bonissimo pittore e mostr in ogni sua azzione di essergli fidelissimo discepolo, come fece conoscere nelle sue prime pitture nella chiesa dell'Osservanza su 'l poggio di San Miniato. Nella quale fece una tavola di ritratto, simile a quella che Lorenzo aveva fatta nelle monache di Santa Chiara, dentrovi la Nativit di Cristo, non manco buona che quella di Lorenzo. Cos in un pilastro, che in chiesa di San Michele in Orto si vede, per l'Arte de'Vinattieri, un San Martino a olio, figurato da vescovo, il quale gli diede nome di bonissimo maestro. Ebbe Giovanni Antonio di continuo in venerazione l'opere e la maniera di fra'Bartolomeo di San Marco, e fortemente a esse cerc nel colorito d'accostarsi. Fece per Madonna Alfonsina, moglie di Piero de'Medici, una tavola posta nella chiesa di Camaldoli di Fiorenza, dentrovi Santo Arcadio crocifisso et altri martiri con le croci in braccio, e due ginocchioni; nella quale sono alcuni fanciulli che portano loro le palme, che di colorito sono bellissimi e di grazia. Fece molti quadri per le case de'cittadini, et ancora dipinse a Taddeo Taddei un Crocifisso con due figure su 'l canto della casa loro a fresco in un tabernacolo. Lavor nel refettorio della badia di Fiorenza un Crocifisso et altre figure a fresco, e dipinse in San Girolamo, San Francesco e Santa Lisabetta di quello ordine, Regina di Ungheria. Fece alla Compagnia del Ceppo un segno da portare a processione, nel quale dipinse la Visitazione di Nostra Donna e San Niccol. Lavor una tavola a San Iacopo sopra Arno, dentrovi la Trinit con infiniti angeli, e da basso Santa Maria Maddalena e Santa Caterina con San Iacopo Apostolo; tutte di bonissimo colorito tirate e con diligenzia finite. Nel castello d'Anghiari fece a olio   un Cenacolo di Cristo con XII Apostoli, di grandezza quanto il vivo, et insieme la Lavazione de'piedi fatta loro da Cristo; la quale opera in quel paese  tenuta in gran venerazione. Lavor alla Osservanza ancora, dove e'fece l'altra tavola, due figure per farvi la tavola poi, che fu San Giovanni e Santo Antonio da Padova.
Avvenne che l'opera di Pisa destin fare al coro alcuni quadri che trattassero de le figure del Sacramento, dove Giovanni Antonio fece il Sacrificio di No dopo il diluvio, che fu tenuto cosa lodata e bella. Similmente vi fece poi quel di Caino e quel di Abel. Ne seguit in concorrenza Domenico Beccafumi da Siena, perch mirabilissimi pi di questi di disegno e d'invenzione gli fece. Simile i quattro Evangelisti, con altri del Soddoma da Vercelli e d'altri pittori men buoni. Fece ancora per la chiesa quattro tavole, dove mostr diligenza et amore, per le quali in concorrenza ne fecero fare di miglioramento una a Domenico sanese sopradetto e due ne condusse Giorgio Vasari aretino, ch'a principio dell'entrata delle quattro porte fece. Perch'egli nel convento de'frati di San Marco fece ancora in fresco un cenacolo di frati, ch' quando San Domenico si mette a tavola, e senza che vi sia pane, fatta l'orazione vengono due angeli in terra che ne portano loro. E sopra vi fece un Crocifisso con l'arcivescovo Santo Antonino ginocchioni e Santa Caterina sanese di quello ordine, veramente pittura con molta diligenzia e con pulitezza lavorata, venendo questo da la pazienzia e da l'amore che port a tale arte. Fece ancora a Giovanni Serristori una tavola della Concezzione di Nostra Donna, quando Agostino, Ambruogio e Bernardo disputano de 'l peccato originale sopra il corpo del morto Adamo, dove figur angeli e   fanciulli, con infiniti motti a proposito di quella; la quale imperfetta rimase nella morte di Giovanni, et egli all'ultimo della sua vita la fin e la consegn a Messer  Alamanno Salviati, erede delle cose di Giovanni. Pose in essa bellissime fatiche e massimamente in alcune teste di vecchi, le quali non potrebbono star meglio.
Fece Giovanni Antonio molte altre cose, le quali andorono in Francia et in diversi paesi, e non accade farne menzione, essendosi ragionato de le principali opere sue. Fu persona che viveva con religione e, di continuo a'fatti suoi badando, non diede mai n noia n impaccio a veruno. Perch egli stanco dell'arte e mal complessionato, n molto desideroso di far troppo, aveva per ascendente la tardit nell'operare. Era scrupolosissimo in ogni cosa, e se avesse voluto lavorare quanto gli sarebbe stato dato, grandissime ricchezze avrebbe lasciato. Perch la maniera sua molto piacque allo universale, faccendo egli arie pietose e devote, secondo l'uso de gli ipocriti. Era gi venuto alla et di LII anni, n poteva sentir ragionare di cavare una pietra che aveva, generata nella vesica, che ne sentiva grandissimo dolore e si veniva meno. Per il che questo male lo strinse s forte che, non potendo pi reggere a tanto intrinseco tormento, rese l'anima a Dio l'anno MDXLIIII.  

GIROLAMO DA TREVIGI

Pittore

Rare volte avviene che coloro che nascono in una patria, et in quella lavorando perseverano, dalla fortuna siano esaltati a quelle felicit che meritano le virt loro, dove cercandone molte, finalmente in una si vien riconosciuto, o tardi o per tempo.
E molte volte nasce che chi tardi perviene a i ristori delle fatiche, per il tossico della morte poco tempo quelli si gode, nel medesimo modo che vedremo nella vita di Girolamo da Trevigi pittore, il quale fu tenuto bonissimo maestro. E quantunque egli non avesse un grandissimo disegno, fu coloritor vago nell'olio e nel fresco, et imitava grandemente gli andari di Raffaello da Urbino. Lavor in Trevigi sua patria, et in Vinegia ancora fece molte opere, e particularmente la facciata della casa di Andrea Udone in fresco, e dentro nel cortile alcuni fregi di fanciulli et una stanza di sopra. Dimor molto tempo in Bologna, et in quella lavor molte pitture; et in San Petronio nella cappella di Santo Antonio da Padova di marmo, a olio, contrafece tutte le storie della vita sua, nelle quali certamente si conosce giudizio, bont, grazia et una grandissima pulitezza.
Fece una tavola a San Salvatore di una Nostra Donna che saglie i gradi con alcuni santi, cosa veramente la pi debole che di suo si vegga in Bologna. Fece ancora, sopra un portone vicino alla Savena dentro in Bologna, un Crocifisso, la Nostra Donna e   San Giovanni, che sono lodatissimi.
Fece in San Domenico di Bologna una tavola a olio di una Madonna et alcuni santi, la quale  la migliore delle cose sue, vicino al coro nel salire all'arca di San Domenico, dentrovi ritratto il padrone che la fece fare.
Similmente color un quadro al conte Giovanni Batista Bentivogli, che aveva un cartone di mano di Baldassarre sanese de la storia de'Magi: cosa che molto bene condusse a perfezzione, ancora che vi fossero pi di cento figure. Similmente sono in Bologna di man d'esso molte altre pitture, e per le case e per le chiese; et in Galiera una facciata di chiaro e scuro, di sorte che in quella citt aveva fama e credito assaissimo.
And a Trento e dipinse al cardinal vecchio il suo palazzo insieme con altri pittori, di che n'acquist grandissima fama. Ritornato a Bologna attese all'opere da lui cominciate.
Avvenne che per Bologna si diede nome di fare una tavola per lo spedale della Morte, onde a concorrenza furono fatti varii disegni, chi disegnati e chi coloriti.
E parendo a molti essere inanzi, chi per amicizia e chi per merito, di dovere avere tal cosa, rest in dietro Girolamo. E parendoli che gli fosse fatto ingiuria, di l a poco tempo si part di Bologna, onde la invidia altrui lo pose in quel grado di felicit, ch'egli non pens mai, atteso che, se passava inanzi, tale opra gl'impediva il bene che la buona fortuna gli aveva apparecchiato. Per che, condottosi in Inghilterra, da alcuni amici suoi, che lo favorivano, fu preposto al Re Arrigo; e giuntogli inanzi, non pi per pittore, ma per ingegnere s'accomod a'servigi suoi.
Quivi mostrando alcune prove d'edifici ingegnosi, cavati da altri in Toscana e per Italia, e quel re giudicandoli miracolosi, lo premi con doni continui e gli ordin provi sione di quattrocento scudi l'anno. E gli diede comodit ch'e'fabbricasse una abitazione onorata alle spese proprie del re. Per il che Girolamo da una estrema calamit a una grandissima grandezza condotto, viveva lietissimo e contento, ringraziando Idio e la fortuna, che lo aveva fatto arrivare in un paese dove gli uomini erano s propizii alle sue virt.
Ma perch poco doveva durargli questa insolita felicit, advenne che, continuandosi la guerra tra Franzesi e gli Inglesi, e Girolamo provedendo a tutte le imprese de'bastioni e delle fortificazioni per le artiglierie e ripari del campo, un giorno faccendosi la batteria intorno alla citt di Bologna in Piccardia, venne un mezzo cannone con violentissima furia, e da cavallo per mezzo lo divise.
Onde in un medesimo tempo la vita e gli onori del mondo insieme con le grandezze sue rimasero estinte, essendo egli nella et de gli anni suoi XXXXVI, l'anno MDXLIIII. E non ci  mancato di poi chi lo abbia indotto a parlare di se stesso in questa guisa:

PICTOR ERAM, NEC ERAM PICTORVM GLORIA PARVA,
FORMOSASQVE DOMOS CONDERE DOCTVS ERAM.
AERE CAVO, SONITV ATQVE INGENTI EMISSA RVINA,
IGNE A SVLPHVREO ME PILA TRANSADIGIT.  

POLIDORO DA CARAVAGGIO E MATURINO FIORENTINO

Pittori

 pur cosa di grandissimo esemplo e di averne timore il vedere la instabilit della fortuna rotare talora di basso in altezza alcuni, che di loro fanno maravigliosi fatti e cose impossibili nelle virt. Perch risguardando noi i principii loro s deboli e tanto lontani da quelle professioni che hanno poi esercitate, e poi vedendo con poco studio e con prestezza le opere loro mettersi in luce e tal che non umane paiono, ma celesti, di grandissimo spavento si riempiono alcuni poveri studiosi, i quali, nelle continue fatiche crepando, a perfezzione rare volte conducono l'opere loro. Ma chi pu mai sperare da la invidiosa fortuna a chi tocchi pure tanta grazia, che col nome e con l'opere sia condotto gi immortale, se, quando pi si speri che i guiderdoni delle fatiche siano remunerati, ella come pentita del bene a te fatto, contra la vita di te congiura e ti d la morte? E non solo si contenta ch'ella sia ordinaria e comune, ma acerbissima e violenta, faccendo nascer casi s terribili e s mostruosi, che la istessa piet se ne fugge, la virt s'ingiuria et i benefici ricevuti in ingratitudine si convertono. Per la qual cosa tanto si pu lodare la pittura de  la ventura nella virtuosa vita di Polidoro, quanto dolersi de la fortuna mutata in cattiva remunerazione nella dolorosa morte   di quello. E veramente la inclinazione della natura in tale arte per lui avuta fu s propria e divina, che sicuramente si pu dire che e'nascesse cos pittore, come Virgilio nacque poeta e come veggiamo alle volte nascere certi ingegni maravigliosi.
Era Polidoro da Caravaggio di Lombardia venuto a Roma ne'tempi di Leon X e, mentre che le logge si fabbricavano nel palazzo per ordine di Raffaello da Urbino, egli portava lo schifo pien di calce a'maestri che muravano, e fino che fu di XVIII anni fece sempre quello esercizio. Ma cominciando Giovanni da Udine a dipignerle, e murandosi e dipignendosi, la volont e la inclinazione di Polidoro molto volta alla pittura, non rest di far s ch'egli prese dimestichezza con tutti quei giovani che erano valenti, per vedere i tratti et i modi dell'arte, e si mise a disegnar. Ma fra gli altri che furono suoi domestici, s'elesse per compagno Maturino Fiorentino, allora nella cappella del papa, et alle anticaglie tenuto bonissimo disegnatore. E talmente di questa arte invagh, che in pochi mesi f tanta prova del suo ingegno, che ne stupiva ogni persona che lo aveva gi conosciuto in quell'altro stato. Per la qual cosa, seguitandosi le logge, egli s gagliardamente si esercit con quei giovani pittori, che erano pratichi e dotti nella pittura, e s divinamente apprese quella arte, che egli non si part di su quel lavoro senza portarsene la vera gloria del pi bello e pi nobile ingegno, che fra tanti si ritrovasse. Per il che crebbe talmente lo amore di Maturino a Polidoro, e di Polidoro a Maturino, che deliberarono, come fratelli e veri compagni, vivere insieme e morire. E rimescolato le volont, i danari e l'opere, di comune concordia si misero unitamente a lavorare insieme.
E perch erano in Roma pur molti, che di grado, d'opere e di nome i colo riti loro conducevano pi vivaci et allegri, e di favori pi degni e pi sortiti, cominci entrargli nell'animo, avendo Baldasarre Sanese fatto alcune facce di case di chiaro e scuro, d'imitar quello andare et a quelle, gi venute in usanza, attendere da indi innanzi. Per il che ne cominciarono una a Monte Cavallo dirimpetto a San Salvestro in compagnia di Pellegrino da Modena, la quale diede loro animo di poter tentare se quello dovessi essere il loro essercizio; e ne seguitarono dirimpetto alla porta del fianco di San Salvatore del Lauro un'altra; e similmente fecero da la porta del fianco della Minerva una istoria, e di sopra San Rocco a Ripetta un'altra, che  un fregio di mostri marini. E ne dipinsero infinite in questo principio, manco buone dell'altre, per tutta Roma, che non accade qui raccontarle per avere eglino poi in tal cosa operato meglio. Laonde, inanimiti di ci, cominciarono s a studiare le cose dell'antichit di Roma, ch'eglino contraffacendo le cose di marmo antiche ne'chiari e scuri loro, non rest vaso, statue, pili, storie n cosa intera o rotta, ch'eglino non disegnassero e di quella non si servissero. E tanto con frequentazione e voglia a tal cosa posero il pensiero, che unitamente presero la maniera antica e tanto l'una simile all'altra, che s come gl'animi loro erano d'uno istesso volere, cos le mani ancora esprimevano il medesimo sapere. E bench Maturino non fosse quanto Polidoro aiutato dalla natura, pot tanto l'osservanzia dello stile nella compagnia, che l'uno e l'altro pareva il medesimo, dove poneva ciascuno la mano, di componimenti, d'aria e di maniera. Fecero su la piazza di Capranica per andare in Colonna, una facciata con le Virt teologiche et un fregio sotto le finestre, con bellissima invenzione, una Roma vestita e per la fede figurata, col calice e con   l'ostia in mano, aver prigione tutte le nazioni del mondo, e concorrere tutti i popoli a portarle i tributi, et i Turchi a l'ultima fine distrutti, saettare l'arca di Macometto, conchiudendosi finalmente col detto della Scrittura, che sar uno ovile et un pastore. E nel vero eglino d'invenzione non ebbero pari, di che ne fanno fede tutte le cose loro, cariche di abbigliamenti, veste, calzari, strane bizzarrie, e con infinita maraviglia condotte. Et ancora ne rendono testimonio le cose loro, da tutti i forestieri pittori disegnate s di continuo, che pi utilit hanno essi fatto all'arte della pittura, per la bella maniera che avevano e per la bella facilit, che tutti gli altri da Cimabue in qua insieme non hanno fatto. Laonde si  veduto di continuo, et ancor si vede per Roma, tutti i disegnatori essere pi volti alle cose di Polidoro e di Maturino, che a tutte l'altre pitture moderne. Fecero in Borgo Nuovo una facciata di graffito, e su 'l canto della Pace un'altra di graffito similmente; e poco lontano a questa, nella casa de gli Spinoli per andare in Parione, una facciata, dentrovi le lotte antiche, come si costumavano, et i sacrificii e la morte di Tarpea. Vicino a Torre di Nona verso il ponte Sant'Angelo si vede una facciata piccola con un trionfo per Camillo et un sacrificio antico figurato. Nella via che camina a la imagine di Ponte  una facciata bellissima con la storia di Perillo, quando egli  messo nel toro di bronzo da lui fabbricato. Nella quale si vede la forza di coloro che lo mettono in esso toro, et il terrore di chi aspetta vedere tal morte inusitata. Oltra che vi  a sedere Falari (come io credo) che comanda con imperiosit bellissima che e'si punisca il troppo feroce ingegno che aveva trovato crudelt nuova per ammazzar gli uomini con maggior pena. Et in questa si vede un fregio bellissimo di fan ciulli figurati di bronzo, et altre figure. Sopra questa fece poi un'altra facciata di quella casa stessa, dove  la imagine che si dice di Ponte, ove con l'ordine senatorio vestito nell'abito antico romano pi storie da loro figurate si veggono. Et alla piazza della Dogana allato a Santo Eustachio una facciata di essi di battaglie. E dentro in chiesa, a man destra entrando, si conosce una cappellina con le figure dipinte da Polidoro. Fecero ancora sopra Farnese un'altra de'Cepperelli, et una facciata dietro alla Minerva, nella strada che va a'Maddaleni, dentrovi storie romane. E fra l'altre cose belle vi si vede un fregio di fanciulli di bronzo contraffatti che trionfano, condotto con grandissima grazia e somma bellezza. Nella faccia de'Buoni Auguri, vicino alla Minerva, sono alcune storie di Romolo bellissime, ci  quando egli con lo aratro disegna il luogo per la citt, e quando gli avoltoi gli volano sopra, dove, imitando gli abiti, le cere e le persone antiche, pare veramente che gli uomini siano quelli istessi. E nel vero che di tal magisterio nessuno ebbe mai in questa arte n tanto disegno, n pi bella maniera, n s gran pratica o maggior prestezza. E ne resta ogni artefice s maravigliato, ogni volta che quelle vede, ch' forza stupire che la natura abbia in questo secolo potuto aver forza farci per tali uomini vedere i miracoli suoi.
Fecero ancora, sotto Corte Savella, la casa che comper la Signora Gostanza, quando le Sabine son rapite; la quale istoria fa conoscere non meno la sete et il bisogno del rapirle, che la fuga e la miseria delle meschine portate via da diversi soldati, et a cavallo et in diversi modi. E non sono in questa sola simili advertimenti, ma molto pi nelle istorie di Muzio e d'Orazio, e la fuga di Porsena Re di Toscana. Lavorarono nel giardino di quel dal Bufalo, vicino alla fontana di   Trievi, storie bellissime del fonte di Parnaso, e vi fecero grottesche e figure piccole colorite. Similmente nella casa del Baldassino, da Santo Agostino, fecero graffiti e storie, e nel cortile alcune teste d'imperadori sopra le finestre. Lavorarono in Monte Cavallo vicino a Santa Agata una facciata, dentrovi infinite e diverse storie, come quando Tuzia vestale porta da 'l Tevere a 'l tempio l'acqua nel crivello, e quando Claudia tira la nave con la cintura. E cos lo sbaraglio che fa Camillo mentre che Brenno pesa l'oro. E nella altra facciata dopo il cantone, Romolo et il fratello alle poppe della lupa, e la terribilissima pugna di Orazio, che mentre solo fra mille spade difende la bocca del ponte, ha dietro a s molte figure bellissime, che in diverse attitudini, con grandissima sollecitudine, co'picconi tagliano il ponte. vvi ancora Muzio Scevola, che nel cospetto di Porsena abbrucia la sua stessa mano che aveva errato nello uccidere il ministro in cambio del re, dove si conosce il disprezzo del re, il desiderio della vendetta. E dentro in quella casa fecero molti paesi. Lavorarono la facciata di San Pietro in Vincola e le storie di San Pietro in quella con alcuni profeti grandi. E fu tanto nota per tutto la fama di questi maestri, per l'abbondanza del lavoro, che furono cagione le publiche pitture da loro con tanta bellezza lavorate, che meritarono lode grandissima in vita, et infinita et eterna, per la imitazione, l'hanno avuta dopo la morte. Fecero ancora su la piazza, dove  il palazzo de'Medici, dietro a Naona, una faccia coi trionfi di Paulo Emilio, et infinite altre storie romane. Et a San Salvestro di Monte Cavallo, per fra'Mariano, per casa e per il giardino alcune cosette; et in chiesa li dipinsero la sua cappella e due storie colorite di Santa Maria Maddalena, nelle quali sono i macchiati de'paesi fatti   con somma grazia e discrezione, ch Polidoro veramente lavor i paesi o macchie d'alberi e sassi meglio d'ogni pittore. Et egli nell'arte  stato cagione di quella facilit, che oggi usano gli artefici nelle cose loro. Fecero ancora molte camere e fregi nelle case di Roma, coi colori a fresco et a tempera lavorati, le quali opere erano da essi esercitate per prova, ch mai a'colori non poterono dare quella bellezza, che di continuo diedero alle cose di chiaro e scuro, o in bronzo o in terretta, come si vede ancora nella casa che era del Cardinale di Volterra da Torre Sanguigna. Nella faccia della quale fecero uno ornamento di chiaro oscuro bellissimo, e dentro alcune figure colorite, le quali sono tanto mal lavorate e condotte, che hanno deviato da 'l primo essere il disegno buono ch'eglino avevano. E ci tanto parve pi strano per esservi appresso un'arme di Papa Leone, di ignudi, di man di Giovan  Francesco Vetraio, il quale se la morte non avesse tolto di mezzo arebbe fatto cose grandissime. E non isgannati per questo de la folle credenza loro, fecero ancora in Santo Agostino di Roma, allo altare de'Martelli, certi fanciulli coloriti, dove Iacopo Sansovino per fine dell'opera fece una Nostra Donna di marmo; i quali fanciulli non paiono di mano di persone illustri, ma d'idioti che comincino allora quella arte. Per il che nella banda dove la tovaglia cuopre l'altare, fece Polidoro una storietta d'un Cristo morto con le Marie, ch' cosa bellissima, mostrando nel vero essere pi quella la professione loro che i colori. Onde ritornati al solito loro, fecero in Campo Marzio due facciate bellissime: nell'una le storie di Anco Marzio, e nell'altra le feste de'Saturnali celebrate in tal luogo, con tutte le bighe e quadrighe de'cavalli ch'a gli obelischi aggirano intorno, che sono tenute bellissime per   essere elleno talmente condotte di disegno e bella maniera, che espressissimamente rappresentano quegli stessi spettacoli per i quali elle sono dipinte. Su 'l canto della Chiavica, per andare a Corte Savella, fecero una facciata la quale  cosa divina, e delle belle che fecero, giudicata bellissima. Perch oltra la istoria delle fanciulle che passano il Tevere, abbasso vicino alla porta  un sagrifizio fatto con industria et arte maravigliosa, per vedersi osservato quivi tutti gli instrumenti e tutti quegli antichi costumi, che a'sagrifizii di quella sorte si solevano osservare. Vicino al Popolo, sotto San Iacopo de gli Incurabili, fecero una facciata con le storie di Alessandro Magno che  tenuta bellissima, nella quale figurarono il Nilo e 'l Tebro di Belvedere antichi. A San Simeone fecero la facciata de'Gaddi, ch' cosa di maraviglia e di stupore nel considerarvi dentro i belli e tanti e varii abiti, la infinit delle celate antiche, de'soccinti, de'calzari e delle barche, ornate con tanta leggiadria e copia d'ogni cosa, che imaginare si possa un sofistico ingegno. Quivi la memoria si carica di una infinit di cose bellissime, e quivi si rappresentano i modi antichi, l'effigie de'savi e le bellissime femmine. Perch vi sono tutte le spezie de'sacrifici antichi, come si costumavano, e da che s'imbarca uno esercito e combatte con variatissima foggia di strumenti e di armi, lavorate con tanta grazia e condotte con tanta pratica, che l'occhio si smarrisce nella copia di tante belle invenzioni. Dirimpetto a questa  un'altra facciata minore, che di bellezza e di copia non potria migliorare, dov' nel fregio la storia di Niobe quando si fa adorare e le genti che portano tributi e vasi e diverse sorti di doni; le quali cose con tanta novit, leggiadria, arte, ingegno e rilievo espresse egli in tutta questa opera, che troppo sarebbe certo   narrarne il tutto. Seguit appresso lo sdegno di Latona e la miserabile vendetta ne'figliuoli della superbissima Niobe, e che i sette maschi da Febo e le sette femmine da Diana le sono amazzati, con una infinit di figure di bronzo che non di pittura, ma di metallo paiono. E sopra altre storie lavorate con alcuni vasi d'oro contrafatti con tante bizzarrie dentro, che occhio mortale non potrebbe imaginarsi altro, n pi bello n pi nuovo, con alcuni elmi etrusci da rimaner confuso per la moltiplicazione e copia di s belle e capricciose fantasie, ch'uscivano loro de la mente. Le quali opere sono state imitate da infiniti che lavorano in tali bizzarrie. Fecero ancora il cortile di questa casa, e similmente la loggia, colorita di grotteschine picciole, che sono stimate divine. Insomma ci che eglino toccarono, con grazia e bellezza infinita assoluto renderono. E s'io dovessi nominare tutte le opere loro, farei un libro intero de'fatti loro, perch non  stanza, palazzo, giardino, n vigna, dove non siano opere di Polidoro e di Maturino.
Ora, mentre che Roma ridendo s'abbelliva de le fatiche loro et essi aspettavano premio de i proprii sudori, l'invidia e la fortuna mandarono a Roma Borbone, l'anno MDXXVII, che quella citt mise a sacco. Laonde fu divisa la compagnia non solo di Polidoro e di Maturino, ma di tante migliaia d'amici e di parenti, ch'a un sol pane tanti anni erano stati in Roma. Perch Maturino si mise in fuga, n molto and che da i disagi patiti per tal sacco, si stima a Roma ch'e'morisse di peste, e fu sepolto in Santo Eustachio. Polidoro verso Napoli prese il suo camino, e quivi capitando, essendo quei gentili uomini poco curiosi de le cose eccellenti di pittura, fu per morirvisi di fame. Onde egli lavorando a opere per alcuni pittori, fece in Santa Maria della Gra zia un San Pietro nella maggior cappella; e cos aiut in molte cose que'pittori, pi per campare la vita che per altro. Ma pure essendo predicato le virt sue, fece al conte di ... una volta dipinta a tempera, con alcune facciate, ch' tenuta cosa bellissima. E cos fece il cortile di chiaro e scuro al signor  ... et insieme alcune logge, le quali sono molto piene di ornamento e di bellezza, e ben lavorate. Fece ancora in Santo Angelo, allato alla pescheria di Napoli, una tavolina a olio, nella quale  una Nostra Donna et alcuni ignudi d'anime cruciate, la quale di disegno, pi che di colorito,  tenuta bellissima. Similmente alcuni quadri, in quella dello altar maggiore, di figure intere sole, nel medesimo modo lavorate.
Avvenne che, stando egli in Napoli, e veggendo poco stimata la sua virt, deliber partire da coloro che pi conto tenevano d'un cavallo che saltasse che di chi facesse con le mani le figure dipinte parer vive. Per il che, montato su le galee, si trasfer a Messina, e quivi trovato pi piet e pi onore, si diede ad operare; e talmente lavorando di continuo prese ne'colori buona e destra pratica. Onde egli vi fece di molte opere, che sono sparse in molti luoghi. Et alla architettura attendendo, diede saggio di s in molte cose ch'e'fece. Appresso nel ritorno di Carlo V da la vittoria di Tunizi, passando egli per Messina, Polidoro gli fece archi triomfali bellissimi, onde n'acquist nome e premio infinito. Laonde egli, che di continuo ardeva di desiderio di rivedere quella Roma, la quale di continuo strugge coloro che stati ci sono molti anni nel provare gli altri paesi, avendo ne l'ultimo fatto una tavola d'un Cristo che porta la croce, lavorata a olio, di bont e di colorito vaghissimo. Nella quale fece un numero di figure che accompagnano   Cristo a la morte, soldati, farisei, cavagli, donne, putti et i ladroni innanzi, col tener ferma la intenzione, come poteva essere ordinata una giustizia simile: che ben pareva che la natura si fusse sforzata a far l'ultime pruove sue in questa opera veramente eccellentissima. Dopo la quale cerc egli molte volte svilupparsi di quel paese, ancora ch'egli ben veduto vi fosse; ma la cagione della sua dimora era una donna, da lui molti anni amata, che con sue dolci parole e lusinghe lo riteneva. Ma pure tanto pot in lui la volont di rivedere Roma e gli amici, che lev del banco una buona quantit di danari ch'egli aveva, e risoluto al tutto, deliber partire il giorno seguente.
Aveva Polidoro tenuto molto tempo un garzone di quel paese, il quale portava maggiore amore a'danari di Polidoro che a lui, ma per averli cos su 'l banco, non pot mai porvi su le mani e con essi partirsi; per il che caduto in pensiero malvagio e crudele, deliber la notte seguente, mentre che dormiva, con alcuni suoi congiurati amici, dargli la morte e poi partire i danari fra loro. Laonde nel primo sonno che Polidoro dormiva, quegli con una fascia lo strangolarono, e poscia gli diedero alcune ferite, tanto che lo fecero morire. E per mostrare ch'essi non l'avessero fatto, lo portarono su la porta della donna da Polidoro amata, fingendo che o parenti o altri in casa l'avessero ammazzato. Diede dunque il garzone buona parte de'danari a que'ribaldi, che s brutto eccesso avevano commesso; e quindi li fece partire. La mattina piangendo and a casa un conte, amico del morto maestro, e tuttavia gridava giustizia. Per che molti d si cerc tal cosa, n mai nulla ne venne a luce. Ma pure come Dio volle, avendo la natura e la virt a sdegno d'essere per mano della fortuna percosse, fecero a uno, che   interesso non ci aveva, parlare come impossibile era che altri che tal garzone l'avesse assassinato. Per il che il conte gli fece por le mani addosso, et alla tortura messolo, senza che altro martorio gli dessero, confess il delitto, e fu dalla giustizia condannato alle forche, ma prima con tanaglie affocate per la strada tormentato et ultimamente squartato.
Ma non per questo torn la vita a Polidoro, n alla pittura si rese quello ingegno pellegrino e veloce, che per tanti secoli non era pi stato al mondo. Per il che se allora ch'egli mor, avesse potuto morire con lui, sarebbe morta la invenzione, la grazia e la bravura nelle figure dell'arte. Felicit della natura e della virt nel formare in tal corpo cos nobile spirto; et invidia et odio crudele di cos strana morte nel fato e nella fortuna sua, la quale, se bene gli tolse la vita, non gli torr per alcun tempo il nome. Furono fatte l'esequie sue solennissime, e con doglia infinita di tutta Messina nella chiesa catedrale datogli sepoltura l'anno MDXXXXIII. Et ebbe appresso questo epitaffio:

FACIL STVDIO IN PITTVRA,
ARTE, INGEGNO, FIEREZZA E POCA SORTE
EBBI IN VINCER NATVRA
STRANA, ORRIBILE INGIVSTA E CRVDA MORTE.

Aggiunse all'arte della pittura Polidoro facilit, copia d'abiti e stranissimi ornamenti e garbi nelle cose d'ogni sorte, e grazia e destrezza in ogni lineamento o pittura; arricchilla d'una universalit d'ogni sorte figure, animali, casamenti, grottesche e paesi, che da lui in qua ogni pittore ha cercato essere in tutte queste parti universale; onde il mondo pi l'onora cos morto, che se si fosse perpetuato vivo eternamente nel mondo.  

BARTOLOMEO DA BAGNACAVALLO

et altri Romagnuoli Pittori

Certamente che il fine delle concorrenzie nelle arti, per la ambizione della gloria, si vede il pi delle volte esser lodato. Ma s'egli avviene che da superbia e da presumersi chi concorre meni alcuna volta troppa vampa di s, e'si scorge in ispazio di tempo quella virt che cerca, in fumo e nebbia risolversi; atteso che mal pu crescere in perfezzione chi non conosce il proprio difetto, e chi non teme l'operare altrui. Per meglio si conduce ad augumento la speranza de gli studiosi timidi, che sotto colore d'onesta vita onorano l'opere de'rari maestri, le lodano e con ogni studio quelle imitando, appoco appoco s'avanzano di sapere, e dopo non molto tempo aguagliano i maestri e facilissimamente, se non in ogni cosa, in qualche parte ancora gli trapassano. Non fecero gi cos Bartolomeo da Bagnacavallo, Amico Bolognese, Girolamo da Cotignola et Innocenzio da Imola, i quali maestri e pittori in Bologna quasi in un tempo fiorirono. Perch quella invidia che l'un l'altro si portarono, nutrita pi per superbia che per gloria, li deviava da la via buona; la quale a la eternit conduce coloro che valorosi pi per il nome che per le gare combattono. Perch fu questa cosa ca gione che a'buoni principii che avevano, non diedero quello ottimo fine che s'aspettava da loro. Con ci sia che il prosumersi d'essere maestri li fece deviare da 'l primo obietto.
Era Bartolomeo da Bagnacavallo venuto a Roma, ne'tempi di Raffaello, per aggiugnere con l'opere, dove con l'animo gli pareva arrivare di perfezzione. E come giovane, ch'aveva fama in Bologna per l'aspettazzione di lui, fu messo a fare un lavoro nella chiesa della Pace di Roma, nella cappella prima a man destra entrando in chiesa, sopra la cappella di Baldassar Perucci sanese. Ma non gli parendo riuscire quel tanto, che di s aveva promesso, se ne torn a Bologna. Avvenne in questo tempo che si fece ragunata de'sopradetti in Bologna, et a concorrenza l'un dell'altro, fecero in San Petronio, alla cappella della Nostra Donna, allato alla porta della facciata dinanzi, a man destra entrando in chiesa, ciascuno una storia di Cristo e della Nostra Donna, fra le quali poca differenza di perfezzione si vede l'un da l'altro. Perch Bartolomeo acquist in tal cosa fama di avere la maniera pi dolce e pi sicura, avvenga che ancora nella storia di Maestro Amico vi sia una infinit di cose strane, per aver figurato nella Resurression di Cristo armati, e quelli con attitudini torte e rannicchiate, e dalla lapida del sepolcro, che rovina loro addosso, stiacciati di molti soldati; non dimeno per essere quella di Bartolomeo pi unita, pi fu lodata dagli artefici. Il che fu cagione ch'egli facesse poi compagnia con Biagio Bolognese, persona molto pi pratica nella arte che eccellente; e lavororono in compagnia a San Salvatore a'frati Scopetini, un refettorio, il quale dipinsero parte a fresco parte a secco; dentrovi quando Cristo sazia coi cinque pani e due pesci cinque mila persone. E quivi lavororono an cora nella libreria una facciata, con la disputa di Santo Agostino, nella quale fecero una prospettiva assai ragionevole. Avevano questi maestri, per aver veduto l'opere di Raffaello e praticato con esso, un certo che d'un tutto, che pareva di dovere esser buono; ma nel vero non attesero alle ingegnose particularit dell'arte, come si debbe. E perch in Bologna in quel tempo non erano altri pi perfetti di loro, erano tenuti da que'che governavano e da'popoli di quella citt per li migliori. Sono di mano di Bartolomeo sotto la volta del palagio del Podest alcuni tondi a fresco, et ancora dirimpetto al palazzo de'Fantucci in San Vitale, parrocchia in quella citt, una storia di sua mano. E ne'Servi di Bologna attorno a una tavola d'una Nunziata sono alcuni santi lavorati a fresco da Innocenzio da Imola, che a San Michele in Bosco dipinse a fresco la cappella di Ramazzotto, capo di parte in Romagna, e fece infinite opere da s et in compagnia de i sopradetti per Bologna, finch d'anni LVIII fin la sua vita.
Era Bartolomeo molto invidiato da Amico pittor bolognese, il quale fu sempre un capriccioso e pazzo cervello, come pazze e capricciose le figure di lui per tutta Italia si veggono, e particolarmente in Bologna, dove dimor il pi del tempo. E nel vero, se le fatiche che e'fece et i disegni in tale arte fossero state durate per buona via e non a caso, sarebbe possibile ch'egli avesse passato infiniti che tegnamo rari et esperti. Ma pu tanto la quantit del fare assai, che impossibile  che fra molte alcuna cosa buona non si faccia. Fra l'altre sue cose che di meglio siano in Bologna, fra tanta quantit,  una facciata di chiaro oscuro sulla piazza de'Marsigli, et un'altra alla porta di San Mammolo. Dipinse a San Salvatore un fregio, intorno la cappella maggiore, e per ogni chiesa, strada,   spedale, cantone e casa, ogni cosa  di suo, o di terretta o di colori imbrattato, cos a Roma v'ha opere, et a Lucca in San Friano una cappella con strane e bizzarre fantazie. Dicesi che Maestro Amico come persona astratta da le altre, andava per Italia disegnando et ogni cosa ritraendo, le buone e le cattive, cos di rilievo come dipinte; il che fu cagione che egli divent un praticaccio inventore. E quando poteva avere cosa da servirsene la pigliava volentieri, e perch altri non se ne valesse dopo lui la guastava. Le quali fatiche furono cagione di fargli far quella maniera cos pazza e strana. Laonde venuto gi in vecchiezza di LXX anni, fra l'arte e la stranezza della vita, bestialissimamente impazz. Per il che il Guicciardino allora governator di Bologna ne pigliava grandissimo piacere con tutta quella citt. Ma pure gli pass quello umore et in s ritorn. Dilettosi continuo cicalare, e diceva stranamente di bellissime cose. Vero  che non gli piacque gi mai dir bene di persona alcuna, virtuosa o buona, o per merito o per fortuna. Dicesi che un pittore bolognese, avendo comprato cavoli all'Avemaria in piazza, fu trovato da Amico, che lo tir sotto la loggia del Podest a ragionare con s dolci trappole e strane fantasie, che si condussero fino appresso al giorno. Per il che Amico gli disse che andasse a far cuocere i cavoli, che ora mai la ora passava. Et a colui per la dolcezza delle chiacchiare non pareva passato troppo il tempo.
Fece infinite burle e pazzie delle quali non accade far menzione, volendo seguitare di Girolamo da Cotignola, il quale fece in Bologna molti quadri e ritratti di naturale, e particularmente la tavola di San Iosep, che gli fu molto lodata. E cos a San Michele in Bosco la tavola a olio alla cappella di San Benedetto, la quale fu cagione che con   Biagio Bolognese egli facesse tutte le istorie che sono intorno alla chiesa, parte a fresco imposte et a secco lavorate, nelle quali si vede pratica assai, come nella maniera di Biagio dissi. Dipinse in Rimini in Santa Colomba, a concorrenza di Benedetto da Ferrara dipintore e di Lattanzio, una ancona, e vi fece una Santa Lucia pi tosto lasciva che bella, e nella tribuna grande fece una Coronazione di Nostra Donna co'dodici Apostoli e'quattro Vangelisti con certe teste tanto grosse e contrafatte, che  una vergogna a vederle. Poi se ne torn a Bologna e di quivi and a Roma, dove fece molti ritratti di naturale di pi Signori e d'altre persone, e vedendo egli quello non esser paese dove far potesse, per i migliori pittori di lui, quel profitto nel nome e nel premio, che 'l desiderio e 'l suo bisogno richiedeva, prese partito di trasferirsi a Napoli. Dove condottosi, trov alcuni amici suoi che lo favorirono, e particularmente Messer  Tomaso Cambi, mercante fiorentino, delle antiquit de'marmi e delle pitture molto amatore, che lo accomod di stanze e di tutto il bisogno suo. Laonde praticarono ch'egli facesse in Monte Oliveto la tavola de'Magi, che e'dipinse a olio alla cappella di Messer  Antonello Vescovo di non so che luogo, et ancora in Santo Aniello fece a olio una tavola con la Nostra Donna e San Paulo e San Giovanni  Batista, e per tutta quella citt a questo signore et a quello fece infiniti ritratti di naturale e ad altre persone medesimamente. E perch egli con miseria vivendo, cercava di avanzare qualche cosa, sendo gi condotto in vecchiezza, dopo non molto tempo se ne ritorn a Roma. L dove alcuni amici suoi, che intesero come egli aveva avanzato qualche scudo, gli persuasero che per governo della propria vita, dovesse tor moglie. E cos egli, che si credette far be ne, tanto si lasci aggirare, che da quei per comodit loro gli fu posta a canto per moglie una puttana che essi tenevano; e sposata che l'ebbe, gliela misero seco nel letto a dormire. Onde scopertasi la cosa, n'ebbe il vecchio tanto dolore, per lo scorno e per la vergogna, che in termine di poche settimane se ne mor di et di anni LXIX.
Restami ora a far memoria di Innocenzio da Imola, il quale stette molti anni a Fiorenza con Mariotto Albertinelli e, ritornato in Imola, vi fece molte opere. Avenne che il Conte Giovan  Batista Bentivogli, passando da Imola, gli persuase che volesse andare a stare a Bologna; per il che in quella condotto, contrafeceli un quadro di Raffaello da Urbino, gi fatto al Signor Lionello da Carpi, e fece ancora a San Michele in Bosco a'frati di Monte Oliveto fuor di Bologna, il capitolo de'frati lavorato in fresco, dentrovi la Morte di Nostra Donna e la Resurressione di Cristo; la quale opera con grandissima diligenza e pulitezza fu condotta da Innocenzio. Egli vi fece ancora la tavola dello altar maggiore, la parte di sopra della quale  lavorata con buona maniera e fatica e colorito. Ne'Servi di Bologna fece una tavola d'una Annunziata, et ancora in San Salvatore dipinse una tavola d'un Crocifisso; cos molti quadri e tavole et altre pitture in quella citt. Era Innocenzio persona molto modesta e buona, e per la mala pratica che nel conversare usavano quei pittori bolognesi, li fuggiva e solo si restava. E perch egli faceva l'arte con assai fatiche, ridotto d'anni LVI ammal di febbre pestilenziale, la quale lo trov s debile et affaticato, che in pochi giorni se ne mor. Rimase un lavoro grande, che aveva cominciato fuor di Bologna, a finire a Prospero Fontana bolognese, il quale a ottima fine glielo ridusse, avendosi confidato in lui, che ci far doves se inanzi la morte. Furono le pitture di questi maestri dal MDVI fino al MDXLII.

MARCO CALAVRESE

Pittore

Quando il mondo ha un lume in una scienza che sia grande, universalmente ne risplende ogni parte, e dove maggior fiamma e dove minore, secondo i siti e le arie e le nature inclinati, fa parere i miracoli ancora maggiori e minori. E nel vero di continuo certi ingegni in certe provincie sono a certe cose atti, ch'altri non possono essere. N per fatiche, che eglino durino, arrivano per mai a 'l segno di grandissima eccellenza. Ma quando noi veggiamo in qualche provincia nascere un frutto che usato non sia a nascerci, ce ne maravigliamo, tanto pi uno ingegno buono possiamo rallegrarci, quando lo troviamo in un paese dove non nascano uomini di simile professione. Come fu Marco Calavrese pittore, il quale, uscito della sua patria, elesse come ameno e pieno di dolcezza per sua abitazione Napoli, se bene indrizzato aveva il camino per verirsene a Roma et in quella ultimare il fine che si cava dallo studio della pittura. Ma s gli fu dolce il canto della Serena, dilettandosi egli massimamente di sonare di liuto, e s le molli onde del Sebeto lo liquefecero, ch'e'rest prigione col corpo di quel sito fin che rese lo spirito al cielo, et alla terra il mortale. Fece Marco infiniti lavori in olio et in   fresco, et in quella patria mostr valere pi di alcuno altro, che tale arte in suo tempo esercitasse. Come ne fece fede ad Aversa, dieci miglia lontano da Napoli, e particularmente nella chiesa di Santo Agostino allo altar maggiore una tavola a olio, con grandissimo ornamento, e diversi quadri con istorie e figure lavorate, nelle quali figur Santo Agostino disputare con gli eretici, e di sopra e dalle bande storie di Cristo e santi in varie attitudini. Nella quale opera si vede una maniera molto continuata e di trarre al buono delle cose della maniera moderna, e bellissimo e pratico colorito in essa si comprende. Questa fu una delle sue tante fatiche, che in quella citt e per diversi luoghi del regno fece. Visse di continuo allegramente, e bellissimo tempo si diede. Per che non avendo emulazione, n contrasto de gl'artefici nella pittura, fu da que'signori sempre adorato, e delle cose sue si fece con bonissimi pagamenti sodisfare. Cos pervenuto a gli anni LVI di sua et, d'uno ordinario male fin la sua vita. Lasci suo creato Giovan  Filippo pittor napolitano, il quale in compagnia di Lionardo suo cognato, fece molte pitture e tuttavia fanno: de i quali per essere vivi et in continuo essercizio, non accade far menzione alcuna. Furono le pitture di Maestro Marco da lui lavorate dal MDVIII fino al MDXLII. E non ci  mancato di poi chi lo abbia celebrato con questo epigramma:

VOLTO HANNO IL DOLCE CANTO
IN DOGLIA AMARA LE SERENE SNELLE;

STA PARTENOPE IN PIANTO
CHE VN NVOVO APOLLO  MORTO ET VN NVOVO APELLE.  

MORTO DA FELTRO

Pittore

Coloro che sono per natura di cervello capriccioso e fantastico, sempre nuove cose ghiribizzano e cercano investigare, e coi pensieri strani e diversi da gli altri, fanno l'opere loro piene et abondanti di novit; che spesso per il nuovo capriccio da loro trovato sono cagione a gli altri di seguitargli, i quali di qualche novit pi, se possono, cercano di passargli di maniera che sono ammirati e di grandissima lode nell'opre loro per ogni lingua vengono esaltati. Questo si vide nel Morto pittore da Feltro, il quale molto fu astratto nella vita come era nel cervello e nelle novit della maniera nelle grottesche ch'egli faceva, le quali furono cagione di farlo molto stimare. Condussesi il Morto a Roma nella sua giovanezza in quel tempo che il Pinturicchio per Alessandro VI dipinse le camere papali, et in Castel Sant'Angelo molte altre logge e stanze da basso nel torrione e sopra in altre camere. Perch egli, che era maninconica persona, di continuo alle anticaglie studiava, dove spartimenti di volte et ordini di facce alla grottesca vedendo e piacendogli, quelle sempre studi. E s i modi del girar le foglie anticamente prese, che di quella professione a nessuno era al suo tempo secondo. Per il che non rest di vedere sotto terra ci che pot in Roma di grotte antiche et infinitissime volte. Stette a Tivoli molti mesi nella Villa Adriana disegnando tutti i partimenti e grotte, che sono in quella sotto e so pra terra. E sentendo egli che a Pozzuolo, nel Regno, vicino a Napoli X miglia, erano infinite muraglie piene di grottesche, fra di rilievo, di stucchi e dipinte, antiche, tenute tutte bellissime, attese parecchi mesi in quel luogo a cotale studio. N rest che in Campana, strada antica di quel luogo, piena di sepolture antiche, ogni minima cosa non disegnasse; et ancora al Trullo, vicino alla marina, molti di quei tempii e grotte sopra e sotto ritrasse. And a Baia et a Mercato di Sabato, tutti luoghi pieni d'edificii guasti e storiati cercando, e con lunga et amorevole fatica di continuo in quella virt crebbe infinitamente di valore e di sapere. Ritorn a Roma, e quivi lavor molti mesi et attese alle figure, parendoli che di quella professione egli non fosse tale, quale nel magisterio delle grottesche era tenuto. E poi che era venuto in questo desiderio, sentendo i romori che in tale arte avevano Lionardo e Michele Agnolo per li loro cartoni fatti in Fiorenza, subito si mise per andare a Fiorenza; e vedute l'opere, non gli parve poter fare il medesimo miglioramento, che nella prima professione aveva fatto. Laonde egli ritorn a lavorare alle sue grottesche.
Era allora in Fiorenza Andrea di Cosmo pittor fiorentino, giovane diligente, il quale raccolse in casa il Morto, e lo trattenne con molto amorevoli accoglienze. E piaciutoli i modi di tal professione, volto egli ancora l'animo a quello esercizio, e'riusc molto valente, e pi del Morto fu col tempo raro et in Fiorenza molto stimato. Perch'egli fu cagione che il Morto dipignesse a Pier Soderini, allora Gonfalonieri, la camera a quadri di grottesche, le quali bellissime furono tenute; ma oggi, per racconciar le stanze del Duca Cosimo, state ruinate e rifatte. Fece a Maestro Valerio frate de'Servi, un vano d'una spalliera, che fu cosa bellissi ma; e similmente per Agnolo Doni in una camera molti quadri, di variate e bizzarre grottesche. E perch si dilettava ancora di figure, lavor alcuni tondi di Madonne, tentando se poteva in quelle divenir famoso, come era tenuto. Perch, venutogli a noia lo stare a Fiorenza, si transfer a Vinegia. E con Giorgione da Castelfranco, ch'allora lavorava il Fondaco de'Tedeschi, si mise ad aiutarlo, faccendo gli ornamenti di quella opera. Et in quella citt dimor molti mesi, tirato da i piaceri e da i diletti che per il corpo vi trovava. Poi se ne and nel Friuli a fare opere, n molto vi stette che, faccendo i signori viniziani soldati, egli prese danari; e senza avere molto esercitato quel mestiero, fu fatto capitano di dugento soldati. Era allora lo essercito d'i Viniziani condottosi a Zara di Schiavonia dove, appiccandosi un giorno una grossa scaramuccia, il Morto, desideroso d'acquistar maggior nome in quella professione, che nella pittura non aveva fatto, andando valorosamente innanzi e combattendo in quella baruffa, rimase morto, come nel nome era stato sempre, d'et d'anni XLV. Ma non sar gi mai nella fama morto, perch coloro che l'opere della eternit nelle arti manovali esercitano e di loro lasciano memoria dopo la morte, non possono per alcun tempo gi mai sentire la morte delle fatiche loro, percioch gli scrittori grati fanno fede delle virt di essi. Per molto deverebbono gli artefici nostri spronar se stessi con la frequenza de gli studi, per venire a quel fine che rimanesse ricordo di loro per opere e per scritti, perch, ci facendo, darebbono anima e vita a loro et all'opere ch'essi lasciano dopo la morte. Ritrov il Morto le grottesche pi simili alla maniera antica, ch'alcuno altro pittore, e per questo merita infinite lode, da che per il principio di lui sono oggi ridotte dal le mani di Giovanni da Udine e di altri artefici a tanta bellezza e bont in questo mestiero. Per il che meritamente gli fu fatto questo epitaffio:
MORTE HA MORTO NON ME CHE IL MORTO SONO,
MA IL CORPO; CHE MORIR FAMA PER MORTE
NON PV. L'OPERE MIE VIVON PER SCORTE
DE'VIVI, A CHI VIVENDO OR LE ABBANDONO.

FRANCIA BIGIO

Pittor Fiorentino

Le fatiche che si patiscono nella vita per levarsi da terra e 'l ripararsi da la povert, soccorrendo non pur s ma i prossimi suoi, fanno che il sudor di tale, di amaro diventa dolcissimo, et el nutrimento di ci talmente pasce l'animo altrui, che la bont del cielo, veggendo alcun volto a buona vita et ottimi costumi e pronto et inclinato a gli studi delle scienzie,  sforzata sopra l'usanza sua essergli nel genio favorevole e benigna. Come fu veramente al Francia pittor fiorentino, il quale da ottima e giusta cagione posto all'arte della pittura, s'esercit in quella, non tanto desideroso di fama, quanto per porgere aiuto nel bisogno a'parenti suoi. Et essendo egli nato di umilissimi artefici e persone basse, cercava svilupparsi da questo, al che fare lo spron molto la concorrenza di Andrea del Sarto allora suo compagno, col quale molto tempo tenne e bottega e la vita del dipignere. La qual vita fu cagione ch'eglino di grande acquisto l'un   per l'altro all'arte della pittura fecero.
Impar il Francia nella sua giovanezza, dimorando alcuni mesi con Mariotto Albertinelli, i principii dell'arte.
Et essendo molto inclinato alle cose di prospettiva e quella imparando di continuo per lo diletto di essa, fu in Fiorenza riputato molto valente nella sua giovanezza.
Le prime opere da lui dipinte furono in San Brancazio, chiesa dirimpetto alle case sue, un San Bernardo lavorato in fresco, e nella cappella de'Rucellai in un pilastro una Santa Caterina da Siena lavorata similmente in fresco: le quali diedero saggio delle sue buone qualit, che in tale arte mostr per le sue fatiche. E lo dimostr a San Giobbe dietro a'Servi in Fiorenza, in un cantone della chiesa di detto santo, un tabernacolo lavorato a fresco da lui, nel quale fece la Visitazione della Madonna ad Elisabeth. Nella quale figura si scorge la benignit della Madonna, et in quella vecchia una reverenzia grandissima; e dipinse il San Giobbe povero e lebbroso, et il medesimo ricco e sano.
La quale opera di tal saggio di lui, che pervenne in credito et in fama.
Laonde gli uomini, che di quella chiesa e compagnia erano capitani, gli allogarono la tavola dello altar maggiore, nella quale il Francia si port molto meglio; et in tale opera, in un San Giovanni Batista si ritrasse nel viso; e fece in quella una Nostra Donna e San Giobbe povero.
Edificossi allora in Santo Spirito in Fiorenza la cappella di San Niccola, nella quale di legno col modello di Iacopo Sansovino fu intagliato esso santo tutto tondo, et il Francia due agnoletti, che in mezzo lo mettono, dipinse a olio in duo quadri che furono lodati, et in due tondi fece una Nunziata; e lavor la predella di figure piccole de i miracoli di San Niccola con tanta diligenza, che merita perci molte   lodi.
Fece in San Pier Maggiore alla porta a man destra entrando in chiesa, una Nunziata, dove ha fatto lo angelo che ancora vola per aria, et essa ginocchioni, con una graziosissima attitudine, riceve il saluto.
E vi ha tirato un casamento in prospettiva, il quale fu cosa molto lodata et ingegnosa.
E nel vero ancor che 'l Francia avesse la maniera un poco gentile, per essere egli molto faticoso e duro nel suo operare, nientedimeno egli era molto riservato e diligente nelle misure dell'arte nelle figure. Gli fu allogato a dipignere ne i Servi, per concorrenza d'Andrea del Sarto, nel cortile dinanzi alla chiesa, una storia: nella quale fece lo Sposalizio di Nostra Donna, dove apertamente si conosce la grandissima fede che aveva Giuseppo, il quale sposandola non meno mostra nel viso il timore che la allegrezza. Oltra che egli vi fece uno che gli d certe pugna, come si usa ne'tempi nostri per ricordanza delle nozze.
Et in uno ignudo espresse felicemente la ira et il desio, inducendolo a rompere la verga sua che non era fiorita. In compagnia ancora della Nostra Donna fece alcune femmine con bellissime arie et acconciature di teste, de le quali egli si dilett sempre. Et in tutta questa istoria, non fece cosa che non fusse benissimo considerata, come  una femmina con un putto in collo che va in casa, et ha dato de le busse ad un altro putto che postosi a sedere non vuole andare e piagne, e sta con una mano al viso molto graziatamente.
E certamente che in ogni cosa, e grande e piccola, mise in quella istoria molta diligenzia et amore, per lo sprone et animo che aveva di mostrare in tal cosa a gli artefici et a gli altri intendenti, quanto egli le difficult dell'arte sempre avesse in venerazione, e quelle imitando a buon termine riducesse.
Accade che i frati, che per la solennit d'una festa erano mol to desiderosi che le storie d'Andrea si scoprissero, volsero quelle del Francia similmente scoprire; per il che videro la notte che il Francia aveva finita la sua dal basamento in fuori, e come temerari e prosontuosi che sono, gliela scopersero, pensando, come ignoranti di tale arte, che il Francia ritoccare o fare altra cosa nelle figure non dovesse. La mattina, scoperta cos quella del Francia come quelle d'Andrea, fu portato la nuova al Francia, che l'opere d'Andrea e la sua erano scoperte: di che ne sent tanto dolore, che ne fu per morire.
E venutagli stizza contra a'frati per la presunzione loro, che cos poco rispetto gli avevano usato, di buon passo caminando pervenne all'opera.
E salito su 'l ponte, che ancora non era disfatto se bene era scoperta la storia, con una martellina da muratori, che era quivi, percosse alcune teste di femmine e guast quella della Madonna, e cos uno ignudo che rompe una mazza, quasi tutto lo scalcin dal muro.
Per il che i frati corsi al rumore, et alcuni secolari gli tennero le mani, ch non la guastasse tutta.
E bench poi col tempo gli volessero dar doppio pagamento, egli per non volle mai, per l'odio che contra di loro aveva concetto, racconciarla. E per la riverenza avuta a tale opera et a lui, gli altri pittori non l'hanno voluta finire. La quale opera  lavorata in fresco con tanto amore e con tanta diligenza e con s bella freschezza, che si pu dire che 'l Francia in fresco lavorasse meglio che uomo del tempo suo; e meglio con i colori sicuri da 'l ritoccare, in fresco le sue cose unisse et isfumasse. Onde per questa e per l'altre sue opere merita molto d'esser celebrato.
Fece ancora fuor della porta alla Croce di Fiorenza, a Rovezzano, un tabernacolo d'un Crocifisso et altri santi, et a San Giovannino alla porta di San Pier Gattolino un Cenacolo di Apostoli lavo r a fresco.
Avvenne che nello andare in Francia Andrea del Sarto pittore, il quale aveva incominciato alla Compagnia dello Scalzo di Fiorenza un cortile di chiaro e scuro, dentrovi le storie di San Giovanni Batista, gli uomini di quella avendo desiderio dar fine a tal cosa presero il Francia, il quale, come imitatore della maniera di Andrea, l'opera cominciata da lui seguitasse. Laonde in quel luogo fece il Francia intorno intorno gli ornamenti a una parte; e condusse a fine due storie di quelle lavorate con diligenza. Le quali sono quando San Giovanni Batista piglia licenzia da 'l padre suo Zaccheria, per andare al deserto; e l'altra lo incontrare che si fecero per viaggio Cristo e San Giovanni con Giuseppo e Maria, ch'ivi stanno a vederli abbracciare. N segu pi inanzi per lo ritorno d'Andrea, il quale continu poi di dar fine al resto dell'opere.
Fece con Ridolfo Ghirlandai uno apparato bellissimo per le nozze del duca Lorenzo, con due prospettive per le comedie che si fecero, lavorate molto con ordine e maestrevole giudicio e grazia; per le quali acquist e nome e favore appresso a quel principe.
La qual servit fu cagione ch'egli ebbe l'opera della volta della sala del Poggio a Caiano a mettersi d'oro, in compagnia d'Andrea di Cosimo; e poi cominci per concorrenza di Andrea del Sarto e di Iacopo da Puntormo una facciata di detta: quando Cicerone da i cittadini romani  portato per gloria sua.
La quale opera aveva fatto cominciare la liberalit di Papa Leone per memoria di Lorenzo suo padre, che tale edifizio aveva fatto fabbricare, e di ornamenti e di storie antiche a suo proposito fatto dipignere.
Le quali dal dottissimo e grandissimo istorico Messer  Paolo Giovio Vescovo di Nocera, allora primo appresso a Giulio Cardinale de'Medici,   erano state date ad Andrea del Sarto et a Iacopo da Puntormo et al Francia Bigio, che il valore e la perfezzione di tale arte in quella mostrassero; et avevano il Magnifico Ottaviano de'Medici che ogni mese dava loro trenta scudi per ciascuno.
Laonde il Francia faticandosi fece nella parte sua, oltra la bellezza della storia, alcuni casamenti misurati molto bene in prospettiva.
Ma questa opera per la morte di Leone rimase imperfetta, e poi fu di commissione del Duca Alessandro de'Medici l'anno MDXXXII ricominciata per mano di Iacopo da Puntormo, il quale la mand tanto per la lunga, che il duca si mor et il lavoro rest a dietro.
Ma per tornare al Francia, egli ardeva tanto di desiderio nella arte, che non era giorno di state, che e'non ritraesse di naturale per istudio uno ignudo in bottega sua. Fece in Santa Maria Nuova una notomia a requisizione di Maestro Andrea Pasquali medico fiorentino eccellentissimo, il che fu cagione ch'egli miglior molto nell'arte della pittura e la seguit poi sempre con pi amore.
Lavor poi nel convento di Santa Maria Novella sopra la porta della libreria nel mezzo tondo, dove a fresco dipinse San Tommaso che confonde gli eretici con la dottrina, et vvi Sabellio, Arrio et Averrois, la quale opera  molto lavorata con diligenzia e buona maniera.
E fra gli altri particulari vi son due fanciulli, che servono a tenere nell'ornamento un'arme, i quali son molto di bont e di bellissima grazia ripieni, e di maniera vaghissimi lavorati.
Fece ancora un quadro di figure piccole a Giovanni Maria Benintendi, a concorrenza di Iacopo da Puntormo che gliene fece un altro d'una simil grandezza, con la storia de'Magi, e due altri lavorati da Francesco d'Albertino. Fece il Francia nel suo quando David vede Bersab la varsi in un bagno, dove lavor alcune femmine troppo con leccata e saporita maniera, e tirovvi un casamento in prospettiva, nel quale fa David che d lettere a'corrieri, che le portino in campo perch Uria Eteo sia morto. E sotto una loggia fece in pittura un pasto regio bellissimo, la quale storia alla fama del Francia  stata molto utile e necessaria. Con ci sia che coloro che a ottimo fine caminano, spesso avvien loro che quando giungono a la morte e lasciano delle opere loro la pi bella e la pi lodata, veggono aggiugnersi infinito grado al merito loro. Perch egli gi nelle figure grandi valse assai, ma nelle piccole molto pi. Fece ancora bellissimi ritratti di naturale, et universalmente lavor d'ogni cosa e fece altre infinite minuzie, de le quali non accade far menzione. Fu persona molto onesta e di buona natura et a gli amici suoi parzialissimo e servigiale sopra modo. Cerc del continuo dimorare nella pace sua, et a'suoi discepoli fu molto amorevole. Non si cur partire di Fiorenza, come quello che, avendo veduto alcune cose di Raffaello da Urbino in Fiorenza, dubitava non perdere, parendogli di non esser tale quale bisognato arebbe che e'fosse stato, volendosi porre a paragone di tali ingegni terribili, ristrignendosi nella modestia sua, nella quale fu sempre involto. Perch, essendo egli gi di et di XLII anni gli venne un male orribile di febbre pestilenziale, con dolori intensi di stomaco, per lo quale in pochi giorni pass da questa a l'altra vita. Dolse la morte sua a molti artefici per la buona grazia e modestia che egli aveva. E non dopo lungo spazio di tempo gli fu fatto questo epitaffio:  

FRANCIA BIGIO

VISSI; E CON ARTE E INGEGNO,
STVDIO E VIRTV` PER ME VIVONO ANCORA
L'OPRE CH'IO DIEDI A FLORA
CANGIANDO IL TERREN BASSO A L'ALTO REGNO.

Lasci discepoli suoi Agnolo suo fratello, il quale si mor giovane, Antonio di Donnino e Visino, che aveva fatto molto buon principio se la morte non lo rapiva. Fu sepulto il Francia con tenere lagrime de'suoi fratelli in San Brancazio di Fiorenza lo anno MDXXIII. Arricch la arte de la prospettiva, tirata veramente da lui con maravigliosa diligenzia, come poi hanno imitato molti e particularmente Aristotile da San Gallo, il quale in tal professione ha preso titolo veramente eccellente.

FRANCESCO MAZZOLA

Parmigiano Pittore

Veramente che il cielo comparte le sue grazie ne gli ingegni nostri a chi pi a chi meno, secondo che gli piace. Ma egli  pure un dispetto grande et insopportabile a'begli spiriti, il vedere che uno che sia divenuto raro e maraviglioso e talmente abbia appresa qualche arte, che le cose sue siano reputate divine da gli uomini, allora che egli doverebbe   pi esercitarsi, contentando chi brama delle cose sue, per acquistare oltra la roba e gli amici, pregio et onore, disprezzato ogni emolumento, lassati a parte gli amici e nulla curando la fama et il nome, si dispone a non volere operare, n fare, se non s di rado, che appena mai se ne vede il frutto. Il che per il vero troppo pi spesso avviene che non arebbe bisogno il comodo umano, pervenendo il pi delle volte il benignissimo influsso delle doti eccellenti e rare in persone pi spiritate, che spiritose, le quali fuggono lo esercitarsi; n far lo vogliono se non per punti di luna o per capriccio de'cervelli loro, pi tosto bestiali che umani. E certamente non niego che il lavorare a furore non sia il pi perfetto, ma biasimo bene il non lavorar mai. E per Dio che doverrebbono gli artefici saputi, quando vengono loro i pensieri alti e che non vi si pu aggiugnere, cercare di contentarsi di quegli, che il sapere dell'ingegno senza rompere il collo, possedendogli li manifesti nell'opere che fanno. Atteso che infiniti dell'arte nostra, per voler mostrare pi di quel che sanno, smarriscono la prima forma; et alla seconda che cercano arrivare, non aggiungono poi, perch al biasmo pi ch'alla lode si sottopongono, come fece Francesco Parmigiano, del quale appresso porr la vita. Fu costui dotato dalla natura di s graziato e leggiadro spirito, che s'egli di continuo non avesse voluto operare pi di quello ch'e'sapeva, averebbe nel continuo far suo tanto avanzato se stesso, che s come di bella maniera, d'arie, di leggiadria e di grazia pass ognuno, cos averebbe ancora di perfezzione, di fondamento e di bont superato ciascuno. Ma il cervello che aveva a continovi ghiribizzi di strane fantasie lo tirava fuor de l'arte, potendo egli guadagnare quello oro ch'egli stesso areb be voluto, con quello che la natura nel dipignere e 'l suo genio gli avevano insegnato. E volse con quello, che non pot mai imparare, perdere la spesa et il tempo e farsi danno alla propria vita. E questo fu ch'egli stillando cercava l'archimia dell'oro, e non si accorgeva lo stolto ch'aveva l'archimia del far le figure, le quali con pochi imbratamenti di colori, senza spesa, traggono de le borse altrui le centinaia de gli scudi. Ma egli in questa cosa invanito e perdutovi il cervello, sempre fu povero; e tal cosa gli f perdere tempo grandissimo et odiarlo da infiniti, che pi per il suo danno che per il loro bisogno, di ci si dolevano. E nel vero chi riguarda a i fini delle cose, non debbe mai lasciare il certo per l'incerto, n dove ei pu facilmente acquistar lode, cercare con somma fatica venire in perpetuo biasmo.
Dicono che in Parma Francesco fu nutrito da piccolo da un suo zio, e che crescendo poi sotto la disciplina di Antonio da Correggio pittore, impar benissimo da lui i principii di tale arte. E che perch egli era bellissimo di volto e formato di gentile aria, moveva nella sua giovanezza i suoi gesti con animo timoroso et onestissimo. Per che ebbe continuo in custodia un suo zio vecchio, il quale ne aveva diligentissima cura. Di maniera ch'egli avanzandosi nell'arte et investigando le sottigliezze, si mise un giorno, per fare esperimento e saggio di s, a ritrarsi in uno specchio da barbieri, di que'mezzi tondi. E visto quelle bizzarie che fa la rotondit dello specchio nel girar suo, che i palchi torcono, e le porte e tutti gli edifici stranamente sfuggono, prese per elezzione questa cosa. Laonde fece fare una palla di legno al tornio, mezza tonda e di grandezza simile allo specchio, e dentro si mise con grande amore a contraffare tutto quel lo che vedeva nello specchio, e particularmente se stesso; e s simile a se medesimo ritraendosi somigliar si fece, che non si potrebbe stimare n credere. Basti che con tanta felicit e perfezzione gli successe tal cosa, che nel vero non averebbe il medesimo il vivo fatto, che egli fece. Quivi era ogni lustro del vetro et ogni segno di riflessione, d'ombre e di lumi, s propri e veri, ch'aggiugnere non vi si pu per alcuno ingegno. E ne f segno tal cosa manifesto il mandarlo a Clemente VII Pontefice, ch'egli nel vederlo con ogni ingegnoso se ne stup, et ordin di sua bocca ch'egli da Parma venisse a Roma. E di tal cosa in dono ne f degno Messer  Pietro Aretino, il quale in Arezzo nelle sue case un tempo come reliquia il tenne, e poi lo don a Valerio Vicentino. Venne Francesco da Parma a Roma, e da que'prelati fu onorato molto e fu tanto degno di lode, per alcune cose sue, che colorite aveva recate da Parma, che e'ne fu giudicato di grande spirito et ingegnosissimo. Con ci sia che di somma maraviglia erano i modi dell'opere e de gli andari suoi, vedendosi ancora alcuni quadretti piccoli ch'erano venuti in mano del Cardinale Ippolito de'Medici, e si diceva publicamente in Roma per infinite persone lo spirito di Raffaello esser passato nel corpo di Francesco, nel vederlo nell'arte raro e ne i costumi s grato. Perch fu tanto lo amore che Francesco port alle cose di Raffaello, et il bene ch'egli diceva di lui, che mai non finiva ragionare delle lodi di quello.
Or essendo Francesco in Roma, fece un bellissimo quadro d'una Circuncisione e lo don al papa; e fu tenuto una garbatissima invenzione per tre lumi fantastichi ch'a detta pittura servivano. Percioch le prime figure erano illuminate dalla Vampa del volto di Cristo, le seconde ricevevano lume da   certi che portavano i doni al sacrificio per certe scale con torce accese in mano, e l'ultime erano scoperte et illuminate dall'aurora, che mostrava un leggiadrissimo paese, con infinit di casamenti. La qual cosa piacque grandissimamente al papa et a chi le vide, per questo nuovo capriccioso modo di dipignere, e lo premi liberalissimamente. Avvenne ch'egli si mise a operare con gran fervore, e lavor un quadro di una Madonna con un Cristo, con alcuni angioletti et un San Giuseppo, mirabilmente finiti d'arie di teste, di colorito, di grazia e di diligenzia. Nel quale fece a San Giuseppo sopra un braccio ignudo molti peli, come al vivo spesse volte veggiamo. La quale opera rimase appresso Luigi Gaddi, e da'suoi figliuoli e da chi la vede, et in vita di lui e dopo la morte,  stimato pregio grandissimo. Destossi allora un pensiero al signor Lorenzo Cibo, invaghito della maniera sua e venutone partigiano di fargli fare qualche opera; e'gli fece metter mano in una tavola per San Salvatore del Lauro, da mettersi a una cappella vicino alla porta. In questa figur Francesco una Nostra Donna in aria che legge, con un fanciullo fra le gambe. Et in terra con straordinaria e bella attitudine ginocchioni con un pi fece un San Giovanni che, torcendo il torso, accenna Cristo fanciullo, et in terra a giacere in iscorto San Girolamo in penitenza che dorme. La quale opera quasi a fine ridusse di tal perfezzione, che se la fortuna non lo impediva, egli ne sarebbe stato lodatissimo et ampiamente remunerato. Ma venne la ruina del sacco di Roma nel MDXXVII, la quale non solo fu cagione che alle arti per un tempo si diede bando, ma ancora che la vita a molti artefici fosse tolta. E manc poco che Francesco non la perdesse ancor egli, e ci fu che su 'l principio del sacco era egli s in tento alla frenesia del lavorare, che quando i soldati entravano per le case e gi nella sua erano alcuni tedeschi entrati, egli per romore che facessero non si mosse mai dal lavoro. Per il che giunti sopra e vedutolo lavorare, stupiti di quella opera che faceva, lo lasciarono seguitare e, mentre che le crudelt mettevano quella povera citt in perdizione, egli fu da quei tedeschi proveduto e grandemente stimato, senza che gli fosse fatta offesa alcuna. Ben  vero che uno di loro che si dilettava de 'l mestiero, gli fece disegnare un numero infinito di disegni, d'acquerello e di penna, e quegli volse per la sua taglia. Ma nel mutarsi i soldati, fu Francesco vicino a capitar male; con ci sia che, andando egli a cercar de gli amici, volsero alcuni di nuovo farlo prigione, e bisogn che quegli suoi lo liberassero un'altra volta. Per che fu tal cosa cagione che Francesco ritorn a Parma per alcuni mesi, e non stette molto, che se n'and a Bologna a far lavori. Et il primo che vi fece, fu in San Petronio in una cappella un San Rocco di molta grandezza, al quale diede bellissima aria et a parte per parte lo fece veramente molto bene, imaginandoselo alquanto sollevato da 'l dolore che gli dava la peste nella coscia, il che mostra con la testa guardando il cielo in attitudine di ringraziare. Poi fece un quadro con un San Paolo per l'Albio, medico parmigiano, con un paese e molte figure, che fu stimato cosa rarissima. Et un altro ne fece ad un sellaio suo amico, bellissimo fuor di modo, dove era una Madonna dipinta, volta per fianco con bella attitudine, e parecchie altre figure. Dipinse al Conte Georgio Manzuoli un quadro e due tele a guazzo per Maestro Luca da i Leuti, con certe figurette di bellissima maniera.
Aveva Francesco in questo tempo un suo servitore che si chiamava Antonio da Trento, che intagliava; il   quale una matina, essendo in letto Francesco, gli tolse la chiave del forzieri e lo aperse e gli fur tutte le stampe di rame e di legno e quanti disegni vi avea, et andossene col diavolo. N mai pi se ne seppe nuova. Riebbe Francesco le stampe, che colui lass appresso un suo amico in Bologna, con animo di riaverle forse col tempo, ma i disegni non mai, per il che rest mezzo disperato. Pur tornato a dipignere, fece un ritratto d'un conte bolognese, di colorito e di vaghezza molto bene lavorato. E poco dopo questo fece un quadro di Nostra Donna in casa Messer  Dionigi de'Gianni, con un Cristo che tiene una palla di mappamondo, cosa veramente bellissima. E fra l'altre cose che belle vi sono,  una aria di Nostra Donna fatta con grave maniera, e cos il putto che  bellissimo. Oltra che egli sempre ne gli occhi de'putti e nelle arie loro accordava una certa capresteria di vivacit, che fa conoscere gli spiriti acuti e maliziosi, che bene spesso sogliono vedersi nella vivezza de'putti. Abbigli ancora la Nostra Donna d'un certo abito nelle maniche di veli gialletti quasi vergati d'oro, che nel vero hanno una bellissima grazia e fanno parere le carne e formose e delicatissime, oltra che de i capegli da lui lavorati non pu vedersi meglio, n maggior destrezza delle cose da lui dipinte. Fece alle monache di Santa Margherita in Bologna una tavola di Nostra Donna con Santa Margherita, San Petronio, San Girolamo e San Michele, che molto in prezzo  tenuta in Bologna, la quale con gran pratica e bella destrezza  lavorata. E le arie delle sue teste son tante belle, di dolcezza e di lineamenti, che fa stupire ogni persona dell'arte. Sono ancora sparsi per Bologna alcuni altri quadri di Madonne e quadri piccoli, coloriti e bozzati; et ancora un numero di disegni per diversi, come per Girolamo   del Lino amico suo, et ancora Girolamo Fagiuoli orefice et intagliatore n'ebbe da lui per intagliare in rame, i quali graziosissimi sono tenuti. Fece a Bonifazio Gozadino il suo ritratto di naturale e quel della moglie, che rimase imperfetto, come molte altre cose sue. Abbozz il quadro d'un'altra Madonna, il quale in Bologna fu venduto a Giorgio Vasari aretino, che in Arezzo nelle sue case nuove e da lui fabricate onoratamente lo serba, con molte altre nobili pitture e sculture e marmi antichi. In questo tempo vennero a Bologna lo Imperatore Carlo quinto e Papa Clemente VII per la incoronazione di Sua Maest, dove Francesco, andando talora a vederlo mangiare, fece senza ritrarlo, l'imagine sua a olio in un quadro grandissimo, et in quello dipinse la Fama che lo coronava di lauro, et un fanciullo che gli porgeva il mondo, figurato per il dominio. Il quale donandolo a Sua Maest n'ebbe premio onorato; e quel ritratto per un grandissimo favore, fu donato al Signor Duca di Mantova, et ancora oggi si truova nella sua guarda robba. Prese assunto come cervello capriccioso ch'egli era, di fare carte stampate intagliate sul ferro e sul rame con acqua forte, et ancora di chiaro scuro se ne vede di suo in legno molte, come ancora di bulino intagliate per mano del Caralio, dilettandosi egli non meno de 'l disegno, che si facesse del colorito.
Ritornato a Parma vi fece alcune tavole e quadri, poi tolse a fare alla Madonna della Steccata una opera grandissima a fresco, nella quale andavano alcuni rosoni per tramezzi in ornamento, i quali egli si mise a lavorar di rame, e fece in essi grandissime fatiche. E lavorando questa opera fece alcuni profeti e sibille di terretta, e poche cose in essa in colori, nascendo ci dal non contentarsi. In questo tempo si diede all'alchimia, e pensando   in breve arricchirne, tentava di congelare il mercurio. Perch tenendo egli di molti fornelli e spese, non poteva riscuotere tanto dell'opera, quanto in tal cosa consumava. La qual pazzia fu cagione ch'egli, lasciato per la dilettazione di tal novella la utilit et il nome dell'arte propria, per la finta e vana in malissimo disordine della vita e dell'animo si condusse. Fece in questo mezzo a un gentiluomo parmigiano a punti di luna un Cupido che fabbricava uno arco di legno, la qual pittura fu tenuta bellissima, et alla sorella del Cavallier Baiardo dipinse una ancona che fu molto stimata. Et a Casal Maggiore per quei signori fece due bellissime tavole.
Intanto trovavansi quegli uomini, che l'opra della Steccata gli avevano allogato, al tutto disperati, non vedendo n il mezzo n il fine di tal cosa; per il che ordinarono di fargli usar forza dalla corte, acci che la finisse, e gli mossero un piato. Laonde egli non potendo resistere, una notte si part di Parma, e con alcuni suoi amici si fugg a San Secondo; e quivi incognito dimor molti mesi, di continuo alla alchimia attendendo. E perci aveva preso aria di mezzo stolto, e gi la barba et i capegli cresciutigli, aveva pi viso d'uomo salvatico, che di persona gentile come egli era. Avvenne che, appressandosi egli a Parma, non istimando quegli che gli facevano operare, fu preso e messo in prigione, e sforzato promettere di dar fine all'opera. Ma fu tanto lo sdegno che di tal cattura prese, che accorandosi di dolore dopo alcuni mesi si mor d'anni XXXXI. La quale perdita fu di gran danno all'arte, pe la grazia che le sue mani diedero sempre alle pitture che fece. Fu Francesco sepolto in Parma, e molto dolse la morte sua ad alcuni amici suoi, ma senza fine ne increbbe a Messer  Vicenzio Caccianimici bolognese nobilissimo. Il   quale, dilettandosi assai dell'arte della pittura, lavor alcune cose per piacere, come ancora si vede in San Petronio alla cappella loro, la Decollazione di San Giovanni  Batista. Non and molto tempo che questo virtuoso gentiluomo gli fece compagnia, morendo nel MDXXXXII. Fece Francesco benefici all'arte di tanta grazia nelle figure sue, che chi quella imitasse, altro che augumento nella maniera non si farebbe. Fece dono di miglioramento all'arte, facendo intagliar le stampe con l'acqua forte, come di suo moltissime si veggono. Onde per bel cervello lode se gli convengono infinite, come accenna questo epigramma, che fu fatto per onorarlo:

CEDVNT PICTORES TIBI QVOT SVNT QVOTQVE FVERVNT,
ET QVOT POST ETIAM SAECVLA MVLTA FERENT.
PRINCIPIVM FACILE EST LAVDVM REPERIRE TVARVM,
ILLIS SED FINEM QVIS REPERIRE QVEAT?

IL PALMA

Veniziano Pittore

Pu tanto l'artificio e la bont d'una sola opera, che perfetta si faccia in quella arte che l'uomo esercita, che per minima ch'ella si sia, comunemente sforza i giudicii de gli artefici, a lode singulari di chi l'ha operata. Di maniera che gli scrittori per tali fatiche e per la eccellenza di ci, ancora essi danno con gli scritti eternit al nome di quello artefice, come   al presente faremo noi al Palma Veniziano. Il quale, ancora che non fusse eccellente e raro nella perfezzione della pittura, fu s pulito e s diligente e con le fatiche s sommessibile in tale arte, che le cose sue, se non tutte, almeno il pi di quelle, hanno del buono, nel contraffare molto il vivo et il naturale ne gli uomini. Era il Palma molto pi ne'colori unito, sfumato e paziente, che galiardo nel disegno, e quegli maneggi con grazia e pulitezza grandissima, come si vede in Vinegia in casa di molti gentili uomini per quadri e ritratti infiniti, i quali non narro per non fare prolissa la storia, bastando solo far menzione di due tavole e d'una testa che tegnamo divina e maravigliosa. Delle tavole una ne dipinse in Santo Antonio di Vinegia, vicino a Castello, e l'altra in Santa Elena presso al Lio, dove i frati di Monte Oliveto hanno il monasterio loro. La quale opera fu locata allo altar maggiore di detta chiesa, e dentro vi fece la storia de'Magi quando offeriscono a Cristo, con buon numero di figure, fra le quali (come di sopra dissi) ha di molte teste in alcune figure, che son degne di lode. Ma certo che tutte l'opere sue, come che molte siano, non vagliono nulla appresso a una testa, che se ritrasse nella spera con alcune pelli di camello attorno con certi ciuffi di cappegli, la quale quasi ogni anno nella mostra della Ascesa in quella citt si vede. Pot s lo spirito del Palma solo in questa cosa salire tanto alto, che quella fece miracolosissima e fuor di modo bella. E perci merita d'esser celebrato per il pi mirabile di disegno, d'artificio, di colorito e di perfetto sapere, che viniziano che fino al tempo suo abbia lavorato. E nel vero vi si vede dentro un girar d'occhi, che Lionardo da Vinci e Michele Agnolo non avrebbono altrimenti operato. Ma ancora di pi  una somma grazia et una bel la gravit in essa, il che fa che tanta lode non si pu dare a tale opera, che per la sua perfezzione pi non ne meriti. Pertanto  stato cagione, che non solo io, ma tutti quegli che tal cosa hanno veduta, l'abbino tenuto maraviglioso nell'arte. E se la sorte avesse voluto che il Palma dopo tale opera si fosse morto, egli solo portava il vanto di aver passato tutti coloro che noi celebriamo per ingegni rari e divini. Laonde la vita che, durando gli fece operare altro, fu cagione che, non mantenendo il principio che aveva preso, venne a diminuire tutto quello che infiniti pensorono che dovesse accrescere, e per tale inganno a dietro rimasti, n molte lode gli diedero, n troppo ancora lo percossero di biasimo. Egli gi fatto frutto delle sue fatiche, con capitali di qualcosa nella et sua di XLVIII anni, si mor in Vinegia.
Fu suo compagno et amico dimestico Lorenzo Lotto pittor veniziano, che dipinse a olio in Ancona la tavola di Santo Agostino e lavor in Vinegia infinite pitture. Ritrasse Andrea de gli Odoni che in Vinegia ha la sua casa molto adornata di pitture e di sculture. Fece ancora nel Carmino di detta citt, alla cappella di San Niccol, una tavola, et in San Gianni e Polo quella di Santo Antonino Arcivescovo di Fiorenza, et infinite altre cose che si veggono per Venezia. Fu tenuto molto valente nel colorito, leccato e pulito nella giovent, e dilettossi di finire le cose sue.  

FRANCESCO GRANACCI

Pittore Fiorentino

Grandissima  la ventura di quelli artefici che si accostano nel nascere loro ad essere compagni di quegli uomini, che il cielo ha eletti per segnalati e per superiori a gli altri nello operare, perch certamente e'non possono se non acquistarne un guadagno estraordinario nella fama. Atteso che, se tutti fanno la medesima professione, dal buono bonissimi tratti imparano e, veggendo l'altrui maniere, i modi e le difficult, sono messi per la via senza cercarne. E quando in questo rari non divenissero o valenti, la domestichezza avuta con lo amico eccellente, fa che al mondo per la virt d'altri, diventa il nome celebre et illustre. Perch coloro che non possono praticare con quell'uomo eccellente che tu pratichi, vengono a riverirti per rispetto di lui, il che per tuo merito non farebbono gi mai. E nel vero, tanta forza ha il dependere da persona valorosa, che quasi il medesimo onore riceve da la virt dello amico, che lo amico da l'opera sua. Onde Francesco Granacci pittor molto saputo, merit prima per le fatiche sue nell'arte della pittura onorata lode, poi, nella pratica del divin Michele Agnolo, onori e grado infinito. Perch la stima che, mentre che e'visse, fece di lui il divino Michel Agnolo, e lo aiutarlo, ebber forza di   metterlo in fama, oltra il suo nome, a onta della sorte.
Dicesi che il Granaccio nella sua giovanezza impar l'arte con Domenico del Ghirlandaio e con Michel Agnolo fanciullo fu da Lorenzo de'Medici posto nel suo giardino a esercitarsi; et essendo giovane, aiut a finire l'opere della tavola di Santa Maria Novella, da Domenico suo maestro lasciata imperfetta. Egli studi molto al cartone di Michel Agnolo e da lui fu condotto a Roma per l'opera della cappella, dove poi con gli altri scornato se ne torn a Fiorenza. Dipinse a Pier Francesco Borgherini in Fiorenza una storia a olio in una camera, de'fatti di Giuseppo quando serviva a Faraone, nella quale come diligente mostr quanto amore egli portasse alla pittura. Fece in San Pier Maggiore di Fiorenza alla cappella de'Medici una tavola, dentrovi una Assunta di Nostra Donna, la quale d la cintola a San Tommaso. E fra l'altre figure vi sono San Paulo, San Iacopo e San Lorenzo, lavorati con tanta bella grazia e disegno, che questa opera sola basta a far conoscere il valor dell'arte che nel Granaccio era infuso della natura; la quale opera lo fece tenere da tutti gli artefici molto eccellente. Fece ancora nella chiesa di San Gallo una tavola, la quale  oggi in San Iacopo fra'Fossi alla cappella de'Girolami. E perch egli era di patrimonio ereditario comodamente agiato, lavorava con suo grandissimo agio. Fece Michele Agnolo per lo interesso della nipote, che aveva fatta monaca in Santa Apollonia, lo ornamento e 'l disegno della tavola dello altar maggiore; e quivi poi il Granaccio dipinse storiette e figure a olio, le quali molto a quelle monache satisfecero et a'pittori ancora. Oltre a ci fece loro, ad uno altro altare da basso, una tavola con Cristo e la Nostra Donna et un Dio Padre,   la quale per un caso di fuoco abbruci insieme co'paramenti di molto valore. E certamente ne fu gran danno, per esser cosa molto lodata da'nostri artefici. Alle monache di San Giorgio fece la tavola dello altar maggiore, e per le case de'cittadini una infinit di opere, che non accade che io le racconti. Lavor pi tosto per gentilezza che per bisogno, essendo persona che si contentava conservare il suo, senza esser cupido di quello d'altrui. E perch e'si dette pochi pensieri, visse fino in LXVII anni, et in quegli con una malattia ordinaria di febbre, fin il corso della sua vita, e nella chiesa di Santo Ambruogio di Firenze, fu sepellito il giorno di Santo Andrea Apostolo, del MDXLIIII. Et ha avuto questo epitaffio:

ONORATA PER ME L'ARTE FV MOLTO
ET IO PER LEI CON FAMA SEMPRE VIVO,
CHE SE BEN DEL MIO CORPO RESTAI PRIVO
LA LODE ET IL NOME NON FIA MAI SEPOLTO.  

BACCIO D'AGNOLO

Architetto Fiorentino

Sommo piacere mi piglio alle volte nel vedere i principii degli artefici nostri che pervengano di basso in alto, e specialmente nell'architettura, la scienza della quale non  stata esercitata da parecchi anni a dietro, se non da intagliatori o da persone sofistiche, le quali aspirano a le cose della prospettiva, e non pu nientedimanco perfettamente esser fatta, se non da quegli che hanno giudizio sano e disegno buono, che o in pitture o in sculture o in cose di legname abbino grandemente operato. Con ci sia che in essa si misurano i corpi delle figure loro, che sono le colonne, le cornici, i basamenti e tutti gli ordini di essa, i quali a ornamento delle figure son fatti, e non per altra cagione. E per questo i legnaiuoli di continuo maneggiandogli, diventano fra qualche tempo architetti. Gli scultori per lo situare le statue loro, e per fare ornamenti a sepolture et altre cose tonde, non possono fare di meno. Et il pittore per le prospettive e pei casamenti da esso tirati, non pu fare che le piante de gli edifici non faccia; atteso che non si pongono case, n scale ne'piani dove le figure posano, che per la prima cosa l'architettura e l'ordine non si tiri. Per Baccio d'Agnolo, che di continuo pratic con Andrea Sansovino, se bene a gli intagli attendeva et in que gli era pi che valente, come per tutta Fiorenza ne dimostrano le opere sue, nondimeno attese sempre alla prospettiva et alla architettura. Et a ci lo spron molto, che il verno nella bottega sua si facevano raunate d'artefici et i capi di quelle erano Raffaello da Urbino giovane, Andrea Sansovino et infiniti giovani artefici che gli seguitavano, dove difficult grandissime si proponevano e bellissimi dubbi si vedevano del continuo risolvere da gli eccellentissimi intelletti loro, ch'erano e sottili et ingegnosissimi.
Laonde Baccio cominci a fare di s esperimento, e di maniera si port in Fiorenza e talmente in credito venne di tutta quella citt, che le pi magnifiche fabbriche che in suo tempo s'allogassero, furono allogate a llui, che ne divenisse capo; per il che prese pratica con Pier Soderini allora Gonfaloniere et ordin la sala grande del Consiglio, e lavor di legname l'ornamento della tavola grande che bozz fra'Bartolomeo, disegnato da Filippino. Fece la scala che va in detta sala, con ornamento di pietra molto bello, et ancora fece fare le porte di marmo che sono su la sala seconda, dove  la tavola di Filippino. Fece su la piazza di Santa Trinita il palazzo a Giovanni Bartolini, il quale  dentro molto adornato e di palchi e d'ornamenti; e cos al suo giardino in Gualfonda, molti disegni gli diede. A Lanfredino Lanfredini fece fabbricare lungo Arno la casa, fra il ponte a Santa Trinita e 'l ponte alla Carraia. E su la piazza de'Mozzi cominci, ma non fin, la casa de'Nasi, che risponde sul renaio d'Arno. Fece ancora la casa a Taddeo Taddei, che fu tenuta comodissima e bella. Diede a Pier Francesco Borgherini i disegni della casa in borgo Santo Apostolo, et in quella con grande spesa fece condurre ornamenti di porte e di camini, e particular mente ordin l'ornamento di essa camera, il quale tutto di noce, intagliato con somma bellezza, a bonissimo termine condusse. Fece il modello della chiesa di San Giuseppo da Santo Nofri, et in quello fece fabbricare la porta, ultima sua opera. Fece poi condurre di fabbrica il campanile di Santo Spirito di Fiorenza, e similmente quello di San Miniato in Monte, il quale, bench fusse per l'assedio di Fiorenza l'anno MDXXIX inimicissimamente dalla artiglieria del campo battuto, non per fu mai rovinato. Per il che non minor fama acquist per la offesa che faceva a'nemici, che per la bont e per la bellezza con che Baccio lo aveva fatto lavorare e condurre.
Avvenne ch'egli per le sue buone qualit e per la piacevole domestichezza che aveva coi cittadini, fu posto nell'opera di Santa Maria del Fiore alla cura per architetto; dove diede i disegni di fare il ballatoio che ricigne intorno alla cupola, il quale Pippo di Ser Brunellesco, sopraggiunto dalla morte, aveva lasciato a dietro. E bench'egli avesse fatto i disegni di tal cosa, per la poca diligenza de'ministri dell'opera, erano in mala parte andati e perduti. Per il che Baccio, fatto sopra suoi disegni modello, mise in opera tutta la banda verso il canto de'Bischeri. Ma Michele Agnolo Buonaroti, nel suo ritorno da Roma, veggendo tal cosa farsi e tagliare le morse che fuora aveva lasciate Filippo Brunellesco, fece tanto romore, che si ferm tal fabbrica. Per il che Michele Agnolo fece modello, e con gran dispute d'artefici e di cittadini, che erano intorno al Cardinale Giulio de'Medici tanto fecero, che n l'uno n l'altro si mise in opera. Fu biasmato questo disegno di Baccio in molte parti, non che di misura in quel grado non stesse bene, ma che troppo diminuiva, a comparazione di cotanta macchina, onde per le inimicizie suscitate,   non se li diede fine. Attese poi Baccio a fare i pavimenti di Santa Maria del Fiore et altre sue fabbriche, le quali non erano poche, tenendo egli cura particulare di qualsivoglia monasterio e case di cittadino dentro e fuori della citt, et ordinandovi quello che accadeva, per essere molto amato universalmente. Ne l'ultimo, vicino allo anno LXXXIII della vita, dove ancora aveva il giudizio saldo e buono, se ne and a quella altra vita nel MDXLIII, lasciando Giuliano, Filippo e Domenico suoi figliuoli, da'quali fu sepelito con molte lagrime nella chiesa di San Lorenzo. E guadagnossi questo epitaffio:

FVI TANTO ALLE OPRE INTENTO
DISEGNANDO, MVRANDO, ALZANDO L'ARTE,
CHE PER ME VIDE FLORA IN OGNI PARTE
COMODIT, BELLEZZA ET ONORAMENTO.

Fu Baccio molto amatore de'parenti suoi, et a tutti fece bene universalmente, et i suoi figliuoli ne'costumi e nelle opere lo vanno imitando gagliardamente.  

VALERIO VICENTINO

Intagliatore

Da che gli egregii Greci ne gli intagli di pietre orientali furono cos divini, e ne'cammei s perfettamente lavorarono, mi parebbe far torto et ingiuria grandissima s'io non facessi conto di quegli che s maravigliosi ingegni hanno imitato. Con ci sia cosa che per et che stata sia, ne'moderni non s' visto (dicono) ancora nessuno, che abbia passato gli antichi di finezza e di disegno, come in questa presente veramente felice et, carica et in tutto piena delle maraviglie del cielo, ne'miracoli che gli uomini fanno, umanamente operando nel mondo, s' veduto, e specialmente ne'cristalli, di Giovanni da Castel Bolognese, fatti per Ipolito Cardinale de'Medici, il Tizio, il Ganimede e le altre paci, et infinite pietre lavorate in cavo, appresso Giovanni Reverendissimo Cardinale de'Salviati. Similmente s' veduto nelle nette e pulite opere di Valerio Vicentino, di cui tanta moltitudine se ne vede a lui uscita di mano, che maraviglia  stato, come egli abbia potuto con tanto sottil magisterio, s maravigliose opere conseguire. E pure a Papa Paulo III diede paci bellissime et una croce divina, e similmente coni d'acciaio da improntar medaglie, con le impronte delle teste e de'rovesci antichi, talmente di similitudine lavorati, che non si pu di bellezza far meglio, n di bont pi desiderare. Infinito numero delle cose di costoro si trova appresso il   Reverendissimo Cardinal Farnese, il quale cos Giovanni come Valerio ha fatto lavorare. Questo ultimo ha nella arte sua con tanta pratica lavorato, che nell'et sua di LXXVIII anni ha fatto con l'occhio e con le mani miracoli stupendissimi. Ha insegnato l'arte a una sua figliuola, che lavora benissimo, anzi dottamente. Era tanto vago di continuo procacciare per dilettazione antiquit di marmi, impronte di gessi antichi e cose moderne, che spendeva ogni prezzo per essere sempre carico, di ritorno, con prede di tali esercizii. Similmente non restava da'maestri, che fossero buoni avere disegni e quelli con venerazione tenere. Perch la casa sua in Vicenza di tante cose  piena e di tante varie cose adorna, che lo stupore esce di s a vedere l'amore che Valerio a tale arte portava. E nel vero si conosce che, quando uno porta amore alla virt, operando in quella continuo fino a la fossa, conseguisce opere virtuose e lascia dopo la morte di lui odore in infinito. Acquist Valerio premii dell'opere sue grandissimi, ebbe beneficii et ufici da que'principi ch'e'serv, onde potranno quei che restano di lui, merc d'esso, mantenere onorato grado. E non potendo egli pi, per li fastidi che porta seco la vecchiezza, attendere all'arte, n vivere, rese l'anima a Dio l'anno MDXLVI. E riportonne questa memoria:
SI SPECTAS A ME DIVINE PLVRIMA SCVLPTA,
ME CERTE ANTIQVIS AEQVIPARARE POTES.

Lasci dopo s molti lodati artefici vivi, i quali l'hanno di gran lunga avanzato, come si vede nell'opere di Luigi Anichini ferrarese, il quale di sottigliezza d'intaglio e di acutezza di fine ha le sue cose fatto apparire mirabili. Ma molto pi ha l'uno e l'altro passato di disegno, di grazia e di bont, per essere universale Alessandro Cesati cognominato il Greco,   il quale ne'cammei e nelle ruote ha fatto intagli di cavo e di rilievo con somma grazia e divinit, e ne'coni d'acciaio, lavorati in cavo e coi bulini, ha condotto le minutezze di tale arte con tanta estrema diligenza, che il valor d'esso non pu meno di lode accompagnarsi, ch'egli di grazia e di gentilezza accompagnato si sia. E chi vuole finire di stupire ne'miracoli suoi, miri una medaglia fatta a Papa Paulo III, la quale di bont e di similitudine  perfettissima, come ancora il maraviglioso rovescio di quella vedr condotto. La quale da Michele Agnolo, presente me, veduta, fu detto essere venuto l'ora della morte nell'arte, non pensando poter veder meglio. Ha seguito nel contrafar delle medaglie di prontezza infinitamente Leone Aretino, orefice et intagliator celebrato, il quale, nel continuar l'arte, se gli anni della vita arrivano al corso dove debbono arrivare, far vedere di s miracolose et onorate opere, s come delle belle e lodate abbiamo fino al presente vedute. E similmente tali ingegni ha seguiti e segue negli intagli Filippo Negrollo milanese, intagliatore di cesello in arme di ferro con fogliami e figure, e Gasparo e Girolamo Misuroni intagliatori, et Jacopo da Trezzo, i quali in Milano lor patria hanno fatto opere lodevoli e degne di lor; come ancora mostra nelle medaglie Pietro Paulo Galeotti romano appresso il Duca Cosimo in Fiorenza, oltre i coni delle medaglie nell'opere della tausia, imitando gli andari di Maestro Salvesto, che di tal professione in Roma fece cose divine; Enea ancora Parmigiano, intagliatore di stampe di rame che oggi lavora felicemente, et Ieronimo de'Fagiuoli bolognese, intagliatore pur di stampe di rame e bonissimo maestro di cesello.  

ANTONIO DA SAN GALLO

Architetto Fiorentino

Quanto buona opera fa la natura, fra le infinite buone che ella ne fa, quando ella manda uomini al mondo, che universalmente siano nelle fabbriche di alto ingegno e che quelle rendino sicure di fortezza e murate con diligenza, le quali d'ogni tempo a chi nasce faccino vero testimonio de la generosit de'principi magnanimi, con lo abbellire, onorare e nobilitare i siti, dove elle sono? Con ci sia cosa che gli scritti, quando s fatte cose adducono per testimonio, sono pi carichi di verit e di maggiore ornamento pieni. Inoltre elle ci difendono da la furia de gli inimici, danno conforto all'occhio nel vederle, essendo di somma bellezza ornate, e ci fanno infinite comodit, consumandosi dentro a quelle, se non pi, la metade almeno della vita nostra. Sono ancora necessarie per le povere genti, le quali, in quelle lavorando, si guadagnano il viver loro, senza che gli squadratori, gli scarpellini, i muratori et i legnaiuoli operando sotto nome d'un solo, fanno che si d fama a infiniti. Laonde, concorrendo gli artefici per gara della professione, diventano rari ne gli esercizii e tali eterni per fama, che, come un lucentissimo sole posto sopra la terra, circondano il mondo ornatissimo e pieno di bellezza. Perch la gran madre nostra, del seme de'suoi geni tori con l'opere di loro stessi, fanno diventare di rustica, pulita, e di rozza, leggiadra e colta, e con le virt di lei medesima infinitamente crescere de grado. Laonde il cielo, che gli intelletti forma nel nascere, veggendo quegli s belle fabbriche cavarsi della fantasia, gioisce nel vedere esprimere i concetti delle menti divine et i grandissimi intelletti de gli uomini. E nel vero, quando tali ingegni vengono al mondo, e tali e tanti benefici gli fanno, ha grandissimo torto la crudelt della morte a impedirli il corso della vita. Ancora che non potr ella per gi mai con ogni sua invidia troncare la gloria e la fama di quegli eccellenti, consecrati alla eternit; la onorata memoria de'quali (merc degli scrittori) si andr continuamente perpetuando di lingua in lingua, a dispetto della morte e del tempo; come le stesse fabbriche e scritti del chiarissimo Antonio da San Gallo. Il quale nella architettura fu tanto illustre e mirabile et in ogni sua opera considerato s, che per le sue fatiche merita non minor fama di qualsivoglia architetto antico o moderno, considerando quanto di valore e di grandissimo animo fosse. Era costui nel discorrere le cose eloquente e saputo, nel risolverle savissimo e presto, et in esequirle molto sollecito. N mai fu architetto moderno, che tanti uomini tenesse in opra, n che pi risolutamente in esercizio gli facesse operare. Aveva tanta pratica per la moltitudine dell'opere infinite che aveva fatte, et era il giudicio di esso tanto sano e maraviglioso nel conoscere le cose ben misurate, che e'pareva certo impossibile che ingegno umano sapesse tanto. Tenne continuo gli occhi nelle cose che fece, che non uscissero fuor de'termini e misure di Vitruvio, e continuamente infin che mor studi quello, e veramente lo mostr d'intendere nella maravigliosa fabbrica e nel   modello di San Pietro, come a suo luogo diremo.
Fu figliuolo Antonio di Bartolomeo Picconi di Mugello bottaio, il quale, nella sua fanciullezza imparando l'arte del legnaiuolo, si part di Fiorenza, sentendo che Giuliano da San Gallo suo zio era in faccende a Roma insieme con Anton suo fratello. Per il che da bonissimo animo, volto a le faccende dell'arte dell'architettura, seguitando quegli, prometteva di s que'fini che nella et matura cumulatamente veggiamo per tutta l'Italia, in tante cose fatte da lui. Avvenne che Giuliano, per lo impedimento che ebbe di quel suo male di pietra, fu sforzato ritornare a Fiorenza, et Antonio venuto in cognizione di Bramante da Casteldurante architetto, cominci per esso, che era vecchio e dal parletico impedito le mani, non poteva come prima operare, a porgergli aiuto ne'disegni che si facevano; dove Antonio tanto nettamente e con pulitezza conduceva, che Bramante trovandogli di parit misuratamente corrispondenti, fu sforzato lasciargli la cura d'infinite fatiche che egli aveva a condurre, dandogli Bramante l'ordine che voleva, e tutte le invenzioni e componimenti che per ogni opra s'avevano a fare. Nelle quali con tanto giudizio e spedizione e diligenza si trov servito da Antonio, che l'anno MDXII Bramante gli diede la cura del corridore ch'andava a'fossi di Castel Santo Agnolo, della quale opera cominci avere una provisione di X scudi il mese. Avvenne che segu la morte di Giulio II, onde l'opra rimase imperfetta. Ma lo aversi acquistato Antonio gi nome di persona ingegnosa nella architettura, e che nelle cose delle muraglie avesse bonissima maniera, fu cagione che Alessandro primo Cardinal Farnese, ora Papa Paulo III, venne in capriccio di far restaurare il suo palazzo vecchio, ch'egli in Campo   di Fiore con la sua famiglia abitava.
Della quale opera Antonio, che desiderava venire in grado, fece pi disegni in variate maniere disegnati, fra i quali ve n'era uno accomodato, con due appartamenti, e fu quello che a Sua Santit  Reverendissima piacque, avendo egli il Signor Pier Luigi e 'l Signor Ranuccio suoi figliuoli, i quali amando pens dovergli lasciare di tal fabbrica accommodati. E dato a tale opera principio, ordinatamente ogni anno si fabbricava un tanto.
Venne in questo tempo, ch'al Macello de'Corbi a Roma, vicino alla Colonna Traiana, si fabbric una chiesa col titolo di Santa Maria da Loretto, la quale da gli ordini di Antonio fu ridotta finita di perfezzione con ornamento bellissimo. Per che, crescendogli quel nome, per lo quale infiniti cercano far fare le cose loro a quegli che di bellezza e di perfezzione le conducono, si dest l'animo a Messer  Marchionne Baldassini e, vicino a Santo Agostino, fece condurre col modello e reggimento di Antonio un palazzo, il quale  in tal modo ordinato, che per piccolo che egli sia,  tenuto per quello ch'egli  il pi comodo et il primo allogiamento di Roma, nel quale le scale, il cortile, le logge, le porte et i camini con somma felicit e grazia sono lavorati. Di che rimanendo Messer  Marchionne sodisfattissimo, deliber, poi inanimito, che Perino del Vaga pittor fiorentino vi facesse una sala di colorito e storie et altre figure, i quali ornamenti gli hanno recato grazia e bellezza infinita. Accanto a Torre di Nona ordin e fin la casa de'Centelli, la quale  piccola, ma molto comoda. E non pass molto tempo che and a Gradoli, luogo su lo stato del Reverendissimo Cardinal Farnese, e vi fece fabbricare per quello un bellissimo et utile palazzo. Nella quale andata fece grandissima utilit nel restaurare la rocca di Capo di Monte, con ricinto   di mura basse e ben foggiate; e fece allora il disegno della fortezza di Capraruola. Trovandosi Monsignor Reverendissimo Farnese con tanta sodisfazione servito in tante opere di Antonio, fu costretto a volergli bene, e di continuo gli accrebbe amore, e sempre che pot farlo, gli fece favore in ogni sua impresa.
Avvenne che il Cardinale Alborense, per lasciar memoria di s nella chiesa della sua nazione, fece fabbricare da Antonio, e condurre a fine, in San Iacopo de gli Spagnuoli una cappella di marmi et una sepoltura per esso; la quale cappella fra'vani di pilastri fu da Pellegrino da Modona tutta dipinta, e su lo altare da Iacopo del Sansovino fatto un San Iacopo di marmo bellissimo; la quale opera di architettura  certamente tenuta lodatissima. Avvenne che Messer  Bartolomeo Ferratino, per comodit di s e beneficio de gli amici, et ancora per lasciare memoria onorata e perpetua, fece fabbricare da Antonio su la piazza d'Amelia un palazzo, il quale  cosa onorevolissima e bella, dove Antonio acquist fama et utile non mediocre.
Era in questo tempo in Roma Antonio di Monte, Cardinale di Santa Prassedia, il quale per le buone qualit sue, avendo animo a far qualche memoria in vita al palazzo dove abitava e che risponde in Agone, dove  la statua di Maestro Pasquino, volse nel mezzo che risponde nella piazza, far fabbricare una torre, la quale, con bellissimo componimento di pilastri e finestre dal primo ordine fino al terzo, con grazia e con disegno gli fu da Antonio ordinata e finita, e per Francesco dell'Indaco lavorata di terretta a figure e storie da la banda di dentro e di fuora.
Aveva contratta seco talmente amicizia il Reverendissimo Cardinale d'Arimino che, mosso da gloria, per lasciare di s a'posteri ricordo in To lentino nella Marca fece per ordine di Antonio fabbricare un palazzo. Onde oltra lo esser Messer Antonio premiato, gli ebbe il cardinale di continuo obligazione. Mentre che queste cose giravano e la fama d'Antonio crescendo si spargeva, avvenne che la vecchiezza di Bramante, et alcuni suoi impedimenti, lo fecero cittadino dell'altro mondo. Per il che per Papa Leone subito furono constituiti tre architetti sopra la fabbrica di San Pietro: Raffaello da Urbino, Giulian da San Gallo zio d'Antonio, e fra'Giocondo.
E non and molto che fra'Giocondo si part di Roma, e Giuliano, essendo vecchio, ebbe licenza di potere ritornare a Fiorenza.
Laonde Antonio, avendo servit col Reverendissimo Farnese, strettissimamente lo preg che volesse supplicare a Papa Leone che il luogo di Giuliano suo zio gli concedesse.
La qual cosa fu facilissima a ottenere prima per le virt di Antonio, ch'erano degne di quel luogo, poi per lo interesso della benivolenza fra il papa e 'l Reverendissimo Farnese.
Cos in compagnia di Raffaello da Urbino si continu quella fabbrica assai freddamente.
Avvenne che il papa and a Civita Vecchia per fortificarla, et in compagnia di esso erano perci venuti infiniti signori, fra gli altri Giovan Paulo Baglioni e 'l Signor Vitello, similmente, di persone ingegnose, v'erano Pietro Navarra et Antonio Marchisi architetto, il quale per commissione del papa era venuto da Napoli.
E ragionandosi di fortificare Civita Vecchia, infinite e varie circa ci furono le opinioni; e chi un disegno e chi un altro facendo, Antonio, fra tanti, ne spieg loro uno, il quale fu confermato dal papa e da quei signori et architetti, che di fortezza, di guardie e di bellezza fosse di tutti il meglio inteso et il pi facile.
Per il che ne acquist gran credito   appresso la corte. Nacque in questo tempo un disordine di paura nel palazzo Apostolico, per avere Raffaello da Urbino nel far le logge papali compiaciuto a tanti nel fare le stanze di sopra al fondamento, che vi erano restati molti vani con assai grave danno del tutto, per il peso che in su quelli si aveva a reggere, e di gi lo edificio minava a terra, per il grandissimo peso che avea sopra. Per il che tutta la corte a furia sgomberando, si dubitava che tal cosa fra breve spazio non ne facesse infiniti capitar male. E certamente lo arebbe fatto, se la virt di Antonio con puntegli e travate, riempiendo di dentro quelle stanzerelle e rifondando per tutto, non le avesse ridotte ferme e saldissime, come elle furono mai da principio, il che gli accrebbe nome grandissimo.
Aveva la nazion fiorentina in Roma dato ordine, e cominciato in strada Giulia dietro a'Banchi la chiesa loro, la quale per mano di Iacopo Sansovino fu disegnata. Ma perch nel porla si mise troppo dentro nel fiume, furono sforzati fare una spesa di dodici mila scudi in un fondamento in acqua per quella. Il quale fu poi da Antonio con bellissimo ingegno e con fortezza condotto. La quale via, non potendo esser trovata da Iacopo, si trov per Antonio, e fu murata sopra acqua parecchi braccia. Et oltre questo ne fece modello, che certo  cosa rara, superba et onorata, se ci conducevano a fine. Si part il papa una state di Roma et and a Monte Fiasconi, et in quel luogo ordin che Antonio, il quale aveva condotto seco, restaurasse quella rocca, gi anticamente edificata da papa Urbano. Et inanzi che si partisse, nell'Isola Visentina nel lago di Bolsena, fece fare due tempietti piccioli, uno de i quali era condotto di fuori a otto facce e dentro tondo, fabbricato con leggiadro ordine, e l'altro era di fuora quadro   e dentro in otto facce, e nelle facce de'cantoni erano quattro nicchie, una per ciascuno, i quali fecero testimonio di quanto egli sapesse usare la variet ne'termini delle architetture. E cos, mentre che questi tempii si fabbricavano, egli torn in Roma, e diede principio sul canto di Santa Lucia, dove al presente  la nuova Zecca, al palazzo del Vescovo di Cervia, il quale non si fin. Fece ancora quello del Signore Ottavio de'Cesis, cosa onoratissima. Vicino a Corte Savella fece la chiesa di Santa Maria di Mons errato, la quale  tenuta bellissima. E similmente fece la casa d'un Marrano, posta dietro il palazzo di Cib, vicino alle case de'Massimi dall'Orso, cosa non molto grande.
Successe in questo tempo la morte di Leone X, la quale diede la morte a tutte le buone arti et a tutte le virt, essendosi nel tempo di Giulio e suo, ridotte a perfezzione tutte le architetture, le sculture e le buone pitture, e ritrovati gli stucchi, et ogni difficilissima cosa venuta in bella maniera et in buona facilit con le altre scienze ancora, le quali tutte furono assassinate per la creazione di Papa Adriano VI. E talmente queste virt furono battute, che se il governo della Sede Apostolica fosse lungo tempo durato nelle sue mani, intraveniva a Roma nel suo pontificato, come al tempo di Gregorio o di altri padri vecchi che attesero solamente allo spirito e pregiarono poco le architetture. Anzi furono inimicissimi alle arti del disegno, se vero  (come molti affermano) che tutte le statue avanzate alle rovine de'Gotti, s le buone come le ree, fussino dannate da loro al fuoco, per cose da fare deviare gli uomini da la santa religione. Et aveva gi minacciato Adriano (credo per mostrarsi simile a quelli, come se la santit consistesse in imitare i difetti delli uomini da bene, et alcuno n'hanno) di voler gettare per terra la cap pella del divino Michele Agnolo, dicendo ch'era una stufa d'ignudi. E sprezzando tutte le buone pitture e le statue, le chiamava lascive e del mondo, opprobriose e transitorie. Per il che fu cagione che non solo Antonio, ma tutti coloro che avevano ingegno, si fermassero in ogni cosa, talch nel suo tempo non si lavor quasi nulla alla fabbrica di San Pietro, della quale doveva pur quel papa essere molto pi ardente, poich delle altre cose mondane si voleva mostrare nimico. Voltossi dunque Antonio ad altre cose, e ristaur sotto il pontificato suo le navi piccole della chiesa di San Iacopo de gli Spagnuoli, et insieme accomod la facciata dinanzi con bellissimi lumi. Fece lavorare il tabernacolo della imagine di ponte di trevertino, il quale bench piccolo sia ha per molta grazia, nel quale Perin del Vaga lavor a fresco una bella operetta.
Erano gi le povere virt per lo viver d'Adriano mal condotte, quando il cielo, mosso a piet di quelle, deliber con la morte d'uno farne risuscitar mille; onde lo lev del mondo, e gli fece dar luogo a chi meglio doveva tenere tal grado e con altro animo governar le cose del mondo. Perci creato Papa Clemente VII, pieno di generosit, seguitando le vestigie di Leone e de gli altri antecessori suoi, si pens che, avendo nel cardinalato suo fatto belle memorie, dovesse nel papato avanzare tutti gli altri di rinovamenti di fabbriche e di ornamenti. La quale creazione fu di refrigerio a molti virtuosi, et a i timidi et ingegnosi animi, che s'erano avviliti, grandissimo fiato e desideratissima vita. I quali per tal cosa risurgendo, diedero poi quegli onorati segni nell'opere loro, ch'al presente veggiamo. Antonio dunque per commissione di Sua Santit messo in opera, subito rifece un cortile in palazzo dinanzi alle logge, dipinte per ordine di   Raffaello; il quale fu di grandissima utilit, andandosi prima per certe vie torte strane e strette, dove allargando Antonio diede ornamento, ordine e grandezza a quel luogo. Fece in Banchi la facciata della Zecca vecchia di Roma, di bellissimo garbo in quello angulo girato in tondo, che  tenuto cosa difficile e miracolosa, et in quella mise l'arme del papa. Rifond il resto delle logge papali, le quali per la morte di Leone non s'erano finite, e per la poca cura d'Adriano non s'erano continuate n tocche. Ora Clemente per mezzo di Antonio le fece condurre a ultimo fine.
Avvenne che Sua Santit, come ingegnosa, desiderava che si fortificassero Piacenza e Parma, e per esse infiniti disegni e molti modelli si fecero; i quali deliberato il papa mandare in quei luoghi, un insieme Giulian Leno et Antonio, il quale men seco a Piacenza lo Abbaco suo creato, e Pier Francesco da Viterbo ingegnere valentissimo, e Michele da San Michele veronese architetto, il quale in Monte Fiascone alla Madonna dava disegni. Et a Parma et a Piacenza arrivati, tutti insieme condussero a perfezzione i disegni di quella fortificazione. Il che fatto, si part Antonio solo per Roma e fece la via di Fiorenza, per vedere gli amici suoi. La qual passata fu l'anno MDXXVI. E ci fu cagione che, nel passare per le strade, come  usanza di chi ritorna alla patria, Antonio vide una giovane de'Deti di bellissimo aspetto, e molto per la venust e per la grazia sua di quella s'accese. Onde, domandando de lo essere di colei e de'parenti ancora, pens non poter conseguire l'intenzion sua, se per moglie non gliene concedevano, non avendo egli risguardo a la et, n a la condizion bassa di se medesimo, n considerando la servit, n il disordine in che metteva la casa sua, e molto pi se stesso, che pi im portava e che molto pi doveva stimare. Confer ci con i parenti suoi, che ne lo sconfortarono molto, essendo disconvenevole in ogni parte per esso, il quale doveva fuggir quello, che con suo danno e mal grado del proprio fratello cercava d'avere. Ma lo amore, che lo teneva morto, e 'l dispetto e la gara lo fecero dare in preda allo appetito, onde consegu l'intento suo. Era naturalmente Antonio contra i suoi prossimi ostinato e crudele; il quale empio costume fu cagione che il padre di esso non molto inanzi, con animo disperato, continuamente visse per lui, e veggendosi nella vecchiezza abbandonato dal proprio figliuolo, pi di questo che d'altro s'era morto.
Era questa sua donna tanto altiera e superba, che non come moglie di uno architetto, ma a guisa di splendidissima signora faceva disordini e spese tali, che i guadagni, che per lui furono grandissimi, erano nulla alla pompa et alla superbia di lei. Che oltra lo essere stata cagione che la suocera si uscisse di casa e morisse in miseria, non potette ancora guardar mai con occhio diritto alcuno de'parenti del marito, e solo attese ad alzare i suoi, e tutti gli altri ficcar sotto terra. N per questo rest Batista fratello di lui, come persona di ingegno ben dotato dalla natura et ornato straordinariamente di buoni costumi, di servirlo et onorarlo sempre mai e con ogni sollecitudine in tutto ci che gli fu possibile, ma tutto invano perch mai non gli fu mostrato da quello un segno pure di amorevolezza, in vita o in morte.
Era assai poca comodit di stanze in palazzo, per il che Papa Clemente ordin che Antonio sopra la Ferraria cominciasse quelle dove si fanno i concistori publici, le quali da Clemente furono lodate. Fece farvi poi sopra le stanze de'camerieri di Sua Santit, et ancora fece sopra il   tetto di queste stanze, la quale opra fu pericolosa molto con tanto rifondare. E nel vero in questo Antonio valse molto, atteso che le fabbriche di lui mai non mostrarono un pelo, n fu mai de'moderni architetto pi securo n pi accorto in congiungere mura. And poco dopo questo per ordine del papa a Santa Maria de Loreto, et ordin che si coprisse di piombo i tetti, e quella, che ruinava, rifond, dandole miglior forma e miglior grazia che ella non aveva prima. Avvenne che la fuga del sacco di Roma fece ritirare il papa nella sua partita in Orvieto, dove la corte infinitamente pativa disagio d'acqua. Talch venne pensiero al papa di fare murare di pietra un pozzo in quella citt, con larghezza di XXV braccia e due scale intagliate nel tufo, l'una sopra l'altra a chiocciola, secondo che 'l pozzo girava, e che si scendesse sino in su 'l fondo per due scale a lumaca doppie in questa maniera: che le bestie andavano per l'acqua, entrando per una porta, calassino sino in fondo, per la lumaca deputata solamente a lo scendere, et arrivate su 'l ponte dove si carica l'acqua, senza ritornare in dietro, passassino a l'altro ramo della lumaca, che si aggira sopra quello della scesa, e se ne venissino suso e, per una altra porta diversa e contraria alla prima, riuscissino fuori de 'l pozzo. Cosa ingegnosa di capriccio e maravigliosa di bellezza, la quale fu condotta quasi al fine inanzi che Clemente morisse. Da poi Papa Paulo fece finire la bocca di esso pozzo, ma non come aveva ordinato Clemente.  certo che gli antichi non fecero mai edifizio pari a questo, n d'industria n d'artificio, essendo in quello il tondo del mezzo, che sino in fondo d lume per certe finestre a quelle due scale, che girando salgono e scendono sino in su 'l fondo. Mentre si faceva questa opera, si condusse Antonio in Ancona, et ordi n la fortezza in quella citt, la quale continuando a fine si condusse. Deliber Papa Clemente nel tempo del Duca Alessandro suo nipote che in Fiorenza si facesse la fortezza, per la quale il Signore Alessandro Vitello con Pierfrancesco da Viterbo, mise le corde a la porta a Faenza, e per ordine di Antonio si condusse con tanta prestezza, che mai nessuna fabbrica antica o moderna fu condotta s tosto al termine. Fondovvisi da principio un torrione chiamato il Toso, dove furono messi epigrammi e medaglie infinite, con cerimonia e pompa solenne. La quale opera  celebrata oggi per tutto il mondo, et in quella citt  tenuta inespugnabile.
Fu con suo ordine inanzi a questo condotto a Loreto il Tribolo scultore, Raffaello da Monte Lupo e Francesco da San Gallo giovane, i quali finirono le storie di marmo cominciate per Andrea Sansovino, le quali lavorarono con diligenza. Era allora in Arezzo il Mosca Fiorentino intagliator di marmi raro et unico al mondo, per gli intagli di che sorte si sia, il quale faceva un camino di pietra a gli eredi di Pellegrino da Fossombrone, che riusc opera divinissima per intaglio. Costui a'preghi d'Antonio si condusse a Loreto, et in quei luoghi fece festoni, che sono divinissimi. Per il che con solecitudine et amore tal fabbrica e tutto lo ornamento rest a quella camera di Nostra Donna finito. Aveva Antonio in questo tempo alle mani cinque opere grosse, alle quali, bench fossero in diversi luoghi situate lontane l'una da l'altra, a tutte suppliva, n mai manc da fare a nessuna prima per lo provido ingegno di lui e poi per l'aiuto portogli da Batista suo fratello. Erano queste cinque opere la fortezza di Fiorenza, quella di Ancona, l'opera del Loreto, il palazzo Apostolico et il pozzo d'Orvieto, che di sopra dicemmo. Successe in que sto tempo la morte di Clemente e la creazione di Papa Paulo III Farnese, gi nel suo cardinalato amicissimo, il quale lo fece divenire in maggior credito et in pi favore. Perch, avendo Sua Santit fatto il Signor Pier Luigi suo figliuolo Duca di Castro, mand Antonio in quella citt, che vi fece il disegno della fortezza, la quale fu poi da quel duca fatta fondare da Antonio, e similmente la fabbrica del suo palazzo, ch'in su la piazza  murato, nominato l'Osteria. In quel luogo su la medesima piazza fece la Zecca di trevertino, a similitudine di quella di Roma, e molti altri palazzi a pi persone, cos terrazzane, come foristiere, con spese grossissi me et incredibili a chi non l'ha vedute, senza rispiarmo alcuno, tutti di bellezza ornati, e parimente di comodit agiatissimi.
Avvenne che l'anno che torn Carlo V Imperadore vittorioso da Tunizi, avendo egli in Messina, in Puglia et in Napoli, onoratissimi archi del trionfo della vittoria sua, e venendo Sua Maest a Roma, fu data commissione ad Antonio ch'al palazzo di S. Marco facesse di legname uno arco trionfale, il quale egli ordin in sotto squadra, acci che potesse servire a due strade, del quale non s' veduto mai in tal genere il pi superbo n il pi proporzionato. E nel vero, se in tale opera fosse stata la superbia e la spesa de'marmi, come vi fu la diligenza del condurlo, con la sottilit e lo studio dell'arte in legname, meritamente si avrebbe potuto numerare fra le sette moli del mondo. Et oltra questo, ordin tutta la festa che si fece, per la riceuta di s alto imperadore, la quale festa fu cagione che Siena, Lucca e poi Fiorenza le tante nuove ornate e variate opere facessero. Seguit poi per il Duca di Castro la fortezza di Nepi, con tutta la fortificazione, che per detta citt si vede inespugnabile e bella; et inoltre tutti i di segni privati a'cittadini di quel luogo, dove ancora dirizz molte strade. Fu parere di Sua Santit che si facessero i bastioni di Roma, ordinati (come si vede) inespugnabilissimi. Ne'quali venendo compresa la porta di Santo Spirito, ve la fece egli ma con ornamento rustico di trevertini, in maniera molto soda e molto rara, e con tante magnificenzie che ella pareggia le cose antiche. La quale opera, dopo la morte di lui, fu chi cerc con vie straordinarie far ruinare, mosso pi per invidia della gloria sua che per ragione, s'e'fosse stato lasciato fare da chi poteva. Ma chi poteva non volse. Fu di suo ordine il rifondare quasi tutto il palazzo Apostolico, il quale minacciava ruina, et in un fianco, la cappella di Papa Sisto, dove sono l'opere di Michele Agnolo, e similmente la facciata dinanzi, senza che mettesse un minimo pelo, cosa pi di pericolo che d'onore. Accrebbe la sala grande della cappella di Sisto et a quella in due lunette in testa fece quelle finestrone terribili, con s maraviglioso lume e partimenti buttati nella volta, i quali si fecero di stucco, la quale opera si pu mettere per la pi bella e per la pi ricca sala di tutto il mondo. Et in su quella accompagn, per ire in San Pietro, scale mirabili di dolcezza a salire, che fra gli antichi e moderni non si  visto ancor meglio; e la cappella Paulina, dove si ha da mettere il Sacramento, cosa vezzosissima e tanto bella e s bene misurata e partita, che per la grazia che vi si vede pare che ridendo e festeggiando ti s'appresenti. Fece la fortezza di Perugia, nella discordia che fu tra loro e 'l papa, dove le case de'Baglioni andorono per terra, la quale con prestezza maravigliosa non solamente rese finita, ma bella. Fece ancora la fortezza in Ascoli, e quella in pochi giorni condusse a termine, che ella si poteva guardare. Il che gli Ascolani e gli altri non pen sarono gi mai che si potesse fare in molti anni. Per il che nel metterci s tosto la guardia, quei popoli si stupirono e quasi non lo credevano. Rifond ancora per le piene, quando il Tevere ingrossa in Roma, la casa sua in strada Giulia, e diede principio et a buon termine condusse il palazzo ch'egli abitava, vicino a San Biagio, cosa onoratissima e degna d'ogni principe, nel quale spese qualche migliaia di scudi.
Ma tutto quello che fece di giovamento e d'utilit al mondo  nulla a paragone del modello della venerandissima e stupendissima fabbrica di San Pietro, la quale fu ordinata da Bramante, et egli con ordine nuovo e modo straordinario di leggiadria e di proporzionata composizione e di decoro e distribuzione de'suoi luoghi, con bellissimi corpi in pi parti di quella situati e fermi, nuovamente ha riordinata e per mano d'Antonio d'Abaco suo creato, fattone fare di legname tutto il modello interamente finito, dove si ha guadagnato nome grandissimo. Ringross i pilastri di San Piero acci il peso della tribuna di quello dovesse aver fede, dove potesse posare le forze sue et inoltre i fondamenti per tutto sparsi pieni di soda materia e di fortezza corrispondenti, i quali saranno cagione che quella fabbrica non far pi peli, n minaccer ruina, come fece a Bramante. Il quale magisterio se fosse sopra la terra, come  nascosto sotto, farebbe sbigottire ogni terribile ingegno. Per il che la lode e la fama di questo mirabile artefice debbono tenere luogo di considerazione fra gli intelletti begli e fra i chiari ingegni, i quali sapranno grado alle sue fatiche, per tante belle vie e tanti modi di facilit cerc ornare l'arte sua in questo secolo.
Trovasi che sino al tempo degli antichi Romani sono stati e sono di continuo gli uomini di Terni e quegli di Rieti inimicissimi, per   la differenzia che 'l lago delle Marmora alcuna volta tenendo in collo faceva violenzia a una delle parti, onde quei di Rieti lo volevano aprire et i Ternani non volevano a ci consentire. Per il che di continuo et in ogni tempo, o di imperatore o di pontefice che s'abbia governato Roma, hanno mostro segno di dolersi. E fino al tempo di Marco  Tullio Cicerone fu mandato dal Senato a decidere tal differenza, la quale per gli dubbi ebbe difficult e non fu mai risoluta. E per questo ancora l'anno MDXLVI furono mandati ambasciatori a Papa Paulo, et egli mand Antonio che risolvesse tal cosa, onde per suo giudicio si risolse che questo lago da una banda, dove  il muro, sboccasse; e lo fece Antonio con grandissima difficult tagliare. Quivi per il caldo del sole, essendo pur vecchio e cagionevole, si ammal di febbre in Terni, e non and molto che rese l'anima al cielo. De la qual cosa infinito dolore sentirono i prossimi e gli amici suoi, et universalmente tutte le fabbriche, le quali per il vero ne hanno patito. Come il palazzo di Farnese, vicino a Campo di Fiore dove, essendo state poi rifatte le scale et alcuni palchi fuori del primo disegno, non parr mai unito il tutto, n di una medesima mano. Similmente San Pietro et altre muraglie se ne debbon dolere. Morto fu condotto in Roma e con pompa grandissima portato a la sepoltura, accompagnandolo tutti gli artefici di disegno, et altri infiniti amici di lui. Fu da i soprastanti di San Pietro fatto mettere il corpo suo in un deposito, vicino alla cappella di Papa Sisto in San Pietro; e gli hanno fatto porre lo infrascritto epitaffio:

ANTONIO SANCTI GALLI FLORENTINO VRBE MVNIENDA AC PVBLICIS  OPERIBVS PRAECIPVEQVE DIVI  PETRI TEMPLO ORNANDO  AR CHITECTORVM FACILE PRINCIPI DVM VELINI LACVS EMISSIONEM PARAT PAVLO III PONTIFICE  MAXIMO  AVTORE INTER AMNAE INTEMPESTIVE EXTINCTO ISABELLA DETA VXOR
MOESTISSIMA  POSVIT MDXLVI III CALENDIS  OCTOBRIS.
GIULIO ROMANO

Pittore et Architetto

Quando fra il pi de gli uomini si veggono spiriti ingegnosi, che siano affabili e giocondi, con bella gravit in tutta la conversazione loro, e che stupendi e mirabili siano nell'arti che procedono da l'intelletto, si pu veramente dire che siano grazie ch'a pochi il ciel largo destina; e possono costoro sopra gli altri andare altieri per la felicit delle parti, di che io ragiono. Percioch tanto pu la cortesia de'servigi negli uomini, quanto nelle opere la dottrina delle arti loro. Di queste parti fu talmente dotato dalla natura Giulio Romano, che veramente si pot chiamare erede del graziosissimo Raffaello s ne'costumi, quanto nella bellezza delle figure nell'arte della pittura; come dimostrano ancora le maravigliose fabbriche fatte da lui e per Roma e per Mantova, le quali non abitazioni di uomini, ma case degli di per esempio fatte degli uomini ci appariscono. N tacer voglio la invenzione della storia di costui nella quale ha mostro d'essere stato raro, e che nessuno l'ab bia paragonato. E ben posso io sicuramente dire che in questo volume non sia egli secondo a nessuno. Veggonsi i miracoli ne'colori da lui operati, la vaghezza de i quali spira una grazia ferma di bont e carca di sapienzia ne'suoi scuri e lumi, che talora alienati e vivi si mostrano. N con pi grazia mai geometra tocc compasso di lui. Tal che se Apelle e Vitruvio fossero vivi nel cospetto degli artefici, si terrebbono vinti dalla maniera di lui che fu sempre anticamente moderna, e modernamente antica. Per il che ben doveva Mantova piagnere, quando la morte gli chiuse gli occhi, i quali furono sempre vaghi di beneficarla, salvandola da le inondazioni dell'acque e magnificandola ne i tanti edifizi, che non pi Mantova, ma nuova Roma si pu dire, bont dello spirito e del valore dello ingegno suo maraviglioso. Il quale di modi nuovi, che abbino quella forma, che leggiadramente si conoschino nella bellezza de gli artefici nostri, pi d'ogni altro valse per arte e per natura.
Fu Giulio Romano discepolo del grazioso Raffaello da Urbino, e per la natura di lui mirabile et ingegnosa, merit pi de gli altri essere amato da Raffaello, che ne tenne gran conto, come quello che di disegno, d'invenzione e di colorito tutti i suoi discepoli avanz di gran lunga. E ben lo mostr Raffaello, mentre ch'e'visse, nel farlo di continuo lavorare su tutte le pi importanti cose che egli dipignesse, nelle quali, come curioso e desideroso d'imitare il suo maestro, attese molto alle cose d'architettura. E per lo diletto che in tal cosa sempre pigli, fece di nuove capricciose e belle fantasie. Come si vede ancora alla vigna del papa, vicino a Monte Mario, nella quale  un componimento leggiadrissimo nella entrata e di stravaganzia nelle facce di fuora, e nel cortile di dentro il medesimo si vede. La quale opera e   per le fontane, che rustiche fece lavorar, e per quelle che domestiche ci sono, e per ogni ornamento fattovi  la pi bella che sia fuor di Roma, per ispasso di vigne e per grandezza e bellezza di luogo. Per essere in quella una fonte lavorata di musaico alla rustica, di gongole, telline et altre cose maritime, per le mani del mirabile Giovanni da Udine, che, per essere stata da lui investigata dallo antico,  la prima ne'moderni ch'ha dato lume di far quelle, che s belle in Roma e sparse per Italia sono s maravigliose di variet e d'ornamento. E per mano del medesimo sono ancora gli stucchi, che in tal vigna nelle belle logge fece e le grottesche che vi si veggono dipinte, delle quali egli il primo di tale arte fra'moderni fu capo, e pi di tutti divino  stato tenuto. Come si veggono ancora di man d'esso gli animali, che in questa opera fece, i quali nessuno con pi pratica e con pi vivezza ha mai lavorato. Fece in tal fabbrica Giulio, oltra infiniti disegni, in una testa di quelle logge un Polifemo grandissimo, con infinito numero di fanciulli satiri, che gli giuocano intorno; il quale  stato tenuto cosa molto lodevole.
Avvenne che, nella morte di Raffaello, Giovan  Francesco Fiorentino e Giulio Romano rimasero insieme eredi delle sue cose; perch diedero fine in compagnia a infinite opere, le quali Raffaello aveva lasciato loro insieme col credito, e particularmente la sala di palazzo, dove sono i fatti di Gostantino. Della quale opera tutta Giulio fece i cartoni, et una parete dove Gostantino ragionava a'soldati, ordinarono di mistura per farla in muro a olio, e poi, non riuscendo, si deliberarono di gettarla per terra e dipignerla in fresco. E fu tosto finita, essendosi quella gi cominciata da Raffaello nel tempo di Leone X, la quale per la morte di esso e poi di Papa   Adriano, che non cur di farla finire, fu prolungata fino a i primi anni di Clemente VII.  questa opera molto bella d'invenzione, et ha di molte parti perfettissimamente condotte. E cos fecero insieme Giovan Francesco e Giulio per Perugia la tavola di Monte Luci, et un quadro di Nostra Donna, nel quale Giulio fece una gatta, e fu per questo detto il quadro della Gatta, che fu molto lodato. Era in quel tempo Giovan Matteo Genovese, datario del papa e Vescovo di Verona, il quale a'servigi di Clemente con grandissimi favori tenne Giulio in altezza. Perch in palazzo gli ordin alcune stanze murate vicino alla porta, e gli fece lavorare una tavola della lapidazione di Santo Stefano, per Santo Stefano di Genova, suo beneficio. La quale  di bellezza e di singular grazia e di componimento s ben condotta, che  la migliore opera di quante e'facesse gi mai. Atteso che vi sono pezzi d'ignudi bellissimi, e quella gloria, dove Cristo siede alla destra del Padre,  cosa veramente celeste e non dipinta. Della quale Giovan Matteo fece degni i frati di Monte Oliveto, donandogli quel luogo dove oggi dimorano per monistero loro.
Fece ancora a Iacopo Fuccheri tedesco, in Roma nella chiesa di Santa Maria d'Anima, una tavola alla cappella loro, ch' molto lodata, e massimamente un casamento girato in tondo, che certo  cosa divina. Similmente a'pi d'un San Marco un leone, i peli del quale torcono secondo che egli gira, cosa veramente difficile, e le ali di quello pi di piume e di penne, che di colori contraffatte. Aveva Giulio a'servigi suoi in Roma Giovanni dal Leone e Raffaello dal Colle da 'l Borgo a San Sepolcro, i quali erano molto destri nel mettere in opera le cose ch'egli disegnava. Per il che gli fece condur vicino alla Zecca   un'arme, assegnandone la met per ciascuno, situata allato a Santa Maria Chiesina, vicino alla Zecca vecchia in Banchi, nella quale sono due figure che reggono l'ornamento col capo. E nella sala grande che fece, essi una gran parte colorirono e condussero di quelle cose che vi sono. Fece poi Giulio a Raffael Borghese solo condurre sopra la porta di dentro del Cardinale della Valle una Nostra Donna, la quale cuopre un fanciullo che dorme, e Santo Andrea e San Niccol, che maravigliosissimamente furono lodati.
Diede in questo medesimo tempo il disegno della vigna e palazzo di Messer  Baldassarre da Pescia, e dentro a quello fece condurre di pittura e di stucchi la sala e la stufa e lavorare una loggia di stucchi bianchi. La quale opera  certo tanto bella, varia et aggraziata, che miracolo e stupore  a vederla. Si divise in questo tempo Giulio da Giovan Francesco, come quello che voleva l'opere proprie condurre a modo suo. Fece per Roma diverse cose d'architettura a diverse persone, come il disegno della casa de gli Alberini in Banchi, il quale disegn Giulio per ordine di Raffaello, e cos quello del palazzo che si vede su la piazza della Dogana, che nel vero  cosa bellissima. Ordin su un canto al Macello de'Corbi la casa sua, la quale ha bel principio e vario, ancora che sia poca. Era questo ingegno tanto celebrato di nome e di grado, che la sua fama e dolcezza di natura fu cagione che, sendo per suoi bisogni capitato a Roma Federigo Gonzaga, primo Duca di Mantova, amicissimo di Messer Pietro Aretino, et egli domestico di Giulio, in tanta grazia lo raccolse per essere amatore delle virt, che non cess di accarezzarlo, s che lo condusse in Mantova a'suoi servigi. Quivi dimorando, non dopo molto tempo, diede principio alla fabbrica et al bel palazzo   del T. fuor della porta di San Sebastiano, la quale opera, per non esservi pietre vive, fece di mattoni e di pietre cotte lavorate, con colonne, base, capitegli, cornici, porte e finestre, con bellissime proporzioni e stravagante maniera di adornamenti di volte, spartimenti, con ricetti, sale, camere et anticamere divinissime. Le quali non abitazioni di Mantova, ma di Roma paiono, con bellissima forma di grandezza. E fece dentro a questo edifizio, in luogo di piazza, un cortile scoperto, nel quale sboccano in croce quattro entrate. La principale delle quali trafora e passa in una grandissima loggia e sbocca nel giardino, l'altre due vanno a diversi appartamenti, che son quattro. Due de i quali ha fatto ornati di stucchi e di pitture, et in una sala di quelli tutti i bellissimi cavalli turchi e barbari del duca, et appresso quello i cani favoriti, che sono naturali e bellissimi, con le volte di diversi spartimenti, e questi dipinti per le facce da basso. Arrivasi poi in una stanza, ch' sul canto del palazzo, nella quale sono nella volta le storie di Psiche, veramente bellissime, e nel mezzo alcuni di che scortano al di sotto in su, che di rilievo e non dipinti paiono. La forza de i quali buca la volta con la bellezza de'contorni e con lo essere di colori con dottissima arte dipinti. Nelle facciate attorno fece varie istorie, tutte divinissime e belle, et una baccanaria per un sileno, che maraviglia  credere che si possa far meglio ne gli strani fauni, satiri, tigri, et una credenza di festoni pieni d'argenti, che i lustri de gli ori e de gli argenti mostra vivissimi in varie fogge di lavori stranamente fatti da gli orefici. Le quali capricciose invenzioni dottamente con senso poetico e pittoresco ha garbatissimamente finite. Si passa poi in una camera, dove sono fregi di figure di basso rilievo di stucchi, con tut to l'ordine de'soldati, che sono nella colonna di Traiano, lavorati con bella maniera. Vedevisi ancora in un palco d'una anticamera lavorato a olio, quando Icaro volando da Dedalo suo padre ammaestrato, per gloria del troppo alzarsi, il sole gli strugge la cera et abbrucia l'ale, per il che precipitando in mare si muore; la quale opera fu talmente considerata d'imaginazione e poi s ben condotta, che non pitture o cose imaginate, ma vive e vere si rappresentano, perch qui si ha paura che non ti cada addosso, et il calor del sole nel friggere e nell'abbruciar l'ale de 'l misero giovane fa conoscere il fumo e 'l fuoco acceso. E la morte nel volto d'Icaro si comprende, non meno che il dolore e la passione nell'aria di Dedalo. Vedesi in XII storie de'mesi quando in ciascuno le arti pi da gli uomini sono con studio esercitate. Le quali dir si puote che tanto rendino piacere, quanto la fatica d'un cos bello ingegno abbia avuto conforto nel dipignerle s capricciosamente, e giudizio nel conoscerle. Passato quella loggia di tanti stucchi adorna e di tante bizzarrie piena, si capita in certe stanze, dove dalle fantasie che varie vi sono, l'intelletto s'abbaglia. Perch Giulio, che capriccioso et ingegnosissimo era, volse in un canto del palazzo fare una stanza di muraglia e di pittura unita, tanto simile al vivo, che gli uomini ingannasse, et a quegli nell'entrare facesse paura. Adunque perch quello edificio in quel cantone, che  ne'paduli, non patisse danno o impedimento da la debolezza de'fondamenti, fece fare nella quadratura della cantonata una stanza tonda acci che i quattro cantoni venissero di maggior grossezza, et a quella stanza una volta tonda a uso di forno. N avendo tal camera cantoni per il girar di quella, vi fece murare le porte e le finestre e 'l camino di pietre rustiche lavorate e scantonate a caso, e   s dall'una all'altra scommessi, che dall'una banda verso terra ruinavano. Ci fatto, si mise a dipignere per quella una storia, quando Giove fulmina i Giganti. Aveva Giulio nel mezzo del cielo figurato su certi nugoli il trono e la sedia di Giove, con l'aquila che teneva il folgore in bocca. E Giove partito di quella, sceso e pi basso, lanciava folgori, lo spavento e 'l lampo de i quali faceva Giunone ristrignersi in se stessa, Ganimede e gli di fuggire per lo cielo su carri, Marte coi lupi, Mercurio coi galli, la Luna con le femmine, il Sole co'cavalli, Saturno coi serpenti, Ercole e Bacco e Momo non manco affrettava il fuggire per l'aria, che si facessero gli altri, i quali dalla baruffa de'venti erano nelle loro vesti involti et aviluppati. Aveva fatto il pavimento di terra di frombole di fiume acconce che giravano murate, e quelle nel piano della pittura, che veniva in terra, aveva contrafatte; perch un pezzo quelle dipinte in dentro sfuggivano, e quando da erbe e quando da sassi pi grossi erano occupate et adorne. E perch la stanza aveva sopra tutto il cielo pieno di nugoli, et intorno un paese che non aveva n fine n principio, sendo quella tonda, i monti si congiungevano, et i lontani chi pi inanzi o pi a dietro sfuggivano. Erano i Giganti grandi di statura, che da lampi de'folgori percossi ruinavano a terra, e quale inanzi, e quale a dietro cadeva a quelle finestre, ch'erano diventate grotte o vero edifici, e nel ruinarvi sopra i Giganti le facevano cadere, onde chi morto e chi ferito, e chi da i monti ricoperto, si scorgeva la strage e la ruina d'essi. N si pensi mai uomo vedere di pennello cosa alcuna pi orribile o spaventosa, n pi naturale. Perch chi vi si trova dentro, veggendo le finestre torcere, i monti e gli edifici cadere insieme coi Giganti, dubita che essi e   gli edifizi non gli ruinino addosso. Onde si conosce in questa opera quanto il valore della invenzione e dell'arte abbia avuto origine da Giulio d'imaginare di nuovo quello che di antico maestro non si scrisse mai, come delle fatiche sue lodatissime per questa opera si veggono.
Fece in questo lavoro perfetto coloritore Rinaldo Mantovano che, oltre alla camera de'Giganti dipinta da lui con i cartoni di Giulio, fece molte altre stanze, il quale, mentre che visse, sempre gli fece onore in questa arte; e pi fatto gliene avrebbe, se egli, non morendo s giovane, avesse potuto mostrar quanto egli cercava imitare Giulio suo maestro. Sono ancora in tal luogo ricetti et altre cose, alle quali tutte  dato dall'ingegno di Giulio quel fine, che abbiamo detto dell'altre. Rifece d'ornamenti di stucchi tutte le stanze del castello dove il duca abitava, et in una sala fece tutta la storia troiana. Fece ancora fare in una anticamera dodici storie a olio, sotto le dodici teste de gli imperatori, le quali dipinse Tiziano da Cadoro, e veramente sono onorate e belle pitture. Sono altre stanze, e per il duca altre pitture, le quali taceremo, avendo di lui dato quel saggio che si pu dare d'un tanto bello ingegno, come chi, andando a Mantova, potr vedere la fabbrica di Marmiruolo, nelle pitture sue non meno belle che quelle del castello e del T. Fece in Santo Andrea allo altar del Sangue una tavola a olio bellissima, et ancora nelle facce due storie: in una la Crocifissione di Cristo coi ladroni e cavalli, de i quali egli continuo molto si dilett, e meglio d'altro maestro e pi perfettamente di bella maniera gli dipinse; nell'altra faccia vvi la storia quando trovano il sangue. E per molte chiese di quella citt fece cappelle, tavole e varii ornamenti, per abbellirla et ornarla. La qual cosa fu cagione che   quel duca onoratamente lo rimuner. Inoltre fabbric per sua abitazione in quella citt una casa dirimpetto a San Barnaba, la quale fece tutta dipignere et abbellire di stucchi. Percioch egli aveva de le antiquit di Roma, e similmente il duca glie ne aveva date, ch'egli se ne ornasse e ne avesse buona custodia. E perch grandissima utilit si traeva de'suoi disegni, ordin che in Mantova non si potesse far fabbrica, senza disegni et ordine di Giulio, il quale talmente oper con fogne, fossi et ordini buoni dati a'Mantovani, che dove prima solevano abitare di continuo nel fango e nella memma gli ridusse all'asciutto, e di mala aria e pestifera che prima era, la condusse a buona e sana. Rifece poi la chiesa a San Benedetto da Mantova vicino al Po, luogo de'monaci neri, e rinov molti altri edifici. E per tutta la Lombardia giov di maniera che que'popoli hanno posto di torre in uso l'arte del disegno, inusitata sino al suo tempo, che ne sono uscite di poi pratiche persone e bellissimi ingegni. Faceva di continuo disegni a circunvicini e per fabbriche e per opere, come a Verona nel Duomo fece al Moro Veronese, il quale la tribuna d'esso a fresco dipinse, et al Duca di Ferrara moltissimi disegni per panni di seta e d'arazzi.
Mostr ancora il valor suo nella venuta di Carlo V imperatore, quando fece gli apparati in Mantova e l'ordine d'una scena, nella quale egli con nuovi ordini di lumi fece recitare, errando il sole mentre si recit, che faceva lume loro, e finita la comedia si nascose sotto i monti. Nessuno fu mai che meglio di lui disegnasse celate, selle, fornimenti di spade e mascherate strane, e quelle con tanta agevolezza espediva, che il disegnare in lui era come lo scrivere in un continuo pratico scrittore. N pens mai a fantasia, che aperto la bocca non avesse inteso, e lo ani mo altrui con la penna subito non esprimesse. Era d'ogni ordine di buone qualit carico talmente, che la pittura pareva la minor virt ch'egli avesse. Fece in Mantova in San Domenico una bellissima tavola d'un Cristo morto, e fece medesimamente fabbricare nel duomo assai cose per il cardinale. Avvenne che il duca si mor, et egli per la benivolenza ch'e'portava al cardinale et a quella patria, dove aveva moglie e figliuoli, bench desiderasse tornare a Roma et andare in altre parti, mai non si part di quivi, se non quanto o per muraglie per quello stato o per altre cose importanti era costretto.
Erano i soprastanti alla fabbrica di S. Petronio in Bologna desiderosi di dar principio alla facciata di quella; per il che con grandissima instanza vi condussero Giulio in compagnia di uno architetto milanese, chiamato Tofano Lombardino, i quali fecero per questo disegni et ordini, essendosi smarriti quelli che Baldassarre Sanese aveva gi fatti. E fu s bello e tanto bene ordinato il disegno fatto da Giulio, che e'ne ricevette da quel popolo lode grandissima, e con liberalissimi doni se ne ritorn a Mantova. Era morto in quei giorni Antonio da S. Gallo, et aveva lasciato in grandissimo travaglio di mente i deputati di San Pietro di Roma, non sapendo essi a cui voltarsi, per dargli il carico di dovere con lo ordine cominciato venire a fine di tal fabbrica; e perch e'pensarono che altri non fosse migliore a far ci, che il valore di Giulio Romano, dissimulatamente ne lo facevano tentare per via degli amici, persuadendosi che e'dovesse accettar volentieri, per ripatriare con impresa onorata e con grossa provisione. E nel vero egli pi che volentieri vi sarebbe andato, se due cose non l'avessero ritenuto. L'una era che il Cardinale di Mantova non voleva per alcun modo contentarsi ch'egli   si partisse, l'altra che la moglie, gli amici e parenti di lui lo confortavano a non lassar Mantova. E di pi si trovava egli allora molto male disposto del corpo. Laonde, rinfrescato di lettere da Roma, cominci a fantasticare in quanto onore e gloria, et in casa sua tal cosa lo porrebbe, et in quanta grandezza d'utile e di grado i figliuoli suoi per la chiesa potevano venire. Per il che, non potendo partire, ne prese tal dispiacere che fra il male e quello aggravamento di pi, si mor in pochi giorni in Mantova. La quale poteva pur concedergli grazia che, come ella s'era abbellita per lui, cos egli la sua patria ornasse et onorasse. Ove per la invidia di non se lo prestare l'una all'altra, fecero s che poi nessuna di loro non se lo potette godere altrimenti. Mor di et d'anni LIIII. E finch durer Mantova, quivi sar sempre celebrato. Fu da'suoi figliuoli pianto e da'suoi cari amici, et in San Barnaba datogli onorato sepolcro. N il cardinale, n i figliuoli del duca restarono di tal perdita senza dolore, e dolgonsene ancora del continuo ne'bisogni loro. Perch le virt di esso che l'onorarono in vita, lo fanno e faranno bramare cos morto quanto di lui ci sar memoria. Bene  vero quanto a le opere che, se innanzi a lui non fossero morti il Figurino suo creato e Rinaldo Mantovano, le arebbono fatte se non tante e tali, simili almeno, come per tutta Mantova s' veduto nell'opere di Rinaldo, e massimamente in una facciata di chiaro oscuro alla casa de'Bagni, ch' tenuta bellissima. Rese Giulio l'anima al cielo, il giorno che si fa solenne commemorazione di tutti i santi, l'anno MDXLVI. E gli fu posto alla sepoltura lo infrascritto epitaffio:

VIDEBAT IVPPITER CORPORA SCVLPTA PICTAQVE
SPIRARE, ET AEDES MORTALIVM AEQVARIER COELO  
IVLII VIRTVTE ROMANI. TVNC IRATVS,
CONCILIO DIVORVM OMNIVM VOCATO,
ILLVM E TERRIS SVSTVLIT, QVOD PATI NEQVIRET
VINCI AVT AEQVARI AB HOMINE TERRIGENA.

ROMANVS MORIENS SECVM TRES IVLIVS ARTEIS
ABSTVLIT (HAVD MIRVM): QVATTVOR VNVS ERAT.
SEBASTIANO VENIZIANO

Pittore

Tanto si inganna il discorso nostro e la cieca prudenzia umana, che bene spesso brama il contrario di ci che pi ci fa di mestiero, e credendo segnarsi (come suona il proverbio tosco) con un dito si d nell'occhio. Il che, se bene apparisce manifestissimo in una infinit di cose che lo fanno palpare con mano, la vita nientedimeno, che al presente vogliamo scrivere, ce lo far pi chiaro et aperto col suo esemplo. Con ci sia che la publica et universale opinione degli uomini affermi assolutamente che i premii e gli onori accendino et infiammino gli animi de'mortali a gli studii di quelle arti che pi veggono remunerate; e per l'opposito che il non premiare largamente gli artefici, gli conduca a disperazione e conseguentemente a trascurarle et abbandonarle. E per questo gli antichi e'moderni insieme biasimano quanto pi sanno e possono tutti que'principi che non sollievano i virtuosi, di qualunque genere o facult, e non danno i debiti premii et onori a chi   virtuosamente se li affatica. Chiamandoli per questo avari, crudeli et inimici delle virt, e se peggior nome pu ritrovarsi, et attribuendo alla loro miseria tutto il danno dello universo. E nientedimanco abbiamo pur veduto ne'tempi nostri che la sola liberalit e magnificenzia di quel famosissimo principe, a chi serviva Sebastiano Veneziano eccellentissimo pittore, remunerandolo troppo altamente, fu cagione che di sollecito et industrioso diventasse infingardo e negligentissimo. E che dove, mentre dur la gara della arte fra lui e Raffaello da Urbino, si affatic di continuo per non essere tenuto inferiore in quella arte, nella quale cozzava di pari; per lo opposito, fece tutto il contrario poich egli ebbe da contentarsi, lavorando poi sempre malvolentieri e con una fatica grandissima, anzi per forza, e sviando lo ingegno e la mano da quella sua prima facilit, tanto lodata mentre che e'fece. Per la qual cosa (lasciando ora il parlar de'principi) da questa disparit di vita si conosce il cieco giudizio ch'io ragionava, e comprendesi apertamente che gli ingegni non vorrebbono patire, n ancora d'onori o d'entrate sopra abbondare: se gi non fossero in alcuni che pi gli strignesse l'onore dell'opere, che il comodo e gli agi della vita epicurea.
Dicono che Sebastiano in Vinegia nella prima sua giovanezza si dilett molto de le musiche di varie sorti. Ma perch il liuto pu sonar tutte le parti senza compagnia, quello continu di maniera che insieme con altre buone parti, che aveva, lo fece sempre onorare, e fra i gentiluomini di quella citt per virtuoso conoscere. Vennegli volont d'attendere all'arte della pittura e con Giovan Bellino allora vecchio fece i principii dell'arte. Avvenne che Giorgione da Castel Franco mise in quella citt i modi della maniera moderna   pi uniti e con certo fumeggiar di colore, per il che Sebastiano si part da Giovanni, e si acconci con Giorgione col quale stette fino attanto, che egli prese una maniera che teneva forte delle cose di Giorgione e di quella di Giovan Bellino ancora. Fece in Vinegia molti ritratti di naturale, come  costume di quella citt. N pass molto tempo ch'Agostin Chigi sanese, grandissimo mercante, che in Vinegia faceva faccende, cerc di condurre Sebastiano a Roma, avendogli posto amore per il liuto ch'e'sonava, e per essere piacevole nella conversazione. N fu troppa fatica a persuaderlo, per avere egli inteso, quanto l'aria di Roma fosse propizia a i pittori et a tutte le persone ingegnose. Inviossi dunque a Roma con Agostino e, pervenuti in quella, Agostino lo mise in opera e gli fece fare tutti gli archetti che sono su la loggia, che risponde su 'l giardino dove Baldassarre Sanese aveva fatto la sua volta dipinta; ne i quali archetti Sebastiano fece cose poetiche di quella maniera che aveva recato da Vinegia, molto disforme da quella che usavano in Roma que'valenti pittori.
Aveva Raffaello fatto in questo medesimo luogo una storia di Galatea, e Sebastiano non stette molto che fece un Polifemo in fresco, allato a quella, nel quale cerc d'avanzarsi pi che poteva, spronato dalla concorrenza di Baldassarre Sanese e poi di Raffaello. Color alcune cose a olio, delle quali per avere egli da Giorgione imparato un modo morbido di colorire, ne tenevano in Roma un grandissimo conto. Aveva in questo tempo preso in Roma Raffaello da Urbino nella pittura una fama s grande, che molti amici et aderenti suoi dicevano che le pitture di lui erano di quelle di Michele Agnolo, secondo l'ordine della pittura, pi vaghe di colorito, pi belle d'invenzione e d'arie pi   vezzose e di corrispondente disegno, talch quelle di Michele Agnolo Buonaroti non avevano, da 'l disegno in fuori, nessuna di queste parti. E per questa cagione giudicavano Raffaello essere nella pittura se non pi eccellente di lui, almeno pari, ma nel colorito volevano che in ogni modo lo passasse. Questi umori seminati per molti artefici, che pi aderivano alla grazia di Raffaello, che alla profondit di Michele Agnolo, erano divenuti per lo interesso pi favorevoli nel giudicio a Raffaello, che a Michele Agnolo.
Per il che, destato l'animo di Michele Agnolo verso Sebastiano, piacendogli molto il colorito di lui, lo prese in protezzione, pensando che, se egli usasse lo aiuto del disegno in Sebastiano, si potrebbe con questo mezzo, senza che egli operasse, battere coloro che tenevano tale opinione, et egli sotto ombra di terzo giudicare quali di loro facesse meglio. Furono questi umori nutriti gran tempo cos, in molte cose che fece Sebastiano, come quadri e ritratti, e si alzavano l'opere sue in infinito, per le lodi dategli da Michele Agnolo. Alle quali opere, oltra l'essere di bellezza, di disegno e di colorito, facevano grandissima credenza le parole dette da Michele Agnolo ne'capi della corte. Levossi in questo tempo su un messer non so chi da Viterbo, il quale era molto riputato appresso il papa; e per una sua cappella, che in Viterbo aveva fatto, in San Francesco, fece fare a Sebastiano un Cristo morto con una Nostra Donna che lo piagne. Della quale opera Michele Agnolo fece il cartone, e Sebastiano di colorito con diligenza lo fin; et in quello fece un paese tenebroso, che fu tenuto bellissimo. La quale opera gli diede credito grandissimo e conferm il dire di que'che lo favorivano. Aveva Pier Francesco Borgherini mercante fiorentino in San Pietro in Mon torio, entrando in chiesa a man ritta, preso una cappella, la quale col favore di Michele Agnolo fu allogata a Sebastiano. Credeva Sebastiano trovare il buon modo, che 'l colorire a olio in muro si potesse fare: perch questa cappella con mistura nella incrostatura dello arricciato del muro acconci di maniera, che quella da basso, dove Cristo alla colonna si batte, tutta a olio lavor nel muro.
Fece Michele Agnolo il disegno piccolo di questa opera, e si giudica che il Cristo che alla colonna si batte sia contornato da lui per essere grandissima differenza da l'altre figure a quello. Atteso che, se Sebastiano non avesse fatto altra opera che questa, per lei sola meriterebbe essere lodato in eterno. Sono fra l'altre cose in questo lavoro alcuni piedi e mani bellissime. Et ancora che quella sua maniera sia un poco dura, per la fatica ch'egli durava nelle cose che e'contrafaceva, si pu nondimeno fra buoni e lodati artefici numerarlo. Come in fresco ancora di sopra a questa istoria si vede ne i due profeti, e la storia della Trasfigurazione nella volta. Ma i due santi, San Piero e San Francesco, che mettono in mezzo la storia di sotto, sono vivissime e pronte figure. E bench in s piccola opera egli penasse sei anni, attribuendoli ci a troppa tardit nelle cose, quegli che o presto o tardi l'opera a fine perfettamente conducono, non si debbe per mai guardare n alla celerit del tempo, n ancora alla tardit di chi opera. Con ci sia che basta il bello delle cose a renderle tardi o per tempo perfette, se bene ha pi vantaggio e pi lode chi tosto e bene l'opere sue conduce. Nello scoprire di questa opera lo mostr Sebastiano che, ancora che assai penasse, avendo fatto bene, le male lingue si tacquero, e pochi furon quelli che lo mordessero.
Faceva Raffaello per il Cardinale de'Medici quella ta vola, per mandarla in Francia, la quale dopo la morte sua fu posta allo altar principale di San Piero a Montorio, dentrovi la Trasfigurazione di Cristo; e Sebastiano in quel tempo fece anco egli una tavola della medesima grandezza in concorrenza di quella di Raffaello, dove  un Lazzaro quattriduano e la resuressione, la quale fu contrafatta e dipinta con diligenza grandissima, sotto ordine e disegno in alcune parti per Michele Agnolo. Le quali tavole in palazzo publicamente nel concistoro furon poste in paragone, et ambedue di mirabilissima maestria furono tenute. E bench Raffaello di grazia e di bellezza in ci portasse il vanto, nondimeno furono ancora le fatiche di Sebastiano universalmente lodate per gli artefici et ingegnosi spiriti. L'una mand il cardinale in Francia a Nerbona, al vescovado suo, e l'altra nella cancellaria suo palazzo publicamente si mise, finch a San Pietro a Montorio fu portata con l'ornamento che ci lavor Giovan Barile. Per il che Sebastiano acquist tal servit col cardinale per questa opera, che nel suo papato merit d'esserne rimunerato nobilmente, come diremo.
Era morto Raffaello da Urbino in questi giorni, onde il principato dell'arte della pittura, per il favore che Michele Agnolo aveva volto a Sebastiano, volevano pervenisse a lui. Talch Giulio Romano, Giovan  Francesco Fiorentino, Perin del Vaga, Polidoro, Maturino, Baldassarre Sanese e gli altri perci rimasero a dietro, per lo rispetto che avevano a Michele Agnolo e per essere morto l'uno di due concorrenti. E per Agostin Chigi, che per ordine di Raffaello faceva fare la sua sepoltura e cappella in Santa Maria del Popolo, fece contratto con Sebastiano, che tutta la volta e le parte gli dipignesse, la quale opera si tur allora, n mai pi s' veduta n scoperta n mol to lavoro vi ha egli fatto, ancora che n'abbia per ci riceuto de gli scudi pi di 1200, perch s come stanco nelle fatiche dell'arte e poi involto nelle comodit de i piaceri, la pose in abbandono.
Il medesimo ha fatto a Messer  Filippo da Siena, cherico di camera, per lo quale nella Pace di Roma, sopra lo altar maggiore cominci una storia a olio sul muro, dove il ponte stette nove anni n l'opra si fin mai. Onde i frati, disperati di ci, furono costretti levare il ponte, che gl'impediva la chiesa, e coprire quella opra con una tela, et aver pazienzia. Girando queste cose in tal modo, volse la sua buona fortuna che il Cardinale Giulio de'Medici fu fatto papa, e chiamato Clemente VII, il quale per mezzo del Vescovo di Vasona molto domestico di Sebastiano, gli fece intendere ch'era venuto il tempo di fargli bene. In questo tempo fece egli molti ritratti di naturale, che invero tenuti furono cosa divina e mirabile n tutti gli conteremo, ma alcuni. Ritrasse Anton Francesco de gli Albizi, che allora per alcune faccende sue si trovava in Roma, e lo fece tale, che e'non pareva dipinto, ma vivo. Onde egli, come preziosissima gioia, se lo mand a Fiorenza nelle sue case. Eranvi alcune mani che certo erano cosa maravigliosa; taccio i velluti, le fodre, i rasi, che per Dio si pu dire che questa pittura fosse rara. E nel vero Sebastiano nel fare i ritratti di finitezza e di bont fu sopra tutti gli altri superiore, e tutta Fiorenza grandemente stup di questo ritratto di Anton Francesco. Ritrasse in questo tempo ancora Messer  Pietro Aretino, il quale oltra il somigliarlo  pittura stupendissima, per vedervisi la differenza di cinque o sei sorti di neri che egli ha addosso, velluto, raso, ermisino, damasco e panno, et una barba nerissima, sopra quei neri sfilata, certo da stupirne, che di similitudine e di carne si mo stra viva. Tiene in una mano un ramo di lauro et una carta, dentrovi scritto il nome di Clemente VII, e due maschere inanzi, una bella per la virt e l'altra brutta per il vizio; e certamente non si potrebbe a tal cosa aggiugnere. Ritrasse ancora Andrea Doria, che era nel medesimo modo mirabile, e cos fece poi la testa di Baccio Valori della medesima bont e cos la testa del papa, che fu tenuta divina; dopo la quale insieme con le altre cose di lui, che infinite furono in questi ritratti, tutte di corrispondente bellezza lavorate e finite, egli nella corte di Sua Santit serviva con sommissione grandissima.
Avvenne che fra'Mariano Fetti frate del Piombo si mor, e Sebastiano per mezzo del Vescovo di Vasona, maestro di casa di Sua Santit, chiese al papa l'ufficio del Piombo, e cos Giovanni da Udine, che tanto ancor egli aveva servito Sua Santit in minoribus, e tuttavia la serviva. Ma il papa, per li preghi del vescovo e per la servit di Sebastiano, ordin ch'egli avesse tale ufficio e che sopra quello pagasse a Giovanni da Udine una pensione di CCC scudi. Laonde Sebastiano prese l'abito del frate, e subito si sent per quello variar l'animo. E vedutosi il modo di poter sodisfare le volont sue, senza colpo di pennello se ne stava riposando, e le male notti spese et i giorni affaticati ristorava con le entrate. E quando pure aveva a far nulla, si riduceva a 'l lavoro con una passione che pareva ch'andasse a la morte. Condusse con gran fatica al Patriarca d'Aquilea un Cristo che porta la croce, dipinto nella pietra dal mezzo in su, che fu cosa molto lodata, avvenga che Sebastiano le mani e le teste molto mirabilmente faceva.
Era venuta in questo tempo in Roma la nipote del papa, che ora  Regina di Francia; fra'Sebastiano la cominci a ritrarre, e quella non fin, la quale  rimasa nella guar daroba del papa. Era allora Ippolyto Cardinale de'Medici innamorato della Signora Giulia da Gonzaga, la quale si ritrovava in Fondi, per il che come desideroso d'averne un ritratto, mand fra'Sebastiano a Fondi per questo, che fu accompagnato da quattro cavalli leggeri. Et egli in termine d'un mese fece il ritratto che, venendo da le bellezze di quella signora ch'erano celesti, riusc una pittura divina; la quale opera portata a Roma, furono grandemente riconosciute le fatiche di fra'Sebastiano dal reverendissimo cardinale, che aveva in ci giudicio grandissimo. Questo ritratto veramente di quanti egli ne fece, fu il pi divino, venendo ci dal suggetto di lei e da le fatiche di lui.
Aveva cominciato un novo modo di colorire in pietra, la qual novit piaceva molto a'popoli, considerando che tali pitture diventassero eterne, cos dette da fra'Sebastiano, n che il fuoco o tarli gli potessero nuocere. E cos infinite cose cominci in queste pietre, le quali faceva ricignere di ornamenti di altre pietre mischie belle, le quali lustrandole erano una maraviglia, ma, finite, non si potevano n le pitture n l'ornamento per il peso movere. E cos con questa cosa molti principi, tirati dalla novit della cosa e dalla vaghezza dell'arte, gli davano arre di danari, ch facesse opere per essi, delle quali egli pi si dilettava di ragionare che di farle. Fece una Piet con Cristo morto e la Nostra Donna in una pietra per Don Ferrante Gonzaga, il quale la mand in Spagna con ornamento di pietra, che fu tenuta cosa molto bella, della quale cav egli cinquecento scudi, che Messer  Nino da Cortona agente dal Cardinale di Mantova in Roma gli don.
Era nel tempo di Clemente in Fiorenza Michele Agnolo, che finiva l'opra della sagrestia, e perch Giuliano Bugiardini potesse fare un qua dro a Baccio Valori, dove ritrasse papa Clemente e lui, e cos un altro, che il Magnifico Ottaviano de'Medici a esso faceva fare, dentrovi il papa e l'Arcivescovo di Capova, Michele Agnolo Buonaroti chiese a fra'Sebastiano che di sua mano gli mandassi da Roma dipinta a olio la testa del papa, la qual fece e la mand, e quella riusc cosa bellissima. Finite l'opere di Giuliano, Michele Agnolo, ch'era compare di Messer  Ottaviano, gliene fece di poi un presente. E certo di quante ne fece fra'Sebastiano, che molte furono, questa  la pi simile di bellezza e di somiglianza. La quale oggi  in casa sua in Fiorenza fra l'altre belle pitture riposta. Ritrasse nella creazione di Papa Paolo, Sua Santit; e cos cominci il Duca di Castro suo figliuolo, e non lo fin; e molte cose ancora aveva incominciate et imbastite, le quali egli non si curava, fattovi un poco su, toccare altrimenti, dicendo: "Io non posso dipignere".
Aveva fra'Sebastiano vicino al Popolo murato una bellissima casa, e con grandissima contentezza si viveva, n curava pi cosa alcuna dipignere o lavorare, dicendo essere una grandissima fatica lo avere nella vecchiezza a raffrenare i furori, a i quali nella giovanezza gli artefici per utilit, per onore e per gara si sogliono mettere. E che non era men prudenzia cercare di vivere quieto, vivo, che vivere con le fatiche inquieto, per lasciare di s nome dopo la morte, le quali fatiche ancor elle hanno avere morte. E per questa cagione egli et i miglior vini, e le pi preziose cose che e'trovava, le voleva sempre per il vitto suo, tenendo molto pi conto della vita che dell'arte. E di continuo aveva a cena il Molza e Messer  Gandolfo, e facevano bonissima cera. Era amico di tutti i poeti, e particularmente di Messer  Francesco Berni, il quale gli scrisse un bellissimo capitolo, et esso   gli fece la risposta.
Era morso da alcuni nell'arte, i quali dicevano ch'egli era gran vergogna, poich'egli aveva il modo da vivere, che non lavorasse et alcuna cosa di pittura facesse. Et egli rispondeva loro: "Ora che io ho il modo da vivere, non vo'far nulla, perch ci son venuti ingegni che fanno in due mesi quel ch'io soleva fare in due anni e che, se viveva molto, non andrebbe troppo che sarebbe dipinto ogni cosa. E da che essi fanno tanto,  bene ancora che ci sia chi non faccia nulla, acci che eglino abbino quel pi che fare". E soggiugnendo diceva ancora che era venuto un secolo che i garzoni ne sapevano pi che i maestri e, chi aveva da vivere, bastasse a vivere allegramente perch non si poteva pi far nulla. Era molto piacevole e faceto, n fu mai il miglior compagno di lui. Era fra'Sebastiano tutto di Michele Agnolo; et in quel tempo, che si aveva a fare la faccia della cappella del papa, dove oggi Michele Agnolo ha dipinto il Giudicio, aveva fra'Sebastiano persuaso al papa che la facesse fare a olio da Michele Agnolo, che non la voleva fare se non a fresco; non dicendo n s n no, si fece acconciare la faccia a modo di fra'Sebastiano. Per stette Michele Agnolo alcuni mesi che non la cominci; e pure un giorno disse che non la voleva fare se non a fresco, ch il colorire a olio era arte da donna. Pertanto furono sforzati gettare a terra tutta la incrostatura che avevano fatto et arricciare, ch si potesse lavorare in fresco. Per il che Michele Agnolo cominci subito l'opera, e tenne odio con fra'Sebastiano quasi fino alla morte di lui.
Era fra'Sebastiano gi ridotto in termine, che n lavorare n far niente voleva, salvo allo essercizio del frate et attendere a buona vita; onde nella et sua di LXII anni, si ammal di acutissima febbre e grave, la quale per essere egli di natura rubiconda e   sanguigna, gli infiamm talmente gli spiriti, che in pochi giorni rese l'anima a Dio. E cos inanzi il suo morire fece testamento, lasciando che fosse portato al sepolcro senza cerimonie di preti o di frati o spese di lumi, e tutta la spesa che volevano fare la distribuissero a povere persone per l'amor di Dio; e cos fu eseguito. Riposero il corpo suo nella chiesa di ... alli ... di giugno l'anno MDXLVII. N fu perdita alla arte la morte sua, perch subito che e'fu vestito frate del Piombo, si potette egli annoverare tra i perduti. Vero  che per la conversazione sua dolse a molti amici e ad alcuni artefici ancora, come particularmente a Don Giulio Corvatto miniatore, che appresso il Reverendissimo Farnese ha fatto tante egrege opere miniate, le quali si possono mettere fra i miracoli che si veggono oggi nel mondo in quella professione, come ne fa fede uno offiziuolo fatto di storie, che sono divine di colorito e di disegno perfettamente dalle sue dotte mani condotte e lavorate. Le quali, se fossero poste inanzi a quei Romani antichi, confesserebbono esser vinti dalla finezza e bellezza di queste. Per il che, se la grazia di Dio gli concede quella vita che si spera, far operando cose degne de le maraviglie di questo secolo.  


PERINO DEL VAGA

Pittore Fiorentino

Grandissimo  certo il dono della virt, la quale, non guardando a grandezza di roba n a dominio di stati o nobilt di sangue, il pi delle volte cigne et abbraccia e sollieva da terra uno spirito povero, assai pi che non fa un bene agiato di ricchezze.
E questo lo fa il cielo perch e'vol mostrarci quanto possa in noi lo influsso delle stelle e de'segni suoi, compartendo a chi pi et a chi meno de le grazie sue. Le quali sono il pi delle volte cagione che nelle complessioni di noi medesimi nascere ci fanno pi furiosi o lenti, pi deboli o forti, pi salvatichi o domestici, fortunati o sfortunati e di minore e di maggior virt.
E chi di questo dubitasse punto, lo sganner al presente la vita di Perino del Vaga, eccellentissimo pittore e molto ingegnoso. Il quale, nato di padre povero e rimasto piccol fanciullo abbandonato da'suoi parenti, fu dalla virt sola guidato e governato. La quale egli, come sua legittima madre, conobbe sempre e quella onor del continuo.
E l'osservazione della arte della pittura fu talmente seguita da lui con ogni studio, che fu cagione di fare nel tempo suo quegli ornamenti tanto egregii e lodati, che hanno dato nome a Genova et al Principe Doria. Laonde si pu senza dubbio credere che il cielo solo sia quel lo che conduca gli uomini da quella infima bassezza dov'e'nascono, a 'l sommo della grandezza dove eglino ascendono, quando, con l'opere loro affaticandosi, mostrano essere seguitatori delle scienzie che e'pigliano a imparare; come pigli e seguit per sua Perino l'arte de 'l disegno, nella quale mostr eccellentissimamente e con grazia la perfezzione nelle figure sue. E non solo nelli stucchi paragon gli antichi, ma tutti gli artefici moderni in quel che abbraccia tutto il genere della pittura, con tutta quella bont che pu desiderarsi da ingegno umano che voglia far conoscere, nelle difficult di questa arte, la bellezza, la bont e la vaghezza e leggiadria ne'colori e negli altri ornamenti. Ma vegnamo pi particularmente a l'origine sua.
Fu nella citt di Fiorenza un Giovanni Buonaccorsi che, nelle guerre di Carlo VIII Re di Francia, come giovane et animoso e liberale, in servit con quel principe spese tutte le facult sue nel soldo e nel giuoco, et in ultimo ci lasci la vita. A costui nacque un figliuolo, il cui nome fu Piero che, rimasto piccolo di due mesi per la madre morta di peste, fu con grandissima miseria allattato da una capra in una villa, fino che il padre, andato a Bologna, riprese una seconda donna, alla quale erano morti di peste i figliuoli et il marito.
Costei, con il latte appestato, fin di nutrire Piero, chiamato Perino per vezzi, come ordinariamente per li pi si costuma chiamare i fanciulli, il qual nome se li mantenne poi tuttavia.
Fu condotto da 'l padre in Fiorenza e, nel suo ritornarsene in Francia, lasciato ad alcuni suoi parenti, i quali, o per non avere il modo o per non voler quella briga di tenerlo e farli insegnare qualche mestiero ingegnoso, lo acconciarono allo speziale del Pinadoro, acci che egli imparasse quel mestiero.
Ma non piacendoli quella arte, fu   preso per fattorino da Andrea de'Ceri pittore, piacendogli e l'aria et i modi di Perino e parendoli vedere in esso un non so che d'ingegno e di vivacit da sperare che qualche buon frutto dovesse col tempo uscir di lui. Era Andrea non molto buon pittore, anzi ordinario, di questi che stanno a bottega aperta publicamente a lavorare ogni cosa meccanica.
Era costui consueto dipignere ogni anno per la festa di San Giovanni certi ceri che andavano ad offerirsi, insieme con gli altri tributi della citt, e per questo si chiamava Andrea de'Ceri, da 'l cognome del quale fu poi detto un pezzo Perino de'Ceri.
Custod Andrea Perino qualche anno, et insegnatili i principii dell'arte il meglio ch'e'sapeva, fu forzato nel tempo dell'et sua di XI anni acconciarlo con miglior maestro di lui. Aveva Andrea stretta dimestichezza con Ridolfo figliuolo di Domenico Ghirlandaio, che era tenuto nella pittura persona molto pratica e valente, come si vede di suo in Fiorenza molte opere in assai luoghi e publici e privati. Con costui acconci Andrea de'Ceri Perino, acci che egli attendesse al disegno e cercasse di fare acquisto in quell'arte come mostrava l'ingegno, che egli aveva certo grandissimo, con quella voglia et amore che pi poteva. E cos seguitando, fra molti giovani che egli aveva in bottega che attendevano all'arte, in poco tempo venne a passargli innanzi con lo studio e con la sollecitudine.
Eravi fra gli altri uno, il quale gli fu uno sprone che continuo lo pugneva, il quale fu nominato Toto del Nunziata, il quale, ancor egli aggiugnendo col tempo a paragone con i begli ingegni, part di Fiorenza e, con alcuni mercanti fiorentini condottosi in Inghilterra, quivi ha fatto tutte l'opere sue, e da 'l re di quella provincia  stato riconosciuto grandissimamente.
Costui adunque e   Perino, esercitandosi a gara l'uno de l'altro, e seguitando nella arte con sommo studio, non ci and molto tempo che e'vennero eccellenti.
E Perino, disegnando in compagnia di altri giovani, e Fiorentini e forestieri al cartone di Michelagnolo Buonarroti, vinse e tenne il primo grado fra tutti quegli, di maniera che si stava in quella aspettazione di lui, che successe di poi nelle belle opere sue, condotte con tanta arte et eccellenzia.
Venne in quel tempo in Fiorenza il Vaga pittor fiorentino, il quale lavorava in Toscanella in quel di Roma cose grosse, per non essere egli maestro eccellente, e soprabondatogli lavoro, aveva di bisogno di aiuti, e desiderava menar seco un compagno et un giovanetto che gli servissi al disegno, che non aveva, et all'altre cose dell'arte ne gli aiuti di quella. Avvenne che costui vide Perino disegnare in bottega di Ridolfo insieme con gli altri giovani, e tanto superiore a quegli che ne stup. Ma molto pi gli piacque lo aspetto et i modi suoi, atteso che Perino era un bellissimo giovanetto, cortesissimo, modesto e gentile, et aveva tutte le parti del corpo corrispondenti alla virt dello animo. Invaghito dunque il Vaga di questo giovane, lo domand se egli volesse andar seco a Roma, che non mancherebbe aiutarlo negli studii e fargli que'benefizii e patti che egli stesso volesse.
Era tanta la voglia che aveva Perino di venire a qualche grado eccellente della professione sua che, quando sent ricordar Roma, per la voglia che egli ne aveva, tutto si rintener e li disse che egli parlasse con Andrea de'Ceri, che non voleva abbandonarlo, avendolo aiutato perfino allora.
Cos il Vaga, persuaso Ridolfo suo maestro et Andrea che lo teneva, tanto fece che alla fine condusse Perino et il compagno in Toscanella. Quivi cominciarono a lavorare, et aiutando loro Pe rino, non finirono solamente quell'opera che il Vaga aveva presa, ma molte ancora che e'pigliarono di poi. Ma dolendosi Perino che le promesse del condursi a Roma erano mandate in lunga per colpa dell'utile e comodit che ne traeva il Vaga, e risolvendosi andarci da per s, fu cagione che il Vaga, lasciato tutte l'opere, lo condusse a Roma. Dove egli, per l'amore che portava all'arte, ritorn al solito suo disegno, e continovando molte settimane, pi ogni giorno di continuo si accendeva. Volse il Vaga far ritorno a Toscanella, e per questo, fatto conoscere a molti pittori ordinarii Perino per cosa sua, lo raccomand a tutti quegli amici che ci aveva, acci lo aiutassino e favorissino nella assenzia sua. E da questa origine, da indi innanzi, si chiam sempre Perin del Vaga.
Rimasto cos in Roma, e veduto le opere antiche nelle sculture e le mirabilissime machine de gli edifizii gran parte rimasti nelle rovine, stava in s ammiratissimo del valore di tanti chiari et illustri che avevano fatte quelle opere. E cos, accendendosi tuttavia pi in maggior desiderio della arte, ardeva continuamente di pervenire in qualche grado vicino a quelli, s che con le opere desse nome a s et utile, como lo avevano dato coloro di chi egli si stupiva vedendo le bellissime opere loro. E mentre che egli considerava alla grandezza loro et alla infinita bassezza e povert sua, e che altro che la voglia non aveva di volere aggiugnerli e, senza chi lo intrattenesse, che e'potesse campar la vita, gli conveniva, volendo vivere, lavorare a opere per quelle botteghe oggi con uno dipintore e domane con un altro, nella maniera che fanno i zappatori a giornate. E quanto fusse disconveniente allo studio suo questa maniera di vita, egli medesimo per il dolore se ne dava passione non possendo far que'frutti, e   cos presto, che l'animo e la volont et il bisogno suo gli promettevano. Fece adunque proponimento di dividere il tempo, la met della settimana lavorando a giornate et il restante attendendo al disegno. Aggiugnendo a questo ultimo tutti i giorni festivi, insieme con una gran parte delle notti, e rubando al tempo il tempo, per divenire famoso e fuggir da le mani di altrui pi che gli fusse possibile.
Messo in esecuzione questo pensiero, cominci a disegnare nella cappella di Papa Iulio, dove la volta di Michelagnolo Buonarroti era dipinta da lui, seguitando gli andari e la maniera di Raffaello da Urbino. E cos continuando a le cose antiche di marmo, e sotto terra a le grotte per la novit delle grottesche, impar i modi del lavorar di stucco e, mendicando il pane con ogni stento, sopport ogni miseria per venir eccellente in questa professione. N vi corse molto tempo che egli divenne, fra quegli che disegnavano in Roma, il pi bello e miglior disegnatore che ci fusse, atteso che meglio intendeva i muscoli e le difficult dell'arte ne gli ignudi che forse molti altri, tenuti maestri allora de i migliori.
La qual cosa fu cagione che, non solo fra gli uomini della professione, ma ancora fra molti signori e prelati, e'fosse conosciuto, e massime che Giulio Romano e Giovan Francesco detto il Fattore, discepoli di Raffaello da Urbino, lodatolo al maestro pur assai, fecero ch'e'lo volse conoscere e vedere l'opre sue ne'disegni. I quali piaciutili, insieme col fare e la maniera e lo spirito et i modi della vita, giudic lui, fra tanti quanti ne avea conosciuti, dover venire in gran perfezzione in quell'arte.
Erano gi state fabbricate da Raffaello da Urbino le logge papali che Leon X gli aveva ordinate, le quali finite di muraglia, ordin che Raffaello le facesse lavorare di   stucco e dipignere e metter d'oro come meglio allui pareva.
E cos Raffaello fece capo di quell'opera, per gli stucchi e per le grottesche, Giovanni da Udine rarissimo et unico in quegli, ma pi negli animali e frutti et altre cose minute; et ancora che egli avesse scelto per Roma e fatto venir di fuori molti maestri, aveva raccolto una compagnia di persone valenti in pi generi, et ognuno nel suo lavorare, chi stucchi, chi grottesche, altri fogliami, altri festoni e chi storie, et altri metteva d'oro; e cos, secondo che eglino miglioravano, erano tirati innanzi e fattogli maggior salarii.
Laonde, gareggiando in quell'opera, si condussono a perfezzione molti giovani, che furon poi tenuti molto eccellenti nelle opere loro.
In questa compagnia fu consegnato Perino a Giovanni da Udine da Raffaello, per dovere con gli altri lavorare a grottesche e storie, e, secondo che egli si porterebbe, fusse da Giovanni adoperato. Avvenne che, lavorando Perino per la concorrenzia e per far prova et acquisto di s, non vi and molti mesi che egli fu, fra tutti coloro che ci lavoravano, tenuto il primo e di disegno e di colorito, anzi il migliore et il pi vago e pulito, e che con pi leggiadra e bella maniera conducesse cos grottesche e figure, come ne rendono testimonio e chiara fede le grottesche et i festoni e le storie di sua mano che, oltra lo avanzar le altre, son dai disegni e schizzi, che faceva lor Raffaello, le sue molto meglio et osservate molto, come chi considerer in una parte di quelle storie nel mezzo della detta loggia nelle volte, dove sono figurati gli Ebrei quando passano il Giordano con l'arca santa e quando, girando le mura di Gerico, quelle rovinano, e le altre che seguono dopo, come quando, combattendo Iosu con quegli Amorrei, fa fermare il sole,   e molte altre che non fa mestiero per la moltitudine loro nominarle, che si conoscono infra le altre.
Fecene ancora nel principio dove si entra nella loggia, del Testamento nuovo, che sono bellissime, senza che sotto le finestre sono le migliori storie colorite di color di bronzo che siano in tutta quell'opera.
Le quali cose fan stupire ognuno, e per le pitture e per molti stucchi che egli vi lavor di sua mano. Oltra che il colorito suo  molto pi vago e meglio finito che tutti gli altri.
La quale opera fu cagione che egli sal in tanta fama per le lode, che non si diceva infra gli artefici altro che de le rarissime parti che egli aveva da la natura. Ma queste lode furon cagione non di addormentarlo, perch la virt lodata cresce, anzi di maggiore studio nella arte, pigliando molto pi vigore, quasi certissimo seguitandola di dovere corre que'frutti e quegli onori, ch'egli vedeva tutto il giorno in Raffaello da Urbino et in Michelagnolo Buonarroti. E tanto pi lo faceva volentieri, quanto da Giovanni da Udine e da Raffaello vedeva esser tenuto conto di lui et essere adoperato in cose importanti. Us sempre una sommessione et una obedienzia certo grandissima verso Raffaello, osservandolo di maniera, che da esso Raffaello era amato come proprio figliuolo.
Fecesi in questo tempo, per ordine di Papa Leone, la volta della sala de'Pontefici, che  quella che s'entra in sulle logge a le stanze di papa Alexandro VI dipinte gi dal Pinturicchio, la qual volta fu dipinta da Giovan da Udine e da Perino.
Et in compagnia feciono e gli stucchi e tutti quegli ornamenti e grottesche et animali che ci si veggono, oltra le belle e varie invenzioni che da essi furono fatte nello spartimento, avendo diviso quella in certi tondi et ovati per sette pianeti del cielo, tirati da i loro animali,   come Giove dall'aquile, Venere dalle colombe, la Luna dalle femmine, Marte da i lupi, Mercurio da i galli, il Sole da i cavalli e Saturno da i serpenti, oltra i dodici segni del Zodiaco et alcune figure delle settantadue imagini del cielo, come l'Orsa maggiore, la Canicola e molte altre che, per la lunghezza loro, le taceremo senza raccontarle per ordine, potendosi tal opera vedere, che tutte queste figure, furono gran parte di sua mano. Oltra che nel mezzo della volta  un tondo con quattro figure finte per vittorie, che tengono il Regno del papa e le chiavi, scortando al di sotto in su, lavorate con una maestrevole arte e molto bene intese. Oltra la leggiadria che egli us ne gli abiti loro, velando lo ignudo con alcuni pannicini sottili che parte scuoprono le gambe ignude e le braccia, certo con una graziosissima bellezza.
La quale opera fu veramente tenuta, et oggi ancora si tiene, per cosa molto onorata e ricca di lavoro, e cosa allegra e vaga, degna veramente di quel pontifice, il quale non manc riconoscere le lor fatiche, degne certo di grandissima remunerazione.
Fece Perino una facciata di chiaro oscuro, allora messasi in uso per ordine di Pulidoro e Maturino, la quale facciata  dirimpetto alla casa della Marchesa di Massa, vicino a Maestro Pasquino, condotta molto gagliardamente di disegno e di forza, che gli diede molto onore.
Avvenne che l'anno MDXV, il terzo anno del suo pontificato, Papa Leone venne a Fiorenza, e, perch in quella citt si feciono molti trionfi, Perino, parte per vedere la pompa di quella citt e parte per rivedere la patria, venne inanzi alla corte; e fece in uno arco trionfale a Santa Trinita, una figura grande di sette braccia bellissima, che un'altra in sua concorrenzia fece Toto del Nunziata, gi nella et puerile suo concorrente. Parveli nondime no ognora mille anni ritornarsene a Roma, giudicando molto differente la maniera et i modi degli artefici da quegli che in Roma si usavano. E ripreso l'ordine del solito suo lavorare, fece in Santo Eustachio da la Dogana un San Piero in fresco, il quale  una figura che ha un rilievo grandissimo, fatto con semplice andare di pieghe, ma molto con disegno e giudizio lavorato.
Era in questo tempo l'Arcivescovo di Cipri in Roma, persona molto amatore delle virt, ma particularmente della pittura et, avendo egli una casa vicino alla Chiavica, nella quale aveva acconcio un giardinetto con alcune statue et altre anticaglie certo onoratissime e belle, e desiderando acompagnarle con qualche ornamento onorato, fece chiamare Perino, che era suo amicissimo, et insieme consultarono che e'dovesse fare intorno alle mura di quel giardino molte storie di baccanti, di satiri e di fauni e di cose selvagge, alludendo ad una statua d'un Bacco, che egli ci aveva antico, che sedeva vicino a una tigre. E cos adorn quel luogo di diverse poesie, oltra che li fece fare una loggetta di figure piccole, e varie grottesche e molti quadri di paesi, fatti da Perino e coloriti con una grazia e diligenzia grandissima.
La quale opera  stata tenuta di continuo da gli artefici cosa molto lodevole; e fu cagione farlo conoscere a'Fucheri mercanti todeschi, i quali, avendo visto l'opera di Perino e piaciutali, perch avevano murato vicino a'Banchi una casa, che  quando si va a la chiesa de'Fiorentini, vi fecero fare da lui un cortile et una loggia e molte figure, degne di quelle lode che son le altre cose di sua mano, nelle quali si vede una bellissima maniera et una grazia molto leggiadra.
Aveva in questo tempo Messer Marchionne Baldassini fatto murare una casa molto bene intesa   da Antonio da San Gallo, vicino a Santo Agostino, e desiderando che una sala che egli vi aveva fatta fusse dipinta tutta, esaminato molto di que'giovani acci che ella fusse e bella e ben fatta, risolv dopo molti darla a Perino, con il quale, convenutosi de 'l prezzo, vi messe egli mano; n da quello lev per altri l'animo, che egli felicissimamente la condusse a fresco.
Nella quale  uno spartimento a'pilastri, che mettono in mezzo nicchie grandi e nicchie piccole.
Nelle grandi son varie sorte di filosofi, due per nicchia, et in qualcuna un solo, e nelle minori son putti ignudi e parte vestiti di velo, con certe teste di femmine finte di marmo sopra alle nicchie piccole.
E sopra la cornice che fa fine a'pilastri, seguiva un altro ordine, partito sopra il primo ordine, con istorie di figure non molto grandi de'fatti de'Romani, cominciando da Romulo perfino a Numa Pompilio.
Sonvi varii ornamenti contraffatti di varie pietre di marmi, senza che v' sopra il cammino di pietre bellissimo una Pace la quale abbrucia armi e trofei, che  molto viva. Della quale opera fu tenuto conto, mentre visse Messer Marchionne, e di poi da tutti quelli che operano in pittura, oltra quelli che non sono della professione, che la lodano straordinariamente.
Fece nel monasterio delle monache di Santa Anna una cappella in fresco con molte figure, lavorata da lui con la solita diligenzia. Et in Santo Stefano del Cacco, ad uno altare, dipinse in fresco per una gentildonna romana una Piet con un Cristo morto in grembo alla Nostra Donna, e ritrasse di naturale quella gentildonna che par ancor viva. La quale opera  condotta con una destrezza molto facile e molto bella.
Aveva in questo tempo Antonio da San Gallo fatto in Roma, in su una cantonata di una casa, che si dice l'immagine di Ponte,   un tabernacolo molto ornato di trevertino e molto onorevole, per farvi far dentro di pitture qualcosa di bello; e cos ebbe commissione dal padrone di quella casa che lo dessi a fare a chi li pareva che fusse atto a farvi qualche onorata pittura.
Antonio, che conosceva Perino di que'giovani che ci erano per il migliore, allui lo allog.
Et egli, messovi mano, vi fece dentro Cristo quando incorona la Nostra Donna, e nel campo fece uno splendore con un coro di Serafini et angeli che hanno certi panni sottili che spargono fiori, et altri putti molto belli e varii, e cos nelle due facce del tabernacolo fece nell'una San Bastiano e nell'altra Santo Antonio, opera certo ben fatta e simile alle altre sue, che sempre furono e vaghe e graziose.
Aveva finito nella Minerva, un protonotario , una cappella di marmo in su quattro colonne; e come quello che desiderava lassarvi una memoria d'una tavola, ancora che non fusse molto grande, sentendo la fama di Perino, convenne seco e gniene fece lavorare a olio. Et in quella volse a sua elezzione un Cristo sceso di croce; il quale Perino, con ogni studio e fatica, si messe a condurre.
Dove egli lo figur esser gi in terra deposto, et insieme le Marie intorno che lo piangono, fingendo un dolore e compassionevole affetto nelle attitudini e gesti loro.
Oltra che vi sono que'Niccodemi, e le altre figure ammiratissime, meste et afflitte nel vedere l'innocenzia di Cristo morto.
Ma quel che egli fece divinissimamente furono i duo ladroni, rimasti confitti in sulla croce, che sono oltra al parer morti e veri, molto ben ricerchi di muscoli e di nervi, avendo egli occasione di farlo, rappresentandosi a gli occhi di chi li vede, le membra loro in quella morte violenta tirate da i nervi et i muscoli da'chiovi e dalle corde.
Oltra che vi  un paese nelle tene bre, contrafatto con molta discrezione e molta arte. E se questa opera non avesse la inondazione del diluvio che venne a Roma l'anno MD... fatto dispiacere coprendola pi di mezza, che l'acqua rintener di maniera il gesso e fece gonfiare il legname di sorte, che tanto quanto se ne bagn dappi si  scortecciato di maniera che se ne gode poco, anzi fa compassione il guardalla e grandissimo dispiacere, che ella sarebbe certo de le pregiate cose che avesse Roma.
Facevasi in questo tempo per ordine di Iacopo Sansovino rifar la chiesa di San Marcello di Roma, convento de'frati de'Servi, fabbrica oggi rimasta imperfetta. E cos avendo eglino tirate a fine di muraglia alcune cappelle e coperte di sopra, ordinaron que'frati che Perino facesse in una di quelle per ornamento d'una Nostra Donna, devozione in quella chiesa, due figure in due nicchie che la mettessino in mezzo: l'una fu San Giuseppo e l'altra San Filippo, frate de'Servi et autore di quella religione.
E sopra quelli fece alcuni putti condotti da lui perfettissimamente, dove ne messe in mezzo della facciata uno ritto in sun un dado, che tiene sulle spalle il fine di due festoni che esso manda verso le cantonate della cappella, dove sono due altri putti che gli reggono a sedere in su quelli, faccendo con le gambe attitudini bellissime.
E questo lavor con tanta arte, con tanta grazia, con tanta bella maniera, dandoli nel colorito una tinta di carne e fresca e morbida, che si pu dire che sia carne vera, pi che dipinta.
E certo si posson tenere per i pi begli che in fresco facesse mai artefice nessuno; la cagione  che nel guardo vivono, nell'attitudine si muovono, e ti fan segno con la bocca voler isnodare la parola, e che l'arte vince la natura, anzi che ella confessa non poter fare in quella pi di questo.
Fu questo lavoro di tanta bon t nel cospetto di chi intendeva l'arte, che ne acquist gran nome, ancora che egli avessi fatto molte opere e si sapesse certo quello che egli si sapeva de 'l grande ingegno suo in quel mestiero; e se ne tenne molto pi conto e maggiore stima, che prima non si era fatto.
E per questa cagione Lorenzo Pucci Cardinale Santi IIII, avendo preso alla Trinit, convento de'frati Calavresi e Franciosi che veston l'abito di San Francesco di Paula, una cappella a man manca allato allato alla cappella maggiore, la allog a Perino, acci che in fresco vi dipignesse la vita della Nostra Donna.
La quale cominciata da llui, ha finito tutta la volta et una facciata sotto uno arco; e cos fuor di quella, sopra uno arco della cappella, fece due profeti grandi di quatro braccia e mezzo, figurando Isaia e Daniel, i quali nella grandezza loro mostrano quella arte e bont di disegno e vaghezza di colore, che pu perfettamente mostrare una pittura fatta da artefice grande. Come apertamente vedr chi considerer lo Esaia che, mentre legge, si conosce la maninconia che rende in s lo studio et il desiderio nella novit del leggere, perch affisato lo sguardo a un libro, con una mano alla testa mostra come l'uomo sta qualche volta quando egli studia. Similmente il Daniel immoto alza la testa a le contemplazioni celesti, per isnodare i dubbi a'suoi popoli.
Sono nel mezzo di questi, due putti che tengono l'arme de 'l cardinale, con bella foggia di scudo, i quali, oltra lo esser dipinti che paion di carne, mostrano ancora esser di rilievo.
Sono sotto spartite nella volta quattro storie, dividendole la crociera, ci  gli spigoli delle volte. Nella prima  la Concezzione di essa Nostra Donna, la seconda  la Nativit sua; nella terza  quando ella saglie i gradi del tempio, e la quarta  quando San Giuseppo la sposa.
In una faccia,   quanto tiene l'arco della volta,  la sua Visitazione, nella quale sono molte belle figure, e massime alcune che son salite in su certi basamenti, che per veder meglio la cerimonia di quelle donne, stanno con una prontezza molto naturale.
Oltra che i casamenti e l'altre figure hanno del buono e del bello in ogni loro atto.
Non seguit pi gi, venendoli male; e guarito, cominci, l'anno MDXXIII, la peste, la quale fu d'una sorte in Roma, che se egli volse campar la vita, gli convenne far proposito partirsi di Roma.
Era in questo tempo in detta citt il Piloto orefice, amicissimo e molto familiare di Perino, il quale aveva volont partirsi; e cos desinando una mattina insieme, persuase Perino ad allontanarsi e venire a Fiorenza, atteso che egli era molti anni che egli non ci era stato, e che non sarebbe se non grandissimo onor suo farsi conoscere e lasciare in quella qualche segno della eccellenzia sua.
Et ancora che Andrea de'Ceri e la moglie che lo avevano allevato fussin morti, nondimeno egli, come nato in quel paese, ancor che non ci avesse niente, ci aveva amore.
La qual persuasione non dur molto, che egli et il Piloto una mattina partirono, et inverso Fiorenza ne vennero.
Et arrivati in quella, ebbe grandissimo piacere riveder le cose vecchie dipinte da'maestri passati che gi gli furono studio nella sua et puerile, e cos ancora quelle di que'maestri che vivevano allora de'pi celebrati e tenuti migliori in quella citt.
Quivi fu operato da'suoi amici che egli avesse una opera in fresco, de la quale diremo di sotto.
Avvenne che, trovandosi un giorno seco per fargli onore molti artefici, pittori, scultori, architetti, orefici et intagliatori di marmi e di legnami, che secondo il costume antico si erano ragunati insieme, chi per vedere et accompa gnare Perino et udire quello che e'diceva, e molti per veder che differenza fusse fra gli artefici di Roma e quegli di Fiorenza nella pratica, et i pi v'erano per udire i biasimi e le lode che sogliono spesso dire gli artefici l'un de l'altro, e cos ragionando insieme d'una cosa in altra, pervennero, guardando l'opere e vecchie e moderne per le chiese, in quella del Carmine per veder la cappella di Masaccio. Dove guardando ognuno fisamente e moltiplicando in varii ragionamenti in lode di quel maestro, e che egli avesse avuto tanto di giudizio che egli in quel tempo, non vedendo altro che l'opere di Giotto, avesse lavorato con una maniera s moderna nel disegno, nella invenzione e nel colorito, che egli avesse avuto forza di mostrare, nella facilit di quella maniera, la difficult di questa arte.
Oltra che nel rilievo e nella resoluzione e nella pratica non ci era stato nessuno di quegli che avevano operato, che ancora lo avesse raggiunto. Piacque assai questo ragionamento a Perino, e rispose a tutti quegli artefici che ci dicevano, queste parole: "Io non niego quel che voi dite che non sia, e molto pi ancora, ma che questa maniera non ci sia chi la paragoni negher io sempre; anzi dir, se si pu dire, con soportazione di molti, non per dispregio, ma per il vero, che molti conosco e pi risoluti e pi graziati; le cose de'quali non sono manco vive in pittura di queste, anzi molto pi belle.
E mi duole in servigio vostro, io che non sono il primo dell'arte, che non ci sia luogo qui vicino che si potesse farvi una figura; che innanzi che io mi partisse di Fiorenza, farei una prova, allato a una di queste in fresco medesimamente, acci che voi co 'l paragone vedeste se ci  nessuno ne'moderni che l'abbia paragonato".
Era fra costoro un maestro tenuto il primo in Fiorenza nella pittura, e   come curioso di veder l'opere di Perino, e per abbassarli lo ardire, messe innanzi un suo pensiero, che fu questo: "Se bene egli  pieno - diss'egli - cost ogni cosa, avendo voi cotesta fantasia, che  certo buona e da lodare, egli  qua al dirimpetto dove  il San Paulo di sua mano, non men buona e bella figura che si sia ciascuna di queste della cappella, dove agevolmente potrete mostrarci quello che voi dite, faccendo un altro apostolo allato, o volete a quel San Piero di Masolino o allato al San Paulo di Masaccio".
Era il San Piero pi vicino alla finestra et eraci migliore spazio e miglior lume, et oltre a questo non era manco bella figura che il San Paulo.
Adunque ognuno confortavan Perino a fare, et a lui il pregava che avevan caro veder questa maniera di Roma, oltra che molti dicevano che egli sarebbe cagione di levar loro de 'l capo questa fantasia, tenuta nel cervello tante decine d'anni, e che s'ella fusse meglio, tutti correrano a le cose moderne. Per il che, persuaso Perino da quel maestro, che gli disse in ultimo ch'e'non doveva mancarne, per la persuasione e piacere di tanti begli ingegni, oltra che elle erano due settimane di tempo quelle che a fresco conducevano una figura, e che loro non mancherebbono spender gli anni in lodare le sue fatiche.
E bench costui dicesse cos, era di animo contrario, persuadendosi che egli non dovesse far per cosa molto meglio che facevano allora quegli artefici, che tenevano il grado de'pi eccellenti.
Accett Perino di far questa prova, e chiamato di concordia Messer  Giovanni da Pisa priore del convento, gli dimandarono licenzia de 'l luogo per fare tale opera, che invero di grazia e cortesemente lo concesse loro; e cos, preso una misura del vano, con le altezze e larghezze, si partirono. Fu fatto da Perino un cartone di uno apostolo in per sona di Santo Andrea e finito diligentissimamente. Et era Perino gi resoluto voler dipignerlo, e fattoci far l'armadura per cominciarlo.
Ma inanzi a questo nella venuta sua molti amici suoi, che avevano visto in Roma eccellentissime opere sue, gli avevano allogato  quella opera a fresco, ch'io dissi, avendo proccurato che egli come gli altri lasciasse di s in Fiorenza qualche memoria di sua mano che avesse a mostrare la bellezza e la vivacit dell'ingegno che egli aveva nella pittura, acci che e'fusse cognosciuto e forse, da chi governava allora, messo in opera in qualche lavoro d'importanza.
Erano in Camaldoli di Fiorenza allora uomini artefici che si ragunavano a una Compagnia, nominata de'Martiri, la quale aveva avuto voglia pi volte di far dipignere una facciata, che era in quella, drentovi la storia di essi martiri quando e'son condannati alla morte dinanzi a i due imperadori romani che, dopo la battaglia e presa loro, gli fanno in quel bosco crocifiggere e sospendere a quegli alberi.
La quale storia fu messa per le mani a Perino, et ancora che il luogo fussi discosto et il prezzo piccolo, fu di tanto potere la invenzione della storia e la facciata che era assai grande, che egli si dispose a farla; ancora che egli fusse assai confortato da chi gli era amico, atteso che questa opera lo metterebbe in quella considerazione che meritava la sua virt fra i cittadini che non lo conoscevano, e fra gli artefici suoi in Fiorenza, dove non era conosciuto se non per fama. Deliberatosi dunque a lavorare, prese questa cura, e fattone un disegno piccolo, che fu tenuto cosa divina, e messo mano a fare un carton grande quanto l'opera, lo condusse (non si partendo d'intorno a quello) a un termine che tutte le figure principali erano finite del tutto.
E cos lo apostolo si rimase indietro, senza farvi altro.
Aveva   Perino disegnato questo cartone in su 'l foglio bianco, sfumato e tratteggiato, lasciando i lumi della propria carta, condotto tutto con una diligenzia mirabile; nel quale erano i due imperadori nel tribunale che sentenziavano a la croce tutti i prigioni, i quali erano volti verso il tribunale, chi ginocchioni, chi ritto et altro chinato, tutti ignudi legati per diverse vie, in attitudini varie, storcendosi con atti di piet e conoscendosi il tremar delle membra, per aversi a disgiugner l'anima nella passione e tormento del crucifiggersi. Oltra che vi era accennato in quelle teste la costanzia della fede ne'vecchi, il timore della morte ne'giovani, in altri il dolore delle torture nello stringerli le legature, il torso e le braccia.
Vedevasi appresso il gonfiar de'muscoli, e fino a 'l sudor freddo della morte, accennato in quel disegno. Oltra che si vedeva ne'soldati che gli guidavano una fierezza terribile, impietosissima e crudele nel presentargli a 'l tribunale per la sentenzia e nel guidargli a le croci. Oltra che vi erano per il dosso degli imperadori e de'soldati, corazze all'antica et abbigliamenti molto ornati e bizzari, senza i calzari, le scarpe, le celate, le targhe e le altre armadure fatte con tutta quella copia di bellissimi ornamenti che pi si possa fare et imitare et aggiugnere allo antico, disegnate con quello amore et artificio e fine, che pu far tutti gli estremi dell'arte.
Il quale cartone, vistosi per gli artefici e per altri intendenti ingegni, giudicarono non aver visto pari bellezza e bont in disegno dopo quello di Michelagnolo Buonarroti, fatto in Fiorenza per la sala del Consiglio. Laonde acquistato Perino quella maggiore fama che egli pi poteva acquistare nell'arte, mentre che egli andava finendo tal cartone, per passar tempo, fece mettere in ordine e macinare colori a olio per fare al Pi loto orefice suo amicissimo un quadretto non molto grande; il quale condusse a fine quasi pi di mezzo, dentrovi una Nostra Donna.
Era gi molti anni stato suo domestico un Ser Raffaello di Sandro, prete zoppo, cappellano di San Lorenzo, il quale port sempre amore a gli artefici di disegno; costui persuase Perino a tornare seco in compagnia, non avendo egli n chi gli cucinasse, n chi lo tenesse in casa, essendo stato il tempo che ci era stato, oggi con uno amico e domani con un altro. Laonde Perino and alloggiare seco e vi stette molte settimane. Avvenne che la peste cominci a scoprirsi in certi luoghi in Fiorenza, e messe a Perino paura di non infettarsi, per il che deliberato partirsi di quella citt, volse satisfare a Ser Raffaello tanti d che era stato seco a mangiare, ma non volse mai Ser Raffaello acconsentire di pigliar niente; anzi disse: "E'mi basta un tratto avere uno straccio di carta di tua mano".
Per il che, visto questo Perino, tolse circa a quatro braccia di tela grossa, e fattola appiccare ad un muro che era fra due usci della sua saletta, vi fece una storia contraffatta di colore di bronzo, in un giorno et in una notte.
Questa serviva per ispalliera, dentrovi la storia di Mos quando e'passa il Mar Rosso e che Faraone si sommerge in quello co'suoi cavalli e co'suoi carri.
Dove Perino fece attitudini bellissime di figure, chi nuota armato e chi ignudo, altri abbracciando il collo a'cavalli, bagnati le barbe e'cappelli, nuotano e gridano per la paura della morte, cercando il pi che possono con quel che veggono scampo da allungar la vita.
Da l'altra parte del mare vi  Mos, Aron e gli altri Ebrei, maschi e femmine, che ringraziano Idio. vvi un numero di vasi che egli finge che abbino spoliato lo Egitto, con bellissimi garbi e varie forme, e femmine con ac conciature di testa molto varie, la quale finita, lass per amorevolezza a Ser Raffaello, e gli fu cara tanto, quanto se li avesse lassato il priorato di San Lorenzo.
La qual tela fu tenuta di poi in pregio e lodata, e dopo la morte di Ser Raffaello rimase, con le altre sue robe, a Domenico di Sandro pizzicagnolo suo fratello.
Partissi da Fiorenza Perino, lasciato in abbandono l'opera de'Martiri, della quale gli rincrebbe grandemente, e certo se ella fusse stata in altro luogo che in Camaldoli, la arebbe egli finita; ma considerato che gli uffiziali della Sanit avevano preso per gli appestati lo stesso convento di Camaldoli, volle pi tosto salvare s che lasciar fama in Fiorenza, bastandoli aver mostrato quanto e'valeva nel disegno.
Rimase il cartone e le altre sue robe a Giovanni di Goro orefice suo amico, che si mor nella peste; e dopo lui pervenne poi nelle mani del Piloto, che lo tenne molti anni spiegato in casa sua, mostrandolo volentieri a ogni persona d'ingegno, che era tenuto certo cosa rarissima; n so dove e'si capitasse dopo la morte del Piloto.
Stette fuggiasco molti mesi da la peste Perino in pi luoghi, n per questo spese mai il tempo indarno, che egli continovamente non disegnasse e studiasse cose dell'arte. Ma cessata la peste se ne torn a Roma et attese a far cose piccole, le quali io non narrer altrimenti.
Fu l'anno MDXXIII creato Papa Clemente VII, che fu un grandissimo refrigerio alla arte della pittura e della scultura, state da Adriano VI, mentre che e'visse, tenute tanto basse, che non solo non si era lavorato per lui niente, ma non se ne dilettando, anzi pi tosto avendole in odio, e cagione che nessuno altro se ne dilettasse era stato, o spendesse, o trattenesse nessuno artefice; per il che Perino allora fece molte cose nella creazione del nuovo pontefice.
Et oltre a questo convennono   di capo dell'arte, in cambio di Raffaello da Urbino gi morto, Giulio Romano e Giovan Francesco detto il Fattore, acci che si scompartissino i lavori a gli altri secondo l'usato di prima. Per il che Perino, che aveva lavorato un'arme de 'l papa in fresco col cartone di Giulio Romano sopra la porta de 'l Cardinal Ceserino, si port tanto egregiamente, che dubitarono di lui, perch, ancora che eglino avessino il nome di discepoli di Raffaello e redato le cose sue, non avevano redato interamente l'arte e la grazia che egli coi colori dava alle sue figure. Presono partito adunque Giulio e Gian Francesco d'intrattenere Perino, e cos l'anno Santo del Giubileo MDXXV diedero la Caterina, sorella di Gianfrancesco, a Perino per donna, acci che fra loro fussi quella intera amicizia, che tanto tempo avevon contratta, convertita in parentado. Laonde continovando a le opere che egli faceva continovamente, non ci and troppo tempo che, per le lode dategli nella prima opera fatta in S. Marcello, fu deliberato dal priore di quel convento e da certi capi della Compagnia del Crocifisso, la quale ci ha una cappella fabbricata da gli uomini suoi per ragunarvisi, che ella si dovesse dipignere; e cos allogorono a Perino questa opera, con isperanza di avere qualche cosa eccellente di suo. Perino, fattovi fare i ponti, cominci l'opera, e fece nella volta a mezza botte, nel mezzo, una storia quando Dio, fatto Adamo, cava de la costa sua Eva sua donna, nella quale storia si vede Adamo ignudo, bellissimo et artifizioso che, oppresso dal sonno, giace, mentre che Eva vivissima a man giunte si leva in piedi e riceve la benedizzione dal suo Fattore, la figura del quale  fatta di aspetto ricchissimo e grave, in maest, diritta, con molti panni attorno, che vanno girando i lembi lo ignudo; fecevi da una banda a man rit ta due Evangelisti, de'quali fin tutto il San Marco et il San Giovanni, eccetto la testa et un braccio ignudo. Fecevi in mezzo fra l'uno e l'altro, due puttini che abracciano per ornamento un candelliere, che veramente son di carne vivissimi, e similmente i Vangelisti molto belli, nelle teste e ne'panni e braccia e tutto quel che lor fece di sua mano.
La quale opera, mentre che egli la fece, ebbe molti impedimenti, e di malattie e d'altri infortuni, che accagiono giornalmente a chi si vive. Oltra che dicano che mancarono danari ancora a quelli della compagnia; e talmente and in lunga questa pratica che l'anno MDXXVII venne la rovina di Roma, che fu messa quella citt a sacco, e spento molti artefici e distrutto e portato via molte opere. Perino, trovandosi in tal frangente, et avendo donna et una puttina, con la quale corse in collo per Roma per camparla di luogo in luogo, fu in ultimo miserissimamente fatto prigione, dove si condusse a pagar taglia con tanta sua disavventura, che fu per dar la volta del cervello.
Passato le furie del sacco, era sbattuto talmente per la paura che egli aveva ancora, che le cose dell'arte si erano allontanate da lui; fece nientedimeno per alcuni soldati spagnoli tele a guazzo et altre fantasie e, rimessosi in assetto, viveva come gli altri poveramente. Era rimasto il Baviera, che teneva le stampe di Raffaello, che non aveva perso molto, e per l'amicizia che egli aveva con Perino, per intrattenerlo gli fece disegnare una parte d'istorie, quando gli di si trasformano per conseguire i fini de'loro amori. I quali furono intagliati in rame da Iacopo Caraglio eccellente intagliatore di stampe. Et invero in questi disegni si port tanto bene che, riservando i dintorni e la maniera di Perino, e tratteggiando quegli con un modo facilissimo, cerc ancora   dargli quella leggiadria e quella grazia che aveva dato Perino a'suoi disegni.
Mentre che le rovine del sacco avevano distrutta Roma e fatto partir di quella gli abitatori et il papa stesso, che si stava in Orvieto, non essendovi rimasti molti e non si faccendo faccenda di nessuna sorte, capit a Roma Niccola Veneziano, raro et unico maestro di ricami, servitore del Principe Doria, il quale, e per la amicizia vecchia con Perino e perch egli ha sempre favorito e voluto bene a gli uomini dell'arte, persuase Perino a partirsi di quella miseria e lo consigli inviarsi a Genova, promettendoli che egli farebbe opera con quel principe, che era amatore e si dilettava della pittura, che gli farebbe fare opere grosse. E massime che Sua Eccellenzia gli aveva molte volte ragionato che arebbe avuto voglia di far uno appartamento di stanze con bellissimi ornamenti.
Non bisogn molto persuader Perino, il quale, e dal bisogno oppresso e dalla voglia di uscir di Roma appassionato, deliber con Niccola partire. E dato ordine di lasciar la sua donna e la figliuola bene acompagnata a sua parenti in Roma, assettato il tutto, se ne and a Genova. Dove arrivato, e per mezzo di Niccola fatto noto a quel principe, fu tanto grato a Sua Eccellenzia la sua venuta, quanto cosa che in sua vita per trattenimento avessi mai avuta. Fattogli dunque accoglienze e carezze infinite, dopo molti ragionamenti e discorsi, alla fine diedero ordine di cominciare il lavoro, e conchiusono dovere fare un palazzo ornato di stucchi e di pitture a fresco, a olio e d'ogni sorte, il quale pi brevemente che io potr mi ingegner di descrivere con le stanze e le pitture e l'ordine suo, lasciando stare dove cominci prima Perino a lavorar, acci non confonda nel dire questa opera, che di tutte le sue  la meglio.
Dico adunque che   a l'entrata del palazzo del principe  una porta di marmo, di componimento et ordine dorico, fattone disegni e modelli di man di Perino, con sue appartenenze di piedistalli, base, fuso, capitelli, architrave, fregio, cornicione e frontispizio, con alcune bellissime femmine a sedere che reggono una arme. La quale opera e lavoro intagli di quadro maestro Giovanni da Fiesole, e le figure condusse a perfezzione Silvio scultore da Fiesole, fiero e vivo maestro.
Entrando dentro alla porta , sopra il ricetto, una volta piena di stucchi con istorie varie e grottesche, con suoi archetti, ne'quali  dentro per ciascuno cose armigere, chi combatte appi, chi a cavallo, e battaglie varie lavorate con una diligenzia et arte certo grandissima.
Truovansi le scale a man manca, le quali non possono avere il pi bello e ricco ornamento di grotteschine alla antica, con varie storie e figurine piccole, maschere, putti, animali et altre fantasie, fatte con quella invenzione e giudizio che solevano esser le cose sue, che in questo genere veramente si possono chiamare divine. Salita la scala, si giugne in una bellissima loggia, la quale ha nelle teste, per ciascuna, una porta di pietra bellissima, sopra le quali, ne'frontispizii di ciascuna, sono dipinte due figure, un maschio et una femmina, volte l'una al contrario dell'altra per l'attitudine, mostrando una la veduta dinanzi, l'altra quella di dietro. vvi la volta con cinque archi, lavorata di stucco superbamente, e cos tramezzata di pitture con alcuni ovati, dentrovi storie fatte con quella somma bellezza, che pi si pu fare; e le facciate son lavorate fino in terra, dentrovi molti capitani a sedere armati, parte ritratti di naturale e parte imaginati, fatti per tutti gli invitti capitani antichi e moderni di casa Doria, e di sopra loro son queste lettere d'oro grandi che di cono: MAGNI VIRI MAXIMI DVCES OPTIMA FECERE PRO PATRIA.
Nella prima sala, che risponde in su la loggia dove s'entra per una delle due porte a man manca, nella volta sono gli ornamenti di stucchi bellissimi; in su gli spigoli e nel mezzo  una storia grande di un Naufragio di Enea in mare, nel quale sono ignudi vivi e morti, in diverse e varie attitudini, oltra un buon numero di galee e navi, chi salve e chi fracassate dalla tempesta del mare, non senza bellissime considerazioni delle figure vive che si adoprano a difendersi, senza gli orribili aspetti che mostrano nelle cere il travaglio dell'onde, il pericolo della vita e tutte le passioni che danno le fortune marittime.
Questa fu la prima storia et il primo principio che Perino cominciasse per il principe, e dicesi che nella sua giunta in Genova era gi comparso inanzi a lui per dipignere alcune cose Ieronimo da Trevisi, il quale dipigneva una facciata che guardava verso il giardino, e mentre che Perino cominci a fare il cartone della storia che di sopra s' ragionata de 'l Naufragio, e mentre che egli a bell'agio andava trattenendosi e vedendo Genova, continovava o poco o assai al cartone, di maniera che gi n'era finito gran parte in diverse fogge, e disegnati quegli ignudi, altri di chiaro e scuro, altri di carbone e di lapis nero, altri gradinati, altri tratteggiati e dintornati solamente. Mentre dico che Perino stava cos e non cominciava, Ieronimo da Trevisi mormorava di lui, dicendo: "Che cartoni e non cartoni! Io, io ho l'arte su la punta del pennello". E sparlando pi volte in questa o simil maniera, pervenne a gli orecchi di Perino, il quale, presone sdegno, subito fece conficcare nella volta, dove aveva andare la storia dipinta, il suo cartone, e levato in molti luoghi le tavole del palco acci si potesse ve dere di sotto, aperse la sala. Il che sentendosi, corse tutta Genova a vederlo e, stupiti de 'l gran disegno di Perino, lo celebrarono immortalmente. Andovvi fra gli altri Ieronimo da Trevisi, il quale vide quello che egli mai non pens veder di Perino; e, spaventato dalla bellezza sua, si part di Genova senza chieder licenzia al Principe Doria, tornandosene in Bologna dove egli abitava. Rest adunque Perino a servire il principe e fin questa sala colorita in muro a olio, che fu tenuta et  cosa singularissima nella sua bellezza, essendo (come dissi) in mezzo della volta e dattorno e fin sotto le lunette, lavori di stucchi bellissimi. Nella altra sala, dove si entra per la porta della loggia a man ritta, fece medesimamente nella volta pitture a fresco, e lavor di stucco in uno ordine quasi simile quando Giove fulmina i Giganti, dove sono molti ignudi, maggiori del naturale, molto begli. Similmente in cielo tutti gli di, i quali, nella tremenda orribilit de'tuoni, fanno atti vivacissimi e molto proprii, secondo le nature loro. Oltra che gli stucchi sono lavorati con somma diligenzia et il colorito in fresco non pu essere pi bello, atteso che Perino ne fu maestro perfetto e molto valse in quello.
Fecevi quattro camere, nelle quali tutte le volte sono lavorate di stucco in fresco, e scompartitevi dentro le pi belle favole di Ovidio che paion vere, n si pu imaginare la bellezza, la copia et il vario e gran numero che sono per quelle, di figurine, fogliami, animali e grottesche, fatte con grande invenzione. Similmente, da l'altra banda dell'altra sala, fece altre quatro camere, guidate da llui e fatte condurre da i suoi garzoni, dando loro per i disegni cos degli stucchi, come delle storie, figure e grottesche, che infinito numero, chi poco e chi assai, vi lavor. Come Luzio   Romano, che vi fece molte opere di grottesche e di stucchi, e molti lombardi.
Basta che non vi  stanza che non abbia fatto qualche cosa e non sia piena di fregiature, perfino sotto le volte, di vari componimenti pieni di puttini, maschere bizzarre et animali che  uno stupore. Oltra che gli studioli, le anticamere, i destri, ogni cosa  dipinto e fatto bello.
Entrasi da 'l palazzo al giardino in una muraglia terragnola che in tutte le stanze e fin sotto le volte ha fregiature molto ornate, e cos le sale e le camere e le anticamere, fatte della medesima mano. E cos in questa opera lavor ancora il Pordenone, come dissi nella sua vita. E cos Domenico Beccafumi sanese rarissimo pittore, che mostr non essere inferiore a nessuno de gli altri, quantunque l'opere che sono in Siena di sua mano siano pi eccellenti che egli abbi fatto infra tante sue.
Ma per tornare a le opere che fece Perino dopo quelle che egli lavor nel palazzo de 'l principe, come un fregio in una stanza in casa Gianettin Doria, dentrovi femmine bellissime, oltra che per la citt fece molti lavori a molti gentiluomini, in fresco e coloriti a olio, come una tavola in San Francesco molto bella, con bellissimo disegno, e similmente in una chiesa dimandata Santa Maria de Consolazione, ad un gentiluomo di casa Baciadonne, nella qual tavola fece una Nativit di Cristo, opera lodatissima, ma messa in luogo oscuro talmente, che per colpa del non aver buon lume, non si pu conoscer la sua perfezzione, e tanto pi che Perino cerc di dipignerla con una maniera oscura, e nel vero ara bisogno di gran lume.
Senza i disegni che e'fece de la maggior parte della Eneide con le storie di Didone, che se ne fece panni di arazzi, e similmente i begli ornamenti disegnati da lui nelle poppe delle galee, inta gliati e condotti a perfezzione dal Carota e dal Tasso, intagliatori di legname fiorentini, i quali eccellentemente mostrarono quanto e'valessino in quell'arte.
Oltra tutte queste cose, dico, fece ancora un numero grandissimo di drapperie per le galee del principe, et i maggiori stendardi che si potessi fare per ornamento e bellezza di quelle.
Laonde e'fu per le sue buone qualit tanto amato da quel principe, che se egli avessi atteso a servirlo, arebbe grandemente conosciuta la virt sua.
Mentre che egli lavor in Genova, gli venne fantasia di levar la moglie di Roma, e cos comper in Pisa una casa, piacendoli quella citt, e quasi pensava, invecchiando, elegger quella per sua abitazione.
Era in quel tempo operaio del Duomo di Pisa Messer  ..., il quale aveva desiderio grandissimo di abbellir quel tempio et aveva fatto fare un principio di ornamenti di marmo molto belli per cappelle gi per la chiesa, levando alcune vecchie e goffe che v'erano e senza proporzione, le quali aveva condotte di sua mano Stagio da Pietra Santa, intagliatore di marmi molto pratico e valente. E cos dato principio, l'operaio pens di riempier dentro a'detti ornamenti di tavole a olio, e fuora seguitare a fresco storie e partimenti di stucchi, e di mano de'migliori e pi eccellenti maestri che egli trovassi, senza perdonare a spesa che ci fussi potuta intervenire; perch egli aveva gi dato principio alla sagrestia e l'aveva fatta nella nicchia principale dietro a l'altar maggiore, dove era finito gi l'ornamento di marmo e fatti molti quadri da Giovannantonio Sogliani pittore fiorentino, il resto de'quali, insieme con le tavole e cappelle che mancavano, fu poi dopo molti anni fatto finire da Messer  Sebastiano della Seta, operaio di quel duomo.
Venne in questo tempo in Pisa tornan do da Genova Perino, e visto questo principio per mezzo di Batista del Cervelliera, persona intendente nell'arte e maestro di legname, in prospettive et in rimessi ingegnosissimo, fu condotto allo operaio e, discorso insieme de le cose dell'opera del duomo, fu ricerco che, a un primo ornamento dentro alla porta ordinaria che s'entra, dovessi farvi una tavola, che gi era finito l'ornamento, e sopra quella una storia, quando San Giorgio ammazzando il serpente libera la figliuola di quel re.
Cos fatto Perino un disegno bellissimo, che faceva in fresco un ordine di putti e d'altri ornamenti fra l'una cappella e l'altra, e nicchie con profeti e storie in pi maniere, piacque tal cosa all'operaio. E cos fattone cartone d'una di quelle, cominci a colorire quella prima, dirimpetto alla porta detta di sopra, e fin sei putti, i quali sono molto ben condotti. E cos doveva seguitare intorno intorno, che certo era ornamento molto ricco e molto bello, e sarebbe riuscita tutta insieme una opera molto onorata.
Avvenne che egli volse ritornare a Genova, avendovi egli del continuo preso e pratiche amorose et altri suoi piaceri, a e'quali egli era inclinato a certi tempi. E nella sua partita diede una tavoletta dipinta a olio, che egli aveva fatta per le monache di San Maffeo a quelle, che  dentro nel munistero fra loro. Arrivato poi in Genova, dimor in quella molti mesi faccendo per il principe altri lavori ancora.
Dispiacque molto all'operaio di Pisa la partita sua, ma molto pi il rimanere quell'opera imperfetta, non cessando scriverli che tornassi, oltra al dimandare ogni giorno de la sua tornata la donna sua, la quale insieme con la figliuola aveva Perino lasciata in Pisa; e veduto poi finalmente che questa era cosa lunghissima, non rispondendo o tornando, allog la tavola di quella   cappella a Giovannantonio Sogliani, che la fin e la messe al luogo suo.
Ritornato Perino in Pisa, e visto l'opera di Giovannantonio, sdegnatosi non volse seguitare il principio fatto da lui, dicendo che non voleva che le sue pitture servissino per fare ornamento ad altri maestri.
Laonde si rimase per lui imperfetta quell'opera, e Giovannantonio la seguit tanto che egli vi fece quattro tavole, le quali parendo poi a Sebastiano della Seta, nuovo operaio, tutte in una medesima maniera e pi tosto manco belle della prima, ne allog a Domenico Beccafumi sanese, dopo la prova di certi quadri che egli fece intorno alla sagrestia che son molto belli, una tavola che egli fece in Pisa.
La quale non satisfacendoli come i quadri primi, ne fecero fare due ultime che vi mancavano a Giorgio Vasari aretino, le quali furono poste alle due porte accanto alle mura delle cantonate nella facciata dinanzi della chiesa. De le quali insieme con le altre molte opere grandi e piccole, sparse per Italia e fuora in  pi luoghi, non conviene che io ne parli altrimenti, ma ne lascer il giudizio libero a chi le ha vedute o vedr.
Dolse veramente questa opera a Perino, avendo gi fattone i disegni, che erano per riuscire cosa degna di lui e da far nominar quel tempio, oltre alla antichit sua, molto maggiormente, e da fare immortale Perino ancora.
Era a Perino nel suo dimorare tanti anni in Genova, ancora che egli ne cavasse utilit e piacer, venutali a fastidio, ricordandosi di Roma nella felicit di Leone.
E quantumque egli nella vita del Cardinale Ipolito de'Medici avesse avuto lettere di servirlo e si fusse disposto a farlo, la morte di quel signore fu cagione che cos presto egli non si rimpaniassi. Stando le cose in questo termine, molti suoi amici procuravano il suo ritorno, et egli infinitamente pi   di loro. Cos andorono pi lettere in volta, et in ultimo una mattina gli tocc il capriccio, e senza far motto part di Pisa et a Roma si condusse.
E fattosi conoscere al Reverendissimo Cardinale Farnese e poi a papa Paulo, st molti mesi che egli non fece niente: prima perch era trattenuto d'oggi in domane, e poi, perch gli venne male in un braccio, di sorte che egli spese parecchi centi di scudi, senza il disagio, inanzi che e'potesse guarire; per il che, non avendo chi lo trattenessi, fu tentato per la poca carit della corte partirsi molte volte; pure il Molza e molti altri suoi amici lo confortavano ad aver pacienzia, con persuaderli che Roma non era pi quella, e che ora ella vuole che un sia stracco et infastidito da lei, innanzi ch'ella lo elegga et acarezzi per suo. E massime chi seguita l'orme di qualche bella virt.
Comper in questo tempo Messer Pietro de'Massimi una cappella alla Trinit, dipinta la volta e le lunette con ornamenti di stucco, e cos la tavola a olio di mano di Giulio Romano e di Gianfrancesco suo cognato; e desideroso quel gentiluomo di farla finire affatto, lev via una sepoltura di marmo che era in faccia di quella, fatta ad una cortigiana famosissima, con certi putti molto ben lavorati. E cos fatto alla tavola uno ornamento di legno dorato, che prima ne aveva uno di stucco povero, allog a finire le facciate di quella, con istucchi e figure, a Perino. Il quale fatto fare i ponti e la turata, mise mano e dopo molti mesi a fine la condusse. Fecevi uno spartimento di grottesche bizzarre e belle, parte di basso rilievo e parte dipinte, e ricinse due storiette non molto grandi con uno ornamento di stucchi molto varii, in ciascuna facciata la sua, che nella una era la probatica piscina, con quegli rattratti e malati e l'angelo che viene a commuover le acque, oltra che   vi si vede le vedute di que'portici che scortono in prospettiva benissimo, e gli andamenti e gli abiti de'sacerdoti, fatti con una grazia molto pronta, ancora che le figure non sieno molto grandi. E nell'altra la resurressione di Lazzero quatriduano, che si mostra nel suo riaver la vita molto ripieno della palidezza e paura della morte. Oltre che vi son molti che lo sciolgono, e pure assai che si maravigliano, e tanti che stupiscono, senza che la storia  adorna di alcuni tempietti che sfuggono nel loro allontanarsi, lavorati con grandissimo amore et il simile sono tutte le cose dattorno di stucco. Sonvi quattro storiettine minori, due per faccia, che mettono in mezzo quella grande; nelle quali sono in una, quando il centurione dice a Cristo che liberi con una parola il figliuolo che more; nell'altra, quando e'caccia i venditor de 'l Tempio; la Trasfigurazione et un'altra simile. Fecevi ne'risalti de'pilastri di dentro quattro figure in abito di profeti, che sono veramente nella lor bellezza quanto eglino possino essere di bont e di proporzione ben fatti e finiti; e similmente quella opera condotta s diligente, che pi tosto alle cose miniate che dipinte per la sua finezza somiglia. Vedevisi una vaghezza di colorito molto viva et una gran pacienza usata in condurla, mostrando quel vero amore che si debbe avere all'arte. E questa opera dipinse egli tutta di sua man propria, vero  che gran parte di quegli stucchi fece condurre co'suoi disegni a Guglielmo Milanese stato gi seco a Genova amato gran tempo da lui, avendogli gi voluto dare la sua figliuola per donna, il quale per restaurar le anticaglie di casa Farnese, oggi  fatto frate del Piombo, in luogo di fra'Bastian Viniziano: questa opera con molti disegni, che egli fece, fu cagione che il Reverendissimo Cardinale Farnese gli cominciasse a dar provvi sione e servirsene in molte cose.
Fu fatto levare per ordine di Papa Paulo un cammino che era nella camera del Fuoco e metterlo in quella della Segnatura, dove erano le spalliere di legno in prospettiva, fatte di mano di fra'Giovanni intagliatore per Papa Iulio; et avendo nell'una e nell'altra camera dipinto Raffaello da Urbino, bisogn rifare tutto il basamento alle storie della camera della Segnatura. Per il che fu dipinto da Perino uno ordine finto di marmo con termini varii e festoni, maschere et altri ornamenti, et in certi vani, storie contrafatte di color di bronzo, l'uno e l'altro in fresco. Nelle storie era come di sopra trattando a'filosofi, della filosofia, a'teologi, della teologia, a'poeti del medesimo, tutti e'fatti di coloro che erano stati periti in quelle professioni. Et ancora che egli non le conducessi tutte di sua mano, egli le ritoccava in secco di sorte, oltra il fare i cartoni tanti finiti, che poco meno sono che s'elle fussino di sua mano. E ci fece egli perch, sendo infermo d'un catarro, non poteva tanta fatica. Laonde visto il papa che egli meritava, e per l'et e per ogni cosa sendosi raccomandato, gli fece una provvisione di ducati XXV il mese, che gli dur infino a la morte. Et aveva cura di servire il palazzo, e cos, casa Farnese. Aveva scoperto gi Michelagnolo Buonarroti, nella cappella del papa, la facciata del Giudizio, e vi mancava di sotto a dipignere il basamento, dove si aveva appiccare una spalliera di arazzi, tessuta di seta e d'oro, come i panni che parano la cappella. Ordin il papa che si mandassi a tessere in Fiandra, e cos con consenso di Michelagnolo fecero che Perino cominci una tela dipinta, della medesima grandezza, dentrovi femmine e putti e termini, che tenevono festoni, molto vivi, con bizzarrissime fantasie. La quale rimase imperfetta in Bel Vede re in alcune stanze dopo la morte sua, opera certo degna di lui e dell'ornamento di s divina pittura.
Aveva fatto finire di murare Anton da San Gallo, in palazzo del papa, la sala grande de i Re, dinanzi alla cappella di Sisto IIII. Nella quale fece nel cielo uno spartimento grande di otto facce, e croce et ovati nel rilievo e sfondato di quella. E cos la diedero a Perino che la lavorassi di stucco, in quegli ornamenti e pi ricchi, e pi begli, che si poteva fare, nella difficult di quell'arte. Cos cominci e fece negli ottangoli in cambio d'una rosa, quattro putti tutti tondi, di rilievo, che puntano i piedi al mezzo, e con le braccia girando, fanno una rosa bellissima. Oltra che per il resto dello spartimento sono tutte le imprese di casa Farnese, e nel mezzo della volta l'arme del papa. E veramente si pu dire questa opera, di stucco, di bellezza e di finezza e di difficult, aver passato quante ne fecero mai gli antichi et i moderni, e degna veramente d'un capo della religione cristiana. Cos fece fare con suo disegno le finestre di vetro al Pastorin da Siena, valente in quel mestiero, e sotto fece ordinar le facciate, per farvi le storie di sua mano, in ornamenti di stucchi bellissimi. La quale opera se la morte forse non gli avesse impedito quel buono animo che aveva, arebbe fatto conoscere quanto i moderni avessino avuto cuore non solo in paragonare a gli antichi le opere loro, ma forse in passarle di gran lunga.
Mentre che lo stucco di questa volta si faceva e che egli pensava a i disegni delle storie, in San Pietro di Roma si rovinavono le mura vecchie di quella chiesa, per rifar le nuove della fabbrica. E pervenuti i muratori a una pariete dove era una Nostra Donna et altre pitture di man di Giotto, furon viste da Perino che era in compagnia di Messer  Niccol Acciauoli, dottor Fiorentino e suo amicissimo, e mossosi l'uno   e l'altro a piet di quella pittura convennero con que'muratori, che non la rovinassino. Anzi tagliassino attorno il muro, e con travi e ferri la allacciassino intorno, talch salva la potessino tramutare e rimurare. Era sotto l'organo di San Piero un luogo, che non v'era altare n cosa ordinata, e per deliberorono murarla quivi e farvi la cappella della Madonna. E di pi farli certi ornamenti di stucchi e di pitture, et insieme mettervi la memoria di un Niccol Acciaiuoli, che gi fu Senator di Roma. Fecene dunche Perino i disegni, e vi messe mano subito aiutato da'suoi giovani, che tutto il colorito fu di Marcello Mantovano suo creato, la quale opera fu fatta con molta diligenzia.
Stava nel medesimo San Pietro, il Sacramento, per lo amor della muraglia, molto poco onorato. Laonde fatti sopra la compagnia di quello uomini deputati ordinorono che e'si facesse in mezzo la chiesa vecchia una cappella, et Antonio da San Gallo la fece fare, parte di spoglie di colonne di marmo antiche e parte aggiugnendovi altri ornamenti e di marmi e di bronzi e di stucchi, mettendo un tabernacolo in mezzo di mano di Donatello per pi ornamento, e faccendovi un sopra cielo bellissimo, con molte storie minute de le figure del Testamento vecchio, figurative del Sacramento. Fecesi ancora in mezzo a quella una storia un po'maggiore, dentrovi la Cena di Cristo con gli Apostoli, e sotto due profeti che mettono in mezzo il Corpo di Cristo. Cos fece fare alla chiesa di San Giuseppo vicino a Ripetta, et ordin che un di que'suoi giovani facesse la cappella di quella chiesa, che fu poi ritocca e finita da lui. Fece similmente una cappella nella chiesa di San Bartolomeo in Isola con suoi disegni, la quale medesimamente ritocc; et in San Salvatore del Lauro fece   dipignere intorno allo altar maggiore alcune storie, e di grottesche nella volta ancora. Cos di fuori nella facciata una Annunziata condotta da Girolamo Sermoneta suo creato.
Cos adunque, parte per non potere e parte perch gl'incresceva, piacendoli pi il disegnare che il condur l'opere, andava seguitando quel medesimo ordine, che gi tenne Raffaello da Urbino nell'ultimo della sua vita. Il quale quanto sia dannoso e di biasimo ne fanno segno l'opere de'Chigi e quelle che son condotte da altri, come ancora mostrano queste che fece condurre Perino. Oltra che elle non hanno arrecato molto onore a Giulio Romano ancora, dico, quelle che non son fatte di lor mano. Et ancora che si faccia piacere a i principi, per dar loro l'opere presto, e forse benefizio a gli artefici che vi lavorono, se fussino i pi valenti del mondo non hanno mai quello amore alle cose d'altri, che altrui vi ha da se stesso. N mai per ben disegnati che siano i cartoni, si imita appunto e propriamente come fa la mano del primo autore. Il quale, vedendo andare in rovina l'opera, disperandosi lascia precipitare affatto. Atteso che chi ha sete d'onore debbe far da s solo. E questo lo posso io dir per prova che, avendo io faticato con grande studio i cartoni della sala della Cancelleria nel palazzo di San Giorgio di Roma che, per aversi a fare con gran prestezza in cento d vi si messe tanti pittori a colorirla, che diviarono talmente da i contorni e bont di quelli, che feci proposito e cos ho  osservato che d'allora in qua nessuno ha messo mano in sulle opere mie. Laonde chi vol conservare i nomi e le opere, ne faccia meno, e tutte di man sua se e'vol conseguire quello intero onore che cerca acquistare un bellissimo ingegno. Dico adunque che Perino per le tante cure commesseli, era forzato mettere molte   persone in opera, et erali venuto sete pi del guadagno che della gloria, parendoli avere gittato via e non avanzato niente nella sua giovent. E tanto fastidio gli dava il veder venir giovani su che facessino, che cercava metterli sotto di s, a ci non li avessino a impedire il luogo.
Venne l'anno MDXLVI Tiziano da Cador pittore veneziano, celebratissimo per far ritratti, et avendo egli gi ritratto Papa Paulo, quando Sua Santit and a Buss e, non avendo remunerazione di quello, n di alcuni altri che aveva fatti al Cardinale Farnese et a Santa Fiore, capit allora in Roma, e da essi fu ricevuto onoratissimamente in Bel Vedere. Si lev dunque la voce in corte e poi per Roma, qualmente egli era venuto per fare istorie di sua mano nella sala de'Re in palazzo, dove Perino doveva farle egli, e vi si lavorava di gi i stucchi. Dispiacque molto questa venuta a Perino e se ne dolse con molti amici suoi, non perch e'credesse che nella storia Tiziano avesse a passarlo lavorando in fresco, ma perch e'desiderava trattenersi con questa opera pacificamente et onoratamente, fino a la morte. E se pur ne aveva a fare, farla senza concorrenza, bastandoli purtroppo la volta e la facciata della cappella di Michelagnolo a paragone, quivi vicina. Questa suspizione fu cagione che, mentre Tiziano st in Roma, egli lo sfugg sempre, e sempre stette di mala voglia fino a la partita sua.
Era castellano di Castel Santo Agnolo, Tiberio Crispo, oggi fatto reverendissimo cardinale, e come persona che si dilettava delle nostre arti, si messe in animo di abbellire Castello, et in quello rifece logge, camere e sale et apparamenti bellissimi, per poter ricever meglio Sua Santit quando ella ci veniva. E cos fece molte stanze et altri ornamenti, con ordine e disegni di Raffaello da Monte Lupo   e poi in ultimo di Antonio da San Gallo. Fecevi far di stucco Raffaello una loggia, et egli vi fece l'angelo di marmo, figura di sei braccia, posta in cima al castello su l'ultimo torrione, e cos fece dipigner detta loggia a Girolamo Sermoneta, che  quella che volta verso i prati, che, finita, fu poi il resto delle stanze date parte a Luzio Romano. Et in ultimo le sale et altre camere importanti fece Perino parte di sua mano e parte fu fatto da altri, con suoi cartoni. La sala  molto vaga e bella, lavorata di stucchi, e tutta piena di storie romane fatte da'suoi giovani, che ve ne sono molte di mano di Marco da Siena, discepolo di Domenico Beccafumi, et evvi in certe stanze fregiature bellissime.
Era in questo tempo a San Giustino in quello di Citt di Castello, un pittore chiamato Cristofano Gherardi da 'l Borgo a San Sepolcro, il quale dotato dalla natura d'uno ingegno maraviglioso per fare grottesche e figure, venne a Roma per vederla, ma non volse mai lavorare con Perino. Anzi, ritornatosi a San Giustino, ha lavorato quivi in un palazzo de'Bufalini varie stanze, tenute tutte cosa bellissima. Et aveva per usanza Perino, quando poteva avere giovani valenti, servirsene volentieri nelle opere sue. N restava egli di lavorare ogni cosa meccanica. Fece molte volte i pennoni delle trombe, le bandiere del castello e quelle della armata della religione. Lavor drappelloni, sopravveste, portiere et ogni minima cosa dell'arte. Cominci alcune tele per far panni d'arazzi per il Principe Doria. Fece ancora per il Reverendissimo Cardinal Farnese una cappella, e cos uno scrittoio alla Eccellentissima Madonna Margherita d'Austria. A Santa Maria del Pianto fece fare uno ornamento intorno alla Madonna; e cos in piazza Giudea alla Madonna pure un altro ornamen to. E molte altre che non iscade per esser tante farne memoria, perch non gli veniva cosa nessuna in mano che egli non le pigliassi e facessi fine. Aveva gran briga con alcuni uffiziali di palazzo, in darli sempre disegni e trattenergli con cose di sua mano, acci che o per i pagamenti delle provisioni et altre cose sue fusse servito, merc del dargli loro, o acci che tutte le cose capitassino o grandi o piccole in man sua.
Erasi recato una autorit che tutti i lavori di Roma erano allogati da lui a chi li piaceva, con un prezzo alle volte vilissimo da chi faceva l'opere, che a lui reccavon fatica et a chi le faceva poco utile, et all'arte danno certo grandissimo, e che sia il vero, se la volta della sala de'Re in palazzo s'egli la avesse presa sopra di s e lavoratovi insieme con i garzoni, vi avanzava parechi centi di scudi, che furon tutti de'ministri che guidavano e pagavano le giornate a chi vi lavorava. Laonde, avendo egli preso un carico s grande e con tanto fastidio che, sendo catarroso et infirmo, poteva malamente sopportare tanti disagii, in avere il giorno e la notte a disegnare, avendo di continuo a satisfare a'disegni per il palazzo, di ricami, d'intagli, a'banderai, a i capricci di molti ornamenti di Farnese oltra molti cardinali et altri signori, onde teneva continuo l'animo occupatissimo, in questo ultimo suo aveva sempre intorno scultor di stucchi, intagliatori di legnami, sarti, ricamatori e pittori e mettitor d'oro et altri attenenti all'arte nostra. Non aveva altra consolazione che ritrovarsi con amici alla osteria, la quale egli di continuo esercit dove egli si trovava, parendoli la beatitudine e la requie del mondo et il riposo de'suoi travagli, cos per le cose dell'arte, come per le cose di Venere e per i disordini della bocca, guasta la complessione, si andava da una continua asima consu mando, tanto che e'cadde nel male del tizico, e cos non giovando rimedii e seguitando il catarro, una sera parlando vicino a casa con uno amico suo, di un subito mal di gocciola casc morto, nella et sua di quarantasette anni. La perdita del quale dolse infinitamente a molti artefici, e da Messer  Iosef Cincio medico di madama, suo genero, e dalla sua donna nella Ritonda di Roma, alla cappella di San Giuseppo, gli fu dato onorato sepolcro con questo epitaffio:
DATVR  OMNIBVS  MORI 

PERINO BONACCVRSIO VAGAE FLORENTINO QVI INGENIO ET ARTE SINGVLARI EGREGIOS CVM PICTORES PER MVLTOS TVM PLASTAS FACILE OMNES SVPERAVIT, CATHERINA PERINI CONIVGI LAVINIA BONACCVRSIA PARENTI IOSEPHVS CINCIVS SOCERO CHARISSIMO  ET OPTIMO  FECERE. VIXIT ANNOS  XLVI MENSES  III, DIES XXI.
MORTVVS EST XIIII CALENDIS  NOVEMBRIS  ANNO
CHRISTI  MDXLVII.

CERTANTEM CVM SE, TE QVVM NATVRA VIDERET,
NIL MIRVM SI TE HAS ABDIDIT IN TENEBRAS.
LVX TAMEN ATQVE OPERVM DECVS IMMORTALE TVORVM
TE ILLVSTREM EFFICIENT, HOC ETIAM IN TVMVLO.

Rest nel luogo suo Daniello Volterrano che molto lavor seco e fin gli altri due profeti, che sono a la cappella del Crocifisso in San Marcello; e nella Trinit fece una cappella bellissima di stucchi e di pittura, alla signora Elena Orsina, e molti altri che non scade farne memoria. Basta che Perino valse ne l'essere universalissimo pi che pittore che sia stato ne'tempi nostri, perch egli ha introdotto gli artefici a far eccellentemente gli stucchi, le grottesche, i paesi,   gli animali et il colorito, tanto in fresco quanto a olio e quanto a tempera, e cos il disegno d'ogni sorte. Onde se gli pu dire che sia stato il padre di queste nobilissime arti, vivendo le virt sue in quegli altri che lo vanno imitando in ogni effetto onorato dell'arte.
MICHELANGELO BONARROTI FIORENTINO

Pittore Scultore et Architetto

Mentre gli industriosi et egregii spiriti col lume del famosissimo Giotto e de gli altri seguaci suoi si sforzavano dar saggio al mondo de 'l valore che la benignit delle stelle e la proporzionata mistione degli umori aveva dato a gli ingegni loro e, desiderosi di imitare con la eccellenzia della arte la grandezza della natura, per venire il pi che e'potevano a quella somma cognizione che molti chiamano intelligenzia, universalmente, ancora che indarno si affaticavano, il benignissimo Rettor del Cielo volse clemente gli occhi a la terra e, veduta la vana infinit di tante fatiche, gli ardentissimi studii senza alcun frutto e la opinione prosuntuosa degli uomini, assai pi lontana da 'l vero che le tenebre da la luce, per cavarci di tanti errori si dispose mandare   in terra uno spirito, che universalmente in ciascheduna arte et in ogni professione fusse abile, operando per s solo a mostrare che cosa siano le difficult nella scienza delle linee, nella pittura, nel giudizio della scultura e nella invenzione della veramente garbata architettura. E volse oltra ci accompagnarlo de la vera filosofia morale, con l'ornamento della dolce poesia, acci che il mondo lo eleggesse et ammirasse per suo singularissimo specchio nella vita, nell'opere, nella santit de i costumi et in tutte l'azzioni umane, e che da noi pi tosto celeste che terrena cosa si nominasse. E perch vide che nelle azzioni di tali esercizii et in queste arti singularissime, ci  nella pittura, nella scultura e nell'architettura, gli ingegni toscani sempre sono stati fra gli altri sommamente elevati e grandi, per essere eglino molto osservanti alle fatiche et agli studii di tutte le facult, sopra qual si voglia gente di Italia, volse dargli Fiorenza, dignissima fra l'altre citt, per patria, per colmare alfine la perfezzione in lei meritamente di tutte le virt, per mezzo d'un suo cittadino, avendo gi mostrato un principio grandissimo e maraviglioso in Cimabue, in Giotto, in Donato, in Filippo Brunelleschi et in Lionardo da Vinci, per mezzo del quale non si poteva se non credere che col tempo si dovessi scoprire un ingegno che ci mostrasse perfettissimamente (merc della sua bont) l'infinito del fine.
Nacque dunque in Fiorenza l'anno MCCCCLXXIIII un figliuolo a Lodovico Simon Buonaroti, al quale pose nome al battesimo Michele Agnolo, volendo inferire costui essere cosa celeste e divina pi che mortale. E nacque nobilissimo, percioch i Simoni sono sempre stati nobili et onorevoli cittadini. Aveva Lodovico molti figliuoli perch, essendo povero e grave di famiglia, con   assai poca entrata, pose gli altri suoi figliuoli ad alcune arti, e solo si ritenne Michele Agnolo, il quale, molto da se stesso nella sua fanciullezza, attendeva a disegnare per le carte e pei muri.
Onde Lodovico, avendo amist con Domenico Ghirlandai pittore, andatosene a la sua bottega, gli ragion a lungo di Michele Agnolo. Perch Domenico, visto alcuni suoi fogli imbrattati, giudic essere in lui ingegno da farsi in questa arte mirabile e valente. Onde Lodovico, raccomandatosi a Domenico de 'l carico che gli pareva avere di s grave famiglia, senza trarne utile alcuno, si dispose lasciargli Michele Agnolo, e convennero insieme di giusto et onesto salario, che in quel tempo cos si costumava. Prese Domenico il fanciullo per tre anni, e ne fecero una scrittura com'e'ancora oggi appare a un giornale di Domenico Ghirlandai, scritto di sua mano, e di mano di esso Lodovico Buonaroti le ricevute tempo per tempo, le quali cose si ritrovano ora appresso di Ridolfo Ghirlandaio figliuolo di Domenico sopradetto.
Cresceva la virt e la persona di Michele Agnolo di maniera che Domenico stupiva, vedendolo fare alcune cose fuor d'ordine di giovane, perch gli pareva che non solo vincesse gli altri discepoli de i quali aveva egli numero grande, ma ch'e'paragonasse in molte le cose fatte da lui come maestro. Ora advenne che, lavorando Domenico la cappella grande di Santa Maria Novella, un giorno ch'egli era fuori si mise Michele Agnolo a ritrarre di naturale il ponte con alcuni deschi, con tutte le masserizie dell'arte, et alcuni di que'giovani che lavoravano. Per il che, tornato Domenico, e visto il disegno di Michele Agnolo, disse: "Costui ne sa pi di me"; e rimase sbigottito della nuova maniera e della nuova imitazione che, dal giudizio datogli dal cielo, aveva un simil giovane in et cos tene ra, ch'invero era tanto quanto pi desiderar si potesse nella pratica d'uno artefice che avesse operato molti anni.
E ci era che tutto il sapere e potere della grazia era nella natura esercitata dallo studio e dalla arte, perch in Michele Agnolo faceva ogni d frutti pi divini che umani, come apertamente cominci a dimostrarsi nel ritratto che e'fece d'una carta di Alberto Durero, che gli dette nome grandissimo. Imperoch, essendo venuta in Firenze una istoria del detto Alberto, quando i diavoli battono Santo Antonio, stampata in rame, Michele Agnolo la ritrasse di penna, di maniera che non era conosciuta, e quella medesima coi colori dipinse; dove, per contraffare alcune strane forme di diavoli, andava a comperar pesci che avevano scoglie bizzarre di colori, e quivi dimostr in questa cosa tanto valore, che e'ne acquist e credito e nome.
Teneva in quel tempo il Magnifico Lorenzo de'Medici nel suo giardino in su la piazza di San Marco, Bertoldo scultore, non tanto per custode o guardiano di molte belle anticaglie, che in quello aveva ragunate e raccolte con grande spesa, quanto perch, desiderando egli sommamente di creare una scuola di pittori e di scultori eccellenti, voleva che elli avessero per guida e per capo il sopra detto Bertoldo, che era discepolo di Donato. Et ancora che e'fosse s vecchio che e'non potesse pi operare, era nientedimanco maestro molto pratico e molto reputato, non solo per avere diligentissimamente rinettato il getto de'pergami di Donato suo maestro, ma per molti getti ancora che egli aveva fatti in bronzo, di battaglie e di alcune altre cose piccole, nel magisterio delle quali non si trovava allora in Firenze chi lo avanzasse.
Dolendosi adunque Lorenzo, che amor grandissimo portava alla pittura et alla scultura,   che ne'suoi tempi non si trovassero scultori celebrati e nobili, come si trovavano molti pittori di grandissimo pregio e fama, deliber, come io dissi, fare una scuola; e per questo chiese a Domenico Ghirlandai che, se in bottega sua avesse de'suoi giovani che inclinati fossero a ci, li inviasse a 'l giardino, dove egli desiderava di esercitargli e creargli in una maniera, che onorasse e lui e la citt sua.
Laonde da Domenico gli furono per ottimi giovani dati fra gli altri Michele Agnolo e Francesco Granaccio; per il che, andando eglino a 'l giardino, vi trovarono che il Torrigiano, giovane de'Torrigiani, lavorava di terra certe figure tonde, che da Bertoldo gli erano state date. Michele Agnolo, vedendo questo, per emulazione alcune ne fece; dove Lorenzo, vedendo s bello spirito, lo tenne sempre in molta aspettazione, et egli inanimito dopo alcuni giorni si mise a contrafare con un pezzo di marmo una testa antica che v'era. Onde Lorenzo, molto contento, ne fece gran festa e gli ordin provisione, per aiutar suo padre e per crescergli animo, di cinque ducati il mese, e per rallegrarlo gli diede un mantello paonazzo, et al padre uno officio in dogana. Vero  che tutti quei giovani erano salariati, chi assai e chi poco, da la liberalit di quel magnifico e nobilissimo cittadino, e da lui, mentre ch'e'visse, furono premiati.
Era il giardino tutto pieno d'anticaglie e di eccellenti cose molto adorno, per bellezza, per studio e per piacere ragunate in quel loco. Teneva di continuo Michele Agnolo la chiave di questo loco, e molto pi sollecito che gli altri in tutte le sue azzioni, e con viva fierezza sempre pronto si mostrava.
Disegn molti mesi nel Carmino alle pitture di Masaccio, dove con tanto giudicio quelle opere ritraeva, che ne stupivano gli artefici e gli altri uomini,   di maniera che gli cresceva l'invidia insieme col nome. Dicesi che, avendo il Torrigiano contratto seco amicizia e scherzando, mosso da invidia di vederlo pi onorato di lui e pi valente nell'arte, con tanta amorevolezza gli percosse d'un pugno il naso, che rotto e schiacciatolo di mala sorte lo segn per sempre. Lavor costui un fanciullo di marmo in una stanza, che lo comper poi Baldessarre de 'l Milanese, dove, contrafacendo la maniera antica, fu portato a Roma e sotterrato in una vigna, onde cavatosi e tenuto per antico, fu venduto gran prezzo. Conobbe Michele Agnolo nel suo andare a Roma ch'egli era di sua mano, bench difficilmente ogni altro lo credesse.
Fece il Crocifisso di legno, ch' in Santo Spirito di Fiorenza, posto ancora sopra il mezzo tondo dello altar maggiore. E pure in Fiorenza, nel palazzo de gli Strozzi, fece uno Ercole di marmo che fu stimato cosa mirabile, il quale fu poi da Giovan Batista della Palla condotto in Francia. Dipinse nella maniera antica una tavola a tempera d'un San Francesco con le stimite, che  locato a man sinistra nella prima cappella di San Piero a Montorio in Roma. Venne volont ad Agnolo Doni, cittadino fiorentino amico suo, s come quello che molto si dilettava aver cose belle, cos d'antichi come di moderni artefici, d'avere alcuna cosa di mano di Michele Agnolo, perch gli cominci un tondo di pittura ch' dentrovi una Nostra Donna, la quale, inginocchiata con amendua le gambe, alza in su le braccia un putto e porgelo a Giuseppo che lo riceve. Dove Michele Agnolo fa conoscere, nello svoltare della testa della madre di Cristo e nel tenere gli occhi fissi nella somma bellezza del Figliuolo, la maravigliosa sua contentezza e lo affetto del farne parte a quel santissimo vecchio. Il quale con pari amore, tenerezza e reveren zia lo piglia, come benissimo si scorge nel volto suo, senza molto considerarlo. N bastando questo a Michele Agnolo per mostrar maggiormente l'arte sua esser grandissima, fece nel campo di questa opera molti ignudi appoggiati, ritti et a sedere; e con tanta diligenzia e pulitezza lavor questa opera, che certamente delle sue pitture in tavola, ancora che poche siano,  tenuta la pi finita e la pi bella che si truovi. Finita che ella fu, la mand a casa Agnolo coperta e, per un mandato con essa con una polizza, chiedeva settanta ducati per suo pagamento. Parve strano ad Agnolo, che era assegnata persona, spendere tanto in una pittura, se bene e'conosceva che pi valesse, e disse al mandato che bastavano XL e gliene diede, onde Michele Agnolo gli rimand in dietro, mandandogli a dire che cento ducati o la pittura gli rimandasse in dietro. Per il che Agnolo, a cui l'opera piaceva, disse: "Io gli dar quei LXX"; et egli non fu contento, anzi per la poca fede d'Agnolo ne volle il doppio di quel che la prima volta ne aveva chiesto, per il che se Agnolo volse la pittura, fu sforzato mandargli CXL ducati.
Vennegli volont di trasferirsi a Roma, per le maraviglie ch'udiva de gli antichi, per che quivi giunto, fece nella casa de'Galli, dirimpetto al palazzo di San Giorgio, un Bacco di marmo, maggior ch'el vivo, con un satiro attorno, nel quale si conosce che egli ha voluto tenere una certa mistione di membra maravigliose, e particularmente avergli dato la sveltezza della giovent del maschio e la carnosit e tondezza della femmina: cosa tanto mirabile, che nelle statue mostr essere eccellente pi d'ogni altro moderno, il quale fino allora avesse lavorato. Per il che, nel suo stare a Roma acquist tanto nello studio dell'arte, ch'era cosa incredibile vedere i pensieri alti e la maniera difficile con facilissima   facilit da lui esercitata, tanto per ispavento di quegli che non erano usi a vedere cose tali, quanto a gli usi a le buone, perch le cose che si vedevano fatte, parevano nulla a paragone de'suoi parti. Le quali cose destarono l'animo al Cardinale Rovano franzese, di lasciar per mezzo di s raro artefice qualche degna memoria di s in cos famosa citt, e gli f fare una Piet di marmo tutta tonda, la quale finita fu messa in San Pietro nella cappella della Vergine Maria della Febbre nel tempio di Marte.
Alla quale opera non pensi mai scultore n artefice raro potere aggiugnere di disegno, n di grazia, n con fatica poter mai di finitezza, pulitezza e di straforare il marmo tanto con arte, quanto Michele Agnolo vi fece, perch si scorge in quella tutto il valore et il potere dell'arte. Fra le cose belle che vi sono, oltra i panni divini suoi, si scorge il morto Cristo, e non si pensi alcuno di bellezza di membra e d'artifizio di corpo vedere uno ignudo tanto divino, n ancora un morto che pi simile al morto di quello paia.
Quivi  dolcissima aria di testa, et una concordanza ne'muscoli delle braccia et in quelli del corpo e delle gambe, i polsi e le vene lavorate, che invero si maraviglia lo stupore che mano d'artefice abbia potuto s divinamente e propriamente fare in pochissimo tempo cosa s mirabile; che certo  un miracolo che un sasso da principio, senza forma nessuna, si sia mai ridotto a quella perfezzione che la natura a fatica suol formar nella carne.
Pot l'amore di Michele Agnolo e la fatica insieme in questa opera tanto, che quivi quello che in altra opera pi non fece lasci il suo nome scritto a traverso una cintola che il petto della Nostra Donna soccigne, come di cosa nella quale e sodisfatto e compiaciuto s'era per se medesimo. E che  veramente tale che, come a vera figura e vi va, disse un bellissimo spirito:

Bellezza et onestate
E doglia e pita in vivo marmo morte,
Deh, come voi pur fate,
Non piangete s forte,
Che anzi tempo risveglisi da morte,
E pur, mal grado suo,
Nostro Signore e tuo
Sposo, figliuolo e padre
Unica sposa sua figliuola e madre.

Laonde egli n'acquist grandissima fama. E se bene alcuni, anzi goffi che no, dicono che egli abbia fatto la Nostra Donna troppo giovane, non s'accorgono e non sanno eglino che le persone vergini senza essere contaminate si mantengono e conservano l'aria de 'l viso loro gran tempo, senza alcuna macchia, e che gli afflitti come fu Cristo fanno il contrario? Onde tal cosa accrebbe assai pi gloria e fama alla virt sua che tutte l'altre dinanzi.
Gli fu scritto di Fiorenza d'alcuni amici suoi che venisse, perch non era fuor di proposito che di quel marmo ch'era nell'opera guasto, egli, come gi n'ebbe volont ne cavasse una figura, il quale marmo Pier Soderini, gi Gonfaloniere in quella citt, ragion di dare a Lionardo da Vinci: et era di nove braccia bellissimo, nel quale per mala sorte un maestro Simone da Fiesole aveva cominciato un gigante. E s mal concia era quella opera, che lo aveva bucato fra le gambe e tutto mal condotto e storpiato, di modo che gli operai di Santa Maria del Fiore, che sopra tal cosa erano, senza curar di finirlo, per morto l'avevano posto in abbandono e gi molti anni era cos stato et era tuttavia per istare. Squadrollo   Michele Agnolo un giorno et, esaminando potersi una ragionevole figura di quel sasso cavare, accomodandosi al sasso ch'era rimaso storpiato da maestro Simone, si risolse di chiederlo a gli operai, da i quali per cosa inutile gli fu conceduto, pensando che ogni cosa che se ne facesse, fosse migliore che lo essere nel quale allora si ritrovava, perch n spezzato n in quel modo concio, utile alcuno alla fabbrica non faceva. Laonde Michele Agnolo, fatto un modello di cera, finse in quello per la insegna del palazzo un Davit giovane, con una frombola in mano, acci che, s come egli aveva difeso il suo popolo e governatolo con giustizia, cos chi governava quella citt dovesse animosamente difenderla e giustamente governarla. E lo cominci nell'opera di Santa Maria del Fiore, nella quale fece una turata fra muro e tavole et il marmo circondato e, quello di continuo lavorando senza che nessuno il vedesse, a ultima perfezzione lo condusse. E perch il marmo gi da maestro Simone storpiato e guasto non era in alcuni luoghi tanto ch'alla volont di Michele Agnolo bastasse, per quel che averebbe voluto fare, egli fece che rimasero in esso delle prime scarpellate di maestro Simone, nella estremit del marmo, delle quali ancora se ne vede alcuna. E certo fu miracolo quello di Michele Agnolo far risuscitare uno ch'era tenuto per morto.
Era questa statua, quando finita fu, ridotta in tal termine, che varie furono le dispute che si fecero per condurla in piazza de'Signori. Perch Giuliano da San Gallo et Antonio suo fratello fecero un castello di legname fortissimo e quella figura coi canapi sospesero a quello, acci che, scotendosi, non si troncasse, anzi venisse crollandosi sempre, e con le travi per terra piane, con argani la tirorono e la misero in opra, et egli,   quando ella fu murata e finita, la discoperse, e veramente che questa opera ha tolto il grido a tutte le statue moderne et antiche, o greche o latine che elle si fossero, e si pu dire che n 'l Marforio di Roma n il Tevere o 'l Nilo di Belvedere n i giganti di Monte Cavallo le sian simili in conto alcuno, con tanta misura e bellezza e con tanta bont la fin Michel Agnolo. Perch in essa sono contorni di gambe bellissime et appiccature e sveltezza di fianchi divine; n mai pi s' veduto un posamento s dolce n grazia che tal cosa pareggi, n piedi, n mani, n testa che a ogni suo membro di bont d'artificio e di parit, n di disegno s'accordi tanto. E certo chi vede questa non dee curarsi di vedere altra opera di scultura fatta nei nostri tempi o ne gli altri da qualsivoglia artefice. N'ebbe Michel Agnolo da Pier Soderini per sua mercede scudi DCCC e fu rizzata l'anno MDIIII, e per la fama, che per questo acquist nella scultura, fece al sopradetto Gonfalonieri un David di bronzo bellissimo, il quale egli mand in Francia; et ancora in questo tempo abbozz e non fin due tondi di marmo, uno a Taddeo Taddei, oggi in casa sua, et a Bartolomeo Pitti ne cominci uno altro, il quale da fra'Miniato Pitti di Monte Oliveto, intendente in molte scienze e particularmente nella pittura, fu donato a Luigi Guicciardini che gli era grande amico; le quali opere furono tenute egregie e mirabili. Et in questo tempo ancora bozz una statua di marmo di San Matteo nell'opera di Santa Maria del Fiore.
Avvenne che, dipignendo Lionardo da Vinci pittor rarissimo nella sala grande del Consiglio, come nella vita sua  narrato, Piero Soderini, allora Gonfaloniere, per la gran virt che egli vide in Michele Agnolo, gli fece allogazione d'una parte di quella sala: onde fu cagio ne che egli facesse a concorrenza di Lionardo l'altra facciata, nella quale egli prese per subietto la guerra di Pisa. Per il che Michele Agnolo ebbe una stanza nello spedale de'Tintori a Santo Onofrio, e quivi cominci un grandissimo cartone, n per volse mai ch'altri lo vedesse. E lo empi d'ignudi che, bagnandosi per lo caldo nel fiume d'Arno, in quello istante si dava all'arme nel campo, fingendo che gli inimici li assalissero; e mentre che fuor dell'acque uscivano per vestirsi i soldati, si vedeva dalle divine mani di Michele Agnolo disegnato chi tirava su uno, e chi calzandosi affrettava lo armarsi per dare aiuto a'compagni; altri affibbiarsi la corazza, e molti mettersi altre armi indosso, et infiniti, combattendo a cavallo, cominciare la zuffa. Eravi fra l'altre figure un vecchio che aveva in testa per farsi ombra una ghirlanda d'ellera, il quale, postosi a sedere per mettersi le calze che non potevano entrargli per avere le gambe umide dell'acqua, e sentendo il tumulto de'soldati e le grida et i romori de'tamburini, affrettandosi tirava per forza una calza; et oltra che tutti i muscoli e nervi della figura si vedevano, faceva uno storcimento di bocca per il quale dimostrava assai quanto e'pativa e che egli si adoperava fin alle punte de'piedi. Eranvi tamborini ancora e figure che coi panni avvolti ignudi correvano verso la baruffa; e di stravaganti attitudini si scorgeva chi ritto e chi ginocchioni o piegato o sospeso a giacere, et in aria attaccati con iscorti difficili. V'erano ancora molte figure aggruppate et in varie maniere bozzate, chi contornato di carbone, chi disegnato di tratti e chi sfumato e con biacca lumeggiato, volendo egli mostrare quanto sapesse in tale professione. Per il che gli artefici stupidi e morti restorono, vedendo l'estremit dell'arte in tal carta per Miche le Agnolo mostra loro. Onde veduto s divine figure (dicono alcuni che le videro) di man sua e d'altri ancora non s'essere mai pi veduto cosa che della divinit dell'arte nessuno altro ingegno possa arrivarla mai.
E certamente  da credere, percioch dappoi che fu finito e portato alla sala del papa con gran romore dell'arte e grandissima gloria di Michele Agnolo, tutti coloro che su quel cartone studiarono e tal cosa disegnarono, come poi si seguit molti anni in Fiorenza per forestieri e per terrazzani, diventarono persone in tale arte eccellenti, come vedemmo: poich in tale cartone studi Aristotile da San Gallo amico suo, Ridolfo Ghirlandaio, Francesco Granaccio, Baccio Bandinello et Alonso Berugotta spagnuolo; seguit Andrea del Sarto, il Francia Bigio, Iacopo Sansovino, il Rosso, Maturino, Lorenzetto, e 'l Tribolo allora fanciullo, Iacopo da Pontormo e Perin del Vaga, i quali tutti ottimi maestri fiorentini furono e sono. Per il che, essendo questo cartone diventato uno studio di artefici, fu condotto in casa Medici nella sala grande di sopra, e tal cosa fu cagione che egli troppo a securt nelle mani de gli artefici fu messo: perch nella infermit del Duca Giuliano, mentre nessuno badava a tal cosa, fu da loro stracciato, et in molti pezzi diviso, talch in molti luoghi se n' sparto, come ne fanno fede alcuni pezzi che si veggono ancora in Mantova in casa Messer  Uberto Strozzi gentiluomo mantovano, i quali con riverenza grande son tenuti. E certo che a vedere e'sono pi tosto cosa divina che umana.
Era talmente la fama di Michele Agnolo per la Piet fatta, per il gigante di Fiorenza e per il cartone nota, che Giulio II Pontefice deliber fargli fare la sepoltura e, fattolo venire di Fio renza, fu a parlamento con esso e stabilirono insieme di fare una opera per memoria del papa e per testimonio della virt di Michele Agnolo, la quale di bellezza, di superbia e d'invenzione passasse ogni antica imperiale sepoltura. La quale egli con grande animo cominci, et and a Carrara a cavar marmi e quegli a Fiorenza et a Roma condusse; e per tal cosa fece un modello tutto pieno di figure et addorno di cose difficili. E perch tale opera da ogni banda si potesse vedere, la cominci isolata, e della opera del quadro, delle cornici e simili, ci  dell'architettura de gli ornamenti, la quarta parte con sollecitudine finita. Cominci in questo mezzo alcune Vittorie ignude, che hanno sotto prigioni, et infinite provincie legate ad alcuni termini di marmo, i quali vi andavano per reggimento; e ne abbozz una parte figurando i prigioni in varie attitudini a quelli legati, de i quali ancora sono a Roma in casa sua per finiti quattro prigioni. E similmente fin un Mois di cinque braccia di marmo, alla quale statua non sar mai cosa moderna alcuna che possa arrivare di bellezza, e de le antiche ancora si pu dire il medesimo, avvenga che egli con gravissima attitudine sedendo, posa un braccio in su le tavole che egli tiene con una mano e con l'altra si tiene la barba, la quale nel marmo svellata e lunga, condotta di sorte, che i capegli, dove ha tanta difficult la scultura, son condotti sottilissimamente piumosi, morbidi e sfilati d'una maniera, che pare impossibile che il ferro sia diventato pennello; et inoltre alla bellezza della faccia, che ha certo aria di vero santo e terribilissimo principe, pare che mentre lo guardi abbia voglia di chiederli il velo per coprirgli la faccia, tanto splendida e tanto lucida appare altrui. Et ha s bene ritratto nel marmo la divinit che Dio aveva messo   nel sacratissimo volto di quello, oltre che vi sono i panni straforati e finiti con bellissimo girar di lembi, e le braccia di muscoli, e le mani di ossature e nervi sono a tanta bellezza e perfezzione condotte, e le gambe appresso, e le ginocchia, et i piedi sono di s fatti calzari accomodati, et  finito talmente ogni lavoro suo, che Mois pu pi oggi che mai chiamarsi amico di Dio, poich tanto inanzi a gli altri ha voluto metter insieme e preparargli il corpo per la sua resurressione, per le mani di Michelagnolo; e seguitino gli Ebrei di andar, come fanno ogni sabato, a schiera, e maschi e femmine, come gli storni a visitarlo et adorarlo: che non cosa umana, ma divina adoreranno. Questa sepoltura  poi stata scoperta al tempo di Paulo III e finita col mezzo della liberalit di Francesco Maria Duca d'Urbino.
Venne in questo mezzo volont al papa, che aveva ripresa Bologna e cacciatone fuora i Bentivogli, di far fare una statua di bronzo per quella memoria; e mentre che Michele Agnolo lavorava la sepoltura, fu fatto lasciare stare, e mandato a Bologna per la statua, dove fece una statua di bronzo a similitudine di Papa Giulio, cinque braccia d'altezza, nella quale us arte bellissima nella attitudine, perch nel tutto aveva maest e grandezza, e ne'panni mostrava ricchezza e magnificenzia, e nel viso animo, forza, prontezza e terribilit. Questa fu posta in una nicchia, sopra la porta di San Petronio. Dicesi che, mentre Michele Agnolo la lavorava, vi capit il Francia orefice e pittore per volerla vedere, avendo tanto sentito de le lodi e de la fama di lui e delle opere sue, e non avendone veduto alcuna. Furono adunque messi mezzani, perch vedesse questa, e n'ebbe grazia. Onde, veggendo egli l'artificio di Michele Agnolo, stup. Per il che fu da lui domandato   che gli pareva di quella figura. Rispose il Francia che era un bellissimo getto. Intese Michele Agnolo che e'lodasse pi il bronzo che l'artificio, perch sdegnato e con collera gli rispose: "Va'al bordello tu e 'l Cossa, che siete due solennissimi goffi nell'arte". Talch il povero Francia si tenne vituperatissimo in presenza di quegli che erano quivi. Dicesi che la Signoria di Bologna and a vedere tale statua, la quale parve loro molto terribile e brava. Per il che volti a Michele Agnolo gli dissero che l'aveva fatta in attitudine s minacciosa, che pareva che desse loro la maledizzione, e non la benedizzione. Onde Michele Agnolo ridendo rispose: "Per la maledizzione  fatta". L'ebbero a male quei signori, ma il papa, intendendo il tratto di Michele Agnolo, gli don di pi trecento scudi. Questa statua fu poi ruinata da'Bentivogli, e 'l bronzo di quella venduto al Duca Alfonso di Ferrara che ne fece una artiglieria, oggi chiamata la Giulia: salvo la testa, la quale ancora si trova ne la sua guarda roba.
Era gi ritornato il papa in Roma e, mosso dall'amore che portava alla memoria del zio, sendo la volta della cappella di Sisto non dipinta, ordin che ella si dipignesse. E si stimava per l'amicizia e parentela che era fra Raffaello e Bramante ch'ella non si dovesse allogare a Michelangelo. Ma pure per commissione del papa et ordine di Giulian da San Gallo fu mandato a Bologna per esso e, venuto che e'fu, ordin il papa che tal cappella facesse e tutte le facciate con la volta si rifacessero. E per prezzo d'ogni cosa vi misero il numero di XV mila ducati. Per il che, sforzato Michele Agnolo dalla grandezza della impresa, si risolse di volere pigliare aiuto, e mandato per uomini e deliberato mostrare in tal cosa che quei che prima v'avevano dipinto dovevano essere prigioni delle fati che sue, volse ancora mostrare a gli artefici moderni come si disegna e dipigne. Laonde il suggetto della cosa lo spinse andare tanto alto per la fama e per la salute dell'arte, che cominci i cartoni a quella e, volendola colorire a fresco e non avendo fatto pi, fece venire da Fiorenza alcuni amici suoi pittori, perch a tal cosa gli porgessero aiuto et ancora per vedere il modo del lavorare a fresco da loro, nel quale v'erano alcuni pratichi molto, i quali si condussero a Roma e furono il Granaccio, Giulian Bugiardini, Iacopo di Sandro, l'Indaco Vecchio, Agnolo di Domenico et Aristotile e, dato principio all'opera, fece loro cominciare alcune cose per saggio. Ma veduto le fatiche loro molto lontane da 'l desiderio suo e non sodisfacendogli, una mattina si risolse di gettare a terra ogni cosa che avevano fatto. E rinchiusosi nella cappella non volse mai aprir loro, n manco in casa, dove era, da essi si lasci vedere. E cos dalla beffa, la quale pareva loro che troppo durasse, presero partito, e con vergogna se ne tornarono a Fiorenza. Laonde Michele Agnolo preso ordine di far da s tutta quella opera, a bonissimo termine la ridusse con ogni sollecitudine di fatica e di studio; n mai si lasciava vedere per non dare cagione che tal cosa s'avesse mostrare; onde ne gli animi delle genti nasceva ogni d maggior desiderio di vederla.
Era Papa Giulio molto desideroso di vedere le imprese che faceva, per il che di questa che gli era nascosa venne in grandissimo desiderio; onde volse un giorno andare a vederla e non gli fu aperto, che Michele Agnolo non avrebbe voluto mostrarla. Per la qual cosa il papa, a cui di continuo cresceva la voglia, aveva tentati pi mezzi, di maniera che Michele Agnolo di tal cosa stava in grandissima gelosia, e dubitava molto ch'al cuni manovali o suoi garzoni non lo tradissero, corrotti dal premio, come e'fecero. E per assicurarsi de'suoi, comandandoli che a nessuno aprissero se ben fosse il papa, et essi promettendogliene, finse che voleva stare alcuni d fuor di Roma e, replicato il comandamento, lasci loro la chiave. Ma partito da essi, si serr nella cappella al lavoro, onde subitamente fu fatto ci intendere al papa, perch, essendo fuori Michele Agnolo, pareva loro tempo comodo che Sua Santit venisse a piacer suo, aspettandone una bonissima mancia. Il papa, andato per entrar nella cappella, fu il primo che la testa ponesse dentro, et appena ebbe fatto un passo, che da l'ultimo ponte su 'l primo palco cominci Michele Agnolo a gettar tavole. Per il che il papa vedutolo e, sapendo la natura sua, con non meno collera che paura, si mise in fuga minacciandolo molto. Michele Agnolo per una finestra della cappella si part e, trovato Bramante da Urbino, gli lasci la chiave dell'Opera, et in poste se ne torn a Fiorenza, pensando che Bramante rappaceficasse il papa, parendogli invero aver fatto male.
Arrivato dunque a Fiorenza, et avendo sentito mormorare il papa in quella maniera, aveva fatto disegno di non tornare pi a Roma. Ma per gli preghi di Bramante e d'altri amici, passato la collera al papa e non volendo egli che tanta opera rimanesse imperfetta, scrisse a Pier Soderini allora Gonfaloniere in Fiorenza che Michele Agnolo a'suoi piedi rimandasse, perch gli avea perdonato. Fu fatto da Piero a Michele Agnolo saper questo, ma egli era fermato di non ritornarci, non si fidando del papa. Onde Pietro deliber mandarlo come ambasciadore per pi securezza sua, et egli con questa buona sicurt, alla fine pur si condusse al papa. Era il Reverendissimo Cardinale di Volterra fratello di Pier Soderini, per il che   gli fu inviato da Piero e raccomandato ch'al papa lo introducesse. Onde nella giunta di Michele Agnolo, sentendosi il cardinale indisposto, mand un suo vescovo di casa che per sua parte lo introducesse. Onde nello arrivare dinanzi al papa, che spasseggiando aveva una mazza in mano, per parte del cardinale e di Piero suo fratello gli offerse Michele Agnolo, dicendo tali uomini ignoranti essere e che egli per questo gli perdonasse. Venne collera al papa e con quel bastone rifrust il vescovo dicendogli: "Ignorante sei tu". E volto a Michele Agnolo benedicendolo se ne rise. Cos Michele Agnolo fu di continuo poi con doni e con carezze trattenuto dal papa, e tanto lavor per emendare l'errore, che l'opra alla fine perfettamente condusse.
La quale opera  veramente stata la lucerna che ha fatto tanto giovamento e lume all'arte della pittura, che ha bastato a illuminare il mondo per tante centinaia d'anni in tenebre stato. E nel vero non curi pi chi  pittore di vedere novit et invenzioni di attitudini, abbigliamenti addosso a figure, modi nuovi d'aria e terribilit di cose variamente dipinte, perch tutta quella perfezzione che si pu dare a cosa che in tal magisterio si faccia a questa ha dato. Ma stupisca ora ogni uomo che in quella sa scorgere la bont delle figure, la perfezzione de gli scorti, la stupendissima rotondit de i contorni, che hanno in s grazia e sveltezza, girati con quella bella proporzione che ne i belli ignudi si vede. Ne'quali per mostrar gli stremi e la perfezzione dell'arte, ve ne fece di tutte l'et, differenti d'aria e di forma, cos nel viso come ne'lineamenti, di aver pi sveltezza e grossezza nelle membra, come ancora si pu conoscere nelle bellissime attitudini che differentemente e'fanno sedendo e girando e sostenendo alcuni festoni di fo glie di quercia e di ghiande messe per  l'arme e  per l'impresa di papa Giulio. Denotando che a quel tempo et al governo suo era l'et dell'oro, per non essere allora la Italia ne'travagli e nelle miserie che ella  stata poi, e cos in mezzo di loro tengono alcune medaglie, dentrovi storie in bozza contrafatte di bronzo e d'oro, cavate da 'l Libro de'Re. Senza che egli, per mostrare la perfezzione dell'arte e la grandezza di Dio, fece nelle storie il suo dividere la luce da le tenebre, nelle quali si vede la maest sua che, con le braccia aperte, si sostiene sopra s solo e mostra amore insieme et artifizio. Nella seconda fece con bellissima discrezione et ingegno quando Dio fa il sole e la luna, dove  sostenuto da molti putti e mostrasi molto terribile per lo scorto delle braccia e delle gambe. Il medesimo fece nella medesima storia quando, benedetto la terra e fatto gli animali, volando si vede in quella volta una figura che scorta, e dove tu cammini per la cappella, continuo gira, e si voltan per ogni verso; cos nella altra quando divide l'acqua da la terra: figure bellissime et acutezze d'ingegno degne solamente d'esser fatte dalle divinissime mani di Michelagnolo. E cos seguit sotto a questo la creazione d'Adamo, dove ha figurato Dio portato da un gruppo di angeli ignudi e di tenera et, i quali par che sostenghino non solo una figura, ma tutto il peso del mondo, apparente tale mediante la venerabilissima maest di quello e la maniera del moto, nel quale con un braccio cigne alcuni putti, quasi che egli si sostenga e, con l'altro, porge la mano destra a uno Adamo, figurato di bellezza, di attitudine e di dintorni di qualit che e'par fatto di nuovo dal sommo e primo suo creatore, pi tosto che dal pennello o disegno d'uno uomo tale. Poco di sotto a questa in un'altra storia fa il suo ca var de la costa la madre nostra Eva, nella quale si vede quegli ignudi l'un quasi morto per esser prigion del sonno, e l'altra divenuta viva e fatta vigilantissima per la benedizione di Dio. Si conosce da 'l pennello di questo ingegnosissimo artefice interamente la differenza che  da 'l sonno a la vigilanzia, e quanto stabile e ferma possa apparire, umanamente parlando, la maest divina. Seguitale di sotto come Adamo, a le persuasioni d'una figura mezza donna e mezza serpe, prende la morte sua e nostra nel pomo, e veggonvisi egli et Eva cacciati di Paradiso. Dove nella figura dell'Angelo appare con grandezza e nobilt la esecuzione del mandato d'un Signore adirato, e nella attitudine di Adamo il dispiacere del suo peccato, insieme con la paura della morte; come nella femmina similmente si conosce la vergogna, la vilt e la voglia del raccomandarsi, mediante il suo restringersi nelle braccia, giuntar le mani a palme e mettersi il collo in seno; e nel torcere la testa in verso l'Angelo, che ella ha pi paura della iustizia che speranza della misericordia divina. N  di minor bellezza la storia del sacrifizio di No, dove sono chi porta le legne e chi soffia chinato nel fuoco et altri che scannano la vittima; la quale certo non  fatta con meno considerazione et accuratezza che le altre. Us l'arte medesima et il medesimo giudizio nella storia del Diluvio, dove appariscono diverse morti d'uomini, che, spaventati dal terrore di que'giorni, cercano il pi che possono, per diverse vie, scampo alle lor vite. Percioch, nelle teste di quelle figure, si conosce la vita esser in preda della morte, non meno che la paura, il terrore et il disprezzo d'ogni cosa; vedevisi la piet di molti che, aiutandosi l'un l'altro tirarsi al sommo d'un sasso, cercano scampo. Tra'quali vi  uno che, abbracciato un mezzo   morto, cerca il pi che pu di camparlo, che la natura non lo mostra meglio. Non si pu dire quanto sia bene espressa la storia di No quando, inebriato dal vino, dorme scoperto, et ha presenti un figliuolo che se ne ride e due che lo ricuoprono; storia e virt d'artefice incomparabile e da non potere essere vinta se non da se medesima. Con ci sia che come se ella per le cose fatte insino allora avessi preso animo, risorse e dimostrossi molto maggiore ne le cinque Sibille e ne'sette profeti fatti qui di grandezza di cinque braccia l'uno e pi; dove in tutti sono attitudini varie e bellezza di panni e variet di vestiri, e tutto insomma con invenzione e giudizio miracoloso, onde, a chi distingue gli affetti loro, appariscano divini.
Vedesi quel Ieremia, con le gambe incrocicchiate, tenersi una mano alla barba posando il gomito sopra il ginocchio, l'altra posar nel grembo et aver la testa chinata, d'una maniera che ben dimostra la malenconia, i pensieri, la cogitazione e l'amaritudine che egli ha de 'l suo popolo; cos medesimamente due putti, che gli sono dietro; e similmente  nella prima Sibilla di sotto a lui verso la porta, nella quale, volendo esprimere la vecchiezza, oltra che egli, avviluppandola di panni, ha voluto mostrare che gi i sangui sono aghiacciati dal tempo et inoltre, nel leggere, per aver la vista gi logora, le fa accostare il libro alla vista accuratissimamente. Sotto questa figura  uno profeta vecchio, il quale ha una movenzia bellissima et  molto di panni abbigliato, che con una mano tiene un ruotolo di profezie e, con l'altra sollevata, voltando la testa, mostra volere parlare cose alte e grandi, e dietro ha due putti che gli tengono i libri. Seguita sotto questi una sibilla, che fa il contrario di quella sibilla che di sopra dicemmo, perch, tenendo il libro lontano, cerca vol tare una carta mentre ella con un ginocchio sopra l'altro si ferma in s, pensando con gravit quel che ella de'scrivere, finch un putto che gli  dietro, soffiando in uno stizzon di fuoco, gli accende la lucerna. La qual figura  di bellezza straordinaria per l'aria del viso e per la acconciatura del capo e per lo abbigliamento de'panni, oltra che ella ha le braccia nude, le quali son come l'altre parti. Fece sotto a questa sibilla un altro profeta, il qual, fermatosi cos sopra di s, ha preso una carta e quella con ogni intenzione et affetto legge. Dove, nello aspetto si conosce che egli si compiace tanto di quel che e'truova scritto, che pare una persona viva quando ella ha applicato molto forte i suoi pensieri a qualche cosa. Similmente pose sopra la porta della cappella un vecchio, il quale, cercando per il libro scritto d'una cosa che egli non truova, sta con una gamba alta e l'altra bassa e, mentre che la furia del cercare quel ch'e'non truova lo fa stare cos, non si ricorda del disagio che egli in cos fatta positura patisce. Questa figura  di bellissimo aspetto per la vecchiezza, et  di forma alquanto grossa et ha un panno con poche pieghe, che  bellissimo, oltra che e'vi  un'altra sibilla che, voltando in verso l'altare da l'altra banda col mostrare alcune scritte, non  meno da lodare coi suoi putti che si siano l'altre. Ma chi considerer quel profeta che gli  di sopra, il quale, stando molto fisso ne'suoi pensieri, ha le gambe sopraposte l'una a l'altra e tiene una mano dentro al libro per segno del dove egli leggeva, ha posato l'altro braccio col gomito sopra il libro et appoggiato la gota alla mano, chiamato da un di quei putti che egli ha dietro, volge solamente la testa senza sconciarsi niente del resto, vedr tratti veramente tolti da la natura stessa, vera madre dell'arte, e vedr una figura che tutta bene stu diata pu insegnare largamente tutti i precetti del buon pittore. Sopra a questo profeta  una vecchia bellissima che, mentre che ella siede, studia in un libro con una eccessiva grazia, e non senza belle attitudini di due putti che le sono intorno. N si pu pensare di imaginarsi di potere aggiugnere alla eccellenzia della figura di un giovane fatto per Daniello, il quale, scrivendo in un gran libro, cava di certe scritte alcune cose e le copia con una avidit incredibile. E per sostenimento di quel peso gli fece un putto fra le gambe, che lo regge mentre che egli scrive, il che non potr mai paragonare pennello tenuto da qualsivoglia mano; cos come la bellissima figura della Libica, la quale, avendo scritto un gran volume tratto da molti libri, sta con una attitudine donnesca per levarsi in piedi, et in un medesimo tempo mostra volere alzarsi e serrare il libro: cosa difficilissima per non dire impossibile ad ogni altro ch'al suo maestro.
Che si pu egli dire de le quattro storie de'canti, ne'peducci di quella volta? Dove nell'una Davit, con quella forza puerile che pi si pu, nella vincita d'un gigante spiccandoli il collo, fa stupire alcune teste di soldati, che sono intorno al campo; come fanno ancora maravigliare altrui le bellissime attitudini che egli fece nella storia di Iudit, nell'altro canto, nella quale apparisce il tronco di Oloferne che, privo de la testa, si risente, mentre che ella mette la morta testa in una cesta, in capo a una sua fantesca vecchia, la quale, per esser grande di persona, si china acci che Iudit la possa aggiugnere per acconciarla bene; e mentre che ella tenendo le mani al peso cerca di ricoprirla, e voltando la testa in verso il tronco, il quale cos morto nello alzare una gamba et un braccio fa romore dentro nel padiglione, mostra nella vista il timore del campo e la paura del morto: pit tura veramente consideratissima. Ma pi bella e pi divina di queste e di tutte l'altre ancora  la storia delle serpi di Mos, la quale  sopra il sinistro canto dello altare, con ci sia che in lei si vede la strage che fa de'morti, il piovere, il pugnere et il mordere delle serpi, e vi apparisce quella che Mos messe di bronzo sopra il legno; nella quale storia vivamente si conosce la diversit delle morti che fanno coloro che privi sono d'ogni speranza per il morso di quelle. Dove si vede il veleno atrocissimo far di spasimo e di paura morire infiniti, senza il legare le gambe et avvolgere a le braccia coloro che rimasti in quell'attitudine ch'egli erano non si possono muovere; senza le bellissime teste che gridano et arrovesciate si disperano. N manco belli di tutti questi sono coloro che, riguardato il serpente, sentendosi nel riguardarlo alleggerire il dolore e rendere la vita, lo riguardono con affetto grandissimo, fra i quali si vede una femmina che  sostenuta da uno d'una maniera, che e'si conosce non meno l'aiuto che le  porto da chi la regge, che il bisogno di lei in s subita paura e puntura. Similmente nell'altra, dove Assuero, essendo in letto, legge i suoi annali, son figure molto belle, e tra l'altre vi si veggono tre figure a una tavola, che mangiano, nelle quali rappresenta il consiglio che si fece di liberare il popolo ebreo e di appiccare Aman; la qual figura fu da lui in scorto straordinariamente condotta, avvenga che finse il tronco che regge, la persona di colui e quel braccio che viene inanzi non dipinti, ma vivi e rilevati in fuori, cos con quella gamba che manda inanzi e simile parti che vanno dentro; figura certamente fra le difficili e  belle bellissima e difficilissima. N si pu dire la diversit delle cose, come panni, arie di teste et infinit di capricci straordinari e nuovi e bellissimamente con siderati. Dove non  cosa che con ingegno non sia messa in atto; e tutte le figure che vi sono sono di scorti bellissimi et artifiziosi, et ogni cosa che si ammira  lodatissima e divina. Ma chi non ammirer e non rester smarrito veggendo la terribilit de l'Iona, ultima figura della cappella? Dove con la forza della arte la volta, che per natura viene innanzi girata dalla muraglia, sospinta dalla apparenza di quella figura che si piega in dietro, apparisce diritta e vinta da l'arte del disegno, ombre e lumi, pare che veramente si pieghi in dietro.
O veramente felice et nostra, o beati artefici, che ben cos vi dovete chiamare, da che nel tempo vostro avete potuto al fonte di tanta chiarezza rischiarare le tenebrose luci degli occhi e vedere fattovi piano tutto quel ch'era difficile da s maraviglioso e singulare artefice: certamente la gloria delle fatiche sue vi fa conoscere et onorare, da che ha tolto da voi quella benda che avevate inanzi gli occhi della mente, s di tenebre piena, e v'ha scoperto il velo del falso, il quale v'adombrava le bellissime stanze dell'intelletto. Ringraziate di ci dunque il cielo e sforzatevi d'imitar Michele Agnolo in tutte le cose. Sentissi nel discoprirla correre tutto il mondo d'ogni parte, e questo bast per fare rimanere le persone trasecolate e mutole; laonde il papa, di tal cosa ingrandito e dato animo a s di far maggiore impresa, con danari e ricchi doni rimuner molto Michele Agnolo. Di che egli alla sepoltura ritornato, quella di continuo lavorando e parte mettendo in ordine disegni da potere condurre le facciate della cappella, volse la fortuna invidiosa che di tal memoria non si lasciasse quel fine che di tanta perfezzione aveva avuto principio: perch successe in quel tempo la morte di Papa Giulio, onde tal cosa si mise in abbandono per la creazione di Papa   Leon X il quale d'animo e di valore non meno splendido che Giulio, aveva desiderio di lasciare nella patria sua per essere stato il primo pontefice di quella, in memoria di s e d'uno artefice s divino e suo cittadino, quelle maraviglie che un grandissimo principe come esso poteva fare. Per il che, dato ordine che la facciata di San Lorenzo di Fiorenza, chiesa dalla casa de'Medici fabbricata, si facesse per lui, fu cagione che il lavoro della sepoltura di Giulio rimase imperfetto per un tempo.
Onde vari et infiniti furono i ragionamenti che circa ci seguirono; perch tale opera averebbono voluto compartire in pi persone, e per l'architettura concorsero molti artefici a Roma al papa, e fecero disegni Baccio d'Agnolo, Antonio da San Gallo, Andrea Sansovino, il grazioso Raffaello da Urbino, il quale, nella venuta del papa, fu poi condotto a Fiorenza per tale effetto. Laonde Michele Agnolo si risolse di fare un modello, e non volere altro che lui in tal cosa, superiore o guida dell'architettura. Ma questo non volere aiuto fu cagione che n egli n altri operasse, e che quei maestri disperati a i loro soliti esercizi si ritornassero. E Michele Agnolo, andando a Carrara, pass da Fiorenza, con una commissione che da Iacopo Salviati gli fossero pagati mille scudi. Ma essendo nella giunta sua serrato Iacopo in camera per faccende con alcuni cittadini, Michele Agnolo non volle aspettare l'udienza, ma si part senza far motto e subito and a Carrara. Intese Iacopo de lo arrivo di Michele Agnolo, e non lo ritrovando in Fiorenza gli mand i mille scudi a Carrara. Voleva il mandato che gli facesse la riceuta, al quale disse che erano per la spesa del papa e non per interesso suo, che gli riportasse che non usava far quitanza, n recevute per altri; onde per tema colui se ne ritorn sen za a Iacopo.
Fece Michele Agnolo ancora per il palazzo de'Medici un  modello de le finestre inginocchiate a quelle stanze che sono sul canto, dove Giovanni da Udine lavor quella camera di stucco e dipinse, ch' cosa lodatissima, e fecevi fare ma con suo ordine, dal Piloto orefice quelle gelosie di rame straforato che son certo cosa mirabile. Consum Michele Agnolo quattro anni in cavar marmi; vero  che, mentre si cavavano, fece modelli di cera et altre cose per l'opera. Ma tanto si prolung questa impresa, che i denari del papa assegnati a questo lavoro si consumarono nella guerra di Lombardia, e l'opera per la morte di Leone rimase imperfetta, perch'altro non vi si fece che il fondamento dinanzi per reggerla, e condussesi da Carrara una colonna grande di marmo su la piazza di S. Lorenzo. Spavent la morte di Leone talmente gli artefici e le arti, et in Roma et in Fiorenza, che mentre che Adriano VI visse, Michele Agnolo s'attese alla sepoltura di Giulio. Ma morto Adriano e creato Clemente VII, il quale nelle arti della architettura, della scultura e della pittura fu non meno desideroso di lasciar fama, che Leone e gli altri suoi predecessori, chiamato Michele Agnolo e ragionando insieme di molte cose, si risolsero cominciar la sagrestia nuova di S. Lorenzo di Fiorenza. Laonde, partitosi di Roma, volt la cupola che vi si vede, la quale di vario componimento fece lavorare, et al Piloto orefice fece fare una palla a 72 facce, ch' bellissima. Accadde, mentre che e'la voltava, che fu domandato da alcuni suoi amici: "Michele Agnolo, voi doverrete molto variare la vostra lanterna da quella di Filippo Bruneleschi", et egli rispose loro: "Egli si pu ben variare, ma migliorare no".
Fecevi dentro quattro sepolture, per ornamento nelle facce, per li corpi de'padri de'due papi,   Lorenzo Vecchio e Giuliano suo fratello, e per Giuliano fratel di Leone e per il Duca Lorenzo suo nipote. E perch egli la volle fare ad imitazione della sagrestia vecchia, che Filippo Brunelleschi aveva fatto, ma con altro ordine di ornamenti, vi fece dentro uno ornamento composito, nel pi vario e pi nuovo modo che per tempo alcuno gli antichi et i moderni maestri abbino potuto operare; perch nella novit di s belle cornici, capitelli e basi, porte, tabernacoli e sepolture, fece assai diverso da quello che di misura, ordine e regola facevano gli uomini secondo il comune uso e secondo Vitruvio e le antichit, per non volere a quello aggiugnere. La quale licenza ha dato grande animo a questi che hanno veduto il far suo di mettersi a imitarlo, e nuove fantasie si sono vedute poi alla grottesca pi tosto che a ragione o regola, a'loro ornamenti. Onde gli artefici gli hanno infinito e perpetuo obligo, avendo egli rotti i lacci e le catene delle cose, che per via d'una strada comune eglino di continuo operavano. Ma poi lo mostr meglio e volse far conoscere tal cosa nella libreria di S. Lorenzo nel medesimo luogo, nel bel partimento delle finestre, nel ribattimento del palco e nella maravigliosa entrata di quel ricetto. N si vide mai grazia pi risoluta nelle mensole, ne'tabernacoli e nelle cornici straordinaria, n scala pi commoda: nella quale fece tanto bizzarre rotture di scaglioni e vari tanto da la comune usanza degli altri, che ognuno se ne stup. Mand in questo tempo Pietro Urbano pistolese suo creato a Roma a mettere in opra un Cristo ignudo che tiene la croce, il quale  una figura miracolosissima, che fu posto nella Minerva allato alla cappella maggiore per Messer  Antonio Metelli. Seguit in detta sagrestia l'opera; et in quella rest par te finite e parte no VII statue, nelle quali con le invenzioni della architettura delle sepolture  forza confessare che egli abbia avanzato ogni uomo in queste tre professioni. Di che ne rendono ancora testimonio quelle statue, che da lui furono abbozzate e finite di marmo che in tal luogo si veggono: l'una  la Nostra Donna, la quale nella sua attitudine sedendo manda la gamba ritta addosso alla manca con posar ginocchio sopra ginocchio, et il putto inforcando le cosce in su quella che  pi alta, si storce con attitudine bellissima in verso la Madre chiedendo il latte, et ella con tenerlo con una mano e con l'altra appoggiandosi si piega per dargliene. Ancora che non siano finite le parti sue, si conosce nell'esser rimasta abozzata e gradinata nella imperfezzione della bozza la perfezzione dell'opra. Ma molto pi fece stupire ciascuno che considerando nel far le sepolture del Duca Giuliano e del Duca Lorenzo de'Medici egli pensassi che non solo la terra fussi per la grandezza loro bastante a dar loro onorata sepoltura, ma volse che tutte le parti del mondo vi fossero, e che gli mettessero in mezzo e coprissero il lor sepolcro quattro statue: a uno pose la Notte et il Giorno, a l'altro l'Aurora et il Crepuscolo; le quali statue sono con bellissime forme di attitudini et artificio di muscoli lavorate, convenienti, se l'arte perduta fosse, a ritornarla nella pristina luce. Vi son fra l'altre statue que'due capitani armati, l'uno il pensoso Duca Lorenzo nel sembiante della saviezza, con bellissime gambe talmente fatte, ch'occhio non pu veder meglio. L'altro il Duca Giuliano s fiero con una testa e gola, con incassatura d'occhi, profilo di naso, sfenditura di bocca e capegli s divini, mani, braccia, ginocchia e piedi; et insomma tutto quello che quivi fece  da fare che gli occhi n stan  care n saziare vi si possono gi mai. Veramente chi risguarda la bellezza de'calzari e della corazza, celeste lo crede e non mortale. Ma che dir io de la Aurora femmina ignuda e da fare uscire il maninconico dell'animo e smarrire lo stile alla scultura? Nella quale attitudine si conosce il suo sollecito levarsi sonnacchiosa, svilupparsi da le piume, perch par che, nel destarsi, ella abbia trovato serrati gl'occhi a quel gran duca. Onde si storce con amaritudine, dolendosi nella sua continovata bellezza in segno del gran dolore. E che potr io dire della Notte, statua unica o rara? Chi  quello che abbia per alcun secolo in tale arte veduto mai statue antiche o moderne cos fatte? Conoscendosi non solo la quiete di chi dorme, ma il dolore e la maninconia di chi perde cosa onorata e grande. Credasi pure che questa sia quella notte la quale oscuri tutti coloro che per alcun tempo nella scultura e nel disegno pensano, non dico di passarlo, ma di paragonarlo gi mai. Nella qual figura, quella sonnolenzia si scorge che nelle imagini addormentate si vede. Perch da persone dottissime furono in lode sua fatti molti versi latini e rime volgari come questi, de'quali non si sa lo autore:

La Notte che tu vedi in s dolci atti
Dormir, fu da uno angelo scolpita
In questo sasso; e perch dorme, ha vita:
Destala se no 'l credi, e parleratti.

A'quali in persona della Notte rispose Michele Agnolo cos:

Grato mi  il sonno, e pi l'esser di sasso
Mentre che il danno e la vergogna dura,
Non veder, non sentir mi  gran ventura:
Per non mi destar, deh parla basso.  

E certo se la inimicizia ch' tra la fortuna e la virt, e la bont d'una e la invidia dell'altra avesse lasciato condurre tal cosa a fine, poteva mostrare l'arte alla natura, ch'ella di gran lunga in ogni pensiero l'avanzava. Lavorando egli con sollecitudine e con amore grandissimo tali opere, venne lo impedimento dello assedio di Fiorenza, l'anno MDXXX; il quale fu cagione che poco o nulla egli pi vi lavorasse, avendogli i cittadini dato la cura di fortificare la terra. Con ci sia che, avendo egli prestato a quella republica  mille scudi e trovandosi de'Nove della milizia, uficio deputato sopra la guerra, volse tutto il pensiero e lo animo suo a fortificare il poggio di San Miniato, in su il quale fece fare i bastioni con tanta diligenzia, che altrimenti non si farebbono da chi gli volesse pi l che eterni. Bene  vero che, stringendosi poi ogni giorno pi le cose dello assedio, per sicurt della sua persona, egli pur finalmente si risolv a partirsi di Fiorenza et andarsene a Vinegia. E per questo segretamente, che nessuno lo sapesse, fece provisione, menandone seco Antonio Mini suo creato e 'l Piloto orefice amico fido suo, e con essi portarono sul dosso uno imbottito per uno di scudi ne'giubboni. Et a Ferrara condotti, riposandosi, avvenne che per gli sospetti della guerra e per la lega dello imperatore e del papa, ch'erano intorno a Fiorenza, il Duca Alfonso da Este teneva ordini in Ferrara e voleva sapere secretamente da gli osti che alloggiavano, i nomi di tutti coloro che ogni d alloggiavano, e la lista de'forestieri, di che nazione si fossero, ogni d si faceva portare. Avvenne dunque che, essendo Michele Agnolo quivi con li suoi scavalcato, fu ci per questa via noto al duca, perch egli, il quale fu principe di grande animo e mentre ch'e'visse si dilett continuamente delle virt, man d subito alcuni de'primi della sua corte che per parte di Sua Eccellenzia in palazzo e dove era il duca lo conducessero, et i cavalli et ogni sua cosa levassero e bonissimo alloggiamento in palazzo gli dessero. Michele Agnolo, trovandosi in forza altrui, fu costretto ubbidire e, quel che vendere non poteva, donare, et al duca con coloro and senza levare le robbe de l'osteria. Perch, fattogli il duca accoglienze grandissime et appresso di ricchi et onorevoli doni, volse con buona provisione in Ferrara fermarlo, ma egli, non avendo a ci l'animo intento, non vi volle restare. E pregatolo almeno che mentre la guerra durava non si partisse, il duca di nuovo gli fece offerte di tutto quello ch'era in poter suo. Onde Michele Agnolo, non volendo essere vinto di cortesia, lo ringrazi molto, e voltandosi verso i suoi due disse che aveva portato in Ferrara XII mila scudi, e che se gli bisognavano erano al piacer suo insieme con esso lui. Il duca lo men a spasso per il palazzo, e quivi gli mostr ci ch'aveva di bello fino a un suo ritratto di mano di Tiziano, il quale fu da lui molto commendato. N per lo pot mai fermare in palazzo, perch egli alla osteria volse ritornare, onde l'oste che lo alloggiava ebbe sotto mano dal duca infinite cose da fargli onore e commissione alla partita sua di non pigliare nulla del suo alloggio. Indi si condusse a Vinegia, dove, desiderando di conoscerlo molti gentiluomini, egli che sempre ebbe poca fantasia che di tale esercizio s'intendessero, si part di Vinegia e si ritrasse ad abitare alla Giudecca.
N molto vi stette che fatto fu l'accordo de la guerra, et egli a Fiorenza ritorn per ordine di Baccio Valori, nel quale ritorno diede fine a una Leda in tavola lavorata a tempera, che era divina, la quale mand poi in Francia per Anton Mini suo creato. Cominci an cora una figuretta di marmo per Baccio Valori, d'uno Apollo che cavava una freccia de 'l turcasso, acci col favor suo fosse mezzano in fargli fare la pace col papa e con la casa de'Medici, la quale era da lui stata molto ingiuriata. E per la virt sua merit che gli fosse perdonato, atteso ch'egli era molto volto a cose brutte e contra di loro aveva promesso fare disegni e statue ingiuriose, in vituperio di chi gli aveva dato il primo alimento nella sua povert. Dicono ancora che nel tempo dello assedio gli nacque occasione per la voglia che prima aveva d'un sasso di marmo di nove braccia venuto da Carrara, che per gara e concorrenza fra loro, Papa Clemente lo aveva dato a Baccio Bandinelli; ma per essere tal cosa del publico, Michele Agnolo la chiese al Gonfaloniere, e glielo diedero che facesse il medesimo, avendo gi Baccio fatto il modello e levato di molta pietra per abbozzarlo. Onde fece Michele Agnolo un modello, il quale fu tenuto maraviglioso e cosa molto vaga. Ma nel ritorno de'Medici fu restituito a Baccio, perch a Michele Agnolo convenne andare a Roma a Papa Clemente. Il quale, bench ingiuriato da lui, come amico della virt gli perdon ogni cosa, e gli diede ordine che tornasse a Fiorenza e che la libreria e la sagrestia di San Lorenzo si finissero del tutto. E per abbreviare tale opera una infinit di statue che ci andavano compartirono in altri maestri. Egli n'allog due al Tribolo, una a Raffaello da Monte Lupo et una a Giovan  Agnolo gi suto frate de'Servi, tutti scultori, e gli diede aiuto in esse faccendo a ciascuno i modelli in bozze di terra. Laonde tutti gagliardamente lavorarono et egli ancora alla libreria faceva attendere, onde si fin il palco di quella d'intagli in legnami con suoi modelli, i quali furono fatti per le mani del Ca rota e del Tasso fiorentini eccellenti intagliatori e maestri, et ancora di quadro. E similmente i banchi de i libri lavorati allora da Batista del Cinque e Ciappino amico suo buoni maestri in quella professione. E per darvi ultima fine fu condotto in Fiorenza Giovanni da Udine divino, il quale per lo stucco della tribuna insieme con altri suoi lavoranti et ancora maestri fiorentini, vi lavor. Laonde con sollecitudine cercarono di dare fine a tanta impresa.
Perch, volendo Michele Agnolo far porre in opera le statue, in questo tempo al papa venne in animo di volerlo appresso di s, avendo desiderio di fare la facciata della cappella di Sisto, dove egli aveva dipinto la volta a Giulio II. E gi dato principio a'disegni, successe la morte di Clemente VII, la quale fu cagione che egli non seguit l'opera di Fiorenza, la quale, con tanto studio cercandosi di finire, pure rimase imperfetta, perch i maestri che per essa lavoravano, furono licenziati da chi non poteva pi spendere.
Successe poi la felicissima creazione di Papa Paulo terzo Farnese, domestico et amico suo, il quale, sapendo che l'animo di Michele Agnolo era di finire la gi cominciata opera in Roma da se medesimo per la ultima sua memoria, fattigli fare i ponti, diede ordine che tale opera si continuasse; e cos gli fece fare provisione di danari per ogni mese, et ordine poi da potere tal cosa seguitare. Perch egli con grandissima voglia e sollecitudine fece fare, che non v'era prima, una scarpa di mattoni alla facciata di detta cappella, che da la sommit di sopra pendeva inanzi un mezzo braccio, acci col tempo la polvere fermare non si potesse, n a essa nocere gi mai. E cos seguitando quella con sua comodit verso la fine andava. In questo tempo Sua Santit volse vedere la cappella, e perch il maestro   delle cerimonie us prosunzione et entrovvi seco e biasimolla per li tanti ignudi, onde, volendosi vendicare, Michele Agnolo lo ritrasse di naturale nell'inferno nella figura di Mins, fra un monte di diavoli.
Avvenne in questo tempo ch'egli casc di non molto alto dal tavolato di questa opera, e, fattosi male a una gamba, per lo dolore e per la collera da nessuno non volse essere medicato. Per il che, trovandosi allora vivo Maestro Baccio Rontini fiorentino, amico suo e medico capriccioso e di quella virt molto affezzionato, venendogli compassione di lui gli and un giorno a picchiare a casa, e non gli essendo risposto da'vicini n da lui, per alcune vie secrete cerc tanto di salire, che a Michele Agnolo di stanza in stanza pervenne, il quale era disperato. Laonde Maestro Baccio finch egli guarito non fu, non lo volle abbandonare gi mai, n spiccarsegli dintorno. Egli di questo male guarito e ritornato all'opera, et in quella di continuo lavorando, in pochi mesi a ultima fine la ridusse, dando tanta forza alle pitture di tal opera, che ha verificato il detto di Dante: "Morti li morti e i vivi parean vivi". E quivi si conosce la miseria de i dannati e l'allegrezza de'beati. Onde, scoperto questo Giudizio, mostr non solo essere vincitore de'primi artefici che lavorato vi avevano, ma ancora nella volta ch'egli tanto celebrata avea fatta, volse vincere se stesso, et in quella, di gran lunga passatosi, super se medesimo, avendosi egli immaginato il terrore di que'giorni, dove egli fa rappresentare, per pi pena di chi non  ben vissuto, tutta la sua passione; faccendo portare in aria da diverse figure ignude la Croce, la colonna, la lancia, la spugna, i chiodi e la corona con diverse e varie attitudini molto difficilmente condotte a fine nella facilit loro. Evvi Cristo il qual, sedendo con faccia orribile e fie ra, a i dannati si volge maladicendoli, non senza gran timore della Nostra Donna che, ristrettasi nel manto, ode e vede tanta ruina. Sonvi infinitissime figure che gli fanno cerchio di profeti, di Apostoli e particularmente Adamo e Santo Pietro, i quali si stimano che vi sien messi l'uno per l'origine prima delle genti al giudizio, l'altro per essere stato il primo fondamento della cristiana religione. A'piedi gli  un S. Bartolomeo bellissimo, il qual mostra la pelle scorticata, evvi similmente uno ignudo di S. Lorenzo, oltra che senza numero sono infinitissimi santi e sante et altre figure maschi e femmine intorno, appresso e discosto, i quali si abbracciano e fannosi festa avendo per grazia di Dio e per guidardone delle opere loro la beatitudine eterna. Sono sotto i piedi di Cristo i sette angeli scritti da Santo Giovanni Evangelista con le sette trombe che, sonando a sentenzia, fanno arricciare i capelli a chi gli guarda per la terribilit che essi mostrano nel viso, e fra gli altri vi son due angeli che ciascuno ha il libro delle vite in mano; et appresso, non senza bellissima considerazione, si veggono i sette peccati mortali da una banda combattere in forma di diavoli e tirar gi a lo inferno l'anime che volano al cielo con attitudini bellissime e scorti molto mirabili. N ha restato nella resurressione de'morti mostrare il modo come essi de la medesima terra ripiglian l'ossa e la carne, e come da altri vivi aiutati vanno volando al cielo, che da alcune anime gi beate  lor porto aiuto, non senza vedersi tutte quelle parti di considerazioni che a una tanta opera come quella si possa stimare che si convenga. Perch per lui si  fatto studii e fatiche d'ogni sorte, apparendo egualmente per tutta l'opera, e come chiaramente e particularmente ancora nella barca di Caronte si dimostra, il   quale, con attitudine disperata, l'anime tirate da i diavoli gi nella barca batte col remo, ad imitazione di quello che espresse il suo famigliarissimo Dante quando disse:

Caron demonio, con occhi di bragia
Loro accennando, tutte le raccoglie;
Batte col remo qualunque si adagia.

N si pu imaginare quanto di variet sia nelle teste di que'diavoli, mostri veramente d'Inferno. Ne i peccatori si conosce il peccato e la tema insieme del danno eterno. Et oltra a ogni bellezza straordinaria  il vedere tanta opera s unitamente dipinta e condotta, che ella pare fatta in un giorno e con quella fine che mai minio nessuno si condusse talmente. E nel vero la moltitudine delle figure, la terribilit e grandezza dell'opera  tale, che non si pu descrivere, essendo piena di tutti i possibili umani affetti et avendogli tutti maravigliosamente espressi. Avvenga che i superbi, gli invidiosi, gli avari, i lussuriosi e gli altri cos fatti si riconoschino agevolmente da ogni bello spirito, per avere osservato ogni decoro, s d'aria, s d'attitudini e s d'ogni altra naturale circunstanzia nel figurarli. Cosa che se bene  maravigliosa e grande, non  stata impossibile a questo uomo, per essere stato sempre accorto e savio et aver visto uomini assai et acquistato quella cognizione con la pratica del mondo, che fanno i filosofi con la speculazione e per gli scritti. Talch, chi giudicioso e nella pittura intendente si trova, vede la terribilit dell'arte, et in quelle figure scorge i pensieri e gli affetti, i quali mai per altro che per lui non furono dipinti. Cos vede ancora quivi come si fa il variare delle tante attitudini ne gli strani e diversi gesti di giovani, vecchi, maschi, femmine: ne i quali a chi non si mostra il terrore dell'arte insieme   con quella grazia che egli aveva da la natura? Perch fa scuotere i cuori di tutti quegli che non son saputi, come di quegli che sanno in tal mestiero. Vi sono gli scorti che paiono di rilievo, e con la unione, la morbidezza e la finezza nelle parti delle dolcezze da lui dipinte, mostrano veramente come hanno da essere le pitture fatte da'buoni e veri pittori. E vedesi ne i contorni delle cose girate da lui, per una via che da altri che da lui non potrebbono esser fatte, il vero giudizio e la vera dannazione e ressurressione. E questo nell'arte nostra  quello esempio e quella gran pittura mandata da Dio a gli uomini in terra, acci che veggano come il fato fa quando gli intelletti dal supremo grado in terra descendono, et hanno in essi infusa la grazia e la divinit del sapere. Questa opera mena prigioni legati quegli che di sapere l'arte si persuadono, e nel vedere i segni da lui tirati ne'contorni di che cosa ella si sia, trema e teme ogni terribile spirto sia quanto si voglia carico di disegno. E mentre che si guardano le fatiche dell'opra sua, i sensi si stordiscono solo a pensare che cosa possono essere le altre pitture fatte e che si faranno, poste a tal paragone. Et veramente felice chiamar si puote e felicit della memoria di chi ha visto veramente stupenda maraviglia del secol nostro. Beatissimo e fortunatissimo Paulo III, poich Dio consente che sotto la protezzion tua si ripari il vanto che daranno alla memoria sua e di te le penne de gli scrittori: quanto acquistano i meriti tuoi per le sue virt? Certo fato bonissimo hanno a questo secolo nel suo nascere gli artefici, da che hanno veduto squarciato il velo delle difficult di quello che si pu fare et imaginare nelle pitture e sculture et architetture. Contempli ancora chi di maravigliare vuol finirsi, quante delle sue doti grandi abbia il cie lo nel suo felicissimo ingegno infuso: le quali cose non solo consistono circa le difficult dell'arte sua, ma fuor di quella, leggansi le bellissime canzoni e gli stupendi suoi sonetti, gravemente composti, sopra i quali i pi celebrati ingegni musici e poeti hanno fatto canti, e molti dotti le hanno comentate e lette publicamente nelle pi celebrate accademie di tutta Italia. Ha meritato ancora Michele Agnolo che la divina Marchesa di Pescara gli scriva, et opere faccia di lui cantando, et egli a lei un bellissimo disegno d'una Piet mand da lei chiestoli. Onde non pensi mai penna, o per lettere scritte, o per disegno da altri meglio che da lui essere adoperata , et il simile qualsivoglia altro stile o disegnatoio.
Sonsi veduti di suo in pi tempi bellissimi disegni, come gi a Gherardo Perini amico suo, et al presente a Messer  Tommaso de'Cavalieri romano, che ne ha de gli stupendi, fra i quali  un Ratto di Ganimede, un Tizio et una Baccanaria, che col fiato non si farebbe pi d'unione. Vegghinsi i suoi cartoni, i quali non hanno avuto pari, come ancora ne fanno fede pezzi sparsi qua e l, e particularmente in casa Bindo Altoviti in Fiorenza uno di sua mano disegnato per la cappella, e tutti quegli che furono veduti in mano d'Antonio Mini suo creato, i quali port in Francia, insieme col quadro della Leda, ch'egli fece; e quello d'una Venere, che don a Bartolomeo Bettini di carbone finitissimo; e quello d'un Noli me tangere, che fu fatto per il marchese del Vasto, finiti poi co'colori da Iacopo da Puntormo. Ma perch vado io cos di cosa in cosa vagando? Basta sol dire questo, che dove egli ha posto la sua divina mano, quivi ha risuscitato ogni cosa e datole eternissima vita.
Ma per tornare all'opera della cappella, finito ch'egli ebbe il Giudicio, gli don il papa il porto del Po di Pia cenza, il quale gli d d'entrata DC scudi l'anno, oltre alle sue provisioni ordinarie. E finita questa, gli fu fatto allogazione d'un'altra cappella, dove star il Sacramento, detta la Paulina, nella quale dipigne due storie: una di San Pietro, l'altra di San Paulo, l'una dove Cristo d le chiavi a Pietro, l'altra la terribile conversione di Paulo. In questo medesimo tempo egli cerc di dar fine a quella parte, che della sepoltura di Giulio secondo aveva in essere; et in San Pietro in Vincola in Roma fece murare non spendendo mai il tempo in altro, che in esercizio dell'arte, n giorno n notte, et egli s' di continuo visto pronto a gli studi, et il suo andar solo, mostra come egli ha l'animo carico di pensieri. Cos egli in breve tempo due figure di marmo fin, le quali in detta sepoltura pose, che mettono il Mois in mezzo; e bozzato ancora in casa sua, quattro figure in un marmo, nelle quali  un Cristo deposto di croce; la quale opera pu pensarsi, che se da lui finita al mondo restasse, ogni altra opra sua da quella superata sarebbe per la difficult del cavar di quel sasso tante cose perfette.
Nelle azzioni di Michele Agnolo s' sempre veduto religione, et in questo ultimo esemplo mirabile, ha fuggito il commerzio della corte quanto ha potuto; e solo domestichezza tenuto con quegli che o per le sue faccende hanno avuto bisogno di lui, o per termini di virt veduti in loro  stato astretto amarli. A'parenti suoi ha sempre porto aiuto onestamente, ma non s'ha curato d'avergli intorno. S' ancora curato molto poco avere per casa artefici del mestiero, e tuttavia in quel ch'ha potuto ha giovato ad ognuno. Truovasi che non ha mai biasmato l'opere altrui, se egli prima non  stato o morso o percosso. Ha fatto per principi e privati molti disegni d'architettura, come nella chiesa di San ta Apollonia di Fiorenza, per avervi monaca una nipote, e cos il disegno del Campidoglio, et a Luigi del Riccio suo domestico la sepoltura di Cecchino Bracci, e quella di Zanobi Montaguto disegn egli perch Urbino le facesse. Garzoni pochi del mestiero ha tenuti; solo tenne un Pietro Urbano pistolese et Antonio Mini fiorentino, la partita del quale molto gli dolse, quando per capriccio se n'and in Francia; tuttavia remuner molto i suoi servigi donandogli que'disegni ch'io dissi di sopra, e la Leda, che aveva dipinta, la quale  oggi appresso il Re di Francia, e due casse di modegli lavorati di cera e di terra, i quali si smarrirono nella morte di lui in Francia. Prese in ultimo uno urbinate, il quale del continuo l'ha servito e governato, e s da quello s' trovato secondo l'animo suo sodisfatto, ch' poco tempo ch'egli, ammalando, disse questo patire, perch giorno e notte governandolo non lo aveva abbandonato mai, e per essere egli vecchio fu questo dispiacere per terminargli la vita, nascendo questo da cordiale amore e da rispetto dell'obligo che gli pareva avere. Certamente si pu far giudizio che di bont d'animo, di prudenzia e di sapere nello esercizio suo, non l'abbia mai passato nessuno. E coloro tutti che a fantasticheria et a stranezza gli hanno attribuito l'allontanarsi da le pratiche, debbono scusarlo, perch veramente si pu dire, che chi interamente vuole operare di perfezzione in tal mestiero,  sforzato quelle fuggire, perch la virt vuol pensamento, solitudine e comodit, e non errare con la mente e disviarsi nelle pratiche. Cos egli non ha mancato a se medesimo et ha giovato grandemente con lo affaticarsi a tutti gli artefici, e di onorati vestimenti ha sempre la sua virt ornato, dilettatosi di bellissimi cavalli, perch essendo egli nato di nobilissimi cit tadini ha mantenuto il grado, e mostr il sapere di maraviglioso artefice.
Dopo tante sue fatiche, gi alla et di LXIII anni s' condotto, e di continuo sino al presente con bellissime e savie risposte s'ha fatto conoscere com'uom prudente, e stato nel suo dire molto coperto et ambiguo, avendo le cose sue quasi due sensi, et usato di dire sempre che le poche pratiche fanno vivere l'uomo in pace, bench ci in questo ultimo possa egli male osservare; atteso che la morte di Anton da San Gallo gli ha fatto pigliar la cura della fabrica di Farnese del palazzo di Campo di Fiore e di quella di San Pietro. Essendogli ragionato de la morte da un suo amico, dicendogli che doveva assai dolergli, sendo stato in continue fatiche per le cose dell'arte, n mai avuto ristoro, rispose che tutto era nulla perch se la vita ci piace, essendo anco la morte di mano d'un medesimo maestro quella non ci dovrebbe dispiacere. A un cittadino che lo trov a Orto San Michele in Fiorenza, che s'era fermato a riguardare la statua del San Marco di Donato, e lo domand quel che di quella figura gli paresse, Michele Agnolo rispose che non vide mai figura che avesse pi aria di uomo da bene di quella, e che se San Marco era tale, si gli poteva credere ci che aveva scritto. Gli fu mostro un disegno e raccomandato un fanciullo, che allora imparava a disegnare, scusandolo alcuni che egli era poco tempo che s'era posto all'arte, rispose: "E'si conosce". Un simil motto disse a un pittore che avea dipinto una Piet: che s'era portato bene, ch'ella era proprio una piet a vederla. Intese che Sebastian Viniziano aveva a fare nella cappella di San Piero a Montorio un frate, e disse che gli guasterebbe quella opera; domandato de la cagione, rispose che avendo eglino guasto il mondo, che  si grande, non sarebbe gran fatto che guastassero una   cappella s piccola. Aveva fatto un pittore una opera con grandissima fatica e penatovi molto tempo, e nello scoprirla aveva acquistato assai, fu domandato Michele Agnolo che gli parea del fattore di quella, rispose: "Mentre che costui vorr esser ricco sar del continuo povero". Uno amico suo, che gi diceva messa et era religioso, capit a Roma, tutto pieno di puntali e di drappi, e salut Michele Agnolo, et egli s'infinse di non vederlo, perch fu l'amico sforzato fargli palese il suo nome; maravigliossi Michel Agnolo che fosse in quello abito, poi soggiunse quasi rallegrandosi: "O voi sete bello! se fosse cos dentro, come io vi veggo di fuori, buon per l'anima vostra".
Mentre che egli faceva finire la sepoltura di Giulio, fece a uno squadratore condurre un termine, che poi alla sepoltura in San Piero in Vincola pose, con dire: "Lieva oggi questo, e spiana qui, e pulisci qua"; di maniera che senza che colui se n'avvedessi, gli f fare una figura. Perch finita colui maravigliosamente la guardava, disse Michele Agnolo: "E che te ne pare?" "Parmi bene - rispose colui - e v'ho grande obligo" "Perch?" soggiunse Michele Agnolo. "Perch io ho ritrovato per mezzo vostro una virt che io non sapeva d'averla". Un suo amico raccomand a Michele Agnolo un altro pur suo amico, che aveva fatto una statua, pregandolo che gli facesse dare qualcosa pi; il che amorevolmente fece. Ma l'invidia dello amico, che richiese Michele  Agnolo credendo che non lo dovesse fare, veggendo che pure l'avea fatto se ne dolse, e tal cosa fu detta a Michele  Agnolo; onde rispose che gli dispiacevano gli uomini fognati: stando nella metafora della architettura, intendendo che con quegli ch'hanno due bocche mal si pu praticare. Domandato da uno amico suo quel che gli paresse d'uno che aveva contrafatto di marmo figure antiche, de le pi celebrate, vantando si lo imitatore che di gran lunga aveva superato gli antichi, rispose: "Chi va dietro altrui, mai non gli passa inanzi". Aveva non so chi pittore fatto una opera, dove era un bue che stava meglio de l'altre cose; fu domandato perch il pittore aveva fatto pi vivo quello che l'altre cose, disse: "Ogni pittore ritrae se medesimo bene". Passando da San Giovanni di Fiorenza gli fu domandato il suo parere di quelle porte, et egli rispose: "Elle sono tanto belle, che starebbono bene alle porte del Paradiso".
Per, come nel principio dissi, il Cielo per essempio nella vita, ne'costumi e nelle opere l'ha qua gi mandato, acci che quegli che risguardano in lui, possino imitandolo, accostarsi per fama alla eternit del nome; e per l'opere e per lo studio, alla natura; e per la virt al Cielo, nel medesimo modo che egli alla natura et al cielo ha di continuo fatto onore. E non si maravigli alcuno che io abbia qui descritta la vita di Michelagnolo vivendo egli ancora, perch non si aspettando che e'debbia morir gi mai, mi  parso conveniente far questo poco ad onore di lui, che quando bene come tutti gli altri uomini abbandoni il corpo, non si troverr per mai alla morte delle immortalissime opere sue: la fama delle quali mentre ch'e'dura il mondo, viver sempre gloriosissima per le bocche de gli uomini e per le penne degli scrittori, mal grado della invidia et al dispetto della morte.  

CONCLUSIONE DELLA OPERA A GLI ARTEFICI ET A'LETTORI

Quantunque sommamente mi siano piaciute, virtuosi artefici miei, e voi altri lettori nobilissimi, tutte quelle industriose e belle fatiche, che in un medesimo tempo, dilettando e giovando, abbelliscono et ornano il mondo; e che la affezzione anzi pur lo amor singulare, che io ho sempre portato e porto a gli operatori di quelle, mi avesse gi molte volte spronato e stretto a difendere gli onorati nomi di questi, da le ingiurie della morte e del tempo ad onor loro et a benefizio di chiunque vuole imitargli; non pensava io per da principio distender mai volume s largo, od allontanarmi nella ampiezza di quel gran pelago, dove la troppo bramosa voglia di satisfare a chi brama i primi principii delle nostre arti, e le calde persuasioni di molti amici, che per lo amore ch'e'mi portano, molto pi si promettevano forse di me, che non possono le forze mie, et i cenni di alcuni padroni, che mi sono pi che comandamenti, finalmente contra mio grado m'hanno condotto. Ancora che con somma fatica mia e spesa e disagio, nel cercare minutamente dieci anni tutta la Italia per i costumi, sepolcri et opere di quegli artefici, de'quali ho descritto le vite, e con tanta difficult, che pi volte me ne sarei tolto gi per disperazione, se i fedeli e veri soccorsi de'buoni amici, a'quali mi chiamo e chiamer sempre pi che obbligato, non mi avessero fatto buono animo e confortatomi a tirare avanti gagliardamente, con tutti quelli amorevoli aiuti che per loro si poteva, di advisi e riscontri diversi di varie cose, de le quali io stava perplesso, bench io le avessi vedute e considerate con gli occhi proprii. E tali veramente e s fatti sono stati i predetti aiuti, che io ho potuto puramente scrivere il vero di tanti divini ingegni, e senza alcuno ombramento o velo semplicemente mandarlo in luce, non perch io ne aspetti o me ne prometta nome di storico o di scrittore, che a questo non pensai mai, essendo la mia professione il dipignere e non lo scrivere, ma solo per lasciare questa   nota, memoria o bozza che io voglia dirla, a qualunque felice ingegno che, ornato di quelle rare eccellenzie che si appartengono a gli scrittori, vorr con maggior suono e pi alto stile celebrare e fare immortali questi artefici gloriosi, che io semplicemente ho tolti alla polvere et alla oblivione, che gi in gran parte gli avea soppressi. E mi sono ingegnato per questo effetto con ogni diligenzia possibile verificare le cose dubbiose, con pi riscontri, e registrare a ciascuno artefice nella sua vita quelle cose che elli hanno fatte. Pigliando nientedimeno i ricordi e gli scritti da persone degne di fede, e col parere e consiglio sempre degli artefici pi antichi che hanno avuto notizia delle opere, e quasi le hanno vedute fare. Inoltre mi sono aiutato ancora e non poco de gli scritti di Lorenzo Ghiberti, di Domenico del Ghirlandaio e di Raffaello da Urbino, a'quali, ancora che io abbia aggiustato fede come giustamente si conveniva, ho pur sempre voluto riscontrar l'opere con la veduta; la quale per la lunga pratica (e sia detto ci senza invidia) cos riconosce le varie maniere degli artefici, come un pratico cancelliere, i diversi e variati scritti de'suoi equali. Ora, se io ar conseguito il fine che sommamente desiderava, ci  il far lume fra tante tenebre alle cose de'nostri antichi e preparare la materia e la via a chi vorr scriverle, mi sar sommamente grato; e, dilettando e giovando in parte, mi parr riportare e premio e frutto grandissimo de le lunghe fatiche e travagli che nella opera possono conoscersi. E quando pure altrimenti sia, e'mi sar contento non piccolo lo aver durato fatica in una cosa tanto onorevole, che io ne merto piet non che perdono da le persone virtuose e da gli artefici miei, a chi bramava di satisfare, quantunque s come io gli conosco varii e diversi nella maniera, cos possa trovargli ancora ne'giudizii e ne'gusti loro. Dispiacerammi per e non poco il non avere onorato coloro che hanno fatto utile a s belle arti, avendomi sempre le opere loro onorato e fatto grande utile. Avvenga che per il poco sapere che io ho, non ne riporti ancora quella palma che ho sempre cercata con ogni industria e sommamente desiderata, et a la qual forse sarei venuto, se io fussi tanto felice nello operare quanto ardente al considerarla, e volonteroso a lo esercitarmi. Ma per venire alfine oramai di s lungo ragionamento, io ho scritto come pittore, e nella lingua che io parlo, senza altrimenti considerare se ella si  fiorentina o toscana, e se molti vocaboli delle nostre arti, seminati per tutta l'opera, possono usarsi sicuramente, tirandomi a servirmi di loro il bisogno di essere inteso da'miei artefici, pi che la voglia di esser lodato. Molto me no ho curato ancora l'ordine comune della ortografia, senza cercare altrimenti se la Z  da pi che il T, o se si puote scriver senza H, perch, rimessomene da principio in persona giudiziosa e degna di onore, come a cosa amata da me e che mi ama singularmente, le diedi in cura tutta questa opera, con libert e piena et intera di guidarla a suo piacimento; purch i sensi non si alterassino et il contenuto delle parole, ancora che forse male intessuto, non si mutasse. Di che (per quanto io conosco) non ho gi cagione di pentirmi, non essendo massimamente lo intento mio lo insegnare scriver toscano, ma la vita e l'opere solamente degli artefici che ho descritti. Pigliate dunche quel ch'io vi dono, e non cercate quel ch'io non posso, promettendovi pur da me fra non molto tempo una aggiunta di molte cose appartenenti a questo volume, con le vite di que'che vivono e son tanto avanti con gli anni, che mal si puote oramai aspettar da loro, molte pi opere che le fatte. Per le quali, e per supplire a quello che mancasse se pur mi si offerisse nulla di nuovo, non mi fia grave il pigliar la penna; e secondo che io vedr queste mie fatiche grate et accette agli artefici miei et agli amatori di queste virt, cos ancor portarmi con essa a benefizio et onore di quegli a'quali (perch io gli amo tutti sinceramente) ricordo io nella fine del ragionamento che egli  necessario a chi brama di esser lodato, nella belleza e bont delle opere seguitar sempre l'orme de'migliori e de'pi valenti. A cagione che chi vorr seguitar la istoria, possa giustamente con le onorate fatiche sue, fare apparire men chiare e men belle quelle de'morti. Il che, artefici miei, tanto vi faccia di giovamento, quanto a me l'hanno fatto l'opere e'gesti di coloro che io vado imitando nella nostra professione.
IL FINE
